I 70 anni di Maurizio Gasparri

– Maurizio Gasparri spegne oggi 70 candeline. Il senatore di Forza Italia, già ministro delle Comunicazioni nel secondo governo Berlusconi, sceglie di festeggiare il suo compleanno nella sua amata Marettimo, isoletta delle Egadi, insieme alla moglie Amina, la figlia Gaia e a un gruppo di amici strettissimi, mentre i suoi collaboratori sui social già in mattinata lo omaggiano con un album di fotografie dal sapore amarcord. Eccolo, quindi, il Gasparri privato e pubblico, che appena conseguita la maturità classica al Torquato Tasso di Roma si butta anima e corpo nella politica. Nato a Roma, da genitori originari di Roscigno, piccolo borgo ora abbondato in provincia di Salerno, già negli anni ’70 Gasparri diviene segretario provinciale del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento sociale italiano. Lì si fa notare da Gianfranco Fini, che nel 1979 lo sceglie come suo vice nel Fronte. Nel partito Gasparri muove i primi passi anche come giornalista, arrivando come praticante al Secolo d’Italia, testata di cui nel 1991 diventa condirettore. L’anno dopo, nel ’92, l’approdo alla Camera da deputato. Sono gli anni di Mani pulite, che il movimento sociale saluta positivamente, conducendo una dura campagna contro il sistema dei partiti finiti nell’inchiesta di Tangentopoli. Nel 1994 viene rieletto alla Camera con Alleanza nazionale, diventando dall’11 maggio sottosegretario al ministero dell’Interno. L’esperienza al Viminale non dura tantissimo, complice soprattutto il ribaltone di Umberto Bossi, ma la carriera di Gasparri procede spedita. Nel 1995 eccolo a fianco del segretario Fini per la svolta di Fiuggi, che porta allo scioglimento dell’Msi. Dentro Alleanza nazionale Gasparri si muove nell’area di Pinuccio Tatarella, artefice dell’alleanza con Berlusconi. Gasparri e La Russa diventano per la cronaca i ‘Berluscones’. Nel 2001 entra nel governo come ministro. E’ il titolare del dicastero chiave delle Comunicazioni del secondo esecutivo Berlusconi. Con il nuovo incarico, Gasparri ha il compito di firmare una legge per il riordino del sistema televisivo, nota, appunto, come ‘legge Gasparri’. Legge che dopo un iter complicato porta al riassetto del sistema delle tv del Belpaese. Il testo viene approvato in via definitiva il 29 aprile del 2004 (dopo 130 sedute e la presentazione di 14mila emendamenti). Nel 2008 Gasparri lascia Montecitorio e viene eletto in Senato, divenendo capogruppo del Popolo della Libertà. Dopo la rottura tra Fini e Berlusconi decide di passare con gli azzurri, assumendo nel tempo vari incarichi, tra cui la presidenza della Giunta per le immunità di palazzo Madama. In questa legislatura Gasparri è vicepresidente del Senato, prima capogruppo degli azzurri e oggi presidente della commissione Esteri e Difesa di palazzo Madama al posto della collega Stefania Craxi, che invece prende il suo posto come presidente dei senatori di Forza Italia. Al di fuori dei recinti del Parlamento, Gasparri è famoso per essere un grande tifoso della Roma. Inoltre, tra un intervento e l’altro in Aula, non disdegna l’ironia in versi. Le ormai note ‘odi’ di Maurizio Gasparri, composizioni satiriche in rima che il senatore recita, ad esempio, ai microfoni della trasmissione cult di Radio 1 Rai ‘Un Giorno da Pecora’.

L'articolo I 70 anni di Maurizio Gasparri proviene da Le Cronache.

Cetara, dissequestrata gran parte della spiaggia

Dovevano concludersi nel giro di pochi giorni, ma a oltre tre settimane dall’avvio delle operazioni i mezzi meccanici sono ancora al lavoro sulla spiaggia di Cetara per rimuovere la sabbia ritenuta non idonea utilizzata nell’intervento di ripascimento. Intanto arriva un primo, importante passo verso il ritorno alla normalità.

Nella giornata di venerdì 17 luglio il pubblico ministero della Procura di Salerno, Gianpaolo Nuzzo, ha disposto il dissequestro di gran parte della spiaggia di Largo Marina, nell’ambito dell’inchiesta che vede indagati il sindaco di Cetara, Fortunato Della Monica, e il responsabile dell’Area Tecnica del Comune, l’ingegnere Pietro Avallone.

Il provvedimento segue quanto stabilito lo scorso 17 giugno dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Salerno, Giovanni Rossi, che aveva escluso per i due indagati l’ipotesi di danneggiamento del patrimonio archeologico, culturale o paesaggistico prevista dall’articolo 518-duodecies del Codice Penale, lasciando invece aperti gli accertamenti sugli altri profili dell’inchiesta.

Il dissequestro riguarda quasi l’intero arenile. Rimane invece ancora interdetta la porzione nord-est della spiaggia, dove è presente l’ultimo dei tre cumuli di sabbia di cava ritenuti non conformi per caratteristiche e colorazione rispetto a quelle del litorale di Cetara. Proprio quell’area continua a ospitare il cantiere necessario al completamento delle operazioni di bonifica.

Due dei tre cumuli sono già stati completamente rimossi: quello situato nella parte centrale della spiaggia e quello adiacente alla Torre Vicereale. Restano da completare i lavori sul materiale depositato nei pressi dei giardinetti pubblici.

Sull’arenile sono ancora presenti l’escavatore, il camion aspiratore e gli altri mezzi impiegati nelle operazioni. Se non si registreranno ulteriori imprevisti, la rimozione della sabbia potrebbe concludersi nel corso della prossima settimana.

Il dissequestro rappresenta un passaggio significativo verso la restituzione della spiaggia ai cittadini e ai turisti, ma non comporta l’immediata riapertura dell’arenile. L’area resta infatti formalmente un cantiere e soltanto un successivo provvedimento del Comune di Cetara potrà sancire la conclusione dei lavori e autorizzarne la piena fruibilità.

L'articolo Cetara, dissequestrata gran parte della spiaggia proviene da Le Cronache.

Spenti in Campania sette dispositivi autovelox

Dopo l’entrata in vigore della riforma autovelox, «voluta dal Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, nella Regione Campania sono stati spenti 7 dispositivi». Così una nota del MIT.

Allo stato attuale, quindi, risultano omologati 55 dispositivi a fronte dei 62 dislocati sul territorio.

Dopo 34 anni, «si è dunque messo fine al caos delle multe da rilevamento automatico grazie all’individuazione di criteri univoci per tutti i dispositivi utilizzati».

L'articolo Spenti in Campania sette dispositivi autovelox proviene da Le Cronache.

Le domande che faremmo a Vannacci per uscire dalla sua propaganda

Si assiste a un curioso comportamento da parte dei media nei confronti di Roberto Vannacci. Nei talk televisivi è quasi sempre uno scontro numericamente sbilanciato: uno contro due, o anche tre; l’altra sera, a In Onda, su La7, erano addirittura in quattro a dialogare con lui: i conduttori Marianna Aprile e Luca Telese oltre ai giornalisti Antonio Polito e Sara Menafra. Invariabilmente, da tutti questi confronti, il generalissimo esce vincente: come mai? Vincente per modo di dire: le banalità, gli errori (ha il vizio di citare sempre Marx e Gramsci e si sente che li ha orecchiati più che studiati), le approssimazioni e le semplificazioni non convincono chi le sa riconoscere.

Incanta solo chi scambia l’assertività con cui parla per competenza

Vannacci ha quella parlantina, quel metodo jukebox che sembra ti dia le risposte dopo aver inserito la moneta, che incanta chi scambia l’assertività con cui parla per competenza. L’unico competente, in effetti, appare lui perché i suoi interlocutori non si discostano dai “suoi” argomenti, che lui maneggia evidentemente con sicurezza, e le domande che gli fanno vertono invariabilmente su remigrazione, gender, negazione del femminicidio, sui suoi cavalli di battaglia insomma, che lo proteggono in una comfort zone dove lui sembra non vacillare mai, mentre i giornalisti che lo interrogano appaiono confusi.

Le domande che faremmo a Vannacci per uscire dalla sua propaganda
Roberto Vannacci, leader di Futuro nazionale (foto Ansa).

L’errore dei giornalisti: assecondarlo nelle sue ossessioni

Ormai sappiamo a memoria come la pensa il generale su quei temi e sappiamo anche che, nei faccia a faccia, chi gli pone domande ci tiene a far sapere che non approva il suo pensiero. Marianna Aprile ha aperto la lista chiedendogli: «Perché non chiama direttamente deportazione la remigrazione?». Una domanda prevenuta e sbagliata, servita su un piatto d’argento al generale che, naturalmente, aveva la risposta pronta. Eppure ce ne sarebbero di domande che potrebbero metterlo in crisi. Se solo i giornalisti si decidessero a non assecondarlo nelle sue ossessioni, per dimostrargli che sbaglia. Non sarebbe meglio smettere di giocare in casa sua?

Si potrebbe evitare, per esempio, di chiedergli cosa pensa dei clandestini e domandargli invece in che modo interessano a chi ha un mutuo da pagare i rimpatri che a lui stanno tanto a cuore; se l’emergenza è la remigrazione, come influisce questa sugli otto mesi in media che un cittadino deve attendere per una visita specialistica? Un’altra domanda potrebbe essere: va bene che l’omosessualità la spaventa, ma cosa farebbe per risolvere i problemi di chi ha un potere d’acquisto dimezzato rispetto a cinque anni fa?

Le domande che faremmo a Vannacci per uscire dalla sua propaganda
Roberto Vannacci nel corso di un evento in Comune a Pescara (foto Ansa).

Lei dice che vuole chiudere i centri sociali che sono covi di sovversivi, come pensa di affrontare il problema della sicurezza nelle città, con la destra – lo abbiamo visto in quattro anni di governo Meloni – che non sa che pesci pigliare e non ha fatto nulla? Lei ha fatto carriera nello Stato, pensione garantita: è favorevole a tagliare la spesa pubblica, a partire dallo stipendio dei generali?

Le domande che faremmo a Vannacci per uscire dalla sua propaganda
L’eurodeputato e presidente di Futuro nazionale, Roberto Vannacci, in bicicletta a Sanremo (foto Ansa).

Parlateci dei ragazzi italiani che emigrano

I ragazzi italiani emigrano più di quanti clandestini arrivano: cosa farebbe per farli restare? Ok, la preoccupa l’educazione all’affettività nelle scuole, lo abbiamo capito, ma non sappiamo invece cosa farebbe per gli asili nido, che coprono un bambino su tre. I neri, ha tenuto a farci sapere, hanno la pelle come la nostra, li ha toccati quando viaggiava in metropolitana a Parigi, ma ci dica, generale Vannacci: qual è il suo programma per aumentare i salari degli italiani? Le sue battaglie culturali per praticare lo sport, per negare il termine “femminicidio” abbassano i prezzi del carrello della spesa?

Ha voluto specificare di non essere «un ragioniere»: facile così…

E così via, ce ne sarebbero altre cento. Vannacci vive di significanti, direbbe Jacques Lacan. Remigrazione, gender, sovversivi: parole che accendono, ma che, purtroppo, non pagano mutui e bollette. Se qualcuno gli facesse finalmente le domande giuste lo sposterebbe dal significante al significato, dai simboli ai numeri. È lì che il generale – che ha voluto specificare con puntiglio di non essere «un ragioniere», ma uno che dà un semplice «indirizzo politico» – cadrebbe miseramente. Smettendo finalmente di recitare le sue filastrocche imparate a memoria.

Universo Beach, dopo la chiusura i vigili “sgomberano” la spiaggia

Dopo l’ordinanza di chiusura disposta dal Comune di Salerno, sulla spiaggia di “Universo Beach” sono arrivati i controlli della Polizia Municipale. Gli agenti, agli ordini del comandante Rosario Battipaglia, intorno a mezzogiorno sono intervenuti sul tratto antistante Lungomare Marconi, invitando i bagnanti ad allontanarsi per via delle nuove disposizioni comunali. Nelle scorse ore, infatti, il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca ha disposto la chiusura della spiaggia per 60 giorni, a causa della contaminazione fecale emersa dai rilievi dell’Arpac.

