Salernitana, tifosi contestano al Mary Rose

Un messaggio duro, scritto nero su bianco e affisso proprio davanti all’ingresso del centro sportivo Centro Sportivo Mary Rosy“Non meritate la nostra passione”.

È lo striscione comparso nelle ultime ore all’esterno dell’impianto dove si allena la US Salernitana 1919, un segnale evidente del malcontento della tifoseria alla vigilia della sfida contro il Latina Calcio 1932.

Il messaggio lanciato dai supporters è chiaro e diretto: la delusione per i risultati e per le prestazioni della squadra continua a crescere. Il clima attorno ai granata resta teso e neppure una vittoria nella gara di domani basterebbe, da sola, a ricucire lo strappo con l’ambiente.

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Arechi quasi vuoto: prevendita bassa

Numeri decisamente bassi per la sfida tra US Salernitana 1919 e Latina Calcio 1932 in programma domani allo Stadio Arechi.

Il dato della prevendita si ferma infatti ad appena 1.500 biglietti staccati, di cui 77 acquistati dai tifosi laziali. Sommando i 5.289 abbonati, il totale degli spettatori attualmente previsto è di 6.789 presenze.

Un numero che potrebbe far registrare il minimo stagionale di pubblico per la squadra granata. Il record negativo, al momento, appartiene alla gara interna contro il Casarano Calcio, che aveva portato allo stadio 7.404 spettatori.

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Salerno, incendio distrugge casa a Pastena

Vigili del Fuoco in azione nel quartiere Pastena per incendio in abitazione. Intorno alle 15.30 la sala operativa è stata allertata per un incendio divampato probabilmente nel vano cucina di un appartamento in via Orazio Flacco a Salerno. I caschi rossi della sede centrale supportati da un’autoscala sono intervenuti prontamente utilizzando anche i presidi antincendio presenti all’interno del condominio. Estinte le fiamme che hanno comunque danneggiato l’appartamento, non si sono registrati fortunatamente feriti. Ancora all’opera le squadre.

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Marano, 79enne ucciso come un boss

Spari in pieno giorno a Marano. Secondo le prime ricostruzioni, un uomo è stato vittima di un agguato avvenuto tra via Svizzera e Corso Europa. La vittima si chiamava Castrese Palumbo, 79 anni, già noto alle forze dell’ordine e ritenuto vicino al clan Nuvoletta.

Le fonti sul posto riferiscono che due sicari a bordo di una moto si sarebbero avvicinati all’auto in cui si trovava la vittima e fatto fuoco, colpendo l’uomo con diversi colpi.

Sul luogo dell’agguato sono immediatamente intervenuti i carabinieri, che hanno avviato le indagini per ricostruire la dinamica e individuare gli autori. Non si segnalano al momento altre persone coinvolte o ferite gravi.

CHI è LA VITTIMA

Palumbo è il nonno di Aurelio Taglialatela, condannato a 17 anni e 4 mesi per l’omicidio volontario, avvenuto il 15 settembre 2024 del 20enne Corrado Finale, morto dopo essere stato investito volontariamente in scooter a seguito di una lite. Palumbo inoltre è risultato pregiudicato per traffico di stupefacenti e associazione mafiosa al clan Nuvoletta.

LA PRIMA RICOSTRUZIONE

All’interno di una Toyota Yaris, lato guida, i carabinieri hanno ritrovato la vittima ormai deceduta. I killer poco prima avevano esploso almeno 12 colpi d’arma da fuoco sei dei quali hanno colpito l’uomo alla testa.

DODICI BOSSOLI IN STRADA

I miliari hanno rinvenuto in strada e sequestrato 12 bossoli calibro nove. Le indagini proseguono per stabilire la dinamica dell’omicidio e il movente, sia cercando e sentendo testimoni sia acquisendo eventuali immagini da telecamere di videosorveglianza nella zona.

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Fico, ‘acqua resta pubblica, merito maggioranza progressista’

Con grande forza e spinta della mia giunta abbiamo ritirato e annullato il bando che sceglieva il gestore privato per la gestione dell’acqua pubblica, perché pensiamo che deve essere gestita in una società totalmente pubblica”. Lo ha detto a Caserta il presidente della Regione Campania Roberto Fico. “Ho dato mandato agli uffici – ha aggiunto Fico – di trovare una proposta importante di una società pubblica dal punto di vista sia tecnico che finanziario. Ci lavoriamo, è una strada importante che abbiamo messo in campo con la forza di una nuova maggioranza progressista in Regione”.

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Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace

Scatenare nuove guerre è uno strano modo per portare la pace nel mondo. Eppure per Donald Trump sembra essere l’unica strada percorribile. Durante la campagna elettorale del 2024 assicurava che avrebbe sfruttato le sue capacità di mediatore per porre fine ai molteplici conflitti globali iniziati sotto l’amministrazione del suo predecessore Joe Biden. Genocidio a Gaza e invasione russa dell’Ucraina prima di tutto. «Non inizierò alcuna guerra. Fermerò quelle in corso», disse nel discorso pronunciato davanti ai suoi sostenitori dopo la vittoria alle urne. Due mesi dopo si è spinto ancora oltre: «Misureremo il nostro successo non solo in base alle battaglie che vinceremo, ma anche in base alle guerre a cui porremo fine e, forse ancora più importante, in base alle guerre in cui non saremo mai coinvolti».

«La migliore politica estera di Trump? Non iniziare nessuna guerra»

Trump alla sua base di infervorati MAGA prometteva anche un dorato isolazionismo economico. Una narrazione portata avanti pure dal partito repubblicano e dal cerchio magico di Donald. A fine 2023, quando non era ancora stato scelto per il ruolo di candidato vicepresidente, J.D. Vance scrisse un editoriale sul Wall Street Journal, intitolato «La migliore politica estera di Trump? Non iniziare nessuna guerra». Si è visto.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Donald Trump e JD Vance (Ansa).

Il presidente americano non ha mai nascosto il sogno di ritagliarsi il suo posto tra i vincitori del Nobel per la Pace, assieme a figure come Nelson Mandela, il Dalai Lama e Martin Luther King. Ha scritto il Guardian: «Forse avremmo dovuto farla finita a dicembre. Ogni Paese occidentale avrebbe dovuto inviare una sua delegazione in Norvegia per implorare il Comitato che assegna il premio di destinarlo al presidente Usa. Ora è determinato a vincere il premio Nobel per la guerra».

In un anno Trump ha attaccato sette Paesi

Sappiamo tutti, infatti, come è andata a finire. Nel primo anno del suo secondo mandato, Trump ha bombardato sette Paesi: Yemen, Siria, Iran, Iraq, Nigeria, Somalia e Venezuela. In un crescendo che ha raggiunto il suo apice la mattina del 28 febbraio, quando ha lanciato la sua campagna militare più estesa e rischiosa finora: l’attacco all’Iran, che si è già trasformato in un conflitto regionale, soprattutto perché il regime teocratico che governa il Paese vede questa offensiva congiunta UsaIsraele come una lotta per la sua sopravvivenza.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Una protesta a Seul contro l’operazione di Donald Trump in Venezuela (foto Ansa)

Nelle precedenti sei settimane, mentre il presidente americano ordinava il più grande rafforzamento militare statunitense in Medio Oriente dall’invasione dell’Iraq nel 2003, non ha fatto praticamente alcuno sforzo per spiegare al popolo americano o al Congresso se l’Iran rappresenti una minaccia per gli interessi statunitensi tale da giustificare i rischi di una guerra senza fine. Che, come rilevano i sondaggi, trova l’opposizione del 70 per cento degli americani, compresi quei MAGA che si erano aggrappati alle sue ripetute promesse di porre fine alla bellicosa fama degli Stati Uniti.

«Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano dalle minacce iraniane»

Nelle sue argomentazioni per spiegare l’iniziativa militare in Medio Oriente, Trump ricicla decenni di denunce statunitensi sulle attività nefaste di Teheran nell’area: il programma nucleare, lo sviluppo di missili balistici e il sostegno a milizie regionali come Hezbollah in Libano, Hamas nella Striscia di Gaza e gli Houthi in Yemen. «Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano eliminando le minacce imminenti del regime iraniano. Le sue attività mettono direttamente in pericolo gli Stati Uniti, le nostre truppe, le nostre basi all’estero e i nostri alleati in tutto il mondo», ha detto il presidente.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Un ritratto di Ali Khamenei (Ansa).

I precedenti interventi militari non sono stati risolutivi

Certo, guardando alle conseguenze, i suoi precedenti interventi militari sembrano tutt’altro che risolutivi. A metà marzo l’uccisione dell’iracheno Abdallah al Rifai non ha debellato la minaccia del Califfato. Gli Houthi dello Yemen continuano a rappresentare un pericolo per i mercantili che attraversano il Mar Rosso, nonostante i bombardamenti della primavera 2025. Per non parlare dell’Iran, che era già stato colpito a giugno dello scorso anno nell’operazione Midnight Hammer. Poi è toccato ai Caraibi, alla Siria e alla Nigeria, fino alla cattura del presidente Nicolás Maduro dopo una serie di iniziative per destabilizzare il Venezuela.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
La cattura di Maduro (Ansa).

Trump ha messo la parola fine a otto conflitti? I conti non tornano

Cozza con la realtà anche la roboante narrazione secondo la quale Trump avrebbe messo la parola fine a otto conflitti. Se qualcosa ha fatto è stato supervisionare intese temporanee o parziali. Tra questi lo scontro tra Etiopia ed Egitto e le tensioni tra Cambogia e Thailandia. La crisi tra Serbia e Kosovo che The Donald avrebbe risolto durante il suo primo mandato appare tutt’altro che finita, nonostante l’accordo di normalizzazione economica del 2020.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Donald Trump in visita alle truppe a Fort Bragg (Imagoeconomica).

Non convince nemmeno il ruolo (smentito da Nuova Delhi) dell’amministrazione statunitense nell’accordo raggiunto tra India e Pakistan dopo gli scontri di maggio 2025. Giova poi ricordare che la chiusura di un’intesa non corrisponde per forza alla fine delle violenze o alla cancellazione dei reali motivi del conflitto. Basta guardare a Gaza, dove l’esercito israeliano continua a sparare sulla popolazione.

L’eterna ossessione per Obama e il suo Nobel per la Pace

Come mostra un’infografica di Al Jazeera, nei suoi due mandati Trump ha bombardato Afghanistan, Iraq, Yemen, Pakistan, Somalia, Libia, Siria, Venezuela, Nigeria e Iran. In tutto 10 Paesi. Tre più di quelli finiti nel mirino di Barack Obama, l’ultimo presidente americano a vincere un premio Nobel per la Pace, nel 2009, a meno di un anno dall’insediamento alla Casa Bianca, con il merito di aver «creato un nuovo clima» nei rapporti internazionali attraverso il dialogo con il mondo musulmano, e «per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli».

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Donald Trump e Barack Obama.

La rivalità con Obama, che spesso sfocia in ossessione, è uno dei motivi per cui Trump è così fissato con il Nobel, che voleva ottenere nel 2025: «Se non mi assegnano quel premio sarà un insulto per gli Usa», aveva detto. Attaccando poi, tanto per cambiare, il riconoscimento dato a Obama, definito «una barzelletta»: «Ottenne un premio e nemmeno sapeva per cosa. Lo elessero e gli diedero il Nobel per non aver fatto assolutamente nulla, anzi, per aver distrutto il nostro Paese».

Un repubblicano non ottiene quel riconoscimento da 120 anni…

Oltre a Barack, nella storia solo altri tre presidenti americani hanno vinto il Nobel per la Pace: Theodore Roosevelt nel 1906, Woodrow Wilson nel 1919 e Jimmy Carter nel 2002, assegnato 21 anni dopo la fine del suo mandato. Di questi, solo Roosevelt era repubblicano. Sono quindi 120 anni che un membro del Gop non ottiene il premio. Per adesso, Trump si può consolare col ridicolo premio Fifa per la pace che gli ha assegnato il grottesco Gianni Infantino, capo del calcio mondiale e gaffeur di professione.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Donald Trump davanti a un ritratto del 26esimo presidente americano Theodore Roosevelt, Premio Nobel per la Pace (foto Ansa).

Storia di una psicosi collettiva sull’IA: quando l’immaginazione vale più dei dati

Negli ultimi due anni l’intelligenza artificiale ha smesso di essere solo tecnologia ed è diventata quasi una fede laica. A Wall Street non è più soltanto un settore industriale. È una promessa sul futuro. E come sempre quando si tocca il denaro, vengono generati entusiasmo, paura ed eccessi.

