Cagnazzo: “Io, Innocente, sette mesi in carcere”

di Antonio Manzo

 

 

Fabio Cagnazzo riabbraccia mamma e papà, il generale Domenico, alla fine di un incubo. Lui non solo esce dalla inchiesta sull’omicidio di Angelo Vassallo dal 2010 senza il nome o i nomi dei killer o della killer, senza un mandante, senza l’arma mai più ritrovata. Un cold case nazionale che irrompe nella cronaca italiana peggio dei misteri di Garlasco. D’altronde, non c’è neppure il movente nel delitto Vassallo. Solo una labile pista d’indagine, la droga, uno spaccio incredibilmente elevato a mercato sudamericano. Poi tutte e ancora tante le ipotesi inesplorate tranne che quella rivelatasi inesistente del depistaggio, circostanza che aveva inchiodato Fabio Cagnazzo. Lui vuole parlare ma, soprattutto pensare prima di parlare per rispetto ai magistrati pur sapendoli, probabilmente molto leggeri nell’accusarlo. Fino al proscioglimento, ipotesi che  ha stupito anche  la difesa degli avvocati Agostino de Caro e Ilaria Criscuolo quest’ultima basita all’ascolto della sentenza del gup Giovanni Rossi. “Pensavo di non aver capito. Invece c’era un giudice a Salerno. Era pura fantascienza l’accusa per Cagnazzo”.

Sul banco degli imputati sono rimasti quattro imputati nella vicenda dell’omicidio Vassallo. Sono l’ex pentito Romolo Ridosso  che ha scelto il rito abbreviato e sarà giudicato il 24 aprile prossimo, mentre il 9 luglio inizierà il processo per l’ex carabiniere Cioffi e l’imprenditore Giuseppe Cipriano. Con loro solo con l’accusa di droga Giovanni Cafiero, genero del boss all’ergastolo Gaetano Cesarano. Le parole di Fabio Cagnazzo pronunciate dalla casa dei suoi genitori.

Si aspettava d’essere prosciolto nel processo pe l’omicidio di Angelo Vassallo?

“Non ho mai perso la fiducia nella giustizia. E’ stata la mia attitudine della vita”

Altri quattro imputati restano nel processo. Ha fiducia che in aula possano venir fuori altri elementi di nuova indagine?

“Spero soltanto venga fuori la verità, che renda giustizia al povero sindaco trucidato”

Cosa può provare un ufficiale che ha fatto la storia per la guerra alla camorra a Napoli e a Caserta essere accusato del depistaggio per un omicidio eccellente?

“Sentimenti non descrivibili a parole, solo uno che fa o ha fatto il mio lavoro può capire cosa ho passato. Ho speso la mia vita a combattere gli stessi crimini di cui sono stato accusato. Un incubo oltre l’immaginabile, e le parole non sono abbastanza per descrivere il dolore”

Quali potrebbero essere i moventi di un tragico omicidio?

“No comment”

Ci sono state piste investigativa non esplorate?

“No comment”

Il Tar l’ha riammessa al servizio nell’Arma. Tornerà ad indossare la divisa da carabiniere?

“Spero presto. Io sono carabiniere e lo sarò sempre. Il mio obiettivo è sempre stato quello di dare risposte alla brava gente che vive nella legalità e onestà”.

Sette mesi di carcere

Sette mesi in carcere per Fabio Cagnazzo dopo la cattura chiesta dai pm dell’indagine Elena Guarino e Mafalda Daria Cioncada diretti dall’allora procuratore della Repubblica Giuseppe Borrelli poi nominato a Catanzaro e che aveva ereditato l’impianto accusatorio da Franco Roberti, ex procuratore nazionale antimafia.

Le piste inesplorate

Sono tutte legate al contesto ambientale del sindaco Angelo Vassallo. Tra speculazione edilizia, permessi per aprire nuovi lidi, mancata realizzazione del progetto di San Nicola a Mare di Montecorice, presenze e operatività di boss della camorra napoletana dediti al riciclaggio di danaro sporco. Angelo aveva visto e conosceva molte cose tanto da rivolgersi all’allora procuratore della Repubblica di Vallo della Lucania, Alfredo Greco, che lo indirizzò all’allora comandate della Compagnia di Agropoli per denunciare.

Non solo l’allarme dello spaccio di droga ma anche altre vicende politico-amministrative della quali era stato testimone. A quell’appuntamento Angelo Vassallo non andò più perché fu ammazzato la sera prima. E’ tuttora al lavora la commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Vassallo con l’audizione di numerosi soggetti che conoscono quel che viene definito Sistema Cilento, un intreccio criminale tra politica, affari e criminalità. Ma il proscioglimento di Fabio Cagnazzo riapre il caso alla ricerca degli esecutori e dei mandanti dell’omicidio di Vassallo.

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Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra

Sicurezza e scorte strategiche. Sono due delle parole chiave che emergono dal nuovo piano quinquennale 2026-2030 della Cina. Il pensiero va subito all’energia e al petrolio, soprattutto dopo la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran in Medio Oriente, oppure alla tecnologia e ai microchip, per schermarsi dalle restrizioni alle catene di approvvigionamento più avanzate. Tutto giusto, ma quelle due parole chiave vanno applicate anche a un altro ambito, snodo cruciale della competizione tra Pechino e gli Usa: le terre rare.

Serve un rafforzamento durante turbolenze e incertezze globali

Nel piano quinquennale, approvato durante le recenti “due sessioni” dell’Assemblea nazionale del popolo e della Conferenza consultiva politica del popolo, la Cina pone la «sicurezza dei materiali strategici» sullo stesso livello della sicurezza energetica e alimentare. Questo cambiamento riflette la consapevolezza che, in tempi di turbolenze e incertezze globali, il controllo delle materie prime critiche equivale al controllo delle tecnologie, della produzione industriale avanzata. E, dunque, anche del potere politico.

Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

Il rafforzamento dell’approvvigionamento interno e la creazione di scorte strategiche sono il risultato di una strategia di lungo periodo che Pechino porta avanti da almeno due decenni. Già dallo scorso decennio e dalla prima guerra commerciale lanciata da Donald Trump, la leadership cinese ha identificato con precisione quelli che definisce i «punti deboli» della propria catena di approvvigionamento: la dipendenza da tecnologie straniere, l’esposizione a controlli all’export imposti da altri Paesi e la vulnerabilità a shock geopolitici.

Accumulare risorse minerarie fa parte di una precisa strategia

Allo stesso tempo, Pechino ritiene di avere un’arma fondamentale: le terre rare, appunto. La scelta di accumulare risorse minerarie e rafforzare la produzione domestica è una logica conseguenza di una strategia portata avanti da tempo. Questi elementi, fondamentali per la produzione di magneti permanenti, semiconduttori, batterie e sistemi militari avanzati, sono alla base dell’intera economia digitale e della transizione energetica.

Pechino controlla la produzione globale e anche la raffinazione

Il fatto che la Cina controlli circa il 70 per cento della produzione globale e una quota ancora maggiore della raffinazione le conferisce un vantaggio competitivo difficilmente replicabile nel breve periodo. Si tratta di un dominio costruito nel tempo con politiche industriali aggressive, investimenti massicci e una pianificazione statale che ha progressivamente integrato l’intera filiera: estrazione, raffinazione, trasformazione, spedizione. Il tutto anche a costo di un impatto ambientale tutt’altro che banale.

Xi Jinping intende ridurre la dipendenza dall’esterno, ma…

Ora Pechino punta a rafforzare ulteriormente la sua posizione dominante, già fondamentale per raggiungere la tregua commerciale con Trump e ottenere concessioni dalla Casa Bianca su dazi e restrizioni all’export di software tech. Il programma cinese segue un doppio binario: diversificare le fonti di approvvigionamento estero (soprattutto attraverso accordi con Paesi africani e altre economie emergenti ricche di risorse naturali), ma anche aumentare la capacità interna di estrazione, lavorazione e stoccaggio, creando una sorta di “cuscinetto strategico” contro eventuali interruzioni delle forniture globali. Come già accade sul commercio, Xi Jinping intende ridurre la dipendenza dall’esterno senza però rinunciare a sfruttare le opportunità offerte dalla globalizzazione.

Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra
L’incontro fra Trump e Xi del 30 ottobre 2025 (foto Ansa).

La dipendenza occidentale dalle terre rare cinesi rappresenta una vulnerabilità strutturale che Pechino è perfettamente consapevole di poter sfruttare. Complice la recente diminuzione delle esportazioni, gli Stati Uniti dispongono di scorte limitate e potrebbero affrontare carenze critiche in caso di ulteriori restrizioni, con conseguenze dirette sulla produzione di sistemi militari avanzati e tecnologie strategiche.

Trump sigla accordi con Paesi alleati, a partire dal Giappone

In questo senso, le terre rare diventano un efficace strumento di “leva geopolitica”, capace di influenzare mercati ed equilibri globali. Quantomeno fino a quando Washington non sarà in grado di erodere quella dipendenza, come sta provando a fare Trump siglando ambiziosi accordi con una serie di Paesi alleati, a partire dal Giappone.

Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra
Il presidente americano Donald Trump con la premier giapponese Sanae Takaichi (foto Ansa).

La strategia cinese si basa anche su una logica economica ben precisa: massimizzare il valore aggiunto interno. Il sistema fiscale incentiva l’esportazione di prodotti finiti piuttosto che di materie prime o semilavorati. Questo significa che la Cina vuole continuare a essere il principale produttore di terre rare, ma intende dominare anche le fasi successive della catena del valore, dalla produzione di componenti fino ai prodotti finali come veicoli elettrici, dispositivi elettronici e sistemi di difesa. In questo modo, Pechino non solo controlla le risorse, ma cattura anche la maggior parte dei profitti associati alla loro trasformazione.

Gli altri Stati accelerano gli sforzi per sviluppare filiere alternative

Si tratta però di una strategia non priva di rischi. Più la Cina spinge sulle terre rare e più gli altri Paesi accelerano gli sforzi per sviluppare filiere alternative. Pechino non pare farsi condizionare. La costruzione di nuove catene di approvvigionamento richiederà tempo e ingenti investimenti, ma è inevitabile nel lungo periodo. Xi crede allora che valga la pena massimizzare i vantaggi fino a quando la Cina si trova in una posizione di forza così evidente. C’è peraltro chi è convinto che la guerra in Medio Oriente possa aver offerto a Pechino una nuova leva strategica nei confronti di Washington. Le terre rare, in particolare quelle pesanti come disprosio e terbio, sono infatti utilizzate per produrre magneti permanenti ad alte prestazioni, sistemi radar, componenti per la guida dei missili e sistemi di propulsione fondamentali nelle armi avanzate statunitensi.

Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra
Donald Trump col segretario della Difesa Pete Hegseth (foto Ansa).

Attesa per i prossimi colloqui di metà maggio

Secondo il South China Morning Post, la forte dipendenza di Washington dai minerali cinesi per i suoi sistemi d’arma avanzati significa che Pechino potrebbe di fatto influenzare la durata degli attacchi statunitensi contro l’Iran. È assai probabile che il dossier sia al centro dei prossimi colloqui commerciali tra Pechino e Washington. Soprattutto in vista del summit tra Xi e Donald Trump, posticipato a metà maggio proprio a causa del conflitto.

