SALERNO – Serse Cosmi è soddisfatto della vittoria conquistata in rimonta nel finale di gara dalla Salerni- tana ai danni del Bari: «Non so se è la vittoria della svolta, già dopo la Cavese abbiamo reagito bene. Dopo il pareg- gio è stato il momento più entusiasmante perchè tutti credevano nella vittoria. Vor- rei sottolineare anche la con- dizione atletica, abbiamo finito la partita in cre- scendo». Hanno fatto discu- tere le scelte iniziali di Cosmi, sia sul piano tattico che negli uomini: «Villa non stava bene, non era una scelta tat- tica ma necessaria. In rifini- tura non era convinto nei cambi di direzione e met-
terlo dentro rischiando di to- glierlo subito e perderlo per tanto tempo non era la scelta migliore. Longobardi è in crescita da diverse settimane e Llano a sinistra ha fatto be- nissimo a Caserta. Ho scelto la difesa a tre perchè innan- zitutto rientrava de Boer. Lui con Tascone sono la coppia di mediani che dà più garan- zie, non da oggi ma dall’anno scorso. Riportando de Boer nella mediana Vitale è tor- nato nel suo ruolo, mante- nendo così i tre attaccanti. Con una difesa a quattro avremmo rischiato negli in- serimenti di Maggiore, con quella a tre avevamo l’oppor- tunità di uscire forte su di lui. La Gumina era stanco, in set- timana avevo già parlato con Lescano di fronte al gruppo. Mi ha detto di essere quello
dell’anno scorso ma io gli ho detto di no ed ha capito che dipendiamo tantissimo da lui. Stasera ha fatto un gol alla Lescano, è uno dei mi- gliori stoccatori dentro l’area di rigore. D’Ursi ha corso tan- tissimo, Djamanca ha gio- cato sottopunta e sono stato ripagato coi fatti visto che hanno segnato proprio co- loro che sono entrati e que- sto è un segnale che fa piacere ai calciatori. Ho cam- biato modulo anche per l’as- senza di Achik, visto che il 3—2 è un modulo che non prevede uno con le sue ca- ratteristiche». La Salernitana nel primo tempo sembrava la stessa scesa in campo allo Scida la settimana scorsa contro il Crotone, ma Cosmi non è affatto d’accordo: «Nel primo tempo abbiamo su-bito il rigore alla prima occa- sione ed è stata una mazzata soprattutto perchè reduci da una sconfitta. Con il Crotone non abbiamo accampato scuse, abbiamo giocato male e basta. Nel primo tempo di stasera abbiamo affrontato la prima in classifica senza rischiare nulla. Cosa ho detto alla curva sud? Non lo dico, rimane tra me e loro. Mezzo gol lo hanno fatto loro», ha concluso Serse Cosmi.
Longobardi Scafati – Openjobmetis Varese: 77-85 (17-24, 21-16, 24-30, 15-15) Scafati: Lever 5, Iannuzzi, Moore 12, Spinelli n.e., Ceron, Nevels 21, Offurum 14, McGruder 5, Onyema 6, Mascolo 14. Coach P. Bucchi. Varese: Alviti 6, Duke jr. 10, Villa 2, Nikolic 8, Hale 25, Librizzi 10, Renfro 14, Kamagate 10, Kangur, Roby, Ladurner, Ikangi. Coach I. Kastritis. Non è l’esordio casalingo che i tifosi di Scafati si aspettavano. Dopo il ko di Udine, arriva la seconda sconfitta consecutiva per la Longobardi, ancora priva di Brandon Johnson e con Mc Gruder non ancora al top. La Openjobmetis Varese passa alla Beta Ricambi Arena – PalaMangano, mostrando i muscoli e un gioco efficace ed aggressivo. I gialloblu hanno evidenziato qualche problema nella gestione della fase offensiva e ai tiri liberi (soprattutto nel primo tempo). Bene Mascolo e Nevels, che si sono caricati la squadra nei momenti di maggiore difficoltà, efficace Onyema fino a quando non si è caricato di falli e Offurum nel secondo tempo. I trenta punti subiti nel solo terzo quarto hanno segnato la partita, così come le percentuali al tiro da tre di Scafati sono state un fattore negativo. Sull’altro fronte, invece, Hale è stato sicuramente il migliore in campo. Supportato da tanti protagonisti diversi nei momenti topici del match. Alla fine, la gara va in archivio con il punteggio di 77-85. E domenica si replica in casa, arriva Verona per cercare di agguantare il primo successo stagionale. La gara parte con due azioni da highlights: una schiacciata di Kamagate e un’altra ancor più spettacolare di Onyema. I ritmi sono da subito alti: Varese cerca immediatamente di aprire un break con i canestri di Hale e Duke, Scafati invece ha qualche difficoltà nel trovare agilmente la via del canestro. Al 5’ gli ospiti sono avanti di 6 (4-10) e Bucchi lancia in campo McGruder. Ma è Moore a rilanciare subito le quotazioni gialloblu, realizza da 2 e subisce fallo convertendo il libero (7-10). Al folletto americano risponde all’istante l’italianissimo Librizzi con una tripla (7-13). In questa fase si segna tanto, con gli attacchi ad avere prevalenza sulle difese. A meno che non si tratti di Onyema, che a 3 minuti dalla fine del primo quarto assesta una stoppata ad altezza siderale. Ma i lombardi allungano, giocando soprattutto in transizione (10-18 all’8’). Entrano in ritmo McGruder e Mascolo da tre, ma nessuno riesce a tenere Hale tra i biancorossi. L’esterno Usa raggiunge già la doppia cifra (12 punti in 8 minuti) al primo mini riposo. E il quarto si chiude sul 17-24. Varese riparte con la stessa voglia. Un mini parziale di 6-0, con le schiacciate di Kamagate e Nikolic, fa toccare ai lombardi il massimo vantaggio del +13 (17-30 all’12’). Poi Nevels, con una tripla, rompe il digiuno scafatese. Ma proprio nel momento peggiore, l’inerzia cambia. Scafati chiude ogni varco in difesa e capitan Mascolo si carica tutte le responsabilità della squadra. Diventa lui, in questa fase, il punto di riferimento offensivo per la sua squadra. Il divario, con un parziale di 10-2, scende a -5 al 15’ (27-32). E quando non segna, il ragazzo di Castellammare offre assist decisivi. Come la palla puntuconsente a Lever di segnare da tre e riportare la Longobardi a sole due lunghezze (32-34). Poi, a 100 secondi dalla sirena di metà gara, Moore, con due liberi, porta avanti i gialloblu per la prima volta (35-34). Ma Hale si rimette in moto e torna ad essere un problema. Al riposo lungo si va sul 38-40.Scafati torna in campo nel peggior modo possibile. In 15 secondi subisce due canestri, uno addirittura con palla persa da rimessa sul fondo, e un parziale di 5-0 (38-45). Ma la sveglia la suona poi Moore con una tripla (41-45). Il match ora vive momenti di grandi intensità fisica e tecnica ma anche di equilibrio. Che viene rotto dal solito Hale, prima in versione assist-mam – offre a Renfro un assist che si trasforma in canestro – poi in modalità cecchino con una tripla E’ il +9 al 25’ (48-57). Ancora una volta Scafati si risveglia grazie alle giocate di Mascolo, difesa e assistenze in questa fase, riportandosi a -2 con i canestri di Offurum (56-58 al 27’). Ma i lombardi riprendono a macinare gioco e all’ultimo riposo si va sul -8 per i padroni di casa (62-70). L’ultimo periodo si trasforma in battaglia. I contatti fisici crescono di intensità e, soprattutto sotto le plance, gli scontri sono continui pur sempre nel segno della correttezza agonistica. E’ carburante puro per Onyema che continua a dominare a rimbalzo e nelle stoppate. In attacco c’è sempre Mascolo, ma Varese trova sempre protagonisti differenti nei momenti topici. Riuscendo, così, a mantenere un vantaggio sempre discreto. Al 34’ è 68-75. La Longobardi non riesce a piazzare la spallata decisiva per rientrare in partita. Anzi, subisce l’aggressività degli ospiti che, a tre minuti dalla fine, si portano sul +10 (70-80). ale che, al 16’, Le parole di coach Bucchi “Non posso rimproverare nulla ai ragazzi ma dobbiamo essere bravi ad adeguarci presto alle difficoltà del campionato – ha detto l’allenatore – l’inesperienza di alcuni esiste, ma dobbiamo accelerare le tappe di crescita, riuscire a leggere i momenti della partita per reagire. Per darci una linea che ci porti ad essere competitivi. I complimenti a Varese sono dovuti. Ma dobbiamo pensare a come fare meno errori gratuiti. Non bastano l’impegno e l’energia, serve che i ragazzi facciamo velocemente uno step di crescita per adeguarsi al campionato e superare questa loro inesperienza”.
SALERNITANA (3-5-2): Galeotti; Pieraccini, Celiento, Anastasio; Longobardi (57’ Villa), Tascone, De Boer (69’ Djamanca), Vitale, Llano; D’Ursi, La Gumina (69’ Lescano). A disposizione: Cevers, Zoia, Gyabuaa, Capuano, Boncori, Del Pin, Cardoni, Bevilacqua. All: Cosmi.
BARI (4-3-3): Cerofolini; Mogos, Cocetta, Anzolin, Elia; Darboe (58’ Grgic), Mendicino, Maggiore (82’ Colangiuli); Della Morte (82’ Manè), Butic, Tribuzzi (86’ Esposito). A disposizione: Pissardo, Mantovani, Bianchi, Spadavecchia, Prisco. All. Rastelli.
ARBITRO: Diop di Treviglio (Rignanese di Rimini-Storgato di Castelfranco Veneto. IV Uomo: Dorillo di Torino. FVS: Spatrisano di Caserta)
MARCATORI: 10’ su rigore Butic, 82’ Lescano (S), 88’ Djamanca (S)
NOTE: Spettatori 14184 (quota abbonati 6674 compresa), 500 dei quali nel settore ospiti. Ammoniti: Butic (B), Vitale (S), Cerofolini (B), D’Ursi (S). Calci d’angolo: 9-6 per la Salernitana (5-4 pt). Recupero 2’pt, ’st.
