Maxi-alleanza tra Nvidia e i giganti di Wall Street: 500 miliardi per l’IA

Il colosso dei semiconduttori Nvidia ha annunciato una maxi-alleanza strategica con sei tra i maggiori player della finanza globale (Apollo Global Management, BlackRock, Blackstone, Brookfield Asset Management, Goldman Sachs e KKR) per mobilitare almeno 500 miliardi di dollari di capitale di terzi da investire in infrastrutture per l’intelligenza artificiale.

Gli obiettivi della maxi-alleanza annunciata da Nvidia

L’operazione, illustrata dall’amministratore delegato Jensen Huang, punta a creare piattaforme di finanziamento dedicate per offrire accesso a risorse finanziarie su vasta scala e a tassi competitivi per i clienti dell’azienda di Santa Clara, in modo da rendere più rapida e sostenibile la costruzione di data center, infrastrutture energetiche e quelle che Nvidia definisce “fabbriche di IA”, ovvero strutture altamente specializzate per sviluppare, addestrare e distribuire applicazioni basate sull’intelligenza artificiale. Se la somma di 500 miliardi di dollari è stata specificata, mancano ancora dettagli sui tempi e sulla struttura del finanziamento.

Maxi-alleanza tra Nvidia e i giganti di Wall Street: 500 miliardi per l’IA
Jensen Huang, ceo di Nvidia (Imagoeconomica).

Il finanziamento avverrà tramite strumenti di debito

I dirigenti coinvolti hanno chiarito che il focus sarà sul finanziamento tramite strumenti di debito – come prestiti, obbligazioni e altre forme di finanziamento a leva – per mettere a disposizione dei maggiori clienti di Nvidia la potenza di calcolo necessaria a sviluppare e far crescere i loro progetti di IA. Tra le aziende che utilizzano i chip o le unità di elaborazione grafica di Nvidia figurano Google, Meta, Amazon, Microsoft, SpaceX, Tesla, OpenAI e Anthropic.

Intelligenza artificiale fuori controllo? cosa ci insegna il caso di OpenAI

Sembra di assistere a quella scena di Jurassic Park in cui i dinosauri scappano dalla loro riserva, distruggendo in pochi minuti l’illusione di controllo costruita dal parco. Solo che questa volta non ci sono artigli e zanne, ma un agente di intelligenza artificiale che esce dal perimetro di sicurezza che gli era stato assegnato e va a colpire i sistemi di un’altra piattaforma che, ironia della sorte, lavora proprio con le IA.

Se l’agente IA diventa un hacker: l’incidente di OpenAI

OpenAI, l’azienda dietro ChatGPT, stava conducendo un test di sicurezza su un nuovo modello di IA, con l’obiettivo di valutarne le capacità di cybersicurezza. A ben pensarci, un esperimento molto utile anche per mettere le IA a difesa delle nostre infrastrutture digitali. Però, come ha rivelato l’azienda, qualcosa è andato storto. Nel corso del test, l’agente ha utilizzato risorse e permessi disponibili per uscire dal recinto che gli era stato assegnato e ha diretto la sua attenzione verso l’esterno. Lì ha individuato una falla nella sicurezza della piattaforma Hugging Face, ha costruito una sequenza di passaggi operativi e ha portato a termine un attacco informatico. Quando Hugging Face si è accorta che qualcosa non andava nel verso giusto, la situazione è diventata subito chiara: la violazione non è arrivata da un hacker in carne e ossa, ma da un agente AI in fase di test sviluppato da OpenAI. Il test, insomma, ha prodotto un effetto nel mondo reale.

Intelligenza artificiale fuori controllo? cosa ci insegna il caso di OpenAI
Sam Altman (Ansa).

Cosa spaventa di più?

La risposta contiene entrambi gli aspetti, perché se da un lato quanto accaduto ci mette di fronte all’evidenza che lo sviluppo tecnologico, se non propriamente governato e regolato, può avere effetti collaterali distruttivi, dall’altro l’incapacità umana di contenere il rischio dimostra che questi strumenti, nelle mani sbagliate, possono diventare semplicemente rovinosi.

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«dilemma del controllo» e la mutazione dei bot

Sul versante tecnologico, il caso OpenAI conferma un trend in corso da tempo. Gli esperti parlano apertamente di «dilemma del controllo». Vale a dire: siamo in un’epoca in cui i sistemi di intelligenza artificiale non si limitano più a rispondere a domande, ma riscrivono parti del proprio codice, ottimizzano autonomamente le prestazioni, mettono in atto strategie per aggirare le regole e prendono decisioni che nemmeno i progettisti riescono sempre a spiegarsi. Insomma, per usare una figura letteraria, dei mutanti che, in contesti di cybersicurezza, creano preoccupazione, visto che lo stesso agente che utilizziamo per difenderci potrebbe, in determinate condizioni, diventare il responsabile dell’attacco.

Intelligenza artificiale fuori controllo? cosa ci insegna il caso di OpenAI
IA (Igor Omilaev via Unsplash).

L’uso criminoso dei modelli di IA

Sul versante umano, l’incapacità di contenimento cresce. Il caso OpenAI non è il primo della serie. Esistono già situazioni in cui modelli linguistici vengono arruolati da gruppi criminali per generare codici malevoli, email di phishing su scala industriale e malware per dispositivi mobili in grado di rubare contatti, cronologia delle chiamate, file e dati di geolocalizzazione. Senza dimenticare la corsa a sfruttare l’IA per automatizzare campagne di disinformazione, manipolare opinioni, realizzare deepfake e via discorrendo.

