Omicidio di Luca Esposito. La sorella Mary sui social scrive che la salma del fratello è all’obitorio di Eboli. “La salma è sotto sequestro, è stata disposta l’autopsia”. Il corpo “è stato ritrovato in una strada che lui non percorreva solitamente. Doveva andare ad Agropoli a casa sua al mare”. Il corpo, scrive la sorella, era carbonizzato e si trovava fuori dall’auto con un bozzolo di un proiettile di arma da fuoco
Omicidio di Luca Esposito. Con una nota l’Arpac Campania precisa che Luca Esposito non risulta aver mai intrattenuto alcun rapporto di lavoro con l’ente, né in qualità di dipendente né di dirigente. L’organismo sottolinea inoltre che non esiste alcun legame di natura professionale tra l’Agenzia e la vittima, definita del tutto estranea alle attività istituzionali svolte dall’Arpac Campania
Sono le 16.57 di una torrida estate. È il 19 luglio. Palermo, via Mariano D’Amelio. Paolo Borsellino, giudice antimafia che stava mettendo sotto scacco Cosa Nostra, con la sua scorta arriva al civico 21 per far visita alla madre. Scende dell’auto. È felice, ma non sereno.
Qualche settimana prima, l’amico e collega Giovanni Falcone, con la moglie e gli agenti di scorta, erano morti a Capaci. 16.58, un boato. 90 chili di esplosivo al plastico vengono fatti detonare. La mafia ha colpito ancora. 6 morti, 24 feriti. Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina perdono la vita. Sono servitori dello stato, ognuno con un ruolo ben definito. 16.59, i loro corpi smembrati sono sull’asfalto. Intorno fuoco e fiamme, un forte odore di fumo e di bruciato. Auto distrutte dalle quali si alzano rosse lingue mute. Tre minuti che hanno cambiato per sempre la storia d’Italia, la lotta al malaffare, alla corruzione, al modo di vedere la mafia e tutto ciò che girava e gira attorno ad essa.
La storia, come spesso si dice, è maestra di vita, ma nel caso del sacrificio estremo di queste donne e questi uomini, comprendendo tutte le vittime della mafia, ad oggi cosa ha insegnato? Poco o nulla, oppure il giusto. Non è dato sapere. L’unico dato intellegibile è che il malaffare è ancora tra noi. La Sicilia e la Campania hanno collegamenti antichi sotto numerosi punti di vista dalla storia alla cucina, dalle radici alla scienza. Ci sono, poi, aspetti più negativi come i casi di cronaca e il sangue che ne hanno macchiata la terra. A Palermo si piange Paolo Borsellino, nel Cilento Angelo Vassallo.
A Palermo si combatteva la mafia, in Campania il Sistema Cilento. Differenza? Nessuna, nemmeno l’esito, ad oggi, di quelle battaglie e di quei sacrifici. Ancora oggi, nonostante i morti, il carcere, le sentenze, si continuano ad osannare i mafiosi, i protagonisti del decadimento di interi territori. Paolo Borsellino, Filadelfio Aparo, Angelo Vassallo, Giovanni Falcone, Agostino Catalano, Boris Giuliano, Rocco Chinnici sono morti invano? Fin quando lo Stato continuerà a difendere taluni soggetti si potranno avere ancora tanti e troppi dubbi in merito. Palermo ha anche tante belle storie che fanno sorridere, vicende di riscatto, di donne e di uomini che non vogliono sottostare alle logiche mafiose. Fin quando ci sarà anche soltanto un sostenitore del sistema, della mafia, qualcuno che inneggia ai mafiosi, ai camorristi o ai politici corrotti, sarà sempre uno di troppo.
Perché la mafia non è soltanto nelle stragi, nelle pallottole o negli attentati che hanno segnato la storia del nostro Paese. La mafia vive anche nel silenzio di chi vede e non parla, nell’indifferenza di chi minimizza, nell’ammirazione distorta verso chi ha scelto la violenza e il potere al posto della legalità. Ogni volta che un mafioso viene esaltato, ogni volta che un sopruso viene accettato come normale, ogni volta che la paura prende il posto della libertà, si tradiscono la memoria e il sacrificio di chi ha pagato con la propria vita.
La vera vittoria sarà quando i nomi di chi ha combattuto la mafia non saranno ricordati soltanto nelle commemorazioni, ma diventeranno esempio quotidiano di coraggio, responsabilità e giustizia. Perché nessun territorio potrà mai dirsi libero finché qualcuno continuerà a difendere, giustificare o anche soltanto tollerare chi ha scelto di stare dalla parte della criminalità.
Sarno. Azzerati i Revisori dei Conti e il Nucleo di Valutazione: prosegue la riorganizzazione amministrativa avviata dalla Commissione Straordinaria alla guida del Comune di Sarno. Il provvedimento arriva a pochi giorni dalla pubblicazione dell’avviso per la nomina del nuovo Consiglio di amministrazione della Sarno Servizi Integrati, altra tappa del processo di riorganizzazione avviato dopo lo scioglimento del Comune per infiltrazioni della criminalità organizzata. Tra gli elementi richiamati nella relazione della Commissione d’indagine, che ha preceduto lo scioglimento di Palazzo San Francesco, figurano anche alcune criticità relative al Nucleo indipendente di valutazione, organismo incaricato di verificare il funzionamento della macchina amministrativa. Secondo quanto riportato nella relazione ministeriale, il 7 ottobre 2024 l’allora sindaco Francesco Squillante dispose la nomina di Rubina Pignataro, moglie di Massimo Graziano, per sostituire un componente dimissionario nell’ambito di una procedura avviata nel gennaio 2023. La relazione evidenzia che, al momento della nomina, Pignataro era destinataria di una misura cautelare interdittiva consistente nel divieto temporaneo di esercitare attività professionali o imprenditoriali per nove mesi nell’ambito di un procedimento per reati tributari, oltre a essere stata destinataria di una richiesta di rinvio a giudizio anche per riciclaggio. Successivamente il Comune revocò l’incarico in autotutela. Tuttavia, gli ispettori del Ministero dell’Interno hanno rilevato che la professionista non sarebbe stata in possesso dei requisiti richiesti già al momento della nomina. La relazione segnala inoltre che, pochi mesi dopo quell’inserimento, l’amministrazione deliberò un incremento dei compensi destinati ai componenti del Nucleo di Valutazione. Secondo la Commissione d’indagine, tali circostanze rappresentano alcune delle anomalie riscontrate nella gestione amministrativa dell’ente e vengono richiamate tra gli elementi che, nel loro complesso, hanno contribuito alla proposta di scioglimento del Consiglio comunale. La stessa delibera richiama la consolidata giurisprudenza del Consiglio di Stato, secondo cui la cessazione degli incarichi prevista dalla normativa non costituisce una misura sanzionatoria nei confronti dei professionisti interessati, ma rappresenta uno strumento volto a consentire alla gestione commissariale di ricostituire gli organismi di controllo secondo criteri di piena autonomia rispetto alla precedente amministrazione. La procedura per la ricostituzione degli organismi di controllo è già stata avviata. Il nuovo Collegio dei Revisori dei Conti sarà individuato attraverso il sorteggio dagli elenchi tenuti presso la Prefettura, secondo la procedura prevista dalla normativa vigente. Per il Nucleo Interno di Valutazione e per il Revisore unico della Sarno Servizi Integrati saranno invece pubblicati specifici avvisi pubblici finalizzati alla selezione dei nuovi componenti, nel rispetto dei principi di trasparenza, imparzialità, merito e parità di genere richiamati dalla Commissione Straordinaria.
Ogni segretario del Partito democratico condivide un paradossale destino: vincere il congresso e dal mattino dopo ritrovarsi in minoranza. In un partito così frastagliato da autodefinirsi «federazione», la vittoria non può che essere il frutto di un complesso quadro di alleanze tra le varie correnti. Una volta conquistata la maggioranza, però, ognuna di esse torna a perseguire i propri obiettivi e il segretario di turno si trova a doverle gestire, in un estenuante lavoro di puzzle diplomatici. Così si spiega il fatto che il Pd abbia cambiato 11 segretari in 19 anni di vita. Dovesse resistere fino al 2027 – ventesimo anniversario da quel 2007, quando tutto iniziò con la segreteria di Walter Veltroni -, Elly Schlein (in carica dal 2023) eguaglierebbe il record di Pier Luigi Bersani (2009-2013) e Matteo Renzi (2013-2017), gli unici a reggere il timone per un intero quadriennio. Sono durati molto meno tutti gli altri: Dario Franceschini (2009), i reggenti Guglielmo Epifani (2013) e Matteo Orfini (2017), Maurizio Martina (2018), Nicola Zingaretti (2019-2021) ed Enrico Letta (2021-2023). Da qui alle elezioni politiche, Schlein ha davanti una doppia sfida. Basterà per battere Giorgia Meloni?
Dal tracollo elettorale alla lotta contro i cacicchi
Prima donna alla guida del Nazareno, è partita in salita per via di due notevoli zavorre. La prima era lo stato comatoso del partito, devastato dalle elezioni del 2022 che hanno portato Giorgia Meloni a Palazzo Chigi e incapace di reagire. La surreale tanatosi dem si è manifestata anche nel voto dei circoli che ha premiato Stefano Bonaccini, ottima persona e validissimo candidato, ma sostanzialmente in continuità con la linea di un partito che mai nella sua storia ha vinto un’elezione nazionale. È stato il voto delle Primarie ad affidare invece la complessa missione di rivitalizzare il degente alla giovane ex civatiana, che da subito si è scagliata contro i cacicchi che tenevano in ostaggio la baracca.
Elly Schlein e Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).
Il depotenziamento dell’area riformista
Quella di Schlein non è stata una rottamazione 2.0, ma una più fine opera di ricucitura, passata per delicate operazioni di realpolitik come gli accordi con i De Luca in Campania e, soprattutto, l’ingresso in maggioranza di Bonaccini, del quale peraltro Schlein era stata vice alla guida dell’Emilia-Romagna. La rottura del fronte di opposizione è stata decisiva nel depotenziare quell’area riformista che annovera esponenti di spicco come Lorenzo Guerini e il superstite Giorgio Gori, ma – non a caso – ha perso per strada figure quali Pina Picerno, Marianna Madia ed Elisabetta Gualmini.
I cattodem borbottano senza però arrivare allo strappo
Allontanando la benzina dal fuoco, si è resa meno pericolosa l’inquietudine dell’area cattolica, che costantemente borbotta, ma senza arrivare allo strappo. Le punzecchiature di Romano Prodi danno certamente fastidio (anche perché in passato era stato prodigo di elogi per la sua corregionale), ma non hanno prodotto danni irreparabili, almeno finora. Certo, aiuta anche il fatto che i cattodem siano a loro volta frastagliati in correnti interne: il divide et impera funziona sempre.
Elly Schlein e Romano Prodi (Imagoeconomica).
Il vero kingmaker di Elly è Dario Franceschini
I proverbi popolari insegnano a guardarsi più dagli amici che dai nemici e questo è particolarmente saggio se ci si avventura nel difficile mestiere di segretario del Pd. Sul tema, la segretaria pare cavarsela molto bene. Il suo vero kingmaker è Dario Franceschini, che da tempo aveva intuito come l’unica efficace cura ricostituente per i democratici potesse arrivare dalla papessa straniera, ai tempi nemmeno iscritta.
Dario Franceschini (Imagoeconomica).
La svolta di Montepulciano: niente congresso anticipato
Un ruolo determinante è svolto da Chiara Braga, collegamento diretto tra Schlein e il leader di AreaDem. La corrente di Franceschini è il pivot intorno al quale il sostegno alla segretaria si è man mano allargato, fino alla svolta decisiva nella convention di Montepulciano di novembre 2025: i cospicui rinforzi alla sua maggioranza hanno convinto Schlein a rimettere nel cassetto l’ipotesi di un congresso anticipato, inizialmente formulata per mettere in un angolo i contestatori che erano già pronti a far ripartire il solito tafazziano tiro al piccione.
Chiara Braga (Imagoeconomica).
Sostenitori storici e nuove alleanze grazie alla nascita del “correntone”
Nella cerchia ristretta degli schleiniani DOC troviamo Francesco Boccia, Igor Taruffi, Marco Furfaro, Alessandro Zan, Chiara Gribaudo, Marta Bonafoni e Pierfrancesco Majorino, ma la posizione della segretaria non sarebbe così solida se non fosse per la nascita del “correntone” che ha federato le tre principali aree del partito.
Accanto alla nutrita truppa di Franceschini, sono arrivati i Dems di Andrea Orlando (con Antonio Misiani, Peppe Provenzano e Cristina Tajani) e gli ex Articolo Uno guidati da Roberto Speranza (Nico Stumpo, Arturo Scotto e Alfredo D’Attorre).
Una componente di sinistra molto marcata, nella quale si collocano trasversalmente anche i fedelissimi di Gianni Cuperlo e Barbara Pollastrini, che pure non avevano sostenuto Schlein al congresso.
