Un’inchiesta condotta da giornalisti dell’emittente svedese SVT, di quella norvegese NRK, di quella danese DR e della testata online estone Delfi, basata su immagini satellitari, ha rivelato che la Russia sta costruendo o ampliando infrastrutture militari vicino ai suoi confini con i Paesi della Nato, che potrebbero consentire di far stazionare in quelle zone oltre 100 mila soldati.
Dove si trovano le basi in fase di costruzione o ampliamenti ai confini Nato
Le immagini analizzate dai giornalisti mostrano numerose nuove caserme destinate a migliaia di soldati, depositi di munizioni e aree per l’equipaggiamento e altri complessi infrastrutturali in diverse località russe prossime ai confini europei. Lavori di costruzione e accumuli di mezzi sono stati rilevati a Pečenga, nella penisola di Kola, a circa dieci chilometri dal confine con la Norvegia, e a Petrozavodsk, vicino alla Finlandia. Ma anche a Sapiernoye e Kirillovskoye, sempre nell’area del confine finlandese; a Luzh, nella regione di Pskov (vicino all’Estonia); a Baltiysk, nell’exclave di Kaliningrad; e Kandalaksha, che si affaccia sul Mar Bianco, dove è in fase di ampliamento una base già esistente.
Il trasferimento di soldati potrebbe avvenire dopo la fine della fase più calda della guerra in Ucraina
Secondo le stime, nel complesso le nuove strutture e quelle ampliate permetterebbero a Mosca di concentrare fino a 115 mila effettivi ai confini con l’Europa settentrionale e i Paesi baltici, a fronte dei 20 mila presenti al momento. Secondo le valutazioni raccolte dall’inchiesta, il trasferimento di forze verso queste basi potrebbe avvenire dopo la fine della fase più intensa della guerra contro l’Ucraina.
L’ultimo della serie si chiama Omar Abdulkadir Artan. È un arbitro, è stato giudicato il migliore del continente africano per l’anno 2025 e per questo motivo è stato inserito nel gruppo di chi dirigerà le partite del Mondiale 2026 al via giovedì 11 giugno, quello che per una serie di motivi potrebbe essere il peggiore di sempre. Purtroppo, mister Artan ha un problema: il passaporto somalo. Ciò che gli conferisce lo status di appartenenza a uno Stato-nazione che, per il grottesco mappamondo di Donald Trump, appartiene all’emisfero dei dannati. Il Canada ha provato timidamente a opporsi, dicendo che «è il benvenuto» e proponendo di farlo arbitrare a Vancouver. Invano. Lui ha raccontato così la sua frustrazione: «Vivevo un sogno. E invece sono finito in prigione ed espulso. Per colpa di un omonimo».
Nella rudimentale visione del mondo alimentata dallo psycho-POTUS, tutti coloro che provengono dai Paesi collocati nella parte sbagliata della carta geografica devono essere respinti alla frontiera. Del resto, per come la vede lui, bisognerebbe cacciare dagli Stati Uniti i cittadini che sono (anche lontanamente) provenienti da quei Paesi: figurarsi farne accedere di nuovi, fosse anche soltanto per arbitrare qualche partita di pallone.
BREAKING: Trump administration claims the Somali referee was denied entry because he is a security threat to the US with links to suspected terrorists. He was questioned for 11 hours, including about Al Shabab
Calpestate le regole più stringenti in materia di diplomazia fra Stati
Ergo, l’esito di tutto ciò è bell’e servito: il miglior arbitro del continente africano è stato respinto al confine, non appena messo piede all’aeroporto di Miami. A mister Artan non è servito a nulla nemmeno essere in possesso di un passaporto diplomatico. Evidentemente gli agenti incaricati di sorvegliare il sacro valico dell’America trumpiana hanno avuto istruzioni di sbattersene anche delle regole più stringenti in materia di diplomazia fra Stati. E se tutto ciò ha come conseguenza impoverire la pattuglia arbitrale, pazienza: si potrà sempre far dirigere le partite all’intelligenza artificiale.
Il problema è grave e tocca non soltanto Omar Abdulkadir Artan, né esclusivamente gli arbitri. Molto faticoso è stato il percorso della nazionale dell’Iraq, atterrata all’aeroporto di Chicago e destinataria di un trattamento di particolare cortesia: diverse ore di interrogatorio da parte degli agenti della frontiera, cui è stato sottoposto ciascun componente della comitiva proveniente da Bagdad.
Aymen Hussein, a destra con la maglia numero 18 dell’Iraq (foto Ansa).
Non per tutti è andata bene: Talal Salah, il fotografo ufficiale incaricato dalla federcalcio irachena, è stato rimandato indietro dopo essersi sorbito 11 ore d’interrogatorio. Appena meno spossante è stata la prova toccata a Aymen Hussein, 30enne attaccante dell’Al-Karma: a lui sono bastate sette ore di interrogatorio. Infine ha scansato il rischio di essere rimandato in Iraq, ma il sollievo non gli ha impedito di dar voce al pensiero che si fa sempre più condiviso: «Ma che senso ha ospitare un Mondiale se si è così ostili verso i calciatori stranieri?».
«Football unites the world», la frase boomerang di Infantino
Già, che senso ha? È una domanda che bisognerebbe rivolgere all’ineffabile presidente della Fifa, Gianni Infantino. Che in questi giorni continua a glorificare il presunto successo di questo primo Mondiale a 48 squadre e non guarda oltre le cifre sugli incassi. Tra le tante fanfaronate che ha diffuso nel corso dei mesi di vigilia, quella che adesso gli torna addosso come un boomerang è la frase: «Football unites the world». Una delle frasi a effetto di cui Fifantino ha abusato nel corso di questi mesi. Ma che, giorno dopo giorno, rivela di essere il sigillo di un fallimento.
Per Cannavaro roba da caccia al narcos, altro che amichevole di calcio
Le segnalazioni si moltiplicano. L’ultimo a incappare negli arcigni controlli di sicurezza è stato Fabio Cannavaro: che vent’anni fa alzava al cielo di Berlino la Coppa del Mondo come capitano della nazionale azzurra, e che adesso si trova negli Usa nel ruolo di commissario tecnico dell’Uzbekistan. Per lui e i componenti della comitiva uzbeka i controlli in aeroporto non sono stati sufficienti: è toccato loro sottoporsi anche a quelli necessari per accedere allo stadio di New York, dove era in programma l’amichevole contro l’Olanda (persa 2-1). Una lunga trafila fatta di metal detector e cani antidroga. Roba da caccia al narcos, per un’amichevole di calcio.
REGISTRO SUPER ESTRICTO HASTA CON PERROS
Así fue el protocolo de seguridad con la Selección de Uzbekistán previo al amistoso contra Países Bajos en Estados Unidos.pic.twitter.com/D1SzMEYZcP
Misure di sicurezza assurde, da stato d’assedio. Il caso della nazionale iraniana, la cui rappresentanza è stata decimata, è il più noto. Meno pubblicizzato è il caso dei numerosi giornalisti, iraniani o provenienti da Paesi africani, che hanno avuto negato il visto, o che ne hanno ricevuto uno valido per un solo accesso. Ciò che, in una manifestazione che porta le squadre nazionali a spostarsi tra un Paese organizzatore e l’altro (oltre che negli Usa, si gioca in Canada e in Messico), è un grave handicap: una volta che esci dagli Stati Uniti, non rientri più.
La seconda opera della street artist Laika raffigura un tifoso messicano con la faccia al muro e le mani alzate, perquisito e arrestato da due agenti dell’Ice (foto Ansa).
L’Associazione internazionale della stampa sportiva (Aips), presieduta dall’italiano Gianni Merlo, ha inviato il 5 giugno una lettera alla Fifa per chiedere di risolvere con urgenza il problema. Risposta da Fifantino? Nessuna.
Il presidente della Fifa pensa solo a spennare i tifosi più ingenui
In compenso il capo del calcio mondiale ha trovato un altro modo per mungere i tifosi, ciò che gli permetterà di magnificare un altro po’ gli incassi della manifestazione. Si chiama Super Shootout e permette di vedere il proprio nome, con relativo Paese di provenienza, passare sul maxischermo degli stadi in cui si disputano le gare. Per i pirla che volessero concedersi questa libidine, il costo è 79 dollari americani, che al cambio sono quasi 69 euro. Ma vuoi mettere, il piacere di vedere il tuo nome passare in mondovisione per pochi secondi e ingrassare il portafoglio di Fifantino?
Fifa faces empty seats as 180,000 World Cup tickets hit resale market https://t.co/prqoWWF0oF
A un giorno dall’inizio dei Mondiali di calcio 2026, sono apparse a Zurigo due nuove opere della street artist Laika. La prima, affissa davanti al quartier generale Fifa (foto Ansa).
Con l’obiettivo di «mettere a disposizione le funzionalità più avanzate, al fine di migliorare l’efficienza delle loro attività», come ha spiegato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il Consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare un decreto legge che disciplina per la prima volta l’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte delle forze dell’ordine.
L’uso dell’intelligenza artificiale in modalità ex ante
Il decreto legge prevede una duplice modalità di utilizzo dell’IA per la sicurezza. «La prima è ex ante la commissione di reati: ovvero in caso di pericolo e minaccia legati a condizioni come terrorismo o per la ricerca di persone scomparse o vittime di tratta». In questi casi, ha sottolineato Piantedosi, «serve richiesta del questore e autorizzazione dell’autorità giudiziaria». Previsti meccanismi di valutazione di impatto sui diritti fondamentali e meccanismi di notifica al garante della privacy.
L’utilizzo dell’IA ex post rispetto al reato
C’è poi un utilizzo ex post rispetto al reato. L’uso dell’IA da parte della polizia, ha spiegato il titolare del Viminale, «fa riferimento soprattutto ad attività di videosorveglianza, di riconoscimento facciale e di utilizzo di dati biometrici per finalità legate all’accertamento dell’identità successivo alla commissione di reati». Anche in questo caso sono previste misure di garanzia. I dati biometrici verranno infatti conservati solo per sette giorni e poi cancellati automaticamente, mentre i log delle operazioni saranno conservati per cinque anni, al fine di evitare eventuali abusi. Inoltre, ha assicurato Piantedosi, sarà vietato «prendere decisioni su una persona basandosi esclusivamente sul risultato del riconoscimento facciale». Proibita poi «qualsiasi forma di identificazione biometrica generalizzata e non mirata, non collegata a un procedimento penale».
Piantedosi assicura: «Non sarà un Grande Fratello»
«Ogni utilizzo dell’Intelligenza artificiale per la sicurezza deve essere sottoposto a una revisione e sorveglianza umana qualificata. Inoltre, deve garantire la tutela dei dati personali e sensibili. L’IA costituisce uno strumento di supporto e non un poliziotto automatizzato: le decisioni finali rimangono sempre dell’essere umano», ha detto Piantedosi: «Non è previsto alcun sistema di sorveglianza di massa o di “Grande Fratello” generalizzato, con grandi banche biometriche».
Il Diavolo di sicuro veste Prada: lo aveva fatto 20 anni fa ed è tornato recentemente a farlo. La questione, però, è capire se anche i comuni mortali acquistino i capi della famosa casa del lusso. E qui la faccenda si fa più complicata: mentre il super-ad Andrea Guerra trimestre dopo trimestre continua a ripetere il ritornello dell’«alta desiderabilità del marchio», i consumatori non sembrano così propensi a spendere. Almeno nel Nord Europa. Lo scorso autunno, con un tempismo perfetto per la volata del Natale, Prada aveva aperto il suo primo negozio monomarca in Norvegia. Il debutto a Oslo, per la prima volta nella storia dell’azienda, fu salutato con grandi fanfare, ma sei mesi dopo, da festeggiare c’è poco. Secondo indiscrezioni raccolte da L43, i numeri sono pessimi: il negozio avrebbe dovuto incassare, secondo i piani, almeno 30 mila euro al giorno, invece è al di sotto della soglia minima per coprire i costi. È il segnale, non il primo e non il solo, che la bolla del lusso sta iniziando a scoppiare.
