Hp e Huawei firmano un accordo globale sui brevetti Wi-Fi

Huawei e Hp hanno annunciato la firma di un accordo pluriennale di licenze incrociate globali sui brevetti, che include la concessione a HP Inc. di licenze per alcuni brevetti WiFi di Huawei. L’intesa, si legge in una nota, non solo riflette la cooperazione tra le due aziende nel campo delle licenze di proprietà intellettuale, ma riconosce anche le capacità innovative e la forza tecnologica di base di Huawei, nonché la posizione di Hp come leader globale nel settore dei computer e delle periferiche. «Si tratta di una licenza di brevetto essenziale per lo standard, relativa alla tecnologia Wi-Fi, ampiamente utilizzata nel settore e prassi comune per le aziende i cui prodotti si connettono al Wi-Fi. Non è una novità e non rappresenta una relazione strategica o commerciale più ampia, una partnership o una collaborazione con Huawei», ha dichiarato Hp. L’accordo giunge dopo una controversia sui brevetti che ha coinvolto Hp, Huawei e altre aziende e che si è conclusa lo scorso autunno con un’intesa che consente alla società statunitense di accedere a un pool di 2 mila brevetti relativi alla connettività di rete wireless. Huawei è stata uno dei membri fondatori del pool di brevetti, denominato Sisvel WiFi 6.

Come l’IA cambierà davvero il lavoro in 10 anni: dall’esecuzione all’orchestrazione

Nelle fabbriche, la domanda è stata a lungo questa: quanta parte del lavoro umano sarebbe stata sottratta dalle macchine? Ora l’avanzata dell’intelligenza artificiale sta spostando il problema, rendendo necessario ridisegnare ruoli, competenze e processi, mentre il confine tra decisione umana ed esecuzione tecnologica diventa più mobile. Federico Torti, Head of Technology and Innovation, Advanced Manufacturing and Supply Chains del World Economic Forum (Wef), riassume così una trasformazione destinata a investire gran parte dei profili professionali della manifattura e della catena di approvvigionamento nei prossimi 10 anni: «Si passa dall’esecuzione all’orchestrazione».

Come l’IA cambierà davvero il lavoro in 10 anni: dall’esecuzione all’orchestrazione
Federico Torti del World Economic Forum.

Nel 2025 il World Economic Forum ha avviato con Accenture l’iniziativa Human Machine Collaboration, analizzando 80 profili professionali e quasi 200 processi di lavoro standard in diverse industrie. «Nell’orizzonte dei prossimi 10 anni ci aspettiamo che circa tre quarti cambino e, all’interno di questa quota, il 75 per cento evolva verso attività con una componente molto maggiore di coordinamento e supervisione».

Alle persone spetterà maggiormente il controllo

L’impatto sarà particolarmente evidente nelle mansioni operative: attività di precisione, assemblaggio, ispezione, programmazione della produzione. Le macchine prenderanno in carico una quota crescente dell’esecuzione, mentre alle persone spetterà maggiormente il controllo. La stessa dinamica investirà la pianificazione della manutenzione, la programmazione della produzione e la gestione della catena di approvvigionamento.

Come l’IA cambierà davvero il lavoro in 10 anni: dall’esecuzione all’orchestrazione
IA e nuove mansioni sul lavoro (foto Unsplash).

A cambiare non saranno soltanto le mansioni. Secondo le proiezioni illustrate da Torti, entro un decennio circa il 41 per cento del patrimonio di competenze necessario sarà costituito da capacità oggi emergenti o ancora inesistenti. Accanto al quoziente intellettivo acquisteranno peso l’intelligenza emotiva e la capacità di adattamento.

Saranno più importanti l’influenza sociale e il pensiero creativo

Quasi ogni professione dovrà inoltre confrontarsi in misura crescente con l’intelligenza artificiale e con altri sistemi intelligenti. Serviranno alfabetizzazione tecnologica, pensiero analitico, capacità di lavorare con i dati e competenze di sicurezza informatica. Sul versante delle competenze trasversali cresceranno invece l’influenza sociale e il pensiero creativo, «capacità che integrano ciò che i sistemi automatici non riescono a fare altrettanto bene».

Come l’IA cambierà davvero il lavoro in 10 anni: dall’esecuzione all’orchestrazione
Intelligenza artificiale (foto Unsplash).

Il principale collo di bottiglia, però, non è più necessariamente la tecnologia. «Il problema 10 anni fa riguardava maggiormente l’adozione tecnologica: agli operatori venivano proposti strumenti percepiti come scatole nere e, senza un loro coinvolgimento fin dall’inizio, mancavano la fiducia e l’adozione». L’intelligenza artificiale generativa e i grandi modelli linguistici hanno reso l’interazione più semplice, soprattutto grazie al linguaggio naturale. Il limite si sta quindi spostando verso le competenze disponibili e la capacità delle organizzazioni di trasformarsi.

Il divario di competenze come principale barriera alla trasformazione

I numeri mostrano la distanza tra aspettative e preparazione. L’86 per cento dei datori di lavoro si aspetta che l’IA o altre tecnologie possano trasformare profondamente la propria attività nei prossimi tre anni, mentre il 63 per cento indica il divario di competenze come principale barriera alla trasformazione. «Le aziende stanno investendo enormemente nell’IA, molto meno nelle competenze e nella trasformazione organizzativa. Non basta applicare l’IA ai processi esistenti: bisogna ripensarli».

Come l’IA cambierà davvero il lavoro in 10 anni: dall’esecuzione all’orchestrazione
Come cambia il lavoro con l’IA.

È qui che si definisce anche la futura divisione del lavoro tra persone e sistemi automatici. Le macchine sono particolarmente efficaci nel riconoscimento di schemi ricorrenti e nelle attività di precisione, ripetitive, veloci e affidabili. Giudizio, responsabilità, gestione delle eccezioni e ragionamento etico rimangono invece, nella proiezione a 10 anni del World Economic Forum, capacità distintamente umane. Lo stesso vale per la strategia. «Le persone continueranno a decidere cosa deve fare il sistema, come deve farlo e quali risultati deve produrre». Agli esseri umani resterà quindi il compito di stabilire come debbano operare le macchine, affrontare scelte tra esigenze contrapposte e determinare le priorità.

Entro il 2030 crescita netta globale di 78 milioni di posti di lavoro

La ricerca sulla Human Machine Collaboration prova a capire come evolveranno i lavori esistenti nella manifattura e nella supply chain. Una conseguenza, però, appare già chiara: tutti i lavori coinvolti richiederanno qualche forma di alfabetizzazione nell’intelligenza artificiale. Su scala più ampia, il Future of Jobs Report 2025 prevede entro il 2030 una crescita netta globale di 78 milioni di posti di lavoro.

Come l’IA cambierà davvero il lavoro in 10 anni: dall’esecuzione all’orchestrazione
IA, foto di Andres Siimon via Unsplash.

La velocità della trasformazione pone quindi direttamente il problema della formazione. Se il 41 per cento delle competenze richieste tra 10 anni sarà nuovo o emergente, dovrà essere sviluppato sia sul posto di lavoro sia nel sistema educativo. «Da anni si parla di formazione continua, ma nelle aziende non è ancora realmente tale. Non può ridursi a un corso sull’intelligenza artificiale una volta all’anno: l’aggiornamento delle competenze deve diventare parte integrante del lavoro».

La formazione in base alle esigenze del mercato del lavoro

Anche scuole e università dovranno avvicinarsi maggiormente all’industria. Governi, sistemi educativi e imprese, secondo Torti, dovrebbero condividere un quadro comune sulle competenze e sui lavori necessari in futuro. La formazione dovrebbe partire maggiormente dalle esigenze del mercato del lavoro, anziché produrre competenze senza un raccordo sufficiente con la domanda delle imprese.

Come l’IA cambierà davvero il lavoro in 10 anni: dall’esecuzione all’orchestrazione
Un agente IA alle prese con lavori logoranti e ripetitivi (immagine elaborata con l’intelligenza artificiale).

Oggi, invece, nelle aziende l’aggiornamento sull’intelligenza artificiale rimane spesso affidato all’iniziativa dei singoli lavoratori. È un modello difficilmente sostenibile in un mercato che cambia a questa velocità. «Il mercato evolve troppo rapidamente per aspettare lo strumento definitivo: non arriverà mai». Le imprese devono prima comprendere le proprie esigenze, poi definire criteri di scelta e processi attraverso i quali governare gli strumenti. Nelle organizzazioni più avanzate sta emergendo un equilibrio tra sperimentazione dal basso e indirizzo dall’alto. Ai dipendenti deve essere lasciata libertà di provare strumenti e proporre soluzioni, ma all’interno di linee guida e limiti definiti, soprattutto in materia di sicurezza informatica. «L’intelligenza artificiale offre grandi opportunità, ma anche nuovi rischi».

