Sky e Warner Bros Discovery hanno siglato un accordo che rinnova la partnership tra i due gruppi, riportando così su Sky un ampio numero di canali e contenuti del gruppo Wbd. L’intesa prevede infatti il ritorno di 10 canali in chiaro – Nove, Discovery, Real Time, Dmax, Giallo, Food Network, Hgtv, Discovery Turbo, K2 e Frisbee – sui decoder Sky Q, My Sky, Sky Stream e su Sky Glass, aggiungendosi ai canali kids Cartoon Network e Boomerang e alle news di Cnn International.
L’accordo prevede alcune prime visioni in esclusiva
L’offerta cinema di Sky e Now includerà poi un’ampia selezione di film Warner Bros, tra recenti blockbuster e titoli cult, che si aggiungono al vasto catalogo di Sky Cinema. L’accordo prevede alcune prime visioni in esclusiva, fra cui Primavera con Tecla Insolia (candidata come miglior attrice protagonista ai David di Donatello) e Idoli con Claudio Santamaria, e grandi film come Una battaglia dopo l’altra, trionfatore agli Oscar di quest’anno, il nuovo Superman dell’Universo Dc, Weapons e Cime tempestose, tiitoli che saranno disponibili su Sky Cinema e Now a partire dal 2027.
L’app discovery+ torna su Sky
Dal 14 maggio, inoltre, l’app discovery+ sarà di nuovo su Sky Q, Sky Stream e Sky Glass. I clienti Sky già abbonati a discovery+ o che vorranno abbonarsi potranno accedere all’app, in modo semplice e diretto dal telecomando Sky, e vedere i contenuti discovery+ Originals e quelli sportivi di Eurosport, tra cui il Roland Garros di tennis, il ciclismo con Giro d’Italia, Tour de France e La Vuelta, gli sport invernali, i motori con Le Mans e Formula E e il golf del PGA Tour.
In Cilento non emigrano soltanto quei giovani che lasciano la propria terra, a volte anche per sempre, al fine di trovare un futuro diverso altrove. Fenomeno, questo, che viene condiviso adesso anche dalle feste e dalle sagre. Gli organizzatori della famosa Festa del Pane e della Civiltà Contadina, ben radicata in quel di Trentinara, quest’anno sarà ospitata ad Agropoli e nello specifico nell’area mercatale.
La giunta comunale guidata da Roberto Antonio Mutalipassi ha approvato la concessione del suolo pubblico a titolo gratuito alla Pro Loco di Trentinara. Da sottolineare l’assenza dell’assessore Elvira Serra e quella della vice sindaco Rosa Lampasona come sempre collegata in videoconferenza perché non c’erano nastri da tagliare. Qualora ci fossero stati, sarebbe stata la prima ad essere presente, mettendosi in posa a favore di scatti e foto ricordo.
Tale decisione ha scatenato non poche polemiche. «L’amministrazione ha tradito la città, superando ogni limite – dice il consigliere di minoranza Massimo La Porta – nel momento più importante dell’anno per l’economia cittadina, quando commercianti, ristoratori e operatori turistici aspettano di lavorare, il Comune decide di mettergli contro un evento esterno, con stand, vendita di cibo e intrattenimento. E lo fa nel modo più grave possibile: concedendo gratuitamente il suolo pubblico.
Ma c’è un elemento ancora più inaccettabile – spiega – l’evento viene collocato nell’area mercatale di Agropoli Sud: una scelta precisa, che crea un circuito chiuso, isolato dal resto della città. Significa una cosa sola e cioè che i flussi restano lì dentro, nessuna passeggiata verso il centro, nessuna ricaduta su bar, ristoranti, negozi, nessun indotto reale per la città. Tutto viene concentrato in un’area separata, con attività temporanee che fanno concorrenza diretta a quelle locali. Così non si promuove il territorio ma si toglie economia alla città.
Si toglie lavoro agli agropolesi per spostarlo altrove, dentro uno spazio chiuso, per pochi giorni e senza alcun beneficio diffuso. E tutto questo per un evento che non appartiene nemmeno alla nostra identità. Agropoli viene così ridotta a contenitore e gli agropolesi messi da parte».
Dello stesso avviso è Raffaele Pesce: «Per parlare seriamente di territorio bisogna partire dal rispetto delle peculiarità dei paesi, piccoli e grandi, che lo costituiscono e ne conservano ancora l’essenza più antica e verace. Senza rispetto non c’è unione, non c’è visione, non c’è territorio, non c’è futuro turistico ma massificazione. Pro Loco o Contra Locum?». Nel frattempo, da parte del primo cittadino del paese dell’interno arriva una presa di posizione chiara.
«Con la certezza che l’area mercata di Agropoli rappresenti il luogo ideale per valorizzare la cultura, la storia e le tradizioni di un territorio – dice Rosario Carione a Cilento Post – auspico una ottima riuscita dell’evento. Non consentirò mai, fino all’ultimo giorno del mio mandato, la realizzazione di eventi o altro che non abbiano come obiettivo principale la valorizzazione dei luoghi, la promozione turistica del territorio e la crescita sociale, culturale ed economica dell’intera comunità».
Insomma, la panificazione, l’esaltazione di una tradizione culinaria che trovava spazio tra i vichi e nei portoni sarè ospitata sotto tendono in una grossa area di parcheggio, al di sotto di un’arteria stradale particolarmente trafficata.
Sono stati individuati dai carabinieri e denunciati per lesioni e percosse quattro militanti di estrema destra ritenuti responsabili di aver aggredito un 33enne sorpreso a staccare a Milano alcuni manifesti riguardanti la commemorazione del 51esimo anniversario della morte di Sergio Ramelli, militante del Fronte della Gioventù ucciso nel 1975 da alcuni aderenti alla sinistra extraparlamentare legati ad Avanguardia Operaia.
Saluti romani al termine del corteo dell’ultradestra milanese per Ramelli (Ansa).
L’aggressione si è verificata nella zona di via Aselli, dove era prevista la partenza della parata in onore di Ramelli. L’uomo colpito con calci e pugni era stato poi trasportato in codice verde in ospedale con ferite lievi. «Uno che va a strappare i manifesti di Ramelli già è grave, che lo faccia il giorno in cui è stato ammazzato… È stato picchiato perché ha voluto andarsele a prendere», aveva commentato il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato.
Stephen Hickey è stato nominato ambasciatorebritannico presso la Repubblica italiana e ambasciatore non residente presso la Repubblica di San Marino. Lo ha reso noto il Foreign, commonwealth and development office. Hickey, che assumerà l’incarico da giugno 2026, succede a Lord Llewellyn, che ricoprirà il ruolo di direttore politico dell’Ufficio degli Esteri, del Commonwealth e dello Sviluppo (Fcdo) e direttore generale per gli Affari politici. In passato Hickey è stato ambasciatore britannico a Baghdad dal 2019 al 2021, ambasciatore e coordinatore politico presso la missione del Regno Unito alle Nazioni Unite a New York, vice capo missione al Cairo, consigliere politico a Pretoria, capo della missione britannica a Bengasi e vice capo missione a Damasco. Nel corso della carriera ha inoltre ricoperto incarichi al Foreign Office su Iran, Medio Oriente e rapporti con l’Unione europea.
La Procura di Pavia ha invitato Andrea Sempio per un interrogatorio il 6 maggio. Nell’atto l’unico indagato nella nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi compare come l’unico autore del delitto, aggravato «dalle sevizie e dai futili motivi». Nessun cenno a ignoti non identificati o ad Alberto Stasi, all’epoca fidanzato della vittima, condannato in via definitiva a 16 anni di carcere.
Il movente: il rifiuto della vittima a un approccio sessuale
Dell’invito per la presentazione di persona sottoposta ad indagini si ricavano i due elementi nuovi a carico di Sempio: il movente e la dinamica dell’omicidio. L’indagato, secondo la Procura, avrebbe ucciso «a seguito del rifiuto del suo approccio sessuale», avvenuto nella villetta di Garlasco dopo la partenza per la montagna del resto della famiglia Poggi (Sempio era amico di Marco, fratello di Chiara). Da qui l’aggravante dei futili motivi, «riconducibili all’odio per la vittima» per quel “no”. Per quanto riguarda le sevizie, il presunto assassino avrebbe infierito oltre quanto stabilito dalle vecchie sentenze.
Combo con Andrea Sempio, Chiara Poggi e Alberto Stasi (Ansa).