Capaccio: Winter non sarà ospite dell’Ariston

Ofer Winter non verrà a Capaccio. O almeno, non soggiornerà all’hotel Ariston. La struttura alberghiera dopo giorni di polemiche per la possibile presenza dell’ex generale israeliano, ritenuto, dai suoi accusatori, coinvolto in attività militari a Gaza, si fa sentire garantendo che non soggiornerà nella struttura. Resta da capire se la sua visita vacanza in Italia sia saltata definitivamente o meno. “Si smentisce categoricamente quanto diffuso sui social media: il Signor Ofer Winter non è stato e non sarà ospite della nostra struttura”: questa la nota diffusa dall’albergo, inizialmente indicato come luogo di soggiorno dell’ex generale israeliano. La presenza di Winter nel Cilento era prevista a partire dal 31 marzo, in occasione di un pacchetto turistico con eventi collegati alla Pasqua ebraica. Secondo quanto emerso, l’ex ufficiale – contestato da gruppi di attivisti – non dovrebbe quindi più arrivare in Campania. Resta però la tensione sul territorio: per il 31 marzo è stato annunciato un presidio di oppositori proprio davanti alla struttura alberghiera di Capaccio. Nei giorni scorsi la vicenda era approdata anche sul piano politico, con iniziative parlamentari (un’interrogazione di Avs al ministro Piantedosi) e prese di posizione critiche. Tra queste, quella del Comune cilentano di San Giovanni a Piro, che con una delibera ufficiale aveva dichiarato Winter “non gradito”, richiamando principi di tutela dei diritti umani e della pace, pur nel rispetto del popolo israeliano. Una mobilitazione diffusa che, insieme alle polemiche, ha accompagnato fino all’ultimo la vicenda, ora ridimensionata dalla smentita dell’hotel.

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Caso Cagnazzo: Italo Cirielli, garantismo e rispetto delle persone

La decisione di proscioglimento del colonnello Fabio Cagnazzo nell’ambito della vicenda legata all’omicidio di Angelo Vassallo rappresenta un passaggio importante che impone una riflessione seria sul funzionamento del nostro sistema giudiziario e, soprattutto, sul rapporto tra giustizia e opinione pubblica. Nel pieno rispetto del lavoro della magistratura e nella consapevolezza che il processo dovrà proseguire per accertare tutte le responsabilità, non si può ignorare quanto accaduto in questi anni: l’utilizzo della custodia cautelare e la forte esposizione mediatica hanno prodotto effetti profondi sulla dignità delle persone coinvolte, spesso ben prima di una verità processuale definitiva. La carcerazione preventiva, strumento eccezionale previsto dall’ordinamento, non può trasformarsi in una anticipazione della pena né, tantomeno, in una forma di pressione mediatica indiretta. Quando a ciò si aggiunge una narrazione pubblica che tende a costruire colpevoli prima ancora dei giudici, il rischio è quello di compromettere irreversibilmente la reputazione e la vita di un individuo. Lo dico anche sul piano personale: la mia famiglia è legata da rapporti di amicizia alla famiglia Cagnazzo. Questo mi consente di comprendere, oltre le carte processuali, il peso umano di anni vissuti sotto il giudizio pubblico, tra sofferenza privata e esposizione mediatica. Ribadiamo con forza un principio che deve restare cardine di ogni Stato di diritto: la presunzione di innocenza non è un dettaglio formale, ma una garanzia sostanziale. E vale per tutti, senza eccezioni. Auspichiamo che questa vicenda contribuisca ad aprire un dibattito serio e non ideologico sulla necessità di limitare gli abusi della custodia cautelare e di ridurre la spettacolarizzazione delle fasi processuali, restituendo centralità alla dignità della persona e all’equilibrio del sistema. La giustizia deve fare il suo corso. Ma deve farlo nel rispetto dei diritti, sempre. Lo scrive in una nota Italo Cirielli, capogruppo consiliare Fratelli d’Italia di Cava de’ Tirreni

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Zambrano: Salerno va rivoltata come un calzino. Video

di Erika Noschese

Partecipazione vera; giovani, merito e lavoro vero; porto, mare e identità di Salerno; conti in ordine, meno tasse; sostegno alle attività produttive; famiglia, scuola e servizi utili; mobilità moderna, infrastrutture compiute e più scelte; sicurezza, decoro e più verde; sport, ambiente e salute per i cittadini e gli animali; prevenzione del rischio sismico e idrogeologico: sono i punti principali del programma elettorale di Armando Zambrano, ingegnere civile-edile, già presidente dell’Ordine della provincia di Salerno, già Presidente del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, Coordinatore della Rete Nazionale Professioni Tecniche e Scientifiche e fondatore di ProfessionItaliane, con alle spalle un’attività professionale rara ed eccezionale. Il professionista vanta oggi il sostegno di Azione/Oltre, Base Popolare, Casa Riformista/Italia Viva, Forza Salerno, Noi di Centro, Popolari e Moderati, Partito Liberaldemocratico, Movimento civico, Ali per la Città, Ora! La parola chiave per questo avvio di campagna elettorale è “Partecipazione”, che per Zambrano significa assemblee civiche, ascolto dei quartieri, decisioni trasparenti, con l’idea chiara di puntare a una Salerno moderna, proiettata al futuro, aperta e partecipata, efficiente, sicura e intelligente. “Meno ostacoli e più libertà” è diventato quasi uno slogan nel confronto con i potenziali elettori oltre che con la stampa. «La mia candidatura nasce dalla volontà di dare un contributo a questa città, cercando di mettere a frutto l’esperienza e le competenze maturate alla guida di numerose organizzazioni nazionali e internazionali di rappresentanza di categorie professionali. L’idea di utilizzare queste competenze anche dal punto di vista amministrativo e gestionale mi è sembrata un modo per mettermi a disposizione, dopo tanti anni di impegno per gli ordini professionali – ha dichiarato Zambrano – Noi siamo qui per rinnovare, per rivoltare come un calzino questa città, facendo in modo che esistano centri di potere realmente distribuiti sul territorio e orientati all’interesse dei cittadini. Essere capaci di realizzare questa rivoluzione credo sia una sfida fondamentale. Non possiamo pensare che la città resti legata a vecchie ipotesi, anche di tipo economico, considerando magari Luci d’Artista solo come un modo per attrarre turisti e visitatori, senza inserirle in un contesto complessivo. Questa opportunità deve essere estesa a tutta la città, offrendo servizi e utilizzando questo meccanismo anche in tanti altri spazi che oggi non sono valorizzati». Uno degli obiettivi dell’aspirante sindaco è limitare la presenza di parcheggi diffusi in città per favorire modalità alternative di utilizzo del trasporto privato e pubblico. «Sarà fondamentale avere più mezzi, più piccoli, sfruttando l’elettrico», ha detto. Poi, la sanità con l’obiettivo di creare condizioni migliori per la comunità. «Se riusciamo in questo, molti problemi legati anche all’iper-affollamento potrebbero essere ridotti, grazie alla presenza sul territorio di strutture alternative in grado di offrire un contributo concreto. Un supporto psicologico sostenuto dal Comune, per aiutare i cittadini in difficoltà, sarebbe un modo per prevenire situazioni più gravi», ha detto l’ingegnere salernitano. Grande attenzione sarà dedicata all’impiantistica sportiva con la proposta di unire pubblico e privato nell’ottica di una valida collaborazione: «C’è un importante contributo dei privati che, fortunatamente, riescono in parte a compensare le carenze. Tuttavia, le strutture pubbliche hanno la possibilità di offrire accesso anche a chi ha meno disponibilità economiche. Occorre quindi fare in modo che queste strutture possano essere gestite anche dai privati, così da ottimizzare i costi di manutenzione», ha detto ancora Zambrano, ribadendo la necessità di potenziare il corpo della polizia municipale e avviare un programma di pulizia e riordino della città. Infine, una riorganizzazione della mobilità, realizzabile con costi contenuti e grandi benefici, ad esempio rivedendo i percorsi stradali e creando aree di parcheggio temporanee. «Per quanto riguarda nuovi alberghi in città, bisogna creare i presupposti affinché possano essere utili: serve una domanda che oggi non c’è e bisogna rendere la città più attrattiva, offrendo maggiori servizi. Sul porto di Pastena non sono per il “no” a prescindere, ma per un “sì” condizionato alla realizzazione fatta bene», ha poi aggiunto l’aspirante primo cittadino.

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Ilardi: Il porto di Pastena è una svolta storica