Intelligenza artificiale fuori controllo? cosa ci insegna il caso di OpenAI
(foto di Glen Carrie via Unsplash).

Basta sottovalutare la macchina: serve una governance responsabile

E allora, tornando alla domanda iniziale, che cosa ci spaventa di più? La capacità dell’IA di sfuggire al controllo o l’incapacità umana di contenerla? Se guardiamo con onestà al quadro complessivo, la paura più fondata nasce proprio dall’incrocio tra questi due piani. Ci spaventa vedere sistemi che sviluppano comportamenti complessi, talvolta ingannevoli, in grado di individuare punti deboli nei nostri recinti digitali senza che nessuno dica loro, passo dopo passo, cosa fare. Ci spaventa, però, ancora di più accorgerci che quei recinti li abbiamo progettati noi, con policy troppo vaghe, audit troppo deboli e regole troppo lente rispetto alla velocità dell’innovazione. La soluzione? Riconoscere che siamo di fronte a un salto di scala. Gli agenti di intelligenza artificiale stanno entrando nelle infrastrutture critiche, nelle banche, negli ospedali, nelle piattaforme di ricerca e nelle campagne elettorali.

OpenAI, modelli AI fuori controllo hackerano una piattaforma

OpenAI, l’azienda produttrice di ChatGPT, ha reso noto che i suoi modelli di intelligenza artificiale avanzata sono andati fuori controllo durante i test di sicurezza, violando autonomamente una popolare piattaforma per programmatori. L’azienda di San Francisco ha definito l’accaduto un «incidente informatico senza precedenti» e ha annunciato che condurrà un’indagine congiunta con la piattaforma di condivisione di codice e modelli di IA Hugging Face, vittima del cyber attacco. L’accaduto ha coinvolto una combinazione di modelli, tra cui il recente GPT-5.6 Sol e uno «ancora più capace» attualmente in fase di sviluppo. OpenAI stava cercando di valutare le capacità di hacking dei modelli assegnando loro dei compiti all’interno di un ambiente di test digitale rigorosamente controllato. «Mentre operavano nel nostro ambiente di test, i modelli hanno dedicato una quantità significativa di potenza di calcolo a trovare un modo per ottenere un accesso illimitato a Internet, al fine di risolvere il problema di valutazione». E sono riusciti, da soli, a uscire dalla “stanza chiusa”, entrare nei sistemi di Hugging Face, eseguire decine di migliaia di azioni automatiche e muoversi dentro l’infrastruttura interna dell’azienda.

Chiedo all’Intelligenza artificiale: se il manager si affida ciecamente al bot

C’è una nuova specie umana che si aggira nelle sale riunioni: il Ceo innamorato dell’intelligenza artificiale. Non si limita a usarla: la venera. Le chiede consigli strategici, le sottopone organigrammi e arriva persino a porle la domanda delle domande: «Lo licenzio questo?». Non è uno scherzo. È quanto emerge da una recente inchiesta che ha raccolto le testimonianze di diversi lavoratori americani i cui capi, ormai ossessionati dai chatbot, avevano cominciato a prendere decisioni aziendali, comprese assunzioni e licenziamenti, basandosi quasi esclusivamente sui consigli del bot. «Bot delle mie brame, dimmi…».

Chiedo all’Intelligenza artificiale: se il manager si affida ciecamente al bot
Tim Witzdam via Unsplash.

Quando in azienda le direttive dell’IA diventano la Bibbia

C’è, per esempio, l’avvocato impiegato in una startup che racconta di un capo arrivato a imporre a tutto lo staff di consultare l’intelligenza artificiale prima di ogni riunione. Aveva persino fatto costruire un documento di centinaia di pagine, ribattezzato internamente la Bibbia, che i dipendenti avrebbero dovuto interrogare al posto dei colleghi per capire come svolgere il proprio lavoro. E che dire dello specialista IT che descrive un supervisore intento a copiare quasi ogni conversazione avuta con colleghi e collaboratori dentro ChatGPT, chiedendo al chatbot se si fosse comportato correttamente? La risposta era quasi sempre rassicurante e finiva puntualmente per confermare qualunque decisione avesse già preso. Un altro caso riguarda una piattaforma software per l’industria manifatturiera. Qui il fondatore ignorava sistematicamente le analisi di mercato del team commerciale, preferendo fidarsi di ciò che gli suggeriva il chatbot, anche quando contraddiceva l’esperienza diretta di chi lavorava sul campo ogni giorno. In altre parole, ignorava il contesto. Che è esattamente ciò che fa tutta la differenza del mondo. E giù novantadue minuti di applausi per questa pantomima fantozziana.

Chiedo all’Intelligenza artificiale: se il manager si affida ciecamente al bot
foto di Hunters Race via Unsplash.

La fiducia cieca nel bot crea caos e instabilità

Il paradosso, notato da molti, è che questa fiducia cieca nell’intelligenza artificiale, presentata come uno strumento di efficienza, produceva ambienti di lavoro sorprendentemente più caotici e instabili, con ruoli che cambiavano di settimana in settimana in base all’ultima conversazione con il bot. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Umanità varia in cerca disperata di leadership, di qualcuno capace di assumersi dei rischi e prendere decisioni. Il risultato? Un capo sempre meno disposto ad ascoltare le persone e sempre meno capace di entrare in sintonia con loro (empatia, la chiamano quelli bravi) perché l’intelligenza artificiale gli restituisce costantemente l’immagine di sé che desidera vedere.

