Salernitana. Cosmi: «Arrivati giocatori che arricchiscono la rosa»

Prima gara di campionato alle porte per la Salernitana. Archiviata la Coppa Italia di Serie C, domani sera prenderà il via il cammino nella Serie C Sky Wifi 2026/27: all’Arechi sarà di scena il Sorrento, calcio d’inizio alle 21:00.

 

“È giusto che intorno a questa partita ci sia tanta curiosità da parte di tutti, è pur sempre la prima di campionato. In parte anch’io sono curioso di vedere all’opera una squadra che vorrei dia subito un segnale netto e positivo a tutto l’ambiente. C’è questo gusto di iniziare e sono felice di farlo in casa”ha detto mister Serse Cosmi alla vigilia.

L’allenatore non avrà a disposizione gli infortunati Bevilacqua, de Boer e Heinz, oltre a Llano e Tascone, che devono scontare un turno di stop determinato dal Giudice Sportivo sul finire dello scorso torneo: “Sapevamo da tempo che i due squalificati non sarebbero stati della partita, purtroppo non immaginavamo di avere anche alcuni giocatori fuori per infortunio.

Tuttavia, credo che in settimana la società abbia dato la risposta che tutti si aspettavano portando in granata giocatori che arricchiscono la rosa. Sono soddisfatto degli ultimi arrivi. Ho avuto la percezione che i nuovi innesti, oltre ad essere ragazzi a posto sotto il profilo umano, abbiano già motivazioni importanti e sappiano bene cosa significhi indossare questa maglia. Adesso sarà il campo, anche se non totalmente, a determinare le prime impressioni e i primi risultati”.

Il Sorrento è reduce dal passaggio del turno in Coppa Italia Serie C, ai rigori contro il Giugliano“Affrontiamo una squadra che l’anno scorso ha fornito belle prestazioni e si è sempre tenuta sopra la linea di galleggiamento, al di fuori della zona difficile, cosa non facile in un girone come il nostro. Il suo allenatore, inoltre, l’anno scorso ha vinto due volte contro la Salernitana, alla guida del Cerignola. – ha aggiunto Cosmi – Al di là dei dati statistici, è ormai risaputo che per me gli avversari sono tutti complicati, perché vengono comprensibilmente a giocare a Salerno rendendosi conto che è una piazza importante, dove mettersi in mostra conta.

Il Sorrento è in grado di crearci difficoltà e venderà cara la pelle, come si dice in gergo, per cui caratterialmente dovremo essere bravi a non farci prendere troppo dalla voglia in assoluto di far gol per forza. Bisogna cercarlo in modo intelligente senza lasciare spazi, perché in questa categoria gli spazi se li prendono tutti molto volentieri”.

Mister Cosmi conclude così: “La tifoseria è legatissima alla maglia, ha dato mille volte dimostrazione di quanto alla fine voglia bene alla squadra e quanto voglia incitarla. Non è sorprendente il numero di abbonati finora raggiunto, quasi settemila: significa che c’è fiducia nella propria squadra in un campionato difficile come questo, bisognerebbe percepire questa fiducia che ci è stata concessa e ripagarla”.

“In che modo? Come possono fare un allenatore, il suo staff e i calciatori, ovvero con le prestazioni che tutti si aspettano. Col passare del tempo speriamo anche di incrementare l’affluenza. Sappiamo quello che può dare questo stadio ma è tutto proporzionato ai risultati che riusciremo a portare a casa e all’immagine che daremo come squadra”.

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Bicchielli su congresso Campania, consenso non si annuncia, si dimostra

“Continuiamo a leggere ricostruzioni secondo le quali l’intero mondo di Forza Italia in Campania – tutti i consiglieri regionali, centinaia di amministratori, centinaia di dirigenti e rappresentanti territoriali – sarebbe compatto a sostegno della candidatura e della mozione di Fulvio Martusciello. Una mozione che, peraltro, nessuno ha ancora avuto modo di leggere. Attendiamo allora, con interesse, di conoscere non soltanto i contenuti di questa proposta politica, ma anche di vedere i documenti sottoscritti unanimemente da tutti coloro che vengono quotidianamente indicati come suoi sostenitori”. Lo dichiara Pino Bicchielli, deputato di Forza Italia. “Perché c’è una differenza sostanziale tra il consenso annunciato e quello effettivamente espresso. E continuare a rappresentare come unanimemente acquisita una realtà politica assai più articolata non aiuta né la chiarezza né il confronto congressuale. In politica, prima delle narrazioni, dovrebbero venire i fatti”, conclude.

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Rovella. uccisa dal compagno, rose rosse in suo ricordo

Ad un anno dal femminicidio di Tina Sgarbini, la 47enne di Montecorvino Rovella barbaramente uccisa dall’ex compagno che è stato poi arrestato, l’amministrazione comunale del Salernitano ha voluto ricordarla con un gesto semplice, la deposizione di un fascio di rose, nel luogo scelto come simbolo permanente contro la violenza sulle donne: la panchina rossa situata nei pressi della casa comunale.

 

Sin da subito, il sindaco del piccolo comune, Martino D’Onofrio, aveva detto che avrebbe portato avanti iniziative per ricordare la donna che ha lasciato orfani tre figli, nati da una precedente relazione.
“Prevenzione, ascolto, sostegno concreto a chi chiede aiuto – spiegano il primo cittadino e l’assessora alle Pari Opportunità, Milena Salvatore – devono essere i riferimenti delle azioni quotidiane da mettere in campo contro la violenza di genere.

Le istituzioni hanno il dovere e la responsabilità di fare la propria parte attraverso azioni concrete, supporto e prevenzione. E hanno il dovere di non dimenticare. Col gesto simbolico di oggi rinnoviamo, come amministrazione, il nostro impegno affinché il ricordo di Tina Sgarbini si traduca in iniziative quotidiane contro ogni forma di violenza”.

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Pitti Pizza & Friends: Mancino, il cantautorato tra folk e poesia

Mancino è un cantautore originario di Monte di Procida, nei Campi Flegrei. La sua storia artistica nasce dal desiderio di fare teatro, ma ben presto la scrittura prende il sopravvento e lo porta a trasformare emozioni e racconti in canzoni. Da oltre quattordici anni porta avanti un percorso personale che affonda le radici nel cantautorato italiano, contaminato da sonorità folk rock. Dal 2019 pubblica musica originale: prima con l’EP Monologhi, poi con il singolo La mia soluzione, prodotto da Giuseppe Fontanella dei 24 Grana, fino al primo album L’allergia alle cose che ho amato, uscito nel 2024 per Disordine Dischi. Negli ultimi anni ha continuato ad arricchire il proprio repertorio con nuove versioni dei primi brani e con i singoli La ballata di Teresa e Fenici e Felici. Il suo sogno è semplice e profondo: vivere la musica e vivere di musica. Quella del Pitti Pizza & Friends sarà la sua terza partecipazione alla manifestazione. Tra i ricordi più belli conserva l’esibizione che lo vide aprire il concerto di Ermal Meta davanti a una piazza gremita, un’emozione che continua ad accompagnare il suo percorso artistico.

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Capaccio. Fabio muore a 33 anni in un incidente

Aveva appena 33 anni Fabio Barlotti, la cui vita si è spezzata all’alba di ieri lungo la Statale 18, all’altezza di Spinazzo, nel territorio di Capaccio Paestum. Il giovane era alla guida di un’Audi A3 ed è morto sul colpo nel violento incidente.

Fabio era conosciuto e benvoluto nella comunità. Lavorava come meccanico insieme al padre nell’officina di famiglia,

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Pitti Pizza & Friends: Ferri Sisters, due sorelle unite dalla stessa passione

Maria Giovanna e Vittoria Ferri, in arte Ferri Sisters, hanno 19 e 17 anni e arrivano da Salerno. Cresciute in una famiglia dove la musica è sempre stata protagonista, hanno iniziato da bambine a cantare e studiare pianoforte, sviluppando nel tempo una scrittura che affonda le radici nella tradizione partenopea e nell’insegnamento di artisti come Pino Daniele. Maria Giovanna si dedica principalmente alla composizione musicale e alla produzione, mentre Vittoria cura i testi, dando voce a emozioni, paure e speranze della loro generazione. Il loro primo singolo ufficiale, Fotogrammi, pubblicato nel luglio 2026, nasce proprio dall’incontro tra queste due sensibilità artistiche e rappresenta il primo passo di un progetto destinato a crescere. Le loro canzoni raccontano esperienze vissute con spontaneità e autenticità, senza rinunciare alla sperimentazione. Il sogno condiviso è vivere di musica, esibirsi sui palchi più prestigiosi e collaborare con gli artisti che hanno segnato la loro formazione. L’approdo al Pitti Pizza & Friends, grazie alla collaborazione con il producer salernitano Refiu, rappresenta un’importante occasione per presentare il proprio progetto a un pubblico sempre più vasto e continuare a costruire il loro percorso artistico.

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La Corea del Sud pensa già al post-IA: ecco le nuove sfide tecnologiche

«Faremo il salto per diventare una delle tre principali potenze mondiali dell’intelligenza artificiale». Dal palco del Summer Davos di fine giugno a Dalian, il primo ministro sudcoreano Kim Min-seok ha fissato un obiettivo ambizioso. Già oggi, la Corea del Sud è un polo tecnologico globale, snodo cruciale per un’ampia gamma di settori strategici. E non si vuole fermare. L’amministrazione del presidente Lee Jae-myung sta aumentando gli investimenti in ricerca, capacità di calcolo e infrastrutture, forte di una posizione già centrale nella filiera mondiale dei semiconduttori. I chip di memoria dei colossi Samsung e SK Hynix sono ambiti a qualsiasi latitudine. Mentre accelera sull’intelligenza artificiale, la Corea del Sud sta però già preparando il terreno per ciò che potrebbe venire dopo in quello che i media asiatici definiscono «post IA».

La Corea del Sud pensa già al post-IA: ecco le nuove sfide tecnologiche
Il presidente sudcoreano Lee Jae Myung (Ansa).

Il programma SEED tra energia, spazio e tecnologie quantistiche

Il governo ha individuato sette settori sui quali concentrare risorse nei prossimi 10-20 anni: piccoli reattori modulari, fusione nucleare, rinnovabili avanzate, tecnologie quantistiche, spazio e aviazione, biotecnologie e catene di approvvigionamento strategiche. È lo scheletro di un nuovo ambizioso piano, appena annunciato dal ministero del Commercio, dell’Industria e delle Risorse. Il programma si chiama suggestivamente SEED (seme in inglese), acronimo di Strategic Emerging Engines for Disruptive Innovation, cioè “motori strategici emergenti per un’innovazione dirompente”. SEED fissa già alcune scadenze: primo allunaggio sudcoreano entro il 2030, leadership mondiale nella produzione di chip quantistici entro il 2035, produzione di elettricità dalla fusione nel decennio successivo.

La Corea del Sud pensa già al post-IA: ecco le nuove sfide tecnologiche
(foto di Vishnu Mohanan via Unsplash).