Ieri sera gli ingressi all’arenile sono stati sbarrati con blocchi di cemento ma questa mattina decine di persone hanno comunque raggiunto la spiaggia per fronteggiare il caldo torrido e trascorrere qualche ora di relax. Una situazione che, come previsto dall’ordinanza, ha reso necessario l’intervento della Polizia Municipale che ha “sgomberato” la spiaggia, invitando tutti ad allontanarsi per ottemperare al provvedimento emanato da Palazzo Guerra.

L'articolo Universo Beach, dopo la chiusura i vigili “sgomberano” la spiaggia proviene da Le Cronache.

Piazza Casalbore, anziana spinta a terra: cittadini fermano lo scippatore

Attimi di paura questa mattina in Piazza Casalbore, a Salerno, dove un’anziana è rimasta coinvolta in un tentato scippo mentre attendeva l’arrivo dell’autobus. Secondo una prima ricostruzione, la donna sarebbe stata avvicinata da un uomo arrivato a bordo di un’autovettura che avrebbe tentato di impossessarsi della sua borsa.

 

Nel corso della colluttazione l’anziana è caduta a terra, ma fortunatamente non avrebbe riportato gravi conseguenze. Le urla della vittima hanno richiamato l’attenzione delle numerose persone presenti nella piazza. Alcuni cittadini sono intervenuti immediatamente riuscendo a bloccare il presunto autore del tentato scippo e a impedirne la fuga in attesa dell’arrivo delle forze dell’ordine.

L'articolo Piazza Casalbore, anziana spinta a terra: cittadini fermano lo scippatore proviene da Le Cronache.

Il limite di Odissea? Il Nolan narratore vuole vincere sul Nolan regista

Tanto tuonò, che piovve. Dopo mesi e mesi di articoli, notifiche, servizi, podcast, video, post, e quant’altro l’universo comunicativo metta a disposizione, l’Odissea di Christopher Nolan è finalmente approdata sugli schermi. Esaminare un’opera di Nolan significa verificare lo stato di salute del cinema contemporaneo, in chiave di spettacolo di massa, coniugato con quegli approfondimenti artistici e culturali che lo spettacolo stesso permette.

Circe perde la fascinazione sensuale della tradizione

Già Via col vento, si dirà, era tutto ciò. Con una differenza. Allora, gli approfondimenti facevano tutt’uno con lo spettacolo, adesso risultano un po’ come incistati al suo interno. Che il film di David O. Selznick, il produttore che lo volle a tutti i costi, fosse l’allegoria degli archetipi ancestrali, ossia Terra (la Rossella di Tara), Aria (Red Butler, che va e viene), Fuoco (la Storia, ovvero la distruzione e la guerra) e Acqua (assente, visto che la figlioletta della coppia muore), ebbene tutto ciò era integrato a misura di racconto e spettacolo, senza evidenziatori che ne sottolineassero sensibilmente la presenza. Oggi, non è più così. Si veda la sequenza della maga Circe. Nolan esclude per il personaggio ogni fascinazione sensuale, come era invece nella tradizione, dalla Silvana Mangano nell’Ulisse di Camerini alla Juliette Mayniel nella versione televisiva di Franco Rossi. Lo spettatore si trova di fronte l’ottima Samantha Morton, che però una ragazza seduta poco distante da me liquida subito come «strega del mare» (chissà!?).

Il limite di Odissea? Il Nolan narratore vuole vincere sul Nolan regista
Il limite di Odissea? Il Nolan narratore vuole vincere sul Nolan regista
Il limite di Odissea? Il Nolan narratore vuole vincere sul Nolan regista
Il limite di Odissea? Il Nolan narratore vuole vincere sul Nolan regista

La maga diventa la vendicatrice di tutti i femminicidi

Nolan inserisce così sul mito una scheggia aliena: Circe non è più bella e non seduce nessuno. Detto questo, si tratta di trasformare comunque i compagni di Ulisse in maiali. E qui si capisce l’intervento di Nolan sul personaggio. Con un’idea a suo modo formidabile, il sortilegio non avviene, come prevedibile, per via di incantesimo, anche perché una didascalia a inizio film aveva avvertito lo spettatore che ci troviamo in un’epoca in cui la magia era una dimensione soltanto “apparente”. La mutazione accade invece attraverso un’intensa e violenta manipolazione di Circe sui corpi dei marinai. Come il vasaio dà forma al manufatto modellandolo con le dita, così fa Circe sui volti dei malcapitati, che sotto la pressione manuale della maga da umani si deformano in porci. Come ha ampiamente dimostrato Marcel Mauss, la magia è in fondo una pratica artistica, tesa alla trasformazione del mondo secondo i propri desideri. In quanto magia, apparente, e come tecnica, invece, attiva e capace. Se fosse soltanto così, la scheggia incistata, Circe poco maga e molto “artigiana”, sarebbe una goccia di invenzione erudita all’interno del grande contenitore hollywoodiano. Ma Nolan, prima che cineasta, è un narratore: Circe, che plasma gli uomini in maiali, con volto e parole di rabbia, sotto la lente artistica di Nolan, diventa un personaggio da romanzo contemporaneo. In breve, riducendo i maschi a porci, Circe è la vendicatrice di tutti i femminicidi che appaiono sugli organi di informazione di oggi. In Via col vento, non troveremmo mai una attualizzazione così violenta

Il limite di Odissea? Il Nolan narratore vuole vincere sul Nolan regista
Il limite di Odissea? Il Nolan narratore vuole vincere sul Nolan regista
Il limite di Odissea? Il Nolan narratore vuole vincere sul Nolan regista
Il limite di Odissea? Il Nolan narratore vuole vincere sul Nolan regista
Il limite di Odissea? Il Nolan narratore vuole vincere sul Nolan regista
Il limite di Odissea? Il Nolan narratore vuole vincere sul Nolan regista
Il limite di Odissea? Il Nolan narratore vuole vincere sul Nolan regista

Se Nolan narratore prevale sul Nolan regista

Mi sono dilungato su tale aspetto, perché ritengo che qui risieda la questione, estetica e artistica, riguardo l’opera di Christopher Nolan: in Nolan, il narratore e il cineasta, talvolta, forse sovente, tentano di prevalere l’uno sull’altro. È il cruccio di parecchio cinema contemporaneo. Quentin Tarantino, consapevole della cosa, ne fa persino l’oggetto privilegiato dello spettacolo. Nei film di Tarantino, infatti, l‘inserto narrativo non si annida sulla scena ma la ruba. La mia impressione è che Nolan si senta innanzitutto un narratore, ossia uno sceneggiatore, il quale, consapevole di questo, invece di accettare la cosa, tenta di scommettere sempre di più sui portenti più che narrativi della regia. Accade così che l’episodio di Polifemo risulti tutto sommato inguardabile: incapace di inserire schegge narrative fresche in un modello di partenza così noto e assodato, Nolan finisce col fare del Ciclope una mummia ambulante, che sbuffa e grugnisce, opzione che costringe infine a cancellare dallo schermo il succo dell’episodio, ossia il gioco sul nome Odisseo/Nessuno. Privo di schegge narrative influenti, nella grotta di Polifemo, Nolan non si dà pace, e si incaponisce a conficcare nella sequenza comunque un innesto, che altro non può essere però che una risoluzione di pura messa in scena. Da qui la scelta, come vuole la propaganda sul film, di realizzare Polifemo senza l’ausilio degli effetti digitali, fuori dalle virtù della computer grafica. Il gigante allora si mostra simile a un pupazzone caracollante, che entra e esce dal buio, scoprendosi solo per pochi secondi, a eccezione ovviamente di quando è sdraiato, momenti in cui l’occhio del pubblico è in grado di scrutarne con agio maggiore le fattezze.

Il limite di Odissea? Il Nolan narratore vuole vincere sul Nolan regista
Christopher Nolan (Ansa).

Odisseo, come Oppenheimer, è un personaggio tormentato da se stesso

Qui, proprio qui, si innesca, mi si conceda l’espressione, l’ideologia estetica di tutto il film. Mi riferisco alla narrazione riguardante le cineprese IMAX. Parte non secondaria della promozione di The Odissey si è concentrata sull’evento per cui tutto è stato filmato in pellicola, e tutto in formato IMAX, anche i primi piani e i dialoghi intimi, cosa finora preclusa a causa dell’eccessivo rumore prodotto da questo tipo di macchina. La questione dei primi piani e dei dialoghi intimi è meno accessoria di quanto sembri. Nolan, nelle interviste, cita volentieri le proprie references, ossia i film proiettati alla troupe prima dell’inizio delle riprese. Tra questi, c’è Lawrence d’Arabia, non a caso il film riconosciuto come il primo “kolossal epico intimo“, finalizzato non solo alla messa in mostra di un succoso spettacolo, ma a fare anche, se non soprattutto, della psiche dolente del protagonista, il vero e grande spettacolo. L’Odisseo di Nolan, come già fu Oppenheimer, è infatti prima di tutto un personaggio tormentato, da se stesso, e persino dalla consapevolezza della fine di una civiltà: storicamente, quella del bronzo (XIII-XII secolo a.C.), ma sul piano del romanzo contemporaneo, manco a dirlo, la nostra. Gran parte delle recensioni, quelle “giuste”, ossia ponderate e misurate, hanno sottolineato più che favorevolmente un simile aspetto. 

Il limite di Odissea? Il Nolan narratore vuole vincere sul Nolan regista
Matt Damon-Odisseo (dal trailer).

C’è modo e modo di attualizzare il passato

Mi permetto una considerazione in e di chiusura. Avendo qualche esperienza, per occasioni di lavoro, delle giovani generazioni e di ciò che pensano e sentono, ho il dubbio, se non la certezza, che ai ragazzi e ragazze delle cineprese IMAX e di Ulisse, pardon Odisseo, quale testimonial della fine della civiltà, non importi poi molto. Posso sbagliare. Anzi, mi sbaglio certamente. Però è anche vero che c’è modo e modo di raccontare il passato parlando anche del presente. Rivedere a tale proposito Sentieri selvaggi (John Ford, 1956) e Quella sporca dozzina (Robert Aldrich, 1967) per rendersene conto. Un western e un film di guerra i quali, anche se non ho intercettato references al riguardo, sono certo che Christopher Nolan abbia avuto, e giustamente, molto, ma molto presenti. 

Il limite di Odissea? Il Nolan narratore vuole vincere sul Nolan regista
Il regista britannico Christopher Nolan (Getty Images).

Mentre uscivamo dal cinema, la ragazza di prima chiedeva: «Ma perché gli dei sono stati come cancellati dal racconto?». «Una forma estrema di attualizzazione», avrei voluto rispondere: come la maga Circe è una abile vasaia, gli dei sono proiezioni umane, agili tecniche di sopravvivenza. Ma se la ragazza insiste a chiedere, delle due l’una: o poco capisce, oppure, in effetti, il Nolan sceneggiatore e il Nolan cineasta dovrebbero infine trovare un compromesso.

