Putin-Pezeshkian, incontro il primo settembre in Kirghizistan

Secondo il Wall Street Journal e Politico, nel corso della sua visita a sorpresa a Mosca il capo della Cia John Ratcliffe ha anche chiesto a Vladimir Putin di interrompere il sostegno militare ed economico all’Iran. Il presidente russo, però, a breve ha un incontro in programma con l’omologo iraniano Massoud Pezeshkian: i due infatti avranno un bilaterale il primo settembre a Bishkek, capitale del Kirghizistan, a margine del vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Lo ha annunciato Kazem Jalali, ambasciatore iraniano a Mosca, sottolineando che si tratterà del sesto bilaterale tra i due presidenti.

Cos’è l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai

L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai è un organismo intergovernativo fondato nel 2001 da sei Paesi: Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Successivamente hanno aderito anche India, Pakistan, Iran e Bielorussia. Nata come meccanismo per favorire la risoluzione di dispute territoriali tra i paesi aderenti, l’organizzazione ha intensificando negli anni la cooperazione tra i suoi membri, tanto su questioni di sicurezza quanto in ambiti come quello economico, energetico e culturale. Ha sede permanente a Pechino e rappresenta la più grande organizzazione regionale al mondo per estensione geografica e popolazione: copre infatti oltre il 40 per cento della popolazione e circa un quarto del Pil globale.

Prorogato fino al 5 settembre il taglio delle accise sul gasolio

In vista dell’ultimo controesodo estivo, il governo ha prorogato fino al 5 settembre il taglio di 17 centesimi al litro sulle accise sul gasolio, stanziando circa 130 milioni di euro: le risorse per coprire lo sconto arrivano da un sistema di anticipo dell’acconto delle tasse sui dividendi dei grandi gruppi energetici che nel 2025 hanno messo a segno ricavi che superano i 20 miliardi di euro, previsto nel decreto legge.

Il governo al lavoro per «sostegni selettivi sulla base del reddito»

Quella appena varata è però solo l’ennesima misura tampone per arginare il caro-carburanti. E, riguarda solo il gasolio, non la benzina. L’impegno ribadito nel Consiglio dei ministri è quello di far scattare nuove modalità di «sostegni selettivi sulla base del reddito». Nei prossimi giorni verrà valutata la forma di queste misure e, soprattutto, la copertura finanziaria. Dal 4 luglio, sottolinea il Codacons, i prezzi della benzina sono saliti di 19,7 centesimi al litro sulla rete stradale nazionale, mentre il diesel ha registrato un aumento di 23,8 centesimi al litro.

Alluvione tra Tibet e Nepal oltre 500 turisti stranieri dispersi

È stato il collasso di un ghiacciaio a provocare la devastante alluvione che mercoledì 26 agosto 2026 ha colpito l’area tra Tibet e Nepal. A certificarlo è l’Usgs, l’Istituto di geologia statunitense, secondo il quale il terremoto di magnitudo 5.2 «è stato causato dal crollo di un ghiacciaio e da una colata di detriti che ha causato conseguenze catastrofiche a valle». Sono centinaia i morti e quasi un migliaio i dispersi, tra cui tanti stranieri. Gli Stati Uniti, intanto, hanno stanziato 500 mila dollari di aiuti per la popolazione colpita.

Il bilancio di morti e dispersi

Secondo il Nepal Tourism Board (Ntb), 823 persone sono ancora disperse tra cui 517 turisti stranieri e 127 cittadini nepalesi. Le operazioni di ricerca e soccorso sono in corso nei distretti di Rasuwa, Nuwakot, Dhading e Gorkha, con squadre composte da forze di sicurezza, autorità locali, guide e Tourist Police impegnate anche nelle operazioni di evacuazione e nella verifica delle persone irreperibili. La Polizia ha riferito di aver recuperato 177 corpi. I media statali cinesi hanno invece parlato di 558 dispersi, tra cui 260 stranieri. I due bilanci, tuttavia, non possono essere automaticamente sommati.

Wsj: «Il capo della Cia ha avvertito Putin di non attaccare Paesi Nato»

Secondo quanto riportato da Politico e Wall Street Journal, il capo della Cia John Ratcliffe si è recato a sorpresa a Mosca il 25 agosto per mettere in guardia Vladimir Putin dall’attaccare Paesi della Nato, in particolare Estonia, Lettonia e Lituania. L’avvertimento, spiegano le testate citando fonti, segue le nuove valutazioni dell’intelligence americana secondo cui il presidente russo nei prossimi anni potrebbe mettere alla prova la determinazione dell’Alleanza atlantica con un attacco limitato contro uno Stato membro. Una fonte di Politico ha inoltre affermato che Ratcliffe ha anche chiesto allo zar di interrompere il sostegno militare ed economico all’Iran. Da pare sua, il Cremlino dichiarato che il direttore della Cia si è recato a Mosca per «contatti tra agenzie di intelligence» e non per incontrare Putin.

Wsj: «Il capo della Cia ha avvertito Putin di non attaccare Paesi Nato»
Vladimir Putin (Imagoeconomica).

È morta l’artista giapponese Yayoi Kusama, regina dei pois

Yayoi Kusama, l’artista giapponese nota in tutto il mondo per le sue ripetizioni di pois, le sculture a forma di zucca e le “Infinity Mirror Rooms”, è morta il 14 agosto a Tokyo all’età di 97 anni. L’annuncio è stato dato solo settimane dopo dalla fondazione che porta il suo nome. Nata nel 1929 a Nagano in una famiglia benestante ma segnata da tensioni familiari, Kusama iniziò a disegnare i suoi caratteristici puntini e reticoli già a 10 anni, sviluppati come modo per esorcizzare le proprie paure.

Nel 2016 fu inserita dal Time tra le 100 persone più influenti

Dopo aver studiato pittura a Kyoto, nel 1957 si trasferì negli Stati Uniti, prima a Seattle e poi a New York, dove per 16 anni, nonostante le ristrettezze economiche, divenne un nome di punta dell’avanguardia. Negli Anni 60 organizzava “happenings” con corpi nudi dipinti a pois in luoghi pubblici, in chiave antimilitarista e a sostegno dei diritti civili, e lanciò una linea di moda. Tornata in Giappone nel 1973, scelse di vivere volontariamente in un ospedale psichiatrico di Tokyo, da dove ha continuato a lavorare fino in età avanzata. Il successo commerciale arrivò tardi, a partire dagli Anni 90, con le sue zucche e le sale degli specchi infiniti, divenute fenomeno globale anche sui social network. Nel 2016 fu inserita dal Time tra le 100 persone più influenti al mondo, e le sue opere hanno raggiunto prezzi da capogiro.

Fontana, Zaia, Fedriga: le diverse anime del fronte nordista della Lega

La rappresentazione di una Lega spaccata in due, con Matteo Salvini da una parte e un fronte compatto dei governatori del Nord dall’altra, rischia di essere una semplificazione. Nel partito esiste certamente un malcontento, ci sono movimenti e posizionamenti in vista dei prossimi appuntamenti politici e si respira insofferenza nei confronti del leader. Ma quando si passa ai rapporti di forza reali, il fronte anti-Salvini appare tutt’altro che omogeneo.

Fontana, Zaia, Fedriga: le diverse anime del fronte nordista della Lega
Matteo Salvini (Ansa).

Il Veneto di Stefani resta fedele al segretario

Il punto di partenza è il Veneto. Una regione che, per storia, peso elettorale e radicamento territoriale, resta fondamentale negli equilibri della Lega. Alberto Stefani, presidente della Regione, è per ora chiaramente collocato su una linea di sostegno a Salvini. Non è un dettaglio. Se il Veneto non entra compatto nella partita contro il segretario, diventa difficile parlare di un fronte settentrionale monolitico deciso a mettere in discussione la leadership.

Fontana, Zaia, Fedriga: le diverse anime del fronte nordista della Lega
Alberto Stefani al Meetin di Rimini (Ansa).

Fedriga e Zaia evitano scontri frontali

Diversa, e soprattutto più articolata, è la posizione di Luca Zaia e Massimiliano Fedriga. Entrambi rappresentano due delle figure più autorevoli dell’area amministrativa e autonomista del partito, ma nelle ultime settimane hanno mantenuto un profilo decisamente più defilato rispetto alla componente lombarda. Non sembrano intenzionati, almeno in questa fase, a trasformare le divergenze politiche in uno scontro frontale con il segretario.

