L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?

Qui ci sarebbe anche un Mondiale in programma. Il calcio d’inizio della 23esima edizione della Coppa del Mondo di calcio è fissato per l’11 giugno, ma fra i Paesi ospitanti non pare esservi uguale attenzione. Per esempio, provate a farvi un giro per i siti delle principali testate canadesi. Le homepage sono dominate da tutt’altri temi, a partire dalla strategia che il governo del premier liberal Mark Carney intende adottare sul tema dell’intelligenza artificiale. Per trovare contenuti sul Mondiale “di casa” bisogna andare parecchio in giù o cercare nelle sezioni laterali.

Il ricordo fresco del disastro finanziario delle Olimpiadi 1976 a Montreal

Si scopre così che la massima kermesse globale del pallone non è in cima ai pensieri dei canadesi. E che anzi, se proprio li incrocia, trova quelli cattivi. Per esempio, quelli di chi si interroga sui costi in aumento, che ai contribuenti canadesi toccherà pagare. Un tema che risveglia una sensibilità particolare. Qui il disastro finanziario delle Olimpiadi estive 1976 a Montreal non è stato mai dimenticato. Ai contribuenti locali rimase l’eredità di un debito per la cui estinzione fu necessario un trentennio.

In Canada solo 13 partite su 104

Stavolta il rischio finanziario viene affrontato avendo come contropartita la possibilità di ospitare soltanto 13 partite. Che su un totale di 104 match previsti in calendario fa il 12,5 per cento della manifestazione. Inoltre, è anche una forzatura dire che il Canada sia un Paese ospitante; perché in realtà le sedi delle gare sono soltanto due: Toronto (stadio BMO Field) e Vancouver (stadio BC Place).

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
Lo stadio di Toronto che ospiterà il Mondiale 2026 (foto Ansa).

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Mondiale a tre, ma solo per modo di dire

L’elemento dello squilibrio organizzativo di questa manifestazione è uno dei meno dibattuti. Si parla di Canada-Messico-Usa 2026, ma in realtà sarebbe il caso di inventarsi un’altra formula. Per esempio: “Usa 2026 al 75 per cento”. Che è la quota di gare programmate in territorio statunitense. Infatti, detto della molto relativa incidenza del Canada in questa manifestazione, stessa valutazione va fatta nel caso del Messico. Anche sul versante Sud di questo Mondiale del continente nordamericano il numero di gare sarà 13. Dunque un altro risicato 12,5 per cento, con la differenza che le piazze interessate sono tre: Città del Messico (stadio Azteca, dove si giocherà la partita inaugurale tra la nazionale di casa e il Sudafrica), Guadalajara (stadio Akron) e Monterrey (stadio BBVA Bancomer).

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Il ministro degli Esteri Antonio Tajani in visita allo stadio Azteca, in Messico, nel 2025, quando forse sperava nella partecipazione dell’Italia (foto Ansa).

A rafforzare l’idea della perifericità di Canada e Messico nel torneo provvede un altro dato: col turno degli ottavi di finale (una gara a testa) il Mondiale dei due Paesi si chiude. Dai quarti in poi si gioca soltanto negli Usa. Una sproporzione sconcertante. Ed è ancor più assurdo che Canada e Messico lo abbiano accettato.

Allargamento a 48 squadre, con la novità dei sedicesimi di finale

Fossero soltanto queste le stranezze, in un Mondiale bizzarro a partire dalla taglia: 48 squadre, in conseguenza del più spettacolare allargamento nella storia della manifestazione. Fin qui si era proceduto con aumenti da 8 nazionali per volta (da 16 a 24 in occasione di Spagna 1982, da 24 a 32 per Francia 1998). Stavolta sono state ammesse 16 nuove finaliste in un colpo solo. Con l’effetto che, per la prima volta nella storia, la fase a eliminazione diretta partirà coi sedicesimi di finale anziché gli ottavi di finale.

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
I giocatori dell’Italia in bianco e nero, senza colori come questa Nazionale (foto Ansa).

Una maratona ridicola, che avrà il solo effetto di abbassare drasticamente il livello tecnico e spettacolare. Ovvio che tutte queste considerazioni suonano ancora più urticanti se si pensa che la nazionale azzurra non è stata capace di qualificarsi nemmeno a un’edizione così larga (anche se le europee sono aumentate soltanto da 13 a 16, calando a livello percentuale sul numero dei partecipanti): ciò che è l’indicatore più spietato della povertà che segna il nostro movimento.

A Zurigo hanno pensato anche all’ipotesi di torneo biennale…

Ma al di là d’ogni italica miseria e malinconia, resta la realtà di una manifestazione ipertrofica. Che per di più potrebbe non aver terminato di espandersi. Di tanto in tanto fa capolino l’ipotesi di un’ulteriore dilatazione, così come era stata in ponte l’ipotesi del Mondiale biennale. Evidentemente a Zurigo, nelle stanze della Fifa, il rischio di “inflazione” della manifestazione non viene contemplato. Men che meno questo timore sfiora il presidente.

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
La nazionale iraniana (foto Ansa).

Una Fifa tutta sua (ma non dei tifosi)

Già, il presidente. Gianni Infantino, che nel 2016 si è trovato, in modo del tutto fortuito, la strada spianata verso la presidenza del calcio mondiale. E che da quel momento in poi ha ridisegnato l’organizzazione a misura della sua figura. Potremmo chiamarla Fifantino. Sotto la sua presidenza la Fifa è diventata una macchina da soldi, ciò che è il suo principale vanto. Peccato che, in ultima analisi, quei soldi vengano sborsati soprattutto dalla “gente”, gli appassionati di calcio: che remunera i main sponsor coi propri comportamenti di consumo, paga le pay tivù e, soprattutto, acquista i biglietti delle partite. Sempre che ciò sia possibile e che i prezzi siano alla portata.

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
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E proprio qui sta uno degli aspetti più critici, ossia il costo dei ticket, andato fuori controllo a causa del meccanismo di vendita via web costruito per generare l’asta. I biglietti sono inaccessibili, ma altrettanto lo è il costo di ogni altro bene o servizio che i supporter dovranno comprare per seguire la propria nazionale: trasporti, sistemazione alberghiera, eventuale noleggio auto e parcheggi. Per non dire della novità di non poter portare cibo e acqua all’interno dello stadio: ogni cosa dovrà essere acquistata in loco, a costi esorbitanti. Un salasso. Ma Infantino sorride sempre.

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
Un tifoso mostra i biglietti originali del 1994 (foto Ansa).

La ridicola ipotesi di ripescaggio e la guerra sullo sfondo

Sorrideva anche quando, con sommo sprezzo del ridicolo, consegnava a Donald Trump un improbabile Premio Fifa per la Pace. L’atteggiamento scodinzolante era quello di sempre. Ha continuato a esserlo durante tutte queste settimane in cui c’è stata da gestire la grana della nazionale iraniana, di cui per lungo tempo si è ipotizzato il ritiro. Ci si è dovuti pure sorbire il Paolo Zampolli di turno che faceva pressioni per un impossibile ripescaggio dell’Italia.

L’ipertrofico Mondiale di Infantino sarà il peggiore di sempre?
Paolo Zampolli e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Alla fine è stata trovata la soluzione di compromesso: l’Iran giocherà negli Usa le gare del girone eliminatorio, ma farà base in Messico. Tutto ciò lascia scivolare sullo sfondo una verità che nessuno vuol dire: il Mondiale si gioca sul suolo di un Paese in guerra. Secondo Infantino il calcio unisce il mondo. Di sicuro trova il favore degli autocrati. Come lui.

Movida, commercio e sviluppo: Fenailp chiede un incontro al sindaco

La Fenailp Salerno – Federazione Nazionale Autonoma Imprenditori e Liberi Professionisti – ha formalmente richiesto un incontro al Sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, per avviare un confronto sulle principali questioni che interessano il tessuto economico cittadino, a partire dal tema della movida e dal necessario equilibrio tra sviluppo economico, vivibilità urbana e tutela dei residenti. La richiesta arriva all’indomani delle recenti dichiarazioni del primo cittadino sulla gestione della movida salernitana, tema che coinvolge direttamente operatori economici, cittadini e istituzioni e che, secondo la Federazione, richiede una visione condivisa e di lungo periodo. «La movida rappresenta un elemento fondamentale dell’attrattività di Salerno e ha contribuito negli anni a rafforzarne l’immagine come destinazione turistica, culturale e commerciale, generando occupazione, investimenti e nuove opportunità imprenditoriali», si legge nella nota trasmessa all’amministrazione comunale. Per la Fenailp, il tema non può essere affrontato esclusivamente sotto il profilo dell’ordine pubblico o attraverso misure restrittive, ma necessita di un confronto costante tra istituzioni, associazioni di categoria, operatori economici e rappresentanti dei residenti. Da qui la proposta di istituire un tavolo permanente capace di individuare soluzioni condivise e sostenibili. «Le imprese rappresentano un patrimonio fondamentale per la città e devono essere considerate interlocutori attivi nelle scelte che riguardano il futuro di Salerno. Accogliamo con favore le riflessioni espresse dal Sindaco sulla necessità di garantire equilibrio e rispetto delle regole, ma riteniamo altrettanto importante aprire una fase di ascolto con chi ogni giorno investe, crea occupazione e contribuisce alla vitalità economica del territorio», dichiara il presidente di Fenailp Salerno Città, Gregorio Saetta. L’associazione intende inoltre portare all’attenzione del Sindaco altre questioni strategiche per la competitività delle imprese del terziario cittadino, tra cui viabilità, parcheggi, sicurezza, decoro urbano, semplificazione amministrativa e programmazione degli eventi di promozione territoriale. «Non chiediamo privilegi, ma la possibilità di contribuire alla costruzione di una visione condivisa per la città. La movida deve essere considerata una risorsa da governare e valorizzare. Allo stesso tempo è necessario intervenire sui temi che incidono concretamente sulla crescita delle imprese e sulla qualità della vita dei cittadini», conclude Saetta. La Fenailp Salerno ribadisce la propria disponibilità a collaborare con l’Amministrazione comunale per individuare percorsi condivisi che rafforzino il ruolo di Salerno come città moderna, attrattiva e dinamica, coniugando sviluppo economico, qualità della vita e coesione sociale.

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Microsoft smascherata: così si crea il capitalismo della dipendenza da IA

Lavori su una presentazione. Poi un’altra, un’altra ancora e ancora, come accade ogni giorno nella vita professionale di molti di noi. Solo che, a un certo punto, non ricordi più come si fa. Dubiti delle tue capacità, ma allo stesso tempo cerchi di capire cosa sta succedendo, visto che il lavoro non è cambiato. Eppure, qualcosa non quadra. Niente che ti riguardi. Le tue skill sono lì, intatte, ma il trucco è semplice quanto diabolico. Lo strumento che usi è stato progettato esattamente per questo.

Scout, un agente IA sempre attivo

Intendiamoci: niente che già non sapessimo, solo che stavolta è tutto scritto nero su bianco ed è il primo punto di un documento interno di Microsoft ottenuto da 404 Media, una testata giornalistica indipendente specializzata in tecnologia, cybersicurezza e cultura digitale, rimbalzato poi in giro per il mondo. Si tratta della strategia ufficiale per Scout, il nuovo assistente IA integrato in Microsoft 365. Il documento si intitola “ClawPilot: Overview and Plan with Project Lobster“. Scout, internamente, era ClawPilot. Si tratta di un agente IA sempre attivo, capace di girare direttamente sul dispositivo senza passare dal cloud, automatizzando email, documenti e flussi di lavoro.

L’ecosistema che rende le persone dipendenti

Il titolo della prima sezione è Make people addicted (cioè rendi le persone dipendenti). La roadmap si fa subito chiara. È un po’ come per i social media e lo scroll infinito, il legame emotivo che chiamano engagement e che rende difficile staccarsi dallo schermo. Ma questa volta è diverso, seppure sempre di dipendenza si tratti. L’obiettivo, infatti, è costruire un ecosistema di strumenti che renda le persone dipendenti dall’assistente su base quotidiana. E si legge, con una soddisfazione che fa pensare, che il processo sta già avvenendo in modo spontaneo. Infatti, i lavoratori Microsoft che lo usano mostrano tassi di abbandono bassissimi. Insomma, funziona.

Microsoft smascherata: così si crea il capitalismo della dipendenza da IA
Scout, l’assistente IA di Microsoft.

Così viene erosa la tua autonomia

Morale della favola, ed è il punto più insidioso, non riesci più a farne a meno perché hai delegato abbastanza funzioni da non riuscire più a liberarti da quell’ecosistema in cui il tuo agente è integrato. Una dipendenza che non si sente, si struttura un’operazione alla volta. E quando si struttura nelle pratiche lavorative quotidiane smette di sembrare un problema, diventando semplicemente il modo in cui si lavora, un’abitudine. Così, svelata l’ipocrisia, oggi sappiamo dare un nome preciso a un assistente che, invece di renderti più capace, erode la tua autonomia, la tua agency direbbero quelli bravi. La risposta ufficiale dell’azienda? Nessuna smentita. E già questa è una risposta.

Dipendenza comportamentale, rinforzo intermittente…

Sembra di stare in un laboratorio della manipolazione con tanto di istruzioni per l’uso. Altro che intelligenza artificiale inevitabile. Nulla a che vedere con i laboratori scientifici dove i ricercatori di psicologia comportamentale, per decenni, ci hanno costruito sopra carriere accademiche, spiegando dall’esterno quello che le aziende facevano, senza mai ammetterlo davvero. Tutto adesso ha non solo un nome preciso, ma anche una firma in calce. Dipendenza comportamentale. Rinforzo intermittente. Costi di switching. Lock-in.

Microsoft smascherata: così si crea il capitalismo della dipendenza da IA
Intelligenza artificiale (foto Unsplash).

Una volta si partiva dal problema reale e si cercava la soluzione

Sono ormai andati i tempi dei grandi studiosi che teorizzavano come, prima, occorresse capire il problema reale che il cliente vuole risolvere e poi costruire qualcosa che lo risolva meglio di qualsiasi alternativa, lasciando infine che il mercato premiasse il prodotto. La fedeltà, a quel punto, era solo una conseguenza della qualità del servizio offerto e il cliente tornava perché voleva farlo.