LEGGI ANCHE: Il mito di Ulisse al cinema, da Kubrick a Uberto Pasolini fino al progetto di Nolan

Foce Irno. Dove sta l’imbroglio e la truffa ai salernitani

Spieghiamo meglio ai salernitani il meccanismo del più grave scandalo che abbia colpito il Comune di Salerno. E’ il 1995. La Italcementi vende al Comune il suolo del dismesso Cementificio che sta nel cuore della città. E’ un suolo pregiatissimo, che farebbe gola a tutti i costruttori. Ma c’è l’articolo 8 della legge dello Stato 28-10-1986 n°730, che disciplina (e giustamente) le modalità di alienazione delle fabbriche dismesse. Lo Stato vuole evitare che la delocalizzazione dei pregiatissimi suoli delle aree industriali ormai chiuse divenga occasione, per i Comuni del Sud colpiti dal terremoto e spesso afflitti dagli affari sporchi di Mafia e Camorra con agganci anche nella cosa pubblica, di speculazioni edilizie a danno ei cittadini. Lo stato insomma vuole che i soldi che ci rimette per finanziare le industrie che decidono di abbandonare la vecchia sede, e ammodernare gli impianti nel nuovo sito, non vengano spesi invano, ma servano a migliorare la qualità abitativa di città e paesi che beneficeranno di questa opportunità per fare migliori le stesse città e paesi. Per tale motivo l’art. 8 della legge 730 del 1986 è lapidario. “La destinazione delle aree di sedime degli stabilimenti ammessi alla delocalizzazione ai sensi della legge 14 maggio 1981 n°219 (è la famosa legge sul terremoto dell’Irpinia, e la Italcementi è tra le aziende ammesse) è regolata da convenzione da stipularsi con il Comune ed è vincolata a soddisfare esigenze produttive, sociali e pubbliche”. Dunque, quei suoli sono gravati da un onere reale, cioè, per dirla col linguaggio dei giuristi, una obbligazione “propter rem” che insiste sul suolo per sempre, come se fosse una servitù di passaggio, per fare un esempio. Ma è un “onere reale” sulla cosa, sul suolo, che necessita però, per essere eterno e trasmissibile con la proprietà dei suoli, di una cosiddetta “tipicità” (Cassazione Civile insegna), ossia deve essere previsto dalla legge per entrare nella categoria dei cosiddetti “diritti reali” (ad esempio, oltre la proprietà, anche le varie categorie di servitù). Con queste premesse legislative dello Stato, si va a comprare l’enorme suolo dell’ex Cementificio. Il Comune di Salerno, guidato da De Luca, per ottemperare alle condizioni poste dalla legge 730/86, prima di procedere all’acquisto, destina l’area dove oggi c’è il Grand Hotel a zona produttiva (ma non vende il suolo, perché si riserva la proprietà del suolo e concede il diritto di superficie al Grand Hotel per 60 anni). E così soddisfa una esigenza produttiva, come dice l’art. 8 L. 730/86. Ma soddisfa anche, su parte del suolo, (e precisamente su quello interessato oggi dalla vendita per fare l’albergo di Chechile) le esigenze pubbliche e sociali indicate dall’art. 8 L. 730/86. Il Comune, su questo suolo, indica come destinazione urbanistica quella di “parcheggio e verde pubblico”. La cosa è confermata dalla recente intervista, su queste colonne, dell’allora (nel 1995) Assessore all’Urbanistica Fausto Martino, che dovrebbe essere interrogato subito quando la Procura troverà le denunzie dei duecento cittadini e della minoranza del Consiglio Comunale (Ma che ci vuole?) Fatta la destinazione urbanistica voluta dalla legge, finalmente il Comune compra per 500 milioni di lire di allora tutta l’area, che sul mercato libero, se no, sarebbe stata venduta a parecchi miliardi di lire di quegli anni. Nel contratto le parti si obbligano a rispettare la destinazione urbanistica indicata al notaio come “condizione essenziale” della vendita. Basta! Il contratto cristallizza per sempre la situazione che c’è al momento della sottoscrizione del rogito. Il prezzo modestissimo della vendita (500 milioni di lire, trecentomila euro di oggi) si spiega proprio con la non commerciabilità speculativa futura del parcheggio e verde pubblico. Chi ci rimette la differenza di valore del suolo è lo Stato, che avrebbe potuto defalcare il valore reale del suolo (di diversi miliardi di allora) dal contributo dato a Italcementi, a cui versa invece un contributo intero di 27 miliardi meno i 500 milioni pagati dal Comune. Ma poi cosa accade? Nel 2013 il Comune furbamente (ma i furbi non sempre sono intelligenti come credono di essere) cambia la destinazione urbanistica del parcheggio in quello di area produttiva. Può farlo? NO, assolutamente. Un atto amministrativo non può annullare un “onere reale” stabilito con legge dello Stato. L’onere reale è ancora vivente, e per sempre, su quel suolo. Ma i furbi del Comune pensano di passarla liscia, perché comunque le finalità produttive create sull’area ex novo sono previste comunque dall’art. 8 L. 730/86. Ma il contratto non lo prevede, altrimenti il prezzo di acquisto dell’area sarebbe stato superiore di gran lunga. Il prezzo ridicolo (sul mercato immobiliare) è stato minimo proprio perché, in caso di vendita dell’area (peraltro non prevista nel contratto) la destinazione di quel parcheggio doveva rimanere tale, con verde pubblico pure. Cioè comunque di poco interesse economico per gli eventuali acquirenti. Ed ecco perché l’atto notarile del 12 marzo 2024 contiene le false attestazioni al Notaio, di Chechile Caterina e del delegato del Comune, che l’area del costruendo albergo è priva di vincoli e oneri (per la verità il notaio poteva facilmente approfondire la cosa, visto che aveva davanti il contratto del 1995 di acquisto dell’area. E’ un controllo che fanno tutti i notai). L’area così si vende, in due lotti successivi, per 12 milioni di euro. Abbiamo visto negli articoli dei giorni precedenti il gioco di scatole cinesi che hanno poi visto, in pochissimo tempo, Marinelli Luca diventare il reale acquirente del primo lotto e il reale controllore della società Hotel Salerno s.r.l. acquirente ufficiale di due lotti. Una delle due imprese è colpita da interdittiva antimafia definitiva. E’ una vicenda inquietante. Si ricordi che sull’area dell’ex Cementificio dove c’è il Grand Hotel Salerno la proprietà del suolo è ancora del Comune di Salerno. Ma perché allora l’area del parcheggio che c’era è stata venduta a terzi? E’ una manovra che parte da lontano, con intenti speculativi eteroguidati. Certo è che proprio in questi giorni il neo-Sindaco Vincenzo De Luca ha annunciato, tra gli squilli di tromba, che dieci grandi gruppi alberghieri scalpitano per costruire alberghi stile Montecarlo a Salerno. Queste grandi catene hanno capitali immensi per speculare sui posti più ghiotti. E al centro di Salerno, dove c’è il Grand Hotel indebitato che De Luca vuole chiudere, un nuovo immenso albergo non avrà rivali. Possiamo ipotizzare che, forse, Marinelli non metterà un mattone su, e che potrebbe vendere a una di queste catene? E così un suolo pagato 12 milioni di euro si venderà almeno al triplo, con un affare strabiliante?

L'articolo Foce Irno. Dove sta l’imbroglio e la truffa ai salernitani proviene da Le Cronache.

Riccardo Muti alla guida del futuro

Olga Chieffi

“Cavallo giovane, cavaliere esperto” recita un vecchio adagio appartenente agli uomini di cavalli, detti antichi che raramente tradiscono. Stasera, infatti, alle ore 21, le luci si accenderanno su Riccardo Muti e sull’ l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, da lui stesso fondata che ospiterà a leggio le eccellenze dei Conservatori di Salerno, Napoli, Avellino e Benevento, nell’anfiteatro di Pompei, in cui prende vita il progetto di affidare la grande tradizione musicale del Paese alle nuove generazioni e inserirla in spazi che ne rappresentano in modo emblematico l’identità. Il programma musicale riflette pienamente questo percorso. Riccardo Muti ha scelto, infatti, di portare fuori dai teatri il grande repertorio sinfonico-operistico italiano: Giuseppe Verdi apre e chiude idealmente i concerti con le ouverture dal Nabucco e dalla Forza del destino. Al centro si collocano gli Intermezzi da Manon Lescaut di Giacomo Puccini, da Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e da Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, affiancati dall’Ouverture del Guglielmo Tell di Gioachino Rossini e da Contemplazione di Alfredo Catalani, insieme alla suite dal Gattopardo di Nino Rota. «Il mio invito è rivolto all’Italia più bella, perché riempia i suoi luoghi storici e li viva attraverso la cultura», afferma Riccardo Muti. «Ho voluto che i musicisti della mia Orchestra Giovanile Luigi Cherubini lavorassero fianco a fianco con gli studenti dei Conservatori, senza distinzioni, perché la musica si impara soprattutto condividendo. Suonare insieme significa ascoltarsi, rispettarsi, assumersi una responsabilità comune. Abbiamo scelto pagine di compositori chehanno dato all’Italia una voce riconoscibile nel mondo. Verdi, Puccini, Rossini, Mascagni, Leoncavallo, Rota, Catalani non sono soltanto grandi nomi della nostra storia musicale: sono parte di una civiltà che ha saputo esprimere bellezza, pensiero e profondità. Questa musica ci ricorda che l’Italia ha avuto, e può continuare ad avere, un ruolo fondamentale nella costruzione di una coscienza culturale condivisa. La cultura non deve essere riservata a pochi, ma appartiene a tutti. I giovani sono i primi depositari di questo patrimonio e hanno il compito di custodirlo con serietà e passione. Credere nella musica, oggi, significa credere nel futuro del nostro Paese». La serata verrà inaugurata con l’Ouverture del Nabucco di Giuseppe Verdi Sarà la sinfonia del Nabucco a inaugurare la serata. E’ questa una sinfonia alla tedesca, enuclea, cioè, i temi dell’opera che il compositore ha ritenuto più efficaci nel tessuto del racconto: la maledizione a Ismaele, la melodia del “Va’ pensiero”, il finale del primo atto e una citazione scopertamente donizettiana. Seguirà Contemplazione di Alfredo Catalani, maturo e originale è un notturno orchestrale del quale sono assoluti protagonisti i violini a cui è affidato un tema di carattere lirico definito come una melodia lunga lunga lunga di quelle che per l’amplissimo respiro Verdi elogiava caldamente nel Bellini. Dopo una sezione centrale di carattere leggermente contrastante i violini riprendono il tema iniziale disegnando, alla fine del brano, un episodio di pura estasi. Riccardo Muti, poi, donerà la sua interpretazione dell’Intermezzo della Manon Lescaut, che tristaneggia senza rossore e che nell’ultima pagina contiene una citazione quasi letterale del celebre “Isolde, Liebe”, nonché nel gusto delle armonie e nell’impasto dei suoni e dei timbri, segno che il Tristan und Isolde e il Die Meistersinger von Nürnberg non erano stati studiati superficialmente dall’allievo di Bazzini. Un passo indietro con l’ouverture dal Guillame Tell di Gioachino Rossini, che si sviluppa in quattro movimenti, strettamente uniti tra loro da una coerente logica narrativa. Il primo tempo, Andante, racconta la penosa situazione degli oppressi. La melodia, cantata con voce quasi umana dal violoncello, fa vibrare un anelito sconsolato a una vita migliore. Il secondo movimento, Allegro, descrive un violento temporale alpino. Nel terzo movimento, Andante, le melodie pastorali illustrano la quieta pace degli alpeggi. Rossini qui si è ispirato ai canti dei mandriani, Ranze del Vaches, intonati dalle cornamuse, affidando una suadente melodia all’oboe, finchè una squillante fanfara introduce la parte finale della Sinfonia, con l’attacco dell’irruento Allegro vivace, che ci travolgerà con il suo Galop irrefrenabile, impetuoso e liberatorio. Il nome di Nino Rota è universalmente legato alla ricchissima produzione di musica da film, che lo ha reso uno dei più popolari ed amati compositori italiani del nostro secolo. Oltre centoquaranta le pellicole delle quali Rota ha firmato la colonna sonora. Meno conosciuta, invece la produzione non filmica del compositore milanese, peraltro assai vasta ed estremamente variegata dal punto di vista dei generi, dal balletto alla musica sacra, dall’opera teatrale, alla letteratura cameristica, dai pezzi facili per l’infanzia alla produzione di musica sinfonica o per strumento solista e orchestra. Da quando il cinema è divenuto sonoro, dal 1927, la questione dei rapporti, o meglio delle interrelazioni con la musica, sia come “supporto” delle immagini, sia come elemento di congiunzione semantica delle immagini stesse, montate tra di loro secondo determinati percorsi drammaturgici e narrativi, ha costituito uno dei temi ricorrenti della produzione e della realizzazione dei film, e più ancora della loro fruizione da parte del pubblico, soprattutto sul piano pratico, ma anche, a volte su quello teorico. Nino Rota è uno dei massimi rappresentanti e tra i più amati compositori per musica da film, tanto che nel 1999 Mario Monicelli gli ha reso omaggio con un documentario, “L’amico magico: il maestro Nino Rota”. La sua produzione pianistica, cameristica, sinfonica si fece apprezzare per il delicato fluire musicale, talvolta ingiustamente scambiato per semplicismo, lontano da ogni vezzo avanguardistico, ma nemmeno inconsapevole della lezione novecentesca di Igor Stravinskij, Erik Satie e Kurt Weill. Nino Rota trasferì queste stesse ragioni estetiche nel cinema con una prolificità sorprendente (compose oltre centocinquanta colonne sonore) e risultati mai corrivi, bensì, al contrario, sospesi in un’aerea grazia, che divenne l’ inconfondibile cifra rotiana. Ascolteremo, una suite da Il Gattopardo, di Luchino Visconti meraviglia cinematografica da ogni punto di vista, datato 1963. Il regista per questa pellicola chiese una sinfonia originale che contenesse i temi principali del film. Alla fine, scelta cadde su vecchie composizioni del musicista, che raccontando diversi momenti della storia ne rimarcavano l’atmosfera e lo spessore delle immagini. Ma chi può dimenticare la scena del valzer? Seguirà l’Intermezzo di Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni, con i diversi movimenti dei temi contrastanti, i modi arcaici evocativi delle melodie, i temperamenti offerti dallo scivolìo cromatico, i colori chiari della natura, rispecchianti quelli della fatalità amorosa e gli oscuri pugni dei bassi che muovono il sangue, una pagina, questa, che si espande rinforzando, ondeggiando, come il vento e gli stessi sentimenti umani, che fluttuano per i loro ciechi labirinti. Si completa il celebre dittico con l’Intermezzo di Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, che riprende i temi melodici del Prologo dell’opera. Arriva subito dopo la celebre aria “Vesti la giubba” (Ridi, pagliaccio), una pagina che separa nettamente la scoperta del tradimento dalla messa in scena della farsa teatrale che si trasformerà in tragedia reale. Finale con il ritorno a Verdi e la sua opera innominabile, la sinfonia de’ “La forza del destino”, caratterizzata dai suoi tre accordi iniziali, secchi, che ribadiscono la tonica, simbolo del destino funesto che si abbatterà su Leonora, il tema sinistro e inquieto della maledizione, intrecciato con la melodia del duetto tenore-baritono dell’ultimo atto, sino alla conclusione non drammatica, con il tema di Leonora riproposto nel contesto di una scrittura orchestrale brillante.