SALERNO – La bellezza del calcio è questa. Non lo spettacolo, non le giocate e neppure la cornice del pubblico. La vera bellezza del calcio che ne fa autentico romanza è quella casualità o episodicità che sposta giudizi, cambia certezze e a volte anche i campionati. È quel momento in cui tutto sembra finito, basta un niente a sovvertire tutto, come accaduto all’Arechi tra Salernitana e Bari. Ad otto minuti dal termine l’avventura di Cosmi sembrava quasi avviarsi alla conclusione dopo una delle peggiori prestazioni stagionali. Poi in sei minuti prima Lescano e poi Djamanca, inseriti dal tecnico probabilmente troppo tardi, hanno ribaltato la capolista Bari e portato in alto la Salernitana di Cosmi. La bellezza del calcio dopo una partita in cui la Salernitana è stata tutt’altro che bella. Anzi. La sensazione emersa, al di là del risultato, è che dopo otto giornate, questa squadra non ha ancora compreso come giocare, se davvero un’idea lo stesso Cosmi cerca di trasmetterla. Un possesso palla sterile, senza mai riuscire ad accelerare o ad andare in profondità. Glie sterni tagliano e si propongono ma nessuno ha la forza, il coraggio o la qualità di servirli e così si torna all’indietro. Poco movimento, poche idee, con il ritorno alla difesa a tre, vista l’assenza di Achik e il ritorno di De Boer, quello della Salernitana è stato un deciso passo indietro. Vero che il Bari ha sbloccato il risultato dopo dieci minuti su rigore conquistato dall’ex Maggiore, bravo a capitalizzare un errore di Celiento. Dopo il penalty trasformato da Butic (esultanza deprecabile, la sua, vista la serata comunque di festa sugli spalti nda), il Bari di Rastelli ha avuto tantissime occasioni per raddoppiare con Galeotti che è stato sempre attento. E i granata? Nessuna reazione, se non nel finale di primo tempo, quando un rigore non concesso e che ci poteva anche stare, ha come svegliato la squadra di Cosmi che è andata vicina al pari con un colpo di testa di Celiento, con gran parata di Cerofolini e con Llano. Il Bari, dal canto suo, anche nella ripresa ha continuato a fallire ripartenze ed occasioni ed è stato punito in un finale in cui alla squadra di Rastelli sono mancate anche le gambe, mentre la Salernitana ha continuato col suo gioco monocorde, tedioso e prevedibile, in attesa di una fiammata, un miracolo o chissà cosa. D’Ursi è stato l’ultimo ad arrendersi ma quest’anno sembra aver smarrito al momento il feeling con il gol dello scorso anno a Sorrento. Lescano ha sfiorato la traversa, prima di ritrovare il gol e chissà una maglia da titolare, con Djamanca che ha completato la rimonta dei granata per una vittoria importante, la terza consecutiva in casa, che archivia il ko di Crotone. Un sorriso, una vittoria che riaccende entusiasmo e che, chissà, possa essere quella della svolta per questa stagione.
Le dichiarazioni di Fulvio Martusciello contro l’apertura proposta da Roberto Occhiuto confermano una concezione divisiva della politica: chi ha la responsabilità di unire, allargare e rafforzare Forza Italia continua a indicare porte da chiudere e interlocutori da respingere. Una linea che rischia di isolare il partito e che contraddice profondamente la lezione di Silvio Berlusconi”. Lo sostengono i deputati di Forza Italia Annarita Patriarca e Pino Bicchielli e il senatore Raffaele De Rosa. “Dal 1994 e per tutta la sua esperienza politica, Berlusconi ha lavorato per costruire una casa sempre più grande, capace di accogliere culture, sensibilità e percorsi differenti intorno a un progetto comune – spiegano – La sua forza consisteva nel trasformare le distanze in dialogo e il dialogo in alleanze. Ridurre oggi questa prospettiva alla caricatura del ‘calciomercato’ significa rinunciare proprio a quella capacità di attrazione che ha reso Forza Italia protagonista della politica italiana. Nessuno chiede di cancellare il passato o di rinunciare alla nostra identità. Ma la serietà di una proposta politica si misura sui valori condivisi, sui programmi e sugli impegni per il futuro. Se ogni polemica del passato diventasse un veto perpetuo, molte delle convergenze costruite dallo stesso Berlusconi sarebbero state impossibili. La politica richiede visione, non un archivio di dichiarazioni da utilizzare per impedire qualsiasi apertura”. “C’è poi una questione di coerenza che Martusciello non può eludere – aggiungono – Come concilia questa intransigenza con la vicinanza politica a una figura estranea alla realtà campana, oggi tra i suoi riferimenti più stretti, come l’imprenditore Gianfranco Librandi, che in passato ha ripetutamente attaccato duramente Silvio Berlusconi?”. “Sul piano politico, attribuiamo a Martusciello la responsabilità della profonda frattura che oggi attraversa Forza Italia in Campania. Vorremmo evitare che la stessa logica venisse ora estesa al resto del Paese: Forza Italia ha bisogno di ricomporre e crescere, non di moltiplicare le fratture”, concludono.
Salernitana (3-5-2): Galeotti; Pieraccini, Celiento, Anastasio; Longobardi, Tascone, De Boer, Vitale, Llano; D’Ursi, La Gumina. A disposizione: Cevers, Zoia, Gyabuaa, Lescano, Villa, Djamanca, Capuano, Boncori, Del Pin, Cardoni, Bevilacqua. Allenatore: Serse Cosmi.
Bari (4-3-3): Cerofolini; Mogos, Cocetta, Elia, Anzolin; Darboe, Mendicino, Maggiore; Della Morte, Butic, Tribuzzi. A disposizione: Pissardo, Nicolas, Grgic, Mane, Bianchi, Colangiuli, Esposito, Spadavecchia, Prisco. Allenatore: Massimo Rastelli.
A dirigere il match sarà Abdoulaye Diop della sezione di Treviglio, con Rignanese e Storgato assistenti. Quarto uomo Dorillo, mentre il FVS sarà affidato a Spatrisano.
“Prosegue il lavoro di costruzione di Futuro Nazionale. D’intesa con il Generale Roberto Vannacci, e nel rispetto dello Statuto, indico i Responsabili della fase costituente per la Regione Campania. Vicario Regionale il Dott. Antonio Ambrosio; agli Enti Locali l’On. Attilio Pierro; all’Organizzazione, con delega alla Provincia di Avellino, il Sig. Sabino Morano; all’Amministrazione la Dott.ssa Lucia Abagnale; per la Provincia di Napoli il Dott. Ciro Borriello; per la Provincia di Salerno l’Avv. Franco Cardiello; per la Provincia di Caserta il Dott. Paolo Santulli. Per la Provincia di Benevento l’interim resta all’Avv. Catello Di Capua, in attesa della prossima designazione. A loro il compito di dare corpo alla struttura campana. Si parte da qui, con metodo e determinazione, per un partito presente e riconoscibile”. Così il Coordinatore Nazionale di Futuro Nazionale con Vannacci, Massimiliano Simoni
Oltre 8mila fedeli si sono riuniti questa mattina a Pompei per la celebrazione eucaristica che precede la tradizionale Supplica alla Madonna del Rosario, recitata due volte l’anno nella città mariana. Alla cerimonia hanno partecipato anche rappresentanti delle istituzioni, i sindaci dei Comuni del territorio, il clero delle diocesi della zona e le associazioni impegnate nelle opere caritative fondate da San Bartolo Longo.
A guidare la celebrazione e a pronunciare l’omelia è stato l’arcivescovo Paolo Rudelli, sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato Vaticano, accolto dall’arcivescovo di Pompei, monsignor Tommaso Caputo. Al centro del suo intervento il messaggio di pace di Papa Leone XIV e gli insegnamenti dell’enciclica “Magnifica humanitas”.
In piazza Bartolo Longo erano state predisposte 3mila sedie, mentre altre 3mila persone hanno seguito la cerimonia in piedi. Altre 2mila hanno assistito alla celebrazione dagli schermi all’interno della basilica. Decine di migliaia di fedeli hanno seguito l’appuntamento anche in diretta attraverso i canali televisivi e online, collegandosi da diverse parti del mondo.
Rudelli ha invitato i fedeli di Pompei a lavorare alla costruzione di una “civiltà dell’amore”, richiamando la necessità di affidare a Dio soprattutto le realtà più segnate dalle difficoltà, affinché prevalgano la vita, la pace e la giustizia.
Nel corso dell’omelia, l’arcivescovo ha rivolto inoltre un’attenzione particolare ai giovani e ai genitori che si trovano a confrontarsi con episodi di violenza e si chiedono se avrebbero potuto fare di più. Un interrogativo che, ha ricordato Rudelli, compare anche nella Bibbia di fronte alla violenza degli uomini. Da qui l’invito a non arrendersi e a guardare alla speranza.
Monsignor Caputo ha invece sottolineato il legame tra San Bartolo Longo e la spiritualità francescana, indicando in San Francesco un riferimento per la carità, la fratellanza universale e la pace. Un ideale che, ha ricordato, ispirò anche le numerose opere caritative realizzate a Pompei.
Rudelli ha infine richiamato l’attenzione sulla facciata del Santuario, dove è incisa la parola “pace”. Un monito particolarmente significativo, ha sottolineato, pensando a un mondo che non aveva ancora conosciuto le due Guerre Mondiali.
Papa Leone XIV, durante l’Angelus da Piazza San Pietro, si è unito spiritualmente ai fedeli radunati a Pompei, ricordando la recita della Supplica.
“Il Partito Democratico è impegnato con determinazione a costruire un’alternativa progressista per tornare alla guida del Paese. Il Governo Meloni ha danneggiato l’Italia, peggiorando le condizioni di vita, e noi abbiamo il dovere non solo di denunciare i suoi fallimenti, ma di mettere in campo una proposta seria, credibile e concreta. Il centrosinistra è oggi molto più unito della destra e non faremo l’errore di dividerci alle prossime elezioni”. Così Piero De Luca, segretario regionale del Partito Democratico della Campania, intervenendo in chiusura alla Festa dell’Unità di Avellino. “Dobbiamo smascherare le bugie e la propaganda messe in campo in questi anni. Il Governo Meloni non ha dato risposte ai problemi reali del Paese – spiega – è aumentata la pressione fiscale, hanno tagliato scuola e sanità pubblica, non sono arrivate risposte adeguate sui salari, sul costo delle bollette, dell’energia e dei carburanti. A pagare sono le famiglie, i lavoratori e le imprese. Ma a questa destra non basta contrapporre la protesta. Dobbiamo costruire una proposta di governo capace di migliorare concretamente la vita delle persone. Possiamo partire anche dalle esperienze realizzate nei nostri territori: dal trasporto pubblico scolastico gratuito per tanti ragazze e ragazzi alle scuole aperte anche il pomeriggio, dagli investimenti nella sanità e nella medicina territoriale agli interventi per sostenere il lavoro e le imprese. Una mole di iniziative e buone pratiche che vogliamo mettere a disposizione del Partito Democratico nazionale e dell’intera coalizione di centrosinistra”. “Dobbiamo offrire una prospettiva concreta alle nuove generazioni. Troppi giovani continuano a lasciare il nostro Paese e soprattutto il Mezzogiorno perché non trovano opportunità di lavoro e di futuro. La politica deve tornare a dare loro una speranza – concude – Il nostro progetto deve essere capace non soltanto di convincere, ma anche di coinvolgere emotivamente le persone. La destra cavalca paure, tensioni e preoccupazioni; noi dobbiamo dimostrare che è possibile dare sicurezza, fiducia e una prospettiva diversa al Paese”.
