(Adnkronos) –
“Ho rischiato di morire sul set”. Elena Sofia Ricci ha messo a repentaglio la propria salute per il lavoro. Ospite oggi a Verissimo, l’attrice ha parlato per la prima volta pubblicamente della disavventura e della “bella lezione dalla vita”.
“Io ero abituata a lavorare qualsiasi cosa accadesse. Solo che nel 2021 ho avuto un problema molto grave alla colonna vertebrale, una cisti enorme. Stavo finendo paralizzata, ma dovevo finire la serie. Obbligavo il mio neurochirurgo a trovare una soluzione per farmi finire il set, lui mi diceva che ero una pazza”, ha raccontato. “Mi sono imbottita di tutti i farmaci possibili. L’ultimo giorno sono arrivata sul set che ero gialla. Ho finito le ultime scene e di corsa mi hanno portato in clinica, dove sono rimasta ricoverata per un mese. Per non bloccare la serie non mi sono operata come avrei dovuto e mi sono procurata tre ascessi al fegato. Stavo andando incontro a un importante attacco di setticemia”, ha spiegato Ricci.
Un’esperienza che l’ha segnata profondamente, che ha rappresentato un punto di svolta nella sua vita: “Io stavo mettendo avanti tutto a me stessa, anche la mia salute. È stato un punto di non ritorno”. L’attrice è riuscita a superare il grave problema di salute: “Mi sono fatta un mese con tre flebo al giorno, poi sono guarita, mi sono operata alla schiena e ora sto bene. La vita mi ha dato una bella lezione. Il corpo parla sempre e se tu non lo ascolti non va bene”.
(Adnkronos) – Il presidente di Israele Isaac Herzog ha affidato ufficialmente oggi, domenica 8 novembre, al leader del partito Yashar, Gadi Eisenkot, l’incarico di formare il prossimo governo nel corso di una cerimonia presso la residenza presidenziale.
“Mi aspetto che facciate tutto ciò che è in vostro potere per costituire un governo che sia al servizio dell’intera nazione”, ha sottolineato Herzog durante la cerimonia ufficiale presso la residenza presidenziale. “Mi auguro con tutto il cuore che il governo che verrà formato possa favorire l’unità, il dialogo e la riconciliazione tra tutte le componenti della nazione”, ha aggiunto il presidente israeliano.
“Sono impegnato, forte del mandato che mi è stato conferito oggi, a guidare la formazione di un governo nazionale di emergenza” dice il leader del partito Yashar, Gadi Eisenkot. “Saranno necessarie iniziative politiche creative e straordinarie. Israele non può permettersi di perdere tempo né di ripetere interminabili tornate elettorali”. “Sono qui oggi con un profondo senso del dovere e con la piena consapevolezza della grande responsabilità e del peso che gravano sulle mie spalle. Davanti a me e nei miei pensieri ci sono tutti i cittadini di Israele”, sottolinea l’ex capo di Stato Maggiore, aggiungendo che Israele “sta attraversando un periodo di emergenza difficile e decisivo per il proprio destino. I fronti di guerra restano aperti e allo stesso tempo, ci troviamo nel mezzo di una devastante crisi diplomatica”.
Il leader di Yashar, Gadi Eisenkot, e il leader di Yisrael Beytenu, Avigdor Lieberman, dovrebbero incontrarsi domani nel tentativo di risolvere i contrasti sulla formazione di un nuovo governo e coordinare l’agenda parlamentare del cosiddetto “blocco del cambiamento”. E’ quanto riferiscono i media israeliani. Eisenkot dovrebbe inoltre incontrare nel corso della giornata Naftali Bennett, leader di B’Yachad.
Il principale punto di disaccordo tra i leader di Yisrael Beytenu e Yashar riguarda il fatto che Lieberman ha escluso esplicitamente il sostegno a qualsiasi governo di minoranza o a un esecutivo che dipenda dai partiti guidati da esponenti arabi. Questa posizione restringe notevolmente le possibilità di Eisenkot di ottenere il sostegno parlamentare necessario. Lieberman ha invece manifestato la disponibilità a negoziare con i partiti ultraortodossi, rompendo con la sua storica opposizione a qualsiasi forma di collaborazione con loro. Ha inoltre lasciato intendere che alcuni parlamentari del Likud potrebbero abbandonare il blocco di Netanyahu.
Questa apparente inversione di posizione sulla questione degli ultraortodossi ha suscitato critiche e alimentato le accuse secondo cui Lieberman starebbe ostacolando gli sforzi di Eisenkot per ambizioni personali, con l’obiettivo di diventare primo ministro. Accuse che Liberman respinge.
(Adnkronos) – Convinti che abbia agito da solo, gli inquirenti polacchi stanno cercando di costruire un profilo psicologico e di individuare le motivazioni che hanno spinto ad agire l’uomo responsabile dell’attacco di Cracovia, dove ieri sei persone sono state uccise e 16 ferite sulla centrale Piazza del mercato a colpi di arma da fuoco (Guarda il filmato). Il ministro dell’Interno polacco, Marcin Kierwinski, ha avanzato alcune ipotesi, parlando di un uomo di idee ‘ultranazionaliste’. “Tutto sembra indicare che era affascinato dall’ideologia di estrema destra”, ha aggiunto.
Identificato dalla stampa come Michal Oksinski, è nato nel 2002 e viveva con i genitori e una sorella a Ostrowiec Swietokrzyski, a due ore da Cracovia. I corpi di questi ultimi sono stati trovati in un appartamento situato nel centro della cittadina: “Un uomo di 52 anni, una donna di 51 e una di 21. Si tratta dei genitori e della sorella del sospetto”, ha annunciato oggi la polizia, precisando che avevano ferite da colpi di arma da fuoco. L’aggressore non aveva precedenti penali. Frequentava con il padre un poligono di tiro.
Intorno alle 15 il sospetto ha raggiunto in auto la piazza centrale di Cracovia e ha sparato contro passanti, turisti e tassisti. La polizia è intervenuta dopo pochi minuti e ha iniziato a inseguire l’aggressore alla guida di una Subaru nera. A un incrocio, l’uomo si è scontrato con un veicolo fermo. In uniforme militare, mascherato, con elmetto e giubbotto tattico, è sceso dall’auto e ha esploso colpi di arma da fuoco con due poliziotti. Era armato con un fucile semiautomatico AR-15. I due agenti sono stati colpiti ma uno di loro, nonostante le ferite, è riuscito a neutralizzarlo. Sottoposto a un intervento chirurgico, l’uomo versava ancora questa mattina in condizioni critiche, secondo la portavoce della polizia.
“L’ultima volta che ci siamo visti è stata alla cerimonia di laurea, quando abbiamo ricevuto i diplomi e i risultati degli esami finali. Siamo tutti sotto choc, non me l’aspettavo”, ha dichiarato a Pol Sat un compagno di studi del ventiquattrenne autore dell’attentato di Cracovia. “Era un tipo particolare e lo dimostrava in qualche modo: aveva le unghie nere, faceva disegni di se stesso in classe, simboli di origine sconosciuta e svastiche. Nessuno poteva aspettarsi che facesse qualcosa del genere. Nessuno lo prendeva sul serio perché lui stesso ci rideva sopra”.
(Adnkronos) – “Ho vissuto una situazione crudele, alla quale ho deciso di reagire con forza”. Così Sabrina Salerno ha raccontato di aver ricevuto, la scorsa settimana, un messaggio sui social da parte di un utente che le avrebbe augurato la morte: “Muori di cancro”. Ospite oggi a Verissimo, la cantante ha spiegato di aver subito bloccato e segnalato il profilo: “Non ci ho pensato più, poi la mattina successiva mi sono confrontata con mio marito per chiedergli se fosse normale tutto questo. Essendo un personaggio pubblico, capisco che sia normale ricevere critiche, ma questa volta abbiamo pensato entrambi che fosse gravissimo”.
Salerno ha deciso così di approfondire la questione, ne ha parlato sui social con uno sfogo condiviso sul suo profilo e a Verissimo ha spiegato di aver cercato il soggetto che l’ha minacciata: “Ho visto che questa persona è un ingegnere e ha insegnato in un liceo scientifico”. La cantante ha sottolineato di essersi affidata al proprio avvocato, confrontandosi per due giorni per valutare come procedere: “Ho dato mandato, farò tutto il possibile affinché questa persona capisca quello che ha fatto e si prenda le sue responsabilità”. Per Salerno, quello che ha reso il messaggio ancora più doloroso è stato il riferimento “crudele” alla malattia: “Ho avuto una diagnosi di tumore al seno due anni fa. Questa persona ha rivoltato la mia paura contro di me”. Salerno ha infine raccontato di essere stata vittima di stalking in passato: “Nella vita ho avuto almeno 5 stalker, tra cui un avvocato e un fisico nucleare. Mi seguivano ovunque. Sono diventata paranoica, ora sono sempre sull’attenti”.
(Adnkronos) – “Il Conte Mascetti ha servito una vera e propria ‘supercazzola’ a Pistoia?”. E’ la domanda che si pone il Comune di Pistoia sulla propria pagina Facebook dopo la ‘zingarata’ in stile Amici Miei. Nel post, si cerca di risalire all’autore dello scherzo, un novello Conte Mascetti, il personaggio interpretato in maniera magistrale da Ugo Tognazzi nei film della celebre saga.