Fontana, Zaia, Fedriga: le diverse anime del fronte nordista della Lega
Luca Zaia e Massimiliano Fedriga (Imagoeconomica).

Le turbolenze lombarde

È soprattutto in Lombardia, infatti, che il malcontento appare più esplicito. Attilio Fontana e Massimiliano Romeo sono tra i big che si sono esposti maggiormente, rendendo visibile la dialettica interna sulla linea politica e sugli equilibri futuri del partito. Ma proprio questa differenza di atteggiamento dimostra come sia difficile sommare automaticamente Fontana, Romeo, Zaia e Fedriga dentro un’unica corrente organizzata. Zaia, peraltro, sembra attraversare una fase diversa della propria esperienza pubblica. Sta lavorando anche a nuovi progetti di comunicazione, a cominciare dal podcast Il Fienile, e dopo il fallimento della mediazione per dare vita a una costola nordista all’interno della Lega, appare meno interessato a entrare nelle faide interne. Lo stesso vale, per motivi differenti, per Fedriga. Il presidente del Friuli Venezia Giulia continua a rappresentare un punto di riferimento importante per l’area più istituzionale della Lega, ma proprio per questo sembra avere interesse a non esasperare lo scontro interno.

Fontana, Zaia, Fedriga: le diverse anime del fronte nordista della Lega
Attilio Fontana e Massimiliano Romeo intervistati da Cesare Zapperi alla Versiliana (Ansa).

Per cambiare la leadership la strada è una: il congresso

C’è poi un elemento politico che spesso viene dimenticato. La Lega ha celebrato appena un anno fa il proprio congresso federale, dal quale Salvini è uscito confermato alla guida del movimento. La leadership del partito non può essere cambiata attraverso dichiarazioni, retroscena o riunioni tra amministratori. Se qualcuno vuole realmente aprire una fase nuova, la strada è quella prevista dalle regole del partito: convocare un congresso, presentare una proposta politica alternativa e vincerlo. Una cosa insomma è criticare la linea politica di Salvini, chiedere maggiore attenzione ai territori del Nord o contestare determinate scelte; altra è riuscire a costruire una maggioranza interna capace di sostituire il segretario.

Fontana, Zaia, Fedriga: le diverse anime del fronte nordista della Lega
Matteo Salvini confermato segretario al Congresso di Firenze del 2025 (Ansa).

Per questo, almeno per ora, i salviniani tendono a ridimensionare la fronda dei governatori, circoscrivendola soprattutto alla Lombardia, dove però oltre al capogruppo al Senato Romeo e al governatore Fontana, sulle barricate ci sono anche le segreterie provinciali chiave di Bergamo, Brescia, Sondrio e Varese. Il Veneto di Stefani resta comunque salviniano, Zaia e Fedriga non sembrano intenzionati a dare battaglia e il resto del partito osserva. I movimenti interni esistono e sarebbe sbagliato sottovalutarli. Ma tra il rumore di una fronda e la costruzione di un’alternativa politica c’è ancora molta strada. E, alla fine, nella Lega la questione della leadership potrà essere risolta soltanto nello stesso luogo in cui dovrebbe essere risolta in ogni partito: un congresso e i voti per vincerlo.

Cinema: The Dog Stars, il nuovo film di Ridley Scott da oggi nelle sale

The Dog Stars, il nuovo film di Ridley Scott da oggi nelle sale

Basato sul romanzo di Peter Heller, il film è un dramma post-apocalittico con Jacob Elordi nel ruolo principale. Nel cast anche Josh Brolin e Guy Pierce

Dopo cyberpunk, hard sci fi e tanto fantahorror, Ridley Scott torna alla fantascienza questa volta affrontando un nuovo sottogenere, quello post-apocalittico.  Girato in gran parte in Italia, sulle Dolomiti, The Dog Stars – Le stelle dopo la fine è tratto dal romanzo di Peter Heller Le stelle del cane, edito da Bompiani. L'adattamento è firmato da Mark L. Smith e Christopher Wilkinson. Nel cast Jacob Elordi (Frankenstein), Margaret Qualley, Josh Brolin e Guy Pierce. La trama In un mondo post-apocalittico, un virus distrugge l'umanità. I... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Cinema - 27 agosto 2026 - articolo di S*

Cinema: Addio a Tim Curry, il dolce travestito proveniente da Transsexual, in Transilvania

Addio a Tim Curry, il dolce travestito proveniente da Transsexual, in Transilvania

Non solo Frank'N'Furter: Curry ha lavorato in Legend, It e dato la voce a Palpatine in Star Wars: The Clone Wars

È morto a Los Angeles, all’età di 80 anni, Tim Curry, uno degli attori più riconoscibili e difficili da classificare del cinema e della televisione degli ultimi cinquant’anni. La notizia della morte, avvenuta nella sua casa di Los Angeles, è stata confermata dalla sua manager e amica di lunga data Marcia Hurwitz. Non è stata resa nota la causa del decesso. Nel 2012 Curry era stato colpito da un grave ictus che lo aveva costretto sulla sedia a rotelle, senza tuttavia allontanarlo completamente dal lavoro e dalle apparizioni pubbliche. Per... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Cinema - 27 agosto 2026 - articolo di S*

È morto Tim Curry, star di Rocky Horror e It

Addio a Tim Curry, attore britannico celebre per aver interpretato il dottor Frank-N-Furter nel cult The Rocky Horror Picture Show e Pennywise nella miniserie televisiva It, morto all’età di 80 anni. Dopo aver iniziato la carriera in teatro, è sbarcato al cinema e in televisione. Vanta svariate interpretazioni, tra le quali quella del Dottor Petrov in Caccia a Ottobre Rosso (1990), quella del cardinale Richelieu ne I tre moschettieri (1993) e l’arguto maggiordomo Wadsworth in Signori, il delitto è servito (1985). Curry, che è stato anche cantante e musicista, viveva a Los Angeles. Non si è mai sposato e non ha avuto figli.


Intesa Sanpaolo, esposto alla Consob sulle opas di Mps

Intesa Sanpaolo è passata al contrattacco dopo la doppia offerta pubblica di scambio di Monte dei Paschi di Siena su Banco Bpm e Banca Generali, messa a punto dal ceo Luigi Lovaglio per bloccare l’avanzata del gruppo guidato da Carlo Messina su Mps. Intesa Sanpaolo ha infatti presentato oggi alla Consob «osservazioni e considerazioni riguardanti criticità emerse da operazioni annunciate dopo il lancio dell’opas su Monte dei Paschi di Siena». L’iniziativa, spiegano fonti a conoscenza del dossier «è finalizzata a tutelare l’integrità del mercato e la corretta informazione verso tutti gli azionisti e a evidenziare in particolare la necessità del rispetto della normativa vigente con riferimento, tra l’altro, alla cosiddetta passivity rule». Quest’ultima è la norma che mira a salvaguardare la contendibilità delle società quotate, impedendo che gli amministratori attuino iniziative difensive per scongiurare offerte e scalate esterne.

Il trumpismo perde pezzi: cosa c’è dietro la crisi di influencer e creator MAGA

Uno dei motori più importanti del consenso trumpiano sembra essersi rotto. Il vasto ecosistema mediatico che ha contribuito al successo elettorale di The Donald nel 2024 sta perdendo visualizzazioni, iscritti, ma soprattutto si sta frammentando in tanti piccoli universi in guerra l’uno con l’altro. Il New York Times ha fatto i conti della grande macchina comunicativa MAGA fatta di creator e influencer, scoprendo che negli ultimi mesi i numeri sono da incubo, o quasi. Il pubblico vorace di contenuti pro-Trump si è assottigliato in particolare verso la fine del 2025, con un calo costante durante i primi sei mesi del 2026. Un fenomeno che preoccupa non tanto il presidente quanto il Partito repubblicano, che si prepara ad affrontare elezioni di metà mandato complesse. Il fronte unito dei creator conservatori in passato si è rivelato molto efficace per il partito nel pungolare gli elettori e spingerli alle urne.

Il trumpismo perde pezzi: cosa c’è dietro la crisi di influencer e creator MAGA
Donald Trump (Ansa).

