el dopo gara gli animi si sono accesi, con un confronto diretto e dai toni tesi tra direttore sportivo e allenatore, segnale evidente di un momento delicato.
La prestazione della squadra, al di sotto delle aspettative, ha alimentato malumori e interrogativi sulla gestione tecnica e sulle scelte maturate nelle ultime settimane.
Negli spogliatoi il dialogo si è trasformato rapidamente in discussione, specchio di una pressione crescente attorno al gruppo e di una classifica che non concede più margini.
Noi abbiamo introdotto un principio democratico in Forza Italia. Silvio Berlusconi era un leader che poteva assumere qualsiasi decisione e scelta. La classe dirigente che sostiene Tajani, non avendo quel carisma e quella forza, ha optato per un sistema di maggiore coinvolgimento degli iscritti”. A dirlo e’ il presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, a margine di un evento del partito a Napoli. “In questo ultimo anno, noi abbiamo eletto il capo dei giovani, che e’ un ragazzo di 25 anni, e quello che era il capo dei Giovani e’ vicesegretario nazionale del partito”, ricorda il capogruppo a Palazzo Madama degli Azzurri, sottolineando che “il rinnovamento di Forza Italia e’ in atto, ma serve grande esperienza per condurre le sfide politiche”. “Siamo un esempio di capacita’ di abbinare esperienza e rinnovamento”, rimarca Gasparri. “Non c’e’ dubbio che in Campania e in Puglia, regioni che ci danno tanta forza e tanto consenso, dobbiamo mettere in campo un progetto importante di cui Forza Italia ha sempre fatto carico a se stessa, l’allargamento – aggiunge – e dobbiamo allargare la coalizione ad altre forze civiche, moderate e di territorio. Forza Italia sta preparando delle proposte in questa direzione per far si’ che, in alcune regioni, si allarghi lo schieramento, ma questo riguardera’ anche le elezioni amministrative delle grandi citta’ che ci saranno nel 2027. Penso a Napoli, a Roma, a Torino, a Milano”. “Abbiamo una grande forza sulle politiche – rileva l’esponente azzurro – dobbiamo estenderla anche ai territori e ai comuni. Per far questo, la ricetta di Forza Italia e’ centrodestra unito, ma allargato. Diceva Tatarella, di cui e’ ricorso l’anniversario della scomparsa pochi giorni fa, che bisogna ‘andare oltre il polo’, perche’ allora il centrodestra si chiamava il polo. Credo che dobbiamo allargare la coalizione a istanze civiche e ad altre realta’, che siano alternative alla sinistra tenendo unito il centrodestra”
“Credo che serva generosità da parte di tutti”. Così il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, arrivando al complesso monumentale di Santa Chiara, ha risposto a chi ha chiesto se per evitare la rottura del campo largo a Salerno alle prossime amministrative serva “generosità” da parte dell’ex presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca. “Credo che la volontà della segretaria e del gruppo dirigente del Pd – ha aggiunto – sia fare in modo che il campo largo sia il più possibile presente nelle competizioni delle prossime amministrative”
Soddisfatto per il pareggio raggiunto nel finale il mister della Cavese Prosperi analizza il derby con la Salernitana: “Pareggio giusto? Nella prima mezz’ora abbiamo giocato solo noi. Abbiamo avuto dieci minuti di sbandamento. Le azioni della Salernitana ci sono, stiamo parlando anche di una squadra concepita per vincere e di qualità enorme. Nella ripresa si è giocato ad una porta. I granata sono pericolosi perché molto fisici. Non volevo prendere il secondo gol perché speravo e sentivo di poter riprendere la gara. Rammaricato per il tempo che siamo stati nella metà campo granata abbiamo concretizzato poco. Punto che fa morale, pari ampiamente meritato. Una soddisfazione per noi e i tifosi che ci tenevano per questo derby. Rigore netto per il fallo di mano di De Boer, il fallo su Molina non è chiaro se l’attaccante si è lasciato cadere prima”
Soddisfatto a metà dopo il derby con la Cavese il mister della Salernitana Giuseppe Raffaele: “Purtroppo abbiamo fatto la gara che dovevamo fare. Abbiamo perso due punti su un episodio dubbio. Nella ripresa meno pressione davanti ma non abbiamo mai rischiato nulla. Su questa palla in uscita è successo quello che avete visto. Ho messo Ferrari perché Lescano aveva speso tanto, Molina era in palla. Poi Tascone per aiutare De Boer perché Gyabuaa iniziava a subire molti colpi. Credo gara interpretata bene ottimo primo tempo, nella ripresa è mancata la zampata del 2-0. I reparti hanno lavorato bene. In discussione? Squadra viva, abbiamo dimostrato martedi e anche oggi. Dobbiamo essere dominanti per tutti i 90 minuti, anche se in difesa si rischia di meno rispetto al passato”
Di Salerno se ne sta occupando il Pd regionale, naturalmente”. Lo ha dichiarato la segretaria nazionale del Partito Democratico, Elly Schlein, a Napoli, a margine dell’evento “L’Italia che coltiva i saperi” organizzato dal partito.
Un passaggio che arriva in un momento delicato in vista delle prossime elezioni Comunali, con l’attenzione concentrata anche sulla possibile candidatura del presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca.
“Seguiamo con attenzione – ha aggiunto Schlein – dando sempre molta attenzione al rapporto con i nostri alleati con cui abbiamo vinto le elezioni regionali”.
Parole che confermano come il dossier Salerno sia al centro di valutazioni politiche e di equilibri interni al centrosinistra, con il Pd regionale chiamato a gestire una partita strategica per il futuro amministrativo del capoluogo.
Longobardi analizza il pari nel derby di Cava :: “C’è tanta amarezza, pareggiare così negli ultimi minuti è brutto, ha detto l’ex Rimini. Non deve essere vista come una caduta ma dovrà servire da slancio. Non ho visto l’azione del pari, la rivedrò, spero non sia stato fatto un torto. Il rigore per fallo di mano per loro assolutamente non c’era, giusta lì la decisione. Dovevamo sistemare alcune cose nel finale. Non ci dobbiamo abbattere. Continuiamo per la nostra strada tutti insieme per dare grandi soddisfazioni ai nostri tifosi”
Cavese (3-4-2-1): Boffelli; Luciani, Cionek (40′ st Maiolo), Loreto; Ubaldi, Munari (34′ st Yabre), Visconti, Macchi (34′ st Diarrassouba); Fella (17′ st Minaj), Orlando; Ubaldi (17′ st Gudjohnsen). In panchina: Sposito, Awua, Nunziata, Imparato, Bolcano. Allenatore: Prosperi.
Salernitana (3-4-1-2): Donnarumma; Berra (24′ st Matino), Capomaggio, Arena; Longobardi, Gyabuaa, De Boer, Villa; Achik (36′ st Tascone); Molina, Lescano (36′ st Ferrari). In panchina: Brancolini, Golemic, Ferraris, Quirini, Anastasio, Cabianca, Di Vico. Allenatore: Raffaele.
Arbitro: Fabrizio Ramondino. Assistenti: Pilleri e Chillemi. Quarto uomo: Angelillo. Fvs: Marchese.
NOTE. Al 46′ st espulso Raffaele (S) per proteste. Ammoniti: Berra (S), Ubaldi (C). Recupero: 4′ pt. 6 st
RETI: 34′ pt Lescano (S), 45′ st Minaj (C)
Bella cornice di pubblico al Simonetta Lamberti per il derby. Cielo plumbeo ma ad inizio gara non piove anche se il vento non manca. Partenza vivace, gara maschia nelle prime battute. Cavese pungente prima con Orlando in rovesciata e poi con una mischia in area granata. Al quarto d’ora occasione Salernitana con rilancio di Donnarumma per Lescano e assist per Molina fermato sul più bello da Boffelli. Ritmo alto con le due squadre a viso aperto. Pericolosa la Cavese sotto la mezz’ora, mischia in area granata con Donnarumma che si salva come può. I metelliani protestano per un contatto in area. Calcio d’angolo della Salernitana, palla ad Achik cross dentro, rinvio di Luciani sbagliato e tap-in di Lescano per lo 0-1. Proprio il bomber granata dopo un minuto ha un contatto a metà campo con Cionek, la panchina granata chiama la card per una gomitata. Non c’è nulla per l’arbitro. Nel finale punizione di Achik, vola Boffelli in corner. Termina il primo tempo
SECONDO TEMPO
Squadre in campo con gli stessi schieramenti. Parte aggressiva la Cavese conquistando una serie di corner. Tiro di Ubaldi, Donnarumma alza in corner, ma la squadra di casa chiama la card per un contatto in area granata. Anche stavolta non c’è nulla per l’arbitro. Villa chiude una situazione pericolosa in area salernitana. Prosperi inserisce Gudjohnsen e Minaj per Fella e Ubaldi. Ci prova Munari, telefonato per Donnarumma. Occasione per il raddoppio granata, cross da angolo tagliato e Berra non trova l’impatto da due passi a porta vuota. Entra Matino per Berra nei granata. Punizione dal limite per la Cavese, palla sulla barriera, sullo sviluppo dell’azione i metelliani protestano per un fallo di mano di De Boer in area. Nuovo richiamo del Fvs e anche stavolta nulla di fatto. Nella Cavese Yabre e Diarrassouba al posto di Munari e Macchi . Nella Salernitana Ferrari e Tascone per Achik e Lescano. Salernitana pericolosa con Molina. Prosperi gioca la carta Maiolo per Cionek. All’ 89’ cross blufoncè dopo un contatto su Molina e di testa la Cavese trova il pari con Minaj. Proteste e subito revisione al Fvs. Giallo per Donnarumma e rosso per Raffaele. Gol convalidato, esplode il Simonetta Lamberti. Sei di recupero.
