La banalizzazione del Male

Paola Capone*

Non più tardi di qualche giorno fa abbiamo appreso dalla Cronaca uno degli eventi più disgustosi e terribili che possano capitare ad una famiglia ed in particolare ad una tredicenne. In sintesi un cittadino bengalese è stato accusato di aver molestato una ragazzina di tredici anni nella città di Torino e successivamente scarcerato con obbligo di firma Nel nostro Paese del Bengodi è addirittura possibile rimanere impuniti e liberi di poter reiterare il reato di molestie aggravate dai precedenti e se in un primo momento si registra una sorta di pentimento da parte del reo, senza dubbio la violenza subita rimane dentro il vissuto di un’adolescente come trauma difficilmente elaborabile, questo nel migliore dei casi. La banalizzazione del Male ha raggiunto questo livello in Italia con un silenzio pericoloso e stupido da parte di tutto il mondo femminista di sinistra, per certa Magistratura lasciamo il commento al lettore. Come possiamo giustificare queste circostanze in un Paese che insegue la sicurezza ma si trova imprigionato, imbavagliato, imbrogliato da questi risultati posti in essere da una certa parte di magistratura. Quale orizzonte possiamo offrire ai giovani e a chi vive nel nostro Paese, ma soprattutto alle donne, alle ragazze italiane e non, come possiamo difenderle da questo Vuoto intorno a loro? Ogni giorno leggiamo notizie di reato perpetrate ai danni delle donne e sempre di più pur denunciando l’accaduto e le violenze non esistono garanzia di salvezza e di difesa. Un codice rosso archiviato diventa la banale risposta di un iter procedurale poco efficace, normato male e che non protegge la vittima, né la tutela. Vogliamo davvero continuare a giustificare queste derive malsane nella società contemporanea italiana? E ancora –adesso –apprendiamo che la Procura ricorre contro la scarcerazione del bengalese, quindi ancora una volta siamo al balletto delle circostanze, iter procedurali e quant’altro, per carità nel rispetto della Costituzione Italiana.Mi chiedo –nei confronti di tutte le Donne italiane e straniere che vivono in Italia-quando ci sarà il Rispetto e la forte volontà degli addetti ai lavori nel settore della Giustizia di applicare senza indugio tutte le possibili norme restrittive e cautelari nei confronti di taluni individui che meritano la giusta pena e quindi per le famiglie delle vittime immediata protezione con il giusto ristoro del trauma subito. In un Paese Civile e moderno come l’Italia MAI PIU’ dovrebbe essere banalizzato il Male e soprattutto mai più dovrebbe essere Impunito, affinché’ non ci sia “una certa solidarietà e un ‘infamia condivisa tra il governo che fa il male e il popolo che lo lascia fare (Victor Hugo)

” Coordinamento Cittadino Forza Italia Salerno

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Occhio Musk, Pechino insidia Neuralink: arrivano i dispositivi cerebrali cinesi

Le automobili, l’intelligenza artificiale e le energie rinnovabili sono già il passato. La Cina ha un nuovo obiettivo: diventare leader mondiale delle interfacce cervello-computer (Bci), sistemi che permettono di creare un collegamento diretto tra il cervello umano e un dispositivo esterno. A Pechino il settore sta vivendo una forte accelerazione. Le autorità sanitarie hanno approvato una serie di prodotti basati sulla tecnologia cerebrale mentre, grazie al sostegno economico e politico del governo, numerose start-up stanno lavorando allo sviluppo di trattamenti per patologie come l’Alzheimer e la paraplegia.

Occhio Musk, Pechino insidia Neuralink: arrivano i dispositivi cerebrali cinesi
Un chip di Neuralink da impiantare nel cervello.

Il mercato può superare i 14 miliardi entro il 2035

Nel 2025 in Cina il settore delle Bci valeva circa 759 milioni di dollari e, secondo le stime, dovrebbe raggiungere i 904 milioni entro il 2028. Ma è soprattutto nel decennio successivo che la crescita potrebbe accelerare portando il mercato a superare i 14 miliardi entro il 2035. Nell’attuale piano quinquennale, valido dal 2026 al 2030, il governo di Xi Jinping ha inserito le interfacce cervello-computer tra le industrie del futuro su cui puntare insieme alla tecnologia quantistica, al 6G e alla fusione nucleare. Il motivo? L’ambizione di dominare le tecnologie, ma anche la necessità di risolvere i sempre più numerosi disturbi neurologici conseguenza dell’invecchiamento della popolazione.

Un aiuto per individuare i deficit cognitivi

Negli ultimi mesi la National medical products administration, l’autorità cinese che supervisiona e approva farmaci e dispositivi medici, ha autorizzato diversi prodotti legati alle Bci. Tra i più interessanti troviamo il sistema dell’azienda Tiankai Suishi (Tianjin) Intelligent Technology, una cuffia dotata di elettrodi che rileva i segnali elettrici del cervello e aiuta i medici a individuare eventuali deficit cognitivi. Via libera anche a un driver per microelettrodi di StairMed (start-up sostenuta da Tencent e Alibaba) utilizzato per impiantare Bci durante gli interventi neurochirurgici.

Occhio Musk, Pechino insidia Neuralink: arrivano i dispositivi cerebrali cinesi
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

Neuracle Medical Technology ha invece ottenuto la prima approvazione cinese per una Bci impiantabile destinata a pazienti con lesioni del midollo spinale. A Shanghai, infine, è stata emessa la prima prescrizione per Neo, un sistema pensato per aiutare i pazienti a recuperare il movimento della mano.

Start-up e finanziamenti: come funziona l’ecosistema del Dragone

La Cina può contare su un ecosistema pressoché completo che va dalla ricerca di base allo sviluppo tecnologico fino alle applicazioni commerciali dei dispositivi fatti e finiti. Accanto alle start-up operano università, fornitori di componenti e istituzioni pubbliche con un ruolo sempre più importante delle amministrazioni locali. La provincia dello Zhejiang, per esempio, ha messo in campo incentivi per favorire la quotazione in Borsa delle aziende del settore. La città di Shenzhen punta ad accompagnarne l’espansione internazionale e a facilitare fusioni e acquisizioni. Pechino, invece, ha scelto il distretto di Changping come principale polo della capitale per concentrare ricerca, imprese e investimenti sulle Bci.

Auto, razzi e Bci: la Cina sfida Musk a tutto campo

Neuralink, l’azienda fondata da Elon Musk, resta il principale riferimento mondiale nel settore delle Bci, ma Pechino vuole cambiare gli equilibri e punta a creare almeno due o tre colossi di livello globale entro il 2030. Del resto, sul fronte delle auto elettriche, il Dragone ha già conquistato una posizione dominante con colossi come BYD che hanno superato Tesla nelle vendite globali.

Occhio Musk, Pechino insidia Neuralink: arrivano i dispositivi cerebrali cinesi
Stand Byd (Imagoeconomica).

E nel settore spaziale la società pechinese LandSpace è appena riuscita a recuperare il primo stadio di un razzo: un chiaro avvertimento alla regina dei razzi riutilizzabili SpaceX, sempre di proprietà del tycoon naturalizzato statunitense. Yao Dezhong, direttore dell’Istituto di Scienze del cervello del Sichuan, ha profetizzato: «Le nuove politiche cinesi non cambieranno le cose dall’oggi al domani. Credo che tra tre o cinque anni vedremo gradualmente alcuni prodotti Bci passare a un servizio pratico effettivo per il pubblico». Musk è avvisato.

