Baronissi, stretta sul gioco d’azzardo

Baronissi segna un punto fermo nella lotta alla ludopatia con l’approvazione del Regolamento Comunale di Esercizio dei Giochi Leciti, un provvedimento incisivo che rafforza la tutela della salute pubblica e della sicurezza urbana.

“Non potevamo restare inerti di fronte a un fenomeno in crescita che colpisce famiglie e giovani”, ha dichiarato la sindaca Anna Petta. “Questo regolamento rappresenta una scelta chiara e responsabile per proteggere la nostra comunità”.

Il regolamento, in attuazione della Legge Regionale Campania numero 2 del 2020, introduce criteri stringenti per la localizzazione delle sale gioco, con una distanza minima di 250 metri dai luoghi sensibili – scuole, strutture sanitarie e luoghi di culto – e il divieto di apertura entro 500 metri da sportelli finanziari.

“Abbiamo trasformato principi normativi in azioni concrete e misurabili”, ha aggiunto la Sindaca. “La prevenzione passa anche attraverso regole chiare e rigorose sul territorio”.

Tra i risultati più significativi, la realizzazione per la prima volta di una mappatura completa e dettagliata di tutte le sale gioco presenti sul territorio comunale, basata su criteri oggettivi e verificabili. “È uno strumento fondamentale di trasparenza e controllo”, ha sottolineato Anna Petta. “Solo conoscendo il fenomeno possiamo governarlo in modo efficace”.

Il provvedimento interviene anche sugli aspetti strutturali delle attività, imponendo standard rigorosi per evitare condizioni di isolamento e favorire il controllo sociale, oltre a disciplinare gli orari con fasce di chiusura obbligatorie e poteri di intervento del sindaco per tutelare la quiete pubblica. “Vogliamo prevenire situazioni di rischio e garantire ambienti più sicuri”, ha evidenziato la sindaca. “La salute e la dignità delle persone vengono prima di tutto”.

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Fenailp: nuova tutela e valorizzazione per le ceramiche vietresi

L’introduzione delle indicazioni geografiche per i prodotti artigianali rappresenta un passaggio destinato a segnare profondamente il futuro di uno dei comparti più identitari dell’economia locale. Tra le produzioni che potrebbero beneficiare maggiormente di questo nuovo strumento di tutela e valorizzazione figurano le ceramiche vietresi, simbolo della tradizione artistica e manifatturiera della Costiera Amalfitana e patrimonio riconosciuto ben oltre i confini regionali.

 

A sottolinearne l’importanza è Sergio Casola, presidente della Fenailp Artigiani della provincia di Salerno, che parla apertamente di una svolta per il settore. Secondo Casola, l’introduzione delle indicazioni geografiche per le produzioni artigianali costituisce un passaggio strategico in grado di rafforzare la competitività delle imprese e garantire una tutela concreta delle lavorazioni storiche.

«Si tratta di un risultato atteso da anni dal mondo dell’artigianato perché finalmente viene riconosciuto il valore territoriale di produzioni che non sono soltanto beni economici, ma veri e propri elementi di identità culturale», spiega Casola.

Il presidente provinciale della Fenailp sottolinea come il legame tra prodotto e territorio rappresenti uno dei principali punti di forza del sistema artigiano italiano, soprattutto in realtà come quella salernitana, dove tradizione, creatività e manualità si fondono in produzioni di altissimo livello. «Le ceramiche vietresi sono uno degli esempi più significativi di come una tradizione artigianale possa diventare ambasciatrice di un territorio nel mondo. L’introduzione delle indicazioni geografiche potrà garantire una maggiore tutela contro imitazioni e contraffazioni, fenomeni che negli ultimi anni hanno messo in difficoltà molte botteghe storiche».Il tema della difesa dell’autenticità delle produzioni è infatti centrale per il comparto. La diffusione sul mercato di prodotti che richiamano lo stile vietrese senza avere alcun legame con il territorio rappresenta una delle principali criticità per gli artigiani locali. In questo contesto, il nuovo sistema di certificazione potrà offrire uno strumento in più per distinguere il prodotto autentico da quello imitato.
«Non parliamo soltanto di tutela ma anche di una grande opportunità di promozione. Un marchio legato al territorio permette di rafforzare l’immagine delle nostre produzioni e di raccontare al consumatore la storia, la tradizione e il valore del lavoro artigiano», sottolinea ancora Casola.
Secondo il presidente della Fenailp Artigiani di Salerno, l’introduzione delle indicazioni geografiche può diventare anche un volano per lo sviluppo economico e turistico delle aree dove queste produzioni nascono e si tramandano da generazioni.

«Le ceramiche vietresi non sono soltanto un prodotto ma rappresentano un pezzo importante dell’identità culturale della nostra provincia. Valorizzarle significa sostenere le imprese, difendere i mestieri tradizionali e creare nuove opportunità per i giovani che vogliono avvicinarsi a questo settore».
Un altro aspetto fondamentale riguarda il ricambio generazionale, tema che negli ultimi anni è diventato centrale nel dibattito sul futuro dell’artigianato. Per Casola, strumenti di riconoscimento e tutela come le indicazioni geografiche possono contribuire a rendere più attrattivo il settore anche per le nuove generazioni. «Quando un prodotto viene riconosciuto e valorizzato aumenta anche l’interesse verso il mestiere che lo genera. Questo può favorire la nascita di nuove imprese e garantire continuità a tradizioni che altrimenti rischierebbero di andare perdute».

La Fenailp Artigiani guarda quindi con grande attenzione a questa nuova fase, ritenendo fondamentale accompagnare le imprese nel percorso di valorizzazione e promozione delle produzioni locali.
«Il nostro impegno sarà quello di sostenere gli artigiani affinché possano cogliere pienamente le opportunità offerte dalle indicazioni geografiche. È un passo importante per rafforzare il ruolo dell’artigianato nel sistema economico e per dare il giusto riconoscimento a chi ogni giorno mantiene vive tradizioni che rappresentano una ricchezza per tutto il territorio», conclude Casola.
In un contesto economico sempre più competitivo e globalizzato, strumenti capaci di proteggere l’autenticità delle produzioni e valorizzare il legame con il territorio diventano quindi fondamentali. Per le ceramiche vietresi e per l’intero comparto artigiano salernitano si apre una nuova prospettiva, nella quale tradizione e innovazione possono procedere insieme, rafforzando un patrimonio produttivo che continua a rappresentare uno dei pilastri dell’economia locale.

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Da Acam a PLT Energia: il caso di Pierluigi Tortora che ora punta a Mps

C’è un filo che unisce la crisi di una piccola multiutility ligure nei primi Anni 2000 alle acrobazie finanziarie di una società di energie rinnovabili quotata all’AIM di Borsa Italiana, a Mps. Quel filo ha un nome: Pierluigi Tortora.

Il caso Acam, i derivati e la crisi del 2008

Derivati, sindaci e azioni di responsabilità: Acam era la società partecipata dal Comune di La Spezia che gestiva i servizi pubblici locali per i comuni della provincia: acqua, gas, rifiuti, insomma una multiutility. Tortora ne era l’amministratore delegato. Nel marzo 2008, in piena euforia finanziaria pre-crisi subprime, la società sottoscrisse contratti derivati che, come è facile intuire, non sono proprio il core business per una società di servizi pubblici locali. Quando i mercati crollarono all’indomani del fallimento di Lehman Brothers, quei contratti si dimostrarono rovinosi e Acam si trovò esposta a perdite difficilmente recuperabili, con un bilancio sostanzialmente avviato verso il dissesto. La reazione dei Sindaci della società non tardò. E nell’aprile 2010, l’assemblea dei soci deliberò la denuncia nei confronti dell’ormai ex amministratore delegato, avviando un’azione di responsabilità proprio per la vicenda dei contratti derivati. L’assessore alla Riorganizzazione delle società partecipate Davide Natale e il sindaco di La Spezia Massimo Federici riferirono in commissione consiliare della volontà di verificare anche gli altri anni della gestione Tortora, affidando l’incarico a tre professionisti esterni con il mandato di esaminare bilanci e atti gestionali alla ricerca di ulteriori responsabilità. Il consigliere comunale Giacomo Gatti, nel gennaio 2011, presentò una formale interrogazione chiedendo aggiornamenti: quando fosse stato presentato l’atto di citazione nei confronti di Tortora per la vicenda dei derivati, quante udienze si fossero tenute, e quando i tre professionisti incaricati di verificare i bilanci degli anni passati avrebbero consegnato i loro risultati. La domanda sottintendeva un’insoddisfazione: i tempi si allungavano, le risposte scarseggiavano e intanto, come detto, il denaro della gestione Tortora appariva difficilmente recuperabile. Nel frattempo furono avviate diverse azioni di responsabilità, anche da Iren che ha poi acquisito alcune attività di Acam, conclusesi nel 2023 senza il riconoscimento dei danni richiesti a Tortora.

Da Acam a PLT Energia: il caso di Pierluigi Tortora che ora punta a Mps
Pierluigi Tortora nel 2008 (Imagoeconomica).

Il ritorno nelle rinnovabili con PLT Energia

Crescita, debiti e leva finanziaria chiusa (o congelata) la stagione ligure, Tortora è riemerso nel settore delle energie rinnovabili. Fonda a Cesena PLT Energia, holding di partecipazioni attiva nello sviluppo e nella gestione di impianti eolici, fotovoltaici e a biomasse, e nel 2014 arriva a quotarla sull’AIM di Borsa Italiana. L’83,6 per cento del capitale sociale risultava intestato alla Sired, fiduciaria del gruppo Intesa Sanpaolo. Il modello di business era ambizioso: decine di impianti distribuiti tra Basilicata, Calabria e Puglia, ricavi cresciuti grazie agli incentivi pubblici, e una capacità installata che nel 2017 superava i 200 megawatt. Ma era la struttura finanziaria a destare perplessità. A fine 2017 l’indebitamento finanziario netto consolidato raggiunse 226 milioni di euro contro un patrimonio netto di circa 42 milioni: i debiti erano pari a circa cinque volte i mezzi propri.

La nuova holding PLT Wind

Nel 2018 arrivò l’operazione che peggiorò ulteriormente la situazione. PLT Energia costituì una nuova holding, PLT Wind, cui conferì nove impianti eolici da 110,6 megawatt, e la finanziò con uno strumento ibrido da 162 milioni strutturato da UniCredit: un project bond da 60 milioni a 15 anni e un prestito bancario da 102 milioni. Entrambe le operazioni erano classificate come senior secured, riservate cioè a soggetti il cui merito di credito è considerato non investment grade, ovvero rischioso. I numeri di PLT Wind erano eloquenti. La posizione finanziaria netta della società era negativa per 160 milioni a fronte di un patrimonio netto di 24 milioni: per ogni euro di capitale proprio, la società aveva contratto 6,6 euro di debito. Nel novembre 2021 la holding sottoscrisse sempre con UniCredit, la Bei e Cdp un contratto di finanziamento per 92,3 milioni per la realizzazione di progetti eolici per una capacità pari a 95 MW. A rendere il quadro ancora più colorito, PLT Energia era anche lo sponsor principale del Cesena Calcio tramite la controllata PLT Puregreen, e aveva ricevuto in passato finanziamenti dalla ex Cassa di Risparmio di Cesena. Calcio, incentivi pubblici e debiti a leva: un combinato disposto, del resto simile a quello sperimentato a Siena prima della grande crisi, che non mancò di suscitare commenti critici nell’ambiente finanziario locale. Una storia di rapporti e intrecci finanziari che fa riflettere.

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La sfida a Mps con la lista Lovaglio

La vicenda di Tortora attraversa due stagioni diverse della finanza italiana. Quella dei derivati nei bilanci delle società partecipate pubbliche degli anni 2000, e quella della finanza di progetto applicata alle rinnovabili nel decennio successivo. Comun denominatore la capacità di attrarre risorse, accedere a strumenti finanziari complessi e gestire asset pubblici, para-pubblici o comunque collegati a concessioni e finanziamenti pubblici, in condizioni di indebitamento strutturalmente elevato. Che dalla Acam di La Spezia alla PLT Wind di Cesena il protagonista sia lo stesso uomo merita più di una riflessione. Non tanto per stabilirne responsabilità, su cui peraltro la magistratura ha fatto il suo corso, quanto per interrogarsi sui meccanismi di selezione nella concessione di finanziamenti: come si fa a guidare una multiutility pubblica verso il dissesto da derivati e, qualche anno dopo, presiedere una società quotata in Borsa con debiti molto superiori al patrimonio, continuando a essere interlocutore riconosciuto di banche e istituzioni? La risposta, probabilmente, dice qualcosa di scomodo non solo su Tortora, ma sul sistema che lo ha reso possibile e che, ancora di recente, ha continuato a finanziarlo. I ben informati dicono che Tortora e la sua PLT hanno circa 150 milioni di affidamenti con Mps. Sarà forse questo il motivo per cui è stato l’unico a rendersi disponibile in vista dell’elezione del nuovo cda a sostenere una lista Lovaglio dopo i tentativi che l’ex ad del Monte aveva fatto con molti fondi che però gli avevano chiuso la porta.