Chiudere la boutique di Oslo, però, è semplicemente impensabile e allora ecco che il taglio dei costi si abbatte altrove: ancora una volta sul Regno Unito. Sempre alla fine dell’anno scorso, mentre festeggiava lo sbarco in terra vichinga, molto più in sordina Prada aveva chiuso il suo negozio a Glasgow, l’unico di tutta la Scozia, e uno dei suoi due punti vendita di Manchester, a Old Trafford. Ma non è bastato: adesso Guerra ha deciso di uscire del tutto dalla città del calcio, che come reddito e importanza è la seconda del Paese: chiuderà anche il negozio all’interno dei grandi magazzini Selfridges, nel centro commerciale Manchester Exchange. In Gran Bretagna, Prada rimarrà dunque solo con le sue boutique di Londra, ma la crisi del lusso inizia anche a lambire l’un tempo inaffondabile capitale inglese. Tra i piani di Guerra ci sarebbe infatti anche la chiusura di Prada White City, dentro l’enorme centro commerciale Westfield, nella zona ovest di Londra.
Andrea Guerra (Imagoeconomica).
Tutte le grane in casa Prada
Il flop iniziale di Oslo e le chiusure di Manchester e Londra puntellano un 2026 che si preannuncia difficile per la maison. L’anno è partito col freno a mano tirato, i ricavi dei primi tre mesi sono saliti di un modestissimo 2 per cento, e peraltro a fine marzo non era ancora scoppiata in pieno la crisi dello Stretto di Hormuz. L’anno, per il gruppo che fattura quasi 6 miliardi di euro, si chiuderà con utili in calo, secondo gli analisti di Barclays. Negli uffici di via Bergamo a Milano, oltre alle tensioni internazionali e al calo delle vendite, hanno anche un altro problema di nome Versace. Mangiarsi una grande azienda è già difficile, saperla digerire lo è ancora di più. E la casa della Medusa non è un boccone facile: Prada l’ha comprata al picco della bolla del lusso, ma il marchio è reduce da anni di declino e di perdite milionarie. L’anno scorso, Versace aveva già zavorrato i conti di Prada e quest’anno le cose stanno addirittura peggiorando, secondo quanto sarebbe trapelato in un incontro riservato con gli analisti finanziari. Andrea Guerra non solo deve cercare di rendere redditizio l’esborso di 1,25 miliardi, ma deve riuscirci mentre il mondo del lusso sta imboccando la via della crisi.
Una pubblicità Prada e la vetrina di un negozio Versace (Ansa).
Un’intervista rilasciata dal Corriere della Sera dallo storico dirigente del Partito democratico Goffredo Bettini sta agitando i dem. E pure chi ha da poco lasciato per approdare ad altri lidi. Tutto ruota attorno ad alcune affermazioni sulla leadership del campo largo, su cui Bettini di fatto ha invitato (senza citarla) Elly Schlein a non intestardirsi. E alle sue parole sull’adesione dell’Ucraina all’Ue, che sta creando spaccature nel centrosinistra.
ELENA ETHEL ELLY SCHLEIN SEGRETARIA PARTITO DEMOCRATICO GOFFREDO BETTINI POLITICO
Le parole di Bettini sulla leadership del campo largo e sull’Ucraina nelll’Ue
Sottolineando che «occorre togliere dalle nostre teste i destini e le ambizioni personali», Bettini ha detto che nell’opposizione tutti, a partire da Schlein e Giuseppe Conte, dovrebbero «fare insieme un passo in avanti, coscienti che hanno di fronte un destino comune», senza «caricare tutto sulla leadership», in quanto «anche nel centrosinistra ci vuole un attacco a più punte». Una discreta bordata nei confronti della segretaria dem.
ELLY SCHLEIN, SEGRETARIA PARTITO DEMOCRATICO, GIUSEPPE CONTE, PRESIDENTE DEL MOVIMENTO 5 STELLE
Quanto all’Ucraina, Bettini ha invitato a frenare: «In prospettiva vedo questa possibilità con favore. Ma il processo sarà inevitabilmente lungo. Di anni. Sventolare la questione oggi per motivi propagandistici rischia di non aiutare l’esito positivo».
Quando dà patenti di incompatibilità sulla politica estera, Bettini parla di sé? Sembrerebbe di sì, visto che oggi il PD presenta una risoluzione in cui ribadisce che l’ingresso dell’Ucraina nell’UE è una scelta strategica di fondo che non può essere rallentata.
Quartapelle: «Sull’incompatibilità in politica estera parla di sé?»
«Quando dà patenti di incompatibilità sulla politica estera, Bettini parla di sé? Sembrerebbe di sì, visto che oggi il Pd presenta una risoluzione in cui ribadisce che l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue è una scelta strategica di fondo che non può essere rallentata», ha scritto sui social la deputata dem Lia Quartapelle.
Penso l’opposto, ovviamente, delle parole di Bettini sull’Ucraina consegnate oggi al Corriere. L’opposto. E un Pd che seguisse questa agenda filorussa, che equivoca le stragi con Puskin, sarebbe una follia e un errore esiziale che non avverrà. Sul mio cadavere
Sensi: «Il Pd non può seguire un’agenda filorussa»
Così il senatore dem Filippo Sensi: «Penso l’opposto, ovviamente, delle parole di Bettini sull’Ucraina consegnate oggi al Corriere. L’opposto. E un Pd che seguisse questa agenda filorussa, che equivoca le stragi con Puskin, sarebbe una follia e un errore esiziale che non avverrà. Sul mio cadavere».
“Evidente l'incompatibilità con Picierno”, dice Bettini. Per una volta, devo dargli ragione. Era evidente, e ne ho dovuto prendere atto, la mia incompatibilità con un partito che sull'Ucraina e sull’imperialismo di Putin non si dissocia dalle posizioni di Bettini, che poi sono… pic.twitter.com/KUXs29WbWl
Augurandosi di «mantenere il dialogo con gli amici e compagni che hanno lasciato il Pd», Bettini ha affermato che con Pina Picierno «l’incompatibilità era ormai evidente». Questo il commento della vicepresidente del Parlamento europeo, fresca di addio al Partito democratico: «Per una volta, devo dargli ragione. Era evidente, e ne ho dovuto prendere atto, la mia incompatibilità con un partito che sull’Ucraina e sull’imperialismo di Putin non si dissocia dalle posizioni di Bettini, che poi sono anche quelle di Conte, di Salvini e di Vannacci. Mi dispiace per gli amici che sono rimasti».
Nel 2025 la Bce è intervenuta per limitare temporaneamente l’espansione di Revolut in Europa, chiedendo alla fintech britannica di rafforzare i propri sistemi di controllo interno prima di procedere con il lancio di nuovi prodotti finanziari. Lo scrive il Financial times, secondo cui la Banca centrale europea ha imposto all’istituto una serie di restrizioni, preoccupata per la rapidità con cui questo introduceva nuovi servizi e per l’adeguatezza dei processi interni chiamati a valutarne rischi e conformità normativa. In particolare, Revolut avrebbe dovuto sospendere il lancio di alcuni nuovi prodotti nello spazio economico europeo fino alla correzione delle carenze individuate dai supervisori. La società conta oggi circa 75 milioni di clienti nel mondo e nel 2025 ha registrato un utile ante imposte di circa 1,7 miliardi di sterline, consolidando la propria posizione tra i maggiori operatori finanziari digitali europei.
La Bce preoccupata dell’ampia autonomia decisionale dei team della società
Al centro delle preoccupazioni dei regolatori vi sarebbe stato il modello organizzativo promosso dal fondatore e amministratore delegato di Revolut Nik Storonsky, con team dotati di ampia autonomia decisionale e capaci di sviluppare e lanciare prodotti con grande rapidità. Proprio questa velocità di esecuzione sarebbe entrata in tensione con le esigenze di controllo richieste a un gruppo bancario ormai di dimensioni sistemiche.
Il trasloco era nell’aria da settimane e adesso è ufficiale: Milo Infante lascia la Rai per passare a Mediaset. Ad annunciare il divorzio è stata l’emittente pubblica, con un comunicato in cui ha reso noto di aver ricevuto la lettera di dimissioni. A stretto giro è arrivata la nota del Biscione: «Giornalista, autore e conduttore tra i professionisti più autorevoli e apprezzati della televisione italiana, Infante sarà da subito al lavoro con il vertice aziendale per sviluppare nuovi progetti editoriali e televisivi. Il giornalista avrà inoltre un ruolo di vertice nell’area dell’informazione del Gruppo, contribuendo alla definizione delle strategie e allo sviluppo dell’offerta news di Mediaset».
Infante era vicedirettore dell’Approfondimento Rai
Infante, che ha condotto con buoni ascolti il programma Ore 14, era vicedirettore dell’Approfondimento Rai. Ad attenderlo in Mediaset una striscia quotidiana oppure una prima serata d’approfondimento. Forse entrambe le cose. Potrebbe pure co-dirigere Videonews, affiancando Siria Magri. Ancora non ci sono certezze al riguardo. Queste le sue parole dopo l’ufficialità del cambio di casacca: «Ringrazio Pier Silvio Berlusconi per la fiducia e per l’opportunità di entrare a far parte di una rearà che rappresenta da sempre un punto di riferimento per la televisione italiana. Affronto questa sfida con entusiasmo, curiosità e con la voglia di mettere la mia esperienza al servizio di nuovi progetti e nuove idee».
Trump è vicino all’ordinare nuovi attacchi contro l’Iran. Lo ha detto lui stesso a Fox poche ore dopo che gli Stati Uniti hanno colpito basi militari e navali iraniane in risposta all’abbattimento, da parte di Teheran, di un elicottero Apache americano. Su Truth ha inoltre aggiunto che l’Iran sta impiegando «troppo tempo per negoziare un accordo» e «ora dovrà pagarne il prezzo». «L’esercito iraniano è un disastro totale e completo. Gran parte di esso, come la Marina e l’Aeronautica, non esiste nemmeno più, sono stati completamente sconfitti. L’Iran è tutto chiacchiere e niente fatti», ha aggiunto Trump.
L’uscita di Milo Infante dalla Rai era nell’aria, così come l’approdo a Mediaset. Mercoledì 10 giugno è arrivata l’ufficialità. L’azienda ha comunicato che si è conclusa la collaborazione professionale del 57enne conduttore di Ore 14, in seguito «alla sua lettera di dimissioni formalizzata questa mattina al capo del personale». «Nel ringraziarlo per l’attività svolta nel corso degli anni nelle strutture editoriali e produttive della Rai», prosegue il comunicato, «l’azienda gli rivolge i migliori auguri per il prosieguo del proprio percorso professionale». Alla base dello strappo ci sarebbero promesse non mantenute e il venire meno del rapporto di fiducia, nonostante i buoni ascolti del programma su Rai 2 in fascia pomeridiana e anche in prima serata. Dal canto suo la Rai avrebbe provato a giocarsi un’ultima carta economica per trattenere Infante (una volta esclusa la promozione a direttore a cui, si mormora, l’interessato mirava): portare il suo compenso a 240 mila euro con la possibile aggiunta di una quota variabile. L’offerta non è però bastata. Anche se qualcuno in Rai, si dice, tutto sommato ha tirato un sospiro di sollievo. Dunque Infante traslocherà a Cologno Monzese con un ruolo dirigenziale all’interno di Videonews e una prima serata di cronaca. Resta da capire dove e chi pagherà il prezzo del passaggio.
