L’Amministrazione comunale di Castel San Giorgio prosegue con determinazione il percorso di rafforzamento dei servizi dedicati alla prima infanzia. È stato pubblicato l’avviso pubblico per la selezione di 60 bambini da destinare ai Servizi Nido e Micro Nido comunali, un intervento che conferma la centralità delle politiche sociali e del sostegno alle famiglie nell’azione amministrativa. I posti saranno disponibili presso le strutture comunali di Aiello-Campomanfoli e di via Giuseppe Garibaldi, garantendo un’offerta educativa qualificata rivolta ai bambini da zero a tre anni. «Quando abbiamo assunto la guida della città – dichiara il Sindaco Paola Lanzara – abbiamo fatto una scelta chiara: investire nelle persone, partendo dai più piccoli. I servizi educativi per l’infanzia non rappresentano una semplice risposta assistenziale, ma un investimento strategico sul futuro della nostra comunità. Sostenere le famiglie, favorire la conciliazione tra vita e lavoro e offrire ai bambini ambienti educativi di qualità significa costruire una città più inclusiva, moderna e vicina ai bisogni dei cittadini.» L’impegno dell’Amministrazione è testimoniato anche dagli investimenti infrastrutturali già avviati. «Ai due nidi comunali già operativi – prosegue il Sindaco – si affianca un altro importante obiettivo che stiamo concretizzando: sono in corso i lavori per la realizzazione del terzo asilo nido comunale. È il segno di un’Amministrazione che non si limita a gestire l’esistente, ma programma, investe e costruisce servizi destinati a durare nel tempo.» L’apertura del nuovo nido consentirà di ampliare ulteriormente la capacità di accoglienza e di offrire risposte sempre più efficaci alle esigenze delle famiglie del territorio, consolidando una rete di servizi educativi che rappresenta uno dei punti qualificanti dell’azione amministrativa. «Ogni nuovo servizio realizzato – conclude il Sindaco – è il frutto di una visione amministrativa che mette al centro il benessere delle famiglie. Continueremo a lavorare con la stessa determinazione per offrire opportunità concrete ai nostri cittadini e rendere Castel San Giorgio un punto di riferimento per la qualità dei servizi dedicati all’infanzia.» Il Sindaco esprime, infine, un sentito ringraziamento all’Assessore alle Politiche Sociali Antonia Alfano, all’Ufficio Politiche Sociali, guidato dal dott. Rocco Cataldo, e all’Ufficio Tecnico, con l’arch. jr Carmine Russo, per il lavoro svolto con competenza e dedizione nella programmazione e nell’attuazione degli interventi che stanno consentendo al Comune di ampliare e qualificare l’offerta educativa. L’investimento nei servizi per la prima infanzia rappresenta una delle azioni più significative del programma amministrativo, nella convinzione che una comunità cresca davvero quando sceglie di prendersi cura dei suoi bambini e delle sue famiglie.
Grande successo di pubblico per la quarta tappa del concorso di bellezza Miss Gocce di Stelle che si è svolta nella suggestiva cornice di Piazza Cantilena a Minori. L’evento, patrocinato dal costiero, è stato organizzato dall’Agenzia Madas di Franco Mazzotta che è riuscito a portare sul palco non solo la bellezza, grazie alla presenza di tante aspiranti miss, ma anche la musica, la moda e il cabaret, uno spettacolo elegante e raffinato con tanti ospiti che hanno impreziosito l’evento. A conquistare il titolo di Miss Gocce di Stelle è stata la bellissima sedicenne Martina Adinolfi di Salerno, al secondo posto si è classificata Alessia Mancuso di Palma Campania, sul terzo gradino Veronica Civale che si è aggiudicata anche la fascia di Miss Minori. Hanno ricevuto le gratificanti fasce di Miss Eleganza Filomena Gioia, Miss Frimm Solofra Vittoria Bellomo, Miss Network GTC Sara Cerino, Miss Madas Martina Adinolfi, Miss Villa Alba D’Oro Matilde Valentini, Miss Gaiano Anna Carmela Siano, Miss Sorriso Kejsida Gjinaj, Miss Fotogenia Giulia De Masi, Miss Teeneger Maria Barba, Miss Telegenia Costanza D’Isa, Miss Fondazione Raponi Anna Chiara Savarese, Miss Amalfi Sails Giorgia Orlando, Miss Hotel Villa Romana Filomena Gioia, Miss Golden Helmsmen of Tourism Alessia Mancuso, Miss Nobile Accademia Leonina Laura Stotz. La manifestazione è stata brillantemente condotta da Oreste Fortunato e Sara Rogoli con la partecipazione straordinaria dell’attore Raffaele De Bartolomeis, del cantautore Gaetano Reale, della cantante lirica pop Grazia Lamonea e del sassofonista Giuseppe Mansi. La direzione artistica e le coreografie sono state affidate a Rossella Molisso, gli allestimenti floreali a Fiori Ferrigno di Maria e Tina mentre le fotografie sono state realizzate da Gianni Riccio e le riprese video da Magic Italia Tv di Orazio Zampaglione. Prossimo appuntamento il 4 Agosto a Maiori per la quinta tappa di Miss Gocce di Stelle.
Archiviate le accuse di omicidio e lesioni personali per Aurelio Valiante, l’imprenditore di Foria di Centola (Salerno) che il 22 giugno 2025 rispose in giardino al fuoco di una banda di rapinatori entrati nella sua abitazione, uccidendone uno e ferendone un altro. Il gip del tribunale di Vallo della Lucania ha accolto la richiesta della procura, formulata sulla base delle perizie balistiche che hanno confermato la versione dei fatti fornita dall’uomo, riconoscendogli la legittima difesa domiciliare. Valiante dovrà invece rispondere, in concorso con il fratello, di occultamento di cadavere, per aver inizialmente nascosto in un dirupo il corpo del rapinatore ucciso. La sera del 22 giugno 2025 una banda di tre malviventi, tutti di nazionalità albanese, si introdusse in casa di Valiante impossessandosi di gioielli e di una pistola regolarmente detenuta dall’imprenditore. Uno dei malviventi al momento della fuga sparò verso il padrone di casa, che – nel giardino della villetta – rispose al fuoco con un fucile uccidendo il 26enne Rivaldo Rusi e ferendo uno degli altri due rapinatori. La procura di Vallo della Lucania ha ritenuto che Valiante abbia agito per legittima difesa, tesi accolta dal gip che ha disposto l’archiviazione. Dopo gli spari e l’occultamento del cadavere Valiante chiamò le forze dell’ordine, dichiarando però solo il ferimento di uno dei fuggitivi. Versione in seguito modificata, quando l’uomo ammise l’uccisione di un bandito guidando i carabinieri al recupero del corpo. Nella cronaca di quei giorni dello scorso anno anche il raid di una trentina di connazionali della vittima, che si erano recati nei pressi della casa di Valiante allontanandosi poi all’arrivo dei carabinieri. “Soddisfazione sul piano giuridico, ma profonda amarezza sul piano umano” è il commento di Antonello Natale, difensore dell’imprenditore: “Resta un profondo sentimento di amarezza per la tragica perdita di una vita”, dice esprimendo “la più sincera vicinanza umana” ai familiari della vittima. Sul caso interviene Aurelio Tommasetti, segretario provinciale della Lega di Salerno: “Non c’è alcuna rivincita da celebrare, ma la soddisfazione nel vedere riconosciuto un principio di civiltà e di giustizia: chi è costretto a difendersi da un’aggressione non deve affrontare anche la beffa di essere considerato un colpevole. Continueremo a batterci perché chi rispetta la legge sia sempre tutelato e perché chi sceglie la criminalità sappia che lo Stato sarà inflessibile”.
La Salernitana conosce la sua prima avversaria ufficiale della stagione 2026/2027. I granata debutteranno in Coppa Italia Serie C affrontando la Scafatese in un derby tutto campano.
La sfida è in programma allo stadio Arechisabato 15 agosto, con calcio d’inizio fissato alle ore 21. Sarà il primo banco di prova ufficiale per la squadra allenata da Serse Cosmi, chiamata a inaugurare la nuova stagione davanti ai propri tifosi.
Di fronte ci sarà una Scafatese reduce dalla promozione in Serie C e pronta a vivere con entusiasmo il ritorno tra i professionisti. Per la Salernitana, invece, il derby rappresenterà l’occasione per verificare i progressi maturati durante la preparazione estiva e iniziare con il piede giusto il percorso che dovrà condurre ai principali obiettivi stagionali.
“Confeuro esprime apprezzamento per la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea del Regolamento (UE) 2026/1739, che rappresenta un passaggio significativo nel percorso di riequilibrio del valore lungo la filiera agroalimentare. Il provvedimento introduce strumenti innovativi e attesi dal comparto primario, a partire dall’obbligo dei contratti scritti da stipulare prima della consegna dei prodotti e dalla previsione di prezzi maggiormente ancorati ai reali costi di produzione. Si tratta di un passo avanti importante verso una maggiore equità nella filiera agroalimentare – dichiara Andrea Tiso, presidente nazionale di Confeuro- Confederazione Agricoltori Europei – perché vengono finalmente riconosciuti principi che la nostra organizzazione sostiene da tempo. Resta però da capire se queste misure saranno realmente sufficienti a garantire e salvaguardare il reddito dei piccoli e medi agricoltori, che continuano a operare in un contesto economico estremamente complesso”. Confeuro valuta positivamente “anche il bonus del 20% destinato ai giovani agricoltori che aderiscono alle organizzazioni di produttori, realtà che il regolamento torna a valorizzare insieme al sistema cooperativo. È una misura concreta – prosegue – che può incentivare il ricambio generazionale e rafforzare il futuro dell’agricoltura europea”. Permangono, tuttavia, alcune criticità. “Le esenzioni demandate agli Stati membri, che consentono di escludere determinate filiere dall’obbligo di applicare gli indici dei costi di produzione, rischiano di trasformarsi in una pericolosa scappatoia, indebolendo i principi stessi del regolamento. Inoltre, continua a mancare un chiaro riferimento al principio di reciprocità per i prodotti provenienti dai mercati extra UE, che spesso generano una concorrenza sleale a danno delle imprese agricole europee. Infine, desta perplessità la tempistica di applicazione di alcune disposizioni, rinviate addirittura al 2028 e al 2029: tempi troppo lunghi rispetto alle sfide economiche e geopolitiche che il settore è chiamato ad affrontare già oggi”, conclude Tiso.
È calato il sipario sull’avvincente torneo di Rugby 7 agli EUG Salerno 2026. Nella cornice dello Stadio Dirceu di Eboli, le finali continentali hanno incoronato i nuovi campioni universitari europei. Nella finale per l’oro maschile, i portoghesi dell’Università di Coimbra, a sorpresa, si sono laureati campioni d’Europa superando con il punteggio di 12 a 5, la favorita università francese di Rennes. Nel match per il terzo posto, l’Università di Vic ha conquistato la medaglia di bronzo imponendosi netto con un 17-0 ai danni dell’Università di Parma, unica italiana approdata alla finale per il podio.
