La Giunta regionale ha approvato il Bilancio di previsione 2026-2028. A presentare il documento alla stampa è stato il presidente Roberto Fico. La manovra per il solo 2026 vale oltre 38,5 miliardi di euro e viene definita dal governatore “in equilibrio e in assoluta sicurezza”, in coerenza con il piano di rientro.
Questo pomeriggio il presidente Roberto Fico ha presentato alla stampa il documento di Bilancio di previsione 2026-2028, appena approvato dalla Giunta regionale.
Si tratta di una manovra complessa, con un volume totale per l’esercizio 2026 di oltre 38,5 miliardi di euro. Alcuni punti del provvedimento evidenziati del presidente:
Sanità
La quota principale della spesa riguarda il comparto sanità, che ammonta a quasi il 70% del bilancio regionale, al netto delle partite di giro, necessarie al mantenimento dei LEA. Si aggiungono, inoltre, le risorse PNRR e FESR per gli investimenti.
Politiche Sociali
Il focus politico della manovra risiede nell’attenzione verso le fasce più deboli. La programmazione delle politiche sociali poggia su circa 230 milioni di euro di risorse vincolate. È stato compiuto uno sforzo straordinario per recuperare oltre 30 milioni di euro di risorse proprie nel triennio. Questi fondi sono stati destinati al potenziamento dei servizi sociosanitari territoriali. A questi si aggiungono, nel prossimo biennio, 1 milione e 200mila euro per interventi urgenti di eliminazione delle barriere architettoniche.
Sul fronte del sostegno diretto alle famiglie sono, inoltre, garantiti il pacchetto “Campania Welfare”, l’accesso gratuito all’attività sportiva per i minori e l’assegno unico per i nuovi nati secondogeniti. La Giunta ha, poi, raddoppiato la dotazione del Fondo regionale per il servizio di psicologia scolastica.
Ancora, 200 mila euro per il Fondo “Durante Noi-Dopo di Noi”, 750mila euro a sostegno delle donne vittime di violenza di genere, 675mila euro quale fondo regionale a sostegno dell’occupazione femminile e 250mila euro per il Fondo regionale a sostegno dei figli delle vittime degli incidenti mortali sul lavoro.
Ambiente
La Giunta garantisce 290 milioni di euro circa per il ciclo integrato delle acque, con un potenziamento della gestione dei sistemi acquedottistici e dei depuratori e la necessaria attività di manutenzioni degli impianti e delle condotte.
Per il ciclo dei rifiuti sono state reperite risorse aggiuntive con particolare attenzione agli interventi di bonifica e risanamento.
Stanziati 5 milioni per le bonifiche nel comune di Acerra, con cui si garantisce il completamento degli interventi definiti dall’accordo siglato nel 2009 da Regione e Ministero dell’Ambiente.
9 milioni, invece, sono destinati alla bonifica, messa in sicurezza e ripristino ambientale dell’area Agrimonda di Mariglianella, sito di fitofarmaci andato a fuoco oltre 30 anni fa e altamente inquinante.
Trasporti
Il comparto trasporti vede lo stanziamento di oltre 1,1 miliardi di euro.
La Regione mette in sicurezza il settore incrementando le risorse regionali aggiuntive al Fondo Trasporto Pubblico Locale che passano da 203 milioni del 2025 a 227 milioni nel 2026. Assicurati, così, la gestione delle stazioni di nuova apertura (come Stabia, Baia, Linea 7) e il potenziamento delle linee su gomma.
Confermato, inoltre, il trasporto pubblico gratuito per gli studenti.
Cultura
Sono stati incrementati i fondi per il cinemada 5 a 6 milioni (+ 20%) e per la legge sullo spettacolo (da 15 a 17 milioni).
Raddoppiato il contributo per l’Emeroteca Tucci (da 50mila a 100mila euro).
Assicurato il contributo straordinario di un milione di euro per il teatro Sannazaro, a seguito del tragico incendio.
Confermato alla Fondazione IDIS il contributo di 3 milioni di euro.
Anche per il sistema bibliotecario e museale regionale e per l’editoria confermato quanto già previsto.
Nei tanti altri settori non citati viene assicurato il mantenimento dei livelli precedenti di funzionalità.
“Il provvedimento adottato – ha dichiarato il presidente Roberto Fico – è frutto del lavoro fatto di concerto con gli assessori e le direzioni generali, che ringrazio per la collaborazione e il clima costruttivo. Le misure tracciano una visione politica coerente con quanto detto in campagna elettorale. Abbiamo, infatti, cercato di orientare il documento di bilancio secondo scelte che riflettono l’approccio politico, il programma e gli obiettivi che, come coalizione, ci eravamo prefissati”.
“Si tratta di un bilancio in equilibrio e assoluta sicurezza – ha aggiunto il Presidente della Regione Campania – in coerenza con le azioni previste dal piano di rientro. Nonostante la struttura piuttosto rigida, lì dove abbiamo potuto operare delle scelte, abbiamo fatto sforzi consistenti per riservare adeguata attenzione al sociale, alla tutela delle fragilità, all’ambiente, al benessere psicofisico dei cittadini, ai trasporti e alla cultura, asset strategici della nostra regione”.
“L’approvazione in Giunta del Bilancio di previsione – ha concluso il presidente Fico – costituisce il primo passo necessario nel percorso di uscita dalla fase di esercizio provvisorio. La proposta passerà ora al Consiglio regionale. Lavoreremo in commissione e in Aula, e io seguirò tutti i passaggi, nel rispetto del dibattito tra le forze politiche”.
E’ stata fissata per domenica primo marzo, alle ore 17, all’interno dell’area del Porticciolo di Pastena, nella zona orientale di Salerno, un’assemblea pubblica – come riporta la pagina Facebook “Giù le mani dal Porticciolo” – per dire no al progetto di riqualificazione .
“Una riqualificazione – si legge nel post sui social – restituisce spazi, li rende più fruibili, rafforza il rapporto tra quartiere e territorio.
Questo porto, così come è stato concepito, è un corpo estraneo: un innesto in un quartiere fortemente urbanizzato, al quale sottrae l’unico spazio di respiro: la piazza sul mare e le sue spiagge, pubbliche ed accessibili.
È un’infrastruttura che si chiude su se stessa, come un riccio.
I cosiddetti “spazi pubblici” promessi sono separati dal quartiere da una lunga e alta cortina di box auto che non apre il porto verso il quartiere ma lo isola, lo esclude, lo taglia fisicamente fuori con una cinta muraria.
La passeggiata non apre lo sguardo ma lo limita verso le banchine, i parcheggi e la diga foranea.
Il genius loci viene totalmente ignorato in favore di un negato dialogo con la città e rifiuto del suo contesto.
La narrazione di restituire spazio per tutti è fallace in partenza: ciò che promette accessibilità e continuità finisce per escludere il quartiere e alterarne l’identità.
“Le città devono essere luoghi di incontro, non di separazione.” – Renzo Piano. Qui, la barriera è reale“.
“Io credo nel valore della magistratura perché l’amministrazione della giustizia è una delle espressioni più importanti di uno Stato e soprattutto di uno Stato di diritto”. E’ quanto ha affermato il capogruppo di Fratelli d’ItaIia alla Regione Campania, Gennaro Sangiuliano, a margine dell’iniziativa “Questa volta il giudice sei tu”, promossa dal Comitato “Si Riforma” alla Stazione Marittima di Napoli. “Qui si tratta – secondo l’ex ministro della cultura – soltanto di creare un giudice che sia davvero giusto, indipendente ed autonomo. La terzietà è un principio che vige in grandi democrazie occidentali. E quindi si tratta di ragionare nel merito di questa proposta. Poi io credo nella sovranità popolare. Il voto è la più alta espressione della sovranità popolare. E’ il cittadino, cives dicevano i romani, il destinatario di diritti e di doveri, che esercita il proprio potere”. “Il governo – ha aggiunto Sangiuliano – gode di una maggioranza parlamentare solida e quindi completerà il suo iter, poi ci saranno probabilmente il prossimo anno nuove elezioni politiche, come è giusto che sia, ma non legherei le due cose assolutamente insieme”. Questa – ha ricordato il segretario della Commissione Giustizia del Senato, Sergio Rastrelli – è una battaglia vitale, non soltanto in via generale per questioni di civiltà giuridica o di assetto di sistema ma perché si sta giocando una partita che consentirà finalmente di delimitare i poteri dello Stato perché in questo momento c’è una invadenza intollerabile della magistratura politicizzata in scelte strategiche che riguardano l’economia, lo sviluppo tecnologico, l’ambiente, le politiche immigratorie, oltre che i diritti dei cittadini, sottraendoli alla politica”.
Nel dinamico mondo della moda, la capacità di giocare con i contrasti è ciò che spesso trasforma un outfit comune in una dichiarazione di stile consapevole e ricercata. Uno degli abbinamenti più interessanti e amati delle ultime stagioni è senza dubbio quello che vede protagonisti i volumi generosi dei capispalla oversize contrapposti alla linea aderente dei pantaloni aderenti. Indossare un paio di jeans skinny permette infatti di creare una base visiva solida e snella, fondamentale per evitare che le proporzioni di un cappotto ampio o di un piumino maxi finiscano per sovrastare completamente la figura. Il segreto di un look riuscito risiede proprio in questo delicato equilibrio: mentre il capospalla avvolge e protegge con la sua struttura importante, la gamba definita dal denim aderente restituisce slancio e verticalità all’insieme. Padroneggiare questo gioco di pesi non è solo una questione di tendenza, ma un trucco strategico per sentirsi a proprio agio e impeccabili anche nelle giornate più fredde, quando la necessità di coprirsi rischia di farci perdere di vista l’armonia della silhouette.
Il cappotto oversize e il gioco delle lunghezze
Quando decidiamo di puntare su un cappotto dal taglio maschile o su un modello a vestaglia particolarmente lungo, il rischio principale è quello di apparire “inghiottite” dal tessuto. Per scongiurare questo effetto, i jeans skinny da donna di qualità si rivelano l’alleato più prezioso del guardaroba, poiché creano una netta distinzione tra la parte superiore morbida e quella inferiore asciutta. Un trucco infallibile per esaltare questa combinazione consiste nel lasciare il cappotto aperto, permettendo così di intravedere la linea della vita e la continuità della gamba. Questo accorgimento visivo è fondamentale per mantenere intatta la percezione delle proporzioni reali del corpo. Se il clima non permette di restare sbottonate, si può optare per un maglione infilato parzialmente nel bordo del pantalone, un dettaglio che aiuta a definire il baricentro e a rendere l’outfit più curato e meno casual.
Piumini e teddy coat: domare i volumi estremi
I capispalla “boxy” o quelli particolarmente imbottiti, come i piumini e i caldissimi cappotti in ecopelliccia, offrono una protezione impareggiabile ma possono risultare visivamente pesanti. In questo caso, il contrasto con un denim aderente diventa quasi obbligatorio per bilanciare l’ingombro della parte superiore. L’obiettivo è creare una forma a “V” rovesciata, dove la larghezza delle spalle e del busto viene compensata dalla sottigliezza delle gambe. Per rendere il look ancora più armonioso, è utile prestare attenzione al lavaggio del denim: una tonalità scura o un nero corvino aiutano a snellire ulteriormente, creando un effetto di continuità che slancia incredibilmente la figura.