La galassia MAGA perde appeal

Il Times ha analizzato i numeri di alcuni dei creator di destra più noti come Tucker Carlson, Candace Owens, Steve Bannon, Nicholas Fuentes, Dan Bongino e Ben Shapiro. Il caso di quest’ultimo aiuta a farsi un’idea del clima che si respira. Il cofondatore e volto di The Daily Wire, tra i grandi sostenitori di Trump, di Israele e della guerra contro l’Iran, ha perso circa 60 mila iscritti al canale YouTube solo tra aprile e giugno di quest’anno, rileva la newsletter Chaotic Era. Le visualizzazioni seguono un trend analogo e sono passate dai 27 milioni a settimana del 2024 a circa quattro milioni a settimana negli ultimi mesi. Il calo si nota anche fuori da YouTube. Sul web, ad esempio, The Daily Wire ha perso metà del suo traffico rispetto al 2025.

Il trumpismo perde pezzi: cosa c’è dietro la crisi di influencer e creator MAGA
Ben Shapiro (da Instagram).

Giusto per avere un termine di paragone, nel periodo compreso tra giugno 2025 e giugno 2026, Truth Social, il social di Donald Trump, ha perso il 48 per cento del traffico, la CNN il 35 per cento e il New York Times solo il 10 per cento. In casa Shapiro regge meglio il podcast, trainato da un aumento del 50 per cento dei contenuti pubblicati. Dan Bongino, noto creator pro-Trump nominato vicedirettore dell’Fbi, è tornato a caricare video in rete, ma colleziona circa la metà dei numeri realizzati durante la campagna elettorale del 2024.

Il trumpismo perde pezzi: cosa c’è dietro la crisi di influencer e creator MAGA
Dan Bongino (Ansa).

La concorrenza di nuovi personaggi e nuove tendenze

Le ragioni dietro questo calo sono diverse. Alcune sono fisiologiche: passare dall’opposizione al governo riduce l’entusiasmo di elettori e spettatori. In più, come tutti i creator, anche quelli conservatori hanno a che fare con algoritmi che cambiano senza spiegazioni, nuove piattaforme e concorrenza. Ma il problema non è soltanto che il pubblico diminuisce. È che quello stesso pubblico si sta disperdendo tra prodotti, personaggi e sottoculture che non rispondono più a un’unica gerarchia politica. La concorrenza spiega l’altra faccia di questa crisi. Qui intervengono due fattori. Il primo riguarda la comparsa di nuovi personaggi, come gli youtuber legati al fenomeno del looksmaxxing (sottocultura diventata virale che consiste nel miglioramento esasperato del proprio aspetto fisico), che si contendono almeno in parte lo stesso bacino di giovani uomini che in passato aveva alimentato la crescita degli influencer trumpiani. Il secondo aspetto è legato alla frammentazione.

Le rotture della galassia trumpiana

Personalità come Shapiro e Bongino rimangono fedeli a Trump e al suo programma, mentre altri hanno iniziato a dissociarsi dal tycoon in modo plateale, come ha fatto di recente Tucker Carlson, ex conduttore di Fox News, che ha parlato addirittura di fondare un nuovo partito. La deriva dell’amministrazione Trump ha creato moltissime crepe nel mondo MAGA. La guerra con l’Iran, la gestione del caso Epstein, il carovita e persino la spinosa questione dei data center hanno dato fiato a una parte dell’ecosistema. È il caso, ad esempio, di Nicholas Fuentes e Candace Owens. Questi due influencer sono quelli che hanno numeri leggermente migliori. Il primo, un suprematista bianco che ha detto di ammirare Adolf Hitler, è attivo solo sulla piattaforma Rumble e negli ultimi mesi le sue visualizzazioni settimanali medie hanno raggiunto picchi vicini agli otto milioni, contro circa un milione nel 2024. Owens, che ha perso traffico a causa del silenzio social durante la maternità, ha una decina di milioni di visualizzazioni mensili, ma la tenuta deriva almeno da due elementi: la diversificazione nei contenuti, dalla politica al gossip, e il complottismo. Il secondo è particolarmente interessante perché permette anche di individuare uno dei principali momenti di rottura della galassia pro-Trump.

Il trumpismo perde pezzi: cosa c’è dietro la crisi di influencer e creator MAGA
Nicholas J. Fuentes (Ansa).

È lotta per riempire il vuoto lasciato da Charlie Kirk

Owens, infatti, è stata una delle più vocali sostenitrici delle teorie del complotto intorno alla morte dell’attivista Charlie Kirk, ucciso il 10 settembre 2025. Da quel momento le fratture interne al sistema mediatico trumpiano sono diventate molto più evidenti. Per Owens dietro l’omicidio del fondatore di Turning Point Usa ci sarebbe una cospirazione che intreccia il governo israeliano e quello americano.

Il trumpismo perde pezzi: cosa c’è dietro la crisi di influencer e creator MAGA
Candace Owens (Ansa).

Al di là delle stramberie dell’influencer, la morte di Kirk ha creato un vuoto importante nella destra americana, un vuoto che qualcuno vuole colmare. In una lunga conversazione su Pod Save America, il giornalista Will Sommer, che da anni segue l’estrema destra e l’ecosistema mediatico conservatore, e il conduttore Tommy Vietor hanno analizzato le anime di questo universo. Nel dialogo tra Sommer e Vietor emerge come ormai non ci sia più un «sistema mediatico conservatore», ma piuttosto «mondi in competizione» cristallizzati intorno a identità e sensibilità diverse: populisti, complottisti, nazionalisti, appartenenti alla manosphere e conservatori tradizionali. Queste fazioni si raggruppano in due macro insiemi: quelli che lottano per la sopravvivenza economica, chiedendosi se riusciranno a generare visualizzazioni e ricavi senza il traino di Trump, e quelli che combattono per essere i depositari dell’ideologia conservatrice e per orientare il Partito repubblicano.

Il trumpismo perde pezzi: cosa c’è dietro la crisi di influencer e creator MAGA
Un memoriale dedicato a Charlie Kirk (Ansa).

La radicalizzazione della nuova destra online

In un contesto simile le fazioni si contendono un’audience in calo e demotivata. Per questo i messaggi finiscono con il radicalizzarsi, come dimostra il successo di Fuentes, ma non solo. Sempre Sommer e Vietor spiegano come si stiano affermando creator che alzano il livello delle provocazioni in un’escalation sempre più marcata. A questi si aggiungono fenomeni come il looksmaxxing e la manosphere, non necessariamente politici in senso stretto ma capaci, in alcune delle loro declinazioni, di sovrapporsi a contenuti reazionari, antifemministi e misogini. Se da un lato la disgregazione della gioiosa macchina di propaganda MAGA può indebolire Trump e il Partito repubblicano, dall’altro la guerra civile comunicativa rischia di produrre effetti deleteri. La competizione per catturare l’attenzione può trasformare idee un tempo relegate in qualche anfratto della rete in parole d’ordine capaci di uscire dai social ed entrare nel dibattito politico. È il caso dei contenuti antisemiti diffusi da Fuentes e, su un altro terreno, della crescente circolazione del concetto di “remigrazione”. I contenuti che ruotano attorno a figure come Greg Bovino mostrano bene l’intreccio tra comunicazione e politica. L’ex comandante della Border Patrol e uno dei volti della stretta migratoria dell’amministrazione Trump, il 30 maggio ha partecipato al Remigration Summit a Figueira da Foz, in Portogallo. Una visita che rimarca le connessioni tra un pezzo della destra americana e i movimenti nazionalisti europei e mostra come il concetto di “remigrazione”, un tempo confinato agli ambienti più radicali, stia conquistando nuovi spazi nel dibattito della destra. Citofonare Vannacci (e non solo).

Dipendenza da social nei minorenni, Meta patteggia: quanto pagherà

Pur negando qualsiasi illecito, Meta ha accettato di pagare fino a 17,1 miliardi di dollari nell’ambito di un patteggiamento con 29 Stati Usa, che avevano accusato il colosso di Menlo Park di aver progettato Facebook e Instagram con meccanismi capaci di creare dipendenza nei minorenni, pur essendo consapevole dei possibili effetti negativi. Analoghe accuse, peraltro, sono state rivolte a Meta anche dall’Ue.

LEGGI ANCHE: Il cortocircuito di Zuckerberg sul super agente IA: di chi è il tempo risparmiato?