L’adeguamento politico e le sue insufficienze

Luigi Snichelotto

Nel pezzo di oggi vorrei cercare di inquadrare un fenomeno che mi sembra caratterizzare sempre più la dinamica politica contemporanea. Senza voler fare il Solone ironicamente, provo semplicemente a pormi qualche domanda. La politica, oggi, sembrerebbe infatti, dispiace dirlo, progressivamente snaturata e separata da alcuni dei suoi cardini naturali: ideologici, sociali e culturali. Quei riferimenti che, almeno in teoria, dovrebbero essere propedeutici al miglioramento dello stato sociale e, quindi, della condizione di tutti noi. Un contesto nel quale dovrebbe essere naturale misurarsi con le regole di una convivenza associativa ed umana di qualità: dal piccolo villaggio alpino, marittimo o di campagna, alla grande città, fino alla nazione che ci ospita e della quale siamo cittadini, con diritti civili. Premetto, quindi, di non avere alcuna velleità di analista scientifico o politico, provengo, del resto, da un’esperienza di un periodo nel quale la statura umana di molti interlocutori politici riusciva, probabilmente, a far comprendere con maggiore chiarezza dove fossimo e, soprattutto, dove cercassimo di andare. Anche allora, naturalmente, non mancavano eccezioni poco felici, ma forse la libertà del proprio sentire, percepire e pensare si poteva respirare con maggiore coinvolgimento ed autonomia. Erano gli anni in cui le organizzazioni politiche erano in fase di costituzione ed ancora fortemente identificate da culture, storie e visioni differenti, in una comunità italiana reduce da uno dei periodi più travagliati della propria storia e chiamata contemporaneamente a ricostruire se stessa ed a trovare una collocazione nel nuovo assetto mondiale. Forse, era già un gran lusso, si poteva ancora arrivare a pensare e agire maggiormente in linea con i propri convincimenti personali, pur dentro ideologie spesso fortissime e contrapposte, senza dover necessariamente mutuare ogni giorno un’opinione confezionata altrove, proveniente da chissà dove. Tutto rispettabilissimo, avendo tutti noi ricevuto un’educazione fondata, più o meno, sul libero pensiero. Cresciuto nel periodo successivo alle esperienze di governo di Alcide De Gasperi, quando erano ancora evidenti gli effetti dell’opera di un uomo che tanto aveva dato a questa nazione, in così poco tempo e che sarebbe stato poi rapidamente posto ai margini della vita politica nazionale, forse per la sua nota integrità e scarsa attitudine al galleggiamento. Un mondo, quello del dopoguerra, che stava già preparando equilibri, contrapposizioni e sfere d’interesse sociale destinate a condizionare i decenni successivi, fino a noi ed oltre? Qualcuno potrebbe persino intravedervi, con gli occhi di oggi, i prodromi di una sorta di teoria del caos. Ipotesi provocatoria? Può darsi. Ma Il dubbio, in fondo, serve anche a questo. Non mi si tacci, però, di essere un “critico oltranzista” mai pessimista per anzianità di presenza e militanza su questo pianeta! Cerco, al contrario, di rimanere molto sul pezzo e di riconoscere tutto il bene che sia giunto sino a noi, dal secondo dopoguerra: i progressi della medicina, della scienza, delle tecnologie, dell’economia, delle comunicazioni e chi più ne ha più ne metta. Quelli che, fatalmente o fortunatamente, hanno spesso conosciuto accelerazioni proprio nei periodi successivi ai grandi conflitti. Fatta questa premessa, vengo al punto. Perché facciamo tanta fatica a comprendere la dinamica politica contemporanea? Perché assistiamo a quella che mi pare come una sorta di autolesionismo ideologico, soprattutto da parte di chi, facendo politica, si cimenti quotidianamente nelle televisioni e nei diversi mezzi di comunicazione! Sempre più frequentemente siamo spettatori di interventi, dichiarazioni o contrapposizioni che sanno di qualcosa di elementare, superficiale, talvolta persino banale. Contenuti ed argomentazioni effimere e qualunquistiche; difficilmente sembrano poter migliorare il dibattito evolutivo della nostra nazione sul piano formativo, culturale, sociale ed economico. A volte il livello della contrapposizione mi ricorda persino una vecchia filastrocca popolare ed infantile: Mamma, Ciccio mi tocca! Toccami Ciccio che mamma non c’è! Priva, almeno apparentemente, di particolare significato, se non forse quello di fare qualcosa all’insaputa di chi eserciti una qualche autorità su di noi. La citazione farà sorridere, ma proprio da qui nasce una domanda assai meno divertente. Dobbiamo forse rassegnarci a rimanere immersi in una sorta di brodo di subcultura? E, soprattutto: quanto di questo fenomeno nasca spontaneamente e quanto venga invece amplificato dai meccanismi contemporanei della comunicazione? Non intendo sostenere l’esistenza di una qualche regia occulta. Sarebbe semplicistico e, soprattutto, non avrei elementi per affermarlo. Mi interessa porre una questione diversa e, forse, persino più inquietante. Può un sistema informativo, che viva inevitabilmente anche di attenzione, audience, velocità, contrapposizione ed emotività, finire per produrre, indipendentemente dalle intenzioni di chi vi opera, un progressivo effetto di assuefazione e di semplificazione del pensiero? È possibile che l’esposizione continua a notizie negative, reati, delitti, guerre, catastrofi, emergenze economiche o sociali, finisca per alimentare nell’individuo una percezione costante della precarietà della propria esistenza? E se così fosse, quali conseguenze avrebbe tutto questo sulla nostra capacità di giudizio? Il tema, mi rendo conto, è molto articolato. Non attribuirei certamente ai giornalisti una responsabilità parziale o esclusiva. Il nostro paese dispone di una classe giornalistica generalmente qualificata e preparata, capace di esprimere professionalità su tutti i fronti e gli argomenti. Il problema, semmai, riguarda un sistema molto più complesso, nel quale convivono proprietà editoriali, direttori, strategie comunicative, mercato pubblicitario, ascolti, orientamenti culturali e, oggi più che mai, piattaforme digitali e gestione assoluta del consenso e degli investimenti. Anche i principali canali nazionali mi sembrano ormai abbastanza riconoscibili nei rispettivi orientamenti sociali e di comunicazione. Esprimono, certo e spesso, un’ottima qualità professionale, ma risultano, talvolta percepibili, inequivocabilmente, negli orientamenti delle rispettive sensibilità sociali, culturali, economiche e politiche. Qualche eccezione, a mio parere, può verificarsi nell’editoria territoriale, che tende a stare maggiormente “sul pezzo” dell’informazione di servizio, legata ai fatti “domestici”, locali, pur occupandosi naturalmente anche delle grandi vicende nazionali ed internazionali. Una storia a parte meriterebbero i dibattiti nazionali sulle reti “ammiraglie” dei grandi gruppi televisivi del nostro paese: una sorta di Serie A dell’informazione, quattro o cinque major, più o meno, come le si conti. Ed è qui che mi nasce un altro dubbio. Viviamo ormai di sondaggi TV?  Misuriamo praticamente ogni battito di ciglia – o, per dirla scientificamente, ogni nittitazione – eppure quanto conosciamo davvero, in maniera chiara e comprensibile, i gusti, le aspettative e l’orientamento degli spettatori e dei lettori? Certo, i dati esistono e qualcosa viene periodicamente pubblicata e conosciuta. Ma quanto riescono a raccontare realmente della qualità della relazione tra informazione e cittadino? È in questo territorio che si combatte la vera battaglia dell’audience? È qui che i grandi guru della comunicazione esprimono il proprio valore analitico? E quale sarebbe, infine, il mood dominante? Quello del rasserenamento? Oppure quello dell’inquietudine? O forse entrambi, sapientemente alternati secondo differenti momenti e cluster di pubblico? La questione diventa interessante perché la paura, quando divenga una presenza costante nella percezione dell’essere umano, può modificare il comportamento? Genera bisogno di sicurezza? L’incertezza rende vulnerabili? Lo stress può rendere più difficile la costruzione di un pensiero articolato e complesso? E quando tutto diventi complesso, faticoso, minaccioso, l’essere umano tenderebbe naturalmente a cercare una semplificazione? È proprio in questo passaggio finale che potrebbe ridursi la capacità critica, insieme alla disponibilità ad analizzare lucidamente ciò che quotidianamente ci venga sottoposto. Ed ecco affacciarsi quello che considero il punto centrale della riflessione: l’adeguamento conformistico. Non necessariamente imposto. Non necessariamente organizzato. Forse, assai più semplicemente, progressivamente accettato. Potrebbero allora manifestarsi due dinamiche complementari. Da un lato, una maggiore possibilità di controllo sociale, inteso, non necessariamente, come un oscuro progetto organizzato dall’alto, ma come conseguenza della crescente omologazione dei comportamenti e delle opinioni. Dall’altro, la debolezza dell’interlocutore: l’individuo, continuamente sollecitato da uno scenario percepito come incerto e rischioso, finisce per affidarsi più facilmente a entità considerate capaci di offrire sicurezza, protezione e soluzioni. Il passaggio dall’affidamento all’obbedienza può allora diventare sottile. E l’obbedienza, quando si diffonda, può persino trasformarsi in una sorta di rituale di massa. La storia è piena di fenomeni nei quali paura, bisogno di sicurezza, appartenenza e obbedienza hanno finito per intrecciarsi. Cambiano le epoche, cambiano gli strumenti, cambiano i linguaggi, ma alcuni meccanismi dell’essere umano sembrano attraversare i secoli. Ed è proprio qui che ritorna il dubbio. Non vorrei che questa riflessione apparisse come una magra constatazione pessimistica. Il mondo, in qualche modo, ha dimostrato anche di sapersi riadattare e migliorare. La storia dell’umanità è contemporaneamente una storia di errori terribili e di straordinarie conquiste. Tecnologia, medicina, scienza, diritti, conoscenza, capacità di comunicare e di viaggiare: sarebbe intellettualmente scorretto e disonesto non riconoscere quanto cammino sia stato percorso. Eppure permane quella strana sensazione. Cambiamo continuamente e continuiamo, altrettanto continuamente, a ripetere alcuni dei nostri errori. Ogni secolo sembra convinto di essere finalmente più evoluto di quello precedente e ogni secolo, prima o poi, si ritrova davanti alle medesime domande: libertà, potere, paura, sicurezza, appartenenza, obbedienza, ricchezza e povertà. Forse il vero antidoto all’adeguamento non consiste allora nel possedere una verità diversa da quella degli altri. Consiste nel conservare la libertà di dubitare. Di ascoltare. Di confrontare. E, quando necessario, anche di dissentire. Perché una democrazia non dovrebbe avere paura del dubbio dei propri cittadini. Dovrebbe, semmai, avere paura del giorno in cui i cittadini smettessero di esercitarlo. E così, dopo tante parole, finiamo ancora una volta dalle parti del principe di Salina, del grande Giuseppe Tomasi di Lampedusa. O, più precisamente, dalle parti di Tancredi Falconeri: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». Sarà pessimismo? Realismo? Oppure, ancora una volta, semplicemente dubbio?

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Salernitana, si fa male anche Djibril

La Salernitana e Cosmi perdono un’altra pedina in vista del derby all’Arechi contro la Cavese,  in programma domani, domenica 6 settembre, alle ore 15, allo stadio Arechi.

 

Ieri mattina, la seduta di allenamento della squadra granata è stata interrotta per l’infortunio di Malick Djibril. Il calciatore è stato accompagnato all’Ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona per accertamenti dopo aver impattato male col terreno di gioco. Indiscrezioni parlano di una lussazione del gomito che potrebbe tenere lontano l’ex Picerno per almeno tre settimane. Le condizioni sono monitorate dallo staff granata.

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Nocera Inferiore, neonata morta, scagionati i genitori

Nocera Inferiore. “Il soffocamento che ha causato la morte della neonata non è da addebitare a madre e padre ma ad un evento accidentale”. Con questa motivazione, il giudice per le udienze preliminari del tribunale di Nocera Inferiore, accogliendo la richiesta della locale procura, ha disposto il decreto di archiviazione a carico di madre e padre della piccola deceduta a ottobre di due anni fa. L’accusa all’origine era di omicidio prerintenzionale. La piccola era nata all’ospedale di Aversa, per poi essere dimessa dopo qualche giorno. La piccola si era svegliata intorno all’una di notte, in lacrime. La madre, pensando che la figlia avesse bisogno di mangiare, riscaldò del latte insieme al compagno, per poi adagiarla nella culla e darle una prima razione. Ma continuava a piangere, così la donna decise di allattarla al seno per farla calmare, mettendola con se a letto. Intorno alle 5, dopo essersi svegliata, fu sempre la madre a notare delle piccole macchie di sangue intorno al naso e alla bocca della figlia. La piccola non rispondeva ad alcuno stimolo. La coppia allertò il 118, chiedendo di mandare con urgenza un’ambulanza presso la loro abitazione. Il mezzo di soccorso giunse in pochi minuti, prendendo in carico la bimba, che si trovava in strada in braccio al padre. Il medico constatò le gravi condizioni della neonata, che fu trasferta all’Umberto I, per essere poi spostata nella shock room. Nonostante i tentativi di rianimarla, i medici dovettero constatare il decesso. Quindi l’apertura di un’indagine della procura, con l’iscrizione nel registro degli indagati dei due genitori con l’ipotesi di omicidio preterintenzionale. Ora il decreto di archiviazione per non aver commesso il fatto.

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Perché la riforma elettorale è l’ultima promessa tradita di Giorgia Meloni

La madre di tutte le riforme è finita in cantina, e anche la figlia non se la passa un granché bene. Proprio mentre celebra il record di longevità del suo governo, Giorgia Meloni sa di aver mancato almeno uno dei suoi obiettivi dichiarati: la Costituzione rimarrà di fatto la stessa di quando è arrivata a Palazzo Chigi. Il premierato che si sarebbe voluta intestare, infatti, non vedrà la luce, e anche la riforma elettorale che avrebbe dovuto garantire stabilità di governo e potere ai cittadini sta deviando dai suoi propositi. Tutta colpa di un metodo per nulla strategico e molto, troppo, situazionista.

Perché la riforma elettorale è l’ultima promessa tradita di Giorgia Meloni
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La montagna ha partorito nuovamente un topolino

All’inizio fu il presidenzialismo. Ma durò poco perché l’idea di cominciare la legislatura con uno scontro con il Quirinale non era consigliabile. La premier ha allora provato con il premierato, «madre di tutte le riforme», ma anche lì la strada è stata tutta in salita e mamma riforma è finita su un binario morto. Ora al rush finale della legislatura, Meloni ci prova con la legge elettorale ma a fronte di grandi dichiarazioni di intenti il percorso è accidentato perché il centrodestra (ma il centrosinistra non è da meno) procede per tentativi, cambiando modello a ogni nuovo sondaggio.

Le regole imposte a maggioranza non portano lontano

L’obiettivo dichiarato era lodevole e strategico per il Paese: garantire stabilità all’Italia e tradurre il voto degli elettori in un governo che durasse cinque anni. «Mettere fine alla stagione dei ribaltoni», «dare all’esecutivo un orizzonte di legislatura» erano gli slogan. Poca condivisione e poco confronto con l’opposizione non hanno aiutato l’iter della legge elettorale, nonostante la storia recente abbia fatto capire ormai anche ai sassi che le regole imposte a maggioranza non portano lontano.