L’importanza delle calzature per rifinire la silhouette
Nessun outfit basato sul contrasto di volumi può dirsi completo senza la scelta della scarpa corretta, che funge da vero e proprio ancoraggio visivo. Con un pantalone aderente e un capospalla voluminoso, le calzature hanno il compito di dare il tocco finale alle proporzioni. Se l’obiettivo è allungare la figura, un paio di stivaletti con tacco o dei combat boots dalla suola importante possono aggiungere quel centimetro necessario a sostenere il peso del cappotto ampio. Al contrario, se si preferisce uno stile più rilassato, delle sneakers pulite o dei mocassini sono perfetti, a patto che la caviglia resti leggermente scoperta per dare respiro al look. Ricordate che la scarpa deve dialogare sia con la strettezza del pantalone che con l’ampiezza della giacca, chiudendo il cerchio di un’immagine coordinata dove ogni elemento è stato scelto per esaltare limmagine in modo naturale e senza sforzo.
È questo il termine che meglio descrive la situazione nella quale è precipitata la Salernitana sotto il profilo societario: una gestione priva di visione, programmazione e responsabilità, lontana anni luce da ciò che una piazza come Salerno merita.
Ma, ancora una volta, noi vogliamo capire.
La Curva Sud Siberiano sente il dovere di rivolgersi alla città, alla tifoseria e alla proprietà dell’US Salernitana per chiarire le ragioni della contestazione in atto.
Una contestazione che nasce da lontano e affonda le radici nel progressivo smantellamento dell’entusiasmo, dell’identità e del senso di appartenenza che il popolo salernitano ha sempre riversato sulla propria squadra. Oggi assistiamo alla dispersione del vero patrimonio della Salernitana: la dignità e l’orgoglio della sua gente.
Negli ultimi tre anni abbiamo assistito a una gestione poco oculata, sportiva ed economica, culminata in due retrocessioni e nella distruzione di quanto costruito con sacrificio nell’ultimo decennio. Non è una reazione emotiva ai risultati, ma la conseguenza di scelte discutibili, assenza di programmazione e mancanza di una visione chiara.
La sensazione ormai evidente è che questa società non possieda le capacità manageriali necessarie per costruire una Salernitana credibile e all’altezza del suo pubblico. Ciò che più indigna è l’assenza di entusiasmo, interesse e professionalità dimostrata nel tempo: qualità che non si acquistano, ma appartengono a chi guida una società.
Per questi motivi la Curva Sud Siberiano contesta apertamente l’attuale proprietà, esclusivamente per amore della Salernitana e per senso di responsabilità verso la sua storia e la sua tifoseria.
Chiediamo risposte concrete: quali sono gli obiettivi reali? Quali i programmi sportivi ed economici? Quale progetto si intende costruire per restituire stabilità, ambizione e credibilità a una piazza che ha sempre dimostrato maturità e attaccamento?
Se ieri erano giusti gli applausi sotto la curva, oggi è doveroso che la proprietà si assuma pubblicamente le proprie responsabilità, dimostrando con i fatti la volontà di riportare la Salernitana nella dimensione sportiva che merita.
LA CURVA SUD SIBERIANO CONTINUERA’ A SOSTENERE SENZA ESITAZIONI LA MAGLIA E CHI LA SUDA IN CAMPO SEMPRE E COMUNQUE PERCHE’ LA SALERNITANA APPARTIENE AL SUO POPOLO NON A CHI LA GESTISCE TEMPORANEAMENTE.
Allo stesso tempo, la contestazione proseguirà con determinazione finché non verrà restituita alla Salernitana la categoria nella quale questa società l’aveva trovata.
Qualora la proprietà non ritenga più di poter garantire un progetto ambizioso O PIU’ ANCORA HA PERSO ENTUSIASMO E INTERESSE RITENIAMO DOVEROSO CHE NE TRAGGA LE CONSEGUENZE E VALUTI SERIAMENTE DI FARSI DA PARTE IMMEDIATAMENTE SENZA TENTENNAMENTI, LASCIANDO SPAZIO A CHI ABBIA VOLONTA’, ENTUSIASMO E CAPACITA’ DI ASSICURARE UN FUTURO ALL’ALTEZZA DELLA SALERNITANA. In tal caso chiediamo massima chiarezza e trasparenza verso la città, con valutazioni economiche coerenti con l’attuale realtà sportiva, senza pretese fuori contesto che possano ostacolare il futuro del club.
Ad oggi non emergono programmi chiari né basi concrete da cui ripartire, nonostante una tifoseria ancora una volta matura e responsabile. Distruggere è facile; guidare nei momenti difficili distingue chi è davvero all’altezza di un ruolo.
La Salernitana non è un bilancio aziendale: è identità, appartenenza e sacrificio collettivo. Chi la guida deve dimostrare di esserne all’altezza, soprattutto nei momenti difficili.
Noi continueremo ad esserci, per difendere la nostra storia, la nostra dignità e i nostri colori.
Per Salerno. Per la Salernitana. Sempre.
Curva Sud Siberiano
Massima attenzione alla tutela della salute pubblica e alla salvaguardia dei livelli occupazionali. È quanto emerso dall’incontro tra l’on. Piero De Luca e il presidente del Consorzio ASI Salerno, Antonio Visconti, con le Rsu delle Fonderie Pisano, che avevano chiesto un confronto sulla vertenza.
Al centro della riunione la necessità di garantire pienamente il diritto alla salute e alla sicurezza dei cittadini, senza però trascurare il diritto al lavoro e la dignità occupazionale dei dipendenti, che avevano confidato in un percorso di reinsediamento industriale non ancora concretizzatosi.
La situazione attuale – è stato evidenziato – presenta un rischio occupazionale elevato, con possibili ricadute sociali ed economiche significative sul territorio. Da qui l’esigenza di individuare soluzioni serie, concrete e sostenibili, capaci di assicurare il rispetto degli standard ambientali previsti dalla normativa vigente e, allo stesso tempo, di offrire prospettive certe ai lavoratori.
Il Consorzio Asi Salerno ha ribadito la propria disponibilità a sostenere ogni iniziativa istituzionale utile a favorire una soluzione condivisa, nel rispetto delle regole ambientali e con l’obiettivo di garantire continuità occupazionale.
“Occorre uno sforzo comune tra istituzioni e parti sociali – ha dichiarato De Luca – per superare questa fase di incertezza, lavorando a soluzioni strutturali per il futuro di questa importante realtà industriale del territorio”.
SANREMO – La terza serata del Festival di Sanremo 2026 ha confermato la doppia anima dell’evento: forte performance televisiva e coinvolgimento social straordinario, con un pubblico digitale sempre più protagonista. Tra numeri di ascolto solidi e conversazioni virali online, Sanremo si riconferma non solo come il più importante evento televisivo della stagione, ma anche come platea digitale di grande impatto per i giovani e i creator.
Ascolti TV in crescita: numeri solidi e pubblico fedele
Secondo i dati ufficiali comunicati da Rai, la terza serata del Festival ha registrato 9 milioni 543 mila telespettatori con uno share complessivo del 60,6%.
La prima parte della serata (dalle 21:45 alle 23:33) ha coinvolto 12 milioni 585 mila spettatori con il 60,4% di share, mentre la seconda parte ha raggiunto 5 milioni 941 mila con il 61,3% di share, toccando picchi di oltre 14 milioni di spettatori e il 65,8% di share nei momenti più seguiti.
Questi risultati confermano la capacità del Festival di mantenere l’attenzione su un grande pubblico televisivo, nonostante il costante aumento dell’offerta digitale e dei modi alternativi di fruizione dei contenuti.
L’esplosione delle conversazioni social
Accanto agli ascolti televisivi, Sanremo 2026 è stato caratterizzato da un impatto social impressionante. I dati raccolti da diverse analisi di monitoraggio delle conversazioni online
mostrano come artisti e momenti del Festival abbiano creato centinaia di migliaia di interazioni su piattaforme come Instagram, TikTok, X (Twitter) e Facebook.
In particolare:
Fedez & Marco Masini con Sayf sono stati tra i protagonisti più menzionatie discussi, generando conversazioni virali e trend topic su diverse piattaforme.
Sayf e Ditonellapiaga hanno registrato forti tassi di engagement e una crescita significativa di follower, diventando veri e propri “virali amplifier” dell’esperienza sanremese digitale.
Meme, clip musicali, dance challenge, look e momenti on-stage sono stati condivisi da milioni di utenti, trasformando Sanremo in contenuto generato dagli utenti (UGC) oltre che in spettacolo televisivo.
Questi fenomeni sottolineano il ruolo dei social non solo come vetrina aggiuntiva, ma come ecosistema narrativo parallelo che amplifica la portata e la rilevanza dell’evento stesso.
Sanremo come Festival dei Giovani e dei Creators
Se è vero che gli ascolti TV restano un fondamentale indicatore di successo, è altrettanto evidente che il Festival sta attraversando una trasformazione culturale. Non più solo evento per famiglie davanti alla TV, ma piattaforma di contenuti dinamica e contemporanea che parla soprattutto alle nuove generazioni.
Questa edizione ha dimostrato chei giovani spettatori non si limitano a guardare Sanremo in TV, ma lo vivono, commentano e ricondividono in tempo reale sui social e che i creator digitali sono parte integrante della narrazione, contribuendo a reinterpretare performance e momenti clou in formati immediati e virali.
Sanremo 2026 ha dunque aperto le porte a una nuova generazione di spettatori digitali, che partecipano attivamente al racconto dell’evento.
Perché continuare su questa strada
I numeri parlano chiaro. Integrare il Festival con strategie social forti non è più una scelta opzionale, ma una componente imprescindibile per mantenerne rilevanza e freschezza. Il Festival dei Giovani e dei Creators non è uno slogan: è la realtà di un evento che si misura tanto sugli schermi televisivi quanto sulle app mobili di milioni di utenti.
Proseguire su questa strada significa:
dare sempre più spazio ai giovani artisti e creator, non solo sul palco, ma nelle attività social correlate;
sviluppare contenuti esclusivi per le piattaforme digitali, dove le community sono più attive
trasformare Sanremo in un festival conversazionale, in cui la fruizione e la creazione di contenuti sono parte integrante dell’esperienza.
Sanremo 2026 ha dimostrato che la musica e l’intrattenimento non vivono più soltanto nel palinsesto televisivo, ma nelle conversazioni globali che gli spettatori costruiscono ogni secondo sui social. È questa la direzione in cui il Festival può guardare con fiducia per le prossime edizioni: non solo un evento da guardare, ma un’esperienza da vivere, condividere e creare.
Non di solo referendum costituzionale vive l’elettore. A maggio 2026 sono in programma anche le elezioni amministrative, eh già. Vanno al voto alcuni importanti capoluoghi di provincia, come Venezia, Reggio Calabria, Salerno, ma per il centrosinistra la partita più divertente sarà in Toscana, soprattutto con Arezzo, Pistoia e Prato, senza dimenticare però Sesto Fiorentino, che non fa capoluogo ed è autorevolmente conosciuta come Sestograd per via della sua storia politica di Comune socialista.
Giani e Funaro non si sono mai piaciuti troppo
In queste città regna sovrano il caos nel campo largo. Finito il dopo-sbornia per la (prevedibile) vittoria di Eugenio Giani alla Regione Toscana, ormai ampiamente superato dall’inerzia di governo, il Partito democratico toscano ha deciso di mettersi nei guai da solo. Anzitutto, extra voto amministrativo, c’è un sontuoso scazzo fra Giani e la sindaca di Firenze, Sara Funaro, che fin qui è stata abbastanza impalpabile, non fosse per quella sortita di qualche mese fa contro Francesca Albanese per bloccarne la cittadinanza onoraria.
Eugenio Giani e Sara Funaro (foto Imagoeconomica).
Le grane sul rifacimento dello stadio di Firenze
Giani e Funaro non si sono mai piaciuti troppo, ora però l’idiosincrasia si è palesata. Una rarità per il narcotizzato Pd fiorentino e toscano, almeno dai mitologici tempi delle Primarie a sindaco vinte da Matteo Renzi, allora versione rottamatore. C’è la questione dello stadio Franchi, il cui rifacimento non affronta momenti facili: dopo la ben nota questione dei quattrini del Pnrr, si è verificato un problema tecnico, visto che la seconda trave in acciaio della struttura che sorreggerà i gradoni della nuova curva Fiesole non entra nelle strutture in calcestruzzo armato per via di un’imprecisione; e il problema non è nella trave.
