Finalmente Cavese, Savoia ko

Francesco De Pisapia

 

CAVESE-SAVOIA 4-2

 

CAVESE (3-4-1-2): Boffelli; Mannucci, Peretti, Fiordaliso (dal 36’st Fiorin); Diarrassouba (dal 21’pt Sava), Esposito (dal 14’st Maiolo), Awua, Nunziata; Orlando (dal 36’st Fella); Fusco (dal 36’st Macchi), Minaj. A disposizione: Juwer, Bertini, Asiatico, Alberti, Ponziglione, Cionek, Personeni, Severino, D’Amore, Acerbo. All.: Cristiano Masitto

 

SAVOIA (3-4-1-2): Leonardo; Portanova, Noce, Cozzoli (dal 44’st Gemello);  Iob (dal 36’st 17 Polizzi), Tumbarello, Alfieri (dal 36’st D’Agostino), Martina (dal 1’st Scotti); Meola; Yeboah (dal 31’st Fabriani), Nepi. A disposizione: Bethers, Patrignani, Zoboletti, Fiasco, Ferrara. All.: Alessandro Vittorio Formisano

 

ARBITRO: sig. Alessandro Recchia di Brindisi (Antonio Alessandrino di Bari e Giovanni Francesco Massari di Molfetta). IV° ufficiale: Simone Palmieri di Avellino. Operatore FVS: Steven La Regina di Battipaglia.

 

MARCATORI: 23′ pt Fusco (C), 3′ st Orlando (C), 19′ st Scotti (S), 23′ st Peretti (C), 26′ st Mannucci (C); 34′ st Tumbarello (S)                                                                                                                                                                                                                                                                              

 

NOTE: serata fresca; terreno di gioco in buone condizioni. Spettatori 3.000 circa (trasferta vietata agli ospiti). Ammoniti: al 25′ pt Noce (S); al 40’pt Cozzoli (S); al 36’pt i team manager di entrambe le squadre in panchina. Angoli 6 a 3 per il Savoia. Recuperi: 2′ pt; 6′ st.

 

CAVA DE’ TIRRENI – La Cavese torna al successo al “Lamberti” dopo due sconfitte consecutive. Vittoria pirotecnica e meritata da parte dei metelliani contro un coriaceo Savoia che ha fatto però ben poco per opporsi a metelliani e che è riuscita ad andare a segno grazie a due reti di pregevole fattura. Ancora una volta mister Masitto deve rinunciare a Visconti, ma recupera contemporaneamente in un solo colpo Awua, Fella e Macchi (con gli ultimi due che si accomodano in panchina) e dunque si schiera con un 3-4-1-2 ma affidando a Nunziata il compito di rientrare spesso sulla linea difensiva. Dall’altra parte mister Formisano conferma in toto l’undici che aveva affronto sette giorni prima il Casarano e sempre con il modulo 3-4-1-2. Partenza sprint dei metelliani che nei primi minuti riempiono spesso l’area avversaria ma la palla gol capita agli oplontini con Iob che al 6′, su ottimo spunto di Alfieri, si vede murare la conclusione da Boffelli in uscita che manda in angolo. Al 14′ Meola prova ad impensierire  la retroguardia blufoncè ma la conclusione non impensierisce più di tanto l’estremo metelliano. Al 21′ la Cavese è costretta al cambio per l’infortunio accorso a Diarrassouba; al suo posto entra Sava. Due giri di lancette e gli aquilotti trovano il vantaggio. Mannucci pesca in area dall destra Fusco che con caparbietà resiste alla carica di Noce nel contrasto e si coordina con il destro che s’infila nell’ angolo alla destra di Leonardo. Al 28′ ci prova Orlando con il sinistro dal limite dell’area di rigore ma il portiere attento blocca in volo plastico. Il Savoia, dopo il gol subito, stenta a ritrovarsi e ad imbastire manovre offensive in grado di impensierire la retroguardia metelliana. La Cavese riesce comunque a tenere alto il baricentro grazie al lavoro di Fusco che torna sovente a centrocampo a recuperare palloni e dar man forte ai compagni.

Subito un cambio ad inizio ripresa tra le file dei bianchi con Scotti che prende il posto di Martina ma gli aquilotti dopo appena tre minuti trovano il raddoppio. Minaj da destra per Orlando che prolunga a sinistra per Fusco il quale ritorna il pallone al numero ventiquattro che si aggiusta la sfera e lascia partire un potente destro dal limite dell’area che s’infila a mezz’altezza alla destra del portiere. Savoia che rischia di naufragare al minuto 58′ quando in una ripartenza Orlando dalla destra crossa al centro trovando la girata di testa di Fusco che manda il pallone quasi a sibilare il palo. Mister Masitto però è costretto ad un altro cambio “forzato” con l’ingresso di Maiolo per Esposito nella mediana. Gli ospiti però riescono a rientrare in partita, un po’0 a sorpresa, grazie ad un vero e proprio capolavoro balistico di Scotti. Azione insistita a sinistra dei bianchi; la palla arriva al numero nove che si accentra e trova un potente destro a giro imparabile per l’estremo metelliano. La gioia di poter riequilibrare il match però dura poco perchè la Cavese cala il tris dopo appena quattro minuti. Angolo battuto da Orlando e dalle retrovie sbuca Peretti che di testa insacca. I bianco scudati non arretrano però e dopo nemmeno un giro di lancette Nepi sfiora il gol con un diagonale che fa la barba al palo alla destra di Boffelli. Capovolgimento di fronte e i metelliani trovano il quarto gol e sempre su angolo battuto da Orlando; questa volta in mischia sbuca Mannucci che appoggia in rete. Minuto 75′ ed il neo entrato Maiolo sforna un assist al bacio per l’accorrente Awua che di piatto destro spedisce di poco sopra la traversa. Gara finita? Per niente perchè Tumbarello, ex di turno, esplode un esterno destro dal limite dell’area di rigore che s’insacca alla sinistra di Boffelli. Dopo una serie di cambi da una parte e dall’altra però la gara perde d’intensità e non accade più  nulla se non in pieno recupero quando su angolo degli ospiti, Boffelli blocca a terra un colpo di testa di Polizzi.

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Tentato omicidio nel Potentino, 6 misure cautelari

Sei persone, quattro maggiorenni e due minorenni, sono state raggiunte nelle prime ore di oggi da misure cautelari eseguite dai Carabinieri della Stazione di Melfi (Potenza). Sono ritenute gravemente indiziate, a vario titolo, di tentato omicidio aggravato in concorso e porto ingiustificato di armi. I provvedimenti sono stati emessi dai giudici per le indagini preliminari su richiesta della Procura della Repubblica di Potenza e della Procura presso il Tribunale per i Minorenni del capoluogo lucano. Le indagini riguardano una violenta aggressione avvenuta la sera del 13 agosto scorso a Melfi e, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, scaturita da precedenti dissidi familiari. La vittima, un uomo originario di Melfi, ma residente in provincia di Salerno e legato da rapporti di parentela agli indagati, sarebbe stata bloccata in strada mentre viaggiava in auto insieme al fratello. Secondo l’ipotesi investigativa, il gruppo avrebbe aggredito l’uomo colpendolo alla nuca con un corpo contundente e piu’ volte al torace con un coltello, provocandogli gravissime lesioni a organi vitali. Sulla base degli elementi raccolti dai Carabinieri e del pericolo di reiterazione dei reati prospettato dalle Procure, per i quattro maggiorenni e’ stata disposta la custodia cautelare in carcere, mentre i due minorenni sono stati collocati in strutture comunitarie.

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Portici. Schlein, ‘prima si va a votare meglio è, disastro centrodestra’

“Prima si va a votare meglio è “. Non ha dubbi la segreteria nazionale del Pd Elly Schlein, che sta partecipando alla festa regionale del Pd della Campania in corso a Portici (Napoli). “Giorgia Meloni continua a litigare con i suoi alleati anche sul voto”, ha attaccato la leader dem, ribadendo la necessità di ridare al più presto la parola agli elettori visto “il disastro fatto dal centrodestra. Il Paese ha la crescita zero nonostante il Pnrr, c’è un calo di produzione da tre anni di fila e gli stipendi sono più bassi d’Europa ma il costo dell’energia è tra i più alti. Anche su questo abbiamo fatto proposte concrete al governo”.

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Battipaglia, incidente sulla rampa dell’autostrada: muore 31enne di Eboli

Tragedia nel pomeriggio a Battipaglia, dove un incidente stradale mortale ha provocato la morte di un ragazzo di 31 anni, originario di Eboli. Lo scontro è avvenuto intorno alle 16, sulla rampa di accesso all’autostrada.

Per cause ancora da accertare, una moto e un’auto sono entrate in collisione. L’impatto è stato particolarmente violento e per il giovane motociclista non c’è stato nulla da fare.

Sul posto sono intervenuti i soccorritori di un’ambulanza della Pubblica Assistenza VoPI e della Croce Verde, ma ogni tentativo di prestare assistenza si è rivelato inutile.

Presenti anche gli agenti della Polizia Stradale, impegnati nei rilievi per ricostruire l’esatta dinamica dell’incidente e accertare eventuali responsabilità.

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Sarno, omicidio panettiere, negato il rito abbreviato:

Niente rito abbreviato per Andrea Sirica, il 34enne accusato dell’omicidio di Gaetano Russo, per il quale la Procura contesta anche l’aggravante della crudeltà. Il Gip del Tribunale di Nocera Inferiore ha dichiarato inammissibile la richiesta avanzata dalla difesa durante l’udienza preliminare.

Il procedimento proseguirà quindi davanti alla Corte d’Assise di Salerno, dove la prima udienza è stata fissata per il prossimo mese di ottobre. Saranno i giudici della Corte a entrare nel merito dell’accusa e a stabilire gli ulteriori sviluppi processuali.