La nuova ricostruzione del delitto: cosa sarebbe successo
Questa la ricostruzione: «Dopo una iniziale colluttazione» Sempio «colpiva reiteratamente» Chiara Poggi «con un corpo contundente dapprima in regione frontale sinistra e in regione zigomatica destra, facendola cadere a terra. A seguito di ciò, la trascinava al fine di condurla verso la porta di accesso alla cantina» della villetta e, dopo che la vittima aveva provato a «reagire mettendosi carponi, la colpiva nuovamente con almeno 3-4 colpi in regione parieto-temporale sinistra, in regione parietale posteriore, lungo la linea mediana ed in regione parietale sinistra paramediana, facendole perdere i sensi». A seguito di ciò, «spingeva il corpo della vittima facendolo scivolare lungo le scale che conducono in cantina ove, nonostante la stessa fosse già incosciente, la colpiva con almeno 4-5 colpi in regione parieto-occipitale sinistra cagionando alla stessa gravi lesioni cranio encefaliche dalle quali derivava il decesso».
Per Stasi l’aggravante delle sevizie era stata esclusa
Per Stasi era stata invece esclusa l’aggravante delle sevizie: la sentenza nei suoi confronti è passata in giudicato e per ribaltarla sarebbe necessario unprocesso di revisione. Le due aggravanti determinerebbero nell’ergastolo la pena massima in caso di processo ed eventuale condanna. Sempio è atteso il 6 maggio alle 10 nell’ufficio del procuratore aggiunto Stefano Civardi per l’interrogatorio. Il 20 maggio 2025 non si era presentato sfruttando un vizio formale della notifica.
L’ex direttore dell’Fbi James Comey, nei confronti del quale è stato emesso un mandato di arresto per aver «minacciato di morte» Donald Trump, si è costituito alle forze dell’ordine in Virginia. Il funzionario, che è stato rapidamente rilasciato su cauzione, era stato nominato da Barack Obama a capo dell’Fbi e confermato dal tycoon durante il suo primo mandato. Le accuse si riferiscono a una foto da lui postata su Instagram in cui si vede una serie di conchiglie a formare i numeri «86 47», accompagnata dalla scritta «una curiosa formazione di conchiglie durante la mia passeggiata in spiaggia». Un gesto che è stato interpretato come una minaccia contro il tycoon, dato che il numero 86 indica l’atto di eliminare o sbarazzarsi definitivamente di qualcuno mentre il 47 farebbe riferimento al 47esimo presidente degli Stati Uniti (Donald Trump, appunto). «Non finirà qui. Tuttavia, per quanto mi riguarda, nulla è cambiato. Sono ancora innocente. Non ho ancora paura. E continuo a credere nell’indipendenza della magistratura federale», aveva detto l’ex capo del Bureau prima di costituirsi.
La Global Sumud Flotilla, diretta verso la Striscia di Gaza per portare aiuti umanitari, è stata intercettata nella notte dalle motovedette israeliane a ovest di Creta in acque internazionali. La Marina di Tel Aviv afferma di aver sequestrato circa 50 imbarcazioni con a bordo 400 attivisti. Ma i dati sono discordanti: secondo quanto riferito a RaiNews24 dalla portavoce Maria Elena Delia (e poi dal Ministero degli Esteri israeliano), sarebbero state bloccate 22 imbarcazioni.
Approximately 175 activists from more than 20 boats of the condom flotilla are now making their way peacefully to Israel.
«Circa 175 attivisti, provenienti da oltre 20 navi della “flottiglia dei preservativi”, stanno ora raggiungendo pacificamente Israele». Lo ha scritto su X il ministero degli Esteri di Tel Aviv condividendo un video su X, in cui si vedono anche alcuni attivisti che «si divertono a bordo di navi israeliane». In un’altra clip vengono mostrati preservativi e «droghe» rinvenuti su un’imbarcazione.
This is the “medical aid” found aboard the PR stunt flotilla: condoms and drugs pic.twitter.com/RKiHrGLWfw
Le imbarcazioni italiane erano partite domenica da Augusta
«Prima sono arrivate due navi militari che si sono presentate come navi della Marina israeliana e hanno chiesto agli attivisti di fermarsi e tornare indietro. Dopo aver chiesto a tutti di mettersi a prua e in ginocchio alcuni militari sono saliti a bordo con le armi d’assalto, come si vede anche da alcuni video, dopo di che da quelle barche non abbiamo avuto più comunicazioni», spiega Delia. Secondo Freedom Flotilla Italia, l’azione si configura come «un intervento armato in acque internazionali ai danni di un’imbarcazione civile», e pertanto è «un episodio di estrema gravità che rappresenta una violazione del diritto internazionale». Tra i natanti coinvolti diverse battono bandiera italiana: erano partite dal porto di Augusta, in Sicilia, ed erano al quarto giorno di navigazione. La Farnesina ha chiesto informazioni a Tel Aviv.
TIMELINE – Global Sumud Flotilla near Crete
April 29, 2026 Around 58 vessels sail in international waters, hundreds of miles from Gaza
Gli attivisti: «Rapimento di civili nel Mediterraneo, è pirateria»
L’inviato israeliano presso le Nazioni unite, Danny Danon, ha scritto su X che «è stata intercettata un’altra flottiglia provocatoria». Così gli attivisti: «Escalation pericolosa e senza precedenti il rapimento di civili nel mezzo del Mediterraneo, a oltre 960 chilometri da Gaza, sotto gli occhi del mondo intero. Si tratta di pirateria. I governi devono agire ora per proteggere la Flotilla e ritenere Israele responsabile di queste flagranti violazioni del diritto».
Ferma condanna da parte della Turchia. Il ministero degli Esteri di Ankara, in un comunicato, ha scritto che l’azione della Marina di Tel Aviv «costituisce un atto di pirateria», aggiungendo che Israele col suo intervento «ha violato anche i principi umanitari e il diritto internazionale».
Video footage of Israeli Navy storming one of the 7 intercepted flotilla boats.
The Israelis have ventured 500 nautical miles, to international waters off of the Greek coast – waters they have no jurisdiction in according to international law – to attempt to stop the Global… pic.twitter.com/VW72Ojm047
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di ridurre la presenza militare americana in Germania, nell’ambito della polemica con il cancelliere tedesco Friedrich Merz sulla guerra tra Usa e Iran. Nei giorni scorsi, quest’ultimo aveva affermato che Washington è stata «umiliata» dalla leadership iraniana, criticando la mancanza di strategia nel conflitto. «Gli Stati Uniti stanno studiando e rivedendo la possibile riduzione delle truppe in Germania, con una decisione che sarà presa prossimamente», ha scritto Trump in un post social. Gli Usa hanno diverse importanti strutture militari nel Paese, tra cui il quartier generale dello United States European Command e dello United States Africa Command, la base aerea di Ramstein e il Landstuhl Regional Medical Center.
È finito con un ‘no’ il tempo di “Waity Luca“. Matteo Salvini si è deciso a chiedere a Luca Zaia di fare il suo vice. Quest’ultimo lo ha ringraziato ma ha preferito non accettare l’ingresso nella segreteria della Lega. Tempo un quarto d’ora – scenografia gli stand del Vinitaly – e si è chiuso un nodo che alimentava tensioni interne da tempo.
Luca Zaia e Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Il pressing dei territori e il temporeggiamento del capo
Il capo della Lega ha impiegato mesi a fare il passo, poco meno di William d’Inghilterra con Kate Middleton (soprannominata, appunto, “Waity Katie” in attesa del matrimonio). La spinta a sostegno dell’ingresso di Zaia nella segreteria era arrivata a fine novembre dai territori, in parallelo al boom di preferenze registrato alle Regionali venete, con la raccolta firme avviata in qualche provincia lombarda e piemontese. Poi c’era stata la richiesta esplicita da parte di big come gli ex colleghi governatori, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga. La svolta si sarebbe sposata bene con il progetto dell’ex presidente veneto di creare una formazione nordista all’interno della Lega, di cui lui sarebbe stato il leader naturale, sul modello tedesco della Csu che rappresenta la Cdu in Baviera. A maggior ragione dopo l’uscita di Roberto Vannacci dal partito. Fino al 3 febbraio l’ex generale aveva ricoperto il ruolo di vice segretario, dopo di che era aumentato il pressing per una ‘promozione’ di Zaia. Salvini ha sempre preso tempo. «Vedremo. Zaia è una risorsa, può fare tutto», liquidava i cronisti.
Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga (Imagoeconomica).
Il no di Zaia e i veri obiettivi dell’ex Doge
Ora la novità è la proposta, arrivata finalmente due settimane fa. «Vieni a fare il mio vice al posto di Alberto Stefani», gli avrebbe chiesto Salvini, tra un calice e l’altro. Ma l’idea non ha incontrato il favore di Zaia, che si è subito tirato indietro. «Prendere il posto del nuovo governatore veneto: no. Non mi sembra il caso Matteo», è stata l’obiezione, senza tentennamenti. La verità – sussurrano in via Bellerio – è che Zaia vorrebbe un ruolo di rilievo, al pari del vero dominus leghista, Claudio Durigon, incaricato della gestione del partito al Centro e al Sud. Anche se ormai al pari di Durigon non riesce a stare nessuno nella Lega, si riconosce. L’ex sindacalista di Latina, iniziato alla politica da Francesco Storace, ha sostanzialmente preso in mano la gestione del partito: decide nomine e incarichi, organizza eventi, è tra i principali consiglieri di Salvini, insieme al senatore Andrea Paganella. Zaia voleva fare il Durigon del Nord, non prendere il posto di Stefani, giovane veneto, che si è distinto per l’inoperosità come vice. Non è chiaro se il ‘niet’ del veneto avrà delle conseguenze. Qualcuno nella Lega racconta di un Salvini irritato dal diniego. Altri credono che comunque ci sarà la possibilità di rinsaldare il Nord con la candidatura alle Politiche del tridente Zaia-Fontana-Fedriga (anche se questi ultimi dovrebbero anticipare la fine del mandato).
