‘incendio che ha devastato il Teatro Sannazzaro “rappresenta un colpo durissimo, una ferita profonda per Napoli e per l’intero patrimonio culturale del Paese”. Lo dichiara il deputato Piero De Luca, segretario del Pd Campania. “Il Sannazzaro – prosegue De Luca – e’ un teatro incantevole che ha custodito generazioni di artisti, e’ un simbolo della storia, dell’identita’ e della tradizione culturale della citta’ di Napoli. Alla direttrice artistica, ai lavoratori, agli artisti va la nostra piena vicinanza. In questo momento e’ prioritario garantire massimo sostegno a loro e completa assistenza ai residenti e alle attivita’ coinvolte”. Occorre al tempo stesso “assicurare una piena collaborazione istituzionale – prosegue De Luca – ed un impegno comune per ricostruire e restituire quanto prima alla citta’ il teatro. Il Partito Democratico fara’ fino in fondo la propria parte, in tutte le sedi competenti, per sostenere il percorso e gli sforzi necessari a far rinascere il Sannazzaro e lo straordinario patrimonio culturale che rappresenta”
La premier Giorgia Meloni e il presidente della Regione Campania Roberto Fico hanno telefonato alla mamma di Domenico, il bimbo di due anni e quattro mesi che ha ricevuto un cuore risultato danneggiato in fase di espianto ed ora versa in gravi condizioni all’ospedale Monaldi di Napoli, dove e’ avvenuto il trapianto. A dare notizia delle due telefonate fatte a Patrizia e’ stato l’avvocato Francesco Petruzzi. Il primo a contattare Patrizia e’ stato Fico, poi e’ arrivata la telefonata di Meloni. La premier ha assicurato che “sara’ fatta giustizia”
Il Siracusa ha provveduto al pagamento degli stipendi di novembre e dicembre, ma restano ancora da versare contributi Inps e ritenute Irpef relativi alle stesse mensilità. La conferma arriva direttamente dai calciatori siciliani, intervenuti nel corso della trasmissione “SIRApodcast” in diretta social sul canale Siracusa Fans, che hanno riportato il ricevimento dei bonifici, sottolineando però la mancanza del saldo delle obbligazioni fiscali e previdenziali.
Il presidente Ricci risulta al momento irreperibile, nonostante le ripetute chiamate dei giornalisti locali. Tuttavia, secondo quanto trapelato, la società avrebbe dato mandato a una banca nella giornata di ieri per sanare la posizione entro le prossime 24 ore.
Il quadro, seppur in via di risoluzione, resta delicato: i punti di penalizzazione sono ormai certi. Sei punti saranno applicati entro febbraio per il mancato pagamento di dicembre, con l’aggiunta di altri due o tre punti qualora non venissero regolarizzati contributi e ritenute. La scadenza del 16 aprile, relativa agli stipendi di gennaio-febbraio 2026, non comporterà l’esclusione dal campionato, ma ulteriori penalizzazioni potrebbero aggravare la situazione. La classifica, di fatto, rischia di compromettere la corsa salvezza, con il Siracusa proiettato a cinque punti dall’ultima posizione utile per i play-out.
Di colpo l’Italia ha deciso di mettere a bilancio i suoi peccati originali. Non potendo archiviarli, per manifesta incapacità di espiazione, ha scelto la via più redditizia: li ha impacchettati, ne ha lucidato con cura le manette e li ha spediti a Burbank, California. Il 20 febbraio debutta su HBO Max Portobello, la miniserie-evento di Marco Bellocchio, con un Fabrizio Gifuni che presta corpo e voce a Enzo Tortora. Dopo il passaggio di rito all’82esima Mostra del Cinema di Venezia, l’operazione sbarca sul mercato globale in sei puntate. È il paradosso definitivo: vendiamo i nostri scheletri nell’armadio ai colossi dello streaming americano affinché loro ce li riconsegnino in 4K, sotto forma di abbonamento mensile.
Enzo Tortora, al teatro della tv si sostituì il teatro del processo
Per chi avesse la memoria corta, o l’anagrafe troppo verde, per averne percepito l’odore, bisogna sintonizzarsi sull’Italia dei primi Anni 80. Un Paese frastornato dall’assassinio Moro, dai colpi di coda del terrorismo, dalle commistioni tra Stato e mafia (dall’omicidio Dalla Chiesa al rapimento Cirillo), e dagli appetiti spalancati dal post-sisma in Irpinia. In questo scenario di macerie morali, Enzo Tortora era un architrave. Un uomo colto, nominato Commendatore da Sandro Pertini, capace di incollare 28 milioni di italiani davanti al rito del pappagallo muto. Il suo Portobello era la culla di tutto ciò che avremmo visto nei decenni a venire, da Chi l’ha visto? a C’è posta per te. Ma Tortora restava soprattutto un “non furbo”. Non apparteneva alla P2, non aveva padrini nella DC o nel PCI, era un laico e perciò sospetto persino ai sacrestani. Il bersaglio perfetto per un rito di caduta che una certa classe intellettuale, invidiosa di quella popolarità, così trasversale e pulita, aspettava con il coltello tra i denti. L’ispirazione di Bellocchio (che qui recupera la sofferenza istituzionale già esplorata nel magnifico Esterno Notte) nasce da un’immagine che è una ferita aperta: il presentatore stravolto e stupito che esce in manette dalla caserma di via in Selci, il 17 giugno dell’83 (dopo il prelievo all’hotel Plaza). Il capitano dei carabinieri gli aveva promesso un’uscita sul retro per evitargli il linciaggio mediatico; invece lo consegnò scientemente a una schiera di fotografi e cineoperatori convocati come a un’esecuzione pubblica. Al teatro della televisione si sostituì, istantaneamente, il teatro del processo.
L’anatomia del grottesco: centrini, mutande e pentiti psicopatici
L’opinione pubblica, i giudici e gran parte della stampa (con le rare eccezioni di Enzo Biagi e Indro Montanelli, che lo difesero senza tregua e senza paura) furono disposti a credere a un branco di delinquenti senza pretendere uno straccio di riscontro fattuale. L’accusa poggiava sulle labbra di Giovanni Pandico (interpretato da Lino Musella), detto ‘o pazzo, cutoliano pentito e psicopatico che dalla sua cella tesseva trame vendicative. Il motivo? Un “centrino” (gergo della malavita per indicare una partita di droga) che secondo lui si era smarrito nella redazione del programma. I pm napoletani decisero che la parola di un folle pesava più della vita di un uomo onesto. Credettero a lui e ad altri 11 pentiti, tra cui il killer Pasquale Barra, detto ’o animale, fedelissimo di Raffaele Cutolo (interpretato da Gianfranco Gallo), e il seduttivo millantatore Giovanni Melluso. L’accusa era infamante: associazione camorristica e traffico di droga per conto della Nuova Camorra Organizzata.
Una scena di Portobello (da Youtube).
Si arrivò a dire che il conduttore avesse assaggiato e approvato una partita di polvere bianca mentre la moglie di un pentito si aggiustava con noncuranza l’elastico delle mutande. La prova regina? Un’agendina trovata in casa del camorrista Giuseppe Puca, con un nome che ai giudici pareva “Tortora” ma che in realtà era “Tortona”. Nonostante l’inconsistenza solare delle accuse, Tortora subì sette mesi di carcere preventivo e una condanna in primo grado a 10 anni, ribaltata in formula piena solo in appello, nel 1986, grazie al lavoro certosino di giudici come Michele Morello. Ci volle persino il paradosso supremo dell’arrivo in aula di Renato Vallanzasca, che smontò l’attendibilità di Melluso davanti a una Corte che non voleva ammettere l’errore per non dover cancellare l’intera inchiesta. Il presentatore tornò in video il 20 febbraio di 39 anni fa (data che coincide con il lancio della serie), con la celebre frase: «Dove eravamo rimasti?». Ma morì 15 mesi dopo, a 59 anni.
Una scena di Portobello (da Youtube).
Il martirio come commodity e il fattore urne
Mentre lui usciva di scena distrutto, sorretto solo dalla sorella Anna (interpretata da Barbora Bobulova) e dalla compagna Francesca Scopelliti (nella serie Romana Maggiora Vergano), i suoi accusatori facevano carriera. Lucio Di Pietro ha concluso la sua parabola come procuratore generale a Salerno, Felice Di Persia è stato eletto al Csm. Oggi, la Warner Bros. Discovery incassa i dividendi di questa impunità collettiva. Il prodotto è eccellente, intendiamoci, ma è una supplenza di servizio pubblico che la Rai non riesce più a esercitare. Il vero capolavoro di cinismo editoriale (o di preveggenza politica, fate voi) risiede però nel calendario. La serie debutta nel pieno della campagna per il referendum costituzionale sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026. Si voterà per la separazione delle carriere e la riforma del Csm, temi che sono il midollo osseo del “caso Tortora”. Malgrado le smentite di rito, il lavoro di Bellocchio finirà inevitabilmente nel tritacarne, e senza che Palazzo Chigi debba spendere un euro, diventerà il più formidabile e involontario spot per i sostenitori del Sì, che calcheranno la mano sulla cecità di toghe mai punite, mentre quelli del No ricorderanno che furono altri giudici, dello stesso tribunale (senza carriere separate), a ribaltare l’accusa. «Dove eravamo rimasti?», chiedeva Tortora nell’87. Esattamente lì. Solo che adesso la nostra coscienza è un contenuto premium e il telecomando è saldamente in mano agli americani.