“Ancora non esiste una ‘rivendicazione ufficiale’ da parte degli autori di quello che può essere immaginato come uno scherzo perpetrato ai danni dei tanti cittadini che, nella Sala Maggiore del Comune” nella serata di sabato 7 novembre “alle 18 erano pronti per partecipare ad un incontro di presentazione di un libro scritto da Riccardo Minetti, presidente dell’Associazione fiorentina Conte Mascetti, in onore dell’immortale personaggio del film ‘Amici miei’ di Mario Monicelli”, la premessa. “L’autore e gli ‘amici suoi’ sembra che abbiano scelto una vera e propria strategia di marketing estremo, facendosi attendere inutilmente per mezz’ora, senza rispondere a nessuna delle tante telefonate fatte dall’organizzazione per avere notizie, né prima dell’evento, né durante, né dopo. Mentre attendiamo almeno una presa di posizione ufficiale, che sveli il succo dello scherzo, vogliamo omaggiare Riccardo Minetti e la sua associazione con un vero e proprio ‘chapeau’ per avere scelto, nel migliore (o peggiore) spirito di Amici Miei, di rinunciare a quella che si preannunciava come l’occasione per vendere molte copie del libro, pur di far parlare di sé”, prosegue il Comune. “Come diceva Oscar Wilde, “C’è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé”: ed in questo caso si è preferito raccogliere giudizi negativi piuttosto che dare seguito agli impegni presi. Questione di gusti!”.
(Adnkronos) – Proteste in Genoa-Milan. Oggi, domenica 8 novembre, il Grifone ha ospitato i rossoneri nell’undicesima giornata di Serie A, in una partita caratterizzata anche da un episodio arbitrale. Durante il primo tempo l’arbitro Massa ha annullato un gol alla squadra di De Rossi per fuorigioco di Osmajic.
Succede tutto al 33′, sul risultato di 0-2 per il Milan. Il Genoa, dopo un primo tempo estremamente difficile, è riuscito a riaprire la partita grazie al colpo di testa di Osmajic, bravo a capitalizzare la sponda di Vitinha e battere Maignan sul palo lontano. L’assistente però alza subito la bandierina e l’arbitro Massa ferma tutto per fuorigioco.
Il check del Var dura alcuni secondi, durante i quali i giocatori e la panchina del Genoa, con De Rossi in testa, protestano affermando la regolarità della rete. Le immagini però mostrano come Osmajic abbia mezzo piede oltre l’ultimo difensore del Milan, e il Var conferma quindi la decisione del campo.
(Adnkronos) – Una donna è stata uccisa a Palosco nel Bergamasco. L’omicidio, scoperto nella mattinata di oggi, domenica 8 novembre, in via Paolo VI, potrebbe risalire a qualche giorno fa. Sul posto sono intervenuti i carabinieri che hanno trattenuto uno dei figli della donna, sospettato per l’omicidio.
(Adnkronos) – “Ogni volta che vedo Barbara d’Urso mi viene voglia di riavere indietro Selvaggia Lucarelli”. Così Alan Friedman commenta la presenza della nuova giurata di Ballando con le Stelle, mettendola a confronto con la precedente giudice. Il giornalista statunitense, ospite oggi a Domenica In, ha espresso le sue perplessità a riguardo commentando il ruolo della conduttrice nel dance show di Rai1.
“Selvaggia Lucarelli è cattiva per professione, era cattiva, mi prendeva in giro e attacca tutti”, dice Friedman ricordando la sua partecipazione al programma. “Barbara d’Urso mi sembra un misunderstanding, non so se sta facendo il programma giusto per la sua carriera”, ha dichiarato Friedman. Dello stesso pensiero è Anna Pettinelli, anche lei ospite in studio: “Io penso che Barbara non abbia ancora trovato la chiave per fare Ballando con le Stelle. È una donna intelligente, si è portata su quella sedia una serie di trascorsi e non è serena. Per fare il giudice in quel programma bisogna essere sereni”.
La conduttrice radiofonica è stata interrotta da Rossella Erra, intervenuta per difendere d’Urso: “Vedete male, Barbara è molto serena, non ha sostituito nessuno. Si sono solo create delle dinamiche che la portano a comportarsi così. Si parla solo di lei da sei settimane”.
(Adnkronos) –
Massimiliano Allegri vede il bicchiere mezzo pieno. Oggi, domenica 8 novembre, il Napoli ha pareggiato per 1-1 contro la Lazio nel lunch match dell’undicesima giornata di campionato, tornando a fare punti, contro la capolista, dopo la sconfitta con la Juventus. “Devo ringraziare i ragazzi in campo perché hanno fatto una partita importante, non era facile dopo le sconfitte di Oporto e Torino”, ha detto Allegri nel post partita ai microfoni di Dazn, “anche nel primo tempo dove la Lazio spingeva tanto abbiamo fatto bene e nel secondo abbiamo avuto occasioni importanti. Durante la sosta recupereremo giocatori, ma la reazione di oggi è stata importante”.
Allegri predica calma: “Tutti i cross sono arrivati da sinistra, per questo ho invertito le mezzali per sfruttare gli inserimenti di McTominay sui cross di Lang. Bisogna continuare, niente è perduto. C’è tutto il tempo per risalire la classifica, ci sono momenti difficili all’interno della stagione e dobbiamo affrontarli con serenità, dando ordine alle cose”.
Poi il tecnico azzurro ha voluto lanciare un messaggio ai tifosi, che hanno contestato la squadra per gli ultimi risultati: “Quando la squadra vince siamo tutti bravi, quando perde meno. Ai tifosi posso dire che tutto quello che la squadra ha dare, sia a livello fisico che tecnico, lo dà, sono fiducioso che con ordine risaliremo la classifica. Io sto bene, fortunatamente ho passato pochi di questi periodi, ma in qualche modo, anche se siamo in un mare in tempesta, ma barca la riesco sempre a portare in porto. C’è bisogno di supporto verso i ragazzi”.
(Adnkronos) – Aggredito e picchiato violentemente da un branco, ora è in coma farmacologico. L’aggressione è avvenuta all’alba a Trani ai danni di un gestore di un locale di 55 anni. Le indagini, coordinate dalla procura locale, vengono condotte dai carabinieri.
Secondo quanto si apprende l’uomo è ricoverato all’ospedale ‘Bonomo’ di Andria. Avrebbe riportato un trauma cranico.
Uscire prima che comincino le domande, tornare quando la giornata di lavoro dovrebbe essere finita. Nel mezzo ci sono biblioteche, caffè, centri commerciali, parchi. In Cina anche la disoccupazione ha un orario d’ufficio: alcuni giovani rispettano gli orari di un impiego che hanno perso o non hanno mai avuto, senza comunicarlo alle famiglie. A casa, intanto, si può continuare a credere che tutto proceda come prima. È il cosiddetto fake commute, il pendolarismo simulato che permette di rimandare conversazioni difficili e conservare l’apparenza della stabilità.
Consigli sui luoghi gratuiti dove trascorrere la giornata
Il fenomeno sta emergendo in una fase di difficoltà per i giovani, preoccupati per il loro futuro a causa di una crescita economica che rallenta e per l’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione. Sui social cinesi circolano consigli sui luoghi gratuiti dove trascorrere la giornata dopo licenziamenti o dimissioni. Si confrontano orari delle biblioteche, collegamenti, possibilità di mangiare nei dintorni. Alcune guide prendono in considerazione persino i parcheggi. Il problema è trovare un posto dove poter restare a lungo senza consumare continuamente e senza dover giustificare la propria presenza. Le biblioteche offrono riparo, una postazione e il ritmo degli altri: studenti che preparano esami, persone che leggono, qualcuno che cerca lavoro. Gli spazi gratuiti permettono soprattutto di contenere le spese, mentre i risparmi diminuiscono.
In Cina aumenta il fenomeno dei fake commuter (foto Unsplash).
La finzione può richiedere piccoli accorgimenti quotidiani. C’è chi porta con sé il pranzo come si fa andando a scuola o in azienda, chi conserva partenze molto anticipate, chi evita le videochiamate dei genitori durante il presunto orario d’ufficio. Condividere la casa, come capita più spesso a una generazione che fatica a permettersi di comprare o affittare un’abitazione propria, obbliga a organizzare le assenze. Il momento di comunicare le dimissioni viene talvolta rinviato fino all’arrivo di un nuovo impiego. Il periodo senza lavoro scompare dal racconto della propria carriera.
La paura di aggiungere preoccupazioni ai propri genitori
Dietro queste precauzioni ci sono ragioni diverse. C’è la paura di essere rimproverati per aver rinunciato a un posto, oppure per averlo perso. C’è il timore di deludere dopo anni di studi, il desiderio di non aggiungere preoccupazioni ai genitori. Per molte famiglie cinesi, la stabilità resta il criterio con cui misurare una scelta professionale. Le collaborazioni intermittenti e il lavoro autonomo possono sembrare poco più di un’attesa, anche quando producono reddito. L’ufficio, l’orario e l’uscita quotidiana offrono una rassicurazione che un’attività svolta davanti al computer di casa fatica a garantire. Anche chi lavora può quindi sentire il bisogno di conservare i segni di un impiego tradizionale.
Pendolari verso il posto di lavoro (foto Unsplash).
Da questa esigenza è nato un piccolo mercato. A Pechino, Shenzhen, Shanghai e Hangzhou si affittano scrivanie pubblicizzate come postazioni dove «fingere di andare al lavoro». Una trentina di yuan al giorno è il prezzo ricorrente nelle offerte più economiche; in altri casi si arriva a 50 o 60, secondo la città e i servizi. Connessione internet, bevande, sale riunioni, qualche volta un pasto. Alcuni annunci aggiungono fotografie alla scrivania e promettono un capo che passa a controllare. Il cliente paga per entrare in un ambiente dal quale, fino a poco tempo prima, riceveva uno stipendio.
Negli uffici condivisi si possono scambiare contatti
L’ironia della formula copre anche necessità molto concrete. Le biblioteche richiedono silenzio, mentre un colloquio a distanza o una telefonata a un cliente hanno bisogno di uno spazio diverso. Negli uffici condivisi si possono scambiare contatti, parlare con persone nella stessa condizione, provare a costruire un’attività. Alcuni nascono dal riutilizzo di postazioni rimaste vuote in studi professionali e piccole aziende. Il pubblico comprende freelance, aspiranti imprenditori e lavoratori in transizione. La promessa di simulare una giornata produttiva finisce per vendere anche le condizioni necessarie a renderla tale. Resta una spesa da valutare quando manca un reddito. C’è chi preferisce la biblioteca proprio perché il prezzo di una scrivania, ripetuto per settimane, diventa un peso. E il segreto può aggiungere tensione a quella già prodotta dalla ricerca di lavoro. Ogni giornata fuori casa deve risultare plausibile, ogni domanda può costringere a inventare una risposta.
