E’ morto Paolo Cirino Pomicino, ‘O Ministro

È morto all’età di 86 anni Paolo Cirino Pomicino. Ricoverato da alcuni giorni, è stato uno dei nomi di spicco della Dc e della Prima Repubblica. Soprannominato “‘o Ministro” – ha guidato la Funzione pubblica tra il 1988 e il 1989 nel governo De Mita e il Bilancio e la Programmazione economica tra il 1989 e 1992 nel VI e VII governo Andreotti – era nato a Napoli il 3 settembre del 1939. Specializzato in neurologia, ha fatto una breve carriera come medico al Cardarelli di Napoli. Nel 1970 il suo primo incarico politico, quando è diventato consigliere comunale, sempre nel capoluogo campano, con la Dc.

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Martusciello: a Salerno candidato civico

Linea autonoma e nessuna imposizione nella scelta del candidato sindaco. È la posizione ribadita dal coordinatore regionale di Forza Italia, Fulvio Martusciello, in vista delle prossime elezioni comunali nel capoluogo campano.

L’esponente azzurro sottolinea come Forza Italia intenda puntare su una proposta politica di chiara matrice moderata: “La scelta del candidato non può essere affidata a chi ha già perso le ultime elezioni regionali”, afferma con decisione, rivendicando l’autonomia del partito nelle dinamiche locali.

Secondo Martusciello, l’esperienza delle recenti consultazioni regionali in Campania ha fornito indicazioni precise: “Abbiamo verificato che con un candidato sbilanciato a destra non si riesce a vincere. Si è trattato di una sconfitta non solo elettorale, ma anche ideologica e di posizionamento politico”. Un riferimento implicito alle strategie adottate dal centrodestra e alla candidatura di Edmondo Cirielli.

Il coordinatore regionale ribadisce quindi la necessità di una svolta: “Serve un candidato di centro, espressione civica, capace di aggregare forze diverse con un obiettivo chiaro: governare la città. Non è il momento di piantare bandiere di partito, ma di costruire un progetto amministrativo credibile”.

Nel quadro delineato, Forza Italia intende proseguire il dialogo con movimenti civici e realtà territoriali, rafforzando una coalizione ampia e inclusiva. “Andremo avanti con il sostegno delle liste civiche, senza accettare imposizioni da altri partiti, anche perché le proposte avanzate finora si sono dimostrate estremamente deboli”, aggiunge.

Infine, Martusciello rivendica il peso politico del partito in Campania: “Con sette consiglieri regionali siamo il primo partito in Consiglio Regionale, e questo ci consente di guidare i processi decisionali con responsabilità e visione”.

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Le restrizioni di Trump decidono pure la formazione: è ancora calcio o politica?

Pareva una normale partita di una competizione internazionale per club. Invece il match fra la squadra giamaicana dei Mount Pleasant e i Los Angeles Galaxy, giocato nella notte italiana fra giovedì 19 e venerdì 20 marzo, è stata un segno potente di quanto la follia isolazionista trumpiana stia già colpendo il calcio globale.

Risultato condizionato da fattori extra sportivi

Valevole come ritorno degli ottavi di finale della Concacaf Champions Cup, il match partiva già ampiamente condizionato dal risultato dell’andata: 3-0 per i Galaxy, un punteggio che si è dilatato nel finale dato che ancora all’88’ era fermo sull’1-0. L’esito del primo match era già dunque una seria ipoteca sulla qualificazione, che ha preso definitivamente la strada di Los Angeles con un altro 3-0 nella gara di ritorno. Ma al di là dei meriti sul campo, se si guarda a ciò che è successo una settimana fa non si può ignorare quanto il risultato sia stato condizionato da fattori extra sportivi: e cioè le restrizioni volute dal presidente statunitense Donald Trump in materia di visti d’ingresso negli Usa.

Una serie di misure altamente selettive ha infatti colpito alcuni Paesi più di altri. Fin qui il mondo dello sport ne era stato abbastanza al riparo. Ma la gara del 12 marzo ci dice che l’impatto di queste misure potrebbe essere pesante e falsare le competizioni. E tutto ciò, con lo scenario di un’edizione del Mondiale 2026 che inizia fra meno di tre mesi sul suolo Usa, deve dare parecchio da riflettere.

Le restrizioni all’ingresso hanno bloccato 10 calciatori

Gli stenti che i dirigenti del Mount Pleasant hanno dovuto affrontare, nella preparazione della partita d’andata, sono passati pressoché sotto silenzio in Europa. La stampa internazionale ne ha dato notizia a partire dal 10 marzo, due giorni prima della gara. La squadra giamaicana era alla sua prima partecipazione in Concacaf Champions Cup, conquistata dopo avere vinto la scorsa edizione della Concacaf Caribbean Cup. Per un club giovane, fondato soltanto nel 2016, si tratta di uno straordinario traguardo. Che però è stato compromesso dalle restrizioni all’ingresso negli Usa che 10 suoi calciatori si sono visti opporre.

Le restrizioni di Trump decidono pure la formazione: è ancora calcio o politica?
Jakob Glesnes, giocatore dei Los Angeles Galaxy, impegnato in Concacaf Champions Cup (foto Ansa).

In particolare, il divieto si è abbattuto su sette calciatori di nazionalità haitiana, cioè una fra quelle maggiormente prese di mira dall’amministrazione Trump. Una condizione estrema, che ha costretto il management del club ad attingere pienamente alle squadre giovanili per riuscire a viaggiare verso gli Usa con una pattuglia minima di 18 calciatori.

Una pericolosa condizione di fragilità per un torneo internazionale

Resta il vulnus arrecato al club stesso, ma anche alla competizione e alla sua credibilità. Perché un conto è avere una squadra decimata da squalifiche o infortuni, altra storia è vederla sabotare dalle scelte politiche di un governo nazionale che distribuisce patenti da buoni o cattivi ai cittadini di altra nazionalità. Per una competizione sportiva internazionale si tratta di una pericolosa condizione di fragilità. Tanto più che tutto ciò è accaduto nei giorni della rinuncia al Mondiale da parte dell’Iran, con lo stesso Trump pronto a ribadire che i calciatori iraniani facevano bene a evitare di presentarsi.

Le restrizioni di Trump decidono pure la formazione: è ancora calcio o politica?
Donald Trump con la Coppa del mondo (Ansa).

Ma se il caso iraniano ha richiamato l’attenzione dei media internazionali, quello giamaicano è stato pressoché snobbato. Ciò che non può non aver rafforzato il senso di frustrazione di Paul Christie, direttore sportivo del Mount Pleasant. Alla vigilia della partita d’andata, Christie aveva dichiarato: «Non vogliamo limitarci a scendere in campo. Noi vogliamo competere in modo adeguato. Ma non ci è stata data la possibilità di andare in campo al nostro meglio».

La Conmebol ha persino incolpato il club giamaicano

E qui sta il punto: stiamo ancora parlando di sport come un campo capace di esercitare autonomia dalla politica, o come di una sua appendice? L’interrogativo rimane saldo se si guarda alla posizione assunta sulla vicenda dalla confederazione di Nord America, Centro America e Caraibi (Concacaf): che sostanzialmente ha incolpato il club giamaicano, accusandolo di non essersi mosso per tempo nella gestione delle procedure per ottenere i visti. Dunque, dopo il danno pure la beffa.

Le restrizioni di Trump decidono pure la formazione: è ancora calcio o politica?
Il presidente della Fifa Gianni Infantino (foto Ansa).

Sullo sfondo rimane il rapporto privilegiato (e iper-servile) del presidente della Fifa, Gianni Infantino, con Donald Trump. Un legame che sta ammazzando la credibilità del calcio mondiale. Ma lui la vede come alta politica. Rispetto a ciò, cosa volete che siano i problemi di un piccolo club giamaicano?

Sociale, Tiso(Accademia IC): “Istituzioni siano più sensibili a fenomeno povertà”

“La povertà oggi non è più in fenomeno lontano, confinato ai margini della società. Ha assunto volti nuovi: famiglie che non riescono ad arrivare a fine mese, lavoratori con stipendi insufficienti, anziani soli, giovani precari, genitori che devono scegliere tra pagare una bolletta o riempire il frigorifero. Eppure, nonostante la crescente difficoltà, molte persone evitano di chiedere aiuto. Anche quando sanno che esistono realtà importanti di volontariato pronte ad accoglierle senza giudizio. Perché succede questo? Perché la povertà, oltre a essere una condizione materiale, è anche una ferita emotiva. Per molte persone, ammettere di avere bisogno significa riconoscere una sconfitta personale. Viviamo in una società che esalta l’autosufficienza, il “ce la faccio da solo”, la forza individuale. Ma il silenzio, alla lunga, diventa un macigno. E può trasformare una difficoltà temporanea in una crisi profonda. E tutto questo bisogna evitarlo, è necessario che istituzioni e comunità lavorino insieme per invertire il trend, aiutare e comprendere le fasce più fragili e vulnerabili. Nella convinzione maturata che chiedere aiuto non toglie dignità: la restituisce. Le organizzazioni di volontariato ad esempio non offrono solo beni materiali: offrono ascolto, rispetto, umanità. Non giudicano, non classificano, non misurano il valore delle persone in base ai loro problemi. Chiedere aiuto non significa essere deboli. Significa essere umani. E spesso è proprio quel gesto, così difficile, a permettere di rialzarsi. In questo quadro, dunque, serve una comunità che normalizzi la richiesta di aiuto, non giudichi, non stigmatizzi, riconosca che la povertà può toccare chiunque, e valorizzi il coraggio di chi si espone. Perché la dignità non si perde quando si chiede aiuto. Si perde quando si lascia una persona sola nella sua difficoltà”.

Così, in una nota, Carmela Tiso, portavoce nazionale di Accademia Iniziativa Comune e presidente della associazione Bandiera Bianca

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Sociale, cresce radicamento di Confeuro e Labor: nuova sede a Foggia

“Siamo entusiasti di annunciare l’apertura della nostra nuova sede Confeuro-Labor a Foggia, in Via Telesforo 47/H. Dopo anni di impegno e presenza, come percorso di grande crescita e radicamento, ecco un nuovo bellissimo spazio per essere ancora più vicini ai cittadini ma anche agli agricoltori, promuovendo la sostenibilità, il lavoro etico e la crescita della nostra comunità”. A sottolinearlo, in una nota stampa, sono Andrea Tiso, presidente nazionale Confeuro, la Confederazione degli Agricoltori europei, e Carmela Tiso, presidente nazionale del patronato Labor, a margine della apertura dei nuovi locali Caf- Patronato Labor, promosso dalla Confeuro, nel comune pugliese. All’iniziativa hanno preso parte anche numerosi cittadini che non hanno voluto far mancare affetto ed entusiasmo. “Siamo pronti a continuare il nostro percorso con passione e dedizione, sostenendo chi lavora ogni giorno per la terra e per il nostro futuro – hanno aggiunto Carmela e Andrea Tiso -. La dimostrazione del nostro radicamento sul territorio, che conta centinaia di sede da nord a sud, passando per il centro Italia. Vogliamo ricordare, infatti, che la Confeuro ha una base associativa di oltre 300mila soci. E i nostri operatori, che ringrazio per l’immenso lavoro che svolgono quotidianamente, sono a disposizione, a Foggia come in tutta Italia, dei cittadini per offrire servizi di tutela previdenziale, assistenziale e fiscale attraverso il nostro Patronato e il nostro Centro di Assistenza Fiscale. In tal modo, Confeuro e Labor si impegnano a garantire una tutela completa ai cittadini, non solo dal punto di vista dei lavoratori agricoli, ma anche come utenti del sistema previdenziale e fiscale italiano”.

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Requiem per i “femminili”: la crisi dei settimanali di moda e gossip

L’addio di Alfonso Signorini alla Mondadori, e l’uscita in sala, il 29 aprile, del secondo capitolo del film Il Diavolo veste Prada, hanno riacceso i riflettori su un mondo editoriale, quello dei settimanali di gossip e delle riviste cosiddette femminili, dove in realtà la luce si è spenta già da molto tempo.