L'articolo Riccardo Muti alla guida del futuro proviene da Le Cronache.

Calcio, università: la Spagna vince il “Mondiale” di Salerno

C’è stato un angolo di mondo, nelle ultime settimane a Salerno, dove la passione per il calcio ha saputo abbattere le barriere dei singoli dipartimenti universitari, unendo studenti di ogni facoltà sotto le bandiere delle nazionali più prestigiose. Tra i fari del campo Eden, l’entusiasmo giovanile ha trasformato un semplice torneo amatoriale in un vero e proprio campionato del mondo in miniatura, capace di catalizzare l’attenzione e il tifo della comunità studentesca salernitana. Alla fine a sollevare il trofeo è stata la Spagna, regina assoluta di un’avventura nata quasi per gioco dall’intuizione di due giovani universitari, Luigi Palladino e Luigi Maria Russo. A rendere la competizione ancora più avvincente e imprevedibile è stata una speciale regola introdotta dagli organizzatori: la presenza sul terreno di gioco dello “Star Player”, un giocatore designato per squadra le cui marcature sul tabellino valevano doppio. Un fattore tattico decisivo che ha regalato colpi di scena continui e ribaltamenti di fronte fino all’ultimo minuto.Il verdetto del campo si è espresso in modo spettacolare. La Spagna ha conquistato il gradino più alto del podio dominando l’atto conclusivo con un netto e travolgente 10 a 3 in finale, dopo aver superato in precedenza il Brasile in semifinale. Medaglia di bronzo per la Francia, che è riuscita a imporsi nella finalina contro un sorprendente Senegal, quarto classificato. Meno fortunato, invece, il percorso di Inghilterra e Olanda, le cui speranze di gloria si sono spente già nella fase a girone unico, ma che hanno comunque contribuito a rendere memorabile lo spirito della competizione. Dietro il successo dell’evento c’è la firma di Luigi Palladino, co-organizzatore e giocatore del Brasile, che ha commentato così l’iniziativa: “Vedere così tanti ragazzi di facoltà diverse ritrovarsi ogni settimana con questo spirito è la nostra vittoria più grande. Volevamo creare un momento di vera aggregazione dopo le ore passate sui libri, e l’energia che si è respirata sul campo Eden è andata oltre ogni nostra aspettativa. La regola dello ‘Star Player’ ha aggiunto quel pizzico di pepe e divertimento in più che ha reso ogni partita unica: il calcio, per noi, è stato il pretesto perfetto per fare comunità”, ha detto. Un entusiasmo condiviso da Luigi Maria Russo, l’altro motore del torneo e tra i protagonisti della Francia: “Organizzare questo nostro campionato del mondo che abbiamo chiamato “Virgin League” è stata una sfida, ma la risposta dei ragazzi è stata straordinaria. Non si è trattato solo di vincere o perdere, ma di condividere una passione. Complimenti alla Spagna per la vittoria, ma un grazie immenso va a tutti i partecipanti che hanno messo in campo correttezza, divertimento e tanto sano agonismo”. I protagonisti delle fasi finali SPAGNA: Antonio Elefante, Carlo Lamanna, Carmine Santoro, Fabio Mazza, Francesco Pio Sessa, Gianmarco Lezzi, Giacomo D’Agostino, Niccolò Pisapia BRASILE: Angelo D’Angeli, Antonio Daniele, Antonio Fantini, Emmanuel Romano, Giuseppe Rulli, Maurizio De Liguoro, Francesco Tedesco, Luigi Palladino FRANCIA: Paolo Ciliberti, Andrea Criscuolo, Pietro Giacinto, Davide Martelli, Luigi Maria Russo, Alessandro Bello, Marcello Pinto, Salvatore Tedesco SENEGAL: Domenico Amato, Simone Della Rocca, Matteo Della Rocca, Massimiliano Cinquanta, Vittorio Avella, Claudio Santoriello, Michele Oliva, Davide Plaitano

L'articolo Calcio, università: la Spagna vince il “Mondiale” di Salerno proviene da Le Cronache.

Perché il turismo da solo non salva i borghi italiani dallo spopolamento

Lascio tutto e mi trasferisco sull’Appennino. La nuova vita dei borghi abbandonati. Boom di presenze nei piccoli centri. È il ritornello che da qualche anno popola social, giornali e trasmissioni tv. Eppure mentre il numero di visitatori nei borghi italiani cresce, lo spopolamento non si arresta. Davanti a questa narrazione martellante, fatta di programmi dedicati che spaziano dalla cultura all’enogastronomia, viene così da chiedersi quanto il turismo sia davvero una leva efficace per rivitalizzare i piccoli centri oppure una foglia di fico utile solo a una certa propaganda.

Nel 2025 gli arrivi turistici nei borghi hanno segnato un +7,86 per cento

Per avere un quadro il più possibile realistico del fenomeno meglio partire dai numeri. Secondo ISTAT ed ENIT, nel 2025 gli arrivi turistici nei piccoli comuni sono cresciuti del 7,86 per cento rispetto al 2024, mentre le presenze hanno registrato un incremento del 6,85 per cento. Una tendenza che conferma il crescente interesse verso i borghi, sostenuto anche dalle politiche del ministero del Turismo, che li considera una delle leve strategiche per diversificare l’offerta turistica nazionale. Il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne tratteggia però un quadro molto diverso. Le aree interne, dove vive circa il 22,6 per cento della popolazione italiana, sono ancora afflitte dal declino demografico e oltre l’80 per cento dei comuni che ne fanno parte è destinato a perdere ulteriori residenti nei prossimi anni. Ma perché l’aumento dei visitatori non riesce a tradursi stabilmente in una rinascita stabile dei territori?

Perché il turismo da solo non salva i borghi italiani dallo spopolamento
foto di Unsplash.

Aumentano gli affitti brevi, diminuiscono i servizi essenziali

«I dati sulla crescita del turismo non sono in contraddizione con lo spopolamento. La permanenza media nei piccoli comuni resta inferiore alle tre notti e il fenomeno è fortemente stagionale», spiega a Lettera43 Angelo Di Gregorio, professore di Economia e gestione delle imprese dell’Università di Milano-Bicocca e coordinatore del Piano Strategico del Turismo 2023-2027. Detto in soldoni, «si generano ricavi, ma non nuova residenzialità». La crescita del turismo, dunque, non coincide automaticamente con la crescita di un territorio. Anzi, osserva Di Gregorio, la diffusione degli affitti brevi rischia favorire la gentrificazione rurale. Come in certi quartieri delle metropoli, anche nei piccoli comuni, soprattutto se particolarmente attrattivi dal punto di vista turistico, questo fenomeno contribuisce ad aumentare il valore degli immobili, rendendo più difficile l’accesso alla casa per le fasce di reddito più basse e riducendo ulteriormente le possibilità di insediamento stabile. Mentre la progressiva riduzione dei servizi essenziali – dalle scuole ai trasporti, fino agli sportelli bancari – rende sempre più difficile vivere nei piccoli centri durante tutto l’anno.

Il turismo è una risorsa importante ma da sola non basta

È proprio qui che la narrazione della “rinascita dei borghi” mostra i suoi limiti. Per capire se il turismo possa davvero diventare una leva di sviluppo economico e demografico occorre capire quali condizioni rendono un centro vivibile in grado di arginare lo spopolamento, che è effetto di anni di desertificazione: di servizi, di opportunità di lavoro e di capacità di attrarre nuovi investimenti. Senza dimenticare che un visitatore o un turista mordi e fuggi producono effetti molto diversi sull’economia locale. Secondo Di Gregorio, la permanenza media nei borghi resta inferiore alle tre notti e il fenomeno è ancora fortemente stagionale. Certo, l’ospitalità genera ricavi importanti, ma non è sufficiente a creare nuova residenzialità. Per Di Gregorio il punto centrale è proprio questo: «Lo sviluppo delle attività turistiche non può prescindere da una visione sistemica del settore nel suo complesso». Tradotto in termini economici significa che il turismo produce effetti duraturi soltanto quando riesce a dialogare con il tessuto economico locale. Agricoltura di qualità, produzioni agroalimentari, artigianato, servizi digitali, infrastrutture, formazione professionale e collaborazione tra amministrazioni pubbliche e imprese non rappresentano elementi accessori, ma le condizioni che consentono al valore generato dai visitatori di rimanere sul territorio e trasformarsi in occupazione stabile.

Perché il turismo da solo non salva i borghi italiani dallo spopolamento
Keybox.

Non si vive di solo marketing

Per questo il turismo rientra a pieno titolo nella politica industriale del Paese. «Il turismo deve finalmente essere considerato una vera e propria industria, oggetto di specifiche politiche di investimento, anche in un’ottica di collaborazione pubblico-privato», spiega il professore. Lo stesso ragionamento vale per il fenomeno dei nomadi digitali, esploso durante la pandemia e spesso presentato come la soluzione al declino dei piccoli comuni. Secondo Di Gregorio, non può svilupparsi senza condizioni strutturali adeguate. «Affinché il nomadismo digitale possa assumere una dimensione quantitativamente rilevante non si può prescindere dalla realizzazione delle infrastrutture essenziali, in primo luogo trasporti e digitalizzazione. Anche la complessità burocratica e fiscale limita la capacità di attrarre questo segmento di lavoratori». La scommessa non sta solo nell’attirare più turisti puntando esclusivamente sul marketing, ma in una strategia di sviluppo di ampio respiro.

Tre esempi di modelli virtuosi

Pollica, “capitale” della Dieta mediterranea

Come spiega Di Gregorio, i modelli virtuosi sono accomunati da precise caratteristiche: una governance capace di coordinare amministrazioni, imprese e comunità locali; la presenza di servizi essenziali; una forte identità territoriale e la capacità di creare filiere economiche che coinvolgano agricoltura, artigianato, cultura e innovazione. Uno degli esempi più significativi è Pollica, nel Cilento. Qui il riconoscimento della Dieta Mediterranea come patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO è diventato il fulcro di un modello di sviluppo territoriale. Il turismo alimenta l’agricoltura locale, valorizza le produzioni tipiche e sostiene attività culturali e scientifiche come quelle ospitate nel Castello Capano dal Future Food Institute. L’obiettivo è distribuire valore economico lungo l’intera filiera locale e durante tutto l’anno.