Lo stadio Franchi di Firenze (foto Ansa).
La discussione attorno al famigerato “cubo nero”
Poi non è mancato il caso del “cubo nero” di cui si parla – se non straparla – da mesi in città: c’è un’inchiesta in corso per via di una ormai famigerata struttura, il cubo nero, per l’appunto, realizzata a seguito della ristrutturazione del Teatro Comunale di Firenze, al centro di duelli e polemiche e interventi pubblici. Si è scatenato persino un manipolo di agguerriti nobili del centro storico: il punto chiave è il suo impatto sul paesaggio urbano fiorentino. «È figlio di padre incerto, rigenerazione infelice», ha detto Giani facendo accigliare la sindaca Funaro.
Il “cubo nero” di Firenze (foto Ansa).
Urge scegliere il candidato sindaco a Prato
Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd che sente il fiato sul collo del commissario ombra Marco Furfaro, responsabile iniziative politiche del Pd nazionale, deve mediare. Ma non solo lì. C’è da mediare un po’ dappertutto, in Toscana. Per esempio urge scegliere il candidato sindaco a Prato dopo le dimissioni dell’anno scorso della sindaca Ilaria Bugetti. Furfaro ha unilateralmente indicato Matteo Biffoni, mister 22 mila preferenze, che ci sta pensando. Per lui si è sempre parlato di un ruolo presidenziale, nel senso di presidente della Regione Toscana, fin qui c’era però Giani e la situazione era inamovibile; al prossimo turno, chissà.
Intanto però è appena arrivato il commissario del Pd a Prato, il deputato Christian Di Sanzo. Ha preso il posto del dimissionario Marco Biagioni, ex segretario SOC (Schleiniano di origine controllata), travolto anche lui dalla caduta della sindaca Bugetti. Si vota a maggio eh, 24 e 25 per la precisione, non fra un anno, e ancora le idee non sono proprio chiarissime.
A Pistoia Primarie di coalizione o corsa in autonomia?
Poi c’è Pistoia, dove sembrava fatta e invece no: il Pd regionale aveva dato indicazione di convergere sul civico Giovanni Capecchi, docente di Letteratura italiana all’università per Stranieri di Perugia, vicino ad Alleanza Verdi e Sinistra, ma il Pd pistoiese ha indicato come candidata sindaco Stefania Nesi, consigliera comunale, presidente della commissione consiliare urbanistica, docente di Diritto ed Economia politica. Ancora non è chiaro che cosa accadrà: Primarie di coalizione o corsa in autonomia?
Sesto Fiorentino: continuiamo così, facciamoci del male
Infine c’è il caos o caso Sesto. Sesto Fiorentino detta Sestograd. Lorenzo Falchi, esponente di punta di Sinistra Italiana, si è candidato in Regione ed è stato eletto, dunque è decaduto ed è entrata in carica come sindaca facente funzione la sua vice Claudia Pecchioli, Pd. C’è da scegliere anche in questo caso il candidato sindaco della coalizione: a chi tocca? La candidatura naturale sarebbe quella di Pecchioli, sostenuta dal 40 per cento degli iscritti del Pd, ma la segreteria locale, capeggiata da Sara Bosi, l’ha stoppata. Il tempo scarseggia e il Pd vive sempre in un film di Nanni Moretti: continuiamo così, facciamoci del male.
Sembra imminente un attacco degli Stati Uniti contro l’Iran. Al massiccio dispiegamento di forze in Medio Oriente si sono aggiunti alcuni segnali forti di un’offensiva pronta a scattare, mentre non si registrano sostanziali passi avanti nei negoziati. Ecco cosa sta succedendo.
On February 27, 2026, the Department of State authorized the departure of non-emergency U.S. government personnel and family members of U.S. government personnel from Mission Israel due to safety risks.
L’autorizzazione concessa al personale dell’ambasciata a Gerusalemme
Il Dipartimento di Stato Usa ha autorizzato il personale non di emergenza e i familiari di coloro che sono di stanza in Israele a lasciare il Paese a causa di «rischi per la sicurezza». Secondo quanto riportato dal New York Times, l’ambasciatore Mike Huckabee ha scritto al personale della missione diplomatica di «lasciare il Paese il più rapidamente possibile», preferibilmente già oggi. «In risposta a incidenti di sicurezza e senza preavviso, l’ambasciata degli Stati Uniti potrebbe ulteriormente limitare o vietare ai dipendenti del governo e ai loro familiari di recarsi in determinate aree di Israele, nella Città Vecchia di Gerusalemme e in Cisgiordania», si legge poi in un post dell’ambasciata, che ha inoltre consigliato a tutti gli americani di «riconsiderare i viaggi in Israele a causa del terrorismo e dei disordini civili».
Mike Huckabee (Ansa).
Gli Stati Uniti continuano a rafforzare la presenza militare nella regione
Come detto, gli Usa stanno rafforzando la presenza militare nella regione. E non solo con la USS Gerald Ford, la portaerei più grande del mondo. La notte scorsa almeno nove aerei cisterna statunitensi sono arrivati all’aeroporto di Tel Aviv, aggiungendosi a quelli atterrati in precedenza, tra cui 11 caccia F-22 che si trovano ora nella base di Ovda, nel sud di Israele.
Vance: «Tutti preferiamo l’opzione diplomatica, ma dipende dagli iraniani»
Intervistato dal Washington Post, JD Vance ha detto di non sapere cosa deciderà Donald Trump, ovvero se «attaccare per garantire che l’Iran non abbia un’arma nucleare» oppure risolvere la questione con la diplomazia. Il vice di Trump ha ribadito di essere scettico sugli interventi militari all’estero, assicurando che lo stesso vale per il presidente Usa: «Tutti preferiamo l’opzione diplomatica, ma dipende da cosa faranno e diranno gli iraniani». Il segretario di Stato americano Marco Rubio lunedì 2 marzo sarà in Israele per colloqui sull’Iran. Lo ha riferito il suo portavoce. In vista di un imminente attacco, Cina, Canada e Regno Unito hanno invitato tutti i loro cittadini in Iran a partire il prima possibile.
Intanto l’Agenzia per l’energia atomica (Aiea), in un rapporto confidenziale inviato agli Stati membri e visionato da Reuters, ha indicato per la prima volta il luogo in cui l’Iran sta immagazzinando l’uranio arricchito fino al 60 per cento, vicino al 90 per cento del livello per l’uso militare: un’area sotterranea del sito nucleare di Isfahan. L’ingresso è stato colpito dagli attacchi Usa e israeliani di giugno 2025, ma il sito appare intatto. Proprio l’arricchimento dell’uranio è al centro dei negoziati tra Washington e Teheran: gli Stati Uniti puntano allo smantellamento del programma nucleare iraniano, che però il regime degli ayatollah intende portare avanti sostenendo abbia solo scopi civili.
Attimi di paura a Milano, in zona Porta Venezia, dove un tram della linea 9 è deragliato ed è finito a grande velocità contro un palazzo. Il mezzo, che viaggiava in direzione Porta Genova, è uscito dai binari intorno alle 16 di venerdì 27 febbraio 2026 nei pressi di viale Vittorio Veneto, all’incrocio con via Lazzaretto. Ha abbattuto un semaforo e sfondato la vetrina di un ristorante. Una persona è morta e altre 40, circa, sono rimaste ferite, alcune delle quali sono state trasportate in ospedale. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118 con sei ambulanze e un’automedica, oltre alle forze dell’ordine. «Ho pensato al terremoto. Ero seduto e sono finito per terra, insieme agli altri passeggeri. È stato terribile», ha raccontato uno dei passeggeri. «Per fortuna ho soltanto battuto un ginocchio, ma l’uomo accanto a me perdeva sangue dalla testa, ci ho messo un po’ a rialzarmi e a scendere».
Tram deragliato a Milano (Ansa).
Il tram era del nuovo modello Tramlink
Non sono chiare al momento le cause dell’incidente, ma secondo alcuni testimoni il tram stava andando ad alta velocità. Non è chiaro se le persone coinvolte stessero attraversando la strada e il mezzo abbia dovuto fare una brusca frenata o una manovra improvvisa per evitarle. Il tram era del nuovo modello Tramlink, che ha iniziato a circolare da poche settimane in città. Si tratta di veicoli bidirezionali con due cabine di guida, una per estremità, che permettono di invertire il senso di marcia in caso di necessità. Il tram è lungo 25 metri e ha 66 posti a sedere.
Un tram è deragliato a Milano, finendo a grande velocità contro un palazzo in via Vittorio Veneto. Ci sarebbero alcuni feriti @ultimoranetpic.twitter.com/oF5VcDLnc1
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha deciso di procedere con l’applicazione in via provvisoria del discusso accordo commerciale con il Mercosur, aggirando il ricorso giudiziario avviato dagli eurodeputati che aveva sospeso il processo di ratifica. Il provvedimento ha diviso gli Stati membri per anni, trovando una strenua opposizione soprattutto da parte della Francia, secondo cui esporrebbe gli agricoltori europei alla concorrenza sleale delle importazioni del Mercosur (si tratta del Mercato comune del Sud, un blocco commerciale sudamericano che comprende Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay). «La Commissione continuerà a lavorare a stretto contatto con tutte le istituzioni dell’Ue per garantire un processo regolare e trasparente. Si tratta di uno degli accordi più importanti della prima metà di questo secolo», ha dichiarato la politica tedesca ai giornalisti.
Ursula Von der Leyen (Ansa).
Il Parlamento aveva votato per deferire l’accordo alla Corte di giustizia dell’Ue
Negoziato nell’arco di 25 anni, l’accordo creerebbe un’area di libero scambio di oltre 700 milioni di persone tra l’Ue e l’America Latina. Von der Leyen ha dichiarato che darà alle aziende europee un accesso al mercato latinoamericano che prima «potevano solo sognare», sottolineando il suo potenziale per le esportazioni. Inoltre, l’accordo «offre all’Europa un vantaggio strategico in un mondo di forte concorrenza». L’Europarlamento ne aveva sospeso la ratifica dopo che, a gennaio 2026, gli oppositori avevano ottenuto la maggioranza per deferire l’accordo alla Corte di giustizia dell’Ue (congelando di fatto la ratifica). La Commissione ha mantenuto l’opzione legale di applicare provvisoriamente l’accordo una volta che uno o più Paesi del Mercosur avessero completato la ratifica. L’Argentina e l’Uruguay lo hanno già fatto, aprendo la strada all’esecutivo Ue.
Critiche dalla Francia, da Bardella a Macron
Protesta la Francia, con l’eurodeputata Manon Aubry, co-presidente del gruppo La Sinistra, che ha così scritto su X: «Il più grande accordo di libero scambio della storia viene quindi attuato SENZA il voto dei parlamenti nazionali, del Parlamento europeo, o il parere della Corte di giustizia dell’Ue. È una cosa seria!». Anche per Jordan Bardella, leader del Rassemblement national, si tratta di «una presa di potere contro i nostri agricoltori e la stragrande maggioranza dei francesi impegnati nella loro sovranità alimentare e contro i nostri produttori». A dare man forte ai deputati francesi anche lo stesso presidente Emmanuel Macron, che ha parlato di «spiacevole sorpresa». Ai media francesi ha dichiarato che «la Commissione ha preso una decisione unilaterale nonostante il Parlamento europeo non abbia votato a favore. Si sta quindi assumendo una responsabilità molto pesante nei confronti dei cittadini europei e dei loro rappresentanti che non sono stati debitamente rispettati».
