Le possibili conseguenze della guerra in Iran su Taiwan

Ucraina, Venezuela, Iran. A ogni guerra, a ogni crisi, pensiero e sguardo vanno anche verso l’Asia orientale con la stessa domanda: che cosa può accadere ora a Taiwan? I precedenti segnalano che le semplificazioni non funzionano: la tabella di marcia della Cina sembra essere in larga parte impermeabile alle crisi internazionali. Eppure, qualcosa in questa turbolenta contingenza globale si sta muovendo. Per ora non tanto sul fronte militare quanto su quello politico, visto che venerdì 10 aprile Xi Jinping ha ricevuto a Pechino Cheng Li-wun, leader dell’opposizione taiwanese e presidente del Kuomintang (KMT), partito con posizioni ultra dialoganti col Partito Comunista Cinese (PCC). Si tratta di un segnale rilevante inviato da Xi in mezzo alla guerra allargata in Medio Oriente, ma anche in previsione della visita di Donald Trump in Cina, prevista per metà maggio. Non solo. L’incontro arriva poche settimane dopo una rarissima “offerta” avanzata dal governo cinese a Taipei: stabilità energetica in cambio della «riunificazione pacifica». Una proposta impossibile da accettare per il Partito Progressista Democratico (DPP) e il presidente Lai Ching-te, che Pechino ritiene un «secessionista», ma che è stata messa sul tavolo per provare a influenzare un’opinione pubblica che sta perdendo fiducia nelle garanzie di sicurezza degli Stati Uniti. E qui, sì, c’entra direttamente la guerra di Usa e Israele contro l’Iran.

Le possibili conseguenze della guerra in Iran su Taiwan
La presidente del Kuomintang Cheng Li-wun con Xi Jinping a Pechino il 10 aprile 2026 (Ansa).

Taiwan teme una distrazione strategica Usa e un calo del supporto militare

Il conflitto in Medio Oriente ha un effetto immediato sulla capacità degli Stati Uniti di proiettare potenza in più teatri contemporaneamente. Washington resta il principale garante della difesa di Taiwan, attraverso il Taiwan Relations Act e il supporto militare continuo, ma un coinvolgimento diretto contro l’Iran (che si somma a quello indiretto nella guerra in Ucraina) inevitabilmente assorbe risorse, attenzione politica e capacità militari. Questo comporta due conseguenze. La prima è psicologica, con la diffusione della percezione di «distrazione strategica». La seconda è più concreta, con gli arsenali militari messi già a dura prova dal conflitto contro l’Iran, come conferma la decisione di Washington di spostare alcuni dispositivi dal territorio dei suoi alleati in Asia orientale. È il caso di diversi sistemi missilistici Patriot e anti missilistici Thaad, ritirati dalla Corea del Sud per essere impiegati in Medio Oriente. A Taiwan si temono nuovi ritardi nelle già non tempestive consegne di armi acquistate dal governo. Taipei è ancora in attesa di oltre una ventina di pacchetti acquistati negli anni scorsi e non ancora giunti a destinazione. La nuova guerra potrebbe peggiorare la situazione, nonostante da Washington arrivino rassicurazioni.

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Il presidente taiwanese Lai Ching-te (Ansa).

All’uso della forza Pechino preferisce la pressione politica ed economica

C’è chi crede che questi due elementi possano creare una finestra di opportunità per un’azione militare di Pechino su Taiwan. Si tratta però di una lettura parziale e che non coglie del tutto la complessità del tema. La Cina ha dimostrato più volte di non ragionare in termini opportunistici immediati, ma piuttosto in una logica di lungo periodo. A maggior ragione, questo accade su Taiwan, che il PCC considera una questione interna. Questo implica che l’uso della forza non rappresenta la prima opzione della leadership cinese. La guerra in Iran non spinge automaticamente la Cina ad agire militarmente, ma potrebbe rafforzare la sua strategia preferita: quella della pressione politica, economica e psicologica. Ed è proprio qui che si inserisce l’intensificarsi dei contatti tra il PCC e il KMT, culminati nell’incontro tra Xi e Cheng. Pechino sta cercando di ottenere risultati su Taiwan senza ricorrere alla guerra, sfruttando il dialogo con la parte politica che si oppone all’indipendenza di Taipei e facendo leva sulle divisioni interne di una politica taiwanese che vive una fase di ultra polarizzazione.

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Xi Jinping (Imagoeconomica).

La guerra in Iran rafforza la narrazione globale cinese

Dal punto di vista taiwanese, la guerra in Iran genera una doppia pressione. Da un lato, aumenta il senso di vulnerabilità, rafforzando le argomentazioni di chi sostiene la necessità di un forte riarmo e di un legame più stretto con gli Stati Uniti. Dall’altro lato, alimenta il timore di essere trascinati in una crisi globale o, peggio, di essere “sacrificati” in un eventuale negoziato tra grandi potenze. D’altronde, la guerra in Medio Oriente sta contribuendo a rafforzare la narrazione globale della Cina, che sta cercando di posizionarsi come attore responsabile e stabilizzatore, contrapponendosi a un’immagine degli Stati Uniti come potenza interventista e destabilizzante.

L’iper-attivismo della diplomazia cinese

La diplomazia cinese è stata raramente attiva come in questa fase. Restando alle ultime settimane, Pechino ha avanzato insieme al Pakistan un piano di pace in cinque punti sulla guerra in Medio Oriente, svolgendo anche una mediazione dietro le quinte con l’Iran per raggiungere la tregua con Washington. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha tenuto quasi 30 colloqui con tutti i Paesi della regione, Iran e Israele compresi. Non solo. A Urumqi, nello Xinjiang, sono stati ospitati colloqui tra Pakistan e Afghanistan, nel tentativo di mettere fine a un’altra crisi regionale che si è aperta negli scorsi mesi. E ancora: nei prossimi giorni saranno a Pechino sia il premier spagnolo Pedro Sanchez (parallelamente a una parziale distensione nei rapporti con l’Unione Europea) che il presidente vietnamita To Lam, figura chiave degli equilibri del Sud-Est asiatico. E ancora: contestualmente all’incontro tra Xi e Cheng, Wang si è recato in Corea del Nord per la prima volta dopo sette anni. Una visita che potrebbe aprire a un vertice tra Xi e Kim Jong-un. Nulla è casuale. Xi userà con ogni probabilità la riapertura del canale con Pyongyang e, soprattutto, quella con l’opposizione di Taiwan per assumere una posizione di forza quando incontrerà Trump.

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Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi (Ansa).

Il messaggio di Xi a Trump: Taiwan è una «questione interna»

In che senso? Qualche settimana fa, il presidente americano ha dichiarato che avrebbe discusso con Xi della vendita di armi a Taiwan. Un’uscita senza precedenti che sembra disattendere le garanzie delle Sei Assicurazioni (1982) di Ronald Reagan a Taipei, che includono anche la promessa di non discutere con Pechino del supporto di difesa all’isola. Ospitare Cheng e parlare di «sviluppo pacifico» delle relazioni andando verso un «futuro radioso di unione» tra le due sponde dello Stretto significa dire a Washington che Pechino ha appoggi politici a Taipei e che Taiwan è una «questione interna» della Cina, su cui al massimo la Casa Bianca dovrebbe esprimere supporto per una soluzione pacifica, interrompendo dunque la vendita di armi e i colloqui con il governo del DPP.

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Donald Trump e Xi Jinping al vertice di Gyeongju in Corea del Sud (Ansa).

Le ripercussioni economiche della chiusura di Hormuz

Attenzione anche alla dimensione economica. Con la guerra e le chiusure dello Stretto di Hormuz, stanno aumentando i prezzi dell’energia e nel caso il conflitto si prolungasse ci sarebbero effetti ancora più rilevanti sulle catene di approvvigionamento. Taiwan, nodo cruciale nella produzione globale di chip, diventerebbe ancora più centrale, e allo stesso tempo più esposta. Tutto questo può rafforzare la voce di chi, come il KMT, sostiene che serva un riavvicinamento a Pechino. Ma, allo stesso tempo, può rafforzare quella di chi vede queste manovre come un rischio e una erosione di sovranità. L’incertezza, interna ed esterna, è tanta nel triangolo asimmetrico Taipei-Pechino-Washington. E la guerra in Iran sembra destinata a rafforzarla ulteriormente.  