Il turismo esperienziale delle Dolomiti lucane

Un modello diverso e basato sul turismo esperienziale è rappresentato da Castelmezzano e Pietrapertosa nelle Dolomiti Lucane. Il “Volo dell’Angelo”, inaugurato nel 2007, ha trasformato due piccoli comuni della Basilicata in una destinazione conosciuta anche all’estero. Negli anni il progetto è stato ampliato con nuovi investimenti, come la Slittovia delle Dolomiti Lucane. Il fatturato della società pubblica che gestisce le principali attrazioni è cresciuto da circa 290 mila euro nel 2009 a quasi un milione di euro nel 2025. Un investimento pubblico iniziale di circa un milione di euro ha generato, nell’arco di 20 anni, una ricaduta economica stimata tra 10 e 15 milioni di euro, creando decine di posti di lavoro diretti e nell’indotto.

Peccioli, una criticità trasformata in risorsa

Ancora diversa è l’esperienza di Peccioli, in provincia di Pisa, spesso citata come uno dei casi più interessanti di rigenerazione territoriale. Qui il punto di partenza non è stato un patrimonio naturale particolarmente attrattivo, ma la trasformazione di una criticità ambientale in un’opportunità di crescita. Grazie a una gestione oculata della discarica, il Comune ha investito in economia circolare, energie rinnovabili, rigenerazione urbana e arte contemporanea. Oggi oltre 70 installazioni hanno trasformato Peccioli in un museo a cielo aperto. Il turismo può dunque essere un volano, ma bisogna saperlo maneggiare con cura.

Eboli, motoseghe in azione a piazza Carlo Levi

di Antonio Manzo

Non c’è più tempo per il sindaco Mario Conte. Nuova e forse ultima tapa per evitare il commissariamento del comune e le elezioni anticipate. Stasera, dopo che la seduta di ieri sera è saltata, se il sindaco Conte riuscirà a raggiungere i 13 voti per la seduta si salva. Eboli, nella città il sindaco è in bilico, c’è la strada aperta per Attila. Che è pronto, da giovedì mattina, a presidiare alla distruzione di decine di alberi, ma anche da perfetto sceneggiatore a scegliere l’iconica piazzetta dedicata a Carlo Levi pe intestarsi l’arrivo in città. A nulla valgono, le proteste degli abitanti, degli ambientalisti di Legambiente e Europa Verde, del geologo e esperto ambientalista Carlo Moscariello, di sconfortati ma agguerriti cittadini che assistono all’azione delle motoseghe che abbattono decine di alberi. Gli operai della ditta, a due mesi dall’apertura del cantiere, a piazza Carlo Levi sono entrati in azione giovedì mattina ricevendo persino la visita di “cortesia” della polizia municipale. Ma il Comune vorrebbe spiegare il progetto per piazza Carlo Levi convocando il comitato di agitazione presso gli uffici dell’ingegnere Giovanni Cannoniero, dirigente ufficio tecnico comunale, presente anche il sindaco in bilico Mario Conte. Avrebbero chiesto una mediazione. “la politica per il verde o c’è o non esiste” dice Carlo Moscariello, ex assessore. “La mediazione è la rivisitazione dei progetti in atto salvando gli alberi” aggiunge Moscariello. Ma proprio mentre arriva la richiesta per i cittadini, c’è l’onesto post su facebook dell’ex assessore ai lavori pubblici e alla rigenerazione urbana Salvatore Marisei che ammette che proprio per il cantiere di piazza Carlo Levi c’è stato un errore dopo l’altro, “Esprimo un profondo disagio per l’arroganza e la presunzione con cui si sta gestendo il cantiere di piazza Carlo Levi. Ci tengo a chiarire che non ho mai potuto visionare il progetto che ha vinto la gara d’appalto, né in maggioranza, né in Commissione consiliare pur avendone fatta espressa richiesta in più occasioni”. Salvatore Marisei, titolare dello studio Polis Territorio&Sviluppo, è ebolitano e riconosciuto professionalmente in diversi comuni campani per la sua esperienza professionale ( a partire dai Comuni cilentani). Lui ha dato lustro alla compagine in disarmo di Mario Conte e ora dice: “Fa sorridere essere oggetti di attenzioni da parte di chi, per avere dimostrato ampiamente i propri limiti sul campo, per non dire altro, non avrebbe neanche titolo a parlare. Ad Eboli succede anche questo, pur di apparire si nega l’evidenza di risultati concreti che tutti dovrebbero riconoscere con un minimo di onesta intellettuale”. L’amarezza del professionista va contestualizzata alla caduta verticale e ultraventennale della comunità civica, un tempo apprezzata oltre confini. Ma ora è tempo di Attila e Gigione, in concerto, per allietare le serate estive. Almeno c’è Gigione che fa sorridere sprofondando su un palco malmesso, un apprezzato e fantastico reel che è diventato anche metafora della città in declino.

L'articolo Eboli, motoseghe in azione a piazza Carlo Levi proviene da Le Cronache.

Il fronte dopo Fedorov: perché ai soldati ucraini non piace la mossa di Zelensky

Il rimpasto di governo annunciato dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha provocato una serie di proteste da parte dei cittadini. Soprattutto per la decisione di non confermare il 35enne Mykhailo Fedorov nel ruolo di ministro della Difesa. Mentre le piazze delle principali città si riempivano di manifestanti che invocavano a gran voce il reintegro di Fedorov nell’esecutivo, sventolando striscioni e cartelli, al fronte i soldati ucraini continuano a combattere e morire.

Il fronte dopo Fedorov: perché ai soldati ucraini non piace la mossa di Zelensky
Proteste in piazza a Kyiv contro la rimozione di Fedorov (foto Ansa).

«Le questioni politiche ucraine le sento piuttosto lontane»

Un soldato di nazionalità italiana arruolato nell’esercito ucraino racconta a Lettera43: «Un missile KAB russo è caduto a poche centinaia di metri dalla casa dove alloggiamo. I vetri delle finestre sono esplosi. Di notte i droni volano continuamente sopra di noi e ogni mattina controllo che non abbiano sganciato mine nell’area in cui ci troviamo. I soldati che non sono feriti o mutilati sono allo stremo sul piano emotivo e psicologico. Personalmente, le questioni politiche ucraine le sento piuttosto lontane».

Il fronte dopo Fedorov: perché ai soldati ucraini non piace la mossa di Zelensky
Soldati ucraini (foto Ansa).

Il continuo scontro con il capo delle forze armate Syrskyi

In trincea la politica può sembrare un problema secondario, ma i cambiamenti in corso al ministero della Difesa ucraino potrebbero avere un impatto significativo anche sul campo. Il continuo scontro tra Fedorov e il capo delle forze armate ucraine Oleksandr Syrskyi sulla conduzione strategica del conflitto è stato uno dei principali motivi che hanno portato alla sostituzione dell’ex ministro.

Il fronte dopo Fedorov: perché ai soldati ucraini non piace la mossa di Zelensky
Mykhailo Fedorov (foto Ansa).

«Per noi soldati sono essenziali continuità, efficienza e unità»

Mamuka Mamulashvili, comandante della Legione Georgiana, un’unità militare composta da soldati provenienti dalla Georgia e impegnata in Ucraina fin dal 2014, dice a L43: «Non sarebbe appropriato da parte mia fare commenti sulle decisioni del governo riguardo alla politica interna. È normale, soprattutto in tempo di guerra, assistere a continui cambiamenti, anche all’interno dell’esecutivo stesso. Per noi soldati sono però essenziali continuità, efficienza e unità. È fondamentale che l’esercito continui a ricevere tutto ciò di cui necessita per sconfiggere la Russia».

Il fronte dopo Fedorov: perché ai soldati ucraini non piace la mossa di Zelensky
Soldati ucraini sul campo di battaglia (foto Ansa).

Fedorov è stato determinante sulle nuove tecnologie in ambito militare

Al posto di Fedorov, Zelensky ha annunciato l’arrivo, ad interim, di Yevheniy Khmara, il capo del Servizio di sicurezza dell’Ucraina (Sbu), ma la sua nomina deve essere approvata dal parlamento e altri profili sembrano essere in corsa. Chiunque prenderà il timone, Mamulashvili si aspetta continuità sugli attuali obiettivi strategici, ma uno stile di gestione diverso. «Fedorov ha contribuito tantissimo all’utilizzo di nuove tecnologie in ambito militare, in particolare droni e sistemi digitali. Ha lavorato per ristrutturare il ministero della Difesa sulla base di principi più moderni e in linea con quelli adottati dalla Nato. Queste priorità riflettono le necessità strategiche dell’Ucraina e non credo verranno messe da parte».

Il fronte dopo Fedorov: perché ai soldati ucraini non piace la mossa di Zelensky
Yevheniy Khmara (foto Ansa).

Il comandante della Legione Georgiana ritiene che il nuovo ministro non apporterà sostanziali modifiche al programma già adottato da Fedorov, ma si rivelerà un amministratore più tradizionale, concentrandosi sul rafforzamento della disciplina, l’allineamento con la leadership militare ucraina e la stabilità istituzionale. «Cercherà probabilmente di migliorare il rapporto di cooperazione tra il ministero e il comando delle forze armate. Il piano di riforme promosso da Fedorov rischia di subire un rallentamento, in quanto ora potrebbe essere scelto un approccio più cauto per tentare di costruire una relazione stabile con l’esercito».

Una visione innovatrice incompatibile con quella dei comandanti

I cattivi rapporti tra Fedorov e i vertici delle forze armate avrebbero avuto origine da una divergenza di vedute. La visione del giovane ex ministro, più improntata su riforme e innovazione, sarebbe risultata incompatibile con quella dei comandanti ucraini, più conservatrice e ancorata alle tradizioni. Un capitano ucraino di una compagnia di dronisti, che preferisce rimanere anonimo, sostiene che Fedorov rappresentava un’eccezione nella classe politica ucraina, per il suo modo di pensare così diverso da quello dei colleghi.

Il fronte dopo Fedorov: perché ai soldati ucraini non piace la mossa di Zelensky
Mykhailo Fedorov e Volodymyr Zelensky (foto Ansa).

«I generali basavano la strategia sui vecchi principi dell’assalto frontale»

«Dall’inizio della guerra, i nostri politici hanno sempre vissuto alla giornata, preoccupandosi di fare i propri interessi, senza pianificare e senza curarsi delle migliaia di soldati che morivano ogni giorno per difendere l’Ucraina. Fedorov è stato il primo ad agire in modo lungimirante. Si è preoccupato davvero per il futuro di questo Paese e dei suoi cittadini. Per lui ogni vita umana aveva un valore e per questo ha lavorato per cambiare il nostro modo di combattere. Fin dall’inizio del conflitto, i generali basavano la loro strategia sui vecchi principi dell’assalto frontale e della resistenza a oltranza, come fanno i russi. La differenza è che loro hanno più uomini, noi siamo sempre meno».

Il fronte dopo Fedorov: perché ai soldati ucraini non piace la mossa di Zelensky
Fedorov in Italia con il cappellino alla conferenza del 10-11 luglio 2025 (foto Ansa).

«I media dicono che stiamo vincendo, ma la realtà al fronte è diversa»

Secondo il capitano della compagnia di dronisti, Fedorov ha avuto il coraggio e il merito di far capire a politici e militari che, senza un deciso cambio di strategia, l’Ucraina avrebbe perso la guerra. Spiega un soldato ucraino arruolato nella Guardia nazionale che preferisce non rivelare il suo nome: «I media dicono che stiamo vincendo, ma la realtà al fronte è diversa. Solo negli ultimi mesi si è notato un miglioramento. Spero davvero che il successore di Fedorov continui sulla linea tracciata da lui. Tornare sui propri passi sarebbe un suicidio, soprattutto per noi che combattiamo sul campo, ogni giorno».

Il fronte dopo Fedorov: perché ai soldati ucraini non piace la mossa di Zelensky
Mykhailo Fedorov osserva Volodymyr Zelensky (foto Imagoeconomica).

Mamulashvili è convinto che i prossimi sei mesi saranno fondamentali per capire in quale direzione si muoverà il governo e quale strategia deciderà di adottare. L’Ucraina potrebbe dunque continuare a seguire il programma di profonde riforme istituzionali pianificato da Fedorov, oppure virare su una strategia basata su politiche più conservative per proteggere la propria stabilità istituzionale. Mentre i problemi sul campo sono molto più concreti di un rimpasto di governo.