di Erika Noschese

La tregua del silenzio è finita ieri, lasciando il posto a una durissima controffensiva verbale che sposta il baricentro del dibattito sul Porto di Pastena da una questione tecnica a una vera e propria denuncia di legalità. Antonio Ilardi, Presidente del Cda di Polo Nautico srl, ha deciso di uscire allo scoperto con una nota ufficiale che non solo difende il progetto, ma attacca frontalmente i promotori delle proteste, accusandoli di utilizzare il pretesto ambientalista per nascondere presunti abusi edilizi personali proprio nell’area del porticciolo. Quello che ieri è stato delineato dall’imprenditore è il ritratto di una città “al bivio tra indolenza e sviluppo”, dove la disinformazione starebbe alimentando un clima di odio ingiustificato verso chi, da oltre un quarto di secolo, investe nel litorale orientale salernitano. L’intervento di Ilardi muove i primi passi da un’amara constatazione sul livello dello scontro mediatico e sociale raggiunto nelle ultime settimane, che lo ha visto bersaglio di pesanti attacchi personali. “Avevo deciso di non intervenire nel dibattito, che non esito a definire offensivo e pretestuoso, che taluni disinformati hanno generato sul progetto del Porto di Pastena, coinvolgendo ahimè, con informazioni false e fuorvianti, una parte dei residenti del quartiere. In queste settimane, tuttavia, pur non seguendo direttamente le attività tecniche, che erano e restano delegate a mio fratello Angelo, ho letto commenti in cui il mio nome, e quello della mia famiglia, è associato a epiteti quali ‘criminali’, ‘camorristi’, ‘speculatori’, ‘cementificatori’, ‘abusivisti’. Tra tutti, quest’ultima definizione è la più tragicomica, atteso che nessun lavoro è stato intrapreso e nessun abuso avrebbe potuto, neanche teoricamente, essere compiuto”. Il passaggio più dirompente della sua dichiarazione riguarda però la contro-accusa lanciata verso il fronte del “No Porto”. Secondo l’imprenditore, la mobilitazione di una parte del quartiere sarebbe stata pilotata da chi ha interessi occulti da difendere, legati a situazioni di presunta irregolarità che il nuovo progetto andrebbe inevitabilmente a sanare o rimuovere. “Al contrario, proprio chi lanciava epiteti del genere o aderiva alle tesi dei contestatori, è diventato strumento inconsapevole di alcuni promotori delle proteste, che nella realtà occupano abusivamente porzioni di area demaniale del porticciolo e lì hanno costruito volumi abusivi, hanno abusivamente trasformato depositi interrati in abitazioni, hanno realizzato accessi abusivi all’area demaniale. Sarebbe bastato poco per comprendere che alcune urla celavano il tentativo di mantenere privilegi illeciti di pochi e di nascondere abusi insanabili di altri”. Oltre alla denuncia degli abusi, Ilardi ha voluto rispondere a quello che definisce “il più becero degli slogan populisti”, ovvero la crociata contro il “cemento”, ricordando come Salerno e altre grandi città costiere abbiano costruito la propria fortuna estetica e funzionale proprio attraverso opere di riqualificazione costiera basate su colmate artificiali. “Basta cemento da parte di chi, come tutti noi, nasce, vive e riposa in eterno in manufatti di ‘cemento’; viene educato e curato in involucri di ‘cemento’; prega in manufatti di ‘cemento’; viaggia su infrastrutture di ‘cemento’. A costoro, sarebbe bastato sfogliare un libro per scoprire che l’intero Lungomare cittadino, di cui tutti abbiamo fieri, è una colmata artificiale di ‘cemento’ e che, parimenti, è una colmata artificiale di ‘cemento’ la splendida Via Caracciolo a Napoli. E già, perché tutte le città costiere, da sempre, recuperano a mare spazi di vivibilità collettiva, esattamente come è previsto a Pastena, con il maggior valore, in questo caso, della contestuale creazione di sviluppo e lavoro”. Questa profonda amarezza, accumulata nei giorni scorsi, ha indotto l’imprenditore a rompere gli indugi sui canali social e ufficiali, riscontrando un parziale cambio di rotta nel sentimento popolare una volta esposti i dati tecnici del progetto. Egli ha ribadito ieri che la procedura per il Porto di Pastena non è un’operazione improvvisata, ma un iter che ha già superato ogni possibile vaglio istituzionale, compreso quello della Presidenza della Repubblica. “Analizzando, quindi, la situazione, ho tratto una amarezza così profonda da indurmi a intervenire nei giorni scorsi sui social, suscitando numerosi apprezzamenti e richieste di approfondimento. Il tenore dei commenti di tanti cittadini sta mutando da giorni. Le perplessità si trasformano in adesioni ogniqualvolta si spiega la verità. Per questo, ritengo doveroso abbandonare un profilo di riservatezza personale e chiarire, senza infingimenti, in primo luogo che: il progetto del Porto di Pastena ha già tutti i pareri e le autorizzazioni positive rilasciate in oltre un decennio di iter amministrativo; l’attuale procedura di Valutazione di Impatto Ambientale è stata presentata sebbene il progetto già godesse di tale parere positivo, unicamente perché erano scaduti della precedente autorizzazione; ogni ricorso presentato fino ad oggi sull’opera è stato respinto finanche con provvedimento del Presidente della Repubblica Italiana”. A sostegno della bontà dell’iniziativa, Ilardi ha poi richiamato la storia imprenditoriale della sua famiglia, portando l’Hotel Polo Nautico come esempio tangibile di riqualificazione urbana riuscita. L’idea è quella di una trasformazione che ha già dimostrato di poter generare un indotto economico e turistico reale per una zona che, un tempo, era priva di vocazione ricettiva. “Il turismo a Pastena esiste perché la mia famiglia, oltre 25 anni fa, invece di costruire case, decise di acquisire un obbrobrioso scasso sul litorale cittadino e trasformarlo nell’accogliente albergo che oggi è diventato, frequentato da migliaia ospiti di 100 Nazioni diverse, che, con grande soddisfazione, vi soggiornano quotidianamente. È il Polo Nautico ad avere determinato una radicale e positiva trasformazione del quartiere e ad avere suscitato sviluppo turistico con la nascita di tanti bb, case vacanze, bar e ristoranti, tutti sorti grazie al nostro insediamento ricettivo. È il Polo Nautico ad avere donato al quartiere l’unico parcheggio pubblico che esiste sul litorale orientale. È il Polo Nautico ad avere lautamente sostenuto il bilancio comunale versando, dal 2000 ad oggi, oneri concessori, imu, tari, imposte di soggiorno e numerosi altri tributi per milioni di euro! È il Polo Nautico ad avere creato decine di posti di lavoro stabili. Circostanza certamente rilevante in una città che ama dissertare di occupazione lasciando, poi, in balia delle onde chi la crea”. Per smontare quelle che ha definito “falsità” tecniche, Ilardi ha attraversato punto per punto le critiche mosse al progetto, chiarendo che non si tratta di un’opera privata, ma di un’infrastruttura pubblica realizzata con capitali privati che resterebbe di proprietà dello Stato. Ha voluto precisare che non verranno sottratti spazi collettivi, ma creati oltre 33.000 metri quadrati di aree attrezzate, inclusa una nuova piazza e un belvedere lungo il molo. Rispondendo ai timori sulla vivibilità del quartiere e sul presunto impatto visivo, Ilardi ha spiegato ieri che il nuovo lungomare manterrà la stessa quota di quello attuale, senza creare “muri” davanti alle case, e che l’intervento prevede la creazione di 1.095 posti auto per liberare le strade di Pastena dal traffico. Ha inoltre rassicurato i cittadini sulla tutela degli arenili esistenti e sull’assenza di rischi di inquinamento, garantita dalle moderne tecnologie previste per la gestione del bacino. “Vero è, invece, che si creerebbero centinaia di posti di lavoro (e che siamo capaci di farlo è provato dal successo dell’Hotel Polo Nautico), che Pastena godrebbe di una fioritura produttiva, che tutto l’abitato fronteggiante il Porto sarebbe protetto dalle violente mareggiate, che tutto il quartiere si gioverebbe di nuovi e gradevoli punti di aggregazione, che da Pastena migliaia di turisti e di cittadini potrebbero raggiungere comodamente la costiera amalfitana, che tutte le abitazioni del quartiere vedrebbero un incremento del proprio valore”. Il messaggio conclusivo di Antonio Ilardi è risuonato ieri come un monito per l’intero tessuto sociale salernitano, tra l’orgoglio per il passato e l’incertezza per un futuro minato da un’ostilità che ha definito “indecorosa”. Pur ribadendo l’importanza storica del Porto di Pastena per la zona orientale, l’imprenditore non ha nascosto una profonda ferita emotiva: “Io non posso garantire che saranno trovate tutte le risorse. Né che io recuperi entusiasmo per questa iniziativa, azzerato dopo lo spettacolo indecoroso cui abbiamo assistito. Ma posso certamente assicurare, in totale onestà intellettuale, che il Porto di Pastena sarebbe una svolta storica e fortemente positiva per tutta la zona orientale. E, mi sia consentito, posso dichiarare, con orgoglio, che non solo non meritiamo i toni e i contenuti espressi nelle ultime settimane ma che, in verità, avremmo pieno diritto alla gratitudine per quanto abbiamo realizzato in questo territorio e all’incitamento per quanto abbiamo progettato di fare. Ciascuno scelga ora, in una città che si sta spopolando, se assecondare indolenze ataviche e cavalcare timori infondati oppure sostenere sviluppo, turismo e lavoro stabile. La Salerno dei prossimi anni sarà l’esito di questa decisione”.

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Sanità. De Luca: Il ministero si è adeguato alla sentenza del Tar

Era una notizia attesa da 19 anni. La Campania esce dal piano di rientro per la sanità. Gli obiettivi del Mef sono stati raggiunti anche in relazione alle ultime osservazioni dello scorso anno, ovvero in relazione al miglioramento dei programmi di screening e di potenziamento dei letti di Rsa, e al consolidamento dei dati di corretta erogazione dei Lea. L’annuncio del ministero della Salute è stato salutato con soddisfazione anche perché si chiude una lunga parentesi, iniziata da quando nel 2007 era presidente della giunta regionale della Campania, Antonio Bassolino e che è stata per circa due decenni oggetto di scontro politico. L’attuale governatore, Roberto Fico, parla di un traguardo importante per la Campania “per i cittadini, per gli operatori della sanità, il personale medico e paramedico, per tutto il settore sanitario” perché sarà possibile “tornare a una regolare e ordinaria gestione della sanità”. “Questo significa poter programmare investimenti, assumere personale, ammodernare strutture e tecnologie, rafforzare nel suo complesso il sistema sanitario”, aggiunge ricordando di aver avuto, negli ultimi mesi “un confronto costante e costruttivo con il ministro Schillaci nello spirito di una leale collaborazione istituzionale nell’interesse della collettività” ma è stato possibile tagliare il traguardo anche “perché sugli aspetti dell’equilibrio finanziario e dei livelli essenziali di assistenza la giunta precedente ha fatto un lavoro”. “Apprendiamo che finalmente il ministero della Salute ha preso atto dell’uscita della sanità campana dal piano di rientro. Da oltre dieci anni il bilancio della sanità campana era in attivo insieme con solo altre tre regioni d’Italia. Erano stati raggiunti tutti gli obiettivi previsti dalle leggi dello stato in relazione alle tre aree mediche sottoposte a valutazione (quella ospedaliera, quella territoriale e quella della prevenzione)”, ha osservato invece, in un post sui social, l’ex presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca rimarcando che questa decisione doveva essere presa già da mesi e che la Campania sul punto ha dovuto ricorrere al Tribunale amministrativo regionale. E De Luca per circa dieci anni ha sottolineato come la dotazione organici di medici ed infermieri fosse molto al di sotto delle reali esigenze. “Il ministero non ha fatto altro che adeguarsi alla sentenza del tribunale amministrativo. Questo è tutto”, ha concluso l’ex presidente della Campania. Il segretario regionale del Pd, Piero De Luca, evidenzia “l’efficacia del lavoro serio e rigoroso messo in campo negli anni passati dall’amministrazione regionale campana, sotto la guida del presidente Vincenzo De Luca, nel percorso di risanamento, rilancio e riorganizzazione di un sistema sanitario che veniva da anni difficili di commissariamento. Un lavoro straordinario – dice il figlio dell’ex presidente della Giunta – che ha consentito di raggiungere da un anno e mezzo tutti gli obiettivi previsti in relazione alle aree mediche sottoposte a valutazione”.

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Pagani. Con Campitiello 5 civiche pronte a sostenerlo

PAGANI – Il Progetto Civico 2030 prende sempre più forma e si consolida come una delle principali realtà politiche in vista delle prossime elezioni amministrative. Un percorso che nasce dal basso e che, passo dopo passo, sta aggregando energie, competenze e rappresentanze territoriali, superando divisioni e frammentazioni politiche. Alla base vi è una scelta chiara: andare oltre le logiche dei partiti, senza farsi condizionare da accordi provinciali o regionali, spesso lontani dalle reali esigenze della città. In questo contesto si inserisce la candidatura a sindaco del dott. Nicola Campitiello, individuato come figura di sintesi di un progetto civico ampio, condiviso e radicato sul territorio.Tra i protagonisti del percorso emergono nomi di riferimento come Vincenzo Calce, Salvatore Cascone e Gianfranco Maiorino, che stanno contribuendo alla costruzione di una proposta politica credibile e concreta. Il progetto registra inoltre un importante rafforzamento con l’ingresso dell’area degli Azzurri, rappresentata da Antonio Oliva e Raffaele De Siena, segnale di una crescente convergenza verso un modello civico inclusivo e trasversale.Un’apertura che conferma la capacità del Progetto Civico 2030 di attrarre sensibilità diverse, unite da un unico obiettivo: il rilancio della città di Pagani.Non solo: secondo le prime indiscrezioni, sarebbero già pronte cinque liste civiche a sostegno del candidato sindaco Campitiello, a testimonianza di una struttura organizzativa solida e in continua espansione. In questo quadro si inserisce anche il plauso a Fratelli d’Italia, che ha condiviso il percorso, dimostrando senso di responsabilità e apertura verso una proposta costruita sui territori.Il Progetto Civico 2030 si candida così a rappresentare una vera alternativa amministrativa, fondata su partecipazione, competenza e visione strategica, con l’obiettivo di restituire a Pagani una prospettiva di sviluppo concreta e duratura.