Un pianeta ancora più piccolo: l’era della deglobalizzazione e il declino dell’Occidente

Un pianeta ancora più piccolo è il nuovo libro di Simone Filippetti, pubblicato dal Sole 24 Ore nella collana Storie (in libreria e in edicola abbinato al quotidiano da venerdì 10 aprile), ed è il seguito di Un pianeta piccolo piccolo. A distanza di cinque anni dal precedente volume, che già intravedeva la fine della globalizzazione, in una lunga carrellata di storia della finanza dalle origini della moneta fino alla pandemia, l’autore torna a interrogarsi sulle grandi trasformazioni economiche, sociali e culturali degli ultimi decenni, aggiornandolo agli ultimi cinque anni: l’accelerazione della Storia li ha fatti diventare come 50 di altre epoche. Il filo rosso dei vari capitoli è un Occidente che pare sempre più avviato verso un declino irreversibile, tra spinte nichiliste interne ed enormi pressioni esterne, schiacciato com’è tra i tre grandi blocchi mondiali. Con uno stile narrativo che intreccia analisi economica, memoria personale e riferimenti storici, Filippetti attraversa temi centrali del nostro tempo: dalla Brexit come primo segnale di deglobalizzazione alla crisi dell’Unione europea, dal turismo di massa alla nascita della società low cost e alle fragilità di una società sempre più divisa e iper-regolata, dalla potenza (o minaccia) crescente della Cina fino alla nuova dottrina degli Stati Uniti. Il risultato è un affresco critico dell’epoca contemporanea, che mette in discussione molti dogmi del pensiero dominante. Ne emerge una riflessione lucida e controcorrente sul rapporto tra mercato, Stato, libertà individuale e sovranità.

Un pianeta ancora più piccolo: l’era della deglobalizzazione e il declino dell’Occidente
La copertina di Un pianeta ancora più piccolo di Simone Filippetti.

Il Dilemma di Tucidide: estratto da Un pianeta ancora più piccolo

Ero arrivato a Roma, nell’autunno del 2021, e avevo suonato al citofono di un portone malmesso, in via delle Fontanelle, a due passi da via Nazionale: da fuori, il palazzo è in cattivo stato e la brutta pulsantiera degli anni Sessanta stride con la vetustà dell’edificio. Ma appena raggiungo l’ultimo piano, vengo catapultato nella Grande Bellezza. L’attico del mio amico ed ex collega Alessandro Vitiello, giornalista prestato al mondo dell’arte, è di uno splendore mozzafiato: architettura moderna ospitata dentro una torre saracena medievale.

Ma è la vista che lascia stupefatti: affaccia direttamente sul Foro Romano, si puo quasi toccare la Colonna Traiana mentre la cupola della Chiesa del Santissimo Nome di Maria si staglia davanti. Sulla terrazza erano state disposte delle file di sedie e un tavolino: ero lì per presentare il mio libro Un Pianeta Piccolo Piccolo. Mentre aspettavo che arrivassero gli ospiti, guardavo il panorama incantevole e mi venne da pensare a una scena simile, ma accaduta secoli prima. Era una sera di meta ottobre dell’Anno del Signore 1737: un giovane studioso inglese si aggira per il Foro Romano. A Putney, il sobborgo a sud-ovest di Londra dov’è nato, faceva già freddo e probabilmente pioveva; passeggiare al crepuscolo non avrebbe avuto il medesimo fascino. A Roma è diverso: ci sono le ottobrate, giornate di sole e clima mite, e poi c’è il Foro dove, a fine del ‘700 prima dei granfi scavi, i resti dei capitelli e delle colonne affiorano dal terreno: l’antica Roma giaceva sotto metri di detriti. In mezzo a quel paesaggio, incontrando dei frati totalmente disinteressati alle imponenti rovine di un glorioso passato, il ragazzo ha un’intuizione: com’è stato possibile che la Citta Eterna si fosse ridotta a ruderi dimenticati, mentre un’altra civiltà vi camminava sopra senza curarsene?

Il giovane si chiama Edward Gibbon, viene da una famiglia benestante (tanto da potergli consentire di viaggiare in Italia a fare il Gran Tour) e ha studiato (ma con poca fortuna) a Oxford. Quell’intuizione gli cambia la vita: dedicherà la sua carriera a scrivere Declino e caduta dell’Impero romano un’opera monumentale. Ancora fino al Settecento, Roma deteneva il primato di più grande impero nella storia dell’umanità e, per uno studioso inglese, era il punto di riferimento: pochi decenni dopo, grazie alla Rivoluzione Industriale, la medesima Gran Bretagna avrebbe scalzato l’Urbe Eterna. Ma il saggio di Gibbon è più di una poderosa opera storiografica: è un manuale geopolitico sul perché le civiltà dominanti a un certo punto entrano in crisi e crollano. E sembra scritto apposta per l’epoca moderna: anche la civiltà occidentale è in declino e si avvia alla sua fine, se non farà nulla per scongiurarlo.

Il mondo che credevamo senza confini si sta rivelando sempre più fragile, diseguale e contraddittorio. La globalizzazione ci ha fatto credere che sarebbe arrivata una nuova Età dell’Oro: per un po’ è successo ma poi gli effetti collaterali hanno superato i benefici, impoverendo quella classe media che in ogni epoca e in ogni società è la spina dorsale di una nazione. A pagare il conto di un modello in-sostenibile sono stati soprattutto i cittadini dell’Ue, fallito esperimento di globalizzazione. Il Vecchio Continente è oggi “il malato grave” del mondo, gli Stati Uniti vedono la fine del loro dominio e il presidente Donald Trump si agita per non perdere il primato o quantomeno provare a rallentare l’inarrestabile ascesa della Cina: il Dilemma di Tucidide incombe, minaccioso. Il presidente americano è forse il Romolo Augustolo del Ventunesimo Secolo: Iran e Venezuela più che imperialismo sbruffone sono mosse di difesa.

