Incidente stradale nella serata di ieri a Pontecagnano Faiano, poco dopo le 21:00, in Via Amerigo Vespucci, all’altezza della Ferramenta Naddeo.
Per cause ancora in fase di accertamento, si sono scontrate un’auto e una moto. Ad avere la peggio un ragazzo di 26 anni in sella al mezzo a due ruote, rimasto a terra politraumatizzato.
Immediato l’allarme al 118. Sul posto è intervenuta un’ambulanza della Pubblica Assistenza VO.P.I., attivata dalla Centrale Operativa 118 di Salerno.
I volontari soccorritori hanno provveduto a immobilizzare il giovane e a prestare le prime cure del caso, per poi trasportarlo in ospedale.
Sul luogo del sinistro sono intervenute le forze dell’ordine per i rilievi e per ricostruire l’esatta dinamica.
Condannato per devastazione e resistenza a pubblico ufficiale a 5 anni e 4 mesi di reclusione. E’ stata la condanna della Corte d’Appello di Napoli nei confronti di Marco Nonno, ex consigliere regionale della Campania e attuale coordinatore cittadino di Fratelli d’Italia, al termine del secondo processo di appello sugli scontri anti discarica di Pianura del 2008. La sentenza è stata pronunciata dalla seconda sezione penale, presieduta da Valentini. In primo grado Nonno era stato condannato a otto anni e mezzo. Nel primo appello era stato assolto dall’accusa di devastazione, ma aveva ricevuto una condanna a due anni per resistenza a pubblico ufficiale. Oggi i giudici hanno confermato quel reato, aggiungendo altri tre anni e quattro mesi per devastazione, arrivando così alla pena complessiva di cinque anni e quattro mesi. “La sentenza arriva 18 anni dopo dai fatti e non la condivido, elementi difensivi raccolti da noi e che non sono mai menzionarti, malgrado le testimonianze di politici, tra cui Rosa Russo Iervolino, giornalisti e rappresentanti delle forze dell’ordine. Ovviamente ricorreremo in Cassazione, dopo le motivazione che arriveranno tra 9 giorni”. I fatti risalgono all’inizio del 2008, quando il quartiere Pianura fu teatro di violenti tumulti contro la riapertura della discarica di contrada Pisani, durante la grave emergenza rifiuti che colpiva Napoli. Secondo le indagini, nelle proteste agirono anche gruppi legati alla camorra
La procura di Roma ha chiesto l’archiviazione del procedimento per violenza sessuale nei confronti del senatore di Forza Italia Francesco Silvestro, accusato di aver violentato una donna nel febbraio del 2025 nel suo studio da parlamentare. A farlo sapere è stata l’avvocata Teresa Manente, responsabile dell’Ufficio legale di Differenza Donna e difensora della persona offesa, sottolineando che “la richiesta di archiviazione è fondata esclusivamente su una questione relativa alla procedibilità del reato” e che “non smentisce, nel merito, il racconto” della donna abusata. Secondo la prospettazione del pubblico ministero, dice ancora Differenza Donna, non ricorrerebbero i presupposti per la procedibilità avendo l’imprenditrice querelato oltre i termini previsti dalla legge ovvero un anno dopo la violenza. Si tratta, dunque, di una richiesta che, sostiene Manente, “non contiene alcuna valutazione negativa sull’attendibilità della persona offesa e non smentisce, nel merito, il racconto da lei reso. Al contrario, risultano acquisiti agli atti elementi significativi e coerenti con la ricostruzione della donna. In particolare, un testimone che ebbe modo di incontrarla nell’immediatezza dei fatti ne ha descritto il ‘profondo turbamento, il pianto e lo stato di sconvolgimento’, per quanto accaduto”. Anche la circostanza che la donna, nei primissimi momenti successivi ai fatti, “non abbia rappresentato immediatamente e integralmente la gravità della violenza subita non può essere letta – si legge nella richiesta di archiviazione ,secondo quanto riferisce Manente – come indice di inattendibilità”. L’incontro tra la donna e il senatore avvenne perchè l’imprenditrice era stata contattata da un amico del politico, un carabiniere, per una fornitura di bottiglie di vino per l’inaugurazione della villa a Capri di Silvestro, collezionista proprio di vini. Ordine da 7mila euro che non si concretizzò. La vittima ha spiegato di essere stata in terapia a causa di quello che aveva subito e di essere stata anche minacciata dal carabiniere che cercò di dissuarderla a presentare la denuncia. Silvestro, 55 anni, ha cominciato la sua carriera politica nel 2000 nel suo Comune, Arzano (Napoli), interropendola nel 2017 per la morte del figlio. Nel 2020 tornò a candidarsi alle Regionali, ma venne dichiarato ‘impresentabile’ per un’accusa di concussione poi archiviata. Nel 2022 è stato eletto senatore.
“L’America’s Cup è stata donata a Napoli da Giorgia Meloni e dal ministro Abodi e dal governo di centrodestra. Fico faccia meno il fenomeno e ricordi che il suo partito non volle le Olimpiadi a Roma e non voleva quelle di Cortina, mentre comitati vicini al Movimento Cinquestelle hanno anche contestato l’opportunità dell’America’s Cup. Inoltre, Fico si preoccupi di tutelare il nostro territorio dai disastri dell’assessore Zabatta”. Lo dichiara il capo dell’opposizione in Regione Campania, Gennaro Sangiuliano, insieme ai capigruppo del centrodestra, Massimo Pelliccia, Raffaele Maria Pisacane, Massimo Grimaldi e Sebastiano Odierna. “Proprio perché l’America’s Cup è una grande opportunità presentiamoci al mondo senza i roghi dei rifiuti tossici che colpiscono i cittadini – aggiungono – con i trasporti pubblici efficienti e gli ospedali operativi, A noi interessa il benessere dei cittadini della Campania e non i lustrini”.
In mattinata, presso il Cimitero Militare Germanico di Caira (Cassino), si sono svolte le solenni esequie di due soldati tedeschi caduti durante i drammatici scontri del settembre 1943 e rinvenuti nel 2022 sulle colline salernitane dai volontari dell’Associazione Salerno 1943.
La cerimonia odierna segna il capitolo conclusivo, ma non finale, di una vicenda umana e storica straordinaria: l’identificazione ufficiale, avvenuta nelle scorse settimane, di uno dei due militari. Come già comunicato, si tratta di Kurt Schmidt, nato il 3 febbraio 1921 e morto a soli 22 anni il 17 settembre 1943 nei pressi di quota 206, sulle colline di Giovi (Salerno) durante le concitate fasi successive allo sbarco alleato (Operazione Avalanche).
L’eccezionale risultato è stato raggiunto grazie alla decodifica della sua piastrina di riconoscimento da parte dell’ente tedesco Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge. Oggi Schmidt ha ricevuto una degna sepoltura sotto una lapide nominativa. Accanto a lui, il suo commilitone –i cui resti sono stati recuperati nello stesso luogo, ma la cui piastrina non ha restituito un nome– è stato tumulato sotto una lapide muta, in attesa e nella speranza che la ricerca storica possa un giorno restituire una identità anche al suo sacrificio.
I funerali di questa mattina hanno rappresentato un momento di profonda commozione, nel quale il recupero della memoria ha incontrato il massimo rispetto e la dignità dovuti a ogni vittima dei conflitti. Dare un nome a un caduto, sottrarlo all’oblio del tempo e offrirgli una sepoltura definitiva non significa soltanto onorare il passato, ma compiere una scelta consapevole a favore della pace. Ogni nome restituito alla storia è il frammento di una giovinezza spezzata e una testimonianza silenziosa dell’orrore della guerra.
Oggi le comunità di Salerno e di Caira non si limitano a ricordare due soldati. Ricordano tutte le vittime dei conflitti armati e affidano alla loro memoria un messaggio universale, capace di superare il tempo, le generazioni e i confini: la guerra non lascia vincitori, ma soltanto distruzione, vite spezzate e immenso dolore.
Dal Cimitero Militare Germanico di Caira si leva oggi, dunque, un invito solenne alla riconciliazione, al dialogo e alla pace. Perché custodire la memoria dei caduti significa anche assumersi la responsabilità di costruire un futuro nel quale tragedie come quelle del 1943 non debbano più ripetersi.
Tre giorni di incontri e confronto a Portici, dove dal 24 al 26 settembre si terrà la Festa regionale dell’Unità della Campania, a Villa Mascolo.
L’apertura è in programma giovedì 24 settembre alle 17 con l’intervento del segretario regionale del Partito Democratico Campania Piero De Luca. Previsti i saluti introduttivi della presidente del Pd Campania Teresa Armato, del sindaco di Portici, della garante della Conferenza delle Democratiche Maria Pia Di Monda e dei segretari provinciali.
Il programma prevede diversi appuntamenti con esponenti del Partito Democratico, rappresentanti delle istituzioni e altri esponenti dell’area progressista. Al centro del confronto ci saranno temi quali lavoro, sanità, politiche sociali, Mezzogiorno, sviluppo dei territori, sicurezza, Europa e scenari internazionali.
Gli incontri saranno dedicati alle principali questioni riguardanti la Campania e il Paese e al confronto sulle prospettive politiche e istituzionali.
A chiudere la manifestazione, sabato 26 settembre, sarà la segretaria nazionale del Pd Elly Schlein, al termine delle tre giornate di iniziative.
Per acquistare il cantiere erano arrivati milioni di euro attraverso una rete di società campane. Ma per pagare gli operai, invece, i soldi continuano a mancare. È la seconda estate consecutiva segnata da problemi salariali al Cantiere Navale Vittoria, l’azienda di Adria finita nelle inchieste di Report(che tornerà sul tema nella prima puntata della nuova edizione) e nelle carte giudiziarie sull’attentato al conduttore Sigfrido Ranucci. Il 21 settembre la Fiom-Cgil di Rovigo ha denunciato in una nota come Cnv Srl non abbia versato le retribuzioni di luglio e agosto 2026. I due appalti acquisiti con Actv, l’azienda che gestisce i traghetti a Venezia, non sarebbero ancora partiti e nello stabilimento restano 22 dipendenti, contro la sessantina prima della crisi. Il sindacato proclama lo stato di agitazione e diffida l’azienda. Ci sono 10 giorni per saldare gli arretrati, altrimenti valuterà anche il ricorso al giudice. E non si capisce dove siano finiti gli 1,4 milioni di euro di anticipo versati da Actv: sarebbero dovuti servire per pagare proprio gli stipendi.