La disoccupazione negli Stati Uniti oltre il 10 per cento?

Negli ultimi giorni la Borsa americana è entrata in una specie di psicosi da IA. È bastato un report di una piccola società di ricerca che ipotizzava uno scenario estremo: un’accelerazione dell’automazione capace di spingere la disoccupazione negli Stati Uniti a oltre il 10 per cento entro il 2028 (a dicembre 2025 il dato era al 4,4 per cento), con fallimenti a catena e un forte crollo dei mercati. Non era una previsione ufficiale, ma una simulazione teorica. Eppure è stata sufficiente a scatenare il panico.

Storia di una psicosi collettiva sull’IA: quando l’immaginazione vale più dei dati
Scene dalla Borsa di New York (foto Ansa).

In poche ore sono stati bruciati oltre 200 miliardi di dollari di capitalizzazione nelle società tecnologiche. Poi diversi analisti si sono affrettati a ridimensionare l’allarme, ricordando che finora non esistono prove concrete di un impatto così drastico dell’IA sul lavoro o sull’economia reale. Ma la velocità della reazione ha detto più del contenuto del report.

I grandi gruppi continuano ad alimentare la febbre

Nel frattempo, i grandi gruppi continuano ad alimentare la febbre. Nvidia è diventata il termometro dell’era dell’intelligenza artificiale. Ogni trimestre è letto come un referendum sul futuro della tecnologia. I suoi chip sono il carburante dei modelli generativi e la corsa globale ai data center ha fatto esplodere ricavi e capitalizzazione.

Storia di una psicosi collettiva sull’IA: quando l’immaginazione vale più dei dati
Il Ceo di Nvidia Jensen Huang (Ansa).

Anche Microsoft ha trasformato l’IA in una leva strategica, integrandola nei suoi prodotti di uso quotidiano e rafforzando la partnership con OpenAI, la società che ha sviluppato ChatGPT. Ogni loro annuncio non è solo una notizia aziendale. L’intelligenza artificiale è infatti diventata la lente con cui si interpreta qualsiasi notizia economica. Se l’occupazione rallenta, si parla di IA. Se la produttività accelera, si parla di IA. Se peggiorano le tensioni tra Stati Uniti e Cina, si parla di IA.

Per capire il fenomeno bisogna studiare le bolle speculative

Per provare a capire questa dinamica, serve guardare al lavoro del quasi 80enne Robert Shiller, economista e premio Nobel per l’Economia nel 2013. Shiller non è solo uno studioso delle bolle speculative, ma uno dei pochi economisti che le ha anticipate. Alla fine degli Anni 90, per esempio, segnalò i rischi della bolla dot-com e, pochi anni dopo, i pericolo attorno al mercato immobiliare americano.

Storia di una psicosi collettiva sull’IA: quando l’immaginazione vale più dei dati
L’economista Robert Shiller (foto Imagoeconomica).

Nel suo libro Narrative Economics sostiene che i mercati non si muovono solo tenendo conto dei dati, ma anche in base alle storie che le persone si raccontano. Alcune di queste, secondo Shiller, si diffondono come un virus. Sono semplici, emotivamente potenti, facili da ripetere. Quando diventano popolari, influenzano decisioni e prezzi.

L’intelligenza artificiale è certamente una di queste storie. Basta una frase convincente del tipo «cambierà tutto». Per alcuni significherà crescita, nuovi mercati, produttività. Per altri minaccia, perdita di posti di lavoro, concentrazione del potere economico. È proprio questa ambivalenza a renderla potente.

Per esempio, dopo il lancio di ChatGPT, molti investitori hanno reagito come se fosse iniziata una nuova rivoluzione industriale. Le valutazioni di aziende come Nvidia sono cresciute rapidamente, anche prima che ci fossero dati solidi sull’impatto dell’IA. Così l’immaginazione ha corso più veloce delle statistiche. E quando un tema domina il dibattito come fa l’intelligenza artificiale, scatta un meccanismo noto: la Fomo, Fear of missing out, cioè paura di essere tagliati fuori.

Storia di una psicosi collettiva sull’IA: quando l’immaginazione vale più dei dati
Il logo di OpenAI (Ansa).

Nessuno vuole restare ai margini dalla prossima grande trasformazione ed è in questi momenti che l’analisi dei bilanci passa in secondo piano. Conta la sensazione che il futuro stia accadendo adesso e che non esserci significhi perdere un’occasione irripetibile. La pressione non è solo finanziaria, è sociale. Se tutti parlano di IA, investire in IA diventa quasi un atto di conformismo.

Le narrazioni diventano ancora più potenti nell’instabilità

In una fase già segnata da incertezze geopolitiche e rallentamenti economici, questa dinamica si amplifica perché le narrazioni diventano ancora più potenti nell’instabilità. E più sono convincenti, più orientano i mercati. La cosiddetta psicosi da intelligenza artificiale può dunque essere letta in questo modo: non come una follia collettiva, ma come il risultato di una storia potente che si diffonde rapidamente. Una storia ambigua, fatta di crescita senza limiti o di crisi sistemiche, lenti attraverso cui ogni notizia oggi viene filtrata. Il punto quindi non è che l’intelligenza artificiale possa cambiare il mondo o meno. Il rischio è che, nel frattempo, il mercato si faccia guidare più dalle storie che dai numeri.

Morte Vitolo, effettuata l’autopsia

Pagani/Sant’Egidio del Monte Albino. La verità sulla morte dell’ imprenditore nel campo della telefonia Francesco Vitolo, trovato cadavere sabato notte con una coltellata nel costato, si saprà solo tra 90 giorni, quando il medico legale Consalvo depositerà l’esito dell’esame effettuato ieri pomeriggio in obitorio all’Umberto di Nocera Inferiore. I primi riscontri, invece, sono stati consegnati a tarda sera nelle mani del sostituto procuratore Gianluca Caputo che dovrà tirare le prime conclusioni circa il decesso del 63enne per il quale et finita in carcere la moglie Raffaella Cirillo di Angri con l’accusa di omicidio volontario..Arresto non convalidato giovedì dal gip Giovanni Pipola del tribunale di Nocera Inferiore che ha accolto la richiesta del sostituto procuratore confermando il carcere per la donna respingendo l’istanza presentata dai difensori Concetta Galotto e Manuel Capuano che avevano chiesto la detenzione domiciliare. All’autopsia hanno assistito anche i consulenti di parte nominati da fratelli e figli quali parti civili e della stessa donna. La 55enne era l’unica persona presente in casa nella villa di viale degli Aranci sabato sera e inizialmente aveva allertato il 118 parlando di un presunto malore del marito. All’arrivo dei sanitari, il corpo di Vitolo è stato trovato riverso in bagno, con una ferita al costato. L’esame dovrà appurare se la coltellata sia stata letale oppure la morte sia dovuta a un malore conseguenza della ferita, non profonda, causata dal corpo tagliente. La ferita da arma da taglio rilevata all’altezza del costato, infatti, è stata ritenuta poco profonda dal medico legale che ha eseguito l’esame esterno sul cadavere. Un elemento che rende più complesso il lavoro degli inquirenti, chiamati a ricostruire con esattezza i fatti accaduti. Se è vero che la ferita era poco profonda, potrebbe non essere stata la causa del decesso, ma anche questo aspetto potrà essere chiarito solo a seguito dell’autopsia. L’imprenditore, aggredito e ferito superficialmente, potrebbe essere stato colto da un malore, rivelatosi poi fatale. Nel caso della morte con coltellate l’indagata rischia l’ergastolo e nel secondo una condanna molto più lieve, dovendosi applicare l’articolo del codice che punisce la morte conseguenza di altro delitto con una pena tra i 10-15 anni di reclusione. Da verificare anche l’ipotesi che l’uomo avesse lui il coltello e quindi si fosse suicidato, ma di questo al momento non c’è prova. Contrastanti sono le dichiarazioni dell’indagata fornite nelle varie fasi di indagine. Da esaminare anche le macchie di sangue trovate su un divano di casa, in un altro ambiente della villa, diverso dal bagno dove è stato trovato esamine il corpo di Franco Vitolo. Ulteriori verità potrebbero emergere già nella giornata di oggi quando nelle mani della procura finiranno i primi esiti dell’esame, poi si valuterà la posizione della donna per la quale il gip ha confermato il carcere respingendo la richiesta dei legali per i domiciliari.

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Milano, festa granata. De Simone presenta il libro

A Milano si festeggiano i 25 anni del Club Salernitana Milano Granata. Andrea De Simone  è stato invitato a presentare il suo libro.

Che significato ha questo evento?

Questo evento è l’ennesima conferma di quanto sia profondo il legame tra i salernitani e la Salernitana, afferma De Simone. Anche a centinaia di chilometri da casa, il granata continua a battere nel cuore di chi porta Salerno dentro di sé. In un’epoca dominata dal calcio moderno, dai grandi interessi finanziari, dalle pay TV e dai giochi di palazzo, momenti come questo restituiscono il senso più autentico del calcio: passione, identità, appartenenza.

Il Club Milano Granata da venticinque anni tiene accesa questa fiamma lontano dalla città. È un presidio di salernitanità e di amore per quei colori. Per questo sento di rendere onore a Luigi, fondatore del club, e a tutti coloro che, come lui, fanno vivere Salerno anche a centinaia di chilometri di distanza. Sono loro a ricordarci che la Salernitana non è solo una squadra: è una comunità.

L’evento arriva però in un momento difficile per la squadra, reduce dalla sconfitta nel derby di Caserta e dalla perdita del terzo posto.

Purtroppo sì. Dopo due retrocessioni ci saremmo aspettati una pronta reazione, un progetto serio per il riscatto. Invece ci ritroviamo davanti a una delle peggiori Salernitana degli ultimi anni, per qualità dell’organico tecnico e staff dirigenziale.

La cosa che più amareggia è la sensazione di una squadra distante dal sentimento del popolo granata. Indossare quella maglia significa rappresentare una città intera, un popolo che accoglie con calore e affetto chi la veste. Quando questo rispetto viene meno, non è solo una questione sportiva: è una ferita nel rapporto tra squadra e tifosi.

Eppure, nonostante tutto, i tifosi continuano a esserci. Anche a migliaia di chilometri di distanza, come dimostra il club di Milano.

Ed è proprio qui che emerge la grande distanza tra sentimenti e interessi. Alla Salernitana vogliono bene davvero i tifosi: quelli che riempiono lo stadio, che seguono la squadra in trasferta in migliaia, che gioiscono per una vittoria e soffrono profondamente per una sconfitta.

Poi ci sono altre componenti del sistema calcio che spesso mostrano scarso rispetto verso questi sentimenti: calciatori mediocri e svogliati, dirigenti incapaci, proprietari più attenti ai rancori che ai progetti.

Eppure Salerno ha una storia, un prestigio calcistico che meriterebbe ben altro rispetto. Troppe volte questo prestigio è stato mortificato dalle istituzioni del calcio. Non dimentico la vergognosa decisione dello spareggio con la Sampdoria, né le troppe decisioni arbitrali che, settimana dopo settimana, finiscono per penalizzare i granata.

E purtroppo anche le istituzioni pubbliche, tra calcoli  e contrapposizioni  personali, non  contribuiscono a difendere e valorizzare questo patrimonio sportivo e sociale.

Parliamo del suo libro, Novanta minuti e una vita intera, che sta ricevendo molti attestati di apprezzamento.

Sono davvero grato per l’affetto con cui il libro è stato accolto. Non è soltanto un racconto sportivo: è un viaggio nella memoria, nelle emozioni e nei valori che il calcio sa regalare quando resta legato alla sua dimensione popolare. Grazie al libro abbiamo avuto l’occasione straordinaria di ritrovarci, dopo 35 anni, con gli artefici della storica promozione in Serie B del 1990. È stato un momento intenso, carico di ricordi e di gratitudine. E ci ha permesso anche di ricordare una figura straordinaria come Peppino Soglia, l’ultimo presidente veramente tifoso della Salernitana.

Stiamo portando il libro anche nelle scuole. Siamo già stati all’Alfano I e la prossima settimana saremo al Tasso. Con i ragazzi parliamo di passioni, identità, appartenenza. Parliamo di calcio pulito, lontano dalla logica degli interessi e vicino ai valori dello sport. E soprattutto parliamo di rispetto, di rifiuto della violenza e di ogni forma di intolleranza. Perché il calcio deve unire, non dividere.

Che messaggio vuole lasciare ai tifosi granata?

