SALERNO – E’ stata una lunga domenica, quella trascorsa ieri in casa Salernitana. Il tempo si è quasi dilatato, con le anime del club granata che si sono confrontate a lungo per stabilire quale fosse la strada migliore da percorrere dopo quanto accaduto sabato scorso a Cava de’ Tirreni. A pesare non è stato solo il pareggio maturato in extremis contro i metelliani, ma soprattutto il duro confronto tra il direttore sportivo Daniele Faggiano e l’allenatore Giuseppe Raffaele. Un diverbio che potrebbe aver prodotto tra i due una spaccatura difficile da sanare, tanto che Faggiano avrebbe spinto per il cambio in panchina sponsorizzando allenatori di peso come Bisoli, Caserta e, soprattutto D’Aversa con il quale confezionò, qualche anno fa, la risalita del Parma. Il patron della Salernitana, Danilo Iervolino, scottato dalle ultime stagioni nelle quali si sono susseguiti, senza alcun beneficio, i cambi di allenatori, avrebbe avallato la sostituzione di Raffaele soltanto con una soluzione interna, promuovendo l’attuale tecnico della Primavera 2 Guglielmo Stendardo. Una opzione che Faggiano non avrebbe mai preso in considerazione tanto da rischiare anch’egli l’esonero. E così, in serata, si è arrivati ad una scelta. Iervolino ha deciso di confermare sia Faggiano, sia Raffaele, confidando in una reazione immediata della squadra a partire da domenica prossima, quando all’Arechi arriverà il Monopoli. Un match che assumerà, ancora una volta, i connotati dell’ultima spiaggia per Giuseppe Raffaele. La sua panchina traballa e traballerà fino a fine stagione se non ci sarà un cambio di marcia da parte della Salernitana, relegata in terza posizione in classifica a -11 dal Benevento ed a -3 dal Catania, con gli etnei che però hanno una partita ancora da giocare, quella in programma mercoledì prossimo al Massimino nel recupero contro il derelitto Trapani. La ripresa degli allenamenti della Salernitana, inizialmente prevista per domani, è stata anticipata ad oggi. E’ molto probabile che ci sia un confronto tra Faggiano, Raffaele ed il gruppo nel chiuso degli spogliatoi per chiarire quanto accaduto al Lamberti e per provare a ripartire, ancora una volta. Nella speranza che, stavolta, sia davvero la volta buona…
Sono finite le speranze di ritrovare in vita Paolo Di Domenico, il 70enne che risultava scomparso dallo scorso 7 febbraio. L’anziano è stato trovato senza vita in un canalone di via Ernesto Di Domenico, nella frazione di Passiano, a Cava de’ Tirreni. Nei giorni scorsi le ricerche si erano concentrate proprio in quell’area ma non avevano dato alcun esito. Le attività di ricerca hanno visto impegnati volontari, protezione civile, vigili del fuoco e operatori del Soccorso Alpino e Speleologico della Campania che hanno passato al setaccio il territorio per giorni, nella speranza di ritrovare il 70enne. Le speranze, però, sono terminate in giornata, con il ritrovamento del cadavere. “Dal sindaco e l’Amministrazione comunale tutta, le condoglianze ai figli Daniela e Vincenzo e a tutta la famiglia”, il messaggio di cordoglio del sindaco di Cava de’ Tirreni, Vincenzo Servalli.
“Le minacce rivolte a don Patriciello e alla presidente del Consiglio rappresentano un fatto grave che interpella tutte le istituzioni, a ogni livello”. Lo dice Francesco Morra, presidente Anci Campania. “Le istituzioni, in casi come questo, hanno il dovere di mostrarsi unite, compatte e determinate nella difesa della legalità e della sicurezza dei cittadini. Come Anci Campania – aggiunge – esprimiamo piena solidarietà e ribadiamo che la risposta deve essere corale, ferma e responsabile”. “La lotta contro ogni forma di intimidazione e criminalità non è una battaglia di parte, ma un impegno comune che richiede coesione e collaborazione tra Stato, enti locali e comunità” conclude.
I dettagli della consulenza del Bambin Gesù rivelano impietosamente un quadro critico, ma la madre del piccolo paziente in lotta per la vita dopo il trapianto di un cuore danneggiato non si arrende. “Spero sempre che quei medici si sbaglino – dice Patrizia Mercolino – e che si possa trovare presto un cuore nuovo per mio figlio. Chiedo aiuto a tutti, anche al Papa”. Le condizioni del bimbo sono stazionarie ma sempre gravi: oggi l’ospedale Monaldi ha ribadito che “al momento” il piccolo può essere sottoposto a un nuovo trapianto di cuore, domani l’équipe multidisciplinare dell’ospedale si riunirà per una nuova valutazione. Se fosse negativa, adeguandosi al parere dell’ospedale romano, getterebbe ulteriore angoscia su tutti coloro che stanno facendo il tifo per il “piccolo guerriero”, come lo chiama amorevolmente mamma Patrizia. Si apprendono intanto nuovi dettagli sull’inchiesta della procura di Napoli che vede indagati per lesioni colpose sei tra medici e paramedici. Il cuore prelevato a Bolzano viaggiò fino al Monaldi in un comune contenitore di plastica: se, come sembra, a bruciare l’organo fu l’uso di ghiaccio secco invece di quello normale, l’assenza di termometri o altri dispositivi di controllo nel box non avrebbe permesso di rilevare le temperature troppo basse (fino a -80 gradi) cui veniva sottoposto quel piccolo cuore. Fino all’impianto, avvenuto in un contesto ancora non chiaro di verifiche preventive sull’organo dopo il trasporto. Alle indagini del Nas di Napoli e di quello di Trento (per la parte della vicenda sviluppatasi a Bolzano) si aggiunge il lavoro degli ispettori inviati dal ministero della Salute e dalla Regione Campania. L’avvocato Francesco Petruzzi, rappresentante della famiglia del piccolo, continua a evidenziare quelli che, a suo avviso, sono stati comportamenti negligenti, “strani”, da parte dell’ospedale. Anche mamma Patrizia ricorda di essere stata avvisata del fallimento del trapianto, in quel fatale 23 dicembre, “ma mi dissero solo che il nuovo cuore non ripartiva, senza altre spiegazioni”. Ci sono volute le denunce dell’avvocato e le inchieste giornalistiche per delineare, a distanza di settimane, ciò che in realtà sarebbe successo. Ora comunque Patrizia non pensa alle responsabilità: “Ho accantonato tutto, voglio solo che mio figlio guarisca e torni a casa”, dice intervenendo a Domenica In. Il parere degli specialisti del Bambin Gesù però mette in evidenza un quadro di estrema gravità: “Condizioni sistemiche incompatibili”, “fattori clinici prognostici altamente sfavorevoli per ritrapianto precoce”. Il bambino – che da 55 giorni sopravvive grazie a un macchinario Ecmo extracorporeo, il cui uso prolungato può provocare danni pesanti – soffre per un’emorragia cerebrale, per un’infezione non controllata (che con la terapia immunosoppressiva post-trapianto potrebbe avere effetti letali) e per un’insufficienza multiorgano di polmoni, fegato e reni. Tutti elementi che, per l’ospedale romano, escluderebbero la possibilità di un nuovo intervento. In attesa che si pronunci il Monaldi, l’avvocato Petruzzi fa sapere di aver chiesto all’ospedale partenopeo di reperire un terzo parere presso una struttura europea. L’ipotesi di ricorrere a un cuore artificiale come soluzione ponte per guadagnare tempo, avanzata nelle ultime ore, sembra poco praticabile. Il legale ha citato il cardiologo Claudio Russo del Niguarda, ma dall’ospedale milanese spiegano che non c’è stata “nessuna interlocuzione e nessuna presa in carico” del bimbo. Sul caso spunta infine la polemica politica: il forzista Fulvio Martusciello si chiede “cosa aspetti Fico a far cadere teste al Monaldi”, l’ex ministro Gennaro Sangiuliano, oggi capogruppo regionale di FdI, parla di “preoccupante quadro generale della sanità campana dove le ingerenze della politica spesso hanno privilegiato l’affiliazione al merito”.
Oggi ho partecipato al presidio di Napoli, in Piazza del Plebiscito, per ribadire un principio che non può essere messo in discussione: senza consenso è stupro.
Il 15 febbraio è una data simbolica: nel 1996 la legge 66 ha riconosciuto finalmente la violenza sessuale come reato contro la persona, superando distinzioni umilianti e arretrate.
La riforma proposta dal Governo, eliminando il riferimento al consenso e indebolendo l’impianto sanzionatorio dell’art. 609 bis, rappresenta un pericoloso passo indietro, in contrasto con la Convenzione di Istanbul e con i diritti fondamentali delle donne.
Senza consenso è stupro: e la libertà delle donne non può essere riscritta al ribasso, perché è il fondamento stesso della democrazia.
Come istituzioni abbiamo il dovere di proteggere le vittime e rafforzare la giustizia, non svuotarla. Lo scrive in una nota l’ Avvocata Claudia Pecoraro Assessora alla Regione Campania
Mattinata critica sul Lungomare Marconi, dove si registra l’ennesimo cedimento nell’area dei Giardini del Mandorlo. La situazione appare drammatica: si è aperta una voragine di notevoli dimensioni che ha compromesso una porzione significativa dello spazio che affaccia sul mare.
Le immagini scattate dal drone di CDF Photography mostrano con chiarezza l’ampiezza del crollo e l’instabilità del terreno, evidenziando una ferita profonda nel cuore del lungomare cittadino. L’area, già in passato interessata da criticità legate all’erosione e alle mareggiate, torna dunque al centro dell’attenzione.
Sul posto si attendono verifiche tecniche per accertare le cause del cedimento e valutare eventuali interventi urgenti di messa in sicurezza. La preoccupazione è alta tra residenti e frequentatori della zona, che chiedono interventi strutturali per evitare il ripetersi di episodi simili.
Nel 1996 Paul Krugman pubblicò su Harvard Business Review un saggio dal titolo tanto semplice quanto rivoluzionario: A Country Is Not a Company. Un Paese non è un’azienda. Dietro quella formula c’era un avvertimento preciso: applicare alla gestione di uno Stato la logica di una corporation porta a errori sistemici. Un’impresa massimizza il profitto, difende quote di mercato, chiude stabilimenti improduttivi. Una nazione no. Una nazione deve massimizzare redditi reali, occupazione diffusa, stabilità sociale e crescita sostenibile nel tempo. Krugman metteva in guardia contro la tentazione di leggere il deficit commerciale come una “perdita” e la bilancia dei pagamenti come un conto economico. In macroeconomia, spiegava, il saldo commerciale riflette equilibri tra risparmio e investimento, non la bravura o l’incapacità di un leader nel negoziare. Eppure, 30 anni dopo, la politica economica di Donald Trump sembra costruita proprio su quella fallacia: trattare gli Stati Uniti come se fossero una società impegnata in una trattativa permanente.
Paul Krugman (Ansa).
Il boomerang dei dazi e lo stop della Camera
I dazi ne sono l’esempio più evidente. Quando si colpiscono a livello tariffario partner come Canada e Messico, non si sta punendo un concorrente esterno, ma si stanno aumentando i costi di una filiera profondamente integrata. L’industria automobilistica, l’energia, la componentistica nordamericana funzionano come un ecosistema unico. Introdurre barriere significa rendere più costosa la produzione interna. Non a caso la questione è diventata così controversa da portare, l’11 febbraio, la Camera dei Rappresentanti a bloccare i dazi al Canada, un gesto politico raro che segnala quanto l’impatto economico sia percepito come problematico anche dentro gli Stati Uniti.
Il Congresso degli Stati Uniti d’America (Ansa).
Gli Stati Uniti nella trappola della jobless growth
Quando i costi salgono e l’incertezza aumenta, le imprese reagiscono in modo prevedibile: rallentano le assunzioni. È qui che si inserisce il secondo grande elemento di questa fase economica, la cosiddetta febbre da investimenti nell’intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti stanno vivendo un’ondata massiccia di CapEx (investimenti in conto capitale per acquistare o mantenere immobili, macchinari ma anche software e brevetti) destinata a data center, semiconduttori, infrastrutture energetiche e reti. JPMorgan stima che la spesa in data center possa aggiungere fino a 20 punti base al Pil, mentre Bridgewater parla di un impatto macroeconomico significativo nel biennio 2026-27. Ma la crescita degli investimenti non coincide automaticamente con la crescita dell’occupazione. Gran parte di questa spesa è capital intensive, non labour intensive. Molti miliardi finiscono in hardware, chip, supply chain globali. Barron’s e analisti di JPMorgan hanno parlato apertamente di un disaccoppiamento tra investimenti e lavoro: CapEx in aumento, assunzioni in rallentamento. È la dinamica della jobless growth, cioè crescita senza occupazione diffusa. Finché la costruzione di data center e infrastrutture procede a ritmo sostenuto, il Pil appare solido. Ma se il mercato del lavoro non accelera, l’economia si regge su una base fragile.