È il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi a rivelare un elemento ritenuto centrale nell’inchiesta che ha portato all’arresto, nelle scorse ore a Cava de’ Tirreni, di un giovane accusato di terrorismo: secondo quanto riferito dal ministro, avrebbe voluto realizzare un attentato. L’indagine sarebbe partita dal monitoraggio delle ricerche effettuate online, che avrebbe consentito all’intelligence di rilevare una vicinanza dello studente allo Stato Islamico.
Durante la perquisizione nell’abitazione sono state trovate e sequestrate due pistole, 107 munizioni, due coltelli e una katana lunga 50 centimetri. Per Piantedosi, il caso dimostra la complessità dei fenomeni di radicalizzazione e proselitismo attraverso la rete, ma anche la capacità investigativa di individuare tempestivamente possibili minacce.
Il ministro ha espresso il proprio apprezzamento per gli investigatori della Polizia di Stato, sottolineando come l’attività di monitoraggio abbia consentito di far emergere il profilo dell’indagato prima che, secondo la ricostruzione riferita, potesse passare all’azione. La vicenda ora prosegue sul piano giudiziario, mentre gli accertamenti dovranno chiarire natura, finalità e consistenza delle condotte contestate.
Paura nella serata di ieri a Battipaglia, dove una donna di 55 anni e il figlio di 18 sono stati aggrediti all’interno della loro abitazione in via della Libertà da persone a loro note. Ancora sconosciuti i motivi della violenza.
La donna ha riportato un trauma cranico, mentre il giovane ha subito una ferita al braccio. Entrambi sono stati soccorsi dagli operatori sanitari della VO.P.I. e trasportati in ambulanza all’ospedale Ruggi di Salerno. Sull’accaduto sono in corso gli accertamenti dei carabinieri, impegnati a ricostruire la dinamica dell’aggressione e a chiarire le responsabilità.
Un secondo episodio si è verificato in via Nuova Spineta, dove una donna di 37 anni è stata aggredita da un uomo che si è poi allontanato. Anche la vittima è stata accompagnata in ospedale. I militari stanno lavorando per ricostruire le circostanze dei due episodi e accertare eventuali collegamenti, al momento non confermati.
«I giovani non hanno più voglia di lavorare» è diventato, molto spesso a sproposito, uno degli slogan più diffusi quando si parla di ristorazione. Ma a dimostrare che le cose non stanno esattamente così è di recente arrivato, tra gli altri, il ristorante Ratanà dello chef Cesare Battisti, a Milano, che di giovani ne ha trovati parecchi. Come? “Semplicemente” cambiando gli orari dei dipendenti, come ha raccontato lui stesso al Gambero Rosso.
Lo chef Cesare Battisti (foto Imagoeconomica).
Lo chef ha infatti eliminato il classico turno spezzato tra pranzo e cena, organizzando due squadre: una con orario continuato dalle 9 alle 17 e l’altra fino a mezzanotte. «Da quando abbiamo fatto questo cambiamento ci sono arrivati moltissimi curriculum», ha raccontato. Nel locale lavorano 50 persone e più della metà vive fuori Milano: c’è un cameriere che ogni giorno arriva da Lecco.
Nel 2025 il settore ha perso 114.338 dipendenti
Un caso singolo non fa statistica, ovviamente. Ma i numeri della ristorazione italiana raccontano un problema che invece statistico lo è eccome: secondo il Rapporto Ristorazione 2026 di Fipe-Confcommercio, infatti, nel 2025 il settore ha perso 114.338 lavoratori dipendenti, il 10,3 per cento in un anno, e un’impresa su due dichiara di avere difficoltà a trovare personale. Non per questo sono spariti i giovani, anzi: il 39,5 per cento dei dipendenti della ristorazione ha meno di 30 anni e il 61,6 per cento meno di 40. Per il primo trimestre 2026 le imprese prevedevano comunque 168 mila nuove assunzioni, oltre 70 mila delle quali di camerieri.
Cameriera al lavoro (foto Unsplash).
Dentro questo paradosso apparente c’è, appunto, una questione di orari. Il turno spezzato nasce da una caratteristica piuttosto elementare di ogni ristorante: i clienti arrivano soprattutto in due momenti della giornata, perciò servono molte persone a pranzo, altrettante – qualche volta di più – a cena e decisamente meno alle quattro del pomeriggio.
Nessuno vuole una brigata quando i tavoli sono vuoti
Per l’impresa, concentrare le ore di lavoro intorno ai due servizi principali è quindi razionale, perché evita di avere una brigata completa da pagare nelle ore in cui i tavoli sono vuoti. Non a caso, il contratto nazionale italiano dei pubblici esercizi contempla espressamente la possibilità di dividere l’orario giornaliero in due frazioni, lasciando alla contrattazione territoriale la loro durata.
Un cameriere impegnato nell’allestimento di una sala da pranzo (foto Ansa).
Lavorare otto ore restando fuori casa tutto il giorno
Visto dall’altra parte del tavolo, però, il conto cambia. Un ipotetico turno 10.30-15 e 18.30-22 significa otto ore di lavoro distribuite su undici ore e mezza fuori casa; se la casa è vicina ed è possibile rientrare, quelle tre ore e mezza centrali possono essere ancora considerate tempo libero, o comunque riposo. Ma se per andare al lavoro occorrono 45 minuti e muoversi diventa complicato, si tratta piuttosto di tempo perso: troppo poco per tornare a casa e troppo per restare al lavoro. O, se si rientra a casa due volte, raddoppiano i costi e il tempo trascorso in strada. È questo il problema sollevato da Battisti: più della metà dei suoi dipendenti arriva da fuori Milano e, come osserva lo chef, non vuole «passare la vita in spostamenti».
La jornada partida esiste già in Spagna
Quella del turno “spezzato” in bar e ristoranti, però, non è una peculiarità – o “stranezza” – italiana. In Spagna, per esempio, si chiama jornada partida o turno partido ed è perfettamente incorporato nell’organizzazione dell’hostelería. Il contratto nazionale della ristorazione stabilisce che una giornata di lavoro possa essere divisa al massimo in due blocchi, separati generalmente da almeno due ore ma non più di quattro (anche se le regole possono variare un po’ da regione a regione). Lo stesso contratto, tuttavia, invita aziende e rappresentanti dei lavoratori a valutare la possibilità di introdurre la giornata continuata laddove le esigenze del servizio lo consentano. Ed è un dettaglio interessante, perché mette a fuoco proprio il cuore della questione, ossia la ricerca di un’organizzazione compatibile con la vita fuori dal ristorante.
Cameriere impegnato durante un turno al ristorante (foto Unsplash).
Per questo, qualcosa sta cambiando pure nei Paesi dove la flessibilità degli orari è tradizionalmente molto forte: nel 2025, la Low Pay Commission britannica ha raccolto testimonianze di lavoratori dell’hospitality che lamentavano ore “troppo” variabili e scarso controllo sull’organizzazione del lavoro. Il governo ha dunque iniziato a intervenire con nuove regole che prevedono, tra l’altro, maggiore preavviso sui turni e compensazioni quando vengono cancellati o modificati all’ultimo momento.
Quando “niente turni spezzati” diventa un benefit
Intanto basta guardare alcuni annunci di lavoro sul portale britannico Find a Job per rilevare un segnale curioso: “no split shifts” (no turni spezzati) viene ormai pubblicizzato come un benefit. Le aziende della ristorazione, insomma, lo inseriscono esplicitamente tra gli elementi con cui attrarre candidati, assieme (ovviamente) a paga e giorni di riposo.
Il momento dell’ordinazione (foto Unsplash).
Una diversa organizzazione che però ha un costo
Eliminare lo spezzato, però, non è gratis. Se un ristorante vuole coprire pranzo e cena con due squadre distinte deve necessariamente avere più persone in organico e accettare che, in alcune fasce orarie, una parte del personale sia presente anche quando il locale lavora meno. Tuttavia, questo costo aggiuntivo può avere un ritorno meno immediato da mettere a bilancio: più curriculum, minore difficoltà nel coprire i posti vacanti e, potenzialmente, meno persone da sostituire e formare continuamente.
In Asia il settore dell’aviazione civile sta attraversando una fase di profondi cambiamenti innescati da due fattori complementari. Da un lato la guerra in Iran, con l’interruzione delle forniture di petrolio e la conseguente impennata dei prezzi del carburante. Dall’altro la crescita delle rotte, dei passeggeri e degli investimenti nei mercati più dinamici del continente. Il risultato è un quadro in continua evoluzione nel quale si iniziano già a intravedere potenziali vincitori e vinti.
I conti delle compagnie aeree cinesi
In Cina nel primo semestre del 2026 le tre maggiori compagnie aeree statali – Air China, China Eastern Airlines e China Southern Airlines – hanno registrato una perdita complessiva di 8,2 miliardi di yuan (quasi 1,2 miliardi di dollari). A pesare sono stati i costi del carburante aumentati tra il 35 e il 38 per cento. I ricavi sono comunque cresciuti sostenuti dalla domanda internazionale. La compagnia di bandiera Air China ha chiuso il semestre con 341 milioni di dollari di perdite, in aumento del 27 per cento su base annua, e ricavi per circa 13,3 miliardi di dollari (+10,5 per cento). China Eastern si è fermata rispettivamente a 327 milioni (+53,8 per cento) e 11 miliardi (+11 per cento). Infine China Southern: oltre 550 milioni di perdite (+141,8 per cento) e 14 miliardi di ricavi (+9,7%). Eppure i vettori del Dragone stanno continuando ad ampliare le proprie flotte con i velivoli prodotti dalla cinese COMAC, il principale costruttore di aerei commerciali del Paese, e ad aprire nuove rotte internazionali. Si va dal collegamento Pechino–Venezia di Air China allo Xiamen–Londra di Xiamen Airlines, a quelli Pechino–Helsinki e Guangzhou–Bishkek di China Southern fino allo Shenzhen–Sydney di Shenzhen Airlines. Negli ultimi otto mesi la Cina ha inoltre inaugurato 115 rotte cargo: 41 verso l’Europa, 57 in Asia, 13 verso il Nord America, tre verso l’Africa e una verso il Sud America. Il caro carburante pesa sui bilanci ma le compagnie cinesi continuano a scommettere sull’espansione globale per conquistare (nel lungo periodo) nuovi passeggeri e mercati.
Un aereo Air China (Ansa).