La difesa aveva chiesto di poter accedere al rito abbreviato, procedimento che, in caso di condanna, prevede ordinariamente la riduzione di un terzo della pena. La richiesta, tuttavia, non è stata accolta dal giudice dell’udienza preliminare.

In precedenza, la Procura di Nocera Inferiore aveva ottenuto per il 34enne il giudizio immediato, facendo così proseguire il procedimento verso la fase dibattimentale.

A ottobre la decisione sulle parti civili

Tra i primi passaggi che dovranno essere affrontati dalla Corte d’Assise di Salerno ci sarà anche l’ammissione delle eventuali parti civili.

Tra le richieste figura quella del Comune di Sarno, che ha manifestato l’intenzione di costituirsi nel procedimento chiedendo il riconoscimento di un danno d’immagine.

La vicenda giudiziaria entrerà dunque nel vivo a ottobre, con l’apertura del processo a carico di Sirica. Le accuse contestate all’imputato dovranno ora essere sottoposte al contraddittorio delle parti nel corso del dibattimento.

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Fine dei resi gratuiti: perché e quanto ci costa restituire gli acquisti online

Ordinare lo stesso vestito in tre taglie e rispedirne indietro due. Provare una crema a casa e poi restituirla perché non funziona. Per anni l’e-commerce ci ha abituato così: consegne a domicilio sempre più veloci e, soprattutto, restituzioni facili e gratuite. Adesso, invece, qualcosa sta cambiando. Non tanto nel diritto a cambiare idea (garantito, in parte, anche dalla legge), quanto nella possibilità di farlo sempre e comunque senza pagare.

Mango ha fatto da apripista. E la differenza non è da poco

Il colosso spagnolo dell’abbigliamento Mango, per esempio, dal febbraio 2023 chiede 4,95 euro per il ritiro a domicilio, mentre restano gratuite la restituzione in negozio e negli uffici di Poste Italiane. Benetton è andata oltre: chiede 5 euro per il reso a distanza, sia scegliendo il ritiro a domicilio sia portando personalmente il pacco a un centro di raccolta, mentre resta gratuita (solo) la restituzione in uno dei negozi aderenti. La differenza non è da poco: per ordini inferiori a 100 euro la catena italiana di abbigliamento applica anche 5 euro di spedizione; dunque, se si effettua un ordine da 50 euro e si restituisce un capo, tra la spedizione di andata e reso si arrivano a spendere 10 euro.

Nell’e-commerce un acquisto su cinque viene mandato indietro

Per capire perché i retailer abbiano cominciato a fare marcia indietro bisogna guardare alle dimensioni raggiunte dal fenomeno. Negli Stati Uniti, la National Retail Federation stima che nel 2025 siano stati restituiti prodotti per 849,9 miliardi di dollari, pari al 15,8 per cento delle vendite complessive. Nell’e-commerce la percentuale sale al 19,3 per cento: praticamente un acquisto online su cinque.

Fine dei resi gratuiti: perché e quanto ci costa restituire gli acquisti online
Pacchi di acquisti online pronti a essere spediti in Cina (foto Ansa).

Va inoltre considerato che far tornare indietro un pacco non significa semplicemente fargli percorrere la strada “al contrario”: dietro c’è un’intera filiera – la cosiddetta reverse logistics – che deve occuparsi di trasporto, ricezione, apertura, controllo, eventuale ricondizionamento e nuova destinazione della merce.

Amazon ha creato il primo hub italiano dedicato ai resi

Amazon ne offre un esempio concreto, e proprio in Italia. A Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, il primo centro logistico aperto dall’azienda nel nostro Paese nel 2011, è stato riconvertito nel primo hub italiano dedicato ai resi, specializzato nei prodotti di piccole dimensioni. Qui ogni articolo rientrato viene ispezionato e può essere rimesso in vendita come nuovo, venduto come usato, ricondizionato, restituito al fornitore, ceduto ad altri operatori oppure donato.

Fine dei resi gratuiti: perché e quanto ci costa restituire gli acquisti online
Lavoratori della logistica preparano pacchi Amazon (foto Ansa).

Anche Amazon, però, ha iniziato a far pagare alcune restituzioni. Per i prodotti gestiti dalla sua logistica, se nel raggio di un chilometro esiste un punto di consegna dove riportare il pacco gratis (senza imballaggio né etichetta), chi sceglie comunque il ritiro a domicilio paga 2,95 euro, trattenuti dal rimborso. Restano gratuite invece le altre opzioni, come l’ufficio postale o il punto di ritiro. Ma attenzione soprattutto a scarpe e abbigliamento: sulla moda Amazon continua a garantire il reso gratuito entro 30 giorni, purché l’articolo sia indicato come idoneo al reso gratuito e sia venduto o spedito direttamente da Amazon.

Se restituisci troppo, paghi di più: la novità di Asos

La novità più interessante arriva tuttavia da Asos, il noto portale di shopping online che non conta solo come restituiamo un acquisto, ma quanto siamo abituati a restituire. La piattaforma, infatti, prende in considerazione il comportamento del cliente negli ultimi 12 mesi: per la maggior parte degli utenti il reso rimane gratuito, ma chi ha restituito almeno il 70 per cento del valore acquistato e ha effettuato almeno tre ordini può vedersi trattenere 4,95 euro per pacco (salvo che conservi merce per oltre 50 euro di valore).

Altri operatori scelgono strade diverse. Uniqlo trattiene 2,95 per cento per ogni restituzione online effettuata attraverso il suo servizio; Qvc Italia, invece, concede 30 giorni per cambiare idea ma, in caso di semplice ripensamento, le spese per far rientrare il prodotto vengono sottratte dal rimborso; se si tratta di sostituire taglia, colore o variante, è Qvc a sostenere sia il costo della restituzione sia quello della nuova consegna.

Fine dei resi gratuiti: perché e quanto ci costa restituire gli acquisti online
Persone in fila fuori da uno store di Uniqlo (foto Ansa).

Reso gratuito e diritto di recesso non sono la stessa cosa

C’è infine un equivoco molto comune ma importante da chiarire. Nell’Unione europea chi compra online dispone generalmente di 14 giorni dalla consegna per comunicare il recesso senza dover fornire una motivazione, e di ulteriori 14 giorni per rispedire la merce. Questo, tuttavia, non significa che il venditore debba necessariamente pagare anche la spedizione di ritorno: le spese dirette possono essere a carico del consumatore, purché ne sia stato informato prima dell’acquisto, altrimenti toccano al venditore. Diverso è il caso di un prodotto difettoso, per il quale i costi spettano sempre al venditore.

Il reso gratuito era uno straordinario strumento commerciale

Per anni molti colossi dell’e-commerce sono andati ben oltre questi obblighi, perché il reso gratuito era uno straordinario strumento commerciale. E, nei fatti, continua a esserlo: secondo la National Retail Federation, l’82 per cento dei consumatori considera importante la gratuità delle restituzioni quando compra online. E il 71 per cento sarebbe meno propenso a tornare da un retailer dopo una cattiva esperienza di reso. Ordinare tre taglie e rimandarne indietro due, insomma, si può ancora fare. Ma non è detto che la prova nel camerino di casa sia ancora completamente gratis.

Salernitana, Cosmi deluso dalla squadra

È un Serse Cosmi profondamente deluso quello che si presenta nel post-partita di Crotone-Salernitana. Il tecnico granata non cerca attenuanti dopo la sconfitta dello Scida e riconosce i meriti degli avversari, assumendosi gran parte delle responsabilità per una prestazione che giudica lontana dalle aspettative.

«È una partita da dimenticare, anche se nel calcio nulla si deve dimenticare», esordisce Cosmi. Il tecnico riconosce al Crotone il merito di aver messo in campo agonismo e qualità: «Loro hanno giocato con grande agonismo e qualità. Noi abbiamo toppato la partita».

Poi l’autocritica: «Le responsabilità sono soprattutto mie». Una presa di responsabilità accompagnata dall’analisi di una gara nella quale la Salernitana è apparsa in difficoltà soprattutto nella prima frazione: «Potevamo pareggiarla e poi anche vincerla, ma nel primo tempo siamo stati surclassati».

Nemmeno la superiorità numerica è stata sufficiente per cambiare l’inerzia della partita. «Abbiamo creato poco anche con l’uomo in più. Solo mischie anche se nelle mischie si può segnare», ammette Cosmi.

Una prestazione che l’allenatore definisce inaspettata: «Sapevo che dovevamo crescere. Abbiamo avuto troppa supponenza e abbiamo giocato come se fossimo la prima della classe. E non lo siamo».

Per Cosmi, dunque, il successo del Crotone è meritato: «La sconfitta è giusta e triste. Da lunedì la rivaluteremo. Il Crotone ha meritato perché ha messo dentro tutto. A noi sarebbe bastata anche la metà».

Il tecnico individua soprattutto nella mancanza di cattiveria agonistica il principale problema della prestazione: «L’errore è non averci messo rabbia. Non ti chiami Salernitana e vinci a prescindere».

Infine, Cosmi dedica un pensiero ai tifosi granata, assenti allo Scida per il divieto di trasferta: «Dispiace per i tifosi. Non capisco perché la trasferta fosse vietata, visto che sei mesi fa erano presenti allo Scida».

La sconfitta di Crotone diventa così un momento di riflessione per la Salernitana, chiamata a ripartire dopo una prestazione che lo stesso Cosmi ha definito al di sotto delle attese.