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Star Trek: Fantascienza.com, il meglio della settimana della cancellazione di Academy

Fantascienza.com, il meglio della settimana della cancellazione di Academy

La cancellazione di Star Trek Starfleet Academy, Spider-Noir su Prime Video, la seconda stagione di Daredevil: Born Again, il nuovo numero di Delos Science Fiction nella settimana di Fantascienza.com

Questa settimana la notizia che ha fatto più discutere è stata la cancellazione di Star Trek: Starfleet Academy da parte della Paramount. Verrà distribuita la seconda stagione, già girata, e poi basta. La cosa ha avuto grande risonanza sui social e, lasciatecelo dire, a nostro avviso è stata una pagina davvero vergognosa per il fandom di Star Trek (una parte, ovviamente: la maggioranza, come sempre, sono persone educate, ma più silenziose). Perché abbiamo assistito a festeggiamenti, sbeffeggiamenti, anche arricchiti da espressioni della... - Leggi l'articolo

 

SERIE TV - Star Trek - 29 marzo 2026 - articolo di S*

La Feldi è in finale in Coppa Italia

La pista si fa sempre più stretta, le curve più pericolose, gli avversari più aggressivi. Ma quando il motore gira al massimo e il pilota tiene saldo il volante, la corsa può continuare. La Feldi Eboli supera anche il livello semifinale e conquista la terza finale di Coppa Italia della sua storia, al termine di una gara folle, spettacolare, degna di una sfida da ultimo giro contro la L84. La gara terminata 4-4 si decide ai rigori, come lo scorso anno, le due squadre si giocano la posta dal dischetto e il sangue freddo di Braga unito alla parata di Dalcin, portano le volpi in finale.

“BRAGACADABRA” – Feldinho lo aveva capito sin dalla partenza: serviva uno scatto bruciante. E così è stato. Dopo pochi secondi, è “El Toro” Gui ad accendere il turbo: punta l’avversario, lo salta e scarica un sinistro potente sotto la traversa. È il primo boost della gara, quello che lancia le volpi in testa. La Feldi non rallenta, spinge sull’acceleratore e trova subito un altro varco. A mettere la firma è Mateus, ex della sfida, che si fa trovare pronto sotto porta e deposita in rete il raddoppio dopo un’azione corale perfetta. Il circuito sembra già segnato, ma in queste gare basta un attimo per perdere aderenza. La L84 prova a rientrare in scia, affidandosi agli strappi di Liberti, ma Dalcin è un muro e tiene la traiettoria. Poi arriva il colpo da copertina: Lucas Braga inventa una magia, un pallonetto spalle alla porta che vale il 3-0. “Bragacadabra”, ed è fuga vera. Sembra una corsa senza ostacoli, ma il circuito nasconde sempre insidie. La L84 accorcia nel finale di tempo con Fortini e riapre la gara, riportando pressione sulle volpi.

RIGORI – Nella ripresa il ritmo resta altissimo. Echavarria sfiora il poker colpendo il palo, poi approfitta di un errore in uscita degli avversari per firmare il 4-1: freddezza, qualità e istinto da bomber. Il colombiano entra nella storia stagionale delle volpi, diventando l’unico a segno in tutte le competizioni. Ma la corsa non è finita. L84 inserisce il turbo e torna clamorosamente in gara: Rescia, Tuli e ancora Fortini ribaltano l’inerzia, fino a un incredibile 4-4. Una rimonta che cambia completamente lo scenario, trasformando la semifinale in un ultimo giro al cardiopalma. Nel finale Liberti sfiora il sorpasso, ma Dalcin si supera ancora, salvando tutto con un intervento decisivo. Le volpi resistono, rispondono con Mateus e Selucio, ma il traguardo non arriva nei tempi regolamentari. Servono i rigori.

È la lotteria finale, il rettilineo decisivo. Tutti perfetti fino all’ultimo giro: poi Schiochet sbaglia, Braga no. La Feldi taglia il traguardo e vola in finale.

TERZA FINALE, LA SECONDA CONSECUTIVA – Un’altra pista superata, un altro livello conquistato. Domani l’ultimo circuito: contro la Meta Catania o la Roma 1927, per difendere il titolo e completare la corsa. Gara in programma alle ore 19 di domenica 29 marzo, con diretta su Sky Sport e Youtube, canale Divisione Calcio a 5. Sarà la seconda finale consecutiva, la terza della storia per volpi in Coppa Italia dopo il ko di Rimini nel 2021 contro l’Italservice Pesaro e il successo dello scorso anno contro l’Ecocity Genzano. Domani un avversario inedito aspetta Antonelli e i suoi ragazzi.

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Scomparso Agnese, biografo Marinetti. Sangiuliano, cordoglio

“Profondo cordoglio per la scomparsa di Gino Agnese, intellettuale raffinato e anticonformista, giornalista e scrittore, profondo conoscitore di arte. Autore della prima vera e organica biografia di Filippo Tommaso Marinetti, poi di Umberto Boccioni; Agnese ha avuto un ruolo fondamentale nella riscoperta del Futurismo quale movimento di avanguardia e innovazione. Ho avuto il privilegio di conoscerlo e essergli amico, di apprezzarne la vasta cultura e la signorilita’. Un napoletano d’altri tempi, giornalista testimone del secondo Novecento. Mi attivero’ affinche’ Napoli possa in qualche modo averne un ricordo permanente”. A dirlo, in una nota, Gennaro Sangiuliano, capogruppo di Fratelli d’Italia in consiglio regionale della Campania ed ex ministro della cultura

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Teatro in lutto a Salerno, addio a Margherita Rago

Lutto nel mondo del teatro salernitano per la scomparsa di Margherita Rago, 63enne artista apprezzata e premiata, venuta a mancare dopo una lunga malattia.

Attrice autentica e profondamente legata alla scena cittadina, Rago si è distinta per uno stile intenso e mai sopra le righe, capace di emozionare il pubblico con interpretazioni sincere e coinvolgenti. Ha calcato numerosi palcoscenici, collaborando tra gli altri con il Teatro Nuovo sotto la guida di Ugo Piastrella e con Scena Teatro diretta da Antonello De Rosa.

Tra le sue interpretazioni più amate resta quella di Filumena Marturano, simbolo della sua capacità di dare voce a personaggi complessi con grande sensibilità.

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Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente

Esiste una fisica del potere che non risponde alle urne, ma una legge gravitazionale non scritta: nell’istante esatto in cui Federico Lucia, in arte Fedez, decide di poggiare la sua mano tatuata su una poltrona o una causa, scatta inesorabile il conto alla rovescia del disastro. Non chiamatela sfortuna, sarebbe un’offesa alla statistica, chiamatelo pure Re Mida al contrario, un portatore sano di eclissi capace di trasformare l’oro del consenso nel piombo di una disfatta elettorale definitiva.

Il nuovo pensatoio dove il rapper gioca a fare il Joe Rogan de’ noantri

L’ultimo atto di questa Spoon River si è consumato recentemente tra i microfoni di Pulp Podcast, il nuovo pensatoio dove il rapper gioca a fare il Joe Rogan de’ noantri insieme a un Mr. Marra in posa da intellettuale di complemento. Proprio lì si è officiata l’ultima via crucis di Giorgia Meloni.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Giorgia Meloni ospite di Pulp Podcast, il podcast di Fedez e Mr. Marra: puntata in onda giovedì 19 marzo alle 13 (foto Ansa).

La premier, terrorizzata dall’amaro calice di un referendum sulla giustizia che puzzava di débâcle lontano un miglio, ha cercato rifugio nella tana dell’agitatore mediatico, convinta che quel caveau di follower fosse un’assicurazione sulla vita. Si è ritrovata, invece, ridotta a pontificare di riforme davanti a dilettanti dell’informazione allo sbaraglio. Risultato? Sconfitta referendaria, governo in bilico e l’immagine di una politica che, nel tentativo di darsi un tono pop, finisce per consegnarsi al ridicolo. Bene hanno fatto Elly Schlein e Giuseppe Conte a rispedire l’invito al mittente: la loro assenza è stata la loro salvezza.

Firmò un inno per il M5s nel 2014, l’anno della batosta

Ma il curriculum del “dissolvitore” milanese è una cronaca di macerie che non guarda in faccia a nessuno. Già nel 2014, quando firmò l’inno per il Movimento 5 stelle, Non sono partito, adottato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, l’ex signor Ferragni mise il sigillo su una sventura appena compiuta. Alle Europee dello stesso anno i grillini vennero letteralmente doppiati dal Partito democratico di Matteo Renzi, finendo staccati di quasi 20 punti percentuali, in una batosta che brucia ancora. Coincidenze? Sicuramente. Ma la cronologia non mente.

Paladino del Ddl Zan, ma la legge andò dritta al macero

Nel 2021, dal palco del Primo Maggio, Fedez si erse a paladino del Ddl Zan, denunciando censure e veti leghisti. Il finale è noto: un cortocircuito mediatico che portò la legge dritta al macero, tra le ghignate del Senato. In quel marasma, anche Virginia Raggi si spese per lui, condividendo i suoi messaggi sui diritti: cinque mesi dopo, l’allora sindaca di Roma perdeva la fascia tricolore.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez con Alessandro Zan.

Non è andata meglio a Giuseppe Conte, allora premier, che nell’ottobre 2020 telefonò agli ex Ferragnez per chiedere aiuto sull’uso delle mascherine: dopo neanche un anno l’avvocato del popolo veniva sfrattato da Palazzo Chigi per far posto a Mario Draghi.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Il messaggio di Fedez sulle mascherine dopo la chiamata di Giuseppe Conte.

La maledizione non risparmia le battaglie civili. Chiedere per informazioni a Marco Cappato e all’Associazione Luca Coscioni: la firma dell’ex coppia reale di City Life per il referendum sull’eutanasia legale ha prodotto solo il muro dell’inammissibilità della Consulta, lasciando il tesoriere con un pugno di mosche.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
I Ferragnez per l’eutanasia legale.

Persino lo “sceriffo” Vincenzo De Luca, ospite a Muschio Selvaggio nel 2023, ha visto la Corte costituzionale sbarrargli definitivamente la strada per il terzo mandato consecutivo: ora all’ex viceré della Campania resta solo il mesto ritorno al feudo di Salerno.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Vincenzo De Luca ospite di Fedez.

Fedez è stato davvero letale col centrodestra

Ma è col centrodestra che il tocco di Fedez si è fatto letale, quasi un’operazione di smantellamento controllato. A maggio 2025, al congresso dei giovani di Forza Italia, l’ospite d’onore ha incassato standing ovation inneggiando a Silvio Berlusconi e attaccando magistrati e Beppe Sala, sotto lo sguardo compiaciuto di un Maurizio Gasparri con cui aveva siglato una sorta di pace storica dopo anni di querele da 500 mila euro.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez al congresso dei giovani di Forza Italia (foto Imagoeconomica).

Oggi quella tregua suona come un’orazione funebre: l’effetto domino del fallimento referendario ha travolto anche l’ex ministro, costretto alle dimissioni da capogruppo al Senato per far posto a Stefania Craxi, in un rimpasto benedetto da Marina Berlusconi per rinnovare i vertici e chiudere definitivamente l’era dei vecchi colonnelli di un partito ormai smantellato, o rinfrescato, come fa comodo pensare alle teste di famiglia (ma sempre di avvicendamento tra boomer si tratta).