L’errore: pensare sia un problema essenzialmente tecnologico

Secondo Torti, uno degli errori più frequenti del management nasce proprio dal considerare la trasformazione digitale come un problema essenzialmente tecnologico. Acquistare una soluzione di intelligenza artificiale da un fornitore non equivale automaticamente a creare valore. L’altro errore, ritiene l’esperto del World Economic Forum, consiste nel guardare esclusivamente all’automazione dei processi esistenti: eliminare due posizioni perché un sistema può svolgere la stessa attività. «Molto spesso l’intelligenza artificiale non sostituisce il lavoro umano, ma ne potenzia le capacità». Il guadagno maggiore arriva quando la tecnologia diventa l’occasione per ridisegnare il processo. «Il valore maggiore arriva dal ripensare il sistema, non dal prendere quello esistente e attaccarci sopra l’intelligenza artificiale come una pezza».

Come l’IA cambierà davvero il lavoro in 10 anni: dall’esecuzione all’orchestrazione
IA (Igor Omilaev via Unsplash).

Guardando al 2035, il primo obiettivo indicato da Torti è più concreto dell’idea di una fabbrica completamente autonoma: togliere alle persone i lavori pericolosi, quelli nei quali rischiano incidenti o danni alla salute. «Sarebbe un risultato importante se le macchine potessero assumersi queste attività». La seconda sfida riguarda la distribuzione di queste tecnologie. Oggi i sistemi più avanzati si concentrano soprattutto nei Lighthouse, grandi aziende dotate delle risorse necessarie per sperimentare e investire. Il tessuto industriale mondiale è però composto anche da milioni di piccole e medie imprese che non dispongono delle stesse possibilità. Portare nelle Pmi strumenti capaci di anticipare un guasto, individuare un problema nella catena di approvvigionamento o suggerire come intervenire avrebbe un effetto immediato sulla qualità del lavoro.

Il punto di arrivo non sarà l’eliminazione della decisione umana

Nelle aziende tecnologicamente più avanzate, invece, sarà possibile raggiungere livelli di autonomia molto maggiori. L’intelligenza artificiale e l’automazione potranno assumersi l’esecuzione dei processi e ottimizzarne il funzionamento. Il punto di arrivo, però, non coincide con l’eliminazione della decisione umana. «Saranno ancora le persone a scegliere cosa è importante fare e che cosa significa farlo bene». Oggi questa combinazione tra autonomia delle macchine e direzione umana è visibile soltanto in pochi casi. Estenderla al resto del sistema produttivo richiederà infrastrutture, competenze e trasformazioni organizzative che superano i confini del singolo stabilimento. E avrà necessariamente tempi più lunghi di quelli con cui stanno evolvendo gli strumenti di intelligenza artificiale.

Il cortocircuito di Zuckerberg sul super agente IA: di chi è il tempo risparmiato?

Sempre all’azione, tra una surfata e un incontro di arti marziali miste, Mark Zuckerberg ha trovato anche il tempo di scrivere un manifesto di oltre 6 mila parole in cui disegna le magnifiche sorti e progressive dell’intelligenza artificiale, nuovo El Dorado. Il testo scritto dal fondatore di Meta, intitolato “The Future is for Everyone”, promette un’era in cui ciascuno avrà un proprio agente IA, pronto a fare da tutor, consulente di vita, guru personale disponibile 24 ore su 24 e chi più ne ha più ne metta. Una “personal super intelligence” accessibile a tutti e capace di aumentare libertà, creatività, opportunità e tempo a disposizione delle persone. Peccato che quasi contemporaneamente il chief technology officer di Meta, Andrew Bosworth, lo abbia praticamente smentito davanti ai dipendenti.

Il cortocircuito di Zuckerberg sul super agente IA: di chi è il tempo risparmiato?
Mark Zuckerberg con la moglie Priscilla Chan (Ansa).

In ritardo sull’IA, Zuckerberg trova il suo mantra e lancia stoccate ai rivali

Nel suo documento, Zuckerberg insiste soprattutto su un punto: l’accesso diffuso ai modelli sarebbe la vera garanzia di sicurezza per tutti. Infatti, l’espressione «open source» ricorre almeno 16 volte. Sembra quasi un mantra, un esercizio di meditazione e, visto dalla posizione di chi si trova a rincorrere perché in ritardo nello sviluppo della tecnologia, un esercizio politico in cui il messaggio suona come: l’intelligenza artificiale non può essere una questione per pochi. E infatti non manca la stoccata ai rivali. Senza troppi giri di parole, Zuckerberg liquida la linea di OpenAI e Anthropic, definendo «problematica» l’idea che l’unica strada sicura sia la concentrazione dello sviluppo dell’IA nelle mani di pochi. Poi rincara la dose ammonendo: sperare che un potere assoluto, per quanto illuminato, agisca a beneficio dell’umanità, non è mai stato foriero di buone notizie per l’umanità stessa. Sarà forse un caso, ma lo stesso giorno della pubblicazione del documento, ossia il 10 agosto, 29 deputati democratici della Camera Usa hanno chiesto conto a OpenAI e Anthropic di far luce su come alcuni dei loro agenti IA fossero riusciti a introdursi nei sistemi di aziende reali. Un potente promemoria del fatto che i rischi concreti restano tutt’altro che una questione teorica.

Il fondatore di Meta finisce per elencare ciò che potrebbe andare storto

Al tempo stesso, però, non sono state poche le voci che hanno criticato il documento di Zuckerberg come un esercizio di ottimismo tecnologico e chi ha notato come, nel tentativo di dipingere un futuro radioso, lo stesso creatore di Facebook finisca per elencare – quasi suo malgrado – tutti i modi in cui le cose potrebbero andare storte. E questo non riguarda solo l’aspetto competitivo, ma anche quello tutto gestionale interno alle aziende. A tal proposito Bosworth, capo dello sviluppo tecnologico di Meta, di recente ha liquidato l’idea che i guadagni di produttività dell’IA possano tradursi in più giorni liberi per i dipendenti.

Il cortocircuito di Zuckerberg sul super agente IA: di chi è il tempo risparmiato?
Il logo di Meta presso la sede di Menlo Park (Ansa).

Il botta e risposta tra Bosworth e un dipendente sui Meta Days

Rispondendo a un dipendente che chiedeva se i risparmi di tempo generati dagli strumenti di intelligenza artificiale potessero riportare in vita i “Meta Days” (il programma di giorni liberi extra cancellato dall’azienda) ha infatti risposto: «Basta chiedere dei Meta Days. È una domanda molto stupida». Poi il CTO ha aggiunto, indicando la strada: «Sapete che ne faccio io di quell’ora che guadagno? La reinvesto in prodotti migliori per gli utenti». Non contento, secondo quanto riportato da più testate, Bosworth ha chiuso il discorso invitando i dipendenti a chiedere ai propri genitori cosa pensassero di una strategia di carriera basata sul continuare a domandare al capo qualche giorno libero in più. I numeri, invece, danno ragione a chi il tempo risparmiato lo vorrebbe indietro.

Il cortocircuito di Zuckerberg sul super agente IA: di chi è il tempo risparmiato?
Mark Zuckerberg (Ansa).

Evidente il cortocircuito tra il manifesto e le dinamiche reali

Una ricerca della London School of Economics calcola che i professionisti che usano l’IA risparmiano in media 7,5 ore a settimana, l’equivalente di una giornata lavorativa intera, per un valore di oltre 16 mila euro l’anno. Peccato che quel tempo, in casa Meta, non torni ai dipendenti ma resti all’azienda. Non aiuta, poi, il fatto che, secondo altre rilevazioni, buona parte di quei guadagni finisca comunque riassorbita in supervisione e correzione dell’output dell’IA, quello che i ricercatori hanno già ribattezzato “botsitting”. Insomma, ci troviamo di fronte a un’azienda che sembra cercare disperatamente di risalire a bordo di un treno che viaggia a una velocità folle e che, al tempo stesso, sta facendo fatica a fare i conti con i propri dipendenti. E le loro necessità. Parliamo infatti di un’organizzazione che ha tagliato 8 mila posti di lavoro a maggio, ma pronta a investire nel 2026 fino a 135 miliardi di dollari in infrastrutture per l’IA. Il cortocircuito tra il manifesto e le dinamiche reali è evidente. Se l’intelligenza artificiale apre una nuova era di “empowerment individuale” e libertà, perché a Menlo Park quella libertà si ferma sistematicamente sull’uscio dell’ufficio?