Il varo del pattugliatore delle Fiamme Gialle (Ansa)
Il passaggio dalla famiglia Duò a Roberto Cavazzana
Per capire quello che sta succedendo serve un piccolo passo indietro. Fondato nel 1927 dalla famiglia Duò, il Vittoria ha costruito centinaia di imbarcazioni: vedette per Guardia costiera e Guardia di finanza, mezzi militari, commerciali e da lavoro, conquistando commesse anche all’estero. Un patrimonio industriale fatto di progettisti, saldatori e maestranze specializzate, non soltanto di capannoni e banchine. Poi è arrivata la crisi finanziaria della precedente gestione, la ricerca di un acquirente e il rischio di chiusura. Nel settembre 2024 è stata selezionata la proposta di Roberto Cavazzana, nell’ambito di un piano di ristrutturazione omologato dal Tribunale di Rovigo. Il rogito è stato firmato il 14 febbraio 2025: 8,2 milioni di euro per il complesso aziendale e immobiliare. La nuova proprietà si è presentata con l’impegno di salvaguardare l’occupazione e riportare il cantiere alla produzione. Nel frattempo la precedente gestione è finita sotto inchiesta. La Procura Europea di Venezia indaga per presunta truffa aggravata ai danni dell’Ue Paolo Duò, ultimo presidente della vecchia Cnv Spa, e l’allora direttore amministrativo Gabriele Busetto. Al centro ci sono circa quattro milioni di euro di finanziamenti ottenuti durante la pandemia da tre banche, con garanzie di un fondo europeo destinato alle imprese in crisi. Gli inquirenti verificano se il cantiere potesse accedere a quelle garanzie, considerata l’attività nel settore militare.
Il proprietario del Cantiere Navale Vittoria di Adria (Rovigo), Roberto Cavazzana (da Report).
Un rilancio rimasto solo sulla carta
La promessa di Cavazzana è quella di una seconda vita. A ottobre 2025 la Regione ha presentato il piano industriale della nuova Cnv: tre unità operative, manutenzioni, costruzione di imbarcazioni, ricerca e sviluppo. C’era anche la prospettiva di una commessa Actv. Ma già a novembre il gruppo dirigente che aveva accompagnato il passaggio di proprietà era uscito dall’azienda. È stato allontanato Francescomaria Tuccillo, socio al 5 per cento e manager considerato dalla Regione una figura centrale per la transizione. Con lui se n’è andata anche la direttrice generale Valentina Cristanini. Cavazzana, rimasto amministratore unico, al tavolo regionale del 27 novembre aveva assicurato che il piano restava valido e sarebbe stato rafforzato con una nuova squadra. Dieci mesi dopo, secondo la Fiom, i lavori non sono ancora partiti. Il rilancio è rimasto solo sulla carta.
Il nuovo rinvio del tavolo regionale
La questione degli stipendi, poi, ha una storia lunga più di un anno. Nel verbale reso alla Dda di Roma il 21 novembre 2025, Tuccillo ha raccontato di ripetuti contrasti con Cavazzana per i pagamenti bloccati. Ha detto di essersi fatto garante nei confronti dei dipendenti che non ricevevano la paga e di aver anticipato personalmente circa 40 mila euro. Il 27 agosto 2025, dopo l’ennesimo confronto sulle retribuzioni, Cavazzana gli avrebbe affidato una delega finanziaria rimasta, secondo il manager, lettera morta. Oggi, a distanza di oltre 12 mesi, il problema si ripresenta. Cavazzana intanto ha chiesto il rinvio del tavolo regionale del 21 settembre, dopo quello già slittato il 2 luglio. Nella mail inviata sabato 19 settembre parla di un impegno aziendale «strategico» e non differibile, che gli impedirebbe di partecipare persino da remoto. Nega di sottrarsi al confronto e propone nuove date. Veneto Lavoro lo prende in parola: riunione fissata per lunedì 28 settembre alle 15, a Mestre e online, esattamente nel giorno e nell’orario indicati dall’azienda. Eppure in questi mesi Cavazzana aveva trovato il tempo di difendere sui giornali l’acquisizione e negare legami con la camorra.
I Cantieri Vittoria di Adria, Rovigo (Ansa).
I presunti legami con il Casertano
L’altra storia del Cantiere passa infatti per Caserta, Padova e Rovigo. Nel suo verbale, Tuccillo racconta che il 25 agosto 2025 il commercialista avrebbe lamentato la mancanza dei documenti giustificativi delle somme utilizzate per gli acquisti, compresi gli otto milioni del Vittoria. Tre giorni dopo Cavazzana gli avrebbe annunciato un viaggio a Caserta per «sbloccare i fondi». Così flussi provenienti dalla Campania diventano oggetto degli accertamenti della Guardia di finanza, riportati negli atti della Dda romana. Tra luglio 2024 e febbraio 2025 la società casertana Arkipiù avrebbe bonificato quasi 7 milioni di euro alla Rete Het, riconducibile a Cavazzana. Le causali indicavano consulenze e riqualificazioni energetiche. Ma, secondo l’ipotesi dei militari, le somme provenivano invece dalla monetizzazione di crediti Superbonus creati attraverso fatture per lavori inesistenti. Nel circuito compare Pev Lavorazione Alluminio, società del Casertano sulla quale gli atti segnalano sospetti di contiguità con ambienti camorristici: avrebbe emesso fatture per 3.248.956,16 euro quando, secondo gli investigatori, le opere non erano ancora state eseguite.
Quali fondi sono stati destinati a produzione e stipendi?
Da quel circuito, secondo la ricostruzione investigativa, il denaro avrebbe raggiunto Cnv attraverso finanziamenti infruttiferi: cinque milioni da M6 e 1,99 milioni da Solid Epcm, società riferibili a Cavazzana. I bonifici urgenti da Het a M6 sarebbero seguiti al rifiuto delle banche di trasferire direttamente fondi al cantiere. Gli atti registrano altri 815.936 euro affluiti tra marzo e settembre 2025. Gli inquirenti ipotizzano un sistema di reimpiego di capitali di provenienza illecita. Cavazzana respinge questa lettura. Arkipiù sostiene che i rapporti commerciali fossero leciti e documentati e nega legami consapevoli con ambienti camorristici. Sul piano industriale una domanda resta però aperta, indipendentemente dall’esito dell’inchiesta: quali risorse sono state effettivamente destinate alla produzione e alle retribuzioni?
L’inchiesta di Report
Un’intercettazione del 12 maggio 2026 aggiunge un altro capitolo. Parlando con l’architetto di Badia Polesine Giorgio Faccioli, Cavazzana riferisce di contatti con «istituzioni governative, della Difesa» e della necessità di pagare Pev con contabilità dettagliate e importi precisi «al centesimo». I Carabinieri ipotizzano una sistemazione documentale successiva e la ricerca di una «schermatura» istituzionale. Nel settembre 2025 Report stava indagando sul Vittoria quando nel cantiere furono trovate due mitragliatrici, poi sequestrate.
Le mitragliatrici trovate nel magazzino dei Cantieri Vittoria (Ansa).
Il 16 ottobre esplose la bomba davanti alla casa di Ranucci. Il giorno dopo Cavazzana comunicò a Tuccillo la revoca dell’incarico. La Dda romana approfondì un possibile movente economico, parlando di «allarmante coincidenza temporale», ma precisò che mancavano elementi chiari per attribuire a Cavazzana la decisione dell’attentato. L’indagine sulla bomba ha poi portato al faccendiere Valter Lavitolae Clesio Tavares Gomes. Nelle carte si prospetta comunque un possibile passaggio del relativo filone dalla Dda di Venezia a Napoli. Il 28 settembre Cavazzana avrà così davanti Regione, Confindustria e sindacati. Dovrà spiegare perché, dopo gli anticipi salariali raccontati da Tuccillo nel 2025, si sia arrivati a una seconda estate di stipendi in ritardo. E quando partiranno le commesse Actv. Il Vittoria ha quasi un secolo di storia e un patrimonio di competenze che la crisi sta distruggendo. Il cantiere è stato comprato. Gli operai aspettano ancora di sapere quando tornerà davvero a costruire navi e quando saranno pagati.
Nel suo intervento all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Donald Trump è tornato a minacciare l’Iran. «Ho una decisione importante da prendere: si concluderà un accordo che permetta loro di ricostruire e creare un Paese molto più grande di quanto non sia mai stato in passato, magari una delle nazioni più importanti del Medio Oriente o addirittura del mondo, oppure devo annientare la Repubblica Islamica, e farlo in fretta, senza mai dare loro la possibilità di uccidere e distruggere ancora persone e Paesi?», ha domandato il tycoon davanti ai leader di tutto il mondo.
Trump: «L’Iran non è più il bullo del Medio Oriente»
«Devo forse spedirli all’inferno, senza alcuna possibilità di sopravvivenza e senza alcuna speranza di grandezza futura o di una discendenza?», ha rincarato la dose Trump, dicendosi però fiducioso su un accordo che potrebbe essere raggiunto appena dopo le elezioni di midterm, «perché per loro non avrebbe senso fare diversamente». Trump ha poi dichiarato: «Per 51 anni, il fanatico regime iraniano ha governato attraverso spargimenti di sangue e massacri, seminando morte, carneficina e caos in tutto il Medio Oriente e oltre; agivano da bulli in Medio Oriente, ma non lo sono più».
Il riferimento al 7 ottobre e le parole su Hormuz
Nel suo discorso alle Nazioni Unite, Trump ha rivendicato la bontà del suo operato in Medio Oriente: «Dopo aver concesso all’Iran ogni possibilità di raggiungere un accordo, ho agito per garantire che né gli Stati Uniti né alcuna nazione dovessero mai trovarsi ad affrontare un simile incubo, un problema così catastrofico», ha detto riferendosi all’attacco del 7 ottobre 2023 in Israele da parte di Hamas. Così sullo stretto di Hormuz: «Anche dopo aver concordato una tregua in vista dei negoziati sul nucleare, l’Iran l’ha prontamente violata con sfacciati atti di terrorismo contro navi civili di altri Paesi. Desidero ringraziare il Consiglio di Sicurezza dell’ONU per aver approvato a larghissima maggioranza una risoluzione che condanna i vili attacchi terroristici dell’Iran contro il traffico marittimo commerciale».
Trump: «Cuba uno Stato fallito, cadrà»
Sempre riferendosi al Medio Oriente, Trump ha aggiunto: «Altri parlavano di pace, io l’ho realizzata. Quella tra Ucraina e Russia si farà presto». Nella sede del Palazzo di vetro, dove si sono riuniti circa 200 tra presidenti, primi ministri, ministri e diplomatici provenienti da tutto il mondo, Trump non ha poi “risparmiato” nemmeno Cuba: «È uno Stato fallito e cadrà» ha detto The Donald. Le sue parole hanno spinto la delegazione dell’Avana ad alzarsi e lasciare l’aula dell’Assemblea generale.
Nuovo assetto per l’area economica del Corriere della Sera. Daniele Bellasio lascia il Sole 24 Ore (dov’era vicedirettore) e passa ufficialmente al quotidiano diretto da Luciano Fontana, di cui dal primo ottobre sarà caporedattore della sezione economia. Bellasio verrà affiancato da Paola Pica, che passerà da vicecaporedattrice a caporedattrice vicaria, e da Paolo Ligammari, caporedattore e responsabile del digitale della redazione economica.
Nicola Saldutti (Imagoeconomica).
Bellasio subentra Saldutti, che diventa responsabile editoriale di Corriere Economia
Bellasio prenderà il posto di Nicola Saldutti, che dopo 17 anni lascerà il ruolo di caporedattore della redazione economia del Corsera per diventare responsabile editoriale (dal primo novembre) del settimanale Corriere Economia: guiderà sia l’edizione cartacea che quella digitale, subentrando a Massimo Fracaro. Saldutti manterrà inoltre il ruolo di editorialista, proseguendo l’attività di analisi e commento all’interno del sistema editoriale del Corriere. La riorganizzazione coinvolge anche Giuditta Marvelli, promossa vicecaporedattrice del settimanale.