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente

Stessa sorte per chi ha cercato la goliardia vacanziera: quello scatto sullo yacht in Costa Smeralda della scorsa estate con il rapper, Ignazio La Russa e Daniela Santanchè è diventato il bacio della morte di Rozzano. La Pitonessa è saltata (dopo anni di resistenze!), sfiduciata dalla sua stessa premier, e c’è da scommettere che il presidente del Senato stia già controllando la tenuta della sua scialuppa politica e dei suoi busti del Duce.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez sullo yacht con Daniela Santanchè.

Viene quasi il sospetto che il Nostro sia il più raffinato cavallo di Troia della storia Repubblicana. Dal M5s a Forza Italia, passando per il Pd e FdI, la lezione è una sola: chi lo tocca crepa. Politicamente parlando, s’intende.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni

In Cina continuano a cadere alti funzionari del Partito comunista. Ed è lo stesso destino di diverse tigri, come vengono tradizionalmente definiti gli alti ufficiali dell’esercito popolare di liberazione. Quattro nomi entrati forse di rado nelle cronache dei media occidentali sono Jiang Chaoliang, Ma Fengsheng, Liu Guozhi e Hu Henghua. Eppure si tratta di figure rilevanti del sistema di potere cinese. I loro guai sono ancora più significativi se inseriti nel contesto attuale, che ha visto appena un paio di mesi fa la clamorosa apertura di un’indagine contro Zhang Youxia, il generale più alto in grado del Paese e numero due della Commissione militare centrale guidata dal presidente Xi Jinping. L’impressione complessiva è quella di un sistema entrato in una fase di pressione permanente, in cui la campagna anticorruzione è uno strumento di rettifica, ma anche una componente strutturale del funzionamento del potere politico della leadership.

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L’uomo associato alla (male)gestione della pandemia di Covid-19

Partiamo da Jiang Chaoliang, ex segretario del Partito nello Hubei durante le prime fasi della pandemia di Covid-19. Si tratta proprio della provincia che ha come capoluogo Wuhan, che per prima ha vissuto le conseguenze della diffusione del virus. Ma Jiang è molto di più. La sua figura appartiene alla generazione di quadri che hanno accompagnato la trasformazione della Cina da economia pianificata a sistema ibrido dominato da grandi istituzioni finanziarie statali.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
Jiang Chaoliang (Ansa).

La sua carriera all’interno della Agricultural Bank of China negli Anni 90 lo ha collocato in uno dei nodi cruciali della ristrutturazione del sistema bancario cinese, un settore che per decenni ha rappresentato uno dei principali bacini di accumulazione di potere e di rendite. Il fatto che le accuse odierne risalgano proprio a quel periodo non è forse del tutto casuale: riflette la volontà delle autorità di ricostruire intere traiettorie di carriera per dimostrare la continuità di comportamenti illeciti e, al tempo stesso, per inviare un messaggio chiaro a tutte le élite tecnocratiche cresciute in quel contesto.

Nel sistema cinese la caduta può essere differita nel tempo

Dopo l’esplosione della pandemia di Covid, Jiang era stato rimosso dalla guida dello Hubei: una scelta interpretata come una punizione per la gestione ritenuta inefficace dell’emergenza. Eppure la sua successiva ricollocazione in un incarico all’Assemblea nazionale del popolo aveva lasciato intendere che il sistema non lo considerasse definitivamente compromesso. L’incriminazione formale annunciata nei giorni scorsi ribalta quella lettura e diventa un esempio di come, nel sistema cinese, la caduta possa essere differita nel tempo e maturare attraverso una stratificazione di decisioni politiche.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
La stazione ferroviaria di Wuhan, nella provincia dello Hubei (foto Ansa).

L’ex funzionario che si è preso 14 anni di carcere per tangenti

Negli stessi giorni dell’incriminazione di Jiang è arrivata la condanna per Ma Fengsheng, ex funzionario della provincia del Qinghai. A Ma è stata comminata una pena di 14 anni di carcere per aver accettato oltre 40 milioni di yuan (circa 5,3 milioni di euro) in tangenti tra il 2001 e il 2023. La sua vicenda mette in luce la profondità e la durata delle pratiche di corruzione all’interno di ambiti chiave come la gestione dei contratti pubblici. A peggiorare la sua situazione, Ma ha operato in settori che erano al centro della narrazione politica del Partito, in particolare la campagna per l’eliminazione della povertà estrema, presentata come uno dei successi più importanti dell’era Xi.

Già l’11esimo profilo di alto livello condannato nel 2026

Il fatto che proprio questi ambiti d’azione siano stati utilizzati per fini personali evidenzia una contraddizione strutturale: le politiche più ambiziose e dotate di risorse sono anche quelle più esposte a distorsioni e abusi. La carriera di Ma, interamente sviluppata nel Qinghai, segnala anche che le reti di potere locali possono consolidarsi nel tempo, intrecciando funzioni amministrative, relazioni personali e controllo delle risorse. Il fatto che sia già l’11esimo funzionario di alto livello condannato nel 2026 rafforza l’idea di una campagna che procede con ritmo serrato e con una logica quasi seriale.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
Militari dell’esercito cinese (foto Ansa).

Il sindaco della megalopoli che era sparito dagli incontri ufficiali

Colpita anche Chongqing, una delle quattro municipalità direttamente controllate dal governo centrale e nodo fondamentale per l’economia e la governance della Cina. La Commissione centrale per l’ispezione disciplinare ha annunciato un’indagine contro Hu Henghua, sindaco della megalopoli. Le autorità hanno utilizzato la formula standard delle “gravi violazioni della disciplina e della legge” dopo settimane in cui Hu non appariva a incontri ufficiali.

Colpiti anche politici ancora pienamente inseriti nelle strutture di potere

È un modus operandi riconoscibile: sparizione dalla scena pubblica, diffusione di indiscrezioni, infine conferma ufficiale dell’inchiesta. Nel caso di Hu, pesa anche un precedente disciplinare legato alla gestione di questioni di sicurezza edilizia, segno che il suo profilo era già sotto osservazione. La sua caduta indica che la campagna non si limita a colpire figure già marginalizzate, ma può investire anche funzionari ancora pienamente inseriti nelle strutture di potere.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
Scene dal 14esimo congresso del Partito comunista cinese (foto Ansa).

Nel mirino uno dei principali scienziati militari cinesi

Ancora più delicato è forse il caso di Liu Guozhi. Per lui manca una formalizzazione giudiziaria, ma è già arrivato un segnale tipicamente politico: la rimozione del suo profilo dal sito della Chinese Academy of Sciences (Cas). In un sistema in cui la visibilità istituzionale è parte integrante dello status, la cancellazione da un elenco ufficiale equivale a una forma di delegittimazione. Silenziosa, ma potentissima. Liu è uno dei principali scienziati militari cinesi, con un ruolo centrale nello sviluppo di tecnologie avanzate come le armi a microonde ad alta potenza e con una carriera che lo ha portato ai vertici della Commissione per la scienza e la tecnologia della Commissione militare centrale.

Il focus si sposta verso settori altamente tecnologici e strategici

La sua scomparsa dal sito della Cas si inserisce in una sequenza più ampia di rimozioni e dimostra che la campagna di rettifica si è estesa dalle forze armate tradizionali al cuore dell’apparato militare-industriale, colpendo diversi scienziati e ingegneri di alto livello. Questo è un passaggio cruciale: nei primi anni della leadership di Xi l’attenzione era concentrata soprattutto su funzionari politici e amministrativi, ora il focus sembra spostarsi verso settori altamente tecnologici e strategici.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

Una manovra politico-disciplinare molto profonda

Insomma, chi pensava che con l’indagine contro Zhang Youxia si fosse arrivati al termine della campagna di Xi stava sbagliando. D’altronde, le recenti “due sessioni”, il grande appuntamento politico annuale che riunisce l’Assemblea nazionale del popolo e la Conferenza consultiva politica del popolo cinese, hanno fornito un chiaro indicatore della profondità della manovra politico-disciplinare. Alla vigilia dell’evento, è stato revocato il mandato a decine di rappresentanti, tra cui un numero insolitamente elevato di ufficiali dell’esercito popolare di liberazione. Per la precisione, sono decaduti 19 deputati dell’Assemblea nazionale e 15 membri della Conferenza consultiva: tra di loro c’erano almeno 13 alti generali.

Ridefinizione degli equilibri attraverso una sostituzione accelerata delle élite

I numeri e le figure coinvolte, a partire da quella di Zhang Youxia, rivelano che dietro la “semplice” campagna di rettificazione c’è qualcosa di più profondo: una ridefinizione degli equilibri tra Partito ed esercito attraverso una sostituzione accelerata delle élite. Il tutto in vista del XXI Congresso del 2027, snodo cruciale e potenzialmente storico per la leadership di Xi.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership

«Non ti fidare di chi ha più di 30 anni». Arduo oggi dire se fa ridere o piangere l’esortazione di Jack Weinberg, attivista radicale e leader nel 1968 del Free Speech Movement di Berkeley, visto che il potere politico è nelle mani di ultra settantenni. E non va meglio in altri campi. Dalla finanza allo spettacolo, in prima fila ci stanno molti uomini e qualche donna che di abdicare proprio non ne vogliono sapere.

Un gap anagrafico che ci riporta agli Anni 50

I giovani, si tratti di posizione lavorativa o reddito, scontano un gap anagrafico che ci riporta agli Anni 50, quando nemmeno la musica contemplava generi e interpreti giovanili. La musica cambiò negli Anni 60. A tempo di rock e di pop. Ma fu sulla spinta del movimento del ’68 che i giovani divennero pienamente adulti. Liberati dal mercato e dall’economia dei consumi. Ma in grado presto di affermare una propria autonomia, che ebbe peso rilevante nella modernizzazione politica e sociale del Paese.

La partecipazione giovanile ha colto di sorpresa tutti

La prospettiva storica offre illuminanti chiavi di lettura del presente e del futuro prossimo, all’indomani del voto referendario che ha registrato il decisivo apporto dei giovani alla vittoria del no. Ma partiamo dal dato che ha visto la generazione 18-34 anni votare contro la riforma della giustizia con il 61,10 per cento dei voti. La partecipazione giovanile (la loro affluenza è stata del 67 per cento, nonostante le difficoltà dei fuorisede, a fronte di un dato nazionale del 58,9 per cento) e in quelle proporzioni di opposizione alla proposta governativa ha colto di sorpresa tutti. Dal governo alla politica nel suo complesso, passando per i media tradizionali, la cui interpretazione e narrazione della società è ben lontana da quella che vive la Generazione Z.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
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Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership

Lo si immaginava, ma la novità è che in questa occasione gli interessati, anziché restarsene sul divano e rifugiarsi in un mondo ideale, hanno deciso di mettersi le scarpe e uscire di casa. E di dire no ai quesiti giudiziari, ma senza troppo curarsi del merito. Certo, in difesa della Costituzione, ma ancor più dei diritti e delle libertà civili e di espressione sotto attacco governativo con i vari provvedimenti restrittivi e i decreti sicurezza degli ultimi tre anni.