Meta ha preferito patteggiare anziché rischiare sentenze più pesanti

L’accordo pone fine a un processo iniziato poco più di una settimana fa a Oakland, in California, nato da causa intentata nel 2023 da 29 Stati Usa, che contestavano numerose violazioni delle leggi federali e statali a tutela dei minori, come il Children’s Online Privacy Protection Act, normativa volta a proteggere gli under 13 anni dal diventare bersaglio delle attività commerciali online. Meta, che continua a respingere ogni addebito, ha preferito pagare e accettare nuove regole federali, piuttosto che rischiare una sentenza potenzialmente devastante: i 29 Stati erano arrivati a prospettare sanzioni nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari.

Dipendenza da social nei minorenni, Meta patteggia: quanto pagherà
Mark Zuckerberg (Ansa).

Il colosso di Menlo Park continua a respingere le accuse

«Respingiamo con decisione queste accuse e siamo certi che le prove dimostreranno il nostro impegno di lunga data a sostegno dei giovani», ha dichiarato una portavoce di Meta. L’azienda di Mark Zuckerberg ha spesso citato numerose misure adottate a tutela dei minorenni, come il parental control, le funzionalità di sicurezza e l’impostazione predefinita degli account degli adolescenti come privati. Nell’ambito del patteggiamento, si è comunque impegnata ad apportare modifiche a Facebook e Instagram a livello nazionale, tra cui l’introduzione di limiti giornalieri e blocchi notturni.

Chi è Aliko Dangote, il miliardario africano che fa affari d’oro con la guerra in Iran

Anche se non è ancora terminata, la guerra in Iran ha già un vincitore ed è l’uomo più ricco d’Africa, il nigeriano Aliko Dangote che proprio grazie alla crisi in Medio Oriente è diventato ancora più ricco. Secondo il Bloomberg Billionaires Index, il suo patrimonio netto è aumentato di circa 4,86 miliardi di dollari da inizio 2026, e ora è stimato intorno ai i 35 miliardi di dollari. Il 69enne nigeriano ha costruito gran parte della sua fortuna sui beni di prima necessità: dal sale allo zucchero, fino al cemento. Il vero salto di scala, però, è arrivato con la raffineria di petrolio che possiede a Lagos. Valutato 20 miliardi di dollari ed entrato a pieno regime solo nel 2026 (650 mila barili di petrolio greggio lavorati al giorno), lo stabilimento ha beneficiato della crescita esponenziale della domanda di prodotti petroliferi fin dall’inizio della guerra. Da febbraio, infatti, i fornitori slegati dal passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz sono diventati un’ancora di salvezza per il mercato.

Chi è Aliko Dangote, il miliardario africano che fa affari d’oro con la guerra in Iran
Aliko Dangote e il banchiere nigeriano Aigboje Aig Imoukhuede (Ansa).

Il boom dell’esportazione di carburante per aerei

Nonostante le abbondanti riserve di greggio, l’Africa dipende ancora fortemente dalle importazioni di petrolio a causa di pesanti deficit infrastrutturali. La stragrande maggioranza dei circa 9 milioni di barili al giorno prodotti nel continente viene esportata per essere raffinata. D’altronde la maggior parte delle raffinerie nazionali, in maggioranza di proprietà statale, sono inattive. La Nigeria, ad esempio, negli ultimi anni ha investito quasi 3 miliardi di dollari nella riabilitazione delle sue tre raffinerie statali. Nessuna di esse però è attualmente attiva. I conflitti globali non hanno aiutato. Da una parte gli attacchi ucraini contro le raffinerie e le petroliere russe hanno drasticamente ridotto le forniture di Mosca all’Africa, dall’altra la chiusura di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio mondiale, ha rallentato drasticamente i flussi provenienti dall’Europa e dal Golfo Persico. Mentre l’inevitabile rincaro di cibo, fertilizzanti e carburante alimenta la povertà, Dangote e la sua raffineria però fanno affari d’oro. La sua società «è stata la più grande esportatrice mondiale di carburante per aerei nei mesi di aprile e maggio», ha spiegato al New York Times Daniel Evans, vicepresidente di S&P Global Energy, società di ricerche di mercato. Dato confermato da Devakumar Edwin, vicepresidente di Dangote Industries: nel 2026 le spedizioni di carburante per aerei provenienti dalla raffineria nigeriana hanno raggiunto per la prima volta il mercato statunitense. «A luglio», sottolinea Edwin, «l’azienda è stata il principale fornitore europeo di carburante per aerei e gasolio».

La quotazione record in Borsa e i piani di sviluppo in Kenya

Le ambizioni del miliardario non si fermano qui. Il 18 agosto, la Dangote Refinery ha annunciato di aver ottenuto un miliardo di dollari da un gruppo di investimento con sede a Dubai (col proposito di raccoglierne altri cinque nelle prossime settimane) per sostenere la quotazione alla Borsa nigeriana, puntando a una valutazione intorno ai 50 miliardi di dollari che rappresenterebbe la più grande offerta pubblica iniziale nella storia africana. Mentre si pensa a un possibile sbarco a Wall Street, l’obiettivo principale è raddoppiare la capacità di raffinazione anche attraverso l’apertura di un altro polo in Kenya, come ha annunciato il presidente William Ruto. Per l’impianto, la cui costruzione dovrebbe iniziare a settembre, è previsto un investimento complessivo di circa 20 miliardi di dollari. Il gruppo ha inoltre offerto ai Paesi dell’Africa orientale una quota complessiva del 30 per cento. Al Kenya è stata proposta una partecipazione del 10 per cento, mentre Etiopia e Ruanda hanno manifestato interesse a entrare nel capitale. Oltre alla raffineria, che dovrebbe avere una capacità di lavorazione fino a 700 mila barili di greggio al giorno, nei piani della società c’è anche la realizzazione di un oleodotto che attraversi 11 Paesi del continente. In Nigeria però c’è chi frena gli entusiasmi. La raffineria avrebbe dovuto mettere fine alla dipendenza dal carburante importato abbassando i costi. Ma i prezzi sono aumentati. Dangote, già nel mirino per la sua posizione di monopolio e per condotte antisindacali, è accusato di mancanza di trasparenza: grazie ai rapporti con la politica avrebbe infatti ottenuto sussidi e agevolazioni fiscali.

Allarme malaria all’aeroporto di Francoforte: morto un dipendente

Allerta all’aeroporto di Francoforte, il più grande della Germania e uno dei maggiori in Europa, dove un dipendente è morto di malaria e altri cinque lavoratori dello scalo sono risultati positivi alla malattia. Secondo il Robert Koch Institute (RKI), che a metà luglio aveva confermato un focolaio di quattro casi di malaria tra i dipendenti dell’aeroporto, tutti addetti al carico e allo scarico delle merci, l’infezione potrebbe essersi verificata tra il 4 e il 6 di quel mese. E, con ogni probabilità, è avvenuta tramite la puntura di zanzare infette che avevano viaggiato in stiva, inavvertitamente “importate” da Paesi tropicali. Non ci sarebbe stata, dunque, una trasmissione da uomo a uomo. All’interno dell’aeroporto sono state piazzate delle trappole e alcuni esemplari di zanzare sono già stati catturati. L’ultimo caso di malaria aeroportuale, spiega il Robert Koch Institute, era stato rilevato in Germania nel 2023, sempre a Francoforte.

Allarme malaria all’aeroporto di Francoforte: morto un dipendente
Aeroporto di Francoforte (Ansa).

Presidenza Fifa, la Figc ritira il sostegno alla candidatura di Infantino

La Figc (Federazione italiana gioco calcio) ha deciso di ritirare il sostegno alla candidatura di Gianni Infantino per le elezioni alla presidenza della Fifa in programma a marzo 2027. Una scelta, spiega la Federcalcio, che intende esprimere in maniera chiara e trasparente la posizione della Federazione, in piena condivisione con la Uefa e con il suo presidente Aleksander Čeferin, rispetto alle recenti iniziative promosse dal presidente della Fifa in materia di governance e sviluppo delle competizioni internazionali. «Continueremo a lavorare al fianco dell’Uefa e delle altre federazioni europee per promuovere un modello di calcio fondato su merito, solidarietà, sostenibilità e centralità dei tifosi», ha dichiarato il presidente della Figc Giovanni Malagò. «Ci riconosciamo in un modello di confronto, di ascolto e di corresponsabilità che ha fino ad ora consentito al calcio di crescere, innovare e al tempo stesso difendere i propri principi fondanti».