La crisi del vettore malese AirAsia
AirAsia, il colosso low cost del Sud-est asiatico, si trova invece in una situazione finanziaria disastrosa. Al 30 giugno presentava passività correnti per 4,5 miliardi di dollari e circa 240 milioni in liquidità, uno dei saldi più bassi tra le compagnie aeree monitorate a livello globale da Bloomberg. La compagnia maleseprevede di raccogliere un miliardo sui mercati internazionali entro gennaio per ristrutturare il debito esistente. Secondo Reutersavrebbe però bisogno di almeno 3 miliardi di nuovi capitali per tornare a respirare. Nel frattempo il vettore ha tagliato le rotte meno redditizie, restituito 25 aeromobili alle società di leasing e rinegoziato i contratti con i fornitori per ridurre i costi. «Siamo in salute. Siamo sostenibili», ha dichiarato in conferenza stampa il cofondatore di AirAsia, Tony Fernandes, smentendo le voci sul possibile fallimento dell’azienda.
epa12931630 Travelers queue to check in at an Air Un banco check-in di Air Asia all’aeroporto di Suvarnabhumi in Thailandia (Ansa).
La crescita dell’India e le fusioni coreane
Per Airbus il mercato dell’aviazione destinato a crescere più rapidamente al mondo è quello dell’India. Nelle previsioni per il periodo 2026-2045 il costruttore ha alzato dall’8,9 per cento al 9,3 per cento la stima di crescita media annua del traffico domestico. Il mercato indiano potrebbe inoltre aver bisogno di 3.480 nuovi aerei passeggeri nei prossimi 20 anni. È anche per questo che Adani Defence & Aerospace, un ramo del Gruppo Adani, tra i maggiori conglomerati del Paese, starebbe valutando l’ingresso nel settore aereo. Una simile mossa aumenterebbe la concorrenza in un mercato oggi dominato da IndiGo e Air India, che insieme controllano oltre il 90 per cento del traffico nazionale. Semaforo verde invece in Corea del Sud per l’acquisizione di Asiana Airlines da parte di Korean Air. Dopo sei anni l’iter è stato approvato dalle autorità. Il valore dell’operazione è di circa 1.800 miliardi di won (1,6 miliardi di dollari) per un altro gigante pronto a sfidare i player indiani e cinesi. In Asia e nel resto del pianeta.
Alla fine Carlo Messina ha deciso che per convincere gli azionisti del Monte dei Paschi non bastavano le parole. Servivano altri soldi, e con essi un avvertimento piuttosto difficile da equivocare: se il 29 ottobre l’assemblea di Mps darà il via libera alle operazioni con cui Luigi Lovaglio sta cercando di costruire la sua alternativa all’Opas di Intesa Sanpaolo, Ca’ de Sass farà saltare la propria offerta.
Carlo Messina (Imagoeconomica).
L’assemblea di Mps diventa un referendum sul piano di Lovaglio
A seguito del cda straordinario convocato sabato 3 ottobre, Intesa ha aumentato di 25 centesimi la componente in contanti: per ogni azione Mps offrirà 1,6 azioni Intesa più 1,25 euro cash, contro l’euro previsto inizialmente. In caso di adesione totalitaria, il controvalore dell’operazione sale così a 31,4 miliardi, di cui 3,8 miliardi in contanti. Ma il vero rilancio non sta nei 25 centesimi, che qualcuno già dava per possibili. Sta nelle condizioni che li accompagnano. Intesa ha chiarito che se l’assemblea del Monte del 29 ottobre approverà una o entrambe le Ops su Banco Bpm e Banca Generali, con i relativi aumenti di capitale, oppure la riduzione di capitale funzionale alla distribuzione straordinaria prevista dal piano, considererà non avverate le condizioni della propria offerta. L’Opas, dunque, diventerà inefficace. Tradotto per la casalinga di Voghera: cari azionisti del Monte, scegliete. Diverso il discorso sulla fusione tra Mps e Mediobanca. Anche qui Intesa invita caldamente i soci a non procedere, giudicando evidentemente preferibile lasciare aperta la strada alla propria offerta. Ma l’invito, per quanto esplicito, non è vincolante. Se la fusione venisse comunque approvata, Intesa non farebbe automaticamente decadere l’Opas. In caso contrario Ca’ de Sass ha già fatto sapere che rinuncerebbe alla relativa condizione prevista nell’offerta. Una differenza non secondaria: Intesa sconsiglia la fusione, ma non ne fa il casus belli. Sulle due Ops, invece, non lascia margini di manovra. È qui che il rilancio di Messina diventa qualcosa di più di un aumento del prezzo. L’obiettivo è trasformare l’assemblea del 29 ottobre in una sorta di referendum sul progetto di Lovaglio.
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).
Gli ostacoli al disegno di Mps
L’ad del Monte ha costruito la propria difesa mettendo sul tavolo un disegno tanto ambizioso quanto complicato: dopo Mediobanca, anche Banco Bpm e Banca Generali, fino alla nascita di un gruppo destinato, nelle sue intenzioni, a giocare nella prima fila della finanza italiana. Più il progetto diventa grande, però, più aumentano le caselle da incastrare, i rischi di esecuzione e soprattutto i soldi necessari per realizzarlo. Con due problemi non proprio secondari. Banco Bpm ha già bollato l’offerta come a sconto anziché a premio, facendo capire di non vedere alcuna convenienza nell’aderirvi. Più complessa la partita su Banca Generali, per la quale Mps offre 6,958 proprie azioni per ogni titolo portato in adesione. Sullo sfondo c’è poi il 13,3 per cento di Generali ereditato da Mediobanca, che Mps intende acquisire direttamente e in parte distribuire ai propri azionisti attraverso la maxicedola straordinaria. Un patrimonio, dunque, che non arriva dal nulla: è già dentro il perimetro conquistato dal Monte con Mediobanca.
Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).
Dove finiscono gli interessi del Monte e iniziano quelli di chi lo guida?
È precisamente su questo punto che Intesa ha deciso di battere. Da una parte offre agli azionisti Mps un prezzo certo, adesso un po’ più ricco, e la possibilità di diventare soci del maggiore gruppo bancario italiano. Dall’altra mette sotto i loro occhi un progetto che richiede di credere contemporaneamente nell’integrazione con Mediobanca, nella conquista di Banco Bpm e di Banca Generali e nelle sinergie che Lovaglio promette di ricavarne. E soprattutto costringe l’ad del Monte a rispondere a una domanda che fino a ieri poteva restare sullo sfondo: tutto questo serve davvero agli azionisti di Mps o solo a rendere la banca abbastanza grande e complicata da impedire a Intesa di conquistarla? Il dubbio è legittimo anche per un’altra ragione. Se il progetto andasse in porto, oltre a ridisegnare il sistema finanziario italiano consoliderebbe inevitabilmente Lovaglio alla guida del nuovo gruppo. Nulla di scandaloso: un amministratore delegato difende il proprio progetto e, insieme, anche il proprio ruolo. Ma gli azionisti hanno altrettanto legittimamente il diritto di chiedersi dove finisca l’interesse della banca e dove cominci quello di chi la guida. Messina ha scelto un modo piuttosto efficace per porre la domanda. Ha aggiunto 25 centesimi e ha tolto ai soci del Monte l’illusione di poter tenere aperte tutte le porte. Sulla fusione con Mediobanca possono ancora farlo, anche se Intesa li invita con forza a fermarsi. Su Banco Bpm e Banca Generali, invece, il 29 ottobre dovranno decidere con chi stare.
Il viaggio di papa Leone XIV in Francia, conclusosi pochi giorni fa a Metz, dove il pontefice ha parlato del futuro dell’Europa e incontrato rappresentanti di diverse religioni, offre qualcosa di più dell’occasione per riaprire la disputa sul posto di Dio nella patria della laicità. Suggerisce una domanda che riguarda anche chi non crede: perché l’esperienza religiosa continua a essere avvertita come significativa nelle nostre società, anche sul piano della discussione pubblica, mentre la modernizzazione, secondo molte e influenti previsioni, avrebbe dovuto renderla a poco a poco marginale?
Papa Leone XIV a Metz (Ansa).
I fini vengono rimessi in discussione
Il tema è molto complesso, ma forse una risposta può essere cercata anche nel mutamento del paesaggio storico. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, nel 1991, il modello occidentale sembrò possedere, insieme alla vittoria politica, una conferma della propria destinazione: democrazia liberale, economia di mercato, integrazione globale. Non mancavano conflitti e ingiustizie, ma i suoi fini apparivano sostanzialmente acquisiti. Si trattava di estendere il modello, correggerne gli squilibri, accompagnare quanti erano rimasti indietro. La direzione era indicata: occorreva ora governare la macchina e provvedere alla manutenzione. Come oggi si ripete spesso, quella fiducia si è incrinata. Le crisi economiche, la labilità delle interdipendenze globali e il ritorno della guerra hanno reso meno persuasiva l’idea che apertura dei mercati, benessere e democratizzazione procedano insieme. Certo, la tecnica continua a moltiplicare le possibilità, senza indicarci però quali meritino di essere perseguite. Tornano così domande che il linguaggio della gestione aveva lasciato sullo sfondo: quale società vogliamo? Per che cosa vale la pena di lottare? Quali obblighi abbiamo verso chi verrà dopo di noi? In altri termini, oggi il fine viene rimesso in discussione.
Gaza e Kyiv.
Le religioni, comprese quelle ‘secolari’, riacquistano spazio
È in questo spazio che tornano a parlare le religioni, comprese, per così dire, quelle secolari. Il richiamo alle radici identitarie, le promesse di riscatto, il fascino che il termine “socialismo” sembra di nuovo riscontrare in certe frange di giovani (che ne hanno letto solo sui libri di storia) sono tutti indizi che, pur nelle notevoli differenze, indicano una nuova ricerca di fini collettivi. Sarebbe frettoloso liquidare tutto ciò come nostalgia o irrazionalità. Quando una destinazione smette di apparire del tutto credibile, la richiesta di un’altra direzione è una domanda politica legittima, che riapre anche interrogativi sul senso della vita e sui criteri di fondo della convivenza. Rispondere significa mettere in gioco la politica, che però implica sempre, che se ne sia consapevoli o no, una specifica idea dell’uomo e di ciò che rende buona la sua esistenza: un terreno sul quale le religioni, pur senza averne l’esclusiva, tornano a essere interlocutrici possibili.
Il Papa alla processione del Corpus Domini a Madrid (Ansa).