Sicuramente è una storia di successo. Parliamo del Como Calcio 1907, tornato in Serie A nella stagione 2024-2025 e subito proiettato verso l’élite del calcio italiano con la prospettiva di affermarsi anche nello scenario internazionale. Altrettanto indiscutibile è che la squadra allenata dal tecnico catalano Cesc Fabregas stia giocando un calcio di alta qualità, che ne legittima lo statuto emergente. Ma il Como può essere anche proposto come un modello? Be’, qui il discorso cambia.
Lo strapotere del denaro e il rischio di veder falsare l’equità competitiva
Il Como è un esperimento che si sottrae a qualsiasi tipizzazione. Lo è sotto diversi punti di vista, a partire da una peculiare pretesa di essere il principale agente di un progetto di sviluppo territoriale al cui tavolo la società politica e quella economica si stanno “attovagliando” in modo parecchio succube. Ma questo è un piano della questione che andrebbe affrontato a parte. Ciò che qui interessa è la dimensione economico-finanziaria del club lariano. Che rispetto al suo bacino d’utenza è un Ogm, un organismo geneticamente modificato: un soggetto che una volta di più certifica nel calcio lo strapotere del denaro e il rischio di veder falsare qualsiasi traccia di equità competitiva. Basta illustrare le cifre dell’ultimo esercizio di bilancio per comprendere l’abnormità del caso.
Un’inesauribile iniezione di soldi da parte della proprietà
Già i dati del precedente esercizio, quello chiuso il 30 giugno 2024, fornivano un’istantanea efficace. Quei numeri facevano riferimento alla stagione della promozione dalla Serie B alla Serie A. Passando in rassegna l’analitico delle voci sul valore della produzione, è sufficiente lasciare parlare le cifre.
Ricapitolando: nella stagione 2023-24 i ricavi da botteghino (abbonamenti più biglietti) ammontavano a 1,546 milioni di euro e contribuivano al fatturato per il 15,75 per cento. La somma delle voci da sponsorizzazioni, pubblicità e proventi commerciali offriva numeri poverissimi: 652 mila euro, il 6,64 per cento del fatturato. C’era quindi una voce residua e generica etichettata come “altri ricavi e proventi diversi”, che fruttava la marginale cifra di 261 mila euro, incidendo per il 2,66 per cento.
I fratelli indonesiani Hartono e il loro manager di fiducia Mirwan Suwarso
I proventi da movimento calciatori (plusvalenze, prestiti, premi di valorizzazione et similia) si attestavano a zero. Insomma, un valore della produzione che non toccherebbe i 2,5 milioni di euro: livello da bassa Serie B/alta Lega Pro. Ma poi, a completare il quadro, ecco la voce “contributi in conto esercizio”. Che sono i versamenti dell’azionista di riferimento, la Sent Entertainment, emanazione dei ricchissimi fratelli indonesiani Hartono che controllano il Como attraverso il loro manager di fiducia Mirwan Suwarso.
Il presidente del Bologna Joey Saputo con Mirwan Suwarso (foto Ansa).
Pompato nelle casse del club tre quarti del valore della produzione
E già il fatto che questa iniezione di denaro sia stata inserita sotto la rubrica del valore della produzione è indicativo. A ogni modo, durante l’esercizio 2023-24 la proprietà ha pompato nelle casse del club lariano 7,356 milioni di euro, corrispondente al 74,95 per cento del valore della produzione. Proprio così: stiamo parlando dei tre quarti del totale.
Copertura delle perdite e aumento dei diritti televisivi
Inoltre è stata predisposta una riserva per copertura perdite da 49 milioni 698 mila 453 euro che di fatto ha permesso di assorbire le perdite di esercizio, che toccavano quota 47 milioni 756 mila 634 euro. Le cifre relative al penultimo esercizio fanno da premessa, anche perché il salto dalla Serie B alla Serie A comporta una serie di cambiamenti nella struttura dei ricavi che deve tenere conto innanzitutto dei diritti televisivi. Proprio questa voce ha contribuito a fare impennare il valore della produzione, che è passata dagli 8,27 milioni dell’ultima stagione di Serie B ai 49,476 milioni della prima stagione di A.
Nico Paz, trascinatore del Como (foto Ansa).
Il totale del valore della produzione nel 2024-25 ha toccato quota 55,397 milioni di euro, coi “proventi da cessione dei diritti televisivi” che hanno contribuito per 31,782 milioni, il 57,3 per cento. Il valore della cessione delle prestazioni, pur balzando da 1,546 milioni di euro a 5,921 milioni di euro, è rimasto un decimo nella struttura dei ricavi. Si segnala la conferma della voce “contributo in conto esercizio”: 4,671 milioni, in chiara diminuzione rispetto all’anno precedente.
Il Como spende il triplo di ciò che produce
Tuttavia, c’è un’altra voce che richiama l’attenzione. Si trova nella rubrica del passivo e riguarda i “versamenti a copertura perdite”. Nel bilancio al 30 giugno 2024, come si è visto, ammontavano a oltre 49 milioni. Nel bilancio al 30 giugno 2025 sono balzati a 135 milioni 491 mila 818 euro. Una cifra sensazionale, così come è eclatante lo scarto tra valore della produzione e costo della produzione: 55 milioni 396 mila 617 euro contro 156 milioni 610 mila 937 euro, con una differenza in negativo di 103 milioni 214 mila 320 euro. Il Como spende il triplo di ciò che produce.
Di fatto, il Como si mantiene in equilibrio e costruisce una crescente competitività sportiva grazie alla continua provvista di denaro dell’azionista di riferimento. Quanto continua? Lasciamocelo dire dal testo della nota integrativa al bilancio, paragrafo dedicato alla continuità aziendale.
Come si evince dalla lettura, tutti i santi mesi (e spesso due volte al mese) c’è stata iniezione di denaro nelle casse della società. In particolare, vanno segnalati i due versamenti del mese di giugno, quello della chiusura di esercizio: 3,6 milioni di euro il giorno 6 e poi 8,5 milioni di euro il giorno 23, per un totale di 12,1 milioni di euro. C’è da aggiungere che, come è prassi nelle note integrative, è stato dato conto anche di alcuni fatti rilevanti avvenuti nel periodo compreso fra la data di chiusura dell’esercizio annuale e quella dell’approvazione del bilancio da parte dell’assemblea dei soci (fine ottobre 2025).
I principi del fair play finanziario ormai ridotti a simulacro
Anche durante questo lasso di tempo c’è stato un continuo apporto di liquidità. Impressionante quello del mese di ottobre, con tre versamenti rispettivamente da 2 milioni di euro (il giorno 2), da 15,5 milioni di euro (il giorno 10) e da 10,5 milioni di euro (il giorno 24). Il totale fa 28 milioni di euro. In un solo mese. Un indice di costi crescenti che nemmeno le società metropolitane da Champions League riuscirebbero ad affrontare in questa misura. Il Como può. Tanto più che i sacrosanti principi del fair play finanziario sono ormai ridotti a simulacro.
Minuti di preoccupazione per i residenti di via Laspro che hanno seriamente temuto di restare isolati.
Nella mattinata di oggi, infatti, alcuni automobilisti hanno lanciato l’allarme su un potenziale pericolo nell’unico tratto attualmente aperto.
Secondo quanto riferito dal comandante della Municipale, infatti, il problema era riconducibile ad un chiusino di Sistemi Salerno, riparato prontamente.
Sul posto, nell’immediato, gli agenti della polizia municipale che hanno gestito il traffico. In costante contatto con i caschi bianchi, il comandante Rosario Battipaglia, a lavoro per risolvere le problematiche che stanno interessando la zona della litoranea, a confine tra Salerno e Pontecagnano, dopo la mareggiata di ieri.