Alluvione tra Nepal e Tibet: dispersi 291 stranieri, verifiche della Farnesina

Continua a salire il bilancio delle vittime della vasta alluvione che ha colpito un’area del Nepal al confine col Tibet (regione autonoma della Cina), spazzando via villaggi e infrastrutture nelle zone di Syapru Besi e Timure, nel distretto montuoso di Rasuwa. I morti accertati sono più di 20, ma il numero è destinato a incrementare. In base alle informazioni fornite da 10 agenzie turistiche e di viaggio, le autorità di Kathmandu hanno identificato 384 viaggiatori, tra cui 291 cittadini stranieri e 93 nepalesi, come irreperibili dopo l’alluvione.

Tra i 291 stranieri 105 sono indiani: la maggior parte di essi era in pellegrinaggio sul Monte Kailash. Nell’elenco figurano inoltre cittadini di Australia, Paesi Bassi, Stati Uniti, Malesia, Regno Unito e Sudafrica. Dispersi anche otto sudcoreani che lavoravano in una centrale idroelettrica.

Per diversi altri viaggiatori stranieri la nazionalità non è stata ancora confermata: la Farnesina è al lavoro per verificare l’eventuale coinvolgimento di cittadini italiani e assicurare, ove necessario, assistenza ai connazionali presenti nell’area. In base alla piattaforma “Dove siamo nel mondo”, sono circa 90 gli italiani che si trovano al momento in tutto il Nepal e nell’intera regione tibetana.

In Lombardia il primo suicidio assistito gestito dal servizio sanitario

In Lombardia c’è stato il primo caso di suicidio assistito interamente gestito dal servizio sanitario regionale. Si tratta di Domenico Zuccarella, 59 anni, affetto da sclerosi multipla secondariamente progressiva, morto il 25 agosto 2026 dopo aver ottenuto l’assistenza da parte della sanità regionale. Come spiega l’associazione Luca Coscioni, è la terza persona in Lombardia ad accedere alla morte volontaria, e il primo caso nel quale il servizio sanitario regionale ha organizzato l’intera fase attuativa, compresi l’assistenza sanitaria, il farmaco e la strumentazione necessari e l’individuazione del luogo nel quale procedere. L’uomo ha disposto la donazione del proprio corpo alla ricerca scientifica.

L’associazione Luca Coscioni: «Servono tempi più brevi»

Domenico, che era di Giussano nel Milanese, aveva presentato la richiesta di accedere alla morte assistita all’Asst Ovest Milanese l’8 novembre 2025. Dalla richiesta all’effettiva attuazione sono trascorsi 290 giorni, oltre nove mesi, nonostante le linee guida regionali prevedano un termine massimo complessivo del procedimento di 145 giorni. «Per evitare che la procedura sia condotta in tempi così lunghi, e anche per evitare che un futuro assessore alla Salute possa disfare tutto con un tratto di penna, è fondamentale che il Consiglio regionale approvi la legge di iniziativa popolare “Liberi subito“», hanno sottolineato Filomena Gallo e Marco Cappato, segretaria nazionale e tesoriere dell’associazione Luca Coscioni.

Vannacci, la cena strategica romana e la sfida a Forza Italia

A Roma la rete politica di Roberto Vannacci cresce ogni giorno: nella Capitale Futuro Nazionale, secondo i sondaggi “local”, viene accreditato con un consenso del 12 per cento. Una vera e propria spina nel fianco per la maggioranza guidata da Giorgia Meloni. E lui, il generalissimo, è pronto a offrire una nuova prova di forza. Sta infatti cominciando a girare la voce di una «cena strategica» organizzata per la sera del 10 settembre in un albergo dietro il Teatro dell’Opera, per presentare «importanti nuovi arrivi», in particolare da Forza Italia. Già, perché Antonio Tajani «perde pezzi ogni giorno», sibilano i fedelissimi di Vannacci e pure quelli del fu Cavaliere. Tra l’altro, l’appuntamento gastronomico futurista si terrà al termine della kermesse romana voluta dal leghista Claudio Durigon alle Officine Farneto, con l’obiettivo di “contare” gli ultimi salviniani rimasti nell’Urbe, un banco di prova prima della celebrazione dei fasti (di una volta) di Pontida. 

Vannacci, la cena strategica romana e la sfida a Forza Italia
Roberto Vannacci (Ansa).

Il generalissimo punta sui calabresi

Ma c’è di più: Roma ha un ruolo centrale anche nelle suppletive in Calabria del 27 e 28 settembre per sostituire il forzista Francesco Cannizzaro eletto sindaco di Reggio. Vannacci, com’è noto, ha candidato Domenico Giannetta, capogruppo azzurro in Regione, strappandolo al partito berlusconiano.

Vannacci, la cena strategica romana e la sfida a Forza Italia
Domenico Giannetta (Facebook).

E qui torna l’appuntamento romano di Futuro Nazionale: nella Capitale non si contano, per quanti sono, i calabresi, e in particolare i reggini che ovviamente mantengono relazioni e rapporti con la terra natale. Una forza notevole, ben radicata nei ministeri e nella pubblica amministrazione romana, nelle forze armate e nelle forze dell’ordine e che può fare la differenza nelle urne. Molti calabresi gravitavano nel gruppo dell’ex sindaco Gianni Alemanno. Non va dimenticato che Alemanno era sposato con Isabella Rauti, attuale sottosegretaria alla Difesa e figlia del destrissimo Pino, nato a Cardinale, in provincia di Catanzaro. E vogliamo dimenticare la rivolta di Reggio Calabria del 1970 guidata da Ciccio Franco, sindacalista, capopopolo, senatore del Movimento Sociale Italiano? Il voto reggino, insomma, rischia di diventare uno tsunami per Forza Italia che ha preferito candidare (si dice per volontà di Marina Berlusconi) l’avvocato della Fininvest Fabio Roscioli. E un trampolino di lancio per le Politiche del 2027. Tanti calabresi che lavorano a Roma hanno ancora la residenza nella loro terra di origine. La cena romana di Vannacci si preannuncia gustosa, indipendentemente dai piatti che verranno serviti a tavola…

Domani il cda straordinario di Generali per un primo esame dell’ops di Mps

È stato convocato per domani, giovedì 27 agosto, il consiglio d’amministrazione straordinario di Generali chiamato a un primo esame dell’offerta del Monte dei Paschi di Siena per Banca Generali, controllata del Leone di Trieste. Disponendo del 50,2 per cento delle quote, la posizione della compagnia di assicurazioni sarà determinante per l’esito dell’offerta di Mps, parte del piano ideato dal ceo Luigi Lovaglio per bloccare l’avanzata di Intesa Sanpaolo su Siena. La validità dell’ops da 8,72 miliardi di Rocca Salimbeni è infatti subordinata al conseguimento di almeno il 50 per cento più un’azione del capitale di Banca Generali.

Domani il cda straordinario di Generali per un primo esame dell’ops di Mps
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Le perplessità già espresse dal cda di Banco Bpm

Si è invece già tenuto il cda di Banco Bpm, che per ora ha sostanzialmente bocciato il matrimonio con Monte dei Paschi di Siena. L’offerta di scambio da 25 miliardi lanciata da Mps, «non concordata» e neppure «sollecitata», come ha evidenziato l’istituto guidato da Giuseppe Castagna, «per sua natura rappresenta un’operazione strutturalmente diversa» da quella proposta da Bpm a inizio giugno, «in quanto si configura come un’acquisizione e non una fusione tra le due banche». Inoltre «non presenta un premio per gli azionisti». Crédit Agricole, che detiene il 29,3 per cento del capitale di Bpm, aveva già manifestato dubbi sulla creazione di valore da una combinazione con Mps.

Arrestata Nefertari Mancini, figlia di ex membri della banda della Magliana

Nefertari Mancini, 32enne figlia di Antonio Mancini e Fabiola Moretti, storici appartenenti alla banda della Magliana, è stata arrestata dopo essere evasa dai domiciliari per andare a incontrare il fidanzato nel carcere di Viterbo. I fatti risalgono al 23 agosto, quando la donna si è fatta accompagnare in auto nel penitenziario da un coetaneo senza patente (poi denunciato). Arrivata all’interno, al momento dell’identificazione per l’accesso alla sala colloqui, la giovane Nefertari ha esibito una carta d’identità elettronica intestata a un’altra persona. Gli agenti hanno notato una palese difformità tra la foto sulla carta plasticata e il cartellino anagrafico originale. Ispezionandola, si sono accorti che anche gli ologrammi (cioè gli elementi ottici di sicurezza che impediscono la contraffazione) mostravano differenze. All’uscita dal colloquio, la donna è stata quindi fermata e, dopo aver continuato a mentire, ha infine ammesso la propria identità. Le forze dell’ordine l’hanno arrestata in flagranza di reato con le accuse di evasione dai domiciliari, fabbricazione e uso di documento di identificazione falso valido per l’espatrio e sostituzione di persona. Su disposizione della procura di Viterbo, è stata trasferita nel carcere di Civitavecchia, in attesa dell’udienza di convalida.