Gli esseri umani diventano numeri e statistiche

È un’immagine che fa sorridere e insieme inquieta, perché racconta un fenomeno reale. L’IA non entra più soltanto nelle vite private delle persone, nei loro rapporti e nelle loro solitudini; si insedia sempre più a fondo anche nelle stanze dove si decide chi lavora e chi no. In un recente libro scritto da un gruppo di professori della Duke University e della Carnegie Mellon University, Moral AI and How We Get There, il tema della disumanizzazione mediata dall’intelligenza artificiale viene spiegato con grande precisione. Il meccanismo è semplice: meno si percepisce l’altro come essere umano, meno si prova empatia; e meno empatia si prova, meno ci si interroga sulle conseguenze che le proprie decisioni possono avere sulle persone. L’IA può contribuire ad amplificare questa distanza in molti modi, a partire dalla tendenza a trattare gli esseri umani come numeri, dati o statistiche, anziché come persone in carne e ossa, con un vissuto imperfetto e inserite in uno specifico contesto.

Chiedo all’Intelligenza artificiale: se il manager si affida ciecamente al bot

L’amplificazione dei bias e la produzione di false certezze

Non è l’intelligenza artificiale, di per sé, a essere crudele. È uno strumento e, come tutti gli strumenti, amplifica le tendenze di chi lo utilizza. Proprio perché restituisce risposte apparentemente oggettive, rischia però di conferire una patina di razionalità a decisioni che meriterebbero più dubbi, non meno. Il rischio non è tanto che l’intelligenza artificiale prenda il sopravvento sulle persone, quanto che siano le persone a smettere di sentirsi responsabili delle proprie scelte. Il problema principale non è l’autonomia dell’IA, bensì l’abdicazione della responsabilità da parte degli esseri umani. I sistemi di intelligenza artificiale amplificano infatti i bias già esistenti e producono una falsa certezza che finisce per erodere la responsabilità nei processi decisionali organizzativi, marginalizzando l’esperienza e il giudizio umano.

Dopo le attività ripetitive, si automatizza il giudizio

Per anni si è immaginato che l’intelligenza artificiale avrebbe automatizzato soprattutto le attività ripetitive. Quello che invece emerge da questi racconti è qualcosa di diverso: l’automazione del giudizio. Non perché i manager rinuncino formalmente a decidere, ma perché iniziano a cercare nella macchina ciò che fino a poco tempo fa cercavano nei colleghi: conferma, legittimazione e, forse soprattutto, la rassicurante sensazione di non essere soli nel peso delle proprie decisioni.

Ft: «OpenAi valuta di cedere 5 per cento al governo Usa per avere sostegno»

OpenAI avrebbe proposto al governo degli Stati Uniti di cedere una quota del 5 per cento della società, secondo quanto riportato dal Financial Times. Una mossa che vorrebbe allentare le crescenti pressioni politiche di Washington. La partecipazione avrebbe un valore di circa 42,6 miliardi di dollari, dopo che la startup ha chiuso a marzo un round di finanziamento da record con una valutazione post-money di 852 miliardi di dollari. Il ceo Sam Altman ha sostenuto che dare al pubblico una partecipazione finanziaria nell’azienda sia il modo migliore per condividere i benefici dell’IA. Avrebbe suggerito una quota di tale entità nei primi colloqui con l’amministrazione Trump nell’ambito di un accordo più ampio in base al quale Washington potrebbe detenere il 5 per ceno in altre delle principali società di sviluppo di IA statunitensi tramite una società veicolo – ma non è chiaro se tali società sarebbero disposte a farlo.

Intelligenza artificiale, l’hype serve a poco se manca la fiducia

Cosa hanno in comune un piccolo brand di snack, due team di avvocati americani e 150 matematici provenienti da tutto il mondo? Ho chiesto ad alcune intelligenze artificiali di risolvere l’indovinello. Secondo Gemini il mondo dei giochi logici e della didattica. Perplexity mi ha chiesto più contesto per poter dare una risposta. Mentre ChatGPT mi ha detto che la risposta più probabile è che siano tutti finiti dentro contenuti generati dall’IA. Quando ho chiesto come facesse a inferirlo, ha replicato che si trattava della risposta più plausibile rispetto ai testi cui la macchina ha avuto accesso in fase di addestramento. In parole semplici: «Produco la risposta che suona giusta, non necessariamente quella verificata.» Ed è qui che casca l’asino, questo è in effetti il problema. Perché se c’è una cosa che unisce un piccolo brand di snack, un team di avvocati americani e 150 matematici provenienti da tutto il mondo è proprio il fatto che tutti hanno avuto un problema di fiducia nell’intelligenza artificiale.

Intelligenza artificiale, l’hype serve a poco se manca la fiducia
Un tribunale statunitense (Ansa).

Il processo annullato negli Usa perché gli avvocati avevano fatto ricerche con l’IA

Nell’ambito di un recente processo negli Stati Uniti, un giudice distrettuale del Mississippi ha scoperto che gli avvocati di entrambe le parti in causa avevano condotto le proprie ricerche usando l’intelligenza artificiale. Nessuno aveva controllato cosa ci fosse scritto, finché non sono state presentate le rispettive memorie e l’ha fatto qualcun altro per loro. Risultato? Imbarazzo, scuse alla corte, multe, processo annullato e il divieto di comparire nel tribunale distrettuale per due anni per alcuni di loro. Niente male.