Il balletto tra ballottaggio, norma anti-cespuglio e preferenze

Poi… Poi la Lega ha cominciato a calare nei sondaggi, e ha perso quota l’ipotesi ballottaggio; poi Roberto Vannacci ha rinfacciato alla premier di aver promesso le preferenze e allora sono state reintrodotte ma in versione soft con il capolista bloccato (dopo essere state impallinate alla Camera dai franchi tiratori); poi Noi Moderati ha puntato i piedi, è stata aggiunta una riga anti-cespugli (meccanismo per cui in una coalizione solo il primo dei partiti che non raggiunge il 3 per cento, cioè il miglior perdente, sia conteggiato nel calcolo del premio di maggioranza) che però potrebbe essere modificata e su cui era stato allertato pure il Quirinale; poi Futuro Nazionale è salito nei sondaggi e per arginarlo è tornato in auge il ballottaggio, durato però lo spazio di un mattino perché nuovamente affossato dalla Lega. Insomma, un bel pastrocchio. Qualche testacoda, peraltro, si è registrato anche nel campo largo, con il Pd storicamente a favore del ballottaggio ed Elly Schlein ora invece nettamente contraria per il timore di schiacciarsi troppo sulla linea di Giuseppe Conte

Perché la riforma elettorale è l’ultima promessa tradita di Giorgia Meloni
Antonio Tajani e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

La mancanza di una bussola rischia di aumentare l’astensionismo

Insomma, sguardo lungo zero, volontà di dare al Paese uno strumento che duri e dia una struttura solida men che meno. Tutto l’iter è stato guidato dalla spasmodica attenzione ai sondaggi, dalla sollecita sensibilità ai malumori di un partito o di un partitino, al nervoso timore di perdere un punto a favore del vicino. Al netto della possibilità di trovarsi di nuovo con un mostriciattolo giuridico che ottenga effetti ben diversi da quelli che ci si era prefissati, il timore è anche un altro. Se giustamente la premier si era posta come obiettivo quello di combattere «la disaffezione al voto», lo spettacolo di un percorso di riforma elettorale stiracchiato e senza bussola rischia di non invogliare gli elettori ad andare alle urne. E sarebbe un danno per tutti, anche per chi vincerà, chiunque esso sia. 

Perché la riforma elettorale è l’ultima promessa tradita di Giorgia Meloni
Un seggio elettorale (Imagoeconomica).

Omicidio Vassallo, veleni e depistaggi

di Erika Noschese

La notte del 5 settembre 2010 non si è mai davvero conclusa. È rimasta incastrata tra le curve scure della strada che sale verso Acciaroli, sospesa nel buio di un’auto lasciata con il motore acceso e sette proiettili piantati nel corpo di un uomo che aveva commesso la colpa imperdonabile di non girarsi dall’altra parte. Oggi il calendario segna l’ennesimo anniversario della scomparsa di Angelo Vassallo, ma l’orologio della giustizia italiana sembra essersi fermato a quella sera di fine estate, bloccato in un ingranaggio infernale fatto di piste svanite nel nulla, veleni incrociati, ombre istituzionali e una sconcertante sensazione di impotenza. Parlare di anniversario, di fronte a un delitto ancora privo di colpevoli certi e condannati in via definitiva, suona quasi come un esercizio retorico, una recita di circostanza a cui questa terra non può più prestare il fianco. La verità sul Sindaco Pescatore non è una conquista arrivata con il tempo, ma un debito morale che lo Stato continua a non saldare, trasformando il dolore di una famiglia e di un’intera comunità in un’estenuante agonia giudiziaria che dura da sedici anni. Dietro la figura del primo cittadino che sognava un Cilento libero e difendeva il mare con la tenacia dei giusti, c’è sempre stata una trama assai più oscura e complessa, un intreccio venefico che affonda le radici nel traffico di stupefacenti e negli interessi criminali che stavano aggredendo il molo di Acciaroli. Angelo Vassallo non è stato ucciso per una banalità, né tantomeno per una lite d’impeto. È stato giustiziato con la freddezza di un’esecuzione mafiosa perché aveva capito, perché vedeva ciò che altri fingevano di non notare, perché si era messo di traverso lungo la rotta della cocaina e degli affari sporchi che durante la stagione estiva inquinavano la movida della sua marina. Aveva confidato a pochi intimi di aver scoperto cose che non avrebbe mai voluto vedere e si preparava a consegnare una dettagliata informativa ai Carabinieri per ripulire il suo paese. Ma la sua corsa è stata fermata prima che potesse parlare, azzerata da nove colpi di pistola calibro nove per ventuno esplosi da mani esperte che sapevano esattamente come muoversi e come far sparire l’arma del delitto. Ciò che è accaduto dopo l’agguato è, se possibile, ancora più inquietante dell’omicidio stesso. Per oltre un decennio l’inchiesta si è trascinata tra nebbie fitte, sospetti di depistaggi e anomalie investigative che hanno rallentato ogni tentativo di fare chiarezza. Le attenzioni della Direzione Distrettuale Antimafia si sono concentrate a lungo su apparati deviati delle forze dell’ordine e su soggetti legati alla malavita, costruendo un castello accusatorio che sembrava finalmente vicino a una svolta definitiva quando sono scattate le misure cautelari. Tra le figure chiave di questo dramma giudiziario è finito il colonnello dell’Arma Fabio Cagnazzo, accusato dagli inquirenti di aver orchestrato una lucida opera di depistaggio subito dopo il delitto, arrivando persino a prelevare le videocamere di sorveglianza della zona prima che potessero essere analizzate. Eppure, nel labirinto delle aule di tribunale, anche le certezze più granitiche finiscono per sgretolarsi o per scomporsi in verdetti contraddittori. Il proscioglimento dell’ufficiale in sede di udienza preliminare, affiancato dall’assoluzione in abbreviato per altri indagati e dal rinvio a giudizio per sole due figure, ha riaperto ferite mai ricucite, innescando il ricorso in appello da parte della Procura e confermando una sola spaventosa realtà: il quadro resta sfilacciato, dolorosamente incompleto e conteso tra decisioni opposte. Come se non bastasse il peso di una giustizia negata, la vicenda si è arricchita nel tempo di paradossi e contenziosi paralleli che rischiano di trasformare le vittime in imputati. Le denunce per diffamazione e la recente condanna in sede civile a carico dei fratelli Dario e Massimo Vassallo, unitamente a giornalisti ed emittenti televisive per le accuse mosse negli anni all’ufficiale prosciolto, rappresentano il simbolo plastico di un sistema capovolto, dove chi chiede verità a gran voce finisce per pagare un conto salatissimo in termini morali ed economici, mentre gli esecutori reali continuano a respirare la libertà. La Fondazione intitolata al Sindaco Pescatore ha combattuto ogni singolo giorno contro il rischio dell’oblio e la tentazione della resa, battendo i pugni contro un muro di gomma che per anni ha protetto complici, esecutori e mandanti. Ma la rabbia civile non può sostituirsi al lavoro della magistratura, né può colmare il vuoto lasciato da chi non è stato in grado di assicurare alla giustizia i responsabili di un massacro che ha sfigurato il volto dell’intera nazione. Guardare oggi al caso Vassallo significa osservare un gigantesco monumento allo stallo. Il prossimo novembre segnerà la ripresa del processo davanti alla Corte d’Assise di Salerno per i soli imputati rinviati a giudizio, rappresentando l’ennesima ed estenuante tappa di una maratona senza fine, in cui l’esito finale appare ancora incerto e lontano. Non ci possono essere celebrazioni né retorica di facciata in un paese che permette a un suo servitore d’eccellenza di finire crivellato di colpi senza restituire un nome e un cognome a chi ha premuto quel grilletto e a chi ne ha ordinato la morte. Il sacrificio di Angelo non cercava targhe commemorative, medaglie d’ottone o discorsi di circostanza pronunciati dalle autorità durante le ricorrenze ufficiali, ma pretendeva rispetto, rigore e legalità. Ricordare Vassallo oggi non significa soltanto preservare la memoria delle sue battaglie ambientali o del suo amore per la Dieta Mediterranea, ma gridare con forza che l’Italia non può permettersi di convivere con questo fallimento. Finché non ci sarà una sentenza definitiva capace di spazzare via ogni ombra, la morte di Angelo Vassallo rimarrà una ferita aperta nel cuore della democrazia, la testimonianza scandalosa di uno Stato che ha lasciato solo un uomo buono e che continua, giorno dopo giorno, a negargli la pace.

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Eduardo Scotti: la mia esperienza a Radio Salerno 1

Enzo Sica

 

Curiosità iniziale come è giusto che ci potesse essere in un momento in cui le radio libere, nel lontano 1976, iniziavano programmi per cercare una alternativa che fino a quel momento non c’era stata visto il monopolio della Rai. E’ vero, parliamo di oltre cinquant’anni fa, mezzo secolo di vita trascorsa, ma quella curiosità non poteva non coinvolgere il collega Eduardo Scotti, colui che come tanti giovani di allora, figli del 68′ cercavano di ritagliarsi una certa identità anche nel mondo ancora sconosciuto dell’etere.

Raccontaci quegli inizi e quello che poi è stato il tuo percorso  professionale che ha avuto il suo punto più alto proprio a Radio Salerno 1.

«Diciamo che ho tanti ricordi, sbiaditi dal tempo che inesorabile passa per tutti. Nel 1977 avevo 22 anni, era il mese di ottobre quando condussi la mia prima trasmissione. In studio con me le leader femministe Lucia Di Giovanni, Anna Calvanese, Lilli De Felice. Scelsi come sigla <The Phanpare of the Common Man> di Emerson Lake & Palmer e fu un omaggio, ricordo, alla trasmissione che fino ad allora avevo condotto con Genny Terrone a Radio Metelliana Cava. Un vero successo, aggiungo».

Diciamo ancora che Radio Salerno 1 è stata la radio libera con la quale il tuo percorso professionale, poi, si è cementato moltissimo?

«Si, certamente. Un aneddoto che ti svelo. In quel primo periodo di nascita delle radio libere ci furono altre emittenti che mi contattarono per andare a lavorare da loro con visioni magari più grandi ma io scelsi di collaborare a Radio Salerno 1 forse perchè conoscendo i titolari (Giovanni De Blasi, Nino Nigro e soprattutto Piero Cosentino) c’era stato con loro subito un grande feeling iniziale che mi portarono a questa mia precisa e decisa scelta».

Ma come si svolgeva il tuo lavoro in questa emittente che, val la pena di ricordarlo, diventò tra le prime radio a Salerno ma anche in Campania?

«Innanzitutto con umiltà ma anche consapevolezza di ciò che dovevamo offrire ai nostri ascoltatori.. Facevamo ben sei giornali radio al giorno. Era un record, immagino, Potevamo permettercelo, però, perchè l’ossatura delle notizie ce la garantivano sia il Mattino con il grande Onorato Volzone e Gino Liguori che il Roma che aveva in Valerio Caruso ed anche in te, Enzo, dei colleghi di grande spessore. Il direttore della radio era Enzo Todaro che con i suoi spietati editoriali giornalieri si poneva contro il malaffare e per centrare sempre i problemi negativi della nostra città che in quel periodo erano davvero tanti».

Anche in quel periodo la nostra squadra di calcio, la Salernitana, aveva un ruolo importante nel contesto giornaliero dei vostri radiogiornali?

«Ma certamente la maglia granata ha rappresentato e rappresenta il top per i salernitani. Aggiungo che i famosi tempi del Vestuti quando la squadra era in serie C lì ho vissuto appieno con tante radiocronache fatte e anche con colleghi che si sono avvicendati con me come Walter Talli, Gino Liguori, Antonio Peluso, Aldo Matano mentre in trasferta con il mitico tecnico Gaetano Casola ci si inventava collegamenti con cavi volanti in prossimità degli stadi dove giocava la squadra granata. Tutto ciò per tenere sempre aggiornati i nostri eccezionali ed impagabili tifosi».

Una redazione, quella di Radio Salerno 1, davvero di prima qualità?

«La voce straordinaria di Ketty Volpe la ricordo ancora con immenso piacere. Oltre a me c’erano Paolo Russo, Fabrizio Feo, Vincenzo Nigro, Mariano Ragusa, Umberto Di Miero mentre Andrea Carraro era agli spettacoli con il direttore musicale che è stato l’indimenticabile Luciano Maysse. Per non parlare poi dei favolosi dj Lello Addario, Paolo Pollina, Peppe De Martino, Gianluigi Palamone, Gianfranco Marmo e tanti altri ancora di cui ho dimenticato i nomi. Vorrei anche ricordare le fantastiche mattinate radiofoniche condotte da Gino Savi, Anna Maria Genovese, Felice Avella e Tata Prisco coordinati da Pasquale Palumbo mentre anche ampio spazio le due segretarie dell’epoca Lucia Pitta e Silvana Cafasso lo cercavano per il teatro e con gli eccezionali Sandro Nisivoccia e Regina Senatore dera davvero il top. Geppino Gentile curava la musica classica, Adolfo Gravagnuolo il cinema. Ricordando anche un infinito elenco di super tecnici che ci collaborava come Antonio Rivelli, Giancarlo Braione, Franco Cantalupo, Antonio Fimiani, Erminio Cherchi, Tommaso Siani. E mi scuso per chi, purtroppo, ho dimenticato in questa mia citazione e in questo elenco visto che tutti per il lavoro svolto meriterebbero di essere ricordati».