Un’agenzia per il lavoro a Los Angeles (Ansa).
Il mix fatale di lavoro stagnante ed elevato costo della vita
La fragilità diventa evidente guardando le famiglie. Negli Stati Uniti i tassi medi sulle carte di credito si aggirano attorno al 21 per cento. Significa che milioni di famiglie finanziano la spesa quotidiana a costi finanziari estremamente elevati. Se i prezzi dei beni restano alti, anche per effetto dei dazi e delle tensioni commerciali, e le assunzioni non crescono in modo significativo, il reddito reale si erode. Non è necessario che si verifichi una disoccupazione di massa per generare stress economico. È sufficiente una combinazione di lavoro stagnante e costo della vita elevato per comprimere i consumi. Quando i consumi rallentano, le imprese iniziano a tagliare davvero. Ed è qui che si materializza la hard landing. Non come un crollo improvviso e spettacolare, ma come una sequenza progressiva e non lineare. I costi aumentano, le assunzioni si congelano, le famiglie riducono la spesa, il ciclo degli investimenti rallenta, e ciò che sembrava semplice prudenza si trasforma in contrazione occupazionale. La transizione da poche assunzioni a licenziamenti può avvenire in pochi trimestri se la fiducia si incrina. A complicare il quadro contribuisce il contesto geopolitico. Politiche commerciali aggressive, tensioni con alleati storici, frizioni nel Nord America e posture internazionali controverse aumentano il premio di rischio. In un’economia moderna la fiducia è un moltiplicatore potente. Se l’incertezza cresce, gli investimenti diventano più cauti e le decisioni di assunzione più conservative.
Un supermercato a New York (Ansa).
Cosa succede se la spinta si ferma?
Krugman non sosteneva che il commercio fosse irrilevante. Sosteneva che interpretarlo come una gara tra aziende fosse un errore concettuale. Governare una nazione come se fosse un’azienda può produrre politiche che alzano i costi interni, comprimono i redditi reali e aumentano la vulnerabilità sistemica. Oggi gli Stati Uniti non sono formalmente in recessione. Ma mostrano segnali di squilibrio: investimenti concentrati e poco intensivi di lavoro, mercato occupazionale che non accelera, famiglie fortemente indebitate a tassi elevati, politiche tariffarie che aumentano i costi domestici. Questa combinazione può reggere finché la spinta del CapEx sostiene il Pil. Il problema è cosa accade quando quella spinta si attenua. Il rischio ora non è il fallimento in senso contabile. È l’erosione progressiva della base economica e sociale che sostiene la crescita. Quando si governa una nazione come fosse un bilancio aziendale, il pericolo non è perdere una trattativa. È perdere l’equilibrio macroeconomico che tiene insieme un sistema complesso.
Non è da tutti essere un politico e ritrovarsi circondato da persone che vogliono un selfie. Certo, magari aiuta essere un volto noto della musica che ha appena scelto di scendere in campo. È quello che è successo lo scorso autunno a Washington, come raccontato dal New York Times, a Bobby Pulido, 52enne star della musica Tex-Mex. Uno che sul comodino ha non uno, ma ben due Latin Grammy. E ora ha deciso di stoppare la carriera da cantante per tentare l’impresa di conquistare con il Partito democratico il 15esimo distretto del Texas, dal forte dna repubblicano. Non è l’unico profilo che sorprende tra gli outsider dem in vista delle elezioni di metà mandato in programma a novembre del 2026. Oltre a Pulido ci sono anche un agricoltore e un 31enne paracadutista antincendio. Tutti in corsa in circoscrizioni dove nel 2024 Donald Trump ha (stra)vinto con almeno una decina di punti percentuali di vantaggio. Mission impossible. O forse no.
«Poca esperienza? Non è un problema in un’elezione come questa…»
Per qualcuno la scarsa esperienza di questi candidati potrebbe diventare un’arma a favore. Il deputato newyorkese Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera, ha detto al Nyt: «Questo aspetto non è un problema in un’elezione che privilegia il cambiamento. Anzi, potrebbe essere un punto di forza». Il suo ottimismo si basa sulla serie di risultati positivi che i dem hanno ottenuto alle urne negli ultimi mesi. Alcuni davvero a sorpresa, come la performance di Taylor Rehmet che alle elezioni speciali di fine gennaio si è portato a casa un seggio al Senato del Texas, vincendo in una circoscrizione in cui nel 2024 Trump aveva battuto Kamala Harris di 17 punti. E mentre i repubblicani parlano di «campanello di allarme», i democratici appaiono galvanizzati e convinti dell’opera di scouting iniziata subito dopo le Presidenziali del 2024 per inquadrare profili adatti a competere in aree dove sembravano spacciati.
Il democratico Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera (foto Ansa).
Proprio come quella in cui si presenta Pulido. Il Texas è uno Stato profondamente e storicamente conservatore. Una condizione che i repubblicani hanno provato a blindare ridisegnando i collegi elettorali nel 2025. Nonostante questo, gli strateghi del partito democratico credono che il cantante abbia tutte le carte in regola per mettere in discussione il colore di un seggio che Trump ha vinto con 18 punti di scarto.
Pulido ha chiamato il figlio come il suo fucile preferito
Cinque candidature e due vittorie ai Latin Grammy, Pulido è figlio di un bracciante agricolo immigrato, ha appoggiato l’espulsione dei criminali dal Paese e ha chiamato il suo primogenito Remington, in omaggio al suo fucile preferito tra le decine e decine di armi che possiede. Insomma, un po’ lontano dallo stereotipo del classico dem. E ancora di più da quello del neosocialista sulla scia di Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez.
Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez (da Fb).
«Mi ascolterà anche chi ha sempre votato i repubblicani, perché abbiamo un legame culturale», ha spiegato lui in attesa della formalità delle Primarie di marzo. Effettivamente la sua fama e la sua musica potrebbero rappresentare una sorta di lasciapassare di cui i dem non avevano mai goduto in terra texana.
Ager, l’agricoltore che «non ha l’aspetto giusto»
Anche Jamie Ager, 47 anni, a una prima occhiata non matcha granché con l’immagine del dem per antonomasia. «Non sono tanti i democratici tra gli agricoltori bianchi delle zone rurali», ha ammesso lui stesso, super favorito alle Primarie per la candidatura in un distretto della Carolina del Nord. Gli elettori di quell’area da vent’anni premiano solo i repubblicani e sono rimasti sorpresi quando Ager ha svelato a quale partito appartiene: «Dicono che non ho l’aspetto giusto», ha aggiunto prima di ricordare la storica militanza politica della sua famiglia: il fratello è un deputato statale, mentre il nonno, decenni fa, è stato eletto al Congresso. «Fa parte di ciò che sono», ha concluso riferendosi alla sua casacca blu dell’Asinello.
Forstag, il paracadutista contro i tagli voluti da Musk
E se Ager pensa di ottenere la poltrona facendo leva sul malcontento della gestione repubblicana dopo l’uragano Helene, nel Montana (dove Trump ha battuto Harris di una ventina di punti percentuali) Sam Forstag, un paracadutista antincendio poco più che trentenne, ha deciso di fare il grande passo perché frustrato dall’attuale amministrazione dopo i tagli nel settore forestale voluti da Elon Musk quando era al Dipartimento per l’efficienza governativa (Doge). «Sono i poveri lavoratori che vengono fregati mentre qualcun altro si arricchisce. È sempre la solita dannata storia», ha attaccato Forstag, che è anche leader sindacale.
Secondo il già citato deputato Jeffries, il progressivo calo dell’approvazione nei confronti di Trump darebbe un’ulteriore spinta ai candidati democratici: «Fin dall’inizio, la nostra teoria era che ci sarebbero state opportunità di espansione. Sapevamo che il presidente e la sua amministrazione si sarebbero spinti troppo oltre e così stanno facendo», ha spiegato al New York Times. La vede diversamente Mike Marinella, portavoce della sezione elettorale dei repubblicani alla Camera: «Inseguono miraggi politici. Fantasticano di conquistare distretti in cui non vinceranno mai, mentre sprecano soldi per difendere una lunga lista di seggi, molto vulnerabili, su cui siedono i loro membri più radicali». Basta aspettare nove mesi per scoprire chi ha ragione.
La pressione sui lavoratori nelle startup dell’intelligenza artificiale non nasce dal nulla: è costruita, coltivata, narrata. Si chiama 996, dalle 9 del mattino alle 9 di sera, sei giorni su sette, 72 ore a settimana. Praticamente schiavismo retribuito. E chi non è convinto da questa prospettiva, semplicemente non fa parte della squadra. Rilla, startup newyorkese che vende sistemi IA per monitorare agenti commerciali, lo ha scritto in modo spudorato nel suo annuncio di lavoro: «Non candidarti se non sei entusiasta di lavorare 70 ore a settimana». Si cercano persone «come atleti olimpionici, ossessionate e con ambizione infinita». Will Gao, responsabile della crescita dell’azienda, spiega che il modello è persino flessibile: «Se ho un’idea su cui sto lavorando, posso stare fino alle 2 o 3 di notte, poi arrivare in ufficio il giorno dopo a mezzogiorno».
Will Gao di Rilla (foto da LinkedIn).
L’ipocrisia strutturale della diversità di compensi
Si tratta tuttavia di un’ipocrisia strutturale che raramente viene messa a fuoco: i ritmi di lavoro sono gli stessi per tutti, ma le ricompense non lo sono affatto. Su Reddit, la comunità tecnologica non si perde in chiacchiere. Scrive un utente: «La 996 ha senso se sei il fondatore e stai investendo l’anima nell’azienda. Per tutti gli altri, il rapporto rischio-guadagno non regge. Ho avuto un fondatore completamente scollegato dalla realtà che si lamentava dei dipendenti che volevano un equilibrio vita-lavoro. Gli ho detto: tu ti stai giocando tutto. Gli altri pensano a sé stessi, giustamente». Gli fa eco un altro, che dice: «Non capisco perché si aspettino che tutti gli altri tengano all’azienda quanto loro. Letteralmente non ricevono le stesse ricompense».
Neolaureati sfruttati e buttati fuori quando saranno esausti
Non si tratta solo di un ragionamento etico, è anche un problema di mercato. Come infatti osservano diversi ingegneri senior nei forum, nessun professionista con esperienza accetta queste condizioni. Chi ci va sono i neolaureati, convinti di costruire il futuro. Chi li sfrutta sa che tra uno o due anni li butterà fuori, esausti, e ne troverà altri. E questa è un’altra contraddizione che moltissimi lavoratori del settore trovano insopportabile e che raramente viene espressa con tale chiarezza.
Molte startup nel mondo dell’IA non tengono conto dell’equilibrio vita-lavoro (foto Unsplash).
La produttività è schizzata, ma anche lo stress
In uno dei tanti commenti, si legge anche il ricordo di un operaio con esperienza pluridecennale: «Venti, trent’anni fa ci dissero la stessa cosa con i macchinari Computer Numerical Control: “Lavorerete molto più velocemente con molto meno sforzo!”. Qualcuno osava persino parlare di settimana lavorativa di quattro giorni. Alla fine, era solo una scusa per avere meno lavoratori che facessero di più. La produttività è schizzata, ma il singolo operaio è più impegnato e stressato che mai».
La cultura del sacrificio porta a un burnout quasi inevitabile
A smontare il mito del fondatore insonne e della cultura del sacrificio venduta a caro prezzo dalla Silicon Valley ci si è messo anche un peso massimo proprio della Valley come Deedy Das, partner di Menlo Ventures, uno degli storici fondi di venture capital che da 50 anni investe in nuove tecnologie. Ha spiegato alla Bbc che la convinzione che ore lunghe equivalgano a maggiore produttività è una fallacia: «Costringere le persone a lavorare senza sosta aliena chi ha una famiglia o esperienza. Il burnout è quasi inevitabile». Anche la ricerca scientifica conferma che orari prolungati comportano un aumento di stress, burnout, calo della qualità del lavoro e maggiore rischio di errori. E in un settore dove la concentrazione e la riflessione sono essenziali, questi non sono aspetti secondari».