Intervistata da Bloomberg, Giorgia Meloni ha spiegato che «il ruolo del governo» nel Monte dei Paschi di Siena «è terminato». La quota residua del 4,9 per cento «chiaramente non dà la possibilità di esercitare un’influenza significativa sulla governance» e pertanto l’esecutivo «non parteciperà alla nomina dei nuovi organi amministrativi e di vigilanza» di Mps. La premier, descrivendo il salvataggio e la ristrutturazione della banca senese come «molto ambiziosi», ha rivendicato l’ottima gestione del dossier, uno dei più complessi ereditati dal suo governo. Mps ora è «un’istituzione solida», ha aggiunto la premier. Il cda del Monte dei Paschi di Siena ha appena approvato il Piano Industriale 2026–2030: utile a 3,7 miliardi, 16 miliardi di dividendi agli azionisti e 700 milioni di sinergie a regime dalla piena integrazione con Mediobanca.
Sta facendo discutere l’ospitata di Mogol alla terza serata del Festival di Sanremo 2026. Il paroliere è salito sul palco dell’Ariston per ritirare il premio alla carriera, dopodiché è tornato a Roma insieme alla moglie dove il giorno dopo era attesto alla festa per l’anniversario dell’istituzione del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco (di cui ha scritto l’inno). Ad accendere le polemiche è stato proprio il trasferimento nella Capitale, avvenuto a bordo di un elicottero dei Vigili del fuoco.
Mogol ospite a Sanremo (Ansa).
D’Angelo (Pd): «Bucci chiarisca se ha comportato un rischio per i liguri»
«Leggere che l’elisoccorso per i cittadini liguri è stato utilizzato come taxi speciale per portare un noto paroliere da Sanremo a Roma lascia sconcertati», ha dichiarato il consigliere regionale ligure del Pd Simone D’Angelo. «Anche perché sappiamo che per la nostra regione il servizio di elicottero dei Vigili del fuoco è indispensabile per tutte le attività dell’elisoccorso, delle emergenze dei cittadini genovesi». A sconcertare D’Angelo sono due cose, il fatto che «questa indicazione arrivi dal ministero degli Interni» ma anche «il silenzio del governatore Bucci, che dovrebbe spiegare ai liguri se era conoscenza dell’utilizzo del servizio dell’elisoccorso in servizio taxi speciale per il Festival di Sanremo e se questa scelta ha comportato un rischio, una sospensione di un servizio determinante per i cittadini liguri».
Simone D’Angelo (Ansa).
L’Usb: «Fatto gravissimo»
Sulla stessa linea anche l’Unione sindacale di base (Usb) Vigili del Fuoco: «Ci troviamo di fronte a un fatto gravissimo. Un mezzo di soccorso, finanziato con risorse pubbliche e destinato esclusivamente alla tutela della vita e alla sicurezza dei cittadini, è stato impiegato per finalità estranee alla missione istituzionale del Corpo. Un elicottero dei Vigili del Fuoco non è un mezzo di rappresentanza né uno strumento a disposizione dell’autorità politica e della massima autorità aeronautica dei Vigili del Fuoco per esigenze di opportunità o d’immagine. Ogni ora di volo comporta costi rilevanti, carburante, manutenzione, personale altamente specializzato, usura del velivolo e incide sulla capacità operativa del dispositivo di soccorso sul territorio».
Piantedosi: «Polemiche strumentali»
Sulla vicenda è intervenuto il ministro dell’Interno Piantedosi a margine della festa dei Vigili del fuoco: «Siamo contentissimi di aver avuto qui Mogol e lo ringraziamo per quello che ci ha dato. Il resto sono le solite polemiche strumentali. Noi siamo molto contenti di aver avuto un grandissimo artista, un monumento nazionale che ha regalato parte della sua capacità artistica e ha scritto una canzone regalandola come inno ai Vigili, quindi gli siamo profondamente grati». Sul caso si è espresso anche lo stesso paroliere: «Il viaggio è andato benissimo, i Vigili del fuoco sono persone splendide, meravigliose e vanno ringraziate da tutti».
Matteo Piantedosi alla festa dei Vigili del fuoco (Ansa).
Ci sarà anche Elly Schlein a festeggiare i 90 anni di Achille Occhetto. A Roma la prossima settimana l’ultimo segretario del Partito comunista italiano sarà al centro di un seminario il 3 marzo, giorno del suo compleanno, ideato da Ugo Sposetti con l’associazione Enrico Berlinguer, supportato dai gruppi parlamentari del Partito democratico. Nella sala della Camera di Commercio a piazza di Pietra sono attesi Corrado Augias, Pier Ferdinando Casini, Luciana Castellina, Gad Lerner, Claudio Martelli, Francesco Rutelli e tanti altri…
Rossi non ha Fifa di portare sfortuna…
Sarà perché quest’anno il Festival di Sanremo non sembra piacere particolarmente al pubblico, fatto sta che il vertice della Rai è corso ai ripari aggiudicandosi i diritti per il Mondiale di calcio 2026. Si tratta di 35 partite da trasmettere in chiaro, comprese semifinali e finale. La previsione è di mandare in onda 32 incontri su Rai1, con highlights diffusi in ogni notiziario e contenitore sportivo, compresi i canali social ufficiali. L’amministratore delegato Giampaolo Rossi ha fatto la sua dichiarazione: «Quando il grande sport chiama, Rai risponde. E lo fa senza compromessi, offrendo ai telespettatori una copertura eccezionale dell’evento. Parliamo della Coppa del Mondo Fifa 2026 che è un evento acquisito dalla Rai in esclusiva in chiaro per 35 incontri che comprendono la partita di apertura». Ma poi Rossi ha detto una frase che, per i superstiziosi, è stata terrificante, annunciando che verranno trasmesse «tutte le partite della Nazionale italiana alla quale auguriamo di qualificarsi». Ma come? Ci sono ancora i playoff da giocare, e per scaramanzia non si dice…
Il ct della Nazionale Gennaro Gattuso (Ansa).
Donnarumma fa festa (i pendolari un po’ meno)
A Roma gran finale per la mostra dedicata alle Ferrovie dello Stato, al Vittoriano e a Palazzo Venezia. Il numero uno del gruppo ferroviario Stefano Antonio Donnarumma ha organizzato un “finissage” riservatissimo solo per vip, con tanto di conclusione a cena, a casa sua. Poi i treni non arrivano in orario (e c’è pure uno sciopero di 24 ore tra venerdì 27 e sabato 28 febbraio!), ma quella è sempre una colpa da addossare al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini.
L’ad di Ferrovie Stefano Donnarumma (foto Imagoeconomica).
L’Inps contro l’intelligenza artificiale che licenzia
Sta facendo molto rumore la sentenza del tribunale di Roma, sezione lavoro, che ha dichiarato sostituibile il lavoro umano con l’intelligenza artificiale. C’è un legittimo licenziamento, quindi, se al posto di un essere umano si “assume” l’IA. L’Inps sta correndo ai ripari, con un gruppo dedicato al tema della sostituzione uomo-robot. Ma cosa si può fare concretamente per evitare danni enormi alle casse dell’istituto? Un’idea che sta girando è quella di far pagare comunque dei contributi previdenziali figurativi all’azienda che caccia un lavoratore rimpiazzandolo con l’IA. La destinazione di queste somme andrebbe a un fondo sociale per sostenere chi viene licenziato. Il tema dovrà interessare anche la ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone.
Elivira Calderone (Imagoeconomica).
Sergio Cragnotti al bar dello sport
Proprio quando la contestazione all’attuale presidente della LazioClaudio Lotito è arrivata al punto più alto (persino da Palazzo Chigi…), tanto che nella Capitale sono apparsi i manifesti dei tifosi che invitano a non votare più Forza Italia fino a quando Lotito sarà in parlamento a rappresentare il partito fondato da Silvio Berlusconi, ecco che a Roma si rivede un ex presidente biancoceleste, amatissimo dalla Curva Nord: Sergio Cragnotti, classe 1940. Per la tifoseria rappresenta il presidente più vincente della storia della Lazio, grazie a un palmares davvero memorabile, avendo conquistato uno scudetto, per due volte la Coppa Italia, e poi due Supercoppe italiane, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa europea. Amatissimo, tanto da far dimenticare ai laziali tutte le volte che il finanziere ha avuto disavventure e problemi. Cragnotti era seduto a un bar, già ribattezzato “dello sport”, della romana piazza Barberini: sempre a telefonare, con un cellulare che deve essere bollente come quello di Lotito…
Sembrava fosse saltata l’ospitata al Festival di Sanremo di Vincenzo Schettini, docente volto del progetto social La fisica che ci piace, finito al centro delle polemiche per alcune affermazioni fatte durante il podcast di Gianluca Gazzoli e anche per presunti metodi controversi usati con gli studenti. Poi la smentita di Claudio Fasulo, vicedirettore dell’Intrattenimento Prime Time: il professore, noto per il suo approccio informale e innovativo alla didattica, salirà sul palco dell’Ariston.
Ci mancava il (grave) prof. #Schettini su “istruzione a pagamento” (?!?). La scuola – gratuita e aperta a tutti – è un diritto inalienabile sancito da ns Costituzione. Dovrebbe saperlo e soprattutto difenderlo. La “buona cultura” non deve essere “roba da ricchi”. pic.twitter.com/RW8XtwPzue
Ospite di Gazzoli a Passa dal BSMT, il prof influencer Schettini aveva detto: «L’insegnamento cambierà molto. La scuola si fruirà anche online, fuori dalle quattro mura, molti docenti andranno in part-time e proporranno contenuti online, anche a pagamento». Poi aveva aggiunto: «Perché un buon prodotto deve essere in vendita in un supermercato e la buona cultura no?».
Vincenzo Schettini (Imagoeconomica).
I racconti degli ex studenti
A questo si è aggiunta un’altra controversia, ben più pesante. Sono infatti saltate fuori testimonianze di alcuni ex studenti di Schettini, che lo hanno accusato di usare metodi discutibili durante le sue lezioni, che sarebbero state usate spesso per registrare contenuti per il canale YouTube del professore. Con tanto di studenti utilizzati come assistenti tecnici per reggere smartphone e luci. Non solo: c’è anche chi ha parlato di presunti scambi tra voti alti e like sui suoi video online, con l’intento di aumentare le visualizzazioni. Secondo quanto riferito in forma anonima da un ex studente a MowMag, «per ottenere un incremento del voto, bisognava partecipare attivamente commentando durante la live». Ovviamente in modo positivo: i like, stando a quanto riferito, si traducevano in bonus da presentare – tramite Pdf – al momento dell’interrogazione.
Schettini da parte sua ha respinto ogni accusa, parlando sui social di una rappresentazione distorta della sua professionalità: «Nel cammino ho affiancato le lezioni in classe alle lezioni online, credendo fermamente che lo studio online possa essere uno strumento importante per far acquisire metodo a casa. E in questi anni ne ho avuto la riprova».
Ho parlato con alcuni ex alunni del professor Schettini e con una ex rappresentante di classe madre di uno studente. Mi hanno girato chat che testimoniano come Schettini alzasse i voti a chi interagiva con i suoi video e mi hanno raccontato di lamentele e una accesa discussione… pic.twitter.com/h2WarkQl7m
All-in. Il piano politico della destra è (provare a) prendersi tutto. E capitalizzare in questo 2026 l’attuale consenso politico (occhio però, perché in realtà i sondaggi registrano qualche segnale di rallentamento). Nell’ingordo progetto di Giorgia Meloni finirebbero così il referendum sulla giustizia, la legge elettorale, le elezioni anticipate, la Rai e pure le nomine delle partecipate. Senza lasciare nemmeno le briciole alle opposizioni. Ma andiamo con ordine.