«Come ho commentato le parole di Gratteri, commento anche quelle di Nordio. Evitiamo aggettivi, attacchi e insulti e parliamo del merito» della riforma della giustizia. L’appello alla moderazione arriva da Matteo Salvini dopo l’ennesima uscita del Guardasigilli Carlo Nordio che aveva definito il Csm un «sistema para mafioso». «Vedo molto nervosismo a sinistra e in certi ambienti della magistratura», ha continuato il vicepremier leghista al termine della visita al Villaggio olimpico (del resto il Capitano tra apparizioni sulle piste, karaoke e selfie con atleti è diventato la terza mascotte dei Giochi). Gli italiani «non voteranno pro o contro Salvini, Nordio, Gratteri, il governo, la Schlein. Conto che tutti abbiano toni più tranquilli».
Matteo Salvini alla mostra Dal sogno alla realtà (Imagoeconomica).
Sui social evapora il tono istituzionale
Se però dai microfoni dei cronisti si passa ai social la musica cambia. Il tono istituzionale evapora e di “merito” non v’è più traccia. Più o meno nelle stesse ore in cui Salvini invitava alla moderazione, sulla sua bacheca attaccava i giudici. «Rapine, minacce, furto aggravato e resistenza a pubblico ufficiale. Era conosciuto per le sue spacconate sui social: ora in carcere. E speriamo che nessun giudice lo faccia uscire prima…».
Commentando invece la nuova imputazione di omicidio stradale per «eccesso colposo nell’adempimento del dovere» per il carabiniere alla guida dell’auto coinvolta nello schianto che a Corvetto costò la vita a Ramy Elgaml, tuona: «Giù le mani dalle nostre Forze dell’Ordine! Questa non è “giustizia”, questa è una vergogna. Motivo in più per votare SÌ al Referendum del 22 e 23 marzo» (non è ben chiaro quale sia il nesso).
C’è poi il vecchio adagio del «clandestino da risarcire, il giudice ci impone di dargli 700 euro». Et voilà l’appello del Capitano: «La Giustizia ha bisogno di cambiare in meglio. Per questo voteremo SÌ al referendum del 22-23 marzo». Il referendum della Giustizia si trasforma così in un referendum contro la magistratura o contro alcune sue sentenze.
Poteva mancare la famiglia nel bosco? Qui la comunicazione è più sottile. Basta scrivere giustizia tra virgolette e il gioco è fatto.
Un Doge per Venezia? L’ipotesi di una candidatura di Luca Zaia a sindaco alle elezioni della prossima primavera è suggestiva, ma sempre meno realistica. Vero, l’ex governatore non ha mai chiuso del tutto la porta. E considerando le 7 mila preferenze raccolte in città alle Regionali 2025, la sua corsa sarebbe in discesa. Non solo: Fratelli d’Italia a livello nazionale ha già garantito al leghista «il massimo appoggio», segno del rapporto stretto da Zaia con Giorgia Meloni (e anche a Matteo Salvini non dispiacerebbe sistemarlo a Venezia togliendosi così un potenziale disturbatore). Il fatto è che l’ex governatore pare avere obiettivi diversi. Nel 2027 sono in programma le Politiche e potrebbe aprirsi per lui la possibilità di tornare al governo da ministro o essere eletto presidente della Camera, poltrona su cui ora siede il collega leghista Lorenzo Fontana. Oppure l’ex governatore potrebbe ambire a un ruolo di primo piano nella Lega. Difficile che Salvini lo nomini vicesegretario (una poltrona che a Zaia comunque andrebbe stretta), ma, visto il ciclone Vannacci, potrebbe riprendere piede il progetto di Lega del Nord sul modello Cdu-Csu, finora scartato dal leader. Su ogni piano aleggia poi l’incognita referendum. Il fronte del no tallona quello del sì e un eventuale sorpasso rischia di avere effetti anche sui voti locali. Pure a Venezia. Meglio dunque non rischiare. Resta il fatto che, a pochi mesi dall’appuntamento con le urne, il centrodestra non ha ancora un candidato ufficiale per la città, a differenza del fronte progressista che ha schierato per tempo Andrea Martella, segretario regionale dem. La coalizione potrebbe allora puntare su Simone Venturini, attuale assessore al Turismo. Un segno di continuità con Luigi Brugnaro e la giunta uscente.
Luca Zaia, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (foto Imagoeconomica).
Il party per i 50 anni della top manager
Serata molto allegra per festeggiare il compleanno di Rosalba Benedetto (siciliana, 50 anni dichiarati anche sulla torta), vicepresidente di Banca Ifis. Ad accogliere gli ospiti nella Residenza Vignale, location di charme nel centro di Milano, un carrettino siciliano con limoni e arance, come siciliana è stata tutta la cena, composta da arancini, sarde a beccafico e grande torta di cassata. Tra gli ospiti Francesco Specchia, portavoce e capo ufficio stampa del ministro della Giustizia Carlo Nordio, Osvaldo De Paolini, condirettore del Giornale, il giornalista Claudio Antonelli, Patrizia Rutigliano, Gianluca Comin, Fabiana Giacomotti, Giovanni Bernabei, Monica Provini, Elena Di Giovanni, l’amministratore delegato di Prelios Luigi Aiello, Marco Forlani e Roberto Papetti, direttore de Il Gazzettino. E naturalmente Ernesto Fürstenberg Fassio, proprietario di Ifis, assieme al team della banca. Prezzario dei regali, visto il parterre, in sintonia con le lussuose tasche.
La longevità di Daniele Franco
«Mai come oggi il tema della longevità ha occupato il dibattito pubblico e suscitato tanto interesse. La consapevolezza odierna che non solo singoli individui ma intere società stanno invecchiando e che la durata e la qualità della vita degli anziani stanno via via migliorando, assieme all’incertezza su quale sia il limite ultimo alla durata della vita, inducono a riflettere sulle implicazioni di questo processo. È un tema che va affrontato da molteplici prospettive scientifiche, economiche e politiche; ma anche filosofiche e culturali e quindi artistiche, storiche, spirituali»: lo ha detto Daniele Franco, classe 1953, ex ragioniere generale dello Stato dal 2013 al 2019, quindi direttore generale della Banca d’Italia e poi nominato ministro dell’Economia e delle Finanze nel governo di Mario Draghi, ora direttore scientifico della Fondazione Giorgio Cini, a Venezia. E proprio “l’aspirazione umana alla longevità” è il cantiere tematico della fondazione per il 2026, con workshop, conferenze, giornate di studio e un simposio internazionale. Tutto, dopo una lunga serie di iniziative che hanno avuto al centro dell’attenzione Giacomo Casanova e la sua vita. Chissà cosa combinerà durante il martedì grasso, a Venezia.
Sono diversi gli atleti olimpici statunitensi che hanno affermato di sentirsi a disagio nel rappresentare il proprio Paese a Milano-Cortina, visto il controverso operato dell’Amministrazione Trump, che ne ha surriscaldato il clima politico. Da Hunter Hess a Amber Glenn, ecco chi ha criticato l’inquilino della Casa Bianca e le sue sferzanti risposte.
Trump ha attaccato Hess, che si era detto a disagio: «Un vero perdente»
«Rappresentare gli Stati Uniti in questo momento suscita emozioni contrastanti. Penso che sia un po’ difficile», ha detto lo sciatore freestyle Hunter Hess in conferenza stampa. «Ovviamente stanno succedendo molte cose di cui non sono un grande fan, e credo che molte persone non lo siano. Solo perché indosso la bandiera non significa che rappresenti tutto ciò che sta accadendo negli Stati Uniti». In un post su Truth, Trump lo ha definito «un vero perdente», aggiungendo che «è molto difficile tifare per qualcuno così».
Amber Glenn (Ansa).