Prezzi dei carburanti ancora in rialzo, in arrivo la proroga del taglio delle accise

Non si arresta la corsa al rialzo dei prezzi dei carburanti. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy rende infatti noto che, in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Mimit, lunga la rete stradale nazionale la benzina in modalità self service costa in media 2,017 euro al litro (ieri 2,015), mentre il gasolio è arrivato a 2,137 euro al litro (ieri 2,136). Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio della verde è di 2,092 euro al litro per la benzina (da 2,091) e di 2,208 euro al litro per il diesel (da 2,207). Oggi alle 18 è prevista la riunione del Consiglio dei ministri che, come hanno anticipato fonti di Palazzo Chigi, dovrebbe prorogare per alcuni giorni il taglio delle accise sul gasolio.

Zelensky premia Musk: Kyiv in pressing per l’uso di Starlink in operazioni oltreconfine

Volodymyr Zelensky ha conferito a Elon Musk l’importante onorificenza dell’Ordine della Libertà «per l’eccezionale merito personale nella protezione della vita e della libertà umana e nello sviluppo delle relazioni tra i popoli dell’Ucraina e degli Stati Uniti d’America», come si legge nel decreto presidenziale diffuso dalla Bankova. L’Ordine della Libertà è una delle più alte onorificenze del Paese, superata solo dal titolo di Eroe dell’Ucraina e dalla Croce al Merito Militare.

Zelensky premia Musk: Kyiv in pressing per l’uso di Starlink in operazioni oltreconfine
Volodymyr Zelensky (Imagoeconomica).

L’Ucraina vorrebbe utilizzare Starlink per compiere attacchi in Russia

Musk ha avuto un ruolo rilevante nella guerra in Ucraina per l’uso di Starlink, costellazione di satelliti di SpaceX per l’accesso a internet satellitare globale in banda larga a bassa latenza. E questo in diversi momenti del conflitto: prima ha donato a Kyiv terminali che hanno permesso di sostenere le comunicazioni militari, e successivamente, all’inizio del 2026, ha bloccato l’accesso al sistema alle forze di Mosca, che lo utilizzavano per gestire droni sul campo di battaglia. Le autorità ucraine stanno cercando di persuadere Musk a consentire alle forze armate di Kyiv di utilizzare Starlink per colpire il territorio russo, ma il magnate ha ancora concesso l’autorizzazione: il conferimento dell’Ordine della Libertà a Musk può essere interpretato come un tentativo da parte di Zelensky di convincerlo.

Hp e Huawei firmano un accordo globale sui brevetti Wi-Fi

Huawei e Hp hanno annunciato la firma di un accordo pluriennale di licenze incrociate globali sui brevetti, che include la concessione a HP Inc. di licenze per alcuni brevetti WiFi di Huawei. L’intesa, si legge in una nota, non solo riflette la cooperazione tra le due aziende nel campo delle licenze di proprietà intellettuale, ma riconosce anche le capacità innovative e la forza tecnologica di base di Huawei, nonché la posizione di Hp come leader globale nel settore dei computer e delle periferiche. «Si tratta di una licenza di brevetto essenziale per lo standard, relativa alla tecnologia Wi-Fi, ampiamente utilizzata nel settore e prassi comune per le aziende i cui prodotti si connettono al Wi-Fi. Non è una novità e non rappresenta una relazione strategica o commerciale più ampia, una partnership o una collaborazione con Huawei», ha dichiarato Hp. L’accordo giunge dopo una controversia sui brevetti che ha coinvolto Hp, Huawei e altre aziende e che si è conclusa lo scorso autunno con un’intesa che consente alla società statunitense di accedere a un pool di 2 mila brevetti relativi alla connettività di rete wireless. Huawei è stata uno dei membri fondatori del pool di brevetti, denominato Sisvel WiFi 6.

Mps, Lovaglio al Ft: «Travisato il nostro piano»

In una lettera pubblicata sul Financial Times, il ceo di Monte dei Paschi di Siena Luigi Lovaglio ha risposto a quanto scritto nella rubrica Column Lex del quotidiano britannico, in cui la doppia offerta da 34 miliardi di euro lanciata dal Monte dei Paschi di Siena su Banco Bpm e Banca Generali era stata definita «un’idea decisamente stravagante» e, soprattutto, «una fusione a quattro» visto il coinvolgimento di Mediobanca.

Mps, Lovaglio al Ft: «Travisato il nostro piano»
Palazzo Rocca Salimbeni a Siena, sede di Mps (Imagoeconomica).

LEGGI ANCHE: Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda

La spiegazione di Lovaglio: perché le opas sono diverse

Column Lex aveva titolato: “Mps in Italia ritiene che tre acquisizioni siano meglio di una”. Lovaglio ha spiegato che il Ft «ha travisato» il piano di Siena. Innanzitutto, ha precisato, «l’operazione con Mediobanca è già in corso», quindi «considerarla come una nuova operazione sovrastima in modo significativo sia le attività ancora da svolgere sia il rischio complessivo di esecuzione». Quanto a Banco Bpm e Banca Generali, i due istituti «non sono imprese equivalenti, e pertanto non dovrebbero essere considerate come un’unica sfida di integrazione». L’opas sull’istituto guidato da Giuseppe Castagna, spiega Lovaglio, sarebbe «una fusione tradizionale tra due banche commerciali con reti complementari e una chiara logica industriale». Con la controllata del Leone, invece, Rocca Salimbeni metterebbe a segno «un’acquisizione strategica complementare nel wealth management caratterizzata da modello operativo e una base di clientela distinti». Smentendo poi l’osservazione del Ft sulla supposta stravaganza del suo piano, ritenuto strettamente difensivo di fronte all’ops di Intesa Sanpaolo, Lovaglio nella lettera al quotidiano parla di un «progetto industriale» animato da «una forte visione di crescita volta a servire meglio le famiglie, le imprese e l’economia italiana nel suo complesso» attraverso la creazione di un gruppo leader nel settore bancario italiano (sarebbe il terzo polo del credito), con un mix di attività «paragonabile a quello dei principali modelli bancari europei».

Mps, Lovaglio al Ft: «Travisato il nostro piano»
Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il cda di Banco Bpm ha bocciato l’offerta di Lovaglio

Intanto, il cda di Bpm ha per il momento bocciato l’offerta pubblica di scambio da 25 miliardi lanciata da Mps sulla totalità delle azioni, in quanto «per sua natura rappresenta un’operazione strutturalmente diversa» da quella proposta dal Banco a inizio giugno, «in quanto si configura come un’acquisizione e non una fusione tra le due banche». Inoltre «non presenta un premio per gli azionisti di Banco Bpm».

Il Canada risponde a Trump: i controdazi di Ottawa

Come promesso dal premier Mark Carney, Ottawa ha risposto ai dazi imposti da Donald Trump sui prodotti canadesi con controtariffe fino 50 per cento su oltre 700 beni statunitensi, per un valore complessivo di 20 miliardi di dollari.

Le tariffe entreranno in vigore l’8 settembre

A partire dall’8 settembre, il Canada applicherà dazi del 15 per cento, del 20 per cento e del 50 per cento su oltre 700 prodotti importati dagli Usa: le tariffe interesseranno una serie di beni che vanno dai fogli di alluminio ai componenti per il settore ferroviario, fino alle motociclette e alle motoseghe, così come prodotti alimentari tipo formaggio fuso, vongole e polpo congelato. Ma anche elettrodomestici come lavastoviglie e lavatrici. Le autorità di Ottawa hanno inoltre annunciato un pacchetto di aiuti da 5,4 miliardi di dollari destinato alle imprese e ai lavoratori colpiti dalle nuove tariffe imposte dagli Usa sulle merci canadesi.

