Diego Watzke, il coreografo visionario

Come nasce il Diego Watzke ballerino e Coreografo? La danza ha scelto lei o lei la danza?

“Credo che sia stata una sorta di incontro reciproco tra me e la danza. Fin da piccolissimo mia madre mi ha educato alla bellezza e all’arte: mi portava spesso a teatro ad ascoltare concerti e ad assistere a commedie. Era una donna molto creativa, con un talento straordinario per la pittura; dipingeva farfalle e cavalli meravigliosi con una naturalezza che mi affascinava. Mi ripeteva spesso che ero un bambino molto creativo e che, un giorno, avrei trovato il modo di esprimere questa creatività. Quando ho incontrato la danza, quella parte di me è esplosa in tutta la sua forza. Più studiavo, più sentivo il bisogno di creare: non mi bastava imparare, volevo immaginare, inventare, raccontare attraverso il movimento. Questo impulso è stato così forte che, appena entrato nel Corpo di Ballo del Teatro San Carlo, ho fondato una compagnia parallela insieme ad alcuni colleghi. Ho iniziato a creare coreografie e spettacoli che, con mia grande soddisfazione, sono stati invitati in importanti festival internazionali. Per questo oggi dico che non so se sia stata la danza a scegliere me o io a scegliere la danza. So soltanto che, nel momento in cui ci siamo incontrati, ho trovato il linguaggio più autentico per esprimere chi sono.”

Chi riconosce come maestri?

“Per me un maestro non è semplicemente qualcuno che insegna una tecnica. Un maestro è colui che sa riconoscere un talento, lo protegge, lo stimola e lo aiuta a emergere. Da questo punto di vista mi considero davvero fortunato, perché nel mio percorso ho incontrato persone straordinarie. Tra tutte, la prima che ha creduto profondamente in me è stata Susanna Beltrami. Coreografa, danzatrice e docente tra le figure più importanti della danza contemporanea italiana, ha riconosciuto in me una sensibilità e un talento che io stesso non avevo ancora pienamente compreso. Li ha coltivati con intelligenza e generosità, accompagnandomi in un percorso di crescita artistica fondamentale. Ho danzato a lungo nella sua compagnia e le devo moltissimo. Ricordo con grande affetto anche Paolo Podini, storico primo ballerino e poi maître de ballet del Teatro alla Scala. Le sue indicazioni in sala prove erano preziose: lavorava con me sui salti, sulle piroette, sui tour en l’air, trasmettendomi non solo competenze tecniche ma anche una grande disciplina professionale. Ancora oggi mi tornano alla mente molti dei suoi consigli. Un altro punto di riferimento fondamentale è stato Walter Venditti, uno dei più importanti ballerini e maestri di danza italiani. Anche lui proveniente dalla tradizione scaligera, è stato per me e per intere generazioni di danzatori un esempio di passione, competenza e dedizione. Instancabile scopritore di talenti, mi ha preparato per numerose audizioni, compresa quella che mi ha aperto le porte del Teatro San Carlo. Poi, ci sono stati Ricardo Nunez, Margarita Trayanova, Elisabetta Terabust e tanti altri maestri incontrati nel corso degli anni al Teatro San Carlo. Ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa di prezioso: un insegnamento, una visione, un modo diverso di intendere l’arte della danza. Sono tutti parte della persona e dell’artista che sono diventato oggi.”

Come ha conosciuto la Signora Pina Testa e come è rinata la collaborazione

“Io e Pina Testa ci conosciamo da moltissimi anni. Il nostro incontro risale ai tempi del Teatro San Carlo, dove abbiamo avuto occasione di collaborare artisticamente e di condividere alcune esperienze sul palcoscenico. Successivamente mi invitò a insegnare nella sua scuola, una realtà che rappresenta da decenni un punto di riferimento assoluto per la danza a Salerno. Da lì è nata una collaborazione intensa e duratura, che è andata avanti per oltre dieci anni. Sono stati anni bellissimi, dedicati alla formazione dei giovani danzatori, accompagnandoli nel loro percorso di crescita e aiutandoli a trasformare le loro aspirazioni in obiettivi concreti. Pina è una persona straordinaria, di una generosità rara. Si dedica agli altri con totale disponibilità, mettendo sempre al centro il bene dei suoi allievi. Ha una personalità capace di unire rigore e dolcezza, fermezza e sensibilità: qualità che l’hanno resa una figura così amata e rispettata. Le sono profondamente grato per la fiducia che mi ha accordato e per tutto ciò che abbiamo costruito insieme. Come accade spesso nei percorsi professionali e umani, a un certo punto le nostre strade si sono separate. Entrambi abbiamo sentito il bisogno di esplorare nuove esperienze, crescere, arricchirci artisticamente e scoprire nuove sfumature del nostro talento. Ma certi legami autentici non si spezzano mai. Dopo anni ci siamo ritrovati quasi naturalmente, come se ci unisse un filo invisibile. Ognuno portava con sé un bagaglio più ricco di esperienze, conoscenze e maturità artistica. Da questo nuovo incontro è nata una collaborazione ancora più consapevole, fondata sugli stessi valori di sempre: amore per la danza, attenzione ai giovani e desiderio di promuovere arte e cultura sul territorio.”

Come nasce una coreografia di Diego Watzke, l’ispirazione può avvenire fortuitamente o è per così dire “aiutata” ? “L’ispirazione può nascere in entrambi i modi: sia in maniera spontanea e inaspettata, sia attraverso una richiesta o una commissione precisa. Nel primo caso, l’ispirazione arriva spesso dall’ascolto della musica, che è una presenza costante nella mia vita. Amo molti generi musicali, ma ho una particolare predilezione per i grandi compositori. Li ascolto ogni giorno e cerco di percepire ciò che risuona dentro di me, ciò che fa vibrare la mia anima. Quando accade, le immagini e i movimenti iniziano quasi immediatamente a prendere forma nella mia mente. Comincio a vedere scene, dinamiche, emozioni, e nasce il desiderio di trasformarle in una coreografia. A volte l’idea resta con me per mesi, altre volte prende vita subito, ma so che prima o poi troverà il suo spazio sulla scena. L’ispirazione ‘aiutata’, invece, nasce quando mi viene commissionato un lavoro. Può trattarsi di un tema specifico, di una partitura musicale già scelta o di un progetto con caratteristiche ben definite. In questi casi il processo creativo cambia, ma non perde intensità. Anzi, spesso i limiti diventano uno stimolo ulteriore: mi spingono a cercare nuove soluzioni, nuove chiavi di lettura e nuovi linguaggi espressivi”.

Due le coreografie presentate quest’anno con il Professional Ballet il Lacrimosa dal Requiem di Mozart e il Sacre di Stravinskij. Convergenze e divergenze di ispirazione

“Come accennavo prima, i grandi compositori rappresentano per me una fonte inesauribile di ispirazione. Mozart e Stravinskij fanno parte del mio universo artistico da moltissimo tempo; la loro musica mi accompagna da anni e continua a interrogarmi, emozionarmi e stimolarmi a creare. A prima vista, il Requiem di Mozart e Le Sacre du Printemps di Stravinskij possono sembrare opere molto distanti tra loro. E in effetti esistono delle divergenze: linguaggi musicali differenti, energie diverse, modi opposti di interpretare il movimento. Mozart conduce verso una dimensione più spirituale e contemplativa, mentre Stravinskij sprigiona una forza primordiale, terrena e quasi rituale. Eppure, al di là delle differenze, vedo una profonda convergenza. Entrambe le opere sono attraversate da una riflessione intensa sul senso dell’esistenza, sul rapporto tra il presente e l’eterno, una continua ricerca dell’ora e del dopo, dell’adesso e dell’eternità che trascende la vita e la morte”.

L’approccio, l’insegnamento di quest’arte è cambiato da quando ha iniziato. Ora addirittura le scuole di danza social, tutto sbattuto in questa agorà virtuale, cosa ne pensa?

“L’insegnamento della danza è inevitabilmente cambiato rispetto a quando ho iniziato il mio percorso. Oggi viviamo in un’epoca in cui la comunicazione è immediata e globale, e i social network sono diventati parte integrante anche del mondo artistico e della formazione. Personalmente credo che ogni strumento sia neutro in sé: ciò che fa la differenza è l’intenzione con cui viene utilizzato. Un concetto che ho imparato dalla filosofia buddista del Sutra del Loto è quello di Riki, che rappresenta la capacità d’azione e il potenziale della mente umana. Se questa forza è guidata da uno stato vitale basso, le nostre azioni possono produrre effetti distruttivi; se invece nasce da uno stato vitale elevato, allora genera valore, crescita e beneficio per gli altri. Penso che questo principio si applichi perfettamente anche ai social media. Possono diventare strumenti di superficialità e competizione sterile, ma possono anche essere straordinari mezzi di diffusione della cultura, dell’arte e della conoscenza. Tutto dipende da come vengono utilizzati e da chi li utilizza. Ricordo una pubblicità che diceva: “Pensate se questa possibilità di comunicazione l’avesse avuta Gandhi”. È una riflessione che mi ha sempre colpito, perché ci ricorda quanto potente possa essere uno strumento quando viene messo al servizio di valori positivi e di una visione costruttiva del mondo. Sono fiducioso che gli esseri umani abbiano la capacità di orientare questi strumenti verso il bene. Se usati con consapevolezza, i social possono diventare un’occasione preziosa per avvicinare le persone all’arte, alla bellezza e alla cultura, stimolando curiosità, dialogo e crescita personale”.