La legge elettorale: Stabilicum o nuovo Porcellum?
La maggioranza ha trovato l’accordo sulla riforma del sistema di voto e vorrebbe chiudere prima del 22-23 marzo, quando gli italiani sono chiamati a esprimersi sulla separazione delle carriere dei magistrati. Il testo è già stato depositato in parlamento: prevede un sistema proporzionale con premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la coalizione che raggiunga almeno il 40 per cento dei consensi. Via i collegi uninominali, niente preferenze (almeno per ora). Del Rosatellum resta la soglia di sbarramento del 3 per cento. A destra lo chiamano Stabilicum, per la sinistra è solo il nuovo Porcellum, un’altra «legge truffa» fatta apposta per mettere il bastone fra le ruote al campo largo.
Simulazione Youtrend: se si votasse oggi con il Rosatellum non ci sarebbe alcuna maggioranza in Parlamento, mentre il centrodestra avrebbe il 57% dei seggi alla Camera e al Senato con lo Stabilicum, il sistema proposto ieri. pic.twitter.com/8ZfPLGR44C
Voto a ottobre 2026, soprattutto se il referendum…
Perché aggiungere proprio ora così tanta carne al fuoco? Dietro questa mossa si nasconderebbe la volontà diMeloni di andare a elezioni in fretta, a ottobre 2026, anticipando quindi di un anno la naturale scadenza della legislatura. La strategia nella testa della premier è chiara: capitalizzare la vittoria in caso di trionfo dei Sì al referendum sulla giustizia, oppure evitare di essere logorati dalle polemiche se dovesse prevalere il fronte del No, dato in risalita.
Cartellone per il “no” al referendum (Imagoeconomica).
Occhio all’influenza negativa delle elezioni di metà mandato negli Usa
C’è anche un ragionamento che vola Oltreoceano e si aggancia ai destini delle midterm americane di novembre: visto che i sondaggi di oggi dicono che Donald Trump potrebbe uscire fortemente indebolito, con il rischio di perdere la maggioranza alla Camera e forse anche al Senato, la preoccupazione dei meloniani è di restare a loro volta impaludati. Uno stallo istituzionale negli Stati Uniti potrebbe avere riverberi pure in Italia, mettendo in difficoltà i filo-trumpiani.
Giorgia Meloni e Donald Trump (Imagoeconomica).
Le mani sulla Rai con la scusa dell’European Media Freedom Act
Ecco perché le elezioni a ottobre sarebbero la soluzione migliore per l’attuale maggioranza, che nel frattempo, ad aprile, andrebbe a blindare le nomine delle partecipate. Poi entro luglio, con la scusa dell’European Media Freedom Act, il governo punta a stringere ancora di più la presa sulla Rai, facendo insediare un nuovo consiglio di amministrazione che durerebbe fino al 2031, in un risiko che prevede il passo indietro dell’attuale amministratore delegato Giampaolo Rossi per premiare, chissà, il direttore del Tg1Gian Marco Chiocci. Così anche il controllo sulla tivù di Stato sarebbe rinforzato.
Giampaolo Rossi (Imagoeconomica).
Guardia di Finanza, si punta a un uomo di fiducia
Cosa resta? A maggio scadono i vertici della Guardia di Finanza, e pure qui l’obiettivo è nominare un “uomo di fiducia” al posto dell’attuale numero uno Andrea De Gennaro. L’intesa sul nome giusto non è ancora stata raggiunta, anche se si parla del generale Bruno Buratti e dei comandanti Umberto Sirico e Francesco Greco. Ma occhio agli outsider.
Il ritorno di Arisa al Festival di Sanremo ha il sapore delle grandi occasioni e delle storie che si intrecciano tra ricordi e successo. Dopo un periodo di assenza dalla kermesse dell’Ariston, la cantante lucana – all’anagrafe Rosalba Pippa – è pronta a riprendersi il palco che più volte l’ha vista protagonista, sostenuta non solo dai fan di tutta Italia ma anche da una “tifoseria” speciale: quella della SPEI – Ente di Formazione Professionale di Salerno, autorizzato dalla Regione Campania – in quanto in quelle aule ha conseguito la qualifica di estetista e acconciatore che le ha dato il via al mondo del lavoro e che ha portato avanti in concomitanza con la sua passione per il canto. In via Generale Gonzaga, sede dell’ente di formazione, l’emozione è palpabile. La dirigenza, i docenti e gli allievi e le allieve della scuola si preparano a seguire la diretta televisiva con il fiato sospeso, orgogliosi di vedere una loro ex studentessa calcare ancora una volta il prestigioso palco dell’Ariston. «Saremo davanti alla tv a tifare per lei», fanno sapere dall’istituto, diventato negli anni (e sono più di cinquanta), punto di riferimento sul territorio per chi intende intraprendere un percorso professionale. Tra le tante allieve formatesi alla Spei, il nome di Rosalba Pippa spicca come esempio di talento e determinazione. Prima di approdare al successo musicale, infatti, Arisa ha lavorato come estetista, costruendo passo dopo passo un percorso fatto di studio, sacrificio e passione. Un legame, quello con Salerno, che la stessa artista ha più volte ricordato pubblicamente, anche in occasione della tappa salernitana di Panorama d’Italia, la rassegna promossa dal magazine della Mondadori alla scoperta delle eccellenze del territorio nazionale. Quella di quest’anno è l’ottava partecipazione al Festival, un traguardo che racconta una carriera solida e costellata di successi. Il debutto risale al 2009, quando conquistò pubblico e critica vincendo la sezione “Nuove Proposte” con il brano Sincerità. Un’esplosione di freschezza e originalità che la impose immediatamente all’attenzione nazionale. Da allora, il rapporto con Sanremo è stato intenso e fortunato: secondo posto nel 2012 con La notte, brano divenuto uno dei suoi cavalli di battaglia, e vittoria nel 2014 con Controvento, consacrazione definitiva di un’artista capace di unire tecnica vocale e profondità interpretativa. Ora Arisa torna in gara con “Magica Favola”, un brano che già nelle prime anticipazioni ha ottenuto un ottimo consenso, alimentando aspettative e curiosità. La sua voce, capace di passare con naturalezza da registri delicati a intensità potenti, si prepara ancora una volta a incantare il pubblico dell’Ariston, in una sfida che si preannuncia ricca di emozioni. Dietro il nome d’arte Arisa si cela una storia familiare che parla di radici e affetti profondi. “Arisa” è infatti l’acronimo dei nomi dei suoi cari: A come Antonio, il padre; R come Rosalba; I e S come Isabella e Sabrina, le sorelle; A come Assunta, la madre. Un dettaglio che racconta il legame indissolubile con la famiglia, punto fermo di un percorso artistico vissuto sempre con autenticità e…sincerità. Alla Spei l’orgoglio è tangibile come lo era l’emozione del suo fondatore e storico preside Benito Cuomo quando la vide cantare per la prima volta in quel ormai lontano 2009. il corpo docente e dirigente sottolineano come la storia di Arisa rappresenti un esempio concreto per le nuove generazioni: la dimostrazione che la formazione professionale può essere una base solida su cui costruire strade anche inattese. Tra aule e laboratori, in quel 2009 nacque persino un piccolo “fan club scuola Spei”, segno di un affetto che va oltre il semplice ricordo di un’ex allieva e si trasforma in sostegno caloroso. Il ritorno di Arisa a Sanremo non è soltanto una tappa artistica, ma il simbolo di un percorso fatto di talento, studio e radici ben salde. E mentre le luci dell’Ariston si accendono, a Salerno c’è una scuola intera pronta a fare il tifo, con la consapevolezza che, comunque vada, quella “magica favola” è già una storia di successo.
La Naba, Nuova accademia delle belle arti di Milano, ha licenziato il filosofo Leonardo Caffo dopo la condanna per maltrattamenti nei confronti della ex compagna. L’uomo, che all’università insegnava Estetica, in realtà ha chiuso i suoi conti con la giustizia a dicembre 2025, accettando di seguire un percorso di recupero comportamentale in cambio del dimezzamento della pena da quattro a due anni di reclusione. Ha infatti stipulato un concordato con la procura tale che prevedeva anche la rinuncia dei motivi di Appello, la sospensione condizionale della pena e la non menzione, ovvero il non inserimento nella fedina penale. Sembrava che la vicenda si fosse definitivamente chiusa, ma il 26 febbraio l’ateneo ha deciso di licenziarlo. Lo riporta il Corriere della sera.
Farà ricorso contro un «provvedimento sproporzionato e contrario all’articolo 27 della Costituzione»
Una doccia fredda che il 37enne siciliano ha accolto con «stupore ed amarezza», parlando di «provvedimento sproporzionato e contrario ai principi dell’articolo 27 della Costituzione che impone che la pena sia rieducativa e non vendicativa». «Una sanzione ulteriore per fatti già definiti in sede penale che distrugge chi ha sbagliato invece di favorire il suo reinserimento» nella società. E ancora: «Ho chiesto scusa come e dove ho potuto e mi sono impegnato a cambiare e migliorare ma, nonostante la presenza di una fedina penale pulita, si preferisce la gogna mediatica e la punizione perpetua alla possibilità che una persona continui a contribuire alla società». Caffo ha anche annunciato che farà ricorso contro il licenziamento. «Come può un’istituzione universitaria prestigiosa non comprendere il valore delle differenze, del perdono, della capacità di non punire doppiamente qualcuno?» si è chiesto. Contattata, la Naba non rilasciato dichiarazioni «nel rispetto della riservatezza delle persone coinvolte».