Contro Trump anche la pattinatrice artistica Glenn e la snowboarder Kim
Pochi giorni prima la pattinatrice artistica Amber Glenn aveva criticato le politiche della Casa Bianca nei confronti delle persone della comunità Lgbtq: «Spero di poter usare la mia voce e questa piattaforma per aiutare le persone a rimanere forti in questi tempi difficili». Le parole di Glenn avevano trovato supporto in vari atleti, tra cui la snowboarder Chloe Kim, figlia di immigrati sudcoreani. «Penso che in momenti come questi sia davvero importante per noi unirci e difenderci a vicenda per tutto quello che sta succedendo», aveva detto, precisando di essere «davvero orgogliosa di rappresentare gli Stati Uniti».
Chloe Kim (Ansa).
Vance: «Chi interviene su questioni politiche si espone alle critiche»
Il vicepresidente JD Vance, che è stato fischiato durante la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici, ha dichiarato che, intervenendo si questioni politiche, inevitabilmente gli atleti si espongono alle critiche. Anche a quelle dello stesso presidente.
L’italiano Stefano Scarpetta è stato nominato capo economista dell’Ocse e assumerà le sue funzioni dall’1 aprile. L’ha comunicato la stessa Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, precisando che Scarpetta gode di «una reputazione internazionale eccezionale come economista di spicco, costruita in oltre tre decenni di servizio». Dal 2013 ha guidato la direzione Ocse per l’Occupazione, il lavoro e gli affari sociali. Ha inoltre ricoperto il ruolo di sous-sherpa per il G7 e il G20 su questioni di politiche occupazionali e sociali.
Guiderà il dipartimento di Economia nella realizzazione di analisi basate su prove e consulenze
Nel suo nuovo ruolo, Scarpetta guiderà il dipartimento di Economia dell’Ocse nella realizzazione di analisi rigorose basate su prove concrete, benchmarking internazionale e consulenza politica specifica per ciascun Paese. Il lavoro del dipartimento supporta i responsabili politici nel promuovere una crescita economica sostenibile, ampliare le opportunità di impiego e migliorare il tenore di vita in oltre 100 Paesi in tutto il mondo. Durante tre decenni all’organizzazione internazionale, Scarpetta «ha costantemente dimostrato una leadership eccezionale, una profonda competenza nell’analisi economica e nella politica, con un impegno a promuovere la missione dell’Ocse e gli interessi collettivi dei suoi membri e partner», ha affermato il segretario generale dell’Organizzazione Mathias Cormann.
Ha lavorato anche alla Banca mondiale
Scarpetta ha iniziato la sua carriera all’Ocse nel 1991 ed è diventato economista senior nel dipartimento di Economia nel 1995. Dal 2002 al 2006 ha lavorato presso la Banca mondiale come consulente per il mercato del lavoro ed economista principale prima di tornare al dipartimento di Economia dell’Ocse nel 2006. Laureato all’Università di Roma, ha conseguito anche un Master of science in Economia presso la London School of economics and political science e un dottorato in Economia presso l’École des hautes études en Sciences sociales.
Antenna Group, ovvero il colosso greco vicinissimo a rilevare gli asset più redditizi di Gedi – tra cui Repubblica – ha annunciato che l’ex premier britannico Tony Blair assumerà il ruolo di Senior Advisor per la realizzazione dell’Europe-Gulf Forum, in programma a maggio 2026. L’evento, che sarà ospitato da Antenna in partnership con il principale think tank statunitense, l’Atlantic Council, riunirà esponenti di primo piano del mondo politico, imprenditoriale, finanziario e istituzionale, con l’obiettivo di costruire una cooperazione duratura tra Europa e Golfo Persico, due regioni chiave unite da interessi geopolitici e opportunità di investimento condivisi. Si conferma dunque la forte influenza di Blair nella regione, nonostante qualche ombra nel passato dell’ex inquilino di Downing Street. «Siamo lieti di accogliere Blair come Senior Advisor mentre la nostra azienda si prepara a ospitare questo importante evento», ha dichiarato Theodore Kyriakou, presidente di Antenna Group, evidenziando la «straordinaria leadership internazionale e la profonda esperienza diplomatica» dell’ex primo ministro britannico. «Sono lieto di collaborare alla realizzazione di questo forum, che riunirà Europa e Paesi del Golfo in una fase di crescente polarizzazione globale, un progetto di grande rilievo per il futuro. Europa e Golfo condividono interessi strategici profondi e vi sono ampi margini per rafforzare ulteriormente la cooperazione tra le due regioni», ha detto Blair.
Da Downing Street al Tony Blair Institute for Global Change
Primo ministro del Regno Unito dal 1997 al 2007, ha guidato il Paese per tre mandati consecutivi diventando l’unico leader laburista ad aver vinto tre elezioni generali nella storia del partito. Dopo l’addio a Downing Street, Blair ha continuato a essere attivamente impegnato nelle principali dinamiche globali, con particolare attenzione all’Africa e al Medio Oriente: nel 2016 ha fondato il Tony Blair Institute for Global Change, organizzazione non profit che fornisce consulenza su governance e strategie di sviluppo, con progetti soprattutto in Africa e Medio Oriente. Inoltre è nel comitato esecutivo del trumpiano Board of Peace.
Tony Blair (Ansa).
La presunta attività di lobbying per spingere l’Ue nel Board of Peace
A proposito dell’organismo promosso dalla Casa Bianca, la piattaforma Follow the money ha appena pubblicato un documento riservato della Commissione europea da cui emergerebbe un’attività di lobbying dell’istituto di Blair, per spingere l’Ue a prendere parte del Board of Peace. In particolare è emerso che gli emissari dell’organizzazione avrebbero avuto un incontro con i funzionari della Direzione generale Mena (Medio Oriente, Nordafrica e Golfo) che fa capo a Dubravka Šuica, commissaria al Mediterraneo, chiedendo un faccia a faccia con Blair «a Davos o in altre occasioni». Ebbene, Palazzo Berlaymont ha confermato che la stessa Šuica sarà presente alla prima riunione del Board of Peace, mettendo al tempo stesso in chiaro che la Commissione sarà a Washington solo come osservatrice e che l’Ue non entrerà a far parte del consiglio di pace. Secondo quanto emerso da fonti diplomatiche, la questione non era mai stata affrontata né a livello ministeriale, né al Coreper. E il via libera è arrivato direttamente da Ursula von der Leyen, non senza qualche malumore a Bruxelles
Stefano Bandecchi, sindaco di Terni e coordinatore di Alternativa Popolare, è stato rinviato a giudizio a Roma per evasione fiscale: è accusato di non avere pagato imposte per circa 20 milioni di euro come amministratore di fatto dell’università telematica Unicusano. Il mancato versamento risalirebbe al periodo 2018-2022. «Nessuna sorpresa, me lo aspettavo, tutto come previsto. Speriamo di poter dimostrare nel processo la nostra innocenza», ha dichiarato Bandecchi. Assieme a lui finiranno a processo anche altre tre persone che hanno rivestito ruoli di responsabilità nella società che gestisce l’ateneo. Sfruttando le tariffe agevolate riservate agli istituti didattici, avrebbero fatto acquisti non esattamente riconducibili all’attività universitaria, tra cui quelli di una Ferrari e una Rolls Royce, comprate per 550 mila euro. L’udienza davanti al tribunale monocratico è stata calendarizzata per il 4 giugno.
È morto il reverendo Jesse Jackson, attivista per i diritti civili che aveva raggiunto la notorietà partecipando alle manifestazioni con Martin Luther King Jr. Aveva 84 anni. «Nostro padre era un leader al servizio della comunità, non solo della nostra famiglia, ma anche degli oppressi, dei senza voce e degli emarginati in tutto il mondo», ha dichiarato la famiglia Jackson in una nota.
Era stato assistente di MLK e ne raccolse poi l’eredità
Nato a Greenville (Carolina del Sud) da una madre adolescente e non sposata durante l’era di Jim Crow, negli Anni 60 entrò a far parte del movimento Southern Christian Leadership Conference (SCLC) di Martin Luther King, di cui diventò stretto collaboratore: era con lui Memphis quando venne assassinato il 4 aprile 1968. Morto MLK, Jackson – che era anche ministro battista – nel raccolse l’eredità affermandosi uno dei leader per i diritti civili più influenti d’America. Nel 1984 organizzò la Rainbow Coalition, alleanza di neri, bianchi, latini, asiatici, nativi americani e persone Lgbtq, aprendo la strada a un Partito Democratico più progressista. Figura di spicco per la comunità afroamericana ben prima che Barack Obama raggiungesse la scena nazionale, negli Anni 80 partecipò anche due volte alle primarie per tentare di ottenere la nomina a candidato dem nelle Presidenziali Usa: fu battuto prima da Walter Mondale e poi da Michael Dukakis. Era stato ricoverato in ospedale negli ultimi mesi ed era sotto osservazione per paralisi sopranucleare progressiva.