Claudio Duringon (Imagoeconomica).
Salvini è rimasto solo con Meloni a volere cambiare la legge elettorale
Tanto Salvini si dice convinto di vincere nel 2027: lo ha ripetuto anche ai parlamentari nella riunione a porte chiuse. Ed è proprio per questo – ha detto – che vuole tenere fede all’impegno di cambiare la legge elettorale, andando avanti con l’ampio premio di maggioranza previsto dallo Stabilicum (la proposta di legge presentata dalla maggioranza). Forza Italia è contraria, e lo sono in molti anche nel suo partito. Salvini è rimasto solo con Giorgia Meloni e FdI a voler mettere mano al sistema di voto.
La seconda stagione della serie è stata bene accolta dalla critica, ma vista da meno spettatori
Come sta andando la seconda stagione di Daredevil: Born Again? Beh, dipende a chi lo domandate. Se infatti la serie disponibile su Disney+ – il cui finale di stagione arriverà sulla piattaforma di streaming il prossimo mercoledì 6 maggio – sta riscontrando un grande successo di critica con un 90% di recensioni positive sull'aggregatore Rotten Tomatoes, il sito di data analysis Luminate riporta un drastico calo di spettatori rispetto alla prima stagione. Nello specifico, mettendo a confronto i primi cinque episodi di entrambe le stagioni, si è... - Leggi l'articolo
Complice il successo della serie animata dedicata a Darth Maul, la serie del 2024 acquista nuovi spettatori
A due anni di distanza dall'arrivo sulla piattaforma, negli ultimi giorni una delle serie più brevi dell'universo Star Wars è tornata ad affacciarsi nella top 10 dei prodotti più guardati su Disney+. Si tratta di The Acolyte, miniserie creata da Leslye Headland e cancellata dopo una sola stagione (sebbene sia stata la seconda serie più guardata del 2024 sulla piattaforma di streaming). La serie, ambientata un secolo prima rispetto agli eventi di Episodio I – La minaccia fantasma, segue le vicende di Amandla Stenberg, un'ex Padawan che si ricongiunge... - Leggi l'articolo
SERIE TV - Star Wars - 30 aprile 2026 - articolo di Angela Bernardoni
In 40 giorni gli Emirati Arabi Uniti hanno chiesto liquidità di salvataggio alle proprie banche, una linea di emergenza in dollari al Tesoro americano agitando la minaccia dello yuan, e ora abbandonano l’OPEC dopo sei decenni. Tre atti dello stesso copione: una potenza che non sa più dove sbattere la testa, mentre il fratello del presidente fa shopping a Londra e la propaganda di Abu Dhabi confeziona il tutto come «riallineamento strategico».
La ritirata degli Emirati in tre atti
C’è un modo elegante di raccontare la decisione annunciata via WAM, l’agenzia di Stato emiratina: «Evoluzione policy-driven allineata ai fondamentali di mercato di lungo periodo». Parole del ministro dell’Energia Suhail Al Mazrouei. È la grammatica con cui le petromonarchie del Golfo confezionano qualunque cosa, comprese le ritirate. E poi c’è il modo onesto: gli UAE escono dall’OPEC e dall’OPEC+ a partire dal primo maggio perché la guerra in Iran li ha devastati, perché i sauditi non li hanno protetti, perché Donald Trump li ha trascinati nel conflitto e ora li usa come ariete contro Riad, e perché Mohammed bin Zayed ha bisogno di optionality — qualunque optionality — su una scacchiera dove ha perso quasi tutte le caselle.
Il presidente degli Emirati, Mohamed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).
Primo atto: il pacchetto di emergenza della Banca centrale
Il primo atto è andato in scena il 18 marzo, quando la Banca centrale (CBUAE) ha convocato una riunione straordinaria approvando un pacchetto d’emergenza: accesso al 30 per cento delle riserve obbligatorie, rilascio simultaneo del Countercyclical e del Capital Conservation Buffer, allentamento dei ratio di liquidità, flessibilità sui crediti deteriorati. La CBUAE ha esibito come scudo riserve valutarie sopra il trilione di dirham e un cover ratio della monetary base al 119 per cento. Ma rilasciare contemporaneamente entrambi i buffer di capitale non è una misura precauzionale: è ciò che si fa quando il sistema mostra crepe. Era il giorno dopo gli attacchi a Fujairah e a 23 miglia nautiche dal porto, due giorni dopo il drone sullo Shah gas field di Abu Dhabi.
Il porto di Fujairah (Ansa).
Secondo atto: l’aiuto degli Usa e l’attivazione dell’Exchange Stabilization Fund
Il secondo atto è andato in onda il 20 aprile, sul Wall Street Journal. Il governatore Khaled Mohamed Balama, durante gli Spring Meetings del FMI a Washington, ha avvicinato il segretario al Tesoro Scott Bessent e funzionari della Federal Reserve per chiedere l’apertura di una swap line valutaria in dollari, il meccanismo con cui due banche centrali si scambiano valuta e si impegnano a riconvertire alla scadenza. Richiesta «preliminare e precauzionale», dicono i diplomatici emiratini quando la situazione è già fuori controllo.
H.E. Khaled Mohamed Balama, governatore della Banca centrale degli Emirati (dal profilo Instagram).
Ma il dettaglio politicamente esplosivo è un altro: le fonti del WSJ riferiscono che Abu Dhabi ha argomentato che è stato Trump a coinvolgerli nel conflitto attaccando l’Iran, e che qualora i dollari dovessero scarseggiare, gli Emirati potrebbero essere costretti a usare lo yuan cinese per le transazioni petrolifere. Una minaccia esplicita, formulata da un Paese il cui dirham è ancorato al dollaro a 3,6725 dal 1997. L’equivalente finanziario di un tentativo di suicidio, recapitato come messaggio diplomatico a Washington. Il 22 aprile Trump ha risposto in diretta su CNBC Squawk Box: «Se avessero un problema, ci sarei per loro». Lo stesso giorno Bessent al Senato ha confermato che «molti» alleati del Golfo hanno chiesto swap lines e che lo strumento «benefit both the UAE and the US». Il 24 aprile, su X, Bessent ha alzato il tiro parlando esplicitamente di «creare nuovi centri di funding del dollaro nel Golfo e in Asia». La traduzione: il Tesoro Usa si prepara a salvare gli UAE attraverso l’Exchange Stabilization Fund — non la Fed — la stessa scatola con cui Bessent ha dato i 20 miliardi all’Argentina di Milei a ottobre 2025. Veicolo che bypassa Federal Reserve e Congresso, e che lega gli UAE a un guinzaglio di sei mesi rinnovabili, richiamabili dal Tesoro in qualsiasi momento.
Discussions with countries, including our Gulf and Asian allies, about U.S. dollar swap lines are part of ongoing, routine conversations that @USTreasury has been having with our partners over a number of years. They are a testament to the U.S. dollar’s primacy and the strength…
— Treasury Secretary Scott Bessent (@SecScottBessent) April 24, 2026
Terzo atto: Abu Dhabi via dall’OPEC e dall’OPEC+
Il 28 aprile scatta il terzo atto: l’uscita dall’OPEC e dall’OPEC+. Gli Emirati erano membri fondatori dal 1967, quattro anni prima dell’esistenza stessa della federazione. Sheikh Zayed bin Sultan Al Nahyan, padre di MBZ e architetto del Paese, portò Abu Dhabi nel cartello come strumento di sovranità araba sul petrolio. Sessant’anni dopo, suo figlio baratta quella membership per una swap line americana. Già si parla di «petrodollaro che muore». Tecnicamente però l’OPEC non impone in alcuno statuto la fatturazione del greggio in dollari. Il petrodollaro è un accordo bilateraleStati Uniti-Arabia Saudita del 1974, non una clausola del cartello. L’Iran è dentro l’OPEC e accetta yuan, rubli, euro da anni. Quindi uscire dall’OPEC non “libera” gli UAE dal dollaro. Ciò che invece libera è la disciplina monetaria saudita, la coordinazione che all’interno dell’OPEC vincolava ogni mossa di diversificazione valutaria a Riad. Fuori dall’OPEC, gli Emirati possono stringere bilaterali in yuan con Pechino, tenere il dollaro con Washington, costruire optionality di fatturazione senza dover allineare con i sauditi. Si tratta dell’erosione della disciplina interna del petrodollaro, non di rottura legale.
