Il blocco degli autotrasportatori mostra i suoi effetti anche tra gli scaffali dei supermercati. Cinque giorni di protesta contro il caro carburante e un disagio che, da problema di approvvigionamento, sta diventando sociale. A Napoli, Caserta e Salerno, tanto in città quanto in provincia, si lavora sulle scorte: quelle dei negozi e quelle che le famiglie cominciano ad accumulare nelle dispense. A raccontare la situazione sono soprattutto i prodotti che non ci sono più. Le uova sono difficili da trovare, la carne scarseggia, i frigoriferi mostrano interi comparti vuoti e, in alcuni supermercati, anche i banchi della verdura sono sprovvisti di merce. Ma la fotografia di questi giorni è fatta anche di quello che, invece, finisce nei carrelli. Si compra più del necessario, per il timore che domani possa non esserci più nulla. È soprattutto la pasta a finire nelle scorte delle famiglie. Eppure, per i prodotti a lunga conservazione e i generi alimentari in scatola non si registrano particolari problemi di approvvigionamento. Gli scaffali sono riforniti grazie alle scorte di magazzino, ma la paura che il blocco possa protrarsi spinge a comprare oggi quello che potrebbe servire tra una settimana. La situazione cambia da un supermercato all’altro, ma i reparti del fresco sono carenti ovunque. Va meglio nella piccola distribuzione, dove i rapporti diretti con i produttori locali consentono di compensare almeno in parte gli ostacoli ai rifornimenti. “Ci hanno detto che da domani la situazione dovrebbe migliorare, intanto abbiamo dovuto anche staccare alcuni frigoriferi. Sembra di rivivere il periodo del Covid, c’è una corsa alle scorte”, spiega un dipendente di una nota catena italiana di supermercati. “Abbiamo assistito a spese superiori a 200 euro. La gente ha paura ed è venuta a fare scorte. Per quanto riguarda la verdura chi ha contatti diretti con piccoli produttori locali ovviamente si trova avvantaggiato”, aggiunge. La stessa preoccupazione si ritrova alle pompe di benzina, dove i gestori osservano un cambiamento nelle abitudini degli automobilisti. “Fino a poco fa chiedevano a quanto fosse salito al litro prima di rifornirsi, ora fanno il pieno indistintamente per paura di non poter usare la macchina per assenza di carburante”, raccontano i benzinai. E c’è anche chi, rimasto senza rifornimenti, è costretto a mandare via gli automobilisti. Alla domanda su quando tornerà il carburante, la risposta è: “Speriamo presto”
Il costo del trasporto non riguarda soltanto chi viaggia su strada. A risentirne sono anche gli artigiani, i commercianti e le piccole attività che ogni giorno dipendono dalla regolarità delle consegne e dall’approvvigionamento di merci e materie prime. È da questo legame, spesso poco visibile ma essenziale per il funzionamento dell’economia, che nasce l’appello di FeNAILP a sostegno degli autotrasportatori, alle prese con costi di gestione che possono mettere sotto pressione la sostenibilità delle imprese. A intervenire sono Sergio Casola, presidente nazionale FeNAILP Artigianato, e Rocco Casola, presidente provinciale FeNAILP Acconciatori di Salerno, che chiedono alle istituzioni attenzione e risposte concrete per le categorie produttive. Il punto, sottolineano, è evitare che le difficoltà di un comparto si ripercuotano sull’intera filiera, con effetti sulle attività economiche, sull’occupazione e sui consumatori. «Gli autotrasportatori svolgono un lavoro indispensabile: garantiscono il movimento delle merci e permettono a migliaia di imprese di lavorare», afferma Sergio Casola. «Non possiamo considerarli una categoria isolata. Il costo del trasporto incide sugli approvvigionamenti e sull’organizzazione delle attività produttive, mentre l’aumento delle spese riduce i margini di chi opera già in condizioni difficili». Il presidente nazionale FeNAILP Artigianato richiama l’attenzione sul peso dei carburanti, della manutenzione dei mezzi, delle assicurazioni e degli altri costi di gestione. Una pressione che, secondo Casola, accomuna comparti diversi, dalle imprese di trasporto alle attività artigiane, chiamate a sostenere bollette, materie prime, contributi e adempimenti fiscali. «Le piccole imprese hanno margini limitati e non sempre possono assorbire nuovi aumenti senza trasferirli sui prezzi o compromettere i propri equilibri. Per questo chiediamo un confronto serio con le rappresentanze delle categorie produttive e interventi capaci di incidere sui costi. Non bastano le dichiarazioni di principio: servono condizioni che consentano alle imprese di lavorare, investire e tutelare l’occupazione». Una prospettiva che trova riscontro anche nell’esperienza quotidiana degli acconciatori. Rocco Casola, presidente provinciale FeNAILP Acconciatori di Salerno, sottolinea come le difficoltà delle piccole attività siano legate da un filo comune: sostenere le spese necessarie per garantire un servizio, mantenere i posti di lavoro e continuare a operare sul mercato. «Chi gestisce un’attività conosce bene il peso di affitti, energia, prodotti professionali e contributi. Sappiamo quanto sia difficile far quadrare i conti quando i costi aumentano e gli spazi di manovra si riducono. Per questo siamo vicini agli autotrasportatori: il loro lavoro è fondamentale anche per le attività che rappresentiamo e le loro difficoltà non possono lasciarci indifferenti». Per Casola, la risposta non può essere affidata a iniziative isolate o alla contrapposizione tra categorie. «Artigiani, acconciatori, commercianti e autotrasportatori fanno parte della stessa rete economica. Se aumentano i costi del trasporto, le conseguenze possono arrivare fino alle attività più piccole. Occorre fare squadra e portare all’attenzione delle istituzioni le esigenze di chi ogni giorno tiene aperta un’impresa». Il richiamo è anche al ruolo che le piccole attività svolgono nei centri urbani e nei comuni, dove rappresentano non soltanto un presidio economico e occupazionale, ma anche un punto di riferimento per le comunità. «Dietro ogni impresa ci sono persone, famiglie e competenze. Difendere chi lavora significa creare le condizioni perché queste realtà possano continuare a esistere», aggiunge il presidente provinciale FeNAILP Acconciatori. L’appello congiunto punta quindi a sollecitare misure sui costi energetici e dei carburanti, una fiscalità più sostenibile e una semplificazione degli adempimenti amministrativi. L’obiettivo è aprire un confronto che tenga conto delle esigenze delle diverse categorie e delle ricadute che le difficoltà di un settore possono avere sull’intero sistema produttivo. «Sostenere chi trasporta le merci significa sostenere anche chi produce, vende e offre servizi», concludono Sergio e Rocco Casola. «Le piccole imprese hanno bisogno di risposte concrete e di condizioni che permettano loro di guardare al futuro».
NAPOLI – «Il camion fermo svuota il magazzino, è vero, ma lo scaffale lo svuota la fotografia dello scaffale vuoto. Può sembrare un gioco di parole, ma in realtà basta un’immagine inoltrata nella chat del condominio affinché migliaia di persone decidano nello stesso momento di comprare per tre settimane, e a quel punto la carenza che si temeva diventa reale e l’emergenza si esaspera». Vincenzo Barretta, psichiatra e direttore scientifico del Centro Noesis di Napoli, legge così le scene che da giorni arrivano dai supermercati del Mezzogiorno, causato dal fermo degli autotrasportatori contro il caro gasolio. La protesta ha rallentato le consegne in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, colpendo per primi ortofrutta e banchi frigo. A Napoli Confesercenti Campania ha parlato di scaffali riforniti solo per metà. In diversi punti vendita della città e della provincia, però, a completare lo svuotamento è stata la corsa alle scorte, tanto che da più parti, associazioni di categoria comprese, è arrivato l’invito esplicito a non fare incetta. «Nella letteratura scientifica il fenomeno ha un nome, panic buying, ed è stato studiato soprattutto durante le emergenze sanitarie. Una revisione pubblicata nel 2020 sull’International Journal of Environmental Research and Public Health da ricercatori della Nanyang Technological University di Singapore lo riconduce a quattro famiglie di cause: la percezione della minaccia e della scarsità, la paura dell’ignoto, il bisogno di ridurre l’ansia riprendendo il controllo della situazione, l’influenza della propria rete sociale. In questi giorni le abbiamo viste agire tutte insieme, nelle stesse strade». Il nodo, per lo psichiatra, è il terzo fattore. «Fare scorte è un modo per riprendersi il controllo, ma è un controllo che si paga con l’ansia di tutti gli altri. Chi riempie il carrello oltre il necessario si tranquillizza per qualche ora, chi arriva dopo trova il vuoto, lo fotografa e lo rimette in circolo. Per questo è una questione che riguarda la salute emotiva e comportamentale di una comunità prima ancora della logistica». Nella sua lettura pesa anche una memoria recente. «Per molti il marzo del 2020 in pandemia sembrava archiviato, ma il gesto appreso allora è rimasto disponibile: alla prima immagine di un banco frigo vuoto lo si ripete senza passare per la verifica dei fatti. Viviamo in un ambiente immateriale, fatto di chat, gruppi e notifiche, che ha tempi incomparabili con quelli della merce, e il panico si costruisce esattamente in quello scarto». La conclusione del fermo è annunciata per la mezzanotte di oggi e il confronto con il ministero dei Trasporti è fissato per il 27 ottobre. Il ritorno alla auspicata normalità nei punti vendita resterà comunque graduale. Per Barretta l’effetto più duraturo non si misurerà sui ripiani. «Gli scaffali torneranno pieni nel giro di pochi giorni. Il comportamento resta più a lungo: alla prossima vertenza troveremo una popolazione che ha visto due volte in sei anni il supermercato svuotarsi, e che reagirà ancora più in fretta».