Dalla Puglia, storica patria delle grandi Bande musicali, l’assegnazione del “Flicornino d’Oro”, prestigioso riconoscimento al noto Maestro Antonio Fedullo. A Miggiano provincia di Lecce, si è tenuta la prima edizione del Concorso Nazionale “Flicornino d’oro”, svoltasi nello storico Theatrum, sede dei più importanti concerti. L’evento, patrocinato dal Comune di Miggiano e dal Conservatorio musicale “Tito Schipa”, è stato promosso dall’Associazione musicale “Turandot” di cui ne è presidente il Maestro Luca Zippo e nasce con l’obiettivo di valorizzare il flicornino sopranino, strumento principe dei complessi bandistici. Come nella tradizione, al prestigioso Concorso hanno partecipato i più importanti musicisti provenienti da tutta Italia, alternandosi con noti brani: Aldo Terrezza (Lazio), Carlo Alberto Junior Gallese (Abruzzo), Antonio Fedullo (Campania), Geremia Ambrosino (Campania), Vito Mitoli (Puglia), Leonardo Lozupone (Puglia), Costabile Franciulli (Campania), Donato Botrugno (Puglia), Tommaso Sabato (Puglia), Piero Costa (Calabria), Massimiliano Bucci (Puglia) e Dario Spennato(Puglia). La competizione appassionante, apprezzata da un pubblico competente, ha denotato virtuosismi interpretativi con preziosismi musicali unici che i rinomati ed emergenti concertisti, provenienti da diverse regioni italiane, hanno trasferito un notevole impegno alla giuria. Competenza e rigore nella valutazione delle performances sono state applicate dal collegio giudicante che ha coordinato le fasi eliminatorie e finali come i Maestri Mario Ciervo, Emilio Mazzotta, Giovanni Guerrieri e Francesca Valente, il tutto sotto l’attenta regia del presidente Maestro Francesco Muolo. Come afferma il presidente di giuria: “è stata una competizione di altissimo livello, con assegnazione all’unanimità del primo posto al Maestro Antonio Fedullo di Pisciotta in provincia di Salerno, docente al Conservatorio Musicale “Martucci” di Salerno. Come emerge dalla motivazione della giuria, l’interpretazione del Maestro Fedullo ha saputo unire potenza sonora e finezza lirica, qualità fondamentali per lo strumento che richiede controllo del fiato, precisione e grande sensibilità musicale. Dunque, l’assegnazione dell’ambito riconoscimento del “Flicornino d’Oro” ad Antonio Fedullo è un successo che rappresenta non solo un traguardo personale, ma anche un motivo di orgoglio per la sua terra e per l’intero panorama bandistico campano. Il Theatrum di Miggiano, luogo deputato per la grande musica, ha scritto ancora una pagina di sana competizione musicale, fra i maggiori specialisti dello strumento che ha visto classificarsi al secondo e terzo posto rispettivamente i musicisti Dario Spennato e Donato Botrugno, entrambi nomi affermati nei concerti bandistici. Ad accompagnare il maestro Fudullo nella competizione pugliese, il suo direttore d’orchestra Nicola Pellegrino, che dirige la “Grande Banda del Cilento” dove il premiato è “flicornino concertista”. Lo stesso Pellegrino, dopo l’evento, tiene a precisare: “questo concorso nazionale nasce con l’obiettivo di valorizzare il “flicornino sopranino”, strumento principe dei complessi bandistici. Definito il “concertista” per eccellenza, il flicornino è il solista capace di interpretare il soprano leggero e drammatico delle più celebri arie d’opera, mantenendo viva una tradizione più che secolare che risuona ancora oggi nelle feste patronali, sui palchi e nelle storiche casse armoniche delle piazze del Sud Italia”. Orgogliosi i promotori di questa prima edizione del Concorso Nazionale “Flicornino d’oro”, voluta dall’Associazione musicale “Turandot”, e dal Conservatorio musicale “Schipa” di Lecce, evento musicale destinato a lasciare una traccia indelebile nel panorama dei grandi solisti delle più prestigiose Bande musicali italiane. Antonio Fedullo nato a Pisciotta, Comune Cilentano, sin da giovane ha coltivato la passione per la musica, diventando, ben presto questa, una scelta di vita, vera professionalità. Dopo aver percorso, come insegnante, i vari livelli scolastici; attualmente è docente ordinario di Prassi esecutiva e repertorio per tromba presso il Conservatorio Statale di Musica “Giuseppe Martucci” di Salerno. Giovanissimo ha conseguito il diploma di Tromba presso il Conservatorio di Musica “ Martucci” di Salerno. Ha concorso a varie audizioni: Teatro dell’Opera di Roma, Teatro Massimo di Palermo, Orchestra Internazionale d’Italia, classificandosi sempre nei primi posti. Ha suonato sotto la direzione di vari maestri quali: N. Piovani, L. Bacalov, P. Donaggio, E. Morricone partecipando con quest’ultimo a varie incisioni di colonne sonore di film. Ha preso parte a vari programmi televisivi RAI fra cui “Il Paese delle Sirene” con l’Orchestra Scarlatti di Napoli e “Domenica in”. Ha collaborato con il Teatro dell’Opera di Roma in varie produzioni quali: Simon Boccanegra, Bohème, Andrea Chenièr, Romeo e Giulietta, Turandot, La Fiamma, Boris Godunov, Oro del Reno, Die Walkure, Norma, Aida, Sigfrido, Crepuscolo degli Dei, Nabucco, Messa da Requiem. Ha, inoltre, collaborato con il Teatro S. Carlo di Napoli, per le seguenti opere: Lohengrin, Ledi Makbet Meenskogo Nezda. Ha suonato sotto la direzione di validi direttori d’orchestra, quali: Daniel Oren, Giuseppe Sinopoli, Ghery Bertini Gian Luigi Gelmetti, Huill Humburg, Gustav Kun, Salvatore Accardo, Marco Balderi, Gian Luigi Zampieri, Ianosc Acs, Pinzauti, Semkov, Ennio Morricone, Nicola Piovani, Placido Domingo e Mstislav Rostropovich. Ha collaborato inoltre con: l’Orchestra Internazionale d’Italia, l’Orchestra da camera Italiana, Orchestra Scarlatti di Napoli, l’Orchestra Filarmonica Salernitana, l’Accademia Musicale Italiana, il Teatro dell’Opera di Roma e il Teatro S. Carlo Napoli. Il Maestro Fedullo, all’atto della premiazione, ha ringraziato la notevole organizzazione, la giuria, la famiglia ed i figli Emanuela e Nello, oltre che i suoi accompagnatori ed artefici della Grande Banda del Cilento, Raffaele Papa ed il direttore Nicola Pellegrino. Di questo importante evento musicale, che ha confermato il talento del noto Maestro Antonio Fedullo, ne possono essere orgogliosi il direttore del “Martucci” Fulvio Artiano, la comunità di Pisciotta e i tanti artisti che lo affiancano in concerti e tour estivi per l’Italia. Giuseppe Ianni
Ormai è «guerra aperta» tra il Pakistan e l’Afghanistan. Lo ha annunciato espressamente su X Khawaja Asif, ministro della Difesa pakistano, denunciando che il governo talebano tornato al potere nel 2021 ha trasformato l’Afghanistan in una «colonia dell’India», radunando nel Paese «terroristi da tutto il mondo» e «privando il suo popolo dei diritti fondamentali». Ecco cosa sta succedendo tra Afghanistan e Pakistan.
نیٹو کی افواج کے انخلاء کے بعد یہ توقع کی جاتی تھی کہ افغانستان میں امن ھو گا اور طالبان افغانُ عوام کے مفادات اور علاقہ میں امن پہ توجہ مرکوز کریںُ گے۔مگر طالبان نے افغانستان کو ھندوستان کی کالونی بنا دیا۔ ساری دنیا کے دھشت گردوں کا افغانستان میں اکٹھا کر لیا اور دھشت گردی کو…
Gli scontri lungo il confine tra i due Paesi, da tempo ai ferri corti, erano ripresi con forza a ottobre, con bombardamenti e attacchi che avevano causato decine di morti su entrambi i lati. Il cessate il fuoco mediato da Qatar e Turchia aveva fermato temporaneamente le violenze, ma i colloqui successivi a Istanbul si sono interrotti senza un’intesa e a novembre ci sono stati altri bombardamenti. Da allora i valichi di frontiera sono rimasti prevalentemente chiusi. Al centro dello stallo resta la richiesta pakistana che Kabul limiti la presenza del Tehrik-i-Taliban Pakistan (Ttp), movimento armato che riunisce diverse fazioni talebane ostili a Islamabad. Il Pakistan nel 2021 aveva accolto con favore il ritorno al potere dei talebani, ma poi le cose sono decisamente cambiate.
Ambulanze in Afghanistan vicino al confine col Pakistan (Ansa).
I raid pakistani contro i siti di Ttp e Isis-K
Islamabad, insomma, ritiene che Kabul di stia agire contro i gruppi militanti che compiono attacchi in Pakistan. E, in generale, i due Paesi da tempo si accusano a vicenda di alimentare il terrorismo e violare i confini. La recente escalation è nata da una serie di attacchi aerei pakistani contro siti del Ttp, ma anche dello Stato Islamico del Khorasan nell’Afghanistan orientale: il 6 febbraio 40 persone erano morte in un attentato suicida in una moschea sciita a Islamabad, rivendicato proprio da questo ramo dell’Isis.
La risposta delle forze talebane dell’Afghanistan
In risposta, l’Afghanistan ha lanciato un’operazione di terra contro il Pakistan nelle sue province di confine. Il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha affermato che le forze di Kabul hanno catturato 17 avamposti pakistani lungo la zona di confine, tra cui il quartier generale di Anzar Sar nel distretto di Alisher-Terezi, «uccidendo decine di soldati».
Gli attacchi aerei sulle principali città afghane
La controreplica di Islamabad non si è fatta attendere: nella notte tra il 26 e il 27 febbraio il Pakistan ha avviato l’operazione militare su vasta scala denominata “Ghazab-lil-Haq”: colpiti con raid aerei vari obiettivi in Afghanistan, non solo lungo il confine, tra cui la capitale Kabul e la grande città meridionale di Kandahar, dove risiede il leader supremo talebano Hibatullah Akhundzada. Colpita anche la provincia di Paktia. Il ministro dell’interno pachistano Mohsin Naqvi ha definito i raid una «risposta adeguata» all’offensiva afghana del giorno precedente. Attaullah Tarar, a capo del dicastero dell’Informazione, ha dichiarato che gli attacchi hanno ucciso 133 combattenti talebani e ferito più di 200 miliziani. Kabul insiste invece sul fatto che i raid hanno ucciso dozzine di civili, tra cui donne e bambini. «La nostra pazienza ha raggiunto il limite», ha scritto Asif su X. «Le nostre forze hanno la piena capacità di schiacciare qualsiasi ambizione aggressiva dei talebani», ha detto il primo ministro Shehbaz Sharif.
Militare pakistano al confine con l’Afghanistan (Ansa).
Gli appelli al dialogo e alla de-escalation
Diversi gli appelli al dialogo. L’Iran, tramite il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, si è proposto come mediatore, invitando i due Paesi a «risolvere le loro divergenze attraverso il buon vicinato e il dialogo». La Cina ha esortato Pakistan e Afghanistan a «raggiungere un cessate il fuoco il prima possibile ed evitare ulteriori spargimenti di sangue». Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha detto: «Facciamo appello ai nostri amici Afghanistan e Pakistan perché si astengano da uno scontro pericoloso e ritornino al tavolo negoziale per risolvere tutti i dissidi con mezzi politici e diplomatici». Un richiamo alla de-escalation è arrivato anche dalle Nazioni Unite, tramite il segretario generale Antonio Guterres e il capo dei diritti umani Volker Türk. Mentre i combattimenti proseguono senza sosta, la situazione umanitaria lungo il confine sta precipitando, con decine di migliaia di sfollati. «Abbiamo ripetutamente sottolineato una soluzione pacifica e vogliamo ancora che il problema venga risolto attraverso il dialogo», ha dichiarato in conferenza stampa il portavoce del governo talebano.
La nuova legge elettorale presentata dalla coalizione di governo ridisegna il sistema di elezione di Camera e Senato introducendo un modello proporzionale corretto da un premio di governabilità e, in alcuni casi, da un turno di ballottaggio. L’obiettivo dichiarato è duplice: garantire una rappresentanza fedele del pluralismo politico e, allo stesso tempo, assicurare stabilità all’azione di governo. Il cuore della riforma è il ritorno a un sistema proporzionale. I seggi vengono assegnati alle liste e alle coalizioni in proporzione ai voti ottenuti su base nazionale per la Camera e su base regionale per il Senato. Scompaiono i collegi uninominali maggioritari: tutti i seggi sono attribuiti attraverso collegi plurinominali, nei quali ciascuna lista presenta un elenco di candidati. L’elettore esprime il voto tracciando un segno sul simbolo della lista prescelta. Non è previsto voto disgiunto. Il sistema resta dunque proporzionale, ma con una significativa correzione. La principale novità è infatti il premio di governabilità. Alla Camera sono previsti 70 seggi aggiuntivi come premio; al Senato 35. Il premio scatta se una lista o una coalizione raggiunge almeno il 40 per cento dei voti validi a livello nazionale (Camera) o regionale (Senato). In questo caso, alla forza politica più votata viene attribuito il numero di seggi necessario per assicurare una maggioranza parlamentare solida. Se nessuna lista o coalizione raggiunge la soglia del 40 per cento, è previsto un secondo turno di ballottaggio tra le due forze più votate. Il ballottaggio serve a consentire agli elettori di scegliere in modo chiaro chi dovrà guidare il Paese. Alla lista o coalizione che prevale al secondo turno viene attribuito il premio di governabilità. La legge introduce anche soglie di accesso per evitare eccessiva frammentazione. Le liste devono superare una percentuale minima di voti per partecipare alla ripartizione dei seggi; sono previste regole specifiche per le coalizioni e per le minoranze linguistiche riconosciute. Per quanto riguarda la distribuzione dei seggi, il meccanismo resta proporzionale: si calcola la cifra elettorale di ciascuna lista e si procede alla ripartizione nei collegi plurinominali secondo criteri matematici definiti. Il premio di governabilità interviene solo successivamente, per garantire che la forza vincente disponga di una maggioranza certa. Un altro elemento di trasparenza è l’indicazione del capo della forza politica o della coalizione al momento del deposito delle liste. In questo modo l’offerta politica è chiara fin dall’inizio e gli elettori sanno quale leadership è collegata al voto espresso. In sintesi, la nuova legge elettorale punta a combinare rappresentanza e stabilità. Da un lato valorizza il pluralismo attraverso il proporzionale; dall’altro introduce un correttivo maggioritario che consente la formazione di una maggioranza definita, evitando governi eccessivamente frammentati. Il possibile ballottaggio rappresenta l’ulteriore strumento per assicurare una scelta netta in caso di equilibrio tra le forze politiche. Il sistema, quindi, è costruito per favorire la governabilità senza rinunciare alla proporzionalità. Sarà ora il confronto parlamentare e politico a stabilire se questo equilibrio tra rappresentanza e stabilità risulterà convincente e funzionale alle esigenze del Paese.