La pratica successiva appare già meno scandalosa…

Ogni pratica che supera il limite senza produrre conseguenze reali sposta la finestra di ciò che è accettabile. La pratica successiva, leggermente più estrema, appare già meno scandalosa. E non perché sia meno grave, ma solo perché viene confrontata con la precedente, che non rappresenta mai un criterio indipendente. Così, tra qualche anno, questo modus operandi potrebbe diventare il benchmark normale, lo standard del settore, semplicemente perché nessuno ha deciso di fermarlo. Il re è nudo, anche se non da oggi. La differenza, questa volta, l’ha fatta la sfrontatezza di scrivere un documento aziendale di uno dei gruppi tech più influenti al mondo, i cui prodotti utilizziamo ogni giorno. Il problema è che ormai lo sa anche lui. E sembra andargli benissimo.

Lettera chiusa a Francesco Durante “Erri De Luca escluso a Salerno? Che scuorno”

Di Antonio Manzo

“Antò, Arca, che Scuorno” avresti commentato così, caro Francesco Durante, inventore di Salerno Letteratura dopo il caso di Erri De Luca ha detto di essere sionista e che a Gaza non c’è nessun genocidio. Il Festival, per quste parole, ha cancellato la prolusione inaugurale che lo scrittore avrebbe dovuto tenere. Troppo ingombranti e controverse le dichiarazioni rilasciate alla vigilia dall’autore a un quotidiano israeliano sul conflitto in corso a Gaza. “Non c’era più identità di vedute, gli avevamo proposto un altro incontro ma ha declinato” spiegano gli organizzatori. Non sarebbe proprio un’esclusione dunque. Mai, caro Francesco, Erri De Luca ha replicato con il proverbiale sarcasmo, in lui affinato dalla sapienza biblica che serve a smascherare l’arroganza e l’ipocrisia: “Non sono stato escluso dal Festival di Salerno, è il Festival che si è escluso da me”. Erri De Luca avrebbe potuto partecipare ma in altri momenti e spazi della manifestazione. Sono quasi certo, caro Francecso, che tu non lo avresti escluso, in nome della libertà e non delle censure vagamente ideologiche e libertarie. Perché, primo, per la tua conoscenza del pensiero di Erri De Luca non confinabile nella guerra d’Israele e poi, secondo, perché ne avresti parlato con ragione ma anche con sorriso a una delle cene che consumavamo insieme all’indimenticabile Ableo, sì Carmine Limatola, che tu hai purtroppo già riabbracciato prima di noi e con Ines Mainieri, la moglie, tua fidata , intelligente e còlta collaboratrice degli anni d’oro del Festival. Il Festival inizia il 13 prossimo, durerà sette giorni. ma il taglio del nastro arriva con le forbici della censura. Diresti che Scuorno. che ripeteresti t con una parola che avevi sapientemente imparato a Napoli e che avevi utilizzato per un tuo libro-racconto nei giorni della munnezza. Quel che è accaduto al tuo festival è avvenuto in una città abituata alle emergenze. Ma ora non più come ci dicono dopo la “provvidenziale” rielezione del sindaco che ti volle direttore del Festival. E dove tu hai inutilmente spiegato e rispiegato avendo vissuto un pezzo di vita professionale al Mattino di Salerno che la città quanto più si allarmava e si indignava, tanto più si svuotava con parole abusate, controversie da talk show. Quando la cronaca – anche la cronaca, certo, intesa nel suo valore di conoscenza e depurata dalle scorie – ci raccontavi che in città esisteva un amalgama , un’ insieme assunzione di responsabilità e dolorosa presa di distanza, estraneità e appartenenza. La vergogna, lo ‘Scuorno’ , caro Francesco, stavolta c’è tutto nell’ottica larga e spiazzante della letteratura ma anche della politica. Non c’è ragione, anche la più nobile motivazione filosofica, perché tu hai ben conosciuto, il provincialismo che spesso si organizza in vetrina, a Salerno, solo per far sorprendere gli occhi ma mai l’anima. Anche con i versi di Alfonso Gatto che non possono cancellare lo “Scuorno” per un popolo che, proprio secondo il poeta, molto ha fatto per farsi detestare per dimenticanza e anche repulsione a lui nota, ma altrettanto mostra con la fierezza e la rabbia di farsi anche amare. Tu ricorderai i versi di Alfonso Gatto: “ Salerno, è rima d’inverno, o dolcissimo inverno. Salerno, rima d’eterno”. E stavolta aggiungerai per tutti, a Salerno e in Italia, la citazione della scrittrice britannica Evelyn Beatrice Hal:, “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire”. Eviteresti lo Scuorno. Grazie, caro Francesco e scusami della lettera chiusa che ho voluto inviarti.

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Centro per la Legalità colora Matierno

Un’esplosione di colori, musica e partecipazione sociale ha ridisegnato il volto di Matierno. Nel cuore del rione collinare di Salerno, il Centro per la Legalità, gestito dalla Cooperativa Sociale Galahad, ha inaugurato un nuovo grande murale, simbolo tangibile di un percorso di riscatto urbano e sociale. L’evento, inserito nell’ambito della manifestazione “I Love Matierno”, ha visto una straordinaria affluenza di bambini, famiglie e residenti, riuniti non solo per celebrare una mattinata di festa e condivisione, ma per coronare un intero anno di attività educative e laboratoriali volte a valorizzare l’area e a sottrarre i giovanissimi alla strada. L’iniziativa di ieri rappresenta il culmine di un progetto a lungo termine che ha l’obiettivo strategico di coinvolgere costantemente le nuove generazioni del quartiere, offrendo loro un presidio di legalità, creatività e aggregazione sana. Le pareti esterne della struttura che ospita il centro sono diventate così una tela a cielo aperto, un manifesto visivo di speranza e coesione che lancia un messaggio chiaro all’intera comunità salernitana. Il valore sociale dell’appuntamento risiede nell’intenso lavoro preparatorio che ha preceduto l’evento. Nei mesi scorsi, infatti, i bambini e i ragazzi del quartiere sono stati i veri motori immobili di “I Love Matierno”, una rassegna di inclusione resa possibile grazie alla sinergia e alla stretta collaborazione tra le cooperative sociali Galahad e Giovamente, insieme alle associazioni Musikattiva e Incantastorie. Attraverso percorsi multidisciplinari, i giovani partecipanti hanno esplorato diverse forme d’arte ed espressione. Tra queste spicca un laboratorio fotografico durante il quale i più piccoli, armati di obiettivo, hanno immortalato la propria visione del quartiere, ribaltando i classici stereotipi legati alle periferie e restituendo uno sguardo fresco e carico di bellezza sui dettagli quotidiani del rione. Non sono mancati i tornei sportivi, i laboratori teatrali, i percorsi musicali e, infine, l’allestimento di un mercatino solidale con manufatti artigianali realizzati interamente dai ragazzi. Il ricavato delle vendite di questi oggetti sarà devoluto a un rifugio per cani abbandonati della provincia di Salerno, a testimonianza di come l’educazione alla legalità passi anche attraverso l’empatia e il rispetto per gli animali e la natura. Il fulcro visivo della giornata è stato indubbiamente lo svelamento della nuova opera d’arte pubblica. A guidare i giovani nell’ideazione e nella realizzazione pratica del dipinto è stata la nota writer Chiara Maddalena, che ha saputo tradurre in immagini, forme e sfumature i desideri, le speranze e i concetti di giustizia sociale espressi dagli stessi minori del Centro per la Legalità. A tracciare un bilancio entusiasta dell’iniziativa e a spiegare il profondo significato dell’opera è stata Marilia Parente, presidente della cooperativa sociale Galahad, la quale ha sottolineato l’importanza cruciale di rimettere i minori al centro dell’agenda sociale del territorio. “È stata una mattinata senz’altro importante e ricca di significati”, ha dichiarato la presidente Parente spiegando lo spirito del progetto. “Tutti insieme, all’interno del centro di aggregazione polifunzionale di Matierno, abbiamo mostrato come il quartiere possa assumere un aspetto diverso, bello e attrattivo, che vede come protagonisti assoluti proprio i più piccoli. In particolare, abbiamo presentato il nuovo murale curato dal Centro per la Legalità sotto la guida della writer Chiara Maddalena, che ha saputo canalizzare le energie positive dei nostri ragazzi”. L’evento è poi proseguito con un fitto programma di momenti spettacolari e culturali che hanno animato l’intera area circostante la struttura, dimostrando la vivacità dei laboratori attivi durante l’anno. “La giornata è andata avanti con l’esibizione dei Take and Do e con il mercatino solidale, dove sono state esposte le opere realizzate nel laboratorio creativo del Centro per la Legalità”, ha continuato Marilia Parente, descrivendo l’articolazione delle attività. “C’è stata inoltre la mostra fotografica con gli scatti curati dai più piccoli, nati proprio per dimostrare come Matierno possa essere effettivamente un luogo bello. I bambini si sono soffermati sui tramonti e sui fiori, cercando di valorizzare ciò che li circonda al di là di ogni pregiudizio. Abbiamo assistito anche alle esibizioni musicali e ai giochi promossi da Musikattiva e Incantastorie. È stata una mattinata ricca, capace di dimostrare come, partendo da un piccolo gesto, sia possibile costruire la pace, che è poi il messaggio di fondo del nostro murale”. Il successo di “I Love Matierno” dimostra come la rigenerazione urbana non possa prescindere da quella umana e sociale. Trasformare una parete di cemento in un’opera d’arte collettiva e devolvere il frutto del proprio lavoro alla solidarietà sono tappe fondamentali di un percorso di crescita civile. Il Centro per la Legalità di Matierno si conferma così un avamposto insostituibile per il quartiere, un luogo in cui le istituzioni del terzo settore riescono a fornire risposte concrete ai bisogni di socialità e di futuro delle periferie salernitane, dimostrando che la bellezza e la legalità sono concetti che si coltivano quotidianamente e insieme.

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Il barbiere di Siviglia si ripiglia

di Olga Chieffi

Il “Barbiere di Siviglia” di Gioachino Rossini, a “sorpresa” è sempre simpatico da rincontrare, essendo una di quelle opere per la quale si comincia ad amare l’opera lirica. Solo quattro anni or sono fu rappresentato dai giovani del Conservatorio Martucci, proprio con la regia di Riccardo Canessa, e sul podio il Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, alle prese con ben tre cast, progetto educational del massimo cittadino, quanto questo, che ha salutato i licei salernitani, nel backstage, in conferenza stampa e alla generale. Asse Napoli-Siviglia per il regista napoletano, che ha donato un Barbiere ripulito da quelle incrostazioni comiche di dubbia lega, depositate in strati sempre più spessi, durante oltre due secoli di tradizione. Chi ha da sempre sognato un Barbiere senza il tremendo pestone che Don Basilio rifila a Don Bartolo durante l’aria della calunnia, senza la solita scempiaggine sul numero dei fogli di carta da lettera (“eran cinque, or sono sei”), senza la delusa replica estemporanea, del resto abbastanza graziosa, di Rosina, quando s’informa ansiosamente da Figaro sull’amato oggetto di quel simpatico giovane con cui l’ha visto in strada (“si chiama poverina?”), ha trovato al Verdi la giusta regia. Panorama sui panni stesi con le carrucole dei Quartieri, ma sfarzo sivigliano all’interno, per poi cambiare panorama e guardare il Guadalquivir e la Torre dell’Oro, il tutto creato con le proiezioni, su fondali e scene di Alfredo Troisi, il quale ha recuperato anche elementi che sono nei depositi del teatro, come il balconcino dell’Elisir d’amore o la torre del Rigoletto, ma ben attagliate alla nuova opera. Si è notato il Don Basilio e, quindi, il Conte d’Almaviva vestiti da fraticelli cercatori, non adatti a impartir lezioni di musica, far da astuti consiglieri e calunniatori, ma….la chierica dei due ha evocato quella di Antonio Capurro, il Totò padre domenicano, ladruncolo de’ “I due Marescialli” che la fa in barba al Maresciallo Vittorio Cotone, l’ indimenticabile Vittorio De Sica. Un’orchestra leggera, negli archi, nel complesso con qualche disamalgama nei legni, tra i quali il ritmo ha da avere sostanza fonetica, è “parola” sussurrata da strumento a strumento che si personalizza, circola, acquista voce “borghesemente” umana, che spesso hanno da “giocare” a rimpiattino, sino a sbottare nell’allegria, per poi placarsi e sparire nei frammenti della “sospensione”, che deve durare un sospiro, fatte salve ogni individualità, a cominciare dal primo corno che non ha messo una nota né un fiato in fallo, ed un coro ben preparato da Francesco Aliberti, che ha fatto l’impossibile con il materiale a sua disposizione, nonché il Maestro al cembalo, Maurizio “Gioachino” Iaccarino, hanno “ripigliato” il Barbiere rossiniano. Sul podio Daniel Oren, il quale ha cominciato con una “overture” equilibratamente alla francese, per poi spingere sull’acceleratore nei pezzi d’assieme, in cui a volte si è interrotto il filo palcoscenico-buca, anche se il Maestro resta il solito esperto genio nel ricucire tutto, ma che ha fatto perdere qualche parola, al pubblico, da parte dei cantanti che pur hanno recitato con naturalezza, senza quegli insulsi gesti delle braccia, che purtroppo s’imparano a scuola e che non hanno nessun rapporto con la situazione del personaggio, ma servono soltanto a secondare l’emissione vocale. Tanti, troppi, i tagli, apportati con l’accetta, da “Cessa di più resistere”, al finale primo e nelle ripetizioni della Calunnia o de’ “La testa mi gira”, che chiude il quartetto del secondo atto. A vincerla senza trappole e maschere è stata la Rosina di Francesca Di Sauro, la quale ha superato le difficoltà insite nella cavatina “Una voce poco fa” in cui si tocca in basso il sol diesis sotto il rigo e in alto il sol diesis IV, con l’assoluta eguaglianza dei suoni, vivacità di caratterizzazione, sgranando e congiungendo le note, con tecnica implacabile a “coprire” i suoni sul “passaggio”, affinchè il colore e il peso di ciascuna restassero eguali. L’acrobazia è, così, passata in secondo piano rispetto a timbro e all’inflessione con cui la Di Sauro, scuola D’Annunzio-Lombardi, affronta la coloratura parimenti la capacità d’individuare la parola-chiave dell’unità poetico-musicale del momento, sottolineandola nel modo più espressivo. Il primo convinto applauso ha naturalmente accompagnato l’entrata di Figaro, interpretato da Maxim Lisiin. E’ un Figaro leggero il suo, affatto potente, quindi, felicemente libero dalla tradizione alla quale siamo avvezzi e da cui ci siamo liberati, nel corso della “prima”, ma un po’ monocorde. Delusione per l’aria di sortita del Conte D’Almaviva, al quale ha dato voce Yaroslav Abaimov, quel piccolo capolavoro d’ironia, col battibecco dei fiati in risposta al solo patetico del clarinetto, affidato al suono di tradizione di Luigi Pettrone e poi del flauto, annunciante la melodia “Ecco ridente cielo”. Nel canto la melodia si effonde in melismi, poi muta di colpo in “Allegro” e qui, ci siamo, purtroppo accorti che, è tenore generoso, dalla fresca voce, ma non sostenuto da tecnica pari, per andare ad eseguire quelle famigerate colorature, imposte da Rossini ed ha, così, sfociato diverse volte nel falsetto. Ed ecco il Don Bartolo di Misha Kiria, dai tratti e la retina di Zio Don Antonio Papale, felice evocazione di casa Canessa, “magnifica presenza” con la quale Riccardo, da nobile napoletano quale è, ama giocare e far rivivere, voce potente, una spanna su tutti, che ha reso bene la linea di canto dispettosa e imbronciata, sino al velocissimo sillabato, che non ha subito cadute. Il finale del I atto, una trappola anche per i migliori direttori, si è rivelata tale anche per Daniel Oren, che non è riuscito a creare quel climax di attesa surreale, nella quale Rossini vuol trascinare il pubblico servendosi di quell’elementare procedimento basato su due immagini “onomatopeiche” altrettanto elementari: una melodia ondeggiante sull’ostinato dell’orchestra, quindi il consueto “parlato” sillabico, ripetute meccanicamente, a due riprese, come in una vertiginosa corsa circolare, che non trova mai un punto d’arrivo, in cui l’organismo vocale-sinfonico è risultato un po’ disunito. E siamo a Don Basilio, o meglio, Fra’ Basilio, un corretto, Francesco Milanese, che ha portato sufficientemente a termine la parte, anche se non dotato di voce da basso pieno, che ha tradito in piccola misura l’aria della Calunnia, negli scoppi in fortissimo. Secondo atto decisamente superiore al primo, dal punto di vista musicale con solo la Berta, di Miriam Artiaco, interprete della celebre aria del sorbetto, gustosa parodia della zitella anziana, sottotono, e, in particolare, l’orchestra, con strumenti protagonisti assoluti della vicenda unitamente ai cantanti, che come loro e meglio di loro, hanno dialogato, si sono pavoneggiati, pizzicati, inseguiti, presi e lasciati. A completare il cast, convincenti il Fiorello di Costantino Finucci e l’uffiziale di Antonio De Rosa. L’ “homme ouvert” di Bergson batte l’uomo di paura di Rahenau, tra gli applausi scroscianti per l’intero cast, ovazione per la splendida Francesca Di Sauro e per un sempre acclamato Daniel Oren, che attendiamo in ottobre con Macbeth.