“L’Europa spende sempre di più per la difesa, ma resta ancora fortemente dipendente dagli Stati Uniti. La guerra in Ucraina ha confermato questa fragilità, evidenziando la necessità di costruire una reale autonomia strategica europea. Con il conflitto e il progressivo disimpegno americano, è partita un’affannosa corsa al riarmo. Gli Stati membri hanno aumentato significativamente la spesa militare, mentre il piano Readiness 2030 punta a mobilitare 800 miliardi di euro per rafforzare le capacità di difesa. Tuttavia, maggiori investimenti non significano automaticamente maggiore indipendenza. Persistono ritardi industriali, frammentazione dei sistemi nazionali, duplicazioni e rivalità tra governi e industrie. L’Europa continua a dipendere dagli Usa per capacità decisive, dall’intelligence ai sistemi d’arma più avanzati. Anche l’esperienza ucraina dimostra quanto siano strategiche l’innovazione tecnologica e l’integrazione delle capacità produttive. L’autonomia europea non può dunque ridursi a una rincorsa alle spese militari. Occorre una visione politica comune, capace di coordinare gli investimenti, superare gli egoismi nazionali e costruire strumenti condivisi di sicurezza. L’obiettivo deve essere un’Europa protagonista, in grado di assumersi le proprie responsabilità senza rinunciare alla cooperazione internazionale. La vera sfida è trasformare la necessità del riarmo in un progetto politico europeo, fondato su unità, diplomazia e sicurezza collettiva. Senza una strategia comune, l’Europa rischia di spendere di più senza diventare davvero autonoma”.
Così, in una nota stampa, i portavoce del movimento culturale Euromò, Attilio Arbia, Carmela Tiso, Silvia Sacconi, Giovanni Mainardi e Leo Catalano.
CASTELLAMMARE DI STABIA. Lo ha annunciato con un messaggio sui social: ricorro al Tar contro lo scioglimento del Consiglio Comunale di Castellammare di Stabia. E c’è un invito alla cittadinanza: sabato ore 10,30 al Circolo Internazionale, in Villa Comunale, di fronte alle giostre, il giornalista ed ex sindaco Luigi Vicinanza spiegherà perché si opporrà allo scioglimento per infiltrazioni camorristiche avvenuto prima dell’estate. Al suo posto c’è adesso una commissione straordinaria prefettizia che sta organizzando una radicale riorganizzazione (con mobilità) degli uffici comunali, puntando soprattutto ai dirigenti e ai funzionari.
“Cari concittadini, in queste ore, assistito dall’avvocato Riccardo Marone – scrive nel suo messaggio Vicinanza – ho presentato ricorso al TAR contro lo scioglimento per presunte infiltrazioni camorristiche dell’amministrazione comunale di Castellammare di Stabia“. Il giornalista che ha vinto le elezioni con una coalizione di centrosinistra nella primavera del 2024 spiegherà le sue motivazioni tentando di ridare animo a una cittadinanza che lo ha sostenuto sempre con entusiasmo e, tra loro, qualcuno ha persino pianto di commozione quando lui è stato costretto a dare l’addio a Palazzo Farnese.
Alla rassegnazione, però, ora Vicinanza oppone una reazione: “È mio dovere difendere l’onorabilità e la reputazione mia personale e di chi insieme a me ha contribuito a governare la nostra città in questi due anni. Allo stesso tempo voglio difendere anche la dignità di Castellammare e della stragrande maggioranza dei suoi abitanti, persone perbene vittime e non complici di una camorra che opprime la città da cinquant’anni“, spiega.
Sl Circolo Internazionale: “Approfondirò i motivi che mi hanno spinto a presentare il ricorso al TAR nel corso di una conferenza stampa alle 10,30“.
Cambio in panchina all’AZ Picerno a pochi giorni dalla sfida con la Salernitana. Il club lucano ha ufficializzato l’esonero di Claudio De Luca, interrompendo il rapporto con il tecnico dopo una fase negativa seguita a un avvio di campionato particolarmente brillante. Lunedì 26 ottobre, alle 20:30, i rossoblù ospiteranno la formazione granata allo stadio Curcio, in una gara che potrebbe vedere il debutto del nuovo allenatore.
La decisione è stata comunicata dalla società attraverso una nota ufficiale, nella quale il club ha rivolto un ringraziamento al tecnico per il lavoro svolto e per la professionalità dimostrata durante la sua permanenza a Picerno.
«L’AZ Picerno comunica di aver sollevato dall’incarico di allenatore della Prima Squadra il tecnico Claudio De Luca. La società desidera ringraziare mister De Luca per il lavoro svolto, la professionalità e l’impegno dimostrati nel corso degli anni trascorsi a Picerno. A lui vanno i migliori auguri per il prosieguo della carriera professionale e per il futuro personale», si legge nel comunicato.
Picerno, i risultati alla base della decisione
L’esonero arriva dopo un avvio di stagione positivo, caratterizzato da tre vittorie consecutive, a cui ha fatto seguito un periodo meno soddisfacente sul piano dei risultati. Il bilancio di Claudio De Luca è di 12 punti nelle prime dieci giornate, nove dei quali conquistati grazie alla partenza sprint. Il tecnico era arrivato sulla panchina lucana nella scorsa stagione, con l’obiettivo di contribuire al raggiungimento della salvezza.
Dopo il cambio di rotta deciso dalla dirigenza, resta ora da conoscere il nome del successore che dovrà guidare la squadra nel prossimo impegno di campionato. La partita contro la Salernitana di Serse Cosmi rappresenta un appuntamento delicato per il Picerno, chiamato a reagire al momento difficile e a ritrovare continuità.
I granata si troveranno quindi di fronte una squadra alle prese con una fase di transizione tecnica, con possibili ripercussioni anche sull’assetto e sulle scelte di formazione.
Scuole chiuse a Salerno mercoledì 21 ottobre 2026 a causa dell’allerta meteo arancione. Il sindaco Vincenzo De Luca ha firmato l’ordinanza contingibile e urgente numero 976 del 20 ottobre, disponendo la sospensione delle attività in presenza attraverso la chiusura completa di tutti gli istituti scolastici cittadini, pubblici, paritari e privati, di ogni ordine e grado.
Il provvedimento riguarda anche gli asili nido, i micronidi e tutti i servizi per l’infanzia, sia pubblici che privati. La decisione arriva dopo l’avviso di allerta meteo numero 87/2026, diramato dalla Protezione Civile della Regione Campania, che prevede condizioni meteorologiche particolarmente avverse sul territorio comunale.
Scuole chiuse a Salerno il 21 ottobre: cosa prevede l’ordinanza
La chiusura sarà valida per l’intera giornata di mercoledì 21 ottobre 2026, salvo ulteriori valutazioni legate all’evoluzione delle condizioni meteorologiche. L’amministrazione comunale ha adottato la misura in via precauzionale per tutelare l’incolumità degli studenti, del personale scolastico e delle famiglie, limitando gli spostamenti in città durante le ore in cui sono attesi i fenomeni atmosferici più intensi.
La decisione è stata assunta anche sulla base delle valutazioni del Settore Pubblica Istruzione, sentito il Settore Politiche Sociali, che hanno rappresentato la necessità di procedere alla chiusura dei plessi scolastici e degli asili nido.
Allerta arancione a Salerno: temporali forti soprattutto al mattino
Secondo il bollettino della Protezione Civile regionale, l’allerta meteo arancione scatterà alla mezzanotte del 21 ottobre e resterà in vigore fino alle 23.59 dello stesso giorno. Le previsioni indicano precipitazioni locali o sparse, anche sotto forma di rovesci e temporali, che potranno raggiungere intensità moderata o forte, soprattutto nella prima parte della giornata.
Il livello di criticità arancione riguarda il rischio meteorologico, idrogeologico e idraulico, con possibili situazioni di pericolo per la sicurezza delle persone e dei beni.
Non solo scuole: a Salerno chiusi anche parchi, giardini e cimiteri
La nuova ordinanza sulla chiusura delle scuole si aggiunge alle misure di prevenzione già adottate dal Comune di Salerno nelle scorse ore. Con la precedente ordinanza sindacale numero 974 del 20 ottobre, il sindaco De Luca aveva infatti disposto la chiusura di tutti i parchi, dei giardini pubblici e delle aree cimiteriali cittadine per l’intera giornata di mercoledì 21 ottobre.
Con il nuovo provvedimento, l’amministrazione estende dunque le misure precauzionali anche al mondo della scuola e ai servizi educativi per la prima infanzia. L’ordinanza numero 976 sarà trasmessa ai dirigenti scolastici, all’Ufficio Scolastico Provinciale e agli uffici comunali competenti per garantirne la massima diffusione.
Eventuali ulteriori provvedimenti saranno legati all’evoluzione dell’allerta meteo e alle successive valutazioni delle autorità competenti.
