Pagani, clan Fezza: condannati Petrosino junior e Cacace

Pagani.  Droga, estorsione e tentato omicidio. Due giovani condannati a oltre 16 anni di reclusione nell’ambito della mega inchiesta con decine di arresti nell’autunno 2025 quando fu ulteriormente defenestrato  il clan Fezza/De Vivo di Pagani. A processare con il rito abbreviato i primi condannati per questa inchiesta è stato il giudice per le udienze preliminari del Tribunale per i Minorenni di Salerno che ha sanzionato con 8 anni di reclusione Giuliano Cacace (chiesti 14 anni dalla procura guidata da Angelo Frattini) per il quale- difeso da Agostino De Caro e Rino Carrara- è stato derubricato il reato di tentato omicidio e quindi assolto dalla contestazione  e poi è stato condannato con 8 anni e mezzo Michele Petrosino D’Auria junior (anche per lui erano stati chiesti 14 anni)- assistito da Giuseppe Della Monica-, nipote del boss Gioacchino “spara spara” e figlio di Antonio al quale viene contestato anche il tentato omicidio di un 30enne paganese. Altri imputati (60 raggiunti da giudizio immediato e a processo con rito abbreviato) saranno in aula a settembre per la requisitoria del pm della Dda di Salerno Elena Guarino nell’ambito del giudizio immediato per il  blitz del settembre scorso quando fu sgominato il clan Fezza/De Vivo. Tra loro anche il neo pentito Petranovic, figlio del capo cosca Tommaso Fezza ‘o furmaggiar che sconta ergastoli.  Contestate estorsioni, spaccio di droga, cocaina soprattutto, armi  e tentati omicidio per il controllo del territorio con espansione fino a Sant’Antonio Abate e Santa Maria La Carità.  Nella richiesta della Dda ci sono i boss, le mogli e i sodali più vicini ai capi della consorteria paganese. Tra gli imputati, dunque,  elementi di spicco e appartenenti al clan “Fezza De Vivo”, nonché ulteriori personaggi, inseriti nel contesto delinquenziale di Pagani e delle aree contigue.  Sono accusati a vario titolo di associazione per delinquere di stampo mafioso, associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, tentato omicidio, estorsione aggravata, riciclaggio, detenzione e porto illegali di armi, tutti aggravati dal metodo e dalle finalità mafiose, nonché il reato di associazione per delinquere finalizzata al furto, ricettazione e riciclaggio di autovetture di grossa cilindrata.  I proventi delle attività illecite sarebbero stati investiti in 21 attività tra ditte individuali e società che sono state destinatarie degli investimenti del clan. Tra gli arrestati del 2025 figurava  anche il boss oggi 70enne Gioacchino Petrosino D’Auria conosciuto come “Spara Spara” e nonno di Michele junior. L’inchiesta ha origini dal filone madre (del dicembre 2022) quando la cosca anzichè essere decapitata si era rinforzata- soprattutto con la latitanza di Vincenzo Confessore- grazie l’innesto negli affari illeciti delle donne e dei tre minorenni che avevano preso il posto di chi era finito in carcere. Sotto l’egemonia della cosca non c’erano solo Pagani, Sarno, Sant’Egidio del Monte Albino, Angri e altre zone dell’Agro nocerino: la consorteria criminale infatti era arrivata a Sant’Antonio Abate e a Santa Maria La Carità a dettare legge e imporre lo spaccio di droga con metodi sperimentati altrove. Lo fece ingaggiando un personaggio legato a un clan malavitoso dei monti Lattari costringendolo allo spaccio insieme ad altri tre pusher. E chi osava ribellarsi, come capitò ad Angri in casa di uno spacciatore poi deceduto tragicamente, era oggetto di violente aggressioni. I due giovanissimi, Giuliano Cacace e Michele Petrosino junior, all’epoca dei fatti minorenni sono stati giudicati dal tribunale di Largo San Tommaso d’Aquino a Salerno e condannati rispettivamente a 8 e 8 anni e mezzo di reclusione.

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De Luca, ‘resto un pacifico guerriero’

Primo Consiglio comunale dopo l’elezione del sindaco Vincenzo De Luca: eletto presidente dell’assemblea civica Horace Di Carlo. “Il Consiglio comunale – ha detto De Luca rivolgendosi agli assessori e consiglieri presenti nel Salone dei Marmi – è chiamato a decidere, a offrire ai cittadini decisioni in un contesto di trasparenza della responsabilità. Ognuno di voi avrà e dovrà avere la possibilità di esprimere le proprie opinioni, ma in maniera compatibile con l’obiettivo che abbiamo, che è quello di produrre decisioni, non parole. Questo varrà per la maggioranza e per l’opposizione. Dovremo stringere sui tempi, darci, come dire, uno stile parlamentare o europeo per tutti quanti noi. Alla fine saremo chiamati a rispondere tutti, non maggioranza o opposizione, delle decisioni che avremo preso nell’interesse della nostra comunità. Voi avrete notato – ha aggiunto il primo cittadino – che ho adottato, come dire, un tono quasi samaritano, perfino in contraddizione con il mio patrimonio genetico, diciamo così, un po’ anche per l’età che fa diventare più saggi. Però capiamoci bene: io rimango un pacifico guerriero, nessuno si confonda”. Il sindaco, nel suo intervento, ha parlato dei prossimi obiettivi, come la sicurezza e il decoro della città e soffermando soprattutto sul tema dell’ambiente. “Ho ascoltato – ha detto De Luca – la dichiarazione del presidente Fico in uno straordinario evento che si è svolto a Napoli, promosso dalla gloriosa armata del campo largo, diciamo così. Se uno dice ‘Noi siamo per l’acqua pubblica, per questo blocchiamo la procedura per le grandi adduzioni’, e poi il risultato finale è che a Napoli l’acqua rimane gestita dai privati, beh, allora ci dobbiamo capire bene. Le parole sono parole, i fatti sono fatti. In ogni caso – rimarca rivolgendosi a maggioranza e opposizione – ho colto la disponibilità ad un confronto di merito sui temi dell’ambiente, sui temi dell’urbanizzazione del territorio e della non consumazione, questo è il tema, del territorio comunale in maniera irreversibile. Se dobbiamo impegnare il territorio comunale, impegniamolo per lo sviluppo, per il lavoro, ma in un contesto ordinato e ambientalmente sostenibile. Io su questo sono d’accordo. Se c’è la disponibilità al confronto, io ho la massima apertura e disponibilità”.

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Salerno, evaso rintracciato dal NOS

Nuova incisiva operazione di controllo del territorio da parte della Polizia Municipale di Salerno, che ha portato alla cattura di un soggetto destinatario di un provvedimento restrittivo della libertà personale, risultato in stato di evasione.
​L’operazione è stata condotta dagli agenti del Nucleo Operativo Sicurezza, costantemente impegnati nel monitoraggio delle aree sensibili della città per garantire la sicurezza urbana e il rispetto della legalità. Durante un mirato servizio di controllo, la pattuglia del Nucleo Operativo Sicurezza ha individuato e fermato il soggetto. I successivi ed immediati controlli alla banca dati hanno rivelato la reale situazione giuridica dell’uomo.
​Il soggetto è stato intercettato e fermato per un controllo di routine ravvisando elementi di sospetto. Condotto presso gli uffici del Comando, l’uomo è stato sottoposto alle verifiche del caso, che hanno confermato la pendenza di un provvedimento restrittivo e lo stato di evasione. Al termine delle formalità burocratiche e legali, il soggetto è stato tradotto presso la struttura carceraria del napoletano competente e consegnato formamente agli Agenti della Polizia Penitenziaria.
​Questo ulteriore intervento testimonia ancora una volta l’importanza del controllo capillare del territorio svolto dalla Polizia Municipale. L’operazione si inserisce nel quadro del potenziamento delle attività di vigilanza e prevenzione disposto dall’Amministrazione Comunale e dal Comando di Polizia Municipale di Salerno, volto a contrastare ogni forma di illegalità e a garantire un presidio costante sul territorio cittadino.

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Piero De Luca: «Governo Meloni non ha più una maggioranza solida»

Abbiamo votato convintamente contro una legge elettorale sbagliata e pericolosa, costruita su misura da Giorgia Meloni per il timore di perdere le prossime elezioni». È la posizione espressa dal deputato salernitano del Partito Democratico e segretario regionale del Pd Campania, Piero De Luca, all’indomani del voto alla Camera sulla riforma elettorale.

Nel suo intervento, De Luca punta il dito anche contro la tenuta della maggioranza di governo, richiamando l’esito di un voto definito decisivo.

«Nelle scorse ore il centrodestra si è frantumato, certificando una crisi politica ormai evidente. Il Governo non ha più il pieno sostegno della sua maggioranza», afferma l’esponente dem.

Secondo De Luca, la presidente del Consiglio avrebbe mancato gli obiettivi di stabilità annunciati all’inizio della legislatura. «Giorgia Meloni ha fallito. Non è in grado di garantire la stabilità che aveva promesso né di affrontare i problemi reali del Paese».

Il parlamentare conclude chiedendo un cambio di scenario politico: «È il momento di prenderne atto: il Governo vada a casa e smetta di far pagare agli italiani il prezzo delle sue divisioni e del suo immobilismo».

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Rai Way, una mancata fusione per far quadrare i conti dell’ad Rossi

Sono anni che in Italia si prova a creare un unico operatore per la gestione delle infrastrutture di trasmissione radiotelevisiva, ossia, in gergo, delle torri di trasmissione. E si è tentato in mille modi di integrare Rai Way con EI Towers. Prima con un’Opa lanciata da EI Towers su Rai Way nel 2015: «ci è stata stoppata dalla politica», ha spiegato qualche sera fa Pier Silvio Berlusconi, ceo del gruppo Mfe-Mediaset (azionista al 40 per cento di EI Towers). Poi con lunghissime trattative tra le parti, che però hanno portato a un nulla di fatto, con la rottura definitiva del tavolo il primo luglio 2026.

Di chi è la colpa dell’affare saltato?

Ufficialmente l’amministratore delegato della tivù di Stato, Giampaolo Rossi, ha dichiarato: «L’operazione di fusione di Rai Way con EI Towers non è andata in porto per dinamiche di negoziazione e di visioni strategiche diverse. Noi cercavamo un percorso industriale e strategico di lungo periodo. Ora ragioniamo solo sul consolidare industrialmente un’azienda che è un asset importante per la Rai e che sta anche diversificando il suo business».

Rai Way, una mancata fusione per far quadrare i conti dell’ad Rossi
L’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi (foto Ansa).