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Salernitana, che delusione a Crotone

di Marco De Martino

CROTONE – Sciatta, confusionaria, irritante, disastrosa in tutti i reparti: la Salernitana riesce nell’impresa di resuscitare un Crotone derelitto, che non vinceva una partita dallo scorso mese di aprile e che era ridotto in dieci uomini per più di un’ora. Allo Scida finisce 2-1 per i padroni di casa, che raggiungono così quota zero punti in classifica, cancellando, grazie ai granata, la penalizzazione di sei punti inflitta a inizio stagione. Fatale, per la Salernitana, l’avvio da incubo, che costa due gol al passivo nel giro di venti minuti. Prima Musso, poi Zunno mettono al tappeto una Salernitana passiva, anzi praticamente immobile in campo. Eppure i granata riescono a trovare quasi subito il gol che dimezza lo svantaggio grazie a un guizzo di Villa, che risolve una mischia innescata da una percussione dalla destra di Llano. Il portiere del Crotone, Merelli, poco dopo decide di concedere alla Salernitana un altro vantaggio, facendosi espellere a causa di un’uscita killer che per poco non manda ko D’Ursi, lanciato a rete. Nonostante l’ora a disposizione per recuperare, anche grazie alla superiorità numerica, la squadra di Cosmi rimane ancorata al gioco statico e prevedibile, che consente ai pitagorici di sistemarsi bene in campo e chiudere tutti gli spazi.Nella ripresa Cosmi prova a giocarsi subito la carta Djamanca, inserendolo al posto del disastroso Anastasio, con il conseguente arretramento di Villa in difesa e la presenza contemporanea, dalla parte opposta, di Achik.Fuori anche un nervosissimo Vitale che, sul finire della prima frazione, aveva sfiorato l’espulsione per doppia ammonizione. Al posto dell’ex Vicenza c’è Gyabuaa. Una sorta di 4-2-4 che non produce effetti. Anzi, è proprio il Crotone a rendersi più pericoloso in ripartenza e sugli sviluppi di qualche sporadico calcio da fermo. Sul taccuino non ci sono occasioni da gol per i granata da menzionare e così Cosmi decide addirittura di buttare sul terreno di gioco gibboso dello Scida anche Lescano e Cardoni, al posto dell’evanescente Achik e di un Tascone irriconoscibile. Nemmeno le mosse iperoffensive del tecnico granata sortiscono gli effetti sperati e così la Salernitana subisce la seconda meritatissima sconfitta stagionale, la prima lontano dall’Arechi. Un ko doloroso che ridimensiona le ambizioni di Galeotti e compagni, proprio alla vigilia del big match con il Bari. CROTONE SALERNITANA 2-1 Crotone (4-3-3): Merelli; Veltri, Armini, Tanco, Groppelli (76’ Andreoni); Crapisto (87’ Bashi), Grosso (76’ Pedro), Barcella; Zunno, Musso (76’ Russo), Tordini (32′ Martino). A disp.: Lucano, Stauciuc, Torres, Brignola, Feola, Guerra, Pierangeli, Ruggiero. All.: Greco
Salernitana (4-4-2): Galeotti; Llano, Celiento, Pieraccini, Anastasio (46’ Djamanca); Achik (69’ Lescano), Tascone (87’ Cardoni), Vitale (46’ Gyabuaa), Villa; D’Ursi, La Gumina. A disp.: Cevers, Perina, Zoia, Capuano, Del Pin, Longobardi, de Boer, Boncori, Bevilacqua. All.: Cosmi
Arbitro: Mastrodomenico di Matera. Assistenti: Mezzalira e Martone). Quarto uomo: Bozzetto. FVS: Gigliotti
MARCATORI: 10′ Musso (C), 22′ Zunno (C), 25′ Villa (S)
NOTE: Spettatori 1624; Ammoniti Armini, Groppelli (C), Vitale, Pieraccini, Tascone (S); Espulsi Merelli (C); Angoli 3-11; Recupero 5′ pt, 5′ st

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Controlli in 2 ristoranti Salerno, 10 ‘in nero’ e scarsa igiene

Carenze igienico-sanitarie e lavoratori in nero: e’ quanto riscontrato dal Nucleo operativo sicurezza della polizia municipale di Salerno in due ristoranti della citta’, per i quali e’ stata disposta la chiusura. L’intervento degli agenti, insieme con personale Asl e dell’Ispettorato del Lavoro, ieri sera, dopo alcune segnalazioni. In un locale, sono state riscontrate, secondo quanto riferito dalla polizia municipale, gravi carenze igienico-sanitarie nei locali destinati alla preparazione degli alimenti. Nel corso degli accertamenti e’ stata, inoltre, rilevata la presenza di due lavoratori impiegati in nero. In un altro ristorante, invece, gli ispettori hanno accertato l’impiego di otto lavoratori non regolarmente assunti. Sono scattate la sospensione immediata delle attivita’ e la chiusura dei locali. Il provvedimento ha comportato anche l’interruzione della somministrazione di alimenti e bevande ai clienti presenti e l’annullamento delle prenotazioni previste per la serata

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Salernitana, a CRotone gioca Anastasio

CROTONE-SALERNITANA – 7^ GIORNATA, GIRONE C, SERIE C – STADIO SCIDA (CROTONE), ORE 14.30

Crotone (4-3-1-2): Merelli; Veltri, Tanco, Armini, Groppelli; Crapisto, Grosso, Barcella, Tordini, Musso, Zunno.

A disp: Martino, Lucano, Stauciuc, Torres, Brignola, Russo D., Feola, Guerra, Andreoni, Pedro, Pierangeli, Bashi, Ruggiero. All: Greco

SALERNITANA (4-4-2)
Salernitana (4-4-2): Galeotti; Llano, Celiento, Pieraccini, Anastasio; Achik, Tascone, Vitale, Villa; D’Ursi, La Gumina.

A disp: Cevers, Perina, Zoia, Capuano, Del Pin, Longobardi, Gyabuaa, De Boer, Cardoni, Lescano, Djamanca, Boncori, Bevilacqua. All: Cosmi
Allenatore: Cosmi.

A disposizione

Crotone: Martino, Lucano, Stauciuc, Torres, Brignola, Russo D., Tordini, Feola, Groppelli, Pedro, Pierangeli, Veltri, Bashi, Grosso, Ruggiero.

Salernitana: Cevers, Perina, Zoia, Capuano, Del Pin, Longobardi, Gyabuaa, De Boer, Cardoni, Lescano, Djamanca, Boncori, Bevilacqua.

Terna arbitrale

La gara sarà diretta da Mastrodomenico di Matera, coadiuvato dagli assistenti Mezzalira e Martone. Quarto ufficiale Bozzetto, mentre al FVS ci sarà Gigliotti.

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Paradosso IA: così ti frigge il cervello aumentando fatica cognitiva e burnout

Cos’è la frizione cognitiva? La fatica che bisogna fare per capirci qualcosa. Sbatterci un po’ la testa quando un concetto resiste, quando una frase deve essere riletta. Fermarsi. Tornare indietro. Pensare, riflettere. Costruire una relazione fra le cose. Aggiungere, come dice qualche esperto, profondità. Il che richiede fatica. Eppure c’è un aspetto curioso nella nostra idea di intelligenza. Siamo arrivati a considerare un vantaggio tutto ciò che ci permette di pensare con meno fatica. Ed è comprensibile. La fatica non gode di buona reputazione. La associamo a qualcosa di scomodo, al lavoro manuale, alla palestra, alla fila alle poste, alla compilazione di un modulo amministrativo che richiede doppia autenticazione e una copia del documento d’identità. Insomma, se possiamo evitarci una fatica, perché mai dovremmo farla? Poi è arrivata l’IA.

L’IA, una pericolosa forma di comodità intellettuale

L’intelligenza artificiale è bravissima con le scorciatoie. Prende il pensiero, lo liscia, lo impagina e te lo restituisce. A parte qualche intoppo, tutto fila via come l’olio. In fondo è una forma di comodità intellettuale attraverso cui, se ci pensiamo, ci viene risparmiato il momento in cui scopriamo di non sapere. Perché sapere di non sapere è una delle forme più antiche di frizione cognitiva. Socrate, almeno nella versione che ne abbiamo ricevuto da Platone, costruisce buona parte della sua pedagogia su questo piccolo inconveniente: portare l’interlocutore fino al punto in cui scopre che la risposta che possedeva con tanta sicurezza non era poi così solida.

Paradosso IA: così ti frigge il cervello aumentando fatica cognitiva e burnout
Sintomi da burnout per chi usa tanto l’intelligenza artificiale (foto Unsplash).

Così oggi avremmo probabilmente un chatbot che, davanti alla confusione dell’utente, gli offrirebbe una sintesi in cinque punti. Il problema? Tutti ugualmente plausibili. E qui nasce un paradosso. Qualcuno, alla fine, dovrà pur fare fatica. Se non la fa la macchina, la facciamo noi. E forse la facciamo proprio per controllare che la macchina abbia fatto bene il suo lavoro, magari per discriminare tra quei cinque punti.

Il burnout è riportato dal 45 per cento di chi usa frequentemente l’IA

Uno studio di Quantum Workplace, società che si occupa di benessere aziendale, ha rilevato che il burnout, cioè quella sensazione di essere ormai svuotati e sopraffatti dal lavoro, è riportato dal 45 per cento dei lavoratori che utilizzano frequentemente l’IA, contro il 38 per cento di chi la usa meno frequentemente e il 35 per cento di chi non la tocca nemmeno.

AI brain fry: una specie di cervello fritto

Un’altra ricerca pubblicata dalla Harvard Business Review, una rivista di management, ha persino trovato un nome per una delle conseguenze: “AI brain fry”. Una specie di cervello fritto, dovuto all’affaticamento cognitivo prodotto dall’uso e, soprattutto, dalla supervisione intensiva degli strumenti e degli agenti IA.

Paradosso IA: così ti frigge il cervello aumentando fatica cognitiva e burnout
AI brain fry: una specie di cervello fritto per colpa dell’intelligenza artificiale (foto Unsplash).