Patinati e settimanali a corto di lettori e investimenti

Il Diavolo veste Prada arrivò infatti al cinema nel 2006, e una ventina di anni fa poteva avere ancora senso il mito della rivista Runway e della potentissima direttrice Miranda Priestly (interpretata da Meryl Streep e chiaramente ispirata ad Anna Wintour) da cui dipendeva il successo o il disastro di uno stilista. Vent’anni dopo ci si ritrova con un settore del fashion in profonda crisi – il valore dell’intera filiera è passato dai circa 104 miliardi del 2023 ai 90 del 2024 per attestarsi intorno agli 80 nel 2025 – e una stampa di settore, spazzata via dal digitale, ormai incapace sia di intercettare gli investimenti pubblicitari di una volta, sia tantomeno di essere influente come un tempo. E basta dare un’occhiata ai numeri delle copie vendute per avere una idea chiara dello scenario. Il mensile femminile italiano più autorevole, ovvero il Vogue che fu per decenni di Franca Sozzani (direttrice dal 1988 al 2016), adesso vende in edicola 28 mila copie al mese. Un po’ di più Amica, a quota 48 mila. Harper’s Bazaar non riesce neppure a mettere insieme 12 numeri all’anno per essere definito mensile, e si ferma a 16 mila copie a numero. Tra i settimanali femminili, invece, ormai spicca solo Io Donna, allegato al Corriere della sera, con le sue 113 mila copie medie. E poi, il vuoto: D di Repubblica è a 47 mila, F (Cairo editore) a 45 mila, e Donna Moderna (del gruppo di Maurizio Belpietro) si ferma a 32 mila. Altre tre testate, un tempo molto prestigiose, non riescono a uscire tutte le settimane e quindi non si possono definire settimanali: Vanity Fair vende in edicola 52 mila copie a numero, Elle 47 mila, Grazia 41 mila.

Requiem per i “femminili”: la crisi dei settimanali di moda e gossip
Meryl Streep e Anne Hathaway sul set del Diavolo veste Prada (Ansa).

Pure il pettegolezzo su carta non tira più

Non che le cose vadano molto meglio nel gossip. Un settore che, con l’uscita di scena di Signorini (qualche settimana fa si è dimesso dall’incarico di direttore editoriale di Chi), mette la parola fine a un’epoca durata circa un quarto di secolo. Il rotocalco mondadoriano adesso galleggia a quota 47 mila copie vendute in edicola. E, tra i settimanali che si occupano di pettegolezzo, è il fanalino di coda. Diva e donna arriva a 58 mila copie, Gente a 69 mila, Nuovo a 102 mila, Oggi a 106 mila e Dipiù, il leader di Cairo editore, veleggia a 195 mila copie vendute ogni settimana.

Requiem per i “femminili”: la crisi dei settimanali di moda e gossip
Alfonso Signorini (Ansa).

La mancata rivoluzione digitale. Fino a Corona (procure permettendo)

Curiosamente questo comparto, che, per taglio delle news si presterebbe molto al mondo del web e dei social, non è mai stato capace di esprimere declinazioni di successo in Rete (al contrario di quanto accaduto, ad esempio, negli Stati Uniti). Ci provò, pioniera, Silvana Giacobini, a inizio del millennio con Il mondo di Silvana, quando era direttrice di Chi. Ma il suo sito-blog non decollò. Un po’ di traffico venne intercettato da Dagospia, che poi, però si dedicò di più ai poteri e meno al gossip. Mentre le testate regine del pettegolezzo, a partire da Chi, non riuscirono mai a valorizzarsi nelle versioni digitali. Pure l’ultimo grande rilancio di Oggi sul web nel 2022, con Carlo Verdelli direttore e Marco Pratellesi vicedirettore, non ha funzionato. Tra il 2025 e il 2026 ci ha provato su YouTube Fabrizio Corona con Falsissimo, i cui destini, nonostante le views da capogiro, sono legati alle cause per diffamazione intentategli da Mediaset.

Requiem per i “femminili”: la crisi dei settimanali di moda e gossip
Fabrizio Corona (foto Ansa).

Riccardo Canessa e il suo “Barbiere” tra Napoli e Siviglia

Di Paola Primicerio
Terza opera in programma del nuovo cartellone di Opera e Balletto del teatro Verdi di Salerno, che chiuderà il maggio dedicato a Gioachino Rossini, il 29 e il 31 e che segnerà la prima levata di bacchetta del nuovo anno di Daniel Oren, nel “suo” massimo, sarà “Il barbiere di Siviglia”, che saluterà la regia di Riccardo Canessa, regista di famiglia, che ritorna a dirigere quest’opera – dopo averla allestita in collaborazione con il Conservatorio “G.Martucci”, nel 2022, per l’acclamato debutto sul podio del Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli – al quale abbiamo chiesto come angolerà il suo vedere in questa nuova produzione.
“Sarà Alfredo Troisi lo scenografo dell’intera stagione e per questo Barbiere rossiniano siamo chiaramente ancora nel campo delle ipotesi, ma a me piacerebbe realizzare una situazione mista fra la location sivigliana e i quartieri spagnoli di Napoli, poiché Gioachino Rossini abitava lì. Non ho certo intenzione di fare un Barbiere napoletano, nonostante nel 1818 avesse preso forma una rappresentazione di quest’opera, per i Casaccia del Teatro Nuovo, con il commediografo e attore palermitano Filippo Cammarano, il quale sostituì i recitativi di Cesare Sterbini con dialoghi parlati, riscrivendo quelli di Don Bartolo in lingua partenopea. Vorrei sottolineare come in Rossini convivano un soggetto ambientato in Spagna e uno spirito sicuramente di estrazione partenopea. Del resto Napoli ha vissuto la dominazione spagnola che ha lasciato tante tracce in tanti campi, dalla lingua ai riti. Ho pensato di ricorrere a questa angolazione, anche per differenziarlo dal Barbiere di Paisiello, del 1782, che è sì da catalogare nell’archetipo dell’ opera buffa, perché c’è il terzetto coi servitori di cui uno sbadiglia e uno starnutisce, pur mantenendo l’allure di un teatro per pochi, non certo di un teatro popolare. Fu proprio la musica di Rossini, e siamo nel 1816, concepita a Napoli, dove ha risieduto dal 1815 al 1822, a rendere popolare il Barbiere”.
 Reggerà questo ponte lanciato tra Napoli e Siviglia?
“Credo proprio di sì, poiché ho già avuto modo di sperimentarlo con la Carmen di Georges Bizet al teatro Girolamo Magnani di Fidenza, ambientando il terzo atto, quello dei contrabbandieri, in uno dei vicoli malfamati, appunto, dei Quartieri Spagnoli, in un’evocazione della ripresa dell’opera al Teatro Bellini di Napoli dopo il fiasco della prima, nel marzo del 1875, all’Opéra-Comique di Parigi. Ma con il Barbiere, credo, avrò maggior difficoltà”.
 Prima di affrontare questo suo lavoro a Salerno quante volte ha visto l’ opera e ne ha firmato la regia?
“Ho iniziato a vedere “Il Barbiere di Siviglia” di Rossini fin da bambino, con varie generazioni grandi interpreti, da Panerai a Enzo Dara, Domenico Trimarchi, Domenico Capecchi, eredi del grande Bruscantini, e poi Leo Nucci, tra i tenori Francisco Araiza, Francesco Meli, Antonino Siragusa, Francisco Brito, gli indimenticabili Nicolai Ghiaurov, Nicola Zaccaria, Paolo Montarsolo, il maestro di Carlo Lepore, Ruggero Raimondi e le grandi Rosine, dalla Berganza alla Lucia Valentini Terrani e oggi Teresa Iervolino, Cecilia Bartoli. Ricordo indelebilmente al Rof il Barbiere nella revisione di Alberto Zedda, con la regia di Luigi Squarzina diretto da Paolo Carignani, con Figaro Roberto Frontali e Giovanni Furlanetto nel ruolo di Don Basilio. Di lì sempre poi fatta con i tagli di tradizione, come da spartito, che sarà suppongo quella del maestro Daniel Oren a Salerno, della durata di circa due ore. E’ una opera tra l’altro, di cui ho curato spesso la regia, in tutt’ Italia e come sa bene anche al Verdi di Salerno. Qui quale Don Bartolo avrò il grande Ambrogio Maestri, che sono andato ad applaudire in Scala in Falstaff. Lui è un grande “incassatore”. Si crede che i personaggi di Rossini siano comici. Non è così, è la situazione che si crea, attorno a Don Bartolo che è tale”. Come nel grande teatro napoletano…
 Cosa ha in carnet dopo questo Barbiere di Siviglia salernitano?
“Dopo quest’ opera con ogni probabilità, metterò in scena il mio adorato “ Simon Boccanegra”, questa cupa storia di bassi e baritoni, un concentrato di temi, cari a Verdi, i problemi della ragion di stato, la solitudine del trono, il divorzio tra il potere e gli affetti privati, ancora al Teatro Magnani di Fidenza, di cui sono regista stabile da ventun’ anni”.

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PENSIEROSE DONNE…

di Vito Pinto

Quella che una volta era la piccola chiesa di San Gregorio, fondata intorno all’XI secolo nell’antica Via dei Mercanti, è oggi la sede del Museo virtuale dedicato alla prestigiosa Scuola Medica Salernitana, faro di incontrastata sapienza scientifica e umanitaria del Medioevo europeo. In quei locali oggi è possibile coniugare la virtualità del Museo con l’attualità di esposizioni d’arte grazie alla disponibilità della Fondazione Scuola Medica Salernitana, presieduta dall’oculata cultura di Ermanno Guerra, che gestisce quegli spazi. E da oggi, tradizionale giorno dell’equinozio di primavera, quell’aula una volta religiosa, ospiterà (vernissage ore 18,30) una mostra di pittura di Giorgio Della Monica, un insieme omogeneo del suo più recente lavoro “di una lunga e diversificata storia di esposizioni, eventi culturali e riconoscimenti paralleli all’alacrità della sua ricerca, alla perseveranza e costanza del viaggio intrapreso all’interno dell’attualità delle arti visive, che costituiscono il centro intorno a cui ruota il suo linguaggio artistico e la sua creatività”. Ogni mostra per l’artista salernitano è come una sorta di continua rinascita, un risorgere come quell’Araba Fenice di cui scrisse in versi “Che” Guevara, il rivoluzionario sudamericano, sognatore e, per molti, portatore di speranze, Scriveva il “Che”: «Ed io rinascerò, / come l’Araba Fenice / risorgerò! /Dalle ceneri, ancora calde, / mi solleverò dalle frustrazioni / e poi, come un sole mattutino, / mi vestirò di nuova luce». Versi che ha riportato, insieme ad altri di rinomati quanto delicati poeti, accanto ai suoi undici quadri montati in catalogo da Cesare Minucci con maestria d’arte grafica. E sono esclusivi sguardi di donne, con piccole, forse insignificanti contaminazioni che acquistano forza con il contraltare di versi. Sono sguardi di donne che entrano con i loro occhi nell’emisfero intimo del visitatore, contaminandolo con messaggi immaginifici. E si rimane sospesi, a pensare, meditare il messaggio che quegli sguardi lanciano, in un contesto pittorico non certamente asettico, ma a richiamo di pensieri altri. E di fronte ad uno sguardo di donna-angelo, con ali dispiegate su una enigmatica città serale a dominio di luna piena, balzano nella mente i versi di Alda Merini: «Angeli delicati come rose, / fiori perfetti della fantasia, / peregrini del mondo, musicali / adoratori di luce, angeli-mondi / come è l’asperula quando si alza / da un labbro che è ferito dalla grazia». Compagno della mostra è il catalogo, pagine che restano nel tempo, dove Virginio Quarta, pittore dalla straordinaria sensibilità di maestro dei nostri tempi, scrive: «Le donne di Giorgio sono così, misteriose e surreali, appartenenti a una galassia diversa e sconosciuta. Ti danno la possibilità di afferrarne soltanto le sembianze, l’aspetto esteriore, la leggiadria somatica e la voluttà del corpo; ma è soltanto un inganno dei sensi, una maschera dietro la quale, per molte inconsapevolmente, celano il loro intimo, la loro insoddisfazione e la ricerca di una libertà negata». Scorrono le pagine del catalogo in corrispondenza del quadro che si ha di fronte. Ed è una donna dal volto intenso, pensieroso con sullo sfondo un paesaggio dechirichiano. A fronte si legge un pensiero di Joumana Haddad, delicata poetessa libanese: «La donna che aspetta / sa che non è la barca, / quel che lei aspetta; / ma che è la barca / che sta aspettando lei». E l’anima si sospende in quei pensieri senza tempo eppure tenuti nascosti, che affiorano soltanto nei momenti di grandi emozioni. Pensieri non peregrini che Giorgio Della Monica ha cercato con paziente desiderio intimo di conoscenza, di intima corrispondenza con un percorso pittorico che in questi anni di silenzioso lavoro nel suo studio di Via Saverio Avenia ha condotto con puntigliosità d’artista senza le paure del cambiamento, della ricerca che aiuta nella difficile salita dell’erta d’arte. Quanto attuali, in questi quadri di donne che Giorgio ha fermato su tela, appaiono i versi che Cesare Pavese faceva rimbalzare dalle nebbie delle sue langhe: «E desidero solo colori. / I colori non piangono, / sono come un risveglio: domani i colori / torneranno… / Ogni nuovo mattino / uscirò per le strade cercando i colori». E come le langhe per il poeta piemontese sono il cuore pulsante della sua poetica, rappresentando un “paesaggio della memoria” dove gli uomini, con fatica, da sempre hanno lavorato la terra, così il nostro pittore, con fatica di pensiero, continua il suo viaggio alla ricerca di sempre nuove emozioni per necessità di meravigliarsi e di meravigliare, per quella inquietudine dell’anima che pervade, sine die, ogni artista, scrittore, poeta; personaggi che a volte sognano, ma fanno anche beneficamente, sognare. Annota Virginio Quarta nel suo testo di presentazione in catalogo: «Ha scandagliato con perspicacia la parte della donna che non vediamo, o che ci sforziamo consapevolmente di ignorare perché ci fa comodo, perché temiamo la sua intelligenza, il suo acume psicologico, il suo diritto alla libertà. Ha perforato la corazza con la quale la donna si difende, è andato oltre la maschera dietro cui nasconde il suo intimo più profondo e disconosciuto, si è calato dentro la sua vera dimensione». La donna, a volte inscrutabile, enigmatica, ma sempre amorevolmente materna, per sua natura ha in sé il potere di procreare, un potere che emoziona, come il libero ed elegante volo dei gabbiani; e come quel volo diamo per scontato, così non valutiamo l’atto del nascere alla vita come un miracolo che solo l’amore può generare. «Se invece dei capelli sulla testa ci spuntassero i fiori, sai che festa? Si potrebbe capire a prima vista chi ha il cuore buono, chi la mente trista», scriveva Gianni Rodari in “teste fiorite” che Giorgio ha posto a contropagina di una donna dalla testa ricca di fiori a cui manca solo il profumo. Undici tele, undici donne tutte diverse, tutte con un messaggio, tutte sapientemente amalgamate nella scansione cromatica, tecnica di cui Giorgio Della Monica «è padrone assoluto, la domina e la plasma alle proprie idee con la bravura dell’artista completo», scrive Quarta con la sapienza del pittore e del maestro ceramista (arte cui non si è sottratto per completezza d’arte) a frequentazione di bottega di Salvatore Autuori. Poi aggiunge: «I pieni e i vuoti (in Giorgio Della Monica – ndr) hanno un senso preciso e incontestabile, gli equilibri compositivi e cromatici vincono sulla smania di strafare perché rispondono soltanto a un’esigenza mentale, posseggono la concretezza delle idee e ogni particolare pittorico è al loro servizio, anche quello meno leggibile perché completa la percezione dell’opera nella sua interezza». Ritornano alla mente gli ammonimenti di una grande artista polacca durante la sua permanenza nella bottega delle mani vietrese: «La decorazione ceramica non è addizione, è sottrazione». E Della Monica ha provato la carezza ceramica, ha fatto scivolare i suoi pennelli a punta rasa sulle bianche superfici degli smalti vietresi. Undici tele, undici donne dagli sguardi intensi, profondi, dialoganti, una mostra da visitare per non perdere il gusto della riflessione d’arte.