Short Movie: Missione nel futuro

Missione nel futuro

Un uomo viene inviato nel futuro per una missione che potrebbe salvare la specie umana

Tra tutti i corti che abbiamo pubblicato fino a oggi, quello che proponiamo oggi ha forse il primato del titolo più assurdo: Somnolence, “sonnolenza”, che secondo la definizione che viene data nel film significherebbe “Uno stato di sonno profondo, in cui il cervello non reagisce a stimoli esterni; il corpo, indipendentemente dal ritmo circadiano“. Non sappiamo da dove venga questa definizione (tutti i dizionari inglesi danno, come ci si aspetterebbe, “uno stato di forte desiderio di dormire” o simili); il tutto ha un rapporto abbastanza vago con... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Short Movie - 18 luglio 2026 - articolo di S*

Burnham proclamato leader del Labour: dal 20 luglio sarà premier

Nel giorno in cui è stato proclamato leader del Partito laburista al posto di Keir Starmer, nel suo primo discorso da premier in pectore Andy Burnham (visibilmente commosso) si è detto pronto a governare e a promuovere «una politica di cambiamento» nel Regno Unito, «dopo 40 anni di neoliberalismo che non sono stati gentili» verso «persone e luoghi» che «hanno aspettato troppo a lungo che la politica ridesse loro la speranza».

Burnham non dovrà passare dal voto degli iscritti

Burnham è stato proclamato grazie al sostegno plebiscitario del gruppo parlamentare di maggioranza (350 su 400 circa) e dei sindacati affiliati al Labour. Essendo l’unico concorrente per la leadership del partito, non dovrà sottoporsi al voto degli iscritti e subentrerà automaticamente a Starmer come capo del governo dopo il passaggio rituale di consegne a Downing Street, fissato per lunedì 20 luglio.

Le promesse di Burnham nel suo primo discorso

«Tutti hanno colto l’appello degli abitanti di Makerfield, a nome dei luoghi dimenticati di tutto il Paese, da nord a sud, per un ritorno al Partito Laburista che un tempo conoscevano. E ora noi rispondiamo a quell’appello. Torneremo ad essere quella versione del Partito Laburista», ha assicurato Burnham, facendo riferimento alla circoscrizione in cui si sono tenute le elezioni suppletive che gli hanno permesso di ottenere un seggio a Westminster, conditio sine qua non per poter ricoprire la carica di premier. Nel corso del suo primo discorso da leader laburista, il “Re del Nord” ha inoltre ribadito di non voler inseguire i temi sbandierati dalla destra rampante e da Reform UK, il partito di destra guidato da Nigel Farage. Ha poi invocato l’unità del Labour contro il «frazionismo», ricordando di aver sostenuto tutti i capi del partito nella sua vita politica. Da lunedì a Londra sarà operativa anche una sorta di sede bis del governo, che si occuperà del decentramento evocato dal premier entrante per garantire una strategia politica, economica e sociale più attenta ai territori depressi dell’Inghilterra settentrionale (da dove proviene Burnham, finora sindaco della Greater Manchester), che da decenni lamenta gli effetti dell’abbandono e della deindustrializzazione.

Roggero e la giustizia fai-da-te che va contro i principi del… fascismo!

Si poteva superare la bruttezza di Citizen Vigilante, il film tedesco di Uwe Boll (censurato in Germania e tanto apprezzato da Elon Musk) che inneggia alla giustizia fai-da-te come rimedio sovrano ai problemi dell’Occidente meticciato e debosciato? Sì, con il suo spin-off made in Italy, ossia la canonizzazione mediatica e, potenzialmente, anche politica, di Mario Roggero, il gioielliere piemontese 72enne che cinque anni fa sparò a tre rapinatori in fuga, ammazzandone due e ferendone uno. L’uomo, condannato per omicidio volontario, si è visto confermare in Cassazione la pena di 14 anni e 9 mesi comminata in appello, ridotta rispetto ai 17 anni della sentenza di primo grado.

Non ha mai mostrato ripensamento, e tantomeno pentimento o dispiacere, per avere spento due vite in un raptus di esasperazione. Nei suoi videomessaggi esprime rammarico solo per gli effetti negativi che il suo atto (o meglio, la «persecuzione» scatenata su di lui dai magistrati) ha avuto sulla sua famiglia, e su Instagram ha invitato i follower a essere «la sua voce» sottolineando che, vista l’età, la pena che gli hanno inflitto equivale all’ergastolo.

Roggero e la giustizia fai-da-te che va contro i principi del… fascismo!
Mario Roggero con la moglie Mariangela Sandrone.

Un po’ meno testosteronico del messaggio che Sanders, il Citizen Vigilante interpretato dal dolicocefalo biondo Armie Hammer (l’attore di Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino), trasmette ai bianchi perbene dopo aver corcato di botte adolescenti molesti, soppresso giudici troppo tolleranti e soprattutto dopo aver ammazzato a sangue freddo dozzine di migranti: «Vi sto solo mostrando come fare, finché non sarete in grado di farlo da soli».

Roggero e la giustizia fai-da-te che va contro i principi del… fascismo!
Un frame di Citizen Vigilante.

Roggero, il cover boy per le politiche securitarie delle destre

Ma siamo sulla stessa linea: Roggero è uno che quella lezione l’aveva già appresa e messa in pratica, e sa di avere un folto fan club, grazie anche alla campagna a suo favore promossa da Giuseppe Cruciani dai microfoni de La Zanzara. Le destre, da Roberto Vannacci al pacioccone Antonio Tajani, lo hanno ufficialmente scelto come cover boy per le loro politiche securitarie, già pensando alle prossime elezioni: finora l’unico aspetto del fascismo da cui “Evita Melon” e camerati hanno preso apertamente le distanze, vedi il post della premier, riguarda i principi della legittima difesa stabiliti dal guardasigilli di Benito Mussolini, Alfredo Rocco, nel codice del 1930 (proporzionalità, necessità della reazione, attualità del pericolo).

Roggero e la giustizia fai-da-te che va contro i principi del… fascismo!
Una foto d’archivio di Benito Mussolini (Ansa).

Però aiutare a morire un malato terminale consenziente è un crimine

Nemmeno ai tempi del Duce la difesa della “roba” valeva una vita umana, compresa quella di un delinquente, figuriamoci due o tre. I post-fascisti, invece, riconoscono a ogni Mazzarò il diritto di diventare Robocop. Agli occhi dell’attuale maggioranza, aiutare a morire un malato terminale consenziente è un crimine, mentre prendere a calci un ladro agonizzante dopo avergli sparato nella schiena è moralmente giustificabile. A lasciarli fare, lo sarebbe anche legalmente. Nel frattempo, vogliamo negargli almeno la grazia del presidente della Repubblica?

Roggero e la giustizia fai-da-te che va contro i principi del… fascismo!
Giuseppe Cruciani e Roberto Vannacci con le maglie pro-Ruggero (foto Ansa).

La solidarietà della Canalis (che pure senza armi da fuoco neutralizza i cattivi!)

E poi ci sono quelli e quelle che, più che a tenersi il posto in parlamento, sembrano puntare a riaverlo in televisione. La solidarietà a Roggero coagula più celebrities di una copertina di Chi o di un’edizione del Grande Fratello Vip, da Melissa Satta a Elisabetta Gregoraci, da Sabrina Salerno a Elisabetta Canalis (che pure, essendo esperta di Krav Maga, kickboxing e Muay thai, potrebbe neutralizzare orde di rapinatori anche senza bisogno di armi da fuoco).

Roggero e la giustizia fai-da-te che va contro i principi del… fascismo!
Elisabetta Canalis sul ring durante una gara di di kickboxing (foto Ansa).

E se tornasse in auge il gesto della P38?

Per il gioielliere che ha vendicato sul posto e sanguinosamente l’assalto al suo negozio eseguito con un coltello e una pistola giocattolo, da parte di queste signore non c’è solo comprensione, ma una vera e propria identificazione. E tutto questo in uno dei Paesi europei dove si commettono meno rapine (ci battono Francia, Spagna e Germania). In un prossimo futuro, potrebbe tornare in auge il gesto della P38. Solo che a farlo non saranno gli autonomi o gli antagonisti, ma le soubrette vigilantes.

Roggero e la giustizia fai-da-te che va contro i principi del… fascismo!
Una manifestazione pro Palestina e contro la politica sulla scuola del governo italiano (foto Ansa).

La moglie di Roggero ha depositato la richiesta di grazia per il marito

Mariangela Sandrone, moglie del gioielliere Mario Roggero, ha presentato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella la domanda di grazia per il marito, condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere per aver ucciso due rapinatori. Il provvedimento di clemenza per Roggero, dopo la sentenza della Cassazione, è finito al centro del dibattito politico. E non solo. Per la grazia si è spesa buona parte del centrodestra e del governo: da Matteo Salvini a Guido Crosetto, fino ad Antonio Tajani e Carlo Nordio, che ha avviato un’istruttoria e per questo è stato bacchettato dal Quirinale. Senza dimenticare Giorgia Meloni. Pro Ruggero anche Roberto Vannacci: l’ex generale ha comunque escluso una candidatura in Futuro Nazionale per il gioielliere («Lasciamo alla sinistra queste pratiche»). Dalla parte del gioielliere, invocando il provvedimento di clemenza, si sono schierati anche diversi vip: da Simona Ventura a Emis Killa, fino a Leonardo Bonucci e Melissa Satta. Intanto, dopo la firma dell’ordine di carcerazione da arte della Procura di Asti, Roggero si è diretto verso il carcere di Bollate (Milano).

Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere

Per la grazia a Mario Roggero, condannato a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori, si è spesa buona parte del centrodestra e del governo: da Matteo Salvini a Guido Crosetto, fino ad Antonio Tajani e Carlo Nordio, che ha avviato un’istruttoria e per questo è stato bacchettato dal Quirinale. Ma non solo: dalla parte del gioielliere, invocando il provvedimento di clemenza, si sono schierati anche diversi vip.

Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere
Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere
Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere
Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere
Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere
Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere
Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere

I “like” e i post dei vip pro-Roggero

Al post di Salvini in cui il vicepremier chiedeva la grazia per Roggero hanno messo “mi piace” Elisabetta Canalis, Melissa Satta, Enrico Ruggeri, Leonardo Bonucci, Carolyn Smith, Elisabetta Gregoraci, Sabrina Salerno, Simona Ventura e Clizia Incorvaia.

Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere
Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere
Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere
Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere

«Prima di decidere e confermare una sentenza così al povero signor Roggero i signori\e dovrebbero mettersi nei suoi panni…. Fatevi una bella domanda, ma se fosse successo a voi? Ma se con le mani legate ci fosse stata vostra figlia o figlio? Ma se avessero preso a pugni vostra moglie?», ha scritto Melissa Satta sui social. In un post successivo ha scritto di «Paese di pagliacci», dove «tutti possono venire e fare i delinquenti». In un altro ancora l’ex velina si è lamentata della sicurezza a Milano, spiegando di aver detto di no al figlio 12enne che gli aveva chiesto di poter fare una passeggiata con i suoi amici. Tra i vip che sono andati ben oltre i like c’è poi Giuseppe Cruciani, che durante La Zanzara ha definito la condanna inflitta a Roggero un «dramma assoluto», invocando una candidatura in parlamento per il gioielliere piemontese. Emanuele Filiberto di Savoia, invece, ha scritto su Facebook: «Un uomo che ha visto irrompere nel proprio negozio chi minacciava la vita di sua moglie e di sua figlia, e che in pochi istanti si è trovato a reagire a un pericolo reale e non ipotetico, non può essere giudicato con lo stesso metro riservato a chi delinque per calcolo o per abitudine». E poi: «Non posso tacere il mio dissenso di fronte a una sentenza che, pur nel rispetto dovuto alla magistratura e al suo giudizio tecnico, appare a molti italiani, e appare anche a me, distante dal comune sentire di giustizia». Emis Killa, che aveva definito l’Italia «una barzelletta», ha poi dichiarato sui social: «Non pensate che io credo che questo signore sia un eroe, non si può legittimare il gesto altrimenti diventa il Far West. Ma in questa circostanza è paradossale che lo Stato non ti tuteli».

Firmato l’ordine di carcerazione per Mario Roggero

La procura di Asti ha emesso un ordine di carcerazione per Mario Roggero, il gioielliere di 72 anni del Cuneese condannato per avere ucciso due rapinatori ed averne ferito un altro il 28 aprile 2021. Ad Asti si era svolto il processo di primo grado, conclusosi con una condanna a 17 anni di reclusione, poi ridotti in Appello a Torino a 14 anni e nove mesi e confermati mercoledì in Cassazione. Si attende ora che il negoziante vada a costituirsi in carcere.