Un ruolo che avrebbe voluto interpetrare e un titolo ancora da coreografare

“Nel corso della mia carriera ho avuto la fortuna di essere spesso scelto dai coreografi per interpretare ruoli solistici. È stata un’opportunità preziosa che mi ha permesso di crescere non solo tecnicamente, ma anche artisticamente e umanamente. Per questo motivo non posso dire di avere rimpianti o di sentire la mancanza di un ruolo che avrei voluto interpretare e non ho avuto occasione di fare. Ogni esperienza che ho vissuto in teatro mi ha lasciato qualcosa di importante e ha contribuito a costruire il mio percorso. Se invece guardo al futuro come coreografo, c’è un titolo che mi affascina da sempre e che vorrei affrontare: Romeo e Giulietta di William Shakespeare. È una storia universale, capace di parlare a ogni generazione perché affronta temi eterni come l’amore, il destino, il conflitto e il desiderio di libertà. Mi piacerebbe reinterpretarla attraverso una sensibilità contemporanea, lasciandomi ispirare magari, dalla straordinaria versione cinematografica di Baz Luhrmann, che considero una rilettura visionaria, coraggiosa e sorprendentemente moderna della tragedia shakespeariana”.

Cosa occorre per far felice Diego Watzke?

“In realtà, niente. O forse sarebbe più giusto dire che non ho bisogno di qualcosa in particolare per essere felice. Con il tempo ho compreso che la felicità non dipende esclusivamente dagli eventi esterni o da ciò che possediamo, ma è una qualità che ogni essere umano porta già dentro di sé. Credo che la felicità sia uno stato che possiamo coltivare ogni giorno, in ogni fase della nostra vita, indipendentemente dalle circostanze. Questo non significa vivere lontani dalla sofferenza o dalle difficoltà. Anch’io, come tutti, attraverso momenti dolorosi, delusioni e situazioni che mettono alla prova. La vita non risparmia nessuno. Quello che ho imparato, però, è che dentro ciascuno di noi esistono risorse straordinarie, spesso più grandi di quanto immaginiamo. Forse è proprio quello stato vitale di cui parlavamo prima: la capacità di trovare dentro di sé la forza, la saggezza e il coraggio necessari per affrontare qualsiasi situazione. Quando riusciamo a far emergere questa parte migliore di noi stessi, non cambiano soltanto il nostro modo di guardare la realtà e di vivere gli eventi, ma spesso cambia anche il nostro destino. Per questo considero la felicità non come un traguardo da raggiungere, ma come una condizione interiore da coltivare e rinnovare ogni giorno.”

Olga Chieffi

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S. Severino: Rifiuti pericolosi a Corticelle, è polemica

Traspare una certa preoccupazione in località Corticelle di Mercato San Severino. A quanto pare, l’impianto che potrà trattare e recuperare fino a 560mila tonnellate di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi potrebbe essere realizzato dalla ditta autorizzata dalla Regione Campania. Un anticipo di quanto sarebbe accaduto lo aveva già annunciato, nel febbraio scorso, il capogruppo consiliare di “Civici per S. Severino”, Giovanni Romano, il quale ha anche reso noto il rigetto, da parte del Consiglio di Stato, del ricorso proposto dal Comune di Mercato S. Severino relativo alla domanda di sospensione dell’efficacia della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) di accoglimento del ricorso di primo grado. Lo stesso consigliere di opposizione ripercorre le fasi di una vicenda controversa, che ora viene vista con una certa apprensione da parte dei residenti dell’area interessata all’intervento. “La dis-amministrazione – spiega Romano – ha perso in primo grado perché, nonostante avesse espresso un parere negativo nelle prime due sedute della Conferenza di Servizi convocata per esaminare il progetto, non si è presentata nell’ultima seduta. Ha cercato di “metterci una pezza”, dopo, diffidando la ditta dall’iniziare i lavori”. Occorre brevemente ricordare che nel 2025 la ditta ha presentato ricorso e il Tar di Salerno le ha dato ragione definendo il Comune “contumace”. “Secondo il TAR – ha aggiunto Romano – se la dis-amministrazione comunale avesse voluto davvero fermare la realizzazione dell’impianto, avrebbe dovuto impugnare l’Autorizzazione Regionale oppure far registrare il suo dissenso nell’ultima Conferenza di Servizi e non dopo. Successivamente, nel 2026, la dis-amministrazione ha presentato ricorso al Consiglio di Stato che non solo ha dato ragione alla ditta, ma ha anche condannato il Comune (quindi tutti noi) a pagare le spese di lite”. Secondo Romano, dai giorni scorsi corre voce che “qualcuno” del Comune ha cercato di convincere alcuni cittadini di Corticelle a dare vita ad un Comitato locale anche al fine della eventuale costituzione in giudizio del Comitato stesso per rafforzare la posizione del Comune. “I cittadini – ha sottolineato il capogruppo dell’opposizione – non hanno “abboccato” e non hanno sostenuto altre (inutili) spese. L’unico Comitato che va costituito è quello contro la dis-amministrazione che con la sua incapacità e incompetenza ha “regalato” a Corticelle oltre mezzo milione di monnezza all’anno”. I residenti della zona sono convinti che impianti che trattano e recuperano rifiuti speciali provenienti, cioè, dalle produzioni industriali sono necessari perché evitano che tali rifiuti vengano smaltiti in modo illegale e pericoloso per l’ambiente. Ma sono altrettanto convinti che questi impianti andrebbero localizzati in zone adeguatamente lontane dai centri abitati e, possibilmente, in aree industriali e non agricole come quella individuata a Corticelle. L’amministrazione, questi rilievi, li ha presentati nelle prime due sedute della Conferenza di Servizi. “Perché – si chiede Romano – successivamente, non ha partecipato all’ultima Conferenza di Servizi così “favorendo” di fatto la ditta che ha vinto innanzi al TAR proprio per questa ragione? Perché le cittadine e i cittadini di Mercato S. Severino e soprattutto di Corticelle non sono stati correttamente e adeguatamente informati prima che la procedura di autorizzazione si concludesse? Se non fossero iniziati i lavori, nessuno avrebbe mai saputo della gravissima mancanza della dis-amministrazione “contumace”. Le cittadine e i cittadini di Corticelle facciano queste domande al sindaco, ai dis-amministratori della Giunta Comunale e, soprattutto, ai consiglieri comunali della maggioranza che sostengono la dis-amministrazione. E, soprattutto, le tengano bene in mente anche il prossimo anno quando codesti dis-amministratori saranno a Corticelle a cercare voti per le elezioni comunali e politiche”. Un’accusa durissima, quella di Romano, in attesa di capire se effettivamente si potrà bloccare la realizzazione di questo impianto. Mario Rinaldi

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Turchi: impegno civico oltrepassa i giorni del voto

All’indomani delle elezioni amministrative del 24 e 25 maggio, abbiamo intervistato Alessandro Turchi, leader del movimento civico Salerno Migliore. Una riflessione a mente fredda sul percorso svolto, sui risultati delle urne e sulle prossime mosse strategiche di una forza politica che punta a trasformarsi in un laboratorio permanente per la città.

Turchi, le urne si sono chiuse e i dati percentuali sono ormai consolidati. Qual è il suo primo bilancio su questa intensa campagna elettorale?

«Il percorso di Salerno Migliore è stato prima di tutto un cammino fatto di passione, studio profondo e determinazione, che abbiamo riversato in ogni singolo giorno di questa campagna elettorale. Bisogna guardare agli esiti di questa sfida con grandissimo rispetto per tutto il lavoro che abbiamo profuso. I numeri delle urne offrono sempre un verdetto chiaro dal punto di vista strettamente amministrativo, ma la buona politica e l’impegno civico non si esauriscono affatto nei due giorni di voto del 24 e 25 maggio».

Molti osservatori notano che per un progetto civico puro sia sempre complesso scardinare certi equilibri. Ritiene di aver comunque lasciato un segno?

«Assolutamente sì. Abbiamo piantato un seme indispensabile e siamo riusciti a cambiare la narrazione in una città storicamente radicata nelle sue dinamiche politiche tradizionali. È un lavoro culturale e programmatico che, forse, avrebbe avuto semplicemente bisogno di più tempo. Salerno Migliore ha avuto il grande merito di riportare il dibattito cittadino su temi estremamente concreti — penso alla rigenerazione urbana sostenibile, alla gestione efficiente dei rifiuti e alla digitalizzazione del nostro artigianato (Botteghe Digitali) — costringendo di fatto anche gli altri interlocutori, a parte uno, a confrontarsi direttamente su questi argomenti».

Avete proposto una visione fortemente innovativa, forse di rottura. Questa identità così marcata ha incontrato delle resistenze nel corpo elettorale?

«Proporre una visione innovativa e di netta rottura rispetto al passato porta inevitabilmente a scontrarsi con la resistenza strutturale al cambiamento o con il peso del voto strutturato. Questo scenario, tuttavia, non toglie un briciolo di valore alla bontà delle nostre idee. Dobbiamo semplicemente partire dalla considerazione che i progetti civici puri richiedono tempo e costanza per essere pienamente metabolizzati dal tessuto sociale cittadino».

Se dovesse guardare oltre le percentuali e i meri dati numerici, cosa resta di questa esperienza elettorale?

«Al di là del dato percentuale, i riscontri che abbiamo ottenuto, e che ho ricevuto a livello personale, costituiscono una base solidissima. Ci siamo imposti nel dibattito pubblico come figure autorevoli, colte e sinceramente mosse da un profondo amore per la nostra città. Questo rappresenta un capitale umano e politico straordinario che non va assolutamente disperso».

Guardiamo al presente e al futuro immediato. Quali sono le primissime cose da fare adesso?