Il messaggio che sento di lasciare è semplice ma profondo: la Salernitana non è solo una squadra di calcio, è una parte della nostra vita. Le società cambiano, i dirigenti passano, i calciatori vanno e vengono. Le stagioni possono essere esaltanti oppure amare. Ma ciò che non cambia mai è l’amore del popolo granata.

È quell’amore che riempie l’Arechi, che attraversa l’Italia nelle trasferte, che vive nei club dei tifosi sparsi ovunque. È lo stesso amore che da venticinque anni tiene accesa la passione granata a Milano, a centinaia di chilometri da casa.

Questo significa che la Salernitana non è soltanto una squadra: è identità, memoria, radici. È qualcosa che porti dentro, ovunque tu vada. Ed è proprio questo che ho cercato di raccontare nel libro: perché una partita può finire, una stagione può deludere, ma il legame tra un popolo e la sua squadra non si spezza mai.

Perché per chi ama davvero questi colori una partita dura novanta minuti…ma la Salernitana dura una vita intera.

E ovunque ci sia un cuore granata che batte, lì c’è sempre un pezzo di Salerno.

Con Andrea De Simone accompagnato dall’imprenditore turistico Peppe Mendozzi a festeggiare i 25 anni del club, per iniziativa del Presidente Luigi Coppola, ci saranno,tra gli altri, Emmanuel Conte assessore al bilancio del Comune meneghino e Cristiano Prati, figlio dell’ex bomber Pierino, i soci e numerosi salernitani che vivono nel capoluogo lombardo.

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Università di Salerno sviluppa kit diagnostico ImmunoSAFE

È stato sviluppato nel Laboratorio di Immuno-Oncologia del Dipartimento di Medicina, Chirurgia e Odontoiatria ‘Scuola Medica Salernitana’ dell’Università degli Studi di Salerno, il kit diagnostico, per la predizione dei rischi legati agli eventi avversi immuno-correlati nei pazienti oncologici candidati all’immunoterapia. Tra le progettualità condotte dal Laboratorio di Immuno-Oncologia – diretto dai professori Francesco Sabbatino e Stefano Pepe – c’è l’identificazione di biomarcatori predittivi di risposte di tossicità all’immunoterapia. Negli ultimi anni l’immunoterapia ha rivoluzionato il trattamento di alcuni tumori, tuttavia il 10-15% dei pazienti oncologici può manifestare gravi eventi avversi immuno-correlati (irAEs). “È possibile predire quali sono i pazienti a rischio che possono manifestare questi eventi avversi? La nostra domanda ha avuto una risposta – sottolinea la ricercatrice Unisa Giovanna Polcaro – Abbiamo identificato il biomarcatore che funge da interruttore genetico. Il meccanismo scientifico alla base di ImmunoSAFE è stato pubblicato sul prestigioso Jurnal for ImmunoTherapy of Cancer. Dall’innovazione genetica alla pratica clinica: attraverso il trasferimento tecnologico nasce il kit diagnostico veloce e non invasivo, applicabile in laboratori clinici ed ospedalieri, con tampone salivare patient-friendly, estrazione rapida del DNA, con risultato in meno di 24 ore, altamente sostenibile e riproducibile”. Il kit permette, quindi, di poter effettuare uno screening sul paziente per capire in anticipo se può manifestare o meno effetti collaterali, quindi tossicità all’immunoterapia. Tra i vantaggi il miglioramento della qualità di vita del paziente e la riduzione dei costi per spese sanitarie e per eventuali ricoveri per irAEs gravi. “Questa innovazione diagnostica per l’immunoterapia nel trattamento delle patologie oncologiche dimostra i risultati ottenuti dal nostro gruppo di Oncologia universitaria, in un’ottica di integrazione tra Dipartimento di Medicina e Azienda Ospedaliera Universitaria – spiega Francesco Sabbatino, professore associato di Oncologia presso il Dipartimento di Medicina e l’Unità Operativa Complessa di Oncologia dell’AOU ‘San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona’. – Ci permette di identificare nuovi fattori in grado di predire, da un lato, la tossicità ai trattamenti immunoterapici e, dall’altro, i pazienti che possono realmente beneficiare di queste terapie. Risultati che possono rappresentare un traguardo importante nel campo oncologico, soprattutto nella fase metastatica, che in alcuni casi può evolvere verso la guarigione. Il nostro gruppo è nato negli ultimi 10 anni, composto da giovani che si impegnano sia nella cura dei pazienti che nella ricerca scientifica”. La forte valenza applicativa di ImmunoSAFE è stata riconosciuta anche a livello nazionale: per questa innovazione la dott.ssa Giovanna Polcaro ha ricevuto il Premio ITWIIN 2025 – Miglior Innovazione, assegnato da ITWIIN (Italian Women Inventors and Innovators Network), rete che valorizza il contributo delle donne nella ricerca e nell’innovazione tecnologica. “Il kit è stato è tutelato da un brevetto nazionale e internazionale – sottolinea il professor Orlando Troisi, delegato del rettore Virgilio D’Antonio alla Terza Missione di Ateneo – Rappresenta quel ponte ideale tra ricerca scientifica universitaria e strumento concreto per migliorare la gestione dei pazienti. Utile anche per ridurre i costi delle spese sanitarie. La nostra mission è aprire i nostri laboratori e far conoscere la ricchezza e le innovazioni di rilevanza internazionale che vengono prodotte dai ricercatori dell’Università di Salerno, con effetti importanti in questo caso sulla salute pubblica. Significa investire per cambiare gli standard di cura globale”. “Anime diverse che lavorano in sinergia possano produrre dei risultati di eccellenza – insiste il direttore del Dipartimento di Medicina Annibale Puca – In questo caso abbiamo un esempio di medicina personalizzata: vengono identificate le varianti geniche che permettono di cucire ad hoc sul paziente una terapia senza effetti avversi. Come Dipartimento stiamo facendo enormi sforzi nell’oncologia, con ricerche in ambito cardiovascolare e neurologico, expertise in biologia molecolare e cellulare, oltre a studi traslazionali sul paziente”.

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Analisi razionale e giuridica per il Sì

Giovanni Falci

Dopo l’analisi svolta sul concetto di terzietà del Giudice, nella prima parte delle ragioni per votare SI al referendum del 22/23 marzo p.v., in questa seconda parte voglio affrontare il tema della “CULTURA DELLA GIURISDIZIONE” che sento evocare dai sostenitori del NO. Il punto di partenza per affrontare questo tema, in realtà alquanto oscuro (per lo meno per me) non può che essere che la giurisdizione non è uno strumento della magistratura. Come dice il grande Francesco Iacoviello “la giurisdizione è una funzione sociale che sta a cuore a tutti. Essa rappresenta la misura del grado di civiltà di un popolo”. La giurisdizione richiede un modello di ordinamento giudiziario che meglio realizzi la giurisdizione. Se per migliorare la giurisdizione occorre modificare l’assetto della magistratura, ben venga tale modifica. Ma devono essere chiari due punti: 1) l’ordinamento giudiziario va sempre migliorato per adeguarlo ad una giustizia migliore; 2) la giurisdizione va sempre migliorata per adeguarla ai tempi. In questa campagna referendaria si è sentito dire dai sostenitori del NO che il mantenimento della unificazione delle carriere favorirebbe una medesima cultura della giurisdizione. L’argomento presenta aspetti un po’ bizzarri. PER PRIMA COSA, SE DAVVERO QUESTO FOSSE IL FINE DI TENERE UNITE LE CARRIERE, ALLORA BISOGNEREBBE FAVORIRE – ANZICHÉ OSTACOLARE – L’INTERCAMBIABILITÀ DELLE FUNZIONI TRA PUBBLICO MINISTERO E GIUDICE. Se è un pregio avere la stessa cultura della giurisdizione bisognerebbe imporre il cambio di funzioni all’interno della magistratura cosa che invece, per stessa ammissione dei magistrati, avviene in percentuale irrisoria vicino allo 0%. Tornando alla cultura della giurisdizione non mi è chiaro -perché nessuno me lo ha spiegato – cosa si intende per cultura della giurisdizione. Potrei immaginare che si tratti della cultura del giudice estesa al pubblico ministero. Questa ipotesi mi porterebbe a una idea poco edificante del pubblico ministero: una figura liquida che oscilla tra il semi-giudice e il superpoliziotto. Con le carriere unificate è un semi-giudice; con le carriere separate il pubblico ministero perde la cultura della giurisdizione e cade nella cultura della polizia giudiziaria. In questa situazione dovrebbe essere il giudice a salvare il pubblico ministero, ma tale compito non rientra nella Costituzione e non gli è attribuito da nessuna legge ordinaria. A voler pensare male, poi si potrebbe ipotizzare il rischio che -anziché essere il giudice ad attrarre il pubblico ministero nella cultura della giurisdizione- sia il pubblico ministero ad attrarre il giudice nella cultura dell’accusa; il che determinerebbe che al posto del pubblico ministero giudice avremmo il giudice accusatore.Se la risposta è, come credo debba essere, che anche queste ultime categorie posseggono la cultura della giurisdizione, allora la conclusione logica è che l’unificazione o la separazione delle carriere è irrilevante ai fini del possesso della cultura della giurisdizione. Io personalmente ritengo che sia un po’ dura escludere avvocati e studiosi del diritto dalla cultura della giurisdizione. Da chi proviene questa cultura della giurisdizione che custodiamo gelosamente? Sicuramente magistrati come Aloisi, Mortara, Canzio per fare dei nomi, ma ovviamente ce ne sono tanti altri; ma anche tanti studiosi o avvocati. Per citarne qualcuno: Filangieri, Mario Pagano, Francesco Carrara il più grande criminalista italiano, Piero Calamandrei finissimo studioso e un tale Alfredo De Marsico; tra i nostri contemporanei, figure di spicco come Franco Cordero e Massimo Nobili, Giuliano Vassalli, Giuseppe Gianzi, Giovanni Aricò e Vincenzo Siniscalchi. La verità, perciò, è che in questo discorso sulla cultura della giurisdizione ci sono retropensieri rimuginati e non detti. Un primo pensiero è che l’Accademia è, in fondo, innocua perché vive in un universo parallelo e autoreferenziale in cui si studia una specie di pensiero giuridico fatto più di citazioni che di argomenti. Pensiero ingeneroso, se si considera che ci sono stati pensatori immensi (ad es, Chiovenda) che benché non abbiano hanno respirato l’aria dei Tribunali di sicuro avrebbero meritato, più volte, il primato del diritto. Ma il retropensiero spesso pensato e qualche volta detto con tagliuzzate parole riguarda l’Avvocatura. GLI AVVOCATI, SI DICE, SONO PAGATI DAL CLIENTE; E SONO PAGATI PER DIFENDERE IL CLIENTE, NON PER CERCARE LA VERITÀ E DIFENDERE LA GIUSTIZIA. In definitiva, perciò, il giusto processo sarebbe grosso modo questo: un giudice (terzo e imparziale), un pubblico ministero (parte imparziale) e il difensore parte pagata. Dunque, il giudice e il pubblico ministero (che appartengono al medesimo ordine) cercano verità e giustizia, il difensore cerca l’utile del cliente e il profitto proprio. E cerca la verità solo quando è utile al cliente, altrimenti cerca di frapporre ostacoli -nei limiti della legalità processuale- all’accertamento di verità e giustizia. Come dire: c’è IL GIUSTO (IL GIUDICE), IL BUONO (IL PUBBLICO MINISTERO) E IL CATTIVO (IL DIFENSORE). QUESTA È LA TIPICA VISIONE INQUISITORIA DEL PROCESSO, quella in cui la difesa è una presenza tollerata di cui si farebbe volentieri a meno. Il processo accusatorio ha capovolto l’epistemologia, e dunque, l’etica del processo inquisitorio. Domandiamoci perché il giusto processo si chiama processo di parti? E cosa lo rende giusto? La risposta è che esso capovolge il principio di conoscenza del processo inquisitorio. Per il giusto processo di parti il giudice e il pubblico ministero non sono -insieme- in grado di scoprire la verità e di fare giustizia. Ci vuole anche il difensore. Il difensore dà un contributo essenziale a questa ricerca. Non deve provare l’innocenza dell’imputato (ci mancherebbe altro) ma deve provare il ragionevole dubbio che è un passaggio di cruciale importanza per la giustizia del processo e la giustizia del verdetto. La chiave di volta della questione è la seguente: QUESTA CULTURA DELLA GIURISDIZIONE È POSSEDUTA SOLO DA GIUDICI E PUBBLICI MINISTERI O PUÒ APPARTENERE ANCHE AD AVVOCATI E STUDIOSI DEL DIRITTO?E il processo giusto tanto più sarà giusto quanto più sarà vero e acceso -nei limiti fissati dalle regole processuali e dalla deontologia- il confronto tra parti assolutamente parziali perché portatrici di punti di vista opposti o diversi, con il Giudice super partes a decidere. Voglio concludere questo secondo passaggio sulle ragioni del SI con un accenno alla IMPARZIALITA’, o meglio all’APPARENZA DI IMPARZIALITA’. Il giudice -secondo una espressione entrata nel linguaggio comune- deve apparire imparziale oltre che essere imparziale. La frase ha avuto un immeritato successo benché invece è fonte di equivoci. Perché dovrebbe occorrere l’apparenza? Mica le apparenze sono gli indizi dell’essere imparziale. Perché allora non diciamo che ogni pubblico ufficiale, oltre che essere onesto, deve apparire onesto? E un professionista (un chirurgo, un avvocato, un professore ecc.) oltre che essere competente deve apparire tale? Il fatto è che solo per i giudici questa “apparenza” diventa sostanza. In realtà, a ben pensarci, l’apparire e, addirittura, l’essere imparziale non ci garantiscono l’agire imparziale che è quello che conta! Alla prossima.