Le tante missioni di Jackson come inviato della Casa Bianca
A partire dagli Anni 80 fu a più riprese inviato della Casa Bianca. Nel 1983 intraprese ad esempio un viaggio in Siria per occuparsi del rilascio di un pilota statunitense, Robert Goodman, poi avvenuta. Nel 1984, su invito di Fidel Castro, andò a Cuba per negoziare il rilascio di 22 cittadini statunitensi. Nel 1997 volò in Kenya per incontrare l’allora presidente Daniel Arap Moi, come inviato speciale del presidente Bill Clinton per promuovere la democrazia attraverso elezioni libere. Nel 1999, durante il conflitto in Kosovo, si recò a Belgrado per negoziare il rilascio di tre soldati statunitensi. Nel 2005 raggiunse poi il Venezuela per incontrare il presidente Hugo Chávez.
Ci siamo, anche se il forse è d’obbligo finché una firma non lo trasformi in certezza. E finché non si trova un accordo definitivo sul prezzo (alla finestra c’è sempre Leonardo Maria Del Vecchio in agguato), che non è un nodo di poco conto ma che i due attori della trattativa sembrano determinati a sciogliere per non tirarla alle Calende, greche come l’acquirente designato Theodore Kyriakou, patron del gruppo Antenna, di cui Tony Blair è appena diventato senior advisor. Ma sulla cessione di tutta Gedi, compresa La Stampa, che però è oggetto di una trattativa in esclusiva fino ad aprile con la Sae di Alberto Leonardis, si intravede il traguardo di primavera.
Il ceo di Exor John Elkann (foto Ansa).
Alla fine dovremmo dunque avere un armatore ed editore televisivo straniero che entra nella carta stampata di un altro Paese, immune ai sovranismi e ai golden power che il suo governo ipersensibile al tema ha già detto di non voler esercitare. Il pre-accordo arriverà a breve, il closing è una formalità: la casa editrice è interamente controllata dalla Exor di John Elkann, e Elkann ha deciso da tempo di voler fuggire mille miglia lontano da ciò che ha sentore di editoria.
Resta il nodo di una zavorra: Stardust
Il perimetro dell’operazione comprende le radio, la Repubblica, Huffington Post, i pochi periodici rimasti, Limes in testa, e la concessionaria pubblicitaria Manzoni. Sulla carta, un pezzo ancora significativo dell’ecosistema informativo italiano. La trattativa ha accumulato settimane di due diligence così minuziose che, al confronto, La Recherche di Marcel Proust sembra un romanzo breve. Si parla di 160 mila pagine, cifra che cresce nel passaggio da un testimone all’altro, come nella migliore tradizione del racconto orale. Perché il nodo non era la valutazione dei giornali, settore dove i multipli ormai sono retaggio del passato, ma la zavorra che Gedi si porta dietro. Una zavorra con un nome preciso: Stardust.
Il logo di Gedi e quello di Stardust.
Acquisita nel pieno dell’euforia per la creator economy e l’influencer marketing, Stardust era stata presentata come la porta d’accesso al futuro: contenuti nativi per social, community verticali, brand integration, engagement. Tutto in inglese, tutto promettente e destinato a lauti dividendi. Il prezzo d’acquisto si aggirava attorno ai 30/40 milioni, con valutazioni fondate su crescite a doppia cifra e prospettive da Silicon Valley in salsa meneghina.
Margini compressi, costi più alti del previsto: un buco nero
Poi però quando, come dice il guru dell’immobiliare Roberto Carlino, si è trattato di passare dai sogni alla solida realtà, si è scoperto il disastro. Margini compressi, costi più alti del previsto, una dipendenza strutturale dalle piattaforme che decidono algoritmi e visibilità come un sovrano assoluto. Risultato: rettifiche, svalutazioni, impairment che tra scritture contabili e aggiustamenti di goodwill hanno pesato per decine di milioni sui conti consolidati. Un buco nero, appunto.
Kyriakou sta costruendo per Dazn una newsroom con 25 giornalisti
Ed è su questo buco, da cui man mano che si procedeva nell’analisi dei conti uscivano sgradite sorprese, che la trattativa si è incagliata per settimane. Kyriakou, uomo di televisione e sport – sta costruendo per Dazn una newsroom con 25 giornalisti, si suppone pescati tra gli esuberi di Gedi – sa che i contenuti contano. Ma sa anche che i bilanci contano di più. Ed è per questo che sta tirando sul prezzo.
Dazn (Ansa).
Quanto pesa oggi un errore strategico compiuto ieri? E chi lo paga?
La discussione non è stata su Repubblica, brand ancora forte nel suo ineluttabile declino strutturale, né su Manzoni, asset strategico in un mercato pubblicitario sempre più concentrato. Il braccio di ferro è stato sulla quantificazione del passato: quanto pesa oggi un errore strategico compiuto ieri? E chi lo paga? Lo paga Kyriakou, ma con un cospicuo sconto sull’ammontare complessivo dell’operazione, sulla quale si erano sentite le cifre più disparate, anche 140 milioni, nell’ottica del venditore che vuole far pesare l’indubbio valore della parte radiofonica.
Il problema non è trovare un nuovo padrone, ma un modello di business
La domanda che ora tutti si fanno è se Kyriakou saprà gestire Repubblica, quotidiano preda di una crisi conclamata di copie e lettori. Ma la vera domanda è se l’editoria italiana abbia finalmente capito che il problema non è trovare un nuovo padrone, ma un nuovo modello di business. Senza il quale, finché si resta sospesi tra nostalgia della carta e dipendenza dagli algoritmi, ogni cessione verrà presentata come una rinascita. E vissuta come una resa.
A sole due settimane dal lancio, inizia a crescere il nuovo partito dell’ex generale Roberto Vannacci. Secondo i sondaggi Swg realizzati per il TgaLa7 del 16 febbraio 2026, Futuro nazionale ha guadagnato infatti lo 0,3 per cento rispetto alla settimana precedente arrivando al 3,6 per cento. Una percentuale che lo rende capofila dei partiti minori. La rilevazione stima anche che l’1,24 per cento dei voti provenga dalla Lega, l’1,2 da Fratelli d’Italia, lo 0,2 da Forza Italia, lo 0,3 da Casapound e lo 0,5 da altri partiti o da gli astenuti.
Che a subire il danno maggiore sia il Carroccio è evidente anche dal suo calo dei consenso nelle ultime settimane. Dopo essere scivolato al 6,6 per cento il 9 febbraio, il partito di Matteo Salvini ha perso un altro 0,2 attestandosi al 6,4 per cento. Una cifra che lo porta dietro Alleanza verdi sinistra di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, dato al 6,6. Anche Fratelli d’Italia scende e va sotto la soglia del 30 per cento (29,8, -0,3 per cento). Stabile invece Forza Italia all’8,4 per cento. Tra le forze di opposizione, il Partito democratico perde lo 0,2 e si ferma al 22 per cento e il Movimento 5 stelle sale lievemente all’11,8 (+0,1).
Nel caso di qualificazione della nazionale Usa alla finale del torneo di hockey maschile, Donald Trump potrebbe effettuare un blitz in Italia per assistere alla partita per la medaglia d’oro, che si terrà domenica 22 febbraio nell’impianto di Santa Giulia a Milano. Lo hanno confermato all’Agi fonti della Federazione mondiale di hockey: se ne saprà di più venerdì 20 febbraio, quando si giocheranno le due semifinali: in caso di successo nei quarti (contro la vincente del playoff Svezia-Lettonia), gli Stati Uniti dovrebbero incontrare il Canada.
Tifosi statunitensi all’Arena Santa Giulia di Milano (Ansa).
Prime riunioni per il rafforzamento della sicurezza
Il possibile arrivo di Trump a Milano ha fatto scattare in Prefettura e Questura le prime riunioni operative per un rafforzamento delle misure di sicurezza. Al di là dell’approdo o meno degli Stati Uniti in finale, resta anche l’incognita su quanto dovrebbe durare la permanenza di Trump in Italia. E dove si sposterebbe poi il tycoon, che dopo la finale dell’hockey potrebbe decidere di spostarsi all’Arena di Verona per la cerimonia di chiusura dei Giochi olimpici. In questo caso si tratterebbe di un blitz di poche ore, seppur in due luoghi. Ma non è escluso che il presidente americano possa arrivare con il suo Air Force One fin da sabato sera.
L’Air Force One (Ansa).
Gli Usa hanno vinto solo due volte il torneo olimpico
La nazionale di hockey su ghiaccio degli Stati Uniti, nonostante la grande popolarità di questo sport negli Usa e il fatto che le franchigie americane (assieme a quelle canadesi) disputino la ricca NHL, ovvero la lega professionistica nordamericana, ha vinto solo due ori olimpici: nel 1960 e nel 1980. Questo perché gli Stati Uniti alle Olimpiadi hanno a lungo schierato giocatori dilettanti (provenienti dalle università) e non le star dell’NHL.
