Saranno la sceneggiatrice tunisina Kaouther Ben Hania, il compositore britannico Daniel Blumberg, la regista e sceneggiatrice afgana Shahrbanoo Sadat, il docente universitario italiano Francesco Casetti, il regista e sceneggiatore francese Xavier Giannoli, il regista e produttore hongkonghese Johnnie To a completare con la presidente Maggie Gyllenhaal – che era già stata annunciata – la Giuria internazionale del Concorso della 83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che si svolgerà al Lido dal 2 al 12 settembre 2026. La decisione è stata presa dal consiglio d’amministrazione della Biennale di Venezia su proposta di Alberto Barbera, direttore artistico della mostra.
Cinema
Nanni Moretti, viaggio al termine dell’utopia
Quando La messa è finita vinse l’Orso d’argento al festival di Berlino, anno 1986, allora la mia proposta di scrivere un libro su Nanni Moretti venne finalmente accettata. Se Sogni d’oro, 1981, pur conquistando a Venezia il Leone d’argento dalle mani prestigiose di Italo Calvino, era stato un fiasco sia di critica sia di pubblico, i due film successivi, Bianca, 1985, e appunto La messa è finita, che sono tornati sui nostri schermi, avevano rilanciato Nanni Moretti quale stella indiscussa del giovane cinema italiano. Rispetto ai film precedenti, scritti e diretti in solitaria, Moretti si era stavolta avvalso della collaborazione di uno sceneggiatore lucido ed esperto quale Sandro Petraglia: scelta indubbiamente felice, perché la critica notò subito una narrazione filmica più coesa e matura, rispetto alle “scene”, incastrate e distinte, di cui era composto il fulminante esordio nel cinema professionale di Ecce bombo, 1978.

Moretti tra commedia all’italiana e i fratelli Taviani
Tanto Bianca che La messa è finita, insomma, furono film che siglarono la consacrazione di Nanni Moretti lungo un orizzonte non solo italiano, ma anche europeo, sollevandolo dalle pieghe del concitato dibattito promosso dal confronto televisivo, sotto la guida di Alberto Arbasino, tra lo stesso Nanni e Mario Monicelli, incentrato sulla questione, tutta e solo nazionale, se Ecce bombo fosse o meno l’aggiornamento generazionale della stracollaudata “commedia all’italiana”. Nanni era evidentemente mal disposto a sostenere una simile tesi, che il suo e quello di Monicelli – o di Risi, Scola, Steno e quant’altri – fossero la medesima tipologia di cinema. La stampa lo aveva persino incasellato tra i cosiddetti “nuovi comici”, al fianco di Verdone, Nuti, Troisi, Nichetti. Formula che certo non riconosceva né auspicava.
Numi tutelari espliciti erano stati semmai i fratelli Taviani, che nel 1977, grazie alle cure di Roberto Rossellini, avevano sorprendentemente trionfato a Cannes con Padre padrone, in cui proprio Nanni figurava nelle vesti di attore.
In La messa è finita, entrando in un caffè, il tormentato protagonista pronunciava una frase emblematica, «Vi amo, voi tutti che siete in questo bar…», evidente calco della battuta con la quale un personaggio de Il prato, 1979, regia dei fratelli Taviani, salutava lo sfrecciare di un convoglio ferroviario, «Vi amo, voi tutti che siete in questo treno…».
Bianca, La messa è finita e la fine delle utopie
È tuttavia fuor di dubbio che della migliore commedia italiana, Bianca conservava la capacità di aderire minuziosamente al tessuto sociale nazionale, mettendo in scena lo spirito del tempo, ovvero la fine delle utopie, attraverso il ritratto del sentire comune di quegli anni, che attraverso una fortunata formula giornalistica furono chiamati gli anni del “riflusso”, il riflusso del politico nel privato: non perché, come voleva il Sessantotto, anche il personale fosse politico, ma in quanto la dimensione stessa del politico stava per essere inghiottita dall’individualismo più esplicito e duro. Da cui lo smarrimento della memoria, altro tema carissimo a Moretti: l’incapacità persino di ricordare l’utopia perduta, la cui estrema conseguenza diventava la perdita di identità.
Moretti seppe davvero cogliere il nucleo semantico dello spirito del tempo, che era il paradosso di un individualismo senza identità, un ritirarsi nel grembo dell’io, dove i segni e segnali di riconoscimento, verso se stessi, e di riconoscenza, nei confronti delle politiche otto-novecentesche, finivano dissolti.
In La messa è finita, così, vestire l’abito talare, Moretti prete, venendo immediatamente meno ogni suggestione in una qualsiasi fede rivelata, significava il disperato tentativo di mantenere vivi orizzonte e funzione sociali, che la perdita delle utopie aveva relegato a inespressi barlumi fuori memoria. Anche in questo, Moretti non tradiva la vena migliore della commedia italiana, ovvero il gusto fondamentalmente amaro del comico, l’acre sapore della sconfitta a controbilanciare sorrisi e sberleffi.
Il filo che unisce Ecce Bombo e Amici miei
Nel 1984, la Rai realizzò un programma in due puntate dal titolo non equivocabile, Riso in bianco: Nanni Moretti atleta di se stesso. Il parallelo con Monicelli, allora, non può significare solo acre e irrisolta contrapposizione. Amici miei, 1975, dello stesso Monicelli, era infatti un film generazionale, come lo sarà tre anni più tardi Ecce Bombo. Il primo metteva in scena la generazione della guerra, che ha fatto la Resistenza, e vissuto la fondazione della Repubblica; l’altro, i giovani dopo il Sessantotto, orfani come si è detto delle utopie. La prima si rifugiava in una ostinata e estenuata goliardia, l’altra nel vuoto a perdere di una sfera sociale ed esistenziale alternativa alle convenzioni borghesi. La disillusione restava il tratto comune a entrambe, con una differenza però: la generazione proveniente dal fascismo e dalla guerra era costituita da vecchi che giocano a fare i bambini, mentre quella alla ricerca del sogno perduto, a specchio, da bambini che giocano a fare i vecchi.
Bianca e La messa è finita, così, sono i film successivi in cui il tema della disillusione non è più differibile. Il professore e il prete, figure protagoniste dei due film, sono ormai adulti, e pertanto degli esclusi: il carcere per il primo e la terra dove c’è un vento che fa diventare pazzi per l’altro diventano i rifugi senza uscita una volta assodata la sconfitta di tutto e di tutti (il primo filmino a passo ridotto di Moretti, non a caso, già intitolava La sconfitta).
Monicelli, a differenza di Moretti, delegava all’attore il senso della storia
Dal punto di vista strettamente cinematografico, la differenza tra Monicelli e Moretti è forse un’altra. Mentre Monicelli – e con lui Risi, Scola, Steno e quant’altri – disponevano di una formidabile generazione di interpreti (Gassman, Tognazzi, Sordi, Manfredi e Mastroianni), Nanni si deve collocare sia alle spalle che di fronte alla macchina da presa. La sua «notevolissima presenza d’attore» come scrisse un critico famoso, segna una cesura nella storia del cinema italiano. Forse solo la figura di Pietro Germi, spesso protagonista dei propri film, è paragonabile, seppur alla lontana, al cinema di Moretti. Monicelli e tutti gli altri avevano la possibilità di delegare all’attore il senso della storia e il significato del racconto: ne Il marchese del Grillo, 1981, la celebre battuta, «Io so’ io…e voi nun siete un cazzo!», è integralmente caricata sulle spalle di Alberto Sordi, e da questi a cascata sul personaggio. Monicelli, insomma, si tiene fuori. Le battute pronunciate da Moretti nei film, talune ormai proverbiali, diventano automaticamente messaggi dell’autore.

Il trauma dell’avvento del berlusconismo con Aprile e Il caimano
Questa ipertrofia dell’io, rappresentata e forse anche subita da Nanni, condurrà in seguito al trauma profondo dell’avvento dell’età berlusconiana.
Berlusconi, infatti, sarà colui capace di realizzare pienamente i sogni degli italiani, là dove la generazione di Ecce Bombo aveva già volatilizzato ogni possibile utopia. In breve, se Moretti autore/attore è il luogo di un eccesso dell’io nel segno della sconfitta generazionale, Silvio Berlusconi è lo spazio di un eccesso dell’io in nome del trionfo nazionale.
Come è noto, il trauma condusse a film quali Aprile, 1998, e Il caimano, 2006. Se la contrapposizione con Monicelli era ancora squisitamente generazionale, quella con Berlusconi assunse dunque carattere dolorosamente esistenziale. Berlusconi si manifestò come l’Ego dell’uomo di spettacolo, di contro all’Io dell’artista/autore. Cosa che rimanda a un certo neo-romanticismo nella poetica morettiana, forse non ancora sottolineato abbastanza. Si pensi che alla radice dell’ispirazione di un film quale Sogni d’oro stava il Tonio Kröger di Thomas Mann, ossia il ritratto emblematico dell’artista sospeso tra romanticismo e decadentismo. Sia Bianca che La messa è finita, oggi di nuovo al cinema, restano film emblematici e importanti, all’interno dell’evoluzione della poetica del loro autore, ma anche momenti di passaggio epocale nell’ambito di una possibile storia sociale dell’arte cinematografica italiana.
Illusione di Francesca Archibugi e quella battuta segno dei nostri tempi
Nel film Illusione, diretto da Francesca Archibugi, ora sugli schermi italiani, si narra la storia di una ragazza minorenne dell’Est Europa, finita nelle mani della malavita internazionale. Il caso vuole che diventi oggetto di desiderio del presidente del Parlamento Europeo, il quale, impotente, giace con lei senza deflorarla. La fanciulla si innalza così quasi a leggenda, la “vergine Moldava”, e il film ne segue le penose vicissitudini, fino a che una volitiva pm italiana, interpretata da Jasmine Trinca, decide di dar poderoso seguito alle indagini.
Quei 45 secondi che racchiudono il senso del racconto
Non staremo qui a parlare del film in sé, la cui sceneggiatura è un susseguirsi di ingenuità e semplificazioni da lasciare persino stupefatti. Molto ci interessano, però, quei 45 secondi in cui la coraggiosa pm dialoga con il suo diretto superiore il quale, di fronte alla piega sensazionalistica che assumono le indagini, ossia il coinvolgimento dei vertici delle istituzioni comunitarie europee, così chiede e si chiede: «Lei non pensa che in un periodo tragico come questo, possa essere una bomba politica nel cuore dell’Europa?». Lo spettatore intuisce che ci troviamo di fronte al cuore del racconto, alla morale della storia, che giunge puntuale nella replica della pm: «La politica non c’entra niente. È una questione molto più grande: tra uomo e donna!». Giuro solennemente che ho visto una seconda volta il film per essere certo di avere colto correttamente le parole, tanto mi era parsa significativa la battuta. Significativa dei tempi in cui viviamo, e della corrispettiva ideologia che li sostiene. Il punto cruciale è proprio questo, il fatto che la politica ormai non c’entri più niente.
Il riflusso, il tramonto della politica e della società
Gli Anni 50/60/70, l’intero Dopoguerra, è come se non fossero mai esistiti. Allora, magari, si esagerava all’opposto: anche il personale, si diceva, è politico. Poi giunse il cosiddetto “riflusso”, termine che ebbe una fortuna giornalistica smisurata, da cui prese avvio il disimpegno, etico e estetico, che condusse direttamente all’età berlusconiana, quella dei “sogni” da realizzare, ciascuno di noi, oltre ogni impegno o politica possibili. Gli ultimi 15 anni della storia della Repubblica sono stati infine caratterizzati dalla messa in discussione integrale della politica stessa. Si badi, non di una determinata politica, ma della politica tout-court. Negli anni del Dopoguerra, lo ricordo perché c’ero, la parola d’ordine era una, e una soltanto: lottare per una società più giusta. La visione promessa era quella di un nucleo sociale nuovo, frutto maturo dell’esperienza democratica post bellica. Nel linguaggio comune, e mediatico, oggi, la parola società viene persino abolita. La società è stata un’astrazione, un’idea temporanea e fugace, Impossibile immaginarne versioni anche parzialmente altre. Abbiamo sognato e immaginato tanto, ma tutto quanto c’era da immaginare, infine, è stato esaurientemente immaginato. Alla politica è stata quindi sostituita la geopolitica che, lo scrive Roberto Esposito, tende a non privilegiare il piano sociale (in M.Cacciari, R.Esposito, Kaos, Il Mulino, 2026, p.113). Resta dunque uno spazio vuoto.

La venerazione del passato di cui si celebra un culto vuoto
Questo spazio vuoto può essere l’Italia, Paese votato al grigio destino di museo a cielo aperto. Lo spazio vuoto è quello tipico italiano, polo permanente delle attrazioni turistiche presenti da sempre, storiche e naturali. «In Italia comandano i morti», dice un personaggio di un film di Marco Bellocchio, Il regista di matrimoni (2006), riprendendo una battuta dell’Enrico IV pirandelliano, «Credete di vivere? Rimasticate la vita dei morti». Se soltanto il passato risulta davvero presente, allora il passato non si discute, si venera. Tutte le ossessioni mediatiche vigenti, di cui l’argomento “fascismo” è esempio quotidiano, pur nella schermaglia di posizioni contrastanti, stanno lì a dimostrare che esiste solo il passato, di cui si celebra il culto vuoto, sia a favore che contro.
Il rapporto uomo/donna smette di essere un dato antropologico-sociale
Torniamo alla coraggiosa pm interpretata dalla bravissima Jasmine Trinca. Di fronte al cruccio di innescare «una bomba politica nel cuore d’Europa», a causa delle tendenze pedofile del presidente del Parlamento Europeo, e di chissà chi altri, la replica della funzionaria è chiarissima: «La politica non c’entra niente. È una questione molto più grande: tra uomo e donna». Il caso ha voluto che Illusione uscisse in contemporanea con la riproposta in sala di Eyes Wide Shut, di Stanley Kubrick, il film che dichiara a lettere di fuoco come la questione uomo/donna sia cosa assolutamente politica, da analizzare all’interno dei meccanismi dell’ideologia dominante. Come sostiene Federico Greco, sia in Cinema e potere (Poets & Sailors, 2025), sia nelle puntate su OttolinaTV di Desaparecinema, il trucco oggi è denunciare il male senza attribuirlo al sistema ideologico di riferimento, come invece fa Kubrick, per ridurlo a momento circoscritto, caso limite da correggere. Ma Illusione, il film, va ancora più giù: il rapporto uomo/donna non è un dato antropologico-sociale, ma questione di una enormità tale, che la politica non riesce nemmeno a riflettere, pensare, immaginare. Nel momento in cui è vano qualsiasi sforzo di configurare ipotesi nuove di società, il campo di battaglia si riposiziona: la posta in gioco, né più né meno, è l’intera civiltà umana. Una volta ancora, il passato, mitico e ancestrale, si mostra presente e in azione: Adamo ed Eva.

La trappola in cui cade il film di Archibugi
Un film che si vuole progressista come Illusione cade dunque nella trappola, l’auspicio di un accantonamento radicale della dimensione politica. Si dirà che trattasi di una forzatura artistica degli autori del dialogo, ma non c’è dubbio che il mito e l’ideologia correnti siano proprio questo. Ricominciare da zero. Cancellare la capacità visionaria della politica a vantaggio della ricapitolazione alfabetica dei fondamenti della civiltà umana. La politica, i dati storici sono lì a dimostrarlo, è infatti cosa prettamente maschile: e in quanto tale va ridotta, dimessa, dissolta. Esaurita ogni sorgente immaginativa di possibili società nuove, occorre fare di tutto ciò compiuta tabula rasa: dalla politica passare quindi all’amministrazione, che semplifica e basta, ossia ri-amministrare gli equilibri dell’umanità a partire dalla radice, il rapporto uomo-donna.