Dura presa di posizione dei tifosi della Salernitana e dei gruppi ultras che, nelle ultime ore, hanno seguito con un mix di sdegno e preoccupazione le vicende di casa granata. Se al termine del match con la Scafatese c’è stato il consueto coro all’indirizzo di patron Iervolino (in questo caso con l’approvazione della stragrande maggioranza dei presenti, compresi i sostenitori posizionati negli altri settori), nei giorni successivi la linea della curva Sud è stata chiara: nessuna diserzione (al netto delle incalzanti richieste sui social, anche di tanti sottoscrittori di abbonamento), sostegno incondizionato alla maglia, ma totale indifferenza nei confronti dei calciatori, della dirigenza e dello staff tecnico. Oggi pomeriggio una delegazione della curva Sud Siberiano, del CCSC e del club Mai Sola ha esposto all’esterno del Mary Rosy uno striscione indirizzato alla proprietà. “Iervolino è una sciagura” è ormai slogan-tormentone negli ambienti del tifo granata, quanto basta per sancire uno strappo definitivo tra chi ha disatteso quasi tutte le promesse fatte e chi continua a garantire all’Arechi numeri nettamente di categoria superiore. Il confronto più duro c’è stato con Serse Cosmi. Gli amanti della Bersagliera non perdonano all’allenatore sia lo scadente rendimento di una squadra già a -11 dalla vetta, sia il nervosismo palesato sabato pomeriggio e sfociato nell’alterco con alcuni cronisti locali e nei gesti poco carini all’indirizzo dei tifosi presenti in tribuna. L’esultanza polemica dopo il gol di Tascone e i riferimenti all’ “ambiente ostile” in sala stampa hanno acuito il malcontento della gente e in tanti hanno chiesto al mister di farsi da parte e di rassegnare le dimissioni. “Ci siamo fidati e vi abbiamo accolto come uno di noi, sabato avete tradito una piazza che vi ha sempre sostenuto” in estrema sintesi il discorso di chi, naturalmente, ha puntato il dito anche contro i giocatori contestandoli civilmente per il rendimento, per i risultati, per la classifica e per alcune prestazioni disastrose come quelle di Foggia e Crotone. A Cosmi è stato chiesto rispetto. A lui gli ultras hanno ricordato che Salerno è reduce da una serie di annate fallimentari culminate con umiliazioni sportive senza precedenti, ma che giammai hanno scalfito l’amore di una piazza che ha risposto ancora una volta presente sottoscrivendo quasi 7000 abbonamenti e che ha garantito una media di 12mila spettatori nelle gare casalinghe. L’ex trainer di Perugia e Pescara ha incassato, provando a spiegare le ragioni della tensione accumulata. Niente da fare: quello che è successo non può essere cancellato in pochi giorni e nemmeno un blitz in trasferta lunedì sera sarebbe sufficiente per voltare pagina. Anche sul web traspare la rabbia dei tifosi. C’è chi chiede di togliere la fascia di capitano a Tascone, chi invoca il licenziamento del direttore sportivo Daniele Faggiano, chi si chiede a cosa serva cambiare allenatore “se è in linea con l’obiettivo galleggiamento e non c’è nessuna volontà di tornare in serie B”. E ora cosa accadrà? Cosmi in passato aveva detto che “per amore di Salerno non mi dimetterò mai, resterei qui a vita”, chiedendo ieri attraverso un post sui social di ricompattare le varie componenti accantonando quanto accaduto sabato. Altro autogol sul piano della comunicazione, visto che la tifoseria aspettava una conferenza stampa di scuse in presenza del proprietario e del ds e non certo la solita “letterina” che non ha convinto nessuno. A questo punto nessuno scenario può essere escluso a priori e, in caso di passo falso a Picerno, il ribaltone sarebbe inevitabile. A Toscano è stato detto di tenersi pronto, la società della Cavese in via ufficiosa fa sapere che né sabato né domenica ci sono state interlocuzioni con Prosperi utili a discutere della rescissione del contratto. Atto necessario per avviare un nuovo percorso lavorativo. Sotto traccia c’è Valentini che spera di tornare a Salerno ricomponendo quel tandem con Marino che, chissà, senza caso Sampdoria avrebbe potuto garantire la salvezza due anni fa. I rapporti con Iervolino sono rimasti buoni, qualche segnale anche pubblico è arrivato. Faggiano, fresco di rinnovo di contratto, sembra saldo al suo posto. Ma dopo aver chiesto la permanenza di Cosmi è ovvio che sarà chiamato a rispondere al club se si perdesse ancora. E stavolta senza sorrisi nel post partita.
Torna il premio “Salernitani Doc”, manifestazione dedicata alle donne e agli uomini che, attraverso il proprio impegno professionale, sociale e umano, contribuiscono a dare prestigio alla città.
La cerimonia della XVIII edizione si svolgerà venerdì 23 ottobre 2026, a partire dalle ore 16, nel Salone dei Marmi di Palazzo di Città. L’iniziativa è stata ideata nel 2008 da Massimo Staglioli (nella foto), presidente dell’associazione Salernitani Doc e vicepresidente provinciale del Movimento Cristiano Lavoratori.
Nel corso dell’appuntamento saranno consegnati cento riconoscimenti ad altrettanti salernitani distintisi nei diversi ambiti della società. Tra gli insigniti figurano professionisti, magistrati, giornalisti, sacerdoti, imprenditori, attori, commercianti, sportivi, casalinghe e operai.
Saranno inoltre conferiti venti attestati ai “Salernitani di adozione”, persone originarie di altri territori che hanno saputo integrarsi nella comunità e costruire nel tempo un legame autentico con Salerno.
La cerimonia sarà aperta da un momento di preghiera dedicato alle vittime delle guerre, a quelle dell’alluvione di Salerno del 1954 e ai “Salernitani Doc” scomparsi. Seguirà l’esibizione dell’orchestra dell’Istituto comprensivo “Nicola Monterisi-Don Milani”, che eseguirà l’Inno di Mameli e l’Inno alla gioia.
Dopo l’intervento del presidente Massimo Staglioli sono previsti i saluti del sindaco Vincenzo De Luca, dell’arcivescovo metropolita di Salerno-Campagna-Acerno Andrea Bellandi e della presidente provinciale del Movimento Cristiano Lavoratori, Maria Rosaria Pilla. Le conclusioni saranno affidate al giornalista Antonio Manzo.
Il programma sarà accompagnato da diversi intermezzi musicali, con le esibizioni di Claudio e Diana, della violinista Monica Pezzano, del cantante Michele Ricciardi e del Rêverie Sax Quartet del Conservatorio “Giuseppe Martucci” di Salerno.
La manifestazione intende valorizzare le eccellenze locali e rafforzare i valori dell’identità, della solidarietà e del senso di appartenenza. La partecipazione alla cerimonia è aperta a tutta la cittadinanza.
«Con Futuro Nazionale saremo noi a terrorizzare i delinquenti e i criminali, li andremo a prendere uno a uno nelle case, nelle scuole e gli faremo pagare i danni». Lo ha detto Roberto Vannacci durante la conferenza stampa di presentazione di una proposta di legge in materia di sicurezza da parte di Futuro Nazionale, commentando i disordini andati in scena a Milano: «La libertà di manifestazione è sacrosanta, ma è subordinata al rispetto della sicurezza e della salute pubblica».
La proposta di legge di Futuro Nazionale
«Chi prepara attacchi alla polizia con azioni paramilitari porta il terrorismo in piazza. Per noi questo è terrorismo e per noi la risposta deve essere il pugno duro», ha dichiarato inoltre Vannacci in videocollegamento. Tra le misure che il Futuro Nazionale intende proporre l’ex generale ha citato l’introduzione di pene pecuniarie per risarcire i danni, il potenziamento delle forze dell’ordine con maggiori poteri, la revoca della cittadinanza per i non italiani che delinquono, la tutela delle forze ordine attraverso «il vero scudo legale» e non quello proposto dalla «ipodestra».
Vannacci, su Facebook, aveva presentato le misure adottate dal governo «contro baby gang, devastazioni e violenze» come «una vittoria di Futuro Nazionale», in quanto il suo partito le aveva proposte già mesi fa. Tuttavia, aveva osservato l’ex generale invocando «pene più severe per chi distrugge e provvedimenti preventivi nelle situazioni più gravi», questo passo avanti non è sufficiente: «L’ordine pubblico non si garantisce con annunci e misure tampone. Serve una riforma organica che tuteli davvero chi difende lo Stato e chi rispetta la legge».
Nel luglio 2025 il politico democratico James Talarico si è seduto davanti al microfono dell’influentissimo podcaster Joe Rogan e ha cominciato a parlare di cristianesimo. Era stato invitato sulla scorta di un intervento contro l’obbligo di esporre i Dieci comandamenti nelle scuole pubbliche. Una posizione prevedibile per un democratico. Meno prevedibile era la ragione con cui la sosteneva: imporre la religione attraverso lo Stato significa dubitare della sua capacità di convincere le persone.