È morto a 95 anni Robert Duvall, uno dei più grandi attori del Novecento, figura di rilievo in capolavori come Il Padrino e Apocalypse Now. Una carriera cinematografica di successo durata sei decenni consacrata da un Premio Oscar, quattro Golden Globe, due Emmy, uno Screen Actors Guild Award ed un Bafta.
I cinque ruoli più memorabili
Dopo due piccole apparizioni in Lassù qualcuno mi ama e Il buio oltre la siepe, ha iniziato a interpretare “cattivi” degni di nota, come in La caccia con Brando e Il Grinta con John Wayne. Ma il personaggio che ha dato una svolta alla sua carriera è stato Tom Hagen, il consigliori di don Vito Corleone ne Il Padrino.
Da allora ha collezionato una serie di ruoli nei generi più diversi, spesso in uniforme militare o di poliziotto, da MASH di Robert Altman ad Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, in cui è l’indimenticabile colonnello Kilgore di “Mi piace l’odore del napalm al mattino”. Un altro ruolo memorabile, oltre a quello che gli è valso l’Oscar in Tender Mercies – Un tenero ringraziamento, è quello ne L’assoluzione di Ulu Grosbard, dove interpreta un funzionario di polizia al centro di un dilemma morale.
Ancora in divisa accanto all’agente Sean Penn in Colors – Colori di guerra di Dennis Hopper, e alle prese con la furia di Michael Douglas in Un giorno di ordinaria follia di Joel Schumacher. Si ricorda infine il ruolo di dottor Watson in Sherlock Holmes: soluzione sette per cento di Herbert Ross. Nella sua carriera si è cimentato anche con la regia, come nel caso di Cavalli selvaggi, nel 2015. Con la quarta moglie, l’attrice e regista Luciana Pedraza, aveva dato vita al Robert Duvall Children’s Found per l’assistenza ai bambini argentini ed era stato un sostenitore dell’organizzazione Pro Mujer a sostegno delle donne indigenti dell’America Latina.
Disastro a Napoli, nel quartiere centrale di Chiaia, dove un vasto incendio ha mandato in fumo la cupola dello storico Teatro Sannazaro, inaugurato nel 1847 e immerso tra i palazzi residenziali della zona. Ancora non è ancora chiaro cosa abbia innescato il rogo: la prima ipotesi formulata è quella di un corto circuito.
La prima ipotesi è quella di un corto circuito
Sul posto i vigili del fuoco impegnati nelle operazioni di spegnimento del rogo. Ma non è stato possibile salvare la cupola del teatro: crollata a causa delle fiamme, ha colpito la platea. Si sarebbero inoltre verificati anche ai palazzi adiacenti. Area irrespirabile in tutto il quartiere: ci sono almeno quattro persone intossicate, ma fortunatamente nessuna è grave.
La storia della “Bomboniera di via Chiaia”
Attiguo alla Chiesa di Sant’Orsola e edificato sull’area dell’antico chiostro dei Padri Mercedari spagnoli, il Teatro Sannazaro è noto come la “Bomboniera di via Chiaia” per le dimensioni ridotte e la ricchezza delle sue decorazioni. Nel 1888 fu il primo teatro napoletano a essere illuminato per mezzo di luce elettrica. L’anno successivo vide la prima di Na santarella, commedia di Eduardo Scarpetta, che qui poi avrebbe poi chiuso la sua lunga carriera. Calcarono il palcoscenico del Teatro Sannazaro Eleonora Duse, Antonio Gandusio, Tina Di Lorenzo, Antonio Gandusio e Emma Gramatica. Dopo un periodo di declino, nel 1964 la gestione del teatro fu rilevata dall’attrice Luisa Conte, che lo riaprì nel 1974 con la compagnia stabile di Veglia. Il teatro da allora è rimasto di proprietà della sua famiglia e oggi è diretto dalla nipote Lara Sansone.
Si ha un po’ come l’impressione che certi imprenditori proprietari di club di calcio in Italia siano rimasti intrappolati in una situazione che all’inizio mostrava del potenziale, ma che, stagione dopo stagione, si sta rivelando il peggiore degli incubi: business in perdita, contestazione da parte dei tifosi, valore del patrimonio crollato, nessun compratore credibile all’orizzonte.
Contestazione dei tifosi del Torino contro Urbano Cairo (foto Ansa).
Urbano Cairo (Torino), la famiglia De Laurentiis (Bari), Danilo Iervolino (Salernitana) e Matteo Manfredi (Sampdoria) si ritrovano avvitati, chi da molti anni e chi da un po’ meno, in un contesto nel quale bisogna continuare a investire se si vuole preservare un qualche appeal per il mercato, ma dove i risultati sportivi non arrivano e, anzi, peggiorano stagione dopo stagione.
Anche Lotito contestato, ma la Lazio gli è utile
Vengono insultati in continuazione, sui social e dal vivo allo stadio, buttano via soldi, accumulano negatività, hanno una immagine sportivamente devastata, da imprenditori fanno una pessima figura, e in più non riescono a liberarsi di queste zavorre. Ci sarebbero anche Claudio Lotito (Lazio) o la famiglia Commisso (Fiorentina, al di là della tragica vicenda della morte del patron Rocco) da iscrivere d’ufficio a questo circolo di proprietari contestati dai tifosi e con poche soddisfazioni sul campo. Ma, almeno finora, non sembra esserci una decisa volontà di vendere, e anzi si intravede un qualche senso economico-finanziario per le operazioni di Lotito (Lazio utile per i suoi business con la pubblica amministrazione, anche se la richiesta di vendere è arrivata persino da… Palazzo Chigi!) e Commisso (l’ipotesi per la Fiorentina è di avere in concessione il nuovo stadio Artemio Franchi, pronto nel 2029). Mentre per i primi quattro citati è davvero buio pesto.
Claudio Lotito, presidente della Lazio (Ansa).
Danilo Iervolino e la Salernitana che gli è costata già 140 milioni
Danilo Iervolino, per esempio, ha salvato la Salernitana il 31 dicembre 2021, facendo un grande favore proprio a Lotito, che ne era precedente proprietario. Ha rilevato il club in Serie A, versando 10 milioni di euro, ha mantenuto la squadra nella massima categoria fino alla stagione 2023-24, quando è retrocessa in B. Nel 2024-25 l’immediata e sanguinosa retrocessione in C. Ora, nel campionato 2025-26, il club naviga in terza posizione nel girone C della serie C. Ma questo scherzetto, in poco più di quattro anni, è costato a Iervolino già 140 milioni di euro in versamenti nella società. Una somma che difficilmente verrà recuperata, anche con la vendita del club in Serie C o in Serie B. Nel frattempo la Salernitana ha chiuso l’esercizio 2022 con 16,8 milioni di euro di rosso, salito a 29,6 milioni nel 2023, per poi lievitare a 41,4 milioni nel 2024. Nel 2025 un leggero miglioramento, con perdite scese a 31,1 milioni di euro. Insomma, un business con prospettive poco rosee, e che non offre a Iervolino neppure un ritorno positivo di immagine. Un cerino acceso che l’imprenditore campano non sa a chi passare.
Il Bari della famiglia De Laurentiis, un club dal valore prossimo allo zero
La famiglia De Laurentiis, memore dell’affare fatto nel 2004 quando avevano comprato a zero il Napoli ripartendo dalla Serie C, aveva provato a fare il bis nell’estate 2018, rilevando a zero il Bari che ripartiva addirittura dalla D. Nella stagione 2018-19 il club è stato promosso in serie C, dove è rimasto per tre stagioni, e nel 2022-23 è salito in serie B. Nonostante ambizioni di A, la squadra si è ritrovata spesso vicina alla retrocessione in C. E nel campionato in corso, 2025-26, il Bari è penultimo in classifica dopo 25 giornate. La famiglia De Laurentiis è odiatissima a Bari e il presidente Luigi De Laurentiis (figlio di Aurelio) viene contestato da mesi. Gli esercizi del Bari (o, se preferite, della Bari) nella gestione De Laurentiis si sono sempre chiusi con perdite: 120 mila euro nel 2019, e poi quattro milioni nel 2020, 7,7 milioni nel 2021, sette milioni nel 2022, 2,1 milioni nel 2023, 3,4 milioni nel 2024, 5,9 milioni nel 2025. Una trentina di milioni di rosso in tutto, con patrimonio netto negativo per 6,7 milioni e debiti per 21,5 milioni. A oggi il Bari è una scatola vuota, quindi, e ha un valore prossimo allo zero.