«Per prima cosa dobbiamo rivolgere un ringraziamento immenso agli elettori, ai candidati della nostra lista e a tutti i volontari che ci hanno supportato instancabilmente. Ognuno di loro ha sposato un’idea, mettendoci la faccia e investendo il proprio tempo libero. Consideriamo queste elezioni come un “primo passo fondamentale”, fermo restando che il nostro messaggio, a causa del poco tempo a disposizione e di una natura fortemente innovativa, non è purtroppo riuscito a penetrare in modo omogeneo in tutte le fasce della popolazione. Il 12 giugno incontreremo gli “operativi” di Salerno Migliore per tracciare un bilancio di questa esperienza e per organizzare il futuro».

La campagna elettorale si è conclusa, ma la gestione della città prosegue. Come si posizionerà Salerno Migliore da oggi in poi?

«Fermo restando che nell’incontro che terremo decideremo collettivamente il nostro percorso, a livello personale dico che il nostro intento primario dovrebbe essere quello di trasformare Salerno Migliore in un Laboratorio Civico permanente. Del resto, se la campagna elettorale è finita, i problemi di Salerno restano inalterati. Il mio pensiero è che dovremo fare un’opposizione rigorosa e attiva fuori dal Palazzo, esercitando una forte pressione politica. Quindi continuare a monitorare da vicino la gestione del verde pubblico, del turismo, della mobilità e della sicurezza. In politica, non essere fisicamente seduti in aula non significa affatto non avere voce o non poter incidere».

Quale sarà la vostra strategia di relazione con le altre forze di minoranza che siederanno in Consiglio Comunale?

«Il rapporto con le forze politiche di opposizione sarà rinsaldato, pur nella netta consapevolezza che Salerno Migliore deve mantenere intatta la propria identità e la propria totale autonomia civica. Ma certamente è auspicabile un canale di comunicazione strutturato, con un tavolo di coordinamento periodico con tutti i consiglieri eletti che si renderanno disponibili all’interlocuzione».

Quali saranno, a livello pratico e organizzativo, i vostri prossimi passi sul territorio?

«A livello pratico, le prossime mosse dovranno riguardare l’allargamento numerico dei membri dell’Associazione e la creazione immediata di gruppi di lavoro tematici, dando una casa a chi ci ha votato e vuole continuare a partecipare attivamente; vogliamo essere veri e propri interlocutori stabili in città. Chiederemo poi, tramite i consiglieri che vorranno collaborare con noi, un costante accesso agli atti o precise interrogazioni sullo stato di attuazione dei piani di manutenzione urbana o sui monitoraggi ambientali, per garantire trasparenza e risposte a tutta la cittadinanza».

 

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Pina Testa, una vita per la danza

di Olga Chieffi

 

 

Pina Testa ha scelto la Danza o la Danza ha scelto lei?

“La Danza mi ha presa per mano a 5 anni e non mi ha più lasciata. Io volevo solo muovermi, lei voleva raccontare. Forse ci siamo scelte a vicenda, in silenzio, alla prima sbarra. Quando il corpo capisce prima della testa, è destino”.

Ha vissuto gli anni più belli del Teatro San Carlo, chi riconosce come Maestri?

“Il San Carlo è stato casa e università. Maestri? Milly Wanda Clerici, per quel rigore che diventa poesia. Poi Zarko Prebil: mi ha insegnato che la tecnica è solo l’alfabeto, e mi ha trasformato in danzatrice. E Ekaterina Maximova straordinaria danzatrice che montava con me e Vladimir Derevianko il balletto Paganini, mi ha insegnato come si entra in scena da Étoile”.

La vita, come il palcoscenico, come la danza è fatta di lezioni facili e lezioni difficili. Ce ne racconta una bella e una brutta?

“La bella: Paganini,1988. Entro con un grand jeté e per la prima volta non penso ai passi. Vedo il teatro che respira con me. Lì ho capito di essere diventata interprete, non solo esecutrice.  La brutta: un incidente stradale che mi ha cambiato la vita. Non so se in meglio o in peggio. Sei mesi ferma. Il corpo che tradisce, il silenzio in sala, la paura di non tornare in scena. Lì ho imparato l’umiltà. “Io so” non basta mai: il “ma tanti no” ti ricorda che ogni giorno ricominci da plié”.

L’insegnamento della danza, come è cambiato negli anni, se lo è?

“È cambiato tutto. Prima il maestro era Dio, oggi deve essere ponte. Le allieve hanno più informazioni, corpi più consapevoli, ma meno pazienza. Il mio compito è difendere la lentezza. La danza non si scrolla, si costruisce. E poi i generi: repertorio, contemporaneo, hip-hop. Quando ho iniziato il classico era un muro. Ora è una porta. Io insegno ad aprirla senza sbatterla”.

Quanti no ha pronunciato Pina Testa nella sua vita?

“Tanti. No alle tournée che mi portavano via troppo tempo dalla scuola. No ai ruoli che non sentivo miei, anche se prestigiosi. No alle scorciatoie. Ogni no è stato un sì a me stessa. Forse ho detto più no che sì. Ma ogni sì, poi, è stato totale”.

Oltre alle sue “naturali” eredi, nel corso di questi anni, vanta altri nomi nell’universo coreutico, emersi dal suo magistero?

“Non faccio nomi. Parlerà il palco per loro. Ma sì, ci sono. Alcune sono prime ballerine in Europa, altri firmano coreografie contemporanee che mi spiazzano. La gioia più grande è quando un’allieva prende un mio difetto e lo trasforma in stile. Lì capisco di aver fatto bene”.

Un ruolo che avrebbe voluto interpretare, un sogno nel cassetto?

“Carmen. L’ho studiata, sognata, mai danzata. Troppo tardi, troppo presto, chissà. Il cassetto resta aperto. I sogni, a volte, si ereditano”.

Che occorre per far felice Pina Testa?

“Una sala prove alle otto del mattino, l’odore di pece, il silenzio prima della musica. E vedere un’allieva che cade, si rialza e riprova senza cercarmi con gli occhi. Quando non cercano la mia approvazione, ma la loro verità. Lì sono felice. E un caffè, stretto, dopo lezione. Quello sempre”.

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Il dramma invisibile dei furti a Salerno

di Vincenzo Sica

L’allarme sicurezza non è più un semplice malumore di quartiere: è qualcosa che si sente crescere e che molti avvertono come urgente, necessario, non più rinviabile. In questi giorni Salerno non viene risparmiata dai furti che colpiscono con precisione inquietante. Effrazioni rapide, tentativi di intrusione, truffe porta a porta, ladri che si muovono con una sicurezza che mette i brividi. La sensazione, sempre più diffusa, è quella di una comunità osservata dall’esterno, studiata nei suoi ritmi quotidiani, come se qualcuno analizzasse abitudini e orari per colpire nel momento esatto in cui la casa resta sola. Una città che si scopre vulnerabile, mentre la parola sicurezza torna ovunque: nei bar, nei condomìni, sui social, nelle chat di quartiere. Le testimonianze raccolte parlano di persone che si presentano come tecnici, funzionari, perfino finti carabinieri. Episodi che inquietano perché colpiscono soprattutto chi è più esposto: anziani, famiglie sole, lavoratori che rientrano tardi. E la domanda che rimbalza da un portone all’altro è diretta: se bussano fingendosi forze dell’ordine, come può difendersi un cittadino comune? A volte, però, la cronaca non basta a raccontare la profondità del danno. «A mia moglie e a me è successo», racconta un cittadino. «Non è un semplice furto, ma una violenza totale che ha distrutto la nostra serenità. Vedere la persona che ami sotto shock, consumata dall’angoscia, fa capire che il danno più grave è quello invisibile, impresso nella mente e nel corpo». Parole che pesano come macigni, perché mostrano ciò che spesso resta fuori dai verbali: il trauma, la paura, la frattura emotiva che un furto lascia dietro di sé. «La sicurezza non può esaurirsi in un freddo verbale di denuncia», continua. «Abbiamo bisogno di uno Stato che non si limiti a cercare i colpevoli, ma che protegga e sostenga le vittime nell’immediato, anche psicologicamente».La Costituzione tutela la sicurezza come diritto fondamentale, ma la distanza tra il principio e la vita reale sembra allargarsi. I cittadini chiedono protezione, risposte, presenza. Chiedono che la sicurezza non resti un concetto astratto, ma diventi un fatto concreto, quotidiano, percepibile. Perché quando i ladri arrivano a spacciarsi per carabinieri, la prevenzione non è più un’opzione: è una necessità civile. Serve educazione, informazione, campagne pubbliche che insegnino a riconoscere un vero operatore, verificare un tesserino, chiamare il 112 senza esitazioni. La sicurezza non è solo repressione: è cultura, consapevolezza, responsabilità condivisa. Ma il punto più doloroso arriva dopo. Quando la porta viene forzata, quando un estraneo entra nella casa di qualcuno, non si subisce solo un danno materiale. Si incrina un equilibrio emotivo, si spezza un senso di intimità, si genera un trauma che non si vede ma resta. «Questo trauma», continua il cittadino, «mi spinge a interrogarmi sul senso stesso del nostro patto sociale: che valore hanno le leggi se non riescono a garantire l’inviolabilità della nostra casa? Perché il diritto è così distante dalla realtà emotiva delle persone, lasciandoci soli nel terrore mentre la burocrazia segue i suoi tempi infiniti? Oggi mi chiedo con amarezza se siamo ancora protetti o se la sicurezza sia diventata un lusso affidato al caso». Parole che non sono un’accusa, ma un appello: «Non possiamo accettare la paura come normalità. Se lo Stato non ci difende prima e non ci cura dopo, significa che il sistema è rotto, e questo riguarda ognuno di noi». Quando i ladri vengono presi, il carcere basta? O sarebbe necessario pretendere che chi delinque conosca — e riconosca — i principi del vivere civile, del rispetto, della convivenza? Molti cittadini chiedono percorsi di responsabilizzazione, lavori utili alla comunità, forme di restituzione simbolica o concreta. Perché la pena, da sola, non sempre ricostruisce ciò che è stato spezzato.Intanto cresce la tentazione di “fare da sé”. Ma la legge è chiara: ronde, gruppi di intervento, iniziative autonome non sono consentite e possono trasformarsi in un boomerang pericoloso. Ciò che invece è possibile — e utile — è creare reti di vicinato, condividere informazioni in modo responsabile, collaborare con le forze dell’ordine, installare sistemi di sicurezza condivisi, partecipare a incontri pubblici sulla prevenzione. La sicurezza nasce da una comunità che si riconosce, si parla, si sostiene. E così, mentre Salerno chiede protezione e il dibattito pubblico si accende, resta una domanda che pesa come un titolo in neretto: il cittadino che subisce violenza o furto, chi lo tutela davvero — moralmente ed economicamente — e se i ladri vengono presi basta il carcere o non sarebbe il caso di chiedere proprio a loro se conoscono i principi del vivere civile, e fino a che punto i cittadini possono sperare di recuperare la refurtiva.