Spostamento a sinistra nella logica della polarizzazione
Lo spostamento a sinistra del partito segue la logica della polarizzazione che ormai da anni caratterizza lo scenario politico. È un fatto storico che il Pd sia nato come compromesso tra due culture politiche ben distinte, i Democratici di sinistra (Ds) e La Margherita, ma è altrettanto oggettivo l’orientamento degli elettori, che al gusto delicato del rosé centrista paiono preferire il corposo vino rosso messo in tavola dalla segretaria in carica.
Operazioni identitarie: le tessere di partito e il controllo de l’Unità
Operazioni identitarie come il volto di Tina Anselmi sulle tessere 2026 e la trattativa per riprendere il controllo de l’Unità non sono velleità nostalgiche, ma rappresentano elementi di una strategia di posizionamento. Lo ha capito anche Enrico Letta, predecessore di Schlein, che pur non essendo strutturalmente in maggioranza colloca la sua corrente (Crea) in una posizione molto dialogante.
La segretaria del Pd Elly Schlein mostra la tessera 2026 del partito dedicata a Tina Anselmi (foto Ansa).
Lo stesso dicasi per il gruppo guidato da Piero Fassino: la sua Iniziativa democratica, nata da una costola di AreaDem, tiene insieme la storicità dei Ds con la vocazione riformista e la disponibilità al confronto. Non a caso l’ex parlamentare Patrizia Toia, che ha seguito questo percorso, oggi è vicinissima alla segretaria.
Le interconnessioni con Roma, Milano e Genova
Sono ottimi i rapporti tra Schlein e Nicola Zingaretti, tant’è che proprio il nome dell’ex presidente della Regione Lazio è stato messo sul tavolo per ereditare la vicepresidenza del parlamento europeo da Picerno.
Elly Schlein con Nicola Zingaretti (Imagoeconomica).
Si muove invece in palese autonomia lo stratega Goffredo Bettini, in costante corrispondenza di amorosi sensi politici con Giuseppe Conte e il Movimento 5 stelle.
Goffredo Bettini con Giuseppe Conte e, nel fotomontaggio, Elly Schlein (foto Imagoeconomica).
Restando nella Capitale, troviamo la corrente che fa riferimento al sindaco Roberto Gualtieri e che intrattiene rapporti a 360 gradi, da Franceschini ai civici, grazie anche all’impegno in prima persona di Alessandro Onorato, assessore nella giunta capitolina. Rispetto alle amministrazioni locali, il bouquet democratico va esteso a due sindaci non organici: Silvia Salis, trait d’union con i renziani e potenziale candidata al futuro congresso, e Beppe Sala, che dopo vari posizionamenti ha concordato con Schlein la candidatura al Senato.
Roberto Gualtieri con Alessandro Onorato (Imagoeconomica).
Comunicazione ancora da migliorare: la sfida con Meloni
Ci sono ancora diversi aspetti sui quali lavorare, a partire dalla comunicazione. Oltre a qualche inciampo notevole (come l’uso improprio dell’immagine degli atleti di curling di Milano-Cortina), c’è anche da rivedere lo stile personale della segretaria: spesso appare troppo costruito, soprattutto nella gestualità, in contrasto con lo spontaneismo di Meloni. Anche se neppure la premier dorme sonni tranquilli, guardando i sondaggi che fanno aumentare la pericolosità dello scontro diretto con la sua rivale di (centro)sinistra, cioè appunto Schlein.
Elly Schlein e alle sue spalle sul maxischermo Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
La figuraccia sull’emendamento delle preferenze è indicativo dello stato d’animo di una maggioranza che inizia ad avere paura – anche dopo il tonfo sul referendum – e fatica a controllare i suoi. Si mormora, peraltro, che l’esito del voto sia dipeso anche da una certa moral suasion nei confronti delle donne di centrodestra, basata sulla mancata tutela della parità di genere della quale Schlein è credibile alfiera. La strada è ancora lunga, ma pensando allo scenario catastrofico determinato dalle elezioni politiche 2022, già il fatto che il Pd sia vivo e vegeto rappresenta un successo dell’attuale gestione.
Sarebbe stato avvistato ieri sera intorno alle 20 e 30 a Ogliastro Marino Luca (all’anagrafe Luigi) Esposito. E’ la ricostruzione che staffo facendo gli inquirenti per capire gli ultimi movimenti del giornalista, il cui corpo carbonizzato è stato ritrovato in località Cioffi a Eboli. Il ritrovamento dell’auto lascia capire che Esposito aveva un appuntamento con il suo assassino, luogo insolito e abbastanza isolato. L’ipotesi su cui stanno lavorando gli inquirenti è legata alla sua attività di dipendente dell’Arpac e di verificatore delle aziende bufaline nel casertano, dove ha lavorato prima di trasferirsi ad Avellino ma pare con compiti diversi. Ovviamente si seguono altre piste, si stanno controllando le telefonate, i messaggi e i contatti avuti soprattutto nelle ultime ore. L’esecuzione, di chiaro stampo camorristico, prima l’uccisione a colpi di pistola e poi aver dato fuoco al corpo, apre una pista investigativa importante. Sul caso sono al lavoro i Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Eboli, insieme al personale della Sezione Investigazioni Scientifiche (SIS) dei Carabinieri di Salerno, impegnati negli accertamenti tecnico-scientifici e nella ricostruzione dell’esatta dinamica dell’accaduto.Luca Esposito, dipendente della Regione Campania in servizio presso l’Arpac, era una figura molto conosciuta nel panorama dell’informazione sportiva salernitana. Direttore responsabile di TuttoSalernitana.com, collaboratore dell’emittente Otto Channel e giornalista di TuttoMercatoWeb, aveva seguito per anni le vicende della Salernitana, raccontando il mondo granata attraverso notizie, interviste, approfondimenti e partecipazioni televisive come opinionista.
“La notizia della scomparsa di Luca Esposito ci lascia sconvolti e addolorati, ma soprattutto increduli rispetto all’orribile esecuzione di cui e’ stato vittima”. Lo scrive Pierluigi Melillo direttore di Ottochannel, tv regionale campana di cui Esposito era opinionista sportivo. “Luca e’ stato per noi un prezioso collaboratore come opinionista, certamente scomodo ma mai banale e soprattutto sempre coraggioso nel difendere le sue opinioni sul mondo del calcio. In questo momento difficile ci stringiamo alla famiglia che vive un dolore cosi terribile e speriamo che le forze dell’ordine possano fare piena luce su una tragedia che suscita forte preoccupazione nell’opinione pubblica, assicurando i responsabili alla giustizia”, aggiunge. “Come Otto Channel siamo profondamente addolorati anche perche’ Luca sarebbe stato per la prossima stagione uno degli opinionisti di punta delle nostre trasmissioni sportive. Con Annibale Discepolo avrebbe riformato una coppia divertente e brillante nella trasmissione dedicata all’Avellino calcio. Luca era popolarissimo e faceva discutere, sempre e comunque. Un forte abbraccio ai familiari da tutto il gruppo di Otto Channel e Ottopagine”, conclude Melillo.
Pontecagnano Faiano – Torna l’appuntamento con il grande trotto all’Ippodromo Valentinia: domenica 19 luglio 2026 va in scena la Riunione N° 07 della stagione, con inizio delle corse fissato alle ore 19:50 e chiusura della pista alle 19:05. Il convegno propone un programma con un totale di 69 cavalli al via nelle sette corse e un montepremi complessivo che supera i 38.900 euro. Si parte alle 19:50 con il Premio Angora, corsa di categoria G riservata ai gentlemen su cavalli indigeni ed europei di 5 anni ed oltre, valida per il gioco Trio con 12 iscritti. Segue alle 20:20 il Premio Siberiano, condizionata a nastri alla pari per i 4 anni non vincitori di 6.000 euro, anch’essa valida per il Trio con 7 cavalli al via. Alle 20:45 tocca al Premio Certosino, corsa nazionale di categoria F riservata alle femmine indigene ed europee di 5 anni ed oltre. Alle 21:15 il Premio Ragdoll apre la serie delle corse nazionali condizionate per i 4 anni con un montepremi di 7.700 euro, mentre alle 21:45 è la volta del Premio Persiano, corsa nazionale per i 3 anni non vincitori di 8.000 euro, con un campo di 11 cavalli al via. Alle 22:15 la serata regala il suo momento più atteso: il Premio Dei Gatti, corsa di categoria C/D aperta a cavalli di ogni paese di 5 anni ed oltre. È il montepremi più alto della riunione, con 8.250 euro in palio, disputato senza il gioco Trio e riservato quindi ai soli protagonisti in pista. Chiude il programma, alle 22:45, il Premio Siamese, condizionata per i 3 anni non vincitori di 3.000 euro, valida per il Trio e con 13 cavalli al via, il campo più numeroso della serata. Una curiosità lega tutti i premi della riunione: da Angora a Siberiano, da Certosino a Ragdoll, da Persiano a Siamese, fino al Premio Dei Gatti, ogni corsa della serata porta il nome di una razza felina, per una Riunione N° 07 interamente a tema gatti. Il programma della serata N° Premio Categoria Montepremi Distanza Gioco Ora 01 Angora Categoria G – Gentlemen € 3.080 2060 m Trio 19:50 02 Siberiano Condizionata 4 anni € 4.400 2040 m Trio 20:20 03 Certosino Corsa Naz. – Femmine 5 anni ed oltre € 3.850 1600 m — 20:45 04 Ragdoll Corsa Nazionale – Cond. 4 anni € 7.700 1600 m — 21:15 05 Persiano Corsa Nazionale – Cond. 3 anni € 6.600 1600 m — 21:45 06 Dei Gatti Categoria C/D – 5 anni ed oltre € 8.250 1600 m — 22:15 07 Siamese Condizionata 3 anni € 5.060 2060 m Trio 22:45 Ristoro e intrattenimento Come sempre, la serata all’Ippodromo Valentinia non è solo corse: il pubblico potrà godersi lo spettacolo del trotto anche a tavola, grazie ai punti ristoro con pizzeria e zeppoleria a disposizione lungo la tribuna. Per le famiglie con bambini è inoltre attivo il parco giochi, pensato per rendere la serata un’occasione di svago per tutte le età. Dopo la riunione di stasera, il trotto del Valentinia torna in pista mercoledì 22 luglio e domenica 26 luglio, quest’ultima con il via al Campionato femminile 3 e 4 anni – eliminatorie.
Dopo più di un mese di caldo a tratti estremo, con valori costantemente oltre le medie climatiche, dalla prossima settimana è attesa una svolta: tornerà la classica estate italiana, calda ma con temperature più godibili. Mattia Gussoni, meteorologo de iLMeteo.it, conferma che la cappa di calore che ha oppresso l’Italia sta per cedere il passo. Tuttavia, prima del cambiamento, dovremo fare i conti con gli ultimi scampoli di aria rovente e i primi segnali di instabilità. Nel corso di domenica le condizioni meteo si manterranno ancora stabili e soleggiate da Nord a Sud, con temperature molto elevate al Centro-Sud: a Firenze e Roma si toccheranno nuovamente i 36-37°C, mentre sulle due Isole Maggiori si supereranno i 40°C. Attenzione però al Nord: si segnala il rischio di forti temporali sul Triveneto, che colpiranno dapprima i settori alpini e prealpini, per poi sconfinare localmente verso le pianure di Veneto e Friuli-Venezia Giulia. “A causa della tantissima energia presente , non si esclude il rischio di grandinate anche di forte intensità”, avverte il meteorologo. Il vero e proprio cambio di scenario si avrà a partire da martedì 21 luglio. Una vasta area di bassa pressione, localizzata sulla Scandinavia, comincerà a far affluire correnti fresche in quota verso il bacino del Mediterraneo. Queste correnti spezzeranno la cappa rovente, innescando però contrasti termici particolarmente violenti con l’aria calda e umida accumulata al suolo nell’ultimo mese. Gli effetti di questa svolta si manifesteranno su due fronti principali: il fronte perturbato colpirà inizialmente le regioni del Nord, per poi estendersi verso il Centro-Sud. Data l’elevata energia termica preesistente, sono altamente probabili episodi meteo intensi, accompagnati da forti colpi di vento (downburst) e grandinate. L’effetto più atteso e importante riguarderà però le temperature, che subiranno un generale e marcato calo su gran parte del Paese. Nei giorni successivi, l’espansione dell’Anticiclone delle Azzorre permetterà al tempo di stabilizzarsi, con un clima più gradevole e valori termici allineati con le medie stagionali che segneranno la fine del lungo periodo di caldo oppressivo. NEL DETTAGLIO Domenica 19. Al Nord: più instabile sul Triveneto, soleggiato altrove. Al Centro: soleggiato, molto caldo. Al Sud: sole e ancora caldo eccezionale. Lunedì 20. Al Nord: meno caldo, qualche temporale. Al Centro: soleggiato, molto caldo. Al Sud: sole e ancora caldo eccezionale. Martedì 21. Al Nord: temporali al Nord Est. Al Centro: acquazzoni sulle Marche; soleggiato altrove. Al Sud: sole e ancora caldo eccezionale. Tendenza: prevalenza di sole e temperature in linea con il periodo. Giovedì temporali al Centro Sud.
