Il difensore Capuano e il centrocampista Vitale sono a Salerno per essere tesserati dopo le visite mediche. Erano a cena con il ds all’embarcadero…con loro anche Cosmi. In mattinata è atteso D’Ursi
Ci sono incontri che lasciano un ricordo. E poi ci sono quelli che, magari senza saperlo, cambiano il modo in cui guardiamo una storia, un mestiere, perfino noi stessi. È da qui che riparte il Premio Fabula, pronto a tornare a Bellizzi dal 28 agosto al 2 settembre con una XVI edizione che comincia a svelare i suoi protagonisti. E il primo nome è di quelli che non hanno bisogno di presentazioni: Claudio Amendola sarà al Fabula il 30 agosto. Amendola arriva al Fabula con una carriera che attraversa cinema e televisione e con quel patrimonio di personaggi che appartengono alla memoria collettiva di più generazioni. Ma davanti ai ragazzi non ci sarà soltanto l’attore conosciuto dal grande pubblico: ci sarà un professionista che ha saputo cambiare pelle, passare dalla recitazione alla regia, misurarsi con linguaggi diversi e continuare a cercare nuove strade. Ed è proprio il percorso, più ancora del successo, che il Fabula vuole mettere al centro dell’incontro. Il 30 agosto, dunque, è una delle date da segnare sul calendario. Ma è soltanto l’inizio. Perché il Fabula 2026 comincia a comporre il suo mosaico con altri tre nomi già confermati: Edoardo Prati il 29 agosto, Maurizio Merluzzo l’1 settembre e Luca Trapanese il 2 settembre. Edoardo Prati, giovane divulgatore culturale, ha avuto il coraggio di riportare la letteratura classica nel presente, parlando ai ragazzi attraverso i social, il teatro e la parola. Il suo è un viaggio dentro i grandi autori e dentro quelle domande che, a distanza di secoli, continuano a riguardarci. Un modo per dimostrare che la cultura non è qualcosa da conservare sotto una teca, ma una cosa viva, capace ancora di emozionare. L’1 settembre arriverà Maurizio Merluzzo, una voce che tantissimi ragazzi hanno già incontrato, magari senza sapere di averla ascoltata. Doppiatore, attore e creator, Merluzzo ha dato voce a personaggi del cinema, delle serie, dell’animazione e dei videogame, trasformando negli anni la propria passione in un racconto capace di viaggiare tra media e linguaggi diversi. Al Fabula parlerà anche di questo: di quanto una voce possa diventare identità e di come, dietro ogni personaggio, ci sia sempre qualcuno che sceglie come raccontarlo. Il 2 settembre sarà il momento di Luca Trapanese, scrittore e protagonista di una storia personale diventata nel tempo anche una battaglia quotidiana per l’inclusione. Fondatore dell’associazione A Ruota Libera e autore di Nata per te, Trapanese ha fatto della propria esperienza uno strumento per parlare di accoglienza, disabilità, famiglia e diritti. Una voce capace di ricordare che alcune storie non hanno bisogno di essere inventate per essere straordinarie: basta avere il coraggio di raccontarle. Quattro nomi, quattro mondi, quattro modi diversi di stare dentro le proprie passioni. E il bello, per il Fabula, comincia proprio qui: metterli davanti ai ragazzi e lasciare che siano le domande a fare il resto. Perché non esiste un incontro davvero riuscito se alla fine non ci si porta a casa qualcosa. Una frase, un’idea, una curiosità. O magari una nuova strada da provare. Questi sono soltanto i primi ospiti annunciati. Nei prossimi giorni il Premio Fabula svelerà il programma completo della XVI edizione e tutti i nomi dei protagonisti che arriveranno a Bellizzi, aggiungendo altri tasselli a un viaggio che quest’anno ha già trovato la sua direzione nel tema “Fuori dal mondo”. Un tema che, dopo il manifesto firmato da Luigi Viscido, diventa ancora più concreto attraverso le persone che i ragazzi incontreranno. Perché forse uscire dal mondo non significa davvero andarsene. Significa, qualche volta, guardarlo da un punto diverso, con la leggerezza di chi è ancora capace di meravigliarsi. Ed è proprio da quello sguardo che, a Bellizzi, comincia una nuova storia.
“Secondo voi Ferrari l’ho ceduto io?” è stata una delle tante frasi che Cosmi ha pronunciato in conferenza stampa e che hanno fatto trasparire il malumore di un allenatore rimasto volentieri a Salerno, ma che certo non si sarebbe aspettato tutte queste difficoltà sul mercato. Al netto delle smentite di rito e delle dichiarazioni di facciata, è evidente che tra le varie anime della Salernitana ci sia tensione. L’insofferenza del trainer umbro è palese e anche sabato, nel post gara, non sono mancate discussioni anche “accese” con i giornalisti presenti. “Devo espiare io le colpe per quello che è successo nel passato? Che c’entro io? A fine mercato vedremo il valore della rosa e capiremo dove possiamo arrivare. A oggi siamo un cantiere aperto e certo non è stata una mia scelta fare il ritiro con calciatori che andavano e venivano. Ci sono cose che non potete sapere” in estrema sintesi le parole di Cosmi che, a più riprese, ha invocato rinforzi privatamente e pubblicamente salvo poi ritrovarsi con Ferrari virtualmente ceduto contro la sua volontà e con Capomaggio prima convocato per il match di coppa Italia con la Scafatese e poi estromesso dall’elenco con una rosa già ridotta all’osso causa imminente firma con lo Spezia. Ma non basta: prima di iniziare Cosmi è stato chiaro: «Qualcuno ha azionato il caricatore contro di me ma io sono io tosto», il messaggio consegnato a qualcuno della società. Facile intuire di chi si tratta, a Faggino saranno fischiate le orecchie. In attesa di capire come sia possibile che calciatori come Berra e Varone, con centinaia di presenze tra i professionisti, vengano messi fuori rosa ancor prima che arrivino i sostituti e con una panchina composta quasi esclusivamente da giovanotti di belle speranze (tra questi non c’era Ferrarese, aggregato in ritiro per fare numero a centrocampo), il direttore sportivo Daniele Faggiano prova a barcamenarsi tra mille difficoltà. Difendendo pubblicamente la proprietà, esortando i tifosi a “tenersi stretto Iervolino”, ma confidando privatamente nei vari colloqui con i club organizzati che non ha a disposizione un budget particolarmente elevato. Del resto, sin dai primissimi giorni di mercato, di paletti ne sono stati imposti a bizzeffe e spesso trattative virtualmente concluse sono saltate per i tentennamenti di Iervolino. A partire dal ritorno di Ferraris, riscattabile a titolo definitivo per una cifra inferiore ai 200mila euro, richiesto espressamente da Cosmi, tuttora desideroso di tornare, ma tenuto in stand by perché ritenuto troppo costoso. E poi Cabianca, un difensore che lo staff tecnico ha spesso elogiato chiedendo sin da aprile di blindarlo “perché se fossi nella società sarebbe il primo calciatore sul quale punterei per il futuro, è un ragazzo pronto anche per la massima categoria e che sta dando un grosso contributo”. Anche in questo caso richiesta disattesa, così come quella di trattenere Golemic (frenato anche da vicende personali che hanno avuto una certa incidenza) e di cedere Gyabuaa prima di partire per il ritiro a causa di un rapporto mai decollato. Niente di tutto questo, con il solo Pagano a rappresentare la società e Iervolino fisicamente assente anche quando c’era bisogno di approfondire il tema legato agli acquisti e accelerare con decisione. Sembrerebbe che, oltre a D’Ursi e Capuano (arriva da svincolato con due mesi di ritardo, in pratica ha saltato tutta la preparazione ma potrebbe essere costretto a giocare già lunedì), la dirigenza stia provando a chiudere per altri tre calciatori. Due centrocampisti e un attaccante. Vitale del Vicenza, un anno fa scartato per motivi “campanilistici” (ha un tatuaggio dell’Avellino, la sua squadra del cuore), si avvicina sempre di più. Maita del Benevento è il sogno di Faggiano, ma difficilmente i giallorossi si priveranno di uno dei protagonisti assoluti della promozione. Tra l’altro il contratto è in scadenza a giugno del 2028 e occorrerebbe un investimento particolarmente oneroso. Lopez continua a proporre Maistro che, pur di vestire la maglia granata, ha accantonato le offerte di Sampdoria e Cesena. L’ingaggio è lo stesso percepito da Capomaggio – circa 350mila euro – e il giocatore ha dato disponibilità ad abbassare le pretese perché tornare a Salerno gli permetterebbe anche di riavvicinarsi agli affetti più cari avendo la fidanzata in provincia. L’agente da tempo ha il contratto pronto e spera possa essere controfirmato dalla Salernitana, ma al momento Iervolino non è convinto e la trattativa rischia di sfumare. E poi si spera nel colpo in attacco. Il nome di Coda è sul taccuino di Faggiano, ma il bomber attende la B ed è ovviamente corteggiatissimo dalle big di C. Potrebbe essere la classica operazione di fine agosto. Patierno resta fuori rosa ad Avellino, ma la Reggina di Lotito sta facendo di tutto per mettere a segno un colpo che sarebbe impressionante per la D. L’ipotesi Djuric è stata smentita dall’entourage e dalla stessa Salernitana. Anche in difesa, soprattutto se fosse serio l’infortunio di Heinz, non basterà Capuano. Caporale è andato alla Casertana, Manzi ha ben figurato nel derby ed è uno dei rimpianti di Faggiano. Gyomber appare pista complicatissima. E poi c’è da capire se a Galeotti sarà affiancato un dodicesimo d’esperienza o se si andrà avanti con la linea verde. Nel caso non si esclude in extremis un ritorno di Brancolini. Quel che è certo è che all’interno della Salernitana si respira un clima di tensione e di insoddisfazione. Iervolino non allarga i cordoni della borsa, Milan mantiene la carica di presidente ma è stato al fianco della squadra solo nelle due semifinali playoff col Brescia, Pagano è stato oggetto di critica da parte degli ultras attraverso uno striscione esposto all’Arechi, Faggiano sta smentendo se stesso cedendo quasi tutti i calciatori arrivati a gennaio teoricamente per rinforzare la rosa e Cosmi manda segnali chiari un giorno sì e l’altro pure. Nel mezzo ci sono 6300 abbonati che hanno dato fiducia a scatola chiusa e almeno altri 4-5mila tifosi che lunedì prossimo affolleranno le scalee dell’Arechi. Ma chi vuol davvero provare a vincere prepara così la stagione? A questa Salernitana servono i titolari, non i ritocchi per completare l’organico. Con la speranza che, senza rinnovo, non vadano via anche Villa e Achik. In quel caso Cosmi potrebbe davvero sbattere i pugni sul tavolo e alzare la voce. Ma già ora sembra di assistere a un film già visto. E sappiamo tutti come siano finite le puntate precedenti.