Lo spot del brand di snack, “bocciato” dalla fanbase

Il brand degli snack citato all’inizio di questo articolo si chiama Chookie. È americano e ultimamente aveva fatto un uso massiccio dell’IA per le proprie pubblicità, fino a toccare con mano il malcontento della fanbase e correre ai ripari girando uno spot i cui protagonisti sarebbero poi diventati un aereo di cartone e dei pupazzi animati. «È costato lo stesso in termini di tempo e soldi», ha tagliato corto uno dei suoi manager, ma alla fine la risposta è stata nettamente più positiva rispetto agli spot girati con l’IA. Motivo? Le pubblicità costruite con l’intelligenza artificiale suonavano artefatte, piene di errori e poco oneste.

Intelligenza artificiale, l’hype serve a poco se manca la fiducia
App di intelligenza artificiale su uno smartphone (Ansa).

I matematici: «Non cedete alle sirene dell’intelligenza artificiale»

Dal canto loro, 150 matematici provenienti da tutto il mondo e firmatari della Dichiarazione di Leiden su IA e Matematica avevano avvisato di fare attenzione e di non cedere alle sirene dell’IA. Nel loro caso ovviamente il riferimento è alla capacità dell’intelligenza artificiale di risolvere problemi complessi. Ma poco cambia. Leslie Ann Goldberg, firmataria e responsabile del dipartimento di informatica all’Università di Oxford, ha infatti spiegato che «le tecniche automatizzate attuali possono produrre argomentazioni plausibili ma inaffidabili, o addirittura errate, che sono difficili da distinguere da dimostrazioni matematiche corrette». Insomma, l’intelligenza artificiale potrebbe produrre soluzioni convincenti, che in realtà non resistono a un esame approfondito.

Manca un vero dibattito su come l’IA dovrebbe essere governata

Questi tre diversi casi ci raccontano qualcosa di preciso. Ovvero che al momento in giro c’è mancanza di lucidità. E questo stato delle cose fa gioco a quei pochi che lucidi lo sono per davvero, vale a dire quelli che la nuova tecnologia la spingono a prescindere e meglio se tutto resta così com’è, senza regole. A denunciarlo sul New York Times è stato John O’Farrell, uno degli ex soci di A16Z, fondo d’investimento della Silicon Valley e tra i principali protagonisti di questa corsa tecnologica. Che ha scritto: «Alcuni dei protagonisti più potenti dell’IA – guidati da alcuni miei amici e ex partner, con grande tristezza – hanno raccolto centinaia di milioni di dollari per evitare un dibattito più serio e significativo su come l’IA dovrebbe essere governata». Concludendo poi: «Credo che sia un enorme errore».

Al momento l’intelligenza artificiale resta un’enorme scommessa narrativa

Viviamo in una grande allucinazione, noi e l’IA. Siamo in hype, in quel punto esatto in cui la narrazione precede ciò che realmente è, e cioè che la macchina funziona meno di quello che ci vogliono far credere. Al momento, infatti, l’IA resta un’enorme scommessa narrativa la cui promessa è l’eliminazione della mediazione umana e quindi della fatica. Tradotto: velocità senza errore, conoscenza senza studio, creatività senza conoscenza, decisioni senza conflitto, assenza di responsabilità. Insomma, scorciatoie per il paradiso. O se preferite come in Pinocchio il Gatto e la Volpe e il Campo dei Miracoli. Basta fidarsi. Solo che la fiducia segue percorsi diversi, si costruisce nel tempo e dall’errore e con regole precise, tipo la trasparenza radicale. Forse è meglio stare in campana. Qualcuno, in un modo o nell’altro, ha cominciato a capirlo.

La sfida della trasformazione digitale italiana passa da competenze e integrazione

La trasformazione digitale delle organizzazioni non si esaurisce nell’adozione di nuove tecnologie. Dietro l’aggiornamento dei sistemi di un ospedale, la digitalizzazione dei servizi di un comune o la messa in sicurezza delle reti di una realtà strategica esiste un lavoro complesso che richiede competenze specialistiche, capacità di integrazione e continuità operativa. In un contesto sempre più interconnesso, la sfida non è soltanto implementare nuove soluzioni, ma garantirne il funzionamento e l’evoluzione nel tempo.

La digitalizzazione richiede competenze e continuità

In Italia, il percorso di innovazione procede a velocità differenti tra settori e territori. Le infrastrutture pubbliche e private, dai sistemi amministrativi agli ambienti industriali più complessi, devono confrontarsi con esigenze sempre più articolate in termini di sicurezza, interoperabilità e conformità normativa. In questo scenario emerge il ruolo dei partner tecnologici in grado di accompagnare le organizzazioni lungo l’intero ciclo di vita dei progetti. La capacità di comprendere il contesto operativo, conoscere i vincoli regolatori e garantire supporto continuativo rappresenta infatti un elemento sempre più rilevante per il successo delle iniziative di trasformazione.

Il ruolo di Zenita Group

Tra le realtà attive in questo ambito figura Zenita Group, polo italiano di ingegneria digitale che opera nei settori della sicurezza, della pubblica amministrazione e delle infrastrutture intelligenti. Il gruppo conta oltre 1.500 specialisti distribuiti in più di 20 sedi sul territorio nazionale e una presenza internazionale in diversi Paesi. L’approccio adottato punta a seguire i clienti lungo tutte le fasi del percorso tecnologico, dalla progettazione delle soluzioni fino alla gestione operativa, con l’obiettivo di garantire continuità e integrazione tra sistemi e processi.