Da Acam a PLT Energia: il caso di Pierluigi Tortora che ora punta a Mps
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco

La crisi energetica che sta sconquassando i mercati mondiali, con grandi interrogativi sull’approvvigionamento e i costi futuri, soprattutto per Europa e Asia, è la seconda nel giro di pochi anni: se nel 2022 l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte di Mosca aveva dato il via al disaccoppiamento tra i Paesi dell’Ue e la Russia, il conflitto in Medio Oriente sta nuovamente rimescolando le carte ovunque, evidenziando la vulnerabilità delle vie per le forniture dagli Stati del Golfo. In questo contesto, da un lato Mosca è riemersa come produttrice ed esportatrice di gas e petrolio, pronta a supplire ai deficit in Cina e in India, dall’altro è cresciuta l’importanza strategica dei Paesi dell’Asia centrale, come Turkmenistan e Kazakistan, che già da tempo hanno avviato una politica energetica multivettoriale, con un occhio all’Europa e uno all’Asia. I due Stan più ricchi di idrocarburi, insieme all’Uzbekistan, sono ormai al centro del Grande Gioco, non solo energetico, cominciato con la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Una raffineria in Germania (Ansa).

Il Kazakistan e le relazioni con la Russia

Da oltre tre decenni, le autocrazie centroasiatiche hanno sviluppato stabili rapporti a Est e a Ovest, mantenendo comunque buone relazioni con la Russia, e il loro ruolo per i rifornimenti energetici su tutte le direttrici è progressivamente aumentato. Il Kazakistan, insieme con i più poveri Kirghizistan e Tagikistan, è tra le ex repubbliche sovietiche più vicine a Mosca, a cui è legata attraverso la Comunità degli Stati Indipendenti (Csi), l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Csto), l’Unione Economica Eurasiatica (Uee) e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco), dove è presente anche la Cina. Con circa 30 miliardi di barili è al 12esimo posto per le riserve di petrolio a livello mondiale.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Da sinistra, il bielorusso Lukashenko, il kazako Tokaev, il kirghizo Sadyr Japarov, Vladimir Putin, il tagiko Rahmon e il segretario generale del CSTO Imangali Tasmagambetov (Ansa).

Buona parte dell’export turkmeno è indirizzato a Pechino

Il Turkmenistan, più isolato, rigido e orientato a una politica estera di neutralità permanente, detiene invece circa 19.500 miliardi di metri cubi di riserve accertate di gas naturale, principalmente nel giacimento di Galkinish, ed è tra i primi Paesi produttori al mondo dopo Russia, Iran e Qatar. Attualmente la maggior parte dell’export turkmeno è destinata a Pechino, mentre quantità minori finiscono agli Emirati Arabi Uniti, all’Oman e alla Turchia.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Il presidente del Turkmenistan Serdar Berdimuhamedov e Xi Jinping a Pechino, settembre 2025 (Ansa).

La regione ex sovietica dell’Asia centrale è entrata nella sfera di interesse dell’Unione europea e dell’Occidente proprio perché ricca di risorse e lo scorso anno si è tenuto il primo vertice tra Asia centrale e Ue a Samarcanda, in Uzbekistan, che ha segnato l’avvio di un partenariato strategico. Bruxelles ha promesso investimenti per 12 miliardi di euro per accelerare la cooperazione in vari settori, dall’energia alle infrastrutture.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Il presidente del Turkmenistan Serdar Berdimuhamedov (Ansa).

Il ruolo centrale degli Stan nel Corridoio medio

Gli Stan sono fondamentali anche per il cosiddetto Corridoio medio, la rotta di trasporto internazionale transcaspica che collega la Cina e l’Europa aggirando la Russia. Rilevanti per l’Ue, in particolare per le questioni di gas e petrolio, sono tra il Caspio e il Mediterraneo altre due ex repubbliche sovietiche, la Georgia e l’Azerbaigian, dove già passano pipeline come la Btc (Baku-Tbilisi-Cheyan), e anche la Turchia. Negli ultimi anni si è assistito a un’intensificazione della cooperazione fra Azerbaigian e i Paesi dell’Asia centrale su progetti energetici, con il rafforzamento della regione come snodo di transito tra Asia ed Europa.

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Il terminal turco della pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan (Ansa).

L’Asia centrale torna al centro del Great Game

La guerra nel Golfo ha insomma ha rilanciato il Great Game di kiplinghiana memoria in versione Terzo millennio, con Russia, Cina ed Europa a contendersi l’influenza e le risorse di un’area che è, relativamente, periferica rispetto agli accadimenti sulla scacchiera mondiale, ma che racchiude il potenziale per nuovi conflitti, militari ed economici. Gli stessi Stan sono regimi autocratici destinati a trasformarsi, seguendo esempi anche non propriamente pacifici, come già accaduto nei decenni passati tra rivoluzioni e guerre civili: i cambiamenti degli equilibri interni potranno riflettersi quindi anche su quelli internazionali, condizionandoli a favore e sfavore degli attori esterni. Resta quindi da capire chi sul lungo periodo avrà la meglio: al momento sono Cina e Russia a stare davanti all’Europa, poi si vedrà.

Le allucinazioni dell’IA: quando il rischio più grosso è fidarsi degli errori

Non è la macchina che ci spaventa. È quando sbaglia. Chi usa l’intelligenza artificiale ogni giorno non teme davvero di essere sostituito. Teme di essere tradito, di fidarsi quando non dovrebbe, credendo a una risposta solo perché suona plausibile. Ci sono naturalmente differenze geografiche. Nei Paesi occidentali l’IA suscita preoccupazioni, altrove viene vista soprattutto come un’opportunità. Ma non è solo questione di confini. È questione di fiducia e di come interpretiamo ciò che vediamo sullo schermo.

Le hallucination, cioè errori di fatto, logica o senso

Una ricerca di Anthropic, basata su quasi 81 mila interviste in 159 Stati, conferma una cosa semplice. L’ansia non è futuristica, è operativa. Circa un quarto degli intervistati indica come rischio principale le hallucination, cioè errori di fatto, logica o senso. Una quota che sale intorno a un terzo tra chi teme che l’IA ostacoli le decisioni in modo specifico. Il resto viene dopo. Circa uno su cinque indica le ricadute su lavoro e occupazione tra le principali preoccupazioni, altrettanti temono per la propria autonomia di giudizio, e solo uno su sei il rischio di perdere capacità di pensiero critico. Intendiamoci, non si tratta di una gerarchia definitiva, ma di un’indicazione.

Sequenza di risposte coerenti, ma progressivamente errate

Eppure un terzo degli intervistati afferma che l’intelligenza artificiale ha già migliorato il proprio lavoro. Più veloce, più ampio, più produttivo. È l’idea di potenziamento più che di sostituzione. Il confine però resta instabile e quasi uno su cinque sostiene che le promesse non sono state mantenute. L’IA aiuta, ma non sempre, e soprattutto può convincere anche quando sbaglia. Un intervistato parla di «un’allucinazione lenta», una sequenza di risposte coerenti, sicure, ma progressivamente errate. Non un errore evidente, ma un errore che si costruisce nel tempo.

Le allucinazioni dell’IA: quando il rischio più grosso è fidarsi degli errori
Intelligenza artificiale che sbaglia (foto creata con Grok).

I due scenari per un finale comunque catastrofico

Non è che prima fosse tutto limpido, sia ben chiaro. Come ci ricorda qualcuno online, «anche le persone allucinano, per ignoranza, incompetenza o intenzione. L’IA aggiunge solo un altro strato». Mentre un altro la butta sul catastrofico: «O l’IA smette di sbagliare e allora milioni perderanno il lavoro, la politica diventerà estrema e il sangue potrebbe scorrere. O non può migliorare e allora distruggiamo migliaia di miliardi di dollari di capitale. Disastro in ogni caso». Che è una tesi perfetta da fine cena, quando nessuno ha davvero voglia di contraddirti.

Quanto siamo disposti a dare credito all’IA?

La verità, più banalmente, è che siamo nel mezzo di una transizione. E che il problema non è tanto quanto l’IA sia intelligente, ma quanto siamo disposti a darle credito. Ed è qui che il discorso si sposta. Non più solo tecnologia, ma epistemologia, se vogliamo usare una parola impegnativa senza sentirci in colpa. Come si distingue il vero dal plausibile, quando il plausibile è scritto meglio del vero? Il paradosso è che proprio chi la usa di più lo sa benissimo. Gli avvocati, per esempio, raccontano di errori diretti, ma anche di benefici altissimi. Insomma, la stessa cosa che ti aiuta è quella che ti frega. Non c’è contraddizione. C’è convivenza.

Le allucinazioni dell’IA: quando il rischio più grosso è fidarsi degli errori
Intelligenza artificiale (foto Unsplash).

Ed è forse questa la parte più interessante. Non ci sono solo ottimisti e pessimisti. Ci sono persone che nello stesso momento pensano entrambe le cose: la uso e mi aiuta, la uso e mi preoccupa. Una relazione, più che uno strumento. E la dimensione emotiva è parte di questa storia, anche se spesso viene ignorata.

C’è chi la usa per migliorare se stesso o gestire meglio la vita

Lo studio raccoglie infatti testimonianze di persone che hanno usato l’IA come supporto durante la guerra in Ucraina o per elaborare un lutto. E più in generale, a emergere è un caleidoscopio di possibilità che riguarda le nostre vite. C’è chi la usa per migliorare se stesso o gestire meglio la vita quotidiana, chi la sfrutta per liberare tempo da dedicare a famiglia e hobby, chi la vede come strumento di imprenditorialità e chi se la immagina come una leva per grandi cambiamenti sociali, dalla salute alla giustizia.

Le allucinazioni dell’IA: quando il rischio più grosso è fidarsi degli errori
IA (Igor Omilaev via Unsplash).

Tutte aspirazioni legittime, che parlano di noi e ci mettono allo specchio, mostrando che l’IA non è solo uno strumento, ma un ecosistema cognitivo ed emotivo. Che raccoglie anche questo: «Avevo cominciato a raccontare a Claude cose che non dicevo nemmeno al mio compagno. Come se stessi avendo una relazione.» Come se fosse un amante, insomma. Ma credergli può diventare pericoloso.

Salerno, domani si presenta Lanocita

Le forze politiche e civiche Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Associazione Terra Socialista, Risorgimento Socialista, Salerno in Comune, Comitato Salute e Vita, insieme a numerose realtà del territorio, annunciano la presentazione ufficiale del candidato sindaco della città di Salerno, l’avvocato Franco Massimo Lanocita. L’incontro si terrà lunedì 30 marzo, alle ore 11.30, presso la Sala Moka di Salerno (corso Vittorio Emanuele, 108). La presentazione rappresenta un momento significativo nel percorso politico e civico che ha condotto alla definizione di una candidatura unitaria, espressione di un ampio fronte impegnato nella costruzione di un’alternativa credibile per il futuro della città. Nel corso dell’incontro saranno illustrate le linee fondamentali del progetto politico e amministrativo, fondato sui principi della giustizia sociale, della tutela dell’ambiente, della salute pubblica, della partecipazione e della trasparenza. L’iniziativa intende segnare l’avvio di una nuova fase, caratterizzata dalla volontà di restituire centralità alla cittadinanza e di promuovere un modello di sviluppo più equo, sostenibile e inclusivo. Lanocità è, in ordine cronologico, l’ultimo candidato sindaco per la città capoluogo. red.cro

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Tutti i colori dei suoni con il Michael Rosen Quartet

