Gino Paoli: ci lascia una canzone…

di Arturo Calabrese

Ci sono canzoni che hanno segnato un’epoca, canzoni che hanno segnato momenti della vita di ognuno di noi, canzoni che hanno accompagnato la nascita o la fine di una storia d’amore e l’elenco sarebbe ancora molto lungo.

Ci sono, poi, le canzoni di Gino Paoli, cantautore genovese che si è spento oggi all’età di 91 anni. Componimenti che hanno saputo raccontare l’amore in ogni sua declinazione, descrivendo gli attimi, le sensazioni, l’interiorità e l’esteriorità. È riuscito a cantare i sorrisi, le lacrime, le ferite, le cicatrici, i ricordi e le speranze. Gino Paoli ha saputo descrivere l’emozione di vedere avvicinarsi la persona verso la quale si prova un sentimento, sorprendendosi perché “bella, così come sei, non mi sembrava possibile che, tra tanta gente, tu ti accorgessi di me”. L’amore, però, può anche finire ed è così che, come commiato, si lascia una canzone “che tu potrai cantare a chi tu amerai dopo di me”.

Ci sono poi i quattro amici al bar che il mondo volevano cambiarlo, ma che alla fine si sono arresi alla vita scegliendo un lavoro in banca o andando con la donna al mare quando, come doveroso ricambio generazionale, arrivano altri quattro ragazzi, più giovani, con tanti sogni, idee e voglia di cambiare il mondo.

E come non ricordare un felino con una macchia nera sul muso, una soffitta e una finestra a un passo dal cielo blu o, ancora, una stanza senza pareti ma con tanti alberi, senza il soffitto ma con “il cielo sopra noi che restiamo qui”.

Se ne va un cantautore che ha cambiato la canzone italiana, come del resto hanno fatto gli esponenti della famosa scuola genovese, capace di sfornare talenti indimenticabili. Ciò che resta di Gino Paoli è nelle parole delle sue opere, belle, facili, capaci di emozionare, far sorridere o piangere, capaci di far provare qualcosa, come solo i grandi artisti sanno fare.

Credo che i tanti requiem che si stanno leggendo in queste ore, molto probabilmente compreso questo, non gli avrebbero fatto piacere e ci avrebbe liquidati tutti con una battuta sarcastica o una parolaccia.

 

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Delmastro, i guai con la carne e il manifesto gastro-patriottico dei serial griller di Meloni

Addio cozze pelose, ostriche e aragoste, tradizionali correlativi gastronomici del successo politico. La destra al potere detesta i molluschi in tutti i sensi, a cominciare da quello letterale. Scacciati dalla tavola i flaccidi e financo femminei frutti di mare, mandati al confino nelle cenette galeotte a lume di candela, nel piatto del sovranista italico torna trionfalmente la carne bovina, il cibo che in Occidente è più tradizionalmente connesso alla forza maschile, dai buoi sacri indebitamente macellati dai compagni di Ulisse alla tartare degli Unni, dal manzo alla Wellington (Napoleone preferiva pollo o carne ovina: poteva finire diversamente, a Waterloo?) alla bistecca alta tre dita prediletta da Tex Willer.

Delmastro, i guai con la carne e il manifesto gastro-patriottico dei serial griller di Meloni
L’ormai ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (foto Ansa).

Quel pedigree camorristico della sua socia Miriam Caroccia

È stato probabilmente l’entusiasmo nel mettere in pratica il verbo neo-carnivoro a spingere il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, che alla fine si è dimesso (e con lui la capa di gabinetto del ministro Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, quella che aveva definito i giudici «plotoni di esecuzione»), a non guardare tanto per il sottile il pedigree camorristico della sua socia Miriam Caroccia, pur di aprire un ristorante che già dal nome, Bisteccheria d’Italia, è un manifesto gastro-patriottico.

Delmastro, i guai con la carne e il manifesto gastro-patriottico dei serial griller di Meloni
Foto pubblicata su TikTok da bisteccheriadabaffo con Andrea Delmastro insieme a Mauro Caroccia (foto Ansa).

Anche il braccio destro di Cirielli fa affari con una braceria

L’uomo che gode quando i detenuti soffocano non è l’unico in Fratelli d’Italia a declinare la fiamma del simbolo nel modo più sensato, e alla fin fine innocuo, e cioè per arrostire la carne. Come rivela Domani, a mettere in pratica il motto “è la costata che traccia il solco, ma è il barbecue che lo difende” è anche il neo ambasciatore in Moldavia Adamo Guarino, braccio destro del viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, nonché fiero comproprietario della braceria Don Rafè, in quel di Frattamaggiore, frequentata dallo stato maggiore italofraterno nelle trasferte campane.

Delmastro, i guai con la carne e il manifesto gastro-patriottico dei serial griller di Meloni
Una card elettorale di Adamo Guarino.

Confidiamo che, con un supplemento d’indagine, la mappa dei serial griller prestati al melonismo potrebbe ampliarsi a tutta la penisola, fornendo ai buongustai filogovernativi, in vista delle vacanze di Pasqua, spunti per un itinerario in cui la passione politica si sposa a quella per le bistecche al sangue – e chi si preoccupa del colesterolo è una zecca woke.

Delmastro, i guai con la carne e il manifesto gastro-patriottico dei serial griller di Meloni
Carlo Nordio con Andrea Delmastro (foto Imagoeconomica).

FdI potrebbe ribattezzarsi con orgoglio Partito della bistecca

Se FdI volesse rilanciare la solidarietà con Delmastro e con i cultori della chianina potrebbe addirittura scegliere di ribattezzarsi con orgoglio Partito della bistecca. Ma non sarebbe il primo. Il nome è già stato usato nel 1951 da un partitino fondato a Firenze (e dove, se no?) da Corrado Tedeschi, editore della rivista Nuova Enigmistica Tascabile. Nato come Partito Nettista (da NET, le iniziali del periodico di Tedeschi), venne rinominato Partito della bistecca perché il primo punto del suo programma era fornire a ogni italiano una bistecca di 450 grammi. «Se pesa un chilo, tanto meglio», precisava Tedeschi, nell’Italia del Dopoguerra che la carne bovina la vedeva ancora col cannocchiale, «ma non meno di 450 grammi, perché altrimenti sarebbe una cotoletta, e quindi il mio partito non sarebbe più quello della bistecca».

Delmastro, i guai con la carne e il manifesto gastro-patriottico dei serial griller di Meloni
Carlo Calenda (foto Imagoeconomica).

Il resto dello strabiliante programma del Partito Nettista italiano (motto, “meglio una bistecca oggi che un impero domani”, inno a base di muggiti bovini) lo trovate su Wikipedia, ma uno spoiler è doveroso: alle elezioni del 1953 conquistò più voti di Azione di Carlo Calenda.

Per la serie “dimmi che sei trumpiano senza dirlo”

Il Partito della bistecca delmastriancirielliano non è una parodia del qualunquismo, come quello di Tedeschi, anzi. È piuttosto una risposta alla sfida “dimmi che sei trumpiano senza dirlo”. È negli States che nascono le “steakhouses”, le bisteccherie, i templi del prime rib, la costata di manzo al sangue, l’alimento più costoso e con l’impronta ecologica più pesante dell’universo. Magnificare (e magnare) bistecche come se non ci fosse un domani è una dichiarazione d’intenti: «Siamo maschi, ricchi e ce ne fottiamo della crisi climatica». Roba da laurea ad honorem all’Università di Mar-a-Lago. Curiosamente, in inglese red meat (carne rossa) significa anche “argomento succulento per polemiche e dibattiti”. Sarà questa la vera specialità della Bisteccheria (di Fratelli) d’Italia?

Delmastro, i guai con la carne e il manifesto gastro-patriottico dei serial griller di Meloni
Siamo trumpiani, evviva la carne (foto Ansa).

Andrea Delmastro si è dimesso

La sconfitta del centrodestra al referendum sulla giustizia ha fatto cadere le prime teste. Il sottosegretario Andrea Delmastro e la capa di gabinetto del ministro Giusi Bartolozzi hanno fatto un passo indietro. «Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti», ha dichiarato Delmastro in una nota, «e pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della Nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il Presidente del Consiglio». Delmastro è rimasto coinvolto nel caso del ristorante di Roma gestito da Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia condannato in quanto prestanome del clan Senese. A quanto si apprende, le dimissioni di Bartolozzi non sarebbero ancora ufficiali ma già sul tavolo di Carlo Nordio. Ora, secondo fonti ben informate, potrebbe rischiare il posto anche la ministra al Turismo Daniela Santanchè.

Serracchiani: «Atto doveroso ma tardivo»

«Le dimissioni arrivate oggi rappresentano un atto tardivo ma doveroso sotto il profilo del rispetto del diritto e delle istituzioni», ha commentato la responsabile giustizia del Pd Debora Serracchiani. «Il fatto che siano intervenute solo dopo il referendum costituisce un elemento politico evidente: è la conferma della spregiudicatezza della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che per mere opportunità legate al voto ha scelto di trattenere un gesto che, alla luce dei fatti, non era più rinviabile». «Siamo di fronte a un comportamento grave, che dimostra ancora una volta come questa maggioranza consideri le istituzioni strumenti da piegare a esigenze di parte», ha aggiunto l’esponente dem. «Chi mette quantomeno in imbarazzo le istituzioni non può continuare a ricoprire incarichi pubblici, tanto più se si tratta di ruoli estremamente delicati che richiedono rigore, equilibrio e senso dello Stato».

