di Rossella Taverni
La criminalità giovanile non inizia con un reato. Inizia molto prima. Nel momento in cui certi comportamenti smettono di essere riconosciuti come sbagliati. Quando si perde il senso del limite. Nella scorsa uscita abbiamo analizzato il fenomeno attraverso lo sguardo istituzionale del Dirigente Generale Gennaro Capoluongo, entrando nelle dinamiche che portano sempre più giovani ad avvicinarsi a determinati contesti.
Ma c’è un momento preciso in cui tutto cambia. Quando una “ragazzata” smette di essere tale e diventa reato. Quando il confine viene superato. Quando le conseguenze smettono di essere astratte e diventano reali. In questa seconda parte, lo sguardo si sposta su ciò che accade dopo. Su quello che spesso non si vede — o si sceglie di non vedere. Perché ogni scelta ha un peso. E a volte è molto più grande di quanto si si immagini.
Ne parliamo con l’avvocato Giuseppe Di Palo.
I giovani hanno davvero consapevolezza di quando stanno commettendo un reato?
“Spesso no. Molti ragazzi non hanno una reale percezione di cosa sia un reato, né del peso concreto delle conseguenze. In parte è comprensibile: stanno ancora costruendo il senso del limite e della responsabilità. Lo si vede bene nei casi di bullismo, di sopraffazione, di umiliazione dell’altro, ma anche in tanti comportamenti quotidiani vissuti con leggerezza, quasi fossero un gioco. Gli errori più frequenti sono proprio quelli che molti ragazzi considerano “ragazzate” e che invece, in certi casi, possono avere rilievo penale: insulti pesanti, minacce, diffusione di foto o video senza consenso, scherzi umilianti, episodi di bullismo, aggressioni, danneggiamenti, fino ai fatti legati ai social, dove spesso si scrive o si pubblica senza rendersi conto delle conseguenze. Il problema è che alcune azioni, anche se compiute senza riflettere fino in fondo, possono produrre effetti seri: per chi le subisce e per chi le commette. Molti sottovalutano il confine tra gioco e violenza, tra lite e reato, tra bravata e responsabilità personale. E spesso non percepiscono che ciò che accade in una chat, in un gruppo WhatsApp o su Instagram non resta “virtuale”, ma può avere effetti molto concreti. Oggi, poi, i social amplificano tutto: rendono più facile agire d’impulso e più difficile percepire subito la gravità di ciò che si sta facendo. Non tutto ciò che viene normalizzato tra coetanei è lecito. Per questo informare, educare e spiegare conta moltissimo“.
Quanto i social stanno cambiando il modo in cui i giovani si espongono al rischio penale?
“Tantissimo. I social hanno moltiplicato le occasioni in cui un ragazzo può esporsi, spesso senza rendersi conto fino in fondo di quello che sta facendo. Oggi basta un video pubblicato per scherzo, una storia, un commento scritto d’impulso, la condivisione di una foto privata o un insulto in chat per superare, a volte, un confine molto delicato. Il problema è che sui social tutto appare più leggero, più veloce, quasi irreale. Ma le conseguenze sono realissime. Anzi, spesso ancora più gravi, perché un contenuto può diffondersi in pochi secondi, raggiungere tantissime persone e restare online a lungo.
I social non creano il problema da soli, ma amplificano impulsività, emulazione e superficialità. Per questo oggi educare i giovani all’uso della rete non è un tema accessorio: è una vera forma di prevenzione”.
Ci sono comportamenti che oggi vengono considerati “normali” ma che possono avere conseguenze penali e, quando un giovane sbaglia, quanto pesa la responsabilità individuale rispetto a quella della famiglia e della società?
“È uno dei problemi più insidiosi: molti comportamenti vengono oggi banalizzati, soprattutto tra i più giovani, solo perché diffusi o socialmente tollerati. Ma il fatto che un gesto sia comune non significa che sia lecito. Anche nei gruppi online certe condotte vengono vissute come normali dinamiche di branco, quando invece possono ledere in modo serio la dignità, la libertà o la serenità di una persona. Il punto è semplice: normalizzare un comportamento non lo rende innocuo. E ciò che viene chiamato “scherzo” può diventare un reato. Poi c’è un’altra verità, meno comoda. C’è certamente una responsabilità individuale, perché ciascuno risponde delle proprie azioni. Ma sarebbe troppo facile fermarsi lì e far finta che certi errori nascano dal nulla. Quando un giovane sbaglia, spesso quel comportamento è anche il sintomo di qualcosa che non ha funzionato attorno a lui: nella famiglia, nella scuola, nei modelli educativi, nel contesto sociale. La mancanza di ascolto, di regole chiare, di presenza adulta. E, più in generale, una società che troppo spesso normalizza aggressività, umiliazione e sopraffazione. Questo non significa giustificare. Significa capire che prevenire è più difficile, ma molto più utile che limitarsi a punire dopo. Un ragazzo deve essere chiamato a rispondere dei propri errori, certo. Ma gli adulti dovrebbero avere il coraggio di chiedersi dove hanno smesso di educare davvero”.
