Il consiglio di amministrazione della Banca Popolare di Puglia e Basilicata (Bppb) ha definito gli assetti di governo societario per il triennio 2026-2028. In tale ambito, sono stati costituiti i seguenti comitati endoconsiliari: Comitato Rischi, presieduto da Giuseppe Abatista e composto da Caterina Luisa Appio e Candida Bussoli; Comitato Esg, presieduto da Lucia Forte e composto da Rosa Calderazzi e Valeria Stefanelli; Comitato Esecutivo, di nuova costituzione, presieduto da Luigi Montemurro e composto da Giovanni Rosso e Giuseppe Tammaccaro. Alla carica di vicepresidente è stata nominata Rosa Calderazzi. Nel corso della stessa seduta, il cda ha nominato Vittorio Sorge direttore generale e Francesco Paolo Acito condirettore generale. La scelta dei due manager è finalizzata ad assicurare continuità gestionale e a valorizzare le risorse interne.
Milano, smantellato giro di escort di lusso: tra i clienti anche calciatori di Serie A
I finanzieri del Comando provinciale di Milano hanno eseguito quattro arresti domiciliari nei confronti di un gruppo che «ha promosso un’attività finalizzata al favoreggiamento e allo sfruttamento della prostituzione, con conseguente autoriciclaggio dei relativi proventi». Tra i clienti del giro di escort scoperto a Milano figurano anche un numero «consistente» di calciatori di Serie A, che avrebbero partecipato a eventi in cui venivano offerte prestazioni sessuali. Oltre agli arresti è scattato il sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto dei reati, per un valore di oltre 1,2 milioni di euro.
Il servizio di escort era fornito da una società di eventi
Secondo quanto emerso, il servizio di escort era fornito da quella che sembrava una normale agenzia di eventi, che metteva a disposizioni pacchetti ‘all inclusive’ per serate che iniziavano nei locali della movida e si concludevano nelle camere di hotel. Gli indagati, secondo l’accusa, «avevano incentrato il proprio business sul reclutamento di donne, tra cui anche escort di professione, disponibili a partecipare agli eventi organizzati e pronte a rendere anche prestazioni di natura sessuale, successivamente remunerate, a favore di una clientela particolarmente facoltosa e disposta a spendere importanti cifre». Nessun calciatore risulta indagato nell’indagine della Guardia di Finanza, coordinata dalla procuratrice aggiunta Bruna Albertini.
Trump pronto a volare a Islamabad per firmare l’accordo con l’Iran?
Secondo fonti riservate, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump starebbe pianificando di recarsi personalmente a Islamabad entro giovedì 24 aprile per firmare un accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran. L’intesa, che sarebbe già stata negoziata nelle sue linee fondamentali attraverso canali riservati, prevedrebbe due pilastri: uno stop decennale al programma nucleare iraniano e un meccanismo di divisione dei proventi del transito commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz tra Washington e Teheran. Se confermato, si tratterebbe del colpo di scena più clamoroso dall’inizio della guerra Iran-Usa, il 28 febbraio scorso. Le stesse fonti indicano che Trump intenderebbe intestarsi personalmente il merito dell’accordo prima che la notizia trapeli attraverso altri canali. Questa sarebbe la sequenza prevista: lunedì sera Steve Witkoff e Jared Kushner partecipano al secondo round negoziale; tra martedì sera e mercoledì – allo scadere dell’ultimatum del 22 aprile – ci dovrebbe essere l’annuncio della Casa Bianca; giovedì Trump volerà in Pakistan per la firma.

A Islamabad la sicurezza è stata raddoppiata
A supportare questa indiscrezione intervengono elementi oggettivi e verificabili. Il più eloquente è il dispositivo di sicurezza, drasticamente superiore a quello approntato per la visita del vicepresidente JD Vance dell’11-12 aprile. Per il primo round — 21 ore di negoziato, 300 membri nella delegazione americana — il Pakistan aveva dispiegato circa 10 mila unità tra polizia e forze paramilitari. Per il secondo round la scala di grandezza è diversa: oltre 18 mila unità nella sola Islamabad, con 7 mila rinforzi dal Punjab, per un totale che, secondo l’agenzia statale cinese Xinhua, raggiunge le 20 mila unità nelle twin cities. A questi si aggiungono 400 commandos d’élite, un centinaio di cecchini sui tetti con coordinamento radio in tempo reale e 600 posti di blocco su tutti i punti di accesso. Le misure aggiuntive sono senza precedenti: sospensione totale del trasporto pubblico, privato e merci; chiusura di ristoranti, banche, palestre, ostelli; requisizione del Serena e del Marriott Hotel; università chiuse con lezioni online. L’aumento di uomini rispetto alla visita di Vance è dell’ordine del 100-150 per cento. Non si prepara un dispositivo simile per un inviato speciale: lo si prepara per un Capo di Stato.

Tre C-17 Globemaster III atterrati a Rawalpindi
L’altro segnale materiale è il tipo di aerei militari americani atterrati alla Nur Khan Airbase di Rawalpindi. Per il primo round era arrivato un singolo C-130 Hercules con il team avanzato di sicurezza, inclusi agenti del Secret Service e della CIA. Sabato 19 aprile, i dati di flight tracking documentano tre C-17 Globemaster III dell’USAF — il primo alle 8.30, il secondo alle 11.03, il terzo alle 14.40 — con un quarto in rotta. Un C-17 trasporta fino a 77 tonnellate: tre significano oltre 230 tonnellate di capacità, contro le 20 del singolo Hercules della settimana precedente. Nella prassi delle visite presidenziali all’estero, i C-17 trasportano i veicoli blindati della scorta, le apparecchiature di comunicazione sicura e il materiale logistico necessario a replicare un perimetro di sicurezza equivalente a quello della Casa Bianca. A questi si aggiungono, secondo un funzionario pakistano intervistato da MSNBC, quattro ulteriori voli con i nominativi del team avanzato del vicepresidente.

Il rebus Vance e il protocollo di continuità
L’indizio più pesante però è il balletto sulla partecipazione di JD Vance. Domenica, in poche ore, la Casa Bianca ha prodotto quattro versioni incompatibili. Al mattino, l’ambasciatore statunitense all’Onu Michael Waltz e il segretario all’Energia Chris Wright confermano la partenza. Mezz’ora dopo, Trump telefona a Jonathan Karl di ABC: Vance non va, il Secret Service non riesce a organizzare la sicurezza con 24 ore di preavviso. Novanta minuti più tardi, la portavoce rettifica: Vance andrà con Witkoff e Kushner. La spiegazione delle «24 ore insufficienti» è fragile: la stessa operazione era stata realizzata una settimana prima. La confusione trova invece una lettura coerente in un protocollo fondamentale della sicurezza americana: nella prassi consolidata dalla Guerra Fredda, fondata sulla National Security Presidential Directive 51, presidente e vicepresidente non devono trovarsi contemporaneamente nello stesso luogo all’estero. Il principio è la continuity of government: la dispersione geografica della leadership garantisce che la catena di comando resti intatta in caso di evento catastrofico. Se Trump vola a Islamabad, Vance deve rientrare. La danza delle dichiarazioni potrebbe riflettere una decisione presidenziale ancora in fieri.

Sul piatto la divisione dei proventi di Hormuz e lo stop decennale al nucleare
Lo stop decennale al nucleare rappresenterebbe un compromesso tra la proposta americana di 20 anni — respinta da Teheran e sgradita dallo stesso Trump — e la posizione iraniana, che rivendica il diritto sovrano all’arricchimento. Il revenue sharing su Hormuz sarebbe l’innovazione più radicale: durante il primo round lo Stretto era rimasto un nodo irrisolto. Trump venerdì scorso aveva ribadito dall’Air Force One che «non ci saranno pedaggi». Un accordo di divisione dei proventi, però, potrebbe consentire a entrambi di dichiarare vittoria. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha parlato domenica della volontà di Teheran di porre fine al conflitto «con dignità». La delegazione negoziale, tuttavia, è guidata dal presidente del Parlamento Bagher Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Le agenzie iraniane hanno formalmente rigettato il secondo round, ma fonti di Teheran hanno contemporaneamente riferito alla CNN l’arrivo di una delegazione a Islamabad per martedì. Il cessate il fuoco scade mercoledì 22: senza accordo o proroga, le ostilità riprenderebbero. Il sequestro della nave Touska da parte della USS Spruance e la minaccia di ritorsione dell’IRGC aggiungono volatilità. Al momento della pubblicazione, nessuna fonte ufficiale ha confermato una visita presidenziale a Islamabad. Lo scenario resta condizionale e la fluidità della situazione — testimoniata dal caos comunicativo della stessa Casa Bianca — lascia aperta la possibilità che i piani cambino nelle prossime ore. Ma ciò che appare difficilmente contestabile è che il dispositivo in fase di dispiegamento nella Capitale pakistana non è proporzionato alla visita di un inviato. Qualcuno, a Washington, si sta preparando per qualcosa di molto più grande.
Urto tra treni sulla Milano-Genova: ritardi fino a tre ore
Un urto tra un treno merci e un treno della linea S13 avvenuto tra le stazioni di Locate (Milano) e Certosa (Pavia) sta provocando pesanti ritardi alla circolazione ferroviaria lungo la linea Milano-Genova, inizialmente sospesa e ora in graduale ripresa. Rfi ha spiegato che si è trattato di un «leggero contatto» tra il regionale che procedeva a 30 km/h in uscita dalla stazione e il treno merci in sosta. Dopo aver visto quest’ultimo su un binario adiacente, il macchinista ha frenato immediatamente, senza riuscire a evitare lo sfregamento della prima carrozza con il cargo. L’incidente, avvenuto alle 8.20 di lunedì 20 aprile, non ha provocato alcuna conseguenza per i passeggeri del convoglio né per il personale Trenord, ma “solo” cancellazioni e ritardi sino a 200 minuti, con problemi sia per i treni regionali di Trenord che per quelli a lunga percorrenza di Trenitalia. È stato attivato un servizio di autobus sostitutivo tra le stazioni di Pavia e Certosa.
Musk convocato in tribunale a Parigi per gli abusi su X
Elon Musk è stato convocato a Parigi, dove gli inquirenti stanno indagando su presunte irregolarità legate a X, tra cui la diffusione di materiale pedopornografico e contenuti deepfake. Assieme a Musk è stata convocata per «coloqui volontari» anche Linda Yaccarino, ex amministratrice delegata di X (ha ricoperto tale ruolo da maggio 2023 a luglio 2025). Altri dipendenti della piattaforma saranno ascoltati come testimoni nel corso di questa settimana, fa sapere la procura di Parigi.

A febbraio è stata perquisita la sede francese di X
Musk è stato convocato a seguito di una perquisizione avvenuta a febbraio presso la sede francese di X, nell’ambito di un’indagine avviata a gennaio del 2025. «Questi colloqui volontari con i dirigenti hanno lo scopo di consentire loro di presentare la propria posizione in merito ai fatti e, ove opportuno, alle misure di conformità che intendono attuare», hanno dichiarato i procuratori: «In questa fase, lo svolgimento dell’indagine si inserisce in un approccio costruttivo, con l’obiettivo finale di garantire che la piattaforma X rispetti la legge francese, nella misura in cui opera sul territorio nazionale». Non è ancora chiaro se Musk e Yaccarino si recheranno a Parigi.

