Dunque, ci siamo. Dopo giorni di attesa, finalmente venerdì, all’ora di pranzo, presumibilmente nella residenza di corso Venezia, Marina Berlusconi e Antonio Tajani, alla presenza di Gianni Letta, discuteranno i nuovi assetti di Forza Italia dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia. E a sorpresa ci sarà anche Pier Silvio Berlusconi, che finora mai si era visto nei summit della sorella col segretario o con gli altri dirigenti forzisti. Un segnale di unità e compattezza della famiglia, con un sotto-testo indirizzato al titolare della Farnesina: i Berlusconi siamo noi e siamo noi che dettiamo la linea al partito. La resa dei conti tra famiglia e segretario pare dunque essere arrivata.

Il futuro di Barelli, Costa in pole per sostituirlo alla Camera
Marina B. aveva colto al balzo il repulisti messo in pratica da Giorgia Meloni nei confronti di Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè, per avviare finalmente qualche cambiamento, come si è visto con la sostituzione di Maurizio Gasparri con Stefania Craxi alla presidenza dei senatori azzurri. Ma alla numero uno di Fininvest non basta. Tocca pure al capogruppo dei deputati, Paolo Barelli, fedelissimo di Tajani nonché suo consuocero, presidente della Federazione nuoto, abile nuotatore pure tra i marosi del Transatlantico. Oggi si deciderà per il cambio a Montecitorio: fuori Barelli, che dovrebbe (o vorrebbe) andare a fare il sottosegretario al Mimit di Adolfo Urso, ma è libera anche una casella alla Cultura, al posto di Gianmarco Mazzi, nominato ministro del Turismo. Per sostituirlo alla Camera si scalda invece Enrico Costa. Indietro e assai lontana l’ipotesi del deputato sardo Pietro Pittalis, considerato troppo vicino a Tajani. Nelle ultime ore è ricomparso anche il nome di Andrea Orsini, colui che scriveva i discorsi per il Cavaliere, ma è stato lui stesso a togliere l’ipotesi dal campo: «È una fervida fantasia».

Le condizioni poste da Tajani a Marina B
All’incontro con Marina e Pier Silvio si arriva dopo una trattativa serrata, dove le parti hanno già interloquito tramite la mediazione di Letta, fiduciario dei Berlusconi nella Capitale, tornato finalmente al centro della scena dopo un periodo in cui era stato un po’ messo da parte. Dunque, Tajani ha accettato il doloroso cambio di Barelli, ma a condizione di non subire una disfatta totale, un’umiliazione difficile da digerire. Due le condizioni poste: Barelli deve entrare nella squadra di governo, promoveatur ut amoveatur, e alla guida dei deputati non dovrà andare un esponente della minoranza. Niente Giorgio Mulè, né Deborah Bergamini, per intenderci. Semaforo verde, invece, per Costa, pasdaran garantista, figlio dell’ex ministro della Sanità Raffaele Costa, nel cui ufficio del Partito Liberale muoveva i primi passi in politica un giovanissimo Tajani. Sembra dunque superata qualche perplessità sul deputato forzista a causa dei suoi passati passaggi nel Ncd di Angelino Alfano e in Azione di Carlo Calenda. Quella sul capogruppo, però, è stata la trattativa più dolorosa ma più semplice.

Resta da sciogliere il nodo dei congressi
Più complicato affrontare l’altro tema sul tavolo: i congressi. La minoranza vuole eliminare quelli locali, perché li reputa ostaggio dei signori delle tessere, tutti fedelissimi del segretario. Che così arriverebbe al congresso nazionale con una leadership blindata. Roberto Occhiuto, che avrebbe voluto sfidare Tajani, quando a dicembre ha capito l’antifona s’è subito defilato. Ora, però, la minoranza torna alla carica: niente assise locali e rinvio della kermesse nazionale dopo il voto politico del 2027, mentre il ministro degli Esteri avrebbe voluto tenerlo prima. «Tajani leader fino al voto, poi solo dopo faremo un vero congresso. Non dobbiamo diventare il partito delle tessere, Silvio Berlusconi non lo avrebbe mai voluto», ha dichiarato il governatore della Calabria al Foglio. Sul tema la trattativa sarà serrata: è possibile che Tajani accetti di rinviare il congresso nazionale al 2028, ma almeno qualche congresso locale lo vorrà celebrare. La questione divide anche il territorio: in Sardegna litigano Ugo Cappellacci (contro le assise) e Pittalis (a favore), mentre in Campania, Puglia e Piemonte salgono le voci di chi vorrebbe frenare. Poi c’è il caos in Sicilia, col segretario Marcello Caruso, uomo di Renato Schifani, sulla graticola, ma quell’Isola, visti i guai della Giunta, è un capitolo a parte.

Da Arcore, però, arriva l’alt: se si rinvia il congresso nazionale, non avrebbe alcun senso tenere le assise locali. E alla fine, forse, anche su questo punto il segretario sarà costretto a cedere. Insomma, serviva la sconfitta al referendum per far partire quel rinnovamento che i figli del Cavaliere chiedono da almeno un anno e mezzo e mai fin qui avevano ottenuto. Segno che non tutti i mali (la sconfitta referendaria) vengono per nuocere. Almeno per gli eredi di B.
















































