Sciopero 7-8 settembre 2026: orari, fasce di garanzia e chi si ferma

In arrivo il primo sciopero dei treni di settembre. I macchinisti e i capitreno aderenti all’Assemblea nazionale del personale di macchina e di bordo hanno confermato una protesta di 24 ore che prenderà il via nella serata di lunedì 7 settembre, alle ore 21, e si concluderà martedì 8 settembre alla stessa ora. L’agitazione coinvolgerà il personale del Gruppo Fs italiane, di Italo e di Trenord. Durante lo sciopero, i treni potrebbero subire cancellazioni, ritardi e variazioni – anche prima dell’inizio e dopo la sua conclusione. Le informazioni aggiornate sui collegamenti garantiti sono disponibili sui canali digitali delle imprese ferroviarie, presso le biglietterie e attraverso il personale di assistenza clienti.

Le fasce di garanzia

Come previsto dalla normativa sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali, i treni già in viaggio al momento dell’inizio dell’agitazione raggiungeranno comunque la destinazione finale se questa è raggiungibile entro un’ora dall’avvio dello sciopero. Per il trasporto regionale sono inoltre assicurati i servizi minimi nelle fasce orarie di maggiore affluenza, ovvero dalle 6 alle 9 e dalle 18 alle 21. Per conoscere nel dettaglio i collegamenti intercity, eurocity e alta velocità garantiti è possibile consultare gli elenchi pubblicati da Trenitalia e Italo sui rispettivi siti.

Ingroia aderisce a Controcorrente, il movimento di La Vardera

Antonio Ingroia è entrato a far parte di Controcorrente, il movimento dell’ex inviato de Le Iene Ismaele La Vardera. Alla base della decisione, ha spiegato l’ex pubblico ministero, «la condivisione di valori che converge in una visione politica nella quale la legalità rappresenta un elemento centrale e non negoziabile». L’ingresso di Ingroia, pm del processo sulla trattativa Stato-mafia e oggi avvocato, riguarda esclusivamente al movimento regionale siciliano di Controcorrente: pertanto manterrà contestualmente i suoi ruoli di presidente di un movimento politico nazionale come Azione Civile e della Fondazione Spazio Legalità.

Ingroia aderisce a Controcorrente, il movimento di La Vardera
Ismaele La Vardera (Imagoeconomica).

«Metterò a disposizione la mia esperienza e il mio impegno nella difesa della legalità e della Costituzione per supportare il movimento nella sua attività, con l’obiettivo di contribuire alle istanze di cambiamento ormai non più differibili, che vogliamo portare avanti insieme», ha dichiarato Ingroia. In vista delle Politiche del 2027, Controcorrente a fine luglio aveva ufficializzato la federazione con Progetto Civico Italia, movimento politico fondato da Francesco Onorato, assessore del Comune di Roma, guidato in Sicilia da Carmelo Miceli.

Ingroia aderisce a Controcorrente, il movimento di La Vardera
Antonio Ingroia (Imagoeconomica).

Ingenito: La cultura ha bisogno di una regia

di Erika Noschese

Una porta danneggiata alla Pinacoteca Provinciale, un materasso abbandonato nei pressi dell’Archivio di Stato e, soprattutto, diversi luoghi della cultura chiusi proprio nella prima domenica del mese, quando l’apertura gratuita dovrebbe rappresentare una delle principali occasioni per cittadini e turisti di conoscere il patrimonio culturale della città. Sono questi, secondo Agostino Ingenito, presidente Abbac Associazione B&B, Affittacamere, Case Vacanze, Locazioni, alcuni segnali di una criticità più ampia che riguarda la gestione e, soprattutto, il coordinamento dell’offerta culturale di Salerno. «Fare un giro culturale per Salerno significa ancora oggi rendersi conto di quanto questa città possieda un patrimonio storico, artistico e monumentale di enorme valore. Ma significa anche imbattersi in situazioni che fanno riflettere e che non possono essere liquidate come semplici episodi di incuria», sostiene Ingenito. Il riferimento è anche a quanto accaduto durante la prima domenica del mese, giornata nella quale l’accesso gratuito ai luoghi della cultura dovrebbe diventare un’occasione di promozione e partecipazione. «Diversi siti risultano chiusi, altri non sono inseriti in un percorso coordinato e manca una comunicazione complessiva capace di far comprendere cosa sia realmente visitabile e in quali orari», sottolinea il presidente Abbac. Per Ingenito è proprio questo il punto centrale: «Non basta avere monumenti, musei, chiese, archivi e palazzi storici. Occorre fare in modo che siano accessibili, riconoscibili e inseriti in un sistema». Una questione che, secondo il presidente dell’associazione, va oltre la semplice manutenzione dei beni e chiama direttamente in causa il tema della governance culturale. «Se proprio nella giornata simbolicamente dedicata alla fruizione pubblica della cultura il visitatore trova porte chiuse o informazioni frammentarie – osserva – significa che non siamo più davanti soltanto ad una questione di manutenzione. Siamo davanti ad una mancanza di coordinamento culturale». Da qui la domanda posta da Ingenito: «Chi coordina oggi la politica culturale di Salerno?». Una domanda che, precisa, non vuole trasformarsi in una polemica contro l’amministrazione, ma diventare l’occasione per avanzare una proposta concreta. «Salerno ha bisogno di una strategia culturale riconoscibile, continuativa e condivisa», afferma, indicando nella nuova fase amministrativa guidata da Vincenzo De Luca un possibile momento per rimettere il tema al centro dell’agenda cittadina. La proposta è quella di istituire un Tavolo permanente della Cultura e del Patrimonio di Salerno, coinvolgendo Comune, Provincia, Ministero della Cultura attraverso i propri istituti territoriali, Diocesi e tutti gli altri soggetti pubblici e privati che siano titolari o gestori di beni culturali presenti sul territorio. L’obiettivo sarebbe superare la frammentazione delle competenze e costruire una strategia unitaria. «Il turista, lo studioso o semplicemente il cittadino che percorre Salerno non distingue le competenze amministrative. Non può sapere se un portone appartenga al Comune, un museo alla Provincia, un archivio allo Stato o una chiesa alla Diocesi. Vede Salerno. E giudica Salerno nel suo insieme». Tra i luoghi indicati come strategici c’è la Pinacoteca Provinciale, ospitata nello storico Palazzo Pinto di via Mercanti, ma anche l’Archivio di Stato, i complessi monumentali, le chiese e gli altri edifici storici che compongono il patrimonio culturale cittadino. Il primo obiettivo del tavolo, secondo Ingenito, dovrebbe essere una ricognizione complessiva dello stato del patrimonio: manutenzione, accessibilità, orari di apertura, segnaletica, servizi di accoglienza, personale disponibile, programmazione delle mostre e degli eventi, oltre alla comunicazione e alla promozione. Da qui potrebbe nascere un vero itinerario culturale unitario, sia fisico sia digitale, capace di collegare luoghi oggi presentati separatamente. «Si potrebbe immaginare un unico calendario delle aperture, una mappa dei siti visitabili, percorsi tematici condivisi, visite guidate coordinate, comunicazione congiunta, segnaletica comune e collegamenti tra musei, chiese, archivi e palazzi storici», propone Ingenito. Anche la prima domenica del mese potrebbe diventare un appuntamento strutturato. «Potrebbe trasformarsi ogni mese in una sorta di “Domenica della Cultura di Salerno”, un appuntamento stabile, riconoscibile, promosso unitariamente da tutti gli enti coinvolti». Una strategia che avrebbe ricadute non soltanto culturali, ma anche turistiche ed economiche. «La cultura può diventare uno degli elementi più importanti dell’economia turistica salernitana, soprattutto se permette alla città di essere attrattiva durante tutto l’anno e non soltanto in occasione dei grandi eventi», evidenzia il presidente Abbac. E proprio le criticità emerse nelle ultime settimane, secondo Ingenito, dovrebbero essere lette come un’opportunità per cambiare approccio. «Le fotografie di una porta danneggiata, di un materasso abbandonato o di ingressi chiusi proprio nella domenica dedicata alla cultura non devono servire a costruire l’ennesima polemica social. Devono essere considerate un campanello d’allarme». La richiesta, dunque, è quella di superare una gestione «per compartimenti stagni» e costruire una visione complessiva. «Comune, Provincia, Stato e Diocesi siedano finalmente allo stesso tavolo. Si parta dalla manutenzione e dal decoro, certamente. Ma si arrivi molto più lontano: a una visione comune della cultura, a una programmazione pluriennale, a un calendario coordinato e a una vera strategia di valorizzazione». Salerno, conclude Ingenito, «possiede già quasi tutto ciò che serve: musei, archivi, chiese, palazzi, testimonianze della Scuola Medica Salernitana, stratificazioni medievali e moderne e una storia che dialoga naturalmente con il Mediterraneo. Quello che manca, oggi, è soprattutto mettere tutto questo a sistema».

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La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti

In casa della Leonardino Del Vecchio editore ci si muove tra i curriculum di cani da tartufi, penne deliziose e giovani raffinati analisti, i cui nomi sono tutti annotati nel taccuino di Mario Orfeo, l’uomo deputato a costruire la gioiosa macchina da guerra che farà di Quotidiano Nazionale un giornale coi controfiocchi. Almeno a guardare le ambizioni e i soldi messi in quantità per realizzarle.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).

Intanto però Leonardino, controverso erede di una dinastia che si sta dilaniando sull’eredità del padre, un merito ce l’ha: è anche grazie a lui se il morente mercato dei giornalisti si è improvvisamente ravvivato. Per anni non si muoveva foglia. Chi aveva una poltrona se la teneva stretta, chi la perdeva difficilmente ne trovava un’altra e gli editori, quando sentivano pronunciare la parola assunzione, d’istinto pensavano alla Madonna di Ferragosto.

Rimesso in movimento un settore dato per spacciato

Adesso invece si compra, si vende e soprattutto si paga. E pare anche parecchio. Merito di Del Vecchio, ma anche dei vari Theo Kyriakou e Alberto Leonardis, nuovi padroni di Repubblica e Stampa, che hanno rimesso in movimento un settore dato per spacciato.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti

Il vero deus ex machina resta però lui, Lmdv, specie adesso che può disporre come crede delle sue azioni Luxottica, per la soddisfazione delle banche che, avendogli prestato tanti soldi, cominciavano a spazientirsi. Dopo aver rilevato QN, cioè i quotidiani degli eredi Riffeser, ed essere salito al 30 per cento del Giornale (ma l’intenzione prima o poi è di prenderselo tutto), si è lasciato convincere da un’idea piuttosto controcorrente: che per fare i giornali servano i giornalisti. Così ha aperto il portafoglio e dato mandato al buon Orfeo di prenderne un bel manipolo.

Preso anche il Gianni Letta dell’editoria italiana

Nel frattempo ha irrobustito anche la componente manageriale con Francesco Dini, una specie di Gianni Letta dell’editoria italiana. Uno che con discrezione è passato da Carlo De Benedetti a John Elkann e adesso a Del Vecchio senza colpo ferire, sopravvivendo a proprietà e cambi della guardia. Dote non secondaria in un ambiente dove i padroni cambiano più spesso di chi li consiglia.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
Francesco Dini (foto Imagoeconomica).

Resta da capire se Leonardino abbia capito fino in fondo in che mestiere si è infilato. Perché lui compra un po’ di tutto, dalle acque minerali ai ristoranti, dagli stabilimenti balneari alle case di produzione cinematografiche, e il sospetto è che consideri i giornali un’altra tessera da aggiungere al mosaico piuttosto variegato che sta mettendo insieme. Solo che un giornale non è un’acqua minerale e nemmeno un bagno sulla spiaggia: oltre a comprarlo, bisogna sapere che cosa farne. Ma questo, eventualmente, è un discorso che viene dopo.

Orfeo ha cominciato puntando ai bersagli grossi

Orfeo, ex direttore di Repubblica, dei telegiornali della Rai e di tanto altro, ha cominciato puntando ai bersagli grossi: Guido Boffo, che si era quasi accasato a Il Gazzettino di Venezia, e Mattia Feltri, che stazionava senza grandi prospettive alla guida dell’HuffPost per di più orfano di quel “Buongiorno” che quotidianamente lo gratificava di complimenti.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti

Ma la campagna acquisti è tutt’altro che conclusa. Sul taccuino di Orfeo ci sono Carmelo Caruso ed Ermes Antonucci del Foglio, Mattia Ferraresi di Domani, Alessandro Da Rold della Verità e Giacomo Salvini del Fatto Quotidiano. Poi gli opinionisti, da Edoardo Nesi a Pietrangelo Buttafuoco passando per Roberto Regoli, e altri che si aggiungeranno.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
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La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti

Leonardino del resto non bada a spese. E qui viene la parte che appassiona maggiormente le redazioni: gli stipendi. Si parla di cifre favolose che, secondo quello che nella letteratura orale si definisce racconto cumulativo, crescono passando di bocca in bocca. Uno guadagna 100, ma chi lo riferisce lo fa arrivare a 150, che dopo un caffè con uno che la sa più lunga sono già 200, fino all’ora dell’aperitivo, quando il fortunato con quel che prende potrebbe tranquillamente comprarsi un attico. Vero, falso? Poco importa. La notizia è che da parecchio tempo a nessuno passava per la testa di invidiare lo stipendio di un giornalista.

Cuzzocrea ha rifiutato la direzione dell’HuffPost

Il movimento non riguarda soltanto la nascente editoriale di Del Vecchio. L’uscita di Feltri dall’HuffPost ha lasciato libera una casella per la quale si era pensato ad Annalisa Cuzzocrea. Lei ci ha riflettuto e alla fine, a meno di un ripensamento all’ultimo minuto, ha preferito restare vicedirettrice di Repubblica. Non tutte le promozioni, viste da vicino, hanno necessariamente l’aria di esserlo.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
Annalisa Cuzzocrea (foto Imagoeconomica).

Adesso all’HuffPost dovranno cercare un altro direttore. E magari, già che ci sono, anche un modello di business sostenibile, visto che dalla nascita il sito ha una certa familiarità con il rosso dei bilanci. A Repubblica, intanto, Stefano Cappellini dovrebbe presto liberarsi di quell’interim che, appiccicato a un direttore, somiglia tanto a una data di scadenza.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
Stefano Cappellini (Ansa).