Quali sono i reati ipotizzati dagli inquirenti
Le autorità francesi hanno avviato un’indagine in seguito alle segnalazioni di un parlamentare, secondo cui algoritmi distorti sulla piattaforma X avrebbero probabilmente alterato il funzionamento di un sistema automatizzato di elaborazione dati. L’inchiesta si è poi ampliata dopo che il sistema di intelligenza artificiale della piattaforma, Grok, ha generato post negazionisti sull’Olocausto, reato punibile con la reclusione in Francia, e diffuso deepfake a sfondo sessuale. Gli inquirenti hanno ipotizzato i reati di “complicità” nel possesso e nella diffusione di immagini pornografiche di minori, deepfake a sfondo sessuale, negazionismo di crimini contro l’umanità e manipolazione di un sistema automatizzato di elaborazione dati nell’ambito di un’organizzazione criminale.
La sindrome cardiorenale metabolica
di Erika Noschese
Si è concluso ieri nel Vallo di Diano un vertice di fondamentale importanza dedicato alla gestione della sindrome cardiorenale metabolica, un incontro nato per definire una governance regionale finalmente condivisa e strutturata. Al dibattito ha partecipato attivamente la dottoressa Paky Memoli, responsabile della U.O.S.D. Coordinamento CAD e Rete Diabetologica presso il Centro Anti Diabete del Distretto 66 dell’ASL di Salerno, la quale ha sottolineato l’urgenza di un intervento sistemico contro una patologia che non colpisce più singoli organi in modo isolato. Questa sindrome rappresenta infatti una malattia complessa in cui i rischi metabolici, cardiovascolari e renali si intrecciano in un circolo vizioso che accelera il declino clinico dei pazienti, spesso anziani, portando a gravi eventi vascolari e a una gestione organizzativa estremamente onerosa. Il quadro nazionale descritto durante i lavori è allarmante, con circa 11 milioni di italiani colpiti da questa condizione. L’impatto sociale ed economico è devastante, con oltre 255.000 decessi annui e circa 900.000 ricoveri che gravano sulle casse dello Stato per una cifra vicina ai 37 miliardi di euro. Guardando al futuro prossimo, le proiezioni al 2030 sono ancora più critiche: a causa dell’invecchiamento della popolazione e della crescente diffusione dell’obesità, si attende un incremento dei casi superiore al 30%. Una pressione che l’attuale assetto del Sistema Sanitario Nazionale non appare in grado di reggere senza una profonda riforma strutturale che metta in comunicazione diretta gli ospedali con i presidi territoriali. Per rispondere a questa emergenza, la Regione Campania ha già iniziato a implementare modelli innovativi di presa in carico, puntando su strumenti come le botteghe di comunità e le farmacie dei servizi. L’ASL di Salerno si è distinta in questo panorama grazie a un progetto di proattività nella salute che trasforma la cura in una “medicina d’iniziativa”. Questo approccio non attende che il paziente arrivi in ospedale in fase critica, ma punta sulla prevenzione e sull’integrazione multidisciplinare delle competenze, creando percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA) che accompagnano il cittadino in ogni fase della malattia. L’attività di monitoraggio ha permesso di realizzare una mappatura dettagliata della popolazione nei 158 comuni della provincia salernitana. Attraverso una rigorosa stratificazione del rischio basata su età, genere e grado di urbanizzazione, l’azienda sanitaria ha potuto calibrare l’invio delle risorse. Un risultato tangibile di questo sforzo è l’attivazione delle botteghe di comunità in 29 piccoli comuni, tra cui realtà come Aquara, Bellosguardo, Ottati, Monteforte Cilento, Vallo della Lucania e Sant’Angelo a Fasanella. L’obiettivo è garantire a chi vive nelle aree interne la medesima qualità assistenziale di chi risiede nei grandi centri urbani, abbattendo le barriere geografiche che spesso limitano il diritto alla salute. Il modello presentato ieri si articola su tre livelli di prevenzione coordinati tra loro. Il primo coinvolge i medici di medicina generale nel monitoraggio primario, il secondo si affida alla competenza degli specialisti e il terzo vede l’azione di un team multidisciplinare capace di gestire le complicazioni più avanzate. Questo sistema integrato coinvolge attualmente circa 28.000 cittadini, i quali possono beneficiare non solo di cure dirette ma anche di programmi di educazione sanitaria e di servizi di telemedicina. Quest’ultima tecnologia è considerata il pilastro per assicurare equità e continuità nell’assistenza, permettendo ai professionisti del territorio di monitorare lo stato di salute dei pazienti in tempo reale e di intervenire tempestivamente, valorizzando così il tessuto sanitario locale e migliorando sensibilmente la qualità della vita dell’intera comunità.
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Dossier e spionaggio, perquisizioni a Roma nell’ambito delle indagini sulla Squadra Fiore
I carabinieri del Ros stanno eseguendo delle perquisizioni nell’ambito dell’inchiesta della procura di Roma sulla Squadra Fiore, un gruppo clandestino con ex appartenenti delle forze dell’ordine accusati di confezionare dossier. Le accuse contestaste sono accesso abusivo a sistema informatico, violazioni relative alla privacy ed esercizio abusivo della professione. Le perquisizioni riguardano anche il filone di indagine dello stesso procedimento in cui si procede per truffa e peculato a carico di ex appartenenti ai servizi.
Del Deo, ex vicedirettore del Dis, indagato per peculato
Al centro delle perquisizioni ci sarebbero due vicende. La prima è l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e la società dell’imprenditore Carmine Saladino a cui, tra il 2022 e il 2024, la principale agenzia italiana di controspionaggio avrebbe assegnato commesse dirette per oltre 39 milioni di euro per la fornitura di jammer, software di riconoscimento facciale, impianti di videosorveglianza. Il secondo filone di indagine è più specifico sugli spionaggi illeciti condotti dalla Squadra Fiore e coinvolge chi ne faceva parte. Coinvolgerebbe anche anche l’ex vicedirettore del Dis (Dipartimento delle informazioni sulla sicurezza) Giuseppe Del Deo e Samuele Calamucci, l’hacker legato all’altra società di spionaggio Equalize e una manciata di membri della squadra. Del Deo sarebbe indagato per peculato da 5 milioni di euro che, in base all’impianto accusatorio, affidava con contratti alla società amica Sind, gestita all’epoca dei fatti da Enrico Fincati, anch’egli indagato.
Ecco i candidati delle liste di De Luca
di Erika Noschese
Sono sette le liste a sostegno del candidato sindaco Vincenzo De Luca, che sarà appoggiato da A Testa Alta (la lista che sostituisce Campania Libera), Salerno per i Giovani, Progressisti per Salerno, Davvero Ecologia e Diritti, Insieme per Salerno, Cristiani Democratici e Avanti Salerno Psi. Le liste storiche di riferimento deluchiano sono ormai quasi complete, con poche caselle ancora da riempire. Tra i candidati di A Testa Alta figurano la vicesindaca uscente Paky Memoli, l’assessore al Turismo uscente Alessandro Ferrara, Marcello Murolo, nipote di Mimmo De Maio (che ha scelto di non ricandidarsi), l’avvocato Rosaria Striano, Giuseppe Zullo, il consigliere uscente Salvatore Telese, Fabio Piccininno, Debora Quaranta, Pasquale Criscito, Matteo Voccia, Luca Giannattasio, Sara Costante, Nicola Pastore, Saturnino Mulinaro, Loredana Gasparri, Pina Esposito, Carminia Marina Ingenito, Felice Santoro, Deborah Capuano e Chiara Di Napoli. Per Salerno per i Giovani sono in campo l’assessore uscente Paola Di Roberto e i consiglieri uscenti Horace Di Carlo, Gianluca Memoli e Fabio Polverino. Tra le new entry, invece, Marco Mazzeo, Enzo Gallo, Samson Neculai, Carmen Tisci, Gianpietro Pastore, Gianni Fiorito, Umberto Caso, Antonio Luca De Rosa, Matteo Perruso, Mimmo Napoli, Raffaella Cilumbriello, Alfonso Pagano, Laura Sapere e Italia Di Tella. Quasi completa anche la lista Progressisti per Salerno, che schiera l’assessore uscente Dario Loffredo e i consiglieri uscenti Luca Sorrentino, Antonio Fiore, Alessandra Francese, Eva Avossa, Angelo Caramanno e Vittoria Cosentino. Tra gli assessori uscenti spicca anche Rocco Galdi, mentre tornano in campo Nino Savastano e Veronica Mondany (già consigliera comunale in quota Psi). Completano il quadro Massimo Ronca, Annarita Coscarelli, Caterina Verrone, Vincenzo D’Amato, Teresa Senatore, Enzo Marra, Valeria Caggiano, Fiorinda Stieven, Adriana Amendola, Oscar Adinolfi, Alfonso Sparano, Barbara Scuoppo, Chiara Tancredi, Angelo Somma e Titti Ferraioli. Work in progress per Davvero Ecologia e Diritti, che riparte dal consigliere uscente Antonio Carbonaro e ufficializza le candidature di Giacinto Iannuzzi, Eugenio Gammaldi, Gerardo Del Guacchio e Maria Marsicano. Tra le novità figura Cristiani Democratici, lista nata da Giuseppe Zitarosa, Barbara Figliolia e Gaetana Falcone dopo l’addio ai Popolari e Moderati di Armando Zambrano. In lista: Ima Caracciuolo, Rosaria Petrosino, Ivan Petrosino, Giovanni D’Avenia, Anna Maria Cerrato e Sonia Napoli. Per Avanti Salerno Psi sono in campo gli uscenti Massimiliano Natella, Filomeno Di Popolo e Tonia Willburger. Tra i nuovi volti compaiono Licia Claps (già candidata nella precedente tornata elettorale), Francesco Iandiorio, Francescopio Greco, Simona Calzaretti, Michela Parisi, Gabriele Guarini, Vincenzo Caserta, Mirella Milite, Stefania De Martino e Mirko Bove. Sono quasi pronte anche le liste dei competitor. Gherardo Maria Marenghi può contare su quattro liste a suo sostegno, dopo l’addio di Forza Salerno ad Armando Zambrano: Fratelli d’Italia, Forza Italia, Prima Salerno e Noi Moderati. Per Fratelli d’Italia sono in campo Ciro Giordano (consigliere uscente), Marco Rampolla, Ersilia Trotta, Gilda Timpanaro, Marilena Gaeta, Alexander Ugo Pisapia, detto Alex, e Pietro Vuolo (coordinatore cittadino). Prima Salerno riparte dall’uscente Dante Santoro e schiera, tra gli altri, Elisa Lambiase, Guido Sessa e Annalisa Parente. Per Forza Italia, invece, i nomi sono Martina Manzo, Luca Esposito, Sarel Malan, Gerardo Postiglione, Gianluigi Montoro e Davide Guarini. Tra i candidati al Consiglio comunale per Salerno Migliore, la civica che fa riferimento ad Alessandro Turchi, figurano Maurizio Falcone, Nando De Martino, Nicola Annunziata, Rossana Tomeo e Paola Coppola. Tre le liste a sostegno di Franco Massimo Lanocita: Lanocita Sindaco, Movimento 5 Stelle e Sinistra Italiana. Con il Movimento 5 Stelle, tra i primi candidati ci sono Claudio D’Elia, Claudio Russolillo, Federica De Martino, Alessia Fernicola, Nadia Bassano, Melania Izzo, Chiara Criscuolo ed Elio Sparano. Per Sinistra Italiana, invece, figurano il consigliere uscente Rino Avella, Giusy Parlavecchia, Gianluca De Martino e Massimo De Crescenzo. Dovrebbero essere tre anche le liste a sostegno di Armando Zambrano. Tra queste Oltre in Azione, che schiera gli uscenti Donato Pessolano e Corrado Naddeo, il già consigliere comunale Peppe Ventura e Paolo Intennimeo. Presente anche Noi Popolari Riformisti, con Alessio Volpe e Patrizia Santoro.
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Libano, soldato israeliano vandalizza una statua di Gesù: le scuse dell’IDF
L’esercito di Israele è stato costretto a scusarsi dopo la diffusione sui social media della foto di un soldato dell’IDF intento a colpire con una mazza la testa una statua di Gesù, caduta da una croce nel sud del Libano.
19 aprile 2026, Israele – Liban
— LadyAfro17
SOLDATO ISRAELIANO ABBATTE SCULTURA DI GESÙ
Un soldato israeliano ha abbattuto e distrutto una scultura di Gesù Cristo sul crocifisso con una mazza da demolizione nel sud del Libano.#19aprile #20aprile #Israel#Libano #Medioriente #Gesú… pic.twitter.com/IMEWhUWXR1(@LadyAfro17) April 19, 2026
L’IDF: «Saranno presi provvedimenti adeguati»
L’IDF, dopo aver appurato l’autenticità della fotografia (scattata nel villaggio cristiano di Debl), ha affermato che «la condotta del soldato è totalmente incompatibile con i valori» delle forze armate di Tel Aviv, aggiungendo che «saranno presi provvedimenti adeguati nei confronti dei responsabili, in base agli esiti dell’indagine». L’esercito israeliano «sta collaborando con la comunità per il ricollocamento della statua al suo posto», si legge inoltre nel post. E poi: «Le IDF operano per smantellare l’infrastruttura terroristica creata da Hezbollah nel Libano meridionale e non hanno alcuna intenzione di danneggiare infrastrutture civili, inclusi edifici religiosi o simboli religiosi».
Following the completion of an initial examination regarding a photograph published earlier today of an IDF soldier harming a Christian symbol, it was determined that the photograph depicts an IDF soldier operating in southern Lebanon.
— Israel Defense Forces (@IDF) April 19, 2026
The IDF views the incident with great… https://t.co/U6P3x8KWBb
Gideon Sa’ar, ministro degli Esteri di Israele, si è detto «fiducioso che verranno presi i necessari provvedimenti severi contro chiunque abbia compiuto questo vile gesto», che va contro i valori dello Stato ebraico, «che rispetta le diverse religioni e i loro simboli sacri e promuove la tolleranza e il rispetto reciproco tra le fedi».
Bene il ministro degli Esteri israeliano Saar che ha condannato con grande fermezza, annunciando provvedimenti disciplinari, il grave atto compiuto da un soldato dell’Idf che distrugge a martellate una statua di Gesù in un villaggio cristiano nel Sud del Libano. Un violento… pic.twitter.com/mVNJtNBD88
— Antonio Tajani (@Antonio_Tajani) April 20, 2026
Tajani: «Violento accanimento contro i cristiani»
«Il danneggiamento di un simbolo religioso cristiano da parte di un soldato dell’Idf nel sud del Libano è un atto grave e vergognoso. Mi congratulo con l’Idf per la loro dichiarazione, per aver condannato l’accaduto e per aver avviato un’indagine», ha scritto Antonio Tajani su X. E poi: «Un violento accanimento contro i cristiani che in Medio Oriente rappresentano uno strumento di pace. Un episodio inaccettabile che auspichiamo non si ripeta mai più. Profanare i simboli del cristianesimo, dell’ebraismo e dell’Islam non è una manifestazione di forza ma solo di debolezza, contraria a tutti i principi in favore della libertà e del dialogo interreligioso».
Sospeso lo sciopero degli autotrasportatori dopo l’investimento di un camionista
Era da poco iniziato in tutta Italia lo sciopero nazionale degli autotrasportatori, proclamato per protestare contro il caro carburante, quando un camionista, impegnato nella protesta, è stato investito e ucciso da un’auto sulla A1 in provincia di Caserta. A seguito dell’episodio, Trasportounito (che aveva indetto l’agitazione) ha deciso di sospendere lo sciopero che avrebbe dovuto durare fino al 25 aprile. La protesta, proclamata nonostante le valutazioni della commissione Garanzia sciopero, avrebbe messo a rischio la logistica e la distribuzione delle merci con un possibile aumento dei prezzi al consumo per gli utenti finali. Se l’adesione fosse stata massiccia, si sarebbe infatti rischiato un vero e proprio blackout della logistica in Italia, dove la gran parte delle merci si muove proprio su gomma, con ripercussioni sulla disponibilità di materie e materiale.
Longo: «Crisi senza precedenti»
«L’aumento nel costo dei carburanti ha fatto deflagrare una crisi di una gravità senza precedenti. E ciò accade nella totale latitanza delle istituzioni e del ministero competente», aveva dichiarato il segretario generale di Trasportounito, Maurizio Longo, nell’indire lo sciopeo. «Paradossalmente l’unica istituzione che ha prestato attenzione all’autotrasporto è la commissione Sciopero dei servizi pubblici essenziali che ha in modo reiterato provato a frapporre ostacoli a un fermo che è lo specchio di una imprenditoria ormai soffocata dai debiti e avviata inesorabilmente sulla strada del fallimento».
Euroscettico e filorusso: chi è Rumen Radev, vincitore delle elezioni in Bulgaria
Le elezioni bulgare (le ottave in cinque anni) hanno visto il trionfo dell’ex presidente Rumen Radev, euroscettico e filorusso, che col suo partito Bulgaria Progressista ha ottenuto la maggioranza assoluta dei 240 seggi in Parlamento: questo gli permetterà di governare senza allearsi con nessuno, contrariamente a quanto facevano presumere prima i sondaggi e poi gli exit poll.