Giovani nel tragitto casa-lavoro (foto Unsplash).
Non esiste un conteggio nazionale dei fake commuter, anche se le testimonianze pubblicate su media (soprattutto locali) e social cinesi sono ormai molto numerose. I problemi di mancato lavoro hanno invece dimensioni precise. A settembre 2026 la disoccupazione urbana fra i 16 e i 24 anni, esclusi gli studenti, era al 18 per cento, mentre il tasso complessivo era del 5,2 per cento. Nel 2026 circa 12,7 milioni di diplomati e laureati cercano l’ingresso nel mondo del lavoro: il flusso di nuovi candidati incontra una creazione più lenta di impieghi qualificati, accentuando lo scarto fra competenze acquisite e richieste delle imprese. La crisi immobiliare, la prudenza delle famiglie e l’incertezza sui redditi hanno ulteriormente indebolito le aspettative. E, per una parte dei giovani, studiare e lavorare duramente non sembra più garantire il miglioramento sperimentato dalle generazioni precedenti.
La scelta dei giovani: ridurre ambizioni e consumi
Da qui una serie di tendenze emerse negli ultimi anni. Su tutte il tangping, lo “sdraiarsi” che accompagna la scelta di ridurre ambizioni e consumi, rinunciando all’ambiente lavorativo ultra competitivo magnificato dalle Big Tech cinesi. Chi simula il tragitto verso l’ufficio prende tempo continuando a mostrare di partecipare alla corsa. Questa fatica trova ora spazio anche nella cultura pop. La serie animata Yao–Chinese Folktales e il film Nobody affidano ai piccoli demoni, subordinati e marginali, una prospettiva solitamente riservata agli eroi.
In viaggio verso il (finto?) ufficio (foto Unsplash).
La canzone rap Guo Lai Ren, «chi ci è già passato», ha raccolto oltre 100 milioni di riproduzioni complessive sulle piattaforme. Realizzata con l’aiuto dell’intelligenza artificiale dal videomaker Wang Kunzhe, mette virtualmente al microfono figure storiche e mitologiche che raccontano sconfitte, precarietà e attese. Situazioni che molti giovani cinesi di oggi conoscono bene. Tanto da uscire di casa ogni giorno per fingere un tipo di vita che non stanno vivendo.
A novembre, per vedere George Michael, gli Stray Kids e Jovanotti non è necessario andare in uno stadio o in un palazzetto, basta acquistare un biglietto del cinema. La coincidenza delle tre uscite, dedicate a generazioni e pubblici che difficilmente si ritroverebbero sotto lo stesso palco, suggerisce qualcosa di interessante sul modo in cui nel 2026 si consuma la musica: anche la distanza dall’artista può diventare un prodotto, purché si trovi un formato adatto a venderlo. Ma che cosa si compara esattamente quando si va a vedere un concerto, o comunque la celebrazione di un’artista, al cinema: un’esperienza altrimenti inaccessibile, un’alternativa al live o un altro appuntamento da aggiungere alle spese della nostra passione?
Come un live, ma seduti in sala
Per capirlo analizziamo i tre prodotti più nel dettaglio. George Michael: The Faith Tour, in sala dal 6 novembre, recupera immagini girate in pellicola durante i leggendari concerti parigini del 1988. Il valore del prodotto è l’archivio: la rievocazione di un periodo magico (Faith è tuttora uno degli album più venduti di sempre) nella carriera di una delle più grandi popstar degli ultimi decenni.
Gli Stray Kids – fenomeni dell’ormai famigerato k-pop – portano invece sullo schermo, il 7 novembre, il loro mega-concerto dal Tokyo Dome, con una trasmissione in diretta e differite previste in alcuni territori. Si tratta della celebrazione in tempo reale dell’enorme capacità di attrazione del pop asiatico che ha ormai sostituito quello occidentale nella creazione di idoli per i giovanissimi.
Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti, in sala dal 26 novembre al 2 dicembre, è invece un documentario sulla carriera del cantante che forse più di tutti ha percorso gli ultimi decenni di musica italiana destreggiandosi sul crinale tra innovazione e tradizione. In questo caso non parliamo di un concerto ma di un film. Tuttavia il fatto che la pellicola entri ed esca dalle sale in una finestra temporale rapidissima (una settimana tra 26 novembre e 2 dicembre) contribuisce alla creazione di un effetto evento paragonabile a quello di un tour.
Un’alternativa ai costi proibitivi dei live
La distinzione tra i tre prodotti conta, soprattutto se si vuole capire dove finisce la genuinità dell’offerta culturale e dove comincia l’ennesimo giro alla cassa. Nel caso di George Michael, il valore del film è evidente: il cinema restituisce un’esibizione che nessuno potrà più vedere dal vivo e permette a chi allora non c’era di incontrarla in una forma diversa da quella disponibile online. Gli Stray Kids rappresentano l’altra possibilità: usare la sala per allargare la geografia di un concerto. Il palco rimane a Tokyo, il pubblico può trovarsi altrove. Jovanotti promette invece un accesso biografico, una conoscenza dell’artista che il posto sotto il palco non potrebbe garantire. Le tre produzioni tuttavia condividono una domanda suggestiva: e se il futuro della musica (come business) passasse (anche) dal cinema come luogo di fruizione intermedia tra salotto e concerto? Dopotutto il costo dei grandi live è sempre più proibitivo. Guardarsi un concerto al cinema potrebbe allora diventare un’alternativa interessante per chi non può permettersi biglietti dal costo stellare, a cui spesso si deve sommare il viaggio e una notte in albergo. Da questo punto di vista, la sala offre una possibilità concreta: distribuire su molti luoghi un’esperienza il cui accesso fisico rimane limitato. Una logica non troppo diversa sottintendeva già altri esperimenti in questo senso, approdati negli ultimi anni sulle piattaforme di streaming. Ricordiamo in ordine sparso: Homecoming di Beyoncé, che ha portato il suo concerto al Coachella su Netflix; Folklore: The Long Pond Studio Sessions di Taylor Swift e Happier Than Ever: A Love Letter to Los Angeles di Billie Eilish, entrambi approdati su Disney+, con esibizioni pensate appositamente per lo schermo.
La locandina di Homecoming di Beyoncè.
La trasformazione dei fandom in “comunità di senso”
La differenza è che in sala si acquista anche la possibilità di stare con altre persone che condividono la stessa passione. Il cinema offre a una comunità di fan uno spazio e un appuntamento: un’unità di tempo e di luogo dotata di un’ “aura” maggiore del consumo domestico. Un concerto in poltroncina è un “prodotto” che può avere un valore autonomo rispetto alla presenza dell’artista e rappresenta un’ulteriore conferma di una tendenza più ampia, ovvero quella della trasformazione dei fandom in “comunità di senso” sempre più autonome dall’oggetto del loro “culto”.
foto di Unsplash.
È solo un altro modo per spremere il pubblico?
Il rischio, se di rischio si può parlare, è che questa nuova modalità di fruizione dei live finisca – è anche questo è parte di un trend più generalizzato – per sancire una divisione sempre più netta basata sul portafoglio: la presenza fisica come esperienza premium sempre più costosa, la partecipazione a distanza come opzione cheap. Il cinema consentirebbe, in questo senso, di “spremere” anche quelle fette di pubblico che sempre più faticano a sostenere il costo dei concerti (consentendo viceversa di alzare ancora di più i biglietti per gli eletti). Il cinema può rendere accessibile un concerto lontano (Dirty Kids), dare nuova vita a un tour memorabile (George Michael), costruire un racconto intorno a un artista amatissimo (Jovanotti). Ma può anche essere semplicemente “sfruttato” per aggiungere una voce d’incasso alle spese di chi coltiva una passione.
Dai blindati ai missili antiaerei, dai camion ai droni armati. La Cina amplia le forniture militari all’Africa e occupa gli spazi aperti dalle difficoltà della Russia e dalla rottura dei rapporti tra i governi del Sahel e i partner dell’Occidente. Prezzi competitivi, equipaggiamenti più sofisticati e assistenza tecnica sostengono l’espansione di Pechino, che ha superato Mosca nelle consegne di grandi sistemi d’arma all’Africa subsahariana. Un risultato ottenuto mentre la guerra in Ucraina assorbe una parte delle disponibilità dell’industria militare russa.
Interrotta la cooperazione militare con la Francia
Il cambiamento emerge dagli arsenali di Mali e Burkina Faso. Come raccontato dal South China Morning Post, ad aprile quattro veicoli identificati come sistemi antiaerei cinesi Yitian-L sono comparsi in un convoglio maliano. Cinque mesi dopo, la presidenza del Burkina Faso ha diffuso immagini di una prova a fuoco e di un’ispezione degli equipaggiamenti. Nei filmati sono stati riconosciuti un radar mobile di sorveglianza e un lanciatore di missili terra-aria della famiglia Sky Dragon, prodotta dalla cinese Norinco. Entrambi i Paesi hanno interrotto la cooperazione militare con la Francia e subito restrizioni all’assistenza statunitense. Alla ricerca di sostegno contro le insurrezioni jihadiste, hanno affiancato al sostegno militare russo gli acquisti di equipaggiamenti cinesi.
Un lanciatore di missili terra-aria della famiglia Sky Dragon.