Il possibile ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo

In un filmato diffuso dopo la sentenza, Roggero aveva dichiarato: «È finita, sto passando gli ultimi minuti coi miei familiari». I suoi avvocati Marcolini e Rovani si sono detti «profondamente delusi»: «Ci aspettavamo sicuramente che finisse in modo diverso. Siamo giuristi e attendiamo le motivazioni. Ma soprattutto si apre la strada del ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Lo stesso Mario ci ha chiesto di non abbandonare. È solo una battaglia persa, per una guerra di giustizia da continuare».

Caso Roggero, Meloni: «Mi aggredisci. Mi difendo. E dovrei risarcirti?»

Anche la premier Giorgia Meloni sul caso di Mario Roggero, 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori, entrando a gamba tesa sulle richieste di indennizzo da parte dei parenti dei ladri uccisi dal gioielliere. «Mi aggredisci. Mi difendo. E dovrei risarcirti io? Non è giusto. Con l’ultimo DDL Sicurezza introduciamo una regola di puro buon senso: chi subisce un danno mentre sta commettendo un reato non può chiedere alcun risarcimento, né possono farlo i suoi familiari», ha scritto Meloni sui social. E poi: «Chi viola la legge non può pretendere di essere risarcito da chi si è difeso. Lo Stato sta dalla parte delle persone perbene. Non dei criminali». Per la grazia a Roggero (per quale intanto è arrivato l‘ordine di carcerazione) si è spesa buona parte del centrodestra e del governo: da Matteo Salvini a Guido Crosetto, fino ad Antonio Tajani e Carlo Nordio, che ha avviato un istruttoria e per questo è stato bacchettato dal Quirinale.

Infantino oltre gli scandali: è senza avversari per il suo terzo mandato alla Fifa

Nonostante il clima di agitazione scatenato dallo scandalo ai Mondiali per la revoca della squalifica dello statunitense Folarin Balogun su “invito” di Donald Trump (che per stessa ammisscione non sa nulla di pallone), Gianni Infantino ha ottenuto il sostegno formale di oltre 200 federazioni calcistiche per la rielezione a presidente della Fifa. Lo scrive il Guardian, spiegando che solo una manciata federazioni affiliate al massimo organo di governo del calcio deve ancora inviare una lettera di sostegno a Infantino, il quale dunque si avvia verso un terzo mandato con una vittoria schiacciante.

L’elezione del presidente Fifa si terrà a marzo 2027

Le federazioni della Fifa sono 211 e solo una manciata non ha ancora espresso il proprio appoggio a Infantino. Tra esse la più importante è la federcalcio della Germania, affiliata a sua volta all’Uefa: il massimo organo di governo del pallone europeo ha espresso chiaramente la propria opposizione alle politich di Infantino su diverse questioni recenti. L’elezione del presidente Fifa si terrà a marzo del 2027 e le candidature devono essere presentate entro il 18 novembre. Fino a tale data, le federazioni calcistiche possono ritirare la propria lettera di sostegno o trasferirla a un altro candidato.

Infantino oltre gli scandali: è senza avversari per il suo terzo mandato alla Fifa
Gianni Infantino (Imagoeconomica).

Infantino, in carica dal 2016, è al momento l’unico in corsa

Tuttavia, Infantino – in sella dal 2016 – è al momento l’unico in corsa. Secondo alcune fonti vicine ai vertici del calcio europeo, un candidato capace di raccogliere 30 o 40 voti riuscirebbe quantomeno ad avviare un legittimo dibattito pubblico sulla governance della Fifa e sulla direzione intrapresa dall’organizzazione. A tal proposito girano i nomi di Aleksander Ceferin (numero uno dell’Uefa) e di Nasser Al-Khelaifi (presidente del Paris Saint-Germain). Le federazioni affiliate si riuniranno sabato 18 luglio a New York: dato che a presiedere il meeting sarà Infantino, è improbabile che i recenti scandali figurino all’ordine del giorno.

L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi

Ormai quel che succede nella Lega è tutto «made in Verdini». È la battuta velenosa che più circola tra i leghisti di lungo corso, dirigenti e parlamentari, che, a torto o a ragione, identificano nella donna del capo – un leitmotiv nella storia secolare della politica e in quella decennale di via Bellerio – l’origine della fase decadente di Matteo Salvini.

L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi
L’ombra dei Verdini sulla Lega: dalle accuse di ingerenza al ruolo di Davide Vecchi

Francesca Verdini e la fastidiosa etichetta di “Yoko Ono di via Bellerio”

La linea è stata superata con quel «cafone» gridato da Francesca sul prato di Pontida in risposta a chi contestava Matteo al termine del funerale di Umberto Bossi, il 22 marzo scorso, chiedendo al segretario di riconsegnare la Lega ai militanti. E se non suscitava molte simpatie prima, da allora la figlia di Denis Verdini fatica a staccarsi di dosso l’etichetta della “Yoko Ono di via Bellerio“. A seguire le sono state addossate molte colpe, tra cui anche il ravvedimento last minute di Salvini e il mancato accordo con Luca Zaia per la formazione di un partito del Nord all’interno della Lega.

Il documentario con Davide Vecchi sul caso David Rossi

Ed è così che, nel flusso di notizie che alimentano questa narrazione interna, gira da giorni nelle chat di leghisti la locandina digitale del documentario in uscita per la Casa Rossa, la società di produzione di Verdini. Nel post, pubblicato sulla pagina social della Casa rossa il 13 luglio, compare di profilo il volto di Davide Vecchi, da qualche mese guru della comunicazione leghista, voluto si dice proprio da Francesca. Il caso David Rossi è il titolo del documentario, disponibile sul canale YouTube della casa di produzione a partire dal 17 luglio.

«David Rossi: un volo nel vuoto. Tredici anni di silenzi, omissioni e verità negate», si legge in un altro post. «Dopo i successi delle precedenti produzioni true crime, La Casa Rossa torna a indagare nei meandri più oscuri della cronaca italiana, continuando a usare il linguaggio della docu-serie per fare luce dove le ombre sono più fitte», si continua. «Siamo orgogliosi di annunciare Il caso David Rossi, una nuova miniserie sul mistero di Rocca Salimbeni che sarà vostra da venerdì prossimo». E si assicura: «Guidati dall’esperienza e dal coraggio di Davide Vecchi, il giornalista processato e poi assolto per le sue inchieste sul caso, ricostruiremo i tasselli di un dramma derubricato per due volte a suicidio e che oggi, finalmente, vede una clamorosa svolta giudiziaria con l’ipotesi di omicidio. Preparatevi a un viaggio scomodo ma necessario».

Le fibrillazioni nella squadra della comunicazione

Insomma, un’operazione giornalistica che non avrebbe nulla di strano. Una società che produce il documentario di un cronista che ha seguito la vicenda giudiziaria. Sennonché ormai tutto quello che succede attorno a Vecchi sembra creare agitazione nella Lega. Il suo inserimento alla guida della comunicazione è stato vissuto come un’ingerenza della famiglia nel partito. E l’uscita dello storico portavoce di Salvini, Matteo Pandini, che è passato di recente alla guida della comunicazione di Enav, oltre alle defezioni che si registrano nel gruppo dell’ufficio stampa, non migliorano certo il clima. I rapporti con i giornalisti poi non sarebbero migliorati, le interviste di Salvini ai quotidiani sarebbero ormai rarefatte. Mentre il ruolo del nuovo portavoce, Cristiano Bosco, pare essere limitato all’alimentazione dei canali social e WhatsApp.

Morto Osvaldo Bagnoli, allenatore del Verona campione d’Italia nel 1985

Mondo del calcio in lutto per la morte di Osvaldo Bagnoli, allenatore che nella stagione 1984/85 guidò l’Hellas Verona alla conquista dello scudetto in una Serie A che, all’epoca, era la NBA del pallone. Aveva 91 anni. Nel corso della carriera aveva anche allenato Genoa e Inter.

La carriera del “mago della Bovisa”

Nato nel 1935 alla Bovisa, quartiere della periferia settentrionale di Milano, come calciatore Bagnoli aveva iniziato la carriera nel Milan, vincendo lo scudetto nel 1957. Di ruolo centrocampista, aveva poi vestito le maglie di Verona, Udinese, Catanzaro, Spal e Verbania. In seguito aveva iniziato la carriera di allenatore sulla panchina della Solbiatese, in Serie C. Dopo le esperienze con Como, Rimini, Fano e Cesena tra A, B e C, nel 1981 era stato tornato da tecnico al Verona, all’epoca in serie cadetta. Con gli scaligeri aveva ottenuto subito la promozione A, a cui aveva fatto seguito un quarto posto. Dopo la sesta posizione del 1983/1984, il miracolo sportivo della stagione successiva: la squadra, con gli innesti di Hans-Peter Briegel e dell’attaccante danese Preben Elkjær Larsen conquistò il primo e unico scudetto della sua storia. Bagnoli, diventato nel frattempo “il mago della Bovisa”, restò alla guida dell’Hellas fino al 1990, anno in cui passò al Genoa: col Grifone arrivò in semifinale di Coppa Uefa dopo aver eliminato il Liverpool con tanto di vittoria ad Anfield. Dopo due stagioni in rossoblù, Bagnoli fu poi ingaggiato dall’Inter: fu esonerato a gennaio del 1994 e non tornò più in panchina, chiudendo la carriera di allenatore a soli 59 anni.

Antitrust, sanzioni per 2,5 milioni per attività parassitarie su Milano-Cortina

L’Antitrust, Autorità garante della concorrenza e del mercato, ha concluso i procedimenti avviati a partire da gennaio 2026 nei confronti delle società Harmont&Blaine, Rialto (supermercati Il Gigante), MD (supermercati MD), Magazzini Gabrielli (supermercati Oasi), RetailPro (supermercati Pro7) e Butan Gas e ha accertato violazioni del divieto di attività parassitarie. Alle società sono state irrogate sanzioni per un importo complessivo superiore ai 2,5 milioni di euro. Le istruttorie sono state avviate a seguito di un’attività di monitoraggio svolta dal Nucleo speciale Antitrust della Guardia di finanza. In dettaglio, l’Autorità ha accertato che le società sopra citate, pur non essendo sponsor ufficiali dei Giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026, hanno realizzato un collegamento tra il proprio marchio e le Olimpiadi, inducendo in errore il pubblico sull’identità degli sponsor ufficiali. In concomitanza con il periodo di svolgimento dei Giochi olimpici, infatti, hanno svolto campagne pubblicitarie e attività promozionali nelle quali sono stati spesso riprodotti o richiamati, a vario titolo, i simboli (cinque cerchi) e gli emblemi olimpici, e/o denominazioni ufficiali come “Milano-Cortina/Milano-Cortina2026”. Questi elementi sono risultati idonei a configurare una attività parassitaria in violazione del divieto previsto dall’articolo 10 del D.L. n. 16/2020.

Grazia a Roggero, Mattarella bacchetta Nordio: cosa è successo

Dopo la condanna confermata in Cassazione per Mario Roggero, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha avviato l’istruttoria finalizzata alla concessione della grazia per il gioielliere piemontese a cui sono stati inflitti 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori. Una mossa, peraltro arrivata dopo la raccolta firme del centrodestra in Parlamento, che ha “costretto” il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a richiamare il Guardasigilli.

Il faccia a faccia al Quirinale tra Mattarella e Nordio

Nel tentativo forse di riguadagnare punti dopo il clamoroso smacco del referendum sulla giustizia, Nordio ha tentato una forzatura istituzionale, cercando di trasformare il potere di grazia – strumento di clemenza di natura squisitamente tecnico-giuridica – in un atto politico. Ma in un incontro al Quirinale, come spiega una nota del Colle, Mattarella ha ricordato al ministro della Giustizia i limiti del suo ruolo e ha sottolineato che la grazia – strumento raro e altamente selettivo – è prerogativa del capo dello Stato. Secondo l’Ansa, Mattarella durante il colloquio avrebbe ricordato al ministro Nordio le parole di Luigi Einaudi: «È dovere del presidente della Repubblica di evitare si pongano precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce».