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Don Vicienzo. La città-palcoscenico ora oltre la retorica degli annunci

di Aldo Primicerio

 

Una premessa è necessaria. Conosco De Luca dagli anni ’70. Ci vedevamo quasi tutti i giorni in una palazzina di via Manzo a Salerno. Dove, al piano terra, io ero direttore responsabile dell’allora Telecolor Salerno Spa di Saverio Benvenuto. Lui, al primo piano, era con Paolo Nicchia alla segreteria provinciale del Partito Comunista. Da allora, lui lo sa, siamo stati sempre amici, uniti da una reciproca inossidabile stima e simpatia. Allora, come oggi. E, se si vuole, anche domani. Detto questo, diventa più facile per me esprimere sul suo 5° mandato alcune riflessioni. Assolutamente costruttive, perché finalizzate al bene comune della nostra amata città. Anzi, chiamiamolo pure 8° mandato, perché Mario De Biase e Vincenzo Napoli sono stati dignitosi sindaci oltre che notevoli persone, ma pur sempre dei viceré dell’indiscusso monarca.

 

La forza del consenso e l’enigma del tempo

La riconferma di “don Vicienzo” secondo me apre una stagione radicalmente diversa dalle precedenti. Il voto ha confermato che il legame tra il leader e la sua città conserva radici profonde, capaci di resistere all’usura del tempo e alle mutazioni dei cicli politici nazionali. È il trionfo di un modello di leadership personalistica, che per decenni ha offerto ai salernitani una percezione di stabilità, di decisionismo e di identità forte. Ma qui l’applauso di facciata non basta. Il punto non è più il quanto si vince ma il come si governa una città complessa. Che si avvia, che deve avviarsi ad una transizione precisa su cui occorre decidere.

 

Il cortocircuito tra lo straordinario e l’ordinario

Il modello Salerno ha sempre nutrito ambizioni internazionali, attraendo firme mondiali dell’urbanistica come Bohigas, Bofill e Zaha Adid. Ma, dietro le suggestioni della città-polcoscenico si consuma da anni un cortocircuito tra lo straordinario e l’ordinario. Salerno – con aeroporto, stazione crocieristica, arrivo delle grandi navi, Luci d’Artista, Giardini della Minerva – vanta una sicura proiezione internazionale. Ma, dietro, la città sperimenta la fatica di una macchina amministrativa in affanno sui servizi minimi. Le trascuratezze sono davanti agli occhi di tutti. Eccone solo alcune:  l’affannosa gestione dei rifiuti sia urbani che commerciali ed il disdoro urbano, il verde pubblico e l’impoverimento di uno tra i più bei lungomare del mondo, il mancato controllo sulle violazioni quotidiane alle norme sugli scarichi DbKiller alterati delle moto che gareggiano in C.so Garibaldi e via Roma, le inosservanze clamorose del Regolamento Comunale sulle Insegne Luminose Commerciali soprattutto nel centro-città, lo stato pietoso delle strade cittadine piene di buche o sfregiate ogni giorno da continui scavi per la posa dei cavi, le opere urbane incompiute da anni come Piazza Cavour, il sottopassi ferroviario di via SS. Martiri, Porta Ovest, il caotico sviluppo urbanistico sotto la collina di Giovi,  i grattacieli in area stadio Arechi, suggestivi ma cattedrali carenti di servizi.

 

Il nodo delle promesse e il ricambio mancato

La città non ha bisogno di nuove visioni faraoniche e di autocompiacimenti. Occorre un bagno di realtà. Salerno la Montecarlo d’Italia? Un bell’annuncio effervescente che, certo, fa gonfiare il petto. Ma è solo un annuncio e niente più. Montecarlo è ricca di sé, non dei ricchi che vi sbarcano. Ha il reddito pro-capite più alto del mondo, € 153mila/anno per ogni cittadino, 8 volte più di quello di Salerno che si ferma a € 23mila pro-capite, secondo il MEF.  E poi decine di hotel con 2500 camere ed una rete di servizi intessuta per fare, da sempre, un turismo di grandissimo livello. Salerno uscirebbe tramortita da un confronto senza un inesistente, insostenibile, impossibile impianto economico. E poi l’altro nodo, di cui abbiamo già scritto: l’accentramento decisionale senza un ricambio generazionale. Il deluchismo ha in sé la sua indiscutibile grandezza, ma anche il suo limite. Una leadership ancora oggi tra le più forti d’Italia non ha saputo favorire la nascita di una classe dirigente colta, preparata, forte e riconoscibile. Intorno ad un grandissimo come Vincenzo c’è – tranne qualche assai rara eccezione – il vuoto assoluto. E qui l’errore di riconfermare in blocco una giunta che ha fatto arretrare la città. La sfida ora è dimostrare che si può governare non per alimentare un mito personale, ma per preparare la Salerno del futuro, quella dei nostri figli e nipoti. Lui lo sa. Non sarà facile. Ma noi sappiamo che lui sa bene come fare.

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Pisano: La Salernitana poteva fare di più

di Enzo Sica

SALERNO – Due anni in serie C, tre in serie B, dalla stagione 1992 a quella del 1997, oltre trent’anni fa con 62 gol realizzati e 128 presenze in campionato. Un piccolo record per un siciliano come Giovanni Pisano, di professione ex attaccante che ha lasciato nel suo percorso calcistico con la maglia granata tante gioie ai tifosi salernitani e ad una città che come lui dice subito “resta la mia seconda casa dopo le soddisfazioni che mi ha regalato ed a cui sarò sempre legato”. Belle le parole di questo ex calciatore, grande attaccante, per la Salernitana. Oggi all’età di 57 anni e con quel feeling non si è mai spezzato perchè “chi indossa la maglia granata la porterà addosso per tutta la vita”. Eccolo un ulteriore atto d’amore che arriva proprio in questi giorni, al termine della stagione regolare ed anche all’indomani dell’eliminazione nella semifinale play off contro il Brescia che si è ancora di più consolidato in Giovanni. “Si perchè mi sarei aspettato un’altra stagione dopo le due retrocessioni consecutive con una pronta risalita in serie B che sarebbe stato qualcosa di veramente eccezionale”.
Diciamo di si anche perchè dopo la partenza con cinque vittorie consecutive, primo posto in classifica e 15 punti, caro Giovanni, tutti speravano in un altro campionato magari vincente?
“Direi di sì anche se devo ammettere che la squadra. nonostante il primo posto non aveva una sua identità precisa. Parlo del gioco molto frammentario che l’aveva portato anche ad essere la prima della classe ma con tanto affanno”
Cosa è mancato poi nel corso della stagione?
“Tante situazioni sono cambiate, quel gioco che tutti si aspettavano potesse emergere da un momento all’altro è stato insoddisfacente anche se sono arrivati risultati positivi con altre situazioni che per i tifosi granata potevano rappresentare, perchè no? quel cambio di passo che non c’era stato”
E che non c’è stato direi, Giovanni, con un tecnico come Raffaele, siciliano come te che in parte ha deluso le aspettative iniziali?
“Guarda, Raffaele era ed è considerato un tecnico di livello. Ha fatto bene in ogni squadra dove aveva allenato compreso a Cerignola. Il suo lavoro era di un certo livello, Poi a Salerno si è perso, non è riuscito ad emergere anche perchè aveva in squadra calciatori che non riuscivano mai a cambiare passo in ogni partita. erano quasi impauriti di sbagliare offrendo prestazioni non da Salernitana. E se si va avanti così, purtroppo, non si raggiungono i risultati sperati da questa eccezionale e calda tifoseria”
Eppure la rosa era di prima qualità con calciatori di categoria ed anche se era stata costruita prima della partenza per il ritiro ti dava fiducia?
“Tutto vero visto che sono sempre dell’idea che i calciatori granata presi singolarmente, che hanno giocato da voi, sono di spessore. Purtroppo qualcosa che si è inceppato nel meccanismo e non ha permesso loro di lottare per vincere il campionato dopo che il Benevento ha preso il largo”
Con l’arrivo di Cosmi, che forse poteva essere chiamato prima, qualcosa è cambiato nella squadra granata Giovanni?
“Direi tanto, si è visto qualcosina in più ma il gioco che tutti auspicavano potesse essere più fluido, diverso, anche per mettere gli attaccanti in condizione di esprimersi al top non c’è stato. O solo in parte. Eppure ritengo che Lescano, Ferrari, Inglese, Molina, Achik, Ferraris siano stati tra i migliori della categoria e del campionato in questa stagione e avrebbero potuto dare molto di più”
La lotteria dei play off che aveva anche riportato entusiasmo in un ambiente depresso ha penalizzato ancora una volta la squadra?
“Conseguenza del percorso che c’era stato in campionato. Mi spiego. Cosmi ha riportato entusiasmo ed anche voglia di arrivare fino in fondo. E le tre gare contro Casertana, Ravenna e Union Brescia hanno sentenziato una cosa: la squadra era stanca. qualche cambio in formazione non è stato fatto e purtroppo si è usciti alle semifinali. Devo dirti che dopo le vittorie in trasferta contro Casertana e Ravenna pensavo che quel cambio di passo c’era stato. Poi il gol preso al minuto 91 contro il Brescia che ha pareggiato la gara ma anche il gol di inizio gara al Rigamonti per un infortunio difensivo sono stati determinanti perchè se fai solo tre tiri in porta nelle gare tra Salerno e Brescia allora vuol dire che il meccanismo si è inceppato e purtroppo vieni estromesso dalla finale”
Ed ora si parla già di futuro. Sei d’accordo sulla riconferma di Cosmi e Faggiano?
“”Guarda la società credo che vada lasciata tranquilla nelle valutazioni che farà. Il patron Iervolino sa già quello che vuole fare e forse ha già deciso. Le basi per ripartire ci sono tutte con calciatori di proprietà che rimarranno, altri che torneranno dai vari prestiti ed altri che certamente Faggiano, che giudico un direttore sportivo in gamba e capace, in simbiosi con Cosmi cercherà di portare a Salerno. Il reparto avanzato è tra i più completi. Mi chiedi se Lescano somiglia al primo Pisano che ha giocato a Salerno? In parte sì anche, ha il fiuto del gol come lo avevo io anche se il sottoscritto era molto più rapido di lui sotto porta…
Il futuro, invece, di Giovanni Pisano dove sarà? Qualcuno tempo fa ha anche auspicato un ritorno in granata, magari al settore giovanile, visto che si è dedicato ai giovani lavorando sia nel settore giovanile della Fiorentina che del Siracusa proprio in questa stagione che si è conclusa?
“Mi fanno piacere e mi lusingano certe considerazioni che si hanno e si fanno su di me. Vuol dire che il lavoro fatto in altre società è stato apprezzato. Sarei felicissimo se ci fossero aspettative future per un mio ritorno a Salerno. Per ora sono impegnato in un torneo amatoriale a Siracusa dove gioco sempre da attaccante ma ci vedremo tra qualche settimana lì da voi per il torneo sulla spiaggia di Santa Teresa dove incontrerò altri miei compagni di squadra delle stagioni in cui ho giocato nella Salernitana per i festeggiamenti. il prossimo 19 giugno, dei 107 anni di vita della nostra carissima Bersagliera”.