L’Arabia Saudita ha riavviato le operazioni dell’oleodotto Est-Ovest, che erano state interrotte «in via precauzionale» il 13 settembre dopo una serie di attacchi di droni attribuiti alle milizie filoiraniane attive in Iraq, nel contesto dell’escalation nello Yemen tra le forze governative sostenute da Riad e i ribelli Houthi. Le esportazioni dal Mar Rosso potrebbero riprendere già oggi. Lo scrive Reuters citando tre fonti informate sulla questione.
Cos’è l’oleodotto Est-Ovest
L’oleodotto Est-Ovest è lungo 1.200 chilometri: si estende dal giacimento petrolifero di Abqaiq (nei pressi del Bahrain e del Qatar, sulla costa del Golfo Persico) e attraversa l’intera penisola arabica fino a Yanbu, sul Mar Rosso. Fu costruito negli Anni 80, durante la guerra tra Iran e Iraq, per consentire alle esportazioni di petrolio saudita di evitare la “guerra delle petroliere” in corso nello stretto di Hormuz.
Sky lancia il nuovo Sky Mobile e rafforza la sua offerta per migliorare l’esperienza dei clienti. Come operatore mobile virtuale, Sky gestirà direttamente la propria offerta mobile consolidando la propria strategia di crescita e il suo ruolo come partner delle famiglie, grazie al suo ecosistema unico di contenuti tv esclusivi e connettività. Il nuovo Sky Mobile dà ai nuovi clienti un’opportunità in più per scegliere Sky e offre ulteriore valore a chi ha scelto Sky negli anni, grazie a condizioni particolarmente vantaggiose. L’offerta mobile si potrà combinare sia con l’ultrabroadband di Sky Wifi sia con la ricchissima offerta di contenuti di sport, cinema e intrattenimento. Tutto con la qualità che da sempre contraddistingue Sky e un ottimo rapporto qualità-prezzo. La combinazione che prevede tv, mobile e Wifi partirà infatti da 35,90 euro al mese per 18 mesi.
Le offerte Sky Mobile
Dal 23 settembre, per chi non ha ancora scelto Sky, saranno disponibili due diversi piani, entrambi in 5G, con minuti illimitati, 200 SMS e un prezzo particolarmente competitivo:
Sky Mobile Maxi con 150 GB a 7,90 euro al mese
Sky Mobile Ultra con 250 GB a 9,90 euro al mese
Per i già clienti Sky, le offerte sono ancora più vantaggiose. Sky Mobile Maxi passerà infatti a 250 GB, mentre Sky Mobile Ultra avrà giga illimitati e fino a sei mesi in regalo, a seconda degli anni trascorsi con Sky. Anche gli attuali clienti Sky Mobile powered by Fastweb avranno la possibilità di scegliere il nuovo Sky Mobile. Sky Mobile si baserà sulla qualità e la capillarità dell’infrastruttura di rete Fastweb + Vodafone, grazie al rafforzamento della partnership tra le due aziende. Sono inoltre previste offerte combinate – tutte con giga e minuti illimitati – anche per chi non è ancora cliente Sky:
Sky Mobile + Sky Wifi + Sky Tv a 35,90 euro al mese per 18 mesi
Sky Tv + Sky Mobile a 25,99 euro al mese per 18 mesi
Sky Mobile + Sky Wifi a 29,90 euro al mese per 12 mesi
L’ad Duilio: «Passo importante nella nostra strategia di crescita»
«Il lancio del nuovo Sky Mobile segna un passo importante nella nostra strategia di crescita», ha dichiarato Andrea Duilio, amministratore delegato di Sky Italia. «Come operatore Mvno ora possiamo offrire soluzioni modulate intorno alle esigenze dei clienti e condizioni vantaggiose per chi ci ha scelto da tempo, valorizzando la relazione costruita negli anni. È un’evoluzione naturale che ci permette di consolidare il nostro ruolo come partner ideale delle famiglie, con un’offerta sempre più completa e distintiva sul mercato, che unisce una proposta ricca di contenuti esclusivi, un’esperienza di visione unica che integra le principali app e una connettività fissa e mobile con performance eccellenti».
L’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, «consapevole della pubblicità dei lavori assembleari, non esitò a riportare al deputato Giovanni Donzelli le informazioni segrete che con tanta insistenza aveva ottenuto dal capo del Dap in vista della discussione che questi era in procinto di fare in Parlamento evidentemente ritenendo prevalente la finalità politica dell’uso di quelle informazioni (e questo a prescindere dal fatto che l’imputato sapesse che Donzelli aveva l’intenzione di utilizzarla per ledere gli avversari di partito) e confidando sul fatto che Donzelli le avrebbe riportate in Aula in modo generico (cosa che in effetti fece)». È quanto si legge nelle 24 pagine di motivazioni con cui il 20 maggio i giudici della terza Corte d’Appello di Roma hanno confermato per l’esponente di FdI la condanna a 8 mesiper il reato di rivelazione di segreto d’ufficio in relazione al caso dell’anarchicoAlfredo Cospito.
L’accusa di diffusione di documenti riservati su Cospito
Il 29 gennaio 2023 Delmastro contattò il capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Giovanni Russo, per ottenere relazioni della polizia penitenziaria contenenti informazioni sui dialoghi tra Cospito – detenuto al 41 bis – e detenuti mafiosi sottoposti allo stesso regime carcerario. Sebbene i documenti avessero una classificazione di «limitata divulgazione», Delmastro li condivise con Donzelli, che il 31 gennaio li citò in Parlamento durante un attacco politico ai deputati del Pd che avevano visitato Cospito in carcere.
Le richieste di assoluzione respinte e la condanna
Il sostituto procuratore generale aveva sollecitato l’assoluzione per Delmastro, con la formula perché «il fatto non costituisce reato». La richiesta di assoluzione era stata formulata anche in primo grado, con la tesi secondo cui sarebbe mancato l’elemento soggettivo del dolo da parte dell’ex sottosegretario. L’istanza non era stata accolta dai giudici di primo grado dell’ottava sezione penale del tribunale di Roma, che al termine del processo a cui si era arrivati dopo l’imputazione coatta disposta dal gip avevano condannato Delmastro a 8 mesi, respingendo inoltre le richieste di risarcimento avanzate dalle parti civili (quattro parlamentari del Pd).
Giovanni Donzelli (Imagoeconomica).
I riferimenti di Donzelli alle informazioni segrete del Nic
I giudici hanno ritenuto «inverosimile che, dopo una conversazione telefonica assolutamente generica, incontrando casualmente Donzelli e in vista dell’intervento in Aula che era in procinto di fare, Delmastro fosse in grado di sciorinare a memoria il contenuto del documento del Nic» proprio nella parte che interessava al responsabile nazionale di FdI. «Emerge quindi che l’imputato rivelò a Donzelli le esatte informazioni annotate dal Nic circa i colloqui» tra Cospito e due detenuti, «come si desume anche dall’espresso riferimento che il deputato fece, nel suo intervento, a specifici documenti (“Come si può vedere dai documenti che sono presenti al ministero della Giustizia”) e dalla coincidenza testuale delle frasi da lui utilizzate rispetto a quelle annotate dal Nucleo investigativo centrale: “Devi mantenere l’andamento“, “Fuori non si stanno muovendo solo gli anarchici, ma anche altre associazioni. Adesso vediamo che succede a Roma”, “Sarebbe importante che la questione arrivasse a livello europeo e magari ci levassero l’ergastolo ostativo”».
Acea partecipa alla European water academy in qualità di primo champion. Il Gruppo ha accolto con favore questa importante iniziativa della Commissione europea, sviluppata nell’ambito della European water resilience strategy, ed è onorata di contribuire all’academy fin dalla sua primissima fase. Crede fermamente che il rafforzamento delle conoscenze, delle competenze e delle capacità professionali sia essenziale per affrontare le sfide del settore idrico europeo e per sostenere la transizione verso servizi idrici più resilienti, sostenibili e innovativi. In qualità di principale operatore di infrastrutture idriche in Italia, Acea investe da tempo nell’istruzione, nella formazione professionale e nel trasferimento di competenze. Attraverso i propri programmi di formazione aziendale e le collaborazioni con università, business school ed enti di ricerca, l’azienda promuove lo sviluppo continuo di competenze tecniche, gestionali e di leadership lungo l’intera catena del valore dell’acqua.
Enrico Pezzoli (Acea).
I percorsi offerti da Acea
Nell’ambito della European water academy, Acea è lieta di contribuire con le seguenti attività di sviluppo delle competenze:
Executive master in Water management(italiano e Inglese): un programma executive sviluppato con 24Ore Business school, pensato per professionisti del settore idrico, manager e specialisti tecnici, focalizzato su servizi idrici integrati, sostenibilità, trasformazione digitale, innovazione, gestione degli asset ed evoluzioni normative. A partire da gennaio 2027.
Learning path: water treatment, water quality and environmental sustainability (italiano): un programma di formazione tecnica per formatori interni ed esperti di materia sui temi del trattamento delle acque, della qualità dell’acqua, della sostenibilità ambientale, dell’economia circolare e dei contaminanti emergenti. A partire da gennaio 2027.
Learning path: water networks, infrastructure and operational excellence (italiano): un programma dedicato alla gestione delle infrastrutture idriche, all’asset management, all’eccellenza operativa e alla qualità del servizio, rivolto a istruttori interni ed esperti tecnici. A partire da gennaio 2027.
Le forme dell’acqua (italiano): una serie di cicli formativi multidisciplinari che riunisce esperti internazionali e professionisti Acea per esplorare gli aspetti strategici, ambientali, tecnologici e normativi del settore idrico. Il programma si svolgerà da settembre 2026 a luglio 2027.
Water education(italiano): un’iniziativa educativa volta a promuovere la consapevolezza e la sostenibilità idrica tra gli studenti delle scuole superiori attraverso contenuti di e-learning e il coinvolgimento degli esperti Acea. Il programma prenderà il via a gennaio 2027.
Post-graduate Water education (Italiano) :attività a supporto di studenti post-laurea e dottorandi attraverso progetti di tesi, tirocini di ricerca e collaborazioni con università e programmi di ricerca. L’iniziativa è attualmente in corso.
Il gip di Milano ha ordinato l’arresto e la custodia cautelare in carcere per l’imprenditore Ciro Di Meglio e Luca Carleo, rispettivamente amministratore delegato e direttore generale di Ops, conglomerato di società quotate a Piazza Affari. I due sono sospettati di aver messo in piedi, con la complicità di 33 persone, una frode finanziaria da circa 30 milioni di euro. Il provvedimento, accompagnato da altre otto misure interdittive, è stato emesso dopo gli interrogatori preventivi che si sono svolti negli scorsi giorni: Di Meglio e Carleo, entrambi dimissionari da inizio agosto, avevano scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere.
Luca Carleo (Instagram).