Gualtieri con Calta non guarda l’orologio
Roberto Gualtieri come sindaco di Roma ha tanto da fare. Ma quando c’è Francesco Gaetano Caltagirone non guarda l’orologio: nel pomeriggio di martedì 9 giugno è arrivato a Villa Miani per restarci fino a tarda sera, dopo la cena organizzata in occasione della kermesse del Messaggero. Risolvendo così anche il piccolo giallo sulla sua presenza, che inizialmente non era annunciata: Gualtieri voleva esserci. Seduto accanto ad Azzurra Caltagirone, la figlia che amministra i quotidiani del gruppo, a cominciare proprio dal Messaggero, il primo cittadino ha ascoltato il lungo pistolotto dell’Ingegnere, che ha sottolineato come lui, «da proprietario di cinque palazzi su via Barberini», solo di Imu paga «due milioni di euro sui sette che versa l’intera strada», e che vuole un ritorno di quell’importo in sicurezza, pulizia, decoro. «E pensare che non ha citato via del Tritone», dove c’è la sede del Messaggero, si è sentito dire in sala. Quando poi Calta ha chiesto più tasse sul turismo il sindaco ha annuito, tanto che poi nel suo discorso se ne è uscito ricordandosi del suo passato nel Pci, affermando, con una frase che non faceva parte dell’intervento, che «non è possibile che al Bulgari Hotel con la suite da 30 mila euro si paghino 10 euro di tassa di soggiorno come tutti gli altri». Gualtieri poi ha elogiato senza sosta Calta, per quello che fa, che pensa, che predice. In sala c’erano Raffaele Ranucci, Mauro Masi e Claudio Lotito (i due erano vicini, e tutti a spifferare: «Stanno parlando della Lazio»), poi è arrivato anche Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri. Presenti anche tutti i manager attesi, con protagonisti i big dell’energia, a cominciare da Flavio Cattaneo, numero uno di Enel, contentissimo anche perché nel giornale distribuito ai partecipanti c’era una pagina e mezza dedicata a Sabrina Ferilli, la sua dolce metà…
Le battute su De Mita alla riunione dei Ccd
Renzo Lusetti che racconta aneddoti su Ciriaco De Mita, tra Pier Ferdinando Casini, Bruno Tabacci, Alfredo Antoniozzi e Roberto Sergio. Un amarcord targato Ccd, Centro cristiano democratico, al Circolo Canottieri Aniene, con protagonista Maurizio Talarico, il “re delle cravatte”, tra i fondatori del Ccd in Calabria. E tra chi proviene dalla regione calabrese ecco Pino Galati. Per Sergio qualcuno scommette un futuro in politica, dopo una vita passata alla Rai. Giampiero D’Alia ricorda la nomina a ministro nel governo di Enrico Letta, arrivando a Roma da Palermo, dove ricevette la telefonata, con la moglie che gli portò un vestito di flanella, caldissimo, tanto che «il sudore arrivò alle stelle». Alla fine, brindisi con torta dedicata al Ccd.
Del Fante cavaliere del calcio storico
Flavio Cobolli, il tennista, sarà il “Magnifico Messere” della finale del calcio storico del 24 giugno, giorno dedicato a San Giovanni Battista, patrono di Firenze. Ma la notizia che fa più gola in città è questa: per la semifinale del 13 giugno il “Magnifico Messere” sarà Matteo Del Fante, amministratore delegato di Poste Italiane. Il calcio storico, si dice a Firenze, «è una vecchia passione per Del Fante, coltivata per anni insieme a un suo amico di gioventù, Matteo Renzi».
Matteo Del Fante, ad di Poste Italiane (foto Imagoeconomica).
Tutti alla corte di Massimo Caputi
Massimo Caputi, fedelissimo di Francesco Gaetano Caltagirone, si appresta “all’intronizzazione” a presidente di Federturismo Confindustria. Dopo aver partecipato alla kermesse aziendale di “Calta” a Villa Miani, Caputi sarà protagonista nella giornata di giovedì 11 giugno con l’assemblea pubblica 2026 di Federturismo in programma al Maxxi di Roma con l’evento “Nuovi turismi verso il 2030: Economia stellare per occupazione stabile, sostenibilità, sviluppo”. Presentissimo il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Quindi, un focus sulla “trasformazione del comparto” a industria in proiezione verso il 2030, con l’intervento del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e le riflessioni di Marina Lalli, presidente uscente di Federturismo. Via a un dibattito politico su “La partita politica della crescita”, con Antonio Misiani per il Pd, Gianluca Caramanna per Fratelli d’Italia, Deborah Bergamini per Forza Italia, Stefano Patuanelli per M5s, affiancati da Leopoldo Destro, vicepresidente di Confindustria per i Trasporti e il Turismo (che terrà banco anche la mattina nella sede confederale in viale dell’Astronomia). Interverrà poi il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, sulla proiezione internazionale e l’attrattività del brand Italia. E i sindaci? Eccoli: da Napoli arriverà Gaetano Manfredi, anche nella veste di presidente Anci, da Catania giungerà Enrico Trantino, da L’Aquila ecco Pierluigi Biondi, da Firenze il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani. Imperdibile lo «sguardo globale» fornito da Manfredi Lefebvre d’Ovidio, presidente del World Travel & Tourism Council, e da Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione Europea. Il percorso di Federturismo per lo sviluppo del sistema sarà quindi tracciato da Caputi, con la carica di nuovo presidente, mentre il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi illustrerà il quadro della futura azione governativa, e il presidente di Confindustria Emanuele Orsini chiuderà l’assemblea.
Sappiamo tutti che, nella vita, non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace. E, quindi, che è ben possibile ci sia chi apprezzi quello che altri disprezzano in conseguenza di valutazioni strettamente personali. Sta di fatto che ciascuno può definire ‘bello’ ciò che, risultando gradevole alla vista, riesce ad esercitare nei suoi confronti una potente forza attrattiva sotto la pressione psicologica delle stesse emozioni prodotte da una condizione di benessere. La rilevazione di tali accadimenti ha spinto da lungo tempo qualche studioso a dichiarare che ‘il bello fa stare bene’ e a spiegare, con basi scientifiche e filosofiche, che le simmetrie, le proporzioni e l’armonia complessiva sono elementi del patrimonio genetico degli esseri umani in qualità di indicatori biologici di salute e vita. Peraltro, che sia l’armonia a regolare il mondo è comprovato dalle forze universali che impediscono alla palla sulla quale giriamo di andarsi a sfracellare da qualche parte alla velocità di 110.000 Km all’ora. Più di recente, una branca della stessa biologia, l’epigenetica, ha dimostrato che i comportamenti, l’ambiente, le condizioni esteriori agiscono come interruttori di attivazione e disattivazione dei geni all’interno del dna cellulare modificando, nel bene o nel male, le istruzioni di montaggio trasmesse dai cromosomi dei genitori. In sostanza, l’epigenetica dice che se l’apporto materno e paterno definisce il carattere, i tratti somatici e anche la predisposizione rispetto a specifiche malattie, la qualità della vita quotidiana, in tutti i sensi, è in grado di incidere sull’evoluzione della specie, sia pure nel lungo periodo. In merito, benché tutto questo sembri frutto di scoperte recenti, c’è da sottolineare che già tra i primi Romani il termine ‘bellus’, cioè bello, era usato come diminutivo di una forma arcaica di ‘bonus’, cioè buono, così denunciando la presenza di un legame tra il bello-attraente e il bello-buono, lieto, piacevole, nonché l’influenza benefica sulla salute fisica e psicologica della ricchezza interiore. Di fatto, pur senza l’epigenetica, loro avevano capito che il bello e il buono sono facce della stessa medaglia e che l’alimentazione corretta, l’attività fisica, i fenomeni ambientali positivi, il livello di educazione, le sane abitudini quotidiane, sono tutte fonti di una condizione di benessere in grado di modificare la originaria composizione chimica dei geni. Una chiara conferma è offerta dalle diversità stratificatesi nel corso dei secoli tra le varie popolazioni in funzione delle caratteristiche dei luoghi, delle abitudini di vita, delle tradizioni, a dimostrazione del fatto che nascere in un’area o in un’altra non è equivalente. In quelle dove è presente un elevato livello di ‘bello-buono’ migliora l’evoluzione della specie e si modifica, in profondità, il filamento del dna dei fortunati residenti. Dove prevalgono situazioni sventurate, con inquinamento ambientale, degrado e comportamenti incivili, o dove mancano le radici della memoria, l’involuzione colpisce e debilita l’organismo minacciandone la vitalità. In tutto questo, anche la cultura fa la sua parte, perché il contatto continuo con luoghi capaci di trasmettere ricordi e profonde sensazioni induce ad interiorizzare le emozioni ponendo le basi per l’attivazione di quei geni che chimicamente costruiscono la strada per un più elevato livello di civiltà. Il segmento aureo dei greci, l’uomo Vitruviano, la Venere del Botticelli, e tante altre cose, sono esempi concreti dei secolari effetti del ‘bello-buono’ sulla vita del nostro Paese. Per questo motivo, cresce costantemente il numero di coloro che, privi di eguali riferimenti, vengono a decine di milioni a visitarci per quello che siamo e, soprattutto, per quello che siamo stati, allo scopo di ritrarne stupore, meraviglia, sorpresa e commozione da assorbire a beneficio dei propri dna. Per fortunata circostanza, Salerno può vantare indiscutibili ricchezze ambientali e importanti memorie storico-culturali prodotte in oltre 2.700 anni di vita, a iniziare dalle prime popolazioni etrusche insediatesi sulle alture di Fratte, a ridosso del fiume Irno. I Romani hanno lasciato reperti archeologici significativi, in rapporto alle sue dimensioni, mentre Longobardi e Normanni l’hanno resa grande nella veste di Capitale dei territori meridionali. Da qui partì Roberto il Guiscardo per la conquista della Sicilia, sconfiggendo gli Arabi che l’avevano dominata per 250 anni. Nel Centro Storico, edifici religiosi e civili sono la testimonianza di una civiltà antica che ha saputo produrre Chiese e Monasteri, due Regge, le mura Arechiane, gli Archi di via Arce, la Cattedrale e altro ancora. In quella Salerno, i criteri costruttivi seguivano regole ispirate a proporzioni e a simmetrie tuttora in grado di alimentare profonde emozioni, magari pure tra gli stessi cittadini se ci fosse una maggiore attenzione. Purtroppo, queste ricchezze versano in condizioni di evidente degrado, se non di devastante abbandono, in luogo di essere mostrate con giusto orgoglio a chi ricerca cose diverse dai grattacieli di Dubai. A chi, cioè, non va in giro alla ricerca di divertimenti, né di un Casinò, né di volteggiare su qualche montagna russa e neppure avverte l’impulso di fare ‘ohhh’ di fronte agli edifici della modernità, ma che è pronto ad emozionarsi osservando un tramonto sul mare, un cielo azzurro, l’abilità di un artigiano, il talento di un artista e anche la creatività di uno chef. Per questo, aspirare al ‘bello-buono’ per la nostra Città non esprime la scomposta volontà di manifestare una superiorità morale e/o culturale, ma semplicemente il desiderio di vedere finalmente diffuse quelle condizioni che possono modificare in meglio la chimica dei geni del dna dei residenti. Un bel mare, una bella spiaggia, le luci delle stelle, il profumo di un giardino, la pulizia e il decoro non sono fronzoli da esporre a maggior gloria, ma elementi basilari di un rinnovamento esteriore che, dice l’epigenetica, migliora le condizioni di salute e vita. Diversamente, ci sarebbe solo sofferenza. Ora e sempre. *Ali per la Città
L’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria totalitaria lanciata da Intesa San Paolo sulle azioni di Banca Monte dei Paschi di Siena, com’era prevedibile, viene osservata con attenzione dalla stampa economico-finanziaria internazionale. Non solo perché viene visto come un passaggio destinato a incidere sugli equilibri del credito italiano, ma anche per le possibili implicazioni a livello europeo.
Il Financial Times scrive di «ultimo colpo di scena»
Il Financial Times definisce la mossa di Intesa Sanpaolo su Mps «l’ultimo colpo di scena» della lunga stagione di consolidamento del credito italiano, accogliendola favorevolmente. Il quotidiano britannico, che evidenzia anche il valore strategico delle partecipazioni detenute da Siena attraverso Mediobanca e Generali, sottolinea inoltre che il gruppo guidato da Carlo Messina diventerebbe il secondo istituto dell’Eurozona per capitalizzazione di mercato. Dell’offerta da oltre 30 miliardi di euro di Ca’ de Sass si è occupato anche The Banker, testata di proprietà del Ft.
