Quirinale 2029: il messaggio di Meloni alla maggioranza passa dal Colle

«Chi entra Papa esce cardinale». Sarà che il Quirinale è stato per secoli il palazzo dei Papi, sarà la scaramanzia tipica italiana, ma il detto che si bisbiglia alla vigilia di ogni conclave vale anche per l’elezione del presidente della Repubblica. Lo sanno tanti illustri giubilati, da Giulio Andreotti a Mario Draghi passando per Romano Prodi. E dunque quando dai microfoni di Rete 4 Giorgia Meloni ha avanzato la candidatura (senza nome, per carità) di un esponente della sua parte politica, al Colle la notizia ha fatto rumore. Ma qualche vecchio volpone non si è scosso più di tanto.

Quirinale 2029: il messaggio di Meloni alla maggioranza passa dal Colle
Giorgia Meloni intervistata da Nicola Porro su Rete 4 (Ansa).

La destra in cerca di legittimazione

Di certo non si è mossa foglia al Quirinale. Un po’ per inclinazione personale, un po’ per rigore istituzionale, non sarà Sergio Mattarella a emettere un fiato su chi potrà essere il suo successore. A lui basta consegnargli un ruolo non menomato in questi anni, cosa non scontata, dunque con gli stessi poteri che erano previsti da Costituzione e prassi 12 anni fa, al momento della sua prima elezione. E allora i ragionamenti che si fanno in queste ore tra Camera e Senato, tra Palazzo Chigi e le diverse segreterie dei partiti si dividono sostanzialmente in due grandi titoli.

Quirinale 2029: il messaggio di Meloni alla maggioranza passa dal Colle
Sergio Mattarella (foto Ansa).

Il primo è che l’aspirazione di un leader politico di candidare un esponente del suo partito o della sua coalizione al Quirinale è del tutto legittima. Qualcuno nota però che ascrivere al centrosinistra personalità del calibro di Luigi Einaudi, Antonio Segni, Francesco Cossiga è quantomai azzardato. Ma far salire al “sacro soglio” un esponente della destra è una legittimazione che manca nella storia repubblicana come mancava alla sinistra fino a che non fu eletto Giorgio Napolitano.

Il senso e i destinatari dell’appello lanciato da Meloni

Il secondo titolo è che esiste una lettura politica di medio respiro per le parole di Giorgia Meloni. Il suo a molti è sembrato un appello rivolto alla sua maggioranza, e anche al pirotecnico Roberto Vannacci, a serrare i ranghi per un obiettivo che va oltre le prossime elezioni e guarda al Colle più alto considerato, spesso giustamente, il crocevia di una influenza politica che travalica i concreti poteri previsti dalla Carta. Come a dire: non mi date problemi e andiamo compatti alle prossime elezioni, perché la posta in gioco è storica.

Quirinale 2029: il messaggio di Meloni alla maggioranza passa dal Colle
Giorgia Meloni e Sergio Mattarella (foto Imagoeconomica).

Il vero arbitro della corsa al Colle? Il franco tiratore

Le opposizioni ovviamente notano la concomitanza con il voto sulla riforma elettorale: l’accusa alla premier è di volersi fare una legge che le garantisca una maggioranza tanto solida da poter eleggere nel 2029 il successore di Mattarella. Ma i più smaliziati notano che spesso nemmeno una solida maggioranza è bastata a eleggersi un presidente “su misura”. Il franco tiratore, durante le elezioni più complicate della politica, è spesso stato il vero arbitro della corsa al Colle. Perché quel numeretto, 2029, ha in sé un pizzico di veleno. Il centrodestra ha spesso saputo fare fronte comune, anche superando divergenze che avrebbero spaccato in due il centrosinistra, ma tre anni sono parecchi. E le scorie che si possono accumulare in così tanto tempo sono un dato imponderabile anche per i leader più solidi.

Usa e Iran verso colloqui indiretti in Qatar

Saltato l’incontro tra le rispettive delegazioni annunciato da Donald Trump (e smentito da Teheran), gli Stati Uniti e l’Iran terranno colloqui indiretti in Qatar domani, mercoledì primo luglio, alla presenza dei mediatori. Lo riporta Al Arabiya, citando fonti secondo cui i negoziati si concentreranno sullo stretto di Hormuz e sulla stabilità generale della regione. Durante un briefing con i media Majed Al Ansari, portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, ha confermato che gli alti inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner non terranno un incontro di alto livello con l’Iran, aggiungendo che questa settimana si terranno invece colloqui tecnici su questioni quali la sicurezza regionale, che potrebbero successivamente essere elevati a un livello superiore.

L’Iran dovrebbe ricevere presto tre miliardi di dollari di fondi congelati

Le stesse fonti di Al Arabiya affermano che l’Iran, nell’ambito del memorandum d’intesa siglato con gli Usa, dovrebbe ricevere entro la fine della settimana circa tre miliardi di dollari di fondi congelati. È inoltre previsto che entrambe le delegazioni incontrino a Doha il primo ministro qatariota Mohammed bin Abdulrahman Al Thani e mediatori pakistani. Quanto a Hormuz, il New York Times riporta che l’Iran e l’Oman vogliono riscuotere il pagamento per il transito nello stretto.

L’ultima sfida dei lefebvriani a Leone XIV: quattro vescovi, un nuovo scisma

Dal rimpianto per l’età perduta in cui Pio IX si opponeva alle istanze risorgimentali della Repubblica romana all’odio per il ‘68, annus horribilis che ha sconvolto l’ordine costituito. Dalla rievocazione nostalgica dell’imperatore Costantino che sconfisse il paganesimo e unì il trono all’altare alla Rivoluzione francese – considerata l’origine di tutti i mali moderni – e all’esaltazione di quella Vandea che vi si oppose nel nome del sacro cuore di Gesù. Così, su e giù per li rami della storia, si potrebbe proseguire per individuare facilmente ciò che più è amato e detestato dagli ultra-tradizionalisti della Fraternità di San Pio X, ovvero i lefebvriani.

La Fraternità di San Pio X a caccia di massima visibilità mediatica

Il primo luglio, il gruppo scismatico più noto della Chiesa cattolica si appresta a ordinare quattro nuovi vescovi senza l’autorizzazione del Papa, cosa che porterà alla scomunica immediata sia di chi effettua l’ordinazione sia dei nuovi vescovi: lo svizzero don Pascal Schreiber, 53 anni, ordinato sacerdote nel 1998; l’americano Michael Goldade, originario del North Dakota e cresciuto a St. Marys, in Kansas; e i due francesi, don Michel Poinsinet de Sivry, 42 anni, e don Marc Happier, di appena 36. È noto che Roma non gradisce questi colpi di teatro, né tantomeno dover produrre pubblicamente un nuovo atto di scomunica, o rendere nota la distanza – ormai abissale – con gruppi come i lefebvriani. Tuttavia, la Fraternità che ha sede in Svizzera, a Econe, ha impostato la propria strategia per giocare di sponda con i “niet” del Vaticano fin dall’inizio dello scorso febbraio, quando era stata annunciata la nomina dei quattro nuovi vescovi, per arrivare all’appuntamento del primo luglio con il massimo di attenzione mediatica. D’altro canto, come dichiarato lo scorso 13 maggio dal cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero vaticano per la Dottrina della Fede, visto che le ordinazioni non hanno il corrispondente mandato pontificio, il «gesto costituirà un atto scismatico e l’adesione formale allo scisma costituisce una grave offesa a Dio e comporta la scomunica stabilita dal diritto della Chiesa». Parole che suonano come un ultimo avvertimento.

L’ultima sfida dei lefebvriani a Leone XIV: quattro vescovi, un nuovo scisma
Il cardinale Victor Manuel Fernandez e don Davide Pagliarani, inviato della Fraternità sacerdotale San Pio X (Ansa).

La ricostruzione della gerarchia interna

Parlando con i giornalisti il 16 giugno scorso, Papa Leone si è soffermato proprio sul possibile scisma dei lefebvriani spiegando che le divisioni nella Chiesa portano «dolore». Si è poi appellato alla Fraternità affinché si fermasse in tempo per scongiurare una nuova scomunica anche se la Chiesa, aveva concluso, «deve andare avanti». L’ultimo appello dei lefebvriani a Prevost, invece, è datato 24 giugno: con una lettera aperta inviata al Pontefice e ai «cardinali della santa Chiesa» alla vigilia del concistoro straordinario tenutosi venerdì e sabato scorsi in Vaticano, avevano formulato «una professione integrale di fede cattolica». Resta tuttavia esclusa l’adesione al Concilio Vaticano II. «La scelta e la consacrazione di questi eletti», ha messo in chiaro il superiore della Fraternità, l’italiano don Davide Pagliarani, «non procedono da alcuna volontà di rivendicare un potere di giurisdizione o di stabilire un’autorità parallela nella Chiesa. Esse non costituiscono in alcun modo una negazione, un rifiuto o una sfida lanciata al potere di giurisdizione supremo, plenario e immediato del Vicario di Cristo sulla Chiesa universale». Sarà, eppure sembra esattamente il contrario. Dietro l’azione dei lefebvriani, va detto, c’è anche la necessità di ricostruire una propria gerarchia, dopo che due dei quattro vescovi ordinati da monsignor Marcel Lefebvre nel 1988 (atto che comportò la prima scomunica comminata da Giovanni Paolo II) sono morti: si tratta dell’inglese Richard Williamson, scomparso lo scorso anno ed espulso dalla stessa Fraternità per le sue reiterate affermazioni negazioniste della Shoah, e del francese Bernard Tissier de Mallerais deceduto nel 2024. Restano lo svizzero Bernard Fellay, a lungo superiore generale dell’organizzazione, e lo spagnolo Alfonso de Galarreta.

L’ultima sfida dei lefebvriani a Leone XIV: quattro vescovi, un nuovo scisma
Don Davide Pagliarani nel 2009 (Ansa).

Gli attriti tra Vaticano e lefebvriani

I punti di attrito fra il Vaticano e il gruppo che si riconosce nella tradizione dura e pura erano e sono noti: l’ecumenismo, il dialogo interreligioso (a cominciare da ebraismo e islam), la concezione di una Chiesa più sinodale e meno rigidamente piramidale, quindi il tema dell’autorità, del ruolo dei laici e delle donne nella vita ecclesiale, della rinuncia al clericalismo come funzione principale dell’organizzazione del potere nella Chiesa, senza contare il sorgere all’interno del cattolicesimo contemporaneo di quelle correnti come la teologia della liberazione, che denunciano le ingiustizie sociali in nome del Vangelo. Non solo. Tra i temi divisivi ci sono quello della libertà religiosa, oltre ad alcuni aspetti rilevanti della riforma liturgica. Quest’ultima, peraltro, non può essere considerata l’unico ostacolo, dal momento che la celebrazione della messa secondo il rito antico continua a essere possibile in determinate forme e a determinate condizioni previste dalla Chiesa.

L’ultima sfida dei lefebvriani a Leone XIV: quattro vescovi, un nuovo scisma
L’istituto S. Pio X della confraternita dei padri lefebvriani (Ansa).

Pochi giorni fa, Leone XIV aveva già fatto intendere che la piena accettazione del Concilio Vaticano II è una delle condizioni per risolvere la situazione. Resta dunque da capire – a meno di colpi di scena dell’ultimo momento – se le consacrazioni del prossimo primo luglio in contrasto con le indicazioni di Leone XIV segneranno una nuova fase di irrigidimento nelle relazioni fra Santa Sede e i lefebvriani, oppure rappresenteranno l’ennesimo capitolo di una frattura che continua da 40 anni e che va ben oltre la messa in latino, diventando a tutti gli effetti una dissidenza politica e culturale, nonché interpretativa sul ruolo della Chiesa in questo tempo.  