Al femminile l’assegnazione della medaglia d’oro è stato un derby tutto francese tra l’Università di Lione e la University of Clermont Auvergne. Ad avere la meglio è stato l’ateneo lionese, che ha superato le connazionali con un secco 19 a 0 mantenendo l’inviolabilità della propria meta.
Nella finale per la medaglia di bronzo, l’Università di Zaragoza ha sconfitto l’Università di Vienna per 22 a 7, assicurandosi così il terzo gradino del podio.
Decreto di sequestro da 7,8 milioni di euro nell’ambito di un’inchiesta della Guardia di Finanza di Napoli nei confronti di due imprenditori, indagati per truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, bancarotta fraudolenta, emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, false comunicazioni sociali e mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice. Nel mirino dei pm, una societa’ attiva nel settore di servizi digitali e della commercializzazione di prodotti destinati alla filiera vitivinicola poi sottoposta a liquidazione giudiziale.
Per gli inquirenti, gli indagati hanno depauperato progressivamente il patrimonio sociale dell’azienda ai danni dei creditori, trasferendo un ramo d’azienda, comprensivo di rapporti commerciali, i beni strumentali, il know how e parte della forza lavoro a una societa’ formalmente autonoma, ma in realta’ riconducibile a loro e attiva nel medesimo settore economico, distraendo ulteriori risorse aziendali, e appropriandosi di beni attraverso compensi privi di giustificazioni.
Gli accertamenti hanno messo in luce e una rete di partecipazioni societarie, anche estere e riconducibili al principale indagato, e la realizzazione di intestazioni meramente formale a terzi finalizzata a eludere gli effetti della procedura di fallimento in corso e i provvedimenti dell’autorita’ giudiziaria. Il decreto di sequestro ha riguardato disponibilita’ finanziaria, beni, quote aziendali e partecipazioni societarie.
Prendete quattro milioni abbondanti di italiani, sintonizzateli su Canale 5 a godersi lo spettacolo celestiale delle corna sotto il sole e avrete la mappa esatta del vero potere in questa penisola alla deriva. Altro che i sondaggi calibrati nei corridoi di Montecitorio. È il regno assoluto e incontrastato di Maria De Filippi, la vera, unica e spietata presidente del Consiglio ombra di una Repubblica fondata sul melodramma. Mentre la politica si incarta sulle poltrone, la sovrana di Mediaset impartisce lezioni magistrali di governabilità applicata direttamente dal suo stabilimento balneare dei sentimenti. Il suo fenomeno di stagione, alias Temptation Island, non è semplicemente un programma televisivo: è una corazzata scientificamente programmata per blindare il consenso della nazione intera.
Maria De Filippi a C’è Posta per te (Ansa).
Il miracolo pop definitivo di Maria
I dati Auditel non sono semplici indici d’ascolto, sono un bollettino di guerra: la maratona finale della quindicesima edizione stampa un pazzesco record che supera il 34 per cento di share, lasciando solo macerie attorno a sé. Ecco dove risiede la vera maggioranza bulgara del Paese: Queen Maria ha compiuto il miracolo pop definitivo, unendo nello stesso identico calderone il ragazzino che consuma i video dei falò su TikTok, dove il gradimento sfiora il 70 per cento tra i giovanissimi nella fascia tra i 15 e i 19 anni, e il laureato colto, il professionista del salotto bene, che si nutre delle miserie affettive della provincia con distaccato e cinico voyeurismo sociologico, superando il 25 per cento di share tra i medici e i dirigenti che preferiscono questa fiera del congiuntivo masticato alla noia dei talk show politici.
L’idea originale non è farina del nostro sacco: nasce in Olanda con il titolo di Blind Vertrouwen, ovvero “fede cieca”, poi sdoganato dagli americani di Fox col nome di Temptation Island. La Signora di Mediaset ci vide lungo già nel 2005, quando decise di importarlo come Vero Amore e di condurlo lei stessa, prima di lasciarlo riposare nove anni e rilanciarlo nel 2014 affidando la voce narrante a Filippo Bisciglia. Mettere in piedi questo teatrino nazionale della gelosia gestito dai montaggi dell’autrice storica Raffaella Mennoia costa alla Fascino PGT srl, la cassaforte societaria di Maria partecipata al 50 per cento da Mediaset, letteralmente due lire. Le coppie protagoniste vengono scovate nelle province dell’Anagrafe ignorante e spedite nel resort calabrese in cambio di un rimborso spese irrisorio che oscilla tra i 2.000 e i 2.500 euro complessivi a coppia, un prezzo stracciato per farsi umiliare a sentimenti unificati, mentre i tentatori single viaggiano a rimborsi spese minimi e il conduttore si porta a casa un cachet sì generoso, ma contenuto tra i 45 mila e i 50 mila euro complessivi. Poca spesa, massima resa, zero contratti milionari da difendere.
A fronte di investimenti così ridotti all’osso, Publitalia ’80 vende gli spazi di fine luglio a tariffe da finale di Coppa Italia, gonfiando il fatturato d’area della Fascino verso i 67 milioni di euro per un giro d’affari complessivo che sfiora i 77 milioni, con oltre 8 milioni di profitti distribuiti ai soci e 44 milioni di costi per servizi spesi unicamente per pagare i talent vip delle trasmissioni invernali. Un monopolio che non si esaurisce con la prima serata lineare, ma si espande in modo scientifico sul consumo on-demand bulimico di Mediaset Infinity (da oltre 40 milioni di ore di visualizzazioni), mentre le clip dei falò di confronto colonizzano gli smartphone per settimane intere. È la democrazia del click digitale che azzera completamente l’interesse dei cittadini per i telegiornali istituzionali.
Altro che Meloni, è De Filippi a godere di un puro consenso popolare
La pancia profonda della nazione preferisce, insomma, proiettarsi nelle dinamiche primordiali regolate sul campo dall’ex gieffino sotto il cielo calabro. Lì si consumano i veri drammi sgrammaticati, dove l’italiano viene preso a calci con la stessa foga dei fidanzati gelosi, tra processi pubblici digitali, condanne e assoluzioni sentimentali che la gente commenta al bar o in ufficio la mattina successiva con una foga che nessun leader politico saprà mai generare. Se la politica di oggi è ridotta a una sfilata di promesse non mantenute e alleanze che saltano al primo brivido d’Aula, Maria offre certezze matematiche riproducibili in laboratorio a ogni maledetta estate. Allora diciamolo senza ipocrisie: bionda per bionda, se la premier in carica non trova la quadra per blindare la stabilità economica dello Stato, la soluzione più efficiente sul piano del puro consenso popolare sarebbe quella di affidare direttamente la guida del Paese a Maria De Filippi.
Maria De Filippi con Fedele Confalonieri.
L’Italia ha già votato con il telecomando in mano
Lei la maggioranza assoluta degli italiani ce l’ha già in tasca, senza bisogno di fare patti di governo instabili con Matteo Salvini, che va a fare passerella a Bollate e tira disperatamente per la giacchetta il gioielliere cuneese Mario Roggero prima di rimetterlo in stand-by (definitivo), senza bisogno di litigare con i benzinai sul prezzo del gasolio e senza dover inseguire le grane geopolitiche del calcio italiano, dove la panchina della Nazionale è diventata una barzelletta d’appendice. A Queen Mary basterebbe convocare un falò di confronto a reti unificate per risolvere qualsiasi crisi internazionale o vertenza sindacale, azzerando i costi di gestione a un rimborso spese base per i ministri, obbligandoli a guardare i filmati compromettenti nel capanno prima di parlare, e garantendo un livello di stabilità emotiva e monetaria che questa classe dirigente non è più in grado di sognare. L’Italia ha già votato con il telecomando in mano: la vera premier cavalca un Biscione e governa sovrana.
Nel corso della seduta del Consiglio Comunale del 29 luglio 2026, il consigliere comunale Vincenzo Galluzzi ha annunciato le proprie dimissioni, ponendo fine al proprio mandato con un intervento incentrato sui temi della trasparenza amministrativa, del funzionamento dei servizi sociali, della tutela delle famiglie e della difesa dei diritti dei cittadini.
Galluzzi ha chiarito che la propria decisione non nasce da contrasti con il gruppo consiliare, al quale ha rivolto parole di stima e ringraziamento, ma dalla convinzione di non poter più esercitare efficacemente il ruolo di controllo e rappresentanza dei cittadini all’interno dell’attuale assetto istituzionale.
Nel suo intervento ha chiesto maggiore trasparenza nella gestione dei contributi economici comunali, ribadendo che ogni procedimento che coinvolga denaro pubblico, famiglie e minori debba essere improntato a imparzialità, verifiche puntuali e piena trasparenza.
Ha inoltre richiamato la propria vicenda familiare, affermando di ritenere insufficienti gli interventi posti in essere a tutela del rapporto con i propri figli e annunciando l’intenzione di proseguire tutte le iniziative consentite dall’ordinamento affinché le circostanze da lui segnalate vengano valutate nelle sedi competenti.
Nel corso dell’intervento ha rivolto anche un appello all’Amministrazione comunale affinché investa con maggiore decisione nei servizi sociali, destinando più risorse ai minori, alle famiglie in difficoltà, agli anziani e alle persone fragili, ritenendo che queste debbano rappresentare una priorità dell’azione amministrativa.
«Non mi dimetto dalla verità, non mi dimetto dalla battaglia per i miei figli e non mi dimetto dalla difesa dei cittadini», ha dichiarato Galluzzi nel passaggio conclusivo del proprio intervento.
Le dimissioni, ha precisato, non rappresentano un addio alla politica, ma l’inizio di una nuova fase del proprio impegno pubblico.
Galluzzi continuerà infatti la propria attività all’interno di Futuro Nazionale, del quale è responsabile del primo Comitato della provincia di Salerno, il Comitato n. 177.
Tra le priorità del suo impegno vi sarà la tutela dei genitori separati e dei figli che, a causa di conflitti familiari, provvedimenti inadeguati o situazioni di forte disagio, rischiano di perdere il rapporto con uno dei propri genitori.
«In questi anni ho compreso quanto dolore possa vivere un genitore quando viene progressivamente allontanato dai propri figli. Troppi padri e troppe madri affrontano da soli percorsi estremamente difficili, spesso senza ricevere risposte tempestive dalle istituzioni. I primi a pagarne le conseguenze sono sempre i figli.»
Galluzzi annuncia di voler promuovere un confronto pubblico sul tema della bigenitorialità, del funzionamento dei servizi di tutela dei minori e della necessità di prevenire quelle situazioni di isolamento, sofferenza e disperazione che, nei casi più gravi, possono condurre alcune persone a gesti estremi.
«Lascio il Consiglio Comunale, ma non il mio impegno per il territorio. Continuerò a lavorare con ancora maggiore determinazione e libertà per i cittadini, per le famiglie, per i figli e per tutti quei genitori che oggi si sentono soli davanti a un sistema che, troppo spesso, arriva tardi o non riesce a dare le risposte che le persone attendono.»