Il soldato indossa il visore sul volto, impugna uno strumento simile a un joystick, mentre pochi metri più avanti uno dei suoi compagni appoggia il drone su una rudimentale piattaforma approntata per facilitare il decollo dell’apparecchio. Yankee, 30 anni, si è arruolato nell’esercito ucraino nel 2023 e da allora ha sempre operato come pilota di droni, addestrandosi ogni giorno insieme alla sua squadra. Negli ultimi mesi la sua unità, la 4ª brigata meccanizzata, è stata impegnata sul fronte del Donbass.
Preparazione di un drone FVP (foto di E.B).
Le esercitazioni in cui si simulano obiettivi nemici
Il drone si alza ronzando e Yankee lo guida attraverso un percorso a ostacoli allestito in precedenza. È formato da pali di diversa altezza piantati nel terreno a cui sono fissate delle reti e da buche sormontate da coperture di vario genere per simulare trincee e rifugi nemici. Il drone è un FPV (first person view) dotato di videocamera e sistema di trasmissione video in tempo reale; alla parte inferiore dell’apparecchio è fissata una bottiglia di plastica piena di sabbia, per simulare il peso della carica esplosiva che dovrà trasportare. Il visore mostra al pilota in tempo reale la visuale del drone, permettendogli di effettuare manovre e movimenti precisi. I droni FPV sono principalmente utilizzati per colpire i soldati o i veicoli nemici. Essendo molto veloci, vengono scagliati dagli operatori contro l’obiettivo, esplodendo all’impatto come letali kamikaze. Dall’inizio del conflitto russo-ucraino, i droni sono gradualmente diventati uno strumento fondamentale per difendere la linea del fronte e condurre operazioni offensive, anche in territorio russo. Le forze armate ucraine hanno quindi accumulato una notevole esperienza nel loro impiego sul campo e nella loro progettazione. A margine del vertice NATO, tenutosi ad Ankara lo scorso 7-8 luglio, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha infatti promosso e concluso accordi di consulenza sull’utilizzo e la produzione di droni con tre Paesi membri dell’Alleanza atlantica: Danimarca, Paesi Bassi ed Estonia.
Yankee indossa il visore per pilotare un drone FPV durante l’addestramento (foto di E.B).
«L’unico modo per essere al sicuro è non farsi individuare»
I droni hanno rivoluzionato il modo di condurre operazioni militari, permettendo all’Ucraina di tenere testa, nell’ultimo anno, ai continui attacchi russi. «Sono l’occhio che controlla ogni cosa dal cielo. Supportiamo le truppe d’assalto, forniamo informazioni in tempo reale a fanteria e artiglieria, se veniamo autorizzati, possiamo anche attaccare il nemico direttamente», spiega Yankee a Lettera43. «Lavoriamo anche con altre squadre di dronisti con cui ci alterniamo continuamente per tenere il fronte sempre monitorato». Un team di dronisti è composto da cinque membri. Ognuno di loro è in grado di pilotare un drone, ma quando non sono impiegati al fronte, devono preparare le cariche esplosive che poi verranno montate sui velivoli, procurarsi i pezzi di ricambio, installare i software necessari per il corretto funzionamento degli apparecchi. «Il nostro compito è individuare il nemico prima che ci avvisti lui. È una corsa continua, anche per quanto riguarda le innovazioni tecnologiche e le tecniche di combattimento a cui dobbiamo adattarci. Non ci si può difendere dai droni. Sono state progettate antenne che possono abbattere la ricezione di segnale di alcuni velivoli e farli precipitare, ma non funzionano su tutti i modelli», continua Yankee. «L’unico modo per essere al sicuro è non farsi individuare».
Yankee segue i movimenti dell’unità di terra attraverso il monitor di un drone da ricognizione (foto di E.B).
Dalla linea di trincee e fortificazioni alla kill zone
Dall’inizio del conflitto, il fronte ucraino si è trasformato da una linea composta da trincee e fortificazioni tenute dalle diverse unità militari, in un corridoio profondo circa 30 km denominato kill zone. All’interno di quest’area i droni russi e ucraini dominano i cieli, colpendo qualsiasi bersaglio siano in grado di individuare. Andryi Tkachenko, 49 anni, è il comandante di una squadra di carri armati della 3ª brigata corazzata ucraina “Iron Brigade”. Secondo l’esperienza che ha maturato sul campo, l’apporto dei gruppi corazzati in combattimento è ancora fondamentale, ma il loro utilizzo ha subito un’evoluzione. «Non esistono più le grandi unità corazzate. Ci si muove in piccole squadre per non essere individuati, sfruttando la copertura degli alberi. Quando ci viene chiesto di posizionarci in un determinato settore, effettuiamo prima un sopralluogo muovendoci in auto per individuare il percorso più sicuro. I carri armati non vengono più usati come forza di sfondamento, ma per operazioni mirate nelle aree dove c’è più bisogno. I pericoli più grandi sono droni e mine». La cooperazione tra squadre droni, unità di fanteria e gruppi corazzati è dunque fondamentale per poter permettere a soldati e mezzi di spostarsi in relativa sicurezza attraverso la kill zone e raggiungere le posizioni assegnate.
Soldati della terza brigata di assalto si addestrano con un fucile anti-droni (foto di E.B).
A caccia di una copertura
Griz, 30 anni, viene dagli Stati Uniti e fa parte della 3ª brigata d’assalto, una delle unità più numerose e meglio addestrate delle forze armate ucraine. È un veterano della guerra in Ucraina e, in precedenza, ha servito nell’esercito statunitense. «Il modo di combattere è cambiato totalmente. Per le truppe d’assalto e la fanteria è diventato estremamente rischioso avventurarsi fuori dai propri rifugi. Ci si muove in piccole squadre, cercando di rimanere al coperto. Ogni elemento tiene una distanza di circa sei metri dal compagno, in modo da non offrire un facile bersaglio. Lo scopo non è più conquistare la trincea nemica, ma posizioni che possano offrire copertura immediata, come edifici, seminterrati o rifugi scavati nel terreno. Una volta conquistato l’obiettivo, altre piccole squadre vengono inviate in rinforzo per consolidare la posizione. Questa tattica viene chiamata “infiltrazione”». Tutte le unità ucraine sono dotate di fucili antidrone, da utilizzare come ultima risorsa per abbattere il velivolo nemico. Si tratta per la maggior parte di fucili a pompa dotati di speciali cartucce ad alta velocità o proiettili caricati a pallettoni. «Se il drone si avvicina a circa 50-100 metri, proviamo ad abbatterlo. I più pericolosi sono gli FPV, perché sono molto veloci. La prima regola è non andare mai a caccia di droni, ma tenersi al coperto e provare ad abbatterli solamente quando non abbiamo nessun’altra opzione», spiega Griz.
Griz durante l’addestramento (foto di E.B).
L’impatto sull’evacuazione dei nemici
Il pericolo rappresentato dai droni ha avuto un impatto significativo anche sulle tecniche di evacuazione dei feriti dalla linea del fronte. Danny, 30 anni, è arruolato nello Snake Medical Team, unità medica delle forze speciali ucraine che si occupa di trasportare vittime e feriti fino ai punti di stabilizzazione ovvero aree considerate relativamente sicure. Danny fa l’autista. «Per le evacuazioni utilizziamo mezzi corazzati oppure dei buggy per muoverci su terreni difficili. È diventata una corsa contro il tempo. Sappiamo già che verremo individuati e dobbiamo essere più veloci dei droni nemici. I soldati colpiti devono decidere se vogliono muoversi a piedi o essere evacuati. Sanno che se chiameranno aiuto potrebbero attirare l’attenzione del nemico sulla loro posizione». All’interno della “kill zone” non esistono aree sicure. I militari che operano al suo interno ingaggiano un crudele e micidiale gioco di nascondino contro un nemico che non dorme mai e sorveglia ogni cosa dall’alto. Griz sostiene che il momento in cui si rischia maggiormente è quando due unità si devono dare il cambio. Una deve lasciare le proprie posizioni per rientrare nelle retrovie e l’altra deve prenderne il posto, attraversando la “kill zone” a bordo di veicoli che vengono immediatamente presi di mira. Una frase che i soldati ucraini ripetono di continuo è in grado di immortalare con chiarezza la realtà del conflitto: «È una guerra combattuta negli scantinati, ma gli occhi di tutti sono sempre rivolti verso il cielo».
Griz spiega a una squadra l’utilizzo di un fucile anti-drone (foto di E.B).
E’ del giornalista Luca Esposito il corpo ritrovato carbonizzato a Eboli. Esposito sarebbe stato prima ucciso con una pistola e poi dato alle fiamme. Vicino è stata ritrovata la sua auto. Esposito, nato a Nocera e direttore del sito Tutto Salernitana, collaborava anche con Otto channel. Dirigente dell’Arpac ad Avellino ma fino allo scorso anno a Caserta dove si occupava di aziende bufaline. Ora l’autopsia per accertare i motivi del decesso
Come si fa cultura se i soldi arrivano quando la stagione è già finita? In Piemonte la domanda non è teorica: riguarda decine di associazioni che hanno programmato attività, firmato contratti, pagato artisti e fornitori contando su contributi pubblici ai quali avevano diritto, ma che si sono ritrovate senza copertura o costrette ad aspettare mesi, a volte fino a due anni. Qualcuno non ha retto: lo storico Folk Club di Torino ha chiuso dopo 38 anni. Il punto, raccontano gli operatori, non è solo quanto la Regione finanzia, ma quando quei fondi diventano davvero disponibili. Nel frattempo, le realtà culturali anticipano le spese, accendono prestiti, pagano interessi non rendicontabili. Di fatto, finiscono per fare da banca alla pubblica amministrazione.
La soluzione più concreta messa in campo finora si chiama “Rafforza Cultura“. È una misura introdotta a inizio 2026 dalla Giunta regionale di centrodestra, guidata da Alberto Cirio, alla quale ha aderito Compagnia di San Paolo. Un provvedimento arrivato su sollecitazione del Comitato emergenza cultura, che riunisce un centinaio di realtà piemontesi. Il meccanismo, sulla carta, è semplice: la Regione stanzia i contributi, emette le determine e le associazioni, con quei documenti in mano, possono rivolgersi alle banche convenzionate per ottenere subito la liquidità. Saranno poi gli istituti di credito a recuperare le somme dalla Regione quando i pagamenti pubblici verranno effettivamente erogati.
Il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, durante la presentazione dei dati sul Pnrr aggiornati al 30 giugno (foto Ansa).
Per le realtà più piccole, che non hanno riserve sufficienti per reggere lunghi ritardi, il modello può fare la differenza: consente di trasformare un contributo deliberato ma ancora lontano dall’incasso in denaro disponibile per pagare le attività in corso. È per questo che Rafforza Cultura potrebbe aprire una strada anche per altre amministrazioni pubbliche. Ma il meccanismo ha un limite: per attivarlo servono comunque le determine regionali. Cioè proprio il collo di bottiglia che sta rallentando l’intero sistema.
Marco Gilli, presidente della Fondazione Compagnia di San Paolo (foto Imagoeconomica).
Alessandro Gaido, organizzatore culturale e presidente del Comitato emergenza cultura, dice che «il problema non è quanto ti danno, ma quando». Il paradosso è che anche per il 2026, nonostante la nuova misura, i fondi già deliberati rischiano di sbloccarsi solo dopo l’assestamento di bilancio, previsto con ogni probabilità a inizio agosto.
I soldi arrivano quando molte attività sono già state realizzate
«Quando c’è la prima approvazione del bilancio regionale a marzo», spiega Gaido, «i capitoli della cultura dovrebbero essere chiusi lì, ma questo non avviene, così gli uffici devono aspettare l’assestamento per poi elaborare le determine. Il Rafforza Cultura è un ottimo passo avanti, ma senza le determine noi abbiamo mesi di buco». Risultato: i soldi potrebbero arrivare non prima di settembre, quando molte attività sono già state realizzate e pagate anticipando di tasca propria.
Il contributo extra messo sul tavolo da Fondazione Crt
La situazione delle associazioni culturali però si è complicata ancora nell’ultimo anno. Accanto a Rafforza Cultura c’è il contributo extra messo sul tavolo da Fondazione Crt. La fondazione bancaria, insieme a Compagnia di San Paolo una delle principali fonti di sostegno per il sistema culturale piemontese (e non solo), ha dato la disponibilità a versare una quota integrativa una tantum per aiutare le realtà rimaste escluse dai finanziamenti regionali. La strada, secondo quanto filtra, sarebbe in discesa e potrebbe chiudersi nel giro di qualche settimana. Anche in questo caso, al momento, mancano però i necessari passaggi amministrativi.
Fondazione Crt (foto Imagoeconomica).
