Luigi Snichelotto
Nel pezzo di oggi vorrei cercare di inquadrare un fenomeno che mi sembra caratterizzare sempre più la dinamica politica contemporanea. Senza voler fare il Solone ironicamente, provo semplicemente a pormi qualche domanda. La politica, oggi, sembrerebbe infatti, dispiace dirlo, progressivamente snaturata e separata da alcuni dei suoi cardini naturali: ideologici, sociali e culturali. Quei riferimenti che, almeno in teoria, dovrebbero essere propedeutici al miglioramento dello stato sociale e, quindi, della condizione di tutti noi. Un contesto nel quale dovrebbe essere naturale misurarsi con le regole di una convivenza associativa ed umana di qualità: dal piccolo villaggio alpino, marittimo o di campagna, alla grande città, fino alla nazione che ci ospita e della quale siamo cittadini, con diritti civili. Premetto, quindi, di non avere alcuna velleità di analista scientifico o politico, provengo, del resto, da un’esperienza di un periodo nel quale la statura umana di molti interlocutori politici riusciva, probabilmente, a far comprendere con maggiore chiarezza dove fossimo e, soprattutto, dove cercassimo di andare. Anche allora, naturalmente, non mancavano eccezioni poco felici, ma forse la libertà del proprio sentire, percepire e pensare si poteva respirare con maggiore coinvolgimento ed autonomia. Erano gli anni in cui le organizzazioni politiche erano in fase di costituzione ed ancora fortemente identificate da culture, storie e visioni differenti, in una comunità italiana reduce da uno dei periodi più travagliati della propria storia e chiamata contemporaneamente a ricostruire se stessa ed a trovare una collocazione nel nuovo assetto mondiale. Forse, era già un gran lusso, si poteva ancora arrivare a pensare e agire maggiormente in linea con i propri convincimenti personali, pur dentro ideologie spesso fortissime e contrapposte, senza dover necessariamente mutuare ogni giorno un’opinione confezionata altrove, proveniente da chissà dove. Tutto rispettabilissimo, avendo tutti noi ricevuto un’educazione fondata, più o meno, sul libero pensiero. Cresciuto nel periodo successivo alle esperienze di governo di Alcide De Gasperi, quando erano ancora evidenti gli effetti dell’opera di un uomo che tanto aveva dato a questa nazione, in così poco tempo e che sarebbe stato poi rapidamente posto ai margini della vita politica nazionale, forse per la sua nota integrità e scarsa attitudine al galleggiamento. Un mondo, quello del dopoguerra, che stava già preparando equilibri, contrapposizioni e sfere d’interesse sociale destinate a condizionare i decenni successivi, fino a noi ed oltre? Qualcuno potrebbe persino intravedervi, con gli occhi di oggi, i prodromi di una sorta di teoria del caos. Ipotesi provocatoria? Può darsi. Ma Il dubbio, in fondo, serve anche a questo. Non mi si tacci, però, di essere un “critico oltranzista” mai pessimista per anzianità di presenza e militanza su questo pianeta! Cerco, al contrario, di rimanere molto sul pezzo e di riconoscere tutto il bene che sia giunto sino a noi, dal secondo dopoguerra: i progressi della medicina, della scienza, delle tecnologie, dell’economia, delle comunicazioni e chi più ne ha più ne metta. Quelli che, fatalmente o fortunatamente, hanno spesso conosciuto accelerazioni proprio nei periodi successivi ai grandi conflitti. Fatta questa premessa, vengo al punto. Perché facciamo tanta fatica a comprendere la dinamica politica contemporanea? Perché assistiamo a quella che mi pare come una sorta di autolesionismo ideologico, soprattutto da parte di chi, facendo politica, si cimenti quotidianamente nelle televisioni e nei diversi mezzi di comunicazione! Sempre più frequentemente siamo spettatori di interventi, dichiarazioni o contrapposizioni che sanno di qualcosa di elementare, superficiale, talvolta persino banale. Contenuti ed argomentazioni effimere e qualunquistiche; difficilmente sembrano poter migliorare il dibattito evolutivo della nostra nazione sul piano formativo, culturale, sociale ed economico. A volte il livello della contrapposizione mi ricorda persino una vecchia filastrocca popolare ed infantile: Mamma, Ciccio mi tocca! Toccami Ciccio che mamma non c’è! Priva, almeno apparentemente, di particolare significato, se non forse quello di fare qualcosa all’insaputa di chi eserciti una qualche autorità su di noi. La citazione farà sorridere, ma proprio da qui nasce una domanda assai meno divertente. Dobbiamo forse rassegnarci a rimanere immersi in una sorta di brodo di subcultura? E, soprattutto: quanto di questo fenomeno nasca spontaneamente e quanto venga invece amplificato dai meccanismi contemporanei della comunicazione? Non intendo sostenere l’esistenza di una qualche regia occulta. Sarebbe semplicistico e, soprattutto, non avrei elementi per affermarlo. Mi interessa porre una questione diversa e, forse, persino più inquietante. Può un sistema informativo, che viva inevitabilmente anche di attenzione, audience, velocità, contrapposizione ed emotività, finire per produrre, indipendentemente dalle intenzioni di chi vi opera, un progressivo effetto di assuefazione e di semplificazione del pensiero? È possibile che l’esposizione continua a notizie negative, reati, delitti, guerre, catastrofi, emergenze economiche o sociali, finisca per alimentare nell’individuo una percezione costante della precarietà della propria esistenza? E se così fosse, quali conseguenze avrebbe tutto questo sulla nostra capacità di giudizio? Il tema, mi rendo conto, è molto articolato. Non attribuirei certamente ai giornalisti una responsabilità parziale o esclusiva. Il