Pulp, Benetton: «Azzeccata la scelta comunicativa della premier Meloni»

Quella della premier Giorgia Meloni di partecipare a Pulp Podcast, il format digitale condotto da Fedez e Mr. Marra, «è una scelta comunicativa coerente con i tempi». A dirlo è Alessandro Benetton, presidente di Edizione, che sui social ha commentato la partecipazione della premier al podcast, senza entrare nel merito politico dei contenuti, ma soffermandosi sul significato del mezzo utilizzato. In un reel pubblicato sul suo profilo Instagram, all’interno di una nuova rubrica, il manager osserva come il dibattito pubblico si sia concentrato sul contesto dell’intervista più che sul messaggio: «Ma davvero crediamo ancora che il mezzo cambi il messaggio? Che sedersi su un divano invece che dietro un leggio renda meno valide le parole?». Secondo l’imprenditore-innovatore, la comunicazione istituzionale sta vivendo una trasformazione profonda, legata al cambiamento delle abitudini del pubblico: «Per decenni abbiamo misurato la credibilità di un leader dal contesto in cui parlava, e nel frattempo le persone hanno smesso di guardare la televisione, hanno smesso di leggere i comunicati e hanno iniziato ad ascoltare chi sa parlare in modo diretto, senza filtri».

Da anni il manager porta avanti un dialogo diretto sui social

Alessandro Benetton è stato tra i primi in Italia ad aver avviato, già dal 2018, un dialogo diretto attraverso i social, utilizzando video e piattaforme digitali come strumento di confronto non mediato con il pubblico, contribuendo a diffondere tra i manager italiani un approccio più diretto e personale alla comunicazione. Negli anni ha costruito una presenza digitale tra le più rilevanti nel panorama imprenditoriale italiano, con oltre 111 mila follower su Instagram, circa 120 mila su LinkedIn, più di 32 mila iscritti al canale YouTube e una community in crescita anche su TikTok, numeri che lo hanno reso un punto di riferimento per molti colleghi che hanno successivamente scelto di utilizzare i new media in modo più strutturato. Proprio attraverso un video online, nel 2022, Alessandro annunciò il suo ingresso nelle attività di famiglia – dopo una lunga carriera indipendente – con la nomina a presidente di Edizione, segnando l’avvio del nuovo corso della holding dei Benetton, a conferma di un uso della comunicazione digitale non solo come strumento di visibilità, ma come leva strategica.

«La credibilità non si perde perché scegli un canale nuovo»

Nel reel pubblicato sull’argomento Meloni-Pulp, Benetton ha sottolineato come la scelta di canali non tradizionali, oggi, non indebolisca l’autorevolezza di chi parla, ma richieda maggiore trasparenza: «La credibilità non si perde perché scegli un canale nuovo, si perde quando hai qualcosa da nascondere». Il riferimento, conclude, non riguarda la politica in sé, ma un cambiamento più ampio che coinvolge istituzioni, imprese e leader. Oggi, spiega, l’impatto non dipende dal palcoscenico, ma dalla capacità di parlare alle persone nel modo più diretto e onesto possibile.

Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum

«Grande incertezza». È il sentimento comune, trasversale a tutti i partiti della coalizione, con cui il centrodestra si affaccia al referendum sulla separazione delle carriere tra pm e giudici. Il voto di domenica 22 e lunedì 23 marzo segna uno scoglio importante per la maggioranza, ultima consultazione nazionale prima delle elezioni politiche della primavera del 2027. I sondaggi – fino a quando si potevano pubblicare, ma anche quelli che circolano riservati – sono tutti concordi sul trend favorevole al “no“. Motivo per cui la coalizione guidata da Giorgia Meloni attende con particolare ansia il responso delle urne.

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Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Una veduta dall’alto di Piazza del Popolo e il grande NO con lettere di oltre 20 metri realizzato dalla Rete degli Studenti Medi e dell’Unione degli Universitari per l’evento di chiusura della campagna referendaria del Comitato società civile per il no (foto Ansa).

L’esito del voto potrebbe essere il preludio di una sconfitta nel 2027

Malgrado qualche recriminazione iniziale, alla fine tutti i partiti si sono impegnati nella campagna a sostegno del ““. Una vittoria al referendum porterebbe a un rafforzamento della maggioranza e rappresenterebbe certamente un volano verso le Politiche. Mentre, se prevalessero i “no”, anche se Meloni ha anticipato che non si dimetterebbe, la coalizione che guida risulterebbe indebolita, e l’esito del voto potrebbe essere il preludio di una sconfitta nel 2027.

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Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Manifestazione per il no al referendum e contro il governo Meloni (foto Ansa).

Nonostante tutti neghino in pubblico, non è un segreto che dal referendum dipenda tutto il corso dell’ultima parte di legislatura, oltre al destino della modifica della legge elettorale e del premierato, che potrebbero saltare. In privato, intanto, già volano gli stracci tra gli alleati.

Salvini non vuole essere accusato di aver fatto poca campagna elettorale

Matteo Salvini negli ultimi 10 giorni di campagna elettorale ha fatto almeno tre riunioni con segretari regionali e dirigenti per ripetere tutte e tre le volte le stesse raccomandazioni: vi voglio vedere impegnati nella campagna per il “sì”, ogni giorno dovete partecipare a una iniziativa, non dobbiamo dare spazio agli alleati per attaccarci perché non facciamo abbastanza campagna, è stato il refrain del capo leghista. Perché tra il segretario e i dirigenti del partito di via Bellerio serpeggia la convinzione che Meloni sia intenzionata, nel caso perda il referendum, a scaricare tutta la colpa su di loro.

Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Il ministro Matteo Salvini a un gazebo della Lega per il referendum sulla giustizia (foto Ansa).

«Certo se la premier si fosse spesa fin dall’inizio…»

«Non sarà così», sbuffa un big di Fratelli d’Italia, «alla fine si sono impegnati anche i leghisti, le responsabilità sono di tutti». Tra i componenti del partito di Salvini c’è poi chi punta il dito dritto contro Meloni. «Certo se la premier si fosse spesa fin dall’inizio come negli ultimi 10 giorni non rischieremmo in questo modo», è la lamentela raccolta tra i dirigenti del Nord.

Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Un manifestante con una maglietta con il ministro Nordio, durante una manifestazione dei comitati per il no al referendum (foto Ansa).

Tensioni nella maggioranza anche sul prezzo dei carburanti

Altro segnale di tensione arriva dalle modalità con cui si è giunti all’approvazione delle misure di contenimento dei prezzi dei carburanti. Meloni ha impresso un’accelerazione nella mattinata di mercoledì 18 marzo proprio in coincidenza con la convocazione delle società petrolifere da parte di Salvini a Milano. La decisione è arrivata dopo un incontro a Palazzo Chigi con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti (Ansa).

Certamente l’attesa è stata dovuta alla necessità di reperimento delle risorse per la copertura dell’intervento. Ma la coincidenza con l’attivismo di Salvini sullo stesso fronte ha suscitato perplessità tra i più sospettosi. Anche perché è legittimo intuire una certa irritazione da parte della premier, con la corsa a intestarsi le misure. A che titolo infatti il ministro delle Infrastrutture riceve rappresentanti delle imprese nella sede della prefettura di Milano?

«Il solito protagonismo invadente di Salvini»

Il Mit ha competenze di pianificazione, realizzazione delle infrastrutture, sulla sicurezza stradale, disciplina il settore dei trasporti, mobilità sostenibile, edilizia pubblica e urbanistica. Non si occupa di monitoraggio dei prezzi dei carburanti, competenza semmai del ministero delle Imprese e del Made in Italy (citofonare Adolfo Urso). «Il solito protagonismo invadente di Salvini», si commenta dalle parti di via della Scrofa.

Intesa Sanpaolo, al via da Firenze Obiettivo Italia 2026

In uno scenario economico e geopolitico sempre più complesso e mutevole, ha preso il via da Firenze la terza edizione di Obiettivo Italia, il ciclo itinerante di incontri sul territorio italiano promosso dalla divisione IMI Corporate & Investment banking di Intesa Sanpaolo, guidata da Mauro Micillo, che mette a confronto manager della banca, esperti, imprenditori e rappresentanti del settore pubblico per approfondire le principali sfide che attendono il sistema produttivo del Paese. Dopo l’ampio interesse suscitato nella precedente edizione, l’iniziativa torna nel 2026 con un programma rafforzato e capillare, che nel corso dell’anno toccherà otto città italiane. L’obiettivo è consolidare ulteriormente il dialogo diretto con le imprese sui temi che oggi incidono maggiormente sulle strategie aziendali, dalla volatilità degli scenari internazionali alla gestione dei rischi, fino al ruolo sempre più decisivo dell’innovazione come motore di trasformazione e crescita.

La prima tappa ha riunito 50 rappresentanti di imprese del territorio

Il calendario ha preso avvio da Firenze e proseguirà con tappe a Battaglia Terme (Padova), Lonato del Garda (Brescia), Torino, Milano, Napoli, Bologna e Roma, coinvolgendo alcune delle aree più dinamiche del tessuto economico nazionale. Gli incontri rappresentano un momento privilegiato di confronto tra imprese e specialisti della divisione IMI CIB su temi strategici come scenari macroeconomici, evoluzione geopolitica, gestione dei rischi, innovazione e trasformazione dei modelli di business. La prima tappa si è tenuta il 18 marzo riunendo circa 50 rappresentanti di importanti realtà imprenditoriali del territorio. L’incontro è stato aperto dall’intervento di Michele Sorrentino, responsabile Italian network della divisione IMI CIB, seguito da una sessione di approfondimento sugli scenari economici e geopolitici e sul loro impatto sui territori.

Esplosione nel quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme dopo un attacco di Teheran

Esplosione nel quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme, a circa 350 metri dalla Moschea di Al Aqsa, dopo l’ultimo lancio di missili dall’Iran. Non è chiaro se sia stata causata dall’impatto di un razzo o da frammenti di intercettori: la seconda ipotesi sembra la più probabile, in quanto appare poco realistico che l’Iran abbia deliberatamente puntato contro il quartiere ebraico, confinante con quello musulmano e la Spianata delle Moschee. In ogni caso non sono stati segnalati feriti.

Il ministero degli Esteri di Israele ha definito ironicamente quanto accaduto come un «regalo iraniano per Eid al-Fitr», ovvero la ricorrenza musulmana che segna la fine del mese del Ramadan: «L’attacco ai luoghi santi per tutte e tre le religioni rivela la follia del regime iraniano, che si professa religioso». La Spianata delle Moschee, a breve distanza dall’impatto, è chiusa ai fedeli dall’inizio della guerra a causa delle restrizioni sugli assembramenti.

Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica

Il crollo del solaio di un casale abbandonato nel parco degli Acquedotti a Roma è costato la vita a due persone: un uomo e una donna. Sulla vicenda sono in corso indagini della polizia, ma qualcosa è già emerso: le vittime sarebbero due appartenenti al mondo anarchico e tra le ipotesi c’è che stessero maneggiando un ordigno artigianale, in vista di un’azione da mettere in atto nelle prossime settimane.

Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica
Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica
Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica
Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica
Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica
Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica
Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica
Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica

Non si esclude, filtra da ambienti investigativi, che nel mirino ci potesse essere la rete ferroviaria e il gruppo Leonardo – società attiva nei settori della difesa -, come anche un rilancio della campagna a favore dell’anarchico Alfredo Cospito: a maggio scade il decreto applicativo di 4 anni alla sua detenzione in 41 bis. L’ordigno sarebbe scoppiato nella serata di giovedì 19 marzo: diversi testimoni hanno infatti raccontato di aver sentito un forte boato. A dare l’allarme è stato poi stamattina un passante, che ha visto il solaio crollato e scoperto uno dei due corpi.

Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr

È il 1995. Il caposervizio di un quotidiano milanese chiede a un cronista alle prime armi: «Sei mai stato a un comizio di Bossi? Bene, oggi il Senatùr parla in Porta Venezia, ci vai tu…». Da quel giorno iniziò, per chi scrive, una lunga serie di «comizi di Bossi», a Milano, a Bergamo, a Brescia, su e giù per la “Padania”. E poi, naturalmente, a Pontida.

Il rapporto con la stampa

«Ebbene, fummo noi…», era quasi sempre l’attacco, perché il leader leghista la prendeva sempre larghissima e ti teneva lì, appeso ai suoi voli pindarici per oltre un’ora, quando andava bene. Non gli piaceva essere interrotto: se qualcuno dal pubblico osava farlo, anche solo per dargli ragione, s’innervosiva: «Vabbè, il comizio lo sto facendo io, non tu…». Poi, a un certo punto, faceva sempre un inciso sul gruppetto dei giornalisti al seguito: «Eccola lì, c’è anche la stampa di regime…», diceva additandoci a bordo palco e giù fischi dal pubblico. Dopo, però, rispondeva a tutte le domande e anche di più, ti incollava lì un’altra mezz’ora a parlare di politica e a disegnare scenari. Certo, aveva i suoi preferiti: Guido Passalacqua di Repubblica e Fabio Cavalera del Corriere. I due “bossologhi” per antonomasia, ma poi, dopo averti visto due o tre volte, se non avevi scritto delle stupidaggini, ti prendeva sotto la sua ala protettiva. Capiva benissimo, il Senatùr, l’importanza di avere un buon rapporto con la stampa. Un gruppetto di cronisti gli stava sempre dietro, specie alle feste della Lega, e lui un titolo lo regalava sempre, specie nelle ore notturne. Sigari, Coca Cola e chilometri. Sempre col suo autista storico, Pino Babbini. Che, con la sua mole, gli faceva anche da guardia del corpo.

Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr
Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr
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Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr

Il ribaltone che fece cadere il Berlusconi I

Il momento più esaltante, per lui, fu quello della corsa in solitaria, dopo la rottura con Silvio Berlusconi: «Non andremo mai al governo con la porcilaia fascista», assicurava. Quel Cav che l’Umberto chiamava «Berluskaiser» o «Il mafioso di Arcore». Erano gli anni della secessione, delle ampolle sul Monviso, delle celebrazioni a Venezia e del Parlamento del Nord. Bossi era allora molto coccolato anche dalla sinistra per il ribaltone con cui fece cadere il Berlusconi I. «La Lega è una costola della sinistra», profetizzò Massimo D’Alema, dopo la scatola di sardine mangiata a casa Bossi con Rocco Buttiglione. Ma si sbagliava.

Il ritorno nel centrodestra e l’ictus che segnò l’inizio della fine

Al Senatùr piacevano così tanto i giornali che ne fondò uno, la Padania, dove il primo direttore fu un signor giornalista come Gianluca Marchi. E dove lo stesso Senatùr passava spesso, nella redazione in Via Bellerio, verso sera, a fare due chiacchiere sui fatti del giorno coi cronisti politici. Proprio lì muoveva i primi passi anche un giovanissimo Matteo Salvini, prima di essere eletto in Consiglio comunale a Milano, dove poi divenne capogruppo del Carroccio. Oltre al giornale nacquero anche una radio, Radio Padania Libera, e una tv, TelePadania, appunto. Da quelle parti sono transitati, per esempio, Roberto Poletti, oggi volto Mediaset, e Sonia Sarno, ora al Tg1. E poi c’era tutto il resto: dal SinPa, il sindacato padano che a fine Anni 90 servì da trampolino per l’ingresso nel cerchio magico a Rosi Mauro, fino a Miss Padania. Negli anni a seguire Bossi si riavvicinò con Berlusconi, entrando nel 2001 al governo come ministro delle Riforme. Fino a quel maledetto giorno del marzo 2004 quando fu colpito da un ictus che segnò l’inizio della sua fine.

Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr
Umberto Bossi, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi nel 2006 (Imagoeconomica).

Da maestro venerato a ex leader scomodo

Era un capo-popolo, il Bossi, lo sentivi quando arrivava in una piazza o in una sala piena solo per vederlo. Al suo ingresso l’atmosfera cambiava, l’aria diventava elettrica, mentre la folla scandiva il suo nome: «Bos-si, Bos-si!». E lui, con le sue giacche a quadrettoni e la cravatta storta, parlava da leader. Tutti i suoi fedelissimi si sarebbero immolati per lui. Per questo colpisce molto, almeno chi ha vissuto quell’epoca, il trattamento che gli è stato riservato negli ultimi anni, da quando – nel 2013 – Salvini è diventato segretario. Non se ne può fare una colpa ai nuovi leghisti, giovani scelti da Salvini e fedelissimi solo al Capitano, che Bossi l’avranno visto quasi solo in fotografia. Ma ai vecchi sì. A cominciare da Roberto Calderoli, uno che ha vissuto tutte le stagioni e che è arrivato indenne fino a oggi.

Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr
Matteo Salvini e Umberto Bossi a Pontida (Imagoeconomica).

L’attaccamento alla ‘sua’ Lega nonostante l’isolamento

Bossi negli ultimi anni era diventato un peso e un problema per Salvini, proprio perché, nonostante la malattia e i malanni, l’Umberto sapeva ancora toccare le corde profonde della Base. E così non gli sono state risparmiate umiliazioni, ad esempio la scelta di togliergli la scorta del partito quando veniva a Roma, in Parlamento. Sì, perché il Senatùr, finché la salute gliel’ha permesso, a Montecitorio scendeva sempre. La raffigurazione plastica del suo isolamento era vedere, fino a ieri, Nicoletta Maggi, la sua storica portavoce, sempre seduta in sala stampa in mezzo ai giornalisti, perché il gruppo della Lega non le aveva fornito una scrivania. Ma era triste anche vedere l’Umberto alle feste della Lega seduto a mangiare da solo, senza nessuno o quasi a fianco. O i mancati inviti a Pontida. Insomma, se ogni nuovo leader politico per emergere deve uccidere metaforicamente il padre politico, questa operazione Salvini l’ha messa in pratica perfettamente, anche troppo.

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Ma, nonostante tutto, Bossi è rimasto attaccato fino alla fine al suo partito, senza andarsene o tanto meno dare la sua benedizione a leghe nuove o parallele. La Lega Nord l’ha fondata lui e l’ha tirata su chilometro dopo chilometro attaccando manifesti, scrivendo “Padania Libera” sui muri con la vernice verde e parlando da banchetti improvvisati nei paesi più sperduti. Per questo, pur annunciando il suo voto a Forza Italia alle Europee 2024, non se n’è mai andato. Né Salvini ha avuto il coraggio di espellerlo, sarebbe stato davvero troppo.

È morto Chuck Norris

Chuck Norris, tra i più famosi attori di film d’azione di Hollywood e star della serie Waker Texas Ranger, è morto a 86 anni dopo un ricovero d’urgenza alle Hawaii, avvenuto il 19 marzo.

È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris

La carriera di Chuck Norris

La sua carriera cinematografica aveva spiccato il volo dopo L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente del 1972, in cui combatteva contro Bruce Lee al Colosseo.

Negli Anni 80 aveva recitato in diverse pellicole di successo come Una magnum per McQuade, Rombo di tuono, Il codice del silenzio e Delta Force. Dopo un calo di popolarità, nel 1993 la rinascita professionale con Walker Texas Ranger, serie dal successo clamoroso.
Noto soprattutto per il ruolo di Cordell Walker, ex marine campione di arti marziali, Norris era davvero cintura nera di Tang Soo Do, Taekwondo, Karate, Hapkido e Jiu-Jitsu brasiliano, discipline nelle quali aveva conquistato diversi titoli sportivi. E ne aveva creata anche una, basata su altre forme di combattimento, che ha preso il nome di Chun Kuk Do.

È morto Chuck Norris
Chuck Norris spegne 85 candeline

Negli ultimi anni era anche divenuto molto popolare sul web grazie alla diffusione di notizie inventate e inverosimili su di lui (tipo esempio: “Chuck Norris non ha incubi, gli incubi hanno lui”), fenomeno denominato Chuck Norris Facts. Per la sua apparizione ne I mercenari 2 fece ricorso a uno dei meme sul suo conto. All’entrata in scena, il suo personaggio risponde a quello interpretato da Sylvester Stallone, che gli ricorda come fosse stato morso da un cobra reale: «Sì, è vero. E dopo cinque giorni di agonia, il cobra è morto».

L’attacco di Trump alla Nato: «Codardi, senza gli Usa siete una tigre di carta»

Donald Trump all’attacco della Nato. «Senza gli Usa l’Alleanza è una tigre di carta», ha scritto in un post su Truth. «Non volevano unirsi alla battaglia per fermare un Iran con il nucleare. Ora che la battaglia è vinta dal punto di vista militare, con ben pochi pericoli per loro, si lamentano degli alti prezzi del petrolio che devono pagare, ma non vogliono aiutare ad aprire lo Stretto di Hormuz. Una semplice manovra militare che è l’unica ragione degli alti prezzi del petrolio. Così facile da fare per loro, con così pochi rischi. Codardi, ce ne ricorderemo».

Sei Paesi pronti a inviare navi nello Stretto ma solo se cessano le ostilità

Da giorni il presidente americano incalza gli Alleati affinché flotte europee vengano mandate nelle acque di Hormuz. Proprio il giorno prima, su iniziativa del premier britannico Keir Starmer, sei Paesi (Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Olanda e Giappone) avevano aderito all’ipotesi di inviare una missione navale per garantire la navigazione nello Stretto. Ma a patto che cessino le ostilità. Un po’ tutti, in realtà, «auspicano» l’intervento dell’Onu (anche se questa parola non compare mai nel testo), ma il Consiglio di Sicurezza, ovvero la cabina di comando dell’organizzazione, può autorizzare una missione solo se nessuno dei cinque membri permanenti oppone il veto. Occorrerebbe dunque il via libera non solo di Stati Uniti, Francia e Regno Unito, ma anche di Russia e Cina. Ed è difficile ipotizzare che Pechino e Mosca possano assecondare una spedizione armata contro l’Iran.

La missione Nato si ritira temporaneamente dall’Iraq

La missione Nato in Iraq si è temporaneamente ritirata dal Paese. LO hanno riferito all’Afp due funzionari della sicurezza di Baghdad, spiegando che alla base della decisione c’è l’impatto della guerra in Medio Oriente e che «non ci sono disaccordi» tra l’Allenza atlantica e il governo iracheno. Successivamente è arrivata la dichiarazione di Alisson Hart, portavoce della Nato: «Possiamo confermare che stiamo rimodellando il nostro dispiegamento nell’ambito della missione in Iraq. La sicurezza del nostro personale è di primaria importanza». Resterà nel Paese solo una piccola parte del personale: la missione dell’Alleanza ha il suo quartier generale in una base militare irachena nella Green Zone di Baghdad, vicino all’ambasciata statunitense, che è stata bersaglio di diversi attacchi iraniani dall’inizio della guerra.

La missione Nato si ritira temporaneamente dall’Iraq
L’ambasciata Usa a Baghdad (Ansa).

La missione, avviata nel 2016, è stata ampliata cinque anni dopo

Come si legge anche sul sito del ministero delle Difesa italiano, quella nel Paese mediorientale «è una missione – non combattente – di assistenza e addestramento che mira a sostenere l’Iraq nel rafforzamento delle sue istituzioni e forze di sicurezza, in modo che esse stesse siano in grado stabilizzare il loro Paese, combattere il terrorismo e impedire il ritorno di Daesh». La missione è stata avviata durante il Nato Summit del 2016 su richiesta di Baghdad, ed è stata poi ampliata nel 2021.