A Salerno si costruiscono nuove abitazioni, anche di pregio, e il mercato sembra in grado di assorbirle. Ma accanto a questa realtà ce n’è un’altra, molto più silenziosa e in costante crescita: quella di cittadini che hanno un lavoro e un reddito, ma che faticano comunque a trovare una casa economicamente sostenibile. È il tema al centro dell’intervento di Patrizia Spinelli, coordinatrice della UIL Salerno, che accende i riflettori su quella che definisce la nuova frontiera dell’emergenza abitativa. Un fenomeno che, secondo il sindacato, non riguarda più soltanto le fasce di povertà estrema, ma coinvolge sempre più giovani, coppie, lavoratori con redditi medi, donne con figli, famiglie con persone disabili e anziani. A destare preoccupazione sono anche i numeri. Nell’Avviso Erp 2026 sono state presentate 1.522 domande nel solo Comune di Salerno, con un incremento del 20% rispetto al 2022. Un dato che, per la UIL, rappresenta un campanello d’allarme ma non esaurisce il problema, perché esiste una fascia di popolazione che rischia di rimanere schiacciata tra due estremi: troppo “ricca” per accedere all’edilizia popolare e troppo debole economicamente per sostenere i prezzi del mercato privato. Secondo Spinelli, è proprio qui che la questione della casa si intreccia con quella del lavoro. «Se avere un’occupazione non basta più per pagare serenamente un affitto, se due giovani che lavorano rinviano la propria autonomia perché non riescono a sostenere il costo di un’abitazione, se un anziano con una pensione normale deve destinare alla casa una parte eccessiva del proprio reddito, allora non siamo più davanti soltanto a un problema immobiliare, ma a un problema di salari, potere d’acquisto e qualità della vita». Per il sindacato, il lavoro deve tornare a garantire autonomia e la possibilità di costruire il proprio futuro. Da qui la richiesta di affiancare alla battaglia per salari più adeguati, occupazione stabile e recupero del potere d’acquisto una nuova politica dell’abitare. La coordinatrice Uil invita però a non trasformare il dibattito in una contrapposizione tra inquilini e proprietari. «Una seconda casa non è automaticamente sinonimo di ricchezza o speculazione. Per molte famiglie quell’immobile è stato acquistato con i risparmi e i sacrifici di una vita di lavoro, come forma di sicurezza per la vecchiaia o per lasciare qualcosa ai figli». Su questi immobili, osserva, gravano tasse, tributi, costi di manutenzione e il rischio di morosità, elementi che incidono sulla determinazione dei canoni e sulla richiesta di maggiori garanzie. Per questo la Uil propone strumenti capaci di far incontrare gli interessi di chi cerca casa e di chi la possiede. Tra le ipotesi avanzate ci sono agevolazioni fiscali, riduzioni dei tributi locali, maggiori certezze per i proprietari e un fondo di garanzia contro la morosità, che potrebbe tutelare i locatori e allo stesso tempo aiutare le famiglie con reddito ma prive delle garanzie oggi richieste dal mercato. Parallelamente, secondo il sindacato, occorre aumentare l’offerta di abitazioni accessibili alla fascia media. In quest’ottica viene indicato come opportunità il programma regionale HO.P.E., finanziato con 245 milioni di euro, che prevede edilizia pubblica, recupero del patrimonio esistente ed edilizia residenziale sociale destinata anche a chi non riesce ad accedere ai prezzi di mercato pur non avendo i requisiti per l’Erp. È proprio questa, sostiene Spinelli, la fascia che Salerno rischia di perdere. Per questo il tavolo annunciato dall’Amministrazione comunale viene considerato un’occasione importante. La Uil propone di trasformarlo nel punto di partenza di un vero “Patto per l’abitare”, coinvolgendo Comune, Regione, organizzazioni sindacali, rappresentanze degli inquilini e dei proprietari e il mondo delle costruzioni. Gli obiettivi indicati sono chiari: conoscere il reale fabbisogno abitativo della città, recuperare e rimettere in circolo il patrimonio disponibile, incentivare i canoni concordati, sostenere l’edilizia sociale e costruire strumenti di garanzia per proprietari e inquilini. Infine, la coordinatrice Uil pone una domanda che riguarda il futuro stesso della città: “Che Salerno vogliamo costruire e, soprattutto, per chi?”. Una città, osserva, può attrarre investimenti e sviluppare un mercato immobiliare di pregio, ma deve anche consentire a un giovane di diventare autonomo, a una coppia di mettere su famiglia, a un lavoratore di vivere vicino al proprio posto di lavoro e a un anziano di continuare a vivere dignitosamente con il proprio reddito. «La vera emergenza – conclude Spinelli – comincia quando una casa diventa un lusso anche per chi lavora. Non servono contrapposizioni, ma una politica capace di tenere insieme diritto all’abitare, tutela della piccola proprietà, lavoro e salari. Perché una città cresce davvero solo se, insieme al valore dei suoi immobili, cresce anche la possibilità delle persone di continuare ad abitarla».
SALERNO – Dopo la cocente delusione in Coppa Italia e 48 ore di riposo assoluto con- cesso da mister Serse Cosmi, la Salernitana riprenderà gli allenamenti. La squadra gra- nata tornerà al lavoro domani pomeriggio alle 18:15, al centro sportivo Mary Rosy, per iniziare la preparazione in vista dell’esordio in campionato contro il Sorrento, in pro- gramma lunedì prossimo alle 21 tra le mura amiche. A tenere in apprensione lo staff tec- nico, però, sono soprattutto le condizioni di Heinz (nella foto). Il difensore è uscito dal campo nel finale di Salernitana-Scafatese a causa di una distorsione al ginocchio. Al ter- mine della partita, per l’ex Casertana è stato necessario applicare del ghiaccio ed abban-
donare l’Arechi in stampelle. Il centrale è ap- parso claudicante e dovrà inevitabilmente sottoporsi a ulteriori esami strumentali per valutare con precisione l’entità dell’infortu- nio. Se malauguratamente gli esami accer- tassero un interessamento dei legamenti i tempi di recupero sarebbero lunghissimi e la stagione del difensore sarebbe compro- messa. In ogni caso appare difficile che Heinz potrà essere a disposizione per l’esordio con- tro il Sorrento in un match che vedrà anche l’assenza di Tascone per squalifica. Nel frat- tempo, la squadra di Cosmi domani ripren- derà il lavoro al Mary Rosy con l’obiettivo di arrivare nelle migliori condizioni possibili al primo appuntamento ufficiale della stagione.
“Nella notte di Ferragosto, nel centro di Battipaglia, in provincia di Salerno, un ragazzo italiano di 15 anni è stato ferito alla schiena con un’arma da taglio da un 16enne di origine marocchina. Un atto di violenza grave e inaccettabile. Colpire alle spalle è, se possibile, ancora peggio. La dinamica, ancora in fase di ricostruzione, è partita da una lite tra i due minorenni e si è poi allargata a una rissa che ha coinvolto più di venti ragazzi, tra giovani marocchini e battipagliesi, in una zona centrale e affollata della città. Di certo non abbiamo bisogno di importare anche chi porta con sé un retaggio culturale in cui la delinquenza e la violenza sono strumenti normali di affermazione. Quando si guardano le tabelle dei reati, specialmente quelli compiuti con armi da taglio, la presenza sproporzionata di stranieri è un dato di fatto. Chissà perché. L’unica risposta seria è la remigrazione. Chi arriva in Italia e porta con sé questa mentalità deve tornare nel proprio Paese. Subito. Senza sconti e senza retorica”. Così il deputato di Futuro Nazionale con Vannacci, Attilio Pierro.
Ore 20:00. Violenta lite fisica tra due persone nei pressi della chiesa di Piazza Vittorio Veneto.
L’intervento è stato immediato grazie alla segnalazione al 113 da parte di passanti e viaggiatori. Sul posto è intervenuta la Polizia Ferroviaria insieme ad ANPANA Official ODV di Salerno che ha telefonato per allertare le forze dell’ordine.
La situazione è stata sedata in breve tempo.
Al momento nessuna delle persone coinvolte ha sporto denuncia né ha richiesto cure mediche.
La zona della stazione è ad alta frequentazione e oggetto di controlli costanti da parte delle Forze dell’Ordine come da dispositivo interforze della prefettura
“L’appello del sindaco di Pozzuoli Luigi Manzoni va raccolto. Anci Campania farà la propria parte coinvolgendo e sensibilizzando i sindaci del territorio, ma davanti a un’emergenza di questa portata serve la collaborazione di tutti”. Lo dice Francesco Morra, presidente di Anci Campania, intervenendo sulle difficoltà abitative delle famiglie puteolane costrette a lasciare le proprie case. “Dobbiamo aiutare concretamente i cittadini di Pozzuoli che stanno vivendo giorni difficili e che chiedono semplicemente di poter tornare quanto prima a una condizione di normalità. I Comuni – spiega – possono costruire una rete di solidarietà e Anci Campania è pronta a favorirla, a partire dalla disponibilità di alloggi nei territori vicini”. “È indispensabile – aggiunge – che continui la forte collaborazione che è già in atto tra Comuni, Regione Campania e Governo, ciascuno per le proprie competenze. Un lavoro istituzionale importante che, di fronte a una situazione straordinaria, deve proseguire con la stessa determinazione e rafforzarsi anche in questa direzione, per dare risposte concrete soprattutto sul fronte abitativo”. “Anci Campania – conclude Morra – è al fianco del sindaco Manzoni e della comunità puteolana. Faremo tutto ciò che è nelle nostre possibilità per sostenere questa richiesta e favorire la collaborazione tra i Comuni”.
La sinistra ha vinto e ha cambiato davvero il Paese quando la tradizione socialista è stata centrale. Le grandi conquiste sociali e civili dell’Italia portano anche l’impronta decisiva dei socialisti. È una lezione della storia che vale ancora oggi”. Lo dichiara Enzo Maraio, segretario nazionale di Avanti Psi, in occasione dei 134 anni dalla nascita del Partito Socialista Italiano, a margine di una iniziativa a Scario, in provincia di Salerno. “Non esiste in nessuna parte del mondo un centrosinistra forte senza una componente socialista e riformista. Vale anche per l’Italia: ricostruire una presenza socialista autorevole significa rafforzare il centrosinistra e dargli idee, cultura di governo e capacità di parlare alla società che cambia. È questa la sfida di Avanti Psi”, conclude.
Il derby perso contro la Scafatese, costato alla Salernitana l’eliminazione dalla Coppa Italia di Serie C, lascia spazio alle riflessioni e alle richieste della tifoseria. A intervenire è Francesco “Cicco” Mussio, presidente del Centro di Coordinamento Salernitana Club, che attraverso i propri canali social ha lanciato un messaggio rivolto alla società, alla squadra e all’ambiente granata.
«Il derby si può perdere. L’ambizione no», esordisce Mussio, sottolineando come la Coppa Italia sia ormai archiviata, ma lasci una valutazione precisa: «Questa Salernitana è ancora un cantiere aperto».
Dopo «anni di delusioni», secondo il presidente del Centro di Coordinamento, la piazza avrebbe ormai una sola aspettativa: vincere. E il clima vissuto sugli spalti in occasione del derby avrebbe confermato la pressione e le aspettative della tifoseria.
Il riferimento è inevitabilmente anche al mercato: «Sono in arrivo rinforzi? Li aspettiamo». Ma per Mussio, da questo momento, la priorità deve essere una sola: l’unità dell’ambiente.
«Ora serve una sola risposta: unità. Nessuna distinzione, nessuna bandiera privata. Quando si parla di Salernitana, si sta dalla stessa parte».
Un appello alla compattezza rivolto a tutte le componenti del mondo granata, con un unico obiettivo: «Uniti, compatti, con un solo obiettivo: la Salernitana».
Poi, conclude Mussio, sarà il campo a dare il proprio verdetto: «E a Salerno il campo non farà sconti a nessuno».
Nelle fabbriche, la domanda è stata a lungo questa: quanta parte del lavoro umano sarebbe stata sottratta dalle macchine? Ora l’avanzata dell’intelligenza artificiale sta spostando il problema, rendendo necessario ridisegnare ruoli, competenze e processi, mentre il confine tra decisione umana ed esecuzione tecnologica diventa più mobile. Federico Torti, Head of Technology and Innovation, Advanced Manufacturing and Supply Chains del World Economic Forum (Wef), riassume così una trasformazione destinata a investire gran parte dei profili professionali della manifattura e della catena di approvvigionamento nei prossimi 10 anni: «Si passa dall’esecuzione all’orchestrazione».
Federico Torti del World Economic Forum.
Nel 2025 il World Economic Forum ha avviato con Accenture l’iniziativa Human Machine Collaboration, analizzando 80 profili professionali e quasi 200 processi di lavoro standard in diverse industrie. «Nell’orizzonte dei prossimi 10 anni ci aspettiamo che circa tre quarti cambino e, all’interno di questa quota, il 75 per cento evolva verso attività con una componente molto maggiore di coordinamento e supervisione».
Alle persone spetterà maggiormente il controllo
L’impatto sarà particolarmente evidente nelle mansioni operative: attività di precisione, assemblaggio, ispezione, programmazione della produzione. Le macchine prenderanno in carico una quota crescente dell’esecuzione, mentre alle persone spetterà maggiormente il controllo. La stessa dinamica investirà la pianificazione della manutenzione, la programmazione della produzione e la gestione della catena di approvvigionamento.
IA e nuove mansioni sul lavoro (foto Unsplash).
A cambiare non saranno soltanto le mansioni. Secondo le proiezioni illustrate da Torti, entro un decennio circa il 41 per cento del patrimonio di competenze necessario sarà costituito da capacità oggi emergenti o ancora inesistenti. Accanto al quoziente intellettivo acquisteranno peso l’intelligenza emotiva e la capacità di adattamento.
Saranno più importanti l’influenza sociale e il pensiero creativo
Quasi ogni professione dovrà inoltre confrontarsi in misura crescente con l’intelligenza artificiale e con altri sistemi intelligenti. Serviranno alfabetizzazione tecnologica, pensiero analitico, capacità di lavorare con i dati e competenze di sicurezza informatica. Sul versante delle competenze trasversali cresceranno invece l’influenza sociale e il pensiero creativo, «capacità che integrano ciò che i sistemi automatici non riescono a fare altrettanto bene».
