Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?

C’è un dettaglio, in questa storia, che la rende vagamente grottesca. L’ottantesima edizione del Premio Strega, che nonostante gli anni e l’usura continua a muovere copie e prestigio, ha rischiato di naufragare dentro un van diretto a Bisceglie. Sei finalisti stipati come il cast di un reality show, 20 tappe in giro per l’Italia a recitare la parte di sé stessi e a magnificare i rispettivi romanzi. Era quasi inevitabile che prima o poi qualcuno saltasse per aria.

Un carico di vanità che diventa esperimento sociale prima che letterario

Sei scrittori chiusi per ore in un pulmino, fuori un caldo infernale e dentro un ingombrante carico di vanità, sono un esperimento sociale prima ancora che letterario. Se poi si tratta di primedonne, o primi uomini, per non urtare la sensibilità dell’epoca, il cortocircuito non è una possibilità, bensì una certezza.

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?
L’ultimo saluto a Michela Murgia (Imagoeconomica).

Da quel momento, però, la storia ha smesso di parlare di Mari e ha cominciato a parlare di noi. Nel giro di poche ore, il dibattito non era più sul cosa avesse detto, ma come liberarsi di lui. Espulsione o spontaneo ritiro dello scrittore dalla gara? Il vocabolario è scivolato con sorprendente naturalezza dalla critica alla scomunica. Con un risvolto quasi comico.

Espulsione? Il regolamento racconta un’altra storia

La Fondazione Bellonci, custode dello Strega, ha diffuso un comunicato per ricordare che ogni espressione denigratoria è incompatibile con lo spirito del Premio. Per poi accorgersi, con un ritardo degno di miglior causa, che il regolamento raccontava un’altra storia: Mari non si può espellere e lui non si può ritirare perché lo Strega giudica i libri, non i loro autori. Una distinzione che fino a poco tempo fa pareva banale, e che oggi somiglia quasi a un atto di resistenza.

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?
Michele Mari (foto Imagoeconomica).

Il punto è sempre lo stesso: un’opera si giudica per quello che contiene, non per il passaporto o le simpatie politiche di chi l’ha scritta. Verità elementare, e proprio per questo sempre più ignorata. Sui social ogni stroncatura è un processo che non contempla assoluzione. C’è una distanza enorme tra biasimare le parole attribuite a Mari e pretendere che il suo libro venga escluso dalla competizione. Nel primo caso si esercita il diritto di critica. Nel secondo si pretende che un premio letterario certifichi la rispettabilità degli autori prima ancora della qualità delle opere.

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?
Uno degli incontri con i finalisti dello Strega 2026 in giro per l’Italia (foto Ansa).

Ma siamo ormai immersi in una cultura che non si fida più del lettore. Ed è qui che la faccenda torna grottesca: un premio letterario, ammesso che i premi abbiano ancora senso (ma questa è un’altra storia), dovrebbe scegliere il libro migliore, non l’autore più presentabile.

Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra

La fiera della piccola e media editoria si chiama Più libri più liberi. Quest’anno l’Aie (l’Associazione italiana editori), che la organizza, ha preso sul serio soprattutto la seconda metà del nome: per esporre alla prossima edizione (dal 4 all’8 dicembre 2026 alla Nuvola dell’Eur), gli editori dovranno firmare una dichiarazione in cui si impegnano a rispettare la Costituzione, a ripudiare fascismo e totalitarismi e a non farne apologia. A destra la misura è stata subito bollata come una patente di antifascismo. Con un dettaglio non secondario: senza quella firma, la candidatura non parte nemmeno. Liberi sì, ma solo una volta timbrato il modulo.

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Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Più libri più liberi (Ansa).

Tutto nasce dalle forti polemiche del 2025 su Passaggio al Bosco

L’origine della vicenda è nota. Nel 2025 la presenza della casa editrice Passaggio al Bosco aveva suscitato forti polemiche per un catalogo giudicato da alcuni troppo indulgente verso un immaginario politico descritto come «l’esaltazione di esperienze e figure fondanti del pantheon nazifascista e antisemita». Nonostante le proteste di nomi come Antonio Scurati, Alessandro Barbero, Domenico Starnone, Zerocalcare e altri, l’Aie aveva difeso la scelta richiamandosi al pluralismo e alla libertà di espressione, ovviamente nel rispetto della legge.

Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra

Le norme già esistono, perché aggiungere una dichiarazione ulteriore?

Evidentemente, però, non bastava. Stavolta, invece di discutere i libri, si è deciso di certificare gli editori. Una scelta che ha il pregio della semplicità: un modulo si controlla più facilmente di un catalogo. Le norme già esistono, ma si è ritenuto opportuno aggiungere una dichiarazione ulteriore, un attestato di sana e robusta democrazia da esibire all’ingresso. Un espediente che ricorda le gride manzoniane: solenni e minacciose quanto spesso inefficaci, e alla fine gravose soprattutto per chi non ne avrebbe bisogno.

Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Innocenzo Cipolletta (foto Imagoeconomica).

Regalo alla maggioranza che faticava a trovare motivi per stare insieme

L’effetto politico era prevedibile. In una fase in cui la maggioranza fatica a trovare motivi per stare insieme, qualcuno ha finito per regalargliene uno. È bastato evocare la parola censura e il resto è seguito da sé. Roberto Vannacci e la premier Giorgia Meloni, sin qui cane e gatto, si sono ritrovati sullo stesso fronte, e un centrodestra che sembrava in cerca di ragioni per dividersi ne ha trovata una per ricompattarsi.

Anche alla Biennale la discussione si era spostata dall’arte alla censura

Non è la prima volta che accade. Alla Biennale, il caso del padiglione russo aveva spostato la discussione dall’arte alla censura. Più di recente, un gruppo di notabili pugliesi ha chiesto agli organizzatori del festival Il Libro Possibile l’esclusione dello scrittore israeliano Eshkol Nevo, colpevole, ai loro occhi, di non aver pronunciato la parola genocidio nonostante i suoi appelli alla pace e le dure critiche rivolte al governo del suo Paese. Casi diversi, ma con un tratto comune: a un certo punto il dibattito cambia natura. I libri restano sul tavolo, ma non sono più il centro della scena.

Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco. (Imagoeconomica).

Si finisce per parlare più della fiera in sé che dei suoi libri

A quel punto il problema diventa chi può sedersi a quel tavolo e chi no. Una manifestazione ha tutto il diritto di scegliere i propri ospiti, ma quando sente il bisogno di accompagnare quella scelta con un attestato di rispettabilità, finisce per parlare più di sé che dei libri che vorrebbe promuovere. La patente democratica tranquillizza chi la pretende e irrita chi non la riceve. In compenso, offre un argomento perfetto a chi denuncia il pensiero unico e la sua egemonia culturale. Da questo punto di vista Meloni può considerarsi fortunata: pochi alleati sono preziosi quanto certi avversari.