Di Olga Chieffi Secondo appuntamento, stasera al Teatro Pier Paolo Pasolini di Salerno alle ore 21, per la quarta edizione de’ Il colore dei suoni, un progetto artistico del Teatro Pubblico Campano curato da Giuseppe Zinicola con la collaborazione di Franco Tiano, dedicato alla musica dal territorio e alle contaminazioni sonore internazionali, una prestigiosa vetrina, che vuole celebrare la diversità musicale e la bellezza dell’incontro tra culture e generi. Dopo il trio di Joe Chiariello, sarà il momento del Michael Rosen Quartet, composto dal leader al sax tenore e soprano, Nicola Cordisco alla chitarra, Tommaso Scannapieco al contrabbasso ed Elio Coppola alla batteria. Grinta, determinazione, pathos, sono le caratteristiche di questa ancia, capace di rendere immediatamente l’atmosfera calda e rarefatta. Il suo sound accattivante e la sua simpatia ne hanno fatto un artista molto richiesto anche da cantanti come Mina , Celentano , Concato , Rossana Casale , Renato Zero, Giorgia, ecc. Ha all’attivo diversi CD a suo nome e tante partecipazioni. Il suo primo cd ” Elusive Creatures ” (Splasch), uscito nel 1996, raccoglie tutte sue composizioni ad eccezione di uno standard. Per tre anni consecutivi, Rosen è stato votato dal sondaggio dei lettori della rivista Jazzit come uno dei dieci migliori sassofonisti soprano al mondo, classificandosi al 4° posto nel 2011 dopo Dave Liebman, Wayne Shorter e Branford Marsalis. Dotato di una tecnica estremamente avanzata, riesce a passare da momenti trascinanti a situazioni molto più liriche con estrema facilità. Il concerto sarà il distillato di una somma di esperienze collettive che iniziano ormai a perdersi nella notte dei tempi del jazz e di cui sono sufficiente testimonianza i magnifici ottantasei anni di Jones. Il sax tenore di Rosen è divenuto sinonimo di sonorità corposa, fraseggio fluente, energia comunicativa innervata dal fuoco della passione e figlia, in primo luogo, delle vie Maestre del sax tenore più travolgenti. Rosen è riuscito nell’impresa di portare a compimento una sintesi espressiva che da una parte coniuga la lezione coltraniana con il resto della storia del sax, mentre dall’altra combina i raziocinanti impulsi boppistici con i diversi umori che hanno fatto da sprone al jazz dagli anni Sessanta in avanti. Da sintesi a sintesi attraversando fluidità, logica e feeling, che sposa con la ricchezza di voicing, bellezza di suono e senso musicale nello scegliere “dove” collocare gli accordi in relazione al solista. La nuova sintassi si sovrappone alla tradizione, ma non la trasforma lasciando convivere le sezioni di un’immaginaria orchestra che, nelle mani del quartetto suona un estemporaneo “arrangiamento-background” al solista. Prossimo appuntamento, fissato per il 10 aprile, il Nicky Nicolai Quartet, in una serata dal titolo “Mille bolle blu”, con la vocalist sostenuta da Daniele Sorrentino al basso elettrico Andrea Rea al pianoforte e Luigi Del Prete alla batteria per un viaggio nei migliori anni della nostra canzone. Al centro della narrazione i brani che hanno segnato la stagione più feconda della canzone italiana, portati al successo da alcuni dei più grandi nomi del nostro panorama musicale, e qui affidate alla sensibilità di interprete, ricca di calore e swing, di Nicky Nicolai: si va da “Se stasera sono qui” di Minaa “Io che amo solo te” di Sergio Endrigo, da “Una carezza in un pugno” di Adriano Celentano a “Che sarà” di Josè Feliciano, per arrivare alla splendida “Ancora” di Eduardo De Crescenzo. Ma ci saranno anche scelte indirizzate su brani meno noti dal repertorio di artisti conosciuti, a cominciare da “Se tu ragazzo mio” del 1969 che non è certo il brano più noto della indimenticata cantante romana Gabriella Ferri, eppure ascoltandolo si torna immediatamente indietro nel tempo: è la magia delle canzoni, capaci di farci riassaporare momenti, atmosfere racchiuse in un luogo lontano eppure ancora vivo della nostra memoria.

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E’ stato NO a molte cose. Ora ripartenza, riequilibrio, ricambio

Aldo Primicerio

Il prefisso “ri” dovrebbe apparire eloquente. Non nel senso della ripetizione, ma in quello opposto di cambiamento. Abbiamo letto commenti molto diversi sul significato della vittoria del NO. Il primo NO  è al ridimensionamento del potere giudiziario e alla subordinazione dei pubblici ministeri al potere esecutivo, con conseguente, gravissima distruzione dell’equilibrio dei poteri. Un equilibrio già fortemente alterato con la incorporazione nell’Esecutivo del potere legislativo del Parlamento, attraverso la pratica della sostituzione delle leggi di iniziativa parlamentare con il sistema dei decreti legge sottoposti all’approvazione delle Camere. Dietro, un disegno più ampio di sconvolgimento della Costituzione, con le autonomie differenziate, la separazione delle carriere dei magistrati, e, attenzione, con l’attuazione del disegno di legge costituzionale sul premierato.

 

Molti non sanno che il Ddl costituzionale sulla Meloni futura premier è stato approvato in prima lettura al Senato a giugno 2024

La riforma punta a rafforzare il potere del premier e a garantire la stabilità governativa. Non c’è spazio e tempo ora per approfondire. Lo faremo poi. Ma sarebbe giusto che gli italiani scendano già oggi in piazza per impedire lo scempio della democrazia parlamentare, svenduta alle bizze di chi è ultranazionazionalista, ultrasovranista, ultraantieuropeista, ultraanticostituzionalista. E tutto questo in un assetto politico che ha già visto la abrogazione del reato di abuso di ufficio, proprio quello che l’UE ha inserito tra i gravi reati di corruzione ma che Meloni e Nordio hanno cancellato. Ha visto il  ridimensionamento della giurisdizione della Corte dei Conti, le limitazioni al diritto di manifestazione del proprio pensiero – effettuato con i due decreti sicurezza – l’attuazione di una politica economica e fiscale che ha favorito le grandi evasioni, una tassazione iniqua (la flat tax), che fa pagare il grosso delle tasse ai lavoratori dipendenti, favorendo i ricchi, ha visto inoltre una forza lavoro frantumata in lavoro a termine, precario e flessibile, la mancanza di misure di sicurezza sul lavoro, una povertà assoluta di sei milioni di persone e una povertà relativa di oltre dieci milioni di persone, una sistematica distruzione dell’ambiente con enormi consumi di suolo. Ha già visto infine la distruzione della sanità e le gravissime difficoltà dell’istruzione, l’incremento abnorme di spese militari, con conseguente dipendenza dell’Italia dalla politica dissennata di Trump. In pratica un’Italia in cui la democrazia si è trasformata in autocrazia

 

Il NO al referendum è solo un NO sulla riforma della giustizia? O anche un possibile NO a questo Governo revanchista?

Non lo sappiamo ancora. Ci limitiamo a presumere che per la maggioranza degli italiani, non è stato un incidente di percorso ma un vero e proprio giudizio sul governo. Emerge da un sondaggio di Termometro Politico, agenzia nata nel Salernitano che, in 3mila interviste tra il 24 ed il 26 marzo, getta una luce su quel 53% di NO come un vero e proprio giudizio sul Governo. Chissà, vogliamo sperarlo, gli italiani hanno percepito con sospetto e con una inquietante eco lunga 100 anni  la separazione delle carriere e l’istituzione dell’Alta Corte Disciplinare. Nel lontano 1923, Aldo Oviglio, l’allora Ministro della Giustizia del primo governo Mussolini, con il pretesto di riformare e riorganizzare i tribunali, iniziò ad assoggettare la magistratura al Ministero, epurando i giudici democratici e trasformando il magistrato in un funzionario gerarchicamente dipendente dal governo. Gli italiani che lo ricorderebbero purtroppo non ci sono più. Ma i loro figli, e tutti noi adulti che a scuola abbiamo scelto di studiare la storia, ricordiamo di averlo sentito o letto. L’Alta Corte Disciplinare, con i suoi membri laici di nomina politica, non sarebbe stata altro che la versione moderna di quell’asservimento, uno strumento per condizionare chi, applicando la legge, si fosse trovato a intralciare il manovratore. Nel sondaggio di Termometro Politico il 52,8% degli intervistati legge quel voto come un “No” diretto all’esecutivo. Appena il 28% degli intervistati attribuisce la sconfitta al merito della riforma, il resto vede altro.  In pratica, il governo riesce nell’impresa di perdere senza che la discussione entri nel merito. Come essere bocciati prima di aprire il libro.

 

Quel NO alle urne criticato dai sostenitori del SI perché politico e non nel merito! Ed invece il problema è proprio lì, nella non-credibilità

Lo bocciano perché è stato un NO politico e non nel merito. E vogliamo bocciare 16 milioni di italiani perché interpretano un voto al referemdum come un voto politico? Ma vogliamo scherzare? Noi dobbiamo dir loro 16 milioni di grazie per averlo fatto. Perché hanno capito (e quelli del NO invece non lo hanno capito) che quando il problema non è il merito (il perché della riforma), allora è in gioco la  credibilità di chi governa ed ha fatto la legge. E quindi, ad es., un Nordio non credibile avrebbe dovuto essere proprio lui il primo a dimettersi. Perché totalmente sfiduciato, eppure spudoratamente sottrattosi alle dimissioni Nel sondaggio, un terzo ha risposto che nell’immediato non sarebbe cambiato nulla, ma in seguito sì. La sensazione è che non c’è per ora nessuna crisi formale, in apparenza nessuna perdita di fiducia parlamentare. Ma una progressiva, inesorabile perdita di peso quella sì. E sempre dal sondaggio emerge che la posizione del governo Meloni è troppo filo-Trump e che Israele condiziona la nostra politica estera. Dunque, fiducia bassa, referendum perso per ragioni politiche, percezione di indebolimento, critiche sulla politica estera, insomma segnali tutti nella stessa direzione. E per la signora Meloni ora il compito di ricostruire il rapporto con i cittadini diventa difficile, specie dopo aver ripetuto per mesi che era solidissimo

 

Il NO dei giovani. Precari, senza prospettive, senza futuro. Eppure un vulcano che covava sotto la cenere

“In una società che non li sopporta, a furia di ingannarli, trascurarli, irriderli e poi punirli quando si riuniscono, fermarli quando liberamente manifestano, incarcerarli quando si ribellano, i giovani hanno reagito e, con tutta la rabbia accumulata in corpo, hanno dato al governo Meloni una botta in testa”. L’ha scritto morabilmente Enza Plotico, scrittrice ambientalista. Dalla cui penna esce l’imagine di una signora Giorgia che sbaglia ad ignorarli. Sono la gioventù che non ha sogni perché lusso inaccessibile, lavora sottopagata, non può neanche fittarsi un casa perché un fitto costa quanto uno stipendio, deve ascoltare in tv di miliardi spesi per armi vendute, di stermini di guerre su cui il governo non interviene, deve leggere di ricchi favoriti e di 6 mln.di italiani poveri, e persino di sceneggiate sessuali di alcuni personaggi politici o dei loro figli, che pagano per zittire. Una vergogna.  Il referendum sembrava una passeggiata, accompagnata da false notizie di tv e giornali addomesticati e venduti. Ed invece è capitato in un brutto momento, dove il NO è diventato un segnale politico chiaro. C’è chi saprà interpretarlo meglio? Per ora è difficile scorgerlo.

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Ali per la città: perche Zambrano

Il movimento civico non è una presenza anomala nella vita politica. Perché, esso rappresenta la concreta espressione del libero associazionismo dei cittadini indotto da una visione morale priva di quel riferimento ideologico che è alla base di un partito politico strutturato. Di fatto, un gruppo civico persegue l’obiettivo di una democrazia ‘partecipativa’ aperta a tutti, non solo ‘rappresentativa’, con una logistica interna orizzontale e con una metodologia fondata sul confronto, sul dibattito e sulla condivisione di obiettivi comuni da perseguire come servizio esclusivo reso alla Comunità. Così, un esponente civico pensa a difendere interessi materiali o immateriali dei cittadini nel rispetto di coscienze personali stratificatasi nel tempo, mentre un esponente politico mira a quella finalità secondo una visione prioritariamente influenzata dalle convinzioni ideologiche del gruppo di appartenenza, modellate in funzione di superiori interessi specifici. Talora, si tratta di un vestito di idee anche mascheranti la realtà concreta. Con questi presupposti, la partecipazione di liste civiche alle competizioni elettorali assume la funzione di richiamo nei confronti di tutte le differenti controparti volto a mitigare gli effetti di prevalenti disposizioni di organi di livello superiore operanti altrove. Epperò, un gruppo civico può esprimersi al meglio solo se il suo orientamento è frutto di un mediazione tra le diversità presenti naturalmente nelle coscienze di ciascun partecipante. La capacità di metabolizzare tali diversità lo rende ‘trasversale’ e lo differenzia da quelle identiche aggregazioni nelle quali le coscienze di ciascuno sono impregnate da esperienze e conoscenze maturate nel rispetto di orientamenti ideologici preminenti. Un gruppo civico, politicamente orientato, non può essere quindi trasversale, esprimendo una visione ‘uniformata’ da logiche ‘uniformanti’. La sua presenza, tuttavia, è meritevole di ogni apprezzamento. Ali per la Città è un gruppo civico ‘libero’, formato da cittadini ‘liberi’, che ha inteso offrire un luogo ‘libero’ dove poter esprimere e discutere idee, suggerimenti e proposte nell’esclusivo interesse della Città. Da diversi anni, partecipa alla discussione pubblica formulando propri giudizi sulle criticità presenti e proponendo anche alternative ipotesi di risoluzione. Nel tempo, ha elaborato un ‘Progetto per la Città’ che ha ritenuto di porre all’attenzione di tutti i cittadini con una libera pubblicazione resa possibile dall’ospitalità offerta da queste pagine. Grazie! In cinque articoli ha esposto i criteri utilizzati per la sua elaborazione, sia con riferimento alla perseguita modernizzazione della gestione amministrativa dell’Ente che alla rivitalizzazione delle diverse aree urbane e, con esse, delle loro componenti economiche in un quadro di equità, giustizia e coesione sociale. Ebbene, questa visione ha trovato accoglimento nell’ambito del gruppo costituitosi a sostegno dell’ing. Armando Zambrano nella veste di candidato sindaco per l’imminente prova elettorale. Stamane, nel corso della conferenza stampa di presentazione, l’ing. Armando Zambrano ha espresso l’apprezzamento per il contenuto progettuale del documento rafforzando, così, la speranza condivisa di realizzare una futura Città gestita con le competenze tecniche ma organizzata nel rispetto di regole morali e sociali. Il gruppo, che neppure parteciperà alla competizione, ritiene doveroso esprimere il proprio ringraziamento e confermare una decisa scelta di campo. Perché questa Città ha bisogno di amore.