Bonavitacola, tavolo tecnico per migliorare procedure incentivi

“La nuova legge di bilancio, almeno nelle intenzioni, dovrebbe introdurre misure piu’ vicine ai territori e alle filiere produttive. Tuttavia, nutro alcune perplessita’: c’e’ il rischio che esigenze di finanza pubblica portino a distribuire nel tempo risorse che, con i meccanismi precedenti, erano immediatamente disponibili”. Lo ha dichiarato Fulvio Bonavitacola, assessore alle Attivita’ produttive della Regione Campania, nel corso del seminario “Legge di bilancio. La nuova architettura degli incentivi 2026”, promosso dall’Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Napoli. “E’ necessario trovare un equilibrio tra queste due esigenze, perche’ le imprese oggi affrontano molte difficolta’ e hanno bisogno soprattutto di certezze. In questo quadro, strumenti come l’iperammortamento non sembrano essere i piu’ efficaci – ha aggiunto Bonavitacola -. Il sostegno al sistema produttivo puo’ essere garantito attraverso altri canali, come i fondi strutturali e i contratti di sviluppo, gia’ utilizzati con risultati significativi dalla Regione Campania nell’ultimo decennio, occorre, quindi, proseguire su questa linea. Intendo accogliere la proposta dei commercialisti e promuovero’ l’istituzione di un tavolo tecnico che consenta di chiarire i dubbi applicativi della norma e di migliorare le procedure”. Matteo De Lise, presidente dell’Odcec di Napoli, ha ringraziato l’assessore Bonavitacola e ha spiegato che “siamo pronti a partecipare al tavolo tecnico per confrontarsi, approfondire e chiarire gli aspetti applicativi”. “Un elemento che potrebbe fare la differenza per il nostro territorio e’ rappresentato dalla possibilita’ di affiancare risorse aggiuntive a quelle gia’ previste, come avviene in Sicilia – ha aggiunto De Lise -. Questo consentirebbe alle imprese di beneficiare di un doppio vantaggio, aumentando la loro competitivita’. Permane, tuttavia, una criticita’ legata alla determinazione del quantum: al momento della presentazione della domanda, infatti, non e’ ancora definita con certezza la percentuale di credito effettivamente fruibile. Poi, nella legge di stabilita’, oltre alla ZES, sono previsti ulteriori incentivi che possono essere utilizzati in modo integrato, con l’obiettivo di sostenere e rafforzare gli investimenti”

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Delmastro verso le dimissioni da sottosegretario alla Giustizia

Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, coinvolto nel caso del ristorante di Roma gestito da Miriam Caroccia, figlia di Mauro condannato in quanto prestanome del clan Senese, starebbe seriamente valutando di fare un passo indietro. È quanto trapela da via Arenula. Per giorni Fratelli d’Italia ha respinto la richiesta di dimissioni di Delmastro avanzata dalle opposizioni, ma la netta sconfitta nel referendum – imputata anche al sottosegretario – avrebbe cambiato le carte in tavola, portando al pressing per le dimissioni da parte di Palazzo Chigi e dei vertici di FdI. Delmastro, che era entrato in società con Miriam Caroccia (la quale gestiva il locale) ha ceduto le sue quote prima della condanna a 4 anni inflitta al padre, senza comunicare niente al Parlamento e al ministero, cosa che invece era tenuto a fare. Di recente sono state peraltro pubblicate alcune di foto che lo ritraggono assieme a Mauro Caroccia: difficile credere che davvero il sottosegretario (atteso in commissione Antimafia) non sapesse con chi aveva a che fare. Il 25 marzo alla Camera è in programma anche un question time al quale il ministro della Giustizia Carlo Nordio dovrà rispondere sul caso: le dimissioni sarebbero imminenti.

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Perso il referendum, il governo accelera sulla legge elettorale

Nemmeno il tempo di metabolizzare la bocciatura della riforma sulla giustizia, che il governo già accelera su un altro tema caro al centrodestra, la modifica della legge elettorale. I gruppi dei partiti di maggioranza avevano depositato la loro proposta di legge il 26 febbraio 2026, e ora l’ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali della Camera, su proposta del presidente Nazario Pagano (Forza Italia), ha stabilito che l’esame del testo inizierà martedì 31 marzo. Quella presentata dal centrodestra sarà abbinata ad altre otto proposte di legge sulla stessa materia depositate anche dall’opposizione (che toccano argomenti diversi come, ad esempio, il voto all’estero o la raccolta digitale delle sottoscrizioni per la presentazione di liste e candidature). «In commissione sarà adottato il testo base, cioè si dovrà poi decidere il testo sul quale lavoreremo», ha detto Pagano.

Cosa prevede la proposta del centrodestra

La proposta di riforma del centrodestra ruota attorno a tre pilastri:

  • l’introduzione di un sistema elettorale proporzionale per assegnare i 400 seggi della Camera e i 200 seggi del Senato, in base a cui ogni partito elegge un numero di parlamentari in proporzione al numero di voti ottenuti alle elezioni (con eccezioni previste per Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige, che seguono regole specifiche per garantire la rappresentanza delle minoranze linguistiche). Per eleggere rappresentanti in Parlamento bisogna superare la soglia di sbarramento a livello nazionale, fissata per le liste singole al 3 per cento dei voti. Tuttavia, nelle coalizioni che ottengono almeno il 10 per cento dei voti, ottiene seggi anche la prima lista che non ha ottenuto il 3 per cento;
  • un premio di governabilità, ossia un premio di maggioranza, per il partito o la coalizione che ottiene almeno il 40 per cento dei voti alle elezioni. Alla Camera il premio previsto è pari a 70 seggi aggiuntivi, mentre al Senato a 35 seggi in più. Il testo prevede che la lista o la coalizione che ottiene il premio di governabilità non possa avere in totale più di 230 seggi su 400 alla Camera e più di 114 seggi su 200 al Senato;
  • un ballottaggio qualora nessuna lista o coalizione ottenga almeno il 40 per cento dei voti, che serve per stabilire a chi assegnare il premio. Il secondo turno non scatta però in automatico, ma solo se entrambe le liste o coalizioni abbiano ottenuto al primo turno almeno il 35 per cento dei voti. In caso contrario, il ballottaggio non si tiene e i seggi da attribuire con il premio di maggioranza saranno ripartiti in modo proporzionale tra tutte le liste.

Mps, cosa non torna nella lista-fantasma di Lovaglio che sfida il cda

Una lista concorrente annunciata di sabato, senza che nessuno sapesse come fosse stata formata. Un candidato presidente 81enne la cui ultima esperienza nel settore bancario appartiene a un’epoca che sembra lontana anni luce. E un amministratore delegato uscente che, dopo essere stato escluso dalla lista del board di Monte dei Paschi di Siena, ha deciso di sfidarla, mentre su di lui pende un’indagine della procura di Milano. La lista Tortora-Lovaglio, depositata da Plt, la holding dell’imprenditore cesenate, per il rinnovo del cda di Mps solleva più domande che risposte.

Mps, cosa non torna nella lista-fantasma di Lovaglio che sfida il cda
Pierluigi Tortora (Imagoeconomica).

Della lista Tortora-Lovaglio non si sa praticamente nulla

La Bce ha già chiesto una rendicontazione approfondita su come sia stata elaborata la lista del cda: un processo che ha prodotto 500 pagine di documentazione pubblica, 22 riunioni verbalizzate, il coinvolgimento di primari consulenti interni ed esterni. Un processo, in altri termini, costruito per resistere allo scrutinio del regolatore. Della lista Tortora-Lovaglio non si sa invece praticamente niente: né quando sia stata costruita, né chi l’abbia elaborata, né su quali criteri siano stati selezionati i candidati. Oltre a Lovaglio per il ruolo di ad e Cesare Bisoni (ex UniCredit) in quello di presidente, nella lista figurano diversi manager legati a Cassa Depositi e Prestiti, come Flavia Mazzarella, presidente del Comitato parti correlate di Cdp; Livia Amidani Alberti, nel cda di Cdp Venture Capital; Massimo Di Carlo, ex direttore del Business di Cdp, Carlo Corradini, già presidente del collegio sindacale della Cassa (completano l’elenco Paola Leoni Borali, Paolo Martelli, Andrea Cuomo, Paola Girdinio e Dante Campioni). Questo non rende la lista illegittima. Qualsiasi azionista con una quota sufficiente ha diritto di presentarne una. Ma pone un problema di credibilità istituzionale non banale per una banca che ha appena concluso uno dei percorsi di risanamento più seguiti d’Europa, sotto la lente continua della vigilanza europea. Un ad rinviato a giudizio in una banca vigilata dalla Bce si troverebbe in una posizione strutturalmente insostenibile.

Mps, cosa non torna nella lista-fantasma di Lovaglio che sfida il cda
Cesare Bisoni (Imagoeconomica).