Santarelli e Mancini aprono Note di Primavera

Ola Chieffi A

l via stasera a Cava de’ Tirreni la rassegna Note di Primavera, che inaugura la stagione concertistica dell’Accademia musicale “Jacopo Napoli”, preludio al festival estivo “Le Corti dell’Arte”, un cartellone di cinque appuntamenti, che ci accompagnerà fino al 10 maggio, diretto da Giuliano Cavaliere, impegnato nel promuovere una sempre più diffusa cultura musicale di qualità con repertori ricercati e invitando nella città metelliana artisti di chiara fama e talenti emergenti. Oggi sarà un duo dell’ Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Gloria Santarelli al violino e David Mancini al pianoforte, ad aprire la rassegna. A Cava porranno a confronto opere di due giganti della classica, composte a distanza di poco più di un secolo l’una dall’altra e significative per il linguaggio musicale dei rispettivi autori: la Sonata op. 30 n. 2 di Ludwig van Beethoven e la Sonata op. 21 n. 1 di Bela Bartók. La Sonata in Do op. 30 n. 2, la più ampia e la più innovativa del gruppo, ormai completamente emancipata dai legami con la tradizione, come dimostra l’impiego stesso della tonalità di do, strumento elettivo per quell’ispirazione tragica grandiosamente trasfigurata nelle opere della piena maturità, come nel caso del Terzo Concerto per pianoforte e orchestra, della Quinta Sinfonia e dell’Ouvertüre “Coriolano”. La Sonata op. 30 n. 2 risale al 1802. Gli anni erano quelli in cui prendevano forma la Seconda sinfonia e le Sonate «Al chiaro di luna» e «La tempesta»; vale a dire opere in bilico tra l’elaborazione dei modelli e l’apparizione di una stupefacente originalità. Ciò che invece appare con fermezza è l’intento sperimentale, evidente in tutti i lavori dell’epoca, compresa la Sonata op. 30 n. 2, che soprattutto nei due movimenti estremi testimonia una forte assimilazione delle ricerche coeve sul pianoforte e sulle ampie forme. La tensione che sprigiona l’apertura fa già pensare all’irruenza della Sonata «Appassionata», trasformando in maniera imprevedibile il materiale tematico, in un percorso che viene la tentazione di associare a un dramma o una narrazione. L’Adagio cantabile ha il respiro delle coeve creature sinfoniche, mentre lo Scherzo cerca la strada dell’umorismo di Haydn, l’autore con cui Beethoven aveva studiato per qualche tempo, uscendone con la dichiarazione – francamente poco condivisibile – di non aver appreso nulla. Quindi ecco il ritorno del dramma fatto di personaggi e vicende conflittuali nell’Allegro finale, che scorre rapido e impetuoso come se fosse corrente elettrica. finale con la Sonata n°1 op.21 di Béla Bartók, il quale ha studiato in dettaglio ogni possibilità tecnica ed espressiva del violino cercando di imprimere un discorso, per così dire, più libero e aperto e non strettamente legato ai canoni tradizionali. Naturalmente non manca il riferimento alla matrice folklorica della terra magiara, ma la melodia, il ritmo, la metrica puntano su una visione più astratta ed essenzializzata del pensiero musicale, quasi a non voler dimenticare l’esperienza espressionista della pantomima in un atto Il mandarino miracoloso. La pagina punta il primo movimento su un tempo allegro sviluppato in forma libera, con alternanza di toni drammatici e toni distesi, con qualche asciutta parentesi armonica. L’Adagio si snoda in un clima di rigoroso classicismo, immerso in una dimensione psicologica di elevata purezza espressiva: non manca un episodio di carattere virtuosistico, omaggio alla specificità del violino. L’ Allegro molto conclusivo riflette lo stile della danza romena e persegue una linea di moto perpetuo nel quale si schiudono momenti di folgoranti tensioni caratterizzati da armonie costruite su tre tonalità simultanee. In un passaggio si avvertono arpeggi discendenti che si richiamano in un certo senso e forse ironicamente al Petruska stravinskiano. Il 19 aprile sarà la volta del noto violoncellista Lorenzo Ceriani e della pianista Francesca Carola, tra le personalità della tastiera più interessanti e attive della sua generazione. Per il loro recital due sonate che esplorano il romanticismo di Felix Mendelssohn (Sonata n. 1 op. 45 e Sonata n. 2 op. 58), intervallate da un lavoro contemporaneo, “Il Carnevale di Mamoiada”, del compositore cagliaritano Elia Perinu. Il Nuovo Quintetto Boccherini, ensemble che raccoglie l’eredità dello storico e glorioso Quintetto fondato da Pina Carmirelli nel 1949, sarà di scena la domenica successiva 26 aprile. La formazione, composta da Marco Fiorini e Biancamaria Rapaccini al violino, Elisa Ardinghi alla viola, Pietro Bosna e Alessandra Montani al violoncello, proporrà pagine del compositore lucchese Luigi Boccherini: il celebre “Fandango”, due quintetti dell’opera 20 e “La musica notturna per le vie di Madrid”. Seguirà il concerto di Gianluca Littera e Massimiliano Pitocco, artisti riconosciuti internazionalmente tra i maggiori esponenti dei rispettivi strumenti, l’armonica a bocca cromatica e la fisarmonica. Per svelare le potenzialità espressive di questi strumenti ad ancia libera hanno dato vita al Duo FisHarmonica che il 3 maggio, tra originali trascrizioni e adattamenti, spazierà dalla classica alla contemporanea, dal jazz alle sonorità latino-americane, nell’esecuzione di brani di Johann Sebastian Bach, Sonata in sol minore, Andrea Bandel Apoteosi, Marlos Nobre, Poema, Frank Proto Sonata 1963, Ennio Morricone love theme da Nuovo Cinema Paradiso, fino ad arrivare ad Arturo Marquez e il suo Danzon n. 2. Uno dei più illustri interpreti mondiali della musica barocca, il violoncellista francese Christophe Coin, è atteso per l’appuntamento conclusivo, il 10 maggio, nella cappella del Complesso monumentale di Santa Maria del Rifugio, insieme a Giovanna Barbati, violoncello barocco e Andrea Coen al cembalo, sarà presentato un affascinante repertorio italiano e francese, con opere di Vivaldi, Supriani, Geminiani, Berteau, Barrière.

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Landi: «Subito defibrillatori portatili in rete»

Continuano ad essere ancora tante le morti improvvise per arresto cardiaco, nonostante la prevenzione abbia segnato qualche punto all’attivo in provincia di Salerno, soprattutto grazie all’attivismo dell’Associazione Grazie di Cuore, presieduta dal cardiologo Carmine Landi. Un’occasione per poter salvare dalla morte sicura coloro che vengono colpiti dalla gravissima e fulminea patologia è fornita dai defibrillatori portatili, che potrebbero consentire un antidoto formidabile se collegati ai Dae pubblici già presenti in diversi punti della città di Salerno e in molti luoghi, compreso alcune chiese e molti impianti sportivi, nei quali la concentrazione delle persone è più alta soprattutto in alcune ore del giorno. «Con i defibrillatori portatili – osserva il cardiologo Carmine Landi – si passa da una cardioprotezione statica a una cardioprotezione dinamica, perché non è più il paziente a dover raggiungere il defibrillatore, ma è il soccorso ad arrivare immediatamente sul posto dove si trova il paziente colpito dall’arresto cardiaco».

Si tratta di un’opportunità che scienza medica e tecnica offrono per salvare una vita umana in pochissimi minuti, ragion per cui l’Associazione Grazie di Cuore ha immediatamente deciso di proporre un progetto evolutivo ai Comuni S6 e alla città di Salerno, che già da tempo hanno condiviso una serie di iniziative tendenti a rafforzare la cultura della prevenzione e a dotare di defibrillatori aree nevralgiche per la presenza sostenuta di persone e le concentrazioni di folle soprattutto in alcun e ore del giorno (scuole, università, stazioni ferroviarie, strade particolarmente trafficate, chiese, locali pubblici molto frequentati).

«È vero – dice il cardiologo Carmine Landi -, molti passi sono stati compiuti, soprattutto per diffondere tra i giovani la cultura della prevenzione e per formare il personale di enti pubblici all’uso del defibrillatore. Siamo riusciti negli ultimi anni a coinvolgere le forze armate, le forze dell’ordine, i docenti, il personale di uffici nei quali è rilevante la presenza del pubblico, ma soprattutto abbiamo convinto a lavorare con noi volontari e tecnici che operano nel campo dello sport. Abbiamo coinvolto questi ultimi sul piano della responsabilità e dell’impegno civile: sono purtroppo ancora tantissimi, infatti, i casi di arresti cardiaci tra giovani e giovanissimi che si dedicano ad attività agonistiche, senza avere svolto tutti i controlli necessari. Siamo purtroppo ancora legati a una legislazione superata che impone solo taluni esami medici e non altri che pure sarebbero necessari, come abbiamo sostenuto anche in sedi parlamentari. Qualche buona prospettiva è stata aperta, ma c’è ancora tanto lavoro da svolgere per smuovere i livelli istituzionali da un’apatia che dura purtroppo da molti anni».

La proposta progettuale dell’Associazione Grazie di Cuore prevede la creazione di una rete tra polizia municipale, cittadini e volontari dotati di defibrillatori portatili per interventi rapidi, per la formazione Blsd e per la conseguente, necessaria integrazione nel sistema della rete di emergenza. «In questo modo le città si trasformerebbero – commenta Landi – in modelli avanzati di sicurezza e prevenzione». Ed è proprio in questa ottica propositiva che mercoledì, alle ore 12, a Cetara (zona Casale), su iniziativa dell’assessore Alfonso D’Emma, si terrà una manifestazione per l’inaugurazione di una postazione con defibrillatore nell’ambito del progetto Cuore. Sono previsti interventi del sindaco Fortunato Della Monica, dell’assessore D’Emma, del cardiologo Landi e dell’architetto Giuseppe Liguori. «Si tratta di un nuovo avamposto – conclude Carmine Landi – da legare all’attuale rete di cardioprotezione, ma stiamo già lavorando a un progetto complesso per Salerno città che ci auguriamo di presentare al più presto».

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Salerno, al via la macroarea sud della Rete Giovani Arcigay

