Elezioni midterm, l’ironia di Musk: «I miei laser per interferire col voto stavolta non hanno funzionato»

«Pare che i miei laser per interferire con le elezioni stavolta non abbiano funzionato». Così Elon Musk ha ironizzato su X dopo il risultato del voto di midterm negli Stati Uniti che ha visto una larga vittoria dei democratici, chiudendo la frase con l’emoji di un uomo che alza le spalle. Poco prima, il miliardario proprietario di Tesla e Space X, alleato del presidente Donald Trump, aveva così scritto: «I data center nello spazio sembrano davvero allettanti in questo momento».

Il magnate aveva investito quasi mezzo miliardo nella campagna elettorale

Il miliardario, che un anno e mezzo fa aveva litigato con il tycoon e voleva fondare un partito per togliere voti ai repubblicani, per questa campagna ha versato ai candidati del partito del presidente almeno 446 milioni di dollari. Si tratta del contributo elettorale più elevato di sempre, quasi il doppio di quello che lui stesso aveva donato a The Donald nelle presidenziali del 2024. Tra i «superdonatori» che hanno investito nella campagna repubblicana più di 100 milioni ci sono stati anche la famiglia Uihlein (spedizionieri del Wisconsin), che ha donato 150 milioni, e il finanziere della Pennsylvania Jeff Yass con 110 milioni. Secondo le stime della Federal election commission e di centri di monitoraggio come AdImpact, questa è stata la campagna più costosa di sempre con almeno 11,6 miliardi di dollari investiti. Più delle presidenziali di due anni prima che erano state, a loro volta, le più costose di sempre.

Texas, James Talarico centra il sogno della vittoria dem dopo 30 anni: l’esempio del padre italiano

(Adnkronos) –
“Abbiamo appena riconquistato il Texas”. Così James Talarico, 37 anni, davanti ai sostenitori ad Austin, in uno stato come il Texas dove sono oltre 30 anni che i democratici non vincono a livello nazionale. “I veri uomini sono al servizio degli altri, gli uomini deboli di se stessi”, diceva replicando agli attacchi sulla sua ‘scarsa mascolinità’ da parte del suo avversario repubblicano Ken Paxton, citando l’esempio di Mark Talarico – l’italoamericano che sposò la madre Tamara, mamma single di due bambini che aveva lasciato un compagno alcolista e violento – che poi adottò il candidato dem al Senato e la sorella dando loro il cognome di origine italiana. 

“Ogni sabato mattina Mark Talarico tagliava l’erba del prato e poi senza che nessuno lo chiedesse andava nel giardino accanto e tagliava quello della vicina, che era anziana e vedova, mio padre non ha mai parlato di questo, lo faceva e basta, perché è quello che un uomo fa”, raccontava il 37enne ex seminarista presbiteriano, ex insegnante di scuola media, nei mesi scorsi, affermando che il padre gli ha dato l’esempio di cosa sia un vero uomo “che mantiene i suoi impegni con la famiglia e i suoi vicini, che fa la cosa giusta, anche quando nessuno lo vede”. 

Famiglia, amore per i propri vicini e poi, ovviamente, fede: le parole d’ordine, da texano di ottava generazione, della campagna di Talarico sono spiazzanti per la retorica di Paxton e Donald Trump, che lo descrivono come un democratico estremista sotto mentite spoglie. 

“In queste elezioni non c’entra il partito democratico o il partito repubblicano, è una cosa più grande, queste elezioni devono puntare alla visione di quello che il nostro stato può essere”, ha detto in uno dei suoi ultimi comizi il democratico ribadendo il messaggio bipartisan, quello che in America si chiama della ‘big tent’, con cui ha promesso che dal Senato di Washington guiderà “la lotta contro i finanziatori mega miliardari e i politici burattini che hanno preso il controllo del Texas”, come recita il programma. 

Un messaggio che ha non solo galvanizzato e riunito le varie anime del partito democratico, ma ha attirato repubblicani, delusi da Trump e in generale dai repubblicani per la questione del carovita, del prezzo della benzina e, elemento molto rilevante in Texas, la costruzione dei data center per l’intelligenza artificiale. 

L’avversario era una delle figure politiche più controverse del Texas, l’attuale procuratore generale Paxton. Nonostante i tanti scandali in cui è stato coinvolto, che negli anni scorsi spinse gli stessi repubblicani texani a metterlo sotto impeachment, Paxton ha vinto le primarie perché sostenuto vigorosamente da Trump che ha voluto così togliere il seggio a John Cornyn, senatore al quarto mandato che il tycoon ha voluto punire perché ‘sleale’. Non ha aiutato la candidatura di Paxton il fatto che la moglie Angela, anche lei esponente repubblicana texana, abbia chiesto il divorzio nell’estate del 2025 accusandolo, con tanto di citazioni biblica, di adulterio. Salvo poi chiedere alle elettrici texane di tapparsi il naso e votare per tutti i candidati repubblicani a novembre “a prescindere dalle loro debolezze’. 

Dubbi, reticenze e vere e proprie prese di distanze nei confronti di Paxton sono arrivate poi dal vecchio establishment repubblicano texano, di cui Cornyn fa parte, che ha un punto di riferimento al clan dei Bush, anche se quella che era un tempo la dinastia politica repubblicana sta perdendo progressivamente influenza nel Gop controllato dal mai amato Trump. Secondo quanto rivelato a settembre dal Nyt, George W. Bush ha escluso Paxton da una raccolta di fondi organizzata per candidati Gop al Senato. 

Invece hanno preso posizioni pubbliche contro Paxton il suo ex stratega Karl Rove, e per decenni il deus ex machina della politica repubblicana texana, e ora il fratello minore dell’ex presidente, Neil, ha annunciato di aver votato in anticipo per Talarico perché “profondamente preoccupato” per la condotta di Paxton e invece “enormemente impressionati” dai principi pragmatici del democratico.  

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internazionale/esteri

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Pagani. Bene il nuovo regolamento per le associazioni

Il cambiamento deve valorizzare chi opera realmente sul territorio, garantendo pari opportunità anche alle realtà associative non allineate alle amministrazioni. Accolgo con favore la decisione della Commissione Straordinaria del Comune di Pagani di rivedere, dopo quasi vent’anni, il regolamento per il sostegno alle associazioni. Un azzeramento delle vecchie logiche rappresenta un importante segnale di discontinuità, soprattutto rispetto a un sistema sul quale, durante la mia esperienza di consigliere comunale all’opposizione, ho più volte espresso forti perplessità. In diverse occasioni ho denunciato il rischio che alcune associazioni, nate più per costruire consenso che per autentiche finalità sociali, finissero per dipendere esclusivamente dalle risorse assegnate dalle amministrazioni di turno, al punto da far dubitare della loro stessa capacità di esistere senza quel sostegno. Occorre, però, distinguere queste situazioni dalle realtà che operano concretamente al servizio della collettività. Penso, prima fra tutte, a Papa Charlie, autentico punto di riferimento e motivo di orgoglio per il nostro territorio, ma anche alle tante altre associazioni che, con impegno, continuità e spirito di servizio, rappresentano un patrimonio sociale da salvaguardare. Penso inoltre a Giuseppe Barone e all’associazione ANNS, impegnati nel sostegno alle persone in condizioni di disagio, nel recupero sociale e nella vicinanza ai più deboli. Esperienze che meritano attenzione per il valore umano e sociale delle attività rivolte a chi vive situazioni di particolare fragilità. E penso anche a quelle realtà associative che, pur non essendo allineate alle amministrazioni del tempo, avevano progetti e iniziative da proporre alla città. Ricordo, ad esempio, l’associazione guidata dal direttore Giulio Marazzia, che aveva manifestato l’intenzione di portare DAZN allo stadio Marcello Torre, un progetto che avrebbe potuto rappresentare un’opportunità di visibilità e valorizzazione dell’impianto sportivo e della città. Un’esperienza che, purtroppo, non ha trovato le condizioni per proseguire la propria attività a Pagani. Sono certo che i Commissari sapranno riservare la giusta attenzione a queste esperienze, riconoscendo il lavoro effettivamente svolto e garantendo criteri oggettivi, equi e trasparenti. Cambiare le regole è necessario, ma la vera svolta sarà garantire pari opportunità a chi vuole contribuire alla crescita della città, senza distinzioni di appartenenza o vicinanza alle amministrazioni. Perché il valore di un’associazione deve essere misurato per ciò che realizza a favore della comunità, non per le relazioni che intrattiene con chi governa. Vincenzo Calce

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Papà Antonelli: “Dalla prima volta su un kart al Mondiale, il viaggio di Kimi. La paghetta? Ha un significato…”

(Adnkronos) – I giorni dopo il trionfo raccontano una festa contenuta: “Abbiamo passato qualche ora tutti insieme con il team domenica sera, dopo il Gran Premio, ma senza fare troppo tardi. Lunedì Kimi doveva lavorare e poi siamo partiti per il Brasile, con testa già al Gran Premio di domenica”. Il mondo di Kimi Antonelli, il campione del mondo più giovane della storia della Formula 1, si capisce anche così. Papà Marco Antonelli sorride quando lo spiega all’Adnkronos da Tatuí, Stato di San Paolo, Brasile: “Siamo stati invitati alla fattoria della famiglia Senna, abbiamo visto tutto con un tour ed è stato fantastico”. Un momento speciale per Kimi, cresciuto nel mito della leggenda brasiliana. E del suo numero, quel 12 che ha già annunciato di non voler togliere dalla monoposto nonostante la possibilità di avere l’1 dei campioni.  

Nonostante il Mondiale messo in cassaforte, gli Antonelli non si fermano…
 

“Per festeggiare ci sarà tempo (sorride). Di sicuro, al rientro in Italia, faremo qualcosa”.  

Avete realizzato l’impresa di Kimi?
 

“Relativamente. Sono cose grandi, te ne rendi conto pian piano. Sai che hai vinto, sì, ma poi capisci la portata di tutto guardandoti intorno, anche grazie alla stampa e ai social”.  

Il titolo è un risultato inaspettato, anche considerando le normali difficoltà incontrate l’anno scorso, all’esordio in Formula 1. Cosa diceva a suo figlio nei momenti meno semplici?
 

“Di pensare a fare il suo, di credere in quello che faceva e di non mollare. Le cose non possono andare sempre bene, ma nemmeno sempre male. Se uno ci crede e ci mette impegno e perseveranza, però si arriva”.  

In questi giorni sono tornati virali i vecchi commenti dei tifosi della Mercedes all’annuncio di Kimi. Da ‘è troppo giovane’ a ‘non possiamo fare una scommessa così dopo Hamilton’, molti appassionati non erano stati gentili nei suoi confronti.
 

“Io mi aspettavo qualcosa di bello. Oggi è una cosa facile da dire, lo so, ma anche l’anno scorso Kimi aveva fatto cose importanti, nonostante fosse stato messo in croce dopo soli sei mesi di F1. Questo è un mondo spietato e lo sappiamo, ci vuole tanto per convincere e poco per farsi criticare. Non si può piacere a tutti”.  

Cos’è cambiato in questa stagione?
 

“L’esperienza, sicuro. E uno la acquisisce strada facendo, anche conoscendo meglio gli avversari e metabolizzando pian piano i progressi. Poi, con qualche buon risultato, è anche più facile trovare fiducia”.  

La sua prima volta in pista se la ricorda?
 

“Aveva un anno, era il 2007, sulla pista di Sarno. Lo portammo a un evento e poi, a un certo punto, salii su un kart con lui in braccio. Alla fine del giro, sua madre lo fece scendere e lui cominciò a piangere. Non voleva staccare le mani dal volante…”.  

Anche in casa non scherzava.
 

“Nel 2009 presi un simulatore per il nostro team, per un evento, e lo portai a casa per le vacanze di Natale. Ci giocavamo insieme. Me lo mettevo sulle gambe e acceleravo, lui sterzava e cambiava…”.  

Sono queste le cartoline a cui ha pensato a Città del Messico, quando suo figlio è diventato campione del mondo?
 

“In realtà ho ripensato a tanti momenti passati insieme sulle piste. Alle mille fatiche e al tempo tolto alla famiglia, a cominciare da sua sorella Maggie. E poi al tempo tolto al mio lavoro e a tante altre cose, con la convinzione che sì, ne è valsa la pena”.  

Come venne fuori l’occasione Mercedes?
 