Il logo dell’OPEC (Ansa).
A chi conviene l’uscita degli UAE?
A chi conviene tutto questo? A Trump, prima di tutto. Da mesi accusa l’OPEC di «ripping off» l’America con prezzi gonfiati. L’uscita degli UAE è il primo trofeo concreto della sua pressione, e arriva mentre il Brent torna sopra i 112 dollari per la chiusura di fatto di Hormuz e la benzina americana pesa sulle midterm di novembre. APechino, che ottiene un piede nel Golfo senza dover convincere nessuno: gli emiratini glielo offrono spontaneamente, anche se — come vedremo — è un finto regalo. E paradossalmente anche a Riad, che si libera di un alleato sempre più scomodo, sempre più filo-americano e sempre più tossico. A chi non conviene è agli Emirati stessi. Perché restano materialmente devastati. La promessa di «pompare a 5 milioni di barili al giorno» con cui Abu Dhabi giustifica l’uscita è solo propaganda: le fonti indipendenti — EIA, Energy Intelligence, Rystad — stimano la capacità reale dell’Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC) tra i 4,3 e i 4,5 milioni di barili, contro una produzione pre-guerra di 3,4. La spare capacity effettivamente attivabile è di 600-800 mila barili giornalieri, non i 1,5-2 milioni necessari per fare crollare i prezzi che Trump promette ai propri elettori. Senza contare che Habshan, Fujairah Oil Industry Zone, Ruwais, Khor Fakkan, Borouge e l’oleodotto ADCOP sono tutti stati colpiti. Le infrastrutture di processamento ed export sono in convalescenza, non a piena capacità.
Il campo petrolifero di HabshanFujairah (Ansa).
La lancia Usa nel Golfo si è spuntata in 40 giorni
Gli Emirati restano con un PIL 2026 stimato dal FMI al 3,1 per cento — rivisto da 5,0 per cento di gennaio — che è ottimismo da brochure. Restano con i capitali in fuga, una swap line da 20-30 miliardi di dollari (la dimensione Argentina) che copre meno di un mese di burn rate sotto stress, e una Banca centrale che nasconde la fuga sotto pacchetti chiamati «di resilienza». La maschera è caduta: dopo essersi venduti al mondo per 20 anni come hub neutro, oggi sono il Paese che chiede liquidità in dollari a Washington minacciando di usare lo yuan, ed esce dall’OPEC nel mezzo di una crisi energetica storica, senza nemmeno consultare Riad. Mentre tutto questo accade, Tahnoon bin Zayed continua a fare shopping a Londra: 1,4 miliardi di sterline tramite IHC per un portafoglio di ristoranti di lusso. È l’immagine perfetta di una élite che non ha capito — o ha capito troppo bene — che il gioco è finito. La punta di lancia americana e israeliana nel Golfo si è spuntata in 40 giorni. E il beduino che voleva fare il padrone di casa del mondo arabo si ritrova a chiedere l’elemosina — prima alle proprie banche, poi al Tesoro americano, ora all’OPEC. Tre porte, tre richieste, tre atti. Il quarto atto sarà il prezzo da pagare. E quello arriverà dai sauditi.
Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, Abdullah bin Zayed Al Nahyan e Yousef Al Otaiba durante un incontro con Marco Rubio (Ansa).
La commissione bancaria del Senato degli Stati Uniti ha approvato la candidatura di Kevin Warsh come nuovo presidente della Federal Reserve, indicata direttamente da Donald Trump. Il voto ha seguito le linee di partito: favorevoli i repubblicani (13), contrari i democratici (11). La nomina di Warsh passa ora all’esame dell’intero Senato, dove il Partito repubblicano gode della maggioranza con 53 seggi su 100. Il voto con ogni probabilità avverrà nei prossimi giorni, consentendo così a Warsh di assumere l’incarico per il 15 maggio, quando scade il mandato di Jerome Powell, finito più volte nel mirino di Trump.
«La Presidenza del Consiglio dei ministri, tramite l’Avvocatura Generale dello Stato, che a sua volta ha delegato uno studio legale elvetico, ha depositato l’atto di costituzione di parte civile della Repubblica Italiana nel procedimento penale relativo all’incendio avvenuto a Crans-Montana». È quanto si legge in una nota di Palazzo Chigi.
Perché l’Italia si è costituita parte civile
La decisione «è motivata dal danno diretto arrecato al patrimonio dello Stato italiano a causa delle ingenti risorse mobilitate dal Servizio nazionale della Protezione civile per l’assistenza medica, psicologica e logistica ai connazionali coinvolti». Per quanto riguarda le responsabilità del rogo e quindi della strage avvenuta nella notte di Capodanno nella località sciistica svizzera, «il documento di costituzione di parte civile evidenzia come il coinvolgimento delle autorità locali nella genesi dell’evento sia considerato estremamente verosimile, giustificando la ferma richiesta di ristoro contro tutti i soggetti civilmente responsabili». Il Governo italiano, prosegue la nota, «continuerà ad assicurare il massimo impegno nel monitorare ogni fase del procedimento giudiziario in Svizzera, garantendo un’informazione costante e trasparente sulle proprie iniziative e confermando il pieno e ininterrotto supporto alle famiglie delle vittime e ai feriti», affinché «sia fatta piena luce sulle responsabilità e sia resa giustizia per il grave danno subito dalla comunità nazionale».
Dopo il via libera della Camera dei deputati a luglio del 2025 è arrivato anche l’ok definitivo dell’aula del Senato alla legge che istituisce la Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa dello svolgimento della loro professione. La ricorrenza verrà celebrata il 3 maggio, dunque già la prossima domenica. Negli ultimi 20 anni, in tutto il mondo, sono stati uccisi circa 1.500 giornalisti.
Il 3 maggio è la Giornata mondiale della libertà di stampa
Per la Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi è stato scelto il 3 maggio perché in questa data viene già celebrata la Giornata mondiale della libertà di stampa. Paolo Emilio Russo, deputato di Forza Italia, ha detto che la data scelta è «un segnale importante di attenzione ad una categoria che ha dato un contributo prezioso alla nostra democrazia e a un settore, quello del giornalismo e dell’editoria, attraversato da una vera e propria rivoluzione».
Il Governo accoglie con grande soddisfazione l’approvazione unanime in Senato della proposta di legge che istituisce la Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa del loro lavoro. Un riconoscimento dovuto e atteso da molti anni. Da oggi in poi, ogni 3 maggio,…
Meloni: «Un dovere onorare la memoria dei giornalisti uccisi»
«Da oggi in poi, ogni 3 maggio, l’Italia renderà omaggio a tutti quei giornalisti che hanno perso la propria vita per garantire il diritto dei cittadini ad essere informati, facendo arrivare i nostri occhi dove altrimenti non sarebbero arrivati, in Italia come all’estero», ha dichiarato Giorgia Meloni, ricordando poi «figure come Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato, Mario Francese, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno, Beppe Alfano, Giancarlo Siani, Walter Tobagi, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Marco Luchetta, Alessandro Saša Ota, Dario D’Angelo, Antonio Russo, Enzo Baldoni, Andrea Rocchelli, Maria Grazia Cutuli, Almerigo Grilz». Uomini e donna, ha sottolineato la presidente del Consiglio, che «hanno messo la propria passione e la propria professionalità al servizio di tutti noi, e che tutti noi abbiamo il dovere di onorare».
Un uomo di 33 anni è stato aggredito per aver strappato alcuni manifesti dedicati a Sergio Ramelli, il giovane del Fronte della gioventù di cui il 29 aprile si commemora la morte per mano di esponenti di Avanguardia operaia. È accaduto nella zona di via Aselli a Milano, dove in serata è prevista la partenza della parata in onore di Ramelli. Secondo una prima ricostruzione, il trentatreenne è stato avvicinato da alcune persone, probabilmente militanti di estrema destra, che lo avrebbero colpito con calci e pugni, per poi allontanarsi in auto. L’uomo è stato trasportato in codice verde in ospedale con ferite lievi.
De Corato: «Se l’è cercata»
«Uno che va a strappare i manifesti di Ramelli già è grave, che lo faccia il giorno in cui è stato ammazzato… non aggiungo altro». Così il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato ha commentato la vicenda. «È stato picchiato perché ha voluto andarsele a prendere. Uno che va a strappare i manifesti di Sergio Ramelli il giorno che è morto, insomma…». «Se questo è avvenuto e il responsabile è uno di destra ovviamente è da condannare tanto quanto fosse stato uno di sinistra», ha aggiunto l’assessore regionale ed esponente di Fratelli d’Italia Romano La Russa. «Siamo contrari a ogni forma di violenza politica da sempre. Se c’è una responsabilità di qualche elemento di destra, come diceva Almirante pena di morte per i terroristi di sinistra, doppia pena di morte per i terroristi di destra».