La creazione di una K-Quantum Foundry

Il programma SEED si inserisce in una lunga tradizione della Corea del Sud, che in passato ha saputo costruire la propria ascesa economica spostando più volte il baricentro industriale: acciaio, cantieristica, automobili, elettronica, semiconduttori, batterie. La prossima transizione parte da tecnologie meno mature. Il quantum non ha ancora un’architettura dominante, la fusione resta lontana dalla commercializzazione su larga scala, nello spazio costellazioni satellitari, telecomunicazioni e difesa stanno convergendo mentre standard e modelli di business sono ancora in formazione. Per guadagnare la leadership sul quantum, Seul prova a trasferire il vantaggio accumulato nei microchip. Entro il 2035 vuole diventare il maggiore produttore mondiale di chip quantistici e creare una K-Quantum Foundry. Samsung e SK Hynix hanno già impianti, competenze nella microelettronica, reti di fornitori e capitale umano difficili da replicare. Il governo punta a portare quella capacità manifatturiera nel passaggio dalla sperimentazione alla produzione industriale dei dispositivi quantistici. Le memorie ad alta larghezza di banda offrono un precedente significativo: sono solo una componente dell’infrastruttura hardware dell’IA, ma sono diventate indispensabili per gli acceleratori avanzati. SK Hynix ha conquistato una posizione centrale proprio mentre la domanda esplode, trasformando una specializzazione produttiva in un collo di bottiglia della filiera. La Corea del Sud sta cercando segmenti analoghi nelle industrie ancora in formazione, senza dover controllare l’intera catena del valore.

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Il quartier generale della SK hynix a Icheon (Ansa).

Allunaggio previsto entro il 2030

Nello spazio, l’allunaggio entro il 2030 è il traguardo più visibile di un programma che punta anche alle infrastrutture terrestri. Nel prossimo quinquennio, Seul mira a disporre di una rete indipendente di comunicazioni satellitari in orbita bassa in preparazione al 6G. Satelliti, elettronica, telecomunicazioni e lanciatori entrano nella stessa filiera, con applicazioni civili e militari e un peso crescente sull’autonomia delle comunicazioni.

Fusione e rinnovabili per garantire sicurezza energetica

Il boom del comparto tecnologico e spaziale porta però con sé una necessità impellente, diventata ancora più chiara negli scorsi mesi: la sicurezza energetica. La domanda di energia accompagna in modo indissolubile l’espansione dell’IA. Data center, fabbriche di microchip e manifattura avanzata richiedono forniture elettriche crescenti e stabili. Ed ecco che col piano SEED, Seul mira a commercializzare entro il 2035 l’i-SMR, un innovativo piccolo reattore modulare ad acqua leggera. Contestualmente, si finanzia lo sviluppo dei reattori a sali fusi con l’obiettivo di realizzare una centrale a fusione da 100 megawatt (MW) entro il 2039. Dopo il 2040, si prevedono invece tre o quattro reattori a fusione commerciale da 300-500 MW. Non manca il focus sulle rinnovabili. Qui, Seul cerca spazio oltre i segmenti dove la capacità produttiva cinese ha già abbattuto costi e margini. Il target è portare l’efficienza delle celle solari almeno al 35 per cento entro il 2035, sviluppare turbine eoliche più potenti e sistemi di elettrolisi dell’acqua di nuova generazione.

La Corea del Sud pensa già al post-IA: ecco le nuove sfide tecnologiche
Un datacenter (foto di Imail Enes Ayhan, via Unsplash).

La scarsità di terre rare e minerali strategici

Certo, c’è una debolezza: la Corea del Sud ha poche risorse minerarie. Per alcuni minerali strategici e terre rare dipende fino al 99 per cento dalle importazioni. Non a caso il piano SEED include ingenti investimenti per rafforzare e mettere in sicurezza le catene di approvvigionamento avanzate. L’amministrazione Lee ha portato il bilancio per ricerca e sviluppo a livelli record, cercando di tessere una tela di fondi e competenze trasversali o interdipendenti. La scommessa è che le competenze già fortissime sui microchip possano tramutarsi in capacità produttiva per il balzo in avanti sul quantum. Allo stesso modo, intelligenza artificiale e robotica potrebbero favorire l’accelerazione delle biotecnologie, dove si mira alla scoperta di nuovi farmaci e allo sviluppo entro il 2035 di un farmaco capace di generare oltre un miliardo di dollari di vendite annue. Seul non dispone della produzione su scala di Stati Uniti e Cina. È però convinta che, concentrando capitale e ricerca nei segmenti dove le capacità accumulate possono produrre il maggiore vantaggio, sarà in grado di ritagliarsi un ruolo imprescindibile sullo sviluppo post IA.  

Pitti Pizza & Friends: Adriano D’Ambrisi, in arte Dambro

Adriano D’Ambrisi, in arte Dambro, ha 25 anni, viene da Firenze ed è un cantautore emergente che suona pianoforte e chitarra. Il suo incontro con la musica è iniziato alle scuole medie, quando ha scelto l’indirizzo musicale e ha cominciato a studiare chitarra classica. Durante gli anni del liceo ha proseguito da autodidatta, scoprendo sempre più forte la passione per la scrittura, per la canzone e per il mondo della musica pop e cantautorale. A 17 anni ha iniziato a scrivere le prime canzoni e, dopo la fine della pandemia, ha scelto di approfondire anche lo studio del canto e del pianoforte, ampliando così le proprie possibilità creative. La sua musica è un mix di pop e cantautorato, con riferimenti che arrivano dai grandi cantautori italiani e internazionali, di ieri e di oggi. Tra il 2020 e il 2021 ha prodotto un primo EP di sei tracce, ancora inedito, mentre oggi il suo percorso discografico comprende due singoli pubblicati nel 2023 e nel 2024, «Ti va?» e «Maledetta Aurora». Il suo obiettivo è riuscire a scrivere canzoni autentiche, capaci prima di tutto di emozionare lui stesso e poi di arrivare a chi le ascolta. Per farlo sa di avere ancora molto da studiare, dalla scrittura dei testi all’armonia musicale, fino alla scelta delle melodie. Il Pitti Pizza & Friends rappresenta per Dambro soprattutto un’occasione di crescita: un palco importante per un artista emergente, ma anche un luogo dove incontrare altri musicisti e professionisti. Proprio durante la precedente edizione ha conosciuto il polistrumentista e produttore Francesco Cavaliere, che ha poi prodotto i due inediti che presenterà quest’anno. E c’è anche un ricordo speciale legato al Pitti Pizza di Salerno 2024: dopo la sua esibizione, alcuni ragazzi del pubblico gli scrissero per esprimergli affetto e sostegno. Un momento semplice, ma per lui indimenticabile.

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Pitti Pizza & Friends: Lude

Lude, tra rap, produzione e voglia di sperimentare Lude, all’anagrafe Antonio Luca De Rosa ha 23 anni ed è di Salerno. La musica è sempre stata una parte importante della sua vita, ma il suo percorso è iniziato soprattutto attraverso la scrittura: da giovanissimo ha cominciato a mettere su carta pensieri, emozioni ed esperienze, fino a sentire il bisogno di trasformare quelle parole in musica. L’ingresso più consapevole nel mondo musicale è arrivato grazie alla collaborazione con un producer romano già conosciuto nella scena rap, un’esperienza che gli ha permesso di avvicinarsi alla produzione e di costruire progressivamente la propria identità artistica. Oggi Antonio Luca non si limita a scrivere e cantare: suona il pianoforte e lavora anche alla produzione delle basi, cercando di avere una visione il più possibile completa del processo creativo. La sua musica parte principalmente da rap, trap e hip hop, ma non ama sentirsi rinchiuso in un genere preciso. Al contrario, considera la contaminazione e la sperimentazione elementi fondamentali del proprio percorso. Ha già pubblicato più di 20 brani, molti accompagnati da videoclip, e continua a lavorare a nuovi progetti e nuove uscite. Ogni canzone rappresenta per lui una tappa di crescita, sia nella scrittura sia nell’interpretazione e nella produzione. Essere di Salerno è un elemento importante della sua identità e uno dei suoi obiettivi è riuscire a rappresentare la propria città anche attraverso la musica. Il suo percorso è ancora in costruzione, ma proprio la possibilità di continuare a imparare e sperimentare alimenta la sua motivazione. Il Pitti Pizza & Friends diventa così un’altra occasione per portare sul palco il proprio universo musicale e confrontarsi con un pubblico sempre più ampio.

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Solidarietà dell’Onorevole Vuolo alla Senatrice Tilde Minasi

«Gli insulti e le minacce scagliati in rete contro la Senatrice Tilde Minasi, costretta a sporgere denuncia per difendersi dall’ennesima aggressione social, sono il sintomo di una deriva d’odio che non ha nulla a che fare con la dialettica democratica. A Tilde va la mia più totale e intransigente solidarietà: la violenza verbale non è mai giustificabile, soprattutto quando colpisce una donna e una rappresentante delle istituzioni. Il suo unico “errore”? Aver espresso aperto sostegno al Vicepremier e Ministro dei Trasporti Matteo Salvini. Ma chi pensa di intimorirci o di rallentare la nostra azione politica con il fango del web si sbaglia di grosso. Questo ennesimo attacco dimostra una cosa fondamentale: la determinazione di chi lavora per il Paese fa paura a chi sa solo distruggere. Rimanere uniti e compatti attorno alla leadership di Salvini non è solo una scelta di partito, ma un atto di coerenza e responsabilità politica in un momento decisivo per la Nazione. Da dirigente della Lega, da deputato europeo già eletto in questa terra e da prossimo Vice Segretario Regionale della Lega Campania, lo ribadisco con forza: la nostra risposta sarà sempre e solo il lavoro sui territori. Il Mezzogiorno non è un serbatoio di voti da dimenticare, ma il vero motore dello sviluppo strategico promosso dal nostro partito. Dalle infrastrutture agli investimenti sul campo, la Lega c’est, vive tra le persone e ascolta le comunità locali. A Tilde Minasi dico: avanti a testa alta. L’odio resti pure nelle tastiere dei soliti ignoti, a noi spettano le risposte concrete da dare ai cittadini e al nostro Sud.»

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La seconda casa è ancora un affare?

Nell’estate 2026, secondo l’ultima indagine di Federalberghi, l’11,9 per cento dei vacanzieri italiani ha soggiornato o soggiornerà in una casa di proprietà, mentre il 28,6 per cento sceglierà l’ospitalità di parenti e amici. Numeri che raccontano una piccola inversione di tendenza: se per anni la seconda casa sembrava un rito in via d’estinzione, sostituito da viaggi brevi e partenze frequenti, oggi torna protagonista, almeno in parte, dell’estate degli italiani. Resta però da capire se, oltre al valore affettivo, la seconda casa conservi anche quello economico: tra Imu, manutenzione, bollette sempre più care e le nuove regole sugli affitti brevi, possedere un immobile utilizzato solo poche settimane all’anno rischia infatti di essere, per molti proprietari, più un lusso che un investimento.

Forte dei Marmi, Capri e Madonna di Campiglio in vetta

Il mercato, in questo senso, non mostra grandi segni di crisi. Secondo l’ultima rilevazione dell’Osservatorio Fimaa-Confcommercio realizzato con Nomisma e relativa al 2024, i prezzi medi degli immobili turistici oscillavano dai 1.486 euro al metro quadrato di una casa usata in una località lacustre ai 3.814 euro di una nuova costruzione al mare, con incrementi annui tra lo 0,3 e il 3,6 per cento. In cima alla classifica restavano Forte dei Marmi, con quotazioni fino a 16 mila euro al metro quadro per le nuove costruzioni, Capri (15.500 euro) e Madonna di Campiglio (12 mila euro). «Il settore immobiliare turistico continua a mostrare segnali di crescita, sia nel numero di compravendite sia nei prezzi», aveva spiegato Fabrizio Savorani, referente del settore turistico dell’Ufficio studi Fimaa, commentando quei dati. L’interesse per le seconde case, secondo l’Osservatorio, si sta tuttavia spostando in parte verso le città d’arte che, rispetto alle località puramente stagionali, offrono servizi migliori, più accessibili, e la possibilità di affittare per una porzione più ampia dell’anno. Ed è proprio questa la prima discriminante: un immobile che produce reddito per otto o 10 mesi è un investimento, uno che rimane chiuso da settembre a giugno è soprattutto un costo.

