Tributo al Duca del jazz in occasione del centenario dei suoi Sacred Concert, giovedì 6 agosto alle ore 21,15 nel Chiostro di San Francesco in Tagliacozzo, con il Dino Plasmati quintet con il leader alla chitarra, Franco Schepisi al pianoforte, Giuseppe Bassi al basso e Marcello Nisi alla batteria, con ospite la voce di Sara Rotunno. Nel pomeriggio la presentazione del volume “La fattoria di Gesù” di Emiliano Antenucci
Di Olga Chieffi
Serata jazz, per la XLII edizione del Festival di Mezza Estate, con un tributo particolare dedicato a Duke Ellington, in occasione del centenario dei suoi Sacred Concert, una delle gemme di un cartellone di larga visione firmato dal Direttore Artistico, Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, tassello privilegiato della programmazione di l’Aquila città della Cultura, grazie alle istituzioni, in primis il Ministero della cultura, la Regione Abruzzo, il Comune di Tagliacozzo, e la sinergia con istituzioni quali la Sinfonica Abruzzese, resident orchestra e l’ Accademia musicale di Alto perfezionamento vocale “Daltrocanto” diretta da Donata D’Annunzio Lombardi. Il Festival di Mezza Estate diventa così un crocevia sonoro, costruito in tanti anni, per continuare a godere delle ragioni estetiche dettate dalla direzione artistica e generale di Jacopo Sipari e Luca Ciccimarra, nonché dal Sindaco Vincenzo Giovagnorio e dalla sua delegata alla cultura Alessandra Ricci. Jacopo Sipari ha affidato al Dino Plasmati Quintet composto dal leader alla chitarra, Franco Schepisi al pianoforte, Giuseppe Bassi al basso e Marcello Nisi alla batteria, con ospite la voce di Sara Rotunno, questo appuntamento con il jazz classico, anzi con la più fulgida testimonianza dell’arte nero-americana della storia della musica. Nel pomeriggio, alle ore 18 nella abituale cornice del cortile d’arme del Palazzo Ducale, verrà presentato il volume “La fattoria di Gesù”, di Emiliano Antenucci, in dialogo con Fabio Ciciotti, tredici bellissime preghiere dedicate ai bambini con tredici immagini da colorare. Attraverso le caratteristiche degli animali, il bambino rivolge a Dio le sue intenzioni e racconta a Gesù le sue difficoltà. Un festival quale è il F.I.M.E. che si è lasciata “spazzare” dal vento del jazz, accogliendo valenti musicisti, appassionati, nonché un esigente pubblico, non può non onorare un personaggio con il quale tutti gli interpreti di questo genere, hanno dovuto, prima o poi, fare i conti, “riunendosi in un certo giorno, mettendosi in ginocchio e ringraziandolo” – secondo un famoso commento di Miles Davis -, Edward Kennedy Ellington “The Duke”. Il 2026 è l’anno del centenario della creazione dei Sacred Concert da parte di un compositore, pianista, band-leader, musicista che in sessant’anni di attività ha prodotto circa 1200 partiture, consistenti in centocinquanta ore di musica personalissima, riconoscibile alle prime battute, spesso toccata dal soffio della poesia, aristocratica e popolare, colta e disimpegnata, lirica ed effervescente, impossibile da definire in tutte le sue sfaccettature. La filosofia del XIX secolo ha insegnato la ricerca oltre la coscienza della propria verità, il jazz realizza questo nell’improvvisazione. C’è poi una tradizione che, nel ruolo della emotività, del rapporto amore-odio, piacere-dolore, vita-morte, fa del jazz un linguaggio, iniziatici, neo-romantico, poetico. L’emozione e l’espressione dell’emozione stessa sono perseguite nelle opere che ascolteremo dal quintetto e che l’esegesi ha voluto fossero opere chiave della storia del jazz e del popolo negro, dallo spiritual, da cui tutto è nato. Quando negli anni Sessanta venne chiesto a Duke di scrivere musiche per una serie di concerti nelle maggiori chiese degli Stati Uniti, incluse naturalmente le voci nella composizione ma dovette fare i conti con l’impossibilità di portare in tour un intero coro e la difficoltà logistica di effettuare prove prolungate con formazioni locali; per questo motivo e forse anche per la sua minor dimestichezza con la scrittura corale, il coro cantava prevalentemente all’unisono ed aveva un ruolo minore. La prassi jazzistica dell’improvvisazione portava inoltre a modificare l’ordine dei brani, a non scrivere alcune parti strumentali ed ad accostare brani del Primo, del Secondo e del Terzo Sacred Concert per comporre la scaletta della serata. Nel 1993 Høybye/Pedersen prepararono una nuova versione, attingendo al materiale dei tre concerti, prepararono parti orchestrali complete e soprattutto realizzarono una parte corale molto più estesa e riccamente armonizzata che risulta così quasi più ampia del materiale strumentale. Questa musica è oggi cantata dalle formazioni più disparate, con vocalità gospel o pop, classiche o moderne, dal “belting” al “belcanto”, per il messaggio di libertà e la piacevolezza melodica e ritmica. Il Dino Plasmati Quintet proporrà quattro brani dal secondo dei Sacred Concert, Almighty god, Ellington scrisse questo pezzo specificamente per la straordinaria estensione e il timbro cristallino del soprano svedese Alice Babs. La sua interpretazione originale rimane la pietra di paragone per tutte le