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“Campitiello? Meglio la sorella”, lite social Martusciello-Cirielli

Acque agitate nel centrodestra campano tra Fratelli d’Italia e Forza Italia. L’occasione è l’ufficializzazione del sostegno di Fdi alla candidatura a sindaco di Pagani, in provincia di Salerno, del medico chirurgo Nicola Campitiello, già consigliere comunale a palazzo San Carlo e cognato del viceministro degli Esteri, Edmondo Cirielli. L’endorsement non sarebbe andato giù a Fulvio Martusciello, coordinatore regionale azzurro in Campania, che ha accolto la notizia con un commento che vari utenti considerano a sfondo sessista, tirando in ballo la sorella di Campitiello, Maria Rosaria, da tutti conosciuta come Mara, attuale moglie di Cirielli (”Campitiello? Meglio la sorella”). A denunciare il fatto il viceministro degli Esteri e deputato meloniano in un post sul suo profilo Facebook: ”L’europarlamentare Fulvio Martusciello commenta squallidamente così la candidatura a sindaco di mio cognato Nicola Campitiello. Veramente al peggio non c’è mai fine. Mi meraviglia Forza Italia che oggi è rappresentata in maniera così povera…”. A corredo di questo post Cirielli ha pubblicato, sempre sul suo profilo Fb, la frase ‘incriminata’ di Martusciello con l’intenzione di denunciare l’imbarbarimento del confronto politico. L’eurodeputato di Fi, riferiscono fonti parlamentari del centrodestra, avrebbe postato questa frase a commento della notizia della candidatura di Campitiello pubblicata da una testata on line. Martusciello esclude battute offensive e precisa: «Campitiello candidato a sindaco a Pagani? Meglio, molto meglio la sorella Mara, che ho avuto modo di apprezzare e conoscere. Se Fratelli d’Italia avesse proposto lei avremmo trovato subito un accordo. Ma il cognato di Cirielli – ha proseguito Martusciello – ha avuto un passato in Forza Italia e poi è andato via. Francamente è impossibile così trovare una sintesi. O accettiamo i candidati di Fratelli d’Italia o non si può fare centrodestra. Non è una questione parentale, non è che siamo contrari perché è il cognato: lo ripeto, è molto meglio come candidato la sorella (moglie di Cirielli, ndr). Un dirigente di altissimo livello».

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Cagnazzo: “Io, Innocente, sette mesi in carcere”

di Antonio Manzo

 

 

Fabio Cagnazzo riabbraccia mamma e papà, il generale Domenico, alla fine di un incubo. Lui non solo esce dalla inchiesta sull’omicidio di Angelo Vassallo dal 2010 senza il nome o i nomi dei killer o della killer, senza un mandante, senza l’arma mai più ritrovata. Un cold case nazionale che irrompe nella cronaca italiana peggio dei misteri di Garlasco. D’altronde, non c’è neppure il movente nel delitto Vassallo. Solo una labile pista d’indagine, la droga, uno spaccio incredibilmente elevato a mercato sudamericano. Poi tutte e ancora tante le ipotesi inesplorate tranne che quella rivelatasi inesistente del depistaggio, circostanza che aveva inchiodato Fabio Cagnazzo. Lui vuole parlare ma, soprattutto pensare prima di parlare per rispetto ai magistrati pur sapendoli, probabilmente molto leggeri nell’accusarlo. Fino al proscioglimento, ipotesi che  ha stupito anche  la difesa degli avvocati Agostino de Caro e Ilaria Criscuolo quest’ultima basita all’ascolto della sentenza del gup Giovanni Rossi. “Pensavo di non aver capito. Invece c’era un giudice a Salerno. Era pura fantascienza l’accusa per Cagnazzo”.

Sul banco degli imputati sono rimasti quattro imputati nella vicenda dell’omicidio Vassallo. Sono l’ex pentito Romolo Ridosso  che ha scelto il rito abbreviato e sarà giudicato il 24 aprile prossimo, mentre il 9 luglio inizierà il processo per l’ex carabiniere Cioffi e l’imprenditore Giuseppe Cipriano. Con loro solo con l’accusa di droga Giovanni Cafiero, genero del boss all’ergastolo Gaetano Cesarano. Le parole di Fabio Cagnazzo pronunciate dalla casa dei suoi genitori.

Si aspettava d’essere prosciolto nel processo pe l’omicidio di Angelo Vassallo?

“Non ho mai perso la fiducia nella giustizia. E’ stata la mia attitudine della vita”

Altri quattro imputati restano nel processo. Ha fiducia che in aula possano venir fuori altri elementi di nuova indagine?

“Spero soltanto venga fuori la verità, che renda giustizia al povero sindaco trucidato”

Cosa può provare un ufficiale che ha fatto la storia per la guerra alla camorra a Napoli e a Caserta essere accusato del depistaggio per un omicidio eccellente?

“Sentimenti non descrivibili a parole, solo uno che fa o ha fatto il mio lavoro può capire cosa ho passato. Ho speso la mia vita a combattere gli stessi crimini di cui sono stato accusato. Un incubo oltre l’immaginabile, e le parole non sono abbastanza per descrivere il dolore”

Quali potrebbero essere i moventi di un tragico omicidio?

“No comment”

Ci sono state piste investigativa non esplorate?

“No comment”

Il Tar l’ha riammessa al servizio nell’Arma. Tornerà ad indossare la divisa da carabiniere?

“Spero presto. Io sono carabiniere e lo sarò sempre. Il mio obiettivo è sempre stato quello di dare risposte alla brava gente che vive nella legalità e onestà”.

Sette mesi di carcere

Sette mesi in carcere per Fabio Cagnazzo dopo la cattura chiesta dai pm dell’indagine Elena Guarino e Mafalda Daria Cioncada diretti dall’allora procuratore della Repubblica Giuseppe Borrelli poi nominato a Catanzaro e che aveva ereditato l’impianto accusatorio da Franco Roberti, ex procuratore nazionale antimafia.

Le piste inesplorate

Sono tutte legate al contesto ambientale del sindaco Angelo Vassallo. Tra speculazione edilizia, permessi per aprire nuovi lidi, mancata realizzazione del progetto di San Nicola a Mare di Montecorice, presenze e operatività di boss della camorra napoletana dediti al riciclaggio di danaro sporco. Angelo aveva visto e conosceva molte cose tanto da rivolgersi all’allora procuratore della Repubblica di Vallo della Lucania, Alfredo Greco, che lo indirizzò all’allora comandate della Compagnia di Agropoli per denunciare.

Non solo l’allarme dello spaccio di droga ma anche altre vicende politico-amministrative della quali era stato testimone. A quell’appuntamento Angelo Vassallo non andò più perché fu ammazzato la sera prima. E’ tuttora al lavora la commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Vassallo con l’audizione di numerosi soggetti che conoscono quel che viene definito Sistema Cilento, un intreccio criminale tra politica, affari e criminalità. Ma il proscioglimento di Fabio Cagnazzo riapre il caso alla ricerca degli esecutori e dei mandanti dell’omicidio di Vassallo.

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Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra

Sicurezza e scorte strategiche. Sono due delle parole chiave che emergono dal nuovo piano quinquennale 2026-2030 della Cina. Il pensiero va subito all’energia e al petrolio, soprattutto dopo la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran in Medio Oriente, oppure alla tecnologia e ai microchip, per schermarsi dalle restrizioni alle catene di approvvigionamento più avanzate. Tutto giusto, ma quelle due parole chiave vanno applicate anche a un altro ambito, snodo cruciale della competizione tra Pechino e gli Usa: le terre rare.

Serve un rafforzamento durante turbolenze e incertezze globali

Nel piano quinquennale, approvato durante le recenti “due sessioni” dell’Assemblea nazionale del popolo e della Conferenza consultiva politica del popolo, la Cina pone la «sicurezza dei materiali strategici» sullo stesso livello della sicurezza energetica e alimentare. Questo cambiamento riflette la consapevolezza che, in tempi di turbolenze e incertezze globali, il controllo delle materie prime critiche equivale al controllo delle tecnologie, della produzione industriale avanzata. E, dunque, anche del potere politico.

Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

Il rafforzamento dell’approvvigionamento interno e la creazione di scorte strategiche sono il risultato di una strategia di lungo periodo che Pechino porta avanti da almeno due decenni. Già dallo scorso decennio e dalla prima guerra commerciale lanciata da Donald Trump, la leadership cinese ha identificato con precisione quelli che definisce i «punti deboli» della propria catena di approvvigionamento: la dipendenza da tecnologie straniere, l’esposizione a controlli all’export imposti da altri Paesi e la vulnerabilità a shock geopolitici.

Accumulare risorse minerarie fa parte di una precisa strategia

Allo stesso tempo, Pechino ritiene di avere un’arma fondamentale: le terre rare, appunto. La scelta di accumulare risorse minerarie e rafforzare la produzione domestica è una logica conseguenza di una strategia portata avanti da tempo. Questi elementi, fondamentali per la produzione di magneti permanenti, semiconduttori, batterie e sistemi militari avanzati, sono alla base dell’intera economia digitale e della transizione energetica.

Pechino controlla la produzione globale e anche la raffinazione

Il fatto che la Cina controlli circa il 70 per cento della produzione globale e una quota ancora maggiore della raffinazione le conferisce un vantaggio competitivo difficilmente replicabile nel breve periodo. Si tratta di un dominio costruito nel tempo con politiche industriali aggressive, investimenti massicci e una pianificazione statale che ha progressivamente integrato l’intera filiera: estrazione, raffinazione, trasformazione, spedizione. Il tutto anche a costo di un impatto ambientale tutt’altro che banale.

Xi Jinping intende ridurre la dipendenza dall’esterno, ma…

Ora Pechino punta a rafforzare ulteriormente la sua posizione dominante, già fondamentale per raggiungere la tregua commerciale con Trump e ottenere concessioni dalla Casa Bianca su dazi e restrizioni all’export di software tech. Il programma cinese segue un doppio binario: diversificare le fonti di approvvigionamento estero (soprattutto attraverso accordi con Paesi africani e altre economie emergenti ricche di risorse naturali), ma anche aumentare la capacità interna di estrazione, lavorazione e stoccaggio, creando una sorta di “cuscinetto strategico” contro eventuali interruzioni delle forniture globali. Come già accade sul commercio, Xi Jinping intende ridurre la dipendenza dall’esterno senza però rinunciare a sfruttare le opportunità offerte dalla globalizzazione.

Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra
L’incontro fra Trump e Xi del 30 ottobre 2025 (foto Ansa).

La dipendenza occidentale dalle terre rare cinesi rappresenta una vulnerabilità strutturale che Pechino è perfettamente consapevole di poter sfruttare. Complice la recente diminuzione delle esportazioni, gli Stati Uniti dispongono di scorte limitate e potrebbero affrontare carenze critiche in caso di ulteriori restrizioni, con conseguenze dirette sulla produzione di sistemi militari avanzati e tecnologie strategiche.