Cybersecurity e protezione delle infrastrutture critiche

Uno degli ambiti di attività riguarda la sicurezza informatica e la protezione delle infrastrutture strategiche. La crescente esposizione ai rischi cyber ha infatti reso necessario investire in strumenti capaci di rafforzare il monitoraggio, la prevenzione e la risposta agli incidenti. In questo settore, Zenita Group ha sviluppato un patrimonio di tecnologie proprietarie e brevetti legati a settori come computer vision, Internet of Things e cyber defence. Soluzioni progettate per operare in contesti ad alta criticità, dove affidabilità e continuità rappresentano requisiti essenziali.

Innovazione nella pubblica amministrazione

La digitalizzazione della pubblica amministrazione rappresenta un altro fronte strategico per il sistema Paese. Tra le aree maggiormente interessate dai processi di innovazione figurano le procedure concorsuali, che negli ultimi anni hanno registrato una crescente spinta verso l’adozione di piattaforme digitali. Il Gruppo ha sviluppato soluzioni dedicate alla gestione dei concorsi pubblici su larga scala, con l’obiettivo di semplificare le procedure, ridurre i tempi organizzativi e garantire elevati standard di trasparenza e tracciabilità.

Mobilità, edifici intelligenti e città connesse

L’evoluzione delle città e dei servizi urbani passa anche attraverso la diffusione di sistemi intelligenti capaci di integrare dati, reti e servizi. Mobilità, smart building e gestione del territorio sono oggi settori sempre più orientati verso modelli basati sull’interconnessione e sull’analisi delle informazioni in tempo reale. Per amministrazioni e gestori di servizi, la sfida consiste nel realizzare soluzioni che non siano soltanto efficienti nella fase iniziale, ma che mantengano nel tempo livelli adeguati di affidabilità, sicurezza e sostenibilità operativa. Ciò che accomuna tutti gli ambiti è la crescente necessità di disporre di competenze specialistiche e capacità di gestione diretta delle componenti più critiche dei progetti tecnologici. In questo contesto, Zenita Group ha costruito il proprio modello operativo puntando sullo sviluppo di competenze proprietarie e sulla gestione interna delle principali attività tecnologiche, così da offrire continuità ai clienti e supportare la realizzazione di progetti destinati a evolvere nel lungo periodo.

Trasformazione tecnologica, quando l’innovazione si misura nella vita quotidiana

Quando si parla di innovazione tecnologica, il dibattito si concentra spesso su piattaforme, infrastrutture e sistemi complessi. Meno frequente è invece la riflessione su quali effetti producono queste tecnologie nella vita quotidiana dei cittadini. Dietro ogni processo digitalizzato, ogni servizio reso più efficiente e ogni dato analizzato in tempo reale esistono infatti conseguenze concrete che incidono sulla sicurezza, sulla mobilità e sul rapporto tra persone e istituzioni. È in questa prospettiva che la trasformazione digitale diventa uno strumento per migliorare il funzionamento dei servizi pubblici e la qualità della vita.

Dalla sicurezza urbana alla prevenzione dei rischi

Uno degli ambiti in cui l’impatto delle nuove tecnologie è maggiormente percepibile è quello della sicurezza. L’utilizzo di sistemi avanzati di analisi dati, visione artificiale e monitoraggio intelligente consente oggi di individuare anomalie e situazioni potenzialmente critiche con maggiore rapidità rispetto al passato. Queste soluzioni trovano applicazione in contesti particolarmente sensibili come aeroporti, infrastrutture strategiche e punti di accesso al territorio. L’obiettivo non è aumentare i controlli in modo indiscriminato, ma rendere più efficaci le attività di prevenzione e di intervento, contribuendo a creare ambienti più sicuri per cittadini e operatori.

Mobilità intelligente e gestione del territorio

La tecnologia svolge un ruolo crescente anche nella gestione della mobilità urbana. I sistemi di monitoraggio di nuova generazione permettono di raccogliere e interpretare dati sul traffico e sulla viabilità, offrendo alle amministrazioni strumenti più avanzati per comprendere ciò che accade sul territorio in tempo reale. Queste informazioni possono tradursi in una migliore gestione dei flussi di traffico, in una riduzione dei tempi di intervento in caso di criticità e in una maggiore capacità di pianificazione. La cosiddetta mobilità intelligente, sempre più presente nelle strategie delle città, punta proprio a rendere gli spostamenti più sicuri ed efficienti.

Digitalizzare i concorsi per rafforzare il rapporto con le istituzioni

Un altro ambito che sta vivendo una profonda trasformazione è quello delle procedure concorsuali nella pubblica amministrazione. La digitalizzazione dei processi di selezione rappresenta una risposta alle esigenze di rapidità, trasparenza e gestione di un numero crescente di candidati. Attraverso piattaforme dedicate, oggi è possibile organizzare e gestire prove su larga scala, semplificando le procedure e riducendo tempi e costi amministrativi. Per molti enti pubblici, dalle amministrazioni centrali alle università, l’innovazione tecnologica diventa così uno strumento per migliorare l’efficienza organizzativa e rafforzare la fiducia dei cittadini nei processi di selezione.