Svegliarsi ignorando la propria identità e quella dell’amante non è certo il migliore degli inizi. Se poi si aggiunge l’immagine digitale del proprio inconscio in mutande che ironizza e rimprovera, è evidente che il vero cimento è la routine. Pubblico salernitano in delirio per Massimiliano Gallo, interprete, regista e autore, con Diego De Silva, di “Malinconico –Moderatamente felice”, lo spettacolo che resterà in programma presso Il Teatro Verdi fino a domenica, unico giorno in cui la replica inizierà alle 18.30. Nel cast, Biagio Musella, Manuel Mazia e Diego D’Elia dominano in modo pressoché perfetto la scena nella mimica e nella scansione dei tempi comici. Eleonora Russo e Greta Esposito sono particolarmente attente alla caratterizzazione dei propri personaggi. La scenografia di Luigi Ferrigno è funzionale alle peculiarità del protagonista. Il suo piccolo appartamento è su un piano elevato ed è accessibile attraverso due rampe di scale che permettono di percorrere lo spazio con un movimento circolare. Tali elementi alludono non solo al distacco dalla realtà in cui spesso e volentieri l’avvocato si perde, inseguendo un’immagine di donna ideale – frutto anch’essa, non a caso, di un computer- che compare come un leit-motiv latente, ma anche all’incapacità di evadere dalle proprie elucubrazioni. Quando, infatti, si fa trascinare dai propri pensieri, anche a costo di uscire in pantofole e accappatoio, Vincenzo compie tutto il periplo dell’ambiente. Che si tratti delle incongruenze del politicamente corretto o del tentativo di sottrarsi a una scenata, nascondendosi in una cassapanca tirolese, il celebre avvocato è sigillato in se stesso. Il muoversi attorno a tutto il resto è una condizione esistenziale, l’assolutizzazione del privato, oltre il quale lo sguardo non si spinge se non per ribadirne il peso e il valore. Malinconico è buffo, contraddittorio, irritante, disincantato e il contesto con cui si relaziona suscita risate di grana grossa perché riflette l’assurdità di un temperamento adolescenziale in un corpo adulto. Viola è in procinto di sposare in altro, ma si concederà a Vincenzo fino all’altare; Chanel è una figura en travesti pronta a denunciare il cane che minaccia il suo cucciolo; il giudice Mastronzo lo assedia con un interesse non proprio professionale; un angelo degno di una pochade tenta invano di sottrarlo alle secche di un fallimentare passato amoroso per ottenere una sorta di promozione, esattamente come ne “La vita è meravigliosa”; l’assistente Bigodino è un pasticcione e Adam vuole intentare una causa addirittura al Padreterno. L’unica con cui il rapporto è sereno è la figliastra Alaja, che, pur sapendo mettere il dito nella piaga di chi le fa da padre, non lo giudica ed è mossa da incondizionata sollecitudine. Tutt’altro atteggiamento ha Nives, madre di Alaja, che non vuole rinunciare all’avvocato, pur avendo divorziato da lui. Come uscire dall’impasse di “una vita messa sotto sale”, quando Vincenzo afferma di “volare basso, lastricando la vita che indosso”? Semplice: non c’è via d’ uscita. L’antico monito di accettare se stessi, riconoscendo i propri limiti, ritorna nel pieno fulgore. Malinconico insegue l’amore, l’equilibrio, la chiarezza per poi capire che deve bastarsi. Lo ammette anche l’angelo incontrato nel primo tempo: capire l’amore è troppo faticoso. È decisamente meglio viverlo, cedendo al suo richiamo, qualunque cosa accada. Il ballo di Vincenzo e della creatura angelica con tanto di strobosfera sulle note di “Reality” di Richard Sanderson è un’ironica riconciliazione con la parte irrazionale di sé. Nel restare da solo a ballare, Vincenzo è felice di essere immaturo, eterno ragazzino che si fa conquistare dall’ennesimo miraggio. In quest’uomo che non cresce c’è tutta la cifra dei nostri tempi. Tutto nel ventunesimo secolo congiura perché non si superi mai la soglia di un immaginario che, per quanto esile, risulta l’unica bussola. Pregiudizi, illusioni, rimpianti sono ben racchiusi nella memoria e vivere equivale a proiettare ovunque – ma in modo asfittico- la propria individualità. Un’individualità che non è ponte verso qualcosa o qualcuno, ma una strada sbarrata: ogni percorso, in effetti, torna al punto di partenza. Pascal afferma che l’infelicità umana deriva dal non saper restare soli in una stanza. Ora la stanza della mente si è sovrapposta, fino a farlo sgretolare, al mondo. Difficile individuare quanto questo garantisca la felicità, ma quel che è sicuro è che non salva dal ridicolo.
Matteo Salvini vuole diventare la terza mascotte di Milano-Cortina 2026. Dopo Milo e Tina, il segretario leghista – da una vita ‘Teo’ per gli amici – vuole essere il politico più visto delle Olimpiadi invernali in corso. Ed è così che, mentre precetta ottenendo il rinvio dello sciopero del trasporto aereo, ha i piedi ancorati alle piste sulle Dolomiti.
Matteo Salvini alla mostra Dal sogno alla realtà (Imagoeconomica).
Il segretario della Lega cavalca i Giochi
Mercoledì a Roma c’è stata la riunione del Consiglio dei ministri che ha dato il via libera alle nuove norme sull’immigrazione ma lui non c’era: la priorità era la pista del bob, tanto criticata dagli avversari politici, che ha regalato due medaglie d’oro all’Italia nel doppio maschile e femminile di slittino. Giovedì Salvini ha rilanciato sui social un video con Federica Brignone dopo il trionfo nel SuperG.
Insomma, in questa prima settimana di Giochi ha abbandonato piste e stadi solo per visitare la mostra allestita nella stazione centrale di Milano, Dal sogno alla realtà. Sulle Olimpiadi, appunto. Ma c’è da giurare che anche la prossima sarà così. Salvini lo ha spiegato bene venerdì ai suoi, riuniti per il consiglio federale della Lega. «È solo grazie al lavoro della Lega che l’Italia ha ottenuto queste Olimpiadi», ha rivendicato, «ed è mia intenzione occupare lo spazio che ci spetta per tutta la durata dell’evento. L’immagine delle Olimpiadi deve essere l’immagine della Lega».
Stefani in secondo piano mentre Zaia è una trottola
Ed è così che il segretario di via Bellerio non ha intenzione di togliere le tende fino alla fine della manifestazione, Paralimpiadi comprese. «Non crediate che mi diverta», ha detto ai suoi, «ma è il mio dovere». E la presenza di Salvini non è passata inosservata sulle piste. Qualche calice di buon vino in mano, un super pass per arrivare ovunque, sarebbe stato visto spesso in compagnia dell’amico albergatore veneziano, Fabio Depietri. Più sotto traccia la presenza del governatore veneto, Alberto Stefani. Quanto a Luca Zaia, che con l’idea di schierare Cortina ha avuto un ruolo centrale nella candidatura, è una trottola: riceve Sergio Mattarella e Giovanni Malagò (che aveva anche inaugurato Il Fienile, il videopodcast dell’ex Doge), fa video e selfie con gli atleti e i turisti venuti da tutto il mondo, cucina gli gnocchi della Lessinia, mentre il suo successore non sembra puntare troppo sull’evento, limitandosi a qualche post di congratulazioni per le medaglie sui social.
E, raccontano, non era tra le autorità a ricevere il capo dello Stato al suo arrivo giovedì a Cortina. Per tifare Brignone, la cittadina veneta poteva contare su Mattarella e le Frecce Tricolori. E su un governatore arrivato con 20 minuti di ritardo.
Prima di negoziare, va stabilito un rapporto tra pari. O, meglio, una potenza di fuoco simile. In estrema sintesi è questa la posizione che la Cina ha assunto sulle armi nucleari, dopo la fine dell’accordo New START tra Stati Uniti e Russia. Una posizione che ricorda quella presa già sul cambiamento climatico. Tradotto: Pechino si dice disposta a ridurre le emissioni, ma seguendo i suoi tempi e non le pressioni dell’Occidente. Questo perché ritiene di avere il diritto di completare il proprio processo di sviluppo e industrializzazione prima di adeguarsi agli standard richiesti da altri attori (in primis l’Europa, dopo la ritirata climatica degli Usa di Donald Trump). Lo stesso ragionamento viene applicato sull’arsenale nucleare, in fase di fortissimo ampliamento ma comunque ancora lontano dai livelli di Washington e Mosca.
Xi Jinping alla parata militare del 3 settembre 2025 a Pechino (Ansa).
L’arsenale atomico di Pechino non è comparabile a quelli russi e americani
Pechino osserva la scadenza del trattato tra Stati Uniti e Russia con una postura apparentemente ambigua: da un lato esprime «rammarico» per la fine di un accordo ritenuto importante per la stabilità strategica globale, dall’altro ribadisce che non ha alcuna intenzione di sedersi al tavolo di nuovi negoziati trilaterali come invece chiesto da Trump. Questa apparente contraddizione riflette una visione coerente del ruolo che la Cina ritiene di occupare oggi e, soprattutto, del ruolo che intende occupare domani. Il cuore dell’argomentazione cinese è semplice e viene ripetuto con costanza da anni: gli arsenali nucleari non sono comparabili. Stati Uniti e Russia possiedono insieme circa il 90 per cento delle testate nucleari mondiali e continuano a misurarsi su numeri che superano di gran lunga quelli cinesi. Per Pechino, essere chiamata a partecipare a negoziati di riduzione o di congelamento degli arsenali significherebbe cristallizzare una disuguaglianza storica. In altre parole, accettare regole scritte da altri, in un momento in cui il proprio potenziale militare non ha ancora raggiunto una soglia ritenuta adeguata allo status di grande potenza.
Missili nucleari strategici intercontinentali a propellente liquido DF-5C (Ansa).
La corsa militare cinese va oltre il «deterrente minimo»
Negli ultimi anni, questa posizione si è intrecciata con un dato di fatto sempre più evidente: la Cina sta ampliando il suo arsenale nucleare a una velocità senza precedenti. Le stime più accreditate parlano di oltre 100 nuove testate aggiunte ogni anno, di un’espansione massiccia delle infrastrutture missilistiche e di un rafforzamento simultaneo di tutte le componenti della triade nucleare, peraltro esposta in bella mostra durante la grande parata militare dello scorso 3 settembre a Pechino: missili terrestri, sottomarini lanciamissili e bombardieri strategici. Secondo l’ultimo rapporto annuale dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), la Cina ha oggi circa 700 testate, con la prospettiva di superare le 1500 entro il 2035.Non si tratta più del «deterrente minimo» che per decenni ha caratterizzato la dottrina nucleare cinese: è un salto di scala che riflette una percezione radicalmente mutata dell’ambiente internazionale.
Un momento della parata a Pechino (Ansa).