Il cinema italiano quale «ostinato segnale di malessere» come disse Elio Petri, pur all’interno di un film trascurabile, contiene quei 45 secondi capaci di cogliere il segno dei tempi: il fatto che ormai la politica non c’entra per niente. Esistono solo gli individui, e i loro diritti, umani e civili. Archetipici e ancestrali. La questione evidenzia così confini molto più grandi, che sono i confini stessi della civiltà: proprio quelli su cui la politica non ha più niente da dire.
È morta Elaine Devry, attrice di Atomicofollia e Perry Mason
Elaine Devry, attrice americana nota per aver recitato in Atomicofollia e Una guida per l’uomo sposato, è morta all’età di 93 anni. La star californiana si è spenta il 20 settembre scorso nella sua casa di Gran Pass, nell’Oregon, dove viveva dopo aver lasciato il cinema. Ad annunciarlo, come hanno confermato Deadline e Hollwood Reporter, il servizio di pompe funebri della sua città sul sito web ufficiale. In carriera ha preso parte a una dozzina di film e serie tivù, di cui una condotta dal futuro presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, prima di ritirarsi dalla recitazione già negli Anni 70. Quarta delle otto mogli del comico premio Oscar Mickey Rooney, grazie a cui ottenne il primo ruolo in una produzione di Hollywood, in gioventù aveva lavorato anche come modella.
Elaine Devry, gli inizi come modella e il debutto al cinema
All’anagrafe Thelma Elaine Mahnken, nacque il 10 gennaio 1930 a Compton, in California. Ancora 15enne, durante gli studi al College della sua città, lavorò come modella posando per diversi fotografi. Si traferì poi nel Montana, a Buttle, dove appena 18enne nel 1948 sposò la sua prima fiamma del liceo Dan Ducich, un giovane talento del basket. Le nozze durarono appena quattro anni, dato che divorziarono nel 1952, poco dopo che l’uomo venne arrestato per rapina a mano armata. L’Hollywood Reporter ha ricordato come Dan Ducich si sia poi suicidato nel 1954 con un colpo di pistola a soli 28 anni, in una stanza d’albergo. Intanto Elaine Devry era tornata in California, dove incontrò la star della commedia di Hollywood Mickey Rooney. I due si innamorarono subito e si sposarono nel 1954.

Fu proprio Rooney a dare avvio alla carriera da attrice di Elaine Devry, trovandole una parte nel film The Atomic Kid, uscito in Italia come Atomicofollia, dove ha interpretato un’infermiera. Nello stesso anno recitò in un episodio di General Electric Theatre, serie antologica condotta da Ronald Reagan. Nel 1958 la coppia di separò, complice l’ennesimo flirt di Rooney, che nella sua vita si è sposato otto volte. Elaine Devry però proseguì recitando in Bambola cinese del 1958, Man-Trap del 1961 e soprattutto Una guida per l’uomo sposato, diretto da Gene Kelly. È poi apparsa in varie produzioni per la televisione, da Perry Mason a Death Valley Days e Family Affair prima di lasciare la recitazione negli Anni 70. È tornata un’ultima volta nel 1999, entrando nel cast di Heart to Heart.com. Nel 1975 aveva sposato l’attore Will White, incontrato 15 anni prima sul set di The Dick Powell Theatre.
LEGGI ANCHE: È morta Haydn Gwinne, attrice di The Crown 5 e The Windsors
Sciopero attori, la proposta Clooney non decolla
La generosa proposta lanciata da George Clooney e altre star di serie A per sbloccare la vertenza degli attori di Hollywood è stata prontamente rispedita al mittente: «Grazie, ma no grazie», ha detto la presidente della Sag-Aftra, Fran Drescher, spiegando, in un video postato su Instagram, perchè quanto suggerito dai divi «non avrebbe alcun impatto sul contratto per il quale stiamo scioperando».
La proposta di Clooney era quella di abolire il tetto della quota associativa
Clooney, affiancato da altri attori tra cui, Scarlett Johansson, Kerry Washington, Tyler Perry, Bradley Cooper, Meryl Streep, Robert De Niro, Ben Affleck, Jennifer Aniston, Reese Witherspoon, Emma Stone, Laura Dern e Ryan Reynolds, che erano tutti presenti allo zoom con la Dreschner e il capo negoziatore Duncan Crabtree-Ireland, aveva proposto di abolire il tetto che blocca a un milione di dollari il massimo della quota associativa che le star devono pagare per essere membri del sindacato. Secondo i calcoli di Clooney, questo porterebbe a un’iniezione di fondi da 50 milioni di dollari all’anno (sulla base di un pool di 160 divi che guadagnano una media di 21 milioni di dollari all’anno): una cifra che potrebbe essere usata, ad avviso delle star, per coprire il gap che separa le richieste della Sag con quanto sono pronti a sborsare i produttori.
La presidente Dreschner ha respinto l’idea
«Il problema è che questo non ha nulla a che fare con il contratto. È come paragonare mele alle arance», ha continuato la Dreschner spiegando che sono gli studi a dover aprire il portafoglio per pagare equamente chi sta davanti alla macchina da presa. Clooney aveva proposto inoltre di ristrutturare la distribuzione dei profitti dello streaming in modo che i colleghi che guadagnano meno siano i primi ad essere pagati. Niente spiragli dunque, mentre l’agitazione cominciata a metà luglio si avvia a superare, il 21 ottobre, il traguardo del centesimo giorno. Intanto, a rendere ancora più amara la vita di attori da mesi senza lavoro, la Sag ha vietato agli iscritti al sindacato di scegliere costumi di Halloween ispirati a film e serie tv di successo come Barbie e Mercoledì per poi postare le loro immagini sui social media: sarebbe una forma di promozione indiretta vietata dal codice dell’agitazione.
È morto Burt Young, il Paulie Pennino di Rocky
Burt Young, attore celebre per aver interpretato Paulie Pennino nella saga di Rocky, è morto l’8 ottobre a 83 anni. Lo ha annunciato a distanza di 10 giorni sua figlia Anna Morea Steingieser con una nota riportata dal New York Times. Ex pugile del Queens, ha vestito i panni del migliore amico di Balboa in tutti i sei film dell’esalogia originale, unico personaggio assieme al protagonista e all’allenatore Tony Evers. Per la sua performance ha ottenuto anche una nomination agli Oscar come Miglior attore non protagonista nel primo capitolo della saga. In carriera ha legato la sua celebrità anche a Chinatown del 1974 al fianco di Jack Nicholson e a Il Papa del Greenwich Village con Mickey Rourke. Il saluto commosso di Sylvester Stallone su Instagram: «Addio amico mio, mancherai moltissimo a me a al mondo. Riposa in pace».
Burt Young, dalla boxe nei Marines al debutto nel cinema
All’anagrafe Geraldo “Jerry” Tommaso DeLouise, nacque da genitori di origine italiana il 30 aprile 1940 nel Queens di New York. Il papà era meccanico che divenne insegnante di liceo, mentre la mamma lavorava come sarta. Dopo essersi messo nei guai a scuola, mentendo sulla sua età si unì ai Marines ancor prima di compiere 16 anni con l’aiuto di suo padre. Qui iniziò a praticare la boxe, perdendo solamente due incontri sui 34 effettuati durante la permanenza a Okinawa. Un talento che conservò anche terminato il servizio militare, decidendo di allenarsi con Cus D’Amato che anni dopo avrebbe anche seguito il campione dei pesi massimi Mike Tyson. Come ha riportato l’Hollywood Reporter, ha spesso affermato di aver combattuto da professionista senza mai finire Ko o perdere un match. Per beneficenza, sfidò sul ring persino la leggenda Muhammad Ali.

A dispetto del suo talento sul ring, non riuscì ad avviare una lunga carriera nella boxe, tanto da cambiare impiego più volte, trovando lavoro dapprima come venditore e poi in una ditta di pulizie. Fu allora che si avvicinò al cinema, iniziando a studiare all’Actor Studio di Lee Strasberg, l’Hyman Roth de Il padrino – Parte II. «In realtà stavo seguendo una ragazza che voleva frequentare quella scuola», ha poi raccontato al Newsday di New York. Il suo esordio combaciò anche con le prime interpretazioni di Robert de Niro, che incontrò sul set de La gang che non sapeva sparare di James Goldstone. Ha proseguito la sua carriera interpretando principalmente personaggi duri e ruoli italo-americani sia per la televisione sia per il cinema, prima di entrare nella saga di Rocky.
La passione per Rocky: «Stallone è un vero genio»
Nel 1976, dopo aver già recitato per Roman Polanski in Chinatown, entrò nel cast di Rocky, primo film sul pugile italo-americano con il volto di Sylvester Stallone, per interpretare Paulie, fratello di Adriana, amata dal protagonista. «Sly si avvicinò a me e si presentò, dicendomi di aver scritto quel copione e che dovevo esserci», ha raccontato Burt Young nel 2009 a The Sweet Science. «E io volevo assolutamente farne parte, ma non volevo sembrare impaziente». Lodandone la sceneggiatura, ha elogiato Stallone come un «maniaco del lavoro, un vero genio sempre avanti con i tempi». Nominato agli Oscar, oltre a proseguire la saga su Balboa nei panni dell’amico Paulie, ha recitato in numerosi altri film. Nel 1984 prestò infatti il suo volto a Joe, referente di Frankie (Joe Pesci), nel film C’era una volta in America di Sergio Leone.
Fra le ultime performance, si ricordano le produzioni italiane Baciamo le mani – Palermo New York 1958 nei panni di don Lillo Draghi e L’onore e il rispetto – Parte quarta, dove ha interpretato don Lino. In carriera ha anche debuttato a Broadway nel 1986 con Robert de Niro in Cuba & His Teddy Bear e realizzato dipinti, che ha esposto a New York nel 2006. Per quanto riguarda invece la vita privata, sposò Gloria DeLouise, che morì però nel 1974, due anni prima dell’esordio in Rocky, lasciandolo solo con la figlia Anna Morea.

Angelina Jolie è Maria Callas nel film di Pablo Larraín
Angelina Jolie diventa Maria Callas nelle prime immagini del film di Pablo Larraín. Il regista cileno, autore di El Conde premiato alla Mostra del Cinema di Venezia per la miglior sceneggiatura, dirigerà infatti un nuovo lungometraggio che racconterà gli ultimi giorni di vita della cantante lirica nella sua casa di Parigi. Basato su testimonianze reali, il progetto dal titolo Maria racconterà la storia meravigliosa ma anche tragica della leggendaria soprano, considerata una vera icona del suo tempo. «Sono davvero entusiasta di iniziare la produzione», ha dichiarato a Deadline il regista sudamericano. «Spero di far conoscere a tutto il mondo la straordinaria vita di una donna unica come Maria Callas». Nel cast anche gli italiani Pierfrancesco Favino, Alba Rohrwacher e Valeria Golino.
Angelina Jolie è Maria Callas, le riprese dureranno due mesi
Già in corso le riprese, che dureranno circa otto settimane tra Parigi, Milano, Budapest e zone della Grecia. Come ha riportato l’Hollywood Reporter, infatti, in quanto indipendente la produzione ha potuto firmare un accordo con il sindacato Sag-Aftra, attualmente in sciopero, per poter lavorare nonostante il fermo. Quanto alla sceneggiatura, l’intero copione era stato ultimato già prima della protesta della Writers Guild, conclusa a fine settembre con la ratifica di un nuovo accordo fra showrunner e produttori. L’autore è Steven Knight, già noto per aver lavorato nel team del film Spencer con Kristen Stewart e sulla serie Netflix Peaky Blinders. I costumi che Angelina Jolie indosserà per interpretare Maria Callas si baseranno sugli abiti originali che la cantante lirica utilizzò in scena e durante la vita quotidiana, fra cui anche pellicce d’epoca.

«Raccogliere l’eredità di Maria Callas e raccontarne la vita è una forte responsabilità», aveva dichiarato a ottobre 2022 Angelina Jolie nell’annunciare il progetto. «Darò tutto quello che posso per affrontare questa sfida al meglio. Avere la possibilità di interpretarla sotto la direzione di Pablo (Larraín, ndr.) è un sogno». Per la star di Hollywood sarà il ritorno nella recitazione a due anni di distanza dal suo ultimo progetto, il film Eternals dei Marvel Studios sbarcato in sala nel 2021. Nel frattempo ha infatti iniziato a dedicarsi alla regia con il suo nuovo progetto Without Blood che, girato fra Roma e Puglia, adatterà il romanzo di Alessandro Baricco Senza sangue.
Box Office in Italia, L’esorcista – Il credente re degli incassi al cinema
L’horror domina il box office italiano con due film sul podio dei maggiori incassi nel weekend dal 5 all’8 ottobre 2023. In testa si è piazzato L’esorcista – Il credente, sesto progetto della saga inaugurata nel 1973 dal cult di William Friedkin, di cui rappresenta il primo sequel diretto. Distribuito da Universal in 387 sale, ha totalizzato poco più di 1,1 milioni di euro per quasi 150 mila presenze, con una media di 3800 euro per ogni cinema. Prodotto da Blumhouse, l’horror di David Gordon Green – già dietro la macchina da presa degli ultimi tre film di Halloween – vede il ritorno di Ellen Burstyn nei panni di Chris MacNeil, mamma della piccola Regan posseduta ne L’esorcista. In produzione anche due altri film, in arrivo non prima del 2025.
Box Office Italia, Assassinio a Venezia regge l’impatto degli horror
Secondo gradino del podio per Assassinio a Venezia di e con Kenneth Branagh nei panni del detective Poirot. A un mese dalla sua uscita in sala, il terzo capitolo della saga che adatta i romanzi di Agatha Christie ha infatti incassato altri 574.924 euro sfondando il muro dei 7 milioni in totale. Battuto così il predecessore Assassinio sul Nilo che nel febbraio 2022 si era fermato a 5,6 milioni. Ancora lontano invece il primo film, Assassinio sull’Orient Express, che contando su un cast stellare totalizzò oltre 14 milioni di euro. Horror ancora protagonista del box office in Italia con Talk to Me, opera prima degli sceneggiatori nonché youtuber Danny e Michael Philippou. Il film, nel cui cast recita Miranda Otto (Eowyn ne Il Signore degli Anelli), ha incassato nel Belpaese altri 444.437 euro raggiungendo il totale di 1 milione 405 mila nel suo secondo weekend di programmazione.

Importante da segnalare, tra le nuove uscite, il risultato di Volevo un figlio maschio di Neri Parenti. Il nuovo film con protagonista Enrico Brignano ha infatti incassato al box office italiano 381.889 euro per circa 55 mila spettatori paganti. In Top 10 anche Nata per te, film che racconta la storia vera di Luca Trapanese, il primo single omosessuale ad aver adottato una bambina affetta da sindrome di Down. Il progetto di Fabio Mollo con Teresa Saponangelo e Pierluigi Galante ha incassato 250 mila euro. Male invece The Creator, il capitolo post-apocalittico sull’intelligenza artificiale con John David Washington. A quasi due settimane dall’uscita ha incassato appena 938.073 euro, confermando i dati mondiali sotto le aspettative. Matteo Garrone con il suo Io capitano invece ha quasi raggiunto i 3 milioni di euro, fermandosi a 2,9 milioni.
È morto Keith Jefferson, attore di Django Unchained e The Hateful Eight
Keith Jefferson, attore apparso in diversi film di Quentin Tarantino, è morto giovedì 5 ottobre all’età di 53 anni. Lo ha rivelato la sua agente Nicole St. John all’Hollywood Reporter. Solo ad agosto aveva annunciato di avere il cancro. «Ogni tanto Dio ti lancia una sfida e lascia a te il compito di risolverla», aveva scritto sul suo profilo Instagram dopo la diagnosi. «All’inizio non l’ho detto a nessuno, nemmeno alla mia famiglia. Grazie alla mia fede ho trovato la forza di parlarne». Per Tarantino ha recitato in Django Unchained, The Hateful Eight e C’era una volta a Hollywood. Il 13 ottobre uscirà su Prime Video il suo ultimo film, The Burial, al fianco dell’amico Jamie Foxx che lo ha salutato in lacrime sui social. «Fa malissimo, ci vorrà molto tempo prima che questa cosa guarisca», ha scritto la star su Instagram. «Avevi un’anima straordinaria e un cuore puro».
Keith Jefferson, la carriera e i nuovi progetti in cantiere
Originario di Houston, dove era nato il 7 aprile 1970, aveva completato gli studi in teatro musicale presso la US International di San Diego, prima di specializzarsi in recitazione all’Università dell’Arizona. Al college aveva già incontrato Jamie Foxx, con cui strinse un legame di amicizia indissolubile che lo ha portato a vari progetti sul grande schermo. Esordì nel 1995 con A proposito di donne, film di Herbert Ross con Woopy Goldberg e Drew Barrymore. Ha poi preso parte al lungometraggio Buffalo Soldiers con Joaquin Phoenix e persino a un capitolo della saga de La signora in giallo con Angela Lansbury nel 2001. Due anni prima aveva anche lavorato con Foxx nel suo Jamie Foxx Show.

