Come nasce il Diego Watzke ballerino e Coreografo? La danza ha scelto lei o lei la danza?
“Credo che sia stata una sorta di incontro reciproco tra me e la danza. Fin da piccolissimo mia madre mi ha educato alla bellezza e all’arte: mi portava spesso a teatro ad ascoltare concerti e ad assistere a commedie. Era una donna molto creativa, con un talento straordinario per la pittura; dipingeva farfalle e cavalli meravigliosi con una naturalezza che mi affascinava. Mi ripeteva spesso che ero un bambino molto creativo e che, un giorno, avrei trovato il modo di esprimere questa creatività. Quando ho incontrato la danza, quella parte di me è esplosa in tutta la sua forza. Più studiavo, più sentivo il bisogno di creare: non mi bastava imparare, volevo immaginare, inventare, raccontare attraverso il movimento. Questo impulso è stato così forte che, appena entrato nel Corpo di Ballo del Teatro San Carlo, ho fondato una compagnia parallela insieme ad alcuni colleghi. Ho iniziato a creare coreografie e spettacoli che, con mia grande soddisfazione, sono stati invitati in importanti festival internazionali. Per questo oggi dico che non so se sia stata la danza a scegliere me o io a scegliere la danza. So soltanto che, nel momento in cui ci siamo incontrati, ho trovato il linguaggio più autentico per esprimere chi sono.”
Chi riconosce come maestri?
“Per me un maestro non è semplicemente qualcuno che insegna una tecnica. Un maestro è colui che sa riconoscere un talento, lo protegge, lo stimola e lo aiuta a emergere. Da questo punto di vista mi considero davvero fortunato, perché nel mio percorso ho incontrato persone straordinarie. Tra tutte, la prima che ha creduto profondamente in me è stata Susanna Beltrami. Coreografa, danzatrice e docente tra le figure più importanti della danza contemporanea italiana, ha riconosciuto in me una sensibilità e un talento che io stesso non avevo ancora pienamente compreso. Li ha coltivati con intelligenza e generosità, accompagnandomi in un percorso di crescita artistica fondamentale. Ho danzato a lungo nella sua compagnia e le devo moltissimo. Ricordo con grande affetto anche Paolo Podini, storico primo ballerino e poi maître de ballet del Teatro alla Scala. Le sue indicazioni in sala prove erano preziose: lavorava con me sui salti, sulle piroette, sui tour en l’air, trasmettendomi non solo competenze tecniche ma anche una grande disciplina professionale. Ancora oggi mi tornano alla mente molti dei suoi consigli. Un altro punto di riferimento fondamentale è stato Walter Venditti, uno dei più importanti ballerini e maestri di danza italiani. Anche lui proveniente dalla tradizione scaligera, è stato per me e per intere generazioni di danzatori un esempio di passione, competenza e dedizione. Instancabile scopritore di talenti, mi ha preparato per numerose audizioni, compresa quella che mi ha aperto le porte del Teatro San Carlo. Poi, ci sono stati Ricardo Nunez, Margarita Trayanova, Elisabetta Terabust e tanti altri maestri incontrati nel corso degli anni al Teatro San Carlo. Ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa di prezioso: un insegnamento, una visione, un modo diverso di intendere l’arte della danza. Sono tutti parte della persona e dell’artista che sono diventato oggi.”