Insomma, è tornato il calciomercato delle penne, liturgia che sembrava sepolta. Per 15 anni il settore ha conosciuto una sola direzione: l’uscita. Tagli, prepensionamenti, incentivi all’esodo: il giornalista, da depositario di un certo status, era diventato solo una voce di costo. Poi internet, i social, i bilanci in perdita, l’intelligenza artificiale, e ogni piano industriale finiva sempre allo stesso modo, col taglio dei redattori. Ora che le copie scendono, le edicole chiudono e da vent’anni si celebra il funerale della carta stampata, qualcuno ha ricominciato a cercarli. E perfino a pagarli molto bene.

Forse il valore di un giornale sta anche in quelli che lo fanno

Potrebbe essere il canto del cigno. Si sa che gli ultimi esemplari di una specie, quando diventano rari, acquistano valore. Oppure può darsi che i nuovi editori abbiano riscoperto una banalità che i vecchi avevano dimenticato: nell’epoca in cui tutti scrivono, postano e commentano, si ergono a influencer di non si sa bene cosa, un giornale ha ancora bisogno di qualcuno capace di trovare una notizia e magari anche di scriverla bene. Sarebbe una discreta vendetta della storia su chi pensava che il problema dei giornali fossero i giornalisti. Adesso che sono diminuiti, e i lettori pure, fatti due conti si è scoperto che forse il valore di un giornale stava anche in quelli che lo facevano.

Vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt: chi è Ulrich Siegmund, “l’uomo più pericoloso di Germania”

Storica vittoria dell’estrema destra tedesca di Alternative für Deutschland in Germania. Nel piccolo land della Sassonia-Anhalt, dove vive il 3 per cento della popolazione tedesca, AfD ha trionfato alle elezioni regionali col 44,5 per cento dei voti: consensi raddoppiati in cinque anni, peraltro in una tornata elettorale che ha registrato un’affluenza attorno all’80 per cento. Crollo della Cdu: i cristiano-democratici sono precipitati al 18 per cento, la metà delle preferenze dell’ultima volta. L’AfD non è riuscita a conquistare la maggioranza assoluta: ha infatti ottenuto 41 scranni su 83. Ne manca uno per governare la Sassonia-Anhalt e quindi per avere come presidente il leader regionale Ulrich Siegmund: la Bündnis Sahra Wagenknecht ha aperto a una possibile collaborazione con l’ultradestra: «Decideremo sempre in base alla sostanza», ha dichiarato Claudia Wittig, che era la candidata di punta del partito, fondato tre anni fa da alcuni dissidenti di Die Linke.

Vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt: chi è Ulrich Siegmund, “l’uomo più pericoloso di Germania”
Manifesto elettorale di Ulrich Siegmund (Ansa).

Chi è Ulrich Siegmund

Siegmund, che recentemente lo Spiegel ha definito “l’uomo più pericoloso della Germania”, è nato il 25 ottobre 1990 a Havelberg, pochi giorni dopo la riunificazione tedesca. Ed è cresciuto a Tangermünde, altro piccolo centro della Sassonia-Anhalt, dove vive tuttora con moglie e figlia. Ha studiato economia aziendale e psicologia economica e, prima di dedicarsi alla politica, ha lavorato nel settore commerciale: aveva infatti fondato un’azienda di deodoranti per ambienti. Il suo percorso politico è iniziato nella Cdu, poi il passaggio nel 2014 all’AfD, con cui due anni dopo è stato eletto al parlamento della Sassonia-Anhalt, dove dal 2022 è copresidente del gruppo del partito. Seguitissimo su Tik Tok (dove ha 660 mila follower) e Instagram, amante delle motociclette, nell’ufficio ha appeso un ritratto di Otto von Bismarck ed è considerato uno dei leader più radicali di AfD: nel 2023 partecipò alla riunione segreta che si tenne nel 2023 nei pressi a Berlino, durante la quale attivisti dell’estrema destra discussero un piano di remigrazione per espellere dalla Germania milioni di persone di origine straniera. Prima delle elezioni regionali era stato scelto come candidato presidente del land col 97 per cento dei voti.

Vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt: chi è Ulrich Siegmund, “l’uomo più pericoloso di Germania”
L’arrivo in moto di Ulrich Siegmund al seggio elettorale (Ansa).

Antonio Vassallo: “L’insegnamento di papà, non abbassare mai la testa”

di Arturo Calabrese

Antonio Vassallo, figlio del sindaco pescatore, si apre in un’intervista profonda.

Come vede, guardando ai recenti fatti processuali, il domani?

“Ogni anno è che passa è un anno differente. Quest’anno abbiamo già un processo. Un’altra parte di processi inizierà ora il 2 novembre, quindi già è qualcosa che è almeno iniziato. Non ci sono stati i rinvii a giudizio che noi speravamo, però abbiamo un quadro molto chiaro per quanto riguarda la vicenda, per quanto riguarda quello che è successo prima, durante e dopo. Quindi sì, sono attimi di dolore, sono attimi di ricordo. Ora siamo molto concentrati sul processo e vogliamo assolutamente che quanto prima possibile venga alla luce la verità”.

Sui social ha scritto parole forti…

“Le cose dette a caldo sono sempre quelle di cui poi a volte ci si può pentire. Erano cose che pensavo all’epoca e purtroppo, ahimè, le penso ancora. Ci sta a volte un mancato senso di fiducia nei confronti delle procedure, nei confronti di quelle che sono le nuove riforme. In questo caso la riforma Cartabbia non ha agevolato il rinvio a giudizio di Cagnazzo che oggettivamente ha compiuto un’attività di depistaggio per la quale, a mio modestissimo parere, poteva essere rinviato a giudizio per poter andare a dibattimento”.

Notizia degli ultimi giorni è l’uscita di un libro…

“Penso che siano progetti importanti. La paura che abbiamo noi familiari è che a volte se ne parli fin troppo poco di questa vicenda. E attraverso il libro è un ricordo che rimarrà, rimarrà negli anni e io spero solamente di essere all’altezza di poter ricordare la figura straordinaria che era papà. È una parte molto intima, si parla molto di aspetti personali. È nato un po’ come sotto forma di sfogo raccontando alcune cose che mi andava di raccontare e aprirmi ai lettori che spero apprezzeranno. E poi c’è tutta una parte investigativa che racconta quello che è successo, è una ricostruzione molto chiara come lo è chiara oggi assolutamente per me”.

Qual è il sentimento che ogni anno si rinnova?

“Secondo me è importantissimo, vorrei sempre essere lì, essere presente a ricordare papà, non solo il 5 settembre, in ogni giornata manifestativa che lo ricorda, che lo intitola, indipendentemente da tutto il resto. Per me è importante che ci siano queste manifestazioni, il 5 settembre e anche in altre giornate. È importante che si ricordi, che si racconti, che si parli di papà, non solo per come è andata quella maledetta notte, ma per quello che è stato il suo straordinario lavoro. Quindi, ben venga ogni giornata di ricordo e spero che ogni anno ce ne siano sempre di più di manifestazioni che ricordano la figura di papà”.

Qual è l’insegnamento che ha lasciato Angelo?

“In questi giorni, pure con le ultime evoluzioni che ci sono state, mi verrebbe da dire di non abbassare mai la testa, anche quando si è in una situazione di svantaggio. Abbiamo visto le ultime querele di questi giorni, che sono state così piacevolmente accolte. Io credo che in realtà non c’era nessun presupposto per condannare né Le Iene, né zio Dario, né zio Massimo. A volte veramente ci riguardiamo e ci sorprendiamo di talune decisioni. Forse a volte sono state dette cose molto più gravi del servizio delle Iene, dove non riesco a capire qual è la cosa così grave per cui ci sia una condanna per quello che è stata, secondo loro, una diffamazione. E quando ci sono, purtroppo, evoluzioni come queste, l’insegnamento è quello di non abbassare mai la testa e continuare a urlare la sete di verità. Quindi assolutamente non servirà questo per riuscire a fermare la nostra sete di verità, la nostra sete di giustizia e cercare di capire assolutamente chi ha tutte le responsabilità per questa vicenda. C’è poi un’eredità importante che è quella della responsabilità.  Abbiamo una grande responsabilità nei confronti dei più giovani, ma anche nei confronti delle identità che portiamo. Cerchiamo sempre di essere all’altezza di quello che lui è stato, di quello che lui ha rappresentato e a volte è anche molto difficile. Per chi l’ha conosciuto sa bene di cosa parlo, papà era veramente una persona singolare, una persona fuori dei generi e quindi è sempre difficile riuscire a capire che cosa è stato, non solo il coraggio di quella notte, ma la vita intera legata alla comunità”.

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Tim, Labriola e i manager aderiscono all’opas di Poste

Tim ha comunicato che l’amministratore delegato Pietro Labriola e i dirigenti con responsabilità strategiche del Gruppo hanno portato in adesione le azioni detenute all’opas (offerta pubblica di acquisto e scambio) totalitaria volontaria promossa da Poste italiane. L’offerta è di 1,67 euro cash e 0,218 azioni del gruppo postale di nuova emissione per ogni azione Tim consegnata. Il corrispettivo è stato ritenuto congruo dal punto di vista finanziario dal cda del Gruppo, che ne ha valutato positivamente il razionale e le prospettive industriali. L’adesione del top management si è chiusa nella scorsa settimana e i dettagli relativi alle singole operazioni saranno resi pubblici attraverso le comunicazioni di internal dealing, si legge in una nota. Salvo proroga con una finestra di riapertura dal 20 al 25 settembre, la chiusura dell’opas è fissata per l’11 settembre e venerdì 4 settembre le adesioni erano il 5,4 per cento. Percentuale che ha fatto salire la quota di Poste intorno al 25 per cento, ancora lontano dall’obiettivo minimo del 66,67 per cento.

Salerno. I genitori della “Mazzetti” in rivolta

di Erika Noschese

A pochi giorni dalla riapertura dei cancelli scolastici, esplode l’indignazione e la protesta dei genitori degli alunni frequentanti il plesso “Mazzetti” del quartiere Pastena, facente parte dell’Istituto Comprensivo “Alfano-Quasimodo” di Salerno. Una vertenza che trascina da mesi una profonda sensazione di esasperazione tra le famiglie, costrette ad assistere al costante e inesorabile decadimento della struttura di quartiere senza che alle parole rassicuranti delle istituzioni abbiano mai fatto seguito interventi risolutivi o manutenzioni concrete. A testimoniare in maniera inequivocabile la gravità della situazione vi sono le immagini scattate dagli stessi genitori all’esterno del plesso, scatti che immortalano una condizione di evidente incuria e abbandono: vegetazione incolta e erbacce selvatiche che infestano gli accessi e le aree esterne, intonaci visibilmente sgretolati e degradati lungo le pareti perimetrali, sporcizia accumulata nello spiazzo antistante l’ingresso e persino catene arrugginite a presidiare i cancelli d’accesso. Una cartolina ingenerosa e desolante per un luogo che dovrebbe garantire decoro, sicurezza e accoglienza ai bambini del territorio. “Siamo ormai giunte al limite della pazienza di fronte a una situazione di completo abbandono che si trascina da anni senza risposte”, spiegano le madri riunite in un comitato spontaneo per far sentire la propria voce e denunciare quanto sta accadendo all’interno e all’esterno del plesso scolastico. “Qualsiasi iniziativa portata avanti per il bene dell’istituto viene mossa in estrema buona fede, con l’unico scopo di garantire che i nostri figli possano affrontare il proprio percorso di studi nel miglior modo possibile, all’interno di un ambiente sicuro, dignitoso e adeguato sotto il profilo dell’istruzione e della civiltà. È inconcepibile che gli spazi esterni versino in condizioni di tale degrado, con erba altissima mai tagliata, sporcizia ovunque e una totale assenza di manutenzione ordinaria e straordinaria. Abbiamo dovuto assistere per mesi persino alle perdite d’acqua causate da tubi rotti non riparati lungo i muri perimetrali, con pozzanghere perenni che costringevano i bambini a percorsi tortuosi pur di accedere agli spazi scolastici, per non parlare dei rifiuti e della sporcizia mai rimossi dallo spiazzo dove i piccoli dovrebbero poter transitare in sicurezza. Più volte sono state avanzate rassicurazioni e promesse di interventi di tinteggiatura o di bonifica del giardino, ma ad oggi la situazione è rimasta identica e le famiglie si sentono completamente abbandonate al proprio destino”. Oltre alle carenze strutturali e igienico-sanitarie legate alla manutenzione degli spazi interni ed esterni, la preoccupazione più grande delle famiglie riguarda la gestione complessiva dei servizi e la sorte stessa del plesso Mazzetti, minacciato da una progressiva contrazione delle iscrizioni che fa temere una chiusura programmata a breve termine. Negli ultimi anni la mancata formazione delle prime classi ha ridotto drasticamente la popolazione scolastica, portando a una riorganizzazione del plesso che accorpa solo poche sezioni rimanenti e costringe le famiglie a continui disagi logistici. A questo si aggiunge la carenza di spazi dedicati all’attività motoria, che richiede trasferimenti a piedi degli alunni verso altre strutture dell’istituto comprensivo anche nei mesi invernali, con evidenti disagi e continue sospensioni delle attività in caso di avverse condizioni meteorologiche. “Siamo andate a parlare con la dirigenza scolastica, siamo state accolte con cortesia e ci sono stati promessi mari e monti, ma nei fatti non si è mosso nulla”, incalzano le rappresentanti dei genitori. “Già la precedente gestione aveva chiaramente ventilato ad alcune madri l’ipotesi che la scuola fosse destinata alla chiusura definitiva, e purtroppo i fatti sembrano confermare quella direzione. La sensazione diffusa è che si stia deliberatamente lasciando morire il plesso Mazzetti per poi accorpare tutto definitivamente presso la sede principale della Quasimodo, trattando la nostra scuola come l’ultima ruota del carro. Molte famiglie che avevano iscritto qui i propri figli si sono viste costrette a frammentare la gestione dei propri bambini, iscrivendoli in plessi e istituti differenti con continui spostamenti per la città e disagi enormi per l’organizzazione familiare. Per anni abbiamo beneficiato della presenza di personale docente e collaboratori scolastici di eccellente livello, professionisti qualificati che amano i bambini e si battono quotidianamente per garantire la vivibilità della scuola, ma non si può pensare di scaricare unicamente sul personale o sulle buone intenzioni delle famiglie la tenuta di una struttura pubblica. Vogliamo che la scuola rimanga aperta, che si garantisca il rispetto dei diritti dei nostri figli e che si intervenga tempestivamente per restituire alla struttura il decoro e la dignità che merita. Non siamo disposte ad accettare in silenzio che la scuola di quartiere venga smantellata pezzo dopo pezzo”. La protesta delle madri del plesso Mazzetti rappresenta dunque un grido d’allarme rivolto direttamente alla dirigenza dell’Istituto Comprensivo “Alfano-Quasimodo” e alle istituzioni locali responsabili dell’edilizia scolastica e della manutenzione urbana. I genitori chiedono risposte chiare e trasparenti sui piani futuri legati alla tenuta del plesso, oltre a un piano d’intervento immediato che possa risanare le criticità igieniche e strutturali accumulate negli anni, evitando che una struttura fondamentale per il tessuto sociale di Pastena venga definitivamente abbandonata all’incuria.