Il contributo di Zenita Group

In questo scenario si inserisce il contributo di Zenita Group, realtà italiana specializzata nella progettazione e nell’integrazione di soluzioni tecnologiche per il settore pubblico e privato. Il gruppo sviluppa attività che spaziano dalla sicurezza alla gestione della mobilità, fino alla digitalizzazione dei processi amministrativi, con l’obiettivo di supportare organizzazioni e istituzioni nei percorsi di innovazione. L’approccio adottato si inserisce inoltre nel più ampio tema della sovranità tecnologica, sempre più rilevante in un contesto caratterizzato da crescenti sfide geopolitiche e dalla necessità di garantire il controllo di dati e sistemi strategici. In quest’ottica, la presenza di competenze e risorse radicate sul territorio nazionale viene considerata da molti operatori un elemento importante per rafforzare autonomia, continuità operativa e resilienza.

L’IA interessa al papa e a Mattarella ma non alla politica: il paradosso italiano

Come sarà il futuro? A raccontarcelo, paradossalmente, sono due “ex giovani”: papa Leone XIV e Sergio Mattarella, 70 anni il primo, 84 il secondo. Sono stati loro, nel giro di una settimana, a parlare di quali saranno le sfide dei prossimi decenni, dall’intelligenza artificiale alla robotica fino alla nuova conquista dello Spazio. Ponendo dubbi sui rischi, pur non negando le opportunità, e proponendo qualche soluzione.

L’IA interessa al papa e a Mattarella ma non alla politica: il paradosso italiano
L’IA interessa al papa e a Mattarella ma non alla politica: il paradosso italiano
L’IA interessa al papa e a Mattarella ma non alla politica: il paradosso italiano
L’IA interessa al papa e a Mattarella ma non alla politica: il paradosso italiano
L’IA interessa al papa e a Mattarella ma non alla politica: il paradosso italiano

E gli altri? I politici italiani di ogni colore? Qualche frasetta, alcuni allarmi, ogni tanto una rassicurazione. Eppure il tema è in agenda, come si dice in politica, cioè se ne parla in famiglia, sugli autobus, nei luoghi di lavoro, i ragazzi ne discutono animatamente perché sanno che la loro vita quotidiana ne sarà condizionata e stravolta. E nel 2027 in Italia si vota. Insomma, ci sarebbero tutte le condizioni ideali per avere un dibattito pubblico su questi temi. Che infatti nel resto del mondo tengono banco.

Gli unici a porre con forza il tema all’esame dell’opinione pubblica

Perché mentre negli Stati Uniti si dibatte dei limiti all’uso dell’IA nel campo militare, mentre Elon Musk sta per sbarcare in Borsa con SpaceX, mentre nel Regno Unito il confronto pubblico su tutela del lavoro e proprietà intellettuale è tanto acceso da aver già riempito le piazze di proteste, mentre a Bruxelles ci si divide tra sprone alla competitività e regolamentazione, in Italia tutto langue.

L’IA interessa al papa e a Mattarella ma non alla politica: il paradosso italiano
Padre Paolo Benanti (foto Imagoeconomica).

Tanti convegni, poca concretezza politica

Convegni tanti – encomiabile l’impegno del presidente della Commissione AI padre Paolo Benanti -, ma ancora manca lo scatto dei partiti. Un altro non politico, il governatore di Bankitalia Fabio Panetta, ha suonato la sveglia: l’Italia è indietro, solo il 16 per cento delle aziende la usa, molto meno rispetto agli standard europei. E pensare che l’IA, se ben governata, può essere anche un acceleratore di Pil.

L’IA interessa al papa e a Mattarella ma non alla politica: il paradosso italiano
Fabio Panetta (Imagoeconomica).

Allora non resta che sperare che i politici, di destra, di centro e di sinistra, si chiariscano le idee, studino i dossier, elaborino una strategia, propongano ricette. Magari aiuterebbe anche a recuperare un po’ di quella disaffezione che pesa ogni elezione di più sull’affluenza al voto. Perché al netto di come la si pensi, papa Prevost e il presidente Mattarella dall’alto della loro visione hanno centrato il punto: IA, robotica e Spazio determineranno le nostre condizioni di vita nei prossimi decenni. I ragazzi lo sanno già. Si attende (con calma) anche la politica nostrana.

Musk contro Altman: la scusa dell’etica e l’idealismo tech diventato guerra di potere

«L’hanno rimasto solo», citando Vittorio Gassman nell’Audace colpo dei soliti ignoti. Beffardo destino, quello di Elon Musk. Neanche fosse un contrappasso dantesco, l’uomo che dice di avere a cuore il futuro dell’intera umanità è lo stesso che, in alcuni dei reel più recenti che circolano in Rete, appare isolato, evitato pressoché dall’umanità intera. Ma lui non demorde. Così la sua preoccupazione per le «magnifiche sorti e progressive» (questa volta la cit. è da La ginestra di Giacomo Leopardi) è sbarcata anche nelle aule di tribunale grazie alla causa intentata contro Sam Altman, numero uno di OpenAI, l’azienda dietro ChatGPT. L’accusa mossa dal nostro è quella di aver tradito il patto originario di mantenere OpenAI una non-profit e di averla invece trasformata in una macchina da soldi.

Musk contro Altman: la scusa dell’etica e l’idealismo tech diventato guerra di potere
Il Ceo di OpenAI Sam Altman (Ansa).