Trump sigla accordi con Paesi alleati, a partire dal Giappone

In questo senso, le terre rare diventano un efficace strumento di “leva geopolitica”, capace di influenzare mercati ed equilibri globali. Quantomeno fino a quando Washington non sarà in grado di erodere quella dipendenza, come sta provando a fare Trump siglando ambiziosi accordi con una serie di Paesi alleati, a partire dal Giappone.

Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra
Il presidente americano Donald Trump con la premier giapponese Sanae Takaichi (foto Ansa).

La strategia cinese si basa anche su una logica economica ben precisa: massimizzare il valore aggiunto interno. Il sistema fiscale incentiva l’esportazione di prodotti finiti piuttosto che di materie prime o semilavorati. Questo significa che la Cina vuole continuare a essere il principale produttore di terre rare, ma intende dominare anche le fasi successive della catena del valore, dalla produzione di componenti fino ai prodotti finali come veicoli elettrici, dispositivi elettronici e sistemi di difesa. In questo modo, Pechino non solo controlla le risorse, ma cattura anche la maggior parte dei profitti associati alla loro trasformazione.

Gli altri Stati accelerano gli sforzi per sviluppare filiere alternative

Si tratta però di una strategia non priva di rischi. Più la Cina spinge sulle terre rare e più gli altri Paesi accelerano gli sforzi per sviluppare filiere alternative. Pechino non pare farsi condizionare. La costruzione di nuove catene di approvvigionamento richiederà tempo e ingenti investimenti, ma è inevitabile nel lungo periodo. Xi crede allora che valga la pena massimizzare i vantaggi fino a quando la Cina si trova in una posizione di forza così evidente. C’è peraltro chi è convinto che la guerra in Medio Oriente possa aver offerto a Pechino una nuova leva strategica nei confronti di Washington. Le terre rare, in particolare quelle pesanti come disprosio e terbio, sono infatti utilizzate per produrre magneti permanenti ad alte prestazioni, sistemi radar, componenti per la guida dei missili e sistemi di propulsione fondamentali nelle armi avanzate statunitensi.

Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra
Donald Trump col segretario della Difesa Pete Hegseth (foto Ansa).

Attesa per i prossimi colloqui di metà maggio

Secondo il South China Morning Post, la forte dipendenza di Washington dai minerali cinesi per i suoi sistemi d’arma avanzati significa che Pechino potrebbe di fatto influenzare la durata degli attacchi statunitensi contro l’Iran. È assai probabile che il dossier sia al centro dei prossimi colloqui commerciali tra Pechino e Washington. Soprattutto in vista del summit tra Xi e Donald Trump, posticipato a metà maggio proprio a causa del conflitto.

Capaccio: Winter non sarà ospite dell’Ariston

Ofer Winter non verrà a Capaccio. O almeno, non soggiornerà all’hotel Ariston. La struttura alberghiera dopo giorni di polemiche per la possibile presenza dell’ex generale israeliano, ritenuto, dai suoi accusatori, coinvolto in attività militari a Gaza, si fa sentire garantendo che non soggiornerà nella struttura. Resta da capire se la sua visita vacanza in Italia sia saltata definitivamente o meno. “Si smentisce categoricamente quanto diffuso sui social media: il Signor Ofer Winter non è stato e non sarà ospite della nostra struttura”: questa la nota diffusa dall’albergo, inizialmente indicato come luogo di soggiorno dell’ex generale israeliano. La presenza di Winter nel Cilento era prevista a partire dal 31 marzo, in occasione di un pacchetto turistico con eventi collegati alla Pasqua ebraica. Secondo quanto emerso, l’ex ufficiale – contestato da gruppi di attivisti – non dovrebbe quindi più arrivare in Campania. Resta però la tensione sul territorio: per il 31 marzo è stato annunciato un presidio di oppositori proprio davanti alla struttura alberghiera di Capaccio. Nei giorni scorsi la vicenda era approdata anche sul piano politico, con iniziative parlamentari (un’interrogazione di Avs al ministro Piantedosi) e prese di posizione critiche. Tra queste, quella del Comune cilentano di San Giovanni a Piro, che con una delibera ufficiale aveva dichiarato Winter “non gradito”, richiamando principi di tutela dei diritti umani e della pace, pur nel rispetto del popolo israeliano. Una mobilitazione diffusa che, insieme alle polemiche, ha accompagnato fino all’ultimo la vicenda, ora ridimensionata dalla smentita dell’hotel.

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Star Trek: Fantascienza.com, il meglio della settimana della cancellazione di Academy

Fantascienza.com, il meglio della settimana della cancellazione di Academy

La cancellazione di Star Trek Starfleet Academy, Spider-Noir su Prime Video, la seconda stagione di Daredevil: Born Again, il nuovo numero di Delos Science Fiction nella settimana di Fantascienza.com

Questa settimana la notizia che ha fatto più discutere è stata la cancellazione di Star Trek: Starfleet Academy da parte della Paramount. Verrà distribuita la seconda stagione, già girata, e poi basta. La cosa ha avuto grande risonanza sui social e, lasciatecelo dire, a nostro avviso è stata una pagina davvero vergognosa per il fandom di Star Trek (una parte, ovviamente: la maggioranza, come sempre, sono persone educate, ma più silenziose). Perché abbiamo assistito a festeggiamenti, sbeffeggiamenti, anche arricchiti da espressioni della... - Leggi l'articolo

 

SERIE TV - Star Trek - 29 marzo 2026 - articolo di S*

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente

Esiste una fisica del potere che non risponde alle urne, ma una legge gravitazionale non scritta: nell’istante esatto in cui Federico Lucia, in arte Fedez, decide di poggiare la sua mano tatuata su una poltrona o una causa, scatta inesorabile il conto alla rovescia del disastro. Non chiamatela sfortuna, sarebbe un’offesa alla statistica, chiamatelo pure Re Mida al contrario, un portatore sano di eclissi capace di trasformare l’oro del consenso nel piombo di una disfatta elettorale definitiva.

Il nuovo pensatoio dove il rapper gioca a fare il Joe Rogan de’ noantri

L’ultimo atto di questa Spoon River si è consumato recentemente tra i microfoni di Pulp Podcast, il nuovo pensatoio dove il rapper gioca a fare il Joe Rogan de’ noantri insieme a un Mr. Marra in posa da intellettuale di complemento. Proprio lì si è officiata l’ultima via crucis di Giorgia Meloni.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Giorgia Meloni ospite di Pulp Podcast, il podcast di Fedez e Mr. Marra: puntata in onda giovedì 19 marzo alle 13 (foto Ansa).

La premier, terrorizzata dall’amaro calice di un referendum sulla giustizia che puzzava di débâcle lontano un miglio, ha cercato rifugio nella tana dell’agitatore mediatico, convinta che quel caveau di follower fosse un’assicurazione sulla vita. Si è ritrovata, invece, ridotta a pontificare di riforme davanti a dilettanti dell’informazione allo sbaraglio. Risultato? Sconfitta referendaria, governo in bilico e l’immagine di una politica che, nel tentativo di darsi un tono pop, finisce per consegnarsi al ridicolo. Bene hanno fatto Elly Schlein e Giuseppe Conte a rispedire l’invito al mittente: la loro assenza è stata la loro salvezza.

Firmò un inno per il M5s nel 2014, l’anno della batosta

Ma il curriculum del “dissolvitore” milanese è una cronaca di macerie che non guarda in faccia a nessuno. Già nel 2014, quando firmò l’inno per il Movimento 5 stelle, Non sono partito, adottato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, l’ex signor Ferragni mise il sigillo su una sventura appena compiuta. Alle Europee dello stesso anno i grillini vennero letteralmente doppiati dal Partito democratico di Matteo Renzi, finendo staccati di quasi 20 punti percentuali, in una batosta che brucia ancora. Coincidenze? Sicuramente. Ma la cronologia non mente.

Paladino del Ddl Zan, ma la legge andò dritta al macero

Nel 2021, dal palco del Primo Maggio, Fedez si erse a paladino del Ddl Zan, denunciando censure e veti leghisti. Il finale è noto: un cortocircuito mediatico che portò la legge dritta al macero, tra le ghignate del Senato. In quel marasma, anche Virginia Raggi si spese per lui, condividendo i suoi messaggi sui diritti: cinque mesi dopo, l’allora sindaca di Roma perdeva la fascia tricolore.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez con Alessandro Zan.

Non è andata meglio a Giuseppe Conte, allora premier, che nell’ottobre 2020 telefonò agli ex Ferragnez per chiedere aiuto sull’uso delle mascherine: dopo neanche un anno l’avvocato del popolo veniva sfrattato da Palazzo Chigi per far posto a Mario Draghi.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Il messaggio di Fedez sulle mascherine dopo la chiamata di Giuseppe Conte.

La maledizione non risparmia le battaglie civili. Chiedere per informazioni a Marco Cappato e all’Associazione Luca Coscioni: la firma dell’ex coppia reale di City Life per il referendum sull’eutanasia legale ha prodotto solo il muro dell’inammissibilità della Consulta, lasciando il tesoriere con un pugno di mosche.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
I Ferragnez per l’eutanasia legale.

Persino lo “sceriffo” Vincenzo De Luca, ospite a Muschio Selvaggio nel 2023, ha visto la Corte costituzionale sbarrargli definitivamente la strada per il terzo mandato consecutivo: ora all’ex viceré della Campania resta solo il mesto ritorno al feudo di Salerno.

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Vincenzo De Luca ospite di Fedez.

Fedez è stato davvero letale col centrodestra

Ma è col centrodestra che il tocco di Fedez si è fatto letale, quasi un’operazione di smantellamento controllato. A maggio 2025, al congresso dei giovani di Forza Italia, l’ospite d’onore ha incassato standing ovation inneggiando a Silvio Berlusconi e attaccando magistrati e Beppe Sala, sotto lo sguardo compiaciuto di un Maurizio Gasparri con cui aveva siglato una sorta di pace storica dopo anni di querele da 500 mila euro.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez al congresso dei giovani di Forza Italia (foto Imagoeconomica).

Oggi quella tregua suona come un’orazione funebre: l’effetto domino del fallimento referendario ha travolto anche l’ex ministro, costretto alle dimissioni da capogruppo al Senato per far posto a Stefania Craxi, in un rimpasto benedetto da Marina Berlusconi per rinnovare i vertici e chiudere definitivamente l’era dei vecchi colonnelli di un partito ormai smantellato, o rinfrescato, come fa comodo pensare alle teste di famiglia (ma sempre di avvicendamento tra boomer si tratta).

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente

Stessa sorte per chi ha cercato la goliardia vacanziera: quello scatto sullo yacht in Costa Smeralda della scorsa estate con il rapper, Ignazio La Russa e Daniela Santanchè è diventato il bacio della morte di Rozzano. La Pitonessa è saltata (dopo anni di resistenze!), sfiduciata dalla sua stessa premier, e c’è da scommettere che il presidente del Senato stia già controllando la tenuta della sua scialuppa politica e dei suoi busti del Duce.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez sullo yacht con Daniela Santanchè.

Viene quasi il sospetto che il Nostro sia il più raffinato cavallo di Troia della storia Repubblicana. Dal M5s a Forza Italia, passando per il Pd e FdI, la lezione è una sola: chi lo tocca crepa. Politicamente parlando, s’intende.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni

In Cina continuano a cadere alti funzionari del Partito comunista. Ed è lo stesso destino di diverse tigri, come vengono tradizionalmente definiti gli alti ufficiali dell’esercito popolare di liberazione. Quattro nomi entrati forse di rado nelle cronache dei media occidentali sono Jiang Chaoliang, Ma Fengsheng, Liu Guozhi e Hu Henghua. Eppure si tratta di figure rilevanti del sistema di potere cinese. I loro guai sono ancora più significativi se inseriti nel contesto attuale, che ha visto appena un paio di mesi fa la clamorosa apertura di un’indagine contro Zhang Youxia, il generale più alto in grado del Paese e numero due della Commissione militare centrale guidata dal presidente Xi Jinping. L’impressione complessiva è quella di un sistema entrato in una fase di pressione permanente, in cui la campagna anticorruzione è uno strumento di rettifica, ma anche una componente strutturale del funzionamento del potere politico della leadership.

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L’uomo associato alla (male)gestione della pandemia di Covid-19

Partiamo da Jiang Chaoliang, ex segretario del Partito nello Hubei durante le prime fasi della pandemia di Covid-19. Si tratta proprio della provincia che ha come capoluogo Wuhan, che per prima ha vissuto le conseguenze della diffusione del virus. Ma Jiang è molto di più. La sua figura appartiene alla generazione di quadri che hanno accompagnato la trasformazione della Cina da economia pianificata a sistema ibrido dominato da grandi istituzioni finanziarie statali.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
Jiang Chaoliang (Ansa).