Reuters: «Mossa che ridisegna la mappa finanziaria italiana»
L’agenzia di stampa britannica Reuters presenta l’opas come una mossa destinata a «ridisegnare la mappa finanziaria italiana», soffermandosi anche sulla dimensione europea dell’operazione e sul consolidamento del sistema bancario italiano, ormai entrato in una fase molto competitiva. Reuters rimarca poi l’intreccio di finanza, politica e potere industriale dietro il deal che coinvolge Mps, la banca più antica del mondo.
Frankfurter Allgemeine Zeitung cita le parole dell’ad Messina
Il tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung richiama la prospettiva della nascita della seconda maggiore banca dell’Eurozona riportando le parole di Messina, ceo di Intesa Sanpaolo: «Vogliamo diventare la UBS d’Italia».
Lo spagnolo El País si sofferma sul ruolo del governo Meloni
In Spagna, El País scrive di un’operazione che «scuote lo scacchiere bancario italiano», spiegando che la partita per Mps va ben oltre il perimetro bancario. Il controllo dell’istituto senese, infatti, offre un accesso indiretto a partecipazioni considerate strategiche. A corredo del pezzo una foto di Giorgia Meloni: El País evidenzia la volontà del governo italiano di mantenere una posizione neutrale.
Una sede di Mps (Imagoconomica).
Le Monde: «La nuova stagione del settore bancario italiano parte in tromba»
«La nuova stagione di consolidamento del settore bancario italiano è partita in tromba», scrive Le Monde. Secondo il quotidiano francese il risiko bancario ripropone anche il tema del ruolo dello Stato e degli interessi nazionali nell’assetto del sistema finanziario d’Italia.
Anche il Wsj inserisce l’opas nel più ampio processo di consolidamento bancario
Come le altre testate straniere, anche il Wall Street Journal inserisce l’opas nel più ampio processo di consolidamento bancario in Italia e in Europa, ricordando che l’offerta di Intesa Sanpaolo è stata una replica alla proposta di aggregazione avanzata da Bpm.
La Tangenziale di Napoli è ufficialmente la prima smart road del Paese, avendo ottenuto la certificazione del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018. Un riconoscimento che ne attesta l’adeguamento agli standard tecnologici necessari alla digitalizzazione del monitoraggio degli asset, alla gestione intelligente del traffico e al dialogo in tempo reale con i veicoli connessi e a guida autonoma. Il progetto, che coinvolge la Tangenziale di Napoli, società del Gruppo Autostrade per l’Italia, il Mit e il Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione del Gruppo Aspi, ha trasformato una delle principali arterie urbane del Paese in un vero e proprio laboratorio di mobilità intelligente.
La definizione di smart road
Queste le tre caratteristiche che definiscono una smart road secondo la normativa:
monitoraggio del traffico, con sensori lungo tutta la rete che raccolgono dati sulla viabilità, utili all’operatore del centro di controllo per supportarlo nei processi decisionali relativi alla gestione attiva della mobilità;
monitoraggio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano dati meteorologici, condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, con l’obiettivo di tenere sotto controllo in tempo reale le condizioni che potrebbero causare a breve fenomeni come alluvioni, frane, etc. e allertare gli operatori al superamento di soglie prestabilite;
comunicazioni ai viaggiatori e mobilità connessa.
Così vengono migliorate sicurezza e qualità del viaggio
L’infrastruttura smart road si basa su una rete diffusa di telecamere intelligenti, sensori e antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su flussi di traffico, velocità, eventi critici e condizioni di esercizio. Lungo i 22 chilometri della Tangenziale sono in fase di installazione 217 telecamere, insieme a 15 portali di rilevamento, otto centraline metereologiche e 40 antenne con duplice tecnologia ITS-G5 e cellular V2X distribuiti sull’intero percorso. Dispositivi che permettono di raccogliere i dati di traffico e di inviarli alla piattaforma centrale C-ITS di Movyon, che li integra con ulteriori dati provenienti da fonti esterne e li elabora per garantire un controllo continuo della viabilità e una comunicazione costante tra infrastruttura e utenti. I sistemi rilevano infatti informazioni come posizione, direzione e velocità dei veicoli, restituendo agli automobilisti indicazioni aggiornate sulle condizioni della viabilità e contribuendo a migliorare sicurezza e qualità del viaggio.
Un salto verso la mobilità del futuro
Lungo la Tangenziale di Napoli sono operativi i servizi di comunicazione che segnalano in tempo reale alle auto connesse potenziali pericoli per i guidatori come cantieri, mezzi in avaria, eventi meteo o altre criticità. Viene inoltre suggerita la velocità ottimale per evitare la formazione di code. Uno dei risultati più significativi sulla rete è stata la sperimentazione realizzata per la prima volta in Italia nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta. Durante i test un veicolo a guida autonoma ha adattato in tempo reale la sua velocità in funzione delle informazioni suggerite dall’infrastruttura. Un salto verso la mobilità del futuro, in cui infrastruttura e veicoli diventano insieme un sistema connesso. La certificazione come smart road non solo migliora la sicurezza e la gestione del traffico urbano ma, facendo della Tangenziale di Napoli la prima infrastruttura in Italia ufficialmente riconosciuta come tale, apre la strada alla diffusione su scala nazionale delle tecnologie per la mobilità connessa e cooperativa.
E’ in uscita “Un ponte di bellezza dal Cilento all’Alto Adige andata e ritorno”, il volume scritto da Luca Iovine, Daniela Pastore e Tonino Scala. Un’opera che racconta una storia familiare ma che, allo stesso tempo, propone una riflessione più ampia sullo sviluppo sostenibile e sul dialogo tra culture e comunità. Ne abbiamo parlato con Luca Iovine, founder di Gruppo Iovine e tra gli autori del libro.
Come nasce l’idea di scrivere “Un ponte di bellezza dal Cilento all’Alto Adige andata e ritorno”?
L’idea nasce da un’esperienza concreta vissuta nel corso degli ultimi vent’anni. Attraverso il nostro lavoro abbiamo avuto l’opportunità di operare sia a Salerno che a Bolzano, costruendo relazioni e conoscendo da vicino due territori apparentemente molto diversi. Con il tempo ci siamo resi conto che, al di là delle differenze geografiche e culturali, esistono valori che li accomunano profondamente. Da questa consapevolezza è nata la volontà di raccontare una storia capace di mettere in dialogo queste due realtà.
Nel libro si parla di un “ponte di bellezza”. Cosa rappresenta quest’espressione?
È una metafora che sintetizza il senso dell’intero progetto. Il ponte non è soltanto un collegamento tra due luoghi geografici, ma tra persone, culture, esperienze e visioni del mondo. Spesso siamo portati a concentrarci su ciò che ci divide, mentre noi abbiamo voluto raccontare ciò che può unirci. La bellezza, in questo caso, è quella dei paesaggi, delle tradizioni, delle comunità e delle relazioni che nascono dall’incontro tra differenze.
La storia di Rocco e Verena è il cuore narrativo del volume. Perché avete scelto di partire da una vicenda familiare?
Perché le grandi trasformazioni passano sempre attraverso le persone e le famiglie. Rocco e Verena rappresentano due mondi diversi che imparano a conoscersi e a costruire un percorso comune. La loro storia è concreta, autentica e dimostra come l’incontro tra culture differenti possa diventare una ricchezza. Attraverso il loro racconto abbiamo cercato di affrontare temi più ampi legati all’identità, all’appartenenza e alla convivenza.
Nella prefazione emerge una riflessione sul rapporto tra Cilento e Alto Adige che va oltre la dimensione narrativa.
Assolutamente sì. Il libro non vuole essere soltanto il racconto di una storia familiare. C’è anche una riflessione sul futuro dei territori. L’Alto Adige rappresenta un modello interessante per la capacità di coniugare sviluppo economico, qualità della vita e tutela dell’ambiente. Il Cilento, dal canto suo, custodisce un patrimonio straordinario fatto di cultura e tradizioni con al centro la Dieta Mediterranea. Mettere in dialogo queste esperienze significa immaginare nuove opportunità di crescita e valorizzazione.
C’è un’immagine molto suggestiva: quella del mare visto dalle Dolomiti.
È un’immagine che mi ha sempre affascinato. Non tutti sanno che milioni di anni fa le Dolomiti erano sommerse dal mare e che ancora oggi le loro rocce conservano le tracce di quell’origine. Questa realtà geologica diventa una metafora potente: ciò che oggi appare lontano spesso condivide radici profonde. È un invito a guardare oltre le distanze apparenti e a cercare ciò che unisce. Le Dolomiti hanno il mare dentro!
Nel libro emerge più volte il confronto tra il modello altoatesino e le potenzialità del territorio salernitano. Possiamo dire che “Un ponte di bellezza dal Cilento all’Alto Adige andata e ritorno” nasce anche con l’ambizione di stimolare una riflessione sul futuro di Salerno e sulle opportunità di sviluppo della sua comunità?
Assolutamente sì. Questo libro nasce anche dalla volontà di promuovere una riflessione sul futuro del nostro territorio. L’Alto Adige rappresenta un esempio interessante perché è riuscito a costruire negli anni un sistema efficiente, capace di valorizzare le proprie risorse naturali, culturali ed economiche senza snaturarle. Ha investito sulla qualità, sulla sostenibilità, sulla formazione e sulla capacità di fare rete. Salerno e il suo territorio possiedono potenzialità straordinarie. Pensiamo al patrimonio storico e culturale, alla Dieta Mediterranea, alla costa, al Cilento, alle aree interne, alle eccellenze imprenditoriali e professionali presenti sul territorio. Tuttavia, esiste ancora un grande margine di crescita nella capacità di trasformare queste risorse in un progetto condiviso di sviluppo.
Lei da anni opera tra Salerno, Bolzano e, più recentemente, anche Parma, dove il Gruppo Iovine è impegnato in importanti progetti di sostenibilità e responsabilità sociale insieme all’Fc Sudtirol ed al Parma calcio. Come spiega il fatto che in alcuni contesti sia più semplice costruire reti, condividere visioni di lungo periodo e sviluppare progetti di portata culturale significativa, mentre nel Mezzogiorno questi percorsi sembrano incontrare maggiori difficoltà?
Credo che la differenza principale non sia nelle persone ma nei sistemi. In Alto Adige, così come in Emilia-Romagna, esiste una cultura consolidata della collaborazione tra istituzioni, imprese, associazioni e cittadini. Quando si parla di sviluppo del territorio, si ragiona in termini di interesse collettivo e di prospettiva di lungo periodo. Nel Mezzogiorno, e Salerno non fa eccezione, esistono energie straordinarie, professionalità di grande valore e patrimoni unici. Quello che spesso manca è la capacità di fare sistema in maniera continuativa, superando personalismi e visioni di breve periodo. In questi anni abbiamo avuto modo di lavorare con realtà molto diverse e abbiamo visto come determinati risultati arrivino quando tutti gli attori di un territorio condividono obiettivi comuni e comprendono che la crescita di uno genera benefici per l’intera comunità. È una sfida culturale prima ancora che economica o politica.
Tornando al libro, qual è il messaggio che sperate di trasmettere ai lettori?
Che le differenze non sono un ostacolo ma una risorsa. Viviamo in un tempo in cui spesso si tende a contrapporre persone, territori e culture. Noi abbiamo voluto raccontare un’esperienza che dimostra il contrario: le differenze possono generare crescita e nuove opportunità. È un messaggio che riguarda non soltanto il rapporto tra Salerno e Bolzano, ma l’intero Paese. Non a caso il libro è patrocinato dalla CCIAA di Salerno, dalla Fenailp nonché dall’Azienda di Soggiorno dell’Alta Badia.
È morto Stefano Addeo, il docente che a giugno del 2025 aveva augurato in un post social alla figlia di Giorgia Meloni di fare la stessa fine di Martina Carbonaro, uccisa pochi mesi prima ad Afragola dal fidanzato. Addeo, che insegnava in un istituto di Cicciano e aveva 66 anni, era ricoverato in terapia intensiva all’Ospedale del Mare di Napoli dopo aver tentato il suicidio a maggio, lanciandosi da una finestra.