Elon, abbiamo imparato a conoscerti

Chiariamo subito. Non che l’uno sia meglio dell’altro. Ma forse a Elon sfugge che, nel corso degli anni, abbiamo imparato a conoscerlo. E, proprio per questo, grazie a massicce dosi di anticorpi, non ce la beviamo più. Così finisce (per il momento) che il tribunale federale di Oakland, in California, abbia rigettato la causa per un vizio formale, senza neanche entrare davvero nel merito della questione. Il che offre lo spunto per capire la portata simbolica di questo scontro tra titani.

La fondazione come ente senza scopo di lucro

Tutto ebbe inizio nel 2015. OpenAI fu fondata come ente senza scopo di lucro, con l’obiettivo di sviluppare intelligenza artificiale «per il bene dell’umanità». Musk fu tra i primi a metterci i soldi. Nel 2018 però lasciò il consiglio di amministrazione. Ufficialmente, per evitare conflitti con Tesla, l’altra sua azienda impegnata nello sviluppo di un’intelligenza artificiale per la guida autonoma. Ma in realtà sembra che Musk avesse chiesto, senza successo, il controllo totale della società e avesse persino tentato di fondere OpenAI con Tesla, senza riuscirvi.

Musk contro Altman: la scusa dell’etica e l’idealismo tech diventato guerra di potere
Il logo di OpenAI (Imagoeconomica).

Una questione etica, con richiesta di risarcimento

Nel 2019 OpenAI creò una controllata for-profit, OpenAI LP, legata alla non-profit ma con un obiettivo diverso: fare business, scalare, attrarre capitali, crescere e attrarre capitali ancora. Nel 2024 Musk ne ha fatto una questione etica, intentando l’azione legale. E chiedendo, in qualità di investitore della prima ora, un risarcimento, secondo alcune stime, pari a 180 miliardi di dollari per «guadagni illeciti» nonché il riconoscimento del fatto che OpenAI abbia usato quei soldi per scopi diversi da quelli inizialmente dichiarati. Una truffa, in sostanza.

Due visioni dell’IA, tra bene pubblico e infrastruttura privata

Il resto è cronaca recente. Dopo poche settimane di udienza, il tutto si è chiuso con un nulla di fatto. Il problema, a quanto pare, è che Elon si sia mosso troppo tardi. Tuttavia, il punto interessante di questa storia fatta di miliardi, tecnologia, avidità e risentimento non è giuridico quanto simbolico, come dicevamo. Vale a dire il confronto tra due visioni dell’intelligenza artificiale, tra bene pubblico e infrastruttura privata, oltre alla trasformazione dell’idealismo tech in una guerra di potere.

Musk contro Altman: la scusa dell’etica e l’idealismo tech diventato guerra di potere
Elon Musk (Ansa).

Musk è stato costretto a rincorrere con Grok

È noto infatti che nel mondo dell’innovazione tecnologica chi tardi arriva, male alloggia. Il primo di solito si prende tutto, struttura il mercato, ne decide il funzionamento, imposta il gioco. E poi diventa difficile scalzarlo. OpenAI, con ChatGPT, è arrivata per prima. Così Musk ha perso la bussola e si è ritrovato ai margini, fuori dalla cabina di regia, in ritardo e costretto a rincorrere con Grok, il modello d’intelligenza artificiale di xAI, integrato in X (ex Twitter) e pensato esplicitamente come concorrente di ChatGPT. Solo che, ed Elon lo sa, Grok gioca in serie B, fuori dagli accordi che contano, dalle forniture che fanno fare il salto di qualità, finendo troppo lontano dalla “casalinga di Voghera” che l’idea per una ricetta oggi la chiede direttamente a ChatGPT.

Musk contro Altman: la scusa dell’etica e l’idealismo tech diventato guerra di potere
Grok, chatbot di X (Ansa).

Vari scandali, dal deepfake all’antisemitismo

E poi resta un fatto. Di quale etica Elon si fa portavoce se proprio la sua intelligenza artificiale, Grok, è stata al centro di una serie di scandali? Un modello venduto come più libero e meno censurato rispetto a ChatGPT ha perso il controllo generando deepfake e contenuti estremi, dalla pedopornografia ai contenuti antisemiti, tanto da attirare pressioni da autorità di mezzo mondo che lo hanno costretto a limitare parte delle sue funzionalità.

L’umanità non ama chi non sa perdere

Intendiamoci: se Musk vuole parlare di etica, è il benvenuto. Tuttavia, vale la pena chiedersi di quale etica stia parlando. È l’etica che protegge il bene comune e i minori, o quella che lascia che un chatbot generi contenuti oltre ogni limite, prima che le autorità lo costringano a metterci una pezza? Alla luce di tutto, e più semplicemente, sembra che la questione sia più banale di quanto appaia. A Elon non piace perdere. E infatti ha già annunciato ricorso. Resta tuttavia il fatto che la gente comune, insomma l’umanità, non ama chi non sa perdere. Per questo Elon, alla fine, balla da solo.

Se pure il digital detox diventa un prodotto: il grande business della disconnessione

La scena sembra ipnotica. C’è un uomo impalato da ore davanti a una slot machine. Ogni volta pensa: «Ancora una e poi basta». Evidentemente non siamo nella Russia ottocentesca de Il giocatore di Dostoevskij, ma in uno dei tanti alberghi di Las Vegas. Un tiro dopo l’altro. L’uomo a volte vince. A volte no. Ma continua. I casinò sanno bene come funziona per riuscire a tenerlo lì, incollato su una sedia da ore. E non sono gli unici. Vale anche per gli smartphone.