La vicenda nasce dalla graduatoria dei bandi triennali per la cultura della Regione Piemonte, relativa al periodo 2025-2027, che a fine 2025 ha lasciato senza contributi decine di associazioni pur in possesso dei requisiti. I fondi, semplicemente, non bastavano. La comunicazione è arrivata poco prima di Natale, quando per il 2025 non era più possibile intervenire con aggiustamenti di bilancio. Il Folk Club, per esempio, si è trovato con un buco di 50 mila euro a stagione già iniziata da oltre due mesi. L’assessora regionale alla Cultura, Marina Chiarelli, ha aperto al confronto per migliorare il prossimo bando, quello del triennio 2028-2030, mentre a coprire i fondi mancanti per il 2026 e per il 2027 penserà Fondazione Crt.
Marina Chiarelli, assessora alla Cultura della Regione Piemonte (foto Imagoeconomica).
In una nota Chiarelli ha spiegato: «Comprendiamo le preoccupazioni degli operatori culturali, con i quali il confronto è costante, ma per poter procedere con l’assegnazione dei contributi è necessario completare l’iter previsto dall’assestamento di bilancio e dalla successiva deliberazione della Giunta regionale. Solo al termine di questo percorso gli uffici potranno adottare le relative determinazioni». Il Comitato emergenza cultura aveva chiesto di anticipare i contributi prima dell’assestamento, ma Chiarelli ha ribadito che la legge non lo consente. Ed è qui che il caso piemontese diventa più di una vertenza locale: se le soluzioni esistono ma restano appese agli stessi tempi che dovrebbero superare, la cultura continua a lavorare in anticipo e a incassare in ritardo.
SALERNO. Da Salerno a Edimburgo, seduta allo stesso tavolo con professionisti provenienti da Messico, Cina, Indonesia, Iran e Africa, per discutere del futuro della cultura e dei festival internazionali. È il prestigioso riconoscimento ottenuto da Angela Albarano, direttrice artistica di Libro Aperto Festival, invitata dal British Council e dalla Edinburgh Festivals Foundation a partecipare al programma Momentum, iniziativa che ogni anno seleziona soltanto sette delegati nel mondo, uno per ciascun settore artistico. Un traguardo che assume un significato ancora più rilevante considerando che Albarano sarà l’unica italiana dell’edizione 2026. Il programma si svolgerà dal 16 al 24 agosto all’interno del celebre Festival di Edimburgo, considerato uno dei più importanti e influenti appuntamenti culturali internazionali. Ogni estate la capitale scozzese diventa il centro mondiale della letteratura, del teatro, del cinema e delle arti performative, ospitando migliaia di artisti, operatori culturali e direttori di festival provenienti da ogni continente. «Porterò un’esperienza nata a Salerno che dialogherà con i migliori festival del mondo», racconta Angela Albarano. Classe 1979, docente di Letteratura italiana, organizzatrice culturale da oltre venticinque anni, Albarano è anche dottoranda all’Università degli Studi di Salerno, dove conduce una ricerca dedicata proprio ai festival culturali e alla loro capacità di generare comunità e trasformazione sociale. Una figura che unisce studio e pratica sul campo. «La mia particolarità è quella di essere contemporaneamente studiosa e operatrice culturale. I festival li analizzo dal punto di vista accademico, ma soprattutto li vivo e li realizzo ogni giorno». Cinque anni fa ha fondato Libro Aperto Festival della Letteratura per Ragazzi, manifestazione che si svolge a Baronissi e che nel tempo è cresciuta in maniera significativa. Dai 300 giurati della prima edizione si è arrivati a oltre mille giovani giurati, coinvolgendo complessivamente più di 3.000 ragazzi e migliaia di famiglie. «Oggi Libro Aperto è un vero ecosistema culturale che vive tutto l’anno grazie alla rete di scuole che abbiamo costruito e ai progetti che realizziamo sul territorio». La selezione per Momentum è nata quasi per caso. Dopo aver ospitato al festival uno scrittore scozzese, Albarano aveva scritto all’organizzazione di Edimburgo per proporre una collaborazione e approfondire il loro modello organizzativo.«Mi hanno chiesto il curriculum e mi hanno detto che avrebbero suggerito il mio nome per il programma. Non immaginavo cosa potesse accadere. Dopo circa un mese e mezzo è arrivata la lettera ufficiale del British Council che mi invitava a partecipare come professionista della letteratura individuata per contribuire al dibattito internazionale». Durante la permanenza in Scozia, i sette delegati selezionati avranno l’opportunità di confrontarsi con operatori culturali di tutto il mondo e partecipare anche agli incontri del Global INC, il forum internazionale che riunisce direttori artistici e responsabili dei principali festival mondiali. L’obiettivo è costruire relazioni culturali destinate a produrre ricadute concrete nei rispettivi territori. «Spero che questa esperienza possa generare nuove opportunità e nuove collaborazioni internazionali. È importante portare il valore del nostro progetto e della nostra esperienza all’interno di una comunità globale». Ma il riconoscimento ha anche un forte significato personale. «È stata un’emozione enorme e una straordinaria iniezione di fiducia. Chi lavora nella cultura sa quanto sia difficile costruire progetti e mantenerli nel tempo. Questo invito mi ha fatto sentire vista, riconosciuta. Significa che il lavoro svolto in questi anni ha un valore che viene riconosciuto anche a livello internazionale».E aggiunge: «Ho iniziato a fare questo mestiere quando non era ancora considerato un lavoro “cool”. Ho sempre creduto nel potere trasformativo degli eventi culturali. Questo invito rappresenta il riconoscimento di oltre vent’anni di impegno, studio e passione». Un risultato che porta con sé anche un messaggio per il territorio. Da Salerno, infatti, parte un modello culturale che oggi viene osservato e valorizzato a livello internazionale. Un segnale importante per una città che, attraverso le sue energie migliori, continua a costruire ponti con il resto del mondo. Ad agosto, dunque, tra i protagonisti del più prestigioso laboratorio culturale internazionale ci sarà anche una professionista salernitana. E con lei, simbolicamente, l’intera comunità culturale del territorio.
«Abbasso gli Stati Uniti». A gridarlo a Teheran durante i funerali della Guida Suprema Ali Khamenei non c’erano solo i sostenitori iraniani del regime, ma anche un americano. Il suo nome è Jackson Hinkle e da Mosca dove si è trasferito si definisce un «comunista MAGA». A prima vista sembra un ossimoro. In realtà la figura dell’influencer e teorico complottista nato in California nel 1999 descrive bene il cambio di atteggiamento di alcuni sostenitori del movimento MAGA nei confronti di Trump a causa della sua politica estera.
DOWN WITH ZIONISTS!
Thank you to my brother Hossein Taheri for allowing me to join you in Enqelab Square. pic.twitter.com/VOcIBIvEdG
Ex supporter di Bernie Sanders e ambientalista, nel 2024 Hinkle ha co-fondato con Haz Al-Din, classe 1996 e di origini libanesi, il Partito comunista americano (ACP). Un’organizzazione che, malgrado la sua irrilevanza politica, ha contribuito a raccogliere nuovi sostenitori attorno al movimento MAGA. Soprattutto grazie all’attività di Hinkle che oggi conta su X ben 3,8 milioni di follower, più di 146 mila iscritti al canale YouTube e 112 mila su Rumble.
I punti di contatto tra ACP e trumpismo
Il comunismo a cui l’ACP fa riferimento è un misto di principi marxisti e sovranisti. Nel manifesto ci sono molti punti in comune con quelli di Trump. Per esempio la reindustrializzazione degli Stati Uniti, la chiusura dei confini, la fine della cultura accademica woke e il taglio delle tasse. A queste idee si aggiungono poi proposte dal sapore marxista-leninista come la nazionalizzazione delle grandi aziende, la cancellazione di tutti i debiti, l’abolizione della Federal Reserve a favore di una Banca Nazionale del Popolo e lo smantellamento di Big Pharma.
Jackson Hinkle a una manifestazione Houthi (Ansa).
La svolta pro-Iran e anti-Israele
Anche se distanti dal pensiero MAGA classico, Hinkle e Al-Din hanno riconosciuto per molto tempo a Trump il ruolo guida. Secondo Al-Din, il primo mandato del tycoon aveva addirittura rallentato la transizione degli Stati Uniti verso una dittatura «apertamente fascista». Anche in politica estera i fondatori dell’ACP, pur sostenendo Vladimir Putin e Xi Jinping, avevano apprezzato l’isolazionismo promesso dal presidente. Con l’inizio del secondo mandato, le cose però sono cambiate. I primi screzi si sono registrati sulla gestione degli Epstein files da parte della Casa Bianca e poi sulla decisione di rapire Nicolas Maduro. In un post Al-Din ha condannato il blitz venezuelano definendo Trump e i suoi «aggressori seguaci di Epstein». La rottura completa con il trumpismo si è consumata con l’attacco all’Iran dello scorso febbraio quando il mito di Trump paladino della pace si è sbriciolato definitivamente. Al-Din e Hinkle sostengono apertamente il regime di Teheran e la «resistenza» agli attacchi americani e israeliani. Pur rifiutando l’accusa di antisemitismo, i due criticano duramente l’alleanza tra Stati Uniti e Israele, Stato che Hinkle considera senza mezzi termini «terrorista».
Haz al-Din (da X).
Gli influencer occidentali corteggiati dal regime di Teheran
Nella loro visione il marxismo e l’Islam radicale non sono solo compatibili, ma alleati. Chiaramente il regime iraniano non si è lasciato sfuggire l’occasione di sfruttare la cassa di risonanza mediatica di Hinkle. L’attivista è così sbarcato a Teheran per seguire i funerali di Khamenei. Qui, oltre al video in cui canta «Abbasso gli Stati Uniti», ha realizzato contenuti di propaganda a 360 gradi. Dai video che decantano il cibo locale a interviste a figure apicali del regime di Teheran. Per la verità Hinkle non era l’unico occidentale presente ai funerali di Khamenei. Secondo l’agenzia statale iraniana Tasnim, circa 400 cittadini stranieri sono stati autorizzati a entrare nel Paese per rendere omaggio alla Guida Suprema, uccisa dai raid aerei statunitensi e israeliani il 28 febbraio scorso, primo giorno dell’Operazione Epic Fury. Insieme a Hinkle c’erano anche altre figure legate al MAGAcomunisimo e che ora vivono in Russia come Christopher Helali, giornalista e High Baliff (una sorta di vicesceriffo) di una contea del Vermont, e l’ex attivista democratica trasferita in Libano, Calla Walsh.
Marxism isn’t just “compatible” with Islam.
Marxism IS Islam.
I am about to prove this and not a single glasses wearing shitlib “Marxist” will be able to refute it.
You may not be ready for the truth, but it’s coming.
Il clamore mediatico più forte lo ha ottenuto il video in cui Hinkle grida «abbasso gli Stati Uniti». Tanto che sul tema è intervenuto lo ‘zar’ trumpiano dell’antiterrorismo, Sebastian Gorka che ha accusato il comunista MAGA di tradimento, reato punito con la pena di morte.
Un’alleanza tra alto e basso. Da una parte, il senatore del Vermont, Bernie Sanders, spina nel fianco sinistro della politica americana, continua a tuonare contro gli oligarchi del tech della Silicon Valley che accumulano miliardi neanche fossero figurine Panini. Un potere che assume sempre più i tratti di un neo-feudalesimo, avendo colonizzato la vita pubblica e concentrato livelli di ricchezza senza precedenti nella storia recente. Dall’altra, nelle praterie di Reddit cresce una controrivoluzione silenziosa fatta di community che hanno capito che l’algoritmo si sfida anche chiudendo il portafoglio.
Bernie Sanders al Salone del libro di Torino (Ansa).
I paperoni globali sono sempre più ricchi
I dati macroeconomici degli ultimi anni, del resto, difficilmente si prestano a letture edulcorate. Secondo il rapporto Oxfam Resisting the Rule of the Rich, presentato a gennaio 2026 in apertura del Forum di Davos, nel 2025 la ricchezza dei miliardariglobali è aumentata del 16 per cento, raggiungendo il livello record di 18.300 miliardi di dollari e crescendo tre volte più velocemente della media degli ultimi cinque anni. Dal 2020 l’incremento cumulato, al netto dell’inflazione, è pari all’81 per cento, ovvero 8.200 miliardi di dollari di nuova ricchezza concentrata al vertice della piramide sociale. Oxfam osserva inoltre che i 12 individui più ricchi del pianeta detengono oggi una ricchezza complessiva superiore a quella metà più povera dell’umanità, cioè più di quattro miliardi di persone. In diversi momenti di picco azionario, questi patrimoni si avvicinano al prodotto interno lordo di economie nazionali di medie dimensioni. Stime che rendono con chiarezza la scala della concentrazione in atto.
Elon Musk (Ansa).