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Capaccio. Il comandante, la prescrizione e la sentenza sbianchettata 

Peppe Rinaldi

 

Si chiude, per ora, la tortuosa vicenda che ha interessato il comandante della Polizia Urbana di Paestum, il maggiore Antonio Rinaldi, e l’imprenditore di Torricelle, Alberico Cafasso, impegnati da anni in un singolare duello giudiziario. I fatti li abbiamo raccontati qualche mese fa quando, tra il serio e il faceto, titolammo “Il blitz della ricotta”. I nostri cinque lettori ricorderanno.

La notizia vera è alla fine di questo articolo – divagando così dalla scolastica del mestiere che la imporrebbe nelle prime due righe – mentre quella nuova è che la Cassazione ha dichiarato estinto per prescrizione il reato del quale Rinaldi era accusato, cioè l’aver calunniato Cafasso, circostanza già definita in due gradi di giudizio, a valle dei quali l’ufficiale ha incassato due anni di reclusione, più accessori di legge vari. Rinaldi, però, all’ultimo step previsto dal nostro ordinamento non è stato condannato, questo è pacifico, ma non perché è stato riconosciuto innocente bensì perché la legge, come sappiamo, non consente la condanna quando è trascorso un certo tempo dalla commissione del reato. E’ un principio sacrosanto di civiltà giuridica, migliorabile senz’altro ma irrinunciabile.

 

L’origine di tutto

 

Ricapitoliamo un po’ la storia. Qualcuno ricorderà ciò che succedeva nella stazione del Corpo Forestale dello Stato (in seguito assorbito dall’Arma) di Paestum oltre una decina di anni fa. Il comandante, Marta Santoro, e il di lei marito in quel tempo, Antonio Petillo, anch’egli agente della Forestale, finirono in manette per una serie di concussioni, corruzioni, falsi e abusi commessi tra Cilento e Piana del Sele in danno di società e imprese soggette ai controlli di servizio. Una storia vecchia quanto il mondo quella delle così dette divise sporche, diciamo pure un grande classico che, a rotazione, interessa singoli soggetti dei tanti organi di controllo dello stato. Come ovunque.

In una di quelle famigerate, spesso pirotecniche, ispezioni in opifici industriali, agricoli o artigianali, quasi sempre auto-generate attraverso falsi esposti anonimi, Santoro si fece accompagnare presso il capannone di Cafasso anche da Rinaldi, in quella fase vice capo della PU. Le modalità di quel blitz sono le stesse all’origine del rinnovato interesse di questo giornale per l’intera vicenda. Una decina di agenti, alcuni armati di mitra, si presentarono con i lampeggianti accesi alle prime luci dell’alba di un mattino qualsiasi, dinanzi ai cancelli dell’azienda di Cafasso: in quel posto, però, non c’era una cellula di palestinesi pronti a scannare donne vecchi e bambini, c’erano solo il titolare dell’impianto e alcuni collaboratori. Furono fatti scendere dai mezzi e stendere faccia a terra, ma nel capannone fu rinvenuto solo un modesto deposito di ricotte e caciotte, un originale corpo del reato per la cui repressione ci si cimentò con particolare ardore poliziesco.

 

Coperture esibite o millantate

 

Ora, la comandante Santoro faceva quel che faceva – e che ha ammesso di aver fatto – perché aveva, o diceva di avere, o presumeva di avere coperture negli uffici in cui si decideva, un aspetto mai chiarito abbastanza. Cafasso fu poi sentito in aula dai magistrati e riferì che quel giorno Santoro e Rinaldi gli proposero, non prima di appartarsi con lui, di sistemare le cose in cambio di soldi. Si rifiutò e di lì ne nacquero ulteriori frizzi e lazzi, con effetti attuali e, chissà, futuri. Rinaldi, appresa la dichiarazione di Cafasso, comprensibilmente si difese e lo denunciò per calunnia. Le indagini che ne seguirono indussero, però, il pm a rovesciare il quadro e a procedere d’ufficio contro di lui per lo stesso reato, calunnia in danno dell’imprenditore di Torricelle: cioè, il racconto di Cafasso fu giudicato attendibile e, di conseguenza, per i magistrati a calunniare non fu lui ma Rinaldi, visto che lo aveva denunciato sapendolo innocente. Morale? Se Cafasso aveva detto il vero, sarà giocoforza vera pure la tentata concussione, come emergerebbe alla fine di tutta la storia, a dispetto della verità processuale: infatti, sia Santoro (che non denunciò Cafasso, la donna era già ricoperta di altri guai più cocenti in quel momento) che Rinaldi finirono sotto processo perché accusati della violazione degli articoli 56 e 317 del Cp, appunto la tentata concussione. Esito? Tutto prescritto, anche in quel caso.

 

Le regole della prescrizione

 

La legge vuole che quando un giudice sta per dichiarare estinto un reato per prescrizione, deve prima verificare se dalla vicenda siano emersi elementi per assolvere l’imputato, nel qual caso va riconosciuta la sua innocenza (peraltro ancora presunta), che prevale sull’estinzione automatica, in ogni caso dichiarata. In altre parole, se un giudice valuta che l’imputato è innocente ma il reato è prescritto deve optare per la sua non colpevolezza. Poi esiste la possibilità dell’imputato stesso di rinunciare alla prescrizione perché vuole vedersela riconosciuta formalmente l’innocenza, ma questo è un altro discorso. Nel caso della nostra tentata concussione fu, infatti, precisato dal giudice dell’epoca che, pur essendo emersi elementi che lo avrebbero indotto a condannare Santoro e Rinaldi, non poteva farlo perché il reato si era prescritto. Come si possa giocherellare con la prescrizione, allungare deliberatamente i tempi del processo sfruttando le varie opzioni previste dalla normativa (che pure dei paletti fissa), magari contando sull’inerzia o la simpatia o chissà cos’altro da parte di chi può e deve vigilare su certi abusi, è un tema gigantesco e a se stante, che, verosimilmente, intercetteremo.

Tornando alla prescrizione della calunnia in danno di Cafasso sancita dalla Cassazione pochi giorni fa, ci sarebbe, in realtà, poco altro da aggiungere, se non fosse per un dettaglio che ha rimescolato le carte d’improvviso, scatenando nuove curiosità. Nelle ore successive alla pubblicazione del dispositivo della sentenza, alcuni media ne davano, giustamente, notizia. Il dibattito sorto sui social, pur se comprensibile vista la rilevanza pubblica degli interessati, è preferibile saltarlo a pie’ pari. Ha colpito, invece, la stravagante modalità del confezionamento della notizia. Nel testo diffuso si legge una corretta ricostruzione del fatto, svolta in base alle notizie ricevute. A corredo della nota, c’è poi la foto del dispositivo della sentenza, dove si legge: “ (la Corte) Annulla senza rinvio la sentenza impugnata agli effetti penali perché il reato è estinto per prescrizione”. Tutto qua. Il dispositivo della medesima sentenza (Ricorso n. 9693/2026. Sent. 14/05/2026, VI Sezione) letto da Cronache dice la stessa cosa, ma continua così: “Conferma le statuizioni civili e condanna, inoltre, l’imputato alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute nel presente giudizio dalla parte civile Cafasso Alberico, che liquida in complessivi euro 2.207,00, oltre accessori di legge”. Insomma, il dispositivo circolato era pezzotto, come si dice. Chi l’ha pezzottato e perché? Escludendo gli operatori dell’informazione, che hanno ricevuto notizia e foto da proprie fonti e, correttamente, hanno dato spazio a un fatto di evidente interesse pubblico, resta solo l’idea che sia slittata la frizione, all’interessato o a qualche suo collaboratore. Sbianchettare quasi quattro righe da un dispositivo di sentenza di Cassazione fatto di cinque, scommettendo su un’ambiguità che attenui la realtà dei fatti, non riduce ma moltiplica interesse e curiosità verso i fatti stessi. Il contrario del proprio obiettivo, insomma. Ci sarebbe quasi da solidarizzare con il comandante

Tecnicamente, Rinaldi dovrà pagare la somma indicata in dispositivo, più altri 8mila euro circa di spese legali e, quando sarà, in sede civile dovrà sborsare altri soldi in favore di Cafasso, dopo un altro processo, salvo accordi diversi tra le parti, siamo in ambito civile, non penale.

Questo, intanto, ha detto la VI Sezione penale della Corte di Cassazione nel dispositivo, il suo significato generale e particolare è chiaro. Con la pubblicazione si capirà meglio.