Campania, l’agricoltura cambia volto

Ricambio generazionale, aziende agricole, piccoli e medi produttori, prospettive del settore primario: agricoltura in Campania tra criticità e rilancio. Confeuro- Confederazione Agricoltori Europei ha analizzato e messo a sistema i dati dell’Osservatorio Statistico- Mondo Agricolo pubblicato dall’Inps nel 2025, le elaborazioni Ismea contenute nel rapporto 2024 “Giovani e Agricoltura” e i numeri del 7° Censimento generale dell’Agricoltura dell’Istat. Un territorio dalla storica vocazione agroalimentare, uno dei pilastri economici, sociali e identitari della regione, che negli ultimi anni ha dovuto confrontarsi con profonde trasformazioni che ne stanno modificando struttura e prospettive. ”Il quadro che emerge restituisce per la Campania un settore primario in evoluzione, attraversato da segnali contrastanti ma anche da dinamiche di vitalità”, sottolinea Andrea Tiso, presidente nazionale Confeuro. Partendo dalla superficie agricola utilizzata, la Sau in Campania è diminuita dell’8,3% in dieci anni, tra il 2010 e il 2020, anno del settimo e ultimo censimento generale dell’Agricoltura. Scendendo nello specifico dei territori provinciali, Caserta passa dai 107.359 ettari del 2010 agli 88.638 del 2020, con una variazione negativa del 17,4%; Benevento da 108.420 a 101.989 ettari, con una diminuzione del 5,9%; Avellino va dai 124.617 ai 119.718 ettari, con una variazione negativa del 3,9%; perdita sensibile di Sau anche per Salerno, che passa dai 185.784 ettari del 2010 ai 163.945 del 2020, con un saldo passivo dell’11,8%. In controtendenza Napoli, la cui Sau passa dai 23.088 ettari del 2010 ai 29.289 del 2020, per una variazione positiva del 26,9%. Napoli, però, detiene viceversa il negativo primato regionale della più alta percentuale di aziende agricole perse, il 55%: erano 14.311 nel 2010, appena 6.444 nel 2020. La lettura congiunta dei due dati – superficie in aumento e numero di aziende quasi dimezzato – segnala con particolare evidenza un processo di concentrazione fondiaria, con poche aziende che gestiscono superfici più ampie. Su scala regionale, la forte diminuzione del numero di aziende in Campania – dalle 136.872 del 2010 alle 79.353 del 2020 – unitamente al decremento delle superfici, ha determinato un importante aumento della dimensione media aziendale, che passa da 4,0 a 6,3 ettari. ”Siamo di fronte a numeri che impongono attenzione, e l’analisi dei dati conferma come l’agricoltura campana stia attraversando una fase di profonda trasformazione strutturale – osserva il presidente nazionale Confeuro, Andrea Tiso-. Siamo di fronte soltanto a una riduzione delle superfici coltivate e a una diminuzione del numero delle aziende, oppure a un vero e proprio cambiamento del modello produttivo che interessa l’intero territorio regionale? In attesa dell’Ottavo Censimento generale dell’Agricoltura, si tratta senz’altro di una dinamica che impone una riflessione attenta, perché il valore del settore primario non si misura esclusivamente in termini produttivi, ma anche per la funzione sociale, ambientale e di presidio del territorio che esso svolge, soprattutto nelle aree interne e rurali”.

Aziende agricole, un processo di riorganizzazione del settore? – ”Sul versante delle imprese che occupano operai agricoli dipendenti – continua Tiso, analizzando l’Osservatorio Statistico –Mondo Agricolo – i dati Inps dicono per la Campania che nel 2019 le aziende erano 12.185, per scendere a 11.436 nel 2024: oltre 700 aziende in meno in appena un quinquennio”. Tendenza positiva, invece, per il numero di operai agricoli dipendenti, che passa da 67.506 nel 2023 a 68.982 nel 2024: a livello regionale si è quindi verificato un incremento del 2,2%, sulla scia della media nazionale del 2,4. ”Da un lato – spiega Tiso – assistiamo a una progressiva diminuzione del numero di aziende che impiegano operai agricoli dipendenti, segnale delle difficoltà che una parte delle imprese continua a incontrare in un contesto caratterizzato dall’aumento dei costi di produzione, dalla complessità burocratica e dalle incertezze dei mercati. Dall’altro, registriamo una crescita del numero complessivo di lavoratori agricoli dipendenti, elemento che testimonia la capacità del comparto campano di mantenere e creare occupazione. Questi dati sembrano indicare un processo di riorganizzazione del settore, con una maggiore concentrazione dell’occupazione in aziende più grandi. È una dinamica che può contribuire a rafforzare la competitività dell’agricoltura campana, ma che al tempo stesso impone di non trascurare il ruolo fondamentale delle piccole e medie imprese, decisive per la tenuta economica e sociale delle aree rurali. Per questo è necessario continuare a sostenere gli investimenti, favorire l’innovazione e garantire condizioni che consentano alle aziende di crescere senza perdere il legame con il territorio e con l’occupazione di qualità”.

Giovani e agricoltura, una realtà tra luci e ombre – ”Sul fronte giovanile, infine, Confeuro ha analizzato il Rapporto Ismea, che segnala per la Campania una riduzione delle imprese agricole condotte da giovani: dalle 6.667 del 2018 alle 5.176 del 2023. Si tratta di un calo del 22,4%, con quasi 1.500 imprese in meno, poco meno di un terzo della riduzione complessiva del numero di imprese agricole under 35 in Italia. La Campania, dunque, da una parte resta una delle regioni a maggiore intensità di imprenditoria giovanile (il 9,2% delle imprese agricole è under 35), mentre dall’altra vede la propria quota sul totale nazionale calare, tra il 2018 e il 2023, dall’11,6% al 9,8%. _”I dati sull’imprenditoria agricola giovanile in Campania – conclude il presidente Tiso – raccontano una realtà fatta di luci e ombre. Da un lato, la regione continua a confermarsi tra le aree del Paese con buon potenziale di giovani alla guida delle aziende agricole, segnale del forte legame delle nuove generazioni con il settore primario. Dall’altro, la significativa riduzione del numero di imprese agricole under 35 registrata negli ultimi anni evidenzia difficoltà strutturali che non possono essere sottovalutate. Molti giovani continuano a guardare all’agricoltura come a una prospettiva professionale concreta, ma incontrano ostacoli che spesso rendono difficile consolidare e sviluppare le proprie attività. L’accesso alla terra, al credito, all’innovazione e ai mercati rappresenta ancora una sfida rilevante, soprattutto in una fase economica caratterizzata da costi crescenti e forte competizione. Per la Campania, così come per l’intera Italia, il ricambio generazionale non è soltanto una questione occupazionale, ma una condizione indispensabile per garantire il futuro del settore agricolo. Rafforzare il legame tra i giovani e il settore primario significa sostenere il nostro Paese come eccellenza agroalimentare a livello internazionale e valorizzare produzioni di qualità, nel rispetto dell’ambiente e della sicurezza alimentare. È quindi fondamentale comunicare efficacemente ai giovani le opportunità offerte dal comparto agricolo, anche attraverso iniziative come l’indagine nazionale “Agri Under 35 – Coltiviamo il futuro”, realizzata per Confeuro dall’Istituto Piepoli, che ha analizzato le opinioni dei giovani italiani sull’alimentazione e la loro percezione del futuro dell’agricoltura”.

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Lavoro, Tiso(Euromò): “Diritti non sono opzione del profitto. AI Act fondamentale”

“In questo periodo storico il lavoro sembra sempre più considerato un’appendice del profitto, utile solo a implementare gli utili senza tenere conto della persona. È urgente invertire questa tendenza”. Lo dichiara Rocco Tiso, fondatore e portavoce nazionale del Movimento culturale Euromò. “La Ue ha varato l’AI Act, primo regolamento trasversale al mondo sulla AI, con l’obiettivo di creare un quadro normativo armonizzato, assicurando sistemi trasparenti, e mitigando rischi per sicurezza, salute, e dignità delle persone”. Per Euromò, “l’innovazione deve salvare vite, non giustificare sfruttamento. Il lavoro non è una merce e la persona non è un dato. Eppure l’evoluzione del mercato si trova oggi a un bivio storico: ogni tentativo di giustificare il mancato rispetto dei doveri di prevenzione della sicurezza umana aggrava una situazione già drammatica. È urgente l’intervento delle istituzioni europee e nazionali affinché il lavoro torni a essere il migliore strumento di emancipazione previsto dai Padri Costituenti. Euromò rivendica dignità della persona e regole forti per il controllo dell’IA. Si applichi rigorosamente l’AI Act in ogni azienda, vietando qualsiasi forma di controllo biometrico o algoritmico lesivo della privacy e della salute psicofisica dei lavoratori. La persona deve governare l’innovazione e l’intelligenza artificiale, non subirla”. Rocco Tiso poi puntualizza: “Mentre la politica discute di transizione digitale e algoritmi del futuro, l’Italia continua a fare i conti con una strage silenziosa: oltre mille morti sul lavoro ogni anno, quasi tre al giorno. Numeri preoccupanti per un fenomeno che deve essere contrastato dalle istituzioni competenti”. Alla luce di tutto questo, Tiso conclude: “Se l’IA viene lasciata alle sole dinamiche del profitto, si trasforma in un pericolo. Investire nella digitalizzazione senza rafforzare controlli e formazione sulla sicurezza è inaccettabile. La dignità umana deve rimanere il fine ultimo di ogni processo produttivo: in Italia, in Europa e in questo mondo sempre più globalizzato”.

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Pizzaiolo ucciso: la Lega chiede la remigrazione del killer, ma è italiano

Dopo l’omicidio di Raffaele Stipa per una pizza gratis negata, alcuni esponenti emiliani della Lega si sono scagliati contro il presunto killer, indicato come straniero dalle prime informazioni raccolte, invocandone la remigrazione. Per poi fare retromarcia quando si è invece scoperto che la persona arrestata è al 100 per cento italiana, chiedendo di annullare i comunicati inviati.

L’attacco allo straniero di due esponenti del Carroccio

Tommaso Fiazza, capogruppo della Lega in Regione Emilia-Romagna, aveva scritto di una tragedia «che impone una riflessione seria, senza ipocrisie», sottolineando che «non siamo davanti a un episodio di ordinaria criminalità, ma all’ennesima dimostrazione di una violenza incompatibile con il nostro modo di vivere». Aggiungendo poi che «la remigrazione deve diventare uno strumento concreto di tutela della sicurezza». Così la deputata del Carroccio Laura Cavandoli, eletta nel collegio uninominale Emilia-Romagna – 02 (Parma): «Basta a persone che portano la violenza, efferata e ingiustificabile come in questo caso, nel nostro Paese».

L’identità dell’omicida e la richiesta dei due leghisti

Successivamente è giunta la notizia dell’arresto dell’autore del delitto: Andrea Pellati, 43enne pluripregiudicato con diversi precedenti per droga, nato a Reggio Emilia e italianissimo. E così Fiazza e Cavandoli si sono affrettai a inviare una successiva comunicazione, chiedendo di annullare le precedenti note «alla luce delle nuove informazioni diffuse dagli inquirenti, che modificano un elemento centrale della ricostruzione iniziale».

Leonardo Maria Del Vecchio ha disertato l’assemblea di Delfin

Leonardo Maria Del Vecchio non ha preso parte all’assemblea dei soci di Delfin convocata per oggi, 30 giugno. E non è intervenuto neanche attraverso un suo rappresentante. La decisione è stata comunicata con una lettera, in cui il quartogenito del fondatore di Luxottica ha ripercorso tutta la serie di «gravi criticità irrisolte», scrivendo di «board inerte» e sottolineando che «non c’erano i presupposti per un’assemblea produttiva». Nell’assemblea del 27 aprile, quando in sei (sette su un punto specifico) avevano votato a favore delle sue proposte di delibera, Del Vecchio riteneva di aver ottenuto conferma dell’appoggio di gran parte dei soci e di conseguenza di Delfin. Da allora, scrive nella lettera, «vari fattori sono cambiati». Tra le altre cose, Del Vecchio – intenzionato a salire al 37,5 per cento della holding di famiglia – si è lamentato di non aver mai ottenuto «accesso a documentazione aziendale indispensabile anche per le interlocuzioni con le banche finanziatrici», ricevuto solo risposte telefoniche e nessun riscontro scritto.