Trump avrà la sua moneta d’oro: verrà coniata per il 250esimo anniversario della nascita degli Usa

Negli Stati Uniti verrà coniata una moneta d’oro commemorativa (non corrente) con l’immagine di Donald Trump, in deroga al regolamento generale che vieta ai presidenti in carica e comunque viventi di comparire su monete e banconote. Ad approvare il conio è stata la Commissione federale per le belle arti, i cui membri (manco a dirlo) sono stati scelti tutti dallo stesso tycoon dopo aver licenziato i precedenti. La moneta Liberty verrà coniata in occasione del 250esimo anniversario della nascita degli Usa, il 4 luglio, e sarà emessa a discrezione del segretario del Tesoro Scott Bessent (che ha discrezionalità in materia di conio). «Propongo di approvarla così come presentata, e con il forte incoraggiamento a renderla il più grande possibile, fino a tre pollici (circa 7,62 cm) di diametro», ha detto il vicepresidente della Commissione James McCrery, Per fare un confronto, una moneta da un quarto di dollaro statunitense ha un diametro inferiore a un pollice (circa 2,54 cm). Sarà comunque la zecca federale a stabilire le dimensioni della moneta.

Erdogan: «Israele pagherà il prezzo, possa Dio distruggerlo»

Duro attacco da parte del presidente turco Recep Tayyip Erdogan a Israele, da lui accusato di avere ucciso migliaia di persone durante una cerimonia per la conclusione del Ramadan, dopo la preghiera in una moschea di Rize, sulla costa del Mar Nero, di cui la sua famiglia è originaria. «Non ho dubbi che ne pagherà il prezzo, il Medio Oriente è incandescente in questo momento», ha aggiunto prima di alzare i toni:«Possa Al-Kahrar (ndr uno dei nomi usati nell’Islam per descrivere Dio) schiacciare e distruggere Israele. Che Dio ci protegga e ci preservi al più presto dalla calamità dei sionisti».

“Afanisi”, la centralità dello spettatore

Gemma Criscuoli

Prendete la linearità narrativa, la meticolosa costruzione di un personaggio, magari proveniente da un capolavoro, l’ingresso in un mondo altro, quale è sempre stato il palcoscenico, e fatene un bel falò. Gli attori lo dichiarano senza timore di equivoco: sono rappresentanza, non rappresentazione ed è lo spettatore a popolare la scena con ciò che ha dentro di sé. “Afanisi” è lo spettacolo che la compagnia Ctrl+Alt+Canc ha proposto con successo presso il Piccolo Teatro del Giullare ad apertura della decima stagione di Mutaverso, il progetto artistico di Vincenzo Albano targato Ablativo. “Afanisi significa sparizione – ha detto Alessandro Paschitto, autore del testo, regista e interprete al fianco di Raimonda Maraviglia e Francesco Roccasecca nell’incontro moderato dal giornalista Michele Di Donato- Alla base dello spettacolo sussiste il meccanismo teorizzato da Lacan: man mano che ci avviciniamo a ciò che più desideriamo, scompariamo. Abbiamo voluto ripensare il patto con lo spettatore guardando non al teatro orizzontale, che è quello a cui siamo abituati, ma a quello sagittale, la cui essenza è coinvolgere attivamente chi assiste”. La scelta degli artisti risulta quindi, audace e necessaria: generare e incarnare quel che il pubblico vive attraverso le sollecitazioni di un copione che si rivela nella sua nuda natura di artificio. Quando affermano “Se qualcosa dovesse accadere dove noi siamo, faremo un passo indietro”, non stanno abdicando al proprio ruolo, ma lo stanno risemantizzando. Ricorrono a una maieutica allusiva, perché le domande e le sollecitazioni rivolte a chi osserva non vogliono e non devono avere una risposta: non può esistere una verità universale dove il soggetto esplora, anche in modo scomodo o inquietante, la propria unicità. Viene sarcasticamente precisato che non c’è alcuna discriminazione nei confronti dei tre moschettieri, se il testo non equivale alla formula uno per tutti e tutti per uno. È con il singolo che si relaziona, è l’individuo a divenire motore di tutto. È l’atto stesso di guardare che viene ripensato: rivolto alla propria dimensione interiore, ma legato al contesto esterno da ciò che il gesto teatrale fa da sempre, ovvero attivare campi di forze. Ecco dunque che il tempo e lo spazio risultano sovvertiti, in quanto intrecciati secondo coordinate non codificabili. Nel rivolgersi agli spettatori, possono sussistere tempi morti o tentativi di distogliere dall’obiettivo con movimenti inconsulti, battiti di mani, rumori chi è chiamato a farsi complice del gioco, dato che costruirsi non è mai stato un percorso lineare. Quando uno degli attori compare con un aspirapolvere, sta ironicamente esortando a eliminare tutto quello che è lecito attendersi da una messinscena, in primis il solito protagonista. I tre chiedono di visualizzare con dovizia di dettagli la prima persona che viene in mente e che sarà la figura principale di questo anomalo percorso. Ne mimano i movimenti, chiedono di immaginarne la morte, inducono a pensare alla persona desiderata sessualmente mentre fa qualcosa di buffo o che infastidisce ed è interessante che, in questa circostanza, il secondo sipario si apra su un muro: esiste sempre qualcosa che si frappone tra noi e ciò che vogliamo. Si presentano dapprima come una coppia (chi avrà messo la parola fine al rapporto? Cosa non avrebbero mai dovuto dirsi?) e poi come una famiglia in cui avviene un lutto. Esortano a immaginare l’intero spazio teatrale in cui agiscono, regno del possibile dove pensare a un incidente, a una fuga, a un acquazzone, come abbandonato da cinque minuti e da sempre. La perdita e la dissoluzione, infatti, sono le tappe di ogni vissuto e ognuno le attraversa secondo una propria sensibilità. Le persone in sala sono sollecitate a guardarsi tra di loro, immaginando un partner, un vampiro, un seduttore (lo sguardo deve nutrirsi dell’altro, altrimenti non esisterebbe) e se nel buio si odono frasi di Tajani e De Luca, se una gioca con un enorme pallone e fa domande sulle radici familiari alla luce di un faro e un altro si produce in un improbabile brano che inneggia al quattrino, si stanno offrendo i parametri sociali che pretendono di definirci. Nel buio totale, però, lo spettatore diventa il sole, perché spinto a ripensare ciò che lo unisce al tutto, a dare un nome diverso alle tenebre in cui non sa di trovarsi. Nella conclusione, risulta naturale che sia il pubblico ad alzarsi in piedi. È lui lo spettacolo e forse, per la prima volta, potrà riscoprirsi senza catene negli occhi degli attori che lo scrutano.

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Delmastro, Crosetto evoca il complotto: «Interesse dei magistrati sul governo»

Il ministro della Difesa Guido Crosetto evoca il complotto sul caso Delmastro, finito sotto i riflettori per la sua partnership commerciale con Miriam Caroccia, figlia del prestanome del clan Senese Mauro Caroccia. L’esponente di Fdi ha spiegato di non essere a conoscenza di questo dettaglio e di aver venduto le sue quote (relative alla gestione di un ristorante) non appena l’ha scoperto. Ospite a Omnibus, su La7, Crosetto ha commentato: «Possono dirmi di tutto ma che sia una persona che possa avere volontariamente e consapevolmente rapporti con dei camorristi è una cosa talmente lontana dalla realtà. Gli unici rapporti con i delinquenti che può aver avuto Delmastro nella sua vita sono nella sua attività di avvocato. Essendo sottosegretario alla Giustizia e conoscendo l’interesse che c’è da parte dei magistrati verso qualunque esponente di governo, non penso abbia fatto nulla di male o almeno nulla che consapevolmente potesse arrecargli danno. Penso saprà difendersi tranquillamente da solo».

Delmastro, Crosetto evoca il complotto: «Interesse dei magistrati sul governo»
Andrea Delmastro (Ansa).

Meloni: «Doveva stare più attento ma non deve dimettersi»

Sul caso è intervenuta anche la premier Meloni, dopo che le opposizioni hanno chiesto le dimissioni di Delmastro: «Leggo che la segretaria Schlein sa dalla stampa che io sapevo questa cosa da un mese, il che mi diverte moltissimo, perché io scopro la vicenda dalla stampa. Non so che cosa abbia letto Elly Schlein, ma sicuramente ha letto una fake news. Il sottosegretario Delmastro forse avrebbe dovuto essere più accorto, ma lui, che è un signore che sta sotto scorta per il suo lavoro contro la criminalità organizzata, non può essere messo sullo stesso piano degli ambienti criminali, quindi manterrà il suo posto».

Dopo lo Stretto di Hormuz ora è a rischio chiusura anche quello di Bab el-Mandeb

Dopo lo Stretto di Hormuz, l’Iran (coordinandosi con gli Houthi yemeniti) potrebbe bloccare anche quello di Bab el-Mandeb, che collega il Mar Rosso con il golfo di Aden e quindi con l’Oceano Indiano. Punto di collegamento tra l’Africa e la penisola arabica, Bab el-Mandeb rappresenta un altro nodo strategico del commercio mondiale di petrolio e una sua chiusura potrebbe causare uno dei peggiori shock di approvvigionamento degli ultimi decenni.

Dopo lo Stretto di Hormuz ora è a rischio chiusura anche quello di Bab el-Mandeb
La posizione dello stretto di Bab el-Mandeb.

La posizione strategica di Bab el-Mandeb

Lo stretto di Bab el-Mandeb, largo quasi 40 chilometri e lungo 130, separa il Corno d’Africa dalla punta meridionale della Penisola arabica. Sul lato ovest di questa piccola strozzatura geografica nel Mar Rosso si affacciano Eritrea, Gibuti e Somalia, mentre lungo il suo lato orientale si trova lo Yemen. L’isola Perim blocca parzialmente la parte più stretta sul lato yemenita, mentre poco più a sud, al largo di Gibuti, ci sono le Isole dei Sette Fratelli. Insomma, in realtà il passaggio è ancora più angusto. Il nome dello Stretto, inserito fin dall’antichità nelle rotte commerciali, è traducibile come “Porta delle Lacrime“: un’allusione alle minacce da sempre connesse al passaggio attraverso le sue acque, tra correnti trasversali, forti venti, scogli e secche. Senza dimenticare i pirati.

Dopo lo Stretto di Hormuz ora è a rischio chiusura anche quello di Bab el-Mandeb
La stretto di Bab el-Mandeb con le isole dello Yemen e di Gibuti.

Le conseguenze in caso di blocco dello stretto

Qualsiasi nave in movimento tra l’Asia e Europa attraverso il Mar Rosso è destinata a passare per Bab el-Mandeb, che funge da ingresso meridionale al Canale di Suez: da qui, ogni anno, transita circa il 12 per cento del commercio mondiale di petrolio via mare. Qualora il passaggio venisse limitato o bloccato, le navi sarebbero costrette a circumnavigare l’estremità meridionale dell’Africa, con enormi ripercussioni sul prezzo del petrolio.

Bossi, la vita romana e i funerali a Pontida: ci sarà anche Mattarella?

Umberto Bossi è morto nella sua Lombardia, a 84 anni. Ma il “Senatùr” a Roma si trovava benissimo. Altro che ladrona: piaciona. Al di là degli slogan leghisti dell’epoca “celodurista”, la Capitale gli piaceva tanto, e non solo il classico centro storico, dove si trovano i palazzi della politica: lui frequentava con assiduità pure le periferie. Per anni ha bazzicato bettole situate sulla Casilina e sulla Prenestina, nelle riunioni che convocava con i suoi eletti per non farsi notare, e soprattutto fotografare.

Bossi, la vita romana e i funerali a Pontida: ci sarà anche Mattarella?
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Bossi, la vita romana e i funerali a Pontida: ci sarà anche Mattarella?