Di cosa sono accusati Di Meglio e Carleo
Le persone iscritte nel registro sono in tutto 35, indagate a vario titolo di manipolazione del mercato, ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità di vigilanza, false comunicazioni sociali per le società quotate, formazione fittizia di capitale, malversazione di erogazioni pubbliche. Le indagini, come ha spiegato il il procuratore capo Marcello Viola, hanno evidenziato «condotte illecite» da parte di Di Meglio e Carleo, «con il concorso di 33 tra consiglieri, sindaci, amministratori e professionisti, finalizzate a sottoscrivere fittizi aumenti di capitale, drenare liquidità dalle società quotate, raccogliere fondi anche attraverso l’ottenimento di finanziamenti garantiti dallo Stato per destinarli a fini diversi da quelli indicati nel contratto di finanziamento, frodare il mercato finanziario attraverso l’utilizzo distorto dello strumento dei Prestiti obbligazionari convertibili non standard (Pco) per oltre 30 milioni di euro». Insomma, i due ex dirigenti di Ops avrebbero cercato di ottenere profitti personali ai danni degli investitori e del mercato, sfruttando di fatto la crisi di alcune società, a fronte dell’intento dichiarato di risanarle.
Il brevissimo incarico di Carleo all’interno di FN
Poco prima delle perquisizioni e dei sequestri avvenuti a fine luglio, Carleo il 28 del mese era stato nominato da Futuro Nazionale di Roberto Vannacci coordinatore vicario regionale per la Lombardia (e dunque vice del consigliere regionale Luca Ferrazzi, numero uno in dei futuristi), con delega per la città di Milano. Subito dopo, per via dell’indagine della procura di Milano e del nucleo speciale di polizia valutaria della GdF, Carleo si era poi dimesso dal coordinamento di FN in regione: il suo incarico non è durato nemmeno un giorno.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Interdittive per altri otto indagati: chi sono
La gip ha anche ordinato otto interdittive dall’esercizio di attività imprenditoriale o incarichi direttivi nelle società ad altrettanti indagati: il presunto prestanome Angelo Di Lorenzo (presidente di Orion Capital) e la commercialista Serena Plebani, per cui erano stati chiesti i domiciliari, e poi una serie di amministratori delle società, cioè Filippo Fanelli, Fabio Del Corno, Rosalba Chielli, Marco Gnecchi, Erika Mazzitelli e Massimo Cristofori.
Se da una parte Giorgia Meloni si affida alle tv e alle kermesse di partito per diffondere il verbo del suo governo, dall’altra il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, mette un freno agli entusiasmi elettorali della destra. Ad Amatrice per l’inaugurazione dell’anno scolastico, il capo dello Stato ha parlato agli studenti per farsi ascoltare dagli adulti: «La scuola è la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia figli di emigrati», ha detto, non deve «formare ghetti» e «alzare le barriere», perché «la scuola prepara tutti, è aperta a tutti, così dispone l’articolo 34 della Costituzione». Sul tema è intervenuta pure la Cei, guidata dal cardinale Matteo Zuppi, che sulle orme del Colle, ha tirato le orecchie all’esecutivo.
Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara,al Corriere, ha poi spiegato meglio il provvedimento. Il tetto non si applicherà «agli studenti che hanno frequentato la scuola dell’infanzia ed entrano in prima elementare o a quanti hanno frequentato positivamente alcuni anni di scuola, perché si può pensare che abbiano acquisito una certa conoscenza dell’italiano». E riguarderà anche i ragazzi con passaporto europeo, giusto per chiarire che non si tratta del colore della pelle. Il monito sulla scuola però è solo l’antipasto. Scorrendo l’agenda del Quirinale, c’è una data che ha fatto venire l’orticaria a più di un ministro: il 30 settembre Mattarella sarà alla Scala di Milano per il 120° anniversario della fondazione della Cgil. Si prevede un’accoglienza calorosa per il capo dello Stato alla presenza, ovviamente, del segretario generale Maurizio Landini. Si parlerà di politiche sociali, lavoro, equità, fisco, salute, scuola: roba da far saltare i nervi agli esponenti della maggioranza. Tra l’altro, alcuni sussurrano che «Landini ha preso per il naso pure il ministro Adolfo Urso» con la sua smania di emettere francobolli. Non poteva infatti mancare il bollo dedicato proprio alla Cgil. Il sindacato però lo presenterà nella sede nazionale di Corso d’Italia e non al Mimit, nel fascistissimo Palazzo Piacentini.
Maurizio Landini (Imagoeconomica).
Le manovre (ristrette) dei nordisti in vista del Congresso della Lega
Roberto Maroni definiva la Lega «l’ultimo partito leninista» esistente. Con questa accezione, seppur ironica, faceva riferimento alla ferrea disciplina di partito rispetto agli ordini impartiti dal capo, Umberto Bossi, e alla imponente struttura gerarchica che il Senatùr aveva costruito attorno al suo movimento. Di quell’organigramma è rimasto solo lo scheletro ma l’iperbole maroniana sembra diventata una profezia nel 2026. A quattro anni dalla morte di Bobo, tra i lumbard c’è chi parla addirittura di «modello Ceausescu» in via Bellerio. La segreteria di Matteo Salvini si appresta infatti a organizzare un congresso “confermativo” richiamando gli stessi delegati di un anno e mezzo fa, che perlopiù fanno riferimento al leader. La notizia, anticipata dal palco di Pontida, è stata confermata nel corso di un consiglio federale durato quattro ore, in cui Salvini è tornato a chiedere unità ai suoi. Il capo leghista ha detto di volere un «congresso vero», perché la Lega in futuro «deve parlare con una sola voce». In vista dei prossimi appuntamenti e scadenze elettorali, occorre essere compatti – ha ammonito – basta con i distinguo. «Se poi si vuole eleggere un altro segretario non ho problemi», ha aggiunto, «ma occorre fare chiarezza con un congresso». E dopo l’assise tirare le somme.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Nei prossimi giorni si dovrebbe riunire la commissione del regolamento e, in seguito, dovrà essere convocato un altro consiglio federale per stabilire la data dell’assemblea. Uscendo dalla sede della Lega, il segretario ha detto ai giornalisti di auspicare che qualcuno si candidi contro di lui. Ma si tratta di una strada in salita, persa in partenza dal potenziale avversario (Massimiliano Romeo?), vista la composizione dei delegati che saranno chiamati a votare («per alzata di mano», ha già annunciato Salvini a Pontida). Assenti Massimiliano Fedriga, Luca Zaia, e Maurizio Fugatti, il lombardo Attilio Fontana era l’unico del fronte dei governatori presenti al federale (Il veneto Alberto Stefani invece ha avuto un incidente mentre stava raggiungendo Milano). Ora dovrà esserci un confronto, tra i nordisti, per decidere se presentare almeno una mozione di minoranza all’assise. I margini di azione sono veramente molto risicati.
Ancora tensioni a Report. Non solo buona parte della redazione teme un eventuale reintegro di Sigfrido Ranucci, ma si registrano fibrillazioni anche tra conduttori e autori. Daniele Piervincenzi inizialmente doveva essere relegato alla presentazione dei Lab, mentre Claudia Di Pasquale alle inchieste principali. Dopo un’accesa discussione davanti al salomonico “Don” Paolo Corsini, direttore dell’Approfondimento Rai,si è giunti a una mediazione: i due co-conduttori si divideranno equamente gli spazi.
Daniele Piervincenzi esce dalla sede Rai di via Teulada (Ansa).
«Visto che la domanda è leggera, rispondo in modo altrettanto leggero. Tra una donna con la gonna lunga e una donna con la gonna corta, io una donna la preferisco sempre senza». Ecco l’ultima sparata di Roberto Vannacci, che a Start su Sky Tg24 ha deciso di commentare così le affermazioni sessiste di Antonio Tajani, su una presunta correlazione tra la lunghezza della gonna di una donna e la sua affidabilità, oggetto di forti critiche.
Nemmeno le parole di Vannacci non sono passate inosservate. Azione parla infatti «Medioevo Nazionale» e di un ex generale che «è riuscito a portare il dibattito un secolo ancora più indietro» con la sua battuta: «Ormai abbiamo capito una cosa: contro Vannacci non serve inventarsi niente. Basta lasciargli un microfono e lasciarlo parlare».
Pensavamo di aver già ascoltato tutto con le lezioni di Tajani sulla lunghezza delle gonne. E invece Vannacci è riuscito a portare il dibattito un secolo ancora più indietro.
«Una donna la preferisco sempre senza gonna». Non è anticonformismo. Non è nemmeno una provocazione… pic.twitter.com/WBV48ylIIb
Cosa aveva detto Tajani su donne e lunghezza delle gonne
Tajani riesce sempre a stupire, regalandoci perle di saggezza. Per il vicepremier è meglio non sposare una ragazza avvenente. Una sortita anni '50, degna del peggior patriarcato mediterraneo vannacciano. Secondo il Ministro degli Esteri, se sei bella sei infedele, mentre se non… pic.twitter.com/TpOubNIC0D
Dal palco della kermesse Itaca di Formello (Roma), riflettendo sulla donna che consiglierebbe al figlio di sposare, Tajani aveva detto che è meglio convolare a nozze con una donna meno appariscente, magari «con una gonna più lunga ma di sicuro più seria e affidabile», rispetto a una più affascinante, che «ha avuto tanti fidanzati e li ha mollati» e quindi «portata a mettere qualche cornetto».
Ringrazio le donne di Italia Viva che hanno scovato, poi rilanciato e fatto girare sui social il video di Tajani sulle gonne delle donne. Sono fiero di voi: senza la vostra tenacia la frase di Tajani sarebbe finita nel dimenticatoio. È devastante pensare che nel momento più… pic.twitter.com/VwhaLo1TIg
La reazione del web e della politica alla parole di Tajani
Le dichiarazioni di Tajani sulla presunta serietà di chi è meno appariscente hanno provocato aspre critiche da parte dell’opposizione e tantissimi meme sul tema. «Non si valutano le donne dalla lunghezza delle loro gonne, vergogna», ha commentato Elly Schlein, segretaria del Pd. Matteo Renzi, leader di Italia Viva, ha dichiarato: «Le parole di Tajani ci restituiscono un’idea della donna ottocentesca. Si occupi del burqa delle donne afghane non delle minigonne delle ragazze italiane. E dire che Forza Italia un tempo era il partito di Silvio Berlusconi…». L’ex sindaca di Torino Chiara Appendino, esponente del M5s, ha postato una sua foto in minigonna affermando che «l’affidabilità non si misura in centimetri di stoffa». Ma sono solo alcuni esempi.
Dopo le polemiche per le sue frasi, Tajani si è poi scusato: «Mi spiace molto che siano state fraintese alcune mie affermazioni, estrapolate da un discorso molto più articolato. Mi scuso se delle persone si sono sentite offese da quello che ho detto, ma io non ho mai pensato di offendere le donne. Non l’ho mai fatto in vita mia, né nella vita privata né nella vita pubblica».