La seconda casa è ancora un affare?
La piazzetta a Capri (Ansa).

Tra Imu, Tari e spese varie, la seconda casa può diventare un salasso

Il primo esborso da considerare è l’Imu, dovuta sulle abitazioni diverse da quella principale. L’aliquota ordinaria di riferimento è il 7,6 per mille, ma i Comuni possono modificarla, e in molti casi si arriva al 10,6 per mille. La cifra effettiva dipende dalla rendita catastale, non dal valore di mercato, e può facilmente superare i mille euro l’anno. A questa vanno aggiunte Tari, eventuali spese condominiali, assicurazione (ormai necessaria per proteggere la casa dalle sempre più frequenti, ahinoi, calamità naturali), utenze, interventi ordinari e straordinari. Anche una casa vuota consuma: occorre controllare infiltrazioni e impianti, proteggerla dall’umidità, sostituire elettrodomestici e arredi deteriorati. E le abitazioni in località marine o montane, esposte a salsedine, gelo e lunghi periodi di chiusura, richiedono spesso più cure di una casa in ambiente urbano. Una regola non scritta ma frequentemente usata come riferimento nel settore raccomanda di accantonare ogni anno almeno l’1 per cento del valore dell’immobile per manutenzioni e imprevisti: per un appartamento da 250 mila euro significa 2.500 euro l’anno, ai quali sommare imposte e costi fissi. Basta rifare una facciata, sostituire la caldaia o intervenire sul tetto perché il conto aumenti rapidamente.

La seconda casa è ancora un affare?
(foto di Jakub Zerdzicki via Unsplash).

L’incognita economica dell’affitto breve

Molti, per questo, decidono di mettere la seconda casa a reddito, magari con gli affitti brevi. Ma anche qui bisogna fare i conti – letteralmente – con i guadagni reali: dal fatturato occorre sottrarre le commissioni delle eventuali piattaforme, le spese di pulizia, lavanderia, consumi, il compenso del gestore (se c’è) e, soprattutto, le tasse. Dal 2026 la cedolare secca sugli affitti brevi segue un sistema a scaglioni legato al numero di immobili: 21 per cento sul primo, 26 per cento sul secondo, mentre dal terzo immobile locato l’attività si presume imprenditoriale, con obbligo di partita Iva e adempimenti fiscali e amministrativi più pesanti. E, cosa che non tutti sanno, il calcolo è sul compenso lordo, cioè comprensivo delle commissioni delle OTA (Online Travel Agency), tariffe che le piattaforme addebitano ai proprietari per ogni prenotazione ricevuta. Anche chi affitta senza organizzazione imprenditoriale è però tenuto a rispettare standard di sicurezza e obblighi precisi: presenza di estintori nell’alloggio (con relativa manutenzione), rilevatori di monossido di carbonio e di gas. Contrariamente a quanto si pensi, insomma, l’affitto turistico non è una rendita soltanto passiva, ma una piccola attività che richiede tempo, competenze e una gestione (quasi) professionale.

La seconda casa è ancora un affare?
Il logo di Booking (via Unsplash).

Occhio alla rivalutazione

Resta la questione della rivalutazione. Nel primo trimestre del 2026 il sondaggio di Banca d’Italia, Tecnoborsa e Agenzia delle Entrate ha rilevato indicazioni più diffuse di aumento dei prezzi e tempi di vendita ancora contenuti. Il presidente di Fimaa Italia, Santino Taverna, descrive un mercato «strutturato» e solido, ma sottolinea che la domanda cerca ormai spese di gestione basse, servizi vicini e soluzioni flessibili. Non tutte le seconde case, insomma, si rivalutano allo stesso modo: tengono meglio gli immobili efficienti, facilmente raggiungibili e collocati in destinazioni frequentate non solo in alta stagione. Quelli energivori, isolati o bisognosi di grandi lavori di ristrutturazione o manutenzione sono più difficili da vendere. La seconda casa può essere dunque ancora un affare, ma non per il solo fatto di essere un immobile: lo è se si compra al prezzo giusto, in una zona con domanda stabile, facendo i conti sul rendimento netto. Per chi la usa poche settimane e non intende affittarla, resta invece primariamente un consumo: prezioso per la qualità della vita e gli affetti familiari, ma non certamente un investimento.

La testimonianza: Nel Gregge avevamo perso la nostra libertà

di Erika Noschese

Una ex appartenente al Gregge, che anni fa ha deciso di fuoriuscire dall’associazione Opera del Gregge del Bambino Gesù, racconta oggi la propria esperienza con toni durissimi. Una testimonianza personale, maturata dopo anni trascorsi all’interno del gruppo e segnata, come la donna stessa riferisce, da conseguenze profonde anche sul piano familiare e relazionale. «Privati della nostra libertà, ogni decisione doveva necessariamente passare dal Gregge». È con queste parole che la salernitana descrive il periodo trascorso nell’associazione, prima della scelta di allontanarsene definitivamente. «Con la mia famiglia sono stata vittima di questa brutta storia», racconta la donna, ancora oggi profondamente provata da quanto, secondo la sua testimonianza, avrebbe vissuto direttamente negli anni della sua appartenenza al gruppo. La donna riferisce di aver conosciuto personalmente Caterina Tramontano, la veggente nata a Procida e figura centrale, secondo il suo racconto, nella vita dell’associazione almeno fino al suo matrimonio. Il giudizio dell’ex aderente sul funzionamento del gruppo è netto e fortemente critico. «È in atto un tentativo di scissione all’interno della Chiesa. La volontà del Gregge è quella di creare una Chiesa nella Chiesa, una setta in piena regola attorno alla quale si muovono soldi», afferma, esprimendo una valutazione che resta riconducibile alla sua esperienza personale e alla sua testimonianza. Secondo quanto racconta, agli aderenti all’associazione venivano chieste donazioni periodiche, commisurate alle possibilità economiche delle singole famiglie. «Noi, ogni mese, donavamo a questa associazione in base alle nostre possibilità. C’era anche chi donava 300 euro al mese o somme maggiori», prosegue. «Noi pensavamo a un patto spirituale. Con il passare del tempo abbiamo capito, o almeno questa è stata la nostra convinzione, che quei soldi servivano anche a far crescere una sorta di “fabbrica di mattoni” in quella zona che loro definivano benedetta, in località Pagliarone». Nel racconto della ex appartenente emergono anche pratiche che, a suo dire, sarebbero state adottate all’interno di alcune famiglie vicine all’associazione. «In quegli anni, i figli di alcune famiglie ricevevano già a tre anni il sacramento della Prima Comunione», riferisce. La salernitana racconta inoltre di essersi rivolta, nel corso degli anni, a diverse autorità ecclesiastiche, prima a monsignor Gerardo Pierro, poi a monsignor Erasmo Napoletano e, infine, all’attuale arcivescovo di Salerno-Campagna-Acerno, monsignor Andrea Bellandi. Secondo la donna, le sue segnalazioni non avrebbero prodotto, fino a oggi, le risposte che si aspettava. L’ex aderente ritiene insufficienti gli interventi adottati nei confronti dell’associazione, che lei stessa definisce una «setta», termine che esprime il suo giudizio personale sul gruppo e sull’esperienza vissuta al suo interno. «I danni sono tremendi. Io parlo di un condizionamento tale da carpire la volontà, l’intelligenza e la libertà delle persone, fino a cercare di plasmarle a loro immagine e somiglianza», afferma. La donna descrive anche il proprio rapporto con Caterina Tramontano, attraverso ricordi che, a distanza di tempo, continuano a provocarle disagio. «La Tramontano che io ho conosciuto non sorrideva mai. Era una signora robusta, con questi occhi sempre socchiusi, e non ricordo una parola di incoraggiamento. Per me era una presenza inquietante: ci faceva sentire costantemente sotto esame». Secondo la sua ricostruzione, durante gli anni della sua appartenenza al Gregge, alcuni incontri e momenti di preghiera si svolgevano presso l’abitazione della veggente, a Mergellina. Il gruppo proveniente da Salerno, racconta, si recava nella casa ogni sabato. «C’era un armadio nel soggiorno e noi pregavamo in ginocchio anche per tre ore, mentre la veggente si trovava in un’altra stanza, dove sosteneva di vedere il Bambino Gesù. Al termine delle preghiere, don Peppino celebrava la messa». Un ricordo, in particolare, è rimasto impresso nella memoria dell’ex aderente. «Ricordo che su quell’altare c’era una statua di Gesù Bambino e una ciotola contenente numerose fedine appartenenti a coppie di fidanzati. C’era tanto oro», racconta. Il presunto condizionamento, secondo la testimonianza della donna, avrebbe riguardato anche le decisioni più personali, comprese le relazioni sentimentali e i matrimoni. «Anche sui matrimoni il Gregge aveva sempre la possibilità di dire la propria. Il matrimonio, di fatto, dipendeva dalla loro volontà», sostiene. «Non di rado venivano celebrati matrimoni che, secondo la mia esperienza e ciò che ho visto, non nascevano da un sentimento d’amore, ma da decisioni maturate all’interno del gruppo». Ma il racconto dell’ex appartenente si spinge oltre. La donna parla anche di quelli che lei definisce presunti rituali esorcistici praticati, secondo la sua testimonianza, nei confronti di persone che manifestavano l’intenzione di allontanarsi dall’associazione. Anche su questo aspetto, la salernitana racconta esclusivamente ciò che sostiene di aver visto o appreso durante gli anni trascorsi all’interno del gruppo. «Dopo la morte della “Santona”, nel 1996, si sono inventati questa nipote, Lucia, ma tra di loro non ci sarebbe alcun rapporto di parentela. Lo hanno fatto, secondo me, per dare prosecuzione a questo pseudo gruppo mistico, fatto di fanatici», afferma con toni durissimi. «Per anni ci hanno fatto credere che noi fossimo i detentori della verità, della salvezza dell’umanità, che questa fosse la prosecuzione del Vangelo». L’ex appartenente esprime infine forti dubbi anche su alcune scelte maturate all’interno dell’ambiente religioso che ruotava attorno al gruppo. «Sono convinta che molte vocazioni non siano autentiche», conclude. La donna parla anche di un «adescamento subdolo di persone benestanti, in grado di concedere generose offerte mensili». Quella della donna resta la testimonianza di una persona che ha fatto parte dell’Opera del Gregge del Bambino Gesù e che, dopo anni di appartenenza, ha scelto di uscirne. Un racconto personale e fortemente critico, che descrive dall’interno una realtà vissuta in prima persona e che, secondo la stessa ex aderente, continua ancora oggi ad avere ripercussioni sulla sua vita e sui rapporti familiari.

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Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile

«È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». La massima è del critico statunitense Fredric Jameson, noto per le sue analisi sul postmoderno come espressione della cultura sotto la pressione del tardo-capitalismo. Ma a renderla famosa è stato il filosofo e sociologo inglese Mark Fisher, la cui opera eccentrica ma di straordinario valore è riassunta nel saggio Realismo capitalista, del 2009. Mark Fisher è scomparso prematuramente e in modo tragico nel 2017, ma il suo lascito intellettuale è ancora oggi carico di suggestioni sull’estrema fatica che il pensiero contemporaneo fa nel concepire un’alternativa al sistema economico dominante. L’idea che il sistema attuale sia l’unico possibile è ormai radicata nell’inconscio collettivo. Cambiare modello di vita e di sviluppo economico sembra infatti un pensiero impossibile da attuare, anche quando – come stiamo vedendo in questi giorni – la crisi climatica sta generando disastri epocali.