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Assemblea Delfin: l’ordine del giorno

All’ordine del giorno dell’assemblea dei soci Delfin, che si è tenuta in Lussemburgo, c’erano l’approvazione del bilancio (arrivata all’unanimità, utile intorno a 1,5 miliardi), l’innalzamento dei dividendi al 10 per cento, le richieste di uscita dei soci Clemente Del Vecchio e Rocco Basilico, l’aumento degli emolumenti del cda e l’introduzione di un collegio di commissari dei conti che potrà accedere ai lavori del board. Ne sono stati approvati solo due, Lara Forte e Fabio Scoyni, mentre è stato bocciato l’altro candidato all’incarico, Marco Talarico, ex amministratore delegato di LMDV Capital, la società di Leonardo Maria Del Vecchio.

Chiude Wired Italia: la lettera d’addio della redazione

L’amministratore delegato di Condé Nast Roger Lynch aveva annunciato a metà aprile la chiusura di Wired Italia, magazine di tecnologia, cultura digitale e innovazioni nata nel 2009. Il 20 giugno è uscito l’ultimo numero della rivista cartacea, mentre da oggi – 30 giugno – il sito non verrà più aggiornato. Nel giorno della fine delle pubblicazioni, la redazione ha salutato i lettori con una lunga lettera-editoriale. Eccola.

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La lettera-editoriale della redazione di Wired Italia

Oggi Wired Italia chiude.
E questo messaggio è per te.
No, non ci conosciamo.
Perché tu arrivi sulla scena quando noi siamo andati via.
Noi abbiamo finito il trasloco, chiuso gli scatoloni, spento la luce, chiusa la porta a doppia mandata.
Poi arrivi tu. Chissà dopo quanto. Apri la porta. Accendi la luce. Spalanchi le finestre. E ti domandi cosa fosse questo posto, prima.
Questo è il nostro messaggio in bottiglia, affidato ai marosi del web. Non viaggia solo nello spazio, ma anche nel tempo. Così è arrivato tra le tue mani, le mani di chi non ha mai sfogliato Wired Italia prima d’ora, gli occhi di chi non ha mai letto un nostro articolo.

Chissà quanto suoneranno vecchie, o strane, certe parole alle tue orecchie. Sai, nel fare il nostro mestiere noi ci siamo sempre domandati cosa sarebbe successo dopo e per anni, diciassette anni per l’esattezza, qui in Italia abbiamo fatto di tutto per trovare le risposte attraverso cui comprendere meglio il futuro. Era il nostro lavoro: guardarsi intorno per captare quei segnali, spesso debolissimi, che tracciavano la rotta verso il domani. E quando quel domani si avverava, più o meno come noi lo avevamo raccontato attraverso approfondimenti, notizie, articoli, interviste, podcast e inchieste, ci lanciavamo in una nuova corsa.

Comprenderai che, avendo spento i motori il 30 giugno 2026, ci rimangono tante domande su cosa si sarebbe svelato dopo l’ennesima curva. Chissà se nel tempo in cui ci stai leggendo i robot sono diventati compagni quotidiani di vita e colleghi di lavoro. Chissà se il paesaggio fuori dalla finestra è tornato a colorarsi di un sano azzurro e di un verde brillante e siamo riusciti a impedire le peggiori catastrofi climatiche. Chissà se abbiamo messo radici sulla Luna. E se siamo riusciti a far passare il messaggio che non è vero che chi non ha nulla da nascondere non deve aver paura di essere controllato in ogni momento. Chissà se stiamo usando l’AI per il bene comune? E se siamo tornati a riporre la giusta fiducia nella scienza e nei suoi progressi? Dove viaggiamo, cosa mangiamo, in quali case abitiamo.

Sai, te lo chiediamo perché i nostri sono tempi strani. Di invenzioni straordinarie e inutili stragi. Non sappiamo in che luogo o tempo tu ti trovi, ma noi ci sentiamo come se ti scrivessimo una lettera da quella fenomenale epoca di arte e cultura, scoperte geografiche e guerre che fu il Rinascimento.

Non staremo a raccontarti chi siamo stati noi. Ormai sei dentro, puoi scoprirlo da te vagando per queste stanze che chiamiamo articoli. Oppure facendo una ricerca in internet, se si usa ancora come facevamo noi. A noi interessa più sapere di te. Di te che ci scopri oggi che noi siamo storia. Che fai, cosa studi, dove vivi. Cosa ti ha portato fin qui, se il caso o una ben fondata ragione. Le persone e le loro storie sono sempre state il nostro pallino.

Magari le nostre strade si sono già incrociate, con altri nomi. Quello che stai percorrendo non è un mausoleo, uno spazio di echi e di silenzi. A suo modo, è un luogo ancora vivo, abitato dalla curiosità, dalla ricerca della verità, dal lavoro di tante persone. È un luogo dove per lungo tempo si usava spesso il tempo futuro. Oggi lo attraversi facendo ricorso al passato ma quel che trovi potrà aiutarti a capire come siamo arrivati al presente in cui tu vivi, a quale bivio la storia ha svoltato in una direzione e non in quella opposta. Per anni siamo stati uno strumento per comprendere e conoscere e tante persone ce lo hanno riconosciuto. Chissà che non potremo contribuire in qualche modo anche al tuo sapere.

Come si scrive una lettera a qualcuno che non ti leggerà mai? È un assegno in bianco, affidato alla buona fede di chi lo riceverà. Noi, però, per anni siamo stati guide ed esploratori e siamo stati abituati a prendere per mano chi si affidava per fare strada in terre incognite. Non avrebbe avuto senso mettere bussola, mappe e torce sotto teca. Le abbiamo lasciate qua, dove chi vorrà potrà beneficiarne ancora. È il nostro dono e il nostro contributo per costruire quel domani di cui siamo sempre stati innamorati.

Oggi Wired Italia chiude ma il viaggio nel futuro continua.

Maurizio Molinari direttore editoriale del Gruppo Sae

Maurizio Molinari assumerà dal primo luglio l’incarico di direttore editoriale del Gruppo Sae. Succede ad Antonio Di Rosa che contestualmente – come già annunciato – assumerà l’incarico di direttore de La Stampa. Nel nuovo ruolo Molinari, ex direttore de La Repubblica con cui ha cessato il rapporto, avrà la responsabilità di coordinare lo sviluppo delle attività editoriali del Gruppo Sae e lo sviluppo negli Stati Uniti. Il Gruppo ha anche ufficializzato la nomina di Giacomo Bedeschi a direttore de La Nuova Sardegna, incarico che assume succedendo a Luciano Tancredi che entrerà a far parte della direzione de La Stampa con il ruolo di vicedirettore vicario. Alla guida de La Provincia Pavese arriverà invece Manila Alfano, giornalista entrata a far parte del Gruppo Sae nel 2025. «Le nuove nomine confermano l’impegno del Gruppo Sae nella valorizzazione delle migliori professionalità interne e nel rafforzamento della qualità e l’autorevolezza delle testate che ne fanno parte», ha detto il presidente e amministratore delegato Alberto Leonardinis. «Si tratta di un passo che guarda al futuro, sostenendo i progetti di crescita e innovazione previsti dal piano di sviluppo del Gruppo e consolidando la nostra presenza editoriale in Italia e all’estero».

Il tabù di Meloni e quella pista Quirinale: le pillole del giorno

Giù la maschera, ora tutti conoscono il tabù di Giorgia. Che poi su questo sito l’indiscrezione era apparsa da più di un anno: parliamo della partita sulla scelta del prossimo capo dello Stato. «Non è detto che non si possa superare questo altro grande tabù e avere un presidente della Repubblica che non sia di centrosinistra», ha detto la leader di Fratelli d’Italia ospite di 10 minuti su Rete 4. Che magari potrebbe entrare nella storia in prima persona: Meloni è nata a Roma il 15 gennaio 1977, e ovviamente si può ambire alla carica di capo dello Stato allo scoccare del 50esimo anno di età. Quindi sia attendere la fine della legislatura sia anticiparne la chiusura ad aprile del 2027 significa comunque vedere la premier già potenzialmente in pista per il Quirinale. I maligni, che non mancano mai, dicono che «quello di Giorgia è stato un test per vedere le reazioni». Già, perché qualcuno ipotizza che qualora Sergio Mattarella decidesse con congruo anticipo di porre fine al suo settennato, che scade nel 2029, scardinerebbe il piano meloniano. E se le elezioni si tenessero in autunno, con un risultato di sostanziale pareggio? L’argomento è degno del mago Otelma, ma di certo il tabù di Giorgia farà ballare tutta l’estate.

Il tabù di Meloni e quella pista Quirinale: le pillole del giorno
Un fotomontaggio di Meloni e Mattarella in versione Una poltrona per due.

Chi sta alla finestra ed è pronto a intervenire in qualsiasi momento è Matteo Renzi, che essendo nato nel 1975 può guardare con attenzione la situazione e «offrirsi sapendo che una sua salita al Colle permetterebbe di disintegrare il suo movimento, per la gioia di tutta la sinistra, il centro e la destra». Fantapolitica? Può darsi, anche se i contatti giusti a livello mondiale Renzi li ha, come ha dimostrato con l’invito rivolto solo a lui, in Italia, da parte di Barack Obama. E anche in ambito europeo l’ex rottamatore sguazza che è un piacere…

Il tabù di Meloni e quella pista Quirinale: le pillole del giorno
Il tabù di Meloni e quella pista Quirinale: le pillole del giorno
Il tabù di Meloni e quella pista Quirinale: le pillole del giorno
Il tabù di Meloni e quella pista Quirinale: le pillole del giorno
Il tabù di Meloni e quella pista Quirinale: le pillole del giorno
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Il tabù di Meloni e quella pista Quirinale: le pillole del giorno
Il tabù di Meloni e quella pista Quirinale: le pillole del giorno
Il tabù di Meloni e quella pista Quirinale: le pillole del giorno
Il tabù di Meloni e quella pista Quirinale: le pillole del giorno

Per Conte il campo largo… non esiste

Nel corso della lunga sfida televisiva di lunedì sera tra Nicola Porro e Giuseppe Conte, durante l’ultima puntata di Quarta Repubblica concentrata sul tema delle mascherine per il Covid e la gestione commissariale di Domenico Arcuri, l’avvocato del popolo sembra aver seppellito il cosiddetto campo largo. Per Conte «non esiste», e anzi c’è un «campo progressista»: tutto per non mettere in mezzo Matteo Renzi, che ormai fa la parte dell’ospite indesiderato in qualunque compagnia, tanto che l’ex premier pentastellato ha chiesto a bruciapelo a Porro «ma lei si fida di Renzi?», e il conduttore, che era già molto provato dal faccia a faccia, se ne è uscito con un rapido «no». La serata era andata avanti tra un «non rida», «non faccia quelle risatine», «non faccia il fenomeno», «questa è diffamazione», fino a una stretta di mano. Da segnalare che Conte ha elogiato il giornalismo d’inchiesta de La Verità, per poi andare pesante sui quotidiani del gruppo Angelucci, mettendo Porro in serie difficoltà…

Il “regalino” di Giorgetti a Malagò

Come sarà la gestione del calcio nelle mani di Giovanni Malagò? Qualcuno spiffera di un piano per far mandare su tutte le furie l’ex presidente del Coni: se ne parla dalle parti del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Il tema è sempre quello delle tasse: avendo sotto mano la relazione della Corte dei conti sulla flat tax per i super ricchi è balzato agli occhi un dato molto particolare. La mega agevolazione concessa a chi si trasferiva in Italia, con tanto di residenza nel nostro Paese, ideata per attirare i Paperoni di ogni parte del mondo, alla fine interessa il mondo del calcio. Non a caso era stata battezzata, in origine, legge Ronaldo. I “pedatores”, per usare un termine che era caro a Gianni Brera, rappresentano una vasta fascia dei fortunati, con redditi da lavoro dipendente, gente che ha trasferito la residenza in Italia per motivi professionali perché chiamati dai club del calcio tricolore.