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Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps

Nel grande Palio bancario che da mesi tiene occupati governo, banchieri e retroscenisti, Federico Freni ha improvvisamente cambiato contrada. E siccome non è un passante ma il sottosegretario all’Economia, per di più leghista, la cosa merita qualche attenzione. A Cernobbio ha definito l’Opas di Intesa Sanpaolo su Mps «strutturata, importante e intelligente», liquidando invece la contromossa di Luigi Lovaglio come «difensiva» e «meno strutturata». Parole abbastanza nette da non poter essere archiviate nella cartella delle dichiarazioni diplomatiche. Tanto più che, fino a questo momento, dalle parti del governo le simpatie sembravano pendere decisamente verso Siena

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Federico Freni (Ansa).

La difesa bipartisan della senesità del Monte

Giorgia Meloni aveva già fatto capire di non gradire l’ipotesi dello «smembramento» del Monte che seguirebbe alla vittoria di Intesa, con una parte degli sportelli destinata al sistema Unipol-Bper. Adolfo Urso, ancora domenica, è tornato sulla necessità di preservare l’integrità di Mps. E attorno alla banca più antica d’Italia si era formato uno di quegli schieramenti trasversali che in politica nascono quando gli interessi in gioco sono così importanti da prevalere sulle appartenenze. A difesa della senesità del Monte si era infatti schierata anche una parte del Pd, custode di una memoria territoriale che evidentemente sopravvive alle disavventure del passato. Il rapporto tra la sinistra e Mps non ha bisogno di essere ricordato ai senesi, e forse nemmeno agli azionisti che pagarono caro il conto dell’acquisizione di Antonveneta e della successiva crisi, conclusa con il salvataggio dello Stato.  

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Adolfo Urso (Imagoeconomica).

Le rassicurazioni di Cimbri

Nel frattempo Carlo Cimbri con una lunga intervista al Sole 24 Ore aveva però provveduto a togliere qualche argomento ai difensori dell’identità senese, assicurando che il Monte avrebbe conservato nome e radicamento territoriale. Dettaglio non proprio irrilevante: Cimbri è il presidente di Unipol, la cassaforte assicurativa cresciuta dentro quel mondo cooperativo che per decenni ha rappresentato uno degli architravi economici della sinistra italiana. Così, mentre pezzi del Pd si preoccupavano della sorte di Siena, proprio dal mondo delle cooperative arrivavano rassicurazioni sul fatto che l’operazione Intesa non avrebbe cancellato Mps dalla carta geografica. 

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Carlo Cimbri (Imagoeconomica).

Freni cambia le geometrie della Lega

Poi è arrivato Freni. Che, oltre a essere sottosegretario al Mef, porta sulla giacca il distintivo della Lega. Matteo Salvini non perde occasione per prendersela con le grandi banche, e soprattutto con le due più grandi, Intesa e UniCredit, accusate di gigantismo e chiamate più volte a contribuire, con i loro profitti, alle necessità dei conti pubblici. Freni, invece, ha appena promosso senza troppi giri di parole l’operazione costruita da Carlo Messina. Naturalmente un conto sono gli extraprofitti e un altro le aggregazioni bancarie. Ma Freni da tempo gravita nell’orbita di Giancarlo Giorgetti, che dentro il Carroccio rappresenta una sensibilità assai diversa da quella salviniana. Non a caso proprio Giorgetti lo aveva indicato per la presidenza della Consob, prima che il veto di Forza Italia, contraria a mettere un esponente politico alla guida dell’Authority, lo convincesse a ritirarsi. La sua sortita su Mps finisce quindi inevitabilmente dentro le geometrie di una Lega nella quale il segretario non sembra più avere il monopolio della linea. C’è Salvini che picchia sui colossi bancari, c’è Freni che frena e  promuove l’operazione del più grande di quei colossi. E c’è Giorgetti che, il giorno dopo, rimette prudentemente la palla al centro proclamando la «totale neutralità» del Tesoro.  

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Federico Freni e Giancarlo Giorgetti (Ansa).

Il fronte governativo pro-Lovaglio si incrina

Forza Italia, dal canto suo, ha scelto una posizione più semplice e anche più coerente con la propria tradizione: a decidere dovrà essere il mercato. Antonio Tajani lo ha ripetuto a Cernobbio. Mps va del tutto privatizzata e saranno gli azionisti a stabilire se sia migliore il progetto di Intesa o quello di Lovaglio. Una posizione che consente agli azzurri di non arruolarsi esplicitamente con Messina, anche se simpatizzano con le sue ragioni, ma soprattutto di non finire nella trincea senese. A restarci sono soprattutto Fratelli d’Italia e quella parte del partito che vede nell’autonomia del Monte qualcosa da preservare. È qui che l’uscita di Freni assume un peso che va oltre il giudizio tecnico sulle due operazioni. Perché rompe l’immagine di una maggioranza di governo schierata con Lovaglio e lascia intravedere, anche sul risiko bancario, sensibilità molto diverse. 

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Antonio Tajani e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’ombra francese e la partita per Generali

Dietro c’è poi un’altra storia, che da Siena porta direttamente a Trieste passando per Milano e Parigi. Luigi Bisignani l’ha raccontata sul Tempo mettendo al centro non Mps ma Generali. La sua tesi è che la catena delle operazioni immaginate da Lovaglio possa finire per rafforzare enormemente la presenza francese nel risparmio gestito italiano. Il passaggio è questo. Crédit Agricole è già il primo azionista di Banco Bpm. Se Mps conquistasse Bpm, i francesi si ritroverebbero con un peso rilevante anche nel capitale del Monte. E Mps, dopo aver conquistato Mediobanca, si trova ormai nel cuore del sistema che porta a Generali. Crédit Agricole, Bpm, Mps, Mediobanca, Generali: basta unire i puntini per capire perché qualcuno, a Roma, cominci a guardare con una certa apprensione verso Parigi. 

Risiko bancario, cosa racconta l’uscita di Freni su Intesa-Mps
Il logo di Generali (Imagoeconomica).

Due patriottismi finanziari per due conclusioni contrarie

È il rovescio più curioso dell’intera vicenda. Chi sostiene Lovaglio lo fa anche in nome della difesa di un campione italiano e dell’autonomia di Siena, chi ne diffida teme invece che proprio quella costruzione possa consegnare ai francesi una leva importante sul risparmio gestito nazionale. Due opposti patriottismi finanziari che conducono a conclusioni perfettamente contrarie. E forse è per questo che la battaglia è diventata così politica. Non si discute più soltanto di quale offerta sia migliore, ma di chi controllerà cosa quando il rumore delle armi sarà cessato. Mps, Banco Bpm, Mediobanca e Generali sono ormai caselle della stessa scacchiera e ogni mossa ne sposta almeno un’altra. In teoria, ma in tempi di sovranismo e golden power agitati a vanvera, dovrebbe decidere il mercato. Giorgetti proclama la neutralità del Tesoro, Tajani invita la politica a stare fuori dalle banche e lo stesso Freni assicura che la quota del Mef non servirà a condizionare l’esito della partita. Nel frattempo ministri, sottosegretari e leader di partito discutono ogni giorno di chi debba comprare chi. Il mercato, insomma, sarà anche sovrano, ma intorno c’è troppa gente che lo vuole condizionare. 

Agropoli, Apicella: “Centro visite casa dell’outdoor”

È iniziato ad aprile il percorso che punta a fare del Centro Visite Trentova-Tresino un punto di riferimento per le attività outdoor del territorio. L’amministrazione comunale di Agropoli ha affidato alla Pro Loco Agropoli Terra & Mare APS il coordinamento delle attività, con l’obiettivo di mettere in rete sentieri, associazioni, operatori, iniziative ed esperienze all’aria aperta.

In pochi mesi sono già arrivati i primi risultati sul fronte della collaborazione tra le diverse realtà del territorio. Un primo banco di prova è stato l’OpenVillage del 5 e 6 settembre, che ha coinvolto numerose associazioni e registrato una significativa partecipazione di visitatori.

Il percorso, però, è soltanto all’inizio. Nei prossimi mesi amministrazione comunale e Pro Loco intendono rafforzare ulteriormente la collaborazione e ampliare progressivamente la rete, con particolare attenzione alla valorizzazione dei sentieri, del patrimonio naturalistico e del turismo esperienziale e sostenibile. L’obiettivo è rendere il Centro Visite sempre più vivo, organizzato e operativo durante tutto l’anno, trasformandolo nel punto di riferimento per le attività all’aria aperta dell’area Trentova-Tresino.

Risultato, questo, di cui va orgoglioso l’assessore a turismo Roberto Apicella: «Abbiamo creduto fin dall’inizio nella necessità di mettere in rete tutte le energie e le realtà che operano nell’ambito delle attività all’aria aperta. I risultati di questi primi mesi ci confermano che la strada intrapresa è quella giusta.

Il Centro Visite deve diventare sempre di più la casa dell’outdoor: un luogo capace di coordinare associazioni, sentieri, iniziative ed esperienze e una porta d’ingresso privilegiata per conoscere e vivere Trentova-Tresino. Nei prossimi mesi rafforzeremo ulteriormente questo percorso insieme alla Pro Loco Terra & Mare e a tutte le realtà che vorranno contribuire. Siamo solo all’inizio e sono convinto che questo progetto abbia ancora grandi potenzialità di crescita».

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Forza Italia Campania, la farsa del congresso tra spaccature e ricorsi

di Andrea Fortunato

Ci vuole un certo coraggio – o un’incurabile dose di incoscienza politica – per definire il prossimo congresso regionale di Forza Italia in Campania come «un nuovo inizio». Alla vigilia dell’assise fissata per il 9 settembre, quello che dovrebbe essere il momento supremo di sintesi e visione strategica di un partito di governo si sta trasformando in una parata burocratica al limite del grottesco. Più che a una grande kermesse democratica fondata sul dibattito e sul confronto delle idee, la classe dirigente azzurra si sta preparando a mettere in scena una rappresentazione dove il copione è già scritto, ma gli attori principali si stanno affrontando a colpi di ricorsi, contestazioni e carte bollate. Se si osserva la mappa del partito sul territorio campano, il quadro che emerge è impietoso. Da Salerno a Caserta, passando per l’Irpinia, non si contano più i ricorsi, gli esposti e le denunce formali. Parlamentari di peso, consiglieri regionali, amministratori e storici dirigenti locali parlano apertamente di “farsa da azzerare”. Contestano elenchi del tesseramento resi inaccessibili, convocazioni phantom nei territori, stravolgimenti delle regole e una gestione dell’organizzazione che sembra finalizzata non già a misurare il consenso reale tra gli iscritti, ma a blindare d’autorità la riconferma del gruppo dirigente uscente capeggiato da Fulvio Martusciello. Dall’altra parte, la maggioranza uscente risponde sciorinando elenchi di firme, numeri da plebiscito bulgaro e presunte percentuali di gradimento da capogiro, fingendo che oltre la soglia delle proprie stanze vada tutto bene. Ma la politica, quella vera, non si fa con i comunicati trionfalistici redatti a tavolino né con le guerre di cifre sugli iscritti. Continuare a narrare la favola di un partito solido e coeso mentre le singole province esplodono tra accuse di opacità e tentativi di estromissione della minoranza è una pura operazione di autoinganno. La realtà è che Forza Italia in Campania si presenta all’appuntamento del 9 settembre tagliata esattamente a metà, attraversata da spaccature profonde che nessun applauso d’ordinanza al congresso potrà mai ricucire. Andare a celebrare una resa dei conti interna in queste condizioni, a pochissimi mesi dalle scadenze elettorali più rilevanti degli ultimi anni per il futuro della Regione e dei principali capoluoghi, equivale a un vero e proprio suicidio politico. Una condotta del genere denota una totale incapacità di lettura dei tempi e dei contesti. Il centrodestra campano si gioca partite decisive per la propria credibilità istituzionale e per l’alternativa di governo; eppure, la sua componente liberale e moderata preferisce consumarsi in un logorante regolamento di conti tra correnti, incapace di offrire una proposta politica credibile e unitaria agli elettori. L’aspetto più paradossale di questa parabola autodistruttiva riguarda la gestione del consenso. La dirigenza azzurra continua a ripetere lo slogan delle “porte aperte” alle nuove adesioni, alla società civile, agli amministratori e alle energie fresche del territorio. La cruda verità è che, mantenendo il partito in uno stato di perenne e tossica conflittualità, quelle porte spalancate servirebbero solo a far scappare a gambe levate i militanti storici, i quadri dirigenziali disillusi e tutti quegli elettori moderati che non intendono più fare da spettatori a questo scontro di potere. Chi lascerà Forza Italia, esasperato da un metodo di gestione che azzera il merito e premia il fedelismo di fazione, non smetterà di fare politica. E qui si consuma il danno peggiore: la dispersione di questa classe dirigente andrà inevitabilmente a beneficio di altre forze politiche. Partiti che magari possiedono radici ideologiche, culture politiche e riferimenti valoriali profondamente diversi da quelli del liberalismo berlusconiano, ma che si mostreranno pronti a raccogliere i frutti dell’implosione azzurra. Regalare consensi, competenze e radicamento territoriale ai propri concorrenti – alleati o avversari che siano – per il solo gusto di vincere una conta interna tra pacchetti di tessere è la dimostrazione palese di un’assoluta miopia politica. Non ci si può nascondere dietro un dito: non basta proclamare la centralità dei territori se poi i territori vengono sistematicamente commissariati nei fatti o privati della possibilità di esprimersi democraticamente. Un partito che ambisce a essere perno moderato della coalizione non può permettersi il lusso di liquidare le proteste di intere province come meri “pretesti procedurali”. Quando la contestazione coinvolge parlamentari in carica, consiglieri regionali ed esponenti di primo piano delle singole comunità locali, la questione cessa di essere formale per diventare tragicamente politica. Si faccia in modo, dunque, che questo congresso regionale venga svolto seriamente, restituendo agibilità democratica, garanzie e trasparenza a tutte le componenti in campo. Perché, se le premesse restano queste, la data del 9 settembre non segnerà l’inizio di alcun rinascimento politico. Al momento, l’unica sede idonea per ospitare l’assise di Forza Italia Campania non è un’elegante sala congressi, ma il reparto di pronto soccorso di un ospedale: l’unica struttura attrezzata per gestire la diagnosi di una chiarissima, dolorosa e scomposta frattura multipla.