Nel 2012 ha poi iniziato la sua collaborazione con Quentin Tarantino, che lo ha scelto per gli ultimi suoi tre film. È infatti apparso nei panni di Pudgy Ralph in Django Unchained, ha interpretato Charly in The Hateful Eight e il pirata Keith in C’era una volta a Hollywood. Fra le ultime performance si ricordano quella nel 2022 in Day Shift – A caccia di vampiri, sempre al fianco di Jamie Foxx, con cui ha recitato anche nel 2023 in The Burial. «Ho lavorato con un cast stellare», aveva scritto Keith Jefferson su Instagram condividendo il trailer del film. «È il progetto più importante della mia vita». Oltre al cinema, ha portato avanti una carriera sul palcoscenico dei teatri, recitando in varie produzioni itineranti negli States, tra cui l’Otello. La sua agente ha rivelato che stava lavorando a nuovi film e progetti su cui «non vedeva l’ora di mettersi all’opera».
Non solo Jamie Foxx, gli omaggi di amici e colleghi
«Ho difficoltà a guardare questa foto», ha postato Jamie Foxx su Instagram. «Rivivere i ricordi di noi che ci divertiamo assieme, da quando ci siamo incontrati al college. Sei stato in ogni modo incredibile, mancherai tantissimo amico mio». Numerosi i commenti al post di amici e maestranze di Hollywood, tra cui spunta la costumista Arianne Phillips. «Sono devastata», ha scritto sotto la foto di Foxx, ricordando i tempi in cui ha potuto lavorare con Keith Jefferson. «Era una persona gentile e divertente, devota ad amici e parenti». Ha consegnato invece a un messaggio su X il suo dolore l’attrice Tangie Ambrose, che ha dovuto «salutare un carissimo amico, la cui anima è ora libera». Assieme alle sue parole, ha pubblicato anche un video con una lunga carrellata di scatti personali con Jefferson.
A very dear friend passed today…. His #soul is free!!!! I bet he is #enjoying being out of that #body . If you feel a brisk cool #wind fly by, and then get chills….. that just may be Keith. Don’t be afraid to say hi!!!! #weloveyou @keith.jefferson !!!!!! pic.twitter.com/nfDFQ977el
— Tangie Ambrose (@TangieAmbrose) October 5, 2023
Morto Michael Gambon, interpretò Silente in Harry Potter
Il cinema piange la morte di Michael Gambon. L’attore britannico, noto soprattutto per aver interpretato Albus Silente nella saga di Harry Potter, è morto in ospedale per un attacco di polmonite. Ad annunciarlo la moglie Anne e il figlio Fergus in una dichiarazione riportata da Bbc e Guardian: «Siamo devastati, era un padre e un marito amato. Vi chiediamo di rispettare la nostra privacy in un momento così doloroso». Noto in patria anche come The Great Gambon (Il grande Gambon), ha legato la sua fama alla saga fantasy tratta dai romanzi di J.K. Rowling, ma ha recitato in decine di altri lungometraggi. Si ricordano, tra gli altri. Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante del 1988 che lo consegnò al successo mediatico, ma anche Sleepy Hollow e The Insider. Aveva 82 anni.
LEGGI ANCHE: Harry Potter, rara edizione di prova del primo libro all’asta
Michael Gambon, l’addio alla scuola e il successo al cinema
Originario di Dublino, dove nacque nel 1940, Michael Gambon lasciò la scuola all’età di 15 anni, ma non ricevette alcuna formazione attoriale nella recitazione. Giunto in Inghilterra per seguire suo padre, che fu poliziotto durante la Seconda guerra mondiale, iniziò un apprendistato in ingegneria l’anno successivo, ma molto presto entrò in contatto con il teatro. Inizialmente al lavoro per realizzare la scenografia del palco, passò grazie al suo talento alla recitazione con piccole parti negli spettacoli dello Unity Theatre e del Tower Theatre di Londra. Debuttò però come attore in una produzione dell’Otello nella sua Dublino nel 1962, unendosi rapidamente al National Theatre di Londra e continuando a lavorare sui palcoscenici del Regno Unito, a New York e in Germania.

Curiosamente, Otello fu anche il suo primo film al cinema nel 1965. Ha poi preso parte a numerosi film di grande successo tra cui Gosford Park, Sleepy Hollow e la recente dilogia di Paddington. Tuttavia, a dargli la fama in tutto il mondo sono stati i film di Harry Potter, in cui ha vestito i panni del preside di Hogwarts Albus Silente dal terzo all’ottavo e ultimo capitolo. Subentrò nel 2003 per Harry Potter e il prigioniero di Azkaban infatti a Richard Harris, primo volto del professore nato dalla penna di J.K. Rowling, deceduto l’anno prima. La sua ultima apparizione risale al 2019 nel film Judy di Rupert Goold sulla vita dell’attrice Judy Garland. Numerose anche la sue apparizioni a teatro, dove ha recitato in opere di Samuel Beckett, William Shakespeare e Bertold Brecht.
Johnny Depp e il film su Modigliani: le anticipazioni di trama e cast
Con l’ingresso di Luisa Ranieri, si arricchisce sempre più il cast di Modi, film che Johnny Depp dirigerà sulla vita dell’artista italiano Amedeo Modigliani. Sebbene l’uscita sia prevista solo per il 2024, emergono nuovi dettagli sull’atteso ritorno alla regia del divo di Hollywood. Oltre che star del grande schermo, Depp è già stato una volta dietro la macchina da presa nel 1997 per il suo esordio da cineasta Il coraggioso, in cui vestì anche i panni del personaggio principale. Ancora pochi i dettagli sulla trama, che racconterà solo 48 ore che il pittore originario di Livorno trascorse a Parigi nel 1916. Le riprese sono attualmente in corso a Budapest e proseguiranno per alcune settimane. Direttore della fotografia sarà l’italiano Nicola Pecorini, che ha lavorato con Depp nel 1998 sul set di Paura e delirio a Las Vegas di Terry Gilliam.
Modi, trama e cast del film di Johnny Depp sull’artista italiano
Il nuovo film di Johnny Depp sarà un adattamento cinematografico dell’opera teatrale di Dennis McIntyre per mano di Jerzy e Mary Kromolowski. Nei panni del protagonista Modigliani ci sarà Riccardo Scamarcio, che tornerà dunque a interpretare un artista dopo aver vestito i panni di Caravaggio nel biopic di Michele Placido. Secondo le poche anticipazioni disponibili sulla trama di Modi, la storia seguirà dunque un breve lasso di tempo durante il soggiorno parigino dell’artista. Desideroso di mettere fine alla propria carriera e lasciare la città, il protagonista si ritroverà in fuga dalla polizia e si scontrerà con altre grandi personalità bohemien della sua epoca. Fra questi l’artista transalpino Maurice Utrillo, con il volto di Pierre Niney, e la sua musa nonché amante britannica Beatrice Hastings.

Luisa Ranieri sarà invece Rosalie, una modella che in quell’epoca posò per molti artisti, tra cui Modigliani. Sarà una figura importante durante le 48 ore di narrazione, anche se ancora non è noto in quale misura. Il protagonista incontrerà poi anche il bielorusso Chaim Soutine e il mercante d’arte polacco Leopold Zborowski. Tuttavia, la sua strada incrocerà anche quella del collezionista internazionale Maurice Gangnat, che avrà il volto di Al Pacino, pronto a stravolgere la sua vita. Non è ancora ufficiale il budget a disposizione di Johnny Depp ma, stando a quanto riporta il sito Imdb, non dovrebbe superare i 10 milioni di dollari.
Le prime foto dal set e le parole del produttore
Si moltiplicano intanto sui social network gli scatti rubati dal set ungherese della produzione, che mostrano le prime immagini della Parigi degli Anni 10. Johnny Depp non è apparso infastidito dai numerosi fan che si sono accalcati nella zona, dispensando anche sorrisi, selfie e autografi quando possibile. «È un progetto che assieme ad Al (Pacino, ndr.) inseguo da anni», aveva detto a maggio a Deadline il produttore Barry Nvidi nel presentare il film. «L’arguzia e la sensibilità di Depp, unite a un cast incredibile, faranno sì che il mio sogno si avveri».
New!
Johnny Depp – Modi film set – Budapest pic.twitter.com/3KN1cxSVqj— ReemDepp – Johnny Depp is A Legend
(@ReemDepp) September 23, 2023
Oppenheimer da record: è il biopic con gli incassi più alti di sempre
Non si ferma la corsa al botteghino di Oppenheimer. Il film di Christopher Nolan sul padre della bomba atomica ha infatti stabilito un nuovo record. Con oltre 912 milioni di dollari di incassi al 17 settembre in tutto il mondo, è il biopic più redditizio della storia del cinema. Battuto Bohemian Rhapsody, biografia di Freddie Mercury e dei Queen, che si era fermato a 910 milioni. Ottima anche la risposta in Italia, dove ha totalizzato altri 2,1 milioni nell’ultima settimana, arrivando a un totale di 24,7 dall’inizio della distribuzione. L’obiettivo principale è adesso superare 1 miliardo di incassi, insperato alla vigilia ma possibile grazie alle proiezioni del mercato statunitense e internazionale, soprattutto in Cina. «Gli ultimi chilometri della corsa sono sempre i più difficili», ha spiegato a Variety Paul Dergarabedian, analista senior di Comscor. «Ormai è però un vincitore assoluto».
LEGGI ANCHE: Le controversie su Oppenheimer e quel taglio troppo indulgente su atomica e guerra
Oppenheimer e Bohemian Rhapsody uniti dalla presenza di Rami Malek
Curiosamente, sia in Oppenheimer sia in Bohemian Rhapsody, i due biopic più redditizi di sempre secondo i dati Box Office Mojo, è presente Rami Malek. Nel nuovo film di Nolan ha interpretato lo scienziato David L. Hill, apparendo soltanto per poche scene e soprattutto nella sezione finale della narrazione. Nel progetto sui Queen ha invece ricoperto il ruolo del protagonista, prestando il suo volto al frontman Freddie Mercury dagli albori fino alla scoperta dell’Aids e al concerto Live Aid. La sua performance gli è valsa anche il premio Oscar come “Miglior attore protagonista” oltre a un Golden Globe e a un Bafta. Il suo caso ricorda da vicino quello di Zoe Saldana, presente in quattro delle sei pellicole capaci di superare 2 miliardi di dollari al box office. Ha recitato nei due capitoli di Avatar di James Cameron e nei due film Marvel Avengers: Infinity War e Endgame.

I dati del box office in Italia del weekend: vince Assassinio a Venezia
Quanto ai dati Cinetel in Italia, vincitore del weekend al botteghino è il nuovo film sul detective Poirot con Kenneth Branagh, Assassinio a Venezia. Il terzo capitolo sulle avventure nate dalla penna di Agatha Christie ha totalizzato 2,09 milioni di euro, aprendo meglio rispetto al predecessore Assassinio sul Nilo. Secondo posto per Oppenheimer con 1,3 milioni di euro, poco più rispetto all’horror The Nun 2 che si è fermato a 1 milione. Primo film italiano in classifica è Io Capitano di Matteo Garrone, peraltro fresco vincitore del Leone d’Argento e del Premio Mastroianni a Venezia. Ha incassato infatti 600 mila euro nel secondo weekend di programmazione, issandosi a un totale di poco superiore al milione. Seguono Jeanne du Barry con Johnny Depp e The Equalizer 3 con Denzel Washington, prima di trovare ancora Barbie. Il film con Margot Robbie ha raggiunto i 31,8 milioni di euro.
Oscar 2024, da Io Capitano a Rapito: i 12 film in gara per rappresentare l’Italia
Io Capitano di Matteo Garrone guida la lista di 12 film in lizza per rappresentare l’Italia ai 96esimi Premi Oscar fra i lungometraggi internazionali. Vincitore del Leone d’Argento a Venezia, l’ultimo progetto del regista romano è il favorito numero uno per la candidatura, forte anche del Premio Mastroianni vinto dal suo protagonista Seydou Sarr al Lido. Occhio però anche a Rapito di Marco Bellocchio, film che racconta la storia del giovane ebreo Edgardo Mortara, in concorso a Cannes e miglior film ai Nastri d’Argento 2023. La candidatura definitiva sarà nota il prossimo 20 settembre quando la commissione di selezione, istituita presso l’Anica su richiesta della stessa Academy statunitense, si riunirà per votare il titolo da presentare a Los Angeles. La shortlist arriverà soltanto il 21 dicembre, mentre il 23 gennaio 2024 saranno annunciate le nomination. La cerimonia di premiazione è prevista per il 10 marzo.

Da Cortellesi a Moretti, tutti i film in lizza per rappresentare l’Italia agli Oscar 2024
Altro pezzo da novanta fra i 12 potenziali candidati italiani agli Oscar 2024 è Il sol dell’Avvenire di Nanni Moretti, presentato in concorso al Festival di Cannes. Racconta la storia di un regista in difficoltà con il suo ultimo progetto e nel pieno di una crisi con la moglie, come lui impegnata nel cinema. In lizza anche C’è ancora domani, esordio alla regia di Paola Cortellesi, che aprirà anche la Festa del Cinema di Roma. Una storia di rivalsa femminile che segue una donna, vittima di un marito violento, in un’Italia devastata dalla Seconda guerra mondiale. Spera di rappresentare l’Italia agli Oscar anche L’ultima notte di Amore, film di Andrea di Stefano con protagonista Pierfrancesco Favino. La star del cinema nostrano interpreta un poliziotto che, il giorno prima del pensionamento, perde il suo amico e partner durante una rapina.
In corsa per diventare il candidato italiano agli Oscar 2024 anche Grazie ragazzi di Riccardo Milani e Il ritorno di Casanova di Gabriele Salvatores con Toni Servillo, Fabrizio Bentivoglio e Sara Serraiocco. In lizza anche La chimera di Alice Rohrwacher – nel cast la sorella Alba – presentato come Il sol dell’avvenire al Festival di Cannes, dove ha concorso per la Palma d’Oro. Nella lista dei 12 film anche Stranizza d’amuri di Giuseppe Fiorello, una storia di amicizia tra due ragazzi che si trasforma in un sentimento irrefrenabile, Noi anni luce di Tiziano Russo e La terra delle donne di Marina Vallone. Infine, potrebbe arrivare agli Oscar 2024 anche Mixed by Erry di Sydney Sibilia, disponibile su Netflix, che racconta la storia di Enrico Frattasio che negli Anni 80 creò un suo impero vendendo musicassette contraffatte.
Mathieu Kassovitz sull’incidente: «Facevo l’idiota per mia figlia»
A quasi una settimana dal terribile incidente in moto del 6 settembre, il regista e attore francese Mathieu Kassovitz è tornato a parlare ai suoi fan. Tramite un video sulla sua pagina Instagram, in cui ha rassicurato sulle sue condizioni di salute, ha descritto nel dettaglio l’accaduto. «Stavo facendo l’idiota», ha spiegato l’interprete 56enne. «Volevo emulare un supereroe per impressionare mia figlia (che si trovava nel mezzo alle sue spalle con un istruttore, ndr.)». All’incidente hanno assistito anche l’altro figlio e sua moglie, che gli sono stati accanto per tutta la durata della degenza. «Sono una testa di cazzo perché mi costringo a prendere le distanze dalla realtà», ha proseguito Kassovitz. «Sono vecchio, è ora che pensi alle persone che mi amano e dedichi loro il mio tempo». L’attore ha poi dedicato un pensiero alle vittime del terremoto in Marocco e ringraziato i suoi fan per i messaggi di augurio che gli hanno inviato online.
Mathieu Kassovitz: «Ringrazio i medici, sono un vanto per la Francia»
«Amo le moto, ne sono un grande appassionato», ha raccontato Kassovitz nel suo lungo video social. «Ho passato una splendida giornata alla guida, ma sono un idiota e un pessimo motociclista». L’attore ha infatti detto di aver sbagliato l’ingresso in una curva, perdendo il controllo del mezzo e rischiando di cadere. Negli attimi immediatamente successivi, mentre cercava di raddrizzarsi, è finito contro un guardrail, ferendosi in maniera grave alle gambe. «Sono stato molto fortunato», ha concluso Kassovitz, che ha poi ringraziato tutti i medici che lo hanno curato. «Sono pagati pochissimo per quello che fanno, ma sono un motivo d’orgoglio per tutta la Francia».