L’ipocrisia dell’iper-produttività e la trappola che porta al burnout (foto Unsplash).
Ci si mette poco a smontare la narrazione della corsa all’oro
Così, in quella che viene definita la corsa all’oro del XXI secolo, ci si mette poco a smontare la narrazione: «Non è una corsa all’oro se le aziende che possiedono le miniere e vendono il metallo ti mettono nel mezzo», fa notare un utente, mentre un altro aggiunge: «Le persone che si sono arricchite nella corsa all’oro vendevano pale e setacci». Il riferimento, neanche troppo velato, è a Nvidia, che nel 2024 ha macinato profitti record vendendo le GPU necessarie ad addestrare i modelli AI.
Vogliamo tenere conto del benessere di chi lavora?
La domanda a questo punto diventa politica: vogliamo un ecosistema in cui il successo si misuri in velocità, valutazioni e quote di mercato, oppure uno che tenga conto del benessere di chi costruisce il futuro ogni giorno? C’è da dire che la cultura 996 non è universale. In Germania, per esempio, lavorare più di 10 ore consecutive è illegale: se il dipendente ha un incidente oltre quel limite, il datore di lavoro risponde penalmente. In Danimarca la settimana lavorativa standard è di 37 ore, in Francia di 35. La direttiva europea sull’orario di lavoro fissa un tetto di 48 ore medie settimanali, comprensive di straordinari. Qualcuno dovrebbe ricordarlo anche agli invasati imprenditori americani.
Quattordici anni di attività nel settore della comunicazione visiva e della direzione artistica per eventi di rilievo nazionale: è questo il percorso professionale di Carmine Salimbene, fondatore dell’agenzia Dissonanze Creative, realtà specializzata in progettazione grafica, stampa professionale e comunicazione integrata. Un cammino costruito attraverso esperienza sul campo, visione strategica e costante aggiornamento sulle evoluzioni del linguaggio visivo contemporaneo. Con sede a Buccino, in provincia di Salerno, Dissonanze Creative — che a gennaio 2026 ha tagliato il traguardo dei dieci anni di attività — opera nel campo della comunicazione a 360 gradi, affiancando aziende, istituzioni ed eventi culturali nella costruzione, nel posizionamento e nella gestione dell’identità visiva. L’agenzia si distingue per un approccio strutturato e multidisciplinare: dall’ideazione del concept creativo alla realizzazione esecutiva, dalla progettazione grafica alla produzione di materiali stampati, fino alla definizione di strategie di comunicazione integrate. Dotata di attrezzature tecnologicamente avanzate per la stampa professionale, l’agenzia segue internamente tutte le fasi del processo creativo e produttivo, garantendo controllo qualitativo, coerenza stilistica e puntualità nelle consegne. Questo modello operativo consente di offrire soluzioni personalizzate e ad alto impatto visivo, capaci di rispondere alle esigenze di realtà pubbliche e private in contesti competitivi e in continua evoluzione. Tra le esperienze più significative del percorso di Salimbene figura il ruolo di Art Director di Casa Sanremo, incarico che ricopre da diversi anni. In questo ambito cura la grafica, l’immagine coordinata e l’allestimento visivo della struttura che, durante il Festival di Sanremo (Festival della Canzone Italiana), rappresenta un punto di riferimento per artisti, addetti ai lavori, partner e media nazionali e internazionali. Un ruolo che richiede capacità di coordinamento, visione strategica e gestione di progetti complessi in un contesto ad altissima visibilità. Nel corso della sua carriera, Salimbene ha inoltre collaborato alla comunicazione visiva di eventi di rilievo nazionale legati al mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento, tra cui i David di Donatello, i Nastri d’Argento e Miss Italia. Esperienze che hanno contribuito a consolidare competenze nella gestione dell’immagine di grandi manifestazioni, nella definizione di identità visive coerenti e nella produzione di materiali destinati a un pubblico ampio e diversificato. Attraverso Dissonanze Creative, il professionista salernitano ha sviluppato progetti di comunicazione integrata per enti pubblici, imprese e organizzazioni culturali, puntando su un approccio che coniuga ricerca grafica, innovazione tecnologica e strategie multicanale. Ogni progetto nasce da un’attenta analisi del contesto e degli obiettivi del cliente, per tradursi in soluzioni visive capaci di rafforzare il brand, migliorare la riconoscibilità e valorizzare l’identità. La cifra distintiva del percorso di Carmine Salimbene risiede proprio nella capacità di unire creatività e metodo, visione artistica e pianificazione strategica, con l’obiettivo di trasformare ogni progetto in un’esperienza comunicativa efficace, coerente e memorabile.
Tra cuori appena archiviati e coriandoli pronti a volare, febbraio ci mette alla prova: lasagne fumanti e fritti dorati celebrano l’abbondanza prima della penitenza quaresimale.
Tra San Valentino appena lasciato alle spalle e il Carnevale che si concluderà martedì, non ci resta che cedere alla tentazione della tavola. L’insulina e il colesterolo fanno la loro parte, è vero, ma che soddisfazione e che bontà,tra lasagne e fritti
Vabbè, consoliamoci: da mercoledì ci saranno le Ceneri e via con penitenza e digiuni…
È il calendario a comandare, non noi. Prima i cuori rossi e i ravioli romantici, ora coriandoli, chiacchiere e tegami che sfrigolano. Febbraio non lascia tregua: ci prende per mano e ci porta dritti davanti al forno, con la scusa della tradizione. E noi, obbedienti impastiamo.
E in fondo, tra una chiacchiera e una forchettata di lasagna, la vera penitenza sarebbe non concedersi almeno un assaggio.
Lasagne Verdi alla Bolognese
Ingredienti (per 6 persone)
Sfoglia verde
– 300 g di farina 00
– 3 uova
– 80 g di spinaci lessati e frullati
Per il ragù alla bolognese
– 300 g di carne macinata di manzo
– 150 g di carne macinata di maiale
– 1 carota
– 1 costa di sedano
– 1 cipolla
– 2 cucchiai di olio extravergine d’oliva
– 1 bicchiere di vino rosso
– 400 g di passata di pomodoro
– Sale e pepe q.b.
– 500 ml di besciamella
150 g di parmigiano grattugiato
– Burro
Procedimento:
Disporre la farina a fontana su una spianatoia, aggiungere le uova e gli spinaci frullati. Impastare fino a ottenere un composto liscio ed elastico. Avvolgere in pellicola e lasciar riposare 30 minuti. Stendere la sfoglia sottile e tagliare rettangoli adatti alla teglia.
Nel frattempo preparare il ragù.Tritare finemente cipolla, carota e sedano e fare rosolare con la carne macinata. Sfumare con il vino e lasciarlo evaporare.
Aggiungere la passata di pomodoro e cuocere a fuoco basso per circa 2 ore.
Lessare velocemente le sfoglie in acqua bollente salata e raffreddarle in acqua fredda. In una teglia imburrata, stendere un velo di besciamella, poi alternare strati di pasta, ragù, besciamella e parmigiano.
Continuare fino a esaurire gli ingredienti, terminando con besciamella e parmigiano.
Infornare a 180°C per circa 35-40 minuti, fino a doratura.
Lasciare riposare 10 minuti prima di servire.
Zeppole con patate
Ingredienti
– 500 g di farina
– 250 g di patate lessate
– 10 g di lievito di birra fresco (oppure 7 g secco)
– 130 ml di latte
– 3 uova
– 100 g di burro morbido
– La scorza di 1 limone
– 50 g di zucchero
– 1 pizzico di sale
– Olio di semi di girasole q.b. per friggere
– Zucchero q.b. per spolverare
Preparazione
Schiaccia bene le patate in una ciotola Sciogli il lievito nel latte tiepido. Aggiungi alle patate schiacciate le uova, lo zucchero, il burro morbido e la scorza di limone. Versa anche il latte con il lievito e mescola bene. Aggiungi gradualmente la farina e il pizzico di sale, impastando fino a ottenere un composto liscio ed omogeneo. Se necessario, aggiungi un po’ di farina in più. Copri l’impasto con un canovaccio e lascialo riposare in un luogo tiepido per circa 1 ora, finché non raddoppia di volume. Scalda abbondante olio di semi di girasole in una padella profonda. Preleva piccole porzioni di impasto con un cucchiaio o le mani e immergile nell’olio caldo. Friggi poche zeppole alla volta, girandole per farle dorare uniformemente (ci vorranno circa 2-3 minuti per lato). Rimuovi le zeppole dall’olio e adagiale su carta assorbente per eliminare il grasso in eccesso. Spolvera con zucchero e servi ben calde.
Il migliaccio Napoletano
Ingredienti (per uno stampo da 24 cm)
500 ml di latte intero
500 ml di acqua
200 g di semola di grano duro rimacinata
250 g di ricotta di pecora (oppure vaccina, ben scolata)
200 g di zucchero
4 uova medie
50 g di burro
Scorza grattugiata di 1 limone non trattato
1 bustina di vanillina oppure 1 cucchiaino di estratto di vaniglia
Un pizzico di sale
Zucchero a velo q.b. per decorare
PROCEDIMENTO
In una casseruola capiente portare a ebollizione il latte, l’acqua, il burro e un pizzico di sale. Quando il liquido inizia a fremere, si versa la semola a pioggia, mescolando energicamente con una frusta per evitare la formazione di grumi.Si cuoce a fuoco dolce fino a ottenere una crema densa e liscia, quindi si spegne e si lascia intiepidire. A parte, in una ciotola,lavorate la ricotta con lo zucchero fino a renderla cremosa.Aggiungete le uova, una alla volta, poi la vaniglia e la scorza di limone.)Incorporate la crema di semola poco alla volta al composto di ricotta, mescolando delicatamente fino a ottenere un impasto omogeneo.Versate il tutto in uno stampo imburrato e infarinato e cuocete in forno statico preriscaldato a 180°C per circa 50–55 minuti, fino a quando la superficie risulta dorata e compatta.Una volta freddo,infornate e spolverizzate con zucchero a velo. Il riposo è fondamentale: il giorno dopo è ancora più buono.
Il comitato civico “SI-SA”, del presidente Mario Capo, ieri mattina ha mosso i primi passi. Presso il Palazzo Civico delle Arti è stato organizzato un evento dal titolo “Referendum Giustizia, il nostro… Sì!”. I lavori, gestiti e moderati dal presidente Capo, hanno visto la partecipazione degli avvocati Agostino Bellucci, presidente della Camera Penale di Vallo della Lucania, Giuseppe Di Vietri, giovani avvocati per il Sì, e Domenico Sica dell’Aiga. Parola, poi, a insigni ospiti come il già sostituto procuratore della Repubblica Catello Maresca e il professore ordinario di Diritto Penale dell’Università di Napoli Federico II, Vincenzo Maiello. Il magistrato si dice un fermo sostenitore della riforma per una lunga serie di motivi. Tra essi, quello di una giustizia giusta, “più efficiente, più rapida, più affidabile anche nei confronti dei cittadini e perché tutto quello che è successo, le distorsioni del caso Palamara, la mala giustizia devono essere lasciate alle spalle attraverso una riforma che a me sembra coerente, logica e ben orientata”. Occasione è stata anche per un veloce commento sulla situazione politica attuale. Maresca vede e legge con preoccupazione quanto accaduto a Salerno. Seppur non citi direttamente i protagonisti, è palese il riferimento alle dimissioni del sindaco di Salerno Vincenzo Napoli, che ha di fatto lasciato il posto al predecessore Vincenzo De Luca. “Logiche – ha detto – che non dovrebbero far parte della politica”.
Dottor Maresca, diversi gli incontri propedeutici al referendum del 22 e 23 marzo…
“Proviamo a ragionare sul testo, sulla norma, a offrire ai cittadini una visione chiara, sincera anche di quelle che sono le prospettive della riforma. Lo facciamo perché crediamo che solo questo possa essere il metodo giusto e non la propaganda.
L’idea di rappresentare delle ipotesi suggestive la lasciamo ad altri: noi siamo giuristi, siamo legati a un testo esitato dal Parlamento e su questo ci confrontiamo anche con i cittadini per offrire loro degli strumenti atti a permettere di compiere una scelta consapevole”.
Un certo racconto mediatico pone la sfida tra Sì e No come una sfida tra destra e sinistra. È così?