Dopo essere apparso su cartelloni megagalattici e facciate degli edifici federali più disparati, tra cui anche l’Institute of Peace, il volto del presidente Donald Trump finisce addirittura sul passaporto statunitense in un’edizione speciale creata in occasione dei 250 anni dell’Independence Day.
Donald Trump (Imagoeconomica).
Il broncio di Trump ti segue anche in vacanza
È stato il portavoce del Dipartimento di Stato Tommy Piggot a rivelare l’ultima trovata di “markeTrump” a Fox News. Si tratterà di una vera e propria limited edition, una sorta di privilegio esclusivo riservato ai cittadini che decideranno di rinnovare il passaporto di persona a Washington a partire da luglio 2026, proprio per il 250º anniversario dell’Indipendenza americana. I pochi eletti che avranno accesso all’esclusivo documento potranno così viaggiare con «passaporto più sicuro del mondo», almeno secondo Piggot. Anche se stando all’Henley Passport Index di quest’anno, quello statunitense ormai si mantiene fuori dalla top10 dei passaporti più “potenti”. Ma in cosa consiste l’opera d’arte in questione? The Bulwark ha pubblicato quella che dovrebbe essere la versione finale del prototipo. Nella pagina di sinistra c’è il ritratto di Trump, rigorosamente imbronciato, su una Dichiarazione d’Indipendenza sbiadita e la firma dorata del presidente nella parte inferiore. Nella pagina accanto, la firma del trattato del 1776.
I manufatti brandizzati Donald Trump prodotti per questa speciale occasione non si limitano però ai documenti di viaggio: una moneta da un dollaro d’oro raffigurante il presidente con i pugni appoggiati sulla scrivania e sul retro l’aquila simbolo degli Statesè stata approvata dalla Commission of fine arts (CFA) i cui membri sono stati selezionati con attenzione dal tycoon in persona.
Federal arts panel OKs gold Trump coin for America’s 250th birthday, clearing the way for a limited U.S. Mint run. https://t.co/bRC6IYvNR8
Il broncio presidenziale appare anche sugli abbonamenti annuali dei parchi nazionali più visitati degli USA, insieme a quello di George Washington.
Un tentativo di risalire nei sondaggi in vista delle midterm?
Ul faccione di The Donald accompagnerà dunque i cittadini statunitensi all’estero. Un omaggio all’indipendenza americana o un reminder della grandezza dell’operato presidenziale in tutto (o quasi) il globo terracqueo? Difficile a dirsi. Sicuramente si tratta di un’iniziativa nuova nel suo genere: nessun presidente al mondo aveva mai fatto stampare sul passaporto un suo ritratto. Anche il tempismo è degno di nota: l’ennesima autocelebrazione di The Donald arriva infatti a una manciata di mesi dalle midterm di inizio novembre. E i sondaggi non preannunciano nulla di buono per i repubblicani. Per far dimenticare guerre, attacchi al primo pontefice statunitense e violenze contro i migranti (come a Minneapolis), forse una moneta e un passaporto brandizzati non basteranno.
Durante la cena di Stato alla Casa Bianca, ospite di Donald Trump il sovrano britannico Carlo III ha strappato risate e applausi con una battuta che ha evocato una delle recenti “uscite spericolate” del tycoon: «Signor presidente, lei ha recentemente affermato che, se non fosse per gli Stati Uniti, i Paesi europei parlerebbero tedesco. Oserei dire che se non fosse per noiparlereste francese».
La battuta di Carlo richiama le origini degli Stati Uniti
Trump aveva fatto quella affermazione stizzito dal mancato sostegno dell’Europa nel conflitto contro l’Iran, sottolineando (a suo modo di vedere) l’irriconoscenza del Vecchio Continente, che durante la Seconda guerra mondiale era in buona parte sotto il giogo nazista prima dell’intervento degli Stati Uniti. La battuta di Carlo III, invece, richiama le origini degli Usa. La Francia aveva infatti colonizzato vaste aree del Nord America, arrivando a controllare un territorio immenso – la Louisiana francese – che andava dai Grandi Laghi al Golfo del Messico, poi ceduto nel 1803 da Napoleone agli Stati Uniti, nati dalle 13 colonie britanniche situate lungo la costa atlantica.
La battuta di re Carlo III non è passata inosservata in Francia e in particolare all’Eliseo. Il presidente transalpino Emmanuel Macron ha infatti condiviso su X quella parte del discorso del sovrano britannico, commentando: «Sarebbe chic».
Le altre battute di re Carlo III alla Casa Bianca
Quella sul francese non è stata l’unica battuta di un re Carlo in grande spolvero alla Casa Bianca. Accennando al progetto di Trump per la sala da ballo nell’ala est della White House, Carlo III ha detto che i britannici avevano già fatto un «piccolo tentativo di riqualificazione immobiliare»: nel 1814 le truppe britanniche invasero Washington e dettero fuoco a gran parte degli edifici pubblici, compresi la Casa Bianca e il Campidoglio. Il monarca ha poi concluso il suo discorso con una battuta sul Boston Tea Party, definendo la cena un miglioramento significativo.
Due persone sono state accoltellate a Golders Green, nella zona Nord di Londra, abitata da diversi ebrei. Shomrim, l’organizzazione di sicurezza della comunità ebraica, ha dichiarato di essere intervenuta immediatamente e di aver fermato un sospetto. Ha dichiarato che successivamente è arrivata la polizia e ha usato il taser per fermarlo. La Bbc ha confermato che due uomini ebrei, uno di circa 70 anni e l’altro di circa 30, sono rimasti gravemente feriti nell’attacco e sono stati ricoverati in ospedale. In Parlamento, il primo ministro Keir Starmer ha dichiarato che il fatto è «profondamente preoccupante», spiegando che è in corso un’indagine. Il sospettato, che ha 45 anni, ha anche tentato di accoltellare gli agenti di polizia ed è stato immobilizzato prima di essere arrestato. Nessun agente è rimasto ferito.
Piccoli ma ingombranti traslochi alla Camera. Da circa un mese i tre deputati di Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci a cui hanno aderito gli ex leghisti Edoardo Ziello, Rossano Sasso e il “pistolero” Emanuele Pozzolo, ex meloniano famoso per essere stato coinvolto nel caso dello sparo di Capodanno, per cui è stato espulso da Fratelli d’Italia e poi anche condannato, avevano chiesto di essere spostati. Da quando sono diventati parte del gruppo Misto si trovavano dalla parte dell’emiciclo a sinistra della presidenza, dove siedono le opposizioni, e volevano trasferirsi nella “fetta” di Aula a destra, in cui è sistemata la maggioranza (anche se poi, come nel caso del decreto bollette, non disdegnano di votare contro il governo). A ogni modo, detto fatto: sono stati sistemati sopra i vecchi amici della Lega, al fianco di… Noi moderati. Anche se i vannacciani proprio moderati non sono. E infatti il trasloco non è stato particolarmente gradito alla segretaria di Noi moderati Mara Carfagna, che nella seduta del 29 aprile ha addirittura cambiato posto. Mara non vuole apparire nelle immagini vicino a loro, è il gossip che circola in Transatlantico…
Viavai nella Fondazione Agnelli: i casi Gavosto e Corgnati…
Gente che va, gente che viene: alla Fondazione Agnelli è stato fatto un ricambio dei consiglieri. Fuori Marta Cartabia: l’ex numero uno della Corte Costituzionale, già ministra della Giustizia, ha lasciato il posto. Pure Renzo Piano, l’architetto genovese di fama internazionale, ha terminato la sua esperienza nella fondazione. Dentro Fabiola Gianotti, fisica ed ex direttrice generale del Cern di Ginevra. Altri nuovi componenti sono Manuela Battezzato, responsabile dei progetti di filantropia globale di Stellantis, Andrea Camerana, nipote ed erede di Giorgio Armani, Stefano Corgnati, rettore del Politecnico di Torino, Andrea Gavosto che dal 2008 è il direttore della Fondazione Agnelli. Curiosità: Gavosto è stato nominato un anno fa consigliere d’amministrazione del Politecnico di Torino dal Senato accademico tra gli “esterni”, ma è la stessa università dove rettore è Corgnati, che ora entra nel cda della Fondazione Agnelli. Tanto che qualcuno, in città, parla di «nomine incrociate». Intanto se ne sono andati, oltre a Cartabia e Piano, pure Simone Avogadro di Collobiano, Daniele Chiari e Gianluca Ferrero.
Nordio al rapporto del Censis sull’avvocatura
L’appuntamento è fissato da tempo: nel pomeriggio di mercoledì 29 aprile, nell’aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati, è in programma la presentazione della decima edizione del rapporto sull’avvocatura realizzato dal Censis. Dove è atteso il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che dopo tutto quello che è successo, ultimo il caso della grazia a Nicole Minetti, chissà se avrà la voglia di andarci, a un incontro come questo. Comunque, dopo i saluti istituzionali di Maria Annunziata, presidente della Cassa Forense, sono attesi Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, Maurizio Leo, viceministro all’Economia, Giorgio De Rita, segretario generale Censis, e molti altri.