Radev è stato presidente della Bulgaria dal 2017 all’inizio del 2026
Nato a Dimitrovgrad nel 1963, Radev ha un passato nell’Aeronautica Militare bulgara: è stato infatti un pilota di caccia, raggiungendo il grado di generale. Nel 2016, scelto dal Partito Socialista Bulgaro e da Alternativa per la Rinascita Bulgara come candidato indipendente per le elezioni presidenziali, vinse al ballottaggio contro Tsetska Tsacheva. Confermato nel 2021 (vince contro Anastas Gerdzhikov), non potendo riproporsi alla presidenza a causa del limite costituzionale di due mandati consecutivi, si è dimesso da capo di Stato a gennaio 2026, in modo da potersi candidare a primo ministro.

La figura di Radev è molto simile a quella di Orban: un assist per Putin
Radev ha vinto dopo una campagna elettorale all’insegna della promessa di una dura lotta alla corruzione e allo smantellamento delle oligarchie che controllano la Bulgaria, messaggi che hanno attecchito soprattutto tra gli elettori più anziani e nelle aree rurali. L’elezione di Radev solleva però interrogativi a livello Ue: critico nei confronti dell’Unione europea (e anche dell’euro, entrato in vigore nel Paese quest’anno), il nuovo primo ministro bulgaro è contrario agli aiuti militari all’Ucraina e favorevole alla riapertura di un dialogo con la Russia. Si tratta, insomma, di una figura molto simile a quella di Viktor Orban: dopo la sconfitta politica dell’alleato ungherese, Vladimir Putin potrebbe aver trovato nel bulgaro Radev una nuova opportunità di influenza all’interno dell’Ue. «Credetemi, una Bulgaria forte e un’Europa forte hanno bisogno di pensiero critico e pragmatismo. L’Europa è caduta vittima della propria ambizione di essere un leader morale in un mondo con nuove regole», ha dichiarato Radev dopo la vittoria.
Agropoli, corteo pro ospedale: la carica dei 3mila
di Arturo Calabrese
Oltre 3mila persone di nuovo in strada ad Agropoli. Dopo il corteo dell’8 agosto 2025, ieri pomeriggio i cilentani sono scesi ancora per le vie cittadine con l’obiettivo di portare all’attenzione delle istituzioni la riapertura dell’ospedale e del pronto soccorso. Ad organizzare la marcia è stato il comitato che, da quella calda giornata agostana, ha preso le mosse. In preciso ordine alfabetico, sono tre i “primus inter pares”, registi dell’evento: Giuseppina “Gisella” Botticchio, Nicola Botti e Francesco Voso.
Con loro, una serie di attivisti e volontari che non hanno voluto far mancare la propria presenza, mettendosi in gioco per ottenere la tanto agognata riapertura. Tra i manifestanti, anche Antonio Corrado “Pigiamino” Mancino che, nella notte tra sabato e domenica, ha cominciato una sua personale battaglia incatenandosi ai cancelli del nosocomio e rivolgendosi, nell’ordine, al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al presidente della Regione Roberto Fico.
Il corteo ha preso il via dalla piazza antistante al Comune per poi proseguire su viale Europa e percorrere l’intera via Pio X, arterie centralissime, per poi terminare davanti alla struttura, dove si è tenuto un momento di confronto tra le istituzioni. Presenti la senatrice Felicia Gaudiano, il deputato Attilio Pierro e il consigliere regionale Mimì Minella. Assente giustificato, perché impegnato a Salerno per vicende politiche che si possono leggere su altre pagine di questo quotidiano, l’omologo Roberto Celano, che nelle scorse settimane ha presentato un’interrogazione consiliare finalizzata a comprendere la reale volontà di destinare le risorse necessarie all’ospedale. Folta la presenza di primi cittadini.
Oltre al padrone di casa Roberto Antonio Mutalipassi, che dal palco ha preso la parola in rappresentanza dei colleghi, c’erano i primi cittadini di Giungano, anche lui intervenuto, di Castellabate, di Scafati, di Capaccio Paestum, di Cicerale, di Prignano Cilento, di Trentinara. Vice sindaci o rappresentanti per Ogliastro Cilento, Laureana Cilento, Montecorice, Roccadaspide.
Molto critico Orlotti: «Tante promesse in questi anni, ma ad oggi siamo di nuovo qui a marciare e protestare. Non dobbiamo fare un discorso di destra o di sinistra, di colore bianco o nero – le sue parole – la salute del popolo non può essere paragonata a tutto questo. Adesso si riapra l’ospedale quanto prima, senza più scuse. La Regione deve ascoltarci e, se non si farà nulla, siamo pronti ad andare in maniera pacifica a Napoli per far sentire la nostra voce».
Il primo cittadino agropolese, dal canto suo, ha ribadito il continuo impegno per il nosocomio. «Con la senatrice Gaudiano – ha detto – abbiamo preparato un fascicolo che è sulla scrivania di Fico. Come tutti, anche noi vogliamo che l’ospedale sia riaperto e ce la metteremo tutta affinché sia davvero così».
Pasquale Aliberti non ha partecipato agli interventi finali ma è stato presente alle prime battute: «Non servono più chiacchiere, la chiusura dell’ospedale, come quella di Scafati, rappresenta il fallimento della sanità – ha fatto sapere – ho partecipato perché credo che la sanità di questa provincia vada pianificata, mettendo insieme amministratori e competenze del territorio. Ho letto sui volti della gente la disperazione di chi la notte scorsa si è incatenato davanti all’ospedale per una tragedia familiare che aveva vissuto e di cui mi ha parlato». Il popolo, poi, grande protagonista.
Senza giri di parole urlava la richiesta di un ospedale funzionante. «Manifesto per i miei genitori – dice la giovane Annamaria Calì – ma anche per i miei e i nostri futuri figli».
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Si stringe per completare la squadra governo, resta il nodo Consob
Potrebbe essere quella di mercoledì 22 aprile 2026 la data buona per chiudere la vicenda delle poltrone ancora vacanti nel governo, tra cui quelle dei sostituti di Andrea Delmastro alla Giustizia (le deleghe per ora sono distribuite tra Francesco Paolo Sisto di Forza Italia e Andrea Ostellari della Lega) e del neo-ministro Gianmarco Mazzi alla Cultura. Sei le caselle che, a conti fatti, possono essere nuovamente riempite. Il dossier si intreccia con quello per la guida della Consob dove, in attesa di alcuni approfondimenti, resta in pole il nome del sottosegretario al Mef Federico Freni.
Le poltrone vacanti
I rumors danno per probabile un ingresso di Paolo Barelli al ministero per i Rapporti con il Parlamento. In un dicastero senza portafogli non ci sarebbe, infatti, il tema dell’incompatibilità con il suo ruolo alla guida della Fin. L’esponente di FI potrebbe, dunque, affiancare l’altra azzurra Matilde Siracusano e la leghista Giuseppina Castiello, ma è da capire se in qualità di viceministro o terzo sottosegretario. Oltre alla poltrona lasciata vacante da Delmastro, restano da coprire quelle all’Università di Augusta Montaruli, di Vittorio Sgarbi alla Cultura e ancora di Massimo Bitonci e Giorgio Silli. Nel complesso, si tratta di tre caselle in quota Fratelli d’Italia, una Lega e una Forza Italia.
Il nodo Consob
Nel mosaico degli incarichi entra poi anche la questione Consob. Come anticipato, in pole per la guida dell’autorità di controllo della Borsa c’è il nome del sottosegretario Freni, sul quale però sarebbe in corso un approfondimento visto che, come componente del Mef, è tra gli autori della riforma del mercato dei capitali. Da fonti di maggioranza vicine al dossier si fanno comunque notare diversi precedenti di componenti dell’esecutivo passati all’autorità, dall’uscente Paolo Savona a Giuseppe Vegas, che aveva anche le stesse deleghe attualmente detenute da Freni. In tutti e due i casi – si evidenzia – l’Antitrust, che valuta le incompatibilità ai sensi della legge Frattini, ha ritenuto che la norma non si applicasse alle autorità indipendenti. Qualora Freni fosse nominato alla Consob, a sostituirlo al Mef ambirebbe l’attuale sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon che, a sua volta, potrebbe lasciare il suo incarico all’azzurra Chiara Tenerini.
Caos nel centrodestra, a Salerno e Pagani. Le rinunce
di Erika Noschese
Una giornata lunga, iniziata nelle prime ore del mattino e conclusa solo in tarda serata, segna un punto di svolta negli equilibri del centrodestra campano. Il dato politico è chiaro: Forza Italia rientra pienamente nella coalizione e lo fa tornando sul nome di Gherardo Maria Marenghi, archiviando di fatto l’esperienza di Armando Zambrano, la cui candidatura appare ora svuotata di significato e sempre più a rischio ritiro. Il primo segnale arriva già in mattinata con il vertice tra Edmondo Cirielli e Fulvio Martusciello, che certifica un “clima nuovo di collaborazione” e soprattutto la volontà di ricomporre il centrodestra in tutti i comuni al voto, a partire da Salerno e Avellino. Un passaggio tutt’altro che formale: dietro quella formula si consuma il riavvicinamento politico che riporta Forza Italia nell’alveo della coalizione. Nel pomeriggio l’intesa prende forma concreta con un documento sottoscritto da Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati. Non solo vengono definite le candidature per le amministrative imminenti — con Marenghi a Salerno e Nargi ad Avellino — ma si compie anche un passo ulteriore: l’accordo si proietta già sulle sfide del prossimo anno, in particolare su Napoli e sulle sue municipalità. “C’è l’intesa nel ricomporre il centrodestra in ogni comune al voto”, si legge nella nota sottoscritta dal senatore Antonio Iannone (Fratelli d’Italia), l’onorevole Fulvio Martusciello (Forza Italia), Aurelio Tommasetti (Lega)e Gigi Casciello (Noi Moderati). Partendo dai capoluoghi di provincia: Avellino (la candidata sarà Laura Nargi) e Salerno (il candidato sarà Gherardo Maria Marenghi), dove l’unità è considerata imprescindibile, e per finire ai comuni sopra i 15mila abitanti chiamati al voto. L’incontro tra i responsabili regionali di Fratelli D’Italia, Forza Italia, Lega, Noi Moderati – fanno sapere dalla coalizione – si è svolto in un clima costruttivo, “dovuto anche alla consapevolezza delle sfide in programma e alla conferma degli accordi già fatti che vedono in capo a Forza Italia la responsabilità di indicare il candidato sindaco di Napoli e 4 presidenze di Municipalità, mentre le rimanenti 6 presidenze vedranno la rappresentanza degli altri tre partiti al tavolo, del Comune di Caserta per la Lega e di Benevento per FdI. C’è un clima nuovo di collaborazione anche in vista delle future elezioni politiche che necessitano assolutamente di unità anche al livello comunale. Per questa ragione la riunione è stata allargata ai segretari provinciali di Salerno e Avellino, per declinare la definizione specifica del quadro politico scaturito di piena unità del centrodestra. Sulla Regione gli esponenti apicali del centrodestra riconoscono che Forza Italia deve avere la giusta visibilità e responsabilità politica scaturita da un grande risultato ottenuto alle ultime elezioni regionali con la valorizzazione dei consiglieri regionali Errico e Minella”, hanno aggiunto. Dopo l’incontro tra i coordinatori regionali, Martusciello ha convocato i candidati al consiglio comunale di Salerno e, come facilmente prevedibile, non sono mancate polemiche e attacchi al segretario regionale. A prendere di mira Martusciello Leonardo Gallo, già consigliere comunale e oggi nuovamente in campo. Poi, l’intervento dell’avvocato Sarel Malan, avvocato cassazionista e Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Salerno: “Le scelte assunte da Forza Italia in queste ore si collocano in un percorso di chiarezza e coerenza politica, nel solco dell’unità del centrodestra già consolidata a livello nazionale. Mi riconosco pienamente nel progetto di Forza Italia e nella linea indicata dai suoi dirigenti nazionali, regionali e provinciali, che hanno lavorato per una sintesi politica solida e credibile – ha dichiarato Malan a margine dell’incontro – La mia candidatura nasce all’interno di questo percorso e si sviluppa nel rispetto delle scelte del partito, che rappresenta per me una comunità politica prima ancora che un contenitore elettorale. In questa cornice, sosterrò con convinzione il candidato sindaco Gherardo Marenghi, contribuendo con il mio impegno e la mia esperienza. Restano centrali i temi sui quali ho impostato la mia presenza in questa campagna: vivibilità urbana, rilancio del commercio, sicurezza, attenzione ai giovani e alla sanità. È su questi obiettivi che intendo offrire il mio contributo, con serietà e senso di responsabilità. Oggi il centrodestra si presenta unito: è da questa unità che può nascere una proposta di governo credibile per Salerno”. La proposta di Martusciello. I candidati al consiglio comunale hanno più volte evidenziato le spese sostenute in questi giorni di campagna elettorale. Il segretario regionale si è detto disponibile ad aprire un fondo straordinario per rimborsare i candidati di quanto pagato fino ad oggi. Una proposta che sarebbe stata accolta favorevolmente ma, a quanto pare, non approvata. Gli azzurri perdono pezzi. Il cambio in corso d’opera, a pochi giorni dalla presentazione delle liste, non ha risparmiato colpi di scena. Nel corso della riunione, infatti, qualcuno avrebbe ipotizzato di fare un passo indietro. Tra questi, la preside del Progafri, Carmela Santarcangelo, che avrebbe espresso non poche perplessità. Ad ufficializzare il passo indietro, invece, Gianluigi Montoro che, attraverso un post sui social, fa sapere: “A seguito degli ultimi, inaspettati sviluppi relativi alle scelte sulla composizione della coalizione e all’individuazione del candidato sindaco, ritengo che i miei valori di coerenza, integrità e rettitudine non mi consentano di proseguire nel percorso politico intrapreso. Continuare significherebbe sostenere una narrazione diversa da quella in cui credevo al momento della presentazione della mia candidatura, e questo non è in linea con il mio modo di intendere l’impegno pubblico”. Da qui la decisione di ritirare la candidatura. Lo scenario a Pagani. La ritrovata intesa del centrodestra mette in difficoltà anche la città di Pagani, dove Forza Italia dovrebbe sostenere la candidatura di Nicola Campitiello, cognato del viceministro Edmondo Cirielli. Una scelta mal digerita da Massimo D’Onofrio, il candidato inizialmente individuato dagli azzurri, che con un post sui social non ha risparmiato attacchi: “Nella mia vita mi sono piegato solo due volte: davanti a Dio e davanti alla bara di mia madre. Non mi piegherò davanti a nessun potere, a nessun compromesso, a nessuna logica che tradisce la dignità delle persone”, ha detto. A perdere, su Pagani, sembra però essere il partito: stando a quanto raccontato da D’Onofrio, i candidati avrebbero confermato la loro fiducia. “Al di là dei simboli, la squadra rimane compatta e motivata. Stasera (ieri per chi legge, ndr) ho ricevuto una commovente attestazione di stima da tutte le amiche e da tutti gli amici delle nostre quattro liste: andiamo avanti tutti insieme per il nostro progetto per Pagani – ha detto –. Possono toglierci tutti i simboli che vogliono, ma non la nostra dignità e l’amore per la città. Grazie a tutti, mi avete dato ancora più forza e motivazioni”. Intanto, alcuni candidati della lista di Forza Italia, a poche ore dalla notizia dell’intesa nel centrodestra, hanno dovuto coprire i manifesti elettorali che già da qualche giorno tappezzavano la città.
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Libia tra gas e fondo sovrano: il fronte cruciale dimenticato dall’Italia
Mentre l’attenzione mondiale è concentrata sulla guerra in Iran e la sua appendice in Libano, c’è un altro fronte che per l’Italia è altrettanto importante, anzi sempre più cruciale, anche se dimenticato per ignavia: la Libia.
I nuovi giacimenti sono un’opportunità energetica per l’Italia
Il 16 marzo l’Eni ha annunciato la scoperta di giganteschi giacimenti di gas al largo delle coste libiche, complessivamente stimati in oltre 28 miliardi di metri cubi. La vicinanza alle esistenti strutture estrattive di Bahr Essalam, il maggiore campo offshore del Paese, in attività dal 2005, consentirebbe lo sfruttamento in tempi record. Ciò fornirebbe un cospicuo flusso di entrate di cui la Libia ha un disperato bisogno, oltre a risolvere quasi tutti i problemi di approvvigionamento energetico dell’Italia (e in parte di qualche altro grande Paese europeo) per le prevedibili turbolenze future, senza dover strisciare ai piedi di Vladimir Putin.