Urbano Cairo, vent’anni di mediocrità per la disperazione dei tifosi del Toro
Nel settembre 2005 Urbano Cairo acquisì sostanzialmente a zero euro il controllo del Torino Football Club e ne divenne presidente. In questo ventennio il Toro ha chiuso in perdita 14 dei 20 bilanci di esercizio della gestione Cairo. Dopo sei anni consecutivi di bilancio in rosso dal 2018, con -38,2 milioni di euro nel 2021, -6,8 milioni di euro nel 2022, e -9,8 milioni nel 2023, nel 2024 si è tornati finalmente all’utile per 10,4 milioni (grazie alle cessioni dei calciatori Alessandro Buongiorno e Raoul Bellanova), con 130 milioni di euro di debiti e una posizione finanziaria netta negativa per 43,5 milioni. Nel frattempo Cairo ha immesso nel Torino circa 80 milioni di euro, e le prospettive per i bilanci 2025 e 2026 puntano ancora verso il rosso, con un’ulteriore erosione del patrimonio personale dell’imprenditore. L’operazione Torino, per Cairo, ha ormai ampiamente esaurito il suo senso: il fatto di essere presidente del club ha puntato infatti i riflettori sull’imprenditore quando non era così conosciuto nei salotti che contano, e ha consentito a Cairo di sedere in consessi importanti che poi gli sono serviti, come una sorta di soft power, sia nella scalata a La7 sia in quella a Rcs Media Group. Ora, però, non ci sono più vantaggi: dopo 20 anni di risultati sportivi pessimi, Cairo è, a torto o a ragione, l’uomo più odiato e contestato dai tifosi granata e da anni riceve intollerabili minacce di morte. Il problema è che nessuno vuole comprarsi il Torino, e Cairo non sa come uscirne, anche se, a 69 anni a maggio, avrebbe probabilmente voglia di godersi di più la vita.
Matteo Manfredi alla ricerca di compratori seri per la Samp
Il 47enne finanziere Matteo Manfredi, fondatore di Gestio capital, ha comprato la Sampdoria nel maggio 2023, versando 30 milioni di euro. Dal 2024 è presidente del club. Nel 2023-24 i blucerchiati hanno disputato il campionato di Serie B, e nel 2024-25 sono retrocessi in Serie C. Venendo però ripescati e riammessi in B. Nell’attuale campionato 2025-2026 navigano a metà classifica della B, più vicini alla zona retrocessione che a quella promozione. Il bilancio 2023 della Sampdoria si è chiuso con perdite per 29,8 milioni di euro, e poi 40,6 milioni di rosso nel 2024 e di sicuro altro rosso nel 2025. Nella società, finora, sono stati immessi oltre 100 milioni di euro, con risultati sportivi molto negativi e un valore del patrimonio che è tanto calato. Ma, pure in questo caso, di compratori seri all’orizzonte neppure l’ombra.
La serie, apprezzata da pubblico e critica, non avrebbe ottenuto i numeri giusti per il rinnovo
Ci sono franchise che resistono alla prova del tempo, altri che dopo anni di ibernazione tornano alla ribalta entusiasmando una nuova generazione, altri ancora, beh, ci provano, ma non tutti gli androidi escono col buco. In questo caso, il ritorno sul piccolo schermo di Terminator, proprietà intellettuale creata nel 1984 con il film diretto da James Cameron, non ha raccolto intorno a sé abbastanza pubblico, spingendo Netflix a "terminare" la serie anime – ultima iterazione della storia di Skynet – di sua produzione e distribuzione dopo una sola stagione.... - Leggi l'articolo
Finalista al Premio Urania 2023, Il sonno del futuro è una distopia tra realtà virtuale, fisica quantistica e dilemmi etici.
Lo si potrebbe probabilmente catalogare nel calderone della “distopia”, ma Il sonno del futuro, romanzo di Erica Tabacco finalista al Premio Urania 2023, è molto di più, riuscendo a costruire un riuscito amalgama di fantascienza “hard”, cioè basata su solide e avanzate ipotesi scientifiche, discussione di questioni etiche che toccano i temi del fine vita, conditi con un tocco di cyberpunk.
Da oggi in vendita su tutte le librerie online in versione ebook e stampata (280 pagine, 19 euro).
Il sonno del futurodi Erica TabaccoCol sonno porre fine... - Leggi l'articolo
LIBRI - Editoria - 17 febbraio 2026 - articolo di S*
Esce il romanzo La leggenda delle Ondine del Conero, una storia tra weird e horror ambientata sul mare Adriatico.
Probabilmente conoscete già Daniele Zaccone in veste di presentatore di videopodcast dedicati ai libri della serie Navigando parole. Zaccone tuttavia è anche autore di pregio e ora pubblica il suo primo libro con Delos Digital, nella collana Folclore oscuro curata da Massimo Junior D'Auria. Una storia tra scienza e leggenda ambientata nelle Marche, sull'Adriatico.
In ebook e stampa (136 paggine, 14 euro).
La leggenda delle Ondine del Conerodi Daniele Zacconel mare è il punto d’incontro tra mito e realtà.Il mare non dimentica.E quando la terra trema, i suoi... - Leggi l'articolo
LIBRI - Editoria - 17 febbraio 2026 - articolo di S*
Prosegue lo scontro attorno al referendum del 22 e 23 marzo. Il ministero della Giustizia, tramite un documento firmato dal capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi e inviato al presidente Cesare Parodi, ha chiesto all’Associazione nazionale magistrati «di rendere noto alla collettività, nell’ottica di piena trasparenza gli eventuali finanziamenti ricevuti dal Comitato ‘Giusto dire No’ da parte di privati cittadini», evidenziando «un potenziale conflitto» tra togati «in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finirebbero per praticare una forma di finanziamento indiretto» all’organismo.
Cesare Parodi (Imagoeconomica).
Pd: «Atto che sa tanto di liste di proscrizione»
«Un atto molto grave che sa tanto di liste di proscrizione», ha denunciato immediatamente il Pd tramite la deputata Debora Serracchiani. Peppe De Cristofaro, capogruppo di Avs al Senato, ha invece parlato di «intimidazione». La maggioranza, ovviamente, si difende. Il deputato Enrico Costa di FdI ha parlato di «semplice richiesta di chiarezza», per evitare potenziali conflitti di interessi. Così Maurizio Gasparri, presidente dei senatori di FI: «Per i partiti ci sono regole precise. Vadano ad esempio sul sito del nostro partito e troveranno, come la legge prevede, nomi e cognomi di quanti danno dei contributi ai sensi di legge. Perché l’Anm dovrebbe avere dei finanziatori occulti e non trasparenti?».
La sede del Ministero della Giustizia (Ansa).
La replica di Di Matteo a Nordio sul Csm
Oggi, dopo essere stato tirato in ballo dal ministro della Giustizia Carlo Nordio in merito alle correnti del Csm, il magistrato Nino Di Matteo ha replicato al Guardasigilli, accusandolo di aver strumentalizzato le sue parole del 2019, quanto presentando la sua candidatura al Csm aveva parlato di «degenerazione del correntismo», e di accentuare «il rischio di un sempre più stringente controllo politico sul Csm e sull’intera magistratura, con grave rischio per la tutela delle garanzie e dei diritti di ogni cittadino». Nell’intervista al Mattino che ha causato polemiche tra le opposizioni e la stessa magistratura, Nordio – che si è anche scontrato con Nicola Gratteri– aveva definito le correnti del Csm come parte di un «meccanismo para-mafioso», parlando di «verminaio correntizio» e «mercato delle vacche». Il batti e ribatti è nato Nel 2019 il pm antimafia Di Matteo, presentando la sua candidatura al Csm, aveva parlato di «degenerazione del correntismo».
Cadere, rialzarsi e ricominciare a vivere grazie allo sport, alla determinazione e alla volontà di non arrendersi mai. È la storia di Ambra Sabatini, atleta paralimpica, portabandiera dell’Italia ai Giochi paralimpici di Parigi 2024, più volte medaglia d’oro e detentrice del record mondiale nei 100 metri, raccontata nel docufilmAmbra Sabatini. A un metro dal traguardo. Il progetto, distribuito da Adler Entertainment e prodotto da Giffoni Innovation Hub e Blackbox Multimedia, è realizzato in collaborazione con Autostrade per l’Italia ed è stato proiettato nel Salone d’onore di Casa Italia Milano-Cortina 2026 in Triennale a Milano, nell’ambito del panel Rinascere attraverso lo sport.