Classe 1967, figlio di due cineasti, Mathieu Kassovitz è noto per aver diretto nel 1995 L’odio, che gli valse il premio per la miglior regia a Cannes e tre riconoscimenti ai Cesar su 11 nomination. Accanto alla carriera da regista, ha portato avanti anche quella davanti alla macchina da presa, apparendo in diversi film di successo tra cui Il favoloso mondo di Amelié di Jean-Pierre Jeunet e Munich di Steven Spielberg. nelle sale francesi c’è il suo ultimo lavoro, Visions, in cui appare al fianco di Diane Kruger. Presentato in anteprima al Festival del cinema francofono di Angouleme, racconta la tormentata storia d’amore di una donna, divisa tra il partner e una vecchia fiamma che ritorna dal passato.
Venezia 80, Leone d’oro a Povere creature: tutti i premiati
Il Leone d’oro dell’80esima Mostra del Cinema di Venezia è andato, come da pronostico, a Povere creature di Yorgos Lanthimos. A presiedere la cerimonia, come nel caso della serata inaugurale, la madrina 2023 Caterina Murino, che con voce commossa ha parlato di «giorni indimenticabili che hanno permesso a tutti di coltivare i propri sogni». Già prima della premiazione, sia la stampa estera sia quella italiana avevano riconosciuto il valore del film con Emma Stone, assegnandogli il voto più alto nella speciale classifica dei giornalisti. La storia racconta la fantastica trasformazione di Bella Baxter (Emma Stone), giovane donna riportata in vita da un brillante ma poco ortodosso scienziato, che entra in contatto con il mondo esterno per la prima volta. Ecco tutti i premi della Biennale.

Dalla Coppa Volpi al Leone d’argento, tutti i premi della Mostra
Leone d’argento per la miglior regia per Matteo Garrone e il suo Io, capitano. «Parte del film è girato in Marocco, siamo vicini a loro per la tragedia che li ha colpiti», ha spiegato il cineasta, prima di lasciare la parole a Mamadou Kouassi, il cui viaggio è stato raccontato nel film. «Dedico il premio a tutti quelli che non riescono a farcela o a raggiungere Lampedusa. Dobbiamo fermare il traffico di esseri umani». La Coppa Volpi dell’edizione 2023 a Venezia è andata a Peter Sarsgaard per Memory di Michel Franco e a Cailee Spaeny per Priscilla di Sofia Coppola. Il primo, ringraziando giuria e pubblico presente, ha espresso solidarietà per gli attori di Hollywood in sciopero: «L’intelligenza artificiale è un serio problema di oggi, non dobbiamo consegnare la nostra industria alle macchine». L’attrice invece ha raccontato di «un onore incredibile grazie alla fiducia di Priscilla (Presley, ndr), cui dedico il premio».

Miglior artista emergente e dunque vincitore del premio Marcello Mastroianni è stato invece Seydou Sarr per il film di Garrone. «Sono talmente felice da non avere parole», ha raccontato visibilmente commosso. «Soltanto, grazie mille a tutti». Il premio speciale della giuria invece è andato a The Green Border di Agnieszka Holland. «Dal 2014 sono morte 60 mila persone nel tentativo di raggiungere l’Europa», ha spiegato duramente la regista. «In tanti si nascondono ancora nelle foreste, privandosi dei loro diritti umani e della loro vita. Alcuni muoiono non perché non abbiamo le risorse, ma perché spesso non li vogliamo». La giuria, presieduta per questa edizione da Damien Chazelle, ha premiato come miglior sceneggiatura Guillermo Calderón e Pablo Larraín per il loro film El Conde. «Spero che attraverso i dialoghi, gli studios possano raggiungere un accordo con gli attori in sciopero», ha detto Larraín.. Il Gran Premio della giuria è andato invece a Evil Does Not Exist di Ryusuke Hamaguchi.
Venezia 80, i premi della sezione Orizzonti parallela alla Mostra
La giuria internazionale, presieduta da Jonas Carpignano, ha inoltre assegnato anche i premi per la sezione Orizzonti, punto di riferimento per le nuove tecnologie e tendenze nel cinema. Miglior film è stato Explanation for Everything di Gábor Reisz che racconta le contraddizioni dell’Ungheria di Orban, mentre il premio per la miglior regia è andato a Mika Gustafson e il suo Paradise is Burning. «Sono scioccata», ha spiegato la cineasta svedese. «C’è ancora molto da raccontare». Il riconoscimento per la miglior sceneggiatura è andato invece a Enrico Maria Artale per il suo El Paraiso. «Ringrazio produttori e la mia famiglia del cinema per il supporto», ha spiegato il regista. «Grazie anche a mia mamma, i momenti difficili non sono nulla in confronto a quanto ti amo».

Quanto alle performance attoriali, la giuria ha voluto premiare Tergel Bold-Erdene per la sua recitazione nel film Ser Ser Salhi (Città del vento). A ritirare il premio la produttrice: «Un riconoscimento storico per la Mongolia». Fra le donne ha invece trionfato Margarita Rosa De Francisco che si è particolarmente distinta in El Paraiso di Artale. «Quando si recita con amore, ogni momento diventa un miracolo», ha detto l’attrice sul palco. «Ringrazio Edoardo Pesce (nel cast, ndr.) e tutta la troupe per aver reso questo possibile». Il premio speciale è andato al film Una sterminata domenica di Alain Parroni, mentre fra i cortometraggi ha trionfato l’albanese Erenik Beqiri con il suo A Short Trip.
I premi collaterali assegnati alla Mostra del Cinema di Venezia
Per quanto riguarda i riconoscimenti collaterali alla Mostra, si è particolarmente distinto Matteo Garrone con il suo Io, capitano. La storia di due giovani ragazzi in viaggio da Dakar per raggiungere l’Europa tramite una lunga traversata del deserto e del Mediterraneo ha infatti vinto il Leoncino d’Oro, assegnato al Lido dai giovani studenti di tutta Italia. La motivazione racconta di una «magistrale trasposizione in immagini di eventi di cui troppo spesso non abbiamo consapevolezza». Il regista, assente però in Laguna, si è portato a casa anche il Premio Francesco Pasinetti del Sindacato Nazionale dei Giornalisti Cinematografici italiani e il Premio Civitas che privilegia opere che promuovono coesione sociale. Alle Giornate degli Autori ha vinto invece Vampire Humaniste Cherche Suicidant Consentant di Ariane Louis-Seize. Leone del Futuro per la miglior opera prima, consegnato da Claudia Gerini, invece per Lee Hong-Chi e il suo Love is a Gun.

Lo statunitense Matt Dillon ha invece vinto il premio Mimmo Rotella, dedicato alla relazione tra i linguaggi del cinema e dell’arte per aver «saputo coniugare il grande talento e l’estro di attore e regista con una sempre innata curiosità verso nuovi orizzonti da scoprire». Prima di lui avevano ottenuto il riconoscimento, fra gli altri, anche Mick Jagger, Toni Servillo e James Franco. A Simone Massi è andato invece il premio Carlo Lizzani per il suo Invelle, film di animazione capace di affrontare «con passione e sensibilità la storia d’Italia dall’avvento del fascismo agli anni di piombo». Nella sezione Venezia Classici, che premia il miglior film restaurato e il miglior documentario sul cinema, hanno trionfato rispettivamente Ohikkoshi di Shinji Sômai (1993) e Thank You Very Much di Alex Braverman. Premio degli spettatori invece a Micaela Ramazzotti per il suo Felicità.
LEGGI ANCHE: Venezia 80, Soundtrack Stars per la miglior colonna sonora a Io, capitano
Venezia 80, Soundtrack Stars per la migliore colonna sonora a Io, Capitano di Garrone
Va a Io capitano di Matteo Garrone il Soundtrack Stars Award 2023 per la miglior colonna sonora tra i film della selezione ufficiale di Venezia 80. Il premio è andato al compositore 41enne Andrea Farri, autore delle musiche del film (edite da Sony Music Publishing) nelle sale con 01 Distribution e prodotto da Archimede con Rai Cinema e Tarantula, Pathè e Logical Content Ventures. «Un viaggio», si legge nella motivazione, «che accende il film di emozioni e sentimento accompagnando il ‘colore’ di un racconto che attraversa le sonorità etniche delle percussioni senegalesi come le note struggenti che evocano i ricordi della terra lontana. Una ricerca musicale che recupera la tradizione ma dà al sogno e all’avventura dei due giovani protagonisti anche il ritmo del rap».
LEGGI ANCHE: A Venezia 80 dominano biopic e storie vere
Levante premiata per la colonna sonora di Romantiche e i Subsonica per quella di Adagio
Menzione speciale della giuria va a The Killer di David Fincher per le musiche curate da Trent Reznor e Atticus Ross. Va a Levante, invece, il premio dell’anno per aver curato per la prima volta la colonna sonora del film Romantiche di Pilar Fogliati con il brano Leggera, scritto dalla cantautrice e prodotto da Daniel Bestonzo e Antonio Filippelli. Ai Subsonica, invece, è stato consegnato il premio speciale Soundtrack Stars Award per la musica di Adagio di Stefano Sollima.
Hayao Miyazaki, ecco il trailer dell’ultimo film Il ragazzo e l’airone
È online il trailer ufficiale de Il ragazzo e l’airone, prossimo e ultimo film del regista Hayao Miyazaki. Nelle sale italiane dall’1 gennaio 2024, sarà infatti il testamento artistico del 82enne cineasta giapponese, che ha deciso di tornare alla produzione di un film 10 anni dopo Si alza il vento. Adattamento animato del romanzo E voi come vivrete? di Genzaburo Yoshino, si svolge durante la Seconda guerra mondiale dove un ragazzo deve fare i conti con la morte della madre sotto i bombardamenti. La produzione è ancora una volta opera dello Studio Ghibli, casa di produzione fondata a Tokyo negli Anni 80 dallo stesso Miyazaki. Dopo l’enorme successo in patria, dove non ha goduto di campagna pubblicitaria per volere del regista, verrà presentato in Europa il 22 settembre al Festival di San Sebastian, in Spagna.
Il ragazzo e l’airone, trama e curiosità sul film di Hayao Miyazaki
Il protagonista del film è il giovane Mahito, ragazzo rimasto orfano di madre a seguito dei bombardamenti che hanno devastato Tokyo durante il conflitto mondiale. Il padre, un costruttore di aeroplani, decide presto di trasferirsi in campagna e di sposare la sorella della defunta moglie, Natsuko, già incinta. Vittima della forte nostalgia per la sua città natale, Mahito scopre non lontano da casa una torre abbandonata e misteriosa. Al suo interno incontra un airone parlante, il quale gli rivela che sua madre è ancora viva ma imprigionata nel cuore della torre. Quanto anche Natsuko scompare improvvisamente, il giovane si addentra nella struttura per salvarla, finendo in un mondo fantastico, popolato da creature leggendarie.

Per il suo ultimo film in carriera, Hayao Miyazaki ha scelto una sponsorizzazione molto singolare. In patria, infatti, il lungometraggio è giunto in sala senza alcun trailer, immagine o anticipazione in Rete e sui media. L’unica fonte per gli appassionati è stato un poster con la foto promozionale. «Sono stati realizzati ben tre trailer», aveva detto Miyazaki in un’intervista riportata anche dall’Hollywood Reporter. «Se li guardi tutti, sai praticamente quello che succede nel film. Ci sono persone che potrebbero non venire al cinema, quindi non ho voluto niente». Gli ha fatto eco Toshio Suzuki, storico produttore dello Studio Ghibli sin dai tempi di Nausicaa della Valle del Vento (1984). «Perché non abbiamo voluto il marketing? Non abbiamo bisogno di invogliare la gente in sala». Una scommessa più che vinta, dato che in Giappone Il ragazzo e l’airone ha totalizzato 45 milioni di dollari al botteghino.

Il nuovo anime dello Studio Ghibli non rappresenterà il Giappone agli Oscar
Contrariamente alle aspettative, Il ragazzo e l’airone non rappresenterà il Giappone agli Oscar 2024. Anche se è molto probabile che l’anime finisca nella cinquina dei migliori film di animazione, il Sol Levante non lo ha scelto per la categoria dei lungometraggi stranieri. Al suo posto ha prevalso Perfect Days del regista tedesco Wim Wenders, il primo non giapponese della storia. La trama segue un uomo di mezza età che lavora a Tokyo in una ditta di pulizie, vittima di una routine quotidiana da cui non riesce a uscire. A parte il regista, il resto del cast è interamente giapponese e recita in lingua madre.
Giuliano Montaldo, i film in streaming: da Gli intoccabili a Sacco e Vanzetti
Il mondo del cinema piange Giuliano Montaldo, scomparso nella sua casa romana a 93 anni. Per ricordarlo, sono disponibili sulle varie piattaforme streaming alcuni suoi film indimenticabili, dai lavori come regista ai primi esordi da attore. Da Sky a Disney+ e Amazon Prime Video, passando per RaiPlay e Mediaset Infinity, ecco dove ritrovare i film più celebri del decano del grande e del piccolo schermo, che in carriera ha vinto due David di Donatello, uno come miglior attore non protagonista per Tutto quello che vuoi nel 2018, e uno alla carriera. In bacheca anche un Globo d’oro per il suo impegno nella storia del cinema, ottenuto nel 2021. L’accesso è gratuito, previa registrazione, per quanto riguarda le piattaforme di Rai e Mediaset, occorre sottoscrivere un abbonamento invece per visualizzare i film su Disney+, Sky e Prime Video.