“Purtroppo lo sta diventando e lo scontro addirittura si sta radicalizzando. Mi sembra che si adottino più strumenti di comunicazione o di convincimento di massa che non quelli della verità. Questo non è un bene, perché molti temono che si determineranno anche sulla base delle suggestioni oppure addirittura degli orientamenti politici, ideologici e anche partitici. Su questo aspetto potremmo invitare i cittadini ad andare a vedere le persone che oggi hanno cambiato idea, qualche anno fa, che cosa sostenevano, perché poi la riforma è la stessa, nel senso che se si parla di separazione oggi se ne parlava anche ieri. Essere convinti e sostenitori ieri, ma detrattori oggi, non è un atteggiamento che mi sembra coerente”.
Tra un anno Napoli al voto, ma prima c’è Salerno: anche qui opzione campo largo…
“Preferisco parlare di giustizia, della riforma e delle cose che mi appartengono. Leggo con preoccupazione di un sindaco che si dimette per fare posto ad altri.
Non capisco perché debba essere così. La politica fa parte di un concetto più alto che dovrebbe prescindere da queste manovre”.
Dunque, perché votare Sì?
“Perché c’è bisogno di una giustizia più giusta, più efficiente, più rapida, più affidabile anche nei confronti dei cittadini e perché tutto quello che è successo, le distorsioni del caso Palamara, la mala giustizia devono essere lasciate alle spalle attraverso una riforma che a me sembra coerente, logica e ben orientata”.
Carmela e Andrea sono due dipendenti di Poste Italiane da vent’anni. Entrati in azienda entrambi intorno ai 30 anni, impiegati da subito nel settore del recapito di corrispondenza e pacchi, si sono buttati a capofitto nei rispettivi percorsi professionali, tralasciando la vita privata, che fino ad allora non aveva dato loro grandi soddisfazioni. «Quando sono entrata in Poste – racconta Carmela, che oggi ha 49 anni ed è referente per il supporto dei centri di recapito della Campania – non avevo alcun legame sentimentale. Fino ad allora non avevo incontrato una persona che avesse i miei stessi valori e, in verità, non pensavo l’avrei mai trovata. Tuttavia ero serena e, entusiasta per il contratto appena firmato, mi sono dedicata al lavoro con tutta me stessa». Per dieci anni le vite di Carmela e Andrea hanno camminato in parallelo: lei prima portalettere, poi caposquadra, poi responsabile di un centro di recapito, aveva trovato grande soddisfazione nella carriera che stava avanzando, girando tutta la provincia a Nord di Salerno; lui, innamorato del suo ruolo di portalettere, aveva cambiato diverse sedi, sempre nell’agro nocerino-sarnese, senza mai però incrociare la strada di Carmela. Fino a quando una festa tra colleghi non li fa avvicinare. «La scintilla tra noi è scoppiata subito, e ci è voluto poco anche per capire che eravamo l’uno per l’altra la persona che non pensavamo più di poter incontrare, tanto che abbiamo bruciato tutte le tappe – ricorda ancora emozionata Carmela -: nel 2016 ci siamo conosciuti, dopo meno di un anno ci siamo sposati e nel 2018 è arrivata la nostra Annalisa. Certo – continua la donna – tutto questo è stato possibile perché entrambi avevamo una posizione lavorativa stabile e consolidata e un’età tale per la quale sicuramente non avevamo altro tempo da perdere. Poste Italiane è stata il nostro Cupido». Dopo il matrimonio, Carmela e Andrea si sono trasferiti a vivere a Nocera inferiore ma la voglia di continuare a crescere in azienda non ha fermato Carmela che nei primi anni di vita di Annalisa è diventata prima responsabile del centro di recapito di Contursi e da tre anni lavora a Napoli, dove si occupa di fornire supporto operativo a tutti i centri di distribuzione di corrispondenza e pacchi della Campania. «Grazie alla collaborazione di mio marito e dei nonni e alle opportunità fornite dall’azienda ai neo genitori in termini di congedi e permessi, non ho dovuto rinunciare alla mia carriera e, anzi, mi ritengo un esempio di come in Poste Italiane la genitorialità e più in generale la diversità di genere non siano assolutamente un ostacolo alla crescita professionale». Tra poco Annalisa compirà 8 anni e i due sposi, entrambi sui 50, festeggeranno i primi dieci anni di un’unione felice.
Il mercato è libero e concorrenziale soltanto se a vincere la competizione è il più forte. Non servirebbero test dimostrativi per verificare questa verità di fatto. Ma giusto a beneficio dei più recalcitranti, di coloro che insistono nel credere nel mito della libera concorrenza, bisogna raccontare il pasticciaccio brutto sorto intorno all’attribuzione, per il mercato francese, dei diritti audiovisivi sul Mondiale di calcio in Canada-Messico-Usa, programmati per l’estate del 2026. Una vicenda che si risolve in un mero atto di forza, grazie all’esercizio di un potere fuori scala sia sul piano finanziario sia sul piano politico. Davanti a un tale sfoggio muscolare, le regole del mercato possono tranquillamente essere messe fra parentesi. Sempre che parlare di regole abbia ancora un senso.
Mercato dei diritti audiovisivi sul calcio, che sofferenza
Per inquadrare la vicenda bisogna partire da una premessa: lo stato di sofferenza denotato dal mercato dei diritti audiovisivi sul calcio. Una condizione che comincia a manifestarsi in modo diseguale, ma che comunque fa da monito anche per i mercati più ricchi, che da questa crisi crisi potrebbero essere investiti in un secondo tempo. Come a più riprese evidenziato in passato da Lettera43, il caso francese fa da avanguardia di uno stato di sofferenza che per contagio potrebbe toccare altre leghe nazionali europee. Leghe accomunate da una struttura dei ricavi in cui le entrate dai diritti audiovisivi assorbono una quota nettamente maggioritaria.
La sfida ambiziosa e rischiosa del canale tivù della Lega francese
E tuttavia, proprio in Francia è stata cercata una soluzione: la creazione di un canale televisivo della Ligue de Football Professionnel (Lfp), la lega che raduna i club di Ligue 1 e Ligue 2. È nata così Lfp Media. Una sfida tanto ambiziosa quanto rischiosa, quella di autoprodurre e distribuire il prodotto televisivo. Soprattutto, una sfida che dalla dirigenza della Lfp è stata etichettata come riuscita. Si parla di 1,2 milioni di abbonati, cifra che negli auspici potrebbe crescere man mano che il progetto si consolida.
Il Psg festeggia il titolo del 2024/2025 (Ansa).
Forte di questo progetto industriale che ha margini di crescita, la Lfp ha azzardato la mossa del cavallo: acquisire i diritti televisivi del Mondiale in calendario per i prossimi mesi di giugno e luglio. Una scommessa che, oltre a garantire a Lfp Media un incremento di abbonati stimato in 200 mila nuovi utenti, permetterebbe di dare al progetto un posizionamento strategico nell’ecosistema mediatico francese. Rispetto a questa offerta, tutto quanto sembrava andare per il meglio. Le fonti della Lfp hanno riferito che dalla Fifa sono giunti segnali positivi e pareva che la forma dell’accordo fosse a un passo. Ma a quel punto è entrata in gioco la variabile che cambia completamente le carte in tavola: quella del Qatar.
La forza dell’emiro che azzera la competizione
La storia del massimo campionato francese andrebbe divisa in due epoche: avanti-Qsi e dopo-Qsi. Perché l’irruzione del fondo sovrano Qatar sports investments come proprietario del Paris Saint-Germain, a partire dal 2011, ha completamente cambiato il panorama e creato una condizione di massima anomalia. La potenza finanziaria dell’emirato ha di fatto azzerato la competizione nel campionato francese, monopolizzato dal Psg. Che dal 2013 in poi ha lasciato alle avversarie soltanto due titoli su 13.
Il Qatar e il canale specializzato beIN Sports
Ormai in Ligue 1 si corre soltanto per il secondo posto, con grande disappunto dei tifosi degli altri club che sul web hanno riformulato la sigla Psg in Qsg (Qatar Saint-Germain). Le polemiche sul fatto che un club sportivo sia controllato da uno Stato-nazione, con lo squilibrio di forza finanziaria che tocca patire alle concorrenti, sono già passate di moda. Sostanzialmente silenziate. Inoltre, tramite il plenipotenziario dell’emirato per le questioni sportive Nasser Al-Khelaïfi, Qsi è entrato pesantemente nel mercato dei diritti audiovisivi tramite il canale specializzato beIN Sports, emanazione del colosso globale Al Jazeera. E proprio qui sta il punto attorno al quale è scoppiato il caso dei diritti televisivi per il Mondiale 2026.
Il canale tematico del Qatar è già titolare per il mercato francese dei diritti televisivi sulla successiva edizione del Mondiale, quella che nel 2030 si svolgerà in Marocco–Portogallo–Spagna. Il suo management ha temporeggiato nel trattare i diritti dell’edizione 2026, ma con l’ingresso in scena del canale televisivo della Lfp si è svegliato e ha organizzato la reazione.
Quei 60 milioni sul piatto che hanno fatto cambiare idea a Infantino
È stata effettuata una manovra di inserimento nella trattativa quando l’accordo tra Fifa e Lfp era quasi chiuso. Sul tavolo è stata piazzata un’offerta più alta: 27 milioni di euro, che aggiunti ai circa 34 milioni di euro per l’edizione 2030 permettono di sfondare il tetto dei 60 milioni di euro iniettati nelle casse Fifa. A quel punto i gentiluomini della confederazione calcistica mondiale hanno scelto di rimangiarsi l’accordo quasi raggiunto con la lega francese. Fine della storia.
Qatar Airways guarda caso è pure nella rosa dei main sponsor Fifa
Ovvio che quelli della Lfp non l’abbiano presa bene. A partire da Nicolas de Tavernost, direttore generale di Lfp Media. Che per la rabbia ha rassegnato le dimissioni dall’incarico. Lui può farlo. Un po’ meno possono mostrare rimostranze gli altri dirigenti della Lfp, perché c’è una situazione di promiscuità irrisolvibile: il Psg è membro della Lfp, dunque il nemico è in casa. E ha alle spalle un soggetto economico-finanziario che, se gli gira, si compra l’intera lega. Soprattutto, c’è la questione del rapporto diretto fra Al-Khelaïfi e il presidente della Fifa, Gianni Infantino. Con tanto di presenza di Qatar Airways nella rosa dei main sponsor Fifa.
Gianni Infantino (Ansa).
Ci prendono anche per i fondelli…
Facile pensare che all’uomo forte di Qsi sia bastato alzare il telefono e chiamare l’amico Gianni per cambiare l’esito delle trattative sui diritti per il Mondiale 2026. Al cospetto di questa ipotesi, fonti vicine ad Al-Khelaïfi hanno smentito: il boss di Qsi non si sarebbe interessato al dossier, che invece è stato gestito direttamente dal presidente di BeIN, Yousef Al-Obaidly. Cioè il braccio destro di Nasser Al-Khelaïfi. Che almeno ci evitino la presa per i fondelli, su.
Il trailer di War Machine, gli spot del Superbowl, la fantascienza di febbraio, il ritorno dei dinosauri di Spielberg, Stranger Things a teatro nella settimana di Fantascienza.com
Torna Monarch, il prequel di Godzilla, su Apple TV. E vedremo un'altra bella dose di Kaiju i, i mostri giganti giapponesi. Kaiju significa “strana bestia”, I Kaiju hanno una loro classificazione (Yoju, Honju, Dai-Kaiju a seconda della grandezza), ma dal punto di vista tassonomico, cioè della classificazione biologica, cosa sono? Sappiamo per esempio che i dinosauri non sono rettili (come molti pensano), ma una classe a parte, più vicina agli uccelli (anzi, secondo le classificazioni moderne gli uccelli sono una sottoclasse dei dinosauri). Anche la grande famiglia... - Leggi l'articolo
Sicuramente è una storia di successo. Parliamo del Como Calcio 1907, tornato in Serie A nella stagione 2024-2025 e subito proiettato verso l’élite del calcio italiano con la prospettiva di affermarsi anche nello scenario internazionale. Altrettanto indiscutibile è che la squadra allenata dal tecnico catalano Cesc Fabregas stia giocando un calcio di alta qualità, che ne legittima lo statuto emergente. Ma il Como può essere anche proposto come un modello? Be’, qui il discorso cambia.