No alla società paternalistica e repressiva di Meloni

Quella società paternalistica e repressiva teorizzata e praticata dalla premier Giorgia Meloni non coincide con sentimenti e desiderata giovanili. Come peraltro indicano i report più recenti e informati: dal Deloitte Global Gen Z e Millennial Survey 2024 al Webboh Lab, laboratorio online di ricerca sulla Gen Z che mappa il pensiero, i gusti, le opinioni, le aspettative di utenti di età compresa fra i 14 e i 20 anni.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’intera classe politica non ha capito l’universo valoriale giovanile

Se poi si considerano altri fenomeni di ribellione pacifica dei giovani ambientalisti (dai Fridays for future a Extinction rebellion), vediamo che l’universo valoriale giovanile è molto lontano da quello che ha in mente l’intera classe politica, finanziaria e imprenditoriale. Una cosa confermata dall’annuale rapporto di Reuters Institute, che ribadisce ciò che ormai era ampiamente noto a tutti: i bisogni informativi dei giovani hanno poco a che fare con i media e i commentatori mainstream, si rivolgono perlopiù a figure nuove come creator e podcaster che si esprimono su YouTube e TikTok.

Una generazione che non è di sinistra in senso tradizionale

Ma la cosa sorprendente, tornando al voto referendario, è che l’immaginario della Gen Z si è materializzato nelle cabine elettorali. Un’inattesa mobilitazione politica, anche se informale e non dichiarata. Che però i leader progressisti farebbero bene a non considerare acquisita alla loro causa in modo automatico. Perché quella generazione non è di sinistra in senso tradizionale, ma ideologicamente anti-autoritaria.

Vi ricordate le Sardine? Era il 2019 e sparirono in fretta

Non va però dimenticato che nel 2019 prese vita il movimento delle Sardine, che riempì strade e piazze dell’Emilia-Romagna nell’imminenza delle elezioni regionali che ipotizzavano come probabile la vittoria del candidato leghista. Quella mobilitazione giovanile fu imponente e decisiva per l’affermazione del governatore progressista Stefano Bonaccini. Ma il Covid-19, con la stessa rapidità con la quale era montato, spense e poi cancellò quel movimento nascente del quale è rimasto a malapena il ricordo.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Un flash-mob delle Sardine nel 2019 (foto Ansa).

Le lotte sociali per avere successo devono essere collettive

Quella falsa partenza però, affinché non si ripeta, sollecita gli interessati a considerare alcune questioni fondamentali che la prospettiva storica evocata agli inizi consente di mettere a fuoco. Le lotte sociali per avere successo devono essere collettive. Da soli, come portatori di rivendicazioni e istanze giuste ma particolari, non si va da nessuna parte. I movimenti si formano su obiettivi di lotta condivisi da varie e ampie categorie sociali.

I problemi e le emergenze non riguardano più il sistema, bensì gli individui

Mi rivolto dunque siamo è una celebre esortazione nonché libro di Albert Camus che risalta con più forza in una società oggi dispersa, polverizzata e dove i problemi e le emergenze (si parli di ambiente o di disuguaglianze economiche) non riguardano più le istituzioni, il sistema, bensì gli individui. Non esiste più la povertà, bensì i poveri. La differenza non è di poco conto, visto che le riforme vere, cioè capaci di incidere sul corpo della società e sulla vita delle persone, si sono fatte sulla scia del ‘68, dopo una stagione di lotte collettive condotte sulle piazze, nelle scuole e università, sui luoghi di lavoro. Dall’istituzione del Servizio sanitario nazionale alla chiusura dei manicomi, passando per il riconoscimento del diritto al divorzio e all’aborto: siamo nel decennio Settanta. Del 1970 è lo Statuto dei lavoratori.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Il libro di Albert Camus.

Può sembrare banale ricordare conquiste sociali fondamentali, che oggi peraltro sono sotto attacco. Non lo è sottolineare che opporsi, ribellarsi, dire no è fondamentale, ma non è sufficiente. Serve un progetto e un movimento politico che traduca in azione valori e aspettative di Millennial e soprattutto zeerers. E metta per esempio fine a stipendi da fame e riequilibri il rapporto fra salari dei giovani e pensioni.

Dopo la pandemia sono aumentati solo i posti malpagati

Secondo i dati 2024-25, l’assegno pensionistico risulta essere mediamente superiore alla retribuzione netta d’ingresso dei giovani. Lo stipendio dei figli nel trascorso decennio era il 36 per cento in meno di quello dei padri. Dopo la pandemia sono aumentati solo i posti malpagati; e alla disoccupazione crescente nella classe d’età 18-34 ha fatto riscontro l’aumento dell’occupazione degli over 55.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Un cameriere impegnato nell’allestimento di una sala da pranzo (foto Ansa).

Ma, concludendo, per provare a riformare un sistema così sgangherato servono due pre-condizioni fondamentali. Che i giovani tornino a fare politica e cerchino leader generazionali. Ossia leadership in grado di rappresentare gli interessi e le istanze della loro generazione. Perché è evidente anche a un cieco che i ventenni e trentenni di oggi non possono essere rappresentati e guidati da boomer. A maggior ragione se anziché essere vecchi saggi come Bernie Sanders sono vecchi e irreparabili narcisti come Donald Trump.

Short Movie: L’anima e la mente

L'anima e la mente

Cos'è l'anima? È possibile ricrearla artificialmente, usando strumenti elettronici?

L'anima è la congiunzione di mente e corpo e cuore, che operano in armonia. Questo pensa Miles Heston, scienziato con un'ossessione: ricreare l'anima, in particolare l'anima di qualcuno che gli era molto vicino. Con Jack Erdie, visto in diverse serie tv, nella parte di Miles e Molly Miller nella parte di Sarah, Trial 54 è scritto e diretto da David Rohrer. Guarda il video: Trial 54 - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Short Movie - 28 marzo 2026 - articolo di S*

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra

La “cenciata” ricevuta da Giorgia Meloni è stata notevole. In cambio la presidente del Consiglio ha riversato la sua furia contro se stessa, o meglio contro il suo governo. Teste che saltano, richieste di dimissioni pubbliche dopo non essere riuscita a ottenerle in privato. Sembra una prova di forza ma è un’inevitabile prova di debolezza.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Giorgia Meloni nel suo messaggio post sconfitta referendaria (Fb).

Prima il problema era Salvini, poi Vannacci: ora è il resto d’Italia

La leader di Fratelli d’Italia vuole far vedere chi è che comanda. E visto che non ci riesce di fronte al Paese, è costretta a farlo almeno nel suo esecutivo, soprattutto nel suo partito. Sono di Fratelli d’Italia, o in quota FdI, quelli che hanno perso il posto. Questo potrebbe farci intuire qualcosa su quale sarà il destino della legislatura, che forse è già finita anche se si dovesse votare davvero nel 2027. Meloni non può non radicalizzarsi, perché prima il problema era Matteo Salvini, poi è diventato Roberto Vannacci, ora il problema è il resto dell’Italia. Il popolo sta con i magistrati, e come si fa a dare contro il popolo, quello che ti ha appena bocciato la riforma della separazione delle carriere dei magistrati?

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’ex generale ora potrebbe servire e lui rilancia

Con Salvini, Meloni aveva raggiunto un punto d’equilibrio tenendolo a bada, soprattutto sulla politica estera, vera cartina di tornasole per capire se le cose funzionano in un matrimonio politico, cioè in una coalizione. Di Vannacci ha preferito accettarne le contraddizioni; il generale è in piena distonia sulla guerra con l’esecutivo, ma non lo si può mandare a farsi un giro, perché serve tutto, anche un partitino d’estremisti. Non gli si chiede niente, ma neanche gli si dice: arrivederci, grazie. Il generale in pensione stesso lo sa e adesso rilancia, aprendo pure a Firenze la prima sede provinciale italiana di Futuro Nazionale (all’inaugurazione, sabato, in piazza Tanucci, parteciperanno oltre a Vannacci, il coordinatore nazionale e consigliere regionale Massimiliano Simoni e il deputato Edoardo Ziello; sono attese manifestazioni e contestazioni da sinistra).

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La riscoperta del buon vecchio manettarismo di destra

Nell’accettare la presenza del vannaccismo, Meloni cerca di evitare di scoprirsi a destra, ma l’unico modo che ha per contrastarne lo spirito è radicalizzarsi. E qui potrebbe arrivare la novità più grossa dal referendum. La presidente del Consiglio potrebbe persino riscoprire il buon vecchio manettarismo di destra, che qualcuno dentro Fratelli d’Italia le consiglia di recuperare. In fondo aver ghigliottinato Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè appartiene a quello spettacolo splatter che piace alle masse, che non vedono l’ora di vedere cadere i potenti, specie con disonore.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Daniela Santanchè (Imagoeconomica).

La premier rischia di autoisolarsi nel suo cerchietto magico

La campagna elettorale è appena cominciata, la presidente del Consiglio rischia di autoisolarsi, chiusa nel suo cerchietto ultra magico. Di Meloni si è sempre detto che è popolare, nel senso di vicina al popolo, di nazionalpopolare, capace di capire gli umori della gente, perché che cosa c’è meglio di essere stati una vita all’opposizione per una che si sente l’underdog della politica italiana? Il problema è che il Palazzo contamina, la prospettiva della presidenza del Consiglio può persino far prendere abbagli. C’è differenza fra il Paese legale e il Paese reale. Quello reale si è abbattuto, domenica e lunedì scorsi, su chi sembrava fosse attrezzata e pronta a tutto, dal cuore gitano di Andrea Giambruno al ciuffo incollerito di Donald Trump che attacca mezzo mondo – il Venezuela, l’Iran – e lei lì a fare l’amica degli americani. E invece Meloni ha scelto la via più semplice, ha scaricato i Fardelli d’Italia che avrebbe dovuto scaricare mesi fa e cerca una difficile riconferma alle elezioni politiche dell’anno prossimo, quando, è vero, non ci saranno i magistrati a dare una mano alla campagna elettorale del centrosinistra (forse), ma senz’altro non sarà tutto in discesa come è stato fin qui.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Giorgia Meloni e sullo schermo Donald Trump (Imagoeconomica).

Il consiglio del vecchio maestro Rampelli

Un leader accorto potrebbe anche sentirsi paradossalmente sollevato. In fondo la prima vera sconfitta è arrivata dopo quattro anni di governo e c’è ancora almeno un anno prima di raddrizzare la barca. È stata una sorpresa arrivata non all’ultimo, ma al penultimo momento. Forse Meloni fa in tempo a rispolverare il giustizialismo di destra, come sembra indicarle l’antico maestro Fabio Rampelli quando dice che la gente è interessata ai reati sociali, non a quelli mediatici. E ci siamo intesi.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Fabio Rampelli (Ansa).

Stati Uniti-Costa Rica, accordo sui migranti: cosa prevede

La Costa Rica si unisce a un numero crescente di Paesi in Africa e nelle Americhe che hanno firmato accordi controversi (e spesso segreti) con gli Stati Uniti di Donald Trump sul tema migranti. Il governo di San José ha infatti reso noto di aver accettato di ricevere ogni settimana 25 persone espulse dagli Usa.

Cosa prevede l’intesa siglata da Washington e San Josè

In base all’accordo, la Costa Rica potrà accettare o rifiutare i trasferimenti proposti. Una volta arrivati nel Paese, i migranti espulsi dagli Stati Uniti riceveranno un permesso di soggiorno temporaneo: il loro status sarà poi stabilito secondo le leggi che regolano l’immigrazione. San José ha assicurato che eviterà di rimpatriare i migranti che rischiano di essere perseguitati nei Paesi d’origine. Per quanto riguarda i costi, Washington si farà carico delle spese di trasferimento, mentre vitto e alloggio in Costa Rica saranno coperti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ovvero l’agenzia delle Nazioni Unite dedicata a promuovere la giustizia sociale e i diritti lavorativi internazionalmente riconosciuti.