Perché l’allarme apocalittico sull’«IA che distrugge i libri» è fuori fuoco

Prendiamo un incunabolo, un volume stampato con la tecnica dei caratteri mobili usata fino al 1500: oggi lo ammiriamo racchiuso in una teca di vetro in un museo, nessuno si sognerebbe di decifrarlo. Eppure sopravvive: muto, ma integro. I libri di Anthropic non sono finiti in una teca, anzi all’inizio del 2024 l’azienda ha avviato un’operazione interna nota come “Project Panama“: comprare libri fisici in blocco, tagliarne le costine con macchine idrauliche, scansionarli ad alta velocità e riciclare la carta.

La questione legale degli e-book piratati

Un documento interno lo descrive senza pudori: «Project Panama è il nostro sforzo per scansionare distruttivamente tutti i libri del mondo». A dirigerlo Tom Turvey, ex responsabile di Google Books, assunto apposta per procurarsi legalmente ciò che ad Anthropic serviva. «Legalmente» è la parola chiave: prima di “Project Panama” un cofondatore di Anthropic aveva scaricato personalmente milioni di e-book piratati da “biblioteche ombra” come LibGen, esponendo l’azienda a un rischio legale enorme. È questa la vicenda, la distruzione delle copie dei libri per ricomporle in contenuti senza autore, e non il macero dei libri fisici, che ha portato alla causa Bartz v. Anthropic, depositata nell’agosto 2024.

Perché l’allarme apocalittico sull’«IA che distrugge i libri» è fuori fuoco
Il logo di Anthropic (foto Ansa).

Una battaglia di tre autori americani

A intentarla sono stati tre autori americani: Andrea Bartz, autrice di thriller psicologici come We Were Never Here; Charles Graeber, giornalista di The New Yorker e GQ, autore di The Good Nurse, diventato nel 2022 un film Netflix con Eddie Redmayne e Jessica Chastain; Kirk Wallace Johnson, che ha scritto The Feather Thief, storia vera di un furto di pelli di uccelli rari da un museo britannico. Non certo autori di bestseller mondiali, ma professionisti affermati, con vendite dimostrabili e opere effettivamente rintracciabili nei dataset, il che ha reso possibile la causa in tribunale.

Risarcimento per copyright da 1,5 miliardi di dollari

Nel giugno 2025 il giudice William Alsup ha stabilito che l’uso di libri acquisiti legalmente per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale – quindi anche quelli passati per le forbici idrauliche di “Project Panama” – era «quintessenzialmente trasformativo» e coperto da fair use (uso lecito). Ma ha giudicato illecita la costituzione di una «biblioteca centrale» di materiale piratato. La causa si è trasformata in una class action da quasi mezzo milione di opere. Il 20 luglio un’altra giudice, Araceli Martínez-Olguín, subentrata nel frattempo, ha concesso l’approvazione definitiva dell’accordo da 1,5 miliardi di dollari: il più grande risarcimento per copyright della storia americana.

Perché l’allarme apocalittico sull’«IA che distrugge i libri» è fuori fuoco
La scansione dell’IA distrugge davvero i libri? (foto Unsplash).

Titoloni allarmistici su biblioteche «divorate» e volumi «maciullati»

L’allarme che si è levato attorno a questa vicenda ha scelto il tono sbagliato. «L’AI distrugge i libri!» si è letto, soprattutto sui social, ma non solo: anche titoli di testate autorevoli parlano di intelligenza artificiale che «divora» biblioteche intere, di volumi «maciullati», di un pericolo che si estenderebbe ormai fino ai libri antichi e da collezione. Sono ricostruzioni che sanno distinguere tra i libri acquistati legalmente e quelli scaricati da biblioteche pirata, che conoscono i dettagli tecnici del destructive scanning ma che non mettono a fuoco il problema: trattano la distruzione del supporto fisico come se fosse, di per sé, la notizia. Non lo è, è uno slogan efficace per spaventare gli apocalittici, strumento di rage bait, che attira cioè le reazioni indignate degli utenti, ma è impreciso.

Chi ha diritto a godere del valore generato da un libro dato in pasto all’IA?

Nessun testo è sparito: i libri di Bartz, Graeber e Johnson sono ancora in libreria, nelle biblioteche personali, in casa di molte persone, ancora citabili, ancora integri quanto un incunabolo nella teca di un museo. Quello che la causa contesta non è la sopravvivenza dell’opera – in questo caso del libro – ma la modalità del suo utilizzo, cioè chi acquisisce, chi autorizza, chi viene pagato. Una questione di property rights, di diritti di proprietà, non di conservazione culturale. Tecnica, si dirà, ma sotto la tecnica del copyright si consuma una domanda che tecnica non è: chi ha diritto a godere del valore generato da un libro quando quel libro diventa materia prima di un sistema che lo restituisce senza firma, senza voce, senza copertina?

Perché l’allarme apocalittico sull’«IA che distrugge i libri» è fuori fuoco
Libri in una biblioteca (foto Unsplash).

L’autore rischia di sopravvivere soltanto come rumore di fondo

Non è il libro a rischiare l’estinzione, è l’autore come funzione riconoscibile. Il miliardo e mezzo di dollari non ha salvato nessun volume dal macero: ha comprato il riconoscimento che dice che quella paternità valeva qualcosa, anche dentro un processo che la rende statisticamente anonima. La teca nel museo protegge l’aura dell’oggetto, il copyright, quando funziona, protegge la firma dell’autore. Il vero rischio, allora, non è che il libro muoia, come gridano i titoli dei giornali, è che l’autore sopravviva soltanto come rumore di fondo nell’output, il risultato finale, di qualcun altro. L’AI prende un testo che era “singolare”, cioè firmato da una persona, pubblicato da un editore, datato, riconoscibile, e lo frantuma in un sostrato statistico anonimo: la firma sparisce, non si sa più chi lo ha scritto. I libri di Bartz, Graeber e Johnson diventano indistinguibili, la loro singolarità evapora nella media.

L’ansia da smaterializzazione e la tecnologia degli NFT

Non è un caso che l’ansia da smaterializzazione abbia prodotto, per reazione, una tecnologia che fa esattamente il contrario: dove l’AI dissolve la singolarità di un testo in un anonimato statistico, l’NFT inventa una singolarità artificiale dove non ce n’era nessuna. L’NFT, Non Fungible Token, “gettone non fungibile”, è un certificato di proprietà registrato su un archivio digitale immutabile, che attesta chi possiede l’originale di un file – un file digitale, o un’immagine – che per natura è infinitamente copiabile, identico a ogni sua replica, e a cui l’NFT inietta artificialmente una scarsità che non possiede. È una specie di teca senza reliquia, l’aura di un oggetto comprata a posteriori, per contratto, non ereditata dalla storia materiale dell’oggetto. Due risposte opposte alla stessa crisi, quella di un’economia dell’informazione in cui copiare non costa nulla: una nega che l’autore conti ancora, l’altra finge che sia la scarsità a contare ancora. In entrambi i casi a sparire non è l’oggetto, il libro o qualunque altra cosa, è il legame tra l’oggetto e chi lo ha vissuto.

Perché l’allarme apocalittico sull’«IA che distrugge i libri» è fuori fuoco
Non Fungible Token (foto Unsplash).

Non è la prima volta che un supporto muore

Non è la prima volta che un supporto muore perché la sua funzione è stata assorbita da un altro. Il rotolo di papiro ha ceduto al codice, il codice manoscritto ha ceduto alla stampa, la stampa oggi cede – non scompare, cede – al testo sempre disponibile, che si può interrogare e ricomporre. L’incunabolo non ha smesso di esistere, ha smesso di essere utile: è diventato reliquia perché il suo contenuto è già altrove, riprodotto, commentato, oggi digitalizzato mille volte.

Cosa si perde nella rielaborazione?

Ma la teca trattiene qualcosa che il modello linguistico non conserva: l’unicità dell’oggetto, la storia materiale di chi l’ha letto prima di noi. Il modello astrae il testo, lo statisticizza, lo restituisce senza voce, senza edizione, senza copertina, senza corpo. Non lo distrugge come oggetto fisico, ma lo rielabora. Cosa si perde nella rielaborazione di qualcosa che una volta si conservava in una teca di vetro? Difficile immaginare i libri di Bartz, Graeber e Johnson esposti al MoMA. E ci si chiede se la cultura sopravviva meglio come oggetto venerato e inerte da museo, o come sostanza dissolta e rimessa in circolo. In entrambi i casi, qualcosa resta indietro, qualcosa si perde.