La spada di Damocle su Lovaglio

Il nodo più delicato è quello giudiziario. Luigi Lovaglio — che è al tempo stesso l’unico elemento di continuità della lista e il suo vero motore — è sotto indagine da parte della procura di Milano. Se la lista vincesse e Lovaglio venisse rinviato a giudizio, le autorità di vigilanza potrebbero sollevare obiezioni formali sulla sua idoneità ai sensi dei requisiti fit and proper previsti dalla normativa europea. Il titolo subirebbe pressioni. La governance sarebbe paralizzata da un dibattito permanente sulla sua posizione. E tutto questo in un cda che, secondo le proiezioni più ottimistiche per la lista Tortora-Lovaglio, potrebbe contare su una maggioranza di appena un voto: otto consiglieri contro sette. Una base pericolosamente fragile per gestire qualsiasi crisi, figuriamoci una di natura giudiziaria che coinvolge il vertice esecutivo.

Mps, cosa non torna nella lista-fantasma di Lovaglio che sfida il cda
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

La matematica del voto: i capitali in campo

I numeri, nella loro brutalità, scattano una fotografia abbastanza chiara. La lista del cda (con l’appoggio di Banco Bpm, Anima e della famiglia Benetton) parte da una base consolidata intorno al 20 per cento del capitale. La lista Tortora-Lovaglio parte da qualcosa tra l’1 e il 2 per cento, con Giorgio Girondi come variabile non confermata, posto che all’assemblea straordinaria del 4 febbraio scorso era presente con l’1,04 per cento nonostante alcune fonti gli attribuissero una quota superiore al 3 per cento. Per ribaltare questo divario, la lista alternativa dovrebbe raccogliere una quota molto significativa dei fondi istituzionali. Ma per i proxy advisor i fondi tendono strutturalmente a preferire le liste del cda (il precedente Generali è ancora nella memoria di tutti) e lo stesso sembra intenzionata a fare Assogestioni.

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La figura di Palermo e la grana Cdp

L’indicazione di Fabrizio Palermo tra i candidati alla carica di ad (insieme con Carlo Vivaldi e Corrado Passera) nella lista del cda risolve quello che era percepito come il principale punto debole della compagine uscente: l’assenza di un nome per la guida esecutiva. Palermo, su cui nelle ultime ore la decisione sembra convergere, ha credenziali internazionali, garantisce continuità operativa e, soprattutto, un’interlocuzione credibile con Francoforte e con i mercati in una fase in cui Mps deve dimostrare di saper stare in piedi da sola, dopo anni di sostegno pubblico.

Mps, cosa non torna nella lista-fantasma di Lovaglio che sfida il cda
Fabrizio Palermo (Imagoeconomica).

Sul fronte opposto, la presenza di Mazzarella, presidente del Comitato parti correlate di Cdp, crea un cortocircuito politico difficile da gestire. Il governo, per voce della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha dichiarato esplicitamente di non voler essere coinvolto nella contesa. Una posizione difficile da sostenere con un candidato dell’istituto pubblico controllato dal Tesoro – che è ancora azionista di Mps – in una lista avversaria. O la candidatura viene ritirata, o si dovrà offrire una spiegazione convincente a una contraddizione molto visibile.

Mps, cosa non torna nella lista-fantasma di Lovaglio che sfida il cda
Flavia Mazzarella (Imagoeconomica).

Una lista tattica, non industriale

La lettura più plausibile di questa vicenda è che la lista Tortora-Lovaglio sia più un tentativo di forzare una negoziazione — o di indebolire la lista del cda abbastanza da condizionarne la composizione finale — che una reale candidatura alternativa con prospettive concrete di vittoria. Il vero rischio, paradossalmente, non è che vinca: la matematica sembra escluderlo. È che riesca a frammentare sufficientemente il voto da creare instabilità nella governance risultante, qualunque essa sia. Per una banca che ha appena ritrovato la rotta, sarebbe un lusso che non può permettersi.

Guerra in Iran, il Pakistan si offre di ospitare i negoziati di pace

Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha dichiarato che il suo Paese è disposto a ospitare colloqui tra Stati Uniti, Israele e Iran per porre fine alla guerra che dalla Repubblica Islamica si è allargata a tutto il Golfo Persico. Il Pakistan, ha spiegato Sharif su X, «accoglie con favore e sostiene pienamente gli sforzi in corso per perseguire il dialogo al fine di porre fine al conflitto in Medio Oriente».

I colloqui citati da Trump e la smentita di Teheran

Donald Trump il 23 marzo ha riferito di «colloqui produttivi» tra Washington e Teheran, con il coinvolgimento dell’inviato speciale Steve Witkoff e di suo genero Jared Kushner, annunciando poi il rinvio (di cinque giorni) degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniani, paventati in caso di mancata riapertura dello Stretto di Hormuz. Poco dopo, però, il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Qalibaf ha smentito che questi colloqui ci siano effettivamente stati.

Il Pakistan è da fine febbraio in guerra con l’Afghanistan

La proposta di Islamabad arriva in un periodo estremamente delicato per il Pakistan, che poco prima che scoppiasse la nuova guerra del Golfo ha di fatto iniziato un nuovo conflitto con l’Afghanistan. I raid aerei pakistani, che hanno interessato anche Kabul e Kandahar, hanno fatto centinaia di morti in Afghanistan. Ma sono molti anche i pakistani che hanno perso di vita negli attacchi afghani condotti lungo il confine.

Sangiuliano, centrodestra non ha parlato al cuore della gente

“La riforma era molto tecnica e il centrodestra non ha saputo parlare al cuore della gente. Ha pesato anche il contesto internazionale, con la guerra e le sue conseguenze economiche che incidono sulla percezione dei cittadini. Sbagliata anche la contrapposizione con la magistratura perché la stragrande maggioranza dei magistrati è fatta di persone integre che hanno consapevolezza della loro alta funzione”. Lo afferma Gennaro Sangiuliano, capogruppo di Fdi in Consiglio regionale della Campania, commentando l’esito del referendum. “C’è nel centrodestra un problema evidente con i giovani che non si conquistano con formule ragionieristiche, ma affascinandoli sui grandi temi ideali e sulle sfide del nostro tempo”, spiega. “La Campania si è radicalizzata a sinistra molto più di quanto accadde nel 1975 con la vittoria del Pci, quando però esisteva una destra forte e credibile capace di fare opposizione – conclude – Oggi, invece, al fondo c’è una seria questione sociale, un malessere diffuso che non può essere ignorato. Una volta la destra era profondamente sociale e radicata nei territori, oggi rischia di apparire autoreferenziale. È da qui che bisogna ripartire”

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L’arrivo di Poste e i manager di Tim con le ore contate: Labriola game over

L’Opas lanciata da Poste su Tim, che sancisce la fine della madre di tutte le privatizzazioni, ha colto di sorpresa un po’ tutti. Compresa la stessa ex monopolista dei telefoni. E in particolare il suo amministratore delegato Pietro Labriola. Il manager è stato tenuto all’oscuro fino alla fine su questa operazione con cui Poste punta a comprare il 100 per cento di Tim e delistarla dalla Borsa. Ma cosa succederà ora? Tra il management dell’ex Telecom si respira una certa preoccupazione.

L’arrivo di Poste e i manager di Tim con le ore contate: Labriola game over
Pietro Labriola (foto Imagoeconomica).

Poste vuole puntare su dirigenti graditi e funzionali

L’obiettivo di Poste è creare un ramo del Gruppo sul modello di altri già esistenti, come Poste Vita o Banco Posta. Cioè società molto operative e snelle, con staff leggeri, per creare il massimo delle sinergie. Quindi sembra chiaro che non serva avere un ceo “pesante”, come Labriola. Che a questo punto si avvia alla fine della sua esperienza in Tim, insieme alla squadra manageriale che ha governato negli ultimi anni in modo assoluto (e le ultime nomine che hanno riempito le caselle con profili che portano il timbro dell’ad sono state parecchio chiacchierate). Ora la musica cambierà: Poste vuole avere un controllo totale su tutte le funzioni aziendali, andando quindi a scegliere dirigenti graditi e ideali per le sinergie con le altre società del Gruppo.

L’arrivo di Poste e i manager di Tim con le ore contate: Labriola game over
Matteo Del Fante, ad di Poste Italiane (foto Imagoeconomica).

Intanto i commenti che serpeggiano sull’Opas sono unanimi: «La stagione dei cosiddetti capitani coraggiosi è finita. Ora ci sono gli statalisti coraggiosi». A proposito: nel quartier generale di Poste, all’Eur, molti vedono un futuro “telefonico” per Giuseppe Lasco: è proprio l’attuale direttore generale del gruppo guidato da Matteo Del Fante uno dei papabili candidati a prendere il posto di Labriola. Chi vivrà vedrà…

L’arrivo di Poste e i manager di Tim con le ore contate: Labriola game over
Giuseppe Lasco, dg di Poste Italiane (foto Imagoeconomica).