Secondo l’analisi Riverside firmata da Boston Consulting Group e dalla University of California, condotta su 1.488 lavoratori statunitensi, il 14 per cento di chi utilizza l’IA sul lavoro dice di aver sperimentato quella sensazione. Chi ne soffre registra il 33 per cento di decision fatigue in più, cioè la fatica mentale che rende sempre più difficile prendere decisioni via via che la giornata di lavoro procede, e commette errori gravi con una frequenza maggiore del 39 per cento.

Invece di alleggerire il carico, il chatbot lo aumenta

Anche un’altra società di consulenza, Korn Ferry, racconta una storia simile sulla base di un’indagine condotta su oltre 16 mila dipendenti. Il 62 per cento degli intervistati dice infatti di aver visto crescere significativamente il proprio carico di lavoro negli ultimi due anni, mentre il 45 per cento sostiene di essere ormai troppo impegnato persino per riuscire a produrre risultati significativi che contribuiscano alla crescita. E fra i lavoratori più esausti dall’IA, il 52 per cento dice che è stata proprio quella tecnologia, invece di alleggerire il carico, ad aumentarlo.

Paradosso IA: così ti frigge il cervello aumentando fatica cognitiva e burnout
I chatbot, invece ci aiutarti, aumentano la tua fatica cognitiva (foto Unsplash).

Insomma, abbiamo inventato strumenti per risparmiare fatica e siamo diventati più stanchi con il rischio che, a forza di scorciatoie del pensiero, si finisca dentro una specie di allucinazione collettiva. Quella per cui anche accademici rinomati possono arrivare a dire che è tutto finito, che i dottorati non servono più, che la ricerca è una cosa del passato. Beati loro.

Forse abbiamo confuso la velocità con il progresso

È un po’ la stessa allucinazione che abbiamo vissuto con i social, quando tutto sembrava bellissimo perché tutto era filtrato benissimo. Anche lì la promessa era una scorciatoia: prima l’illusione di una vita migliore a portata di scroll; oggi l’illusione di un pensiero senza la fatica di attraversarlo. Comunque sia, ieri come oggi, si ha l’impressione che forse abbiamo confuso la velocità con il progresso. La velocità dice quanto rapidamente arriviamo da A a B. Il progresso dovrebbe dirci se B è un posto migliore di A. E per stabilirlo, almeno per il momento, serve ancora qualcuno disposto a fermarsi, guardare la mappa e chiedersi dove stiamo andando. Il che comporta una certa fatica.

Identità, radici, storia: ma cosa significa davvero essere italiani?

Negli ultimi tempi il concetto di “italianità” è tornato a circolare con grande frequenza. La responsabilità è per lo più della destra: remigrazione, richiami alle radici romane e cristiane, fino alla recente discussione sul tetto agli studenti con insufficiente conoscenza dell’italiano nelle classi. Sono questioni diverse ma hanno almeno un punto in comune: riportano in superficie una domanda che per molto tempo una parte della cultura pubblica ha considerato sospetta o antiquata. Che cosa significa, oggi, essere italiani? Il partito guidato da Roberto Vannacci, Futuro Nazionale, lega esplicitamente l’assimilazione alla «civiltà greca, romana e cristiana» e inserisce la già citata remigrazione in una concezione dichiaratamente identitaria della politica nazionale.

Identità, radici, storia: ma cosa significa davvero essere italiani?
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Più che di radici sarebbe meglio parlare di fonti

Una risposta possibile è quella essenzialista. Esisterebbe qualcosa come un nucleo dell’italianità, abbastanza stabile da attraversare il tempo e abbastanza determinato da consentire di distinguere ciò che gli appartiene da ciò che gli rimane estraneo. L’appello alle radici possiede questa struttura: cerca sotto le trasformazioni della storia qualcosa che, non mutando, garantisca che siamo rimasti noi. Il problema è che le identità storiche non funzionano così. Grecia, Roma e cristianesimo appartengono certamente alla nostra storia, ma hanno prodotto ciò che chiamiamo Italia attraverso una lunga storia di trasfigurazioni, dispute, tradimenti e rivoluzioni che non possiamo semplicemente lasciar perdere. Più che di radici sarebbe meglio parlare di fonti: la radice suggerisce un’identità che cresce fissata a una posizione; la fonte, invece, continua ad alimentare un corso d’acqua che, proprio scorrendo, diventa altro.

Identità, radici, storia: ma cosa significa davvero essere italiani?
Una veduta su piazza San Pietro (Ansa).

Essere italiani come pura convenzione

All’essenzialismo, tuttavia, si può reagire con un errore contrario. Poiché ogni identità è storicamente costruita e continuamente modificata, si può concludere che “italiano” sia, in fondo, poco più di un nome, una qualificazione giuridica oppure una convenzione collettiva. È una specie di nominalismo dell’identità. Se non esiste un’essenza italiana, allora non esisterebbe nulla di propriamente italiano al di là del fatto che decidiamo di chiamarlo così. A entrambe le posizioni manca la storicità.

Cosa significa davvero trasmettere un’identità?

Essere storici significa qualcosa di più esigente che cambiare nel tempo. Secondo il filosofo ceco Jan Patočka, l’ingresso nella storia coincide con la perdita dell’ovvietà di un senso semplicemente ricevuto: ciò che sembrava dato diviene problematico e deve essere nuovamente interrogato. È questa la cesura tra preistoria e storia. Una comunità storica non è quella che possiede una volta per tutte il significato della propria identità, ma quella che continua a misurarsi con esso proprio perché gli eventi lo espongono continuamente alla prova. Da questo punto di vista, trasmettere l’italianità non può significare consegnare intatto un inventario di valori, simboli e costumi. Significa, più concretamente, trasmettere una lingua nella quale sia possibile intendere il discorso pubblico, e con essa una memoria sufficiente a comprendere perché certi eventi continuino a dividere o a unire, le continuità e le fratture attraverso cui il Paese è diventato ciò che è.

Identità, radici, storia: ma cosa significa davvero essere italiani?
Un centro italiano (Nicolas Mejia via Unsplash).

La differenza tra assimilazione e appartenenza

Ma la trasmissione è riuscita solo quando chi riceve tutto questo può anche discuterlo. Qui si trova forse la differenza decisiva tra assimilazione e appartenenza. Assimilare, nel significato più rigido del termine, significa chiedere al nuovo arrivato di conformarsi a un’identità della quale altri hanno già stabilito il contenuto. Appartenere a una comunità storica significa invece acquisire abbastanza familiarità con quella storia da poter partecipare alla controversia sul suo significato. Non occorre condividere una determinata interpretazione del Risorgimento o della Costituzione per appartenere pienamente allo spazio comune. Occorre però sapere di che cosa si sta parlando, comprendere il linguaggio e riconoscere gli interlocutori per poter prendere parte al dibattito. Appartenere, insomma, non significa aderire a una certa definizione dell’Italia o dell’italianità, ma essere abilitati alla discussione storica su che cosa l’Italia sia. È un criterio insieme aperto ed esigente. Aperto, perché rende impossibile identificare l’italianità con l’origine biologica, la genealogia o una lista immutabile di caratteri, coi pericoli conseguenti. Esigente, perché esclude anche l’idea che basti un’appartenenza puramente nominale. Una lingua comune, una memoria e istituzioni conosciute non sono dettagli ornamentali.  

Identità, radici, storia: ma cosa significa davvero essere italiani?
Scritte in diverse lingue in una scuola italiana (Ansa).

Le condizioni perché una comunità continui a esistere

L’identità nazionale, allora, non ha bisogno di essere protetta dalla storia, perché esiste soltanto dentro la storia. Il problema è piuttosto renderla abbastanza consistente da poter essere trasmessa e abbastanza viva da poter essere contestata. Se la fissiamo in un’essenza, prima o poi diventa archeologia. Se la riduciamo a un nome, non resta più nulla da trasmettere. Una comunità continua a esistere quando riesce invece a consegnare ai nuovi venuti, e alle nuove generazioni, non una risposta definitiva alla domanda su chi siamo, ma gli strumenti per poter prendere parte alla domanda.

Short Movie: Anesthesia: quando anche i sogni possono essere hackerati

Anesthesia: quando anche i sogni possono essere hackerati

Anche l’anestesia, in futuro, potrebbe diventare un’esperienza digitale. Ed essere vulnerabile come qualsiasi altro software. È questa l’idea da cui parte Anesthesia, cortometraggio di fantascienza diretto da Jeff Osborne e scritto da John Harden.

Michael è un potente uomo d’affari che deve sottoporsi a un intervento a cuore aperto. Durante l’operazione la sua coscienza viene immersa in una sorta di realtà virtuale progettata per accompagnarlo durante l’anestesia: si ritrova così su una spiaggia della propria infanzia, insieme alla madre. Ma qualcosa non torna. La donna comincia a fargli domande decisamente insolite e quello che sembrava un rassicurante rifugio nei ricordi si trasforma rapidamente in una trappola. In appena tredici minuti Anesthesia mette insieme fantascienza... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Short Movie - 26 settembre 2026 - articolo di S*

Di giorno in Municipio, di notte al fight club: chi è il leghista milanese Giovanni Binda

Nell’ultima puntata di Filorosso, programma condotto da Antonino Monteleone su Rai3, è andato in onda un servizio realizzato da una giornalista infiltrata in un fight club clandestino. Convocato con breve anticipo attraverso un gruppo Telegram riservato, l’incontro si svolge in una località segreta a circa mezz’ora da Milano. Una telecamera nascosta documenta scene che non possono che colpire il telespettatore, ma a restare impresse sono soprattutto le dichiarazioni dei partecipanti. C’è chi dice che il vero brivido sta nell’essere al di fuori della legge, chi sostiene che un combattente ferito in modo grave viene abbandonato sul posto e infine vengono offerti 100 euro agli spettatori che intendono cimentarsi in un combattimento sul ring improvvisato.