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Alluvione nel Nuorese (Ansa).

L’accelerazionismo di destra che ispira i broligarchi

La rimozione del “problema climatico” ha sicuramente a che fare con la “ritirata” dalle agende dei principali media internazionali delle tematiche ambientali, ha sottolineato Naomi Klein su The Guardian, osservando come Trump, tecno-oligarchi e aziende big del fossile siano impegnatissimi nell’alimentare questo tipo di negazionismo. Tuttavia, tornando a Mark Fisher, la sua opera si colloca nell’ambito dell’accelerazionismo di sinistra, dato che ne esiste uno di destra. Il primo vede nello sviluppo tecnologico accelerato lo strumento per superare il capitalismo, dall’interno e in modo pacifico, mettendo la tecnologia a servizio dell’emancipazione umana. L’accelerazionismo di destra invece ha il suo teorico nel filosofo inglese Nick Land, pensatore pericoloso che ispira i turbocapitalisti della Silicon Valley: Musk, Thiel e compagnia varia di broligarchi. I potenti avanzamenti tecnologici – secondo questo movimento neoreazionario che è una costellazione di blog, manifesti e thread anonimi – devono servire alla costruzione sull’intero pianeta di migliaia di città-stato o micronazioni, governate da un ceo, come un’azienda, e un consiglio di amministrazione anziché da un’assemblea elettiva. Per questa banda di fuori di testa, che sono però una minaccia reale per il potere economico che detengono, nel tecno-mondo prossimo futuro non c’è più posto per la democrazia e la partecipazione civica

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Un gonfiabile di Elon Musk a New York (Ansa).

Perché chi non lavora non dovrebbe mangiare?

Entrambe le concezioni accelerazioniste, confidenti in una tecnologia che può, quasi da sola, risolvere ogni problema, sono perturbanti. Tuttavia l’immagine e la proiezione di una società che, liberata dal lavoro, può dedicarsi a piaceri e passioni risulta di gran lunga preferibile. E qui, accanto al marxiano «a ognuno secondo i suoi bisogni», si deve anche ricordare la previsione che fece uno dei padri del liberalismo economico, John Maynard Keynes, quasi un secolo fa, nella sua lettera ai nipoti. «Fra cent’anni», scrisse nel 1929, mentre il mondo occidentale era alle prese con la Grande Depressione, «le persone lavoreranno 15 ore… ma alla settimana». Naturalmente ognuno di noi può fare i conti con quella previsione, però è indubbio che per effetto di automazione e IA il lavoro umano presto sarà un lusso piuttosto che un diritto. Con buona pace di chi continua a coltivare l’idea che il sudore della fronte debba essere la condizione irrinunciabile per ricevere un salario. Chi non lavora non deve mangiare, raccomanda ora il generale in pensione Roberto Vannacci, e nemmeno fare l’amore come cantava decenni fa Adriano Celentano.

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La rivoluzione del Partito Capibara

Ci si può mettere a ridere, restando però preoccupati e cogliendo il valore utilmente provocatorio delle fondamentali domande poste da Mark Fisher. È possibile cambiare l’attuale modello di sviluppo economico? È realistico immaginare un capitalismo diverso non orientato al profitto di pochi ma al benessere di tutti? I due quesiti hanno una forte carica utopica che ora ha assunto la forma di un partito politico con un programma di governo decisamente eversivo, ma gioiosamente non violento. Si tratta del Partito Capibara della cui scoperta sono debitore al tecno-filosofo Simone Puorto, autore del pamphlet We are the glitch (Siamo noi il problema, Flaccovio editore), dove racconta come la società digitale debba essere governata con ma ancor più vocazione e sentimento umanitario.

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Dalla pagina Instagram del Partito Capibara.

L’obiettivo è rompere l’incantesimo dell’invevitabile

«Siamo un’idea che irrompe nella realtà»: così si presenta il Partito Capibara, dichiarandosi parte di un movimento che si impegna a trasformare l’attuale modello di società, partendo dall’assunto che ciò che viene raccontato come impossibile è, in realtà, già praticabile. Il Partito Capibara, ispirandosi alle idee di Mark Fisher, nasce per rompere l’incantesimo dell’inevitabile. «Agiamo come un dispositivo memetico e politico insieme. Il nostro obiettivo è alterare l’immaginario collettivo. Vogliamo incrinare la credenza profonda secondo cui la scarsità sarebbe inevitabile e il lavoro una necessità biologica».

I tre pilastri del programma

Non so voi, io però trovo molto godibili parecchi punti di un programma che si propone di costruire una «società fondata sulla gratuità dei bisogni fondamentali, un futuro postlavorista, una vita bella da godere». E che poggia su tre pilastri. Primo: lavorare meno, godere di più, passando dalle attuali 40 ore settimanali a 24, il 40 per cento di lavoro in meno, per aumentare il godimento della vita. «Lavorare meno», sottolineano, «non è solo il nostro grande desiderio comune: è la grande rivendicazione del XXI secolo». Secondo: gratuità dei bisogni fondamentali (cibo, trasporti, sanità). Il capitalismo trasforma i bisogni dell’esistenza in merci da pagare. Il gratuitismo li trasforma in diritti garantiti incondizionatamente. «Viviamo nel massimo livello di abbondanza materiale della storia. Eppure ogni esistenza nasce già in debito. Ogni giorno bisogna pagare per restare viva». Terzo: reddito universale e automazione. «Se i robot ci rubano il lavoro, lasciamoli fare. Che lavori l’automazione, noi vogliamo godere della vita». Il reddito universale (UBI) non è un bonus temporaneo, non è carità, non è una misura per poveri. È un diritto economico riconosciuto alla persona in quanto parte della comunità.

È più folle l’idea Capibara o spendere quasi 3 mila miliardi di dollari in armi?

Resta d’aggiungere che sicuramente il Partito Capibara può essere definito una nave di folli e il suo programma un libro dei sogni. A patto però di convenire che è più folle e disumano un mondo che anziché investire nella vita e nel piacere, considera la scarsità e la povertà condizioni umane inevitabili. E che anziché perseguire una società prospera e in pace, l’anno scorso ha raggiunto il record storico di spesa in armamenti: 2.887 miliardi di dollari. Per concludere resta da chiedersi: un altro mondo è (im)possibile?

Terre rare, cosa c’è dietro la collaborazione scientifica tra Cina e Iran

“Esplorazione e lavorazione delle terre rare”. È il nome di un workshop organizzato dalla Fondazione Nazionale per le Scienze Naturali della Cina e dalla Fondazione Nazionale di Scienze dell’Iran. Un settore strategico nella competizione tra Pechino e Stati Uniti, anzi probabilmente il più cruciale, entra dunque nel terreno di cooperazione tra la potenza asiatica e Teheran. L’istituto statale cinese metterà a disposizione 30 mila yuan (circa 4 mila euro) per il workshop, inserito all’interno di un programma di collaborazione che comprende anche altri temi. Una somma modesta per la portata fondamentale dell’argomento, ma che rappresenta il segnale di una crescente collaborazione scientifica tra Cina e Iran sulle terre rare. Mentre il conflitto tra la Repubblica islamica con Stati Uniti e Israele e la crisi di Hormuz restano irrisolti.

I giacimenti non bastano: ecco perché Teheran ha bisogno di Pechino

La collaborazione tra le due fondazioni risale al 2017, quando la parte cinese definiva l’Iran un Paese importante per la Belt and Road Initiative (progetto conosciuto in Italia col più romanticheggiante nome di Nuova Via della Seta). Negli anni successivi sono arrivati progetti congiunti su matematica, biologia, medicina, energie rinnovabili, materiali, clima e intelligenza artificiale. I workshop sono partiti nel 2024 con clima, intelligenza artificiale, materiali avanzati e manifattura. Quest’anno irrompono le terre rare. Il programma resta al momento formalmente scientifico. Non ci sono elementi per collegarlo a un trasferimento diretto di tecnologia militare, né Teheran è vicina a costruire una propria industria delle terre rare. La Cina dal canto suo ne controlla già la filiera mondiale. L’Iran, le cui capacità di estrazione e lavorazione sono ancora embrionali, ha invece bisogno delle competenze necessarie a trasformare i giacimenti in una capacità produttiva. Individuare le risorse nel sottosuolo non basta. Il vero collo di bottiglia è la separazione e la raffinazione, proprio il segmento nel quale Pechino ha costruito il suo vantaggio tecnologico e industriale.

Terre rare, cosa c’è dietro la collaborazione scientifica tra Cina e Iran
Un giacimento di terre rare.

Gli interessi cinesi in Iran e l’arma negoziale con l’Occidente

Il potenziale geologico dell’Iran è però significativo: sono state individuate anomalie riconducibili alle terre rare su circa 7 mila chilometri quadrati nella parte centrale della Repubblica Islamica. E le formazioni di ferro e fosfati presenti nel Paese sono considerate favorevoli alla presenza di depositi. Pechino sta dunque esplorando nuove forme di cooperazione e ha cominciato a inviare in Iran ricercatori del settore, nello stesso momento in cui restringe l’accesso alle proprie tecnologie di raffinazione e utilizza il controllo della filiera come leva nei rapporti con Washington. La Cina possiede le maggiori riserve mondiali, domina produzione e soprattutto lavorazione e ha risposto alla nuova guerra commerciale di Donald Trump introducendo controlli alle esportazioni che hanno creato difficoltà ai produttori americani. La stessa arma negoziale viene utilizzata con i Paesi europei, colpendo diverse industrie chiave come l’automotive e l’elettronica avanzata. Il discorso riguarda anche la difesa. Le terre rare entrano nei sistemi radar, nell’elettronica avanzata, nei motori e nei sistemi di guida utilizzati anche da missili e caccia. Le guerre in corso hanno accorciato la distanza tra materie prime e arsenali militari. Magneti, semiconduttori, minerali critici, propellenti, batterie, satelliti e software rientrano ormai nella stessa competizione industriale. Non è un caso che nelle settimane in cui gli Stati Uniti cercano di ricostruire le proprie scorte militari prosciugate dal conflitto in Medio Oriente, l’amministrazione Trump abbia anche annunciato tre miliardi di dollari di investimenti nei minerali critici e nelle batterie. Obiettivo: ridurre la dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi.

Terre rare, cosa c’è dietro la collaborazione scientifica tra Cina e Iran
Xi Jinping e Donald Trump (Ansa).

I sospetti di Washington

Anche per questo, la notizia della collaborazione sinoiranana sulle terre rare potrebbe attirare l’attenzione di Washington, dove negli scorsi mesi è aumentata l’attenzione sulle voci di una possibile cooperazione tra Pechino e Teheran in materia di difesa. A luglio, Reuters ha riferito di un accordo per la consegna di 400 lanciamissili antiaerei portatili da un’azienda con sede a Hong Kong, per un valore compreso tra 60 e 70 milioni di dollari e in grado di abbattere droni, elicotteri e velivoli a bassa quota. Non si tratta di armamenti offensivi né di una fornitura miliardaria dunque. L’accordo inoltre sarebbe gestito da una società privata e non statale. Eppure, gli armamenti andrebbero a colmare una delle principali vulnerabilità dell’Iran: la difficoltà nel proteggere i propri siti militari e le proprie infrastrutture strategiche dagli attacchi aerei di precisione.