Il portafoglio della Libyan Investment Authority congelato dalle Nazioni Unite
Analogamente cruciale per la stabilità e lo sviluppo economico della Libia è il suo fondo sovrano, la Libyan Investment Authority (Lia), dotato di un considerevole patrimonio, stimato in circa 76 miliardi di dollari. Gran parte del portafoglio della Lia venne congelato nel 2011 dalla Risoluzione 1970 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, adottata durante le fasi più acute della guerra civile per proteggere gli asset accumulati durante il regime di Muammar Gheddafi da mala gestio, appropriazioni indebite o saccheggio da parte di fazioni o bande. A distanza di 15 anni, data la perdurante instabilità, la maggior parte delle attività della Lia rimane soggetta a rigidissime sanzioni.
Risorse che sarebbero fondamentali per lo sviluppo del Paese
Queste risorse sarebbero fondamentali per la ricostruzione e lo sviluppo del Paese, invece vengono lentamente dilapidate perché la risoluzione dell’Onu, stolidamente rigida, impedisce di investirle in modo utile. Addirittura, il management della Lia non può nemmeno rinnovare le obbligazioni in scadenza, per la felicità delle banche depositarie dei conti correnti congelati su cui pagano interessi ridicoli.
L’alto profilo internazionale che può sbloccare lo stallo
Ora si presenta un’opportunità di smuovere le acque. Il mandato dei vertici della Lia è scaduto. La scelta del nuovo ceo e delle altre cariche apicali è stata finora bloccata da veti incrociati del governo di Tripoli e di quello della Cirenaica che si contendono il potere nella nostra ex colonia. Al momento esistono due consigli di amministrazione nominati dai due governi rivali. Ciascuno afferma la propria legittimità, denunciando l’altro come usurpatore. Tuttavia, dalla confusione sta emergendo una candidatura che potrebbe sbloccare l’impasse e riportare la Lia a essere un’istituzione nazionale. Si tratta di Yusser Al-Gayed, personalità di vastissima esperienza internazionale coltivata tra Banca mondiale, Nazioni Unite, Chatham House, autorità di regolamentazione internazionali e organizzazioni non governative attive in materia di governance.