Il tabù di Meloni e quella pista Quirinale: le pillole del giorno
Giancarlo Giorgetti e Giovanni Malagò (foto Imagoeconomica).

In realtà la norma era nata per attrarre i possessori dei grandi patrimoni internazionali, consentendo di pagare un’imposta sostitutiva forfettaria sui redditi prodotti all’estero. E chi gioca al pallone magari dopo qualche anno se ne va, senza rimanere più in Italia, perché chiamato da un club straniero, rendendo inutile la norma e creando vantaggi solo per le squadre che possono attirare talenti con ingaggi praticamente esentasse per chi gioca sul campo. Oltretutto, a sentire i tecnici, questo “favoritismo fiscale” ha distrutto le scuole per i giovani calciatori italiani, visto che c’è uno straordinario interesse a muoversi su scala internazionale, specie quando ci sono cambi con valute non appartenenti all’area euro. E quale sarebbe l’idea per azzoppare Malagò, appena arrivato a guidare il calcio italiano? Cancellare la flat tax per coloro che sono destinati a fare i lavoratori dipendenti e arrivano dall’estero, e in particolare per gli sportivi. In difesa dello sport italiano. La trovata piacerebbe anche al ministro competente, Andrea Abodi, che ha sempre duellato con Malagò. Non resta che attendere: in effetti, una riforma più sovranista di questa non c’è…

Le nuove nomine del Papa: suor Smerilli prefetto allo Sviluppo umano

Papa Leone ha nominato prefetto del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale la reverenda Alessandra Smerilli, finora segretario del medesimo dicastero, che diventa così la terza prefetta in Vaticano. La donna assumerà l’incarico il primo settembre 2026. Il Santo Padre ha altresì nominato pro-prefetto dello stesso dicastero, con incarico speciale per il Centro di alta formazione Laudato si’, il cardinale Fabio Baggio, finora sotto-segretario. Anch’egli entrerà in carica dal primo settembre 2026.

Le altre nomine di Papa Leone

Leone ha inoltre nominato:

  • monsignor Jozef Barlaš segretario del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale;
  • monsignor Marco Mellino segretario del dicastero per i Testi legislativi;
  • monsignor Lucio Adrián Ruiz segretario del Dicastero per il Servizio della carità;
  • il laico Massimo Ralli sottosegretario del dicastero per il Servizio della carità.

Axel Springer perfeziona l’acquisizione del Telegraph

In seguito all’ottenimento delle autorizzazioni normative nel Regno Unito, in Irlanda e in Austria, Axel Springer ha perfezionato l’acquisizione del Telegraph per 575 milioni di sterline (oltre 667 milioni di euro). Il colosso tedesco aveva superato in extremis l’offerta dell’editore del Daily Mail, presentando una proposta superiore proprio all’ultimo momento. Il Telegraph entrerà così a far parte di un portafoglio che comprende le testate tedesche Bild (il quotidiano più venduto d’Europa) e Die Welt, oltre a Business Insider e Politico (finora l’acquisizione finanziariamente più importante, avvenuta nel 2021).

Axel Springer perfeziona l’acquisizione del Telegraph
La sede di Axel Springer a Berlino (Ansa).

Il gruppo Axel Springer ci aveva già provato nel 2004

Il closing pone fine a tre anni di incertezza sulla futura proprietà delle testate del gruppo britannico: il quotidiano The Daily Telegraph, Sunday Telegraph (cioè l’edizione domenicale) e la rivista The Chelsea Magazine Company. «Oggi è un giorno per il quale abbiamo lavorato a lungo e che ricorderemo per sempre», ha dichiarato Mathias Döpfner, amministratore delegato e azionista di riferimento di Axel Spinger, che aveva tentato di rilevare il quotidiano londinese già nel 2004: all’epoca era stato superato dai fratelli Barclay, che avevano offerto 665 milioni di sterline.

Axel Springer perfeziona l’acquisizione del Telegraph
Mathias Döpfner, ceo di Axel Springer (Ansa).

Le tappe della cessione del Telegraph Media Group

Come detto, il closing mette fine a tre anni di incertezza sul destino di Telegraph Media Group, la cui vendita era stata avviata nel 2023, quando la famiglia Barclay ne aveva perso il controllo a causa di debiti non pagati per 1,16 miliardi di sterline nei confronti di Lloyds Bank. A rilevare il gruppo era stata la joint venture RedBird IMI – controllata al 75 per cento dallo sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan, vicepresidente degli Emirati Arabi Uniti e proprietario del Manchester City – che aveva concordato di saldare i debiti dei Barclay. Tuttavia, la joint venture è stata costretta a rimettere in vendita le testate dopo che il governo britannico ha approvato una legge che vieta a Stati esteri o a soggetti a essi collegati di detenere la proprietà di testate giornalistiche nel Regno Unito (attualmente è in vigore un limite del 15 per cento). Visto il semaforo rosso, era subentrato un consorzio guidato dalla RedBird Capital di Gerry Cardinale – partner di minoranza di RedBird IMI, nonché proprietario del Milan – con un’offerta da 500 milioni di sterline per le testate, ritirata però poco dopo, a novembre del 2025. A quel punto era stata la multinazionale Daily Mail and General Trust a concludere l’accordo acquisire il controllo delle testate del gruppo Telegraph, ottenendo anche il via libera dal governo britannico. In extremis era però arrivata la tedesca Axel Springer, con un’offerta superiore di 75 milioni di sterline rispetto a quella di DMGT: la proposta, unita a un iter normativo lineare, era stata accettata da RedBird IMI. Ora il closing.

“Mary Poppins – Il Musical” interamente dal vivo arriva a Salerno

Giovedì 3 luglio, alle ore 21.00, il Cinema Teatro San Demetrio di Salerno ospiterà “Mary Poppins – Il Musical”, uno degli spettacoli più iconici della storia del teatro musicale, proposto dall’Associazione Amadeus Musica & Arte in collaborazione con “I Bambini delle Fate”.

L’evento si distingue per una caratteristica unica: sarà interamente eseguito dal vivo, senza l’ausilio di basi musicali registrate. Orchestra, coro, attori, cantanti e ballerini daranno vita a uno spettacolo coinvolgente, capace di emozionare spettatori di tutte le età attraverso la magia della musica e del teatro.

Le musiche sono state arrangiate e orchestrate dal Maestro Roberto Marino, che firma una rilettura originale e personale della celebre colonna sonora. L’orchestra, composta da musicisti di grande esperienza, sarà presente sul palco insieme al coro inclusivo Marlet Mani Bianche, diretto da Marina Del Sorbo e Letizia Di Ruocco. Il coro si distingue per l’utilizzo della LIS – la Lingua dei Segni Italiana – attraverso i caratteristici guanti bianchi, offrendo un’importante testimonianza di inclusione e accessibilità.

Il cast nasce dalla collaborazione tra il Corso di Teatro per Bambini dell’Associazione Amadeus, diretto da Anna Nisivoccia, e il Corso di Teatro Adulti diretto da Ciro Villano, autore, attore, sceneggiatore e regista cinematografico, che firma anche la regia dello spettacolo.

Le coreografie saranno affidate ai ballerini della scuola di danza ArteStudio Lab, diretta da Loredana Mutalipassi, mentre la direzione artistica dell’intero progetto è curata da Antonella Felici.

Oltre al valore artistico, lo spettacolo rappresenta un importante momento di sensibilizzazione sul tema dell’inclusione. L’iniziativa intende infatti promuovere Music-Aut, il progetto attivo da oltre un anno presso l’Associazione Amadeus, che coinvolge decine di bambini e ragazzi neurodivergenti in percorsi musicali, teatrali e artistici, nella convinzione che arte, musica e condivisione costituiscano strumenti fondamentali di crescita, benessere e integrazione.

Uno spettacolo che unisce talento, passione e impegno sociale, offrendo al pubblico un’esperienza emozionante e ricca di significato.

L’ingresso è libero.

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Di Maio, missione per l’Ue a Doha mentre continua il giallo sull’incontro Usa-Iran

Luigi Di Maio, rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo, ha incontrato a Doha Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar. Il colloquio si inserisce nel quadro delle iniziative dell’Unione europea volte a sostenere gli sforzi di mediazione portati avanti dall’emirato tra Stati Uniti e Iran sul dossier nucleare e assume “particolare rilievo” alla luce della presenza a Doha di una delegazione Usa composta da Jared Kushner e Steve Witkoff, attesa per colloqui con Al Thani nell’ambito del medesimo sforzo diplomatico.

Di Maio, missione per l’Ue a Doha mentre continua il giallo sull’incontro Usa-Iran
Luigi Di Maio e Mohammed bin Abdulrahman Al Thani nel 2021 (Imagoeconomica).

Teheran ha smentito Trump sull’incontro Usa-Iran

La “missione” di Di Maio in Qatar si svolge mentre continua ad aleggiare il mistero sull’incontro tra le delegazioni di Usa e Iran, annunciato da Donald Trump (secondo cui sarebbero stati i pasdaran a chiedere un faccia a faccia) ma di nuovo smentito da Teheran. Come detto, Kushner e Witkoff sono infatti attesi a Doha. E vedranno certamente Al Thani. Ma il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, pur confermando che una delegazione di esperti si recherà a Doha questa settimana, ha escluso categoricamente un incontro con gli americani.