Mentre Berlusconi ha commentato: «Un’occasione mancata, era una grande opportunità. L’Italia resta il solo Paese in Europa senza un’unica rete di distribuzione. E, prevedo, adesso arriverà l’ennesimo operatore straniero che si porterà via un altro pezzo di Italia. Noi ci abbiamo provato in tutti i modi: prima con un’Opa, poi dialogando con pazienza. Ma le richieste di Rai Way ci hanno stoppato».

Rai Way, una mancata fusione per far quadrare i conti dell’ad Rossi
Pier Silvio Berlusconi, presidente e amministratore delegato di Mfe-Mediaset (foto Ansa).

In realtà la creazione di un unico player delle torri, al 50,1 per cento Rai, interessava di più a EI Towers: Mfe avrebbe trovato una collocazione a un asset, quello delle torri, non core, mentre il fondo F2i, che controlla il restante 60 per cento di EI Towers, avrebbe potuto monetizzare un investimento fatto nel 2018.

Rai Way, una mancata fusione per far quadrare i conti dell’ad Rossi
I ripetitori Rai di Corso Sempione a Milano (foto Imagoeconomica).

Il fatto è che, invece, alla Rai la diluizione di Rai Way in un altro soggetto conveniva poco, e il mercato ha avuto sentore della rottura già a inizio maggio: il titolo Rai Way, infatti, era trattato a 6,13 euro ad azione il 7 maggio, e da allora è crollato di circa il 25 per cento, a 4,6 euro.

Un gioiello di società che fa comodo

Giusto per ricordare un paio di numeri, Rai Way ha portato alla televisione pubblica dividendi per 59 milioni di euro nel 2025 e per 56,9 milioni di euro nel 2024. Rai ora controlla il 65 per cento di Rai Way (il resto è flottante trattato in Borsa), un gioiello di società che nel 2025 ha realizzato 282,8 milioni di ricavi (di cui 249,5 milioni versati da Rai) con un Ebitda di 191,8 milioni di euro e utili netti per 88,6 milioni.

Rai Way, una mancata fusione per far quadrare i conti dell’ad Rossi
Roberto Cecatto, ad di Rai Way (foto Imagoeconomica).

Insomma, Rai Way è determinante per i conti Rai e per la comunicazione dell’ad Rossi, che da settimane vanta un ritorno all’utile per il consolidato Rai. Però, come evidenziato dai documenti, il bilancio di esercizio 2025 in realtà si è chiuso con 21,1 milioni di euro di perdite. E il consolidato riesce invece a invertire la rotta con utili per 9,3 milioni di euro anche (e soprattutto) grazie all’utile di Rai Way e ai benefici fiscali del consolidamento.

C’era anche il rischio di legarsi mani e piedi al digitale terrestre

Quindi il management del broadcaster pubblico, dopo lunga e attenta riflessione, ha deciso che Rai Way può proseguire da sola: le sinergie con EI Towers erano ormai limitate (hanno entrambe un parco torri più che sufficiente); c’era un rischio sul fronte debiti, consolidando i 600 milioni di euro di indebitamento in dote a EI Towers; infine, Rai avrebbe dovuto legarsi mani e piedi al digitale terrestre, una tecnologia a forte rischio di diventare obsoleta nei prossimi anni.

Agricoltura, Confeuro: “Ue respinga ogni tentativo di health warnings su vini”

“Nel corso dell’ultimo Consiglio Agrifish di Bruxelles sono emersi due temi centrali per il futuro dell’agricoltura europea e, in particolare, per i piccoli e medi produttori: le etichette sul vino e la riforma della Politica Agricola Comune post 2027. Su entrambi i dossier Confeuro ribadisce con forza la propria posizione. Per quanto riguarda gli health warnings sugli alcolici, siamo nettamente contrari a qualsiasi ipotesi di introduzione di avvertenze sanitarie assimilabili a etichette d’allarme sui vini. Si tratterebbe di una misura ingiustificata, che rischierebbe di penalizzare un prodotto simbolo della cultura, della tradizione e dell’economia agroalimentare italiana ed europea. Auspichiamo che l’Unione Europea respinga definitivamente questa prospettiva, nella consapevolezza che il consumatore debba essere informato, non influenzato o condizionato. Le etichette devono garantire trasparenza, qualità e informazioni corrette, lasciando poi ai cittadini la libertà di compiere scelte consapevoli. È sull’educazione alimentare e sulla promozione di stili di vita equilibrati che occorre investire, non su strumenti che rischiano di creare allarmismi. Altrettanto importante è il confronto sulla Pac post 2027. Confeuro ritiene fondamentale che la Politica Agricola Comune mantenga la propria autonomia e indipendenza rispetto all’ipotesi di un fondo unico europeo. La Pac deve continuare a disporre di risorse dedicate e adeguate, da impiegare in modo concreto ed efficace per sostenere il reddito degli agricoltori, rafforzare la competitività del settore e migliorare le procedure di erogazione dei contributi. Solo così sarà possibile garantire certezze alle imprese agricole e costruire un futuro realmente sostenibile per il comparto primario.”

Lo dichiara Andrea Tiso, presidente nazionale di Confeuro- Confederazione Agricoltori Europei.

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Nordio avvia l’istruttoria per la concessione della grazia a Roggero

«Il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha avviato l’istruttoria finalizzata alla concessione della grazia in favore di Mario Roggero». È quanto comunicato direttamente da Via Arenula in riferimento al caso del gioielliere 72enne di Gallo di Grinzane (Cuneo), che il 28 aprile 2021 uccise due rapinatori e ne ferì un terzo in seguito a un colpo nel suo negozio, per il quale ieri è arrivata dalla Cassazione la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere.

La mobilitazione del governo per la grazia

Per la grazia a Roggero si sono mobilitati diversi esponenti del centrodestra – che ha avviato una raccolta firme in parlamento – e anche del governo, da Matteo Salvini ad Antonio Tajani, fino a Guido Crosetto. Il segretario della Lega ha affermato sui social: «Un padre, un nonno, un marito e un lavoratore per una vita, che arriva a 72 anni per essere mandato in carcere perché ha reagito a un’aggressione, a un furto, a una rapina nel suo negozio, nel negozio di famiglia, con moglie e figlia presenti e a rischio. Ritengo ingiusta questa condanna».

Crosetto, invece, ha dichiarato: «La giurisprudenza che le leggi al punto di stravolgerle. Ha consentito di mandare in libertà dopo pochi anni anche assassini di servitori dello Stato, per questo ciò che è accaduto a Roggero è ingiusto, incomprensibile e anche difficile da accettare».

Futuro Nazionale, invece, aveva organizzato un sit-in davanti alla Corte di Cassazione, a Roma, in solidarietà a Roggero. Alla richiesta di grazia si è unito anche Alberto Cirio, presidente della Regione Piemonte. Roggero, nonostante gli annunci degli ultimi giorni, non si è ancora costituito.

Sondaggi politici, la Supermedia: Futuro Nazionale sale ancora

L’ultima Supermedia Agi/Youtrend, realizzata sulla base di cinque sondaggi sulle intenzioni di voto condotti realizzati dal 2 al 15 luglio da quattro istituti, evidenzia un nuovo balzo in avanti di Futuro Nazionale, che arriva al 6,5 per cento: +0,6 rispetto a due settimane fa. Continua invece a calare nel complesso la coalizione del governo, mai così in basso nei sondaggi dal momento dell’insediamento.

Sondaggi politici, la Supermedia: Futuro Nazionale sale ancora
Giorgia Meloni (Ansa).

Il campo largo avanti di oltre due punti sul centrodestra

Fratelli d’Italia è ancora largamente il principale partito del Paese, ma scende al 27 per cento (-0,6). Pur restando stabile al 21,3 per cento si avvicina dunque il Partito democratico. Il Movimento 5 stelle registra lo stesso calo dei meloniani e arretra al 12,8 per cento. Forza Italia sale all’8,1 per cento, guadagnando un quinto di punto. Si tratta dello stesso incremento di Alleanza Verdi e Sinistra, che al 6,5 per cento si vede però raggiunta da Futuro Nazionale. Prosegue il calo di consensi della Lega, ora data al 5,9 per cento (-0,3). Azione e Italia Viva sono in leggero aumento (+0,1), rispettivamente al 3,1 e 2,4 per cento. +Europa scende all’1,3 per cento (-0,2), mentre Noi Moderati sale all’1,2 per cento (+0,1). Per quanto riguarda le coalizioni, la Supermedia vede il campo largo (44,3 per cento) avanti di oltre due punti sul centrodestra (42,2 per cento), mai così in basso dalle Politiche del 2022.

Ponte Morandi: 12 anni per Castellucci, ex ceo di Autostrade per l’Italia

Sono arrivate le sentenze di primo grado per crollo del ponte Morandi di Genova, avvenuto il 14 agosto 2018 e costato la vita a 43 persone. Giovanni Castellucci, all’epoca amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, è stato condannato a 12 anni di carcere. Era il principale imputato nel processo: la Procura aveva chiesto 18 anni e 6 mesi.

Ponte Morandi: 12 anni per Castellucci, ex ceo di Autostrade per l’Italia
Il ponte Morandi dopo il crollo (Imagoeconomica).

Le condanne per gli altri imputati

Il tribunale di Genova ha inoltre condannato altri ex vertici di Autostrade per l’Italia, così come di Spea Engineering: le due società che avrebbero dovuto tenere sotto controllo lo stato di usura del ponte Morandi e commissionare interventi di manutenzione. Michele Donferri, ex capo delle manutenzioni di Aspi, è stato condannato a 11 anni di carcere (il pm aveva chiesto 15 anni e 6 mesi). Paolo Berti, ex direttore centrale operazioni di Autostrade per l’Italia, è stato condannato a 5 anni e 6 mesi (erano stati chiesti 12 anni e sei mesi). Stessa condanna per Antonino Galatà, all’epoca dei fatti amministratore delegato di Spea (il pm aveva chiesto 7 anni). È stato poi condannato a 5 anni di reclusione Mauro Coletta, ex direttore della vigilanza sulle concessioni autostradali del Ministero dei Trasporti.

Ponte Morandi: 12 anni per Castellucci, ex ceo di Autostrade per l’Italia
Abbraccio tra parenti delle vittime dopo la lettura della sentenza per il crollo del Ponte Morandi (Ansa).