Separarsi non significa smettere di essere genitori, ma per molti padri il percorso post-coniugale rischia di trasformarsi in un cammino complesso e irto di ostacoli economici, legali ed emotivi. In questo delicato scenario si rinnova e prosegue con fermezza l’impegno dell’ex consigliere Vincenzo Galluzzi al fianco dell’associazione “Non Sei Solo Salerno”, guidata dal Presidente, Avvocato Maria Maddalena Gaeta.
L’associazione si conferma un punto di riferimento fondamentale su tutto il territorio campano, offrendo risposte concrete alle sempre più frequenti situazioni di fragilità sociale ed economica che colpiscono i padri separati. Attraverso una rete integrata ed esaustiva di consulenze legali, supporto psicologico e momenti di ascolto, la struttura opera quotidianamente per contrastare il fenomeno dell’alienazione genitoriale e garantire il reale esercizio della genitorialità condivisa.
«Il nostro obiettivo prioritario», evidenzia l’Avv. Maria Maddalena Gaeta, «è far sì che il diritto alla genitorialità condivisa non rimanga un principio teorico, ma si traduca in una tutela concreta. Ogni padre deve poter continuare a svolgere un ruolo attivo e presente nella crescita dei propri figli, superando la solitudine e il rischio di emarginazione.»
L’azione congiunta guidata dall’Avv. Gaeta e promossa con costanza da Galluzzi punta a rafforzare il dialogo con le istituzioni locali e a promuovere iniziative di sensibilizzazione pubblica. La convinzione alla base dell’operato dell’associazione è che la centralità e il benessere del minore passino sempre attraverso l’equilibrio, la presenza e l’amore di entrambi i genitori.
Il consiglio comunale di Pellezzano, riunitosi ieri sera, 29 luglio 2026, ha approvato una serie di provvedimenti di particolare rilievo per la gestione finanziaria dell’Ente, in una seduta che ha visto al centro il tema della rottamazione quinquies e della definizione agevolata dei tributi comunali. Il sindaco Francesco Morra ha spiegato che l’adesione alla rottamazione quinquies rappresenta un vantaggio concreto sia per i cittadini, che potranno estinguere i debiti versando solo l’importo dovuto senza sanzioni e interessi, sia per il Comune, che aumenta la possibilità di recuperare crediti spesso difficilmente esigibili, rafforzando gli equilibri di bilancio e migliorando la capacità di riscossione.
Via libera alla consultazione del materiale istruttorio inviato dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi alla Camera assieme alla lettera indirizzata al presidente Lorenzo Fontana, relativo al caso dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e delle sue chat con il ristoratore prestanome del clan Senese Mauro Caroccia. Lo ha deciso il presidente della Giunta per le autorizzazioni Davis Dori (deputato di Avs), dopo lo slittamento tra le polemiche del voto previsto oggi in aula alla Camera.
Dori: «La maggioranza non vuole, ma devo consentire l’accesso alla documentazione»
«La maggioranza non vuole consentire l’accesso alla documentazione e alle chat inviate dalla Procura di Roma. Io invece ho il dovere, come Presidente, di tutelare il diritto di tutti i membri Giunta di poter prendere visione della documentazione per avere un quadro completo. Non c’è motivo perché la Giunta inibisca a se stessa tale accesso, pur entro gli usuali limiti di divulgabilità», ha dichiarato Dori: «Pertanto darò agli uffici, avendo anche vari precedenti, il via libera alla visione della documentazione a partire da domani mattina per consentire di organizzare la visione con criteri di non divulgabilità. Mai la Giunta ha limitato l’accesso a se stessa. Ci sono precedenti in tal senso e non intendo compromettere i diritti dei commissari e violare le prerogative parlamentari».
Andrea Delmastro e Mauro Caroccia (TIKTOK/BISTECCHERIA DA BAFFO).
I membri della Giunta potranno visionare il materiale dalle 10 del 31 luglio
I membri della Giunta potranno visionare il materiale, che dovrebbe contenere le chat tra Delmastro e Carocci, a partire dalle ore 10 del 31 luglio, con il vincolo di riservatezza. Dori ha spiegato che, dopo la lettera inviata dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi alla Camera sull’uso delle chat, la Giunta dovrà esprimersi sulla necessità di una integrazione istruttoria. Quando all’accesso al materiale della Procura di Roma la maggioranza in Giunta si è espressa in modo contrario.
Entra nel vivo l’esodo dell’estate 2026. A partire dal primo fine settimana di agosto è infatti atteso un progressivo aumento dei flussi di traffico lungo la rete di Autostrade per l’Italia. In particolare, a partire dalla mattinata di sabato 1° agosto, inizieranno a intensificarsi gli spostamenti in uscita dai principali centri urbani verso le località di villeggiatura. Il picco degli spostamenti si registrerà nel fine settimana del 7 e il 9 agosto. Complessivamente, nei due weekend più intensi dell’esodo, secondo le stime di Autostrade saranno circa 16 milioni i veicoli in transito lungo i 3 mila km di rete gestiti dal Gruppo. Le direttrici maggiormente interessate saranno, come di consueto, l’A1 Milano-Napoli e l’A14 Bologna-Taranto. A partire dalla seconda metà di agosto, inizieranno invece a registrarsi i rientri verso i grandi centri urbani, concentrati prevalentemente nelle giornate di sabato e domenica.
Sospesi i cantieri più impattanti e potenziati i presidi di uomini e mezzi
Per accompagnare gli spostamenti estivi, Autostrade per l’Italia ha predisposto un piano straordinario per la gestione della viabilità che prevede, tra le principali misure, la sospensione dei cantieri maggiormente impattanti lungo le principali direttrici autostradali. Il piano punta a garantire la massima disponibilità delle corsie possibile nei periodi caratterizzati dai maggiori volumi di traffico. Le attività riprenderanno progressivamente entro la prima metà di settembre, una volta esauriti anche i flussi legati al controesodo. A supporto della viabilità sono stati inoltre potenziati i presidi di uomini e mezzi nei punti strategici della rete, pronti a intervenire in caso di necessità e a fornire assistenza agli utenti, e il rafforzamento dei servizi di pronto intervento e dei presidi meccanici e sanitari lungo le tratte gestite da Aspi.
Monitoraggio in tempo reale dalla Control room
Anche per l’esodo estivo 2026, un ruolo centrale nella gestione dei flussi sarà svolto dalla tecnologia e dal monitoraggio in tempo reale della rete. Il cuore del sistema è la Control room di Autostrade, il centro per il monitoraggio del traffico, degli impianti e delle infrastrutture con sede nella direzione generale di Roma. La struttura, disegnata e realizzata da Movyon, polo tecnologico del Gruppo, ha raccolto e gestito nell’ultimo anno oltre 3,5 miliardi di dati provenienti dalla rete – dal funzionamento della viabilità, alla gestione delle emergenze, anche in caso di eventi meteorologici significativi, oltre al monitoraggio costante dello stato delle infrastrutture. Informazioni, dati e immagini arrivano in tempo reale, 24 ore su 24, dalle nove direzioni di tronco distribuite lungo tutti gli asset autostradali. All’interno della Control room opera il Centro operativo viabilità, attivo 24 ore su 24, sette giorni su sette, nel quale confluiscono le informazioni relative agli eventi in corso e a quelli previsti sull’intera rete. In un anno il Centro ha registrato e gestito circa 400 mila eventi legati alla viabilità, assicurando la diffusione delle informazioni attraverso i diversi canali di infomobilità. A supporto del monitoraggio della rete sono attive quasi 5 mila telecamere, di cui circa 3 mila installate nelle gallerie, oltre 900 sensori per la rilevazione dei flussi di traffico e 400 centraline meteorologiche. Un sistema tecnologico diffuso che consente di seguire costantemente l’evoluzione della viabilità e supportare la gestione tempestiva di eventuali criticità.
Tornano le iniziative dedicate all’assistenza dei viaggiatori
Oltre alla tecnologia, a favorire gli spostamenti per le vacanze tornano le iniziative dedicate all’assistenza ai viaggiatori e alla promozione della sicurezza stradale. Autostrade per l’Italia, in collaborazione con la Polizia di Stato e altri enti e associazioni, attiverà presidi medici e veterinari in quattro aree di servizio situate lungo le principali direttrici dell’esodo e del contro esodo, come Teano Ovest e Casilina Est in A1 e La Pioppa Ovest e Sillaro Est in A14. Sarà inoltre possibile informarsi sulle condizioni del traffico, oltre che verificare le regole inderogabili per un viaggio in sicurezza. Per tutta l’estate sarà inoltre potenziato il sistema di infoviabilità di Autostrade, attraverso aggiornamenti costanti sull’app e sul sito autostrade.it, oltre al numero unico 803.111.
Aveva rotto con Donald Trump, ma in occasione delle elezioni di metà mandato in programma a novembre Elon Musk tornerà a sostenere il presidente Usa. Axios riporta infatti che l’uomo più ricco del mondo sta riattivando il suo America PAC, political action committee che aveva raccolto e speso la somma record di 260 milioni di dollari per contribuire all’elezione di Trump nel 2024.
Elon Musk (Ansa).
Musk in soccorso di Trump in crisi nei sondaggi
Come spiega Axios, il nuovo investimento di Musk andrà ad accrescere l’enorme vantaggio finanziario del Partito repubblicano su quello Democratico, in una fase in cui i bassi indici di gradimento di Trump (in particolare sui temi dell’economia e della guerra con l’Iran) sembrano mettere a rischio il controllo del Grand Old Party sulla Camera e persino al Senato. I PAC repubblicani hanno un vantaggio di oltre 300 milioni di dollari rispetto alle loro controparti democratiche. E questo senza contare i 400 milioni di dollari depositati nel super PAC MAGA Inc. di Trump.
Elon Musk e Donald Trump (Ansa).
Musk è il maggior donatore politico individuale nella storia Usa
L’America PAC, scrive Axios, punterà su attività di porta a porta, pubblicità digitale e invii di materiale informativo diretto, con l’obiettivo di mobilitare la base conservatrice, inclusi gli elettori solitamente meno propensi a votare negli anni in cui non si tengono le Presidenziali. I rappresentanti di Musk non hanno voluto precisare l’entità esatta della spesa prevista. Ma, guardando al recente passato, tutto lascia supporre che si tratterà di una somma ingente: le donazioni a favore di Trump effettuate tramite l’America PAC nel 2024 hanno reso Mr Tesla il più grande donatore politico individuale in un singolo ciclo elettorale nella storia degli Stati Uniti.