La corsa per il Senato nel fortino Gop
Nel corso della conversazione con Rogan, oltre a discutere di comandamenti, Talarico ha difeso la sanità universale (è affetto da diabete-1 e tratta spesso il tema dei costi delle cure), la ridistribuzione della ricchezza e i diritti riproduttivi, collegandoli non solo alla tradizione progressista a cui appartiene, ma soprattutto a quella religiosa che rappresenta in quanto credente e frequentatore di seminari presbiteriani. La convinzione con cui Talarico ha esposto le sue idee deve aver smosso qualcosa in Rogan, fino a qualche mese fa uno dei più influenti sostenitori di Donald Trump. Tanto che, a un certo punto dell’intervista, gli ha addirittura suggerito di candidarsi alla presidenza. Quindici mesi dopo quel podcast, Talarico è avanti nei sondaggi per un seggio al Senato. E non in uno Stato qualunque, bensì in Texas, feudo repubblicano per eccellenza.
Il cristianesimo non è solo ultra-conservatore
Già questo basterebbe per renderlo appetibile come personaggio. Ma ancora più interessante è come il dem stia cercando di rendere competitivo il progressismo in Texas senza separarlo da argomenti religiosi. Temi che, solitamente, sono cavalcati dalla destra. Di più: Talarico sostiene che siano proprio i suoi valori cristiani a renderlo progressista. E così facendo pone alla destra americana una domanda piuttosto scomoda: siamo sicuri che il cristianesimo americano sia solo ultra-conservatore? Da decenni la destra religiosa (in America e non solo) lavora per rendere automatica questa sovrapposizione. Essere cristiani significa difendere una certa idea tradizionale di società e famiglia. Una volta che si è accordati su questo, tutto il resto del programma passa in secondo piano. Anche quando prevede di ridurre le protezioni sociali o di alleggerire il carico fiscale dei più ricchi. Talarico interviene esattamente su questo automatismo. Perché mai un cristiano – a prescindere dalla posizione sociale ed economica – dovrebbe considerare la miseria sempre più diffusa meno problematica della presenza di un libro sull’omosessualità in una biblioteca scolastica? E perché la difesa della vita dovrebbe mobilitare enormi energie politiche prima della nascita, per poi diventare una questione di responsabilità individuale quando quella stessa vita ha bisogno di solidarietà? Non sono interrogativi ipotetici ma domande che il dem ha realmente sottoposto alle sue audience. Sono domande tutt’altro che aliene alla storia del cristianesimo. Nel dibattito politico americano, però, hanno l’effetto di riaprire una discussione che il nazionalismo cristiano tende a rimuovere come polvere sotto il tappeto.
James Talarico durante la campagna elettorale in Texas (da Fb).
Il confronto con Trump e i trumpiani sulle «cose semplici»
A rendere efficace la comunicazione di Talarico è anche la distanza tra toni e contenuti. Ha l’aria del ragazzo educato che una famiglia conservatrice sarebbe felice di invitare a cena. Ma che, al momento del dolce, potrebbe spiegare perché una società organizzata intorno ai progetti di pochi miliardari ha qualche difficoltà a definirsi cristiana. L’aplomb e il volto da seminarista permettono a Talarico di introdurre temi spinosi senza tradurli in guerre di identità, classe e privilegio. È un vantaggio politico notevole. Una parte del successo dei MAGA consiste nel convincere i credenti che i progressisti disprezzino le «cose semplici» («the simple things» è un’espressione che ricorre spesso nei discorsi di Trump) che danno senso alla loro vita. Talarico rende questa rappresentazione – di per sé macchiettistica – più difficile da sostenere. Si vede che conosce il mondo delle «simple things», lo vive e ne parla la lingua.
James Talarico con due supporter (da Fb).
Aggrapparsi al Vangelo in politica può rivelarsi un boomerang
Ovviamente non basta citare il Vangelo per risolvere le contraddizioni del programma democratico. Né che dalla fede discenda un’unica politica economica possibile. Il passaggio interessante è un altro: Talarico restituisce alle politiche economiche un carattere morale che la loro presentazione tecnica tende spesso a occultare e questo è sicuramente un punto di forza. Se ne devono essere accorti gli stessi repubblicani se è vero che, quando il candidato senatore si è assentato per un paio di giorni dalla campagna per un’influenza, hanno iniziato a diffondere online fake news (condivise anche da Trump) sul fatto che in realtà si trovasse ricoverato in un ospedale psichiatrico. Il fatto che Talarico sia un avversario credibile per la destra MAGA però non rende convincente in maniera automatica tutto ciò che la sua ascesa sembra suggerire. A partire dall’idea che la politica debba passare attraverso una qualche forma di legittimazione religiosa. In altre parole, che un credente trovi nel Vangelo le ragioni del proprio progressismo è del tutto comprensibile. Che il progressismo abbia bisogno del Vangelo per rendere persuasive le proprie ragioni pare invece un sintomo di evidenti difficoltà.
La storica Pasticceria Della Rocca, in via Posidonia, nel quartiere Pastena, a Salerno, ha chiuso definitivamente i battenti nella mattinata di oggi. La decisione di mettere fine all’attività era stata presa da tempo, ma doveva concretizzarsi entro la fine dell’anno.
A far precipitare la situazione è stata l’ennesima bolletta dell’energia elettrica per un ammontare di circa 2500 euro.
Uno dei titolari ha manifestato tutto il rammarico per questa dolorosa chiusura: “Siamo profondamente rattristati per questa decisione. Ma i tempi sono cambiati. La concorrenza e sempre maggiore, i costi dei consumi sono aumentati notevolmente e le entrate diminuiscono progressivamente. Abbiamo anticipato una decisione inevitabile. Grazie a quanti ci hanno apprezzato e voluto bene in tutti questi 34 anni“.
Come ha scritto qualcuno nei commenti, «si sta ribaltando la situazione». Ben, ex braccio destro di Fabrizio Corona, ha pubblicato un video di 15 minuti, registrato dallo studio di Coronasland, in cui, tramite alcune registrazioni fatte in segreto, mostrerebbe «tutta la verità» sui metodi adottati dall’ex re dei paparazzi per i suoi “scoop”, proponendo la sua versione dei fatti e mettendo in discussione tutto il sistema di Falsissimo. Nel filmato, postato su YouTube e rilanciato tramite una storia dall’account Instagram di Coronasland proprio nel giorno in cui Corona si è presentato in tribunale di Milano per la prima udienza della maxi causa intentata contro di lui dal gruppo Mediaset, Ben si rivolge a più riprese direttamente al volto di Falsissimo, accusandolo – tra le altre cose – di dire bugie e di non pagare compensi pattuiti. Come risponderà Corona?
Revolut ha registrato un problema tecnico che ha paralizzato l’accesso ai conti, i pagamenti con le carte, i bonifici e le conversioni di valuta sull’app e i prelievi agli sportelli in diversi Paesi europei, compresa l’Italia, dove la banca digitale ha da poco raggiunto i 5 milioni di clienti. Numerose le segnalazioni: Revolut ha confermato le anomalie e ha comunicato che i tecnici sono al lavoro per ripristinare il servizio.
I servizi Revolut sono fuori uso a causa di un problema legato a Google Cloud
I servizi Revolut non sono utilizzabili per via di un problema legato a Google Cloud, a cui si appoggia la banca digitale, che ha subito una grave interruzione di rete presso il data center europeo situato a Londra. I problemi hanno coinvolto anche altre aziende del settore finanziario con sede nel Regno Unito, come Lloyds Bank, HSBC e Halifax. «Stiamo lavorando alla soluzione del problema da quando è stato identificato questa mattina. Possiamo confermare che i dati e i soldi di tutti i nostri clienti sono al sicuro», ha detto all’Afp un portavoce di Revolut.
«I fatti di Milano e di altre parte d’Italia sono profondamente diversi da quelli vissuti in altre epoche e sono il frutto di quella che io chiamo guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre Nazioni ricorrendo a strumenti non convenzionali che si chiamano TikTok, social, Youtube, senza che l’Occidente se ne renda conto ed in qualche modo reagisca». Così il ministro della Difesa Guido Crosetto, intervenendo al Defense procurement forum a Roma in merito alle devastazioni avvenute nel weekend del 17 e 18 ottobre nel capoluogo meneghino. «Se tre ragazzi su 10 hanno partecipato a quelle manifestazioni», ha sottolineato Crosetto, «non parliamo di maranza, di italiani di seconda generazione. Se sei su 10 le condividono è perché in questi anni hanno subito una controeducazione da qualche parte, non dalla famiglia o dalla scuola, che gli ha dato valori, ambizioni, una visione del mondo e dei punti di riferimento che è in conflitto con la società in cui viviamo e con le regole democratiche».
Il timore di influenze attraverso l’analisi dei comportamenti sui social
Secondo Crosetto, la minaccia risiede nell’uso mirato di algoritmi, dati comportamentali e tecnologie avanzate: «La mia più grande preoccupazione oggi è la capacità che hanno alcune Nazioni dopo aver studiato con gli algoritmi le menti dei nostri giovani di conoscere molto meglio di noi come influenzarli. Perché quando hai avuto a che fare con contenuti che interessano, con le reazioni a quei contenuti, hai raccolto dati per anni e anni, hai visto le reazioni e con l’intelligenza artificiale hai la possibilità di studiarle, magari aumentando le capacità di analisi attraverso le tecnologie quantistiche, tu disponi di un‘arma potentissima: quella di instillare nelle mente delle persone dei modi di pensare che credono essere loro ma che derivano da una manipolazione molto sofisticata. E quando vedo cose come quelle di Milano la mia preoccupazione aumenta».