La guerra in Ucraina ha accelerato il cambio di passo
La guerra in Ucraina ha avuto un ruolo cruciale in questo cambio di passo. A Pechino, il conflitto è stato letto come la dimostrazione che la deterrenza nucleare resta l’ultimo garante della sopravvivenza di uno Stato di fronte alla pressione di potenze rivali. La lezione è chiara: in un mondo instabile, segnato dal ritorno della competizione tra grandi potenze, essere troppo indietro sul piano militare equivale a esporsi a rischi strategici inaccettabili. Da qui una giustificazione sulla già esistente accelerazione del riarmo, vista come necessaria a tutelare le «legittime preoccupazioni di sicurezza» della Repubblica Popolare. È proprio questo concetto di legittimità che spiega il rifiuto cinese di negoziare sul New START o su un eventuale sostituto. Pechino si considera una grande potenza a pieno titolo, ma ritiene che il riconoscimento formale di questo status passi anche attraverso il completamento del proprio arsenale nucleare. Solo una volta colmato, almeno in parte, il divario con Washington e Mosca, la Cina si dirà pronta a trattare da pari a pari. Prima di allora, qualsiasi negoziato verrebbe percepito come una concessione unilaterale, se non addirittura come un tentativo di contenimento mascherato.
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa).
Le accuse Usa su presunti test nucleari
In questo contesto, proprio nei giorni scorsi è arrivata un’accusa dal sottosegretario di Stato americano per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale, Thomas DiNanno. Il funzionario ha affermato che Washington sarebbe a conoscenza di un test nucleare cinese condotto il 22 giugno 2020. Secondo la ricostruzione statunitense, l’esercito cinese avrebbe svolto segretamente il test usando la tecnica del cosiddetto “decoupling”, un metodo che consente di ridurre drasticamente le vibrazioni sismiche generate da un’esplosione nucleare sotterranea. In pratica, la testata viene fatta detonare all’interno di una cavità scavata appositamente, circondata da uno strato d’aria capace di assorbire parte dell’onda d’urto, rendendo il test più difficile da rilevare dai sistemi di monitoraggio internazionali. DiNanno ha dichiarato che si tratterebbe di una violazione degli impegni assunti nel 1996 con il Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty (il trattato che vieta i test nucleari), sebbene quell’intesa non sia mai stata ratificata né da Pechino né da Washington. La Cina nega di aver svolto un test nucleare e continua a ribadire la propria dottrina del «non primo utilizzo» per provare a rassicurare la comunità internazionale. Un modo per issare uno scudo retorico contro le pressioni occidentali.
Thomas DiNanno.
L’obiettivo dichiarato è difendersi non dominare
Pechino in altre parole non nega di voler rafforzare il proprio arsenale, ma sostiene di farlo esclusivamente per difendersi e non per competere o dominare. È una linea sottile, ma centrale nella narrazione del Partito comunista. L’attuale riarmo nucleare e convenzionale rappresenta dunque il completamento di un percorso di ascesa iniziato sul piano economico e consolidato su quello diplomatico. Dopo aver raggiunto la seconda posizione tra le economie mondiali e aver costruito una fitta rete di influenza attraverso la Belt and Road Initiative (Nuova Via della Seta), Pechino punta a trasformare la propria potenza economica in potenza militare globale.
Grazie alla tecnologia, una vedova può vivere l'emozione di reincontrare il marito defunto. Ma le cose vanno meno bene di quanto si aspettasse.
Light Hearted è un corto del 2024, scritto e diretto dal britannico Sye Allen. Si tratta di una storia alla Black Mirror: una vedova investe un cifra non indifferente in un servizio tecnologico che permette di evocare l'ologramma del marito defunto. All'inizio la gioia dell'incontro è travolgente, ma poi cominciano a tornare le vecchie dinamiche che minavano la serenità della coppia.
I due attori protagonisti, Gilliam Wright e Simon Greenall, entrambi inglesi, hanno una buona esperienza e diverse partecipazioni a serie tv e doppiaggi di cartoni animati e... - Leggi l'articolo
Chissà se a un certo punto Giorgia Meloni prenderà il telefono e chiamerà Elly Schlein per chiederle consiglio: ma tu come fai a tenere tutti insieme (o quantomeno a provarci)? Sì, perché con i suoi primi vagiti, la creatura politica vannacciana – che questa settimana ha esordito in Parlamento con tre deputati (gli ex leghisti Rossano Sasso ed Edoardo Ziello e l’ex FdI Emanuele Pozzolo) che hanno votato sì alla fiducia al governo e no all’invio di armi a Kyiv – rischia di rimescolare e stravolgere completamente il centrodestra così come l’abbiamo conosciuto finora e trasformarlo in una sorta di campo largo in versione destrorsa.
Se questa coalizione ha avuto un pregio, fin dai tempi di Silvio Berlusconi, era quello di essere (o mostrarsi) molto più unita del centrosinistra. Anche per il minor numero di forze al suo interno: Forza Italia, Lega, prima An e oggi FdI, prima i centristi di Casini e Follini e oggi Maurizio Lupi. Vuoi mettere con l’infinita serie di partiti e sigle che hanno sempre contraddistinto il centrosinistra? Il record si toccò con l’Unione di Romano Prodi nel 2006 (oltre 10 partiti) e infatti arrivò una vittoria risicatissima e la caduta solo due anni dopo.
Umberto Bossi, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi nel 2006 (Imagoeconomica).
Vannacci potrà dire ciò che Meloni e Salvini non possono
Ora con Roberto Vannacci molto cambierà. Innanzitutto perché per la prima volta Lega e Fratelli d’Italia si troveranno una concorrenza da destra, con Futuro Nazionale che potrà dire e fare tutto quello che Giorgia Meloni e Matteo Salvini, per ovvie ragioni, non possono dire e fare. La cosa disturberà moltissimo l’ex Capitano, che non avrà più il copyright sulle sparate: ci sarà il generale a superarlo in questo campo. E infatti più di una fonte leghista descrive il segretario assai abbattuto. Non sarà più lui il protagonista delle intemerate a destra, dalla sicurezza alla stretta sui migranti. Ma Vannacci infastidisce anche Meloni, perché qualcuno del suo elettorato potrà ritrovare in Futuro Nazionale alcuni degli slogan che lei urlava dai banchi dell’opposizione. Insomma, Vannacci pescherà voti nella Lega, in FdI e pure nel primo partito d’Italia: l’astensionismo.
Matteo Salvini e Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Se FN si stabilizza al 3 per cento difficilmente Meloni chiuderà la porta
I primi sondaggi non sono tranquillizzanti per la maggioranza, col generale che viaggia tra il 2,5 e il 3,5 per cento e con un elettorato potenziale del 4,9 per cento, secondo un sondaggio di Izi per La7. Il calo più sostanzioso per ora è della Lega, registrata poco sopra al 7 per cento, ormai lontana da Forza Italia, tra l’8 e il 9. Ma a rimetterci sarà anche il partito della premier. «Se Vannacci nei sondaggi si assesta sul 3 per cento, Meloni farà di tutto per tenerlo all’interno della coalizione, perché le due compagini risultano piuttosto appaiate e per vincere le elezioni tutto fa brodo. Salvini dovrà abbassare la cresta e ingoiare l’amaro calice…», sussurra a Lettera43 una fonte frequentatrice di Via della Scrofa. E infatti, se la premier sul tema tace, il generale non ha mai chiuso al centrodestra: fin dalle sue prime dichiarazioni si è detto disponibile a dialogare col governo. Tanto da mettere in campo una mossa parlamentare assai astuta, definita bizantina e democristiana: votare la fiducia al governo e contro l’invio di armi. Tanto che in molti ormai considerano Futuro Nazionale abile e arruolato nella maggioranza. «Valuteremo caso per caso come votare, se i provvedimenti ci convincono oppure no», hanno spiegato in coro Ziello, Sasso e Pozzolo. «Non so se faremo parte della coalizione, potremmo anche andare da soli, è presto per decidere…», ha frenato per prudenza, e tattica, Vannacci. Anche perché per entrare formalmente nel centrodestra vorrà essere corteggiato a suon di seggi sicuri per i suoi.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Salvini rischia di finire in un cul-de-sac
Meloni, dicevamo, per ora non si esprime e osserva. Con all’orizzonte un problema del tutto nuovo per lei: come fare a tenere insieme tutti, da Vannacci a Lupi, passando per Tajani e Salvini. E qualcuno ci butta dentro anche Carlo Calenda che, almeno a livello locale, specialmente in quel di Milano, si sta avvicinando a Forza Italia. Insomma, la premier potrebbe trovarsi a dover gestire un campo largo di centrodestra, con forze politiche assai differenti tra loro e magari pure litigiose, vista l’avversione totale di Salvini verso Vannacci. «Chi esce dalla Lega è da ritenersi fuori dal perimetro del centrodestra», sottolinea il sottosegretario leghista all’Interno, Nicola Molteni. Ma nel partito, Salvini ha anche il problema interno di dove collocare Luca Zaia, che non si candiderà alle suppletive in Veneto ma per ora non sarà nemmeno vicesegretario. «Zaia vice? Un grandissimo, ma ogni cosa a suo tempo», ha detto il segretario arrivando al consiglio federale in via Bellerio.
Luca Zaia (Imagoeconomica).
Insomma, aspettando di conoscere la futura legge elettorale e relativa soglia di sbarramento, il tema di aprire o chiudere a Vannacci rischia di essere un ulteriore elemento di tensione tra Meloni e Salvini. «Su Vannacci la Lega avrà sempre l’ultima parola», ha sottolineato in settimana Antonio Tajani. Ma in pochi, anche tra i leghisti, ci credono davvero. E se il generale sarà della partita – come non ha escluso Francesco Lollobrigida intervistato dal Foglio – avremo di fronte un campo largo di centrodestra. E allora Giorgia potrebbe davvero fare quella telefonata: «Elly, ma come si fa?».