Tra il 2024 e il 2025 il Burkina Faso ha ricevuto anche mezzi cinesi per le operazioni terrestri: veicoli di supporto di fuoco, trasporto truppe, lanciarazzi e semoventi con cannone-mortaio. Ad agosto, la Costa d’Avorio ha mostrato droni armati Wing Loong II, acquistati da Catic, società statale cinese esportatrice di prodotti aeronautici. Sistemi avanzati affiancano così forniture più tradizionali, che secondo gli analisti rappresentano ancora la maggior parte delle consegne per volume.
Difesa aerea integrata, sorveglianza e sistemi d’attacco
La diffusione di radar, missili e apparecchiature per la guerra elettronica porta le aziende cinesi nella difesa aerea integrata, nella sorveglianza e nei sistemi d’attacco. D’altronde, diversi governi non riescono a ottenere dagli Stati Uniti o dall’Europa droni equivalenti a quelli cinesi. E all’offerta industriale delle aziende della Repubblica popolare si aggiunge la disponibilità politica a vendere a clienti dai quali i fornitori occidentali mantengono maggiori distanze.
Elicotteri della Catic, società statale cinese esportatrice di prodotti aeronautici (foto Ansa).
Secondo il Sipri, l’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma, nel quinquennio 2021-2025 la Cina ha fornito il 22 per cento delle importazioni di grandi sistemi d’arma dell’Africa subsahariana, raggiungendo 23 Stati. La Russia si è fermata al 12 per cento, la Turchia all’11. Sull’intero continente, compreso il Nord Africa, gli Stati Uniti restano primi con il 19 per cento, davanti a Pechino al 17 e a Mosca al 15. Alla diffusione delle forniture si aggiunge ora l’ampliamento dell’offerta verso sistemi più sofisticati. A vantaggio della Cina anche i costi d’acquisto più bassi e l’offerta di manutenzione, tanto che tra i clienti figurano anche Paesi che mantengono buone relazioni con Stati Uniti ed Europa.
Non solo armi: formazione di 6 mila soldati africani
Le vendite si inseriscono in una cooperazione militare più estesa. All’ultimo Forum Cina-Africa, Xi Jinping ha annunciato un miliardo di yuan di assistenza militare e la formazione di 6 mila militari africani. Esercitazioni, pattugliamenti e rapporti tra accademie accompagnano dunque gli acquisti degli armamenti. La base di Gibuti, aperta nel 2017 in posizione strategica vicina allo stretto di Bab el-Mandeb, sostiene la presenza navale cinese. La protezione di cittadini, cantieri e investimenti accresce intanto il peso della sicurezza nelle relazioni con il continente.
Xi Jinping durante il Forum di cooperazione Cina-Africa del 2024 (foto Ansa).
Sul piano economico, Pechino ha un peso assai rilevante in tutta l’Africa. Nel 2025, l’interscambio ha raggiunto 348 miliardi di dollari: 225 miliardi di esportazioni cinesi e 123 di acquisti dall’Africa. Alle richieste di riequilibrio, la Cina ha risposto estendendo dal primo maggio a 53 Paesi africani l’accesso a dazio zero, già concesso dal dicembre 2024 a 33 Paesi meno sviluppati. Resta escluso Eswatini, unico partner diplomatico africano rimasto a Taiwan.
Sul versante finanziario, Pechino ha però ridotto l’esposizione ai grandi prestiti sovrani. Nel 2024, Xi aveva annunciato un programma triennale da 360 miliardi di yuan, circa 50 miliardi di dollari, tra linee di credito, assistenza e investimenti. Le difficoltà di rimborso di diversi governi e le ristrutturazioni del debito hanno spinto verso operazioni più selettive, partecipazioni industriali e progetti di dimensioni contenute.
Restano strategiche le infrastrutture collegate alle risorse. Il rilancio della ferrovia Tanzania-Zambia, concordato nel 2025 per circa 1,4 miliardi di dollari, rafforza l’accesso del bacino minerario dell’Africa centrale all’Oceano Indiano. Rame, cobalto e litio alimentano la produzione di batterie e veicoli elettrici. L’Africa è anche un mercato per le tecnologie verdi su cui Xi punta per ri-orientare la crescita cinese. Per fare un esempio: secondo il centro studi britannico Ember, le importazioni africane di pannelli solari dalla Cina sono aumentate del 60 per cento nei 12 mesi fino a giugno 2025.
Un’esposizione di armi, con diversi modelli cinesi, in Sud Africa, a Pretoria (foto Ansa).
Reti mobili, centri dati e servizi cloud ampliano intanto la cooperazione digitale. A marzo, i colossi Huawei e Mtn hanno rinnovato gli accordi sull’ammodernamento delle infrastrutture. Alla cooperazione sulle reti si affianca quella sui sistemi militari, dove radar, droni e apparati di guerra elettronica richiedono assistenza tecnica e formazione continuative. Norinco ha già aperto un ufficio regionale a Dakar e un centro per riparazioni e ricambi in Nigeria. Tra le rotte delle materie prime e le nuove esigenze di sicurezza, Pechino occupa gli spazi lasciati vuoti da altri nella difesa degli Stati africani.
Nel reparto traslochi della Rai hanno inventato la formula scientifica dell’immunità. Se un disgraziato qualunque, privo di santi in paradiso, fa crollare lo share sotto il livello di guardia, viene rispedito a calci nei denti a curare l’archivio polveroso della sede regionale di Catania. Per chi invece ha la benedizione del potere, il flop pesante e la figuraccia planetaria diventano titoli di merito per agguantare un contratto d’oro a vita.
La fedeltà politica vince sulla legge dell’Auditel
I generali di TeleMeloni hanno trasformato i palinsesti in un reparto di rianimazione permanente per carriere fallite. Qui i fischi del pubblico sovrano che salda il canone vengono sistematicamente trattati come un fastidioso ronzio di zanzare estive. La legge del mercato e il rigore dei numeri dell’Auditel sono stati felicemente aboliti per fare spazio all’albero genealogico della fedeltà, creando una riserva indiana di sciamani del microfono che campano felicemente di aria fritta.
L’ex prete nell’aula giudiziaria della Santa Inquisizione
Il capobanda di questa setta di inamovibili è Pierluigi Diaco, il pettinatissimo chierichetto che ha ridotto lo studio pomeridiano di BellaMa’ su Rai 2 a una via di mezzo tra un confessionale pruriginoso e un’aula giudiziaria della Santa Inquisizione. L’ultima prodezza è stata il terzo grado claustrofobico contro Alberto Ravagnani, azzannato in diretta con un assedio verbale concentrato morbosamente su quello che l’ex prete influencer fa o non fa sotto le lenzuola.
Prendetevi qualche minuto per guardare la surreale intervista di Pierluigi Diaco ad Alberto Ravagnani Tutto ok?!
Ti interessa l’anima? Ma quando mai. Chiedere con l’insistenza di un testimone di Geova al citofono «sei attratto da uomini o donne?» ha fatto saltare i nervi persino a Milly Carlucci, scesa sul sentiero di guerra con l’accetta affilata per difendere il ballerino della sua scuderia a Ballando con le stelle. Uno scivolone da avanspettacolo che ha scatenato un terremoto deontologico, tirandosi dietro un esposto ufficiale al Codacons e all’Ordine dei giornalisti per violazione della privacy. Il web invoca l’esorcismo di massa, ma l’interrogatore del pomeriggio resta piantato nel suo daytime.
Visto che i vertici della stessa azienda non tutelano i volti del programma tv che più di tutti porta introiti pubblicitari alla Rai (dopo Sanremo), Carlucci ha fatto non bene, benissimo. Scendi dal piedistallo Diaco.#BallandoConLeStelle#bellaMapic.twitter.com/pXj6HRjIcE
Subito dietro staziona Antonino Monteleone, titolare del talk fantasma di Rai 3Filorosso, l’uomo che è riuscito nell’impresa titanica di far rimpiangere i documentari sulle formiche. Il paladino dello zero virgola ha prima guidato il fallimento, nato già sordo, de L’Altra Italia su Rai 2, e ora sprofonda al 2,1 per cento di share sul terzo canale con appena 287 mila spettatori. Un accanimento terapeutico costantemente surclassato dalla concorrenza.
Arianna Meloni col giornalista Antonino Monteleone (foto Imagoeconomica).
Cambiano i formati, ma non il conduttore amico Pino Insegno
Nella stessa galleria dei sopravvissuti siede Pino Insegno, il prezzemolino che, nonostante il sonoro flop de Il mercante in fiera, continua a gestire il preserale estivo di Reazione a Catena godendo della totale copertura dei piani alti. Nonostante il fuggi-fuggi generale dei telespettatori, i vertici preferiscono cambiare i formati, rimescolare le regole del quiz, piuttosto che sostituire il conduttore amico.
Pino Insegno con Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
A completare la cerchia degli intoccabili ci sono Roberto Inciocchi, passato direttamente dal microfono ravvicinato della premier durante la kermesse per il decennale di Fratelli d’Italia al suo Patù su Rai 2, che viaggia su ascolti stabilmente anemici ed è crollato all’1 per cento di share.
Paolo Corsini e Roberto Inciocchi.
Da non dimenticare Elenoire Casalegno (arruolata in quota Lega per la liaison con l’ex braccio destro del Capitano), che accumula strisce personali su più reti con Formidabile! su Rai 2 e Insieme, la forza che unisce su Rai 1 manco fossero figurine della Panini da scambiare nel cortile, trattando i dati d’ascolto come un dettaglio insignificante per collezionisti annoiati.
Elenoire Casalegno in uno scatto sui social (Instagram).
Disastro dei numeri e gaffe continue da manuale del trash
Ma il bello di questo ecosistema allo sfascio è che al disastro cronico dei numeri si è aggiunto un festival quotidiano di gaffe settimanali da manuale del trash. La palma del macabro spetta di diritto a Elisa Isoardi e alla redazione di Bar Centrale (dove Francesco Giubilei è finito a fare l’opinionista, per non farsi mancare nulla). Far trapelare sui social la foto della lavagna con il “toto-morti“, la lista nera dei ventidue personaggi famosi più anziani d’Italia pronti per il trapasso, è uno scivolone senza precedenti nella storia della televisione pubblica.