Gli intoccabili, Ad ogni costo e Marco Polo, i film diretti da Giuliano Montaldo
Dopo l’esordio con Tiro al piccione nel 1961, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, Montaldo ha realizzato numerosi film di grande successo. Nel 1967 diresse Ad ogni costo con Edward G. Robinson e Janet Leigh. Disponibile tramite abbonamento su Amazon Prime Video, racconta la storia di un docente che, dopo aver chiuso la carriera da insegnante a Rio, inizia a rubare diamanti. Sempre sulla piattaforma del colosso americano dell’e-commerce è possibile ritrovare il cult Sacco e Vanzetti del 1971 con Gian Maria Volonté e L’Agnese va a morire del 1976, tratto dall’omonimo romanzo di Renata Viganò. Il primo narra la storia vera di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due anarchici italiani emigrati in America. Il secondo, con Ingrid Thulin nei panni della protagonista, racconta l’epoca della Resistenza.
Diversi i film in streaming anche su Mediaset Infinity e RaiPlay. Sulla piattaforma del Biscione è possibile guardare il capolavoro Gli intoccabili del 1969, in concorso al 22esimo Festival di Cannes, con protagonisti John Cassavetes e Britt Erkland. On demand anche il film Got Mit Uns (Dio è con noi), uscito nelle sale italiane l’anno successivo. Nel cast Franco Nero, volto del guardiamarina Bruno Grauber, e un giovane Bud Spencer nei panni del caporale Jelinek. La storia, ambientata nell’Olanda del 1945, segue due disertori del regime nazista che tentano di rientrare in Germania. Su RaiPlay, infine, sono disponibili i film Il giorno prima e Circuito chiuso, ma soprattutto la miniserie in otto episodi Marco Polo. Ambientata nel XII secolo, narra le avventure dell’esploratore attraverso l’Asia e le sue meraviglie.
Da Achtung! Banditi! a Il caimano, in streaming anche il Montaldo attore
Prima di spostarsi dietro la macchina da presa, Giuliano Montaldo prese parte ad alcuni progetti nelle vesti di attore. Esordì nel 1951, sotto la regia di Carlo Lizzani, nel film Achtung! Banditi! con Gina Lollobrigida, dove interpretò il commissario Lorenzo. Disponibile a noleggio su Amazon Prime Video, vantava nel cast anche Vittorio Duse, Andrea Checchi e Maria Laura Rocca. Su Disney+ è invece possibile reperire Il caimano, di Nanni Moretti con Silvio Orlando e Margherita Buy. Nel lungometraggio, Montaldo interpreta un vecchio regista di nome Franco Caspio. Su Sky e RaiPlay infine è possibile recuperare la performance in Tutto quello che vuoi, sua ultima recitazione risalente al 2018. L’interpretazione dell’anziano poeta Giorgio gli valse il suo primo David di Donatello come miglior attore non protagonista.
I documentari e lo speciale del Tg1 disponibili on demand su RaiPlay
Il catalogo di RaiPlay presenta anche diversi documentari che raccontano la vita e la carriera di Giuliano Montaldo. È possibile recuperare Giuliano Montaldo: quattro volte 20 anni di Marco Spagnoli che ne ripercorre le tappe più importanti attraverso immagini di repertorio, ma soprattutto Cavaliere di cinema e tv. Si tratta di un’intervista di Antonello Aglioti in cui il regista si racconta a cuore aperto, passando in rassegna i suoi film più importanti. Infine spazio anche per lo speciale del Tg1 realizzato da Fabrizio Corallo dal titolo Vera & Giuliano, che racconta la lunga relazione d’amore tra il regista e sua moglie Vera Vergani. Quest’ultima è al centro anche di una puntata della prima stagione de Il segno delle donne, produzione RaiStoria con Matilde Gioli.
Venezia 80, perché si parla del film sulle atlete trans e la questione di genere nello sport
La regista Julia Fuhr Mann ha presentato alla Settimana della Critica, nell’ambito della 80esima Mostra del cinema di Venezia, il film Life is not a competition, but I’m winning, che porta sugli schermi il tema del coinvolgimento delle atlete transgender nelle competizioni internazionali. Tra le storie al centro della trama ci sono quelle di Amanda Reiter, maratoneta che si è confrontata con i pregiudizi degli organizzatori sportivi, o di Annet Negesa, atleta degli 800 metri spinta dai responsabili delle federazioni sportive internazionali a sottoporsi a chirurgia ormonale. Quando ormai manca meno di un anno all’inizio dei Giochi Olimpici di Parigi 2024, il progetto offre un punto di vista interessante.
Ad aiutare la realizzazione del film e il coinvolgimento delle atlete è stata anche la composizione del team impegnato dietro le quinte, come ha svelato la filmmaker: «Eravamo un gruppo queer e molto al femminile, credo abbia contribuito a trasmettere le idee che avremmo parlato delle loro storie in modo diverso da quello tradizionale». Gli spettatori potranno così ascoltare delle testimonianze emozionanti, grazie alle scelte compiute dalla regista che hanno posto le atlete al centro della narrazione: «Ho chiesto a loro cosa volessero raccontare. Non desideravo, per esempio, mostrare come vive ora l’atleta dell’Uganda o farle rivivere quanto accaduto. Le ho chiesto come voleva raccontare la propria storia e abbiamo lavorato insieme per capire come portarla nel migliore dei modi sugli schermi. Loro hanno proposto molte idee».
Il mondo dello sport ancora raccontato molto dal punto di vista maschile
Spesso il mondo dello sport e di chi lo anima viene raccontato da un punto di vista maschile, essendoci ancora poco equilibrio di genere tra le persone che lavorano nel settore come commentatori o intervistatori, pur essendoci da anni qualche lieve miglioramento. Fuhr Mann ha sottolineato: «Vedo del progresso perché le donne nello sport ottengono più attenzione, come per quanto riguarda il recente Mondiale di calcio femminile, ma per quanto riguarda questioni di genere e per la suddivisione in categorie, non credo ci sia molto progresso. Ad esempio nell’atletica hanno deciso di bannare completamente alcune atlete e non c’è molta apertura nei confronti delle persone trans».
Le Olimpiadi e quel legame poco ricordato con la propaganda nazista
Scelte e divieti che alimentano un lato oscuro dello sport, raccontato anche in Life is not a competition, but I’m winning che non esita a ricordare i legami tra le Olimpiadi e i nazisti. Julia Fuhr Mann ha ricordato: «Basta pensare alla torcia olimpica che viaggia intorno al mondo, tra l’entusiasmo della gente, ed è in realtà legata alla propaganda nazista. Mi chiedo come sia possibile ignorarne la storia e continuare a pensare che sia legata all’antichità e ai greci… Ma ce la “vendono” come una tradizione positiva e senza lati oscuri. E penso poi all’uso dello stadio di Berlino che, ovviamente, ha un grande legame con l’epoca nazista e la promozione delle loro idee. Hanno organizzato comunque nello stesso spazio i giochi olimpici anni dopo, senza che nessuno pensasse a quanto accaduto in precedenza in quel luogo e al suo significato simbolico».
Una divisione in categoria come nella boxe o per le Paralimpiadi
Potrebbe quindi essere l’arte ad avere un ruolo nel cambiare le idee o a dare una spinta a un’evoluzione del settore: «C’è una reale possibilità di ottenere l’attenzione degli appassionati di sport, in modo che inizino a pensare e a mettere in discussione le proprie idee sulla suddivisione in categorie, sulle differenze di genere. Penso che molte persone, prima di ora, non abbiano mai fatto delle domande specifiche sulla questione». Attualmente, tuttavia, non è facile prevedere cosa accadrà in futuro sulle regole che definiscono le categorie. La regista, dopo l’esperienza vissuta dietro la macchina da presa e l’incontro con le atlete, ha condiviso un possibile approccio: «Penso che si potrebbe procedere come accade nella boxe, suddividendo in base al peso, o come ai giochi Paralimpici in cui la differenza è in base al tipo di disabilità, in base alle capacità fisiche».
Atlete che si sentono trattate come fenomeni da baraccone
Nell’attesa si può tuttavia cercare di offrire una visione più inclusiva e rispettosa dello sport, anche tramite la realizzazione dei documentari. Le atlete coinvolte, per esempio, hanno espresso la propria gratitudine nei confronti della filmmaker: «Hanno visto il film e la loro reazione è stata di orgoglio, si sono sentite “viste” in modo diverso rispetto al passato. Alle volte vengono ritratte o si parla di loro come se fossero degli “esseri”, ma quasi come un fenomeno da baraccone o qualcosa di strano».
Festa del cinema di Roma, Anna Magnani sull’immagine ufficiale
Anna Magnani è la protagonista dell’immagine ufficiale della 18esima edizione della Festa del Cinema di Roma. Fra i maggiori talenti della recitazione internazionale, fu la prima attrice italiana a vincere il premio Oscar, conquistato nel 1956 grazie a La rosa tatuata di Daniel Mann. La foto presente sul poster, che ritrae l’interprete sorridente e circondata di fotografi, risale proprio alla conferenza stampa in occasione della cerimonia di premiazione negli States. Anna Magnani mostra all’obiettivo un fazzoletto su cui, appunto, è raffigurata una rosa, identificativo della pellicola in cui recitò al fianco di Burt Lancaster e Marisa Pavan e per cui si aggiudicò anche il Bafta e il Golden Globe. Per ricordarne i 50 anni dalla morte, la Festa del Cinema di Roma la descrive come «donna forte, determinata e affascinante, indimenticabile simbolo del nostro cinema nel mondo».
#RoFF18 | #AnnaMagnani è la protagonista dell’immagine ufficiale della 18^Festa del Cinema di Roma. Scomparsa 50 anni fa, è qui ritratta dopo la vittoria del Premio Oscar® per la sua interpretazione ne La rosa tatuata>>https://t.co/1xbbHfrkPh
©Reporters Associati & Archivi – Roma pic.twitter.com/3V332dBWQG— Rome Film Fest (@romacinemafest) September 5, 2023
Anna Magnani ottenne anche una seconda nomination ai premi Oscar nel 1958 grazie a Selvaggio è il vento di George Cukor, pur senza aggiudicarsi il premio. La performance, che le valse la candidatura anche a Bafta e Golden Globes, le consentì di vincere il primo dei suoi due David di Donatello (seguito da quello l’anno successivo per Nella città l’inferno). Star del grande schermo e simbolo della romanità nel mondo, ha legato la sua carriera anche a pellicole cult come Roma città aperta, Bellissima e Mamma Roma. L’ultima sua apparizione risale invece al 1972, grazie a un cameo nel film Roma di Federico Fellini.
Festa del Cinema di Roma, in apertura l’esordio alla regia di Paola Cortellesi
Sebbene manchino ancora diverse settimane all’inizio della Festa del Cinema di Roma, è già noto il film scelto per l’apertura. Sarà C’è ancora domani, che segnerà l’esordio alla regia di Paola Cortellesi. La pellicola, interamente girata in bianco e nero, si svolgerà nell’Italia del dopoguerra e racconterà la storia di Delia, che vive nella Capitale italiana con il marito Ivano e i loro tre figli. Vittima ogni giorno della prepotenza del partner, la protagonista trova conforto soltanto nell’amica Marisa, con cui ama condividere momenti di leggerezza e intimi segreti. Nel cast, oltre alla regista Cortellesi, figurano Valerio Mastandrea, Emanuela Fanelli e Giorgio Colangeli.

Venezia 80: al Lido dominano biopic e storie vere
L’edizione numero 80 della Mostra del Cinema di Venezia, dopo la rinuncia di Luca Guadagnino a presentare il suo Challengers a causa dello sciopero degli attori in corso, si apre con Comandante diretto da Edoardo de Angelis con Pierfrancesco Favino, film che dà il via a un’edizione in cui a dominare saranno le storie vere e i progetti biografici. Si parte dunque dalla storia di Salvatore Todaro, e dal suo gesto eroico durante la Seconda Guerra mondiale, e si chiude con La società della neve, sulla drammatica lotta per la sopravvivenza di un gruppo di sopravvissuti a un incidente aereo firmato da Juan Antonio Bayona.
Attesa per il ritorno di Garrone con Io Capitano
Tra le opere italiane più attese al Lido di Venezia non si può non citare il ritorno di Matteo Garrone che si è ispirato alle storie vere di Kouassi Pli, Adama Mamadou, Arnaud Zohin, Amara Fofana, Brhane Tareke e Siaka Doumbia per scrivere la sceneggiatura di Io Capitano. Il film, in concorso, racconta l’odissea di due giovani senegalesi che decidono di partire per l’Europa vista come una terra promessa. Le riprese sono durate ben tre mesi e sono state effettuate tra Dakar e il Marocco. Giorgio Diritti porta invece sugli schermi con Lubo la storia degli jenish, i rom svizzeri. Protagonista del film ambientato nel 1939 è un giovane artista di strada (Franz Rogowski) che lotta contro un governo che gli ha portato via i figli, mentre si trova al fronte a combattere, solo perché nomade.
Da Maestro a Priscilla, fino a Ferrari: i grandi biopic hollywoodiani
Presenti in concorso anche molti biopic. Pare già proiettato verso gli Oscar Maestro, film diretto e interpretato da Bradley Cooper su Leonard Bernstein, il celebre direttore d’orchestra, compositore e pianista e sul tormentato rapporto con la moglie Felicia Montealegre (Carey Mulligan). Il trailer ha già scatenato numerose polemiche per il naso finto di Cooper-Bernstein che secondo i detrattori nalimenterebbe gli stereotipi sugli ebrei. A smorzare le critiche ci hanno pensato gli eredi dell’artista che hanno confermato il loro totale sostegno al regista, supportato anche da un produttore come Steven Spielberg.
Attesa anche per Priscilla di Sofia Coppola. Il film, con protagonista Cailee Spaeny, racconta Elvis Presley dal punto di vista della moglie ed è basato sul memoir di Priscilla Presley Elvis and me del 1985. Inevitabile il confronto con il recente Elvis di Baz Luhrmann. L’assenza dei brani originali del re del rock – la richiesta alla Elvis Presley Enterprises è stata respinta – non dovrebbe aver inciso troppo sul racconto, almeno secondo la stessa Coppola che ha anzi dichiarato: «Ci ha reso più creativi».
Un irriconoscibile Adam Driver sarà Enzo Ferrari nel biopic diretto da Michael Mann. Dopo aver interpretato Maurizio Gucci, la star si confronterà dunque con il Drake, un’altra icona italiana. Totalmente sopra le righe è invece il ritratto di Pinochet tratteggiato da Pablo Larrain che con il suo El Conde immagina che il dittatore cileno sia sopravvissuto e diventato un vampiro. Avrà invece come star Mads Mikkelsen ila pellicola The Promised Land, del regista danese Nikolaj Arcel, che riporta gli spettatori nel 1755 quando il capitano Ludvig Kahlen, caduto in disgrazia, decise di fondare una colonia in nome del re in una brughiera inabitabile, con lo scopo di ottenere un titolo nobiliare.
Fuori concorso The Caine Mutiny Court-Martial ultimo film di Friedkin
A volte storie già raccontate più volte trovano nuove sfumature e dettagli nelle mani di nuovi registi. Oltre al già citato La società della neve – che riporta sul grande schermo la storia della squadra di rugby uruguaiana già al centro di I sopravvissuti delle Ande e Alive cult assoluto di Frank Marshall del 1993 – fuori concorso verrà presentata l’ultima opera di William Friedkin, scomparso lo scorso 7 agosto. Si tratta di The Caine Mutiny Court-Martial sull’ammutinamento raccontato nel film del 1954 con Humphrey Bogart e in quello di Robert Altman del 1988. L’originalità surreale e grottesca che contraddistingue il cinema del regista Quentin Dupieux regalerà infine un ritratto imperdibile di Salvador Dalì: il film DAAAAAALI! insisterà sul narcisismo degli artisti partendo dall’iconico pittore. Pur non rientrando nelle proposte di cinema di finzione, non si può non citare un ritratto emozionante che verrà proposto al Lido: quello di Ryuichi Sakamoto firmato da suo figlio Neo Sora in Opus, un film concerto pensato dallo stesso artista, morto a 71 anni il 28 marzo scorso, che ha compiuto un ultimo sforzo per lasciare un dono indimenticabile al mondo dell’arte, alla sua famiglia e agli amanti della musica.
Venezia 80, al via la Mostra del Cinema: apre Comandante con Favino
Tutto pronto per l’80esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, la più importante rassegna italiana per il grande schermo. Mercoledì 30 agosto alle ore 19, sul palco della Sala Grande del Palazzo del cinema ci sarà Caterina Murino, nuova madrina della kermesse che ha già fatto la tradizionale passeggiata e il bagno sulla battigia del Lido. «Sono strafelice, ho accettato questo ruolo come un regalo», ha dichiarato l’attrice, ex Bond Girl in Casino Royale. «Per la cerimonia d’apertura sarò spontanea, una padrona di casa. Chiedo già perdono al direttore Barbera». Nella serata inaugurale è prevista anche un’esibizione di Malika Ayane, che interpreterà Il cielo in una stanza di Gino Paoli. Sebbene mancheranno alcune star di Hollywood a causa dello sciopero in corso fra attori e sceneggiatori Usa, da oltreoceano arriveranno i protagonisti dei vari film indipendenti come Ferrari, che porterà al Lido Adam Driver.

LEGGI ANCHE: Venezia 80, sette film americani in corsa per il Leone d’Oro
Venezia 80, il programma della prima giornata della Mostra del Cinema
Oltre alla performance musicale di Malika Ayane, la serata inaugurale di Venezia 80 vedrà già l’assegnazione di un premio. La Biennale ha infatti deciso di assegnare il Leone d’oro alla carriera a Liliana Cavani, regista che ha diretto Francesco d’Assisi e I cannibali. «Sono molto felice», ha detto la cineasta sul sito ufficiale. «Ringrazierò sempre la Mostra per questa sorpresa bellissima». Ad accompagnarla sul palco l’attrice britannica Charlotte Rampling, che per lei ha recitato ne Il portiere di notte del 1974 al fianco di Dirk Bogarte. «Liliana è un’artista polivalente dal pensiero anticonformista e libero da preconcetti», ha spiegato il direttore Alberto Barbera. «Una protagonista del nostro cinema che ha segnato gli Anni 60». Il 2 settembre invece riceverà il Leone d’oro alla carriera anche Tony Leung Chiu-wai, attore di Hong Kong e protagonista in Lust, Caution di Ang Lee (2007).