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In ricordo di Nino Petrone

Suggestiva cerimonia all’insegna di sentimento e semplicità a Palinuro per ricordare Nino Petrone, con Salerno nel cuore la sua città, e che amava trascorrere le vacanze nella più nota tra le perle del Cilento contrassegnata dalle leggende di Ulisse narrate da Omero. Nino con la famiglia Adduci per oltre 40 anni soggiornava in una casa ad un piede dalla spiaggia nella zona porto da dove si muoveva per incontrare pescatori cui chiedere il pescato del giorno per poi dilettarsi ai fornelli. L’Idea del premio che Gianfranco Coppola, giornalista e presidente nazionale della USSI legato da profondissima ultraquarantennale amicizia a Nino, ha coinvolto associazioni sportive e amatoriali nel ricordo di un appassionato narratore. Premio per volontà dei tanti amici di Nino assegnato ai fratelli Nicola e Massimo Graniti, operatori turistici e calciofili per pratica e organizzazione di appuntamenti sempre seguitissimi come le sfide in canoa promosse da Alessandro gente che accoglieva e accompagnava Nino con la tipicità affettiva di una seconda casa o forse perfino la prima. Alla presenza della parente più vicina a Nino, l’avvocato Angela Falcone, una testimonianza di valori – espressa anche dal saluto inviato dal presidente del gruppo campano Ussi Mario Zaccaria – come amicizia condivisione che hanno caratterizzato la carriera dell’illustre giornalista persona perbene e ricco di tanti interessi: non solo sport ma musica, cinema, teatro. Autore di canzoni come Stadium storica sigla dei programmi sportivi Rai musicata da Oscar Prudente, Nino sarà ricordato anche il prossimo 26 settembre al Teatro Verdi di Salerno in occasione del premio Charlot con la sezione per il giornalismo. Il Riconoscimento verrà consegnato a Paolo Sommaruga storico volto del tg1 erede di Mollica dopo esserne stato compagno di viaggio alle grandi mostre del cinema da Venezia a Cannes da Berlino a Los Angeles.

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Paura a Castellamare, Bozhinov collassa a terra nel gran caldo

Momenti di paura allo stadio Menti di Castellamare di Stabia, in Campania, quando al 40′ del primo tempo Rosen Bozhinov, 21enne difensore del Pisa, è collassato in campo nella sfida di Serie B contro la squadra locale. I compagni di squadra e gli avversari sono accorsi preoccupati, mentre i sanitari sono arrivati rapidamente sul rettangolo verde per prestare soccorso al calciatore in preda a convulsioni. Bozhinov, apparentemente privo di sensi, è stato portato fuori dal campo in barella per poi essere trasportato in ambulanza presso l’ospedale locale. L’arbitro ha, quindi, disposto la sospensione dell’incontro, tra gli applausi del pubblico in apprensione, in attesa di avere informazioni più dettagliate sullo stato di salute dell’atleta. Il timore diffuso era che Bozhinov avesse accusato un problema cardiaco. E’ ancora fresco il ricorso dei momenti di terrore a Firenze per Edoardo Bove. Fortunatamente, per il difensore bulgaro si è trattato soltanto di un malessere dovuto al caldo, anche se rimane in osservazione in ospedale: Bozhinov, che fa sapere la Lega B “è sempre rimasto cosciente”, è stato vittima di una fortissima disidratazione che ha provocato convulsioni. L’episodio si è quindi risolto bene; in serata il calciatore è tornato in uno stato stato di salute ottimale, ma i medici hanno comunque preferito mantenerlo sotto osservazione nella struttura sanitaria. Non mancano però le polemiche, e non soltanto a Castellammare. In questi giorni, infatti, molte società, soprattutto in centro e sud Italia, hanno chiesto di posticipare i propri incontri in orari meno caldi proprio per trovare rimedio alle alte temperature di queste settimane. In serie C, il Perugia ad esempio è riuscito a far slittare per il caldo la partita contro il Pineto dalle 15 alle 21. Proprio i tifosi della Juve Stabia nei giorni scorsi avevano chiesto di non giocare in pieno pomeriggio e rinviare l’incontro di qualche ora in modo da evitare le ore più torride della giornata.l Pisa calcio ha pubblicato sul proprio profilo fb una foto di Rosen Bozhinov dall’ospedale con il giocatore che mostra il pollice alzato. Nel post il club spiega che il calciatore, “costretto ad uscire dal campo per un malore accusato al minuto 40 del primo tempo si trova attualmente sotto osservazione e sta eseguendo gli accertamenti del caso”. La società ringrazia “gli operatori sanitari per il pronto intervento, la società SS Juve Stabia per la fattiva collaborazione, la Lega Serie B e il direttore di gara per la comprensione e la vicinanza nei momenti di massima preoccupazione e concitazione”. Il club spiega anche di aver “scelto di non rilasciare dichiarazioni nel postgara per lasciare nella massima tranquillità tutti i propri tesserati in questa giornata non facile, dove il risultato sportivo passa in ogni caso in secondo piano; il pensiero di tutti è rivolto a Rosen nella speranza che quanto accaduto oggi diventi presto soltanto un brutto ricordo.

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Volpicelli regala il pari a Caserta

Casertana-Scafatese: 2-2

 

 

CASERTANA (3-5-2): De Lucia; Rocchi, Belli, Caporale (45’ Martino); Ouchadda, Mehic (45’ Bentivegna), Sandri (45’ Di Tacchio), Pezzella (66’ Girelli), Vezzoni; Castelli, Manconi (76’ Favale).

A disposizione: Schiedo, Magro, Kontek, Piovanello, Girelli, Favale, Colley, Bentivegna, Martino, Di Tacchio, Arzillo, Henin.

All: Vinicio Espinal

SCAFATESE (4-3-3): Becchi; Novella, Scognamiglio, Suhs, Guerra (53’ Bacchetti); Proia, Tripi (71’ Esposito), Toscano (76’ Ortisi); Palmieri (76’ Convitto), Longo (53’ Volpicelli), Emmausso.

A disposizione: Forte, Moio, Volpicelli, Esposito, Ortisi, Bacchetti, Convitto, Brunet, Molinaro, Terribili, De Michele, De Chiara, Ferrara.

All: Zeoli Michele

RETI: 28’ Novella, 58’ Manconi, 67’ Manconi, 90’ Volpicelli

Arbitro: Eduardo Gianquinto di Parma

Assistenti: Daniele De Chirico di Molfetta e Michele Fracchiolla di Bari

Una zampata di Emilio Volpicelli regala alla Scafatese un punto importante, dopo una gara in cui i canarini erano stati sia avanti di un gol, per poi ritrovarsi sotto nella ripresa.

Sul sintetico dell’Alberto Pinto di Caserta l’approccio alla gara degli uomini in maglia gialloblù è ottimo, i canarini hanno un piglio in più rispetto agli avversari e creano occasioni ghiotte; il rigore sbagliato da Emmausso è un duro colpo ma gli ospiti lo incassano bene e continuano a costruire, passano in vantaggio con Novella e vanno vicini al raddoppio con varie ripartenze. Nella ripresa la Caserana cambia ritmo e ribalta la gara con la doppietta del solito Manconi, già autore di 4 centri in questa stagione, ma al 90’ preciso Volpicelli sigla il primo gol stagionale mettendo il piede al momento giusto dopo la ribattuta di De Lucia.

La Scafatese muove nuovamente la classifica e sabato prossimo sarà di scena al Massimino di Catania.

PRIMO TEMPO

3’ Palla in verticale per Longo, tacco verso Emmausso che apre troppo il compasso e non colpisce lo specchio

5’ Bellissima giocata di Longo che protegge il pallone nel cerchio di centrocampo, si gira e parte verso l’area, allarga verso Emmausso che di destro vede la sua conclusione respinta da De Lucia

6’ Ancora bella transizione offensiva della Scafatese, Emmausso si trova a tu per tu con De Lucia che non può fare altro che stenderlo, costringendo il direttore di gara a decretare il rigore.

8’ Decisione confermata anche dopo l’FVS, dal dischetto si presenta Emmausso che apre il destro, De Lucia è bravissimo a distendersi e a respingere

10’ Gol annullato alla Casertana, Manconi parte ampiamente oltre la linea canarina e insacca ma il primo assistente alza la bandierina. Decisione confermata anche dopo revisione

28’ Scafatese in vantaggio, Novella va da Manzi, imbucata per Longo che di prima torna nuovamente da Novella, destro a giro del numero 35 che impatta sulla traversa e supera la linea. Il direttore di gara inizialmente non assegna la rete ma, dopo i controlli all’FVS, assegna il vantaggio ospite. 0-1

33’ Ancora Scafatese pericolosa in avanti, Proia non colpisce benissimo dopo l’ennesima sponda di Longo

34’ Dall’altro lato del campo brividi sulla schiena della retroguardia sugli sviluppi di angolo, il colpo di testa di Castelli esce di poco

39’ Occasione d’oro sciupata dalla Scafatese: Longo vince un contrasto spalla a spalla con Rocchi e si invola da solo verso la porta, aspetta l’accorrente Emmausso ma non riesce a ricamare bene il passaggio, trovando in controtempo il numero 90. Sugli sviluppi dell’azione lo stesso Emmausso riconquista la sfera ma poi spara alto

43’ Altro contropiede in superiorità numerica sciupato dai gialloblù: triangolazione Proia – Longo – Proia, il centrocampista canarino prova ancora ad allargare verso Emmausso ma non trova la giusta misura per il passaggio vincente

 

SECONDO TEMPO

56’ Altro calcio di rigore, questa volta in favore della Casertana, fischiato per una maglia trattenuta dagli sviluppi di angolo dalla sinistra.

58’ Dal dischetto Manconi spiazza Becchi. 1-1

64’ Risponde la Scafatese con una bellissima punizione di Emmausso, De Lucia si salva in angolo

67’ Casertana in vantaggio: bellissimo colpo di testa in tuffo di Manconi che confezione la sua doppietta. 2-1

80’ Giocata personale di Ortisi che poi prova il diagonale mancino, palla sull’esterno della rete

84’ Ci prova Volpicelli dal limite con un sinistro che si spegne a lato

90’ Pareggio della Scafatese: tiro cross di Convitto, De Lucia ribatte e Volpicelli è il più lesto di tutti a mettere la palla in rete. 2-2

93’ Punizione alta di Bentivegna dai 30 metri

96’ Triplice fischio finale, termina 2-2 la sfida del Pinto

 

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Cinema: Fantascienza cinema e tv in arrivo in settembre, torna Avengers: Endgame

Fantascienza cinema e tv in arrivo in settembre, torna Avengers: Endgame

Un settembre ancora più piatto di agosto: le cose più interessanti sono l'ennesimo reboot di Resident Evil e la riedizione di Avengers: Endgame

Un settembre moscissimo, in attesa della stagione inverarnale che porterà diversi titoli di grande rilievo. La novità maggiore è un film d'animazione Dreamworks, L’isola dimenticata. Poi c'è il nuovo reboot di Resident Evil e la nuova edizione di Avengers: Endgame. The Mandalorian And Grogu 3 settembre, film, Disney+. Reduce dallo scarso successo in sala, record negativo di incassi per un film di Star Wars, il “puntatone” di Mandalorian è arrivato in streaming su Disney+. Guarda il video: The Mandalorian and Grogu |... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - SERIE TV - Cinema - 7 settembre 2026 - articolo di S*