Era stato sospeso dall’insegnamento
Sospeso dall’insegnamento per il post contro Meloni e la figlia Ginevra, Addeo aveva già tentato il suicidio il 2 giugno 2025 ingerendo un mix di psicofarmaci, dopo essersi scusato per quanto scritto. In quel caso era stato salvato anche per aver inviato un messaggio alla preside del suo istituto. Ricoverato in ospedale, Addeo aveva spiegato di non aver retto a «tutto l’accanimento mediatico» che c’era stato nei suoi confronti e di essersi sentito «crocifisso» dall’opinione pubblica. A maggio il nuovo tentativo di suicidio, purtroppo (a distanza di mesi) riuscito.
Risultato importantissimo quello di Domenico Barba, primo cittadino di Pertosa, che nella tornata elettorale del 24 e 25 maggio è stato confermato alla guida del suo comune. Tra i suoi obiettivi, c’è la lotta che continua allo spopolamento mentre sul tavolo dei progetti c’è la crescita del territorio.
Il popolo Le ha confermato il mandato: quali le emozioni?
“Una grande emozione. Ho ricevuto l’84% dei consensi (praticamente mi hanno votato tutti) nonostante dall’altra parte avessi alcune personalità che hanno ricoperto ruoli apicali nell’amministrazione territoriale. Poi aggiungici, per parlare delle emozioni più profonde, che all’atto della proclamazione la fascia me la portata mia figlia di 7 mesi. Credo che non c’è bisogno di aggiungere altro”.
A posteriori, è possibile un bilancio del mandato concluso qualche settimana fa?
“Il miglior bilancio che mi sento di tracciare è relativo al fatto che ho dato tutto me stesso e non ho nulla da rimuginare. Poi a questo si aggiunga che, nonostante ataviche difficoltà finanziarie, abbiamo messo in campo interventi strutturali che hanno contribuito e contribuiranno a legittimare la nostra aspirazione ad essere un paese turistico sempre più attrattivo. A tal proposito mi piace ricordare come abbiamo migliorato incredibilmente, da un punto di vista di immagine e decoro urbano, le due porte d’ingresso del paese”.
Quali soni le priorità per questo nuovo mandato?
“Cercare di frenare nel limite del possibile una sempre maggiore emorragia demografica, compito arduo per un piccolo comune delle aree interne del sud Italia, quelle stesse aree che il governo centrale non ha tardato ha definire come “luoghi da accompagnare alla quiescenza”. In quest’ottica mi piace affermare che non condivido a pieno il concetto di “resilienza” (la capacità di un corpo ad adattarsi a mutate condizioni), non fosse altro che se le condizioni volgono al peggio bisogna adattarsi al peggio! Per questo preferisco il concetto di “resistenza”: far resistere quei valori che sono propri di un piccolo borgo, dove genuinità, lentezza, tradizioni, cultura, radici, diventano volano di sviluppo nella misura in cui riescono ad attrarre coloro i quali si sentono ingabbiati in una vita frenetica, omologata e con sempre meno valori storici, umani e comunitari
Aree interne: necessarie secondo Lei politiche diverse?
“Le aree interne sono la spina dorsale (sia geografica che storico-culturale) dell’Italia. Bisogna ripartire da qui e non farsi abbagliare da centri urbani ed economici, vittime, molto spesso, di sovraffollamento quotidiano e di “over turism”. Servono investimenti strutturali, portando servizi in queste aree e non dedicarsi solo ad investimenti estemporanei buoni solo per “laccare” l’immagine di questi luoghi, restituendoci cartoline e non Comunità vive”.
Quadro sanitario, una delle criticità del territorio…
“Quando parlo di investimenti strutturali per le aree interne mi riferisco anche e soprattutto ai servizi sanitari. Ciò dovrebbe essere sia un dovere morale che strategico economico: Come si combatte lo spopolamento? come si può parlare di sviluppo turistico se oggi, ormai, è noto che le persone quando scelgono una meta lo fanno anche in funzione di una sicurezza personale e quindi sempre più si guarda ai servizi sanitari prima di spostarsi e scegliere un luogo”.
Infine, Domenico Barba domani…
“Del doman non v’è certezza diceva qualcuno. In ogni modo vorrei provare a completare quanto iniziato e a infondere nella mia comunità, specie nei giovani, sentimenti di orgoglio e resistenza a difesa del nostro territorio, non fosse altro che troppo spesso si assiste a scene di ordinario disinteresse che è l’anticamera di un abbandono del senso di appartenenza alla propria terra”.
Un risultato di tutto rispetto. E’ quello conseguito da Luigi Petrone al ballottaggio contro il suo competitor Raffaele Giordano, eletto sindaco di Cava De’ Tirreni. Il 46,31%, corrispondente a 6662 preferenze testimoniano le qualità dell’ex frate francescano, da tempo lanciatosi in campo politico, nel tentativo di andare incontro alle esigenze dei cittadini attraverso la sua esperienza nel campo civico.
Grande risultato, nonostante la sconfitta al ballottaggio.
“Parlare di sconfitta è corretto dal punto di vista formale, ma sarebbe ingeneroso non riconoscere il valore del risultato ottenuto. Abbiamo condotto una campagna elettorale intensa, seria, fatta di ascolto e di presenza costante nei quartieri, e il consenso raccolto dimostra che una parte significativa della città ha creduto nel nostro progetto. Per me questo rappresenta un grande risultato, perché testimonia che il lavoro svolto in questi mesi ha lasciato un segno e ha generato fiducia. Certo, vincere avrebbe significato poter iniziare subito a mettere in pratica le nostre idee, ma il riscontro ottenuto resta motivo di orgoglio. Ringrazio tutti coloro che ci hanno sostenuto: cittadini, volontari, candidati e tutte le persone che hanno dedicato tempo ed energie a questa sfida”. Il loro entusiasmo è stato la nostra forza”.
Come penserà di fare opposizione?
“L’opposizione che intendo portare avanti sarà un’opposizione costruttiva, seria, basata sui contenuti e sempre nell’interesse della città. Non sarò mai pregiudizialmente contrario a ciò che può far bene a Cava, indipendentemente da chi lo propone. Allo stesso tempo, sarò fermo e determinato nel denunciare ciò che non funziona, nel segnalare inefficienze e nel difendere i diritti dei cittadini. Il mio ruolo sarà quello di vigilare, proporre, stimolare e, quando necessario, correggere la rotta dell’amministrazione. La politica non è una partita di calcio: non si tifa contro la città. E io non lo farò mai”.
Sarete uniti con altri consiglieri di minoranza per una proposta unitaria?
“L’unità è un valore importante, ma non può essere un concetto astratto. Saremo uniti con chi condivide principi, metodo e coerenza. Non con chi ha tradito i propri ideali o ha cambiato posizione per convenienza. La città ha bisogno di una minoranza credibile, non di accordi di facciata. Collaborerò con chi dimostrerà serietà e rispetto per il mandato ricevuto dai cittadini. L’obiettivo non è creare un fronte contro qualcuno, ma costruire un fronte a favore della città”.
Cosa serve a Cava per auspicare in un cambio di passo?
“La priorità assoluta è restituire efficienza alla macchina amministrativa. Senza un apparato che funziona, nessuna visione politica può tradursi in risultati concreti. Cava ha bisogno di tornare a un’attività ordinaria regolare: manutenzione, servizi, programmazione, risposte rapide ai cittadini. Solo così si può poi pensare allo sviluppo, ai progetti strategici, alla crescita economica e sociale. Il cambio di passo parte dalle fondamenta”.
Si passa da un governo di centrosinistra a uno del centrodestra. Cosa si aspetta?
“Io sono un civico, e come tale non giudico le amministrazioni in base ai colori politici. Mi aspetto miglioramenti per la città e per i cittadini, non per i partiti. Chi governa ha il dovere di mettere al centro l’interesse collettivo, non le logiche di appartenenza. Se l’amministrazione saprà farlo, troverà in me un interlocutore disponibile. Se invece prevarranno dinamiche di bandiera, sarò il primo a denunciarlo. La città viene prima di tutto”. Luigi Petrone, forte del risultato ottenuto, sia al primo turno che al ballottaggio, sicuramente saprà orientarsi nella giusta direzione offrendo le risposte che tutti si attendono, soprattutto i suoi elettori.
È morta Patrizia Caselli, volto noto della tv degli Anni 80 e 90 sia in Rai che sulle emittenti private. Aveva 66 anni ed era malata da tempo. Nel 1994 aveva lasciato la televisione per seguire Bettino Craxi ad Hammamet: i due furono legati sentimentalmente per nove anni, fino alla morte dell’ex presidente del Consiglio avvenuta nel 2000.
La carriera e l’addio alla tv per seguire Craxi
Nata a Udine, Caselli aveva iniziato la carriera giovanissima tra pubblicità e cinema, lavorando anche con Nanni Loy. Come conduttrice si era fatta strada nelle emittenti locali lombarde, da Antennatre a Telealtomilanese, dove incontrò Walter Chiari con cui ebbe, oltre che un sodalizio lavorativo, anche una lunga relazione sentimentale. Negli stessi anni si era cimentata come cantante, incidendo alcuni 45 giri, e come attrice teatrale. Il debutto in Rai nel 1987 con Bella d’estate su Rai2. Seguirono Chi tiriamo in ballo?, Master 88 e La rete. Condusse anche l’antesignano de La Vita in diretta, ovvero il programma Detto fra noi. Nel 1994 abbandonò la carriera televisiva per seguire Craxi nel suo esilio in Tunisia, restando fino all’ultimo al fianco dell’ex segretario Partito Socialista Italiano.
La direttrice d’orchestra Beatrice Venezi ha formalmente impugnato il recesso dal rapporto di collaborazione con il Teatro La Fenice deciso dalla Fondazione che gestisce l’ente, contestando la decisione e ribadendo la volontà di proseguire regolarmente l’attività professionale prevista dal suo contratto decorrente dal 1° ottobre 2026 al 5 marzo 2030. A riportare la notizia è l’Adnkronos, che ha preso visione della lettera che la musicista ha inviato al teatro.
Provvedimento «nullo, illegittimo, inefficace e discriminatorio»
Secondo quanto si legge nella missiva, Venezi sarebbe venuta a conoscenza attraverso gli organi di stampa della comunicazione rilasciata il 26 aprile 2026 dal sovrintendente Nicola Colabianchi, relativa al’interruzione del rapporto di lavoro «per presunte e apodittiche dichiarazioni» da lei rese alla «stampa internazionale» che avrebbero «leso l’immagine della Fondazione». Nella comunicazione, i legali della direttrice d’orchestra hanno definito il provvedimento «nullo, illegittimo, inefficace e discriminatorio». La direttrice sostiene, inoltre, che le dichiarazioni contestate non siano state specificate e che le motivazioni addotte dalla Fondazione risultino generiche. Ha quindi manifestato la propria disponibilità a rispettare gli impegni contrattuali assunti, confermando l’intenzione di mettere a disposizione della Fondazione le proprie competenze artistiche e professionali e di svolgere tutte le attività preparatorie, organizzative e produttive necessarie all’esecuzione dell’incarico.