Dal 25 dicembre, Buen Camino di Gennaro Nunziante e Checco Zalone ha battuto record su record: è diventato il miglior incasso di sempre del box office italiano, il film che ha raccolto più spettatori nell’epoca di Cinetel (superando anche Quo Vado?) e ha superato la soglia dei 75 milioni di euro. Per alcuni addetti ai lavori questo sembra essere più che sufficiente per salvare il cinema italiano (attenzione: non ci stiamo riferendo solamente alla filiera produttiva, ma al cinema nella sua interezza). È vero che, nei primi mesi del 2026, i film italiani stanno andando bene. O comunque: meglio che in passato. Basta dare un’occhiata agli ultimi dati del box office, con Le cose non dette di Gabriele Muccino al primo posto, Agata Christian di Eros Puglielli al secondo; Lavoreremo da grandi di Antonio Albanese al terzo e La grazia di Paolo Sorrentino all’ottavo (dati aggiornati al 9 febbraio). Ed è innegabile che un ruolo importante in questa nuova spinta del cinema italiano l’ha avuto proprio Zalone.
Se un film va bene, più persone vanno in sala; se più persone vanno in sala, si creano, quasi automaticamente, due effetti. Il primo: un pubblico che solitamente non va al cinema è di nuovo al cinema. Il secondo: se le sale sono piene, spesso si ripiega su altro, su quello che è in cartellone, e si ritorna poi un altro giorno per recuperare il film che si aveva in mente. Ma c’è pure la visibilità, diretta e indiretta, alle sale, ai film programmati, ai trailer, ai poster, eccetera eccetera. C’è soprattutto un’attenzione diversa da parte della stampa, che torna a parlare di cinema non per denunciare questo o quel flop o il modo in cui sono stati utilizzati i fondi pubblici (parliamo, chiaramente, della stampa generalista), ma per riconoscere che qualcosa si sta muovendo e che dei risultati – risultati eccezionali, beninteso – ci sono stati.
L’industria cinematografica, ma più in generale quella audiovisiva, resta in bilico
Zalone, però, non è la regola. Questa è una fase. E in quanto fase andrebbe considerata per ciò che è davvero, per i risultati raggiunti in questo momento, senza credere che sarà così per sempre: potrebbe succedere, mai dire mai; ma non stiamo parlando di probabilità o di statistiche, stiamo cercando di dare una lettura effettiva e realistica del mercato italiano. L’industria cinematografica, ma più in generale quella audiovisiva, è in bilico: molti set vengono anticipati proprio per l’incertezza delle regole future, mentre altri, per avere una copertura più o meno garantita (che non significa guadagno per i produttori, ma, appunto, copertura delle spese), vengono spostati all’estero, con il coinvolgimento di altre società.
Tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027 è previsto l’ennesimo ribaltamento nella quantità (e nella qualità) della programmazione: i film italiani tenderanno a diminuire (di quanto, per ora, è impossibile saperlo), mentre torneranno a crescere le acquisizioni internazionali (o almeno, avranno un peso e uno spazio maggiore). E chi lavora nel cinema, invece? Parliamo di centinaia e centinaia di migliaia di persone, che non hanno più nessuna garanzia e che sono quasi costrette a cambiare lavoro o a reinventarsi. La situazione, oggi, non è solo precaria. È assolutamente imprevedibile. Soprattutto per i piccoli e, talvolta, medi produttori. Le grandi realtà lavorano quasi nello stesso modo, come se non fosse successo niente. Perché sono più strutturate e hanno più risorse.
Il prezzo più caro lo pagano gli aspiranti cineasti
Chi pagherà il prezzo più salato saranno gli esordienti, con le opere prime e seconde, e sarà coinvolta un’intera generazione di aspiranti cineasti (o di cineasti che hanno appena cominciato a lavorare). Se nel breve periodo questo non sembra avere degli effetti sull’offerta e, soprattutto, sul pluralismo delle voci, con il passare del tempo le cose cambieranno. Se diamo un’occhiata ai risultati del box office, a parte i già citati Nunziante e Zalone, che rappresentano un’eccezione, buona parte dei film che sono andati meglio al cinema porta la firma di autori in attività da diversi anni, consolidati, con un loro pubblico e un loro seguito: Paolo Sorrentino, Gabriele Muccino e Antonio Albanese.
Se allarghiamo ulteriormente lo sguardo, ci rendiamo conto che il nostro cinema ha sempre più bisogno di autori simili (un altro esempio da non dimenticare è quello di Ferzan Özpetek, che a Natale tornerà in sala con il suo nuovo film, Nella gioia e nel dolore). Chi c’è, esattamente, tra i 30-40enni? Chi può prendere il testimone di questi autori? Soprattutto, chi ha la capacità – qui stiamo parlando di pura attrattiva commerciale, non di qualità delle storie – di portare il pubblico al cinema?
Ferzan Ozpetek, regista turco naturalizzato italiano (foto Ansa).
Le opere prime e le opere seconde restano l’ultima ruota del carro, e questo è un problema. È un problema anche l’incapacità di riconoscere l’importanza di avere un modello alternativo, più indipendente, con la produzione e lo sviluppo di film più piccoli e curati, capaci di offrire al pubblico qualcosa di effettivamente diverso. E questo perché costano anche di meno, e sono decisamente più sostenibili per un’industria come la nostra, che non ha ben chiaro il suo futuro fra tax credit e finanziamenti pubblici. Chi lavora nel cinema – registi, sceneggiatori e attori alle prime esperienze in particolare – sempre più spesso è costretto ad avere più impieghi per poter sopravvivere. Il lungo articolo pubblicato qualche giorno fa su Rivista Studio è un’ottima testimonianza in questo senso.
Il cortocircuito del cambiamento che non arriva mai
Ci ritroviamo, insomma, davanti all’ennesimo cortocircuito: non si cambia perché non ci sono certezze, e non ci sono certezze perché non si cambia e, di conseguenza, non si ha una contezza più profonda di quello che sta succedendo e dei gusti del pubblico. Le città di pianura di Francesco Sossai, uscito ormai diversi mesi fa e ora disponibile su MUBI, si trova esattamente dall’altra parte dello spettro degli incassi rispetto a Buen Camino. È andato bene per il film che è e anche per le aspettative che l’industria nutriva nei suoi confronti, ma parliamo di un film piccolo, indipendente, che si è fatto avanti quasi esclusivamente grazie al passaparola. Ed è, come Buen Camino, un’eccezione. Non la regola.
Forse, prima ancora di riscrivere le leggi, sarebbe importante ripensare al sistema cinema come spazio artistico-creativo. Le commedie, ci diciamo, non vanno più bene. Eppure, se diamo un’occhiata alle ultime uscite tra i titoli italiani più forti, sostenuti cioè dalle distribuzioni più importanti, non troviamo altro che commedie. O, al massimo, dei drammi intensi, riletture viste e straviste della stessa cosa e delle stesse dinamiche. Il problema più grande del cinema italiano è la sua tendenza ad abbandonarsi ai successi, a credere che tutto andrà bene, che dopo lo Zalone di turno la strada sarà tutta in discesa. E invece, sorpresa, non è così.
Non c’è pace per il Louvre. Dopo il clamoroso furto di gioielli avvenuto il 19 ottobre 2025 e la truffa milionaria legata ai biglietti del museo parigino – appena venuta alla luce – ecco un incidente che ha messo a repentaglio diverse opere. La rottura della tubatura della caldaia ai piani superiori ha infatti danneggiato il soffitto della sala 707, affrescata nel 1819 dal pittore Charles Meynier, provocando anche l’allagamento della 706. Si tratta di due stanze dove sono conservate alcuni capolavori italiani come ‘Il calvario con San Domenico in preghiera” del Beato Angelico e ‘Il Cristo benedicente’ di Bernardino Luini.
L’allagamento della Biblioteca delle Antichità Egizie
C’è da dire, che in realtà, il Louvre fa letteralmente acqua da tempo. A inizio dicembre un’altra fuga d’acqua da una tubatura, che era già stata segnalata come difettosa il 26 novembre, aveva causato gravi danni a centinaia di riviste di egittologia e documentazione scientifica utilizzata dai ricercatori, risalenti a fine Ottocento-inizio Novecento.
Il Louvre affollato di visitatori (Ansa).
La maxi-frode su biglietti e visite guidate
La procura di Parigi il 10 febbraio ha fermato nove persone, con l’accusa di truffa ai danni del museo del Louvre e della reggia di Versailles, stimati in oltre 10 milioni di euro. Gli arrestati avrebbero messo in piedi una maxi-frode che lucrava su visite guidate e biglietti, riutilizzando più volte i ticket per persone diverse o rivendendoli a prezzi maggiorati, grazie a contatti interni per aggirare i controlli. Tra i sospetti fermati ci sono due dipendenti del Louvre, alcune guide turistiche e una persona che gli inquirenti ritengono essere l’organizzatore della truffa. Nell’ambito delle indagini sono stati sequestrati 957 mila euro in contanti e 486 mila euro in vari conti bancari.
Il clamoroso furto del 19 ottobre 2025
Risale invece al 19 ottobre 2025 il clamoroso furto di alcuni preziosissimi gioielli della Corona d’epoca napoleonica. Tra essi un diadema e una collana dal set di zaffiri delle regine Maria Amalia e Ortensia, una collana di smeraldi e orecchini dal set di Maria Luisa, e un grande fiocco-spilla da corpetto dell’imperatrice Eugenia. Il colpo, avvenuto in pieno giorno nella Galleria d’Apollon e durato appena quattro minuti, ha fruttato un bottino stimato di 88 milioni di euro. Ed evidenziato, ovviamente, enormi falle nella sicurezza del Louvre.