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Salerno, Sport ed elezioni

Michele Capone

Puntualmente, appena la campagna elettorale per le elezioni del sindaco e del consiglio comunale di Salerno ha inizio, lo sport diventa se non il primo, uno dei temi più rilevanti e discussi. Qualunque sia la parte politica che ne parla, comuni sono l’intenzione di mettere mano all’impiantisca sportiva. Le proposte sono spesso simili, se non identiche. Ma rispondono davvero alle esigenze di chi fa sport a Salerno, sia esso società sportiva o semplice praticante, agonista o amatoriale, giovane o adulto. Si è poi tenuto conto dei genitori dei piccoli atleti, accompagnatori indispensabili? Andiamo con ordine. Quando si parla d’impiantistica si pensa al nuovo Arechi, al nuovo Volpe, al Palazzetto dello sport, in questo caso usiamo quest’antiquata definizione, oggi si preferisce parlare di Arena o Palaeventi. Comunque sia, parliamo di impianti che interessano ai cittadini in quanto spettatori. Se per l’Arechi solo la Salernitana potrà mai calcarne il terreno di gioco, ovviamente non mi riferisco a quello che di sportivo non avrà il nuovo impianto (non si può chiamarlo stadio perché questa definizione è riferibile agli impianti destinati esclusivamente al calcio o all’atletica) che sarà , come gli ultimi moderni impianti, un centro commerciale camuffato. Discorso in parte diverso per il nuovo Volpe e il Palazzetto. Il primo: una volta ultimato il nuovo Arechi resterà o sarà demolito? Se restasse consentirebbe al calcio giovanile e dilettantistico di poter far ritorno in città, per esempio potrebbe giocarci il Centro Storico, oppure, con opportune modifiche diventare lo stadio del rugby. Il Palazzetto del sport è completamente inutile, al momento, per lo sport salernitano. Teniamo presente che le discipline interessate, basket e volley, ad oggi presentano una squadra in serie D di basket ( campionato regionale) e di B/2 ( campionato interregionale) femminile. Competizioni che non richiedono particolari capienze degli impianti. In attesa che qualche mecenate decida di fare base a Salerno per una formazione di serie A/1 o A/2 di basket o volley, il palazzetto diventerà la casa della musica invernale, riproponendo al coperto quanto organizzato lo scorso luglio a Piazza della Libertà. Allo stato Salerno necessita di impianti quartiere, come l’erigendo PalaMariconda. Impianti dove è possibile praticare attività di base, ma anche quella agonistica giovanile a livello regionale, e quella amatoriale, quella dei veterani, ormai presenti in tutte le discipline. Il problema non è affermare che si punterà, come è stato già proclamato nei primi interventi di campagna elettorale, sulla costruzione di questi impianti, ma sull’individuazione degli spazi. Esempio. Il Pala Mariconda arricchisce la zona orientale di una altro ulteriore spazio sportivo. Da Pastena a Mercatello, vi è tutta una serie di palestre scolastiche dove si svolge il 90% dell’attività di base ed agonistica giovanile. Ma se un bambino che abita a via Tasso volesse svolgere per esempio basket, dove dovrebbe farlo? Alla decrepita Senatore? No, perché è riservata al volley. Alternativa Salesiani, Matierno o Pastena. E se non è possibile accompagnarlo? Fa niente, c’è sempre la playstation o la palestra sottocasa. Sembra una provocazione, ma è la zona centro storico- centro a non avere spazi per la pratica sportiva, o meglio, c’è il complesso Vestuti- Senatore. Cosa si vuol fare del mitico stadio (questo sì)? Certo la soluzione ideale è quella che progettò il compianto prof. Giannattasio, con l’abbattimento di distinti e curve e creazione di palestre e piscina. Progetto ambizioso ma costoso e quindi impraticabile, ma in parte non può essere ripreso? Infine nessuno ne ha per ora parlato. Che ne sarà della micro piscina delle Medaglie d’Oro? Dove miglia di salernitani hanno imparato a nuotare? E’ auspicabile che oltre la Nicodemi ci sia qualche altra piscina? L’area dell’ Arechi si appresta, se tutti i lavori iniziati andranno avanti, a diventare un distretto , come si usa dire oggi, turistico sportivo, difronte a Marina d’Arechi. Sarebbe completo se si programmasse una piscina olimpica che consentirebbe di affiancare alla pratica pallanuotistica quella del nuoto in tutte le sue forme. Insomma la campagna elettorale è cominciata, lo sport è diventato argomento importante, ma gli sportivi attendono risposte concrete e realizzabili. L’impressione è che l’attenzione sia rivolta alla realizzazione dei grandi impianti, fruibili da pochi, e molto meno ai piccoli interventi che consentirebbero un aumento della pratica sportiva da parte dei cittadini, dai più piccoli ai veterani.

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La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio

La guerra in Medio Oriente è anche una guerra energetica, al pari di quella in Ucraina e di altre prima di queste. Il controllo della produzione e delle vie di esportazione di gas e petrolio è fondamentale per determinare vantaggi ed esiti nella cornice di conflitti allargati e confronti più ristretti in ogni angolo del mondo, dal Venezuela all’Iran. L’energia può essere un’arma, uno strumento di pressione, ma anche un obiettivo, un bersaglio: il gasdotto Nord Stream, arteria di collegamento diretta sotto il Mar Baltico tra la Russia e la Germania, è stato fatto saltare nel settembre 2022 da un commando ucraino, dando il via al processo di disaccoppiamento tra Mosca e Unione europea. Oggi i pasdaran controllano lo stretto di Hormuz, condizionando i mercati globali, e prendono di mira petroliere e navi cisterna.

La Baku-Tbilisi-Ceyhan è una delle maggiori pipeline della regione

Non solo: i droni arrivati in Azerbaigian, uniti ai rumors che circolano nel marasma della propaganda, indicano che una delle maggiori pipeline della regione, la Btc (BakuTbilisiCeyhan), sarebbe già nei radar iraniani. Questione di tempo. La Btc non è un semplice oleodotto, ma un progetto politico-economico occidentale partito già negli Anni 90 per bypassare la Russia. Trasporta il greggio dai giacimenti azerbaigiani del bacino del Mar Caspio, attraverso la Georgia, al porto mediterraneo di Ceyhan, nella Turchia meridionale, ed è uno snodo chiave per l’esportazione verso i mercati europei. È controllato dal colosso energetico britannico BP, che ne detiene la quota maggiore, pari al 30 per cento. Fornisce inoltre circa un terzo del petrolio che arriva in Israele e anche per questo è un obiettivo ideale per Teheran.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Da sinistra l’ex presidente turco Ahmet Necdet Sezer, l’ex presidente della Georgia Mikhail Saakashvili, il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev, il premier turco Tayyip Erdogan e l’ex ceo del gruppo BP John Browne all’inaugurazione della pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan (Btc) nel 2006 (foto Ansa).

Il precedente dell’oleodotto Druzhba, attualmente fuori uso

Come per Nord Stream, anche per la Btc basterebbe una minima operazione chirurgica per provocare un terremoto gigantesco: le pipeline, dappertutto, sono obiettivi sensibili e facili da colpire. E non è certo un caso che siano sempre più nel mirino. L’ultimo esempio è stato quello dell’oleodotto Druzhba, che passa dalla Russia verso l’Europa occidentale attraverso l’Ucraina, attualmente fuori uso, con Kyiv e Mosca che si accusano a vicenda del sabotaggio, mentre un paio di Paesi, come Ungheria e Slovacchia, rischiano di rimanere a secco.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
L’oleodotto Druzhba (foto Ansa).

La vulnerabilità degli Stati che dipendono in maniera eccessiva da petrolio e gas è il problema maggiore che emerge quando le bombe colpiscono i tubi e riguarda non solo un pugno di nazioni direttamente interessate, ma mezzo mondo, come sta dimostrando il blocco dello stretto di Hormuz.

Dal 2022 l’Europa diversifica le vie di approvvigionamento

Se l’Europa dal 2022 ha cominciato a diversificare le vie di approvvigionamento, cambiando dal petrolio e dal gas russo a quelli di altri Paesi, dalla Norvegia ai Paesi del Golfo, passando per quelli dell’ex Urss come Azerbaigian o Kazakistan, si ritrova adesso davanti a sconvolgimenti, non proprio imprevedibili, che ne evidenziano la miopia.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
I lavori nel 2003 per l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (foto Ansa).

Troppa insistenza sulle energie fossili rispetto a rinnovabili e nucleare

Non è solo la questione del passaggio all’import da regioni e Paesi altrettanto a rischio e altrettanto poco democratici come la Russia, ma dell’insistenza sulle energie fossili rispetto a quelle rinnovabili e anche al nucleare. Il Green Deal perseguito da Bruxelles, farcito di petrolio azero e di gas dal Qatar, non è solo un’illusione e una presa in giro, ma una vera zappa sui piedi.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Ursula von der Leyen (foto Ansa).

Se ne stanno accorgendo tutti in questi giorni e a infilare il dito nella piaga ci ha pensato la Russia di Vladimir Putin, che se da un lato sta approfittando del rialzo dei prezzi degli idrocarburi per dare respiro alle casse dello Stato, dall’altro ha annunciato di voler chiudere del tutto la pratica europea, anche prima del 2027 come previsto da Bruxelles, e spostare verso l’Asia anche il residuo export di gas e petrolio che giunge ancora in Europa.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Matrioske con le immagini di Donald Trump e Vladimir Putin (Ansa).

Adesso non ci sono emergenze, ma le riserve per il prossimo anno?

In realtà non ci sono emergenze, perché l’inverno è finito, ma, soprattutto per il gas, ci si pone la domanda sulle riserve per il prossimo anno, con gli impianti di stoccaggio ormai vuoti: verranno sicuramente riempiti con più gas norvegese e Gnl statunitense, in attesa di vedere come andranno le cose nel Golfo, però i costi saranno elevati. Anche per questo nella Germania ancora in recessione c’è chi chiede una revisione dei rapporti con la Russia, quando la guerra in Ucraina sarà finita, e la ripresa delle importazioni anche via Nord Stream, una volta rimesso in sesto.

Short Movie: Un robot, una ragazza, una guerra

Un robot, una ragazza, una guerra

In questo corto d'animazione un robot da guerra dà tutto per proteggere una ragazza, fino all'ultimo sacrificio.

Creato, scritto, diretto e animato da Liam Murphy, animatore nel campo dei videogiochi, No-A – nessuna parentela col Non-A di van Vogt – è un corto animato di circa cinque minuti nel quale facciamo conoscenza con l'omonimo robot, un robot da guerra o da lavoro che ha il compito di salvare e proteggere una ragazza. Non sappiamo chi e perché lo stia attaccando, non sappiamo chi sia la ragazza, ma sappiamo che No-A è pronto a fare di tutto per portare a termine il suo compito. Guarda il video: No-A - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Short Movie - 7 marzo 2026 - articolo di S*

Unicredit rinnova l’accordo con Confcommercio per lo sviluppo delle pmi

Uncredit e Confcommercio hanno rinnovato l’intesa siglata nel 2024 con l’obiettivo di sostenere le imprese associate, affiancandole nella realizzazione dei loro investimenti e nei percorsi di crescita. In particolare, l’accordo prevede interventi volti a facilitare l’accesso al credito attraverso un’ampia gamma di strumenti di finanziamento pensati per rispondere alle esigenze operative delle aziende, tra cui prestiti a medio-lungo termine, finanziamenti per investimenti immobiliari o per l’acquisto di beni strumentali.

