Il “Carciofo” in una serata eco-gastronomica-culturale

Carmine Barbati
Sabato scorso nella sede della Pro Loco Urbs Nuceriae di Nocera Superiore, presso la prestigiosa struttura di Villa de Ruggiero, si è svolto un interessante incontro che aveva come protagonista il “Carciofo” in una serata eco-gastronomica-culturale. Intorno a questo ortaggio, che poi è in pratica una inflorescenza, si sono ritrovati Damiano Odierna, vice direttore provinciale della Coldiretti Salerno, la Presidente provinciale dei dottori Agronomi e Forestali: Rossella Robusto e Lucia Sellitti, docente del ProfAgri e nutrizionista. A moderare è stato chiamato il giornalista Domenico Barbati. Nel parterre notati anche il sindaco di Castel San Giorgio, Paola Lanzara e l’assessore alla Pubblica Istruzione del comune di Nocera Superiore l’avvocato Raffaella Ferrentino.
Dopo i saluti del Presidente della ProLoco il professore Giovanni Rescigno, è intervenuto Pasquale Cuofano che ha presenziato a nome dell’Assostampa Valle del Sarno. Il primo intervento, quello di Damiano Odierna, della Coldiretti, ha messo subito al centro del dibattito i benefici del carciofo per la salute e le grandi opportunità per i produttori dell’agro Nocerino Sarnese, ma anche una realtà che non possiamo ignorare: carciofi provenienti da Egitto, Turchia e Marocco che invadono il nostro mercato, danneggiando le produzioni locali e mettendo a rischio la salute dei consumatori con standard fitosanitari ben diversi dai nostri.. Odierna ha anche parlato di codice doganale e delle delibere adottate dai Comuni a sostegno delle produzioni italiane, in un percorso che guarda nella stessa direzione dell’evento che Coldiretti porterà lunedì al Brennero per difendere il Made in Italy.
Dopo Odierna l’intervento più pregnante della serata è stato quello della dottoressa Robusto, neo presidente provinciale dell’Ordine degli Agronomi e dei dottori forestali della provincia di Salerno, che ha spiegato da par suo la delicatezza della coltivazione dei carciofi, le varie caratteristiche, i problemi che si possono riscontrare dopo l’acquisto e la salubrità dei protocolli fitosanitari usati in Italia e la differenza tra coltivazioni normali e biologiche. La Robusto che è anche docente del ProfAgri ha anche risposto a molte domande del numeroso pubblico presente a testimonianza dell’interesse verso l’argomento e di come queste serate possano servire a rendere edotte le persone rispetto a prodotti tipici del territorio. Ha chiuso la serie degli interventi la nutrizionista Lucia Sellitti che si è dilungata sulle qualità terapeutiche e nutrizionali del carciofo passando in rassegna le varie tiupicità coltivate e gli effetti sulla salute delle varie componenti.
La serata è poi proseguita all’esterno con la degustazione di piatti tipici a base di carciofo realizzati da Monsù, a cura di Nicola De Falco dove i partecipanti hanno apprezzato una pasta in salsa di carciofo, crostini e altre prelibatezze. Ancora una volta la ProLoco Urbs Nuceriae di Nocera Superiore si riconferma un vero e proprio polo culturale con iniziative che vanno nel segno della valorizzazione ddel territorio, delle sue tradizioni e della sua gastronomia portando intorno al tavolo i massimi esperti del settore con dibattiti di elevata qualità.

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Dell’Utri a processo per i 42 milioni ricevuti da Berlusconi

La gup di Milano Giulia Marozzi ha rinviato a giudizio Marcello Dell’Utri e la moglie Miranda Ratti per la vicenda dei 42 milioni di euro ricevuti da Silvio Berlusconi attraverso otto bonifici tra il 2012 e il 2021, donazioni perlopiù giustificate dall’ex premier come aiuto per spese legali e personali. La prima udienza del processo si terrà il 9 luglio davanti alla seconda sezione penale del Tribunale.

Dell’Utri a processo per i 42 milioni ricevuti da Berlusconi
Marcello Dell’Utri (Imagoeconomica).

Perché Dell’Utri è finito a processo

Dell’Utri è finito a processo perché, essendo già condannato in via definitiva per concorso in associazione mafiosa, ha in base alla legge Rognoni-Della Torre l’obbligo di comunicare le sue variazioni patrimoniali. Nell’ambito dell’inchiesta che lo vedeva indagato a Firenze per strage e associazione mafiosa, gli inquirenti hanno rilevato una serie di donazioni (da parte di Berlusconi) per un totale di 42 milioni, che appunto l’ex senatore di Forza Italia non aveva dichiarato al Fisco e agli organi competenti. Da qui l’apertura di un altro procedimento nei suoi confronti, che è stato poi trasferito da Firenze a Milano a marzo del 2025 per competenza territoriale. Su una parte della somma è già scattata la prescrizione.

Su San Marino Rtv debutta Point Break con Monica Giandotti e Daniele Ruvinetti

Prende il via mercoledì 29 aprile 2026, sul canale unico 550 di San Marino Rtv, la trasmissione Point Break, il punto di rottura, il nuovo appuntamento settimanale dedicato all’attualità politica ed agli scenari internazionali. Andrà in onda alle 22.30 con la conduzione di Monica Giandotti e Daniele Ruvinetti. Per 10 puntate, il programma offrirà analisi e confronto sui principali fatti di politica interna ed estera, con spazio anche alle tendenze social del momento, analizzate ed interpretate per coglierne l’impatto sul dibattito pubblico. Elemento distintivo della trasmissione sarà il coinvolgimento degli studenti della Scuola di giornalismo della Luiss Guido Carli, che nel corso di ogni puntata proporranno domande, osservazioni e commenti, arricchendo il confronto con lo sguardo delle nuove generazioni.

Bergamini e Parsi tra gli ospiti della prima puntata

Per l’esordio del 29 aprile sarà in studio Debora Bergamini, vicesegretaria di Forza Italia e responsabile Esteri del partito, chiamata ad analizzare i nuovi assetti internazionali e le traiettorie di rinnovamento del suo partito. A seguire l’intervento di Vittorio Emanuele Parsi, politologo, tra i più autorevoli studiosi di geopolitica e relazioni internazionali. Nella parte finale della trasmissione, il confronto sarà affidato a due voci di primo piano del panorama culturale italiano, ovvero Giovanni Orsina, politologo e direttore della School of government della Luiss Guido Carli, e Michela Ponzani, storica, autrice di numerosi saggi e studi sulla Resistenza e sull’Italia repubblicana. Attraverso le loro competenze, il programma proporrà una lettura trasversale del crescente clima di odio che attraversa le società occidentali, dalla radicalizzazione del confronto pubblico fino alla crisi del dialogo democratico.

Piccininno (A Testa Alta): decoro urbano le mie priorità

L’avvocato Fabio Piccininno, dopo aver sfiorato l’elezione alle precedenti tornate, ci riprova. E lo fa inserendosi nella lista “A Testa Alta”, a sostegno del candidato sindaco Vincenzo De Luca. Una sfida, che il professionista di Vallo della Lucania, salernitano d’adozione, ha accettato di buon grado giocandosi le proprie carte a disposizione.

Terza candidatura di fila per lei. Sarà la volta buona? Nelle due precedenti elezioni é risultato sempre il primo dei non eletti. Sarà la volta buona?

“La perseveranza è una virtù che appartiene a chi crede profondamente nel valore del proprio operato. Ho imparato che in politica c’e’ bisogno di pazienza, di tenacia e soprattutto saper ascoltare i veri problemi delle persone. Non ho vissuto le due precedenti tornate elettorali come sconfitte, ma al contrario come una fase di crescita; ho analizzato le istanze del territorio, ascoltato migliaia di cittadini e costruito un rapporto di fiducia solido che, oggi, è più maturo che mai. Essere arrivato primo dei non eletti nel 2016 e 2021 mi ha dato una legittimazione che va oltre il singolo seggio. Credo che la politica vada fatta anche e soprattutto fuori dal Palazzo ovvero tra la gente e per la gente”.

Lei é inserito nella lista “A Testa Alta” a sostegno di De Luca. Una lista di prestigio che ha ben figurato anche alle regionali.

“La lista “A Testa Alta” incarna perfettamente il mio modo di interpretare la vita pubblica e professionale. Sostenere De Luca all’interno di questo progetto significa condividere una visione di Salerno che non accetta scorciatoie, ma punta all’eccellenza. È una lista che ha saputo ben figurare alle regionali perché parla al cuore pragmatico dei salernitani; persone che preferiscono i risultati tangibili alle promesse elettorali. Sono orgoglioso di portare la mia umiltà, tenacia, esperienza e competenza per il bene di Salerno”.

 

Che tipo di campagna elettorale si aspetta?

“Mi aspetto una campagna elettorale che sia, prima di tutto, un esercizio di ascolto attivo. Non credo nei comizi urlati, preferisco raccogliere le istanze dei cittadini e confrontarmi con gli stessi. Sarà una campagna basata sul porta a porta, nei rioni, nelle frazioni perché è lì che la città chiede risposte. Non mi troverete a fare proclami populisti; la mia sarà una campagna corretta, leale nei confronti degli avversari, ma ferma nell’evidenziare ciò che va migliorato e potenziato. La gente è stanca di promesse non mantenute; cerca persone competenti capaci di impegnarsi veramente con passione, entusiasmo a fornire risposte concrete alla città”.

Le sue impressioni sul ritorno di De Luca, molto chiacchierato, soprattutto dopo le dimissioni di Napoli.

“Il ritorno di Vincenzo De Luca va letto con la lucidità di chi analizza le dinamiche di potere e di governance. De Luca è l’unico che può prendere per mano Salerno e riportarla ad essere la regina del mar Tirreno. De Luca rappresenta il Maradona della Politica l’unico in grado di poter risolvere la partita in qualsiasi momento. Credo però che De Luca, mai come in questo momento storico, abbia bisogno di una squadra di consiglieri che abbia determinate competenze disposti a dare il massimo per la risoluzione dei problemi che attanagliano i cittadini. Sono pronto ad affiancare De Luca nella legislatura comunale che ci attende”.

Dovesse essere eletto quale sarà il suo impegno? E quali sono le priorità per Salerno secondo il suo punto di vista?

“In caso di elezione il mio impegno sarà declinato alla cura e gestione del decoro urbano, attraverso un controllo certosino di tutti i quartieri della città e delle frazioni. Una particolare attenzione verrà riservata alle categorie fragili spesso dimenticate come appunti gli anziani attraverso l’istituzione dell’elderly sitter ovvero cittadini che con spirito di volontariato si prendono cura degli anziani, non dal punto di vista medico, ma offrendo loro un nobile gesto fatto di attenzioni e di compagnia. Ancora. Ricognizione capillare di tutti gli impianti sportivi per consentire a tutti di praticare lo sport atteso che lo sport ritorni ad essere un diritto per tutti e non un privilegio per pochi. Infine creare il cimitero per gli amici a quattro zampe per riservare loro una sepoltura dignitosa. Entro in Consiglio Comunale per lavorare, per studiare le delibere e per difendere, come faccio tra le aule di Tribunale, gli interessi legittimi di ogni singolo salernitano”. Il garbo, la pacatezza e la gentilezza sono elementi che caratterizzato l’avvocato Piccininno, che questa volta ci crede nella sua elezione, come crede nella vittoria elettorale che permetterà all’ex governatore della Campania di mettersi alla guida della città di Salerno.

Mario Rinaldi

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Pechino blocca la vendita di Manus a Meta

Le autorità di Pechino hanno annunciato lo stop all’accordo che avrebbe portato Meta ad acquisire per 2 miliardi di dollari la piattaforma cinese di intelligenza artificiale Manus. In un breve comunicato pubblicato sul proprio sito web, la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma (ossia il principale organo di pianificazione economica della Repubblica Popolare) si è limitata a spiegare di aver «vietato l’investimento straniero» in Manus e di aver richiesto alle parti coinvolte di annullare l’operazione.

Il lancio di Manus è avvenuto a marzo 2025

Progettato per operare come un “dipendente digitale” capace di pianificare e portare a termine compiti complessi seguendo pochi input iniziali, Manus è stato lanciato a marzo del 2025 dalla startup Butterfly Effect (parte di Beijing Butterfly Effect Technology), con sede a Singapore. Nel giro di pochissimo tempo l’IA agentica era “esplosa” grazie a un video dimostrativo diventato virale sui social cinesi. Alla fine dell’anno scorso Meta aveva annunciato l’acquisizione di Manus per integrarne le capacità nei propri prodotti, incluso Meta AI, mantenendo anche il servizio come offerta separata. Ora lo stop da parte di Pechino.

Comandante Cauceglia: “Sogno una città senza multe”

di Arturo Calabrese

Nuovamente comandante della polizia locale di Agropoli. Sergio “Maurizio” Cauceglia è una guida atipica per questa forza. Empatico e vicino alla persone, il suo sogno è quello di portare la consapevolezza dei cittadini al rispetto del codice della strada in un punto talmente alto da abbassare drasticamente il numero delle contravvenzioni. “Voglio essere ricordato un giorno – dice – non per il numero di multe, ma per le persone che ho aiutato in un qualsiasi momento di difficoltà”.

Da qualche mese ha assunto di nuovo il ruolo di comandante della polizia locale: che città ha trovato?

“Una città che cresce a ritmi serrati. Una città che alterna momenti di depressione commerciale a momenti di ripresa e vivacità commerciale, e lo vediamo, ad esempio, nel centro cittadino dove sono nate ultimamente molte attività di ristorazione. Accanto a questa crescita, ed è naturale, c’è anche l’aumento di problemi legati all’ordine pubblico, alla movida, all’aggregazione di giovani. C’è il problema del parcheggio selvaggio, quello degli schiamazzi, quello dell’inciviltà che si tramuta in cumuli di spazzatura ovunque, ma non negli appositi spazi. Dovrà esserci un piano che sia da deterrente e di controllo: questo sarà il lavoro che sarò chiamato a fare nei prossimi mesi”.

Agropoli cresce anche da un punto di vista urbanistico…

“È necessario un piano di mobilità sostenibile. Non è sufficiente solo la conoscenza del territorio e delle strade, come può essere ascrivibile al comando di polizia municipale, ma esso deve essere integrato dal contributo di tecnici specializzati che possano effettuare puntuali analisi dei flussi di traffico e deve svolgere una funzione di ascolto della popolazione, perché uno strumento così importante determina degli effetti sulla città. Effetti che sono strettamente legati alla crescita economica, quindi governare questa crescita attraverso degli interventi può determinare anche la ripresa economica, o meno, di alcune strade in luogo di altre”.

La stagione turistica è alle porte: come vi state preparando?

“Valorizzando le aree di particolare impatto turistico attraverso la segnaletica e quindi offrendo un servizio in più al turista. Per quanto riguarda il personale, sto allestendo un piano di produttività per fare in modo di allungare la presenza del personale della polizia municipale in strada anche nell’orario notturno, possibilmente non soltanto nel fine settimana, anche perché, soprattutto in estate, c’è poca differenza tra un giorno e l’altro della settimana”.

Come ogni aspetto della vita, anche la polizia municipale deve aggiornarsi alle più recenti tecnologie…

“Abbiamo ottimizzato un sistema di verbalizzazione delle infrazioni al codice della strada attraverso apparecchiature che permettono, in tempo reale, di notificare la contravvenzione. Gli agenti, poi, allegano sempre una prova fotografica: il tutto è consultabile dal cittadino attraverso un codice. A ciò si aggiunge la fitta rete di controlli delle videocamere fisse, capaci di rilevare il numero di targa e, di conseguenza, effettuare i controlli. In caso di problemi, come può essere l’assenza di copertura assicurativa, gli agenti in strada sono informati e possono intervenire. Lo stesso metodo viene utilizzato nel caso di auto sospette: siamo collegati con le segnalazioni della questura e delle altre forze dell’ordine. Infine, e di ciò vado fiero, il Comune di Agropoli è registrato nell’apposito elenco del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, nel quale rientrano gli enti che adottano un particolare strumento, e cioè il riconoscimento su suolo italiano dei veicoli a servizio di persone diversamente abili. La libera circolazione, senza bisogno di permessi ad hoc, è così garantita anche nelle nostre zone a traffico limitato”.

Un obiettivo che vorrebbe raggiungere…

“Un corpo di polizia locale vicino alla gente, empatico, fiscale quando c’è da esserlo, umano in altri casi. Il mio lascito, quando andrò in pensione, spero sia un corpo attivo 24 ore su 24 ed essere ricordato per le persone a cui ho dato sostegno, assistenza e non per il numero delle multe che ho fatto, perché, se riusciamo ad abbattere il numero delle multe, magari portandolo a zero, vorrà dire che saremo stati capaci anche di far capire alla gente che rispettare il codice della strada è un fatto culturale”.

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Riforma Schillaci, rischio di desertificare la medicina territoriale

di Elio Giusto*

 

 

La bozza di riforma della medicina generale presentata dal ministro della Salute, ancora priva di un confronto reale con la categoria, apre uno scenario che nella provincia di Salerno rischia di trasformarsi in un problema sanitario, sociale e occupazionale di vaste proporzioni. La reazione della FIMMG nazionale è stata netta: un provvedimento ritenuto inattuabile, pericoloso per i pazienti e capace di compromettere l’esistenza stessa del medico di famiglia come presidio di prossimità. Ma se queste preoccupazioni valgono a livello nazionale, in territori come Salerno assumono contorni ancora più allarmanti.

Salerno, un territorio fragile che non può permettersi sperimentazioni

La provincia di Salerno non è una realtà omogenea. È un mosaico fatto di aree metropolitane, comuni interni, zone montane, Cilento, Vallo di Diano, Costiera Amalfitana. Contesti dove il medico di medicina generale non è solo un prescrittore, ma spesso il primo e unico presidio sanitario realmente accessibile.

In queste aree, il rapporto fiduciario medico-paziente non è un residuo del passato: è la struttura portante dell’assistenza.

Immaginare di sostituire progressivamente questo modello con un sistema centrato su dipendenza pubblica, Case di Comunità hub e funzioni burocratizzate significa ignorare la geografia reale dei bisogni. Nelle aree interne salernitane, dove già oggi carenze di organico, difficoltà di mobilità e invecchiamento della popolazione rappresentano criticità strutturali, questa riforma rischia di produrre: ulteriore carenza di medici di famiglia; abbandono della professione da parte dei giovani; svuotamento assistenziale nei piccoli comuni; incremento degli accessi impropri ai Pronto Soccorso; peggior gestione delle cronicità; aumento delle disuguaglianze tra aree urbane e aree periferiche.

Il doppio canale crea fratture, non soluzioni

Il cosiddetto “doppio canale”, tra convenzionati e dipendenti, viene presentato come modernizzazione. In realtà rischia di produrre un sistema duale e conflittuale. Da una parte penalizza una generazione intera di medici che non ha potuto conseguire specializzazioni oggi richieste ex post. Dall’altra manda un messaggio devastante ai giovani: uscire dalla medicina generale conviene. È il paradosso più grave. Invece di rendere attrattiva la professione, la si rende meno desiderabile proprio mentre mancano medici. Per una provincia come Salerno, già alle prese con pensionamenti e difficoltà di ricambio generazionale, questo significherebbe accelerare la desertificazione sanitaria.

Case di Comunità sì, ma non contro il medico di famiglia

Nessuno mette in discussione la necessità di rafforzare la sanità territoriale. Le Case di Comunità possono essere una opportunità, ma non se diventano il luogo dove assorbire o snaturare il ruolo del medico di famiglia. Il punto non è essere contrari all’innovazione. Il punto è evitare che innovazione significhi centralizzazione, burocratizzazione e perdita della prossimità. Perché un ambulatorio di prossimità a Sala Consilina, Sapri, Camerota, Roccadaspide o nel Tanagro non si sostituisce con una struttura hub distante decine di chilometri. Si rischia una “medicina dello sportello”, impersonale, che rompe continuità assistenziale e rapporto fiduciario. E questo, per i cronici, gli anziani, i fragili, è un arretramento.

C’è anche un problema sociale e occupazionale

C’è poi un tema spesso ignorato: l’indotto. Gli studi dei medici di famiglia non sono solo luoghi di cura. Sono micro-presìdi organizzativi fatti di collaboratori, personale amministrativo, infermieri di studio. Una trasformazione forzata verso la dipendenza rischia di colpire migliaia di posti di lavoro, con effetti pesanti anche sul tessuto socioeconomico locale.

In una provincia vasta e complessa come Salerno, sarebbe un danno ulteriore.

Una riforma senza confronto nasce debole

C’è infine un tema politico e istituzionale. Una riforma che ridisegna l’assistenza primaria non può essere scritta senza chi quella medicina la pratica ogni giorno. Serve confronto. Serve ascolto. Serve partire dai problemi reali: carenza di medici, burocrazia eccessiva, sottofinanziamento territoriale, carenza di personale di supporto, scarsa integrazione con servizi sociali e specialistici. Cambiare il contratto non risolve automaticamente nessuno di questi nodi.

Difendere il medico di famiglia significa difendere i cittadini

La posta in gioco non è una vertenza corporativa. È il futuro dell’assistenza di prossimità. In provincia di Salerno il medico di famiglia è spesso l’argine che evita il collasso del sistema. Smantellarne autonomia, capillarità e funzione fiduciaria rischia di produrre più problemi di quanti ne voglia risolvere. La riforma della medicina generale si può fare. Ma va costruita con i medici, non contro i medici. Perché se si indebolisce il medico di famiglia, non perde la categoria. Perdono i cittadini. E nei territori fragili, pagano sempre i più fragili. Serve fermarsi, aprire un confronto vero e correggere una rotta che, così com’è, rischia di portare la medicina territoriale — anche in provincia di Salerno — verso una crisi senza precedenti.

* segretario generale provinciale FIMMG

Salerno

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Israele, gli ex premier Bennett e Lapid si alleano per sfidare Netanyahu

Gli ex premier israeliani Naftali Bennett e Yair Lapid hanno annunciato di aver fuso i rispettivi partiti – Bennet 2026 e Yesh Atid– in un’unica formazione politica chiamata Yachad (Insieme), con l’obiettivo di sfidare e spodestare Benjamin Netanyahu. Già nel 2021 lo mandarono all’opposizione rompendo una presa sul Paese che durava ininterrotta dal 2009 guidando congiuntamente – alternandosi alla carica di premier secondo un accordo di rotazione – una coalizione con all’interno otto formazioni politicamente diverse, compreso il partito arabo Ra’am guidato da Mansour Abbas. L’operazione non durò molto, tanto che l’anno successivo la maggioranza saltò e Bibi tornò alla guida dello Stato ebraico. Da allora, il centrista Lapid ha ricoperto il ruolo di leader dell’opposizione, Bennett si è preso una pausa dalla politica.

Una mossa che «riunisce il blocco riformista»

L’alleanza fra i due leader è stata firmata nella serata di sabato 25 aprile. «Una mossa che riunisce il blocco riformista, ponendo fine alle lotte interne e consentendo di concentrare gli sforzi su una vittoria decisiva alle prossime elezioni, per poi guidare Israele verso le riforme necessarie», hanno affermato i due politici durante la conferenza stampa organizzata per lanciare l’iniziativa. Il tentativo evidente è quello di unire un’opposizione frammentata che sembra comunque avere poco in comune oltre la comune ostilità verso Netanyahu.

Pressioni sul Var e arbitri graditi all’Inter: perché è scoppiato un nuovo scandalo-arbitri

Come se non bastasse la terza mancata qualificazione ai Mondiali di fila, il calcio italiano si trova ad affrontare un altro scandalo: al centro (ancora) gli arbitri. Il designatore di Serie A e B Gianluca Rocchi, indagato dalla procura di Milano, avrebbe interferito in modo illecito sulle decisioni della sala Var di Lissone e scelto direttore di gara “graditi” all’Inter per le gare dei nerazzurri. Cosa sappiamo.

Perché Rocchi è indagato per frode sportiva

Rocchi, che si è autosospeso, è indagato dal pm della Procura di Milano Maurizio Ascione per concorso in frode sportiva. Avrebbe “combinato” le designazioni di due gare dell’Inter nel 2025: quella in trasferta a Bologna in campionato e il derby di ritorno di Coppa Italia col Milan, assegnandole rispettivamente a Andrea Colombo (gradito al club nerazzurro) e Daniele Doveri (sgradito, per «assicurare all’Inter direzioni di gara diverse per l’eventuale finale di Coppa Italia e per il resto delle partite di A»). Inoltre avrebbe violato il protocollo Var durante Udinese-Parma, sempre nella stagione 204/25.

Pressioni sul Var e arbitri graditi all’Inter: perché è scoppiato un nuovo scandalo-arbitri
Gianluca Rocchi (Ansa).

Al di là di come siano effettivamente andate le partite (l’Inter perse a Bologna), la questione delle designazioni “pilotate” è facile da capire: il punto è dimostrare se davvero Rocchi sia stato indirizzato in qualche modo dal club nerazzurro. Per quanto riguarda l’altra accusa, in occasione di Udinese-Parma del primo marzo 2025 il supervisore Rocchi, «in concorso con altre persone, durante lo svolgimento della partita» avrebbe condizionato l’addetto Var Daniele Paterna per fare in modo che l’arbitro Fabio Maresca chiedesse l’on field review, ritenendo ci fosse da assegnare un calcio di rigore a favore dei friulani. La tesi della Procura è che Paterna, secondo cui non c’erano gli estremi per l’on field review, abbia avuto indicazioni da Rocchi al di là del vetro della sala Var. Come? Tramite una bussata. E c’è un video che lo dimostrerebbe. Repubblica, addirittura, scrive addirittura che Rocchi avrebbe ideato gesti e segnali per suggerire ai varisti come comportarsi in determinate occasioni. Tutto questo mentre nel centro di Lissone i varisti avrebbero dovuto essere tenuti al riparo da ogni ingerenza esterna: da qui l’ipotesi di frode sportiva.

Iscritto nel registro anche il supervisore Gervasoni

Rocchi non è l’unico indagato. La Procura di Milano ha iscritto nel registro anche il supervisore Andrea Gervasoni, anche lui per frode sportiva e sempre per un’interferenza in sala Var, avvenuta in occasione di una partita di Serie B: Salernitana-Modena, marzo 2025. Nell’avviso di garanzia si legge che, «alla concessione del calcio di rigore a favore della squadra emiliana da parte del direttore di gara Antonio Giuia incalzava e sollecitava l’addetto Var Luigi Nasca affinché questi lo all’on field review «ai fini della decisione iniziale sull’episodio». Anche Gervasoni si è autosospeso.

Paterna indagato per falsa testimonianza: il video che lo “incastra”

È poi indagato, ma per false informazioni, anche il già citato Paterna: convocato come testimone dal pm, ha negato ingerenze esterne, ma c’è un video in cui si vede che si gira di scatto verso un punto esterno alla sala Var e dire: «È rigore?», prima di chiamare Maresca all’on field review. Repubblica scrive che sarebbero poi indagati anche Nasca, Var in Salernitana-Modena dell’8 marzo 2025 ma anche in Inter-Verona del 6 gennaio 2024 in cui non fu sanzionata una gomitata del difensore nerazzurro Alessandro Bastoni a Ondrej Duda, pochi secondi prima della rete dei padroni di casa; e Rodolfo Di Vuolo, Avar della seconda gara.

Le indagini scattate dopo un esposto dell’ex assistente arbitrale Rocca

Le indagini sono scattate dopo un esposto inviato dall’ex assistente arbitrale Domenico Rocca (è stato dismesso nella scorsa stagione) alla Commissione Arbitrale Nazionale per denunciare gravi irregolarità nella gestione di Rocchi, tra cui episodi di mobbing. «Chi di spada ferisce, di spada perisce», ha scritto sui social dopo l’iscrizione del designatore nell’elenco degli indagati. Dopo la denuncia di Rocca, Antonio Zappi, presidente dell’Associazione Italiana Arbitri (AIA), ha inoltrato la segnalazione alla procura della Figc e subito dopo c’è stato un cambio di regolamento: da allora chiunque si rechi nella sala Var di Lissone è tento a inviare una relazione in cui descrive le attività svolte. Secondo quanto risulta dalle indagini, nessuno della squadra di Rocchi ci sarebbe più andato. A mettere nel mirino la conduzione sospetta di Inter-Verona è stato invece l’esposto di un tifoso gialloblù, l’avvocato Michele Croce.

Pressioni sul Var e arbitri graditi all’Inter: perché è scoppiato un nuovo scandalo-arbitri
Giuseppe Marotta, presidente dell’Inter (Ansa).

Marotta: «Non abbiamo arbitri graditi o non graditi»

«Noi abbiamo appreso tutto dalla stampa. Le dichiarazioni e i comunicati che sono usciti ci meravigliano. Sappiamo di avere agito nella massima correttezza. Questa è la cosa più importante e che deve tranquillizzare tutti i tifosi», ha dichiarato Giuseppe Marotta, presidente dell’Inter, aggiungendo: «Di certo non abbiamo arbitri graditi e direttori di gara non graditi. Sono certo che l’Inter rimarrà estranea alla vicenda». E poi: «Lo scorso anno abbiamo avuto decisioni avverse e poi acclarate successivamente dai vertici arbitrali: penso per esempio al rigore non dato su Yann Bisseck in occasione di Inter-Roma».

Liste dubbie nei piccoli comuni, l’appello di Bruno Tierno

di Arturo Calabrese

La questione delle liste composte da militari che hanno fatto la loro comparsa in diversi comuni del Cilento per le prossime amministrative porta nuovamente il dibattito su un tema già discusso negli anni scorsi. Ad alzare la voce è il sindaco di Sant’Angelo a Fasanella, dove lo scorso anno, oltre alla compagine da lui guidata, si sono candidate altre dieci liste, riempite per l’appunto da appartenenti alle forze dell’ordine.

Per chiarire le idee, militari e appartenenti ai vari corpi dello Stato italiano hanno diritto a trenta giorni di congedo pagato, periodo corrispondente alla campagna elettorale, in caso di candidatura. Nei comuni con popolazione inferiore ai mille abitanti, presentare una lista è molto semplice: basta far arrivare all’ufficio elettorale tutti gli incartamenti senza la sottoscrizione dell’elettorato, non essendo necessaria. Il gioco è dunque fatto: dieci candidati per lista più quello alla carica di sindaco possono usufruire di tale vantaggio anche senza mai recarsi in loco. Un paradosso, manco a dirlo, tutto italiano.

Nel merito, il primo cittadino Bruno Tierno esprime il suo pensiero e chiama a raccolta gli omologhi al fine di unire le forze e cercare di cambiare questa legge, anche rivolgendosi ad enti superiori. Il giovane amministratore, tra l’altro, spiega anche un’incresciosa situazione che si trova ad affrontare da un anno a questa parte, e cioè i soldi per il rimborso chilometrico ai tre consiglieri eletti con “Italia dei Diritti”. «Sarebbe necessario che i sindaci dei piccoli comuni di tutta Italia si uniscano per fare fronte comune e chiedere con forza che questa legge venga cambiata – dice il primo cittadino Bruno Tierno – la norma che prevede un aiuto per i piccoli centri alla presentazione delle liste viene aggirata da chi, poi, potrebbe approfittarne per un proprio vantaggio. Basterebbe introdurre un minimo di sottoscrizioni, in percentuale rispetto agli abitanti, onde evitare casi simili.

Lo scorso anno, per effetto della legge elettorale, la lista “Italia dei Diritti” ha eletto tre consiglieri nell’assise comunale – spiega – a loro spetta un rimborso chilometrico ad ogni consiglio comunale, una spesa che si attesta sui mille euro a seduta. Calcolando dieci convocazioni in un anno, a fine consiliatura un piccolo comune come quello che ho l’onore di amministrare avrà speso cinquantamila euro solo per i rimborsi a questi tre consiglieri.

È un loro diritto, ci mancherebbe, però è una cifra che pesa moltissimo sulle non floride casse comunali. Sono soldi dei cittadini che vengono tolti da altri capitoli di spesa, che devono essere previsti nel bilancio e per i quali si deve trovare necessariamente una copertura. Aggiungo che questi consiglieri partecipano ai lavori solo quando è previsto un rimborso spese, mentre quando esso non è previsto non c’è partecipazione. Così facendo, si toglie la possibilità a qualcun altro di dare il proprio contributo.

Approfittando delle ultime presentazioni di queste liste, lancio un appello ai colleghi sindaci di unirsi in un’unica voce, coinvolgendo enti ed istituzioni di più alto livello come Provincia, Regione, il governo centrale, il Prefetto, anche attraverso l’Associazione Nazionale Comuni Italiani – conclude – c’è un’anomalia nel sistema e la norma deve essere necessariamente cambiata».

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Venezi, la vittoria della Musica

Di Olga Chieffi

O, gioia!” canta Violetta quando rivede Alfredo. “O, gioia!” abbiamo pronunciato ieri pomeriggio alla notizia che Beatrice Venezi era stata sollevata, definitivamente, indifendibilmente, dall’incarico di direttore musicale del Teatro La Fenice di Venezia. Non a caso abbiamo citato la Traviata, poiché quel 6 marzo del 1853 fu rappresentata per la prima volta proprio nel massimo veneziano. Una delle Fondazioni storiche più prestigiose d’Italia, certo non meritava quale direttore musicale, quale vestale di questo tempio, passato per la bacchetta di Myung-Whun Chung e tanti altissimi direttori, a Beatrice Venezi. Il sovrintendente Nicola Colabianchi, espressione di questo governo, si è cimentato nell’arduo impegno di difenderla dallo sdegno e dal sollevamento dell’intero mondo musicale, a cominciare da tutti i massimi teatri e fondazioni d’Italia, dall’ annuncio ancora non confermato dell’estate, sino al 26 aprile. Un esempio di sottomissione unicamente alla Musica, quella delle masse orchestrali e corali del massimo veneziano che sono entrati in un testa a testa continuo e incandescente con il sovrintendente, il sindaco di Venezia, a partire dal 22 settembre 2025, in seguito alla notizia dell’ arrivo della bacchetta lucchese, quale direttore musicale. Le contestazioni principali riguardavano la mancanza di dialogo con le maestranze, dubbi sull’adeguatezza del curriculum per un teatro di tale prestigio e questioni legate alla sua figura pubblica. Un clima al vetriolo, una resistenza senza eguali, con negazione dei fondi welfare da parte del direttivo della fondazione, quindi ponendo a rischio la serenità delle famiglie, da parte dei lavoratori, in questo cimento, in difesa dell’istituzione, della storia, e su tutto della Musica. Un esempio per tutti, l’affermazione che se si resiste, si combatte per una causa giusta e con il massimo rispetto per tutti, si può aver ragione di tutto e tutti e si R(i)esiste. Il comportamento di tutti i lavoratori, compatti del teatro La Fenice, non è poi tanto lontano dai protagonisti della Liberazione d’Italia celebrati il 25 aprile. Non una decisione imposta, quella, ma una scelta contro ciò che veniva imposto, una democrazia piena, vissuta come costante compartecipazione di tutti ai problemi, e alle scelte collettive: la democrazia più piena e più alta, che la storia d’Italia abbia mai conosciuto. Non deve essere retorica, non è agiografia, sono i tratti caratteristici della Resistenza, così come è stata vissuta da un popolo che si è dato organizzazione, contro il potere esistente. Un esempio per tutti quello de’ La Fenice, una luce di speranza in un regime di mediocrazia e governance, nell’essenza più becera del termine, in un sistema di “cricche” in tutti i campi, che ha vinto nel momento in cui la Venezi ha offeso gravemente i “suoi” musicisti, bollandoli di nepotismo, di tramandare seggiole e leggio da padre in figlio, sottolineando che nel proprio percorso non ha mai vantato padrini, in un’intervista su una delle massime testate argentine, La Naciòn. Un’affermazione che ha toccato un nervo scoperto. Già nelle ore successive, il sovrintendente Nicola Colabianchi aveva preso le distanze, difendendo “l’ottima qualità” dell’orchestra e respingendo implicitamente l’idea di un sistema chiuso o familistico. Affermazioni queste che hanno rivelato l’assoluta ignoranza in campo di reclutamento dei musicisti nelle massime fondazioni, nonché la sua partecipazione ad alcun concorso pubblico di rilievo, e che l’hanno resa indifendibile anche agli occhi di coloro che hanno fatto di tutto per salvarle il posto. Era stato proprio il sovrintendente Colabianchi, lo scorso settembre, a nominare tra le polemiche Venezi come direttrice del teatro, con incarico di quattro anni a partire dal 1° ottobre 2026, a 270000 euro l’anno. Da allora l’orchestra e il coro sono entrati in stato di agitazione, ritenendo non all’altezza del prestigio della Fenice il curriculum della direttrice, vicina ideologicamente al centrodestra (è diventata nota per la sua richiesta di essere chiamata “direttore” e non “direttrice”). La protesta dei lavoratori era stata messa in atto con particolare evidenza alla prima dello scorso anno, con una pioggia di volantini in platea, e durante il concerto di Capodanno del 2026, a cui musicisti e coristi si erano presentati indossando una spilla con il disegno di una chiave di violino. A marzo, al momento della ratifica della nomina da parte del Consiglio d’indirizzo della Fondazione, si erano dimessi sia il consulente del Teatro Domenico Muti, figlio del celebre direttore d’orchestra, assunto in Fenice in assenza di massima trasparenza, sia Alessandro Tortato, consigliere d’indirizzo nominato dal governo, così come gli abbonati storici avevano scritto ai dirigenti della Fondazione, presieduta dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, minacciando di stracciare la tessera. Ieri l’annuncio della liberazione de’ La Fenice, che ancora una volta è risorta illuminando d’entusiasmo orchestra e pubblico che hanno fatto festa, oltre che per la superba esecuzione, nell’ultima replica del Lohengrin. Ora “Tutto fiorirà, tutto splenderà!” (Turandot atto I).

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La proposta dell’Iran agli Usa per riaprire Hormuz

L’Iran avrebbe presentato agli Stati Uniti una nuova proposta per la riapertura dello Stretto di Hormuz e per l’avvio di colloqui sul programma nucleare di Teheran in una fase successiva. Lo riporta Axios. Secondo le fonti, la nuova proposta sarebbe stata presentata agli Usa tramite i mediatori pakistani. «La diplomazia è in una fase di stallo e la leadership iraniana è divisa su quali concessioni sul nucleare debbano essere messe sul tavolo. La proposta iraniana aggirerebbe questo problema, puntando a un accordo più rapido», osserva Axios. La proposta «si concentra sulla risoluzione della crisi relativa allo Stretto e al blocco statunitense. Come parte di questo accordo, il cessate il fuoco verrebbe esteso per un lungo periodo oppure le parti si accorderebbero su una fine definitiva della guerra». Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dovrebbe tenere lunedì un incontro sull’Iran con i suoi principali collaboratori per la sicurezza nazionale e la politica estera per discutere dello stallo nei negoziati e dei possibili prossimi passi.

Almeno 2.400 i marittimi bloccati nello Stretto di Hormuz

Secondo un’associazione di categoria delle compagnie di navigazione petrolifera, ripresa dalla Bbc, sono circa 2.400 i marittimi che sono rimasti bloccati su oltre 105 petroliere nello Stretto di Hormuz, chiuso al traffico marittimo. Tim Wilkins, direttore generale dell’associazione di categoria dei trasportatori di petroliere Intertanko, ha spiegato che a bordo si registrano «un’enorme quantità di ansia, stress e stanchezza, poiché gli equipaggi devono gestire le provviste di base, tra cui cibo e acqua, e svolgere compiti pratici come la rimozione dei rifiuti». Senza contare l’incertezza in merito a quando potranno tornare a casa.

Gammaldi (Avs): Città diversa per le nuove generazioni

di Erika Noschese

 

 

È tra i più giovani candidati al Consiglio comunale di Salerno, con la volontà di mettersi al servizio della città e, in particolare, delle nuove generazioni. Eugenio Gammaldi scende in campo con Alleanza Verdi e Sinistra a sostegno del candidato sindaco Franco Massimo Lanciotti, portando con sé idee, energie e uno sguardo rivolto al futuro. Il suo impegno nasce dall’esigenza concreta di dare voce ai giovani e ai giovanissimi, troppo spesso esclusi dai processi decisionali e costretti a lasciare Salerno per inseguire opportunità di studio e lavoro altrove. L’obiettivo è quello di contribuire a costruire una città più inclusiva, dinamica e capace di trattenere talenti, offrendo reali possibilità di crescita personale e professionale.

Gammaldi punta a rafforzare il legame tra istituzioni e nuove generazioni, promuovendo politiche che favoriscano l’accesso al lavoro dignitoso, il diritto alla formazione, la valorizzazione degli spazi culturali e la partecipazione attiva alla vita pubblica. Una Salerno più attrattiva per i giovani, nelle sue intenzioni, passa anche attraverso investimenti nell’innovazione, nella sostenibilità e nella qualità della vita urbana.

La sua candidatura si inserisce in una visione più ampia di cambiamento, che mette al centro equità sociale, diritti e opportunità, con l’idea che solo ascoltando e coinvolgendo davvero le nuove generazioni sia possibile costruire il futuro della città.

Candidato al consiglio comunale di Salerno con Avs. Perché la scelta di scendere in campo?

«La scelta di candidarmi è frutto di un percorso iniziato con l’attivismo liceale e continuato con la politica di partito, in Sinistra Italiana – AVS, a partire dal 2024. È un partito che guarda alle nuove generazioni, che ha lasciato spazio a me e tanti altri giovani in provincia di Salerno e nel resto d’Italia. La sicurezza che le proposte elaborate da me e UGS, la giovanile di Sinistra Italiana (come il salario minimo comunale e la riqualificazione edilizia degli immobili abbandonati di proprietà comunale) sarebbero state accolte e incorporate nel programma del candidato sindaco mi ha dato la convinzione che candidarmi sarebbe stata la scelta giusta».

Sei tra i più giovani candidati, cosa manca oggi alla città per essere davvero a misura di ragazzo?

«La socialità gratuita in primo luogo. Non è nei bar, o in luoghi dove bisogna spendere ogni sera decine di euro che si parla di socialità, ma in luoghi gratuiti e accessibili a tutti. Sarebbe ora di capire che i giovani, come categoria, non sono una bandierina da sventolare solo in vista delle elezioni, ma il motore di sviluppo della nostra città. Tra l’altro, ci sono anche mancanze intergenerazionali che toccano la città: il già citato salario minimo comunale, la mancanza di lavoro, il costo della vita toccano tutti».

Perché la scelta di sostenere il candidato sindaco Franco Massimo Lanocita?

«Lanocita è espressione coerente di un percorso condivisi dalla città, e la sua figura riunisce in sé gli ideali alla base della coalizione: rispetto dell’ambiente e della salute collettiva (come ha dimostrato con la vicenda delle fonderie Pisano), attenzione allo sviluppo urbano sostenibile ed alle nuove generazioni».

Giovani e sport, entrambi penalizzati in città…

«Già. Sui giovani vale quanto detto su, ma lo sport in città non solo è penalizzato, è proprio dimenticato. Quando crollò il pattinodromo fu solo il culmine di una rovina annunciata: ci si dimentica, spesso, che lo sport in città non si limita al calcio professionistico, ma anche a decine di realtà dilettantistiche che hanno difficoltà, ormai, anche solo a trovare spazi per allenarsi».

Manca ancora oggi un regolamento per la gestione dei beni comunali e tante associazioni non hanno un luogo dove riunirsi…

«Vero anche questo. È una città che sotto questo punto di vista è troppo arretrata. Stiamo ragionando, assieme al nostro candidato sindaco, anche su questo: nel recupero degli spazi pubblici si deve iscrivere anche un nuovo modello di assegnazione degli spazi, trasparente e impermeabile alle “conoscenze politiche”».

Manca ancora oggi un regolamento per la gestione dei beni comunali e tante associazioni non hanno un luogo dove riunirsi…

«In caso di vittoria, oltre a mettere in atto il nostro programma, sarà mio impegno realizzare un modello di città diverso, che guardi al futuro e le nuove generazioni: biblioteche pubbliche comunali, spazi gratuiti messi a disposizione dei giovani e un maggiore interesse al trasporto pubblico. Dobbiamo creare una Salerno e un Sud che non siano solo paesaggi da cartolina, ma posti nei quali si possa rimanere e costruire il proprio futuro».

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Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi

C’è una forma di intelligenza poco celebrata, ma spesso decisiva, nel capire quando è il momento di farsi da parteBeatrice Venezi l’ha dimostrato concedendo una bombastica quanto provvidenziale intervista al quotidiano argentino La Nación, costruita con la precisione di chi vuole uscire da una storia facendosi cacciare. Il passaggio chiave è di quelli che non lasciano margini di manovra: «Non vengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra nella quale i posti si passano praticamente di padre in figlio», che anche nella nazione più familista del Pianeta resta un reato. Risultato: licenziata in tronco da direttrice musicale del teatro La Fenice prima ancora di aver alzato la bacchetta. Un capolavoro di strategia travestita da gaffe o forse, per chi dubita che Venezi sia capace di simili tatticismi, una gaffe talmente ben riuscita da sembrare strategia. Alla fine il risultato non cambia. E domenica pomeriggio, all’arrivo della notizia, cori plaudenti da stadio prima che il sipario si aprisse sul wagneriano Lohengrin di Damiano Michieletto, veneziano doc che alla Fenice ha molto legato il suo nome.

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
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Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi

La lunga ribellione dell’orchestra contro la nomina

La storia è nota, ma un piccolo bignami delle puntate precedenti serva a capire come si è arrivati all’improvviso (e inatteso) epilogo. A Venezi la nomina a direttore musicale – per lei rigorosamente al maschile, così come si conviene all’indole della destra gagliarda – era arrivata lo scorso settembre. L’orchestra aveva risposto come un corpo che rigetta un trapianto: sciopero già alla prima del Wozzeck  in ottobre, lettere di fuoco firmate da tutti i musicisti, richiesta al sovrintendente di tornare sui suoi passi e volantini di protesta che piovevano dai palchi. Insomma, il repertorio completo del dissenso organizzato. Peraltro non scevro di motivazioni. Quelle ufficiali riguardavano il curriculum, giudicato poco consono al prestigio del teatro. Quelle non dette, il profilo politico della direttrice, le sue reiterate professioni di meloniana fede che l’avevano catapultata in laguna senza tenere conto della mancanza di un cursus honorum adeguato. 

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Manifestazione di protesta dei lavoratori del Teatro La Fenice contro la nomina a direttrice musicale di Beatrice Venezi, Venezia, 10 novembre 2025 (Ansa).

L’argine di Colabianchi rotto dalla provvidenziale intervista

Una sentenza lapidaria contro cui il sovrintendente Nicola Colabianchi ha fatto argine finché ha potuto, ben sapendo però che l’affaire avrebbe contribuito a rendere la sua posizione sempre più difficile da difendere. Ma soprattutto sapendo di non avere vie d’uscita, perché sconfessare Venezi voleva dire sconfessare se stesso che su input romano l’aveva nominata. Ma col passare del tempo era sempre più un uomo solo al comando di una nave che imbarcava acqua da ogni parte. Con i due che sembravano legati da un destino comune: simul stabunt, simul cadent. Fino a che è arrivata l’intervista a La Nación e l’insperata via d’uscita con tanto di benedizione dei dante causa. Infatti il ministro della Cultura Alessandro Giuli, segno che la pratica gli scottava tra le mani, non ha aspettato un minuto a difendere la decisione di Colabianchi, «assunta in autonomia e indipendenza», confermandogli «la sua più completa fiducia». Traduzione: Roma non solo non ti abbandona, ma si sente sollevata che dopo tanti imbarazzi e polemiche la questione sia chiusa.

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Il sovrintendente del Gran Teatro La Fenice Nicola Colabianchi (Ansa).

Ora Venezi potrà vendersi come eroica vittima

E Venezi? Per la sicumera che ha mostrato non sembra il tipo da farne una malattia. È ambiziosa, giovane, sa muoversi nell’ecosistema della destra di governo con una disinvoltura che i suoi detrattori chiamano spregiudicatezza e i sostenitori talento. Dirigere un’orchestra che non ti sopporta è come allenare una squadra di calcio dove hai i giocatori tutti contro: tecnicamente fattibile, praticamente uno stillicidio quotidiano. Dunque meglio uscire con un’intervista ad effetto su La Nación che continuare a logorarsi in un clima da assedio. La mossa, in fondo, dimostra dietro le sprezzanti parole indirizzate da mesi alle maestranze del teatro veneziano, una sua consapevolezza. E soprattutto le consente di vendersi mediaticamente come eroica vittima nella patriottica battaglia contro l’egemonia culturale della sinistra

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Beatrice Venezi sul palco del Politeama di Palermo (Ansa).

La rimozione basterà a ricucire il rapporto tra direzione e maestranze?

Ora che, eliminata la pietra dello scandalo, La Fenice prova a ripartire, il futuro è un’incognita. Chi arriverà al posto di Venezi? Basterà la sua rimozione per ricucire il rapporto tra la direzione e le maestranze? Forse sì, a patto che il nome del successore sia all’altezza. Un direttore musicale di profilo inattaccabile, con un curriculum che parli da solo potrebbe abbassare la temperatura e ripristinare la perduta armonia tra le componenti del teatro. Un altro nome divisivo, o peggio un compromesso al ribasso dettato da equilibri politici che poco hanno a che fare con la bacchetta, perpetuerà lo stato di guerra. I sindacati, che negli enti lirici hanno più che in altri settori voce in capitolo, chiedono a Colabianchi di dimostrare con i fatti di voler aprire davvero una pagina nuova, esortazione che piace purché si faccia attenzione a cosa scriverci.  

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Beatrice Venezi (Imagoeconomica).

La Fenice ha bruciato due volte nella sua storia, e ogni volta è risorta. Stavolta l’incendio lo ha appiccato una direttrice imposta con improvvida spavalderia alla direzione musicale di uno dei più prestigiosi templi della lirica. C’è qualcosa di vagamente surreale in tutta questa vicenda: una nomina politica contestata dagli orchestrali, difesa a oltranza da un sovrintendente sempre più solo, liquidata infine dalla stessa interessata quando ancora il teatro, nella sua accezione più letterale, non le aveva ancora aperto il sipario.   

Giardini della Minerva, set per spot elettorale

di Erika Noschese

Benvenuti alla nuova puntata della sitcom più surreale del panorama politico cittadino, una serie che potremmo intitolare “L’Audacia del Privilegio” o, più prosaicamente, “Salerno è casa mia e ci faccio quello che voglio”. Dopo aver trasformato la ex Casa del Combattente nel proprio bunker elettorale permanente – con la benedizione dei salotti buoni e gli sconti “comitiva” firmati dall’ormai ex Sindaco – il candidato della lista Salerno per i Giovani ha deciso di elevare il tiro. Il set cinematografico itinerante della sua propaganda si è spostato in uno dei gioielli più preziosi della città: i Giardini della Minerva. Il copione, però, resta lo stesso: si entra, si accendono le telecamere, si recita la parte del giovane innamorato del territorio e si esce, dimenticando quel piccolo, insignificante dettaglio che per i comuni mortali si chiama “autorizzazione”. La conferma arriva direttamente dall’associazione Erchemperto, che gestisce il bene per conto del Comune: “Nessuna richiesta di riprese per spot elettorali è pervenuta alla nostra mail”. Un’ammissione che ha il sapore amaro della resa istituzionale. Il gestore alza le braccia e passa la palla al proprietario, il Comune, sostenendo che sia impossibile vigilare su ciò che accade tra le piante officinali. Una tesi curiosa: se domani un cittadino decidesse di allestire un banchetto nuziale tra gli orti della Minerva senza avvisare nessuno, riceverebbe lo stesso trattamento distratto o verrebbe scortato all’uscita in tempo record? La gravità della vicenda non è solo una questione di bon ton o di “buona educazione” istituzionale. Siamo nel pieno di una campagna elettorale regolata da norme ferree sulla parità di accesso e sul corretto utilizzo degli spazi pubblici. Il Commissario Prefettizio era stato chiaro: l’accesso agli spazi comunali per fini elettorali non è vietato, a patto – ed è un “a patto” gigantesco – che si seguano le procedure, si rispettino le tariffe e si garantisca a tutti i candidati la medesima possibilità. Il candidato consigliere, invece, sembra muoversi in una dimensione parallela dove le circolari prefettizie sono semplici suggerimenti e il patrimonio della città è una scenografia gratuita messa a disposizione del suo ego politico. È qui che lo svelamento della verità di cui parlavamo nelle scorse puntate, si fa ancora più accecante. Il candidato che nei suoi spot ci elenca i motivi per non andare via da Salerno, dimostra nei fatti il primo motivo per cui molti, invece, vorrebbero scappare (o, a conti fatti, scappano): la percezione che le regole siano un fastidioso ostacolo solo per chi non ha i giusti “mentori”. Perché mai dovrebbe preoccuparsi di inviare una mail a Erchemperto o di pagare un canone di occupazione al Comune, se è cresciuto professionalmente all’ombra di un assessore alla trasparenza e sotto l’ala protettrice di una dinastia cittadina che lo ospita nei propri salotti privati? Il paradosso raggiunge vette metafisiche: un aspirante consigliere comunale, vale a dire un soggetto che dovrebbe candidarsi a scrivere e far rispettare i regolamenti della città, inizia la sua corsa calpestandoli sistematicamente. Come si può pretendere di rappresentare Salerno se non si ha il minimo rispetto per le procedure che regolano i suoi luoghi simbolo? La risposta di Erchemperto – “È il Comune a doversene interessare, per noi è impossibile verificare se qualcuno degli oltre 600 candidati al Consiglio Comunale entri per fini elettorali e personalistici” – è inattaccabile perché diventa assolutamente impossibile verificare questi aspetti. Se il gestore non può, di fatto, vigilare e il proprietario (il Comune) non sembra avere mezzi a disposizione per vigilare sul rispetto delle norme, la città diventa terra di conquista per chiunque abbia una telecamera e la faccia abbastanza tosta. Questa non è una “iniziativa giovanile”, è sciacallaggio d’immagine. Utilizzare la bellezza dei Giardini della Minerva per fini propagandistici personali, senza versare un euro nelle casse pubbliche e senza chiedere il permesso, significa sottrarre un valore alla collettività per monetizzarlo in termini di consenso. È il proseguimento della strategia già vista alla Casa del Combattente: occupare, usare, abusare e poi, se qualcuno si lamenta, nascondersi dietro un “non sapevo” o, peggio, dietro l’accusa di voler frenare l’entusiasmo dei giovani. Quanto ancora dobbiamo attendere prima che “chi di competenza” smetta di fare lo spettatore non pagante di questa squallida recita? Salerno non è un set a disposizione gratuita di chi è stato il segretario tuttofare del potere uscente. È una comunità che merita rispetto e, soprattutto, legalità. Vedere i Giardini della Minerva ridotti a sfondo per le ambizioni di chi non sa nemmeno cosa sia una richiesta formale di autorizzazione è un insulto a tutti quegli operatori culturali, a quelle associazioni e a quei cittadini che, per ogni iniziativa, devono affrontare trafile burocratiche infinite e pagamenti puntuali. In questa assurda sitcom, il finale sembra scritto: il protagonista continua a navigare a vista nel mare dell’impunità, convinto che il concetto di legalità sia elastico, ad uso e consumo degli amici. Ma lo svelamento della verità non si ferma: ogni spot girato senza titolo, ogni porta aperta senza permesso, ogni silenzio complice delle istituzioni è un velo che cade. Salerno sta guardando, e sta capendo che il “nuovo” che l’aspirante consigliere propone ha l’odore stantio dei vecchi privilegi, travestito da un moderno ed estetico, ma totalmente illegittimo, “coworking” della prepotenza. Chi ha il dovere di vigilare batta un colpo, o ammetta definitivamente che ai Giardini della Minerva la pianta più rigogliosa è diventata quella dell’anarchia elettorale autorizzata.

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Nocera Sup. Lavori che valgono 10 lievitano fino a 100

L’esposto alla Procura che ha scatenato un vero e proprio terremoto tra aziende edili, politici, amministratrici di condominio, e vari tecnici coinvolti a vario titolo non finisce qui. Nell’esposto si fa esplicito riferimento a aziende di consulenza finanziaria, assicurativa e addirittura a mediazione per acquisti e vendite di strutture ricettive. I riferimenti appaiono talmente chiari che oramai a Nocera Superiore pare nessuno abbia più dubbi sui personaggi coinvolti. Oltretutto sono poche le amministratrici di condominio del gentil sesso e ancor di meno quelle che amministrano edifici a Cava de’ Tirreni, Nocera Inferiore, Roccapiemonte e Castel San Giorgio. Se a questo si aggiungono i rapporti molto stretti ma tenuti ovviamente celati, tra questa Mata Hari dei condomini e un’ azienda edile cresciuta troppo in fretta negli ultimi tre quattro anni grazie al “business” derivato in questi periodi dalla gestione dei lavori con il bonus 110. Un mix criminale che per i privati era gestito direttamente dall’amministratrice con i lavori di ristrutturazione dei condomini e per i lavori pubblici dal politico senza scrupoli. In verità in città una piccola confusione si era creata pensando che l’amministratrice in questione fosse anche una politica. Ed invece no. La politica pare non c’entri proprio nulla. La vera detentrice del sistema criminale-affaristico sembra invece molto più dimessa e volutamente fuori dai riflettori dell’impegno pubblico. Una donna insomma che grazie a rapporti dietro le quinte utilizza i vari politici di turno, alcuni di questi anche suoi parenti, ma non si espone in prima persona. Probabilmente proprio per non accendere troppi riflettori sulla propria persona. Ma nell’esposto i riferimenti sono chiari e volutamente omettiamo per evitare querele in questa fase delle indagini. A leggere tra le carte dell’inchiesta che sembra alle battute iniziali c’è da mettersi le mani tra i capelli. Il punto centrale dell’affare sembra proprio questa apparentemente innocua e dimessa amministratrice condominiale. Una donna all’apparenza “innocua” ma capace invece di tessere trame criminali tese a massimizzare i guadagni sia su lavori di poche centinaia di euro sia su lavori di centinaia di migliaia di euro giocando a volte sulla fiducia dei propri condomini amministrati, altre volte su clamorosi equivoci, altre volte con il sistema della falsa ingenuità e così lavori che valgono 10 lievitano fino a 100 con “aggiunte” improvvise e sopravvenute, migliorie urgenti e non previste a cui per i condomini diventa poi difficile sottrarsi ma che in pratica erano già tutte calcolate grazie a preventivi equivoci, superficiali e volutamente incompleti. Il sistema rodato e applicato ad ogni lavoro condominiale comincia a diventare “sistema” quando per facilitarsi il compito la apparente “innocua” amministratrice comincia a scegliere sempre lo stesso direttore dei lavori, a quanto pare un anziano architetto in pensione. E poi la ditta, una ditta che se fosse controllata non potrebbe usare materiali scadenti, non potrebbe effettuare lavori in difformità ai computi metrici e in alcuni casi addirittura sbagliati. Una ditta che addirittura, se controllata si prende la briga di sospendere i lavori per settimane ma che poi l’amministratrice provvede a far ricominciare grazie al fatto di gestire i condomini come meglio crede e quindi fargli riaffidare gli incarici. Ovviamente senza denunce, senza far pagare penali, e magari anche con un bell’applauso. Insomma un ricatto vero e proprio. Insomma una catena di malaffare, che lega come un patto non scritto, come quelli mafiosi, amministratrice, ditte e direttori dei lavori. Il gioco si scopre, in parte, però, quando arriva in Procura un dettagliato esposto, corredato di fotografie con lavori non eseguiti a regola d’arte e relazioni tecniche, e quando la ditta per necessità e per aumentare il proprio giro d’affari, decide di partecipare a lavori pubblici del Comune di Nocera Superiore. E se ne aggiudica anche due: uno da effettuarsi presso la casa comunale e un altro presso un altro edificio sempre di proprietà comunale. E qui entra in gioco il politico che garantisce tutto e tutti. Imparentato con l’amministratrice, è già presente in varie altre questioni come quelle della sistemazione della gestione dell’azienda distributrice del gas metano, e di qualche abbattimento e ricostruzione non proprio cristallino in zona Santa Maria Maggiore. Ma torniamo all’amministratrice di condominio che mette a disposizione i suoi rapporti e i suoi legami di parentela o pseudo tale, con alcuni esponenti politici locali. Questi ultimi, all’insaputa di quello che succede nei condomini e nei rapporti tra ditta e amministratrice, probabilmente hanno anche sprecato qualche “buona parola” nei confronti della ditta e il gioco si è chiuso anche lì. Ora bisognerà vedere se i ligi al dovere e rispettosi della legalità tecnici comunali verifichino realmente, sui cantieri, i lavori eseguiti da una ditta che nei lavori condominiali non gradisce essere controllata, figuriamoci nei lavori pubblici. E la longa manus dell’amministratrice così grazie a parenti e amici amministratori pubblici, coinvolti forse ingenuamente, si è allungata anche sugli appalti. Insomma un vero e proprio sistema criminale che è in procinto di essere scoperchiato e molti stanno già correndo ai ripari. Specie qualche tecnico comunale che pare impegnato a verificare meglio atti e documenti e anche sicurezza sui cantieri della ditta legata alla Mata Hari dei condomini ma anche delle consulenze finanziarie, di quelle assicurative e di alberghi e ristoranti.

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Cava. Il candidato a Sindaco Raffaele Giordano presenta le liste elettorali

144 candidati che corrono in sei liste di cui tre civiche (Siamo Cavesi, Le Frazioni al Centro e Prima Cava) e tre partitiche (Forza Italia, Fratelli d’Italia e Noi Moderati) e che rappresentano varie anime di Cava: dal settore turistico e ricettivo al mondo del commercio e dell’associazionismo e folklore, che si affiancano a professionisti che operano in vari settori. Ieri, nel giardino del Complesso di San Giovanni a Cava de’ Tirreni, il candidato a sindaco Raffaele Giordano ha presentato le sei liste elettorali ed i 144 candidati al Consiglio comunale che hanno sposato il progetto di cambiamento per Cava. Una grande squadra in cui spicca la forte rappresentanza femminile e del mondo dell’associazionismo, del folklore e del commercio. “Sono orgoglioso di vedere che ci sono tante persone che credono nel nostro progetto e condividono con tanto entusiasmo la nostra visione di città”, ha sottolineato Giordano all’apertura dell’iniziativa. “La coalizione è unita nel sostenere Raffaele Giordano – ha spiegato il commissario cittadino di Forza Italia Enrico Polacco – Tutti noi abbiamo sin da subito riconosciuto in Giordano doti non comuni che gli hanno consentito, nella vita, di fare sempre bene tutto ciò in cui ha creduto. Siamo orgogliosi di essere al suo fianco e crediamo fermamente nel suo progetto per rilanciare Cava”. Sulla stessa falsariga le affermazioni di Annalisa Della Monica, commissario cittadino di Fratelli d’Italia e Italo Cirielli, consigliere comunale uscente di Fdi. “Competenza, radicamento sul territorio e spirito di servizio sono le caratteristiche della nostra lista che si distingue per una forte rappresentanza femminile – ha sottolineato Della Monica – Crediamo in Raffaele Giordano, un uomo tra e per la gente e miriamo alla creazione di un gruppo credibile, preparato e coerente”. Italo Cirielli ha ringraziato il vicecoordinatore provinciale di Fdi Luigi Napoli e ha rimarcato le grandi doti umane e professionali di Giordano. “È un uomo buono e abbiamo il dovere di dargli fiducia – ha detto – Confidiamo di vincere al primo turno”. La lista Le Frazioni al Centro è stata, invece, presentata da Virginia Ruggiero, che ha ricordato come “i villaggi siano la colonna vertebrale di Cava, con la loro economia, le coltivazioni tipiche, il commercio e le maestranze”. Mirko Giordano ha, poi, presentato la civica Prima Cava, esaltando le bellezze e le potenzialità della città. La manifestazione si è chiusa con la presentazione della lista civica Siamo Cavesi, alla quale Giordano non ha nascosto di essere particolarmente legato sia perché può vantare di essere tra i fondatori – insieme al consigliere uscente Marcello Murolo – sia perché sotto l’egida della civica ha ricoperto l’incarico di consigliere comunale negli ultimi cinque anni. Ed è con Murolo sul palco che Giordano ha voluto ripercorrere la storia di Siamo Cavesi. “Sei anni fa io e Marcello avevamo un sogno che per un momento si è interrotto con la mancata elezione a sindaco di Murolo. Ma quel sogno non è morto ed adesso è più forte che mai, pronto a prendere in mano le redini della città”. Un entusiasmo condiviso da Murolo che ha detto ai presenti: “Vedendo l’entusiasmo e la forza di chi è qui lo dico con certezza: abbiamo già vinto”. I candidati sono stati presentato da Giovanni Cannavacciuolo, un esponente di Siamo Cavesi, che ha rimarcato: “Il movimento è una straordinaria esperienza di aggregazione che è andata avanti per tutti questi anni e grazie alla quale è stato possibile coinvolgere in politica tanti giovani disillusi”. Infine Giordano ha chiuso l’iniziativa con un appello al voto: “Incoraggiate le persone a recarsi alle urne e a votare in modo corretto: croce sul candidato sindaco, sulla lista e espressione della preferenza di un uomo e di una donna della stessa lista”.

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Mazzeo: “Politiche sociali, nessuno deve sentirsi escluso”

Il candidato al Consiglio comunale di Salerno, Marco Mazzeo, inserito nella lista “Salerno per i Giovani” a sostegno del candidato sindaco Vincenzo De Luca, continua a illustrare le linee principali del suo programma politico, con particolare attenzione ai temi sociali. “Le politiche sociali sono assolutamente fondamentali – dichiara Marco Mazzeo – e non possiamo permetterci distrazioni o passi indietro. Il mio impegno è quello di intercettare e ottenere maggiori fondi, così da rafforzare i servizi e non lasciare nessuno indietro”. Mazzeo pone l’accento sulle fasce più fragili della popolazione: “Ci sono anziani, persone con disabilità e cittadini in condizioni di difficoltà che hanno bisogno di risposte concrete. Nessuno deve restare inascoltato o sentirsi abbandonato dalle istituzioni”. Particolare attenzione è rivolta anche alle famiglie, sempre più messe alla prova dall’aumento del costo della vita: “Sono ancora troppe le famiglie che non riescono a guardare con serenità al futuro e che faticano ad arrivare a fine mese. È una realtà che non possiamo ignorare e che richiede interventi mirati e continui”. “Il mio impegno – conclude Mazzeo – sarà costante e orientato all’ascolto, per contribuire a sostenere concretamente tutte quelle persone che oggi si sentono lasciate sole dalla pubblica amministrazione, restituendo fiducia e costruendo una comunità più solidale e inclusiva”.

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De Luca vince anche il sorteggio: è primo nella scheda elettorale

Nella serata di ieri, in via Picarielli, si è tenuto il sorteggio per la composizione della scheda elettorale. Il primo sarà Vincenzo De Luca, con le sue sette liste così sorteggiate: Progressisti per Salerno, Insieme per Salerno, Avanti PSI Salerno, Salerno per i Giovani, Cristiani Democratici, A Testa Alta, Davvero. Secondo sarà Alessandro Turchi, con la lista Salerno Migliore; terzo Armando Zambrano, con le sue liste così sorteggiate: Popolari Moderati–UDC, Oltre in Azione, Salerno di Tutti. La quarta coalizione è quella di Franco Massimo Lanocita, con le liste: AVS, Movimento 5 Stelle, Salerno Democratica. Segue Mimmo Ventura, con la lista Dimensione Bandecchi; quindi Antonio Pio De Felice, con Potere al Popolo; Gherardo Maria Marenghi, con Noi Moderati, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Prima Salerno. Ottava sorteggiata è Elisabetta Barone, con la lista Semplice Salerno.

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Star Trek: Star Trek: ecco primo trailer della quarta stagione di Strange New Worlds

Star Trek: ecco primo trailer della quarta stagione di Strange New Worlds

Con soli sedici episodi alla fine della serie, il tempo stringe per chiudere il cerchio con The Original Series

Dopo gli episodi sperimentali (e accolti con vari gradi di entusiasmo) della terza stagione, il primo trailer della quarta sembra voler riportare Strange New Worlds, unica serie del franchise di Star Trek ancora in corso, in territori narrativi più vicini alla serie originale (se tralasciamo la presenza di dinosauri nello spazio e la trasformazione di Pike in un Muppet, almeno). Guarda il video: Star Trek: Strange New Worlds | Season 4 Official Teaser | Paramount+ L'esplorazione spaziale torna dunque a essere l'elemento predominante dei dieci episodi in arrivo su Paramount+ a... - Leggi l'articolo

 

SERIE TV - Star Trek - 27 aprile 2026 - articolo di Angela Bernardoni

L’IA e il problema dei consumi di energia: chi paga il conto salato?

Ogni mattina, in qualche parte del mondo, un modello di intelligenza artificiale risponde a milioni di domande. E ogni volta che lo fa, una rete elettrica registra un aumento di carico. Così, anche se a singhiozzo si discute di sostenibilità, una delle tecnologie considerate tra le più promettenti presenta un aspetto trascurato dai più: la bolletta energetica. Se infatti c’è una cosa che potrebbe rallentare davvero la corsa dell’IA è proprio questa. Dietro ogni nostro messaggio ci sono server, sistemi di raffreddamento e infrastrutture che non devono fermarsi mai.

L’IA e il problema dei consumi di energia: chi paga il conto salato?
Data center (foto Unsplash).

Media di 3 wattora per prompt, ma il range è molto ampio

Le stime sul consumo per singola interazione variano sensibilmente. Una media spesso citata si aggira intorno ai 3 wattora per prompt, ma il range è molto più ampio e varia da meno di 1 wattora nei casi più efficienti fino agli oltre 30 nei modelli più complessi. Per dare un ordine di grandezza, si passa dal consumo di un piccolo dispositivo indossabile per pochi minuti, come uno smartwatch, fino a quello di un elettrodomestico in funzione prolungata, l’equivalente di un forno a microonde acceso per 20 minuti. Tuttavia, il punto non è la singola domanda che facciamo a ChatGPT.

Valanga di query giornaliere e impatti ambientali significativi

A incidere sono, da un lato, le differenze tra modelli. GPT-4o, per esempio, può richiedere circa 0,43 wattora per una semplice richiesta, mentre sistemi più intensivi come o3 o DeepSeek-R1 superano i 33 wattora, una differenza di oltre 70 volte. Dall’altro lato, il tema è di scala. Come stimano alcuni studi recenti, 700 milioni di query giornaliere su GPT-4o equivalgono al consumo elettrico annuale di circa 35 mila famiglie. Un livello di domanda energetica che si traduce anche in impatti ambientali significativi.

L’IA e il problema dei consumi di energia: chi paga il conto salato?
L’IA necessita di server, sistemi di raffreddamento e infrastrutture che non devono fermarsi mai (foto Unsplash).

Grosso dispendio idrico per il raffreddamento dei data center

Se le emissioni associate sono nell’ordine di circa 4,3 grammi di CO₂ per query, su scala aggregata ciò corrisponde a un consumo che richiederebbe una superficie forestale comparabile a quella di città come Chicago o Madrid per essere compensato. Senza considerare il dispendio idrico necessario al raffreddamento dei data center, che si aggira tra 1,3 e 1,6 miliardi di litri di acqua dolce all’anno, equivalenti al fabbisogno di circa 1,2 milioni di persone.

Il paradosso di Jevons sull’efficienza

Il fenomeno si inserisce in una traiettoria di crescita accelerata. Il Fondo monetario internazionale osserva che i settori legati all’IA negli Stati Uniti stanno crescendo quasi tre volte più velocemente del resto dell’economia privata, mentre i costi elettrici delle aziende IA integrate sono quasi raddoppiati tra il 2019 e il 2023. A questo si aggiunge un elemento strutturale, e cioè che l’efficienza non riduce necessariamente i consumi, anzi.

L’IA e il problema dei consumi di energia: chi paga il conto salato?
Il raffreddamento dei data center ha bisogno anche di consumo idrico (foto Ansa).

È una dinamica nota come paradosso di Jevons e ci dice che più l’IA diventa efficiente, più viene utilizzata. E più viene utilizzata, più consuma e più la rete soffre. Dinamiche di questo tipo sono già visibili. In Irlanda, per esempio, nell’area di Dublino, la pressione dei data center, pari a oltre un quinto della domanda elettrica nazionale, ha portato a limitare nuove connessioni per evitare tensioni sulla rete.

Pressione crescente su infrastrutture come università e ospedali

A questo punto la domanda cambia natura: non è più solo quanta energia consuma l’intelligenza artificiale, ma chi ne sostiene il costo. Sempre il Fmi stima che, entro il 2030, la domanda energetica dell’IA potrebbe contribuire a un aumento fino all’8,6 per cento dei prezzi dell’elettricità negli Stati Uniti, in scenari con crescita limitata delle rinnovabili. Un effetto che si traduce in bollette più alte per famiglie e imprese e in pressione crescente sulle infrastrutture come università e ospedali. Del resto l’uso di GPT-4o per un anno può richiedere l’equivalente del fabbisogno energetico di circa 50 ospedali o di 325 università. In altri termini, non si tratta più di innovazione, ma di una redistribuzione silenziosa con costi scaricati sui cittadini attraverso bollette più care e servizi sotto pressione.

Big Tech cerca di garantirsi l’accesso diretto all’energia

Nel frattempo Big Tech non aspetta e si muove per garantirsi l’accesso diretto all’energia. Microsoft ha siglato un accordo con Helion Energy per l’acquisto di energia da fusione, con l’obiettivo dichiarato di iniziare la fornitura entro la fine del decennio, anche se la tecnologia non è ancora commercialmente matura. Amazon, dal canto suo, ha investito nello sviluppo di reattori modulari di nuova generazione attraverso X-Energy, mentre Google ha avviato collaborazioni con Kairos Power per esplorare soluzioni nucleari avanzate. Il segnale è chiaro: la partita non è più sulla tecnologia, ma sull’energia. E, soprattutto, su chi riuscirà ad assicurarsela per primo.

Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare

Di chi sono le case vuote? Se lo chiedeva Ettore Sottsass nel 1978. Se fosse vivo e fosse capitato a Milano nei giorni del Salone del Mobile se ne sarebbe fatta una ragione: le case, oggi, sembrano sempre più piene. Almeno a guardare gli showroom dei designer, le vetrine dei grandi marchi, gli stand dei mobilieri brianzoli che producono ormai solo per i ricchi del Medio Oriente. Si respira un tipo particolare di paranoia, nei giorni della Design Week a Milano: quella che attanaglia i ricchi terrorizzati di diventare poveri e quella che sembra offrire ai poveri una speranza.

Della ricchezza si vede sempre la fragilità

La ricchezza, si sa, o la si è ereditata o la si è conquistata: in ambedue i casi chi la possiede è portato a vederne la fragilità, perché così come si è materializzata, nello stesso modo può sparire; così il ricco visita il Salone per accumulare, compra tutto a costo di immagazzinare; mentre il ceto medio retrocesso e impoverito vede nel Salone una speranza, “ansiosa”, per riprendere una definizione di Sottsass: davanti a un divano da 20 mila euro o a un tavolo da lavoro da 10 mila non spera già di possederlo per usarlo, vede piuttosto in quei mobili il suo riscatto, una promessa di trasformazione identitaria, il solito sogno insomma.

Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare

Bramare qualcosa che non sarà mai tuo

C’è qualcosa di leopardiano nel piacere di immaginare di possedere qualcosa sapendo che quel qualcosa non sarà mai tuo; e c’è qualcosa di religioso: il visitatore del Salone compie il suo cammino di Compostela, una marcia laica, un pellegrinaggio da Brera a Tortona, da Durini alle 5 Vie, dall’Isola a Porta Venezia, dalla Statale a Zona Sarpi, nei vari district in cui si suddivide il Fuorisalone, per ammirare oggetti che non avrà mai.

Chi vorrà esporre davvero quegli oggetti in casa propria?

Il culmine di questa liturgia lo toccano i grandi marchi della moda, che da anni hanno scoperto nell’arredamento un nuovo palcoscenico. In questa settimana Gucci, Hermès, Louis Vuitton, Fendi, Versace, Dolce & Gabbana fanno a gara per esporre oggetti che sembrano fatti apposta per essere guardati, ma non toccati. Chi mai vorrà comprare gli arazzi che Demna Gvasalia, lo stilista georgiano di Gucci, ha fatto tessere a una manifattura di Bergamo, raffiguranti le pubblicità del marchio, con uomini in giacca e cravatta e Veneri botticelliane in abito da sera – ma soprattutto: chi mai li vorrà esporre in casa propria? Quali case vuote avrebbero muri abbastanza ampi sui quali montarli? E farebbe lo stesso effetto rispondere a chi chiede: «È un Demna», come in altri contesti altoborghesi si risponderebbe: «È un Hockney, è un Lucian Freud»?

Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Arazzi di Gucci.

Da Armani Casa i divani non sono fatti per essere comodi, così pesanti, con una profondità che ti lascia le gambe stecchite e i piedi fuori se solo pensi di appoggiare la schiena alla spalliera ma, anche questi, per essere più che altro contemplati. E dove si metterebbero quei due enormi ghepardi in ceramica lucidata di Dolce & Gabbana sul pianerottolo a fare la guardia, davanti alla porta col citofono?

Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
La scritta del Salone del Mobile in piazza della Scala (foto Ansa).

Da Hermès il pezzo centrale della collezione è un tavolo, disegnato da Edward Barber e Jay Osgerby, che finisce in una forma arcuata, per ricordare il dorso del cavallo, in omaggio al core business di Hermès, che cominciò la sua fortuna vendendo selle e finissaggi. Tutto in intarsio di marmo di Carrara: una scultura, non un piano d’appoggio.

Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Il tavolo Hermès.

Ci si accontenta dell’esperienza estetica di ammirare gli arredi

La distanza tra pubblico e oggetto è infatti parte del rituale: si finisce per non desiderare davvero quel divano o quel tavolo, ci si accontenta dell’esperienza estetica di ammirarli nella loro stranezza. Gli oggetti brandizzati hanno consumato il loro valore d’uso e sono diventati pure “icone“, esposte durante “eventi” – due parole usurate che non si possono più sentire – che paralizzano la città, la trasformano in un inferno di code, per spostarsi, per mangiare, per darsi un appuntamento.

Merci comprate solo da chi può permettersele e applaudite dagli altri

I pellegrini del design, con i piedi a pezzi dopo aver macinato chilometri, non trovano una panchina nemmeno pagandola oro, i dehors dei bar sono tutti occupati, sui divani e sulle sedie esposti negli showroom guai a sedersi. Ricchi o poveri che siano si scoprono spettatori di questa recita che si rinnova puntuale ogni anno, un teatro dove le merci sono protagoniste, immaginate per case troppo piene di oggetti fatti per non essere utilizzati, comprati solo da chi può permetterseli, applauditi da tutti gli altri, nella più riuscita fiera internazionale delle illusioni.

Giappone, i motivi della svolta identitaria che mette fine al tabù delle armi letali

«Il mio governo affronterà questioni irrisolte di enorme portata». Sanae Takaichi l’aveva promesso, nella campagna per le elezioni di febbraio 2026, poi stravinte. Ora la premier ultra conservatrice ha iniziato davvero a cambiare il volto del Giappone: abolite ufficialmente le restrizioni all’export di armi letali, grazie a un’ampia maggioranza in grado di portare a termine riforme a lungo rimandate. Tokyo può dunque vendere all’estero navi da guerra, carri armati, jet e missili. Fin qui non era possibile, con la politica pacifista adottata dopo la Seconda guerra mondiale.

Cadono i pilastri del pacifismo giapponese

Takaichi ha deciso di rivedere i cosiddetti “tre principi” sull’export militare, che per decenni hanno rappresentato alcuni dei pilastri del pacifismo giapponese, assieme all’interpretazione restrittiva dell’Articolo 9 della Costituzione imposta dal generale americano MacArthur: dopo la fine dell’era imperialista, Tokyo aveva rinunciato alla guerra come strumento sovrano e limitato drasticamente l’uso delle forze armate nazionali, nonché la possibilità di contribuire alla diffusione globale degli armamenti.

Giappone, i motivi della svolta identitaria che mette fine al tabù delle armi letali
La premier giapponese Sanae Takaichi al G7 online di marzo 2026 (foto Ansa).

Armi inviate anche a Paesi coinvolti in conflitti

Nel 2014 c’era stato un parziale via libera su equipaggiamenti non letali per ragioni di soccorso, trasporto e sminamento. Adesso cadono tutti i divieti, quantomeno per le esportazioni verso Paesi che hanno accordi di partnership col Giappone in materia di difesa. In questo senso è stata già siglata un’intesa per la vendita di una flotta di navi da guerra all’Australia. Diventa possibile anche la vendita del nuovo caccia di sesta generazione, sviluppato con Italia e Regno Unito. La riforma prevede inoltre una clausola per cui, in circostanze eccezionali a discrezione dell’esecutivo, potranno essere inviate armi a Paesi coinvolti in conflitti.

Tokyo diventa attore industriale nella filiera globale della guerra

Finché il Giappone esportava equipaggiamenti “difensivi“, poteva sostenere la narrazione di un contributo alla sicurezza senza partecipare direttamente alla logica del conflitto armato. Con l’ingresso nel mercato delle armi letali, invece, Tokyo accetta implicitamente di essere un attore industriale e strategico all’interno della filiera globale della guerra.

Incentivo agli investimenti in ricerca e sviluppo

Takaichi giustifica la svolta su due livelli. Il primo è economicoindustriale. L’industria della difesa giapponese, pur tecnologicamente avanzata, è rimasta per decenni limitata da una domanda interna relativamente ridotta, vincolata al bilancio delle Forze di autodifesa. L’apertura all’export consente di ampliare i mercati, generare economie di scala, incentivare investimenti in ricerca e sviluppo e integrare il Giappone nei grandi programmi multinazionali, come appunto quello sul caccia di sesta generazione. La competizione tecnologica militare è d’altronde uno dei principali driver dell’innovazione, e secondo Takaichi rimanerne esclusi significherebbe perdere terreno anche in ambito civile.

Giappone, i motivi della svolta identitaria che mette fine al tabù delle armi letali
Circa 3 milioni di giapponesi, tra militari e civili, furono uccisi durante la Seconda guerra mondiale (foto Ansa).

Il secondo livello è strategicomilitare. Il Giappone percepisce il suo ambiente di sicurezza come il più complesso dalla fine della guerra. La crescita militare della Cina, le provocazioni missilistiche della Corea del Nord e l’alleanza formale di mutua difesa siglata nel 2024 da Russia e Pyongyang alimentano un senso diffuso di vulnerabilità.

Non c’è più fiducia nel ruolo degli Stati Uniti di Trump

Dopo la guerra in Ucraina, il Giappone ha ripetutamente avvertito del rischio di un conflitto in Asia. Vendere sistemi militari è un modo per consolidare la proiezione regionale del Giappone, il Paese più convinto nel costruire una rete di alleanze e partnership asiatiche, anche prima dell’avvento di Takaichi. Una necessità vista ancora come più impellente con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e con la guerra contro l’Iran, che sta assorbendo l’attenzione militare e (soprattutto) gli arsenali di Washington. Tradotto: non c’è più una fiducia assoluta sulla tenuta del ruolo regionale degli Stati Uniti in materia di difesa.

Giappone, i motivi della svolta identitaria che mette fine al tabù delle armi letali
Donald Trump nello Studio Ovale con Sanae Takaichi (foto Ansa).

Il governo non avrà bisogno di passare dal parlamento

Non tutti approvano. La Cina dichiara che si opporrà a quello che definisce un «ritorno sconsiderato al militarismo dell’estrema destra giapponese». Il tutto avviene nell’ambito di una profonda crisi diplomatica tra Pechino e Tokyo, nata per il sostegno esplicito di Takaichi a Taiwan. In Giappone protestano le opposizioni. Contrariamente a quanto chiedevano, il governo ha stabilito che non avrà bisogno di passare dal parlamento per approvare l’export di armi letali.

Il processo di riarmo potrebbe sfociare in una revisione costituzionale

Di certo, con la prima premier donna della storia del Giappone, il processo di riarmo ha accelerato e nei prossimi mesi potrebbe sfociare in una revisione costituzionale. Va sottolineato che quel processo era perseguito anche dai suoi predecessori, compresi quelli più recenti come Fumio Kishida e Shigeru Ishiba, compagni di partito ma a capo di fazioni più moderate. Kishida è stato per esempio il primo leader nipponico a partecipare a un summit della Nato, siglando anche un memorandum di cooperazione strategica con l’Alleanza Atlantica.

Un cambio di passo nella visione politico-identitaria

La necessità di riarmo e rafforzamento delle partnership di difesa è dunque una prospettiva strutturale, ma fin qui applicata in modo pratico e graduale. Su questo processo Takaichi innesta un cambio di passo non solo a livello di tempistiche, ma anche e soprattutto di visione politico-identitaria. A differenza dei suoi predecessori più prudenti, la premier non si limita a giustificare il riarmo come necessità tecnica: lo inserisce in un racconto di “normalizzazione” nazionale. Secondo Takaichi il Giappone deve smettere di essere un’eccezione, dunque implicitamente debole, e tornare uno Stato sovrano pienamente legittimato a difendere i suoi interessi con tutti gli strumenti disponibili.

Giappone, i motivi della svolta identitaria che mette fine al tabù delle armi letali
L’annuale celebrazione della fine della Seconda guerra mondiale in Giappone (foto Ansa).

Spesa militare intorno al 2 per cento del Pil entro il 2027

Il rafforzamento militare giapponese è evidente già nell’aumento delle risorse destinate alla difesa. Per l’anno fiscale 2026, il budget raggiunge circa 9 mila miliardi di yen, una cifra senza precedenti che segna il superamento dei limiti storici autoimposti e avvicina il Paese all’obiettivo di portare la spesa militare intorno al 2 per cento del Pil entro il 2027. Tokyo sta tornando a investire su sistemi di “contrattacco“, concepiti per neutralizzare minacce potenziali prima che si concretizzino in attacchi diretti. Si passa strategicamente da una difesa prevalentemente reattiva, centrata sulla protezione del territorio, a una logica che include la possibilità di colpire preventivamente infrastrutture e asset strategici dell’avversario. C’è stato il primo dispiegamento dei missili antinave Type-12 nella base di Kumamoto.

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Cade anche il vincolo morale sulle armi nucleari?

Alcuni funzionari hanno persino parlato di un ipotetico futuro superamento del tabù delle armi nucleari. Il Giappone è l’unico Paese ad aver subito attacchi atomici, e per decenni ha costruito su questa esperienza una posizione morale forte a favore del disarmo. Il fatto che oggi alcuni settori politici considerino discutibile il rifiuto assoluto della deterrenza nucleare indica un cambiamento culturale profondo. Tokyo svilupperà davvero armi atomiche? Non è detto, ma di sicuro il vincolo morale che lo impediva non è più intoccabile. Incide anche un fattore generazionale: mentre i più anziani mantengono viva la memoria diretta della guerra, i giovani sono più sensibili alle minacce attuali che ai traumi del passato. La progressiva scomparsa degli hibakusha, i sopravvissuti alle bombe atomiche, riduce ulteriormente il peso politico del pacifismo storico.

Cesaroni, ritorno flop: il pubblico non si fa pignorare i ricordi

Roma nun fa’ la stupida stasera, semmai sbadiglia. E non è la noia aristocratica di una Grande Bellezza, ma il torpore pesante di chi ha provato a riaccendere una vecchia fiammella scoprendo che la cucina è sotto sequestro. A vent’anni dalla prima bottiglia stappata e a 12 dall’ultima saracinesca abbassata, il ritorno dei Cesaroni su Canale 5 doveva essere un grande rito collettivo, una transumanza sentimentale verso il nido della Garbatella. E invece.

Un milione di spettatori fuggiti davanti a un autogol della programmazione

L’operazione somiglia a uno sfratto esecutivo alla memoria. Si inciampa sui pignoramenti dell’anima prima ancora che su quelli della bottiglieria, con uno share che al secondo giro di giostra è colato al 16,9 per cento. Un milione di spettatori fuggiti davanti a un autogol della programmazione che sposta l’inizio oltre le 22, rendendo la serie un oggetto notturno per insonni, roba da recuperare a morsi sulle piattaforme mentre il mercato generalista recita il de profundis.

Il problema è che l’idea sta imbarcando acqua perché è stata smarrita la bussola. Sui social il brusio non perdona: questa settima stagione opera una lobotomia alla storia. Il peccato originale è un “grande reset” che sa di revisionismo storico. La produzione ha operato un “soft reboot” eliminando interamente la sesta stagione, manco fosse un file corrotto. E così sono spariti senza un “perché” personaggi come Sofia Scaramozzino, l’amante che il patriarca si “ripassava” quando portava ancora la prima fede al dito, e con lei Nina, la quarta figlia, quel frutto proibito che doveva allargare i confini del clan.

Senza Cesare, ci restano solo i finali col groppo in gola

Sparito pure Annibale, il fratello avvocato e omosessuale interpretato da Edoardo Pesce, che oggi naviga in altre acque. Giulio si muove così tra i vicoli con l’amnesia di chi ha subito un Tso, dimenticando pezzi di carne e di sangue come se non fossero mai esistiti. E che dire dei pilastri, quelli che reggevano il bancone e la filosofia del bicchiere piccolo? Senza Antonello Fassari, la parola “bottiglieria” ha perso il suono di casa: il suo Cesare (Antonello Fassari) è morto nel 2025 e ci restano solo i finali col groppo in gola, con l’audio del capofamiglia che parla a un fantasma. Che amarezza, davvero.

Se poi ci aggiungi il gran rifiuto di Max Tortora, che ha detto no per non finire a fare la parodia di Ezio Masetti, il meccanico filosofo che con la sua ignoranza rendeva tutto commestibile, il quadro è desolante. Senza quei due, i “Garbatelleros” sono semplicemente svaniti nel nulla. Mancano anche Lucia (Elena Sofia Ricci) ed Eva (Alessandra Mastronardi), quindi sono scomparse le grandi storie d’amore, che tenevano incollati i ragazzini di ieri.

Resta Claudio Amendola, il “gladiatore solitario”

Spariti tutti, in un buco nero narrativo che disorienta il fan duro e puro, quello che la storia della bottiglieria la conosce meglio del catechismo. Che fine ha fatto Carlotta, il grande amore di Walter? E invece Alice? E Pamela, che era diventata moglie di Cesare? E Matilde, la figlia? Resta Claudio Amendola, il “gladiatore solitario”, fortunatamente scortato da un Ricky Memphis che è il vero “Cesarone” superstite. Ma intorno a loro tutto è cambiato.

Cesaroni, ritorno flop: il pubblico non si fa pignorare i ricordi
Claudio Amendola.

La bottiglieria “del padre del padre di nostro padre” non esiste più: per colpa dei debiti di Augusto (Maurizio Mattioli) è stata svenduta, diventando un bistrot co-gestito con Livia (Lucia Ocone), tra ansia fiscale e pignoramenti. E i sopravvissuti? Caricature di un passato che non torna. Walter Masetti, che sognava la gloria della MotoGP, è ridotto a fare il “ragazzo tuttofare” in bottiglieria, un precario dell’anima che spasima per Virginia (Marta Filippi), promessa sposa dell’amico Marco.

La Garbatella del 2026 è un’altra serie che ha solo lo stesso indirizzo

Rudi (Niccolò Centioni) doveva riscattarsi con la laurea, ma è finito a fare il bidello che spaccia più pizzette che parole; Mimmo (Federico Russo), docente di sostegno che inciampa in una milf, mamma di Olmo, è un innesto “cringe” che non si incolla manco col Bostik, così come la “piccola” Marta (figlia di Marco ed Eva) che torna da New York e, per magia degli sceneggiatori pigri, è ancora minorenne. La Garbatella del 2026 non è un sequel, è un’altra serie che ha solo lo stesso indirizzo. E il pubblico, giustamente, non ci sta a farsi pignorare pure i ricordi.

Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history

L’alternate history, l’immaginare cosa sarebbe successo se la storia avesse preso una strada diversa da quella che conosciamo, è un fortunato sottogenere della fiction speculativa o della fantascienza, ma in realtà è molto più antico: uno dei primi esempi si trova addirittura in Tito Livio, quando immagina cosa sarebbe successo se Alessandro Magno fosse vissuto abbastanza per attaccare l’Europa e per scontrarsi con Roma (spoiler: secondo Livio, avrebbe vinto Roma). Ma è con Internet che la storia alternativa ha conquistato il grande pubblico, con un’abbondante fioritura di forum e siti dedicati alla domanda «e se…?» applicata a eventi fatidici del passato.

Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history
(foto di Inaki del Olmo via Unsplash)

Quelle svolte mai accadute che generano rimpianti o sollievo retrospettivo

Gran parte delle speculazioni si concentrano sulla prima metà del Novecento e sulle due guerre mondiali, in particolare sulla seconda: e se nel Regno Unito il filonazista Edoardo VIII fra la Corona e Wallis Simpson, avesse scelto la prima, realizzando il sogno hitleriano di un asse fra Londra e Berlino? Se i russi avessero perso la battaglia di Stalingrado? Se l’Italia fascista fosse rimasta neutrale, come la Spagna di Franco? È l’opposto del sito di scommesse geopolitiche Polymarket, dove, magari con l’aiuto di qualche soffiata dalla Casa Bianca, si punta sugli sviluppi del giorno dopo e si guadagnano milioni: nella storia alternativa si ipotizzano svolte mai accadute, e non si guadagna nulla, se non rimpianti o sollievo retrospettivo.

Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history
Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history
Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history
Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history

Il proclama Alexander non fu il frutto di una luna storta

Ed è quest’ultima sensazione quella che prova chi, in questo 25 aprile in cui festeggiamo la nostra Liberazione e la fine di una delle ultime guerre in cui hanno vinto i “buoni” – un asse antifascista che, come diceva il compianto scrittore Aldo Zargani, andava da Topolino a Stalin – si domanda: come sarebbe finita, e cosa ne sarebbe stato della nostra Resistenza, se il presidente degli Stati Uniti non fosse stato Franklin Delano Roosevelt, ma Donald Trump? Uno che un minuto prima vuole sterminare gli ayatollah e quello dopo li invita al tavolo delle trattative, e agli oppositori iraniani ha detto «tenete duro, stiamo arrivando», per poi abbandonarli al loro destino? L’appoggio continuativo degli Alleati, e segnatamente degli Stati Uniti, è stato essenziale per il successo della lotta partigiana, in tutta Europa. Vero, nell’inverno del 1944, dopo il proclama Alexander («attendete la primavera») i combattenti per la libertà si ritrovarono senza aiuti, affamati, esposti ai rastrellamenti e alle rappresaglie nazifasciste, ma la decisione fu dettata dalla necessità di spostare truppe e rifornimenti sul fronte francese dopo lo sbarco in Normandia, non perché Roosevelt si era svegliato male o perché leggeva al rovescio la carta geografica. Appena le condizioni tornarono propizie, la collaborazione con i partigiani riprese per sferrare il colpo finale alle dittature.

Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history
Franklin Delano Roosevelt.

Un presidente americano su due era psichicamente disturbato

Va detto che, statisticamente, le probabilità di avere un matto alla Casa Bianca durante la Seconda Guerra Mondiale (o qualunque altra guerra) erano altissime. Sostengono gli studiosi che, nella storia degli Stati Uniti, i presidenti psichicamente disturbati sono stati il 49 per cento, praticamente uno su due. Le sconfitte militari spingevano George Washington sull’orlo del suicidio; John Adams, Teddy Roosevelt e Woodrow Wilson vennero additati come pazzi furiosi; Abramo Lincoln, Calvin Coolidge e Franklin Pierce precipitarono nella depressione dopo la tragica morte dei rispettivi figli. Veri e propri psicopatici furono Lyndon Johnson e Andrew Jackson, un narcisista maligno dalla pistola facile che Trump rivendica come role-model. Alcuni studiosi americani sostengono addirittura che gli stessi tratti psicopatici che spingono a comportamenti criminali possono essere il miglior propellente per arrivare alla Casa Bianca.

Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history
Donald Trump (Imagoeconomica).

Roosevelt non invitò i partigiani a uscire allo scoperto per poi scaricarli e scendere a patti con la RSI

Se Roosevelt (che morì il 12 aprile 1945, poche settimane prima della resa tedesca) aveva qualche handicap psichico, oltre a quello fisico della poliomielite, non è stato tale da spingerlo a invitare i partigiani italiani a uscire allo scoperto contro il nazifascismo, per poi scaricarli e scendere a patti con la Repubblica Sociale, proclamando che era avvenuto un regime change, e con il Mussolini di Salò si poteva fare un accordo (non che sia stato tutto chiaro e limpido, in quegli ultimi mesi di guerra, e anche per questo i partigiani decisero di farla finita con il duce e i gerarchi, per non rischiare di ritrovarseli sul groppone, “graziati” dagli americani che cominciavano a pensare che nella Resistenza ci fossero un po’ troppi comunisti). Ma se prendiamo atto che la relativa stabilità mentale dell’allora inquilino della Casa Bianca ha giocato qualche ruolo nella Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, resta però un altro dubbio inquietante, e lo rimpalliamo ai cultori dell’alternate history: come sarebbe finita con gli americani, se i dittatori europei avessero controllato i più grossi giacimenti di petrolio del Pianeta?

Delitto di Garlasco, la procura di Pavia chiede la revisione della condanna di Stasi: cosa può succedere

La Procura di Pavia ha chiesto la revisione del processo in cui Alberto Stasi è stato condannato a 16 anni di carcere per l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco il 13 agosto 2007. Lo ha confermato la procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni, al termine dell’incontro di questa mattina con il procuratore di Pavia, Fabio Napoleone. Per i pm sulla scena del crimine c’era Andrea Sempio, indagato nella nuova inchiesta sul delitto di Garlasco.

Perché la Procura di Pavia chiede la revisione

Al centro dell’incontro andato in scena a Milano la chiusura delle indagini, atto che di norma prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, ma anche l’eventualità di un’istanza di revisione per Stasi, da presentare alla Corte d’Appello di Brescia. Sono diversi gli elementi emersi nella nuova inchiesta che hanno portato la Procura di Pavia a fare questo passo. I consulenti dei pm hanno attribuito a Sempio l’impronta palmare numero 33 repertata sulle scale dove venne gettato il corpo di Poggi. E sono compatibili sempre con Sempio le tracce di Dna sulle unghie della vittima. Inoltre, la consulenza medico-legale firmata dall’anatomopatologa forense Cristina Cattaneo sposterebbe l’orario dell’omicidio più tardi della ristretta finestra temporale tra le 9:12 e le 9:35, scagionando di fatto Stasi. Per i pm di Pavia l’unica persona condannata (in carcere dal 2015) è entrata nella villetta dei Poggi solo quando ha scoperto il corpo di Chiara e sulla scena del delitto, invece, ci sarebbe stato Sempio.

Delitto di Garlasco, la procura di Pavia chiede la revisione della condanna di Stasi: cosa può succedere
Chiara Poggi e Andrea Sempio (Ansa).

Nanni: «Non sarà uno studio né veloce né facile»

Nelle prossime settimane la Procura di Pavia trasmetterà alla Procura generale di Milano un’informazione sulla nuova inchiesta. I pm del capoluogo lombardo, a quel punto, valuteranno se chiedere ulteriori atti, ai fini di un’eventuale revisione del processo di Stasi. «Non possiamo sbilanciarci in alcun modo, dobbiamo ovviamente prima studiare le carte. Non sarà uno studio né veloce né facile», ha dichiarato Nanni.

Depositati gli audio su un possibile depistaggio

Intanto, lo Studio Legale Gasperini Fabrizi oggi ha depositato in Procura a Milano alcuni audio, che farebbero riferimento a una presunta pista alternativa e, soprattutto, a un possibile depistaggio nella nuova inchiesta.

Buffet sul rooftop e cena da Cracco: la due giorni dei Patrioti Europei a Milano

I trattori in piazza. I leader sul rooftop vista Duomo dopo la cena da Cracco. La manifestazione dei Patrioti europei a Milano si era aperta con il corteo dei trattori a guidare la protesta del popolo leghista contro i vincoli economici imposti dall’Unione europea. L’iniziativa, Senza paura. In Europa padroni a casa nostra, nelle intenzioni di Matteo Salvini, avrebbe dovuto dare una “sveglia” a Bruxelles, una sorta di ultimatum a favore della sospensione del patto di stabilità, per tutelare «giovani e lavoratori che combattono contro le regole assurde» imposte dalla «coppia malefica di Fmi e Ue». Un obiettivo ambizioso, se non impossibile.

Buffet sul rooftop e cena da Cracco: la due giorni dei Patrioti Europei a Milano
Buffet sul rooftop e cena da Cracco: la due giorni dei Patrioti Europei a Milano
Buffet sul rooftop e cena da Cracco: la due giorni dei Patrioti Europei a Milano
Buffet sul rooftop e cena da Cracco: la due giorni dei Patrioti Europei a Milano

Cena stellata da Cracco per big e delegati

L’altra finalità, più concreta e semplice, è invece stata raggiunta: fare trascorrere una due giorni ‘elegante’ ai partecipanti al raduno, interamente spesata dal gruppo a Strasburgo, con tanto di buffet-briefing sul rooftop The Dome vista Duomo prima del comizio, e cena stellata della vigilia – il 17 aprile – da Cracco, in Galleria Vittorio Emanuele II.

Buffet sul rooftop e cena da Cracco: la due giorni dei Patrioti Europei a Milano
Buffet sul rooftop e cena da Cracco: la due giorni dei Patrioti Europei a Milano
Buffet sul rooftop e cena da Cracco: la due giorni dei Patrioti Europei a Milano
Buffet sul rooftop e cena da Cracco: la due giorni dei Patrioti Europei a Milano

Una cinquantina i commensali, per un menù elaborato: uovo soffice asparagi e pisello (52 euro sulla carta), riso mantecato allo zafferano, sugo dell’orto e gremolada (una versione rielaborata di un piatto a 48 euro sul menù), Salmerino in crosta (una versione per due, 140 euro sul menù) e, per chiudere, colomba con mascarpone. Il tutto innaffiato dai vini dell’azienda agricola Rosa Fanti – moglie di Carlo Cracco – La Ciola 2022 e Colle Giove 2020 (44 euro a bottiglia sull’e-commerce di Cracco). Più low profile il brindisi, con un semplice Moscato d’Asti Saracco 2025.

Il selfie di Wilders con Salvini e Borchia

Il ristorante si trova al primo piano della Galleria e offre tre sale, due privé e un ‘fumoir’, «luogo d’altri tempi in stile Art Deco, messo in risalto da pareti rivestite da un filato metallico verde muschio», si legge sul sito. Sous chef Luca Sacchi, restaurant manager Christian Proserpio. I leader europei sembrano aver apprezzato, come testimonia il selfie scattato da Geert Wilders prima della cena in cui compare insieme a Salvini e, sullo sfondo, il capo delegazione della Lega a Strasburgo, Paolo Borchia.

Buffet sul rooftop e cena da Cracco: la due giorni dei Patrioti Europei a Milano
Il selfie pubblicato da Geert Wilders sul suo profilo Instagram.

Il giorno dopo, prima della manifestazione di piazza, ai dirigenti leghisti è stato dato appuntamento al The Dome rooftop, che offre una vista mozzafiato sulla piazza, per un buffet con le delegazioni straniere. Si tratta della terrazza dell’Odsweet hotel, «primo sweet hotel al mondo», che si trova in piazza Duomo. Un hotel 4 stelle superior dal design ispirato ai dolci dei marchio partner con stanze arredate sulle «tonalità rosa marshmallow e marrone cioccolato».

Il caso del film del neo sottosegretario Cannella finanziato dal Mic

Nemmeno il tempo di insediarsi come sottosegretario alla Cultura (e vicesindaco di Palermo) Giampiero Cannella è già finito al centro di un caso, già noto: quello dei contributi erogati dal Mic ai film considerati meritevoli, dai quali è stato escluso il documentario su Giulio Regeni. Come ha ricostruito da La Stampa, la commissione ministeriale ha infatti finanziato con 600 mila euro il film Tf45 – Kilo Point, tratto dal quasi omonimo romanzo Task Force 45 – Scacco al califfo, scritto proprio dal meloniano Cannella.

Il regista è stato elogiato da Meloni per un film sulle foibe

La pellicola, così come il romanzo da cui è stata tratta la sceneggiatura, racconta le operazioni di un’élite delle forze armate italiane contro il network terroristico di Al Qaeda, Isis e talebani in Afghanistan. Il regista? Maximiliano H. Bruno, elogiato in passato da Giorgia Meloni per Red Land (Rosso Istria), film sulle foibe. Altro curioso particolare: la task force protagonista di Tf45 – Kilo Point è quella che nel 2006 fu guidata da Roberto Vannacci.

Il caso del film del neo sottosegretario Cannella finanziato dal Mic
Giampiero Cannella e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Il Pd e il M5s annunciano un’interrogazione parlamentare

La storia è subito approdata in Parlamento: nel corso della seduta fiume sul decreto Sicurezza, il deputato Pd Andrea Casu ha annunciato che chiederà conto «in altre sedi di questa situazione, perché è fondamentale comprendere quali siano i criteri con cui vengono assegnate le risorse pubbliche in Italia». La senatrice dem Cecilia D’Elia, capogruppo del Pd in Commissione Cultura, e il collega Francesco Verducci, componente dello stesso organismo, hanno annunciato un’interrogazione parlamentare al ministro Alessandro Giuli e a Meloni. E lo stesso ha fatto il M5s tramite il deputato Gaetano Amato, che ha parlato di «azione predatoria» di Fratelli d’Italia nella cultura e nel cinema, che «non smette di offrire ogni giorno dettagli sempre peggiori».

Acea sostiene i giovani artisti con il premio Acea contemporanea

Dalla pittura alla scultura, dalla fotografia all’arte digitale, dalla performance al design e alla moda, Acea e Valore Italia lanciano il premio Acea contemporanea, un progetto che mette al centro l’arte e la cultura come leve strategiche per generare impatti concreti e duraturi sui temi Esg. Fulcro dell’iniziativa è l’acqua, risorsa vitale ma non infinita. Il premio nasce per attivare un dialogo autentico tra impresa e creatività artistica, valorizzando il talento delle nuove generazioni e arricchendo la collezione corporate di Acea con opere capaci di interpretare in chiave contemporanea uno dei temi più cruciali per il nostro futuro. Il concorso è rivolto a studentesse, studenti e neodiplomati dell’Accademia di Belle arti di Roma, di Accademia italiana e di Sae Institute, chiamati a riflettere sul valore dell’acqua come bene prezioso, oggi al centro di profonde criticità ambientali, sociali ed economiche. Le opere saranno una sintesi del rapporto tra uomo, natura e risorsa idrica, esplorando temi come la scarsità, l’inquinamento, il cambiamento climatico, la gestione responsabile e le disuguaglianze nell’accesso all’acqua.

Le opere finaliste faranno parte di una mostra collettiva permanente presso Acea Heritage

Gli studenti selezionati vivranno esperienze immersive con visite guidate agli acquedotti romani e a una centrale idroelettrica, luoghi simbolo della storia e dell’innovazione legate alla gestione dell’acqua. Questi momenti costituiranno una fonte diretta di ispirazione per la realizzazione delle opere. I vincitori del concorso riceveranno da Acea un premio in denaro, assegnato da una giuria composta da rappresentanti di Acea, curatori e critici d’arte, a sostegno delle spese universitarie e di formazione dei giovani artisti. Le opere finaliste, selezionate attraverso bandi interni delle istituzioni coinvolte, entreranno a far parte di una mostra collettiva permanente presso Acea Heritage, il nuovo spazio espositivo nella storica sede di Piazzale Ostiense – un luogo in cui visione, innovazione e memoria dialogano per costruire il futuro. L’apertura della mostra, con la premiazione dei vincitori, si svolgerà martedì 19 maggio 2026 nell’ambito delle Giornate del Made in Italy, iniziativa promossa del ministero delle Imprese e del Made in Italy per valorizzare l’eccellenza produttiva, la creatività e l’innovazione delle imprese italiane. Nelle giornate di sabato 23 e domenica 24 maggio 2026 sarà possibile visitare la mostra presso lo spazio espositivo di Acea Heritage con la guida di alcuni degli studenti che hanno realizzato le opere.

Acea sostiene i giovani artisti con il premio Acea contemporanea
Sede Acea (Acea).

Amura: «Così i giovani vengono connessi con il mondo produttivo»

«Questo progetto conferma quanto la formazione sia oggi un motore fondamentale per lo sviluppo culturale e professionale dei giovani», ha dichiarato Salvatore Amura, amministratore delegato di Valore Italia. «Le accademie rappresentano luoghi privilegiati in cui talento, creatività e competenze si incontrano e si trasformano in valore concreto. Il nostro impegno è accompagnare questi percorsi, offrendo ai giovani artisti opportunità reali di crescita e connessione con il mondo produttivo, affinché possano esprimere pienamente il proprio potenziale e contribuire in modo attivo al futuro del Paese».

Accurso: «La creatività diventa uno strumento per condividere cultura e responsabilità»

«Per Accademia italiana, la partecipazione al premio Acea contemporanea è la conferma di un approccio didattico che ha sempre cercato il contatto con i territori e con le eccellenze che questi esprimono», ha dichiarato Nicola Accurso, managing director di Ad Education Italy. «Portare la ricerca e la sperimentazione artistica a confrontarsi con temi impattanti e attuali, come il ruolo dell’acqua per le comunità e per il futuro del pianeta, è esattamente il tipo di tema in cui la creatività diventa strumento di condivisione di cultura e di responsabilità. Siamo orgogliosi che anche gli studenti di Sae Institute siano parte di questa iniziativa. È la dimostrazione di come le istituzioni del gruppo Ad Education sappiano essere protagoniste sulla scena della creatività contemporanea, ciascuna con la propria identità, tutte con una visione condivisa».

Acea sostiene i giovani artisti con il premio Acea contemporanea
Sede Acea (Acea).

Casorati: «L’arte stimola il dibattito e la riflessione collettiva»

«Nel panorama contemporaneo, l’arte si afferma in maniera sempre più chiara come uno strumento di conoscenza e di riflessione sul mondo e sulle questioni più urgenti del presente», ha dichiarato Cecilia Casorati, direttrice dell’Accademia di Belle arti di Roma. «L’arte è uno strumento di ricerca e un linguaggio di relazione, capace di evidenziare temi complessi e controversi e di stimolare il dibattito e la riflessione collettiva. Gli studenti dell’Accademia, con entusiasmo, hanno aderito all’eccellente iniziativa di Acea, dimostrando con le loro opere come la formazione artistica sia un percorso di crescita personale ma soprattutto un metodo che contribuisce a accrescere la consapevolezza di tutti».

Delegazione iraniana con Araghchi verso il Pakistan

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è atteso a Islamabad in serata con una piccola delegazione di Teheran. Lo riferiscono fonti governative pachistane, che danno ormai come vicino un secondo round di negoziati di pace a tra Stati Uniti e Iran, a seguito di colloqui con la squadra di mediazione. L’agenzia di stampa iraniana Irna ha intanto confermato che Araghchi si recherà in visita a Islamabad e poi anche a Muscat e Mosca, senza però specificare se in occasione della tappa in Pakistan incontrerà anche rappresentanti americani: «L’obiettivo di questo viaggio sono consultazioni bilaterali, discussioni e colloqui sulle trasformazioni in corso nella regione, nonché sull’ultima situazione della guerra imposta dagli Stati Uniti e dal regime israeliano contro l’Iran».

Delegazione iraniana con Araghchi verso il Pakistan
Mohammad Bagher Ghalibaf (Ansa).

Ghalibaf avrebbe lasciato la guida della squadra negoziale

Intanto, Iran International riporta che il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf si sarebbe dimesso da capo della squadra negoziale, a causa di disaccordi interni. A Ghalibaf, costretto a fare un passo indietro, sarebbe stato recriminato di aver tentato di includere la questione nucleare nei colloqui con Washington. Al suo posto potrebbe subentrare Saeed Jalili, rappresentante ultraintegralista della Guida Suprema Mojtaba Khamenei presso il Consiglio supremo di sicurezza nazionale. Ma c’è chi ritiene che a sostituire Ghalibaf sarà Araghchi.

Delegazione iraniana con Araghchi verso il Pakistan
L’Hotel Serena a Islamabad (Ansa).

Islamabad è blindata da giorni in attesa dei nuovi colloqui

Islamabad, dove è già presente un team logistico e di sicurezza statunitense, è blindata da diversi giorni in attesa della ripresa dei negoziati: come evidenzia la Bbc, è il sesto giorno con chiusure di strade, mercati e banche, come una sorta di lockdown, e non ci sono notizie di ritorno alla normalità. Al Jazeera parla di «alta probabilità di svolta», vista la partenza della delegazione dell’Iran. Le Forze armate americane, in questa fase di stallo, starebbero però mettendo a punto piani che prevedono di colpire le capacità iraniane nello Stretto di Hormuz, nel caso in cui dovesse saltare il cessate il fuoco. Lo riporta la Cnn.