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Palmieri lascia Forza Italia per la Lega

Forza Italia Salerno rischia di perdere un altro esponente di rilievo. Il sindaco di Roscigno, Pino Palmieri, sarebbe infatti pronto a ufficializzare il proprio ritorno nella Lega, lasciando gli azzurri per aderire nuovamente al partito guidato da Matteo Salvini. In un lungo post pubblicato sui social, il primo cittadino non risparmia critiche ad Attilio Pierro, che nei giorni scorsi ha lasciato Forza Italia per aderire a Futuro Nazionale. «A distanza di qualche mese sento il dovere di chiarire la mia posizione. Quando fui contattato da Attilio Pierro per convincere il mio consuocero, Mimì Minella, a candidarsi alle elezioni regionali, non mi tirai indietro. Pur non appartenendo alla Lega, mi impegnai con convinzione perché credevo che il nostro territorio meritasse una rappresentanza forte e autorevole», scrive Palmieri. «Come me, tanti amministratori, militanti e cittadini si spesero con passione e sacrificio per quella campagna elettorale. Oggi, però, appare evidente che, mentre molti lavoravano per costruire un progetto politico, qualcuno stava già lavorando per costruire il proprio futuro personale», aggiunge il sindaco. Secondo Palmieri, «il principale responsabile di questa situazione è Attilio Pierro, che ha carpito la buona fede non solo di Mimì Minella, ma anche di tanti uomini e donne che hanno creduto sinceramente in quel percorso politico. Dopo aver chiesto impegno, fiducia e sostegno, ha avviato una serie di cambi di collocazione politica che hanno finito per disorientare e deludere chi lo aveva seguito». Il primo cittadino precisa di non voler mettere in discussione «la buona fede di Mimì Minella, che considero anch’egli vittima di una strategia politica costruita da altri». A essere contestato, invece, è «un metodo che ha anteposto gli interessi personali alla lealtà verso gli elettori e verso coloro che hanno lavorato per quel progetto». «Per quanto mi riguarda – prosegue Palmieri – farò una scelta chiara: stare dalla parte di chi è stato tradito e non dalla parte di chi ha trasformato il trasformismo politico in un’abitudine». Infine, l’affondo conclusivo: «La politica ha bisogno di coerenza, serietà e rispetto della parola data. Il nostro territorio merita rappresentanti che costruiscano fiducia, non che la consumino. E su questo non sono disposto a fare sconti a nessuno».

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Frana a Positano, interviene Bicchielli

“La frana che nella giornata di ieri ha interessato Positano richiama la necessità di rafforzare le attività di monitoraggio, prevenzione e manutenzione del territorio”. Lo ha dichiarato Pino Bicchielli, deputato Forza Italia e presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta rischio idrogeologico e sismico. “Nei fenomeni franosi in Italia non risultano evidenze storiche riferite all’area interessata di Positano. Questo elemento suggerisce la necessità di un’attenta attività di osservazione e monitoraggio, perché potrebbe delinearsi uno scenario nuovo che merita particolare attenzione. La Costiera Amalfitana è un territorio di straordinario valore ma anche particolarmente fragile. La nostra priorità è garantire la sicurezza dei cittadini, dei lavoratori e dei tanti turisti che ogni anno frequentano queste aree”, ha aggiunto Bicchielli. “Seguiremo con attenzione l’evolversi della situazione. La sicurezza del territorio non può essere affrontata soltanto nella fase emergenziale: servono programmazione, investimenti e una collaborazione costante tra Stato, Regione ed enti locali”, ha detto ancora il presidente Bicchielli che esprime “vicinanza alla comunità di Positano e ringrazia le forze dell’ordine, i Vigili del Fuoco, la Protezione Civile e tutti gli operatori impegnati nelle attività di monitoraggio e messa in sicurezza”.

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Giappone, la stretta sull’immigrazione del governo Takaichi

Trenta. È il numero di volte fino a cui aumenterà la cifra da pagare per le richieste relative ai visti e ai permessi di soggiorno per i cittadini stranieri in Giappone. Un aumento a dir poco esponenziale, approvato in via definitiva dalla Dieta, il parlamento nipponico, su proposta del Partito liberaldemocratico al governo. La proposta fa parte del programma della premier Sanae Takaichi, conservatrice dalle politiche dai tratti nazionalisti. Sin dalla campagna elettorale che ha preceduto l’inizio della sua esperienza a capo dell’esecutivo, la prima leader di governo della storia del Giappone ha assunto una postura severa nei confronti degli stranieri. Obiettivo: compiacere la crescente onda anti-immigrati, che ha portato a una forte ascesa di partiti sovranisti anti-establishment come il Sanseito.

Giappone, la stretta sull’immigrazione del governo Takaichi
Turiste asiatiche in Giappone (Ansa).

L’aumento per visti e permessi di soggiorno scatterà entro marzo 2027

Finora il limite massimo previsto dalla legge per le richieste di modifica dello status di residenza o di proroga del soggiorno era di 10 mila yen (circa 55 euro), così come per le domande di residenza permanente. Con la riforma, i tetti saliranno rispettivamente a 100 mila e 300 mila yen, vale a dire circa 540 e 1610 euro. Le tariffe effettive saranno stabilite con precisione tramite decreti governativi e saranno introdotte entro il 31 marzo 2027. I cittadini cinesi, di gran lunga il gruppo più numeroso di residenti stranieri in Giappone, potrebbero essere i più colpiti dalle nuove misure, in un momento in cui i rapporti tra Pechino e Tokyo sono già assai tesi sul fronte diplomatico. Ma le novità toccano anche i turisti stranieri che hanno bisogno di visto: il governo prevede infatti di aumentare il costo del visto a ingresso singolo da 3 mila a 15 mila yen.

Arriva JESTA, la versione nipponica dell’ESTA Usa

La legge prevede inoltre l’introduzione, entro marzo 2029, di un sistema elettronico di autorizzazione ai viaggi denominato JESTA, la versione giapponese dell’ESTA statunitense. Secondo il governo, il sistema servirà a impedire l’ingresso di «stranieri indesiderati», come possibili terroristi o persone già espulse in passato. I viaggiatori provenienti da Paesi esentati dall’obbligo di visto per soggiorni brevi saranno sottoposti a controlli preventivi e potranno essere respinti prima della partenza se ritenuti «problematici» dalle autorità.

Giappone, la stretta sull’immigrazione del governo Takaichi
Sanae Takaichi (Ansa).

Il Giappone nel 2025 ha registrato il record di stranieri residenti

Il governo giustifica gli aumenti sostenendo che il Giappone debba allineare i costi dei visti e dei permessi di soggiorno agli standard occidentali per costruire un sistema migratorio più solido. Alla fine del 2025, i residenti stranieri in Giappone hanno raggiunto quota 4,13 milioni, il livello più alto mai registrato. Una cifra che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile in un Paese che ha costruito parte della propria identità moderna sull’idea di omogeneità culturale e sociale. Il governo sostiene che l’aumento delle tariffe serva a coprire i costi amministrativi legati a questa crescita, a finanziare programmi di integrazione linguistica e a rafforzare il contrasto all’immigrazione irregolare.

Le misure e le resistrizioni sull’immobiliare

Eppure, la questione non appare soltanto economica. Nella percezione di molti osservatori, la legge appena approvata rappresenta un ulteriore tassello di una più ampia strategia di controllo della mobilità straniera. Il governo sta infatti approntando una serie di misure che prevedono restrizioni più severe sugli acquisti di terreni in prossimità di installazioni militari e siti sensibili per la sicurezza nazionale. Il dibattito coinvolge anche il mercato immobiliare urbano, dove da mesi si moltiplicano le accuse agli investitori stranieri che starebbero contribuendo all’aumento dei prezzi degli appartamenti nelle principali città.

Giappone, la stretta sull’immigrazione del governo Takaichi
Il quartiere di Shinjuku a Tokyo (Ansa).

Per ora salta la riforma dei centri di detenzione per irregolari

È stata invece accantonata l’ipotesi di riforma dei centri di detenzione per immigrati irregolari, una delle questioni più controverse del sistema migratorio giapponese. Si tratta di strutture amministrative destinate a ospitare persone che si trovano in violazione delle norme sull’immigrazione, ad esempio per aver superato la durata consentita del visto o per non aver rinnovato il permesso di soggiorno. Le persone trattenute si trovano in una forma di detenzione amministrativa che può protrarsi per un periodo indefinito, fino al rimpatrio o alla ridefinizione della posizione legale. Negli ultimi anni numerose organizzazioni hanno denunciato problemi legati all’assistenza sanitaria, alle condizioni psicologiche dei detenuti e alla mancanza di adeguati meccanismi di controllo indipendente all’interno di queste strutture. Polemiche che hanno lambito anche l’Italia nel 2022, quando in uno di questi centri si è registrato il suicidio di Gianluca Stafisso, cittadino italiano che viveva in Giappone da molti anni.

L’immigrazione diventa più costosa, ma gli stranieri servono

Le mosse normative del governo avvengono proprio mentre, secondo diversi osservatori, il Giappone avrebbe bisogno di più stranieri e più immigrati. Il Paese sta invecchiando più rapidamente di quasi qualsiasi altra società industrializzata. La popolazione diminuisce ogni anno, le scuole chiudono, intere comunità rurali si spopolano e molti settori economici faticano a trovare personale. Lo stesso governo ha approvato programmi che prevedono l’arrivo di oltre un milione di lavoratori stranieri nei prossimi anni per colmare le carenze di manodopera. Eppure, parallelamente, continua a costruire un sistema che rende più costosa, più precaria e più complessa la permanenza di chi già vive o intende vivere nel Paese.

Giappone, la stretta sull’immigrazione del governo Takaichi
Sanae Takaichi (Ansa).

Cittadini più vulnerabili a rischio

Sempre più spesso lo straniero viene presentato nel discorso pubblico come una questione di sicurezza, ordine pubblico e controllo sociale. La residenza permanente, la naturalizzazione e perfino l’accesso alla proprietà immobiliare sembrano essere visti dal governo Takaichi come concessioni da accordare a chi soddisfa criteri che si teme possano diventare sempre più stringenti. Le organizzazioni per i diritti umani temono che l’aumento delle tariffe e, in generale, le politiche sugli stranieri possano colpire soprattutto i residenti più vulnerabili, dai richiedenti asilo alle famiglie con redditi modesti. Temono inoltre che l’enfasi sul controllo e sulla sicurezza finisca per alimentare ulteriormente una narrativa di sospetto verso persone che, nella maggior parte dei casi, lavorano, pagano le tasse e contribuiscono alla società giapponese.

Porto di Salerno, licenziato il delegato Si-Cobas: scatta mobilitazione

Si riaccende la tensione nel porto di Salerno, dove i temi della sicurezza sui luoghi di lavoro, della tutela dei diritti dei lavoratori e della libertà di attività sindacale tornano al centro dello scontro tra sigle autonome e aziende della logistica. Il sindacato Si-Cobas ha denunciato con forza il licenziamento di Ciccio Collina, rappresentante sindacale aziendale (RSA) alla Logiport, società di movimentazione merci facente capo al Gruppo Grimaldi. Secondo quanto ricostruito dall’organizzazione sindacale, il provvedimento espulsivo è stato ufficialmente recapitato al dipendente lo scorso 26 maggio, ponendo fine a un lungo periodo di forti attriti. Una conclusione che, sempre stando alla denuncia formale del Si-Cobas, è giunta al culmine di mesi complessi, caratterizzati da continue pressioni e asserite vessazioni nei confronti del lavoratore, mirate a indebolirne l’attivismo all’interno dello scalo salernitano. Alla base del licenziamento, secondo la lettura fornita dal sindacato, non vi sarebbero mancanze professionali, bensì le costanti battaglie portate avanti da Collina in prima persona. Il delegato si era speso ripetutamente per denunciare le criticità dello scalo, illustrare le posizioni dei lavoratori e pretendere il rispetto delle normative sulla sicurezza. Per fare chiarezza su questa vicenda, il Si-Cobas ha convocato nella mattinata di ieri una conferenza stampa pubblica presso i locali dell’ex asilo politico Jan Hassen. Durante l’incontro, i rappresentanti dei lavoratori hanno ribadito la richiesta di tutele per il personale portuale e hanno annunciato un fitto calendario di iniziative di protesta. Nel corso dell’incontro con gli organi di informazione, il lavoratore licenziato ha voluto chiarire la propria assoluta estraneità rispetto ai fatti contestati dall’azienda per giustificare il provvedimento. “In questa incresciosa situazione che ha portato al mio licenziamento, ci tengo a precisare che sono completamente estraneo alle accuse che mi vengono mosse”, ha esordito l’ormai ex RSA della Logiport. “Il mio unico ruolo è stato quello di aver fatto da tramite e da ponte per il sindacato, esercitando semplicemente i miei compiti legati alla rappresentanza aziendale. In effetti, quando un lavoratore si trova in difficoltà e cerca aiuto, è preciso dovere del rappresentante sindacale far presente la situazione all’organizzazione. Successivamente, ci sono stati i contatti necessari tra il sindacato e il lavoratore in questione, e l’intera vicenda è andata avanti in tal senso fino ad arrivare all’impugnativa formale”. Il racconto di Collina si sofferma poi sulla tempistica e sulle modalità con cui la Logiport ha deciso di interrompere il rapporto di lavoro, evidenziando una procedura che il sindacato ritiene punitiva. “Subito dopo aver svolto questa mia normale attività di tutela e collegamento, sono stato letteralmente catapultato al centro di questa storia”, ha proseguito il sindacalista. “L’azienda ha assunto una posizione rigidissima e ha preso la decisione di licenziarmi. Questo epilogo è arrivato dopo un periodo di sospensione cautelativa e una formale contestazione finalizzata al licenziamento che mi è stata recapitata dalla direzione aziendale. I vertici societari si sono presi tutto il tempo utile e poi hanno decretato la mia uscita. Ovviamente non abbiamo alcuna intenzione di subire passivamente questo provvedimento: andiamo avanti con fermezza e stiamo già valutando con i legali come muoverci”. La reazione del sindacato è stata esposta con toni durissimi da Giuseppe D’Alessio, Segretario Regionale della Campania per il Si-Cobas, il quale ha tracciato un quadro delle condizioni di lavoro all’interno del porto salernitano e ha annunciato una mobilitazione di portata nazionale. “Le prossime iniziative di protesta scatteranno a brevissimo giro”, ha spiegato D’Alessio. “Questo si rende necessario in quanto non abbiamo ricevuto ancora alcuna risposta concreta da parte dei vertici aziendali, nonostante lo sciopero dello scorso 29 maggio avesse già lanciato un chiaro segnale di malcontento. L’unico elemento di novità è stato un parziale interessamento da parte del Gruppo Grimaldi sulla questione, che però ad oggi non si è tradotto in alcun atto tangibile di revoca del provvedimento”. Di fronte al silenzio dei vertici operativi, il sindacato ha deciso di alzare drasticamente il livello dello scontro, estendendo la protesta oltre i confini provinciali. “Colgo l’occasione per comunicare ufficialmente che il prossimo mercoledì 10 giugno si terrà una giornata di mobilitazione nazionale sui porti italiani”, ha annunciato il segretario campano del Si-Cobas. “Questa grande protesta collettiva è indetta innanzitutto contro il licenziamento di Ciccio Collina a Salerno e contro quello di altri due operai del porto di Napoli, colpiti da provvedimenti analoghi. Manifestiamo per la sicurezza e per imporre il rispetto reale del Decreto Legislativo 81/08, una legge fondamentale che purtroppo viene calpestata quotidianamente. I dati in nostro possesso sono allarmanti: nel solo porto di Salerno si registrano mediamente più di tre infortuni sul lavoro al mese. E stiamo parlando esclusivamente di quelli che vengono dichiarati in modo ufficiale, poiché sappiamo che moltissimi incidenti vengono occultati. Questo lavoro di tutela e denuncia della sicurezza è il vero motivo per cui Ciccio è stato licenziato”. La giornata del 10 giugno sarà solo il primo passo di una vertenza che si preannuncia lunga. I vertici sindacali hanno infatti pianificato ulteriori tappe per coinvolgere direttamente la cittadinanza salernitana. “Il successivo venerdì 12 giugno saremo nuovamente in piazza qui a Salerno per un’assemblea pubblica”, ha concluso Giuseppe D’Alessio. “L’appuntamento è fissato per le ore 17:00 in Piazza Portanova, un momento fondamentale per continuare la mobilitazione. Dopo lo sciopero e la manifestazione di mercoledì, questo presidio del venerdì servirà a ribadire che la nostra battaglia continuerà ad oltranza, senza un solo passo indietro, fin quando non avremo ottenuto giustizia con il reintegro immediato di Ciccio Collina. È giunto il momento di dire basta ai ricatti sulla sicurezza e alla negazione dei diritti fondamentali dei lavoratori portuali”.