“Il team venne a vederlo ad Adria, in una gara. Alla fine, vennero a parlarmi il team principal Toto Wolff e il responsabile dell’Academy. Videro in Kimi qualcosa di particolare e decisero di puntare su di lui. Noi fummo chiari: ‘Non avremo la forza di portarlo avanti nelle categorie oltre i kart’. Mi dissero che, se avesse continuato a performare in quel modo, ci avrebbero pensato loro nonostante l’età. E così è stato”.  

Dopo il podio in Messico, è diventata virale una sua immagine con Toto Wolff. Uno indica l’altro, quasi a dire: “È merito tuo”.
 

“Proprio così, cercavamo un colpevole”. E se la ride. “Diciamo che insieme, in modo diverso, abbiamo contribuito a formare un ragazzo tenendolo con i piedi per terra e trasmettendogli buone abitudini. La Mercedes ha avuto il merito di crederci, continuando a farlo anche quando ci sono state difficoltà”.  

Ok il sogno della Formula 1, ma a Kimi ha sempre detto di non sottovalutare la scuola, fino a fargli portare i libri… nel paddock.
 

“Sa, le regole sono fondamentali nella vita. E, in contesti diversi, vanno rispettate fin da bambini. Anzi, dico che con più regole a una certa età, tante brutte cose che vediamo oggi non ci sarebbero. La scuola è stata fondamentale, gli ha insegnato che per raggiungere risultati a volte c’è da soffrire. Come nella vita di un pilota professionista”.  

A proposito di insegnamenti, dopo la festa è diventata virale la storia della paghetta. Ce la spiega meglio?
 

“Ho letto molte inesattezze, a cominciare dal discorso dei guadagni. Kimi non guadagna decine di milioni di euro come si dice in giro, perché è un rookie. Tanta gente poi hai ironizzato sul discorso della paghetta. Intanto, nessuno tocca i soldi di nostro figlio, ci mancherebbe. Io pago sempre per lui anche se è un pilota di Formula 1, per me è inconcepibile che un figlio paghi per il genitore. La paghetta, ironia a parte, è un modo per insegnargli a risparmiare e ad avere una gestione giudiziosa dei soldi, che sono suoi e che nessuno tocca, con un limite di spesa mensile. Per non farlo diventare, quando guadagnerà di più, uno spendaccione. E per evitare che magari si ritrovi senza niente a fine carriera, come successo a tanti altri campioni”.  

I casi non mancano…
 

“La paghetta è mirata a questo. Noi sappiamo di avere un figlio intelligente, che rispetta i genitori, e abbiamo fatto un accordo. È un patto che tiene conto della sua vita da ragazzo di venti anni che gira il mondo, ovvio. Kimi sa quanto può spendere e rientra in quella cifra a fine mese. Credo che imparare a risparmiare sia una cosa più che normale per un giovane, anche se guadagna tanti soldi. È educazione pure questa”. 

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60 anni fa l’alluvione che ferì Firenze e mobilitò il mondo con gli Angeli del fango

(Adnkronos) – Sessant’anni fa Firenze si svegliava sommersa dall’acqua e dal fango. Era venerdì 4 novembre 1966, festa nazionale delle Forze armate, quando l’Arno, dopo giorni di piogge eccezionali, ruppe gli argini e si riversò con una violenza senza precedenti nel cuore della città. Una delle più gravi catastrofi naturali della storia italiana del Novecento, destinata a lasciare un segno profondo nella memoria collettiva, a mettere in ginocchio interi territori e a mobilitare una straordinaria catena di solidarietà internazionale. 

Non fu soltanto una tragedia fiorentina. L’alluvione investì l’intero bacino dell’Arno, dalla provincia di Arezzo fino al litorale pisano, coinvolgendo il Casentino, il Valdarno, il Mugello, la piana fiorentina e numerosi centri della Toscana. Nelle stesse ore, altre regioni italiane furono colpite da esondazioni e allagamenti: dal Veneto al Friuli, dal Trentino alla Maremma, mentre Venezia affrontava un’eccezionale acqua alta. 

 

Tutto era cominciato negli ultimi giorni di ottobre, quando una perturbazione persistente aveva portato precipitazioni intense su gran parte della Toscana. Dopo una breve tregua il giorno di Ognissanti, le piogge erano riprese con particolare violenza il 3 novembre. Sul bacino dell’Arno si concentrarono quantitativi eccezionali di acqua, mentre il rapido aumento delle temperature contribuì allo scioglimento della neve caduta sulle montagne del Casentino e del Mugello, alimentando ulteriormente la piena. Le prime avvisaglie arrivarono dalla provincia. Nella serata del 3 novembre diversi corsi d’acqua avevano già rotto gli argini e numerose località del Valdarno erano sommerse. Intorno alla mezzanotte l’Arno cominciò a tracimare in diversi punti, interrompendo collegamenti stradali e ferroviari. A Firenze, tuttavia, non si comprese immediatamente la portata della minaccia. Le piene autunnali erano considerate un fenomeno ricorrente e la popolazione non ricevette un’allerta adeguata. Anche quando la situazione cominciò a precipitare, si esitò a dare l’allarme generale, nel timore di provocare il panico. 

Poco dopo l’una del 4 novembre l’acqua iniziò a invadere le strade attraverso le fognature. Alle 2 il torrente Mugnone straripò nella zona delle Cascine, allagando l’ippodromo e lo zoo. Decine di animali rimasero intrappolati. Settanta cavalli morirono, mentre il cammello Canapone, particolarmente amato dai bambini fiorentini, annegò nelle acque. 

Alle 3 la situazione era ormai fuori controllo. Una delle testimonianze più drammatiche di quelle ore riguarda Carlo Maggiorelli, addetto alla sorveglianza degli impianti idrici dell’Anconella. Durante una telefonata con un giornalista de ‘La Nazione’, raccontò che la situazione era disperata e che gli impianti erano stati fermati. Invitato ad abbandonare la postazione, non volle lasciare il proprio posto di lavoro. La comunicazione si interruppe quando l’acqua lo travolse. Il suo corpo sarebbe stato ritrovato due giorni dopo. 

Alle prime luci dell’alba l’Arno invase progressivamente l’Oltrarno, Santa Croce, San Frediano, Santo Spirito e San Niccolò. Le acque raggiunsero il Lungarno Acciaioli, via de’ Benci e corso dei Tintori, penetrando poi nel centro storico. Alle 6.50 cedette la spalletta di piazza Cavalleggeri. L’irruzione dell’acqua investì la Biblioteca Nazionale Centrale e il quartiere di Santa Croce. Alle 9 le acque limacciose arrivarono in piazza del Duomo, mentre numerose strade si erano ormai trasformate in veri e propri corsi d’acqua. L’alluvione raggiunse anche abitazioni, negozi, uffici e infrastrutture. In diversi quartieri l’acqua arrivò al primo piano degli edifici, raggiungendo in alcune zone della città e della periferia occidentale livelli prossimi ai sei metri. 

Il sindaco Piero Bargellini, rimasto assediato dalle acque a Palazzo Vecchio, cercò di coordinare gli interventi e chiedere aiuto alle autorità centrali. Ma i soccorsi organizzati tardarono ad arrivare e nelle prime ore furono soprattutto i cittadini a organizzarsi autonomamente per salvare persone e animali. 

Tra gli episodi più significativi, quello dei detenuti del carcere delle Murate, che riuscirono a lasciare l’edificio minacciato dall’acqua e trovarono rifugio nelle abitazioni dei fiorentini. Molte famiglie aprirono le proprie case, accogliendo persone che fino a poche ore prima erano dietro le sbarre. Un gesto di solidarietà che superò diffidenze e barriere sociali. 

Anche nelle periferie la situazione era drammatica. A Brozzi e San Donnino, nel territorio fiorentino, l’acqua raggiunse livelli superiori ai cinque metri. Alcuni abitanti riuscirono a salvarsi abbattendo i muri divisori delle abitazioni per raggiungere edifici più alti. In una casa si ritrovarono stipate 56 persone. A San Donnino alcuni allevatori portarono le proprie mucche al primo piano della Casa del Popolo, in una delle immagini più emblematiche e sorprendenti di quei giorni. Nel tardo pomeriggio, mentre l’Arno cominciava lentamente a ritirarsi dal centro di Firenze, la piena proseguiva verso valle, raggiungendo Empoli, Pontedera e altri centri della provincia di Pisa. 

La devastazione non risparmiò il resto della Toscana. Il fiume Ombrone sommerse gran parte della Maremma e la città di Grosseto. Il Bisenzio e l’Ombrone Pistoiese allagarono vaste aree della piana fiorentina e pratese, colpendo Campi Bisenzio, Signa, Sesto Fiorentino e numerosi centri minori. A valle di Firenze, Castelfranco di Sotto e Santa Croce sull’Arno finirono sott’acqua. Pisa riuscì a evitare una devastazione ancora maggiore grazie alla conformazione del proprio bacino fluviale e alle opere realizzate nei secoli per contenere le piene, ma pagò comunque un prezzo elevato: il 13 novembre crollò lo storico ponte Solferino e successivamente franò un lungo tratto del lungarno Pacinotti. In Veneto strariparono diversi fiumi, tra cui Piave, Brenta e Livenza, mentre in Friuli il Tagliamento invase vaste zone del suo basso corso, colpendo anche Latisana. A Trento fu l’Adige a provocare gravi allagamenti. 

Il numero delle vittime dell’alluvione è stato a lungo oggetto di incertezze e ricostruzioni differenti. Secondo l’archivio Polaris dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr, il bilancio complessivo in Toscana fu di 47 morti: 38 a Firenze e provincia, cinque nel Pisano, due nel Grossetano, una nell’Aretino e una nel Lucchese. L’elenco ufficiale della Prefettura di Firenze, reso pubblico nel 2006, indicò invece 35 vittime nella provincia, di cui 17 nel capoluogo e 18 negli altri comuni. 

Oltre alle vite umane, il disastro provocò danni enormi alle abitazioni, alle attività economiche, alle infrastrutture e al patrimonio agricolo. Le campagne rimasero sommerse per giorni, numerosi allevamenti furono distrutti e intere comunità rimasero isolate. Firenze dovette fare i conti con centinaia di migliaia di metri cubi di fango, acqua e nafta. Strade, ponti, negozi e impianti pubblici risultarono danneggiati o inutilizzabili. La città aveva perso una parte importante della propria quotidianità e della propria ricchezza materiale. 

Tra le immagini più dolorose dell’alluvione rimangono quelle dei monumenti e delle opere d’arte sommersi. La Biblioteca Nazionale Centrale subì danni gravissimi: migliaia di volumi, manoscritti e documenti preziosi furono raggiunti dal fango. Nella basilica di Santa Croce venne danneggiato in maniera devastante il Crocifisso di Cimabue, una delle opere più importanti della pittura medievale italiana, che perse gran parte della propria materia pittorica. Le acque investirono anche i depositi degli Uffizi e danneggiarono numerosi capolavori. La Porta del Paradiso del Battistero di San Giovanni fu investita dalla forza della corrente, che provocò il distacco di numerose formelle realizzate da Lorenzo Ghiberti. Per Firenze si trattava di una ferita che andava ben oltre il valore economico delle opere perdute o danneggiate: a essere minacciata era la memoria artistica e culturale di una città considerata patrimonio dell’umanità. 

 

Nei giorni successivi alla catastrofe arrivarono a Firenze migliaia di giovani volontari provenienti dall’Italia e dall’estero. Armati di pale, secchi e stivali, si misero al lavoro per liberare dal fango biblioteche, chiese, musei e abitazioni. Furono chiamati ‘Angeli del fango’, un’espressione destinata a entrare nella storia della città. La loro opera contribuì a salvare una parte fondamentale del patrimonio culturale fiorentino, attraverso un lavoro spesso faticoso e svolto in condizioni difficilissime. La solidarietà superò i confini nazionali e anche quelli politici della Guerra fredda. Aiuti arrivarono dagli Stati Uniti, dall’Unione Sovietica, dalla Cecoslovacchia, dall’Ungheria e da numerosi altri Paesi. Determinante fu anche il contributo delle forze armate americane presenti in Italia, della Croce Rossa tedesca, delle associazioni e di migliaia di cittadini. 

Un ruolo importante nella sensibilizzazione internazionale fu svolto dal documentario ‘Per Firenze’, realizzato dal regista Franco Zeffirelli, che conteneva un appello dell’attore Richard Burton e un intervento del senatore statunitense Ted Kennedy. Anche il territorio toscano partecipò attivamente ai soccorsi. Dalla Versilia arrivarono bagnini, gommoni e pattini, mentre don Lorenzo Milani si attivò affinché da Barbiana partissero aiuti alimentari per la popolazione. A Natale, papa Paolo VI raggiunse Firenze per celebrare la messa nella cattedrale di Santa Maria del Fiore. 