I limiti del “liberalismo frigido”
Qui si manifesta il limite di un certo “liberalismo frigido”, che ha finito per riconoscere le persone soprattutto come soggetti capaci di scegliere per sé, consumare e adattarsi, dedicando meno attenzione ai legami e alle ragioni per cui una vita merita di essere vissuta, al di là dei piccoli scopi di corto raggio. Agli occhi di chi scrive, le libertà liberali restano un tesoro essenziale da custodire, naturalmente, ma si impoveriscono quando la discussione sui fini comuni viene sostituita dall’amministrazione tecnica dell’esistente, che sarebbe incaricata solo di dirigere il traffico di individui intenti a perseguire la propria soddisfazione particolare ed evitare che si scontrino tra loro. Le persone non domandano soltanto possibilità individuali: chiedono anche perché impegnarsi, a chi sentirsi legate, per che cosa accettare un sacrificio. Il senso religioso ha custodito queste domande, alle quali la descrizione dei meccanismi sociali o biologici non basta, da sola, a rispondere. Pretendere di espellerle dall’esperienza razionale significa lasciare ad altri il compito di interpretarle.
disegno realizzato con l’IA.
L’assenza di Dio non impedisce derive assolutiste
Nel 2015, dopo la strage di Charlie Hebdo, il filosofo Paolo Flores d’Arcais sosteneva, sulle pagine di Repubblica, che «la democrazia deve chiedere l’esilio di Dio». La provocazione reagiva a un pericolo reale: il fanatismo che pretende di imporre la verità attraverso la violenza. Ma oggi ne vediamo meglio l’insufficienza. Se si riapre la discussione sui fini della convivenza, escluderne in anticipo le voci religiose restringe il confronto senza mettere al sicuro la democrazia. L’assenza di Dio non impedisce che una nazione, un’identità o una dottrina politica acquistino il carattere di un assoluto. Questo riconoscimento non autorizza alcuna indulgenza. La religione può liberare la coscienza dall’idolatria del potere, ma può anche consacrare il potere; può generare solidarietà, ma può pure rendere l’appartenenza una prigione. Proprio perché risponde a domande profonde, la religione possiede una forza ambivalente, che richiede vigilanza. La democrazia non può vivere soltanto di manutenzione, quando è la destinazione a essere controversa. Deve tornare a interrogare i fini, senza consegnarli a chi pretende di possederne la risposta definitiva, in nome di una religione trascendente o di una religione civile.
La nuova trilogia di Star Wars, il nuovo finale di Endgame, Shatner e il ritorno di Kirk, il programma di Stranimondi (e altro) nella settimana di Fantascienza.com
Una delle cose più carine e divertenti che ci è capitato di vedere questa settimana è stato lo spot di una compagnia aerea. Sì, si è parlato moltissimo di un'altra compagnia aerea in questi giorni e per motivi del tutto diversi. Lasciamo un attimo da parte quella faccenda che non riguarda questo giornale. Parliamo invece della compagnia aerea Air Dolomiti, che ha pensato bene di produrre uno spot con un testimonial molto particolare: il direttore di Urania, Franco Forte.
Lo spot si basa sul classico gioco di parole mostrando Franco Forte in... - Leggi l'articolo
Ricostruire il passato di Marte per preparare il prossimo passo nello Spazio. La Cina punta a completare entro la fine del 2028 una nuova mappa geologica dell’intera superficie del Pianeta rosso. L’annuncio è stato fatto da Hou Zengqian, accademico e responsabile scientifico di Tianwen-3, la missione con cui Pechino vuole raccogliere campioni marziani e riportarli sulla Terra. Una carta per capire dove andare, che cosa cercare e perché. Ma anche per affermare un ruolo nella definizione delle conoscenze con cui il mondo studierà Marte.
Verso la prima mappa geologica “intelligente” di Marte
Il progetto appena presentato prevede una carta globale in scala uno a cinque milioni, una mappa della zona di atterraggio in scala uno a 50 mila e atlanti tematici. Non si tratta della prima cartografia geologica del pianeta, già oggetto di lavori americani. La novità annunciata riguarda l’integrazione di osservazioni diverse e l’impiego dell’intelligenza artificiale, che secondo l’agenzia di stampa statale Xinhua permetterà di realizzare la prima mappa geologica “intelligente” di Marte.
Donald Trump, Xi Jinping e le rispettive first lady a Washington il 25 settembre 2026 (foto Ansa).
La base sarà costituita dai dati di Tianwen-1, affiancati dalle osservazioni delle sonde statunitensi ed europee. Immagini, analisi della composizione minerale, radar e misure dei campi gravitazionale e magnetico dovrebbero consentire di leggere insieme superficie e sottosuolo. L’intelligenza artificiale aiuterà a riconoscere i materiali e distinguere le unità geologiche, incorporando le competenze degli scienziati.
L’acqua è al centro della ricerca
L’obiettivo è ricostruire la successione degli eventi che hanno trasformato Marte, dalle fasi più antiche alla progressiva perdita di condizioni favorevoli all’acqua liquida. Proprio l’acqua è al centro della ricerca. La carta incorporerà i risultati di Zhurong, il rover atterrato nel maggio 2021 a Utopia Planitia. Tra questi, gli indizi di un antico oceano di dimensioni continentali risalente a circa 3,5 miliardi di anni fa e di possibili inondazioni temporanee circa 1,6 miliardi di anni fa. Sono interpretazioni scientifiche da consolidare, aiutano però a individuare ambienti che potrebbero aver ospitato acqua e rocce capaci di conservarne eventuali tracce.
Il rover cinese Zhurong su Marte (foto Ansa).
Pechino vuole inoltre proporre una sua suddivisione del tempo geologico marziano, con l’ambizione di farla diventare un riferimento internazionale. La cronologia oggi distingue i periodi Noachiano, Esperiano e Amazzoniano, la cui ricostruzione si basa anche sulla densità dei crateri. La Cina cerca dunque di contribuire ai criteri con cui si interpreta la storia del pianeta.
Lancio nel 2028, il ritorno dei campioni intorno al 2031
La futura carta dovrebbe offrire anche un modello per lavori analoghi sulla Luna, su Venere e sugli asteroidi. Il passaggio decisivo resta Tianwen-3. Il lancio è previsto intorno al 2028, il ritorno dei campioni intorno al 2031. Due scadenze che non vanno confuse con quella della mappa. Secondo i piani, almeno 500 grammi di materiale dovrebbero raggiungere i laboratori terrestri. Per riuscirci serviranno due lanci: uno porterà il lander e il veicolo di risalita, l’altro l’orbiter e il modulo di rientro. Dopo la raccolta, i campioni dovranno lasciare la superficie marziana, essere trasferiti in orbita e affrontare il viaggio verso la Terra. Una sequenza che nessuno ha ancora completato.
Un’immagine diffusa dalla Nasa il paesaggio su Marte (foto Ansa).
Il risultato darebbe alla Cina un primato nel confronto con gli Stati Uniti. Washington conserva una lunga esperienza marziana, dal sorvolo di Mariner 4 nel 1965 ai rover Curiosity e Perseverance. Ma il programma di ritorno dei campioni sviluppato da Nasa e Agenzia spaziale europea è stato condizionato da costi elevati e ritardi. A gennaio il Congresso americano ha di fatto interrotto il finanziamento del progetto esistente. Parte delle risorse è stata indirizzata a Mars Future Missions, per sviluppare tecnologie meno costose. L’architettura e i tempi di un eventuale recupero restano incerti.
Il lancio di un razzo Atlas V della United Launch Alliance, con a bordo il rover Perseverance della missione Mars 2020 della Nasa (foto Ansa).
Anche la traiettoria cinese conosce limiti e battute d’arresto. Zhurong ha superato la missione primaria di 90 giorni marziani e percorso oltre 1,9 chilometri, prima di entrare in ibernazione nel maggio 2022 senza risvegliarsi. Il probabile accumulo di polvere sui pannelli solari ne ha compromesso l’alimentazione. E l’espansione delle attività impone di mantenere affidabilità e controlli di qualità mentre aumentano le missioni.
Il Pianeta rosso fa parte di un programma spaziale più vasto
La competizione si misura anche nella capacità di affrontare gli inconvenienti senza perdere continuità. Anche perché Marte fa parte di un programma spaziale più vasto. Chang’e-6 ha riportato nel 2024 quasi due chilogrammi di campioni dalla faccia nascosta della Luna, una prima mondiale. Tianwen-2, lanciata nel maggio 2025, ha raggiunto le vicinanze dell’asteroide Kamoʻoalewa nel 2026 e dovrebbe consegnarne campioni alla Terra alla fine del 2027.
Mappando Marte la Cina prova a imporre il suo primato spaziale sugli Usa (foto Unsplash).
Pechino punta a un allunaggio umano entro il 2030 e alla costruzione di una stazione internazionale di ricerca lunare permanente. Il piano quinquennale 2026-2030 prevede un rafforzamento in tema di esplorazione planetaria, difesa dagli asteroidi, internet satellitare e dispiegamento di lanciatori riutilizzabili.
Una sfida anche sul campo della narrazione
C’è poi un territorio che si conquista attraverso la narrazione. Come lo Sputnik e l’Apollo hanno segnato l’immaginario del Novecento, le missioni cinesi alimentano un’epica nazionale della scienza e della tecnologia. I nomi richiamano un patrimonio culturale: Chang’e è la dea della Luna, Zhurong una divinità del fuoco. La fantascienza contribuisce ad allargare questo orizzonte.
I romanzi di Liu Cixin, la serie NetflixIl problema dei tre corpi e i kolossal cinematografici come The Wandering Earth portano al pubblico globale futuri in cui la Cina partecipa da protagonista alle sfide dell’umanità e alla conquista di nuove frontiere spaziali. Ricerca e immaginario si rafforzano così reciprocamente. Completare la mappa di Marte imprimerebbe nella conoscenza condivisa del Pianeta rosso una lettura elaborata in Cina, rendendone ancora più manifesta l’ambizione da superpotenza.
Febbraio 2029. Potrebbe essere questa la data di scadenza della prossima legislatura. Perché se quella attuale, la 19ª, pare – salvo sorprese – essere destinata a giungere a scadenza naturale, la 20ª rischia di durare poco più di un anno. Cioè potrebbe concludersi subito dopo il suo momento clou: l’elezione del prossimo presidente della Repubblica.
Sergio Mattarella (Imagoeconomica).
Il vero obiettivo è mettere il cappello sul Quirinale
Non è infatti un mistero per nessuno che l’obiettivo principale di chi si presenta alle prossime elezioni – destra, centro o sinistra – sia di mettere il cappello, o anche solo un fiocchetto, sul Quirinale. Ne è la prova il fatto che tutti ne abbiano già parlato, tutti abbiano sottolineato quanto sia importante evitare che l’avversario ‘si impadronisca’ della prima carica dello Stato, mentre ancora mancano all’appello i programmi concreti per risolvere i principali problemi dei cittadini. Ma si sa, la lingua batte dove il dente duole.