Ecco, la radio e in questo caso Radio Salerno 1. Ma mi spieghi caro Eduardo perchè nacquero tante radio libere nella nostra città e provincia e in particolare Radio Salerno 1?

«Ho cercato in tutti questi anni di dare anche una spiegazione o varie spiegazioni a tutto l’iter di Radio Salerno 1. Diciamo che la nostra radio nacque come unica informazione alternativa a Salerno. In quel periodo, è tu lo sai benissimo, c’erano solo il Mattino, il Roma, il Tempo, Telesalerno 1 che stava ai primi vagiti. Una spiegazione deriva, forse, dal fatto che queste testate erano espressioni di centrodestra con maggioranza Dc che strizzava l’occhio alla destra missina. Noi e visto che sono stato anche direttore di Radio Salerno 1 per quattro anni (dal 1986 al 1990) con questa emittente volevamo rivolgerci ai giovani di allora, ai figli del 1968 come ti ho detto inizialmente. Io facevo anche parte dell’associazione Arci vicina ai due partiti di sinistra di quell’epoca Pci e Psi e movimenti di sinistra con significativa esperienza però, anche nell’azione cattolica più vicina ai nuovi principi ispirati all’epoca dal Concilio Vaticano II. Aggiungo inoltre che in quel periodo Salerno era una paluda stagnante e i giornalisti nati in Radio Salerno 1 ne agitavano le acque. Però abbiamo anche dato un contributo importante all’apertura sia del Giornale di Napoli ed anche del Nuovo Roma, una testata questa che nel frattempo era sparita dalle edicole salernitane dopo avere avuto per anni una redazione a Salerno. Un contributo immenso e poi con gli anni ognuno di noi, di quel manipolo di giornalisti dell’epoca ci siamo ritrovati a lavorare in grandi quotidiani e in Rai ma anche a dirigere il quotidiano La Città o ai vertici del Mattino. Davvero un grande e significativo percorso tracciato grazie alla nostra cara Radio Salerno 1».

 

Nella foto: Fabrizio Feo, Enzo Todaro, Eduardo Scotti, Vincenzo Nigro e Paolo Russo

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Congresso Forza Italia: Iuorio, regole certe

«Da vecchio militante di Forza Italia, da uomo che ha dedicato anni alla politica e al territorio, sento il dovere di rivolgere un appello alla responsabilità in vista del congresso regionale del prossimo 9 settembre». È quanto afferma Giovanni Iuorio, già presidente del Consiglio della Comunità Montana Alto Medio Sele e Tanagro per dieci anni e storico esponente di Forza Italia, partito con il quale ha condiviso un lungo percorso politico e amministrativo. Originario di Campagna, Iuorio interviene sul dibattito interno al partito alla vigilia dell’appuntamento congressuale regionale e indirizza una lettera aperta al commissario regionale di Forza Italia, l’europarlamentare Fulvio Martusciello. «Negli ultimi tempi – sottolinea Iuorio – e in particolare in vista del congresso regionale, ho la sensazione che il confronto interno sia diventato sempre più limitato, che il dibattito congressuale sia stato compresso e che la partecipazione di alcuni candidati sia stata ostacolata da motivazioni che, almeno all’esterno, appaiono difficili da comprendere. Ritengo che questo non sia il modo migliore per costruire un partito forte, inclusivo e realmente radicato sul territorio». Per Iuorio, infatti, il rischio è quello di produrre l’effetto opposto rispetto a quello auspicato: «Un partito che non ascolta, non si apre e non favorisce il confronto democratico rischia di allontanare non soltanto le nuove energie, ma anche quei militanti storici che per anni hanno dedicato tempo, passione e sacrifici alla crescita di Forza Italia». L’ex presidente del Consiglio della Comunità Montana richiama quindi i vertici del partito a una riflessione più ampia sui risultati elettorali e sulla capacità di rappresentanza di Forza Italia. «I dati degli ultimi appuntamenti elettorali – osserva – dovrebbero spingerci tutti a una seria riflessione. Il risultato del referendum sulla giustizia in Campania è stato deludente, mentre Forza Italia si attesta su percentuali che devono necessariamente farci interrogare sul futuro del partito e sulla sua capacità di intercettare il consenso. Anche la prospettiva di una significativa riduzione della rappresentanza parlamentare impone di ripensare strategie, organizzazione e classe dirigente». «Non sono semplici numeri – aggiunge Iuorio – ma segnali politici che non possiamo permetterci di ignorare. Se vogliamo che Forza Italia torni a crescere, dobbiamo avere il coraggio di ascoltare la base, coinvolgere i territori e consentire un confronto vero tra posizioni e candidature diverse». Nella lettera, Iuorio affronta anche la vicenda giudiziaria che riguarda Martusciello in qualità di eurodeputato, richiamando però espressamente il principio di non colpevolezza. «Sia chiaro – precisa – non vi è alcuna condanna a carico dell’onorevole Martusciello e vale, senza alcun dubbio, il principio di non colpevolezza fino a sentenza definitiva. Tuttavia, dal punto di vista politico, una vicenda che ha avuto conseguenze anche sul piano dell’immunità parlamentare può inevitabilmente incidere sulla percezione pubblica di chi è chiamato a guidare un partito. È una considerazione politica e non un giudizio sulla responsabilità personale». Da qui l’appello rivolto direttamente al commissario regionale: «In un momento così delicato, credo sarebbe un gesto di grande responsabilità valutare il ritiro della candidatura alla guida di Forza Italia in Campania, nell’interesse della comunità politica e dell’immagine complessiva del partito». «Qualora questa strada non fosse ritenuta percorribile – prosegue Iuorio – chiedo almeno che venga garantito un congresso realmente aperto, libero e pluralista, nel quale tutti coloro che intendono partecipare possano farlo nel pieno rispetto dello Statuto, delle procedure e dello spirito democratico di Forza Italia. Le regole devono essere chiare e soprattutto devono essere uguali per tutti». L’obiettivo, secondo Iuorio, non è alimentare divisioni, ma aprire una nuova fase: «Questo non è un attacco personale. È un appello politico e morale rivolto a chi oggi ha una responsabilità importante nei confronti del partito e dei suoi militanti. Forza Italia ha bisogno di rinnovamento, di nuovi progetti, di nuove energie e soprattutto di persone che tornino a occuparsi quotidianamente della cosa pubblica con dedizione, sacrificio e abnegazione». «Il congresso regionale del 9 settembre – conclude Giovanni Iuorio – può rappresentare un momento decisivo. Può essere l’occasione per dimostrare che Forza Italia è ancora un partito vivo, capace di ascoltare, di confrontarsi e di rinnovarsi senza rinunciare ai propri valori fondativi. Mi auguro che prevalga il senso di responsabilità e che si scelga la strada dell’apertura, del pluralismo e della partecipazione. Solo così sarà possibile ricostruire entusiasmo, credibilità e consenso attorno a Forza Italia».

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Salernitana-Cavese, storia di un derby

Fabio Setta

SALERNO – Tensioni, incidenti, giocatori sotto falso nome, vittorie a tavolino e tentativi di corruzione. Si è giocato poche volte, domenica sarà appena la diciannovesima a Salerno, tra campionato e Coppa Italia di Serie C, ma il derby Salernitana-Cavese è inevitabilmente tra i più sentiti ed accesi del meridione. Sarà per la vicinanza geografica, ma le due formazioni che spesso si sono perse per decenni per poi ritrovarsi, hanno dato vita sempre a partite epiche. Come la prima, quella del 14 settembre 1919 che non resterà negli annali ufficiali trattandosi di un’amichevole. Con Matteo Schiavone nelle vesti di arbitro, la Salernitana vince 6-0 quell’amichevole. Il primo confronto ufficiale risale quindi al campionato 23/24. La gara iniziò con una “macabra” sfilata. I tifosi della Salernitana avevano portato a spalla una cassa da morto dipinta di blu (non sarà l’unica volta). Al gol della Cavese segnato al 15’ da Tavella, i tifosi metelliani risposero per le rime intonando cori ingiuriosi. Qualche cazzotto volò fin sulla vetturina che riportava i tifosi verso Cava. In campo saltarono i nervi al portiere della Salernitana Finizio, forse per la stizza per l’errore sul gol decisivo che assestò pugni agli avversari e solo grazie ai buoni uffici dell’avvocato Girolamo Bottiglieri il portiere non venne squalificato ma se la cavò con una semplice ammenda. A fine stagione, la Salernitana lanciò anche una singolare scommessa alla Cavese, duemila lire contro cinquemila per giocare una partita in campo neutro e arbitro neutrale con squadre formate da giocatori residenti da almeno cinque anni nelle rispettive città. Quella gara non si giocò mai a Salerno ma si disputò, ristabiliti i rapporti cordiali un’amichevole a Cava de’Tirreni. La stagione successiva in campionato sul campo vinse la Salernitana 2-0 con le reti di Kargus e Barone, ma la Cavese fece un doppio reclamo: 1) le porte non erano regolamentari, ma venne respinto; 2) i giocatori Serra e Masoero schierati dalla Salernitana non erano altro che Umaschini e Florio, federati con la Vigevanese, reclamo accolto e ripetizione della gara, sempre a Salerno, che però non si svolse per forfait della Salernitana e quindi fu assegnata la vittoria a tavolino alla Cavese. Le due squadre si ritrovano soltanto nel campionato di C della stagione 40/41. Alla seconda giornata la Salernitana si impone 3-1 con la rete di Girometta e la doppietta di Icardi. Nella stagione successiva, i granata allenati da Gipo Viani primi in classifica si impongono con il clamoroso punteggio di 8-0, con cinque reti di Margiotta e i gol di Rampini, Dagianti e Chiesa. Tifosi salernitani in delirio, malumore e turpiloquio nello spogliatoio della Cavese. Tornati a Cava alcuni dirigenti metelliani denunciarono il proprio portiere Cozzi (ex Salernitana, sposato con una salernitana e residente a Salerno) di essersi venduto la partita. Messo alle strette il portiere confessò che la sera prima della gara un emissario della Salernitana gli aveva rifilato metà banconota da 1000 lire come anticipo (presso il bar Vittoria di Salerno) per aiutare a vincere. Denuncia della Cavese alla FIGC per illecito sportivo. A Salerno successe il finimondo: la squadra e la società si dichiararono all’oscuro di tutto e anzi furono lanciate pesanti accuse alla Cavese rea di aver architettato tutto per impedire alla Salernitana di disputare le finali nazionali per la promozione in B. Ma l’inchiesta della FIGC appurò non solo che l’illecito c’era stato ma era stato compiuto da A.L. e V.P., rispettivamente socio e membro del Consiglio Direttivo della Salernitana, che vennero radiati. L’inchiesta federale scoprì anche che la somma per la corruzione era di lire 1500, che furono destinate al fondo assistenziale per i giocatori. La Salernitana non fu ammessa alle finali per la promozione in serie B. con la grande amarezza che quella squadra avrebbe potuto vincere quel derby anche senza il tentativo di corruzione. Nel 1944 in occasione della Coppa della Liberazione, per rinuncia della Cavese, la gara non si gioca con vittoria granata a tavolino. Le due squadre si ritrovano quindi dopo 33 anni, nel 1977/78 quando la Pro Cavese (la particella Pro era stata aggiunta al nome dopo l’acquisizione del titolo dalla Pro Salerno, in Quarta serie) aveva vinto il campionato di serie D. Il derby arrivò alla settima e si disputò al Vestuti davanti a circa novemila persone con incasso record (28.344.500). La gara iniziò non senza incidenti sulle tribune, dove c’erano numerosi tifosi della Cavese che occupavano la curva nord e la parte nord dei distinti. Al 36’ del primo tempo la Cavese andò in vantaggio con Cassarino. Il pareggio granata al 19’ della ripresa fu realizzato da Tivelli (su rigore) e 9’ più tardi la Salernitana raddoppiò con Ghilardi. Sembrava fatta e in curva Sud ballavano circa 4000 tifosi granata, ma a 6’ dalla fine Scardovi indovinò il varco giusto e ristabilì la parità sul due a due. Ulteriori incidenti si verificarono fuori dallo stadio dove fu organizzata una caccia al cavese. Nel 78/79, la Salernitana si impone 3-1 in Coppa Italia mentre in campionato al Vestuti il match finisce a reti bianche. Nella stagione successiva ad agosto Messina decide la sfida valida per la Coppa dell’Amicizia. In Coppa Italia è ancora Messina con una tripletta a stendere i metelliani mentre in campionato la rete del bomber non basta perché De Tommasi e Viciani regalano la vittoria alla Cavese. La sconfitta nel derby produsse licenziamenti a catena nella Salernitana: foglio di via al tecnico granata Viviani, al ds Recchia e al segretario Milo mentre a Cava si registrarono scene di giubilo per una vittoria a Salerno che mancava da 55 anni. Nella stagione 80/81 Zaccaro al primo minuto del secondo tempo regala il derby ai granata mentre nel ritorno dei quarti di finale di Coppa, giocato sul neutro di Caserta, Canzanese regala vittoria e qualificazione alla Cavese, promossa in B a fine anno. Nuova sfida nel 1984/85 con vittoria della Salernitana, grazie ad una rete di Lombardi al 62’ mentre nella stagione successiva il derby termina 0-0. Nel 1986/87 le due squadre si sfidano in Coppa e la Salernitana vince 1-0 con rete di Vassallo, mentre nella stagione 88/89, sempre in Coppa Sacchetti e Della Pietra firmano il 2-1 per i granata. La sfida tornerà poi soltanto nel 2006/07 per la prima volta all’Arechi e terminerà con il risultato di 0-0. Dopo quasi venti anni, il derby tra Salernitana e Cavese è tornato all’Arechi nella scorsa stagione. Dopo un minuto nella ripresa Sorrentino ha portato in vantaggio la Cavese. Grazie all’ingresso di Achik, a gara in corso, la Salernitana ha trovato l’uno due in tre minuti con Inglese al 55’ e Ferrari al 58’. Dopo il pareggio di Macchi al 64’ è ancora Inglese al 69’ a firmare il 3-2 definitivo che ha consentito ai granata di ritrovare la vittoria nel derby casalingo che in campionato mancava dalla stagione 84/85. Il bilancio complessivo, relativamente alle sfide di campionato e Coppa Italia è di dieci vittorie della Salernitana, quattro delle quali in Coppa Italia, quattro della Cavese e quattro pareggi, gli ultimi due dei quali, entrambi senza gol.