Quanto ai film, il compito di alzare il sipario sull’80esima Mostra del Cinema di Venezia sarà nelle mani di Edoardo De Angelis con il suo Comandante. Prima della proiezione ufficiale del film, gli attori e il regista sfileranno sul red carpet, dove è atteso fra gli altri anche Pierfrancesco Favino. Ambientata nella Seconda guerra mondiale, la trama segue le gesta di Salvatore Todaro, al comando del sommergibile Cappellini della Regia Marina. Nel 1940, nel pieno del conflitto, decise di salvare 26 naufraghi belgi nemici per portarli nel più vicino porto sicuro, come previsto dalla legge del mare. Una decisione che mise a repentaglio la sua vita e quella dei suoi uomini. Nel cast anche Silvia D’Amico, Arturo Muselli e Massimiliano Rossi.
LEGGI ANCHE: Venezia 80, il programma ufficiale della Settimana della Critica
Da Adam Driver a Jessica Chastain, le star di Hollywood presenti al Lido
Sebbene a Hollywood prosegua senza sosta lo sciopero di attori e sceneggiatori, che rispettivamente hanno superato i 40 e i 100 giorni di protesta, Venezia potrà accogliere alcune celebrità. Il sindacato Sag-Aftra e la sua presidente Fran Drescher hanno infatti concesso una deroga provvisoria per tutti gli interpreti coinvolti in film indipendenti, ossia non rappresentati dall’Amptp, associazione delle major americane come Disney o Netflix contro cui si sta combattendo. Al Lido ci sarà, come ha sottolineato anche Variety, Adam Driver ma non Penélope Cruz per Ferrari, l’atteso biopic di Michael Mann. Presente anche Priscilla Presley, moglie del re del rock Elvis, per la presentazione del film sulla sua vita diretto da Sofia Coppola. Previsto l’arrivo sul red carpet anche degli attori protagonisti Cailee Spaeny e Jacob Elordi.
A Venezia 80 ci sarà anche Mads Mikkelsen, volto principale di Bastarden di Nikolaj Arcel. Ufficiale la presenza di Jessica Chastain per Memory di Michel Franco, prima performance dopo l’Oscar in Gli occhi di Tommy Faye nel 2022. Non ci saranno purtroppo Bradley Cooper per il suo Maestro, Emma Stone e Willem Dafoe per Povere creature e Michael Fassbender per The Killer, nuovo film del regista di Fight Club David Fincher.
Johnny Depp, arriva al cinema il nuovo film Jeanne du Barry
A un anno dalla conclusione del processo per diffamazione contro l’ex moglie Amber Heard, Johnny Depp torna al cinema. Il divo di Hollywood sarà infatti dal 30 agosto nelle sale italiane con Jeanne du Barry – La favorita del re diretto dalla regista francese Maïwenn. Presentato in anteprima al Festival di Cannes 2023, racconta la storia di una giovane donna che nel XVIII secolo utilizza il proprio fascino e l’acuta intelligenza per entrare nelle grazie del sovrano ed elevare il suo stato sociale. Nel cast, oltre alla star americana e alla stessa regista, figurano anche Pierre Richard nei panni del Duca di Richelieu e Pauline Pollmann in quelli di Maria Antonietta. Al doppiaggio italiano Fabio Boccanera tornerà all’ombra di Depp, mente Claudia Catani restituirà nella nostra lingua le battute della protagonista.
LEGGI ANCHE: Johnny Depp acclamato a Cannes: «Hollywood? Non ci penso più»
Jeanne du Barry, trama e cast del nuovo film con Johnny Depp
La narrazione del film, che adatta per il grande schermo una storia realmente accaduta, si concentra sul personaggio di Jeanne Vaubernier (Maïwenn). Nata nel 1743 come figlia illegittima di una povera sarta, nonostante le sue umili origini ha trovato spazio nella vita mondana grazie a cultura e intelligenza, che ha saputo unire al suo fascino. La sua scalata sociale la porta, un giorno, persino alla corte dei Re Luigi XV (Johnny Depp), che inizialmente ignora completamente il suo status di cortigiana. Si avvicina talmente tanto al sovrano da ottenere persino la nomina ad amante ufficiale e il titolo di contessa du Barry.

Dal canto suo, il monarca ritrova un amore spassionato per la vita che aveva perso tra matrimonio e impegni per la corona. La forte passione per Jeanne porterà il re a infrangere le regole di decoro, tanto da permettere alla sua amante di vivere a Versailles, condividendone il letto. Un gesto che solleva immediatamente un polverone in tutta la corte, che non perde tempo per gridare allo scandalo. Mettendo in cattiva luce, parallelamente, soprattutto la giovane Jeanne. È già disponibile online una clip ufficiale del film Jeanne du Barry, che presenta il primissimo incontro tra Luigi XV e la giovane protagonista che, per via della sua sfrontatezza, attira subito gli sguardi dei sudditi presenti.
Le reazioni della stampa estera e gli altri film su Jeanne du Barry
Pur apprezzandone la regia e le inquadrature, la stampa estera non ha accolto con grande ottimismo il ritorno di Johnny Depp al cinema. Il Guardian ha infatti parlato di un film «pretenzioso e stravagante, proprio come le leccornie che vengono sgranocchiate a corte». Per Variety invece è una narrazione che, tentando di ricostruire la reputazione della protagonista, «risulta inaspettatamente piatta trasformando così lo scandalo in una potenziale noia». Se per l’Hollywood Reporter è un film «moscio e superficiale», il Telegraph ha parlato di una pellicola «girata splendidamente con panorami pittorici». Anche in questo caso però la trama non ha convinto a pieno, mentre è stata lodata la recitazione dei due attori pricipali. Per Depp si tratta tra l’altro della prima interpretazione interamente in lingua francese.

Jeanne du Barry non è il primo film a portare al cinema la storia dell’omonima protagonista. Il progetto più recente, che ha ispirato Maïwenn per la sua versione, è Maria Antonietta di Sofia Coppola, uscito nel 2006. Nel cast figuravano Kirsten Dunst nei panni della protagonista e la nostra Asia Argento in quelli di Jeanne. Celebre anche la pellicola del 1954 di Christian Jacque, intitolata semplicemente Madame du Barry, con Martine Carol nelle vesti della cortigiana di Luigi XV. Il primo adattamento della storia invece risale al 1912, con il cortometraggio muto di Albert Capellani Un amour de la Du Barry con protagonista l’attrice francese Stacia Napierkowska.
Oppenheimer re degli incassi in Italia: scalzata Barbie
Il botteghino cinematografico in Italia ha un nuovo padrone. Oppenheimer, ultimo film di Christopher Nolan che racconta la creazione della bomba atomica, ha battuto la concorrenza totalizzando 8,96 milioni di euro di incassi, di cui poco più di 2 soltanto nella giornata di domenica 27 agosto. Molto più staccato La casa dei fantasmi della Disney che nelle ultime 24 ore ha guadagnato 315 mila euro, arrivando a quota 1 milione in poco meno di una settimana. Cade così dopo oltre un mese Barbie, che si accontenta di altri 234 mila euro ma supera quota 30 milioni al box office italiano. È abbondantemente il film più visto dell’anno solare in Italia, con poco più di 4 milioni di biglietti venduti, oltre il 50 per cento in più di Super Mario Bros, piazzatosi secondo.
Top 10 #Cinetel #BoxOfficeItalia 24/08 – 27/08:
1 OPPENHEIMER (€6877264)
2 CASA DEI FANTASMI (875177)
3 BARBIE (645017)
4 SHARK 2 (217431)
5 BLUE BEETLE (195576)
6 ELEMENTAL (109007)
7 SI ALZA IL VENTO (86388)
8 PEGGIORI GIORNI (78435)
9 BELLA ESTATE (59086)
10 MASTANEY (49448) pic.twitter.com/JEpCEaapLM— Cinetel (@CinetelWeb) August 28, 2023
La classifica Cinetel vede ai piedi del podio Shark 2 – L’abisso con Jason Statham, che con altri 84 mila euro ha abbattuto il muro dei 5 milioni al botteghino. Si avvicina ai risultati del primo capitolo, che nell’agosto 2018 si fermò a 5,8 milioni di euro. In Top 5 anche Blue Beetle con altri 70 mila euro domenica 27 agosto e un totale di appena 910 mila. Con un ottimo weekend al cinema, Oppenheimer in meno di una settimana ha già battuto i risultati in Italia di Tenet e Dunkirk, gli ultimi due film di Christopher Nolan. Il primo, uscito però nel pieno della pandemia, si fermò infatti a 6,7 milioni di euro, mentre il secondo ha totalizzato 8,8 milioni di euro. Ancora distanti però Il cavaliere oscuro e soprattutto Il cavaliere oscuro – Il ritorno, capaci di raggiungere 13 e 18 milioni di euro nel nostro Paese.
Box office Usa, vince Gran Turismo davanti a Barbie: Oppenheimer solo quarto
Quanto agli States, invece, in cima al botteghino c’è Gran Turismo, adattamento dell’omonimo videogame di corse automobilistiche. Atteso in Italia il 20 settembre, racconta la storia vera di Jann Mardenborough, adolescente abile negli eSport divenuto pilota professionista della Nissan. Nel cast anche Orlando Bloom. Secondo i dati Mojo Box Office, nel weekend ha incassato 17,3 milioni di dollari (circa 16 milioni di euro), riuscendo a superare seppur di poco Barbie. Il cult sulla bambola Mattel con Margot Robbie ha guadagnato altri 17,1 milioni di dollari (circa 15,9 milioni di euro), arrivando all’incredibile cifra di 1,34 miliardi in tutto il mondo. Diventa così il 18esimo film più redditizio di sempre, il secondo del 2023. Super Mario Bros, però, con i suoi 1,35 miliardi è ormai prossimo a cedere il primato. Terzo Blue Beetle, quarto Oppenheimer.
Oppenheimer e l’esaltazione del talento di Cillian Murphy
La sua interpretazione in Oppenheimer sembra avergli già assicurato un posto da protagonista nella corsa agli Oscar, ma chi segue da tempo la carriera di Cillian Murphy sa che il successo ottenuto grazie al film diretto da Christopher Nolan è solo il più recente tassello di un percorso che ha sempre messo in evidenza il suo talento versatile.
I primi passi nella musica e la folgorazione col teatro
L’attore irlandese ha iniziato la sua carriera a teatro, dopo aver provato a muovere i primi passi nel mondo dello spettacolo grazie a una band musicale jazz-rock, Sons of Mr. Green Genes. Il passaggio alla recitazione non è però avvenuto a causa del flop del progetto: il gruppo aveva infatti ricevuto un’offerta, poi rifiutata a causa degli impegni scolastici e della cifra esigua che avrebbero guadagnato, che li avrebbe potuti portare a firmare un prestigioso contratto discografico. Cillian, durante dei fallimentari studi in legge all’Università di Cork, ha però successivamente trovato la sua vocazione nella recitazione, iniziando a ottenere piccoli ruoli in spettacoli teatrali.

Disco pigs, a 20 anni e senza esperienze di rilievo
Il primo progetto importante è quindi arrivato nel 1996 quando, dopo un’audizione, ha ottenuto la parte di un teenager dal carattere complicata in Disco pigs di Edna Walsh. A soli 20 anni e privo di esperienze di rilievo, Murphy è riuscito a diventare protagonista dell’acclamato show grazie alla sua presenza scenica: Walsh ha infatti ricordato in varie interviste che durante il loro primo incontro aveva notato la sua capacità di risultare enigmatico e carismatico. Dopo il tour di Disco Pigs, andato in scena in varie parti del mondo tra cui anche Australia e Canada, Cillian ha ampliato le sue esperienze con progetti televisivi e cinematografici, come The Trench con l’allora talento emergente Daniel Craig.
Il successo internazionale nel 2002 grazie agli zombie
A regalargli il successo internazionale è stato però 28 giorni dopo, l’horror post-apocalittico firmato da Danny Boyle in cui ha interpretato Jim, un giovane che si risveglia da un coma e si ritrova alle prese con un mondo invaso dagli zombie. Dopo il film, uscito nelle sale nel 2002, Cillian non ha smesso di recitare a teatro, pur continuando a mietere consensi con le sue performance sugli schermi, tra ruoli da co-protagonista come quello in Intermission accanto a Colin Farrell, a brevi apparizioni in progetti di grande richiamo come Ritorno a Cold mountain o La ragazza con l’orecchino di perla.
La svolta grazie alla collaborazione con Christopher Nolan
Tra i pilastri della sua carriera e della sua vita personale c’è quindi la collaborazione con Christopher Nolan. Il regista, nel 2005, lo aveva persino considerato un possibile interprete di Bruce Wayne in Batman Begins, affidandogli poi la parte del Dottor Jonathan Crane, ossia lo Spaventapasseri, villain che si è ritagliato un posto nella classifica dei fan dedicata ai migliori cattivi negli adattamenti dei fumetti della DC. Murphy e Nolan hanno successivamente collaborato nuovamente nei due successivi progetti con al centro il Cavaliere Oscuro, e sul set di Inception e Dunkirk.

Personaggi complessi e ricchi di sfumature, come la donna transgender
In attesa di ottenere una parte da assoluto protagonista in uno dei progetti del regista, Cillian ha però continuato a far parlare di sé mettendosi costantemente alla prova con personaggi complessi e ricchi di sfumature: dalla donna transgender in cerca della madre nel film Breakfast on Pluto, diretto da Neil Jordan, al giovane dottore Damien O’Donovan protagonista del film storico Il vento che accarezza l’erba di Ken Loach, vincitore della Palma d’oro, che ha avuto per lui una particolare importanza raccontando la guerra civile irlandese.

Pubblico e critica definitivamente conquistati con Peaky Blinders
Senza mai mettere in secondo piano la sua passione per il teatro, Cillian ha trovato il tempo anche per lavorare nuovamente sotto la guida di Boyle in occasione di Sunshine e l’attore ha recentemente rivelato che spera ancora di girare il sequel di 28 giorni dopo, ironizzando che potrebbe intitolarsi 28 anni dopo, considerando il tempo trascorso dalla prima volta che ha interpretato Jim. Prima dell’importante ruolo di Robert Oppenheimer, Cillian Murphy aveva già conquistato negli ultimi anni il pubblico e la critica in modo unanime grazie al ruolo di Thomas Shelby nella serie Peaky Blinders ideata da Steven Knight. La storia del leader della gang al centro della trama ha tenuto incollati agli schermi gli spettatori per ben sei stagioni e i fan stanno ora attendendo il film e gli altri progetti in fase di sviluppo per scoprire cosa accadrà all’ormai iconico personaggio.
Dieta rigida per interpretare lo scienziato Oppenheimer
Nonostante la grande amicizia e il rapporto di stima reciproca che li lega da anni, Cillian ha ammesso che è rimasto sorpreso quando Nolan gli ha offerto il ruolo da protagonista in Oppenheimer: «Ogni attore al mondo vuole lavorare con lui ed essere un protagonista. Non potrei pensare a un’altra parola oltre al fatto che si tratta di un sogno che diventa realtà. Sembra un cliché, ma è la verità. Ma non avevo idea del fatto che mi avrebbe chiamato, lo ha fatto a sorpresa e non sapevo il motivo. Poi ha detto: “Realizzerò questo film su Oppenheimer e vorrei che tu interpretassi Oppenheimer”. Si tratta di un grande shock, e molto piacevole, ma poi pensi “Okay, ho molto lavoro da fare”». Non solo l’attore ha così compiuto diverse ricerche per poter interpretare nel migliore dei modi lo scienziato, ma si è totalmente immerso nella sua performance, seguendo una dieta incredibilmente rigida per ottenere un fisico il più possibile simile a quello di Oppenheimer, e rimanendo costantemente concentrato, al punto da non socializzare con gli altri membri del cast nemmeno durante le pause delle riprese.

«Non ho mai assistito a un sacrificio più grande compiuto da un attore»
Matt Damon ha sottolineato: «Il suo cervello era semplicemente troppo pieno». Emily Blunt, interprete della moglie del protagonista, ha invece aggiunto che Cillian doveva fare i conti con l’incredibile pressione mentale e fisica, rendendo quindi totalmente comprensibile la sua assenza dalle cene di gruppo. A lodare l’interpretazione del collega è stato anche Robert Downey Jr che non ha usato mezzi termini nel dichiarare: «Non ho mai assistito a un sacrificio più grande compiuto da un attore protagonista nella mia carriera. Sapeva che sarebbe stata una vera impresa quando Chris l’ha chiamato, ma penso inoltre che abbia l’umiltà richiesta per sopravvivere all’interpretazione di un ruolo come questo».