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‘Quando Salerno era socialista’: di Gaetano Amatruda

Quando Salerno era socialista’ di Gaetano Amatruda è un libro che si muove su un crinale delicato: quello tra memoria personale e riflessione politica. Non è un saggio storico, né una semplice autobiografia. È piuttosto il tentativo di dare senso a un’esperienza, di ricostruire un legame – umano prima ancora che politico – e, attraverso questo, interrogare il presente. Il punto di partenza del lavoro edito da D’Amato, è lo sguardo di un ragazzo. Amatruda racconta il suo incontro con Enzo Giordano con una semplicità che diventa subito autenticità: non c’è costruzione retorica, ma un percorso di formazione quasi naturale. La politica, in queste pagine, non è mai un mestiere o una carriera. È un luogo di educazione, di crescita, di confronto continuo. È qualcosa che ti cambia senza che tu te ne accorga. Ed è proprio questa dimensione a rendere il libro efficace: restituisce alla politica una profondità che oggi sembra smarrita . Dentro questo percorso si inserisce la figura di Giordano, raccontato non come un’icona, ma come un uomo complesso: rigoroso, a tratti duro, ma profondamente coerente. È un maestro, ma anche una presenza quotidiana, fatta di dialoghi, di silenzi, di insegnamenti indiretti. Non c’è celebrazione, ma riconoscenza. E questo evita al libro di cadere nella nostalgia. Il passaggio più interessante – e anche il più delicato – è quello sul rapporto con Vincenzo De Luca. Qui il tono cambia. La narrazione si fa più riflessiva, quasi trattenuta. Amatruda non cerca lo scontro, ma non nasconde una ferita. Parla di un “filo spezzato”, di una relazione politica e umana che, a un certo punto, si interrompe senza mai ricomporsi davvero . Eppure, la lettura che emerge non è semplicistica. Da un lato, si riconosce una continuità evidente: Giordano avvia un processo di trasformazione della città, De Luca lo consolida e lo porta avanti. Dall’altro, resta un vuoto difficile da spiegare, soprattutto negli anni più duri, quelli di Tangentopoli. La domanda rimane sospesa, senza risposta: perché quella distanza? È proprio questa sospensione a dare forza al racconto, perché evita giudizi netti e restituisce la complessità della politica reale. Ma il libro non si ferma al passato. Anzi, il suo vero obiettivo sembra essere un altro: rilanciare un’idea di politica. Amatruda insiste su un punto che attraversa tutto il testo: non basta denunciare, non basta lamentarsi. Bisogna costruire, immaginare, proporre . È una critica implicita alla contemporaneità, dominata – secondo l’autore – dalla superficialità dei social e dalla mancanza di visione. In questo senso, Giordano diventa qualcosa di più di un protagonista del passato: diventa un modello. Non tanto per le soluzioni che proponeva, quanto per il metodo. Una politica radicata nei territori, capace di guardare lontano, fondata su responsabilità e coerenza. Il limite del libro, se proprio si vuole individuarne uno, sta nella sua natura profondamente personale. Il coinvolgimento emotivo dell’autore è una forza, ma a tratti riduce la distanza critica. Alcuni passaggi restano più evocati che analizzati, più raccontati che approfonditi. Eppure, è proprio questa scelta a rendere il libro vivo. Quando Salerno era socialista non vuole essere definitivo, né esaustivo. Vuole essere una testimonianza. E, soprattutto, un invito: a rileggere il passato non per rimpiangerlo, ma per capire da dove ripartire. Alla fine, resta una sensazione precisa: che questo non sia solo il racconto di una storia, ma il tentativo di riaprire una possibilità. E non ha caso la prefazione è di Enzo Maraio, leader dei socialisti oggi.

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Bicchielli: sì per una giustizia giusta

“Votare Sì con consapevolezza. Non è un voto contro qualcuno, ma per qualcosa: per una giustizia più giusta, più credibile, più vicina ai cittadini”. È l’appello al voto lanciato dal deputato di Forza Italia Pino Bicchielli, vice responsabile nazionale Enti Locali, nel corso dell’ultimo appuntamento di campagna elettorale per il sì al referendum, tenutosi ieri sera a Scafati.

Bicchielli: “Il Sì è una scelta di civiltà giuridica: separare i ruoli per garantire davvero i diritti”

“Dopo settimane di campagna referendaria in tutta Italia, tra territori, amministratori locali e confronti pubblici e televisivi, l’onorevole Pino Bicchielli, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul rischio idrogeologico e sismico e vice responsabile nazionale Enti Locali di Forza Italia, analizza i contenuti del referendum del 22 e 23 marzo e le ragioni di una scelta che definisce “di responsabilità istituzionale prima ancora che politica”.

Onorevole, che clima ha trovato nel Paese durante questa campagna referendaria?

“Ho trovato un clima più attento di quanto si possa immaginare. All’inizio c’era distanza, perché la giustizia viene spesso percepita come una materia tecnica, lontana dalla vita quotidiana. Ma quando si entra nel merito e si spiegano i contenuti con chiarezza, i cittadini comprendono subito il punto centrale: il bisogno di equilibrio e di fiducia. E sono due parole chiave, perché senza equilibrio e senza fiducia non può esistere un sistema giustizia credibile”.

Equilibrio tra quali elementi?

“Tra accusa, difesa e giudice. Il processo deve funzionare come una partita regolata da un arbitro imparziale. È una metafora semplice, ma rende bene l’idea. Se l’arbitro non è percepito come terzo, il risultato della partita viene inevitabilmente messo in discussione. Ecco, oggi il problema è esattamente questo: la necessità di rafforzare la terzietà del giudice, che è un principio già scritto nella nostra Costituzione ma che va reso pienamente effettivo”.

E oggi questo equilibrio non è pienamente garantito?

“Oggi esiste una contiguità tra chi accusa e chi giudica che non è più sostenibile. Non è una questione personale, ma strutturale. Pubblici ministeri e giudici appartengono allo stesso ordine, condividono formazione, percorsi e, in alcuni casi, anche dinamiche di carriera. Questo può generare un’asimmetria nel processo, o comunque una percezione di squilibrio. Separare le carriere significa riconoscere fino in fondo la diversità delle funzioni e rendere il sistema più trasparente e più comprensibile per i cittadini”.

Molti autorevoli giuristi parlano di un passaggio necessario.

“Ed è così. Non stiamo parlando di una riforma improvvisata o contingente. È un tema che attraversa decenni di dibattito giuridico e istituzionale. È una riflessione che riguarda il modello di processo e la qualità delle garanzie. Il referendum rappresenta il punto di arrivo di un percorso lungo, che oggi chiede di essere completato con una scelta chiara”.

Un altro nodo centrale è quello delle correnti nella magistratura.

“Le correnti nascono con una funzione positiva, di confronto culturale e professionale. Ma nel tempo si sono trasformate in centri di potere organizzato. Oggi incidono su nomine, carriere e assetti interni. Questo ha prodotto una perdita di credibilità che non possiamo ignorare. Lo dimostrano vicende che hanno riguardato il Consiglio superiore della magistratura e che hanno colpito profondamente la fiducia dei cittadini”.

Il referendum come interviene su questo punto?

“Introduce strumenti per ridurre il peso delle appartenenze e rafforzare il principio del merito. Il tema del sorteggio, ad esempio, va letto in questa chiave: non è una scelta casuale, ma un meccanismo per evitare che gli equilibri interni siano determinati da logiche di gruppo. È un modo per restituire imparzialità e trasparenza”.

C’è chi teme che il sorteggio possa abbassare la qualità.

“È un’obiezione che non condivido. I magistrati restano selezionati attraverso concorsi estremamente rigorosi, quindi parliamo comunque di professionalità elevate. Il sorteggio interviene su un sistema già qualificato, con l’obiettivo di garantire equilibrio e indipendenza. Non sostituisce il merito, ma lo protegge da condizionamenti esterni”.

Veniamo al tema più delicato: gli errori giudiziari.

“È il punto che più colpisce l’opinione pubblica, e giustamente. Dietro ogni errore giudiziario c’è una persona, una famiglia, una vita che viene segnata in modo irreversibile. Non possiamo considerarlo un tema marginale. Il referendum introduce un principio di maggiore responsabilità e rafforza i meccanismi di controllo. Non è una riforma contro la magistratura, ma una riforma a tutela dei cittadini e della credibilità dell’intero sistema”.

Si parla molto anche di fiducia nella giustizia.

“La fiducia è il vero nodo. Oggi una parte significativa dei cittadini percepisce la giustizia come distante o autoreferenziale. Questo è un problema enorme, perché mina il rapporto tra istituzioni e società. La riforma serve proprio a colmare questa distanza, rendendo il sistema più trasparente, più leggibile e più equilibrato”.

Nel dibattito è emersa anche l’accusa di politicizzazione.

“È un tema serio, che non va sottovalutato. Quando si ha anche solo il dubbio che possano esistere influenze, appartenenze o dinamiche interne che incidono sulle decisioni, la fiducia si indebolisce. Il referendum va nella direzione opposta: ridurre queste zone grigie e rafforzare l’autonomia e l’indipendenza reale della magistratura”.

Lei insiste molto sulla “giustizia dei cittadini”.

“Perché è il punto di partenza. La giustizia non è un sistema chiuso, non è un mondo autoreferenziale. È un servizio pubblico essenziale che deve garantire diritti. Ogni riforma deve essere valutata da questo punto di vista: quanto migliora la vita dei cittadini? Quanto rafforza le loro garanzie?”.

In questa campagna cosa le chiedono le persone?

“Chiedono chiarezza, tempi certi, equilibrio. Ma soprattutto chiedono di potersi fidare. È una richiesta semplice, ma profondissima. E credo che la politica abbia il dovere di dare una risposta concreta”.

C’è anche un tema di credibilità internazionale?

“Assolutamente sì. Un sistema giudiziario percepito come poco equilibrato incide sulla capacità del Paese di attrarre investimenti e di garantire certezza del diritto. È un fattore decisivo per la competitività e per lo sviluppo. Anche per questo la riforma non riguarda solo la giustizia, ma il futuro complessivo del Paese”.