Tutti gli imputati erano accusati di diversi reati, tra cui omicidio colposo plurimo, omicidio stradale, crollo doloso, omissione d’atti d’ufficio, attentato alla sicurezza dei trasporti, falso e omissione dolosa di dispositivi di sicurezza sui luoghi di lavoro. Le motivazioni della sentenza di primo grado emessa dal tribunale di Genova verranno depositate entro sei mesi

Poste accelera su Tim, Labriola al capolinea: le pillole del giorno

Dopo l’ok della Consob all’offerta su Tim, Poste anticipa i tempi e lancia il periodo di adesione dal 20 luglio all’11 settembre. Si punta a raccogliere il 100 per cento delle azioni e procedere al delisting della società dalla Borsa. L’obiettivo minimo è il 66 per cento del capitale. Asati, associazione che rappresenta una parte dei piccoli azionisti Tim e da sempre vicina all’attuale management, secondo voci maliziose su input di qualche manager interno all’ex monopolista dei telefoni ha chiesto un rialzo del prezzo dell’offerta visto il valore attuale del titolo che però riflette la sinergia che si realizzerebbe tra Tim e Poste nel momento in cui Tim diventerà un’azienda di Poste. Va ricordato che questa è una operazione strategica per il Paese sponsorizzata dal governo e che darebbe un futuro solido a Tim. Nel momento in cui a settembre Poste presumibilmente prenderà il controllo totale di Tim, avvierà un repulisti del management attuale andando a cambiare sicuramente i vertici a partire dall’ad Pietro Labriola e la maggior parte delle prime linee come è comprensibile visto che da quel momento tutto ciò che accadrà in Tim sarà responsabilità di Poste.

Poste accelera su Tim, Labriola al capolinea: le pillole del giorno
L’ad di Tim Pietro Labriola (foto Imagoeconomica).

Centrodestra in fibrillazione pure sulla grazia a Roggero

Non solo la legge elettorale. In un centrodestra sempre più sfilacciato ormai ogni terreno è buono per piantare bandierine e scavalcare gli alleati o presunti tali. Anche sul caso di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato definitivamente a 14 anni e nove mesi per aver ucciso due rapinatori nel 2021, è partita la corsa tra Lega e Forza Italia per richiedere la grazia. Il primo è stato Matteo Salvini che si è appellato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Roggero, ha dichiarato il vicepremier, è «un padre, un nonno, un marito e un lavoratore per una vita, che arriva a 72 anni per essere mandato in carcere perché ha reagito a un’aggressione, a un furto, a una rapina nel suo negozio, nel negozio di famiglia, con moglie e figlia presenti e a rischio. Ritengo profondamente ingiusta questa condanna».

Il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari giovedì ha rincarato la dose annunciando una raccolta firme tra i parlamentari per sollecitare il ministro della Giustizia Carlo Nordio ad avviare un percorso per la grazia. «In una situazione come questa», ha aggiunto Molinari, «lo Stato deve dare un messaggio chiaro: lui è la vittima». Dall’altra parte della coalizione, si è mosso il governatore azzurro del Piemonte Alberto Cirio che ha depositato un ordine del giorno da discutere in Aula. «Mario Roggero è un cittadino piemontese, il Piemonte non lo lascia da solo ed è al fianco suo e della sua famiglia se vorranno avviare il percorso di richiesta della grazia», ha ricordato Cirio con toni meno barricaderi e più istituzionali, trovando sostegno immediato nel capogruppo leghista Fabrizio Ricca.

Poste accelera su Tim, Labriola al capolinea: le pillole del giorno
Alberto Cirio (Imagoeconomica).

I due sfidanti però sono stati superati da tempo a destrissima. Roggero infatti è ormai un cavallo di battaglia dei vannacciani. Lo scorso 28 giugno, sul palco del teatro comunale di Vicenza, il generale e Giuseppe Cruciani avevano addirittura indossato una t-shirt con la scritta “Siamo tutti Mario Roggero”. Il conduttore de La Zanzara in quell’occasione aveva poi lanciato l’idea di candidare il gioielliere con Fn alle prossime Politiche… da qui al voto sulla sicurezza se ne vedranno delle belle.

Poste accelera su Tim, Labriola al capolinea: le pillole del giorno
L’imprenditore Alberto Filippi, Giuseppe Cruciani e Roberto Vannacci a Vicenza (Ansa).

Casagit-Gemelli, accordo in alto mare

Panico tra i giornalisti romani, che hanno ricevuto una preoccupante mail: «Lo scorso 30 giugno è giunta a naturale scadenza la convenzione tra Casagit Salute e la Fondazione Policlinico Gemelli, che prevedeva l’erogazione di prestazioni sanitarie in forma diretta. Non avendo raggiunto un accordo sul costo delle prestazioni, che ci permettesse di tutelare anche economicamente i nostri soci, il confronto tra le parti prosegue». Urge dunque trovare un accordo. «Nel frattempo», continua la missiva, «saranno applicate in forma indiretta le medesime condizioni economiche previste dall’accordo scaduto: l’assistito anticiperà il pagamento e presenterà la fattura a Casagit Salute per ottenere il rimborso sulla base del nomenclatore tariffario. Nella città di Roma e nel Lazio sono presenti più di 40 altre strutture sanitarie convenzionate in forma diretta per i ricoveri». Sono tanti i giornalisti che nella Capitale usufruiscono dei servizi del Gemelli, c’è il rischio di vedere scene di proteste davanti alla sede Casagit…

Salerno ricordi di più Nicola Abbagnano

di Agostino Ingenito*

Nel centoventicinquesimo anniversario della nascita, la sua figura merita di essere sottratta alla sola memoria accademica e restituita pienamente alla città, alle scuole, ai giovani e alla vita culturale del territorio. Abbagnano non è soltanto l’autore di importanti opere filosofiche e di una monumentale Storia della filosofia. È soprattutto un pensatore capace ancora oggi di offrire strumenti utili per comprendere le inquietudini dell’uomo contemporaneo. In una società attraversata da guerre, instabilità economiche, nuove solitudini, disuguaglianze e trasformazioni tecnologiche sempre più rapide, il suo pensiero conserva una sorprendente attualità. Siamo continuamente connessi, ma spesso più distanti nelle relazioni umane. Abbiamo accesso a una quantità sterminata di informazioni, ma non sempre riusciamo a trasformarle in conoscenza, consapevolezza e capacità di giudizio. È proprio in questo scenario che torna centrale la domanda dell’esistenzialismo: che cosa significa esistere come esseri umani e quale spazio rimane per la libertà, la responsabilità e la costruzione di un futuro possibile? L’originalità di Abbagnano consiste nell’aver elaborato un esistenzialismo positivo. Non un ottimismo ingenuo, né l’illusione che ogni vicenda sia destinata a concludersi favorevolmente. La vita, per Abbagnano, resta problematica, incerta e segnata dal limite. L’uomo può sbagliare, fallire e subire condizioni che non ha scelto. Eppure, proprio dentro questi confini, conserva delle possibilità. La possibilità è la categoria centrale del suo pensiero. L’essere umano non è onnipotente, ma non è neppure completamente prigioniero del destino. Vive dentro circostanze concrete, condizionate dalla storia personale, dalla società e dall’ambiente, ma può ancora scegliere tra alternative reali, assumersi responsabilità, costruire relazioni e orientare almeno in parte il proprio cammino. La possibilità, tuttavia, non è una garanzia. Ogni decisione può riuscire o fallire. Per questo la libertà non coincide con il capriccio e non significa poter fare qualunque cosa. Essere liberi significa riconoscere le condizioni reali, valutare le conseguenze e rispondere delle proprie scelte. In questa prospettiva, la filosofia di Abbagnano diventa anche un’etica della responsabilità e della partecipazione. Il suo pensiero si confronta con i grandi protagonisti dell’esistenzialismo europeo. Da Søren Kierkegaard riprende l’attenzione per il singolo individuo, per la scelta e per il rischio che ogni decisione comporta. Con Martin Heidegger condivide la consapevolezza della finitezza umana, ma rifiuta che il limite debba condurre inevitabilmente al nulla o alla disperazione. Il tempo limitato dell’esistenza può rendere più serie le nostre scelte e più preziose le relazioni. Anche il confronto con Karl Jaspers è significativo. La sofferenza, la colpa, la lotta e la morte rappresentano situazioni-limite dalle quali l’uomo non può sottrarsi. Abbagnano non nega queste esperienze, ma insiste sulla possibilità di assumere un atteggiamento, ricercare un significato e non interrompere il rapporto con gli altri. La filosofia non elimina il dolore, ma può impedire che esso si trasformi esclusivamente in annientamento e rassegnazione. Con Jean-Paul Sartre condivide il tema della libertà e della responsabilità, ma propone una posizione più misurata. La libertà non è assoluta: le possibilità umane sono sempre condizionate e non tutte le alternative sono realmente praticabili. Tra l’idea di un uomo completamente libero e quella di un individuo totalmente determinato, Abbagnano individua lo spazio concreto della libertà possibile: limitata, fragile, ma autentica. La sua ricerca si distingue inoltre per l’apertura alla ragione e alla scienza. La filosofia non è separata dalla realtà, ma deve dialogare con le conoscenze scientifiche, la psicologia, la sociologia e i problemi della società. Da questa impostazione nascerà anche il suo neoilluminismo, fondato su una ragione critica che non pretende di possedere verità assolute, ma verifica le idee, confronta le alternative e corregge gli errori. È una lezione particolarmente preziosa in un tempo dominato dalla disinformazione, dalle semplificazioni e dalle contrapposizioni radicali. Il pensiero critico non dovrebbe essere utilizzato per imporre certezze, ma per comprendere meglio la realtà e distinguere ciò che è concretamente possibile da ciò che è soltanto desiderato o propagandato. In questa prospettiva può essere individuata anche una feconda connessione con il pensiero filosofico di Giacomo Leopardi, pur nella evidente diversità tra i due autori. Leopardi analizza con lucidità il desiderio umano, l’infelicità, le illusioni e l’indifferenza della natura. L’uomo aspira a una felicità infinita, ma vive in una realtà limitata che non può soddisfare pienamente questa aspirazione. Anche Abbagnano parte dalla finitezza, ma concentra l’attenzione sulle possibilità concrete che rimangono aperte all’uomo. I due pensatori si incontrano nel rifiuto delle consolazioni facili e nell’esigenza di guardare con lucidità alla condizione umana. Nel Leopardi della Ginestra, però, la consapevolezza del limite diventa anche una direzione morale. Gli uomini, riconoscendo la comune fragilità, possono stringersi in una “social catena”, superando ostilità e isolamento. La coscienza della precarietà può trasformarsi in solidarietà e responsabilità reciproca. È proprio qui che il dialogo ideale con Abbagnano appare più significativo. Nel poeta recanatese il limite condiviso richiama gli uomini alla fraternità; nel filosofo salernitano la possibilità apre lo spazio della scelta, dell’impegno e della cooperazione. In entrambi, la dignità dell’uomo non deriva dall’illusione di dominare tutto, ma dalla capacità di riconoscere la propria condizione e costruire relazioni più autentiche. Il pensiero di Abbagnano può essere applicato anche alle grandi questioni del nostro presente. L’intelligenza artificiale e le tecnologie digitali ampliano le possibilità umane, ma rischiano anche di condizionare le scelte, impoverire il pensiero critico e trasformare le persone in una somma di dati e comportamenti prevedibili. Non basta avere molte opzioni per essere realmente liberi: occorre comprendere chi le seleziona, quali interessi rappresentano e quali conseguenze producono. Anche la solitudine, il disagio giovanile e la crisi della partecipazione mostrano che l’esistenza non è mai esclusivamente individuale. Le possibilità di ciascuno dipendono anche dall’educazione, dalle opportunità, dai legami sociali e dalla capacità della comunità di non lasciare indietro chi vive condizioni di maggiore fragilità. L’esistenzialismo positivo non insegna che tutto sia possibile. Afferma qualcosa di più serio: esiste uno spazio, spesso limitato e incerto, nel quale possiamo scegliere come agire, quale responsabilità assumere e quale rapporto costruire con gli altri. Per questo Salerno dovrebbe valorizzare con maggiore continuità Nicola Abbagnano. Non basta conservarne il nome nella memoria cittadina. Sarebbero necessari percorsi nelle scuole, incontri pubblici, convegni, pubblicazioni, premi, collaborazioni universitarie e iniziative permanenti capaci di restituire il suo pensiero alla società. Ricordare Abbagnano non significa celebrare nostalgicamente il passato. Significa utilizzare la sua eredità per interpretare il presente e costruire il futuro. A centoventicinque anni dalla nascita, il filosofo salernitano continua a ricordarci che l’uomo è fragile, limitato e incerto, ma non per questo privo di libertà. Tra necessità e arbitrio esiste il terreno concreto della possibilità. È lì che si formano le scelte, le responsabilità e le relazioni. Ed è proprio da quello spazio, mai garantito ma sempre da ricercare, che può ricominciare ogni autentico progetto umano.