Come ha conosciuto la Signora Pina Testa e come è rinata la collaborazione
“Io e Pina Testa ci conosciamo da moltissimi anni. Il nostro incontro risale ai tempi del Teatro San Carlo, dove abbiamo avuto occasione di collaborare artisticamente e di condividere alcune esperienze sul palcoscenico. Successivamente mi invitò a insegnare nella sua scuola, una realtà che rappresenta da decenni un punto di riferimento assoluto per la danza a Salerno. Da lì è nata una collaborazione intensa e duratura, che è andata avanti per oltre dieci anni. Sono stati anni bellissimi, dedicati alla formazione dei giovani danzatori, accompagnandoli nel loro percorso di crescita e aiutandoli a trasformare le loro aspirazioni in obiettivi concreti. Pina è una persona straordinaria, di una generosità rara. Si dedica agli altri con totale disponibilità, mettendo sempre al centro il bene dei suoi allievi. Ha una personalità capace di unire rigore e dolcezza, fermezza e sensibilità: qualità che l’hanno resa una figura così amata e rispettata. Le sono profondamente grato per la fiducia che mi ha accordato e per tutto ciò che abbiamo costruito insieme. Come accade spesso nei percorsi professionali e umani, a un certo punto le nostre strade si sono separate. Entrambi abbiamo sentito il bisogno di esplorare nuove esperienze, crescere, arricchirci artisticamente e scoprire nuove sfumature del nostro talento. Ma certi legami autentici non si spezzano mai. Dopo anni ci siamo ritrovati quasi naturalmente, come se ci unisse un filo invisibile. Ognuno portava con sé un bagaglio più ricco di esperienze, conoscenze e maturità artistica. Da questo nuovo incontro è nata una collaborazione ancora più consapevole, fondata sugli stessi valori di sempre: amore per la danza, attenzione ai giovani e desiderio di promuovere arte e cultura sul territorio.”
Come nasce una coreografia di Diego Watzke, l’ispirazione può avvenire fortuitamente o è per così dire “aiutata” ? “L’ispirazione può nascere in entrambi i modi: sia in maniera spontanea e inaspettata, sia attraverso una richiesta o una commissione precisa. Nel primo caso, l’ispirazione arriva spesso dall’ascolto della musica, che è una presenza costante nella mia vita. Amo molti generi musicali, ma ho una particolare predilezione per i grandi compositori. Li ascolto ogni giorno e cerco di percepire ciò che risuona dentro di me, ciò che fa vibrare la mia anima. Quando accade, le immagini e i movimenti iniziano quasi immediatamente a prendere forma nella mia mente. Comincio a vedere scene, dinamiche, emozioni, e nasce il desiderio di trasformarle in una coreografia. A volte l’idea resta con me per mesi, altre volte prende vita subito, ma so che prima o poi troverà il suo spazio sulla scena. L’ispirazione ‘aiutata’, invece, nasce quando mi viene commissionato un lavoro. Può trattarsi di un tema specifico, di una partitura musicale già scelta o di un progetto con caratteristiche ben definite. In questi casi il processo creativo cambia, ma non perde intensità. Anzi, spesso i limiti diventano uno stimolo ulteriore: mi spingono a cercare nuove soluzioni, nuove chiavi di lettura e nuovi linguaggi espressivi”.
Due le coreografie presentate quest’anno con il Professional Ballet il Lacrimosa dal Requiem di Mozart e il Sacre di Stravinskij. Convergenze e divergenze di ispirazione
“Come accennavo prima, i grandi compositori rappresentano per me una fonte inesauribile di ispirazione. Mozart e Stravinskij fanno parte del mio universo artistico da moltissimo tempo; la loro musica mi accompagna da anni e continua a interrogarmi, emozionarmi e stimolarmi a creare. A prima vista, il Requiem di Mozart e Le Sacre du Printemps di Stravinskij possono sembrare opere molto distanti tra loro. E in effetti esistono delle divergenze: linguaggi musicali differenti, energie diverse, modi opposti di interpretare il movimento. Mozart conduce verso una dimensione più spirituale e contemplativa, mentre Stravinskij sprigiona una forza primordiale, terrena e quasi rituale. Eppure, al di là delle differenze, vedo una profonda convergenza. Entrambe le opere sono attraversate da una riflessione intensa sul senso dell’esistenza, sul rapporto tra il presente e l’eterno, una continua ricerca dell’ora e del dopo, dell’adesso e dell’eternità che trascende la vita e la morte”.
L’approccio, l’insegnamento di quest’arte è cambiato da quando ha iniziato. Ora addirittura le scuole di danza social, tutto sbattuto in questa agorà virtuale, cosa ne pensa?