Intelligenza artificiale (foto Unsplash).
Il principale collo di bottiglia, però, non è più necessariamente la tecnologia. «Il problema 10 anni fa riguardava maggiormente l’adozione tecnologica: agli operatori venivano proposti strumenti percepiti come scatole nere e, senza un loro coinvolgimento fin dall’inizio, mancavano la fiducia e l’adozione». L’intelligenza artificiale generativa e i grandi modelli linguistici hanno reso l’interazione più semplice, soprattutto grazie al linguaggio naturale. Il limite si sta quindi spostando verso le competenze disponibili e la capacità delle organizzazioni di trasformarsi.
Il divario di competenze come principale barriera alla trasformazione
I numeri mostrano la distanza tra aspettative e preparazione. L’86 per cento dei datori di lavoro si aspetta che l’IA o altre tecnologie possano trasformare profondamente la propria attività nei prossimi tre anni, mentre il 63 per cento indica il divario di competenze come principale barriera alla trasformazione. «Le aziende stanno investendo enormemente nell’IA, molto meno nelle competenze e nella trasformazione organizzativa. Non basta applicare l’IA ai processi esistenti: bisogna ripensarli».
Come cambia il lavoro con l’IA.
È qui che si definisce anche la futura divisione del lavoro tra persone e sistemi automatici. Le macchine sono particolarmente efficaci nel riconoscimento di schemi ricorrenti e nelle attività di precisione, ripetitive, veloci e affidabili. Giudizio, responsabilità, gestione delle eccezioni e ragionamento etico rimangono invece, nella proiezione a 10 anni del World Economic Forum, capacità distintamente umane. Lo stesso vale per la strategia. «Le persone continueranno a decidere cosa deve fare il sistema, come deve farlo e quali risultati deve produrre». Agli esseri umani resterà quindi il compito di stabilire come debbano operare le macchine, affrontare scelte tra esigenze contrapposte e determinare le priorità.
Entro il 2030 crescita netta globale di 78 milioni di posti di lavoro
La ricerca sulla Human Machine Collaboration prova a capire come evolveranno i lavori esistenti nella manifattura e nella supply chain. Una conseguenza, però, appare già chiara: tutti i lavori coinvolti richiederanno qualche forma di alfabetizzazione nell’intelligenza artificiale. Su scala più ampia, il Future of Jobs Report 2025 prevede entro il 2030 una crescita netta globale di 78 milioni di posti di lavoro.
IA, foto di Andres Siimon
via Unsplash.
La velocità della trasformazione pone quindi direttamente il problema della formazione. Se il 41 per cento delle competenze richieste tra 10 anni sarà nuovo o emergente, dovrà essere sviluppato sia sul posto di lavoro sia nel sistema educativo. «Da anni si parla di formazione continua, ma nelle aziende non è ancora realmente tale. Non può ridursi a un corso sull’intelligenza artificiale una volta all’anno: l’aggiornamento delle competenze deve diventare parte integrante del lavoro».
La formazione in base alle esigenze del mercato del lavoro
Anche scuole e università dovranno avvicinarsi maggiormente all’industria. Governi, sistemi educativi e imprese, secondo Torti, dovrebbero condividere un quadro comune sulle competenze e sui lavori necessari in futuro. La formazione dovrebbe partire maggiormente dalle esigenze del mercato del lavoro, anziché produrre competenze senza un raccordo sufficiente con la domanda delle imprese.
Un agente IA alle prese con lavori logoranti e ripetitivi (immagine elaborata con l’intelligenza artificiale).
Oggi, invece, nelle aziende l’aggiornamento sull’intelligenza artificiale rimane spesso affidato all’iniziativa dei singoli lavoratori. È un modello difficilmente sostenibile in un mercato che cambia a questa velocità. «Il mercato evolve troppo rapidamente per aspettare lo strumento definitivo: non arriverà mai». Le imprese devono prima comprendere le proprie esigenze, poi definire criteri di scelta e processi attraverso i quali governare gli strumenti. Nelle organizzazioni più avanzate sta emergendo un equilibrio tra sperimentazione dal basso e indirizzo dall’alto. Ai dipendenti deve essere lasciata libertà di provare strumenti e proporre soluzioni, ma all’interno di linee guida e limiti definiti, soprattutto in materia di sicurezza informatica. «L’intelligenza artificiale offre grandi opportunità, ma anche nuovi rischi».
L’errore: pensare sia un problema essenzialmente tecnologico
Secondo Torti, uno degli errori più frequenti del management nasce proprio dal considerare la trasformazione digitale come un problema essenzialmente tecnologico. Acquistare una soluzione di intelligenza artificiale da un fornitore non equivale automaticamente a creare valore. L’altro errore, ritiene l’esperto del World Economic Forum, consiste nel guardare esclusivamente all’automazione dei processi esistenti: eliminare due posizioni perché un sistema può svolgere la stessa attività. «Molto spesso l’intelligenza artificiale non sostituisce il lavoro umano, ma ne potenzia le capacità». Il guadagno maggiore arriva quando la tecnologia diventa l’occasione per ridisegnare il processo. «Il valore maggiore arriva dal ripensare il sistema, non dal prendere quello esistente e attaccarci sopra l’intelligenza artificiale come una pezza».
IA (Igor Omilaev via Unsplash).
Guardando al 2035, il primo obiettivo indicato da Torti è più concreto dell’idea di una fabbrica completamente autonoma: togliere alle persone i lavori pericolosi, quelli nei quali rischiano incidenti o danni alla salute. «Sarebbe un risultato importante se le macchine potessero assumersi queste attività». La seconda sfida riguarda la distribuzione di queste tecnologie. Oggi i sistemi più avanzati si concentrano soprattutto nei Lighthouse, grandi aziende dotate delle risorse necessarie per sperimentare e investire. Il tessuto industriale mondiale è però composto anche da milioni di piccole e medie imprese che non dispongono delle stesse possibilità. Portare nelle Pmi strumenti capaci di anticipare un guasto, individuare un problema nella catena di approvvigionamento o suggerire come intervenire avrebbe un effetto immediato sulla qualità del lavoro.
Il punto di arrivo non sarà l’eliminazione della decisione umana
Nelle aziende tecnologicamente più avanzate, invece, sarà possibile raggiungere livelli di autonomia molto maggiori. L’intelligenza artificiale e l’automazione potranno assumersi l’esecuzione dei processi e ottimizzarne il funzionamento. Il punto di arrivo, però, non coincide con l’eliminazione della decisione umana. «Saranno ancora le persone a scegliere cosa è importante fare e che cosa significa farlo bene». Oggi questa combinazione tra autonomia delle macchine e direzione umana è visibile soltanto in pochi casi. Estenderla al resto del sistema produttivo richiederà infrastrutture, competenze e trasformazioni organizzative che superano i confini del singolo stabilimento. E avrà necessariamente tempi più lunghi di quelli con cui stanno evolvendo gli strumenti di intelligenza artificiale.
E pensare che a fine luglio Volodymyr Zelensky si era detto soddisfatto del suo faccia a faccia con Donald Trump nello Studio Ovale: «È stato un buon incontro». Il presidente americano sembrava infatti disposto a fornire missili intercettori Patriot all’Ucraina, fondamentali per il sistema di difesa aerea del Paese, e a concedere le licenze per la produzione degli stessi. Mentre i bombardamenti russi sulle principali città ucraine continuano senza sosta, facendo vittime soprattutto tra la popolazione civile, Zelensky si è trovato ad affrontare il successivo dietrofront del presidente americano che ha dichiarato che «i missili servono anche a noi».
«Per gli Usa le vite dei civili ucraini sono fiches sparse su un tavolo da gioco»
Rook, un soldato di nazionalità statunitense che per quasi due anni ha combattuto in Ucraina prima di fare ritorno negli Usa, dice a Lettera43: «Non sono per nulla sorpreso dal comportamento di Trump. Gli Stati Uniti hanno scelto di iniziare una guerra contro l’Iran e hanno sprecato gran parte delle loro scorte di Patriot in un paio di mesi. Ora usano questa ragione per respingere le richieste dell’Ucraina, ma penso che in realtà Trump e il suo entourage non vedano alcun tornaconto economico nel fornire sistemi di difesa aerea all’Ucraina. Per loro le vite dei civili ucraini non hanno valore, sono solo fiches sparse su un tavolo da gioco».
Soldati ucraini (foto Ansa).
Rook sostiene che gli Usa abbiano utilizzato parte delle loro scorte di missili Patriot per difendere i Paesi alleati affacciati sul Golfo Persico dai droni Shahed iraniani. Si tratta di velivoli kamikaze utilizzati anche dalla Russia per bombardare le città ucraine. «Abbiamo usato la nostra migliore arma di difesa aerea per abbattere droni che costano poche migliaia di dollari. L’Ucraina lo fa ormai da anni e loro hanno sviluppato il miglior sistema di difesa anti-droni in circolazione. Gli Usa avrebbero dovuto imparare da loro e adottare quella tecnologia. Se non abbiamo scorte di sistemi Patriot per supportare i nostri alleati è solamente colpa nostra, ma a farne le spese è l’Ucraina».
Dal 2024 Kyiv ha intercettato l’88 per cento dei droni russi
L’industria bellica ucraina ha concentrato enormi risorse nello sviluppo di droni intercettori, sensori di riconoscimento dei velivoli in avvicinamento e sistemi di interferenza delle comunicazioni che disturbano il segnale dei droni nemici, facendoli precipitare. Dal 2024, l’Ucraina ha infatti intercettato l’88 per cento dei droni russi lanciati contro i principali centri urbani. Numerose aziende ucraine high-tech, tra cui Fire Point e General Cherry, sono in grado di produrre centinaia di migliaia di velivoli intercettori e droni di attacco ogni mese, a cui si aggiungono quelli donati alle diverse unità militari da Ong e società di volontari ucraine che si occupano di raccogliere fondi per l’esercito attraverso il crowdfunding.
Lanciamissile Patriot (foto Imagoeconomica).
Un soldato italiano arruolato come dronista nell’esercito ucraino spiega a L43 che il loro contributo è fondamentale: «Quando abbiamo bisogno di nuovi velivoli o pezzi di ricambio a volte è meglio rivolgersi a queste associazioni, invece che al comando dell’unità. Riescono a fornirci più velocemente ciò di cui abbiamo bisogno. Anche molte unità dell’esercito ucraino hanno aperto account su piattaforme di crowdfunding o siti internet attraverso i quali è possibile ricevere donazioni per acquistare materiale bellico».
Perché un sistema di difesa all’avanguardia non basta
In quattro anni di guerra l’Ucraina è riuscita a costruire un sistema di difesa all’avanguardia contro la minaccia dei droni russi, ma non riesce ancora a far fronte a quella rappresentata dai missili balistici lanciati contro i suoi principali centri urbani. Proprio per la carenza di sistemi di difesa aerea come i Patriot, solo il 19 per cento dei missili russi viene abbattuto in modo efficace. Per questo motivo, il supporto dei Paesi occidentali, soprattutto quello degli Usa, è considerato fondamentale.
Volodymyr Zelensky e Donald Trump (foto Ansa).
Un capitano di una squadra di dronisti ucraina pensa che il rifiuto di Trump di fornire vettori Patriot faccia parte di una strategia ben precisa. «Ogni dichiarazione di Trump ha un impatto sulla politica internazionale e soprattutto sui mercati globali. Non credo che Usa e Ucraina firmeranno mai un accordo formale riguardo la concessione delle licenze per la produzione di sistemi di difesa aerea. A mio parere, Trump e le grandi aziende belliche americane firmeranno contratti privati con quelle ucraine per lo sviluppo e la produzione di nuovi armamenti. In questo modo entrambe le parti potrebbero fare i propri interessi e arricchirsi una volta che le nuove armi verranno messe in commercio, a spese soprattutto dell’Europa, che vorrà acquistare queste nuove tecnologie, ma anche della popolazione ucraina che continua a soffrire e morire».
La produzione in proprio nell’ambito del progetto pan-europeo Freyja
Di fronte ai tentennamenti del presidente statunitense, l’Ucraina sembrerebbe però intenzionata a puntare sulla produzione di missili anti-balistici in proprio, nell’ambito del progetto pan-europeo Freyja. Secondo le dichiarazioni di Zelensky, l’industria bellica ucraina sarebbe in grado di produrre il proprio missile con relativo sistema di lancio, mentre i partner europei dovrebbero fornire i componenti e gli elementi critici necessari. La grande incognita rimane quella delle tempistiche. L’Ucraina dovrebbe infatti sviluppare il proprio sistema di difesa aerea entro il 2027 per contrastare i missili balistici russi in modo efficace.