Come risponde a chi definisce questa riforma ideologica?

“Rispondo che è l’esatto contrario. È una riforma che attua principi già presenti nella Costituzione: il giusto processo, la terzietà del giudice, l’equilibrio tra le parti. Non introduce elementi estranei, ma rende concreti valori già condivisi”.

Il suo appello finale agli elettori?

“Andare a votare, innanzitutto. E poi votare Sì con consapevolezza. Non è un voto contro qualcuno, ma per qualcosa: per una giustizia più giusta, più credibile, più vicina ai cittadini. È una scelta di responsabilità che riguarda il futuro del Paese e la qualità della nostra democrazia”.

L'articolo Bicchielli: sì per una giustizia giusta proviene da Le Cronache.

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?

Oscurata dalle guerre in corso, la Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid-19, celebrata mercoledì 18 marzo, non ha avuto l’eco che meritava. Rimozione di un ricordo molto doloroso o incapacità di fare seriamente i conti con un fenomeno epocale?

Il Covid ha portato a un velocissimo salto d’epoca

La domanda resta aperta. Mi limiterò ad evidenziare alcuni aspetti della prima pandemia globale della storia recente, che ci ha visto cambiare profondamente come persone, comunità e modi di vita. Abbiamo vissuto un prima e un dopo attraversati da un velocissimo “salto d’epoca”. Anzitutto tecnologico. A partire dai tempi record impiegati per ottenere vaccini efficaci e disponibili su larga scala e, più in generale, facendo fare in poco tempo all’intera società salti in avanti di anni. Ma pure, per quanto possa apparire paradossale, balzi indietro ancor più sensazionali. Visto che al primo manifestarsi della pandemia sono riapparsi i fantasmi e le paure delle antiche pestilenze. 

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
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La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?

La crisi economica e il boom del debito globale

Gli italiani che lavoravano da remoto erano poco meno di 700 mila a gennaio 2020: a maggio 2021 sono diventati più di 8 milioni. In tre mesi, in occasione del primo lockdown, i pagamenti elettronici sono aumentati del 68 per cento, con un incremento percentuale di 11 punti: lo stesso registrato dal 2011 al 2019. Ma nel 2020 secondo l’Ocse, si è perso anche quel che si era guadagnato in più di un decennio, dalla crisi del 2008. Nel contempo, per effetto delle ingenti risorse pubbliche richieste per fronteggiare la pandemia, il debito globale rispetto al Pil è salito al 355 per cento nel 2021. L’anno peggiore, secondo gli economisti, dalla fine della II Guerra mondiale. Però il migliore di sempre per Big Pharma che con i vaccini ha realizzato il più grande business della sua storia. 

L’essere phygital è ormai una condizione abituale

Sono entrati nel vocabolario, ma anche nelle nostre esistenze quotidiane, termini come smart working e l’e-learning. Essere phygital (fisico+digitale) ossia ibridi, presenti e distanti, vicini ma lontani, indipendentemente dall’essere live o sullo screen, è diventato, come stiamo vedendo ora, una condizione abituale di vita e non solo di studio o lavoro. Anche se sono tutt’oggi forti le resistenze e talvolta la voglia di ritornare alla situazione pre pandemia. Il virus, con il suo carattere mutante e virale, è stato anche un segno dei tempi: perfetto per rappresentare l’assoluta emergenza e rilevanza dei social media, dove la viralità è appunto un fattore decisivo, e più in generale una situazione di travolgente mutamento. Con il lockdown molte attività tradizionali (bar e ristoranti in primo luogo) sono collassate, mentre i social ma soprattutto i servizi di messaggistica sono volati registrando incrementi sensazionali. Così come è decollato il mercato del food delivery (con le degenerazioni a cui stiamo assistendo, tra nuove forme di caporalato e sfruttamento).

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
Hub vaccinale a Torino (Ansa).

Il Covid ci ha lasciato un mondo spaventato e diviso

Ma l’altra faccia, umana e sanitaria, del Covid-19 ci ha consegnato un mondo e una società più che mai divisi, spaventati e colpiti. Nel corpo e negli affetti. Con una ambivalenza tra il peggio e il meglio rappresentata da una lato dalla politica e dai leader no-vax, ovvero i negatori della mortalità del virus, con in prima fila gli autocrati, da Trump a Bolsonaro, da Orban a Erdogan; dall’altro dalla capacità di reazione attiva, concreta e perfino ottimistica del personale sanitario, delle associazioni di volontariato e dei gruppi di cittadinanza attiva. In mezzo a questi due schieramenti le immagini e le cronache della fase più alta della pandemia, il 2020-2021: ospedali presi d’assedio, file di camion militari carichi di bare dirette ai luoghi di cremazione, famiglie devastate dal dolore di non poter assistere i propri cari e dare loro l’ultimo saluto.

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
(foto di Guido Hofmann via Unsplash).

Abbiamo imparato qualcosa da quella tragedia?

Quel che resta è il titolo del docu-film di Gianpaolo Bigoli e Mariachiara Illica Magrini, visibile su RaiPlay, che racconta i giorni terribili del primo lockdown a partire dall’impegno di un gruppo di cittadini di Parma che decide di raccogliere gli effetti personali abbandonati in ospedale dalle vittime del Covid per restituirli alle famiglie che non hanno nemmeno potuto celebrare i funerali. Seguendo il viaggio degli oggetti, il film racconta una comunità che cerca di rimanere unita. Di ritrovare il filo di un comune destino in una situazione di drammatica emergenza. Ma detto che il documentario è commovente, possiamo chiederci cosa resta oggi di quella tragedia? È stata una lezione che ci ha insegnato qualcosa, resi migliori e capaci di fronteggiare con minor danno una prossima pandemia, oppure no? Tragicamente – ma è un’ipotesi provvisoria – a mantenersi vivi sono stati il sentimento no-vax e le teorie di complotti orchestrati da Big Pharma e dalle élite globaliste. Al contrario si sono perse quasi le tracce sia dell’urgente bisogno di potenziare la sanità pubblica, soprattutto quella territoriale e della necessità di organismi sovranazionali efficaci capaci di fronteggiare eventuali nuove pandemie. Dopo gli Usa di Trump ora è l’Argentina di Millei a ritirarsi dall’OMS ed è prevedibile che altri capi di governo sovranisti vorranno seguire l’esempio. Col risultato altrettanto prevedibile di rischi epidemici crescenti. Come peraltro sta accadendo negli Usa, dove focolai di morbillo si registrano un po’ ovunque.

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
Javier Milei e Donald Trump (Ansa).

#uniticelafaremo è stato solo un miraggio

Agli inizi della pandemia sembrava che l’Italia migliore si fosse ritrovata. Che nell’emergenza avesse riscoperto i valori dismessi da anni della solidarietà, della comunanza, della fiducia e dell’ottimismo, nonostante la situazione fosse preoccupante. Era il momento degli striscioni alle finestre, dell’inno di Mameli cantato dai balconi, dei concerti condominiali, accompagnati e accomunati dagli speranzosi #iorestoacasa, #uniticelafaremo, #tuttoandràbene. Ma è durato sin che l’emergenza è stata alta, perché non appena si è cominciato a intravvedere uno spiraglio di normalità la contesa, la polemica e lo scontro quotidiani sono ripresi. Come prima e più di prima, con la politica e i politici a dare il cattivo esempio. A enfatizzare e cavalcare i punti di contrasto, le divisioni, le situazioni di crisi e di oggettiva difficoltà. Insomma siamo ritornati a essere un Paese malmesso e sconnesso. Report e sondaggi nazionali e internazionali di questi anni ci consegnano l’immagine e la realtà di un Paese che ha più poco da spartire con l’Italia della Dolce vita o dei «valzer e caffè» cantata da De Gregori. E molto invece con un Paese che si scopre sempre più solo, per effetto di crescente singolitudine e vedovanza che riguarda giovani e vecchi. E che ora a un malessere sociale alimentato dall’ossessione securitaria, aggiunge il timore di una guerra lontana ma in veloce avvicinamento. E come è già avvenuto con il Covid e altre più recenti tragedie ambientali (dalle alluvioni in Romagna alla devastante frana di Niscemi) sappiamo e abbiamo sperimentato che viviamo un tempo nel quale una volta lanciato l’allarme ci vuole niente perché l’incendio divampi o l’acqua esondi. 

Eboli. Il falco urbanistico frenato dal decimo cavallo

Francesco Guida

È giusto partecipare al dibattito che si sta svolgendo in città, soprattutto perché l’idea di Piano Urbanistico, strumento fondamentale di ogni decisione, risulta inesistente o affastellata chissà dove. Certo è che, seppure più volte dato per pronto e ormai sulla linea di partenza dal mossiere, resta ancora oggi fuori dai canapi, frenato dal decimo cavallo. Accade così che ogni volta che vi è un appuntamento importante per la città, vedasi il Programma di Rigenerazione Integrata Urbana Sostenibile (meglio conosciuto con l’acronimo PRIUS), ci si ritrova di fronte al dilemma di dover richiamare i cavalli al canapo e ripartire daccapo. E dunque il dibattito pubblico sul PRIUS, che pure necessita per norma, viene introdotto da un “sondaggio” de’ noantri, a mo’ di “Euromedia Research”, per cercare di sostenere – questa è l’impressione che se ne ricava – una visione orientata, esposta in chiave Ghisleri. Ancor più stupisce apprendere che il Documento di Orientamento Strategico sarà oggetto di un prossimo Consiglio, quando dovrebbe invece essere propedeutico al PUC e al PRIUS. Insomma, sembra di essere di fronte a un fenomeno di freeze funzionale. Tuttavia, e senza divagare, cercherò di offrire un mio modestissimo contributo al dibattito, senza smarrirmi nella connessione emotiva che potrebbe farmi perdere, oggi, l’opportunità di segnare una traccia e, domani, farmi render conto di essermi sottratto al dibattito. C’è una ragione prioritaria che mi spinge: è in gioco la possibilità di cambiamento per la nostra città. E dunque provo, sebbene con fatica, ancora una volta a offrire un suggerimento senza pensare di imporlo né di rimanere schiacciato da un’obbedienza passiva. Orbene, atteso che la volontà è di assistere alla partenza del Palio, ritengo utile concentrare lo sguardo su due cavalli vincenti: l’equità sociale e la sicurezza. Concetti fondamentali e interconnessi che ridefiniscono la qualità della vita all’interno del nucleo abitato. Entrambi sono necessari per superare la rigida zonizzazione funzionale del passato e garantire una strada sicura verso il traguardo della sostenibilità, della resilienza, dell’inclusione, della digitalizzazione e dell’integrazione del paesaggio nel tessuto urbano. Insomma, la nuova visione della città impone un ripensamento radicale della pianificazione urbana, che deve puntare a rafforzare il business e a far crescere l’impresa in un nuovo contesto: la città smart. È l’unica risposta alle nuove sfide urbane del XXI secolo. Non si tratta di una semplice evoluzione tecnologica, ma di un nuovo modello di sviluppo urbano centrato sul benessere delle persone e sulla sostenibilità ambientale, volto a ridefinire il rapporto tra cittadini, tecnologia e spazio urbano.A sorreggere questa idea c’è ormai un ecosistema di conoscenza. Sono infatti diverse le città che puntano alla tecnologia per rafforzare i fattori interni della sostenibilità e della vita quotidiana, in modo che l’uomo possa continuare a interagire con gli elementi che la contornano: parchi, fiumi, aria, edifici, strade. Esempi ve ne sono nel mondo: il Punggol Digital District a Singapore, l’UpTown, a Milano. I dati urbanistici raccontano di un modello che funziona, facendo registrare una crescita degli investimenti, segno che la capacità di innovare si traduce in benefici per l’intera comunità. Oggi siamo di fronte a un concetto di città diverso da quello del passato e il PRIUS ne è la sintesi. Solo a titolo di esempio, invito a esaminare un intervento molto interessante e aderente al pensiero moderno della città. Parlo dell’avveniristico “smart district”, un intervento di rigenerazione urbana tuttora in corso a Bergamo. Un modello di città per il terzo millennio. Ideato e sostenuto dal fondatore di GEWISS (impiantistica elettrica) e progettato da Joseph Di Pasquale sul finire del 2024. L’intervento sorge su un’ex area industriale, all’interno dello spazio urbano di Bergamo, che da decenni versava in completo stato di abbandono. Insomma, una storia analoga a tante città e, nella fattispecie, a Eboli, dove giace l’ormai ultradecennale area industriale abbandonata dell’ex Pezzullo. Certamente l’intervento di Bergamo, denominato “Chorus Life”, che letteralmente può tradursi in “vita corale”, è stato possibile grazie a un corposo investimento privato, forse difficilmente replicabile per dimensione nella nostra cittadina, certo non per forma, contenuti e idea. Da qui deriva il compito della parte pubblica, che dovrebbe saper intercettare investitori, magari sorretti da un fondo di investimento o da una società di risparmio privato, se si vuole realmente concretizzare il cambiamento. Per ora, quello che deve interessare è la possibilità di replicare il modello, richiamandosi ai tre parametri fondamentali che caratterizzano il nuovo modo di fare architettura-urbanistica, ovvero realizzare un progetto di città che risponda a tre requisiti fondamentali: l’intergenerazionalità, la sostenibilità (LEED Gold) e la digitalizzazione, da racchiudere nella nuova pianificazione urbanistica e nel Prius. Ingredienti utili a garantire la vita della città, le sue funzioni e quelle dei suoi cittadini e a tornare ad essere città- polo, hub di servizi territoriali per i comuni di cintura. Tutto questo, se vogliamo immaginare di trasferire alle generazioni future una Eboli già dotata di prospettive per un nuovo orizzonte, oltre che interpretare i bisogni moderni della living innovation, dove le tre generazioni possono incontrarsi e partecipare alla vita quotidiana. Le nuove forme di pianificazione, il PUC, il PRIUS, devono poter rappresentare per Eboli il nuovo modello di città del futuro, rimodulando fattori essenziali per costruire appetibilità, qualità della vita e connettività. Elementi indispensabili a sostenere un progetto che contenga al suo interno: piazza della Repubblica, l’ex area Pezzullo, gli impianti sportivi e il centro commerciale “Le Bolle”, e realizzare il nuovo asse portante, la nuova direttrice, lo spazio intelligente dove costruire un’officina vivente di città integrata che incorporando le funzioni del vivere, produca la nuova dimensione di crescita e sviluppo.