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Lanocita: Grand hotel, credito da due società, una è decotta

di Erika Noschese

 

 

L’odissea contabile e amministrativa del Grand Hotel Salerno s’arricchisce di un retroscena finora rimasto nell’ombra delle stanze istituzionali, pronto a trasformarsi nel tema centrale della ripresa politica cittadina. Dalla recente riunione dei capigruppo del Comune di Salerno è infatti emersa una ricostruzione contabile che rischia di spalancare un vero e proprio vaso di Pandora sulla gestione dei crediti dell’ente e sui rapporti con i concessionari delle grandi strutture ricettive. Al centro della bufera c’è l’esposizione debitoria da ben otto milioni di euro maturata nei confronti di Palazzo di Città. Un ammontare che, secondo quanto denunciato con forza dal capo dell’opposizione Franco Massimo Lanocita, non farebbe più capo a un’unica entità societaria, bensì a un’articolata e opaca manovra di scissione che ne avrebbe compromesso la recuperabilità. La vicenda, che riguarda uno dei complessi alberghieri più imponenti e strategici del litorale cittadino, promette di accendere uno scontro durissimo tra i banchi del Consiglio Comunale. L’avvocato Lanocita, leader della coalizione d’opposizione, fa il punto della situazione e spiega le ragioni che hanno spinto le minoranze a pretendere un’operazione di trasparenza totale sulla gestione del patrimonio pubblico salernitano.

Qual è la novità sostanziale che avete scoperto durante l’ultimo confronto tra i capigruppo e perché rischia di spalancare uno scenario critico per le casse comunali?

«Durante la riunione dei capigruppo è emerso un dato di una gravità estrema che merita un approfondimento immediato e senza sconti. L’intero credito maturato dal Comune di Salerno, pari a ben otto milioni di euro, risulta frammentato. Non ci troviamo più di fronte a un’unica posizione debitoria facente capo alla società originaria, la Panoramica S.r.l., bensì a una divisione del debito in due quote distinte da quattro milioni di euro ciascuna. Nello specifico, la Panoramica S.r.l., che era la legittima assegnataria e concessionaria della struttura del Grand Hotel Salerno, ha effettuato una vera e propria scissione, trasferendo la metà del debito complessivo, ossia quattro milioni di euro, all’interno di un’altra compagine societaria. La cosa drammatica è che, a quanto risulta dalle verifiche effettuate, quest’altra società destinataria del debito frazionato sarebbe una società ormai del tutto decotta, priva di garanzie concrete. Ci troviamo quindi dinanzi a un’operazione che rischia di depotenziare in modo irreversibile le capacità del Comune di recuperare somme fondamentali per la comunità».

Quali sono gli interrogativi di natura amministrativa che l’opposizione intende sollevare in aula di fronte alla giunta e al sindaco?

«Vogliamo andare fino in fondo a questa storia perché i cittadini salernitani hanno il sacrosanto diritto di sapere che cosa sia accaduto in questi anni dietro le quinte di Palazzo di Città. Ci sono domande precise alle quali l’amministrazione comunale dovrà rispondere in modo chiaro e documentato durante la seduta consiliare. Innanzitutto, vogliamo sapere chi all’interno dell’amministrazione o degli uffici ha consentito questa divisione del credito, se c’è stato un atto formale di approvazione della decisione da parte degli organi competenti o se l’operazione sia avvenuta senza il placet del Comune. Nel caso in cui questa manovra societaria non sia mai stata approvata dagli organi preposti, pretendiamo di sapere quali contromisure s’intendano adottare immediatamente, a partire dall’ipotesi di una risoluzione contrattuale per inadempimento e violazione dei patti. Non è ammissibile che un patrimonio di tali dimensioni e una somma di denaro così imponente per i bilanci dell’ente vengano gestiti con questa leggerezza».

Al di là degli aspetti contabili, qual è la vostra lettura politica più generale sullo stato della ricettività alberghiera e sullo sviluppo turistico della città?

«Questa vicenda dimostra il fallimento di un modello basato sulla pura speculazione edilizia ed immobiliare slegata da una vera pianificazione economica. Non ha alcun senso continuare a vagheggiare la realizzazione di nuovi alberghi o di nuove strutture ricettive quando la realtà dei fatti ci mostra una situazione del tutto differente.

Il Grand Hotel Salerno, ovvero la struttura ricettiva più grande della città, anche nei momenti di migliore operatività lavora con tassi d’occupazione ridotti al trenta o al quaranta per cento, salvo brevissimi picchi stagionali. Proporre, come si vorrebbe fare nell’area di Foce Irno, un altro albergo proprio a ridosso del Grand Hotel Salerno e a poca distanza dalla stazione ferroviaria, dove esistono già almeno tre o quattro strutture alberghiere, significa portare avanti un’idea astratta ed insensata. Il turismo non si crea moltiplicando le cubature o costruendo cattedrali nel deserto, ma costruendo un’offerta turistica integrata, servizi efficienti, segnaletica adeguata per guidare i visitatori verso i nostri tesori culturali come il Duomo, il Giardino della Minerva e i centri storici, e fermando l’inquinamento delle navi da crociera che arrivano nel porto senza creare un reale indotto duraturo sul territorio».

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Salerno, dopo il frigorifero abbandona anche un asse da stiro:

Era già stato individuato dopo aver abbandonato un frigorifero in un vicolo del Centro storico di Salerno. A distanza di pochi giorni, lo stesso cittadino sarebbe stato nuovamente ripreso mentre depositava abusivamente un asse da stiro nel medesimo punto.

A mostrare le nuove immagini è stato il sindaco Vincenzo De Luca, durante il consueto appuntamento social del venerdì. Questa volta l’uomo è stato immortalato di spalle da una delle telecamere trappola installate per contrastare l’abbandono illecito dei rifiuti.

Gli agenti del Nucleo operativo sicurezza della Polizia municipale hanno effettuato una verifica con Salerno Pulita per accertare l’eventuale prenotazione del servizio gratuito di ritiro degli ingombranti. La società avrebbe confermato che non risultava alcuna richiesta.

Per l’abbandono dell’asse da stiro sarà applicata una sanzione di 500 euro, mentre per il precedente episodio del frigorifero era già scattata una denuncia penale.

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Short Movie: Un epilogo per Star Trek: Voyager

Un epilogo per Star Trek: Voyager

Voyager Epilogue è un fan film di circa cinqe minuti, realizzato con la AI, che racconta il “dopo” di Star Trek Voyager e delle altre serie

Se siete fan di Star Trek e vi piacciono i cameo, quando un personaggio di una serie compare brevemente in un'altra, vi piacerà questo corto, Voyager Epilogue. Che è praticamente una sequenza ininterrotta di cameo, nella quale vediamo come si adattano alla vita “normale” i reduci della Voyager dopo il ritorno a casa. Ma non solo loro: ci sono personaggi di The Next Generation, di Deep Space Nine, di Star Trek: Picard. Il divertente sta anche nel riconoscerli. Il corto è stato ovviamente realizzato con una AI; tanto il video che la colonna sonora, una... - Leggi l'articolo

 

SERIE TV - Short Movie - 5 settembre 2026 - articolo di S*

Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania

Tra Matteo Salvini e Matteo Piantedosi, Giorgia Meloni ha scelto il secondo. A quanto apprende Lettera43, e come già avevamo anticipato, il ministro dell’Interno, approdato al governo attraverso la Lega (è stato capo di gabinetto ai bei tempi di Salvini al Viminale), volpone democristiano, nato a Napoli ma originario dell’Irpinia demitiana, si è pian piano avvicinato alle posizioni della Meloni, che ha deciso di candidarlo alle politiche 2027 con Fratelli d’Italia.

Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania

La Campania non è mai stata una “Regione rossa”

Piantedosi avrà il compito di “tirare” la lista di FdI in Campania, terra fatale per il partito di maggioranza relativa, che nella terza Regione d’Italia per numero di abitanti accumula flop elettorali in continuazione. Eppure la Campania non è mai stata una “Regione rossa”, anzi: è stata governata da Antonio Rastrelli, compianto galantuomo dei tempi del Movimento sociale italiano, il cui figlio Sergio, che ne ha ereditato i modi e la passione politica, è attualmente senatore.

Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Antonio Rastrelli nel 1998 (foto Ansa).

Berlusconi e Caldoro in passato fecero il pieno di voti

Silvio Berlusconi in Campania faceva il pieno dei voti, e anche Stefano Caldoro, socialista doc e attuale consulente di Palazzo Chigi per le politiche del Lavoro, nel 2010 ha portato il centrodestra alla conquista di Palazzo Santa Lucia, sconfiggendo quel Vincenzo De Luca che cinque anni dopo si è preso la rivincita, di misura.

Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Stefano Caldoro (foto Ansa).

De Luca e il Covid hanno fatto evaporare la destra

Poi è arrivato il Covid e De Luca, nel 2020, diventato una star per le sue dirette social da milioni di visualizzazioni, tra cinghialoni e lanciafiamme, stravinse (ancora) contro Caldoro. Da quel momento in poi, il centrodestra in Campania è evaporato: ha perso tutte le elezioni con risultati deprimenti, referendum compreso, mentre Fratelli d’Italia annaspa tra personalismi e guerre interne.

Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Una delle “leggendarie” dirette Facebook di Vincenzo De Luca all’epoca del Covid.

Nelle ultime settimane Roberto Vannacci ha avuto gioco facile nel portare dalla sua parte parecchi esponenti del ceto politico che si sono sentiti traditi da FdI: hanno portato acqua elettorale al mulino (anzi, alla fiamma) e sono stati ripagati con infastidite non risposte alle varie sollecitazioni rivolte a parlamentari ed esponenti di governo.

Piantedosi candidato, il piano di Meloni per rianimare Fratelli d’Italia in Campania
Roberto Vannacci (Ansa).

Come ripartire? L’idea è di affidare a Piantedosi non solo una candidatura, ma anche il compito, dopo le elezioni, di riallacciare il rapporto tra il partito e la cosiddetta “base”: chi meglio di un ex (?) Dc per mediare, ascoltare, riunire, ammorbidire, svelenire il clima mefitico che si respira nel partito in Campania?

Perché Meloni non parteciperà all’Assemblea generale delle Nazioni Unite

Salvo ripensamenti dell’ultimo minuto, Giorgia Meloni non parteciperà alla prossima riunione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Lo scrive Adnkronos, citando fonti di Palazzo Chigi: l’Italia sarà comunque presente, rappresentata dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.

LEGGI ANCHE: Meloni, il bulldozer Trump e la distruzione della diplomazia dell’immagine

Gli impegni in Italia e i rapporti deteriorati con Trump

Meloni già l’8 luglio, al termine del vertice Nato, aveva comunicato l’intenzione di delegare a Tajani la partecipazione ai successivi appuntamenti internazionali. «Non per disimpegno, ma perché arrivo da diversi vertici internazionali e ho l’obbligo di occuparmi di diversi dossier anche in Italia», aveva spiegato la premier. Il passo indietro si inserisce dunque in un orientamento già esplicitato pubblicamente dalla premier e la scelta di Meloni, precisano le fonti di governo, «non ha bisogno di essere giustificata né difesa», anche perché nel recente passato era stata presa da altri leader come l’ormai ex ministro britannico Keir Starmer, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il premier canadese Mark Carney. Era però da 15 anni che un presidente del Consiglio italiano non disertava l’Assemblea generale delle Nazioni Unite: la sensazione è che Meloni abbia deciso di dare forfait anche per i rapporti ormai deteriorati con Donald Trump.

Chiavi d’oro ai ministri della Cultura, condannati due dirigenti comunali di Pompei

La Corte dei Conti ha condannato due dirigenti del Comune di Pompei, Vittorio Martino e Salvatore Petirro, per il danno erariale causato – tra le altre cose – dall’acquisto di due chiavi d’oro a nove carati impreziosite da diamanti, dal valore superiore a 14 mila euro ciascuna, consegnate come riconoscimento istituzionale ai ministri della Cultura Dario Franceschini e Gennaro Sangiuliano. Per Petirro è stata quantificata una responsabilità di 3.352 euro, mentre altri 3.840 dovranno essere versati in solido da Petirro e Martino, che è segretario generale del Comune di Pompei.

Chiavi d’oro ai ministri della Cultura, condannati due dirigenti comunali di Pompei
La chiave d’oro consegnata a Sangiuliano (Instagram Maria Rosaria Boccia).

La vicenda riguarda in tutto quattro doni

La vicenda non riguarda solo le chiavi consegnate a Franceschini e Sangiuliano, ma anche altri due omaggi destinate ad altre figure vicine alla città: un orologio con vetro zaffiro donato all’ex direttore degli Scavi archeologici Massimo Osanna e un rosario d’oro al vescovo Tommaso Caputo. Tutti preziosi erano stati comprati nella stessa gioielleria in centro a Pompei, molto vicina all’allora sindaco Carmine Lo Sapio.

Chiavi d’oro ai ministri della Cultura, condannati due dirigenti comunali di Pompei
Gennaro Sangiuliano (Imagoeconomica).

Nessuna responsabilità attribuita ai beneficiari

La Corte dei Conti ha stabilito che le spese sono state del tutto ingiustificate e sproporzionate rispetto ai canoni di sobrietà richiesti per un’attività di rappresentanza. Da qui la condanna. Nessuna responsabilità, invece, è stata attribuita ai quattro beneficiari dei doni, rimasti estranei all’illecito contestato ai vertici amministrativi del Comune campano. Per Lo Sapio, deceduto alla fine del 2025, il procedimento si è invece estinto.

Chiavi d’oro ai ministri della Cultura, condannati due dirigenti comunali di Pompei
Dario Franceschini (Imagoeconomica).

Franceschi aveva lasciato il regalo al ministero

Se Franceschini lascio il cadeux al Collegio Romano (per legge un ministro può tenere un dono solo se vale meno di 300 euro, altrimenti deve consegnarlo all’amministrazione pubblica), particolarmente singolare è la vicenda della chiave d’oro finita nelle mani di Sangiuliano, che l’aveva ricevuta a luglio del 2024 durante una cerimonia a cui aveva assistito, in prima fila, anche una fino a quel momento sconosciuta Maria Rosaria Boccia.

Chiavi d’oro ai ministri della Cultura, condannati due dirigenti comunali di Pompei
Maria Rosaria Boccia (Imagoeconomica).

La chiave ricevuta da Sangiuliano è scomparsa

Dopo la consegna, della chiave d’oro si sono perse le tracce: Sangiuliano, che per difendersi l’aveva definita una patacca, era stato di fatto costretto a versare alla Ragioneria dello Stato una somma equivalente al valore del dono ricevuto, mentre Boccia (nel frattempo diventata famosa) ha sempre negato il suo coinvolgimento nella scomparsa dell’oggettp. Un anno fa il Comune di Pompei ha peraltro dato incarico a un legale di recuperare le somme versate da Sangiuliano al MiC, che però ha fatto muro.

Milano Finanza, cambio di direzione in vista?

Roberto Sommella è alla direzione di Milano Finanza dal 2020, in una carriera che lo ha visto entrare e uscire dal gruppo Class, avendo svolto anche l’attività di “uomo della comunicazione” nel settore delle authority, con l’Antitrust di Antonio Catricalà. Ma chi potrebbe ricoprire ora il ruolo di direttore del quotidiano dei mercati finanziari, nel vociferato caso di una sua partenza?

Milano Finanza, cambio di direzione in vista?
Roberto Sommella (foto Imagoeconomica).

Una volta c’era Franco Bechis, che adesso è direttore di Open, e firma “di lusso” del giornale La Stampa. C’è stato il tempo di Osvaldo De Paolini, sempre a Milano Finanza, ma ora è diventato direttore del veneziano Il Gazzettino. Se n’è appena andato Fabrizio Massaro, verso il Giornale, vicedirettore al posto di De Paolini, per prendere in mano il settimanale Moneta.

Milano Finanza, cambio di direzione in vista?
Fabrizio Massaro (foto Imagoeconomica).

Dall’interno del gruppo Class, per un upgrade, c’è disponibile Francesco Allegra, ma potrebbe anche arrivare qualche nome dall’esterno. Rosario Dimito ha appena lasciato Il Messaggero per andare a fare il numero due de La Stampa, ma ha sempre nel cuore il gruppo Class. Tra l’altro, i rapporti con le banche sono sempre stati il core business di Milano Finanza, e tra Mps, Banca Intesa e Bpm le partite da giocare sono numerose, anche se l’editore Paolo Panerai ha una passionaccia per il “furetto Lovaglio” e il suo vice Maurizio Bai, del quale è vecchio amico.

Milano Finanza, cambio di direzione in vista?
Andrea Bassi (foto Imagoeconomica).

Poi a Roma c’è sempre Il Messaggero che ha pescato negli anni dalla redazione di MF, prendendo tra gli altri Andrea Bassi e, per ultimo, Angelo Ciardullo. Un anno fa era andata in pensione, a Il Messaggero, Lucia Pozzi, che era stata alla guida della redazione romana di ItaliaOggi, quotidiano sempre caro al gruppo Class. Pure Il Tempo ha attinto negli anni dalle forze di ItaliaOggi, uno fra tutti l’attuale capo della redazione economia Filippo Caleri. La scelta è ampia, seguendo la vecchia storia delle “porte girevoli” che tanto piace all’editoria italiana, con i graditi ritorni…

Di Battista torna in Italia, rientro previsto per sabato pomeriggio

Alessandro Di Battista, ricoverato a Cuba (prima a Santa Clara e poi a L’Avana) a seguito di un malore che lo ha colpito mentre si trovava ai Caraibi per un reportage per il Fatto Quotidiano, dovrebbe rientrare in Italia nel pomeriggio di domani, sabato 5 settembre. L’aeroambulanza che trasporterà l’ex deputato del Movimento 5 stelle, scrive Adnkronos, dovrebbe partire da Cuba alle 19 locali di oggi, quando in Italia sarà già l’1 di notte.

Il messaggio sui social dopo giorni di apprensione

«Oggi mi sento meglio. Sono stati giorni difficili e allo stesso tempo sono ottimista e cerco sempre di vedere il positivo in tutto», ha scritto martedì sui social, ringraziando i medici cubani che «sono stati molto bravi e tempestivi nella diagnosi e nella scelta delle cure iniziali». Di Battista, che ha rifiutato il volo di Stato messo a disposizione dal governo: i costi dell’aeroambulanza verranno coperti da una compagnia assicurativa con la quale aveva stipulato una polizza prima della partenza. Nel frattempo, sul quadro clinico di Di Battista – che è stato sottoposto ad accertamenti anche alla presenza dei due medici del Policlinico Gemelli di Roma – viene mantenuto il massimo riserbo.

Ex Ilva, al via le lettere di licenziamento per 2.500 lavoratori

L’Aigi, l’Associazione italiana giuristi di impresa, ha trasmesso ai sindacati le lettere relative alla procedura di licenziamento collettivo che coinvolgerà un numero di lavoratori superiore alle 2.500 unità di 28 aziende dell’indotto dell’ex Ilva. «Si tratta di un atto estremo e doloroso al quale non avremmo mai voluto fare ricorso», ha spiegato il presidente dell’Aigi Nicola Convertino in una lettera, parlando di «atto dovuto e inevitabile, diretta conseguenza dell’improvvisa scadenza fissata per la chiusura dell’area a caldo già nel mese di ottobre, per la quale non si ravvisa alcuna possibilità di riavvio». «Siamo giunti a questo punto a causa della totale assenza di una ragionevole programmazione che avrebbe potuto mettere in sicurezza le nostre aziende», ha aggiunto. Anche se il governo incontrerà, martedì 8 settembre, i sindacati dei metalmeccanici e i vertici di Confindustria e di altre associazioni datoriali, le imprese dell’indotto ritengono che manchi la volontà di dare loro un sostegno concreto e hanno proceduto con le lettere di licenziamento. Scettiche anche sull’esito dell’istanza presentata alla Corte d’appello di Milano che chiede la sospensione del decreto che impone la chiusura dell’area a caldo, che si discuterà il 9 settembre.

Consob, voci di un cambio alla comunicazione: chi è in pole

Alla Consob è arrivato un nuovo presidente, Guido Stazi, e dopo l’insediamento avvenuto in piena estate si mormora siano cominciati i cambiamenti allo staff. Occhi puntati sulla comunicazione, ora guidata da Manlio Pisu, classe 1959. Un poltrona ambitissima da giornalisti economico-finaziari. In pole position per il posto di Pisu c’è Roberto Sommella, direttore di Milano Finanza, che da sei anni guida il giornale del gruppo Class, facendo la spola tra il capoluogo lombardo e la sede romana. Un’eventuale nomina di Sommella libererebbe la direzione di Mf, aprendo l’ultimo giro di una giostra che ha visto protagonisti Mario Orfeo passato da Repubblica a QN; Osvaldo De Paolini arrivato dal Giornale alla direzione del Gazzettino e Rosario Dimito dal Messaggero al Gruppo Sae di Alberto Leonardis che edita La Stampa.