Grazia a Roggero, Mattarella bacchetta Nordio: cosa è successo
Carlo Nordio e Sergio Mattarella (Imagoeconomica).

La grazia, l’istruttoria e il ruolo del ministero della Giustizia

A prevedere la grazia è l’articolo 87, comma 11, della Costituzione. Si tratta di un atto di clemenza individuale che condona in tutto o in parte una pena, oppure la trasforma in un’altra specie prevista dalla legge. Può essere concessa anche senza che venga fatta domanda, ma solo su iniziativa del presidente della Repubblica. La domanda, comunque, può essere presentata dal condannato, oppure da persone a lui vicine indicate dalla legge: parenti più stretti, convivente, tutore o curatore, avvocato difensore. Aperta l’istruttoria, il ministero della Giustizia acquisisce gli atti processuali, i pareri della magistratura di sorveglianza, informazioni sulla condotta del condannato e sulla sua situazione personale e familiare. Al termine, il fascicolo viene trasmesso alla presidenza della Repubblica. Che a quel punto può decidere se concederla o meno (e può farlo appunto anche senza alcuna domanda pervenuta). L’avvio dell’istruttoria, insomma, è solo il presupposto affinché la pratica arrivi sul tavolo del capo di Stato, non un’indicazione sulla decisione finale.

Non è una questione di merito, ma di metodo

Fonti del Quirinale hanno sottolineato che non è una questione di merito sulla grazia a Roggero: le motivazioni della sentenza della Cassazione, che ha respinto il ricorso del gioielliere, verranno rese note tra mesi. Si tratta invece di una questione strettamente di metodo. Mattarella, sostanzialmente, ha convocato Nordio per ricordargli che – in generale – non può avviare un’istruttoria di sua iniziativa. Il ministero della Giustizia è responsabile dell’istruttoria che viene aperta per verificare la legittimità di una domanda di grazia, ma solo dopo che questa è stata rivolta a Quirinale. Come recita la sentenza n. 200 del 2006, richiamata nel comunicato del Colle, è riconosciuta «espressamente la possibilità che la grazia sia concessa anche in assenza di domanda», ma «in ogni caso l’iniziativa potrà essere assunta direttamente al presidente della Repubblica, al quale da tempo si è riconosciuto tale potere».

Grazia a Roggero, Mattarella bacchetta Nordio: cosa è successo
Mario Roggero (Facebook).

Roggero continua inoltre a proclamarsi incidente

Mattarella, insomma, ha sottolineato nel colloquio con Nordio che il Quirinale non è un organismo che ratifica decisioni prese altrove o sotto pressione popolare, bensì un’istituzione che valuta i casi con autonomia e distacco politico. Il ministro ha tra l’altro avviato l’istruttoria tralasciando completamente un elemento essenziale per la concessione della grazia: il riconoscimento delle responsabilità da parte del condannato. Roggero, infatti, continua a proclamarsi innocente, segno che non ha ancora preso coscienza della gravità del delitto commesso.

Sesta notte di raid Usa, l’Iran risponde colpendo anche in Siria

Gli Stati Uniti hanno bombardato l’Iran per la sesta notte consecutiva. Il Centcom ha riferito in un post su X che le forze Usa, «tra cui aerei da combattimento, droni e navi da guerra, hanno lanciato munizioni di precisione colpendo decine di obiettivi militari iraniani», come «decine di siti di sorveglianza costiera e di difesa aerea, infrastrutture logistiche militari e capacità marittime». Secondo quanto riportato dall’agenzia iraniana Irib, nel mirino degli Stati Uniti è Bandar Abbas, che ospita una base del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Le forze Usa hanno colpito diversi ponti nel tentativo di interrompere le vie di rifornimento verso Bandar Khamir, città portuale affacciata sullo stretto di Hormuz. Il ministero della Salute iraniano ha dichiarato che 38 persone sono rimaste uccise e oltre 400 ferite negli attacchi statunitensi contro la Repubblica Islamica a partire dal 22 giugno.

La rappresaglia iraniana nel Golfo e anche oltre

In risposta i pasdaran hanno lanciato numerosi raid contro le basi militari americane in Qatar, Bahrein, Kuwait, Oman e anche più lontano, in Siria. I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato di aver condotto un attacco contro il centro di comando americano ad al-Tanf, al confine con Iraq e Giordania, che avrebbe «distrutto un sistema radar e diversi elicotteri, uccidendo un gran numero di soldati statunitensi». Washington aveva annunciato a febbraio il ritiro dalla base di al-Tanf e la cessione del controllo all’esercito siriano. Le forze armate di Kuwait e Qatar hanno reso noto di aver subito attacchi aerei all’alba di venerdì, mentre in Bahrein sono risuonate due volte le sirene d’allarme. Per quanto riguarda l’Oman, i pasdaran hanno dichiarato di aver distrutto un radar di controllo aereo statunitense nella regione di Ghanim, e un radar di controllo marittimo sullo stretto di Hormuz.

Trump: «Sistema elettorale a rischio brogli, la Cina ha rubato dati»

«Le elezioni americane sono vulnerabili ai brogli e al rischio che vengano rubate». Lo ha denunciato Donald Trump nel corso del suo discorso alla nazione, assicurando agli americani che lavorerà con le autorità locali per mettere al sicuro le midterm di novembre dalle «scioccanti debolezze» emerse, tra cui le interferenze straniere. Il tycoon ha portato ad esempio i casi del Venezuela e della Cina. La Cia – ha riferito – ha ottenuto informazioni su un complotto legato al regime di Nicolas Maduro per truccare le elezioni americane del 2020. La Cina, invece, è responsabile «di quella che è ritenuta la più vasta violazione di dati elettorali della storia» a partire dal 2020, grazie alla quale ha «acquisito illecitamente i dati di 220 milioni di elettori statunitensi». La Cina, ha continuato, «non voleva che Trump vincesse le elezioni» e voleva aiutare Joe Biden. Per questo, ha anche cercato di «fabbricare schede illegali» per l’ex presidente. «Ho dato indicazione alle agenzie competenti di indagare sull’insabbiamento delle interferenze cinesi», ha concluso Trump.

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche

Ma quanti sono questi partiti e partitini di centro in procinto di scendere in campo alle elezioni politiche del 2027? Ormai s’è perso il conto, mentre i loro leader cercano di capire come presentarsi e con chi presentarsi. C’è insomma un sontuoso affollamento nel settore di campo libdem, riformista eccetera eccetera.

Renzi, il muro del M5s e le voci di un accordo con Schlein

Il più ingombrante di tutti è sempre Matteo Renzi, capo di Italia Viva meglio nota oggi come Casa Riformista. Ambisce a far parte del campo largo (CL), ma c’è chi non lo vuole, come il M5s di Giuseppe Conte, che passa le giornate a spiegare perché Renzi sarebbe un traditore – come dice Chiara Appendino – o quantomeno uno da imbullonare al programma elettorale (che sarà deciso a partire da settembre, con calma) in modo tale che non possa avere adeguata agibilità politica. Renzi da mesi è il miglior portavoce dell’opposizione. Ci crede più lui di Conte alla possibilità che nasca una coalizione di centrosinistra unitaria, allargata. Epperò non basta mai. Anche se c’è chi sostiene che al di là delle scaramucce Renzi abbia già un accordo con Elly Schlein per farsi candidare alle prossime elezioni nelle liste del Pd (non sarebbe una novità, citofonare Pier Ferdinando Casini).

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Onorato e la carica dei libdem: da Marattin a Calenda fino a Picierno

Renzi però non è l’unico a correre al centro. C’è l’assessore romano ai Grandi Eventi Alessandro Onorato, con il suo PCI (Progetto Civico Italia), benedetto da Goffredo Bettini, con cui il centrosinistra vorrebbe sostituire Renzi facendo leva sul qualunquismo del buonsenso. Difficilmente potrà andare oltre una candidatura nelle liste parlamentari del centrosinistra; toh, magari pure l’elezione sarà in qualche modo garantita, ma non sembra Onorato il campione dei libdem italiani, uno capace di cambiare gli equilibri della coalizione.

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Alessandro Onorato (Imagoeconomica).

Tra i quali possiamo annoverare Luigi Marattin con il suo Partito Liberaldemocratico e anche Carlo Calenda, leader di Azione che sembra procedere spedito verso la candidatura in solitaria alle elezioni del 2027, sentendosi incompatibile con entrambe le coalizioni.

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Adriana Pepe con Luigi Marattin (Imagoeconomica).

«Mi pare abbastanza chiaro che si andrà a votare ad aprile con cinque coalizioni. La destra, i fascisti putiniani, la sinistra, il centro europeista, i comunisti putiniani (D’Orsi, Di Battista, Basile etc)», ha scritto il leader di Azione su X, lanciando il «campo dei ‘volenterosi’»: «A inizio settembre costruiremo un incontro con TUTTE le forze che ruotano intorno all’area europeista: popolari, libdem, riformisti, socialisti liberali, per stabilire insieme le regole di ingaggio per un lavoro comune». In programma c’è una due giorni pubblica «per lanciare una mobilitazione in tutta Italia a partire dai 10 mila giovani incontrati nelle università e nelle iniziative fatte su tutto il territorio».

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Della partita sarà Pina Picierno, che sta organizzando manifestazioni europeiste per il mese di settembre (tra il 10 e il 12 settembre ci sarà la seconda edizione della Conferenza di Ventotene per la libertà e la democrazia). Prima però sarà in piazza con Calenda a Caserta ed Ercolano (il 21 luglio). Nel frattempo Picierno cerca di dare una struttura al suo movimento, Spazio Pubblico, nato dopo la fuoriuscita dal Pd, e prova ad allargare il consenso: Adesso! Italia, movimento che punta «a far ripartire l’ascensore sociale» è appena entrato a far parte di SP.

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Pina Picierno (Imagoeconomica).

Le ambizioni da rammendatore di Ruffini

Poi c’è la solita +Europa di Riccardo Magi, dunque il movimento Più Uno di Ernesto Maria Ruffini, che ancora sembra ambire a fare da rammendatore – federatore a questo punto sembra troppo – delle anime dell’opposizione. «In un mondo che ci invita continuamente a sottrarci e fare finta di nulla, facciamo assieme un passo avanti», c’è scritto nel manifesto del movimento. «Perché bisogna tornare a credere nel futuro ed esserne responsabili. Nulla si costruisce in solitudine: è necessario riscoprire la forza di un progetto collettivo capace di unire, ispirare e cambiare».

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Ernesto Maria Ruffini (Imagoeconomica).

Più che un centro, è una diaspora

Sarà dura resistere alla retorica centrista da qui all’anno prossimo, quando tutti ci spiegheranno che il bipolarismo è una truffa, che non è vero che non c’è spazio al centro, anzi, arriverà da lì la vera novità del 2027. Eppure con la polarizzazione dello scontro sempre più feroce, non sembrano esserci grandi spazi per la sobrietà centrista. Non sarebbe stato meglio fare un bel partito unico di ispirazione riformista anziché disperdere il consenso in mille direzioni? Più che un centro politico, sembra una diaspora

Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche
Più che un centro è una diaspora: la moltiplicazione dei partitini libdem in vista delle Politiche

Appuntamenti: Stranimondi 2026: Ada Palmer e Jonáš Zbořil ospiti insieme a Walton e RJ Baker

Stranimondi 2026: Ada Palmer e Jonáš Zbořil ospiti insieme a Walton e RJ Baker

Altri due ospiti annunciati: Ada Palmer, storica e scrittrice, autrice del ciclo di fantascienza Terra Ignota finalista al premio Hugo come miglior serie, e Jonáš Zbořil, scrittore ceco, poeta e giornalista, è venuto recentemente alla ribalta nella narrativa col romanzo Flora.

Dopo gli annunci di RJ Baker e Jo Walton altri due ospiti sono stati presentati dal comitato organizzatore di Stranimondi 2026. Ada Palmer è storica e scrittrice, professoressa associata presso il Dipartimento di Storia dell'Università di Chicago, dove si occupa di storia del pensiero radicale, censura e ateismo dal Rinascimento all'età digitale. È autrice del ciclo di fantascienza Terra Ignota (quattro volumi, a partire da Too Like the Lightning), finalista al premio Hugo come miglior serie, e del saggio Inventing the Renaissance:... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Appuntamenti - 17 luglio 2026 - articolo di S*