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La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più

C’è un momento preciso in cui una narrazione costruita per decenni comincia a sgretolarsi. Per gli Emirati Arabi Uniti, quel momento è adesso, e si misura in droni, impianti di gas in fiamme, spread bancari e liquidità d’emergenza. Il 16 marzo, un attacco con droni ha innescato un incendio nello Shah gas field ad Abu Dhabi, il primo attacco diretto a un giacimento produttivo emiratino dall’inizio della guerra. L’impianto fornisce circa il 20 per cento dell’approvvigionamento interno di gas degli UAE e il 5 per cento del solfato granulato mondiale. Il giorno dopo, lo stesso copione: un incendio nella zona industriale petrolifera di Fujairah, una petroliera colpita a 23 miglia nautiche a est del porto, la raffineria di Ruwais fermata come misura precauzionale dopo un precedente attacco con droni. 

La Banca centrale emiratina ostenta sicurezza ma vara pacchetti di emergenza

Il 18 marzo, la banca centrale emiratina ha convocato una riunione straordinaria del consiglio e approvato un pacchetto d’emergenza per l’intero sistema bancario. Le misure consentono agli istituti di credito di accedere fino al 30 per cento dei saldi delle riserve obbligatorie e di attingere a linee di liquidità a termine in dirham (AED) e dollari, mentre le ricadute della guerra con l’Iran si ripercuotono sui mercati regionali e intaccano il sentiment degli investitori. Il pacchetto è strutturato su cinque pilastri: accesso ampliato alle riserve, allentamento temporaneo dei ratio di liquidità e funding, rilascio del Countercyclical Capital Buffer e del Capital Conservation Buffer, flessibilità nella classificazione dei crediti deteriorati per i clienti colpiti dalle «circostanze straordinarie». Abu Dhabi ha reagito con la comunicazione rodata delle petromonarchie in stato d’emergenza: tutto sotto controllo, i fondamentali sono solidi, il sistema regge. Riserve valutarie superiori a un trilione di AED (270 miliardi di dollari), monetary base cover ratio al 119 per cento, settore bancario da 5,4 trilioni di AED, liquidità totale delle banche presso la banca centrale vicina ai 920 miliardi di AED. Numeri reali. Ma che non spiegano perché si sia dovuto rilasciare simultaneamente entrambi i capital buffer (le riserve di capitale) e ammorbidire le regole sugli NPL. Queste sono misure che si usano quando il sistema mostra crepe. Non si mobilita tutto questo arsenale regolatorio «per precauzione».

La scommessa di Mohammed bin Zayed: accreditarsi come hub neutro del Medio Oriente

I mercati hanno reagito in modo rivelatore: Dubai ha guadagnato fino al 3,4 per cento nella seduta successiva all’annuncio, prima di ripiegare a un più modesto +0,8 per cento, con Emirates NBD che aveva toccato un rally intraday di oltre il 9 per cento per poi chiudere quasi invariata. Un rimbalzo tecnico da panico assorbito, non da fiducia ritrovata. La differenza è sottile nei grafici, enorme nella sostanza. Il problema non è congiunturale. È strutturale. E radica in una scommessa geopolitica che Mohammed bin Zayed ha fatto negli ultimi cinque anni, una scommessa che la guerra sta presentando al tavolo per il pagamento. Gli UAE hanno costruito la propria fortuna sull’idea di essere l’hub neutro del Medio Oriente: la piattaforma dove i capitali del mondo arabo, dell’Asia e dell’Occidente si incontravano senza chiedersi troppo da dove venissero o a chi appartenessero. Dubai era il luogo dove un oligarca russo, un imprenditore iraniano, un fondo sovrano saudita e un family office israeliano potevano sedersi allo stesso tavolo, fare affari e rientrare nei propri Paesi. La neutralità era il prodotto. La fiducia era il capitale vero, quello non iscritto in bilancio.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più
Donald Trump con Mohamed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).

La prima incrinatura è arrivata con gli Accordi di Abramo

Gli Accordi di Abramo del settembre 2020 hanno segnato la prima incrinatura visibile di quella costruzione. La normalizzazione dei rapporti con Israele ha aperto la strada a nuove partnership commerciali bilaterali e a un accordo di partenariato economico complessivo firmato nel 2023, il più grande tra Israele e qualunque Paese arabo, con l’obiettivo di portare il commercio bilaterale oltre i 10 miliardi di dollari in cinque anni. Il calcolo emiratino era razionale e, all’epoca, difendibile: sicurezza garantita dagli americani, accesso a tecnologia militare e civile israeliana, vantaggio competitivo rispetto ai vicini, un’assicurazione sulla vita pagata in cambio di legittimità geopolitica occidentale. Ma c’era un costo che Abu Dhabi aveva scelto di non contabilizzare: la percezione nel mondo arabo e islamico allargato. Già nel settembre 2025, dopo che l’aviazione israeliana aveva bombardato un edificio a Doha dove si erano riuniti leader di Hamas, MBZ aveva convocato una riunione d’emergenza per valutare le opzioni di risposta degli UAE, furioso per il fatto che Israele si fosse scatenato «con i suoi aerei» dove voleva. L’opzione di congelare gli Accordi di Abramo era arrivata sul tavolo, per poi essere accantonata. Un anno dopo, quella scelta di non rompere pesa come un macigno.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più
Donald Trump alla cerimonia per la firma degli Accordi di Abramo con Benjamin Netanyahu e i ministri degli Esteri degli Emirati e del Bahrain, lo sceicco Abdullah bin Zayed bin Sultan Al Nahyan e Abdullatif bin Rashid Alzayani (Ansa).

La strategia iraniana: dimostrare che Dubai non è più un porto sicuro

Poi è arrivata la guerra aperta con l’Iran. E con la guerra è arrivato il conto. Teheran non ha bisogno di conquistare Dubai. Non deve nemmeno farla collassare. Le basta dimostrare, colpo dopo colpo, settimana dopo settimana, che Dubai non è più un porto sicuro. Con lo Shah gas plant fermo per la valutazione dei danni e la conseguente tensione sul mercato globale dei fertilizzanti – dato che il solfato di Shah viaggiava via ferrovia fino al terminal di Ruwais per l’export – il messaggio non è energetico, è politico: avete scelto da che parte stare, e ora ne pagate le conseguenze; i capitali lì depositati non dormono sonni tranquilli, l’hub ha smesso di essere neutro. Secondo Hussein Ibish, senior scholar all’Arab Gulf States Institute di Washington, la guerra ha convinto molti Paesi del Golfo che Israele è diventato «una fonte primaria di insicurezza e instabilità in Medio Oriente, almeno al pari di Teheran». Una valutazione che, pronunciata da un analista del Golfo, vale quanto un declassamento del rating.

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Esplosione nei pressi dell’aeroporto internazionale di Dubai, il 16 marzo 2026 (Ansa).

L’erosione della fiducia produce effetti irreversibili

Ed è esattamente questo il messaggio che sta circolando nelle sale dei grandi fondi e delle banche private internazionali. Non è un crollo, almeno non nei termini che si misurano sugli spreadsheet di domani mattina. È qualcosa di più sottile e più duraturo: l’erosione della parola. Quella di MBZ, che aveva garantito stabilità, neutralità, affidabilità a chiunque portasse capitali nel suo emirato. Quella di un sistema che si era venduto come impermeabile alle turbolenze regionali, come il luogo dove la geopolitica si fermava al confine e il business continuava indisturbato. La storia insegna che queste erosioni non producono effetti istantanei. Producono effetti irreversibili. Chi diversifica da Dubai oggi raramente torna. Chi apre un conto a Singapore o trasferisce la holding a Ginevra invece che al Dubai International Financial Centre non si risposta facilmente. Il capitale è viscoso in entrata, fluido in uscita, e la memoria degli investitori istituzionali è straordinariamente lunga quando si tratta di sicurezza patrimoniale.

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H.E. Khaled Mohamed Balama, governatore della Banca centrale degli Emirati (dal profilo Instagram).

L’allineamento con Washington e Tel Aviv non ha assicurato stabilità, anzi

La mossa della Banca centrale — tecnicamente corretta, probabilmente necessaria — ha il difetto di confermare ciò che voleva smentire. Il resilience package è la prova documentale che c’è qualcosa da cui difendersi. L’emissione di comunicati che proclamano solidità del sistema mentre si rilasciano contemporaneamente tutti i buffer disponibili è una contraddizione che gli analisti finanziari sanno leggere benissimo. MBZ ha scommesso che l’allineamento con Washington e Tel Aviv avrebbe comprato sicurezza duratura a fronte di qualche attrito con il mondo arabo. Quella scommessa prevedeva un Iran sconfitto rapidamente, un Medio Oriente riconfigurato attorno all’asse americano-israeliano-sunnita, e gli UAE come snodo indispensabile di quel nuovo ordine. Nessuno di questi scenari si è materializzato. L’Iran colpisce le infrastrutture emiratine con droni e non paga alcun prezzo diretto per farlo. Israele «si scatena con i suoi aerei dove vuole» — parole di MBZ stesso — e gli UAE incassano le ripercussioni senza potersi sfilare dall’alleanza per non perdere la copertura americana. Una trappola perfetta.

La trappola degli Emirati: quando l’«hub neutro» del Golfo scopre di non esserlo più
Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan e Donald Trump (Ansa).

Il castello narrativo di MBZ sta perdendo pezzi

C’è una parola in arabo che nel mondo del commercio e della finanza del Golfo pesa quanto una sentenza: wajh, che significa letteralmente “faccia”, ma traslata vale reputazione, credibilità, la parola che vale più di qualsiasi contratto scritto. MBZ ha costruito per 20 anni il wajh degli Emirati come garante affidabile, interlocutore equidistante, porto sicuro per i capitali di chiunque. Quella costruzione non collassa in una settimana. Ma si incrina. E le crepe, nel cemento come nella reputazione, tendono ad allargarsi da sole. Ci vorranno anni prima che il conto finale sia visibile. Ma chi si fida ancora della parola del beduino di Abu Dhabi sa già che quella parola ora ha un asterisco. E gli asterischi, nella finanza internazionale, costano caro.

Short Movie: Uomo o macchina

Uomo o macchina

Dopo una guerra tra uomini e macchine che ha semidistrutto il pianeta un uomo cerca androidi ancora funzionanti da rivendere al mercato nero.