Sempre all’azione, tra una surfata e un incontro di arti marziali miste, Mark Zuckerberg ha trovato anche il tempo di scrivere un manifesto di oltre 6 mila parole in cui disegna le magnifiche sorti e progressive dell’intelligenza artificiale, nuovo El Dorado. Il testo scritto dal fondatore di Meta, intitolato “The Future is for Everyone”, promette un’era in cui ciascuno avrà un proprio agente IA, pronto a fare da tutor, consulente di vita, guru personale disponibile 24 ore su 24 e chi più ne ha più ne metta. Una “personal super intelligence” accessibile a tutti e capace di aumentare libertà, creatività, opportunità e tempo a disposizione delle persone. Peccato che quasi contemporaneamente il chief technology officer di Meta, Andrew Bosworth, lo abbia praticamente smentito davanti ai dipendenti.
Mark Zuckerberg con la moglie Priscilla Chan (Ansa).
In ritardo sull’IA, Zuckerberg trova il suo mantra e lancia stoccate ai rivali
Nel suo documento, Zuckerberg insiste soprattutto su un punto: l’accesso diffuso ai modelli sarebbe la vera garanzia di sicurezza per tutti. Infatti, l’espressione «open source» ricorre almeno 16 volte. Sembra quasi un mantra, un esercizio di meditazione e, visto dalla posizione di chi si trova a rincorrere perché in ritardo nello sviluppo della tecnologia, un esercizio politico in cui il messaggio suona come: l’intelligenza artificiale non può essere una questione per pochi. E infatti non manca la stoccata ai rivali. Senza troppi giri di parole, Zuckerberg liquida la linea di OpenAI e Anthropic, definendo «problematica» l’idea che l’unica strada sicura sia la concentrazione dello sviluppo dell’IA nelle mani di pochi. Poi rincara la dose ammonendo: sperare che un potere assoluto, per quanto illuminato, agisca a beneficio dell’umanità, non è mai stato foriero di buone notizie per l’umanità stessa. Sarà forse un caso, ma lo stesso giorno della pubblicazione del documento, ossia il 10 agosto, 29 deputati democratici della Camera Usa hanno chiesto conto a OpenAI e Anthropic di far luce su come alcuni dei loro agenti IA fossero riusciti a introdursi nei sistemi di aziende reali. Un potente promemoria del fatto che i rischi concreti restano tutt’altro che una questione teorica.
Il fondatore di Meta finisce per elencare ciò che potrebbe andare storto
Al tempo stesso, però, non sono state poche le voci che hanno criticato il documento di Zuckerberg come un esercizio di ottimismo tecnologico e chi ha notato come, nel tentativo di dipingere un futuro radioso, lo stesso creatore di Facebook finisca per elencare – quasi suo malgrado – tutti i modi in cui le cose potrebbero andare storte. E questo non riguarda solo l’aspetto competitivo, ma anche quello tutto gestionale interno alle aziende. A tal proposito Bosworth, capo dello sviluppo tecnologico di Meta, di recente ha liquidato l’idea che i guadagni di produttività dell’IA possano tradursi in più giorni liberi per i dipendenti.
Il logo di Meta presso la sede di Menlo Park (Ansa).
Il botta e risposta tra Bosworth e un dipendente sui Meta Days
Rispondendo a un dipendente che chiedeva se i risparmi di tempo generati dagli strumenti di intelligenza artificiale potessero riportare in vita i “Meta Days” (il programma di giorni liberi extra cancellato dall’azienda) ha infatti risposto: «Basta chiedere dei Meta Days. È una domanda molto stupida». Poi il CTO ha aggiunto, indicando la strada: «Sapete che ne faccio io di quell’ora che guadagno? La reinvesto in prodotti migliori per gli utenti». Non contento, secondo quanto riportato da più testate, Bosworth ha chiuso il discorso invitando i dipendenti a chiedere ai propri genitori cosa pensassero di una strategia di carriera basata sul continuare a domandare al capo qualche giorno libero in più. I numeri, invece, danno ragione a chi il tempo risparmiato lo vorrebbe indietro.
Mark Zuckerberg (Ansa).
Evidente il cortocircuito tra il manifesto e le dinamiche reali
Una ricerca della London School of Economics calcola che i professionisti che usano l’IA risparmiano in media 7,5 ore a settimana, l’equivalente di una giornata lavorativa intera, per un valore di oltre 16 mila euro l’anno. Peccato che quel tempo, in casa Meta, non torni ai dipendenti ma resti all’azienda. Non aiuta, poi, il fatto che, secondo altre rilevazioni, buona parte di quei guadagni finisca comunque riassorbita in supervisione e correzione dell’output dell’IA, quello che i ricercatori hanno già ribattezzato “botsitting”. Insomma, ci troviamo di fronte a un’azienda che sembra cercare disperatamente di risalire a bordo di un treno che viaggia a una velocità folle e che, al tempo stesso, sta facendo fatica a fare i conti con i propri dipendenti. E le loro necessità. Parliamo infatti di un’organizzazione che ha tagliato 8 mila posti di lavoro a maggio, ma pronta a investire nel 2026 fino a 135 miliardi di dollari in infrastrutture per l’IA. Il cortocircuito tra il manifesto e le dinamiche reali è evidente. Se l’intelligenza artificiale apre una nuova era di “empowerment individuale” e libertà, perché a Menlo Park quella libertà si ferma sistematicamente sull’uscio dell’ufficio?
Prendiamo un incunabolo, un volume stampato con la tecnica dei caratteri mobili usata fino al 1500: oggi lo ammiriamo racchiuso in una teca di vetro in un museo, nessuno si sognerebbe di decifrarlo. Eppure sopravvive: muto, ma integro. I libri di Anthropic non sono finiti in una teca, anzi all’inizio del 2024 l’azienda ha avviato un’operazione interna nota come “Project Panama“: comprare libri fisici in blocco, tagliarne le costine con macchine idrauliche, scansionarli ad alta velocità e riciclare la carta.
La questione legale degli e-book piratati
Un documento interno lo descrive senza pudori: «Project Panama è il nostro sforzo per scansionare distruttivamente tutti i libri del mondo». A dirigerlo Tom Turvey, ex responsabile di Google Books, assunto apposta per procurarsi legalmente ciò che ad Anthropic serviva. «Legalmente» è la parola chiave: prima di “Project Panama” un cofondatore di Anthropic aveva scaricato personalmente milioni di e-book piratati da “biblioteche ombra” come LibGen, esponendo l’azienda a un rischio legale enorme. È questa la vicenda, la distruzione delle copie dei libri per ricomporle in contenuti senza autore, e non il macero dei libri fisici, che ha portato alla causa Bartz v. Anthropic, depositata nell’agosto 2024.
Il logo di Anthropic (foto Ansa).
Una battaglia di tre autori americani
A intentarla sono stati tre autori americani: Andrea Bartz, autrice di thriller psicologici come We Were Never Here; Charles Graeber, giornalista di The New Yorker e GQ, autore di The Good Nurse, diventato nel 2022 un film Netflix con Eddie Redmayne e Jessica Chastain; Kirk Wallace Johnson, che ha scritto The Feather Thief, storia vera di un furto di pelli di uccelli rari da un museo britannico. Non certo autori di bestseller mondiali, ma professionisti affermati, con vendite dimostrabili e opere effettivamente rintracciabili nei dataset, il che ha reso possibile la causa in tribunale.
Risarcimento per copyright da 1,5 miliardi di dollari
Nel giugno 2025 il giudice William Alsup ha stabilito che l’uso di libri acquisiti legalmente per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale – quindi anche quelli passati per le forbici idrauliche di “Project Panama” – era «quintessenzialmente trasformativo» e coperto da fair use (uso lecito). Ma ha giudicato illecita la costituzione di una «biblioteca centrale» di materiale piratato. La causa si è trasformata in una class action da quasi mezzo milione di opere. Il 20 luglio un’altra giudice, Araceli Martínez-Olguín, subentrata nel frattempo, ha concesso l’approvazione definitiva dell’accordo da 1,5 miliardi di dollari: il più grande risarcimento per copyright della storia americana.
La scansione dell’IA distrugge davvero i libri? (foto Unsplash).
Titoloni allarmistici su biblioteche «divorate» e volumi «maciullati»
L’allarme che si è levato attorno a questa vicenda ha scelto il tono sbagliato. «L’AI distrugge i libri!» si è letto, soprattutto sui social, ma non solo: anche titoli di testate autorevoli parlano di intelligenza artificiale che «divora» biblioteche intere, di volumi «maciullati», di un pericolo che si estenderebbe ormai fino ai libri antichi e da collezione. Sono ricostruzioni che sanno distinguere tra i libri acquistati legalmente e quelli scaricati da biblioteche pirata, che conoscono i dettagli tecnici del destructive scanning ma che non mettono a fuoco il problema: trattano la distruzione del supporto fisico come se fosse, di per sé, la notizia. Non lo è, è uno slogan efficace per spaventare gli apocalittici, strumento di rage bait, che attira cioè le reazioni indignate degli utenti, ma è impreciso.
Chi ha diritto a godere del valore generato da un libro dato in pasto all’IA?
Nessun testo è sparito: i libri di Bartz, Graeber e Johnson sono ancora in libreria, nelle biblioteche personali, in casa di molte persone, ancora citabili, ancora integri quanto un incunabolo nella teca di un museo. Quello che la causa contesta non è la sopravvivenza dell’opera – in questo caso del libro – ma la modalità del suo utilizzo, cioè chi acquisisce, chi autorizza, chi viene pagato. Una questione di property rights, di diritti di proprietà, non di conservazione culturale. Tecnica, si dirà, ma sotto la tecnica del copyright si consuma una domanda che tecnica non è: chi ha diritto a godere del valore generato da un libro quando quel libro diventa materia prima di un sistema che lo restituisce senza firma, senza voce, senza copertina?
Libri in una biblioteca (foto Unsplash).
L’autore rischia di sopravvivere soltanto come rumore di fondo
Non è il libro a rischiare l’estinzione, è l’autore come funzione riconoscibile. Il miliardo e mezzo di dollari non ha salvato nessun volume dal macero: ha comprato il riconoscimento che dice che quella paternità valeva qualcosa, anche dentro un processo che la rende statisticamente anonima. La teca nel museo protegge l’aura dell’oggetto, il copyright, quando funziona, protegge la firma dell’autore. Il vero rischio, allora, non è che il libro muoia, come gridano i titoli dei giornali, è che l’autore sopravviva soltanto come rumore di fondo nell’output, il risultato finale, di qualcun altro. L’AI prende un testo che era “singolare”, cioè firmato da una persona, pubblicato da un editore, datato, riconoscibile, e lo frantuma in un sostrato statistico anonimo: la firma sparisce, non si sa più chi lo ha scritto. I libri di Bartz, Graeber e Johnson diventano indistinguibili, la loro singolarità evapora nella media.
L’ansia da smaterializzazione e la tecnologia degli NFT
Non è un caso che l’ansia da smaterializzazione abbia prodotto, per reazione, una tecnologia che fa esattamente il contrario: dove l’AI dissolve la singolarità di un testo in un anonimato statistico, l’NFT inventa una singolarità artificiale dove non ce n’era nessuna. L’NFT, Non Fungible Token, “gettone non fungibile”, è un certificato di proprietà registrato su un archivio digitale immutabile, che attesta chi possiede l’originale di un file – un file digitale, o un’immagine – che per natura è infinitamente copiabile, identico a ogni sua replica, e a cui l’NFT inietta artificialmente una scarsità che non possiede. È una specie di teca senza reliquia, l’aura di un oggetto comprata a posteriori, per contratto, non ereditata dalla storia materiale dell’oggetto. Due risposte opposte alla stessa crisi, quella di un’economia dell’informazione in cui copiare non costa nulla: una nega che l’autore conti ancora, l’altra finge che sia la scarsità a contare ancora. In entrambi i casi a sparire non è l’oggetto, il libro o qualunque altra cosa, è il legame tra l’oggetto e chi lo ha vissuto.
Non Fungible Token (foto Unsplash).
Non è la prima volta che un supporto muore
Non è la prima volta che un supporto muore perché la sua funzione è stata assorbita da un altro. Il rotolo di papiro ha ceduto al codice, il codice manoscritto ha ceduto alla stampa, la stampa oggi cede – non scompare, cede – al testo sempre disponibile, che si può interrogare e ricomporre. L’incunabolo non ha smesso di esistere, ha smesso di essere utile: è diventato reliquia perché il suo contenuto è già altrove, riprodotto, commentato, oggi digitalizzato mille volte.