Nella redazione di Bar Centrale, il programma Rai di Elisa Isoardi, c’è spazio per il totomorte (dead pool). Daje a ride proprio. https://t.co/L02Lr3k0w7
Vedere l’ex Signora Salvini costretta a piangere in diretta e a telefonare a Lino Banfi per scusarsi di averlo messo in cima alla lista dei papabili morituri dà l’esatta misura del baratro culturale raggiunto.
Il commento di Elisa Isoardi dopo la figuraccia.
Non c’è tempo di riprendersi dal bollettino dei decessi annunciati che Caterina Balivo a La Volta Buona cala un micidiale tris d’assi. Prima è arrivato il blocco sul bollo auto gestito con toni entusiastici da propaganda. Dopo è toccato alla gaffe patriarcale rifilata ad Aurora Ramazzotti, con la padrona di casa che ha parlato di Goffredo Cerza dandogli del «mammo» solo perché fa il padre a Milano mentre la compagna suda sui tacchi a Ballando.
«Perché partecipare a Ballando ora? È il momento giusto e ho il compagno di ballo perfetto. Sto anche insegnando qualche passo a mio figlio…». Aurora Ramazzotti e Nikita Perotti in studio a commentare il trionfo nella prima puntata di #BallandoConLeStelle! #LVBpic.twitter.com/Yb6zrXgwpn
Infine il siparietto sul padel con Francesco Facchinetti, autore della massima misogina «l’uomo ci va per giocare, la donna pensa più a trovare…». Una frittata servita, digerita e trasformata in meme virale.
Francesco Facchinetti "l'uomo ama l'agonismo del padel mentre la donna che gioca pensa più a trovare…" e pestato il merdone "dobbiamo fare per forza il politicamente corretto?" secondo voi qs misogino per chi vota e perché proprio FdI e Giorgia Meloni?#Facchinetti#15ottobrepic.twitter.com/UjF87eoAta
A dare manforte al festival del cattivo gusto ci pensa infine il filosofo 81enne Stefano Zecchi a UnoMattina News, lanciandosi in un assolo anti-meridionalista: «Al Nord si vive di più perché c’è più cultura». Secondo questa “raffinata” teoria, la salute e la longevità dei cittadini meridionali non dipendono dai tagli selvaggi alla sanità, dal collasso cronico delle infrastrutture o dalle liste d’attesa infinite negli ospedali, ma unicamente da quanti libri di estetica si masticano tra una sfogliatella e l’altra.
Il palpabile imbarazzo nello studio di #unomattinanews non appena il prof. Stefano Zecchi dice che al nord l’aspettativa di vita è maggiore che al sud perché lì c’è “più cultura” pic.twitter.com/VW03ev76Qm
Uno sproloquio territoriale che chiude il quadro nel modo peggiore possibile, dimostrando come la tivù pubblica abbia smarrito non solo la bussola degli ascolti, ma anche il rispetto minimo per la dignità dei cittadini che la pagano.
Nei 35 anni della sua attività, dal 1989 al 2024, la Lydian Sound Orchestra ha avuto un ruolo di primo piano nel jazz italiano. Nel 2008 il suo fondatore e direttore, il vicentino Riccardo Brazzale, è stato votato compositore-arrangiatore dell’anno nel referendum Top Jazz della rivista Musica Jazz; nel 2016, 2018 e 2019 l’orchestra è stata premiata come miglior gruppo italiano dalla storica rivista. Il tutto contrappuntato da una folta discografia che parte da Melodius Thunk (1993), per arrivare a No Wrong Mistakes (2022) passando per Azurka (2003), Back to Da Capo (2008), The Lydian Trip (2009), Music for Lonely Souls (2016) We Resist! (2018), Mare 1519 (2019). In parallelo, scorrevano le edizioni di Vicenza Jazz – New Conversations, il festival di cui Brazzale firma la direzione artistica dalla prima edizione, svoltasi nel 1996: una rassegna che progressivamente ha infittito il dialogo con musiche solo apparentemente “altre”. E basti pensare alla presenza nelle varie edizioni di artisti comeBrad Mehldau, Uri Caine, quest’anno lo straordinario soprano canadese Barbara Hannigan, impegnata in un autore pure di confine come John Zorn, peraltro preceduto da uno dei guru della Nuova Musica come Olivier Messiaen.
Riccardo Brazzale e la Lydian New Call (da Fb).
La decostruzione aiuta a comprendere la tradizione
L’anno scorso Brazzale ha sciolto la Lydian e l’ha immediatamente ricostituita. Adesso si chiama Lydian New Call ed è composta da una dozzina di musicisti in gran parte fra i 30 e i 40 anni, di cui soltanto il tubista Glauco Benedetti e il chitarrista Marcello Abate provengono dalla vecchia formazione. Il primo cd della nuova band, registrato alla Casa del Jazz di Roma, s’intitolaInto the Blender ed è appena uscito per Parco della Musica Records, naturalmente disponibile anche su tutte le piattaforme streaming.
Il titolo contiene un’allusione e delinea un’idea sicuramente originale. L’allusione è a Into the Hot, il vecchio Lp di Gil Evans che conteneva, nascosti, tre brani di Cecil Taylor (Bulbs, Mixed, Pots: tre bulbi mescolati in un vaso). L’idea la spiega Brazzale nel booklet: i linguaggi moderni, anche d’avanguardia, sono nati nelle arti più di un secolo fa e da tempo stanno nei musei, dopo aver ricevuto l’aureola di una certa classicità. Per questo si possono mettere nel “frullatore” senza timore reverenziale. Brazzale chiama in causa Derrida, per ricordare che la decostruzione è anche un modo di comprendere la tradizione, e la copertina firmata da Veronica Organo, con il fiore dentro al frullatore, dice il resto. Molto di quello che si ascolta è farina del sacco del jazzista vicentino e di quattro membri del gruppo (Abate, Giulia Barba, Federica Michisanti e la cantante Gaia Mattiuzzi), e molto proviene da Ornette Coleman, Paul Motian, Thelonius Monk e Charlie Mingus. Ma anche dalla musica cosiddetta colta: Puccini, Bartók, Reich, non senza qualche allusione a Ives.
Bartók e Puccini diventano materiale di lavoro
Di fatto, il Novecento della musica non jazzistica non è un ospite occasionale, ma entra nella scrittura come materiale di lavoro. In Ur-Blues i nuclei tematici di WRU di Ornette Coleman vengono scomposti e ricomposti, e il procedimento rende questo brano altero e misterioso, sicuramente quello in cui l’azione del frullatore si avverte di più. Kótrab in the Blender parte da Bartók (nel titolo il nome del compositore ungherese è al contrario, come un tema retrogrado nella tradizione polifonica antica), ne usa le poliarmonie e le scale multiple e le riporta nei metodi di Mingus. Nel finale le armonie si sciolgono, aperte a sviluppi nuovi. Fra i pezzi più sorprendenti c’è Requiem for Our Mother, un canto funebre per la Terra offesa dall’uomo, la cui melodia principale deriva dal tema della viola nell’adagio centrale del brevissimo Requiem per coro e pochi strumenti di Puccini, scritto nel 1905 per il quarto anniversario della morte di Verdi. Brazzale ne conserva la semplicità di immediata forza emotiva, il risultato è notevole.
Un omaggio al minimalismo
Il minimalismo ottiene un omaggio dichiarato in OnPianoPhase, scritto da Abate per Steve Reich, oggi novantenne ancora in piena attività creativa: stratificazioni con minime varianti su un ritmo sghembo e quasi inquietante, con la chitarra che richiama il pop-rock e i contatti con il jazz che appaiono e svaniscono. E una “citazione” non banale in Repeatingdi Michisanti, un interludio che nasce da una rarefazione astratta e si accumula strumento per strumento. Anche Monk viene trattato senza inutile deferenza: in Evidence il rapporto tra suono e silenzio è rovesciato e manca ogni appoggio ritmico sul “battere”, per cui la batteria di Bernardo Guerra diventa protagonista decisiva.
Il disco si chiude sui due brani forse più significativi del progetto. Self Portrait in Three Colors di Mingus è l’omaggio alla tradizione del jazz. Il titolo rimanda all’incipit di Beneath the Underdog(«In other words, I am three», citato anche in epigrafe), e il pezzo viene eseguito come l’autore lo voleva, senza parti improvvisate, con tre esposizioni del tema in cui gli strumenti si intrecciano e si rispondono «quasi con timore reverenziale».
Chordially è invece l’ultima registrazione in studio di Monk, improvvisata al Black Lion di Londra il 15 novembre 1971: non un vero brano, ma una serie di accordi che furono il suo saluto musicale al mondo. La trascrizione orchestrata da Samuele Sgambaro, allievo di Brazzale al conservatorio di Castelfranco Veneto, la tratta come musica “pura”, da camera colta, alla maniera di Charles Ives. Le note sono tutte di Monk, tranne le ultime, che sono la firma di Riccardo Brazzale.
Il disco è una riflessione su ciò che chiamiamo Avanguardia
Into the Blender, insomma, si sottrae (anche virtuosisticamente, per certi aspetti) alle facili etichette. Solo una si può considerare esclusa dal progetto e dalla sua realizzazione: il “popular” nel senso deteriore del termine, quando diventa facile e superficiale ammiccamento. C’è invece una riflessione, allo stesso tempo storica e attuale, sul significato e la presenza di ciò che chiamiamo Avanguardia e sulla sua complessa, integrale molteplicità. Il tutto è esaltato dall’impeccabile qualità tecnica della formazione: suonano tutti molto bene, dai sassofoni di Manuel Caliumi, Giovanni Fochesato e Barba, alla tromba di Michele Tedesco e al basso tuba di Benedetti, tutto da ascoltare nel primo solo di Ur-Blues; dalla chitarra di Abate al vibrafono di Nazareno Caputo, dal violoncello di Salvatore Maiore al contrabbasso di Michisanti. Davvero interessante la voce solista di Mattiuzzi, che nell’aprire il discorso con Within my Flower, da Emily Dickinson, secondo scrittura modale ispirata a Paul Motian, delinea come meglio non si potrebbe l’originale cifra musicale ed espressiva che caratterizza tutto il progetto.