Fosse Ardeatine, La Russa parla di «crimine nazista» e si dimentica dei fascisti

Nel giorno dell’82esimo anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha pubblicato un post sui social in cui, ricordando «una delle pagine più drammatiche della nostra Nazione», ha scritto di «crimine nazista che richiama tutti al dovere della memoria e alla responsabilità di difendere, ogni giorno, i valori della libertà, della dignità umana e della democrazia, affinché simili atrocità non si ripetano mai più». Un bel messaggio da parte dell’ex Msi La Russa, che però ha evitato di citare le responsabilità dei fascisti.

Le responsabilità dei fascisti nell’eccidio delle Fosse Ardeatine

L’eccidio delle Fosse Ardeatine si verificò il 24 marzo 1944, quando le truppe tedesche trucidarono 335 civili e militari italiani, prigionieri politici, ebrei, o detenuti comuni, come rappresaglia per l’attentato partigiano di via Rasella, compiuto il 23 marzo da membri dei Gruppi di Azione Patriottica, in cui erano rimasti uccisi 33 poliziotti del reggimento “Bozen”. Quanto alle responsabilità dei fascisti, è accertato che funzionari di polizia italiana della Repubblica Sociale Italiana e funzionari repubblichini collaborarono attivamente alla compilazione delle liste dei detenuti da fucilare, prelevando 50 detenuti dalle carceri in cui erano stati rinchiusi proprio per l’opposizione al regime.

Zinzi (Lega), festeggiamenti scomposti magistrati vera caduta di stile

Al netto del risultato del referendum, resta il rammarico per i festeggiamenti, in alcuni casi scomposti, di numerosi magistrati, una caduta di stile evitabile. Un conto è rallegrarsi per l’esito della consultazione popolare, altro è intonare cori e stappare bottiglie all’interno di un Tribunale, che per definizione è luogo di rigore e imparzialità. Le istituzioni rappresentano tutti e vanno tutelate con comportamenti sobri e rispettosi verso tutti i cittadini”. Lo dichiara il deputato e coordinatore della Lega in Campania Gianpiero Zinzi, commentando il video e le immagini dei magistrati che hanno festeggiato cantando ‘Bella Ciao’ e brindando

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Cosa prevede l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Australia

L’Unione europea e l’Australia hanno concluso i negoziati per un accordo di libero scambio. L’annuncio è arrivato in occasione della missione a Canberra della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, che ha incontrato il primo ministro australiano Anthony Albanese. Lo storico accordo registra un importante risultato per l’Australia, i cui produttori potranno usare nomi come prosecco, feta e halloumi, nonostante le pressioni dell’Europa per restringere l’uso dei cosiddetti indicatori geografici. Con l’intesa commerciale si prevede che che le esportazioni dell’Ue cresceranno fino al 33 per cento nel prossimo decennio, con un valore che raggiungerà fino a 17,7 miliardi di euro all’anno. Tra i settori più coinvolti quello caseario, l’automotive e il comparto chimico. Il maggiore punto di contesa ha riguardato la libertà, per i produttori australiani, di vendere carne di manzo e agnello, zucchero e formaggi ai 450 milioni di consumatori europei senza punitive tariffe e quote. Secondo fonti citate dal Sydney Morning Herald, gli esportatori australiani potranno ora vendere all’Europa fra 30 e 35 mila tonnellate di manzo l’anno, contro la quota annuale corrente di 3.389 tonnellate.

Cosa prevede l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Australia
Ursula Von Der Leyen e Anthony Albanese (Ansa).

Sottoscritta anche una nuova partnership di difesa e sicurezza

Le due realtà hanno anche sottoscritto una nuova partnership di difesa e sicurezza e assicurato l’accesso di università e compagnie australiane al programma europeo di ricerca e innovazione. Tra i punti del parteneriato figurano il rafforzamento della cooperazione sulla sicurezza marittima, la sicurezza informatica, il contrasto alle minacce ibride e alla manipolazione e interferenza di informazioni straniere, riflettendo la natura in evoluzione delle sfide di sicurezza contemporanee e il rafforzamento della cooperazione nella gestione delle crisi e nelle missioni e operazioni della politica di sicurezza e difesa comune, comprese esercitazioni, formazione e istruzione. Von der Leyen e Albanese hanno anche concordato di avviare negoziati formali per l’associazione dell’Australia a Horizon Europe, il più grande programma di finanziamento al mondo per la ricerca e l’innovazione.

Simest, Filiere d’Impatto: siglati nove accordi con imprese champions

A poco più di un anno dall’avvio, Filiere d’Impatto, il progetto promosso da Simest sulla base degli indirizzi strategici del ministero degli Esteri per sostenere la crescita e la competitività delle imprese delle filiere dei champions nazionali, chiude il suo primo bilancio. Ad oggi sono nove gli accordi firmati con primari partner industriali a capo di filiere attive nei settori manifatturiero, navalmeccanico, agrifood, costruzioni, ingegneria, energia e servizi industriali, fra cui Fincantieri, Bonifiche ferraresi, Saipem, Maire, Renco, Fibercop, Enele MscCrociere.

Tra le imprese coinvolte, oltre 150 hanno già presentato domanda di finanziamento

L’attività di divulgazione e formazione realizzata nell’ambito del progetto ha portato all’organizzazione di 14 eventi dedicati e oltre 200 incontri B2B. Complessivamente sono state intercettate oltre 2 mila imprese, tra cui più di 1.400 individuate come target. Di queste, il 70 per cento sono pmi e il 10 per cento aziende del Mezzogiorno. Tra le imprese coinvolte, oltre 150 hanno già presentato domanda di finanziamento, per un valore complessivo superiore a 100 milioni di euro. Il progetto si inserisce anche nella cornice del Piano Mattei per l’Africa, in collaborazione con la struttura di missione per l’attuazione del Piano istituita presso la presidenza del Consiglio dei ministri, che individua tra le priorità la promozione delle esportazioni e degli investimenti. L’obiettivo è sostenere le imprese italiane di filiera – in particolare le pmi – interessate a operare in Africa, favorendo investimenti in digitalizzazione, sostenibilità e rafforzamento della solidità patrimoniale, oltre alla formazione di manodopera qualificata proveniente dal continente africano.

Il ruolo di facilitatore di Simest

Per facilitare la conoscenza e l’accesso agli strumenti di finanza pubblica, soprattutto da parte delle micro e piccole imprese, Simest ha avviato una serie di accordi con le imprese capofila delle filiere (i cosiddetti “champions”) allo scopo di creare un circolo virtuoso capace di sostenere e trainare la crescita dell’intera catena produttiva. In questo contesto, la società del Gruppo Cdp svolge un ruolo di facilitatore. Attraverso una collaborazione costante con i champions e un dialogo congiunto con le pmi, individua i fabbisogni delle imprese e promuove percorsi di investimento mirati e sostenibili. Questo approccio contribuisce a rafforzare le competenze tecniche e manageriali, favorisce nuove collaborazioni e aiuta a costruire un ecosistema più consapevole, interconnesso e competitivo, in grado di affrontare le sfide dei mercati globali. Un contributo determinante al successo della prima annualità del progetto è arrivato dagli accordi siglati con alcune delle principali realtà industriali italiane, a partire da Fincantieri, primo gruppo ad aderire al programma Filiere d’impatto, e da Enel, tra gli accordi più recenti.

Addio a Gino Paoli, simbolo della canzone d’autore

Gino Paoli si è spento all’età di 91 anni, lasciando un silenzio assordante in quella Genova che lo aveva adottato e che lui aveva saputo raccontare come nessun altro. Con la sua scomparsa, l’Italia perde l’ultimo grande patriarca della “scuola genovese”, quel gruppo di poeti armati di chitarra che, tra i fumi dei locali del porto e l’odore della salsedine, riuscì a strappare la canzone italiana dal melodramma convenzionale per trascinarla verso la modernità, l’esistenzialismo e la confessione nuda dell’anima. Nato a Monfalcone ma genovese nell’indole schiva e profonda, Paoli non ha mai cercato il consenso facile. La sua voce, roca eppure vellutata, è stata il veicolo per storie che parlavano di soffitti viola, di gatte che non ci sono più e di amori che non finiscono, ma che logorano. Brani come “Il cielo in una stanza” non sono stati solo successi discografici, ma vere e proprie rivoluzioni culturali: per la prima volta, la dimensione erotica e quella spirituale si fondevano in un unico respiro, trasformando quattro pareti in un universo infinito.

La sua esistenza è stata un romanzo vissuto sul filo del rasoio, segnato da quel proiettile che si portava nel petto dal 1963, un “ospite ingombrante” vicino al cuore che gli ricordava ogni giorno la sottile linea tra la vita e il nulla. Questo legame con l’oscurità e la malinconia ha dato alla sua scrittura una profondità unica, capace di descrivere la felicità come un attimo fuggevole, proprio come quel “sapore di sale” che resta sulle labbra dopo una giornata di mare. Gli ultimi anni della sua vita erano stati segnati da un dolore cupo e composto, in particolare dopo la perdita del figlio Giovanni nel 2025. Eppure, Paoli era rimasto un punto di riferimento morale, un uomo che aveva attraversato scandali, passioni travolgenti e battaglie politiche senza mai perdere la propria coerenza intellettuale. Con lui se ne va un pezzo della nostra memoria collettiva, un artista che ha saputo spiegare a intere generazioni che la musica non serve solo a ballare, ma a dare una forma tangibile all’invisibile mistero dei sentimenti umani.