Soluzioni su misura per investimenti sostenibili

Per quanto riguarda la gestione dei flussi finanziari, l’accordo prevede soluzioni integrate per i pagamenti digitali e strumenti dedicati alla gestione dei flussi di cassa e delle transazioni finanziarie. Una particolare attenzione viene riservata ai temi Esg con soluzioni su misura per investimenti sostenibili per l’efficienza energetica, la riduzione delle emissioni di Co2, e servizi orientati a una transizione verso modelli di business più sostenibili. Unicredit, inoltre, attraverso la propria banking academy, metterà a disposizione corsi di formazione gratuiti che possono aiutare le imprese del terziario ad accrescere la cultura su tematiche bancarie e finanziarie e della sostenibilità.

Postacchini: «Così sosteniamo la competitività delle imprese»

Queste le dichiarazioni di Enrico Postacchini, componente di Giunta di Confcommercio con incarico per commercio e rigenerazione urbana: «Il rinnovo dell’accordo con Unicredit rappresenta un ulteriore passo nel percorso che portiamo avanti per affiancare le imprese associate con strumenti coerenti con l’evoluzione del mercato. L’intesa valorizza una collaborazione consolidata e amplia le opportunità a disposizione delle aziende del terziario, rafforzando il ruolo del sistema nel sostenere la competitività delle imprese e la vitalità economica delle città».

Areni: «Risposte concrete alle esigenze dei clienti»

Gli ha fatto eco Annalisa Areni, head of Client strategies di UniCredit Italia: «L’accordo con Confcommercio conferma quanto per noi sia strategico collaborare con le associazioni di categoria perché solo attraverso l’ascolto attento dei nostri clienti possiamo fornire risposte concrete alle loro esigenze. Vogliamo essere partner di fiducia per le imprese, offrendo loro un’ampia gamma di soluzioni dedicate a ogni tipo di necessità, in particolare sui sistemi di pagamento, agevolandole nella gestione quotidiana dei flussi di cassa e delle transazioni».

San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision

Prendete il Sanremo dei vostri peggiori incubi, quello che si materializza nelle notti insonni dei discografici quando le grandi firme scappano, il budget evapora e il proscenio resta a un’allucinazione collettiva dove Stefano De Martino si defila, la Clerici non firma e Conti si dà alla macchia verso lidi più sicuri. Immaginate questo vuoto pneumatico riempito da una conduzione che parrebbe partorita da un algoritmo impazzito, con Sal Da Vinci a menare le danze e il vicedirettore del Corriere Aldo Cazzullo a fargli da contrappunto intellettuale: ecco, solo allora avrete la misura della filosofia profonda che anima il San Marino Song Contest.

LEGGI ANCHE: Ferraguzzo, l’arma segreta Rai per il Sanremo 2027 targato De Martino

Il monte Titano è l’ultimo avamposto del kitsch militante

L’ultimo porto franco del kitsch militante, un avamposto dove la geopolitica si risolve a colpi di cassa dritta tra le nebbie di un Monte Titano che ha smesso di essere un’enclave fiscale per trasformarsi nel terminal del trash d’esportazione per spettatori ipnotizzati. Tutto questo baraccone, oggi diventato orgogliosamente sistemico, trova la sua genesi in quel 2022 in cui Achille Lauro decise di forzare la mano al destino con un’operazione che all’epoca parve a molti un atto di disperazione, il gesto di chi tenta il tutto per tutto pur di non restare al palo. Respinto dalle giurie di casa nostra, il performer romano comprese prima degli altri che la Serenissima Repubblica poteva essere il cavallo di Troia per espugnare l’Eurovision (allora ospitato a Torino): si presentò sul Titano, la spuntò su una concorrenza impalpabile e volò sul palco europeo cavalcando un toro meccanico. Fu un flop storico, un’eliminazione bruciante in semifinale, eppure quel sacrificio sull’altare della bizzarria ha tracciato il solco in cui oggi tutti saltano con entusiasmo.

San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision

Un appuntamento per chi già si sente orfano di Sanremo

Perché buttare via la possibilità di accaparrarsi un posto per Vienna (dove avrà luogo la kermesse quest’anno) quando Lauro ha dimostrato che la dignità può essere barattata con un pass internazionale? Se l’anno scorso ha vinto persino Gabry Ponte, legittimando la “scorciatoia” sanreminese, oggi il San Marino Song Contest gode di riflettori insperati proprio perché conserva quella trasgressione che attira chi di Sanremo si sente già orfano.

San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
Gabry Ponte (Ansa).

Simona Ventura con il suo «crederci sempre» al timone

In questo prevedibile acquario di ambizioni, al quinto, ostinato giro di giostra, il baraccone ha deciso di indossare l’abito buono, o almeno di provarci, affidando il timone a Simona Ventura. La SuperSimo nazionale, colei che ha svezzato generazioni tra naufraghi seminudi a caccia di cocchi e domeniche calcistiche vissute sull’orlo di una crisi di nervi, sbarca sulla Repubblica come una sovrana decaduta ma armata della solita grinta del «crederci sempre».

San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
Simona Ventura (Ansa).

Del resto l’ex regina di Quelli che il calcio resta l’unica protezione civile possibile per una manifestazione che ogni anno colleziona disastri tecnici come fossero figurine Panini, nonostante l’organizzazione diretta della Rai (oltre che San Marino Rtv, venerdì sera è in diretta su RaiPlay e Rai Radio 2). Gestirà gli spazi morti, le scenette improvvisate e i fonici che sembrano sempre aver appena finito un giro di sangiovese? Probabile.

La Giuria di qualità promette il caos primordiale

Ma la vera domanda è: quanto potrà reggere l’urto di una giuria che pare uscita da un esperimento sociale di fine Anni 90? Perché se la conduzione è, sulla carta, “un passo avanti” rispetto al passato, la giuria di qualità è un tuffo nel Giurassico più rissoso e imprevedibile. Mettete insieme Iva Zanicchi, Morgan e Red Ronnie e avrete servito su un vassoio d’argento il caos primordiale. C’è da scommetterci i 100 euro che non abbiamo: forse il Castoldi spiegherà le strutture armoniche del Settecento a un povero concorrente albanese, l’Aquila di Ligonchio racconterà una barzelletta spinta per smorzare i toni e il custode del Roxy Bar cercherà tracce di complotti alieni nei testi dei gareggianti.

Sul palco da Rosa Chemical a Dolcenera

Accanto a loro un’Arca di Noè del “vorrei ma non Sanremo”, dove i confini tra generi e nazioni sfumano sotto i colpi del bit. I nostri? Eccoli schierati come fanti: Rosa Chemical, reduce da Ballando e trattato con i guanti di velluto dopo essere stato ripudiato dai palchi nobili, Dolcenera accanto all’energia cacofonica dell’Orchestraccia e allo swing di un Paolo Belli (pure lui passato tra i concorrenti della regina Milly), e l’accoppiata che sulla carta sembra un errore del sistema operativo: Senhit e Boy George. È l’estetica del Stasera tutto è possibile (così cara proprio a De Martino, che andrà ad occupare Sanremo) che solo San Marino sa regalare.

Immancabile l’estone Tommy Cash

In attesa dei super ospiti, un quartetto da brividi composto dall’estone Tommy Cash, l’immortale Al Bano, il paroliere col ciuffo Cristiano Malgioglio, e la regina del twerking Elettra Lamborghini (troverà anche sul Titano gli ormai celebri «festini bilaterali»?), ci godiamo lo spettacolo consapevoli che questo è l’unico baluardo dove il kitsch è ancora una cosa seria.

San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
Cristiano Malgioglio (Ansa).

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio

Il giorno dopo l’inizio dei raid sul suolo iraniano, come rivelato dal New York Times, emissari del ministero dell’Intelligence di Teheran avevano cercato un contatto indiretto con la CIA, passando attraverso i servizi di un Paese terzo. Un segnale di disponibilità a discutere una via d’uscita dal conflitto. Apertura poi ritrattata il 5 marzo. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha infatti chiarito a NBC News che l’Iran non ha chiesto un cessate il fuoco: «Non vediamo alcun motivo per cui dovremmo impegnarci di nuovo con coloro che lo hanno fatto, che non sono onesti nei negoziati, e non lo fanno e non entrano nei negoziati in buona fede». La posizione americana era già stata chiarita su Truth Social. Donald Trump aveva scritto che ormai era «troppo tardi» per trattare. E ha aggiunto una frase che dice più di qualsiasi briefing dell’intelligence: «La maggior parte delle persone che avevamo in mente sono morte». Non è retorica. È una descrizione letterale.

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio
Il post di Donald Trump su Truth Social.

La CIA stessa ha fornito a Israele l’intelligence ad alta fedeltà sulla posizione della Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso in un raid insieme ad altri vertici del regime. Tel Aviv ha esortato Washington a proseguire con una campagna progettata per indebolire drasticamente le capacità militari dell’Iran. Tutto chiaro. Ma se elimini gli interlocutori, con chi negozi?

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio
Ali Khamenei (Ansa).

Il rischio dell’annientamento dei vertici

Le guerre di decapitazione – che comportano cioè l’azzeramento dei vertici di un regime – hanno sempre lo stesso problema. Più distruggi la catena di comando (ora tra i possibili successori dell’Ayatollah c’è il figlio 56enne Mojtaba Khamenei) più il potere si ridistribuisce verso il basso, verso chi ha le armi, non verso chi ha l’autorità politica per firmare e far rispettare un accordo. «Vogliamo ripulire tutto», ha ribadito Trump in un’intervista all’Nbc. Aggiungendo di avere in mente nomi per un «buon leader». «Non vogliamo qualcuno che porti avanti la ricostruzione per 10 anni. Abbiamo persone che penso farebbero un buon lavoro». Il tycoon ha quindi paragonato lo scenario iraniano al Venezuela, suggerendo un modello in cui la pressione militare produce un esito politico controllabile. Tanto che ha bocciato l’ipotesi della nomina di Khamenei jr: «Stanno sprecando il loro tempo. Il figlio di Khamenei è un peso piuma. Devo essere coinvolto nella nomina, come nel caso di Delcy (Rodriguez, ndr) in Venezuela», ha dichiarato ad Axios. Ignorando che in Iran non c’è un solo uomo da sostituire, ma un intero apparato. La Repubblica islamica ha infatti catene di comando parallele, istituzioni ideologiche radicate e un apparato di sicurezza progettato per sopravvivere all’azzeramento della leadership ridistribuendo l’autorità verso il basso.

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio
Mojtaba Khamenei, figlio della Guida suprema uccisa il 28 febbraio (Ansa).

I Pasdaran, lo Stato dentro lo Stato

Si può immaginare il potere iraniano come un sistema a doppia elica. Da un lato c’è la struttura politica formale: presidente, parlamento, leadership religiosa. È la facciata istituzionale, quella con cui l’Occidente ha sempre cercato di negoziare. Dall’altro c’è un apparato parallelo che è il vero scheletro del Paese: i Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran. Non sono soltanto un corpo militare. Sono contemporaneamente esercito, servizio segreto, conglomerato industriale e sistema finanziario. Lo dimostra il fatto che stiano spingendo per la successione forzata del figlio di Khamenei. Le stime occidentali gli attribuiscono il controllo di una quota dell’economia iraniana che va da un terzo a quasi due terzi del Pil. Telecomunicazioni, energia, costruzioni, import-export, cantieristica, finanza. Il loro budget militare, stimato tra 6 e 9 miliardi di dollari, rappresenta circa il 40 per cento della spesa militare ufficiale del Paese. Ecco il punto che cambia tutto. L’Iran di oggi non è quello del 1979. La maggioranza dei giovani iraniani è secolarizzata, distante dall’ideologia religiosa della rivoluzione, connessa al mondo. Chiedono solo la normalità. Ma il sistema costruito dai Pasdaran non si regge sull’ideologia. Si regge sull’organizzazione. Controlla reti di sicurezza, catene logistiche, posti di lavoro, infrastrutture. È un sistema clientelare armato. Cosa succede quando una guerra distrugge la leadership politica — i mullah, i diplomatici, gli interlocutori — ma lascia intatto quest’apparato? Succede che il baricentro del potere si sposta. Non verso una transizione democratica. I giovani iraniani la vorrebbero, ma non hanno gli strumenti per imporla. Il potere si sposta verso chi controlla reti, infrastrutture e uomini armati. Verso i Pasdaran, appunto. L’esito più probabile, se la traiettoria attuale continua, non è un Iran libero. È un Iran più militarizzato, più nazionalista e più imprevedibile. Un regime dove la componente ideologica religiosa cede il passo a un nazionalismo militare che potrebbe rivelarsi ancora più difficile da contenere.