 

L’alluvione del 1966 rappresentò uno spartiacque nella storia della difesa del territorio italiano. La catastrofe mise in evidenza l’insufficienza dei sistemi di prevenzione e l’assenza di una struttura nazionale di protezione civile in grado di coordinare tempestivamente le emergenze. A distanza di venti giorni venne istituita la Commissione interministeriale per lo studio della sistemazione idraulica e della difesa del suolo, presieduta dall’ingegnere Giulio De Marchi. I lavori portarono a importanti studi sul bacino dell’Arno e alla formulazione di progetti per la realizzazione di invasi e opere di contenimento delle piene. 

Negli anni successivi furono abbassate le platee di Ponte Vecchio e di ponte Santa Trinita, vennero rialzate alcune spallette e furono sviluppati interventi per migliorare la sicurezza idraulica del territorio. Nel 1990 nacque l’Autorità di bacino del fiume Arno e nel 2001 entrò in funzione l’invaso di Bilancino, destinato anche alla regolazione delle piene della Sieve. 

Il percorso di messa in sicurezza è proseguito nei decenni successivi con casse di espansione, interventi sugli argini e sistemi di monitoraggio e allerta sempre più avanzati. Resta tuttavia fondamentale la necessità di completare e mantenere le opere di prevenzione lungo l’intero bacino idrografico. (di Paolo Martini) 

 

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Trump sconfitto, i dem si prendono il Congresso: cosa succede ora

L’attesa onda blu ha travolto Donald Trump, infliggendo ai repubblicani una sconfitta storica e cocente nelle elezioni di metà mandato. Il Grand old party ha perso il controllo sia della Camera, ed era previsto, sia del Senato, un risultato questo meno scontato. A perdere sono stati soprattutto i candidati imposti dal Presidente al suo partito, a vincere quelli da lui più dileggiati tra i democratici. Ora, dopo una approfondita analisi del voto, lo sguardo si sposta però sulle mosse del presidente Usa, che non ama le sconfitte, e sulla difficile convivenza che avrà con un congresso ostile.

Trump sconfitto, i dem si prendono il Congresso: cosa succede ora
Donald Trump (Imagoeconomica)

La carica dei dem: da Ossoff a Talarico

Indiana 5, non un taxi ma un collegio della Camera, è stato poco dopo la mezzanotte italiana il primo segnale della débâcle repubblicana. Seguito dalla vittoria di larghissima misura dell’astro nascente dem Jon Ossoff in Georgia, e ancora di Roy Cooper in North Carolina, di Annie Andrews in South Carolina, del sindacalista indipendente Dan Osborn in Nebraska, di Adam Hamilton in Kansas dove i dem non vincevano dal 1932. Ce l’ha fatta anche Abdul El-Sayed in Michigan: è il primo senatore di religione musulmana. L’onda blu ha poi travolto il North Carolina, l’Ohio e l’Iowa. Clamorosa la vittoria di James Talarico in Texas dopo 38 anni di digiuno democratico al Senato. Non solo. Nello Stato della stella solitaria, Il governatore Greg Abbott ha ammesso la sconfitta contro la democratica Gina Hinojosa.

Trump sconfitto, i dem si prendono il Congresso: cosa succede ora
Trump sconfitto, i dem si prendono il Congresso: cosa succede ora
Trump sconfitto, i dem si prendono il Congresso: cosa succede ora

Le ragioni del tracollo repubblicano

Ad aver voltato le spalle all’Elefantino sono stati soprattutto i giovani. Stando alla Cnn, il 65 per cento degli elettori tra i 18 e i 29 anni avrebbe votato per i democratici. Due anni fa si erano divisi nel sostegno a Trump e Kamala Harris. Tra gli ispanici la percentuale sfiorerebbe il 62 per cento. A pesare sono stati soprattutto l’aumento del costo della vita, della benzina, i dazi e l’attacco all’Iran, poi le drastiche misure anti-immigrazione e una politica estera troppo interventista. Ma anche i favori fatti alle lobby, soprattutto ai paperoni delle big tech, a scapito di quella classe media che due anni fa lo aveva premiato, il dilagare dei data center, il timore che l’Intelligenza artificiale possa mangiarsi i posti di lavoro dei blue collar, le nostre tute blu. Ma anche la subalternità al governo di Benjamin Netanyahu. Non a caso, martedì pomeriggio Trump aveva annunciato la fine degli aiuti militari a Tel Aviv. Insomma, molti di coloro che due anni fa avevano votato The Donald perché aveva promesso di aiutare i più deboli, si sono sentiti traditi dalla vicinanza a multimiliardari percepiti come al di sopra di ogni regola.

Trump sconfitto, i dem si prendono il Congresso: cosa succede ora
Festeggiamenti dem in Michigan (Ansa).

La partita dei democratici in vista del 2028

Fin qui la cronaca di una notte durante la quale si sono ribaltati equilibri rimasti stabili, in alcuni casi, da decenni. Ora le incognite sono due: cosa farà Trump e cosa faranno i democratici. I dem infatti da domani potranno bloccare le nomine del presidente, decidere il calendario del Congresso, e potranno addirittura promuovere un impeachment contro il tycoon (difficile però che passi). E soprattutto dovranno capitalizzare un voto che è una bocciatura per l’inquilino della Casa Bianca. Per trasformarlo in una cambiale in bianco nel 2028 servirà però un ottimo candidato e una linea politica meno divisa tra moderati e progressisti. Come del resto ha ricordato Barack Obama. «Questa sera, il popolo americano ha lanciato un messaggio chiaro», ha postato su X l’ex presidente, «vuole una politica capace di unire le persone anziché dividerle e leader che propongano soluzioni concrete alle sfide che deve affrontare».

Mr VETO pronto a collaborare?

Trump dal canto suo ha commentato al New York Times che è «pronto ad accettare il risultato»: «Collaboreremo con i democratici; non vediamo l’ora di lavorare insieme a loro. Probabilmente troveremo un’intesa». Sui social, però, i toni erano stati decisamente meno concilianti. Il presidente nella serata aveva postato su Truth l’immagine di un berretto rosso con la scritta «VETO». «Il mio nome non era sulla scheda elettorale. Se lo fosse stato, avremmo vinto CON UNA VITTORIA SCHIACCIANTE!», aveva tenuto a precisare. Trump si è poi scagliato persino contro Fox News, definendo i sondaggi dell’emittente «un attacco premeditato, una stronzata (Bullshit)».

Trump sconfitto, i dem si prendono il Congresso: cosa succede ora
Il post di Trump su Truth.

L’incognita di un nuovo attacco all’Iran

Al di là dei commenti a caldo, il tycoon potrebbe, come ha già annunciato, mettere il veto sulle norme proposte dai dem, a cominciare da una maggiore assistenza sanitaria. Secondo gli analisti, però, questo non farebbe che mettere l’accento su progetti apprezzati dalla base. In politica estera il presidente ha poteri molto ampi, ma il Congresso potrebbe bloccare i fondi necessari, ad esempio, per proseguire gli attacchi in Iran, ma non potrà fermarli. Ora bisogna capire se Trump userà le prossime settimane se non i prossimi giorni per sferrare un attacco a Teheran o se rientrerà entro i confini come gli chiedono i sostenitori Maga. «La prima luce dell’alba è all’orizzonte», ha commentato il neo-eletto Ossoff, nuovo idolo democratico. Di certo lo schiaffone per il presidente è stato secco. Se sarà un’alba per i democratici lo si vedrà nel 2028: nel mezzo ci sono due anni di braccio di ferro tra Trump e Congresso e un presidente ferito che venderà cara la pelle.

Don Antonio Quaranta è il nuovo Vicario Generale dell’Arcidiocesi

È don Antonio Quaranta il nuovo Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno. A conferirgli l’incarico è stato l’arcivescovo monsignor Andrea Bellandi, che ha scelto una figura di lunga esperienza pastorale e amministrativa, profondamente legata alla Chiesa salernitana. Quaranta raccoglie il testimone da monsignor Alfonso Raimo, che aveva ricoperto l’incarico dal giugno 2020 fino alla nomina a vescovo di Terni-Narni-Amelia, avvenuta lo scorso 15 settembre. «La scelta di don Antonio Quaranta come nuovo Vicario Generale nasce dalla volontà di offrire alla nostra comunità una figura di alto profilo spirituale e culturale, doti che emergono chiaramente dal suo ricco percorso biografico», ha spiegato monsignor Bellandi, sottolineando le competenze maturate dal sacerdote nel corso degli anni. «Don Antonio unisce a tali qualità una profonda esperienza sia in ambito pastorale, sia in quello amministrativo: ha servito a lungo la nostra Chiesa, prima come Vicario Parrocchiale e in seguito come Parroco, guidando anche la comunità della Cattedrale». Nato a Salerno il 27 settembre 1961, don Quaranta ha intrapreso il percorso sacerdotale dopo alcune esperienze professionali come dirigente nel settore commerciale. Entrato nel Seminario di Posillipo, ha conseguito il Baccalaureato presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, per poi essere ordinato sacerdote il 10 febbraio 1996. Nel 2013 ha ottenuto il Dottorato in Teologia presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia. Il suo percorso pastorale è stato caratterizzato da numerosi incarichi. Dopo le prime esperienze come vicario parrocchiale, nel 2001 è diventato parroco della Cattedrale di Salerno, ruolo mantenuto fino al 2015. Successivamente ha guidato la parrocchia di San Leonardo e, dal settembre 2020, quella di San Vincenzo de’ Paoli, della quale è tuttora parroco. Accanto all’attività pastorale, don Quaranta ha maturato una significativa esperienza negli organismi amministrativi ecclesiastici, facendo parte, tra gli altri, del Collegio dei Consultori e del Consiglio per gli Affari Economici della Diocesi. Dal 2001 svolge inoltre il ministero di esorcista, mentre dal 2020 è cappellano del Comando provinciale dei Vigili del Fuoco di Salerno. Dal 2023 è membro del Capitolo Metropolitano e, dal giugno 2025, confessore presso il Pontificio Santuario della Madonna del Rosario di Pompei. Autore di diverse pubblicazioni, ha dedicato il suo ultimo lavoro al rapporto tra tecnologia e dimensione umana, affrontando il tema dell’intelligenza artificiale nel volume Algoritmi o Battiti? La nomina rappresenta un nuovo capitolo nel percorso della Chiesa salernitana, chiamata a proseguire il proprio cammino pastorale dopo il trasferimento di monsignor Raimo, che lo scorso 24 ottobre ha fatto il suo ingresso ufficiale nella diocesi umbra. «Esprimo il mio sincero ringraziamento a Don Antonio per aver accolto questo delicato incarico», ha concluso Bellandi, invitando il clero, i religiosi e il laicato diocesano a collaborare pienamente con il nuovo Vicario Generale «nel segno di una profonda comunione, per il bene della nostra Chiesa». Anche l’Arcidiocesi ha rivolto a don Quaranta gli auguri per il nuovo ministero, che lo vedrà affiancare l’arcivescovo nella guida e nel coordinamento delle attività pastorali e amministrative della comunità diocesana.

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‘Breakfast in America’, l’onda blu travolge Trump alle elezioni di midterm: i commenti al voto nella diretta Adnkronos

(Adnkronos) – Il commento ai risultati delle elezioni di Midterm negli Usa, che hanno visto l’onda blu dem travolgere il presidente Donald Trump e i repubblicani, nel corso della diretta “Breakfast in America” di Adnkronos. In studio, i vicedirettori Jole Saggese e Giorgio Rutelli.  

 

“Se eleggi un clown ottieni un circo. Però questo spettacolo del circo ha un po’ stancato”. Così Gregory Alegi, docente di Storia degli Usa alla Luiss, riassume la sconfitta dei Repubblicani alle elezioni di metà mandato nel corso della diretta Adnkronos, suggerendo che il presidente Donald Trump si sia scontrato con “il problema che hanno spesso i populisti, ovvero di promettere soluzioni facili a problemi difficili”. 

Come spiega Alegi, i problemi di fondo che avevano creato un “fortissimo malumore” nei confronti di Joe Biden e punito i democratici alle elezioni del 2024 “sono rimasti lì: le diseguaglianze sociali sono rimaste, l’inflazione alta è rimasta”. In più hanno pesato una serie di provvedimenti trumpiani, “dai dazi sulle importazioni allo scatenamento di guerre varie e assortite, che comunque si sono scaricate in tensioni sui prezzi che poi paga l’americano medio. Uno degli indicatori classici della politica americana è il prezzo alla pompa della benzina”: in un Paese sostanzialmente autosufficiente nella produzione di petrolio, “pagare il doppio o il triplo alla pompa” rispetto al passato recente “azzoppa qualsiasi candidato”. 