Ha preso il via questa mattina a Salerno la macroarea sud della Rete Giovani Arcigay. Ad aprire i lavori Federica Di Martino, candidata al consiglio comunale di Salerno con il Movimento 5 Stelle, a sostegno del candidato sindaco Franco Massimo Lanocita. «Ho partecipato questa mattina all’inizio dei lavori della Macroarea Sud della Rete Giovani di Arcigay. Un momento emozionante e significativo che mette in evidenza l’impegno di Arcigay nel coinvolgimento e nell’attenzione nei confronti delle persone giovani. Un patrimonio di saperi, competenze ed entusiasmo che arricchisce l’organizzazione Nazionale e i Comitato Territoriali. Un Gruppo di persone meravigliose che ringrazio per l’accoglienza ed il confronto sempre costruttivo e propositivo», ha dichiarato Di Martino. «La Rete Giovani, come tutte le reti di Arcigay, sono il miglior atto di resistenza e rivoluzione che intercetta e coltiva istanze orizzontali che vengono dal basso e dal quotidiano dove, oggi più che mai, siamo chiamate a proteggere i diritti di tutte le soggettività e pretenderne un avanzamento concreto anche in termini di politiche amministrative e locali», ha poi aggiunto la candidata al consiglio comunale di Salerno. Poi, una serie di proposte che sono parte integrante del suo impegno verso la città e la comunità tutta: «Le mie proposte, in questo senso, sono molto semplici: sicurezza per ogni persona in ogni luogo, trasporto pubblico notturno, periferie vive dove commercio e artigianato diventano non solo luoghi di lavoro ma anche presidi di comunità. Parchi verdi e sicuri sotto casa per le famiglie. Diritti significa una amministrazione che si occupa dei più fragili: strumenti e linguaggi inclusivi in ogni atto amministrativo; strumenti di partecipazione come la Commissione Pari Opportunità ed un Tavolo Permanente contro la Violenza sulle donne e le persone lgbtqia+, una vera Consulta delle Associazioni. Un rinnovato impegno accanto alla cooperazione locale per potenziare l’inserimento lavorativo delle persone fragili anche attraverso il recupero e la rigenerazione di intere aree abbandonate – ha aggiunto Federica Di Martino – Infine, diritto alla casa: taglio netto di Imu e Tari per chi ristruttura e affitta a prezzi agevolati. Un ringraziamento speciale ad Arcigay Salerno per la splendida organizzazione che ha fatto sentire le persone venute da tutto il Sud pienamente accolte e a casa. Un plauso al lavoro di Emanuele Avagliano e Rocco Del Regno che con dedizione hanno reso questo momento un’occasione di valorizzazione del Comitato salernitano e rafforzato l’immagine della nostra organizzazione nel panorama locale e nazionale».

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Focus con Gennaro Capoluongo, dirigente superiore della Polizia di Stato

di Rossella Taverni

 

 

In un tempo in cui la criminalità giovanile occupa sempre più spazio nel dibattito pubblico, tra allarme sociale e narrazione mediatica, comprendere cosa stia realmente accadendo diventa fondamentale.Ne parliamo con Gennaro Capoluongo, dirigente superiore della Polizia di Stato, investigatore di lungo corso ed esperto di criminalità transnazionale, con esperienze internazionali anche presso le Nazioni Unite. Autore del libro Dalla parte giusta. Storie di eroi sconosciuti delle Forze di Polizia, Capoluongo ha dedicato la sua carriera alla sicurezza e alla comprensione dei fenomeni criminali, offrendo oggi uno sguardo lucido e profondo su una delle emergenze più delicate: il rapporto tra giovani, violenza e legalità.

Parliamo davvero di un aumento della criminalità giovanile o di un fenomeno che oggi appare semplicemente più visibile, e quindi più allarmante?

“La criminalità giovanile è un tema complesso che negli anni ha avuto un modo di manifestarsi e, in particolare, di essere percepito dalla comunità in forme differenziate. In verità, i miei ricordi mi riportano ai tempi della fine del passato millennio dove si assisteva prevalentemente a giovani reclutati da organizzazioni criminali molto strutturate, con una graduale evoluzione del detto fenomeno nella costituzione di gruppi violenti giovanili apostrofati come “baby gang” e con una successiva colorazione lessicale di “comitive” folcloristicamente chiamate dei “maranza” poiché composte essenzialmente da ragazzi, italiani di seconda generazione, di etnie straniere, oggetto di un diffuso dibattito pubblico, giungendo alla constatazione odierna di compagini con la partecipazione anche di italiani di origine. Negli ultimi tempi, peraltro, stiamo assistendo anche alla formazione di piccoli gruppetti, non particolarmente strutturati, legati da vincoli di amicizia che fanno della violenza un elemento di valorizzazione e di affermazione sociale. Questo, ovviamente, produce un allarme sociale che porta a ritenere aumentato la violenza perpetrata da questi giovanissimi attori, anche per l’uso oramai abbastanza diffuso di coltelli e di armi da fuoco, con un senso di insicurezza che si traduce nel timore della frequentazione di spazi pubblici o di particolari aree cittadine. Un cenno meritano anche i minori stranieri non accompagnati che arrivano in Italia molte volte con l’obiettivo di spostarsi altrove, facilmente reclutabili in consessi di microcriminalità e spaccio”.

Quello che vediamo oggi tra i giovani è un fenomeno nuovo nella sua natura criminale o il risultato di un contesto sociale e familiare che si è progressivamente indebolito?

“La criminalità giovanile rappresenta da sempre un tema importantissimo di confronto della comunità mondiale nei suoi svariati aspetti: sociologico, relazionale, culturale, finanziario e criminologico. Ritengo che, partendo da una condizione storica di disagio diffusa tra gli adolescenti che ha registrato le sue evidenze nei periodi temporali che si sono succeduti, si possa affermare con ragionevole certezza un mutamento della sua manifestazione esterna quale segno naturale del tempo contemporaneo, influenzato da una realtà cosmopolita, multiculturale e molto aperta a recepire comportamenti esterni. I giovani che incappano in problemi con la giustizia hanno spesso alle spalle una famiglia disgregata, con episodi di violenza e sopraffazione tra le mura domestiche e con genitori assenti, troppo permissivi e incapace di dire no e di comprendere il disagio dei propri figli. Questi, dal canto loro, spesso si rifugiano nel gruppo cercando di trovare una loro identità e momenti di visibilità che, a volte, si traducono nel portare un’arma con il suo peso valoriale di conferire al giovane un atteggiamento più sicuro. In alcune realtà territoriali, dove le consorterie criminali storiche sono state fortemente ridimensionate dall’attività di contrasto di polizia e magistratura, si assiste ad episodi di violenza giovanile che probabilmente si potrebbe tradurre nel tentativo di accaparramento di territorio o di gestione di traffici illeciti. Non a caso, lo stesso spaccio di droga è divenuto più fluido, veloce e capace di adattarsi a un mercato interno e internazionale in continua evoluzione con immissione di nuove e pericolose sostanze, dove i minori, tra cui molti di nazionalità straniera, possono rappresentare una risorsa preziosa per le organizzazioni criminali. A questo, si affiancano fenomeni di criminalità diffusa operata da bande eterogenee e a volte improvvisate, in cui l’aggressività, la trasgressione e il dissenso verso tutto ciò che rappresenta ordine, rispetto, benessere si manifesta attraverso atteggiamenti irrispettosi, illegali e violenti che ne certificano un riconoscimento identitario”.

Quanto i social stanno trasformando la devianza giovanile in una forma di spettacolo e ricerca di notorietà?

“Il processo di costruzione identitaria dei giovani, in particolare di omogenizzazione e di appartenenza al gruppo, passa attraverso una legittimazione esteriore che si concretizza essenzialmente in una presenza sul web, conferendo ai social il compito di trasmettere messaggi devastanti nei confronti della società, con il concreto rischio di una emulazione destinata a produrre un ulteriore livello di opacità e comportamenti a dir poco non perfettamente etici. Questa ricerca conformistica del riconoscimento si concretizza con la messa in atto di risse, violenze, azioni di bullismo, furti, spaccio di stupefacente che si consumano prevalentemente nei fine settimana e in luoghi pubblici, talvolta oggetto di riprese video fatte con i telefonini e poi riprodotte sui social per un’amplificazione della loro diffusione in una sorta di rappresentazione/legittimazione del proprio operato verso gli altri. Tutto ciò appare ancora più allarmante laddove questi giovani delinquenti risultano fare parte di organizzazioni criminali organizzate che ne esaltano il senso di appartenenza costituendone un ulteriore fattore di pericolosità misto al desiderio di poter assumere nuovi e importanti livelli nello stesso clan. Questi strumenti amplificativi di comunicazione, in cui vengono presentati stereotipi di giovani che vestono lo stesso abbigliamento, utilizzano identiche movenze, inneggiano ad azioni violente, a volte nei confronti degli stessi coetanei, nella logica distorta dell’arricchimento facile finalizzato a un evanescente riconoscimento sociale, fanno parte ormai del nostro vivere quotidiano. Il loro uso indiscriminato o, addirittura, l’abuso colpisce principalmente i giovani, creando delle dipendenze e generando comportamenti anomali molto pericolosi, tanto è che si sta discutendo in Parlamento una norma che ne disciplini l’uso per la tutela dei minori. Quando lavoravo a New York, presso le Nazioni Unite, sono stato testimone di un improvviso e gigantesco assembramento di giovani che si erano radunati nella piazza Union Square di Manhattan seguendo il richiamo di un influencer che, attraverso i social, aveva dato appuntamento in quel luogo a coloro che avessero avuto piacere di incontrarlo. Le conseguenze nefaste di quell’atto furono una improvvisa e non preventivabile calca di migliaia di giovani e scontri con la Polizia che cercava di impedirne atti sconsiderati e danneggiamenti.