Cosa si perde nella rielaborazione?
Ma la teca trattiene qualcosa che il modello linguistico non conserva: l’unicità dell’oggetto, la storia materiale di chi l’ha letto prima di noi. Il modello astrae il testo, lo statisticizza, lo restituisce senza voce, senza edizione, senza copertina, senza corpo. Non lo distrugge come oggetto fisico, ma lo rielabora. Cosa si perde nella rielaborazione di qualcosa che una volta si conservava in una teca di vetro? Difficile immaginare i libri di Bartz, Graeber e Johnson esposti al MoMA. E ci si chiede se la cultura sopravviva meglio come oggetto venerato e inerte da museo, o come sostanza dissolta e rimessa in circolo. In entrambi i casi, qualcosa resta indietro, qualcosa si perde.
«Le donne sorreggono l’altra metà del cielo», recitava la celebre frase attribuita a Mao Zedong, uno degli slogan della parità di genere in Cina. Al Congresso delle donne cinesi del 2023, Xi Jinping ha chiesto: «Compagne, va promossa una nuova cultura del matrimonio e della maternità». Due formule che raccontano priorità diverse. Nella Cina maoista, la partecipazione delle donne alla produzione e alla vita pubblica serviva alla costruzione dell’economia socialista e alla rottura con l’ordine familiare tradizionale. Nella Cina alle prese con denatalità e invecchiamento, la famiglia è tornata al centro delle esigenze dello Stato.
Una statuetta di Mao Zedong (foto Ansa).
Il cambiamento emerge anche dal linguaggio dei media pubblici. In un nuovo studio, pubblicato su Frontiers in Sociology, sono stati analizzati 125.532 articoli pubblicati tra il 1990 e il 2023 sul Quotidiano del Popolo, l’organo ufficiale del Partito comunista cinese. I ricercatori hanno rilevato una progressiva riduzione dell’associazione tra le donne e la sfera pubblica, mentre quella con maternità, famiglia e lavoro domestico è rimasta forte e sostanzialmente stabile.
Il richiamo alla vita pubblica è diminuito rapidamente fino al 2010
Nello studio si suddivide il vocabolario utilizzato dal quotidiano in due categorie. Da una parte parole legate alla vita pubblica come leader, combattente, carriera e imprenditorialità. Dall’altra famiglia, procreazione, lavoro domestico e madre amorevole. Hanno poi misurato quanto termini neutri come donna e femminile fossero associati ai due campi semantici. All’inizio degli Anni 90 la distanza era ridotta: la rappresentazione della donna come madre conviveva con quella della lavoratrice impegnata nella modernizzazione del Paese. Dalla fine del decennio le due traiettorie si sono separate. Il richiamo alla dimensione familiare è rimasto stabile, quello alla vita pubblica è diminuito rapidamente fino al 2010, assestandosi poi su livelli molto inferiori. Il divario ha raggiunto il massimo nel 2018.
Un ritratto di Xi Jinping al museo del Partito comunista cinese (foto Ansa).
Ancora nel 1992 il Quotidiano del Popolo titolava in prima pagina: “In passato si diceva che le donne fossero inferiori agli uomini, oggi sorreggono metà del cielo”. L’articolo raccontava una competizione tra lavoratori e celebrava il contributo femminile alla «modernizzazione socialista e alla riforma e apertura». Era sopravvissuta alla transizione post-maoista l’idea della donna come forza produttiva, alimentata dopo il 1949 (anno di fondazione della Repubblica popolare) anche dalla nuova legislazione sul matrimonio e dall’ingresso massiccio delle donne nell’istruzione e nel mercato del lavoro.
Una donna cinese assieme ai figli (foto Ansa).
I motivi della marcia indietro: crisi demografica e problemi col welfare
L’arretramento della dimensione pubblica è cominciato già prima dell’attuale crisi demografica. Gli autori lo collegano all’approfondimento delle riforme di mercato e alla ristrutturazione del welfare. Lo smantellamento di una parte dei servizi garantiti dalle unità di lavoro ha riportato sulle famiglie una quota crescente dei costi della cura dei figli e degli anziani, della gestione domestica e della cosiddetta riproduzione sociale. Un trasferimento che ha pesato soprattutto sulle donne e che il linguaggio dei media statali ha progressivamente incorporato.
Una donna con suo figlio in bicicletta a Shanghai, in Cina (foto Ansa).
Negli ultimi anni, a questa trasformazione strutturale si è aggiunta l’emergenza demografica. La popolazione cinese diminuisce e invecchia, mentre la fine della politica del figlio unico non ha prodotto il recupero delle nascite sperato da Pechino. Il passaggio prima ai due figli e poi ai tre è stato seguito da incentivi economici, congedi, sussidi locali e misure per abbassare i costi della crescita dei bambini. Parallelamente è cambiato il messaggio politico: matrimonio, maternità e famiglia sono diventati elementi della risposta alla contrazione della popolazione in età lavorativa e all’aumento della pressione sul sistema previdenziale.
Donne cinesi a Pechino (foto Ansa).
Pechino vuole più nascite, ma non può permettersi una ritirata dal lavoro
Da qui è arrivato l’appello di Xi sulla «nuova cultura del matrimonio e della maternità». Alle organizzazioni femminili è stata così affidata una funzione prettamente demografica, facendo un passo indietro sul tema della parità di genere. La strategia deve però tenere insieme esigenze difficili da conciliare. Pechino vuole più nascite, ma non può permettersi una ritirata delle donne dal mercato del lavoro mentre diminuisce la popolazione in età lavorativa. Il costo professionale della maternità resta elevato, così come lo squilibrio nella distribuzione delle responsabilità familiari. Dal 2020, non a caso, lo studio ha registrato una moderata ripresa dei riferimenti alle donne nella sfera pubblica, che gli autori collegano anche alle necessità del mercato del lavoro e all’attenzione internazionale sulla parità di genere.
Una donna cinese con suo figlio in braccio (foto Ansa).
Nei ruoli apicali della politica nessuna figura femminile
Ai vertici politici il movimento procede nella direzione opposta. Dal 2022 nessuna donna siede tra i 24 membri del Politburo del Partito comunista, per la prima volta in 20 anni. Sui media internazionali si è parlato molto della foto che ritrae le due delegazioni di Xi e Donald Trump, durante il loro vertice di maggio a Pechino: da ambo le parti c’erano solo uomini. In Cina, la leadership continua a rivendicare l’emancipazione femminile tra i risultati storici della Repubblica popolare, ma la presenza delle donne nei ruoli politici apicali diminuisce. Quasi scompare.
L’incontro a Pechino il 14 maggio 2026 tra le delegazioni di Donald Trump e Xi Jinping: nessuna donna presente (foto Ansa).
Occhio: le giovani generazioni sono molto diverse dalle precedenti…
La spinta dall’alto verso matrimonio e maternità incontra però una società femminile molto diversa da quella delle generazioni precedenti. Più istruite, economicamente autonome e presenti nelle professioni urbane, molte giovani cinesi considerano sempre meno il matrimonio un passaggio obbligato: un sondaggio della Lega della gioventù comunista condotto tra giovani urbani aveva rilevato una propensione a non sposarsi nettamente più alta tra le donne che tra gli uomini, mentre il crollo delle registrazioni matrimoniali degli ultimi anni ha trasformato la tendenza in un problema demografico nazionale.
Donne cinesi a Shanghai (foto Ansa).
Anche cinema e televisione hanno intercettato questa emancipazione quotidiana, mettendo sempre più spesso al centro delle storie donne single, divorziate, madri sole o insofferenti verso i ruoli tradizionali: ne sono un esempio i successi dei film Hi, Mom (2021) e YOLO: You Only Live Once (2024) scritti, diretti e interpretati dalla stand-up comedian Jia Ling, e il boom di Like a Rolling Stone, ispirato alla storia vera di una donna che a 50 anni abbandona famiglia e marito per attraversare in solitaria la Cina in automobile. C’è poi Her Story di Shao Yihui, diventato un caso proprio per il modo in cui affronta maternità, indipendenza economica e aspettative patriarcali.
In realtà, la leadership non chiede alle donne di rinunciare alla carriera, anche perché una Cina che invecchia non può permettersi di perderne il contributo al mercato del lavoro. Chiede piuttosto di sommare i ruoli: lavoratrici, mogli, madri e principali responsabili della cura familiare. Crescere un figlio è costoso per una coppia cinese, tra casa, istruzione e assistenza. Per una donna il conto comprende anche il rischio di rallentare o compromettere la carriera. Tanto che forse si finisce così di chiedere alle donne della nuova era cinese di caricarsi di un fardello più pesante: sostenere sia la sfera pubblica di lavoratrici sia quella privata di madri. Come se da sorreggere ci fosse più della metà del cielo.
Turisti della vita e turisti per la vita. Si può giocare sulle parole affidandoci al saggio Turisti della realtà, dove Francesco Marino racconta come «il mondo finì per diventare un contenuto social». Ossia come un selfie sullo sfondo della Torre Eiffel o della Torre di Pisa traduca un comportamento che anche nella vita quotidiana ci vede sempre più intenti a consumare emozioni di passaggio, collezionare immagini e cercare continuamente novità.
Turisti a Parigi (foto Unsplash).
La situazione è preoccupante, ma diventa inquietante se consideriamo la velocità con la quale procedono automazione e applicazioni di intelligenza artificiale. Se infatti macchine e agenti bot lavoreranno per noi, ci troveremo presto, in gran numero, disoccupati? Gli esperti scongiurano scenari apocalittici, forse per rasserenarci, ma potremmo comunque essere costretti a cercare non più occasioni di distensione e divertimento, bensì di occupazione del tempo liberato dal lavoro.
Turisti per sempre, ma non ditelo a Vannacci
Turisti forever ha un suono sinistro e distopico. A meno che non lo si voglia accogliere con l’entusiasmo provocatorio del movimento antagonistico degli Anni 70: che agli slogan “tutto e subito” e “chiediamo l’impossibile” fecero seguire un “lavoro zero, reddito intero” che ci proietta, appunto, in un futuro in cui le macchine hanno preso il posto del lavoro umano. Nel frattempo il povero generale Roberto Vannacci cosa farà, lui che nel suo programma 2027-2037 ha inserito il principio economico di San Paolo: «chi non vuole lavorare neppure mangi»?
Turisti in partenza ad agosto (foto Unsplash).
Ma stiamo al presente, che turisticamente lancia proclami trionfalistici, con Federalberghi che annuncia che ad agosto vanno in vacanza 17,5 milioni di italiani, e 4,7 milioni lo saranno a settembre; e che l’Italia, con 32.943 hotel, 1,1 milioni di camere e 2,3 milioni di posti letto, è il primo Paese europeo per capacità ricettiva alberghiera. A questo si aggiungono due interessanti notizie. In Puglia si registra la crescita più sostanziosa degli hotel di lusso, anche per l’effetto destination wedding che l’ha vista diventare meta di matrimoni di celebrity mondiali e di grandi eventi internazionali (come il G7 del 2024).
L’idea che il lusso possa migliorare le infrastrutture è sbagliata
L’aumento di posti letto in hotel 5 stelle ha fatto sì che quest’anno è nel Salento che ci sono stabilimenti balneari che contendono alla Versilia e alla Costa Smeralda il primato delle strutture più costose. Si può gioire di questi primati, ma senza avventurarsi nelle ricadute positive per il territorio. Perché è suggestiva l’idea che il lusso possa migliorare infrastrutture e servizi pubblici (strade, scuole e ospedali) e l’economia locale. Ma in realtà non è così.
Turismo di massa = inquinamento umano (foto Unsplash).
Il turismo, infatti, è un’industria estrattiva che ormai è vicina al punto in cui, se non si mette mano a interventi strutturali, gli svantaggi per le popolazioni residenti saranno presto maggiori dei benefici. In termini di distruzione ambientale, svuotamento dei centri storici, aumento del costo della vita per i residenti, crescita di rumori, disagi e rifiuti. Come nel caso dell’invasione turistica delle Dolomiti in corso, segnata dall’assalto fuori controllo ai bagni e servizi igienici dei rifugi alpini.