Dopo il successo a Caserta, il musicista si appresta a ritornare in Sardegna il 26 luglio 2026 per la rassegna Musicarcipelago alla Maddalena La parabola artistica del flautista paganese Franco Ascolese continua a lasciare un segno profondo nel panorama concertistico nazionale e internazionale. L’evento dello scorso 20 maggio alla Biblioteca Diocesana di Caserta risuona ancora con forza nei cuori degli spettatori per un’intensità musicale e una carica emotiva capaci di andare ben oltre il tempo della cronaca. La crescita artistica di Ascolese, classe 1997, si è consolidata attraverso collaborazioni di rilievo e importanti esperienze concertistiche. Il legame del flautista con il territorio resta particolarmente forte: il successo registrato a Caserta segue infatti il sold out ottenuto nel 2024 presso la Cappella Palatina della Reggia di Caserta, dove si è esibito con l’Orchestra Filarmonica Campana nell’impegnativo Concerto per flauto di Jacques Ibert sotto la direzione di Claudio Cohen, davanti a una platea gremita anche nei posti in piedi. Un percorso accademico e professionale che lo ha portato a esibirsi su prestigiosi palcoscenici internazionali, dalla Carnegie Hall di New York alla Royal Albert Hall di Londra. Proprio nella Biblioteca Diocesana di Caserta, tuttavia, Ascolese ha mostrato una sensibilità artistica e umana particolarmente intensa durante la toccante esecuzione dell’“Adagio a Severino” di Enzo Avitabile, brano dedicato a Severino Gazzelloni che il flautista ha voluto offrire simbolicamente ai malati oncologici e alle loro famiglie. Accompagnato al pianoforte dalla concertista Laura Cozzolino, interprete di riconosciuto valore internazionale con la quale condivide da anni un consolidato sodalizio musicale fondato su una profonda affinità interpretativa, Ascolese ha coinvolto emotivamente il pubblico presente al concerto, promosso dall’Associazione “Amici della Musica di Terra di Lavoro”, con la direzione artistica di Rosalba Vestini e il supporto dell’Associazione Musicale Casertana. Prima dell’esecuzione del brano, lo stesso Ascolese ha voluto introdurre la propria dedica con parole di forte impatto umano: «Enzo Avitabile scrive per Severino Gazzelloni, che è stato uno dei più grandi flautisti del secolo scorso. Permettetemi di dedicare questo brano a tutte le persone che in questo momento stanno soffrendo, specialmente ai malati oncologici e ai loro familiari, che giorno dopo giorno combattono questa battaglia. Che questa musica possa essere anche un messaggio di speranza e di buon auspicio per tutti». L’ampia partecipazione dei rappresentanti dell’Associazione Medici Cattolici Italiani della Campania, dei Lions Club e delle numerose realtà del volontariato locale ha conferito all’evento una dimensione che ha superato il semplice momento musicale, trasformandolo in un’occasione di riflessione e vicinanza umana. La scelta di dedicare il concerto ai pazienti oncologici, alle loro famiglie e agli operatori sanitari ha trovato un riscontro concreto nell’atmosfera raccolta e partecipe della sala. Dal punto di vista artistico, il programma ha evidenziato la maturità interpretativa del flautista, capace di accostare la complessità della grande letteratura flautistica a un linguaggio intenso e comunicativo come quello di Enzo Avitabile. Il dialogo costante con il pianoforte di Laura Cozzolino ha dato vita a un tessuto sonoro compatto e coinvolgente, caratterizzato da una perfetta unità d’intenti.Il caloroso successo del concerto di Caserta rappresenta dunque un’ulteriore significativa tappa nel percorso artistico di Franco Ascolese, da anni apprezzato protagonista di importanti rassegne concertistiche. E proprio nel segno della continuità si annuncia già il prossimo appuntamento: domenica 26 luglio 2026 il flautista sarà nuovamente ospite della stagione concertistica “Musicarcipelago 2026”, organizzata dall’Ente Musicale di Ozieri. Nella suggestiva Sala Consiliare del Comune della Maddalena, in Sardegna, nel cuore di uno degli scenari più affascinanti del Mediterraneo, Ascolese sarà affiancato dal raffinato pianista sardo Federico Battista Melis, musicista di grande sensibilità e consolidata esperienza concertistica.
Cinque euro. La tariffa giornaliera per il trasporto dai casermoni di Villapiana ai campi della Sibaritide. La somma che Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi e Safi Iayjad si erano rifiutati di versare quel lunedì mattina, insieme alla pretesa di essere pagati per il lavoro svolto. Due pakistani hanno risposto con una tanica di benzina e un accendino. Mohammad Taj Alamyar, afghano, trentacinque anni, l’unico a uscire vivo dal minivan in fiamme, si è salvato sfondando un finestrino a testate. Il primo giugno.
Quasi tre settimane prima un giudice aveva firmato l’ordine di custodia cautelare per Emanuel Iannuzzi, quarantadue anni, compagno della madre di Beatrice. Beatrice aveva due anni. Era morta il 9 febbraio a Bordighera, in una casa da cui ogni rete di protezione era assente. Le sorelline, di otto e nove anni, avevano testimoniato in ambiente protetto. Negli atti dell’inchiesta maltrattamenti con mani, cintura, fili elettrici. Nel telefono dell’arrestato un video in cui metteva in bocca alla bambina una sigaretta artigianale di hashish, davanti alle sorelle e alla madre.
Due storie separate, due luoghi distanti. Eppure crudeltà e degrado li tengono assieme.
Entrambi i casi sono la recidiva documentata di una patologia cronica: quella per cui le reti di protezione che il diritto prevede non raggiungono i destinatari nei modi e nei tempi in cui dovrebbero. Non è un fallimento episodico. L’anamnesi è lunga. Il caporalato agricolo tra Basilicata e Calabria è oggetto di inchieste giornalistiche, sindacali e giudiziarie da almeno vent’anni. Le morti di bambini per violenze domestiche non intercettate si ripetono con la periodicità di una febbre che ritorna. Eppure, ciò che dovrebbe allarmare smette di allarmare. Rimane, come sedimento, la cronaca nera, e con essa la rassicurante immaginazione che si tratti di eccezioni.
Vale fermarsi su una parola: quella che l’articolo 2 della Costituzione usa per descrivere il rapporto tra la Repubblica e le prerogative inviolabili dell’individuo. Non attribuisce, non garantisce nei limiti di legge, non concede, ma “riconosce”. Giorgio La Pira si batté per questo verbo nell’Assemblea costituente eletta il 2 giugno 1946, contro il positivismo giuridico che avrebbe preferito una formulazione più cauta. Riconoscere significa che quei diritti precedono lo Stato, che lo Stato li “trova”, come si trova un un tesoro da custodire, e li certifica. Non li produce, non li elargisce. Aldo Moro, che di quella Carta fu tra gli architetti principali, sapeva bene cosa comportasse quella scelta lessicale. Significava che la persona umana è il dato da cui il sistema parte e su cui si fonda, non il risultato verso cui eventualmente tende.
Settantotto anni dopo, la parola è rimasta nel testo. I diritti che promette di riconoscere devono ancora arrivare, nella sostanza, a Villapiana, a Bordighera, alle strade senza spartitraffico e alle case senza porta.
Nella teoria del diritto si utilizza un test per verificare se una norma è operativa o solo scritta: si verifica se regge al contatto con la persona reale. Non il soggetto astratto titolare di garanzie sulla carta, ma l’individuo concreto che bussa a uno sportello, sale su un minivan, dorme in una casa dove gli adulti non rispondono. Se la norma non regge a quel contatto, il problema non sta nell’applicazione. Sta nella distanza tra la norma e le istituzioni che dovrebbero renderla effettiva.
La Costituzione è una promessa. Le promesse, a differenza dei diritti, hanno una data di scadenza.
*Professore di Diritto Costituzionale
Centinaia di manifestanti a volto coperto hanno incendiato case e automobili a Belfast, capitale dell’Irlanda del Nord, dopo il brutale accoltellamento del 40enne Stephen Ogilvie compiuto da un rifugiato sudanese, ripreso in un video-choc che ha fatto il giro dei media e dei social. Polizia e autorità avevano lanciato ripetuti appelli alla calma, invano: numerosi i lanci di molotov e alcuni residenti sono stati persino evacuati da un edificio vicino al centro, che aveva preso fuoco durante i disordini. In alcune zone della città i manifestanti hanno ingaggiato scontri con la polizia e lanciato quello che è stato definito come un “pogrom” contro gli stranieri, prendendo di mira in particolare le famiglie di origine africana. Proteste anche in altre città nordirlandesi come Londonderry, Antrim, Newtownabbey, Ballymena e Bangor, sebbene in buona parte pacifiche.
— RTI OSINT (real time intelligence) (@RTI_imtel) June 9, 2026
L’accoltellamento in strada a Belfast: la vittima non è ancora fuori pericolo
L’accoltellamento è avvenuto verso le 22:30 di lunedì 8 maggio nella zona residenziale di Kinnaird Avenue, nella parte settentrionale di Belfast. Nel filmato si vede l’assalitore immobilizzare Ogilvie a terra per poi colpirlo ripetutamente con un coltello da cucina, in quello che il Daily Telegraph ha definito come un tentativo di decapitazione. Il rifugiato sudanese, per fortuna, è stato fermato da alcuni passanti: Ogilvie ha subito ferite in faccia e sulla schiena: versa ancora in gravissime condizioni e non è fuori pericolo. La polizia ha escludendo al momento il movente terroristico.
L’aggressore era arrivato in Irlanda del Nord all’inizio del 2023
L’aggressore, di cui non sono state rivelate le generalità né diffuse foto, ha 30 anni e non era noto alla polizia. Secondo quanto ricostruito, dalla Francia è arrivato (forse in aereo) in Irlanda e da Dublino ha preso un pullman diretto a Belfast, dove era arrivato il 10 febbraio 2023: al confine, in base a un accordo di lunga data tra i due Paesi, non ci sono stati controlli di documenti. Una volta arrivato in Irlanda del Nord (e dunque nel Regno Unito) aveva chiesto asilo, ottenendo lo status di rifugiato e un permesso di soggiorno valido fino al 2028. L’aggressore è stato incriminato per tentato omicidio, possesso in luogo pubblico di un oggetto con lama o punta e minacce di morte.
ROYAUME-UNI : Des émeutes éclatent ce soir à #Belfast, en Irlande du Nord, des maisons et des véhicules sont incendiés et des voitures de la police attaquées, lors de manifestations appelées par l'extrême droite après une tentative de décapitation en pleine rue, perpétrée par… pic.twitter.com/SN8kSnFh7M
— Infos Françaises (@InfosFrancaises) June 9, 2026
Farage accusa il governo: «Permessi di soggiorno come fossero caramelle»
Il primo ministro britannico Keir Starmer ha definito «ripugnante» l’accoltellamento di Belfast, invocando la tolleranza zero per episodi di violenza come questi. Il segretario di Stato per l’Irlanda del Nord Hilary Benn ha chiesto di evitare disordini, che avrebbero ripercussioni negative sulle comunità locali. La premier nordirlandese Michelle O’Neill ha condannato di disordini, puntando il dito contro «teppisti» e «delinquenti». Ma il grave fatto di cronaca è stato cavalcato da Nigel Farage, leader del partito di destra Reform UK, che fin da subito ha invocato di rivelare l’identità e lo status migratorio dell’aggressore, arrivando a chiedere un bando all’ingresso per tutti i cittadini sudanesi senza distinzioni e accusando il governo di concedere permessi «come fossero caramelle».
Il Regno Unito è ancora scosso dall’omicidio del 18enne Henry Nowak
L’accoltellamento di Belfast arriva in un Regno Unito già scosso dal caso di Henry Nowak, 18enne accoltellato a morte il 3 dicembre a Southampton da un cittadino britannico di radici indiane sikh, Vickrum Digwa: il ragazzo, agonizzante, era stato ammanettato dai primi due agenti intervenuti sul posto, che si erano lasciati convincere dall’assassino di essere stato vittima di un’aggressione di stampo razzista.
La Nasa ha annunciato i nomi dei quattro astronauti che parteciperanno alla missione Artemis III, che servirà a testare una serie di manovre per il ritorno degli umani sulla Luna previsto nel 2028. Tra loro c’è anche l’italiano Luca Parmitano, nel ruolo di pilota. Gli altri sono gli specialisti statunitensi Andre Douglas e Frank Rubio e il comandante Randy Bresnik. Artemis III non porterà gli astronauti sulla Luna ma sarà organizzata intorno alla Terra in vista delle missioni Artemis IV e Artemis V che eseguiranno i test per l’allunaggio. Dovrebbe partire intorno alla metà del 2027 e durare per circa due settimane.
Our astronaut Luca Parmitano is assigned as pilot of NASA’s #ArtemisIII mission.
With Europe powering Orion with the European Service Module, this mission will test the critical operations preparing for humankind's return to the Moon.