Manuali operativi per la fabbricazione di armi da fuoco, di esplosivi chimici e di veleni e contenenti tecniche di guerriglia sono stati trovati dai carabinieri del Ros sullo smartphone di un uomo di 25 anni della provincia di Salerno, pronto a trasferirsi all’estero per unirsi a un movimento neonazista inserito nelle liste internazionali dei gruppi terroristici. Al termine di un’indagine della sezione reati di terrorismo della procura di Salerno nei confronti del giovane italiano, i militari dell’Arma del Raggruppamento operativo speciale hanno eseguito un’ordinanza del gip che applica la misura cautelare dell’obbligo di presentazione giornaliera alla polizia giudiziaria, il divieto di espatrio, il ritiro del passaporto e l’invalidazione della carta d’identita’. All’uomo, gli inquirenti contestano l’apologia del fascismo e nazionalsocialismo, ma anche di aver effettuato propaganda di idee fondate sulla superiorita’ razziale e sull’antisemitismo attraverso vari canali telematici e, inoltre, di avere raccolto e conservato sul proprio cellulare le istruzioni sulla fabbricazione di armi, esplosivi chimici, veleni e tecniche di guerriglia. Per chi indaga, il 25enne salernitano avrebbe promosso e diretto attivamente diversi gruppi virtuali ‘chiusi’ che avevano l’obiettivo di incitare alla discriminazione etnica, razziale e religiosa. Non solo perche’, oltre ai ‘reati d’odio’, all’indagato viene contestata anche la detenzione di materiale informatico con finalita’ di terrorismo. I ‘manuali d’istruzione’ sono stati trovati, infatti, durante la perquisizione informatica. Dagli elementi raccolti dagli investigatori, il tutto sarebbe stato funzionale alla volonta’, manifestata dal 25enne, di trasferirsi all’estero per unirsi a un movimento neonazista straniero, formalmente inserito nelle liste internazionali dei gruppi terroristici.
Nella giornata di oggi a Montecitorio non è slittato solo il voto sull’utilizzabilità delle chat tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, ma anche quello della commissione Affari Ue della Camera sullo schema di decreto legislativo in materia di riconoscimento facciale, tema su cui si è espressa anche l’Unione europea, bacchettando l’Italia.
Cosa prevede il decreto legislativo
L’Italia ha accelerato sul decreto che recepisce l’AI Act europeo, ma con una sbandata. Se l’articolo 8 prevede il riconoscimento facciale in tempo reale nei casi più estremi – come terrorismo e ricerca di persone scomparse – con l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria, a far discutere è l’articolo 10. Che, a differenza dei momenti successivi a gravi reati o sparizioni, disciplina la quotidianità. Il decreto legge, infatti, introduce la raccolta preventiva dei dati biometrici di chi entra in un’area ritenuta sensibile, per una sorta di “sorveglianza generalizzata” che ha fatto drizzare le antenne del centrosinistra e pure di Bruxelles.
Telecamere di sorveglianza (Ansa).
La strigliata dell’Unione europea all’Italia
In base all’articolo 10 del decreto, i dati biometrici di chi passa davanti a una telecamera potranno in un’area sensibile potranno restare in memoria per sette giorni. Se nel frattempo verrà commesso un reato, diventeranno materiale d’indagine. Altrimenti saranno cancellati. Il trattamento automatizzato e generalizzato dei dati biometrici, che suona molto simile a una profilazione di massa stile Grande Fratello (tipica dei regimi) non è però coerente con le norme introdotte da Bruxelles due anni fa con l’AI Act, firmato dagli allora commissari Margrethe Vestager e Thierry Breton. Rispondendo a una domanda decreto legislativo, il portavoce della Commissione europea Thomas Regnier ha dichiarato: «Il riconoscimento facciale negli spazi pubblici accessibili è una pratica vietata dalla legge Ue sull’intelligenza artificiale: questo divieto vige già dall’anno scorso. Non vogliamo che con l’IA ci sia un controllo pubblico su dove ci spostiamo quotidianamente».
Palazzo Chigi: «L’Italia rispetta le norme Ue»
«Sul riconoscimento facciale negli spazi pubblici accessibili l’Italia continuerà a rispettare la normativa europea, a partire dall’AI Act, come fatto finora, in coerenza con le garanzie costituzionali e dei diritti di libertà, la cui verifica spetta all’Autorità giudiziaria», hanno dichiarato fonti di Palazzo Chigi, aggiungendo che «l’Italia si pone all’avanguardia nella governance dell’intelligenza artificiale». Le stesse fonti hanno poi affermato: «Siamo stati i primi in Europa ad adottare una normativa di sistema e a darne rapida attuazione. Il Governo continuerà a lavorare in questa direzione, nel rispetto della visione che porta avanti fin dall’inizio, per uno sviluppo e un’applicazione dell’IA centrata sull’uomo e governata dall’uomo». Dopo il via libera della commissione Politiche Ue del Senato, arrivato ieri, il provvedimento è approdato oggi anche all’esame delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia di Camera e Senato per i rispettivi pareri. In tali sedi al momento l’iter prosegue senza rinvii.
Va bene raccogliere «lo scarto, la feccia, i figli di nessuno» ed essere «orgogliosi», anzi «fierissimi» di farlo, come ha sempre detto il Roberto Vannacci. Ma forse il generalissimo non si aspettava che il suo uomo forte a Milano inciampasse in una bega giudiziaria. E così il responsabile vicario di Futuro nazionale per la Lombardia, con delega su Milano, è già saltato per aria. Luca Carleo, imprenditore milanese classe 1981, si è dimesso dopo un giorno. Nominato il 28 luglio, ha salutato tutti il 29. È durato meno di Paolo Maldini e Leonardo alla guida della rivoluzione calcistica italiana. Carleo è indagato per presunte frodi da oltre 30 milioni di euro: è uno degli amministratori delle società del gruppo Ops finita al centro di un’inchiesta finanziaria della procura di Milano, che oltre a lui coinvolge altre otto persone. Tra le varie ipotesi di reato contestate ci sono: ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità di vigilanza, false comunicazioni sociali per le società quotate, formazione fittizia di capitale, malversazioni di erogazioni pubbliche, responsabilità amministrativa delle società per reati commessi a loro vantaggio da parte degli amministratori. Come ha riportato Il Giorno, Carleo nel suo curriculum si definiva un «manager creativo e visionario», con un’esperienza ventennale nello sviluppo di brand a livello internazionale, soprattutto nei settori del retail e dell’editoria locale lombarda. Su Instagram il suo motto è «Crederci fino in fondo! Crederci ad ogni costo!». Ci aveva creduto anche Vannacci, ma è durata solo un giorno. Il coordinatore nazionale di Fn, Massimiliano Simoni, ha commentato così provando a togliersi dall’imbarazzo: «Mi auguro che possa essere fatta piena luce e lo ringrazio per il senso di responsabilità nel fare un passo indietro in un momento così delicato. Nei prossimi giorni il partito provvederà a una nuova nomina all’altezza dell’incarico». Nel 2018 Carleo era stato presentato come candidato dell’Udc nella lista Noi con l’Italia. Dal centro è poi giunta la virata verso l’estrema destra. Però si è bruciato in fretta.
Luca Carleo nel 2018 ai tempi dell’Udc (foto Imagoeconomica).
Tra papa Leone e Trump sbuca… Bocelli
È sempre in viaggio, Andrea Bocelli: il cantante non conosce soste, e nella serata di mercoledì 29 luglio era da papa Leone XIV, a Castel Gandolfo. Il pontefice, appena tornato a Roma dopo quasi un mese di vacanza, è rientrato apposta nella villa vaticana per partecipare all’incontro di preghiera e fraternità “Cantico di Pace” a Borgo Laudato si’, nei Giardini Pontifici, insieme a Bocelli e al coro formato da voci bianche provenienti da Uganda, Terra Santa e Italia. Già, ma quale ruolo ha Bocelli? A Castel Gandolfo si spiffera di un compito molto delicato, ossia addirittura quello di “ponte” tra papa Leone XIV e Donald Trump. Non è un mistero che Bocelli abbia praticamente “libero accesso” alla Casa Bianca, e infatti molte volte appare al fianco del presidente degli Stati Uniti nello Studio Ovale, anche grazie alle tante iniziative benefiche che vedono come protagonista il cantante italiano vivente più famoso al mondo con la sua fondazione. Un ambasciatore di lusso, che si somma alla vastissima rete diplomatica vaticana, e che però ha il vantaggio di parlare “a tu per tu” con Trump. E visto il contesto attuale, dove le guerre non si contano più, aver ospitato Bocelli proprio nel luogo più amato da papa Leone XIV, Castel Gandolfo, fuori dal caos romano e lontano dai “sacri palazzi”, aumenta il valore dell’iniziativa nel Borgo Laudato si’. È stata promossa dal Centro di Alta Formazione Laudato si’ e dalla Andrea Bocelli Foundation, rappresentata dallo stesso tenore, inserita nel programma delle celebrazioni per l’ottavo centenario del transito di San Francesco d’Assisi.
Andrea Bocelli con Donald Trump nello Studio Ovale (foto Imagoeconomica).
Parliamo delle prigioni di Alemanno?
Nella giornata di venerdì 31 luglio, alla Regione Lazio, va in scena la relazione annuale del Garante regionale delle persone detenute, Stefano Anastasia. Oggetto dell’incontro, la presentazione della relazione di fine mandato, “Bilancio di un decennio (2016-2026)”. Si parlerà anche della storia carceraria di Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma e amico da sempre del presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca? Si vedrà. A ruota, si prevedono i commenti del ministro della Giustizia Carlo Nordio, potenzialmente perfetti per alimentare una polemica sulla situazione carceraria italiana che può durare, grazie al sostegno dei media, almeno fino al prossimo lunedì.
Gianni Alemanno all’uscita da Rebibbia (Ansa).
Cinghiali in vacanza
Sono ormai un classico del panorama di Roma nord: i cinghiali ormai fanno parte dell’habitat dell’Olgiata, ma anche del Fleming, di Vigna Clara, della via Cassia, della Giustiniana, e qualcuno si è affacciato anche in zona piazzale Clodio, dalle parti del tribunale. E chi ha una casa al Circeo o a Sabaudia adesso se li ritrova pure lì: le famigliole di ungulati stanno dominando il territorio, vagano quando non fa caldo, di sera, e hanno tanta sete. Ma mentre nella Capitale si “attaccano” alle fontanelle dell’acqua potabile, in campagna e al mare i cinghiali scavano forsennatamente in cerca dei tubi, spesso di plastica, rompendoli per riuscire a bere. Così nelle ville lungo la costa, quelle dei veri vip, spesso manca l’acqua perché i cinghiali di turno hanno spaccato le tubature. C’è chi ha messo delle grandi trappole dove far cadere i cinghiali, ma si muovono numerosi e al massimo riescono a prenderne un paio, mentre gli altri scappano. Non si contano le Smart che di notte vengono prese “a testate” dagli ungulati, con gravi danni. Una situazione che sembra essere sfuggita di mano e che non pare risolvibile, a breve. Intanto qualche ristorante annuncia con enfasi, tra i piatti del menù, “cacciagione di giornata”: qualcuno ha dei dubbi sulla provenienza, temendo una carne a “chilometro zero”, appena trovata su qualche strada di campagna, nei pressi del locale che offre secondi piatti succulenti e molto saporiti…
A Sabaudia arriva Piantedosi
Non solo cinghiali, a Sabaudia: venerdì 31 luglio, di sera, arriva l’incontro “L’Italia delle imprese: le sfide per la crescita”, per “Sabaudia Incontra – Dialoghi in Corte”, rassegna estiva condotta dal vicedirettore del Tg La7 Andrea Pancani. Non mancheranno le “autorità”, ossia il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, e poi il leghista Alessandro Morelli in qualità di sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla programmazione e al coordinamento della politica economica, il presidente dell’Anac Giuseppe Busia insieme agli amministratori delegati di Anas Claudio Andrea Gemme e della Società Stretto di Messina Pietro Ciucci, e molti altri ancora.