Un’esperienza così sarebbe preziosa per un’organizzazione costretta a operare nell’ambito di uno dei regimi sanzionatori più complessi al mondo. La gestione dei beni congelati richiede un coordinamento costante con i governi stranieri, le autorità giudiziarie, i partner finanziari globali e i vari stakeholder libici.
Una posizione neutrale tra i potentati dell’Est e dell’Ovest
Un’altra freccia nella faretra di Al-Gayed è la sua appartenenza alla componente indigena berbera del Paese, gli Imazighen, concentrata soprattutto in aree come Zuara e i monti Nafusa. Rappresentano una minoranza significativa con una forte identità linguistica e culturale di cui chiedono il riconoscimento costituzionale. Nella guerra civile hanno assunto una posizione sostanzialmente neutrale tra i potentati dell’Est e dell’Ovest. Il governo italiano avrebbe tutto da guadagnare se fornisse il suo appoggio a una tale scelta di alto profilo. Segnalerebbe una svolta decisiva verso una gestione professionale del fondo sovrano libico la cui leadership deve assicurare il massimo livello di competenza professionale e trasparenza.
Il più grande ostacolo del fondo alla credibilità internazionale
Per anni l’Ufficio di revisione contabile libico ha pubblicato rapporti che evidenziavano conflitti di interessi sistemici, sprechi fiscali e violazioni flagranti della governance, ma che sono stati accolti dal totale silenzio istituzionale. Al contrario, Al-Gayed è stato un critico feroce, dichiarando pubblicamente che la Lia a tutt’oggi non soddisfa gli standard di governance e di controlli interni che si era impegnata ad adottare circa 10 anni fa. Questo divario tra i proclami e la realtà operativa rimane il più grande ostacolo del fondo alla credibilità internazionale. E all’uso delle sue risorse a beneficio della popolazione.
Guerra in Iran, incognite sul nuovo round di negoziati a Islamabad
Donald Trump ha annunciato la ripresa – lunedì – dei negoziati a Islamabad, tornando a minacciare l’Iran: «Offriamo un accordo equo, accettino o distruggeremo ogni singola centrale elettrica e ogni singolo ponte in Iran», ha tuonato il presidente Usa. «Nessun colloquio finché rimarrà in vigore il blocco navale statunitense», aveva messo in chiaro Teheran. Anche resta aperto uno spiraglio: se dagli Usa arriveranno «segnali positivi», l’Iran potrebbe inviare una delegazione di negoziatori in Pakistan, ha dichiarato ad Al Jazeera il presidente della Commissione Parlamentare iraniana sulla Sicurezza Nazionale, Ebrahim Azizi. CENTCOM intanto ha diffuso sui social un video della nave iraniana catturata dagli Usa dopo il tentativo di forzare il blocco dello Stretto di Hormuz.
U.S. Marines depart amphibious assault ship USS Tripoli (LHA 7) by helicopter and transit over the Arabian Sea to board and seize M/V Touska. The Marines rappelled onto the Iranian-flagged vessel, April 19, after guided-missile destroyer USS Spruance (DDG 111) disabled Touska’s… pic.twitter.com/mFxI5RzYCS
— U.S. Central Command (@CENTCOM) April 20, 2026
La nave mercantile iraniana Touska è stata catturata dalla Marina statunitense mentre stava tentando di forzare il blocco navale imposto da Washington ai porti iraniani. «Ha cercato di violare il nostro blocco marittimo e ne ha pagato il prezzo», ha scritto Trump sul social Truth. Intercettata da un cacciatorpediniere statunitense nel Golfo dell’Oman, alla Touska è stato intimato di fermarsi, ma al rifiuto dell’equipaggio, la nave da guerra l’ha disabilitata aprendo il fuoco sulla sala macchine. In risposta, come riporta l’agenzia Tasnim vicina ai pasdaran, l’Iran ha lanciato droni contro alcune navi statunitensi.
U.S. Central Command (CENTCOM) has released video of the interdiction of the motor vessel Touska in the Northern Arabian Sea by the U.S. Navy Arleigh Burke-class guided missile destroyer USS Spruance (DDG-111). The video contains audio of the USS Spruance giving warnings to the… pic.twitter.com/bAoxgUFpgB
— OSINTdefender (@sentdefender) April 19, 2026
Teheran ha definito l’accaduto un atto di «pirateria armata». Il portavoce dello Stato Maggiore iraniano ha affidato a Telegram una nota ufficiale in cui assicura che «le forze armate della Repubblica islamica dell’Iran reagiranno presto e adotteranno misure di rappresaglia contro questo atto e contro l’esercito americano». L’Iran ha accusato gli Stati Uniti di aver «violato il cessate il fuoco di due settimane» in vigore dall’8 aprile.
Barbara Figliolia: Dare fiducia ai giovani
di Mario Rinaldi
Comincia la campagna elettorale dell’ex consigliera comunale, Barbara Figliolia, candidata nelle fila dei “Cristiani Democratici” a sostegno del candidato sindaco Vincenzo De Luca. Probabilmente, era già iniziata da un po di tempo.
La sensazione è che in questi giorni frenetici che precedono il termine ultimo per la presentazione delle liste, la competizione entra sempre più nel vivo. E ad animarla sono proprio loro, i candidati al consiglio comunale. Un esercito di centinaia tra uomini e donne pronti a darsi battaglia sul campo elettorale, ma nel pieno rispetto di regole morali e di educazione l’uno nei confronti dell’altro.
Come procede la campagna elettorale? Tra qualche giorno si entrerà nel vivo della competizione.
“Questa campagna elettorale per me ha un significato diverso: è la mia seconda candidatura. Non è più solo entusiasmo, è anche coraggio e maggiore consapevolezza.
So cosa vuol dire metterci la faccia, assumersi responsabilità e restare accanto alle persone anche oltre i momenti elettorali. E adesso si entra davvero nel vivo, con ancora più determinazione”.
Lei come pensa di impostarla?
“La imposterò partendo da quello che ho già dimostrato e da quello che voglio continuare a costruire. Non riparto da zero: riparto dall’esperienza, dall’ascolto fatto in questi anni, dal rapporto costruito con il territorio. Sarà una campagna vera, concreta, fatta di presenza e coerenza”.
Che sensazioni sta avendo in questi giorni camminando per le strade di Salerno?
“A Salerno si respira attenzione, ma anche tanta esigenza di risposte vere. Le persone sono stanche delle parole vuote: chiedono serietà, concretezza e presenza. È una sfida, ma anche una grande occasione per dimostrare che la politica può essere diversa. Camminando per Salerno sento tanta preoccupazione, ma anche speranza.
Sentono il bisogno di essere ascoltati, di non essere lasciati soli e di avere validi punti di riferimento. E questo ti tocca, ti responsabilizza ti ricorda perché hai scelto di esserci”.
Manca poco alla presentazione delle liste. La vostra é pronta?
“Sì, la lista è pronta. Sì è conclusa qualche giorno fa per cui non ho avuto ancora l’opportunità di conoscere tutti i candidati, ma ho potuto già constatare che è una squadra che unisce esperienza e nuove energie, proprio come questa mia candidatura: continuità e rinnovamento insieme.
Persone che hanno scelto di esserci, non per caso, ma per convinzione”.
Lei é una dirigente scolastica. Cosa manca oggi ai giovani per emergere davvero? La politica può aiutare il loro percorso di istruzione e di crescita.
“Ai giovani oggi non manca la voglia, né il talento. Manca qualcuno che creda in loro fino in fondo.
Come dirigente scolastica lo vedo ogni giorno: ragazzi pieni di capacità che però spesso non trovano la strada. La politica deve fare questo: aprire porte, creare occasioni, dare fiducia. Perché quando un giovane viene messo nelle condizioni giuste, può fare cose straordinarie. E noi abbiamo il dovere di non spegnere quella luce”.
Una rivoluzione continua e fatta di cambiamento grazie alla presenza di volti nuovi, che si mescolano a quelli che possono dare tanto in termini di esperienza e professionalità. Figliolia c’è e crede molto in questa forza di rinnovamento.
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Corso di lingua ucraina presso l’Università di Salerno
di Silvia Siniscalchi
Lo scorso 8 aprile, presso il Laboratorio di Autoapprendimento del Centro Linguistico d’Ateneo (CLA), l’Università degli Studi di Salerno ha inaugurato il primo corso di Lingua Ucraina. L’evento, che ha visto la partecipazione del Magnifico Rettore dell’Ateneo salernitano, prof. Virgilio D’Antonio, del Direttore del Dipartimento di Studi Umanistici (DipSUm), prof. Carmine Pinto, del Direttore del CLA, prof. Rosario Pellegrino, di Salvatore Del Gaudio, Direttore scientifico del corso, si è svolto in presenza di Maksym Kovalenko, Console Generale d’Ucraina a Napoli, e di alcuni esponenti della comunità ucraina di Salerno. Ciò nonostante, l’avvenimento, dalle molteplici e rilevanti implicazioni di carattere sociale, politico e culturale, ha rischiato di passare sotto silenzio, per l’incomprensibile assenza dei giornalisti di diverse testate locali e nazionali invitati a prendervi parte. Un’assenza forse indotta dalla sottovalutazione dell’importanza, oggi particolarmente evidente, della lingua ucraina nello scenario geopolitico europeo e nazionale. L’iniziativa stessa, d’altra parte, non ha avuto una facile gestazione, essendo maturata nel corso degli anni grazie ai tenaci, costanti sforzi di Del Gaudio che, oltre a essere professore di Slavistica presso il DipSUm, è un esperto studioso ucrainista, impegnato da molto tempo nella diffusione della conoscenza della lingua ucraina, per la cui valorizzazione si è speso senza sosta, anche attraverso i molteplici rapporti istituzionali, professionali e personali coltivati durante la sua lunga attività di ricerca e docenza presso l’Università Nazionale Taras Shevchenko di Kyiv. L’Ateneo di Salerno – ha osservato Del Gaudio – è stato sinora l’unico ad avere effettivamente compreso il grande rilievo strategico e culturale del progetto. Ha assunto così, di fatto, il ruolo di apripista in un filone di studi che, pur non facendo parte della sua più remota tradizione euristica, trova finalmente, nei luoghi della “Hippocraticas Civitas”, una sede adeguata che, grazie alla sensibilità e intelligenza del Rettore D’Antonio e degli organi dirigenziali e rappresentativi del DipSUm, gli conferisce la giusta visibilità e considerazione scientifica. Il vantaggio, d’altra parte, è reciproco: la rilevanza dell’idea è difatti legata anche al suo carattere esclusivo, trattandosi del primo corso di questo tipo che si inaugura in Italia Meridionale e che assume un significato ancora più importante per la Campania, seconda regione (dopo la Lombardia) per numero di residenti ucraini (il 15% dei circa 400.000 presenti in Italia, secondo gli ultimi dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali). Se questa forte presenza nella nostra regione rappresenta una peculiarità storica per dinamiche insediative legate a reti migratorie consolidate, la diaspora attuale dall’Ucraina le conferisce un valore ancora più rilevante. È difatti indubbio il ruolo anche simbolico assunto dalla prima edizione di questo corso, pur essendo pensato, in tale sua iniziale formulazione, come un lavoro di alfabetizzazione di base nella lingua ucraina, rivolto a un pubblico eterogeneo. Ma forse proprio per questo motivo la proposta è riuscita a suscitare un notevole interesse, raggiungendo i 100 iscritti, con 44 partecipanti effettivi. Ragion per cui l’esperimento potrebbe via via consolidarsi – ha aggiunto ancora Del Gaudio – diventando in futuro un vero e proprio insegnamento universitario, tanto più considerando il suo inserimento nella più ampia cornice teorica dei seminari dedicati alla lingua ucraina nell’ambito del corso di Filologia e linguistica slava del DipSUm. Vi si aggiunge la crescente importanza della comunità ucraina salernitana, coinvolta a pieno titolo nell’iniziativa. Non si tratta, dunque, di una riflessione fondata su mere stime statistico-quantitative: l’importanza dello studio della lingua ucraina risiede nel suo essere strumento di mediazione culturale, tanto più rilevante considerando la funzione economica e sociale svolta dagli Ucraini e, in particolare, dalle Ucraine residenti in Campania. È inoltre, allo stesso tempo, evidente il ruolo della lingua come ponte diplomatico di alto valore prospettico in vista dell’auspicato futuro ruolo dell’Ucraina quale partner politico ed economico sempre più integrato nelle dinamiche europee. Riconoscere la specificità linguistica e letteraria di questa Nazione, a fronte della sua plurisecolare marginalizzazione storica e, oggi, della oppressione esercitata nei suoi confronti da una guerra crudele e cruenta volta a minarne l’autonomia, significa pertanto rispettarne e rafforzarne l’identità e sovranità culturale, oltre che politica. Significa, quindi, concorrere sul piano formativo alla sua liberazione e indipendenza. L’avvio di questo corso può dunque a ragione ritenersi un contributo volto al raggiungimento di questo vasto e rilevante obiettivo, di cui l’Ateneo di Salerno si rende partner consapevole e lungimirante.
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Zambrano: Forza Italia senza etica
di Erika Noschese
Il terremoto politico che ha colpito il centrodestra nelle ultime ore ha rimescolato radicalmente le carte in tavola. Con un colpo di scena improvviso, Forza Italia ha deciso di abbandonare la coalizione costruita attorno all’ingegner Armando Zambrano per ricongiungersi al resto dello schieramento a sostegno di Gherardo Marenghi. Un dietrofront che arriva a pochi giorni dalla presentazione delle liste e che lascia Zambrano con ciò che resta del “campo largo”, ma con una determinazione apparentemente intatta. Intanto, l’ingegnere nella tarda mattina di oggi incontrerà gli alleati per fare il punto della situazione ma il messaggio sembra essere chiaro: si va avanti.
Ingegnere Zambrano, alla luce di quanto accaduto nelle ultime ore, con Forza Italia che l’ha lasciata per convergere su Gherardo Marenghi, qual è lo scenario attuale e, soprattutto, qual è la sua posizione?
«Credo che, con questa scelta, abbiano fatto un regalo a qualcuno contro cui avremmo dovuto combattere insieme. Io, però, non cambio idea: non sono uno che abbandona il campo. Se la domanda è se intendo continuare a candidarmi, la risposta è sì. Lo avrei fatto anche solo con una lista di pochi amici, perché sono convinto che questa città abbia bisogno di cambiare e rinnovarsi. Certamente la situazione ora si complica, perché questo strappo ha indebolito l’intera coalizione. C’è chi ne esce meglio, è evidente, ma si sarebbe potuta creare una squadra molto più coesa e credibile. Consideravo la mia figura un punto di riferimento, forte di anni di onesta professione e di successi di carriera; pensavo che questo valore potesse servire a spingere il progetto. Mi ritrovo al punto di partenza, ma non lo considero un punto di partenza negativo. Anzi, credo che quanto accaduto rafforzerà l’idea, in chi ci osserva, che il nostro raggruppamento sia l’unica vera alternativa all’attuale gestione».
L’altra sera lei era insieme al coordinatore provinciale di Forza Italia e ad alcuni candidati per inaugurare il comitato elettorale. Tutti convergevano sul suo progetto come l’unico vincente. Oggi, però, mancano proprio coloro che avrebbero dovuto sostenerla. Immagino che questa scelta l’abbia delusa.
«Mi ha deluso, non posso negarlo. Ma, allo stesso tempo, vedere queste dinamiche mi sprona ancora di più a portare avanti il progetto di rinnovamento. Sarà più difficile, certo, ma vedremo se ci saranno le condizioni per arrivare al ballottaggio. Non mi preoccupano le difficoltà; anzi, situazioni del genere spingono a essere più attivi, a impegnarsi e a lavorare con ancora più vigore. È esattamente quello che faremo».
Ha già avuto modo di sentire gli esponenti delle altre liste che la sostengono, come i consiglieri uscenti di Casa Riformista e i Popolari e Moderati? Le hanno confermato il loro appoggio?
«Ho inviato loro un messaggio, anche se non abbiamo ancora avuto il tempo di parlare di persona. La volontà di continuare, però, c’è tutta. Proprio stamattina è prevista una riunione operativa: non c’è più tempo da perdere, mancano pochissimi giorni alla presentazione delle liste e dobbiamo accelerare. L’obiettivo è tenere in piedi le tre liste attuali. Prima erano quattro, ora restano le tre che hanno confermato l’impegno».
Non c’è il rischio che la mancanza di una quarta lista, quella di Forza Italia, sia un vantaggio per i vostri avversari, in particolare per l’area che fa capo a Vincenzo De Luca?
«Dipende dai punti di vista e da come si svilupperà la campagna elettorale. Paradossalmente, potrebbe anche non essere un fatto del tutto negativo. La “stranezza” di certi spostamenti politici potrebbe risvegliare molti elettori che, vedendo quanto sta accadendo, potrebbero decidere di convergere con ancora più convinzione sul mio nome. Cercheremo comunque di coprire quello spazio politico rimasto scoperto, anche perché è un’area vicina alle mie posizioni e a quelle di chi mi sostiene».
Resta da capire se qualche candidato di Forza Italia deciderà di staccarsi dal partito per restare con lei. Ha già avuto segnali in questo senso?
«Francamente non lo so e non credo sia la priorità attuale. La mia lista è già definita.
Se però ci fossero persone intenzionate a dare un contributo sincero, sarebbero le benvenute. Non abbiamo marchi sulla fronte che impongano schieramenti fissi, ma finora non si sono presentate situazioni di questo tipo. Vedremo più avanti; di certo non sono io a favorire queste scissioni, ma chi non è soddisfatto dell’attuale approdo di Forza Italia sa dove trovarmi».
Cosa si sente di dire a chi l’ha abbandonata all’improvviso, dopo incontri pubblici e dopo aver attaccato duramente quello che oggi è diventato il loro candidato sindaco?
«È un problema loro. Ognuno risponde alla propria etica e dovrebbero essere loro a spiegare come si sentono in questa situazione. Io sono una persona che ha sempre rispettato le regole, gli impegni e le persone. Sono l’ultimo a poter interpretare cosa passi per la testa di chi compie un gesto del genere».
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“Salerno corre”, girate scene del sequel “Vamos”
È stato un grande successo di pubblico e appassionati l’undicesima edizione della “Salerno Corre”, gara competitiva nazionale di 10 km organizzata dalla ASD Atletica Salerno, presieduta da Ruggero Gatto. La manifestazione si è tenuta ieri mattina con partenza e arrivo da Piazza della Libertà.96 le società sportive – giunte da Sicilia, Puglia, Calabria, Basilicata, Abruzzo, Lazio, Emilia Romagna, Piemonte e Campania – che hanno preso parte con i propri atleti, 1200 iscritti, con 947 uomini e 253 donne. L’atleta più anziano è Gerardo Tarantino della squadra Amatori Podismo Benevento per la Categoria SM 80 (età 80), mentre per le donne c’è Chiara Farano, SF 75 per Amici del Cammino di Barletta (età 77). L’atleta più giovane è la quindicenne Mariarca Cecere della Caivano Runners.A tutti i partecipanti che hanno tagliato il traguardo è stata donata una medaglia realizzata appositamente dall’ingegnere Giuseppe Sarno e che trae la sua ispirazione dal Giardino della Minerva, luogo emblematico della tradizione medico-scientifica salernitana. “Quella di oggi – ha sottolineato il presidente Ruggero Gatto – è stata una splendida giornata dove abbiamo celebrato lo sport, la solidarietà, i valori del buon vivere. Sono molto contento che, ancora una volta, la Salerno Corre si dimostra una gara molto amata e seguita a livello nazionale da atleti e sportivi giunti da tutta Italia. Peraltro, abbiamo la fortuna di organizzarla in una città stupenda, con un lungomare magnifico. E, dunque, correre guardando il mare e ammirando questo panorama, è un valore aggiunto. La ASD Atletica Salerno, che mi onoro di presiedere, sta già lavorando per la prossima edizione, la dodicesima, per offrire sempre di più una competizione interessante e unica per quanti vorranno partecipare. Dunque, arrivederci all’anno prossimo”. Nel corso della gara sono state girate anche le scene principali del sequel del docufilm “Vamos. Storia vera di un sogno”, prodotto da Giuseppe Rinaldi, con la regia di Daniela Riccardi. Il docufilm del 2025 narra l’impresa dei fratelli salernitani Dario e Franco Leo. Durante il lockdown, Dario decide di spingere la carrozzina del fratello Franco, tetraplegico dalla nascita, nella maratona di New York, a novembre 2022. Un mese dopo aver realizzato il suo sogno, Franco Leo muore. Dario Leo, diventato ufficialmente “spingitore di sogni”, ha preso parte alla gara di domenica, spingendo uno dei tanti atleti in carrozzina. “Oggi – ha spiegato il produttore Giuseppe Rinaldi – non è stata solo una corsa, ma un intreccio di emozioni, storie e significati.Prima di tutto, la soddisfazione per aver mantenuto una promessa fatta a Franco, poco prima della sua scomparsa: esserci, partecipare come spingitore di sogni in una maratona. Una promessa nata in un momento in cui nessuno poteva immaginare che un giorno avrei accompagnato proprio la piccola Giulia, figlia di Nicola – un nostro collaboratore Isolkappa – correndo insieme a Dario Leo e agli amici di Sognoattivo. Proprio durante questa maratona abbiamo anche avviato le riprese del sequel di ‘Vamos. Storia vera di un sogno’ – docufilm prodotto da Isolkappa – per continuare a dare visibilità al valore umano, sociale e culturale che questa storia porta con sé. Da sempre promuoviamo l’importanza di diffondere messaggi positivi attraverso esempi concreti. Oggi questo impegno ha trovato una forma ancora più reale. Accompagnare Giulia in questo percorso è stato, per me, il modo più autentico per dare concretezza a questi valori”. Vincitori Categoria Maschile: 1 classificato Yahya Kadiri, 2 classificato Ali Akinou, 3 classificato Yassine Zaki. Vincitori Categoria Femminile: 1 classificata Rebecca Volpe, 2 classificata Francesca Palomba, 3 classificata Annamaria Naddeo.
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Cosmi: Ora blindiamo il terzo posto
Soddisfatto in sala stampa Serse Cosmi, che continua a dare solidità e identità alla sua Salernitana. Con il successo sul Picerno, il bilancio del tecnico granata sale a 5 vittorie, 3 sconfitte e 1 pareggio in 9 partite, numeri che certificano il cambio di passo nel momento decisivo della stagione.
L’allenatore umbro sottolinea il valore del successo: «Questa è una vittoria che per me significa tanto. Ritrovo la squadra dove l’ho presa. Al di là dell’aspetto aritmetico è importante aver vinto in questa maniera: allenarsi ai playoff passa anche attraverso questo tipo di partite».
Cosmi analizza poi l’andamento del match, evidenziando luci e ombre: «Siamo andati in vantaggio subendo però troppo presto il pari. Poi siamo stati bravi a riportarci avanti. C’è stata tanta sofferenza, ma credo che il pubblico abbia apprezzato la voglia e lo spirito di questi ragazzi».
Non manca una riflessione sugli aspetti da migliorare: «Nel primo tempo siamo venuti meno con gli esterni che spesso tornavano indietro evitando l’uno contro uno. Gli attaccanti però si sono mossi bene, anche se non sono arrivate grandi occasioni. La squadra, nelle ultime due gare, è migliorata anche sotto l’aspetto estetico».
Il tecnico ammette anche un momento di timore dopo il pareggio del Picerno: «Ho temuto che la squadra si disunisse. Il Picerno aveva già dimostrato di saper rimontare contro Catania e Cosenza. Per fortuna Achik è stato decisivo e ci ha evitato un finale amaro. Da quando sono qui non ho mai vissuto gli ultimi dieci minuti in serenità».
Infine, spazio al rapporto con la tifoseria: «L’abbraccio con i tifosi a fine gara e la visita degli ultras in settimana? È stato uno dei momenti più belli da quando sono a Salerno. Per me è aria, ho tratto tanta energia. Mi piacerebbe vedere i nostri tifosi accompagnarci anche in trasferta».
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Agropoli, la carica dei 3mila per l’ospedale
di Arturo Calabrese
Oltre 3mila persone di nuovo in strada ad Agropoli. Dopo il corteo dell’8 agosto 2025, ieri pomeriggio i cilentani sono scesi ancora per le vie cittadine con l’obiettivo di portare all’attenzione delle istituzioni la riapertura dell’ospedale e del pronto soccorso.
Ad organizzare la marcia è stato il comitato che, da quella calda giornata agostana, ha preso le mosse. In preciso ordine alfabetico, sono tre i “primus inter pares”, registi dell’evento: Giuseppina “Gisella” Botticchio, Nicola Botti e Francesco Voso. Con loro, una serie di attivisti e volontari che non hanno voluto far mancare la propria presenza, mettendosi in gioco per ottenere la tanto agognata riapertura.
Tra i manifestanti, anche Antonio Corrado “Pigiamino” Mancino che, nella notte tra sabato e domenica, ha cominciato una sua personale battaglia incatenandosi ai cancelli del nosocomio e rivolgendosi, nell’ordine, al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al presidente della Regione Roberto Fico.
Il corteo ha preso il via dalla piazza antistante al Comune per poi proseguire su viale Europa e percorrere l’intera via Pio X, arterie centralissime, per poi terminare davanti alla struttura, dove si è tenuto un momento di confronto tra le istituzioni. Presenti la senatrice Felicia Gaudiano, il deputato Attilio Pierro e il consigliere regionale Mimì Minella. Assente giustificato, perché impegnato a Salerno per vicende politiche che si possono leggere su altre pagine di questo quotidiano, l’omologo Roberto Celano, che nelle scorse settimane ha presentato un’interrogazione consiliare finalizzata a comprendere la reale volontà di destinare le risorse necessarie all’ospedale.
Folta la presenza di primi cittadini. Oltre al padrone di casa Roberto Antonio Mutalipassi, che dal palco ha preso la parola in rappresentanza dei colleghi, c’erano i primi cittadini di Giungano, anche lui intervenuto, di Castellabate, di Scafati, di Capaccio Paestum, di Cicerale, di Prignano Cilento, di Trentinara. Vice sindaci o rappresentanti per Ogliastro Cilento, Laureana Cilento, Montecorice, Roccadaspide, Perdifumo.
Molto critico Orlotti: «Tante promesse in questi anni, ma ad oggi siamo di nuovo qui a marciare e protestare. Non dobbiamo fare un discorso di destra o di sinistra, di colore bianco o nero – le sue parole – la salute del popolo non può essere paragonata a tutto questo. Adesso si riapra l’ospedale quanto prima, senza più scuse. La Regione deve ascoltarci e, se non si farà nulla, siamo pronti ad andare in maniera pacifica a Napoli per far sentire la nostra voce».
Il primo cittadino agropolese, dal canto suo, ha ribadito il continuo impegno per il nosocomio. «Con la senatrice Gaudiano – ha detto – abbiamo preparato un fascicolo che è sulla scrivania di Fico. Come tutti, anche noi vogliamo che l’ospedale sia riaperto e ce la metteremo tutta affinché sia davvero così».
Pasquale Aliberti non ha partecipato agli interventi finali ma è stato presente alle prime battute: «Non servono più chiacchiere, la chiusura dell’ospedale, come quella di Scafati, rappresenta il fallimento della sanità – ha fatto sapere – ho partecipato perché credo che la sanità di questa provincia vada pianificata, mettendo insieme amministratori e competenze del territorio. Ho letto sui volti della gente la disperazione di chi la notte scorsa si è incatenato davanti all’ospedale per una tragedia familiare che aveva vissuto e di cui mi ha parlato».
Il popolo, poi, grande protagonista. Senza giri di parole urlava la richiesta di un ospedale funzionante. «Manifesto per i miei genitori – dice la giovane Annamaria Calì – ma anche per i miei e i nostri futuri figli».
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Vance e il libro sulla conversione (strumentale?): così la fede è marketing
Sono 304 pagine in tutto, in uscita il 16 giugno da HarperCollins negli Stati Uniti. E stanno già facendo discutere parecchio i media americani. Parliamo del libro di J.D. Vance sulla sua conversione, intitolato Communion: Finding My Way Back to Faith (cioè Comunione: ritrovare la strada verso la fede). L’editore lo presenta come un memoir incentrato sulla conversione al cattolicesimo di Vance, avvenuta nel 2019. Una specie di seguito ideale di Hillbilly Elegy, il romanzo che lo rese famoso nel 2016. In quel caso il vicepresidente americano raccontava la sua infanzia e l’adolescenza in una famiglia disfunzionale di origine scozzese-irlandese, segnata dall’alcolismo e dalla dipendenza da droghe di sua madre. Un libro che fu letto come una chiave per capire l’elettorato bianco povero che aveva votato per Donald Trump.