Il cambio della guardia al Quirinale (Imagoeconomica).
I possibili scenari
Il rischio però è che, eletto il ‘proprio’ Presidente, o almeno, sventata l’elezione di un ‘nemico’, la maggioranza in carica si dissolva come neve al sole e precipiti il Paese verso il voto anticipato. Ma ecco i possibili scenari. Vince il centrosinistra di misura. «Lo sanno tutti che un giorno dopo che abbiamo eletto il presidente della Repubblica cade il governo», sussurra un esponente del Pd. Amen. Del resto che sul programma tra Schlein e Contenon ci sia tutto questo feeling non è un mistero per nessuno. A quel punto o il capo dello Stato neoeletto si arrampica sugli specchi per imbastire un nuovo esecutivo con un soccorso centrista, oppure scioglie le Camere. E a quel punto Giorgia Meloni, rinvigorita da un anno e mezzo di opposizione, andrebbe a Palazzo Chigi in carrozza, senza forse nemmeno bisogno dell’aiuto di Vannacci.
Elly Schlein e Giuseppe Conte (Ansa).
Secondo scenario: vince il centrodestra di misura. Se Meloni tentasse una prova di forza per imporre un suo candidato, le possibilità di eleggerlo non sarebbero molte, la tenuta del governo dopo uno smacco simile sarebbe a rischio. Stesso rischio ci sarebbe se il Presidente fosse eletto da uno schieramento bipartisan tendente al centro. La tentazione di un’ordalia elettorale per lavare le colpe di un Parlamento di inciuciatori e garantirsi una maggioranza più ampia sarebbe per la premier molto forte.
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Le condizioni per non tornare al voto nel 2029
Insomma, salvo la vittoria ampia di uno dei due schieramenti o la conduzione più che magistrale del gran gioco dell’elezione al Colle da parte di uno dei leader politici, il rischio che la prossima legislatura abbia una data di scadenza come lo yogurt e duri meno di due anni è molto alto. Si accettano scommesse.
«Mi faranno prima beato, poi santo»: così disse Carlo Acutis alla mamma, cui era apparso in sogno dopo la sua morte. Lo ha raccontato lei stessa nel salotto de La volta buona, mentre la conduttrice Caterina Balivo annuiva devotamente. Non è blasfemia pensare che la signora Acutis avrebbe preferito per suo figlio successi più secolari e terreni a una carriera post-mortem, pur brillante. E comunque, un figlio morto nel 2006 per una leucemia fulminante a soli 15 anni, nel cuore dei suoi genitori è già un angelo, senza bisogno di macchinosi processi di canonizzazione per assurgere agli status meno prestigiosi di beato e santo.
“In sogno, dopo la sua morte, mio figlio mi apparve e mi disse: ‘Mi faranno prima Beato, poi Santo’”. Antonia Salzano, mamma di Carlo Acutis, a #LVBpic.twitter.com/pclxbM2LXn
Ci piace immaginare che Carlo, che anche in Paradiso rimaneva un ragazzino, per di più piemontese, in quel sogno parlasse dei futuri onori degli altari con un filo di subalpino e autoironico understatement. Lo stesso che deve averlo spinto a non rivelare a sua madre un’altra e ben più strabiliante predizione: «Realizzeranno un film su di me che verrà trasmesso da Canale 5 e sbancherà l’audience». Sì, sbancata: malgrado il titolo pedestre Il mio nome è Carlo (scelto forse perché Vita da Carlo era già stato preso da Verdone), il biopic diretto da Giacomo Campiotti ha sfiorato domenica i 4,3 milioni di spettatori, accaparrandosi un terzo della platea televisiva.
Non si tratta soltanto di vetusti “telemorenti“, come li chiama Dagospia: la storia di san Carlo Acutis, a base di preghiere, sacrifici, morte prematura e miracoli, ha conquistato il segmento più ghiotto e imprendibile del pubblico, quello che apprezza tutti gli schermi tranne il televisore di casa: i giovani e giovanissimi (37 per cento) e addirittura i bambini (41 per cento).
Sbaragliata la Rai nel campo in cui si riteneva imbattibile, le fiction religiose
Un vero colpaccio per Mediaset. Non contenta di aver scippato a mamma Rai il predominio sui giochi della fascia pre-serale (La ruota della fortuna supera regolarmente Affari tuoi) e di aver portato il Tg5 testa a testa col Tg1 (più per demeriti di Saxa Rubra che per altro), con Il mio nome è Carlo il Biscione sbaraglia l’emittente pubblica anche nel campo in cui si riteneva imbattibile, le fiction religiose.
Una vittoria che sa di rivincita, pensando a quella che negli annali televisivi è ricordata come la “guerra dei santi” fra il Padre Pio Rai e l’omologo Mediaset, nel lontano 2000. In termini di ascolti, il Pio di Stato (Michele Placido) superò di poco il Pio del Cav (Sergio Castellitto), che però fu più acclamato dalla critica e replicato a raffica con successo, tanto da meritare, una volta tanto appropriatamente, il titolo di “cult“.
Michele Placido ha interpretato Padre Pio nel film di Giulio Base sulla vita del frate di Pietrelcina (foto Ansa).Sergio Castellitto nello sceneggiato su Padre Pio (foto Ansa).
Carlo in realtà era un baby-nerd alla Young Sheldon
Chissà se il piccolo Carlo Acutis ha visto almeno uno dei due Pio, all’epoca. Viene da dubitarne, visto che già a sei anni si era appassionato all’informatica, a nove programmava in Java e C++ e nelle pause suonava il sax. Insomma, era un baby-nerd alla Young Sheldon, distante dal cliché del santo giovinetto alla Luigi Gonzaga o alla san Domenico Savio.
Non sorprende troppo, quindi, che il pubblico giovane abbia apprezzato il biopic su un ragazzo “strano“, interpretato, peraltro, da Samuele Carrino, protagonista di un altro film di grande successo nella Generazione Alfa, Il ragazzo dai pantaloni rosa, anch’esso storia vera di un adolescente non conforme con un finale tragico, ma senza aureola postuma.
Uno smanettone modello per i giovani: non ditelo al governo…
Più sorprendente che uno smanettone per la maggior gloria di Dio venga proposto come modello agli adolescenti, proprio mentre i nostri governanti discutono su come tenerli lontani da pc, telefoni e tablet, considerati strumenti di perdizione e infiacchimento. Ma non è detto che, come protezione per i minori, un santino di san Carlo Acutis funzioni meglio del parental control.
Tagli ai costi, basta astronauti nello spazio: lo spazio è conquistato ora basta mandare robot e sonde automatiche. Ma all'astronauta chi ci pensa?
In Astronaut, corto fantascientifico del 2020, il futuro dell’esplorazione spaziale viene osservato da una prospettiva decisamente poco eroica: quella di un astronauta che deve fare i conti con la propria crescente inutilità. Il progresso tecnologico, invece di aprirgli nuove frontiere, rischia infatti di trasformarlo in un reperto di un’epoca ormai superata. Una piccola storia di fantascienza che usa lo spazio soprattutto per parlare di lavoro, identità e del rapporto non sempre indolore tra esseri umani e automazione.
A scrivere e dirigere il corto... - Leggi l'articolo
Roberto Vannacci inizia a scalpitare sulla Rai. Perché vorrebbe più spazio in televisione, mentre ne ha pochissimo. E sogna anche un suo rappresentante in Vigilanza, se la commissione si dovesse ricostituire. Ma, per paradosso, a Futuro nazionale potrebbe andare addirittura la presidenza dell’organo parlamentare sulla tivù. Fantapolitica? Forse, ma andiamo con ordine.
Muro contro muro dopo lo strappo sulla riforma della Rai
Lo strappo del centrodestra sulla riforma della Rai – con una legge che la maggioranza si è votata in solitaria a suo piacimento in VIII commissione a Palazzo Madama, senza far toccare palla all’opposizione, e che arriverà in Aula il 26 novembre – come conseguenza ha bloccato la trattativa per la ricostituzione della Vigilanza, che si è dimessa in blocco all’inizio di luglio.
La Commissione parlamentare di Vigilanza Rai (Ansa).
I presidenti di Camera e Senato Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa a metà settembre hanno chiesto ai capigruppo dei partiti di fornire loro i nuovi nomi per la commissione, cosa che il centrodestra ha fatto e l’opposizione no. Da qui la minaccia di La Russa di procedere a nominare d’ufficio i rappresentanti dell’opposizione, cosa che dovrebbe fare assieme a Fontana, com’è accaduto in precedenza con la commissione Covid.
I presidenti di Senato e Camera Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana (foto Imagoeconomica).
Dopo aver dato l’ultimatum, ora però il presidente del Senato temporeggia: «Mi prendo ancora un paio di settimane di tempo», ha fatto sapere mercoledì. Perché? Qualcuno nell’opposizione sospetta che La Russa si sia infilato in un cul-de-sac. Dopo lo strappo sulla riforma, infatti, il centrosinistra ha richiuso la porta alle trattative sulla Vigilanza. «Non daremo alcun nome, per noi il discorso è finito», hanno fatto sapere Partito democratico, Movimento 5 stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e Italia viva. Se i presidenti di Camera e Senato procederanno d’ufficio, però, a quel punto sarà difficile non valutare la richiesta di Futuro nazionale, che a Montecitorio vanta nove deputati all’interno del gruppo misto.
In Vigilanza potrebbe fare il suo esordio un vannacciano
Prima della pausa estiva Fontana aveva rispedito al mittente la richiesta di Fn, spiegando che in Vigilanza un rappresentante del misto c’è già, ma ora, con l’aumento dei parlamentari vannacciani, sarebbe costretto a riprendere in considerazione la richiesta. «Per adesso non siamo stati contattati da nessuno», fa sapere Edoardo Ziello, deputato del generalissimo. Ma se la procedura d’ufficio dovesse andare avanti, in Vigilanza potrebbe fare il suo esordio un vannacciano. E magari proprio Ziello, che sul fronte televisivo sembra quello più sul pezzo.
Roberto Vannacci ed Edoardo Ziello (foto Imagoeconomica).
«In tivù, specialmente in Rai, non ci siamo mai. Non compariamo nei pastoni dei telegiornali e le poche volte che ci invitano nei talk show accade in orari in cui la televisione la guardano in pochi, com’è accaduto l’altra sera a Porta a porta», osserva ancora Ziello, a cui non è sfuggito che l’invito a Vannacci da parte di Bruno Vespa è arrivato per Porta a porta e non per l’altro suo programma, 5 Minuti (che fa quasi 4 milioni di telespettatori).