Salvini: «Nessuna regia, su russi ho letto cose strambe»
Di segno diametralmente opposto la posizione di Matteo Salvini: «No, ho letto cose strambe, i russi… No, basta: è per questo che chiedo un patto fra tutti per difendere e proteggere Milano. Molti di questi vengono da fuori Milano. Ne parlavo con il questore, la polizia ferroviaria li può intercettare a casa loro, quando vengono dalle province, quando vengono da Crema, da Pavia, da Lecco, da Varese, da Cinisello, li devi intercettare là e devi controllare le stazioni. Ripeto, quello che non si può più fare è concedere Piazza Duomo, perché vedere le fiamme in Piazza Duomo è un simbolo di resa che non possiamo».
Altro che Palazzo Chigi, dove da tempo viene indicato come prossimo comunicatore della presidenza del Consiglio, senza però mai arrivare al dunque: Gian Marco Chiocci, il giornalista di cui Giorgia Meloni si fida ciecamente, attuale direttore del Tg1, con la riforma della Rai pare essere destinato a diventare l’amministratore delegato della televisione pubblica. L’attesa per la nuova governance sta facendo scaldare gli animi: al Senato il 26 novembre inizia la discussione generale dedicata alla riforma della Rai, con la Lega che punta a vendere politicamente la possibilità di ridurre il canone. Prevista la durata di quattro anni per il consiglio di amministrazione e per l’amministratore delegato, la nomina del presidente e dell’ad da parte del cda e la continuità del contratto di servizio oltre la sua naturale scadenza: ma sono in programma anche le “barricate” da parte del Partito democratico, anche se con Elly Schlein non si sono viste grandi battaglie per difendere le postazioni dirigenziali, cosa che invece è sempre accaduta in passato, toccando l’apice con Walter Veltroni che aveva sempre sotto controllo l’organigramma della sede centrale e di Saxa Rubra e ci teneva ad avere uno schieramento di “amici” nel servizio pubblico. Con la promozione di Chiocci alla carica di ad si libera un posto, quello di capo del Tg1, e qui i direttori del gruppo editoriale della famiglia Angelucci sono pronti alla chiamata, a cominciare da Tommaso Cerno, ora alla guida del Giornale e al quale non manca l’ambizione di essere messo al comando dell’ammiraglia dell’informazione pubblica. Come seconda scelta c’è Daniele Capezzone, direttore del Tempo, anche lui molto apprezzato da Meloni e ritenuto «efficace mediaticamente». La riforma della Rai serve anche per avvicinarsi alle prossime elezioni politiche…
Mercoledì arrivano i vandali anche a Roma?
Roma esente dai vandalismi? Aspettiamo la giornata di mercoledì 21 ottobre, quando sono annunciate contestazioni in occasione di un convegno dove si parlerà di investimenti immobiliari, nello scenario dell’Ara Pacis: nel mirino c’è la partecipazione dei proprietari dello Spin Time, il palazzo che era stato occupato da centinaia di persone e che è stato sgomberato dopo un incendio. InvestiRe Sgr, Coima e tanti altri saranno protagonisti di un evento del Sole 24 Ore, con la presenza annunciata del sindaco Roberto Gualtieri e dell’assessore Tobia Zevi. Su Instagram girano gli inviti a partecipare: «Chi vive e lavora a Roma non è stato invitato a un incontro dove vogliono decidere il futuro della città», fa notare qualcuno, e «i grandi investitori e la giunta capitolina stanno trasformando i nostri quartieri in patrimonio da mettere a rendita». La rigenerazione urbana viene indicata come «parte integrante del modello capitalista di governo del territorio, che viene portato avanti da Gualtieri in collaborazione con la Regione di Rocca». Sono attesi Mario Abbadessa, ceo e fondatore di Add Capital, Domenico Bilotta, managing director di InvestiRe Sgr, Gabriele Bonfiglioli, di Coima Sgr, ossia la società di Manfredi Catella impegnata nel progetto di rigenerazione delle ex caserme di via Guido Reni, quelle situate nella strada dove c’è il museo Maxxi. Gualtieri è chiamato a chiudere la kermesse, sul tema “Real Estate nella Capitale: la rivoluzione post-Giubileo”. La mattinata di mercoledì, comunque, si preannuncia piovosa: e gli acquazzoni a Roma capitano sempre quando ci sono manifestazioni potenzialmente pericolose…
Totti, spopola la gag sulla prostata
Serata romana al Teatro Brancaccio con Francesco Totti che ha presentato il suo libro, ammettendo candidamente di non averlo letto. Il romanista più sfegatato della città, che risponde al nome di Giovanni Floris, ha esultato, anche perché il libro esce per i tipi di Cairo Editore, che è anche il proprietario di La7, la rete dove da anni conduce la sua trasmissione il martedì. Il teatro era pieno, qualcuno ha contato oltre 1.500 presenti, e Totti non ha nascosto la sua commozione: «Facevo un lavoro che ho sempre voluto, una mia passione e un mio divertimento. Ho cercato sempre di dare e trasmettere quello che io provavo quando giocavo a calcio. Questo per me è stato un amore vero, non è semplice trasformare quello che pensi. In quei momenti ero sicuro di me stesso e spero che sia entrato dentro alle persone l’amore che avevo dentro». Oggi pensa al basket, con la sua società Maxima. Guardando Oltre, come il titolo del libro. Anche se uno dei momenti più memorabili della serata è stato il racconto di una traumatica visita alla prostata. Con battute e tempi comici da consumato attore. Forse il futuro dell’ex Pupone potrebbe essere quello…
Forum Internazionale dell’Agricoltura a Roma, per due giorni, nello scenario incantevole del Casino dell’Aurora Pallavicini, a due passi dal Quirinale. Leggendo su internet il programma, però, qualcuno ha fatto un salto sulla sedia, guardando attentamente i nomi dei relatori: l’annuncio vede un lungo elenco nel quale appare anche Roberto Arditti, che però è morto ad aprile. Come errore è da matita blu, davvero.
Idisordini di Milano sono stati condannati dalla coalizione di governo e, tutto sommato, anche dalle opposizioni. Di diverso avviso alcuni rapper, provenienti nella maggior parte dei casi proprio dalla scena milanese, che invece si sono schierati a favore dei manifestanti. Ecco gli artisti che hanno espresso la propria posizione e cosa hanno detto.
Marracash: «Con le buone non cambi le cose»
«Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all’inizio. Con le buone non cambi le cose», ha scritto Marracash su Instagram, riferendosi anche proteste degli autotrasportatori: «Chi mi conosce sa bene da che parte sto. Le diseguaglianze sociali sono la mia battaglia, alla ribellione ho dedicato la mia vita». «Con le buone non cambi le cose». Hanno messo like al post del rapper milanese, tra gli altri, i colleghi Guè e Sayf.
Ghali: «Continuate a lottare per ciò in cui credete»
«A tutti i ragazzi che scendono in piazza, a quelli che hanno il coraggio di affrontare discorsi scomodi e a chi, nel silenzio, cerca la pace con sé stesso. Continuate a lottare per ciò in cui credete, anche a costo di sembrare pesanti», si legge in una storia ricondivisa da Ghali (che è di Milano) su Instagram. E poi: «La libertà di pensiero è l’unica di cui possiamo disporre in questa vita».
La storia di Ghali sui disordini di Milano (Instagram).
Sayf: «Non crediamo alla propaganda degli infiltrati»
Sayf (che è di Genova), sempre su Instagram, ha invece puntato il dito contro chi utilizza gli episodi di violenza per screditare le proteste: «Non crediamo alla loro propaganda, è la tecnica più vecchia del mondo. Sono loro che si infiltrano nelle manifestazioni per renderle violente. Sono loro che accendono il faro sulla violenza di pochi, sono loro che la istigano in primis. E in ogni caso, la violenza delle manifestazioni non è e non sarà mai paragonabile alla violenza con cui si permettono di togliere dignità alle vite delle persone». Poi: «Non c’è destra o sinistra, c’è un sotto e un sopra. E noi siamo tutti sotto».
La storia di Sayf sugli scontri di Milano (Instagram).
Cosa hanno detto Artie 5ive, Luchè, Nayt e Kid Yugi
Così Artie 5ive, rapper cresciuto in zona Bicocca: «Abbiamo insegnato ai ragazzi a distruggere e questo è il risultato. Mettiamoci tutti una mano sulla coscienza, perché il problema più grande di questo Paese è l’incapacità di comprendere un discorso di più di 10 secondi. E siete privilegiati se vi potete lamentare di non poter prendere i mezzi o di non poter fare l’aperitivo, perché nel mondo reale si lotta ogni giorno per arrivare a fine giornata». Il rapper napoletano Luchè, per riaffermare le necessità sociali del conflitto, ha richiamato i versi del suo brano Se non ci fosse la rabbia. Nayt, lucano, non ha commentato esattamente gli scontri di piazza, limitandosi a criticare l’indifferenza e i meccanismi del consumismo e più in generale il sistema economico in cui viviamo, in cui «ogni individuo non vede più a un metro di distanza da sé». Kid Yugi, pugliese, ha parlato dei blocchi di camionisti agricoltori nel Sud: «Strade bloccate, supermercati vuoti, stazioni di benzina senza neppure una goccia di carburante, file interminabili di camionisti e agricoltori che chiedevano in ginocchio tutele che gli sono state negate e la dignità di cui sono stati privati». E poi: «La mia gente non merita questo, la Puglia non merita questo, il meridione non merita questo. Lo Stato italiano è ormai fallito».