Maxi-alleanza tra Nvidia e i giganti di Wall Street: 500 miliardi per l’IA

Il colosso dei semiconduttori Nvidia ha annunciato una maxi-alleanza strategica con sei tra i maggiori player della finanza globale (Apollo Global Management, BlackRock, Blackstone, Brookfield Asset Management, Goldman Sachs e KKR) per mobilitare almeno 500 miliardi di dollari di capitale di terzi da investire in infrastrutture per l’intelligenza artificiale.

Gli obiettivi della maxi-alleanza annunciata da Nvidia

L’operazione, illustrata dall’amministratore delegato Jensen Huang, punta a creare piattaforme di finanziamento dedicate per offrire accesso a risorse finanziarie su vasta scala e a tassi competitivi per i clienti dell’azienda di Santa Clara, in modo da rendere più rapida e sostenibile la costruzione di data center, infrastrutture energetiche e quelle che Nvidia definisce “fabbriche di IA”, ovvero strutture altamente specializzate per sviluppare, addestrare e distribuire applicazioni basate sull’intelligenza artificiale. Se la somma di 500 miliardi di dollari è stata specificata, mancano ancora dettagli sui tempi e sulla struttura del finanziamento.

Maxi-alleanza tra Nvidia e i giganti di Wall Street: 500 miliardi per l’IA
Jensen Huang, ceo di Nvidia (Imagoeconomica).

Il finanziamento avverrà tramite strumenti di debito

I dirigenti coinvolti hanno chiarito che il focus sarà sul finanziamento tramite strumenti di debito – come prestiti, obbligazioni e altre forme di finanziamento a leva – per mettere a disposizione dei maggiori clienti di Nvidia la potenza di calcolo necessaria a sviluppare e far crescere i loro progetti di IA. Tra le aziende che utilizzano i chip o le unità di elaborazione grafica di Nvidia figurano Google, Meta, Amazon, Microsoft, SpaceX, Tesla, OpenAI e Anthropic.

Intelligenza artificiale fuori controllo? cosa ci insegna il caso di OpenAI

Sembra di assistere a quella scena di Jurassic Park in cui i dinosauri scappano dalla loro riserva, distruggendo in pochi minuti l’illusione di controllo costruita dal parco. Solo che questa volta non ci sono artigli e zanne, ma un agente di intelligenza artificiale che esce dal perimetro di sicurezza che gli era stato assegnato e va a colpire i sistemi di un’altra piattaforma che, ironia della sorte, lavora proprio con le IA.

Se l’agente IA diventa un hacker: l’incidente di OpenAI

OpenAI, l’azienda dietro ChatGPT, stava conducendo un test di sicurezza su un nuovo modello di IA, con l’obiettivo di valutarne le capacità di cybersicurezza. A ben pensarci, un esperimento molto utile anche per mettere le IA a difesa delle nostre infrastrutture digitali. Però, come ha rivelato l’azienda, qualcosa è andato storto. Nel corso del test, l’agente ha utilizzato risorse e permessi disponibili per uscire dal recinto che gli era stato assegnato e ha diretto la sua attenzione verso l’esterno. Lì ha individuato una falla nella sicurezza della piattaforma Hugging Face, ha costruito una sequenza di passaggi operativi e ha portato a termine un attacco informatico. Quando Hugging Face si è accorta che qualcosa non andava nel verso giusto, la situazione è diventata subito chiara: la violazione non è arrivata da un hacker in carne e ossa, ma da un agente AI in fase di test sviluppato da OpenAI. Il test, insomma, ha prodotto un effetto nel mondo reale.

Intelligenza artificiale fuori controllo? cosa ci insegna il caso di OpenAI
Sam Altman (Ansa).

Cosa spaventa di più?

La risposta contiene entrambi gli aspetti, perché se da un lato quanto accaduto ci mette di fronte all’evidenza che lo sviluppo tecnologico, se non propriamente governato e regolato, può avere effetti collaterali distruttivi, dall’altro l’incapacità umana di contenere il rischio dimostra che questi strumenti, nelle mani sbagliate, possono diventare semplicemente rovinosi.

LEGGI ANCHE: IA, l’effetto collaterale di cui quasi nessuno parla: gli episodi psicotici legati ai chatbot

«dilemma del controllo» e la mutazione dei bot

Sul versante tecnologico, il caso OpenAI conferma un trend in corso da tempo. Gli esperti parlano apertamente di «dilemma del controllo». Vale a dire: siamo in un’epoca in cui i sistemi di intelligenza artificiale non si limitano più a rispondere a domande, ma riscrivono parti del proprio codice, ottimizzano autonomamente le prestazioni, mettono in atto strategie per aggirare le regole e prendono decisioni che nemmeno i progettisti riescono sempre a spiegarsi. Insomma, per usare una figura letteraria, dei mutanti che, in contesti di cybersicurezza, creano preoccupazione, visto che lo stesso agente che utilizziamo per difenderci potrebbe, in determinate condizioni, diventare il responsabile dell’attacco.

Intelligenza artificiale fuori controllo? cosa ci insegna il caso di OpenAI
IA (Igor Omilaev via Unsplash).

L’uso criminoso dei modelli di IA

Sul versante umano, l’incapacità di contenimento cresce. Il caso OpenAI non è il primo della serie. Esistono già situazioni in cui modelli linguistici vengono arruolati da gruppi criminali per generare codici malevoli, email di phishing su scala industriale e malware per dispositivi mobili in grado di rubare contatti, cronologia delle chiamate, file e dati di geolocalizzazione. Senza dimenticare la corsa a sfruttare l’IA per automatizzare campagne di disinformazione, manipolare opinioni, realizzare deepfake e via discorrendo.

Intelligenza artificiale fuori controllo? cosa ci insegna il caso di OpenAI
(foto di Glen Carrie via Unsplash).

Basta sottovalutare la macchina: serve una governance responsabile

E allora, tornando alla domanda iniziale, che cosa ci spaventa di più? La capacità dell’IA di sfuggire al controllo o l’incapacità umana di contenerla? Se guardiamo con onestà al quadro complessivo, la paura più fondata nasce proprio dall’incrocio tra questi due piani. Ci spaventa vedere sistemi che sviluppano comportamenti complessi, talvolta ingannevoli, in grado di individuare punti deboli nei nostri recinti digitali senza che nessuno dica loro, passo dopo passo, cosa fare. Ci spaventa, però, ancora di più accorgerci che quei recinti li abbiamo progettati noi, con policy troppo vaghe, audit troppo deboli e regole troppo lente rispetto alla velocità dell’innovazione. La soluzione? Riconoscere che siamo di fronte a un salto di scala. Gli agenti di intelligenza artificiale stanno entrando nelle infrastrutture critiche, nelle banche, negli ospedali, nelle piattaforme di ricerca e nelle campagne elettorali.

OpenAI, modelli AI fuori controllo hackerano una piattaforma

OpenAI, l’azienda produttrice di ChatGPT, ha reso noto che i suoi modelli di intelligenza artificiale avanzata sono andati fuori controllo durante i test di sicurezza, violando autonomamente una popolare piattaforma per programmatori. L’azienda di San Francisco ha definito l’accaduto un «incidente informatico senza precedenti» e ha annunciato che condurrà un’indagine congiunta con la piattaforma di condivisione di codice e modelli di IA Hugging Face, vittima del cyber attacco. L’accaduto ha coinvolto una combinazione di modelli, tra cui il recente GPT-5.6 Sol e uno «ancora più capace» attualmente in fase di sviluppo. OpenAI stava cercando di valutare le capacità di hacking dei modelli assegnando loro dei compiti all’interno di un ambiente di test digitale rigorosamente controllato. «Mentre operavano nel nostro ambiente di test, i modelli hanno dedicato una quantità significativa di potenza di calcolo a trovare un modo per ottenere un accesso illimitato a Internet, al fine di risolvere il problema di valutazione». E sono riusciti, da soli, a uscire dalla “stanza chiusa”, entrare nei sistemi di Hugging Face, eseguire decine di migliaia di azioni automatiche e muoversi dentro l’infrastruttura interna dell’azienda.

Chiedo all’Intelligenza artificiale: se il manager si affida ciecamente al bot

C’è una nuova specie umana che si aggira nelle sale riunioni: il Ceo innamorato dell’intelligenza artificiale. Non si limita a usarla: la venera. Le chiede consigli strategici, le sottopone organigrammi e arriva persino a porle la domanda delle domande: «Lo licenzio questo?». Non è uno scherzo. È quanto emerge da una recente inchiesta che ha raccolto le testimonianze di diversi lavoratori americani i cui capi, ormai ossessionati dai chatbot, avevano cominciato a prendere decisioni aziendali, comprese assunzioni e licenziamenti, basandosi quasi esclusivamente sui consigli del bot. «Bot delle mie brame, dimmi…».