Al momento non c’è stato rimedio all’overtourism
È sull’impatto economico e sociale dell’overtourism che si concentra una recente analisi a tutto campo di The European Correspondent. Il fenomeno è ormai ampiamente presente nel dibattito politico, nei provvedimenti delle amministrazioni locali, nelle lotte degli attivisti e ambientalisti, nei resoconti dei media in occasione dei grandi eventi mondiali. La notizia, ossia il dato nuovo, è che al momento non c’è stato rimedio (divieti d’accesso, balzelli d’entrata, arginamento del B&B selvaggio, limitazione delle aree di sviluppo turistico) che abbiano efficacemente contrastato il fenomeno.
Vacanzieri agostani (foto Unsplash).
Scrive Nathan Domon: «Ogni anno, prima dell’estate, sento sempre le stesse storie. Gli abitanti di Amsterdam, Barcellona, Venezia e di una dozzina di altre città da cartolina si lamentano del disagio, dei prezzi delle case e del sovraffollamento. Le città annunciano una serie di provvedimenti per “contrastare” la situazione. E ogni anno, il numero dei turisti continua ad aumentare, come se nulla fosse accaduto». Il problema vero, dunque, non è se sono poveri o ricchi, giovani o no. È che sono troppi. Un’onda che nei vari momenti clou dell’anno diventa un’orda incontenibile.
La vera invasione è questa, altro che quella dei migranti
Prendiamo per esempio Amsterdam: nel 2010 ha registrato 9,7 milioni di pernottamenti; nel 2025 sono diventati 23,7 milioni. Entro due anni si stimano quasi 28 milioni: per una città con meno di un milione di abitanti, si tratta di un’invasione, rispetto alla quale ogni intervento correttivo ha spostato il problema o ne ha creato uno nuovo. Nel 2021 l’amministrazione locale ha annunciato l’obiettivo di limitare i pernottamenti a 20 milioni all’anno. Un blocco alla costruzione di nuovi hotel è stato introdotto nel 2017, ma il numero di camere ha continuato ad aumentare a causa di scappatoie esistenti.
Scritte sui muri contro i turisti (foto Unsplash).
La città ha inoltre intensificato i controlli sugli affitti brevi: gli annunci su Airbnb sono crollati da 28.400 nel 2019 a meno di 5 mila oggi. Ma il risultato è stato l’impennata dei prezzi degli hotel e il sostanziale aumento del valore degli immobili alberghieri che hanno arricchito i proprietari e portato alla costruzione di grandi alberghi appena fuori dai confini cittadini. Al di fuori della portata del divieto.
A Venezia più posti letto turistici che residenti ufficiali
La situazione è simile a Barcellona, dove i pernottamenti in hotel sono più che raddoppiati in un decennio, passando da 17,1 milioni nel 2014 a 37,2 milioni nel 2025. A Venezia nel 2024 i posti letto turistici nel centro storico (oltre 50 mila) hanno superato il numero dei residenti ufficiali (scesi sotto i 49 mila).
Turisti scattano foto sul top del ponte di Rialto sul Canal Grande a Venezia (foto Ansa).
Curiosamente, tuttavia, non c’è località turistica che non dichiari di puntare su un’offerta di qualità e la volontà di “destagionalizzare” il flusso turistico. La realtà però ci dice che agosto continua a concentrare gran parte del turismo balneare e che le 10 mete europee top intercettano la gran parte dei viaggiatori. Dopo di che si può affermare che il turismo è «la gallina dalle uova d’oro». Soprattutto per i proprietari delle strutture, che spesso sono catene internazionali e compagnie low cost. Non certo per i lavoratori del settore che sono in gran parte precari, stagionali e mal pagati. A Barcellona, nel 2023, i lavori nel settore turistico offrivano una retribuzione inferiore del 26 per cento rispetto alla media cittadina. Probabilmente nel Salento del luxury e dei proclami di Mister Billionaire la percentuale è maggiore.
Negli Usa c’è qualcosa che sta agitando le piazze di tutto il Paese: i data center. Le mega strutture necessarie ad alimentare il boom dell’intelligenza artificiale sono al centro di grandi contestazioni, tanto da parte del mondo del lavoro quanto dei singoli comitati civici che si oppongono a specifiche costruzioni (in Italia il più grande verrà costruito a Colleferro, in provincia di Roma). Il movimento è più esteso e trasversale di quanto si pensi, perché tocca sia comunità democratiche sia repubblicane. Ma in cosa consiste?
In tre mesi 75 progetti sono stati bloccati
Il 2026 è stato l’anno cruciale del movimento anti-data center, con quattro momenti cardine. La prima fase è stata quella di gennaio e febbraio. Secondo un rapporto dell’osservatorio indipendente Data center watch, «nelle prime sei settimane del 2026 sono stati presentati oltre 300 progetti di legge statali sui data center, con proposte di moratoria a livello statale introdotte in 14 Stati da entrambi gli schieramenti politici. Solo tra gennaio e marzo almeno 75 progetti sono stati bloccati, con un congelamento delle spese dal valore di 130 miliardi di dollari».
Nello stesso periodo si sono formati i primi gruppi di attivisti sui social. Poi, in primavera, il movimento si è rafforzato ed è apparso un sondaggio nazionale di Gallup, che ha certificato come il 70 per cento degli americani sia contrario alla costruzione di queste strutture nella propria area residenziale.
A Memphis proteste contro l’impianto di Musk
A maggio, terza fase, le proteste sono entrate nel momento più concitato, con le prime manifestazioni e addirittura i primi arresti, come avvenuto a Memphis, in Tennessee, dove un picchetto ha cercato di fermare i lavori intorno al mega-impianto “Colossus”, realizzato da xAI di Elon Musk. In generale, nel Paese si sono registrati diversi arresti legati a forme più o meno organizzate di contestazione dei nuovi impianti. A metà luglio l’organizzazione Humans First ha organizzato 142 manifestazioni in 42 Stati e, in almeno 12 eventi, le forze dell’ordine sono intervenute in via preventiva.
Elon Musk (Ansa).
La proposta di una “carta dei diritti” dei residenti
La quarta fase ha coinciso con l’inizio dell’estate: da un lato con l’impennata delle manifestazioni, dall’altro con provvedimenti legislativi più strutturati, come una sospensione ufficiale di un anno per i nuovi data center nello Stato di New York e varie proposte al Congresso, tra cui una legge contro la costruzione su terreni federali o una sorta di “carta dei diritti” dei residenti per vietare costruzioni a meno di 800 metri dalle case.
Data center (foto Unsplash).
In questo momento nel Paese ci sono dei cosiddetti hot spot della resistenza anti-data center. È il caso della già citata Memphis, diventata una specie di centro per l’AI e le criptovalute, in una sorta di esperimento tech, ma anche delle zone rurali e suburbane della Georgia, delle aree tra il Missouri e il Texas e di parti del Midwest, con il Michigan al centro della contesa, in particolare nelle cittadine di Saline, Augusta e Washington Township. Secondo il progetto collaborativo Data center opposition report, oggi oltre mezzo milione di americani è iscritto a uno dei 430 gruppi che popolano Facebook e ogni giorno nel Paese nascono almeno due nuove formazioni. Proprio mentre Meta sta investendo in AI e data center.
In questa battaglia è coinvolta anche l’attivista Erin Brockovich, resa celebre dal film in cui veniva interpretata da Julia Roberts, che ha lanciato un piano di tracciamento open-source per individuare le comunità prese di mira dalla costruzione degli impianti. Il progetto oggi raccoglie informazioni su quasi 9 mila strutture, costruite o in fase di realizzazione, con segnalazioni in tutti i 50 Stati americani.
Per cosa si protesta? Mancanza di trasparenza e impatto ambientale
Ma quali sono le ragioni dietro questa guerra? Diciamo che potrebbero essere definite glocali, perché intrecciano fenomeni globali e territoriali. Da un lato c’è una componente storica dell’Occidente: le proteste Nimby (acronimo di Not in my back yard, «non nel mio cortile»), che indicano la volontà delle persone di non avere grandi opere proprio sotto casa, o comunque nei paraggi. Ma in questo caso si va molto più in là. C’è una contestazione per la mancanza di trasparenza su quello che succede in questi enormi impianti, ma soprattutto per il loro impatto ambientale e i costi per le comunità coinvolte.
Un data center visto dall’alto (foto Unsplash).
I data center occupano superfici enormi e producono rumori e frequenze che in molti casi sono stati associati a cefalee croniche e nausea. Altri hanno impatti inquinanti e spesso vanno a colpire comunità già svantaggiate. L’impianto di Musk a Memphis, per esempio, usa turbine a gas non autorizzate che inquinano soprattutto la vicina area residenziale a maggioranza afroamericana. Ma i data center hanno un impatto devastante anche sui costi dell’energia e sulle bollette, con consumi di elettricità e acqua che spingono le utility ad alzare i costi di fornitura per tutte le aree interessate.
Joe Allen e Steve Bannon, mondo Maga in fermento
Ci sono pure questioni di secondo livello legate alla lotta contro l’AI per il suo impatto sul mondo del lavoro. Ma è interessante notare che una parte di queste battaglie venga animata in ambienti Maga, i trumpiani più invasati, quelli del Make America great again. In particolare Wired ha avuto una lunga conversazione con Joe Allen, commentatore anti-tech ospitato a War Room, podcast dell’ex stratega di Trump Steve Bannon.
In una puntata i data center vengono descritti proprio come «laboratori di armi» che sono «rivolti contro la popolazione». Per l’influencer politica Hannah Cox il fatto che intorno ai data center si muova una macchina di sorveglianza è un dato di fatto: ormai molte bolle social hanno fatto propria questa sensazione, indipendentemente dall’orientamento politico.
L’influenza del complottismo di estrema destra
Il tech-man di Bannon, Allen, si è spinto a dire che i data center sono un’infrastruttura hardware per qualcosa che va oltre, ossia una sostituzione dell’umanità in un delirio di onnipotenza dei tecno-ottimisti dell’AI. Qui è evidente l’influenza del complottismo di estrema destra, che si è fatto sempre più sofisticato e stratificato. Il punto però è che, un po’ per i deliri dei tech bros come Sam Altman, Elon Musk e Peter Thiel, un po’ per la genuina paura di un impatto devastante dell’AI, sempre più americani vogliono limiti stringenti all’intelligenza artificiale. E su questo punto si saldano populismi di destra e ambientalismi di sinistra.
Il ceo di OpenAI Sam Altman (Ansa).
Man mano che il movimento si allarga, crescono anche nuove psicosi. Aziende e gruppi pro-AI da settimane lanciano allarmi su come la Cina, attraverso reti di bot, stia inondando i social di messaggi anti-data center. Una sorta di psyop, di guerra psicologica, che Pechino condurrebbe contro gli Stati Uniti per soffiare sul fuoco della protesta e vincere la gara dell’intelligenza artificiale. Il numero di questi post non è quantificabile, ma profili provenienti da Asia, Africa ed Europa pubblicano con costanza messaggi contro le operazioni immobiliari delle aziende AI.
I data center sono mega strutture che servono a sostenere il boom dell’IA (foto Unsplash).
In tutto questo l’amministrazione Trump cosa fa? Procede spedita. Per il presidente l’AI è un’occasione da non perdere. E infatti non sono mancati momenti di frizione tra i repubblicani del Congresso e i conservatori nei singoli Stati, che spingono per regolamentare il settore. Per la Casa Bianca, al contrario, AI e data center sono questioni di sicurezza nazionale, i blocchi locali vanno superati con il voto di Washington e ogni obiezione viene bollata come anti-americana.
Per la famiglia Trump è anche una questione di affari
I più maliziosi, però, hanno fatto notare che per la famiglia Trump l’accelerazione su AI e impianti è, tanto per cambiare, una questione di affari. Nel portafoglio degli investimenti di Donald e figli ci sono sia aziende che investono nel digitale sia società di costruzioni che stanno materialmente realizzando i data center. Intanto, però, i cittadini sono sempre più arrabbiati e il consenso dei repubblicani scende. Un dato pericoloso per il partito dell’elefantino in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.