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Castel S. Giorgio: in calo il gioco d’azzrardo on line

In merito ai dati contenuti nel “Libro Nero dell’Azzardo 2026”, che fotografano l’andamento del gioco d’azzardo in Italia, il Sindaco di Castel San Giorgio, Paola Lanzara, interviene per evidenziare gli elementi di novità emersi dal rapporto e per ringraziare quanti, in questi anni, hanno contribuito all’azione di contrasto al fenomeno. “Parliamo di dati che meritano grande attenzione e che impongono una riflessione seria e approfondita. Nessuno intende sottovalutare un fenomeno che continua a rappresentare una criticità sociale importante e che richiede il massimo impegno da parte delle istituzioni e dell’intera comunità. Tuttavia, ritengo sia doveroso leggere il report nella sua completezza. Se Castel San Giorgio continua a occupare una posizione elevata nella classifica nazionale relativa alla raccolta pro capite del gioco online, il rapporto certifica anche una significativa riduzione del fenomeno rispetto all’anno precedente, con oltre 110 milioni di euro di giocate online in meno rispetto al 2024. Si tratta di un dato importante che non può essere ignorato e che testimonia l’efficacia di un lavoro di prevenzione, sensibilizzazione e contrasto che da anni viene portato avanti sul nostro territorio. Come Amministrazione Comunale abbiamo scelto di affrontare questa problematica con serietà, continuità e senso di responsabilità, promuovendo iniziative pubbliche, percorsi educativi e momenti di confronto rivolti soprattutto alle giovani generazioni e alle famiglie. Per questo desidero esprimere un sentito e profondo ringraziamento alle Forze dell’Ordine e alla Magistratura per l’incessante attività di controllo e contrasto dei fenomeni di illegalità, nonché all’associazione Libera e, in modo particolare, al presidio Libera ‘Marcello Torre’ di Castel San Giorgio, che rappresenta da anni un presidio fondamentale di legalità, memoria e impegno civile sul nostro territorio. Il lavoro svolto dal Circolo, attraverso iniziative di sensibilizzazione, educazione alla cittadinanza attiva e promozione della cultura della legalità, ha contribuito in maniera significativa a costruire una maggiore consapevolezza nella nostra comunità sui rischi connessi al gioco d’azzardo e alle dipendenze. I risultati che oggi registriamo sono il frutto di una straordinaria sinergia istituzionale e sociale, costruita nel tempo grazie alla collaborazione tra Amministrazione Comunale, Forze dell’Ordine, Magistratura, Libera, il presidio ‘Marcello Torre’, il mondo della scuola, le associazioni e tutti coloro che ogni giorno operano per rendere Castel San Giorgio una comunità più consapevole e più forte. Naturalmente non siamo soddisfatti. I numeri restano elevati e il percorso da compiere è ancora lungo. Ma sarebbe un errore non riconoscere i segnali di miglioramento che emergono chiaramente dal report. È da questi segnali che dobbiamo partire per rafforzare ulteriormente il nostro impegno. Continueremo a lavorare con determinazione, trasparenza e spirito di collaborazione, perché la lotta alle dipendenze, la tutela delle famiglie e la promozione della legalità rappresentano priorità assolute per questa Amministrazione e per l’intera comunità di Castel San Giorgio.”- ha dichiarato il primo cittadino Paola Lanzara.

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Salerno. Premio del Sorriso

di Erika Noschese

Si è conclusa lo scorso 10 maggio la decima edizione del “Premio del Sorriso”, l’iniziativa sociale che, ogni anno, celebra nella chiesa di San Leonardo il valore e la resilienza delle madri del territorio. Nato da un’idea di Paky Memoli, già vicesindaca di Salerno, insieme ai fratelli Gaetano e Anna, il riconoscimento trasforma un ricordo familiare in un tributo collettivo. Il premio è infatti dedicato alla memoria della loro madre, ricordata dalla comunità per i suoi vividi occhi verdi e per un sorriso che non l’ha mai abbandonata, nemmeno nei momenti più complessi della sua esistenza. Questo gesto semplice è diventato il simbolo di una forza che i figli hanno voluto istituzionalizzare. Nel corso della cerimonia di quest’anno, la famiglia Memoli ha consegnato il riconoscimento a undici madri che si sono particolarmente distinte nel tessuto sociale e umano di Salerno. Le motivazioni lette durante la serata offrono uno spaccato profondo e commovente della comunità locale. Le storie delle premiate abbracciano diversi aspetti della maternità, a partire dal delicato equilibrio tra la realizzazione professionale e la cura della famiglia. Tra le madri distinte in questo ambito figura Giusi, una professionista che ha dimostrato come i due ruoli possano alimentarsi a vicenda. Mamma di due figli, Giusi ha saputo affrontare le complessità quotidiane della maternità senza mai rinunciare alla dedizione per la propria attività di medico. Nella stessa ottica si inserisce l’esperienza di Claudia, avvocata impegnata nel panorama politico locale per il bene comune. Claudia ha dovuto combattere una dura battaglia personale per la vita, trovando nella maternità lo stimolo per superare la malattia e continuando a dividersi tra i doveri familiari e l’impegno civile con un coraggio che oggi le fa guardare alle difficoltà con occhi diversi. Un altro nucleo di motivazioni riguarda la dedizione silenziosa, la fede e il superamento dei sensi di colpa legati ai ritmi della quotidianità. È il caso di Melania, cresciuta secondo i valori di tre zie profondamente cattoliche. Per lei, madre di due figli, la spiritualità rappresenta il pilastro fondamentale per mantenere la serenità nei momenti difficili. La sua è una forza non urlata, espressa nei piccoli sacrifici quotidiani necessari a tutelare la stabilità familiare. Una tenacia simile emerge nella storia di un’altra Claudia, di professione farmacista, che ha affrontato i sacrifici tipici di una giovane madre lavoratrice. Le motivazioni mettono in luce la sua capacità di superare le tappe più complesse e i sensi di colpa legati alla gestione del tempo, quando gli impegni professionali le impedivano di essere presente all’uscita da scuola dei figli, incarnando un modello di amore incondizionato e di costante senso del dovere. La cerimonia ha vissuto i passaggi più toccanti nel ricordo delle madri che hanno dovuto fronteggiare i dolori più grandi, come la perdita del coniuge o di un figlio. Lella ha saputo mantenere la famiglia al centro della propria vita nonostante l’improvvisa scomparsa del marito e padre dei suoi figli. Di fronte a un evento che ha stravolto la stabilità domestica, è riuscita a preservare un dialogo profondo con i ragazzi, rimanendo il loro punto di riferimento saldo anche nei momenti di maggiore smarrimento. Altrettanto drammatico è il percorso di Raffaella, che dopo aver visto crescere, laurearsi e diventare madri le proprie figlie, ha dovuto affrontare la perdita della figlia Giovanna. Durante i diciotto mesi di una logorante malattia, il cuore di Raffaella ha subìto la ferita più grave senza però piegarsi alla resa, trasformando il dolore in una testimonianza di dignità. Anche Enza ha commosso la comunità salernitana con la memoria del piccolo Romeo, oggi in paradiso. Il loro legame, fondato su una fiducia assoluta e su sentimenti purissimi, continua a esprimersi in un principio di libertà educativa verso gli altri figli. Il Premio del Sorriso ha inoltre valorizzato le esperienze in cui la maternità supera i confini biologici per diventare pura accoglienza sociale attraverso l’adozione e l’affido. Rosalba ha coronato il suo desiderio di maternità con un lungo viaggio oltreoceano. Un volo verso il Brasile le ha permesso di diventare madre di Giovanni, Natal e Davi, tre fratelli a cui ha saputo donare una nuova prospettiva di vita e una stabilità familiare. Un’analoga scelta di accoglienza caratterizza la seconda Giusi premiata, che ha vissuto la maternità como una missione del cuore e un atto di donazione totale. Il suo incontro con il piccolo Michele ha risposto alla fragilità di un bambino bisognoso di affetto con il coraggio della cura quotidiana. In questo contesto si inserisce anche Maddalena, che ha scelto la via dell’adozione accogliendo un figlio con disabilità. Sfidando i canoni tradizionali della normalità e superando le oggettive difficoltà gestionali, Maddalena ha dimostrato che l’amore autentico non conosce barriere fisiche o sociali. Infine, il riconoscimento ha inteso premiare la costanza della cura quotidiana e il sostegno nei confronti dei figli affetti da gravi patologie. Luisa è stata indicata come una figura insostituibile nella crescita, capace di costruire l’identità dei propri figli attraverso piccoli gesti e carezze cariche di affetto. La sua capacità di ascolto e di comprensione dei bisogni ha permesso ai ragazzi di sviluppare sicurezza e fiducia in se stessi. La storia di Anna Maria rappresenta invece un lungo cammino di fede e devozione filiale. Suo figlio Gino, nato sano, ha subìto una tetraparesi spastica a causa di un grave incidente verificatosi proprio durante il parto. Da quel momento, la vita di Anna Maria si è trasformata in un impegno quotidiano volto a impedire che la disabilità imprigionasse l’anima del figlio, camminando al suo fianco con una costanza che ha offerto all’intera città un esempio di solidarietà. Attraverso queste undici storie, il Premio del Sorriso ha confermato la sua funzione di osservatorio della parte più sana e generosa della comunità salernitana.