Il lungo post “controcorrente” di Fedez
E Fedez, che è di Rozzano? Il rapper ha rilanciato quanto detto a Pulp Podcast sulla disparità di trattamento mediatico tra le manifestazioni del Nord e il blocco totale del Sud, che non avrebbe trovato adeguata copertura sugli organi di informazione: «Al Sud è apocalisse da giorni nel silenzio dei media, un giorno di scontri a Milano ed è emergenza nazionale. Un pugno di maranza e i loro danni oscurano i motivi per cui si manifesta in tutta Italia». Successivamente ha pubblicato un altro lungo intervento, in cui ha sia solidarizzato con i manifestanti (riconoscendone le frustrazioni), che criticato i colleghi pronti a celebrare le proteste.
Al via a Milano l’incontro tra le associazioni dell’autotrasporto, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini e il suo vice Edoardo Rixi, per trovare una soluzione alla protesta portata avanti dal comparto contro il caro carburanti e contro le carenze che stanno interessando il settore, in aggiunta ad altre criticità strutturali. In un’intervista a Rtl 102.5, Salvini ha confermato l’arrivo di 430 milioni sotto forma di credito d’imposta per il settore. Ha anche aggiunto di aver avuto un colloquio con i singoli autotrasportatori e alcune realtà del Sud, in Sicilia, Campania e Puglia, da cui è maturata la disponibilità a rimuovere i blocchi autostradali sull’A1 e su altre importanti arterie, per permettere di rifornire negozi, farmacie e supermercati. I 430 milioni che sono già a bilancio, quindi sono già stanziati, sono disponibili. Tuttavia, per superare gli ostacoli burocratici, ci siamo imposti di erogarli a partire da questa settimana, perché molte imprese non possono aspettare. Stiamo costruendo ora per ora un puzzle complicato e quindi non voglio anticipare nulla, ma ci saranno sicuramente risorse aggiuntive», ha spiegato.
Probabilmente con un occhio già alle Presidenziali Usa del 2028, JD Vance ha scelto di non appoggiare ufficialmente la rielezione del premier Benjamin Netanyahu in vista del voto in Israele del 27 ottobre, smarcandosi così dalla linea di Donald Trump. Nel corso di un’intervista con il giornalista Mark Halperin, pur ricordando che «ha ottenuto il sostegno più influente nella storia politica americana e internazionale», ha affermato di non essere «né contro né a favore» della sua permanenza al potere di Netanyahu: «Appoggio i candidati americani ed è su questo che mi concentrerò in vista delle elezioni di midterm. Non mi intrometterò in quelle israeliane».
Vice President JD Vance let out an uneasy laugh when pressed on endorsing Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu, declining to back him despite President Trump’s endorsement. “I endorse American candidates. I’m not getting involved in Israeli elections,” Vance said, clarifying that he was neither endorsing nor opposing Netanyahu. Follow: @AFpost https://t.co/Bq9R0ytOg8
Vance è il principale critico di Israele all’interno dell’Amministrazione Usa
Le elezioni di metà mandato per il rinnovo di Camera e parte del Senato si terranno negli Stati Uniti a inizio novembre. Vance, isolazionista e principale critico di Israele all’interno dell’Amministrazione Trump, a giugno aveva puntato il dito contro alcuni membri del governo di Tel Aviv che, aveva sottolineato, si erano opposti agli sforzi di Trump per porre fine alla guerra con l’Iran. Il mese successivo il vicepresidente Usa ha sostenuto che membri dell’esecutivo israeliano abbiano cercato di influenzare l’opinione pubblica americana per far fallire i negoziati. Le dichiarazioni di Vance arrivano all’indomani della visita a sorpresa in Israele del segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth: il capo del Pentagono ha incontrato Netanyahu presso la base aerea di Ovda, nel contesto dei colloqui tra i due Paesi sulla possibile ripresa delle operazioni militari contro l’Iran.
Pina Picierno ha iniziato uno sciopero della fame per chiedere una tregua e la protezione dei civili ucraini di Oleshky, cittadina ucraina sulla sponda sinistra del Dnipro occupata dall’esercito russo nel primo giorno dell’invasione, il 24 febbraio 2022, dove è in corso una grave crisi umanitaria. Anche se è formalmente occupata, di fatto i russi hanno abbandonato Oleshky, oggi una terra di nessuno costantemente bombardata.
Picierno: «Tragedia umanitaria di proporzioni enormi»
«A Oleshky migliaia di persone sono intrappolate in un territorio occupato dall’esercito russo, senza accesso regolare a cibo e medicine. Le aree minate rendono estremamente pericolosa la fuga: chi resta rischia di morire di fame, chi tenta di andarsene rischia la vita», ha scritto sui social Picierno, annunciando lo sciopero della fame e chiedendo di aderire «a questa grande azione nonviolenta». La vicepresidente del Parlamento europeo e leader di Spazio Pubblico ha poi aggiunto: «Con questa mobilitazione vogliamo sostenere l’azione di papa Leone XIV e di quanti, in queste ore, stanno facendo tutto il possibile per evitare una tragedia umanitaria di proporzioni enormi». A Oleshky, che contava oltre 20 mila abitanti prima della guerra, sono rimasti ancora tra i 1.500 e i 2 mila civili.
Pina Picierno (Imagoeconomica).
Su Oleshky il papa ha sentito Putin e Zelensky
Picierno ha citato Leone XIV. Ancora convalescente dopo l’operazione al polmone destro, il pontefice è tornato a occuparsi di Ucraina, e in particolare di Oleshky, chiamando prima Vladimir Putin – al quale ha chiesto di consentire la consegna di cibo e medicine e concedere una via di fuga sicura alle persone rimaste intrappolate nella cittadina – e poi Volodymyr Zelensky. In quanto forza occupante, secondo il diritto internazionale, spetterebbe alla Russia garantire evacuazioni e i rifornimenti: Mosca sostiene che sia Kyiv a impedirli, mentre Zelensky continua a denunciare un blocco imposto dai russi.
Volodymyr Zelensky e papa Leone XIV (Imagoeconomica).
Venerdì 16 ottobre Brad Cooper, il capo di Centcom, ha acceso la telecamera e ha letto il suo pallottoliere: 25 miliardi di dollari di petrolio iraniano fermati, 350 milioni in criptovalute congelati, 400 navi passate da Hormuz in sette giorni e «segnalazioni» secondo cui Hezbollah, Hamas e le milizie irachene tratterrebbero lo stipendio ai propri uomini per mandare i soldi ai pasdaran, che a loro volta non pagherebbero i loro. Fonti: nessuna. Numeri tondi, come piacciono alla televisione.
Brad Cooper (Ansa).
I numeri Usa che non tornano
Le navi, almeno, si possono contare. Kpler, società belga che segue le petroliere per mestiere e in questa storia non ha bandiera, ne ha viste 157 nella settimana dal 28 settembre al 4 ottobre, e fra 85 e 100 in quella dopo. Lloyd’s List, 117. Le 400 di Cooper valgono fra due volte e mezzo e quattro volte tanto. Resta che un comandante che vince non ha bisogno di gonfiare il traffico davanti a casa sua. Il resto del pallottoliere regge allo stesso modo. I 25 miliardi sarebbero un mancato ricavo calcolato a prezzi di guerra, che dimentica i 4,5-6 miliardi incassati da Teheran nella finestra di tregua estiva. I 350 milioni in cripto cambiano a seconda di chi parla: Tether ne ha congelati 475 in due riprese, il segretario al Tesoro Scott Bessent ne vantava «un miliardo» a maggio e un secondo miliardo il 9 ottobre, mai identificati in un portafoglio. Sulle paghe dei Pasdaran nessuna fonte, di nessuna lingua, conferma; l’unico bonifico documentato del mese va nella direzione opposta: 200 milioni di dollari da Teheran a Hezbollah, secondo Reuters. L’Iran alla fame paga ancora gli alleati. La propaganda va letta per quello che copre. Il blocco funziona sul petrolio iraniano, che da settembre non esce più via mare, secondo Kpler, che tiene il conto dal 2013, un mese a zero non si era mai visto. Ma il 29 luglio un ufficiale dell’intelligence di Centcom ha scritto a decine di analisti chiedendo «modi nuovi, creativi e non convenzionali per fare pressione sull’Iran e punirlo». Due giorni dopo, Donald Trump prometteva di colpire duro, il giorno dopo ancora sospendeva tutto, e il 3 agosto la CNN pubblicava l’email; Centcom la rivendicava come «lunga storia di pensiero innovativo».
Donald Trump, J. D. Vance e Marco Rubio (foto Ansa).