La sua carriera all’interno della Agricultural Bank of China negli Anni 90 lo ha collocato in uno dei nodi cruciali della ristrutturazione del sistema bancario cinese, un settore che per decenni ha rappresentato uno dei principali bacini di accumulazione di potere e di rendite. Il fatto che le accuse odierne risalgano proprio a quel periodo non è forse del tutto casuale: riflette la volontà delle autorità di ricostruire intere traiettorie di carriera per dimostrare la continuità di comportamenti illeciti e, al tempo stesso, per inviare un messaggio chiaro a tutte le élite tecnocratiche cresciute in quel contesto.

Nel sistema cinese la caduta può essere differita nel tempo

Dopo l’esplosione della pandemia di Covid, Jiang era stato rimosso dalla guida dello Hubei: una scelta interpretata come una punizione per la gestione ritenuta inefficace dell’emergenza. Eppure la sua successiva ricollocazione in un incarico all’Assemblea nazionale del popolo aveva lasciato intendere che il sistema non lo considerasse definitivamente compromesso. L’incriminazione formale annunciata nei giorni scorsi ribalta quella lettura e diventa un esempio di come, nel sistema cinese, la caduta possa essere differita nel tempo e maturare attraverso una stratificazione di decisioni politiche.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
La stazione ferroviaria di Wuhan, nella provincia dello Hubei (foto Ansa).

L’ex funzionario che si è preso 14 anni di carcere per tangenti

Negli stessi giorni dell’incriminazione di Jiang è arrivata la condanna per Ma Fengsheng, ex funzionario della provincia del Qinghai. A Ma è stata comminata una pena di 14 anni di carcere per aver accettato oltre 40 milioni di yuan (circa 5,3 milioni di euro) in tangenti tra il 2001 e il 2023. La sua vicenda mette in luce la profondità e la durata delle pratiche di corruzione all’interno di ambiti chiave come la gestione dei contratti pubblici. A peggiorare la sua situazione, Ma ha operato in settori che erano al centro della narrazione politica del Partito, in particolare la campagna per l’eliminazione della povertà estrema, presentata come uno dei successi più importanti dell’era Xi.

Già l’11esimo profilo di alto livello condannato nel 2026

Il fatto che proprio questi ambiti d’azione siano stati utilizzati per fini personali evidenzia una contraddizione strutturale: le politiche più ambiziose e dotate di risorse sono anche quelle più esposte a distorsioni e abusi. La carriera di Ma, interamente sviluppata nel Qinghai, segnala anche che le reti di potere locali possono consolidarsi nel tempo, intrecciando funzioni amministrative, relazioni personali e controllo delle risorse. Il fatto che sia già l’11esimo funzionario di alto livello condannato nel 2026 rafforza l’idea di una campagna che procede con ritmo serrato e con una logica quasi seriale.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
Militari dell’esercito cinese (foto Ansa).

Il sindaco della megalopoli che era sparito dagli incontri ufficiali

Colpita anche Chongqing, una delle quattro municipalità direttamente controllate dal governo centrale e nodo fondamentale per l’economia e la governance della Cina. La Commissione centrale per l’ispezione disciplinare ha annunciato un’indagine contro Hu Henghua, sindaco della megalopoli. Le autorità hanno utilizzato la formula standard delle “gravi violazioni della disciplina e della legge” dopo settimane in cui Hu non appariva a incontri ufficiali.

Colpiti anche politici ancora pienamente inseriti nelle strutture di potere

È un modus operandi riconoscibile: sparizione dalla scena pubblica, diffusione di indiscrezioni, infine conferma ufficiale dell’inchiesta. Nel caso di Hu, pesa anche un precedente disciplinare legato alla gestione di questioni di sicurezza edilizia, segno che il suo profilo era già sotto osservazione. La sua caduta indica che la campagna non si limita a colpire figure già marginalizzate, ma può investire anche funzionari ancora pienamente inseriti nelle strutture di potere.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
Scene dal 14esimo congresso del Partito comunista cinese (foto Ansa).

Nel mirino uno dei principali scienziati militari cinesi

Ancora più delicato è forse il caso di Liu Guozhi. Per lui manca una formalizzazione giudiziaria, ma è già arrivato un segnale tipicamente politico: la rimozione del suo profilo dal sito della Chinese Academy of Sciences (Cas). In un sistema in cui la visibilità istituzionale è parte integrante dello status, la cancellazione da un elenco ufficiale equivale a una forma di delegittimazione. Silenziosa, ma potentissima. Liu è uno dei principali scienziati militari cinesi, con un ruolo centrale nello sviluppo di tecnologie avanzate come le armi a microonde ad alta potenza e con una carriera che lo ha portato ai vertici della Commissione per la scienza e la tecnologia della Commissione militare centrale.

Il focus si sposta verso settori altamente tecnologici e strategici

La sua scomparsa dal sito della Cas si inserisce in una sequenza più ampia di rimozioni e dimostra che la campagna di rettifica si è estesa dalle forze armate tradizionali al cuore dell’apparato militare-industriale, colpendo diversi scienziati e ingegneri di alto livello. Questo è un passaggio cruciale: nei primi anni della leadership di Xi l’attenzione era concentrata soprattutto su funzionari politici e amministrativi, ora il focus sembra spostarsi verso settori altamente tecnologici e strategici.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

Una manovra politico-disciplinare molto profonda

Insomma, chi pensava che con l’indagine contro Zhang Youxia si fosse arrivati al termine della campagna di Xi stava sbagliando. D’altronde, le recenti “due sessioni”, il grande appuntamento politico annuale che riunisce l’Assemblea nazionale del popolo e la Conferenza consultiva politica del popolo cinese, hanno fornito un chiaro indicatore della profondità della manovra politico-disciplinare. Alla vigilia dell’evento, è stato revocato il mandato a decine di rappresentanti, tra cui un numero insolitamente elevato di ufficiali dell’esercito popolare di liberazione. Per la precisione, sono decaduti 19 deputati dell’Assemblea nazionale e 15 membri della Conferenza consultiva: tra di loro c’erano almeno 13 alti generali.

Ridefinizione degli equilibri attraverso una sostituzione accelerata delle élite

I numeri e le figure coinvolte, a partire da quella di Zhang Youxia, rivelano che dietro la “semplice” campagna di rettificazione c’è qualcosa di più profondo: una ridefinizione degli equilibri tra Partito ed esercito attraverso una sostituzione accelerata delle élite. Il tutto in vista del XXI Congresso del 2027, snodo cruciale e potenzialmente storico per la leadership di Xi.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership

«Non ti fidare di chi ha più di 30 anni». Arduo oggi dire se fa ridere o piangere l’esortazione di Jack Weinberg, attivista radicale e leader nel 1968 del Free Speech Movement di Berkeley, visto che il potere politico è nelle mani di ultra settantenni. E non va meglio in altri campi. Dalla finanza allo spettacolo, in prima fila ci stanno molti uomini e qualche donna che di abdicare proprio non ne vogliono sapere.

Un gap anagrafico che ci riporta agli Anni 50

I giovani, si tratti di posizione lavorativa o reddito, scontano un gap anagrafico che ci riporta agli Anni 50, quando nemmeno la musica contemplava generi e interpreti giovanili. La musica cambiò negli Anni 60. A tempo di rock e di pop. Ma fu sulla spinta del movimento del ’68 che i giovani divennero pienamente adulti. Liberati dal mercato e dall’economia dei consumi. Ma in grado presto di affermare una propria autonomia, che ebbe peso rilevante nella modernizzazione politica e sociale del Paese.

La partecipazione giovanile ha colto di sorpresa tutti

La prospettiva storica offre illuminanti chiavi di lettura del presente e del futuro prossimo, all’indomani del voto referendario che ha registrato il decisivo apporto dei giovani alla vittoria del no. Ma partiamo dal dato che ha visto la generazione 18-34 anni votare contro la riforma della giustizia con il 61,10 per cento dei voti. La partecipazione giovanile (la loro affluenza è stata del 67 per cento, nonostante le difficoltà dei fuorisede, a fronte di un dato nazionale del 58,9 per cento) e in quelle proporzioni di opposizione alla proposta governativa ha colto di sorpresa tutti. Dal governo alla politica nel suo complesso, passando per i media tradizionali, la cui interpretazione e narrazione della società è ben lontana da quella che vive la Generazione Z.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
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Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership

Lo si immaginava, ma la novità è che in questa occasione gli interessati, anziché restarsene sul divano e rifugiarsi in un mondo ideale, hanno deciso di mettersi le scarpe e uscire di casa. E di dire no ai quesiti giudiziari, ma senza troppo curarsi del merito. Certo, in difesa della Costituzione, ma ancor più dei diritti e delle libertà civili e di espressione sotto attacco governativo con i vari provvedimenti restrittivi e i decreti sicurezza degli ultimi tre anni.

No alla società paternalistica e repressiva di Meloni

Quella società paternalistica e repressiva teorizzata e praticata dalla premier Giorgia Meloni non coincide con sentimenti e desiderata giovanili. Come peraltro indicano i report più recenti e informati: dal Deloitte Global Gen Z e Millennial Survey 2024 al Webboh Lab, laboratorio online di ricerca sulla Gen Z che mappa il pensiero, i gusti, le opinioni, le aspettative di utenti di età compresa fra i 14 e i 20 anni.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’intera classe politica non ha capito l’universo valoriale giovanile

Se poi si considerano altri fenomeni di ribellione pacifica dei giovani ambientalisti (dai Fridays for future a Extinction rebellion), vediamo che l’universo valoriale giovanile è molto lontano da quello che ha in mente l’intera classe politica, finanziaria e imprenditoriale. Una cosa confermata dall’annuale rapporto di Reuters Institute, che ribadisce ciò che ormai era ampiamente noto a tutti: i bisogni informativi dei giovani hanno poco a che fare con i media e i commentatori mainstream, si rivolgono perlopiù a figure nuove come creator e podcaster che si esprimono su YouTube e TikTok.

Una generazione che non è di sinistra in senso tradizionale

Ma la cosa sorprendente, tornando al voto referendario, è che l’immaginario della Gen Z si è materializzato nelle cabine elettorali. Un’inattesa mobilitazione politica, anche se informale e non dichiarata. Che però i leader progressisti farebbero bene a non considerare acquisita alla loro causa in modo automatico. Perché quella generazione non è di sinistra in senso tradizionale, ma ideologicamente anti-autoritaria.

Vi ricordate le Sardine? Era il 2019 e sparirono in fretta

Non va però dimenticato che nel 2019 prese vita il movimento delle Sardine, che riempì strade e piazze dell’Emilia-Romagna nell’imminenza delle elezioni regionali che ipotizzavano come probabile la vittoria del candidato leghista. Quella mobilitazione giovanile fu imponente e decisiva per l’affermazione del governatore progressista Stefano Bonaccini. Ma il Covid-19, con la stessa rapidità con la quale era montato, spense e poi cancellò quel movimento nascente del quale è rimasto a malapena il ricordo.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Un flash-mob delle Sardine nel 2019 (foto Ansa).

Le lotte sociali per avere successo devono essere collettive

Quella falsa partenza però, affinché non si ripeta, sollecita gli interessati a considerare alcune questioni fondamentali che la prospettiva storica evocata agli inizi consente di mettere a fuoco. Le lotte sociali per avere successo devono essere collettive. Da soli, come portatori di rivendicazioni e istanze giuste ma particolari, non si va da nessuna parte. I movimenti si formano su obiettivi di lotta condivisi da varie e ampie categorie sociali.

I problemi e le emergenze non riguardano più il sistema, bensì gli individui

Mi rivolto dunque siamo è una celebre esortazione nonché libro di Albert Camus che risalta con più forza in una società oggi dispersa, polverizzata e dove i problemi e le emergenze (si parli di ambiente o di disuguaglianze economiche) non riguardano più le istituzioni, il sistema, bensì gli individui. Non esiste più la povertà, bensì i poveri. La differenza non è di poco conto, visto che le riforme vere, cioè capaci di incidere sul corpo della società e sulla vita delle persone, si sono fatte sulla scia del ‘68, dopo una stagione di lotte collettive condotte sulle piazze, nelle scuole e università, sui luoghi di lavoro. Dall’istituzione del Servizio sanitario nazionale alla chiusura dei manicomi, passando per il riconoscimento del diritto al divorzio e all’aborto: siamo nel decennio Settanta. Del 1970 è lo Statuto dei lavoratori.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Il libro di Albert Camus.

Può sembrare banale ricordare conquiste sociali fondamentali, che oggi peraltro sono sotto attacco. Non lo è sottolineare che opporsi, ribellarsi, dire no è fondamentale, ma non è sufficiente. Serve un progetto e un movimento politico che traduca in azione valori e aspettative di Millennial e soprattutto zeerers. E metta per esempio fine a stipendi da fame e riequilibri il rapporto fra salari dei giovani e pensioni.