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio
Maxi manifesti contro Stati Uniti e Israele a Teheran (Ansa).

La vulnerabilità delle monarchie del Golfo e la strategia di Teheran

Dall’altro lato dello Stretto c’è un’altra fragilità che la narrazione ufficiale nasconde con cura. Le monarchie del Golfo possiedono arsenali tecnologicamente avanzatissimi. L’immagine pubblica è quella di potenze invulnerabili. La realtà operativa è diversa. Per ogni dollaro speso dall’Iran in droni, gli Emirati ne hanno spesi tra 20 e 28 per abbatterli. In un solo fine settimana, i costi di intercettazione hanno superato i due miliardi di dollari.

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio
Immagini satellitari di un attacco in Bahrain (Ansa).

La guerra nello Yemen lo aveva già dimostrato: superiorità tecnologica schiacciante, risultati sul campo modesti. Oggi quella lezione si ripresenta su scala più ampia, con un avversario più sofisticato. La strategia iraniana sfrutta esattamente questa vulnerabilità. Teheran non deve vincere una guerra convenzionale. Deve rendere il conflitto economicamente insostenibile per gli alleati regionali di Washington. Gli Houthi dallo Yemen hanno ripreso le minacce nel Mar Rosso, aprendo un secondo fronte. Non è conquista. È coercizione multilivello: se il prezzo della solidarietà con Washington diventa troppo alto, saranno le monarchie stesse a chiedere che l’escalation si fermi.

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio
Elicotteri a Doha, Qatar (Ansa).

Le tre variabili da tenere d’occhio

Lo scenario che si sta consolidando non è una guerra lampo né un cessate il fuoco imminente. È qualcosa di più insidioso: un conflitto a bassa intensità e lunga durata, senza un obiettivo politico finale definito. Le variabili da monitorare sono tre. Il canale negoziale Iran-Usa. L’apertura iraniana verso la CIA è stata ritrattata, ma Trump l’ha respinta e Israele preme per continuare. Finché la campagna di decapitazione elimina gli interlocutori potenziali, la finestra diplomatica resta chiusa. E con essa qualsiasi prospettiva di de-escalation controllata. La tenuta delle monarchie del Golfo. I costi di difesa sono nell’ordine dei miliardi a settimana. La strategia iraniana punta a trasformare la solidarietà con Washington da scelta strategica a peso insostenibile. Il giorno in cui Riad o Abu Dhabi decideranno che il prezzo è troppo alto, l’intera architettura della coalizione cambierà. Il futuro del potere in Iran. Se la leadership politica continua a essere eliminata e i Pasdaran consolidano il controllo, l’Occidente si troverà di fronte un interlocutore più opaco, più militarizzato e meno interessato a negoziare. Un Iran dei generali, non dei diplomatici. Le guerre senza strategia non producono ordine. Producono il vuoto. E il vuoto, in Medio Oriente, non resta mai vuoto a lungo.

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Il caso della partecipazione della Russia alla Biennale è arrivato fino al Parlamento Ue

La partecipazione della Russia alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia non ha solo innescato lo scontro tra il presidente della Fondazione Biennale Pietrangelo Buttafuoco e il ministro della Cultura Alessandro Giuli. Ha infatti travalicato i confini italiani ed è diventata un caso di respiro internazionale: 26 eurodeputati hanno infatti firmato una lettera indirizzata a Buttafuoco e al cda della Biennale, chiedendo la revoca della «inaccettabile» partecipazione della Federazione Russa.

Il caso della partecipazione della Russia alla Biennale è arrivato fino al Parlamento Ue
Pina Picierno (Ansa).

Cosa hanno scritto gli eurodeputati nella lettera

Tra i firmatari della lettera, di vari schieramenti politici, c’è anche l’italiana Pina Picierno del Pd, vicepresidente del Parlamento europeo. La riammissione della Russia, si legge nella documento, «rischia di danneggiare la reputazione e la statura morale della Biennale stessa», che «rappresenta da sempre un luogo simbolico di libertà artistica e cooperazione internazionale». Permettere la presenza ufficiale della Federazione Russa, spiegano gli europarlamentari, porterebbe «inevitabilmente con sé un significato simbolico e di legittimazione». Tutto questo dopo quattro anni di «bombardamenti, distruzione di infrastrutture e attacchi sistematici al patrimonio culturale ucraino».

Lotito contro i tifosi hacker, Marino non vuole lo stadio: le pillole del giorno

Nuova puntata dell’infinita telenovela laziale, con il presidente della società, Claudio Lotito, che ha accusato l’intelligenza artificiale di produrre telefonate fake, dove si ascoltano «parole che vengono diffuse con la mia voce». Insomma, roba da tifosi hacker, gente che sarebbe capace di produrre audio imitando alla perfezione anche i funamboleschi concetti, oltre al modo di parlare, di Lotito. Intanto la tifoseria continua a protestare, e anche al prossimo turno il raduno è fissato a Ponte Milvio, senza entrare nello stadio Olimpico. Lotito ha commentato così: «Lo sciopero del tifo? Che problema c’è? Mica vi ho chiesto i soldi, se voglio faccio un aumento di capitale e chiudo la pratica». C’è però l’allenatore Maurizio Sarri che sbuffa, dicendo che i giocatori da far scendere in campo li sceglie lui. Così il presidente ha ricominciato a parlare: «La società c’ha un nome e un cognome: Claudio Lotito. Non è di Sarri, se la vuole Sarri se la compra. L’allenatore deve prendere i giocatori che c’ha a disposizione e farli giocare, se è un buon allenatore. Se no di che parliamo? Castellanos non lo faceva giocare: 30 milioni. Guendouzi se n’è voluto andare. Noslin è un buon giocatore? Mi hanno offerto 20 milioni, ma mi hanno bloccato perché mi hanno detto che non bisognava venderlo. Sarri lo fa giocare? No. Belahyane, 14 milioni: hai visto la partita? Ha giocato bene, mica male. Eppure non lo fa giocare».

Nessuno sa quanto potrà ancora durare questo clima, visto che in mezzo c’è pure il referendum sulla giustizia, dove la destra vota per il “sì” e i tifosi promettono che alle urne voteranno “no”, pur di fare un dispetto a Lotito, eletto con Forza Italia al Senato nel collegio del Molise.

Lotito contro i tifosi hacker, Marino non vuole lo stadio: le pillole del giorno
Ignazio Marino (foto Ansa).

Ma pure l’altra squadra, in città, ha problemi, e qui la grana è tutta interna alla sinistra: per l’ex sindaco Ignazio Marino, «il progetto di un nuovo stadio a Pietralata sembra strumentale solo agli interessi economici della Roma, e non agli interessi urbanistici dei cittadini e dei tifosi». E «l’impatto ambientale sarà notevolissimo: 29 mila metri quadrati di verde in meno, viabilità e trasporti inadeguati per gestire flussi di oltre 60 mila spettatori. E il governo della città che fa? I partiti come reagiscono? Nessuna risposta puntuale e chiarificatrice, ma solo propaganda. Tutti dovrebbero ricordare che l’obbligo per gli amministratori pubblici è difendere sempre l’interesse pubblico». Il 13 marzo la delibera dedicata alla Roma approda all’assemblea capitolina: il sindaco Roberto Gualtieri, che cerca la riconferma in Campidoglio, punta tantissimo sull’effetto positivo di un nuovo stadio per portare alle urne elettorali i tifosi giallorossi. Se anche una parte del Partito democratico dovesse mettersi di traverso, la situazione romana diventerà incandescente su tutti i fronti calcistici.

Referendum, lunedì di fuoco con Landini

Referendum, scende in campo la Cgil. Lunedì 9 marzo, nel pomeriggio, appuntamento a Roma al Teatro Palladium per un’iniziativa organizzata dai comitati di Roma e del Lazio per il “no” in vista del referendum del 22 e 23 marzo «a difesa della Costituzione», a cui parteciperà il segretario generale della Cgil Maurizio Landini. Interverranno Silvia Albano, giudice di Magistratura democratica, Roberto Gualtieri, sindaco di Roma, Francesca Rispoli, presidente di Libera, e la scrittrice e conduttrice radiofonica Benedetta Tobagi. A moderare Luca Telese. Nel Pd romano non tutti hanno gradito la partecipazione di Gualtieri, dato che nel partito non mancano i favorevoli al “sì”.

Lotito contro i tifosi hacker, Marino non vuole lo stadio: le pillole del giorno
Maurizio Landini e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Nextalia toglie Raffaello a Leonardo, che ha Michelangelo

Strana sfida nel nome dei geni del Rinascimento italiano (o delle Tartarughe ninja). Leonardo, il colosso della difesa, ossia l’ex Finmeccanica che nel 2017 cambiò nome per volontà dell’allora amministratore delegato Mauro Moretti, ha inventato lo scudo anti-missili chiamandolo Michelangelo. All’appello mancava solo Raffaello, per realizzare il trittico perfetto, però Nextalia ha voluto denominare proprio con il nome del Sanzio il suo nuovo fondo, l’ottavo, specializzato in crediti deteriorati. E nei salotti della finanza si sente dire, con una battuta, che «Francesco Canzonieri batte Roberto Cingolani uno a zero». Il vantaggio è che non ci sono diritti da pagare: a meno che un giorno il ministero della Cultura non richieda il suo parere obbligatorio, con pagamento di diritti, a tutti coloro che vogliono utilizzare il nome di un gigante dell’arte italiana del passato per utilizzarne il nome a fini commerciali…

Delfin, Leonardo Maria Del Vecchio vicino a rilevare le quote di due fratelli

Leonardo Maria Del Vecchio, intervistato dal Financial Times, ha affermato di essere vicino all’accordo per l’acquisto delle quote dei fratelli Luca e Paola nella holding di famiglia Delfin, che controlla EssilorLuxottica e ha un pacchetto di partecipazioni finanziarie in UniCredit, Generali e Mps. L’operazione metterebbe fine a una lunga disputa ereditaria, rafforzando la sua influenza nel capitalismo italiano, che è già notevole viste le numerose partecipazioni accumulate negli ultimi tre anni.

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Delfin, Leonardo Maria Del Vecchio vicino a rilevare le quote di due fratelli
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

Il capitale di Delfin è detenuto in quote uguali da otto persone

Dalla scomparsa del fondatore Leonardo Del Vecchio nel 2022, il capitale di Delfin è detenuto in quote uguali del 12,5 per cento da otto eredi: i sei figli dell’imprenditore (ai tre citati vanno aggiunti Claudio, Marisa e Clemente), la moglie Nicoletta Zampillo e il primo figlio di lei, Rocco Basilico.

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Delfin, Leonardo Maria Del Vecchio vicino a rilevare le quote di due fratelli
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

Del Vecchio jr: «Voglio portare avanti la volontà di mio padre»

«Sono stato molto chiaro sul fatto che voglio rilevare le loro quote per diventare primo azionista di Delfin e portare avanti la volontà di mio padre. Siamo vicini a un accordo sul prezzo», ha detto Leonardo Maria Del Vecchio. Secondo il Ft, l’imprenditore sta negoziando per portare la sua quota al 37,5 per cento tramite un leveraged buyout sostenuto da un gruppo di banche. L’indebitamento verrebbe poi finanziato con i dividendi attesi dalla società: Del Vecchio jr ha indicato in oltre 7 miliardi di euro le riserve potenzialmente distribuibili, prevedendo inoltre una politica di dividendi superiore a un miliardo l’anno.

Rai in stallo tra riforma bloccata e caos in Vigilanza sull’audizione di Rossi

Rai sempre più paralizzata. Non solo la commissione di Vigilanza bloccata da un anno e mezzo, ora ci si mette pure il Mef a stoppare la riforma della tv pubblica. Dunque, accade che questa settimana il testo base della maggioranza sulla riforma della Rai elaborato nell’VIII commissione di Palazzo Madama doveva arrivare in Aula dove sarebbe cominciato il suo iter legislativo. Testo assai criticato dalle opposizioni, che hanno presentato parecchi emendamenti, ma che almeno formalmente rispetta i criteri chiesti dall’Europa con l’European Media Freedom Act (Emfa), che, tra le altre cose, impone che i vertici delle tv pubbliche non siano nominati dall’esecutivo.