Paganese: Novelli: Nel primo tempo siamo stati quasi perfetti

Pagani. Come in coppa domenica sera, la Paganese resta sulla stessa scia anche alla prima di campionato. Vittoria maturata nella prima frazione di gioco. Prima Pierdomenico e poi Akammadu indirizzano una gara ostica non tanto per il valore dell’avversario ma per il caldo afoso che si respirava a Pagani in questa ennesima domenica estiva. L’Uni Pomezia ha fatto il suo ed ha cercato di limitare i danni giocando meglio, paradossalmente, sotto di due reti che quando il risultato era ancora in bilico. Tra gli scudi per gli ospiti l’attaccante Osorio croce e delizia di questo match visto che, prima ha riaperto la gara con un gol di pregevole fattura e poi si è fatto cacciare fuori dall’arbitro Bassetti di Lucca, che non ha accettato le proteste veementi per una visione diversa di un fallo. Se Osorio va in rete con qualità non da meno è stato il suo collega Franklyn Akammadu della Paganese che con una botta sotto l’incrocio dei pali non ha lasciato scampo all’estremo difensore Gariti. “Sono contento per la rete che ci ha permesso di andare al riposo sul doppio vantaggio. Non era facile giocare oggi con questo caldo. Le temperature sono ancora molto elevate e correre per 90 minuti ti toglie molte energie”. Il puntero che lo scorso anno è mancato per arrivare in testa fino alla fine del campionato quest’anno sembra lo si sia trovato. “A Pagani mi sono trovato subito bene. I compagni che già lo scorso anno era qui mi hanno accolto bene e mi sono integrato con serenità con il resto del gruppo. Giocare in una piazza come quella di Pagani ti da grandi stimoli e credo che un po’ tutti noi che facciamo questo sport vorremmo la domenica avere tanti tifosi al seguito che ti spingono a gettare il cuore oltre l’ostacolo”. Ventotto anni all’attivo punta centrale di 1,80 centimetri è quella punta di peso che se sta in giornata difficilmente lo annulli. “Diciamo che quest’anno per me è un anno importante e devo dire che è già iniziato bene. Lo scorso anno ho avuto diversi problemi e non ho potuto dimostrare tutto il mio valore però adesso mi sento bene e sto bene in questa nuova realtà per questo voglio recuperare tutto quello che ho lasciato per strada e fare bene con la Paganese”. Novelli ci conta molto e non ne fa a meno in ogni gara che la Paganese disputa. “Ho sentito subito che il mister ha grosse aspettative da me e per questo il mio impegno sarà sempre al massimo. Il mister durante la settimana ci fa lavorare tanto e ci stimola in ogni circostanza. Sa di calcio e cerca di darci le giuste direttive per cercare sempre di ottenere il massimo in ogni gara”. Un Novelli che è soddisfatto per l’inizio buono della sua squadra che tra coppa e campionato ha già dimostrato di avere le giuste potenzialità per arrivare quest’anno fino in fondo. “Iniziamo l’anno calcistico con una vittoria che fa classifica e morale. Non era facile giocare oggi con questo caldo però i ragazzi hanno dimostrato di avere una buona tenuta e di poter dire la loro anche in condizioni atmosferiche non certo ideali per una partita di calcio”. Il tecnico azzurrostellato poi sulla gara aggiunge. “Nel primo tempo siamo stati quasi perfetti poi nella ripresa abbiamo sbagliato qualcosa in uscita e nelle ripartenze ed abbiamo sprecato tanto anche sotto porta. Questo ovviamente va migliorato nel tempo anche perché quando domini l’avversario per 70/80 minuti poi non ti puoi permettere di vanificare tutto con qualche disattenzione. Io sono fiducioso anche perché siamo all’inizio ed i valori reali devono ancora uscire fuori. Per capire qualcosa in più bisogna aspettare almeno 6/7 gare e poi potremmo iniziare a capire meglio cosa possiamo aspettarci da questi ragazzi”. Paganese che comunque è tra le favorite del girone G della serie D visto che dopo la vittoria dei play off della passata stagione è riuscita a mantenere praticamente la stessa ossatura della passata stagione andando ad inserire più qualità in quei reparti che erano un po’ meno pronti”. Certo il mercato quest’anno ci ha portato più alternative soprattutto sugli esterni ed io aggiungerei anche calciatori con diverse caratteristiche che ci permetteranno di poter giocare anche in modo diverso all’occorrenza. Ripeto siamo solo alla prima giornata e bisogna ancora lavorare per cercare la giusta condizione. Quest’anno in attacco ho la possibilità di poter variare tanto. Cambiare i centrali o gli esterni all’occorrenza ma la stagione è lunga e diversi calciatori devono ancora trovare la giusta condizione. Il lavoro alla fine porterà i suoi frutti e noi lavoreremo sempre per cercare di dare soddisfazione alla nostra gente”. Raffaele Consiglio

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Dal negazionismo al termo-ottimismo: l’ottusità delle destre sul clima

Prima, la buona notizia: dopo avere ormai perso il conto delle ondate di calore susseguitesi nell’estate 2026, i negazionisti del cambiamento climatico stanno cominciando finalmente a rivedere le loro posizioni – parliamo dei negazionisti classici alla Claudio Borghi, quelli che chiedono il Var per ogni rilevazione barometrica e sostengono che faceva caldissimo anche nell’antica Roma, come dimostrano tutti quegli schiavi con i ventagli nel film peplum. E ora, le due cattive notizie: la prima è che molti ex santommaso del clima, dopo aver accettato a malincuore l’evidenza, proprio non riescono a fare il passettino successivo, e cioè a riconoscere che con il surriscaldamento globale che quest’estate ha trasformato l’Europa in una friggitrice ad aria c’entriamo anche noi e le nostre abitudini energivore ed eco-insostenibili.

Tutti balleremo allegramente la conga incoronati stile Carmen Miranda

La seconda è che pur di non alleggerire di un grammo la nostra pachidermica impronta di carbonio, parecchi, da negazionisti, stanno convertendosi al termo-ottimismo alla Ignazio La Russa, e ci invitano ad abbracciare con entusiasmo la prospettiva di un’Italia Repubblica delle banane non solo in senso politico, ma anche climatico, dove, negli intervalli tra un tifone e l’altro, tutti balleremo allegramente la conga incoronati stile Carmen Miranda di frutta tropicale a chilometro zero.

Dal negazionismo al termo-ottimismo: l’ottusità delle destre sul clima
Nel fotomontaggio, Ignazio La Russa e Carmen Miranda.

Forse qualcuno quando sente “fossile” pensa alle impronte di dinosauro

Perché tanta riluttanza a collegare qualche neurone in più e ad ammettere che per mitigare gli effetti del cambiamento climatico bisogna puntare con più decisione sull’energia green, invece di sostenere la domanda di combustibili fossili con sconti e bonus a singhiozzo? Forse è colpa dell’espressione “combustibili fossili”, che nella sua equivocità può risultare fuorviante. Il pubblico meno addentro alle questioni energetiche (cioè praticamente tutti i politici di destra) quando sente la parola “fossile”, di primo acchito non pensa al gas, al petrolio o al carbone, ma agli ammoniti, alle impronte di dinosauro o agli scheletri di mammut, tutte cose che si trovano nei musei di paleontologia, non nei distributori lungo le strade.

Dal negazionismo al termo-ottimismo: l’ottusità delle destre sul clima
Un momento della manifestazione Climate Pride a Roma per chiedere lo stop ai combustibili fossili (foto Ansa).

Del resto, a chi mai verrebbe in mente di fare il pieno con le zanne di smilodonte? Nemmeno al ministro Gilberto Pichetto Fratin, probabilmente. Si capisce come l’insistenza sulla necessità di «abbandonare il fossile» cada nel vuoto, eccezion fatta per le frange teo-con lefebvriane, che ben prima della sinistra ecologista diffidavano dei fossili in quanto mettono in dubbio il racconto biblico della creazione del mondo in sette giorni.

Dal negazionismo al termo-ottimismo: l’ottusità delle destre sul clima
Gilberto Pichetto Fratin (foto Imagoeconomica).

Non saranno le continue ondate di caldo, né le cifre dei morti riconducibili alle temperature fuori controllo, né gli eventi meteorologici estremi e ravvicinati a far prendere sul serio la crisi climatica a gente persuasa che il disastro in Nepal sia stato deliberatamente provocato dai cinesi puntando un miliardo di phon contro i ghiacciai dell’Himalaya.

Dal negazionismo al termo-ottimismo: l’ottusità delle destre sul clima
Una donna guarda gli effetti del disastro in Nepal (foto Ansa).

L’unica ossessione delle destre: l’immigrazione

Il clima rientrerà nell’agenda politica delle destre solo quando riusciranno a ricondurle alla loro unica ossessione: l’immigrazione. Non come effetto (siccità e inondazioni costringono davvero migliaia di persone a lasciare le loro terre), ma, al contrario, come causa: i responsabili dell’aumento abnorme e rapido delle temperature in Europa non sarebbero le emissioni di anidride carbonica, ma i migranti dall’Africa e dal subcontinente indiano. Non contenti di snaturarci con l’islam, il couscous e il cricket, ci avrebbero sbolognato il caldo dalle loro regioni natie, per anticipare la sostituzione etnica voluta da George Soros (sempre lui), con una sostituzione climatica che ci renderà tutti più scuri, infiacchiti e in ciabatte anche a Natale.

Dal negazionismo al termo-ottimismo: l’ottusità delle destre sul clima
George Soros (foto Ansa).

Detto così sembra uno scherzo, ma attenzione: il periodo pre-elettorale, come il sonno della ragione, genera mostri. E non è difficile immaginare un post in cui il leghista Borghi evidenzia il nesso fra l’avvento degli stranieri e la sparizione delle mezze stagioni, o Matteo Salvini che accusa gli immigrati pakistani di avere importato le piogge monsoniche in pianura Padana.

Intelligenza artificiale in ufficio: tutti la usano, ma a cosa serve davvero?

Il problema di ogni invenzione è che, una volta passato il brivido della novità, occorre trovarle un‘applicazione. In parole povere, deve servire a qualcosa. Oggi con l’Intelligenza artificiale siamo un po’ come il dottor Frankenstein alle prese con il suo mostro. Prendiamo per esempio i dipendenti di un’azienda: il lavoratore apre il chatbot, gli pone una domanda a cui probabilmente avrebbe saputo rispondere da solo, riceve una risposta che forse non gli servirà nemmeno. Se un tempo negli uffici si fingeva di lavorare, adesso bisogna anche fingere di usare l’intelligenza artificiale. È uno dei paradossi della nuova rivoluzione tecnologica. Chiedo a un’amica: «Ma tu la usi?». «Sì». «Per fare cosa?». «Boh, tipo per sintetizzare un documento o cose così». È ovvio che questa non è la regola e che molte applicazioni semplificano davvero il lavoro quotidiano. Ma è altrettanto vero che l’IA avrebbe dovuto liberarci dalle attività ripetitive e da tutto quel lavoro che occupa tempo senza produrre granché. È davvero così?

Intelligenza artificiale in ufficio: tutti la usano, ma a cosa serve davvero?
(foto di Israel Andrade, via Unsplash).

C’è il rischio di confondere il modello con la realtà

L’esempio più lampante riguarda i focus group virtuali. Per decenni le aziende hanno pagato persone in carne e ossa per sedersi in una stanza a parlare di prodotti, campagne e idee. Era terribilmente imperfetto. C’era chi arrivava in ritardo, chi cambiava continuamente idea, chi si contraddiceva. Insomma erano “solo” esseri umani. Oggi invece è possibile costruire migliaia di individui artificiali. Consumatori virtuali a cui si attribuiscono caratteristiche, preferenze, personalità, opinioni. Possiamo chiedere loro che cosa pensano di un prodotto e simulare la reazione di un’intera popolazione. Il risultato? Un’illusione di scala e velocità. Ma anche il rischio di confondere il modello con la realtà.

Intelligenza artificiale in ufficio: tutti la usano, ma a cosa serve davvero?

Tra i lavoratori cresce la sfiducia nell’IA

Il punto è che, così facendo, stiamo portando l’IA all’interno di territori sempre più complessi e sempre più umani, fatti di giudizi, relazioni, intuito, fiducia. E i lavoratori non ne sembrano più così entusiasti. Secondo una recente analisi di Glassdoor, una sorta di Trustpilot in cui i dipendenti recensiscono le aziende, tra maggio 2025 e maggio 2026 le menzioni sull’intelligenza artificiale sono aumentate del 240 per cento. Fin qui, niente di sorprendente. Ma è l’evoluzione del sentiment a colpire. Nel 2019, infatti, l’81 per cento delle recensioni che riguardavano l’IA erano positive. Nel 2026, la quota è scesa al 43 per cento. Segno che i lavoratori, soprattutto le donne e le nuove generazioni, cominciano a diffidare dell’adozione di questa tecnologia. Entrando nel dettaglio, emerge che le critiche si concentrano su temi precisi: paura che l’IA elimini posti di lavoro (20 per cento dei commenti negativi); timori che venga usata come mezzo di sorveglianza (10 per cento); l’obbligo di usare strumenti senza aver ricevuto una formazione adeguata (14 per cento); la percezione che l’intelligenza artificiale peggiori l’esperienza del cliente e, più in generale, distolga l’azienda dal suo core business (13 per cento). In alcuni settori, il rifiuto dell’IA è quasi totale. Tra gli addetti alla gestione e liquidazione dei sinistri assicurativi, per esempio, il 98 per cento dei commenti è negativo, con lamentele che riguardano errori da correggere, metriche di utilizzo imposte e, più in generale, sfiducia nella qualità del lavoro automatizzato.

Intelligenza artificiale in ufficio: tutti la usano, ma a cosa serve davvero?
(foto di Igor Omilaev, via Unsplash).

Perché è necessario rispondere alla domanda: «Sì, ma a cosa serve?»

Viene così il dubbio che le aziende non abbiano ancora capito fino in fondo a cosa serva l’IA. E lo stesso vale per i lavoratori. È uno strumento per aumentare la produttività? Per tagliare posti? Per controllare il rendimento di un dipendente? O la si adotta solo perché lo fanno tutti? Ogni epoca ha avuto la sua parola magica: innovazione, sinergia, transformation, disruption. Adesso è il momento dell’IA che ha tutta l’aria di non essere una moda passeggera. Sicuramente l’intelligenza artificiale cambierà profondamente il modo in cui lavoriamo. Ma proprio per questo quella domanda, «Sì, ma a cosa serve?», merita una risposta convincente per non perdere di vista il senso stesso del lavoro.

Gratuita solo a parole: il costo della scuola italiana e il gap con l’Europa

La campanella non è ancora suonata ma molte famiglie italiane stanno già facendo i conti con il nuovo anno scolastico (letteralmente). Secondo l’ultima rilevazione dell’Osservatorio nazionale Federconsumatori, infatti, nel 2026 il corredo scolastico costerà in media 673,60 euro per alunno, il 2,3 per cento in più rispetto all’anno scorso. Dentro ci sono zaino, astuccio, quaderni, penne e tutto il materiale da sostituire; a questa cifra, dalla scuola media in poi, si devono aggiungere i libri: mediamente 545,66 euro per i testi obbligatori e due dizionari, l’1,6 per cento in più rispetto al 2025 (anche se i libri di seconda mano consentono di risparmiare oltre il 29 per cento). Ma è soprattutto quando si cambia ciclo scolastico, che la spesa si impenna: per un ragazzo che entra in prima media, Federconsumatori stima 561,61 euro tra libri e due dizionari (arrivando a 1.235,21 euro se si aggiunge il corredo), mentre, per chi comincia le superiori, il totale schizza a 1.478,75 euro. E questo senza neanche aver acquistato un computer: per pc e altre dotazioni tecnologiche – tablet, webcam, microfono, antivirus e programmi – la cifra lievita ancora molto. 