Nel futuro c’è ancora una volta un ritorno alle “origini”
Un’umiltà che ben si riflette nel modo in cui la star difende la propria vita privata, proteggendo la moglie Yvonne McGuinness e i due figli dall’attenzione mediatica. Dopo Oppenheimer, e la più che prevedibile nomination agli Oscar, nel futuro di Cillian Murphy c’è ancora una volta un ritorno alle “origini”: l’attore collaborerà con il regista Tim Mielants, con cui ha lavorato a Peaky Blinders, e con la sceneggiatrice Enda Walsh per realizzare il film Small Things Like These, in cui avrà la parte di un uomo che scopre un segreto che coinvolge la sua vita e il passato di un convento della sua città.
Le controversie su Oppenheimer e quel taglio troppo indulgente su atomica e guerra
È il film più atteso dell’anno, dopo Barbie di Greta Gerwig, s’intende: Oppenheimer di Christopher Nolan esce finalmente il 23 agosto anche nelle sale italiane ed è, come ha scritto Caryn James sul sito della Bbc, «fantasioso in modo audace e il suo lavoro più maturo». In tre ore ricche di tensione racconta la storia del fisico chiamato a guidare il gruppo di esperti che sotto il nome di Progetto Manhattan lavorò all’invenzione della bomba atomica. Il regista decide infatti di farne un thriller più che un biopic, e il tempo passa piuttosto in fretta, ma oltre agli elogi della critica ci sono anche alcune controversie, soprattutto per il taglio indulgente nei confronti del suo protagonista.
Le ambivalenze del protagonista non vengono mai condannate
La storia è nota: dopo l’invasione della Polonia nel 1939, Albert Einstein e altri fisici emigrati negli Stati Uniti scrivono al presidente Theodore Roosevelt per informarlo che grazie alla ricerca di alcuni studiosi (tra cui Enrico Fermi) a breve sarà possibile costruire armi nucleari. Il rischio però è che questi studi finiscano nelle mani dei nazisti, perciò due anni dopo l’attacco di Pearl Harbor gli Usa costruiscono un laboratorio segreto per realizzare per primi la bomba atomica. A guidare il gruppo di lavoro è J. Robert Oppenheimer (interpretato dall’irlandese Cillian Murphy, alla sua quarta prova con Nolan) ed è soprattutto attorno a lui che si muovono le critiche: il film è tutto dalla sua parte e le sue ambivalenze non vengono mai condannate, che si tratti del tema della guerra e del disarmo (attuale per i riflettori puntati soprattutto sull’Ucraina) oppure delle omissioni sulle conseguenze durature dell’atomica, o dell’aver abitato una terra sottratta da un giorno all’altro agli abitanti di Los Alamos, o del modo in cui si relazionava alle donne.

Distogliere lo sguardo: un’omissione di responsabilità
La scena delle detonazioni delle bombe, per esempio, è tra i momenti più alti dell’acclamata filmografia di Nolan, ma le cose cambiano se si mette per un attimo da parte la critica puramente cinematografica e si riflette invece sulle implicazioni politiche del film. Una sequenza è estremamente significativa, quella in cui, alcune settimane dopo le bombe, il gruppo di lavoro guarda le immagini della distruzione che la ricerca ha prodotto. Il pubblico non vede quelle immagini proiettate, perché Nolan sceglie di mostrare solamente Robert Oppenheimer nel suo distogliere lo sguardo. Dal momento che Nolan si è rifiutato di commentare questa scena, il Los Angeles Times ha interpellato alcuni esperti, tra cui la storica Naoko Wake, autrice di un saggio che raccoglie oltre 130 testimonianze di sopravvissuti statunitensi che si trovavano a Hiroshima e Nagasaki, il cui intento è andare oltre la contrapposizione sul nucleare che da decenni mostra gli statunitensi come vincitori e i giapponesi come vittime. La docente ha dichiarato che quella sequenza del film «incoraggia anche noi spettatori a distogliere lo sguardo» e che questa costituisce «un’omissione di responsabilità per me, perché se non si capisce cosa è successo non si proverà empatia. Non ci si aprirà al dialogo o alla riconciliazione: per farlo è necessario vedere quelle immagini». Evidentemente Nolan è più interessato a presentare Oppenheimer come un genio vittima del maccartismo che a metterlo in relazione con il tempo presente, un presente in cui persistono molte guerre, ma anche le ragioni dell’attivismo pro disarmo e diverse letture di quel capitolo di Storia.

La moglie di Robert era una studiosa, ma nel film resta marginale
Nel film (ispirato al libro scritto da Kai Bird e Martin J. Sherwin e premiato con il Pulitzer), le donne sono in buona sostanza solo due, quelle con cui lo scienziato ha avuto delle relazioni, e hanno molto poco spazio nonostante numerose fonti le mostrino come fossero entrambe dotate di una spiccata personalità. Innanzitutto Kitty, la moglie di Robert, qui interpretata da Emily Blunt: anche lei era una studiosa, ma per Nolan diventa rilevante solo per qualche minuto, quando mostra tutta la sua capacità dialettica nel difendere il marito accusato di essere una spia sovietica.

Una scena di sesso con Jean ha destato scalpore in India
Le cose non sono molto diverse per Jean (Florence Pugh) che il regista presenta come l’occasione di Oppenheimer per sentirsi virile. Che Nolan non sia femminista è cosa nota, ma qui in più c’è anche un’altra questione che ha fatto inorridire il governo nazionalista di Narendra Modi in India, perché un attimo prima di un rapporto sessuale Robert recita un verso della Bhagavad Gita, il più sacro dei testi indù: «Ora sono diventato la morte, il distruttore di mondi». Una frase che il pubblico è chiamato ad associare al progetto di distruzione da cui Oppenheimer era assorbito. Il nudo integrale della giovane Florence Pugh è poi stato alterato in India e in alcuni Paesi in Medio Oriente, in accordo con la casa di distribuzione Universal Pictures che ha preferito la censura al divieto di proiezione.

Polemiche in Giappone, dove manca ancora una data di uscita
Anche in Giappone ci sono state forti proteste, oltre a quelle nei confronti di Warner Bros, che per pubblicizzare il suo Barbie ha ironizzato sulla competizione tra i due film (Barbienheimer) creando un meme con gli attori Margot Robbie e Cillian Murphy davanti a uno sfondo in fiamme, più altri post che la divisione giapponese di Warner Bros ha definito «deplorevoli», costringendo la casa madre a delle scuse. Il tema è anche in quel caso la leggerezza con cui si tratta un evento tragico che ha conseguenze ancora oggi. A inizio agosto si è celebrato il 78esimo anniversario delle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki che causarono la morte di circa 150 mila persone e per quanto Oppenheimer eviti di mostrare quegli episodi, non ha a oggi una data di uscita in Giappone.

Nessun riferimento agli indigeni espropriati delle loro terre
Un’altra controversia che ha colpito il film riguarda il modo in cui si tace sugli abitanti indigeni espropriati delle loro terre per permettere la costruzione del laboratorio in New Mexico. Nel 1942 l’esercito degli Stati Uniti diede infatti appena 48 ore di tempo alle 32 famiglie residenti a Los Alamos per lasciare le loro case e poi raderle al suolo. Inoltre nessuno si preoccupò degli animali presenti. Come riporta l’agenzia di stampa Reuters, gli agricoltori ispanici vennero risarciti in misura significativamente inferiore rispetto ai proprietari bianchi, e le persone che hanno protestato per anni hanno poi vinto due vertenze collettive sulla parità di retribuzione e trattamento. Il laboratorio che fu un vanto per Oppenheimer rappresenta con i suoi 14 mila dipendenti il più grande datore di lavoro della regione, ma questa e altre omissioni rendono il film, che lo dipinge come un genio, quantomeno controverso.
Da Braveheart ad American Sniper, 5 film basati su eventi reali pieni di inesattezze
Spesso il cinema, pur trattando eventi realmente accaduti, sceglie di discostarsene cambiando alcuni fatti. Una licenza diffusa, volta ad adattare meglio una storia al grande schermo, ma che in diverse occasioni è talmente radicale da sollevare forti polemiche. È il caso di The Blind Side, film del 2009 sull’adolescenza dell’ex giocatore di football Michael Oher, adottato da una famiglia evangelica, i Tuohy. Dopo quasi 15 anni dall’uscita, però, il protagonista ha fatto causa ai suoi genitori, dicendo che la storia si basa su una «grande bugia». Oltre a non aver mai firmato un certificato di adozione, Oher non ha ricevuto un soldo dal successo della pellicola. La polemica è sfociata sui social, tanto che diversi fan hanno chiesto persino la restituzione dell’Oscar vinto da Sandra Bullock per il ruolo della madre. Da a Captain Phillips ad American Sniper, passando per Titanic, i cinque film più discussi.
Le inesattezze storiche dei film basati su eventi realmente accaduti
U-571, per Tony Blair fu un «affronto all’esercito inglese»
Nel 2000 uscì in sala U-571, film con Matthew McConaughey e Jon Bon Jovi ambientato durante la Seconda guerra mondiale. La storia segue un sommergibile americano che avrebbe cambiato le sorti del conflitto per aver rintracciato e sottratto ai nazisti la macchina Enigma per la cifratura dei messaggi. Peccato che a farlo furono i britannici, ben un anno prima di quanto descritto nel film. Ne derivò una polemica che coinvolse anche l’allora premier inglese Tony Blair, che parlò di un «affronto all’esercito di Sua Maestà». Il presidente Usa Bill Clinton rispose con una lettera aperta al popolo britannico, ricordando che si trattava di una semplice opera di fantasia e non di un documentario.

Captain Phillips, il capitano eroe che ha ignorato gli avvertimenti
Paul Greengrass diresse nel 2013 Tom Hanks in Captain Phillips – Attacco in mare aperto, che si concentra sul dirottamento di una nave americana da parte di un gruppo di pirati somali. Nel lungometraggio, tutto si conclude grazie al coraggio del capitano che, con nervi d’acciaio e sangue freddo, salva il suo equipaggio. Pur basandosi sul libro di memorie dello stesso Richard Phillips, la storia non sarebbe del tutto attendibile. Alcuni ex marinai della Maersk Alabama infatti hanno sottolineato che il comandante ignorò ben sette mail di avvertimento sulla presenza dei pirati. Inoltre non avrebbe mai affrontato il nemico a bordo.

Braveheart, un crogiolo di inesattezze storiche nel film con Mel Gibson
Gli errori storici e le inesattezze non hanno risparmiato nemmeno un cult come Braveheart. Il film con Mel Gibson, come sottolinea il Guardian, è così inattendibile da far sembrare U-571 «una verità evangelica». Il protagonista William Wallace non crebbe in povertà, ma fu membro dell’aristocrazia. Non incontrò inoltre la regina Isabella di Francia, che tra l’altro negli anni della storia era ancora una bambina. I kilt, che spesso indossa durante alcune scene, sarebbero stati inventati secoli dopo. Persino la battaglia di Stirling Bridge non ebbe luogo in un campo ma, come suggerisce il nome stesso, su un ponte. Un vero mix di inesattezze che però non ha impedito al film di entrare nella storia del cinema come un grande successo degli Anni 90.
Titanic, le polemiche attorno alla figura del primo ufficiale Murdoch
Parlando di cult, impossibile non citare anche Titanic, film di James Cameron fra i più redditizi della storia. Sebbene racconti pedissequamente la tragedia del transatlantico, il regista di Avatar si è preso delle licenze poco gradite ai parenti di alcuni passeggeri. Su tutti, spicca il caso del primo ufficiale William Murdoch, che nel film, preso dal panico, uccide un uomo sul ponte prima di suicidarsi con la sua pistola. Peccato che però non sia mai successo. La sua famiglia ne ha contestato aspramente il ritratto, parlando di una narrazione che ha «negato la sua reputazione di eroe» in quanto lanciò diverse scialuppe di salvataggio in acqua. Per sedare la polemica, il vicepresidente della Fox si è scusato personalmente e ha donato circa 6 mila euro a una scuola della città natale di Murdoch.
American Sniper, quante inesattezze nel film di Clint Eastwood
L’ultimo caso celebre riguarda American Sniper, film di Clint Eastwood con Bradley Cooper nei panni di Chris Kyle, marine dell’esercito americano. Basato sulle memorie dello stesso protagonista, ucciso in un poligono di tiro da un commilitone con problemi psichici, sarebbe pieno di affermazioni prive di fonti attendibili. Nel libro Kyle ha riportato un falso numero di medaglie al valore ricevute per il servizio militare e ha ricordato di aver ucciso due ladri nel 2009, evento di cui però non ci sono prove. Quanto al film, è già dubbia la prima scena in cui spara a un bambino in Iraq. Secondo alcuni marines che erano presenti con lui, non sarebbe mai accaduto. Il suo acerrimo nemico Mustafa potrebbe non essere mai esistito, tanto che i due non si sarebbero mai incontrati in battaglia.
Il naso ebreo di Bradley Cooper e le pretese anti-woke di noi bianchi
«Un giorno, da qualche parte, troveremo un nuovo modo di vivere, un nuovo modo di perdonare», cantano Maria e Tony in Somewhere, uno dei brani più celebri di West Side Story. Come dimostrano le polemiche scoppiate intorno al biopic Maestro dedicato al suo autore, Leonard Bernstein, quel giorno e quel luogo sono ancora lontani. E non è facile nemmeno riferire il motivo della polemica in termini che non sembrino negazionisti, riduzionisti o, al contrario, fanaticamente woke. Tutto gira intorno al naso del protagonista e regista del film, quell’adorabile marcantonio di Bradley Cooper, non ebreo (padre di origine irlandese, madre italiana di ceppo napoletano-abruzzese, come riferisce pignolamente la voce inglese di Wikipedia), che per accentuare la sua somiglianza con il marcantonio ebreo Bernstein ha indossato un naso finto, anche più pronunciato di quello del celebre direttore d’orchestra.
La «Jewface» e le critiche social degli attori di origine ebraica
L’artificio, definito «Jewface», epitome dell’eterno stereotipo somatico dell’israelita, è stato fortemente criticato sui social da alcuni attori di origine ebraica, scatenando una tempesta di repliche, da quelle autorevoli e pacate dei figli di Bernstein, che Cooper ha coinvolto durante tutta la lavorazione del film, alle più sarcastiche e sconclusionate («ma la Sirenetta nera vi andava bene, eh?»). Nel mezzo ci sono le argomentazioni “professionali”: «Se Cooper non è in grado di impersonare un ebreo senza mettersi un naso finto, avrebbe fatto meglio a scegliersi un altro personaggio», ha obiettato, fra gli altri, l’attrice inglese Tracey-Ann Oberman su Instagram. Non c’è bisogno di scomodare Charlton Heston, che interpretò Ben Hur, Mosè e Giovanni Battista sfoggiando un perfetto nasino wasp; lo stesso Bradley Cooper in tempi più recenti ha vestito i panni di Elephant Man a teatro senza imporsi le protesi deformanti indossate dall’impareggiabile John Hurt nel film del 1980.

Cooper aveva recitato al naturale la parte di uno sfigurato dalla leptospirosi
Possibile che al divo di A Star Is Born riesca più facile recitare al naturale la parte di un gentile orribilmente sfigurato dalla leptospirosi che quella di un prestante musicista ebreo dal naso non più pronunciato di quello di tanta gente? E soprattutto, possibile che non gli sia passato per la mente che siamo nell’epoca meno adatta per sottolineare l’etnicità di un personaggio attraverso l’enfatizzazione posticcia di tratti somatici come il naso o il colore della pelle, sia pure, come nel caso di Bernstein, con il beneplacito dei familiari? Familiari, peraltro, che tempo fa avevano negato il placet a un analogo progetto-Bernstein di Jake Gyllenhaal, ebreo e desideroso da anni di portare sullo schermo la figura dell’artista e i suoi conflitti con la propria identità ebraica. «Così è la vita», si è limitato a commentare l’attore, augurando buona fortuna al film di Cooper.

Anche Golda Meir interpretata dalla bianchissima brit Helen Mirren
Le argomentazioni degli apostoli anti-woke sono prevedibili: l’arte è arte, e allora perché non dare ruoli da serial killer solo a veri serial killer, eccetera eccetera. La domanda sottintesa è: vivaddio, perché noi bianchi (binary, cristiani, abili) non possiamo interpretare chi ci pare, comprese figure provenienti da gruppi che per millenni abbiamo oppresso o escluso, e con più efficacia di attori e attrici appartenenti a quei gruppi? Un po’ di immaginazione e una mano di cerone scuro, e possiamo diventare chi abbiamo deportato dall’Africa e schiavizzato, un naso finto e diventiamo quelli che fino a pochi decenni fa discriminavamo e perseguitavamo. Il ruolo di Golda Meir, sfuggita ai pogrom della Russia zarista, è perfetto per la bianchissima brit Helen Mirren, appartenente comunque anche lei a un’altra minoranza discriminata nel mondo dello spettacolo, le donne anziane: la vedremo presto sullo schermo in Golda.
La lotta all’antisemitismo buona solo per il Giorno della memoria
E comunque, quanto possono interessare al grande pubblico, fatto di gentili, i tormenti interiori che solo un ebreo conosce, e che hanno accompagnato per tutta la vita ebrei di successo come Bernstein o Oppenheimer (protagonista di un altro super-biopic in arrivo in Italia e interpretato dall’irlandese Cillian Murphy), sempre alla ricerca di un’integrazione mai interamente compiuta a causa delle incancellabili radici ebraiche – o meglio, dell’antisemitismo, sentimento tutt’altro che sradicato, anzi? Meglio troncare, sfumare, sopire. Perché un piccolo, imbarazzante particolare finirebbe per pesare come un macigno nella ricostruzione del Grande personaggio, e di ricordarci (a noi non ebrei) quel che non rispolveriamo se non in occasioni circoscritte e dedicate, come il Giorno della memoria, e che negli altri giorni ci è venuto un po’ a noia. Tanto che possiamo anche prendere alla leggera questioni come il «naso ebraico», ed è difficile non pensare a un’altra infelice battuta, non tratta da un film americano ma uscita dalla bocca di una politica italiana, Elly Schlein, che a febbraio del 2023 sottolineava la forma «etrusca» del suo naso e la sua non-ebraicità in quanto relativa «solo» al suo lato paterno.