Chiedo all’Intelligenza artificiale: se il manager si affida ciecamente al bot
Tim Witzdam via Unsplash.

Quando in azienda le direttive dell’IA diventano la Bibbia

C’è, per esempio, l’avvocato impiegato in una startup che racconta di un capo arrivato a imporre a tutto lo staff di consultare l’intelligenza artificiale prima di ogni riunione. Aveva persino fatto costruire un documento di centinaia di pagine, ribattezzato internamente la Bibbia, che i dipendenti avrebbero dovuto interrogare al posto dei colleghi per capire come svolgere il proprio lavoro. E che dire dello specialista IT che descrive un supervisore intento a copiare quasi ogni conversazione avuta con colleghi e collaboratori dentro ChatGPT, chiedendo al chatbot se si fosse comportato correttamente? La risposta era quasi sempre rassicurante e finiva puntualmente per confermare qualunque decisione avesse già preso. Un altro caso riguarda una piattaforma software per l’industria manifatturiera. Qui il fondatore ignorava sistematicamente le analisi di mercato del team commerciale, preferendo fidarsi di ciò che gli suggeriva il chatbot, anche quando contraddiceva l’esperienza diretta di chi lavorava sul campo ogni giorno. In altre parole, ignorava il contesto. Che è esattamente ciò che fa tutta la differenza del mondo. E giù novantadue minuti di applausi per questa pantomima fantozziana.

Chiedo all’Intelligenza artificiale: se il manager si affida ciecamente al bot
foto di Hunters Race via Unsplash.

La fiducia cieca nel bot crea caos e instabilità

Il paradosso, notato da molti, è che questa fiducia cieca nell’intelligenza artificiale, presentata come uno strumento di efficienza, produceva ambienti di lavoro sorprendentemente più caotici e instabili, con ruoli che cambiavano di settimana in settimana in base all’ultima conversazione con il bot. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Umanità varia in cerca disperata di leadership, di qualcuno capace di assumersi dei rischi e prendere decisioni. Il risultato? Un capo sempre meno disposto ad ascoltare le persone e sempre meno capace di entrare in sintonia con loro (empatia, la chiamano quelli bravi) perché l’intelligenza artificiale gli restituisce costantemente l’immagine di sé che desidera vedere.

Gli esseri umani diventano numeri e statistiche

È un’immagine che fa sorridere e insieme inquieta, perché racconta un fenomeno reale. L’IA non entra più soltanto nelle vite private delle persone, nei loro rapporti e nelle loro solitudini; si insedia sempre più a fondo anche nelle stanze dove si decide chi lavora e chi no. In un recente libro scritto da un gruppo di professori della Duke University e della Carnegie Mellon University, Moral AI and How We Get There, il tema della disumanizzazione mediata dall’intelligenza artificiale viene spiegato con grande precisione. Il meccanismo è semplice: meno si percepisce l’altro come essere umano, meno si prova empatia; e meno empatia si prova, meno ci si interroga sulle conseguenze che le proprie decisioni possono avere sulle persone. L’IA può contribuire ad amplificare questa distanza in molti modi, a partire dalla tendenza a trattare gli esseri umani come numeri, dati o statistiche, anziché come persone in carne e ossa, con un vissuto imperfetto e inserite in uno specifico contesto.

Chiedo all’Intelligenza artificiale: se il manager si affida ciecamente al bot

L’amplificazione dei bias e la produzione di false certezze

Non è l’intelligenza artificiale, di per sé, a essere crudele. È uno strumento e, come tutti gli strumenti, amplifica le tendenze di chi lo utilizza. Proprio perché restituisce risposte apparentemente oggettive, rischia però di conferire una patina di razionalità a decisioni che meriterebbero più dubbi, non meno. Il rischio non è tanto che l’intelligenza artificiale prenda il sopravvento sulle persone, quanto che siano le persone a smettere di sentirsi responsabili delle proprie scelte. Il problema principale non è l’autonomia dell’IA, bensì l’abdicazione della responsabilità da parte degli esseri umani. I sistemi di intelligenza artificiale amplificano infatti i bias già esistenti e producono una falsa certezza che finisce per erodere la responsabilità nei processi decisionali organizzativi, marginalizzando l’esperienza e il giudizio umano.

Dopo le attività ripetitive, si automatizza il giudizio

Per anni si è immaginato che l’intelligenza artificiale avrebbe automatizzato soprattutto le attività ripetitive. Quello che invece emerge da questi racconti è qualcosa di diverso: l’automazione del giudizio. Non perché i manager rinuncino formalmente a decidere, ma perché iniziano a cercare nella macchina ciò che fino a poco tempo fa cercavano nei colleghi: conferma, legittimazione e, forse soprattutto, la rassicurante sensazione di non essere soli nel peso delle proprie decisioni.

Ft: «OpenAi valuta di cedere 5 per cento al governo Usa per avere sostegno»

OpenAI avrebbe proposto al governo degli Stati Uniti di cedere una quota del 5 per cento della società, secondo quanto riportato dal Financial Times. Una mossa che vorrebbe allentare le crescenti pressioni politiche di Washington. La partecipazione avrebbe un valore di circa 42,6 miliardi di dollari, dopo che la startup ha chiuso a marzo un round di finanziamento da record con una valutazione post-money di 852 miliardi di dollari. Il ceo Sam Altman ha sostenuto che dare al pubblico una partecipazione finanziaria nell’azienda sia il modo migliore per condividere i benefici dell’IA. Avrebbe suggerito una quota di tale entità nei primi colloqui con l’amministrazione Trump nell’ambito di un accordo più ampio in base al quale Washington potrebbe detenere il 5 per ceno in altre delle principali società di sviluppo di IA statunitensi tramite una società veicolo – ma non è chiaro se tali società sarebbero disposte a farlo.

Intelligenza artificiale, l’hype serve a poco se manca la fiducia

Cosa hanno in comune un piccolo brand di snack, due team di avvocati americani e 150 matematici provenienti da tutto il mondo? Ho chiesto ad alcune intelligenze artificiali di risolvere l’indovinello. Secondo Gemini il mondo dei giochi logici e della didattica. Perplexity mi ha chiesto più contesto per poter dare una risposta. Mentre ChatGPT mi ha detto che la risposta più probabile è che siano tutti finiti dentro contenuti generati dall’IA. Quando ho chiesto come facesse a inferirlo, ha replicato che si trattava della risposta più plausibile rispetto ai testi cui la macchina ha avuto accesso in fase di addestramento. In parole semplici: «Produco la risposta che suona giusta, non necessariamente quella verificata.» Ed è qui che casca l’asino, questo è in effetti il problema. Perché se c’è una cosa che unisce un piccolo brand di snack, un team di avvocati americani e 150 matematici provenienti da tutto il mondo è proprio il fatto che tutti hanno avuto un problema di fiducia nell’intelligenza artificiale.

Intelligenza artificiale, l’hype serve a poco se manca la fiducia
Un tribunale statunitense (Ansa).

Il processo annullato negli Usa perché gli avvocati avevano fatto ricerche con l’IA

Nell’ambito di un recente processo negli Stati Uniti, un giudice distrettuale del Mississippi ha scoperto che gli avvocati di entrambe le parti in causa avevano condotto le proprie ricerche usando l’intelligenza artificiale. Nessuno aveva controllato cosa ci fosse scritto, finché non sono state presentate le rispettive memorie e l’ha fatto qualcun altro per loro. Risultato? Imbarazzo, scuse alla corte, multe, processo annullato e il divieto di comparire nel tribunale distrettuale per due anni per alcuni di loro. Niente male.

Lo spot del brand di snack, “bocciato” dalla fanbase

Il brand degli snack citato all’inizio di questo articolo si chiama Chookie. È americano e ultimamente aveva fatto un uso massiccio dell’IA per le proprie pubblicità, fino a toccare con mano il malcontento della fanbase e correre ai ripari girando uno spot i cui protagonisti sarebbero poi diventati un aereo di cartone e dei pupazzi animati. «È costato lo stesso in termini di tempo e soldi», ha tagliato corto uno dei suoi manager, ma alla fine la risposta è stata nettamente più positiva rispetto agli spot girati con l’IA. Motivo? Le pubblicità costruite con l’intelligenza artificiale suonavano artefatte, piene di errori e poco oneste.

Intelligenza artificiale, l’hype serve a poco se manca la fiducia
App di intelligenza artificiale su uno smartphone (Ansa).