*Giornalista e direttore di Nibiru Edizioni

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Lite Zangrillo-Brunetta: cos’è successo

Il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo e il suo predecessore Renato Brunetta sono stati protagonisti di uno scontro verbale molto acceso, arrivando persino a strattonarsi. È successo a margine dell’assemblea nazionale dell’Associazione Bancaria Italiana (Abi), dove è stato rieletto presidente Antonio Patuelli.

Lite Zangrillo-Brunetta: cos’è successo
Renato Brunetta (Ansa).

La rabbia di Brunetta per l’intervista di Zangrillo

Motivo del contendere un’intervista rilasciata la settimana scorsa da Zangrillo a La Stampa, in cui il ministro aveva rivolto dure critiche alla riforma della Pubblica Amministrazione targata Brunetta e risalente al 2009, con Silvio Berlusconi premier. Affermazioni che, evidentemente, l’attuale presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel) non ha gradito.

Il botta e risposta tra l’ex ministro e il suo successore

Brunetta avrebbe strattonato per un braccio Zangrillo, ammonendolo per quanto detto a La Stampa. A quel punto il ministro avrebbe sottolineato che, in effetti, «quella riforma ha fallito». Da qui la replica dell’ex forzista: «Certe cose si possono anche pensare, ma non è bello dirle». Lo scambio sarebbe proseguito con Zangrillo a sottolineare di dover rispondere solo agli italiani e non all’interlocutore, e con un Brunetta ancor più inviperito: «Non sai quello che dici. Hai raccolto i frutti del lavoro che ho fatto io». L’attuale ministro della PA gli avrebbe detto: «Non penso e non lo pensa neanche la Corte dei Conti, visto che ha rilevato come il 90 per cento dei dipendenti pubblici aveva risultati eccellenti». A quel punto Brunetta avrebbe dato la colpa ai ministri venuti dopo di lui. E a Zangrillo, che gli aveva fatto notare di essere stato a capo della PA anche con Mario Draghi: «In quel periodo avevo altre cose da fare».

Lite Zangrillo-Brunetta: cos’è successo
Paolo Zangrillo (Ansa).

La lettera di Brunetta a Zangrillo con i numeri a suo favore

l battibecco non è però finito qui. Brunetta avrebbe spedito una lettera al «caro Paolo» Zangrillo, suffragando le critiche all’intervista con i numeri e, in particolare, mettendo a confronto alcuni dati delle rispettive gestioni della Pubblica Amministrazione: «I dirigenti valutati con punteggio inferiore a 100/100 sono passati dal 13 per cento del 2023 all’11 per cento del 2024. Nel biennio 2021-2022, invece, sotto la mia gestione, quella quota aveva raggiunto il 33 e il 22 per cento, i valori più elevati dell’intera serie storica». E poi: «Il fenomeno che denunci si è dunque accentuato proprio sotto la tua guida. Ti invito a riflettere su entrambe le circostanze: la prima consegna alla tua diagnosi il valore di un’autocritica; la seconda dice qualcosa sullo stato presente di quella trasparenza che il 2009 aveva voluto totale. A mancare, in questi 17 anni, sono stati gli orchestrali e gli arrangiatori».

Food delivery, Uber acquisisce Delivery Hero

La società tedesca di consegna di cibo a domicilio Delivery Hero ha annunciato di aver accettato un’offerta di acquisizione da parte del colosso statunitense della mobilità Uber. L’operazione ha un valore di 12,7 miliardi di euro. «La piattaforma globale di mobilità e consegna di Uber, unita al nostro comune impegno per l’innovazione, rende questa partnership la scelta giusta per valorizzare i punti di forza di Delivery Hero nella consegna locale di cibo e nel quick commerce», ha dichiarato Niklas Ostberg, ceo e co-fondatore di Delivery Hero.

Celano e Minella: “Va garantita l’assistenza territoriale ai cittadini di Battipaglia”

I consiglieri regionali di Forza Italia Roberto Celano e Mimì Minella hanno presentato questa mattina un’interrogazione a risposta scritta al Presidente del Consiglio regionale, Roberto Fico, per chiedere chiarimenti sul trasferimento del Distretto sanitario di via Gonzaga e sul progressivo depotenziamento dell’assistenza sanitaria territoriale nel centro urbano di Battipaglia. Nell’atto ispettivo i due consiglieri evidenziano come il trasferimento del poliambulatorio presso la Casa di Comunità all’interno del complesso ospedaliero abbia privato il centro cittadino dell’unico presidio sanitario pubblico di prossimità, creando notevoli disagi soprattutto per anziani, persone con disabilità e pazienti fragili. Celano e Minella sottolineano inoltre la soppressione di alcune branche specialistiche, il trasferimento di altre attività ambulatoriali e della Guardia Medica all’interno dell’ospedale, una scelta che, a loro giudizio, rischia di snaturare la funzione stessa della Continuità Assistenziale e di ridurre l’accessibilità ai servizi. Richiamano inoltre i principi contenuti nel D.M. 77/2022, che individua nelle Case di Comunità strutture territoriali facilmente accessibili e integrate nel tessuto urbano, evidenziando le criticità derivanti dall’attuale collocazione dei servizi al settimo piano dell’ospedale. Nell’interrogazione viene inoltre chiesto che, nelle more della riorganizzazione complessiva dell’assistenza territoriale, siano immediatamente ripristinati nel centro cittadino il servizio di Guardia Medica e quelle attività specialistiche, come cardiologia, pneumologia, diabetologia e oculistica, che possono essere erogate nella sede di via Gonzaga senza alcun pregiudizio per l’organizzazione ospedaliera. In particolare, i consiglieri evidenziano come alcune di queste branche rappresentino una duplicazione di servizi già garantiti dai corrispondenti reparti ospedalieri, rendendo quindi ragionevole mantenerne l’attività territoriale in una sede più facilmente accessibile ai cittadini. Particolare attenzione viene rivolta anche alle notizie relative a un possibile futuro spostamento della Casa di Comunità nel Comune di Bellizzi, ipotesi che, se confermata, determinerebbe un ulteriore indebolimento dell’offerta sanitaria territoriale per una città di oltre 50 mila abitanti. Con l’interrogazione, i consiglieri di Forza Italia chiedono alla Regione di garantire il mantenimento di un presidio sanitario stabile a Battipaglia, programmare la riqualificazione della sede di via Gonzaga per riportarvi stabilmente il Distretto sanitario e assicurare che il diritto alla salute dei cittadini, soprattutto delle fasce più fragili della popolazione, sia tutelato attraverso servizi realmente prossimi, accessibili ed efficienti.

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Ucraina, il rimpasto di Zelensky va avanti: Koretsky nuovo primo ministro

La Verkhovna Rada ha approvato la nomina di Sergiy Koretsky come nuovo primo ministro dell’Ucraina, proposta dal presidente Volodymyr Zelensky. Il via libera del parlamento di Kyiv è arrivato con il voto favorevole di 289 deputati. Koretsky succede alla dimissionaria Yulia Svyrydenko, che ha guidato il governo ucraino per un anno esatto (aveva assunto l’incarico il 17 luglio 2025).
Koretsky non ha una carriera politica alle spalle: viene infatti dal mondo degli affari. Il suo ultimo incarico è stato quello amministratore delegato della compagnia energetica statale Naftogaz (dal 2025) e prima ancora era stato ceo di Ukrnafta. Secondo i media ucraini, Koretsky è stato scelto da Zelensky per la sua reputazione di efficace gestore delle crisi.

Ucraina, il rimpasto di Zelensky va avanti: Koretsky nuovo primo ministro
Sergiy Koretsky.

Proteste in Ucraina per la rimozione del ministro della Difesa

Il rimpasto di governo annunciato da Zelensky, iniziato nei mesi scorsi non si fermerà con la nomina di Koretsky. Il capo della Bankova ha infatti deciso di non confermare nell’esecutivo il ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, estremamente popolare aver trasformato in soli sei mesi ha l’approccio di Kyiv alla guerra, tramite l’automazione e l’uso di droni e robot (in precedenza aveva guidato il ministero per l’Innovazione tecnologica). Zelensky non ha ancora motivato la sua rimozione, ma da tempo si parlava di rapporti tesi tra il capo delle forze armate Oleksandr Syrskyi e Fedorov, che sarà sostituito da Ihor Klymenko, ministro degli Interni uscente.

Ucraina, il rimpasto di Zelensky va avanti: Koretsky nuovo primo ministro
Mykhailo Fedorov (Ansa).