Lo scenario: l’opposizione diserta, Fn garantisce il numero legale e poi…
Ma se un esponente del generale dovesse entrare in Vigilanza, tra i banchi dell’opposizione, potrebbe addirittura diventare presidente. Può accadere, infatti, che la commissione si riunisca, il centrodestra si presenti e l’opposizione no, tranne Fn, garantendo quindi il numero legale. Nella prima seduta si vota il presidente che, per prassi, va a un parlamentare della minoranza. E chi c’è dell’opposizione? Un uomo (o una donna) di Vannacci. E tanti saluti a Barbara Floridia & company.
Barbara Floridia (Imagoeconomica).
Intendiamoci, la possibilità che ciò avvenga è tutta in salita, ma in teoria non si può escludere. «Sembra fantapolitica, ma potrebbe succedere davvero», sussurra un esponente del Pd in Vigilanza. Al momento, però, sembra difficile che i presidenti di Camera e Senato vogliano davvero dare un posto a Fn in commissione. Anche per questo, si sussurra, La Russa sta temporeggiando e Fontana sul tema non emette un fiato. Fedeli anch’essi a un preciso ordine giunto da Palazzo Chigi: non parlare di Vannacci, sminuire il suo movimento, tenerlo ai margini e non offrirgli spazio mediatico.
Roberto Vannacci e, nell’immagine dietro di lui, Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).
Basta vedere come nel centrodestra hanno esultato per le elezioni suppletive nel collegio di Reggio Calabria, definendo il risultato di Futuro nazionale un flop. «Ma come si fa a parlare di fallimento quando un partito nato pochi mesi fa, dato nei sondaggi all’8 per cento, alla sua prima uscita elettorale raggiunge l’11 per cento?», si chiedono tra i vannacciani. E la domanda non è così campata per aria.
Il gip di Roma ha disposto la restituzione immediata alla procura degli atti relativi al procedimento sulla strage di Ustica avvenuta il 27 giugno 1980, quando il Dc-9 Itavia precipitò nel mar Tirreno provocando la morte di 81 persone. La decisione del giudice arriva dopo che il procuratore capo Francesco Lo Voi ha formalizzato la revoca della richiesta di archiviazione alla luce della disponibilità arrivata dalle autorità francesi a trasferire all’Italia tutta la documentazione relativa alla strage.
L’ordinanza del gip
«L’ammissibilità della revoca (della richiesta archiviazione, ndr.) è la soluzione più ragionevole, favorendo un auspicato celere approfondimento investigativo onde pervenire all’ultimazione della fase processuale dei due procedimenti penali con la conferma della richiesta di archiviazione ovvero con l’esercizio dell’azione penale», ha sottoloneato il gip di Roma Livio Sabatini nell’ordinanza. «Ritenuta l’ammissibilità della revoca della richiesta di archiviazione, considerata l’istanza di restituzione degli atti formulata dal pubblico ministero e l’assenza di ulteriori richieste al gip, si deve disporre l’immediata restituzione degli atti al pubblico ministero per le determinazioni di competenza», ha continuato il giudice.
«Elly Schlein risponde oggi a una domanda che le ho fatto quasi due settimane fa. Con questi ritmi ce la vedo bene a risolvere i problemi degli italiani. P.S. Ah, e ovviamente lo fa elencando 10 falsità». Lo ha scritto sui social la premier Giorgia Meloni commentando le parole che la segretaria dem ha pronunciato alla direzione del partito al Nazareno.
Cos’ha detto Schlein
«Meloni mi chiede di dirle una cosa vera, io gliene dico 10», aveva detto Schlein. «Dicevate che avreste abbassato le tasse, siamo al record di pressione fiscale degli ultimi 12 anni. Abbiamo gli stipendi tra i più bassi d’Europa e il costo dell’energia all’ingrosso più caro d’Europa. Provate a negare questo. Quasi 6 milioni di persone vivono in povertà assoluta, quasi una persona su 10. Quasi 6 milioni di italiani rinunciano a curarsi perché le liste d’attesa sono troppo lunghe o perché non se lo possono permettere. Nel 2025 sono nati 355 mila bambini, è il numero più basso dal dopoguerra. Dopo quattro anni di governo sulla natalità la destra ha fatto molta retorica e pochissime politiche. Eppure i dati sono chiari, non è la mancanza di valori a frenare le nascite ma la precarietà del lavoro che colpisce soprattutto le donne i giovani. Soprattutto al Sud di questo Paese i redditi troppo bassi, le difficoltà ad accedere a una casa, la carenza di servizi di asili nido, la penalizzazione delle madri sul lavoro. Ecco, quando la stabilità si trasforma in immobilismo vuol dire che i nodi vengono al pettine. Più tasse, più debito, caro vita alle stelle, stipendi bassi e nessuna crescita. Questa è l’eredità che lasciano».
Cateno De Luca è letteralmente scatenato. Il sindaco di Taormina, leader di Sud chiama Nord, sta facendo incetta di amministratori locali in Sicilia, pescando in particolare tra gli esponenti della Dc, in difficoltà dopo che Totò Cuffaro, il loro leader, nel 2025 è stato coinvolto in una nuova inchiesta e ha patteggiato tre anni per corruzione e traffico di influenze. Ed è proprio sullo Scudo crociato, ora guidato da Carmelo Pace, fedelissimo di Cuffaro, che si sono concentrate le mire del leader di Sud chiama Nord. L’obiettivo è prendersi il governo della Regione Siciliana con un non meglio definito Campo nuovo. Non solo. De Luca avrebbe stretto un accordo di ferro a livello nazionale con il centrodestra, e in particolare con Fratelli d’Italia, in vista sia delle Regionali sia delle Politiche, entrambe previste nel 2027. L’idea è quella di formare un gruppo parlamentare in modo da evitare di raccogliere le firme necessarie alle forze non rappresentate in Parlamento che intendono correre alle elezioni. Ma attenzione: in pole position per un posto in parlamento ci sarebbe Laura Castelli, ex esponente di punta del M5s e ora punta di diamante del partito di De Luca: è presidente di Sud chiama Nord e dal 22 giugno 2026 vicesindaco della città di Messina.
Cateno De Luca (Imagoeconomica).
Quell’appostamento davanti all’appartamento di Ranucci
Beccato e denunciato ai Carabinieri un giornalista di un magazine online, che fornisce pezzi anche a una trasmissione Rai. Venerdì mattina avrebbe spinto alcune persone a mentire con lo scopo di intrufolarsi in un condominio di Roma per appostarsi davanti alla porta dell’appartamento abitualmente in uso a Sigfrido Ranucci. Il cronista d’assalto avrebbe tentato di arrivare fino alla porta dell’abitazione coinvolgendo nella sua impresa ignari condomini, che però non sono caduti nel tranello e hanno denunciato. Acquisito il filmato delle telecamere.
L’ambasciata russa in Italia interviene su Kaliningrad, l’exclave russa tra Lituania e Polonia da giorni al centro di un’escalation verbale tra Mosca e la Nato. In un post su Facebook ha denunciato che «osserviamo nei media italiani una campagna mediatica lanciata a capofitto da giornali come Corriere della Sera, Stampa e Repubblica per accusare la Russia di aver intensificato la questione delle armi nucleari contro la Nato». «Purtroppo», ha accusato, «questa non è la prima volta che le dichiarazioni ferme e decisive della Russia, miranti a rovesciare e raffreddare i capi scaldati da sentimenti reazionari e militari, sono state interpretate in Italia come manifestazione di aggressione, propaganda anti-occidentale e minaccia ibrida da parte di Mosca». La rappresentanza consiglia dunque «coloro che sostengono tali approcci di non perdere il contatto con la realtà e di cercare di osservare oggettivamente la situazione che si sta sviluppando nel contesto europeo e più ampio in campo della sicurezza».
Antonio Tajani come la vecchia enciclopedia Motta che un tempo occupava un ripiano intero delle librerie di molte case italiane. Prometteva il “sapere universale” ma, tolta qualche ricerca scolastica, rimaneva intonsa per anni con le pagine «ingiallite» dal tempo. Ecco quell’aggettivo, pronunciato da Roberto Occhiuto alla presentazione del libro Il coraggio di governare, è risultato indigesto al leader di Forza Italia, già nell’occhio del ciclone per gli ultimi scivoloni sulle «ragazze affidabili» e sulla sentenza Regeni.
Roberto Occhiuto (Ansa).
«Io non sono l’anti-Tajani, sono il vice di Tajani, ma FI si è un po’ ingiallita e la sua comunicazione va rivista», aveva sottolineato il governatore calabrese mercoledì nel caos di una galleria Sordi gremita da forzisti della cosiddetta minoranza ed ex (tra cui Francesca Pascale e Mara Carfagna). In prima fila sedevano i ministri Paolo Zangrillo e Maria Elisabetta AlbertiCasellati. E poi DeborahBergamini, GiorgioMulè, Alessandro Cattaneo, Francesco Paolo Sisto, Stefania Craxi e persino ClaudioLotito, presente anche ai festeggiamenti per la vittoria di Fabio Roscioli alle Suppletive di Reggio Calabria. Un attivismo che sta insospettendo i maligni: il (contestatissimo) patron della Lazio e della Reggina sarà mica in cerca di una ricandidatura?
Roberto Occhiuto alla presentazione de Il coraggio di governare alla Galleria Alberto Sordi di Roma (Ansa).
Il faccia a faccia da Letta
Tajani sembra non aver gradito né il termine né la folla accorsa ad ascoltare il suo vice. E quindi ha subito preteso un faccia a faccia chiarificatore. La levatura dell’arbitro del duello fa comprendere la gravità del conflitto: l’incontro tra il segretario e il suo vice è stato ‘moderato’ da Gianni Letta, per decenni il camerlengo di Silvio Berlusconi. Ma più che un confronto si è trattato di uno sfogo, al termine del quale ognuno è rimasto sulle posizioni di partenza. «Così non andiamo da nessuna parte», si sarebbe lamentato Tajani, «queste critiche fanno solo male al partito e ci fanno perdere voti, perché disorientano gli elettori». Il leader azzurro si sarebbe lamentato in particolar modo della tempistica scelta da Occhiuto per muovere le critiche, sostanzialmente all’indomani della vittoria del centrodestra alle Suppletive a Reggio Calabria che ha evitato l’incubo di una sconfitta a causa del candidato vannacciano – ed ex capogruppo azzurro in Regione – Domenico Giannetta.
Antonio Tajani con Gianni Letta (Ansa).