Gli Stati Uniti sospendono le domande per i visti di immigrazione

Gli Stati Uniti hanno sospeso in tutto il mondo gli appuntamenti per il rilascio dei visti di immigrazione. Chi aveva già fissato un colloquio presso un’ambasciata o un consolato statunitense ha ricevuto un’email che comunicava il rinvio dell’incontro. La decisione è stata presa per consentire al dipartimento di Stato di formare i funzionari consolari su nuove procedure di valutazione dei richiedenti. La sospensione è stata confermata martedì 25 agosto 2026 da un portavoce del dipartimento, secondo cui è stata avviata una «iniziativa globale di formazione» per assicurare che i funzionari siano in grado di valutare ogni richiedente «in modo completo e coerente». L’obiettivo è rendere più rigorosi i controlli sulle persone che fanno richiesta del visto per individuare coloro che potrebbero diventare dipendenti dall’assistenza pubblica statunitense.

Leonardo Maria Del Vecchio sbatte la porta ma il filo dei suoi debiti lo tiene Orcel

La lettera di Leonardo Maria Del Vecchio è arrivata lunedì sera sul tavolo di Francesco Milleri e del consiglio di EssilorLuxottica, ed è un piccolo trattato di umanesimo aziendale: la gestione «distante» e «impersonale», le persone che «devono tornare al centro», la Luxottica di 20 anni fa dipinta come un paradiso perduto. La prosa della lettera sembra uscita dalla stessa officina digitale che avevamo già riconosciuto nella memorabile lectio magistralis di Tor Vergata. Il mercato ha archiviato tutto con un ribasso da prefisso telefonico; le dimissioni seguono di un anno quelle del fratellastro Rocco Basilico e chiudono la presenza operativa della famiglia in azienda. Il contenuto vero però sta nei numeri che la lettera si guarda bene dal citare.

Leonardo Maria Del Vecchio sbatte la porta ma il filo dei suoi debiti lo tiene Orcel
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

Il divorzio si è consumato due mesi fa

Primo numero: il titolo. EssilorLuxottica ha perso circa il 40 per cento in 12 mesi e quasi il 50 per cento dal massimo di 322 euro dello scorso novembre. Ai 160 euro di questi giorni la capitalizzazione è precipitata da circa 150 a poco più di 74 miliardi. Su quel valore poggiava il progetto di LMDV: rilevare il 25 per cento di Delfin dai fratelli Luca e Paola e salire dal 12,5 al 37,5 per cento della cassaforte di famiglia. Un’operazione da 10 miliardi, benedetta dall’assemblea del 27 aprile con sei voti su otto e affidata a un pool guidato da UniCredit con Bnp Paribas e Crédit Agricole. Poi il collaterale si è squagliato insieme al titolo, le banche hanno preteso manleve e una lettera di patronage da Delfin, e il consiglio della holding ha rifiutato di impegnare gli attivi di tutti per l’ascesa di uno solo. Al voto sulla patronage, Milleri si è espresso a favore insieme al notaio Mario Notari; contro, il ceo Romolo Bardin e i consiglieri Giovanni Giallombardo e Aloyse May. Milleri ha provato ad aiutare il suo alleato e ha scoperto di aver perso il proprio consiglio; Leonardo Maria ha scoperto a giugno che il patto aveva smesso di produrre risultati. La lettera di lunedì certifica un divorzio consumato due mesi fa.

Leonardo Maria Del Vecchio sbatte la porta ma il filo dei suoi debiti lo tiene Orcel
Romolo Bardin (Imagoeconomica).

La via d’uscita negoziata con Apollo resta in standby

Secondo numero, il più eloquente: il debito. L’esposizione complessiva sfiora 1,3 miliardi: circa 650 milioni personali verso UniCredit, 350 riconducibili a Indosuez-Crédit Agricole, 110 di leasing. Il servizio del debito è stimato tra 80 e 100 milioni l’anno, mentre i dividendi Delfin, bloccati da Luca, Clemente e Paola, portano a ciascun erede meno di 19 milioni lordi. Il buco supera i 60 milioni l’anno e si allarga da solo. La via d’uscita negoziata a fine luglio con Apollo Global Management, un rifinanziamento con interesse vicino all’8 per cento, resta in standby: l’accordo è condizionato alla transfer notice, il trasferimento del suo 12,5 per cento di Delfin al veicolo Lmdv Fin, che l’assemblea della holding ha bocciato e che ora pende davanti ai giudici del Lussemburgo. Gli stessi giudici hanno già autorizzato un mini-trasferimento a Basilico applicando uno sconto-holding del 30 per cento: un precedente che deprime il valore di qualsiasi quota in uscita. Sul tavolo pesa infine la penale da 500 milioni dei contratti di prevendita con Luca e Paola, scaduti il 30 giugno. E nel frattempo, sussurrano ambienti vicini alla partita, i fratelli che dovevano farsi comprare starebbero studiando lo schema inverso: liquidare lui.

La partita di UniCredit

Ed è qui che entra in scena il regista. Secondo indiscrezioni raccolte da L43, UniCredit, con il costo del denaro in salita, ha chiesto a Leonardo Maria una rinegoziazione dei termini del debito. La banca di Andrea Orcel tiene dunque in mano il credito personale del socio più fragile di Delfin, e contemporaneamente corteggia da mesi gli asset della holding: a inizio anno i colloqui sul 17,5 per cento di Mps, respinti come speculazioni; a giugno la proposta di farsi conferire il 10 per cento di Generali in cambio di azioni proprie, operazione da quasi 20 per cento del Leone, rifiutata; a luglio la rassicurazione che su Mps trattative non ce n’erano. Il fatto che un fondo come Apollo gli prezzi il rischio all’8 per cento dice a chiunque sieda dall’altra parte del tavolo quale sia il suo prezzo di riserva. Nulla consente di affermare un uso improprio del credito, e la cautela è d’obbligo. Resta la fotografia: Orcel tiene i fili di ogni tavolo che conta, e Leonardo Maria balla.

Leonardo Maria Del Vecchio sbatte la porta ma il filo dei suoi debiti lo tiene Orcel
Andrea Orcel (Imagoeconomica).

Il ruolo di Delfin nell’operazione di Mps su Bpm e Banca Generali

Il calendario, poi, sembra scritto da un drammaturgo. Il 29 ottobre l’assemblea straordinaria di Mps vota, con maggioranza dei due terzi, la doppia ops da 34 miliardi su Banco Bpm e Banca Generali e la maxi-cedola da 4 miliardi, di cui 3 in azioni Generali: Delfin, primo azionista del Monte con il 17,5 per cento, è uno degli aghi della bilancia, e ai valori annunciati le spetterebbero circa 700 milioni tra contanti e titoli del Leone. C’è però un dettaglio magnifico: quel denaro entra nella holding e lì si ferma. Con i dividendi murati, l’ossigeno viene pompato nella stanza accanto mentre il debitore resta dietro una porta chiusa. Il 30 ottobre, secondo fonti vicine a LMDV, scade il termine entro cui il Lussemburgo dovrebbe pronunciarsi sul valore delle partecipazioni. Quarantott’ore in cui si decidono, insieme, il risiko bancario italiano e la sua libertà di manovra.

Leonardo Maria Del Vecchio sbatte la porta ma il filo dei suoi debiti lo tiene Orcel
Francesco Milleri (Imagoeconomica).

Ora per Milleri Leonardo Maria è diventato un fattore di rischio

Resta Parigi, che ha la posizione più comoda di tutti. Il sistema pubblico francese è entrato nel capitale negli anni scorsi attraverso Caisse des Dépôts e Bpifrance; soprattutto, EssilorLuxottica è una società francese, i diritti di voto di Delfin sono plafonati per statuto al 31 per cento e nel 2027 scadono i mandati di Milleri e di Paul du Saillant. I francesi, reduci dalla guerra di governance del 2019 contro l’ascesa italiana, hanno solo bisogno che Delfin arrivi divisa a quell’appuntamento. Ogni veto incrociato lavora per loro, gratis. La morale della favola capovolge la nota ufficiale sui «nuovi progetti imprenditoriali». Il figlio che doveva garantire a Milleri il controllo politico della famiglia è diventato il suo principale fattore di rischio. E dalla crepa aperta lunedì sera guardano dentro, contemporaneamente, Orcel e Parigi.

Editoria: Mal entra in guerra, il nuovo libro dell’autore di Mickey 7

Mal entra in guerra, il nuovo libro dell'autore di Mickey 7

Una commedia dark avvolta nella veste di un thriller tecnologico, Mal entra in guerra offre una visione satirica della guerra, dell’intelligenza artificiale e di cosa significhi davvero essere umani.