Dalla campagna per Sardone al ring segreto

Complimenti ai colleghi della Rai, a cui però è sfuggito un dettaglio importante. Il primo lottatore a essere inquadrato è un volto noto a chi segue la politica milanese. Si chiama Giovanni Binda ed è consigliere della Lega nel Municipio 6 di Milano, molto vicino alla candidata sindaca di Matteo Salvini, Silvia Sardone, che Bindi ha ovviamente sostenuto anche alle ultime Europee. La circostanza desta notevole stupore, non solo perché troviamo una carica pubblica in un luogo border-line, ma soprattutto perché Binda è conosciuto come un moderato, rispettato anche dagli avversari politici per una pacatezza che fa a pugni con un aspetto aggressivo, a partire dal taglio di capelli.

Dna leghista, ha lavorato anche in Regione Lombardia

Ma chi è Giovanni Binda? Trentaquattro anni, finito il liceo ha cominciato a lavorare con il padre, che si occupa di sicurezza sul lavoro, anche per pagarsi gli studi. Parallelamente ha iniziato l’attività politica e per lui si sono aperte le porte di Regione Lombardia, dove ha iniziato a lavorare nello staff dell’assessore Simona Bordonali. Il capo della segreteria all’epoca era Stefano Bolognini, che nel mandato successivo (il primo di Attilio Fontana) è diventato a sua volta assessore e ha confermato Binda nel suo ruolo, legato a comunicazione e social. Pentitosi degli studi interrotti, il leghista ha poi rimediato prendendo una laurea triennale in Scienze di Comunicazione e poi una magistrale in Lettere Moderne, titoli ai quali – non pago – ha aggiunto un diploma alla scuola professionale del CAPAC, per lavorare in cucina. «Ho sempre avuto passione per il cibo, soprattutto perché ogni piatto si lega alle tradizioni delle comunità locali», racconta a Lettera43. «Mi sono avvicinato alla Lega perché difende le tradizioni e anche ereditando la passione di mio padre che, venendo da un paesino sul lago, scherzosamente diceva di battersi per la superiorità della ‘razza lariana‘. Un vero secessionista, uno della prima ora». Binda, che è anche giornalista pubblicista, parla poi con entusiasmo anche delle recenti spinte autonomiste di Scozia, Irlanda del Nord e Galles nei confronti di Londra.

Di giorno in Municipio, di notte al fight club: chi è il leghista milanese Giovanni Binda
Di giorno in Municipio, di notte al fight club: chi è il leghista milanese Giovanni Binda
Di giorno in Municipio, di notte al fight club: chi è il leghista milanese Giovanni Binda
Di giorno in Municipio, di notte al fight club: chi è il leghista milanese Giovanni Binda

«Nessuna scommessa, si combatte solo per sport»

A questo punto è impossibile non chiedersi cosa ci facesse un politico milanese plurilaureato in un fight club clandestino. «Chiamarlo clandestino e ammantarlo di illegalità è una esagerazione giornalistica, per creare ad hoc una notizia che non esiste», mette in chiaro. «Non c’è nemmeno la ‘borsa’ per chi combatte. Sì, è vero che nel servizio qualcuno a un certo punto promette 100 euro a chi vuole battersi, ma i soldi non si vedono. Anzi, io che ho lottato veramente non ho preso nemmeno un euro e quando ho chiesto conto di questa promessa agli spettatori mi hanno spiegato che era solo uno scherzo».

Quel pizzico di underground che fa figo

Allo stesso modo, sostiene Binda, non sarebbe vero che i feriti gravi vengono abbandonati sul posto. «Ma no, non è mica come nel libro, dove si dice che la prima regola è non parlare del fight club», assicura sorridendo. «Nessuno che finisce sotto terra. È una cosa molto tranquilla e su YouTube si trovano tanti video che lo raccontano». Qual è, allora, il fascinodi questi incontri notturni? «Posso parlare per me», prosegue il consigliere leghista. «Sono uno sportivo, faccio boxe e in passato anche thai boxe e mixed martial arts. Nel giro delle mie amicizie non c’è nessuno che pratichi queste discipline e volevo mettermi alla prova in un contesto molto diverso da quello da cui provengo, quello di una famiglia benestante. Non siamo degli scappati di casa, ma degli sportivi che passano una serata insieme, nel massimo rispetto». «Certo», ammette, «in un posto del genere trovi anche degli esaltati fuori dal mondo, ma questo accade anche nelle sezioni di partito e nelle redazioni dei giornali. C’è un velo underground che fa un po’ figo, ti fa sentire fuori dagli schemi, ma è tutto fittizio. Non c’è nulla di llegale, a parte forse chi serve da bere senza autorizzazione, ma non sono mica io che vado a controllare i permessi!». 

Di giorno in Municipio, di notte al fight club: chi è il leghista milanese Giovanni Binda
Giovanni Binda e il manifesto dei Senza Paura, evento dei Patrioti europei (da Instagram).

«Siamo come Fubles per il calcetto»

Verrebbe da chiedersi come mai questo bel clima decoubertiniano non si possa trovare anche in una più classica palestra. Per Binda la spiegazione non sta nel brivido della trasgressione: «Onestamente, in una palestra potrei fare al massimo lo sparring partner. Per un match vero serve maggiore preparazione, mentre qui siamo più ruspanti. È tutto più semplice e spontaneo, proprio come andare a giocare a calcetto, cosa che peraltro ogni tanto faccio. Se non hai amici con cui farlo, puoi usare delle app come Fubles che ti mettono in contatto con altri che sono nella stessa situazione. Giochi con sconosciuti e quindi trovi gente di tutti i tipi, esattamente quello che facciamo noi». Insomma nessuno scandalo. Il fight club fai da te magari non rispetterà tutti i crismi, «ma è come andare a giocare a pallone in mezzo a un parco dove non ci sono le porte e usare le felpe al posto dei pali». L’unica differenza «è che ci si può fare male. Ma può succedere anche in un’area workout di quelle realizzate dal Comune».

Di giorno in Municipio, di notte al fight club: chi è il leghista milanese Giovanni Binda
Un combattimento (da Filorosso).

«Il machismo vannacciano? Una stronzata»

Prendendo le distanze dalla narrativa di destra cavalcata dalla stessa Sardone, Binda dice di odiare termini come «maranza» e «baby-gang». Rispetto alle problematiche giovanili, ha le idee chiare: «Diciamo sempre che i ragazzi non sanno cosa fare o che stanno chiusi in casa, mentre in questo caso si ritrovano per fare dello sport, senza dare fastidio a nessuno». Insomma, il servizio della Rai ha ingigantito la cosa: «È semplicemente un’attività sportiva che, per me, non ha proprio nulla a che fare con il machismo o cose del genere. Non sono certo il vannacciano di turno che deve fare il poser del fascista, che deve fare vedere i muscoli per dire: “Io sono un uomo duro, tutto d’un pezzo'”. Per me queste cose sono stronzate». 

Caro carburanti: torna la protesta dei trattori e i camionisti minacciano lo stop

Torna la protesta dei trattori, questa volta contro il caro gasolio: da oggi è in preparazione un presidio nazionale a Torrimpietra (Roma), al chilometro 29,7 dell’Aurelia, nello stesso punto dove, in passato, presero forma analoghe proteste degli agricoltori delle zone nord della Capitale. I coltivatori sono pronti a manifestare in particolare per il forte rincaro del gasolio agricolo, arrivato a 1,7 euro al litro (con il diesel per le automobili addirittura a 2,4 euro). Nei propositi il raduno è programmato per tre giorni.

Così Salvatore Fais, agricoltore del nord della Toscana e già leader di Riscatto contadino: «Gli agricoltori tornano a far sentire la loro voce proprio come negli scorsi anni: a febbraio 2024, per esempio, quando invasero la statale Aurelia per raggiungere la Capitale; e ad aprile 2026. Con i costi del carburante alle stelle, i produttori locali non riescono più a sostenere le spese. Dal presidio di Torrimpietra, da più di tre anni, cerchiamo di far sentire la nostra voce, ma la politica e i sindacati continuano a fare finta che non esistiamo».

E gli autotrasportatori sono pronti a scioperare

Minacciano poi lo sciopero contro il caro gasolio gli autotrasportatori. Lo ha annunciato il segretario generale di Assotir, Claudio Donati, in una conferenza stampa dell’associazione a Roma. Si tratterebbe, ha spiegato, di «un’arma definitiva», perché lo stop «anche solo per un giorno significa fermare il Paese». Anna Vita Manigrasso, presidente nazionale di Assotir, con amara ironia ha constatato che «magari non c’è neanche modo di arrivare allo sciopero»: viste le difficoltà economiche del settore, «gli autotrasportatori potrebbero fermarsi anche perché non ce la fanno più».

Briatore e il giallo del Crazy Pizza di Knightsbridge

Da qualche giorno Hans Crescent Road, nel cuore di Knightsbridge, a Londra, è meno movimentata del solito. Manca l’allegra brigata del Crazy Pizza, la famosa catena di ristoranti di Flavio Briatore e Francesco Costa. Il locale è chiuso, la porta sbarrata, le sale sono totalmente al buio. Agli iscritti alla newsletter del locale è arrivata una email vuota con un semplice oggetto: See You Soon, a presto, che però nel mondo anglosassone è anche un modo garbato di annunciare la chiusura di un’attività. Intanto sul sito e sui social campeggia la promessa di nuove aperture: New location, same crazyness.

Briatore e il giallo del Crazy Pizza di Knightsbridge
La schermata del sito.