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Porticciolo. Salerno. Si possono presentare le osservazioni

di Erika Noschese

La partita per il futuro del Porticciolo di Pastena entra nella sua fase cruciale, riaccendendo il dibattito cittadino sulla tutela dei beni comuni e sulle grandi trasformazioni urbanistiche della costa salernitana. La scorsa settimana è stata infatti pubblicata la corposa documentazione integrativa depositata dalla società Polo Nautico Srl nell’ambito del controverso progetto per la realizzazione del nuovo Porto Turistico Marina di Pastena. Si apre così una finestra temporale decisiva per la cittadinanza e per le associazioni ambientaliste, che avranno tempo fino al prossimo 26 giugno per presentare osservazioni formali e tentare di arginare un’opera considerata fortemente impattante per l’equilibrio del quartiere e dell’intero litorale orientale. L’attuale fase di consultazione pubblica rappresenta il secondo round di una complessa battaglia burocratica e ambientale. Nelle settimane scorse, la mobilitazione popolare aveva già incassato un punto significativo. A seguito delle dettagliate eccezioni sollevate dal Comitato civico Giù le mani dal Porticciolo, da diverse sigle associative e da centinaia di residenti, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica aveva imposto una brusca frenata all’iter, esigendo dai promotori privati la produzione di ben ventisette integrazioni tecniche e controdeduzioni puntuali. Un quadro istruttorio ulteriormente appesantito dai rilievi sollevati dal Ministero della Cultura, che ha chiesto chiarimenti stringenti in merito alla compatibilità dell’infrastruttura con le tutele paesaggistiche vigenti nell’area interessata. I tecnici e i consulenti legali che affiancano il comitato di quartiere sono già impegnati nell’esame minuzioso dei nuovi elaborati depositati dalla società proponente, con l’obiettivo di strutturare un nuovo pacchetto di controdeduzioni entro la scadenza di fine mese. La strategia dei residenti punta a dimostrare come le risposte fornite dai progettisti non superino i nodi critici storicamente denunciati dalla comunità locale, legati alla perdita dell’accesso pubblico al mare, all’alterazione delle correnti costiere e alla cancellazione dell’identità storica di un borgo marinaro che resiste nel tessuto urbano della zona orientale di Salerno. La mobilitazione si sposta adesso dal piano prettamente tecnico a quello politico e sociale. Attraverso una nota ufficiale, il Comitato Giù le mani dal Porticciolo ha lanciato un forte appello alla partecipazione collettiva, invitando cittadini, comitati di quartiere e forze sociali a scaricare i documenti e formulare i propri rilievi scritti. La tesi sostenuta dai rappresentanti civici si fonda sull’idea che la partecipazione attiva al procedimento amministrativo non sia una mera formalità, bensì lo strumento più efficace per condizionare le scelte strategiche del territorio, incidendo direttamente sui processi decisionali dei ministeri competenti. L’attenzione si sposta inevitabilmente anche sui banchi del Consiglio Comunale. Il sodalizio civico ha rivolto un esplicito e severo richiamo a tutti quegli esponenti politici, inclusi candidati sindaci e consiglieri, che durante l’ultima campagna elettorale avevano espresso fermo sostegno alla salvaguardia del porticciolo, dichiarandosi contrari alla cementificazione dello specchio d’acqua. Secondo il comitato, è giunto il momento che le promesse elettorali si traducano in atti amministrativi concreti e conseguenti. La richiesta avanzata alle istituzioni locali è netta: avviare le procedure per la revoca del progetto del porto turistico, sulla scorta di un interesse pubblico che i residenti ritengono ormai del tutto inesistente, e procedere a una contestuale modifica della destinazione d’uso dell’area all’interno del Piano Urbanistico Comunale per blindare definitivamente lo status pubblico del sito. La vertenza sul porticciolo di Pastena incarna la storica tensione tra i modelli di sviluppo orientati alla privatizzazione della costa per scopi diportistici e la richiesta di spazi pubblici e vivibili da parte delle comunità residenti. Il comitato promotore rivendica con forza la propria legittimazione quale portatore di interessi diffusi e radicati, esigendo un confronto trasparente e aperto con l’amministrazione e i privati, lontano dalle stanze chiuse della burocrazia. I rappresentanti dei cittadini precisano tuttavia di non essere contrari a priori a un intervento sull’area, a patto che si parli di una riqualificazione autentica, finalizzata alla valorizzazione sociale, culturale e storica del borgo e non alla speculazione economica. Nelle intenzioni dei residenti, il porticciolo dovrebbe rimanere un presidio di biodiversità e un punto di aggregazione sociale accessibile a tutti, preservando la memoria storica delle attività marinare della zona. Per agevolare l’intervento dei non addetti ai lavori in una materia complessa come quella delle valutazioni ambientali, il movimento civico ha predisposto e diffuso tramite le proprie piattaforme digitali una guida pratica semplificata. Questo vademecum digitale punta a democratizzare l’accesso alle procedure burocratiche, offrendo a chiunque i modelli e le indicazioni necessarie per formalizzare la propria opposizione entro il termine perentorio del ventisei giugno, data in cui si capirà se il destino di questo storico scorcio di Salerno sarà deciso dalle esigenze del profitto privato o dalla volontà della comunità locale.

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Il meglio: Fantascienza.com, il meglio della settimana della grossa crisi

Fantascienza.com, il meglio della settimana della grossa crisi

Stargate chiude prima di aprire; Star Trek torna al formato classico; i Premi Locus, la nuova stagione di Silo, Delos 276 e le grandi saghe della fantascienza.

C'è grossa crisi, come diceva Guzzanti. Va be', ce ne sono tante grosse crisi e molto più drammatiche, ma anche la fantascienza televisiva vive la sua. Ricapitoliamo: Star Trek in tv per ora è fermo, non ci sono programmi per il futuro. C'è qualcosa di già pronto e ne avremo ancora fino all'anno prossimo, poi stop. Doctor Who ha mollato Disney e ci sono seri dubbi che possa riprendere da qualche altra parte, l'attore ha finito il contratto, uno nuovo non lo si trova (o non lo si cerca), Russell T Davis non si sa bene se sia ancora in charge di qualcosa.... - Leggi l'articolo

 

Notizie - Il meglio - 7 giugno 2026 - articolo di S*

Chi è Del Bigtree, il guru no-vax alleato di Kennedy sbarcato in Italia

Make Italy Healthy Again. Il movimento no-vax legato al segretario della Salute Usa Robert F. Kennedy è sbarcato anche in Italia. E a portare il verbo non è stato un personaggio qualsiasi. Il giornalista e producer Del Bigtree ha infatti fatto capolino a fine maggio nel nostro Paese. Un tour che lo ha visto presentare a Roma, Milano, Venezia, Padova e in Sardegna il suo ultimo film-documentario no-vax An Inconvenient Study. Il viaggio di Bigtree non si è però limitato alle sale cinematografiche. Il produttore ha rilasciato interviste, incontrato giornalisti, attivisti e cercato nuovi proseliti. Spingendosi persino anche a dare “consigli” al nostro ministro della Salute.

Dai documentari no-vax all’Informed Consent Action Network

Bigtree è un personaggio di prim’ordine nel panorama no-vax legato al mondo MAGA. La sua fama è iniziata nel 2016, anno di uscita del documentario da lui prodotto, Vaxxed: From Cover-Up to Catastrophe. Il film era diretto da Andrew Wakefield, un ex medico inglese divenuto famoso alla fine degli Anni 90 per aver pubblicato uno studio che collegava direttamente l’autismo ai vaccini contro il morbillo, la parotite e la rosolia. Lo studio si era poi rivelato manipolato e Wakefield era stato espulso dall’ordine dei medici. Nonostante i trascorsi di Wakefield, Bigtree decise di dare voce alle sue opinioni. Da allora si è dedicato anima e corpo alla causa no-vax. E il suo interesse va ben oltre i film. Bigtree ha infatti fondato la sua personale ONG Informed Consent Action Network (ICAN). Organizzazione da anni attiva negli Stati Uniti per cercare di limitare ed eliminare l’utilizzo dei vaccini. E negli ultimi anni è cresciuta enormemente. Merito di due fattori: la vicinanza a Kennedy e lo scoppio del Covid-19.

Chi è Del Bigtree, il guru no-vax alleato di Kennedy sbarcato in Italia
Del Bigtree al FreedomFest di Las Vegas nel 2024 (foto Gage Skidmore).

La collaborazione con Kennedy e le politiche MAHA

Bigtree ha infatti soffiato abilmente sulle perplessità di parte dell’opinione pubblica attorno ai vaccini anti-Covid e alle misure anti-pandemiche. Nel giro di pochi mesi dallo scoppio della pandemia, il suo podcast, prima disponibile su YouTube e ora sulla piattaforma Rumble, ha visto triplicare gli ascolti. La pandemia ha anche unito maggiormente Kennedy e Bigtree. I due hanno condiviso gran parte delle teorie complottiste sulla gestione del Covid. Tanto che il produttore è stato il responsabile comunicazione della campagna presidenziale di Kennedy nel 2024. La lettera pubblicata da Bigtree in occasione della nomina era abbastanza chiara sui comuni intenti dei due.  Nel testo il neo-responsabile comunicazione sosteneva che i vaccini contro il Covid fossero responsabili di numerosi casi di lesioni e decessi. Inoltre esortava i propri sostenitori a «fermare il Nuovo Ordine Mondiale dei globalisti» e a unirsi, al di là delle divisioni politiche, sotto la bandiera della «libertà medica». Bigtree ha poi seguito Kennedy nella decisione di ritirarsi dalla campagna e appoggiare Trump. E non a caso oggi è uno dei sostenitori più entusiasti delle politiche Make America Healthy Again (MAHA) portate avanti dall’amministrazione Trump e in particolare da Kennedy. Tra i pilastri della nuova sanità, secondo Kennedy, c’è infatti, neanche a dirlo, proprio la messa in discussione dei vaccini. Uno scetticismo che con Bigtree è sfociato addirittura nel voler favorire il contagio dei bambini da malattie mortali come la poliomelite. In un’intervista al The Atlantic, il produttore americano ha infatti detto che vorrebbe che suo figlio «si contagiasse con la poliomelite e il morbillo». Anzi, ha aggiunto di essere infastidito dal fatto che tanti bambini vaccinati rendano così difficile che questo avvenga.

Chi è Del Bigtree, il guru no-vax alleato di Kennedy sbarcato in Italia
Il segretario alla Salute Usa, Robert F. Kennedy Jr, e Donald Trump (Ansa).

Il gran tour italiano grazie al Popolo delle mamme

Le sue idee hanno a volte messo in imbarazzo anche lo staff dell’amministrazione Trump. Nel 2024 una portavoce cercò di mettere in chiaro che «le opinioni di Bigtree non rappresentano né quelle di Trump né quelle di Kennedy». Nonostante la presa di distanza, i rapporti tra Bigtree e Kennedy sembrano rimasti ottimi. Sotto la nuova amministrazione, l’ICAN ha anche visto le sue entrate toccare il record di 23 milioni di dollari. E ora il prossimo passo di Bigtree sembra essere quello di internazionalizzare la sua figura. Insieme a Francia, Polonia, Giappone e Australia, l’Italia è stata tra i Paesi prescelti per il nuovo progetto. Il viaggio è stato reso possibile anche grazie al contributo del Popolo delle mamme, un’organizzazione italiana da sempre impegnata nella lotta ai vaccini e per la «libertà sanitaria». 