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Salerno, Iannone: “Marenghi è il candidato sindaco di Fratelli d’Italia”

Antonio Iannone, senatore di Fratelli d’Italia e commissario regionale del partito in Campania, ha ufficializzo “la scelta del professore Gherardo Maria Marenghi quale nostro candidato sindaco a Salerno città.

 

Si tratta di una figura che per qualità professionale e storia personale offre garanzia di un progetto politico autenticamente di centrodestra. 

Lo mettiamo a disposizione, come era nei patti tra i vertici regionali di centrodestra, già dai primi di febbraio, dell’intera coalizione per dare a Salerno una vera alternativa di rinnovamento politico e generazionale“.

Iannone ha poi aggiunto: “Fratelli d’Italia non ha partecipato a nessuna polemica ritenendola altamente irresponsabile, vista anche la concomitante campagna elettorale per il referendum.

Noi, da sempre, lavoriamo per l’unità del centrodestra, ma non intendiamo più attendere chi evidentemente vuole partecipare a confusi progetti ammantati di civismo, ma che sarebbero solo una marmellata con frattaglie di campo largo. 

Il professore Marenghi è avvocato amministrativista, docente di Diritto Amministrativo presso l’Università degli Studi di Salerno ed attualmente anche membro del Consiglio Superiore dei Beni Culturali.

La sua scelta rappresenta la volontà del partito di proporre alla cittàuna guida competente, autorevole e coerente con i valori e le idee del centrodestra”.

 

 

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Nas, blitz nelle mense ospedaliere anche in provincia di Salerno

Carabinieri del Nucleo Antisofisticazioni e Sanità (NAS) di Salerno, nell’ambito di una strategia nazionale disposta dal Comando Carabinieri per la Tutela della Salute, hanno concluso un’ampia campagna di verifica denominata “Mense Ospedaliere”.

 

L’attività, svoltasi tra i mesi di febbraio e marzo 2026, ha interessato le province di Salerno, Avellino e Benevento con l’obiettivo di garantire la sicurezza alimentare e la salute dei degenti.

IL BILANCIO DELL’OPERAZIONE:
Su un totale di 22 strutture ispezionate tra ospedali pubblici e case di cura private, ben 18 sono risultate non conformi (circa l’82% dei casi). Le violazioni riscontrate hanno portato all’elevazione di sanzioni amministrative per un importo complessivo di circa 26.000,00 euro.

DETTAGLI DELLE CRITICITÀ PER PROVINCIA:
SALERNO: Le ispezioni hanno evidenziato gravi carenze igienico-sanitarie. Nell’Agro Nocerino – Sarnese, analisi di laboratorio hanno rivelato una carica batterica non soddisfacente sui vassoi, imponendo l’immediata revisione dei protocolli di sanificazione. Nella Piana del Sele, sono state elevate sanzioni amministrative per 3.000 euro totali dovute a carenze igieniche reiterate, irregolarità nel trasporto pasti e mancato monitoraggio delle temperature. Nel Cilento, riscontrate muffe nei locali e malfunzionamento dei sistemi di aspirazione.

AVELLINO: Una casa di cura della Valle del Sabato è risultata priva di SCIA e delle autorizzazioni sanitarie per la produzione pasti, in un contesto caratterizzato da gravi carenze strutturali. In altre strutture sono state contestate omesse procedure di autocontrollo (HACCP) ed è stata rilevata la presenza di materiale non pertinente nei pressi dei locali adibiti a cucina.

BENEVENTO: In un presidio ospedaliero della Valle Caudina, sono state comminate sanzioni amministrative per 4.000 euro a causa di lavastoviglie guaste e assenza di spogliatoi. Altri controlli nel capoluogo hanno portato al rinvenimento di sporco incrostato, ragnatele e accumuli oleosi nelle zone di confezionamento dei pasti.

INTERVENTI E PROSPETTIVE: Molte delle non conformità meno gravi sono state risolte tempestivamente a seguito delle prescrizioni impartite dai militari. Tuttavia, i Carabinieri del NAS sottolineano che i controlli proseguiranno con la massima capillarità per assicurare che il servizio di ristorazione per i pazienti rispetti i più alti standard di igiene e sicurezza previsti dalla normati

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Salerno, è morto l’avvocato Antonio Brancaccio

L’avvocatura salernitana perde un altro illustre rappresentante. Si è spento l’avvocato Antonio Brancaccio, tra i maggiori esperti di diritto amministrativo.

 

Affranti per il dolore la moglie Maria Cristina Fatigati, la figlia Valentina, il genero Antonio Verde, la cara nipotina Federica, i cognati, i nipoti ed i familiari tutti.

La camera ardente è stata allestita presso la Casa del Commiato San Leonardo del Cav. Antonio Guariglia sita in via San Leonardo n. 108.

La funzione religiosa sarà celebrata domani, mercoledì 25 Marzo 2026, alle ore 10.00 nella Chiesa di San Pietro in Camerellis (Corso Garibaldi) a Salerno.

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È morto Gino Paoli

È morto a 91 anni Gino Paoli. La notizia è stata diffusa dalla famiglia del cantautore, chiedendo «la massima riservatezza» in un momento così delicato. Nato nel 1934 e cresciuto a Genova, Paoli ha fatto la storia della musica italiana: suoi i brani Il cielo in una stanza, La gatta, Che cosa c’è, Senza fine, Sapore di sale, Una lunga storia d’amore e Quattro amici.

È morto Gino Paoli
È morto Gino Paoli
È morto Gino Paoli
È morto Gino Paoli
È morto Gino Paoli

Iran, Mohammad Zolghadr nuovo segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale

È stato scelto in Iran il nuovo segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale: il successore di Ali Larijani, ucciso in un raid israeliano il 17 marzo, è Mohammad Bagher Zolghadr. Lo ha annunciato Mehdi Tabatabaei, vice di Masoud Pezeshkian, spiegando che la nomina è stata approvata dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei e formalizzata dal presidente.

Chi è Mohammad Zolghadr

Nato nel 1954, Mohammad Bagher Zolghadr ha fatto parte dei pasdaran dal 1979 al 2010. Ex comandante del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, da settembre del 2021 ricopre la carica di segretario del Consiglio per il Discernimento dell’Interesse del Sistema, assemblea che fornisce consulenza alla Guida Suprema sulle politiche generali dello Stato e su questioni di interesse nazionale, in particolare in caso di conflitti tra diverse istituzioni. Nel corso della sua carriera Zolghadr ha ricoperto ruoli politici di alto livello, tra cui quello di viceministro degli Interni per gli affari di sicurezza. Qualsiasi nuova figura di alto livello, avevano fatto sapere Tel Aviv e Washington, diventerà immediatamente un bersaglio di Israele e Stati Uniti.

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno

Dopo la sonora sconfitta referendaria nel centrodestra, come previsto, cominciano a volare stracci. Tra accuse incrociate e recriminazioni tra alleati, il capro espiatorio perfetto rischia di essere il ministro della Giustizia Carlo Nordio – che con le sue numerose “uscite improvvide”, secondo i critici, ha tirato la volata al No – insieme con il sottosegretario amante delle bistecche Andrea Delmastro e la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi.

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno
Carlo Nordio con Andrea Delmastro (Imagoeconomica).

Il Guardasigilli per ora resiste e blinda la sua squadra: «Delmastro e Bartolozzi restano al loro posto». E pure lui non ha alcuna intenzione di farsi da parte, anche se ammette la sconfitta. «Fa parte della politica perdere le elezioni. Successe anche a Churchill, dopo la Seconda Guerra mondiale», ha dichiarato al Corriere della Sera, tradendo forse un eccesso di autostima. «Era una riforma in cui credevo e in cui penso di aver messo tutto l’impegno possibile. Ero certo che avremmo vinto. Mi inchino al popolo sovrano». Popolo che però, come sottolineato dal ministro al Foglio, non ha creduto nella sua stessa battaglia. «Era una battaglia in cui credevo e l’abbiamo persa perché il popolo invece non ci ha creduto, tutto qua». Il Guardasigilli però non si vede in un possibile governo Meloni II. «Credo che potrò ritornare ai miei diletti studi e ai miei hobby», ha ammesso a SkyTg24. «Non tanto per il fatto che le sconfitte politiche si pagano, è inutile far finta di nulla, ma anche per ragioni non solo di età ma anche di completamento di un certo percorso di riforme che cercheremo di terminare entro quest’anno. Il prossimo anno compio un anno matematico a seguito del quale penso di aver diritto a un po’ di riposo».

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Piazza Barberini in tilt per la festa del No

Quelli che dal centro storico di Roma volevano tornare a casa dopo una giornata di lavoro, lunedì sera hanno faticato sette camicie perché i mezzi pubblici erano bloccati: tutta colpa della manifestazione estemporanea per festeggiare il No, con piazza Barberini bloccata dai sostenitori accorsi ad ascoltare Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. Tra i presenti oltre al primo cittadino Roberto Gualtieri, anche il piddino Claudio Mancini, da molti soprannominato il vero sindaco di Roma.