Dopo la pandemia sono aumentati solo i posti malpagati

Secondo i dati 2024-25, l’assegno pensionistico risulta essere mediamente superiore alla retribuzione netta d’ingresso dei giovani. Lo stipendio dei figli nel trascorso decennio era il 36 per cento in meno di quello dei padri. Dopo la pandemia sono aumentati solo i posti malpagati; e alla disoccupazione crescente nella classe d’età 18-34 ha fatto riscontro l’aumento dell’occupazione degli over 55.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Un cameriere impegnato nell’allestimento di una sala da pranzo (foto Ansa).

Ma, concludendo, per provare a riformare un sistema così sgangherato servono due pre-condizioni fondamentali. Che i giovani tornino a fare politica e cerchino leader generazionali. Ossia leadership in grado di rappresentare gli interessi e le istanze della loro generazione. Perché è evidente anche a un cieco che i ventenni e trentenni di oggi non possono essere rappresentati e guidati da boomer. A maggior ragione se anziché essere vecchi saggi come Bernie Sanders sono vecchi e irreparabili narcisti come Donald Trump.

Short Movie: L’anima e la mente

L'anima e la mente

Cos'è l'anima? È possibile ricrearla artificialmente, usando strumenti elettronici?

L'anima è la congiunzione di mente e corpo e cuore, che operano in armonia. Questo pensa Miles Heston, scienziato con un'ossessione: ricreare l'anima, in particolare l'anima di qualcuno che gli era molto vicino. Con Jack Erdie, visto in diverse serie tv, nella parte di Miles e Molly Miller nella parte di Sarah, Trial 54 è scritto e diretto da David Rohrer. Guarda il video: Trial 54 - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Short Movie - 28 marzo 2026 - articolo di S*

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra

La “cenciata” ricevuta da Giorgia Meloni è stata notevole. In cambio la presidente del Consiglio ha riversato la sua furia contro se stessa, o meglio contro il suo governo. Teste che saltano, richieste di dimissioni pubbliche dopo non essere riuscita a ottenerle in privato. Sembra una prova di forza ma è un’inevitabile prova di debolezza.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Giorgia Meloni nel suo messaggio post sconfitta referendaria (Fb).

Prima il problema era Salvini, poi Vannacci: ora è il resto d’Italia

La leader di Fratelli d’Italia vuole far vedere chi è che comanda. E visto che non ci riesce di fronte al Paese, è costretta a farlo almeno nel suo esecutivo, soprattutto nel suo partito. Sono di Fratelli d’Italia, o in quota FdI, quelli che hanno perso il posto. Questo potrebbe farci intuire qualcosa su quale sarà il destino della legislatura, che forse è già finita anche se si dovesse votare davvero nel 2027. Meloni non può non radicalizzarsi, perché prima il problema era Matteo Salvini, poi è diventato Roberto Vannacci, ora il problema è il resto dell’Italia. Il popolo sta con i magistrati, e come si fa a dare contro il popolo, quello che ti ha appena bocciato la riforma della separazione delle carriere dei magistrati?

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’ex generale ora potrebbe servire e lui rilancia

Con Salvini, Meloni aveva raggiunto un punto d’equilibrio tenendolo a bada, soprattutto sulla politica estera, vera cartina di tornasole per capire se le cose funzionano in un matrimonio politico, cioè in una coalizione. Di Vannacci ha preferito accettarne le contraddizioni; il generale è in piena distonia sulla guerra con l’esecutivo, ma non lo si può mandare a farsi un giro, perché serve tutto, anche un partitino d’estremisti. Non gli si chiede niente, ma neanche gli si dice: arrivederci, grazie. Il generale in pensione stesso lo sa e adesso rilancia, aprendo pure a Firenze la prima sede provinciale italiana di Futuro Nazionale (all’inaugurazione, sabato, in piazza Tanucci, parteciperanno oltre a Vannacci, il coordinatore nazionale e consigliere regionale Massimiliano Simoni e il deputato Edoardo Ziello; sono attese manifestazioni e contestazioni da sinistra).

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La riscoperta del buon vecchio manettarismo di destra

Nell’accettare la presenza del vannaccismo, Meloni cerca di evitare di scoprirsi a destra, ma l’unico modo che ha per contrastarne lo spirito è radicalizzarsi. E qui potrebbe arrivare la novità più grossa dal referendum. La presidente del Consiglio potrebbe persino riscoprire il buon vecchio manettarismo di destra, che qualcuno dentro Fratelli d’Italia le consiglia di recuperare. In fondo aver ghigliottinato Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè appartiene a quello spettacolo splatter che piace alle masse, che non vedono l’ora di vedere cadere i potenti, specie con disonore.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Daniela Santanchè (Imagoeconomica).

La premier rischia di autoisolarsi nel suo cerchietto magico

La campagna elettorale è appena cominciata, la presidente del Consiglio rischia di autoisolarsi, chiusa nel suo cerchietto ultra magico. Di Meloni si è sempre detto che è popolare, nel senso di vicina al popolo, di nazionalpopolare, capace di capire gli umori della gente, perché che cosa c’è meglio di essere stati una vita all’opposizione per una che si sente l’underdog della politica italiana? Il problema è che il Palazzo contamina, la prospettiva della presidenza del Consiglio può persino far prendere abbagli. C’è differenza fra il Paese legale e il Paese reale. Quello reale si è abbattuto, domenica e lunedì scorsi, su chi sembrava fosse attrezzata e pronta a tutto, dal cuore gitano di Andrea Giambruno al ciuffo incollerito di Donald Trump che attacca mezzo mondo – il Venezuela, l’Iran – e lei lì a fare l’amica degli americani. E invece Meloni ha scelto la via più semplice, ha scaricato i Fardelli d’Italia che avrebbe dovuto scaricare mesi fa e cerca una difficile riconferma alle elezioni politiche dell’anno prossimo, quando, è vero, non ci saranno i magistrati a dare una mano alla campagna elettorale del centrosinistra (forse), ma senz’altro non sarà tutto in discesa come è stato fin qui.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Giorgia Meloni e sullo schermo Donald Trump (Imagoeconomica).

Il consiglio del vecchio maestro Rampelli

Un leader accorto potrebbe anche sentirsi paradossalmente sollevato. In fondo la prima vera sconfitta è arrivata dopo quattro anni di governo e c’è ancora almeno un anno prima di raddrizzare la barca. È stata una sorpresa arrivata non all’ultimo, ma al penultimo momento. Forse Meloni fa in tempo a rispolverare il giustizialismo di destra, come sembra indicarle l’antico maestro Fabio Rampelli quando dice che la gente è interessata ai reati sociali, non a quelli mediatici. E ci siamo intesi.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Fabio Rampelli (Ansa).

Stati Uniti-Costa Rica, accordo sui migranti: cosa prevede

La Costa Rica si unisce a un numero crescente di Paesi in Africa e nelle Americhe che hanno firmato accordi controversi (e spesso segreti) con gli Stati Uniti di Donald Trump sul tema migranti. Il governo di San José ha infatti reso noto di aver accettato di ricevere ogni settimana 25 persone espulse dagli Usa.

Cosa prevede l’intesa siglata da Washington e San Josè

In base all’accordo, la Costa Rica potrà accettare o rifiutare i trasferimenti proposti. Una volta arrivati nel Paese, i migranti espulsi dagli Stati Uniti riceveranno un permesso di soggiorno temporaneo: il loro status sarà poi stabilito secondo le leggi che regolano l’immigrazione. San José ha assicurato che eviterà di rimpatriare i migranti che rischiano di essere perseguitati nei Paesi d’origine. Per quanto riguarda i costi, Washington si farà carico delle spese di trasferimento, mentre vitto e alloggio in Costa Rica saranno coperti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ovvero l’agenzia delle Nazioni Unite dedicata a promuovere la giustizia sociale e i diritti lavorativi internazionalmente riconosciuti.

Stati Uniti-Costa Rica, accordo sui migranti: cosa prevede
Rodrigo Chaves Robles, presidente della Costa Rica (Ansa).

I Paesi che hanno già stretto accordi simili con gli Usa

Come detto, la Costa Rica si aggiunge a una serie di Stati che hanno firmato accordi simili con gli Usa, nel tentativo di rafforzare i rapporti diplomatici con l’Amministrazione Trump, a seguito di forti pressioni della Casa Bianca. Tra essi il Sud Sudan, l’Honduras, il Ruanda, la Guyana e diversi Stati insulari caraibici, come la Dominica e Saint Kitts e Nevis.

Calenda contro Conte che attacca Meloni: «Tu scodinzolavi dietro a Trump»

Mentre Elly Schlein cerca di ricompattare le opposizioni, queste si dividono sulla spesa militare. Tutto è partito da un post di Giuseppe Conte che ha attaccato il governo di Giorgia Meloni per aver aumentato gli investimenti nella difesa. «Dopo giorni difficili per il governo», scrive il leader del M5s, «un riconoscimento per la premier: quello di Rutte della Nato per aver superato in un solo anno il 2 per cento del pil sulle spese militari». Conte specifica che si tratta di «45 miliardi» e di un aumento di «12 miliardi in un anno», e poi affonda: «E ora si corre verso il 5 per cento firmato da Meloni su spinta di Trump».

Calenda: «Dimostri di essere inadatto a fare il premier»

In risposta a queste sue dichiarazioni è arrivato un post di Carlo Calenda: «Magari. Avremmo bisogno di una difesa più forte e moderna. In realtà è una cosmesi contabile. Ti ricordo poi che l’obiettivo del 2 per cento è stato da te confermato quando eri Presidente del Consiglio e scodinzolavi dietro Trump. Questo post mostra chiaramente perché sei del tutto inadatto a ridiventarlo».

La Russia ha designato come agente straniero il co-regista di ‘Mr Nobody Against Putin’

Il ministero della Giustizia di Mosca ha designato come agente straniero il russo Pavel Talankin, co-regista assieme all’americano David Borenstein del documentario Mr Nobody Against Putin, di recente vincitore del premio Oscar. La pellicola racconta di come lo Stato russo indottrini gli scolari in tempo di guerra, tra assemblee, riunioni, serate di gala e lezioni. La pellicola è basata su filmati girati da Talankin in una scuola elementare della città uralica di Karabash (dalla quale proviene) dopo l’invasione dell’Ucraina. Nel 2024 Talankin, che insegnava proprio in quell’istituto, ha lasciato la Russia, portando con sé il materiale video. Da allora vive in Repubblica Ceca. Il 26 marzo un tribunale russo ha vietato la distribuzione del film in tutto il Paese.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio

Mentre in tutta Italia migliaia di imprese, associazioni ed enti sono impegnati nella redazione e nell’approvazione dei bilanci d’esercizio 2025, affiancati dai commercialisti chiamati a garantire correttezza formale, trasparenza e rispetto delle norme, nel cuore della categoria emerge un nodo che sta facendo discutere.

Bilancio non sottoposto all’approvazione di un’assemblea con valore legale

Al centro del confronto c’è il bilancio del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili (Cndcec), guidato da Elbano De Nuccio, che secondo l’attuale normativa (il decreto legislativo 139/2005) non è sottoposto all’approvazione di un’assemblea con valore legale. Una situazione che molti, all’interno della professione, giudicano quantomeno paradossale: proprio l’organo che rappresenta i professionisti chiamati ogni giorno a vigilare sui bilanci altrui, infatti, non sarebbe tenuto a passare da quel vaglio assembleare che costituisce uno dei cardini della vita degli Ordini territoriali e delle società.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio
Il presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, Elbano De Nuccio, con la premier Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).

Malumori e perplessità in diversi settori della categoria

La questione assume un rilievo ancora maggiore alla luce della riforma dell’ordinamento professionale. Nel testo trasmesso dal Consiglio nazionale al parlamento e recepito nel disegno di legge 2628, secondo i critici non sarebbe stata inserita alcuna norma che possa colmare questa lacuna. Un’assenza che ha alimentato malumori e perplessità in diversi settori della categoria.

Problemi di coerenza istituzionale e trasparenza interna

A intervenire, però, sono stati i parlamentari, che hanno presentato 49 emendamenti al ddl. Tra questi, due in particolare puntano a introdurre l’obbligo di approvazione del bilancio del Consiglio nazionale da parte dell’assemblea dei 132 presidenti degli Ordini territoriali, sul modello di quanto avviene da sempre per i bilanci degli Ordini locali. Una misura che, per molti osservatori, rappresenterebbe un elemento minimo di coerenza istituzionale e di trasparenza interna.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio
Elbano De Nuccio con Antonio Tajani (foto Imagoeconomica).