Gratuita solo a parole: il costo della scuola italiana e il gap con l’Europa
Bambini in prima elementare (Ansa).

La mappa dei sostegni alle famiglie

In Italia, lo sappiamo, l’istruzione è pubblica, ma completamente gratuita lo è solo fino a un certo punto: alle elementari, i libri di testo vengono forniti dai Comuni; dalle medie in poi, invece, esistono tetti ministeriali al costo dei libri e agevolazioni per le famiglie con redditi più bassi, che però dipendono da Regioni e Comuni, e hanno requisiti Isee e importi differenti. La stessa Federconsumatori, nella mappa degli aiuti appena pubblicata, sintetizza la situazione con un efficace «regione che vai, agevolazione che trovi». Proprio il costo dei libri è diventato quest’estate un piccolo caso sui social grazie a Filippa Lagerbäck. La conduttrice, nata e cresciuta in Svezia e da molti anni residente in Italia, ha criticato su Instagram la pratica – a quanto pare molto “italiana” – di ricorrere continuamente a nuove edizioni di libri, cosa che rende più complicato acquistare testi di seconda mano. «In Svezia i libri vengono consegnati all’inizio dell’anno scolastico e devono essere restituiti alla fine. Mia madre non ha mai speso un centesimo per i libri scolastici», ha ricordato.

Gratuita solo a parole: il costo della scuola italiana e il gap con l’Europa
(foto di Markus Spiske via Unsplash).

Il modello svedese: materiali, libri, mensa e trasporti gratis

Quello di Filippa Lagerback non è solo un ricordo personale: la normativa svedese stabilisce infatti che nella scuola dell’obbligo l’istruzione debba essere gratuita e che gli alunni debbano avere accesso senza costi a libri e altri strumenti necessari all’apprendimento. Anche i pasti scolastici non comportano alcuna spesa per le famiglie e, quando ricorrono determinate condizioni, lo stesso vale per il trasporto casa-scuola. Ovviamente anche in Svezia le famiglie sostengono spese legate alla vita scolastica, ma il perimetro di ciò che viene considerato «parte dell’istruzione gratuita» è più ampio. A cominciare proprio dai libri necessari a seguire le lezioni. 

Come funziona nel resto d’Europa

Anche in questo caso, comunque, Paese che vai, istruzione che trovi. In Francia, ad esempio, i libri sono gratuiti nella scuola primaria e nei collèges (la nostra scuola media), mentre nei lycées intervengono spesso le Regioni; soprattutto, però, esiste l’Allocation de rentrée scolaire, un contributo nazionale legato al reddito che viene erogato alle famiglie prima dell’inizio dell’anno scolastico (e che quest’anno ammonta a 426,87 euro per i bambini dai 6 ai 10 anni, a 450,41 euro per i ragazzi tra 11 e 14 anni e a 466,02 euro per quelli tra i 15 e i 18). In Germania, per le famiglie economicamente più fragili, interviene il pacchetto Bildung und Teilhabe (Stato sociale per l’istruzione e la partecipazione) che, nel 2026, prevede 195 euro per figlio destinati al materiale scolastico e alla possibilità di coprire, in presenza dei requisiti, altre voci come gite, mensa, trasporto e attività extrascolastiche. Persino nel Regno Unito, dove alle spese per i libri e il materiale scolastico si aggiunge quella – poco familiare agli studenti italiani – dell‘uniforme, il costo dell’istruzione è diventato oggetto di intervento pubblico: a partire proprio da quest’anno, il Children’s Wellbeing and Schools Act ha fissato nuove regole per ridurre i costi scolastici a carico delle famiglie, obbligando gli istituti a garantire l’accesso a uniformi di seconda mano e limitando fortemente i capi firmati/logati obbligatori.

Gratuita solo a parole: il costo della scuola italiana e il gap con l’Europa
(foto di Kimberly Farmer via Unsplash).

Una scuola gratuita solo sulla carta

Se, quindi, in Italia lo Stato garantisce la gratuità dei libri alle elementari e interviene successivamente attraverso tetti di spesa e una galassia di bonus locali (tra cui quello fino a 1.500 euro per studente per le scuole paritarie, introdotto nell’ultima legge di Bilancio e molto contestato), la Francia versa direttamente a milioni di famiglie un assegno per affrontare la rentrée, mentre la Germania sostiene le spese scolastiche dei nuclei più fragili. La Svezia, invece, considera libri, materiali necessari e mensa parte integrante della scuola pubblica, dimostrando da sola la differenza tra una scuola formalmente gratuita e una che lo è davvero.

La nuova stretta di Pechino su comici e artisti

«Il sole sta per tramontare a Occidente. Tutto è tranquillo nella Città Proibita». Guo Degang ha sostituito con queste parole il verso di una canzone patriottica dedicata al lago Weishan. Improvvisazione che ha fatto finire uno dei comici più popolari della Cina sotto indagine. Pochi giorni dopo, nello Hebei, lo scultore Gao Zhen è stato condannato a tre anni di carcere per opere in cui Mao Zedong appare inginocchiato, deformato o davanti a un plotone d’esecuzione. Due episodi avvenuti in rapida successione che lasciano intendere i limiti entro i quali devono muoversi comici e artisti cinesi. In entrambi i casi, l’intervento delle autorità ha protetto i simboli della storia rivoluzionaria dalla satira.

Guo Degang nei guai per aver ironizzato su una canzone patriottica

Prima è arrivata la notizia dell’indagine aperta su Guo. Il comico è considerato uno dei principali artefici del rilancio dello xiangsheng, un genere tradizionale di comicità basato su giochi di parole e improvvisazione. Ma improvvisare su una delle canzoni più amate dal Partito comunista, utilizzata nelle celebrazioni per l’anniversario della Repubblica Popolare, gli sta causando dei guai. Tutto è cominciato il 24 luglio, quando Guo si è esibito a Wuhan in un adattamento dell’opera Ji Gong, il Buddha vivente. Nei panni del monaco irriverente del folklore cinese ha intonato Suonando la mia amata pipa, brano composto nel 1956 per il film Guerriglieri della ferrovia, dedicato alla resistenza comunista contro l’occupazione giapponese. Nel testo originale il sole tramonta a Occidente e la quiete scende sul lago Weishan. Guo ha trasferito la scena nella Città Proibita, aggiungendo alla canzone alcune rime burlesche. Il brano fa parte del repertorio patriottico della Repubblica popolare e nel 2019 il dipartimento della Propaganda del Partito comunista lo aveva incluso fra le 100 canzoni scelte per celebrare il 70° anniversario dello Stato.

La nuova stretta di Pechino su comici e artisti
Guo Degang (da Youtube).

Uno spettatore però ha denunciato Guo per aver «distorto e volgarizzato un’opera rivoluzionaria classica» e violato la morale pubblica e tanto è bastato perché l’ufficio della Cultura e del Turismo di Wuhan aprisse un’inchiesta. L’esibizione era stata autorizzata, ma la variante introdotta da Guo non compariva nei materiali presentati per l’approvazione preventiva. Il risultato? Alcuni dei suoi spettacoli in programma sono stati cancellati e il caso è finito sotto la lente delle autorità. Sui social cinesi se ne discute molto, con opinioni anche opposte. Una parte degli utenti considera intoccabile Suonando la mia amata pipa. «L’arte deve servire il popolo, se al popolo non piace, non fate questo tipo di arte», recita uno dei commenti rilanciati dai media statali. Altri giudicano le autorità «troppo sensibili» e difendono l’esibizione come una normale improvvisazione coerente con l’opera di Ji Gong.

Gao Zhen condannato per aver leso l’onore di «eroi e martiri»

Pochi giorni dopo la notizia dell’indagine su Guo, è giunta quella della condanna di Gao Zhen. A fine agosto, il Tribunale popolare di Sanhe lo ha riconosciuto colpevole di aver leso la reputazione e l’onore degli «eroi e martiri», infliggendogli il massimo previsto per la fattispecie di reato: tre anni di reclusione. Gao, che era residente negli Stati Uniti, è stato arrestato il 26 agosto 2024 e ha già trascorso due anni in custodia cautelare. Se l’appello annunciato dalla difesa non modificherà la sentenza, uscirà dal carcere a fine agosto 2027. Gao ha acquisito notorietà internazionale per il progetto Gao Brothers lanciato con il fratello. Il duo è diventato celebre per le opere sulla Rivoluzione culturale, la censura e il culto di Mao. Alla base c’è un’esperienza personale. Il padre dello scultore, classificato come «nemico di classe», morì in detenzione durante la Rivoluzione culturale. Quel trauma familiare attraversa i lavori contestati, realizzati fra il 2005 e il 2009. In Mao’s Guilt, il Grande timoniere è inginocchiato in una posa di pentimento. Nella serie Miss, Mao ha seno femminile e naso da Pinocchio. In The Execution of Christ, uomini con le sembianze di Mao puntano i fucili contro Gesù. Durante la perquisizione dello studio dell’artista, le autorità hanno sequestrato decine di opere, fra sculture, dipinti e fotografie. Le sculture sono anteriori sia alla legge del 2018 sulla protezione degli eroi e dei martiri sia all’introduzione, nel 2021, dello specifico reato. La mancata pubblicazione delle motivazioni lascia irrisolto il punto centrale del procedimento: se sia stata punita la realizzazione delle opere oppure una loro diffusione successiva. Amnesty International e Human Rights Watch denunciano un’applicazione retroattiva della norma.

Perché aumentano i controlli sulla comicità dal vivo

Quelli di Guo e Gao non sono gli unici casi. Nel 2023 una battuta sui cani costò alla società del comico Li Haoshi una multa di 14,7 milioni di yuan. Li aveva associato due animali che inseguivano uno scoiattolo a uno slogan dell’Esercito popolare di liberazione. Nel 2022, la comica Li Bo è stata multata per aver ironizzato sulla quarantena imposta a Shanghai durante la pandemia di Covid. Negli anni, in Cina la comicità dal vivo ha conquistato spazio come alternativa meno levigata alla televisione. Pressioni lavorative, matrimoni, ansia sociale e discriminazioni entrano nei monologhi con ampia libertà. Ma la crescita economica (e di audience) del settore sta attirando un controllo più stretto e, in alcuni casi, sanzioni o condanne. Soprattutto quando si toccano i simboli della storia della Repubblica Popolare, alterando la compostezza richiesta dalla memoria ufficiale.

Il meglio: Fantascienza.com, il meglio della settimana degli Hugo

Fantascienza.com, il meglio della settimana degli Hugo

I vincitori del maggiore premio della fantascienza, indizi sul nuovo film di Star Trek, Mark Ruffalo e l'antisemitismo, la seconda stagione di Ahsoka nella settimana di Fantascienza.com

È ancora una donna a vincere il Premio Hugo per il miglior romanzo, Alix Harrow, l'autrice di Le streghe in eterno, col suo nuovo lavoro The Everlasting. L'anno scorso aveva vinto Robert Jackson Bennett, interrompendo una sequenza di Hugo femminili che andava avanti dal 2016. Una donna anche nella categoria romanzo breve, la canadese Amal El-Mohtar. Anche tra i finalisti le donne sono predominanti. È un femomeno interessante che si presta a diversi tipi di ragionamento. Uno di questi può essere: quanto incide il genere dei votanti all'Hugo? Nei primi decenni del... - Leggi l'articolo

 

Notizie - Il meglio - 6 settembre 2026 - articolo di S*

Cosa c’è dietro la strategia comunicativa di Camelia Mihailescu, moglie di Vannacci

Guardando il profilo Instagram di Camelia Mihailescu Vannacci, la consorte del generale Roberto Vannacci, saltano agli occhi alcune ripetizioni rivelatrici: la prima è la sottolineatura, reiterata, che lei è un’immigrata rumena. «Vi salutano il kebabbaro turco e la zingara rumena», dicono i due, a turno, nel video postato da Camelia per fare gli auguri di ferragosto ai follower; e «Saluti al mio amico Vladimir e al cavallo di Troia italiano. Vi saluta l’immigrata rumena», dice con enfasi da attrice consumata nell’ultimo post filo-russo; e di nuovo: «Vi saluta l’immigrata rumena», alla fine del video in cui spiega perché mostrò il dito medio a due donne sul lungomare di Viareggio, dopo che queste avevano chiesto a un’orchestrina di intonare Bella ciao al passaggio di Vannacci.

La condizione di immigrata deve pesarle, ed essere evidentemente esorcizzata, anche solo per poter rispondere per le rime a chi le scrive, nei commenti: «Non ti ha ancora remigrata tuo marito?». Due lauree, in giurisprudenza e psicologia, la moglie di Vannacci parla quattro lingue e scrive i post in tre, italiano, inglese e rumeno, per difendere il marito.

Cosa c’è dietro la strategia comunicativa di Camelia Mihailescu, moglie di Vannacci
Vannacci e la moglie su Diva e Donna.

Usa molto il reclaiming: la laurea in psicologia non è stata inutile

Nelle rare interviste rilasciate, a il Giornale e a Un giorno da pecora, sostiene di non essersi mai sentita discriminata in quanto rumena, ma l’uso sistematico del reclaiming, l’appropriarsi di termini usati in modo dispregiativo come «zingaro», è un modo per disarmare l’interlocutore; dicendolo per prima, Camelia Mihailescu è come se rivendicasse per sé il diritto di definirsi così, togliendo agli altri l’eventuale possibilità di insultarla: la laurea in psicologia non è stata inutile.

Con soli 216 post pubblicati su Instagram (il primo il 22 dicembre 2022) ha raggiunto oltre 13,5 mila follower, seguendo appena 280 profili, tra cui il profilo de La zanzara: a Giuseppe Cruciani dedica alcuni post innamorati, in uno si vede lei tra Cruciani e Vannacci, con la didascalia «L’immigrata rumena e i due fasci»; in un altro lo definisce, in rumeno, «Inegalabilul, ireverențiosul, rebelul, dar mereu suuuuper simpaticul».