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno
Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Elly Schlein e Roberto Gualtieri festeggiano la vittoria del No (Imagoeconomica).

Dopo Bossi e Pomicino, se ne va Salvatore Lauro

Giornate di lutto per la politica. Prima Umberto Bossi con il funerale di massa a Pontida a cui seguirà, mercoledì 25 marzo. una commemorazione a Montecitorio. Poi se n’è andato Paolo Cirino Pomicino, democristiano di lunghissimo corso, per il quale lunedì è stata allestita una camera ardente alla Camera (i primi ad arrivare sono stati Massimo D’Alema, Pier Ferdinando Casini e Alessandra Necci), mentre le esequie si sono tenute nella chiesa pariolina di piazza Euclide. Infine è morto l’ex senatore forzista e soprattutto armatore Salvatore Lauro, i cui funerali si sono svolti nella chiesa Santa Maria di Portosalvo che domina il porto di Ischia, dove è iniziata la storia imprenditoriale della sua famiglia. Per consentire la partecipazione di chi vorrà porgere l’ultimo saluto, l’Alilauro ha effettuato alcune corse straordinarie con i mezzi veloci della sua flotta con bandiere a mezz’asta, dal Molo Beverello di Napoli e dal porto di Sorrento.

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno
Salvatore Lauro (Imagoeconomica).

Il Copasir si occupa del nucleare

Mercoledì 25 marzo a Palazzo San Macuto, il Copasir svolgerà l’audizione della presidente di Enea, Francesca Mariotti. Si parlerà di energia nucleare, del futuro (e del presente) delle centrali, e non solo. Mariotti, avvocata, nata a Frosinone, è stata direttrice generale di Confindustria dal 2020 fino all’ottobre del 2023, oltre che consigliera di amministrazione in società come Saipem e Almaviva. A marzo dello scorso anno è stata designata dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, alla presidenza dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile, ovvero l’Enea. Che poi l’Enea è l’erede del Cnen, Comitato nazionale per l’energia nucleare, di cui segretario generale fu Felice Ippolito. E l’ex ministro Carlo Calenda, a favore delle centrali nucleari, ricorda sempre con orgoglio di essere suo nipote: Felice era il fratello della nonna paterna.

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno
Il post di Carlo Calenda su Felice Ippolito.

Dario Fo e Faber a “Via del Campo”

Di Olga Chieffi

Se si pensa a De André, si ricordano le sue canzoni “Bocca di Rosa” e “Via del Campo”, che raccontano le storie delle più celebri prostitute di Italia. Fabrizio non ha timore di rivelare che quella “bambina con occhi grandi come foglie” e “le labbra di rugiada” altro non è che un travestito. Lo scenario è quello stretto di Via del Campo, nel Porto Antico, luogo ideale per i personaggi più umili e quindi più luminosi del “paradiso” di De André, simile a quello descritto da Villon e Brassens. Un paradiso, al primo piano, che è sia sporco che fiorente: “Ama e ridi se l’amore risponde / piangi forte se non ti sente / dai diamanti non nasce niente / dal letame nascono i fiori”. Ma sulla famosa etichetta viola Bluebell, De André si presenta come unico autore, con la nota: “Da una musica del XVI secolo tratta da una ricerca di Dario Fo”. È uno scherzo: due anni prima, Jannacci aveva inciso “La mia morosa la va alla fonte” con la stessa melodia di “Via del Campo”, fingendo di averla scoperta in una ballata medievale insieme a Fo, ma in realtà l’aveva scritta lui stesso, e Fabrizio ci cascò. Questa sera, alle ore 20, a Palazzo Fruscione, si celebrerà nell’ambito della mostra Infiniti Mondi, che si interseca con I racconti del Contemporaneo, il centenario della nascita di Dario Fo, in una serata affidata ad Alfonso Amendola, docente di Sociologia dei processi culturali, Università degli Studi di Salerno e Pasquale De Cristofaro, regista e attore, introdotti da Maria Beatrice Russo, cultrice in discipline dello spettacolo, Università degli Studi di Salerno. L’incontro ha quale titolo Dario fo ed altre storie teatrali, nato in collaborazione con l’indirizzo Sperimentale Teatro del Liceo Artistico Sabatini-Menna di Salerno. Nel centenario della nascita di Dario Fo, Premio Nobel per la Letteratura, ricordarlo significa celebrare una voce libera e popolare del teatro italiano, capace di dare dignità agli ultimi con ironia e satira civile. Con De André condivide soprattutto lo stesso sguardo sugli emarginati e una comune critica del potere. A partire da quest’omaggio una riflessione su una certa idea di teatro nel Novecento: attraversando la Marta pirandelliana, l’universo Leo de Berardinis e la drammaturgia contemporanea. un fenomeno artistico che si può osservare, grosso modo, nell’arco di circa un ventennio, nell’Italia della fine del secolo scorso. De André e Dario Fo si sono incontrati in quel Medioevo sospetto carico di ideologia, tanto più perché sembrano dirci che quel Medioevo è qui tra di noi, vive nel nostro tempo, una caricatura, ma seria, un’ironia, un gioco, ma carico d’impegno. De Andrè non è stato il solo, in quegli anni, a ispirarsi, più o meno direttamente, ad autori e contesti del Medioevo, cercando di riproporre, in forme accessibili al grande pubblico, alcune atmosfere e alcuni atteggiamenti compositivi genericamente attribuiti a quel passato lontano; e utilizzando queste forme straniate di produzione artistica per trasmettere in modo efficace un determinato messaggio, tendenzialmente di rottura rispetto all’orizzonte della cultura dominante. Per fare solo alcuni esempi notissimi, in quello stesso arco di tempo, oltre a Dario Fo che riproponeva sulle scene teatrali una sua personalissima versione dei Misteri, mentre un grande scrittore-regista come Pasolini trasferiva sullo schermo cinematografico tre grandi capolavori letterari e Monicelli inventava le avventure scombinate e spassose di Brancaleone, il Medioevo rievocato in questo tipo di produzione non aveva certo nulla in comune col medievalismo romantico e post-romantico: quello, per intenderci, dei nazionalismi europei che andavano in cerca di testi poco noti o dimenticati per trovare in essi le ‘origini’ in cui poter indicare le proprie più autentiche radici. Si trattava piuttosto della ricreazione volutamente artificiosa di un orizzonte esotico, in cui si intrecciavano elementi schiettamente popolari, spesso e volentieri al limite del volgare e del blasfemo e tradizioni poetiche quasi estranee al più collaudato canone scolastico: il tutto a sostegno di proposte artistiche decisamente devianti rispetto ai percorsi consueti della cultura dominante. La riscoperta, o piuttosto l’invenzione di questo mondo arcaico e marginale il più delle volte sembra essere stata particolarmente funzionale alla critica o alla ridicolizzazione della cultura dominante, con la sua deriva di alienazione, la sua ipocrisia, la sua inautenticità. Di quali elementi si componeva lo stile di quanti, in quegli anni, hanno tentato di ‘rifare il medioevo’ oppure di riproporne i prodotti artistici spesso sconosciuti al grande pubblico? Successo di nicchia ottenuto dalla parodia di ‘pastorella’ che è stata Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers di De Andrè e Mistero Buffo, si incontrano, in un qualcosa che ci fa associare il tutto al sirventese d’epoca medievale. Il teatro di Dario Fo, infatti, si costruisce sulla realtà storico-politica dell’Italia dal dopoguerra ad oggi. Fatti, costumi, personaggi sono sottoposti a una reinvenzione satirica che trae dalle numerose forme della comicità la forza del paradosso e l’autonomia di un linguaggio globale costruito sul corpo usato come vettore di significati, su una phonè ricca di modulazioni espressive e sul contributo delle arti plastiche. La storia alimenta una drammaturgia intesa quale pratica sociale iscritta nella polis, in una dinamica performativa che rimette lo spettatore al centro della costruzione del senso. L’osservazione critica sul tempo presente si esprime attraverso l’arma del riso, così, la comicità ribadisce la fiducia nella modificabilità del mondo, decostruendo la realtà per smascherarne gli aspetti contraddittori, proponendo un teatro come strumento di cambiamento della società.

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Campo largo, Conte disponibile a correre per le primarie

Dopo la vittoria del No al referendum sulla giustizia, il campo largo festeggia e torna a ragionare di primarie. Sia Elly Schlein sia Giuseppe Conte si sono detti disponibili a questo meccanismo per scegliere il leader del centrosinistra (nonché candidato premier della “coalizione” alle prossime elezioni politiche). Un’opzione proposta anche da Matteo Renzi a spoglio ancora in corso: «Spero che il centrosinistra rapidamente vada alle primarie perché da oggi è chiaramente nelle condizioni di vincere le politiche».