Elly Schlein ha smentito la veridicità di un filmato, cominciato a circolare sui social, in cui si vede la segretaria del Partito democratico a colloquio (e anche piuttosto divertita) con Roberto Vannacci, fondatore di Futuro Nazionale. «Non è mai accaduto. Non ci siamo nemmeno mai incontrati. E quella cena non è mai esistita. Ora, non mi interessa tanto la smentita in sé di un fatto poco credibile già di suo», ha dichiarato Schlein, mettendo poi in guardia sui pericoli legati all’intelligenza artificiale: «Mi interessa riflettere insieme su dove sta portando le democrazie questo tipo di abuso dell’IA. Su cosa può fare ai diritti di tutte e tutti i cittadini. E voglio rilanciare l’appello che ho rivolto a tutte le forze politiche, già raccolto dalla presidente Giorgia Meloni, a un uso responsabile ed etico dell’intelligenza artificiale». Questa vicenda, ha osservato la segretaria dem, «dà l’idea degli enormi rischi di inquinamento della campagna elettorale attraverso deepfake sempre più raffinati». Tutte le forze politiche, ha chiosato, «dovrebbero impegnarsi a non usare l’AI per attribuire agli avversari politici fatti o parole che non sono reali».
magari nn c'è niente di male (quel video in cui augurava la morte a lei e conte era goliardico, giusto?) ma immaginate gli articolo di polito, iacoboni, vitale mieli, e chi più ne ha più ne metta,se ci fosse stato #conte e nn #shlein a chiacchierare amabilmente con vannacci? > pic.twitter.com/rndQgskvG3
Colleferro sarà il primo Comune del Centro-Sud a ospitare un data center di ultima generazione per l’intelligenza artificiale con 150 megawatt di potenza elettrica assegnata dal gestore di rete Terna. Il campus sorgerà nell’area di circa 76 ettari compresa tra l’autostrada A1, la via Casilina e la linea ferroviaria dell’alta velocità, a soli 3 chilometri dal centro logistico di Amazon. L’hub, con circa 57.800 metri quadrati coperti, sarà dotato di impianti fotovoltaici. L’energia utilizzata sarà fornita da fonti rinnovabili attraverso contratti con gestori green. Nel data center saranno impiegate circa 700 persone contemporaneamente in fase di costruzione e 220 circa, tra diretti e indiretti, in fase di gestione. Si tratta di occupazione di alta specializzazione per cui il Comune di Colleferro avvierà programmi di formazione in loco ai fini delle future assunzioni. Il progetto architettonico è stato realizzato dallo studio Lombardini 22 di Milano, mentre Telecom Sparkle ha progettato l’infrastruttura di connessione dati alla rete fotonica nazionale.
Non mancano le polemiche
Sebbene la costruzione del polo sia stata approvata dal Consiglio comunale senza alcun voto contrario, in città non tutti sono d’accordo. È infatti già sorto un comitato cittadino contro il progetto a suo dire «approvato tramite variante urbanistica al piano regolatore generale, con cambio di destinazione d’uso da agricolo non urbanizzato a produttivo». Il gruppo, rappresentato da Ina Camilli, ha sottolineato che il progetto non è stato sottoposto, su decisione della Regione, a valutazione ambientale strategica «nonostante la relazione istruttoria di accompagnamento contenga numerosi pareri dei soggetti competenti fortemente critici».
Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate e attualmente alla guida del comitato civico Più Uno, ha annunciato un suo progetto politico di centrosinistra in vista delle elezioni politiche del 2027. La presentazione ufficiale avverrà il 10 ottobre. Ruffini ha spiegato di avere voglia di «provare a unire e dialogare», ma solo «con chi ci starà».
Ernesto Maria Ruffini (Imagoeconomica).
Secondo Ruffini serve «un nuovo Ulivo»
«Sono passati quattro anni di governo Meloni e ora vedo che i leader del centrosinistra rimandano a settembre il momento della sintesi: questo mi sorprende e mi dispiace», ha detto Ruffini intervistato da La Stampa, parlando poi della necessità di «un nuovo Ulivo», ovvero la coalizione guidata da Romano Prodi che riuscì a battere il centrodestra nel 1996. A tal proposito, Ruffini – escludendo velleità di leadership – ha criticato la lentezza con cui il Partito democratico di Elly Schlein e il Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte stanno costruendo un’alleanza politica.
Il Consiglio costituzionale francese ha bocciato la legge che puntava a introdurre il divieto dei social network ai minori di 15 anni, misura voluta fortemente dal presidente francese Emmanuel Macron. I giudici dell’equivalente transalpino della nostra Corte costituzionale hanno ritenuto che il provvedimento avrebbe rappresentato «una violazione sproporzionata della libertà di espressione e di comunicazione» dei minori.
Emmanuel Macron (Imagoeconomica).
Macron incarica Lecornu di riscrivere la legge
La massima istituzione giurisdizionale francese era stata chiamata in causa a fine luglio da un gruppo di deputati socialisti e de La France Insoumise sull’articolo 1 della legge. Pur riconoscendo «l’esigenza costituzionale della protezione dell’interesse superiore del minore», i giudici hanno dato parere negativo. Appresa la decisione di bocciare alcune parti della legge adottata dal parlamento, Macron ha incaricato il premier Sébastien Lecornu, di procedere a una nuova redazione del provvedimento per arrivare ad una soluzione «entro la primavera 2027». Lo ha reso noto l’Eliseo.
OpenAI potrebbe superare nel 2026 i 40 miliardi di fatturato, in base delle attuali prestazioni del gruppo, raddoppiando il tasso di crescita previsto a partire dalla fine del 2025 e rafforzando il piano per il debutto a Wall Street. Lo scrive Bloomberg citando fonti informate sulla questione. Il fatturato di OpenAI ha registrato un’accelerazione negli ultimi mesi, trainato dalla crescita del suo software di programmazione basato sull’Ia, dalle vendite degli abbonamenti e dalla recente attività pubblicitaria.
Nel corso di un’intervista alla radio dell’Idf, Benjamin Netanyahu ha definito il Regno Unito «la Repubblica islamica di Gran Bretagna», descrivendo inoltre il Paese come la «prima repubblica islamica a dotarsi di armi nucleari». L’attacco frontale è arrivato mentre Bibi stava parlando del giornalista britannico Randolph Churchill (figlio di Winston a lungo premier), che coprì la Guerra dei sei giorni – avvenuta nel 1967 tra lo Stato ebraico e una coalizione di Paesi arabi – «in modo molto positivo» per Israele. «Provate a trovare oggi qualcosa di simile nel Regno Unito, che potremmo chiamare la Repubblica islamica di Gran Bretagna», ha affermato Netanyahu, riferendosi all’atteggiamento sempre più critico assunto negli ultimi anni da Londra nei confronti di Tel Aviv. E anche all’aumento delle comunità musulmane nel Paese. «È già così in tutta Europa, no?», gli ha chiesto a quel punto l’intervistatore. «Sì», ha risposto Netanyahu rincarando poi la dose: «La prima repubblica islamica nucleare sarà la Repubblica islamica di Gran Bretagna. Ci stiamo assicurando che non ce ne sia un’altra in Iran». “Piccolo” appunto alle parole di Bibi: il Pakistan è una potenza atomica dal 1998, anno in cui condusse i test sotterranei di Chagai in risposta a quelli dell’India. Quindi la sua battuta del premier israeliano, oltre che infelice, si basa anche su presupposti errati.
Le relazioni tra Regno Unito e Israele sono sempre più tese
Negli ultimi mesi le relazioni tra Regno Unito e Israele si sono fatte sempre più tese, in particolare da quando Andy Burnham è approdato a Downing Street al posto di Keir Starmer. Poco prima di assumere la carica di primo ministro, l’ex sindaco di Manchester si è scusato per l’appoggio iniziale del Labour all’azione militare israeliana a Gaza, affermando che il partito «ha sbagliato» e «dovrà fare meglio» sotto la sua guida, segnando così un cambiamento significativo nell’approccio del Regno Unito alla crisi in Medio Oriente.
All’improvviso, come un temporale in piena estate, la destra si è accorta che nelle nostre città mancano gli alberi. L’allarme, a dire il vero, fu lanciato durante la campagna elettorale per le Politiche già nel 2022: Silvio Berlusconi suggerì di piantare un milione di alberi all’anno su tutto il territorio nazionale. Fissato con quella cifra come unità di misura, il sor Bonaventura del milione di posti di lavoro sparò la sua proposta, che allora sembrò eccentrica, e che trovò spazio e cassa di risonanza sui quotidiani d’area, in particolare su il Giornale, pur venendo accolta con un certo scetticismo per la sostenibilità pratica.
Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Storicamente è sempre stata la sinistra ecologica a preoccuparsi del verde urbano, dei parchi, dell’inquinamento atmosferico, delle piste ciclabili. L’uomo che piantava gli alberi, il long seller di Jean Giono pubblicato nel 1953, trova posto, da quando è uscito, in tutte le librerie nelle case del ceto medio riflessivo, che lo legge la sera ai bambini, prima che si addormentino.
La storia che ha deliziato milioni di pargoli coi genitori di sinistra
La storia del pastore che pianta ogni giorno 100 ghiande e, rimasto vedovo, decide di migliorare il luogo desolato in cui vive facendovi crescere una foresta, un albero alla volta, ha deliziato milioni di pargoli coi genitori di sinistra. In tre anni il pastore riesce a piantare 100 mila ghiande per far nascere 10 mila querce. Ma come mai la destra fa ora sua questa battaglia per ripopolare di alberi le città?
Poi non dite che a Milano non c’è il verde: il parco Biblioteca degli Alberi visto da Palazzo Lombardia (foto Ansa).
Meloniane sfegatate invocano sui social il depaving
Signore barricadere meloniane sfegatate invocano sui social il depaving, il processo di rimozione dell’asfalto e della pavimentazione cementizia per restituire il suolo a terra permeabile a vegetazione. Avevano appena finito di lamentarsi che l’area antistante la stazione Termini sembrava un centro di accoglienza per immigrati e, ora che il sindaco Roberto Gualtieri l’ha restaurata, si lagnano che l’asfalto bolle perché non ci sono alberi, facendo finta di ignorare che le radici danneggerebbero le sottostanti linee di metropolitana.
Roberto Gualtieri (foto Imagoeconomica).
Vanno di moda i climate refuge, da Roma a Bologna
Vanno di moda i “rifugi fito-bioclimatici“, gli anglosassoni climate refuge, adottati non solo da Roma, ma da varie amministrazioni, per esempio a Bologna: niente di nuovo, una volta si chiamavano pensiline per fare ombra, fontane girevoli, come a New York, oasi con qualche pianta rampicante e spruzzini nebulizzatori. La destra è saltata addosso a Gualtieri e alla sindaca di Firenze Sara Funaro, colpevoli di aver abbattuto alberi per far posto alla riqualificazione urbana nella Capitale, mentre nella città toscana per far posto alla tramvia.
Alberi lasciati morire per assenza di irrigazione e cura
Niente a che vedere con una battaglia propositiva per piantarne di nuovi: la polemica è usata come argomento politico contro le amministrazioni locali di centrosinistra. Articoli ed editoriali hanno spesso denunciato gli abbattimenti di alberature storiche o la cattiva manutenzione del verde pubblico, accusando le giunte progressiste di fare greenwashing a parole e cementificare nei fatti. Servizi di cronaca locale su il Giornale e Libero mettono periodicamente in evidenza come i nuovi alberi messi a dimora dai Comuni vengano poi lasciati morire per assenza di irrigazione e cura.
Nuovi paladini della ripiantumazione? Credibilità zero
Da che pulpito viene la predica, verrebbe da dire: la destra negazionista del riscaldamento globale che si fa improvvisamente paladina della ripiantumazione delle città ha credibilità pari a zero. I siti e i profili di destra sui social continuano a essere popolati da post e meme su amministrazioni di sinistra che abbattono alberi e contemporaneamente da paradossale scetticismo verso le misure green ritenute punitive: forte contrarietà a ZTL, ai limiti a 30 chilometri orari, ai blocchi del traffico, per non dire della transizione elettrica.
Piantumazione (foto Ansa).
Ora gli alberi e l’ombra naturale vengono mitizzati
La destra si ritrova unita, come al solito, sulle apparenze: difesa del decoro cittadino, limitata a interventi di manutenzione del verde esistente. Ogni annuncio su progetti di nuove piantumazioni sono percepiti come di pessimo impatto per l’immagine. Gli alberi e l’ombra naturale vengono mitizzati come retaggio dell’origine agreste del pastore di Giono, tradizione che ha però finito storicamente per produrre città cementificate, calde e paradossalmente spoglie di verde funzionante.
La sindaca di Firenze Sara Funaro (Imagoeconomica).
Ma alla destra non importa se i piani delle amministrazioni di Roma e di Firenze prevedono la piantumazione di un numero maggiore di alberi nuovi. Gli interventi sulle tramvie fiorentine prevedono inoltre tecnologie moderne, come l’inerbamento delle sedi tramviarie, per ridurre l’effetto isola di calore nel lungo periodo. L’obiettivo principale della tramvia fiorentina è togliere dalle strade decine di migliaia di auto private al giorno, riducendo le emissioni di CO2 e di polveri sottili, un beneficio strutturale per l’ambiente a medio e lungo termine. Ma le signore della destra scopertesi improvvisamente ecologiste piangono sui media locali: «La mia Firenze! Senza alberi non la riconosco più!».