Trifone ardente. L’ex parlamentare leghista ‘Nuccio’ Altieri dopo solo 24 ore ha ritirato la sua candidatura alla presidenza di Anac, deliberata nell’ultimo Cdm insieme con quella di Giulio Centemero alla Consob. «Pur possedendo i requisiti e le competenze necessari per ricoprire l’incarico, dopo essermi confrontato con il presidente Meloni e i vicepresidenti Salvini e Tajani, ho deciso, per ragioni di opportunità politica, istituzionale e personale, di ritirare la mia disponibilità», ha scritto in una nota.
Giulio Centemero (Imagoeconomica).
Il muro delle opposizioni
Le opposizione in modo compatto avevano definito l’indicazione di Altieri «contraria alla legge», inviando una lettera ufficiale a Giorgia Meloni con la richiesta «di ritirare subito» una designazione che non rispondeva «ai massimi criteri di indipendenza e imparzialità». Nella missiva firmata da Pd, M5s, +Europa, Italia viva e Azione si chiedeva inoltre di «avviare un confronto istituzionale trasparente per individuare una figura di alto e indiscusso profilo istituzionale, a tutela della legalità e della trasparenza del Paese». Alla fine Palazzo Chigi, dopo una prima resistenza, ha dovuto prendere atto del ritiro di Trifone, ringraziandolo «per la disponibilità», e «apprezzando le valutazioni di opportunità politica che hanno portato a tale decisione».
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Le ragioni dell’incompatibilità di Altieri
Alla base della protesta delle opposizioni c’è il terzo comma dell’articolo 13 del decreto legislativo 150 del 27 ottobre 2009: «Il presidente e i componenti dell’Autorità non possono essere scelti tra persone che rivestano incarichi pubblici elettivi o cariche in partiti politici o in organizzazioni sindacali o che abbiano rivestito tali incarichi e cariche nei tre anni precedenti la nomina e, in ogni caso, non devono avere interessi di qualsiasi natura in conflitto con le funzioni dell’Autorità». Nel settembre 2024, però, la Lega aveva nominato Altieri responsabile nazionale del dipartimento Difesa, anche se fonti del partito di Salvini hanno precisato che Altieri non ha mai ricoperto l’incarico, perché comunicò subito ad Armando Siri l’indisponibilità, in quanto già componente del cda di Leonardo. E Siri, coordinatore dei dipartimenti, lo certificò in una lettera il 27 settembre, precisando che la delibera per il conferimento dell’incarico era «revocata a ogni effetto». Dunque, stando alla Lega, la sua candidatura era assolutamente regolare. Ma l’opposizione attacca anche su un altro punto. «Altieri presiede Fincantieri Infrastructure, una società pubblica che vive di appalti», ha sottolineato Bonelli. «Il controllore che viene dal controllato? Meloni dice che il governo l’ha fatto perché era nelle sue competenze. No, presidente: tra le sue competenze non c’è violare la legge». Sulla stessa linea il leader del M5s Giuseppe Conte – «La nomina di Altieri all’Anac non passerà, perché la legge richiede il voto favorevole dei 2/3 delle Commissioni parlamentari. E noi daremo battaglia!» – e la segretaria del Pd Elly Schlein che parla di «colpo di mano all’insegna dell’amichettismo» e di «scelta oscena». Ora la partita dell’Anac viene riaperta.
Al Mit e in via Bellerio si sentono ormai come nella Gracie Mansion, la residenza ufficiale del sindaco di New York Zohran Mamdani nell’Upper East Side di Manhattan. Tranquilli, nessun cortocircuito politico: si parla solo di comunicazione.
Un’operazione svecchiamento per attirare i nativi digitali
Matteo Salvini e la Lega sembrano infatti inseguire il modello del sindaco più ‘rosso’ d’America: dal simbolo dell’Alberto da Giussano stilizzato a un uso intensivo di Instagram e TikTok con format leggeri, quiz e giochi, meme e ironia. Un linguaggio più fresco che punta a parlare ai nativi digitali, sfruttando i trend social del momento, con tanto di audio e video virali. Insomma, la nuova ‘Bestia’ cerca elettori tra i giovani e tra chi non ha mai votato Lega con una comunicazione svecchiata e in linea con i tempi. Una svolta significativa che fa sembrare un po’ ‘boomer’ altri politici più tradizionali, come Antonio Tajani, oppure il leghista Luca Zaia, folgorato dai video realizzati l’intelligenza artificiale in cui appare insieme al leoncino di San Marco. Anche Giorgia Meloni, pur abile comunicatrice, sembra più tradizionalista rispetto al ‘nuovo’ Capitano social.
Lo scivolone su Riccione-Ceuta
Il tentativo di rinnovamento, però, non sempre finisce bene. E lo scivolone è sempre dietro l’angolo. Un post in particolare si è trasformato in un caso politico. Ad agosto il Comune di Riccione ha chiesto un risarcimento di un milione di euro per diffamazione dopo che la pagina della Lega aveva pubblicato il video di una spiaggia di Ceuta affollata di persone migranti, con scritto: «Pov (point of view, ndr): è il 2030, sei in spiaggia a Riccione e Matteo Salvini non è ministro dell’Interno».
Il giochino con «Salvini ruspantini»
Nei giorni ‘caldi’ della definizione della legge di bilancio, con le tensioni tra alleati e all’interno della Lega, la pagina del partito ha pubblicato un giochino di ‘doomscrolling’, ossia l’abitudine di fare scrolling alla ricerca di notizie negative, in cui venivano riprodotte le sagomine di Claudio Borghi (col simbolo no euro), Giuseppe Valditara (la scuola), Claudio Durigon (quota 64), Roberto Calderoli (autonomia) e Silvia Sardone (no islam) che si alternavano. Ma chi vince alla fine? «Salvini ruspantini».
Sono un must della pagina TikTok gli attacchi ai maranza, i video con gestacci, quelli contro i migranti o che prendono di mira Ilaria Salis. I comunicatori si sono spinti addirittura a rispolverare un vecchio tormentone di Alessandro Orlando, noto televenditore d’arte: «Mi dovete dare due milioni di euro, due milioni di euro cash».
Le stesse parole usate da Salvini in un video in cui illustra una galleria dell’Alta velocità. Una frase diventata virale sui social e per questo utilizzata anche negli uffici del Mit.
I nuovi contenuti potranno anche macinare visualizzazioni, ma non è detto che riescano a trasformarle in consensi, obiettivo primario di una Lega inchiodata al 5,4 per cento. Forse i meme di casa servono per contrastare quelli che prendono di mira il segretario, di cui la Rete è piena. Di sicuro non contribuiscono a dare affidabilità e serietà a un leader e a un partito in oggettiva difficoltà.
Un corto realizzato con AI propone uno scenario non nuovo ma abbastanza raro nella fantascienza, la vita a turni
Philip Jose Farmer ci ha scritto una serie di romanzi, ma nel suo mondo ogni persona poteva restare sveglia un giorno della settimana, ma era ibernata gli altri sei. Nel corto Five Years Awake, Five Years Apart, i creativi del Boutov Studio – unico nome legato a questo video – immaginano una colonia dove le persone restano ibernate cinque anni, lasciando ad altri il loro posto. Questo non impedisce a Clara e Thomas di costruire uno strano rapporto, fatto di lettere scritte per essere lette anni dopo, bigliettini, piccoli favori.
L'ambientazione del film è curiosa: siamo... - Leggi l'articolo
Un account Telegram riconducibile a Vladislav Pozdnyakov, fondatore del movimento Stato Maschile, ha negato qualsiasi coinvolgimento nelle minacce di attentati dinamitardi contro gli aerei in volo nei cieli d’Europa, affermando di non aver dal 2019 più legami col gruppo che, ha spiegato, nella sua forma originaria non esiste dal 2021.
La smentita: «Chi usa questo ‘marchio’ lo fa nel suo interesse»
Su Telegram, il presunto Pozdnyakov ha di fatto risposto a una domanda inviata dal servizio russo della BBC sulle responsabilità di Stato Maschile, movimento misogino, omofobo e razzista dichiarato nel 2021 organizzazione estremista e pertanto bandito dalla Russia. «Chiunque stia attualmente organizzando provocazioni nell’Ue in nome di questo ‘marchio’ agisce nel proprio interesse, semplicemente usando la bandiera di qualcun altro», ha scritto Pozdnyakov: «Non è che io provi particolare compassione per l’Europa, la sua sicurezza o la sua economia (in realtà, non me ne potrebbe importare di meno). Sto semplicemente rispondendo alla vostra domanda qui, pubblicamente». E poi: Se domani firmassero una lettera, diciamo, da parte di Vladimir Putin, cerchereste allora di contattare il nostro presidente per porgli la vostra stupida domanda?».
Dove eravamo rimasti? Il nuovo Report, in onda domenica su Rai3, riparte da Valter Lavitola. La prima puntata della nuova stagione del programma de-ranuccizzato, condotto da Claudia Di Pasquale e Daniele Piervincenzi, ha in scaletta anche un servizio sul faccendiere-bombarolo, protagonista della vicenda che ha portato alla defenestrazione di Sigfrido Ranucci.
Claudia De Pasquale, Paolo Corsini e Daniele Piervincenzi (Imagoeconomica).
Attesa per la prima puntata: si parlerà davvero di Lavitola?