Boccia: «Benissimo se si faranno le primarie»

«Io sono disponibile ma non ho ancora interrogato né gli organi del Movimento né la mia base. Certamente il M5s deve avere un protagonista e certamente il M5s non parteciperebbe mai se fossero primarie con solo apparati di partito, devono essere aperte e dare uno sbocco a questa voglia di partecipazione dei cittadini», ha detto Conte. «Il campo progressista esiste già ed è stato costruito giorno dopo giorno in Parlamento, con una larghissima convergenza sui voti tra le forze di opposizione», gli ha fatto eco il presidente dei senatori dem Francesco Boccia, spiegando che per quanto riguarda la leadership «il Pd ha nel suo Dna le primarie, quindi benissimo se si sceglierà quella come strada per individuare chi guiderà la coalizione».

Avs frena e rilancia la legge sul salario minimo

Più cauto Nicola Fratoianni di Avs che, seppur considera legittimo il dibattito sulle primarie, non crede che «l’onda generazionale che ha travolto la controriforma Nordio abbia come prima esigenza quella di sapere come il centrosinistra sceglie il suo leader, ma piuttosto se siamo pronti a depositare domani una nuova legge sul salario minimo». «Direi che dobbiamo partire da qui», ha continuato, rilanciando una proposta per il salario minimo a 11 euro.

Referendum, Nordio si assume la responsabilità politica della sconfitta e punta il dito contro l’Anm

Parlando con Sky Tg24 all’indomani della netta sconfitta della maggioranza (più Azione) nel referendum sulla riforma della giustizia, il ministro Carlo Nordio si è preso la «responsabilità politica» della débâcle. «Questa è una riforma che porta il mio nome. Se ci sono stati dei difetti di comunicazione o impostazione sono stati anche i miei», ha dichiarato il Guardasigilli. «Colgo l’ennesima occasione per ricordare che la frase più contestata, quella sul cosiddetto sistema mafioso, io non l’ho mai detta, era la citazione della dichiarazione di un pubblico ministero», ha poi aggiunto. Intervistato dal Corriere della Sera, Nordio ha inoltre respinto l’ipotesi di dimissioni.

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Referendum, Nordio si assume la responsabilità politica della sconfitta e punta il dito contro l’Anm
Carlo Nordio e Giusi Bartolozzi (Imagoeconomica).

Nordio: «Bartolozzi non è in discussione»

Nordio ha inoltre chiarito che la sua posizione della sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi non è in discussione: «Per quanto riguarda le osservazioni fatte sia dagli appartenenti del mio ministero, sia di altri della nostra coalizione, credo che bilanciando le osservazioni sopra le righe fatte dai nostri e fatte dai loro, la situazione algebrica sia equivalente». E poi: «Non credo che questo eccesso di polemica, della quale ho sempre tenuto di tenermi lontano, abbia influito più di tanto». Bartolozzi aveva definito parte della magistratura un «plotone d’esecuzione». Così su Andrea Delmastro, al centro di un nuovo caso: «Fino a ieri sono stato talmente occupato con il referendum, che la vicenda del sottosegretario mi è arrivata del tutto inattesa, non sapevo nemmeno di che cosa si parlasse. Sono certo che riuscirà a chiarire».

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Referendum, Nordio si assume la responsabilità politica della sconfitta e punta il dito contro l’Anm
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Le parole del Guardasigilli sull’Anm

Nordio ha anche affermato che a vincere, più che il No, è stata l’Associazione nazionale magistrati: «Purtroppo ora l’intervento della magistratura associata e sindacalizzata sarà quello di una forte pressione politica. Questo darà all’Anm un potere contrattuale che sarà aumentato e di cui farà i conti anche la sinistra, perché prima o poi andranno anche loro al governo». Inoltre, ha aggiunto, «nella coalizione ci sarà una controversia intestina per attribuirsi la vittoria. E dovranno fare i conti con l’Anm che diventa un soggetto politico anomalo, che si contrappone ai governi».

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Paolo Del Mese: Gaspare Russo, presenza insostituibile

di Mario Rinaldi

 

 

Dopo appena due giorni dalla scomparsa di Paolo Cirino Pomicino, morto sabato scorso all’età di 86 anni, ieri la vecchia Democrazia Cristiana ha perso un altro esponente di spicco: il sindaco di Salerno degli anni 70 e figura centrale della politica salernitana per circa un trentennio, Gaspare Russo, venuto a mancare all’età di 98 anni (ad aprile ne avrebbe compiuti 99). Di entrambi ha tracciato un ricordo e un profilo umano e politico un altro storico democristiano salernitano, ex deputato per tre mandati consecutivi (dal 1983 al 1994), rieletto poi per un quarto mandato alla Camera nel 2006 e rimasto in carica fino al 2008, on. Paolo Del Mese.

Dopo Pomicino, ieri se n’è andata un’altra figura di spicco della DC: Gaspare Russo. Un suo ricordo.

“Per Gaspare Russo parla la sua storia personale. Come fare a non ricordare una figura che per decenni è stata così centrale per la città Salerno, non solo in virtù di una sua presenza costante, ma anche per aver saputo interpretare in maniera eccelsa gli interessi di tutti salernitani. Una presenza predominante ed insostituibile, dotato di grande intelligenza, capace di trovare le soluzioni a tutti i problemi”.

E’ stato un leader della DC anche fuori i confini territoriali.

“Certamente. Il suo periodo di massima affermazione è stato il decennio degli anni 70, quando fu eletto sindaco di Salerno, succedendo ad Alfonso Menna. Ha saputo incarnare gli ideali della DC salernitana anche quando nel 1975 fu eletto nel Consiglio regionale della Campania, ricoprendo il ruolo di capogruppo della Democrazia Cristiana. Un’esperienza che lo ha visto protagonista l’anno successivo con l’elezione a presidente della Regione, incarico che mantenne dal 1976 al 1979, diventando uno dei riferimenti politici più influenti del territorio”.

Un attestato di stima riconosciuto anche dagli avversari politici.

“Certamente. Coloro che sono stati suoi avversari politici ne hanno apprezzato il valore umano e di leader politico.

I meriti gli sono stati attribuiti anche da chi era in netto contrasto con le sue posizioni”.

Il giudizio definito su Gaspare Russo.

“Un giudizio estremamente positivo, caratterizzato da un profondo dibattito politico, che si è riflesso anche sul futuro della città di Salerno. E’ stato un ottimo interlocutore anche con il sottoscritto. La sua è stata una presenza molto consolidata e fattiva che dal punto di vista della memoria storica non può che attestare un giudizio finale molto positivo. Il mio è un ricordo sentito e naturale, il resto sarà la storia a descriverlo”.

Invece, cosa ci dice di Pomicino.

“Pomicino secondo me è stato uno dei politici più intelligenti del nostro Paese. Ha saputo interpretare al meglio i tempi in cui viveva, sapeva proporre idee e progetti e ciò che lo contraddistingueva era una spiccata autoironia. E’ stato in grado di trasmette questo suo modo di agire in tutti gli ambienti nei quali è stato attivo. Il suo modo di fare ha conquistato anche la simpatia dei suoi avversari politici”.

Come descrive il suo ruolo di politico per il Sud e in particolare per la Campania?

“Con Pomicino si poteva discutere senza riserva, era un uomo che manteneva sempre gli impegni assunti, soprattutto per la sua Napoli e per la Campania.

Era uno del popolo, uno di noi. Ha dato un contributo notevole alla DC e anche un modo di governare nel settore del bilancio e della finanza pubblica che era senza eguali. Pur essendo medico aveva una preparazione quasi universitaria della materia che trattava. La sua presidenza nella commissione bilancio è stata illuminante, non ha mai imposto le sue idee, ma si confrontava nel rispetto pieno delle regole democratiche. Un pezzo di storia del nostro Paese”.

Cosa pensa della politica attuale? I politici attuali sono paragonabili a figure come quella di Pomicino e Russo?

“Oggi c’è un vero e proprio vuoto di politica. Manca il confronto vero, manca il dibattito per sostenere i programmi, mancano i programmi stessi della politica.

Prima c’era la Politica con la P maiuscola. Oggi, il panorama politico è scadente sotto tutti i punti di vista. Manca, ad esempio, la fantasia che aveva Pomicino di vedere le cose in un senso sempre positivo perché lui era un ottimista, un vero cattolico-democratico. Detto questo, credo proprio che non si possano fare paragoni”. Come a dire che, secondo Del Mese, la politica, quella vera, apparteneva a una classe dirigente che è molto lontana da quella attuale, sia nei comportamenti, che nella programmazione a tutti i livelli.

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Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni

Hanno votato. E questo, già di per sé, è una notizia. Quelli della Gen Z sono andati alle urne il 22 e 23 marzo e sono stati determinanti sul risultato, facendo quello che sondaggisti, consulenti di comunicazione e i guru delle segreterie di partito non avevano messo in conto. Tra i 18 e i 34 anni il no ha stravinto con stime intorno al 60 per cento dei voti, e la partecipazione è stata del 67 per cento (nonostante le difficoltà dei fuorisede), a fronte di un’affluenza nazionale al 58,9 per cento. Non li hanno visti arrivare, si è detto. Non si è capita la dirompente portata del loro voto. E si sono espressi con una precisione chirurgica che ai genitori, boomer o Generazione X che si battevano per le grandi ideologie novecentesche, non è mai riuscita. Senza nostalgie, bandiere o stanche liturgie, ma con una croce il cui significato travalica la materia del contendere.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Festeggiamenti a piazza Barberini, Roma, per la vittoria del no al referendum sulla giustizia (foto Ansa).