«La mia base di lancio è stata il mio paese, l’Italia, che mi ha dato l’istruzione necessaria per arrivare a questa missione. L’Esa è stata la torre di lancio, che mi ha permesso di costruire relazioni e di esprimere tutto il mio potenziale. La Nasa è stata il razzo», ha detto Parmitano. L’astronauta ha 49 anni e in tutto ha trascorso 366 giorni nello spazio. Ha iniziato la sua carriera come pilota collaudatore ed è poi diventato colonnello dell’Aeronautica militare italiana. Oggi fa parte dell’Agenzia spaziale europea (Esa).
Louis Dassilva non è colpevole di avere ucciso Pierina Paganelli. È questo il verdetto arrivato nel cuore della notte, dopo oltre 16 ore di camera di consiglio della Corte di assise di Rimini: l’unico imputato per l’assassinio, che rischiava l’ergastolo e invece è stato assolto, è stato subito liberato dal carcere, dove si trovava da due anni.
Pierina Paganelli (Facebook).
L’omicidio e l’avvio delle indagini
Paganelli è stata uccisa il 3 ottobre 2023 con 29 accoltellate nell’androne del piano interrato tra il garage e le scale che portano negli appartamenti del condominio in via del Ciclamino 31 a Rimini. Il corpo di Paganelli fu rinvenuto dalla nuora Manuela Bianchi: nell’immediatezza si pensò all’ex marito, albergatore che però si trovava da mesi in Germania, e la pista venne subito abbandonata. La scena del crimine si presentava con il corpo di Paganelli adagiato su un giocattolo, i capelli bagnati e tirati indietro, la gonna sollevata e la biancheria tagliata: non sembrava una vittima a caso. Le indagini si concentrarono allora sui vicini di casa: il figlio Giuliano Saponi e la moglie (la già citata Bianchi), Dassilva e la moglie Valeria Bartolucci. Frequentava inoltre la casa della vittima anche Loris Bianchi, figlio di Pierina che con la madre non aveva mai avuto un buon rapporto.
La relazione tra Dassilva e la nuora della vittima
Le indagini avevano fissato alle 22:13 l’orario certo dell’omicidio e portato alla luce la relazione extraconiugale tra Dassilva e Bianchi, nuora della vittima, con incontri proprio nel garage dove Paganelli era stata uccisa. Secondo l’accusa, l’ormai ex imputato avrebbe ucciso Pierina per impedire che rivelasse la relazione di cui ere venuta accidentalmente a conoscenza. Interrogata per tre giorni, nel corso dell’inchiesta Bianchi aveva confessato tra le lacrime – è stata anche indagata per favoreggiamento – di aver incontrato Dassilva in garage prima di scoprire il corpo di Pierina, aggiungendo che fu Louis a dirle cosa fare e cosa dire alla polizia.
Manuela Bianchi.
La Procura aveva chiesto l’ergastolo per Dassilva
La Procura aveva chiesto la condanna all’ergastolo per Dassilva, contestando una serie di aggravanti tra cui la premeditazione, crudeltà e futili motivi. L’impianto accusatorio si basava prevalentemente su una serie di indizi e sulle dichiarazioni rese da Bianchi durante un incidente probatorio. La difesa aveva invece sottolineato le lacune degli accertamenti degli inquirenti, tra cui la mancanza di analisi di possibili tracce in casa Bianchi e del padre, e invece avanzato l’ipotesi di piste alternative non esplorate, arrivando a paragonare il caso di Rimini all’indagine sul delitto di Garlasco.
Ciro De Cesare, ex attaccante della Salernitana, è stato condannato a quattro anni di reclusione per estorsione. I fatti risalgono a circa dieci anni fa, quando l’ex calciatore granata era legato sentimentalmente a Cristina Pagliarulo, la donna di Giffoni Valle Piana deceduta lo scorso 25 marzo al pronto soccorso dell’ospedale di Salerno. Nel maggio 2017, l’allora pubblico ministero Roberto Penna firmò l’avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti dell’ex calciatore e di un altro uomo che, secondo gli investigatori, avrebbe agito insieme a lui. Diversi gli episodi contestati a De Cesare. Per futili motivi, avrebbe danneggiato l’autovettura di Cristina Pagliarulo, rompendo lo specchietto retrovisore e ammaccando la portiera sinistra e il tettuccio del veicolo. Inoltre, a bordo di una moto, avrebbe affiancato pericolosamente l’auto condotta dalla donna che, per evitare di uscire di strada, sarebbe stata costretta a imboccare una traversa laterale. Secondo gli atti dell’inchiesta, insieme all’altro indagato l’ex attaccante avrebbe preso di mira anche il marito della donna. Nell’avviso di conclusione delle indagini firmato da Penna si legge infatti che i due, «in esecuzione di un medesimo disegno criminoso e in concorso tra loro, procedendo a bordo di un’auto condotta dal Balzano, costringevano Basso Francesco, che nel frattempo viaggiava a bordo di un camioncino, a fermarsi. Successivamente, dopo essere scesi dal veicolo, gli si avvicinavano, ponendo in essere atti diretti in modo non equivoco a costringerlo a convincere la moglie, Cristina Pagliarulo, a ritirare la denuncia che aveva precedentemente sporto nei confronti di De Cesare». Il tentativo, secondo la Procura, era finalizzato a ottenere il ritiro della denuncia presentata dalla donna nei confronti dell’ex calciatore, ma non si concretizzò per cause indipendenti dalla volontà degli indagati. Per il “Toro di Mariconda”, oggi tecnico dell’Under 17 della Salernitana, il pubblico ministero aveva chiesto il rinvio a giudizio per estorsione continuata e atti persecutori. Secondo l’accusa, la donna aveva prestato all’ex compagno circa 100mila euro. De Cesare, pur di ottenere ulteriori somme di denaro, sarebbe arrivato a minacciarla, anche di morte. Non solo violenza psicologica, ma anche episodi di violenza fisica che spinsero Cristina Pagliarulo, nel gennaio 2016, a sporgere denuncia. Da quella denuncia presero il via le indagini e il successivo processo, conclusosi oggi con la condanna a quattro anni di reclusione. Se la difesa aveva chiesto l’assoluzione dell’imputato, il pubblico ministero aveva sollecitato una condanna a due anni. Il giudice ha invece inflitto una pena più severa, ritenendo fondate le accuse contestate. Ora, la famiglia di Cristina attende un altro processo, quello contro i medici del Ruggi. Pagliarulo entrò al pronto soccorso alle 3.05 del 3 marzo del 2025. Dieci ore dopo venne sottoposta a una tac, i cui risultati indicavano chiaramente un’ischemia intestinale. Se operata in tempo, come rivelato poi dalla relazione tecnica dell’autopsia, poteva essere salvato. Nel registro degli indagati sono iscritte sette persone fra medici e paramedici. Da allora, mamma Giovanna non si è mai arresa e porta avanti la sua battaglia per chiedere giustizia per sua figlia, vittima di malasanità.
Gli Stati Uniti hanno condotto diverse ondate di attacchi aerei contro l’Iran in risposta all’abbattimento di un elicottero Apache americano da parte di Teheran. Gli Usa hanno colpito basi militari e navali, impianti radar e batterie di artiglieria in cinque località lungo la costa meridionale dell’Iran. In particolare, sono state colpite basi navali a Sirik e Jask, sistemi di difesa aerea a Bandar Abbas e batterie missilistiche a Qeshm.
Teheran: «Distrutti caccia F-35 e comando militare Usa in Giordania»
Intanto le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno annunciato di aver attaccato una base statunitense in Giordania, in seguito ai raid aerei americani contro obiettivi iraniani lungo lo Stretto di Hormuz. L’esercito iraniano, si legge in una dichiarazione pubblicata dai media statali, «ha preso di mira e distrutto quattro obiettivi principali, tra cui gruppi di caccia F-35 in una base aerea e il centro di comando militare statunitense» ad Azraq in Giordania.
SALERNO – Incassata la fiducia da parte del patron Danilo Iervolino, Daniele Faggiano e Serse Cosmi (nella foto di Gambardella) non hanno perso tempo e si sono subito messi al lavoro per costruire la Salernitana 2026/2027. Lunedì sera il direttore sportivo e l’allenatore hanno cenato insieme in un noto ristorante cittadino per definire le strategie di mercato ma anche per stabilire le linee guida della nuova stagione. Poco prima Faggiano e Cosmi erano stati in sede per incontrare l’Amministratore Delegato del club granata Umberto Pagano per discutere e ratificare gli ultimi dettagli del rinnovo contrattuale che verrà sottoscritto dal tecnico. Ormai già note le modalità (contratto per una stagione con ingaggio ritoccato e con rinnovo automatico in caso di promozione) resta solo da comunicare l’accordo in via ufficiale attraverso la classica nota pubblicata sul sito ufficiale del club. Nel frattempo, come detto, la macchina organizzativa si è già messa in moto per definire in tempi rapidi la rosa da mettere a disposizione di Cosmi. Il tecnico ha discusso con Faggiano quanti e quali, dei 25 calciatori attualmente sotto contratto, faranno parte della spedizione in Umbria, verosimilmente a Cascia a partire dalla seconda settimana di luglio, per svolgere il ritiro precampionato. Viste le partenze dei vari Donnarumma, Golemic, Inglese, Cabianca e, almeno per il momento, Ferraris, Cosmi e Faggiano hanno anche abbozzato i possibili obiettivi da centrare sul mercato: un portiere, un difensore centrale, un centrocampista ed una seconda punta, in pratica almeno un elemento per reparto.
La metafora è abusata, ma continua a funzionare. Quando il sole scioglie la neve, tornano visibili cose che fino al giorno prima sembravano scomparse. L’offerta di Intesa Sanpaolo su Montepaschi sta producendo qualcosa di simile nel capitalismo italiano, muovendo gli equilibri e al contempo rendendo visibili relazioni, convergenze e interessi che finora erano rimasti sullo sfondo.
Bpm è nel pool di banche che finanziano LMDV
Come spesso accade, il dettaglio più interessante arriva da una notizia apparentemente laterale. Repubblica ha raccontato che Banco Bpm è entrata nel pool di banche che finanziano Leonardo Maria Del Vecchio nell’operazione con cui il giovane imprenditore, da poco approdato anche all’editoria, punta a riacquistare le quote detenute da due dei suoi fratelli in Delfin. Nel gruppo dei finanziatori siedono già Unicredit e Crédit Agricole, che del resto è anche il principale azionista della stessa Bpm. Di per sé non ci sarebbe nulla di straordinario. Le banche da sempre finanziano gli imprenditori impegnati a ridefinire l’azionariato delle proprie società. Ma è quando si allarga lo sguardo che il quadro diventa più interessante.
Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).
Gli incroci tra Mps, Bpm e Delfin
Basta tornare allo scorso aprile, al rinnovo degli organi sociali della banca senese, per accorgersi che molti dei protagonisti di oggi frequentavano già lo stesso tavolo. Allora la lista presentata dall’imprenditore Pierluigi Tortora (risultata poi vincente rispetto a quella del consiglio di amministrazione di Rocca Salimbeni) aveva proposto alla carica di ceo Luigi Lovaglio. La Holding PLT di Tortora risultava già beneficiaria di finanziamenti da parte di Mps. Il voto finale fece emergere che a quell’intesa avevano partecipato, oltre a Lovaglio e a PLT, anche Bpm e Delfin, la stessa Bpm che oggi è coinvolta nel riassetto azionario della cassaforte dei Del Vecchio. Se questo non basta a tratteggiare un patto occulto, è comunque sufficiente a delineare un quadro nitido: da un lato Bpm, titolare di circa il 3,8 per cento di Mps, ha sostenuto la candidatura di Lovaglio già pensando di invitarlo a nozze, come poi è successo domenica scorsa con la proposta di fusione. Dall’altro Bpm e Delfin, quest’ultima titolare di circa il 17,5 per cento di Mps, hanno trovato un ulteriore punto di convergenza nella partecipazione della banca guidata da Giuseppe Castagna al riassetto della stessa Delfin.
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).