Lo stop del Mef al testo

Detto fatto: il nuovo cda immaginato prevede sei membri nominati dal Parlamento (tre dalla Camera e tre dal Senato) più uno in rappresentanza dei dipendenti e tra questi dovranno poi essere scelti l’amministratore delegato e il presidente. Giancarlo Giorgetti però sembra essersi accorto solo ora che questo nuovo sistema esautora totalmente il Mef, che oggi indica i vertici. «Ma come, noi siamo azionisti della Rai al 99,56 per cento e veniamo totalmente tagliati fuori dal meccanismo di nomina della governance? Non se ne parla…», è il ragionamento che i tecnici dell’Economia hanno rivolto al ministro, che infatti ha bloccato tutto. Per arrivare in Aula, infatti, il testo avrebbe dovuto avere il via libera del Mef tramite la commissione Bilancio, relazione che non è mai arrivata.

Rai in stallo tra riforma bloccata e caos in Vigilanza sull’audizione di Rossi
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Il cortocircuito sull’abbassamento del canone

Ma c’è un altro punto su cui Giorgetti è contrario. La riforma prevede un abbassamento del canone del 5 per cento ogni anno, per almeno cinque anni, e poi si vedrà. Novità tra l’altro chiesta proprio dalla Lega, che della lotta al canone Rai ha fatto una bandiera. Ebbene, si sono chiesti al Mef, se il canone diminuisce, poi va a finire che i soldi nella Rai per non farla andare a catafascio dobbiamo metterli noi, magari togliendoli ad altri comparti. E no! Così è andato in scena un surreale cortocircuito all’interno della maggioranza, con il Mef, cioè il governo, che blocca un testo proposto dai parlamentari del centrodestra. Tanto che nei giorni scorsi è intervenuto pure Maurizio Gasparri per difendere il testo della maggioranza, auspicando che il governo non si mettesse di traverso.

Rai in stallo tra riforma bloccata e caos in Vigilanza sull’audizione di Rossi
Maurizio Gasparri (Imagoeconomica).

Pure la presidente della Vigilanza, Barbara Floridia, a La Notizia ha ricordato che occorre «applicare al più presto il Media Freedom Act per rompere il legame tra nomine e governo». Per ora, dunque, la riforma si ferma, col rischio sempre più concreto che alla fine da Bruxelles parta una procedura d’infrazione verso l’Italia per mancato rispetto dell’Emfa.

Rai in stallo tra riforma bloccata e caos in Vigilanza sull’audizione di Rossi
Barbara Floridia (Imagoeconomica).

Il balletto sulla convocazione di Rossi in Vigilanza

L’altra impasse riguarda ancora la Vigilanza. Nelle ultime due settimane si era finalmente giunti a una convocazione straordinaria di Giampaolo Rossi, mai audito in commissione da quando guida la Rai. Convocazione appunto “straordinaria” che è consentita dal regolamento se a farne richiesta è tutta l’opposizione. Anche Ignazio La Russa si era detto favorevole. Quindi l’audizione è stata fissata per mercoledì 11 marzo. Il centrodestra, però, questa cosa l’ha subìta e, se all’inizio ha fatto buon viso a cattivo gioco per non andare contro il presidente del Senato, nell’ultimo ufficio di presidenza ha posto una condizione: ci stiamo solo se la richiesta parte da noi. A quel punto l’opposizione ha risposto: se parte da voi, allora la seduta non è più “straordinaria” ma diventa “ordinaria” e questo significa che da parte vostra ci deve essere un impegno a continuare con l’attività della Vigilanza anche dopo, sbloccando l’impasse. No, hanno ribattuto dalla maggioranza: chiediamo la convocazione di Rossi, ma dopo l’audizione da parte nostra non cambia nulla e se non accettate di votare Simona Agnes tutto torna come prima. Insomma, un caos. Per ora l’audizione di Rossi resta in agenda, ma a questo punto non è affatto detto che avvenga davvero e per farla saltare il centrodestra ha già un asso nella manica: mercoledì sarà il gran giorno di Giorgia Meloni in Parlamento a riferire sulla crisi in Medio Oriente e quindi la scusa per far saltare l’audizione è già bella e pronta.

Rai in stallo tra riforma bloccata e caos in Vigilanza sull’audizione di Rossi
Giampaolo Rossi (Imagoeconomica).

Intanto parte la nuova striscia di Cerno su Rai2

Sembra una commedia degli errori, o degli orrori, che dir si voglia, e invece è il magico universo parallelo di mamma Rai. Dove intanto giovedì è stata presentata la nuova striscia quotidiana di Tommaso Cerno. Si chiamerà Due di Picche: cinque minuti da lunedì 9 marzo alle 14 su Rai2. Nel progetto iniziale sarebbe dovuta andare in onda prima del Tg2 delle 13, ma poi la rivolta dei giornalisti contro un programma condotto da un “esterno” prima del telegiornale ha portato al cambio di orario.

Rai in stallo tra riforma bloccata e caos in Vigilanza sull’audizione di Rossi
Tommaso Cerno (Imagoeconomomica).

Washington Post: «La Russia aiuta l’Iran ad attaccare le forze Usa»

Secondo quanto riportato dal Washington Post, la Russia sta fornendo all’Iran informazioni di intelligence per aiutarlo a colpire le forze statunitensi in Medio Oriente, tra cui la posizione di navi da guerra e aerei americani. Il quotidiano ha citato tre funzionari a conoscenza della questione. Se venisse confermato, sarebbe un’indicazione che un importante avversario degli Stati Uniti sta partecipando, anche indirettamente, alla guerra. L’entità dell’assistenza russa all’Iran non è però del tutto chiara. La capacità dell’esercito iraniano di localizzare le forze statunitensi è infatti già diminuita dopo sei giorni di guerra. Gli analisti hanno affermato che la condivisione di informazioni di intelligence sia legata al sostegno che gli Usa stanno dando all’Ucraina. «I russi sono più che consapevoli dell’assistenza che stiamo fornendo agli ucraini, penso che siano molto contenti di cercare di ottenere una qualche rivincita», ha affermato uno dei funzionari americani citati dal Wp.

Caso Epstein, Trump accusato di aggressione sessuale nei nuovi file

Nei documenti dell’Fbi sul caso Epstein pubblicati il 5 marzo dal Dipartimento di Giustizia Usa ci sono anche descrizioni di alcuni interrogatori condotti dall’agenzia federale nel 2019, in cui una donna accusava il finanziere e Donald Trump di averla aggredita sessualmente quando aveva tra i 13 e i 15 anni.

Caso Epstein, Trump accusato di aggressione sessuale nei nuovi file
Pam Bondi (Ansa).

National Public Radio aveva accusato la procuratrice federale Bondi di insabbiamento

Seguendo l’ordine di numerazione dei documenti diffusi in precedenza dal Dipartimento di Giustizia, l’organizzazione indipendente National Public Radio aveva evidenziato l’assenza di 53 pagine, accusando la procuratrice federale Pam Bondi di insabbiamento. Successivamente, il Dipartimento di Giustizia ha spiegato di non aver diffuso in precedenza i documenti perché erano stati erroneamente contrassegnati come “duplicati”. Il 5 marzo, poi, è arrivata la pubblicazione di 16 delle 53 pagine: non è dato sapere perché ne manchino ancora 37.

Caso Epstein, Trump accusato di aggressione sessuale nei nuovi file
Jeffrey Epstein e Donald Trump (Ansa).

L’abuso, il morso, le telefonate minacciose: la testimonianza

L’accusatrice di Epstein e Trump raccontò di essere stata portata «a New York o nel New Jersey» dal finanziere, morto suicida nello stesso anno degli interrogatori, il quale l’aveva presentata a Trump. Il futuro presidente Usa avrebbe tentato di costringerla a praticargli del sesso orale. A quel punto la ragazza lo avrebbe morso, riuscendo a evitare l’abuso. O, almeno, un abuso ancora peggiore. La donna raccontò inoltre di essere stata raggiunta negli anni successivi da telefonate minacciose che le intimavano di tacere. Trump, da parte sua, ha sempre negato qualsiasi accusa relativa al caso Epstein.

Perché l’Ucraina ha sconsigliato ai propri cittadini di andare in Ungheria

Il ministero degli esteri ucraino ha sconsigliato ai propri cittadini di recarsi in Ungheria «data l’impossibilità di garantire la loro sicurezza a causa delle azioni arbitrarie delle autorità ungheresi». La comunicazione arriva dopo l’arresto a Budapest di sette dipendenti di una banca ucraina accusati di riciclaggio di denaro. Il ministro degli Esteri di Kyiv, Andrii Sybiha, ha infatti accusato il governo ungherese di aver «preso in ostaggio» i banchieri dell’istituto Oschadbank e di aver sequestrato i due veicoli blindati su cui si trovavano per un trasporto internazionale di valori tra Austria e Ucraina. I sette cittadini ucraini sarebbero stati fermati giovedì 5 marzo 2026. Sybiha ha accusato il governo ungherese di «terrorismo di Stato e racket» e chiesto l’immediato rilascio dei dipendenti. La Banca centrale ucraina ha chiesto all’Ungheria di fornire spiegazioni ufficiali e informazioni su dove si trovino i veicoli, i cui sistemi di localizzazione indicherebbero una posizione nel centro di Budapest.

Ferraguzzo, l’arma segreta Rai per il Sanremo 2027 targato De Martino

Inutile girarci intorno con i comunicati felpati della Rai: la conferma di Fabrizio Ferraguzzo alla direzione musicale del Sanremo 2027 targato Stefano De Martino non è una semplice nomina tecnica. È un commissariamento dei discografici in piena regola.

Ferraguzzo, l’arma segreta Rai per il Sanremo 2027 targato De Martino
Il passaggio di testimone a Sanremo da Carlo Conti a Stefano De Martino (Ansa).

Con Ferraguzzo la Rai sfodera le armi pesanti

Dopo l’ultima gestione di Conti, archiviata tra sbadigli e ascolti d’inerzia, la tv pubblica ammette di non saper più leggere il mercato e, per non affogare nella naftalina, chiama il “ferro” della produzione pesante. Ovvero l’uomo che ha trasformato quattro ragazzini di strada nei Måneskin, il brand italiano più esportato nel mondo dopo il Parmigiano Reggiano. E così, mentre 11 milioni di italiani guardavano l’incoronazione del “signore dei pacchi”, bello, bravo e “caschettiano” di ferro, che sorride ai sottosegretari e ingolosisce nonne e nipotine, la vera mossa di potere si consumava tre passi indietro.

L’arrivo a Milano e lo sbarco in Sony

È un cerchio che si chiude con il destino che la sa lunga: nel 2012, mentre lo showman napoletano occupava militarmente i rotocalchi per aver mollato Emma Marrone per Belén, a pochi metri da lui, nei crediti del tour Sarò libera, c’era proprio Ferraguzzo a sudare sopra le corde di un basso. Due traiettorie nate all’ombra della stessa donna, una nella centrifuga del gossip, l’altra in sala prove, che 15 anni dopo si ritrovano a gestire il giocattolo più costoso della Rai. Ma per misurare la caratura del manager dei record bisogna scordarsi le tartine degli after-party e scendere a Pietralata, Roma. Lì Ferraguzzo mastica musica sin da bambino, ben prima di sbarcare a Milano alla soglia dei 30 anni e finire a dormire in un garage per un anno intero. La sua fortuna ha un nome e un cognome precisi: Pico Cibelli. È lui, oggi al comando di Warner (che quest’anno ha piazzato primo e secondo posto al Festival), a spalancargli le porte della Sony (sua ex etichetta), dove firma i primi contratti e inizia a macinare progetti che cambiano i connotati al pop italiano. Sanremo, del resto, lo conosce bene: nel 2017 mette il marchio su Portami via di Fabrizio Moro, forse il pezzo più pregiato dell’edizione. Nel 2019 inventa il fenomeno Achille Lauro portando la provocazione di Rolls Royce all’Ariston e cura Nonno Hollywood di Enrico Nigiotti. Nel 2020 trasforma i Pinguini Tattici Nucleari in una macchina da dischi di platino con Ringo Starr.

Il capolavoro Måneskin

Una lista di colpi che non dimentica la direzione musicale di X Factor, dove lancia talenti a ripetizione. Ma il suo capolavoro restano i Måneskin, pescati al Massive Arts Studios: gli bastano pochi secondi di provino per capire di avere in mano una bomba atomica.

Ferraguzzo, l’arma segreta Rai per il Sanremo 2027 targato De Martino
Mara Maionchi con Fabrizio Ferraguzzo (dal profilo Fb).

Li aggancia, ne guida la crescita e li porta al trionfo mondiale di Zitti e buoni sbancando prima l’Ariston e poi l’Eurovision 2021, e curandone anche il management dopo il divorzio da Marta Donà. Un’espansione, che fa rima con riservatezza quasi politica, che lo porta dritto nella Recording Academy di Los Angeles: quarto italiano di sempre nella giuria dei Grammy.