Carlo Nordio (Imagoeconomica).
Cosa hanno in comune Cipriani, Nicole Minetti e Tinto Brass?
Che collegamento c’è fra Tinto Brass e la famiglia Cipriani? Giuseppe Cipriani, l’imprenditore che da anni è diventato il compagno di vita di Nicole Minetti, è il nipote di Carla (sorella del padre Arrigo, morta nel 2006). Carla aveva sposato proprio il maestro del cinema erotico, oggi 93enne: un amore totale in cui lei era la sua “complice perfetta” nei film più scatenati del regista, tanto che era stata soprannominata «la Tinta»: presente quando dovevano essere scelte le attrici delle pellicole, non mancava mai durante le riprese, fornendo anche consigli preziosi per ottenere scene di grande effetto. Figlia del fondatore dell’Harry’s Bar, il capostipite Giuseppe, Carla è stata sceneggiatrice e segretaria di edizione delle produzioni di Tinto, e lo stesso Brass ha più volte dichiarato che «la vera mente e fonte d’ispirazione di tutti i suoi film» è stata proprio «la Tinta». Il soggetto di Miranda, per esempio, porta la sua firma, così come le sceneggiature di Monella, Tra(sgre)dire, Fallo! e Monamour.
Gasparri e il piano Mattei, con buona pace degli eredi
Gli eredi Matteinon ne possono più di vedere accostato il nome di Enrico Mattei al governo di Giorgia Meloni? Ed ecco che Maurizio Gasparri nella giornata di mercoledì 29 aprile diventa il protagonista di un convegno intitolato “Enrico Mattei a 120 anni dalla nascita: l’energia, il coraggio, la visione”, organizzato dalla Fondazione Alleanza Nazionale, e da Il Secolo d’Italia. Oltre a Gasparri, è annunciata la presenza, tra gli altri, dell’ambasciatore Francesco Talò e del direttore scientifico della Fondazione An, il prezzemolino Francesco Giubilei. Chissà come saranno contenti gli eredi Mattei…
Maurizio Gasparri (Imagoeconomica).
Manfredi e la Guardia di Finanza festeggiano
A Napoli saranno presenti il comandante interregionale dell’Italia Meridionale della Guardia di Finanza, generale di Corpo d’Armata Francesco Greco, il comandante regionale Campania del Corpo, generale di Divisione Alessandro Barbera e il direttore regionale della Campania dell’Agenzia del Demanio, Cristian Torretta, oltre al prefetto Michele di Bari e al sindaco Gaetano Manfredi: tutti pronti a festeggiare la consegna dell’ex Pretura di Napoli in piazza Giovanni Leone, a ridosso di Porta Capuana, al Nucleo di Polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Napoli. Una nuova sede che però avrà bisogno di un importante intervento di ristrutturazione, prima di essere utilizzata.
Il ministero della Cultura ha disposto l’invio di ispettori nella sede della Biennale di Venezia per verifiche e approfondimenti legati alla gestione dell’edizione 2026 e, in particolare, alle autorizzazioni concesse alla Russia in relazione all’organizzazione del proprio padiglione, da settimane al centro di polemiche nazionali e internazionali. Lo riporta l’Adnkronos, spiegando che i funzionari del Mic dovrebbero acquisire nuovi documenti relativi alla riapertura dello spazio destinato alla Federazione. Già nelle scorse settimane la Biennale aveva inviato copia della corrispondenza intrattenuta con le autorità di Mosca al Mic, senza che fossero emerse irregolarità nel rispetto del regime sanzionatorio che vige nei confronti della Russia dopo l’aggressione all’Ucraina. Secondo quanto si apprende, i nuovi controlli sarebbero legati alle polemiche seguite all’esclusione di Russia e Israele dai premi che la giuria internazionale assegnerà il 9 maggio, e alla necessità di completare l’acquisizione dei documenti ricevuti in precedenza dal Mic.
Il Ministero della Difesa russo ha annunciato che non ci sarà alcun corteo di veicoli militari alla parata del Giorno della Vittoria, in programma il 9 maggio sulla Piazza Rossa di Mosca: non succedeva dal 2007. La decisione di svolgere la parata in «formato ridotto» è stata presa a causa della «situazione operativa», ha spiegato ai giornalisti il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov: «Il regime di Kyiv, che sta perdendo terreno sul campo di battaglia giorno dopo giorno, ha ora lanciato un attacco terroristico su vasta scala. Pertanto, di fronte a questa minaccia, stiamo adottando tutte le misure necessarie per minimizzare il pericolo». Alla parata del Giorno della Vittoria, che celebra la fine della Seconda guerra mondiale, non parteciperanno nemmeno i cadetti delle scuole militari Suvorov e Nakhimov.
Il comico Massimo Bagnato, apparso in programmi come Zelig, Quelli che il calcio e LOL, è stato arrestato a Roma con l’accusa di stalking ai danni della sua ex compagna. Fermato dai carabinieri sotto casa della donna in zona Balduina mentre «stava dando in escandescenze, inveiva e scalciava», riporta Il Messaggero: Bagnato voleva insistentemente parlare con l’ex, nonostante la sua contrarietà.
Disposto il divieto di avvicinamento alla donna
Bagnato è stato fermato la sera del 27 aprile. Il giorno successivo, nel processo per direttissima, è stato convalidato il fermo ma ha escluso il carcere, disponendo nei confronti del comico il divieto di avvicinamento alla vittima. Bagnato, da parte sua, ha provato a difendersi «ammettendo di averla aspettata in alcune occasioni sotto casa o fuori dalla palestra che di solito la ex frequenta, ma sempre con educazione e solo per chiedere spiegazioni sulla rottura del loro rapporto».
L’ex ha sporto una querela molto dettagliata
La relazione tra i due è durata circa 10 anni, poi la rottura arrivata a inizio aprile. Ma lui avrebbe continuato a contattarla sia su WhatsApp, nonostante fosse stato bloccato, che di persona «La vittima ha sporto una querela molto dettagliata» nella quale ha ripercorso i «diversi episodi» nei quali Bagnato «l’avrebbe avvicinata dopo che la stessa aveva deciso di porre fine alla relazione sentimentale», si legge sul Messaggero. Comportamenti, questi, «che le avrebbero procurato ansia e timore, facendole cambiare alcune delle sue abitudini di vita».
La Commissione europea ha accertato in via preliminare che Instagram e Facebook, di proprietà di Metadi Mark Zuckerberg, hanno violato la legge sui servizi digitali (Dsa) per non aver identificato, valutato e mitigato con la dovuta diligenza i rischi legati all’accesso ai servizi da parte di minori di età inferiore ai 13 anni, limite minimo di accesso ai due social.
Mark Zuckerberg (Ansa).
Possibili sanzioni fino al 6 per cento del fatturato annuo
Secondo le autorità di regolamentazione dell’Ue, un bambino su dieci sotto i 13 anni usa Facebook o Instagram, in contrasto con le valutazioni interne di Meta. Questo perché, sostanzialmente, non ci sarebbe alcun controllo: i minori possono infatti inserire una data di nascita falsa in fase di registrazione e non c’è nessun meccanismo per verificare che le informazioni siano corrette. Se confermate, le violazioni potrebbero portare a sanzioni fino a un massimo del 6 per cento del fatturato annuo di Meta.
Le app di Facebook e Instagram (e WhatsApp) su uno smartphone (Ansa).
La replica di Meta alle constatazioni preliminari dell’Ue
Annunciando «misure aggiuntive che saranno introdotte a breve», Meta ha contestato le constatazioni preliminari dell’esecutivo Ue: «Abbiamo sempre chiarito che Instagram e Facebook sono destinati a persone di 13 anni o più e disponiamo di misure per individuare e rimuovere gli account di chi ha meno di questa età». Intanto, in diversi Stati membri dell’Ue sono sul tavolo piani per introdurre divieti di accesso ai social media per i minori di 15 anni.
Nessy Guerra, cittadina italiana originaria di Sanremo, madre di una bambina di tre anni, è stata condannata in Appello da un tribunale egiziano a sei mesi di carcere con l’accusa di adulterio. A denunciarla era stato l’ex marito, Tamer Hamouda, italo-egiziano. «Sono sconvolta, non me l’aspettavo. Ho paura di finire in carcere qui e temo di perdere la mia bambina. Sto solo cercando di proteggerla e di scappare da un uomo violento. Aiutatemi», ha detto Guerra in un’intervista al Corriere. «Nel luglio del 2024 ho divorziato da Tamer e lui non l’ha accettato. Mi ha denunciato per rapimento di minore, poi per avergli svuotato la casa e i conti in banca, accuse tutte archiviate». L’ultima è quella di adulterio, reato che in Egitto comporta il carcere. «Uno di questi presunti amanti ha negato tutto e ha detto di aver ricevuto minacce morali e psicologiche da parte del mio ex marito, eppure sono stata condannata lo stesso». Nella sentenza di primo grado, i giudici avevano richiamato una dichiarazione acquisita agli atti e ritenuta attendibile, nella quale un uomo ammetteva di aver avuto rapporti sessuali con lei nel marzo 2024. Elemento che il tribunale ha considerato decisivo per la condanna. Fra due settimane arriveranno anche le motivazioni della conferma in Appello, mentre lei vive con la paura di essere arrestata.