I matematici: «Non cedete alle sirene dell’intelligenza artificiale»

Dal canto loro, 150 matematici provenienti da tutto il mondo e firmatari della Dichiarazione di Leiden su IA e Matematica avevano avvisato di fare attenzione e di non cedere alle sirene dell’IA. Nel loro caso ovviamente il riferimento è alla capacità dell’intelligenza artificiale di risolvere problemi complessi. Ma poco cambia. Leslie Ann Goldberg, firmataria e responsabile del dipartimento di informatica all’Università di Oxford, ha infatti spiegato che «le tecniche automatizzate attuali possono produrre argomentazioni plausibili ma inaffidabili, o addirittura errate, che sono difficili da distinguere da dimostrazioni matematiche corrette». Insomma, l’intelligenza artificiale potrebbe produrre soluzioni convincenti, che in realtà non resistono a un esame approfondito.

Manca un vero dibattito su come l’IA dovrebbe essere governata

Questi tre diversi casi ci raccontano qualcosa di preciso. Ovvero che al momento in giro c’è mancanza di lucidità. E questo stato delle cose fa gioco a quei pochi che lucidi lo sono per davvero, vale a dire quelli che la nuova tecnologia la spingono a prescindere e meglio se tutto resta così com’è, senza regole. A denunciarlo sul New York Times è stato John O’Farrell, uno degli ex soci di A16Z, fondo d’investimento della Silicon Valley e tra i principali protagonisti di questa corsa tecnologica. Che ha scritto: «Alcuni dei protagonisti più potenti dell’IA – guidati da alcuni miei amici e ex partner, con grande tristezza – hanno raccolto centinaia di milioni di dollari per evitare un dibattito più serio e significativo su come l’IA dovrebbe essere governata». Concludendo poi: «Credo che sia un enorme errore».

Al momento l’intelligenza artificiale resta un’enorme scommessa narrativa

Viviamo in una grande allucinazione, noi e l’IA. Siamo in hype, in quel punto esatto in cui la narrazione precede ciò che realmente è, e cioè che la macchina funziona meno di quello che ci vogliono far credere. Al momento, infatti, l’IA resta un’enorme scommessa narrativa la cui promessa è l’eliminazione della mediazione umana e quindi della fatica. Tradotto: velocità senza errore, conoscenza senza studio, creatività senza conoscenza, decisioni senza conflitto, assenza di responsabilità. Insomma, scorciatoie per il paradiso. O se preferite come in Pinocchio il Gatto e la Volpe e il Campo dei Miracoli. Basta fidarsi. Solo che la fiducia segue percorsi diversi, si costruisce nel tempo e dall’errore e con regole precise, tipo la trasparenza radicale. Forse è meglio stare in campana. Qualcuno, in un modo o nell’altro, ha cominciato a capirlo.

La sfida della trasformazione digitale italiana passa da competenze e integrazione

La trasformazione digitale delle organizzazioni non si esaurisce nell’adozione di nuove tecnologie. Dietro l’aggiornamento dei sistemi di un ospedale, la digitalizzazione dei servizi di un comune o la messa in sicurezza delle reti di una realtà strategica esiste un lavoro complesso che richiede competenze specialistiche, capacità di integrazione e continuità operativa. In un contesto sempre più interconnesso, la sfida non è soltanto implementare nuove soluzioni, ma garantirne il funzionamento e l’evoluzione nel tempo.

La digitalizzazione richiede competenze e continuità

In Italia, il percorso di innovazione procede a velocità differenti tra settori e territori. Le infrastrutture pubbliche e private, dai sistemi amministrativi agli ambienti industriali più complessi, devono confrontarsi con esigenze sempre più articolate in termini di sicurezza, interoperabilità e conformità normativa. In questo scenario emerge il ruolo dei partner tecnologici in grado di accompagnare le organizzazioni lungo l’intero ciclo di vita dei progetti. La capacità di comprendere il contesto operativo, conoscere i vincoli regolatori e garantire supporto continuativo rappresenta infatti un elemento sempre più rilevante per il successo delle iniziative di trasformazione.

Il ruolo di Zenita Group

Tra le realtà attive in questo ambito figura Zenita Group, polo italiano di ingegneria digitale che opera nei settori della sicurezza, della pubblica amministrazione e delle infrastrutture intelligenti. Il gruppo conta oltre 1.500 specialisti distribuiti in più di 20 sedi sul territorio nazionale e una presenza internazionale in diversi Paesi. L’approccio adottato punta a seguire i clienti lungo tutte le fasi del percorso tecnologico, dalla progettazione delle soluzioni fino alla gestione operativa, con l’obiettivo di garantire continuità e integrazione tra sistemi e processi.

Cybersecurity e protezione delle infrastrutture critiche

Uno degli ambiti di attività riguarda la sicurezza informatica e la protezione delle infrastrutture strategiche. La crescente esposizione ai rischi cyber ha infatti reso necessario investire in strumenti capaci di rafforzare il monitoraggio, la prevenzione e la risposta agli incidenti. In questo settore, Zenita Group ha sviluppato un patrimonio di tecnologie proprietarie e brevetti legati a settori come computer vision, Internet of Things e cyber defence. Soluzioni progettate per operare in contesti ad alta criticità, dove affidabilità e continuità rappresentano requisiti essenziali.

Innovazione nella pubblica amministrazione

La digitalizzazione della pubblica amministrazione rappresenta un altro fronte strategico per il sistema Paese. Tra le aree maggiormente interessate dai processi di innovazione figurano le procedure concorsuali, che negli ultimi anni hanno registrato una crescente spinta verso l’adozione di piattaforme digitali. Il Gruppo ha sviluppato soluzioni dedicate alla gestione dei concorsi pubblici su larga scala, con l’obiettivo di semplificare le procedure, ridurre i tempi organizzativi e garantire elevati standard di trasparenza e tracciabilità.

Mobilità, edifici intelligenti e città connesse

L’evoluzione delle città e dei servizi urbani passa anche attraverso la diffusione di sistemi intelligenti capaci di integrare dati, reti e servizi. Mobilità, smart building e gestione del territorio sono oggi settori sempre più orientati verso modelli basati sull’interconnessione e sull’analisi delle informazioni in tempo reale. Per amministrazioni e gestori di servizi, la sfida consiste nel realizzare soluzioni che non siano soltanto efficienti nella fase iniziale, ma che mantengano nel tempo livelli adeguati di affidabilità, sicurezza e sostenibilità operativa. Ciò che accomuna tutti gli ambiti è la crescente necessità di disporre di competenze specialistiche e capacità di gestione diretta delle componenti più critiche dei progetti tecnologici. In questo contesto, Zenita Group ha costruito il proprio modello operativo puntando sullo sviluppo di competenze proprietarie e sulla gestione interna delle principali attività tecnologiche, così da offrire continuità ai clienti e supportare la realizzazione di progetti destinati a evolvere nel lungo periodo.

Trasformazione tecnologica, quando l’innovazione si misura nella vita quotidiana

Quando si parla di innovazione tecnologica, il dibattito si concentra spesso su piattaforme, infrastrutture e sistemi complessi. Meno frequente è invece la riflessione su quali effetti producono queste tecnologie nella vita quotidiana dei cittadini. Dietro ogni processo digitalizzato, ogni servizio reso più efficiente e ogni dato analizzato in tempo reale esistono infatti conseguenze concrete che incidono sulla sicurezza, sulla mobilità e sul rapporto tra persone e istituzioni. È in questa prospettiva che la trasformazione digitale diventa uno strumento per migliorare il funzionamento dei servizi pubblici e la qualità della vita.

Dalla sicurezza urbana alla prevenzione dei rischi

Uno degli ambiti in cui l’impatto delle nuove tecnologie è maggiormente percepibile è quello della sicurezza. L’utilizzo di sistemi avanzati di analisi dati, visione artificiale e monitoraggio intelligente consente oggi di individuare anomalie e situazioni potenzialmente critiche con maggiore rapidità rispetto al passato. Queste soluzioni trovano applicazione in contesti particolarmente sensibili come aeroporti, infrastrutture strategiche e punti di accesso al territorio. L’obiettivo non è aumentare i controlli in modo indiscriminato, ma rendere più efficaci le attività di prevenzione e di intervento, contribuendo a creare ambienti più sicuri per cittadini e operatori.

Mobilità intelligente e gestione del territorio

La tecnologia svolge un ruolo crescente anche nella gestione della mobilità urbana. I sistemi di monitoraggio di nuova generazione permettono di raccogliere e interpretare dati sul traffico e sulla viabilità, offrendo alle amministrazioni strumenti più avanzati per comprendere ciò che accade sul territorio in tempo reale. Queste informazioni possono tradursi in una migliore gestione dei flussi di traffico, in una riduzione dei tempi di intervento in caso di criticità e in una maggiore capacità di pianificazione. La cosiddetta mobilità intelligente, sempre più presente nelle strategie delle città, punta proprio a rendere gli spostamenti più sicuri ed efficienti.