I conti non tornano nonostante l’aumento della quota annuale

Le critiche non si fermano qui. A suscitare discussione sono anche i numeri del bilancio 2025 del Consiglio nazionale, descritto da più parti come caratterizzato da uscite superiori alle entrate per alcuni milioni di euro, nonostante l’aumento della quota annuale di 20 euro. Uno squilibrio che, secondo i contestatori, sarebbe stato coperto utilizzando liquidità accumulata negli anni precedenti, vale a dire risorse provenienti dalle quote versate dagli iscritti.

Alcuni emendamenti sono considerati strategici

Nel dibattito rientrano anche altri emendamenti considerati strategici da Ordini e sindacati di categoria, già sollevati nel corso delle audizioni parlamentari: dalla valorizzazione degli Ordini territoriali alla tutela della sopravvivenza di quelli più piccoli, dal tema delle competenze professionali alla richiesta che eventuali specializzazioni siano accompagnate da ambiti di esclusiva, fino al sostegno ai neo-iscritti e alla garanzia di una quota di minoranza all’interno del Consiglio nazionale.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio
Elbano De Nuccio col ministro della Giustizia Carlo Nordio (foto Imagoeconomica).

In questo clima, alcuni Ordini si sono già mossi per sensibilizzare i parlamentari dei rispettivi territori, chiedendo sostegno a quegli emendamenti ritenuti necessari per correggere quelle che vengono definite «dimenticanze» del testo promosso dalla governance nazionale.

Irritazione per l’aumento degli emolumenti

Sul fondo resta una crescente insoddisfazione della base, che giudica la riforma insufficiente e guarda con preoccupazione anche l’andamento delle spese del Consiglio nazionale, compresi gli aumenti degli emolumenti destinati al presidente e ai consiglieri nazionali. Il prossimo passaggio decisivo è fissato per il 15 aprile, quando i presidenti degli Ordini sono chiamati a esprimersi. A quel punto si capirà se prevarrà l’indicazione proveniente dagli iscritti dei territori oppure se, in un ulteriore paradosso tutto interno alla categoria, il voto finirà comunque per rafforzare la leadership di Elbano De Nuccio.

Gli Stati Uniti sono certi di aver distrutto solo un terzo dell’arsenale missilistico iraniano

Secondo cinque fonti vicine all’intelligence americana, citate da Reuters gli Stati Uniti possono affermare con certezza di aver distrutto solo circa un terzo del vasto arsenale missilistico iraniano, in un mese di attacchi contro la Repubblica Islamica. Lo stato di circa un altro terzo dei missili è meno chiaro, ma è probabile che i bombardamenti statunitensi e israeliani abbiano danneggiato, distrutto o seppellito in tunnel e bunker sotterranei altrettanti missili.

Gli Stati Uniti sono certi di aver distrutto solo un terzo dell’arsenale missilistico iraniano
Donald Trump (Ansa).

L’Iran ha ancora una scorta significativa di missili e droni

Una delle fonti ha affermato che le informazioni di intelligence sono simili anche per quanto riguarda i droni. Tale stima dimostra che, nonostante i proclami di Donald Trump, l’Iran possiede ancora una scorta significativa di missili e droni da utilizzare subito. E che potrebbe essere in grado di recuperarne altrettanti, una volta cessati i combattimenti.

Gli Stati Uniti sono certi di aver distrutto solo un terzo dell’arsenale missilistico iraniano
Il Pentagono (Imagoeconomica).

Gli attacchi Usa avrebbero colpito 10 mila obiettivi militari

L’Amministrazione Trump ha dichiarato di voler indebolire l’esercito iraniano affondando le navi della Marina, distruggendo le sue capacità missilistiche e di droni e assicurandosi che la Repubblica Islamica non possieda mai un’arma nucleare. Gli attacchi statunitensi, secondo il Comando Centrale, hanno colpito oltre 10 mila obiettivi militari iraniani e hanno affondato il 92 per cento delle grandi navi militari di Teheran. Tuttavia, il Pentagono si è rifiutato di specificare con precisione quanta parte delle capacità missilistiche o di droni dell’Iran sia stata effettivamente distrutta.

Il tribunale di Milano ordina a Corona di rimuovere i video su Signorini

Il tribunale di Milano ha ritenuto i contenuti diffusi da Fabrizio Corona su Alfonso Signorini «lesivi dell’onore, della reputazione e della riservatezza», non «giustificati dal diritto di cronaca o di critica, in assenza dei requisiti di verità, pertinenza e continenza». Pertanto, ha confermato l’ordine all’ex re dei paparazzi di rimuovere dagli hosting provider e dai social media i messaggi audio e video da lui pubblicati durante la sua trasmissione Falsissimo. Dovrà poi pagare 750 euro per ciascuna violazione delle misure indicate e per ciascun giorno di ritardo nell’esecuzione. Il tribunale ha inoltre affermato che non vi è alcun elemento concreto che consenta di ritenere sussistente l’ipotesi di estorsioni sessuali attribuite a Signorini, rilevando come tali accuse siano state diffuse come fatti certi senza adeguata verifica e senza riscontri oggettivi.

Sondaggi politici, chi vincerebbe le primarie del centrosinistra?

Mentre nel centrosinistra si discute delle modalità per designare il leader della coalizione – con le primarie che sembrano essere la via più accreditata -, un sondaggio effettuato dall‘istituto Izi e pubblicato sul quotidiano Domani indica le preferenze degli italiani in merito. In base alla rilevazione, Giuseppe Conte è risultato favorito alle eventuali primarie del campo largo, ottenendo la preferenza del 36,1 per cento degli elettori dell’ala progressista interpellati. Agli intervistati è stato chiesto chi preferissero tra Giuseppe Conte, Silvia Salis, Elly Schlein e Nicola Fratoianni /Angelo Bonelli (questi ultimi due in alternativa). Se poi la rosa dei candidati viene ristretta a tre nomi (Conte, Salis, Schlein), i sostenitori dell’ex premier del M5s salgono addirittura al 42,6 per cento. A sorpresa, in entrambi i casi al secondo posto si piazza la sindaca di Genova Silvia Salis, che batte l’attuale segretaria dem Elly Schlein.

L’Iran minaccia di colpire gli hotel dei Paesi del Golfo dove alloggiano soldati Usa

L’Iran ha minacciato di colpire gli hotel dei Paesi del Golfo che stanno ospitando personale militare degli Stati Uniti. Lo ha detto Abolfazl Shekarchi, portavoce delle forze armate di Teheran, parlando sulla tv statale: «Quando gli americani vanno in un albergo, allora dal nostro punto di vista quell’albergo diventa americano». Molti soldati americani sono stati trasferiti in hotel e altre strutture edifici dei Paesi del Golfo, dopo che le basi militari in cui erano di stanza sono state attaccate dalla Repubblica Islamica. Secondo i media, il Pentagono si prepara a inviare in zona altri 10 mila soldati, cosa che garantirebbe a Donald Trump ulteriore flessibilità nei negoziati con l’Iran. Secondo Axios, una decisione definitiva sarà presa la prossima settimana. Intanto il presidente Usa ha posticipato ancora i paventati raid contro il settore energetico iraniano.

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Il compleanno rovinato di Santanchè e il plotone d’esecuzione di Stefania Craxi: le pillole del giorno

La data del 7 aprile era evidenziata bene sull’agenda: doveva essere una grande festa, per il 65esimo compleanno di Daniela Santanchè. E invece tutto è stato rovinato dalle dimissioni «auspicate» dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Un numero, quel 65, che nell”immaginario evoca il diritto ad andare in pensione, anche se poi l’addio al lavoro viene spostato sempre più in là. Così pare un “collocamento a riposo”, quello subito dall’ex Pitonessa, che per ora se ne sta in Versilia nel suo buen retiro a Marina di Pietrasanta. Santanchè intanto ha incassato anche l’appoggio ruvido di Vittorio Feltri che sul Fatto Quotidiano la definisce sì una «furbacchiona», ma «detto ciò», aggiunge, «ha ragione: questa cazzata qui del referendum, che cosa c’entra con le sue dimissioni? È un assurdità, una manovra politica insensata». Ma il 7 aprile è una data da cerchiare in rosso anche per Palazzo Chigi, visto che scadrà il taglio delle accise e andrà messo in conto un incremento di 25 centesimi. Ma tanto ormai il referendum è passato, ed è stato pure perso male.

Il compleanno rovinato di Santanchè e il plotone d’esecuzione di Stefania Craxi: le pillole del giorno
Daniela Santanchè con Vittorio Feltri (Imagoeconomica).

Attenta Daniela, per Ignazio sei una «risorsa»

Ma quale sarà il futuro politico di Santanchè? Nonostante le voci che la vorrebbero in avvicinamento alla formazione di Vannacci, è quasi impensabile che l’ex ministra cambi mise, mollando il movimento a cui tiene tanto, come ha scritto nella missiva a Giorgia Meloni. A sgomberare il campo da retroscena fantasiosi ci pensa anche l’amico dell’ex Pitonessa Ignazio La Russa. Il presidente del Senato al Corriere lo esclude, «perché conosco Daniela e perché lei stessa nella sua lettera — che le rende giustizia e onore — ha scritto che per lei la cosa più importante era preservare l’amicizia con Giorgia e il futuro di FdI. E non si scrivono certe cose se si vuole andare via». La Russa va pure oltre. Daniela, assicura, «non sarà certo un peso» per il partito, ma una «risorsa». Visto l’uso che di quel termine si fa dalle parti della Fiamma (e pure di Via Bellerio), fossimo in Santanchè non dormiremmo sonni proprio sereni.

Il compleanno rovinato di Santanchè e il plotone d’esecuzione di Stefania Craxi: le pillole del giorno
Daniela Santanchè con Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

La prima scivolata di Stefania Craxi

Appena ricevuto l’incarico di capogruppo al Senato, al posto del “defenestrato” Maurizio Gasparri, in nome di un fantomatico rinnovamento di Forza Italia, Stefania Craxi affrontando i cronisti ha ben pensato di uscirsene con una battuta (o lapsus): «Calma non scappo. C’è un plotone d’esecuzione davanti». Una citazione (involontaria, si spera) di Giusi Bartolozzi, l’ormai ex capo gabinetto di Carlo Nordio epurata proprio per aver usate le stesse parole contro la magistratura. Partiamo bene.

Del Debbio scherza su Vespa

La «cortese e sottomessa preghiera» che nella serata del 25 aprile Bruno Vespa ha rivolto ai vertici Rai perché altre trasmissioni di approfondimento dell’azienda non si sovrapponessero ai suoi spazi, non è passata inosservata. Per lo meno a Mediaset.

Giovedì sera infatti Paolo Del Debbio si è tolto un sassolino dalla scarpa. Anche lui aveva due appuntamenti su Rete4: Quattro di sera nel preserale e Dritto e rovescio in prima serata. E al termine del primo ha detto che non voleva sforare per non far imbufalire il conduttore che veniva dopo di lui. Cioè lui medesimo.

Gaza, cosa prevede il piano che il Board of Peace di Trump ha presentato ad Hamas

Secondo il piano che sarebbe stato presentato ad Hamas la scorsa settimana dal Board of Peace di Donald Trump, l’organizzazione islamista dovrà consentire la distruzione della sua vasta rete di tunnel nella Striscia di Gaza. E non opporsi al disarmo. Lo riporta Reuters, che ha visionato il documento e parlato con due funzionari palestinesi.

Gaza, cosa prevede il piano che il Board of Peace di Trump ha presentato ad Hamas
Donald Trump (Imagoeconomica).

La timeline di otto mesi illustrata nel documento

Il documento presentato a Hamas è sostanzialmente diviso in due parti: un testo in 12 punti intitolato “Passaggi per completare l’attuazione del piano di pace globale di Trump per Gaza” e l’indicazione di una timeline di otto mesi, che dovrebbe iniziare con l’assunzione del controllo della sicurezza nella Striscia da parte di un comitato di tecnocrati palestinesi sostenuto dagli Stati Uniti, e concludersi con il ritiro completo delle forze israeliane una volta «verificata l’assenza di armi a Gaza».

Il disarmo di Hamas è un punto cruciale del piano di Trump

Il disarmo di Hamas è un punto critico nei negoziati per attuare il piano di Trump per Gaza e consolidare il cessate il fuoco iniziato a ottobre 2025, che ha posto (più o meno) fine a due anni di operazioni militari da parte dell’IDF. Hamas è però reticente a deporre le armi, che si ritiene siano state in gran parte trasportate e immagazzinate nei tunnel sotto Gaza. Il documento sottolinea che tutte le fazioni armate della Striscia, compresa la Jihad islamica, dovranno partecipare al processo di disarmo, che sarà supervisionato dai tecnocrati palestinesi del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza.