Salernitana, il futuro di Cosmi è un rebus: Faggiano prende tempo

Mentre il Casarano, dopo una promozione e un playoff da protagonista, esonera in sessanta secondi l’allenatore chiedendo pubblicamente scusa ai tifosi tramite il presidente Filograna, a Salerno si continua a perdere tempo prezioso. Eppure la classifica, il non-gioco espresso dalla squadra, l’insofferenza del gruppo e il nervosismo post Scafatese avrebbero richiesto una decisione assolutamente immediata. La permanenza di Cosmi resta in bilico, sia chiaro, ma la sensazione è che Faggiano debba prima trovare un sostituto disposto ad accettare un contratto fino a giugno e con un ingaggio non particolarmente elevato. Viceversa verrebbe concessa un’ultima chance all’ex trainer di Perugia e Pescara, fischiato da tutto lo stadio al termine del derby di ieri e condannato all’unanimità dal Centro di Coordinamento, da alcuni gruppi ultras e dall’ordine dei giornalisti per le parole infelici all’indirizzo di alcuni cronisti locali. Allo stato attuale è in atto la consueta diatriba interna tra chi propende per un ribaltone e chi darebbe ancora fiducia a Cosmi. Per l’amministratore delegato Umberto Pagano ci sarebbero i presupposti per un’ultima spiaggia in quel di Picerno. Faggiano ha sondato l’umore del gruppo nello spogliatoio e sposa la stessa tesi. Per il presidente Milan, tornato allo stadio dopo una lunga assenza, bisognerebbe resettare tutto e affidarsi a un nuovo direttore sportivo e a un allenatore in grado di risollevare la squadra sotto il profilo tattico e psicologico. Non aver vissuto le dinamiche interne dal vivo, tuttavia, rende meno attendibile il parere di chi, sotto traccia, sta continuando a dragare il mercato con la speranza di trovare imprenditori interessati a sostituire Danilo Iervolino al timone del club. Ma quali sono gli scenari più probabili? Con questa società non si può escludere nulla. Il patron avrebbe chiesto al ds se Scurto – vice di Cosmi – sia pronto per un’esperienza da capo allenatore. E’ una soluzione da non scartare a priori. I nomi degli altri papabili sono oramai noti: la Cavese darebbe subito il placet per Prosperi (attualmente sotto contratto con i metelliani e in passato vicino alla Scafatese), Toscano ha un ottimo rapporto con Faggiano e ormai da anni è accostato alla panchina della Bersagliera. I tifosi invocano Castori che, in C, scenderebbe solo per Salerno. Non sembra però un profilo che stuzzica la fantasia di Faggiano. E poi si starebbero proponendo in tanti, compreso quel Vivarini che nell’ultimo biennio ha collezionato esoneri su esoneri e che fu vicinissimo alla Salernitana dopo l’esplosione del caso Sottil. E poi c’è Pasquale Marino. Di recente, ai microfoni di Cronache, ha confessato di “aver ricevuto diverse offerte dopo i playout con la Sampdoria, ma siamo retrocessi in modo anomalo e la voglia è un po’ passata. All’epoca Iervolino mi disse che riteneva opportuno ripartire da zero, ma i rapporti sono ottimi e Salerno è una piazza che non si rifiuta”. Chissà che non possa essere un’idea. E, assieme a lui, vorrebbe tornare anche quel Valentini che ha mandato più di un messaggio implicito al club ritenendo “ingiusto aver chiuso quell’avventura in modo negativo e non per colpe nostre. Si poteva aprire un ciclo con me e con Marino. Avere un’altra opportunità mi renderebbe felice”. Ad ora, però, Faggiano – al quale il contratto è stato rinnovato fino al 2028 – non sembra in discussione.

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P. De Luca, ‘pronti per la sfida di governo con Elly Schlein’

“Oggi una straordinaria partecipazione all’Assemblea nazionale del Partito Democratico. Abbiamo deliberato il rinvio del congresso dopo le prossime elezioni politiche. E abbiamo votato la candidatura unica di Elly Schlein alle Primarie per la leadership della coalizione se si ricorrerà a questo strumento di democrazia, di cui non dobbiamo avere paura, per definire chi guiderà l’intero centro sinistra verso Palazzo Chigi”. Così il deputato dem Piero De Luca, attuale segretario del partito in Campania. “Il Pd è compatto, coeso, determinato a costruire, insieme all’alleanza progressista, l’alternativa di Governo alla destra – sottolinea -. Mettiamo al centro del nostro programma per il Paese alcuni temi decisivi: lavoro, sanità, scuola, sicurezza, casa, giovani, sviluppo sostenibile e unità nazionale. Per dare risposte concrete alle difficoltà delle nostre famiglie, per dare speranza, per dare protezione economica e sociale alle nostre comunità. Il futuro non si aspetta, si costruisce insieme!”

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Roccadaspide, tragedia nei campi: perde la vita un 52enne

Un tragico incidente si è verificato nel pomeriggio in un’area rurale del comune di Roccadaspide. Per cause ancora in corso di accertamento, un agricoltore 52enne del posto, mentre lavorava nei campi, sarebbe finito sotto al trattore che stava utilizzando. La dinamica di quanto accaduto è ancora in fase di ricostruzione. Secondo una prima e sommaria ricostruzione, luomo avrebbe perso il controllo del mezzo mentre effettuava una manovra in pendenza. Il trattore si è ribaltato, schiacciandolo.

Il tutto è accaduto sotto gli occhi del fratello che ha assistito alla tragedia. Per l’uomo, nonostante i soccorsi, non c’è stato nulla da fare. In zona è stato fatto atterrare anche un elisoccorso ma le ferite si sono rivelate troppo gravi. Sul posto sono intervenuti i carabinieri della compagnia di Agropoli che sono al lavoro per appurare nel dettaglio quanto accaduto. Le indagini sono coordinate dalla Procura della Repubblica di Vallo della Lucania. Dolore nel piccolo comune cilentano dove la notizia della tragedia si è rapidamente diffusa, lasciando sgomenti quanti conoscevano il 52enne

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Aggredirono l’autista del bus, condannati madre e figlio

Un richiamo per l’assenza della mascherina si trasformò in un’aggressione all’autista di un autobus di linea: per quell’episodio, avvenuto il 3 agosto 2022 a Nocera Inferiore, il Gup ha condannato una madre a sette mesi e dieci giorni e il figlio a otto mesi di reclusione, con pena sospesa e lavori di pubblica utilità per sei mesi. Secondo l’accusa, i due minacciarono di morte il conducente, colpendolo e spintonandolo ripetutamente mentre il mezzo della Linea 79, diretto a Sarno, percorreva via Nicola Bruni Grimaldi.

La corsa venne interrotta e furono allertate le forze dell’ordine. Contestate resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e interruzione di pubblico servizio; la donna è stata assolta dall’accusa di danneggiamento, derubricata in tentativo.

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Il cinema italiano riparta da L’estranea

Parlare del film L’estranea, regia del trentenne Paolo Strippoli, con Jasmine Trinca, Adriano Giannini, Romana Maggiora Vergano e Valeria Bruni Tedeschi, significa riflettere sulla situazione del cinema italiano oggi. La questione è sufficientemente nota. Poiché negli ultimi festival importanti (Berlino, Cannes…) nessun film tricolore è stato selezionato in concorso, alla Mostra del cinema di Venezia abbiamo assistito al prevedibile reclutamento delle opere precedentemente ignorate. Il direttore Alberto Barbera, però, fa anche dell’altro: viola il copione, includendo in concorso il film di un giovane regista alle prime armi, per di più di genere, per di più una sorta di psico-horror. Apriti cielo! Illustri e attempati critici cinematografici hanno immediatamente gridato allo scempio, rimproverando a Barbera l’incauta decisione. La rinascita del cinema italiano, strepitano, non può passare per i divertimenti sballati del primo ragazzetto, pur sveglio e talentuoso. La verità è che i critici laureati, i pochi rimasti, non hanno mai avuto gli strumenti per giudicare il cinema di genere, se non nella modalità, otto-novecentesca, della dissacrazione: grazie alla dissacrazione, infatti, Sergio Leone per il western, e Dario Argento, per il giallo, sono stati recuperati e inseriti nel pantheon d’autore.

Il successo al festival di Toronto e lo sguardo agli Oscar

Al di là della critica ufficiale, che in fondo conta sempre meno, è accaduto che Paolo Strippoli, il regista del film, senza dissacrare niente e nessuno, dopo Venezia, abbia partecipato al festival di Toronto, ovvero la porta aperta sulle succose praterie del mercato americano, manifestazione in cui L’estranea ha riscosso un enorme successo. Importanti attori di Hollywood, dopo aver visto il film, hanno manifestato vivamente il desiderio di lavorare con Strippoli, il quale sta trattando con case di produzione statunitensi la realizzazione del prossimo progetto. Forse non è un caso, allora, che L’estranea sia stato selezionato a rappresentare l’Italia nella corsa agli Oscar.
Il film era atteso al varco dell’uscita in sala sul territorio nazionale, in data 8 ottobre. Ebbene, curiosità del pubblico e passa parola degli spettatori sembrano funzionare, perché L’estranea oscilla tra il secondo e il terzo miglior incasso di giornata. A questo punto, non resta che chiedersi se il cinema italiano sappia, o intenda, approfittare del caso, per ora isolato, di un film che si fa apprezzare all’estero (già venduto anche in Francia e Belgio), e incontra un certo favore del pubblico.

Il cinema italiano riparta da L’estranea
Il cinema italiano riparta da L’estranea
Il cinema italiano riparta da L’estranea
Il cinema italiano riparta da L’estranea
Il cinema italiano riparta da L’estranea
Il cinema italiano riparta da L’estranea
Il cinema italiano riparta da L’estranea
Il cinema italiano riparta da L’estranea
Il cinema italiano riparta da L’estranea
Il cinema italiano riparta da L’estranea

La comfort zone della commedia

La storia è nota: il cinema italiano è da tempo recluso nella comfort zone di film che la produzione ritiene riconoscibili e appetibili: la commedia, il dramma a sfondo sociale, qualche documentario, il crime. Il fatto è che, pur riconoscendoli, o forse proprio per questo, il pubblico ormai diserta le sale dove tali film si proiettano. La commedia non ha più gli sceneggiatori né gli attori capaci di assicurare agli spettatori ciò di cui la commedia italiana ha sempre vissuto: la capacità di proporre temi e argomenti che senza interpreti e scrittori di richiamo e di talento il pubblico non avrebbe mai accettato. Un esempio per tutti: Una vita difficile, 1961, odissea amara di un intellettuale prima partigiano poi giornalista nell’Italia del Dopoguerra, senza Alberto Sordi protagonista, Rodolfo Sonego sceneggiatore, e Dino Risi regista, non sarebbe andato a vederlo nessuno. Veniamo al documentario. Il recente caso di Naza, incentrato sulle nefandezze dei reparti dell’esercito israeliano a Gaza, alle soglie in Italia dei 5 milioni di euro di incredibile incasso, dovrebbe far riflettere. Il documentario ha senso solo se è in grado di abbracciare tematiche di portata globale (globale, oggi, sostituisce il vecchio “universale”), che infondono al pubblico la certezza, ripeto la certezza, che ciò che andranno a vedere e sentire sia qualcosa di unico, fondamentale e decisivo, che solo quel documentario specifico è in grado sul serio di mostrare e descrivere. Per il dramma a sfondo sociale e il genere crime, infine, vale il vecchio adagio: i filoni risultano ormai inflazionati, anche perché gli innumerevoli programmi tv d’inchiesta «al di là di ogni ragionevole dubbio» soddisfano pienamente la domanda di mercato.

Il segnale è chiaro: rilanciamo il cinema di genere

Di fronte al dato inequivocabile di un cinema italiano piegato sterilmente su sé stesso, agganciato a schemi spettacolari fin troppo collaudati, fermo a temi, motivi e moduli narrativi stantii, si è pensato stavolta di gettare un sasso nello stagno. Da Venezia, Alberto Barbera, inserendo L’estranea nel concorso maggiore, aveva mandato un segnale: rilanciamo il cinema di genere, affidandolo a rappresentanti delle giovani generazioni, i quali siano in grado, come fu per Leone e Argento, di «autorializzare» il genere stesso, senza tuttavia snaturarlo, svuotarlo, o piegarlo a logiche che non gli competono. Questa, in fondo, è la formula. Attori capaci e intelligenti, pur abituati al cinema d’autore, hanno accettato di mettersi al servizio dell’impresa: Jasmine Trinca regge tutto il film sulle proprie spalle, interpretando un personaggio che richiede almeno tre approcci di interpretazione diversi e distinti, a volte co-presenti nella stessa scena, riuscendo magnificamente nell’impresa. Valeria Bruni Tedeschi accetta di fare il verso a sé stessa, entrando e uscendo dal personaggio senza mai far pesare il passaggio di ritmo e di tono. Adriano Giannini si mette al servizio del film elevando un personaggio non protagonista a carattere pieno e compiuto. Non a caso, con esibita civetteria, Bruni Tedeschi, in un’intervista, ha dichiarato di «essere infine pronta per Hollywood».

Il cinema italiano riparta da L’estranea
Paolo Strippoli, Adriano Giannini, Valeria Bruni Tedeschi, Romana Maggiora Vergano e Jasmine Trinca a Venezia (Ansa).

Quell’artigianato italiano che tocca gli estremi dell’arte

È evidente il tentativo, innumerevoli volte tentato, di sprovincializzare il cinema, attraverso ciò per cui lo spirito italiano è generalmente conosciuto nel mondo, ossia un artigianato così minuzioso e accurato da toccare gli estremi dell’arte. Il cosiddetto made in Italy. Per il cinema, come accennato, esempi furono già Argento e Leone, artisti e artigiani di lusso. Per L’estranea si tenta la medesima operazione, ossia l’artigianato elevato al cubo. Ciò risulta evidente, esaminando i reparti tecnici del film. Il montaggio di Federico Palmerini conferisce al film un ritmo fortissimo, e cadenza immagini e musiche come si trattasse di un melodramma dark, coniugato con un divertimento spudorato di ispirazione goliardica: cosa che L’estranea, oltre i richiami all’horror, effettivamente è. Attraverso il gioco di luci del direttore della fotografia Cristiano Di Nicola, un altro trentenne come Palmerini e Strippoli, il melodramma si asciuga e si bagna alternativamente in tinte calde e fredde, a seconda dell’ottovolante di impulsi visivi e sonori in cui è proiettato il pubblico.

Il cinema italiano riparta da L’estranea
Paolo Strippoli (Ansa).

Una certa critica resta appiccicata alle memorie del neorealismo

A tale proposito, non dimentichiamo che proprio così ci vedono gli americani. In una recente masterclass italiana, il regista Walter Hill (I guerrieri della notte, Driver l’imprendibile, 48 ore…) ha ammesso che i film di Sergio Leone sono tutto fuorché western: grazie all’apporto decisivo di Ennio Morricone, Per un pugno di dollari, per il gusto yankee, è innanzitutto un pulsante melodramma, ossia un racconto colorato e violento messo prepotentemente in musica. E L’estranea è proprio così: un melodramma dark di suoni, musiche, luci e colori.
Il film si inserisce dunque in questo percorso: un prodotto “americano” fatto con il gusto tipicamente italiano. Questo fa imbestialire la critica laureata, appiccicata alle memorie del neorealismo. E anche qualche cultore del genere a tutti i costi, amante della sciatteria elevata a poesia. L’estranea sembra un horror, ma in realtà è un’opera buffa, talmente buffa che il riso si deforma in ghigno, e il divertimento slitta sul fuoristrada della tragedia.

Il cinema italiano riparta da L’estranea
Ennio Morricone (Ansa).

La forza del melodramma dark

Di cosa parla infatti il film? La protagonista, Anna Colonna, colonna della famiglia, madre e moglie, come i secoli dei secoli insegnano, incontra la personificazione del destino, che la mette a confronto con la propria hybris. Di quale colpa si tratta? Quella di aver generato altri esseri viventi, i figli, senza aver generato sé stessa, la propria coscienza e identità. Di aver prodotto degli oggetti, la prole, senza aver prima tessuto a dovere il proprio Io, ossia il soggetto. Oggetti senza soggetto, i figli saranno sballottati di qua e di là dai giochi del destino, che obbliga Anna a selezionare disperatamente i traumi senza assumere coscienza delle colpe. Questo paradosso, ironico e tragico, è il tema centrale del film, talmente paradossale, così spudorato e terribile, da risultare buffo, caloroso e misterioso. Un melodramma dark, che assume i modi dell’horror, come Sergio Leone, assieme a Morricone, faceva opere in musica assumendo le vestigia del western.
L’artigianato creativo, il made in Italy, che all’estero fa sbalordire e per cui tutti in fondo ci ammirano.

La tragedia di Bordighera: quando l’indifferenza uccide l’innocenza

di Angelo Parisi

Ci sono notizie di cronaca di fronte alle quali la penna trema e le parole sembrano non bastare mai. La vicenda della piccola Beatrice, la bimba di appena due anni morta a Bordighera dopo mesi di esposizione continua e prolungata a sostanze stupefacenti, non è soltanto un fatto giudiziario agghiacciante: è una ferita aperta nel cuore della nostra società, un dramma che ci impone un’analisi profonda e priva di alibi.

I risultati delle perizie tossicologiche ci restituiscono una realtà da incubo. Non si è trattato di un fatale incidente momentaneo, ma di una quotidianità fatta di degrado, sostanze letali lasciate alla portata di una creatura e un contesto di violenza taciuta, oggi confermata anche dalle drammatiche testimonianze delle sorelline maggiori.

Di fronte a un’immane tragedia come questa, la prima reazione d’impatto è la rabbia, unita al logico e doveroso lavoro della giustizia verso chi aveva il compito primario di proteggere e nutrire quella vita. Ma da padre, poi da cittadino ed infine da giornalisti, abbiamo l’obbligo morale di guardare oltre il recinto delle responsabilità individuali. Dobbiamo chiederci: com’è possibile che nel 2026 una bambina possa consumare la propria infanzia — fino a perderla — nel totale isolamento, senza che nessuno si accorga di nulla?

È qui che il dramma individuale si trasforma in un fallimento collettivo. Una tragedia del genere interpella direttamente la rete di protezione sociale che dovrebbe avvolgere e tutelare le fragilità dei più piccoli: dai servizi sociali al presidio sanitario del territorio, fino alla comunità vicinale. Troppo spesso la paura di “immischiarsi”, il rispetto malinteso della sfera privata o la semplice disattenzione ci trasformano in spettatori muti di situazioni di grave sofferenza.

Non possiamo permetterci il lusso di voltare la testa dall’altra parte. Quando la droga e la marginalità entrano nelle case soffocando i diritti fondamentali dell’infanzia, non siamo di fronte a una libera scelta di vita degli adulti, ma a una violenza sistematica contro chi non ha voce per gridare aiuto.

La storia della piccola Beatrice deve lasciarci una lezione amara ma indispensabile: la tutela dei bambini non può essere una delega in bianco affidata solo alla sorte o alle mura domestiche. Serve un’attenzione vigile, una presenza capillare delle istituzioni nei contesti a rischio e, soprattutto, il coraggio comunitario di segnalare e intervenire prima che sia troppo tardi. Perché quando a morire è un bambino nell’indifferenza generale, a perdere siamo davvero tutti noi.

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Sull’IA tutti bluffano, eppure ci chiedono di fidarci: come risolvere il paradosso?

Fai una lista di nomi. Dentro ci metti quelli dei leader dell’industria dell’intelligenza artificiale. Tipo Sam Altman, Elon Musk, Mark Zuckerberg, Dario Amodei e via dicendo. Poi aggiungine due di fantasia: facciamo Susan Millner e Craig Dalton. Secondo un sondaggio condotto nel luglio 2026 su 5.403 adulti dalla Harvard Kennedy School, più della metà degli uomini ti dirà di conoscere anche loro. Tra le donne, quattro su 10. Il bluff funziona perché nessuno vuole essere il solo o la sola a non sapere. Come quelli che a cena dicono di aver letto il libro di cui parlano tutti. L’importante è dimostrare di essere sul pezzo. D’altronde, il vero capolavoro del falso è spingere le persone a vantarsi di averlo capito.

Sull’IA tutti bluffano, eppure ci chiedono di fidarci: come risolvere il paradosso?
Sull’IA tutti bluffano, eppure ci chiedono di fidarci: come risolvere il paradosso?
Sull’IA tutti bluffano, eppure ci chiedono di fidarci: come risolvere il paradosso?
Sull’IA tutti bluffano, eppure ci chiedono di fidarci: come risolvere il paradosso?

In quello che al momento è il settore più potente del Pianeta, il bluff è una competenza trasversale. Un ingegnere di OpenAI è stato arrestato con l’accusa di aver nascosto una microspia in una sala riunioni dell’azienda. Davanti ai parlamentari britannici, Anthropic dice che le regole dovrebbero essere vincolanti, mentre OpenAI assicura di non correre al ribasso sulla sicurezza.

Zuckerberg ha rifiutato un rallentamento concordato dell’industria

Zuckerberg spiega al Financial Times che Meta è arrivata alla frontiera e che l’IA si costruisce con «normali guardrail», senza essere una macchina che fa di testa sua. Ha già respinto un rallentamento concordato dell’industria, sostenendo che la responsabilità spetta ai singoli laboratori. Insomma, in pochi giorni l’industria riesce a sostenere tutto e il contrario di tutto.

Sull’IA tutti bluffano, eppure ci chiedono di fidarci: come risolvere il paradosso?
Il logo di Meta presso la sede di Menlo Park (Ansa).

Liam Byrne, presidente della commissione parlamentare che ha convocato le aziende, voleva proprio mettere in luce quanto divergano le loro posizioni. La contraddizione, tuttavia, è solo apparente. Chiedere regole può servire a presentarsi come responsabili, contestarle a evitare rallentamenti. In entrambi i casi il risultato non cambia. Si vende meglio.

I ricercatori di criptovalute temono i progressi dell’IA

Forse non bluffa il capo dei servizi di sicurezza britannici, che sostiene che l’intelligenza artificiale potrebbe essere usata per sviluppare nuove armi biologiche. Forse non bluffano alcuni ricercatori di criptovalute che temono che i progressi dell’IA possano un giorno compromettere la crittografia su cui si regge la blockchain, consentendo furti difficili da prevenire.

Sull’IA tutti bluffano, eppure ci chiedono di fidarci: come risolvere il paradosso?
Le principali criptovalute (Imagoeconomica).

Qualcuno arriva addirittura a suggerire di cominciare, con calma, a pensare alla modalità bunker. Sono timori, non certezze. Ma l’ironia è difficile da ignorare. La blockchain era nata per sostituire la fiducia con la matematica, per non dover credere a nessuno, e se anche le ipotesi matematiche vacillano resta in piedi l’unica cosa che si voleva eliminare, cioè fidarsi di qualcuno.

La sfiducia stessa può diventare un mercato

Zuckerberg, però, ha un asso nella manica. La sfiducia stessa può diventare un mercato. «La maggior parte dei motivi per cui le persone potrebbero non fidarsi dell’azienda può portare a innovazioni tecnologiche molto produttive», ha detto al Financial Times. Per convincerci, promette l’arrivo di Muse Confidential VM, una versione futura del suo assistente in cui dati e conversazioni sarebbero del tutto inaccessibili all’azienda.

Sull’IA tutti bluffano, eppure ci chiedono di fidarci: come risolvere il paradosso?
Mark Zuckerberg (Ansa).

L’impegno arriva mentre alcuni utenti accusano già la versione attuale di Muse di accedere o condividere informazioni private senza permesso. C’è però un altro guaio. Zuckerberg stesso ammette che i modelli sono già capaci di affrontare problemi matematici avanzati, ma non hanno ancora abbastanza buon senso per essere assistenti personali affidabili. Un’intelligenza che dimostra teoremi eppure non sa rispondere a un reclamo è la fotografia più onesta di dove siamo.

L’intelligenza artificiale sta iniziando a divorare se stessa

Infine un paradosso squisitamente tecnico, perché l’IA sta iniziando a divorare se stessa. Con il web inondato di slop, cioè i contenuti spazzatura generati automaticamente per fare clic, i nuovi modelli rischiano di produrre risposte via via più povere e degenerate. Per non parlare delle implicazioni reali di tutto questo.

Sull’IA tutti bluffano, eppure ci chiedono di fidarci: come risolvere il paradosso?
IA (Igor Omilaev via Unsplash).

Per esempio, nei tribunali americani alcuni avvocati sono stati sanzionati per aver presentato memorie infarcite di sentenze inesistenti. In materia di salute, uno studio pubblicato ad aprile 2026 su Nature Medicine, condotto su 1.298 persone dall’Università di Oxford e da altri ricercatori, ha mostrato che, in 10 scenari clinici sperimentali, chi utilizzava chatbot arrivava a una diagnosi corretta in meno del 34,5 per cento dei casi, senza ottenere risultati migliori di chi cercava informazioni con altri mezzi. Eppure, nonostante gli scandali recenti e passati, da Cambridge Analytica alle vicende che coinvolgono gli agenti autonomi di OpenAI, a tutti noi viene chiesta sempre la stessa cosa. La formula non cambia. Stavolta è diverso. Fidatevi.

Paolo Portoghesi: la Sacra Famiglia di Fratte

Paolo Portoghesi: il maestro Borromini e la Sacra Famiglia di Fratte.

La Sacra Famiglia

Passa il Tempo, un Gioiello Immenso.

Con Gigliotti e Portoghesi,

Sei Il Tempio dei Frattesi.

Cerchi e Cupole, verso l’Altissimo,

Arte e fede, nel luogo “Divinissimo”.

I Padri Dottrinari da anni vi dimorano,

Il Culto e l’Amor, mai non muoiono.

A Te, che sei l’incontro della gente,

Fra canti e Preghiere, Sei parte Vivente.

L’Immacolata Concezione,

Festa Eterna, per Il Rione.

Se per altri sei la “Cattedrale nel Deserto”,

Per noi la “Sacra Famiglia”,

Un Amore che va Protetto.

Di Orlando Santoro

 

 

Paolo Portoghesi è nato a Roma nel 1931. È cresciuto in un palazzo di via Monterone, nel cuore storico della capitale, tra il Pantheon e la chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza, progettata da Francesco Borromini. La lanterna di questa chiesa era un elemento chiave della vita quotidiana del giovane Portoghesi. Egli stesso affermò:    «Più che sceglierlo, credo che Borromini sia stato un maestro assegnatomi dal destino. Fin da bambino, mi ha attratto in modo intenso ed emozionante » .

Infatti, Sant’Ivo alla Sapienza, insieme all’Oratorio dei Filippini, esercitava un fascino che segnò tutta la sua carriera di architetto e intellettuale.

A 14 anni, scrisse un breve saggio su Borromini, il primo di una serie consistente. Così, nel 1953, lo studente di architettura, ventiduenne, pubblicò il suo primo articolo su Borromini sulla rivista “Civiltà delle Macchine”. Tra il 1953 e il 1967, trecentesimo anniversario della morte di Borromini, Portoghesi pubblicò ventuno articoli e due monografie nonchè un’edizione “dell’Opus Architectonicum”, sempre dedicate al suo sommo maestro. Vale la pena aggiungere a questo elenco anche le sue pubblicazioni sull’architettura barocca, in particolare “Roma barocca”, pubblicata nel 1966, che dedica ampio spazio al maestro del barocco ticinese.

Nel frattempo, nel 1968, la congregazione dei padri dottrinari di Fratte, storico quartiere di Salerno, dovette cedere un terreno alla Società Autostrade, per la costruzione di un ulteriore tratto autostradale, e quindi la chiesa Santa Maria dei Barbuti, venne dismessa, e l’allora parroco della zona , P. Nicola Roberti, chiese fondi per la costruzione, di un nuovo luogo di culto religioso. Il progetto della Chiesa della Sacra Famiglia, fu affidato all’architetto Paolo Portoghesi e al suo collaboratore, l’ingegnere Vittorio Gigliotti . La consacrazione avvenne nel 1974. In seguito al Concilio Vaticano II (1962-1965), l’obiettivo principale di questo progetto era quello di implementare la nuova liturgia e promuovere così “la partecipazione attiva dei fedeli”, come prescritto dal  Sancrosanctum Concilium . Il programma di lavoro, doveva quindi essere coerente con la chiesa cattolica romana, pur proponendo una nuova soluzione architettonica. Portoghesi, è sicuramente ispirato dal barocco di Borromini, assimilando, fin da subito la sensibilità geometrica. I principali elementi di ispirazione borromiana presenti nella Sacra Famiglia includono: la geometria complessa e mistilinea, infatti Borromini utilizzava l’intersezione di triangoli equilateri e cerchi per generare la pianta a stella di Sant’Ivo, Portoghesi sviluppa la chiesa di Fratte basandosi su una complessa matrice geometrica di cerchi concentrici e forme curve intersecate.

La continuità spaziale e il dinamismo: la struttura rinuncia ai rigidi schemi ad angolo retto del razionalismo moderno. Il movimento ondulatorio delle pareti e dei volumi richiama la celebre facciata e l’interno sinuoso di San Carlino.

La luce come elemento plastico: L’architettura di Fratte cattura e modula la luce zenitale attraverso anelli e stratificazioni successive che guidano l’occhio verso l’alto, un chiaro omaggio alla spettacolare luminosità della cupola e della lanterna spiraliforme di Sant’Ivo.
Portoghesi spiega nella sua “autobiografia scientifica” le inibizioni dell’architettura moderna che  attraverso lo studio dell’opera di Borromini, comprese che il cilindro a base ellittica, considerato come l’involucro del corpo umano, può sintetizzare la presenza del corpo.
Pertanto, egli utilizza piani analitici per studiare l’opera di Borromini disegnando una serie di cerchi concentrici.
Per Portoghesi, la forza esercitata da un oggetto architettonico su un individuo è mediata in particolare dalla sua materialità. In questo senso, il legame tra struttura architettonica e spazio è paragonabile a quello tra un polo magnetico e il campo che esso genera. Questa nozione di campo permette quindi a Portoghesi di non considerare più lo spazio come una mera contro-forma dell’involucro architettonico. Egli definisce questa concezione la teoria dello spazio come sistema di luoghi. Seguendo questo metodo, nella chiesa di Salerno, sei centri generano sei campi realizzati come serie di cerchi concentrici che delineano la composizione spaziale dell’edificio. La chiesa della Sacra Famiglia rappresenta il culmine di questa ricerca, iniziata dieci anni prima, nel 1959, con Casa Baldi alla periferia di Roma. L’amicizia tra Portoghesi e Christian Norberg-Schulz fu certamente un fattore determinante in questo lavoro. Le ricerche di Portoghesi sull’architettura barocca e sul Genius Loci influenzarono il suo pensiero.
Nella sua monografia del 1967 , Portoghesi individua dieci figure retoriche nel linguaggio architettonico di Borromini: metafora, antitesi, ossimoro, ironia, allegoria, personificazione, gradazione, anastrofe, epifora ed ellissi. Nella sua chiesa, Borromini ne utilizza almeno due. La prima è la metafora naturale. Borromini impiegava sculture o elementi architettonici ispirati a forme presenti in natura. La lanterna della Sapienza, ad esempio, imita la forma di alcune conchiglie. Sappiamo dall’inventario redatto dopo la sua morte che nella bottega del maestro erano presenti diverse tipologie di conchiglie . L’elica della lanterna allude anche alla Torre di Babele e all’idea di crescita. L ‘altra figura retorica è l’antitesi, ovvero la combinazione di elementi opposti. L’esempio più evidente nell’opera di Borromini è l’opposizione concavo-convesso che si ritrova, tra gli altri, nella facciata di San Carlino alle Quattro Fontane . Portoghesi utilizza questa figura retorica e impiega anche un’opposizione tra pareti dritte e curve, e tra superfici piane e superfici a gradoni. Occorre specificare che a Salerno, Portoghesi usa la metafora dell’albero. La chiesa viene paragonata a un albero. I cerchi concentrici illustrano la sezione trasversale di un albero. Così, la chiesa contiene al suo interno tre alberi a formare la volta: ”  all’ombra di  tre grandi alberi”, come scrive e disegna in uno studio, e ”  il  sole”, a indicare l’illuminazione zenitale. La copertura esterna non è una cupola tradizionale, ma una struttura fortemente plastica e dinamica formata dall’intersezione di grandi anelli e cilindri concentrici in cemento armato. Questo sistema crea un profilo gradonato e scultoreo che si innalza verso il cielo. La metafora della Trinità: Come Borromini utilizzava complesse matrici geometriche basate sul triangolo per evocare la Trinità a Sant’Ivo, Portoghesi utilizza qui la sovrapposizione e l’intersezione di tre cerchi convessi. Il cerchio simboleggia la perfezione divina e l’infinito.
Inoltre, Portoghesi analizza la modanatura delle cornici nell’opera di Borromini. Vi scorge la volontà di manipolare la luce in modo da generare pulsazioni luminose, con successioni di ombre e luci. Per definire questo processo, utilizza un termine generalmente applicato all’opera di Leonardo da Vinci: sfumato . Nella chiesa della Sacra Famiglia , questo processo è amplificato dall’uso di una volta a gradoni. Tale volta permette anche la realizzazione della terza dimensione dell’opera spaziale come sistema di luoghi. In questo modo, Portoghesi genera un ritmo di luce graduale e gradato che diffonde la luce proveniente dall’unica sorgente luminosa zenitale posta sopra l’altare. L’altare viene così illuminato al centro dell’edificio. La luce zenitale è completata dalle finestre periferiche che rispettano il modulo di 25 centimetri dell’edificio. Queste finestre accentuano l’effetto di diffusione della luce verso l’esterno. A differenza di Borromini, nella chiesa di Portoghesi il progetto delle facciate non è separato dallo spazio interno. Non viene inserito alcuno spazio intermedio e la spessa facciata scompare, mantenendo così una continuità tra interno ed esterno. D’altra parte, ritroviamo un trattamento dell’angolo, simile a quello utilizzato da Borromini nella Casa dell’Oratorio di Roma, con un angolo convesso che definisce lo spazio esterno. Se Portoghesi si rifà all’opera di Borromini per affrontare la dualità tra continuità e discontinuità, è perché il legame con il passato è già presente nell’opera dell’architetto barocco.

Per Portoghesi la realizzazione della Sacra Famiglia, è stata fra le opere che maggiormente lo hanno rappresentato, anche se  considera “figli” tutti i suoi progetti, che ogni tanto va a trovare. Il lungo lavoro ed il suo immedesimarsi fra il vecchio ed il nuovo, lo hanno portato a riflettere, su una cosa molto importante, cioè che il movimento del postmodernismo è stato un liberarsi dalla schiavitù, una maggiore comprensione e rispetto per il suo lavoro. Il richiamo all’interiorità, è stato uno dei punti cardini di questo lungo percorso, infatti lui stesso disse: il Sacro mi ha costretto a ripensare il rapporto con l’architettura. Infatti , in un suo saggio, “Lo spazio Sacro”, l’architetto indaga  su come il tempio o il luogo di culto, debba porsi, come un segno di orientamento, e un punto di incontro collettivo, capace di coniugare memoria storica, e linguaggio contemporaneo, partire dalle radici e ricavarne del nuovo.

Paolo Portoghesi ci lascerà il 30 maggio del 2023 all’età di 92 anni, nella sua abitazione di Calcata, Viterbo, un maestro dell’invenzione, innovazione che ci ha affascinato con la sua grande capacità di creare, un intellettuale, storico, progettista, capace di unire la pratica del costruire, alla filosofia dell’arte.

 

 

 

 

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Cosa trasmette la tivù di Kim in Corea? Propaganda ma anche qualche sorpresa

Film che promuovono la grandezza nazionale. Notizie dal mondo filtrate attraverso le lenti della propaganda ufficiale. E soprattutto incessanti resoconti sulle attività quotidiane di Kim Jong-un. Cosa trasmette in Corea del Nord la televisione? Una programmazione che ruota attorno all’agenda politica del suo leader e all’ideologia socialista. Il controllo dello Stato è totale, i criteri della censura sono rigidissimi. Negli ultimi anni tuttavia si sono intravisti timidi segnali di cambiamento. Nei palinsesti hanno fatto la loro apparizione alcune novità sorprendenti: cartoni animati Disney–Pixar, film stranieri e persino partite di Champions League.

Cosa trasmette la tivù di Kim in Corea? Propaganda ma anche qualche sorpresa
Una parata sulla televisione norcoreana (foto Ansa).

Kctv, il più importante canale nordcoreano

Il principale canale della tivù nordcoreana si chiama Korean Central Television (Kctv): copre le attività della leadership, diffonde gli annunci e le decisioni del Partito dei lavoratori che governa, fornisce aggiornamenti sulle iniziative economiche e manda in onda documentari storici, programmi culturali ed educativi. Fino a 10 anni fa la Kctv trasmetteva dalle 17 alle 22, mentre oggi va in onda, anche via satellite e visibile all’estero, dalle 9 del mattino. «Ogni fiction televisiva e radiofonica deve essere ratificata dalle massime autorità, fin dalla fase iniziale di pianificazione», ha raccontato qualche anno fa all’Istituto sudcoreano per l’educazione all’unificazione Jang Hae-sung, ex sceneggiatore della Kctv.

Cosa trasmette la tivù di Kim in Corea? Propaganda ma anche qualche sorpresa
Un telegiornale della propaganda nordcoreana.

In Corea del Nord esistono quattro canali. Oltre alla Kctv esistono Mansudae Television, Ryongnamsan Television e Sports Television. La prima propone film e notizie internazionali e trasmette il venerdì e il sabato dalle 19 alle 22, mentre la domenica va in onda dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 22. Ryongnamsan Tv, lanciata nel 2012, è invece dedicata all’istruzione e alla cultura con programmi trasmessi nelle sere dei giorni feriali dalle 18 alle 22. Sports Television, inaugurata nel 2015, è infine l’emittente più recente: va in onda nei fine settimana, dalle 18 alle 22, ed è interamente dedicata alla programmazione sportiva, con un focus sugli eventi nazionali.

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Kim a cavallo in televisione.

Il palinsesto di Kim: documentari e film patriottici

Ma quindi cosa c’è da vedere sulla più importante televisione della Corea del Nord? I titoli dei programmi offerti dalla Kctv spaziano dallo «Spettacolo celebrativo per l’81esimo anniversario della fondazione del Partito del lavoro di Corea, alla presenza di Kim Jong-un» a uno speciale sul «generale Kim Jong-il patriota senza pari». Ci sono documentari sugli animali e film patriottici. Tra i più recenti spiccano Days and Nights of Confrontation, un thriller prodotto dal Korean April 25 Film Studio che parla di un complotto per assassinare il leader nordcoreano.

Cosa trasmette la tivù di Kim in Corea? Propaganda ma anche qualche sorpresa
Una scena del film sul complotto per assassinare il leader nordcoreano.

E anche 72 Hours, un kolossal locale sulla prima fase della Guerra di Corea degli Anni 50. Tra le serie più apprezzate c’è A New Spring in the Paekhak Plain, una fiction incentrata sui progetti di sviluppo rurale promossi da Kim Jong-un.

Cosa trasmette la tivù di Kim in Corea? Propaganda ma anche qualche sorpresa
Una scena del film sulla Guerra di Corea.

Trasmessi pure Ratatouille e Buzz Lightyear

Mansudae, a differenza della Kctv, è specializzata nel diffondere contenuti internazionali. Trasmette film stranieri, come il russo The Pilot: A Battle for Survival e l’indiano Pulimurugan, e manda saltuariamente in onda anche pellicole Disney-Pixar. Alcuni esempi? Ratatouille e Buzz Lightyear, entrambi doppiati in coreano. Non risultano in ogni caso conferme ufficiali sul fatto che Pyongyang detenga i diritti per diffondere questi contenuti.

Cosa trasmette la tivù di Kim in Corea? Propaganda ma anche qualche sorpresa
Buzz Lightyear trasmesso in Corea.

Tra Champions League e propaganda moderna

Kim ha modernizzato la propaganda per renderla più coinvolgente e accattivante senza discostarsi dalla linea del Partito. Il rinnovamento ha interessato anche la televisione che adesso propone una programmazione più articolata. Sempre più numerose, per esempio, sono le partite di calcio internazionale trasmesse dalla Kctv, con evidenti violazioni del copyright: si va dalle gare di Premier League, spesso mandate in onda con mesi di ritardo, a casuali incontri di Champions. In occasione del Mondiale 2026 sono stati addirittura fatti vedere spezzoni pirata dei match. «Come faccia la Kctv a ottenere le partite è un mistero», si legge in un paper sul tema pubblicato dal think tank 38 North.

34 anni di eleganza, grinta e sorrisi: tantissimi auguri a Ginevra

Un traguardo speciale che celebra la maturità, la determinazione e la bellezza di una donna straordinaria. Ginevra spegne 34 candeline, circondata dall’affetto sincero della famiglia, degli amici di sempre e di chiunque condivida con lei la quotidianità. I 34 anni rappresentano quella splendida stagione della vita in cui la consapevolezza e la maturità si intrecciano con la voglia di continuare a sognare in grande. Con la sua grinta contagiosa, la sua spontaneità e quel sorriso che sa sempre fare la differenza, Ginevra continua ad affrontare ogni sfida e progetto con passione e dedizione, confermandosi una presenza preziose e un punto di riferimento per chi le sta accanto. Giungano a Ginevra gli auguri più affettuosi e sinceri per un futuro ricco di serenità, grandi soddisfazioni personali e nuovi traguardi da raggiungere. Buon compleanno, Ginevra! Che questo nuovo capitolo sia radioso e speciale esattamente come tu desiswri.

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Quando i liceali si mobiliteranno anche da noi?

Michelangelo Russo

La protesta dei liceali e degli universitari che infiamma la Francia è la spia di un malessere che cova nelle generazioni d’Europa. Anche in Italia. Anche qui, a Salerno, nella Montecarlo del Sud. I giovani non sono stupidi, come piace pensare ai detentori del potere. Avvertono le mancanze di opportunità. Il divario tra ricchi e poveri. Tendenzialmente, per motivi di età, sono egualitaristi e solidali. La politica è invece tendenzialmente stupida, e priva di visioni del domani. Questo divario tra presente immediato, che è il tempo della politica, e futuro possibile, che è il tempo dei giovani, sta esplodendo. La Francia, come al solito, è il punto di partenza di ogni rivolta che poi fa la storia. Arriverà anche in Italia questo vento di rivolta. Arriverà anche al Sud. Arriverà anche a Salerno. Dove le condizioni delle strutture scolastiche sono forse peggiori di quelle delle cittadine francesi da cui è partita la rivolta. Per fare un esempio, qualcuno ha notato lo stato vergognoso in cui sta il Liceo Scientifico Da Procida, al Carmine? E’ nelle stesse condizioni dell’epoca della sua costruzione, intorno al 1967. Fatiscente, decrepito, inguardabile all’esterno. Affogato nella selva di pietra congestionata del quartiere Carmine, in pieno marasma abitativo, appare all’esterno come una scuola della periferia di Beirut in zona sciita. Come lui, altri licei della città appaiono decrepiti, senza una passata nemmeno di intonaco. Le scuole di Salerno, in grande maggioranza, fanno letteralmente schifo a guardarle già solo da fuori. Immaginate come devono stare all’interno! In questi immondezzai facciamo crescere i nostri figli. E nessuno, della gloriosa e sfavillante classe politica al governo cittadino, si batte per un miglioramento effettivo delle condizioni di studio dei nostri giovani. In compenso, questo Governo cittadino che vive di applausi alle processioni patronali, straparla di grandi opere e di luna park a beneficio dei gonzi. Quanti milioni di euro sono stati sperperati per opere grandiose di dubbia utilità, mai finite, mentre la città marciva? Facciamo un esempio! Il campo rugby a Fratte, i cui lavori sono fermi! Fermi perché c’è un problema nell’appalto, essendo, presumibilmente, una ditta dei lavori collegata a problemi di interdittiva antimafia che ha colpito una società del gruppo. Come si risolverà la cosa? Con un nuovo appalto? Per far cosa, l’ennesima inutile struttura, buona per spendere 20 milioni di euro? A beneficio di chi? Di qualche squadretta di dilettanti del rugby? Tanto importante è il rugby salernitano, mentre i licei vanno in pezzi? Oppure opere simili vanno a beneficio delle lobby del cemento, convitate di pietra nella compagine della maggioranza politica che governa la città? Perché non dirottare, a questo punto, i 20 milioni di euro sulla ristrutturazione degli edifici scolastici in rovina? Perché la minoranza consiliare, invece di cadere nel tranello burocratico delle commissioni e delle trappole burocratiche, non è capace di organizzare sit-in, assemblee popolari, conferenze di quartiere, incontri nelle scuole con gli studenti, per narrare di un mondo possibile? Di una rivoluzione civile possibile? Perché la minoranza è incapace di scavare una trincea di resistenza al vecchiume delle idee che albergano in questa compagine consociativa che prende in giro una generazione di giovani che hanno futuro, speranze, sogni? Perché ancora nessuno si ribella allo sfascio e alla derisione della Cultura che sono la strategia permanente del Potere cittadino? Perché nessuno della minoranza occupa simbolicamente il vecchio Tribunale ridotto a palcoscenico annuale delle riprese dell’ormai invecchiato Avvocato Malinconico? Perché nessuno reclama il recupero di un edificio storico umiliato da chissà quale progetto recondito di sfruttamento commerciale, in attesa che la gente lo dimentichi? Il problema è che, per ora, il vento che viene dalla Francia non fa ancora abbastanza paura. Ma verrà, verrà. E non sappiamo ancora con quali conseguenze. Per ora, un incoraggiamento ai giovani. Non abbiate paura di battervi per i vostri sogni giusti e le vostre speranze! Mai!

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Il ritorno alla democrazia in un Paese politicamente irrilevante

Aldo Primicerio

 

La discesa in campo degli studenti per la difesa dei diritti. E poi, Greta Thumberg in Italia contro clima e città inadeguate. E poi ancora, la lotta di ragazze e ragazzi in difesa della Costituzione. Sono notizie che non ti aspetti. Tutte buone notizie che ci riportano alla democrazia, a quelle sensazioni ed esperienze legate alla partecipazione ed ai diritti della persona. Buone notizie perché accadono in un Paese come il nostro considerato da tutti politicamente marginale, irrilevante, in pratica inesistente.

 

La lotta studentesca per il diritto ad una scuola efficace ed a più risorse per sostenerla

Lavoro, salute, ambiente, ricerca, cultura, istruzione. Sono i diritti costitruzionali che abbiamo il diritto, anzi il dovere di conseguire. Noi personalmente non abbiamo più gli anni per alzare la voce, ma i giovani sì.  E’ bello vederli scendere in piazza, gridare, sollevare cartelli, mettere al centro dei loro striscioni la Costituzione, sgolarsi per la democrazia, ma senza superere i limiti e fare danni. In Francia purtroppo il limite si è superato. Ma quale segnale ci hanno mandato. Contro le guerre, in difesa del martoriato popolo palestinese, contro il cambiamento climatico, in difesa dei diritti civili. Questi sono i giovani che ci piacciono e che vanno difesi, non i “mente capti” che per noia giocano in strada sulla vita delle persone. Questa la scuola piena di fermenti giovanili, di ribelli svegli e costruttivi, e non certo quella di conformisti e rassegnati. Lo ha scritto mirabilmente, nel suo ultimo libro “Attuare la Cosrtituzione”, Luigi De Magistris, un ex-magistrato, ex- europarlamentare ed ex sindaco di Napoli, un personaggio che vedremmo volentieri tornare in politica anche oggi, in questa palude che è la politica di questi tempi.

 

I motivi della protesta, gli eventi e le tensioni nelle città

I motivi sono tre. Primo, le politiche scolastiche del governo, e quindi la contestazione contro i provvedimenti del governo Meloni e del ministro Valditara, incluse le norme sull’integrazione e sul tetto agli studenti stranieri, definite dai manifestanti come misure di propaganda. Secondo, il diritto allo studio ed il caro affitti, e quindi le proteste contro il carovita, il degrado delle strutture scolastiche e la carenza di alloggi popolari promessi per il diritto alla casa. Terzo, i finanziamenti, da cui soo nati lo slogan principale della mobilitazione (“Soldi alla scuola, non alla guerra”), e la richiesta di maggiori investimenti pubblici per l’istruzione. I momenti di maggiore tensione – è la cronaca delle scorse settimane – a Torino, dove si sono registrati i momenti di maggiore tensione e gli scontri tra studenti e forze dell’ordine (con fumogeni ed estintori presso l’istituto Colombatto e l’occupazione di licei come il Regina Margherita), portando anche ad arresti. Eccessi che non vorremmo vedere. E poi anche a Roma, con migliaia di studenti (stimati in circa 20.000 dai promotori) scesi in piazza in corteo, affiancati da prèsidi, con interventi all’Università La Sapienza sul tema del caro affitti. Manifestazioni, sit-in e cortei si sono svolti anche a Milano, Cagliari, Verona e Siracusa, con il coinvolgimento di docenti e personale scolastico in sciopero.

 

Quali sensazioni genera vivere in una vera democrazia?

Noi che abbiamo vissuto negli anni dell’immediato post-fascismo, ricordiamo bene cosa ha significato vivere in diretta gli anni del boom economico, della speranza, della democrazia vera, quella dettata dai padri costituenti. Altra gente, altra razza di italiani. Ha significato responsabilità e protagonismo, perché il voto e il coinvolgimento nella vita pubblica fanno sentire i cittadini partecipi delle decisioni collettive, e responsabili del bene comune. Ha significato sicurezza e protezione, perché l’assenza di un potere assoluto e la presenza di leggi uguali per tutti (incluso chi governa) fanno sentire la persona tutelata contro gli abusi di forza o l’arbitrio. E poi ha signficato lbertà di espressione, perché la possibilità di dire la propria opinione, di associarsi e di criticare il potere senza la paura di subire punizioni arbitrarie dà un senso di autonomia e dignità personale. Ha significato infine fragilità o disillusione, perché quando la democrazia è in crisi, nei momenti in cui la politica appare lontana dominata dalle disuguaglianze o da logiche di parte, la democrazia può far sentire i cittadini impotenti, frustrati o disaffezionati dalle istituzioni.

 

In cosa e perché l’Italia sarebbe un Paese politicamente irrilevante nel panorama internazionale?

Un segnale recente della nostra irrilevanza? La reazione dei russi alla dichiarazione del nostro Presidente del Consiglio Meloni secondo cui l’impegno americano all’acquisto del gasolio russo è stato un errore, perché finanzia la guerra di Putin e allontana ogni speranza di negoziato. Quale il commento di Maria Zakharova portavoce del Ministero degli Esteri russo? “Non sono affari suoi”. Un secondo segnale, più datato ma ugualmente sconfortante? Lo stop al ministro Crosetto a Dubai, – ricordate? – perché né l’alleato Usa né Israele si ricordarono di preavvisarci dell’imminente attacco all’Iran. Due esempi eloquenti di marginalità internazionale dell’Italia,. Una terza pesante conferma? Quella in occasione dell’apertura di un dialogo tra Usa e Russia, con delegati ucraini, per trattare la fine della guerra, con Regno Unito, Francia e Germania ammessi come uditori. Ma con l’Italia esclusa. Il trio europeo Francia, Germania e Regno Unito — storicamente noto come formato E3 – esclude purtroppo l’Italia dai tavoli ristretti che contano. Quale la reazione del nostro Presidente?  Che, ottenuto il sì da Parlamento e da Commissione UE sulla possibilità dell’Italia di uno scostamento di bilancio dello 0,6% –  cioè di aumentare il proprio indebitamento pubblico – lei non si presenterà al Consiglio Europeo in un momento in cui lo scenario internazionale sta cambiando rapidamente, al punto che non vi è più necessità per l’Italia di indebitarsi con l’UE per 14,4 miliardi per il riarmo. Abbiamo sentito bene? Sta tutto qui il presunto prestigio internazionale della prima donna in Italia Presidente del Consiglio? Di fronte a crisi energetica, ad inflazione erosiva del potere di acquisto degli italiani, al definanziamento di scuola e sanità, a crisi climatica e dissesto idrogeologico, insomma a tutti una lunga serie di guai da cui siamo afflitti, la grande strategia politica di questa maggioranza si riduce all’esenzione per un anno del bollo auto per alcune categorie,  ed all’aumento del debito pubblico per 29 mld di euro – pari a a circa mezza manovra finanziaria – destinato principalmente al riarmo della Difesa nazionale e alla copertura dei costi legati al caro energia. Cosa accadrà nei prossimi due-tre anni lo si può solo immaginare: tagliare i servizi pubblici o inasprire la pressione fiscale? Complimenti a questa maggioranza. Solo qualche cosa buona, ma per il resto solo bugie ed arroganze.

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Culle vuote in Italia, Salerno maglia nera con il -18%

L’Italia non fa spazio ai giovani, e le culle restano vuote. Anche la Campania, tra le regioni storicamente più prolifiche, ha cominciato a frenare. In dieci anni le nascite in Italia sono calate del 26%, da circa 500 mila nel 2014 a circa 370 mila nel 2024; rispetto al 2008, anno record degli anni Duemila (576.000), il calo supera il 35%. In Campania, seconda regione italiana per natalità dopo il Trentino-Alto Adige, il tasso delle nascite è sceso del 16% negli ultimi dieci anni. Questi i dati presentati oggi a Napoli, alla Mostra d’Oltremare, nel corso del convegno inaugurale dei Forum della Famiglia e della Natalità, presieduto dall’avvocata Annamaria Bernardini de Pace, secondo lo studio di PwC “Emergenza demografica” e l’analisi Istat sulla demografia della Campania. Analizzando i numeri delle città campane il calo delle nascite è più forte a Salerno (-18%) e a Napoli (-17%). Mentre Napoli e Caserta restano le province con la natalità più alta d’Italia dopo Bolzano, al contrario le aree interne sono già sotto la media nazionale: ad Avellino il tasso di natalità è inferiore del 3% alla media italiana. La denatalità, fotografata secondo gli studi, si traduce in un calo della popolazione: in Italia gli abitanti sono già diminuiti del 2,3% dal 2014, e in Campania le previsioni Istat indicano un -13% tra il 2030 e il 2050 (dai 5 milioni e mezzo a 4ml ,640mila), il doppio della media nazionale. Mentre le culle si svuotano, il Paese invecchia. I dati analizzati a livello nazionale indicano che ad oggi gli over 65 sono il 25% della popolazione, nel 2050 saranno il 35%, mentre i ragazzi fino a 14 anni scenderanno, allo stesso anno, all’11%. Già oggi ci sono 216 anziani ogni 100 giovanissimi; nel 2050 saranno 339. Anche la Campania, più giovane della media, invecchia in fretta: nella città metropolitana di Napoli l’età media salirà di sette anni nei prossimi 25 (nel 2025 di 43,7 e al 2050 50,7). Le conseguenze ricadono su lavoro, pensioni e welfare. Ogni 100 occupati ci sono già 62 pensionati, e per ogni 100 persone vicine alla pensione ci sono solo 64 giovani pronti a sostituirle: meno lavoratori/trici significa meno contributi per pagare pensioni e servizi. Eppure, il desiderio di figli però non è scomparso in Italia: il 68% delle donne tra i 25 e i 34 anni dichiara di avere difficoltà ad avere i figli che vorrebbe. A frenare sono reddito, casa e lavoro.

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Dal Vaffa a Vannacci: se la politica diventa cupio dissolvi

“Trasformare” è forse uno dei verbi chiave della modernità. Pur se con grandi differenze, trasformare il mondo attraverso la scienza e la tecnologia, messe al servizio del miglioramento morale e sociale, è lo scenario comune di molte filosofie moderne, dall’illuminismo al positivismo, passando per il marxismo. La volontà di cambiamento e la fiducia nel progresso sono stati i due pilastri ideali di tali visioni. Di quei due pilastri, oggi, soltanto il primo sembra essere rimasto saldamente in piedi.

Naturalmente, la fiducia nel progresso non è mai stata universalmente condivisa, né il Novecento ha dovuto attendere la propria conclusione per scoprire quanto potessero essere devastanti gli effetti della ragione messa al servizio della potenza. Eppure, anche dopo le tragedie delle guerre mondiali, la promessa di un futuro migliore continuò a orientare le grandi iniziative collettive.

Se il desiderio di cambiamento non conosce un punto di soddisfazione

Lungo gli anni, però, abbiamo via via scoperto che la capacità di intervenire sulla realtà non coincide con quella di governare le conseguenze dei nostri interventi. Il cambiamento climatico ne offre forse la dimostrazione più eloquente. La natura, che per secoli abbiamo immaginato come un insieme di ostacoli da superare e di risorse da utilizzare, ci ricorda che l’aumento della nostra potenza non comporta necessariamente una maggiore capacità di governarne gli effetti. La difficoltà investe ovviamente il rapporto con le istituzioni e con le conquiste sociali. Le società occidentali hanno raggiunto livelli di benessere, libertà e sicurezza che sarebbero apparsi straordinari a molte generazioni precedenti. Proprio la loro acquisizione, tuttavia, modifica la percezione di ciò che ancora manca. Le conquiste diventano rapidamente condizioni ordinarie dell’esistenza, quasi scontate, mentre le aspettative continuano a crescere.

La “fortuna” dei partiti antisistema

La politica sembra così intrappolata in una singolare spirale: per alimentare la speranza di una svolta, occorre promettere sempre di più. Quando però le promesse si scontrano con la realtà, la delusione può essere raccolta da chi promette una rottura ancora più radicale, e così via. In altre parole, la bolla delle aspettative si gonfia proprio attraverso le delusioni che dovrebbe cancellare. L’esperienza di partiti populisti in Italia offre un esempio perfetto di tale dinamica. Il Movimento cinque stelle prima maniera si presentò agli elettori con un “vaffa” antisistema, la promessa di aprire il Parlamento «come una scatoletta di tonno», l’uscita dall’euro (o comunque una revoca in dubbio degli impegni europei dell’Italia) e la ormai celebre «abolizione della povertà».

Dal Vaffa a Vannacci: se la politica diventa cupio dissolvi
Beppe Grillo in piazza Maggiore a Bologna nel 2010 (Ansa).

La resistenza del reale (nonché il contatto con la comodità dell’essere élite) ha ridimensionato quelle promesse. Ma agli elettori è venuta ancora più fame. Attraverso vari passaggi, si è arrivati oggi al movimento politico guidato da Roberto Vannacci, che promette, tra le altre cose, una rapida fine delle guerre, il ritorno alla società etnicamente omogenea di qualche decennio fa, una decisa interruzione al processo di integrazione europea. È significativo che un partito chiamato Futuro Nazionale prometta, in sostanza, di riportare indietro le lancette dell’orologio. Non che all’estero vada meglio: tra radicalismo di destra e radicalismo di sinistra, l’annuncio di un cambiamento senza però idea di dove andare, se non al massimo nel passato, va molto forte.

Dal Vaffa a Vannacci: se la politica diventa cupio dissolvi
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

L’impulso alla demolizione diventa l’inconfessabile ragion d’essere

Per chi è all’opposizione e per chi governa la promessa di cambiamento diventa così una risorsa che occorre rinnovare senza sosta, indipendentemente dalla capacità effettiva di produrre i risultati annunciati. Il punto non è che ogni promessa ambiziosa sia ingannevole, né che, ovviamente, ogni rottura sia ingiustificata. Questo sarebbe solo rigido conservatorismo, se non una vera e propria prospettiva reazionaria.

Insomma: la rottura, nata come strumento per liberare possibilità nuove, rischia di diventare un fine in sé. Quando non si sa più quale ordine costruire, abbattere quello esistente può sembrare l’unica prova della propria capacità di agire. Smanioso di trasformare, ma a corto di idee sul domani che non siano soprattutto richieste di protezione da pericoli, l’odierno spirito rivoluzionario può così forse essere più vicino al cupio dissolvi che alla fede in un’utopia possibile. Più disperato che speranzoso.

Dall’Italia: Premio Italia, i vincitori 2026

Premio Italia, i vincitori 2026

A Nicoletta Vallorani il premio per il miglior romanzo di fantascienza, a Veronica De Simone per il romanzo fantasy. Due premi a Carmine Treanni (curatore e saggio) e due a Maico Morellini (racconto pro e articolo fan).

Nella splendida cornice della nuova sede di Stranimondi sono stati assegnati i Premi Italia 2026 per il fantastico e la fantascienza. 451 i voti per la seconda fase, secondo miglior risultato dal 2020 in poi. Tra le novità quest'anno una nuova categoria, quella per il miglior fancast, Artista Vincitore Franco Brambilla Sul podio 2° classificato: Giuseppe Festino 3° classificato: Luca Oleastri Finalisti (in ordine alfabetico) Claudia Corso Marcucci Lucrezia Viperina Curatore Vincitore Carmine Treanni Sul podio 2° classificato: Franco... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Dall'Italia - 18 ottobre 2026 - articolo di S*

Cosa ribolle nelle proteste in India e perché Modi rischia di non essere più invincibile

Le famiglie investono i risparmi nella preparazione di un concorso, gli studenti dubitano degli esami, le ragazze chiedono di poter tornare a casa senza paura, gli elettori cercano il proprio nome in una lista. A 12 anni dall’arrivo di Narendra Modi al governo, la promessa di un’India più ricca, forte e rispettata si scontra con una popolazione sempre più insoddisfatta. Soprattutto quella più giovane. I nuovi impianti industriali, le ambizioni tecnologiche e il nazionalismo indù celebrato nei templi raccontano un’ascesa che in molti non ritrovano nella propria vita.

Meno male che Meloni ha definito Modi «il leader più amato al mondo»

Da mesi, questa insoddisfazione è salita in superficie, sporcando l’immagine che colui che Giorgia Meloni ha definito «il leader più amato al mondo» prova a presentare all’esterno. La patina del racconto di Modi è offuscata dagli Scarafaggi, il movimento che da mesi sfida l’esecutivo del premier giunto ormai a metà del suo terzo mandato. Ma la protesta è più ampia e si intreccia con le rimostranze di altre categorie sociali, in uno scenario nel quale sembra per la prima volta incrinarsi il sistema Modi.

Cosa ribolle nelle proteste in India e perché Modi rischia di non essere più invincibile
Narendra Modi con Giorgia Meloni. Dietro di loro, Donald Trump (foto Ansa).

La reazione delle autorità, come spesso accaduto, è forte. In un fine settimana, a Nuova Delhi, sono stati dispiegati circa 41 mila agenti in una capitale blindata per provare a stoppare le manifestazioni: stazioni della metropolitana chiuse, posti di blocco e strade sbarrate. Oltre 7 mila persone sono state fermate. Due leader degli Scarafaggi, Ashutosh Ranka e Saurav Das, sono stati in seguito trasferiti nel carcere di Tihar per cinque giorni di custodia giudiziaria.

La presunta violazione degli impegni a mantenere la «pace sociale»

Liberati e tornati a manifestare, avevano scavalcato le barricate di Jantar Mantar, l’osservatorio astronomico settecentesco diventato uno dei principali luoghi del dissenso nella capitale. Lì avevano sventolato il tricolore, dopo che la polizia aveva cancellato il sito dall’elenco degli spazi autorizzati alle proteste. Per le autorità hanno violato gli impegni a mantenere la «pace sociale».

Cosa ribolle nelle proteste in India e perché Modi rischia di non essere più invincibile
Manifestanti in India (foto Ansa).

La Corte suprema ha convocato un’udienza urgente, ordinando di ripristinare trasporti e comunicazioni e riesaminare le limitazioni alla circolazione: chi manifesta pacificamente può essere privato della libertà soltanto secondo le procedure previste dalla legge. Quasi 150 giornalisti si sono riuniti al Press Club contro i fermi dei colleghi. La città sta moltiplicando i luoghi della ribellione.

Cosa ribolle nelle proteste in India e perché Modi rischia di non essere più invincibile
Polizia in India schierata per tenere a bada i manifestanti (foto Ansa).

Musulmani e minoranze penalizzati elettoralmente

Il bersaglio principale è Gyanesh Kumar, capo della Commissione elettorale. La revisione delle liste ha cancellato oltre 130 milioni di nominativi, più di due volte la popolazione dell’Italia. L’opposizione denuncia un impatto sproporzionato su musulmani e minoranze, accusando Kumar di preparare un vantaggio duraturo per il Bharatiya Janata Party di Modi.

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I manifestanti chiedono le dimissioni del capo della Commissione elettorale Gyanesh Kumar (foto Ansa).

In gioco la possibilità stessa di scegliere chi governa

La Commissione respinge le accuse: la pulizia delle liste elimina duplicazioni e iscrizioni irregolari, chi è stato escluso erroneamente può registrarsi di nuovo. Ma essere costretti a dimostrare di esistere, dopo essere scomparsi da un registro, pesa diversamente su chi ha documenti, tempo e denaro e su chi vive ai margini. Per il BJP i manifestanti vogliono minare la democrazia mettendo in discussione operazioni legittime. Per gli Scarafaggi, però, è in gioco la possibilità stessa di scegliere chi governa.

Cosa ribolle nelle proteste in India e perché Modi rischia di non essere più invincibile
Donne protestano in strada (foto Ansa).

Chieste e ottenute le dimissioni del ministro dell’Istruzione

Nei mesi precedenti erano scesi in piazza contro le fughe delle tracce degli esami di ammissione universitari e dei concorsi pubblici, fino a ottenere a luglio le dimissioni del ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan. Dietro quella mobilitazione c’erano anni di studio, risparmi familiari spesi nei corsi di preparazione e opportunità di lavoro troppo scarse: il sospetto che anche la selezione fosse manipolata aveva trasformato la frustrazione individuale in una contestazione collettiva.

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Un cartello bruciato con la faccia del ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan (foto Ansa).

Il concorso pubblico e l’università restano strumenti di mobilità in un’economia incapace di offrire abbastanza impieghi sicuri a una popolazione giovane enorme. Le fabbriche di iPhone e i progetti sui semiconduttori alimentano le ambizioni industriali del governo, mentre milioni di candidati continuano a contendersi un posto pubblico.

Il governo però non vuole cedere sull’arbitro del voto

Ora il movimento chiama questa nuova fase “Season 2″: dalla possibilità di conquistare un posto a quella di contare attraverso il voto. Due meccanismi di selezione, due promesse di uguaglianza che una parte dei giovani considera compromesse. Cedere su un ministro è una cosa, farlo sull’arbitro del voto espone il governo a una contestazione della propria legittimità.

Cosa ribolle nelle proteste in India e perché Modi rischia di non essere più invincibile
I manifestanti salgono su una camionetta della polizia (foto Ansa).

D’altronde, attorno alla battaglia sul voto si addensano frustrazioni accumulate nelle università, nel mercato del lavoro, negli spazi pubblici. Il governo può spostare una protesta sulla mappa. Più difficile cancellare le ragioni per cui continua a ricomparire: la mancanza di fiducia nelle istituzioni.

Il principale rivale di Modi è Rahul Gandhi

Rahul Gandhi sta provando a portare questa energia dentro una battaglia comune delle opposizioni. Il leader del Congresso, principale rivale di Modi, è stato fermato temporaneamente più volte, assieme ad altri parlamentari. Su tivù e social tutti lo hanno visto caricato su un mezzo dagli agenti, mentre anche la sorella Priyanka veniva arrestata.

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Rahul Gandhi, sulla destra con le mani giunte (foto Ansa).

Tornato in libertà, Rahul ha subito guidato la marcia verso la Corte suprema, mostrando una copia della Costituzione indiana da un autobus scoperto. Con lui migliaia di sostenitori e i vertici della coalizione d’opposizione “India“, dal Congresso ai partiti regionali. Per Gandhi, che nelle lunghe marce attraverso il Paese ha cercato un rapporto meno mediato con gli elettori, si apre uno spazio politico. Riempirlo richiede però di convincere una generazione diffidente anche verso le vecchie dinastie.

Cosa ribolle nelle proteste in India e perché Modi rischia di non essere più invincibile
Priyanka Gandhi (foto Ansa).

Lo stupro di una 17enne e le richieste delle studentesse

Nei campus di Delhi, intanto, le studentesse chiedono di poter attraversare quelle porte e tornare a casa senza paura. La denuncia dello stupro di una 17enne nel parco di Aastha Kunj, nella seconda metà di settembre, ha riacceso le proteste assieme ad altri gravi casi di violenza contro minorenni.

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La polizia cerca di fermare i manifestanti (foto Ansa).

Centinaia di studenti di Lady Shri Ram, Miranda House, Gargi e altri college si sono mobilitati contro le molestie quotidiane, l’illuminazione insufficiente e l’assenza di controlli negli spazi attorno alle università. Chiedono trasporti sicuri e strumenti di denuncia che funzionino, contestano i consigli a evitare luoghi e orari, le restrizioni che scaricano sulle donne il compito di prevenire le aggressioni. Nel parco dell’aggressione non c’erano telecamere interne e alcune di quelle agli ingressi non funzionavano.

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Un manifestante arrestato dalla polizia in India (foto Ansa).

In India oltre 80 violenze sessuali al giorno secondo le statistiche

Secondo i dati del National crime records bureau riportati, nel 2024 la polizia ha registrato in India 29.536 casi di stupro, oltre 80 al giorno. A Delhi 1.058, il numero più alto tra le grandi città censite. Sono soltanto le violenze denunciate, perché stigma, pressioni familiari e timore delle conseguenze ne lasciano molte altre fuori dalle statistiche. Quattordici anni dopo Nirbhaya, la giovane violentata su un autobus nel 2012, la Corte suprema è tornata a chiedere verifiche sulle falle della sicurezza. Le manifestanti vogliono sapere chi risponde quando illuminazione, sorveglianza e sistemi di protezione promessi dopo ogni aggressione non funzionano.

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Un manifestante indiano colpito dalla polizia (foto Ansa).

Anche nelle campagne la promessa di modernizzazione incontra chi teme di pagarne il prezzo. A luglio migliaia di agricoltori del Punjab hanno marciato verso Nuova Delhi contro quello che descrivono come un accordo commerciale «segreto» con Washington: l’apertura alle importazioni americane di olio di soia, cereali per mangimi e latticini minaccerebbe i redditi di milioni di famiglie. È una mobilitazione che ha riportato nella capitale una delle opposizioni più tenaci a Modi. Tra il 2020 e il 2021 i contadini avevano presidiato per mesi gli accessi alla città, costringendo il premier a ritirare tre leggi di liberalizzazione agricola. Dietro la difesa dei prezzi e delle protezioni del mercato c’è la stessa domanda che attraversa i campus: quale spazio riserva l’India che cresce a chi dispone di pochi margini per assorbire un’altra perdita?

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Un manifestante con la bandiera dell’India (foto Ansa).

Il nazionalismo ha spostato l’identità indiana verso quella indù

Non vanno poi dimenticate le inquietudini delle minoranze delle enormi “periferie” territoriali dell’India, soprattutto musulmane. Le accuse di esclusione dalle liste elettorali si innestano su anni di politiche e mobilitazioni nazionaliste che hanno spostato l’identità indiana verso quella della maggioranza indù.

Cosa ribolle nelle proteste in India e perché Modi rischia di non essere più invincibile
Attivisti arrestati (foto Ansa).

La legge sulla cittadinanza approvata nel 2019 agevola l’accesso per migranti di sei religioni provenienti da Afghanistan, Bangladesh e Pakistan, lasciando fuori i musulmani. Nello stesso anno, la revoca dello status speciale del Jammu e Kashmir, a maggioranza musulmana, è stata accompagnata da arresti e blocchi delle comunicazioni. Nel gennaio 2024 Modi ha presieduto la consacrazione del tempio di Ram ad Ayodhya, sul sito della moschea demolita da estremisti indù nel 1992. Un trionfo per il suo elettorato, un altro segnale di estraneità per molti cittadini musulmani.

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Attivisti portati via a forza (foto Ansa).

Queste tensioni non confluiscono automaticamente in un fronte comune con contadini, studentesse e Scarafaggi. Il nazionalismo indù conserva un consenso profondo, le opposizioni restano attraversate da rivalità e interessi diversi. Ma nelle mobilitazioni ricorre la richiesta di poter accedere alle opportunità e alle garanzie che il governo promette: un lavoro, la libertà di attraversare la città, istituzioni imparziali, il riconoscimento di un’appartenenza che non dipenda dalla religione. Modi, dopo aver già perso la maggioranza assoluta alle elezioni del 2024, è chiamato a dare risposte. Altrimenti il rischio è vedere incrinarsi un sistema nel quale si è sentito a lungo invincibile.

Avengers: Endgame, come cambia la percezione dei miliardari tecnocrati

In questi giorni è tornato al cinema Avengers: Endgame, l’ultimo film della saga Marvel che ha dominato i botteghini degli anni Dieci. Oltre a renderlo il titolo con più incassi di sempre, la seconda vita di Endgame serve a lanciare la volata al nuovo ciclo di film con cui Marvel mira a riportare il brand ai fasti del passato. La nuova edizione di Endgame contiene perciò alcune scene extra che hanno lo scopo di preparare il terreno per il primo film del ciclo: Avengers – Doomsday (uscita prevista: 18 dicembre). Ovviamente i fan più incalliti le hanno già dissezionate in ogni dettaglio, riempiendo la rete di teorie. A catalizzare l’attenzione è stato soprattutto una scena che richiama il primo film di Iron Man: Tony Stark (l’identità in borghese di Iron Man) forgia la celebre armatura rossa e dorata ma, al posto della maschera d’ordinanza, appare quella del super-cattivo della nuova saga, Doctor Doom, che oltretutto avrà il volto di Robert Downey Jr., lo stesso attore che aveva interpretato Tony Stark/Iron Man.

La sovrapposizione tra eroe e super-cattivo

Per gli appassionati, la scelta dello stesso attore pone soprattutto una questione di trama: quale rapporto esisterà tra i due personaggi? È possibile che, in virtù di qualche paradosso temporale di cui l’universo Marvel è pieno, i due personaggi siano in realtà una cosa sola? È una teoria affascinante ma, dato che quando parliamo di supereroi parliamo di uno dei massimi prodotti della cultura pop americana, è forse più interessante domandarsi cosa ci racconti, in termini politici e di psicologia collettiva, questa strana inversione di polarità dei personaggi interpretati da Robert Downey Jr. E perché il volto con cui la Marvel aveva reso pop l’immagine del miliardario tecnologico (Tony Stark/Iron Man) viene oggi utilizzato per rappresentare la figura, estremamente minacciosa, di un despota tecnocrate come Dottor Doom. Si tratta evidentemente di un ribaltamento che ci aiuta a leggere quanto sia cambiato, nel corso di due decenni, il sentiment del pubblico per i detentori del potere tecnologico.

Avengers: Endgame, come cambia la percezione dei miliardari tecnocrati
Robert Downey Jr (Ansa).

L’era Obama e la rappresentazione del capitalismo virtuoso

Il primo Iron Man uscì nel 2008. Era l’inizio dell’era Obama e Tony Stark offriva una sintesi particolarmente efficace tra due forme di capitalismo americano. Aveva ereditato un’impresa dell’industria militare, ma possedeva il talento e la creatività associati all’imprenditore della Silicon Valley. Poteva quindi rappresentare contemporaneamente la potenza industriale e bellica degli Stati Uniti e la promessa di rinnovarla, dopo gli errori dell’Iraq, attraverso lo spirito di iniziativa e l’eccezionale capacità di singoli inventori.
Da subito la figura di Stark/Iron Man era stata per questo associata ad alcuni degli imprenditori più in vista della Silicon Valley, all’epoca particolarmente popolari perché sembravano rappresentare una forma di capitalismo “virtuoso”, rispetto ai disastri combinati dai banker di Wall Street nel 2008.

Avengers: Endgame, come cambia la percezione dei miliardari tecnocrati
Iron Man (Ansa).

Il paragone Stark/Musk

Nessuno rispondeva a questo identikit meglio di Elon Musk. Musk sembrava perfetto per il ruolo di Tony Stark non solo perché era un personaggio un po’ eccentrico, ma anche perché, a differenza di altre figure, le sue società non si limitavano a sviluppare software ma avevano a che fare con l’hardware, proprio come quelle di Tony Stark. Lo stesso Musk aveva accolto l’investitura tanto da accettare di comparire in un cameo in Iron Man 2. Il paragone Stark/Musk funzionava anche perché attribuiva un significato pubblico a un successo privato. L’imprenditore capace di costruire automobili elettriche e razzi poteva essere considerato in grado di affrontare problemi che eccedevano il perimetro delle sue aziende: Tesla e il clima, SpaceX e il futuro della specie, Starlink e la connettività dei Paesi poveri. Dal canto suo Musk coltivava, all’epoca, una immagine se non da salvatore quantomeno da filantropo. E proprio come i supereroi, sembrava vivere secondo un ethos per cui «da grandi poteri derivano grandi responsabilità». Poi qualcosa, come ben sappiamo, è andato storto.

Avengers: Endgame, come cambia la percezione dei miliardari tecnocrati
Elon Musk (Ansa).

Il crescente disprezzo per i tecnocrati

L’accumulazione di potere tecnologico, economico e politico nelle mani di pochissime persone ha reso sempre più impopolari le aziende della Silicon Valley. Molte delle figure che, negli anni Dieci, venivano venerate sono oggi guardate con preoccupazione se non con disprezzo. Il che non ha solo cambiato la percezione delle loro attività ma ha trasformato anche il modo in cui i cosiddetti broligarchi si approcciano al pubblico. Dall’Elon Musk supereroe siamo passati al Musk che fa saluti nazisti su un palco e ammette di considerare l’empatia per i più deboli una qualità sopravvalutata. Il trumpismo e l’IA hanno fatto il resto e oggi gran parte dell’opinione pubblica statunitense mette la tecnologia in cima alla lista delle proprie preoccupazioni il futuro.

Avengers: Endgame, come cambia la percezione dei miliardari tecnocrati
Donald Trump (Ansa).

Marvel intercetta lo spirito dei tempi

Sempre molto abili a intercettare lo spirito dei tempi, gli sceneggiatori di Marvel hanno evidentemente deciso di utilizzare lo sdoppiamento di Robert Downey Jr., da Iron Man a Dottor Doom, anche per commentare questa trasformazione. Come Tony Stark, anche Dottor Doom indossa un’armatura ed è uno scienziato geniale. Tuttavia anziché usare il proprio potere a fin di bene, lo utilizza per costruire una specie di totalitarismo tecnologico globale, che ricorda da vicino le tesi del cosiddetto dark enlightment, un movimento che sta raccogliendo sempre più sostenitori nella Silicon Valley. Che dire a questo punto? Verrebbe quasi da invidiare i cittadini dell’universo Marvel. È vero che ogni due film, le loro città vengono rase al suolo ma almeno loro possono contare su Thor.

Recommerce: luci e ombre del boom dell’usato

C’è stato un tempo in cui vendere oggetti usati significava soprattutto liberare cantine e armadi, provando a recuperare qualche soldo extra. Oggi, invece, l’economia di seconda mano diventa sempre più una risposta strutturale al caro-vita, sulla quale le piattaforme digitali stanno costruendo attività miliardarie. A misurare più di recente il cambiamento è stato il Recommerce Report 2026 di eBay, realizzato su oltre 10 mila consumatori di 10 Paesi: in Italia il 77 per cento degli intervistati considera il second hand importante per le proprie finanze, 7,6 punti in più rispetto alla media globale; il 43 per cento ha venduto online almeno un oggetto usato nell’ultimo anno contro il 38 per cento a livello internazionale, percentuale che nella fascia d’età tra i 30 e i 40 anni sale al 51 per cento.

Recommerce: luci e ombre del boom dell’usato
L’app di eBay (via Unsplash).

Liberare spazio, meno sprechi e guadagni extra

Ma il fenomeno non si esaurisce qui: tra le motivazioni di chi vende, al primo posto resta la necessità di «fare ordine e liberare spazio» (63 per cento degli intervistati), seguita dalla «volontà di ridurre gli sprechi» (51 per cento) e dalla «ricerca di un guadagno aggiuntivo» (43 per cento). La combinazione di questi impulsi distingue il recommerce dal vecchio mercato dell’usato: lo stesso utente può infatti (ri)vendere per integrare il proprio reddito e comprare per spendere meno, alimentando un circuito nel quale ogni oggetto diventa allo stesso tempo risparmio, liquidità e merce.

Un boom trainato dal digitale

Non è un fenomeno passeggero: nei prossimi 12 mesi l’87 per cento degli acquirenti italiani prevede di comprare usato almeno quanto oggi e il 37 per cento pensa di aumentare gli acquisti (il 43 per cento è rappresentato dalla Generazione Z). L’abbigliamento rimane un po’ ovunque la categoria principale, ma ci sono anche libri, vinili, videogiochi, elettronica, prodotti per la casa, scarpe e oggetti da collezione. Va da sé che nulla di tutto questo sarebbe potuto avvenire senza la spinta del digitale: il 41 per cento degli italiani coinvolti nella ricerca eBay acquista prodotti di seconda mano primariamente online, contro una media globale del 28 per cento (tra i più giovani si arriva addirittura al 58). Le piattaforme, del resto, hanno eliminato molti degli ostacoli che un tempo frenavano l’usato, e app create ad hoc hanno semplificato ulteriormente il sistema: permettono di pubblicare un annuncio in pochi secondi, suggeriscono il prezzo, gestiscono spedizione e pagamento. Per dare un’idea delle dimensioni del fenomeno, su Vinted, società di recommerce nata nel 2008 a Vilnius, in Lituania, nel 2025 sono stati scambiati prodotti per 10,8 miliardi di euro, il 47 per cento in più rispetto all’anno precedente. I ricavi hanno raggiunto 1,1 miliardi, con un utile netto di 62 milioni.

Recommerce: luci e ombre del boom dell’usato
L’app di Vinted (via Unsplash).

Quando la ricerca dell’offerta diventa impresa

È un mercato che fa bene, e piace, anche ai consumatori. Sempre secondo Vinted, nel 2025 gli utenti europei avrebbero risparmiato 21,6 miliardi di euro acquistando moda per adulti sulla piattaforma anziché ai prezzi originari del nuovo, con uno sconto medio del 72 per cento. E non c’è solo il mero risparmio. Accanto a chi vende i vestiti che non indossa più sono comparsi anche utenti che acquistano espressamente per rivendere e guadagnare, cercando prodotti sottoprezzati e organizzando la propria presenza online come una piccola impresa. Tant’è che, in alcuni casi, può scattare l’obbligo di aprire la partita Iva. A fare la differenza è il carattere dell’attività: vendere occasionalmente oggetti personali, anche ricavandone somme consistenti, non equivale a esercitare un’impresa; acquistare per rivendere, pubblicare inserzioni con continuità e organizzarsi con finalità di guadagno potrebbe esserlo. Esiste poi una soglia legata alla DAC7, la direttiva europea che riguarda sia Vinted sia eBay: se in un anno solare un utente conclude almeno 30 vendite oppure incassa più di 2 mila euro, la piattaforma deve raccoglierne i dati e comunicarli alle autorità fiscali. Ciò non significa automaticamente dover pagare imposte o aprire la partita Iva: Vinted precisa che, in linea generale, la vendita di beni personali non è tassata, e anche eBay chiarisce che la comunicazione non modifica gli obblighi fiscali già esistenti. Le informazioni, però, possono consentire al Fisco di distinguere più facilmente chi svuota saltuariamente l’armadio da chi vende in modo abituale e organizzato.

Recommerce: luci e ombre del boom dell’usato
Un mercato dell’usato (via Unsplash).

Il second hand rischia di riprodurre la logica del consumo veloce

Per una parte dei consumatori, insomma, il second hand è un modo per recuperare un extra e continuare ad acquistare a dispetto dell’inflazione e dei redditi sotto pressione; sempre più spesso, poi, il possibile valore di rivendita entra nel calcolo già in fase di acquisto, e vestiti, accessori o smartphone vengono valutati anche in base alla rapidità con cui potranno tornare sul mercato. Tutto questo, però, contiene anche una contraddizione: comprare usato può ridurre la spesa per ogni singolo prodotto, ma non necessariamente la spesa complessiva. Prezzi bassi, notifiche, offerte e possibilità di rivendere ciò che non serve più possono incoraggiare acquisti più frequenti, riproducendo nel second hand la stessa logica del consumo veloce che dovrebbe contrastare. Anche il beneficio ambientale dipende dal fatto che l’usato sostituisca davvero un prodotto nuovo, anziché aggiungersi a ciò che non avremmo comprato. L’economia di seconda mano vive dunque su un doppio binario: da una parte risponde al bisogno di spendere meno, recuperare denaro e prolungare la vita degli oggetti; dall’altra genera un nuovo mercato, governato da aziende che guadagnano su servizi, pagamenti e logistica di milioni di transazioni tra privati. La vera novità è che, con stipendi che faticano a tenere il passo con i prezzi e piattaforme sempre più efficienti, comprare e rivendere usato sta diventando una componente ordinaria dell’economia familiare.

Le “sviste” degli 007 tedeschi: dal caso Nord Stream agli scandali di spionaggio

Si è aperto ad Amburgo il processo per il sabotaggio di Nord Stream, il gasdotto russo-tedesco sotto il Mar Baltico fatto saltare nel settembre 2022 da un commando ucraino, il cui presunto regista, l’ex 007 di Kyiv Serhii Kuznetsov, è per ora l’unico imputato. L’uomo è accusato di crimini di guerra, per aver distrutto un’infrastruttura civile in quello che è stato il più grande attacco di questo genere nella storia della Germania. Al di là del procedimento in sé, che durerà mesi e su cui pesa l’ombra dei mandanti, che la procura tedesca ha identificato in apparati statali ucraini, il caso Nord Stream è anche una delle tante vicende in cui il Bnd (Bundesnachrichtendienst), i servizi segreti tedeschi, non hanno certo brillato per efficienza. E arriva proprio in un momento in cui l’intelligence di Berlino deve affrontare forse il più grande scandalo dalla sua fondazione, dopo la fine della Seconda Guerra mondiale.

Le “sviste” degli 007 tedeschi: dal caso Nord Stream agli scandali di spionaggio
La polizia federale con l’imputato per il sabotaggio del Nord Stream (Ansa).

I servizi tedeschi sarebbero stati avvisati dagli alleati

Secondo le ricostruzioni più accreditate, sia il governo tedesco sia il Bnd erano stati formalmente avvertiti di un imminente piano di sabotaggio ucraino già tre mesi prima che Nord Stream fosse colpito, il 26 settembre 2022. Nel giugno di quell’anno, il servizio segreto militare olandese Mivd avrebbe intercettato un piano dettagliato proveniente da fonti interne ucraine, girato immediatamente agli alleati, cioè alla Cia, che a sua volta avrebbe allertato il Bnd: l’informativa arrivata a Berlino descriveva uno scenario che si è poi rivelato coincidere con quello reale. L’operazione descritta avrebbe coinvolto anche il generale Valery Zaluzhny, allora numero 1 delle Forze armate che fanno capo, in ultima istanza, al presidente Volodymyr Zelensky. L’allarme iniziale poi sarebbe rientrato dopo che, è l’ipotesi, gli statunitensi riuscirono a far congelare il piano trattando direttamente con Kyiv. Il Bundesnachrichtendienst, sempre secondo questa ricostruzione, valutò l’informazione, ma la ritenne ormai superata o comunque non del tutto verificabile. Così abbandonò la pista. Com’è andata a finire è noto. Se questa ipotesi fosse confermata, per il Bnd si tratterebbe di un fallimento colossale. L’intera vicenda è poi uscita dai radar sia per la sua delicatezza sia perché l’attacco all’infrastruttura è stato compiuto da un alleato della Germania nella guerra per procura tra Russia e Occidente.

Le “sviste” degli 007 tedeschi: dal caso Nord Stream agli scandali di spionaggio
La sede dei servizi segreti tedeschi a Berlino (Ansa).

L’arresto dell’ex presidente del Bnd August Hanning

Che per l’intelligence tedesca i tempi siano pessimi lo dimostra anche la recentissima vicenda di August Hanning, presidente del Bnd tra il 1998 e il 2005 e sottosegretario di Stato al ministero dell’Interno fino al 2009, finito in carcere la scorsa settimana con l’accusa di spionaggio. All’80enne la procura generale federale ha contestato lo spionaggio finalizzato al tradimento, la rivelazione di segreti di Stato, il tentato alto tradimento e l’attività di agente segreto. Anche se a oggi non è ancora chiaro per conto di chi spiasse. Le speculazioni vanno dalla Cina alla Russia, passando per l’Azerbaigian, non escludendo neppure la Cia, visto che il Bnd è nato nel 1956 dall’Organizzazione Gehlen, la struttura di spionaggio costruita dagli americani nella Germania Ovest: Reinhard Gehlen era un ex nazista, ufficiale della Wehrmacht hitleriana, ottimo conoscitore dell’Unione Sovietica. Insieme a Hanning è stato arrestato il suo ex capo ufficio e stretto collaboratore all’interno del Bnd, Manfred D., rimasto in servizio attivo fino al suo pensionamento nella primavera di quest’anno. Secondo le indagini, i due avrebbero stretto un accordo finanziario già nella primavera del 2010 e almeno sino al 2022 Manfred D. avrebbe sottratto e consegnato a Hanning circa 2 mila documenti interni e riservati del Bnd, in cambio di denaro. Non è chiaro invece, non essendo almeno per ora oggetto di inchiesta, se l’ex capo dei servizi abbia svolto questa doppia attività anche mentre era in carica, tra la fine degli Anni 90 e i primi Duemila. Non è escluso perciò che possano giungere altre brutte sorprese per il presidente Martin Jäger, che ha dichiarato come la sicurezza interna tedesca non debba ammettere compromessi, mai.

Le “sviste” degli 007 tedeschi: dal caso Nord Stream agli scandali di spionaggio
August Hanning (Ansa).

L’intelligence tedesca col vizio del doppio gioco

In realtà la storia, vecchia e recente del Bnd, è piena di scandali, a cominciare da quello di Heinz Felfe, anche lui ex nazista, ufficiale della SS diventato il capo del reparto Controspionaggio dell’Unione Sovietica, con il vizio del doppiogioco a favore di Mosca e arrestato nel 1961, dopo aver trafugato circa 15 mila documenti interni, bruciando le coperture di centinaia di agenti occidentali dietro la cortina di ferro. Negli ultimi 20 anni nell’intelligence tedesca sono stati pizzicati spioni al soldo della Russia, ma anche degli Usa, come Markus R., che tra il 2008 e il 2014 ha venduto agli americani oltre 200 documenti riservati in cambio di un compenso di circa 80 mila euro. Nel 2016 fu condannato a otto anni di reclusione per alto tradimento. Per non contare il grande scandalo dell’Nsa del 2013 quando le rivelazioni di Edward Snowden mostrarono che il Bnd non era soltanto una possibile vittima dello spionaggio americano — come nel caso del telefono di Angela Merkel — ma collaborava anche con la National Security Agency.

Appuntamenti: Stranimondi, prima giornata

Stranimondi, prima giornata

È il giorno! Dalle 10 oggi a Gadames 57 la nuova edizione 2026 della grande fiera dell'editoria del fantastico indipendente. Quest'anno anche Italcon, con la cerimonia dei Premi Italia.

Ebbene ci siamo, inizia oggi la prima edizione di Stranimondi nella nuova sede. Dopo tanti anni nella leggendaria Casa dei Giochi, dove ormai si stava molto stretti, Stranimondi riparte da una sede bellissima e futuristica. Iscrizione È possibile iscriversi solo online: non ci si può iscrivere sul posto (o meglio si può, usando un telefono; se c'è bisogno di aiuto, gli addetti saranno a disposizione). Gli indirizzi sono: Acquisto biglietto solo sabato (10 euro + comm) Acquisto biglietto solo domenica (10 euro + comm) Acquisto abbonamento FULL PASS valido... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Appuntamenti - 17 ottobre 2026 - articolo di S*

TeleMeloni fa anche cose buone? Le ragioni dietro il blitz di Fiorello su Rai1

TeleMeloni fa anche cose buone? Dipende. Sicuramente sì, se la guardi con gli occhi disincantati di chi ha capito che la tivù di Stato non è più un servizio pubblico, ma un affare di famiglia regolato a colpi di Lego e scatole di cartone. La risposta definitiva è nel blitz domenicale di Rosario Fiorello su Rai1, il 18 ottobre, un capolavoro di manovra politica che riporta a casa il figliol prodigo. Non chiamatelo scontro fratricida, ma staffetta d’oro: da una parte c’è lo scugnizzo dell’89 Stefano De Martino, svezzato a latte e Auditel nell’access prime time per rifilare a suon di pacchi un paio di sberle alle “vecchie” glorie del Biscione; dall’altra il fuoriclasse assoluto, l’ex codino d’Italia, che si riprende le chiavi nella stessa ora dopo 15 anni di finta pensione notturna. Sarà un nuovo show o solo uno spot della prossima stagione de La Pennicanza?

TeleMeloni fa anche cose buone? Le ragioni dietro il blitz di Fiorello su Rai1
Rosario Fiorello (foto Imagoeconomica).

Un pezzo da novanta come scudo spaziale contro le accuse di censura

La strategia dei piani alti segue una logica precisa: per ogni testa eccellente che rotola nei corridoi serve un pezzo da novanta da esibire come risarcimento danni e scudo spaziale contro le accuse di censura. Quando passi intere stagioni a far fuggire i pesi massimi sul Nove e a silenziare i monologhi sul fascismo degli scrittori scomodi, hai un disperato bisogno di un paio di miracoli generalisti. Quindi, prima si rischia il tutto per tutto con l’ex ballerino e prossimo monarca di Sanremo, trasformando le accuse di raccomandazione in un trionfo di numeri. Poi si punta dritto a poppa, direzione “arancini e cassatine”. 

TeleMeloni fa anche cose buone? Le ragioni dietro il blitz di Fiorello su Rai1
Fiorello e Fabrizio Biggio nello studio di Rai Radio2 della trasmissione La pennicanza.

Ce la farà a rianimare il varietà, un genere considerato clinicamente morto?

Da tempo la dirigenza corteggiava il reuccio del risveglio per riaverlo in prima serata. Sebbene il varietà sia un genere considerato clinicamente morto, l’ex animatore ha già ampiamente dimostrato di saper compiere miracoli aziendali capaci di far resuscitare persino le fasce orarie più desertiche, portando l’alba a share da capogiro. E allora chi meglio dell’ex re del karaoke per riportare in vita il cadavere eccellente? Lui che è l’unico rimasto sulla piazza che può permettersi il lusso di prendere per i fondelli l’esecutivo senza rischiare il posto fisso.

Una 18enne militante della Garbatella era la babysitter della figlia…

Il motivo? Sembra uscito da una sceneggiatura di B-movie Anni 90: la capa del governo, quando era solo una 18enne militante della Garbatella, sbarcava il lunario facendo la babysitter a domicilio per Olivia, la figlia maggiore dello showman. Un “aneddoto di Stato” raccontato con orgoglio nei salotti televisivi e cavalcato nelle conferenze stampa di inizio anno, dove la stessa Giorgia Meloni ironizzava sulla voglia di essere pagata per lavorare al fianco di Fiorello. Oggi quel passato si trasforma in una polizza assicurativa sulla vita catodica.

Oltre a Biggio arriva l’aiuto del vecchio sodale Amadeus?

Il “patto della tata” garantisce al mattatore siculo l’immunità totale dal bavaglio. Ma per fare il grande miracolo ed evitare il flop del genere, Fiorello potrebbe usare come Cavallo di Troia, in surplus alla spalla Fabrizio Biggio, il vecchio sodale di Sanremo. Parliamo di Amadeus, reduce dal disastro d’ascolti sulle frequenze di Discovery e rifugiato a fare il commissario tecnico alla corte di Maria De Filippi. I vertici Rai probabilmente storceranno il naso davanti a un fuggiasco che aveva osato tradire la patria. Ma un Fiorello blindato su Rai1 vale bene una tazza di brodo caldo per l’amico pentito.

TeleMeloni fa anche cose buone? Le ragioni dietro il blitz di Fiorello su Rai1
Amadeus e Fiorello (foto Ansa).

Partiti gli avvisi di cassa integrazione a zero ore per i dipendenti ex Ilva

Gruppo Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria sta comunicando a un numero crescente di dipendenti la sospensione dal lavoro, con collocamento in cassa integrazione a zero ore. Lo riferiscono fonti sindacali: le prime comunicazioni hanno riguardato la sede di Milano, a seguire poi quelle per il personale di Taranto. Dove il personale del centro ricerche di AdI è in ferie forzate da una settimana.

L’attuale autorizzazione riguarda 4.500 addetti

La misura potrebbe essere il preludio a un nuovo ricorso alla cassa integrazione straordinaria: l’attuale autorizzazione riguarda 4.500 addetti del gruppo, 3.800 dei quali a Taranto. Ma giorni fa Acciaierie d’Italia ha trasmesso ai sindacati una nuova procedura di cassa per 38 dei 40 dipendenti del sito di Salerno. Sul piano industriale, l’altoforno 2 di Taranto è stato portato al regime minimo, mentre l’acciaieria 2 risulta ferma: da qualche giorno di fatto non c’è più produzione. Tutta l’area a caldo, parte centrale del siderurgico, è bloccata: l’azienda si è preparata al decreto di fermata della Corte d’Appello di Milano, oltre a non avere più materie prime e risorse economiche. Le prospettive occupazionali restano limitate anche con l’arrivo di 350 mila tonnellate di bramme acquistate, in parte già arrivate.

Rientrato il caos voli nei cieli italiani

È rientrato il caos voli nei cieli italiani causato da un’avaria al sistema di controllo dell’Enav, necessario per governare il traffico degli aeromobili in Italia. Lo ha reso noto la stressa azienda pubblica, che opera come fornitore di servizi alla navigazione aerea civile in Italia, spiegando che l’operatività è stata ripristinata al 100 per cento. In tarda mattinata Enav aveva fatto sapere di aver fatto ricorso alla rete secondaria satellitare per supplire a quella fisica in avaria e di aver avviato «un lavoro approfondito e costante con i fornitori esterni, a partire da Tim», chiamata in causa per il guasto alla rete fisica.

Numerosi i voli cancellati e i ritardi registrati

I problemi erano stati già registrati nella notte, ma Enav era riuscita a garantire il normale servizio fino alle 6 del mattino. Poi nel corso della mattina, di fronte all’aumentare dei decolli e degli atterraggi previsti, di fronte «al persistere delle anomalie, per continuare a garantire la massima sicurezza delle operazioni», la società aveva ridotto la capacità di gestione del traffico aereo di circa il 50 per cento. Numerosi i voli cancellati e i ritardi registrati in vari scali del Paese: Enav ha fin da subito escluso che si sia trattato di un attacco hacker o di un sabotaggio.

Le richieste di Zelensky al Consiglio europeo

«L’anno prossimo la guerra costerà 155 miliardi di euro. E abbiamo bisogno di almeno altri 70 miliardi di euro da parte vostra: per la difesa, per le armi e per la nostra resilienza. Si tratta di una cifra realistica. E vi chiedo di trovare questo sostegno. Ci aiuterà a tenere a bada la Russia». Lo ha detto Volodymyr Zelensky nel discorso rivolto al Consiglio europeo a Bruxelles.

Le richieste di Zelensky al Consiglio europeo
Antonio Costa, Volodymyr Zelensky e Ursula von der Leyen (Ansa).

Zelensky: «L’Ue ha i Patriot per farci superare l’inverno»

«La Russia non smetterà di essere pericolosa», ha spiegato Zelensky: «Ed è proprio la nostra forza, quella ucraina, il nostro esercito e le nostre tecnologie a contribuire a garantire anche la sicurezza europea, la vostra sicurezza. Queste garanzie non trovano ancora riscontro, a nostro avviso, nel vostro bilancio a partire dal 2028». E poi: «Prendiamo la questione sul serio. Cerchiamo di definire esattamente in che modo le capacità di difesa dell’Ucraina debbano essere incluse in quel bilancio». Zelensky ha inoltre affrontato il tema specifico degli intercettori Patriot, spiegando che l’Europa, ha detto, ha il numero di missili «necessario per permettere all’Ucraina di superare l’inverno». Tuttavia, ha aggiunto, Kyiv andrà avanti con il progetto Freja per arrivare a una propria difesa missilistica.

Le richieste di Zelensky al Consiglio europeo
Volodymyr Zelensky (Ansa).

Zelensky: «Se cadiamo ci saranno 20 milioni di profughi»

Nel suo discorso, Zelensky ha insistito sul fatto che a Vladimir Putin non basterà il Donbass. «Allora perché l’invasione è iniziata con l’attacco a Kyiv? Un Paese non esiste senza capitale. Ci vuole annichilire, ci vuole distruggere, non rispetta la nostra sovranità né la nostra integrità territoriale», ha affermato il capo della Bankova spiegando che, in caso di sconfitta, «20 milioni di ucraini verranno in Europa».

Pd in fermento prima dell’assemblea: le manovre delle correnti e i rischi per Schlein

Le aree della maggioranza Pd a Montepulciano. Prima ancora i riformisti a Prato. E il gruppo dem della Camera che si dà appuntamento nei pressi di Arezzo. Un attivismo che, come insegna la storia del Partito democratico, spesso anticipa un tornante insidioso, un «momento di chiarimento politico».

Il rischio assenteismo

In questo caso si tratta dell’assemblea nazionale chiamata a prorogare il mandato di Elly Schlein da segretaria. Un passaggio che nel Pd, tanto nella maggioranza quanto nella minoranza, viene dato per acquisito. Al punto che in Transatlantico, alla Camera dei deputati, tra una chiacchiera e l’altra sui divanetti rossi c’è chi manifesta il timore del flop di partecipazione. La formula ibrida, in presenza e da remoto, introdotta nel periodo della pandemia, ha decimato di volta in volta i partecipanti all’assise che si tiene, o si dovrebbe tenere, due volte l’anno. Domenica 18 ottobre l’appuntamento è alla Nuvola dell’Eur, una sala da oltre 1.700 posti, per un organismo che conta circa 1.200 delegati. Il rischio di lasciare larghi spazi vuoti è concreto. Non a caso la convocazione ufficiale è stata preceduta da una mail di pre-convocazione per allertare i componenti del parlamentino dem.

Pd in fermento prima dell’assemblea: le manovre delle correnti e i rischi per Schlein
La Nuvola dell’Eur (Imagoeconomica).

Schlein e il correntone di sicurezza

Nessuno, comunque, si aspetta eventi traumatici, considerando i numeri di cui gode la segretaria. Dal suo insediamento, Schlein ha visto la maggioranza interna allargarsi ai lettiani e a un pezzo di riformisti che hanno seguito Stefano Bonaccini. Ma soprattutto ha visto la nascita del “correntone” di Montepulciano, creato alla fine del 2025 per rafforzare la posizione di Schlein alla testa del partito. Almeno sulla carta.

Pd in fermento prima dell’assemblea: le manovre delle correnti e i rischi per Schlein
Pd in fermento prima dell’assemblea: le manovre delle correnti e i rischi per Schlein
Pd in fermento prima dell’assemblea: le manovre delle correnti e i rischi per Schlein

In molti hanno guardato con sospetto la scelta dei capi area, da Andrea Orlando a Dario Franceschini per arrivare fino a Roberto Speranza. L’idea dei maligni è che si trattasse di un modo per formare un cordone sanitario attorno a una leader che agiva troppo in autonomia. E forse anche per influenzarne le scelte in vista della scrittura delle liste elettorali.

Pd in fermento prima dell’assemblea: le manovre delle correnti e i rischi per Schlein
Pd in fermento prima dell’assemblea: le manovre delle correnti e i rischi per Schlein
Pd in fermento prima dell’assemblea: le manovre delle correnti e i rischi per Schlein

Al di là dei sospetti, i membri del correntone si rivedranno nella stessa cittadina toscana dal 23 al 25 ottobre. L’idea era quella di incontrarsi prima dell’assemblea, che era inizialmente attesa per novembre. La convocazione ottobrina ha quindi spiazzato gli organizzatori. Niente paura, però: l’assemblea non si svolgerà “al buio”.

L’incontro a Rondine per serrare le fila

Prima di essa si vedranno vicino ad Arezzo i deputati e le deputate del Pd per una due giorni a Rondine, «luogo simbolico dove si lavora per promuovere la pace, il dialogo e la trasformazione dei conflitti attraverso il ruolo dei giovani», spiegano i dem alla Camera. L’obiettivo della due giorni, ufficialmente, è serrare le fila in vista della stesura del programma e della legge di bilancio.

Pd in fermento prima dell’assemblea: le manovre delle correnti e i rischi per Schlein
Graziano Delrio (Imagoeconomica).

Ma sembra evidente che, alla vigilia dell’assemblea, ci sia anche la necessità di compattare la maggioranza pro-Schlein per evitare che l’appuntamento si trasformi in uno sfogatoio, come avvenuto l’ultima volta, all’inizio del 2026. In quel caso riformisti e maggioranza se ne dissero di ogni sul disegno di legge contro l’antisemitismo presentato dal senatore Graziano Delrio.

Migliorano le condizioni del Papa, ha celebrato la messa

Nella mattinata di venerdì 16 ottobre, Papa Leone XIV ha eseguito esami del sangue e radiografia del torace, che hanno confermato il costante miglioramento delle sue condizioni generali. Ha proseguito le sedute di fisioterapia respiratoria e il recupero post operatorio gli permette di svolgere le normali attività quotidiane in completa autonomia. Lo si legge nel bollettino medico diffuso dal vaticano. Alle 12 ha anche celebrato la messa nella sala allestita al decimo piano del Policlinico Gemelli. Erano presenti personale medico e infermieristico dell’ospedale, in quel momento libero dal servizio, e del Corpo della gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano. Nella sua omelia, il Papa ha ringraziato il personale dell’ospedale, medici, infermieri, inservienti, «per il lavoro che svolgono ogni giorno prendendosi cura dei malati e della loro fragilità e, in modo particolare, per quanto hanno fatto e fanno per lui». Ai cronisti che chiedevano se domenica l’Angelus ci sarà, la sala stampa vaticana ha detto di sì, non precisando però dove e in quale forma.

La Festa del Cinema senza Pizzi e le altre pillole del giorno

Mostre dedicate alla fotografia di scena, mostre su Jacques Perrin e su Luchino Visconti. E poi iniziative di ogni tipo tra una proiezione e l’altra, con degustazioni di caffè e pacchi di pasta. «Ma la Festa del Cinema non ricorda un protagonista dell’immagine come Umberto Pizzi che nella sua carriera ha immortalato tante star», lamentano i professionisti che lavorano all’Auditorium Parco della Musica. Alla kermesse, però, si parla eccome di Pizzi. Che poi il patron dell’Auditorium, Raffaele Ranucci, aveva più volte detto allo stesso Pizzi, scomparso lo scorso 29 settembre, che gli sarebbe piaciuto allestire una sua mostra fotografica, con gli scatti del mondo del cinema e non solo, celebrandolo con un grande evento. Fatto sta che senza Pizzi la Festa del Cinema è molto più povera.

La Festa del Cinema senza Pizzi e le altre pillole del giorno
Raffaele Ranucci con Roberto Gualtieri (Imagoeconomica).

Nella serata della quarta giornata, quella di venerdì, calcherà il red carpet Jovanotti per la presentazione del documentario Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti di Dario Zonta e Carlo Zoratti, in Sala Sinopoli alle 21.30. Tocca accontentarsi, perché un’ora prima, presso il Teatro Studio Gianni Borgna, è in programma Un jeu dangereux di Karine Silla. L’ennesimo film con protagonista Valeria Bruni Tedeschi e gli immancabili francesi plaudenti.

La Festa del Cinema senza Pizzi e le altre pillole del giorno
Jovanotti in concerto (Ansa).

L’incrocio delle Marie Rosarie

Maria Rosaria Campitiello, moglie del viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, ha lasciato la guida del dipartimento della Prevenzione del ministero della Salute (affidato ad anterim a Sergio Iavicoli) per dirigere l’Organismo di verifica e controllo sull’assistenza sanitaria. Negli stessi giorni un’altra Maria Rosaria, che di cognome fa Boccia, è stata avvistata in zona Lungotevere Ripa, sede del ministero della Salute, dove regna il sottosegretario Marcello Gemmato, fedelissimo di Giorgia Meloni e presente in passato a iniziative con l’imprenditrice-scrittrice di Pompei sulla dieta mediterranea e a Sanremo. Si mormora che le due Marie Rosarie si sarebbero incrociate lo scorso giugno sulla partita delle nomine all’ospedale Ruggi di Salerno: per l’incarico di direttore generale, Campitiello avrebbe sostenuto Giuseppe Gambale, ma alla fine l’ha spuntata Nicola Cantone, molto vicino a Boccia.

La Festa del Cinema senza Pizzi e le altre pillole del giorno
Maria Rosaria Boccia (Imagoeconomica).

Sosta per i rider in biblioteca

I rider, a furia di pedalare tutto il giorno, spesso non hanno tempo nemmeno per un caffè. Così a Roma il Campidoglio ha pensato di promuovere il progetto Sos Rider, con l’apertura di 10 spazi di sosta e ristoro dedicati ai lavoratori del delivery per offrire riparo dal maltempo, ricarica dei dispositivi e servizi essenziali. Ma dove si trovano i primi quattro punti attivati? Nelle biblioteche: per ora sono stati attivati a Villa Leopardi, presso la Laurentina, all’Arcipelago e alla Vaccheria Nardi. Insomma, oltre agli zaini degli studenti in biblioteca si vedranno anche quelli termici brandizzati. Ma obbligare questi colossi planetari a tirare finalmente fuori qualche spicciolo, obbligandoli ad affittare locali per i propri fattorini, non si può?

La Festa del Cinema senza Pizzi e le altre pillole del giorno
Riders Glovo (Imagoeconomica).

 

Le parole di Salvini sulla non ricandidatura di Giorgetti

«Faccio fatica a commentare le fantasie, le bugie e le falsità». Lo ha detto Matteo Salvini da Sala Comacina, sul lago di Como, rispondendo a una domanda dei giornalisti sull’indiscrezione secondo cui Giancarlo Giorgetti rischierebbe l’esclusione dalle liste della Lega alle elezioni politiche del 2027.

Come sono nate le voci sull’esclusione di Giorgetti

La voce sulla non ricandidatura di Giorgetti nasce dal “grande freddo” che ormai caratterizza il rapporto con Salvini: il capo di via Bellerio sarebbe convinto – a torto o a ragione – che ministro dell’Economia e delle Finanze abbia avuto un ruolo nella fronda nordista assieme al governatore lombardo Attilio Fontana e al segretario regionale Massimiliano Romeo, che gli hanno chiesto di farsi da parte. Alla base dell’indiscrezione c’è, soprattutto, una lista di possibili candidature che sta girando sulle chat leghiste, riferita da una persona molto vicina a Salvini, in cui appunto non compare il nome di Giorgetti. Il quale, peraltro, non presiederà il congresso straordinario della Lega del 24 e 25 aprile, come invece aveva fatto un anno e mezzo fa a Firenze: Salvini ha infatti incaricato Lorenzo Fontana, presidente della Camera.

Flotilla, indagato a Roma anche il ministro della difesa israeliano Katz

Sono una dozzina gli indagati dalla procura di Roma nell’ambito delle indagine sulle due missioni della Global Sumud Flotilla, la flotta di attivisti bloccata e arrestata dalle forze israeliane. Nel procedimento è indagata la catena di comando delle autorità israeliane tra cui il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e quello della Difesa Israel Katz. L’indagine parla di abbordaggi navali avvenuti in violazione del diritto internazionale, condizioni di detenzione e trattamenti degradanti e il mancato rispetto dei diritti basilari e di difesa. La procura ha evidenziato che «sono state accertate a danno di numerosi partecipanti percosse, lesioni, minacce di morte, epiteti offensivi ed accuse di terrorismo, privazioni primarie e la mancata assistenza medica». Emerso inoltre il reiterato diniego di somministrazione di generi alimentari essenziali, la deliberata assenza di cure mediche, anche a fronte di evidenti necessità fisiche ed emergenze, le precarie condizioni ambientali e igienico-sanitarie imposte ai fermati, la privazione del sonno inflitta ai partecipanti detenuti a Kzi’ot, la mancanza del rispetto dei diritti basilari e di difesa, la totale assenza di adeguata assistenza legale e l’impossibilità di comunicare tempestivamente con le rappresentanze diplomatiche o con i difensori durante l’intero periodo di fermo.

Inflazione al 4,2 per cento a settembre, ai massimi da tre anni

Vola l’inflazione a settembre, ai massimi da tre anni. Nel mese scorso l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, registra una variazione pari a +0,7 per cento sul mese e a +4,2 per cento sull’anno (da +3,3 di agosto). Lo ha reso noto l’Istat, confermando la stima preliminare.

Pesano soprattutto i rincari sull’energia

L’accelerazione dell’inflazione è dovuta perlopiù alla crescita dei prezzi dei Beni energetici, sia regolamentati (da +18,6 per cento a +25,8) che non (da +17 per cento a +22,5), e degli Alimentari non lavorati (da +3,8 per cento a +5,5). Crescono a ritmo più sostenuto anche i prezzi dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +2,6 per cento a +2,9) e dei Servizi relativi ai trasporti (da +0,8 per cento a +1,6).

Carrello della spesa: +1,5 per cento

A settembre il carrello della spesa (che comprende i prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona) è aumentato dell’1,5 per cento su base annua (da +0,9 di agosto). Si accentua anche la crescita tendenziale dei prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +4,3 per cento a +5,2). L’inflazione acquisita per il 2026 è pari a +3,1 per cento per l’indice generale e a +1,9 per la componente di fondo.