Continua il braccio di ferro tra Roma e Berna sulla strage di Crans Montana. «Perché la Svizzera nega una squadra investigativa comune con l’Italia?», si legge in un tweet comparso sul profilo ufficiale dell’ambasciata italiana in Svizzera, in cui si lamenta la mancanza di collaborazione tra le autorità giudiziarie dei due Paesi. «Dal 2020 al 2025 vi sono state ben 15 squadre investigative comuni tra l’Italia e la Svizzera. Perché proprio quella sulla strage di Crans Montana è stata negata dall’Ufficio federale di giustizia alla procura della Repubblica di Roma?», continua il post. Che arriva quasi 10 giorni dopo l’incontro, avvenuto il 19 febbraio, tra una delegazione italiana guidata dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi, l’ufficio federale di giustizia e la titolare dell’inchiesta Beatrice Pilloud. In questa occasione si era arrivati alla conclusione che sarebbero stati scambiati gli atti d’indagine ma non costituita una squadra comune.
Dal 2020 al 2025 vi sono state ben 15 squadre investigative comuni tra l’Italia e la Svizzera. Perché proprio quella sulla strage di Crans-Montana è stata negata dall’Ufficio federale di giustizia alla Procura della Repubblica di Roma il 19 febbraio scorso? pic.twitter.com/FmkKK2ee9b
Insomma, non si placa l’irritazione delle autorità italiane per come la Svizzera sta svolgendo le indagini sulla strage, che era già stata dimostrata quando il governo Meloni aveva richiamato l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado all’indomani della scarcerazione di Jacques Moretti, il proprietario del locale. Cornado non ha ancora fatto rientro nella sede di Berna.
La famiglia di Francesca Albaneseha intentato causa contro Donald Trump e alcuni membri della sua amministrazione (la Procuratrice Generale degli Stati Uniti Pam Bondi, il Segretario del Tesoro Scott Bessent e il Segretario di Stato Marco Rubio) le sanzioni imposte alla relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi per la sua presunta «guerra economica e politica» contro Usa e Israele.
Donald Trump (Ansa).
La causa è stata intentata dal marito, Massimiliano Cali, e da uno dei due figli della coppia: le regole delle Nazioni Unite impediscono alla relatrice Onu di presentare la denuncia a proprio nome. Nel ricorso, i querelanti denunciano la perdita dell’accesso ai conti bancari, ai rapporti con diverse università, alla possibilità di viaggiare negli Stati Uniti e all’accesso a un appartamento di proprietà a Washington, evidenziando violazioni del Primo, Quarto e Quinto emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America.
Nelle scorse settimane Francia e Germania avevano chiesto le dimissionidi Albanese a causa delle sue affermazioni su Israele «nemico comune dell’umanità», rilasciate in videocollegamento con un forum a Doha a cui stavano partecipando anche un dirigente di Hamas e il ministro degli Esteri iraniano. Parigi ha successivamente fatto dietrofront, limitandosi a un semplice richiamo per le «dichiarazioni ripetute ed estremamente problematiche» di Albanese.
C’è un’immagine che rende bene la situazione. Nel melodramma italiano, quello vero, non quello inscenato nell’ultima scalata al tempio milanese della finanza, secondo i magistrati il suggeritore sta nella buca, invisibile al pubblico, pronto a sussurrare le battute ai cantanti sul palcoscenico. Se si traslasse all’opera lirica, nell’assalto a Mediobanca e quindi alle Generali da parte di Mps, Francesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri sarebbero i tenori sul palcoscenico, novelli Radames cui peraltro augurare miglior sorte. Mentre Luigi Lovaglio, l’ad del Monte, reciterebbe la parte del suggeritore in buca: voce determinante, presenza negata. Ammesso, ma non lo crediamo proprio, che i cantanti immemori della parte avessero bisogno di suggerimenti. Quello evocato è il concetto giuridico che ha consentito alla Procura di Milano di mettere anche Lovaglio nel mirino della sua inchiesta: il concorso esterno in ipotesi di concerto. Locuzione che i penalisti peraltro conoscono bene.
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).
La Procura e le tempistiche sospette dell’inchiesta
Ma la vera storia, qui, non è tanto il reato ipotizzato. È la tempistica. La Procura sapeva, o sospettava con sufficiente fondamento da aprire a suo tempo un fascicolo, dell’esistenza di questa presunta orchestrazione tra i protagonisti del blitz su Mediobanca ben prima che l’offerta venisse lanciata. Poi però è calato il silenzio. L’operazione è andata avanti indisturbata, Piazzetta Cuccia ha cambiato padroni e vertici, e solo quando i buoi erano abbondantemente fuggiti qualcuno si è ricordato che forse era tempo di chiudere il recinto. Non comunicando peraltro le conclusioni dell’inchiesta, si badi bene, ma la sola certezza dell’ipotesi di reato. Una differenza non da poco.
Il procuratore Marcello Viola (Imagoeconomica).
A chi ha fatto comodo questa geometria temporale?
Ora, c’è da chiedersi a chi, anche involontariamente, ha fatto comodo questa geometria temporale. In prima battuta agli assalitori, messi sotto il faro della procura per la vendita da parte del Mef di un cospicuo pacchetto di azioni Mps ai nemici della Mediobanca gestione Nagel. I quali hanno così potuto concludere il lavoro senza che nessuna bomba mediatico-giudiziaria saltasse sotto i loro piedi. In seconda battuta, ovvero quella svelatasi giovedì con l’audizione di Viola e del sostituto Pellicano in Senato, ai detrattori dell’incorporazione. In testa Caltagirone, azionista pesante del Monte che non ha nessuna intenzione di vedere Mediobanca fuori dalla Borsa fagocitata in toto da Siena, e che con questa inchiesta ha un argomento in più per scongiurare l’evento.
Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio (Ansa).
In gioco c’è la testa di Lovaglio alla guida del Monte
Il problema è che su di essa si sta giocando anche la testa di Lovaglio. L’amministratore delegato del Monte, passato in un baleno per l’editore del Messaggero da vittorioso condottiero a reietto, presenta venerdì mattina il nuovo piano industriale in una situazione da manuale della complessità: azionisti in guerra tra loro, governo che (finora, ma ci sono i dispositivi da decrittare) non compare nell’inchiesta milanese ma non per questo è spettatore sereno, e una lista di aspiranti consiglieri costruita con nomi talmente pesanti da essere chiaramente identificati come possibili successori di Lovaglio. Dove ci sono profili che non stanno lì per caso, ma sono opzioni aperte, segnali in codice per chi deve capire o ha già capito. Nel frattempo la magistratura avvisa: l’inchiesta sarà lunga, c’è ancora molto da indagare, si lavora sui dispositivi, prefigurando nell’immaginario di fantasmagoriche paginate di intercettazioni, una sorta di Epstein files della finanza che trasformerebbero un caso giudiziario in un romanzo d’appendice.
Le forze dell’ordine hanno arrestato il figlio di Alexandru Adarich, il banchiere ucraino morto in via Nerino a Milano il 23 gennaio 2026 dopo essere precipitato da un B&B. Il 34enne, fermato dalla polizia in Spagna, è accusato di sequestro di persona aggravato dalla morte dell’uomo. Secondo le ricostruzioni dell’accusa, dopo aver convinto il padre a recarsi nel capoluogo meneghino per partecipare a un “meeting” di lavoro, avrebbe partecipato al sequestro del genitore, che serviva a costringerlo a trasferire 250 mila euro in criptovalute. Quel giorno, nell’appartamento di via Nerino, c’erano soltanto Adarich e il figlio. A quest’ultimo, per inquirenti e investigatori, «si ritene addebitabile la caduta dalla finestra» della vittima, «in quanto unica persona presente nella stanza al momento dei fatti».
Netflix ha annunciato la decisione di ritirarsi dall’acquisizione di Warner Bros. Discovery, dando di fatto via libera a Paramount Skydance che, in extremis, aveva fatto pervenire un’offerta da 111 miliardi di dollari. Ted Sarandos, ceo della piattaforma di streaming, aveva già fatto capire che la sua compagnia non avrebbe partecipato a un’asta, dopo aver siglato già a dicembre un accordo da 83 miliardi con Warner per rilevare buona parte del suo business, tra cui HBO e gli studi cinematografici. La proposta di Paramount riguarda invece l’intera società: l’operazione è destinata a creare un gruppo media capace di competere per dimensioni con The Walt Disney Company e NBCUniversal, controllata da Comcast.
Per Warner alla fine l’ha spuntata Paramount
La proposta di Paramount è stata sostenuta da Trump
Il cda di Warner Bros. Discovery ha comunicato di aver stabilito che l’offerta rappresenta una “superior proposal” rispetto al patto di fusione già esistente con Netflix, suggerendo ai soci di accettarla. Il pacchetto prevede una penale inversa da 7 miliardi di dollari nel caso in cui le autorità blocchino l’operazione. E il rilancio, che ha aumentato il prezzo d’acquisto a 31 dollari per azione, include peraltro anche il rimborso dei potenziali costi per annullare l’intesa raggiunta con Netflix. Che ha deciso di ritirarsi ben prima dei quattro giorni lavorativi concessi per decidere se rilanciare o uscire. La proposta di Paramount è stata sostenuta da Donald Trump: l’amministratore delegato della società, David Ellison, è figlio di quel Larry imprenditore e magnate della tecnologia, noto principalmente come cofondatore di Oracle e amico di vecchia data del presidente Usa.
Sono stati 9 milioni e 543 mila, pari al 60,6 per cento di share, i telespettatori che in media hanno seguito la terza serata del Festival di Sanremo 2026. Rispetto alla seconda serata, Carlo Conti ha dunque recuperato sia in teste (erano state 9 milioni e 53 mila) sia in percentuale (59,5 per cento). L’anno scorso, invece, la terza serata fu seguita da 10 milioni e 700 mila persone, pari al 59,8 per cento di share. Il conduttore può tirare un sospiro di sollievo, visto che si tratta del miglior share per una terza serata del festival costruito su cinque serate. Per trovarne uno migliore bisogna infatti risalire al 1990, con la conduzione di Johnny Dorelli e Gabriella Carlucci, quando la terza serata ottenne il 64,59 per cento di share, ma la kermesse durava quattro serate.