In occasione della cerimonia del Ventaglio con i giornalisti, iI presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha richiamato il mondo politico a portare «reciproco rispetto, senza inopportuna aggressività verbale, spesso immotivata e, a mio avviso, anche controproducente». Un appello ad abbassare i toni e a lasciare da parte le tensioni elettorali che, con le urne lontane mesi e mesi, gli sembrano «per la verità piuttosto intempestive» e tolgono attenzione «ai problemi che riguardano la vita quotidiana dei nostri concittadini». Un monito che arriva dopo lo scontro sul caso Roggero, sulla morte di Fakir e sulle violenze in Val di Susa.
Mattarella: «Inaccettabile esitazione nel condannare le violenze in Val di Susa»
Su quest’ultimo punto, il capo dello Stato è stato netto: «La violenza è un virus letale per la democrazia e per la vita sociale. Aggredisce la Costituzione chi la pratica, chi la predica, chi la giustifica». Per questo ha chiesto alle forze politiche «maggiore responsabile attenzione» per fermare un fenomeno allarmante, «una sorta di rifiuto sdegnato non di condividere ma di ascoltare le opinioni altrui». «Non ci si può sorprendere che ne derivi un clima di reciproca intolleranza, di avversione fanatica che contribuisce a seminare germi di violenza». Gli scontri in Val di Susa da chi contesta la Tav sono per Mattarella un fatto grave e «inammissibile». Per questo, velato richiamo alla sinistra, «non è accettabile alcuna esitazione né circospezione nel condannare e contrastare simili comportamenti aggressivi».
Il voto sull’utilizzabilità delle chat tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e il ristoratore prestanome del clan Senese Mauro Caroccia, che era atteso oggi a Montecitorio, è stato rinviato nella giunta per le autorizzazioni della Camera, che si riunirà quanto prima. Tale decisione è stata presa perché i membri devono analizzare una lettera inviata dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi, che chiede di autorizzare anche per il diritto alla difesa la visione delle chat.
Il rinvio dopo la lettera del procuratore Lo Voi
Lo voi ha inviato una lettera al presidente della Camera Lorenzo Fontana dopo che il legale di Caroccia, l’avvocato Fabrizio Gallo, ha depositato in procura una memoria con le chat tra Delmastro e il suo assistito, indagato per il caso della Bisteccheria d’Italia, che sta già scontando una condanna definitiva per intestazione fittizia di beni, chiedendone l’acquisizione. Nella lettera, anticipata ieri sera da alcune testate, Lo Voi ha spiegato che l’accesso al contenuto del dispositivo non risponderebbe soltanto a esigenze investigative, ma anche a finalità di garanzia, in quanto permetterebbe di verificare integralmente il materiale presente nel telefono e di confrontarlo con quanto già prodotto dalla difesa.
Assieme alle opposizioni protesta anche Forza Italia
Il rinvio del voto è stato criticato dalle opposizioni: dal Pd al M5s, fino a Avs. Ma anche da Forza Italia. «Il presidente della Camera ha detto di aver ricevuto un’ora prima della riunione dei capigruppo la lettera del procuratore di Roma, peraltro annunciata dalle agenzie già ieri sera. È una procedura anomala, non è possibile riaprire l’istruttoria solo perché la Procura pensa di mandare ulteriori documenti», ha dichiarato il capogruppo azzurro Enrico Costa: «Se noi apriamo un precedente che un’ora prima della votazione, si manda un documento e si blocca l’Aula…».
Un missile russo è penetrato nei cieli polacchi durante il massiccio attacco compiuto da Mosca contro l’Ucraina, schiantandosi poi a terra nei pressi di Lublino, in quella che di fatto rappresenta una grave violazione dello spazio aereo della Nato.
La violazione dello spazio aereo e lo schianto
Come ha spiegato il premier Donald Tusk su X, alle 3:40 di notte il Comando operativo delle forze armate polacche ha rilevato «un oggetto non identificato diretto a ovest». A quel punto Varsavia ha fatto decollare un F-16. Il contatto radar è stato però perso pochi minuti dopo, facendo scattare le ricerche nel voivodato di Lublino.
W trakcie rosyjskiego zmasowanego ataku rakietowego na zachodnią Ukrainę doszło do naruszenia polskiej przestrzeni powietrznej. Zwołałem w związku z tym zespół koordynacyjny z udziałem Ministra Obrony i odpowiednich służb, które od wielu godzin pracują na miejscu zdarzenia i…
Successivamente un elicottero Mi-24, recatosi nell’ultima posizione dell’oggetto, ha individuato il luogo dello schianto in un’area rurale vicino ai villaggi di Tarnawa-Kolonia e Tokary, a circa 95 chilometri dal confine con la Russia: un cratere dal diametro di circa 10 metri, circondato da detriti. Dato che la Russia ha lanciato missili da crociera Kh-101 durante la notte contro l’Ucraina (facendo almeno 13 morti), è altamente probabile – come sostiene Kyiv – che quello entrato nello spazio aereo della Polonia fosse proprio un razzo di questo tipo.
A Russian Kh-101 missile crashed in Poland during a massive strike on Ukraine
The missile flew roughly 100 kilometers into Polish territory before vanishing from radar and coming down in the Lublin region.
Luca Zaia è pronto a portare il suo podcast Il Fienile — che in rete conta 110 milioni di utenti unici al mese sui vari social — in televisione, a Mediaset. Lo riporta Repubblica, spiegando che il format potrebbe andare in onda su Rete 4 o su Italia 1. Non c’è ancora nulla di scritto, ma le trattative sarebbero in corso. Se l’ipotesi andasse in porto, la trasmissione verrà impostata stile Maurizio Costanzo show, sostituendo alle balle di fieno dell’ambientazione attuale salotto e poltrone. Lo studio resterà comunque lo stesso, ovvero un capannone della “H Farm” all’interno del campus di Roncade che si allunga per 50 ettari tra l’hinterland di Venezia e il Trevigiano.
Nella seduta di lunedì 20 luglio il consiglio della Federazione italiana ciclismo ha deliberato il commissariamento della Lega ciclismo, motivato da «ripetute e gravi violazioni delle norme federali e della convenzione sottoscritta in data 13 agosto 2024». Il ruolo di commissario è stato affidato a Mauro Capone, 63enne generale dei carabinieri. A lui spetta il compito di proseguire le attività istituzionali, comprese le 12 gare residue del Trofeo delle Regioni inventato dal presidente “congelato”, Roberto Pella. Il quale però ha annunciato una dura battaglia legale contro un provvedimento che ritiene «illegittimo e ingiustificato».
Fatturato schizzato da 300 mila euro a 6 milioni l’anno
Pella, 56 anni, non è un tipo qualunque. Deputato di Forza Italia, è apprezzato a livello trasversale anche per l’importante lavoro svolto in Anci, l’Associazione nazionale dei Comuni italiani, del quale è stato presidente facente funzioni nell’interregno tra la gestione di Antonio De Caro e quella di Gaetano Manfredi. Altrettanto bene aveva fatto alla guida della Lega ciclismo, a partire dall’aprile 2024. Subentrato a una gestione commissariale, ha fatto schizzare il fatturato da 300 mila euro (ma con impegni di spesa per circa 500 mila) a 6 milioni annui.
Equiparati i montepremi maschili e femminili
Ha introdotto un nuovo format, la Coppa Italia delle Regioni, nel quale le competizioni femminili assurgono – finalmente – allo stesso rango di quelle maschili, equiparando i montepremi che in precedenza vedevano una proporzione di cinque a uno in favore degli uomini.
Cordiano Dagnoni, presidente della Federazione italiana ciclismo (foto Imagoeconomica).
Unitamente al lancio di nuove competizioni (dal Trofeo Tessile Moda nel Biellese a Veneto Woman), il boost economico e di immagine ha dato un notevole successo mediatico a Pella, diventato nei fatti il vero volto del ciclismo italiano. Una situazione che, evidentemente, non ha fatto piacere al presidente della Federazione, Cordiano Dagnoni, che ha lamentato pubblicamente le «ingerenze» della Lega e il fatto che il suo omologo non conoscesse le regole dell’ambiente.
La Lega si occupa unicamente della parte professionistica
Il controllo dell’intero movimento ciclistico spetta alla Federazione, che quindi governa anche i livelli amatoriali; mentre la Lega si occupa unicamente della parte professionistica, tutelando l’interesse dei suoi associati. Questo avviene anche nel calcio e nel basket: l’unica differenza è che della Lega ciclismo fanno parte anche gli organizzatori di gare.
Jonas Vingegaard premiato da Roberto Pella dopo la settimana tappa del Giro d’Italia 2026 (foto Ansa).
Tra questi c’è il colosso Rcs Sport, che notoriamente organizza il Giro d’Italia. Un episodio curioso: Rcs ha concesso alla Lega alcuni biglietti per l’ultima edizione della kermesse e la Lega ha invitato i comitati federali locali, tappa per tappa. A quel punto la Federazione è intervenuta intimando di non invadere il suo campo, come già avvenuto poco prima con una riunione operativa convocata da Pella per discutere di alcuni progetti e mai svoltasi per il diktat federale: con loro ci parliamo solo noi.
Il controverso accordo con la Rai sui diritti tivù
In Italia (a differenza di quanto avviene all’estero) il ciclismo femminile non è considerato sport professionistico. L’unica disciplina a godere di questo status per entrambi i generi è il calcio. Pertanto la convenzione stipulata tra Federazione e Lega lo esclude dalla delega operativa affidata a quest’ultima. Eppure, fin dal 2023 (con la gestione commissariale), la Lega tratta i diritti tivù ceduti alla Rai anche per le gare femminili, una consuetudine non scritta che è proseguita anche con Pella, forte anche di due riunioni sul tema, che però non sono state verbalizzate.
Roberto Pella col ministro dello Sport Andrea Abodi (foto Imagoeconomica).
A inizio giugno, la Federazione ha contestato formalmente questa cessione, avvenuta peraltro per soli 250 euro! La cifra, puramente simbolica, acquista senso nel contesto di un’operazione che vede la tivù di Stato compartecipare ai costi di produzione a carico della Lega, che ammontano a circa 40 mila euro per ogni gara. Un accordo che punta a massimizzare la visibilità dello sport, minimizzandone gli oneri di gestione.