Certo, non disdegnava, nel suo momento di ingresso nella Città eterna, di entrare nel favoloso salotto della giornalista Chantal Dubois, dotato di una spettacolare sala biliardo, che era la vera attrazione per il leader leghista. Bossi riusciva a giocare per ore, senza sosta: Gabriella, nota come Chantal, è stata direttrice ed editrice di quotidiani come La Tribuna Politica e Rome Daily American, “colonna” politica romana di Tv Sorrisi e Canzoni con la sua rubrica “Palazzo e dintorni”, autrice di libri di costume, prima donna giornalista ammessa in parlamento negli Anni 50, pronta a raccontare fatti, vizi, virtù dei politici italiani della Prima Repubblica, sempre con il suo cappellino rosso.

Bossi, la vita romana e i funerali a Pontida: ci sarà anche Mattarella?
Chantal Dubois (foto Imagoeconomica).

Ma Bossi, col passare degli anni e le responsabilità di governo, e soprattutto dopo l’ictus del 2004, non si muoveva facilmente: le ultime immagini della sua presenza a Roma sono di quelle di un anziano seduto al bar Giolitti, in via degli Uffici del Vicario, a due passi da Montecitorio. Rispondeva a tutti quelli che gli facevano un cenno di saluto, avendo sempre in bocca l’immancabile sigaro toscano che ha accompagnato la sua lunga carriera politica. L’addio a Bossi avverrà a Pontida, domenica 22 marzo, che è anche il primo giorno della consultazione referendaria. Nella Lega sono sicuri che al funerale di Bossi non mancherà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «Se è andato a dare l’ultimo saluto a Silvio Berlusconi…».

Bossi, la vita romana e i funerali a Pontida: ci sarà anche Mattarella?
Una delle rare foto che ritraggono sia Sergio Mattarella sia Umberto Bossi (foto Imagoeconomica).

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Maurizio Lupi sbarca a Brera con Marotta

Dopo la Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, con la presentazione romana del libro di Italo Bocchino che scatenò le ire dell’opposizione, ecco che la politica si mette a invadere la milanese Brera: tutta colpa della presentazione del libro Politica e Pensiero scritto da Andrea Covotta, responsabile di Rai Quirinale. Oltre all’autore interverranno il “padrone di casa” Angelo Crespi, direttore generale della Pinacoteca di Brera, Palazzo Citterio, Biblioteca Nazionale Braidense, Maurizio Lupi in qualità di presidente di Noi Moderati, e il presidente dell’Inter Giuseppe Marotta che, eccezionalmente, si confronterà su temi politici e non calcistici (ma occhio a cosa può ancora dire di lui lo scrittore Roberto Saviano). Introdurrà e condurrà l’incontro il giornalista Rai Alessandro Casarin, caro alla Lega. Il saggio, che si avvale della prefazione di Marco Follini, democristianissimo di lungo corso, già in tenera età consigliere d’amministrazione della Rai, ripercorre la storia del pensiero politico dagli inizi del Novecento fino al 1978, l’anno della strage di via Fani, del sequestro e della tragica morte di Aldo Moro, dell’elezione di Sandro Pertini al Quirinale, dell’eccezionale presenza dei tre papi in un solo anno: Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II.

Bossi, la vita romana e i funerali a Pontida: ci sarà anche Mattarella?
Maurizio Lupi (foto Imagoeconomica).

Cusenza modera l’incontro sull’acqua

Al Circo Massimo ha aperto lo stand Acea dell’Expo Village: una vera “Casa della Maratona dell’Acqua” dedicata alla tutela delle risorse idriche. Nei suoi 200 metri quadrati lo spazio ospita attività su sport e sostenibilità in attesa del 22 marzo, giorno della Acea Run Rome The Marathon. Una data simbolica quest’anno per la gara, poiché coincide proprio con la Giornata mondiale dell’Acqua istituita dall’Onu. Sabato 21 marzo, dopo la partenza della Acea Water Fun Run, sarà ospite dello spazio Acea Massimiliano Rosolino, già campione olimpico di nuoto e membro del team “Illumina” di Sport e Salute. Nel pomeriggio lo stand propone un dibattito sul rapporto tra sport e valore della risorsa idrica: ne parleranno Andrea Lo Cicero, ex campione di rugby e componente del team “Illumina” di Sport e Salute, Patricia Mejias, Land and Water Expert della Fao, Tommaso Sabato, Chief Regulated Business Officer di Acea, Riccardo Tempestini, vicepresidente Rari Nantes Florentia e Virman Cusenza, direttore della comunicazione di Acea.

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Virman Cusenza (foto Imagoeconomica).

Recalcati show

Le damazze romane hanno un appuntamento imperdibile il 22 marzo: al Teatro Argentina protagonista sarà Massimo Recalcati, con l’incontro dal titolo “Poetiche del resto”, il filosofo e psicanalista rifletterà sul legame tra arte e psicanalisi. L’evento rappresenta un appuntamento d’eccezione all’interno del ciclo “Creazioni melanconiche”, promosso dall’Associazione Lacaniana internazionale di Roma con la Società milanese di Psicanalisi. Durante l’incontro il percorso toccherà le opere di Alberto Burri, Claudio Parmiggiani, Jannis Kounellis e Anselm Kiefer.

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Massimo Recalcati (foto Imagoeconomica).

Quando la pizza incontra la scienza : Nefropizza 4.0

Quando la pizza incontra la scienza nasce qualcosa di nuovo: Nefropizza 4.0 – Il Cilento in 4 tempi, un evento dedicato alla salute dei reni attraverso l’alimentazione che si terrà il 30 marzo alle ore 19 presso la pizzeria I Borboni di Pontecagnano. L’iniziativa nasce con l’obiettivo di divulgare e sensibilizzare sull’importanza della prevenzione alimentare, sfatando anche uno dei falsi miti più diffusi: che la pizza faccia male. Quando nasce da studio, equilibrio nutrizionale e valorizzazione del territorio, può invece diventare un alleato del benessere. Protagonista della serata sarà il dottor Giovanni Mugnani, nefrologo presso la Casa di Cura “Prof. Dott. Luigi Cobellis”, punto di riferimento per la diagnosi e la cura delle patologie renali. Da anni impegnato nella prevenzione e nella gestione clinica delle malattie renali croniche, il dottor Mugnani affianca all’attività ospedaliera una costante attività di divulgazione scientifica, convinto che la prima forma di cura sia la conoscenza. Durante l’incontro introduttivo guiderà il pubblico alla scoperta della nefrologia, una branca della medicina ancora poco conosciuta ma fondamentale, approfondendo: l’importanza dei reni e le loro funzioni; il ruolo dell’alimentazione nella prevenzione delle patologie renali; l’importanza dell’equilibrio nutrizionale, della moderazione del sale e della qualità delle proteine; Il contributo scientifico del dottor Mugnani ha ispirato la nascita della Nefropizza 4.0, dimostrando come anche un simbolo della convivialità italiana come la pizza possa diventare strumento di educazione alimentare e prevenzione. Alla serata interverranno anche Valerio Iessi e Daniele Ferrara, maestri pizzaioli de I Borboni, che racconteranno il percorso creativo e gastronomico che ha portato alla realizzazione di questo progetto. Presenta Raffaella D’Andrea Il percorso gastronomico Dopo il momento divulgativo, la serata proseguirà con una degustazione guidata articolata in quattro spicchi simbolici, ispirati ai principi della Dieta Mediterranea del Cilento, patrimonio di equilibrio e longevità. Ad aprire il percorso sarà Elisir, un fermentato naturale firmato da Damiano Massa, ottenuto da: infusione a freddo di finocchietto selvatico; zest di limone essiccato; micro-dosaggio di miele millefiori; leggera rifermentazione naturale. Una bevanda delicatamente frizzante, con acidità elegante e note vegetali, pensata per preparare il palato. I quattro tempi della Nefropizza LA TERRA. Crema di ceci cilentani, cicoria selvatica ripassata, fave fresche scottate, polvere di cacioricotta del Cilento e olio extravergine DOP Cilento dell’azienda agricola Madonna dell’Olivo. Una proposta dalla dominanza vegetale, ricca di fibre e con proteine vegetali bilanciate. IL BOSCO. Crema di carciofo bianco cilentano, carciofo arrosto, misticanza di erbe spontanee, mozzarella nella mortella (ind’ ‘a murtedda), crumble di pane e limone essiccato e olio extravergine DOP Cilento. Una pizza dall’aromaticità naturale e dalla forte identità territoriale. LUNA DI MAGGIO. Mozzarella nella mortella, spinacino saltato, noci del Cilento, polvere di fico bianco e un leggerissimo filo di miele di castagno all’Aglianico, completata da olio extravergine DOP Cilento. Un equilibrio tra cremosità, dolcezza naturale e grassi buoni. LICOSA. Velluto di pomodoro giallo, alici cilentane di Donatella Marino, stracciata di bufala del caseificio Morese, limone candito e gocce di basilico con olio extravergine DOP Cilento. Una chiusura fresca e mediterranea, dove la proteina del pesce azzurro incontra l’equilibrio degli ingredienti. Durante la degustazione interverranno anche i produttori delle materie prime, che racconteranno la filiera, i metodi di produzione e il legame con il territorio. In abbinamento sarà proposto il vino Klèos della cantina Luigi Maffini, espressione autentica del Cilento.

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Cannabis e adolescenti, il nuovo studio che suggerisce un possibile ruolo causale in psicosi e disturbo bipolare

L’Istituto europeo delle dipendenze (Ieud), centro di eccellenza nel trattamento delle dipendenze patologiche, richiama l’attenzione sui risultati di uno dei più ampi studi di coorte condotti finora sul tema recentemente pubblicato su Jama Health Forum, rivista internazionale edita dall’American medical association. La ricerca, che ha seguito oltre 463 mila adolescenti tra i 13 e i 17 anni, evidenzia una forte associazione tra il consumo di cannabis in età giovanile e l’insorgenza di gravi disturbi psichiatrici, suggerendo anche un possibile ruolo causale della sostanza.

Rischio raddoppiato di sviluppare disturbi psicotici e bipolari per chi assume cannabis

Secondo lo studio, l’uso di cannabis nell’ultimo anno tra gli adolescenti è associato a un aumento del rischio di oltre due volte di sviluppare disturbi psicotici (AHR 2.19) e disturbi bipolari (AHR 2.01) entro i 26 anni. Sono stati rilevati incrementi significativi anche per quanto riguarda i disturbi depressivi e d’ansia, sebbene con una forza dell’associazione che tende a diminuire con l’avanzare dell’età. Gli esperti dell’Ieud confermano come queste evidenze scientifiche riflettano osservazioni cliniche consolidate. La cannabis gioca un ruolo critico nello “slatentizzare” nuclei psicotici silenti, ovvero nel far emergere patologie psichiatriche in soggetti vulnerabili che altrimenti avrebbero potuto non manifestarsi. Sebbene la relazione possa essere bidirezionale, in quanto alcuni giovani potrebbero usare la cannabis per automedicare sintomi psichiatrici prodromici, la sequenza temporale osservata nello studio suggerisce un ruolo causale o contributivo della sostanza, che precede la diagnosi clinica mediamente di circa due anni. «È fondamentale considerare la vulnerabilità del cervello adolescente», ha commentato il professor Emanuele Bignamini, referente scientifico dell’Istituto europeo delle dipendenze. Durante questa fase di sviluppo, il THC può interferire con il sistema endocannabinoide, alterando aree cerebrali cruciali per l’elaborazione emotiva e motivazionale.

L’impegno dell’Istituto nella prevenzione e nella cura

In un contesto di crescente normalizzazione del consumo di cannabis, l’Ieud ribadisce la necessità di interventi educativi e di prevenzione precoce. Con oltre 10 anni di esperienza, l’Istituto offre un approccio multidisciplinare che vede coinvolti psichiatri, psicoterapeuti e tecnici della riabilitazione per affrontare la complessità delle dipendenze. L’obiettivo è fornire percorsi di cura personalizzati che mettano al centro la persona e il suo contesto familiare, garantendo la massima riservatezza e l’utilizzo di strumenti innovativi come l’app Closer, per il supporto costante del paziente.