Dopo Mickey7, il popolare romanzo dal quale è stato tratto il quasi omonimo film, Mickey17, e dopo il suo seguito Antimatter Blues – Ritorno alla vita, Fanucci porta in libreria un altro romanzo di Edward Ashton, Mal entra in guerra. Ashton ha fino a oggi pubblicato altri quattro romanzi inediti in Italia; un quinto, il terzo libro della serie Mickey, Mickey Prime, è previsto per l'anno prossimo. La quarta di copertina Gli umani stanno combattendo di nuovo. Chi l’avrebbe mai detto, eppure è così. Da intelligenza artificiale libera, Mal trova... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Editoria - 26 agosto 2026 - articolo di S*

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato

La democrazia ucraina è bloccata dalla guerra e le elezioni, presidenziali e parlamentari, non ci saranno finché il conflitto sarà in corso. Il quadro è chiaro e la valutazione è sostanzialmente unanime a Kyiv dove, come è già accaduto nel corso degli ultimi anni – quando la situazione sul campo per le forze ucraine è peggiorata e gli equilibri interni hanno dato segno di cedimento – i poteri forti alle spalle di Volodymyr Zelensky hanno preso posizioni sempre più definite. Per il capo di Stato sono cresciute le difficoltà, sia a livello militare sia politico: da un lato c’è stato il fallimento della cosiddetta campagna estiva dei quaranta giorni, che ha finito per fare la stessa fine dell’offensiva del 2023 e dell’operazione di Kursk del 2024-25; dall’altro le cicliche faide interne con i relativi scandali per corruzione e i giri di poltrone hanno assottigliato il cerchio magico della Bankova.

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato
Volodymyr Zelensky (Ansa).

Una campagna elettorale senza voto all’orizzonte

Il supporto militare occidentale ormai è rimasto a carico dell’Unione europea e dei cosiddetti volenterosi. E, come certificano i dati dell’Ukraine support tracker di agosto, è sì cresciuto, ma è rimasto in buona parte sulla carta, con oltre 390 miliardi di euro stanziati complessivamente dall’inizio del conflitto e 160 ancora da allocare effettivamente. Mentre gli aiuti militari nel primo semestre del 2026 sono rimasti all’incirca al livello dello scorso anno, quelli finanziari e umanitari sono scesi del 41 per cento. Al netto della propaganda tra Kyiv e Bruxelles, gli effetti si ripercuotono sulla situazione politica interna: le discese in campo, più o meno fattuali, dell’ex generale Valery Zaluzhny, ora ambasciatore a Londra, e dell’ex ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov, hanno segnato l’inizio della campagna elettorale, anche se il voto non sembra essere all’orizzonte. Solo con un trattato di pace o con una tregua consolidata e duratura gli ucraini potranno essere in futuro chiamati alle urne. E per ora di entrambi non v’è traccia.

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato
Valery Zaluzhny (Ansa).

Il paradosso ucraino: sì al cambiamento, no a elezioni immediate

Indicativo è comunque il fatto che i sondaggisti abbiano iniziato a testare sia i possibili sfidanti di Zelensky per il voto presidenziale sia il peso degli eventuali e rispettivi partiti, dato che il sistema politico ucraino è misto e i poteri sono distribuiti fra capo di Stato e Parlamento, almeno in tempo di pace. Il paradosso elettorale, certificato dagli istituti di ricerca come il KIIS (Kyiv International Institute of Sociology), è che nonostante la richiesta di cambiamento sia molto forte, con circa il 67 per cento degli ucraini che vuole un’altra leadership e una rotazione al potere una volta terminato il conflitto, è accompagnata dal no deciso al voto immediato, con l’80 per cento dell’elettorato che si oppone categoricamente allo svolgimento di elezioni durante la guerra e la legge marziale ancora in vigore.

Zelensky e il miraggio di un secondo mandato

Le percentuali di gradimento dei candidati sono altrettanto netti. Negli ultimi mesi Zelensky e Zaluzhny si sono contesi il favore degli elettori, seguiti da new entry come Kyrylo Budanov, ex 007 ora a capo dell’amministrazione presidenziale, e Fedorov. Ma i possibili duelli del secondo turno, quello decisivo, sono tutti a sfavore dell’attuale presidente. Secondo il sondaggio agostano dell’istituto Socis, ad esempio, Zelensky perderebbe nettamente sia contro Zaluzhny (34 per cento contro il 66) sia contro Fedorov (36 a 64) e Budanov (40 a 60). Il presidente vincerebbe solo in un possibile ballottaggio contro Andrei Biletsky, capo del terzo corpo d’armata e fondatore del battaglione Azov, poi inquadrato nella Guardia nazionale ucraina. Insomma, un secondo mandato alla Bankova per Zelensky pare stando a questi numeri assai improbabile. Il consenso generale del capo dello Stato, secondo il Rating Group, è sotto il 60 per cento, sempre dietro agli altri tre candidati, con Zaluzhny in pole position con oltre il 70 per cento.

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato
Kyrylo Budanov (Ansa).

Zaluzhny può contare sull’appoggio dall’esercito

Un possibile partito dell’ex generale raggrupperebbe oggi circa il 20 per cento dell’elettorato, stando ai dati ponderati di Politpro, e sarebbe davanti a Servitore del popolo di Zelensky, secondo con il 13 per cento. Zaluzhny può contare sulla fetta di popolazione che spinge per una linea realistica sulla guerra basata sul rifiuto di inutili offensive di logoramento, sul riarmo strutturale e sulla difesa del capitale umano, ed è supportato anche da una parte dell’esercito, dalle associazioni di veterani e ovviamente dalla rete internazionale politica, diplomatica e d’intelligence, allargata dalla sua base di Londra. In patria può contare invece sul sostegno dell’ex presidente Petro Poroshenko, rimasto uno degli oligarchi più influenti nel Paese. I legami con l’opposizione politica istituzionale potrebbero essere in questo senso un vantaggio per Zaluzhny, anche se di fronte a un concorrente come Fedorov, c’è il rovescio della medaglia.

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato
Valery Zaluzhnyi (Ansa).

Fedorov gioca la carta del nuovo che avanza

L’ex ministro della Difesa ed ex ministro per la Transizione digitale è considerato l’astro nascente proprio per il fatto di aver strutturato la sua avanzata non legandosi ai vecchi poteri forti, eccetto Zelensky, considerando quest’ultimo una figura ibrida, un uomo nuovo uscito dal sempreverde cesto degli oligarchi nel 2019. Fedorov guida la fazione giovane, tecnocratica e anticorruzione, associata all’ala delusa da Zelensky e supportata da vari partner occidentali, politici e industriali, legati soprattutto alle big tech, da Space X a Palantir: i grandi investitori lo considerano non tanto un politico tradizionale da finanziare sottotraccia ma un partner operativo, attraverso il quale finanziare l’hub d’innovazione militare più avanzato al mondo nel settore dei droni e dell‘intelligenza artificiale. In questa prospettiva Fedorov sarebbe ideale come presidente, ma anche in altre posizioni chiave di governo, sarebbe utile alla causa.

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato
Mykhailo Fedorov (foto Ansa).

La corsa alla Bankova ruota dunque intorno a queste tre-quattro figure, considerando Budanov allo stato attuale un alleato di Zelensky, sia al primo sia al secondo turno, o un suo sostituto trainato dallo stesso gruppo che ora regge il Paese. Il punto da chiarire è se davvero sul breve o medio periodo potrà esserci un accordo tra Russia e Ucraina, condiviso da Usa e volenterosi, che permetta lo svolgimento del voto. Nel frattempo il conflitto continuerà e Zelensky rimarrà al suo posto.

Il direttore della Cia a Mosca per alcuni incontri

Il direttore della Cia John Ratcliffe è volato in Russia per alcuni incontri in programma oggi a Mosca. Il capo dell’agenzia di spionaggio americana è atterrato all’aeroporto internazionale di Vnukovo a bordo di un aereo da trasporto C-17 Globemaster III dell’aeronautica militare statunitense, proveniente dalla Lettonia. Lo riportano Cbs e Axios, citando alcune fonti ma senza fornire ulteriori dettagli sullo scopo del viaggio di Ratcliffe, che dopo aver ricoperto il ruolo di direttore dell’Intelligence Nazionale degli Stati Uniti durante il primo mandato di Donald Trump, col ritorno del tycoon alla Casa Bianca è stato posto alla guida della Cia, ovvero l’agenzia di spionaggio americana.