Ci sono anche cinque italiani nel villaggio palestinese di Qusra, a sud di Nablus, in Cisgiordania, assediato dai coloni israeliani. Lo scrivono Il Fatto Quotidiano e Repubblica e lo confermano fonti della Farnesina. Gli italiani si troverebbero adesso in una casa palestinese non assediata, secondo quanto si apprende da fonti informate. Le stesse hanno spiegato che i cinque sono usciti «tranquillamente» dall’abitazione assediata, «senza uso di forza o di violenza». Hanno età compresa tra i 20 e i 40 anni. Stando al Fatto si troverebbero insieme a Qusai Abu Rida, che ha la cittadinanza statunitense e il cui fratello ha denunciato l’assedio dagli Stati Uniti. La Farnesina, attraverso l’Unità di crisi e in collegamento con il consolato di Gerusalemme e l’ambasciata di Tel Aviv, sta seguendo la vicenda.
Il Comune di Genova «chiederà un risarcimento molto, molto importante per i danni patrimoniali e di immagine che ha subito con il crollo del ponte Morandi». Lo ha annunciato la sindaca Silvia Salis nel suo intervento alla Radura della Memoria, durante l’ottavo anniversario della commemorazione delle 43 vittime del disastro, avvenuto il 14 agosto 2018: «Qualsiasi risorsa riusciremo a ottenere, verrà interamente dedicata a un programma di cura, manutenzione, decoro e messa in sicurezza della città. Lo dobbiamo alle persone che hanno perso la vita e lo dobbiamo alla nostra città». La cifra indicata dal Comune in sede di risarcimento civile potrebbe oscillare tra i 100 e i 150 milioni di euro.
Il ponte Morandi dopo il crollo (Imagoeconomica).
Meno di un mese fa la sentenza di primo grado e le scuse di Autostrade per l’Italia
L’annuncio di Salis arriva a meno di un mese dalla sentenza di primo grado con cui il Tribunale di Genova ha condannato la maggior parte degli imputati nel processo per il crollo del Ponte Morandi, accusati di omicidio colposo plurimo, omicidio stradale, crollo doloso, omissione d’atti d’ufficio, attentato alla sicurezza dei trasporti, falso e omissione dolosa di dispositivi di sicurezza sui luoghi di lavoro. A Giovanni Castellucci, all’epoca amministratore delegato di Autostrade per l’Italia e principale imputato, è stata inflitta una pena di 12 anni di carcere. Condannati anche altri ex vertici di Aspi e Spea: 11 anni per Michele Donferri Mitelli, 5 anni e mezzo per Paolo Berti e Antonino Galatà. Cinque anni per Mauro Coletta, ex direttore della vigilanza sulle concessioni autostradali del Ministero dei Trasporti. Alla vigilia della sentenza, Autostrade per l’Italia aveva rotto un silenzio lungo quasi otto anni, chiedendo scusa con una lettera in cui il ceo Arrigo Giana ha scritto di «ferite indelebili per le azioni e le scelte di alcuni».
Giovedì 13 agosto 2026 un drone sui cieli della Lettonia è stato abbattuto da un caccia italiano che partecipa alla missione di difesa aerea della Nato dei Paesi Baltici. A dare la notizia è stata la ministra degli Esteri di Riga Blaze in un post su X: «Siamo grati ai nostri alleati italiani per il loro contributo e per il mantenimento dell’integrità dello spazio aereo alleato. Un velivolo senza pilota straniero è stato abbattuto sopra la Lettonia orientale». Si è trattato probabilmente di un drone ucraino diretto in Russia che aveva deviato dalla sua rotta. Nelle stesse ore Kyiv ha infatti nuovamente attaccato il porto russo di Ust-Luga, vicino a San Pietroburgo, il cui percorso più breve passa per i confini orientali di Lettonia ed Estonia.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato dazi doganali sui droniimportati con lo scopo di tutelare la sicurezza nazionale e difendere l’industria domestica in questo settore. L’imposta sarà del 100 per cento sui droni con peso al decollo superiore ai 25 kg, per quelli dotati di telecamere termiche, per le stazioni di ricarica e per alcuni componenti. Il dazio scende al 25 per cento per i droni dimensioni inferiori. Tariffe più basse verranno applicate sui prodotti provenienti dall’Unione europea, dal Giappone, dal Liechtenstein, dalla Corea del Sud, dalla Svizzera e da Taiwan, mentre sui droni provenienti dal Regno Unito viene applicato un dazio del 10 per cento a condizione che tutto l’hardware, il software e la tecnologia provengano da questi paesi e dagli Stati Uniti. Le tariffe entreranno in vigore 21 giorni dopo la firma del decreto (quindi il 3 settembre), mentre per le componenti non ritenute sensibili dopo 180 giorni. L’obiettivo, ha detto Trump, è quello di incoraggiare la produzione di droni negli Stati Uniti e ridurre la dipendenza dai fornitori stranieri.
A causa delle preoccupazioni per la diminuzione delle scorte alimentari, l’Ucraina ha inviato alla Russia una proposta per la cessazione reciproca degli attacchi contro obiettivi civili nel Mar Nero. Lo riferisce la Reuters, citando due fonti a conoscenza della comunicazione: Kyiv ha presentato la sua proposta a Mosca tramite un intermediario, un Paese terzo, ed è ancora in attesa di una risposta.
Ucraina e Russia sono attori chiave del mercato agricolo globale
Nei giorni scorsi entrambi i Paesi (attori chiave del mercato agricolo mondiale) avevano avvertito che gli attacchi a navi e porti minacciavano le forniture alimentari globali. La Russia ha preso di mira i porti ucraini nel Mar Nero fin dall’inizio dell’invasione, così come le navi mercantili. Nelle ultime settimane, le forze di Mosca hanno regolarmente colpito i porti della regione di Odessa, da cui transita circa il 90 per cento delle esportazioni di cereali e girasole. L’Ucraina di recente ha preso di mira diverse infrastrutture portuali russe, nonché le navi nel Mar Nero e nel Mar d’Azov: oltre 200 le imbarcazioni colpite, tra petroliere e cargo che trasportavano cereali. Il 12 agosto, ad esempio, è finito nel mirino il porto di Novorossíjsk: tre importanti terminal per cereali hanno sospeso le operazioni. Mosca, in risposta, ha bombardato il più grande porto cerealicolo ucraino sul Danubio.
Migra più in là. Sarà questo molto probabilmente uno degli slogan della campagna elettorale multipla che interesserà nel 2027 quasi 200 milioni di cittadini europei. Anche a dispetto dei numeri reali. Solo così si spiega il nervosismo innescato con la crisi di Ceuta e che ha messo l’un contro l’altro armati tre Paesi che, a onor di geografia, nemmeno confinano tra loro, con l’obiettivo di far sbarcare il migrante un po’ oltre il proprio suolo patrio. Con l’Italia che ha sospeso il trattato di Schengen verso la Spagna, immediatamente ricambiata con la stessa moneta, e la Germania che ha a sua volta ricominciato ad applicare le espulsioni verso Roma e Atene dei clandestini sbarcati sulle coste mediterranee e transitati poi verso Berlino.
I partiti nazionalisti e la propaganda contro lo straniero
La paura della spallata delle estreme destre è tanta, del resto, e il prossimo anno si voterà, oltre che in Italia, anche in Francia, Spagna, Polonia, Grecia, Finlandia, Slovacchia ed Estonia, tra primavera e autunno saranno chiamati alle urne quasi 200 milioni di elettori, la metà dei 400 milioni di europei con diritto di voto. Il fenomeno migratorio sarà sicuramente uno dei temi caldi, a maggior ragione vista la presenza di partiti nazionalisti e identitari, dagli spagnoli di Vox ai francesi del Rassemblement national, che mettono il contrasto allo straniero illegale (ma anche a quello legale) tra le loro priorità.
Gli estremisti tedeschi di AfD mettono Merz all’angolo
La Germania non è da meno, perché se è vero che le elezioni politiche si dovrebbero tenere nel 2029, nel 2027 si eleggerà il prossimo presidente federale con un sistema simile al nostro, in cui ai voti del parlamento si uniscono quelli dei Lander, mentre la destra dell’Alternative für Deutschland bombarda il cancelliere Friedrich Merz proprio sul tema di frontiere e integrazione.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa).
Ma gli sbarchi illegali sono diminuiti del 37 per cento nel 2026
Eppure… eppure i numeri dicono altro. La tanto temuta invasione, di fatto, non c’è. I dati di Frontex registrano nel primo semestre del 2026 un calo del 37 per cento degli sbarchi illegali rispetto allo stesso periodo del 2025. I motivi, secondo l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, sono legati agli accordi con i Paesi d’origine e all’entrata in vigore del Patto Ue su migrazione e asilo che ha uniformato i controlli da parte di tutti e 27 gli Stati europei.
In Italia c’è stato un calo del 52 per cento
Nei primi sei mesi del 2026 sono stati registrati “solo” 49 mila arrivi di irregolari, il 60 per cento dei quali dalle rotte del Mediterraneo orientale e centrale (Italia e Grecia in particolare), con la rotta balcanica in netta contrazione. Sono stati oltre 16 mila gli arrivi in Grecia e oltre 14 mila in Italia, solo 8 mila in Spagna. Ma al di là dei numeri netti, mentre in Spagna si è registrato un aumento del 17 per cento degli arrivi, in Italia c’è stato un calo del 52 per cento e in Grecia del 20 per cento. E già nel 2025 gli ingressi in Ue erano calati del 26 per cento rispetto all’anno precedente.
La nave Humanity 1 sbarcata a Napoli dopo aver tratto in salvo alcuni migranti al largo della Libia nell’agosto del 2025 (foto Ansa).
La maggior parte degli arrivi non si trasforma in presenze stabili
Va poi ricordato che la maggior parte degli arrivi non si trasforma in presenze stabili: in base al fenomeno dei movimenti secondari o dublinanti (dall’accordo di Dublino del 2003, superato dal nuovo patto entrato in vigore il 12 giugno 2026), la stragrande maggioranza di chi approda in Italia e Grecia poi chiede asilo in Germania e Francia. Proprio per questo Parigi prosegue la sua politica di controlli alla frontiera con Ventimiglia e anche Berlino ha scelto la linea dura.
Quello che pochi hanno il coraggio di dire è che in realtà in questi anni soltanto le regole comuni ai 27 hanno inferto un colpo all’arrivo indiscriminato di stranieri, perché quel che paradossalmente la crisi di Ceuta ha dimostrato è che non esistono frontiere nazionali, ma solo frontiere europee.
L’altro grande non detto, che peserà però sui risultati delle prossime elezioni in tutta Europa, è che ormai il nodo non sono tanto gli arrivi di migranti illegali, quanto la presenza stabile di milioni di migranti e delle loro famiglie. Eurostat nel febbraio di quest’anno stimava nel 10,4 per cento la percentuale di abitanti in Ue nati al di fuori dei nostri confini, circa 46,7 milioni su 450,6 milioni di abitanti.
Convivenza e integrazione, i temi che anche la sinistra ha paura di affrontare
La convivenza e l’integrazione, che dall’estrema destra cercano di far coincidere con il tema della sicurezza, fanno parte dunque di un dossier che pochi hanno voglia di affrontare: è un tema spinoso, tocca argomenti sensibili come cultura, religione, origine e si estende ormai anche alle seconde generazioni. Di certo le diverse sfumature di centrosinistra temono di doversi confrontare con realtà complesse e difficili da decodificare, lasciando così alle destre campo libero.
Lo strano asse tra la socialdemocratica Frederiksen e Meloni
Per questo ha fatto notizia la posizione della premier danese Mette Frederiksen, socialdemocratica ma in sintonia con Giorgia Meloni, che sta attuando in Danimarca una politica di rigore nei ricongiungimenti familiari e nelle richieste di asilo, convinta che il prezzo dell’immigrazione di massa sia in realtà «pagato dalle classi inferiori», quelle che la sinistra dovrebbe rappresentare e difendere.
Giorgia Meloni e Mette Frederiksen.
Come si vede dai numeri, dunque, le destre amplificano un’invasione che non c’è, solo a fini di propaganda, mentre le sinistre nascondono problemi di integrazione che ci sono, sempre con gli stessi scopi elettorali. La corsa al voto è cominciata per mezza Europa, e il tema migranti farà ballare le urne.