Fedorov, dal canto suo, con un messaggio sui social ha elencato i principali risultati raggiunti, tra cui il blocco dei sistemi Starlink per le forze di Mosca e la campagna contro la logistica russa in Crimea. La decisione di Zelensky e il successivo passo indietro di Fedorov non è stato accettato da buona parte della società civile: numerosi gli ucraini scesi in strada a Kyiv come in altre città del Paese per protestare contro il presidente.

Il salernitano Danilo Napoli trionfa in America

Di Olga Chieffi

Già il disturbante “Rumore bianco” era stato accolto con entusiasmo nell’ambito di In Scena! Italian Theater Festival NY presso il Wow Café Theater di Manhattan e il Baad nel Bronx. Adesso Danilo Napoli, attore, regista e drammaturgo salernitano, è stato ufficialmente nominato per il prestigioso Fringe International Award all’Hollywood Fringe Festival 2026 con “Lo spettacolo è stato annullato- causa fine del mondo”, che compare così tra i cinque migliori spettacoli internazionali d’America. L’interprete e la sua compagnia Vitruvio Entertainment hanno visto, dunque, il coronamento di un lungo percorso con un copione che ha conquistato pubblico e critica americani in cinque repliche al Broadwater Second Stage. Le recensioni del prestigioso NoHo Arts District hanno dimostrato come il generoso impegno sul palco non conosca frontiere. Napoli non ha nascosto la propria gioia: “Andare oltreoceano con scenografie riprogettate per entrare in una valigia da ventiré chili, investendo risorse personali e contando sul supporto vitale di realtà illuminate del territorio – come la Fondazione Comunità Salernitana, Il Mio Viaggio a New York, Easy Center, Sherwood Academy e altre realtà– è stata una scommessa complessa. Portare la drammaturgia e l’identità artistica salernitana a confrontarsi con i mercati anglosassoni, ricevendo questo livello di applausi e riconoscimenti, dimostra che il nostro teatro non ha confini. È un onore poter rappresentare Salerno nel mondo”. La messinscena, prodotta in collaborazione con l’Associazione Salute e Vita e il CSV Sodalis Salerno e proposta con successo anche al Piccolo Teatro del Giullare, è un coinvolgente monologo in cui l’impossibilità del linguaggio teatrale diventa urgenza di raccontare un mondo che si condanna alla dissoluzione tra disastri climatici, disuguaglianze sociali e rapporti progressivamente condotti al grado zero. Il 2156, in cui è ambientata la vicenda, risulta, allora, più che mai vicino. Le spaventose temperature hanno trasformato il pianeta in una prigione incandescente, per cui essere pagati in prodotti del suolo e in “puracqua” diventa un lusso. Mentre i terranei devono affrontare ogni genere di difficoltà, guadagnandosi la vita palmo a palmo, i subacqui incarnano il trionfo del capitalismo più spietato, protetti da una dorata solitudine che affascina anche un’amica del protagonista. Quest’ultimo, che esorta continuamente gli spettatori ad andarsene, perché tutto sta per collassare, non può fare a meno di denunciare con vivida forza quel che di antiumano sta prendendo il sopravvento. L’invito ossessivo della radio a godere una felicità inebetita e l’onnipresenza della religione, sempre pronta a giudicare e a mortificare, restringono senza scampo i margini della creatività. È qui che il teatro diventa bersaglio da irridere o da eliminare: che spazio può esserci per un interprete non allineato? Non è un caso che la scenografia preveda un telo con su scritto “Il teatro non serve a un cazzo”, mentre improbabili lucine multicolori evocano una ribalta e pensieri amorosi (sul filo della poesia di Prevert) che non vogliono spegnersi nel buio desolante di un contesto accartocciato sull’egoismo e sulla solitudine. Diventa quindi esemplare la storia di Gaia, la donna amata dal personaggio principale, che muore di cancro ed è evocata da un manichino: una scelta che è al tempo stesso persistenza del ricordo e annichilimento dell’interiorità. Il teatro, tuttavia, nasce da un’urgenza caparbia: tentare di comprendere quello su cui nessuno vorrebbe soffermarsi. Ecco perché Gaia continua a recitare fino all’ultimo, anche quando la voce le è scomparsa e non può che affidarsi con fatica al movimento. Chi recita deve farsi corpo tra i corpi nel modo più intenso possibile. Deve essere lì, sotto gli occhi di chiunque, a non lasciarsi imbrigliare in asfittiche categorie. Deve farsi cuore di un nuovo campo di forze, dove entrare a occhi finalmente aperti. Proprio nelle ultime battute, quindi, lo spettacolo inizia. Forse è davvero troppo tardi. Forse il “cosmato” è arrivato al capolinea, ma almeno il teatro saprà darci quello che nessun capitalista potrebbe comprare o ipocritamente concedere.

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Via libera della Camera alla nuova legge elettorale

La Camera dei deputati ha approvato in prima lettura la riforma della legge elettorale con 217 voti a favore, 152 contro e 2 astenuti. La votazione della norma targata centrodestra è avvenuta con scrutinio segreto. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato. L’esito del voto è stato accolto da un applauso di esultanza della maggioranza, reduce dalla sconfitta sulle preferenze.

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Tumori: le terapie infusionali vicino a casa

Per la prima volta in Italia, nell’ambito dell’oncoematologia, le terapie infusionali complesse escono dalle mura degli ospedali per essere somministrate direttamente nei piccoli comuni di residenza dei pazienti. Con la prima storica infusione territoriale, effettuata ieri nel Comune di Controne, l’ASL Salerno, in linea con le indicazioni strategiche della Regione Campania sulla riorganizzazione dell’assistenza territoriale, porta le cure sempre più vicino ai cittadini e si conferma apripista a livello nazionale nella sanità di prossimità. La novità segna la fine dei lunghi e faticosi “viaggi della speranza” verso i centri urbani per molti malati oncologici delle aree interne del Cilento. Ore di spostamenti si trasformano così in un percorso di cura a chilometro zero, all’interno del modello delle “Botteghe della Comunità”. «Il programma – dichiara il direttore generale dell’ASL Salerno, Gennaro Sosto – scardina i tradizionali modelli assistenziali. Per la prima volta nel nostro Paese, nell’ambito dell’oncoematologia, non vengono delocalizzate soltanto le terapie orali o sottocutanee, ma anche quelle infusionali, storicamente vincolate ai setting ospedalieri. L’iniziativa prende il via in un territorio provinciale vastissimo, quasi 5 mila chilometri quadrati, caratterizzato da una forte dispersione demografica, soprattutto nelle aree collinari e montane del Cilento interno, dove oltre il 23% della popolazione è anziana e affetta da patologie croniche o plurimorbilità». Per rispondere al cosiddetto “travel burden”, ossia al peso, anche emotivo, dei lunghi spostamenti, l’ASL Salerno, in sinergia con la Regione Campania, ha realizzato una rete di 27 ambulatori infermieristici di prossimità (“spoke”) e un hub multispecialistico a Valle dell’Angelo, ribattezzati “Botteghe della Comunità”. Il progetto, nato dall’integrazione dei fondi PNRR (Missioni 5 e 6) e della Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI), serve un bacino di circa 28 mila cittadini ed è collegato funzionalmente ai Distretti sanitari 69 e 70, all’Ospedale di Comunità di Roccadaspide e all’ospedale “San Luca” di Vallo della Lucania. La sicurezza del percorso assistenziale rappresenta il cardine del protocollo. «I pazienti candidabili – spiega Catello Califano, direttore dell’UOC di Ematologia dell’ospedale “Andrea Tortora” di Pagani – sono affetti da neoplasie ematologiche, come mieloma multiplo, leucemie e linfomi, oppure da patologie croniche non neoplastiche in fase di mantenimento o consolidamento e vengono selezionati con estrema attenzione. Il giorno precedente alla seduta, lo specialista effettua una televisita per valutare gli esami ematochimici e confermare l’idoneità alla terapia». I farmaci antitumorali vengono preparati presso l’Unità Farmaci Antiblastici (UFA) dell’ospedale di Pagani, tracciati attraverso software dedicati e trasportati con corrieri certificati, nel rispetto della catena del freddo, fino alla singola Bottega della Comunità. Qui la terapia viene somministrata da infermieri di comunità appositamente formati, sotto la supervisione in tempo reale, attraverso la telemedicina, dell’équipe medica ospedaliera, con la presenza di un medico dell’emergenza-urgenza durante il periodo di osservazione successivo all’infusione. «Le Botteghe della Comunità – aggiunge Sosto – rappresentano un’evoluzione ancora più vicina ai cittadini rispetto alle Case della Comunità, una sorta di “vestito sartoriale” pensato per le aree più remote della provincia. Essere i primi in Italia a somministrare terapie infusionali extraospedaliere per patologie così complesse dimostra che l’innovazione organizzativa e digitale può, e deve, ridurre le disuguaglianze nell’accesso alle cure. Da oggi sono le cure a raggiungere i pazienti fragili, non il contrario». Il centro prescrittore mantiene comunque il ruolo di garante clinico e supervisore costante di ogni singola infusione. «Questo modello – conclude Califano – assicura al paziente ematologico stabile gli stessi standard di sicurezza del contesto ospedaliero, offrendo al tempo stesso un significativo miglioramento della qualità di vita. Inoltre, la delocalizzazione delle terapie consentirà di decongestionare i Day Hospital, liberando tempo e risorse che gli specialisti potranno dedicare ai casi più complessi, alle urgenze e alla ricerca scientifica».