A quanto apprende Lettera43, però, si tratta di poco più di uno specchietto per le allodole: il servizio infatti conterrà un paio di audio inviati da Valterino al giornalista Daniele Autieri, ma poi si concentrerà sui cantieri navali Vittoria. Potrebbe restare a bocca asciutta, quindi, chi si aspetta una bella auto-inchiesta su quello che è stato il giallo dell’estate: il rapporto tra Lavitola e Ranucci. Un rapporto che nessuno ha mai dimostrato abbia influito sulle inchieste della trasmissione, come hanno esplicitamente confermato alla presentazione di giovedì sia Di Pasquale e Autieri che lo stesso Paolo Corsini, direttore degli approfondimenti Rai, che ha motivato così la defenestrazione di Sigfrido: «La decisione è stata presa senza influenze esterne ma solo per motivi editoriali e organizzativi, affinché la redazione riprendesse a lavorare in un clima di serenità».
Paolo Corsini (Imagoeconomica).
A proposito di influenze, durante la presentazione Danilo Procaccianti e Daniele Autieri, difendendo il lavoro della squadra dopo «tutta la merda» che una certa stampa ha «buttato addosso» al cosiddetto «metodo Report», hanno ribadito di non aver mai subito pressioni da parte di Ranucci e di aver lavorato sempre in totale autonomia e indipendenza.
Ranucci defenestrato per la «serenità»della redazione
Dunque niente audit, comitati etici, provvedimenti giudiziari, rapporti inappropriati con colleghe, insomma nessuna traccia di tutto ciò che abbiamo letto per due mesi in centinaia di articoli: Ranucci ha pagato la «scarsa serenità» in redazione. Quella mancanza di serenità che è stata richiamata anche dalla giudice di Roma che ha detto “no” al reintegro del giornalista, motivando il rigetto del ricorso (anche) con un ruvido scambio di mail tra l’ex conduttore e Giorgio Mottola sulla proposta di riorganizzazione dell’inviato di Report respinta dall’ex conduttore.
Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica).
Che fine ha fatto Mottola?
A proposito di Mottola, ma che fine ha fatto? Lo storico volto della trasmissione, spesso ospite a Di Martedì e in giro per presentare il suo libro L’internazionale nera, non compare nella foto di gruppo né nello spot promozionale, e non si è visto in redazione.
Giorgio Mottola a Di Martedì.
Non manca poi qualche spunto di inconsapevole comicità, come l’annuncio di un sistema di fact-checking ispirato al giornalismo della tv pubblica svedese. In che consiste? E chi lo sa: del resto il fact checking lo fa (o dovrebbe fare) qualunque giornalista, a meno che non voglia correre il rischio di mandare in stampa, o in video, solenni castronerie. Italiane o svedesi che siano.
Climate action 100+ (Ca100+), la più grande iniziativa globale che riunisce oltre 600 investitori istituzionali sui temi del cambiamento climatico, ha riconosciuto Enel, per il terzo anno consecutivo, come la migliore tra 161 società a livello mondiale in riferimento all’allineamento delle informative aziendali al Net zero company benchmark. Lanciato da CA100+ nel marzo 2021, il Net zero company benchmark rappresenta un importante strumento per gli investitori istituzionali e valuta il modo in cui le aziende gestiscono i rischi e le opportunità legati al cambiamento climatico, prendendo in considerazione gli obiettivi e i progressi nella riduzione delle emissioni, la governance climatica, il coinvolgimento nelle politiche climatiche e la pianificazione della transizione.
Una conferma dell’impegno del Gruppo nel promuovere la transizione energetica
Il riconoscimento conferma ulteriormente l’efficacia dell’impegno e delle azioni di Enel per promuovere una transizione energetica giusta e inclusiva oltre che decarbonizzare il proprio modello industriale, basato sullo sviluppo della capacità rinnovabile. L’approccio di Enel alla sostenibilità ha ricevuto riconoscimenti anche da altri importanti indici Esg internazionali. Nel 2025, il Gruppo ha ottenuto A, il massimo punteggio, nel Cdp Climate change e A- nel CDP Water security, oltre a riconoscimenti da Msci, S&P Global, Iss, Sustainalytics, Ftse Russell, Business & Human rights resource centre e World benchmarking alliance.
A seguito dell’interrogatorio preventivo il gip di Palermo ha disposto gli arresti domiciliari per Gaetano Armao, ex vicepresidente della Regione Sicilia, accusato di corruzione. Secondo i pm, sfruttando il ruolo di consulente del governatore Renato Schifani e di presidente della Commissione Tecnica Specialistica per le autorizzazioni ambientali di competenza regionale, nonché l’aiuto del suo presunto complice, l’avvocato Pierluigi Matta, Armao avrebbe intascato soldi da alcuni imprenditori in cambio del rilascio di via libera per progetti di energie rinnovabili.
Gaetano Armao (Imagoeconomica).
Domiciliari anche per Pierluigi Matta e Luigi Zancla
Tra gli episodi contestati c’è, ad esempio, la presunta consegna di una tangente avvenuta il 9 febbraio 2026 all’interno della facoltà di Scienze politiche di Palermo, dove Armao insegna. Anche per Matta e Luigi Zancla, presidente della onlus Samo, sono stati disposti i domiciliari. Rigettate invece le misure cautelari per il deputato regionale dell’Mpa Giuseppe Lombardo, per Mario Lupo (presidente della Samo), per gli imprenditori Sergio Vella (Seap Bio Energy), Giuseppe Argirò e Marco Gentile Malacarne (ex amministratore delegato ed ex co-direttore generale della Compagnia valdostana delle acque).
Il presidente israeliano Isaac Herzog ha annunciato che domenica 9 novembre conferirà l’incarico per la formazione di un nuovo governo. «I risultati delle consultazioni possono sembrare chiari, ma l’autorità che mi è conferita dalla legge è di determinare chi ha la capacità di formare un governo, e questo non è del tutto chiaro, dato il veto reciproco tra i blocchi e all’interno dei blocchi stessi», ha precisato Herzog. Ma l’era di Benjamin Netanyahu sembra destinata al tramonto. Il primo mandato esplorativo di 28 giorni andrà infatti con ogni probabilità ad Eisenkot, leader del partito Yashar!, che può teoricamente contare sul sostegno di 67 dei 120 deputati della Knesset.
Benjamin Netanyahu (Ansa).
Eisenkot ha il sostegno necessario per governare
Resta a questo punto da capire se il leader di Yashar! presiederà un governo con l’appoggio esterno delle liste arabe o con gli ultraortodossi. A seguito delle elezioni, il blocco di Netanyahu si è aggiudicato 53 seggi alla Knesset e quello di Eisenkot 48, mentre ai partiti arabi ne sono andati 19 (8 a Ra’am e 11 a Lista Unita). Nel corso delle consultazioni, poi, il partito ultraortodosso ashkenazita Ebraismo Unito (7 seggi) non ha indicato nessun nome, rompendo l’alleanza con Netanyahu. Per la maggioranza in parlamento ne servono 61: col doppio endorsement delle formazioni arabe, Eisenkot avrebbe l’appoggio di 67 deputati. Ma questa non è l’unica soluzione. È infatti ancora possibile l’ipotesi della formazione di un esecutivo di minoranza con gli ultraortodossi.
Gadi Eisenkot (Ansa).
Il dilemma: allearsi con gli arabi o gli ultraortodossi?
Nel gioco dei veti incrociati, l’ago della bilancia è rappresentato soprattutto da Avigdor Lieberman, leader del partito di destra laica Israel Beytenu e alleato di Eisenkot. Contrario a un governo retto dall’astensionismo dei partiti arabi, Lieberman ha aperto a un’alleanza con Ebraismo Unito e per favorire l’intesa si è detto disposto a fare marcia fare marcia indietro su una delle sue principali bandiere politiche, cioè l’estensione del servizio militare obbligatorio alla popolazione ultraortodossa.
Leonardo Maria Del Vecchio, reduce dal no dei soci fondatori del Fatto Quotidiano alla sua intenzione di effettuare una due diligence in vista di un’Opa totalitaria, ha annunciato su X di aver rilevato il 2 per cento di Seif, società editrice della testata.
Anche io ho comprato il @fattoquotidiano
Il 2% https://t.co/NqxGSOda1i
«Anche io ho comprato il Fatto Quotidiano. Il 2%», questo l’ironico post di Del Vecchio, a corredo di una foto che lo ritrae a bordo di un jet privato, intento a sfogliare una copia del giornale di cui ha appena rilevato una piccola quota.
Dopo le dimissioni di Pierpaolo Piccioli, Kering e Balenciaga hanno annunciato la nomina della nuova direttrice creativa della maison. Si tratta di Martine Rose, basata a Parigi, che assumerà il ruolo dal 16 novembre 2026. Rose porta con sé una profonda comprensione dell’identità creativa del brand, unita alla propria visione unica della cultura contemporanea. Queste le sue dichiarazioni: «Questa nomina è un vero privilegio in una maison dal patrimonio straordinario e dallo spirito creativo audace. Prima di me, Balenciaga è stata plasmata da talenti creativi eccezionali. Sono determinata a onorare questa eredità e non vedo l’ora di scrivere il prossimo capitolo di questa storia ricca e meravigliosa».
Sette club che ad aprile sostenevano Giovanni Malagò oggi non lo appoggiano più. È questo il dato che emerge dalla nuova candidatura alla presidenza della Figc: le firme raccolte tra le società di Serie A sono 11, contro le 18 che il 13 aprile, nell’assemblea di Lega a Milano, si erano dette pronte a sottoscriverla. Allora si erano sfilate solo Lazio e Verona. Oggi il fronte del dissenso è più che triplicato.
Il margine si riduce all’invio di una Pec
E anche quota 11 non è al sicuro. A tenerla in piedi c’è la firma del Genoa, su cui pesa un grande punto di domanda. Dopo aver sottoscritto la candidatura di Adriano Galliani, con una Pec il Grifone ha deciso di revocare la sua adesione e virare su Malagò. Ma il tema è proprio questo: si può fare? Se venisse annullata, Malagò scenderebbe a 10 firme, sotto la soglia necessaria per presentarsi (la metà più una delle 20). A quel punto la sua candidatura sarebbe davvero a rischio. Il margine su cui poggia la corsa del presidente uscente si riduce così a un solo club e all’invio di una Pec.