Cresce l’ecosistema di community anti-consumiste
Parallelamente, spazi come i subreddit r/Anticonsumption, r/NoBuy o r/SimpleLiving continuano a registrare livelli di iscrizione e di attività che la sociologia dei consumi non può più liquidare come semplice folklore digitale. Per esempio, r/Anticonsumption, nato come nicchia dedicata alla critica della cultura del consumo, conta oggi circa 1,5 milioni di iscritti ed è classificato tra le reti “massive” e ad alta attività, con una crescita annua stimata di oltre 600 mila membri. Se si sommano le platee di gruppi affini, da quelli sul No‑Buy alle declinazioni del minimalismo radicale, si arriva comunque a diversi milioni di iscrizioni complessive, distribuite in un ecosistema di forum e thread che articolano quotidianamente pratiche e linguaggi anti‑consumisti.
r/nobuy.
Si scrolla, si guardano recensioni e unboxing ma non si compra
Sul fronte più radicale del risparmio programmato, le community legate alle sfide “No Buy” raccolgono decine di migliaia di utenti, con r/NoBuy che funge da hub per le challenge annuali come “No Buy 2026”. In questi thread gli utenti condividono regole e liste di divieti che vanno dal blocco degli acquisti di abbigliamento nuovo agli acquisti di elettronica, passando per budget minimi destinati solo a beni essenziali. La scelta di dichiarare pubblicamente le proprie regole, di rendere conto delle volte che si cade in tentazione e di discutere strategie per resistere alle tentazioni produce forme di responsabilizzazione collettiva che vanno ben oltre la semplice autodisciplina individuale, trasformando questi forum in luoghi in cui migliaia di persone si scambiano trucchi, regole e piccoli rituali per comprare meno. Per anni l’economia delle piattaforme ha dato per scontato che più tempo trascorso online significasse inevitabilmente più consumi. Oggi qualcosa sembra incrinarsi. Si continua a scrollare, a guardare recensioni, wishlist, unboxing e reel, ma cresce una fascia di utenti che trasforma quella stessa esposizione continua in esercizio di autocontrollo.
foto di Unsplash.
L’imprevedibilità della rivoluzione No-Buy
Alla fine, la rivolta anti-consumista contro l’oligarchia tech non è una storia di eroi, ma di carrelli svuotati all’ultimo clic, di notifiche ignorate, di abbonamenti cancellati, di attriti silenziosi. Certo, non cambierà il mondo da sola, ma sfida il modo in cui stiamo nel mondo meno come target dei paperoni digitali e più come cittadini smaliziati che hanno imparato a leggere il sottotesto dietro ogni offerta imperdibile. La Silicon Valley sa misurare quasi tutto. Tranne il momento in cui smettiamo di comprare non perché non possiamo, ma perché non vogliamo più partecipare al gioco. È lì, in quel minuscolo istante con ogni probabilità statisticamente irrilevante, che comincia la vera crisi dell’oligarchia in giacca e sneaker.
L'addio a Sam Neill, la trama di Spaceballs: The New One, l'arrivo di The Odyssey, gli ospiti di Stranimondi, George Lucas e la AI nella settimana di Fantascienza.com
A giudicare da quello che si legge sui social, praticamente nessuno andrà a vedere The Odyssey, il nuovo film di Christopher Nolan basato sul poema omerico. Il motivo? La scarsa bianchezza delle braccia di Elena. Una realtà che curiosamente non trova riscontro nei siti di prenotazione dei biglietti dei cinema dove, a quanto sembra, se si prova solo ora a cercare un posto che permetta di vedere lo schermo non proprio di profilo o da dietro una colonna bisogna rassegnarsi a non vedere il film prima di un paio di settimane. Nemmeno fosse l'appuntamento per una colonscopia!
Noi,... - Leggi l'articolo
Si assiste a un curioso comportamento da parte dei media nei confronti di Roberto Vannacci. Nei talk televisivi è quasi sempre uno scontro numericamente sbilanciato: uno contro due, o anche tre; l’altra sera, a In Onda, su La7, erano addirittura in quattro a dialogare con lui: i conduttori Marianna Aprile e Luca Telese oltre ai giornalisti Antonio Polito e Sara Menafra. Invariabilmente, da tutti questi confronti, il generalissimo esce vincente: come mai? Vincente per modo di dire: le banalità, gli errori (ha il vizio di citare sempre Marx e Gramsci e si sente che li ha orecchiati più che studiati), le approssimazioni e le semplificazioni non convincono chi le sa riconoscere.
Gramsci è morto a causa del carcere, arrestato dal regime fascista
Incanta solo chi scambia l’assertività con cui parla per competenza
Vannacci ha quella parlantina, quel metodo jukebox che sembra ti dia le risposte dopo aver inserito la moneta, che incanta chi scambia l’assertività con cui parla per competenza. L’unico competente, in effetti, appare lui perché i suoi interlocutori non si discostano dai “suoi” argomenti, che lui maneggia evidentemente con sicurezza, e le domande che gli fanno vertono invariabilmente su remigrazione, gender, negazione del femminicidio, sui suoi cavalli di battaglia insomma, che lo proteggono in una comfort zone dove lui sembra non vacillare mai, mentre i giornalisti che lo interrogano appaiono confusi.
Roberto Vannacci, leader di Futuro nazionale (foto Ansa).
L’errore dei giornalisti: assecondarlo nelle sue ossessioni
Ormai sappiamo a memoria come la pensa il generale su quei temi e sappiamo anche che, nei faccia a faccia, chi gli pone domande ci tiene a far sapere che non approva il suo pensiero. Marianna Aprile ha aperto la lista chiedendogli: «Perché non chiama direttamente deportazione la remigrazione?». Una domanda prevenuta e sbagliata, servita su un piatto d’argento al generale che, naturalmente, aveva la risposta pronta. Eppure ce ne sarebbero di domande che potrebbero metterlo in crisi. Se solo i giornalisti si decidessero a non assecondarlo nelle sue ossessioni, per dimostrargli che sbaglia. Non sarebbe meglio smettere di giocare in casa sua?
Finaziamenti russi, Vannacci: "Per quale motivo non dovrei prenderli?" "lei nazionalista, prenderebbe soldi da uno straniero? e lui: "Ma perchè no?, se supporta il nostro movimento, ci mancherebbe…" pic.twitter.com/Qcp44Tvt5Y
— Soldato Biancaneve (@Filippo__Rossi) July 14, 2026
Si potrebbe evitare, per esempio, di chiedergli cosa pensa dei clandestini e domandargli invece in che modo interessano a chi ha un mutuo da pagare i rimpatri che a lui stanno tanto a cuore; se l’emergenza è la remigrazione, come influisce questa sugli otto mesi in media che un cittadino deve attendere per una visita specialistica? Un’altra domanda potrebbe essere: va bene che l’omosessualità la spaventa, ma cosa farebbe per risolvere i problemi di chi ha un potere d’acquisto dimezzato rispetto a cinque anni fa?
Roberto Vannacci nel corso di un evento in Comune a Pescara (foto Ansa).
Lei appare molto preoccupato dall’islamizzazione della società, le viene mai in mente che gli italiani sono preoccupati invece dalle attese di ore nei pronto soccorso degli ospedali dove la mancanza di medici è ormai endemica? Gli affitti a Milano sono raddoppiati in 10 anni: mentre combatte la sua battaglia sul gender potrebbe dirci cosa farebbe per risolvere questo problema?
Lei dice che vuole chiudere i centri sociali che sono covi di sovversivi, come pensa di affrontare il problema della sicurezza nelle città, con la destra – lo abbiamo visto in quattro anni di governo Meloni – che non sa che pesci pigliare e non ha fatto nulla? Lei ha fatto carriera nello Stato, pensione garantita: è favorevole a tagliare la spesa pubblica, a partire dallo stipendio dei generali?
L’eurodeputato e presidente di Futuro nazionale, Roberto Vannacci, in bicicletta a Sanremo (foto Ansa).
Parlateci dei ragazzi italiani che emigrano
I ragazzi italiani emigrano più di quanti clandestini arrivano: cosa farebbe per farli restare? Ok, la preoccupa l’educazione all’affettività nelle scuole, lo abbiamo capito, ma non sappiamo invece cosa farebbe per gli asili nido, che coprono un bambino su tre. I neri, ha tenuto a farci sapere, hanno la pelle come la nostra, li ha toccati quando viaggiava in metropolitana a Parigi, ma ci dica, generale Vannacci: qual è il suo programma per aumentare i salari degli italiani? Le sue battaglie culturali per praticare lo sport, per negare il termine “femminicidio” abbassano i prezzi del carrello della spesa?
Vannacci: “Io non faccio il ragioniere” (ovvero, posso promettere agli elettori l’impossibile) pic.twitter.com/biRUAjDCPY
Ha voluto specificare di non essere «un ragioniere»: facile così…
E così via, ce ne sarebbero altre cento. Vannacci vive di significanti, direbbe Jacques Lacan. Remigrazione, gender, sovversivi: parole che accendono, ma che, purtroppo, non pagano mutui e bollette. Se qualcuno gli facesse finalmente le domande giuste lo sposterebbe dal significante al significato, dai simboli ai numeri. È lì che il generale – che ha voluto specificare con puntiglio di non essere «un ragioniere», ma uno che dà un semplice «indirizzo politico» – cadrebbe miseramente. Smettendo finalmente di recitare le sue filastrocche imparate a memoria.
Tanto tuonò, che piovve. Dopo mesi e mesi di articoli, notifiche, servizi, podcast, video, post, e quant’altro l’universo comunicativo metta a disposizione, l’Odissea di Christopher Nolan è finalmente approdata sugli schermi. Esaminare un’opera di Nolan significa verificare lo stato di salute del cinema contemporaneo, in chiave di spettacolo di massa, coniugato con quegli approfondimenti artistici e culturali che lo spettacolo stesso permette.
Circe perde la fascinazione sensuale della tradizione
Già Via col vento, si dirà, era tutto ciò. Con una differenza. Allora, gli approfondimenti facevano tutt’uno con lo spettacolo, adesso risultano un po’ come incistati al suo interno. Che il film di David O. Selznick, il produttore che lo volle a tutti i costi, fosse l’allegoria degli archetipi ancestrali, ossia Terra (la Rossella di Tara), Aria (Red Butler, che va e viene), Fuoco (la Storia, ovvero la distruzione e la guerra) e Acqua (assente, visto che la figlioletta della coppia muore), ebbene tutto ciò era integrato a misura di racconto e spettacolo, senza evidenziatori che ne sottolineassero sensibilmente la presenza. Oggi, non è più così. Si veda la sequenza della maga Circe. Nolan esclude per il personaggio ogni fascinazione sensuale, come era invece nella tradizione, dalla Silvana Mangano nell’Ulisse di Camerini alla Juliette Mayniel nella versione televisiva di Franco Rossi. Lo spettatore si trova di fronte l’ottima Samantha Morton, che però una ragazza seduta poco distante da me liquida subito come «strega del mare» (chissà!?).
La maga diventa la vendicatrice di tutti i femminicidi
Nolan inserisce così sul mito una scheggia aliena: Circe non è più bella e non seduce nessuno. Detto questo, si tratta di trasformare comunque i compagni di Ulisse in maiali. E qui si capisce l’intervento di Nolan sul personaggio. Con un’idea a suo modo formidabile, il sortilegio non avviene, come prevedibile, per via di incantesimo, anche perché una didascalia a inizio film aveva avvertito lo spettatore che ci troviamo in un’epoca in cui la magia era una dimensione soltanto “apparente”. La mutazione accade invece attraverso un’intensa e violenta manipolazione di Circe sui corpi dei marinai. Come il vasaio dà forma al manufatto modellandolo con le dita, così fa Circe sui volti dei malcapitati, che sotto la pressione manuale della maga da umani si deformano in porci. Come ha ampiamente dimostrato Marcel Mauss, la magia è in fondo una pratica artistica, tesa alla trasformazione del mondo secondo i propri desideri. In quanto magia, apparente, e come tecnica, invece, attiva e capace. Se fosse soltanto così, la scheggia incistata, Circe poco maga e molto “artigiana”, sarebbe una goccia di invenzione erudita all’interno del grande contenitore hollywoodiano. Ma Nolan, prima che cineasta, è un narratore: Circe, che plasma gli uomini in maiali, con volto e parole di rabbia, sotto la lente artistica di Nolan, diventa un personaggio da romanzo contemporaneo. In breve, riducendo i maschi a porci, Circe è la vendicatrice di tutti i femminicidi che appaiono sugli organi di informazione di oggi. In Via colvento, non troveremmo mai una attualizzazione così violenta.