Bernstein era anche bisessuale: Cooper sarà ricorso a una protesi?
Questi scrupoli dettati dal timore di non essere accettati erano gli stessi di Oppenheimer quando voleva essere chiamato Robert e non Julius, suo nome di nascita (lo stesso di Groucho Marx, per inciso), perché “Julius Oppenheimer” avrebbe dichiarato troppo apertamente le sue origini; gli stessi di Leonard Bernstein quando trasferì nella West Side di New York, fra portoricani e yankee, una trama originariamente collocata nel Lower East Side, dove si fronteggiavano ebrei e irlandesi. (Per inciso: Bernstein era anche bisessuale, ebbe storie gay con il direttore d’orchestra Dimitri Mitropoulos e con il compositore Aaron Copland. Bradley Cooper avrà omesso il particolare o sarà ricorso a una protesi?)
Morta l’attrice Juliette Mayniel, madre di Alessandro Gassman
Addio all’attrice francese Juliette Mayniel, protagonista di numerose pellicole di successo, negli Anni 60 ebbe una relazione con Vittorio Gassman, da cui nacque Alessandro, figlio d’arte che ha dato l’annuncio della sua scomparsa sui social: «Non ci sei più e ci sarai sempre. Ti voglio bene. Buon viaggio mamma». Aveva 87 anni.
Non ci sei più e ci sarai sempre. Ti voglio bene, buon viaggio mamma.
Rippic.twitter.com/zthv2p4gOC
— Alessandro Gassmann
(@GassmanGassmann) July 21, 2023
Nel 1960 vinse l’Orso d’argento per la migliore attrice alla Berlinale
Mayniel era nata a a Saint-Hippolyte il 22 gennaio del 1936. Figlia di contadini, si avvicinò molto presto alla recitazione, diventando uno dei volti della Nouvelle Vague. Tra i suoi film si ricordano Occhi senza volto (1960), Peccati in famiglia (1975), Il vizio di famiglia (1975), I prosseneti (1976), Il maestro di violino (1976), Di padre in figlio (1982). Per la televisione recitò in diversi sceneggiati tra cui L’Odissea (1968) – nel ruolo di Circe – e Madame Bovary (1978). Nel 1960 vinse l’Orso d’argento per la migliore attrice al festival di Berlino per la parte di Annette nel film Storia di un disertore.

Lasciate le scene, da una ventina d’anni viveva in un piccolo paesino del Messico
Con Vittorio Gassmann ebbe un’importante relazione a metà degli Anni 60, quando il grande attore italiano aveva già due figlie da due precedenti compagne: dal loro amore nacque nel 1965 Alessandro, che poi ha intrapreso la professione dei genitori, che si separarono quando lui aveva solo tre anni. Lasciate le scene, Mayniel da una ventina d’anni viveva in un piccolo paesino del Messico, San Miguel de Allende, dove è scomparsa. Oltre che madre di Alessandro Gassman, era anche nonna del cantante Leo.
Barbienheimer, fenomenologia della sfida al cinema tra Barbie e Oppenheimer
Non potrebbero esserci due film più diversi a scontrarsi nelle sale americane e, nonostante Hollywood sia alle prese con un evento storico come il doppio sciopero degli attori e degli sceneggiatori, ai box office a stelle e strisce il 21 luglio va comunque in scena l’atteso Barbienheimer, ossia la lotta all’ultimo biglietto venduto per conquistare la vetta dei titoli più visti dell’estate 2023. La sfida Barbie contro Oppenheimer in Italia, purtroppo, non è prevista: il progetto ispirato all’iconica bambola della Mattel debutta giovedì 20 luglio, mentre i fan di Christopher Nolan devono attendere oltre un mese, fino a mercoledì 23 agosto. In tutto il mondo, tuttavia, l’attesa per il confronto diretto è proseguita a suon di meme, inviti ad acquistare i biglietti per il doppio spettacolo nei cinema, e un terzo incomodo, il settimo capitolo di Mission: Impossible che verrà “sfrattato” dalle sale Imax a pochi giorni dalla sua distribuzione.

«Il weekend di Nolan», cioè gli ultimi giorni di luglio
Oppenheimer è stato fin da subito destinato a un’uscita in quella che, dal 2008, viene definita «il weekend di Nolan» per l’evidente preferenza del regista per far trascorrere i suoi fan nelle sale gli ultimi giorni di luglio. Non c’è quindi da stupirsi che la scelta di controprogrammare il debutto di Barbie nella stessa giornata potrebbe, come riportato da alcune fonti delle testate specializzate, aver infastidito Christopher Nolan. Secondo alcune teorie la decisione sarebbe persino stata presa dallo studio avversario come “vendetta” per le dichiarazioni rilasciate nel 2021 contro la scelta della Warner di far debuttare i suoi film in contemporanea nelle sale e sulla piattaforma di streaming HBO Max. A prescindere dalle reali motivazione, i due studios e le star hanno affrontato la sfida con campagne che li hanno portati in giro per il mondo fino agli ultimi minuti prima dello sciopero proclamato da Sag-Aftra, e tutti gli artisti coinvolti non sono riusciti a sfuggire alle inevitabili domande su Barbienheimer, svelando il diverso approccio alla surreale, e divertente, situazione.
A THREAD of Barbenheimer posters pic.twitter.com/X7E5BtNKlo
— Shadow Knight (@shadowknightdk) July 15, 2023
Margot Robbie è rimasta conquistata da un meme ideato come poster: «Ho intenzione di farlo stampare su una t-shirt e provare a farmelo firmare da Cillian Murphy!». La star di Oppenheimer ha avuto altrettante parole pacifiche ribadendo: «Penso sia grandioso. Andrò a vedere Barbie. Non vedo l’ora e penso che sia fantastico per il settore e per il pubblico». Christopher Nolan è perfettamente d’accordo con la sua star e ha ricordato: «L’estate, in un mercato in salute, è sempre piena e abbiamo affrontato queste situazioni a lungo. Penso che chi si interessa ai film stesse realmente aspettando di avere nuovamente un mercato ricco di proposte».
Pure Tom Cruise involontariamente coinvolto
Nel frattempo sono le persone comuni a divertirsi e a trarre profitto dalla sfida condividendo immagini, fanart, meme, poster alternativi online e a vendere merchandise ispirato al fenomeno Barbienheimer. A trovarsi involontariamente coinvolto, considerando gli slittamenti causati dalla pandemia, è Mission: Impossible – Dead Reckoning Parte 1. Tom Cruise, reduce dal successo ottenuto da Top Gun: Maverick, sperava di potersi godere un’altra estate all’insegna del dominio ai box office. Il film sul “padre” della bomba atomica lo priverà persino delle sale Imax che avrebbero potuto dare una spinta significativa ai guadagni. Nonostante il comprensibile disappunto, sono stati proprio McQuarrie e Cruise a proclamare la tregua posando per primi con i biglietti per andare a vedere Barbie e Oppenheimer.
La star di Hollywood aveva dichiarato: «Amo un doppio spettacolo e non potrebbe essere più esplosivo (o più rosa)». Il lieto fine del Barbienheimer sembra infatti quello di vedere entrambi i film, persino nello stesso giorno. La catena Amc, per andare incontro alle richieste degli spettatori, ha deciso di anticipare gli orari delle prime proiezioni della giornata, permettendo così a chi lo volesse di passare da una sala all’altra. A rispondere all’appello delle star, sul suolo americano, sono già stati oltre 20 mila fan che si regaleranno una maratona che sembra già destinata a entrare nella storia del cinema.
Chi vincerà la sfida? Le previsioni dicono Barbie
Con una campagna fermata bruscamente a causa dello sciopero degli attori, Oppenheimer, il cui budget è stato leggermente inferiore rispetto a Barbie (100 milioni contro 150 milioni di dollari) non potrà sfruttare pienamente la spinta data dalla promozione che, lo studio rivale, ha reso centrale. Le tematiche e le atmosfere completamente diverse sembrano in grado di attirare nelle sale un target molto diverso di spettatori, ma una buona fetta di pubblico si sovrapporrà. Il sito BookMyShow, che raccoglie l’interesse dei potenziali spettatori, registra una vittoria schiacciante del film di Nolan che ha superato, a una settimana dal debutto, quota 239 mila persone in attesa di vedere Oppenheimer, mentre Barbie non va oltre le 92 mila. Le previsioni degli esperti prevedono comunque una vittoria del mondo rosa della Mattel ai box office con un potenziale debutto compreso tra i 70-80 e 100 milioni di dollari, mentre il rivale non supererebbe i 50 milioni.
Warner Bros ha inoltre lanciato una campagna marketing capillare e le polemiche che hanno rischiato al film di essere vietato in vari Paesi come Vietnam e Filippine, legate a un disegno, la mappa del viaggio che Barbie deve compiere per arrivare nel mondo reale, che si sosteneva fosse la “linea dei nove tratti” (una rappresentazione a forma di “U” delle pretese territoriali della Cina nel Mar Cinese Meridionale), sembrano rientrate dopo la rassicurazione che la mappa mostrata nel film fosse totalmente priva di significati politici e permettendo di “oscurarla” in alcuni Stati, assicurandosi così la presenza nel maggior numero di nazioni possibile.
Il pubblico femminile potrebbe fare la differenza
A fare la vera differenza, secondo gli esperti del settore, sembra però il pubblico femminile che viene indicato come il più interessato a immergersi nell’universo di Barbie attraverso una prospettiva femminista e ironica che unirà realtà e finzione per raccontare una ricerca della propria identità che, sulla carta, potrebbe essere in grado di rivolgersi a un pubblico molto più ampio rispetto a quello della storia piena di tensione e drammaticità degli eventi che hanno portato alla nascita della bomba atomica.
Live-action ispirato a Barbie in sviluppo dal 2009
Il progetto di realizzare un film live-action ispirato a Barbie è entrato in fase di sviluppo nell’ormai lontano 2009, cambiando radicalmente la sua natura nel corso degli anni e passando nelle mani di tre studios prima di approdare nei titoli di Warner Bros ed essere affidato alla regista Greta Gerwig, che ne ha scritto la sceneggiatura in collaborazione con il partner, nella vita e nel lavoro, Noah Baumbach.

Nonostante la fonte di ispirazione e il dominio del rosa in tutte le sue sfumature, al punto che la scenografa Sarah Greenwood sostiene di aver causato una carenza di vernice della sfumatura voluta a livello internazionale, la storia portata sul grande schermo affronterà tematiche importanti mostrando la protagonista alle prese con una crisi esistenziale che la spinge a far visita al mondo reale pur di trovare delle risposte. Situazione difficile anche per il Ken di Ryan Gosling che è consapevole che non esiste in modo indipendente da Barbie, come ha anticipato un video promozionale che ha regalato ai fan degli estratti di una scena musicale in cui la star canadese condivide i dubbi del suo personaggio.
Nostalgia per l’infanzia, riferimenti pop, colori accesi
Molte delle star coinvolte nelle riprese appariranno nel ruolo di varie versioni di Barbie, tutte ispirate a modelli realmente realizzati da Mattel nel corso degli anni, compresa la coppia Allan-Midge, e persino mostrando il look delle bambole che devono affrontare gli slanci artistici dei bambini che giocano con loro, con capelli tagliati senza attenzione con le forbici o “trucco” realizzato con i pennarelli. L’attenzione per i dettagli durante le riprese è stata davvero alta e ha portato a costruire una casa che riproduca alla perfezione quelle giocattolo, compresi scivoli che portano in piscina e assenza di scale, e a rendere un dettaglio come l’arco plantare arcuato, che i piedi delle Barbie hanno avuto per interi decenni, un elemento centrale per creare la svolta narrativa che porterà all’evoluzione della protagonista. Il mix di nostalgia per l’infanzia, riferimenti pop, colori accesi, ironia sulla società e approccio femminista alla storia sembra in grado di trascinare il pubblico nelle sale, sfruttando inoltre un gruppo di interpreti molto amati in tutto il mondo.

Un thriller storico esplosivo: e c’è pure Matt Damon
Atmosfera completamente diversa quella che animerà Oppenheimer, in Italia in arrivo ad agosto, definito un thriller storico che porterà gli spettatori «nell’avvincente storia paradossale di un uomo enigmatico che deve rischiare di distruggere il mondo per poterlo salvare». Scritto e diretto da Christopher Nolan, il progetto può contare su un cast davvero stellare guidato da Cillian Murphy nella parte di J. Robert Oppenheimer e da Emily Blunt in quella della moglie dello scienziato, la biologa e botanica Katherine. Accanto a loro Matt Damon nel ruolo del generale Leslie Groves Jr, Robert Downey Jr in quello di Lewis Strauss, il commissario fondatore della Commissione statunitense per l’energia atomica, e poi ancora Florence Pugh, Benny Safdie, Josh Hartnett, Rami Malek, Kenneth Branagh, Dane DeHaan, Alden Ehrenreich e Matthew Modine.
Durata di tre ore, pellicola da oltre 17 chilometri
La scelta del filmmaker di girare l’intero film in formato Imax ha rappresentato una sfida, considerando che Kodak ha dovuto produrre per la prima volta una pellicola in bianco e nero creata appositamente per adattarsi alle speciali telecamere. Nolan ha infatti scelto di girare a colori le scene legate all’esperienza soggettiva di Oppenheimer e in bianco e nero i passaggi maggiormente “obiettivi” della storia raccontata. La durata di tre ore ha inoltre portato ad avere copie del film con una pellicola della lunghezza di oltre 17 chilometri, una dimensione record che ha quasi rischiato di non poter entrare nei proiettori, costringendo alcuni cinema a modificare le cabine per riuscire ad avere lo spazio ad accogliere le copie del lungometraggio da utilizzare.

Tanti sforzi dovrebbero però essere ripagati da un’esperienza che si preannuncia realistica e immersiva, in particolare grazie al limitato uso degli effetti speciali che hanno portato il regista inoltre a ideare con Scott R. Fisher, alla guida del team degli effetti speciali, e Andrew Jackson, supervisore agli effetti visivi, modi creativi per girare le sequenze delle esplosioni e il test Trinity, utilizzando anche la tecnica tradizionale della Prospettiva forzata grazie a dei modellini e a un mix esplosivo di benzina, propano, polvere di alluminio e magnesio. Per portare sugli schermi la “nube a fungo”, inoltre, si è deciso di immortalare un’esplosione da numerosi punti di vista e poi utilizzarli in post-produzione per aggiungere vari strati alle esplosioni.
Immersi nell’interpretazione senza mangiare né dormire
Altrettanto impegnativa è stata l’esperienza per Cillian Murphy che, per interpretare lo scienziato, ha dedicato tutte le sue energie al lavoro sul set, ritrovandosi a saltare le cene di gruppo con gli altri membri del cast e persino a dimenticarsi di mangiare e non riuscendo a dormire: «Stavo andando avanti usando un’energia folle, sono arrivato al punto di non preoccuparmi del cibo o di qualsiasi altra cosa». Il desiderio di offrire un ritratto accurato di Oppenheimer ha portato Cillian a essere «competitivo nei confronti di se stesso», al punto di avere abitudini non salutari e a perdere peso per poter fisicamente avvicinarsi all’immagine dello scienziato, lavorando particolarmente sulla propria espressività. Una performance, quella immortalata da Nolan nel suo film, che ha già nel suo mirino la notte degli Oscar.
















(@ReemDepp) 
(@GassmanGassmann)