“L’insegnamento della danza è inevitabilmente cambiato rispetto a quando ho iniziato il mio percorso. Oggi viviamo in un’epoca in cui la comunicazione è immediata e globale, e i social network sono diventati parte integrante anche del mondo artistico e della formazione. Personalmente credo che ogni strumento sia neutro in sé: ciò che fa la differenza è l’intenzione con cui viene utilizzato. Un concetto che ho imparato dalla filosofia buddista del Sutra del Loto è quello di Riki, che rappresenta la capacità d’azione e il potenziale della mente umana. Se questa forza è guidata da uno stato vitale basso, le nostre azioni possono produrre effetti distruttivi; se invece nasce da uno stato vitale elevato, allora genera valore, crescita e beneficio per gli altri. Penso che questo principio si applichi perfettamente anche ai social media. Possono diventare strumenti di superficialità e competizione sterile, ma possono anche essere straordinari mezzi di diffusione della cultura, dell’arte e della conoscenza. Tutto dipende da come vengono utilizzati e da chi li utilizza. Ricordo una pubblicità che diceva: “Pensate se questa possibilità di comunicazione l’avesse avuta Gandhi”. È una riflessione che mi ha sempre colpito, perché ci ricorda quanto potente possa essere uno strumento quando viene messo al servizio di valori positivi e di una visione costruttiva del mondo. Sono fiducioso che gli esseri umani abbiano la capacità di orientare questi strumenti verso il bene. Se usati con consapevolezza, i social possono diventare un’occasione preziosa per avvicinare le persone all’arte, alla bellezza e alla cultura, stimolando curiosità, dialogo e crescita personale”.
Un ruolo che avrebbe voluto interpetrare e un titolo ancora da coreografare
“Nel corso della mia carriera ho avuto la fortuna di essere spesso scelto dai coreografi per interpretare ruoli solistici. È stata un’opportunità preziosa che mi ha permesso di crescere non solo tecnicamente, ma anche artisticamente e umanamente. Per questo motivo non posso dire di avere rimpianti o di sentire la mancanza di un ruolo che avrei voluto interpretare e non ho avuto occasione di fare. Ogni esperienza che ho vissuto in teatro mi ha lasciato qualcosa di importante e ha contribuito a costruire il mio percorso. Se invece guardo al futuro come coreografo, c’è un titolo che mi affascina da sempre e che vorrei affrontare: Romeo e Giulietta di William Shakespeare. È una storia universale, capace di parlare a ogni generazione perché affronta temi eterni come l’amore, il destino, il conflitto e il desiderio di libertà. Mi piacerebbe reinterpretarla attraverso una sensibilità contemporanea, lasciandomi ispirare magari, dalla straordinaria versione cinematografica di Baz Luhrmann, che considero una rilettura visionaria, coraggiosa e sorprendentemente moderna della tragedia shakespeariana”.
Cosa occorre per far felice Diego Watzke?
“In realtà, niente. O forse sarebbe più giusto dire che non ho bisogno di qualcosa in particolare per essere felice. Con il tempo ho compreso che la felicità non dipende esclusivamente dagli eventi esterni o da ciò che possediamo, ma è una qualità che ogni essere umano porta già dentro di sé. Credo che la felicità sia uno stato che possiamo coltivare ogni giorno, in ogni fase della nostra vita, indipendentemente dalle circostanze. Questo non significa vivere lontani dalla sofferenza o dalle difficoltà. Anch’io, come tutti, attraverso momenti dolorosi, delusioni e situazioni che mettono alla prova. La vita non risparmia nessuno. Quello che ho imparato, però, è che dentro ciascuno di noi esistono risorse straordinarie, spesso più grandi di quanto immaginiamo. Forse è proprio quello stato vitale di cui parlavamo prima: la capacità di trovare dentro di sé la forza, la saggezza e il coraggio necessari per affrontare qualsiasi situazione. Quando riusciamo a far emergere questa parte migliore di noi stessi, non cambiano soltanto il nostro modo di guardare la realtà e di vivere gli eventi, ma spesso cambia anche il nostro destino. Per questo considero la felicità non come un traguardo da raggiungere, ma come una condizione interiore da coltivare e rinnovare ogni giorno.”
Olga Chieffi
L'articolo Diego Watzke, il coreografo visionario proviene da Le Cronache.




