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I numeri della Salernitana

SALERNO – La stagione 2025/2026 della Salernitana si è sviluppata all’insegna della solidità, della continuità di rendimento e di un contributo diffuso da parte dell’intera rosa. I numeri raccolti tra campionato e play-off raccontano una squadra capace di trovare equilibrio tra i reparti, valorizzando esperienza e freschezza senza dipendere esclusivamente da un singolo protagonista.
LA DIFESA Tra i pali il punto di riferimento è stato Antonio Donnarumma. Il portiere granata ha disputato 45 partite per un totale di 3.929 minuti, praticamente sempre presente in una stagione dai tanti alti e bassi. Alle sue spalle Federico Brancolini ha trovato spazio in una presenza, mentre i giovani Cevers e Guacci hanno fatto parte del gruppo senza esordire. In difesa il giocatore più utilizzato è stato Luca Villa, autentica colonna della corsia sinistra. Il terzino ha collezionato 41 presenze da titolare, condite da 3 reti e ben 10 assist, numeri da esterno moderno che testimoniano la sua costante partecipazione alla fase offensiva. Ottimo anche il rendimento di Armando Anastasio, autore di 3 gol e 3 assist in 33 presenze dal primo minuto.Nel cuore del reparto arretrato si sono distinti Vladimir Golemic ed Emmanuele Matino. Il difensore serbo ha chiuso con 35 presenze, 2 gol e 1 assist, confermandosi prezioso anche sui calci piazzati. Matino, invece, ha garantito continuità con 36 gare da titolare e oltre 2.300 minuti disputati. Buono il contributo di Eddy Cabianca, autore di una stagione di crescita impreziosita da una rete e due assist. Sulle fasce hanno trovato spazio anche Gianluca Longobardi, capace di mettere insieme un gol e due assist, Filippo Berra, Ettore Quirini e, fin quando è rimasto in rosa, Marlon Ubani, elementi che hanno assicurato rotazioni importanti durante tutta l’annata.
IL CENTROCAMPO A centrocampo la Salernitana ha costruito gran parte delle proprie fortune. Galo Capomaggio nella prima parte di stagione si è rivelato uno dei leader tecnici della squadra, salvo poi sparire nel momento cruciale dell’anno: 5 gol e 2 assist in 35 presenze da titolare, numeri collezionati nel solo girone di andata. Al suo fianco si è messo in luce Kees de Boer, autore di 3 reti e 4 assist, spesso decisivo nella gestione dei ritmi di gioco. Molto positiva anche la stagione di Mattia Tascone, che ha chiuso con 2 gol e un assist in 36 gare dal primo minuto, mentre si sono alternati Ivan Varone nel girone d’andata e Giuseppe Carriero in quello di ritorno che hanno fornito esperienza e profondità nelle rotazioni. Emmanuel Gyabuaa ha garantito dinamismo e intensità, accumulando 954 minuti complessivi. Tra i giovani merita una menzione Rocco Di Vico, convocato in 37 occasioni e utilizzato in diverse fasi della stagione.
L’ATTACCO Nel reparto offensivo emerge con forza il contributo collettivo. Il miglior marcatore della squadra è stato Facundo Lescano, autore di 10 gol e 2 assist in appena 22 presenze. L’attaccante argentino ha mantenuto una media realizzativa elevata, risultando spesso decisivo nei momenti più importanti della stagione. Alle sue spalle si colloca Franco Ferrari, che ha chiuso con 8 reti e 2 assist in 45 apparizioni. Roberto Inglese, nonostante un impiego più limitato, ha confermato il proprio valore con 6 gol e un assist, offrendo esperienza e peso specifico nei momenti chiave.Fondamentale il contributo degli esterni offensivi. Ismail Achik è stato probabilmente il giocatore più produttivo della rosa dal punto di vista creativo: 4 gol e ben 13 assist in 41 presenze da titolare, un dato che lo colloca tra i migliori rifinitori della categoria. Dall’altra parte Andrea Ferraris ha garantito 5 reti e 4 assist, completando una coppia di ali capace di incidere con continuità. Buono anche l’apporto fino a gennaio di Michael Liguori, autore di 2 gol e un assist, mentre Juan Ignacio Molina e il giovane Luca Boncori hanno trovato spazio contribuendo nelle occasioni in cui sono stati chiamati in causa. Analizzando l’intera stagione emerge un dato significativo: la Salernitana ha distribuito responsabilità e produzione offensiva su numerosi interpreti. Nessun giocatore ha monopolizzato il rendimento della squadra, ma diversi elementi hanno contribuito in maniera concreta sia in fase realizzativa sia nella costruzione del gioco. I numeri certificano una squadra completa, capace di trovare protagonisti diversi a seconda delle necessità. Una Salernitana che ha costruito il proprio cammino sull’organizzazione, sulla profondità della rosa e sulla capacità di valorizzare il contributo di ogni singolo componente del gruppo. Un patrimonio tecnico e umano che rappresenta una base importante per le ambizioni future del club granata.

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Ripascimento: La palla ripassa alla Procura

L’articolo di Antonio Manzo ha riaperto la ferita sulla grana più grossa che aspetta nell’immediato il neo-Sindaco Vincenzo De Luca. La spiaggia di Universo Beach. Che, come sappiamo, è ancora un cantiere. Quindi è un’area non aperta al pubblico. Quindi dovrebbero esserci cartelli di divieto d’ingresso e recinzioni significative per impedire l’accesso non autorizzato del pubblico. Il guaio è grosso, perché già domenica scorsa numerosi ombrelloni stavano nell’area, a dispetto della chiusura. L’imminente stagione balneare sarà un disastro, quando migliaia di persone invaderanno la spiaggia, senza ostacoli significativi di deterrenza. Un’ipotesi del genere è intollerabile sotto ogni profilo. Sarebbe un insulto alla decenza e alla autorevolezza del governo cittadino. Quindi, occorre fare chiarezza con la storia dei fatti recenti. A giugno 2025 il Governatore De Luca e il Sindaco Napoli inaugurano Universo Beach, inneggiando a Salerno come una nuova perla della Costa Azzurra. Ma quando le trivelle meccaniche iniziano il loro fracasso mattutino per piantare gli ombrelloni, il web fa circolare le immagini dei bagnini muratori. Pur con le risate generali, scoppia la rabbia dei tanti che hanno ancora un cervello resistente alle magie dei prestigiatori. L’opposizione consiliare fa sentire la sua voce, si muovono i Codacons e gruppi di cittadini. Arriva l’Arpac e la Capitaneria di Porto. Vengono fatti prelievi. Viene notiziata la Procura. Nelle more di routine, la stagione balneare finisce, e nulla accade per la spiaggia di Universo Beach. Di fronte al clamore della vicenda, si attiva però il Comune. Viene riscontrata una sensibile difformità tra il materiale (ghiaia e sabbia di ghiaia) fornito e quello concordato nel contratto di appalto. All’inizio del 2026 si apprende che il Comune ha ingiunto all’impresa esecutrice di cambiare il materiale steso sulla battigia. A febbraio- marzo del 2026 riprendono i lavori. Viene rimossa la ghiaia sparsa fino al maggio 2025 e, precipitosamente, fino a maggio, viene sversata sabbia che dovrebbe essere conforme al capitolato d’appalto. Ma a metà maggio la sorpresa. Il Commissario Panico contesta, in base ai rilievi della Capitaneria di Porto e del Comune, che la sabbia non è conforme alle previsioni contrattuali. Il cantiere si ferma. La spiaggia rimane chiusa perché è ancora un cantiere aperto. Quindi non è accessibile al pubblico. Arriva il giorno delle elezioni. Burocraticamente, tutto è fermo. Ma ad oggi 29 maggio, sulla spiaggia del cantiere, v’è gente e qualche ombrellone, come nulla fosse accaduto. Domande: se la spiaggia è ancora cantiere, perché non ci sono accorgimenti e recinzioni valide? Seconda domanda: se già a giungo 2025 è stato fornito materiale non conforme nel pubblico appalto, è stata valutata l’ipotesi, quantomeno, del reato di cui all’art. 355 c.p., e cioè inadempimento di pubbliche forniture, che prevede pena da 6 mesi a tre anni di reclusione? Addirittura, in caso di colpa nella fornitura, e non di dolo, sempre l’ipotesi rimane reato, perché c’è la reclusione fino a un anno o la multa fino a 2.000 euro. E comunque, come misura cautelare, c’è il sequestro come conseguenza! Adesso, verosimilmente, il problema è finito nelle mani della Procura, a cui comunque dovrebbe avere riferito la Capitaneria di Porto, come polizia giudiziaria, essendo stata diffusa la notizia del suo intervento. Il problema è bello grosso, anche perché dall’inaugurazione di Universo Beach è passato un anno, e, tranne l’encomiabile intervento del Commissario Prefettizio Panico, non s’è visto ancora niente di ufficiale. Adesso arriva De Luca. Scommettiamo che, forse, non dirà niente per il momento, aspettando gli eventi? Nel frattempo, sulla spiaggia che è un cantiere, se qualche cittadino si fa male, chi ne risponderà se non c’è ancora un collaudo?

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Fantascienza.com: Delos Science Fiction 276 e le grandi saghe

Delos Science Fiction 276 e le grandi saghe

Quali sono le più grandi saghe della storia della fantascienza e quanto hanno influito sul genere?

Dall'Allodola dello spazio a The Expanse, il genere della fantascienza si è spesso prestato alla narrativa seriale. Alcuni dei suoi titoli più famosi sono nati come saghe o lo sono diventati in seguito, come Fondazione, Dune, Hyperion. Ma al di là dei titoli più famosi, quali sono le saghe che hanno fatto il genere, e quanto sono state importanti per la sua diffusione e il suo successo? Uno speciale di Arturo Fabra copre esaustivamente l'argomento in questo numero, in cui si parla anche del nuovo film di Star Wars The... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - LIBRI - Fantascienza.com - 1 giugno 2026 - articolo di S*

Star Wars: È morta Marcia Lucas, fece il montaggio del primo Star Wars

È morta Marcia Lucas, fece il montaggio del primo Star Wars

Vincitrice di un Oscar, ex moglie di George Lucas, ha avuto un ruolo fondamentale anche in film come Taxi Driver.