Xi vuole tutelare la rete di rapporti costruita in Medio Oriente

Il ministero degli Esteri di Pechino ha liquidato la notizia come «completamente infondata», ma in passato Washington aveva sanzionato altre società cinesi accusate di avere sostenuto la base industriale della difesa iraniana, in particolare nell’osservazione satellitare e nell’intelligence geospaziale. La Cina si muove del resto senza aderire pienamente alle esigenze iraniane. Durante la guerra ha ridotto del 40 per cento gli acquisti di greggio dall’Iran, compensando con un maggiore ricorso alle riserve strategiche e con forniture provenienti da altri produttori regionali. Teheran resta importante per la sicurezza energetica cinese, ma non abbastanza da mettere a rischio la rete di rapporti costruita da Xi con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e le altre monarchie del Golfo. La Casa Bianca ha finora evitato di trasformare il dossier iraniano in un nuovo fronte dello scontro con Pechino. Trump ha citato più volte le rassicurazioni che dice di aver ricevuto direttamente da Xi sul mancato sostegno militare a Teheran. Il tema potrebbe comunque entrare nell’agenda del prossimo summit tra i leader delle due potenze, che dovrebbe tenersi il 24 settembre alla Casa Bianca.  

Così la Siria punta a diventare il nuovo corridoio energetico del Medio Oriente

La Siria potrebbe giocare un ruolo centrale nel nuovo scenario geopolitico che si sta delineando in Medio Oriente. Il Paese si sta ricostruendo dopo 14 anni di guerra civile terminata con la caduta del regime di Bashar al-Assad, fuggito in Russia e recentemente condannato a morte in contumacia. Il nuovo governo guidato da Ahmed al-Shara è al lavoro per rompere l’isolamento politico ed economico in cui il Paese è precipitato durante il conflitto. Per ora la prospettiva di una nazione stabile e impegnata in un processo di transizione democratica ha attirato numerosi investitori, soprattutto tra i Paesi del Golfo. Nel 2025 gli investimenti esteri hanno raggiunto i 28 miliardi di dollari soprattutto nella logistica, nelle infrastrutture, nel turismo e in agricoltura. E le stime per il 2026 confermano la tendenza positiva.

Così la Siria punta a diventare il nuovo corridoio energetico del Medio Oriente
Ahmed al-Shara (Imagoeconomica).

Come sfruttare la crisi di Hormuz

Con lo scoppio del conflitto tra Usa e Iran e la successiva chiusura dello Stretto di Hormuz la Siria, che ha mantenuto una posizione neutrale, potrebbe assumere una posizione di rilievo nello scacchiere regionale sfruttando la situazione per proporsi come corridoio di passaggio alternativo. «L’attuale situazione geopolitica ha restituito alla Siria l’importante posizione strategica che ha sempre occupato nella regione», spiega a Lettera43 il giornalista siriano Mahmoud Mosa: «Un punto di connessione tra il Golfo Persico, la Turchia e l’Europa attraverso il Mediterraneo». Uno scenario che interessa Paesi come l’Iraq, che ha già raggiunto un’intesa con Damasco per sviluppare un nuovo collegamento petrolifero verso il porto siriano di Baniyas, lungo lo storico corridoio Kirkuk-Baniyas, danneggiato durante l’invasione americana del 2003. «Questo accordo tra Siria e Iraq richiama la Four Seas Initiative», continua Mosa. «Lo scopo principale era quello di trasformare Siria e Turchia in un polo commerciale e di distribuzione energetica, collegando Mar Nero, Mar Caspio, Mar Mediterraneo e Golfo Persico attraverso la costruzione di infrastrutture e oleodotti». La realizzazione del progetto però richiederà almeno altri quattro anni e investimenti per circa 15 miliardi di dollari, secondo quanto riferito a Reuters da fonti vicine al dossier. Il percorso seguirebbe quello del vecchio oleodotto che collega la regione settentrionale irachena di Kirkuk al porto mediterraneo siriano di Banyias. Secondo gli esperti però la pipeline, fortemente compromessa dalle guerre e non a pieno regime dagli Anni 80, deve essere completamente ricostruita e ammodernata. Il piano, sostenuto dagli Usa, è attualmente in fase di revisione e la sua fattibilità è stata valutata da un consorzio che include anche il colosso statunitense Chevron.

Così la Siria punta a diventare il nuovo corridoio energetico del Medio Oriente
Kirkuk, una raffineria in fiamme nel 2004 (Ansa).

La ripresa passa anche dalle infrastrutture

Anche la Siria ovviamente trarrebbe vantaggio dal progetto. Il think tank Usa New Lines Institute stima un introito annuo compreso tra gli 8 e i 12 miliardi di dollari. «Il popolo siriano ha bisogno di tutto l’aiuto possibile per la ricostruzione», sottolinea Mosa. «Creare connessioni con i Paesi vicini e riprendere rapporti diplomatici con le altre nazioni dell’area sono passi fondamentali per la rinascita». Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita sono a loro volta alla ricerca di soluzioni alternative allo stretto di Hormuz per l’esportazione delle loro risorse energetiche e potrebbero dunque seguire l’esempio dell’Iraq. Secondo Mosa, la costruzione di oleodotti e infrastrutture per il trasporto di petrolio e gas attraverso la Siria creerà nuovi posti di lavoro necessari alla ripresa economica. Il nuovo governo deve però tenere conto anche di altri fattori. Il Paese è ancora attraversato da tensioni politiche interne. «Siamo appena usciti da una guerra civile, stabilità e sicurezza sono le parole chiave», conclude il giornalista. «Il nuovo governo sta lavorando per rafforzare l’esercito che avrà il compito di garantire la sicurezza nelle aree in cui verranno avviati i lavori di costruzione delle infrastrutture necessarie per la riuscita di questo progetto. Le autorità politiche, militari, economiche e diplomatiche devono lavorare insieme per permettere alla Siria di sfruttare questa opportunità e garantirle un futuro». 

E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?

Da mesi parliamo del dualismo tra Elly Schlein e Giuseppe Conte per la guida del centrosinistra, ma il vero filo (giallo)rosso sul quale si discute il futuro del campo largo è quello tra Igor Taruffi, responsabile organizzazione del Pd, e Paola Taverna, vicepresidente del M5s. Vicinissimi ai rispettivi leader di partito, hanno il compito di tessere la delicata trama delle primarie che, annunciate da mesi, potrebbero trasformarsi radicalmente per via delle new-entry.

E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?

I nomi in campo per contendersi la leadership

La svolta a questa narrazione è stata impressa da Avs (Alleanza Verdi Sinistra), lanciando l’ipotesi di un loro candidato da sottoporre al giudizio dei primaristi. Inevitabilmente, come nel domino, anche nelle altre forze della coalizione è sorto il desiderio di marcare il territorio, al punto che si fa sempre più concreta la suggestione di una corsa a sei. Né Conte né (soprattutto) Schlein hanno precisamente in pugno le varie componenti dei rispettivi partiti; figuriamoci quelle di un cartello così eterogeneo. Da qui l’idea di misurarsi sul campo, anche per poi regolare i rapporti futuri sulla base del consenso effettivo. 

E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

La carica dei centristi

Sponsorizzato da Romano Prodi, l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini è pronto a scendere in campo alla guida di Più Uno, progetto nato per rappresentare la componente cattolica. A questa si affianca quella centrista di stampo laico, che potrebbe riconoscersi in Giorgio Gori, il quale però al momento sta ben defilato dalle primarie (occhieggia alla segreteria del Pd, nel caso di tracollo di Schlein). L’attendismo di Gori va a vantaggio di Alessandro Onorato, assessore della Giunta Gualtieri e coordinatore di Progetto Civico Italia, che il 5 e 6 settembre terrà i suoi Stati Generali ad Agrigento. L’affollamento al centro si traduce anche nella probabile candidatura di Riccardo Magi, leader di +Europa, ma dalle parti dei riformisti l’ago della bilancia è sempre e comunque Matteo Renzi, abilissimo a confondere le acque: un giorno fa filtrare l’intenzione di volersi candidare in prima persona, ma il successivo continua a lavorare sul progetto legato a Silvia Salis, alter ego annunciata della Schlein. 

E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?

Tra Schlein e Salis si fa largo “Betta” Piccolotti

Lo scontro diretto Schlein-Salis da tempo solletica la fantasia dei media – più ancora che dei militanti – perché dalla contesa tra due modi piuttosto diversi di incarnare la leadership femminile uscirebbe la sfidante della vera partita: quella contro Giorgia Meloni. Eppure le protagoniste potrebbero essere più di due. Benché non vi siano conferme ufficiali – ma anzi un estremo riserbo – si fa largo la voce che la candidata di Avs possa essere Elisabetta “Betta” Piccolotti, parlamentare in carica e certamente una delle figure di maggior spicco del sodalizio rossoverde. La seconda suggestione riguarda un’esterna: Francesca Albanese, controversa relatrice delle Nazioni Unite sulla Palestina. Quest’ultima ha sempre negato l’intenzione di entrare in politica, recentemente glielo ha proposto anche Alessandro Di Battista, ma il suo profilo continua a essere di grande interesse. Anche per ragioni extrapolitiche.

E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
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E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?

L’etichetta di “moglie di”

Piccolotti , come noto, è sposata con Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana e co-leader di Avs, che certamente metterà il suo nome sul tavolo della coalizione. Se le opzioni fossero due (c’è anche la wild-card dei Verdi, che Angelo Bonelli pare non voglia usare personalmente), Piccolotti sarebbe in pole position e bisognerebbe prepararsi a gestire il solito maschilismo di chi – anche e soprattutto tra colleghi giornalisti – si riferisce a lei come alla «moglie del leader», elemento biografico oggettivo, ma che in un Paese profondamente maschilista allude al sospetto di nepotismo.

E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
Elisabetta Piccolotti con Nicola Fratoianni (Imagoeconomica).

Dai movimenti studenteschi al Parlamento

Classe ’82, Piccolotti è politicamente attiva fin dai tempi dei movimenti studenteschi, è stata portavoce dei giovani di Rifondazione Comunista, ha fatto gavetta a livello locale nella sua Foligno sostenuta da Sel (consigliera comunale, assessora e vicesindaca), fino a entrare in Parlamento nel 2022, dopo il ricalcolo dei voti che ha assegnato ad Avs delle schede erroneamente attribuite ai competitor. Anche in quell’occasione, ha dovuto sudare sette camicie: altro che strada in discesa. Molto efficace nella comunicazione (d’altra parte, è il suo mestiere), ha saputo valorizzare al meglio la sostanza delle sue numerose battaglie politiche: istruzione, cultura, università, diritti, lavoro, salari, ecologia, parità di genere, legalità e antifascismo. Insomma, un profilo completo per sfidare Schlein a tutto campo, soprattutto tra i giovani, e magari per allargare il tiro a chi non è particolarmente entusiasta delle prospettive di questo centrosinistra al momento poco propositivo. 

E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
Elisabetta Piccolotti (Imagoeconomica).