C’è un capitolo tuttora aperto nelle carte della Direzione Distrettuale Antimafia di Salerno. Area ex Pezzullo, dopo il racconto dell’amianto e lo champagne del brindisi offerto da Melchionda e company alla rimozione di poche lastre per offrire l’illusione del recupero dello stabilimento da 26 anni in disuso, abbandonato, c’è ora quello di un collaboratore di giustizia da anni in corso di verifica per gli opportuni riscontri. E’ il racconto delle mira della camorra di un boss locale sul progetto area ex Pezzullo, mai attuato. Il boss, identificato e ben legato ai poteri amministrativi della città con diramazione nell’area della valle dell’Irno e del Napoletano, avrebbe potuto portare a temine l’operazione riqualificazione dell’ex Pezzullo. Il capitolo ex Pezzullo riguarda ben tre sindaci, Martino Melchionda, Massimo Cariello e, infine, Mario Conte che aveva già avviato la risoluzione contrattuale con la ditta fallita “Eboli2010” atti poi definiti dall’attuale commissario prefettizio Gaetano Tufariello. Sciocchezze? Il racconto farlocco del pentito è solo frutto di fantasia criminale? Saranno gli investigatori della Squadra Mobile di Salerno e i magistrati della Dda della Procura della Repubblica a definire la credibilità del collaboratore di giustizia che ora vive in regime di protezione in località segreta. Tutto capita a Eboli in periodo preelettorale dopo lo scioglimento del consiglio comunale e il terzo commissariamento del Comune nel giro di dieci anni. Nel periodo pre-elettorale di questi temi scottanti dell’attività amministrativa di ieri e di domani non se ne parla con malcelato pudore e immotivato riserbo spesso relegato a considerazioni sbrigative e tutt’alto che esaustive e molto banali, nei talk show caserecci con l’esposizione di programmi da “Bibbia politica”. Che sono poi gli stessi degli ultimi 40 anni nel campo largo della politica locale recentemente rassodato dal civismo che ha mascherato il trasformismo. I temi sciocchi sul tappeto: sicurezza urbana? Assumiamo più vigili. Camorra: qui non c’è, il clan Maiale è finito da anni. Piano urbanistico? Tagliamo gli alberi e facciamo più case. Svincolo autostradale? Lo deve fare l’Anas, noi non c’entriamo nulla. Ospedale? Sistemiamo quello vecchio, ci sono 21 milioni da spendere ma è compito dell’Asl. Inquinamento ambientale? Noi non volevamo la Terna ma ora ce la teniamo e la beatifichiamo perché distribuisce soldi . Litoranea? Ci sono bei lidi, non è compito nostro allontanare le prostitute. Abusi edilizi? Vi saniamo tutto, state tranquilli. Strade urbane come circuiti di Monza? Daremo la cittadinanza onoraria a Kimi Antonelli. La legalità? Parlarne fa perdere voti. L’ecumenismo beffardo della caccia al voto rende tutti eguali nella stupidità manifesta con più liste e sponsor. Ora ci sono le indagini dell’Antimafia che potrebbero perfino far scattare la prosecuzione del regime commissariale con la nomina della commissione di accesso di atti amministrativi per sospette infiltrazioni criminali. E che il collaboratore di giustizia non si sarebbe fermato nelle sue dichiarazioni all’affare mancato della camorra sull’area ex Pezzullo, è orma pacifico. E che avrebbe raccontato di un regime del voto di scambio tra candidati al consiglio comunale e esponenti della criminalità locale (epoca Cariello 2016), di truffe telematiche Spagna Slovenia, di traffico di auto nuove e di lusso in accorsate concessionarie della piana del Sele per arrivare anche alle polizze fideiussorie che il clan avrebbe procurato per l’apertura di alcuni stabilimenti balneari. Acquisti alle aste fallimentari controllate dal boss.E poi l’appalto per i parcheggi comunali (Publiparking) oltre che ai centri commerciali di Eboli. Su tutto c’è il racconto di presunti fatti corruttivi, abusi, favoritismi, turbative di gara nell’aggiudica di appalti e rilascio di autorizzazioni (coinvolgimento del sindaco Cariello in occasione delle elezioni del 2016 e successivamente all’assunzione della carica di sindaco) col la presunta complicità di “pezzi” consistenti della macchina amministrativa ora in via di revisione del commissario prefettizio Tufariello. Siamo a fine novembre 2020. Entra in scena il progetto per la riqualificazione dell’area ex pastificio Pezzullo. Il noto boss della camorra avrebbe imposto alla società concessionaria dell’intervento in project financing della “Eboli 2010” di rinunciare al progetto originario di edilizia residenziale. La gara si era tenuta negli anni dell’amministrazione Melchionda con la società amministrata da una srl poi fallita al tribunale di Roma con finanziatore un ingegnere fiorentino. E’ l’estate 2016. Cariello è sindaco ed ha a cuore il progetto di riqualificazione ex area Pezzullo. Secondo il collaboratore di giustizia, lui presente, si va ad una prima riunione con il sindaco, un geometra molto vicino all’amministrazione comunale ed il boss della camorra. Il sindaco avrebbe consigliato al geometra di far recedere la società “Eboli 2010” dalla concessione dei lavori firmata dieci anni prima e mai attuata e cambiare la destinazione urbanistica dell’area ex Pezzullo da area commerciale a residenziale per la costruzione di ville che avrebbe progettato e diretto i lavori il geometra presente. Sarebbe stata necessaria una variante al Prg, e promossa da Cariello più per una operazione di immagine politica “ma senza alcun ritorno economico da lui mai chiesto e proposto” secondo il racconto del collaboratore di giustizi. Lui il “pentito” avrebbe guadagnato, con il boss della camorra, dalle operazioni di edificazione ed immobiliare. Ma i vertici della “Eboli2010” non accettano di essere estromessi neppure in cambio della proprietà di una villetta. Ma entrerebbe in scena, innervosito, il boss della camorra che avrebbe detto ai rappresentanti della società Eboli 2010: “chiedete al geometra chi sono, e se non vi mettete d’accordo con me, siccome Eboli è solo mia e comando io, non vi farò fare nemmeno quello che dovevate fare”. I rappresentanti della “Eboli2010” avrebbero rinunciato all’udienza nella causa civile intentata dal Comune per lasciare campo libero all’operazione variante urbanistica che avrebbe alla fine anche compensato il boss della camorra con una delle villette da costruirsi nell’area ex Pezzullo. Eboli, settembre 2026, con le macerie come quelle del 1943. La verità di una sciocchezza? No, la triste realtà sui palchi elettorali con i candidati a cacia di voti ma senza il necessario sguardo lungo della ricostruzione di una comunità. .
Nonostante la doppia retrocessione e il rischio galleggiamento in serie C, il popolo di fede granata continua a manifestare uno smisurato amore nei confronti della Bersagliera. Negli ultimi tempi, al netto di risultati mortificanti e di una società che ha annunciato disimpegno “anche a costo di cederla a un euro”, i tifosi della Salernitana hanno dato vita a una serie di iniziative che certificano una passione che va oltre ogni categoria e che “andrebbe studiata a livello sociologico” come amava ripetere l’ex patron Marco Mezzaroma. Cene sociali, inaugurazioni di club, 6600 abbonamenti a scatola chiusa e una media di 11mila spettatori all’Arechi sono elementi che sorprendono soltanto coloro che non conoscono le potenzialità di un pubblico degno di palcoscenici decisamente più prestigiosi e che oggi celebrerà il decennale del “Salernitana Club Angri 2016”. Il gruppo, capitanato dal presidente Piero Giordano, può contare su uno zoccolo duro di oltre trenta soci, persone che seguono la Bersagliera in casa e in trasferta e che regaleranno al paese una serata dalle forti emozioni. La redazione di Cronache ha intervistato telefonicamente il factotum Alfonso Mauri, emozionato per un evento atteso da tutta la cittadinanza: “Siamo veramente felici di aver raggiunto questo traguardo, abbiamo dimostrato ancora una volta che la passione per la Salernitana non dipenderà mai dai presidenti, dalla categoria e dai risultati. Non è semplice portare avanti per 10 anni nella provincia Nord di Salerno un club interamente a tinte granata, persone legate anzitutto da un rapporto di stima e amicizia e che faranno di tutto per coinvolgere le nuove generazioni. Per noi è bellissimo vedere la partita con tifosi con i capelli bianchi che alimentano il nostro amore con aneddoti e racconti da brividi risalenti ai tempi del Vestuti. Siamo fieri e orgogliosi della nostra storia, di quella magnifica squadra che dal 1919 fa battere i nostri cuori”. Mauri entra poi nel dettaglio della serata: “Un ricco buffet, tanta musica e il tradizionale taglio della torta: abbiamo previsto momenti di aggregazione nei quali ripercorreremo anche le tappe di questi dieci anni indimenticabili. All’epoca, nel giorno dell’inaugurazione, la Salernitana autorizzò la presenza di Massimo Coda e Luigi Vitale. In questo caso abbracceremo tanti amici che verranno da Salerno. Attendiamo delegazioni del Centro di Coordinamento, della curva Sud, del Salerno club 2010 e del club Mai Sola. Ribadiamo che il nostro è un progetto basato sull’amicizia e sulla voglia di coinvolgere il territorio: vogliamo che ad Angri siano sempre più numerosi i tifosi di fede granata”. Dopo aver scherzato sul gol di Dia che gelò il Maradona di Napoli nell’aprile del 2023 (“Il nostro boato squarciò il silenzio, qui ci sono tanti tifosi azzurri e aspettavano soltanto il triplice fischio per festeggiare lo scudetto. Invece fu la Salernitana a uscire dal campo a testa altissima regalandoci una grande gioia”), Mauri rivolge un pensiero all’attuale proprietà: “Vorremmo tanto che Iervolino tornasse ad essere quel presidente carico d’entusiasmo che ci ha fatto sognare per due anni. Ha potenzialità economiche importantissime e auspichiamo possa fare un passo indietro e ritrovare motivazioni e passione. I soldi li ha investiti e ha tutto per riportarci in alto, sa bene che alle spalle avrebbe una tifoseria che fa sempre la differenza”. A fare gli auguri al Club di Angri è anche il presidente del Centro di Coordinamento Francesco Mussio: “Sono particolarmente felice e orgoglioso di poter festeggiare insieme a questi splendidi ragazzi un traguardo importante come i 10 anni di attività. 10 anni all’insegna dell’appartenenza, della passione e della fedeltà. Un traguardo tutt’altro che banale. Ancor di più se consideriamo che questo club nasce ad Angri, a 30 chilometri di distanza da Salerno: per loro anche le partite in casa rappresentano una trasferta, sono un emblema d’amore e di passione e lo testimoniano con la costante presenza sugli spalti dell’Arechi. Quello che hanno dimostrato è un qualcosa che va oltre il semplice tifo, è un legame autentico fatto di sacrifici, presenza e fedeltà. Per tifosi del genere avremo sempre stima, rispetto e parole d’affetto e di riconoscenza. Siamo onorati di poter condividere con loro un percorso basato sulla passione per la Salernitana, incarnano tutti i valori del Centro di Coordinamento e da presidente rinnovo il mio augurio con l’auspicio di camminare ancora a lungo assieme e di sostenerci a vicenda nelle varie iniziative. Mille di questi giorni al Club Angri, viva quella maglia granata che abbiamo nel cuore e che unisce tutti quanti noi”.