L’uomo è stato condannato in Italia per stalking, lesioni e maltrattamenti
«Ho interrotto la relazione anche per lei perché lui era violento, aveva manie di persecuzione e grazie alla mia avvocata ho scoperto che Hamouda è stato condannato in Italia per stalking, lesioni e maltrattamenti nei confronti di una precedente compagna. Il nostro Paese per tre volte ha chiesto l’estradizione, l’ultima volta a settembre scorso, ma non gli è stata concessa», ha aggiunto Nessy, che per paura è costretta a vivere in luoghi segreti e a cambiare spesso appartamento. La Farnesina ha reso noto che sta seguendo il caso: «È stato ripetutamente posto all’attenzione delle autorità egiziane dall’ambasciatore d’Italia al Cairo e dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ne ha discusso con il collega egiziano Badr Abdelatty».
Durante la cena di Stato per re Carlo III, Donald Trump ha affermato che gli Stati Uniti hanno «sconfitto militarmente» l’Iran, aggiungendo: «Non permetteremo mai a quell’avversario di dotarsi di un’arma nucleare». La replica di Teheran non si è fatta attendere. «Per noi la guerra finita non è finita con il cessate il fuoco», ha detto il portavoce dell’esercito iraniano Mohammad Akraminia: «Non ci fidiamo degli Stati Uniti e dei nostri nemici. Abbiamo continuato ad aggiornare la nostra lista di bersagli come quando gli attacchi erano in corso. Abbiamo continuato l’addestramento e usato l’esperienza della guerra e abbiamo sia prodotto che aggiornato i nostri equipaggiamenti. Per noi la situazione è ancora di conflitto».
Trump vuole continuare a oltranza il blocco navale dei porti iraniani
Tutto lascia pensare che, in fondo, sia Trump a voler la fine dei combattimenti, più che Teheran: la guerra in Medio Oriente è infatti costata tantissimo agli Stati Uniti (circa un miliardo di dollari al giorno) e, secondo più fonti, il conflitto ha prosciugato le scorte di missili americani. Il Wall Street Journal scrive che, in recenti incontri nella Situation Room, è stato deciso di continuare a comprimere l’economia e le esportazioni di petrolio di Teheran con un blocco navale a oltranza dei porti iraniani, anziché riprendere i bombardamenti o ritirarsi dal conflitto, opzioni che comporterebbero rischi maggiori. L’Iran, intanto, ha inviato una lettera al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite denunciando la «pirateria statunitense».
Trump col mitra in un’immagine postata si Truth.
Trump risponde all’Iran pubblicando un’immagine in cui imbraccia un mitra
Dopo la risposta di Teheran, Trump ha replicato postando un’immagine su Truth in cui lo si vede imbracciare una mitragliatrice, mentre sullo sfondo è in corso un bombardamento – evidentemente – sulla Repubblia Islamica: «L’Iran non riesce a darsi una regolata. Non sanno come firmare un accordo sul nucleare. Farebbero meglio a darsi una svegliata in fretta! Basta fare il bravo ragazzo».
Per l’ex direttore dell’Fbi James Comey è stato emesso un mandato d’arresto con l’accusa di «minaccia alla vita e all’integrità fisica del presidente degli Stati Uniti» Donald Trump. Lo ha annunciato il ministro della Giustizia ad interim Todd Blanche. Comey, nominato da Barack Obama e confermato dal tycoon durante il suo primo mandato, è stato accusato per un post sul Instagram di un anno fa in cui si vedeva una serie di conchiglie a formare i numeri “86 47“, accompagnata dal commento «una curiosa formazione di conchiglie durante la mia passeggiata in spiaggia». Nel gergo della ristorazione, il numero “86” indica l’atto di eliminare o rimuovere definitivamente una voce dal menu, mentre il “47” farebbe riferimento, secondo le accuse, al 47° presidente Usa, Trump.
Il post Instagram.
I capi di imputazione
Il post, poi cancellato da Comey con la giustificazione di «non essersi reso conto che alcune persone associano quei numeri alla violenza» e di essere «contrario alla violenza di qualsiasi tipo», fu subito interpretato dai repubblicani come una minaccia contro The Donald. Di qui la mossa di un gran giurì del Distretto orientale della North Carolina che, martedì 28 aprile 2026, ha emesso un atto d’accusa per due capi d’imputazione. Il primo è di aver minacciato con consapevolezza e volontà «di uccidere e di infliggere lesioni fisiche» al presidente americano, mentre il secondo è di «aver trasmesso consapevolmente e volontariamente una comunicazione interstatale contenente una minaccia di morte» a Trump.
Comey: «Non finirà qui, sono innocente»
Dal canto suo, Comey ha ribadito la sua innocenza e si è detto fiducioso che sarà scagionato in tribunale in un video pubblicato su Substack: «Non finirà qui. Tuttavia, per quanto mi riguarda, nulla è cambiato. Sono ancora innocente. Non ho ancora paura. E continuo a credere nell’indipendenza della magistratura federale. È però fondamentale che tutti noi ricordiamo una cosa, che questo non è il modo in cui il dipartimento di Giustizia dovrebbe operare. La buona notizia è che, giorno dopo giorno, ci avviciniamo sempre più al ripristino di quei valori. Non perdete la speranza».
Il ministero della Giustizia non aveva chiesto alla procura generale di Milano di fare indagini all’estero in vista della possibile grazia per motivi umanitari da concedere a Nicole Minetti. Come spiega Repubblica, Via Arenula aveva inviato ai magistrati solo un modulo nel quale non c’era alcun riferimento a eventuali accertamenti fuori dall’Italia, in questo caso particolare in Uruguay e negli Stati Uniti.
Giuseppe Cipriani (Imagoeconomica).
Le ombre sull’adozione del bambino in Uruguay
Ora, su input del Quirinaleche ha chiesto approfondimenti, c’è da capire (con colpevole ritardo) ogni passaggio dell’adozione del minore, compresa la contrarietà dei genitori biologici che non l’avrebbero abbandonato alla nascita. L’Uruguay, peraltro, non è un Paese con cui l’Italia ha un trattato sulle adozioni internazionali. E Minetti non è nemmeno sposata con Giuseppe Cipriani: altro elemento che avrebbe dovuto suggerire cautela al ministero della Giustizia, che raramente ha aperto un’istruttoria per la grazia nei confronti di una persona che non è in custodia cautelare. E poi c’è l’intervento chirurgico subito dal bimbo a Boston, dopo il supposto parere contrario di due ospedali italiani che, però, hanno smentito di averlo avuto come paziente. C’è inoltre da capire che tipo di feste venissero organizzate nella tenuta in Uruguay di Cipriani, citato negli Epstein Files. Altro aspetto sotto la lente d’ingrandimento le circostanze della morte dei due avvocati della famiglia d’origine del bambino, di cui ha scritto Il Fatto Quotidiano. «Potremmo anche ammettere di non essere stati perspicaci», ha detto la procuratrice generale Francesca Nanni. Sul caso è stata attivata «con massima urgenza» anche l’Interpol. Saranno acquisiti documenti dall’Uruguay anche in merito a eventuali procedimenti penali.
Giorgia Meloni e Carlo Nordio (Imagoeconomica).
Meloni esclude le dimissioni del ministro Nordio
Intanto il ministro Carlo Nordio è sempre più sotto pressione. Ieri il Guardasigilli è stato ricevuto a Palazzo Chigi dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano per un colloquio che non sarebbe legato al caso-Minetti, bensì già previsto «per questioni pregresse». Le opposizioni sono tornate a invocare le dimissioni di Nordio, già indebolito dall’addio forzato della sua (ex) capo di gabinettoGiusi Bartolozzi, che però sono state escluse categoricamente dalla premier Giorgia Meloni: «Il ministero non ha strumenti per operare indagini, il ministero si avvale della magistratura e la magistratura della polizia giudiziaria. Come fa il ministero ad avere più informazioni di chi fa indagini?».
Il secondo capitolo de Il diavolo veste Prada, 20 anni dopo, ci offre un ritratto spietato sulla trasformazione del mondo dell’editoria e sulle difficoltà estreme delle vecchie generazioni ad adattarsi all’universo digitale, dove influencer e content creator hanno spazzato via interi giardinetti di competenze.