In un mondo devastato da un evento catastrofico, l’umanità è alle prese con le conseguenze di una battaglia senza tregua contro un’intelligenza artificiale avanzata. Tra le distese ghiacciate di un inverno desolato, emerge il nostro protagonista: un enigmatico razziatore conosciuto solo come «il Collezionista». Spinto dalla disperata voglia di sopravvivere, il Collezionista setaccia la landa desolata alla ricerca di metalli rari e preziosi, la chiave della sua misera esistenza. Il destino prende una piega inaspettata quando, sepolti sotto una spessa... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Short Movie - 21 marzo 2026 - articolo di S*

Pulp, Benetton: «Azzeccata la scelta comunicativa della premier Meloni»

Quella della premier Giorgia Meloni di partecipare a Pulp Podcast, il format digitale condotto da Fedez e Mr. Marra, «è una scelta comunicativa coerente con i tempi». A dirlo è Alessandro Benetton, presidente di Edizione, che sui social ha commentato la partecipazione della premier al podcast, senza entrare nel merito politico dei contenuti, ma soffermandosi sul significato del mezzo utilizzato. In un reel pubblicato sul suo profilo Instagram, all’interno di una nuova rubrica, il manager osserva come il dibattito pubblico si sia concentrato sul contesto dell’intervista più che sul messaggio: «Ma davvero crediamo ancora che il mezzo cambi il messaggio? Che sedersi su un divano invece che dietro un leggio renda meno valide le parole?». Secondo l’imprenditore-innovatore, la comunicazione istituzionale sta vivendo una trasformazione profonda, legata al cambiamento delle abitudini del pubblico: «Per decenni abbiamo misurato la credibilità di un leader dal contesto in cui parlava, e nel frattempo le persone hanno smesso di guardare la televisione, hanno smesso di leggere i comunicati e hanno iniziato ad ascoltare chi sa parlare in modo diretto, senza filtri».

Da anni il manager porta avanti un dialogo diretto sui social

Alessandro Benetton è stato tra i primi in Italia ad aver avviato, già dal 2018, un dialogo diretto attraverso i social, utilizzando video e piattaforme digitali come strumento di confronto non mediato con il pubblico, contribuendo a diffondere tra i manager italiani un approccio più diretto e personale alla comunicazione. Negli anni ha costruito una presenza digitale tra le più rilevanti nel panorama imprenditoriale italiano, con oltre 111 mila follower su Instagram, circa 120 mila su LinkedIn, più di 32 mila iscritti al canale YouTube e una community in crescita anche su TikTok, numeri che lo hanno reso un punto di riferimento per molti colleghi che hanno successivamente scelto di utilizzare i new media in modo più strutturato. Proprio attraverso un video online, nel 2022, Alessandro annunciò il suo ingresso nelle attività di famiglia – dopo una lunga carriera indipendente – con la nomina a presidente di Edizione, segnando l’avvio del nuovo corso della holding dei Benetton, a conferma di un uso della comunicazione digitale non solo come strumento di visibilità, ma come leva strategica.

«La credibilità non si perde perché scegli un canale nuovo»

Nel reel pubblicato sull’argomento Meloni-Pulp, Benetton ha sottolineato come la scelta di canali non tradizionali, oggi, non indebolisca l’autorevolezza di chi parla, ma richieda maggiore trasparenza: «La credibilità non si perde perché scegli un canale nuovo, si perde quando hai qualcosa da nascondere». Il riferimento, conclude, non riguarda la politica in sé, ma un cambiamento più ampio che coinvolge istituzioni, imprese e leader. Oggi, spiega, l’impatto non dipende dal palcoscenico, ma dalla capacità di parlare alle persone nel modo più diretto e onesto possibile.

Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum

«Grande incertezza». È il sentimento comune, trasversale a tutti i partiti della coalizione, con cui il centrodestra si affaccia al referendum sulla separazione delle carriere tra pm e giudici. Il voto di domenica 22 e lunedì 23 marzo segna uno scoglio importante per la maggioranza, ultima consultazione nazionale prima delle elezioni politiche della primavera del 2027. I sondaggi – fino a quando si potevano pubblicare, ma anche quelli che circolano riservati – sono tutti concordi sul trend favorevole al “no“. Motivo per cui la coalizione guidata da Giorgia Meloni attende con particolare ansia il responso delle urne.

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Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Una veduta dall’alto di Piazza del Popolo e il grande NO con lettere di oltre 20 metri realizzato dalla Rete degli Studenti Medi e dell’Unione degli Universitari per l’evento di chiusura della campagna referendaria del Comitato società civile per il no (foto Ansa).

L’esito del voto potrebbe essere il preludio di una sconfitta nel 2027

Malgrado qualche recriminazione iniziale, alla fine tutti i partiti si sono impegnati nella campagna a sostegno del ““. Una vittoria al referendum porterebbe a un rafforzamento della maggioranza e rappresenterebbe certamente un volano verso le Politiche. Mentre, se prevalessero i “no”, anche se Meloni ha anticipato che non si dimetterebbe, la coalizione che guida risulterebbe indebolita, e l’esito del voto potrebbe essere il preludio di una sconfitta nel 2027.

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Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Manifestazione per il no al referendum e contro il governo Meloni (foto Ansa).

Nonostante tutti neghino in pubblico, non è un segreto che dal referendum dipenda tutto il corso dell’ultima parte di legislatura, oltre al destino della modifica della legge elettorale e del premierato, che potrebbero saltare. In privato, intanto, già volano gli stracci tra gli alleati.

Salvini non vuole essere accusato di aver fatto poca campagna elettorale

Matteo Salvini negli ultimi 10 giorni di campagna elettorale ha fatto almeno tre riunioni con segretari regionali e dirigenti per ripetere tutte e tre le volte le stesse raccomandazioni: vi voglio vedere impegnati nella campagna per il “sì”, ogni giorno dovete partecipare a una iniziativa, non dobbiamo dare spazio agli alleati per attaccarci perché non facciamo abbastanza campagna, è stato il refrain del capo leghista. Perché tra il segretario e i dirigenti del partito di via Bellerio serpeggia la convinzione che Meloni sia intenzionata, nel caso perda il referendum, a scaricare tutta la colpa su di loro.

Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Il ministro Matteo Salvini a un gazebo della Lega per il referendum sulla giustizia (foto Ansa).

«Certo se la premier si fosse spesa fin dall’inizio…»

«Non sarà così», sbuffa un big di Fratelli d’Italia, «alla fine si sono impegnati anche i leghisti, le responsabilità sono di tutti». Tra i componenti del partito di Salvini c’è poi chi punta il dito dritto contro Meloni. «Certo se la premier si fosse spesa fin dall’inizio come negli ultimi 10 giorni non rischieremmo in questo modo», è la lamentela raccolta tra i dirigenti del Nord.

Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Un manifestante con una maglietta con il ministro Nordio, durante una manifestazione dei comitati per il no al referendum (foto Ansa).

Tensioni nella maggioranza anche sul prezzo dei carburanti

Altro segnale di tensione arriva dalle modalità con cui si è giunti all’approvazione delle misure di contenimento dei prezzi dei carburanti. Meloni ha impresso un’accelerazione nella mattinata di mercoledì 18 marzo proprio in coincidenza con la convocazione delle società petrolifere da parte di Salvini a Milano. La decisione è arrivata dopo un incontro a Palazzo Chigi con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti (Ansa).

Certamente l’attesa è stata dovuta alla necessità di reperimento delle risorse per la copertura dell’intervento. Ma la coincidenza con l’attivismo di Salvini sullo stesso fronte ha suscitato perplessità tra i più sospettosi. Anche perché è legittimo intuire una certa irritazione da parte della premier, con la corsa a intestarsi le misure. A che titolo infatti il ministro delle Infrastrutture riceve rappresentanti delle imprese nella sede della prefettura di Milano?

«Il solito protagonismo invadente di Salvini»

Il Mit ha competenze di pianificazione, realizzazione delle infrastrutture, sulla sicurezza stradale, disciplina il settore dei trasporti, mobilità sostenibile, edilizia pubblica e urbanistica. Non si occupa di monitoraggio dei prezzi dei carburanti, competenza semmai del ministero delle Imprese e del Made in Italy (citofonare Adolfo Urso). «Il solito protagonismo invadente di Salvini», si commenta dalle parti di via della Scrofa.

Intesa Sanpaolo, al via da Firenze Obiettivo Italia 2026

In uno scenario economico e geopolitico sempre più complesso e mutevole, ha preso il via da Firenze la terza edizione di Obiettivo Italia, il ciclo itinerante di incontri sul territorio italiano promosso dalla divisione IMI Corporate & Investment banking di Intesa Sanpaolo, guidata da Mauro Micillo, che mette a confronto manager della banca, esperti, imprenditori e rappresentanti del settore pubblico per approfondire le principali sfide che attendono il sistema produttivo del Paese. Dopo l’ampio interesse suscitato nella precedente edizione, l’iniziativa torna nel 2026 con un programma rafforzato e capillare, che nel corso dell’anno toccherà otto città italiane. L’obiettivo è consolidare ulteriormente il dialogo diretto con le imprese sui temi che oggi incidono maggiormente sulle strategie aziendali, dalla volatilità degli scenari internazionali alla gestione dei rischi, fino al ruolo sempre più decisivo dell’innovazione come motore di trasformazione e crescita.

La prima tappa ha riunito 50 rappresentanti di imprese del territorio

Il calendario ha preso avvio da Firenze e proseguirà con tappe a Battaglia Terme (Padova), Lonato del Garda (Brescia), Torino, Milano, Napoli, Bologna e Roma, coinvolgendo alcune delle aree più dinamiche del tessuto economico nazionale. Gli incontri rappresentano un momento privilegiato di confronto tra imprese e specialisti della divisione IMI CIB su temi strategici come scenari macroeconomici, evoluzione geopolitica, gestione dei rischi, innovazione e trasformazione dei modelli di business. La prima tappa si è tenuta il 18 marzo riunendo circa 50 rappresentanti di importanti realtà imprenditoriali del territorio. L’incontro è stato aperto dall’intervento di Michele Sorrentino, responsabile Italian network della divisione IMI CIB, seguito da una sessione di approfondimento sugli scenari economici e geopolitici e sul loro impatto sui territori.

Esplosione nel quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme dopo un attacco di Teheran

Esplosione nel quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme, a circa 350 metri dalla Moschea di Al Aqsa, dopo l’ultimo lancio di missili dall’Iran. Non è chiaro se sia stata causata dall’impatto di un razzo o da frammenti di intercettori: la seconda ipotesi sembra la più probabile, in quanto appare poco realistico che l’Iran abbia deliberatamente puntato contro il quartiere ebraico, confinante con quello musulmano e la Spianata delle Moschee. In ogni caso non sono stati segnalati feriti.

Il ministero degli Esteri di Israele ha definito ironicamente quanto accaduto come un «regalo iraniano per Eid al-Fitr», ovvero la ricorrenza musulmana che segna la fine del mese del Ramadan: «L’attacco ai luoghi santi per tutte e tre le religioni rivela la follia del regime iraniano, che si professa religioso». La Spianata delle Moschee, a breve distanza dall’impatto, è chiusa ai fedeli dall’inizio della guerra a causa delle restrizioni sugli assembramenti.

Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica

Il crollo del solaio di un casale abbandonato nel parco degli Acquedotti a Roma è costato la vita a due persone: un uomo e una donna. Sulla vicenda sono in corso indagini della polizia, ma qualcosa è già emerso: le vittime sarebbero due appartenenti al mondo anarchico e tra le ipotesi c’è che stessero maneggiando un ordigno artigianale, in vista di un’azione da mettere in atto nelle prossime settimane.

Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica
Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica
Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica
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Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica
Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica

Non si esclude, filtra da ambienti investigativi, che nel mirino ci potesse essere la rete ferroviaria e il gruppo Leonardo – società attiva nei settori della difesa -, come anche un rilancio della campagna a favore dell’anarchico Alfredo Cospito: a maggio scade il decreto applicativo di 4 anni alla sua detenzione in 41 bis. L’ordigno sarebbe scoppiato nella serata di giovedì 19 marzo: diversi testimoni hanno infatti raccontato di aver sentito un forte boato. A dare l’allarme è stato poi stamattina un passante, che ha visto il solaio crollato e scoperto uno dei due corpi.

Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr

È il 1995. Il caposervizio di un quotidiano milanese chiede a un cronista alle prime armi: «Sei mai stato a un comizio di Bossi? Bene, oggi il Senatùr parla in Porta Venezia, ci vai tu…». Da quel giorno iniziò, per chi scrive, una lunga serie di «comizi di Bossi», a Milano, a Bergamo, a Brescia, su e giù per la “Padania”. E poi, naturalmente, a Pontida.

Il rapporto con la stampa

«Ebbene, fummo noi…», era quasi sempre l’attacco, perché il leader leghista la prendeva sempre larghissima e ti teneva lì, appeso ai suoi voli pindarici per oltre un’ora, quando andava bene. Non gli piaceva essere interrotto: se qualcuno dal pubblico osava farlo, anche solo per dargli ragione, s’innervosiva: «Vabbè, il comizio lo sto facendo io, non tu…». Poi, a un certo punto, faceva sempre un inciso sul gruppetto dei giornalisti al seguito: «Eccola lì, c’è anche la stampa di regime…», diceva additandoci a bordo palco e giù fischi dal pubblico. Dopo, però, rispondeva a tutte le domande e anche di più, ti incollava lì un’altra mezz’ora a parlare di politica e a disegnare scenari. Certo, aveva i suoi preferiti: Guido Passalacqua di Repubblica e Fabio Cavalera del Corriere. I due “bossologhi” per antonomasia, ma poi, dopo averti visto due o tre volte, se non avevi scritto delle stupidaggini, ti prendeva sotto la sua ala protettiva. Capiva benissimo, il Senatùr, l’importanza di avere un buon rapporto con la stampa. Un gruppetto di cronisti gli stava sempre dietro, specie alle feste della Lega, e lui un titolo lo regalava sempre, specie nelle ore notturne. Sigari, Coca Cola e chilometri. Sempre col suo autista storico, Pino Babbini. Che, con la sua mole, gli faceva anche da guardia del corpo.

Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr
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Il ribaltone che fece cadere il Berlusconi I

Il momento più esaltante, per lui, fu quello della corsa in solitaria, dopo la rottura con Silvio Berlusconi: «Non andremo mai al governo con la porcilaia fascista», assicurava. Quel Cav che l’Umberto chiamava «Berluskaiser» o «Il mafioso di Arcore». Erano gli anni della secessione, delle ampolle sul Monviso, delle celebrazioni a Venezia e del Parlamento del Nord. Bossi era allora molto coccolato anche dalla sinistra per il ribaltone con cui fece cadere il Berlusconi I. «La Lega è una costola della sinistra», profetizzò Massimo D’Alema, dopo la scatola di sardine mangiata a casa Bossi con Rocco Buttiglione. Ma si sbagliava.

Il ritorno nel centrodestra e l’ictus che segnò l’inizio della fine

Al Senatùr piacevano così tanto i giornali che ne fondò uno, la Padania, dove il primo direttore fu un signor giornalista come Gianluca Marchi. E dove lo stesso Senatùr passava spesso, nella redazione in Via Bellerio, verso sera, a fare due chiacchiere sui fatti del giorno coi cronisti politici. Proprio lì muoveva i primi passi anche un giovanissimo Matteo Salvini, prima di essere eletto in Consiglio comunale a Milano, dove poi divenne capogruppo del Carroccio. Oltre al giornale nacquero anche una radio, Radio Padania Libera, e una tv, TelePadania, appunto. Da quelle parti sono transitati, per esempio, Roberto Poletti, oggi volto Mediaset, e Sonia Sarno, ora al Tg1. E poi c’era tutto il resto: dal SinPa, il sindacato padano che a fine Anni 90 servì da trampolino per l’ingresso nel cerchio magico a Rosi Mauro, fino a Miss Padania. Negli anni a seguire Bossi si riavvicinò con Berlusconi, entrando nel 2001 al governo come ministro delle Riforme. Fino a quel maledetto giorno del marzo 2004 quando fu colpito da un ictus che segnò l’inizio della sua fine.

Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr
Umberto Bossi, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi nel 2006 (Imagoeconomica).

Da maestro venerato a ex leader scomodo

Era un capo-popolo, il Bossi, lo sentivi quando arrivava in una piazza o in una sala piena solo per vederlo. Al suo ingresso l’atmosfera cambiava, l’aria diventava elettrica, mentre la folla scandiva il suo nome: «Bos-si, Bos-si!». E lui, con le sue giacche a quadrettoni e la cravatta storta, parlava da leader. Tutti i suoi fedelissimi si sarebbero immolati per lui. Per questo colpisce molto, almeno chi ha vissuto quell’epoca, il trattamento che gli è stato riservato negli ultimi anni, da quando – nel 2013 – Salvini è diventato segretario. Non se ne può fare una colpa ai nuovi leghisti, giovani scelti da Salvini e fedelissimi solo al Capitano, che Bossi l’avranno visto quasi solo in fotografia. Ma ai vecchi sì. A cominciare da Roberto Calderoli, uno che ha vissuto tutte le stagioni e che è arrivato indenne fino a oggi.

Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr
Matteo Salvini e Umberto Bossi a Pontida (Imagoeconomica).

L’attaccamento alla ‘sua’ Lega nonostante l’isolamento

Bossi negli ultimi anni era diventato un peso e un problema per Salvini, proprio perché, nonostante la malattia e i malanni, l’Umberto sapeva ancora toccare le corde profonde della Base. E così non gli sono state risparmiate umiliazioni, ad esempio la scelta di togliergli la scorta del partito quando veniva a Roma, in Parlamento. Sì, perché il Senatùr, finché la salute gliel’ha permesso, a Montecitorio scendeva sempre. La raffigurazione plastica del suo isolamento era vedere, fino a ieri, Nicoletta Maggi, la sua storica portavoce, sempre seduta in sala stampa in mezzo ai giornalisti, perché il gruppo della Lega non le aveva fornito una scrivania. Ma era triste anche vedere l’Umberto alle feste della Lega seduto a mangiare da solo, senza nessuno o quasi a fianco. O i mancati inviti a Pontida. Insomma, se ogni nuovo leader politico per emergere deve uccidere metaforicamente il padre politico, questa operazione Salvini l’ha messa in pratica perfettamente, anche troppo.

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Ma, nonostante tutto, Bossi è rimasto attaccato fino alla fine al suo partito, senza andarsene o tanto meno dare la sua benedizione a leghe nuove o parallele. La Lega Nord l’ha fondata lui e l’ha tirata su chilometro dopo chilometro attaccando manifesti, scrivendo “Padania Libera” sui muri con la vernice verde e parlando da banchetti improvvisati nei paesi più sperduti. Per questo, pur annunciando il suo voto a Forza Italia alle Europee 2024, non se n’è mai andato. Né Salvini ha avuto il coraggio di espellerlo, sarebbe stato davvero troppo.

È morto Chuck Norris

Chuck Norris, tra i più famosi attori di film d’azione di Hollywood e star della serie Waker Texas Ranger, è morto a 86 anni dopo un ricovero d’urgenza alle Hawaii, avvenuto il 19 marzo.

È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris

La carriera di Chuck Norris

La sua carriera cinematografica aveva spiccato il volo dopo L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente del 1972, in cui combatteva contro Bruce Lee al Colosseo.

Negli Anni 80 aveva recitato in diverse pellicole di successo come Una magnum per McQuade, Rombo di tuono, Il codice del silenzio e Delta Force. Dopo un calo di popolarità, nel 1993 la rinascita professionale con Walker Texas Ranger, serie dal successo clamoroso.
Noto soprattutto per il ruolo di Cordell Walker, ex marine campione di arti marziali, Norris era davvero cintura nera di Tang Soo Do, Taekwondo, Karate, Hapkido e Jiu-Jitsu brasiliano, discipline nelle quali aveva conquistato diversi titoli sportivi. E ne aveva creata anche una, basata su altre forme di combattimento, che ha preso il nome di Chun Kuk Do.

È morto Chuck Norris
Chuck Norris spegne 85 candeline

Negli ultimi anni era anche divenuto molto popolare sul web grazie alla diffusione di notizie inventate e inverosimili su di lui (tipo esempio: “Chuck Norris non ha incubi, gli incubi hanno lui”), fenomeno denominato Chuck Norris Facts. Per la sua apparizione ne I mercenari 2 fece ricorso a uno dei meme sul suo conto. All’entrata in scena, il suo personaggio risponde a quello interpretato da Sylvester Stallone, che gli ricorda come fosse stato morso da un cobra reale: «Sì, è vero. E dopo cinque giorni di agonia, il cobra è morto».

L’attacco di Trump alla Nato: «Codardi, senza gli Usa siete una tigre di carta»

Donald Trump all’attacco della Nato. «Senza gli Usa l’Alleanza è una tigre di carta», ha scritto in un post su Truth. «Non volevano unirsi alla battaglia per fermare un Iran con il nucleare. Ora che la battaglia è vinta dal punto di vista militare, con ben pochi pericoli per loro, si lamentano degli alti prezzi del petrolio che devono pagare, ma non vogliono aiutare ad aprire lo Stretto di Hormuz. Una semplice manovra militare che è l’unica ragione degli alti prezzi del petrolio. Così facile da fare per loro, con così pochi rischi. Codardi, ce ne ricorderemo».

Sei Paesi pronti a inviare navi nello Stretto ma solo se cessano le ostilità

Da giorni il presidente americano incalza gli Alleati affinché flotte europee vengano mandate nelle acque di Hormuz. Proprio il giorno prima, su iniziativa del premier britannico Keir Starmer, sei Paesi (Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Olanda e Giappone) avevano aderito all’ipotesi di inviare una missione navale per garantire la navigazione nello Stretto. Ma a patto che cessino le ostilità. Un po’ tutti, in realtà, «auspicano» l’intervento dell’Onu (anche se questa parola non compare mai nel testo), ma il Consiglio di Sicurezza, ovvero la cabina di comando dell’organizzazione, può autorizzare una missione solo se nessuno dei cinque membri permanenti oppone il veto. Occorrerebbe dunque il via libera non solo di Stati Uniti, Francia e Regno Unito, ma anche di Russia e Cina. Ed è difficile ipotizzare che Pechino e Mosca possano assecondare una spedizione armata contro l’Iran.

La missione Nato si ritira temporaneamente dall’Iraq

La missione Nato in Iraq si è temporaneamente ritirata dal Paese. LO hanno riferito all’Afp due funzionari della sicurezza di Baghdad, spiegando che alla base della decisione c’è l’impatto della guerra in Medio Oriente e che «non ci sono disaccordi» tra l’Allenza atlantica e il governo iracheno. Successivamente è arrivata la dichiarazione di Alisson Hart, portavoce della Nato: «Possiamo confermare che stiamo rimodellando il nostro dispiegamento nell’ambito della missione in Iraq. La sicurezza del nostro personale è di primaria importanza». Resterà nel Paese solo una piccola parte del personale: la missione dell’Alleanza ha il suo quartier generale in una base militare irachena nella Green Zone di Baghdad, vicino all’ambasciata statunitense, che è stata bersaglio di diversi attacchi iraniani dall’inizio della guerra.

La missione Nato si ritira temporaneamente dall’Iraq
L’ambasciata Usa a Baghdad (Ansa).

La missione, avviata nel 2016, è stata ampliata cinque anni dopo

Come si legge anche sul sito del ministero delle Difesa italiano, quella nel Paese mediorientale «è una missione – non combattente – di assistenza e addestramento che mira a sostenere l’Iraq nel rafforzamento delle sue istituzioni e forze di sicurezza, in modo che esse stesse siano in grado stabilizzare il loro Paese, combattere il terrorismo e impedire il ritorno di Daesh». La missione è stata avviata durante il Nato Summit del 2016 su richiesta di Baghdad, ed è stata poi ampliata nel 2021.

Trump avrà la sua moneta d’oro: verrà coniata per il 250esimo anniversario della nascita degli Usa

Negli Stati Uniti verrà coniata una moneta d’oro commemorativa (non corrente) con l’immagine di Donald Trump, in deroga al regolamento generale che vieta ai presidenti in carica e comunque viventi di comparire su monete e banconote. Ad approvare il conio è stata la Commissione federale per le belle arti, i cui membri (manco a dirlo) sono stati scelti tutti dallo stesso tycoon dopo aver licenziato i precedenti. La moneta Liberty verrà coniata in occasione del 250esimo anniversario della nascita degli Usa, il 4 luglio, e sarà emessa a discrezione del segretario del Tesoro Scott Bessent (che ha discrezionalità in materia di conio). «Propongo di approvarla così come presentata, e con il forte incoraggiamento a renderla il più grande possibile, fino a tre pollici (circa 7,62 cm) di diametro», ha detto il vicepresidente della Commissione James McCrery, Per fare un confronto, una moneta da un quarto di dollaro statunitense ha un diametro inferiore a un pollice (circa 2,54 cm). Sarà comunque la zecca federale a stabilire le dimensioni della moneta.

Erdogan: «Israele pagherà il prezzo, possa Dio distruggerlo»

Duro attacco da parte del presidente turco Recep Tayyip Erdogan a Israele, da lui accusato di avere ucciso migliaia di persone durante una cerimonia per la conclusione del Ramadan, dopo la preghiera in una moschea di Rize, sulla costa del Mar Nero, di cui la sua famiglia è originaria. «Non ho dubbi che ne pagherà il prezzo, il Medio Oriente è incandescente in questo momento», ha aggiunto prima di alzare i toni:«Possa Al-Kahrar (ndr uno dei nomi usati nell’Islam per descrivere Dio) schiacciare e distruggere Israele. Che Dio ci protegga e ci preservi al più presto dalla calamità dei sionisti».