A livello simbolico, dunque, “la popolarità di Trump ha dovuto scontare la distanza tra le promesse e i fatti”, riassume il docente della Luiss. L’altro aspetto ha a che fare con la dimensione sociale, rileva: interrogato sul possibile peso della cosiddetta componente “woke”, sottolinea, gli statunitensi “sono in grado di accettare cambiamenti sociali”, come il matrimonio gay, già accettato dai repubblicani e difeso da una Corte Suprema a maggioranza conservatrice. Sul piano dei valori, però, si registra l’impatto di “scandali, la vasta corruzione, gli arricchimenti a tutti i livelli dei membri dell’amministrazione, l’incompetenza di molti di questi personaggi” come il segretario alla difesa Hegseth, “disprezzato” dai militari.  

“Io non credo che Trump cambi il suo atteggiamento, onestamente: è quello che è”. Tuttavia, in assenza della “magia” del presidente, alcuni esponenti del Partito repubblicano “potrebbero diventare più autonomi”, continua Alegi. 

Il Partito repubblicano potrebbe capire “che non basta la benedizione di Trump per vincere sempre e comunque”, osserva Alegi, indicando il caso del candidato trumpiano Ken Paxton in Texas come indicativo. Anche la senatrice del Maine Susan Collins, più tradizionalmente repubblicana e distante dal presidente, non è riuscita a convincere il proprio elettorato, osserva l’accademico. 

Alegi sottolinea che per evitare l’ostruzionismo nel Senato Usa servono 60 voti: la possibilità che qualcuno dei senatori repubblicani abbandoni Trump e incominci a votare con i democratici “potrebbe essere il vero game changer”, avverte. 

 

“Big Tech torna a casa, e cioè torna in quel mondo democratico progressista che da sempre aveva caratterizzato gli innovatori”. Lo dichiara l’ambasciatore Armando Varricchio, inviato speciale per l’innovazione e già rappresentante dell’Italia negli Usa, nel corso della diretta Adnkronos, indicando l’ondata blu che ha travolto il Texas, Stato a forte componente repubblicana eletto da Elon Musk come sede principale delle proprie aziende al posto dell’irrimediabilmente democratica California. 

Tra le motivazioni dietro la vittoria democratica Varricchio ravvisa un ripensamento da parte della popolazione riguardo ai benefici della crescita tecnologica legata all’intelligenza artificiale, non da ultimo le “immano costruzioni dei data center”, contro i quali si sta scatenando “una ribellione che passa attraverso le linee politiche”. Tutto questo “si riflette in questa fortissima sperequazione economica che porta neanche miliardari, ma trilionari ad avere ricchezze impensabili per i cittadini normali”. 

“La parola peggiore per Trump, l’insulto peggiore, è ‘perdente’. Quindi lui vorrà trasformare questo risultato in una opportunità per rilanciare la sua presidenza e quindi dovrà collaborare con il Congresso”, continua Varricchio Le paure iniziali di uno scontro durissimo, per il momento, sembrano “messe da parte: questa è una buona notizia per l’America, ma è una buona notizia per il mondo intero”, aggiunge. 

L’idea che il presidente si potesse mettere di traverso e potesse addirittura contestare la legittimità del voto si è dimostrata senza fondamento, rileva Varricchio: Trump ha dunque “tutto l’interesse” a selezionare una serie di temi su cui portare avanti la propria agenda con il Congresso, “che sarà molto centrata sugli aspetti interni, perché è lì che potrà fare veramente la differenza e potrà soprattutto porre le basi per un rilancio del Partito Repubblicano che esce da queste elezioni pesantemente eh danneggiato”. 

 

Dopo la sconfitta alle elezioni di metà mandato, il presidente Usa Donald Trump “sicuramente sarà molto più conciliante nei prossimi due anni”, afferma quindi Simone Crolla, Managing Director della Camera di Commercio Usa in Italia, nel corso della diretta Adnkronos, sottolineando che il presidente, in qualità di “uomo che riconosce la forza come tratto caratteristico della propria negoziazione e del proprio modo di agire”, sa di aver “contribuito a un record negativo”, dato che è la quinta volta dal dopoguerra che un presidente perde entrambi i rami del Congresso. 

Trump sarà dunque più conciliante “perché sicuramente non potrà fare tutto quello che avrebbe voluto fare qualora avesse mantenuto la maggioranza, quantomeno in uno dei due rami del Parlamento”, prosegue Crolla, sottolineando che da gennaio si apre il periodo della sessione “lame duck”, anatra zoppa, in cui il suo potere sarà molto ridimensionato. Di conseguenza, “se ci dobbiamo aspettare qualche iniziativa un po’ forte”, come la nomina di nuovi giudici federali, l’utilizzo di poteri speciali relativi ai dazi il tentativo di finanziare ulteriormente attività come la guerra in Iran, questo “capiterà adesso”. 

 

La sconfitta del Partito repubblicano Usa alle elezioni di metà mandato “è una bocciatura di questi primi due anni di governo di Trump, che non sono stati la gestione di problemi, ma più due anni di un despota che alla prima tornata elettorale è stato punito severamente dai propri elettori”, dichiara Lia Quartapelle, deputata del Partito democratico, nel corso della diretta. 

“L’avventurismo in politica estera non paga, anzi ha fatto sostanzialmente aumentare le bollette. La politica economica confusa di questi due anni ha premiato i super ricchi ma scontentato tutti gli altri che si sono presentati alle urne e hanno presentato il conto. E la brutalità sull’immigrazione, che è una cosa molto diversa dal governo dell’immigrazione, ha diviso, spaventato e allontanato un elettorato che invece due anni fa aveva creduto in Trump”, riassume Quartapelle. 

Per l’Europa “sarebbe pericoloso pensare che debba ridurre l’urgenza con cui noi dobbiamo cercare di renderci più autonomi dagli Stati Uniti”, continua. “Non illudiamoci che questa sia l’alba di un nuovo giorno. Lo è forse per la democrazia americana, non lo è per la necessità di indipendenza e di autonomia dell’Europa”, riassume. 

Secondo la deputata dem è “illusorio pensare che ci siano degli effetti diretti di queste elezioni” al di fuori degli Usa, almeno prima delle elezioni presidenziali del 2028. Da parte europea, quella di Trump è “una presidenza che si incattivirà, che continuerà a ribadire gli stessi concetti, o si ammorbidirà? Conoscendo Trump, secondo me è molto difficile che cambi direzione, non l’ha mai fatto: manterrà una postura erratica, imprevedibile, a volte molto prepotente, aggressiva”. 

Quartapelle identifica “una lezione più generale rispetto alla politica interna in Europa”, segnatamente per le forze di destra, dato che la politica Usa spessa anticipa quella europea: “questa violenza, questa caparbietà, che ha mostrato il populismo e il nazionalismo di Trump non paga nelle urne. È la fine, secondo me, del trend Maga, il trend aggressivo”. 

 

La lezione della sconfitta del Partito repubblicano è “innanzitutto per Trump, per la politica americana e per la gestione alle volte un po’ sopra le righe di alcuni temi che invece sono molto cari al popolo americano”, spiega Ylenia Lucaselli, deputata di Fratelli d’Italia, nel corso della diretta dell’Adnkronos. 

Per quanto riguarda l’Europa, Lucaselli sottolinea di diffidare dall’idea di “fare il tifo da stadio per l’uno o l’altro candidato in una nazione diversa, con esigenze diverse, con una cultura completamente diversa. Detto questo, credo che sia assolutamente chiaro che il modo di interpretare il conservatorismo che è stato fatto soprattutto dall’Italia grazie al presidente Meloni sia un po’ quello che traccia in realtà il futuro dei partiti di centro destra”. 

 

“I mercati avevano già anticipato una vittoria democratica, probabilmente anche una solida vittoria democratica. Per cui, al di là di qualche scaramuccia notturna, dovuta più che altro probabilmente alla illiquidità dei mercati stessi e all’assenza degli operatori americani, passata quella è successo molto poco”, dichiara Marco Piersimoni, analista di Pictet Asset Management, nel corso della diretta Adnkronos. 

“Per quanto riguarda il mercato obbligazionario ci sono due grandi scelte: c’è una grande divaricazione tra chi crede che un Senato e una Camera democratica effettivamente bloccheranno tutte le iniziative di spesa repubblicane e l’iniziativa di spesa del presidente, per cui una politica fiscale meno espansiva, e questa potrebbe essere favorevole a una discesa dei tassi di interesse, per cui favorevole alle obbligazioni”, osserva l’analista. 

D’altro canto, prosegue “c’è chi dice che alla fine la politica è politica, per cui democratici e repubblicani si scambieranno ‘favori’, accomodando l’uno all’altro le voci di spesa, e pertanto vedremo ancora una politica fiscale piuttosto espansiva. Io tenderei a pensare più al primo campo, ossia che in un’amministrazione divisa non ci sarà grande spazio per grandi spese, per cui probabilmente quello che abbiamo visto sarà favorevole a una discesa dei tassi di interesse”, conclude. 

“Sull’impatto economico a breve termine: non, lo vedo nell’immediato”, spiega Renato Loiero, consigliere economico di Palazzo Chigi, sottolineando che restano in carica tutte le principali figure istituzionali, a cominciare dal presidente della Fed”. 

Loiero ricorda che le nuove Camere si insediano il 7 gennaio “e non domani mattina”, e che nell’ordinamento istituzionale americano il presidente Usa “rimane il commander in chief”, con in mano un diritto di veto presidenziale che può essere superato dalle Camere solo con una maggioranza di due terzi, “maggioranza che non c’è. Mentre non esiste un identico potere delle Camere di eliminare, sopprimere, abrogare gli executive orders che il presidente degli Stati Uniti in carica può emanare dal giorno stesso in cui si insedia”. 

 

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Midterm Usa 2026, il Michigan sceglie El-Sayed: chi è il medico musulmano di origine egiziana

(Adnkronos) –
Gli elettori del Michigan hanno eletto Abdul El-Sayed al Senato degli Stati Uniti, rendendolo il primo musulmano eletto in quella Camera dopo una campagna elettorale in cui ha difeso i pazienti transgender, ha contestato gli attacchi repubblicani alla loro assistenza sanitaria e ha superato una defezione dell’ultimo minuto da parte del suo ex rivale alle primarie democratiche. 

“Michigan, ce l’abbiamo fatta!”, ha affermato davanti ai sostenitori a Detroit. “Sono davvero orgoglioso, onorato di essere qui come senatore eletto per il grande stato del Michigan”, ha detto ancora El-Sayed. 

Mentre ancora si attendono i risultati, El-Sayed ha riconosciuto alla folla di aver “scommesso sul candidato più improbabile” e ha ringraziato i sostenitori. “Non vedo l’ora di mettermi al lavoro” per il Michigan, ha detto, attaccando l’avversario, il repubblicano Mike Rogers, per i contenuti della campagna elettorale. “Sappiamo tutti che il mio nome e la mia fede non sono il motivo per cui non potete permettervi la benzina, non sono il motivo per cui non potete permettervi di fare la spesa o una visita medica”, ha incalzato. 

Molteplici gli attacchi di Donald Trump e dei repubblicani nei confronti del 41enne medico musulmano di origine egiziana. Trump lo ha definito più volte “jihadista”, mentre altri esponenti del partito hanno rilanciato le accuse di legami con organizzazioni estremiste. Mike Rogers gli ha contestato donazioni da parte di persone legate al Council on American-Islamic Relations (Cair) e presunti collegamenti familiari con i Fratelli Musulmani. El-Sayed ha negato ogni legame con quest’ultima. 

“Non vedo l’ora di andare in Michigan, potrò parlare di un uomo che è dei Fratelli Musulmani, che è un jihadista che non può entrare nel nostro Senato”, aveva detto Trump nei giorniscorsi. “E’ un falso, tutto di lui è falso, è un bugiardo, dice di essere un moderato, ma non è un moderato, è un jihadista, un malvagio, violento jihadista e non deve avere posto nel nostro governo”, ha continuato a ripetere il presidente Usa. 