La strada del lusso sembrava garanzia di successo

Quello di Hans Crescent non è un indirizzo qualsiasi: chi ha un po’ di familiarità con la città sa che è un luogo super esclusivo: è la strada pedonale che costeggia l’ingresso di Harrods, i celeberrimi grandi magazzini. Ogni anno, su quella via, passano milioni di persone. Un luogo perfetto per il Crazy Pizza, il cui successo – incluse le polemiche sulla Pizza al Patanegra a 60 sterline (prezzo che peraltro a Londra e in quella zona non è nemmeno troppo scandaloso) – sembrava garantito. Peraltro, il compassato pubblico londinese aveva mostrato di apprezzare la miscela di “caciara” e atmosfera modaiola del locale, con le pizze giganti fatte roteare in sala e i dj chhe sparavano brani di Italo-Disco. Così sono cominciate a serpeggiare le voci: per caso il gruppo Majestas, holding che gestisce tutti gli affari di Briatore nell’ospitalità, ha alzato bandiera bianca?

Briatore e il giallo del Crazy Pizza di Knightsbridge
Harrods in Hans Crescent Road (Ansa).

Nel settembre 2025 il flop di Sumosan Twiga

A Londra Crazy Pizza aveva debuttato nel 2019, con un locale nella zona di Marylebone, dove prima si trovava uno degli storici ristoranti di Carluccio’s. In un secondo momento si era trasferito davanti a Harrods. Alcune voci parlano di una possibile riapertura, forse nella zona Est, quartieri molto giovani e vivaci che però non sono lontanamente comparabili con Knightsbridge, né come prestigio, né come prezzi. Sempre vicino a Harrods, lungo Sloane Street, Briatore aveva aperto anche il risto-disco-sushi Sumosan-Twiga che ha chiuso i battenti a settembre 2025 con perdite relative al 2024 per oltre 1,8 milioni di euro. Insomma, il quartiere di Knightsbridge sarà pure pieno di milionari, ma pare non portare fortuna al Flavio Nazionale.

Rubei presenta La strada, una storia di riscatto rivolta ai giovani delle periferie

A partire dal 29 settembre sarà disponibile in libreria La strada, esordio del giornalista e manager della comunicazione Augusto Rubei. Un racconto crudo ed empatico che ripercorre la storia di Pietro, per tutti “Pietruccio”, un bambino goffo e impacciato che nasce a San Basilio, nella periferia più dura di Roma, dove l’infanzia finisce presto e nessuno ti spiega come si diventa grandi. Nel giorno d’uscita, il libro sarà anche presentato alle 18.30 presso la Galleria Alberto Sordi di Roma, dove l’autore dialogherà con la condirettrice del Corriere della sera Fiorenza Sarzanini.

La trama

Come anticipato, la trama segue la storia di Pietro, un bambino cresciuto in un contesto dove violenza, droga e silenzio sembrano già tracciare il destino della sua generazione. Dopo un episodio che gli fa capire di avere davanti due possibilità — arrendersi al futuro che gli altri hanno scritto per lui o cercare una via d’uscita —, il protagonista decide di provare a cambiare strada. Impara così a sopravvivere, a riconoscere i pericoli e a costruirsi un percorso diverso, fino ad arrivare alle stanze più importanti e riservate del Paese, ambienti che sembravano irraggiungibili per un ragazzo come lui. Un viaggio di riscatto che, però, non significa dimenticare le proprie origini, ma imparare a portarle con sé.

Ranucci al Tribunale del Lavoro, il giudice si riserva la decisione sul reintegro a Report

Il giudice del Tribunale del Lavoro di Roma si è riservato di decidere sul ricorso urgente presentato da Sigfrido Ranucci contro la rimozione dalla conduzione di Report decisa dalla Rai a fine agosto. Al termine dell’udienza il giornalista ha lasciato il tribunale senza rilasciare dichiarazioni. Era presente anche Paolo Corsini, direttore degli Approfondimenti Rai, il quale ha spiegato ai cronisti: «Ero venuto qui come persona informata sui fatti, se il giudice avesse voluto sentirmi». Ma la cosa non è accaduta.

LEGGI ANCHE: Report, perché il reintegro di Ranucci potrebbe diventare un problema

Ranucci aveva fatto ricorso il 15 settembre

Ranucci aveva depositato il 15 settembre un ricorso urgente ex art. 700 del Codice di procedura civile, in modo da poter rientrare alla conduzione di Report in tempo utile per prima puntata della nuova stagione, che inizierà l’8 novembre (con al timone Daniele Piervincenzi e Claudia Di Pasquale – dopo la rinuncia di Giulia Presutti). Ranucci, nel ricorso, ha contestato le motivazioni del provvedimento della Rai, ritenute carenti, il demansionamento e la discriminazione. Il giornalista, peraltro, entro il 27 settembre è stato chiamato a scegliere una delle tre diverse posizioni professionali proposte: un ritorno a Rainews, un approdo alla redazione del Tg3, un incarico come responsabile di un ufficio di corrispondenza internazionale (in particolare al Cairo).

Aeroporto di Malpensa intitolato a Berlusconi, polemica Salvini-Sala

L’aeroporto di Milano-Malpensa è stato ufficialmente intitolato a Silvio Berlusconi, con una cerimonia a cui erano presenti, oltre ai familiari, il presidente del Senato Ignazio La Russa, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini e il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana. Assente invece il sindaco di Milano Beppe Sala, cosa che ha suscitato qualche polemica da parte del leader della Lega. «Dispiace per gli assenti, perché oggi non è una giornata politica, non ricordiamo il Berlusconi politico, ricordiamo uno dei più grandi imprenditori della storia della Repubblica Italiana. Non è un’intitolazione partitica, è un riconoscimento della realtà. Spero che ci sia un futuro in cui anche la politica si riunirà riconoscendo i meriti storici e innegabili di qualcuno aldilà dell’appartenenza», ha detto Salvini.

Sala: «Ho lottato contro questa decisione, cosa avrei dovuto fare?»

La replica di Sala non si è fatta attendere: «Sento qualcuno lamentarsi della mia assenza – a dire il vero non si cita il mio nome, ma la sostanza è quella – all’intitolazione di Malpensa a Silvio Berlusconi. Ho lottato contro questa decisione, cosa avrei dovuto fare? Essere presente, con un finto sorriso? Oppure essere presente e ribadire i miei distinguo? Sono un uomo coerente e cerco di ricordarmene ogni giorno. Segnalo che nello stesso momento ero, con la fascia di sindaco Metropolitano, a Inveruno per inaugurare una piazza a Piersanti Mattarella. Ho preferito essere lì».

Ancora problemi al ginocchio, Sinner salta anche Pechino

Jannik Sinner, che sembrava pronto a tornare a giocare, salterà anche il torneo Atp 500 di Pechino, che inizierà il 30 settembre e dove avrebbe dovuto difendere il titolo conquistato un anno fa. Lo ha annunciato lui stesso con un video in inglese sui social: la decisione è stata presa a causa del perdurare del problema al ginocchio destro.

«Mi dispiace molto annunciare che quest’anno non potrò giocare a Pechino. Il mio ginocchio non è ancora nelle condizioni in cui vorrei che fosse e non sono ancora pronto per competere. Ma farò tutto il possibile per tornare in campo il prima possibile», ha detto Sinner. E poi: «Quello che mi manca di più è naturalmente il torneo, i tifosi e l’atmosfera. Negli anni scorsi sono stato davvero benissimo qui e ho anche vinto il titolo l’anno scorso. Sono molto deluso di non poterlo difendere quest’anno, ma sono felice di poter tornare l’anno prossimo. Auguro a tutti un grande torneo e ci vediamo molto presto di nuovo in campo».

Sinner non gioca una partita dal 12 luglio, giorno della finale di Wimbledon

L’ultimo match giocato da Sinner è la finale di Wimbledon, vinta contro Alexander Zverev il 12 luglio. Poi l’infiammazione al ginocchio destro, che ha costretto il fuoriclasse azzurro a saltare tutta la stagione sul cemento americano. Il prossimo in cui potrebbe scendere in campo è il Masters 1000 di Shanghai, che comincerà il 7 ottobre e al quale è già iscritto. Ma l’opzione più credibile è un rientro tra Vienna e Parigi, due tornei che un anno fa aveva vinto. Con il forfait di Pechino si assottiglierà ancora il vantaggio nel ranking Atp su Zverev, secondo in classifica: con un doppio successo in Cina il tennista tedesco lo supererebbe.

Fibercop, Marco Nespolo nominato amministratore delegato

Il Consiglio di amministrazione di FiberCop ha nominato Marco Nespolo amministratore delegato, con effetto dal 12 ottobre 2026. Massimo Sarmi, che ricopre la carica di presidente di FiberCop dal novembre 2020 e ha svolto anche il ruolo di ceo da gennaio 2025, continuerà nel suo ruolo di presidente, garantendo continuità nella governance mentre la società prosegue lo sviluppo della rete nazionale in fibra ottica. Il cda ha anche riconosciuto che, sotto la guida di Sarmi, la separazione di Fibercop è stata realizzata con successo, il Pnrr è stato completato integralmente e una storica infrastruttura in rame si sta trasformando in una moderna rete ad accesso aperto.

Esaltavano suprematisti e proponevano attentati, 14 minori perquisiti

17 cittadini, tra cui 14 minori, sono stati perquisiti in diverse città italiane da carabinieri del Ros e agenti della Digos con l’accusa di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale e religiosa, con aggravanti di terrorismo. In particolare, pubblicavano manifesti sulle stragi di attentatori suprematisti esaltando Hitler o Brenton Tarrant, l’autore di attacchi a moschee con decine di morti, e proponevano tecniche per azioni o costruzione di ordigni. Alcuni di loro partecipavano al gruppo social Chat del Nuovo ordine europeo, altri al gruppo del Fronte fascista italiano con post contro ebrei, omosessuali e persone di colore.