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Il voto di preferenza e una democrazia contra naturam

Pasquale Califano*

In psicologia dello sviluppo esiste un esperimento ormai classico che mette in luce una caratteristica fondamentale dell’essere umano: il bisogno di percepire che le proprie azioni producano effetti nel mondo. Un neonato viene collegato con un nastro a una giostrina sospesa sopra la culla. Ogni volta che muove una gamba, la giostrina si mette in movimento. Dopo pochi minuti il bambino aumenta spontaneamente i movimenti: ha scoperto che una sua azione produce un effetto sull’ambiente. Se, invece, la giostrina continua a muoversi con la stessa frequenza ma indipendentemente dai suoi movimenti, il suo interesse diminuisce rapidamente. Non è il movimento della giostrina a procurargli soddisfazione, bensì la consapevolezza di esserne la causa. Gli studi sulla contingenza e sullo sviluppo del senso di efficacia personale mostrano che gli esseri umani, fin dai primi mesi di vita, hanno bisogno di percepire un legame tra le proprie azioni e ciò che accade nell’ambiente. Oggi questo bisogno viene spesso definito agency: la percezione di poter incidere realmente sulla realtà. Questa semplice osservazione psicologica offre una chiave di lettura sorprendente anche per comprendere alcune difficoltà della nostra democrazia. La democrazia, in fondo, è l’estensione adulta di quel bisogno originario: vedere un nesso tra il proprio gesto e le sue conseguenze. Quando questo nesso si indebolisce, non si incrina soltanto la fiducia nelle istituzioni: si incrina una delle condizioni psicologiche fondamentali della partecipazione. Quando oggi il cittadino entra nella cabina elettorale esercita certamente un diritto fondamentale. Tuttavia, l’attuale sistema elettorale limita significativamente la possibilità di scegliere direttamente una parte consistente dei propri rappresentanti attraverso il voto di preferenza, affidando invece la loro individuazione alle liste predisposte dai partiti. Il gesto del voto conserva il suo valore democratico, ma il rapporto percepito tra scelta individuale e composizione effettiva del Parlamento risulta inevitabilmente attenuato. Negli ultimi decenni, diverse riforme elettorali approvate dal Parlamento hanno progressivamente ridotto lo spazio della scelta diretta degli elettori nella selezione dei propri rappresentanti. Al di là delle differenti maggioranze che le hanno sostenute, il risultato è stato un progressivo indebolimento del rapporto personale tra cittadino ed eletto. Non si tratta soltanto di un cambiamento tecnico: è una trasformazione che può incidere profondamente sulla psicologia civica. Dal punto di vista psicologico, questa trasformazione non è priva di conseguenze. Martin Seligman ha descritto il fenomeno dell’impotenza appresa: quando un individuo sperimenta ripetutamente che le proprie azioni incidono poco o nulla sugli eventi, tende progressivamente a ridurre l’iniziativa, sviluppando passività e disimpegno. Naturalmente il comportamento elettorale dipende da molteplici fattori – culturali, sociali, economici e politici – ma anche la percezione di una ridotta efficacia della propria scelta può contribuire ad alimentare la disaffezione verso la partecipazione democratica. Forse anche l’astensionismo crescente può essere letto, almeno in parte, attraverso questa lente. Non soltanto come indifferenza verso la politica, ma come progressiva perdita della convinzione che il proprio gesto sia realmente capace di incidere sulla qualità della rappresentanza. La democrazia non vive soltanto di procedure. Vive anche della percezione, da parte dei cittadini, che la loro partecipazione produca effetti concreti. Quando questa percezione si affievolisce, si incrina qualcosa che va oltre il meccanismo elettorale: si indebolisce il senso stesso dell’appartenenza alla comunità politica. Per questo motivo la discussione sul voto di preferenza non riguarda esclusivamente la tecnica delle leggi elettorali. Riguarda il modo in cui una società coltiva o indebolisce il senso di responsabilità, di partecipazione e di fiducia dei propri cittadini. In fondo, il neonato dell’esperimento ci insegna una lezione semplice ma profonda: non desideriamo soltanto che il mondo si muova. Abbiamo bisogno di sentire che, almeno in parte, si muove anche grazie a noi. Perché una democrazia rimane davvero viva solo quando ogni cittadino può riconoscere, nel movimento delle istituzioni, anche l’effetto del proprio gesto.

Dott. Pasquale Califano Psicologo Clinico e di Comunità – Psicoterapeuta – Psicoanalista Infantile Specialista nelle dinamiche di gruppo

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Crollata una parte del Tribunale di Bolzano: le immagini

Paura a Bolzano, dove è crollata un’importante porzione del Tribunale: nell’edificio, risalente al Ventennio, erano in corso lavori di ristrutturazione e ampliamento. Il cedimento, che ha coinvolto almeno un quarto del palazzo, per fortuna non ha causato vittime: al momento del crollo all’interno dell’edificio erano presenti tre persone (addette alle pulizie) e solo una è rimasta lievemente graffiata.
Come ha spiegato all’Ansa la presidente del Tribunale di Bolzano Francesca Bortolotti, «a cedere sono stati i pilastri portanti nell’area che era interessata dai lavori di ristrutturazione». Tutta la parte centrale dell’edificio è completamente inagibile: a seguito del crollo sono andate distrutte diverse aule, tra cui quella principale e quella della Corte d’Assise, così come vari uffici.

Crollata una parte del Tribunale di Bolzano: le immagini
Crollata una parte del Tribunale di Bolzano: le immagini
Crollata una parte del Tribunale di Bolzano: le immagini
Crollata una parte del Tribunale di Bolzano: le immagini
Crollata una parte del Tribunale di Bolzano: le immagini
Crollata una parte del Tribunale di Bolzano: le immagini
Crollata una parte del Tribunale di Bolzano: le immagini
Crollata una parte del Tribunale di Bolzano: le immagini

Saverio Valentino nominato presidente dell’Antitrust

I presidenti di Senato e Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, hanno nominato l’avvocato Saverio Valentino presidente dell’Antitrust, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Avvocato, attualmente componente dell’Autorità, Valentino si è prevalentemente occupato di diritto della concorrenza italiano ed europeo, patrocinando dinanzi alle corti dell’Unione europea, a quelle amministrative e civili italiane, nonché alla Commissione europea, all’Autorità garante e ad altre autorità di concorrenza in diversi Paesi del mondo. Classe 1971, si è laureato in giurisprudenza a La Sapienza di Roma conseguendo poi un master in diritto comunitario presso il Collegio d’Europa di Bruges, nonché un Master in legge presso la University of Chicago Law School. Ha inoltre collaborato per un periodo di sei mesi con l’allora direzione generale I della Commissione europea, nell’unità che si occupava di politiche commerciali multilaterali e di questioni legate all’Organizzazione mondiale del commercio e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

Arbitri, le lamentele di Rocchi per le pressioni dell’Inter e la telefonata scomparsa

La posizione dell’Inter è stata archiviata perché, secondo i pm di Milano, gli elementi raccolti nel corso delle indagini sulle presunte «inteferenze» nelle scelte degli arbitri da parte dell’ex designatore Gianluca Rocchi non sarebbero stati solidi al punto da reggere in un eventuale processo per frode sportiva. A corroborare l’ipotesi di reato c’erano però diverse intercettazioni, alcune dal contenuto anche piuttosto “pesante”.

Rocchi si lamentava delle pressioni nerazzurre

Il Corriere della Sera ha pubblicato il contenuto di una telefonata del 29 aprile 2025 tra Rocchi e l’allora supervisore degli arbitri Andrea Gervasoni, in cui l’ex designatore dice: «Siccome questi dell’Inter ci stanno rompendo il cazzo pesantemente, stavo pensando… Ma se noi invertissimo, e su Inter-Verona mettessimo Piccinini invece che Sozza?». Dello stesso tenore un’altra chiamata intercettata, che vede Rocchi al telefono con Riccardo Pinzani, fino allo scorso anno coordinatore dei rapporti con le società di calcio per l’Aia. Quest’ultimo riferisce a Rocchi di un colloquio telefonico con Giorgio Schenone, addetto agli arbitri dell’Inter. «Lo so, rompono il cazzo per questo motivo», replica l’ex designatore riferendosi allo scarso gradimento dei nerazzurri per Sozza. A questo punto Pinzani aggiunge: «Schenone mi ha detto: “Guarda, so che Marotta (presidente dell’Inter, ndr) ne stava parlando con Viglione” (capo dell’ufficio legislativo della Federcalcio ndr)». Questa l’ulteriore risposta di Rocchi: «Sì, mi hanno chiamato, mi hanno rotto i coglioni, te lo dico io».

Il caso della chiamata “scomparsa” con qualcuno dell’Inter

In un’intercettazione, insomma, Rocchi si lamenta con Pinzani per una telefonata che vedeva dall’altro capo qualcuno dell’Inter: forse l’addetto agli arbitri Schenone, forse direttamente il presidente Beppe Marotta. Non è dato saperlo, perché la chiamata non è stata intercettata e dunque non è agli atti. Il motivo? La telefonata in questione potrebbe essere avvenuta su altre utenze non individuate oppure – molto semplicemente -tramite una piattaforma come WhatsApp. Quel che è sicuro è che, alla fine, Rocchi per Inter-Verona del 3 maggio 2025 non designò Simone Sozza, bensì Gianluca Manganiello.

Ok della Consob, l’opas di Poste Italiane su Tim inizierà il 20 luglio

La Commissione nazionale per le società e la borsa (Consob) ha approvato il documento d’offerta per l’offerta pubblica di acquisto e scambio (opas) di Poste Italiane su Tim. Il periodo di adesione avrà inizio alle 8:30 del 20 luglio e terminerà alle ore 17:30 dell’11 settembre, con pagamento del corrispettivo il 18 settembre. Qualora ricorrano i relativi presupposti, il periodo di adesione potrà essere riaperto tra il 21 e il 25 settembre, con pagamento del corrispettivo il 2 ottobre. L’opas è un’operazione con cui un soggetto propone agli azionisti di una società quotata di acquistare i loro titoli offrendo, in cambio, una combinazione di denaro e azioni del soggetto offerente. Per ciascuna azione di Tim portata in adesione all’offerta, il gruppo guidato dall’amministratore delegato Matteo Del Fante riconoscerà un corrispettivo costituito da una componente in denaro, pari 1,67 euro, e una componente in azioni, rappresentata da 0,218 azioni ordinarie di Poste Italiane di nuova emissione.

Ok della Consob, l’opas di Poste Italiane su Tim inizierà il 20 luglio
Logo di Tim (Imagoeconomica).

Cosa prevede l’intesa sui droni tra Ue e Ucraina

La presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky hanno siglato un Drone Deal, un accordo di sinergia industriale per la produzione di droni. Secondo quanto rivelato dal Financial Times, Kyiv ha ottenuto dall’Ue una deroga per una parte della tranche da 6 miliardi di euro del prestito da 90 accordato da Bruxelles per acquistare componenti per droni dalla Cina. Su questo sviluppo, ha osservato il foglio britannico, ci sono due aspetti da sottolineare. Il primo è che l’Europa non ha le capacità industriali per soddisfare le richieste dell’Ucraina. Il secondo è che la deroga mette in evidenza il ruolo di Pechino nella fornitura di armamenti a entrambe le parti nel conflitto che dura ormai da oltre quattro anni, sebbene l’Ue abbia accusato la Cina di essere il principale facilitatore della guerra della Russia contro l’Ucraina. Interpellato a riguardo, l’esecutivo Ue ha cercato di derubricare la questione, ricordando che tali deroghe rappresentano un’eccezione limitata e non la regola. Nell’ambito del nuovo partenariato, la Commissione, sempre sulla base del prestito da 90 miliardi di euro, ha sborsato un ulteriore miliardo all’Ucraina per l’acquisto e la produzione di droni. L’intesa punta ad avviare entro la fine del 2026 la produzione congiunta di droni e sistemi anti-drone e ad estendere la cooperazione alla produzione di missili antibalistici entro il 2028.