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Piazza Cavour, slitta la fine dei lavori

Slitta la conclusione dei lavori di riqualificazione di piazza Cavour, a Salerno. L’amministrazione comunale ha concesso una proroga di 20 giorni alla ditta F.lli Ferrara Srl, aggiudicataria dell’intervento inserito nel programma di valorizzazione turistica della città e finanziato nell’ambito del PR Campania FESR 2021-2027, attraverso i Programmi di Rigenerazione Integrata Urbana Sostenibile (PRIUS). Un nuovo rinvio, dunque, per uno degli interventi destinati a migliorare la fruibilità e l’attrattività di un’area particolarmente importante del centro cittadino. La decisione arriva a seguito della richiesta presentata dall’impresa esecutrice lo scorso 2 novembre, con la quale erano stati sollecitati ulteriori 47 giorni per completare le opere previste dal contratto. Il Comune, tuttavia, ha deciso di accordarne soltanto 20, sulla base delle valutazioni effettuate dalla Direzione dei Lavori, che ha ritenuto congrua una proroga più contenuta rispetto a quella richiesta dall’azienda. L’appalto era stato aggiudicato lo scorso 14 luglio, con determinazione dirigenziale numero 4052, alla società F.lli Ferrara Srl, che aveva presentato un ribasso del 27,323% rispetto alla base d’asta di 715.543,15 euro. L’importo contrattuale è stato così fissato in 523.314,06 euro, comprensivi di 12mila euro per gli oneri della sicurezza, oltre Iva. Il contratto, stipulato il 23 settembre, prevedeva una durata complessiva dei lavori di 90 giorni naturali e consecutivi, con decorrenza dal 28 luglio 2026, come stabilito nel verbale di consegna. A determinare lo slittamento sarebbero alcune circostanze segnalate dall’impresa esecutrice, che potrebbero rendere necessaria anche una modifica del progetto originario. Un’eventualità sulla quale sono ancora in corso le verifiche tecniche. Il responsabile unico del progetto, l’architetto Angela Magliacano, ha infatti chiesto alla Direzione dei Lavori di valutare le motivazioni indicate dalla società e, soprattutto, di accertare la sussistenza delle condizioni che potrebbero comportare la necessità di una variante in corso d’opera. Nel parere trasmesso il 3 novembre, la Direzione dei Lavori ha riconosciuto la presenza di circostanze potenzialmente idonee a giustificare una variante, ritenendo comunque sufficiente, allo stato attuale, una proroga di 20 giorni. La questione resta dunque aperta. La Direzione dei Lavori dovrà pronunciarsi entro dieci giorni dal proprio parere sulla necessità di predisporre una perizia di variante, documento che potrebbe comportare una revisione di alcuni aspetti dell’intervento. La proroga è stata concessa senza nuovi impegni di spesa per l’amministrazione comunale e con la precisa condizione che l’impresa non possa avanzare ulteriori pretese rispetto a quanto previsto dalle condizioni contrattuali. Resta ora da comprendere se i 20 giorni aggiuntivi saranno sufficienti per portare a termine la riqualificazione di piazza Cavour o se l’eventuale variante progettuale finirà per incidere ulteriormente sul cronoprogramma dell’intervento. Un passaggio importante per un’opera inserita nella strategia di rigenerazione urbana e valorizzazione turistica di Salerno, sulla quale resta alta l’attenzione in vista del completamento dei lavori e della piena restituzione dell’area alla città.

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Giochi di ruolo erotici online e video con violenti abusi su minori, 7 arresti e 23 denunce

(Adnkronos) –
Sette persone arrestate e 23 denunciate in stato di libertà. E’ il bilancio di una maxi operazione di contrasto alla produzione e divulgazione di materiale pedopornografico denominata ‘Sweet Strip’ condotta dalla Polizia su tutto il territorio nazionale. L’indagine, coordinata dalla Procura di Roma, ha consentito di identificare 30 individui, dopo un lavoro di filtraggio e identificazione di numerose persone residenti in diverse località italiane, e di sequestrare centinaia di giga byte di video ritraenti violenti abusi su minori, oltre a 60 supporti informatici e 895 grammi di marijuana, rinvenuti nell’abitazione romana di uno degli arrestati. Le indagini sono scattate dopo la denuncia della madre di una minore di 14 anni, adescata su una nota piattaforma di messaggistica istantanea, da un adulto che l’aveva indotta a partecipare a un gioco erotico denominato ‘Omegle Game’.
 

Un gioco, spiegano gli investigatori, che consisteva in una serie di sfide a contenuto sessualmente esplicito, con cui l’adulto interlocutore attribuiva un punteggio ai comportamenti erotici di un numero indeterminato di giovani partecipanti di volta in volta adescate. Ad esempio, venivano attributi cinque punti nel togliersi una maglietta, 10 punti nel mostrare in chat la propria biancheria intima, fino ad arrivare a un massimo di 50 punti al compimento di atti di autoerotismo. 

Tale canale di messaggistica istantanea, su cui in seguito sono stati rinvenuti numerosi altri filmati realizzati con modalità in registrazione schermo, ritraenti videochiamate effettuate ad hoc, permetteva agli utenti accreditati di chattare, sia tramite testo che video, con sconosciuti adulti abbinati casualmente. Per poter partecipare al gioco, occorreva essere introdotti attraverso un link di invito, effettuando un pagamento elettronico o in criptovalute. Il Cosc Lazio ha identificato le quattro persone che hanno materialmente creato e organizzato le chat di gioco finalizzate all’adescamento di minori, con correlata attività di produzione e condivisione di materiale pedopornografico con successivo commercio on-line e conseguenti guadagni. La Polizia postale si è concentrata su un particolare canale a pagamento, denominato Lumaca, al cui interno sono stati individuate 30 persone dedite alla diffusione di materiale pedopornografico, documentando le dinamiche di interazione tra loro, poste in essere per acquisire in maniera ‘sicura’ lo scambio digitale di materiale pedopornografico. 

Sono state eseguite su tutto il territorio nazionale, su disposizione della Procura di Roma e il coinvolgimento operativo dei Cosc della Lombardia, Veneto, Piemonte, Umbria, Campania, Sardegna, Puglia e Calabria, 30 perquisizioni domiciliari e informatiche che hanno consentito di assicurare alla giustizia i responsabili, tra i quali due minori. 

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Midterm Usa, onda blu contro Trump: le reazioni da Barack Obama a Elon Musk

(Adnkronos) – Dopo la batosta per Trump alle elezioni di midterm 2026, con un’onda blu che ha sommerso il tycoon e il Gop, “gli americani hanno mandato un messaggio chiaro: vogliono una politica che unisca le persone anziché dividerle e leader che offrano soluzioni concrete alle sfide”. Così Barack Obama in un post su X in cui afferma che “questi risultati sono stati possibili solo perché candidati straordinari si sono fatti avanti in ogni regione del Paese”. 

“Con background diversi, rappresentando un ampio ventaglio di orientamenti politici, uniti da valori condivisi, dalla convinzione nel servizio pubblico e dall’impegno a mettere al primo posto le persone dei loro distretti e stati”, prosegue, con la “gratitudine” che va alle “migliaia” di persone, tra “funzionari elettorali e volontari di entrambi i partiti, che hanno contribuito a garantire lo svolgimento regolare delle elezioni e hanno svolto una delle funzioni più cruciali della nostra democrazia”.  

“Sebbene questa Amministrazione abbia ancora due anni in carica, il nostro compito ora è rimboccarci le maniche, apportare cambiamenti ovunque sia in nostro potere, impedire ulteriori danni e gettare le basi per il futuro”, conclude l’ex presidente degli Stati Uniti. 

 

“Sembra che i miei laser spaziali per interferire con le elezioni non abbiano funzionato stavolta”, ha scritto invece su X il fondatore di Tesla, Elon Musk, ironico nel commentare le elezioni di midterm americane. 

 

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Star Trek: 60 anni di Star Trek a Lucca, con le carte di Magic

60 anni di Star Trek a Lucca, con le carte di Magic

Star Trek compie 60 anni e sbarca su Magic: a Lucca due giorni di utopia, dal multiverso di carte all'eredità di Roddenberry

Il giorno prima: l'anteprima mondiale di Magic incontra Star Trek Lucca, 31 ottobre. Un giorno prima della conferenza sui 60 anni, Lucca Comics and Games ha ospitato quella che è stata presentata come un'anteprima mondiale, anzi, come hanno scherzato dal palco, 'di questo pianeta – piccola cosa, rispetto all'universo'. Protagonista l'incontro tra Magic: The Gathering e Star Trek, introdotto da Marco Marzocca – storico appassionato che ricordava la prima messa in onda italiana su Telemontecarlo – da IlBaronebaffodoro e da Boose. Sul tavolo tre 'sacre buste'... - Leggi l'articolo

 

GIOCHI - SERIE TV - Star Trek - 4 novembre 2026 - articolo di Linda Lercari

Dall’estero: DC Universe: quale futuro dopo la fusione tra Warner Bros e Skydance?

DC Universe: quale futuro dopo la fusione tra Warner Bros e Skydance?

James Gunn chiarisce il destino dei supereroi DC in seguito al nuovo assetto societario

L'industria cinematografica statunitense, in questi anni, è entrata in un periodo di grandi transizioni politico-economiche, dove a farla da padrone, più che le storie di cui si nutre il cinema, sono gli interessi delle grandi case di produzione, sempre più impegnate a fagocitarsi l'una con l'altra per crescere a dismisura. Una delle ultime fusioni in ordine di tempo quella che ha visto Warner Bros. Discovery e Skydance unirsi, con un accordo dal valore di 111 miliardi di dollari, nelle Skydance Corporations guidate da David Ellison. Proprio la fede politica di... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Dall'estero - 4 novembre 2026 - articolo di Angela Bernardoni

Dall’estero: Project Hail Mary: Rocky potrebbe essere tra i candidati agli Oscar

Project Hail Mary: Rocky potrebbe essere tra i candidati agli Oscar

Lo studio propone una prima volta storica per l'Academy con la candidatura del burattinaio James Ortiz

Il prossimo attore non protagonista vincitore dl Premio Oscar potrebbe venire da molto lontano, addirittura da un altro sistema solare. Sembra infatti che Amazon MGM Studios intenda sostenere la candidatura di James Ortiz, burattinaio e voce dell'alieno Rocky, compagno di avventure dell'astronauta umano Ryland Grace (interpretato da Ryan Gosling) in Project Hail Mary. Se infatti l'alieno proveniente da Erid ha raccolto un enorme successo tra il pubblico, utile per trascinare la corsa agli Oscar, è anche vero che l'Academy, storicamente, non ha mai premiato un pupazzo né... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Dall'estero - 4 novembre 2026 - articolo di Angela Bernardoni

Ebook: L’ultimo dio della rete, quando Herbert non scrive Dune

L'ultimo dio della rete, quando Herbert non scrive Dune

Un romanzo distopico riscoperto solo in anni recenti e pubblicato postumo, che si rivela particolarmente anticipatore dei nostri tempi.

Uscito negli USA nel 2012, L'ultimo dio della rete, titolo originale High-Opp, è stato scritto negli anni Cinquanta, addirittura prima di Dune. Herbert non riuscì mai a pubblicarlo, e ne riutilizzò alcuni pezzi in Esperimento Dosadi. Il libro descrive una società in cui il successo delle persone è stabilito attraverso sondaggi di opinione, qualcosa che assomiglia abbastanza ai meccanismi dei like nel mondo dei social. La quarta di copertina Negli anni '60 gli editori lo rifiutarono ritenendolo "troppo cerebrale" o cupo per l'epoca. In... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Ebook - 4 novembre 2026 - articolo di S*

Bollette, vola il prezzo del gas: a ottobre +9,1 per cento

Per il mese di ottobre le quotazioni all’ingrosso del gas hanno subito un deciso rialzo e, pertanto, la spesa totale dell’utente tipo aumenterà del 9,1 per cento rispetto al mese precedente. Lo ha reso noto Arera, spiegando che dunque, per i 2,3 milioni circa di clienti ancora nel Servizio di tutela della vulnerabilità, il prezzo della sola materia prima gas sarà pari a 88,36 euro al megawattora. Nel dettaglio, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente precisa che in ottobre il prezzo di riferimento del gas per il nuovo cliente tipo (famiglia con consumi medi di gas di 1.100 metri cubi annui) è pari a 176,80 centesimi di euro per metro cubo.