Una polemica persino sul chewing gum

Mette diligentemente i like a tutti i post di Laura Ravetto e, a una sommaria analisi dei suoi profili social, risulta evidente che lei si espone per combattere, per dividere, per polarizzare. Fa molto uso di filtri e i selfie sono tutti in modalità narcisistica e compulsiva, le pose tutte da attrice, gli abiti spesso lunghi. Su un post di Facebook se la prende con la stampa di sinistra perché hanno notato che, durante un’intervista, masticava visibilmente un chewing gum: «Dilemma: mentre una persona esce dal bagno (toilette), un giornalista la rincorre per una intervista. La donna stava masticando, da libera e normale cittadina (italo-romena), una cingomma. Secondo voi, la doveva sputare di fronte alle telecamere???».

Cosa c’è dietro la strategia comunicativa di Camelia Mihailescu, moglie di Vannacci
Cosa c’è dietro la strategia comunicativa di Camelia Mihailescu, moglie di Vannacci
Cosa c’è dietro la strategia comunicativa di Camelia Mihailescu, moglie di Vannacci
Cosa c’è dietro la strategia comunicativa di Camelia Mihailescu, moglie di Vannacci
Cosa c’è dietro la strategia comunicativa di Camelia Mihailescu, moglie di Vannacci
Cosa c’è dietro la strategia comunicativa di Camelia Mihailescu, moglie di Vannacci
Cosa c’è dietro la strategia comunicativa di Camelia Mihailescu, moglie di Vannacci

Citazioni di Proust che sembrano biscotti della fortuna

Poi, in un post su Instagram, ecco una citazione di Proust, a commento di una sua foto in abito lungo nero: «Cerca e conserva sempre un pezzo di cielo sopra di te»; purtroppo la celebre frase che Legrandin rivolge al giovane narratore nel primo capitolo della Recherche «Cercate di conservare sempre un lembo di cielo sopra la vostra vita, ragazzo mio… avete un’anima bella, di una qualità rara, una natura d’artista; non lasciatele mancare ciò di cui ha bisogno», contestualizzata tra queste foto, con sfondo di villetta a schiera e barbecue, fa l’effetto dei biscotti della fortuna che danno nei ristoranti cinesi a fine pasto, che contengono sempre un bigliettino con sopra scritta una sciocchezza.

«In casa nostra comanda il matriarcato»

Ai 133 commenti, la maggior parte derisori, sotto questo post lei risponde puntigliosamente: a tutti. Significa che si è messa di buzzo buono per creare engagement: rispondere in modo che ritiene brillante a chi le dice «ma parla italiano!» le serve per guadagnarsi altri follower e, in ogni caso, per avere l’ultima parola; in un altro post confessa che «in casa nostra comanda il matriarcato. Roberto è così disordinato!».

Un’arma per la comunicazione in un momento delicato

Forse si appresta a gestire lei in prima persona la comunicazione del generale in un momento delicato, in cui alcuni militari che hanno aderito a Futuro Nazionale sono finiti sotto indagine. Lo staff di Vannacci e del partito attualmente non opera da un unico studio di comunicazione centralizzato, ma fa perno su diverse sedi logistiche e operative divise tra la sua attività politica, quella parlamentare e di movimento: da Piazza San Lorenzo in Lucina a Roma, sede di Fn, dove lavorano Massimiliano Sironi e Lorenzo Gasperini, a Bruxelles e Strasburgo, dove l’ufficio accreditato segue il Vannacci parlamentare europeo, fino a Viareggio, sede legale del Movimento dove opera il Comitato Il Mondo al contrario. E dai profili social di Camelia, ovviamente, sempre più caldi, sempre più attivi.

Davvero chi è ignorante vota a destra?

È il 2019 e siamo nel talk politico DiMartedì. Corrado Augias, dialogando con Pierluigi Bersani, afferma che «essere di destra è facile perché significa assecondare le spinte istintive». Essere di sinistra, continua, chiede invece di superare i sentimenti più immediati attraverso il ragionamento e la conoscenza. Se cito quella scena è perché, negli ultimi giorni, qualcuno l’ha riesumata accostandola alle parole di Stefano Bonaccini, presidente del Partito democratico, che lo scorso 24 agosto ha affermato che in Italia il voto «a Meloni e prima a Salvini» sarebbe «in maniera maggioritaria il voto di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città» e «di chi sta peggio economicamente». L’accostamento, tuttavia, confonde due discorsi differenti. Nelle parole di Augias c’era una precisa gerarchia tra forme superiori e inferiori della coscienza politica, tipica di un certo mondo della sinistra italiana. Bonaccini cercava invece, con una formulazione esposta all’equivoco, di descrivere una frattura elettorale e di invitare il proprio campo a interrogarsi sulla perdita di consenso presso ceti che un tempo costituivano una parte essenziale del radicamento sociale della sinistra.

Davvero chi è ignorante vota a destra?
Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

Che rapporto ha oggi la politica con le diseguaglianze culturali?

Conviene dunque lasciare alle spalle la disputa sulla presunta superiorità della sinistra. Un dato esiste: la destra ottiene risultati migliori tra chi possiede livelli inferiori di istruzione formale, mentre il voto progressista cresce tra i più scolarizzati. Ma istruzione, reddito e territorio sono variabili strettamente intrecciate: se la destra raccoglie oggi consensi consistenti nei ceti popolari, nelle periferie e nelle aree interne, è naturale ritrovare nel medesimo elettorato livelli medi di scolarizzazione inferiori. «Tra le persone meno scolarizzate la destra raccoglie più voti» e «le persone meno scolarizzate votano a destra» non sono dunque affermazioni equivalenti. Se il titolo di studio non può essere separato dalle condizioni sociali entro cui matura, la domanda interessante diventa un’altra: quale rapporto intrattiene oggi la politica con le diseguaglianze culturali? Una parte dei gruppi sociali ai quali la sinistra novecentesca aveva rivolto la propria promessa di emancipazione appare oggi più lontana dal suo campo. Che cosa è accaduto nel frattempo?

Davvero chi è ignorante vota a destra?
Giorgia Meloni (Ansa).

La scomparsa dei luoghi di formazione

La politica di massa del secolo scorso non si limitava a registrare preferenze già costituite, ma le organizzava. Le sezioni dei partiti, le Case del popolo, i sindacati, i patronati, il movimento cooperativo e, sull’altro versante, le parrocchie e l’associazionismo cattolico costituivano una trama capillare entro la quale persino l’erogazione di un servizio poteva diventare occasione di relazione, discussione, apprendimento. Certo, quelle istituzioni producevano anche un certo conformismo, tuttavia rispondevano, in forme oggi difficilmente riproducibili, a una domanda che la loro scomparsa ha lasciato intatta: attraverso quali luoghi una democrazia forma culturalmente i propri cittadini? In quegli spazi, si poteva possedere la quinta elementare e avere l’occasione di leggere ogni giorno un quotidiano, o lavorare in fabbrica e imbattersi in una discussione sulla politica internazionale. Il titolo di studio non esauriva la quantità di mondo alla quale una persona aveva avuto accesso. 

I pericoli della pedagogia politica

Andrea Minuz, nel suo recente libro Egemonia senza cultura, ha mostrato quanto sia problematico continuare a utilizzare il lessico gramsciano dell’egemonia  ̶  comune anche alla destra meloniana  ̶ dopo la dissoluzione del mondo che gli attribuiva consistenza. Una società pluralista deve anzi forse diffidare di qualunque pedagogia politica che pretenda di conoscere in anticipo la destinazione verso cui educare i cittadini. Altra cosa, però, è interrogarsi sulle condizioni della mediazione, cioè su come è organizzato lo spazio sociale che separa l’immediatezza dal giudizio riflesso. La distinzione tra immediatezza e riflessione, infatti, non coincide affatto con quella tra destra e sinistra, ma attraversa entrambe. Esistono istinti identitari e adesioni irriflesse in ogni campo politico. Il problema di una democrazia è piuttosto disporre di luoghi nei quali gli istinti immediati del popolo possano diventare riflessione nella mediazione di una discussione pubblica

Davvero chi è ignorante vota a destra?
Una manifestazione di CasaPound (Ansa).

Se l’unica mediazione diventa quella invisibile del populismo

La vecchia politica di massa, con tutti i suoi limiti, aveva cura delle infrastrutture della mediazione (partiti, sindacati, associazioni) oggi molto sbiadite. Forse mai come in quest’epoca abbiamo avuto tanta cultura disponibile (si pensi all’immensità dei materiali disponibili in rete), e mai così deboli istituzioni della mediazione culturale. Se la sinistra scopre questa frattura soltanto davanti alle urne, chiedendosi come riconquistare elettori che si sono rivolti altrove, potrà soltanto inseguirne linguaggi e priorità, imitando avversari da cui pure si dice distante. Una politica progressista dovrebbe invece considerare parte dell’emancipazione la ricostruzione delle condizioni della mediazione. Il perché è semplice: quando queste vengono meno, chi possiede già istruzione, tempo e risorse culturali può supplirvi da sé; chi ne possiede meno resta maggiormente esposto all’immediatezza, cioè alle mediazioni tanto potenti quanto invisibili che il populismo contemporaneo sa utilizzare con grande efficacia. 

Occhio Musk, Pechino insidia Neuralink: arrivano i dispositivi cerebrali cinesi

Le automobili, l’intelligenza artificiale e le energie rinnovabili sono già il passato. La Cina ha un nuovo obiettivo: diventare leader mondiale delle interfacce cervello-computer (Bci), sistemi che permettono di creare un collegamento diretto tra il cervello umano e un dispositivo esterno. A Pechino il settore sta vivendo una forte accelerazione. Le autorità sanitarie hanno approvato una serie di prodotti basati sulla tecnologia cerebrale mentre, grazie al sostegno economico e politico del governo, numerose start-up stanno lavorando allo sviluppo di trattamenti per patologie come l’Alzheimer e la paraplegia.

Occhio Musk, Pechino insidia Neuralink: arrivano i dispositivi cerebrali cinesi
Un chip di Neuralink da impiantare nel cervello.

Il mercato può superare i 14 miliardi entro il 2035

Nel 2025 in Cina il settore delle Bci valeva circa 759 milioni di dollari e, secondo le stime, dovrebbe raggiungere i 904 milioni entro il 2028. Ma è soprattutto nel decennio successivo che la crescita potrebbe accelerare portando il mercato a superare i 14 miliardi entro il 2035. Nell’attuale piano quinquennale, valido dal 2026 al 2030, il governo di Xi Jinping ha inserito le interfacce cervello-computer tra le industrie del futuro su cui puntare insieme alla tecnologia quantistica, al 6G e alla fusione nucleare. Il motivo? L’ambizione di dominare le tecnologie, ma anche la necessità di risolvere i sempre più numerosi disturbi neurologici conseguenza dell’invecchiamento della popolazione.

Un aiuto per individuare i deficit cognitivi

Negli ultimi mesi la National medical products administration, l’autorità cinese che supervisiona e approva farmaci e dispositivi medici, ha autorizzato diversi prodotti legati alle Bci. Tra i più interessanti troviamo il sistema dell’azienda Tiankai Suishi (Tianjin) Intelligent Technology, una cuffia dotata di elettrodi che rileva i segnali elettrici del cervello e aiuta i medici a individuare eventuali deficit cognitivi. Via libera anche a un driver per microelettrodi di StairMed (start-up sostenuta da Tencent e Alibaba) utilizzato per impiantare Bci durante gli interventi neurochirurgici.

Occhio Musk, Pechino insidia Neuralink: arrivano i dispositivi cerebrali cinesi
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

Neuracle Medical Technology ha invece ottenuto la prima approvazione cinese per una Bci impiantabile destinata a pazienti con lesioni del midollo spinale. A Shanghai, infine, è stata emessa la prima prescrizione per Neo, un sistema pensato per aiutare i pazienti a recuperare il movimento della mano.

Start-up e finanziamenti: come funziona l’ecosistema del Dragone

La Cina può contare su un ecosistema pressoché completo che va dalla ricerca di base allo sviluppo tecnologico fino alle applicazioni commerciali dei dispositivi fatti e finiti. Accanto alle start-up operano università, fornitori di componenti e istituzioni pubbliche con un ruolo sempre più importante delle amministrazioni locali. La provincia dello Zhejiang, per esempio, ha messo in campo incentivi per favorire la quotazione in Borsa delle aziende del settore. La città di Shenzhen punta ad accompagnarne l’espansione internazionale e a facilitare fusioni e acquisizioni. Pechino, invece, ha scelto il distretto di Changping come principale polo della capitale per concentrare ricerca, imprese e investimenti sulle Bci.

Auto, razzi e Bci: la Cina sfida Musk a tutto campo

Neuralink, l’azienda fondata da Elon Musk, resta il principale riferimento mondiale nel settore delle Bci, ma Pechino vuole cambiare gli equilibri e punta a creare almeno due o tre colossi di livello globale entro il 2030. Del resto, sul fronte delle auto elettriche, il Dragone ha già conquistato una posizione dominante con colossi come BYD che hanno superato Tesla nelle vendite globali.

Occhio Musk, Pechino insidia Neuralink: arrivano i dispositivi cerebrali cinesi
Stand Byd (Imagoeconomica).

E nel settore spaziale la società pechinese LandSpace è appena riuscita a recuperare il primo stadio di un razzo: un chiaro avvertimento alla regina dei razzi riutilizzabili SpaceX, sempre di proprietà del tycoon naturalizzato statunitense. Yao Dezhong, direttore dell’Istituto di Scienze del cervello del Sichuan, ha profetizzato: «Le nuove politiche cinesi non cambieranno le cose dall’oggi al domani. Credo che tra tre o cinque anni vedremo gradualmente alcuni prodotti Bci passare a un servizio pratico effettivo per il pubblico». Musk è avvisato.

Perché la riforma elettorale è l’ultima promessa tradita di Giorgia Meloni

La madre di tutte le riforme è finita in cantina, e anche la figlia non se la passa un granché bene. Proprio mentre celebra il record di longevità del suo governo, Giorgia Meloni sa di aver mancato almeno uno dei suoi obiettivi dichiarati: la Costituzione rimarrà di fatto la stessa di quando è arrivata a Palazzo Chigi. Il premierato che si sarebbe voluta intestare, infatti, non vedrà la luce, e anche la riforma elettorale che avrebbe dovuto garantire stabilità di governo e potere ai cittadini sta deviando dai suoi propositi. Tutta colpa di un metodo per nulla strategico e molto, troppo, situazionista.