Iran, ucciso anche il portavoce dei pasdaran

Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica ha annunciato la morte del portavoce Ali Mohammad Naini, «martirizzato nel criminale e codardo attacco terroristico della parte americano-sionista all’alba». L’uccisione di Naini è stata poi confermata dall’esercito israeliano. Su X l’IDF ha ricordato che il portavoce dei pasdaran «ha ricoperto diversi ruoli nell’ambito della propaganda e delle pubbliche relazioni» negli ultimi due anni, diffondendo i messaggi del regime iraniano «ai suoi alleati in tutto il Medio Oriente al fine di influenzare e promuovere attacchi terroristici contro Israele». Membro dei Guardiani della rivoluzione dal 1978 e secondo generale di brigata, Naini aveva 68 anni e ricopriva la carica di portavoce dei pasdaran da luglio del 2024, quando aveva preso il posto di Ramazan Sharif.

Lezione di democrazia degli studenti sapresi

PASQUALE SCALDAFERRI

 

Una presa di posizione netta, inequivoca, senza tentennamenti.
Forte dello spirito libertario e della spensieratezza adolescenziale che animano i giovani liberi, incapaci di lasciarsi irretire dalle sovrastrutture faziose e paludose della quotidianità. Anche e soprattutto nella sfera politica.

Gli studenti del Leonardo da Vinci di Sapri diventano involontari attori di una lezione dall’alto significato civile e democratico, nella solennità della storica biblioteca di Castel Capuano a Napoli, intitolata al giurista di Sala Consilina ed ex ministro di Grazia e Giustizia nel Regno d’Italia, Alfredo De Marsico, che il 25 luglio del 1943 vota in favore della mozione che determina l’arresto di Benito Mussolini.

Selezionati con rigore ed equilibrio per partecipare ad un evento formativo sul Referendum costituzionale con schieramenti a confronto, si ritrovano catapultati in una fallace conferenza, con palese sbilanciamento sulle tesi dei promotori della riforma.
La gita di istruzione, associata a una immersione culturale e d’incanto tra le bellezze del capoluogo partenopeo, inizia con un menu indigesto, ma ad onta dell’età non ancora maggiorenne, gli allievi cilentani dimostrano un sublime grado di maturità e consapevolezza.
Indignati abbandonano l’aula, denunciando la totale assenza di contraddittorio e preservando dignità, immagine e prestigio dell’intera scolaresca, altresì di dirigenza e professori.
Nel corso delle assise, immediata emerge la matrice dichiaratamente per l’assenso alla riforma -che non prevede relatori del NO– nonostante l’organizzazione abbia promosso la giornata con un ambizioso programma, informando i capi d’istituto contattati sullo svolgimento del dibattito attraverso un confronto tra esponenti delle due piattaforme referendarie.
Mancano solo vessilli, sciarpe e cotillons, trombette, stelle filanti, per marchiare ancora meglio quel luogo di sterminata cultura e trasformarlo in una marmorea dépendance di un comitato elettorale.
Fermo il disappunto espresso dagli astanti provenienti da Sapri. Che con coraggio e piglio democratico dimostrano capacità di discernimento, voltando le spalle all’indecoroso tentativo di indottrinamento da parte di chi ha cercato di presentare un’operazione politica per giornata di formazione giuridica.
Gli allievi della scuola di indirizzo tecnico-commerciale-nautico-professionale, partendo dalla capitale del golfo di Policastro nel Cilento lucano per apprendere e approfondire conoscenze e valenza del diritto, soprattutto in questo periodo tormentato e polemico che approderà al referendum costituzionale di domenica e lunedì prossimi, registrano subitaneamente la spiacevole incongruenza tra la locandina d’invito e l’inadeguata giostra di autentica disinformazione su cui si rifiutano di salire, respingendo al mittente ipso facto l’inganno.
Un gesto plausibile, elaborato grazie alla spiccata sagacia della rappresentanza studentesca di Sapri. Ma frutto anche della visione lungimirante del dirigente Corrado Limongi, il quale con il meritorio supporto del personale docente, ha saputo scegliere giovani che, con il loro senso civico ed equilibrio istituzionale, hanno dimostrato già di possedere valori prodromici di libertà e indipendenza.

Non è dato sapere se l’Ufficio di presidenza ha agito seguendo un mero intuito o si sia lasciato guidare dalla robusta e consolidata esperienza professionale.

Paventando evidentemente stucchevoli strumentalizzazioni e patetiche, distorte letture dell’impianto referendario, l’Istituto di via Kennedy nel cuore della città di Sapri, ha inviato a Napoli, dunque, studenti non ancora maggiorenni.
Siamo in attesa, ora, di conoscere il pensiero di Alfonso Andria e Cesare Pifano, rispettivamente, presidente e direttore del Centro Studi e Documentazione Carlo Pisacane, sull’incidente diplomatico cagione di imbarazzo, non solo negli ambienti scolastici.

E ascoltare anche la voce del professore Leone Melillo -latore dell’invito- assiduo frequentatore del comprensorio dei Trecento, docente di Dottrine Politiche alla Parthenope e insigne studioso di Pisacane. Il socialista eroe risorgimentale che da patriota ante litteram si sarebbe ribellato agli smunti sovranisti del XXI secolo. Pilotati dall’archetipo guerrafondaio della decadente democrazia a stelle e strisce, sempre più incline alla nascita di un regime occidentale, piuttosto che proteso a rendere l’America di nuovo grande.

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Il magistrato Di Maio: Sì per far vincere la civiltà giuridica

Antonio Manzo

Gabriele Di Maio non ha amato la pubblicità neppure quando è stato uno dei Pm di punta della Tangentopoli salernitana. Ora all’improvviso si ritrova sullo scenario nazionale come sostenitore del Si. E sì, perchè lui con raffinata ironia ha steso una testimonial del No, Marisa Laurito, con la stessa raffinata arma dell’attrice napoletana con l’abituale racconto del ragù che pippeia.

Gabriele Di Maio in una lettera al Foglio di Giuliano Ferrara, voce ufficiale dell’AntiGratterismo nazionale scrive: “Non sono competente come la signora Laurito sul referendum: il mio ragù non è buono come il suo. E in base a questa esperienza posso dire che la riforma non limita in alcun modo l’indipendenza della magistratura, ma la rafforza, né ne riduce i poteri, che restano intatti. La riforma realizza un progresso di civiltà giuridica che l’art 4 ci impone come un dovere. Per questo continuerò a dar ascolto alla Costituzione e voterò Sì”.

Poco più che sessantenne, Gabriele Di Maio è un magistrato salernitano che ora è stato nominato presidente della Corte di giustizia tributaria di secondo grado della Campania. Lui dal 1991 ha svolto la funzione di sostituto procuratore della Repubblica negli anni delle inchieste di Mani Pulite con colleghi come Vito Di Nicola, Antonio Scarpa e, soprattutto, con Gianfranco Donadio avendo lui competenza sulla criminalità economica nelle

pieghe della ricostruzione post sisma. Ma poi nel 1996 decide di fare il giudice del lavoro. Lascia la toga di Pm e indossa quella di giudice. Per poi transitare nei ruoli dei magistrati tributari

Giudice, come spiega le dichiarazioni di Gratteri? Dice che voteranno No le persone perbene, invece voteranno
Sì gli appartenenti alla ‘ndrangheta, alla massoneria deviata, ai centri di potere.
“È uno slogan elettorale per portare voti al No. Votano Sì in un referendum di così grande impatto culturale e sociale, mi sembra una semplificazione troppo approssimativa.

Il 22-23 marzo si vota per confermare o meno la riforma della giustizia voluta dal governo Meloni. Lei come valuta la riforma?
“È una riforma costituzionale e come tutte le riforme,

soprattutto le leggi costituzionali, vanno valutate nel loro tenore letterale. Pericoli, paure, non contano. È una norma e va letta per quel che prevede”.

La riforma assoggetta i Pm o i giudici al potere politico?

La riforma non assoggetta il PM o i giudici a nessun potere, questo è vietato dalla norma stessa, anzi se qualche legge ordinaria o qualche atto amministrativo provvedesse a fare

diversamente sarebbe incostituzionale proprio per questa legge. Il Pm e il giudice devono sempre essere autonomi e indipendenti
Perché secondo lei bisogna dividere i pubblici ministeri dai giudici?
“Sono mondi da staccare. Il giudice deve guardare le prove a favore e le prove contro con oggettività, il Pm deve fare le indagini e guardare le prove ai fini delle indagini”. E’ anche una questione di “forma mentis” diversa.
I pubblici ministeri diventeranno super poliziotti?
“Il Pm non diventa un superpoliziotto, il Pm fa sempre parte del processo e dell’organo processuale che deve
esercitare l’azione penale nel processo. La Polizia e la Polizia giudiziaria stanno fuori, sono un’altra cosa. Con la riforma non c’è più interscambio. Se mi consente, per banalizzare, sostengo che il Pm deve essere capace anche di entrare nel ragionamento di un delinquente per comprenderne le mosse.

L’uomo comune pensa: ti possono impropriamente perquisire o attribuire reati che non hai mai commesso

o di cui non sai assolutamente nulla?

“E’ un rischio reale, tutti possiamo finire in un incubo del genere anche solo per errori ed effetti distorsivi della giustizia. Come avvenne nel caso di Tortora o come di tanti altri condannati ma che sono innocenti. Questo significa che tutti possiamo essere dei Tortora”

L’elemento forte della riforma mi sembra l’Alta Corte

disciplinare che giudica quando i magistrati commettono errori gravi.
Chi giudica il magistrato non è più interno al CSM, quello che era diviso per correnti. Al CSM aspettando in un’aula
confinante a quella del plenum a Palazzo dei Marescialli, ascoltando i magistrati difensori sembrava di stare a un congresso di corrente dell’Associazione Magistrati. Le

 

correnti della magistratura avevano occupato il Consiglio superiore della magistratura e questo si poteva riflettere sulle sorti disciplinari del magistrato e questo è sbagliato” È d’accordo con il metodo del sorteggio?

“Si sorteggiano dei giudici, non dei passanti. La maggioranza relativa è di giudici, tutti con tanti anni di servizio alle spalle. Il sorteggio evita la lottizzazione delle

correnti politiche della magistratura. Il sorteggio è secco. Non si riescono a fare accordi. Decide la persona, non il sistema delle correnti. Questa riforma non attacca il potere giudiziario, anzi, lo fortifica”.

C’è chi parla di riforma di regime, di ritorno al fascismo…
“Queste sono interpretazioni politiche non tecniche, di

merito. Anzi, per dirla tutta, il cambiamento

dell’ordinamento giudiziario è stata sempre una proposta della sinistra”

 

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Tram deragliato a Milano, il conducente al telefono fino a 12 secondi prima

Il conducente alla guida del tram deragliato il 27 febbraio a Milano, incidente costato la vita a due persone (oltre 50 i feriti), era al telefono almeno fino a 12 secondi prima che il mezzo saltasse una fermata, imboccasse a 50 chilometro orari lo scambio direzionato verso sinistra e si schiantasse contro un palazzo. È quanto emerge dagli esami sul cellulare del tranviere.

Cosa è emerso dagli accertamenti sul cellulare

Il deragliamento è avvenuto precisamente alle 16:11 e 25 secondi e la telefonata del tranviere si sarebbe interrotta alle 16:11 e 13 secondi. L’ultima chiamata del tranviere prima dello schianto, fatta a un collega a cui aveva dato il cambio da circa mezz’ora, è durata 3 minuti e 40 secondi. Secondo la difesa del conducente, la comunicazione si sarebbe però interrotta almeno un minuto e mezzo prima dello schianto. E non a 12 secondi dall’incidente, lasso di tempo emerso dagli accertamenti che in realtà potrebbe essere anche inferiore: ci sarà maggiore esattezza soltanto nel momento in cui investigatori e inquirenti apriranno la scatola nera del tram, che fornirà l’esatta telemetria della velocità e della frenata.