Le reazioni delle associazioni dei consumatori

«Un record storico. Mai il prezzo del gas, imposte incluse, è stato così alto», commenta Marco Vignola, vicepresidente dell’Unione Nazionale Consumatori, che evidenzia come il +9,1 per cento registrato dall’Arera significhi spendere 163 euro in più su base annua, nell’ipotesi di prezzi costanti per i prossimi 12 mesi. «Si conferma la stangata sui consumi energetici degli italiani», afferma il Codacons commentando l’aggiornamento tariffario per il gas. «Si tratta di un vero e proprio allarme in vista dei prossimi mesi, quando cioè aumenteranno i consumi da parte delle famiglie», avverte Assoutenti, parlando di «nuova mazzata per gli italiani».

Il Fatto piange, Lmdv non c’entra: il vero problema sono i conti

Non c’era bisogno dell’Opa provocatoria e bislacca lanciata dal giovine miliardario (virtuale e illiquido) Leonardo Maria Del Vecchio per sapere che Seif, la società che edita Il Fatto quotidiano, vive, e non da ieri, una fase di grave difficoltà finanziaria. Assalto abortito in partenza dato che Seif non è scalabile, con i soci fondatori che ne blindano il controllo con il 60 per cento del capitale. Ovvio che lo scopo aveva il sapore della banale ripicca: tu mi fai le pulci e io metto in luce le tue fragilità. Ora tutto è rientrato e il titolo tornerà a scendere, ma in realtà Leonardino ha offerto un assist straordinario per ricompattare la comunità dei lettori del giornale con l’iniziativa di una nuova campagna abbonamenti in risposta alle provocazioni dell’erede di casa Delfin.

Il Fatto piange, Lmdv non c’entra: il vero problema sono i conti
Il taglio alto della prima pagina del Fatto Quotidiano il 28 ottobre.

La situazione debitoria di Seif

Al di là delle schermaglie un dato è certo. La casa editrice corre sul filo del rasoio ormai dal lontano 2022, avendo inanellato perdite a livello consolidato per 11 milioni di euro. Perdite che hanno eroso il patrimonio netto che a giugno di quest’anno era negativo per 6,6 milioni. Capitale bruciato nel tempo con in più una pesante situazione debitoria. I debiti finanziari netti ammontano a 4,9 milioni e quelli totali raggiungono i 19 milioni di euro. Il tutto su un attivo di bilancio di soli 21 milioni e con cassa a fine giugno di soli 114 mila euro. Di fatto l’attività del gruppo che edita Il Fatto, i libri, il sito, il periodico Millenium e possiede al 100 per cento la Loft produzioni srl, il braccio televisivo, sta in piedi grazie al sostegno delle banche (UniCredit e Intesa) esposte per 5 milioni. Ma anche dei fornitori che hanno debiti per 8 milioni e dell’Erario con i debiti tributari saliti da 1 a 2,2 milioni. Sono loro che finanziano Seif che brucia cassa con ricavi annui che viaggiano sui 40 milioni.

Il Fatto piange, Lmdv non c’entra: il vero problema sono i conti
Marco Travaglio (Imagoeconomica).

Le copie digitali in aumento non compensano le perdite del cartaceo

Certo la crisi dei giornali con il calo costante delle copie è il vulnus che investe l’intero settore. E che alla fine non ha risparmiato nel tempo anche un giornale fortemente identitario come Il Fatto, con una comunità di lettori fidelizzata che rappresenta il nocciolo duro del giornale. Tra l’altro è ammirevole che il quotidiano si regga senza contributi pubblici (erano stati chiesti di recente, ma poi si è deciso di non ricorrervi) come invece gran parte, se non tutta, la stampa italiana, in particolare i giornali dell’area di centrodestra. E potrebbe sorprendere la crisi finanziaria de Il Fatto alla luce dei dati di diffusione. Il giornale di Travaglio & C. infatti è forse l’unico tra i media che ogni mese presenta dati positivi di crescita nelle rilevazioni Ads, al contrario della lunga striscia di rosso di quasi tutta la stampa quotidiana. Se le vendite salgono allora si dovrebbe vedere un aumento dei ricavi del braccio editoriale, cosa che non avviene dato che i ricavi sono tendenzialmente stabili nel tempo. Quel che può apparire un paradosso ha una spiegazione molto semplice: anche per Il Fatto sono in forte calo le copie cartacee, scese nell’ultima rilevazione Ads a 16 mila copie, mentre a dare il segno più forte è l’incremento delle copie digitali salite oltre le 50 mila mensili. Ma ben 41 mila di quelle copie sono vendute a un prezzo tra il 10 e il 30 per cento della copia cartacea. E quindi servono almeno tre copie digitali per compensare i ricavi persi da una copia cartacea. Da qui, nonostante la crescita del venduto, i ricavi tendenzialmente fermi.

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Il logo di Seif (dal profilo Fb).

Il ruolo di Loft

Le difficoltà più che nel conto economico sono proprio nella struttura finanziaria. La campagna di espansione dal solo giornale alla tv con le produzioni di Loft è costata molto. Serviva a contrastare già anni fa il previsto calo delle vendite del braccio editoriale grazie a una comunità forte cui veicolare nuove offerte oltre al quotidiano. Ma se è vero che Loft, conferita come vedremo a una società controllata al 100 per cento dalla stessa Seif nel dicembre 2022, portava nuova linfa nei ricavi non ha portato finora margini di guadagno. Anzi. Nel 2025 il bilancio di Loft produzioni ha apportato al consolidato ricavi per 5,3 milioni ma ha chiuso in perdita per 85 mila euro. Gli utili arriveranno, ma per ora le perdite cumulate solo dal 2023 sono state di oltre 3 milioni. Pesano i forti ammortamenti dei contenuti che si mangiano del tutto il fatturato. Tra l’altro l’operazione di spostare Loft in una società controllata al 100 per cento, giustificata come maggior autonomia operativa, ha avuto come collaterale anche un beneficio immediato ai conti di Seif. Loft, iscritta a bilancio al costo di meno di 6 milioni, è stata valutata da una perizia giurata a fine del 2022 ben 12,6 milioni a fronte di ricavi per 1,3 milioni, consentendo a Seif, già in crisi, di iscrivere tra i ricavi una plusvalenza di 6,7 milioni. Ricavi sulla carta e aggiuntivi che hanno permesso di tamponare la caduta dei ricavi scesi da 32 milioni del 2021 ai 28 milioni del 2022. Senza quella plusvalenza i conti di Seif avrebbero avuto una forte perdita. Quel valore di perizia per una società che ha cumulato perdite per 3 milioni e che anche nel 2025 ha perso 85 mila euro, pare – con gli occhi di poi – forse sopravvalutato e non è mai stato svalutato negli anni. Produrrà con ogni probabilità utili quest’anno, ma all’epoca è servita per rimpolpare i bilanci di Seif.

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Il logo di tv Loft.

Il mancato aumento di capitale

La strategia messa a punto dai vertici negli ultimi anni, con i revisori che dal 2023 anno dopo anno segnalano incertezze sulla continuità aziendale, sembra quella di prendere tempo. Servirebbe – con un patrimonio negativo salito a 6,6 milioni, poco più di 100 mila euro in cassa e debiti totali per 19 milioni, di cui 5 con le banche – riequilibrare la struttura finanziaria. Immettere capitale per ricostituire il patrimonio e portare la leva debitoria a livelli fisiologici. Vorrebbe dire per i soci fondatori che hanno il 60 per cento delle quote mettere mano al portafoglio. E la crisi finanziaria verrebbe risolta. Invece si è preferito finora farsi finanziare da altri. Con i debiti lasciati correre e saliti da 12,7 milioni del 2023 ai 19 attuali. Con le banche passate da 3,6 milioni a oltre 5. I fornitori che hanno visto i loro debiti salire da 5,8 milioni a oltre 8 negli ultimi anni. E dulcis in fundo lo Stato con i debiti tributari saliti da un milione a 2,2 milioni e con l’Inps esposto per 1,3 milioni.

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La campagna abbonamenti sul Fatto.

Il piano per risalire la china

Non c’è dubbio che il management di Seif onorerà i propri debiti, ma non era meglio percorrere la strada del mettere mano al portafoglio, evitando le tensioni finanziarie? Ora è in corso un piano liquidità che punta a risalire la china con i tagli dei costi (la foliazione è scesa a 16 pagine) un’eventuale stretta sugli investimenti e soprattutto l’incremento dei margini. Che pare sortire i primi effetti. Nei primi sei mesi del 2026 la situazione sta migliorando: il margine operativo lordo è salito a oltre 2 milioni raddoppiando sui 12 mesi prima, consentendo di chiudere in perdita per soli 280 mila euro da 1,6 milioni di rosso del giugno 2025. Ma pesano sempre gli ammortamenti per i forti investimenti, soprattutto sulla tv, e avere 5 milioni di esposizione bancaria vuol dire pagare interessi per oltre 300 mila euro. Forse la strada di fare un aumento di capitale che Seif non ha percorso sarebbe stata un’opzione più ragionevole. In fondo la comunità stretta intorno al giornale avrebbe compreso.

Midterm, l’ultima di Donald Trump su Israele

«Se la gente si dovesse mai stancare di me negli Stati Uniti, mi trasferirei in Israele e diventerei primo ministro». Lo ha dichiarato – chissà scherzando fino a che punto – Donald Trump raggiunto al telefono da Fox News, sostenendo peraltro di godere di un consenso straordinario nello Stato ebraico: «Il 99 per cento, un record». La battuta (?) di Trump è arrivata nel giorno delle elezioni di midterm, considerate una sorta di referendum sul suo operato alla Casa Bianca. Cosa ne penserà Benjamin Netanyahu, in bilico come premier dopo le recenti elezioni nello Stato ebraico?

Trump annuncia lo stop agli aiuti militari a Israele

Intervistato da Fox News, il presidente americano Donald Trump ha dichiarato di aver raggiunto un accordo con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in base al quale Washington interromperà l’erogazione di 4 miliardi di dollari di finanziamenti a Tel Aviv a partire dalla fine di quest’anno. Nel giorno delle elezioni di midterm, Trump ha affermato che lo Stato ebraico («ora un Paese prospero») non ha più bisogno di tali fondi, aggiungendo poi che alcuni esponenti del Partito democratico stanno utilizzando il sostegno finanziario degli Stati Uniti a Israele come pretesto per criticare i Repubblicani. Tel Aviv, ha aggiunto Trump, avrà l’opzione di acquistare le armi americani: «Possono comprare quello che vogliono. Anche l’Europa può farlo. Produciamo le migliori armi al mondo».

Trump annuncia lo stop agli aiuti militari a Israele
Donald Trump (Ansa).

Tra Usa e Israele è in vigore un protocollo d’intesa firmato durante la presidenza Obama

Come spiega Reuters, al momento tra i due Paesi è in vigore un protocollo d’intesa in scadenza nel 2028, siglato ai tempi di Barack Obama presidente Usa, che prevede l’erogazione da parte degli Stati Uniti di 3,8 miliardi di dollari di aiuti militari annui a Israele. Secondo quanto riferito da Trump, il pacchetto non solo non verrà terminato, ma gli aiuti verranno stoppati con un anno di anticipo sulla scadenza. Al momento manca un commento ufficiale da parte di Netanyahu: in un’intervista alla CBS rilasciata a maggio, Bibi aveva auspicato le fine della dipendenza militare del suo Paese dagli Usa nel giro di un decennio. In una lettera inviata a giugno a un membro del Congresso americano, Netanyahu aveva poi scritto che per Israele era giunto il momento di «passare da beneficiario di aiuti a partner». Un alto funzionario degli apparati di sicurezza israeliani, in forma anonima, ha però dichiarato a Channel 11: «Non ci aspettavamo questo annuncio, certamente non oggi. Abbiamo un dialogo costante con gli americani, quindi possiamo dire di essere rimasti sorpresi. Analizzeremo le implicazioni di questa decisione, che non è ancora pervenuta agli organi competenti».

Tensioni nella maggioranza sulla legge Fornero, le parole di Salvini

«Siccome leggo cose varie ed eventuali, l’uscita anticipata per chi vorrà è una scelta, non è un obbligo. Per chi vorrà andare in pensione a 64 anni dal 2027 il fondo per la previdenza per quello è stato disegnato, non per altro. Quindi come io rispetto gli altri, conto che tutti rispettino quella che è la priorità della Lega, che è il superamento della legge Fornero, che è quota 64 a partire già dal 2027». Lo ha detto Matteo Salvini al suo arrivo all’inaugurazione di Eicma, l’esposizione internazionale del ciclo, motociclo e accessori a Rho Fiera Milano, evidenziando le tensioni nel centrodestra: «Lo dico anche agli amici della maggioranza, col totale rispetto per tutti gli interventi che ci sono in Manovra, il taglio dell’Irpef, l’aumento della flat tax per le partite Iva».