Tutto ciò, spesso ma non sempre, trova terreno fertile in quartieri e area degradati dove si riscontra una povertà educativa, una marginalità sociale e un desiderio di riscatto che tenta di concretizzarsi percorrendo un solco sbagliato. Infatti, devo dire che, non di rado, si assiste anche al coinvolgimento di ragazzi di buona educazione e provenienti da famiglie con una discreta capacità economica, a dimostrazione di una “democratizzazione” della devianza giovanile nel suo innato bisogno di visibilità, arrivando persino a confrontarsi, talvolta in maniera violenta, con le stesse forze dell’ordine”.

Come può il rispetto delle regole diventare, tra i giovani, il contrario di un segno di forza?

“Negli ambienti di delinquenza giovanile sembra quasi percepirsi una necessità di rendersi visibili, di affermarsi nella società attraverso la sopraffazione, il dimostrare di poter dominare situazioni, di essere più forti. Questo spesso si realizza tramite l’uso della violenza che diventa un elemento distintivo del loro modo di operare, uno strumento di qualificazione dello stesso gruppo, i cui appartenenti non sempre presentano particolari disagi o un passato criminale. Apparire, ostentare, evidentemente per nascondere fragilità interiori o complessi reconditi che vanno eliminati solo con una dimostrazione di forza, di non aver paura nel rischiare la galera, pur di conquistare quello stato legittimante di leader criminale: sconfiggo le debolezze partecipando all’azione, risultando un elemento affidabile del gruppo, della gang, caso mai emulando atteggiamenti di cui, verosimilmente, non se ne capisce nemmeno il disvalore. Il tutto costruendo un’immagine esterna tramite web, “postando” le prodezze compiute nella speranza che diventino virali e conferiscano la agognata notorietà, molto spesso non pensando neppure lontanamente alle conseguenze negative che quelle azioni possono causare”.

 

La distanza di una parte dei giovani dalle forze dell’ordine è il risultato di un fallimento nel costruire un rapporto di fiducia?

“Il rapporto tra polizia e cittadini negli anni si è cementato sulla fiducia reciproca, sulla capacità di ascolto delle Forze dell’ordine delle istanze della società civile e su un rispetto che si fonda sull’autorevolezza di coloro che svolgono funzioni pubbliche piuttosto che sulla loro autorità. La gente nei sondaggi degli ultimi anni ha premiato le Forze di Polizia riconoscendo loro un significativo ruolo nella tenuta del Paese, il che dimostra quanto ne apprezzi l’operato. Certamente ci possono essere sentimenti di insoddisfazione, anche da parte dei giovani che, tuttavia, devono essere stimolo a una gestione della sicurezza pubblica sempre più partecipata. Peraltro, non penso che sia giusto addossare astratte responsabilità alle Istituzioni, intese in una accezione alquanto generica di coloro che gestiscono la cosa pubblica, tralasciando di analizzare in maniera profonda disagi che risiedono negli elementi che costituiscono l’essenza della nostra società: la famiglia, la scuola, l’ambiente di lavoro, lo sport, i luoghi di aggregazione culturale e di svago dovrebbero sempre più costituire fortini di legalità e senso etico. Bisogna procedere con la “squadra Stato” in una comprensibile sintonia con le dette entità nella ricerca di soluzioni e progetti afferenti alla minore età e alle connesse, naturali fragilità che si manifestano in tale fascia esistenziale, con un ascolto attento alle loro esigenze: molto è stato fatto, altro si dovrà fare. Di converso e tenendo ben chiaro in mente quanto sopra rappresentato, la delinquenza giovanile non va giustificata adducendo molto semplicisticamente devianze causate da fattori esterni al loro operato. L’abuso di alcol, il consumo di droga, la movida violenta che si trasforma in aggressioni armate è uno scenario da condannare, ancor di più quando a tale teatrino criminale gli attori appaiano provenire da consessi sociali disparati, con presunti, differenti disagi e condizioni di marginalità o, addirittura, una apparente assenza di cause”.

Nel Suo libro “Dalla parte giusta. Storie di eroi sconosciuti delle Forze di Polizia” Lei racconta uomini e donne che scelgono ogni giorno la legalità, spesso lontano dai riflettori. Oggi però i modelli sembrano essere altri. Secondo Lei, perché chi sta “dalla parte giusta” fa più fatica a essere riconosciuto rispetto a chi infrange le regole?

“Questo libro mi trasferisce tanta gioia perché ho potuto raccontare, descrivere persone comuni il cui agire quotidiano è la tutela del Paese, la salvaguardia dei diritti della gente: donne e uomini che, con lealtà e impegno, aggiungono quotidianamente un tassello in quello che definisco “mosaico della sicurezza”. Accertare il rispetto delle regole, anche quelle più elementari, evitare la perpetrazione di un abuso, tutelare le persone deboli, proteggere chi legittimamente chiede aiuto, consentire una vita sociale tranquilla, passeggiare in strada senza subire violenze, esercitare attività di impresa senza richieste intimidatorie, permettere lo svolgersi di manifestazioni pacifiche, dove si possa legittimamente rappresentare anche il dissenso, fermamente condannando atteggiamenti di persone che rompono vetrine, danneggiano auto e aggrediscono poliziotti che invece sono li per difendere quegli stessi diritti costituzionali, sono i nostri obiettivi. Questo nella logica di assicurare la legalità non soltanto come comportamento conforme a un sistema di regole ma anche educato, civile e rispettoso della sfera di altrui autonomie e diritti. Nel libro emerge una visione della sicurezza come valore umano e sociale, non solo come ordine pubblico ed è questo il messaggio da veicolare ai cittadini. Prima che operatori di sicurezza noi siamo cittadini che percepiscono sulla propria pelle i disagi che una società poco sicura potrebbe ingenerare. La tutela dei diritti non può essere in capo solo a presidi di polizia, seppur necessari, ma è un bene comune il cui raggiungimento dipende dal comportamento di tutta la collettività, che ne intuisce il grande valore sociale. Essa si declina soprattutto attraverso le condotte quotidiane di tutti noi, quella accennata prima e che mi piace definire l’etica dei comportamenti. Rispetto le regole, attuo buoni comportamenti non solo perché sono stabilite da codici e regolamenti, ma perché ne sento l’intimo bisogno, ne percepisco l’obbligo morale prima che quello giuridico. Preferisco affermare che la maggior parte delle persone, della brava gente cerca di essere “dalla parte giusta”, affrontando percorsi tortuosi ma necessari, a volte chiedendosi se lo si è stati fino in fondo. Tuttavia, il conseguimento della legalità va ricercato senza se e senza ma, evitando enigmatiche interpretazioni normative giustificative di azioni o atteggiamenti incivili o illegali che mal si conciliano con una società democratica e progredita”.

Come si convince oggi un ragazzo che il fascino del mondo criminale è un’illusione destinata a finire nel fallimento?

“Mi rendo conto che nei confronti dei giovani l’adesione a un gruppo criminale esercita una sorta di fascino che nella maggior parte dei casi si associa anche alla necessità di sentirsi riconosciuto, vincendo le naturali paure tipiche di quell’età. Si vive un mondo irreale che genera soldi e rispetto, ignorando il baratro esistente dietro l’angolo in cui si è indiscutibilmente destinati a cadere. La consapevolezza di aver percorso strade sbagliate arriva sempre successivamente, in particolare quando si giunge a contatto con l’ambiente carcerario, emergendo fragilità di relazione e psicologiche celate precedentemente dal personaggio immaginario venutosi a creare. C’è la necessità di far comprendere ai giovani che la strada giusta è un’altra, quella fatta di lavoro lecito, di rispetto degli altri, di normali rapporti di amicizia senza prevaricazioni o soprusi, di rinuncia alla violenza che purtroppo genera altra violenza, di non rifiutare di vivere un’esistenza fatta di libertà e di autonomia che è frutto di sacrifici e, alcune volte, anche di insuccessi. Una crescita che si realizza col tempo, attraverso percorsi impegnativi, certamente meno facili di voli pindarici contrassegnati da illecità e malaffare il cui esito fallimentare è da considerarsi assolutamente certo. Di fronte a ciò è importante che ci sia un impegno comune di tutti noi per analizzare le cause di tale fenomeno e adottare i provvedimenti opportuni sia di carattere socioeducativo sia di contrasto di polizia e giudiziario. Negli anni ho dovuto, purtroppo, registrare numerosi casi di giovani finiti in galera o uccisi in contesti di confronto criminale che mi inducono ad una forte esortazione: non rinunciate mai a seguire la strada dei valori di legalità e giustizia, di convivenza pacifica e civile, di stare dalla parte giusta. La criminalità giovanile, allora, non è solo una questione di ordine pubblico. È uno specchio. Racconta fragilità, assenze, bisogni di riconoscimento che trovano nella violenza una risposta sbagliata ma immediata.