Esiste ancora una maggioranza dopo il ko del governo sulla legge elettorale?

Sguardi sospetti, sorrisi stentati e calcolatrice alla mano. Dopo la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze presentato da Fratelli d’Italia, ai meloniani in Transatlantico non resta che fare i conti con i fatti. Nonostante l’intesa di massima raggiunta sulla legge elettorale, nell’oscurità del voto segreto tra le fila di Lega e Forza Italia (ma nel gruppo potrebbe esserci pure qualche meloniano o meloniana), una trentina di parlamentari – 20 o al massimo 25, ha insistito il ministro Luca Ciriani – ha votato contro. I deputati vannacciani, che si sono filmati al momento del voto per fugare ogni dubbio, hanno invece votato a favore. La convergenza tra Fratelli d’Italia e Futuro Nazionale ha trovato riscontro anche giovedì, nella seconda giornata di votazioni alla Camera, con il partito della premier che si è espresso a favore dell’emendamento sulle preferenze presentato dalle truppe del generale, contro cui si sono schierati azzurri e leghisti. A partire da giovedì mattina l’Aula procederà con le votazioni finali sul testo. L’impressione prevalente è che tra i banchi di governo ci sia una maggioranza spaccata come mai prima d’ora, che fatica a ritrovare quell’unità da sempre ostentata e che invece ora lascia spazio a un’insenatura dentro la quale i futuristi potrebbero essere pronti a infilarsi. Ma è davvero così? 

Esiste ancora una maggioranza dopo il ko del governo sulla legge elettorale?
L’esito del voto alla Camera e l’esultanza delle opposizioni (Ansa).

Vannacci non chiude all’alleanza ma vuole dettare la linea

A lanciare l’appello alla premier Meloni affinché invitasse i suoi a votare l’emendamento a prima firma Edoardo Ziello è stato lo stesso Roberto Vannacci. Dal palco allestito a Civitanova Marche, tappa del suo tour di comizi, il generale si è dapprima scagliato contro i cosiddetti «badogliani di centrodestra» che «hanno sparato alle spalle del proprio schieramento con le munizioni fornite dal Partito democratico», per poi tuonare: «Meloni tiri fuori gli attributi e faccia approvare il nostro emendamento con le preferenze senza il capolista bloccato». Sebbene la modifica proposta non sia passata, i voti hanno detto molto sulle spaccature della maggioranza. I deputati di Lega e Forza Italia si sono opposti, contribuendo a far lievitare i voti contrari arrivati a quota 233. A dire sì sono stati 139 parlamentari, tra cui anche esponenti di Fratelli d’Italia e Noi Moderati, con il segretario Maurizio Lupi che però ha precisato: «Resta l’incompatibilità assoluta con Vannacci, ma stavolta si è trattato di una questione di merito». Più cauti dal partito della premier, dove a fare sintesi ha pensato Giovanni Donzelli: «FdI da quando siamo in Parlamento vota qualsiasi cosa riteniamo utile per gli italiani».

Esiste ancora una maggioranza dopo il ko del governo sulla legge elettorale?
Giovanni Donzelli (Imagoeconomica).

Nessuna chiusura diretta, quindi, nei confronti del generale che a sua volta non esclude un’alleanza con le altre forze di maggioranza a patto che si rispettino «i nostri principi, i nostri valori e le nostre linee rosse». Insomma, se entrasse in coalizione, Futuro Nazionale non rinuncerebbe al suo programma – ancora non messo per iscritto – ma punterebbe piuttosto a dettare la linea. Attenzione, infatti, a pensare che il voto sulle preferenze sia stata una concessione o un favoritismo per entrare nelle grazie di Meloni. Su questo il borbottio dei futuristi, intercettato di straforo da Lettera43, è unanime: «Mano tesa? No, vuol dire che la pensiamo allo stesso modo, solo che noi siamo stati più determinati». Più che tendere la mano al governo, allora, pare che i vannacciani vogliano indicargli la rotta che «la vera destra» dovrebbe seguire. In questo senso, l’attacco sferrato da Laura Ravetto è stato esemplificativo: «Futuro Nazionale, anche oggi, vota insieme a FdI. Lega e Forza Italia no. Chi è la vera stampella della sinistra?». 

Il campo largo spinge (a parole) per elezioni anticipate 

I problemi del centrodestra sulla legge elettorale hanno in effetti ringalluzzito gli animi delle opposizioni che, dopo le contestazioni nella piazza di Napoli l’8 luglio e poi l’annullamento dell’appuntamento di Padova, sono tornate alla carica invocando a voce alta le dimissioni del governo. Per la segretaria del Pd Elly Schlein «si è aperta una crisi di governo» dettata da «una sfiducia vera nei confronti di Giorgia Meloni» che «si dovrebbe fermare su questa legge elettorale e si dovrebbe fermare andando a casa e consentendo agli elettori di esprimersi per tornare finalmente ad avere un governo che si occupa dei problemi delle persone». Dello stesso avviso il presidente del M5s Giuseppe Conte per il quale Meloni è «imbullonata a Palazzo Chigi», mentre le opposizioni sono pronte ad accelerare sul programma «anche dalla prossima settimana». Insomma, il campo largo, nonostante non abbia ancora una leadership e nemmeno un programma, si dice pronto ad andare a elezioni anticipate e vuole dimostrarlo: nelle piazze, con le immagini del 14 luglio sera con i leader riuniti per ‘la notte della democrazia’ organizzata da +Europa, ma anche nei palazzi. Mercoledì in un vertice durato mezz’ora tra Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni nel salone Corea di Montecitorio si è trovata l’intesa sull’emendamento per il voto fuorisede, passato all’unanimità e rivendicato come una battaglia del centrosinistra. 

Esiste ancora una maggioranza dopo il ko del governo sulla legge elettorale?
Elly Schlein (Ansa).

Portare a casa la legge elettorale si complica

Nonostante le insistenze delle opposizioni, la linea della presidente del Consiglio appare chiara: non si va al Quirinale. A dirlo chiaramente è stato Ciriani che ha assicurato: «Non intendiamo concludere la nostra esperienza di governo». Una riflessione, però, si sta facendo. E su più fronti. Anzitutto, l’ipotesi avanzata dal presidente del Senato Ignazio La Russa di poter correggere il voto della Camera sulle preferenze è tutta in fase di valutazione. Il regolamento di Palazzo Madama non prevede voto segreto, motivo per cui, spiega un fedele meloniano a Lettera43, sarebbe da escludere categoricamente il ripetersi di quanto accaduto a Montecitorio, dove invece «col voto segreto c’è chi fa il proprio interesse e non quello di partito». Prima di rimettere sul tavolo il tema delle preferenze e riaprire il dialogo – o sarebbe meglio dire a questo punto lo scontro – con gli alleati, «bisogna capire cosa succede alla Camera e con quale legge si arriva al Senato». Anche perché la caccia ai franchi tiratori (o «vigliacchetti», come li ha definiti Francesco Lollobrigida) nei gruppi di Forza Italia e Lega non è affatto terminata. Dal partito di Salvini, però, non sembrano preoccuparsi troppo. Il deputato Stefano Candiani la prende con ironia: «Franchi tiratori? Se li conoscete presentatemeli».

Esiste ancora una maggioranza dopo il ko del governo sulla legge elettorale?
Giorgia Meloni (Ansa).

Dall’estero: George Lucas è entusiasta delle IA: “sono il futuro!”

George Lucas è entusiasta delle IA: `sono il futuro!`

Il regista va controcorrente e sottolinea i pregi e le possibilità della nuova tecnologia

Aver fatto la storia del cinema significa anche non aver paura di esprimere le proprie idee, anche quando queste sono controverse rispetto al sentire comune. Forte della sua carriera (e dei suoi 82 anni), George Lucas ha recentemente affermato di non demonizzare l'uso di intelligenze artificiali nel suo campo di lavoro, ma che, anzi, le IA rendono molto più facile fare film. Nel corso di una lunga intervista rilasciata a A Rabbit's Foot, il creatore di Star Wars ha affermato: È un po’ come stare qui seduti e dire: "Beh, credo che il cavallo e il calesse siano il... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Dall'estero - 16 luglio 2026 - articolo di Angela Bernardoni

Editoria: Dall’antichità alla Golden Age: ecco la storia della fantascienza letteraria

Dall’antichità alla Golden Age: ecco la storia della fantascienza letteraria

Prima di Amazing Stories, prima di Verne e Wells: Giuseppe Candela racconta la storia della fantascienza cercandone le origini nella letteratura.

Dalla pagina Fantascienza Book Club che fa un ottimo lavoro di ricerca e segnalazione delle uscite veniamo a sapere dell'arrivo, lo scorso mese, di questo interessante saggio edito da Odoya sulla storia della fantascienza. Una storia che non parte da Amazing Stories o da Verne, Wells o Mary Shelley, ma da ben più indietro, andando a cercare le origini dei temi di questo genere in Thomas More, Keplero, Cyrano de Bergerac. La quarta di copertina Questa è la prima storia della fantascienza letteraria pubblicata in lingua italiana che ripercorre in modo organico le origini... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Editoria - 16 luglio 2026 - articolo di S*

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)

La Germania è il grande malato d’Europa e Friedrich Merz non è certo il cancelliere che può curarla. Così la pensano tre tedeschi su quattro: solo il 18 per cento degli elettori ritiene che l’erede di Angela Merkel stia facendo un buon lavoro. La politica tedesca è impantanata fra la necessità di riforme interne che vengono solo abbozzate e la realtà del contesto internazionale che acuisce l’impressione di quanto il governo di Berlino sia incapace di ritrovare il ruolo guida avuto con Frau Merkel e, ancor prima, con Helmut Kohl. E poi c’è l’economia che ristagna, il Pil che crescerà meno dell’1 per cento nel 2026, con i pilastri dell’industria nazionale che vacillano. Su tutti quello dell’automobile, con la Volkswagen a simboleggiare la grandezza in declino.

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)
Il Ceo di Volkswagen Oliver Blume (Ansa).