Ce n’è un po’ per tutti. Sia per quel giornalismo duro e puro che in tempi grami come questi non disdegna di scendere a compromessi, mettendo da parte gli ideali di gioventù; sia per il mondo dell’editoria dei femminili, quello dominato per decenni da Vogue & co., che invece non detta più le tendenze, non intercetta investimenti pubblicitari come una volta, e deve lottare per sopravvivere tra social, visualizzazioni e viralità.
Meryl Streep interpreta Miranda Priestly.
Prima la shitstorm, poi la rabbia degli investitori pubblicitari
Runway, la rivista di fashion guidata da Miranda Priestley (Meryl Streep), viene travolta da una shitstorm sui social perché ha pubblicato un articolo elogiativo dedicato a un’azienda che, invece, si scopre essere disinvolta sfruttatrice della manodopera. Pure gli investitori pubblicitari chiedono una sorta di risarcimento per lo scandalo che ha colpito Runway, e in particolare Dior, il cui business retail è ora guidato da Emily (Emily Blunt), l’antica assistente di Miranda.
Emily Blunt.
Messa alle strette sui due fronti (contenuti editoriali e raccolta adv), la casa editrice di Runway decide di chiamare Andrea (Anne Hathaway) come responsabile dei contenuti editoriali, poiché nel frattempo l’ex ragazza del 2006 è diventata un’apprezzata giornalista che vince premi ma che è appena stata licenziata, insieme a tutta la redazione, dal quotidiano Guardian. Miranda, con un inatteso bagno di umiltà, è d’altro canto costretta ad andare a trattare con gli investitori pubblicitari, Emily compresa.
Anne Hathaway.
«In quanti hanno cliccato sull’articolo? Non è diventato virale»
Possiamo quindi usare alcuni touchpoint della sceneggiatura del film, in sala dal 29 aprile, per allargare il discorso a un’analisi del settore fashion ed editoriale. Innanzitutto, i pur brillanti articoli di Andrea, nuova responsabile contenuti, hanno sul web un buon numero di commenti da parte della élite, ma… «in quanti hanno cliccato sull’articolo? Quante visualizzazioni ha fatto? Non è diventato virale», è il cinico commento dell’editore di Runway.
La Miranda del 2006 governava gli eventi, li determinava. Quella del 2026 è più passiva, li subisce, non detta più le regole, accetta senza fiatare le condizioni poste dagli investitori pubblicitari: «A risarcimento dello scandalo ci farete tre pagine di servizi e poi un’intervista celebrativa dedicata alla nostra nuova sede», le dice Emily. E a chi prova a chiedere a Miranda di essere un po’ meno accondiscendente, la direttrice risponde: «Abbiamo bisogno degli investimenti pubblicitari, il numero di Runway di settembre pare un filo interdentale», lasciando intendere che mancano le pagine pubblicitarie e la foliazione è ridotta al minimo.
Che fatica adattarsi alle nuove regole woke su diversity e body shaming
Lei, d’altronde, ragiona ancora guardando quasi solo all’edizione cartacea, percepisce come svilenti tutte le variazioni editoriali sul digitale, e quando partecipa alle riunioni in cui viene sommersa dai dati su metriche e visualizzazioni si annoia tremendamente. Fa anche molta fatica ad adattarsi alle nuove regole woke in tema di diversity e body shaming: «Ho detto ragazza grassa del New Jersey. Cos’è che non si può dire? Non posso dire che è del New Jersey?».
La locandina del film.
Ecco quindi emergere un suo gap sia tecnologico sia culturale con i nuovi standard dell’editoria. Nel passaggio generazionale dal vecchio proprietario, appassionato di editoria, a suo figlio, molto meno a suo agio tra redazioni e menabò, si evidenzia ancor di più il cambio di passo: i consulenti di McKinsey chiedono di tagliare i costi un po’ ovunque, e, preferibilmente, di vendere la società.
Convocazione nella mensa aziendale: ma chi l’ha mai vista?
Miranda è costretta a viaggiare da New York a Milano in economy e non più in business; vengono abolite le macchine con autista e si caldeggia l’utilizzo di Uber; il nuovo editore convoca Miranda alla mensa aziendale, «ma lei non ha mai messo piede in quel piano dell’azienda, non sapeva neppure che esistesse una mensa aziendale», dice il suo art director Nigel (Stanley Tucci), che poi ricorda i bei tempi in cui «per fare questo servizio potevo andare in Africa tre mesi col fotografo Richard Avedon. Ora vanno bene tre giorni in una location periferica di Brooklyn».
Stanley Tucci e Anne Hathaway nel film.
Quindi che fine farà l’editoria? Beh, non ci sono molte strade, come racconta il film. O ci si rifugia in modelli di grande successo tipo l’Economist o il New York Times, con grandi gruppi dove però un manipolo di azionisti illuminati conserva azioni di classe B, non contendibili, per governare l’indirizzo editoriale delle attività; oppure si trova un miliardario appassionato che compra e lascia mano libera a direttori e giornalisti. L’antica formula dell’imprenditore che si compra i media non per il business in sé, ma per appoggiare e fare lobbying a favore delle altre sue attività sembra invece avere i giorni contati (in Italia, tuttavia, sembra essere un grimaldello che va ancora di moda).
«Il primo iPhone è stato in qualche modo l’inizio della fine»
Di sicuro la rivoluzione che si è abbattuta sull’editoria è stata anche la molla per avviare, 20 anni dopo, la realizzazione del sequel de Il diavolo veste Prada. Come spiega infatti il regista di entrambi i film, David Frankel, «il mondo del giornalismo cartaceo è cambiato. Tutto il mondo è cambiato. Per mettere le cose in prospettiva, il primo iPhone è uscito soltanto un anno dopo il primo film e penso che quello sia stato in qualche modo l’inizio della fine. Mentre vedevamo il mondo del giornalismo cartaceo sempre più in declino anno dopo anno, ci sembrava sensato esplorare questo cambiamento e sviluppare una storia in cui questi personaggi finissero nuovamente per interagire. Volevamo esplorare i compromessi a cui loro devono scendere per mantenere le proprie carriere. Se il primo film era un romanzo di formazione in cui una giovane donna (Anne Hathaway, ndr) scopriva il proprio posto nel mondo, il sequel parla di una donna matura che affronta tutte le scelte che ha compiuto nella propria vita».
Anne Hathaway e Meryl Streep.
Insomma «il cambiamento è ovviamente qualcosa che tutti noi sperimentiamo nelle nostre carriere professionali, e il modo in cui lo affrontiamo è una priorità assoluta; è una sfida che tutti i nostri personaggi devono superare, ma per Miranda la parola chiave era eredità, heritage. Come si fa a mantenere in vita qualcosa quando la sua influenza e la sua importanza culturale stanno svanendo? Come far sì che una testata che è chiaramente un heritage continui ad avere un significato per le persone? Si tratta anche della sua eredità personale. Se questo è ciò che ha fatto nella sua vita, lei deve trovare come vorrebbe che le persone ricordassero i suoi successi una volta che avrà smesso di farlo».
«Sono cambiate così tante cose nel mondo dell’editoria…»
Anche per Meryl Streep il cambiamento dell’editoria è stato lo spunto fondamentale per convincerla a interpretare il sequel: «Il motivo per cui oggi il film ha senso è che sono cambiate così tante cose nel mondo delle riviste, in quello dell’editoria e nel giornalismo in generale. Il settore si è praticamente dissolto, al punto che tutti stanno cercando di capire come farlo funzionare. Ed è in quell’atmosfera che entrano in gioco la tensione e la trama, e vengono messe in luce tutte le cose che le persone devono fare per tenere a galla la barca in questi tempi così turbolenti. Quello del 2006 era un film su una donna a capo di una grande azienda, e i personaggi principali erano donne, per di più donne ambiziose. Quindi era tutto nuovo e divertente. Ora penso che sia ancora rilevante esplorare come le donne ricoprano ruoli di leadership e in quali modi. Il mondo è turbolento e piuttosto cupo. Le notizie sono deprimenti, ed è fantastico avere qualcosa che ci ricordi tutto ciò che c’è di meraviglioso, libero, bello e sciocco nel mondo».
Svolta nelle indagini sull’aggressione a colpi di pistola ad aria compressa esplosi contro una coppia di sessantenni militanti di Sinistra Italiana al parco Schuster di Roma alla fine del corteo del 25 aprile. È stato fermato un 21enne appartenente alla Comunità ebraica che, stando al Corriere della sera, avrebbe ammesso le proprie responsabilità dicendo di fare parte della Brigata ebraica. Decisivi per la sua identificazione i video delle telecamere della zona. Il ventenne a bordo di uno scooter con casco integrale aveva sparato almeno tre colpi contro i due manifestanti – Rossana Gabrieli e Nicola Fasciano – con al collo il fazzoletto dell’Anpi, ferendoli in modo lieve.