Dopo l’esibizione della metà degli artisti in gara di martedì 25 febbraio, nel corso della terza serata del Festival di Sanremo sono saliti sul palco dell’Ariston gli altri big. Le esibizioni sono state votate dal pubblico a casa con il televoto e dalla giuria della radio. Ecco i primi cinque classificati, senza ordine di piazzamento: Arisa (Magica favola), Serena Brancale (Qui con me), Sayf (Tu mi piaci tanto), Luchè (Labirinto) e Sal Da Vinci (Per sempre sì). La quarta serata, quella di venerdì 27 febbraio, sarà dedicata alle cover e ai duetti. In questo caso voteranno tutte le giurie – pubblico; sala stampa, tv e web; giuria delle radio – ma il risultato servirà solo a decretare il vincitore di questa serata e non influenzerà la classifica dei brani inediti in gara. La competizione vera e propria riprenderà con la finale di sabato 28 febbraio.
Sanremo 2026 è il capolavoro assoluto dell’irrilevanza elevata a sistema. Un evento anagraficamente bipolare che oscilla tra il pannolino e la dentiera, dove si elegge un vincitore delle Nuove Proposte (Niccolò Filippucci, in un segmento gestito da un Gianluca Gazzoli ridotto a steward di lusso) e un attimo dopo si celebra Mogol, generando uno smarrimento collettivo che nemmeno un triplo gin tonic riuscirebbe a sedare.
Niccolò Filippucci vince le Nuove Proposte (Ansa).
E se si trattasse di un clamoroso autosabotaggio?
Ma il sospetto, giunti alla terza serata, è che la noia non sia un incidente di percorso, bensì un mandato preciso. E la prova si palesa quando scatta il nero pubblicitario. Lontano dagli obblighi del canone, Carlo Conti è un uomo libero: canta con il pubblico (seppure in playback), gigioneggia quasi con Laura Pausini. Poi si riaccende la spia della diretta e scatta la lobotomia ministeriale. Un fuoriclasse come lui, anche se democristiano, non può ignorare il vuoto pneumatico che porta in scena. E se eseguisse il più clamoroso degli autosabotaggi? Se questo fosse l’esito di una tirata d’orecchie da Palazzo Chigi, decisa a normalizzare l’Ariston dopo i fasti ingovernabili del passato? Una gestione di passaggio, in attesa del 2027, quasi blindata da Stefano De Martino affiancato dal manager dei Måneskin, Fabrizio Ferraguzzo, per riportare i discografici al centro del villaggio. «Lasciatemi cantare, con la chitarra in mano, una canzone piano piano: che fosse tutto apparecchiato?».
Irina Shayk, Laura Pausini, Carlo Conti e Ubaldo Pantani (Ansa).
Momenti top: l’ossigeno di Pantani-Lapo e lo stile di Mogol
Tornando ai fatti, i momenti top sono stati talmente rari da sembrare allucinazioni collettive. Ubaldo Pantani, nei panni di un Lapo Elkann vestito da bandiera italiana, è stato l’unico a portare una ventata di ossigeno satirico. Tra una battuta su «Rai 9 che fa parte del grande bouquet Sky» e la pietà per un Max Pezzali confinato sulla nave senza il permesso di attraccare, Lapo-Pantani ha ricordato all’Ariston cos’è l’ironia.
Ubaldo Pantani- Lapo (Ansa).Carlo Conti, Ubaldo Pantani e Laura Pausini (Ansa).
Anche Mogol, premio alla carriera della città di Sanremo, con 1.776 canzoni depositate (due scritte probabilmente mentre cercava il microfono), ha dato una lezione di stile: il suo amore per la moglie, sopravvissuto a 523 milioni di dischi venduti, è stato il momento più romantico. Peccato che Conti non abbia nemmeno pensato di chiedergli il titolo del brano dedicatole, troppo occupato a non fare nulla.
Mogol riceve da Carlo Conti il premio Città di Sanremo (Ansa).
Fronte top: il soprammobile Irina Shayk
Sul fronte flop, la co-cò Irina Shayk ha ridefinito il concetto stesso di soprammobile: un «render eccezionale», come direbbe Lapo, che ha pronunciato tre frasi in croce con l’entusiasmo di chi sta aspettando il bonifico per scappare.
Irina Shayk (Ansa).
Poi, il delirio sociale. In cinque minuti si è passati dagli slogan contro la violenza sulle donne alla terribile vicenda di Paolo Sarullo. Il ragazzo, vittima di violenza giovanile, che ha regalato un sussulto di grande dignità, gridando un «non si molla un cazzo». Espressione colorita che avrà costretto l’Abbronzatissimo a confessarsi all’istante con tre atti di dolore immediati.
Il collegamento con Paolo Sarullo (Ansa).
Neanche il tempo di processare la violenza che è scattato l’oratorio, con Laura Pausini e il Piccolo coro dell’Antoniano impegnati in Heal the world di Michael Jackson, contro le guerre, tutte.
Bel momento sì, ma seguito senza soluzione di continuità (né di logica) dalle Tagliatelle di nonna Pina e dal Coccodrillo come fa. Un cortocircuito che ci ha fatto rimpiangere persino le markette di Virginia Raffaele e Fabio De Luigi, venuti a promuovere un film con uno sketch di una tristezza siderale.
Il duetto di Eros e Alicia Keys rovinato dai problemi tecnici
Infine, il super-ospite: Eros Ramazzotti, sul palco per celebrare i 40 anni di Adesso tu, ha trovato un conduttore totalmente smarrito sulle date (quasi non sapesse perché lo aveva invitato).
Ma il duetto con Alicia Keys (lei che canta in italiano, ricordando le sue origini) su L’Aurora è finito nel caos: problema tecnico, esecuzione strozzata e pubblicità lanciata con la fretta di chi deve nascondere un cadavere. Chi scrive ha sinceramente sperato che dietro le quinte volassero pizze in faccia tra Eros e gli altri per la figuraccia internazionale. Se fossero finiti con almeno un occhio “ammarrato”, avremmo finalmente avuto una notizia da darvi, un brivido di vita in mezzo a tanto nulla di fatto.
Ma siccome siamo pur sempre al Festival delle canzonette, tocca fare i conti con la seconda tornata dei 15 big rimasti in trincea. Ecco le nostre pagelle.
Le pagelle della terza serata
Maria Antonietta e Colombre, La felicità e basta – Voto 6,5. Hanno la spensieratezza di chi ha rubato la gioia a Romina e Al Bano, ma senza il panino con il salame. Giudizio: Hipster nell’anima e incompresi dalla classifica.
Leo Gassman, Naturale – Voto 4. Un pezzo così spaventoso che nemmeno il cognome importante riesce a rendere commestibile. Giudizio: Di naturale qui c’è solo il calo di zuccheri dello spettatore dopo i primi 30 secondi di tortura uditiva.
Malika Ayane, Animali notturni – Voto 6. Si traveste da Dirotta su Cuba per una serata nel dancefloor: sempre vocalmente sopra la media. Giudizio: Raffinata come un aperitivo a bordo piscina, peccato che intorno ci sia solo la nebbia di un Festival che non rischia.
Sal Da Vinci, Per sempre sì – Voto 7. Trasforma il palco in una sala ricevimenti per matrimoni, con tanto di fede al dito e benedizione social di Luca Ward. Giudizio: Massimo Ranieri deve avergli venduto l’anima. Irresistibile, eccessivo e terribilmente virale.
Raf, Ora e per sempre – Voto 5. Sbaglia l’anno della canzone, riproponendo una Polaroid sbiadita. Giudizio: Canta che il tempo alla moglie sta una meraviglia, ma a 66 anni portati da Dio l’unica cosa degna di nota è la sua skincare mattutina.
Tredici Pietro, Uomo che cade – Voto 4. Il ragazzo è simpatico, ma ha la gola così arida che a metà strofa il voto precipita nel baratro dell’insufficienza insieme a lui. Giudizio: Qualcuno lanci una bottiglietta d’acqua al figlio di Morandi.
Francesco Renga, Il meglio di me – Voto 5. Possiede una voce d’acciaio ma non indovina un brano decente da quando i cellulari pesavano un quintale. Giudizio: Altra capsula del tempo passato.
Eddie Brock, Avvoltoi – Voto 3. Eddie Sbrok: un brano virale alle spalle non basta a reggere il peso di un palco che non perdona. Giudizio: Se per contratto non può prendere tre note consecutive, è l’unico in gara che sta rispettando i patti alla lettera.
Serena Brancale, Qui con me – Voto 6. Pugni chiusi e occhi al cielo per la madre scomparsa: bravissima, per carità, ma quanto vecchiume. Giudizio: Perfetta per l’oratorio democristiano di Conti, meno per noi.
Samurai Jay, Ossessione – Voto 3. Confuso e smarrito, non lo salva nemmeno il cameo di una Belén Rodríguez decisamente fuori sincrono. Giudizio: Più che un’ossessione è una penitenza.
Arisa, Magica favola – Voto 6. Un’ugola celestiale sprecata per una sceneggiatura Disney che starebbe bene in un sequel low-budget della Bella e la bestia. Giudizio: Arisa canta la favola, noi però siamo svegli e vorremmo un finale decisamente meno zuccheroso.
Michele Bravi, Prima o poi – Voto 6+. Qualche stecca da emozione sporca un brano decisamente buono. Giudizio: Se fosse stato scritto per Tiziano Ferro, avrebbe vinto.
Luchè, Labirinto – Voto 4,5. Il re del rap, per il canone Rai, finisce per perdersi in un vicolo cieco. Giudizio: Quando vuol fare come tutti, non convince.
Mara Sattei, Le cose che non sai di me – Voto 4,5. Il fratellino Thasup le confeziona un pacco regalo che sa di noia ritornata direttamente dal 1996. Giudizio: A metà brano ti ritrovi a controllare la scadenza dello yogurt in frigo per trovare un minimo brivido di vita.
Sayf, Tu mi piaci tanto – Voto 7,5. Parte con la frizione bruciata ma recupera in salita con un ritornello che mescola Ghali, Gazzè e impegno sociale. Giudizio: Ci piace tanto.
La classifica provvisoria
Ed ecco il colpo di coda di questa terza notte di tregenda, con la classifica provvisoria: Sal Da Vinci, Sayf, Arisa, Serena Brancale e Luchè si accomodano in top 5. Ma non cantate vittoria: venerdì sera il circo si sposta sul terreno accidentato delle cover e dei duetti.
I Verdi britannici hanno stravinto le elezioni suppletive nel seggio di Gorton&Denton, nella zona di Manchester, strappando una storica roccaforte rossa ai Laburisti, che sono arrivati solo terzi dietro persino al partito di Nigel Farage. I Verdi hanno ottenuto quasi 15 mila voti, contro i 10.500 dei faragisti, mentre il Labour è rimasto sotto i 10 mila. Un risultato che potrebbe cambiare le carte in tavola e ridisegnare la geografia politica britannica, perché dimostra come il partito ecologista sia ritenuto un’alternativa credibile a sinistra e quanto accaduto a Manchester potrebbe ripetersi su vasta scala alle amministrative di maggio, specialmente a Londra. Il Labour, dunque, diventa un partito quasi minoritario in una gara a cinque, che vede il campo progressista diviso fra Verdi, laburisti e liberaldemocratici e la destra con Farage e i conservatori. Per il premier Starmer, già destabilizzato dallo scandalo Epstein-Mandelson, potrebbe essere una sconfitta definitiva, con i suoi avversari nel partito che potrebbero muoversi contro di lui già nei prossimi giorni.
Un altro collegio laburista era stato strappato da Reform Uk
Non è il primo caso di feudo che viene strappato ai laburisti dagli avversari. A inizio maggio 2025, nell’elezione suppletiva di Runcorn & Helsby, era stato Reform Uk di Farage a vincere in un collegio rosso. In quel caso i parlamentari laburisti avevano dato la colpa a Starmer, accusandolo di non essersi impegnato a sufficienza durante la campagna elettorale.