A destra venne accolto come una diagnosi lucida e impietosa di qualcuno che non si vergogna delle sue origini, a sinistra fu criticato per aver individualizzato problemi sistemici e aver scaricato sui poveri stessi le responsabilità delle politiche economiche che li avevano impoveriti. Da questo primo libro Ron Howard trasse l’omonimo film, con Amy Adams e Glenn Close.
Il battesimo del 2019 appoggiato dalla moglie (che però è indù)
Il secondo volume invece, nella scheda promozionale dell’editore, racconta come l’inseguimento del successo materiale abbia condotto Vance in quella che viene definita “una wilderness secolare” (uno smarrimento, un deserto che contrasta poi con la fede ritrovata) e illustra come il suo credo cattolico guidi oggi il suo lavoro nella vita pubblica e la sua visione del futuro. Vance dice di essere stato battezzato nel 2019, appoggiato dalla moglie Usha (che però è indù), ma negli anni sono sorti dubbi su quanto sia teologicamente profonda o invece politicamente strumentale questa conversione.

La fede come strumento per dialogare con i 53 milioni di cattolici
Come si spiega l’improvviso interesse dei repubblicani trumpiani per il cattolicesimo? Lasciando perdere le accuse lanciate da Trump a papa Leone, etichettate praticamente da tutti i media mondiali come il delirio di una personalità instabile (il New York Times pubblica spesso analisi di psichiatri sulla sua salute mentale, provocando addirittura un dibattito deontologico, perché la psichiatria americana ha una norma – la cosiddetta Goldwater Rule – che vieta ai professionisti di esprimere opinioni diagnostiche su persone pubbliche che non hanno visitato direttamente), il cattolicesimo sembra attrarre la destra americana più che altro come brand; la tradizione, la gerarchia, le usanze secolari che animano questa religione vengono viste come un modello politico, uno strumento di marketing adatto per dialogare con masse ragguardevoli, visto che i cattolici americani sono stimati in circa 53 milioni, il 20 per cento della popolazione adulta.

Trump e il mandato politico che diventa divino
Tra l’altro il 36 per cento dei cattolici americani è ispanico, il che rende paradossale la posizione di Vance sugli immigrati, visto che praticamente quattro cattolici su 10 negli Usa sono proprio il tipo di migrante che la sua amministrazione vorrebbe espellere. Nessuno di area trumpiana sembra interessato a sapere se Trump o Vance sono davvero credenti o praticanti. Trump, a dire il vero, non si è mai convertito al cattolicesimo, si è sempre dichiarato presbiteriano, la religione intesa come folklore, con derive escatologiche, come nella scena dello Studio Ovale che abbiamo visto recentemente, dove il suo staff gli “imponeva le mani” a protezione spirituale del leader, perché considerano il mandato politico come un mandato divino.
Pete Hegseth recita il versetto di… Pulp Fiction
A proposito di religione orecchiata, durante un sermone organizzato al Pentagono, Pete Hegseth, ex militare ed ex conduttore televisivo, attualmente Segretario della Difesa (anzi, della Guerra, visto che il presidente ha cambiato la denominazione del dipartimento) dell’amministrazione Trump, ha invitato la platea a dire con lui il celebre versetto “Ezechiele 25:17“. Solo che, invece di citare il testo biblico originale, ha usato parola per parola il celebre monologo inventato da Quentin Tarantino per il film Pulp Fiction, recitato da Samuel L. Jackson. Molti tra i seduti hanno chiuso gli occhi, ispirati; qualcuno ha riconosciuto la citazione e ha ridacchiato.
Secretary of War Pete Hegseth quotes a fake Pulp Fiction Bible verse during Pentagon sermon
— HOT SPOT (@HotSpotHotSpot) April 16, 2026
He runs a bible study at the White House every week pic.twitter.com/U4Q9NYLmf5
Barron Trump e la vicinanza col pastore evangelico tiktoker
E, sempre recentemente, Barron Trump, il figlio minore, ha fatto sapere di volersi “riconvertire”, per tornare alla religione di sua madre Melania, cattolica, dialogando col pastore evangelico Stuart Knechtle (2,5 milioni di follower su TikTok). Con i sondaggi di popolarità in caduta libera, Donald Trump usa chiunque – il papa, la famiglia, il suo vicepresidente, i meme di lui travestito da Gesù Cristo – come strumenti di comunicazione o bersagli. Ma sembra sempre più confuso, sempre più distante dai cattolici americani, che hanno reagito duramente alle sue ultime uscite, inclusi conservatori come il vescovo Robert Barron.

Il libro di Vance è un annuncio per la corsa alle Presidenziali 2028?
Trump non parla più nemmeno ai moderati, non controlla più il suo ego: c’è chi dice che il libro di J.D. Vance sia in realtà l’annuncio subliminale di una sua candidatura alle Presidenziali del 2028, sempre che un eventuale impeachment di Trump non lo spinga anzitempo al vertice; pubblicare un libro prima di lanciare una campagna è una mossa consolidata nella politica americana. Già diversi potenziali rivali democratici, tra cui Gavin Newsom (governatore della California), Josh Shapiro (governatore della Pennsylvania), Andy Beshear (governatore del Kentucky) e Kamala Harris, hanno pubblicato o stanno preparando libri. I più maliziosi hanno anche sottolineato che Vance è il primo vicepresidente in carica degli ultimi tempi a pubblicare un libro mentre è ancora in carica.
De Martino da Fazio, anatomia dell’unico successo di TeleMeloni
Domenica sera, sul Nove, va in scena l’ultima cena, o forse la prima di un nuovo testamento. Stefano De Martino si siede (nuovamente) davanti a Fabio Fazio e il cerchio si chiude col botto. Il volto di punta della Rai meloniana va a farsi benedire dal “grande esiliato” della sinistra, e il messaggio è uno solo: sopra i proclami identitari di Palazzo Chigi e sopra i monologhi orfani di Rai3, comanda il management.
Caschetto, il ponte tra il Sanremo che verrà e Fazio
Il ponte che unisce l’Ariston che verrà e il transatlantico di Discovery è Beppe Caschetto, l’uomo che gestisce i contratti più pesanti della tv italiana e che dimostra come il vero Stato profondo non parli il linguaggio dei partiti, ma quello dei cachet. È questo il cortocircuito: lo scugnizzo napoletano è il campione di una destra che per vincere ha dovuto consegnarsi a un manager che se ne frega se al governo c’è la Fiamma o il centrosinistra. E così sia. Mentre la Rai del nuovo corso inanellava un flop dopo l’altro nel tentativo di imporre l’estetica sovranista con l’accetta, l’ex ballerino di Amici è stato l’unico capace di trasformare la vicinanza politica, quella vera o presunta con Arianna Meloni, in un successo di mercato indiscutibile. L’ultima puntata di Stasera Tutto è Possibile, per gli amici STEP, ha chiuso su Rai2 con il 16 per cento di share e oltre 2 milioni di spettatori. Un’eresia statistica per il secondo canale, una boccata d’ossigeno che lo ha portato a superare i dirimpettai di Mediaset e la stessa ammiraglia.
La cazzimma zittisce il sospetto di ogni raccomandazione
Inutile girarci intorno con analisi dotte: il ragazzo di Torre Annunziata piace perché ha il “pacco” completo. È bello, di quella bellezza sfacciata e rassicurante che si farebbe perdonare qualunque cosa, ma con la disciplina ferrea di chi sa cosa significa stare alla sbarra. Piace alla “Sorella d’Italia” e piace al pubblico, alle mamme, alle zie, alle nipoti, perché incarna l’estetica della cazzimma napoletana che zittisce il sospetto di ogni raccomandazione, che non passa per i comizi o per le citazioni dotte di Prezzolini, ma per i pacchi di Affari Tuoi. Il paradosso è squisito: i 5 milioni di spettatori medi sono la sua unica, vera tessera di partito, e lo rendono l’unico asset intoccabile verso Sanremo 2027.

In De Martino la destra ha trovato il suo Amadeus
La Rai ha pianificato la sua ascesa con un anticipo mai visto, nominandolo erede di Carlo Conti per la direzione artistica del Festival. Segno che nella tv pubblica sanno di non avere altri talenti spendibili per la kermesse più importante del Paese. La destra, insomma, ha trovato il suo Amadeus senza doverlo inventare in laboratorio, ma semplicemente blindando chi i numeri già li aveva per conto proprio. Per capire il miracolo di San Gennaro, basta guardare il cimitero dei militanti di ambizioni e share da prefisso telefonico. Prendete il “caso scuola” Pino Insegno, l’amico della premier che doveva riprendersi la Rai a colpi di nostalgia Anni 2000. Il risultato? Un catastrofico 2 per cento di share con Il Mercante in Fiera e una ritirata imbarazzante da L’Eredità per evitare la rivolta dei pubblicitari. Oggi il Nostro vaga per gli studi di Reazione a Catena come un reduce di una guerra che nessuno voleva combattere, costantemente in affanno nel gradimento rispetto a chi lo ha preceduto.

Così come Nunzia De Girolamo, l’ex ministra di Forza Italia mandata a presidiare il martedì sera di Rai3 con Avanti Popolo. Un esperimento costoso per occupare gli spazi di Bianca Berlinguer, chiuso in anticipo dopo aver toccato il fondo del 2,9 per cento di share. E che dire di Pierluigi Diaco? Il fedelissimo di Giorgia, che occupa spazio con BellaMa’ senza mai generare una vera massa critica, sebbene sia già pronto per lui un trasloco domenicale su Rai1 nel prossimo autunno.

