Il Frosinone sta per aggiungersi alla lunga lista. Quella delle società italiane in mano a proprietà straniere. Sui ciociari, appena promossi in Serie A, c’è il forte interesse del fondo americano Gamechanger 20 (già a capo dell’Ipswich Town), pronto ad affiancarsi alla famiglia Stirpe. Un’operazione che si inserisce in un trend ormai consolidato. In giorni in cui a far discutere è soprattutto il pasticcio societario del Milan di Gerry Cardinale, che dopo aver azzerato i vertici e inseguito manager per settimane si è dovuto affidare a discutibili figure già presenti all’interno dell’organigramma, la domanda è: questi americani sanno quello che fanno? E soprattutto, cosa vogliono?

Nei top 5 campionati il 40 per cento delle proprietà è in mano agli stranieri
Dei 20 club che hanno partecipato alla Serie A 2025-26, 11 sono controllati da non italiani. Tra questi, la maggior parte fa capo a investitori nordamericani. Il fenomeno non riguarda solo l’Italia. Secondo le principali analisi di settore, nei cinque principali campionati europei circa il 40 per cento delle squadre è oggi in mano a padroni che vengono dall’estero, con gli statunitensi tra i più attivi nel mercato delle acquisizioni.
Ma perché l’Italia, ancora più di altri Paesi, rappresenta un’occasione? Il motivo è da ricercare nel rapporto tra valore potenziale e costo d’ingresso. Rispetto per esempio alla Premier League inglese, dove le valutazioni sono ormai schizzate fuori scala, la Serie A resta più accessibile. Ci sono club storici, brand riconoscibili, ma prezzi ancora relativamente bassi.
In più c’è un dato strutturale. Secondo i dati Deloitte, il nostro campionato nella stagione 2023/2024 ha avuto ricavi complessivi pari a 2,9 miliardi di euro, contro gli oltre 7 miliardi della Premier. Il gap si riflette nelle valutazioni dei club e rende il mercato italiano particolarmente appetibile per chi lavora sulla crescita del valore degli asset.

Per molti fondi americani il calcio italiano è ancora sottovalutato. Milan, Inter e Roma hanno un potenziale commerciale elevato, ma arrivano da anni complessi sul piano finanziario, pur con le dovute differenze. Questo crea spazio per operazioni di rilancio.
Cambia la logica di gestione rispetto agli storici imprenditori del passato
Con l’arrivo degli yankee cambia però anche la logica di gestione. E, per molti tifosi (chiedete soprattutto a quelli rossoneri), non in meglio. Per anni i club sono stati guidati da imprenditori che li vivevano come estensione della propria identità personale o aziendale. Da Silvio Berlusconi al Milan a Massimo Moratti all’Inter, passando per Franco Sensi alla Roma o i Della Valle alla Fiorentina, l’obiettivo era soprattutto il successo sportivo e il prestigio. Le perdite venivano coperte dai proprietari. La sostenibilità economica restava sullo sfondo.
I fondi americani ragionano in modo diverso. Il club è un asset da valorizzare nel tempo: ricavi, costi, crescita del valore complessivo. I risultati sportivi contano, ma nella misura in cui generano entrate da Champions League, sponsor e diritti televisivi.
Il Milan è il caso più evidente. Dopo Elliott e poi RedBird, il club ha imboccato un percorso di risanamento. Nel 2024-25 ha chiuso con il terzo utile consecutivo, circa 3 milioni, e ricavi vicini ai 495 milioni. Sul campo però la continuità è mancata: due stagioni senza Champions pesano.

L’Inter, vincitrice dello scudetto 2025-26, racconta una dinamica diversa. Ha chiuso il bilancio al 30 giugno 2025 con un utile di 35,4 milioni, in forte crescita rispetto all’anno precedente. Qui i risultati sportivi hanno inciso di più, soprattutto il percorso europeo recente, con due finali di Champions negli ultimi quattro anni che hanno portato entrate significative.
Oaktree, la priorità era rimettere i conti dell’Inter in ordine
RedBird ha acquistato il Milan nel 2022 puntando su un marchio globale da valorizzare, con circa 825 milioni tra acquisizione, rifinanziamenti e nuovi apporti. L’Inter invece è passata a Oaktree dopo il mancato rimborso del finanziamento concesso a Suning. In quel caso la priorità era semplice: rimettere ordine ai conti.

La Roma è un altro caso ancora. La famiglia Friedkin ha investito quasi un miliardo tra acquisto e ricapitalizzazioni. Le perdite restano alte, ma la proprietà continua a sostenere il club con una logica di lungo periodo, legata anche allo stadio e allo sviluppo infrastrutturale.

Un trend che non si ferma alla Serie A
Il fenomeno non si ferma ai grandi club né alla Serie A. Negli ultimi anni i capitali americani sono arrivati anche nelle categorie inferiori. Un caso emblematico è quello di Matt Rizzetta, imprenditore italo-americano proprietario del Campobasso, che sembrava pronto a rilevare la Reggina, prima di essere superato dalla concorrenza di Claudio Lotito in quella che pare un’operazione più politica che calcistica. Un esempio di approccio diverso rispetto al passato: non solo grandi club, ma anche società di provincia con margini di crescita ancora inespressi.

In molti casi non si tratta di inseguimento del risultato sportivo. I club diventano anche strumenti per sviluppare business, rafforzare la presenza su mercati specifici e far crescere il brand nel tempo. Una logica diversa rispetto alla tradizione italiana, dove il presidente era spesso il centro assoluto del progetto.
Hanno portato stabilità, ma i problemi strutturali restano
Alla fine la domanda resta la stessa: questi fondi stanno salvando il calcio italiano o stanno semplicemente costruendo asset più efficienti da valorizzare? Da un lato hanno portato stabilità in società che arrivavano da anni di debiti e incertezza. Dall’altro, i problemi strutturali rimangono: stadi obsoleti, ricavi da matchday bassi, dipendenza dai diritti tivù. In mezzo c’è la realtà di oggi: club più ordinati, ma un sistema che non ha ancora cambiato davvero direzione.

















