Gli incontri con Gasparoni e le ospitate da Foa

Nel suo tour, Bigtree ha incontrato volti noti del movimento italiano contro i vaccini, come Pietro Gasparoni, medico diventato simbolo dei no-vax per aver pubblicato nel 2022 una comunicazione ai pazienti in cui invitava a non vaccinarsi contro il Covid. Anche a livello mediatico Bigtree ha raccolto diverse ospitate. È stato ospite del programma social Giù la testa di Marcello Foa, ex presidente della Rai vicino alla destra. In quell’occasione, Bigtree ha ammesso di aver «saltato di gioia» alla notizia del ritiro dei fondi all’Oms deciso da Trump. Anche Eleonora Tomassi, volto social del Tempo, lo ha voluto ospite nella sua trasmissione online Como States

Forse influenzata dal contesto – le riprese del programma si svolgono infatti davanti a Palazzo Chigi – Tomassi ha chiesto a Bigtree di dare qualche consiglio al ministro della Salute Orazio Schillaci. L’ospite non si è certo fatto pregare e ha chiesto, tra le altre cose, di «rivedere con grande attenzione» le politiche vaccinali in Italia. Chissà che ne pensano a Lungotevere Ripa…

Cosa dice sul cinema il successo di Backrooms

C’è un film che è in testa alle classifiche degli incassi in Italia e, qui sta la sorpresa, è un horror. Si tratta di Backrooms, del giovanissimo regista Kane Parsons, 21 anni compiuti. Un vero e proprio caso riguardante i rapporti tra Internet e il cinema. Il film nasce infatti dall’apparizione di un video su YouTube dello stesso Parsons, che ha toccato in poco tempo i 70 milioni di visualizzazioni. Il video è il nucleo germinale da cui la casa di produzione A24, specializzata in film arty ma anche di genere (vedi gli ultimi lavori di Ari Aster e il recente The Drama), ha deciso di trarre il Backrooms uscito nelle sale: l’esordio più redditizio nella storia della stessa A24, lanciato a livello globale, in oltre 30 Paesi.

Il richiamo all’estetica dell’IA e alla struttura dei videogiochi

Cosa sono le Backrooms? Spazi misteriosi e nascosti, presenti nelle spire profonde degli edifici, a cui si accede attraverso una soglia improvvisa e da cui si dipana un labirinto di vani, corridoi, cunicoli, cortili, vasche e cornicioni che sembra la fotografia sbiadita e abbandonata dell’edificio stesso, ma anche l’immagine sfinita della realtà esterna nel suo complesso.

Tale geografia, o topografia, richiama tutta una segnaletica virtuale cara ai navigatori in Rete, nonché l’estetica dell’intelligenza artificiale e la struttura dei videogiochi. Da qui, il passaparola tra il pubblico under 30, e il successo che ne deriva.

Al cinema, questa cyber-dimensione viene innescata in una struttura narrativa facile e riconoscibile, ossia il genere horror (l’horror “elevato”, cioè psico-filosofico), per cui i due protagonisti, a turno, finiscono intrappolati nel labirinto misterioso, con tutti gli choc, i soprassalti, le grida, le tensioni del caso. Hollywood è contenta, perché il caso risolverebbe un cruccio produttivo che si era inesorabilmente fatto strada tra le mura degli studios, ovvero l’estenuante ricorso alle serie di prequel, sequel, spin-off, basati su brand ultra-riconoscibili, quali Star Wars e The Avengers. Visti i recenti magri incassi di Star Wars – The Mandalorian and Grogu, si tratta di una chiave produttiva che ha iniziato ormai a mostrare la corda. 

Cosa dice sul cinema il successo di Backrooms
Cosa dice sul cinema il successo di Backrooms
Cosa dice sul cinema il successo di Backrooms
Cosa dice sul cinema il successo di Backrooms
Cosa dice sul cinema il successo di Backrooms
Cosa dice sul cinema il successo di Backrooms
Cosa dice sul cinema il successo di Backrooms

Se l’iPhone diventa il punto di fruizione migliore possibile

Al cinema, allora, ho guardato forse più il pubblico che il film. Nella fila davanti a me, durante la proiezione, una giovanissima spettatrice inquadrava lo schermo con il suo iPhone, registrando le immagini. Ho avuto l’impressione che non si trattasse di blanda pirateria audiovisiva, ma di qualcosa d’altro: la ricerca del punto di fruizione migliore possibile, attraverso il monitor dell’apparecchio, come se l’iPhone fungesse da occhialetti colorati per il 3D; oppure quando in un concerto rock il pubblico con il cellulare in mano registra la performance sul palco. La ragazza davanti a me (in realtà erano due) notificherebbe così una modalità di fruizione comune sia al cinema sia alla musica. Guardare attraverso il monitor uno schermo cinematografico fa venire meno l’abituale distinzione tra spettacolo dal vivo e proiezione registrata. Possiamo immaginare la ragazza che mostra poi a un’amica sia le immagini di Blackrooms catturate sullo schermo, sia un’esibizione sul palco di Vasco Rossi, senza differenza alcuna. L’importante è l’evento in quanto tale. Per la musica è un’abitudine, per il cinema forse una novità.

Dalla fuga degli spettatori al sopraggiungere della locomotiva dei Lumière sino alle mastodontiche proiezioni di Nascita di una nazione con l’orchestra in sala, il cinema ha fin dalle origini cercato la dimensione dell’evento, in tutte le declinazioni possibili: l’evento rigidamente d’autore, Hiroshima, mon amour di Resnais, oppure l’evento sia di genere che d’autore, 2001: odissea nello spazio di Kubrick. Per giungere, oggi, alle anteprime di The Odyssey di Christopher Nolan, con i biglietti esauriti un anno prima: esattamente come accade per i concerti rock.

Più che un film è un’installazione artistica

La critica specializzata ha scritto come Backrooms, più che un film, sarebbe allora un evento, o meglio un’installazione di arte contemporanea. Giova ribadire come il cinema stesso, sin dal suo apparire, sia sempre stato un’installazione di arte contemporanea: basti pensare ancora alla fuga degli spettatori davanti al treno dei Lumière, nell’anno 1895. Come si spiegherebbe, inoltre, la possibilità di vedere un film, dicendo di averlo effettivamente visto, sul monitor piccolo del telefono cellulare, magari in metropolitana, se il cinema, di suo, non fosse capace di installarsi, appunto, su una varietà articolata di supporti e ambienti possibili?

In breve, Backrooms non farebbe che assestare una procedura in atto già da più di un secolo: il merito del film, e dunque il suo successo, è quello di manifestare l’assestamento in maniera così esplicita che la ragazza davanti a me non ha resistito ad accendere l’iPhone e registrare lo schermo, come fosse l’esibizione dal vivo sul palco di un concerto rock.

Backrooms è un quasi accettabile episodio esteso di Black Mirror

Detto questo, ci sarebbe anche Backrooms in quanto opera filmica compiuta: un quasi accettabile episodio di Black Mirror esteso fino a due ore. La storiella horror, i due protagonisti alle prese con gli incubi della zona oscura chiamata Backrooms, è il pretesto per innescare la felicità di una fruizione prevista in Rete, preordinata nel film, e infine da condividere sul cellulare con gli amici. Per trovare motivi di interesse, dovremmo anche in questo caso risalire alle origini dell’immaginario contemporaneo, per esempio a Walter Benjamin e le sue riflessioni sul fotografo parigino Eugène Atget. Costui era specializzato in «particolari di città, una lunga fila di forme di stivali, oppure i cortili di Parigi dove dalla mattina alla sera sono allineate le carrette, le tavole ancora apparecchiate dopo il pasto, le stoviglie non ancora rigovernate». Il carattere di simili pose è colto da Benjamin con precisione: «Tutte queste immagini sono vuote, vuoti gli scaloni d’onore, vuoti i cortili, vuote le terrazze dei caffè. Tutti questi luoghi non sono solitari, bensì privi di atmosfera; in queste immagini, la città è deserta, come un appartamento che non ha ancora trovato gli inquilini nuovi» (in W. Benjamin, Piccola storia della fotografia). 

Il va-e-vieni tra interno ed esterno è una finestra di libertà o un loop chiuso su se stesso?

A 100 anni di distanza, le Backrooms di Parsons assomigliano molto alle fotografie di Atget: spazi privi di atmosfera, vuoti, solcati da oggetti spenti e accatastati. La differenza è che gli ambienti di Parsons, e della A24, non aspettano alcun inquilino nuovo, perché non guardano a un futuro possibile. Il film è cadenzato da panorami di agglomerati cittadini orizzontali fiochi e stinti, presumibilmente in California, avvolti nella caligine, senza passanti o cittadini.

L’idea è dunque quella del palindromo: sia le sotterranee Backrooms che l’esterno urbano risultano senza futuro possibile, ossia vuoti e privi di atmosfera. L’interno sfinisce nell’esterno, e subito viceversa.

Il film inizia con il protagonista che si presenta al consueto appuntamento della seduta di psicoterapia. La dottoressa lo invita a un gioco di simulazione, in cui lui deve rivivere la scena traumatica che ha provocato la separazione dalla moglie, moglie ora interpretata dalla dottoressa medesima. Durante la scena, inoltre, capita che il paziente si premuri di chiedere se in quel momento sta parlando alla terapeuta o alla moglie: e se lui, dunque, risulti il se stesso di adesso, o quello della scena fatidica. Anche qui, emerge la figura del palindromo: tra persona e personaggio non c’è più il filtro della maschera, che gestisce lo sdoppiamento, ma simultaneità sfinita di condizione, proprio come per le Backrooms e le immagini di città, che non si distinguono in nulla.

Questo forse è il nervo scoperto dell’immaginario contemporaneo, che il film fa vibrare: il dilemma se il va-e-vieni ininterrotto tra interno ed esterno, tra il virtuale e il reale, tra il Sé e il corpo, sia una finestra di libertà oppure un loop chiuso su se stesso. Se non emergono più mediazioni, sociali e culturali, tutti risultiamo condannati a una spugnosa asfittica e totalitaria immediatezza.

Benjamin accostava le fotografie di Atget all’estetica del Surrealismo, optando dunque per la finestra di libertà. A film finito, sinceramente, lo spettatore coltiva qualcosa simile alla sensazione opposta.

La rivincita della mediocrità

Ma non dimentichiamo la ragazza della fila davanti a me, intenta a registrare lo schermo con l’iPhone. Il suo gesto diventa importante perché pone comunque una mediazione, un imprevisto diaframma nel circuito chiuso della comunicazione tra interno ed esterno. Assegna uno sguardo a quelle Backrooms (e anche le fotografie di Atget) che ne risultano prive. Il dilemma per lo meno spicca e si rilancia. Sul monitor del telefonino della ragazza, Backrooms film è cinema per il pubblico o video personale? Messaggio d’autore, e di A24, o collezione digitale nella galleria dello spettatore? È un palindromo di opportunità, oppure un loop soffocato? Valore di scambio o valore d’uso? A 100 anni di distanza, può forse ancora avere ragione Benjamin e cioè che nella cultura di massa la riproducibilità tecnica rimane un buon antidoto al Potere, e persino istinto di sopravvivenza per la rivoluzione?

In ogni caso, meno male che film mediocri fanno venire in mente qualcosa che film molto più illustri, chissà perché, lasciano inespresso e muto. Certo, per giovarsene, bisogna amare più il cinema che i film.

Meloni celebra il lavoro nell’Italia fondata su caporalato e licenziamenti

Non si sono ancora placate le polemiche per gli incidenti politico-mondani occorsi durante la parata del 2 giugno e la successiva festa al Quirinale: l’assenza malamente giustificata dei leader del campo largo, Giorgia Meloni non citata nel monologo di Paola Cortellesi sulle donne della Repubblica, il forfait del ministro dei Trasporti Matteo Salvini, impegnato a vegliare sulle grandi opere e a scongiurare il prossimo sciopero dei treni (lui è l’unico che lavora quando gli altri fanno festa, e viceversa. Devono avergli dato un calendario fallato, con i giorni neri al posto dei rossi).

Meloni celebra il lavoro nell’Italia fondata su caporalato e licenziamenti
La premier Giorgia durante la parata del 2 giugno (foto Ansa).

Ma più clamorosa e dolorosa è stata la freddezza sugli episodi che prendono a calci tutte le belle parole spese per celebrare gli 80 anni della Repubblica democratica fondata sul lavoro: la strage dei braccianti a Cosenza, l’inchiesta milanese sullo schiavismo (eufemisticamente chiamato caporalato) nel maxi-cantiere per la costruzione del Consolato americano.

Meloni celebra il lavoro nell’Italia fondata su caporalato e licenziamenti
I braccianti afghani Ullah Ismat Qiemi, Amin Fazal Khogjani e Safi Iayjad, bruciati vivi ad Amendolara (foto Ansa).

Lavorano solo i maschi over 50: donne e giovani restano a casa o emigrano

E sono solo le ultime aggiunte a un cahier de doléances che va dai quasi 200 morti sul lavoro solo nel primo trimestre di quest’anno ai licenziamenti negli stabilimenti italiani Electrolux, dalle 117 aziende che nel 2026 hanno chiuso i battenti agli illusori record di occupazione, riguardanti solo i maschi over 50, mentre donne e giovani restano a casa o, se possono, emigrano.

Meloni celebra il lavoro nell’Italia fondata su caporalato e licenziamenti
Operai al lavoro nel cantiere del nuovo consolato Usa a Milano (foto Ansa).

A dire il vero, è scorretto tirare in ballo i cahiers de doléances, i rapporti scritti sulle sofferenze del popolo nella Francia prerivoluzionaria: anche durante l’Ancien Régime, ogni tanto il sovrano li prendeva in considerazione. Delle sofferenze dei lavoratori italiani, invece, al governo non sembra importare granché.

Il potere d’acquisto delle famiglie crolla e la crescita resta al palo

Per Meloni “lavoro” è un concetto fine a se stesso, come “stabilità”: buono per le dichiarazioni trionfali, ma vuoto di significato, alla luce dell’articolo 36 della Costituzione, che prevede retribuzione sufficiente per garantire un’esistenza libera e dignitosa, limiti di orario, riposo settimanale e ferie pagate. E lo è anche alla luce della semplice logica: se in Italia gli occupati aumentano, ma il potere d’acquisto delle famiglie crolla e la crescita resta al palo, dev’esserci qualcosa che non funziona.

Meloni celebra il lavoro nell’Italia fondata su caporalato e licenziamenti
Un’immagine di Giorgia Meloni (foto Ansa).