Racconta una società che, troppo spesso, arriva tardi. Eppure, un’alternativa esiste.

È più difficile, meno spettacolare, ma reale. È quella scelta quotidiana – silenziosa e ostinata – di restare dalla parte giusta”.

 

L'articolo Focus con Gennaro Capoluongo, dirigente superiore della Polizia di Stato proviene da Le Cronache.

Accise, dissenso represso, persino iella. Urge un viaggio a Lourdes

di Aldo Primicerio

Potrebbe essere il rimedio alla “tempesta perfetta” scatenatasi sulla nostra Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, le “forze del male” evocate chissà da quale mago o strega. Partiamo dal NO al referendum di marzo, che allunga sempre più la sua ombra sul Governo, e soprattutto sulla sua, chiamiamola, premier.

Swg, agenzia di sondaggi di opinione tra le più credibili in Italia, ne ha fatto un sondaggio. Alla Meloni va il 41 per cento della sconfitta, il 12 per cento il ministro Nordio, che invece per i sostenitori del SI resta lui il massimo responsabile, il 9 per cento a Fratelli d’Italia, che ha cavalcato il SI con sfrontata ed arrogante sicurezza, e solo il 3 per cento a Forza Italia, dove però Tajani a Porta a Porta ha voluto metterci la faccia confermando, non sapendo tacere, di avere scarso intuito e visione politica.

Il sondaggio ha anche chiesto ad un campione di elettori dei due schieramenti di esprimere il proprio punto di vista sul dopo-referendum. Per quelli di maggioranza Il 56%  è per continuare a governare regolarmente come se niente fosse accaduto, il 24% è per la sostituzione di ministri, il 12 per un chiarimento (?) tra i partiti di maggioranza, il 6% per le dimssioni del Governo. Per gli elettori del centrosx il 68% è per il compattamento, per un programma comune e per la scelta di un leader dello schieramento, ed il 21 per ogni partito per sé e per una eventuale coalizione alla vigilia delle elezioni (è questo il vero punto debole dell’opposizione). Quanto alle dimissioni di Santanchè, Del Mastro e Bartolozzi, gli elettori di centrodx le hanno considerate giuste, ma purtroppo tardive. Avrebbero dovuto lasciare la carica prima del referendum

 

Ma su Giorgia pesa anche dell’altro. Gli errori ad esempio, soprattutto nel clamoroso dietrofront sulle accise

C’è una immagine che ricordiamo tutti, quella di Giorgia che, nel 2019, davanti ad un distributore di carburante denuncia il peso delle accise sulla benzina. E mostra come su 50 euro di benzina 35 vanno allo Stato tra Iva ed accise. “Una vergogna” dice, auspicando che nel futuro siano abolite. Ed a chi – nel 2023 con lei al Governo – le contesta la dichiarazione tradita, lei risponde che dal 2020 l’emergenza impone scelte diverse. Risposta un po’ barbina e deludente, che conferma quanto sia utile riflettere (se lo si sa fare) e selezionare con attenzione i cavalli della polemica da cavalcare. Il paradosso è evidente. La battaglia contro le accise è stata uno dei cavalli di battaglia identitari di una destra che cercava consenso parlando alla pancia del Paese produttivo, a chi usa l’auto per lavorare, a chi vive lontano dai grandi centri urbani. Una promessa tanto potente quanto, col tempo, rivelatasi difficilmente sostenibile una volta arrivati al governo. Che in parole semplici significa: ciò che era facile dire all’opposizione diventa estremamente complicato da fare quando si sta al governo. C’è poi un altro elemento che pesa. Quando un(a) leader costruisce parte del proprio consenso su messaggi forti e facilmente verificabili, il margine di tolleranza degli elettori si riduce. Ogni incoerenza viene amplificata, ogni difficoltà letta come mancanza di volontà più che come impossibilità oggettiva.

 

E poi la paura di questa politica per il dissenso e la protesta, ed il parto del Decreto Sicurezza, un Alien xenomorfo

Di solito, i decreti restrittivi che concernono la sicurezza del Paese rispondono a delle emergenze. Ma con il Decreto Sicurezza (DS) del Governo Meloni non si risponde ad alcuna emergenza. L’obiettivo resta invece quello di gestire il dissenso. Dice bene Greenpeace quando rileva che il DS non interviene, come dovrebbe, sulle cause dei conflitti sociali, ma su coloro che gli danno visibilità, cioè quelli che protestano. Anche nei decenni e nei governi scorsi il problema si era avvertito, ma questo Governo ne ha esasperato i tratti. Solo per ricordarlo, le norme del DS prevedono: 1. una stretta sui blocchi, perché viene confermata la natura di reato per chi impedisce la libera circolazione su strada o ferrovia; 2. l’inasprimento delle sanzioni per chi organizza manifestazioni pubbliche senza il regolare preavviso; 3. il divieto giudiziario di partecipazione con una pena accessoria da uno a tre anni per la partecipazione a pubbliche riunioni o assembramenti; 4. l’ introduzione del reato di occupazione arbitraria per l’occupazione di immobili, con pene aggravate e sgomberi d’urgenza: 5. pene fino a 8 anni per chi organizza o partecipa a rivolte in carcere. Tutto questo vale soprattutto per le mobilitazioni ambientali, con un paradosso clamoroso: da un lato, il rafforzamento in Costituzione della tutela dell’ambiente, dall’altro, gli strumenti sempre più incisivi di controllo e di repressione. Ma è ben nota l’incultura e l’ignoranza di questo Governo verso crisi climatica, Green Deal, transizione energetica, Pfas, pesticidi, cibi del futuro coltivati da staminali. Siamo governati purtroppo da gente ferma ad una cultura di 50 anni fa, se proprio non vogliamo allungarci fino agli anni ’20.

 

Ed infine la “tempesta perfetta”, una serie di eventi malefici, una sorta di iella abbattutasi su Giorgia ed il cerchio magico dei suoi fedeli. Un esorcista oppure tutti a Lourdes?

Lo scrive, con toni tra il divertito ed il drammatico, il giornalista e scrittore Domenico Valter Rizzo. La prima “sfiga”, nella vicenda tra Delmastro ed i Caroccia, indagati per riciclaggio e intestazione fittizia di beni per la srl “Le 5 Forchette”.. Come faceva la Meloni a non sapere,si sono giustamente chiesti Michele Santoro e la Bianca Berlinguer. La seconda “sfiga”, nel febbraio 2019 all’Hotel Marriott di Milano. Dove ad un fastoso evento elettorale di FdI per le Europee, alla Meloni si accosta un giovanotto dall’aria simpatica e i due si fanno un bel selfie. Il giovanotto si chiama Gioacchino Amico, ex referente del clan Senese in Lombardia, oggi collaboratore di giustizia nel caso Hydra, che vantava una serie di rapporti, relazioni e contatti nel partito della Fiamma. E lì, apriti cielo. Terza, lo immaginiano tutti, la batosta del NO al referendum. Quarta “sfiga”, la caduta in un vortice mentale delirante del suo migliore amico ed alleato Donald, trascinato in una guerra insensata, lui che aveva come unica aspirazione il Premio Nobel per la Pace. Drande Domenico Valter , in questa straordinaria ricostruzione.

A questo punto, suggerisce più d’uno, urge il ricorso ad un esorcista o, meglio, un bel viaggio a Lourdes, dove trasferire a tempo indeterminato le riunioni del Consiglio dei Ministri?

 

 

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In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?

Come si dirà “chiagni e fotti” in arabo? L’interrogativo sorge raccogliendo il disappunto e le voci maliziose che serpeggiano fra i protagonisti della Roshn League, il massimo campionato saudita. Un torneo che sta provando la scalata per portarsi verso il rango delle leghe d’élite del calcio mondiale, ma intanto si è già allineato in materia di polemiche becere e sospetti di favoritismi. L’ultimo fra questi riguarda i presunti trattamenti di riguardo verso l’Al-Nassr, cioè la squadra in cui gioca Cristiano Ronaldo.