Il desiderio che si autoalimenta tra feed, like e scroll

Il meccanismo ha un nome preciso: ricompensa variabile. In termini tecnici, la combinazione tra un feedback immediato e la variabilità della ricompensa aumenta la persistenza del comportamento. Detto in soldoni: se insegui una cosa e non la trovi mai, finisce che smetti di cercare. Idem se la trovi sempre perché ti ci abitui e l’interesse cala. Ma se quella cosa che cerchi a volte la trovi e a volte no, e non sai per certo quando la troverai e quando no, non riuscirai a smettere di cercarla. Come quando giri ancora un’altra carta o dai ancora un occhio al tuo cellulare. Piccole vincite gettate lì per caso, ma non del tutto. Diciamo abbastanza spesso da non farti smettere di cercare. Il desiderio si autoalimenta, il refresh del feed, l’ultima notifica, il penultimo like, lo scroll infinito.

Se pure il digital detox diventa un prodotto: il grande business della disconnessione
Combattere l’iper-connessione è diventata un’industria (foto Unsplash).

Riescono a sfruttare le nostre vulnerabilità psicologiche

Lo spiegava bene l’informatico e imprenditore Tristan Harris, una delle menti dietro il successo di Google e uno dei primi critici del modus operandi dei giganti del web. Un prodotto digitale costruito sul meccanismo della ricompensa variabile agisce sulla mente esattamente come il braccio di una slot machine. In quel documento riservato, Harris analizzava le nostre vulnerabilità psicologiche che qualcuno aveva imparato a sfruttare al meglio per non lasciarci andare. La nostra predisposizione agli stimoli intermittenti, il nostro bisogno di approvazione sociale, la paura di perderci qualcosa. L’incertezza che ci spinge a cercare ancora. Era il 2013.

Digital detox, un mercato che vale già quasi 3 miliardi di dollari

Un anno dopo, sempre in California, l’ex manager tech reduce da un burnout Levi Felix aprì Camp Grounded, uno dei primi retreat per disintossicarsi dagli schermi. A seguire, nel Regno Unito, fu la volta di Time To Log Off, fondato da un’ex imprenditrice digitale, Tanya Goodin: weekend offline, consulenze, percorsi per ridurre la dipendenza dallo schermo. Invece di diventare oggetto di regolamentazione, la critica al digitale si era trasformata essa stessa in un mercato. Un mercato molto ricco che oggi vale quasi 3 miliardi di dollari e che si stima raddoppi entro il 2033. Insomma, c’è domanda. Come ha messo in luce un’analisi di EY, una società di consulenza, nel 2025 più di un terzo dei consumatori britannici è interessato a un digital detox, quota che sale quasi alla metà tra i 18 e i 34 anni.

Se pure il digital detox diventa un prodotto: il grande business della disconnessione
Percorsi e weekend digital detox diventano sempre più un business (foto Unsplash).

Se si comprano prodotti o servizi, è solo un’oasi di decelerazione

E poi c’è quello che il filosofo sloveno Slavoj Žižek chiama “interpassività”, cioè la nostra convinzione di affrontare il problema comprando la soluzione piuttosto che agendo sulle abitudini che lo scatenano. Così, invece di porci dei limiti, di darci una regolata, deleghiamo a un prodotto o a un servizio. Il risultato è che la soluzione dura il tempo dell’acquisto. Pit-stop che il sociologo tedesco Hartmut Rosa definisce «oasi di decelerazione». Come infatti ha osservato uno studio dell’Università di Lancaster, ci si muove in un loop senza via di fuga. Si smette per un po’, si ricade, ci si sente in colpa, si ricompra un nuovo strumento per ricominciare. Ogni ricaduta è solo una pausa per radicarsi ancora di più in questo circolo vizioso.

Manager che pagano 2 mila euro per farsi sequestrare l’iPhone

Così l’industria del digital detox ha trovato terreno fertile, trasformando il desiderio di disconnessione in un simbolo di benessere contemporaneo. Il problema è che molte di queste soluzioni per staccare finiscono per riprodurre un evidente problema di classe. Perché il detox digitale è ormai diventato una nuova categoria del lusso. App per smettere di usare le app in abbonamento. Telefoni costosissimi che fanno meno cose. Vacanze tech-free da centinaia di euro a notte prenotate online. Manager che pagano 2 mila euro per farsi sequestrare l’iPhone per quarantotto ore e chiamarlo benessere.

Se pure il digital detox diventa un prodotto: il grande business della disconnessione
Nella natura, ma comunque schiavi dello scroll (foto Unsplash).

Per qualcuno spegnere il telefono non è mindfulness, ma perdita di fatturato

Naturalmente tutto questo vale finché puoi permetterti di mettere il cartello “Torno subito”. Perché c’è un’intera economia fatta di freelance, precari iperconnessi, creator, rider e consulenti per cui spegnere il telefono non è mindfulness, ma perdita di fatturato. E così il detox digitale finisce per somigliare a molte altre cose contemporanee. Un lusso per persone già abbastanza protette da potersi assentare.

L’IA può aiutare i truffatori a ingannarci: cosa ci insegna il caso Galeazzi sulle nuove forme di phishing


Dietro l’attacco hacker che ha sottratto ad Andrea Galeazzi, re delle recensioni tech, il controllo del suo account c’è una nuova tecnica di manipolazione chiamata social engineering, che utilizza l’intelligenza artificiale per studiare i profili delle vittime e costruire truffe personalizzate, sempre più difficili da smascherare.
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