Anche se non è ancora terminata, la guerra in Iran ha già un vincitore ed è l’uomo più ricco d’Africa, il nigeriano Aliko Dangote che proprio grazie alla crisi in Medio Oriente è diventato ancora più ricco. Secondo il Bloomberg Billionaires Index, il suo patrimonio netto è aumentato di circa 4,86 miliardi di dollari da inizio 2026, e ora è stimato intorno ai i 35 miliardi di dollari. Il 69enne nigeriano ha costruito gran parte della sua fortuna sui beni di prima necessità: dal sale allo zucchero, fino al cemento. Il vero salto di scala, però, è arrivato con la raffineria di petrolio che possiede a Lagos. Valutato 20 miliardi di dollari ed entrato a pieno regime solo nel 2026 (650 mila barili di petrolio greggio lavorati al giorno), lo stabilimento ha beneficiato della crescita esponenziale della domanda di prodotti petroliferi fin dall’inizio della guerra. Da febbraio, infatti, i fornitori slegati dal passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz sono diventati un’ancora di salvezza per il mercato.

Il boom dell’esportazione di carburante per aerei
Nonostante le abbondanti riserve di greggio, l’Africa dipende ancora fortemente dalle importazioni di petrolio a causa di pesanti deficit infrastrutturali. La stragrande maggioranza dei circa 9 milioni di barili al giorno prodotti nel continente viene esportata per essere raffinata. D’altronde la maggior parte delle raffinerie nazionali, in maggioranza di proprietà statale, sono inattive. La Nigeria, ad esempio, negli ultimi anni ha investito quasi 3 miliardi di dollari nella riabilitazione delle sue tre raffinerie statali. Nessuna di esse però è attualmente attiva. I conflitti globali non hanno aiutato. Da una parte gli attacchi ucraini contro le raffinerie e le petroliere russe hanno drasticamente ridotto le forniture di Mosca all’Africa, dall’altra la chiusura di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio mondiale, ha rallentato drasticamente i flussi provenienti dall’Europa e dal Golfo Persico. Mentre l’inevitabile rincaro di cibo, fertilizzanti e carburante alimenta la povertà, Dangote e la sua raffineria però fanno affari d’oro. La sua società «è stata la più grande esportatrice mondiale di carburante per aerei nei mesi di aprile e maggio», ha spiegato al New York Times Daniel Evans, vicepresidente di S&P Global Energy, società di ricerche di mercato. Dato confermato da Devakumar Edwin, vicepresidente di Dangote Industries: nel 2026 le spedizioni di carburante per aerei provenienti dalla raffineria nigeriana hanno raggiunto per la prima volta il mercato statunitense. «A luglio», sottolinea Edwin, «l’azienda è stata il principale fornitore europeo di carburante per aerei e gasolio».
La quotazione record in Borsa e i piani di sviluppo in Kenya
Le ambizioni del miliardario non si fermano qui. Il 18 agosto, la Dangote Refinery ha annunciato di aver ottenuto un miliardo di dollari da un gruppo di investimento con sede a Dubai (col proposito di raccoglierne altri cinque nelle prossime settimane) per sostenere la quotazione alla Borsa nigeriana, puntando a una valutazione intorno ai 50 miliardi di dollari che rappresenterebbe la più grande offerta pubblica iniziale nella storia africana. Mentre si pensa a un possibile sbarco a Wall Street, l’obiettivo principale è raddoppiare la capacità di raffinazione anche attraverso l’apertura di un altro polo in Kenya, come ha annunciato il presidente William Ruto. Per l’impianto, la cui costruzione dovrebbe iniziare a settembre, è previsto un investimento complessivo di circa 20 miliardi di dollari. Il gruppo ha inoltre offerto ai Paesi dell’Africa orientale una quota complessiva del 30 per cento. Al Kenya è stata proposta una partecipazione del 10 per cento, mentre Etiopia e Ruanda hanno manifestato interesse a entrare nel capitale. Oltre alla raffineria, che dovrebbe avere una capacità di lavorazione fino a 700 mila barili di greggio al giorno, nei piani della società c’è anche la realizzazione di un oleodotto che attraversi 11 Paesi del continente. In Nigeria però c’è chi frena gli entusiasmi. La raffineria avrebbe dovuto mettere fine alla dipendenza dal carburante importato abbassando i costi. Ma i prezzi sono aumentati. Dangote, già nel mirino per la sua posizione di monopolio e per condotte antisindacali, è accusato di mancanza di trasparenza: grazie ai rapporti con la politica avrebbe infatti ottenuto sussidi e agevolazioni fiscali.