Digitalizzare i concorsi per rafforzare il rapporto con le istituzioni

Un altro ambito che sta vivendo una profonda trasformazione è quello delle procedure concorsuali nella pubblica amministrazione. La digitalizzazione dei processi di selezione rappresenta una risposta alle esigenze di rapidità, trasparenza e gestione di un numero crescente di candidati. Attraverso piattaforme dedicate, oggi è possibile organizzare e gestire prove su larga scala, semplificando le procedure e riducendo tempi e costi amministrativi. Per molti enti pubblici, dalle amministrazioni centrali alle università, l’innovazione tecnologica diventa così uno strumento per migliorare l’efficienza organizzativa e rafforzare la fiducia dei cittadini nei processi di selezione.

Il contributo di Zenita Group

In questo scenario si inserisce il contributo di Zenita Group, realtà italiana specializzata nella progettazione e nell’integrazione di soluzioni tecnologiche per il settore pubblico e privato. Il gruppo sviluppa attività che spaziano dalla sicurezza alla gestione della mobilità, fino alla digitalizzazione dei processi amministrativi, con l’obiettivo di supportare organizzazioni e istituzioni nei percorsi di innovazione. L’approccio adottato si inserisce inoltre nel più ampio tema della sovranità tecnologica, sempre più rilevante in un contesto caratterizzato da crescenti sfide geopolitiche e dalla necessità di garantire il controllo di dati e sistemi strategici. In quest’ottica, la presenza di competenze e risorse radicate sul territorio nazionale viene considerata da molti operatori un elemento importante per rafforzare autonomia, continuità operativa e resilienza.

L’IA interessa al papa e a Mattarella ma non alla politica: il paradosso italiano

Come sarà il futuro? A raccontarcelo, paradossalmente, sono due “ex giovani”: papa Leone XIV e Sergio Mattarella, 70 anni il primo, 84 il secondo. Sono stati loro, nel giro di una settimana, a parlare di quali saranno le sfide dei prossimi decenni, dall’intelligenza artificiale alla robotica fino alla nuova conquista dello Spazio. Ponendo dubbi sui rischi, pur non negando le opportunità, e proponendo qualche soluzione.

L’IA interessa al papa e a Mattarella ma non alla politica: il paradosso italiano
L’IA interessa al papa e a Mattarella ma non alla politica: il paradosso italiano
L’IA interessa al papa e a Mattarella ma non alla politica: il paradosso italiano
L’IA interessa al papa e a Mattarella ma non alla politica: il paradosso italiano
L’IA interessa al papa e a Mattarella ma non alla politica: il paradosso italiano

E gli altri? I politici italiani di ogni colore? Qualche frasetta, alcuni allarmi, ogni tanto una rassicurazione. Eppure il tema è in agenda, come si dice in politica, cioè se ne parla in famiglia, sugli autobus, nei luoghi di lavoro, i ragazzi ne discutono animatamente perché sanno che la loro vita quotidiana ne sarà condizionata e stravolta. E nel 2027 in Italia si vota. Insomma, ci sarebbero tutte le condizioni ideali per avere un dibattito pubblico su questi temi. Che infatti nel resto del mondo tengono banco.

Gli unici a porre con forza il tema all’esame dell’opinione pubblica

Perché mentre negli Stati Uniti si dibatte dei limiti all’uso dell’IA nel campo militare, mentre Elon Musk sta per sbarcare in Borsa con SpaceX, mentre nel Regno Unito il confronto pubblico su tutela del lavoro e proprietà intellettuale è tanto acceso da aver già riempito le piazze di proteste, mentre a Bruxelles ci si divide tra sprone alla competitività e regolamentazione, in Italia tutto langue.

L’IA interessa al papa e a Mattarella ma non alla politica: il paradosso italiano
Padre Paolo Benanti (foto Imagoeconomica).

Tanti convegni, poca concretezza politica

Convegni tanti – encomiabile l’impegno del presidente della Commissione AI padre Paolo Benanti -, ma ancora manca lo scatto dei partiti. Un altro non politico, il governatore di Bankitalia Fabio Panetta, ha suonato la sveglia: l’Italia è indietro, solo il 16 per cento delle aziende la usa, molto meno rispetto agli standard europei. E pensare che l’IA, se ben governata, può essere anche un acceleratore di Pil.

L’IA interessa al papa e a Mattarella ma non alla politica: il paradosso italiano
Fabio Panetta (Imagoeconomica).

Allora non resta che sperare che i politici, di destra, di centro e di sinistra, si chiariscano le idee, studino i dossier, elaborino una strategia, propongano ricette. Magari aiuterebbe anche a recuperare un po’ di quella disaffezione che pesa ogni elezione di più sull’affluenza al voto. Perché al netto di come la si pensi, papa Prevost e il presidente Mattarella dall’alto della loro visione hanno centrato il punto: IA, robotica e Spazio determineranno le nostre condizioni di vita nei prossimi decenni. I ragazzi lo sanno già. Si attende (con calma) anche la politica nostrana.

Musk contro Altman: la scusa dell’etica e l’idealismo tech diventato guerra di potere

«L’hanno rimasto solo», citando Vittorio Gassman nell’Audace colpo dei soliti ignoti. Beffardo destino, quello di Elon Musk. Neanche fosse un contrappasso dantesco, l’uomo che dice di avere a cuore il futuro dell’intera umanità è lo stesso che, in alcuni dei reel più recenti che circolano in Rete, appare isolato, evitato pressoché dall’umanità intera. Ma lui non demorde. Così la sua preoccupazione per le «magnifiche sorti e progressive» (questa volta la cit. è da La ginestra di Giacomo Leopardi) è sbarcata anche nelle aule di tribunale grazie alla causa intentata contro Sam Altman, numero uno di OpenAI, l’azienda dietro ChatGPT. L’accusa mossa dal nostro è quella di aver tradito il patto originario di mantenere OpenAI una non-profit e di averla invece trasformata in una macchina da soldi.

Musk contro Altman: la scusa dell’etica e l’idealismo tech diventato guerra di potere
Il Ceo di OpenAI Sam Altman (Ansa).

Elon, abbiamo imparato a conoscerti

Chiariamo subito. Non che l’uno sia meglio dell’altro. Ma forse a Elon sfugge che, nel corso degli anni, abbiamo imparato a conoscerlo. E, proprio per questo, grazie a massicce dosi di anticorpi, non ce la beviamo più. Così finisce (per il momento) che il tribunale federale di Oakland, in California, abbia rigettato la causa per un vizio formale, senza neanche entrare davvero nel merito della questione. Il che offre lo spunto per capire la portata simbolica di questo scontro tra titani.

La fondazione come ente senza scopo di lucro

Tutto ebbe inizio nel 2015. OpenAI fu fondata come ente senza scopo di lucro, con l’obiettivo di sviluppare intelligenza artificiale «per il bene dell’umanità». Musk fu tra i primi a metterci i soldi. Nel 2018 però lasciò il consiglio di amministrazione. Ufficialmente, per evitare conflitti con Tesla, l’altra sua azienda impegnata nello sviluppo di un’intelligenza artificiale per la guida autonoma. Ma in realtà sembra che Musk avesse chiesto, senza successo, il controllo totale della società e avesse persino tentato di fondere OpenAI con Tesla, senza riuscirvi.

Musk contro Altman: la scusa dell’etica e l’idealismo tech diventato guerra di potere
Il logo di OpenAI (Imagoeconomica).

Una questione etica, con richiesta di risarcimento

Nel 2019 OpenAI creò una controllata for-profit, OpenAI LP, legata alla non-profit ma con un obiettivo diverso: fare business, scalare, attrarre capitali, crescere e attrarre capitali ancora. Nel 2024 Musk ne ha fatto una questione etica, intentando l’azione legale. E chiedendo, in qualità di investitore della prima ora, un risarcimento, secondo alcune stime, pari a 180 miliardi di dollari per «guadagni illeciti» nonché il riconoscimento del fatto che OpenAI abbia usato quei soldi per scopi diversi da quelli inizialmente dichiarati. Una truffa, in sostanza.

Due visioni dell’IA, tra bene pubblico e infrastruttura privata

Il resto è cronaca recente. Dopo poche settimane di udienza, il tutto si è chiuso con un nulla di fatto. Il problema, a quanto pare, è che Elon si sia mosso troppo tardi. Tuttavia, il punto interessante di questa storia fatta di miliardi, tecnologia, avidità e risentimento non è giuridico quanto simbolico, come dicevamo. Vale a dire il confronto tra due visioni dell’intelligenza artificiale, tra bene pubblico e infrastruttura privata, oltre alla trasformazione dell’idealismo tech in una guerra di potere.