I giocatori del Genoa dopo la vittoria contro la Juventus (foto Ansa).
Era Malagò a sottolineare la convergenza quasi unanime
Il paradosso è che a evocare quella cifra era stato lo stesso Malagò. Tre giorni dopo l’assemblea, a San Siro, spiegava di aver inizialmente detto no alla presidenza e di aver cambiato idea davanti a una convergenza quasi unanime. Ricordava anche che in passato, per la Serie A, era stato difficile mettere insieme perfino 11 firme. Sette mesi e un commissariamento dopo, è esattamente lì che si è fermato.
Adriano Galliani (foto Ansa).
Col commissariamento è crollata la credibilità dell’operazione
In mezzo c’è una sequenza di passaggi che pesa sulla credibilità dell’operazione. Il 22 giugno l’elezione con il 69 per cento dei consensi. Poi il caso del tesseramento: alla data della candidatura Malagò non risultava tesserato, come richiede l’articolo 29 dello Statuto federale. Infine la scelta della Giunta del Coni di nominarlo commissario della stessa Federazione che aveva presieduto. Il presidente decaduto è diventato il commissario chiamato a gestire la fase successiva alla propria decadenza.
Giovanni Malagò (foto Ansa).
Decisioni prese nel chiuso del suo ufficio
Ad aprile Malagò si presentava come l’uomo del consenso. Parlava di percorso esplorativo, di ascolto di tutte le componenti, della Federazione come casa comune. Ma in via Allegri il racconto di questi quattro mesi, tra presidenza e commissariamento, è diverso. Si parla di decisioni prese nel chiuso del suo ufficio al quinto piano, senza coinvolgere nessuno. Il federatore si è trasformato in un uomo solo al comando. È difficile non vedere in questo metodo una delle ragioni per cui i 18 di aprile sono diventati gli 11 di novembre. Ad aprile ci si chiedeva come Malagò avrebbe cambiato il calcio italiano. A novembre ci si chiede se la Pec del Genoa sia valida. Il 14 dicembre dirà quale delle due domande contava davvero.
La Corte costituzionale ha accolto parzialmente il conflitto di attribuzione sollevato dalla Camera dei deputati contro il Tribunale dei ministri e la Procura di Roma sul caso di Giusi Bartolozzi, ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, imputata per aver resofalse dichiarazioninell’ambito dell’inchiesta sulla liberazione del generale libico Osama Almasri, avvenuta a gennaio del 2025. «In virtù del principio di leale collaborazione tra i poteri dello Stato», a fronte della sollecitazione della Camera, il Tribunale dei ministri «avrebbe dovuto esplicitare le ragioni per le quali non ha ritenuto di configurare», in capo a Bartolozzi, «una possibile responsabilità per concorso» nei reati attribuiti a Nordio. In quel caso, il Tribunale avrebbe dovuto chiedere alla Camera l’autorizzazione a procedere anche nei confronti dell’ex capo di gabinetto. E la Procura di Roma avrebbe dovuto comunicare le valutazioni del Tribunale alla Camera, «in modo da porla in condizioni di eventualmente promuovere conflitto di attribuzione nei confronti dell’autorità giudiziaria».
Giusi Bartolozzi (Imagoeconomica).
False dichiarazioni: la Consulta nega lo scudo a Bartolozzi
La Corte costituzionale ha invece escluso che servisse un’autorizzazione a procedere per il diverso reato di false dichiarazioni, relativamente alle dichiarazioni rese da Bartolozzi al Tribunale dei ministri il 31 marzo 2025. «Non è stata infatti condivisa la tesi della Camera, secondo cui l’obbligo di chiedere l’autorizzazione a procedere sancito dall’articolo 96 della Costituzione per i reati attribuiti a un ministro nell’esercizio delle sue funzioni si estenderebbe anche ai reati compiuti da un terzo e semplicemente connessi a quelli ministeriali, come – in ipotesi – dichiarazioni false realizzate allo scopo di occultare la responsabilità di un ministro» spiega la Consulta, che di fatto nega lo scudo a Bartolozzi. Eventuali esigenze di riservatezza su fatti appresi da persone senza funzioni ministeriali, precisa la sentenza, possono essere tutelate, se la legge lo consente, «attraverso lo strumento dell’opposizione del segreto di Stato».
«Narra la leggenda che Urbano Cairo non abbia perdonato al governatore del Piemonte Alberto Cirio gli accordi per il Tour de France e per la Vuelta», ha rivelato il giornalista Beppe Conti a Repubblica Torino. Così la regione, pur avendo dato i natali all’editore manca totalmente dall’edizione 2027 della Corsa rosa targata Gazzetta. Per fortuna a confortare Cairo ci ha pensato Alessandro Onorato, assessore capitolino ai Grandi eventi con ambizioni nazionali alla guida del suo Progetto Civico Italia. «Cinque anni fa abbiamo riportato il Giro a Roma e siamo felici che il grande arrivo nella Capitale sia ormai una tradizione. Vogliamo che continui a esserlo anche in futuro». Forse Cairo, che stando al Giornale avrebbe incontrato in gran segreto Elly Schlein, si trova più a suo agio con i campolarghisti… almeno per quanto riguarda il ciclismo.
Alberto Cirio (Imagoeconomica).
Brizzi e lazzi a Monte Carlo
Fausto Brizzi, regista e sceneggiatore di successo, oltre che marito della sindaca di Genova Silvia Salis, sarà a Monte Carlo per presiedere la giuria internazionale della 23° edizione del Monte-Carlo Film Festival de la Comédie, kermesse ideata e diretta da Ezio Greggio, in programma dall’11 al 14 novembre al Grimaldi Forum. Accanto a Brizzi, siederanno Paul Belmondo, Vanessa Incontrada e Yvonne Sciò. Il momento clou del Festival sarà la tradizionale serata di gala, sabato 14 novembre, con il regista Luc Besson e Sergio Castellitto. E magari tra i tavoli si affaccerà anche Pier Silvio Berlusconi, per stringere la mano a Brizzi e consorte, che a un appuntamento del genere non potrà mancare…
Fausto Brizzi e Silvia Salis (Imagoeconomica).
Borgonzoni alla presentazione del Torino Film Festival
Roma, presentazione del Torino Film Festival: a due passi dalla Stazione Termini, presso l’Acquario Romano di piazza Manfredo Fanti, sono stati annunciati i grandi nomi che parteciperanno alla kermesse in programma nel capoluogo piemontese dal 24 novembre al 2 dicembre. Tra i 12 Premi Stelle della Mole spiccano Pamela Anderson, Luc Besson, Fanny Ardant, Steven Frears, John Travolta, Andy Garcia e Isabelle Huppert. Anche i numeri della rassegna torinese sono imponenti: 120 i titoli in programma, 104 lungometraggi e 16 corti, scelti fra più di 5 mila opere. Le anteprime mondiali sono 21, quelle internazionali 12, le europee nove, le italiane 45. Tre concorsi per lungometraggi, documentari, cortometraggi e tre sezioni non competitive: Fuori concorso, Zibaldone e la Retrospettiva dedicata a Marilyn Monroe nel centenario della nascita. Dopo la presentazione, al piano superiore si è tenuto un lunch dedicato ai “big” dell’evento, ovvero l’immancabile sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni, Tiziana Rocca e Giulio Base direttore artistico della kermesse, più Paolo Del Brocco, inossidabile amministratore delegato di Rai Cinema. «Teniamo insieme glamour e cinefilia», ha sintetizzato tra i brindisi Base.
Il personale di diverse testate giornalistiche irlandesi è stato evacuato dopo che alcune minacce di attentati sono state inviate via e-mail alle redazioni. La polizia è intervenuta presso la sede dell’emittente nazionale Rte a Dublino, dove sono stati avvistati agenti armati. I loro edifici sono stati evacuati e le loro trasmissioni interrotte per passare a programmi preregistrati. Tuttavia il format Today with David McCullagh in onda su Radio 1 ha continuato ad andare in onda tramite l’unità mobile dell’emittente. Evacuato anche il personale degli uffici del quotidiano Irish Independent, delle emittenti radiofoniche Newstalk e Today FM. Anche l’emittente televisiva Virgin Mediaè stata minacciata ma non ha evacuato le proprie sedi. La polizia e le forze di difesa stanno lavorando per individuare i responsabili. Non è ancora stato stabilito se le minacce siano state proferite da un singolo individuo o da un gruppo più coordinato. Queste intimidazioni si sommano agliallarmi bombaregistrati su una ventina di aerei con partenza e destinazione in Paesi europei, tra cui l’Italia.
È ancora allerta massima nei cieli europei. Un allarme bomba su un volo Ryanair proveniente da Roma ha costretto questa mattina a realizzare un’operazione di sicurezza nell’aeroporto di Lisbona dopo l’atterraggio, avvenuto alle 8 locali: a bordo non è stato rinvenuto alcun ordigno. A riportare la notizia è Cnn Portugal. L’allerta è stata ricevuta dalla Polizia di Pubblica Sicurezza tramite una telefonata di un agente delle forze dell’ordine. Un altro allarme bomba è scattato per un volo Wizzair partito da Praga e diretto a Roma. La segnalazione di un ordigno a bordo è arrivata da una telefonata anonima alla torre di controllo di Fiumicino: ul volo, che sarebbe dovuto atterrare appunto nello scalo romano alle 11, è stato deviato su Venezia. Gli episodi seguono l’ondata di falsi allarmi bomba che ieri ha interessato almeno 25 voli in Europa, provocato da una serie di email inviate dal gruppo filorusso Stato Maschile.