Se Nolan narratore prevale sul Nolan regista
Mi sono dilungato su tale aspetto, perché ritengo che qui risieda la questione, estetica e artistica, riguardo l’opera di Christopher Nolan: in Nolan, il narratore e il cineasta, talvolta, forse sovente, tentano di prevalere l’uno sull’altro. È il cruccio di parecchio cinema contemporaneo. Quentin Tarantino, consapevole della cosa, ne fa persino l’oggetto privilegiato dello spettacolo. Nei film di Tarantino, infatti, l‘inserto narrativo non si annida sulla scena ma la ruba. La mia impressione è che Nolan si senta innanzitutto un narratore, ossia uno sceneggiatore, il quale, consapevole di questo, invece di accettare la cosa, tenta di scommettere sempre di più sui portenti più che narrativi della regia. Accade così che l’episodio di Polifemo risulti tutto sommato inguardabile: incapace di inserire schegge narrative fresche in un modello di partenza così noto e assodato, Nolan finisce col fare del Ciclope una mummia ambulante, che sbuffa e grugnisce, opzione che costringe infine a cancellare dallo schermo il succo dell’episodio, ossia il gioco sul nome Odisseo/Nessuno. Privo di schegge narrative influenti, nella grotta di Polifemo, Nolan non si dà pace, e si incaponisce a conficcare nella sequenza comunque un innesto, che altro non può essere però che una risoluzione di pura messa in scena. Da qui la scelta, come vuole la propaganda sul film, di realizzare Polifemo senza l’ausilio degli effetti digitali, fuori dalle virtù della computer grafica. Il gigante allora si mostra simile a un pupazzone caracollante, che entra e esce dal buio, scoprendosi solo per pochi secondi, a eccezione ovviamente di quando è sdraiato, momenti in cui l’occhio del pubblico è in grado di scrutarne con agio maggiore le fattezze.
Christopher Nolan (Ansa).
Odisseo, come Oppenheimer, è un personaggio tormentato da se stesso
Qui, proprio qui, si innesca, mi si conceda l’espressione, l’ideologia estetica di tutto il film. Mi riferisco alla narrazione riguardante le cineprese IMAX. Parte non secondaria della promozione di The Odissey si è concentrata sull’evento per cui tutto è stato filmato in pellicola, e tutto in formato IMAX, anche i primi piani e i dialoghi intimi, cosa finora preclusa a causa dell’eccessivo rumore prodotto da questo tipo di macchina. La questione dei primi piani e dei dialoghi intimi è meno accessoria di quanto sembri. Nolan, nelle interviste, cita volentieri le proprie references, ossia i film proiettati alla troupe prima dell’inizio delle riprese. Tra questi, c’è Lawrence d’Arabia, non a caso il film riconosciuto come il primo “kolossal epico intimo“, finalizzato non solo alla messa in mostra di un succoso spettacolo, ma a fare anche, se non soprattutto, della psiche dolente del protagonista, il vero e grande spettacolo. L’Odisseo di Nolan, come già fu Oppenheimer, è infatti prima di tutto un personaggio tormentato, da se stesso, e persino dalla consapevolezza della fine di una civiltà: storicamente, quella del bronzo (XIII-XII secolo a.C.), ma sul piano del romanzo contemporaneo, manco a dirlo, la nostra. Gran parte delle recensioni, quelle “giuste”, ossia ponderate e misurate, hanno sottolineato più che favorevolmente un simile aspetto.
Matt Damon-Odisseo (dal trailer).
C’è modo e modo di attualizzare il passato
Mi permetto una considerazione in e di chiusura. Avendo qualche esperienza, per occasioni di lavoro, delle giovani generazioni e di ciò che pensano e sentono, ho il dubbio, se non la certezza, che ai ragazzi e ragazze delle cineprese IMAX e di Ulisse, pardon Odisseo, quale testimonial della fine della civiltà, non importi poi molto. Posso sbagliare. Anzi, mi sbaglio certamente. Però è anche vero che c’è modo e modo di raccontare il passato parlando anche del presente. Rivedere a tale proposito Sentieri selvaggi (John Ford, 1956) e Quella sporca dozzina (Robert Aldrich, 1967) per rendersene conto. Un western e un film di guerra i quali, anche se non ho intercettato references al riguardo, sono certo che Christopher Nolan abbia avuto, e giustamente, molto, ma molto presenti.
Il regista britannico Christopher Nolan (Getty Images).
Mentre uscivamo dal cinema, la ragazza di prima chiedeva: «Ma perché gli dei sono stati come cancellati dal racconto?». «Una forma estrema di attualizzazione», avrei voluto rispondere: come la maga Circe è una abile vasaia, gli dei sono proiezioni umane, agili tecniche di sopravvivenza. Ma se la ragazza insiste a chiedere, delle due l’una: o poco capisce, oppure, in effetti, il Nolan sceneggiatore e il Nolan cineasta dovrebbero infine trovare un compromesso.
Lascio tutto e mi trasferisco sull’Appennino. La nuova vita dei borghi abbandonati. Boom di presenze nei piccoli centri. È il ritornello che da qualche anno popola social, giornali e trasmissioni tv. Eppure mentre il numero di visitatori nei borghi italiani cresce, lo spopolamento non si arresta. Davanti a questa narrazione martellante, fatta di programmi dedicati che spaziano dalla cultura all’enogastronomia, viene così da chiedersi quanto il turismo sia davvero una leva efficace per rivitalizzare i piccoli centri oppure una foglia di fico utile solo a una certa propaganda.
Nel 2025 gli arrivi turistici nei borghi hanno segnato un +7,86 per cento
Per avere un quadro il più possibile realistico del fenomeno meglio partire dai numeri. Secondo ISTAT ed ENIT, nel 2025 gli arrivi turistici nei piccoli comuni sono cresciuti del 7,86 per cento rispetto al 2024, mentre le presenze hanno registrato un incremento del 6,85 per cento. Una tendenza che conferma il crescente interesse verso i borghi, sostenuto anche dalle politiche del ministero del Turismo, che li considera una delle leve strategiche per diversificare l’offerta turistica nazionale. Il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne tratteggia però un quadro molto diverso. Le aree interne, dove vive circa il 22,6 per cento della popolazione italiana, sono ancora afflitte dal declino demografico e oltre l’80 per cento dei comuni che ne fanno parte è destinato a perdere ulteriori residenti nei prossimi anni. Ma perché l’aumento dei visitatori non riesce a tradursi stabilmente in una rinascita stabile dei territori?
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Aumentano gli affitti brevi, diminuiscono i servizi essenziali
«I dati sulla crescita del turismo non sono in contraddizione con lo spopolamento. La permanenza media nei piccoli comuni resta inferiore alle tre notti e il fenomeno è fortemente stagionale», spiega a Lettera43Angelo Di Gregorio, professore di Economia e gestione delle imprese dell’Università di Milano-Bicocca e coordinatore del Piano Strategico del Turismo 2023-2027. Detto in soldoni, «si generano ricavi, ma non nuova residenzialità». La crescita del turismo, dunque, non coincide automaticamente con la crescita di un territorio. Anzi, osserva Di Gregorio, la diffusione degli affitti brevi rischia favorire la gentrificazione rurale. Come in certi quartieri delle metropoli, anche nei piccoli comuni, soprattutto se particolarmente attrattivi dal punto di vista turistico, questo fenomeno contribuisce ad aumentare il valore degli immobili, rendendo più difficile l’accesso alla casa per le fasce di reddito più basse e riducendo ulteriormente le possibilità di insediamento stabile. Mentre la progressiva riduzione dei servizi essenziali – dalle scuole ai trasporti, fino agli sportelli bancari – rende sempre più difficile vivere nei piccoli centri durante tutto l’anno.
Il turismo è una risorsa importante ma da sola non basta
È proprio qui che la narrazione della “rinascita dei borghi” mostra i suoi limiti. Per capire se il turismo possa davvero diventare una leva di sviluppo economico e demografico occorre capire quali condizioni rendono un centro vivibile in grado di arginare lo spopolamento, che è effetto di anni di desertificazione: di servizi, di opportunità di lavoro e di capacità di attrarre nuovi investimenti. Senza dimenticare che un visitatore o un turista mordi e fuggi producono effetti molto diversi sull’economia locale. Secondo Di Gregorio, la permanenza media nei borghi resta inferiore alle tre notti e il fenomeno è ancora fortemente stagionale. Certo, l’ospitalità genera ricavi importanti, ma non è sufficiente a creare nuova residenzialità. Per Di Gregorio il punto centrale è proprio questo: «Lo sviluppo delle attività turistiche non può prescindere da una visione sistemica del settore nel suo complesso». Tradotto in termini economici significa che il turismo produce effetti duraturi soltanto quando riesce a dialogare con il tessuto economico locale. Agricoltura di qualità, produzioni agroalimentari, artigianato, servizi digitali, infrastrutture, formazione professionale e collaborazione tra amministrazioni pubbliche e imprese non rappresentano elementi accessori, ma le condizioni che consentono al valore generato dai visitatori di rimanere sul territorio e trasformarsi in occupazione stabile.
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Non si vive di solo marketing
Per questo il turismo rientra a pieno titolo nella politica industriale del Paese. «Il turismo deve finalmente essere considerato una vera e propria industria, oggetto di specifiche politiche di investimento, anche in un’ottica di collaborazione pubblico-privato», spiega il professore. Lo stesso ragionamento vale per il fenomeno dei nomadi digitali, esploso durante la pandemia e spesso presentato come la soluzione al declino dei piccoli comuni. Secondo Di Gregorio, non può svilupparsi senza condizioni strutturali adeguate. «Affinché il nomadismo digitale possa assumere una dimensione quantitativamente rilevante non si può prescindere dalla realizzazione delle infrastrutture essenziali, in primo luogo trasporti e digitalizzazione. Anche la complessità burocratica e fiscale limita la capacità di attrarre questo segmento di lavoratori». La scommessa non sta solo nell’attirare più turisti puntando esclusivamente sul marketing, ma in una strategia di sviluppo di ampio respiro.
Tre esempi di modelli virtuosi
Pollica, “capitale” della Dieta mediterranea
Come spiega Di Gregorio, i modelli virtuosi sono accomunati da precise caratteristiche: una governance capace di coordinare amministrazioni, imprese e comunità locali; la presenza di servizi essenziali; una forte identità territoriale e la capacità di creare filiere economiche che coinvolgano agricoltura, artigianato, cultura e innovazione. Uno degli esempi più significativi è Pollica, nel Cilento. Qui il riconoscimento della Dieta Mediterranea come patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO è diventato il fulcro di un modello di sviluppo territoriale. Il turismo alimenta l’agricoltura locale, valorizza le produzioni tipiche e sostiene attività culturali e scientifiche come quelle ospitate nel Castello Capano dal Future Food Institute. L’obiettivo è distribuire valore economico lungo l’intera filiera locale e durante tutto l’anno.
Il turismo esperienziale delle Dolomiti lucane
Un modello diverso e basato sul turismo esperienziale è rappresentato da Castelmezzano e Pietrapertosa nelle Dolomiti Lucane. Il “Volo dell’Angelo”, inaugurato nel 2007, ha trasformato due piccoli comuni della Basilicata in una destinazione conosciuta anche all’estero. Negli anni il progetto è stato ampliato con nuovi investimenti, come la Slittovia delle Dolomiti Lucane. Il fatturato della società pubblica che gestisce le principali attrazioni è cresciuto da circa 290 mila euro nel 2009 a quasi un milione di euro nel 2025. Un investimento pubblico iniziale di circa un milione di euro ha generato, nell’arco di 20 anni, una ricaduta economica stimata tra 10 e 15 milioni di euro, creando decine di posti di lavoro diretti e nell’indotto.
Peccioli, una criticità trasformata in risorsa
Ancora diversa è l’esperienza di Peccioli, in provincia di Pisa, spesso citata come uno dei casi più interessanti di rigenerazione territoriale. Qui il punto di partenza non è stato un patrimonio naturale particolarmente attrattivo, ma la trasformazione di una criticità ambientale in un’opportunità di crescita. Grazie a una gestione oculata della discarica, il Comune ha investito in economia circolare, energie rinnovabili, rigenerazione urbana e arte contemporanea. Oggi oltre 70 installazioni hanno trasformato Peccioli in un museo a cielo aperto. Il turismo può dunque essere un volano, ma bisogna saperlo maneggiare con cura.
Il rimpasto di governo annunciato dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha provocato una serie di proteste da parte dei cittadini. Soprattutto per la decisione di non confermare il 35enne Mykhailo Fedorov nel ruolo di ministro della Difesa. Mentre le piazze delle principali città si riempivano di manifestanti che invocavano a gran voce il reintegro di Fedorov nell’esecutivo, sventolando striscioni e cartelli, al fronte i soldati ucraini continuano a combattere e morire.
Proteste in piazza a Kyiv contro la rimozione di Fedorov (foto Ansa).
«Le questioni politiche ucraine le sento piuttosto lontane»
Un soldato di nazionalità italiana arruolato nell’esercito ucraino racconta a Lettera43: «Un missile KAB russo è caduto a poche centinaia di metri dalla casa dove alloggiamo. I vetri delle finestre sono esplosi. Di notte i droni volano continuamente sopra di noi e ogni mattina controllo che non abbiano sganciato mine nell’area in cui ci troviamo. I soldati che non sono feriti o mutilati sono allo stremo sul piano emotivo e psicologico. Personalmente, le questioni politiche ucraine le sento piuttosto lontane».
Soldati ucraini (foto Ansa).
Il continuo scontro con il capo delle forze armate Syrskyi
In trincea la politica può sembrare un problema secondario, ma i cambiamenti in corso al ministero della Difesa ucraino potrebbero avere un impatto significativo anche sul campo. Il continuo scontro tra Fedorov e il capo delle forze armate ucraine Oleksandr Syrskyi sulla conduzione strategica del conflitto è stato uno dei principali motivi che hanno portato alla sostituzione dell’ex ministro.