Lo strapotere del denaro e il rischio di veder falsare l’equità competitiva
Il Como è un esperimento che si sottrae a qualsiasi tipizzazione. Lo è sotto diversi punti di vista, a partire da una peculiare pretesa di essere il principale agente di un progetto di sviluppo territoriale al cui tavolo la società politica e quella economica si stanno “attovagliando” in modo parecchio succube. Ma questo è un piano della questione che andrebbe affrontato a parte. Ciò che qui interessa è la dimensione economico-finanziaria del club lariano. Che rispetto al suo bacino d’utenza è un Ogm, un organismo geneticamente modificato: un soggetto che una volta di più certifica nel calcio lo strapotere del denaro e il rischio di veder falsare qualsiasi traccia di equità competitiva. Basta illustrare le cifre dell’ultimo esercizio di bilancio per comprendere l’abnormità del caso.
Un’inesauribile iniezione di soldi da parte della proprietà
Già i dati del precedente esercizio, quello chiuso il 30 giugno 2024, fornivano un’istantanea efficace. Quei numeri facevano riferimento alla stagione della promozione dalla Serie B alla Serie A. Passando in rassegna l’analitico delle voci sul valore della produzione, è sufficiente lasciare parlare le cifre.
Ricapitolando: nella stagione 2023-24 i ricavi da botteghino (abbonamenti più biglietti) ammontavano a 1,546 milioni di euro e contribuivano al fatturato per il 15,75 per cento. La somma delle voci da sponsorizzazioni, pubblicità e proventi commerciali offriva numeri poverissimi: 652 mila euro, il 6,64 per cento del fatturato. C’era quindi una voce residua e generica etichettata come “altri ricavi e proventi diversi”, che fruttava la marginale cifra di 261 mila euro, incidendo per il 2,66 per cento.
I fratelli indonesiani Hartono e il loro manager di fiducia Mirwan Suwarso
I proventi da movimento calciatori (plusvalenze, prestiti, premi di valorizzazione et similia) si attestavano a zero. Insomma, un valore della produzione che non toccherebbe i 2,5 milioni di euro: livello da bassa Serie B/alta Lega Pro. Ma poi, a completare il quadro, ecco la voce “contributi in conto esercizio”. Che sono i versamenti dell’azionista di riferimento, la Sent Entertainment, emanazione dei ricchissimi fratelli indonesiani Hartono che controllano il Como attraverso il loro manager di fiducia Mirwan Suwarso.
Il presidente del Bologna Joey Saputo con Mirwan Suwarso (foto Ansa).
Pompato nelle casse del club tre quarti del valore della produzione
E già il fatto che questa iniezione di denaro sia stata inserita sotto la rubrica del valore della produzione è indicativo. A ogni modo, durante l’esercizio 2023-24 la proprietà ha pompato nelle casse del club lariano 7,356 milioni di euro, corrispondente al 74,95 per cento del valore della produzione. Proprio così: stiamo parlando dei tre quarti del totale.
Copertura delle perdite e aumento dei diritti televisivi
Inoltre è stata predisposta una riserva per copertura perdite da 49 milioni 698 mila 453 euro che di fatto ha permesso di assorbire le perdite di esercizio, che toccavano quota 47 milioni 756 mila 634 euro. Le cifre relative al penultimo esercizio fanno da premessa, anche perché il salto dalla Serie B alla Serie A comporta una serie di cambiamenti nella struttura dei ricavi che deve tenere conto innanzitutto dei diritti televisivi. Proprio questa voce ha contribuito a fare impennare il valore della produzione, che è passata dagli 8,27 milioni dell’ultima stagione di Serie B ai 49,476 milioni della prima stagione di A.
Nico Paz, trascinatore del Como (foto Ansa).
Il totale del valore della produzione nel 2024-25 ha toccato quota 55,397 milioni di euro, coi “proventi da cessione dei diritti televisivi” che hanno contribuito per 31,782 milioni, il 57,3 per cento. Il valore della cessione delle prestazioni, pur balzando da 1,546 milioni di euro a 5,921 milioni di euro, è rimasto un decimo nella struttura dei ricavi. Si segnala la conferma della voce “contributo in conto esercizio”: 4,671 milioni, in chiara diminuzione rispetto all’anno precedente.
Il Como spende il triplo di ciò che produce
Tuttavia, c’è un’altra voce che richiama l’attenzione. Si trova nella rubrica del passivo e riguarda i “versamenti a copertura perdite”. Nel bilancio al 30 giugno 2024, come si è visto, ammontavano a oltre 49 milioni. Nel bilancio al 30 giugno 2025 sono balzati a 135 milioni 491 mila 818 euro. Una cifra sensazionale, così come è eclatante lo scarto tra valore della produzione e costo della produzione: 55 milioni 396 mila 617 euro contro 156 milioni 610 mila 937 euro, con una differenza in negativo di 103 milioni 214 mila 320 euro. Il Como spende il triplo di ciò che produce.
Di fatto, il Como si mantiene in equilibrio e costruisce una crescente competitività sportiva grazie alla continua provvista di denaro dell’azionista di riferimento. Quanto continua? Lasciamocelo dire dal testo della nota integrativa al bilancio, paragrafo dedicato alla continuità aziendale.
Come si evince dalla lettura, tutti i santi mesi (e spesso due volte al mese) c’è stata iniezione di denaro nelle casse della società. In particolare, vanno segnalati i due versamenti del mese di giugno, quello della chiusura di esercizio: 3,6 milioni di euro il giorno 6 e poi 8,5 milioni di euro il giorno 23, per un totale di 12,1 milioni di euro. C’è da aggiungere che, come è prassi nelle note integrative, è stato dato conto anche di alcuni fatti rilevanti avvenuti nel periodo compreso fra la data di chiusura dell’esercizio annuale e quella dell’approvazione del bilancio da parte dell’assemblea dei soci (fine ottobre 2025).
I principi del fair play finanziario ormai ridotti a simulacro
Anche durante questo lasso di tempo c’è stato un continuo apporto di liquidità. Impressionante quello del mese di ottobre, con tre versamenti rispettivamente da 2 milioni di euro (il giorno 2), da 15,5 milioni di euro (il giorno 10) e da 10,5 milioni di euro (il giorno 24). Il totale fa 28 milioni di euro. In un solo mese. Un indice di costi crescenti che nemmeno le società metropolitane da Champions League riuscirebbero ad affrontare in questa misura. Il Como può. Tanto più che i sacrosanti principi del fair play finanziario sono ormai ridotti a simulacro.
Matteo Salvini vuole diventare la terza mascotte di Milano-Cortina 2026. Dopo Milo e Tina, il segretario leghista – da una vita ‘Teo’ per gli amici – vuole essere il politico più visto delle Olimpiadi invernali in corso. Ed è così che, mentre precetta ottenendo il rinvio dello sciopero del trasporto aereo, ha i piedi ancorati alle piste sulle Dolomiti.
Matteo Salvini alla mostra Dal sogno alla realtà (Imagoeconomica).
Il segretario della Lega cavalca i Giochi
Mercoledì a Roma c’è stata la riunione del Consiglio dei ministri che ha dato il via libera alle nuove norme sull’immigrazione ma lui non c’era: la priorità era la pista del bob, tanto criticata dagli avversari politici, che ha regalato due medaglie d’oro all’Italia nel doppio maschile e femminile di slittino. Giovedì Salvini ha rilanciato sui social un video con Federica Brignone dopo il trionfo nel SuperG.
Insomma, in questa prima settimana di Giochi ha abbandonato piste e stadi solo per visitare la mostra allestita nella stazione centrale di Milano, Dal sogno alla realtà. Sulle Olimpiadi, appunto. Ma c’è da giurare che anche la prossima sarà così. Salvini lo ha spiegato bene venerdì ai suoi, riuniti per il consiglio federale della Lega. «È solo grazie al lavoro della Lega che l’Italia ha ottenuto queste Olimpiadi», ha rivendicato, «ed è mia intenzione occupare lo spazio che ci spetta per tutta la durata dell’evento. L’immagine delle Olimpiadi deve essere l’immagine della Lega».
Stefani in secondo piano mentre Zaia è una trottola
Ed è così che il segretario di via Bellerio non ha intenzione di togliere le tende fino alla fine della manifestazione, Paralimpiadi comprese. «Non crediate che mi diverta», ha detto ai suoi, «ma è il mio dovere». E la presenza di Salvini non è passata inosservata sulle piste. Qualche calice di buon vino in mano, un super pass per arrivare ovunque, sarebbe stato visto spesso in compagnia dell’amico albergatore veneziano, Fabio Depietri. Più sotto traccia la presenza del governatore veneto, Alberto Stefani. Quanto a Luca Zaia, che con l’idea di schierare Cortina ha avuto un ruolo centrale nella candidatura, è una trottola: riceve Sergio Mattarella e Giovanni Malagò (che aveva anche inaugurato Il Fienile, il videopodcast dell’ex Doge), fa video e selfie con gli atleti e i turisti venuti da tutto il mondo, cucina gli gnocchi della Lessinia, mentre il suo successore non sembra puntare troppo sull’evento, limitandosi a qualche post di congratulazioni per le medaglie sui social.
E, raccontano, non era tra le autorità a ricevere il capo dello Stato al suo arrivo giovedì a Cortina. Per tifare Brignone, la cittadina veneta poteva contare su Mattarella e le Frecce Tricolori. E su un governatore arrivato con 20 minuti di ritardo.
Prima di negoziare, va stabilito un rapporto tra pari. O, meglio, una potenza di fuoco simile. In estrema sintesi è questa la posizione che la Cina ha assunto sulle armi nucleari, dopo la fine dell’accordo New START tra Stati Uniti e Russia. Una posizione che ricorda quella presa già sul cambiamento climatico. Tradotto: Pechino si dice disposta a ridurre le emissioni, ma seguendo i suoi tempi e non le pressioni dell’Occidente. Questo perché ritiene di avere il diritto di completare il proprio processo di sviluppo e industrializzazione prima di adeguarsi agli standard richiesti da altri attori (in primis l’Europa, dopo la ritirata climatica degli Usa di Donald Trump). Lo stesso ragionamento viene applicato sull’arsenale nucleare, in fase di fortissimo ampliamento ma comunque ancora lontano dai livelli di Washington e Mosca.
Xi Jinping alla parata militare del 3 settembre 2025 a Pechino (Ansa).
L’arsenale atomico di Pechino non è comparabile a quelli russi e americani
Pechino osserva la scadenza del trattato tra Stati Uniti e Russia con una postura apparentemente ambigua: da un lato esprime «rammarico» per la fine di un accordo ritenuto importante per la stabilità strategica globale, dall’altro ribadisce che non ha alcuna intenzione di sedersi al tavolo di nuovi negoziati trilaterali come invece chiesto da Trump. Questa apparente contraddizione riflette una visione coerente del ruolo che la Cina ritiene di occupare oggi e, soprattutto, del ruolo che intende occupare domani. Il cuore dell’argomentazione cinese è semplice e viene ripetuto con costanza da anni: gli arsenali nucleari non sono comparabili. Stati Uniti e Russia possiedono insieme circa il 90 per cento delle testate nucleari mondiali e continuano a misurarsi su numeri che superano di gran lunga quelli cinesi. Per Pechino, essere chiamata a partecipare a negoziati di riduzione o di congelamento degli arsenali significherebbe cristallizzare una disuguaglianza storica. In altre parole, accettare regole scritte da altri, in un momento in cui il proprio potenziale militare non ha ancora raggiunto una soglia ritenuta adeguata allo status di grande potenza.
Missili nucleari strategici intercontinentali a propellente liquido DF-5C (Ansa).
La corsa militare cinese va oltre il «deterrente minimo»
Negli ultimi anni, questa posizione si è intrecciata con un dato di fatto sempre più evidente: la Cina sta ampliando il suo arsenale nucleare a una velocità senza precedenti. Le stime più accreditate parlano di oltre 100 nuove testate aggiunte ogni anno, di un’espansione massiccia delle infrastrutture missilistiche e di un rafforzamento simultaneo di tutte le componenti della triade nucleare, peraltro esposta in bella mostra durante la grande parata militare dello scorso 3 settembre a Pechino: missili terrestri, sottomarini lanciamissili e bombardieri strategici. Secondo l’ultimo rapporto annuale dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), la Cina ha oggi circa 700 testate, con la prospettiva di superare le 1500 entro il 2035.Non si tratta più del «deterrente minimo» che per decenni ha caratterizzato la dottrina nucleare cinese: è un salto di scala che riflette una percezione radicalmente mutata dell’ambiente internazionale.
Un momento della parata a Pechino (Ansa).