L’ipotesi secondo turno

Il recente scatto in avanti di Avs sui contenuti può essere di enorme aiuto per Piccolotti, anche per qualche considerazione statistica. Oggi Alleanza Verdi Sinistra è il terzo partito della coalizione con il 6,4 per cento, mentre il Pd sta poco sopra il 21 per cento e il M5s fluttua intorno al 13. Questo, però, è il consenso dei partiti, non certo quello dei singoli. E Schlein, eletta dai primaristi dopo aver nettamente perso la sfida congressuale nei circoli dem contro Stefano Bonaccini, lo sa molto bene. Guardando l’appeal personale dei leader, in prima fila c’è Conte, che infatti fa i salti di gioia nel vedere che le primarie si allargano ad altri contendenti: potendo contare su una probabile maggioranza relativa, la strada dell’avvocato del popolo per arrivare al traguardo si accorcia notevolmente. Schlein ribatte chiedendo il doppio turno, che invece aiuterebbe lei: una volta arrivata al ballottaggio, anche da seconda, come leader del partito più rilevante le sarebbe più facile trovare gli accordi necessari per imporsi. Taruffi e Taverna ne stanno discutendo e il punto di caduta potrebbe essere proprio il ballottaggio, ma con l’aggiunta del voto online da sempre molto caro al M5s. Tutto questo arzigogolato ragionamento, però, non tiene conto della possibile terza incomoda: Piccolotti. Tanto radicale nei contenuti quanto moderata nei toni, potrebbe ridisegnare i traballanti equilibri della coalizione.

Quanto vendono davvero i libri di Sigfrido Ranucci?

Sigfrido Ranucci in questi giorni è in tour per l’Italia a presentare il suo libro Il ritorno della casta (Bompiani), con accoglienza calorosa e lunghi firmacopie un po’ ovunque. 

Quanto vendono davvero i libri di Sigfrido Ranucci?
La presentazione de Il ritorno della casta ad Asiago (Ansa).

Le fatiche letterarie di Ranucci e i numeri

In carriera il giornalista, finora, è arrivato in libreria con quattro opere: la prima, del 2010, è stata scritta insieme al collega Nicola Biondo, Il patto. Da Ciancimino a Dell’Utri. La trattativa stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato (Chiarelettere). È un titolo con periodiche ripubblicazioni in edizioni tascabili, economiche e via dicendo, che ha ancora una sua vita dopo 16 anni, e che ha venduto complessivamente circa 40 mila copie, in base a quanto risulta dalla classifica GfK-Nielsen consultata da Lettera43.

Quanto vendono davvero i libri di Sigfrido Ranucci?
La copertina de Il patto edito da Chiarelettere.

La scelta ha venduto 64 mila copie

Nel 2024, poi, Ranucci ha dato alle stampe La scelta (Bompiani), ovvero quella sorta di autobiografia più o meno romanzata che ha suscitato notevoli polemiche soprattutto per le parti in cui il giornalista descrive il modo piuttosto spregiudicato con il quale si rapporterebbe alle fonti e alle stagiste che incrocia sul suo percorso (vedere, a questo proposito, anche il j’accuse di Angela Camuso pubblicato da Il Tempo). La scelta, giusto per capirci, è il libro sul quale Selvaggia Lucarelli ha di recente aperto tre diverse questioni. La prima riguarda il contenuto, da cui si desumono rapporti con stagiste e fonti definiti «spregiudicati». «Sono convinta», dice Lucarelli, «che non molestasse fisicamente nessuno, ma sono altrettanto convinta del fatto che il suo rapporto con alcune fonti e collaboratrici sia stato spregiudicato. È il famoso tema dell’asimmetria di potere: sei Ranucci, hai un enorme potere sulle carriere, dovresti avere una particolare cautela nel separare il piano professionale da quello privato». La seconda fa riferimento alle recensioni su Amazon, con Ranucci che, sempre secondo Lucarelli, avrebbe scritto finte entusiastiche recensioni firmandosi Emilio Cresci. Infine il terzo punto riguarda il numero di copie vendute, perché «Ranucci in alcune occasioni pubbliche e promozionali aveva dichiarato 100 mila copie, per definire il grande successo commerciale del volume. Ora però parla di 70 mila…». I numeri ufficiali de La scelta, per tagliare la testa al toro, certificano 64 mila copie secondo GfK-Nielsen, che sono comunque un ottimo risultato se paragonato alle vendite medie degli altri titoli in Italia.

Quanto vendono davvero i libri di Sigfrido Ranucci?
La copertina de La scelta edito da Bompiani.

Per ora Il ritorno della casta è a quota 19.400

Dopo questo volume dai contenuti anche scabrosi, Ranucci ha invece voluto recuperare un tono più familiare e divulgativo con Navigare senza paura. Guida per giovani esploratori del web (Salani/Ape junior) scritto insieme con il figlio Giordano. È uscito a fine gennaio 2026, a poco più di tre mesi dall’attentato subito fuori dalla sua abitazione nell’ottobre 2025, e finora ha venduto appena 10 mila copie.

Quanto vendono davvero i libri di Sigfrido Ranucci?
La copertina di Navigare senza paura edito da Salani/Ape junior.

A inizio marzo 2026, tuttavia, il prolifico Ranucci occupava di nuovo gli scaffali delle librerie con Il ritorno della casta, che in questi giorni sta continuando a promuovere in giro per la Penisola. È un saggio di inchiesta che analizza il rapporto tra politica, informazione e magistratura in Italia, ricostruendo un presunto piano di restaurazione del potere politico dopo Tangentopoli per depotenziare i controlli di legalità e ridimensionare il ruolo della magistratura. In questi sei mesi in libreria, tuttavia, l’ultima fatica di Ranucci non sembra avere sfondato più di tanto: al momento è a quota 19.400 copie vendute. Vediamo se i firmacopie estivi riescono a muovere la classifica. 

Sinner rinuncia agli US Open

Jannik Sinner non parteciperà ai prossimi US Open a causa del persistente problema al ginocchio emerso nelle scorse settimane, che lo aveva portato a sottoporsi a controlli assidui tra Milano e il JMedical di Torino. «Nonostante il duro lavoro svolto con il mio team e lo staff medico, abbiamo dovuto prendere la difficile decisione di non partecipare agli US Open di quest’anno», si legge nella nota con cui il fuoriclasse azzurro ha sciolto le riserve. New York vedrà invece l’atteso ritorno di Carlos Alcaraz dopo oltre quattro mesi di inattività.

Sinner: «Non vedevo l’ora di tornare a giocare a New York»

«Siamo tornati ad allenarci a Monte Carlo negli ultimi giorni e ci siamo resi conto di aver bisogno di più tempo per recuperare dal problema al ginocchio destro», ha spiegato Sinner nel comunicato. «Sono ovviamente molto triste e deluso, dato che New York occupa un posto speciale nel mio cuore. Non vedevo l’ora di tornare a giocare in quell’atmosfera elettrizzante, davanti a un pubblico fantastico». Il programma di Sinner, vincitore a Flushing Meadows nel 2024, prevede ora la permanenza in Europa e per proseguire il recupero, con l’obiettivo di farsi trovare pronto per la tournée asiatica e i tornei di Pechino e Shanghai.

La Turchia chiede un mandato di arresto internazionale per Netanyahu anche per la Flotilla

Il ministro della Giustizia turco Akin Gurlek ha annunciato che Ankara ha richiesto l’emissione di un mandato di cattura internazionale nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu anche per l’intercettazione delle navi della Global Sumud Flotilla, abbordate nel Mediterraneo, e la successiva detenzione degli attivisti, che stavano facendo rotta verso Gaza per portare aiuti umanitari.

Non è la prima richiesta di red notice da parte di Ankara

La Turchia ha già spiccato mandati contro Netanyahu e altri alti funzionari, accusati di genocidio per le operazioni dell’Idf nella Striscia.
La misura scaturisce da un’indagine condotta dall’undicesima Corte penale di Istanbul, che coinvolge in totale 35 imputati. La Turchia ha chiesto l’emissione di un codice rosso da parte dell’Interpol anche per il funzionario israeliano Afek Moskovitch, accusato al pari di Netanyahu di «crimini contro l’umanità, genocidio, privazione aggravata della libertà, lesioni personali dolose, tortura, distruzione di beni, saccheggio aggravato e appropriazione indebita di mezzi di trasporto». Oltre 400 gli attivisti che, dopo essere stati prelevati dalle imbarcazioni abbordate a ovest di Cipro, erano stati condotti con la forza in Israele e poi detenuti nel carcere di Ktziot, prima di essere espulsi.

Gli attivisti: «L’impunità dura da troppo tempo»

«Accogliamo con favore qualunque iniziativa giudiziaria che riconosca l’illegalità delle azioni compiute dal governo israeliano contro la Global Sumud Flotilla e che contribuisca a rompere un’impunità che dura da troppo tempo». Lo ha dichiarato Maria Elena Delia, portavoce italiana della Global Sumud Flotilla: «Quello che abbiamo subito – attacchi, intercettazioni illegali in acque internazionali, sequestri delle imbarcazioni, arresti e violenze – è grave e deve avere conseguenze sul piano della giustizia internazionale».

Scoperto in Germania un deposito segreto di armi: sospetti sulla Russia

Le autorità di sicurezza tedesche hanno scoperto un deposito segreto di armi in un bosco nei pressi di Berlino. Secondo quanto riportato da varie testate, l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione ritiene che le armi fossero destinate ad agenti dei servizi segreti russi, incaricati di compiere attentati: tra i potenziali obiettivi dirigenti dell’industria della difesa, esponenti dell’opposizione in esilio e sostenitori dell’Ucraina.

La scoperta del deposito e l’arresto di un sospettato in Romania

La scoperta, di cui si è avuto notizia solo adesso, sarebbe in realtà avvenuta sul finire dell’estate del 2025, dopo una soffiata. Le armi (tra cui alcune pistole) non erano state sequestrate, ma era stata avviata un’attività di sorveglianza. Inoltre, nell’ambito delle indagini, nell’autunno successivo un sospettato di aver partecipato all’operazione di occultamento sarebbe stato arrestato in Romania. L’ambasciata della Federazione Russa a Berlino ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni: le autorità di Mosca avevano precedentemente negato che i servizi segreti stessero pianificando o attuando atti di sabotaggio in Germania.

Gb, polemica per gli eventuali costi della scorta di Harry e Meghan

È polemica nel Regno Unito sugli eventuali costi di una scorta per il principe Harry e Meghan a carico dello Stato, dopo l’annuncio a sorpresa del ritorno dagli Usa a sei anni dallo strappo dalla famiglia reale. Secondo gli esperti citati dai media, la protezione potrebbe costare ai contribuenti fino a 5 milioni di sterline l’anno. Il dibattito in corso nel Paese sembra confermare che la sicurezza dei duchi di Sussex dovrebbe avere dei costi pubblici, anche se non è stata comunicata in merito una decisione da parte del governo. Per ora il premier laburista Andy Burnham si è limitato a parlare di un «affare privato» di Harry e Meghan, riferendosi alla loro protezione una volta ritornati a fine mese nel Regno. Il principe è ancora in attesa dell’esito della revisione delle misure di sicurezza dopo la revoca del diritto automatico alla scorta seguita allo strappo con i Windsor e alla rinuncia del ruolo di membro attivo della Royal Family con la moglie. Ora il comitato governativo preposto si è trovato a esaminare la situazione alla luce del trasferimento in pianta stabile dei Sussex. Dai Davies, ex responsabile di Scotland Yard per la protezione dei reali, ha detto che portare con sé la famiglia, essere residente nel Regno e il suo profilo pubblico fanno aumentare le possibilità che Harry ottenga la protezione della polizia.

Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno

Che cosa ci faceva Tommaso Verdini alla Versiliana proprio nel giorno dell’intervista doppia a Massimiliano Romeo e Attilio Fontana? Il fratello della fidanzata di Matteo Salvini è stato notato dal pubblico leghista mentre si aggirava con il telefono in mano attorno alla sala dove hanno parlato i leader della fronda ‘nordista’. Niente di male, i Verdini – anche Francesca e Denis – sono degli habitué della vacanza a Forte dei Marmi dove ha casa anche il segretario lombardo Romeo. Certo, tra i militanti ha stupito l’avvistamento del quasi cognato del leader proprio a ridosso della contestazione ai ‘ribelli’. E cioè quando tre uomini, due dall’apparente accento napoletano e uno fiorentino, hanno intonato «C’è solo un capitano» per chiedere la blindatura di Salvini alla segreteria. Un’altra presenza non è passata inosservata nella piccola sala allestita per il maltempo. Ovvero quella di Eugenio Zoffili, ex capo segreteria di Salvini a Strasburgo ed ex vice commissario lombardo prima della vittoria di Romeo al congresso. Proprio Zoffili è stato ‘pizzicato’ davanti all’ingresso della sala prima della contestazione.

Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno

Cacciari non ha l’età per fondare un partito

Massimo Cacciari, 82 anni, se avesse mezzo secolo di meno non ci penserebbe due volte: fonderebbe subito un nuovo partito. A la Nuova Venezia e agli altri quotidiani del gruppo Nem, il filosofo ed ex sindaco di Venezia mette sotto accusa il centrosinistra, incapace a suo giudizio di rappresentare gli interessi materiali dei ceti meno abbienti, e il Pd veneto in particolare, al quale dopo la sconfitta nella Serenissima chiede di ammettere: «Abbiamo sbagliato tutto». Per una nuova formazione c’è «uno spazio enorme». Potrebbe rivolgersi a quell’elettorato che negli ultimi anni ha votato partiti diversissimi tra loro: dalla Lega al M5s, fino a FdI e ora Futuro Nazionale. Si tratta di «grandi masse, anche di ceto medio, che non trovano alcuna rappresentanza». L’analisi di Cacciari è lucida: «Di fronte alla grande rivoluzione capitalistica, alla trasformazione dei modi di produzione e al venir meno delle vecchie composizioni sociali di classe, la sinistra non è riuscita a rappresentare il nuovo ceto medio e le classi meno abbienti. È significativo che oggi gli iscritti ai sindacati siano per tre quarti pensionati». Dopo aver sferrato un colpo al leader della Cgil Maurizio Landini, pur senza nominarlo, Cacciari ricorda che «c’era una forte rappresentanza del Partito comunista a livello operaio, ma nel commercio, nell’artigianato, nella piccola industria e nell’agricoltura in Veneto non c’è mai stata. Venezia, con una grande concentrazione industriale e una forte presenza della sinistra, era un’isola». Per il filosofo, il centrosinistra dovrebbe mettere a terra «una riforma fiscale realmente ridistributiva, dei processi di formazione, delle istituzioni riprendendo le grandi idee federalistiche. Un’ipotesi di riforma rivoluzionaria, facendo leva sugli interessi calpestati negli ultimi 30 anni e che hanno portato il nostro Paese ad avere salari tra i più bassi d’Europa». Amen…

Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Massimo Cacciari (Imagoeconomica).

Gualtieri e Durigon tra gli ospiti del Meeting

Imperdibile appuntamento per i leghisti, domenica pomeriggio al Meeting di Rimini: si parla di “Formazione professionale e crescita delle competenze”, con Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano, e Claudio Durigon, sottosegretario di Stato al ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, l’uomo della Lega di Matteo Salvini nel Lazio. L’abbinamento è davvero interessante, data la passione di Durigon per la cucina italiana. Sempre al Meeting, ma venerdì sera, è atteso il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Il primo cittadino capitolino sarà tra i protagonisti del convegno “Fare ancora città”, insieme a Gaetano Manfredi, presidente Anci e sindaco di Napoli, Alberto Stefani presidente della Regione Veneto, Sergio Urbani direttore generale e ceo Fondazione Cariplo, Mario Valducci presidente Invimit. A moderare Emmanuele Forlani, direttore generale Compagnia delle Opere. E poi, nella giornata di sabato, al Meeting arriva pure Papa Leone XIV.

Autostrade presenta Linee in movimento al Meeting di Rimini

A quasi 100 anni dalla nascita di Hugo Pratt, in occasione della 47esima edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli, Autostrade per l’Italia dedica all’artista nato a Rimini la raccolta di racconti Linee in movimento e una mostra dal medesimo titolo. Visitabile alla Fiera di Rimini dal 21 al 26 agosto 2026, nell’ambito del Padiglione del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, Linee in movimento è un percorso in cui le autostrade diventano parte dello scenario di 10 racconti, che danno vita a un itinerario dalla valenza culturale, storica e paesaggistica. Le storie, in un viaggio simbolico lungo la penisola, ci fanno scoprire, attraverso gli occhi dei protagonisti, inedite interpretazioni del pensiero di Hugo Pratt e del suo celebre Corto Maltese.

L’opera e l’immaginario dell’artista raccontate attraverso 10 storie

In questo contesto, gli ospiti della mostra saranno accolti da un’imponente statua, realizzata da Opera Laboratori, alta tre metri e raffigurante proprio il personaggio più noto di Pratt, omaggio a quel «pirata di poche parole ma ottime letture» di cui parla anche il volume. Uomini liberi, Pratt come Corto Maltese, qui icone di quella “libertà di movimento” che, ormai da qualche anno, Aspi ha scelto come suo manifesto. Fotografie, tavole, acquerelli e testi narrativi sono proiettati nell’universo di Corto Maltese e diventano linee in movimento: traiettorie, rotte e connessioni che restituiscono il senso del viaggiare. Questa iniziativa è l’adattamento espositivo dell’omonimo progetto editoriale con fotografie di Iwan Baan, illustrazioni del maestro Pratt e testi di Fabrizio Paladini. L’opera e l’immaginario dell’artista vengono qui raccontate attraverso 10 storie ambientate nei territori adiacenti alla rete di Autostrade per l’Italia, luoghi che valorizzano il viaggio come esperienza di relazione, conoscenza e memoria collettiva, in continuità con il tema centrale del Meeting 2026. L’autostrada non come protagonista del racconto, ma come parte integrante della storia, quella «strada che unisce culture, dialetti, abitudini e usanze e le rende Nazione».

Meloni intervistata dal New York Times: cosa ha detto su Trump

«È evidente che con Donald Trump credevo che le cose sarebbero state più facili, considerata la nostra convergenza su immigrazione, cultura woke e difesa dell’identità occidentale. Le cose sono andate in maniera diversa». Lo ha detto Giorgia Meloni nel corso di un’intervista concessa al New York Times, in cui è stato affrontato anche il tema dei rapporti tra i due leader, che si sono deteriorati nonostante le affinità politiche: tutto è iniziato con gli attacchi di Trump a Leone XIV, poi ci sono state le parole sui militari europei impegnati in Afghanistan e le accuse all’Italia per non aver supportato a dovere gli Usa nella guerra all’Iran. Il tutto è deflagrato al G7 di Evian, con il caso della foto “implorata” dalla presidente del Consiglio. I due, per ammissione di Meloni, non si parlano da diverse settimane. Quanto a un eventuale incontro dopo l’estate, la premier sì è poi limitata a un laconico: «Vedremo».

Meloni intervistata dal New York Times: cosa ha detto su Trump
Donald Trump e Giorgia Meloni al G7 di Evian (Imagoeconomica).

Il ruolo dell’Italia e la domanda sul fascismo

Nel corso dell’intervista, Meloni ha rivendicato una linea di politica estera che va oltre le simpatie individuali. «Continuo a credere che l’unità dell’Occidente sia qualcosa di molto importante. Non decido la strategia italiana in base ai miei rapporti personali», ha spiegato la presidente del Consiglio. Poi, parlando di «rivoluzione dell’orgoglio», ha aggiunto: «Non mi piace l’idea di un’Italia sottomessa, un’Italia che si considera inferiore alle altre». Meloni ha inoltre parlato con Roger Cohen del Nyt anche del suo percorso politico, che dalla periferia di Roma l’ha portata a Palazzo Chigi. E in questa parte dell’intervista è arrivata anche la domanda scomoda sulle radici post-fasciste di Fratelli d’Italia. La premier se l’è “cavata” così: «Chiaramente, se guardiamo a questa storia oggi, è una cosa. Se l’avessimo vista stando nel bel mezzo di quegli eventi, probabilmente l’avremmo percepita diversamente, no? Conosco il nome e la storia di tutti i giovani sacrificati sull’altare dell’antifascismo».

Meloni intervistata dal New York Times: cosa ha detto su Trump
Giorgia Meloni e Donald Trump (Imagoeconomica).

L’Olanda si aggiunge ai Paesi pronti a rimandare in Italia i “dublinanti”

La mossa di Giorgia Meloni di sospendere Schengen dopo la crisi migratoria di Ceuta si sta decisamente rivelando un boomerang per la presidente del Consiglio. Continua infatti ad allungarsi la lista dei Paesi che si preparano (e in alcuni casi lo hanno già fatto) a rimandare in Italia i cosiddetti “dublinanti” nell’ambito del nuovo Patto Ue su migrazione e asilo. A Germania, Svizzera, Austria, Finlandia e Svezia si sono ora aggiunti anche i Paesi Bassi. Julia Huisman-de Vries, portavoce del ministero della Giustizia e della Sicurezza olandese, ha dichiarato che «sono in corso contatti per definire una procedura efficace per effettuare questi trasferimenti». Amsterdam non ha fornito indicazioni sul numero complessivo di migranti che potrebbero essere interessate dai futuri trasferimenti. E non ha nemmeno precisato se la procedura riguarderà solo i richiedenti asilo arrivati dopo il 12 giugno, data di entrata in vigore del nuovo Patto Ue, o anche quelli già presenti in precedenza nei Paesi Bassi.

L’Olanda si aggiunge ai Paesi pronti a rimandare in Italia i “dublinanti”
Giorgia Meloni (Ansa).

Chi sono i “dublinanti” e cosa prevede il nuovo Patto Ue

Il termine “dublinanti” identifica i richiedenti asilo che, dopo avere presentato domanda di protezione nel primo Stato in cui sono stati identificati, si sono poi spostati in un altro Paese. Sono detti dublinanti perché il meccanismo che stabilisce quale Paese è responsabile della domanda di asilo deriva dal cosiddetto “sistema di Dublino”, che per anni ha regolato questa materia in Europa. Dal 12 giugno 2026 è entrato in vigore il Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione, che ridisegna le regole per gestire gli arrivi nei 27 Paesi dell’Ue, in base al quale i migranti devono essere riportati nello Stato in cui sono stati identificati la prima volta e a cui spetta la gestione della domanda di asilo. Dal 5 dicembre 2022 – data della circolare del Viminale che ha bloccato i rientri – al 31 dicembre 2025 sono state in tutto 80 mila le richieste all’Italia di presa in carico dei dublinanti. Domande che sono state perlopiù inevase. Secondo i dati Eurostat, l’Italia – Paese di primo approdo con più arrivi – nel 2025 ha ricevuto 24.152 richieste da altri Stati di riprendersi migranti, accettandone però solo 85.

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda

Nel risiko bancario che torna a impazzare bisogna stare attenti a dichiararsi cacciatori. Si rischia di svegliarsi qualche settimana dopo e scoprire di essere stati impallinati. Giuseppe Castagna, ad di Banco Bpm, ne sa qualcosa. All’inizio dell’estate era andato a bussare alla porta di Luigi Lovaglio proponendogli un matrimonio tra eguali, con tanto di lettera d’amore – finanziario, che non si pensi ad altro -spedita da Milano a Siena, inneggiante alle magnifiche sorti e progressive che accompagnano immancabilmente ogni fusione. 

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda
Giuseppe Castagna (Imagoeconomica).