In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?
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Cristiano non ha ancora vinto un titolo nazionale in Arabia

Secondo alcune voci, CR7 e compagni riceverebbero regali, sia diretti sia indiretti, per far vincere il campionato alla star portoghese. Finalmente, potrebbe aggiungere qualcuno. Perché da quando si è trasferito nel club di Riad, a partire dal 2023, Cristiano non ha ancora vinto nemmeno lo straccio di un titolo nazionale, nonostante un contributo personale di 124 gol in 139 partite ufficiali (l’ultimo segnato sabato 11 aprile nel 2-0 all’Al-Okhdood, 14esima vittoria di fila per il club). Zero titoli di lega, Coppa del Re o Supercoppa, con tre finali perse. Quantomeno si può consolare con la conquista dell’Arab Club Champions Cup 2023 (vinta 2-1 contro l’Al-Hilal). Ma alla collezione del primo calciatore della storia a segnare almeno 100 reti con quattro club diversi (Real Madrid, Juventus, Manchester United e appunto Al-Nassr) manca ancora il primo posto nella lega araba. E il 2026 potrebbe essere l’anno buono, visto che la squadra di CR7 è in testa con 5 punti di vantaggio su quella di Inzaghi, a 6 giornate dalla fine. Grazie anche a qualche spintarella?

In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?
Cristiano Ronaldo accanto alla squadra degli arbitri (foto Ansa).

Il vecchio scontro con persino uno “sciopero” di due partite

Va da sé che, allo stato dei fatti, si tratta di illazioni e come tali vanno trattate. Piuttosto, va messo in evidenza un altro aspetto: soltanto due mesi fa Ronaldo era andato allo scontro, inscenando persino uno “sciopero” di due partite, in dissenso con quello che riteneva essere un atteggiamento di favore tenuto dalla lega – e da chi la governa e finanzia, cioè il fondo sovrano Pif, a sua volta presieduto dal principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman – verso l’Al-Hilal di Simone Inzaghi.

In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?
Nel fotomontaggio Simone Inzaghi e Mohammed bin Salman (foto Ansa).

In quel passaggio la Roshn League aveva risposto con un comunicato molto duro, per richiamare l’attaccante all’ordine e ricordargli che nessuno è al di sopra dell’interesse generale rappresentato dalla lega stessa. E tuttavia, guarda un po’, da lì in poi le cose hanno preso a girare in direzione opposta. Cioè favorevole all’Al-Nassr.

In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?
Simone Inzaghi, allenatore dell’Al-Hilal (foto Ansa).

L’altro comunicato: la protesta dell’Al-Ahli

Rispetto a quello emesso dalla lega a febbraio, per stigmatizzare l’atto di ribellione di Cristiano, c’è un altro comunicato che spiega come sono cambiate le cose nel frattempo. Lo ha pubblicato l’Al-Ahli, club che ambirebbe a concorrere per la vittoria del campionato, ma che si è ritrovato ad affrontare ostacoli inattesi. L’ultimo della serie riguarda le decisioni arbitrali avverse nella gara contro l’Al-Fayha, pareggiata 1-1 con due rigori negati. Queste due decisioni sfavorevoli si uniscono a numerosi episodi che avvengono in altri campi. Apparentemente slegati, ma tutti convergenti nello spianare all’Al-Nassr la strada verso il titolo.

È questo il motivo per cui, via social, si moltiplicano i post sul tema. In qualche caso sono calciatori come Riyad Mahrez, l’ex Manchester City che gioca proprio nell’Al-Ahli e si è visto negare uno dei due rigori nella partita contro l’Al-Fayha; o come Danilo Pereira, il portoghese che gioca nell’Al-Ittihad, secondo cui tutto quanto sarebbe già scritto.

In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?
Cristiano Ronaldo (foto Ansa).

L’attaccante inglese Toney rischia una lunga squalifica

Si tratta di esternazioni non esplicite, a differenza di quelle rilasciate da Ivan Toney, attaccante inglese dell’Al-Ahli: che ha parlato apertamente di un disegno per far vincere la squadra di CR7. A causa di queste non paludate prese di posizione l’inglese rischia una squalifica, che può arrivare fino a un anno.

In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?
Ivan Toney, attaccante inglese (foto Ansa).

La lega saudita perde un altro pezzo di credibilità

Sarà stato imprudente, o troppo diretto: ma di sicuro Toney ha dato voce a una lettura della situazione che è molto più di un sospetto. Fra rigori generosamente concessi all’Al-Nassr e episodi che regolarmente penalizzano le concorrenti al titolo, il cammino verso la vittoria del campionato è sempre più facilitato per la squadra di Ronaldo. Che, dal canto suo, a febbraio si lamentava perché Pif consentiva all’Al-Hilal di Inzaghi delle possibilità di rafforzarsi in sede di calciomercato che invece venivano negate alle concorrenti. Sarà una coincidenza, ma da allora il vento è completamente cambiato. Effetto delle lamentazioni di CR7? Di sicuro c’è che la tempistica coincide. E toglie un altro pezzo di credibilità a una lega nata artificiale e incapace di evolvere da quello status.

Zambrano: Arechi, non c’è finanziamento

«Tutta la verità sullo stadio Arechi». Esordisce così Armando Zambrano, candidato sindaco per la coalizione di centro che, ieri mattina, ha acceso i riflettori sul tema dell’impiantistica sportiva. «Nel programma che abbiamo già predisposto insieme a tutti gli alleati della coalizione, l’idea è quella di creare una rete di strutture sportive realmente rispondente alle esigenze dei cittadini, capace di aprirsi al dialogo con tutte le associazioni, senza distinzione. L’obiettivo è istituire un assessorato dedicato allo sport, ma soprattutto una vera e propria consulta delle associazioni sportive, che coinvolga anche quelli che potranno essere – e ci auguriamo saranno – i gestori delle strutture. Riteniamo infatti che queste debbano essere incrementate e valorizzate attraverso un sistema di concessioni in grado di garantire maggiore efficienza rispetto a oggi, accompagnato da interventi di ristrutturazione assolutamente necessari, così da consentire un utilizzo il più ampio possibile», ha dichiarato l’ex presidente dell’Ordine degli Ingegneri, evidenziando che «in questo quadro, anche le scuole possono svolgere un ruolo importante, mettendo a disposizione le proprie strutture. Serve, in sostanza, un progetto unitario che riguardi l’utilizzo, la messa in sicurezza e la riqualificazione di tutto il patrimonio sportivo comunale». Il focus è stato poi centrato sullo stadio Arechi: allo stato attuale, infatti, non esiste un finanziamento disponibile: quello che era stato ipotizzato attraverso i fondi FESR si è rivelato incompatibile con le normative europee e quindi non potrà essere utilizzato. «Esiste una proposta, sostenuta anche dal presidente Fico, dal consigliere regionale Celano e dall’assessore Saggese, che prevede l’utilizzo dei fondi di coesione. Si tratta però di una procedura complessa dal punto di vista tecnico e amministrativo, perché queste risorse risultano già destinate ad altri interventi e andrebbero quindi rimodulate, individuando ulteriori fondi per completare opere già in corso sul territorio – ha poi aggiunto l’aspirante sindaco – È dunque un percorso articolato, che cercheremo comunque di portare avanti. Alla luce della situazione attuale, appare infatti opportuno – se non necessario – ricorrere a risorse pubbliche. Allo stesso tempo, però, bisogna iniziare a ragionare fin da subito sulla manutenzione di una struttura così importante: il vero problema, infatti, non è solo realizzarla o riqualificarla, ma mantenerla efficiente, accogliente e funzionale nel tempo». La priorità sarà «il confronto con la società sportiva, senza interferire nelle sue scelte ma accompagnandola in un percorso condiviso, in cui Comune e società possano collaborare nella gestione delle opere realizzate. L’utilizzo dei fondi di coesione, inoltre, dovrebbe riguardare anche altri interventi sull’impiantistica sportiva cittadina, perché le diverse esigenze sono tra loro strettamente collegate. Non si tratta, però, di una soluzione “blindata”: ad oggi non esistono certezze sull’approvazione di queste rimodulazioni a livello europeo. La Regione dovrà ridefinire il programma e verificare la possibilità di attuazione». Il candidato sindaco ribadisce la necessità che il il Comune dovrà comunque affiancare la società nel progetto di utilizzo e gestione del nuovo stadio, qualunque sia la sua evoluzione. «Oggi, purtroppo, ci troviamo probabilmente nel punto più basso della storia sportiva della città dal punto di vista dell’impiantistica. Su 10-11 strutture principali, quattro o cinque non risultano inagibili, altre due necessitano di interventi di manutenzione, e solo un paio possono dirsi pienamente funzionanti. Ecco perché è necessario un programma complessivo: dobbiamo rimettere in funzione tutti gli impianti e rispettare un principio fondamentale, anche costituzionale, che riconosce il valore dello sport per il benessere delle persone. Questa deve essere una delle priorità della prossima amministrazione», ha poi aggiunto Zambrano. Intanto, proprio mentre era in corso la conferenza stampa, di fronte al Polo Nautico è comparso lo striscione, firmato dalla curva sud Siberiano, “la Salernitana non è il vostro palco elettorale”, rimosso dopo pochi minuti”. La questione Arechi è stata sollevata in commissione Bilancio anche dal consigliere Roberto Celano. Proprio in commissione, il presidente Fico ha parlato di un dossier nelle sue mani, confermando che la fonte di finanziamento era sbagliata e si sta provando ad utilizzare un finanziamento Fsc, Fondo di Sviluppo e Coesione. «L’Arechi è collegata in qualche modo al Volpe e anche ad un’altra struttura, quindi l’accordo di programma va avanti un passo alla volta», ha spiegato il presidente Fico. er.no.