La guerra in Ucraina ha accelerato il cambio di passo
La guerra in Ucraina ha avuto un ruolo cruciale in questo cambio di passo. A Pechino, il conflitto è stato letto come la dimostrazione che la deterrenza nucleare resta l’ultimo garante della sopravvivenza di uno Stato di fronte alla pressione di potenze rivali. La lezione è chiara: in un mondo instabile, segnato dal ritorno della competizione tra grandi potenze, essere troppo indietro sul piano militare equivale a esporsi a rischi strategici inaccettabili. Da qui una giustificazione sulla già esistente accelerazione del riarmo, vista come necessaria a tutelare le «legittime preoccupazioni di sicurezza» della Repubblica Popolare. È proprio questo concetto di legittimità che spiega il rifiuto cinese di negoziare sul New START o su un eventuale sostituto. Pechino si considera una grande potenza a pieno titolo, ma ritiene che il riconoscimento formale di questo status passi anche attraverso il completamento del proprio arsenale nucleare. Solo una volta colmato, almeno in parte, il divario con Washington e Mosca, la Cina si dirà pronta a trattare da pari a pari. Prima di allora, qualsiasi negoziato verrebbe percepito come una concessione unilaterale, se non addirittura come un tentativo di contenimento mascherato.
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa).
Le accuse Usa su presunti test nucleari
In questo contesto, proprio nei giorni scorsi è arrivata un’accusa dal sottosegretario di Stato americano per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale, Thomas DiNanno. Il funzionario ha affermato che Washington sarebbe a conoscenza di un test nucleare cinese condotto il 22 giugno 2020. Secondo la ricostruzione statunitense, l’esercito cinese avrebbe svolto segretamente il test usando la tecnica del cosiddetto “decoupling”, un metodo che consente di ridurre drasticamente le vibrazioni sismiche generate da un’esplosione nucleare sotterranea. In pratica, la testata viene fatta detonare all’interno di una cavità scavata appositamente, circondata da uno strato d’aria capace di assorbire parte dell’onda d’urto, rendendo il test più difficile da rilevare dai sistemi di monitoraggio internazionali. DiNanno ha dichiarato che si tratterebbe di una violazione degli impegni assunti nel 1996 con il Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty (il trattato che vieta i test nucleari), sebbene quell’intesa non sia mai stata ratificata né da Pechino né da Washington. La Cina nega di aver svolto un test nucleare e continua a ribadire la propria dottrina del «non primo utilizzo» per provare a rassicurare la comunità internazionale. Un modo per issare uno scudo retorico contro le pressioni occidentali.
Thomas DiNanno.
L’obiettivo dichiarato è difendersi non dominare
Pechino in altre parole non nega di voler rafforzare il proprio arsenale, ma sostiene di farlo esclusivamente per difendersi e non per competere o dominare. È una linea sottile, ma centrale nella narrazione del Partito comunista. L’attuale riarmo nucleare e convenzionale rappresenta dunque il completamento di un percorso di ascesa iniziato sul piano economico e consolidato su quello diplomatico. Dopo aver raggiunto la seconda posizione tra le economie mondiali e aver costruito una fitta rete di influenza attraverso la Belt and Road Initiative (Nuova Via della Seta), Pechino punta a trasformare la propria potenza economica in potenza militare globale.
Grazie alla tecnologia, una vedova può vivere l'emozione di reincontrare il marito defunto. Ma le cose vanno meno bene di quanto si aspettasse.
Light Hearted è un corto del 2024, scritto e diretto dal britannico Sye Allen. Si tratta di una storia alla Black Mirror: una vedova investe un cifra non indifferente in un servizio tecnologico che permette di evocare l'ologramma del marito defunto. All'inizio la gioia dell'incontro è travolgente, ma poi cominciano a tornare le vecchie dinamiche che minavano la serenità della coppia.
I due attori protagonisti, Gilliam Wright e Simon Greenall, entrambi inglesi, hanno una buona esperienza e diverse partecipazioni a serie tv e doppiaggi di cartoni animati e... - Leggi l'articolo
Chissà se a un certo punto Giorgia Meloni prenderà il telefono e chiamerà Elly Schlein per chiederle consiglio: ma tu come fai a tenere tutti insieme (o quantomeno a provarci)? Sì, perché con i suoi primi vagiti, la creatura politica vannacciana – che questa settimana ha esordito in Parlamento con tre deputati (gli ex leghisti Rossano Sasso ed Edoardo Ziello e l’ex FdI Emanuele Pozzolo) che hanno votato sì alla fiducia al governo e no all’invio di armi a Kyiv – rischia di rimescolare e stravolgere completamente il centrodestra così come l’abbiamo conosciuto finora e trasformarlo in una sorta di campo largo in versione destrorsa.
Se questa coalizione ha avuto un pregio, fin dai tempi di Silvio Berlusconi, era quello di essere (o mostrarsi) molto più unita del centrosinistra. Anche per il minor numero di forze al suo interno: Forza Italia, Lega, prima An e oggi FdI, prima i centristi di Casini e Follini e oggi Maurizio Lupi. Vuoi mettere con l’infinita serie di partiti e sigle che hanno sempre contraddistinto il centrosinistra? Il record si toccò con l’Unione di Romano Prodi nel 2006 (oltre 10 partiti) e infatti arrivò una vittoria risicatissima e la caduta solo due anni dopo.
Umberto Bossi, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi nel 2006 (Imagoeconomica).
Vannacci potrà dire ciò che Meloni e Salvini non possono
Ora con Roberto Vannacci molto cambierà. Innanzitutto perché per la prima volta Lega e Fratelli d’Italia si troveranno una concorrenza da destra, con Futuro Nazionale che potrà dire e fare tutto quello che Giorgia Meloni e Matteo Salvini, per ovvie ragioni, non possono dire e fare. La cosa disturberà moltissimo l’ex Capitano, che non avrà più il copyright sulle sparate: ci sarà il generale a superarlo in questo campo. E infatti più di una fonte leghista descrive il segretario assai abbattuto. Non sarà più lui il protagonista delle intemerate a destra, dalla sicurezza alla stretta sui migranti. Ma Vannacci infastidisce anche Meloni, perché qualcuno del suo elettorato potrà ritrovare in Futuro Nazionale alcuni degli slogan che lei urlava dai banchi dell’opposizione. Insomma, Vannacci pescherà voti nella Lega, in FdI e pure nel primo partito d’Italia: l’astensionismo.
Matteo Salvini e Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Se FN si stabilizza al 3 per cento difficilmente Meloni chiuderà la porta
I primi sondaggi non sono tranquillizzanti per la maggioranza, col generale che viaggia tra il 2,5 e il 3,5 per cento e con un elettorato potenziale del 4,9 per cento, secondo un sondaggio di Izi per La7. Il calo più sostanzioso per ora è della Lega, registrata poco sopra al 7 per cento, ormai lontana da Forza Italia, tra l’8 e il 9. Ma a rimetterci sarà anche il partito della premier. «Se Vannacci nei sondaggi si assesta sul 3 per cento, Meloni farà di tutto per tenerlo all’interno della coalizione, perché le due compagini risultano piuttosto appaiate e per vincere le elezioni tutto fa brodo. Salvini dovrà abbassare la cresta e ingoiare l’amaro calice…», sussurra a Lettera43 una fonte frequentatrice di Via della Scrofa. E infatti, se la premier sul tema tace, il generale non ha mai chiuso al centrodestra: fin dalle sue prime dichiarazioni si è detto disponibile a dialogare col governo. Tanto da mettere in campo una mossa parlamentare assai astuta, definita bizantina e democristiana: votare la fiducia al governo e contro l’invio di armi. Tanto che in molti ormai considerano Futuro Nazionale abile e arruolato nella maggioranza. «Valuteremo caso per caso come votare, se i provvedimenti ci convincono oppure no», hanno spiegato in coro Ziello, Sasso e Pozzolo. «Non so se faremo parte della coalizione, potremmo anche andare da soli, è presto per decidere…», ha frenato per prudenza, e tattica, Vannacci. Anche perché per entrare formalmente nel centrodestra vorrà essere corteggiato a suon di seggi sicuri per i suoi.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Salvini rischia di finire in un cul-de-sac
Meloni, dicevamo, per ora non si esprime e osserva. Con all’orizzonte un problema del tutto nuovo per lei: come fare a tenere insieme tutti, da Vannacci a Lupi, passando per Tajani e Salvini. E qualcuno ci butta dentro anche Carlo Calenda che, almeno a livello locale, specialmente in quel di Milano, si sta avvicinando a Forza Italia. Insomma, la premier potrebbe trovarsi a dover gestire un campo largo di centrodestra, con forze politiche assai differenti tra loro e magari pure litigiose, vista l’avversione totale di Salvini verso Vannacci. «Chi esce dalla Lega è da ritenersi fuori dal perimetro del centrodestra», sottolinea il sottosegretario leghista all’Interno, Nicola Molteni. Ma nel partito, Salvini ha anche il problema interno di dove collocare Luca Zaia, che non si candiderà alle suppletive in Veneto ma per ora non sarà nemmeno vicesegretario. «Zaia vice? Un grandissimo, ma ogni cosa a suo tempo», ha detto il segretario arrivando al consiglio federale in via Bellerio.
Luca Zaia (Imagoeconomica).
Insomma, aspettando di conoscere la futura legge elettorale e relativa soglia di sbarramento, il tema di aprire o chiudere a Vannacci rischia di essere un ulteriore elemento di tensione tra Meloni e Salvini. «Su Vannacci la Lega avrà sempre l’ultima parola», ha sottolineato in settimana Antonio Tajani. Ma in pochi, anche tra i leghisti, ci credono davvero. E se il generale sarà della partita – come non ha escluso Francesco Lollobrigida intervistato dal Foglio – avremo di fronte un campo largo di centrodestra. E allora Giorgia potrebbe davvero fare quella telefonata: «Elly, ma come si fa?».
Dal 25 dicembre, Buen Camino di Gennaro Nunziante e Checco Zalone ha battuto record su record: è diventato il miglior incasso di sempre del box office italiano, il film che ha raccolto più spettatori nell’epoca di Cinetel (superando anche Quo Vado?) e ha superato la soglia dei 75 milioni di euro. Per alcuni addetti ai lavori questo sembra essere più che sufficiente per salvare il cinema italiano (attenzione: non ci stiamo riferendo solamente alla filiera produttiva, ma al cinema nella sua interezza). È vero che, nei primi mesi del 2026, i film italiani stanno andando bene. O comunque: meglio che in passato. Basta dare un’occhiata agli ultimi dati del box office, con Le cose non dette di Gabriele Muccino al primo posto, Agata Christian di Eros Puglielli al secondo; Lavoreremo da grandi di Antonio Albanese al terzo e La grazia di Paolo Sorrentino all’ottavo (dati aggiornati al 9 febbraio). Ed è innegabile che un ruolo importante in questa nuova spinta del cinema italiano l’ha avuto proprio Zalone.
Se un film va bene, più persone vanno in sala; se più persone vanno in sala, si creano, quasi automaticamente, due effetti. Il primo: un pubblico che solitamente non va al cinema è di nuovo al cinema. Il secondo: se le sale sono piene, spesso si ripiega su altro, su quello che è in cartellone, e si ritorna poi un altro giorno per recuperare il film che si aveva in mente. Ma c’è pure la visibilità, diretta e indiretta, alle sale, ai film programmati, ai trailer, ai poster, eccetera eccetera. C’è soprattutto un’attenzione diversa da parte della stampa, che torna a parlare di cinema non per denunciare questo o quel flop o il modo in cui sono stati utilizzati i fondi pubblici (parliamo, chiaramente, della stampa generalista), ma per riconoscere che qualcosa si sta muovendo e che dei risultati – risultati eccezionali, beninteso – ci sono stati.
L’industria cinematografica, ma più in generale quella audiovisiva, resta in bilico
Zalone, però, non è la regola. Questa è una fase. E in quanto fase andrebbe considerata per ciò che è davvero, per i risultati raggiunti in questo momento, senza credere che sarà così per sempre: potrebbe succedere, mai dire mai; ma non stiamo parlando di probabilità o di statistiche, stiamo cercando di dare una lettura effettiva e realistica del mercato italiano. L’industria cinematografica, ma più in generale quella audiovisiva, è in bilico: molti set vengono anticipati proprio per l’incertezza delle regole future, mentre altri, per avere una copertura più o meno garantita (che non significa guadagno per i produttori, ma, appunto, copertura delle spese), vengono spostati all’estero, con il coinvolgimento di altre società.
Tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027 è previsto l’ennesimo ribaltamento nella quantità (e nella qualità) della programmazione: i film italiani tenderanno a diminuire (di quanto, per ora, è impossibile saperlo), mentre torneranno a crescere le acquisizioni internazionali (o almeno, avranno un peso e uno spazio maggiore). E chi lavora nel cinema, invece? Parliamo di centinaia e centinaia di migliaia di persone, che non hanno più nessuna garanzia e che sono quasi costrette a cambiare lavoro o a reinventarsi. La situazione, oggi, non è solo precaria. È assolutamente imprevedibile. Soprattutto per i piccoli e, talvolta, medi produttori. Le grandi realtà lavorano quasi nello stesso modo, come se non fosse successo niente. Perché sono più strutturate e hanno più risorse.
Il prezzo più caro lo pagano gli aspiranti cineasti
Chi pagherà il prezzo più salato saranno gli esordienti, con le opere prime e seconde, e sarà coinvolta un’intera generazione di aspiranti cineasti (o di cineasti che hanno appena cominciato a lavorare). Se nel breve periodo questo non sembra avere degli effetti sull’offerta e, soprattutto, sul pluralismo delle voci, con il passare del tempo le cose cambieranno. Se diamo un’occhiata ai risultati del box office, a parte i già citati Nunziante e Zalone, che rappresentano un’eccezione, buona parte dei film che sono andati meglio al cinema porta la firma di autori in attività da diversi anni, consolidati, con un loro pubblico e un loro seguito: Paolo Sorrentino, Gabriele Muccino e Antonio Albanese.
Se allarghiamo ulteriormente lo sguardo, ci rendiamo conto che il nostro cinema ha sempre più bisogno di autori simili (un altro esempio da non dimenticare è quello di Ferzan Özpetek, che a Natale tornerà in sala con il suo nuovo film, Nella gioia e nel dolore). Chi c’è, esattamente, tra i 30-40enni? Chi può prendere il testimone di questi autori? Soprattutto, chi ha la capacità – qui stiamo parlando di pura attrattiva commerciale, non di qualità delle storie – di portare il pubblico al cinema?
Ferzan Ozpetek, regista turco naturalizzato italiano (foto Ansa).
Le opere prime e le opere seconde restano l’ultima ruota del carro, e questo è un problema. È un problema anche l’incapacità di riconoscere l’importanza di avere un modello alternativo, più indipendente, con la produzione e lo sviluppo di film più piccoli e curati, capaci di offrire al pubblico qualcosa di effettivamente diverso. E questo perché costano anche di meno, e sono decisamente più sostenibili per un’industria come la nostra, che non ha ben chiaro il suo futuro fra tax credit e finanziamenti pubblici. Chi lavora nel cinema – registi, sceneggiatori e attori alle prime esperienze in particolare – sempre più spesso è costretto ad avere più impieghi per poter sopravvivere. Il lungo articolo pubblicato qualche giorno fa su Rivista Studio è un’ottima testimonianza in questo senso.
Il cortocircuito del cambiamento che non arriva mai
Ci ritroviamo, insomma, davanti all’ennesimo cortocircuito: non si cambia perché non ci sono certezze, e non ci sono certezze perché non si cambia e, di conseguenza, non si ha una contezza più profonda di quello che sta succedendo e dei gusti del pubblico. Le città di pianura di Francesco Sossai, uscito ormai diversi mesi fa e ora disponibile su MUBI, si trova esattamente dall’altra parte dello spettro degli incassi rispetto a Buen Camino. È andato bene per il film che è e anche per le aspettative che l’industria nutriva nei suoi confronti, ma parliamo di un film piccolo, indipendente, che si è fatto avanti quasi esclusivamente grazie al passaparola. Ed è, come Buen Camino, un’eccezione. Non la regola.
Forse, prima ancora di riscrivere le leggi, sarebbe importante ripensare al sistema cinema come spazio artistico-creativo. Le commedie, ci diciamo, non vanno più bene. Eppure, se diamo un’occhiata alle ultime uscite tra i titoli italiani più forti, sostenuti cioè dalle distribuzioni più importanti, non troviamo altro che commedie. O, al massimo, dei drammi intensi, riletture viste e straviste della stessa cosa e delle stesse dinamiche. Il problema più grande del cinema italiano è la sua tendenza ad abbandonarsi ai successi, a credere che tutto andrà bene, che dopo lo Zalone di turno la strada sarà tutta in discesa. E invece, sorpresa, non è così.
Non c’è pace per il Louvre. Dopo il clamoroso furto di gioielli avvenuto il 19 ottobre 2025 e la truffa milionaria legata ai biglietti del museo parigino – appena venuta alla luce – ecco un incidente che ha messo a repentaglio diverse opere. La rottura della tubatura della caldaia ai piani superiori ha infatti danneggiato il soffitto della sala 707, affrescata nel 1819 dal pittore Charles Meynier, provocando anche l’allagamento della 706. Si tratta di due stanze dove sono conservate alcuni capolavori italiani come ‘Il calvario con San Domenico in preghiera” del Beato Angelico e ‘Il Cristo benedicente’ di Bernardino Luini.
L’allagamento della Biblioteca delle Antichità Egizie
C’è da dire, che in realtà, il Louvre fa letteralmente acqua da tempo. A inizio dicembre un’altra fuga d’acqua da una tubatura, che era già stata segnalata come difettosa il 26 novembre, aveva causato gravi danni a centinaia di riviste di egittologia e documentazione scientifica utilizzata dai ricercatori, risalenti a fine Ottocento-inizio Novecento.
Il Louvre affollato di visitatori (Ansa).
La maxi-frode su biglietti e visite guidate
La procura di Parigi il 10 febbraio ha fermato nove persone, con l’accusa di truffa ai danni del museo del Louvre e della reggia di Versailles, stimati in oltre 10 milioni di euro. Gli arrestati avrebbero messo in piedi una maxi-frode che lucrava su visite guidate e biglietti, riutilizzando più volte i ticket per persone diverse o rivendendoli a prezzi maggiorati, grazie a contatti interni per aggirare i controlli. Tra i sospetti fermati ci sono due dipendenti del Louvre, alcune guide turistiche e una persona che gli inquirenti ritengono essere l’organizzatore della truffa. Nell’ambito delle indagini sono stati sequestrati 957 mila euro in contanti e 486 mila euro in vari conti bancari.
Il clamoroso furto del 19 ottobre 2025
Risale invece al 19 ottobre 2025 il clamoroso furto di alcuni preziosissimi gioielli della Corona d’epoca napoleonica. Tra essi un diadema e una collana dal set di zaffiri delle regine Maria Amalia e Ortensia, una collana di smeraldi e orecchini dal set di Maria Luisa, e un grande fiocco-spilla da corpetto dell’imperatrice Eugenia. Il colpo, avvenuto in pieno giorno nella Galleria d’Apollon e durato appena quattro minuti, ha fruttato un bottino stimato di 88 milioni di euro. Ed evidenziato, ovviamente, enormi falle nella sicurezza del Louvre.
Protesta del lavoratori del Louvre (Ansa).
Gli altri problemi del Louvre
Il Louvre, finito nel mirino delle critiche anche per i pochi bagni a disposizione dei moltissimi visitatori e la vetustà delle strutture, è finito nel mirino anche dei suoi stessi dipendenti, che di recente hanno più volte indetto sciopero per chiedere migliori condizioni di lavoro.
Gli Epstein Files continuano a mietere vittime. A stretto giro dalle dimissioni di Kathryn Ruemmler da responsabile legale di Goldman Sachs, ha infatti lasciato gli incarichi di presidente e amministratore delegato del gigante della logistica DP World il sultano Ahmed bin Sulayem. Quest’ultimo, fratello di Mohammed Ben Sulayem presidente della FIA, era finito sotto pressione affinché si dimettesse dopo la pubblicazione di compromettenti messaggi scambiati con Epstein, che avevano portato alcuni possibili partner commerciali alla sospensione di nuovi accordi con DP World.
I messaggi scambiato con Epstein e quel cenno al «video della tortura»
Documenti divulgati dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti hanno infatti rivelato che Sulayem nel 2015 inviò un’e-mail a Epstein, dicendogli che due anni prima aveva incontrato una studentessa di un’università americana a Dubai, con cui aveva fatto «il miglior sesso» della sua vita. Sulayem era stato inoltre destinatario di un’e-mail in cui Epstein affermava: «Ho adorato il video della tortura». Sulayem non è stato accusato di alcun illecito penale, ma comunque ha lasciato il timone del più grande operatore portuale di Dubai, di cui era presidente dal 2007 e ceo dal 2016. Il governo dell’emirato ha comunicato che ad assumere i due ruoli saranno rispettivamente Essa Kazim e Yuvraj Narayan.
Petrecca di nuovo nei guai. Dopo le critiche per la sua telecronaca della cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026, il direttore di RaiSportè finito nel mirino per le sue spese pazze,segnalate il 3 febbraio durante una riunione con il capo del personale. Lo riporta Repubblica, spiegando che si tratta di assunzioni, promozioni e gratifiche distribuite come mai prima. A ciò si aggiungano consulenze esterne per 640 mila euro in più rispetto all’anno precedente. Nel 2024, il budget delle rubriche — tra cui Domenica sportiva, Dribbling e Il processo — ammontava a 1,7 milioni. Nel 2025, da marzo imputabile all’attuale gestione, è schizzato a 2,34 milioni.
«Quello che stiamo facendo è la reazione a un regime». Non usa mezzi termini l’irlandese Dominick Skinner, creatore di ICE List. Put ICE on ice è il claim che riassume l’obiettivo del sito: porre fine alle operazioni della United States Immigration and Customs Enforcement. «Si tratta di un progetto di open journalism con il fine di raccogliere e condividere informazioni che possano essere utili per perseguire legalmente gli agenti dell’agenzia», viene spiegato. Tutto è cominciato a giugno 2025, con le minacce della segretaria alla Sicurezza Usa, Kristi Noem: chiunque negli States avesse reso pubblica l’identità degli uomini dell’ICE sarebbe stato arrestato. «Ho rilanciato la notizia e mi sono detto: “Beh, non siamo negli Stati Uniti, quindi mandateli da noi”», ha raccontato al Guardian il 31enne. Subito contattato da alcuni investigatori privati, Skinner ha cominciato a ragionare su come muoversi. Poi sono arrivati i volontari e le visualizzazioni.
Alcuni agenti dell’Ice in Minnesota (Ansa).
Le fonti, la verifica dei dati e la pubblicazione
Attualmente ICE List funziona come una piattaforma di crowdsourcing: gli utenti inviano informazioni che poi vengono valutate dai collaboratori del sito. Attualmente sono 500, ma ci sono almeno altre 300 persone che si sono rese disponibili. Una volta verificati i dati, nomi, posizioni, foto di agenti e di altri soggetti coinvolti nella linea dura dell’amministrazione Trump in materia di immigrazione sono messi online. Tranne il domicilio e il numero di telefono. Le fonti, spiega Skinner, sono molteplici: fughe di notizie, vicini di casa, personale di bar e hotel. A una piccola percentuale di nominativi si è arrivati grazie all’intelligenza artificiale e al riconoscimento facciale (gli stessi strumenti utilizzati dall’ICE per localizzare i suoi ‘obiettivi’). La verifica, invece, avviene attraverso dati open source: «Abbiamo identificato il 90 per cento degli agenti attraverso informazioni che loro stessi avevano reso pubbliche sui social network. Noi ci limitiamo a renderle disponibili a un un pubblico più ampio». Certo, il team ha commesso qualche errore e alcuni elenchi sono stati rimossi perché inesatti o perché comprendevano persone che avevano lasciato l’agenzia.
Un’operazione ICE a Minneapolis (Ansa).
I dem contro lo strapotere dell’ICE
L’anonimato e l’impunità con cui gli uomini dell’ICE e della U.S. Customs and Border Protection (responsabili dell’uccisione lo scorso gennaio di Renée Good e Alex Pretti) si muovono nelle strade di Minneapolis indossando maschere e passamontagna è oggetto di un acceso dibattito politico negli Usa. Al Congresso i democratici hanno minacciato di bloccare i finanziamenti al dipartimento per la Sicurezza interna (DHS) se non saranno apportati cambiamenti radicali: gli agenti dovranno “togliersi la maschera”, indossare bodycam, portare con sé un documento d’identità valido. Il leader dem al Senato, Chuck Schumer, ha ribadito la necessità di «tenere a freno l’ICE e porre fine alla violenza». Richieste che il DHS finora ha rispedito al mittente perché, a suo dire, esporrebbero gli agenti a troppi rischi.