Consob, voci di un cambio alla comunicazione: chi è in pole
Roberto Sommella (Imagoeconomica).

Gli articoli su Milano Finanza e il rapporto tra Stazi e Sommella

Stazi e Sommella si conoscono da anni. Il neo presidente della Consob ha infatti firmato numerosi articoli ed editoriali sulle pagine di Milano Finanza, pezzi letti ovviamente con grande attenzione dai protagonisti del mondo dell’economia. Qualcuno fa poi notare il tono di alcuni pezzi che il quotidiano ha dedicato alla nomina di Stazi: «Stato, mercati, concorrenza e innovazione. Sono questi i quattro punti cardinali del pensiero, orientato alla ricerca di un equilibrio tra intervento pubblico e libertà economica, di Guido Stazi, il tecnico scelto dal governo Meloni per guidare la Consob». E ancora: «Dall’Antitrust alla Consob, passando per l’Agcom, Stazi ha attraversato i principali snodi della vigilanza italiana, costruendo un profilo che unisce competenze giuridiche, economiche e una particolare attenzione alle sfide poste dall’intelligenza artificiale e dai Big Tech». Senza dimenticare le note sulla vita privata: «Ha trascorso gran parte della sua vita a Ostia. Cresciuto nelle case Lamaro ha anche giocato a lungo a basket, fino a competere in serie C. Questo non lo ha distolto dagli studi. Dopo la laurea in giurisprudenza a La Sapienza di Roma, è stato assistente di Politica economica presso lo stesso ateneo (il titolare di cattedra era Franco Romani) e di Scienza delle finanze alla Luiss, e ha poi insegnato Economia e politica della concorrenza all’Università di Siena. È rimasto tra i collaboratori di Romani anche quando nel 1986 l’allora ministro dell’industria, Valerio Zanone, lo indicò nella Commissione per lo studio della concorrenza, che fu alla base della legge che portò alla nascita in Italia dell’Antitrust».

Consob, voci di un cambio alla comunicazione: chi è in pole
Guido Stazi (Imagoeconomica).

Tra l’altro l’Antitrust, di cui Stazi è stato segretario generale, Sommella la conosce benissimo: nel 2005, quando era vicedirettore di Milano Finanza, diventò il responsabile della direzione relazioni esterne dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, sotto la presidenza dello scomparso Antonio Catricalà. Ora la storia si potrebbe ripetere con Stazi alla Consob. Vedremo.

Bce, Schnabel potrebbe lasciare in anticipo per il Fmi

Isabel Schnabel potrebbe lasciare anticipatamente il comitato esecutivo della Bce per assumere un incarico al Fondo monetario internazionale. Lo riporta Handelsblatt citando fonti governative e finanziarie. La banchiera centrale tedesca sarebbe in trattative per assumere la guida del dipartimento dei mercati del Fmi, posizione rimasta vacante dal primo settembre dopo l’uscita di Tobias Adrian. Un portavoce del Fondo ha dichiarato che la procedura di selezione è in corso e che un annuncio sarà diffuso una volta conclusa.

Anche Lagarde potrebbe dimettersi prima della scadenza del mandato

Un’uscita anticipata di Schnabel, il cui mandato scade nel dicembre 2027, potrebbe inserirsi in un più ampio riassetto del vertice dell’Eurotower. Anche i mandati della presidente Christine Lagarde e del capo economista Philip Lane termineranno il prossimo anno, rendendo probabile una trattativa complessiva tra i leader europei sulle nomine. Da mesi si moltiplicano gli indizi che la stessa Lagarde potrebbe lasciare la Banca centrale prima della fine del suo mandato, nell’ottobre 2027, per trasferirsi al Forum economico mondiale di Davos. Di recente ha anche lasciato intendere che potrebbe svolgere un ruolo nelle elezioni presidenziali francesi per far sentire la voce dell’Europa.

Inchiesta su finanziamenti illeciti a Reform UK, Farage ancora nei guai

Due dirigenti di Reform UK si sono dimessi dopo un’inchiesta del gruppo Verbatim Investigations su presunti illeciti nei finanziamenti alla formazione di estrema destra guidata da Nigel Farage, andata in onda sulla rete pubblica Channel 4. A lasciare sono stati Dan Jukes, collaboratore di lunga data di Farage, e James Orr, responsabile delle politiche del partito. L’annuncio è arrivato a poche ore dall’inizio del congresso annuale di Reform UK, che si terrà a Birmingham.

Juke e Orr incastrati dalle immagini girate di nascosto

Le immagini diffuse da Channel 4 sono state girate con una telecamera nascosta da due giornalisti, che hanno finto di essere un facoltoso uomo d’affari statunitense e suo figlio, interessati a finanziare Reform UK aggirando le leggi britanniche. L’inchiesta è durata circa un anno e ha visto numerosi incontri: Farage ha partecipato solo all’ultimo, andato in scena a luglio nella sua città, Clacton-on-Sea, dove è stato di recente rieletto nelle suppletive dopo le dimissioni da deputato, arrivate a seguito dello scandalo dei cinque milioni in criptovalute versati dall’imprenditore Christopher Harborne. Le immagini mostrano Jukes che suggerisce un modo per assicurarsi una donazione di 500 mila sterline eludendo il divieto di ricevere fondi dall’estero (ossia tramite il figlio del finto magnate, residente nel Regno Unito) e Orr che propone di finanziare segretamente tre sondaggi da oltre 32 mila sterline complessivi, effettivamente poi pagati a un’azienda creata da Verbatim per l’occasione. E questo si configurerebbe come donazione illecita. Farage, come detto, ha partecipato solo all’ultimo incontro, in cui lo si vede ringraziare i finanziatori americani per il loro contributo.

Cosa prevede la legge elettorale britannica

La legge elettorale britannica vieta donazioni provenienti da entità o cittadini stranieri. Inoltre i versamenti leciti ma superiori a 11.180 sterline devono essere dichiarati alla Commissione Elettorale: per quelle al centro dell’inchiesta non è avvenuta alcuna dichiarazione. I giornalisti di Verbatim hanno dunque messo in evidenza una doppia infrazione da parte di Reform UK, che dopo la pubblicazione dell’inchiesta hanno messo alla porta Jukes e Orr.

Farage: «Si tratta chiaramente di una trappola»

«Il partito non ha violato alcuna legge. Non ha accettato denaro di provenienza dubbia né nulla del genere. Si tratta tuttavia chiaramente di una trappola: hanno lavorato a lungo a questo piano, riuscendo a indurre alcuni nostri collaboratori esterni a dire cose che forse non avrebbero dovuto dire», ha dichiarato Farage. Reform UK, sottolineando che il coinvolgimento dei finti statunitensi si è limitato ai sondaggi, ha negato qualsiasi illecito e liquidato l’inchiesta come «una messinscena da attivisti sul clima finanziati dall’estero», il Center for Climate Reporting, insistendo sul fatto che il partito dispone di «un solido processo di verifica per i potenziali donatori approvato dalla Commissione elettorale».

Trump sulla moneta da 1 dollaro, è il primo presidente Usa in carica

Donald Trump ha il suo volto sulla moneta da 1 dollaro, in quella che è la prima iniziativa a coinvolgere in forma esclusiva un presidente Usa in carica, a dispetto della tradizione e delle leggi sul divieto di raffigurare persone viventi sulla valuta Usa. Malgrado il segretario al Tesoro Scott Bessent abbia sostenuto che fosse accettabile in occasione del 250 anni della fondazione dell’America, gli esperti e i democratici al Congresso hanno contestato la mossa, sostenendo che la moneta è illegale in base a una legge del 1866 che vieta appunto la presenza di persone viventi sulla valuta americana. La Zecca l’ha però messa comunque in vendita perché la legge del 2020 che autorizza le emissioni celebrative vieta il ritratto di una persona vivente sul retro, ma non formula lo stesso divieto per il dritto, dove infatti compare Trump. Il Tesoro sostiene quindi che il conio sia legittimo. Le monete, con sul retro il sigillo presidenziale e il numero 250, sono state messe in vendita il 2 settembre in rotoli e sacchetti.

Codice presenta Ipazia, l’intelligenza artificiale che dialoga con gli ospiti

Un’intelligenza artificiale che non si limita a rispondere a domande preparate in anticipo, ma può essere interrogata, reagire agli interlocutori e costruire le proprie risposte nel corso della conversazione. È Ipazia, la nuova intelligenza artificiale sviluppata per Codice, il programma di Rai 1 condotto da Barbara Carfagna dedicato alle trasformazioni tecnologiche, scientifiche e sociali del nostro tempo, arrivato alla sua decima edizione.

Il confronto con l’AI diventa parte del racconto televisivo

Ipazia nasce come una Rag aziendale, una tecnologia ben più complessa di un semplice chatbot. Le Rag – Retrieval-augmented generation – sono sistemi elaborati e costosi, che richiedono la costruzione e l’organizzazione di una base documentale, infrastrutture tecnologiche, modelli di intelligenza artificiale e procedure per selezionare e recuperare le informazioni pertinenti prima di generare una risposta. Nel caso di Codice, questo apre una prospettiva particolarmente interessante: dieci edizioni rappresentano infatti un patrimonio editoriale fatto di centinaia di interviste, reportage, testimonianze, immagini, analisi e incontri con scienziati, imprenditori, ricercatori e protagonisti delle grandi trasformazioni contemporanee. Un archivio che può progressivamente diventare non soltanto consultabile, ma interrogabile. Nel programma, Ipazia può dialogare con gli ospiti, porre domande ed essere a sua volta interrogata, senza che domande e risposte debbano necessariamente essere preparate in precedenza. Il confronto con l’intelligenza artificiale diventa così parte del racconto televisivo e, nello stesso tempo, un esperimento sul futuro dell’interazione tra pubblico, contenuti e media.

L’avatar potrebbe sbarcare su RaiPlay

L’esperimento potrebbe inoltre uscire dallo studio televisivo. Ipazia potrebbe essere inserita nella pagina di Codice su RaiPlay, diventando accessibile anche da casa. Gli spettatori potrebbero interrogarla direttamente, approfondire gli argomenti affrontati nelle dieci edizioni, porre nuove domande e continuare l’esperienza del programma oltre il momento della messa in onda. Una televisione, dunque, che non termina con i titoli di coda, ma il cui patrimonio editoriale può diventare interrogabile. Codice sperimenta così un possibile passaggio dalla televisione lineare a un ambiente nel quale lo spettatore non è più soltanto destinatario del racconto, ma può entrare in relazione con la conoscenza accumulata dal programma nel corso degli anni. Con Ipazia, Codice porta l’intelligenza artificiale non soltanto tra i temi raccontati dalla trasmissione, ma dentro il suo stesso linguaggio e il suo processo editoriale, sperimentando una possibile nuova vita digitale dell’archivio televisivo.

Con Trump la deportazione diventa un videogioco

La Casa Bianca ha lanciato Arcade, sala giochi online con cinque versioni a tema Maga di altrettanti videogiochi classici, in cui ci si può cimentare – tra le altre cose – nell’espellere migranti e costruire un muro di confine. «Non riusciamo a smettere di vincere. Costruisci il muro. Deporta. Riempi un Trump Account», recita il post pubblicato dalla White House sui social, in cui compare anche il logo Maga realizzato col font Sega.