Tensioni nella maggioranza sulla legge Fornero, le parole di Salvini
Matteo Salvini all’Eicma (Imagoeconomica).

Salvini: «Non sapevamo dei tagli alla scuola»

Salvini, parlando con la stampa, ha poi evidenziato anche le crepe all’interno del suo stesso partito. «Dei tagli alla scuola non sapevamo nulla. Sicuramente, in questo momento, è qualcosa su cui ragionare. Come Lega faremo qualche proposta», ha detto il segretario del Carroccio rispondendo a chi gli ha chiesto se non sia strano che il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, leghista, non sapesse delle sforbiciate previste dalla Manovra. «Salvini non solo è vicepremier, ma è anche segretario della Lega, lo stesso partito del ministro dell’Economia Giorgetti e del ministro dellIstruzione Valditara. Quindi o non lo hanno informato dei tagli oppure sapeva e sta cercando di prendere le distanze. Di fatto Salvini sta sfiduciando i suoi stessi ministri, oltre a se stesso», ha dichiarato Barbara Floridia, senatrice del M5s.

Gli ascolti col botto di Ranucci, il ballo di Chiocci e le altre pillole

Sono bastati gli annunci social di Sigfrido Ranucci per far volare gli ascolti di Spotlight, programma di approfondimento di RaiNews24. La prima puntata realizzata dopo l’ingresso nella rete all news dell’ex conduttore di Report, nella serata di lunedì 2 novembre, ha proposto un interessante servizio di Luca Gaballo sulla crisi degli affitti in Spagna. Niente inchieste esplosive, eppure i numeri sono schizzati: 82 mila telespettatori e lo 0,5 per cento di share, contro una precedente media di 27 mila spettatori e lo 0,16 per cento. Pubblico triplicato e share più che triplicato. Sui social la “chiamata alle armi” era suonata quasi esagerata: «Scattatevi una foto mentre guardate l’inchiesta di #Rainews. Postate la foto sui vostri social taggando @rainews e @sigfirdo ranucci» (con refuso scappato nel nome del conduttore). Intanto Report prepara la prima puntata de-ranuccizzata, prevista per domenica 8 novembre, e ricorre all’immagine di Milena Gabanelli per promuovere il ritorno su Rai3. Ma sui social, anziché gli applausi, piovono insulti e accuse di tradimento rivolte alla vecchia squadra. Due programmi, due campagne social e, per ora, due reazioni decisamente diverse. In attesa della sentenza dell’Auditel.

Anvedi come balla Chiocci

Giro di valzer per Gian Marco Chiocci: ma quello vero, nel senso del ballo. E tutti potranno dire «anvedi come balla Chiocci». Tutta colpa di “Vienna sul lago”, un progetto di formazione, cultura e solidarietà che coinvolge giovani donne provenienti dall’Italia e dall’estero, promuovendo valori di impegno, confronto e inclusione, con il patrocinio della presidenza del Consiglio dei ministri, del ministero della Difesa, della Cultura, della Regione Piemonte, delle Ambasciate d’Austria in Italia e presso la Santa Sede, oltre che della città di Vienna. Evento che si conclude con la serata di charity intitolata “Il Gran ballo della Venaria Reale”, nella reggia sabauda, il 21 novembre. Che c’entra Chiocci? Durante la serata verrà conferito il Premio Costanzo, riconoscimento dedicato a “Donne, uomini e istituzioni che hanno saputo offrire un contributo importante al Paese con il proprio impegno”: quest’anno il premio sarà assegnato al direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci per la categoria “Stampa”, come «riconoscimento per aver interpretato con rara competenza e professionalità le tematiche di attualità che caratterizzano il nostro tempo. Memorabile l’intervista fatta a Sua Santità papa Francesco». L’evento vedrà la partecipazione, in qualità di partner, di Rai Canone, promotore della campagna “Un abbonato in prima fila”, iniziativa volta a valorizzare la cultura e il patrimonio italiano attraverso un coinvolgimento diretto del pubblico. Chi saranno i presentatori? I giornalisti Roberta Ammendola, RaiNews24 e volto ufficiale di Rai Italia, e Maurizio Martinelli del Tg2. Al termine si ballerà, con Chiocci protagonista. In attesa di diventare amministratore delegato della Rai, secondo le intenzioni di Palazzo Chigi.

Gli ascolti col botto di Ranucci, il ballo di Chiocci e le altre pillole
Il direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci (foto Imagoeconomica).

Giovanni Grasso live show

Un palco, un ospite, la musica dal vivo e un pubblico chiamato a partecipare, intervenire e confrontarsi: è questa la formula di “Riflessi”, il live show del martedì, il progetto ideato da Fondazione Roma che trasforma il Museo del Corso – Palazzo Cipolla in un luogo di incontro tra idee, linguaggi artistici e persone. Martedì 3 novembre, alle sette di sera, il format inaugura una nuova tappa del suo percorso, dedicata alla parola “Pace”, con Giovanni Grasso, giornalista, scrittore e consigliere per la stampa e la comunicazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. A condurre la serata saranno il direttore artistico Daniele Pitteri e Gioia Salvatori, mentre per la musica ci penseranno la ricerca jazz e le architetture vocali dei LeePuma Quartet. L’incontro con Grasso partirà dalla sua produzione letteraria, che spazia dalla narrativa storica al romanzo, con titoli come Il segreto del tenente Giardina, Il caso Kaufmann e Il volo di Icaro, e dalle esperienze di adattamento teatrale di alcune sue opere. La serata offrirà l’occasione per riflettere sul valore della memoria, sul peso del potere, sul coraggio civile attraverso lo sguardo dello scrittore e dell’uomo delle istituzioni, maturato durante una lunga esperienza al servizio dello Stato. Tutti gli incontri sono pensati come occasioni di partecipazione culturale e solidarietà. L’intero incasso derivante dalla vendita dei biglietti sarà devoluto all’Associazione Andrea Tudisco Together Home, che accoglie bambini affetti da gravi patologie e le loro famiglie, offrendo loro ospitalità e sostegno durante il periodo delle cure. Fondazione Roma aggiungerà un contributo di pari importo, raddoppiando così la somma destinata all’associazione. La serata del 3 novembre sarà accessibile al pubblico previo acquisto del biglietto e potrà essere seguita anche in diretta streaming sul sito del Museo del Corso. Il calendario di novembre proseguirà martedì 17 con Giancarlo De Cataldo, per un appuntamento dedicato alla giustizia, alle ferite sociali e alle contraddizioni urbane, accompagnato dalle armonie folk e jazz del trio vocale August Sienna. Martedì 24 novembre sarà protagonista il maestro Nicola Piovani, tra i più importanti compositori della scena contemporanea, in una serata arricchita dalla ricerca sonora intima ed evocativa di Martha Deribe e Simone Maggio.

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L’evento con Giovanni Grasso.

Cardinaletti all’Opera senza il suo Bechis

Ormai Giorgia Cardinaletti è sposata, ma al Teatro dell’Opera ci va da sola, senza la sua metà. Così per la prima romana del Falstaff, l’ultimo capolavoro di Giuseppe Verdi, con la direzione di Michele Mariotti, la giornalista del Tg1 si è fatta accompagnare da Simona Sala, direttrice di Radio 3 Rai, e non dal marito, Francesco Bechis, con il quale è appena convolata a nozze. «Si sa, al quotidiano Il Messaggero si lavora tanto, mica è la Rai», ha commentato sussurrando un invitato eccellente. Che poi di politici ce n’erano, eccome: il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, il sottosegretario alla Cultura Pietro Cannella, il sottosegretario al Mef Federico Freni, il presidente della commissione cultura della Camera dei Deputati Federico Mollicone, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, addirittura il presidente della Corte costituzionale Giovanni Amoroso. Per chi si occupa giornalisticamente di politica come Bechis jr, è stato davvero un peccato “bucare” un evento del genere…

Gli ascolti col botto di Ranucci, il ballo di Chiocci e le altre pillole
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Al via lo spegnimento degli altiforni dell’ex Ilva di Taranto

Sono iniziate questa mattina le operazioni di spegnimento degli altiforni dell’ex Ilva di Taranto. Lo rendono noto i sindacati Fim, Fiom, Uilm e Usb, che hanno ricevuto una comunicazione dall’azienda. La ditta Liz Italia sta provvedendo a spegnere i bruciatori utilizzati per mantenere in preriscaldo i Cowpers di Afo: le si concluderanno entro questa settimana.

La decisione della Corte di Cassazione sull’area a caldo

Pochi giorni fa le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione hanno rigettato sia il ricorso principale proposto da Ilva in Amministrazione Straordinaria sia il ricorso incidentale di Acciaierie d’Italia e Acciaierie d’Italia Holding S.p.A. in Amministrazione Straordinaria contro il decreto della Corte d’Appello di Milano, che aveva accolto il reclamo promosso da 11 cittadini aderenti all’associazione Genitori Tarantini, ordinando la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento pugliese. Per quanto concerne l’area laminazione, è prevista la ripartenza del treno nastri fino al 14 dicembre, quando si fermerà nuovamente. Ripartirà poi da gennaio e rimarrà in marcia per circa un mese.

La cordata italiana di Federacciai si ritira dalla gara?

Intanto, facendo riferimento alle indiscrezioni secondo cui la cordata italiana di imprese che ha presentato una manifestazione d’interesse per l’ex Ilva di Taranto avrebbe rinunciato a presentare un’offerta per la parte a freddo, il vicepresidente di Confindustria e presidente di Federacciai Antonio Gozzi ha dichiarato che «la decisione non è ancora presa». L’ultimo giorno per la presentazione delle offerte vincolanti è fissato per l’8 novembre. Con l’uscita delle imprese italiane, l’attenzione tornerebbe a concentrarsi sugli indiani di Jindal.

Sondaggi Swg 2 novembre 2026: il centrosinistra allunga, giù Fdi e Fi

Si allarga leggermente la distanza tra maggioranza e opposizione nel sondaggio Swg per il Tg La7 diffuso lunedì 2 novembre 2026. Il centrosinistra guadagna lo 0,1 per cento e sale al 45 per cento, mentre il centrodestra perde lo 0,3 e scende al 43,8 per cento. A calare maggiormente è Fratelli d’Italia, che cede lo 0,3 per cento e scende al 29, ma resta di gran lunga il primo partito. Cala anche Forza Italia, che perde lo 0,2 per cento e scende al 7,2. Guadagnano invece un decimo la Lega, al 5,5 per cento, e Noi Moderati, all’1,1 per cento, mentre resta stabile all’1 per cento Sud chiama Nord. Nel centrosinistra, il Partito democratico è stabile al 20,6 per cento, mentre il Movimento 5 Stelle sale dello 0,2 e arriva al 12,6 per cento. Perdono un decimo Alleanza Verdi e Sinistra (6,2 per cento), Italia viva (2,2 per cento) e Più Europa (1,3 per cento). Fuori dalle coalizioni cresce dello 0,2 per cento Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, che sale al 5,8. Azione di Carlo Calenda resta stabile al 3,1 per cento.

Manovra, se i ministri scoprono i tagli dopo averla approvata

Un po’ ministri, un po’ Alice nel Paese delle Meraviglie. Anche quest’anno, poche ore dopo averla approvata in una riunione lampo del Consiglio dei ministri, i titolari dei principali dicasteri di spesa giurano di non aver mai visto quella manovra lì, quella che taglia i conti, riduce, lima e comprime. E allora c’è da chiedersi dov’erano, benedetti figliuoli, mentre si varava la legge a Palazzo Chigi, si scrivevano le norme, si computavano le tabelle. Tutti distratti? Tutti discalculici? Tutti in pausa pranzo?

Manovra, se i ministri scoprono i tagli dopo averla approvata
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’incomprensibile irritazione per i tagli

Piccolo riassunto. La manovra viene varata dal Consiglio dei ministri mercoledì 28 ottobre in una riunione che dura dalle 15,15 alle 16,56. sono 175 pagine, 157 articoli, più la relazione tecnica di 198 pagine. I giornali mettono in luce le insufficienti risorse alla sanità, i tagli alla scuola e alla rivalutazione delle pensioni. Dalle diverse categorie si levano critiche, dalle Regioni pure, comprese alcune di centrodestra (l’assessore lombardo al Welfare Guido Bertolaso ha parlato di «tagli insostenibili»). Da lunedì sui giornali spuntano retroscena in cui i ministri, da Giuseppe Valditara a Orazio Schillaci fino a diversi big leghisti, si dicono «sorpresi» e «irritati» con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, autore della stretta. Si attendono sviluppi, la manovra è appena approdata in Parlamento e solitamente qualche modifica viene approntata. Vedremo quali.