Il leader democratico al Senato Chuck Schumer (Getty).
Il boicottaggio di Meta
Gli americani però hanno le idee più chiare: secondo un sondaggio Ipsos/Reuters di fine gennaio, il 58 per cento degli intervistati giudica le tattiche utilizzate dall’ICE eccessivamente sproporzionate e il 53 per cento non approva la linea dura di Trump sugli immigrati. Solo il 39 per cento continua a sostenere il governo di Washington anche sugli arresti e le espulsioni. Per questo ICE list può funzionare anche da deterrente: secondo Skinner, infatti, ciò che gli agenti vogliono evitare è l’esclusione dalla vita sociale, che sarebbe quasi inevitabile una volta identificati. Per ora, però, a essere boicottato è stato solo il sito. Meta, infatti, ha iniziato a bloccare la condivisione dei link su Instagram, Facebook e Threads (su Whatsapp non sono stati registrati problemi). Una ‘censura’ che non ha certo sorpreso Skinner visto che come ha ricordato Mark Zuckerberg sedeva alle spalle di Trump durante il suo insediamento.
«L’ordine mondiale del dopoguerra non esiste più». Lo ha detto il cancelliere tedesco Friedrich Merz alla Conferenza di Monaco, in corso in Baviera, che vede in cima all’agenda l’Ucraina e il rafforzamento delle difese europee in ambito Nato, oltre alle crisi in Medio Oriente e l’Iran. Il tutto sullo sfondo crescenti tensioni tra Europa e Stati Uniti, evidenziate appunto da Merz.
Merz ha dichiarato che «Vance aveva ragione»
«Tra l’Europa e gli Stati Uniti si è aperto un divario. JD Vance lo aveva detto molto apertamente un anno fa qui a Monaco. E aveva ragione. La lotta culturale del movimento Maga non è la nostra», ha detto Merz, sottolineando che in Europa «la libertà di parola finisce quando questa si rivolge contro la dignità umana e la Costituzione». E poi: «Temo che dobbiamo dirlo in termini ancora più chiari: l’ordine di sicurezza mondiale del dopoguerra, per quanto imperfetto fosse anche nei suoi momenti migliori, non esiste più». Anzi, ha aggiunto, «sta per essere distrutto».
Merz: «Gli Usa non sono così potenti da farcela da soli»
«L’Europa deve risolvere il problema della sua dipendenza autoinflitta dagli Stati Uniti per riequilibrare le relazioni transatlantiche», in questa nuova «era della rivalità tra grandi potenze». Il Vecchio Continente «non può più dare per scontata l’Alleanza transatlantica», che «va ricostruita su basi concrete». Al tempo stesso, gli Stati Uniti «devono capire che neanche loro sono abbastanza potenti per farcela da soli», ha avvertito Merz.
Uscirà a fine aprile, con un titolo leggermente diverso (Giorgia’s Vision) e una prefazione del vicepresidente J.D. Vance il libro di Giorgia Meloni negli Stati Uniti. Lo ha riferito la giornalista americana Sophia Cai, autrice di West Wing Playbook, la newsletter di Politico dedicata alle notizie sulla Casa Bianca. L’opera, uscita in Italia nel 2023, è una conversazione fra la premier e il giornalista Alessandro Sallusti che affronta diversi temi, dalla guerra in Ucraina alla crisi dell’energia, dalla transizione ecologica all’inflazione. Sulla copertina, che la giornalista ha condiviso su X, c’è una citazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump: «[Meloni è] uno dei veri leader del mondo».
New: Vice President JD Vance wrote the forward for Italian Prime Minister Giorgia Meloni’s upcoming book, “Giorgia’s Vision,” set for release in late April. pic.twitter.com/5vgU7HORtT
Nel libro precedente la prefazione del figlio di Trump
Non è la prima volta che un esponente del mondo Maga fa una prefazione a un’opera della premier. Il primo libro, Io sono Giorgia, era uscito negli Usa con un’introduzione scritta dal figlio del presidente americano, Donald Trump Jr. Allora il tycoon stesso le fece uno spot, con tanto di post su Truth in cui aveva scritto: «Meloni ha scritto un nuovo libro, sta svolgendo un bellissimo lavoro».
Ha ragione Luca Bizzarri quando dice che i campioni della campagna referendaria «si stanno sbattendo tantissimo»: «Gratteri per il Sì, e Nordio per il No». Uno scambio di campo per destabilizzare l’avversario e confondere un elettorato già abbastanza confuso di suo sulla separazione della carriere? Ci piace pensare che sia così, che si tratti di una strategia raffinata. Anche perché l’alternativa getterebbe nello sconforto. L’ultimo colpo del procuratore capo di Napoli – «Voteranno per il No le persone perbene. Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente» – ha appiccato l’incendio.
“Voteranno per il No le persone perbene. Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Le incredibili parole di Nicola Gratteri, procuratore di Napoli pic.twitter.com/3bPN8wrJNG
L’intero centrodestra è insorto, a partire dal ministro della Giustizia Carlo Nordio: «Mi chiedo se l’esame psico-attitudinale che abbiamo proposto per l’inizio della carriera dei magistrati non sia necessario anche per la fine della carriera», ha commentato l’ex procuratore di Venezia, rispolverando un vecchio adagio di Berlusconi. Il quale, meglio ricordarlo, nel 2003 in un’intervista al britannico The Spectator fu al suo solito ben più tranchant: «Questi giudici sono doppiamente matti!», disse. «Per prima cosa perché lo sono politicamente; secondo, sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dalla razza umana». Gratteri dal canto suo ha cercato di ridimensionare le sue dichiarazioni parlando di «strumentalizzazione», ma ormai la frittata era bella che fatta.
Nicola Gratteri (Imagoeconomica).
Non che Nordio sia da meno, intendiamoci. È da mesi che il ministro offre (involontariamente) assist allo schieramento opposto. Solo qualche giorno fa, per esempio, ha assicurato che con la riforma si eviterebbero casi «come quello di Garlasco». Sabbia negli occhi e nelle orecchie degli indecisi. Ma è andato anche oltre. Con una spontaneità disarmante ha “svelato” il vero obiettivo della riforma: introdurre un controllo della magistratura. Peccato che l’articolo 104 della Costituzione dica qualcosa di diverso: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere».
Non si tratta di uno scivolone isolato. Perché il Guardasigilli, dietro lo scudo di Giuliano Vassalli (che cita a ripetizione a garanzia di ciò che dice), lo sosteneva già lo scorso novembre: la riforma serve a far «recuperare alla politica il suo primato costituzionale», disse al Corriere. «Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo». Vai tu poi a smontare le tesi di Alessandro Barbero o a spiegare, come fa Antonio Di Pietro, che «la separazione renderà la magistratura più indipendente e autonoma, non solo dalla politica ma anche dalle correnti interne»…
Carlo Nordio (Imagoeconomica).
Guidoni lascia Fondazione Ania per Cassa Forense?
In Ania ha collezionato poltrone: è segretario generale della Fondazione, co-direttore generale (responsabile dei servizi Auto e Card, Antifrode, Distribuzione, Danni non auto, Consumatori, Innovazione, Vita e Welfare), e vicepresidente del forum Consumatori. Eppure c’è chi vede il futuro di Umberto Guidoni lontano dal mondo delle assicurazioni, prevedendone un trasloco in Cassa Forense, l’ente che gestisce la previdenza e l’assistenza degli avvocati italiani. Vedremo…
Umberto Guidoni (Imagoeconomica).
Covip, c’è un medico
Quando alla guida della Covip, la strategica commissione di vigilanza sui fondi pensione, nel febbraio 2025 venne nominato l’ex forzista Mario Pepe – grazie si disse ai buoni uffici del deputato leghista, editore e re della sanità privata Antonio Angelucci e del vicesegretario salviniano Claudio Durigon – molti avevano storto il naso perché medico e non economista, come l’altro candidato, il leghista Antonio Maria Rinaldi (lo stesso che la Lega ha candidato a sindaco di Roma). Evidentemente in pochi erano al corrente di cosa stava accadendo: l’ultima versione del decreto Semplificazione e Pnrr affida infatti alla Covip la vigilanza sui fondi sanitari integrativi del Servizio sanitario nazionale. Il cv di Pepe ora calza a pennello.
Mario Pepe (Imagoeconomica).
Tutti a ricordare Andrea Barbato. E Agnes
Nonostante una pioggia torrenziale, a Roma, nella sala Zuccari di Palazzo Giustiniani molti sono accorsi per ricordare Andrea Barbato, giornalista di lungo corso e pure parlamentare. Presenti tra gli altri, Romano Prodi, Gianni Letta e Simona Agnes – destinata ormai a dimenticare la presidenza Rai dopo l’ennesima fumata nera in Vigilanza – che ne approfittato per parlare di tv pubblica. «Ancora oggi, e questa è sì continuità con quelle radici, la Rai è una colonna portante per il mercato dell’audiovisivo italiano e primeggia tra i Servizi pubblici europei», ha detto Agnes. «Vanta, unica in Europa per capillarità e lavoro di inchiesta, la Testata Giornalistica Regionale, a me particolarmente cara perché legata alla storia di mio padre, oltre a una rete autorevole e competente di corrispondenti esteri che raccontano conflitti e crisi geopolitiche». «Ma l’incontro non era per ricordare Biagio Agnes…», ha bofonchiato malignamente qualcuno in sala.
Per la prima volta nella storia del Festival di Sanremo, il cast della kermesse – conduttori e cantanti in gara – è stato ricevuto al Quirinale da un presidente della Repubblica. È successo oggi, venerdì 13 febbraio. Quasi tutti in completi e cappotti scuri per la grande occasione dell’incontro con Sergio Mattarella. Ma le “deroghe” ci sono state, eccome: J-Ax si è presentato con il cappello da cowboy e i pantaloni con le frange, le Bambole di Pezza in shorts e anfibi, Dargen D’Amico con occhiali fuxia e Ditonellapiaga con la minigonna blu. La coconduttrice Laura Pausini ha scelto un look total white, così come Elettra Lamborghini.
Mattarella ha ricordato il “suo” primo Festival di Sanremo
«Avevo 10 anni, la ricordo bene. Ricordo tra l’altro la voce inconfondibile, trascinante del presentatore Nunzio Filogamo. La voce, come sapete, si diffondeva soltanto attraverso la radio e tutti si chiedevano ma che volto avesse quella voce così trascinante del presentatore del Festival», ha detto Mattarella rievocando il “suo” primo Saremo: «Ricordo soprattutto quanto il Festival anche allora registrasse un amplissimo coinvolgimento popolare nel nostro Paese. Un coinvolgimento che è rimasto costante grazie alla Rai, che ha accompagnato anno per anno il Festival, conducendolo nelle case degli italiani».
Foto di gruppo al Quirinale con Sergio Mattarella e il cast di Sanremo (Ansa).
Conti: «Mattarella presidente molto pop»
All’uscita da Quirinale, Conti ha definito l’incontro «bellissimo, molto emozionante» e Mattarella «un presidente molto pop». Il capo di Stato «ha detto parole straordinarie sulla musica», ha aggiunto il conduttore. «Sono commossa. Spesso veniamo definiti giullari, la musica è anche divertimento, ma facciamo questo lavoro sinceramente, cercando di dare qualità, con la consapevolezza di rappresentare l’Italia», ha detto Pasini, ricordando che Mattarella ha evidenziato quanto la musica sia una parte importante della cultura popolare del Paese.
Stando al medagliere aggiornato al 13 febbraio 2026, l’Italia è seconda in classifica alle Olimpiadi di Milano Cortina con sei medaglie d’oro, tre medaglie d’argento e otto di bronzo. Come mai, dunque, il New York Times sulle sue pagine colloca la nazionale azzurra al primo posto? La risposta è presto detta ed è basata sulla modalità di calcolo delle posizioni.
Le modalità di calcolo
Il regolamento del Comitato olimpico internazionale vuole che la classifica si faccia in base alle medaglie d’oro. Avendone l’Italia ottenute sei e la Norvegia sette, va considerato primo del medagliere il Paese scandinavo. C’è però chi, come il Nyt, è rimasto al calcolo “alternativo” rispetto a quello ufficiale (che si faceva decenni fa) basato sul numero di medaglie complessive ottenute da uno Stato. Dunque, dato che l’Italia ne ha conquistate 17, più di ogni altra nazione, ecco spiegato perché viene collocata prima in classifica, seguita dalla Norvegia e dagli Stati Uniti che sono a quota 14.