Parco del Cilento. Alici di Menaica, tradizione secolare

di Raffaella D’Andrea

L’ azienda “Alici di Menaica” custodisce un patrimonio culturale, identitario e umano. La loro storia è quella di una famiglia cilentana che ha saputo trasformare una tradizione antichissima in un progetto di vita, mantenendo intatto il legame con il mare, con la memoria e con il territorio. A raccontarla è Donatella Marino, che insieme al marito Vittorio Rambaldo ha dato vita a una delle esperienze più significative dell’agroalimentare cilentano. Le loro famiglie vivevano a pochi metri di distanza a Marina di Pisciotta. Vittorio apparteneva a una storica famiglia di pescatori, custodi delle tecniche tradizionali della pesca alla menaica; Donatella proveniva invece da una famiglia di imprenditori e commercianti che gestiva diverse attività nel territorio. Alla fine degli anni Ottanta, dopo anni di fidanzamento non sempre visto di buon occhio dalle rispettive famiglie, decisero di lasciare il Cilento e trasferirsi in Trentino. Qui lavorarono in una fabbrica tessile, si sposarono e nel 1991 nacque il loro primo figlio, Marco. Fu proprio la nascita del bambino a riavvicinare Donatella alla sua famiglia d’origine. La madre e il fratello salirono in Trentino per conoscere il piccolo nipote e da quell’incontro nacque il desiderio di riportare la giovane coppia in Cilento, affidando loro alcune attività commerciali di famiglia. Così Donatella e Vittorio tornarono a Marina di Pisciotta. Nel 1994 nacque la seconda figlia, Serena, mentre la famiglia cercava di ricostruire il proprio futuro tra commercio e lavoro. Poco dopo, però, arrivarono gravi difficoltà economiche che colpirono le attività di famiglia. Quella che fino a pochi anni prima era una realtà imprenditoriale importante del territorio si ritrovò a dover ricominciare quasi da zero. Fu allora che Donatella e Vittorio decisero di puntare sulle proprie radici. Lui tornò in mare insieme al padre, riprendendo l’antico mestiere della pesca. Lei trasformò le ricette tradizionali di famiglia e l’esperienza maturata in cucina in un piccolo ristorante affacciato sul porto di Marina di Pisciotta. In quel locale semplice e autentico venivano serviti soprattutto i prodotti del mare e le alici preparate secondo le antiche tradizioni dei pescatori locali. Due anni dopo arrivò l’incontro destinato a cambiare tutto.Nel 1999 si sedette a tavola Carlo Petrini, fondatore di Slow Food. Assaggiò quelle alici così diverse da tutte le altre e rimase colpito dalla loro qualità. «Perché dovete mangiarvele solo voi?» chiese. Fu una domanda semplice ma rivoluzionaria. Petrini intuì immediatamente il valore culturale e gastronomico di quel prodotto e propose di lavorare alla creazione di un Presidio Slow Food che potesse salvaguardare una tradizione che rischiava di scomparire. Per realizzare il progetto servivano però risorse economiche. In quel momento entrò in scena una figura fondamentale per il Cilento: Angelo Vassallo. Il compianto Sindaco Pescatore comprese subito l’importanza di quella iniziativa. Pescatore lui stesso, profondamente legato al mare e alla sua tutela, decise di sostenere il progetto affinché il Presidio Slow Food delle Alici di Menaica potesse diventare realtà e rappresentare insieme i territori di Pisciotta e Pollica. Nel 2000 arrivò la partecipazione al Salone del Gusto di Torino e da quel momento si aprì una nuova strada. Da una semplice stanza di casa adibita alla stagionatura delle alici nacque progressivamente una vera attività produttiva che negli anni avrebbe conquistato cuochi, ristoratori e appassionati di gastronomia in tutta Italia. Ma il valore delle Alici di Menaica non risiede soltanto nella qualità del prodotto, ma anche nel metodo con cui vengono pescate. La parola “menaica” deriva proprio dall’antico termine greco “menaide”. I Greci osservavano il comportamento delle alici al tramonto quando, risalendo verso la superficie per nutrirsi del plancton, sembravano danzare tra le onde come le Menadi, le mitiche seguaci del dio Dioniso. Da qui nacque il nome della rete utilizzata per catturarle. Una rete antichissima, costituita da una sola maglia romboidale, che viene stesa in mare come una sorta di muro. Le alici più piccole riescono ad attraversarla, mentre restano impigliati soltanto gli esemplari adulti che hanno già completato il proprio ciclo riproduttivo. In pratica viene pescata solo una piccola parte del banco, lasciando il resto libero di continuare a vivere e riprodursi. Oggi parliamo di sostenibilità, biodiversità e tutela degli ecosistemi Marini, eppure i pescatori del Mediterraneo praticavano questa tecnica già migliaia di anni fa. Non perché esistessero regolamenti o contingentamenti della pesca, il mare allora era ricco e abbondante, era semplicemente una forma di rispetto naturale verso l’ambiente e verso le risorse che garantivano la sopravvivenza delle comunità costiere. Anche la lavorazione segue un rituale antico: le alici vengono recuperate dalla rete, vengono estratte una ad una a mano dal pescatore. Durante questa operazione vengono eliminate immediatamente la testa e le interiora. Il pesce si dissangua naturalmente già in mare. È un passaggio fondamentale perché evita che il sangue entri in contatto con il sale durante la stagionatura. Secondo la tradizione dei pescatori, infatti, è proprio questo contatto a generare quei processi ossidativi responsabili del caratteristico retrogusto amarognolo presente in molte acciughe conservate. Le Alici di Menaica risultano invece particolarmente delicate, morbide e armoniose al palato. Una volta giunte in laboratorio vengono lavorate esclusivamente con sale marino naturale proveniente dalle saline di Trapani, non sbiancato chimicamente e non essiccato artificialmente. Nessun conservante, nessun additivo, nessun acceleratore di maturazione. La stagionatura avviene lentamente, seguendo i ritmi naturali del prodotto e consentendo di preservarne le caratteristiche organolettiche e nutrizionali. È una lavorazione che richiede pazienza, esperienza e una cura quasi artigianale per ogni singolo passaggio. Ed è forse proprio questa la lezione più importante che arriva da Marina di Pisciotta. Le Alici di Menaica raccontano il valore della lentezza, del rispetto per il mare e della capacità di custodire ciò che si è ricevuto in eredità.

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La lettera di 50 eurodeputati per sollecitare la Fifa a indagare su Infantino

Cinquanta membri del Parlamento europeo hanno chiesto alla Commissione Etica della Fifa di indagare sul suo presidente, Gianni Infantino, in merito a presunte violazioni delle norme della stessa federazione calcistica internazionale sulla neutralità politica. Lo riporta Politico, spiegando che gli eurodeputati in una lettera hanno espresso sostegno a un esposto presentato dall’ong per i diritti umani FairSquare dopo la doppia decisione di Infantino di istituire un premio Fifa per la pace e di assegnarlo subito a Donald Trump.

La lettera di 50 eurodeputati per sollecitare la Fifa a indagare su Infantino
Gianni Infantino assegna a Donald Trump il premio Fifa per la pace (Ansa).

La Coppa del Mondo «dovrebbe unire il mondo», ha dichiarato l’eurodeputato irlandese Barry Andrews, spiegando che, «quando il capo della Fifa favorisce un presidente rispetto a un altro, ciò scredita l’organismo calcistico e l’intero torneo». Andrews ha poi aggiunto che la denuncia di FairSquare in materia di etica «rappresenta per la Fifa un’opportunità per dimostrare il proprio impegno a favore della neutralità politica, della trasparenza e della responsabilità».

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Infantino avrebbe violato lo statuto della Fifa

Trump ha ricevuto il premio il 5 dicembre 2025 e la denuncia iniziale di Fairsquare è stata depositata tre giorni dopo. Infantino non aveva nemmeno informato il Consiglio Fifa prima di istituirlo: i critici hanno interpretato il riconoscimento come un palese tentativo del capo del calcio mondiale di ingraziarsi il presidente statunitense. Gli eurodeputati firmatari della lettera sostengono che le dichiarazioni pubbliche di Infantino a favore del tycoon violano lo statuto della federazione, in base a cui «la Fifa rimane neutrale in materia di politica e religione».

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Miss Gocce di Stelle: Noemi vince la tappa di Giffoni

Il fascino dell’estate salernitana si accende sotto il segno della bellezza. Ha preso ufficialmente il via il tanto atteso Tour estivo di Miss Gocce di Stelle, il concorso di bellezza che quest’anno ha scelto una cornice d’eccezione per la sua prima tappa: la prestigiosa Cittadella del Cinema a Giffoni Valle Piana. L’evento, che ha goduto del patrocinio del Comune, ha subito fatto centro, regalando al pubblico una serata dove la competizione e lo spettacolo si sono fusi alla perfezione. Dietro il successo della manifestazione c’è la firma dell’Agenzia Madas di Franco Mazzotta, che ha espresso grande soddisfazione per un debutto che ha superato le aspettative. Sul palco non sfilate asettiche, ma un vero e proprio show multidisciplinare, capace di intrecciare il fascino delle aspiranti miss con momenti dedicati alla moda e alla musica dal vivo. Ad impreziosire la serata sono state infatti le esibizioni di artisti come Samuele D’Alessio, Luna Mei, Grazia Lamonea e Daniel Cross, che hanno scandito il ritmo della gara. A conquistare la giuria e il titolo più ambito della serata è stata la giovanissima Noemi Signoriello, proveniente da Battipaglia, che ha saputo distinguersi per grazia e portamento. Il podio ha visto poi un forte presidio della città di Agropoli, grazie al secondo posto di Elisabeth Marotta e al terzo gradino conquistato da Alicia Mercede. La conduzione, fluida e brillante, è stata affidata alla coppia formata da Oreste Fortunato e Sara Rogoli, che hanno saputo tenere alto il ritmo della serata. A valutare le ragazze una giuria d’eccezione presieduta dal docente universitario Andrea Di Lieto e composta da Luigi Bernabò (Presidente del consiglio comunale di Giffoni V. P.), Dayana Rueda, Rossella Molisso (impegnata anche nel ruolo di direttrice artistica), Cinzia Paolini, Annamaria Cerrato, Sofia Siniscalchi, Maria Grazia Anzalone e Mario Inverso. Il dietro le quinte ha visto il prezioso contributo di Alessia Farina per le coreografie, mentre la memoria visiva della serata è stata catturata dagli scatti di Nicolas Kabir e dalle riprese video di Magic Italia Tv di Orazio Zampaglione. Archiviato con successo questo primo appuntamento, i riflettori si spostano già sulla seconda tappa del tour: l’appuntamento è fissato per il 15 Luglio a Baronissi, dove la caccia alla corona di Miss Gocce di Stelle 2026 promette nuove ed emozionanti sorprese. Nicola Della Calce

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Futuro Nazionale, Riparte il Futuro dopo la Costituente

Con i lavori dell’Assemblea Costituente del 13 e 14 giugno scorso a Roma, ripartono le attività dei Comitati su tutto il Territorio nazionale, anche in Provincia di Salerno si sono dati appuntamento domenica sera, 28 giugno, presso i locali del “Rusticone” nel Comune di Campagna, ben 41 Comitati dei 72 riconosciuti in tutta la Provincia. L’incontro organizzato è servito a fare il punto della situazione sulle prospettive immediate e future del Partito sul territorio, rappresentando con forza, la voglia e la passione per la costruzione di un Partito, che possa non solo nascere dal basso, ma essere in grado, attraverso le sue articolazioni territoriali, di dare dignità, rappresentanza e capacità decisionale ai tanti iscritti che si stanno impegnando con grande passione e soprattutto con ritrovato spirito di militanza, per l’occasione, i Comitati promotori dell’incontro, hanno annunciato a breve l’apertura di una sede di rappresentanza provinciale a Salerno, grazie alla disponibilità dell’avv. Marilena Gaeta, referente di uno dei Comitati della città capoluogo, in attesa che il partito nazionale, avvii nelle prossime settimane l’organizzazione capillare dello stesso su tutto il territorio nazionale. All’incontro sono intervenuti, oltre ai volti già noti come Sergio Valese, Domenico Di Giorgio e Gerardo Del Gaudio, il dirigente nazionale Sabino Morano e l’On. Attilio Pierro, di recente passato nelle fila del Gen. Vannacci, il deputato Salernitano ha sottolineato il suo impegno e la sua vicinanza all’intenso lavoro svolto sul territorio dai Comitati, mettendo a disposizione del Partito il suo ruolo.

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Sondaggi Swg 29 giugno 2026: Futuro nazionale supera la Lega

I sondaggi Swg per il Tg La7 del 29 giugno 2026 evidenziano una leggera flessione per la prima forza politica del Paese, Fratelli d’Italia, che cala al 27,3 per cento pur mantenendo saldamente la testa della classifica. Resta invece stabile il Partito democratico, fermo al 21,8 per cento rispetto alla settimana precedente. Tra le altre forze principali, si nota un segno positivo solo per il Movimento 5 stelle, che sale al 13,3 per cento. A seguire, Forza Italia mostra una lieve contrazione e scende al 7,2 per cento, così come Alleanza Verdi-Sinistra che si attesta al 6,4 per cento. Il maggior balzo in avanti viene registrato da Futuro nazionale, raggiunge il 5,6 per cento superando la Lega, stabile al 5,4. Nelle posizioni successive, si osserva un calo generale per le forze di centro, con Azione al 3,5 per cento, Italia viva al 2,4 per cento e +Europa all’1,5 per cento. Fa invece registrare un trend incrementale Noi Moderati, che sale all’1,2 per cento.