Il conducente sostiene di aver accusato un malore

Il conducente, indagato per disastro ferroviario, omicidio colposo e lesioni colpose, sostiene di aver accusato un malore – in particolare una sincope vasovagale – che gli avrebbe fatto perdere i sensi poco prima del deragliamento. A suo dire la causa del malore è stato un ferimento al piede sinistro, avvenuto poco prima durante la sistemazione della pedana per disabili in zona stazione Centrale: sarebbe stato proprio questo l’oggetto questo della chiamata al collega.

Pm Katia Cardillo: No, il Pm non sia un superpoliziotto

di Mario Rinaldi

 

 

Mancano pochi giorni per il voto sul referendum giustizia. Le correnti del sì e del no si stanno attivando su tutti i fronti per cercare di ottenere i consensi utili a raggiungere quei voti in più rispetto agli avversari, che vorrebbero dire vittoria, dato che trattandosi di referendum confermativo non necessita di alcun quorum per renderlo valido. Chi si sta battendo strenuamente per il no è il sostituto procuratore della Procura di Salerno, dottoressa Katia Cardillo, che ha giustificato questa sua scelta in modo chiaro, preciso e puntuale.

Pochi giorni prima del voto sul referendum giustizia. Che aria si respira?

“Si respira aria di partecipazione e di interesse per capire fino in fondo il merito della riforma, oltre gli slogan urlati e i luoghi comuni”.

Lei sostiene le ragioni del NO. Può spiegarci, in sintesi, le motivazioni di questa scelta?

“Sostengo convintamente le ragioni del NO per conservare un pubblico ministero che non sia una sorta di superpoliziotto ma che abbia la cultura della giurisdizione in funzione di garanzia dei cittadini e che rimanga, perciò, “parte imparziale”  che non deve vincere a tutti i costi ma che ragioni come il Giudice e che continui a cercare le prove anche a favore dell’indagato; perché indebolire la Magistratura sarebbe un danno per i cittadini; perché questa riforma, che pure è stata definita con tanta enfasi la riforma epocale, non si preoccupa di dotare la macchina giudiziaria di più risorse umane ed economiche, di snellire le procedure, di intervenire sui Tribunali allo stremo e che non riescono ad offrire risposte alla domanda di giustizia, non si preoccupa di rendere ragionevoli i tempi dei processi civili e penali”.

Un dibattito che è stato molto politicizzato, con tanti interventi di esponenti di destra e di sinistra. Ma la politica realmente assume un ruolo in questo referendum? Se sì, in che misura?

“Ogni referendum inevitabilmente si presta ad essere politicizzato. Ma non è questo il problema perché la Costituzione non ha colori politici ed è di tutti. Questa riforma ha in sé il rischio concreto che il potere politico si infiltri nella Magistratura condizionandone autonomia ed indipendenza che, è bene ricordare, non è un privilegio dei Magistrati ma la garanzia che la legge sia eguale per tutti, potenti e deboli, forti e fragili, abbienti e meno abbienti”.

Molti sostengono che questo tema referendario sia molto tecnico, per addetti ai lavori. Potrebbe spiegare semplicemente agli elettori, soprattutto quelli meno addentrati nella materia, cosa si va a votare e se questo voto incide sulle vite dei cittadini?

“La materia è molto tecnica, tuttavia, non riguarda solo gli addetti ai lavori ma tutti i cittadini, le nostre garanzie e i nostri diritti. Innanzitutto si va a votare un testo che non essendo definito nei suoi aspetti essenziali rende il voto un salto nel buio; nel merito si va a votare lo stravolgimento dei presidi che la Costituzione, dopo la dittatura fascista, volle scolpire, a garanzia dei cittadini, per garantire alla Magistratura autonomia ed indipendenza da ogni altro potere e da ogni forma di condizionamento, prevedendo un unico Consiglio Superiore della Magistratura, eletto e con competenza disciplinare. La riforma spezzetta il CSM, introduce diverse modalità per la sua composizione sorteggiando i magistrati e scegliendo invece, di fatto, i laici di nomina politica, sottrae al CSM la giurisdizione disciplinare affidandola ad un giudice speciale, l’Alta Corte disciplinare, che è costruito come un’arma di pressione e di condizionamento. Un magistrato condizionato è un Magistrato meno libero e quindi meno giusto. Autonomia ed indipendenza significa assumere decisioni rilevanti nella vita dei cittadini senza interferenze e senza pressioni esterne”.

L’altro giorno è stata ospitata all’Università di Salerno per un confronto tra le ragioni del SI’ e del NO. C’è stata grande partecipazione degli studenti. I giovani come hanno approcciato a questo referendum? In un’epoca caratterizzata da tante incognite, sia sul piano nazionale che internazionale, che futuro vede per i giovani?

“L’incontro all’Università degli studi di Salerno è stato pieno di stimoli e molto partecipato dai giovani studenti. È stato molto piacevole essermi trattenuta con alcuni di loro fuori dall’aula per un ulteriore approfondimento. Erano desiderosi di comprendere fino in fondo gli aspetti tecnici della riforma. Partecipare da parte loro con consapevolezza a questo referendum è un importante esercizio di libertà. L’augurio che mi sento di fare ai giovani è di essere custodi della nostra Costituzione, di avere cura dei principi e dei valori in essa espressi. Per il loro futuro”. Ragioni del no che, nelle modalità espletate dalla dottoressa Cardillo, cercano di andare oltre gli steccati per tutelare, a suo dire, la Costituzione e gli interessi dei cittadini.

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Il nuovo messaggio attribuito a Khamenei, «Bisogna creare insicurezza per i nemici»

L’agenzia di stampa iraniana semi-ufficiale Mehr News ha diffuso un messaggio attribuito alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei in cui l’ayatollah sostiene che «il ministero dell’Intelligence deve proseguire sulla sua strada, creando insicurezza per i nemici e sicurezza per i cittadini iraniani» dopo la morte del ministro Esmaeil Khatib. Nel messaggio, quest’ultimo viene descritto come «un veterano di guerra instancabile che ha profuso grandi sforzi per la causa della Rivoluzione Islamica».

Pasdaran: «Nostro portavoce ucciso in un attacco Usa-Israele»

Intanto, i pasdaran hanno dichiarato che gli attacchi statunitensi e israeliani hanno ucciso il loro portavoce Ali Mohammad Naini. In una dichiarazione sul loro sito web Sepah News, le Guardie della rivoluzione hanno affermato che Naini «è stato martirizzato nel vile e criminale attacco terroristico condotto dalla parte americano-sionista all’alba»..

Liste di attesa, appello di Polichetti

La situazione delle liste d’attesa negli ospedali della provincia di Salerno continua a registrare criticità rilevanti, senza segnali concreti di miglioramento nonostante il recente cambio di guida politica in Regione. Persistono infatti ritardi significativi nell’accesso a visite specialistiche ed esami diagnostici, con conseguenti disagi per i cittadini e un sistema sanitario locale sempre più sotto pressione. A denunciare lo stato delle cose è Mario Polichetti, responsabile nazionale del comparto Sanità per l’Udc, che interviene con toni netti sulla gestione del sistema sanitario regionale. “Non possiamo più accettare che i cittadini siano costretti ad attendere mesi, se non anni, per una prestazione sanitaria essenziale,” dichiara Polichetti. “Il cambio politico in Regione avrebbe dovuto rappresentare una svolta, ma nei fatti nulla è cambiato. Le liste d’attesa restano interminabili e il diritto alla salute continua a essere compromesso”.Secondo Polichetti, la situazione richiede interventi urgenti e strutturali: “Servono misure concrete, immediate e soprattutto verificabili. È necessario potenziare il personale sanitario, ottimizzare l’utilizzo delle strutture esistenti e garantire un’organizzazione più efficiente dei servizi. Non bastano annunci o promesse: i cittadini chiedono risposte”.Il responsabile nazionale Udc punta inoltre il dito contro quella che definisce una mancanza di programmazione: “Siamo di fronte a una gestione che non riesce a incidere sulle criticità storiche del sistema. Senza una pianificazione seria e senza investimenti mirati, il rischio è che questa emergenza diventi la normalità”.“Il nostro impegno,” conclude Polichetti, “è quello di continuare a vigilare e denunciare le inefficienze, affinché venga finalmente garantito un servizio sanitario degno di un Paese civile”.

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Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti

Si poteva essere d’accordo o meno con Umberto Bossi, morto il 19 marzo a 84 anni, ma una cosa è certa: il Senatur ha cambiato per sempre l’immagine del politico italiano. E il linguaggio della nostra politica. Con lui siamo passati dal lessico misurato, dal contegno da notaio e dalla debita distanza dai cittadini a gesti esagerati (dal dito alzato alle corna), alle canottiere bianche, a slogan ruvidi come “La Lega ce l’ha duro”.

Dalle corna al dito medio: la gestualità esagerata di Bossi

Bossi, che non aveva studiato ma aveva un passato da operaio, non possedeva doti intellettuali dichiarate. Ma sapeva comunicare con il corpo e con la provocazione. Numerosi i diti medi alzati, che sono valsi più di tante parole, al netto dell’innegabile imbarbarimento della politica. Nel 2011, durante la festa della Lega a Besozzo (Varese), Bossi mostrò il dito medio a un cantante che aveva citato la bandiera italiana. Nello stesso anno “rispose” sempre col dito medio a un giornalista che gli aveva chiesto delle pensioni. Nel 2019, al congresso del partito a Milano, in questo modo smentì il “funerale” della Lega.

Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti

Il dito medio di Bossi era talmente iconico, per così dire, che Ryanair lo usò in una pubblicità in cui le offerte del vettore low cost erano messe a confronto con le alte tariffe di Alitalia. Nell’estate del 2011, Bossi rispose con una pernacchia e le corna ai giornalisti che avevano sollecitato un suo commento sulle richieste di governo tecnico dopo la Manovra, avanzate dall’opposizione. Il fondatore della Lega fece le corna ai giornalisti anche nell’ottobre di quell’anno dopo un vertice a Palazzo Grazioli, dimora romana di Silvio Berlusconi. E che dire del gesto dell’ombrello, anch’esso marchio di fabbrica del Senatur? Quello fatto alla festa del Carroccio a Ponte di Legno nel 2002 è solo un esempio.

Gli slogan coniati da Bossi rimasti nell’immaginario collettivo

Due gli slogan che hanno caratterizzato l’epopea di Bossi: “Roma ladrona” (poi con l’aggiunta “la Lega non perdona”), a sottolineare la contrapposizione tra uno Stato predatore – anzi parassitario – e il Nord produttivo, unico motore del Paese. E poi, ovviamente, “La Lega ce l’ha duro”.

Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Umberto Bossi durante un comizio (Ansa).

Altro che televisione: il rapporto viscerale tra il Senatùr e il popolo di Pontida

In un’epoca in cui la politica aveva iniziato ad affidarsi sempre di più alla televisione (basti pensare alla discesa in campo di Berlusconi), Bossi continuò a privilegiare le piazze. E meglio ancora il pratone di Pontida.

Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti

La canottiera bianca sfoggiata nel 1994 in Sardegna (e non solo)

E poi c’è la canottiera bianca sfoggiata in Sardegna nell’estate del 1994, quando Bossi era ospite in una residenza di Vito Gnutti al Pevero, in Costa Smeralda, mentre a breve distanza – a Porto Rotondo – Berlusconi aveva riunito a Villa Certosa ministri e sottosegretari del suo governo. La distanza tra i due venne accentuata anche dall’abbigliamento, e non solo in quell’occasione: il Senatur d’estate si mostrava spesso con la sua ruspante canottiera bianca.

Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
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Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti

CANOTTIERA

Alfieri, Squecco e gli altri: a processo

di Erika Noschese

È durata diverse ore l’ultima udienza preliminare che ha decretato l’inizio del processo per Franco Alfieri, già sindaco di Capaccio Paestum, già presidente dell’Unione dei Comuni Paestum Alto Cilento, già presidente della Provincia di Salerno. Ieri mattina, il Gup del Tribunale di Salerno, Brigida Cavasino, ha disposto il rinvio a giudizio per l’ex amministratore cilentano; per l’imprenditore capaccese Roberto Squecco, difeso dagli avvocati Vincenzo Spadafora e Mario Turi; per l’ex moglie Stefania Nobili, unica indagata a piede libero, difesa dal legale Riziero Angeletti; per l’addetto al cimitero Michele Pecora, difeso dall’avvocato Francesco Raeli; per l’agente della municipale Antonio Bernardi, difeso anch’egli da Spadafora e Turi; e per Domenico De Cesare, membro del gruppo di Baronissi, difeso dall’avvocato Pierluigi Spadafora. Per tutti l’accusa è di voto di scambio politico-mafioso. Per Bernardi e Pecora il capo d’imputazione comprende anche tentata estorsione e rapina in concorso aggravata dal metodo mafioso. Accolta dunque la richiesta dei pm Elena Guarino e Carlo Rinaldi, che avevano chiesto al Gup il rinvio a giudizio dopo i fatti risalenti alle elezioni comunali del 2019, quando Squecco avrebbe promesso – secondo quanto emerge dalle intercettazioni – voti all’allora candidato sindaco Alfieri in cambio della salvaguardia del lido Kennedy, a rischio abbattimento. In gioco vi era anche la candidatura di Nobili, risultata poi la più votata alle elezioni amministrative. Nel corso dell’udienza preliminare sono state discusse anche due richieste di patteggiamento: Antonio Cosentino, altro esponente del gruppo di Baronissi, difeso dall’avvocato Antonio Mondelli, è stato condannato a quattro anni; mentre il “collega” Vincenzo De Cesare, difeso dall’avvocato Vincenzo Spadafora, è stato condannato a due anni e due mesi. Gli imputati dovranno comparire per la prima volta il prossimo 6 maggio dinanzi al giudice monocratico della terza sezione penale del Tribunale di Salerno, la dottoressa Gabriella Passaro. Le dichiarazioni. «Prendiamo atto della decisione del Gup che ha condannato Cosentino a quattro anni. Lo avevamo già detto: era ed è un processo difficile che si basa su intercettazioni che, a parere della difesa, possono essere interpretate in maniera diversa. Abbiamo fornito un’ipotesi alternativa che il giudice ha deciso di non tenere in considerazione. Ora aspettiamo le motivazioni: il giudice dovrà spiegare perché ha ritenuto Cosentino responsabile del delitto a lui ascritto e successivamente faremo le nostre valutazioni nell’interesse del nostro assistito», ha dichiarato l’avvocato Mondelli. «La dottoressa Cavasino, all’esito dell’udienza preliminare, ha disposto il rinvio a giudizio per tutti gli imputati nell’ambito del processo a carico di Alfieri, Squecco, Bernardi ed altri. La prosecuzione del processo è fissata al 6 maggio dinanzi al giudice monocratico della terza sezione penale, presieduta dalla dottoressa Passaro», ha spiegato l’avvocato Vincenzo Spadafora. Parti offese nell’ambito del processo sono Michele Squillante, membro del gruppo di Baronissi; Franco Alfieri, nei cui confronti il clan stava architettando un agguato; e Angelo Genovese. I fatti. Nel 2019 Alfieri si candida a sindaco di Capaccio Paestum, dopo l’esperienza nella vicina Agropoli. Per garantirsi, secondo l’accusa, una vittoria schiacciante, avrebbe stretto un accordo con Roberto Squecco, titolare di un’agenzia funebre e del lido Kennedy: voti in cambio della salvaguardia dello stabilimento e della candidatura della sua ex moglie, Stefania Nobili. I rapporti tra l’amministratore e l’imprenditore si incrinano quando Alfieri dispone l’abbattimento del lido Kennedy. A quel punto, Squecco si sarebbe rivolto al gruppo di Baronissi con un unico obiettivo: uccidere Alfieri. I tre si attivano immediatamente, arrivando a pianificare un attentato che, tuttavia, non verrà portato a termine.In questo contesto entra in gioco l’agente della polizia municipale Antonio Bernardi, che avrebbe fatto da tramite per le minacce che Squecco intendeva recapitare ad Alfieri, con l’aiuto di Michele Pecora. I due avrebbero avvicinato l’assessore Mariarosaria Picariello – inizialmente vicina ad Alfieri e oggi esponente di Forza Italia – la cui posizione è stata successivamente archiviata. L’attentato, studiato nei minimi dettagli attraverso sopralluoghi e analisi delle mappe, non sarebbe stato eseguito per il mancato accordo con i tre soggetti ai quali, sulla base delle intercettazioni raccolte dalla Dia e dalla Dda di Salerno, viene contestato il possesso di esplosivi e di armi, sia da guerra sia comuni da sparo, tra cui una mitraglietta Uzi e un Kalashnikov. N el corso delle indagini sono stati inoltre raccolti gravi indizi di colpevolezza, ritenuti tali dal gip, in ordine al reato di tentato omicidio contestato a Domenico De Cesare nei confronti di Angelo Genovese, esponente dell’omonimo gruppo operante tra Baronissi e le aree limitrofe. Il movente sarebbe riconducibile a una tentata estorsione che lo stesso Genovese avrebbe posto in essere nei confronti di De Cesare.

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La morte di Umberto Bossi sui media internazionali

Anche i media internazionali danno spazio, nelle versioni online, alla notizia della scomparsa di Umberto Bossi. I maggiori quotidiani d’Europa ne ricordano la storia e il ruolo nel panorama politico nazionale degli ultimi 45 anni.

La morte di Umberto Bossi sui media internazionali
La morte di Umberto Bossi sui media internazionali
La morte di Umberto Bossi sui media internazionali
La morte di Umberto Bossi sui media internazionali
La morte di Umberto Bossi sui media internazionali
La morte di Umberto Bossi sui media internazionali

Da Le Monde a El Pais, come l’estero ha raccontato la scomparsa del Senatur

Il francese Le Monde sottolinea che «riuscì a trasformare il suo piccolo partito regionale in un attore di primo piano della politica italiana, prima di essere travolto da problemi di salute e da uno scandalo di corruzione». Anche Le Parisien ha dato spazio alla notizia, ricordando che «questo caro amico di Silvio Berlusconi ha ricoperto diversi incarichi ministeriali negli anni 2000». Lo spagnolo El Pais ricorda invece il Senatur come una «figura trainante del nazionalismo nel Nord Italia capace di rivoluzionare la politica del paese negli Anni 90 con un partito anti-establishment che è poi diventato il più vecchio». Sempre dalla Spagna, El Mundo ha definito Bossi «una delle figure più importanti e al contempo controverse della politica italiana negli ultimi quattro decenni». Così invece il tedesco Der Spiegel: «Per anni è stato considerato una figura di spicco della destra nella politica italiana e uno stretto collaboratore di Silvio Berlusconi. Nel Nord Italia, Bossi ha goduto per un certo periodo di notevole successo grazie alle sue critiche al centralismo italiano e alle sue invettive, a volte veementi, contro il Sud». Anche il Die Welt ha ricordato l’amicizia con il Cavaliere e i suoi ruoli nel Parlamento italiano ed europeo.

De Biase: De Luca? Minestra riscaldata

di Mario Rinaldi

 

 

I principali interessi, in questo momento, sono l’amore per la terra e godersi la pensione. Tuttavia, se l’ex sindaco di Salerno, Mario De Biase, viene contattato per dire la sua sull’attuale situazione politica, non è certo il tipo da tirarsi indietro. E a certe domande risponde in modo schietto e diretto, senza peli sulla lingua. Anche se qualche sua affermazione potesse mostrarsi scomoda tale da farsi qualche nemico. E lui, che ha frequentato e conosce bene Palazzo di Città, in quanto primo cittadino dal 2001 al 2006, di nemici ne avrà avuti tanti. Ex delfino di Vincenzo De Luca, nei confronti del quale oggi mostra una certa avversità. Di natura politica, ma comunque una avversità, per restare in una forma di termini accettabili e rispettabili. Ma vediamo come la pensa l’ex sindaco sulle elezioni del prossimo maggio a Salerno.

De Luca torna in campo per il quinto mandato. Le sue impressioni.

“La solita minestra riscaldata, che sa di stantio. Cosa vuole che le dica? Non ho altro da aggiungere al riguardo in merito a questa domanda”.

Come ha giudicato le dimissioni di Napoli?

“Squallide e gravi, per un semplice motivo. Innanzitutto era un piano ben congeniato sin dal principio e poi Napoli è uno dei pochi, se non l’unico che non si ripresenterà come candidato.  Qualcuno può venirci a spiegare spiega perché gran parte degli attuali consiglieri e assessori sono tutti candidati, se non per qualche eccezioni di new entry come Savastano? Mi sono scocciato di sentir dire che il sindaco dimissionario è una persona per bene, è un bravo uomo ecc. Per carità, nulla contro la persona, ma in politica sono altri i giudizi che bisogna attribuire all’operato di un amministratore pubblico. Con queste dimissioni si è mortificato un istituto democratico, che fino a prova contraria avremo in questo Paese ancora per poco, fino a quando il numero di votanti scenderà al 30/40%, per cui non si potrà nemmeno parlare più di democrazia”.

Di cosa ha bisogno questa città oggi?

“Ha bisogno di entusiasmo, di passione di voglia di futuro, di dialettica culturale e politica. In poche parole ha bisogno di rompere gli schemi. Soprattutto bisognerebbe ridare onore e dignità ai dipendenti comunali, perché negli anni si è assistito ad una mortificazione della macchina amministrativa. Bisogna pensare di investire in innovazione, con l’utilizzo cosciente dell’intelligenza artificiale. Ad esempio, Salerno è diventata una città tra le più attrattive a livello turistico. Però, si tratta di un turismo gestito per la maggior parte dai privati, che per un certo aspetto potrebbe andare anche bene. Ma è pur sempre importante che possa esserci una guida politica che detta le modalità di gestione del turismo e di ogni settore che porti benessere e progresso sociale ed economico. E poi una cosa lasciatemela dire. In questa città  i cittadini hanno sviluppato un terrore a muoversi, hanno paura di mettersi in macchina. Una soluzione potrebbe essere quella di impedire di far arrivare le macchine a Salerno. Come? Ad esempio concedendo gli spostamenti in metropolitana in forma gratuita per tutti i residenti”.

Il campo largo è alla ricerca di un candidato sindaco. Armando Zambrano o Alberto Di Lorenzo, chi potrebbe essere la figura più indicata?

“Nessuno dei due. Secondo il mio modesto parere sono estremamente contrario a buttare nella mischia della battaglia elettorale coloro che vengono configurati come tecnici. Zambrano e Di Lorenzo potrebbero assumere il ruolo di consulenti tecnici per l’ente, ma non stare alla guida del governo cittadino. Tra l’altro Di Lorenzo si è “appropriato” di lavori non suoi, ma realizzati da un team composto da Lorenzo Criscuolo, Matteo Basile, Mimmo Barletta, Elvira Cantarella e altri. Di Lorenzo era solo il geometra delle manutenzioni. Inoltre, credo che l’impegno di queste persone deve essere solo ed esclusivamente mirato nelle professioni di loro competenza”.

E quindi? Chi schierare?