L’ispezione contabile e lo scontro finale
Nel consiglio del 22 giugno, la Federazione ha sospeso la convenzione con la Lega proprio per via del contratto con la Rai. Eppure, sostiene la controparte, tale convenzione non prevede l’istituto della sospensione, ma solo la revoca per «gravi violazioni» che ai loro occhi non sono ravvisate. Inoltre la Federazione ha deciso un’ispezione contabile ugualmente contestata dalla Lega, secondo la quale il potere federale di vigilanza non equivale a un controllo in queste forme. Il 15 luglio i tre consulenti incaricati hanno bussato alla porta della Lega, senza però trovare nessuno, come peraltro preannunciato da una lettera del giorno precedente.
Roberto Pella con Giovanni Malagò (foto Imagoeconomica).
Ne è seguito un verbale, con allegata una corposa lista di documenti da consegnare entro il 19 luglio. La Lega ha iniziato a mandare parte del materiale, ma spiegando che due giorni lavorativi (più un weekend) non sarebbero bastati per soddisfare ogni richiesta, anche perché prima di produrre dei contratti bisogna avere l’assenso della controparte, per le norme sulla privacy. Questa comunicazione è stata però l’ultima tra i due litiganti, prima della rottura definitiva.
Da Saronni al vicepresidente di sinistra
Un nuovo Consiglio federale è stato convocato per il 20 luglio e la Lega ha chiesto che vi presenziasse il suo vicepresidente, Marco Toni, visto che si parlava di professionismo. Toni, tra l’altro, è stato nominato proprio dalla Federazione, dopo le dimissioni della leggenda del ciclismo Beppe Saronni, motivata dalla sua difficoltà nel promuovere il dialogo tra i due enti.
Beppe Saronni, ex ciclista (foto Imagoeconomica).
In un clima già piuttosto teso, al suo posto è stata scelta una persona di esperienza come Toni, da anni presidente dell’importante Società ciclistica sangiulianese, ma soprattutto ex sindaco di San Giuliano Milanese per il Partito democratico. Se qualcuno si aspettava dei contrasti con il forzista Pella, è rimasto deluso: dopo solo qualche giorno dal suo insediamento, Toni ha pubblicamente elogiato la virtuosità di una gestione che stava facendo decollare il ciclismo, attirando sia fondi pubblici sia capitali privati.
Il nuovo commissariamento e la battaglia dei ricorsi
La Lega però ha fatto sapere di non aver mai ricevuto riscontro alla sua richiesta e così Toni non ha presenziato al Consiglio federale, nel quale, preso atto di tutti i fatti che abbiamo ricostruito, è stato votato il commissariamento. Un voto peraltro non unanime, perché (oltre a vari assenti), un vicepresidente ha espresso contrarietà e il rappresentante dei tecnici si è astenuto. Sfumata ogni possibilità di ricucitura diplomatica, la Lega si è trovata – di nuovo – nelle mani di un commissario, per quella che si prospetta come la prima battaglia di una guerra destinata a durare nel tempo. Dal palazzo del Coni in via Piranesi a Milano – dove entrambi i soggetti hanno la loro sede, porta a porta – la vicenda inevitabilmente si sposta in tribunale. Prima in quello sportivo, come previsto dai regolamenti del settore, e solo a iter compiuto in ogni suo grado ci si potrà rivolgere alla giustizia ordinaria, se nel frattempo non sarà sopravvenuto un qualche genere di accordo che oggi pare impossibile. A tutto svantaggio di uno sport che, peraltro, negli ultimi tempi marciava così veloce da ricordare le più entusiasmanti volate della sua storia.
Continua l’offensiva social mediatica di Beppe Grillo contro Giuseppe Conte. Dopo il post al vetriolo di mercoledì con cui il co-fondatore del M5s ha accusato la sua creatura di aver «perso la sua identità e la sua diversità» e la replica del presidente pentastellato («Il Movimento ha perso identità? Con tutte le nostre battaglie che stiamo facendo, spesso contro tutti? Lui aveva detto che Draghi è un grillino, fate un po’ voi»), il comico è tornato alla carica contro l’ex premier. Lo ha fatto rispolverando un filmato del 2022 (con la formula “sblocchiamo un ricordo”), in cui si vede Conte affermare: «Nessuno si permetta di dire che il Movimento 5 Stelle dice no Draghi. Il M5s dice sì a Draghi e rafforza il suo sì», difendendo strenuamente la permanenza dell’ex presidente della Bce a Palazzo Chigi.
Replicando all’ex garante del M5s, Conte aveva fatto riferimento a quanto affermato da Grillo il 9 febbraio 2021 dopo un incontro con Mario Draghi, che era stato incaricato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella di formare un nuovo esecutivo a seguito della caduta del governo Conte II. «Mi aspettavo il banchiere di Dio invece è un grillino. Mi ha dato ragione su tutto, era d’accordo su tutti i temi, però aspettiamo un attimo a votare su queste cose. Aspettiamo che pubblicamente dica cosa vuol fare, non ha ancora le idee chiare, poi sarete voi a decidere se mandare a fanculo questo o quell’altro», disse il cofondatore del M5s ai cronisti, sancendo di fatto un avvicinamento tra quella che era nata come una forza anti-sistema e uno dei maggiori simboli viventi dell’establishment europeo. In pratica, secondo Conte, il M5s aveva cambiato la sua identità quando sullo sfondo c’era ancora Grillo.
Lo sblocco anch'io un ricordo: ci fu una votazione online sulla piattaforma Rousseau l'11 febbraio 2021 per appoggiare il governo Draghi. Il capo politico era Crimi. Il 9 settembre, due giorni prima delle votazioni, uno a caso, se ne uscì con questa dichiarazione. Colpa di Conte? pic.twitter.com/HUApzwxYVW
Il cda di Webuild ha approvato il lancio di un’offerta pubblica di acquisto volontaria sulla totalità delle azioni ordinarie di Trevi Finanziaria Industriale, quotate su Euronext Milan. L’opa si qualificherà come offerta concorrente rispetto all’offerta pubblica di scambio sulle azioni Trevi annunciata da Icop il 28 giugno 2026. Webuild riconoscerà un corrispettivo interamente in contanti di euro 4,50 per ciascuna azione di Trevi portata in adesione all’offerta, corrispondente a una valorizzazione complessiva di Trevi pari a circa 295 milioni di euro, superiore a quella sottesa all’offerta Icop. Il corrispettivo, infatti, incorpora un premio pari al +29,8 per cento rispetto al prezzo di Trevi rilevato alla chiusura del 26 giugno 2026 (ultimo giorno di Borsa aperta anteriore alla data di annuncio al mercato dell’offerta Icop) pari a 3,5 euro.
Le motivazioni dell’offerta
Il successo dell’offerta consentirà al Gruppo Webuild di:
valorizzare Trevi come soggetto specializzato capace di accrescere la propria presenza sul mercato nei settori della progettazione e realizzazione di fondazioni speciali e nell’ingegneria del sottosuolo, che rivestono un ruolo critico per i grandi progetti infrastrutturali, core business di Webuild;
garantire un maggiore controllo dell’esecuzione — in termini di processo, qualità e rischi di consegna — sul portafoglio ordini del Gruppo, pari a circa 54 miliardi di euro;
rafforzare il posizionamento competitivo nelle gare per i grandi progetti complessi e ad alto contenuto geotecnico, differenziandosi attraverso una soluzione integrata end-to-end, più efficiente e competitiva anche in termini di pricing;
generare rilevanti sinergie industriali e commerciali, articolate su più direttrici, sia di ricavo sia di costo.
Per Trevi, si legge in un comunicato di Webuild, l’ingresso nel Gruppo aprirebbe un nuovo percorso di crescita per la società, per le sue persone e per il suo know-how. L’azienda manterrebbe la propria identità italiana, con il centro direzionale saldamente radicato in Italia, e conserverebbe il patrimonio di competenze tecniche, progettuali e manageriali al servizio sia dei progetti del Gruppo, sia del mercato terzo. L’appartenenza a uno dei principali operatori mondiali delle grandi infrastrutture, continua la nota, ne amplierebbe il perimetro commerciale e l’accesso a nuove geografie, clienti e gare di maggiore dimensione e complessità, valorizzando l’eccellenza italiana nei mercati internazionali. Complessivamente, Webuild ha identificato un potenziale di sinergie pari a circa 80-90 milioni di euro di Ebitda all’anno a regime, tale da rendere l’operazione accrescitiva sull’Ebitda di Webuild per 150-170 milioni (incluse le sinergie).
Tempistiche e condizioni di efficacia dell’offerta
L’offerta è subordinata al verificarsi di condizioni di efficacia secondo la prassi di mercato, tra cui:
l’ottenimento delle autorizzazioni di natura regolamentare da parte delle autorità competenti;
il conseguimento da parte di Webuild di una partecipazione almeno pari al 66,7 per cento dei diritti di voto;
l’assenza di eventi straordinari che comportino mutamenti significativamente negativi nella situazione di Webuild, di Trevi o del mercato.
L’obiettivo dell’offerta è acquisire l’intero capitale dell’emittente e, ove ricorrano le condizioni, conseguire la revoca delle azioni di Trevi dalla quotazione su Euronext Milan nell’ottica di favorire gli obiettivi di creazione di sinergie tra Webuild e Trevi e di crescita dei due Gruppi. Il periodo di adesione all’offerta – che sarà concordato con Borsa Italiana e avrà una durata compresa tra un minimo di 15 e un massimo di 40 giorni di Borsa aperta, salvo proroga – sarà avviato successivamente alla data di pubblicazione del documento d’offerta. Il perfezionamento dell’opa è previsto nel corso del secondo semestre 2026, subordinatamente all’avveramento delle predette condizioni di efficacia.
Il Comando centrale degli Stati Uniti ha annunciato di aver completato una «serie di duri attacchi» contro l’Iran, che hanno colpito «decine di obiettivi del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, tra cui centri di comando militari, installazioni missilistiche e per droni, siti di sorveglianza e difesa costiera e capacità marittime». I raid delle forze Usa, ha sottolineato il Centcom, «sono stati progettati per ridurre ulteriormente le minacce che l’Iran e i suoi alleati rappresentano per le forze statunitensi, la navigazione commerciale e gli Stati vicini del Golfo». Le operazioni militari, iniziate attorno le 2 italiane, sono terminate poco prima delle 5.
U.S. forces began launching strikes against Iran at 8 p.m. ET today. The strikes are a powerful response to yesterday's attempted Iranian attacks on U.S. forces based in the Middle East.
I media statali iraniani hanno dato notizia di attacchi sull’isola di Qeshm e sulla città meridionale di Abadan. «Un raid statunitense contro un’abitazione nel quartiere di Chah Tangu a Qeshm ha ucciso tre membri di una famiglia: il padre, la madre e il loro figlio di due anni», ha riferito l’agenzia di stampa iraniana Fars.