Manovra, se i ministri scoprono i tagli dopo averla approvata
Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara (Imagoeconomica).

In tempo elettorale, la manovra è figlia di nessuno

In realtà due sono i limiti dietro cui si nasconde il vero motivo per cui la manovra Meloni 2027 è figlia di nessuno. Il nodo principale è che i soldi sono pochi, i tagli tanti e nessuno vuole assumersi a pochi mesi dalle elezioni la paternità politica di sacrifici e ristrettezze, dunque meglio scaricare sul ministro Giorgetti che ha le spalle larghe, tanta pazienza (Usque tandem, si chiedono in molti) e soprattutto la fiducia della premier e dei mercati. Dietro al nodo politico di una manovra pre-elettorale, però c’è un vizio tutto figlio della attuale politica fast and furious.

Manovra, se i ministri scoprono i tagli dopo averla approvata
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Il cambio di passo con Berlusconi

Facciamo un passo indietro. C’era un tempo in cui la manovra si approvava dopo diverse ore di riunione del consiglio dei ministri. Finiva sempre di notte, con conferenza stampa il mattino successivo, occhiaie e facce sbattute. Insomma, poco smart ma molto letta e combattuta. Poi Silvio Berlusconi, uomo del fare, decise che quella scena lì non gli piaceva, non era glamour, e dunque via, una manovra si approva in un’ora, niente maratone, si dà l’ok alle ‘copertine’ delle norme e si va in tv ad annunciare la meraviglia. E dunque i malumori che ogni manovra si trascina dietro, perché mai si accontentano tutti-tutti-tutti, si sono spostati al giorno dopo.

Manovra, se i ministri scoprono i tagli dopo averla approvata
Silvio Berlusconi nel 1994 (Ansa).

Sono passati 30 anni ma va ancora in onda lo stesso show

Sono passati 30 anni ma va ancora in onda lo stesso show. La manovra si approva in un’ora (Meloni ha aggiunto i 41 minuti) e si va in diretta col volto fresco ad annunciarla. Peccato che i ministri molto probabilmente non l’abbiano letta, o per lo meno non abbiano letto tutte le tabelle, oppure non abbiano capito cosa stavano approvando, quanti tagli, quanti trasferimenti. E allora forse, ormai per il prossimo anno, una prece: metteteci il tempo che ci vuole, fate lo sforzo di lavorarci un intero pomeriggio se serve, confrontatevi, usate la calcolatrice, litigate e riappacificatevi, abbiate anche il coraggio di dire al Giorgetti di turno che no, la sanità non si può tagliare, o perlomeno non così. Ma risparmiateci non una manovra così così – capita a ogni coalizione – ma almeno le lacrime di coccodrillo, gli spin freddi e ipocriti ai giornali del tipo «il ministro è irritatissimo», perché davanti a questi esprit de l’escalier, l’interrogativo «allora a cosa serve un ministro?» attraversa la mente di molti.

Com’erano andate nel 2018 le prime elezioni di midterm con Trump alla Casa Bianca

Gli Stati Uniti tornano oggi al voto per rinnovare gran parte del Congresso (l’intera Camera e un terzo del Senato) in occasione delle elezioni di midterm, che si tengono ogni quattro anni a metà – appunto – del mandato presidenziale. Storicamente, il partito che detiene la Casa Bianca perde terreno a Capitol Hill in questa tornata elettorale, considerata un referendum sull’operato del presidente. Essendo al secondo mandato, per Donald Trump quelle in corso saranno le ultime elezioni di midterm: ecco come erano andate quelle del 2018.

Il GOP rafforzò la maggioranza al Senato, ma subì il sorpasso alla Camera

Il boom del voto anticipato (quasi 56 milioni di statunitensi – compreso il papa – hanno votato prima dell’apertura delle urne) fa ben sperare i Democratici, che gli ultimi sondaggi danno in forte vantaggio: prevista un’onda blu senza precedenti. Il Partito repubblicano arriva al voto con una risicata maggioranza nei due rami del parlamento: la conquista della Camera da parte dei dem è data quasi per scontata e anche il Senato potrebbe seguire la stessa sorte. Nel 2018 il Grand Old Party rafforzò la propria maggioranza alla camera alta, mentre subì il sorpasso in quella bassa, incassando inoltre una sonora batosta nelle contestuali elezioni governatoriali.

Com’erano andate nel 2018 le prime elezioni di midterm con Trump alla Casa Bianca
Seggio elettorale negli Usa (Ansa).

Senato Usa: l’esito delle elezioni di metà mandato nel 2018

Nel 2018 furono sottoposti ad elezione tutta la Camera dei rappresentanti e 35 seggi del Senato. Prima del voto, i Repubblicani avevano una maggioranza di 51 senatori su 100: le elezioni determinarono il guadagno di ulteriori due seggi da parte del GOP. Il partito di Trump perse infatti i seggi di Arizona e Nevada, ma soffiò ai dem quelli di Dakota del Nord, Florida, Indiana e Missouri, arrivando ad avere 53 rappresentanti al Senato.

Camera dei rappresentanti: l’esito delle midterm nel 2018

Prima delle elezioni, la Camera dei rappresentanti nel 2018 era controllata dai Repubblicani con una maggioranza di 240 deputati su 435. I Democratici, quota 195, avevano dunque bisogno di conquistare 23 seggi per il controllo della camera bassa del Congresso. L’ondata blu decretò un incremento di ben 40 unità alla Camera per i Democratici, con 43 seggi soffiati ai Repubblicani e appena tre persi. La maggioranza passò quindi in mano ai progressisti.

Com’erano andate nel 2018 le prime elezioni di midterm con Trump alla Casa Bianca
Statunitensi al voto per le elezioni di midterm nel 2018 (Ansa).

Il Partito democratico vinse anche la sfida dei governatori

Contestualmente a buona parte dei parlamentari Usa, furono eletti anche i governatori di 36 Stati su 50. Il voto si tenne in 26 dei 33 Stati a guida repubblicana, in 9 dei 16 con governatori democratici e in uno Stato, l’Alaska, dove invece il governatore era indipendente. I democratici conquistarono sette governatori che in precedenza erano stati ottenuti dai repubblicani; mentre quest’ultimi si dovettero accontentare dell’Alaska, fino a quel momento guidata da un indipendente. La “partita” delle governatoriali finì dunque 20 a 16 per i dem.

Il calciatore Jesùs De Miguel morto dopo uno scontro in campo con il portiere avversario

Tragedia nel calcio spagnolo. L’attaccante del Tenerife Jesús De Miguel è morto dopo un violento scontro in campo con il portiere di Andorra Jesus Owono. L’episodio è avvenuto allo stadio Heliodoro Rodríguez López di Tenerife, dove era in programma il match. Al minuto 98 il portiere (poi espulso dall’arbitro) era uscito dalla propria area di rigore quasi fino a centrocampo, scontrandosi con De Miguel e colpendolo al petto con un ginocchio. L’impatto è stato molto violento, tanto che il giocatore è crollato a terra all’istante, rimanendo immobile. Rianimato in campo e portato in ospedale, non ha mai ripreso conoscenza. Nella notte il peggioramento fatale che ha portato al decesso.

Il club: «Siamo increduli»

Questo il comunicato del club: «Con il cuore spezzato, con un nodo alla gola e increduli che sia vero, il Cd Tenerife annuncia la tragica scomparsa, avvenuta martedì 3 novembre alle ore 8, di Jesús de Miguel Alameda. Non ci sono parole di conforto, non c’è assolutamente nulla che possa attenuare questa immensa tristezza. Siamo vicini alla sua famiglia in lutto, ai suoi cari, a tutta Tenerife che oggi piange questa crudele perdita».

Rischio escalation in Medio Oriente: attacco Usa contro l’isola di Qeshm

Nonostante l’intensificarsi degli sforzi diplomatici volti a scongiurare un possibile ritorno a un conflitto attivo dopo le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, l’Iran e gli Usa sono ben lontani dal raggiungere un accordo per porre fine alla guerra. Lo ha dichiarato un alto funzionario di Teheran all’agenzia Reuters. In effetti, durante la notte le forze americane hanno lanciato un attacco contro l’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz: c’è il rischio di una nuova escalation.

L’operazione Usa avrebbe preso di mira missili terra-aria iraniani

Funzionari statunitensi hanno detto alla CNN che l’operazione ha preso di mira missili terra-aria utilizzati da Teheran contro risorse americane: sarebbe stato insomma un bombardamento “difensivo”. Secondo fonti di Axios, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica ha lanciato un missile dall’isola di Qeshm contro un caccia americano in volo sullo Stretto di Hormuz. Il Wall Street Journal scrive che, oltre all’attacco a jet Usa, il 2 novembre i pasdaran hanno lanciato un missile sempre da Qeshm contro navi mercantili: il razzo sarebbe stato intercettato dalle forze Usa. Nel frattempo, i Guardiani della rivoluzione hanno dichiarato di aver abbattuto, sempre durante la notte, un drone statunitense MQ-9 nei cieli a est di Hormuz.

Trump ha detto che le forze Usa potrebbero «dover colpire Fordo»

Dopo il raid contro l’isola di Qeshm, avvenuto alla vigilia delle elezioni di midterm (Benjamin Netanyahu spinge nuovi massicci attacchi dopo il voto), Donald Trump ha affermato che le forze Usa potrebbero «dover colpire Fordo», ovvero il principale e più protetto impianto sotterraneo iraniano per l’arricchimento dell’uranio: «Non sarebbe un problema. Possiamo farlo entro un’ora e in qualsiasi momento», ha detto il capo della Casa Bianca intervistato da Fox News. Secondo quanto riferito al Wall Street Journal da funzionari statunitensi che hanno richiesto l’anonimato, l’azione contro Qeshm rientra in una serie di attacchi limitati condotti nelle ultime settimane dagli Stati Uniti contro l’Iran.

Ucraina, attacco russo su un centro per gli aiuti: 29 morti e 48 dispersi

Un attacco russo ha colpito l’insediamento di Komyshuvakha, nella regione di Zaporizhzhia, prendendo di mira una scuola utilizzata per scopi umanitari. «Lì la popolazione riceveva aiuti. Dopo il primo bombardamento, è seguito un secondo attacco con altre nove bombe, che hanno colpito specificamente il rifugio dove le persone avevano cercato riparo», ha scritto il presidente ucraino Zelensky sui social. Il bilancio è di almeno 29 morti tra cui due soccorritori e quattro agenti di polizia. Altre cinque persone sono ricoverate in ospedale e altre sono ancora intrappolate sotto le macerie. 48 persone risultano ancora disperse. La maggior parte delle vittime sono civili giunti sul posto per ricevere aiuti umanitari o soccorrere i feriti dopo il primo attacco. «I russi non potevano ignorare che ogni settimana i residenti di Komyshuvakha, rimasti sul posto, ricevevano aiuti umanitari proprio in quel luogo. E questa è un’ulteriore prova che la Russia non vuole né una de-escalation né una vera giustizia», ha aggiunto Zelensky.

Witkoff annuncia un trilaterale Usa-Russia-Ucraina ad Abu Dhabi

Funzionari statunitensi, ucraini e russi terranno un incontro trilaterale ad Abu Dhabi il 10 e l’11 novembre, nel tentativo di «portare avanti la missione del presidente Donald Trump volta a porre fine alla guerra». Lo ha reso noto Steve Witkoff, inviato speciale della Casa Bianca, spiegando che gli Stati Uniti svolgeranno il ruolo di mediatori in negoziati a livello tecnico tra Ucraina e Russia che «si concentreranno sugli accordi di sicurezza per il dopoguerra, sulla de-escalation, sugli interventi umanitari e sui passi successivi verso la pace». Questa settimana, ha poi aggiunto, i negoziatori Usa incontreranno anche rappresentanti di Francia, Germania, Regno Unito, Unione europea e Nato a Bruxelles, per discutere «dell’architettura di sicurezza europea nel dopoguerra e delle opportunità economiche a sostegno della ricostruzione» dell’Ucraina. «Il nostro auspicio è quello di consolidare i progressi già compiuti a Kyiv, Oslo e San Pietroburgo, puntando a un accordo di pace globale e duraturo che garantisca una sicurezza stabile per le generazioni a venire», ha concluso Witkoff.