Mykhailo Fedorov (foto Ansa).
«Per noi soldati sono essenziali continuità, efficienza e unità»
Mamuka Mamulashvili, comandante della Legione Georgiana, un’unità militare composta da soldati provenienti dalla Georgia e impegnata in Ucraina fin dal 2014, dice a L43: «Non sarebbe appropriato da parte mia fare commenti sulle decisioni del governo riguardo alla politica interna. È normale, soprattutto in tempo di guerra, assistere a continui cambiamenti, anche all’interno dell’esecutivo stesso. Per noi soldati sono però essenziali continuità, efficienza e unità. È fondamentale che l’esercito continui a ricevere tutto ciò di cui necessita per sconfiggere la Russia».
Soldati ucraini sul campo di battaglia (foto Ansa).
Fedorov è stato determinante sulle nuove tecnologie in ambito militare
Al posto di Fedorov, Zelensky ha annunciato l’arrivo, ad interim, di Yevheniy Khmara, il capo del Servizio di sicurezza dell’Ucraina (Sbu), ma la sua nomina deve essere approvata dal parlamento e altri profili sembrano essere in corsa. Chiunque prenderà il timone, Mamulashvili si aspetta continuità sugli attuali obiettivi strategici, ma uno stile di gestione diverso. «Fedorov ha contribuito tantissimo all’utilizzo di nuove tecnologie in ambito militare, in particolare droni e sistemi digitali. Ha lavorato per ristrutturare il ministero della Difesa sulla base di principi più moderni e in linea con quelli adottati dalla Nato. Queste priorità riflettono le necessità strategiche dell’Ucraina e non credo verranno messe da parte».
Yevheniy Khmara (foto Ansa).
Il comandante della Legione Georgiana ritiene che il nuovo ministro non apporterà sostanziali modifiche al programma già adottato da Fedorov, ma si rivelerà un amministratore più tradizionale, concentrandosi sul rafforzamento della disciplina, l’allineamento con la leadership militare ucraina e la stabilità istituzionale. «Cercherà probabilmente di migliorare il rapporto di cooperazione tra il ministero e il comando delle forze armate. Il piano di riforme promosso da Fedorov rischia di subire un rallentamento, in quanto ora potrebbe essere scelto un approccio più cauto per tentare di costruire una relazione stabile con l’esercito».
Una visione innovatrice incompatibile con quella dei comandanti
I cattivi rapporti tra Fedorov e i vertici delle forze armate avrebbero avuto origine da una divergenza di vedute. La visione del giovane ex ministro, più improntata su riforme e innovazione, sarebbe risultata incompatibile con quella dei comandanti ucraini, più conservatrice e ancorata alle tradizioni. Un capitano ucraino di una compagnia di dronisti, che preferisce rimanere anonimo, sostiene che Fedorov rappresentava un’eccezione nella classe politica ucraina, per il suo modo di pensare così diverso da quello dei colleghi.
Mykhailo Fedorov e Volodymyr Zelensky (foto Ansa).
«I generali basavano la strategia sui vecchi principi dell’assalto frontale»
«Dall’inizio della guerra, i nostri politici hanno sempre vissuto alla giornata, preoccupandosi di fare i propri interessi, senza pianificare e senza curarsi delle migliaia di soldati che morivano ogni giorno per difendere l’Ucraina. Fedorov è stato il primo ad agire in modo lungimirante. Si è preoccupato davvero per il futuro di questo Paese e dei suoi cittadini. Per lui ogni vita umana aveva un valore e per questo ha lavorato per cambiare il nostro modo di combattere. Fin dall’inizio del conflitto, i generali basavano la loro strategia sui vecchi principi dell’assalto frontale e della resistenza a oltranza, come fanno i russi. La differenza è che loro hanno più uomini, noi siamo sempre meno».
Fedorov in Italia con il cappellino alla conferenza del 10-11 luglio 2025 (foto Ansa).
«I media dicono che stiamo vincendo, ma la realtà al fronte è diversa»
Secondo il capitano della compagnia di dronisti, Fedorov ha avuto il coraggio e il merito di far capire a politici e militari che, senza un deciso cambio di strategia, l’Ucraina avrebbe perso la guerra. Spiega un soldato ucraino arruolato nella Guardia nazionale che preferisce non rivelare il suo nome: «I media dicono che stiamo vincendo, ma la realtà al fronte è diversa. Solo negli ultimi mesi si è notato un miglioramento. Spero davvero che il successore di Fedorov continui sulla linea tracciata da lui. Tornare sui propri passi sarebbe un suicidio, soprattutto per noi che combattiamo sul campo, ogni giorno».
Mamulashvili è convinto che i prossimi sei mesi saranno fondamentali per capire in quale direzione si muoverà il governo e quale strategia deciderà di adottare. L’Ucraina potrebbe dunque continuare a seguire il programma di profonde riforme istituzionali pianificato da Fedorov, oppure virare su una strategia basata su politiche più conservative per proteggere la propria stabilità istituzionale. Mentre i problemi sul campo sono molto più concreti di un rimpasto di governo.
Un uomo viene inviato nel futuro per una missione che potrebbe salvare la specie umana
Tra tutti i corti che abbiamo pubblicato fino a oggi, quello che proponiamo oggi ha forse il primato del titolo più assurdo: Somnolence, “sonnolenza”, che secondo la definizione che viene data nel film significherebbe “Uno stato di sonno profondo, in cui il cervello non reagisce a stimoli esterni; il corpo, indipendentemente dal ritmo circadiano“. Non sappiamo da dove venga questa definizione (tutti i dizionari inglesi danno, come ci si aspetterebbe, “uno stato di forte desiderio di dormire” o simili); il tutto ha un rapporto abbastanza vago con... - Leggi l'articolo
Nel giorno in cui è stato proclamato leader del Partito laburista al posto di Keir Starmer, nel suo primo discorso da premier in pectore Andy Burnham (visibilmente commosso) si è detto pronto a governare e a promuovere «una politica di cambiamento» nel Regno Unito, «dopo 40 anni di neoliberalismo che non sono stati gentili» verso «persone e luoghi» che «hanno aspettato troppo a lungo che la politica ridesse loro la speranza».
Burnham non dovrà passare dal voto degli iscritti
Burnham è stato proclamato grazie al sostegno plebiscitario del gruppo parlamentare di maggioranza (350 su 400 circa) e dei sindacati affiliati al Labour. Essendo l’unico concorrente per la leadership del partito, non dovrà sottoporsi al voto degli iscritti e subentrerà automaticamente a Starmer come capo del governo dopo il passaggio rituale di consegne a Downing Street, fissato per lunedì 20 luglio.
Le promesse di Burnham nel suo primo discorso
«Tutti hanno colto l’appello degli abitanti di Makerfield, a nome dei luoghi dimenticati di tutto il Paese, da nord a sud, per un ritorno al Partito Laburista che un tempo conoscevano. E ora noi rispondiamo a quell’appello. Torneremo ad essere quella versione del Partito Laburista», ha assicurato Burnham, facendo riferimento alla circoscrizione in cui si sono tenute le elezioni suppletive che gli hanno permesso di ottenere un seggio a Westminster, conditio sine qua non per poter ricoprire la carica di premier. Nel corso del suo primo discorso da leader laburista, il “Re del Nord” ha inoltre ribadito di non voler inseguire i temi sbandierati dalla destra rampante e da Reform UK, il partito di destra guidato da Nigel Farage. Ha poi invocato l’unità del Labour contro il «frazionismo», ricordando di aver sostenuto tutti i capi del partito nella sua vita politica. Da lunedì a Londra sarà operativa anche una sorta di sede bis del governo, che si occuperà del decentramento evocato dal premier entrante per garantire una strategia politica, economica e sociale più attenta ai territori depressi dell’Inghilterra settentrionale (da dove proviene Burnham, finora sindaco della Greater Manchester), che da decenni lamenta gli effetti dell’abbandono e della deindustrializzazione.
Si poteva superare la bruttezza di Citizen Vigilante, il film tedesco di Uwe Boll (censurato in Germania e tanto apprezzato da Elon Musk) che inneggia alla giustizia fai-da-te come rimedio sovrano ai problemi dell’Occidente meticciato e debosciato? Sì, con il suo spin-off made in Italy, ossia la canonizzazione mediatica e, potenzialmente, anche politica, di Mario Roggero, il gioielliere piemontese 72enne che cinque anni fa sparò a tre rapinatori in fuga, ammazzandone due e ferendone uno. L’uomo, condannato per omicidio volontario, si è visto confermare in Cassazione la pena di 14 anni e 9 mesi comminata in appello, ridotta rispetto ai 17 anni della sentenza di primo grado.
Non ha mai mostrato ripensamento, e tantomeno pentimento o dispiacere, per avere spento due vite in un raptus di esasperazione. Nei suoi videomessaggi esprime rammarico solo per gli effetti negativi che il suo atto (o meglio, la «persecuzione» scatenata su di lui dai magistrati) ha avuto sulla sua famiglia, e su Instagram ha invitato i follower a essere «la sua voce» sottolineando che, vista l’età, la pena che gli hanno inflitto equivale all’ergastolo.
Mario Roggero con la moglie Mariangela Sandrone.
Un po’ meno testosteronico del messaggio che Sanders, il Citizen Vigilante interpretato dal dolicocefalo biondo Armie Hammer (l’attore di Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino), trasmette ai bianchi perbene dopo aver corcato di botte adolescenti molesti, soppresso giudici troppo tolleranti e soprattutto dopo aver ammazzato a sangue freddo dozzine di migranti: «Vi sto solo mostrando come fare, finché non sarete in grado di farlo da soli».
Un frame di Citizen Vigilante.
Roggero, il cover boy per le politiche securitarie delle destre
Ma siamo sulla stessa linea: Roggero è uno che quella lezione l’aveva già appresa e messa in pratica, e sa di avere un folto fan club, grazie anche alla campagna a suo favore promossa da Giuseppe Cruciani dai microfoni de La Zanzara. Le destre, da Roberto Vannacci al pacioccone Antonio Tajani, lo hanno ufficialmente scelto come cover boy per le loro politiche securitarie, già pensando alle prossime elezioni: finora l’unico aspetto del fascismo da cui “Evita Melon” e camerati hanno preso apertamente le distanze, vedi il post della premier, riguarda i principi della legittima difesa stabiliti dal guardasigilli di Benito Mussolini, Alfredo Rocco, nel codice del 1930 (proporzionalità, necessità della reazione, attualità del pericolo).
Una foto d’archivio di Benito Mussolini (Ansa).
Però aiutare a morire un malato terminale consenziente è un crimine
Nemmeno ai tempi del Duce la difesa della “roba” valeva una vita umana, compresa quella di un delinquente, figuriamoci due o tre. I post-fascisti, invece, riconoscono a ogni Mazzarò il diritto di diventare Robocop. Agli occhi dell’attuale maggioranza, aiutare a morire un malato terminale consenziente è un crimine, mentre prendere a calci un ladro agonizzante dopo avergli sparato nella schiena è moralmente giustificabile. A lasciarli fare, lo sarebbe anche legalmente. Nel frattempo, vogliamo negargli almeno la grazia del presidente della Repubblica?
Giuseppe Cruciani e Roberto Vannacci con le maglie pro-Ruggero (foto Ansa).
La solidarietà della Canalis (che pure senza armi da fuoco neutralizza i cattivi!)
E poi ci sono quelli e quelle che, più che a tenersi il posto in parlamento, sembrano puntare a riaverlo in televisione. La solidarietà a Roggero coagula più celebrities di una copertina di Chi o di un’edizione del Grande Fratello Vip, da Melissa Satta a Elisabetta Gregoraci, da Sabrina Salerno a Elisabetta Canalis (che pure, essendo esperta di Krav Maga, kickboxing e Muay thai, potrebbe neutralizzare orde di rapinatori anche senza bisogno di armi da fuoco).
Elisabetta Canalis sul ring durante una gara di di kickboxing (foto Ansa).
E se tornasse in auge il gesto della P38?
Per il gioielliere che ha vendicato sul posto e sanguinosamente l’assalto al suo negozio eseguito con un coltello e una pistola giocattolo, da parte di queste signore non c’è solo comprensione, ma una vera e propria identificazione. E tutto questo in uno dei Paesi europei dove si commettono meno rapine (ci battono Francia, Spagna e Germania). In un prossimo futuro, potrebbe tornare in auge il gesto della P38. Solo che a farlo non saranno gli autonomi o gli antagonisti, ma le soubrette vigilantes.
Una manifestazione pro Palestina e contro la politica sulla scuola del governo italiano (foto Ansa).