Le stime parlano di 50 mila posti di lavoro in meno

In questi giorni Oliver Blume, amministratore delegato della casa di Wolfsburg, ha quantificato per la prima volta la portata del ridimensionamento già ampiamente annunciato: si tratterebbe della perdita di circa 50 mila posti di lavoro in tutto il mondo, una cifra conseguente al piano di riduzione dei costi amministrativi, infrastrutturali e di supporto alle attività principali. Costi che al momento sono ancora superiori del 20 per cento rispetto alla media delle aziende internazionali comparabili. Perciò il mercato sta diventando insostenibile. Già qualche settimana fa il consiglio di sorveglianza dell’azienda aveva respinto la prima proposta di Blume per un ulteriore pacchetto di riduzione dei costi che prevedeva la possibile perdita fino a 100 mila occupati in tutto il mondo. Anche secondo i nuovi numeri comunque quattro stabilimenti in Germania potrebbero essere a rischio chiusura: Hannover, Emden, Zwickau e quello Audi di Neckarsulm. Un disastro. 

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)
Una manifestazione davanti al quartier generale Volkswagen a Wolfsburg (Ansa).

I tedeschi hanno smesso di spendere

La crisi della Volkswagen non è certo una novità, come non lo è l’indebolimento dell’economia tedesca dovuto prima alla pandemia e poi all’avvio del conflitto fra Russia e Ucraina. Senza contare l’avvento di Donald Trump e la ridefinizione dei rapporti transatlantici, fra dazi e guerre energetiche. In Germania l’inflazione ha portato negli ultimi anni a un calo dei consumi. L’aumento dei salari avrebbe dovuto compensare la crescita dei prezzi e stimolare il mercato, ma oggi i tedeschi anziché spendere di più preferiscono risparmiare. Secondo l’Istituto tedesco per la ricerca economica (Diw), il tasso di risparmio, pari al 10,8 per cento, è significativamente più alto rispetto a quello registrato nei 10 anni precedenti la pandemia. Così anche l’industria automobilistica ha dovuto affrontare le difficoltà legate alle vendite deludenti e ai costi della transizione ai veicoli elettrici.

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)
Merz e Trump (fImagoeconomica).

Le difficoltà di Volkswagen in Cina e negli Usa

Per il gruppo Vw, oltre all’Europa, i mercati di vendita più rilevanti sono la Cina e gli Stati Uniti e c’è poco da stare allegri. La piazza europea è debole e probabilmente smetterà di crescere, su quella statunitense i profitti si stanno erodendo a causa delle tariffe doganali. In Cina poi i tedeschi dovrebbero recuperare il terreno perduto nel settore della mobilità elettrica, ma l’impresa è persa in partenza: i cinesi si sono ormai concentrati sulla produzione di veicoli elettrici grazie a consistenti sussidi, non hanno bisogno di importare, mentre i bassi salari, i costi energetici e i prezzi di acquisto contenuti offrono un ulteriore vantaggio competitivo. Volkswagen, a lungo leader di mercato in Cina, con una quota di mercato vicina al 40 per cento, si ritrova adesso con le braghe calate. Pechino controlla i due terzi del mercato e la concorrenza cinese sta penetrando sempre più nel mercato europeo.

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)
Uno stabilimento Volkswagen (Ansa).

Quali sono le cause del tracollo?

Il suicidio è dovuto a vari fattori. I vertici di Vw si sono adagiati sugli allori dopo i successi passati, ne ha raccolto i frutti e si sono addormentati davanti alle sfide del futuro. Il dieselgate del 2015 è stato un duro colpo al quale si è aggiunta l’incapacità di previsione: secondo gli analisti, Volkswagen si è concentrata troppo sullo sviluppo di veicoli nei segmenti di prezzo medio-alto, prestando poca attenzione ai veicoli più piccoli e accessibili, si è aggrappata al diesel per troppo tempo e ha sottovalutato il potenziale della mobilità elettrica. In un contesto in cui i pagamenti di dividendi, pari a circa 28 miliardi di euro tra il 2021 e il 2025, non hanno rispecchiato granché la salute del gruppo.

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)
Uno stabilimento Volkswagen (Ansa).

L’ipotesi di riconversione dall’automobilistico al militare

Per il futuro, anche prossimo, qualcuno ai piani alti di Wolfsburg vede un’ancora di salvezza nella riconversione dal settore automobilistico a quello militare, con la benedizione di Merz, secondo il quale la Germania fra un paio d’anni dovrebbe costituire l’esercito convenzionale più ampio e forte d’Europa: all’ultima fiera della sicurezza e della difesa Enforce Tac di Norimberga, Vw ha presentato due prototipi di veicoli militari, entrambi sviluppati presso la fabbrica di Osnabrück. Qui viene ancora prodotta tra l’altro la T-Roc Cabriolet, almeno fino al 2027, poi arriverà forse il momento delle versioni militari di Amarok e Crafter. Dalla decappottabile per le vacanze al pick-up in versione bellica il passo è breve. Bisognerà vedere se davvero questa sarà la soluzione per salvare il gigante tedesco.

La Biennale, il messaggio politico di Bruxelles e il muro totale sui russi

«Si tratta decisamente di una questione politica. Nessun centesimo dei nostri soldi, dei soldi dei contribuenti, andrà in nessuna iniziativa in cui è coinvolta la Russia». È la posizione ribadita a Lettera43 dal portavoce della Commissione europea dopo l’annuncio della raccomandazione di Bruxelles di interrompere il finanziamento da 2 milioni di euro destinato alla Biennale di Venezia.

Il ritrovato asse giallo-verde in salsa filorussa

Le risposte fornite dalla Fondazione dopo il primo avviso ad aprile non hanno soddisfatto la Commissione e quindi la vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen ha annunciato su X l’ufficializzazione della decisione. Il breve messaggio diffuso ha aperto la discussione politica in Italia. Il presidente del Consiglio regionale del Veneto Luca Zaia ha contestato la scelta di Bruxelles, sostenendo che «la cultura non si censura e gli artisti non sono soldati». Lega e Movimento 5 stelle, in un ritrovato asse giallo-verde in salsa filorussa, hanno accusato l’Ue di ricatti. Ma è proprio il carattere politico della scelta a essere fortemente rivendicato dalla Commissione.

«Parliamo, prima di tutto e soprattutto, di una questione politica», dice il portavoce. «La Biennale può andare in tribunale, contestare la nostra decisione e ottenere eventualmente indietro i soldi. The political message is out there». Cioè il messaggio è stato dato. Mai così categorico come sull’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

Buttafuoco e la resa dei conti sulla sua trasmissione radiofonica

Già prima dell’apertura della Biennale, uno degli appuntamenti culturali più storici e importanti al mondo, Bruxelles aveva inviato alla Fondazione un primo avviso, chiedendo di riconsiderare la decisione di consentire la partecipazione russa e prospettando la possibile sospensione del finanziamento europeo. La comunicazione aveva aperto un fronte anche in Italia, con malumori all’interno del centrodestra: il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco ha difeso l’autonomia dell’istituzione culturale, mentre il governo di Giorgia Meloni ha ammesso di non condividere la decisione e la presenza russa. E sui giornali si parla persino di una resa dei conti che prevede la cancellazione del programma di Buttafuoco su Radio 1, Lupus in fabula.

La Biennale, il messaggio politico di Bruxelles e il muro totale sui russi
Pietrangelo Buttafuoco in versione meme di John Travolta in Pulp Fiction (realizzata con l’IA).

Tornando a Bruxelles, dal punto di vista formale l’ultima parola spetta ora all’Eacea, l’Agenzia esecutiva europea per l’istruzione e la cultura, che gestisce il finanziamento. Ma è molto improbabile che l’ente, formalmente indipendente, non segua le raccomandazioni dell’esecutivo europeo. Finora le comunicazioni «sono state interne» e la Biennale ha appreso la decisione della Commissione come tutti noi, attraverso il messaggio su X della vicepresidente Virkkunen. Un documento definitivo sarà diffuso «molto velocemente».

La Biennale, il messaggio politico di Bruxelles e il muro totale sui russi
Una sostenitrice del complesso musicale rock russo Pussy Riot sventola la bandiera dell’Ucraina durante la protesta contro Putin sotto la sede storica della Biennale a Venezia (foto Ansa).

Secondo quanto riferito, il dossier è stato seguito esclusivamente dal gabinetto del commissario europeo per l’Equità intergenerazionale, la Gioventù, la Cultura e lo Sport, il maltese Glenn Micallef, in coordinamento con la vicepresidente esecutiva per la Sicurezza e la Democrazia, Virkkunen appunto. I fondi non sono ancora arrivati alle casse della Fondazione Biennale e nel caso in cui il contratto venga terminato, il contributo sarà semplicemente annullato.

La Biennale, il messaggio politico di Bruxelles e il muro totale sui russi
Glenn Micallef (foto Imagoeconomica).

Il principio non riguarda soltanto la presenza ufficiale di un padiglione nazionale russo. Se alla Biennale avessero partecipato artisti russi isolati e non un padiglione di Stato, la decisione sarebbe stata diversa? «Avremmo raccomandato esattamente lo stesso», è la risposta. Niente che preveda l’esborso di denaro europeo deve avere a che fare con la Russia: insomma possono fare manifestazioni artistiche o sportive che siano, «ma non con i nostri soldi».

«La cultura in Europa», si legge ancora nel tweet di sabato di Virkkunen, «dovrebbe promuovere e tutelare i valori democratici. Questi valori non sono rispettati nella Russia di oggi». Sulla politica con la Russia la linea europea è chiara. Tra i valori, i principi e gli obiettivi dell’Unione è ben espresso anche quello di «assicurare il rigoroso rispetto del diritto internazionale». Alla domanda se lo stesso criterio potrebbe essere applicato anche ad altri Paesi presenti alla Biennale, o al Cio, il portavoce ha ribadito: «Parliamo, prima di tutto e soprattutto, di una questione politica». La posizione della Commissione resta contraria anche alla partecipazione di atleti russi alle Olimpiadi 2028.

Chiusa un’altra inchiesta su Santanchè, l’ex ministra verso un nuovo processo

Si aggravano i problemi giudiziari per Daniela Santanchè. La Procura di Milano ha notificato un avviso di conclusione delle indagini a carico dell’ex ministra del Turismo e di altre 15 persone, tra cui la sorella Fiorella Garnero e l’ex compagno Giovanni Canio Mazzaro. L’inchiesta riuniva tre fascicoli distinti, relativi ai fallimenti delle aziende di Santanchè: ipotizzati i reati di bancarotta, falso in bilancio e truffa aggravata ai danni dello Stato per i fallimenti di Ki Group, Ki Group Holding, Bioera e Umbria srl. L’avviso è stato notificato anche a una società. La chiusura dell’inchiesta prelude alla richiesta di rinvio a giudizio per la senatrice di Fratelli d’Italia, già a processo per la vicenda Visibilia e per la presunta truffa ai danni dell’Inps.