Un invito accorato alla concordia o una prova muscolare di legittimazione personale? La vigilia e le celebrazioni della festa di San Matteo, Patrono di Salerno, mettono a nudo un clima di forti tensioni e malumori striscianti all’interno dell’Arcidiocesi, facendo finire sotto la lente la gestione dell’Arcivescovo Andrea Bellandi e un’organizzazione ricca di nodi mai sciolti.
L’appello inviato ai presbiteri per richiamarli in massa alla concelebrazione eucaristica ha fin da subito suscitato reazioni contrastanti. Per molti non è stato un semplice gesto pastorale, ma la mossa difensiva di chi cerca di schermare la propria persona di fronte a un ospite illustre: il Prefetto del Dicastero Vaticano, Mons. Filippo Iannone. Mostrargli una cattedrale gremita e un clero compatto è parso un tentativo di accreditare a Roma l’immagine di una diocesi serena, nascondendo le crepe di un malessere diffuso.
La conferenza nel cortile e l’enigma della logistica
Un primo campanello d’allarme sulle stranezze di questa edizione riguarda la gestione dei media. La conferenza stampa con il Prefetto è stata allestita all’aperto, nel cortile del Palazzo Arcivescovile. Un’ambientazione insolita che ha fatto storcere la bocca a diversi presenti: si è trattato di un’improvvisazione logistica o di una scelta calcolata per ragioni di spazio o opportunità? Resta l’impressione di una cornice singolare per un incontro istituzionale di tale livello.
Riprese televisive, service esterni e bilanci opachi
Ancora più accese sono le polemiche sulla copertura mediatica della celebrazione. Le riprese televisive del Pontificale e della processione sono state affidate a una struttura/agenzia esterna. La domanda che circola insistentemente tra i banchi e nelle sagrestie è semplice ma bruciante: per quale motivo si è ricorsi a un service esterno? Chi ha pagato questo servizio e con quali fondi?
Trattandosi di risorse che toccano la cassa diocesana o le contribuzioni dei fedeli, molti temono che – come già accaduto in altre occasioni – queste domande destinate alla trasparenza non otterranno alcuna risposta ufficiale.
L’assenza dei Vescovi suffraganei e l’ombra del “protagonismo”
C’è infine un dettaglio d’etichetta ecclesiastica che non è passato inosservato ai più attenti: la mancata partecipazione (o il mancato invito) dei Vescovi della Metropolia di Salerno alle celebrazioni solenni del Patrono. In una ricorrenza di tale portata, la presenza dei presuli delle diocesi suffraganee rappresenta da sempre un segno tangibile di comunione fraterna della Chiesa locale.
La loro assenza ha rinfocolato le accuse dei detrattori, che leggono nel comportamento di monsignor Bellandi l’ennesima dimostrazione di un ego smisurato. Secondo i critici, l’Arcivescovo avrebbe deliberatamente evitato di spalancare le porte della Cattedrale ai confratelli Vescovi per non rischiare di essere “oscurato” o di dover dividere la scena, mettendo in mostra un protagonismo che finisce per soffocare perfino la basilare amabilità e la cortesia dell’accoglienza.
Tra appelli all’unità, spese poco chiare e calcoli d’immagine, la solennità di San Matteo si conferma quest’anno non solo un momento di fede, ma un vero e proprio specchio delle contese
Nel 2025 le amministrazioni pubbliche hanno registrato un indebitamento netto pari al 3,1 per cento del Pil, in miglioramento rispetto al -3,4% del corrispondente periodo del 2024. Lo rileva l’Istatconfermando il dato diffuso ad aprile. Sfuma dunque per l’Italia l’ipotesi di un’uscita anticipata già nel 2026 dalla procedura di infrazione Ue, sulla quale il governo aveva puntato molto nelle ultime settimane. «Prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi espressi dall’Istat sul rapporto deficit/Pil 2025. Purtroppo l’Italia non uscirà anticipatamente già quest’anno dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, come avevamo sperato, ma, coerentemente con i dati già espressi nel Dfp, questo potrà accadere nel 2027», ha dichiarato il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti.
Il miglioramento rispetto al 2024 non è bastato
Il rapporto deficit/Pil misura la proporzione tra il disavanzo annuo delle finanze pubbliche e la ricchezza totale prodotta da un Paese in un anno. L’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche si è attestato al 3,079 per cento del Pil, addirittura un po’ sopra il dato comunicato ad aprile (3,073 per cento). Il 2025 ha visto un miglioramento rispetto al 2024, quando il deficit aveva toccato il 3,4 per cento del prodotto interno lordo, ma non sufficiente. Per portare il dato al 3 per cento e dunque rientrare nella soglia per l’uscita dalla procedura per deficit eccessivo avviata dall’Ue nel 2024, che avrebbe aperto margini di bilancio aggiuntivi su energia e difesa a partire anche dalla prossima Manovra, sono mancati 1,8 miliardi. Ne sarebbero serviti ancora di più (circa 3,1) per abbassare il rapporto deficit/Pil al 2,94 per cento, valore indicato dall’Istat come quello necessario per ottenere un dato chiaramente inferiore al 3 per cento anche dopo l’arrotondamento.
La settimana scorsa è stata, sul piano delle notizie locali, tutta all’insegna del dejà vu. L’articolista che su queste stesse colonne si firma “Tribunale della Mezzanotte” e che con molta probabilità è l’ex sostituto procuratore della repubblica di Salerno, Michelangelo Russo, ha ancora scritto sulla cosiddetta tangentopoli salernitana prendendo spunto dalla inaugurazione del budello intitolato a Robero Racinaro che dal trincerone si infila pericolosamente nel sottopasso di via SS Martiri. Ricordando come Racinaro sia stato indagato in quel periodo oscuro, per reati oltretutto secondari, l’articolista ha lamentato il fatto che la buia stradina abbia assunto un toponimo che ricorda una persona passata a fil di giustizia omettendo che proprio la vicenda del più giovane Rettore d’Italia mostra l’inconsistenza colpevole di quella triste stagione di indagini a Salerno. Racinaro fu stroncato, professionalmente e fisicamente, da false accuse che lo videro dopo 16 anni di tribolazioni, in fine innocente con formula piena, e tuttavia esausto tanto da morirne. Racinaro non fu l’unica vittima della cosiddetta Tangentopoli salernitana. Si ricorderà l’ingegnere Cosimo Mastrandrea, l’onorevole Francesco Curci e poi gli ingegneri Raffaele Galdi e Franco Amatucci i quali, qualunque sia stato il loro reato, non meritavano certo di morire di crepacuore. Per non dire della morte professionale di tecnici di valore messi alla berlina dai mediocri consulenti di Russo, tra i quali l’architetto Vincenzo Andreola indagato da un ex collega della moglie per la vicenda dei rifiuti tunisini (che il procuratore voglia far giungere l’indagato alla prescrizione?) Oltretutto, il procuratore accusatore dei progettisti di reati di “falso ideologico” esibiva nello stesso periodo un pannello ceramico di sua proprietà, molto rimaneggiato e, malgrado i vistosi rifacimenti, attribuito a Guido Gambone, in una mostra pubblica presso il tempio di Pomona, secondo una modalità che ne avrebbe potuto far lievitare il prezzo. Contrariamente a quanto scrive il fantomatico pubblicista, De Luca non ha voluto onorare Racinaro a dispetto della magistratura, tanto più che dedicargli un oscuro budello non sembra affatto un omaggio, ma ha solo risposto ad un proprio senso di colpa dal momento quella temperie, dopo averlo visto persino dimostrare in piazza contro i socialisti, con cui condivideva la giunta comunale, lo favorì nella sua scalata al potere. E dejà vu sono le inaugurazioni di De Luca il quale è tanto entusiasta nel farle da tagliare in un prossimo futuro, probabilmente, anche nastri al rifacimento di marciapiedi. E infatti ha già inaugurato due fontane esistenti da tempo e abbandonate sin dopo loro messa in funzione. L’evento è stata l’occasione per dire, dal momento una delle due è stata progettata da Bohigas, che il turismo non può non apprezzare l’architettura moderna che esse rappresenterebbero auspicando un tour fontanipede quasi siano quelle barocche di Roma, laddove le fontane storiche, quella di don Tullio, del sedile del Campo, di Largo Abate Conforti, di piazza Alario, di piazza D’aiello (Fornelle) sono lasciate languire con tutto il centro storico, unica vera meta dei turisti i quali, a parte qualche cafone che dice oooh al centro della cosiddetta piazza della libertà, sfuggono del tutto i Bofill, i Chipperfield, le Zaha Hadid per non dire i vari progettistucoli del regime. E un dejà vu è l’approvazione del progetto di variante al Puc millantato quale documento rivolto a bloccare il consumo del suolo. In realtà la variante, in omaggio ai diritti edificatori pregressi, con la falsa scusante di voler evitare contenziosi legali (che il Comune vincerebbe) ha mantenuto la previsione del Puc di 160mila abitanti, quantificando l’edificazione dei nuovi vani in ragione di quella non ancora edificata, in 290mila metri quadri di solaio assimilabili a oltre 3500 vani pari a poco più di 1/5 del Q2-Q4, tutti da costruire nel costruito nella affermata salvaguardia delle aree agricole. Chi sa se il previsto housing sociale, ovvero i programmi di Edilizia Residenziale Sociale (ERS) saranno all’interno della quantificazione o se, invece, nella considerazione che il co-housing, oltretutto finanziato in parte dalla Regione, in quanto fondato sull’ecosostenibilità, non sarà in aggiunta alla quantità di vani prevista. Certo è che l’avere bloccato l’espandersi dei B&B consentirà la costruzione di alberghi e, quindi, in definitiva, tra le tante tipologie edilizie previste, considerando anche l’espansione della cosiddetta “zona industriale” sempre più un’area commerciale, è probabile che tra il centro e lo stadio Arechi la nostra città sarà densa di cemento come un uovo. E tra le inaugurazioni non mancherà certamente quella della cosiddetta Porta Ovest che di fatto, partendo dal porto commerciale giunge ad un punto cieco, ovvero ad un innesto sul viadotto attuale, sì da essere di fatto impraticabile a meno di ulteriori ingorghi. E non solo, la Porta Ovest appare essere il pretesto per la cementificazione degli specchi d’acqua ancora esistenti interni al porto con nuove banchine da riservare ai container, tanto più che, contrariamente a quanto promesso da Cuccaro, il progetto per l’ampliamento del porto, nel probabile accordo tra Comune e Ministero dell’Ambiente, chi sa tra De Luca e Cirielli, va ancora avanti in attesa delle autorizzazioni ministeriali. Insomma, mentre la vecchia Salerno, quella vera dei salernitani, è stata mortificata da politici, tecnici e imprenditori “cafoni di fuori” su quanto rimane di lei per far ulteriormente arricchire i soliti noti è ancora possibile lucrare senza che nessuna opposizione con caratura nazionale, se non quella locale di Lanocita, Zambrano e Avella, o autorità superiore, intervenga.