DISTRUGGERE IL CANOTTIERI

Alberto Cuomo

Non so se assassinare una città sia reato, ma è assurdo che alla distruzione di Salerno, della sua storia, dei suoi luoghi più belli, della sua costa e delle sue colline, dei suoi monumenti, dei suoi servizi sportivi e sanitari, tutti assistiamo increduli senza che nessuno sembra possa intervenire per farla terminare. Certo noi salernitani non siamo i soli cittadini ad essere sottoposti a rapide e invasive trasformazioni del proprio ambiente di vita. A Milano, allorchè si è voluto porre fine alla alla costruzione di grattacieli, i cui progetti venivano acconsentiti mediante Segnalazione Certificata di Inizio Attività vidimata dal progettista e non in ragione del Piano Urbanistico Attuativo del Consiglio Comunale, si è giunti alla sentenza di assoluzione dei partecipanti alla illegittima (per la legge nazionale) facilitazione approvativa, che segna la fine di ogni speranza di salvaguardia dei territori, della stessa urbanistica e della giurisdizione in materia. Avevo previsto su queste colonne una tale assoluzione non dovuta a norme quanto al conflitto tra la legislazione statale e quella regionale che ha indotto la necessità di una loro “interpretazione autentica” da parte dei responsabili comunali (in relazione con progettisti e costruttori) utile a far riconoscere, da parte dei giudici “la buona fede” e, dal momento la “buona fede” non è regolabile da nessuna legge, la fine anche della giustizia in campo urbanistico. A Salerno però Milano non insegna niente, dal momento da noi c’è una lunga tradizione sui modi di dribblare la norma urbanistica. Cominciò Gaspare Russo il quale, in presenza del DDL 1444 del ‘68 che introduceva l’obbligo di redigere Piani con standard per servizi, non si adeguò al dettato e continuò a far approvare progetti di edilizia residenziale, intorno al fiume Irno, oltre la Carnale, dal Carmine a Fratte, privi di attrezzature. Il cinismo era tale che veniva applicata la disposizione precedente alla nuova norma, ovvero il calcolo di parcheggi pertinenziali in ragione di 1 mq. ogni 20 mc. i quali venivano previsti al piano terra degli edifici, comprendendo le superfici di scale, androni e acensori, salvo poi, a costruzione avvenuta, la loro illecita destinazione, da parte dei costruttori, a negozi privati, per ulteriori guadagni. Dopo Russo fu difficile proseguire in tale logica, ma l’assessore all’Urbanistica nei governi a vertice democristiano, Alfonso De Felice, escogitò, sempre in assenza di Piano, un nuovo sistema: i costruttori potevano presentare progetti residenziali privi di standard per farli prontamente bocciare. Di qui i ricorsi al Tar contro l’inadempienza del Comune nella redazione del Piano con detti standard. E di qui ancora la nomina da parte del Tribunale Amministrativo di Commissari ad Acta i quali, verificata l’inosservanza della legge da parte dell’ente, approvavano i progetti con buona pace dei magistrati. Anche se solo per poco furono ancora vacche grasse per costruttori, progettisti e avvocati. Solo con Giordano sindaco si ebbe il blocco delle costruzioni onde definire un nuovo Piano nel rispetto delle norme e, probabilmente, fu proprio il suo atteggiamento rigoroso a perderlo politicamente. Caduto Giordano, a Salerno è ritornata la pacchia per i costruttori… da arricchire! E infatti, Bohigas, un paravento, quali sono tutti i cosiddetti archistar, ha redatto un Piano che, a fronte di un evidente decremento demografico, ha ipotizzato un impossibile aumento di abitanti tale da giungere a 160mila unità/vani. Sarebbe già qui la premeditazione del delitto, ma la Procura, essendosi forse già esercitata sull’innocente Giordano, ha preferito glissare, tanto più che la nostra norma penale non prevede omicidi di città. Realizzato il sacco delle aree libere ecco quindi gli interventi per Salerno-futura-Montecarlo e, quindi, il previsto allargamento del porto commerciale esaltato da Rai1 con la trasmissione “Linea blu” di sabato 28, senza cenni ai danni provocati ai salernitani dagli inquinamenti di ogni tipo da parte delle molte migliaia di camion, delle navi di trasporto e da crociera. Sorprendentemente il vicepresidente del Circolo Canottieri Irno, responsabile delle attività sportive, il dottore Pietro De Luca, intervistato dalla conduttrice, facendo cenno al rapporto con l’altro sodalizio che, a Salerno, si occupa delle attività nautiche, la Lega Navale Italiana insediata sul porto turistico, ha lasciato comprendere di essere rassegnato alla distruzione del Circolo “sperando” in una sua ricollocazione. E in questo senso ha messo in luce come il protocollo di intesa tra le due strutture sia stato determinato anche dalla necessità di far praticare gli sport marini, non consentiti all’interno del porto commerciale, nel più libero mare presente in vicinanza del Masuccio. Per contro c’è da dire non vi sia nessuna legge che vieti l’uso dei bacini portuali per lo sport. La Legge della Navigazione infatti offre alla Guardia Costiera il potere di definire, ai fini della sicurezza, l’uso delle aree portuali marine, mentre l’Autorità Portuale ha solo il compito di redigere il Piano del Porto e, quindi, assegnare gli spazi a terra, ma non di stabilire il destino delle acque. Il previsto abbattimento del Circolo Canottieri è, di fatto, il segnale di come si voglia umiliare Salerno, mortificarne persino il passato, cancellarne ogni ricordo del suo essere una città marinara ad uso dei cittadini, ancora insediati nel porto con cianciole, navigli da diporto, impianti sportivi e non degli armatori di navi commerciali e crocieriste o dei concessionari. Rompere del tutto l’antico rapporto, che fa di Salerno… Salerno, tra città storica, monte Bonadies e mare in nome dell’arricchimento di pochi è da incivili, imbroglioni del tempo che qualcuno dovrebbe fermare. Ma la nostra tradizione è anche questa: nessuno, neppure la magistratura, ha mai fermato le sozzerie compiute sulla pelle della città e dei cittadini creduloni.

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La Polonia si rifiuta di trasferire i suoi caccia MiG-29 all’Ucraina: cosa è successo

Le autorità polacche si sono rifiutate di trasferire i caccia MiG-29 all’Ucraina perché Kyiv non intende condividere con Varsavia la tecnologia dei suoi velivoli a pilotaggio remoto. Lo ha annunciato il ministro della Difesa polacco e vicepremier Władysław Kosiniak-Kamysh, durante il programma televisivo Gość Wydarzeń. Continuano le tensioni tra i due Paesi, scaturite da una decisione di Volodymyr Zelensky fortemente contestata dalla Polonia.

La Polonia si rifiuta di trasferire i suoi caccia MiG-29 all’Ucraina: cosa è successo
Władysław Kosiniak-Kamysh (Ansa).

Kosiniak-Kamysh punta il dito contro Kyiv

La Polonia e l’Ucraina avevano un accordo in base al quale Kyiv avrebbe condiviso con Varsavia la sua esperienza nell’uso dei droni sul campo di battaglia, ha spiegato Kosiniak-Kamysh, in cambio di nove aerei da combattimento dismessi dall’esercito. «Ho proposto, credo, un approccio molto collaborativo. Gli ucraini inizialmente hanno accettato la proposta, ma non l’hanno attuata. Quindi non avranno i MiG», ha detto il ministro polacco: «A differenza del governo precedente, non ci limitiamo a dire che forniremo sussidi, ma ci aspettiamo il principio di solidarietà: tu aiuti, ma se il tuo partner si rende conto di poterti supportare, di poterti mostrare nuove soluzioni, deve condividere queste informazioni».

La Polonia si rifiuta di trasferire i suoi caccia MiG-29 all’Ucraina: cosa è successo
Volodymyr Zelensky (Ansa).

Da cosa è nata la crisi diplomatica tra i due Paesi

Il no della Polonia arriva sullo sfondo della recente crisi diplomatica con l’Ucraina, nata dalla decisione di Zelensky di intitolare un’unità d’élite dell’esercito agli «eroi dell’Upa», ossia all’Esercito insurrezionale ucraino, organizzazione paramilitare che durante la Seconda guerra mondiale fu il braccio armato dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (Oun-B) di Sepan Bandera. A tal proposito, Kosiniak-Kamysz nel corso dell’intervista in tv ha anche detto: «Non dobbiamo mettere nel pantheon coloro che distruggono la cooperazione europea. L’Ucraina non entrerà nell’Ue con Bandera. Nessuno ci dirà come votare per l’adesione di un determinato Paese».

I massacri di polacchi durante la Seconda guerra mondiale

Nel corso della Seconda guerra mondiale l’Upa raccolse l’eredità di quei gruppi paramilitari che all’inizio dell’Operazione Barbarossa accolsero come liberatori i nazisti. E, nelle regioni occupate dal Terzo Reich, operò spesso in accordo con le decisioni dei tedeschi e in funzione antisovietica. In Polonia l’Upa è considerato una forza genocidaria: nel biennio 1943-44 il gruppo uccise decine di migliaia di civili nelle regioni della Volinia, della Galizia orientale, in alcune parti della Polesia e nella regione di Lublino. Come rappresaglia, migliaia di ucraini furono poi uccisi dall’Armia Krajowa, il principale movimento armato polacco dell’epoca. Accusando Zelensky di aver «fornito alla propaganda russa ottimo materiale e molti spunti di riflessione», il presidente polacco Karol Nawrocki ha revocato al presidente ucraino la più alta onorificenza di Stato, l’Ordine dell’Aquila bianca, che gli era stata assegnata dal predecessore Andrzej Duda. In aperta polemica con Varsavia, Zelensky ha poi disertato l’ultima Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina, che si è tenuta a Danzica.

Dal 1° luglio dazio di 3 euro sui mini pacchi da Cina e Paesi extra-Ue

Dal 1° luglio l’Unione europea introduce un dazio doganale forfettario di 3 euro per ogni pacco di valore inferiore a 150 euro proveniente da Paesi terzi. Due le motivazioni principali della misura, ovvero garantire parità di condizioni ma anche garantire alle autorità doganali strumenti necessari per affrontare, controllare ed eventualmente rimuovere dal mercato i prodotti pericolosi. Nel 2025 sono infatti entrati nell’Ue circa 5,9 miliardi di articoli da Paesi extra-Ue senza pagare dazi, oltre 16 milioni di pacchi al giorno, di cui oltre il 90 per cento provenienti dalla Cina. Oltre il 60 per cento non era conforme agli standard di sicurezza Ue, in particolare giocattoli, elettronica, cosmetici e integratori alimentari. Il prelievo non si applicherà per pacco ma per articolo – per esempio comprando una maglietta, un ombrello e un paio di scarpe si pagano tre dazi, per un totale di nove euro. A pagare il dazio è generalmente la piattaforma o il venditore, non il consumatore finale.