L’Opa del vicesegretario sul partito
«Io voglio dare degli stimoli», sarebbe stata la replica di Occhiuto, secondo cui una maggiore apertura sui diritti civili e sui temi più liberal con nuove proposte economiche coraggiose potrebbe solo far bene alla crescita e al rinnovamento di Forza Italia. Ospite di Un giorno da pecora, Occhiuto era tornato a ribadire la necessità di una svolta liberal e, auspicando «una gestione più condivisa del partito», aveva proposto di creare una «squadra di quattro o cinque persone che aiuti il segretario a lavorare». Una richiesta di collegialità (che suona però come commissariamento) simile a quella avanzata dai nordisti che contestano la segreteria leghista di Matteo Salvini. Il tema, ha spiegato Occhiuto, «è fare cose che siano riconoscibili dagli elettori come cose di Forza Italia e comunicarle in maniera moderna: questo lo puoi fare anche con Tajani, purché ci sia una squadra».
Il presidente della Calabria, intervistato questa volta da SkyTg24, ha poi teso una mano ai riformisti e liberali come Carlo Calenda e Luigi Marattin. «La mia preoccupazione», ha ammesso criticando il decreto Scuola sul tetto agli studenti stranieri, «è che molte di queste iniziative, pure legittime, nascano per non lasciare scoperto il fronte destro a favore di Vannacci. Invece secondo me il centrodestra ha bisogno non di inseguire il populismo ma di presidiare la parte riformista, che non è più rappresentata dal centrosinistra. Guarderei più a Calenda o Marattin e a tutti quelli che nel centrosinistra hanno sperimentato l’impossibilità di produrre un pensiero riformista e liberale. Forse questo estenderebbe il campo della coalizione di centrodestra e restringerebbe il cosiddetto campo largo».
Antonio Tajani con il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto (Ansa).
La stagione congressuale e le voci su nuove fuoriuscite
La verità è che Forza Italia ribolle da mesi. Dopo le frecciate e le richieste di rinnovamento di Marina B, Tajani ha cominciato a rendersi conto delle difficoltà e dell’appannamento della sua immagine. I rapporti con la famiglia Berlusconi non sono migliorati e – viene riferito – Tajani avrebbe cominciato a lamentarsi perché si sentiva «aggredito».
Marina Berlusconi (Imagoeconomica).
Pur debolissimo, il ministro degli Esteri resterà però saldo alla guida del partito fino a dopo le Politiche, visto che Marina Berlusconi vede come fumo negli occhi la possibilità di celebrare un eventuale congresso prima del voto. E su questo sono d’accordo anche i possibili sfidanti di Tajani (nei mesi scorsi oltre a Occhiuto si erano fatti i nomi di Zangrillo e Alberto Cirio), perché, rafforzato dai congressi recenti, se si votasse con le regole attuali (il voto spetta agli iscritti) quest’ultimo avrebbe la meglio. Un po’ come il ‘gemello diverso’ Salvini, che ha forzato i tempi e indetto un congresso federale per disinnescare le critiche mosse dai ribelli Massimiliano Romeo e Attilio Fontana. E come l’ex lumbard, anche il vicepremier forzista sta molto attento a come si muove anche perché di uomini fidati ce ne sono sempre meno.
Antonio Tajani e Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Da tempo sono iniziati i rumors di fuggi fuggi imminenti. D’altronde nel partito si stima che alla Camera, per esempio, si passerà da 52 deputati a una quindicina. I campani ostili al segretario locale Fulvio Martuscielloavrebbero già un piede fuori dal partito. Il clima è pessimo, con Tajani sempre più in difficoltà che sta facendo terra bruciata un po’ attorno a tutti nel partito. Il timore condiviso da molti è che questa convivenza litigiosa, destinata a durare ancora diversi mesi, faccia scendere ancora il partito nei sondaggi.
Eni ha annunciato uno sconto sui carburanti per pesca e agricoltura, settori che acquistano gasolio all’ingrosso ed erano rimasti esclusi dal tetto ai prezzi che vale solo per la rete di distribuzione retail. Lo sconto, operativo a partire da venerdì 2 ottobre per i clienti del Gruppo, varrà fino al 31 ottobre. Gli attuali clienti Enilive potranno acquistare gasolio e benzina a uso agricolo e motopesca al prezzo scontato del 20 per cento al netto dell’Iva. «Lo sconto», si legge in una nota, «potrà essere esteso fino alla fine dell’anno, sulla base dell’andamento del mercato e delle disponibilità di prodotto». Resta dunque escluso l’autotrasporto, cioè camion e trasporto pubblico locale, che rappresenta il settore che consuma di più.
Scendono i prezzi al distributore
Nel frattempo continuano a scendere i prezzi al distributore dopo che sono entrati in vigore i price cap delle altre grandi compagnie petrolifere come Ip, Q8 e Tamoil. Nella mattina del 2 ottobre, il prezzo medio dei carburanti in modalità self service lungo la rete stradale nazionale è pari a 2,063 euro per la benzina (-21 millesimi rispetto al giorno prima), 2,260 euro per il gasolio (-25 millesimi).
La procura di Palermo ha chiesto l’arresto dell’ex vicepresidente ed ex assessore della Regione Sicilia Gaetano Armao. Le forze dell’ordine hanno perquisito la sua abitazione e i suoi studi di Palermo e Roma. I pm ipotizzano il reato di corruzione. Oltre che per Armao, i magistrati hanno chiesto misure cautelari per otto persone tra le quali l’avvocato Pierluigi Matta e alcuni imprenditori. Armao, noto legale e politico siciliano, fino ad agosto è stato presidente della Commissione tecnica specialistica per le autorizzazioni ambientali di competenza regionale. Alle nove persone coinvolte è stato notificato l’invito a comparire davanti al gip per l’interrogatorio preventivo, atto che, per la nuova normativa, precede la pronuncia del giudice sulla richiesta di misura cautelare. Armao è il marito dell’ex capo di Gabinetto del ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi.
Generali ha raggiunto un accordo per l’acquisizione di una partecipazione pari a circa il 9,9 per cento in Banco de crédito cooperativo (Bcc), holding di Grupo cooperativo Cajamar (Gcc), per un corrispettivo pari a 150 milioni di euro. L’operazione rappresenta un passo significativo nell’evoluzione della partnership di bancassurance tra Generali e Gcc, uno dei principali gruppi finanziari spagnoli, avviata oltre 20 anni fa. L’investimento rafforza inoltre l’allineamento strategico tra le due società e consolida il ruolo di Generali come partner assicurativo di riferimento in Spagna. L’operazione è pienamente in linea con il piano strategico Lifetime partner 27: Driving excellence di Generali, che ha l’obiettivo di accelerare la crescita nei principali mercati europei nei quali il Gruppo vanta già dimensioni rilevanti e una posizione di leadership, anche attraverso solide reti in franchising e partnership di lungo periodo.
Il perfezionamento è previsto nella seconda metà del 2027
La partnership con Grupo cooperativo Cajamar riveste una rilevante importanza strategica per Generali Spagna e ha contribuito a consolidare la posizione di leadership del Gruppo in segmenti assicurativi chiave, nonché una presenza capillare attraverso l’ampia rete distributiva nazionale di Gcc. L’operazione, che sarà realizzata da Generali Spagna attraverso il proprio portafoglio di investimenti, non avrà un impatto materiale sul solvency ratio del Gruppo. Il perfezionamento è previsto nella seconda metà del 2027, subordinatamente all’ottenimento di tutte le necessarie autorizzazioni regolamentari. Per Generali, Deloitte ha agito in qualità di advisor finanziario esclusivo e Garrigues in qualità di advisor legale.
L’ex capo della Polizia Franco Gabrielli scende in campo e lo fa aderendo a Più uno, il progetto di Ernesto Maria Ruffini. Si tratta di un movimento di centrosinistra che punta a rivolgersi «agli elettori di csx distanti, ma anche a tanti elettori moderati, disorientati dalla deriva estremista di Vannacci», il cui manifesto verrà presentato il 10 ottobre. «Vi ho riconosciuto valori molto vicini ai miei. Lo faccio senza chiedere ruoli o garanzie. Prima viene il progetto, poi il resto», ha detto Gabrielli in un’intervista al Corriere. «Avrei potuto aspettare la nascita di un governo che mi affidasse magari qualche incarico. Ma non è questo che mi interessa. Credo sia più importante impegnarsi in prima persona nella costruzione di una nuova idea di Paese». E ancora: «Dai 14 ai 24 anni ho militato nel Movimento giovanile della Democrazia cristiana, arrivando a responsabilità nazionali. Poi scelsi un altro modo di servire il Paese. Torno alla politica con la stessa idea di servizio che ha accompagnato tutta la mia vita pubblica». Già a maggio era uscito allo scoperto candidandosi al Viminale per il dopo Piantedosi in caso di vittoria del campo largo.
Gabrielli si è poi espresso sull’operato del governo Meloni: «La stabilità è un valore, ma è uno strumento, non un risultato politico in sé. La storia italiana ci ricorda che negli Anni 70, con governi molto più brevi e fragili, furono approvate riforme che ancora oggi segnano la vita della Repubblica. Il governo Meloni ha avuto tempo, numeri parlamentari e una leadership indiscussa. Eppure molte delle promesse su cui aveva costruito il consenso non sono state realizzate, o hanno prodotto risultati molto inferiori agli annunci». Il riferimento è «all’immigrazione, alla sicurezza, alla pressione fiscale, alle pensioni, alle grandi riforme istituzionali». Una dimostrazione del «fallimento del governo» è, per lui, la crescita del partito di Roberto Vannacci. «Dice oggi molte delle cose che Giorgia Meloni diceva quando era all’opposizione. Ma un conto è spararle grosse dall’opposizione, un altro è governare fenomeni complessi».
L’Italia chiede maggiore flessibilità all’Ue in materia di spese per l’energia, viste le ripercussioni dei conflitti in corso sull’inflazione, che a settembre è balzata a +4,2 per cento. La premier Giorgia Meloni ha scritto una lettera alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen puntando il tasto sulla rigidità delle regole di bilancio Ue, in un contesto caratterizzato dalla necessità di sostenere famiglie e imprese contro il caro prezzi, chiedendo di discutere una possibile revisione già all’Ecofin in programma la prossima settimana.
La richiesta della premier e la risposta di Bruxelles
«I percorsi concordati di spesa nell’ambito del quadro fiscale europeo lasciano un margine limitato per alleviare l’impatto su famiglie e imprese senza ricorrere a misure di contenimento in un momento di significativi rischi al ribasso per l’economia», ha scritto Meloni nella missiva. «Dovremmo comunque cercare modi per utilizzare almeno una parte delle entrate extra per attenuare l’aumento dei costi energetici in modo temporaneo e mirato». La premier si è detta consapevole «del rischio che comporta la modifica delle norme di bilancio», volte «al raggiungimento di un obiettivo che tutti condividiamo, la sostenibilità del debito», ma ritiene anche che il quadro di bilancio «lasci alla Commissione europea il margine necessario per tenere conto dei fattori rilevanti» esposti nella sua lettera. Secca la replica di Bruxelles: «Abbiamo già concesso maggiore flessibilità agli Stati membri».