L’Euipo, l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale, ha ammesso l’atto di opposizione presentato dall’Associazione Nazione futura nei confronti del nome e del simbolo scelto da Roberto Vannacci per il suo nuovo partito Futuro nazionale. L’atto di opposizione era stato presentato a febbraio dall’associazione presieduta da Francesco Giubileisottolineando «l’elevato rischio di confusione e di somiglianza» tra il nome e il simbolo di Futuro nazionale e quelli di Nazione futura, oltre alla necessità di tutelare un diritto anteriore già consolidato. Secondo Nazione futura, l’uso effettivo e continuativo del proprio nome e segno distintivo costituisce un elemento idoneo a impedire la registrazione di un marchio sostanzialmente identico, soprattutto in presenza di ambiti di attività sovrapponibili. Ora l’Ufficio Ue per la proprietà intellettuale ha ammesso l’atto di opposizione e inizierà la fase del procedimento in contraddittorio.
Giubilei: «Vannacci cambi il nome del partito, la vera destra è quella dei conservatori»
«Accogliamo positivamente la decisione dell’Ufficio dell’Ue per la proprietà intellettuale che dimostra il fondamento giuridico della nostra opposizione al marchio Futuro nazionale», hanno dichiarato il presidente di Nazione futura Francesco Giubilei e il vicepresidente Ferrante De Benedictis. E ancora: «Vannacci dovrebbe cambiare il nome al proprio partito e prendere atto che la vera destra è quella dei conservatori. Nonostante il suo tentativo di utilizzare un nome tratto da quello della nostra associazione, attiva dal 2017, da febbraio ad oggi siamo cresciuti ulteriormente superando i 100 circoli territoriali in tutta Italia. Inoltre a ottobre inizieremo un tour su tutto il territorio nazionale per promuovere valori e proposte di una destra credibile senza slogan o idee campate per aria e del tutto irrealizzabili».
L’Euipo, l’Ufficio dell’Ue per la proprietà intellettuale, ha ammesso l’atto di opposizione che avevamo presentato con l’Associazione Nazione Futura nei confronti di Futuro Nazionale. Ora Vannacci cambi nome al suo partito, la vera destra è quella dei conservatori. pic.twitter.com/31nreDJaZ8
Non si arresta la corsa dei prezzi dei carburanti. Secondo quanto rende noto il ministero delle Imprese e del Made in Italy in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Mimit, oggi il prezzo medio in modalità self service lungo la rete stradale nazionale è pari a 2,156 euro a litro per la benzina (ieri 2,155) e 2,340 euro per il gasolio (ieri 2,335). Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio self è di 2,248 euro a litro per la verde (ieri 2,245) e 2,422 euro per il diesel (ieri 2,414).
Dopo il botta e risposta innescato dalla decisione di revocare a Politico, Cnn e MS Now il pass di accesso, la Casa Bianca ha lanciato Trump TV, piattaforma streaming attiva 24 ore su 24 dedicata agli eventi dell’Amministrazione Usa. Primo filmato trasmesso un vecchio discorso del tycoon, pronunciato a Mount Rushmore il 3 luglio di quest’anno durante gli eventi per il 250esimo anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti.
Welcome to TrumpTV
The press, in some cases, reported inaccurately or not at all on the Administration’s many record breaking accomplishments on behalf of all Americans.
Trump TV is a 24/7 livestream of the Administration’s greatest hits, unfiltered.
Il lancio di Trump TV è stato annunciato con post su X da Kaelan Dorr, vice assistente di The Donald, spiegando che «la stampa, in alcuni casi, ha riportato in modo inaccurato o non ha riportato affatto i numerosi successi da record dell’Amministrazione a beneficio di tutti gli americani». Il canale, ha aggiunto, prevede «diretta streaming 24 ore su 24, 7 giorni su 7, senza filtri». Trump TV è visibile «sul canale YouTube della Casa Bianca e sull’app ufficiale». L’annuncio dell’avvio dello streaming ha prodotto un incremento di circa 40 mila nuovi iscritti al canale YouTube della White House.
IT'S LIVE.
TRUMP TV IS STREAMING NOW. 24/7, updated in real time, with top past moments, announcements, and the latest and greatest from the administration all in one place.
Not every big moment has made it on your tv, now it can.
L’esclusione delle tre testate e il boicottaggio del pool tv
Nei giorni scorsi Trump ha escluso i giornalisti di Cnn, Politico e MS Now dalla copertura delle conferenze stampa presidenziali, accusando le testate di «scrivere solo cose negative» su di lui, riportando solo fake news e minacciando la «sicurezza nazionale». In risposta, Cnn, Politico e MS Now hanno annunciato una causa immediata contro la revoca dell’accredito. Successivamente Cbs, Abc, Nbc e Fox, ovvero le quattro emittenti che con la Cnn si alternano nella copertura delle attività di Trump – distribuendo poi il segnale in diretta al resto delle televisioni e degli altri media – hanno deciso di sospendere le attività in segno di solidarietà alle testate colpite dal ban.
Chico Forti, condannato all’ergastolo negli Stati Uniti per la morte di Dale Pike avvenuta nel febbraio 1998 ed estradato in Italia nel 2024, ha ottenuto la semilibertà. In realtà, la decisione del tribunale non cambierà di molto la sua giornata rispetto agli ultimi mesi. Dal dicembre 2025 svolge infatti 40 ore settimanali di volontariato presso un’azienda agricola veronese, uscendo al mattino dal carcere di Montorio per rientrare la sera, cose che continuerà a fare in regime di semilibertà. Adesso dipenderà dal programma che verrà stabilito dalla direzione del carcere. Oltre a proseguire il lavoro, Forti auspica di poter andare a trovare l’anziana madre più spesso. Dal punto di vista giudiziario, si attende la decisione sulla libertà condizionale, che era stata richiesta lo scorso anno. L’udienza potrebbe svolgersi già nei primissimi mesi del 2027.
L’arrivo in Italia e l’inchiesta della procura di Verona
Forti, che si è sempre dichiarato innocente, era arrivato in Italia con un aereo messo a disposizione dal governo che era atterrato all’aeroporto di Pratica di Mare, dove ad attenderlo c’era la presidente Giorgia Meloni. La procura di Verona aveva anche aperto un fascicolo su Forti in seguito alle dichiarazioni di un detenuto, condannato per reati legati alla ‘ndrangheta, che aveva riferito di aver sentito una conversazione tra un altro carcerato e Forti nella quale quest’ultimo avrebbe chiesto di riferire alla criminalità calabrese di «mettere a tacere» Marco Travaglio, Selvaggia Lucarelli e Aldo Di Giacomo, segretario generale del sindacato di Polizia Penitenziaria. Le indagini si sono concluse con una richiesta di archiviazione.
Sigfrido Ranucci rischia di diventare un grosso problema per Report. Il programma ripartirà infatti con una spada di Damocle sulla testa: quella del ritorno del conduttore. Venerdì prossimo il tribunale del lavoro deciderà sul reintegro d’urgenza chiesto dagli avvocati del giornalista. Al momento nessuno azzarda previsioni, ma se Ranucci dovesse spuntarla per Report non sarebbe esattamente una bella notizia. Ormai la trasmissione di Rai3 sta andando avanti senza di lui preparandosi all’esordio di domenica 8 novembre.
Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica).
Redazione e autori al lavoro «con serenità»
Piccolo ma significativo indizio: nei post di settembre della pagina X di Report, il nome di Sigfrido Ranucci non compare mai, né si fa mai cenno al caso Lavitola. Il lavoro in redazione è ripreso da almeno due settimane, si stanno portando avanti le inchieste già programmate prima dell’estate e anche nuovi servizi, sotto la supervisione dei due capiautori Giulio Valesini e Bernardo Iovene. Con il coinvolgimento della conduttrice, Claudia Di Pasquale. E nella lunga informativa che giovedì scorso il direttore dell’Approfondimento Paolo Corsini ha tenuto davanti al consiglio di amministrazione dell’azienda, un passaggio corrisponde alla realtà: «In redazione ora si è tornati a lavorare con serenità».
Salvare Report o immolarsi per Ranucci?
Dopo un’estate passata nella tempesta, infatti, ora con i ruoli definiti il lavoro è ripreso, senza il “peso” del caso Ranucci. Anche Daniele Piervincenzi alla fine è stato accolto e si è messo a disposizione della redazione. Ancora non si sa se condurrà solo Report Lab o anche un pezzo di trasmissione, ma comunque è stato accettato. Intendiamoci, tra i 60 giornalisti tra interni e inviati sottotraccia un filo di tensione resta. Una piccolissima parte, per esempio – Giulia Innocenzi ma non solo – è ancora molto legata a Ranucci e spera in un suo ritorno.
Giulia Innocenzi (Imagoeconomica).
Mentre altri, tra cui Giorgio Mottola, preferiscono non sentirne più parlare. «Noi dovevamo fare una scelta: salvare il programma o immolarci per Sigfrido. Alla fine è prevalso il buon senso e abbiamo scelto di combattere solo per Report…», racconta a L43 una fonte dalla redazione. «Se Sigfrido dovesse essere reintegrato, per noi ora sarebbe un problema, perché la notizia continuerebbe a essere lui e non le nostre inchieste. A questo punto sarebbe meglio andare avanti senza di lui…», sussurra un’altra voce da Via Teulada. Insomma, a luglio e agosto la battaglia anche interna alla redazione è stata durissima, con gruppi contrapposti, ma ora c’è una gran voglia di lasciarsi tutto alle spalle e dedicarsi totalmente al lavoro. Insomma, per la stragrande maggioranza dei giornalisti di Report, e al netto della riconoscenza nei confronti di Ranucci, l’ex conduttore ormai rappresenta il passato, mentre ora si vuole solo guardare avanti. «Sembra paradossale, ma Report è una macchina che ha sempre funzionato da sola, può andare avanti anche cambiando conduttore, come del resto è già accaduto e magari in futuro succederà ancora…», aggiunge un’altra voce da Teulada.
Giorgio Mottola (da Youtube).
Nessuna inchiesta sul caso Lavitola
Resta però da chiarire un nodo non secondario: quando ci saranno da prendere decisioni importanti su un servizio o un’inchiesta, chi avrà l’ultima parola? Prima a decidere era sempre Ranucci, che intorno a Report aveva costruito un’autonomia gestionale e finanziaria che non sarebbe ammessa in nessun canale televisivo al mondo. Ma ora, dopo l’uomo solo al comando, chi deciderà? I capi autori? Il capostruttura? O il direttore dell’approfondimento (e qualcuno fa notare che Corsini tecnicamente non è un direttore di testata)? Staremo a vedere. Viene esclusa, invece, la voce circolata negli ultimi giorni: non si sta lavorando a un’inchiesta sul caso Ranucci-Lavitola.
Valter Lavitola (Ansa).