Il corridoio pare reggere solo con le fregate
Il comando più potente del mondo ha aperto la cassetta dei suggerimenti. Dietro c’è l’inventario del CSIS (Center for Strategic and International Studies): consumati il 65 per cento dei Patriot, oltre l’80 per cento dei THAAD, un terzo degli SM-6; scorte in Europa «oltre il livello critico», secondo l’Associated Press; riserva strategica al minimo dal 1982; un terzo della flotta ferma nel Golfo a 32,5 milioni di dollari al giorno, stima Bloomberg ripubblicata volentieri a Teheran. I raid si sono fermati ad agosto perché, parola di Cooper, senza un’escalation non c’erano più bersagli. Dall’altra parte dello stretto qualcuno ha studiato. Dal 28 settembre l’Iran ha colpito almeno 13 petroliere, il massimo da sette mesi. Il 17 ottobre ha dichiarato chiuso Hormuz, il giorno dopo che Cooper lo aveva dichiarato aperto: due comunicati per uno stretto solo. Il 5 settembre due missili balistici antinave Qasem Basir erano partiti verso la portaerei George Washington; l’hanno mancata, ma il bersaglio è stato scelto. Noleggiare una superpetroliera costa 1,3 milioni di dollari al giorno, assicurarla il 10 per cento dello scafo a transito. Le 400 navi dell’ammiraglio, se esistessero, viaggerebbero tutte sotto scorta americana e senza pagare un dollaro a Teheran: il numero dimostra soltanto che il corridoio regge con le fregate.
Il mancato aiuto di Trump a MBS
A Sud il quadro si completa. In Yemen Ansar Allah ha accerchiato Taiz, dove secondo il World Food Programme la farina è finita, e tiene la costa fino a Bab al-Mandeb. L’Arabia Saudita, colpita all’aeroporto di Riad con 12 morti, ha chiesto aiuto a Washington, al Cairo, a Islamabad e ad Ankara. Ha ottenuto intelligence, aerocisterne e la promessa di difendere il regno. Soldati in Yemen: zero. Mohammed bin Salman ha chiesto a Trump raid su Sanaa e si è sentito dire di no. Un alleato che non ottiene nulla si arrangia, e Riad si sta arrangiando con Teheran.
Il principe saudita Mohammed bin Salman (foto Ansa).
Le scadenze elettorali in Israele e in Usa
Poi c’è il calendario, ed è la parte seria. Il 27 ottobre vota Israele, con il blocco di Netanyahu a 49 seggi sui 61 necessari negli ultimi sondaggi e Lapid che dichiara in pubblico di non fidarsi che il premier rinunci a un attacco capace di rovesciare le urne. Il 3 novembre votano gli americani, e i mercati delle scommesse danno ai democratici la Camera al 90 per cento e il Senato al 60 per cento. Un presidente battuto conserva il comando delle forze armate fino al 3 gennaio e perde il resto: fondi, inchieste, impeachment dei ministri. Benjamin Netanyahu ha chiesto raid prima del voto, Trump li ha rinviati a dopo le midterm promettendo di «finire il lavoro»; una terza portaerei arriva nel Golfo a fine novembre e Keith Kellogg – generale in pensione ed ex capo di gabinetto del Consiglio per la sicurezza nazionale – ha detto in televisione «tenetevi forte dopo le elezioni». A Teheran gli ultimi pagamenti cinesi per il petrolio già consegnato finiscono a metà dicembre, e il regime lo sa: per questo tratta via Qatar e Oman, tiene sul tavolo una riapertura dello stretto in sette giorni e nel frattempo spara alle petroliere. Due governi che combattono per la sopravvivenza dei loro capi e un regime che combatte per la propria si danno appuntamento nelle stesse otto settimane.
Benjamin Netanyahu (Ansa).
L’Italia si prepara a pagare il conto
Il mercato il conto lo ha già fatto. Brent fra 102 e 108 dollari, fisico a 126. Il picco di aprile a 138 fu attutito dalle riserve strategiche americane, oggi a 283,8 milioni di barili, a un passo dal limite di legge (legge Usa sulle riserve strategiche). Un secondo round di raid, con la risposta iraniana sugli impianti del Golfo, porta le banche d’affari a indicare 150 dollari e Wood Mackenzie, società di consulenza riferimento mondiali per i dati su petrolio, gas, rinnovabili e minerari, a 200. Il gas va peggio, perché il metano liquefatto non ha rotte alternative: il Qatar vale il 20 per cento del GNL mondiale e Ras Laffan è già danneggiata per il 17 per cento della capacità, con anni di riparazioni. L’Italia prende da Doha oltre il 40 per cento del suo GNL, Edison è in forza maggiore fino a dicembre, paghiamo l’elettricità più cara d’Europa e il gas ne fissa il prezzo nell’89 per cento delle ore. Gli scaffali vuoti nel Foggiano vengono dalla raffineria di Taranto bloccata e dai camionisti fermi per il gasolio a 2,40 euro: la prova generale di un inverno a 150 euro al megawattora. Noi europei, intanto, prepariamo due cacciamine, una nave scorta e una logistica in partenza da La Spezia, quattro settimane di navigazione, voto parlamentare nei giorni delle midterm. È la risposta alla domanda che circola nei corridoi atlantici, «e voi che fareste, visto che non avete niente». La risposta vera è che pagheremo comunque, in navi o in bollette, e il conto lo scrivono a Washington, a Tel Aviv e a Teheran. L’ammiraglio Cooper racconta un Iran alla fame perché il suo blocco ha finito gli argomenti prima dei missili. Quattrocento navi, dice. I contatori indipendenti ne hanno viste 157.
Secondo i sondaggi Swg per il TgLa7 del 19 ottobre 2026, Futuro nazionale registra un ingente calo scendendo al 5,6 per cento, dopo essere stato tra il 7 e l’8 per settimane. Una discesa importante che va a favore di Fratelli d’Italia, che sale al 29,7. L’istituto ha realizzato due rilevazioni, una ipotizzando Elly Schlein come leader del campo largo e una con a capo Giuseppe Conte. Nella prima simulazione, l’alleanza di centrosinistra raccoglie il 44,6 per cento delle intenzioni di voto (escluso Azione), contro il 44 per cento del centrodestra (escluso Futuro nazionale). Il Partito democratico registra il 21,2 per cento, il Movimento 5 stelle l’11,8, Verdi e sinistra il 6,4, Italia viva il 2,4 e Più Europa l’1,3. Dall’altra parte, Fdi è seguita da Forza Italia al 7,2 per cento, dalla Lega al 5,1, da Noi moderati all’1,0 e da Sud chiama Nord all’1 per cento. Azione viene data al 3,1.
Sondaggio Swg.Sondaggio Swg.
Ipotizzando invece Conte come leader del campo largo, il centrosinistra rimane comunque in vantaggio con il 44,5 per cento contro il 44,1 del centrodestra. Il Partito democratico viene dato al 20,5 per cento, il Movimento 5 stelle al 13,1, Verdi e sinistra al 6,5, Italia viva all’1,9 e Più Europa all’1,1. Dall’altra parte, Fdi registrerebbe il 29,8 per cento, seguita da Forza Italia al 7,1 per cento, dalla Lega al 5,1, da Noi moderati all’1,1 e da Sud chiama Nord all’1 per cento. Azione viene data al 3,2 e Futuro nazionale al 5,4.
Gli abitanti dell’Alberta hanno detto no alla proposta di avviare l’iter legale che potuto portare la provincia canadese all’indipendenza: respinto nettamente il referendum preliminare sostenuto dai separatisti. Il 77 per cento circa degli elettori andati al voto (puramente consultivo) ha indicato di voler rimanere parte del Canada, mentre solo il 23 per cento si è detto favorevole alla secessione.
Il motivi della spinta indipendentista
La spinta a separarsi dal Canada era essenzialmente economica. La provincia centroccidentale dell’Alberta è ricchissima di risorse, soprattutto di petrolio (ospita la maggior parte delle riserve accertate del Paese): i separatisti sostengono di dare più di quanto ricevano indietro, inoltre ritengono che il governo federale interferisca eccessivamente nella politica provinciale.
Il premier canadese Mark Carney (Ansa).
L’esito del voto rafforza il premier Carney
L’esito del voto rappresenta una vittoria importante per il primo ministro Mark Carney, nativo dei Territori del Nord-Ovest ma cresciuto proprio nell’Alberta, impegnato a compattare il Paese nel mezzo della guerra commerciale con gli Stati Uniti di Donald Trump, che sogna di trasformare il Canada nel 51esimo Stato Usa, circostanza che ha alimentato un certo sentimento patriottico negli abitanti della provincia centroccidentale. Carney ha accolto con soddisfazione la «chiara scelta di unità» manifestata dagli elettori. E lo stesso ha fatto la premier dell’Alberta, Danielle Smith, che pur essendo contraria alla secessione aveva indetto la consultazione cedendo alle forti pressioni degli attivisti separatisti dello United Conservative Party, il partito conservatore al governo, che avevano contribuito a portarla al potere.
«Ho scelto di tornare a Rai News, il porto da cui ero salpato prima di approdare a Report». Lo ha scritto Sigfrido Ranucci sui social, ufficializzando il passo successivo della sua carriera in Rai dopo l’addio forzato alla trasmissione che lo ha visto alla conduzione dal 2017 al 2026. La tv di Stato, ha ricordato, gli aveva proposto tre possibilità: la sede del Cairo in qualità di corrispondente, l’assegnazione al Tg3 oppure Rai News 24 con delega agli approfondimenti. Ed è stata quest’ultima, appunto, la sua scelta: avrà il ruolo di vicedirettore del canale all-news.