Il lavoro riguarda più che altro il mantenimento dell’ordine pubblico

Deve tenere impegnato l’individuo, distrarlo da progetti delinquenziali e fargli guadagnare qualche soldo, abbastanza per le piccole spese, ma non per i vizi. L’occupazione, insomma, è prima di tutto qualcosa che tiene occupati. Una questione che riguarda più il mantenimento dell’ordine pubblico che lo sviluppo e la modernizzazione del Paese, la felicità e la dignità dei cittadini o il futuro dei giovani.

Meloni celebra il lavoro nell’Italia fondata su caporalato e licenziamenti
Laureati (che poi scappano dall’Italia).

Questo pensiero spiegherebbe anche il totale disinteresse per la fuga all’estero dei laureati (146 mila negli ultimi 10 anni): non è conveniente tenersi fra i piedi gente giovane e istruita che non si accontenta del lavoretto precario e non puoi bollare come “maranza”.

Disoccupazione e inattività femminile: l’Italia è prima in Europa

Dalla concezione profilattica del lavoro deriva anche la disattenzione verso la disoccupazione e l’inattività femminile, dove l’Italia è prima in Europa: far lavorare le donne è meno urgente, perché, a differenza dei maschi, quando non hanno un impiego è più difficile che stiano con le mani in mano o, peggio ancora, che le usino per fare più danni che vendere foto dei piedi su OnlyFans.

Meloni celebra il lavoro nell’Italia fondata su caporalato e licenziamenti
Slogan per i salari durante lo sciopero nazionale USB a Napoli (foto Ansa).

In questo panorama che sta scivolando sempre più verso scenari dickensiani (dopo il Covid, in Italia si registra un costante aumento del lavoro minorile, strano che Meloni non rivendichi anche questo), l’obbligo imposto dalla legge Ue di indicare la retribuzione annua lorda nelle offerte di lavoro, che scatta dal 7 giugno, è un pallido raggio di sole.

Trasparenza sulla “paga”, un’altra deriva woke di Bruxelles…

I candidati potranno scartare i salari più inadeguati, e i datori di lavoro non potranno più avere il coltello dalla parte del manico per giocare al ribasso quando nei colloqui si affronta l’argomento “paga”. Scommettiamo che qualcuno nella maggioranza brontolerà sull’ennesima deriva woke imposta da Bruxelles?

Short Movie: L’immortale

L'immortale

Se avessi la possibilità di vivere per sempre, la coglieresti? Un corto sul tema della morte e dell'immortalità

Who wants to live forever?, faceva una famosa canzone dei Queen tratta dalla colonna sonora del film Highlander. Film che trattava anche il tema di questo corto, The Immortal, diretto da Carl Firth, anche se in questo breve filmato di quindici minuti si va decisamente più il là con le conseguenze. Il protagonista, interpretato dall'attore australiano Guy Edmonds, resta sconvolto dalla morte del nonno (James Cromwell) e poi da quella prematura del padre, e decide di opporsi alla morte. Finché non trova il modo di diventare immortale. Le cose si complicano quando si... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Short Movie - 6 giugno 2026 - articolo di S*

De-dollarizzazione, la SCO accelera sulla nascita della banca voluta da Xi

«Una Banca di Sviluppo dovrebbe essere istituita al più presto». Era stato questo il passaggio più concreto del discorso programmatico di Xi Jinping sul futuro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), pronunciato durante il summit di Tianjin lo scorso settembre. Ora la SCO prova ad accelerare e seguire l’indicazione del presidente cinese, con possibili sviluppi in vista del nuovo vertice annuale di fine agosto in Kirghizistan. Una mossa che potrebbe fornire un nuovo braccio finanziario al blocco eurasiatico, di cui fanno parte tra gli altri Cina e Russia, utile a schermarsi da dazi e sanzioni di Stati Uniti e Occidente.

De-dollarizzazione, la SCO accelera sulla nascita della banca voluta da Xi
Xi Jinping (Ansa).

Lo spartiacque della guerra commerciale

Nata nel 2001 per rafforzare la cooperazione tra Cina, Russia e le repubbliche dell’Asia centrale, la SCO oggi rappresenta quasi la metà della popolazione mondiale e una quota crescente della produzione economica globale. L’ingresso di India, Pakistan e successivamente Iran ha ampliato enormemente il peso dell’organizzazione, trasformandola in uno dei principali forum del cosiddetto Sud globale. La SCO è tradizionalmente una piattaforma che si concentra su temi di sicurezza, la cui attività operativa si è sempre limitata ad azioni antiterrorismo e antidroga. Ma, dopo la guerra commerciale del 2025, l’intenzione pare quella di dare una dimensione più operativa al al gruppo che vede tra i suoi membri anche Iran, India, Pakistan, Bielorussia e quattro repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale: Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan.

Ad aprile, durante una conferenza nella città cinese di Xi’an, i membri della SCO hanno discusso i settori prioritari da finanziare, i meccanismi di finanziamento non sovrano e l’utilizzo delle valute nazionali e di strumenti finanziari alternativi per costituire il capitale statutario della banca. L’obiettivo è arrivare al summit di Bishkek con progressi tangibili, anche se la nascita formale dell’istituzione potrebbe richiedere ancora tempo.

De-dollarizzazione, la SCO accelera sulla nascita della banca voluta da Xi
Vladimir Putin e Narendra Modi al meeting della SCO a Tianjin, nel settembre 2025 (Ansa).

Cina e Russia vogliono ridurre la vulnerabilità alle pressioni occidentali

Per i Paesi dell’Asia centrale, la banca potrebbe rappresentare una nuova fonte di finanziamento per infrastrutture, trasporti, energia e digitalizzazione. Per Cina e Russia, invece, significherebbe dotare il blocco di uno strumento finanziario capace di sostenere l’integrazione economica eurasiatica e ridurre la vulnerabilità alle pressioni occidentali. Secondo diversi analisti, l’idea dell’istituto finanziario rappresenta un tassello fondamentale della più ampia strategia cinese volta a ridurre la dipendenza dei Paesi emergenti dai circuiti finanziari dominati dal dollaro statunitense. Il progetto ha assunto particolare rilevanza dopo l’invasione russa dell’Ucraina e la conseguente ondata di sanzioni occidentali. L’esclusione di molte istituzioni finanziarie russe dai circuiti dominati dal dollaro e dall’euro ha accelerato la ricerca di strumenti alternativi. Una banca multilaterale della SCO potrebbe contribuire a finanziare investimenti, facilitare i pagamenti transfrontalieri e sostenere il commercio tra i membri senza fare affidamento sulle infrastrutture finanziarie occidentali.

De-dollarizzazione, la SCO accelera sulla nascita della banca voluta da Xi
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa).

Il processo di dedolarizzazione coinvolge anche i BRICS

Il piano si inserisce nel processo più ampio di dedollarizzazione che coinvolge sia la SCO sia i BRICS, che a loro volta hanno da tempo istituito una banca di sviluppo. Negli ultimi anni le transazioni regolate in yuan, rubli e rupie sono aumentate in maniera significativa. La Cina e la Russia effettuano ormai quasi tutti gli scambi bilaterali nelle rispettive valute nazionali, mentre anche India e numerosi Paesi dell’Asia centrale stanno incrementando l’utilizzo delle proprie monete nei rapporti commerciali regionali. Dal 2015 al 2024, lo yuan ha visto una crescita costante come valuta di riferimento negli scambi intra-SCO e BRICS. Si partiva da una quota del 10 per cento sul totale nel 2015, salita al 22 per cento nel 2020 e fino a raggiungere circa il 44 per cento nel 2024. In generale, nell’arco di un decennio, l’uso delle valute nazionali nei circuiti SCO e BRICS è passato da una condizione marginale (poco più del 20 per cento complessivo nel 2015) a coprire oltre due terzi degli scambi nel 2024, segnando un cambio di paradigma rispetto alla tradizionale dipendenza dal dollaro.

L’internazionalizzazione dello yuan è una priorità strategica

Per Pechino, la banca della SCO rappresenterebbe un ulteriore strumento per promuovere l’internazionalizzazione dello yuan. La leadership cinese considera il rafforzamento della propria valuta una priorità strategica. Nonostante il peso economico della Cina, lo yuan continua a occupare una posizione relativamente marginale nei pagamenti globali rispetto al dollaro statunitense. Attraverso nuove istituzioni finanziarie, sistemi di pagamento alternativi e l’espansione delle transazioni in valuta locale, Pechino punta a ridurre il divario. La creazione della banca si collega anche alle recenti aperture della Cina verso l’utilizzo di stablecoin ancorate allo yuan e ai progetti di diffusione internazionale dello yuan digitale.

De-dollarizzazione, la SCO accelera sulla nascita della banca voluta da Xi
Un cambio valute yuan dollaro (Ansa).

Gli ostacoli: dalla governance alle rivalità tra membri

Restano ancora degli ostacoli da superare per arrivare al risultato. Uno dei nodi principali riguarda la governance. Stabilire quanto capitale dovrà versare ciascun Paese e come distribuire il potere di voto rappresenta una questione estremamente delicata.

Le rivalità interne tra i membri della SCO rappresentano un ulteriore fattore di complessità. L’organizzazione riunisce potenze nucleari rivali come India e Pakistan, economie molto diverse tra loro e Paesi che mantengono priorità strategiche asimmetriche. Storicamente, le tensioni tra Cina e India hanno rappresentato un limite alla piena integrazione del blocco. A tutto questo, si aggiunge la variabile Iran, che aggiunge volatilità dopo la guerra contro Stati Uniti e Israele.

La transizione verso un sistema più multipolare

Eppure, in Cina sono convinti che la creazione della banca di sviluppo della SCO sia solo questione di tempo. Non si tratta di un tentativo di sostituzione dell’ordine finanziario esistente. Il dollaro rimane largamente dominante nei pagamenti internazionali, nelle riserve valutarie e nei mercati finanziari. La banca della SCO potrebbe però diventare uno dei simboli della transizione verso un sistema internazionale più frammentato e multipolare, in cui la Cina mira a far pesare il suo ruolo anche sul fronte finanziario.

Finanziamenti illeciti: a processo Brugnaro, ex sindaco di Venezia

Luigi Brugnaro, ex sindaco di Venezia (dal 2015 al 2026), è stato rinviato a giudizio per la presunta violazione della legge sulle spese elettorali relativamente alla campagna per le Amministrative del 2020. Al centro dell’inchiesta che ha portato al processo, un presunto “sforamento” del tetto di spesa elettorale attorno ai 300 mila euro. Con Brugnaro andranno a processo – a vario titolo per falso e finanziamento illecito – anche l’ex capo di gabinetto Morris Ceron, il mandatario delle spese elettorali Adriano Giugie e Walter Bianchi, del Consorzio produzione e sviluppo Nordest. Il processo inizierà il 21 settembre.

Morte di Andrea Purgatori, rinviati a giudizio quattro medici

Il gup di Roma ha rinviato a giudizio quattro medici che ebbero in cura il giornalista Andrea Purgatori, morto il 19 luglio 2023. Al radiologo Gianfranco Gualdi, l’assistente Claudio Di Biasi e la dottoressa Maria Chiara Colaiacomo, entrambi appartenenti alla sua equipe, e il cardiologo Guido Laudani, viene contestato il reato di omicidio colposo. Il processo inizierà il 12 gennaio 2027.

La richiesta di rinvio a giudizio era arrivata a marzo 2025

La procura di Roma aveva aperto un fascicolo di indagine per omicidio colposo in relazione alla morte di Purgatori a seguito di una denuncia della famiglia, che aveva chiesto di per fare chiarezza sulla correttezza della diagnosi refertata al giornalista e delle cure a cui era stato sottoposto. La richiesta di rinvio a giudizio per Gualdi, Di Biasi, Colaiacomo e Laudani era arrivata a marzo del 2025: secondo i pm i quattro avrebbero in effetti commesso errori diagnostici e somministrato terapie non adeguate.

Morte di Andrea Purgatori, rinviati a giudizio quattro medici
Andrea Purgatori (Imagoeconomica).

La morte sarebbe stata causata da una catena di errori

Purgatori, affetto da tumore polmonare, è infatti morto a causa di un’endocardite infettiva (ovvero un’infiammazione delle valvole del cuore) non riconosciuta in tempo: l’errata diagnosi iniziale di metastasi cerebrali, formulata da Gualdi dopo una risonanza magnetica, avrebbe portato a cure inutili e debilitanti. A questo si aggiungono errori di valutazione su una grave ischemia. La catena di errori sarebbe iniziata addirittura un mese prima della morte del giornalista.

Morto Peppo Sacchi, con Telebiella inventò la televisione privata in Italia

È morto all’età di 93 anni Giuseppe “Peppo” Sacchi, di fatto inventore della televisione privata e libera in Italia con il lancio nel 1972 di Telebiella, creata assieme alla moglie Ivana Ramella. Con lui lavorarono Enzo Tortora e Bruno Lauzi. E da questa emittente è partita inoltre la carriera di Ezio Greggio.

Il lancio di Telebiella e la sentenza della Corte Costituzionale

Nato a Como, Sacchi si era trasferito nel Biellese negli Anni 50, dopo aver lavorato in Rai, dove aveva realizzato alcune trasmissioni anche in ambito musicale. In Piemonte fondò nel 1971 Telebiella, primo esperimento di emittente locale in Italia, che iniziò le sue trasmissioni via cavo il 6 aprile 1972 lanciando lo spunto a Silvio Berlusconi per la creazione dei network televisivi privati. La novità, che sfidava il monopolio Rai, portò a un braccio di ferro legale, terminato nel 1974 con la sentenza della Corte Costituzionale che dette il via libera a Telebiella dopo un’iniziale chiusura forzata delle trasmissioni.

Il ricordo del ministro Pichetto Fratin: «Pioniere della tv privata italiana»

Questo il ricordo di Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica: «Sacchi è stato un pioniere della televisione privata italiana: con la sua Telebiella ebbe il coraggio e la determinazione di guardare oltre il modello del tempo, aprendo una nuova pagina del rapporto tra tv e cittadini nel Paese. La sua scomparsa mi addolora, perché prima di un grande professionista e di un innovatore è stato un vero amico, profondamente legato al Biellese, suo territorio di adozione».