Marcia Lucas, montatrice vincitrice di un Oscar il cui lavoro ha contribuito a plasmare la trilogia originale di Star Wars e numerosi altri film di riferimento degli anni '70 e dei primi anni '80, è morta il 27 maggio all'età di 80 anni dopo aver combattuto contro un tumore metastatico.  Nel 1974, venne nominata agli Oscar per il miglior montaggio con American Graffiti. Collaborò con Martin Scorsese ai film Alice non abita più qui, nel 1975, e a Taxi Driver l'anno successivo, ottenendo per quest'ultimo una nomination per il BAFTA al miglior montaggio.... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Star Wars - 1 giugno 2026 - articolo di S*

Il meglio: Fantascienza.com, il meglio della settimana di For All Mankind

Fantascienza.com, il meglio della settimana di For All Mankind

La serie spin-off di The Boys, Spider-Noir in bianco e nero, Star City e i racconti di Silvio Sosio nella settimana di Fantascienza.com

Si è conclusa anche la quinta (e penultima) stagione di For All Mankind. For All Mankind a nostro avviso è attualmente, per distacco, la migliore serie di fantascienza attiva. I temi che tratta, come li tratta, come parla della realtà di oggi attraverso lo strumento della metafora, del parallelo raccontando questo universo in cui già da parecchi anni esiste una colonia umana su Marte, ne fanno una serie straordinaria. E questa quinta stagione è stata quasi un culmine, con gli ultimi tesissimi episodi che hanno mostrato la brutalità della guerra,... - Leggi l'articolo

 

Notizie - Il meglio - 31 maggio 2026 - articolo di S*

Servizi: Tradurre è creatività. Intervista a Maurizio Nati

Tradurre è creatività. Intervista a Maurizio Nati

Scomparso nel 2019, il traduttore di molte opere di Philip K. Dick spiega come si rende in italiano un romanzo di fantascienza…

di Sergio Beccaria

Attivo nel campo della fantascienza fin dagli anni Settanta, Maurizio Nati è stato uno dei più importanti traduttori italiani. Ha al suo attivo oltre quattrocento opere tradotte, di cui una sessantina di romanzi, tra le quali praticamente l'intera opera di Philip K. Dick, il romanzo Dhalgren di Samuel R. Delany e Il signore della svastica di Norman Spinrad. Nel 1976, insieme a Sandro Pergameno, diede vita alla rivista Fantascienza per Ciscato editore. Riproponiamo quest’intervista uscita nel 2012 su B-Sides Magazine, rilasciata in occasione della traduzione di Dhalgren di Delany. Nati scomparve per un male incurabile nel 2019. Lei è conosciuto soprattutto per aver tradotto l’opera omnia di Philip K. Dick, oltre a numerosi romanzi e racconti di autori... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Interviste - 30 maggio 2026 - articolo di Sergio Beccaria

Servizi: Nicolas Cage: “Spider-Noir? È per il 70% Bogart e per il 30% Bugs Bunny”

Nicolas Cage: “Spider-Noir? È per il 70% Bogart e per il 30% Bugs Bunny”

L’attore americano racconta come ha deciso di debuttare sul Piccolo Schermo in una serie TV davvero molto particolare…

di Redazione

Prendete la New York di inizio anni Trenta: alti grattacieli, gangster per le strade e bordelli dappertutto. Aggiungete un investigatore, un po’ strano ve lo concediamo, ma è un classico segugio, quello che chiamereste per sapere se vostra moglie vi tradisce o se il vostro socio vi deruba. No, non siamo in un romanzo noir, tipo alla Dashiell Hammett o alla Raymond Chandler, perché abbiamo omesso di dirvi un piccolo (grande?) particolare… In questa storia c’è Spider-Man. Sì, ma non Peter Parker. Il suo nome è Ben Reilly. Accetta un paio di casi apparentemente semplici, finché mafiosi, mostri e una misteriosa femme fatale non tessono una ragnatela che lo riporta faccia a faccia con la sua vita passata di unico supereroe di New... - Leggi l'articolo

 

SERIE TV - Televisione - 30 maggio 2026 - articolo di Redazione

Editoriali: Un letterario scrutare

Un letterario scrutare

Cento e duecento anni di fantascienza, tra avventura, visione, appropriazione. Pubblichiamo l'Intervento di Giulia Abbate al panel“I cento anni della fantascienza” tenutosi alla convention Delos Days lo scorso 26 aprile 2026.

di Giulia Abbate

Per convenzione, si data al 2026 il centenario dalla nascita della parola “fantascienza”, ricordando la prima pubblicazione, nel marzo del 1926, dell'iconica rivista pulp Amazing Stories di Hugo Gernsback. Cento (e più) anni dopo, oggi, la fantascienza riesce ancora parlare del presente e al presente? Riesce a essere, come in molti si sono augurati negli anni, uno strumento di cambiamento? Personalmente, devo dire che incontrare il solarpunk, sottogenere SF su cui lavoro dal 2020, mi ha dato la possibilità di approfondire una serie di tematiche legate alle circostanze materiali, e di sviluppare una visione più concreta. In passato, dato il mio lavoro tendevo a concentrarmi sulla sola editoria, e a fare dei discorsi più facilmente interni a... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Dall'Italia - 30 maggio 2026 - articolo di Giulia Abbate

Anteprime: Il primo uomo

Il primo uomo

Pubblichiamo un estratto da un racconto contenuto nell'antologia Seduto a un metro dalla fine del mondo (Delos Digital).

di Silvio Sosio

Le strade scorrono a centinaia attorno a lui, ma solo una porta alla luce. Scintille e scariche di elettricità statica crepitano da ogni direzione; pallidi arcobaleni tagliano a spicchi l’universo ambrato che lo avvolge. Fiumi d’oro e di tenebre minacciano di travolgerlo in ogni istante. È tentato di restare, di fermarsi, tornare indietro. Ma ormai non può; non deve, è necessario avanzare. Scegliere una strada e una sola, la strada per la luce, per la vita. Passa un milione di istanti. Poi la scelta è fatta, più veloce del pensiero corre verso la sua meta, una luminosità rossa lo inghiotte e si ritrova in un nuovo universo, il Mondo Scarlatto. Da lì alla luce il passo è breve. Una pausa: no, non può... - Leggi l'articolo

 

NARRATIVA - Racconti brevi - 30 maggio 2026 - articolo di Silvio Sosio

Racconti: Tuffo nel passato

Tuffo nel passato

di Armando Staffa

La navicella era andata purtroppo distrutta. Si sarebbe potuto anche tentare di ripararla e, probabilmente, la parte strutturale non avrebbe creato grossi problemi, ma chi sarebbe stato capace di ricostruirne l’elettronica, con microchip e migliaia di connessioni e contatti per centimetro quadrato? Non c'era niente da fare. Era costretto a rimanere in quel tempo, che non era il suo, forse per sempre a meno che qualcuno non fosse andato a recuperarlo. Questa eventualità era però veramente remota. Infatti quella mattina non aveva avvisato nessuno del viaggio e nessuno l'avrebbe cercato fino al lunedì successivo, quando sarebbe dovuto tornare dalla vacanza che, per una serie di circostanze, non aveva più fatto. Uno dei tecnici del Centro si sarebbe... - Leggi l'articolo

 

Notizie - Racconti flash - 30 maggio 2026 - articolo di Armando Staffa

Radio Libera Albemuth : Morire da capo: due modi di raccontare la guerra

Morire da capo: due modi di raccontare la guerra

Una rubrica sui topos della fantascienza, alla segnalazione di opere particolarmente interessanti di cinema/libri/anime alla riflessione aperta sullo scrivere fantascienza (worldbuilding, coerenza scientifica, ecc…).

di Andrea Cattaneo

Rivivrai lo stesso giorno all'infinito, ma non un giorno qualunque. Il giorno in cui morirai combattendo la battaglia per la sopravvivenza dell’umanità. Sono queste le premesse condivise da All You Need Is Kill (2004), romanzo di Hiroshi Sakurazaka (poi adattato in manga) e dalla sua trasposizione cinematografica Edge of Tomorrow (2014) diretta da Doug Liman con Tom Cruise e Emily Blunt. Due storie con lo stesso punto di partenza, ma con traiettorie e destinazioni molto diverse. Perché? La fonte e il suo spirito  Edizione inglese di All You Need is Kill La storia di partenza di Sakurazaka è un'opera militare spietata e nichilista. Il protagonista, il giovane Keiji Kiriya, è un soldato giapponese alle prime armi che muore e rinasce in loop... - Leggi l'articolo

 

Notizie - Radio Libera Albemuth - 30 maggio 2026 - articolo di Andrea Cattaneo

Inside Science Fiction: Homo ludens: gioco e competizione

Homo ludens: gioco e competizione

Perché giocare è un segno di intelligenza?

di Antonino Fazio

Il gioco, inteso in senso sociologico, è un tema ricorrente nella fantascienza, specie in quella distopica. Si pensi a Rollerball di Norman Jewison (1975) a The Running Man di Stephen King (come Richard Bachman, 1982) al precedente The Prize of Peril di Robert Sheckley (1958) o a The Hunger Games di Suzanne Collins (2008). Homo ludens (in latino, L’uomo che gioca) è un libro di Johan Huizinga del 1938, in cui si sostiene che la tendenza al gioco, specificamente negli umani, sia il fattore determinante dello sviluppo culturale. Si sbaglierebbe però a supporre che Huizinga volesse scrivere un trattato sul gioco. La sua intenzione è invece di mostrare come, in ogni istituzione o prodotto culturale, si possa rinvenire una componente giocosa, non nel... - Leggi l'articolo

 