nostro paese dispone di una classe giornalistica generalmente qualificata e preparata, capace di esprimere professionalità su tutti i fronti e gli argomenti. Il problema, semmai, riguarda un sistema molto più complesso, nel quale convivono proprietà editoriali, direttori, strategie comunicative, mercato pubblicitario, ascolti, orientamenti culturali e, oggi più che mai, piattaforme digitali e gestione assoluta del consenso e degli investimenti. Anche i principali canali nazionali mi sembrano ormai abbastanza riconoscibili nei rispettivi orientamenti sociali e di comunicazione. Esprimono, certo e spesso, un’ottima qualità professionale, ma risultano, talvolta percepibili, inequivocabilmente, negli orientamenti delle rispettive sensibilità sociali, culturali, economiche e politiche. Qualche eccezione, a mio parere, può verificarsi nell’editoria territoriale, che tende a stare maggiormente “sul pezzo” dell’informazione di servizio, legata ai fatti “domestici”, locali, pur occupandosi naturalmente anche delle grandi vicende nazionali ed internazionali. Una storia a parte meriterebbero i dibattiti nazionali sulle reti “ammiraglie” dei grandi gruppi televisivi del nostro paese: una sorta di Serie A dell’informazione, quattro o cinque major, più o meno, come le si conti. Ed è qui che mi nasce un altro dubbio. Viviamo ormai di sondaggi TV? Misuriamo praticamente ogni battito di ciglia – o, per dirla scientificamente, ogni nittitazione – eppure quanto conosciamo davvero, in maniera chiara e comprensibile, i gusti, le aspettative e l’orientamento degli spettatori e dei lettori? Certo, i dati esistono e qualcosa viene periodicamente pubblicata e conosciuta. Ma quanto riescono a raccontare realmente della qualità della relazione tra informazione e cittadino? È in questo territorio che si combatte la vera battaglia dell’audience? È qui che i grandi guru della comunicazione esprimono il proprio valore analitico? E quale sarebbe, infine, il mood dominante? Quello del rasserenamento? Oppure quello dell’inquietudine? O forse entrambi, sapientemente alternati secondo differenti momenti e cluster di pubblico? La questione diventa interessante perché la paura, quando divenga una presenza costante nella percezione dell’essere umano, può modificare il comportamento? Genera bisogno di sicurezza? L’incertezza rende vulnerabili? Lo stress può rendere più difficile la costruzione di un pensiero articolato e complesso? E quando tutto diventi complesso, faticoso, minaccioso, l’essere umano tenderebbe naturalmente a cercare una semplificazione? È proprio in questo passaggio finale che potrebbe ridursi la capacità critica, insieme alla disponibilità ad analizzare lucidamente ciò che quotidianamente ci venga sottoposto. Ed ecco affacciarsi quello che considero il punto centrale della riflessione: l’adeguamento conformistico. Non necessariamente imposto. Non necessariamente organizzato. Forse, assai più semplicemente, progressivamente accettato. Potrebbero allora manifestarsi due dinamiche complementari. Da un lato, una maggiore possibilità di controllo sociale, inteso, non necessariamente, come un oscuro progetto organizzato dall’alto, ma come conseguenza della crescente omologazione dei comportamenti e delle opinioni. Dall’altro, la debolezza dell’interlocutore: l’individuo, continuamente sollecitato da uno scenario percepito come incerto e rischioso, finisce per affidarsi più facilmente a entità considerate capaci di offrire sicurezza, protezione e soluzioni. Il passaggio dall’affidamento all’obbedienza può allora diventare sottile. E l’obbedienza, quando si diffonda, può persino trasformarsi in una sorta di rituale di massa. La storia è piena di fenomeni nei quali paura, bisogno di sicurezza, appartenenza e obbedienza hanno finito per intrecciarsi. Cambiano le epoche, cambiano gli strumenti, cambiano i linguaggi, ma alcuni meccanismi dell’essere umano sembrano attraversare i secoli. Ed è proprio qui che ritorna il dubbio. Non vorrei che questa riflessione apparisse come una magra constatazione pessimistica. Il mondo, in qualche modo, ha dimostrato anche di sapersi riadattare e migliorare. La storia dell’umanità è contemporaneamente una storia di errori terribili e di straordinarie conquiste. Tecnologia, medicina, scienza, diritti, conoscenza, capacità di comunicare e di viaggiare: sarebbe intellettualmente scorretto e disonesto non riconoscere quanto cammino sia stato percorso. Eppure permane quella strana sensazione. Cambiamo continuamente e continuiamo, altrettanto continuamente, a ripetere alcuni dei nostri errori. Ogni secolo sembra convinto di essere finalmente più evoluto di quello precedente e ogni secolo, prima o poi, si ritrova davanti alle medesime domande: libertà, potere, paura, sicurezza, appartenenza, obbedienza, ricchezza e povertà. Forse il vero antidoto all’adeguamento non consiste allora nel possedere una verità diversa da quella degli altri. Consiste nel conservare la libertà di dubitare. Di ascoltare. Di confrontare. E, quando necessario, anche di dissentire. Perché una democrazia non dovrebbe avere paura del dubbio dei propri cittadini. Dovrebbe, semmai, avere paura del giorno in cui i cittadini smettessero di esercitarlo. E così, dopo tante parole, finiamo ancora una volta dalle parti del principe di Salina, del grande Giuseppe Tomasi di Lampedusa. O, più precisamente, dalle parti di Tancredi Falconeri: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». Sarà pessimismo? Realismo? Oppure, ancora una volta, semplicemente dubbio?
L'articolo L’adeguamento politico e le sue insufficienze proviene da Le Cronache.