I cinque videogiochi Maga di Arcade

Il primo gioco è Flappy Bill, versione trumpiana di Flappy Bird in cui i giocatori devono guidare un’aquila calva che trasporta un disegno di legge attraverso una serie di ostacoli sul National Mall. Il secondo è Build the Wall, rivisitazione Maga del celebre Tetris: in questo caso i mattoncini servono a costruire un muro di confine per «proteggere il confine dall’orda in arrivo». Rio Run ricorda il popolare gioco per dispositivi mobili Snake: un mini-Tom Homan (lo “zar dei confini”) pattuglia un’area a griglia per «raccogliere tutti gli attraversatori presenti» senza ripercorrere il proprio tracciato. A ogni cattura se ne aggiunge uno al “serpente”. In caso di fallimento, appare una schermata con il numero dei deportati. C’è poi Supply Line, che ricorda Tapper: il cibo scorre lungo una catena di montaggio e i giocatori devono scartare i prodotti che non soddisfano gli standard di Make America Healthy Again. Il quinto videogame è Trump Savings Tycoon: in questo caso l’obiettivo è raccogliere denaro per il piano di risparmio dell’Amministrazione Usa che offre mille dollari a ogni bambino nato durante il mandato di The Donald. La Casa Bianca ha spiegato che Arcade rappresenta un modo divertente per mettere in risalto i successi di Trump nel suo secondo mandato: «Siamo fortemente concentrati su come innovare e raccontare i numerosi risultati raggiunti dal presidente, in modo che possano essere apprezzati da ogni americano», ha detto un funzionario a Fox News Digital.

Mps, via libera della Bce all’incorporazione di Mediobanca

Monte dei Paschi di Siena ha comunicato «di aver ricevuto da parte della Banca Centrale Europea le autorizzazioni in merito alla fusione per incorporazione di Mediobanca», di cui Rocca Salimbeni controlla l’86,3 per cento dopo l’opas da quasi 14 miliardi di euro. Via libera anche alle «altre operazioni di riorganizzazione societaria previste che saranno sottoposte all’assemblea degli azionisti» del 29 ottobre: ok della Bce all’ingresso nel cda di Alessandro Caltagirone e Gianluca Brancadoro, primi non eletti della lista di minoranza, destinati a subentrare nei posti rimasti vacanti nel board dopo le dimissioni di Fabrizio Palermo e la decadenza di Carlo Vivaldi. Il consiglio d’amministrazione tornerà quindi presto nella sua composizione a 15 membri. Contestualmente, si legge nella nota diffusa da Mps, «sono state autorizzate le conseguenti modifiche statutarie». L’assemblea degli azionisti di Siena sarà chiamata anche a esprimersi sulla duplice ops su Banco BPM e Banca Generali.

Mps, via libera della Bce all’incorporazione di Mediobanca
Mediobanca (Imagoeconomica).

Spunta l’ipotesi di un election day in primavera con politiche e amministrative insieme

Dopo il confronto sulla modifica della legge elettorale, tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein sarebbero iniziati i contatti sulla possibile data delle elezioni politiche 2027. Per ora prevale la riservatezza ma, secondo il Corriere, ci sarebbe una convergenza sull’ipotesi di anticipare il voto rispetto alla scadenza naturale della legislatura. Se gli alleati preferirebbero arrivare fino a ottobre, puntando sia su ragioni tecniche legate alle norme elettorali, sia sugli effetti della prossima finanziaria e sia sul possibile ridimensionamento del fenomeno vannacciano, la premier considera la primavera l’opzione più conveniente. Per questo starebbe meditando di accorpare le elezioni politiche con le amministrative in un unico election day da tenersi tra aprile e maggio. La mossa sarebbe delicata per il centrodestra – andranno al voto molte grandi città tra cui Roma, Milano, Napoli, Bologna e Firenze – e c’è il rischio di un effetto favorevole al Campo largo. Ma, secondo alcune fonti citate dal Corsera, sia nella Capitale sia nel capoluogo lombardo ci sarebbero «margini per vincere» e «Giorgia potrebbe fare da traino».

Sia Meloni sia Schlein sarebbero favorevoli all’election day

L’election day avrebbe inoltre un vantaggio sul piano istituzionale. La decisione sulla fine della legislatura spetta infatti al Quirinale e, secondo la prassi, la premier dovrebbe prima formalizzare la crisi in Parlamento e poi salire al Colle. Legare le dimissioni all’accorpamento delle elezioni renderebbe politicamente più comprensibile la scelta e, secondo esponenti dell’esecutivo, anche più favorevole a Meloni. La soluzione potrebbe incontrare il consenso dell’opposizione perché anche Schlein avrebbe interesse ad anticipare il voto, per evitare che un’attesa troppo lunga finisca per alimentare le tensioni interne e indebolire la sua leadership. Per ciò che riguarda le date, le amministrative devono essere indette tra il 15 aprile e il 15 giugno, quindi il 18 aprile sarebbe la prima domenica utile. Questo timing non consentirebbe però di varare i decreti attuativi delle norme che verranno approvate con la finanziaria. Per questo si valutano le domeniche successive, in particolare quelle del 23 e del 30 maggio, ultima data utile per applicare l’election day e consentire il ballottaggio delle Comunali entro il 15 giugno. In ogni caso, se ne riparlerà dopo l’approvazione definitiva della legge elettorale.

Migranti e criminalità calano, ma il governo Meloni preferisce inseguire Vannacci

Piccolo bilancio controcorrente. Meno migranti, meno criminalità, conti in ordine: è il medagliere che Giorgia Meloni potrebbe appuntarsi al petto nel celebrare il raggiungimento del record di governo più longevo della Repubblica. E invece la premier rischia di fare harakiri per non farsi scavalcare a destra da Roberto Vannacci. Un vero e proprio paradosso di propaganda.

Migranti e criminalità calano, ma il governo Meloni preferisce inseguire Vannacci
Un manifesto per l’evento di FdI a Bari (Imagoeconomica).

Ecco i numeri che uno si aspetterebbe in occasione della celebrazione in pompa magna a Bari per rimarcare che lei, prima donna a diventare premier, prima esponente di destra-destra a guidare un esecutivo, è anche colei che ha saputo tenere a bada le riottose anime della sua maggioranza per più tempo di ogni suo predecessore della prima, seconda e terza Repubblica.

Il calo degli sbarchi cancellato dalla rincorsa a Vannacci

Grazie alle politiche del governo e dell’Unione europea, nel primo semestre del 2026 gli sbarchi di migranti irregolari in Italia sono calati del 52 per cento rispetto all’anno precedente e in tutto il continente sono calati del 37 per cento. Merito delle politiche messe in campo con i Paesi d’origine sia dai singoli governi sia, soprattutto, da Bruxelles e merito del nuovo Patto Ue su migrazione e asilo su cui l’Italia ha influito non poco. In un Paese normale e in tempi normali sarebbe un successo, ma siamo in Italia in tempi di fake news e di nuovi posizionamenti in vista di elezioni politiche e allora il tema migranti diventa un campo di battaglia a destra. Dunque Vannacci attacca, la Lega insegue, Meloni rincorre. E i dati passano in secondo piano. FN parla di «remigrazione», Salvini di invasione e Italia «campo profughi d’Europa», la premier lancia l’allarme sicurezza davanti allo sbarco di migranti nell’exclave spagnola di Ceuta. E quello che avrebbe potuto essere un successo di cui andare fieri diventa nella narrazione dello stesso governo un tallone d’Achille di Palazzo Chigi.

Migranti e criminalità calano, ma il governo Meloni preferisce inseguire Vannacci
Migranti a Ceuta (Ansa).

Meno criminalità, più decreti sicurezza

Stesso schema per la sicurezza. A Ferragosto i dati diffusi dal Viminale da un orgoglioso ministro Matteo Piantedosi hanno restituito la fotografia di un Paese in cui il tasso di criminalità, per la verità mai altissimo se paragonato a quelli di altri Paesi occidentali, è ulteriormente diminuito. Se escludiamo la piaga della corruzione, infatti, i reati di sangue e quelli a maggior allarme sociale, che cioè toccano i semplici cittadini, sono calati del 10 per cento rispetto al 2025. Omicidi (meno 15,3 per cento), furti (meno 11,4 per cento), rapine (meno 12,3 per cento), violenze sessuali (meno 7,1 per cento), truffe informatiche (meno 9,5 per cento). Un altro successo del governo? Apparentemente sì, ma non per il governo… che infatti continuerà a produrre decreti sicurezza come se non ci fosse un domani, lanciando allarmi che generano altra paura. Al momento, leggina più leggina meno, siamo arrivati ad almeno sei decreti sicurezza in quattro anni, per un totale di 57 nuovi reati e 60 aggravanti. Qualcuno potrebbe osservare che il calo dei crimini è dovuto proprio al profluvio di norme restrittive: in realtà i delitti calati non sono quelli messi in mora dalle nuove leggi, il controllo del territorio e la prevenzione sono stati il vero motore del crollo dei casi. Eppure, grazie alla propaganda del combinato disposto Vannacci-Lega, la premier da Bari dovrebbe lanciare l’ennesimo allarme sicurezza e l’ennesima stretta, legittimando una narrazione che vuole il Paese sempre più insicuro. Vero è che migranti e sicurezza sono i cavalli di battaglia del centrodestra in ogni elezione, ma se ad alzare i toni e ad alimentare la paura è il governo in carica, il rischio autogol è dietro l’angolo.

Migranti e criminalità calano, ma il governo Meloni preferisce inseguire Vannacci
Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).

Almeno l’austerity ha contenuto il debito

Infine un piccolo paradosso, questa volta solo positivo: stupendo economisti, politologi e osservatori internazionali, il governo di Giorgia Meloni è stato il primo esempio di un esecutivo italiano di centrodestra che non ha sfondato i conti pubblici. Questa forse è una lode che fa venire l’orticaria alla stessa maggioranza, ma per la prima volta l’austerity non è stata impersonata da tecnocrati o dal Pd ma dai partiti che negli anni berlusconiani erano abituati a spese allegre. Dopo il biennio di fortissima spesa per sostenere l’economia durante il Covid (nel 2020 il rapporto debito/Pil è toccato il 154 per cento), va a merito della premier e del suo ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti di aver cercato di far rientrare il rapporto debito/Pil in ranghi più accettabili (siamo al 137 per cento). C’è ancora tanto da fare e forse gli italiani non apprezzeranno di dover tirare la cinghia, ma la strada di contenimento del debito è quella giusta soprattutto per non gravare sulle nuove generazioni.

Migranti e criminalità calano, ma il governo Meloni preferisce inseguire Vannacci
Giancarlo Giorgetti e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Star Trek: Il nuovo film di Star Trek si concentrer&agrave; sulle “mele marce” della flotta stellare

Il nuovo film di Star Trek si concentrerà sulle `mele marce` della flotta stellare

Gli sceneggiatori John Francis Daley e Jonathan Goldstein stanno lavorando a una sceneggiatura per il cinema che "darà vita a un nuovo franchise"

Dopo annunci e ripensamenti, supposti sequel e reboot andati perduti nei labirinti della produzione, e precoci entusiasmi, Star Trek potrebbe effettivamente tornare al cinema dopo più di dieci anni di assenza dai grandi schermi. A darne notizia gli sceneggiatori John Francis Daley e Jonathan Goldstein, al momento impegnati nel tour di presentazione del loro ultimo progetto – la commedia d'azione Mayday, con Ryan Reynolds e Kenneth Branagh – nel corso di un'intervista rilasciata al portale di informazione online Inverse: Direi che si tratta di una sorta di... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Star Trek - 4 settembre 2026 - articolo di Angela Bernardoni

Editoria: Neom di Lavie Tidhar

Neom di Lavie Tidhar

Su Urania di settembre un romanzo ambientato nell'universo narrativo di Central Station.

Dopo aver descritto l'immensa stazione spaziale di Tel Aviv in Stazione centrale lo scrittore israeliano Lavie Tidhar estende l'azione a una città vicina, Neo-Mostaqbal, da tutti chiamata Neom. La città si estende sulla costa orientale del Mar Rosso ed è un paradiso tecnologico per i ricchi, ma al suo interno c'è una zona d'ombra, Ninive, la zona dei poveri e dei disperati. I protagonisti sono persone emarginate, che vivono ai margini della ricchissima città e cercano di sopravvivere o di trovare uno scopo alla loro esistenza. Le loro storie si... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Editoria - 4 settembre 2026 - articolo di Giampaolo Rai