GIOCHI - Inside Science Fiction - 30 maggio 2026 - articolo di Antonino Fazio

Oltre il Cielo: Dalle visioni alle orbite

Dalle visioni alle orbite

Da Ciolkovskij a von Braun, com'è cambiato il concetto di stazione spaziale…

di Vincenzo Graziano

Quando oggi pensiamo a una stazione spaziale, l’immagine che ci viene in mente è quella di un grande laboratorio orbitante, abitato in permanenza e frutto di una cooperazione internazionale senza precedenti. Ma questa realtà, ormai quasi familiare, affonda le sue radici molto più indietro nel tempo, in un intreccio di filosofia, ingegneria, fantascienza e visioni sul destino dell’umanità. Prima ancora che lo spazio diventasse un luogo fisicamente accessibile, la stazione spaziale era già presente come idea, come necessità teorica e come simbolo di un futuro possibile. La Terra come culla (e come limite)  Konstantin Ciolkovskij  Alla fine dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, la riflessione sullo spazio... - Leggi l'articolo

 

SCIENZA - Oltre il Cielo - 30 maggio 2026 - articolo di Vincenzo Graziano

Editoria: Le Grandi Saghe di Fantascienza – Seconda parte

Le Grandi Saghe di Fantascienza – Seconda parte

Da Dune al Ciclo di Vorkosigan.

di Arturo Fabra

Se Isaac Asimov ha spalancato un portale che non si è mai più richiuso, Frank Herbert con il suo Dune (1965), ha dato vita a un modo di narrare in un certo senso agli antipodi rispetto ad Asimov creando un universo narrativo ricchissimo, multidimensionale e pervaso di filosofia e religione. Mentre la Fondazione è stata “amalgamata” retroattivamente il Ciclo di Dune ha goduto di un accurato worldbuilding tale da permettere anche una discreta produzione di apocrifi. Ambientata decine di millenni nel futuro, la saga esplora temi come ecologia, religione, potere, genetica, misticismo, e libero arbitrio, creando un ecosistema narrativo complesso e coerente. Frank Herbert (1920–1986) concepì Dune nei primi anni ’60, ispirandosi a un... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Editoria - 30 maggio 2026 - articolo di Arturo Fabra

Dall’estero: Le Grandi Saghe di Fantascienza – Prima parte

Le Grandi Saghe di Fantascienza – Prima parte

Dai romanzi di E.E. “Doc” Smith a Fondazione di Asimov.

di Arturo Fabra

Ogni tanto sarebbe opportuno tornare alle origini di un fenomeno anche solo per vedere il cammino percorso fino al presente. Questo, nel caso specifico delle saghe di fantascienza, appassionanti e offerte dalla letteratura vuol dire riguardare cosa è stato prodotto dal 1926 in poi, da autori che hanno lavorato sodo per creare universi e storie nelle quali generazioni di appassionati hanno impegnato ore di lettura.  In questa rassegna (di sicuro non del tutto esaustiva), abbiamo deciso di occuparci degli autori americani ed inglesi di saghe letterarie che sono andate oltre il limite della “trilogia”, scelta soggettiva e forse anche opinabile, ma comunque un buon pretesto per parlare di autori e serie che hanno contribuito nel corso di un secolo a costruire la... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Dall'estero - 30 maggio 2026 - articolo di Arturo Fabra

Editoria: Le Grandi Saghe di Fantascienza – Quarta parte

Le Grandi Saghe di Fantascienza – Quarta parte

Da John Scalzi a Murderbot. I diari della macchina assassina.

di Arturo Fabra

Chiudiamo questa rassegna seguendo la “fiaccola” della fantascienza militare che parte da Hamilton e la sua Trilogia del Vuoto transita prima per Weber e il suo ciclo di Honor Harrington, quindi  raggiunge John Scalzi con gli Old Man e termina tra le mani di Martha Wells e la sua serie The Murderbot Diaries, un ciclo di romanzi e racconti che unisce azione, introspezione e ironia in un’ambientazione futuristica ricca di spunti sociopolitici e riflessioni sull’identità. John Scalzi (nato nel 1969) è l’autore di fantascienza militare di maggior successo degli anni 2000. Vincitore del Premio Hugo, notissimo anche come blogger, opinionista e divulgatore attraverso il suo blog Whatever, Scalzi ha riportato in auge la fantascienza militare... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Editoria - 30 maggio 2026 - articolo di Arturo Fabra

Editoria: Le Grandi Saghe di Fantascienza – Terza parte

Le Grandi Saghe di Fantascienza – Terza parte

Dalla fantascienza militare di David Weber alla new space opera di Alastair Reynolds.

di Arturo Fabra

Parliamo ora di uno dei “sottogeneri”  non ancora toccati in questa enumerazione delle saghe fantascientifiche: la Fantascienza Militare e di uno dei suoi autori più prolifici, ovvero David Weber. L’opera più famosa di David Weber (nato nel 1952) è senza dubbio la Saga di Honor Harrington, una serie epica di romanzi che mescola politica interstellare, battaglie spaziali, crescita personale e riflessioni etiche sul potere, la guerra e la responsabilità. Ispirandosi liberamente alle opere di C.S. Forester (in particolare ai romanzi di Horatio Hornblower), Weber ha creato una protagonista carismatica e umana, capace di attraversare decine di romanzi e scenari galattici complessi. La saga ruota attorno a Honor Stephanie... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Editoria - 30 maggio 2026 - articolo di Arturo Fabra

Servizi: The Mandalorian and Grogu al cinema e in stile western

The Mandalorian and Grogu al cinema e in stile western

Diretto da Jon Favreau, questo nuovo tassello dell'universo creato da George Lucas è una vera scomessa per la Disney.

di Arturo Fabra

Quando nel 2019 The Mandalorian debuttò su Disney+, pochi avrebbero immaginato che quella serie, inizialmente percepita come un esperimento laterale nel vasto universo di Star Wars, sarebbe diventata il fulcro narrativo e produttivo dell’intero franchise. Eppure, nel giro di pochi anni, la creatura di Jon Favreau e Dave Filoni ha assunto un ruolo centrale, trasformandosi da spinoff “minore” a pilastro della nuova strategia Lucasfilm. The Mandalorian and Grogu (2026) The Mandalorian and Grogu, dunque, rappresenta un punto di svolta per la saga, non solo perché riporta Star Wars al cinema dopo anni di assenza, ma perché lo fa attraverso personaggi nati nella serialità. Il successo di The Mandalorian è stato vasto e trasversale.... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Cinema - 30 maggio 2026 - articolo di Arturo Fabra

Short Movie: Separazione

Separazione

Essere uno acconto all'altra, ma non riuscire a vedersi.

Che succede se a un certo punto le persone attorno a noi sparissero? O meglio, fossero ancora lì, attorno a noi, ma senza riuscire a vedersi a vicenda. Resta possibile comunicare, tramite telefono per esempio, ma nessun contatto diretto, visivo o altro.  L'idea è una metafora piuttosto evidente ed è anche il tema di un bellissimo racconto di Eugenia Triantafyllou uscito su Robot 103. Il regista colombiano Danny Piñeros lo sviluppa in modo un po' diverso, con un finale a dire il vero così così, ma l'angoscia c'è tutta. Anche grazie... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Short Movie - 30 maggio 2026 - articolo di S*

Televisione: Star City è disponibile da oggi su Apple TV+

Star City è disponibile da oggi su Apple TV+

Lo spin-off di For All Mankind racconta l'allunaggio dal punto di vista dei sovietici

I primi due episodi di Star City, serie spin-off dell'acclamata ucronia dedicata alla corsa allo spazio di Apple TV+ sono disponibili oggi sulla piattaforma, in contemporanea all'ultimo episodio della quinta (e penultima) stagione della serie principale. La serie, degli stessi creatori di For All Mankind Matt Wolpert e Ben Nedivi, racconta gli eventi della prima stagione dal punto di vista delle scienziate e degli scienziati russi impegnati a raggiungere la Luna prima degli astronauti statunitensi e vede protagonisti Anna Maxwell Martin (Motherland), Rhys Ifans (House of the Dragon), Agnes... - Leggi l'articolo

 

SERIE TV - Televisione - 29 maggio 2026 - articolo di Angela Bernardoni

Star Wars: Ecco l’AT-AT-walker per la nostra vecchiaia

Ecco l'AT-AT-walker per la nostra vecchiaia

Non vi sentite più molto sicuri delle vostre ginocchia, ma non volete rinunciare alla vostra identità di fan? Ecco qualcosa che fa per voi.

Tutti noi appassionati di fantascienza conosciamo gli "AT-AT Walker" dell'Impero colpisce ancora. Dove “AT-AT” sta per All Terrain Armored Transport, e walker, in inglese, vuol dire “camminatore”. Però walker in inglese ha anche un altro significato, quello di aggeggio che aiuta a camminare, cioè in italiano deambulatore: sono quei cosi con cui gli anziani che hanno problemi con le gambe possono aiutarsi per sorreggersi mentre camminano. Qualcuno deve aver notato il doppio senso e aver visto un'opportunità, perché è vero che... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Star Wars - 29 maggio 2026 - articolo di S*

Televisione: The Testaments è stata rinnovata per una seconda stagione

The Testaments è stata rinnovata per una seconda stagione

La serie spin-off di The Handmaid's Tale ha convinto il pubblico a tornare a Gilead 

The Testaments, la serie spin-off di The Handmaid's Tale, ha appena concluso la sua prima stagione su Disney+ con il suo decimo episodio, ma è già arrivata la conferma che le vicende delle giovani Agnes e Daisy continueranno in una seconda stagione. La serie, basata sul romanzo di Margaret Atwood I testamenti, riporta il pubblico nella Gilead dominata dai teocrati immaginata dall'autrice negli anni '80 e si ambienta dopo gli eventi di Il racconto dell'ancella. COme si legge nella sinossi ufficiale: The Testaments è un drammatico racconto di formazione ambientato a... - Leggi l'articolo

 

SERIE TV - Televisione - 29 maggio 2026 - articolo di Angela Bernardoni