Lasciano l’Italia non certo per snobismo cosmopolita

È stato, forse per la prima volta, un voto politico e insieme generazionale. Parliamo di ragazzi che studiano con i soldi propri o con quelli dei genitori, e se va bene pagano un monolocale mille euro. Che lasciano l’Italia perché all’estero trovano un lavoro migliore e meglio retribuito, in un ambiente dove il merito non è un termine buono solo per propaganda e convegni. Altro che snobismo cosmopolita o mancanza di attaccamento alla loro terra.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
La manifestazione organizzata dal Comitato per il no sociale al referendum in Piazza SS Apostoli, a Roma (foto Ansa).

Non scelgono fra Israele e Palestina come fossero due squadre di calcio, sono invece inorriditi dalle migliaia di bambini e di anziani morti le cui immagini scorrono ogni giorno sui loro cellulari. Non capiscono perché la guerra sia diventata l’unica igiene del mondo. E sui diritti civili e la parità di genere non negoziano.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Cartelli con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù durante i festeggiamenti a Napoli (foto Ansa).

Si fanno le domande giuste. Per esempio: perché il governo è amico di Trump?

Sono antropologicamente pacifisti, non per ingenuità ma per convinzione profonda e cultura. Non postano come si vestono e si guardano bene dall’inseguire l’influencer di turno. Sono ragazzi normali con davanti un futuro che si complica ogni anno di più, che legano la loro prospettiva di vita a quella del Pianeta e ne traggono spaventose conclusioni. E soprattutto si fanno le domande giuste. Per esempio: perché il governo è amico di Donald Trump, uno che senza una logica plausibile sta contribuendo ad alimentare instabilità geopolitiche che saranno loro a dover pagare?

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Tanti giovani in piazza dopo la vittoria del no (foto Ansa).

Sono molto più difficili da ignorare di un hashtag

Giorgia Meloni ha incassato una pesantissima sconfitta. Se non ne capisce le ragioni, magari influenzata dalla narrazione del suo cerchio magico il cui unico scopo è perpetuare la rendita di posizione, e interpreta questo voto come un sussulto passeggero, un rigurgito delle piazze dove i giovani vengono indistintamente catalogati come amici dei terroristi, avrà un problema serio. Perché adesso questa generazione ha scoperto che le urne funzionano, sono molto più difficili da ignorare di un hashtag, e non basta una comparsata da Fedez per conquistarli.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Un messaggio per Meloni da parte dei giovani (foto Ansa).

Anche la sinistra questi ragazzi non li aveva visti arrivare

Paradossalmente, l’unica speranza di Meloni è la sinistra. Che fa l’errore speculare. Giuseppe Conte, Elly Schlein e gli altri già si vedono al governo, sfogliano la margherita delle coalizioni e litigano sulle poltrone future. Tutti eccitati come uno scolaro che inaspettatamente ha preso un bel voto e corre a mostrarlo ai genitori. Peccato che anche la sinistra questi ragazzi non li avesse visti arrivare. Per anni ha parlato ai giovani come ci si rivolge a un pubblico residuale, da corteggiare a ridosso delle elezioni con esternazioni di circostanza sulla fine del precariato e la miglior qualità della vita.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Giovani in piazza (foto Ansa).

Il referendum dimostra che non sembrano più disposti ad aspettare

Ma il punto è che la Gen Z non è di sinistra né di destra. È di se stessa, fuori da schemi e contesti che ambirebbero a ingabbiarla. Ha valori precisi, una bussola morale che funziona e una capacità di indignarsi che non degenera in rancore, ma nel giudizio impietoso sulla demagogica ipocrisia delle classi dirigenti. Non cercano padrini politici fintamente solidali giusto il tempo per carpirne i favori e poi mollarli al loro destino, ma qualcuno che li prenda sul serio. Per ora non l’hanno ancora trovato. L’esito del referendum però dimostra che non sembrano più disposti ad aspettare.

Missili di Stati Uniti e Israele contro i gasdotti iraniani

Parlando di «colloqui costruttivi» di un cambio di regime in corso in Iran (entrambi smentiti da Teheran), Donald Trump ha annunciato di aver rinviato di cinque giorni gli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane. Ma, nel corso della mattinata del 24 febbraio, due stabilimenti di gas e un gasdotto sarebbero stati presi di mira da raid statunitensi e israeliani. Lo riporta l’agenzia di stampa Fars.

Missili di Stati Uniti e Israele contro i gasdotti iraniani
Donald Trump (Ansa).

«Nell’ambito dei continui attacchi perpetrati dal nemico sionista e americano, l’edificio dell’amministrazione del gas e la stazione di regolazione della pressione del gas in via Kaveh a Isfahan sono stati presi di mira», spiega Fars, aggiungendo che gli impianti nell’Iran centrale «sono stati parzialmente danneggiati». L’agenzia ha inoltre riferito di un raid contro il gasdotto della centrale elettrica di Khorramshahr, nel sud-ovest del Paese, vicino al confine con l’Iraq.

Il cambio di rotta di Trump era arrivato poche ore prima della scadenza dell’ultimatum al termine del quale aveva minacciato di attaccare le centrali elettriche iraniane in caso di mancata riapertura dello Stretto di Hormuz. Il ministro dell’Energia iraniano, Abbas Aliabadi, ha minimizzato le minacce del presidente Usa riguardo a possibili attacchi contro le centrali elettriche di Teheran, affermando che la Repubblica Islamica ha decentralizzato la sua produzione elettrica e che pianifica di ricostruire gli stabilimenti se verranno colpiti.

Sondaggi Swg 23 marzo 2026: salgono Lega e Fdi, giù Pd e Forza Italia

Secondo i sondaggi Swg trasmessi dal TgLa7 lunedì 23 marzo 2026, Fratelli d’Italia recupera lo 0,1 per cento e sale al 29,5 per cento, restando saldamente in testa alla classifica dei consensi, mentre il Partito democratico cede lo 0,2 e si ferma al 21,5 per cento. In calo anche il Movimento 5 stelle, con il 12,2 per cento (-0,1) e Forza Italia, di nuovo scesa sotto l’8 per cento (7,8). In una settimana, il partito di Antonio Tajani ha perso lo 0,2. Segue la Lega, che scavalla di nuovo Avs e arriva al 6,8 per cento (+0,2). L’Alleanza Verdi Sinistra rimane invece stabile al 6,6 per cento. Tra i partiti minori, Azione cala dello 0,1 fermandosi al 3,4 per cento, mentre Futuro Nazionale di Vannacci perde lo 0,2 e si stanzia al 3,3. Seguono Italia Viva al 2,5 per cento (+0,2), Più Europa all’1,4 per cento (-0,1) e Noi Moderati all’1,2 per cento (+0,1).

Sondaggi Swg 23 marzo 2026: salgono Lega e Fdi, giù Pd e Forza Italia
Sondaggio Swg (X).
Sondaggi Swg 23 marzo 2026: salgono Lega e Fdi, giù Pd e Forza Italia
Sondaggio Swg (X).

Aereo militare caduto in Colombia, sale il bilancio delle vittime

È salito ad almeno 66 morti il bilancio dello schianto di un aereo militare colombiano con a bordo 125 tra soldati e membri dell’equipaggio, precipitato il 23 marzo nella Foresta Amazzonica poco dopo il decollo da Puerto Leguizamo, vicino al confine meridionale con Ecuador e Perù. L’aereo precipitato era un Hercules C-130, velivolo utilizzato spesso in Colombia per il trasporto di militari. A febbraio, un altro incidente aveva coinvolto un aereo dello stesso tipo: il velivolo si era schiantato nella città di El Alto, causando la morte di 20 persone. Non sono ancora note le cause dell’incidente, ma è stato escluso che il disastro sia dovuto a un’azione dei tanti gruppi armati che operano nel Paese sudamericano.

Usa, Markwayne Mullin nuovo capo della Sicurezza interna

Il Senato americano ha confermato Markwayne Mullin come nuovo capo del dipartimento per la Sicurezza interna (Dhs) dopo il licenziamento di Kristi Noem avvenuto all’inizio del marzo 2026. La votazione di conferma ha visto 54 voti favorevoli e 45 contrari. 48 anni, ex wrestler e combattente di arti marziali, Mullin è stato senatore per l’Oklahoma. Durante l’audizione di conferma davanti al Senato tenutasi la settimana prima, ha dichiarato che uno dei suoi obiettivi sarebbe stato quello di allontanare il Dhs e la sua controversa agenzia per l’Immigrazione e le dogane (Ice) dai riflettori: «Il mio obiettivo, tra sei mesi, è che non siamo la notizia principale ogni singolo giorno. Voglio proteggere la patria. Voglio portare tranquillità. Voglio restituire fiducia all’agenzia». Mullin ha poi aperto all’ipotesi di richiedere mandati per l’applicazione delle norme sull’immigrazione. Un potenziale cambio di passo rispetto all’attuale politica e una richiesta dei Democratici nell’ambito delle trattative in corso sui finanziamenti, scaduti il 14 febbraio.