Musk contro Altman: la scusa dell’etica e l’idealismo tech diventato guerra di potere
Elon Musk (Ansa).

Musk è stato costretto a rincorrere con Grok

È noto infatti che nel mondo dell’innovazione tecnologica chi tardi arriva, male alloggia. Il primo di solito si prende tutto, struttura il mercato, ne decide il funzionamento, imposta il gioco. E poi diventa difficile scalzarlo. OpenAI, con ChatGPT, è arrivata per prima. Così Musk ha perso la bussola e si è ritrovato ai margini, fuori dalla cabina di regia, in ritardo e costretto a rincorrere con Grok, il modello d’intelligenza artificiale di xAI, integrato in X (ex Twitter) e pensato esplicitamente come concorrente di ChatGPT. Solo che, ed Elon lo sa, Grok gioca in serie B, fuori dagli accordi che contano, dalle forniture che fanno fare il salto di qualità, finendo troppo lontano dalla “casalinga di Voghera” che l’idea per una ricetta oggi la chiede direttamente a ChatGPT.

Musk contro Altman: la scusa dell’etica e l’idealismo tech diventato guerra di potere
Grok, chatbot di X (Ansa).

Vari scandali, dal deepfake all’antisemitismo

E poi resta un fatto. Di quale etica Elon si fa portavoce se proprio la sua intelligenza artificiale, Grok, è stata al centro di una serie di scandali? Un modello venduto come più libero e meno censurato rispetto a ChatGPT ha perso il controllo generando deepfake e contenuti estremi, dalla pedopornografia ai contenuti antisemiti, tanto da attirare pressioni da autorità di mezzo mondo che lo hanno costretto a limitare parte delle sue funzionalità.

L’umanità non ama chi non sa perdere

Intendiamoci: se Musk vuole parlare di etica, è il benvenuto. Tuttavia, vale la pena chiedersi di quale etica stia parlando. È l’etica che protegge il bene comune e i minori, o quella che lascia che un chatbot generi contenuti oltre ogni limite, prima che le autorità lo costringano a metterci una pezza? Alla luce di tutto, e più semplicemente, sembra che la questione sia più banale di quanto appaia. A Elon non piace perdere. E infatti ha già annunciato ricorso. Resta tuttavia il fatto che la gente comune, insomma l’umanità, non ama chi non sa perdere. Per questo Elon, alla fine, balla da solo.

Se pure il digital detox diventa un prodotto: il grande business della disconnessione

La scena sembra ipnotica. C’è un uomo impalato da ore davanti a una slot machine. Ogni volta pensa: «Ancora una e poi basta». Evidentemente non siamo nella Russia ottocentesca de Il giocatore di Dostoevskij, ma in uno dei tanti alberghi di Las Vegas. Un tiro dopo l’altro. L’uomo a volte vince. A volte no. Ma continua. I casinò sanno bene come funziona per riuscire a tenerlo lì, incollato su una sedia da ore. E non sono gli unici. Vale anche per gli smartphone.

Il desiderio che si autoalimenta tra feed, like e scroll

Il meccanismo ha un nome preciso: ricompensa variabile. In termini tecnici, la combinazione tra un feedback immediato e la variabilità della ricompensa aumenta la persistenza del comportamento. Detto in soldoni: se insegui una cosa e non la trovi mai, finisce che smetti di cercare. Idem se la trovi sempre perché ti ci abitui e l’interesse cala. Ma se quella cosa che cerchi a volte la trovi e a volte no, e non sai per certo quando la troverai e quando no, non riuscirai a smettere di cercarla. Come quando giri ancora un’altra carta o dai ancora un occhio al tuo cellulare. Piccole vincite gettate lì per caso, ma non del tutto. Diciamo abbastanza spesso da non farti smettere di cercare. Il desiderio si autoalimenta, il refresh del feed, l’ultima notifica, il penultimo like, lo scroll infinito.

Se pure il digital detox diventa un prodotto: il grande business della disconnessione
Combattere l’iper-connessione è diventata un’industria (foto Unsplash).

Riescono a sfruttare le nostre vulnerabilità psicologiche

Lo spiegava bene l’informatico e imprenditore Tristan Harris, una delle menti dietro il successo di Google e uno dei primi critici del modus operandi dei giganti del web. Un prodotto digitale costruito sul meccanismo della ricompensa variabile agisce sulla mente esattamente come il braccio di una slot machine. In quel documento riservato, Harris analizzava le nostre vulnerabilità psicologiche che qualcuno aveva imparato a sfruttare al meglio per non lasciarci andare. La nostra predisposizione agli stimoli intermittenti, il nostro bisogno di approvazione sociale, la paura di perderci qualcosa. L’incertezza che ci spinge a cercare ancora. Era il 2013.

Digital detox, un mercato che vale già quasi 3 miliardi di dollari

Un anno dopo, sempre in California, l’ex manager tech reduce da un burnout Levi Felix aprì Camp Grounded, uno dei primi retreat per disintossicarsi dagli schermi. A seguire, nel Regno Unito, fu la volta di Time To Log Off, fondato da un’ex imprenditrice digitale, Tanya Goodin: weekend offline, consulenze, percorsi per ridurre la dipendenza dallo schermo. Invece di diventare oggetto di regolamentazione, la critica al digitale si era trasformata essa stessa in un mercato. Un mercato molto ricco che oggi vale quasi 3 miliardi di dollari e che si stima raddoppi entro il 2033. Insomma, c’è domanda. Come ha messo in luce un’analisi di EY, una società di consulenza, nel 2025 più di un terzo dei consumatori britannici è interessato a un digital detox, quota che sale quasi alla metà tra i 18 e i 34 anni.

Se pure il digital detox diventa un prodotto: il grande business della disconnessione
Percorsi e weekend digital detox diventano sempre più un business (foto Unsplash).

Se si comprano prodotti o servizi, è solo un’oasi di decelerazione

E poi c’è quello che il filosofo sloveno Slavoj Žižek chiama “interpassività”, cioè la nostra convinzione di affrontare il problema comprando la soluzione piuttosto che agendo sulle abitudini che lo scatenano. Così, invece di porci dei limiti, di darci una regolata, deleghiamo a un prodotto o a un servizio. Il risultato è che la soluzione dura il tempo dell’acquisto. Pit-stop che il sociologo tedesco Hartmut Rosa definisce «oasi di decelerazione». Come infatti ha osservato uno studio dell’Università di Lancaster, ci si muove in un loop senza via di fuga. Si smette per un po’, si ricade, ci si sente in colpa, si ricompra un nuovo strumento per ricominciare. Ogni ricaduta è solo una pausa per radicarsi ancora di più in questo circolo vizioso.

Manager che pagano 2 mila euro per farsi sequestrare l’iPhone

Così l’industria del digital detox ha trovato terreno fertile, trasformando il desiderio di disconnessione in un simbolo di benessere contemporaneo. Il problema è che molte di queste soluzioni per staccare finiscono per riprodurre un evidente problema di classe. Perché il detox digitale è ormai diventato una nuova categoria del lusso. App per smettere di usare le app in abbonamento. Telefoni costosissimi che fanno meno cose. Vacanze tech-free da centinaia di euro a notte prenotate online. Manager che pagano 2 mila euro per farsi sequestrare l’iPhone per quarantotto ore e chiamarlo benessere.

Se pure il digital detox diventa un prodotto: il grande business della disconnessione
Nella natura, ma comunque schiavi dello scroll (foto Unsplash).

Per qualcuno spegnere il telefono non è mindfulness, ma perdita di fatturato

Naturalmente tutto questo vale finché puoi permetterti di mettere il cartello “Torno subito”. Perché c’è un’intera economia fatta di freelance, precari iperconnessi, creator, rider e consulenti per cui spegnere il telefono non è mindfulness, ma perdita di fatturato. E così il detox digitale finisce per somigliare a molte altre cose contemporanee. Un lusso per persone già abbastanza protette da potersi assentare.

L’IA può aiutare i truffatori a ingannarci: cosa ci insegna il caso Galeazzi sulle nuove forme di phishing


Dietro l’attacco hacker che ha sottratto ad Andrea Galeazzi, re delle recensioni tech, il controllo del suo account c’è una nuova tecnica di manipolazione chiamata social engineering, che utilizza l’intelligenza artificiale per studiare i profili delle vittime e costruire truffe personalizzate, sempre più difficili da smascherare.
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