Il rischio licenziamento e l’ultima vera exit strategy
Dunque, non resta che aspettare venerdì la decisione del giudice per il lavoro. Ma dal possibile reintegro si potrebbe arrivare addirittura al licenziamento. A Ranucci, infatti, sono state fatte tre proposte e il mese di tempo per decidere è quasi scaduto. Tutte le opzioni, secondo gli esperti, sono da considerare consone al suo ruolo: vicedirettore del Tg3, stesso incarico a RaiNews o corrispondente da Il Cairo. Se non dovesse accettarne nessuna, secondo il regolamento aziendale, il giornalista rischierebbe il licenziamento. E su questo fronte pesano anche le accuse che la Rai ha formulato al conduttore, specialmente la rivelazione a terzi di mail interne e gli attacchi che più volte l’ex conduttore ha rivolto alla sua stessa azienda e ai suoi dirigenti. Insomma, tutto potrebbe pesare in un possibile provvedimento disciplinare. Dal vertice aziendale si fa sapere che non si vuole arrivare a misure estreme, ma al momento non si esclude nulla. «Se non lavorerà in Rai, nel panorama televisivo italiano non c’è nessuno disposto ad accoglierlo. A meno che non si butti in politica…», ragiona un dirigente della tv pubblica. E quella potrebbe essere davvero la sua exit strategy, anche perché nelle presentazioni del suo ultimo libro in giro per l’Italia l’ex conduttore sembra già in campagna elettorale. Anche se la stessa Di Pasquale, nell’unica intervista fin qui rilasciata, glielo ha caldamente sconsigliato.
Sigfrido Ranucci, Barbara Floridia e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Space opera, attenzione, con forti tematiche sociali, alla Iain M. Banks per intendersi: è il nuovo romanzo di Massimo Citi in uscita nella collana Odissea Fantascienza.
Massimo Citi è uno di quegli autori che non vedi mai alla ribalta, di moda o sostenuti da claque di appassionati. Ma che, anno dopo anno, continuanuo a produrre narrativa di altissima qualità, che va scoperta e assaporata.
Con Delos Digital aveva già pubblicato due novelle, selezionate da qualcuno che sa riconoscere questi tesori nascosti, Franco Ricciardiello. Ora arriva la prova del romanzo con questo Amadeus che riprende ambientazioni già utilizzate dall'autore per sviluppare una storia risuona di eventi storici, di grande fantascienza sociale. Che richiama... - Leggi l'articolo
LIBRI - Editoria - 22 settembre 2026 - articolo di S*
Novità in casa Gedi. Il nuovo piano industriale comincia a prendere forma. Le linee guida sono state illustrate a Roma dall’ad Mirja Cartia d’Asero al Cdr di Repubblica, durante un incontro definito «disteso». L’editore, il greco Theo Kyriakou, punta sul coinvolgimento della direzione, del management giornalistico e delle redazioni nella trasformazione del gruppo. Insomma un primo gesto di condivisione, non usuale dalle parti di largo Fochetti.
Mirja Cartia d’Asero (foto Imagoeconomica).
A ottobre previsto il lancio di Repubblica Europe
Il piano 2027-2030 ruota attorno a tre direttrici: internazionalizzazione, innovazione e interazioni. L’obiettivo è portare i contenuti oltre i confini nazionali, rafforzare digitale, video e podcast e sviluppare una maggiore integrazione tra giornali, radio, piattaforme, eventi e community. Ed è proprio l’internazionalizzazione il primo vero banco di prova del nuovo corso. A ottobre è previsto il lancio di Repubblica Europe, una sezione in inglese dedicata a chi ha un legame con l’Italia ma non parla italiano. Nei piani, non si tratta di una semplice traduzione del giornale, ma di una selezione di articoli a cura della redazione e adattati per un pubblico internazionale. L’avvio sarà seguito da una campagna internazionale e dal lancio degli abbonamenti ad hoc.
Theodore Kyriakou (Facebook).
Nessun nuovo licenziamento o prepensionamento in vista
Nel corso della riunione è stato presentato anche un bilancio dei sei mesi della gestione Antenna. Sono state rafforzate le funzioni finanza e controllo, fondamentali in un gruppo con grosso debito e un buco annuo crescente. I primi segnali economici dovrebbero vedersi già quest’anno, con un contenimento delle perdite rispetto al 2025. Parallelamente, il gruppo prevede investimenti nell’innovazione e nel rilancio delle attività digitali, anche attraverso l’ingresso di Veronica Diquattro, manager con esperienze in Spotify e Google. Qualche segnale positivo arriva anche dalle vendite in edicola. Da marzo Repubblica registra un andamento migliore rispetto al Corriere della Sera, con una differenza (in termini di copie perse) diventata più evidente da luglio e ulteriormente ampliata ad agosto. Non si tratta ancora di una crescita, ma di un primo cambiamento di tendenza. Non sono invece previsti né licenziamenti né prepensionamenti aggiuntivi rispetto a quelli già ipotizzati dalla gestione precedente, che potrebbero anzi essere ridotti. La loro attuazione resta comunque incerta, perché al momento non sono disponibili risorse nelle casse del governo.
L’investitura di Silvia Sardone a candidata sindaca di Milano per la Lega va letta come un sussulto di vitalità da parte di un partito in crisi, prima ancora che la boccheggiante coalizione di centrodestra conferisca il suo imprimatur ufficiale. A oggi sono ancora in campo sia Maurizio Lupi di Noi Moderati (ma indicato da Ignazio La Russa) che Matteo Perego di Cremnago (Forza Italia). Quest’ultimo era ormai pronto per la sfida, come certificato dalle sue frequenti apparizioni su Mediaset e dalla benedizione del meloniano Guido Crosetto, che aveva accettato di mettere “a disposizione” di Milano il sottosegretario alla Difesa. Fargli digerire la retromarcia non sarà facile, anche perché un sondaggio riservato lo vede davanti a Sardone per gradimento. Lei suggerisce di affidare la scelta alle primarie di coalizione, ma lo smacco rimane.
Matteo perego di Cremnago (Imagoeconomica).
Il Cencelli delle candidature
A dare le carte è stata Giorgia Meloni che punta a presentare un suo candidato a Roma, piazza difficile ma non certo trascurabile. A sfidare Roberto Gualtieri potrebbe così essere Fabio Rampelli, sostenuto sia da Arianna Meloni (ancora non è esclusa una sua corsa per il Campidoglio) sia dal presidente del Lazio Francesco Rocca. Forza Italia quindi ha messo la sua pedina su Napoli (d’altronde il fedelissimo di Antonio Tajani, Fulvio Martusciello, è stato appena eletto per acclamazione segretario regionale in Campania) e alla Lega è toccata Milano. La vera domanda non è perché puntare sull’eurodeputata e vicesegretaria Sardone nonché campionessa di preferenze, ma chi glielo faccia fare, vista la difficoltà del cimento meneghino.
Arianna Meloni e Fabio Rampelli (Imagoeconomica).
Sardone è l’unica su cui Salvini poteva scommettere
In primo luogo, Sardone è l’unico nome forte che Salvini possa spendere, con buona pace di Alessandro Morelli, che avrebbe fatto volentieri il candidato sindaco e che invece si è dovuto accontentare del ruolo di annunciatore a Pontida. I gazebo avevano incoronato Sardone reginetta, a pari merito con Matteo Salvini, ma si mormora che i dati reali la vedessero addirittura triplicare i consensi del segretario. Il surreale balletto post-voto, con ciascuno dei due che indicava l’altro come ideale candidato sindaco, malcelava il comprensibile imbarazzo di un Salvini già in difficoltà all’interno del partito.
Silvia Sardone (foto Ansa).
Le ambizioni della vicesegretaria leghista
La vicesegretaria della Lega, quindi, scende in campo per togliere le castagne dal fuoco sia al capo sia alla lista, che esprimendo la candidata sindaco potrà recuperare un po’ di terreno, traducibile in un paio di punti percentuali: oro colato, di questi tempi. Prima ancora di conoscere il nome dell’avversario (nel centrosinistra si prospetta una sfida tra Pierfrancesco Majorino e Mario Calabresi), vincere pare utopia e già arrivare al ballottaggio sarebbe un successo. Ma Sardone può ragionevolmente considerare le Amministrative come un trampolino di lancio. A soli 46 anni, che compirà a Natale, la leghista potrebbe nutrire altre ambizioni, come per esempio prendere in mano le redini della Lega dopo Salvini. C’è infatti chi racconta di averla sentita evocare il modello Meloni. La premier, infatti, 10 anni fa arrivò terza nella corsa al Comune di Roma (al ballottaggio andò Roberto Giachetti, sconfitto poi da Virginia Raggi).
Matteo Salvini e Silvia Sardone (Ansa).
La concorrenza a destra
Sardone non dovrà però sfidare solo il favorito centrosinistra, ma anche la concorrenza da destra di Carmelo Burgio, candidato di Roberto Vannacci: si dice che la numero 2 della Lega fosse stata corteggiata da Futuro Nazionale, ma un primo approccio malriuscito avrebbe stroncato la liaison sul nascere. A questo punto, diventerà vitale trovare un accordo con la lista civica di Pietro Tatarella e Antonio Civita, che hanno unito le forze dopo che la loro disponibilità è stata ignorata dai partiti. Molto più difficile, se non impossibile, trattare con il Patto per il Nord, visto che Gabriele Abbiati potrebbe intercettare i voti di tanti leghisti delusi. È l’ennesimo cortocircuito di una parte politica che, dopo essere stata detronizzata da Giuliano Pisapia nel 2011, non ha più ritrovato il bandolo della matassa.
Carmelo Burgio con Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
La vera partita è per Regione Lombardia
La misura della crisi non è data tanto dalla pur imbarazzante difficoltà a scegliere i candidati, quanto dalla totale assenza di proposte. In tre lustri di opposizione, le uniche battaglie significative sono state sulla viabilità e sulla sicurezza. Nel primo caso, al netto di alcune ciclabili astruse, la città è cambiata profondamente e semmai rimprovera al Pd di non essere stato più deciso nell’arginare il traffico. Il secondo, benché cavallo di battaglia del centrodestra, chiama in causa il governo nazionale, col ministro degli Interni Matteo Piantedosi espresso proprio dalla Lega. Una quarta sconfitta consecutiva non farebbe che certificare un divorzio che nei fatti si è già consumato con l’ex città-roccaforte, frutto della rottura delle relazioni coi mondi dell’imprenditoria, della finanza e della borghesia che ormai guardano al centrosinistra come un partner magari non affine ideologicamente e nemmeno impeccabile sul piano amministrativo, ma certamente più affidabile. Basterà la verve della fumantina Sardone per invertire la rotta? Probabilmente no, ma i maligni sostengono che non sia nemmeno quello l’obiettivo: tanto poi ci sarà la partita di Regione Lombardia, dove, specularmente, il centrodestra vince a mani basse e il centrosinistra non tocca mai palla.
Il Gruppo Sae ha soppresso la posizione di vice direttore editoriale con delega a banche e finanza ricoperta da Rosario Dimito. Il giornalista aveva lasciato a giugno Il Messaggero per passare al Gruppo di Alberto Leonardis, che a maggio aveva acquisito La Stampa. Dimito aveva iniziato a settembre con il nuovo incarico, volto a curare un progetto editoriale sul mondo bancario e finanziario da distribuire con le testate del gruppo. Ma dopo soli 21 giorni, per «sopraggiunte esigenze organizzative», il Gruppo ha soppresso la posizione formulando a Dimito «i migliori auguri per il prosieguo del suo percorso professionale».