C’è spazio persino per la lady delle nicchie, Monica Setta: l’esempio vivente della moltiplicazione delle poltrone, impegnata a presidiare palinsesti h24 tra Generazione Z, prima e Storie al bivio, poi. TeleMeloni ha fallito quando ha pensato che per governare la tv servissero i soldati semplici. Ma la tv è un’amante infedele e De Martino è l’eccezione che conferma la regola: il sangue che si scioglie è solo quello di chi sa intrattenere.
Il fallimento di Merz: sondaggi disastrosi e una Germania sempre più fragile
Se la Germania sta progressivamente affondando – fra recessione economica, immobilità politica interna e insignificanza sul palcoscenico internazionale – il colpevole, almeno per i tedeschi, è uno solo: il cancelliere conservatore Friedrich Merz. Secondo i sondaggi nazionali e non solo, è praticamente impossibile trovare in circolazione un leader di governo peggiore. Persino la tanto bistrattata Coalizione Semaforo guidata dal suo predecessore socialdemocratico Olaf Scholz appare, a distanza, migliore di quello che sembrasse.

Merz sarebbe meno apprezzato anche di Trump
Stando a una recente indagine dell’istituto statunitense Morning Consult, Merz è tra i capi di governo meno popolari al mondo, dietro anche a presidenti come Donald Trump e Recep Tayyip Erdogan: il 75 per cento degli intervistati tedeschi si è detto scontento del lavoro del cancelliere che da un anno guida la Große Koalition fra CDU e SPD, mentre solo il 20 per cento si considera soddisfatto. Dati simili, anzi peggiori, sono emersi dall’ultima ricerca tedesca, quella dell’istituto Forsa per conto della rete tv RTL, secondo cui il 78 per cento dei cittadini ha bocciato l’operato di Merz e solo meno di un quinto (il 18 per cento), ha espresso un giudizio positivo, tre punti in meno rispetto al sondaggio precedente.

L’AfD ha virtualmente superato la CDU
Merz è in caduta libera anche tra i suoi sostenitori e compagni di partito – la CDU che fu di Helmut Kohl e Angela Merkel, rimasti entrambi in carica per 16 anni – se è vero che la maggioranza ormai è contro di lui, come dimostrano sempre le percentuali del Trendbarometer di RTL. Il 52 per cento degli elettori conservatori lo critica, mentre per chi si è già allontanato dal partito il quadro è ancora più netto: l’86 per cento si è detto insoddisfatto dell’operato del decimo cancelliere della Repubblica Federale. Non è un caso che la CDU, ora data al 24 per cento, sia virtualmente la seconda forza a livello nazionale, superata dall’estrema destra dell’Alternative für Deutschland che tocca il 26 per cento. Paradossalmente il tanto temuto spostamento a destra di chi votava CDU è inferiore alle aspettative, dato che solo il 20 per cento di coloro che hanno abbandonato il partito voterebbe attualmente per l’AfD. La maggioranza si sta orientando verso altri lidi, dai Liberali della FDP alla sinistra, oltre ad allargare il bacino degli astensionisti.

I motivi della delusione degli elettori conservatori
I motivi per cui la stragrande maggioranza dei tedeschi mal sopporta l’attuale cancelliere sono stati rilevati proprio dai ricercatori di Forsa, secondo i quali un’ampia fetta dell’elettorato continua ad accusare Merz di parlare molto e fare poco, di non mantenere le promesse elettorali e di agire in modo incoerente: queste tre spiegazioni insieme rappresentano il 59 per cento delle risposte degli intervistati. Tra i sostenitori della CDU, la delusione su alcuni punti è significativamente maggiore rispetto all’elettorato generale: il 34 per cento è deluso dagli annunci grandiosi che poco hanno corrisposto alla realtà; il 18 per cento considera le sue azioni contraddittorie e il 24 per cento lo accusa di mancanza di leadership, rispetto al 13 per cento complessivo. Al netto della cornice interna e internazionale molto problematica, con il governo di Berlino che deve gestire varie crisi in contemporanea e le conseguenze delle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, è chiaro però che Merz è per i tedeschi l’uomo sbagliato per risollevare la Germania.

La GroKo si è rivelata un freno per le riforme
Finora le scelte in politica interna sono state dettate dai compromessi obbligati tra CDU e SPD, come per altro ci si aspettava, e la nuova riedizione della Große Koalition si è dimostrata più un freno che un acceleratore per le riforme necessarie (fisco, pensioni, riconversione industriale, ridefinizione dei mercati e via dicendo). Inoltre la tattica in politica estera è stata segnata per lo più dall’appiattimento alla linea di Israele sullo scacchiere mediorientale e dalla continuazione di quella finora infruttuosa portata avanti con l’Unione Europea e i Paesi volenterosi come Francia e Gran Bretagna per quel che riguarda la Russia. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti e che i sondaggi hanno tradotto in numeri. Resta da vedere quindi se agli ultimi proclami di Merz relativi alla primavera delle riforme seguiranno davvero cambiamenti radicali o se già il prossimo autunno il tandem fra conservatori e socialdemocratici crollerà, quando le tre elezioni regionali nell’Est del Paese (il 13 settembre si terranno le Comunali in Bassa Sassonia, il 20 le doppie elezioni nel in Meclemburgo-Pomerania e nella città-Stato di Berlino) confermeranno l’AfD come prima forza facendo saltare anche la cancelleria.
Dall’ironia alla slopaganda: la nuova guerra mediatica globale anti-Trump
Questa guerra chiamata come la caption di un meme – Epic Fury, nientemeno – sta facendo saltare in aria tutto: interi quartieri di città, la fiducia dei mercati, l’economia globale, alleanze che sembravano indistruttibili, le speranze dei giovani, il diritto internazionale. Ma c’è una vittima collaterale di ben poca importanza, la cui scomparsa può essere pianta, o anche solo notata, solo da pochi anziani nostalgici: l’idea che la satira fosse l’arma dei buoni, la spada laser, nonviolenta ma micidiale, della ragione, il pungente gas della resistenza umana, che fa aprire gli occhi, anziché accecarli. Difficile non accorgersi che i video e i contenuti satirici più graffianti e aggiornati contro Trump e Netanyahu e il loro cinismo avido e sanguinario non vengono dalle patrie del libero pensiero, ma sono prodotti dall’Iran, che malgrado lo status di Paese aggredito resta una teocrazia liberticida, assassina e misogina, e dalla Cina, un’autocrazia a tutti gli effetti.
Speaking without thinking pic.twitter.com/cLRpvUXCF4
— Iran Embassy in Tajikistan (@IRANinTJ) April 16, 2026
La metamorfosi della satira da contropotere a stampella del potere
Che la satira fosse intrinsecamente illuminista e illuminata, più che un’idea era un mito, almeno in certa misura: c’è stata satira fascista, razzista, antidemocratica, anche se la propaganda ideologica prevaleva decisamente sull’arguzia e oggi quelle vignette e quei frizzi possono interessare i cultori della materia. Ma dagli Anni 70 in poi, alla satira è stato attribuito lo status di linguaggio naturaliter eversivo e rivoluzionario, un vero e proprio contropotere, così efficace nel mobilitare pensieri, emozioni e consenso che a un certo punto il mainstream – e, in ultima analisi, il potere – ha dovuto venire a patti, con vantaggi da ambo le parti: ammessi nelle prime pagine dei giornaloni o essi stessi creatori di giornali, ospitati in programmi televisivi di successo, a volte perfino in prima serata, vignettisti e cabarettisti si sono affrancati dalla precarietà bohemien e hanno potuto comprarsi casa e metter su famiglia; i media hanno svecchiato la propria immagine; i politici, seppur a denti stretti, hanno imparato ad abbozzare di fronte a un “diritto di satira” sempre più riconosciuto, e che tuttavia ne ha ridimensionato il ruolo a quello del clown della classe, il fool che aiuta i compagni a sopportare la routine di una scuola noiosa e opprimente. Non più una sfida al potere, ma una sua stampella, anche se decisamente più spiritosa e fantasiosa delle altre.
— Iran Embassy in Tajikistan (@IRANinTJ) April 15, 2026
Il politicamente corretto ha stanato gli autori boomer: il nuovo gioco è l’IA
La strage di Charlie Hebdo è stata un brusco risveglio per tutti, rivelando brutalmente che quando l’uomo con la penna o la matita incontra l’uomo col fucile, l’uomo con la penna e la matita è un uomo morto. L’affermarsi del “politicamente corretto” ha poi costretto satiri e umoristi a svuotare i loro arsenali dalle arguzie basate su cliché sessisti, xenofobi, omofobi e ageisti. Disgraziatamente, spesso non rimaneva molto altro, e in parecchi l’hanno presa male («non si può più dire niente!»). Aggiornare meccanismi comici millenari, o addirittura inventarne di alternativi, non è impresa per autori per lo più boomer. Cane vecchio non impara gioco nuovo. Il gioco nuovo si chiama intelligenza artificiale e richiede competenze tecnologiche, velocità, rabbia, furbizia e fame, pochissimo romanticismo e zero fame di visibilità personale. Qualità che sono appannaggio di cani giovani, alle quali, nel caso dei video iraniani e cinesi, si aggiunge una singolare capacità di ignorare la trave nell’occhio del proprio regime.
Trump is one of the reasons that proves the existence of the Satan in the world. pic.twitter.com/Jp2z5FEEVh
— Iran Embassy in Tajikistan (@IRANinTJ) April 14, 2026
La slopaganda e i troll diplomatici iraniani
Il risultato è la “slopaganda”, guerra mediatica digitale basata su contenuti IA anonimi, sferrata dall’Iran, spesso attraverso le sue ambasciate.
New MAGA Toy Story just dropped…
— ☫ Iran Embassy in The Hague, The Netherlands (@IRAN_in_NL) April 14, 2026
“America First”… but it looks more like Israel comes first.pic.twitter.com/8cxcCoGQIl
Su Instagram dilagano le strepitose clip made in Teheran, con Trump e i suoi accoliti ridicolizzati in stile Lego Movie, sulle note di una canzone hip-hop che rinfaccia al Caligola a stelle e strisce la strage della scuola a Minab e le scorribande pedofile sull’isola di Epstein.
— Iran Embassy in Tajikistan (@IRANinTJ) April 12, 2026
L’ultima uscita dei troll diplomatici iraniani è il post dall’ambasciata degli ayatollah in Ghana, in cui Teheran si propone come partner alternativo all’Italia piantata in asso dall’amico americano: «Possiamo offrire una civiltà antica di 7.000 anni, amore per l’arte, per la poesia e per il cibo. L’unica cosa su cui ci siamo mai combattuti è l’invenzione del gelato» (a quanto pare, è apparso nella Persia del V secolo a. C. e si chiamava faloodeh).
Dear Italy,
— Iran in Ghana (@IRAN_GHANA) April 15, 2026
Your PM just defended Pope and lost an ally in Washington — the Commander in Grief, yet the most 'powerfool'man on earth.
We'd like to apply for the vacancy.
Our qualifications: 7,000 years of civilization, a shared love of poetry, architecture, and food that…
Di pregevole fattura satirica anche la guerra fantasy wuxia-style, trasmessa dalla televisione di Stato cinese e diventata virale, fra l’Aquila Bianca (gli Usa) e il Gatto Persiano (l’Iran). Le due creature si combattono per il controllo della Valle del Flusso Dorato, una strettoia da cui dipende il passaggio dell’Essenza del Ferro Nero, necessaria per la sopravvivenza del mondo. Gli spettatori, a loro volta, hanno prodotto spin-off generati dall’IA in cui il Panda (la Cina) interviene fra i contendenti per mettere pace, o il dominio dell’Aquila Bianca viene sostituito da una coalizione di membri con pari dignità, per una gestione condivisa del Ferro Nero.
E noi, in Occidente? Siamo ancora alla «spassosa vignetta di…» (nome di Venerato Maestro a scelta). Ormai fa la figura del graffito rupestre.
La Corea del Sud alza la testa: critica Israele e lancia un messaggio a Trump
Pochi secondi, girati con un telefonino. Immagini dalla qualità instabile, quasi sporca: l’inquadratura tremola, la scena è distante, come spesso accade nei filmati ripresi da civili. Si intravede il profilo di un edificio basso, probabilmente residenziale, sul cui tetto si muovono alcune figure armate, riconducibili a soldati israeliani. Non c’è un audio chiaro, solo rumori indistinti, forse voci lontane. Poi il momento centrale: uno o più militari trascinano un corpo immobile, apparentemente privo di vita fino al bordo. Per un attimo la scena sembra sospesa. Poi, il corpo viene spinto nel vuoto e scompare oltre il bordo del tetto.

Le ripercussioni del post di Lee Jae-myung sui rapporti con Tel Aviv
Questo video di pochi secondi ha innescato una crisi senza precedenti nei rapporti tra Corea del Sud e Israele, aprendo a potenziali scossoni sull’alleanza tra Seul e gli Stati Uniti. Il filmato è stato infatti rilanciato sui social dal presidente sudcoreano Lee Jae-myung, che lo ha accompagnato con un messaggio che ne amplifica il significato ben oltre il singolo episodio. «Dobbiamo verificare se questo è vero e, se lo è, capire quali misure sono state adottate. Non c’è alcuna differenza tra questo tipo di uccisioni in guerra, l’Olocausto e la schiavitù sessuale delle donne durante il periodo coloniale». È proprio questo parallelo tra le operazioni militari israeliane, l’Olocausto e il sistema delle comfort women, di cui decine di migliaia di donne sudcoreane sono state vittime durante la dominazione giapponese, ad aver provocato una reazione durissima. Israele ha accusato Lee di banalizzare la Shoah e di aver rilanciato un contenuto fuorviante, risalente a due anni prima e già oggetto di indagini.

Seul insiste sulla centralità del diritto internazionale
Dopo le critiche, Lee è tornato sulla questione con un secondo messaggio, senza ritrattare: «Il diritto internazionale umanitario deve essere rispettato in ogni circostanza e la dignità umana deve essere mantenuta come valore prioritario e imprescindibile». E ancora, in un ulteriore intervento: «È deludente che non si rifletta nemmeno una volta sulle critiche provenienti da persone in tutto il mondo che soffrono a causa di continue azioni contro i diritti umani e il diritto internazionale». Infine, ha sintetizzato il suo approccio in una formula più generale: «La sovranità di ogni Paese e i diritti umani universali devono essere rispettati… Il rispetto si guadagna attraverso il rispetto».
La politica estera sudcoreana abbandona la tradizionale prudenza
A distanza di alcuni giorni, il ministro degli Esteri sudcoreano, Cho Hyun, ha dichiarato che un alto funzionario israeliano ha affermato di aver accettato la spiegazione fornita anche attraverso canali diplomatici dal governo di Seul. In ogni caso, l’episodio è rilevante in senso più ampio, sia per il contesto in cui nasce sia per le sue implicazioni e potenziali conseguenze. Dietro l’inusuale uscita di Lee si intravede infatti una trasformazione più ampia della politica estera sudcoreana, che rompe con una tradizione consolidata di prudenza e non interferenza nei conflitti lontani. La Corea del Sud ha costruito la propria proiezione internazionale su due pilastri. Primo: la dipendenza dalla sicurezza garantita dall’alleanza con gli Stati Uniti, che mantengono sul territorio del Paese asiatico circa 29 mila soldati e svariati dispositivi militari. Secondo: la necessità di mantenere relazioni economiche stabili con una vasta gamma di partner globali, inclusi Paesi spesso in tensione tra loro. Seul ha sempre evitato di prendere posizioni pubbliche nette su crisi geopolitiche che non riguardassero direttamente la penisola coreana o l’Asia orientale.