Il carcere, un retaggio di vendetta sociale

Salvatore Memoli

Quando le porte del carcere si sono aperte per Gianni Alemanno pensavo che non avesse preferito il clamore degli annunci roboanti: quello di scegliere Vannacci e l’altro di sventolare il vessillo dei riformatori del carcere! La prima cosa mi é sembrata un terremoto politico per un uomo militante come lui, l’altra l’ha iscritto di diritto nel libro di quelli che fanno promesse che non potranno mantenere! Che il carcere non sia una realtà facile si é sempre saputo. Per Alemanno e per tutti coloro che in carcere vanno da innocenti o colpevoli, é duro adattarsi ad un mondo che la “civile società” ha voluto come contrappeso al reato: la pena é per molti il giusto modo per creare riequilibrio tra chi si é reso autore di scelte che hanno stravolto le regole della sana convivenza civile ed il prezzo da pagare per il recupero sociale. Pensando al carcere é normale ma poco comune pensare che nessuno dovrebbe essere ristretto in quel luogo che spesso dimentica le regole di una vita ponendo la persona umana al di sotto di standard accettabili di rispetto. Il carcere dovrebbe migliorare il condannato ed aiutarlo a maturare; si conoscono più persone che sono uscite da quei luoghi con molti risentimenti contro le istituzioni. Anche se é vero che ho conosciuto persone amiche come Vincenzo Giordano che, da uomo libero, ricordò sempre i suoi sodali e li andava a visitare a casa, con un tratto di umanità che si poteva leggere nei suoi gesti e nei suoi occhi, come mi é capitato di vedere quando mi chiese di accompagnarlo a Cappelle per fare visita ad un ex recluso che era stato scarcerato. L’uomo politico, la persona piena di tanti valori politici riformisti e combattivi, aveva maturato gesti di una solidarietà concreta che riuscivano ad emozionare chi lo accompagnava, per la tenerezza delle domande, per i consigli, per la solidarietà che riusciva ad esprimere e che facevano capire quanto intenso fosse il rapporto umano da trasformarsi in gesti di vicinanza senza barriere. Il carcere non piegò Giordano ma lo rese ancor più concreto e pragmatico e la sua idea di fare qualcosa per i carcerati gli rimase per tutta la vita. Ci sono invece personaggi che dopo pochi giorni dimenticano tutto e lasciano che la durezza di un sistema detentivo continui a seminare sofferenze con le conseguenze di non riuscire a migliorare le persone, di non essere capace di sottrarle alla “fabbrica di delinquenti”. Nonostante le tante voci che infruttuosamente si levano sull’argomento del sistema penitenziario restano ancora forti e toccanti le parole usate dal grande penalista Francesco Carnelutti che nel secolo scorso intraprese una battaglia per evitare che la reclusione diventasse una forma di tortura psicologica e un fallimento per lo Stato. Nel 1945 scrisse che il carcere infliggeva una pena di morte ” a goccia a goccia”, considerata più disumana e meno pietosa di quella eseguita da un carnefice. L’iter giudiziario era già di per sé una forma di sofferenza afflittiva da limitare allo stretto indispensabile per non aggravare la posizione dell’imputato, per Carnelutti, infatti, ” il processo era già una pena”. Su questa nobile intuizione di un giurista eccezionale, possiamo dire che non siamo stati capaci di cambiare l’idea della pena, come afflittività che lascia il segno. Ancora oggi, le porte delle carceri si aprono troppo facilmente e non rendono alla comunità civile l’agognato obiettivo del recupero della persona. Sarebbe utile rileggere il saggio di Carnelutti ” Il problema carcerario” ed il libro ” Un uomo in prigione” per pensare ad una riforma concreta non solo del carcere ma del concetto di pena. Per l’insigne studioso e giurista tutti coloro che hanno a che fare con le condanne, che danno sentenze, dovrebbero essere a conoscenza diretta del carcere e delle sue regole, prima di emettere un verdetto. Cioè si deve sapere dove si manda un condannato, se esistono le condizioni di recupero, se la reclusione ha un valore migliorativo oppure d’isolamento. La riproposizione del tema della riforma del sistema carcerario da parte di Alemanno esprime tutta la nobiltà di un pensiero maturato sulla sua pelle, per questo motivo merita rispetto. É lecito domandarsi se i tempi sono pronti a tali sfide. Se quell’odio palpabile in molte persone da diventare livore e fanatismo repressivo può essere trasformato in altro. Dietro ogni pena inflitta c’é ancora l’idea di un segnale da dare alla collettività che il cattivo é stato punito e che altri non si azzardino a ripete gesti esecrabili! Troppo poco per una giustizia più umana e giusta! A molti basta sapere dietro le sbarre chi sbaglia, il resto non appartiene a chi riesce a sentirsi illibato ed innocente sempre e comunque. Altrimenti come si possono definire i gesti carichi di odio di chi in Parlamento agitava il cappio del boia? Alemanno e la sua parte politica che tanto hanno dato da fare in parlamento, rifarebbe le barricate con le spugne in mano nell’intento di vedere in galera chi aveva sbagliato. A me basterebbe che le persone, toccate dal germe del dramma carcerario, riuscissero ad accettare altre strade per recuperare chi sbaglia. Siamo una generazione che lotta per salvare il toro nelle arene ma che non sente il brivido e l’onta della vergogna per la sua insensibilità verso chi sbaglia, incapace di sentire il ” respiro sociale” della riabilitazione reale della persona condannata.

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Vannacci risponde a Meloni: “Premier chiede fiducia a scatola chiusa, alleanze si fanno in due”

(Adnkronos) – Nessuno “vuole solo distruggere” . Ma “no a una destra che si adegua”. In un colloquio con l’Adnkronos, il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci, commenta le parole del premier Giorgia Meloni che nell’intervista a Rete 4 di ieri sera ha parlato di Futuro nazionale, ribadendo come il movimento del generale sia di fatto schierato con l’opposizione. Meloni dice che Vannacci vuole “solo distruggere”.  

“Noi non vogliamo distruggere – è il suo ragionamento -. Piuttosto ricordiamo bene. Ci ricordiamo il blocco navale, lo stop alle accise, le preferenze nella legge elettorale. E ci ricordiamo anche quel famoso ‘è finita la pacchia’ rivolto all’Unione Europea”. “Parole forti e promesse chiare -lamenta- a fronte di quali risultati?” 

Per Vannacci Futuro Nazionale non nasce per demolire la destra ma “perché milioni di italiani non vogliono più una destra che promette battaglia e poi si adegua, che parla di sovranità e poi si prostra a Bruxelles”. 

La premier Meloni “chiede fiducia, ma non accetta suggerimenti, proposte ed emendamenti da chi vuole solo riportare coerenza nel centrodestra”. “Le alleanze si fanno in due – sottolinea ancora Vannacci, replicando alle accuse che da ultimo ieri sera la Meloni in Tv ha rivolto a Fn, per non aver votato più volte la fiducia al governo in Aula – . “Non si può chiedere lealtà e poi ignorare chi pone questioni vere. Non si può pretendere il voto di fiducia a scatola chiusa, mentre ogni proposta seria viene respinta o trattata come un fastidio”, dice ancora. 

Per Vannacci “Chi vuole costruire ascolta e chi vuole comandare da solo accusa gli altri di distruggere”. “Non siamo noi a dover dimostrare lealtà a voi, siete voi a dover dimostrare lealtà agli italiani”, ribadisce rivolto al governo. “Se poi Meloni vuole parlare con me, conosce il mio numero di telefono… invece di continuare a fare illazioni per interposta persona”, spiega l’ex capo dei parà 

“Presidente Meloni, se non vuole perdere completamente la faccia, almeno sulle preferenze nella legge elettorale dia un segnale”, dando vita “a preferenze vere, senza posizioni bloccate, e parlamentari nominati”, si rivolge così alla presidente del Consiglio sul tema della legge elettorale, chiedendole di tenere il punto sulle preferenze, su cui frenano Fi e Lega. “Tiri fuori gli attributi almeno su questo” perché “non costa un euro, non lo osteggiano le toghe rosse e non lo blocca la sua amica Frau von der Leyen”, dice nel giorno in cui è atteso il vertice di maggioranza per sciogliere il nodo sulla legge elettorale. Meloni “faccia vedere che almeno una cosa la riesce a portare a casa”. (di Francesco Saita). 

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L’esordio di Sinner a Wimbledon, l’analisi del medico-fisiatra: “L’erba aumenta cadute e infortuni”

(Adnkronos) –
Esordio con brividi, caduta e rimonta per Jannik Sinner a Wimbledon 2026. Durante il match contro Kecmanovic, il campione italiano ha fatto trattenere il fiato a milioni di tifosi. “Fortunatamente il campione azzurro si è rialzato e ha continuato a giocare, nonostante un evidente sanguinamento sulla superficie laterale dell’ avampiede dx che però era dovuto a un problema ad un’unghia come ha rassicurato subito al termine del match. Queste cadute avvengono più frequentemente nel passaggio dalla stagione su terra battuta a quella su erba, il motivo non risiede solo nella tecnica del giocatore, ma nella biomeccanica del contatto tra suola della calzatura e superficie di gioco specialmente al passaggio stagionale da una superficie all’altra”. Lo spiega all’Adnkronos Salute il medico-fisiatra Andrea Bernetti, professore ordinario di Medicina fisica e riabilitativa all’UniSalento e segretario generale della Simfer (Società italiana di medicina fisica e riabilitativa). 

“La letteratura scientifica ha messo in evidenza chiaramente come le superfici influenzino drasticamente il tasso di infortuni. Infatti, mentre sulla terra rossa l’incidenza degli infortuni è la più bassa in assoluto (circa il 3,5% per match), l’erba ha un coefficiente di smorzamento diverso e, soprattutto, un attrito estremamente variabile. L’umidità, l’usura del campo vicino alla linea di fondo e la natura stessa del manto erboso rendono la superficie instabile – avverte Bernetti – Sull’erba infatti i giocatori devono piantare il piede per cambiare direzione rapidamente e quando il piede, invece di fare presa, scivola inaspettatamente, si rischia appunto di cadere. Il motivo è controintuitivo, la terra permette una scivolata ‘controllata’. Infatti, quando un tennista frena su terra, la superficie cede leggermente e il piede scivola in modo fluido”.  

Invece sull’erba l’aderenza può venir meno all’improvviso, come nel caso di Sinner. “La perdita improvvisa di aderenza porta spesso a una brusca iperestensione del ginocchio o a distorsioni della caviglia. Inoltre – aggiunge – il tentativo disperato di recuperare l’equilibrio può causare anche problematiche muscolari. Senza considerare come, quando la caduta diventa inevitabile, il riflesso incondizionato è quello di parare il colpo con le mani per proteggersi con il rischio di traumi anche a livello del polso e della spalla”. 

Il calendario tennistico “concede pochissime settimane per adattare il corpo dalla terra di Parigi all’erba di Londra. Dal punto di vista preventivo, il lavoro da fare è enorme – suggerisce il medico-fisiatra – Si lavora sulla propriocezione, ovvero la capacità del sistema nervoso di percepire la posizione del corpo nello spazio e sulla reattività. I tennisti devono riprogrammare i loro movimenti per un gioco più basso e reattivo. Anche l’equipaggiamento è vitale. Le scarpe da terra rossa presentano una suola a spina di pesce per favorire lo scivolamento controllato. Invece le scarpe da erba sono dotate di una suola piatta ricoperta da piccoli tacchetti in gomma, progettati specificamente per penetrare il manto erboso e fare presa sulla terra sottostante, riducendo al minimo il rischio di cadute da carenza di aderenza”.  

“Sicuramente – conclude – tutti aspetti ampiamente considerati dal team di Sinner, che probabilmente sarà caduto per le caratteristiche intrinsecamente insidiose del manto erboso. Speriamo che il piccolo contrattempo non abbia creato conseguenze particolari, ci auguriamo che il campione prosegua il torneo fino in fondo”. 

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Quattro arresti per l’attentato dinamitardo contro Ranucci

Quattro persone sono state arrestate per l’attentato dinamitardo contro il giornalista Sigrfrido Ranucci, avvenuto la sera del 16 ottobre 2025 a Pomezia (Roma), quando un ordigno venne fatto deflagrare davanti al cancello dell’abitazione del conduttore di Report, provocando la distruzione delle sue due autovetture parcheggiate in strada e danneggiando il muro perimetrale.

Indagini in corso per individuare i mandanti

Tre le persone finite in carcere, mentre una ai domiciliari: sono gravemente indiziate, a vario titolo, di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con l’aggravante del metodo mafioso. Il commando avrebbe agito su mandato di terze persone, allo stato non identificate, come “favore” e dietro compenso economico: le indagini proseguono per svelare l’identità dei mandanti.

Quattro arresti per l’attentato dinamitardo contro Ranucci
Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica).

I mandanti, appunto, si sono adoperati per garantire supporto per tutelare gli esecutori materiali dell’attentato esecutori fornendo fondi, schede telefoniche, assistenza legale e pianificando una loro eventuale fuga all’estero. Gli indagati hanno tentato in più occasioni di ostacolare le indagini effettuando bonifiche per cercare microspie, distruggendo schede sim e concordando linee difensive omertose per dissimulare il loro coinvolgimento e coprire i mandanti.