esecuzioni successive, mentre il testo dipinge un’immagine poetica e rassicurante del paradiso, attraverso il dialogo dei diversi strumenti. Quindi, ascolteremo Come Sunday, nato originariamente come parte del primo movimento della suite orchestrale Black, Brown and Beige, al quale Ellington nel 1958 aggiunse un testo, trasformandola in un inno gospel intenso che in seguito inserì nei suoi famosi Sacred Concerts, non mancherà Heaven, una pagina realizzata per il sax alto di Johnny Hodges, per le sue morbide acciaccature, il suo sound incantevolmente terso, il fraseggio asciutto, nervoso e agilissimo, mantenuto entro arpeggi distanziati, i suoi glissandi da delirio, “Il tema è di Strayorn (l’alter ego di Ellington, l’ombra china sulle partiture a cavar fuori i più incantevoli frutti dell’orchestra) – diceva Johnny – l’ha scritto per me. Del resto, quasi tutti i suoi temi li ha scritti per me, ma quei passaggi li ho inventati io. Anzi no li ho brevettati”. Chiuderà la parte dedicata ai Sacred concert Freedom (suite), che sintetizza meglio lo spirito del concerto, una composizione lunga e complessa, in cui viene declamata la parola libertà in 25 lingue diverse, citato un vecchio tema del pianista Willie “The Lion” Smith e recitate le quattro libertà di cui il suo amico Billy Strayhorn, da poco venuto a mancare, praticava: “libertà dall’odio, incondizionatamente; libertà dalla autocommiserazione; libertà dalla paura di fare qualcosa che possa aiutare qualcuno più di quanto si possa fare con se stessi; libertà dall’orgoglio che ci fa sentire migliore di un nostro fratello”. La serata, però, non potrà non comprendere pagine ellingtoniane, che sono nel sentire di tutti, a cominciare da quel Take the “A” train, nata dal genio di Billy Strayorn, l’arrangiatore e pianista, ombra di Ellington che prendendo spunto da un modo di dire del Duca, per cui la stazione metropolitana di linea “A” sulla 155 esima strada era solo a 15 minuti di distanza dalla parte centrale di Manhattan, compose Take the “A” Train , un pezzo in tempo medio-veloce, divenuto la sigla dell’orchestra, Caravan, brano firmato da Juan Tizol, trombonista portoricano, con lo stesso spirito esotico che ha ispirato l’effigie delle sigarette Camel, il quale conferì una nuova dimensione all’orchestra attraverso le sue “Conghe” e “Carovane”, e ancora Cotton Tail, datato 1940, che si basa sui cosiddetti rhythm changes, ovvero sulla struttura armonica ed evoluzione degli accordi del celebre brano “I Got Rhythm” di George Gershwin, Perdido, ancora un successo di Juan Tizol, dedicata a Perdido Beach in Florida, It dont’ mean a thing, del 1931, pagina in cui compare per la prima volta nel jazz la parola swing, quel sacro verbo che nel giro di tre anni avrebbe indicato quella moda e quello stile jazzistico che per non poco tempo dominerà lo scenario di questa musica. Si passerà per “Just Squeeze Me (But Please Don’t Tease Me)” del 1941, originariamente noto come “Subtle Slough” e arricchito dal testo di Lee Gaines, riconosciuto per il suo stile romantico e giocoso, “Isfahan” pubblicato nel leggendario album “The Far East Suite” del 1967 e per la performance liquida e sensuale di Johnny Hodges, sino a “Day Dream” è composto nel 1939, una delle ballate più sofisticate e suggestive del canzoniere jazz, caratterizzata da un’atmosfera sospesa ed evocativa che attinge apertamente all’impressionismo musicale francese. Si continuerà con immortali classici per schizzare l’universo ellingtoniano, quali “Things Ain’t What They Used to Be” , famosissimo standard jazz del 1942, brano è stato in realtà composto dal figlio del Duca, Mercer Ellington, un classico blues in 12 battute, caratterizzato da un ritmo swing travolgente e da un riff melodico estremamente orecchiabile e “In a sentimental Mood”, song datata 1935, nata da un momento di improvvisazione durante una festa in North Carolina, dove Ellington compose il tema sul momento per calmare gli animi dopo un litigio tra due sue amiche. Sarà questo un tributo anche al centenario della nascita di John Coltrane, poiché forse l’incisione più celebre e amata in assoluto è quella del 1963, quel dialogo tra il pianoforte del Duca e il tenor sax di “Trane”, considerato un vertice assoluto di lirismo jazz. Altre pagine verranno proposte, da “I Let a Song Go Out of My Heart” del 1938, dalla sofisticata struttura armonica, a “Love You Madly” un celebre brano del 1950, nato dal saluto di Ellington, che ripeteva spesso alla sua platea “We love you madly” (“Vi amiamo alla follia”), trasformando questa espressione in un vero e proprio marchio di fabbrica della sua eleganza, mentre per chiudere verrà eseguito “Sunset and the mockingbird”, dalla fresca invenzione e ispirazione. Prossimo appuntamento: Venerdì 7 agosto, sarà Antonino Spadaccino a confrontarsi con le grandi melodie dei big, alle 21,15 nel quadriportico di San Francesco, con i capolavori di Giorgia, Mina, Battisti, Mango, Cocciante, Dalla, Concato, Baglioni, arrangiati da Walter Sivilotti e Davide Coppola, insieme all’ orchestra dell’ Isa, diretta da Dian Tchobanov.
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