Molti ragazzi pensano “tanto non succede nulla”: quanto è pericolosa questa mentalità?
“È una mentalità molto pericolosa, perché abbassa la percezione del limite e fa sembrare innocuo anche ciò che innocuo non è. Quando un ragazzo pensa “tanto non succede nulla”, spesso agisce con più leggerezza, si lascia trascinare dal gruppo, sottovaluta il danno che può causare agli altri e non immagina davvero le conseguenze per sé. Ma il punto è che, a volte, qualcosa succede eccome. E quando succede non sempre si torna indietro facilmente: può esserci un procedimento penale, conseguenze civili, disciplinari, scolastiche e perfino reputazionali. Questa idea dell’impunità è alimentata anche dal fatto che molti vedono solo il gesto e non il suo peso giuridico e umano.
Per questo è fondamentale far capire ai ragazzi che la responsabilità non inizia quando arriva un giudice: inizia molto prima, nel momento in cui scegli come comportarti”.
Un errore da giovani può rovinarti il futuro? In che modo concreto?
“Sì, può pesare molto sul futuro, ma non bisogna dirlo in modo fatalistico: non ogni errore ti condanna per sempre. Dipende dalla gravità del fatto, dall’età, da come si chiude il procedimento e da quali effetti restano nel tempo. In concreto, le conseguenze possono toccare il lavoro, l’accesso ad alcuni concorsi pubblici, la reputazione personale e, in certi casi, anche il casellario. Ad esempio, alcuni bandi escludono chi ha riportato determinate condanne e, nel sistema minorile, persino il perdono giudiziale può lasciare un precedente iscritto fino ai 21 anni; allo stesso tempo, però, strumenti come la messa alla prova, se vanno bene, possono portare all’estinzione del reato. Quindi sì, un errore può complicarti il futuro, ma il punto decisivo è evitare che un errore diventi un’etichetta definitiva.”
Quanto è reale il rischio che il sistema penale non recuperi un giovane e quali conseguenze concrete ha un errore sulla sua vita?
“Il rischio è reale, soprattutto quando l’ingresso nel sistema penale viene vissuto solo come marchio, stigma o semplice punizione, senza un vero percorso di responsabilizzazione e recupero. La nostra Costituzione dice con chiarezza che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato, non limitarsi a schiacciarlo. Per questo, se un giovane esce dal procedimento più arrabbiato, più emarginato o più vicino a certi ambienti di prima, allora sì: almeno in parte è anche un fallimento del sistema. Non perché il sistema debba cancellare ogni responsabilità personale, ma perché dovrebbe aiutare a capire l’errore e a non ripeterlo. La vera sfida non è soltanto punire, ma impedire che quel passaggio diventi l’inizio di una carriera deviante invece che l’occasione per fermarsi e cambiare. Ma c’è anche un’altra verità, altrettanto importante. Un giovane che commette un errore può perdere molto più di quanto immagini: serenità, fiducia in sé stesso, credibilità agli occhi degli altri e, in certi casi, opportunità concrete per il futuro. Un errore può incidere nei rapporti con la famiglia, con la scuola, con gli amici, lasciando addosso vergogna, senso di colpa e isolamento.
E poi ci sono i riflessi più concreti: un procedimento penale, una condanna, alcune iscrizioni, porte che si chiudono o diventano più difficili da aprire. Ma forse la cosa più grave è un’altra: la perdita di tempo prezioso della propria vita, quello in cui si costruisce il proprio futuro.
Per questo ai ragazzi bisogna dire la verità: un errore non ti definisce per sempre, ma può segnarti profondamente. E capire prima il peso delle proprie azioni significa proteggere la propria libertà, il proprio nome e il proprio domani”.
Capire la criminalità giovanile significa anche avere il coraggio di guardare alle conseguenze. A ciò che resta dopo un errore, quando la leggerezza lascia spazio alla responsabilità. Dalle parole dell’avvocato emerge un aspetto chiaro: il confine tra ciò che viene percepito come “normale” e ciò che è realmente lecito è molto più sottile di quanto si pensi. E spesso viene superato senza nemmeno rendersene conto.
Il problema, allora, non è solo l’errore in sé. È la mancanza di consapevolezza che lo precede. Perché molte scelte nascono da superficialità, impulsività, dall’idea che “tanto non succede nulla”. Ma quando qualcosa succede, le conseguenze sono reali, concrete, e possono incidere profondamente sul presente e sul futuro. Informare, raccontare e rendere consapevoli diventa quindi fondamentale. Non per giudicare, ma per prevenire. Non per colpire, ma per far capire. Perché a volte basta un attimo per sbagliare. Ma non basta un attimo per rimediare.
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