Protesta del lavoratori del Louvre (Ansa).
Gli altri problemi del Louvre
Il Louvre, finito nel mirino delle critiche anche per i pochi bagni a disposizione dei moltissimi visitatori e la vetustà delle strutture, è finito nel mirino anche dei suoi stessi dipendenti, che di recente hanno più volte indetto sciopero per chiedere migliori condizioni di lavoro.
Gli Epstein Files continuano a mietere vittime. A stretto giro dalle dimissioni di Kathryn Ruemmler da responsabile legale di Goldman Sachs, ha infatti lasciato gli incarichi di presidente e amministratore delegato del gigante della logistica DP World il sultano Ahmed bin Sulayem. Quest’ultimo, fratello di Mohammed Ben Sulayem presidente della FIA, era finito sotto pressione affinché si dimettesse dopo la pubblicazione di compromettenti messaggi scambiati con Epstein, che avevano portato alcuni possibili partner commerciali alla sospensione di nuovi accordi con DP World.
I messaggi scambiato con Epstein e quel cenno al «video della tortura»
Documenti divulgati dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti hanno infatti rivelato che Sulayem nel 2015 inviò un’e-mail a Epstein, dicendogli che due anni prima aveva incontrato una studentessa di un’università americana a Dubai, con cui aveva fatto «il miglior sesso» della sua vita. Sulayem era stato inoltre destinatario di un’e-mail in cui Epstein affermava: «Ho adorato il video della tortura». Sulayem non è stato accusato di alcun illecito penale, ma comunque ha lasciato il timone del più grande operatore portuale di Dubai, di cui era presidente dal 2007 e ceo dal 2016. Il governo dell’emirato ha comunicato che ad assumere i due ruoli saranno rispettivamente Essa Kazim e Yuvraj Narayan.
Petrecca di nuovo nei guai. Dopo le critiche per la sua telecronaca della cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026, il direttore di RaiSportè finito nel mirino per le sue spese pazze,segnalate il 3 febbraio durante una riunione con il capo del personale. Lo riporta Repubblica, spiegando che si tratta di assunzioni, promozioni e gratifiche distribuite come mai prima. A ciò si aggiungano consulenze esterne per 640 mila euro in più rispetto all’anno precedente. Nel 2024, il budget delle rubriche — tra cui Domenica sportiva, Dribbling e Il processo — ammontava a 1,7 milioni. Nel 2025, da marzo imputabile all’attuale gestione, è schizzato a 2,34 milioni.
«Quello che stiamo facendo è la reazione a un regime». Non usa mezzi termini l’irlandese Dominick Skinner, creatore di ICE List. Put ICE on ice è il claim che riassume l’obiettivo del sito: porre fine alle operazioni della United States Immigration and Customs Enforcement. «Si tratta di un progetto di open journalism con il fine di raccogliere e condividere informazioni che possano essere utili per perseguire legalmente gli agenti dell’agenzia», viene spiegato. Tutto è cominciato a giugno 2025, con le minacce della segretaria alla Sicurezza Usa, Kristi Noem: chiunque negli States avesse reso pubblica l’identità degli uomini dell’ICE sarebbe stato arrestato. «Ho rilanciato la notizia e mi sono detto: “Beh, non siamo negli Stati Uniti, quindi mandateli da noi”», ha raccontato al Guardian il 31enne. Subito contattato da alcuni investigatori privati, Skinner ha cominciato a ragionare su come muoversi. Poi sono arrivati i volontari e le visualizzazioni.
Alcuni agenti dell’Ice in Minnesota (Ansa).
Le fonti, la verifica dei dati e la pubblicazione
Attualmente ICE List funziona come una piattaforma di crowdsourcing: gli utenti inviano informazioni che poi vengono valutate dai collaboratori del sito. Attualmente sono 500, ma ci sono almeno altre 300 persone che si sono rese disponibili. Una volta verificati i dati, nomi, posizioni, foto di agenti e di altri soggetti coinvolti nella linea dura dell’amministrazione Trump in materia di immigrazione sono messi online. Tranne il domicilio e il numero di telefono. Le fonti, spiega Skinner, sono molteplici: fughe di notizie, vicini di casa, personale di bar e hotel. A una piccola percentuale di nominativi si è arrivati grazie all’intelligenza artificiale e al riconoscimento facciale (gli stessi strumenti utilizzati dall’ICE per localizzare i suoi ‘obiettivi’). La verifica, invece, avviene attraverso dati open source: «Abbiamo identificato il 90 per cento degli agenti attraverso informazioni che loro stessi avevano reso pubbliche sui social network. Noi ci limitiamo a renderle disponibili a un un pubblico più ampio». Certo, il team ha commesso qualche errore e alcuni elenchi sono stati rimossi perché inesatti o perché comprendevano persone che avevano lasciato l’agenzia.
Un’operazione ICE a Minneapolis (Ansa).
I dem contro lo strapotere dell’ICE
L’anonimato e l’impunità con cui gli uomini dell’ICE e della U.S. Customs and Border Protection (responsabili dell’uccisione lo scorso gennaio di Renée Good e Alex Pretti) si muovono nelle strade di Minneapolis indossando maschere e passamontagna è oggetto di un acceso dibattito politico negli Usa. Al Congresso i democratici hanno minacciato di bloccare i finanziamenti al dipartimento per la Sicurezza interna (DHS) se non saranno apportati cambiamenti radicali: gli agenti dovranno “togliersi la maschera”, indossare bodycam, portare con sé un documento d’identità valido. Il leader dem al Senato, Chuck Schumer, ha ribadito la necessità di «tenere a freno l’ICE e porre fine alla violenza». Richieste che il DHS finora ha rispedito al mittente perché, a suo dire, esporrebbero gli agenti a troppi rischi.
Il leader democratico al Senato Chuck Schumer (Getty).
Il boicottaggio di Meta
Gli americani però hanno le idee più chiare: secondo un sondaggio Ipsos/Reuters di fine gennaio, il 58 per cento degli intervistati giudica le tattiche utilizzate dall’ICE eccessivamente sproporzionate e il 53 per cento non approva la linea dura di Trump sugli immigrati. Solo il 39 per cento continua a sostenere il governo di Washington anche sugli arresti e le espulsioni. Per questo ICE list può funzionare anche da deterrente: secondo Skinner, infatti, ciò che gli agenti vogliono evitare è l’esclusione dalla vita sociale, che sarebbe quasi inevitabile una volta identificati. Per ora, però, a essere boicottato è stato solo il sito. Meta, infatti, ha iniziato a bloccare la condivisione dei link su Instagram, Facebook e Threads (su Whatsapp non sono stati registrati problemi). Una ‘censura’ che non ha certo sorpreso Skinner visto che come ha ricordato Mark Zuckerberg sedeva alle spalle di Trump durante il suo insediamento.
«L’ordine mondiale del dopoguerra non esiste più». Lo ha detto il cancelliere tedesco Friedrich Merz alla Conferenza di Monaco, in corso in Baviera, che vede in cima all’agenda l’Ucraina e il rafforzamento delle difese europee in ambito Nato, oltre alle crisi in Medio Oriente e l’Iran. Il tutto sullo sfondo crescenti tensioni tra Europa e Stati Uniti, evidenziate appunto da Merz.
Merz ha dichiarato che «Vance aveva ragione»
«Tra l’Europa e gli Stati Uniti si è aperto un divario. JD Vance lo aveva detto molto apertamente un anno fa qui a Monaco. E aveva ragione. La lotta culturale del movimento Maga non è la nostra», ha detto Merz, sottolineando che in Europa «la libertà di parola finisce quando questa si rivolge contro la dignità umana e la Costituzione». E poi: «Temo che dobbiamo dirlo in termini ancora più chiari: l’ordine di sicurezza mondiale del dopoguerra, per quanto imperfetto fosse anche nei suoi momenti migliori, non esiste più». Anzi, ha aggiunto, «sta per essere distrutto».
Merz: «Gli Usa non sono così potenti da farcela da soli»
«L’Europa deve risolvere il problema della sua dipendenza autoinflitta dagli Stati Uniti per riequilibrare le relazioni transatlantiche», in questa nuova «era della rivalità tra grandi potenze». Il Vecchio Continente «non può più dare per scontata l’Alleanza transatlantica», che «va ricostruita su basi concrete». Al tempo stesso, gli Stati Uniti «devono capire che neanche loro sono abbastanza potenti per farcela da soli», ha avvertito Merz.
Uscirà a fine aprile, con un titolo leggermente diverso (Giorgia’s Vision) e una prefazione del vicepresidente J.D. Vance il libro di Giorgia Meloni negli Stati Uniti. Lo ha riferito la giornalista americana Sophia Cai, autrice di West Wing Playbook, la newsletter di Politico dedicata alle notizie sulla Casa Bianca. L’opera, uscita in Italia nel 2023, è una conversazione fra la premier e il giornalista Alessandro Sallusti che affronta diversi temi, dalla guerra in Ucraina alla crisi dell’energia, dalla transizione ecologica all’inflazione. Sulla copertina, che la giornalista ha condiviso su X, c’è una citazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump: «[Meloni è] uno dei veri leader del mondo».