“Innanzitutto c’è bisogno di mantenere i simboli dei partiti per dare chiarezza alla battaglia culturale e politica. L’unica figura che attualmente potrebbe far bene al cosiddetto campo largo è quella di Franco Mari. E’ molto intrigante anche la proposta di Celano di abbandonare tutti i simboli e schierare gli uomini, andando oltre le bandiere e i partiti. In questa idea di Celano un possibile candidato sindaco potrebbe essere Guido Milanese, persona per bene, non faziosa, competente, in grado di avere una identità politica e di non rifugiarsi dietro paravento del tecnico. Tuttavia, sono soltanto ipotesi utopiche. Altra idea sarebbe quella di candidare una figura come Franco Picarone, uomo del PD che metterebbe un po’ tutti d’accordo: ma per farlo dovrebbero legare o sequestrare De Luca: quindi altra utopia. Ad ogni modo il campo largo dovrebbe avere il coraggio di presentarsi con tutti i simboli dei partiti, sia di destra che di sinistra, per mantenere ciascuno la propria identità e uniti da un obiettivo comune: rinnovare la politica a Salerno”.

In questi anni la maggioranza di governo Cittadino non ha mai avuto una vera opposizione. Le sue impressioni.

“E’ praticamente da sempre che non c’è una opposizione a Salerno. Sono anni che vedo solo una palude. L’unico interesse di questa pletora di consiglieri e assessori sono stati e sono tuttora i lauti gettoni di presenza. C’era addirittura chi partecipava a 3-4 commissioni al giorno. Qualcuno si è addirittura inventato la creazione di una ditta propria per figurare come dipendente ed ottenere anche il rimborso per questo aspetto. Siamo al limite della corruzione. L’ente in questi anni è stato eterodiretto da due tre persone che hanno anche delegittimato il ruolo del sindaco Enzo Napoli”.

I beni comunali, secondo molti, sono stati dati in affidamento ad associazioni solo perché legati da rapporti di amicizia con l’allora Sindaco. Qual è la sua opinione in merito?

“Questo è un tema serio. Secondo me, in questo settore c’è bisogno di un intervento dei privati con obblighi e contropartite chiare, presentate alla luce del sole, attraverso dei controlli. Faccio un esempio: se un privato gestisce un chiosco in una villa comunale cosa offre in cambio all’amministrazione? Dovrebbe offrire la gestione, la cura del verde, la manutenzione e via discorrendo. Il tutto eseguito con logiche chiare. Questa potrebbe essere una via da percorrere”.

Un’ultima battuta: il pronostico su queste elezioni.

“De Luca allo stato attuale è già sindaco di Salerno. Però in politica tutto è possibile, magari con la speranza di chi vorrebbe far valere quel senso di entusiasmo, di passione e di voglia di futuro di cui ho parlato prima”. Una chiusura in stile De Biase, condita da una speranza per il bene dei cittadini di Salerno.

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Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari

Poche ore all’apertura delle urne referendarie. «Sia il vostro parlare: “Sì, sì, No, no”; il di più viene dal Maligno» (Mt 5,37). Il campo largo ha scelto di opporsi alla riforma Nordio in maniera netta, con l’eccezione di Matteo Renzi che un po’ ha detto e un po’ non ha detto. In ogni caso anche la sua è sembrata una posizione strumentale, finalizzata perlopiù a non farsi cacciare dal campo largo nel quale è faticosamente rientrato. 

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Una vittoria del No non eliminerà i problemi del centrosinistra

Il centrosinistra scommette sulla vittoria del No e ha stimolato l’elettorato puntando sulla difesa strenua della Costituzione, della democrazia, dell’indipendenza della magistratura, sotto attacco dei soliti fascisti al governo. Bon. Magari l’emotività premierà il fronte del No e dunque vincerà chi si oppone alla separazione delle carriere dei magistrati, all’introduzione dei due Csm e dell’Alta Corte disciplinare. In quel caso il centrosinistra uscirà rinvigorito dal referendum, giusto in tempo per iniziare la campagna elettorale per le elezioni politiche del 2027. I problemi non mancano, tuttavia. Al campo largo serve un leader che oggi non c’è ed è in corso tutto un dibattito per capire come individuarlo. Renzi ora spinge per fare le primarie, dice che è arrivato il momento di scegliere. Da lunedì sarà il nuovo argomento di discussione preferito del centrosinistra, con sfumature diverse a seconda di come andrà il risultato referendario. In più, sempre alla voce problemi da non sottovalutare, c’è la possibilità che il centrosinistra, in caso di vittoria, sovrastimi il risultato, dando per conquistate le elezioni dell’anno prossimo. Qualora vincesse il No infatti avrebbe già pronto il copione: Giorgia Meloni è lontana dagli interessi reali degli italiani, che non vogliono più questa maggioranza. Vedete? Il risultato del referendum sta lì a dimostrarlo. 

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari
Elly Schlein e Giusepep Conte (Imagoeconomica).

Schlein spera in una blindatura, almeno fino alle Politiche

Il centrosinistra coglierebbe una vittoria del No come un avviso di sfratto per il governo. Il che prolungherebbe la vita politica dei leader del campo largo, a cominciare da Elly Schlein. Giuseppe Conte, figurarsi, governa apparentemente senza alternative, l’unica sfidante è Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, la cui opposizione al contismo è velleitaria.

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Nel caso del Pd è già diverso; Schlein in questi tre anni di pace forzata ha accumulato sostenitori improbabili (Stefano Bonaccini), ma anche un certo numero di riformisti (Eugenio Giani li chiama sprezzantemente «radicali») pronti per l’eventuale inciampo. Un’eventuale vittoria referendaria allungherebbe il contratto politico dentro il Pd almeno fino alle elezioni dell’anno prossimo. Sarebbe dunque garanzia per Schlein che il suo posto è intoccabile, almeno finora. Forse qualche riformista più pragmatico spera proprio che vada così; che Schlein vinca il referendum per restare in sella almeno fino alle Politiche e poi, eventualmente, essere sconfitta da Meloni, leader indiscussa del destra-centro.

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Se vincesse il Sì, potrebbe tornare la voglia di un Papa straniero

E se il campo largo dovesse perdere? Nessuno si dimetterebbe, ovvio. Anche perché a parte Renzi, Schlein non chiede le dimissioni di Meloni in caso di sconfitta. Il centrosinistra in ogni caso non sembra pronto per questa eventualità, quasi che dia per scontata la vittoria. Il problema della leadership resterebbe lo stesso; è imprescindibile infatti la ricerca di un nuovo capo. A quel punto però il centrosinistra avrebbe bisogno di un nuovo tono oltre che di un nuovo leader. E magari a qualcuno verrebbe la voglia di proporre un altro Papa straniero, un possibile leader esterno ai partiti e alla politica tradizionale. D’altronde, se l’unione di tanti cervelli politicamente impegnati non fa la forza, meglio andare altrove, meglio scegliere chi risponde pienamente allo spirito dei tempi. Siamo sicuri che da qualche parte, nella sua officina trasformata in ufficio, Dario Franceschini stia pensando a qualcosa. Perché non di sola Silvia Salis può vivere l’alternativa agli attuali dirigenti del centrosinistra. 

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari
Silvia Salis (Imagoeconomica).

Perché i Cattolici sono per il NO

Michelangelo Russo

La carrellata di mezze figure che in questi giorni si sbraccia per il SI al Referendum pur di avere il suo quarto d’ora di gloria, fa da siparietto alla propaganda con cui la Destra tenta di spingere l’affluenza alla consultazione del 22 marzo, convinta che la campagna di stile Trumpiano, fatta di insulti e menzogne, solo così potrà spuntarla. La Destra si guarda bene dall’accennare allo straordinario messaggio che arriva invece dalla Conferenza Episcopale Italiana, rappresentata dal Cardinale Zuppi, il missionario dei poveri, e dal suo Vice Monsignor Francesco Savino. Che, all’ultimo, ha rinunziato alla sua presenza al raduno finale, indetto per il NO referendario, da Magistratura Democratica alla vigilia del voto. Troppa violenza, evidentemente, nei messaggi mediatici aggressivi della Destra più estremista. Ma è stato meglio così. Perché il messaggio di Monsignor Savino ha acquistato, con la mitezza sofferta della rinunzia alla presenza fisica, ancora più forza. Il messaggio, inequivocabile è potente, è stata l’adesione al NO referendario con una sentenza senza appello. “Sia rispettato l’equilibrio tra i Poteri dello Stato!” Cioè, la Riforma della Giustizia, così com’è, chiaramente scardina l’equilibrio costituzionale dei Poteri, a tutto ed esclusivo vantaggio del Potere Esecutivo. Questo è il pensiero della Chiesa di Papa Francesco, di cui Zuppi, e Savino, sono gli interpreti e continuatori, più fedeli. Che cosa avrebbe detto Francesco, se fosse ancora, vivo, tra noi? Avrebbe parlato certamente, con il silenzio, sull’argomento specifico. Ma i silenzi dei Papi, che sono sempre sonori, non sono mai sibillini. Parlano attraverso allusioni, con rimandi impliciti all’anima del Cristianesimo. Che ruota intorno alla vita e al martirio di Gesù Cristo! Papa Francesco avrebbe parlato, forse (o senza forse) della Crocefissione di Gesù, e dell’infamia del più orrendo crimine commesso ai danni di un uomo giusto: la crocefissione di un innocente per biechi motivi politici ed economici. Da parte dell’infame, orrendo, Sinedrio che governava la Palestina. Che era in pratica il vero governo politico ed economico di una terra dove il Re, Erode, era solo un pupo nelle mani dell’oligarchia politica rappresentata dal Sinedrio. Il Sinedrio aveva la giurisdizione sul popolo: assommava il potere religioso, e quindi ideologico, con il potere giudiziario. Ma come era composto il Sinedrio? Accanto ai sacerdoti, detentori dell’ideologia, sedevano i membri del potere economico rappresentati dalle famiglie più ricche e potenti. Questo era il Tribunale che processò Gesù Cristo! Potevano forse accettare che se ne andasse libero a predicare l’uguaglianza di tutti gli uomini tra loro, in armonia, fratellanza e giustizia? Certo che non potevano! E così il Sinedrio lo mandò a morte, nell’ignavia di Pilato e con la complicità del Re fantoccio Erode, timoroso del potere del Sinedrio. Gesù pericoloso, perché aveva impedito la lapidazione di Maria Maddalena da parte di una masnada di popolani indottrinati dall’ideologia della morale comune imposta dal Sinedrio. La giustizia di Gesù è priva di pregiudizi, che sono la corazza comoda dei potenti verso tutti i diversi, e gli umili, e i dissenzienti. E la donna, per Gesù, è uguale all’uomo. E’ l’altra metà del cielo. E Maria Maddalena, la peccatrice, l’adultera, diventa, con Maria Vergine, il pilastro della visione universalistica e redentrice del Cristianesimo. Dall’ingiustizia somma della Crocefissione parte il messaggio eterno della speranza dell’avvento, già prima in terra che in cielo, di una Giustizia vera che elimini le differenze tra classi sociali. Il messaggio evangelico bolla come bestemmia la Giustizia dei potenti e dei ricchi. Nei secoli, la visione millenaria del Cattolicesimo si è affinata in contemporanea con l’evoluzione sociale, fino a coincidere, nel mondo secolare, con i principi essenziali della Democrazia moderna, che vuole l’equilibrio tra i Poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario. E la Chiesa Cattolica sa guardare lontano. E’ la sua vocazione esistenziale. Sa vedere i pericoli insiti nello squilibrio tra i poteri. Sa vedere gli inganni da cui spunta la coda del Diavolo. Il Diavolo è la tentazione insita nell’aspirazione al Potere assoluto. Un Potere senza Giudici. Lo stesso Potere del Sinedrio che mandò un uomo giusto, ma pericoloso per l’ingordigia dei potenti, alla croce sul Golgota. Si capisce, adesso, perché l’ossessiva campagna per il SI stia evitando in ogni modo, grazie al controllo massiccio della comunicazione, di parlare della posizione della Chiesa Cattolica. Ne hanno paura!

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