Delmastro, Crosetto evoca il complotto: «Interesse dei magistrati sul governo»

Il ministro della Difesa Guido Crosetto evoca il complotto sul caso Delmastro, finito sotto i riflettori per la sua partnership commerciale con Miriam Caroccia, figlia del prestanome del clan Senese Mauro Caroccia. L’esponente di Fdi ha spiegato di non essere a conoscenza di questo dettaglio e di aver venduto le sue quote (relative alla gestione di un ristorante) non appena l’ha scoperto. Ospite a Omnibus, su La7, Crosetto ha commentato: «Possono dirmi di tutto ma che sia una persona che possa avere volontariamente e consapevolmente rapporti con dei camorristi è una cosa talmente lontana dalla realtà. Gli unici rapporti con i delinquenti che può aver avuto Delmastro nella sua vita sono nella sua attività di avvocato. Essendo sottosegretario alla Giustizia e conoscendo l’interesse che c’è da parte dei magistrati verso qualunque esponente di governo, non penso abbia fatto nulla di male o almeno nulla che consapevolmente potesse arrecargli danno. Penso saprà difendersi tranquillamente da solo».

Delmastro, Crosetto evoca il complotto: «Interesse dei magistrati sul governo»
Andrea Delmastro (Ansa).

Meloni: «Doveva stare più attento ma non deve dimettersi»

Sul caso è intervenuta anche la premier Meloni, dopo che le opposizioni hanno chiesto le dimissioni di Delmastro: «Leggo che la segretaria Schlein sa dalla stampa che io sapevo questa cosa da un mese, il che mi diverte moltissimo, perché io scopro la vicenda dalla stampa. Non so che cosa abbia letto Elly Schlein, ma sicuramente ha letto una fake news. Il sottosegretario Delmastro forse avrebbe dovuto essere più accorto, ma lui, che è un signore che sta sotto scorta per il suo lavoro contro la criminalità organizzata, non può essere messo sullo stesso piano degli ambienti criminali, quindi manterrà il suo posto».

Dopo lo Stretto di Hormuz ora è a rischio chiusura anche quello di Bab el-Mandeb

Dopo lo Stretto di Hormuz, l’Iran (coordinandosi con gli Houthi yemeniti) potrebbe bloccare anche quello di Bab el-Mandeb, che collega il Mar Rosso con il golfo di Aden e quindi con l’Oceano Indiano. Punto di collegamento tra l’Africa e la penisola arabica, Bab el-Mandeb rappresenta un altro nodo strategico del commercio mondiale di petrolio e una sua chiusura potrebbe causare uno dei peggiori shock di approvvigionamento degli ultimi decenni.

Dopo lo Stretto di Hormuz ora è a rischio chiusura anche quello di Bab el-Mandeb
La posizione dello stretto di Bab el-Mandeb.

La posizione strategica di Bab el-Mandeb

Lo stretto di Bab el-Mandeb, largo quasi 40 chilometri e lungo 130, separa il Corno d’Africa dalla punta meridionale della Penisola arabica. Sul lato ovest di questa piccola strozzatura geografica nel Mar Rosso si affacciano Eritrea, Gibuti e Somalia, mentre lungo il suo lato orientale si trova lo Yemen. L’isola Perim blocca parzialmente la parte più stretta sul lato yemenita, mentre poco più a sud, al largo di Gibuti, ci sono le Isole dei Sette Fratelli. Insomma, in realtà il passaggio è ancora più angusto. Il nome dello Stretto, inserito fin dall’antichità nelle rotte commerciali, è traducibile come “Porta delle Lacrime“: un’allusione alle minacce da sempre connesse al passaggio attraverso le sue acque, tra correnti trasversali, forti venti, scogli e secche. Senza dimenticare i pirati.

Dopo lo Stretto di Hormuz ora è a rischio chiusura anche quello di Bab el-Mandeb
La stretto di Bab el-Mandeb con le isole dello Yemen e di Gibuti.

Le conseguenze in caso di blocco dello stretto

Qualsiasi nave in movimento tra l’Asia e Europa attraverso il Mar Rosso è destinata a passare per Bab el-Mandeb, che funge da ingresso meridionale al Canale di Suez: da qui, ogni anno, transita circa il 12 per cento del commercio mondiale di petrolio via mare. Qualora il passaggio venisse limitato o bloccato, le navi sarebbero costrette a circumnavigare l’estremità meridionale dell’Africa, con enormi ripercussioni sul prezzo del petrolio.

Bossi, la vita romana e i funerali a Pontida: ci sarà anche Mattarella?

Umberto Bossi è morto nella sua Lombardia, a 84 anni. Ma il “Senatùr” a Roma si trovava benissimo. Altro che ladrona: piaciona. Al di là degli slogan leghisti dell’epoca “celodurista”, la Capitale gli piaceva tanto, e non solo il classico centro storico, dove si trovano i palazzi della politica: lui frequentava con assiduità pure le periferie. Per anni ha bazzicato bettole situate sulla Casilina e sulla Prenestina, nelle riunioni che convocava con i suoi eletti per non farsi notare, e soprattutto fotografare.

Bossi, la vita romana e i funerali a Pontida: ci sarà anche Mattarella?
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Bossi, la vita romana e i funerali a Pontida: ci sarà anche Mattarella?
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Bossi, la vita romana e i funerali a Pontida: ci sarà anche Mattarella?
Bossi, la vita romana e i funerali a Pontida: ci sarà anche Mattarella?

Certo, non disdegnava, nel suo momento di ingresso nella Città eterna, di entrare nel favoloso salotto della giornalista Chantal Dubois, dotato di una spettacolare sala biliardo, che era la vera attrazione per il leader leghista. Bossi riusciva a giocare per ore, senza sosta: Gabriella, nota come Chantal, è stata direttrice ed editrice di quotidiani come La Tribuna Politica e Rome Daily American, “colonna” politica romana di Tv Sorrisi e Canzoni con la sua rubrica “Palazzo e dintorni”, autrice di libri di costume, prima donna giornalista ammessa in parlamento negli Anni 50, pronta a raccontare fatti, vizi, virtù dei politici italiani della Prima Repubblica, sempre con il suo cappellino rosso.

Bossi, la vita romana e i funerali a Pontida: ci sarà anche Mattarella?
Chantal Dubois (foto Imagoeconomica).

Ma Bossi, col passare degli anni e le responsabilità di governo, e soprattutto dopo l’ictus del 2004, non si muoveva facilmente: le ultime immagini della sua presenza a Roma sono di quelle di un anziano seduto al bar Giolitti, in via degli Uffici del Vicario, a due passi da Montecitorio. Rispondeva a tutti quelli che gli facevano un cenno di saluto, avendo sempre in bocca l’immancabile sigaro toscano che ha accompagnato la sua lunga carriera politica. L’addio a Bossi avverrà a Pontida, domenica 22 marzo, che è anche il primo giorno della consultazione referendaria. Nella Lega sono sicuri che al funerale di Bossi non mancherà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «Se è andato a dare l’ultimo saluto a Silvio Berlusconi…».

Bossi, la vita romana e i funerali a Pontida: ci sarà anche Mattarella?
Una delle rare foto che ritraggono sia Sergio Mattarella sia Umberto Bossi (foto Imagoeconomica).

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Maurizio Lupi sbarca a Brera con Marotta

Dopo la Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, con la presentazione romana del libro di Italo Bocchino che scatenò le ire dell’opposizione, ecco che la politica si mette a invadere la milanese Brera: tutta colpa della presentazione del libro Politica e Pensiero scritto da Andrea Covotta, responsabile di Rai Quirinale. Oltre all’autore interverranno il “padrone di casa” Angelo Crespi, direttore generale della Pinacoteca di Brera, Palazzo Citterio, Biblioteca Nazionale Braidense, Maurizio Lupi in qualità di presidente di Noi Moderati, e il presidente dell’Inter Giuseppe Marotta che, eccezionalmente, si confronterà su temi politici e non calcistici (ma occhio a cosa può ancora dire di lui lo scrittore Roberto Saviano). Introdurrà e condurrà l’incontro il giornalista Rai Alessandro Casarin, caro alla Lega. Il saggio, che si avvale della prefazione di Marco Follini, democristianissimo di lungo corso, già in tenera età consigliere d’amministrazione della Rai, ripercorre la storia del pensiero politico dagli inizi del Novecento fino al 1978, l’anno della strage di via Fani, del sequestro e della tragica morte di Aldo Moro, dell’elezione di Sandro Pertini al Quirinale, dell’eccezionale presenza dei tre papi in un solo anno: Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II.

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Maurizio Lupi (foto Imagoeconomica).

Cusenza modera l’incontro sull’acqua

Al Circo Massimo ha aperto lo stand Acea dell’Expo Village: una vera “Casa della Maratona dell’Acqua” dedicata alla tutela delle risorse idriche. Nei suoi 200 metri quadrati lo spazio ospita attività su sport e sostenibilità in attesa del 22 marzo, giorno della Acea Run Rome The Marathon. Una data simbolica quest’anno per la gara, poiché coincide proprio con la Giornata mondiale dell’Acqua istituita dall’Onu. Sabato 21 marzo, dopo la partenza della Acea Water Fun Run, sarà ospite dello spazio Acea Massimiliano Rosolino, già campione olimpico di nuoto e membro del team “Illumina” di Sport e Salute. Nel pomeriggio lo stand propone un dibattito sul rapporto tra sport e valore della risorsa idrica: ne parleranno Andrea Lo Cicero, ex campione di rugby e componente del team “Illumina” di Sport e Salute, Patricia Mejias, Land and Water Expert della Fao, Tommaso Sabato, Chief Regulated Business Officer di Acea, Riccardo Tempestini, vicepresidente Rari Nantes Florentia e Virman Cusenza, direttore della comunicazione di Acea.

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Virman Cusenza (foto Imagoeconomica).

Recalcati show

Le damazze romane hanno un appuntamento imperdibile il 22 marzo: al Teatro Argentina protagonista sarà Massimo Recalcati, con l’incontro dal titolo “Poetiche del resto”, il filosofo e psicanalista rifletterà sul legame tra arte e psicanalisi. L’evento rappresenta un appuntamento d’eccezione all’interno del ciclo “Creazioni melanconiche”, promosso dall’Associazione Lacaniana internazionale di Roma con la Società milanese di Psicanalisi. Durante l’incontro il percorso toccherà le opere di Alberto Burri, Claudio Parmiggiani, Jannis Kounellis e Anselm Kiefer.

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Massimo Recalcati (foto Imagoeconomica).

Cannabis e adolescenti, il nuovo studio che suggerisce un possibile ruolo causale in psicosi e disturbo bipolare

L’Istituto europeo delle dipendenze (Ieud), centro di eccellenza nel trattamento delle dipendenze patologiche, richiama l’attenzione sui risultati di uno dei più ampi studi di coorte condotti finora sul tema recentemente pubblicato su Jama Health Forum, rivista internazionale edita dall’American medical association. La ricerca, che ha seguito oltre 463 mila adolescenti tra i 13 e i 17 anni, evidenzia una forte associazione tra il consumo di cannabis in età giovanile e l’insorgenza di gravi disturbi psichiatrici, suggerendo anche un possibile ruolo causale della sostanza.

Rischio raddoppiato di sviluppare disturbi psicotici e bipolari per chi assume cannabis

Secondo lo studio, l’uso di cannabis nell’ultimo anno tra gli adolescenti è associato a un aumento del rischio di oltre due volte di sviluppare disturbi psicotici (AHR 2.19) e disturbi bipolari (AHR 2.01) entro i 26 anni. Sono stati rilevati incrementi significativi anche per quanto riguarda i disturbi depressivi e d’ansia, sebbene con una forza dell’associazione che tende a diminuire con l’avanzare dell’età. Gli esperti dell’Ieud confermano come queste evidenze scientifiche riflettano osservazioni cliniche consolidate. La cannabis gioca un ruolo critico nello “slatentizzare” nuclei psicotici silenti, ovvero nel far emergere patologie psichiatriche in soggetti vulnerabili che altrimenti avrebbero potuto non manifestarsi. Sebbene la relazione possa essere bidirezionale, in quanto alcuni giovani potrebbero usare la cannabis per automedicare sintomi psichiatrici prodromici, la sequenza temporale osservata nello studio suggerisce un ruolo causale o contributivo della sostanza, che precede la diagnosi clinica mediamente di circa due anni. «È fondamentale considerare la vulnerabilità del cervello adolescente», ha commentato il professor Emanuele Bignamini, referente scientifico dell’Istituto europeo delle dipendenze. Durante questa fase di sviluppo, il THC può interferire con il sistema endocannabinoide, alterando aree cerebrali cruciali per l’elaborazione emotiva e motivazionale.

L’impegno dell’Istituto nella prevenzione e nella cura

In un contesto di crescente normalizzazione del consumo di cannabis, l’Ieud ribadisce la necessità di interventi educativi e di prevenzione precoce. Con oltre 10 anni di esperienza, l’Istituto offre un approccio multidisciplinare che vede coinvolti psichiatri, psicoterapeuti e tecnici della riabilitazione per affrontare la complessità delle dipendenze. L’obiettivo è fornire percorsi di cura personalizzati che mettano al centro la persona e il suo contesto familiare, garantendo la massima riservatezza e l’utilizzo di strumenti innovativi come l’app Closer, per il supporto costante del paziente.