L’Iran ha attaccato in Giordania: intercettati cinque missili
Come già accaduto in precedenza, Teheran ha indirizzato missili contro una base americana in Giordania. Il portavoce ufficiale dell’esercito di Amman ha dichiarato che «le difese aeree hanno intercettato cinque missili lanciati dall’Iran e diretti verso il territorio del Regno nelle prime ore di questa mattina», aggiungendo che non ci sono state vittime.
Donald Trump (Ansa).
Il piano sottoposto a Trump per due settimane di raid
Secondo il Wall Street Journal l’ammiraglio Brad Cooper, capo del Centcom americano, ha presentato a Donald Trump un piano per 10-14 giorni di intensi attacchi all’Iran per ridurre le sue capacità missilistiche. Axios scrive che il presidente americano, il quale ha dichiarato di voler «finire l’Iran molto presto», ha incontrato il 29 luglio il ministro della Difesa dell’Arabia Saudita – ormai entrata in guerra – che gli ha consegnato un messaggio del principe alla corona Mohammed bin Salman sulla guerra in Iran e l’escalation nella regione.
La definizione è di quelle che gridano vendetta. Giovan Battista Brunori, corrispondente Rai da Israele, in un servizio ha definito «escursionisti» i coloni israeliani impegnati in una spedizione punitiva contro un villaggio palestinese. Tanto è bastato per ritrovarsi in mezzo a una guerra che di sicuro non aveva scelto di combattere: quella tra le due tifoserie che nel dibattito pubblico si contendono il Medio Oriente a colpi di comunicati e dichiarazioni, ma che lui stesso, con quell’improvvido termine, ha finito per alimentare.
Al @Tg1Rai e al @tg2rai va in onda un servizio in cui @brunoriRai descrive un assalto di coloni israeliani in Cisgiordania come attacco di palestinesi contro un gruppo di «escursionisti».
La “scorta mediatica” del genocidio in azione. Pagata con i soldi dei contribuenti. pic.twitter.com/nFYmDmDR97
Brunori ha raccontato l’assalto dei coloni armati di Havat Gilad al villaggio palestinese di Tell usando la parola con cui li definisce l’esercito israeliano e, in un attimo, si è ritrovato trasformato nel megafono di Netanyahu. Fino al punto di diventare il protagonista di un anonimo documento intitolato «escurSIONISTA», affisso su una bacheca Rai. Non gli è bastato vivere lì da anni, né l’esperienza accumulata sul campo, come documenta il suo monumentale sito Internet, che avrebbe dovuto suggerirgli almeno una maggiore prudenza. Gli è bastata una parola macroscopicamente sbagliata per diventare il simbolo di una Rai che, a seconda di chi la giudica, è o troppo filoisraeliana o troppo timida nel difendere Israele.
Giovan Battista Brunori (Imagoeconomica).
La Rai ha fatto quadrato intorno a Brunori
Il fatto, ripulito dalla logica delle fazioni, è di brutale evidenza: due israeliani morti, quattro palestinesi uccisi, 70 arresti, due moschee bruciate. Chiamare «escursionisti» uomini che assaltano un villaggio armati è un errore professionale che un cronista non dovrebbe concedersi. Brunori avrebbe dovuto correggersi subito, con la stessa rapidità con cui i social gli hanno cucito addosso l’etichetta di sionista. Ma ormai la frittata era fatta e non poteva che provare a rimediare nei servizi successivi, dove il binomio coloni-violenza veniva scandito più volte. La Rai ha scelto invece la linea della trincea: condanna dell’anonimo manifesto, difesa altrettanto netta del proprio corrispondente, mentre il dibattito nel cda replicava quasi automaticamente quello che divide il Paese: pro o contro, senza alcun distinguo.
NO A VIGLIACCHE INTIMIDAZIONI. SOLIDARIETA’ A BRUNORI. AZIENDA E DIREZIONI AIUTINO A GARANTIRE INFORMAZIONE EQUILIBRATAhttps://t.co/rj9t8gQzin
Il corrispondente, a differenza dell’inviato, paga il prezzo della familiarità
L’episodio che ha coinvolto Brunori rimanda però a una questione più generale: quale debba essere oggi il ruolo di un corrispondente in un teatro di guerra. Chi vive per anni nello stesso Paese ha bisogno del visto, di continui accrediti e deve mantenere rapporti accettabili con chi governa. Il rischio è che, con il tempo, finisca per assorbire il linguaggio dell’ambiente in cui lavora. Non è necessariamente complicità, è uno dei rischi del mestiere. Chi resta troppo a lungo in un luogo finisce spesso per raccontarlo con gli occhi di chi ci vive più che con quelli di chi lo osserva dall’esterno. L’inviato che arriva, confeziona il servizio e poi riparte conserva il privilegio della distanza. Il corrispondente stabile paga invece il prezzo della familiarità. Nessuno dei due è più onesto dell’altro: sono semplicemente due mestieri diversi che la Rai continua a considerare equivalenti, nonostante basti confrontare il lavoro di due suoi giornalisti come Brunori e Lucia Goracci per capire quanto si possa raccontare la stessa guerra in modo profondamente diverso.
Lucia Goracci (Imagoeconomica).
Il rischio, allora, non è tanto quello di sbagliare una parola, ma un altro. Che il corrispondente, per non complicarsi la vita, finisca per trasformarsi in un compilatore: legge i giornali locali, li confronta con le immagini che arrivano dai circuiti video internazionali e cuce insieme un servizio che non scontenta nessuno, ma non aggiunge nulla a ciò che è già noto. È il prezzo della tranquillità. Ma se il mestiere finisce per ridursi a questo, viene da chiedersi perché la Rai debba mantenere una costosa rete di corrispondenti. Lo stesso prodotto potrebbe uscire ogni sera dagli studi di Saxa Rubra, con una spesa infinitamente inferiore. Il problema è che il giornalismo dovrebbe servire esattamente a evitare questo: raccontare ciò che da una scrivania, a migliaia di chilometri di distanza, non si vede.
Circa 8 mila persone sono state evacuate a causa degli incendi che minacciavano una località turistica sull’isola greca di Creta e che continuano a imperversare, alimentati da forti venti. L’evacuazione è stata condotta via terra dalla località turistica di Agia Galini, affacciata sul mare libico, nella costa meridionale dell’isola. Buona parte dei turisti e dei residenti evacuati è stata trasferita al palazzetto dello sport del Comune di Festo, a Mires, mentre altre centinaia di persone sono state temporaneamente ospitate in un edificio scolastico della zona. I venti, con raffiche che raggiungono i 10-11 gradi Beaufort, non consentono l’impiego di mezzi aerei e l’onere di spegnere l’incendio è quindi ricaduto sulle forze di terra, con circa 190 vigili del fuoco e tutti i mezzi disponibili della Regione. Durante le operazioni di spegnimento, un vigile del fuoco è rimasto ferito ed è stato trasportato in ospedale con ustioni, ma le sue condizioni non sono gravi. Due veicoli dei pompieri sono anche stati distrutti dalle fiamme.
Josh Hartnett e Mackenzie Davis investigano i misteri dell'isola di Terranova nei sei episodi disponibili a ottobre
Cosa si nasconde nelle profondità a largo della costa canadese? A risolvere il mistero, Netflix chiama Josh Hartnett (Pearl Harbor, Oppenheimer), protagonista della miniserie Below in arrivo sulla piattaforma di streaming il prossimo 8 ottobre.
Guarda il video: BELOW | Official Teaser | Netflix
Creata da Jesse McKeown, che ne è anche showrunner e sceneggiatore, la miniserie in sei episodi (tutti disponibili in blocco) segue una comunità di pescatori alle prese con una minaccia oceanica. A fare parte del cast anche Charlie Heaton (Stranger Things) e Mackenzie... - Leggi l'articolo
La Consob sta studiando da tempo il caso della governance del Monte dei Paschi di Siena. Lo riporta Il Sole 24 Ore Radiocor citando fonti della Commissione nazionale per le società e la borsa, organo di controllo del mercato finanziario italiano. Un’attività, questa, che prosegue mentre sul mercato i fari restano puntati sulle attività del board di Rocca Salimbeni, in vista di una possibile proposta di fusione con Banco Bpm, e – vista l’opas lanciata da Intesa Sanpaolo – sui possibili riflessi della “passivity rule” che limita le iniziative delle società destinatarie di un’offerta pubblica. E proprio a tal proposito, scrive Adnkronos, la Consob starebbe valutando una potenziale manipolazione del mercato: ogni azione difensiva o negoziazione che possa frustrare un’offerta in corso deve obbligatoriamente passare al vaglio preventivo dell’assemblea dei soci e pertanto le trattative portate avanti in solitaria dai vertici di Siena potrebbero configurare una serie di potenziali illeciti. Come se non bastasse, sono anche previsti vincoli ulteriori per le operazioni che riguardano le parti correlate, proprio come sono Mps e Bpm.
La lettera dei quattro consiglieri di minoranza sull’operato di Lavaglio
Non finisce qui. Quattro dei cinque consiglieri di minoranza del cda di Monte dei Paschi di Siena (tutti tranne Corrado Passera) tramite una lettera hanno chiesto conto per punti di una serie di inadempienze attribuite alla gestione dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio. Al centro delle contestazioni le operazioni straordinarie prospettate con Banco Bpm per un’integrazione, la mancata convocazione di una riunione del cda per la nomina dei consiglieri mancanti, le tempistiche di consegna dei documenti al consiglio e la composizione dei comitati endoconsiliari. Da inizio maggio, dopo la decadenza di Carlo Vivaldi e le dimissioni di Fabrizio Palermo, il boad di Mps è composto da 13 membri: la mancata sostituzione dei due consiglieri viene attribuita alla lentezza nella comunicazione da parte del cda alla Banca centrale europea. Tutto fermo sul piano della governance, denunciano i consiglieri di minoranza, mentre di contro è stato incessante il lavoro di Lovaglio per la fusione con Banco Bpm, operazione alternativa all’ops lanciata da Intesa Sanpaolo.
Luigi Lovaglio e Carlo Messina (Imagoeconomica).
Messina sull’ops su Mps: «Siamo fortemente determinati ad andare avanti»
Intanto, in una call con gli analisti sui risultati del primo semestre 2026, il ceo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina ha parlato dell’opas lanciata su Mps: «Siamo fortemente determinati ad andare avanti e siamo convinti che sia la migliore opzione per Monte dei Paschi, per gli azionisti e per Intesa Sanpaolo. L’operazione creerà valore senza rischi di integrazione». E poi: «Possiamo creare una situazione normale in termini di governance dell’azienda. È incredibile che l’impresa si trovi in questa situazione, anche in base a quello che è successo negli ultimi mesi. C’è qualcosa che deve esser valutato da parte delle controparti con una solida reputazione che dà agli azionisti di Siena una base solida e un porto sicuro».