Esplosione nel Principato di Monaco contro la famiglia di un oligarca ucraino: cosa sappiamo

Tre persone sono rimaste ferite, due delle quali in modo grave, a causa di un’esplosione in un edificio residenziale nel Principato di Monaco. Un portavoce del governo ha parlato di «atto doloso». I feriti appartengono alla stessa famiglia, quella dell’oligarca ucraino Vadim Ermolaev – tra gli uomini più ricchi dell’Ucraina e soggetto a sanzioni dal dicembre 2023 come deciso dal presidente Volodymyr Zelensky. I fatti si sono verificati nella serata di lunedì 29 giugno 2026 in Rue du Révérend Père Louis Frolla, lungo il confine con la Francia. «È molto probabile che si tratti di un attentato», ha dichiarato all’Afp Christophe Mirmand, capo del governo. Ermolaev e la moglie sono in pericolo di vita, mentre il loro figlio 13enne ha riportato ferite meno gravi. Secondo il procuratore generale di Monaco Stéphane Thibault, qualcuno avrebbe lasciato una borsa o un pacco nell’atrio dell’edificio, poi esploso. È stata anche diffusa una foto del sospetto autore.

Il principe Alberto: «Crimine efferato»

Sulla vicenda è intervenuto anche il principe Alberto II di Monaco, parlando di «crimine efferato» e «shock per l’intera comunità monegasca». «Il Principato di Monaco rimarrà unito e determinato di fronte alla violenza e alla criminalità. La sicurezza della nostra comunità è sempre stata una priorità. Lo rimarrà più che mai, qualunque siano le minacce», ha aggiunto.

Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?

L’assemblea di Delfin di martedì 30 giugno non è una formalità. L’ordine del giorno mette in fila bilancio, innalzamento dei dividendi, richieste di uscita dei soci, aumento degli emolumenti del board e l’introduzione di un collegio di commissari. Ognuna di queste voci è una leva, e ognuna ha una soglia statutaria che ne decide l’esito. Questa è la griglia per leggere il voto, con i numeri che contano e cosa significa ciascun risultato.

Il bilancio: la soglia di sopravvivenza del sistema

Il primo punto è anche il più sottovalutato. L’approvazione del bilancio è ordinaria amministrazione in tempi normali, ma in un clima di guerra diventa un termometro. Una bocciatura del bilancio e della ripartizione degli utili è lo scenario che apre la china più ripida, fino all’ipotesi estrema di messa in liquidazione della holding evocata nelle ultime settimane. Da osservare se passa liscio o se qualcuno lo trasforma in terreno di scontro. Un bilancio che inciampa segnala che la frattura è andata oltre il punto di non ritorno.

I dividendi: la leva di cassa di Leonardo

Qui si gioca la liquidità, e va letto con una premessa. L’8 maggio l’assemblea aveva già deliberato di alzare il payout fino all’80 per cento degli utili, contro il 10 per cento ordinario, e su quella delibera Rocco Basilico ha depositato ricorso in Lussemburgo. Il voto del 30 vale quindi come conferma ed esecuzione. La soglia è la maggioranza dei due terzi, sei soci su otto. Il punto da seguire: con riserve sopra i 5,7 miliardi e una capacità di cedola intorno al miliardo e mezzo, un payout massimo è lo strumento con cui Leonardo fa cassa senza banche per servire il proprio debito. Un dividendo confermato all’80 per cento segnala un erede che gioca la sopravvivenza. Un blocco sui due terzi riaprirebbe la tensione di cassa, e il fronte che storicamente ha frenato i dividendi è quello dei tre che hanno accettato con beneficio d’inventario, Luca, Clemente e Paola. Con Luca e Paola oggi interessati a monetizzare, l’incognita vera resta Clemente.

Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?
Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?
Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?
Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?

Il collegio dei commissari: il test di forza su Talarico

Questa è la partita sulla governance, ed è il punto dove Marco Talarico diventa cartina di tornasole. La proposta porta tre nomi, con Talarico in testa, mandato fino al 2030 e poteri di accesso all’intera contabilità. Il meccanismo da capire è quello degli osservatori previsto dallo statuto: l’assemblea può nominare fino a tre figure che siedono alle riunioni del board senza diritto di voto, e se un amministratore cessa la carica per qualsiasi motivo diverso dalla revoca, l’osservatore più alto in grado ne prende automaticamente il posto. Piazzare l’uomo di Leonardo dentro quel presidio significa pre-posizionarlo per cadere nel board nel momento in cui l’amministratore delegato di Delfin Romolo Bardin dovesse vacillare. Se la proposta passa, Leonardo e Francesco Milleri hanno segnato il punto più pesante contro l’attuale gestione. Se cade, il fronte della prudenza ha tenuto la soglia.

Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?
Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?
Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?

Le uscite e il buyback: la sconfitta ordinata, con tre trappole

Il buyback è l’esito che in queste ore prende quota, e va spiegato perché è una vittoria avvelenata per chiunque lo invochi. Lo statuto pone tre vincoli che ne cambiano la natura. Il riacquisto deve essere aperto a tutti i soci, e non solo a Luca e Paola, con conseguenze incontrollabili se altri decidono di uscire. Il prezzo di esercizio della prelazione, secondo le fonti vicine al dossier, andrebbe fissato intorno ai 6,5 miliardi a quota sul valore di Nav (Net asset value, il Valore patrimoniale netto), non i 5 pattuiti tra i fratelli. E il riacquisto di azioni proprie è ammesso solo nei limiti degli utili distribuibili, con le quote che finiscono in tesoreria senza voto né dividendo, oppure annullate con riduzione di capitale. In tutte le varianti la conseguenza è una sola: Leonardo non sale al 37,5 per cento e non diventa socio di riferimento. Da osservare se l’assemblea imbocca questa strada, perché è la sconfitta strategica di Leonardo in forma ordinata.

L’incognita: la legittimazione di Rocco

Il primo scontro è procedurale e si gioca prima ancora del merito. Dall’8 maggio è pendente in Lussemburgo, oltre a un giudizio italiano, il ricorso con cui Rocco contesta il trasferimento del 25 per cento alla newco Lmdv Fin: i suoi legali sostengono che, trattandosi di un soggetto terzo, servisse l’88 per cento, sette soci su otto, mentre la delibera passò con il 75 per cento, sei voti, contro lui e Claudio. La lettura di Delfin è opposta, perché Lmdv Fin sarebbe controllata da un socio già presente. Da seguire se Rocco viene ammesso al voto e con quali riserve, e se la sua proposta di vendere le partecipazioni con lo sconto del 25 per cento su EssilorLuxottica arriva al tavolo o viene respinta in via pregiudiziale. Un Rocco ammesso con riserva apre un fronte legale che durerà mesi e tiene ogni delibera sotto la spada di un’impugnazione.

Le crepe interne: Claudio e l’eventuale passo indietro di Milleri

Due figure dicono più di qualsiasi conta. Claudio Del Vecchio ha votato contro il trasferimento insieme a Rocco e alla vigilia del voto ha proposto un bonus straordinario per il lavoro del board, una mossa che fotografa la frattura. Se Claudio emerge come polo del fronte anti-Leonardo, gli equilibri cambiano più di qualsiasi dichiarazione. E poi c’è Milleri, il segnale che vale più di tutti. La sua alleanza con Leonardo è uno scambio: vota con lui perché gli serve il blocco di eredi allineato per il proprio legato. Si racconta che leggendo la lettera aperta di Leonardo su QN il presidente si sia molto rabbuiato, perché quel patto di fiducia non era mai stato messo in discussione. Qualunque passo indietro di Milleri, anche solo nei toni, è la spia che Leonardo è rimasto solo.

Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?
Il giorno del giudizio su Delfin: che partita gioca Leonardo Maria Del Vecchio?
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La pressione reale: titolo, banche, debito

Mentre in assemblea si vota, tre indicatori esterni misurano la pressione reale. Il titolo EssilorLuxottica ha perso oltre il 37 per cento da gennaio, intorno ai 166 euro: ogni ulteriore scivolone peggiora le garanzie sui prestiti personali di Leonardo e avvicina la chiamata a margine. Il pool bancario si è già assottigliato, con BNP Paribas sfilata e Lmdv a trattare con fondi come Apollo per costruire il prestito da 10-11 miliardi. E la coda di private debt al 14-16 per cento è la spia che la tensione di liquidità è già in corso: se quel filone si muove, lo stallo sta diventando spirale. Sono i segnali più silenziosi e i più affidabili.

La diagnosi: la prima mossa di Leonardo dopo il voto

Al netto delle dichiarazioni, la strategia vera si legge da cosa fa il giorno dopo. Se spinge sul dividendo massimo, punta alla sopravvivenza. Se rilancia sul buyout o torna a chiedere garanzie a Delfin, resta in modalità conquista e si scava la fossa. Se vira sulla vendita delle partecipazioni, ha accettato la logica di Rocco e cerca cassa a ogni costo. La guerra mediatica contro il board, va ricordato, è già cominciata il 19 giugno con la lettera aperta su QN, il giornale di cui è editore: il punto ora è se alza ancora il tiro o rientra.

Conquista o sopravvivenza: che partita sta giocando Leonardo?

La domanda che tiene insieme ogni segnale è una sola: Leonardo sta giocando la conquista o la sopravvivenza. Fino alla primavera erano la stessa cosa, perché comprare le quote dei fratelli significava anche rifinanziare il debito. Da oggi si separano. Un erede che “pivota” sulla liquidità, dividendo e riduzione dell’esposizione, ha capito la partita. Un erede che continua a spingere sul 37,5 per cento mentre il titolo scende e i creditori cari battono cassa sta correndo verso la margin call che Warren Buffett ha passato la vita a evitare. E sopra tutto resta il muro che il padre ha costruito: con l’unanimità richiesta per statuto, manager e operazioni straordinarie, ogni erede pesa per il suo 12,5 per cento. E nessuno vince da solo.

    Televisione: La serie animata Ghostbusters: Night Shift arriverà su Netflix nel 2027

    La serie animata Ghostbusters: Night Shift arriverà su Netflix nel 2027

    Con un primo filmato presentato al festival di Annecy, una nuova generazione di acchiappafantasmi sta per arrivare nel canone di Ghostbusters

    Gli acchiappafantasmi sono pronti a tornare su Netflix nel 2027 con Ghostbusters: Night Shift, serie animata che ha l'obiettivo di inserirsi nel canone del franchise. Il progetto, guidato dagli showrunner Ben Hibon (Star Trek: Prodigy) e Elliott Kalan, vede Jason Reitman e Gil Kanan – sceneggiatori di Ghostbusters: Legacy e Ghostbusters – Minaccia glaciale – nei panni di produttori esecutivi ed è stato recentemente presentato al festival d'animazione di Annecy, dove è stato rivelato che la serie si ambienterà dopo gli eventi del film del... - Leggi l'articolo

     

    SERIE TV - Televisione - 30 giugno 2026 - articolo di Angela Bernardoni

    Editoria: Sabbie ribelli, distopia steampunk

    Sabbie ribelli, distopia steampunk

    I pirati steampunk di Firenze resistono tra sabbie roventi al governo mondiale di un social network invasivo che regala sogni sintetici. Un bambino diventa l’arma più imprevedibile contro il potere della rete.

    Carlo Menzinger di Preussenthal è un autore eclettico e le sue idee sono spesso interessanti e originali. Lo dimostra anche con Sabbie ribelli mettendo in scena pirati, social network, un futuro post-apocalittico e un Mare di sabbia attorno a Firenze: ce n'è sicuramente più che d'avanzo per rendere intrigante questo nuovo volume della collana Dystopica. Sabbie ribellidi Carlo Menzinger di PreussenthalI pirati steampunk di Firenze resistono tra sabbie roventi al governo mondiale di un social network invasivo che regala sogni sintetici. Un bambino diventa l’arma... - Leggi l'articolo

     

    LIBRI - Editoria - 30 giugno 2026 - articolo di S*