Quel piano sfumato per colpa di Crédit Agricole

L’idea non era neppure malaccio. Banco Bpm e Montepaschi insieme avrebbero finalmente dato corpo al famoso terzo polo bancario, creatura mitologica che da anni compare e scompare dalle cronache senza mai materializzarsi. Un po’ come il centro in politica: tutti lo cercano, molti sostengono di abitarci, poi arrivano le elezioni e diventa difficile trovarlo. Al governo l’idea piaceva, alla Lega ancora di più. Banco Bpm è pur sempre la banca dei territori del Nord, quasi una dependance sentimentale del Carroccio. Mps invece, dopo essere stata per decenni una propaggine della sinistra senese che era quasi riuscita ad ammazzarla, è risorta grazie ai miliardi dello Stato, che attraverso il Mef ne conserva una piccola quota. Ma siamo sempre dalle parti di Cuccia: certe azioni, più che contarle, bisogna pesarle. Anche le poltrone erano sistemate. Castagna avrebbe comandato, Lovaglio sarebbe diventato presidente, e nessuno avrebbe dovuto cercarsi un altro mestiere. A mandare tutto all’aria ci ha però pensato Crédit Agricole, che possiede quasi il 30 per cento di Banco Bpm. Quando il primo azionista storce il naso, gli altri in genere si adeguano senza fare storie. Le nozze furono archiviate e ognuno tornò a casa sua. 

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda
Matteo Salvini con Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

La contromossa dell’irriducibile Lovaglio

Sembrava finita. Ma Lovaglio ha una tenacia che persino i suoi nemici gli ammirano e, come ha scritto ironicamente Mario Seminerio, pur di salvare Mps (e se stesso) sarebbe capace di lanciare un’Opa anche su JP Morgan. Per il momento si è accontentato di Banco Bpm e di Banca Generali, l’altro fronte che ha aperto, pur con grandi mal di pancia nel cda e uno dei suoi advisor Vitale-Barucci che, in mancanza di informazioni più dettagliate, non ha dato parere di fairness sull’operazione. Lovaglio ha ripescato la vecchia lettera di Castagna e gliel’ha rispedita sotto forma di Ops: 25,3 miliardi in azioni per comprarsi la banca di quello che pochi mesi fa voleva fondersi con lui. Per sottrarre Siena all’abbraccio di Intesa Sanpaolo, ha pensato che il modo migliore fosse abbracciare l’ex amico milanese.

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il governo potrebbe togliere Castagna dal fuoco

Per Castagna, ex nuotatore olimpico, ora comincia una gara nella quale qualunque corsia scelga rischia di sbattere contro il bordo della piscina. Se dice sì, Banco Bpm entra nel nuovo gruppo e lui, magari non subito, prepara le valigie: Lovaglio non ha attraversato tutte le guerre di Siena per costruire una banca più grande e poi consegnarne le chiavi a un altro. Se dice no, conserva banca e poltrona, ma anche il Crédit Agricole, che con quasi il 30 per cento da inquilino sta diventando padrone. I francesi potrebbero naturalmente decidere che quella quota è soltanto un antipasto e provare a mangiarsi tutto Banco Bpm. Ma a quel punto entrerebbe in scena la politica. Lo stesso governo che ha fermato con il golden power l’assalto di UniCredit avrebbe qualche difficoltà a spalancare le porte a Crédit Agricole. La Lega ancora di più. Per mesi Piazza Meda è stata difesa dagli appetiti di Andrea Orcel, trattato come uno straniero nonostante UniCredit abbia sede a Milano. Sarebbe curioso scoprire che, scampato il pericolo di Piazza Gae Aulenti, la soluzione patriottica si trova a Parigi. 

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda
Giuseppe Castagna (Imagoeconomica).

C’è differenza tra essere lo sposo o la dote

Castagna ha però una carta da giocare. Banco Bpm è azionista di Mps e quando l’assemblea senese sarà chiamata a pronunciarsi sulla maxi operazione potrà dire la sua. Con una situazione abbastanza rara persino nel nostro anomalo capitalismo: votare da socio della banca che vuole comprargli quella che dirige. Non è difficile immaginare quale possa essere il suo interesse. Nel risiko bancario tra essere lo sposo ed essere la dote la differenza non è un proprio un dettaglio. 

Maltempo, allerta meteo in quattro Regioni: frane, allagamenti e blackout

Emergenza maltempo in diverse regioni del Nord Italia, con nuove perturbazioni attese in giornata. Per oggi, venerdì 21 agosto, la Protezione civile ha diramato allerta arancione in quattro regioni: Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Lombardia e Toscana. Sono 13 le Regioni interessate dall’allerta gialla.

La situazione più delicata si registra in Lombardia

Il maltempo ha già provocato frane, allagamenti, cadute di alberi, problemi alla viabilità e interruzioni dei servizi in diverse zone. La situazione più delicata si registra in Lombardia, dove nella notte sono stati effettuati oltre 200 interventi di soccorso. A Isola di Fondra (Bergamo) da un campeggio sono state evacuate a scopo precauzionale 250 persone. Sempre nella Bergamasca sei Comuni (Valleve, Carona, Foppolo, Branzi, Valbondione e Gandellino) sono ancora isolati per via del maltempo: 350 gli evacuati. In Val Camonica, nel Bresciano, una frana ha distrutto il ponte sul torrente Val Rabbia. Il maltempo ha interessato anche il Comasco, in particolare Domaso, dove l’esondazione di un torrente ha compromesso la viabilità, e la provincia di Sondrio, con criticità a seguito dell’esondazione del bacino dei Forni e il crollo di un ponte pedonale.

In Toscana 6 mila famiglie rimaste senza elettricità

In Toscana tra le 21 e le 23 sono caduti oltre 8 mila fulmini. Forti piogge sulle province di Massa Carrara, Lucca, Grosseto, Siena, Pisa e Livorno. Numerosi gli alberi abbattuti dalle forti raffiche di vento. «Il vasto sistema temporalesco sta per avvicinarsi alla Toscana. Oltre 6 mila le utenze rimaste senza elettricità.

A Pescia (Pistoia) è crollato parte del muro dello stadio. Nelle prossime tre ore il sistema si sposterà verso est raggiungendo l’arcipelago, la costa centro-settentrionale e le aree di nord ovest. Attesi rovesci e forti raffiche di vento localmente superiori a 110 km/h. Nelle successive tre ore spostamento del fronte temporalesco verso le zone interne», ha scritto sui social il governatore Eugenio Giani.

I danni del maltempo in Friuli-Venezia Giulia e Liguria

Allagamenti e alberi abbattuti anche in Friuli-Venezia Giulia: dalle 18 di ieri alle 7 di oggi ci sono state complessivamente 135 chiamate legate a richieste per il maltempo (50 nella provincia di Udine, 40 in quella di Pordenone, 32 in quella di Gorizia e 13 in quella di Trieste). Per quanto riguarda la Liguria, dove un fulmine già ieri aveva mandato in tilt la stazione ferroviaria di Ventimiglia, durante la notte le zone più colpite sono state quelle di Montoggio e Sant’Olcese, nell’entroterra genovese, dove in un’ora sono caduti 65,6 millimetri di acqua. Anas ha disposto la chiusura temporanea dell’Aurelia nel territorio di Savona, in corrispondenza del ponte sul torrente Quiliano. Nel Comune di Arenzano (Genova) è stata bloccata la strada in corrispondenza della galleria Pizzo.

Nuovi rincari per i carburanti: benzina a 2,005 euro al litro

Non si ferma l’impennata del prezzo dei carburanti. La benzina segna un nuovo picco dopo i 2,002 euro al litro raggiunti ieri e sale a 2,005 euro in modalità self service sulla rete stradale: si tratta del prezzo più alto da settembre del 2023. In autostrada il prezzo medio della benzina è salito a 2,080 al litro (ieri era 2,077). Il gasolio ha invece raggiunnto 2,122 al litro sulla rete stradale (ieri era 2,116) e 2,194 in autostrada (ieri 2,186). Sono i dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy che permette di consultare in tempo reale i prezzi praticati presso gli impianti di distribuzione situati nel territorio nazionale, come comunicati dagli esercenti. Il record degli ultimi anni è stato toccato a marzo del 2022, poco dopo l’invasione russa dell’Ucraina, quando il prezzo medio della verde era arrivato a circa 2,2 euro al litro.

Trump e il suo ex avvocato Cohen riuniti dopo anni di scontri

Donald Trump e Michael Cohen di nuovo insieme in un’intervista radiofonica. Dopo gli accesi scontri e gli attacchi passati, il presidente Usa ha accettato di parlare con il suo ex avvocato personale e uomo di fiducia ai microfoni di Wabc, network di New York. Durante il colloquio, Cohen ha sfiorato il tema del loro rapporto «rianimato», perché i due si sono ormai perdonati a vicenda, lasciando spazio al tycoon per esporre le sue posizioni su Iran («li abbiamo spazzati via» e «presto avremo pieno controllo di Hormuz»), Israele («non esisterebbe senza di me») e Partito democratico («credo saranno spazzati via alle elezioni di midterm»). Cohen, che in passato aveva paragonato Trump a un mafioso, questa volta si è rivolto a lui chiamandolo «signore» sei volte, «signor presidente» quattro volte e «capo» una.

Mps lancia le offerte su Bpm e Banca Generali: valore complessivo 34 miliardi

All’indomani del cda che ha dato semaforo verde al piano dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio, Monte dei Paschi di Siena ha annunciato il lancio di due offerte pubbliche di scambio volontarie, contestuali e parallele, interamente in azioni, sull’intero capitale di Banco Bpm e Banca Generali, per un valore complessivo di 34 miliardi di euro.

Il valore delle due operazioni lanciate da Mps

L’offerta di scambio totalitaria su Banco Bpm prevede 1,567 azioni del di Mps per ogni titolo della banca milanese. L’ops, spiega Rocca Salimbeni, non include alcun premio e valorizza l’istituto guidato da Giuseppe Castagna 25,35 miliardi di euro. L’offerta su Banca Generali prevede un rapporto di cambio di 6,958 nuove azioni di Mps per ciascun titolo della controllata del Leone, con un premio del 10 per cento sui prezzi ufficiali del 19 agosto.

Mps lancia le offerte su Bpm e Banca Generali: valore complessivo 34 miliardi
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il 29 ottobre sarà l’assemblea dei soci a esprimersi

Mps prevede che il periodo di adesione alla doppia offerta su Banca Generali e Banco Bpm «possa avere inizio entro la prima metà del mese di dicembre 2026 e concludersi entro la prima metà del mese di febbraio 2027». L’efficacia delle due ops è condizionata al raggiungimento di un livello minimo di adesioni del 50 per cento. Inoltre, in osservanza della passivity rule, servirà il via libera dell’assemblea dei soci del Monte, convocata il 29 ottobre, che vedrà anche il voto sulla fusione con Mediobanca. In caso di adesione integrale, gli attuali azionisti di Siena deterranno il 50,1 per cento del gruppo combinato (che sarà il terzo polo italiano del credito), quelli di Bpm il 37,2 per cento e quelli Banca Generali il 12,7 per cento.

Mps lancia le offerte su Bpm e Banca Generali: valore complessivo 34 miliardi
Una filiale del Monte dei Paschi di Siena (Imagoeconomica).

In arrivo anche una supercedola per gli azionisti

Il piano messo a punto da Lovaglio per fronteggiare l’opas di Intesa Sanpaolo prevede poi la distribuzione di 4 miliardi di euro di dividendi a favore degli azionisti di Mps, da corrispondere parte in cassa (1 miliardo) e parte in azioni Generali (3 miliardi).