Il 26 giugno 2026 – 13 giorni prima che i giudici di Milanoordinassero lo spegnimento dell’area a caldo dell’ex Ilva entro 90 giorni – il governo con l’articolo 3 del decreto legge 107 aveva trasferito dal ministero dell’Ambiente al Mimit le risorse dell’impianto di preridotto che DRI d’Italia doveva costruire a Taranto. Il preridotto è il ferro ottenuto senza carbone, il pezzo mancante di qualunque piano di decarbonizzazione dello stabilimento: quei soldi ora servono «per finalità di sostegno alla decarbonizzazione dell’industria siderurgica», via contratti di sviluppo aperti a chiunque, ovunque in Italia. Quanto valgano il decreto non lo dice: 826 milioni per la relazione illustrativa, 726 per quella tecnica.
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso (Ansa).
I giudici di Milano hanno solo certificato il decesso
Il preridotto italiano è morto a giugno, per decreto, quando la sentenza ancora non esisteva: la Corte d’appello, a luglio, ha certificato un decesso già firmato. Ecco perché conviene guardare con occhio asciutto lo scampanellio di indignazione di questi giorni. La causa, va detto, non l’ha fatta una procura. L’hanno promossa 11 cittadini di Taranto dell’associazione Genitori Tarantini, con un’azione inibitoria collettiva davanti alla sezione imprese del tribunale civile di Milano, competente perché lì hanno sede le società. In primo grado, a febbraio, avevano già ottenuto lo stop. Il 9 luglio la Corte d’appello ha confermato: l’area a caldo – altiforni, cokeria, acciaieria, cioè dove il minerale diventa ghisa e poi acciaio liquido, ed è dove si concentra l’inquinamento – va spenta entro 90 giorni, e potrà riaccendersi solo dopo la rimozione integrale dell’amianto ancora presente negli impianti e il rientro delle polveri sottili entro limiti di sicurezza. Resta fuori l’area a freddo: i laminatoi, che prendono i semilavorati e li trasformano in lamiere, bobine e tubi, che possono lavorare anche acciaio prodotto altrove.
Lo stabilimento dell’ex Ilva visto dai tetti del quartiere Tamburi (Ansa).
Un alibi perfetto per il governo
La decisione è stata comunicata alle parti il 27 luglio, alla vigilia del tavolo a Palazzo Chigi. Tutti gridano, nessuno impugna: Palazzo Chigi «prende atto», Giancarlo Giorgetti dice che «le sentenze sono sentenze, valgono per tutti», l’esecutivo valuta. Quello che ha fatto davvero è nel decreto legge 133 del 27 luglio: 100,5 milioni ad Acciaierie d’Italia che, dice il governo, servono «in attesa del perfezionamento della cessione con riferimento all’area a freddo». Dodici ore dopo la sentenza, negli atti, l’area a caldo non c’è più. E quei milioni esauriscono il tetto di 390 che Bruxelles ha autorizzato a febbraio a condizione che fosse l’ultimo salvataggio del decennio. Da ora il governo può dire – e lo dirà – che nell’area a caldo non può più mettere un euro: non perché non voglia, ma perché l’hanno deciso la Commissione e un giudice. È l’alibi perfetto, ed è arrivato gratis.
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).
Perché Jindal ha confermato il suo interesse?
Poche ore dopo l’ordinanza, il gruppo indiano Jindal ha confermato l’interesse «sia per l’area a freddo sia per l’area a caldo». Un compratore a cui hanno appena spento la fabbrica e dice di volerla comprare lo stesso o è un filantropo, o quella fabbrica non gli serviva. Perché non gli serviva è scritto in una lettera visionata da Lettera43: la firma Venkatesh Jindal, il destinatario è il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro. Lo schema: «Il governo manterrà la proprietà degli impianti di Taranto che realizzano il ciclo industriale sino alla produzione delle bramme» (i lingotti piatti che escono dall’acciaieria e che i laminatoi trasformano in prodotto finito). E il motivo esplicito: «Questo consente di risolvere anche il problema del finanziamento degli oneri per la CO₂», cioè il costo delle quote di emissione, che così resta allo Stato. Jindal compra laminatoi e concessioni portuali, e si impegna a ritirare «fino a 4 milioni di tonnellate di bramme all’anno dagli impianti di proprietà del governo, a prezzi di mercato, per un periodo iniziale di tre anni»: impianti che perdono tra i 50 e i 70 milioni al mese, e che quindi venderebbero sottocosto. Poi la frase che spiega i tre anni: «Dopo il periodo iniziale di tre anni, Jindal integrerà progressivamente le proprie bramme a basse emissioni provenienti dagli stabilimenti in Oman nei laminatoi di Taranto». Tre anni è il tempo di rampa di Duqm, in Oman, dove il gruppo ha avviato un impianto da 5 milioni di tonnellate: nel piano di gara la data è scritta, giugno 2026. La sentenza non toglie a Jindal le bramme, gliele fa arrivare subito invece che fra tre anni, e cancella l’unico obbligo che si era assunto verso l’Italia. Nello stesso piano il compratore chiedeva già di non pagare, allo smantellamento dell’area a caldo, alcun costo di «environmental clean-up, removal of hazardous material»: l’amianto dei cowper (le torri usate nelle acciaierie per riscaldare l’aria prima di mandarla dentro l’altoforno), per iscritto, non è affare suo. E chiedeva contributi pubblici per 2,777 miliardi, che non sono i soldi già spesi in questi anni: sono quelli che lo Stato avrebbe dovuto mettere da qui in avanti, in aggiunta.
Sajjan Jindal e Adolfo Urso (Imagoeconomica).
Così si è eliminato un concorrente
E agli altri siderurgici? In pubblico non hanno esultato per la decisione dei giudici: Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, ha parlato di «clamorosa ingiustizia». Ma contano i numeri. Nel 2025 l’Italia ha prodotto 20,7 milioni di tonnellate di acciaio, il 90 per cento da forno elettrico contro una media europea del 46: due soli milioni vengono dal ciclo integrale di Taranto, il 10 per cento della produzione ma il 100 per cento della capacità di fare acciaio primario, quello che nasce dal minerale e non dal rottame. Qui sta il punto. L’autorizzazione ambientale di Taranto consentiva 6 milioni di tonnellate, e tutti i piani in campo, sia quello pubblico sia quello di Jindal, prevedevano di finanziare con soldi dello Stato altrettanta capacità a forno elettrico. Sarebbe stata un’acciaieria sussidiata che produce gli stessi coils dei privati italiani, i quali oggi lavorano da anni sotto la loro capacità installata, e che avrebbe conteso a tutti loro il rottame, di cui l’Italia è importatrice netta per 4-5 milioni di tonnellate l’anno. Quel concorrente adesso non nascerà. Che l’interesse sia reale lo dice un atto formale: a gennaio il Codacons ha depositato all’Antitrust un esposto contro Federacciai, denunciando sul progetto siderurgico di Piombino «il tentativo di tutelare la posizione di vantaggio di poche acciaierie elettriche».
Antonio Gozzi (foto Imagoeconomica).
La spesa si sposta dalla produzione alla demolizione
Di questa catena non risponderà nessuno, perché nessuna delle decisioni che l’hanno prodotta porta una firma politica: l’amianto è rimasto nei cowper per una proroga ministeriale e poi per un’autorizzazione firmata da un direttore generale, il preridotto è sparito dentro un omnibus, lo spegnimento l’ha ordinato un giudice. Adolfo Urso, che i commissari li ha nominati nel 2024, nel novembre 2025 dichiarava: «Nessun piano di chiusura, anzi l’esatto contrario», e che «non è previsto alcun ulteriore ricorso alla cassa integrazione». Oggi in cassa ce ne sono 4.450 e l’area a caldo ha 90 giorni di vita. A maggio ricordava che «il dossier è guidato da Palazzo Chigi»: da allora è del capo di gabinetto. Al tavolo non piange nessuno. Il governo si toglie dal bilancio un impianto che brucia fino a 70 milioni al mese e ha l’alibi per non rifinanziarlo. I commissari passano da un ciclo integrale a un cantiere, e la spesa si sposta dalla produzione alla demolizione, che nessuno misura (a Bagnoli, dopo 36 anni, non è ancora finita). Jindal si prepara a prendere laminatoi, porti e mercato europeo senza l’obbligo triennale e senza il conto dell’amianto.
L’incontro governo-sindacati sull’ex Ilva (Ansa).
I quattro sconfitti: Taranto, lavoratori, contribuenti e industria italiana
A perdere sono in quattro. Taranto, che dopo 14 anni di decreti resta senza fabbrica e senza bonifica. I lavoratori: 4.450 in cassa integrazione, con i soldi che ne integrano lo stipendio in esaurimento a ottobre, lo stesso mese in cui scadono i 90 giorni. I contribuenti, che ci hanno già messo 3,6 miliardi tra prestiti, ricapitalizzazioni, garanzie e ammortizzatori, e non li rivedranno. E l’industria italiana, che l’acciaio primario dovrà comprarlo fuori: il forno elettrico parte dal rottame, e il rottame si porta dietro rame e stagno che la raffinazione non rimuove, perché il rame è più nobile del ferro e resta in soluzione. Per i prodotti di qualità – la lamiera esposta di un’automobile, gli acciai da imballaggio – serve una quota di carica vergine che diluisca i residui: ghisa o preridotto. Arvedi, a Cremona, ne carica quasi un terzo. In Italia quella ghisa si smette di produrre. Il paradosso lo incarna chi si lamenta più forte. Due settimane fa Antonio Marcegaglia denunciava «un’importazione massiccia di semilavorati e prodotti finiti a un costo più basso del nostro». Ad aprile il suo gruppo ha assegnato a Danieli 450 milioni, dentro un investimento da un miliardo, per costruire a Fos-sur-Mer – in Francia, a preridotto e nucleare – un impianto da oltre 2 milioni di tonnellate di acciaio e fino a 3 di coils: il 75-80 per cento prenderà la strada di Ravenna. Anche i semilavorati che arrivano da fuori, insomma, dipende di chi sono. A conti fatti, quel decreto ha tolto al governo l’unico problema che non sapeva come chiudere. Non è giustizia a orologeria. L’orologio ha suonato con puntualità perfetta, e chi doveva sentirlo era sveglio da un mese. Nessuno pagherà pegno, Urso per primo.
La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo con 12 indagati per gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine scoppiati la sera del 20 luglio davanti alla Prefettura, durante la manifestazione organizzata dopo la morte di Abderrahim Fakir, deceduto il giorno prima nel rione Pilastro durante un fermo della polizia. Ipotizzati a vario titolo i reati di resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, travisamento e lesioni. Tra gli indagati anche un 20enne arrestato la sera dei disordini: il giovane era stato fermato in flagranza, poi il giudice ne aveva disposto la scarcerazione applicando il divieto di dimora nell’intera città metropolitana di Bologna. Andrà a processo il 9 settembre.