L’ecosistema Ferraguzzo

Ma Ferraguzzo non è solo un manager, è un ecosistema. Con Simone Giacomini fonda Stardust, corazzata dell’influencer marketing; con Shablo dà vita a Moysa, l’hub creativo dove le arti si incrociano fuori dai vecchi schemi. Un impero che tocca ogni fase del successo: dal brano al post su Instagram, dal management di Exit Music (la sua società da quasi 3 milioni di euro) ai live. Il nodo vero, quindi, risiede nell’etica flessibile, in un sistema dove chi produce la musica e chi valuta i pass per l’Ariston siede sulla stessa sedia. La Rai, per bocca del direttore dell’Intrattenimento Prime Time Williams Di Liberatore, parla di «lavoro in team», ma l’influenza di un membro dei Grammy che governa influencer, produce hit globali e possiede un’autonomia mentale che intimidisce i burocrati, non si cancella con un verbale di commissione. Se la sua visione internazionale è la cura per un Sanremo che mostra la corda su ascolti e streaming, allora la Rai alza bandiera bianca e consegna il suo gioiello a un fuoriclasse, che il mercato non lo interpreta, lo crea.

Ferraguzzo, l’arma segreta Rai per il Sanremo 2027 targato De Martino
Fabrizio Ferraguzzo e Shablo (Ansa).

Sciopero generale del 9 marzo: chi si ferma

Lunedì 9 marzo è previsto uno sciopero generale su scala nazionale che coinvolgerà sia il pubblico che il privato. La mobilitazione, proclamata in occasione della Giornata Internazionale dei diritti delle donne (che ricorre il giorno precedente), potrebbe causare disagi in diversi settori: dai trasporti alla scuola e all’istruzione, fino alla sanità e alla pubblica amministrazione. Ecco chi si fermerà.

Nel settore dei trasporti l’agitazione è supportata da Slai-Cobas

Sul fronte dei trasporti, l’agitazione è supportata da Slai-Cobas, mentre non aderiscono Usi e Usb. Lo sciopero durerà 24 ore. Come di norma, verranno comunque garantiti i servizi minimi nel rispetto delle normative vigenti e delle fasce di tutela previste.

Sciopero generale del 9 marzo: chi si ferma
Treno fermo in stazione (Ansa).

Lo sciopero interesserà anche scuola, università e ricerca

Per la scuola è la Flc Cgil ad aver proclamato un’intera giornata di astensione dal lavoro. L’agitazione interesserà anche università, enti di ricerca e formazione professionale. «Intendiamo riaffermare i diritti delle donne, a partire da quello all’autodeterminazione e alla parità di genere, davanti alla evidente recrudescenza di una cultura maschilista, misogina e patriarcale, che si traduce in frequenti episodi di violenza e discriminazione delle donne», ha dichiarato il sindacato.

Sciopero generale del 9 marzo: chi si ferma
Corteo della Cgil durante uno sciopero generale (Ansa).

Sanità: assicurati servizi e prestazioni essenziali

Per quanto riguarda la sanità pubblica, lo sciopero interesserà infermieri, operatori sociosanitari, ostetriche, personale della riabilitazione e altre figure del comparto sanitario, oltre alla dirigenza medica, sanitaria e veterinaria e al personale tecnico, professionale e amministrativo. Saranno assicurati i servizi e le prestazioni essenziali.

Non Una Di Meno: «Un nuovo weekend lungo di lotta»

Il movimento femminista e transfemminista Non Una Di Meno ha chiamato al weekend lungo di lotta (cortei l’8 marzo e sciopero il 9), spiegando che le due giornate di mobilitazione «mettono al centro l’opposizione alle politiche del governo Meloni in tema di contrasto alla violenza sessuale ed economica rivolte alle donne e alle categorie più colpite dall’inflazione dovuta alla guerra». In particolare, continua la nota, «le conseguenze dell’approvazione del ddl Bongiorno, di modifica della attuale legge sulla violenza sessuale, sarebbero molto gravi nei contesti familiari e coniugali, per le giovani e giovanissime che con le loro denunce fanno registrare un aumento vertiginoso dei casi (dati Istat 2025), nei contesti lavorativi e in condizioni di ricattabilità, nei tribunali dove chi denuncia è già esposta a vittimizzazione secondaria».

La Cerimonia delle Paralimpiadi tra portabandiera assenti e boicottaggi tv

È nata con l’intento di unire le nazioni, eppure continua a essere oggetto di dispute. Proseguono infatti le polemiche sulla cerimonia di apertura delle Paralimpiadi invernali in programma il 6 marzo 2026. Come ha deciso l’Ipc, il Comitato paralimpico internazionale, a portare le bandiere non saranno gli atleti rappresentanti di un Paese ma dei volontari. «Poiché molte delegazioni non hanno inviato atleti alla cerimonia a causa delle gare in programma la mattina seguente, l’Ipc, per garantire la massima uniformità, ha deciso che sarebbero stati i volontari a portare le bandiere durante la cerimonia di apertura». Oltre alla lontananza dai campi di gara, motivo ufficiale della decisione, a pesare è però stata anche la scelta di alcuni Stati di boicottare la cerimonia come gesto di protesta contro la sfilata delle bandiere di Russia e Bielorussia. Tra questi Ucraina, Repubblica Ceca, Finlandia, Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Paesi Bassi, Croazia, Canada e Germania. Un totale di 11 Paesi che, rispetto ai 56 in gara, avrebbero rappresentato un’assenza troppo impattante per poter mantenere la cerimonia così com’era.

Alcuni Stati non trasmetteranno la cerimonia in tv

Immagini pre-registrate degli atleti portabandiera andranno in onda nella trasmissione televisiva della cerimonia, che resta comunque oggetto di ulteriori boicottaggi. Le televisioni di Estonia, Finlandia, Lettonia e Lituania hanno deciso di non trasmetterla, mentre la Polonia interromperà la diretta quando sfileranno le bandiere russa e bielorussa, sostituendo le immagini con un messaggio sullo schermo che ne spiegherà il motivo.

Quanto sta costando agli Stati Uniti l’operazione Epic Fury

Come ha evidenziato il 4 marzo Pete Hegseth, segretario alla Guerra, la potenza di fuoco scatenata (assieme a Israele) nei primi quattro giorni del conflitto contro l’Iran è stata «sette volte superiore a quella dispiegata nella guerra di giugno». Non stupisce dunque che il costo dell’offensiva attuale sia stia rivelando particolarmente alto per Washington. Quanto? Ebbene, secondo un’analisi del Center for Strategic and International Studies le prime 100 ore della campagna militare contro l’Iran sono costate agli Stati Uniti ben 3,7 miliardi di dollari, ovvero più di 890 milioni al giorno.

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Solo una minima parte della spesa è inclusa nel bilancio del Pentagono

Come sottolinea il Center for Strategic and International Studies, solo una minima parte della spesa (meno di 200 milioni) è già stata inclusa nel bilancio del Pentagono. I restanti 3,5 miliardi e oltre «richiederanno probabilmente ulteriori finanziamenti da parte del Dipartimento della Guerra attraverso uno stanziamento supplementare o un altro disegno di legge».

Quanto sta costando agli Stati Uniti l’operazione Epic Fury
Donald Trump (Imagoeconomica).

In futuro i costi dipenderanno soprattutto dalle munizioni adottate

Gli analisti del think tank spiegano che, oltre ai costi operativi e di supporto, le spese principali per gli Usa derivano dalle munizioni: oltre 3 miliardi. Da non sottovalutare poi la perdita di equipaggiamenti, come i tre caccia F-15 abbattuti dal fuoco amico in Kuwait. In futuro, spiega il Center for Strategic and International Studies, i costi dipenderanno dal tipo di munizioni adottate, così come «dall’intensità delle operazioni e dall’efficacia della rappresaglia iraniana». I problemi principali potrebbero essere legati all’utilizzo di intercettori per arginare i droni Shaed iraniani: gli Usa hanno avviato contatti con l’Ucraina per l’acquisto di sistemi low cost: ogni missile PAC-3 utilizzato nel sistema Patriot costa più di 13,5 milioni di dollari, mentre i velivoli a pilotaggio remoto di Teheran hanno un valore di appena 30 mila dollari. L’offensiva, secondo la deadline indicata inizialmente da Donald Trump, dovrebbe durare 4-5 settimane.

Gli Usa concedono all’India una deroga di 30 giorni per acquistare petrolio russo

Gli Stati Uniti allentano le sanzioni sulla Russia, concedendo all’India una deroga di 30 giorni per acquistare milioni di barili di petrolio russo già caricato sulle petroliere entro il 5 marzo 2026. L’ha riferito il segretario al Tesoro Scott Bessent in un post su X. «Questa misura, deliberatamente a breve termine, non fornirà significativi benefici finanziari al governo russo, poiché autorizza solo transazioni che riguardano petrolio già bloccato in mare, ma allevierà la pressione causata dal tentativo dell’Iran di prendere in ostaggio l’energia globale». L’India, ha aggiunto Bessent, «è un partner essenziale degli Stati Uniti e prevediamo che intensificherà gli acquisti di petrolio statunitense». Poco prima dell’annuncio, Trump aveva anticipato che gli Usa avrebbero preso provvedimenti per «ridurre la pressione sul petrolio» dopo l’impennata dei prezzi dovuta alla guerra contro l’Iran, pari al 15 per cento dall’inizio della settimana.

Giuli-Buttafuoco, scontro a destra sulla Russia alla Biennale: cosa è successo

«In merito alle dichiarazioni rilasciate dal Presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, si precisa che la partecipazione della Federazione Russa alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia è stata decisa in totale autonomia dalla Fondazione Biennale, nonostante l’orientamento contrario del Governo italiano». È quanto si legge in un comunicato stampa del Ministero della Cultura, in cui viene anche evidenziato («come ribadito più volte dal ministro Alessandro Giuli») che l’Italia «sta dedicando grande attenzione alla tutela del patrimonio artistico ucraino, colpito dai bombardamenti russi che si protraggono ormai da oltre quattro anni, a partire dall’impegno per la ricostruzione di uno degli edifici simbolo dalla storia culturale dell’Ucraina, la grande Cattedrale ortodossa della Trasfigurazione di Odessa, gravemente danneggiata dal conflitto». Insomma, c’è uno scontro in atto a destra tra Giuli e Buttafuoco: ecco le tappe che hanno portato alla nota del MiC.

L’intervista di Buttafuoco: «Confronto continuo con Giuli»

Intervistato da Repubblica, Buttafuoco aveva spiegato di aver dato incarico ai suoi collaboratori «di accompagnare le giornate della mostra con inviti a personalità provenienti da tutte le zone di guerra», per raccontare «l’altro punto di vista». Da qui il ritorno della Russia, proprietaria di un padiglione ai Giardini dal 1914 e assente dal 2022 (nel 2024 aveva concesso lo spazio alla Bolivia): «Noi ragioniamo sui fatti. Basta con appelli, firme, schemi da Anni 70. Ci muoviamo con l’arte, e l’arte si misura con i fatti. La Biennale è uno spazio di convivenza per tutto il pianeta, sia con le vecchie sia con le nuove geografie». Una scelta, aveva fatto intendere Buttafuoco, avallata da Giuli («Con il ministro abbiamo un confronto continuo») e in generale dal governo, che «rispetta l’autonomia della Biennale», Peccato sia poi arrivato il comunicato del MiC.

Il ritorno della Russia era però noto già dal 3 marzo

La nota è stata diffusa solo dopo l’intervista di Buttafuoco, pubblicata ieri. Ma – come ricostruisce Repubblica – la presenza della Russia alla Biennale era già stata comunicata martedì 3 marzo da Mosca e ufficializzata il giorno successivo. Non solo: nella giornata del 5 marzo, Giuli ha persino incontrato Buttafuoco a Venezia, dove era arrivato per inaugurare a Palazzo Ducale la mostra ‘Etruschi e Veneti’. Insomma, il ministro ha aspettato ben 48 ore per prendere le distanze dalla presenza in Laguna della Russia. E lo ha fatto solo dopo aver visto di persona il presidente della Biennale. Secondo Repubblica, è possibile che Giuli «si sia consultato con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e con elementi del governo che quella autonomia non condividono». Parlando di questa prossima Biennale senza boicottaggi e veti (saranno presenti anche Iran, Israele, Ucraina e Bielorussia), Buttafuoco in pratica l’aveva presentata come una sorta di “tregua” in mezzo ai vari conflitti. Peccato abbia fatto scattare lo scontro con Giuli.