Stati Uniti-Costa Rica, accordo sui migranti: cosa prevede
Rodrigo Chaves Robles, presidente della Costa Rica (Ansa).

I Paesi che hanno già stretto accordi simili con gli Usa

Come detto, la Costa Rica si aggiunge a una serie di Stati che hanno firmato accordi simili con gli Usa, nel tentativo di rafforzare i rapporti diplomatici con l’Amministrazione Trump, a seguito di forti pressioni della Casa Bianca. Tra essi il Sud Sudan, l’Honduras, il Ruanda, la Guyana e diversi Stati insulari caraibici, come la Dominica e Saint Kitts e Nevis.

Calenda contro Conte che attacca Meloni: «Tu scodinzolavi dietro a Trump»

Mentre Elly Schlein cerca di ricompattare le opposizioni, queste si dividono sulla spesa militare. Tutto è partito da un post di Giuseppe Conte che ha attaccato il governo di Giorgia Meloni per aver aumentato gli investimenti nella difesa. «Dopo giorni difficili per il governo», scrive il leader del M5s, «un riconoscimento per la premier: quello di Rutte della Nato per aver superato in un solo anno il 2 per cento del pil sulle spese militari». Conte specifica che si tratta di «45 miliardi» e di un aumento di «12 miliardi in un anno», e poi affonda: «E ora si corre verso il 5 per cento firmato da Meloni su spinta di Trump».

Calenda: «Dimostri di essere inadatto a fare il premier»

In risposta a queste sue dichiarazioni è arrivato un post di Carlo Calenda: «Magari. Avremmo bisogno di una difesa più forte e moderna. In realtà è una cosmesi contabile. Ti ricordo poi che l’obiettivo del 2 per cento è stato da te confermato quando eri Presidente del Consiglio e scodinzolavi dietro Trump. Questo post mostra chiaramente perché sei del tutto inadatto a ridiventarlo».

La Russia ha designato come agente straniero il co-regista di ‘Mr Nobody Against Putin’

Il ministero della Giustizia di Mosca ha designato come agente straniero il russo Pavel Talankin, co-regista assieme all’americano David Borenstein del documentario Mr Nobody Against Putin, di recente vincitore del premio Oscar. La pellicola racconta di come lo Stato russo indottrini gli scolari in tempo di guerra, tra assemblee, riunioni, serate di gala e lezioni. La pellicola è basata su filmati girati da Talankin in una scuola elementare della città uralica di Karabash (dalla quale proviene) dopo l’invasione dell’Ucraina. Nel 2024 Talankin, che insegnava proprio in quell’istituto, ha lasciato la Russia, portando con sé il materiale video. Da allora vive in Repubblica Ceca. Il 26 marzo un tribunale russo ha vietato la distribuzione del film in tutto il Paese.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio

Mentre in tutta Italia migliaia di imprese, associazioni ed enti sono impegnati nella redazione e nell’approvazione dei bilanci d’esercizio 2025, affiancati dai commercialisti chiamati a garantire correttezza formale, trasparenza e rispetto delle norme, nel cuore della categoria emerge un nodo che sta facendo discutere.

Bilancio non sottoposto all’approvazione di un’assemblea con valore legale

Al centro del confronto c’è il bilancio del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili (Cndcec), guidato da Elbano De Nuccio, che secondo l’attuale normativa (il decreto legislativo 139/2005) non è sottoposto all’approvazione di un’assemblea con valore legale. Una situazione che molti, all’interno della professione, giudicano quantomeno paradossale: proprio l’organo che rappresenta i professionisti chiamati ogni giorno a vigilare sui bilanci altrui, infatti, non sarebbe tenuto a passare da quel vaglio assembleare che costituisce uno dei cardini della vita degli Ordini territoriali e delle società.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio
Il presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, Elbano De Nuccio, con la premier Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).

Malumori e perplessità in diversi settori della categoria

La questione assume un rilievo ancora maggiore alla luce della riforma dell’ordinamento professionale. Nel testo trasmesso dal Consiglio nazionale al parlamento e recepito nel disegno di legge 2628, secondo i critici non sarebbe stata inserita alcuna norma che possa colmare questa lacuna. Un’assenza che ha alimentato malumori e perplessità in diversi settori della categoria.

Problemi di coerenza istituzionale e trasparenza interna

A intervenire, però, sono stati i parlamentari, che hanno presentato 49 emendamenti al ddl. Tra questi, due in particolare puntano a introdurre l’obbligo di approvazione del bilancio del Consiglio nazionale da parte dell’assemblea dei 132 presidenti degli Ordini territoriali, sul modello di quanto avviene da sempre per i bilanci degli Ordini locali. Una misura che, per molti osservatori, rappresenterebbe un elemento minimo di coerenza istituzionale e di trasparenza interna.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio
Elbano De Nuccio con Antonio Tajani (foto Imagoeconomica).

I conti non tornano nonostante l’aumento della quota annuale

Le critiche non si fermano qui. A suscitare discussione sono anche i numeri del bilancio 2025 del Consiglio nazionale, descritto da più parti come caratterizzato da uscite superiori alle entrate per alcuni milioni di euro, nonostante l’aumento della quota annuale di 20 euro. Uno squilibrio che, secondo i contestatori, sarebbe stato coperto utilizzando liquidità accumulata negli anni precedenti, vale a dire risorse provenienti dalle quote versate dagli iscritti.

Alcuni emendamenti sono considerati strategici

Nel dibattito rientrano anche altri emendamenti considerati strategici da Ordini e sindacati di categoria, già sollevati nel corso delle audizioni parlamentari: dalla valorizzazione degli Ordini territoriali alla tutela della sopravvivenza di quelli più piccoli, dal tema delle competenze professionali alla richiesta che eventuali specializzazioni siano accompagnate da ambiti di esclusiva, fino al sostegno ai neo-iscritti e alla garanzia di una quota di minoranza all’interno del Consiglio nazionale.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio
Elbano De Nuccio col ministro della Giustizia Carlo Nordio (foto Imagoeconomica).

In questo clima, alcuni Ordini si sono già mossi per sensibilizzare i parlamentari dei rispettivi territori, chiedendo sostegno a quegli emendamenti ritenuti necessari per correggere quelle che vengono definite «dimenticanze» del testo promosso dalla governance nazionale.

Irritazione per l’aumento degli emolumenti

Sul fondo resta una crescente insoddisfazione della base, che giudica la riforma insufficiente e guarda con preoccupazione anche l’andamento delle spese del Consiglio nazionale, compresi gli aumenti degli emolumenti destinati al presidente e ai consiglieri nazionali. Il prossimo passaggio decisivo è fissato per il 15 aprile, quando i presidenti degli Ordini sono chiamati a esprimersi. A quel punto si capirà se prevarrà l’indicazione proveniente dagli iscritti dei territori oppure se, in un ulteriore paradosso tutto interno alla categoria, il voto finirà comunque per rafforzare la leadership di Elbano De Nuccio.

Gli Stati Uniti sono certi di aver distrutto solo un terzo dell’arsenale missilistico iraniano

Secondo cinque fonti vicine all’intelligence americana, citate da Reuters gli Stati Uniti possono affermare con certezza di aver distrutto solo circa un terzo del vasto arsenale missilistico iraniano, in un mese di attacchi contro la Repubblica Islamica. Lo stato di circa un altro terzo dei missili è meno chiaro, ma è probabile che i bombardamenti statunitensi e israeliani abbiano danneggiato, distrutto o seppellito in tunnel e bunker sotterranei altrettanti missili.

Gli Stati Uniti sono certi di aver distrutto solo un terzo dell’arsenale missilistico iraniano
Donald Trump (Ansa).

L’Iran ha ancora una scorta significativa di missili e droni

Una delle fonti ha affermato che le informazioni di intelligence sono simili anche per quanto riguarda i droni. Tale stima dimostra che, nonostante i proclami di Donald Trump, l’Iran possiede ancora una scorta significativa di missili e droni da utilizzare subito. E che potrebbe essere in grado di recuperarne altrettanti, una volta cessati i combattimenti.

Gli Stati Uniti sono certi di aver distrutto solo un terzo dell’arsenale missilistico iraniano
Il Pentagono (Imagoeconomica).

Gli attacchi Usa avrebbero colpito 10 mila obiettivi militari

L’Amministrazione Trump ha dichiarato di voler indebolire l’esercito iraniano affondando le navi della Marina, distruggendo le sue capacità missilistiche e di droni e assicurandosi che la Repubblica Islamica non possieda mai un’arma nucleare. Gli attacchi statunitensi, secondo il Comando Centrale, hanno colpito oltre 10 mila obiettivi militari iraniani e hanno affondato il 92 per cento delle grandi navi militari di Teheran. Tuttavia, il Pentagono si è rifiutato di specificare con precisione quanta parte delle capacità missilistiche o di droni dell’Iran sia stata effettivamente distrutta.

Il tribunale di Milano ordina a Corona di rimuovere i video su Signorini

Il tribunale di Milano ha ritenuto i contenuti diffusi da Fabrizio Corona su Alfonso Signorini «lesivi dell’onore, della reputazione e della riservatezza», non «giustificati dal diritto di cronaca o di critica, in assenza dei requisiti di verità, pertinenza e continenza». Pertanto, ha confermato l’ordine all’ex re dei paparazzi di rimuovere dagli hosting provider e dai social media i messaggi audio e video da lui pubblicati durante la sua trasmissione Falsissimo. Dovrà poi pagare 750 euro per ciascuna violazione delle misure indicate e per ciascun giorno di ritardo nell’esecuzione. Il tribunale ha inoltre affermato che non vi è alcun elemento concreto che consenta di ritenere sussistente l’ipotesi di estorsioni sessuali attribuite a Signorini, rilevando come tali accuse siano state diffuse come fatti certi senza adeguata verifica e senza riscontri oggettivi.

Sondaggi politici, chi vincerebbe le primarie del centrosinistra?

Mentre nel centrosinistra si discute delle modalità per designare il leader della coalizione – con le primarie che sembrano essere la via più accreditata -, un sondaggio effettuato dall‘istituto Izi e pubblicato sul quotidiano Domani indica le preferenze degli italiani in merito. In base alla rilevazione, Giuseppe Conte è risultato favorito alle eventuali primarie del campo largo, ottenendo la preferenza del 36,1 per cento degli elettori dell’ala progressista interpellati. Agli intervistati è stato chiesto chi preferissero tra Giuseppe Conte, Silvia Salis, Elly Schlein e Nicola Fratoianni /Angelo Bonelli (questi ultimi due in alternativa). Se poi la rosa dei candidati viene ristretta a tre nomi (Conte, Salis, Schlein), i sostenitori dell’ex premier del M5s salgono addirittura al 42,6 per cento. A sorpresa, in entrambi i casi al secondo posto si piazza la sindaca di Genova Silvia Salis, che batte l’attuale segretaria dem Elly Schlein.

L’Iran minaccia di colpire gli hotel dei Paesi del Golfo dove alloggiano soldati Usa

L’Iran ha minacciato di colpire gli hotel dei Paesi del Golfo che stanno ospitando personale militare degli Stati Uniti. Lo ha detto Abolfazl Shekarchi, portavoce delle forze armate di Teheran, parlando sulla tv statale: «Quando gli americani vanno in un albergo, allora dal nostro punto di vista quell’albergo diventa americano». Molti soldati americani sono stati trasferiti in hotel e altre strutture edifici dei Paesi del Golfo, dopo che le basi militari in cui erano di stanza sono state attaccate dalla Repubblica Islamica. Secondo i media, il Pentagono si prepara a inviare in zona altri 10 mila soldati, cosa che garantirebbe a Donald Trump ulteriore flessibilità nei negoziati con l’Iran. Secondo Axios, una decisione definitiva sarà presa la prossima settimana. Intanto il presidente Usa ha posticipato ancora i paventati raid contro il settore energetico iraniano.