Perché la riforma elettorale è l’ultima promessa tradita di Giorgia Meloni
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La montagna ha partorito nuovamente un topolino

All’inizio fu il presidenzialismo. Ma durò poco perché l’idea di cominciare la legislatura con uno scontro con il Quirinale non era consigliabile. La premier ha allora provato con il premierato, «madre di tutte le riforme», ma anche lì la strada è stata tutta in salita e mamma riforma è finita su un binario morto. Ora al rush finale della legislatura, Meloni ci prova con la legge elettorale ma a fronte di grandi dichiarazioni di intenti il percorso è accidentato perché il centrodestra (ma il centrosinistra non è da meno) procede per tentativi, cambiando modello a ogni nuovo sondaggio.

Le regole imposte a maggioranza non portano lontano

L’obiettivo dichiarato era lodevole e strategico per il Paese: garantire stabilità all’Italia e tradurre il voto degli elettori in un governo che durasse cinque anni. «Mettere fine alla stagione dei ribaltoni», «dare all’esecutivo un orizzonte di legislatura» erano gli slogan. Poca condivisione e poco confronto con l’opposizione non hanno aiutato l’iter della legge elettorale, nonostante la storia recente abbia fatto capire ormai anche ai sassi che le regole imposte a maggioranza non portano lontano.

Il balletto tra ballottaggio, norma anti-cespuglio e preferenze

Poi… Poi la Lega ha cominciato a calare nei sondaggi, e ha perso quota l’ipotesi ballottaggio; poi Roberto Vannacci ha rinfacciato alla premier di aver promesso le preferenze e allora sono state reintrodotte ma in versione soft con il capolista bloccato (dopo essere state impallinate alla Camera dai franchi tiratori); poi Noi Moderati ha puntato i piedi, è stata aggiunta una riga anti-cespugli (meccanismo per cui in una coalizione solo il primo dei partiti che non raggiunge il 3 per cento, cioè il miglior perdente, sia conteggiato nel calcolo del premio di maggioranza) che però potrebbe essere modificata e su cui era stato allertato pure il Quirinale; poi Futuro Nazionale è salito nei sondaggi e per arginarlo è tornato in auge il ballottaggio, durato però lo spazio di un mattino perché nuovamente affossato dalla Lega. Insomma, un bel pastrocchio. Qualche testacoda, peraltro, si è registrato anche nel campo largo, con il Pd storicamente a favore del ballottaggio ed Elly Schlein ora invece nettamente contraria per il timore di schiacciarsi troppo sulla linea di Giuseppe Conte

Perché la riforma elettorale è l’ultima promessa tradita di Giorgia Meloni
Antonio Tajani e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

La mancanza di una bussola rischia di aumentare l’astensionismo

Insomma, sguardo lungo zero, volontà di dare al Paese uno strumento che duri e dia una struttura solida men che meno. Tutto l’iter è stato guidato dalla spasmodica attenzione ai sondaggi, dalla sollecita sensibilità ai malumori di un partito o di un partitino, al nervoso timore di perdere un punto a favore del vicino. Al netto della possibilità di trovarsi di nuovo con un mostriciattolo giuridico che ottenga effetti ben diversi da quelli che ci si era prefissati, il timore è anche un altro. Se giustamente la premier si era posta come obiettivo quello di combattere «la disaffezione al voto», lo spettacolo di un percorso di riforma elettorale stiracchiato e senza bussola rischia di non invogliare gli elettori ad andare alle urne. E sarebbe un danno per tutti, anche per chi vincerà, chiunque esso sia. 

Perché la riforma elettorale è l’ultima promessa tradita di Giorgia Meloni
Un seggio elettorale (Imagoeconomica).

Short Movie: Un epilogo per Star Trek: Voyager

Un epilogo per Star Trek: Voyager

Voyager Epilogue è un fan film di circa cinqe minuti, realizzato con la AI, che racconta il “dopo” di Star Trek Voyager e delle altre serie

Se siete fan di Star Trek e vi piacciono i cameo, quando un personaggio di una serie compare brevemente in un'altra, vi piacerà questo corto, Voyager Epilogue. Che è praticamente una sequenza ininterrotta di cameo, nella quale vediamo come si adattano alla vita “normale” i reduci della Voyager dopo il ritorno a casa. Ma non solo loro: ci sono personaggi di The Next Generation, di Deep Space Nine, di Star Trek: Picard. Il divertente sta anche nel riconoscerli. Il corto è stato ovviamente realizzato con una AI; tanto il video che la colonna sonora, una... - Leggi l'articolo

 

SERIE TV - Short Movie - 5 settembre 2026 - articolo di S*

A2A e Teha, lo studio sul contributo delle utility a sviluppo e occupazione del Paese

Con la conclusione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) nel giugno 2026, si chiude il più importante programma di sostegno agli investimenti pubblici dal secondo dopoguerra. Si apre ora una nuova fase, nella quale le risorse del settore Energy & Utility e la capacità industriale delle aziende che ne fanno parte possono rappresentare il principale motore di sviluppo e competitività del Paese. Secondo lo studio Investire per competere. Il contributo delle utility a sviluppo e occupazione del Paese, realizzato da Teha Group in collaborazione con A2A e presentato al Forum di Cernobbio, le aziende di questo comparto possono attivare investimenti privati complessivi per 315 miliardi di euro entro il 2035 e 825 miliardi entro il 2050, pari a circa 33 miliardi di euro all’anno. Le risorse riguardano nove ambiti strategici: generazione elettrica da fonti rinnovabili e nucleare, soluzioni per la flessibilità del sistema elettrico, infrastrutture elettriche, infrastrutture gas, data center, teleriscaldamento, ciclo idrico integrato, trattamento dei rifiuti – trasformati in risorsa attraverso riciclo e recupero energetico – e biometano.

Nuovi posti di lavoro, risparmio energetico, rafforzamento dell’economia circolare

Ogni euro investito, spiega l’analisi, genera ricadute economiche complessive superiori a quattro volte il valore iniziale e potrebbe contribuire per circa il 10 per cento alla crescita annua del Pil fino al 2050. Gli investimenti cumulati al 2050 potrebbero abilitare fino a 300 mila nuovi posti di lavoro diretti. Una maggior efficienza dei consumi energetici (elettrici e combustibili fossili), sostenuta dagli investimenti del settore Energy & Utility, consentirebbe poi a una famiglia di diminuire il proprio consumo energetico con un risparmio che potrebbe raggiungere circa mille euro all’anno nell’ipotesi full electric. Nel settore industriale, la riduzione del costo dell’energia elettrica generato dall’incremento delle rinnovabili si tradurrebbe in circa 80 miliardi di euro di risparmi cumulati al 2050. I suddetti investimenti contribuirebbero ad aumentare progressivamente il livello di autonomia energetica italiana, portandola dall’attuale 26 per cento al 49 per cento nel 2035, fino a raggiungere l’81 per cento nel 2050, riducendo strutturalmente la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e l’esposizione alla volatilità delle commodity internazionali. Le risorse attivate favorirebbero inoltre la riduzione delle emissioni nazionali di Co2 del 36 per cento al 2050, con un risparmio di 31 miliardi di euro di costo sociale del carbonio. Parallelamente, gli investimenti nel trattamento dei rifiuti e nel ciclo idrico integrato favorirebbero il rafforzamento dell’economia circolare, consentendo l’azzeramento del conferimento in discarica dei rifiuti urbani e il superamento di criticità infrastrutturali.

Tasca: «Investimenti concreti possono generare crescita duratura»

«Giugno 2026 non ha segnato solo la fine del Pnrr, ma l’inizio di una prova di maturità per il nostro Paese», ha commentato Roberto Tasca, presidente del Gruppo A2A. «Per alcuni anni abbiamo potuto contare su una leva straordinaria che ha sostenuto crescita e investimenti, oggi il compito è trasformare quell’eccezionalità in un metodo, dando continuità alla modernizzazione e orientando i capitali verso le infrastrutture strategiche e i servizi che incidono sulla qualità della vita. È la condizione per non disperdere la spinta degli anni scorsi e per rafforzare il sistema economico e produttivo del Paese». E ancora: «In uno scenario internazionale attraversato da nuove competizioni tecnologiche, industriali ed energetiche, la sfida non è tornare a crescere, ma scegliere come farlo. Il settore Energy & Utility è il punto in cui la just transition incontra la politica industriale: qui gli obiettivi europei possono diventare investimenti concreti capaci di generare crescita duratura».

Tavazzi: «Benefici concreti per cittadini e territori»

«Oltre agli stimoli alla crescita economica e alla transizione energetica, gli investimenti nel settore Energy & Utility sarebbero in grado di generare benefici concreti e diffusi per cittadini, imprese e territori», ha aggiunto Lorenzo Tavazzi, senior partner e board member di Teha. «La progressiva elettrificazione dei consumi, accompagnata dallo sviluppo delle infrastrutture energetiche necessarie alla transizione, potrebbe consentire ad una famiglia italiana media di ridurre la propria spesa energetica al 2050 del 20 per cento rispetto a quella attuale. Inoltre, la riduzione del costo dell’energia abilitato dalla transizione energetica genererebbe per le imprese italiane risparmi cumulati, che, se reinvestiti, potrebbero generare fino a circa 260 miliardi di Euro di valore aggiunto per l’economia nazionale». Gli impatti degli investimenti nel settore Energy & Utility si estenderebbero anche alla dimensione ambientale e territoriale. «Il rafforzamento dell’economia circolare consentirebbe di azzerare il conferimento in discarica dei rifiuti urbani e di ridurre i costi di smaltimento per oltre 500 milioni di euro nel 2050», ha spiegato Tavazzi. «Allo stesso tempo, gli investimenti nel ciclo idrico contribuirebbero a colmare ritardi infrastrutturali storici del Paese, evitando fino a 1,5 miliardi di euro di sanzioni europee che l’Italia dovrebbe sostenere entro il 2050 in assenza di adeguamenti del sistema fognario e di depurazione».

Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania

Tra Matteo Salvini e Matteo Piantedosi, Giorgia Meloni ha scelto il secondo. A quanto apprende Lettera43, e come già avevamo anticipato, il ministro dell’Interno, approdato al governo attraverso la Lega (è stato capo di gabinetto ai bei tempi di Salvini al Viminale), volpone democristiano, nato a Napoli ma originario dell’Irpinia demitiana, si è pian piano avvicinato alle posizioni della Meloni, che ha deciso di candidarlo alle politiche 2027 con Fratelli d’Italia.

Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania

La Campania non è mai stata una “Regione rossa”

Piantedosi avrà il compito di “tirare” la lista di FdI in Campania, terra fatale per il partito di maggioranza relativa, che nella terza Regione d’Italia per numero di abitanti accumula flop elettorali in continuazione. Eppure la Campania non è mai stata una “Regione rossa”, anzi: è stata governata da Antonio Rastrelli, compianto galantuomo dei tempi del Movimento sociale italiano, il cui figlio Sergio, che ne ha ereditato i modi e la passione politica, è attualmente senatore.

Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Antonio Rastrelli nel 1998 (foto Ansa).

Berlusconi e Caldoro in passato fecero il pieno di voti

Silvio Berlusconi in Campania faceva il pieno dei voti, e anche Stefano Caldoro, socialista doc e attuale consulente di Palazzo Chigi per le politiche del Lavoro, nel 2010 ha portato il centrodestra alla conquista di Palazzo Santa Lucia, sconfiggendo quel Vincenzo De Luca che cinque anni dopo si è preso la rivincita, di misura.

Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Stefano Caldoro (foto Ansa).

De Luca e il Covid hanno fatto evaporare la destra

Poi è arrivato il Covid e De Luca, nel 2020, diventato una star per le sue dirette social da milioni di visualizzazioni, tra cinghialoni e lanciafiamme, stravinse (ancora) contro Caldoro. Da quel momento in poi, il centrodestra in Campania è evaporato: ha perso tutte le elezioni con risultati deprimenti, referendum compreso, mentre Fratelli d’Italia annaspa tra personalismi e guerre interne.

Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Una delle “leggendarie” dirette Facebook di Vincenzo De Luca all’epoca del Covid.

Nelle ultime settimane Roberto Vannacci ha avuto gioco facile nel portare dalla sua parte parecchi esponenti del ceto politico che si sono sentiti traditi da FdI: hanno portato acqua elettorale al mulino (anzi, alla fiamma) e sono stati ripagati con infastidite non risposte alle varie sollecitazioni rivolte a parlamentari ed esponenti di governo.

Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Roberto Vannacci (Ansa).

Come ripartire? L’idea è di affidare a Piantedosi non solo una candidatura, ma anche il compito, dopo le elezioni, di riallacciare il rapporto tra il partito e la cosiddetta “base”: chi meglio di un ex (?) Dc per mediare, ascoltare, riunire, ammorbidire, svelenire il clima mefitico che si respira nel partito in Campania?

Perché Meloni non parteciperà all’Assemblea generale delle Nazioni Unite

Salvo ripensamenti dell’ultimo minuto, Giorgia Meloni non parteciperà alla prossima riunione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Lo scrive Adnkronos, citando fonti di Palazzo Chigi: l’Italia sarà comunque presente, rappresentata dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.

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Gli impegni in Italia e i rapporti deteriorati con Trump

Meloni già l’8 luglio, al termine del vertice Nato, aveva comunicato l’intenzione di delegare a Tajani la partecipazione ai successivi appuntamenti internazionali. «Non per disimpegno, ma perché arrivo da diversi vertici internazionali e ho l’obbligo di occuparmi di diversi dossier anche in Italia», aveva spiegato la premier. Il passo indietro si inserisce dunque in un orientamento già esplicitato pubblicamente dalla premier e la scelta di Meloni, precisano le fonti di governo, «non ha bisogno di essere giustificata né difesa», anche perché nel recente passato era stata presa da altri leader come l’ormai ex ministro britannico Keir Starmer, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il premier canadese Mark Carney. Era però da 15 anni che un presidente del Consiglio italiano non disertava l’Assemblea generale delle Nazioni Unite: la sensazione è che Meloni abbia deciso di dare forfait anche per i rapporti ormai deteriorati con Donald Trump.