New: Vice President JD Vance wrote the forward for Italian Prime Minister Giorgia Meloni’s upcoming book, “Giorgia’s Vision,” set for release in late April. pic.twitter.com/5vgU7HORtT
Nel libro precedente la prefazione del figlio di Trump
Non è la prima volta che un esponente del mondo Maga fa una prefazione a un’opera della premier. Il primo libro, Io sono Giorgia, era uscito negli Usa con un’introduzione scritta dal figlio del presidente americano, Donald Trump Jr. Allora il tycoon stesso le fece uno spot, con tanto di post su Truth in cui aveva scritto: «Meloni ha scritto un nuovo libro, sta svolgendo un bellissimo lavoro».
Ha ragione Luca Bizzarri quando dice che i campioni della campagna referendaria «si stanno sbattendo tantissimo»: «Gratteri per il Sì, e Nordio per il No». Uno scambio di campo per destabilizzare l’avversario e confondere un elettorato già abbastanza confuso di suo sulla separazione della carriere? Ci piace pensare che sia così, che si tratti di una strategia raffinata. Anche perché l’alternativa getterebbe nello sconforto. L’ultimo colpo del procuratore capo di Napoli – «Voteranno per il No le persone perbene. Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente» – ha appiccato l’incendio.
“Voteranno per il No le persone perbene. Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Le incredibili parole di Nicola Gratteri, procuratore di Napoli pic.twitter.com/3bPN8wrJNG
L’intero centrodestra è insorto, a partire dal ministro della Giustizia Carlo Nordio: «Mi chiedo se l’esame psico-attitudinale che abbiamo proposto per l’inizio della carriera dei magistrati non sia necessario anche per la fine della carriera», ha commentato l’ex procuratore di Venezia, rispolverando un vecchio adagio di Berlusconi. Il quale, meglio ricordarlo, nel 2003 in un’intervista al britannico The Spectator fu al suo solito ben più tranchant: «Questi giudici sono doppiamente matti!», disse. «Per prima cosa perché lo sono politicamente; secondo, sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dalla razza umana». Gratteri dal canto suo ha cercato di ridimensionare le sue dichiarazioni parlando di «strumentalizzazione», ma ormai la frittata era bella che fatta.
Nicola Gratteri (Imagoeconomica).
Non che Nordio sia da meno, intendiamoci. È da mesi che il ministro offre (involontariamente) assist allo schieramento opposto. Solo qualche giorno fa, per esempio, ha assicurato che con la riforma si eviterebbero casi «come quello di Garlasco». Sabbia negli occhi e nelle orecchie degli indecisi. Ma è andato anche oltre. Con una spontaneità disarmante ha “svelato” il vero obiettivo della riforma: introdurre un controllo della magistratura. Peccato che l’articolo 104 della Costituzione dica qualcosa di diverso: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere».
Non si tratta di uno scivolone isolato. Perché il Guardasigilli, dietro lo scudo di Giuliano Vassalli (che cita a ripetizione a garanzia di ciò che dice), lo sosteneva già lo scorso novembre: la riforma serve a far «recuperare alla politica il suo primato costituzionale», disse al Corriere. «Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo». Vai tu poi a smontare le tesi di Alessandro Barbero o a spiegare, come fa Antonio Di Pietro, che «la separazione renderà la magistratura più indipendente e autonoma, non solo dalla politica ma anche dalle correnti interne»…
Carlo Nordio (Imagoeconomica).
Guidoni lascia Fondazione Ania per Cassa Forense?
In Ania ha collezionato poltrone: è segretario generale della Fondazione, co-direttore generale (responsabile dei servizi Auto e Card, Antifrode, Distribuzione, Danni non auto, Consumatori, Innovazione, Vita e Welfare), e vicepresidente del forum Consumatori. Eppure c’è chi vede il futuro di Umberto Guidoni lontano dal mondo delle assicurazioni, prevedendone un trasloco in Cassa Forense, l’ente che gestisce la previdenza e l’assistenza degli avvocati italiani. Vedremo…
Umberto Guidoni (Imagoeconomica).
Covip, c’è un medico
Quando alla guida della Covip, la strategica commissione di vigilanza sui fondi pensione, nel febbraio 2025 venne nominato l’ex forzista Mario Pepe – grazie si disse ai buoni uffici del deputato leghista, editore e re della sanità privata Antonio Angelucci e del vicesegretario salviniano Claudio Durigon – molti avevano storto il naso perché medico e non economista, come l’altro candidato, il leghista Antonio Maria Rinaldi (lo stesso che la Lega ha candidato a sindaco di Roma). Evidentemente in pochi erano al corrente di cosa stava accadendo: l’ultima versione del decreto Semplificazione e Pnrr affida infatti alla Covip la vigilanza sui fondi sanitari integrativi del Servizio sanitario nazionale. Il cv di Pepe ora calza a pennello.
Mario Pepe (Imagoeconomica).
Tutti a ricordare Andrea Barbato. E Agnes
Nonostante una pioggia torrenziale, a Roma, nella sala Zuccari di Palazzo Giustiniani molti sono accorsi per ricordare Andrea Barbato, giornalista di lungo corso e pure parlamentare. Presenti tra gli altri, Romano Prodi, Gianni Letta e Simona Agnes – destinata ormai a dimenticare la presidenza Rai dopo l’ennesima fumata nera in Vigilanza – che ne approfittato per parlare di tv pubblica. «Ancora oggi, e questa è sì continuità con quelle radici, la Rai è una colonna portante per il mercato dell’audiovisivo italiano e primeggia tra i Servizi pubblici europei», ha detto Agnes. «Vanta, unica in Europa per capillarità e lavoro di inchiesta, la Testata Giornalistica Regionale, a me particolarmente cara perché legata alla storia di mio padre, oltre a una rete autorevole e competente di corrispondenti esteri che raccontano conflitti e crisi geopolitiche». «Ma l’incontro non era per ricordare Biagio Agnes…», ha bofonchiato malignamente qualcuno in sala.
Per la prima volta nella storia del Festival di Sanremo, il cast della kermesse – conduttori e cantanti in gara – è stato ricevuto al Quirinale da un presidente della Repubblica. È successo oggi, venerdì 13 febbraio. Quasi tutti in completi e cappotti scuri per la grande occasione dell’incontro con Sergio Mattarella. Ma le “deroghe” ci sono state, eccome: J-Ax si è presentato con il cappello da cowboy e i pantaloni con le frange, le Bambole di Pezza in shorts e anfibi, Dargen D’Amico con occhiali fuxia e Ditonellapiaga con la minigonna blu. La coconduttrice Laura Pausini ha scelto un look total white, così come Elettra Lamborghini.
Mattarella ha ricordato il “suo” primo Festival di Sanremo
«Avevo 10 anni, la ricordo bene. Ricordo tra l’altro la voce inconfondibile, trascinante del presentatore Nunzio Filogamo. La voce, come sapete, si diffondeva soltanto attraverso la radio e tutti si chiedevano ma che volto avesse quella voce così trascinante del presentatore del Festival», ha detto Mattarella rievocando il “suo” primo Saremo: «Ricordo soprattutto quanto il Festival anche allora registrasse un amplissimo coinvolgimento popolare nel nostro Paese. Un coinvolgimento che è rimasto costante grazie alla Rai, che ha accompagnato anno per anno il Festival, conducendolo nelle case degli italiani».
Foto di gruppo al Quirinale con Sergio Mattarella e il cast di Sanremo (Ansa).
Conti: «Mattarella presidente molto pop»
All’uscita da Quirinale, Conti ha definito l’incontro «bellissimo, molto emozionante» e Mattarella «un presidente molto pop». Il capo di Stato «ha detto parole straordinarie sulla musica», ha aggiunto il conduttore. «Sono commossa. Spesso veniamo definiti giullari, la musica è anche divertimento, ma facciamo questo lavoro sinceramente, cercando di dare qualità, con la consapevolezza di rappresentare l’Italia», ha detto Pasini, ricordando che Mattarella ha evidenziato quanto la musica sia una parte importante della cultura popolare del Paese.
Stando al medagliere aggiornato al 13 febbraio 2026, l’Italia è seconda in classifica alle Olimpiadi di Milano Cortina con sei medaglie d’oro, tre medaglie d’argento e otto di bronzo. Come mai, dunque, il New York Times sulle sue pagine colloca la nazionale azzurra al primo posto? La risposta è presto detta ed è basata sulla modalità di calcolo delle posizioni.
Le modalità di calcolo
Il regolamento del Comitato olimpico internazionale vuole che la classifica si faccia in base alle medaglie d’oro. Avendone l’Italia ottenute sei e la Norvegia sette, va considerato primo del medagliere il Paese scandinavo. C’è però chi, come il Nyt, è rimasto al calcolo “alternativo” rispetto a quello ufficiale (che si faceva decenni fa) basato sul numero di medaglie complessive ottenute da uno Stato. Dunque, dato che l’Italia ne ha conquistate 17, più di ogni altra nazione, ecco spiegato perché viene collocata prima in classifica, seguita dalla Norvegia e dagli Stati Uniti che sono a quota 14.
Sale ancora la tensione tra Stati Uniti e Iran. Con l’obiettivo di costringere la Repubblica Islamica a stringere un accordo sul suo programma nucleare, Donald Trump ha infatti inviato in Medio Oriente anche la portaerei più grande del mondo: la USS Gerald R. Ford, che va dunque ad affiancarsi alla USS Abraham Lincoln, da tempo presente nel Mar Arabico, rafforzando la potenza di fuoco statunitense nella regione.
Donald Trump (Ansa).
Trump rafforza la potenza di fuoco dopo i colloqui in Oman
Il primo round di colloqui tra gli Stati Uniti e l’Iran si è tenuto il 6 febbraio a Muscat, in Oman. Ma il vertice, a cui hanno preso parte il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e gli inviati Usa Steve Witkoff e Jared Kushner, non ha portato risultati di rilievo. Teheran, tramite Mohammad Eslami, capo dell’Organizzazione per l’Energia Atomica dell’Iran, ha messo sul tavolo la diluizione dell’uranio arricchito al 60 per cento, in cambio della revoca delle sanzioni Usa che stanno mettendo in ginocchio l’economia del Paese.
La USS Ford era ai Caraibi per l’operazione in Venezuela
La USS Ford e le sue navi di scorta erano state dispiegate nel Mar dei Caraibi mentre era in corso la campagna contro il Venezuela: proprio dal suo gruppo d’attacco si erano alzati in volo i caccia impegnati nell’operazione per la cattura di Nicolas Maduro. Secondo quanto riportato dal New York Times la USS Ford, che ha ricevuto l’ordine di salpare verso il Medio Oriente, non rientrerà negli Stati Uniti prima di aprile.
Caccia sulla USS Gerald R. Ford (Ansa).
Rappresenta il vertice della tecnologia navale Usa
Lunga 337 metri, con oltre 100 mila tonnellate di dislocamento e una velocità massima di 30 nodi, la USS Ford può ospitare fino a 90 velivoli e rappresenta il vertice della tecnologia navale americana grazie ai suoi reattori nucleari più potenti e al sistema di lancio elettromagnetico, che consente di lanciare aerei più rapidamente, pesantemente armati e con più carburante, rispetto alle tradizionali catapulte. Trasporta inoltre un equipaggio di oltre 4 mila uomini, incluso il suo stormo di volo. Costruita a partire dal 2005 e varata nel 2013, la USS Gerald R. Ford nella Marina Usa ha sostituito la USS Enterprise, messa fuori servizio dopo 51 anni di attività.
L’altra mossa degli Stati Uniti: i kit Starlink introdotti in Iran
Sempre a proposito delle tensioni tra Usa e Iran, un funzionario statunitense ha detto al Wall Street Journal che Washington ha introdotto clandestinamente nella Repubblica Islamica circa 6 mila kit Internet satellitari Starlink, per consentire agli attivisti di rimanere online dopo la brutale repressione delle proteste da parte del regime.
In Colombia una candidata generata dall’intelligenza artificiale concorrerà per un seggio riservato alle comunità indigene alle elezioni legislative dell’8 marzo 2026. Si chiama Gaitana, nome della leggendaria figura indigena associata alla resistenza contro la conquista spagnola, si presenta come una donna dalla pelle blu che indossa un abito piumato e si definisce “ambientalista” e “attivista per i diritti degli animali”. Durante un’intervista a Caracol Radio, con una voce generata artificialmente, ha promesso che, se eletta, ogni proposta di legge al Congresso sarà prima sottoposta a consultazioni online aperte al pubblico. Il sistema è stato sviluppato da giovani appassionati di intelligenza artificiale provenienti da diverse etnie.
Dopo le polemiche seguite alle sue dichiarazioni in merito al referendum sulla giustizia, il procuratore di Napoli Nicola Gratteri è intervenuto a Piazzapulita su La7 per chiarire la sua posizione. «Voteranno No le persone perbene, che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente», aveva detto al Corriere della Calabria suscitando l’ira del centrodestra e dei comitati per il Sì. Intervistato da Corrado Formigli, ha spiegato: «Io non ho detto, come strumentalmente si vuole far credere, che quelli che votano Sì sono tutti appartenenti ai centri di potere, alla ‘ndrangheta e alla massoneria deviata. Quindi chi interpreta diversamente quello che ho detto è in malafede e vuole – lui sì – alzare lo scontro. Ma io non ho nessun tipo di problema, perché il senso della paura l’ho superato 35 anni fa. Quindi state tranquilli tutti, non è con questi attacchi, con queste minacce, interrogazioni parlamentari, procedimenti disciplinari annunciati, che mi si mette a tacere».
Gratteri: «Miei interventi parcellizzati e letti in modo disorganico»
«Quello che io ho detto nell’intervista è chiaro», ha continuato. «Continuerò a battermi per il No. Davanti a gente che scientificamente prende un pezzettino di intervista e la mette in rete pensando di scatenare chissà cosa, di intimidirmi o delegittimarmi dico che si sbagliano, stiano tutti tranquilli». Anche al Corriere della sera ha ribadito che: «I miei interventi non possono essere parcellizzati e letti in modo disorganico. Ho detto che a mio parere voteranno Sì certamente le persone a cui questo sistema conviene, quindi tutti i centri di potere che non vogliono essere controllati dalla magistratura. Non ho detto, come strumentalmente vogliono far credere, che quelli che votano Sì sono tutti appartenenti a centri di potere».
Nordio sconcertato propone test psicologici per i magistrati a fine carriera
Ma intanto lo scontro si era già allargato. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio si è detto «sconcertato» e ha evocato persino un test psicologico: «Mi domando se l’esame psico-attitudinale che noi abbiamo proposto per l’inizio della carriera dei magistrati non sia necessario anche per la fine della carriera». Al Csm, il consigliere laico di Forza Italia Enrico Aimi ha detto che chiederà di «valutare il requisito dell’equilibrio» del magistrato e di sollecitare un’azione disciplinare.
Accolto il ricorso della biatleta azzurra Rebecca Passler, che è stata dunque riammessa ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina: l’altoatesina di Anterselva era stata sospesa dopo una positività al letrozoloriscontrata nel corso di un controllo antidoping effettuato il 26 gennaio.
La Corte Nazionale d’Appello di Nado Italia ha riconosciuto il “fumus boni iuris“, ossia l’apparente fondatezza dell’assunzione involontaria o della contaminazione inconsapevole della sostanza in oggetto. Passler, che potrà dunque prendere parte alle Olimpiadi, si aggregherà alle compagne di squadra a partire da lunedì 16 febbraio, giorno in cui sarà a disposizione dello staff tecnico per le successive competizioni del programma a cinque cerchi. «Sono stati giorni molto difficili. Ho sempre creduto nella mia buona fede. Adesso posso finalmente tornare a concentrarmi al 100 per cento sul biathlon», ha dichiarato Passler, ringraziando le persone che le sono state vicine e la Federazione Italiana Sport Invernali.
Cos’è il letrozolo
Il letrozolo è un farmaco che viene usato prevalentemente in casi oncologici e in particolare nel trattamento di donne in postmenopausa con tumore al seno iniziale positivo ai recettori ormonali. Il letrozolo non ha effetti dopanti di per sé, ma può essere usato per ridurre gli alti livelli di estrogeni dovuti agli anabolizzanti, motivo per cui è vietato dalla Wada. Le rare positività in archivio (in passato mise nei guai anche la tennista Sara Errani) sono spesso dovute a contaminazioni o incauta assunzione.
Kathryn Ruemmler, responsabile legale della banca d’affari Goldman Sachs ed ex consulente della Casa Bianca durante la presidenza di Barack Obama, ha annunciato le dimissioni a seguito della diffusione da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti di una serie di email che hanno dimostrato stretti rapporti con Epstein, che lei chiamava affettuosamente “zio Jeffrey“. Ruemmler, che scrivendo al finanziere minimizzava i suoi reati sessuali, lascerà l’incarico il 30 giugno.
Colloquio tra Barack Obama e i suoi consulenti legali alla Casa Bianca: tra essi anche Kathryn Ruemmler (Ansa).
Lo stretto rapporto con Epstein
Ruemmler aveva ripetutamente cercato di prendere le distanze da Jeffrey Epstein, allontanando l’ipotesi di dimissioni dal ruolo in Goldman Sachs che ricopriva dal 2020. Era persino arrivata a definirlo «un mostro», ma da quanto emerso di recente aveva mantenuto uno stretto legame col finanziere anche dopo la prima condanna per reati sessuali risalente al 2008. Durante il periodo in cui ha esercitato la professione privatamente, dopo aver lasciato la Casa Bianca nel 2014, Ruemmler ha ricevuto diversi regali costosi da Epstein, tra cui borse di lusso e una pelliccia. In generale, i file resi pubblici hanno mostrato che tra i due c’era una fitta corrispondenza: nel 2019 il finanziere chiese alla legale come comportarsi di fronte alle pressioni dei media e, quando fu arrestato il 6 luglio di quell’anno, Ruemmler fu una delle persone che chiamò per prime. In alcune email lei lo chiamava «tesoro», in altre ancora ammetteva di adorarlo. Al di là dello stretto rapporto con un personaggio del genere, c’è un altro aspetto da considerare: storicamente (e per ovvi motivi) a Wall Street sono di fatto proibiti i regali tra clienti e banchieri o avvocati. Per non violare le leggi anticorruzione, il codice di condotta aziendale di Goldman Sachs richiede propri dipendenti di ottenere previa approvazione prima di fare o ricevere regali.
Kathryn Ruemmler (Goldman Sachs).
La carriera di Ruemmler
Come si legge sul sito di Goldman Sachs, prima di entrare nella banca d’affari la 54enne Ruemmler è stata a lungo global chair della divisione White Collar Defense and Investigations di Latham & Watkins, incarico che aveva messo in standby quando era stata chiamata a prestare servizio alla Casa Bianca come consulente legale di Obama. In questa veste ha consigliato il presidente americano «su tutte le questioni legali relative alla politica interna ed estera e alla sicurezza nazional». Ruemmler è stata inoltre procuratrice federale per sette anni. All’inizio della sua carriera ha ricoperto inoltre il ruolo di avvocata associata di Bill Clinton nel suo periodo alla Casa Bianca e ha lavorato presso la Corte d’appello degli Stati Uniti.