Simulavano nei giochi online l’omicidio di persone appartenenti a minoranze etniche

Durante le perquisizioni sono state sequestrate anche armi bianche tra cui coltelli, vessilli e oggetti che richiamano alla simbologia nazista. Gli indagati giocavano anche online simulando virtualmente omicidi di persone appartenenti a minoranze etniche. Le perquisizioni sono state effettuate dai carabinieri del Ros con il supporto dei Comandi provinciali di Roma, Como, Catanzaro, Bologna, Milano, Reggio Emilia, Benevento, Genova, Udine, Palermo e Trento e dagli agenti della Digos della questura di Verona, coordinati dalla Direzione centrale della polizia di prevenzione e con l’ausilio delle Digos di Napoli, Benevento, Bresca e Trento.

Più pop, meno istituzionale: la metamorfosi elettorale di Meloni

La campagna elettorale è ormai avviata. E per tentare di contenere Roberto Vannacci non bastano misure come il superamento del bollo auto, il tetto agli alunni stranieri nelle classi e il divieto di burqa a scuola. Giorgia Meloni vuole giocarsi tutte le carte in vista delle Politiche. E, alla ripresa dopo la pausa estiva, la trasformazione della premier è evidente, nei contenuti e nel look: più pop e meno istituzionale.

Più pop, meno istituzionale: la metamorfosi elettorale di Meloni
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

All’Onu manda Tajani, lei preferisce il gala dinner con Wintour

Meloni ha anticipato che intende concentrarsi sui temi nazionali nei prossimi mesi. Resterà prevalentemente in Italia e l’unico impegno internazionale che ha tenuto a mantenere in agenda è il vertice del G20 a Miami, a metà dicembre. All’assemblea generale delle Nazioni Unite di questa settimana, per esempio, ha mandato Antonio Tajani. Non ha voluto mancare, invece, al gala dinner della Fashion week milanese (l’ultimo premier che ha partecipato agli eventi della settimana della moda è stato Matteo Renzi nel 2016). Alla cena a Palazzo reale Meloni era seduta tra ll’ambasciatore Usa, Tilman J. Fertitta, il miliardario texano proprietario degli Houston Rockets, che quest’estate ha girato le coste italiane a bordo del suo mega yacht, e il padrone di casa, Carlo Capasa, presidente della Camera nazionale della moda. Di fronte erano accomodati il sindaco di Milano Beppe Sala e la donna più influente della moda mondiale, Anna Wintour.

Più pop, meno istituzionale: la metamorfosi elettorale di Meloni
Più pop, meno istituzionale: la metamorfosi elettorale di Meloni
Più pop, meno istituzionale: la metamorfosi elettorale di Meloni
Più pop, meno istituzionale: la metamorfosi elettorale di Meloni
Più pop, meno istituzionale: la metamorfosi elettorale di Meloni
Più pop, meno istituzionale: la metamorfosi elettorale di Meloni

Il tour delle eccellenze made in Italy

Al suo arrivo, in tailleur in raso nero e camicia bianca con dettagli in pizzo – total look di Ermanno Scervino -, la premier ha posato sul red carpet come una star, prima di lei si sono fermati a favore dei fotografi il cantante Ghali e la top model Bianca Balti (in mini abito trasparente). Ma quello a Palazzo Reale è stato solo l’ultimo del ciclo di appuntamenti orientati verso le realtà produttive italiane inaugurato dalla leader di Fratelli d’Italia. Prima di Milano, Meloni non è mancata ai 500 anni di Beretta, a Gardone Val Trompia; ha visitato lo stabilimento dell’azienda di moda di lusso Herno, a Lesa, sul Lago Maggiore; e la fabbrica di posateria di Sambonet Paderno Industrie, a Orfengo, nel Novarese, marchio vincitore più volte del Compasso d’oro.

Più pop, meno istituzionale: la metamorfosi elettorale di Meloni
Più pop, meno istituzionale: la metamorfosi elettorale di Meloni
Più pop, meno istituzionale: la metamorfosi elettorale di Meloni
Più pop, meno istituzionale: la metamorfosi elettorale di Meloni
Più pop, meno istituzionale: la metamorfosi elettorale di Meloni

Insomma, un tour – tra selfie e folle di ammiratori – tra le eccellenze e le realtà produttive del Nord come mai prima d’ora era stato organizzato da Palazzo Chigi. È solo l’inizio, spiegano dalle parti della presidenza del Consiglio, nei prossimi mesi Meloni sarà completamente concentrata sull’Italia.

Addio modello Merkel, ecco la svolta blig-bling

Parallelamente all’avvio della campagna sul territorio, si è poi conclusa un’altra trasformazione: quella del look e dell’aspetto della leader. Nei giorni scorsi, Meloni è apparsa in tv da Bruno Vespa ancora più curata del solito. Sembrano lontanissimi gli anni del tailleur “catarifrangente” con cui si sentì il “brutto anatroccolo” vestito da “Platinette” di fianco a Mariastella Gelmini, Mara Carfagna e Stefania Prestigiacomo, sistemate in ordine di altezza, durante le pose per le foto del giuramento del Berlusconi IV.

Più pop, meno istituzionale: la metamorfosi elettorale di Meloni
Più pop, meno istituzionale: la metamorfosi elettorale di Meloni
Più pop, meno istituzionale: la metamorfosi elettorale di Meloni

Insomma, viste le premesse – di cui si è ampiamente lamentata nel libro Io sono Giorgia -, Meloni avrebbe potuto finire per inseguire il modello Merkel anche in tema di look (e non solo per l’agognata stabilità). E invece, a sorpresa, sembra ormai compiuta la trasformazione ‘bling-bling’. Applicazioni in paillettes anche di giorno. Gioielli e accessori vistosi. Per non parlare delle unghie finte lunghissime e del taglio butterfly (la rivelazione è di Carlo Calenda) alla chioma biondissima, arricchita forse di qualche extension. Oltre al sospetto di qualche ritocchino.

Ifis: via libera di Bankitalia alla fusione con illimity, Raffaele Zingone nuovo ceo

Banca d’Italia ha autorizzato la fusione per incorporazione di illimity Bank in Banca Ifis, che sarà pertanto completata entro l’esercizio in corso, con l’iscrizione in bilancio di circa 70 milioni di euro di attività fiscali differite e conferma di sinergie annue per 75 milioni di euro dal 2027. Lo ha reso noto Ifis, spiegando che contestualmente cambia il vertice dell’istituto: a seguito delle dimissioni con efficacia immediata di Frederik Geertman, l’incarico di amministratore delegato passa a Raffaele Zingone. Il consiglio di amministrazione di Ifis ha inoltre indicato Fabio Lanza come nuovo direttore generale. Il semaforo verde per la fusione arriva dopo le verifiche avviate dalla banca presieduta da Ernesto Fürstenberg Fassio sulla precedente gestione di Illimity per quantificare eventuali danni riconducibili alle decisioni dei vecchi vertici: gli accertamenti, iniziati ad aprile, riguardano svalutazioni che nel 2025 hanno raggiunto un ammontare di circa 400 milioni.

Ifis: via libera di Bankitalia alla fusione con illimity, Raffaele Zingone nuovo ceo
Frederik Geertman (Imagoeconomica).

LEGGI ANCHE: Il disastro di Banca Ifis con Illimity, ossia quando la narrazione incontra il bilancio

Chi è Raffaele Zingone, nuovo ceo di Ifis

Zingone vanta un’esperienza ventennale in Banca Ifis, dove ha ricoperto diversi ruoli di responsabilità. Nel 2026 aveva assunto anche la carica di amministratore delegato di illimity Bank, guidando il rilancio del business della società e il processo di integrazione nel Gruppo Ifis, oltre all’ingresso nel mercato private, con il brand Fürstenberg. Dal 2021 è stato, inoltre, Condirettore Generale e Chief Commercial Officer del Gruppo.

Ifis: via libera di Bankitalia alla fusione con illimity, Raffaele Zingone nuovo ceo
Logo di Banka Ifis (Imagoeconomica).

La sfilata dei riformisti Pd a Prato, la strana password della Cgil e le altre pillole

Dal campo largo al Prato largo: nel Partito democratico è la volta di ascoltare cosa succede nella città toscana. Nascerà lì un nuovo centro? Tutti a parlare dei problemi interni alla destra e alla sinistra, ma stavolta dalle parti di Elly Schlein la grana pare davvero grossa. In quel di Prato, nella Casa del Popolo, nella Toscana cara all’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, sabato 26 settembre va in scena un appuntamento imperdibile, intitolato “Cambiare!”, ossia l’assemblea nazionale dei Riformisti del Pd. E i nomi dei protagonisti sono interessanti: l’eurodeputato Giorgio Gori, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il cattolicissimo Graziano Delrio, e poi Lia Quartapelle, Filippo Sensi, Sandra Zampa e Simona Malpezzi. Ad aprire l’evento il padrone di casa, cioè il sindaco di Prato, Matteo Biffoni.

La sfilata dei riformisti Pd a Prato, la strana password della Cgil e le altre pillole
La sfilata dei riformisti Pd a Prato, la strana password della Cgil e le altre pillole
La sfilata dei riformisti Pd a Prato, la strana password della Cgil e le altre pillole
La sfilata dei riformisti Pd a Prato, la strana password della Cgil e le altre pillole
La sfilata dei riformisti Pd a Prato, la strana password della Cgil e le altre pillole
La sfilata dei riformisti Pd a Prato, la strana password della Cgil e le altre pillole
La sfilata dei riformisti Pd a Prato, la strana password della Cgil e le altre pillole
La sfilata dei riformisti Pd a Prato, la strana password della Cgil e le altre pillole

Gente che non vuole proprio sentire il nome di Giuseppe Conte, roba da far venire l’orticaria, in particolare quando il leader pentastellato veste i panni del filorusso, anzi filoputiniano. Che poi l’incontro “Cambiare!” è il passo successivo di “Crescere!”, appuntamento dell’anno scorso: questo serve a dare la linea in vista delle elezioni politiche del 2027, e senza farsi mettere i piedi in testa da Conte.