Riassumendo. Castagna dialoga con Lovaglio, il quale trova il sostegno di Delfin (socio di riferimento di Montepaschi) e Banco Bpm che a sua volta finanzia Leonardo Maria. Sullo sfondo si muovono Crédit Agricole, Unicredit e gli altri protagonisti del grande risiko bancario. Più che una sequenza di episodi separati, sembra un sistema di relazioni che tende periodicamente a ricomporsi attorno agli stessi nomi. Non risulta che i soggetti coinvolti abbiano chiesto, come prevede l’articolo 22-bis del TUB, preventiva autorizzazione della Bce per la detenzione concertata di partecipazioni capaci di esercitare una notevole influenza. Né che l’accordo sia stato comunicato al mercato, con tutte le conseguenze del caso, inclusa la possibile applicazione della disciplina sull’Opa obbligatoria qualora la somma delle partecipazioni avesse superato il 25 per cento del capitale e vi fossero stati acquisti di azioni nell’anno precedente la stipula del patto.
Giuseppe Castagna (Imagoeconomica).
Milleri prigioniero dei vincoli imposti da Del Vecchio?
In questa storia compare inevitabilmente anche Francesco Milleri, chiamato a gestire una fase delicata per Delfin dopo la scomparsa di Leonardo Del Vecchio. È difficile immaginare che un manager della sua esperienza non abbia valutato tutte le implicazioni degli assetti che si stavano formando. Così come è difficile pensare che i diversi protagonisti della vicenda non abbiano ben chiaro il disegno complessivo nel quale si muovono. Milleri, da manager esperto, deve aver percepito il rischio e verosimilmente cercato interlocuzioni anche con altri istituti di credito. Ma a quanto risulta è rimasto prigioniero dei vincoli imposti da Leonardo Maria, che mantiene i propri legami con i finanziamenti di Unicredit e Bpm ottenuti dando in pegno azioni Delfin. Il risultato è un intreccio complesso, una trama che, oltre a sfidare le norme, si presta al sospetto di un evidente conflitto di interessi.
Solo 269 voti hanno separato l’avvocato Livio Moscato dalla vittoria al ballottaggio contro la rivale Adele Amoruso, che è riuscita a spuntarla al fotofinish con 4484 preferenze (pari al 51,55%) contro 4215 dell’avversario (pari a 48,45%) diventando il primo sindaco donna di Campagna. Un risultato che, tutto sommato, è stato accolto con soddisfazione da parte di Moscato, anche se il rammarico è stato difficile da digerire. Un punto di partenza e non di arrivo.
A un certo punto ci ha creduto, avvocato Moscato?
“Ovviamente sì, e non solo io. Ci abbiamo creduto tutti, dal primo all’ultimo componente della nostra squadra. È evidente dal risultato finale: non potevamo non crederci fino all’ultima scheda scrutinata. Le elezioni si vincono e si perdono anche per un solo voto, e questo è un principio che va sempre ricordato. Il voto va rispettato, l’elettore è sovrano, e la volontà popolare è l’unico vero giudice del nostro operato. Tuttavia, resta la consapevolezza che il distacco è minimo e che quasi un cittadino su due ha scelto la nostra coalizione. Questo dato non può essere ignorato: significa che il nostro progetto politico ha convinto una parte molto ampia della comunità e che il lavoro svolto in questi mesi ha lasciato un segno profondo. È un patrimonio politico e umano che non andrà disperso”.
Che tipo di opposizione sarà la sua?
“Sarà un’opposizione costruttiva, sempre nell’esclusivo interesse della città. Non farò mai opposizione per principio o per contrapposizione sterile. Il mio compito sarà vigilare, proporre, correggere quando necessario e sostenere ciò che è utile alla collettività. Inoltre, sarà un’opposizione condivisa anche con coloro che non hanno raggiunto il seggio tra gli scranni del consiglio comunale. Ci sono persone competenti, motivate, che pur non essendo state elette hanno molto da dare. Intendo coinvolgerle, ascoltarle e valorizzarle. La politica non si esaurisce nel perimetro istituzionale: una comunità attiva e partecipata è una risorsa preziosa”.
Secondo lei cosa serve per un vero cambio di marcia a Campagna?
“Servono coraggio, competenza, amore autentico per il territorio e, soprattutto, una squadra capace di affrontare le sfide del mondo di oggi. Non basta amministrare l’ordinario: occorre visione, capacità di programmare, di intercettare opportunità e di costruire un futuro credibile. Una squadra che non si perda nelle logiche del potere e della clientela politica, ma che metta al centro la qualità dei servizi, la crescita economica, la tutela dell’ambiente, il sostegno alle famiglie e alle imprese. Campagna ha bisogno di una guida che guardi avanti, non di un’amministrazione ripiegata su equilibri interni”.
Collaborerete anche con D’Ambrosio per un’opposizione compatta?
“Per quanto ci riguarda, auspichiamo che ciò avvenga. Una minoranza compatta e responsabile può svolgere un ruolo fondamentale nel garantire equilibrio e trasparenza. Ovviamente, perché questo si realizzi occorre una duplice volontà. Al momento non ho avuto modo di interloquire con D’Ambrosio, ma proveremo a farlo il prima possibile. Credo che, al di là delle differenze, ci siano temi sui quali si possa lavorare insieme nell’interesse della città”.
Campagna si appresta a vivere una nuova stagione nel dopo Luongo. Cosa ne pensa?
“Più che dirle cosa penso, posso dirle cosa spero. Spero che il nuovo governo della città si faccia trovare pronto rispetto a tutte le scadenze che incombono nei prossimi mesi. Ci sono opportunità importanti, bandi, finanziamenti, progetti che richiedono tempestività e competenza. Sarebbe un peccato per la città perdere occasioni che non torneranno più. Campagna merita un’amministrazione capace di cogliere queste sfide e trasformarle in risultati concreti per i cittadini”. Appare sereno Moscato, nonostante la cocente delusione che lo ha visto a un passo dal trionfo elettorale. Però, attraverso le sue parole, l’avvocato ha dimostrato di trasformare la delusione per una mancata vittoria in opportunità di collaborazione e di crescita per il bene dei cittadini di Campagna.
Si infiamma la polemica sul servizio di trasporto pubblico non di linea a Salerno, con una dura presa di posizione che accende i riflettori sulla sicurezza dei passeggeri e sulla concorrenza sleale nei punti nevralgici della città. Al centro della bufera c’è la gestione dei flussi di viaggiatori all’esterno dello scalo ferroviario cittadino, una delle principali porte d’accesso per i turisti diretti verso le bellezze della costiera amalfitana e del centro storico. Nei giorni scorsi, infatti, si sono registrati nuovi e ripetuti episodi di prelievo irregolare di clienti presso la stazione ferroviaria da parte di vetture non appartenenti alla struttura ufficiale di Radio Taxi Salerno. La denuncia, sollevata direttamente dal consorzio che gestisce il servizio radiotaxi locale, descrive una situazione di persistente illegalità o quantomeno di violazione delle regole interne del bacino di servizio, che rischia di compromettere seriamente l’immagine dell’accoglienza turistica della città proprio nei mesi di maggiore afflusso. Secondo quanto riferito da numerosi utenti, sia turisti stranieri appena scesi dai treni ad alta velocità sia cittadini salernitani di ritorno a casa, diverse vetture prive delle necessarie autorizzazioni di circuito avrebbero caricato a bordo passeggeri che erano in regolare attesa sulla banchina o all’esterno dello scalo ferroviario, scavalcando di fatto la fila dei mezzi regolarmente in servizio attraverso l’organizzazione autorizzata. Questo fenomeno, tutt’altro che isolato, rappresenta un danno economico immediato per gli operatori regolari e introduce pesanti elementi di opacità in un servizio pubblico essenziale. Di fronte al ripetersi sistematico di tali situazioni, i vertici del Cotasa hanno sentito il dovere di informare pubblicamente la cittadinanza e di investire formalmente le autorità competenti della problematica. Tali comportamenti non soltanto sottraggono quote di mercato e ore di lavoro a chi opera quotidianamente nel pieno rispetto delle regole, ma rischiano di generare profonda confusione e gravi disagi per gli utenti, privati delle garanzie di trasparenza tariffaria che solo i canali ufficiali sanno assicurare. Il servizio taxi deve infatti essere svolto nel rigoroso rispetto delle normative nazionali e regionali vigenti, ma soprattutto nel rispetto delle tariffe comunali stabilite dalla giunta di Palazzo di Città, che servono proprio a tutelare il consumatore da possibili speculazioni. Il rischio maggiore è legato alla trasparenza dei costi. Molti dei passeggeri che salgono su vetture non identificate o non collegate alla centrale radiotaxi locale potrebbero trovarsi di fronte a richieste economiche non conformi al tariffario ufficiale del Comune di Salerno. Per questa ragione, il consorzio rivolge un caloroso e pressante invito a tutti i cittadini e ai visitatori che affollano le strade salernitane in questo periodo affinché prestino la massima attenzione prima di salire a bordo di un qualsiasi veicolo. È fondamentale verificare accuratamente l’identificazione della vettura e accertarsi di utilizzare esclusivamente servizi regolarmente autorizzati dalle autorità locali. Le automobili che aderiscono alla flotta di Radio Taxi Salerno sono facilmente riconoscibili da chiunque, poiché recano in modo visibile la pubblicità identificativa con la dicitura specifica del consorzio. Inoltre, i mezzi ufficiali presentano l’indicazione di Wetaxi, l’applicazione digitale per smartphone che consente di prenotare la corsa in tempo reale calcolando in anticipo l’importo esatto, con l’applicazione rigorosa delle tariffe regolamentate dal Comune di Salerno, azzerando così ogni possibilità di fraintendimento o sovrapprezzo. La questione non è puramente commerciale, ma investe direttamente l’ordine pubblico e il decoro urbano. Il ripetersi di questi episodi all’esterno della stazione ferroviaria rappresenta un campanello d’allarme che non può essere ignorato, specialmente in un momento in cui Salerno punta a consolidare la propria vocazione turistica internazionale. Il consorzio ha quindi indirizzato un appello formale alle istituzioni cittadine, alla Prefettura e a tutti gli organi di controllo preposti, chiedendo con fermezza un immediato e robusto intensificarsi delle verifiche nelle aree più sensibili e strategiche del territorio urbano. La stazione ferroviaria di piazza Vittorio Veneto deve essere monitorata in via prioritaria dalle forze dell’ordine e dalla Polizia Municipale per garantire la legalità e la sicurezza delle centinaia di viaggiatori che ogni giorno transitano per lo snodo ferroviario. Solo attraverso controlli serrati e sanzioni severe sarà possibile tutelare il lavoro degli operatori onesti che sostengono i costi della legalità, pagano le tasse e rispettano i turni di servizio concordati. La battaglia per la legalità intrapresa dagli operatori salernitani promette di non fermarsi qui. Radio Taxi Salerno ha infatti preannunciato che continuerà a monitorare costantemente la situazione dello scalo ferroviario e degli altri punti caldi della città, segnalando tempestivamente ogni singolo episodio di abusivismo o di concorrenza sleale alle autorità di polizia. L’obiettivo dichiarato è preservare a tutti i costi la regolarità del servizio pubblico non di linea e mantenere intatta la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni e dei trasporti locali. Si tratta di un impegno collettivo per garantire una città più sicura, trasparente e profondamente rispettosa delle regole, un principio che deve valere in ogni ambito della vita civile e, a maggior ragione, quando si viaggia a bordo di un taxi cittadino.
Nei "Miti Urania" esce la raccolta di tre romanzi brevi dell'autore vincitore del Premio Hugo e del Premio Arthur C. Clarke
Tra i più apprezzati autori moderrni di space opera, il britannico Adrian Tchaikovsky arriva nei Miti Urania, collana che fin qui aveva ospitato dei superclassici, con una antologia che raccoglie tre romanzi brevi, Corazze (Ironclads, 2017), Pirobati (Firewalkers, 2020) e Orchi (Ogres, 2022). Il titolo del volume è Terrible Worlds: Rivoluzione e fa parte di una serie di cui in UK è uscito almeno un altro volume, Terrible Worlds: Destinations. Il titolo era già uscito in febbraio in Urania Jumbo.
La quarta di copertina
In un... - Leggi l'articolo