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Il compleanno rovinato di Santanchè e il plotone d’esecuzione di Stefania Craxi: le pillole del giorno

La data del 7 aprile era evidenziata bene sull’agenda: doveva essere una grande festa, per il 65esimo compleanno di Daniela Santanchè. E invece tutto è stato rovinato dalle dimissioni «auspicate» dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Un numero, quel 65, che nell”immaginario evoca il diritto ad andare in pensione, anche se poi l’addio al lavoro viene spostato sempre più in là. Così pare un “collocamento a riposo”, quello subito dall’ex Pitonessa, che per ora se ne sta in Versilia nel suo buen retiro a Marina di Pietrasanta. Santanchè intanto ha incassato anche l’appoggio ruvido di Vittorio Feltri che sul Fatto Quotidiano la definisce sì una «furbacchiona», ma «detto ciò», aggiunge, «ha ragione: questa cazzata qui del referendum, che cosa c’entra con le sue dimissioni? È un assurdità, una manovra politica insensata». Ma il 7 aprile è una data da cerchiare in rosso anche per Palazzo Chigi, visto che scadrà il taglio delle accise e andrà messo in conto un incremento di 25 centesimi. Ma tanto ormai il referendum è passato, ed è stato pure perso male.

Il compleanno rovinato di Santanchè e il plotone d’esecuzione di Stefania Craxi: le pillole del giorno
Daniela Santanchè con Vittorio Feltri (Imagoeconomica).

Attenta Daniela, per Ignazio sei una «risorsa»

Ma quale sarà il futuro politico di Santanchè? Nonostante le voci che la vorrebbero in avvicinamento alla formazione di Vannacci, è quasi impensabile che l’ex ministra cambi mise, mollando il movimento a cui tiene tanto, come ha scritto nella missiva a Giorgia Meloni. A sgomberare il campo da retroscena fantasiosi ci pensa anche l’amico dell’ex Pitonessa Ignazio La Russa. Il presidente del Senato al Corriere lo esclude, «perché conosco Daniela e perché lei stessa nella sua lettera — che le rende giustizia e onore — ha scritto che per lei la cosa più importante era preservare l’amicizia con Giorgia e il futuro di FdI. E non si scrivono certe cose se si vuole andare via». La Russa va pure oltre. Daniela, assicura, «non sarà certo un peso» per il partito, ma una «risorsa». Visto l’uso che di quel termine si fa dalle parti della Fiamma (e pure di Via Bellerio), fossimo in Santanchè non dormiremmo sonni proprio sereni.

Il compleanno rovinato di Santanchè e il plotone d’esecuzione di Stefania Craxi: le pillole del giorno
Daniela Santanchè con Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

La prima scivolata di Stefania Craxi

Appena ricevuto l’incarico di capogruppo al Senato, al posto del “defenestrato” Maurizio Gasparri, in nome di un fantomatico rinnovamento di Forza Italia, Stefania Craxi affrontando i cronisti ha ben pensato di uscirsene con una battuta (o lapsus): «Calma non scappo. C’è un plotone d’esecuzione davanti». Una citazione (involontaria, si spera) di Giusi Bartolozzi, l’ormai ex capo gabinetto di Carlo Nordio epurata proprio per aver usate le stesse parole contro la magistratura. Partiamo bene.

Del Debbio scherza su Vespa

La «cortese e sottomessa preghiera» che nella serata del 25 aprile Bruno Vespa ha rivolto ai vertici Rai perché altre trasmissioni di approfondimento dell’azienda non si sovrapponessero ai suoi spazi, non è passata inosservata. Per lo meno a Mediaset.

Giovedì sera infatti Paolo Del Debbio si è tolto un sassolino dalla scarpa. Anche lui aveva due appuntamenti su Rete4: Quattro di sera nel preserale e Dritto e rovescio in prima serata. E al termine del primo ha detto che non voleva sforare per non far imbufalire il conduttore che veniva dopo di lui. Cioè lui medesimo.

Gaza, cosa prevede il piano che il Board of Peace di Trump ha presentato ad Hamas

Secondo il piano che sarebbe stato presentato ad Hamas la scorsa settimana dal Board of Peace di Donald Trump, l’organizzazione islamista dovrà consentire la distruzione della sua vasta rete di tunnel nella Striscia di Gaza. E non opporsi al disarmo. Lo riporta Reuters, che ha visionato il documento e parlato con due funzionari palestinesi.

Gaza, cosa prevede il piano che il Board of Peace di Trump ha presentato ad Hamas
Donald Trump (Imagoeconomica).

La timeline di otto mesi illustrata nel documento

Il documento presentato a Hamas è sostanzialmente diviso in due parti: un testo in 12 punti intitolato “Passaggi per completare l’attuazione del piano di pace globale di Trump per Gaza” e l’indicazione di una timeline di otto mesi, che dovrebbe iniziare con l’assunzione del controllo della sicurezza nella Striscia da parte di un comitato di tecnocrati palestinesi sostenuto dagli Stati Uniti, e concludersi con il ritiro completo delle forze israeliane una volta «verificata l’assenza di armi a Gaza».

Il disarmo di Hamas è un punto cruciale del piano di Trump

Il disarmo di Hamas è un punto critico nei negoziati per attuare il piano di Trump per Gaza e consolidare il cessate il fuoco iniziato a ottobre 2025, che ha posto (più o meno) fine a due anni di operazioni militari da parte dell’IDF. Hamas è però reticente a deporre le armi, che si ritiene siano state in gran parte trasportate e immagazzinate nei tunnel sotto Gaza. Il documento sottolinea che tutte le fazioni armate della Striscia, compresa la Jihad islamica, dovranno partecipare al processo di disarmo, che sarà supervisionato dai tecnocrati palestinesi del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza.

Sciopero dei giornalisti per il rinnovo del contratto di lavoro, il comunicato della Fnsi

Il 27 marzo 2026 le giornaliste e i giornalisti tornano a scioperare per il rinnovo del contratto di lavoro, scaduto da 10 anni, unica categoria di lavoratori dipendenti in Italia. Questa è la seconda giornata di sciopero di un pacchetto di cinque, la terza è già proclamata per il 16 aprile. Avere un contratto rinnovato non è un privilegio. Essere pagati in modo dignitoso, dentro e fuori le redazioni, non è un privilegio. Lavorare senza precarietà permanente non è un privilegio. Fare informazione libera, professionale e indipendente, senza ricatti economici, è un diritto. Garantire condizioni dignitose per chi lavora, per chi entra nella professione e per chi ne esce è un obbligo. Assicurare un futuro all’informazione, bene comune tutelato dalla Costituzione, dall’articolo 21 intimamente connesso all’articolo 36, è un dovere sociale.

Gli editori, al contrario, preferiscono scaricare i costi del lavoro sulla collettività. I numeri parlano chiaro: tra il 2024 e il 2026 hanno ricevuto 162 milioni di euro di contributi pubblici per le copie cartacee vendute; nello stesso biennio altri 66 milioni per 1.012 prepensionamenti; tra il 2022 e il 2025 hanno risparmiato circa 154 milioni sull’acquisto della carta, tra il 2024 e il 2026 avranno altri 17,5 milioni per investimenti in tecnologie innovative.

Questi sono privilegi per pochissimi e per di più a carico di tutti gli italiani. Dal primo aprile 2016, scadenza dell’ultimo contratto, è cambiato tutto: carichi e ritmi di lavoro aumentati a dismisura, prestazioni su multipiattaforma, redazioni quasi fantasma. Le retribuzioni invece sono rimaste ferme, ulteriormente erose dall’inflazione o addirittura ridotte da forfettizzazioni selvagge.

Riconoscere la dignità del lavoro è il punto di partenza per un confronto serio. Invece viene descritto come un eccesso. È una narrazione sbagliata e pericolosa, che mina dalle fondamenta il lavoro e la qualità dell’informazione. Senza diritti e tutele, il giornalismo muore. E con esso la democrazia. Questo sciopero non difende privilegi. Difende un principio semplice, un diritto: il nostro lavoro vale.

Anthropic, giudice federale blocca le restrizioni imposte da Trump

Un tribunale federale della California ha bloccato temporaneamente le restrizioni imposte da Trump alla società di intelligenza artificiale Anthropic, nota per il chatbot Claude. Dopo aver ottenuto contratti da centinaia di migliaia di dollari con il dipartimento della Difesa statunitense, nelle ultime settimane è stata protagonista di un acceso scontro con il governo americano, dal momento che il segretario alla Difesa Pete Hegseth voleva la massima libertà nell’impiego delle sue tecnologie, minacciando di revocare i contratti, mentre Antrhopic era contraria a certi utilizzi, per esempio per la sorveglianza di massa o in guerra. Come conseguenza, Trump aveva ordinato a tutte le agenzie governative federali di smettere di usare i suoi prodotti e l’aveva esclusa dalle forniture per il dipartimento della Difesa, indicandola come rischio per la catena di approvvigionamento. La società aveva dunque presentato ricorso e la giudice Rita Lin l’ha accolto.

Congelate le decisioni dell’amministrazione Usa

In particolare, Lin si è espressa contro il provvedimento con cui l’amministrazione Usa aveva indicato Anthropic come «supply-chain risk», ovvero come un fornitore del governo che, con le sue attività, comporta possibili rischi per la sicurezza nazionale. Per la giudice, gli organi governativi non possano usare il potere dello Stato «per punire o reprimere pareri sgraditi». Con la sua decisione ha quindi sospeso la designazione di «rischio per la catena di approvvigionamento» e anche il provvedimento che vietava alle agenzie federali di usare le tecnologie dell’azienda. La decisione comunque non è definitiva e il caso può andare avanti.

Andrea Giambruno perde la causa intentata contro tre quotidiani

Il Tribunale di Roma ha respinto la richiesta di risarcimento che Andrea Giambruno aveva presentato al Corriere della Sera, al Fatto Quotidiano e il Manifesto, condannando il giornalista ed ex compagno della premier Giorgia Meloni a pagare le spese legali ai tre quotidiani.

Andrea Giambruno perde la causa intentata contro tre quotidiani
Andrea Giambruno (Imagoeconomica).

La decisione del Tribunale di Roma

Giambruno aveva intentato causa ai tre giornali dopo una serie di articoli sulla nota vicenda dei fuori onda compromettenti diffusi a ottobre 2023 da Striscia La Notizia, che avevano portato Giambruno a lasciare la conduzione di Diario del giorno su Rete 4 e Meloni a ufficializzare (via social) la fine della loro decennale relazione. Per la giudice di Roma, i fuori onda costituiscono però un fatto di «oggettiva gravità», che è «legittimamente criticabile», sia «per il ruolo pubblico» ricoperto da Giambruno che «per il linguaggio e le allusioni utilizzate». L’articolo firmato da Alessandra Pigliaru sul manifesto, pertanto, è stato considerato un libero esercizio di critica per il suo «taglio chiaramente politico culturale, con una forte impronta femminista e simbolica».

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