Mariangela Sandrone, moglie del gioielliere Mario Roggero, ha presentato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella la domanda di grazia per il marito, condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere per aver ucciso due rapinatori. Il provvedimento di clemenza per Roggero, dopo la sentenza della Cassazione, è finito al centro del dibattito politico. E non solo. Per la grazia si è spesa buona parte del centrodestra e del governo: da Matteo Salvini a Guido Crosetto, fino ad Antonio Tajani e Carlo Nordio, che ha avviato un’istruttoria e per questo è stato bacchettato dal Quirinale. Senza dimenticare Giorgia Meloni. Pro Ruggero anche Roberto Vannacci: l’ex generale ha comunque escluso una candidatura in Futuro Nazionale per il gioielliere («Lasciamo alla sinistra queste pratiche»). Dalla parte del gioielliere, invocando il provvedimento di clemenza, si sono schierati anche diversi vip: da Simona Ventura a Emis Killa, fino a Leonardo Bonucci e Melissa Satta. Intanto, dopo la firma dell’ordine di carcerazione da arte della Procura di Asti, Roggero si è diretto verso il carcere di Bollate (Milano).
Per la grazia a Mario Roggero, condannato a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori, si è spesa buona parte del centrodestra e del governo: da Matteo Salvini a Guido Crosetto, fino ad Antonio Tajani e Carlo Nordio, che ha avviato un’istruttoria e per questo è stato bacchettato dal Quirinale. Ma non solo: dalla parte del gioielliere, invocando il provvedimento di clemenza, si sono schierati anche diversi vip.
I “like” e i post dei vip pro-Roggero
Al post di Salvini in cui il vicepremier chiedeva la grazia per Roggero hanno messo “mi piace” Elisabetta Canalis, Melissa Satta, Enrico Ruggeri, Leonardo Bonucci, Carolyn Smith, Elisabetta Gregoraci, Sabrina Salerno, Simona Ventura e Clizia Incorvaia.
«Prima di decidere e confermare una sentenza così al povero signor Roggero i signori\e dovrebbero mettersi nei suoi panni…. Fatevi una bella domanda, ma se fosse successo a voi? Ma se con le mani legate ci fosse stata vostra figlia o figlio? Ma se avessero preso a pugni vostra moglie?», ha scritto Melissa Satta sui social. In un post successivo ha scritto di «Paese di pagliacci», dove «tutti possono venire e fare i delinquenti». In un altro ancora l’ex velina si è lamentata della sicurezza a Milano, spiegando di aver detto di no al figlio 12enne che gli aveva chiesto di poter fare una passeggiata con i suoi amici. Tra i vip che sono andati ben oltre i like c’è poi Giuseppe Cruciani, che durante La Zanzara ha definito la condanna inflitta a Roggero un «dramma assoluto», invocando una candidatura in parlamento per il gioielliere piemontese. Emanuele Filiberto di Savoia, invece, ha scritto su Facebook: «Un uomo che ha visto irrompere nel proprio negozio chi minacciava la vita di sua moglie e di sua figlia, e che in pochi istanti si è trovato a reagire a un pericolo reale e non ipotetico, non può essere giudicato con lo stesso metro riservato a chi delinque per calcolo o per abitudine». E poi: «Non posso tacere il mio dissenso di fronte a una sentenza che, pur nel rispetto dovuto alla magistratura e al suo giudizio tecnico, appare a molti italiani, e appare anche a me, distante dal comune sentire di giustizia». Emis Killa, che aveva definito l’Italia «una barzelletta», ha poi dichiarato sui social: «Non pensate che io credo che questo signore sia un eroe, non si può legittimare il gesto altrimenti diventa il Far West. Ma in questa circostanza è paradossale che lo Stato non ti tuteli».
La procura di Asti ha emesso un ordine di carcerazione per Mario Roggero, il gioielliere di 72 anni del Cuneese condannato per avere ucciso due rapinatori ed averne ferito un altro il 28 aprile 2021. Ad Asti si era svolto il processo di primo grado, conclusosi con una condanna a 17 anni di reclusione, poi ridotti in Appello a Torino a 14 anni e nove mesi e confermati mercoledì in Cassazione. Si attende ora che il negoziante vada a costituirsi in carcere.
Il possibile ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo
In un filmato diffuso dopo la sentenza, Roggero aveva dichiarato: «È finita, sto passando gli ultimi minuti coi miei familiari». I suoi avvocati Marcolini e Rovani si sono detti «profondamente delusi»: «Ci aspettavamo sicuramente che finisse in modo diverso. Siamo giuristi e attendiamo le motivazioni. Ma soprattutto si apre la strada del ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Lo stesso Mario ci ha chiesto di non abbandonare. È solo una battaglia persa, per una guerra di giustizia da continuare».
Anche la premier Giorgia Meloni sul caso di Mario Roggero, 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori, entrando a gamba tesa sulle richieste di indennizzo da parte dei parenti dei ladri uccisi dal gioielliere. «Mi aggredisci. Mi difendo. E dovrei risarcirti io? Non è giusto. Con l’ultimo DDL Sicurezza introduciamo una regola di puro buon senso: chi subisce un danno mentre sta commettendo un reato non può chiedere alcun risarcimento, né possono farlo i suoi familiari», ha scritto Meloni sui social. E poi: «Chi viola la legge non può pretendere di essere risarcito da chi si è difeso. Lo Stato sta dalla parte delle persone perbene. Non dei criminali». Per la grazia a Roggero (per quale intanto è arrivato l‘ordine di carcerazione) si è spesa buona parte del centrodestra e del governo: da Matteo Salvini a Guido Crosetto, fino ad Antonio Tajani e Carlo Nordio, che ha avviato un istruttoria e per questo è stato bacchettato dal Quirinale.
Nonostante il clima di agitazione scatenato dallo scandalo ai Mondiali per la revoca della squalifica dello statunitense Folarin Balogunsu “invito” di Donald Trump (che per stessa ammisscione non sa nulla di pallone), Gianni Infantino ha ottenuto il sostegno formale di oltre 200 federazioni calcistiche per la rielezione a presidente della Fifa. Lo scrive il Guardian, spiegando che solo una manciata federazioni affiliate al massimo organo di governo del calcio deve ancora inviare una lettera di sostegno a Infantino, il quale dunque si avvia verso un terzo mandato con una vittoria schiacciante.
L’elezione del presidente Fifa si terrà a marzo 2027
Le federazioni della Fifa sono 211 e solo una manciata non ha ancora espresso il proprio appoggio a Infantino. Tra esse la più importante è la federcalcio della Germania, affiliata a sua volta all’Uefa: il massimo organo di governo del pallone europeo ha espresso chiaramente la propria opposizione alle politich di Infantino su diverse questioni recenti. L’elezione del presidente Fifa si terrà a marzo del 2027 e le candidature devono essere presentate entro il 18 novembre. Fino a tale data, le federazioni calcistiche possono ritirare la propria lettera di sostegno o trasferirla a un altro candidato.
Gianni Infantino (Imagoeconomica).
Infantino, in carica dal 2016, è al momento l’unico in corsa
Tuttavia, Infantino – in sella dal 2016 – è al momento l’unico in corsa. Secondo alcune fonti vicine ai vertici del calcio europeo, un candidato capace di raccogliere 30 o 40 voti riuscirebbe quantomeno ad avviare un legittimo dibattito pubblico sulla governance della Fifa e sulla direzione intrapresa dall’organizzazione. A tal proposito girano i nomi di Aleksander Ceferin (numero uno dell’Uefa) e di Nasser Al-Khelaifi (presidente del Paris Saint-Germain). Le federazioni affiliate si riuniranno sabato 18 luglio a New York: dato che a presiedere il meeting sarà Infantino, è improbabile che i recenti scandali figurino all’ordine del giorno.
Ormai quel che succede nella Lega è tutto «made in Verdini». È la battuta velenosa che più circola tra i leghisti di lungo corso, dirigenti e parlamentari, che, a torto o a ragione, identificano nella donna del capo – un leitmotiv nella storia secolare della politica e in quella decennale di via Bellerio – l’origine dellafase decadente di Matteo Salvini.
Francesca Verdini e la fastidiosa etichetta di “Yoko Ono di via Bellerio”
La linea è stata superata con quel «cafone» gridato da Francesca sul prato di Pontida in risposta a chi contestava Matteo al termine del funerale di Umberto Bossi, il 22 marzo scorso, chiedendo al segretario di riconsegnare la Lega ai militanti. E se non suscitava molte simpatie prima, da allora la figlia di Denis Verdini fatica a staccarsi di dosso l’etichetta della “Yoko Ono di via Bellerio“. A seguire le sono state addossate molte colpe, tra cui anche il ravvedimento last minute di Salvini e il mancato accordo con Luca Zaia per la formazione di un partito del Nord all’interno della Lega.
Funerali di #Bossi a Pontida: scontro tra Francesca Verdini e un militante leghista. “Ridacci la Lega, Salvini!”, ha urlato l’uomo. La compagna del leader del Carroccio gli ha risposto: “Sei a un funerale, cafone. Vai, maleducato. Vattene a casa”. ( LaPresse) @PolitikosItpic.twitter.com/dkofODUWIV
Il documentario con Davide Vecchi sul caso David Rossi
Ed è così che, nel flusso di notizie che alimentano questa narrazione interna, gira da giorni nelle chat di leghisti la locandina digitale del documentario in uscita per la Casa Rossa, la società di produzione di Verdini. Nel post, pubblicato sulla pagina social della Casa rossa il 13 luglio, compare di profilo il volto di Davide Vecchi, da qualche mese guru della comunicazione leghista, voluto si dice proprio da Francesca. Il caso David Rossi è il titolo del documentario, disponibile sul canale YouTube della casa di produzione a partire dal 17 luglio.
«David Rossi: un volo nel vuoto. Tredici anni di silenzi, omissioni e verità negate», si legge in un altro post. «Dopo i successi delle precedenti produzioni true crime, La Casa Rossa torna a indagare nei meandri più oscuri della cronaca italiana, continuando a usare il linguaggio della docu-serie per fare luce dove le ombre sono più fitte», si continua. «Siamo orgogliosi di annunciare Il caso David Rossi, una nuova miniserie sul mistero di Rocca Salimbeni che sarà vostra da venerdì prossimo». E si assicura: «Guidati dall’esperienza e dal coraggio di Davide Vecchi, il giornalista processato e poi assolto per le sue inchieste sul caso, ricostruiremo i tasselli di un dramma derubricato per due volte a suicidio e che oggi, finalmente, vede una clamorosa svolta giudiziaria con l’ipotesi di omicidio. Preparatevi a un viaggio scomodo ma necessario».
Le fibrillazioni nella squadra della comunicazione
Insomma, un’operazione giornalistica che non avrebbe nulla di strano. Una società che produce il documentario di un cronista che ha seguito la vicenda giudiziaria. Sennonché ormai tutto quello che succede attorno a Vecchi sembra creare agitazione nella Lega. Il suo inserimento alla guida della comunicazione è stato vissuto come un’ingerenza della famiglia nel partito. E l’uscita dello storico portavoce di Salvini, Matteo Pandini, che è passato di recente alla guida della comunicazione di Enav, oltre alle defezioni che si registrano nel gruppo dell’ufficio stampa, non migliorano certo il clima. I rapporti con i giornalisti poi non sarebbero migliorati, le interviste di Salvini ai quotidiani sarebbero ormai rarefatte. Mentre il ruolo del nuovo portavoce, Cristiano Bosco, pare essere limitato all’alimentazione dei canali social e WhatsApp.
Mondo del calcio in lutto per la morte di Osvaldo Bagnoli, allenatore che nella stagione 1984/85 guidò l’Hellas Verona alla conquista dello scudetto in una Serie A che, all’epoca, era la NBA del pallone. Aveva 91 anni. Nel corso della carriera aveva anche allenato Genoa e Inter.
La carriera del “mago della Bovisa”
Nato nel 1935 alla Bovisa, quartiere della periferia settentrionale di Milano, come calciatore Bagnoli aveva iniziato la carriera nel Milan, vincendo lo scudetto nel 1957. Di ruolo centrocampista, aveva poi vestito le maglie di Verona, Udinese, Catanzaro, Spal e Verbania. In seguito aveva iniziato la carriera di allenatore sulla panchina della Solbiatese, in Serie C. Dopo le esperienze con Como, Rimini, Fano e Cesena tra A, B e C, nel 1981 era stato tornato da tecnico al Verona, all’epoca in serie cadetta. Con gli scaligeri aveva ottenuto subito la promozione A, a cui aveva fatto seguito un quarto posto. Dopo la sesta posizione del 1983/1984, il miracolo sportivo della stagione successiva: la squadra, con gli innesti di Hans-Peter Briegel e dell’attaccante danese Preben Elkjær Larsen conquistò il primo e unico scudetto della sua storia. Bagnoli, diventato nel frattempo “il mago della Bovisa”, restò alla guida dell’Hellas fino al 1990, anno in cui passò al Genoa: col Grifone arrivò in semifinale di Coppa Uefa dopo aver eliminato il Liverpool con tanto di vittoria ad Anfield. Dopo due stagioni in rossoblù, Bagnoli fu poi ingaggiato dall’Inter: fu esonerato a gennaio del 1994 e non tornò più in panchina, chiudendo la carriera di allenatore a soli 59 anni.