Nato, Usa presentano un piano per il disimpegno in Europa

Gli Stati Uniti hanno consegnato alla Nato un documento che contiene un piano per la riduzione della presenza militare americana in Europa, inclusi aviazione e marina. A rivelarlo è il quotidiano tedesco Welt, che ha analizzato il testo presentato all’Alleanza, secondo cui il motivo di questo disimpegno sarebbe lo spostamento dell’attenzione strategica degli americani verso la regione del Pacifico. Per quanto riguarda i mezzi schierati, le prime riduzioni riguardano le forze aeree. Il numero di aerocisterne KC-135 fornite dagli Stati Uniti all’Alleanza verrebbe ridotto da 71 a 63. Gli otto moderni KC-46 sarebbero completamente rimossi dalla pianificazione, i caccia F-16 passerebbero da 99 a 63 unità e gli F-15E da 54 a 36. Washington prevede inoltre di eliminare dalla pianificazione Nato tutti i droni da ricognizione strategica a lungo raggio e di ridurre quasi della metà il numero dei droni d’attacco MQ-9. Riduzioni anche per la componente navale, per gli aerei da pattugliamento marittimo e per l’aviazione bombardiera. Il quotidiano tedesco sottolinea che la questione di come colmare le lacune sarà discussa a metà giugno dai ministeri della Difesa dei Paesi alleati.

Meloni salta il vertice Ue-Balcani in Montenegro: era alla presentazione di un francobollo

Giorgia Meloni ha annullato all’ultimo la sua partecipazione al summit Ue-Balcani di Tivat, località del Montenegro affacciata sulle Bocche di Cattaro. Il motivo? Ufficialmente, la premier si è attardata alla presentazione di un francobollo a Reggio Calabria. Ma forse dietro c’è altro.

Meloni ha espresso «rammarico» per la disdetta

Il summit Ue-Balcani, che vedeva sul tavolo temi cruciali come l’allargamento dell’Unione europea e l’Ucraina era iniziato ieri sera, con la cena dei leader dei Paesi membri. Ed è proseguito questa mattina. Meloni era attesa alle 15, decisamente in extremis visto che il vertice si sarebbe dovuto concludere alle 15:30. Ma alle 14 è arrivata la disdetta: «A causa del protrarsi della cerimonia, Giorgia Meloni non potrà più partecipare al Vertice Ue-Balcani Occidentali. Meloni ha informato personalmente il presidente montenegrino Jacov Milatović e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, esprimendo il proprio rammarico per l’impossibilità di raggiungere in tempo la riunione».

Meloni salta il vertice Ue-Balcani in Montenegro: era alla presentazione di un francobollo
Giorgia Meloni accanto a Guido Crosetto alla cerimonia per il 212esimo anniversario della fondazione dell’Arma dei Carabinieri (Ansa/X Arma dei Carabinieri).

Cosa ci sarebbe dietro il forfait di Meloni

Ufficialmente, Palazzo Chigi ha attribuito la mancata partecipazioni di Meloni al vertice Ue-Balcani alle lungaggini della cerimonia per il 212esimo anniversario della fondazione dell’Arma dei Carabinieri, iniziata alle 11, a cui la premier ha preso parte assieme ai ministri Guido Crosetto e Matteo Piantedosi. Meloni ha però poi deciso di partecipare anche alla presentazione di un francobollo dei Carabinieri ed è stato questo, di fatto, a impedirle di arrivare in tempo in Montenegro. Secondo quanto filtra da Roma, la presidente è molto scettica riguardo al coordinamento di Francia, Regno Unito e Germania con l’Ucraina, in vista delle trattative con la Russia, sia per l’esclusione dell’Italia, sia per la mancanza al tavolo degli Stati Uniti. Come riporta Bloomberg, Emmanuel Macron, Keir Starmer e Friederich Merz hanno in programma di incontrare nel fine settimana il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Crans-Montana, oggi l’interrogatorio dei Moretti

«Contro di noi sono state dette solo tante falsità, siamo stati distrutti». Lo ha detto Jessica Moretti, rendendo una dichiarazione spontanea in apertura dell’interrogatorio a Sion nell’ambito dell’inchiesta sul rogo del Constellation, il locale di Crans-Montana di cui è proprietaria insieme al marito Jacques. Presenti la procuratrice generale aggiunta del Cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di avvocati delle parti civili. L’imprenditrice ha assicurato di voler collaborare con gli inquirenti e ha evidenziato di aver sempre risposto alle domande. Nelle sue dichiarazioni, si è anche detta “dispiaciuta” dell’aggressione subita il 12 febbraio scorso con il marito Jacques da parte di un gruppo di genitori della vittime. «Siamo disposi a incontrare le famiglie, se lo vorranno», ha assicurato. Presente anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile. Sono numerosi gli aspetti da chiarire durante il processo, a partire dalla gestione della serata, dal tema della formazione dei dipendenti, dal perché sono state chiuse le porte di sicurezza al perché c’era un solo ingresso per fare accedere e defluire le persone. E poi i temi economici legati ai profili di anti riciclaggio.

Banda dei Rolex, condannato il figlio del deputato meloniano Alfredo Antoniozzi

Il gup di Roma ha condannato in rito abbreviato a 6 anni e 4 mesi Tancredi Antoniozzi, figlio del deputato di Fratelli d’Italia Alfredo, vicecapogruppo meloniano alla Camera: il 22enne, che faceva parte di una banda dedita alle rapine di orologi di lusso ai danni di coetanei nel quartiere Parioli, è stato anche ritenuto responsabile del reato di tentata estorsione. Il gup ha inoltre disposto una condanna a 5 anni e 8 mesi per David Cesarini e a 3 anni per Manuel Fiorani. Assolto invece «per non aver commesso il fatto» Michael Giuliano, indicato inizialmente dall’accusa come uno dei membri del gruppo. Le indagini sulla “banda dei Rolex” era nata da un colpo messo a segno l’11 dicembre 2024: il gruppo aveva rapinato un ragazzo in via Cavalier d’Arpino, sottraendogli – sotto la minaccia di un coltello da cucina – un orologio modello Daytona da 20 mila euro. Antoniozzi avrebbe orchestrato il “colpo”, tentato poi di estorcere denaro al legittimo proprietario del Rolex in cambio della restituzione dell’orologio.

La discesa in campetto di Arianna Meloni e le altre pillole del giorno

Giovedì, a Tor Bella Monaca, periferia romana, è stato inaugurato un campetto da basket. A un primo sguardo una non notizia, una cosuccia da niente che nemmeno meritava una brevina nelle pagine locali dello sport. E invece c’erano da leccarsi i baffi visti i partecipanti: tutti big della politica sono accorsi al piccolo evento che si è ‘celebrato’ in via Gabbiani, Municipio VI, il cui presidente Nicola Franco è di FdI. Con i fondi del Viminale, è stato tagliato il nastro di un campetto da basket. Assente il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri che ha delegato la presidente dell’Assemblea Capitolina, Svetlana Celli. Presenti il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, il prefetto di Roma Lamberto Giannini, e poi alti gradi della Polizia di Stato, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. Pure la banda. Guest star: Arianna Meloni, capo della segreteria politica di Fratelli d’Italia.

«Scende in campetto», si sentiva bisbigliare tra i presenti. Discorso alato quello del numero uno del Viminale: «Questa iniziativa è sostenuta da un concerto di istituzioni che qui vuole portare condizioni di sicurezza non solo attraverso l’ineludibile azione delle forze dell’ordine, ma anche attraverso la sollecitazione degli elementi della coesione sociale». Ovvero, lo sport. E qui arriva la lezione, che a molti è sembrata in versione Istituto Luce del ventennio in orbace: «Occorre dare ai giovani una disciplina, insegnare loro che darsi delle regole, che si fondono sul rispetto del prossimo e sulla capacità anche di piegare la testa quando arriva una sconfitta, predisponendosi al riscatto e preparandosi per la successiva vittoria, significa prepararsi alla vita». Non mancavano, tra il pubblico, gli atleti dei gruppi sportivi militari. Per Arianna Meloni è già cominciata la campagna elettorale sul territorio, nelle periferie, a cominciare da “Torbella”. In molti sono pronti a scommettere su una sua candidatura alle prossime Politiche. Una cosa è certa: quando la sorella della premier presenzia a un evento, i vip governativi accorrono in massa. Sarà anche perché «nel partito le liste dei candidati le fa lei», come malignano a via della Scrofa.

La discesa in campetto di Arianna Meloni e le altre pillole del giorno
La discesa in campetto di Arianna Meloni e le altre pillole del giorno
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Fratoianni a Milano per Tax the rich

Si parla sempre di tasse, di imposte sulle successioni, accise e tutto ciò che fa fisco: ed ecco che venerdì a Milano spunta Nicola Fratoianni per un appuntamento targato The Left, ovvero il gruppo parlamentare europeo di cui fanno parte, per l’Italia, Sinistra Italiana e il M5s. Il titolo dell’incontro già la dice lunga: “Tax the rich”, ovvero tassa il ricco. E il Frato, come lo chiamano a Roma, la tocca piano: «Da quando è stata diffusa la notizia del meeting che come Alleanza della Sinistra Europea terremo a Milano si è scatenata una vera e propria tempesta mediatica da parte della destra e dei suoi giornali che ha dell’incredibile per virulenza, ossessione, manipolazione della verità. Ci dicono che vogliamo fare l’inutile caccia ai ricchi, che vogliamo graziare gli evasori fiscali e punire l’esausto ceto medio, che vogliamo mettere le mani nelle tasche degli italiani. Assurdo». E ancora: «Sono loro che da decenni in realtà mettono le mani delle tasche di quegli italiani che pagano fino all’ultimo centesimo e che vengono tassati ben oltre le loro capacità contributive». Inutile dire che nel governo di Giorgia Meloni i “meeting” come questi e l’idea di patrimoniali vengano salutati con favore e sono molto ben visti…

La discesa in campetto di Arianna Meloni e le altre pillole del giorno
Nicola Fratoianni (Imagoeconomica).

Addio a Ettore Torri

Se n’è andato Ettore Torri, classe 1931, magistrato di lunghissimo corso che ha seguito inchieste “pesanti” durante la sua carriera, impegnandosi anche nella giustizia sportiva. Entrò in magistratura nel 1959, e per 47 anni è stato in forze alla Procura di Roma, assumendo gli incarichi più importanti. Le sue dichiarazioni sul doping fecero rumore, aprendo a tutti gli occhi su pratiche che venivano nascoste ma che in realtà erano troppo frequenti. Non aveva peli sulla lingua, quando doveva dire qualcosa non ci pensava due volte. I funerali si svolgeranno nella mattinata di sabato, a Roma, nella chiesa di San Gioacchino in Prati.

Cinque azeri sono rimasti uccisi in un attacco con droni nel mar d’Azov

L’Azerbaigian si è ritrovato inaspettatamente (e suo malgrado) al centro dei due principali conflitti in corso. Secondo quanto riferito dalle autorità di Baku, cinque marinai azeri sono rimasti uccisi in un attacco di droni contro due navi cargo provenienti dalla Turchia e dirette in un porto russo, che si trovavano nel Mar d’Azov. Il raid, presumibilmente, è stato condotto dalle forze ucraine.

Le presunte operazioni di Israele in Azerbaigian

La notizia segue a stretto giro l’indiscrezione riportata dalla Cnn, secondo cui Israele – nell’ambito di una rete di siti clandestini in tutto il Medio Oriente – ha segretamente dispiegato unità militari e di intelligence d’élite in Azerbaigian nella sua guerra contro l’Iran. Le forze di Tel Aviv, spiega l’emittente americana, hanno operato da diverse località nell’Azerbaigian meridionale, cioè vicino al confine con la Repubblica Islamica, conducendo missioni di raccolta informazioni e operazioni con droni.

Nasce Mgi Italia, joint venture tra Italia e Regno Unito per la produzione di droni

Al via Mgi Italia, una società nata dalla joint venture tra un’azienda britannica, la Mgi Engineering Ltd, e una italiana, la Vigilar Group Spa, per la produzione di droni. La prima è una società di ingegneria con sede nell’Oxfordshire specializzata nell’ingegneria di sistemi ad alte prestazioni nei settori aerospaziale, della difesa e automobilistico. La seconda opera nei settori intelligence, sicurezza e servizi avanzati. «Crediamo che questa partnership rappresenti un passo importante verso la costruzione di un ecosistema di innovazione più forte e l’affermazione dell’Italia come hub strategico per il futuro sviluppo tecnologico e industriale», ha dichiarato Francesco Castro, ad di Vigilar Group. La sede della nuova società è a Modena. Il focus sarà quello di sviluppare soluzioni avanzate per la difesa, la sicurezza, l’aerospaziale e altri settori ad alto valore aggiunto.

Il senatore Menia (FdI) si scaglia contro una coppia gay all’aeroporto di Fiumicino

In attesa di un volo Ita Airways nella lounge dell’aeroporto di Fiumicino, il senatore meloniano Roberto Menia si è scagliato contro una coppia omosessuale che, durante una videochiamata con amici, si era lasciata andare – a suo modo di vedere – a qualche carezza e abbraccio di troppo. «Questo è un posto pubblico, non potete fare quello che volete», ha urlato l’esponente di Fratelli d’Italia alla coppia, formata da due uomini sulla quarantina: «Le effusioni fatevele a casa vostra, non qui». Vista l’ira di Menia, che non accennava a calmarsi, la coppia è stata costretta a chiamare una hostess di Ita Airways per chiedere aiuto.

Menia non si pente: «Sono stati poco civili»

«Sono stati poco civili. Si abbracciavano, si accarezzavano, ma si possono fare queste cose in un aeroporto? Non cambio idea. Questi signori non possono fare quello vogliono. È cattiva educazione», ha detto Menia raggiunto da Repubblica, senza dimostrare alcun pentimento. Il senatore ha poi smentito di aver aggredito verbalmente la coppia perché omosessuale: «Vale anche per un uomo e una donna, vale per tutti. Non c’è una categoria superiore a un’altra. E dopo tutto questo si sono permessi di fare un’altra videochiamata e hanno ricominciato a toccarsi». Sul posto era presente anche il senatore del M5s Luca Pirondini: «Ho detto a Menia che non doveva permettersi, l’omofobia nel nostro Paese non è ammessa».