La sfilata dei riformisti Pd a Prato, la strana password della Cgil e le altre pillole
Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

La linea è chiara, come si legge nel documento che accompagna il programma: «Abbiamo scelto Prato perché qui si vede meglio che altrove cosa significa per un territorio manifatturiero stare dentro la competizione globale: costi dell’energia, concorrenza internazionale, bisogno di innovazione e di lavoro qualificato. Il Paese è fermo e il governo non ha idee all’altezza che possano innescare un processo di rilancio. Noi vogliamo portare proposte serie, non slogan: su come far crescere le imprese, rafforzare l’Europa, rendere credibile la proposta di governo del centrosinistra e rimettere in moto un’Italia che da troppo tempo non cresce. Per questo abbiamo chiamato la giornata “Cambiare!”, un invito rivolto a tutti noi». Formalmente non si parla di Schlein, ma tutto il progetto è rivolto alla segretaria del Pd.

Bossi agli antipodi: Riccardo arrestato e Umberto celebrato

Strana la vita: Riccardo Bossi è stato arrestato nella giornata di giovedì, e le agenzie hanno lanciato la notizia poco più di un’ora prima della celebrazione in onore di Umberto Bossi alla Camera dei deputati. Già, perché nella sala della Regina, alle 17, il programma di Montecitorio ha previsto la presentazione del volume Umberto Bossi – Discorsi politici e parlamentari, con il saluto del presidente della Camera, Lorenzo Fontana: tutto in casa leghista. Ma si sa, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo: che poi, voler ricordare un leader politico sanguigno come Bossi con un libro per molti è stata una forzatura…

La sfilata dei riformisti Pd a Prato, la strana password della Cgil e le altre pillole
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La singolare password di Landini

Incontro di Maurizio Landini con la stampa, nella sede nazionale della Cgil, a Roma, in corso d’Italia. Il segretario illustra le manifestazioni che si svolgeranno a Milano alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Teatro alla Scala, divertendosi anche per il francobollo che è stato dedicato all’evento, addirittura ringraziando per questo il ministero guidato da Adolfo Urso. Ma c’è una cosa che attira i giornalisti, oltre all’eloquio torrenziale di Landini, nella sala intitolata a Fernando Santi, dove appare anche un bel quadro di Carlo Levi dedicato allo storico sindacalista riformista: l’accesso a internet. Appena entrati nella sala, un cartello indica che c’è un nuovo wi-fi a disposizione, con una singolare password: –eccheneso-. Davvero particolare, come scelta. E nella serata di venerdì Landini a Roma, nella villa Lazzaroni, sarà presente alla festa del tesseramento della Cgil Roma e Lazio, ossia «l’attivo del sindacato regionale», come si dice ancora oggi usando il linguaggio di una volta.

La sfilata dei riformisti Pd a Prato, la strana password della Cgil e le altre pillole
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Trump concede all’Ucraina le licenze per la produzione di missili Patriot

«Dopo una serie di ripensamenti sulla questione», Donald Trump ha comunicato a Volodymyr Zelensky che – concedendo le relative licenze – permetterà all’Ucraina di produrre missili avanzati per la difesa aerea Patriot. Lo ha reso noto il capo della Bankova, reduce da un incontro col tycoon negli Stati Uniti, in un messaggio vocale inviato ai giornalisti. Zelensky ha inoltre ricordato che Kyiv ha avviato negoziati con l’azienda produttrice Raytheon, ricevendo da quest’ultima un segnale di disponibilità a tale cooperazione. Secondo il presidente ucraino, l’avvio della produzione dei sistemi Patriot potrebbe richiedere circa un anno e mezzo.

L’Ucraina ha bisogno di almeno 100 Patriot al mese

In una recente intervista a Deutsche Welle, Zelensky ha spiegato che, per resistere agli intensi raid russi attesi durante l’inverno, quando l’esercito di Mosca potrebbe decidere di accelerare la conquista di territori nel Donbass, l’Ucraina ha bisogno di almeno 100 Patriot al mese. A metà agosto era volato a Washington per chiedere a Trump, senza risultato, la possibilità di co-produrre i missili assieme a Lockheed Martin, facendo poi appello agli alleati europei: in quel caso era riuscito a strappare singoli impegni da parte di alcuni “Volenterosi”.

È morta Silvia D’Amico, produttrice di Rossellini e Magni

Addio a Silvia d’Amico, produttrice e sceneggiatrice morta all’età di 85 anni. Secondogenita di genitori illustri, la sceneggiatrice Suso Cecchi e il musicologo Fedele d’Amico, era nata a Roma il 2 dicembre 1940. Come produttrice ha seguito tutta la lavorazione de Il Messia (1975) di Roberto Rossellini, suo compagno dal 1974 al 1977, e con lui ha progettato un grande film sull’amicizia giovanile di Marx ed Engels, Lavorare per l’umanità, rimasto incompiuto per la morte del regista.

L’ultimo lavoro da produttrice nel 2021

Con le società Excelsior, D’Amico produsse alcuni titoli significativi del cinema italiano e internazionale tra cui State buoni se potete di Luigi Magni (1983), dedicato alla figura del prete fiorentino Don Filippo Neri interpretato da Johnny Dorelli, e Oci ciornie di Nikita Michalkov (1987), film per il quale Marcello Mastroianni ottenne il premio per l’interpretazione a Cannes. Il suo lavoro seguiva ogni fase della realizzazione, dall’ideazione all’edizione, con una presenza costante sul set. Alla sua filmografia appartengono anche numerosi documentari biografici dedicati a protagonisti del cinema, tra cui Suso. La signora del cinema italiano di Luca Zingaretti (2007), dedicato alla madre, e Ritratto di sconosciuto – Marcellus Dominicus Vincentius di Roberto Meddi e Gioia Magrini (2006), dedicato a Marcello Mastroianni. Il suo ultimo lavoro da produttrice è stato Gli anni belli di Lorenzo d’Amico de Carvalho (2021), coproduzione tra Italia, Portogallo e Serbia ambientato negli Anni 90 con protagonista Ninni Bruschetta.

L’ex presidente di Fideuram truffato con WhatsApp e l’IA: spariti 36 milioni

A febbraio Paolo Molesini, ex presidente di Fideuram, è stato vittima di una truffa multimilionaria, innescata da un finto messaggio WhatsApp ricevuto in apparenza da Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo (controllante dell’istituti torinese). Lo riporta il Corriere della Sera, spiegando che dalle casse di Fideuram sono usciti 95 milioni di euro: buona parte è stata recuperata, ma all’appello manca più di un terzo della somma.

Come è stato ingannato l’ex presidente di Fideuram

Il finto Messina ha indicato a Molesini, tramite WhatsApp, l’urgenza di operare attraverso la tesoreria di Fideuram (a causa di alcune ragioni pratiche) una serie di bonifici per non perdere l’occasione di una proficua operazione finanziaria all’estero. A seguire c’è stata una telefonata da un finto Paolo Nastasi, managing partner di A&O Shearman Italia, avvocato d’affari che Moresini conosce (del tutto estraneo alla truffa) la cui voce è stata replicata ad arte con strumenti di IA.

L’ex presidente di Fideuram truffato con WhatsApp e l’IA: spariti 36 milioni
Logo di Fideuram (Imagoeconomica).

L’alert e il recupero del bottino: mancano però 36 milioni

Convinto dalle conversazioni avute con i presunti Messina e Nastasi, Molesini a quel punto ha dato semaforo verde ai bonifici, per complessivi 95 milioni, soprattutto verso Cina e Hong Kong. I sistemi di controllo dell’istituto hanno fanno partire subito un alert: i sistemi di collaborazione interbancaria internazionale hanno permesso il recupero di buona parte del bottino: all’appello mancano però almeno 36 milioni, volatilizzati nella conversione in criptovalute. Gli inquirenti sono al lavoro per rintracciarli prima della monetizzazione.

Molesini si è dimesso a marzo «per ragioni personali»

Il 69enne Molesini, che dal 2015 al 2020 è stato ceo e direttore generale di Fideuram – Intesa Sanpaolo Private Banking, divenendone presidente nel febbraio 2020, ha lasciato l’istituto a marzo, dunque appena dopo la truffa, «per ragioni personali».

Incendio in un palazzo a Lucca, due morti e 13 feriti

Un uomo di 65 anni e una donna di 73 sono morti a Lucca a causa di un incendio. Il rogo si è sprigionato in un palazzo di tre piani in via Bertini, nel quartiere di San Vito, per cause ancora da accertare. Ci sono stati 13 feriti, con varie gravità, fra cui dei bambini. Le famiglie erano fuggite sui balconi in attesa dei soccorsi. Le due vittime abitavano nello stesso appartamento da cui sono partite le fiamme e sono state trovate al termine delle operazioni di spegnimento. Secondo le prime valutazioni di pompieri e polizia di Stato, potrebbero esserci state cause accidentali nell’innesco del fuoco, ma gli accertamenti sono solo all’inizio e i vigili del fuoco redigeranno una relazione tecnica coi tempi dovuti. Intanto il Comune si è attivato per dare una sistemazione provvisoria agli inquilini evacuati, dato che l’edificio è inagibile. Tra i feriti, una donna è stata portata in codice rosso al Centro Grandi Ustioni di Pisa. Nove sono stati ricoverati in codice giallo negli ospedali di Lucca, Versilia e Pisa, mentre tre erano in codice verde.