Ranucci: «Torno con il sorriso, che nessuna ingiustizia riuscirà a togliermi»
Per Ranucci si tratta di un ritorno, avendo già lavorato a Rai News dal 1999 al 2006, venendo nominato nel 2001 inviato speciale. «All’epoca il mio direttore era Roberto Morrione, il mio maestro. Insieme realizzammo molte inchieste: sull’uso dei proiettili all’uranio impoverito, sulla vera natura della missione militare a Nassiriya e, soprattutto, quella che nel 2000 portò al ritrovamento dell’intervista perduta al giudice Paolo Borsellino», ricorda Ranucci. E poi: «Oggi il direttore è Federico Zurzolo, che ringrazio per la fiducia. Torno da dove sono partito con la certezza di aver fatto tutto ciò che dovevo e di aver contribuito per 20 lunghi anni al successo di una trasmissione come Report. Torno con il sorriso, che nessuna ingiustizia riuscirà a togliermi». Ranucci aveva presentato ricorso d’urgenza chiedendo il reintegro alla conduzione di Report, ma il Tribunale del lavoro di Roma ha respinto l’istanza, sostenendo che la Rai aveva deciso la rimozione per risolvere le tensioni interne sorte dal clamore mediatico intorno all’inchiesta sull’attentato.
Volodymyr Zelensky ha accusato gli Stati Uniti di ritardare deliberatamente la consegna di missili intercettori, già pagati, destinati al suo Paese. «Il Pentagono sta ritardando la consegna di missili già pagati dagli europei», ha attaccato, sostenendo che «manchi la firma di Pete Hegseth». In un colloquio con i senatori americani, il leader ucraino ha inoltre dichiarato che alcuni Paesi europei sarebbero pronti a fornire, attingendo dai propri arsenali, missili intercettori Patriot, ma restano in attesa dell’autorizzazione americana. «I missili sono pronti. Potrebbero già trovarsi in Ucraina. Purtroppo, però, l’autorizzazione non è ancora arrivata. Tutto ciò lascia pensare che sia stata presa una decisione politica per rallentare il sostegno che ci viene fornito», ha aggiunto.
Witkoff a Oslo da Zelensky, poi andrà in Russia
Intanto l’inviato speciale Usa Steve Witkoff incontrerà Zelensky a Oslo insieme a rappresentanti europei per concordare una proposta complessiva di pace da sottoporre alla Russia. Successivamente, Witkoff prevede di recarsi a Mosca per incontrare il presidente russo Vladimir Putin e presentargli le proposte.
Dopo i saccheggi e i disordini di questi giorni, “arrivano i nostri”. Tra le misure anti-devastazioni che verranno approvate martedì in Consiglio dei ministri, una è destinata ad avere un impatto immediato. Il ministro della Difesa Guido Crosetto infatti ha dato il via libera all’invio immediato di 500 militari a Milano, che andranno ad aggiungersi ai contingenti già impegnati nell’operazione Strade sicure. Ma la novità più importante è il cambio delle regole di ingaggio: finora, i soldati che vediamo nei pressi delle stazioni o nei centri storici, servivano per lo più come “deterrente” e non potevano infatti intervenire con le funzioni di pubblica sicurezza. Ora cambia tutto: i militari impegnati a Milano potranno infatti procedere a identificazioni, fermi e anche arresti, in caso di necessità. L’esperimento di Milano naturalmente potrà anche essere ripetuto in altre città.
Le altre misure sul tavolo
«Abbiamo necessità che il Cdm approvi delle norme che consentano loro di poter agire come le forze di polizia, solo nel tempo necessario per dare supporto a Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza (cioè 3 mesi), di fronte a fenomeni come quelli cui abbiamo assistito», ha spiegato su X Crosetto.
Ringrazio il Sottosegretario Perego che da alcuni giorni sta lavorando con gli uffici legislativi del Ministero per consentire di poter aumentare i militari a supporto delle forze di polizia a Milano.
É facile annunciare militari in più senza nemmeno affrontare il problema di cosa dovranno fare e come potranno farlo. Perché abbia un senso abbiamo necessità che domani il Cdm approvi delle norme che consentano loro di poter agire come le forze di polizia, solo nel tempo necessario per dare supporto a Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza (cioè 3 mesi), di fronte a fenomeni come quelli cui abbiamo assistito.
Sempre dalla Lega, il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni e quello alla Giustizia Andrea Ostellari hanno anticipato alcuni contenuti del decreto come l’estensione del fermo preventivo fino a 24 ore, il rafforzamento delle misure di prevenzione, a partire dall’avviso orale di competenza del questore, l’introduzione del reato di danneggiamento aggravato e l’arresto obbligatorio per i reati di devastazione durante le manifestazioni, con la possibilità di arresto differito entro 48 ore. Misure in parte già contenute nel ddl sicurezza approvato lo scorso luglio e ora all’esame in Senato.
A furia di spararle grosse, prima o poi le munizioni finiscono, ma chissà se Roberto Vannacci se n’è accorto. Sta di fatto che, dopo un’ascesa che pareva inarrestabile, l’ex generale ha cominciato a perdere quota. L’ultima rilevazione del Tg La7 lo dà al 5,6 per cento, contro l’8 di appena tre settimane prima. Una discesa che comincia a essere preoccupante per chi, fino a poco tempo fa, sembrava conoscere soltanto il segno più.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
La provocazione continua prima o poi dà assuefazione
L’autore de Il mondo al contrario ha costruito la propria fortuna politica sulla provocazione, usando spesso toni che la politica tradizionale aveva da tempo abbandonato. Una formula che ha funzionato finché restituiva alla platea il sapore della novità, ma che lo ha anche costretto ad alzare continuamente la posta. Solo che la provocazione, come certi farmaci, dà assuefazione e per ottenere lo stesso effetto servono dosi sempre più massicce.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
La trasgressione è diventata routine
All’inizio bastava una dichiarazione per scatenare il putiferio e guadagnarsi i titoli dei giornali, insieme a una presenza fissa nei talk show. L’ex generale incarnava la rivolta contro una destra di governo giudicata troppo timida per dare voce a ciò che una parte del suo elettorato pensava. Col tempo, però, la trasgressione è diventata routine: ormai si sa in anticipo che cosa dirà, e l’effetto sorpresa è svanito. Rimasto a corto di argomenti, sembra così essersi ridotto a giocare partite minori, come la sfida a duello con Matteo Renzi. Nata come una trovata spiritosa, è diventata, tra annunci e rinvii, un canovaccio replicato troppe volte, con gli stessi attori e un pubblico sempre più distratto. Per uno che prometteva di rovesciare i palazzi della politica ritrovarsi a discutere su chi nuota più veloce non risponde esattamente allo scopo.
Roberto Vannacci al Salone nautico di Genova (Ansa).
Il termometro dei social
I primi segnali di stanchezza erano arrivati dai social, terreno su cui l’ex paracadutista si è fatto un nome. Su Instagram i nuovi follower sono scesi dai 175 mila di giugno ai 29 mila di settembre, nonostante abbia moltiplicato i contenuti pubblicati. I like mensili si sono quasi dimezzati. Su TikTok le visualizzazioni crescono, mentre a crollare è l’indice di reputazione: molti spettatori, insomma, ma sempre meno applausi.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Futuro Nazionale mostra le prime crepe
Le crepe si vedono anche dentro Futuro Nazionale, il partito che avrebbe dovuto trasformare la popolarità del generale in una forza politica organizzata. Dalla Calabria alla Sardegna, dalla Campania alle Marche, si susseguono abbandoni e liti sulle nomine. Altro che marcia trionfale: la truppa arruolata sull’onda dell’entusiasmo si tiene insieme a fatica quando all’orizzonte non si vedono vittorie. Per quanto Vannacci ami ricorrere al linguaggio militare, comandare un partito non è come comandare una caserma.
Laura Ravetto con Emanuele Pozzolo di FnV (Imagoeconomica).
Anche i media si raffreddano
Giornali e televisioni, che hanno contribuito a fare dell’ex generale un protagonista, ora sono i primi a percepire che l’interesse comincia a scemare. Non occorrono congiure né improvvise ostilità: una provocazione già sentita non fa più notizia. E se il personaggio perde spazio sui media, viene meno anche uno dei principali motori della sua popolarità. Un meccanismo che potrebbe rendere la discesa ancora più rapida della salita.
Roberto Vannacci ospite a Porta a porta (Ansa).
L’ex generale sembra prigioniero di se stesso
Detto questo, sarebbe prematuro dare Vannacci per spacciato. Il leader di Futuro Nazionale conserva un suo elettorato e dà voce a istanze che non spariranno soltanto perché il loro interprete attraversa una fase di appannamento. Raccattare malumori, però, non significa automaticamente trasformarli in un progetto politico capace di durare. Il generale sembra ormai prigioniero del personaggio che si è cucito addosso. Se abbassa i toni perde in riconoscibilità, se li alza rischia di diventare la caricatura di se stesso, una sorta di Giuseppe Tritoni, l’onorevole golpista che in Vogliamo i colonnelli Ugo Tognazzi rese irresistibilmente grottesco.
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