Al centro del film il valore dello sport come leva di rinascita personale e collettiva
All’incontro, che ha preceduto la proiezione, hanno partecipato il Presidente del Coni Luciano Buonfiglio, l’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia Arrigo Giana, la campionessa Ambra Sabatini e il regista Mattia Ramberti, in un dialogo con il giornalista e conduttore sportivo Pierluigi Pardo. Al centro della conversazione, il docufilm sul percorso umano e sportivo dell’atleta dopo il grave incidente stradale del 2019, la forza di rimettersi in gioco e il valore dello sport come leva di rinascita personale e collettiva. Il film rappresenta anche un tassello fondamentale dell’impegno di Autostrade per l’Italia nella promozione della sicurezza stradale e dei comportamenti responsabili alla guida. Attraverso la testimonianza di Ambra, il Gruppo rafforza il proprio impegno nel diffondere una cultura della prevenzione, della consapevolezza e del rispetto delle regole, a tutela di chi viaggia e di chi ogni giorno lavora lungo la rete autostradale. L’atleta stessa è da diversi anni ambassador delle campagne istituzionali di Autostrade dedicate alla sicurezza stradale, con particolare attenzione ai periodi di maggiore traffico come le festività, e racconta la sua esperienza nelle scuole attraverso il progetto Non chiudere gli occhi, parlando alle nuove generazioni di sicurezza e comportamenti corretti alla guida.
Sabatini: «Sento la responsabilità di sensibilizzare sulla sicurezza stradale»
«Dopo l’incidente ho capito che la mia vita non era finita, ma stava semplicemente cambiando direzione», ha affermato Sabatini. «Lo sport mi ha insegnato a guardare avanti e a credere di nuovo nei miei sogni. Oggi sento la responsabilità di utilizzare la mia storia per sensibilizzare sull’importanza della sicurezza stradale e per dire ai ragazzi che anche a un metro dal traguardo non bisogna mai smettere di crederci».
Giana: «Lavoriamo ogni giorno per rendere la rete sempre più sicura»
Così l’ad di Autostrade Arrigo Giana: «Lavoriamo ogni giorno per rendere la nostra rete sempre più sicura. La sicurezza, per noi, non rappresenta soltanto un obiettivo operativo, ma un valore culturale da promuovere e condividere. Per questo siamo da tempo impegnati in campagne di sensibilizzazione volte a incoraggiare comportamenti di guida responsabili. La testimonianza di Ambra Sabatini è un esempio straordinario di forza e consapevolezza; insieme a lei proseguiamo il nostro impegno per una cultura della sicurezza sempre più radicata, a tutela di chi viaggia e di chi opera quotidianamente sulla nostra rete».
Il Veneto continua ad agitare la Lega e con essa pure il centrodestra. Perché questa volta a infiammare gli animi sono le candidature alle Suppletive per sostituire Massimo Bitonci e Alberto Stefani che hanno lasciato il Parlamento per traslocare a Palazzo Balbi.
Bizzotto al Mimit e Tosato alla commissione per il federalismo
I frontrunner della coalizione per i collegi uninominali di Padova e Rovigo, come anticipato da Lettera43, sono Giulio Centenaro e il tesoriere del partito Alberto Di Rubba, bergamasco e dunque lombardo, ma questo è solo uno dei problemi.
Giulio Centenaro con Alberto Stefani (dal profilo Fb di Centenaro).
Il vero punto infatti è il criterio con cui sono stati scelti. Secondo la versione ufficiale, la decisione sarebbe stata presa dal direttivo della Liga Veneta, come confermato dai vicesegretari della Liga, il capodelegazione al Parlamento Ue Paolo Borchia e Riccardo Barbisan. Il pacchetto comprendeva anche le nomine della bassanese Mara Bizzotto a sottosegretaria al Mimit (al posto sempre di Bitonci) e di Paolo Tosato alla presidenza della commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo (al posto di Stefani). Due contentini che però non hanno indorato a sufficienza la pillola.
Mara Bizzotto con Claudio Durigon (Imagoeconomica).
I malumori per Centenaro, ex fan di Vannacci
Nel direttivo della Liga non tutti però hanno confermato questa versione, anzi. Le candidature non sarebbero infatti state discusse, a eccezione di un accenno a Di Rubba. Tra l’altro anche Centenaro genera qualche malumore visto che è stato tra i primi veneti a essere folgorato da Roberto Vannacci. I vertici di via Bellerio per ora tacciono, ma il malcontento che sta montando nelle chat potrebbe sfociare in ricorsi una volta depositate le liste. Tra i più neri, nel Padovano, ci sono Daniele Canella, sindaco di San Giorgio delle Pertiche ed escluso dalle liste delle Regionali, e Giuseppe Pan, già capogruppo in Regione e sindaco di Cittadella, prima eletto e poi escluso dal Consiglio regionale. a Palazzo che ha mancato l’ingresso a Palazzo Ferro-Fini. Ma è nel Rovigotto che si registrano le reazioni più dure. Nel Polesine infatti era data per scontata la candidatura di Laura Cestari rimasta fuori dal Consiglio regionale. Anche qui già si minacciano boicottaggi alle urne.
Laura Cestari (dal profilo Fb).
L’affondo di Erik Pretto: «Liga umiliata»
La tensione è ben riassunta dallo sfogo del deputato vicentino e consigliere federale Erik Pretto:«La scelta di designare un candidato non veneto per le elezioni suppletive solleva forti perplessità, sia nel metodo che nel merito», ha tuonato. «Quanto al metodo, non risulta nessuna deliberazione degli organi preposti né in sede regionale né in sede federale. Quanto al merito, in un periodo delicato nel quale dobbiamo fare i conti con uno strutturale calo dei consensi, sarebbe stato molto più utile scegliere una persona del territorio, che lo conosca profondamente e che ne comprenda le specifiche istanze, per poter poi rappresentarlo appieno, dialogando con le comunità che lo abitano. Politicamente, un seggio parlamentare non può essere gestito alla stregua di un consiglio d’amministrazione o di un collegio sindacale». Poi l’affondo: «La verità è che la Liga Veneta subisce con umiliazione questa scelta. Senza orgoglio, senza difesa della nostra identità, come si potranno motivare adeguatamente i nostri operosi militanti?».
L’eurodeputata Elisabetta Gualmini, nel corso di una conferenza stampa al Senato, ha ufficializzato l’addio al Partito democratico e il passaggio ad Azione, cambio di casacca che a Strasburgo la porterà a “traslocare” dal gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici a Renew Europe (unica italiana). Gualmini, che era un pezzo da novanta del Pd, ha puntato il dito contro il suo ex partito: «Sono fortemente convinta che abbia cambiato natura. Penso che ci sia stato un cambiamento di tipo strutturale, una mutazione genetica che porta a un riposizionamento sulla sinistra radicale, sull’asse Conte, Landini, Fratoianni, Bonelli, che taglia un po’ fuori la cultura e quel riformismo di cui io ho sempre fatto testimonianza». Poi l’affondo nei confronti di Elly Schlein: «Si è presa tutto il partito e lo ha modellato secondo la sua idea. Lo spazio di agibilità politica per chi ha appunto una visione diversa, più moderata, più di un Pd di governo e della responsabilità, con una forte caratura sulla politica estera, si è molto ridotto».
Elisabetta Gualmini e Carlo Calenda (Ansa).
Gualmini: «È un po’ come tornare a casa»
Quanto al passaggio ad Azione di Carlo Calenda, ha detto Gualmini, «è un po’ come tornare a casa», viste le «tante battaglie comuni» condotte in passato: «Il merito è uno dei motivi che mi ha spinto anche a aderire ad Azione, al di là di ideologie, demagogie, fuffa. La battaglia sull’Ucraina è dirimente, è il crinale». Così sull’approdo in Renew Europe: «Io sono fortemente europeista, quel gruppo è il più europeista tra quelli che ci sono. E io lì voglio costruire uno spazio dove rappresentare le mie idee».
L’Unione europea ha aggiornato la lista delle giurisdizioni non cooperative ai fini fiscali, vale a dire quei Paesi che non rispettano gli standard internazionali di trasparenza fiscale o non attuano entro tempi definiti gli impegni assunti sulla cooperazione con le autorità tributarie. Il Consiglio Ue Ecofin, secondo quanto riferito da fonti diplomatiche, è pronto a inserire Vietnam e le isole Turks e Caicos. Verranno invece rimossi Figi, Samoa, Trinidad e Tobago.L’obiettivo è contrastare pratiche di elusione e trasferimento artificiale dei profitti fuori dall’Unione europea. L’inserimento comporta maggiori controlli per le operazioni finanziarie e fiscali legate a tali giurisdizioni e può incidere sull’accesso ai fondi e agli investimenti europei.
Dana Eden, produttrice israeliana della serie Teheran, è stata trovata morta in una camera di albergo di Atene, durante le riprese in Grecia della quarta stagione dello show. Aveva 52 anni ed era stata proprio lei a segnalare la capitale greca come set per la serie tv, dopo esserci stata con la famiglia per una vacanza. Ecco cosa sappiamo sulla sua morte, al momento al centro di varie speculazioni.
La fake news diffusa dai media israeliani
Nel dare la notizia, alcuni media israeliani avevano riferito che la polizia di Atene stava indagando sulla possibilità che Eden fosse stata assassinata da agenti del governoiraniano: la serie televisiva, infatti, è stata bollata fin dall’inizio dal regime di Teheran come propaganda ostile. Gli stessi canali israeliani hanno però definito questa notizia una fake news, precisando che la polizia greca non ha fatto alcuna menzione a un possibile coinvolgimento iraniano.