Da spettatrice silenziosa, Seul vuole farsi valere a livello internazionale
Per decenni, Seul ha deciso di non esporsi sulle questioni mediorientali, privilegiando una linea di ambiguità strategica che le permettesse di mantenere relazioni economiche con tutte le parti. Lee ha deciso di deviare da questa linea. La sua presa di posizione su Gaza segna un passaggio da una diplomazia silenziosa a una più esplicita e assertiva, in cui la Corea del Sud si presenta come attore globale capace di esprimere giudizi normativi. Stando anche ai commenti di altri funzionari del suo governo, Lee sembra voler ridefinire il ruolo della Corea del Sud come attore responsabile nel sistema internazionale. Non più una potenza media silenziosa ma un Paese che, forte della propria storia di occupazione, guerra e divisione, si sente legittimato a parlare di diritti umani e violazioni del diritto internazionale.
Le ricadute economiche della guerra in Medio Oriente
Dietro l’uscita di Lee ci sono però anche questioni di natura economica. La guerra in Medio Oriente ha effetti diretti e tangibili sulle importazioni energetiche di Seul, visto che una quota enorme del petrolio che consuma transita attraverso lo Stretto di Hormuz. Nei giorni scorsi, la Corea del Sud ha annunciato di essersi garantita oltre 270 milioni di barili di greggio attraverso rotte alternative. Secondo diversi analisti sudcoreani, le parole di Lee possono essere lette dunque come un messaggio non solo a Israele, ma all’intero sistema internazionale: la destabilizzazione del Medio Oriente ha un costo globale, e la Corea del Sud non intende subirlo passivamente.

Trump ha destabilizzato gli equilibri storici con il Paese
Attenzione però anche alle implicazioni, sin qui implicite, circa il rapporto con gli Stati Uniti. Tradizionalmente, la politica estera sudcoreana è stata fortemente allineata a Washington. Ma l’era di Donald Trump ha introdotto elementi di discontinuità profondi. Le richieste americane di un maggiore contributo finanziario per la difesa, le tensioni commerciali, alcuni episodi percepiti come umilianti (su tutti il raid della scorsa estate contro lavoratori sudcoreani negli Stati Uniti) e la gestione unilaterale di operazioni militari sensibili hanno eroso la fiducia nell’alleato. A questo, si aggiunge la linea peculiare adottata da Lee, che sin dal suo insediamento di un anno fa ha prefigurato una politica estera “pragmatica”. Pur senza mettere in discussione l’alleanza con gli Stati Uniti, Lee cerca di recuperare margini di autonomia strategica. Con lui, leader democratico in passato etichettato come il «Bernie Sanders sudcoreano» dai media internazionali, Seul cerca di riequilibrare i rapporti con la Cina e persegue il dialogo con la Corea del Nord.

Il messaggio contenuto nella critica di Seul a Tel Aviv
Da questa prospettiva, nello scontro con Israele sembra arrivare un segnale che Lee crede di muoversi in un nuovo ecosistema in cui il primato di Washington non è più dato per scontato. La critica a Israele, Paese come noto strettamente legato agli Stati Uniti, può essere dunque interpretata anche come un segnale indiretto: Seul non è più disposta a seguire automaticamente le preferenze americane, soprattutto quando queste entrano in conflitto con i suoi interessi economici o con la percezione interna della giustizia internazionale.
La comunicazione di Meloni si è inceppata: così Schlein può sfruttare i suoi errori
Cosa può imparare Elly Schlein dagli errori di comunicazione di Giorgia Meloni? Osservandole entrambe in azione, sembra che Schlein stia adottando un tono più istituzionale, che invece la premier non è mai davvero riuscita a fare suo. La segretaria del Partito democratico lo ha dimostrato anche in occasione della solidarietà comunicata in parlamento alla presidente del Consiglio, dopo l’attacco frontale ricevuto da Donald Trump, che poi ha anche ribadito le accuse. Un comportamento, quello di Elly, che probabilmente ha irritato Giorgia, incapace di gesti simili.
La premier orfana di Trump: quella voglia di strafare…
Difendendola dal ciclone Trump, la segretaria del Pd ha anteposto l’interesse generale del Paese a quello di parte, nello stesso tempo isolando Meloni e mostrando come ormai sia rimasta orfana del suo mentore americano, diventato fonte di imbarazzo praticamente per tutto il mondo. La premier continua a fare errori: dopo la sua dichiarazione a favore del papa ha voluto strafare, aggiungendo: «Non so quanti altri abbiano avuto il coraggio di dirlo».

Un vittimismo che rivela l’intrinseca debolezza
Il vittimismo, sempre saldamente collegato alla competitività, alla dimostrazione di essere “la più brava”, è forse il tratto più critico del modo di comunicare di Giorgia Meloni. Che rivela un’intrinseca debolezza. La presidente del consiglio sembra sempre all’opposizione: essendoci stata quasi 20 anni ha introiettato quel modo arrabbiato di rivolgersi ai cittadini, che non rappresentano la totalità dei suoi elettori, anche se lei tende a confondere i due insiemi.
Il referendum non può essere definito «un’occasione persa»
Una statista, una presidente del consiglio di “tutti” gli italiani, non dice per esempio – come lei ha dichiarato nel suo intervento alla Camera e al Senato – che gli italiani con il referendum «hanno perso un’occasione». Invece i toni sono sempre quelli da campagna elettorale permanente: non se ne accorge nemmeno più perché è convinta di dare il meglio di sé quando individua un nemico e inveisce contro di lui.

Renzi è considerato la vera spina nel fianco di Meloni
Schlein risulta più composta, soprattutto quando parla con gli avversari politici, che siano parlamentari o giornalisti; sembra aver sviluppato una certa attitudine a spiegare e a portare dati. Qualcuno la considera più efficace persino di Matteo Renzi, la vera spina nel fianco di Giorgia Meloni: quando il senatore toscano parla – sempre “a braccio”, mentre la premier preferisce leggere -, Meloni viene colta da piccoli tic nervosi che non riesce a controllare e che rivelano la sua agitazione interna.

Occhio all’intercalare che gli toglie autorevolezza
Ma Renzi – qualcuno glielo dovrebbe proibire – ha quel continuo intercalare, cioè «ragazzi», che toglie autorevolezza alla sua figura. Nella comunicazione politica i dettagli contano moltissimo: Elly Schlein pare aver lavorato su se stessa correggendo alcuni toni concitati di qualche tempo fa, quando voleva spiegare tutto ma non c’era tempo, e finiva per affastellare concetti che risultavano poco comprensibili, soprattutto a un pubblico televisivo.
Per Giorgia solo decreti sicurezza e nessuna riforma vera
Acquistando sicurezza e gesticolando meno si può risultare convincenti e chiari, pur non smettendo di fare opposizione in modo fermo. Il centrosinistra ha dalla sua parte l’occasione di dimostrare agli italiani che il governo Meloni, dopo quattro anni e alla vigilia di nuove elezioni, ha fatto poco per migliorare la loro vita. Solo decreti sicurezza (su rave, Ong, il decreto Cutro, quello Caivano, poi immigrazione, carceri) per tenere buoni gli elettori, dimostrando che si fa qualcosa “di destra” senza però aver portato a compimento nessuna delle tre grandi riforme promesse in campagna elettorale: cioè Autonomia, Giustizia e premierato.

Una presidente confusa, in balìa degli eventi
I cittadini si ricordano piuttosto delle misure che il governo di destra ha eliminato, dal reddito di cittadinanza al bonus studenti, sostituiti con alternative burocratiche scoraggianti. Le continue giravolte di Meloni – tra le quali l’amicizia con Trump e il recente disamoramento è l’esempio più clamoroso – comunicano l’immagine di una presidente confusa, in balìa degli eventi, senza la capacità di saperli prevedere e adattandosi quindi all’aria che tira. Su questo Schlein sta mettendo a profitto la costruzione del suo profilo politico. Nel frattempo Giorgia Meloni continua a combattere battaglie di ieri, convinta che il nemico sia sempre fuori, quando ormai il problema più grande è dentro: nell’immagine che restituisce di sé ogni volta che comunica.
Postiglione, dalla sicurezza stradale all’impegno politico
A Salerno il tema della sicurezza urbana e della manutenzione delle strade è da tempo al centro del dibattito cittadino. Tra le voci che negli ultimi anni hanno portato attenzione su questi problemi c’è Gerardo Postiglione, fondatore e presidente dell’associazione Strade Sicure, che oggi ha deciso di candidarsi alle elezioni comunali. Postiglione infatti è candidato al consiglio comunale di Salerno con la lista Forza Salerno, la civica di Forza Italia, a sostegno del candidato sindaco Armando Zambrano, già presidente dell’Ordine degli Ingegneri.
Lo abbiamo intervistato per capire le ragioni di questa scelta e le sue idee per la città di Salerno, analizzando le tante problematiche che vive il capoluogo di provincia.
Postiglione, lei è conosciuto per il suo impegno con Strade Sicure. Perché ha deciso di candidarsi?
«La candidatura nasce proprio dal lavoro fatto negli anni con l’associazione. Ogni giorno riceviamo segnalazioni di cittadini su buche, incroci pericolosi, segnaletica mancante o marciapiedi in cattive condizioni.
Questo contatto diretto con i problemi reali della città mi ha fatto capire che spesso non basta segnalare: bisogna anche partecipare ai processi decisionali. Per questo ho deciso di fare un passo avanti»
Quali sono le priorità che vuole portare in Consiglio comunale?
«La prima è sicuramente la sicurezza stradale. Non riguarda solo gli automobilisti, ma anche pedoni, ciclisti, anziani e bambini. Penso a interventi mirati sulla manutenzione delle strade, a una segnaletica più chiara e a zone particolarmente protette vicino alle scuole. Ma non è solo una questione tecnica: è anche una questione di attenzione e di prevenzione».
L’associazione che ha fondato si basa molto sulle segnalazioni dei cittadini. Questo approccio continuerà anche in politica?
«Assolutamente sì. Credo che uno dei problemi principali sia la distanza tra istituzioni e cittadini.
L’esperienza di Strade Sicure dimostra che quando le persone hanno uno strumento per segnalare problemi e proporre soluzioni, partecipano volentieri. Vorrei portare questo modello anche nelle istituzioni: più ascolto, più dialogo e più trasparenza».
Oltre alla sicurezza stradale, quali altri temi considera fondamentali?
«La manutenzione urbana in generale. Strade, illuminazione, marciapiedi, segnaletica: sono elementi che fanno la differenza nella qualità della vita quotidiana. Una città curata è una città più sicura e più vivibile. Non servono sempre grandi opere: a volte bastano interventi puntuali e una gestione più attenta».
Come immagina la sua presenza in Consiglio comunale se verrà eletto?
«Come un punto di collegamento tra cittadini e istituzioni.
Non voglio essere solo un rappresentante politico, ma qualcuno che continua a lavorare sul territorio, ascoltando e portando in Comune i problemi reali delle persone. L’obiettivo è semplice: contribuire a rendere Salerno una città più sicura, più ordinata e più attenta alle esigenze di chi la vive ogni giorno».
Con la sua candidatura, Gerardo Postiglione punta quindi a trasformare l’esperienza maturata nel mondo dell’associazionismo civico in un impegno diretto nelle istituzioni, con l’obiettivo dichiarato di migliorare la sicurezza e la vivibilità della città.
L’articolo Postiglione, dalla sicurezza stradale all’impegno politico proviene da Le Cronache.
Trump attacca ancora la Nato: «Stia alla larga da Hormuz»
Nel giorno della riapertura di Hormuz e del vertice di Parigi durante il quale è stata messa a punto una «missione difensiva» per lo stretto, Donald Trump torna ad attaccare la Nato, definita nuovamente dal tycoon una «tigre di carta». Su Truth, il presidente Usa ha scritto: «Ho detto loro di starne fuori, a meno che non vogliano semplicemente riempire le loro navi di petrolio. Sono stati inutili nel momento del bisogno».
Trump: «Nato inutile, stia alla larga»
Trump, in una giornata particolarmente ricca di post su Truth, ha affermato: «L’Iran ha accettato di non chiudere mai più lo Stretto di Hormuz, che non verrà più utilizzato come arma contro il mondo». Quetso mentre Teheran ha precisato che la riapertura durerà (al momento) per il tempo della tregua in Libano. Poi, come detto, ha puntato ancora il dito contro l’Alleanza atlantica: «Ora che la situazione nello Stretto di Hormuz si è risolta, la Nato mi ha telefonato per chiedermi mi chiedevano se avessimo bisogno di aiuto. Gli ho detto di stare alla larga».
Meloni: «Italia pronta a fornire navi»
Tutto questo nelle ore in cui a Parigi si è tenuta la Conferenza sulla navigazione marittima nello Stretto di Hormuz, alla quale – oltre al padrone di casa Emmanuel Macron – hanno partecipato in presenza il primo ministro britannico Keir Starmer, la premier italiana Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Inclusi quelli in videocollegamento, erano però presenti i rappresentanti di una cinquantina tra Paesi (tra cui la Russia) e organizzazioni internazionali. «Lo stretto deve essere riaperto e senza pedaggi. Il mondo intero ha bisogno di una soluzione. La missione che abbiamo predisposto è difensiva e segue il cessate il fuoco», ha detto Starmer nelle dichiarazioni alla stampa al termine del vertice. Meloni ha affermato che «aprire Hormuz significa far fronte alle criticità e costruire un elemento essenziale per qualsiasi soluzione del conflitto mediorientale». La presidente del Consiglio ha poi affermato che l’Italia è disponibile a fornire navi per la missione difensiva.





(@LadyAfro17) 