Dana Eden (Ansa).
I farmaci nella stanza e i lividi sul corpo
Eden alloggiava ad Atene dal 4 febbraio. Il corpo della produttrice è stato scoperto dal fratello che, non riuscendo a contattarla al telefono, l’ha raggiunta nell’albergo, nei pressi di Piazza Syntagma: presentava lividi sul collo e sugli arti. Nella stanza d’albergo sarebbero state trovate anche delle pillole. Al momento restano aperte tutte le ipotesi: disposta l’autopsia.
La serie criticata dal regime iraniano
Teheran, che porta sul piccolo schermo lo scontro geopolitico tra Iran e Israele, è una serie di spionaggio creata da Moshe Zonder per l’emittente pubblica israeliana Kan 11. Trasmesso dal 2020, viene distribuita a livello internazionale da Apple TV+. Nelle serie, di cui finora sono stati prodotti 24 episodi (otto per ciascuna stagione), hanno recitato anche Glenn Close e Hugh Laurie. Teheran nel 2021 è stata premiata con l’International Emmy per la miglior serie drammatica.
Chi era la produttrice Dana Eden
Eden era una delle più importanti produttrici israeliane. Aveva iniziato la sua carriera nel 1998, producendo il pilot di Chalomot Ne’urim. Poi aveva lavorato a diversi altri programmi, tra cui Saving the Wildlife, She Has It, Magpie e Shakshouka. Nel 2007 la creazione della casa di produzione Donna and Shula Productions con la produttrice Shula Spiegel, società che aveva dato vita a Teheran.
La premier Giorgia Meloni si è recata in visita a Niscemi per toccare con mano i danni e la situazione complessiva dopo il ciclone Harry e la frana che ha provocato oltre 1.500 sfollati. Dopo aver effettuato un sopralluogo, ha partecipato a una riunione al Centro operativo comunale con rappresentanti, tra l’altro, di Esercito, Protezione civile e Anas. Ha quindi annunciato che mercoledì 18 febbraio arriverà in Consiglio dei ministri il decreto che stanzia le risorse per la ricostruzione, 150 milioni solo per Niscemi. Le ordinanze spetteranno a Fabio Ciciliano, capo della Protezione civile, che verrà nominato commissario straordinario.
Meloni a Niscemi (Ansa).
Cosa prevede il decreto per i territori colpiti dall’alluvione
Il decreto, ha spiegato Meloni, non riguarda solo il comune siciliano ma tutti i territori colpiti dal maltempo, e stanzia diverse centinaia di milioni di euro per il ripristino della rete infrastrutturale e dei servizi. Prevede poi indennizzi e iniziative di sostegno per le attività economiche coinvolte, particolarmente per quello che riguarda il campo dell’agricoltura. C’è la sospensione dei tributi fino ad aprile, il che vuol dire rimandare il pagamento almeno a ottobre. Ci sono ammortizzatori sociali sui quali sta lavorando il ministero del Lavoro sia per i lavoratori dipendenti sia per i lavoratori autonomi che non possono lavorare a causa degli eventi. «Io non posso e non voglio dare una tempistica della quale non sono certa. Posso dire che oggi Niscemi è il comune più monitorato d’Europa perché ci sono tutte le migliori eccellenze. Il genio militare, la Protezione civile e i vigili del fuoco stanno lavorando per dare risposte su quale sia la fascia che bisogna purtroppo considerare non sicura e qual è quella che si può recuperare. Per fare questo c’è bisogno del tempo e non è una decisione che si può forzare, politicamente sarebbe irresponsabile», ha detto Meloni.
Sanremo non è ancora cominciato, ma Carlo Conti pensa già al dopo. Prima dei bilanci, dei confronti, degli share mattutini, delle inevitabili polemiche, il direttore artistico della kermesse ha annunciato che con il 2026 si chiude un ciclo. Questo sarà il suo ultimo Festival, buona la quinta (edizione) dunque. La domanda allora è: chi sarà il suo successore? A radio Subasio, Conti non aveva dato alcuna indicazione ovviamente: «C’è solo l’imbarazzo della scelta, ma al di là del conduttore o della conduttrice, la figura centrale resta quella del direttore artistico». Un professionista con l’esperienza necessaria per riuscire a guidare e a gestire «una macchina del genere».
Carlo Conti sul palco di Sanremo 2025 (Ansa).
De Martino sogna l’Ariston
Se è ancora nebbia fitta sul prossimo direttore artistico, sul possibile frontman invece le voci girano e da tempo. Il più quotato, e non da oggi, è il re dei pacchi, Stefano De Martino. I faretti sullo showman campano si erano riaccesi a gennaio quando lo stesso Conti, ospite del podcast Pezzi – Dentro la musica, sul futuro del Festival aveva detto: «Intanto facciamo questo, ma spero che il prossimo anno ci sia qualcun altro, anche più giovane, aitante e belloccio». Un identikit che corrisponde perfettamente a quello dell’ex ballerino di Amici, oggi 36enne.
Stefano De Martino (Ansa).
Savino scalda i motori ma c’è l’incognita Fiorello
Il team #DeMartino e il diretto interessato, però, non hanno considerato i superpoteri di Conti che avrebbe già in testa il suo successore, per lo meno sul palco dell’Ariston. Un personaggio che è già suo ‘vice’ visto che condurrà per la quarta edizione consecutiva il Dopofestival: Nicola Savino (reduce dalla conduzione di quattro puntate di Tali e Quali, a proposito di eredità). In Rai qualcuno ne è più che certo: «Conti e Savino solo alleati contro De Martino. Ne dovrà mangiare di polvere, il povero Stefano, prima di mettere le mani sul Festival». Savino – quello che «da vecchio sarà come Massimo D’Alema, e tra poco come Tommaso Labate», scherza la fonte – sarebbe già pronto a incassare. C’è solo un big che potrebbe rovinargli la festa ed è Fiorello.
Nicola Savino (Ansa).
Le baruffe alla Pennicanza
Tra l’altro lo showman siciliano recentemente ha scazzottato amabilmente proprio con Conti, buttando una bombetta a La Pennicanza sulla possibile partecipazione al Festival Adriano Celentano. Conti non ha né confermato né smentito il presunto spoiler. È stato il prezzo per aver ‘mentito’ a Fiorello sulla partecipazione di Eros Ramazzotti. «Quando io l’ho chiamato qua gli ho chiesto “Senti ma c’è Ramazzotti?”, lui mi ha risposto “non mi risulta”…bugiardo sei!!!». L’uomo è avvisato.
Avanti, al Cnel c’è sempre posto. Il carrozzone presieduto da Renato Brunetta e vicino all’abolizione 10 anni fa, quando la sua cancellazione fu infilata nel referendum costituzionale Renzi-Boschi (ma sappiamo tutti poi come andò a finire), vive e lotta insieme a noi e adesso ha anche un nuovo capo della comunicazione. Si tratta di Giuseppe Stamegna, 35 anni, che in passato ha lavorato da Comin & Partners, società di consulenza strategica, e in Autostrade per l’Italia, dalla quale si è preso un periodo di aspettativa per diventare portavoce del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, con cui è rimasto poco più di due anni. Rientrato in Autostrade, ora ecco il salto con Brunetta al Cnel, acronimo che sta per Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro: Stamegna avrà il suo bel daffare col vulcanico ex ministro e premio Nobel per l’economia mancato, che ultimamente era finito in qualche polemica per questioni di super stipendi e aumenti vari (poi rimangiati).
Dopo Tommaso Cerno, ecco un altro esterno a cui dovrebbe andare un’importante casella (potenzialmente) destinata a giornalisti Rai. È infatti pronto ad approdare sulla tivù pubblica Vittorio Brumotti, l’ex inviato di Striscia la notizia e campione di bike trial, noto al pubblico per i servizi su chi parcheggia nei posti destinati ai disabili e contro i piccoli spacciatori (da cui ha ricevuto anche qualche botta). Secondo quanto riportato da Repubblica, a Brumotti – in passato pure presentatore di Paperissima Sprint – sarebbe stato offerto «un contratto con parecchi zeri, in esclusiva e per due anni» per andare in onda in prima serata su Rai 2, con un programma itinerante in grado di unire (almeno nelle idee) intrattenimento e racconto di territori. Sempre il quotidiano romano scrive che a voler puntare su Brumotti è in particolare Paolo Corsini, direttore degli approfondimenti Rai, «sempre sensibile ai suggerimenti che gli vengono dal partito di riferimento, ovvero Fratelli d’Italia». La notizia al momento non è stata confermata né dalla Rai, né dallo stesso Brumotti.