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Manuela Siniscalco: In campo per dare rispsote concrete

di Mario Rinaldi

Una prima volta dal sapore particolare. Manuela Maria Siniscalco, alla sua prima esperienza politica come candidata al consiglio comunale alle prossime amministrative, scenderà in campo nella lista dei “Progressisti per Salerno”. Avvocato e codocente all’Unisob nella cattedra di diritto di famiglia e minorile, Siniscalco ha svolto per molto tempo volontariato in Caritas attraverso un servizio di consulenza legale gratuita alle persone bisognose. Attualmente, sta approfondendo lo studio e la pratica della giustizia riparativa in area penale grazie al conseguimento di un master in giustizia riparativa presso l’università di Catania, con particolare riferimento all’area penale minorile. Prima esperienza politica. Cosa l’ha spinta a scendere in campo? “Mi candido perchè mi piacerebbe dare delle risposte più efficaci ed immediate ai cittadini, specialmente a coloro che versano in condizioni disagiate e vivono in contesti familiari e sociali difficili. A scendere in campo mi ha spinto anche una componente genetica. Mio padre Marco, dal 1980 è stato consigliere comunale, confermato per tre consiliature. Lo considero un ottimo punto di partenza”. É inserita nella lista dei Progressisti con tanti nomi di spessore che sostengono De Luca. Uno stimolo in più? “Essere candidata con una lista forte è sicuramente uno stimolo a dare il massimo, ma significa anche confrontarsi con tante persone che hanno già una buona esperienza di amministrazione e poi il nome è quello che probabilmente mi rispecchia di più: “Essere progressista per Salerno”. É stata lei a proporsi a De Luca come candidata o il contrario? E perché ha scelto di sostenere l’ex Governatore della Campania. “C’è stato un confronto con i componenti della lista che mi ha convinto che avrei potuto dare il mio contributo sia alla campagna elettorale e sia, in caso di esito favorevole, alla buona amministrazione della città”. Il suo punto di vista sulle dimissioni di Napoli, che tanto hanno fatto discutere. “Le dimissioni del sindaco Napoli riguardano il passato e a me ora interessa solo il futuro e come migliorare la nostra città”. Se dovesse essere eletta qual è il suo impegno? E quali sono per lei le priorità per Salerno? “Quando penso al futuro di Salerno, immagino una città capace di esprimere appieno il suo potenziale. Vorrei vederla più pulita, perché il decoro urbano non è solo una questione estetica: è un segno di rispetto verso i cittadini e verso i tanti visitatori che ogni giorno la attraversano. Una città curata è una città che comunica ordine, accoglienza e senso di comunità. Allo stesso tempo, sogno una Salerno più viva dal punto di vista culturale e musicale. Abbiamo energie, talenti e spazi che meritano di essere valorizzati con continuità, non solo in occasione dei grandi eventi. La cultura, quando è diffusa e accessibile, diventa un motore di crescita sociale, unisce le persone e crea nuove opportunità, soprattutto per i più giovani. E proprio ai giovani penso quando parlo della necessità di maggiori impianti sportivi e spazi dedicati agli adolescenti. Lo sport è educazione, è prevenzione, è socialità. Offrire luoghi sicuri e moderni dove incontrarsi, allenarsi, esprimersi significa investire nel benessere delle nuove generazioni e, di conseguenza, nel futuro della città. In sintesi, vorrei una Salerno che sappia essere più ordinata, più dinamica e più attenta ai bisogni dei suoi ragazzi. Una città che non si limita a vivere del suo passato, ma che costruisce ogni giorno il proprio domani con visione e responsabilità”. Siniscalco si prepara alla sua prima esperienza con grande determinazione, forte anche di un nome che per Salerno è stata una vera garanzia: quello del padre Marco Siniscalco, che tanto ha dato per Salerno.

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Salernitana, a Trapani vietato sbagliare

di Marco De Martino

SALERNO – L’atmosfera che si respira, in questi giorni a Salerno, è strana. Mentre in altre piazze ci si prepara alla royal rumble dei play-off, in casa Salernitana è come se tutti fossero già al mare. Tra chi aspetta il cambio societario, chi in campo passeggia e chi preferisce le gite fuori porta ai gradoni dell’Arechi, l’unico che sembra essere ancora sul pezzo è proprio Serse Cosmi. La stagione sta entrando nel vivo, eppure la sensazione predominante è quella rilassata dei finali di stagione senza obiettivi. Invece la Salernitana, e tutto l’ambiente che la circonda, ha l’obbligo morale di credere nella possibilità di rientrare in Serie B dalla porta di servizio. Del resto, in questi anni, hanno vinto le squadre che più ci hanno creduto. Ci è riuscito il Cosenza arrivato quinto nel 2018 e il Pescara, nella passata stagione, giunto quarto: perché non dovrebbe crederci la Salernitana? In questo momento la squadra granata non è pronta per affrontare una corrida come quella degli spareggi e proprio per questo, fin da questo pomeriggio al Provinciale di Trapani, Lescano e compagni dovranno cambiare diametralmente atteggiamento rispetto a quello mostrato a Potenza e lunedì scorso contro il Benevento, per riuscire a presentarsi degnamente alla post-season. Il piazzamento è importante ma non fondamentale nell’economia dei play-off: la voglia, la fame e la cattiveria, quelle sì che saranno caratteristiche irrinunciabili per pensare di andare il più avanti possibile. Cosmi ci sta lavorando ma, dopo aver ottenuto un sussulto con le tre vittorie di fila, ha visto nuovamente appiattirsi l’elettroencefalogramma della sua squadra. Una scarica di adrenalina potrebbe arrivare tra qualche giorno quando, si spera, la querelle societaria si chiuderà definitivamente. La Salernitana, però, non può permettersi di attendere il passaggio di consegne da Iervolino a Rufini e già questo pomeriggio, contro il pluripenalizzato Trapani, dovrà assolutamente portare a casa l’intero bottino. Casertana e Cosenza saranno impegnate in partite trappola contro Cerignola e Picerno e un loro doppio passo falso potrebbe consentire ai granata di operare il controsorpasso. Cosmi, viste le numerose assenze tra infortuni (Capomaggio, Berra, Antonucci e Inglese) e squalifiche (Achik, Tascone e Molina), dovrà fare di necessità virtù e forse anche per questo ha deciso, nella conferenza stampa di metà settimana, di responsabilizzare Andrea Ferraris, talento inespresso che potrebbe rappresentare, in caso di esplosione, l’arma in più della Salernitana. Oggi e nei play-off.

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Fondazione Menna, comitato elettorale di Fiorito

di Erika Noschese

A Salerno la gestione del bene pubblico non è una faccenda di norme, bandi o protocolli, ma una questione di “sentimento” e di giuste frequentazioni. Esiste un luogo, la ex Casa del Combattente, che sulla carta appartiene al Comune ed è gestito dalla Fondazione Menna, ma che nella realtà dei fatti è diventato il presidio personale, il quartier generale e ora persino il set cinematografico di Gianni Fiorito. La vicenda è talmente surreale da meritare un posto d’onore nel manuale delle assurdità amministrative italiane, non solo per la sfacciataggine degli attori protagonisti, ma per la rete di protezione “altolocata” che trasforma un abuso manifesto in una legittima rampa di lancio elettorale. Partiamo dal dato oggettivo, quello che dovrebbe far saltare sulla sedia qualunque dirigente pubblico dotato di senso del dovere: la Fondazione Menna, per bocca della sua presidente Letizia Magaldi, ha ammesso che l’associazione Limen occupa quegli spazi in modo improprio, poiché il protocollo d’intesa è scaduto da tempo. In una città normale, questa dichiarazione sarebbe l’antipasto di uno sgombero forzato. A Salerno, invece, è solo il rumore di fondo di una campagna elettorale condotta con lo sprezzo del ridicolo di chi si sente intoccabile. Gianni Fiorito, ex presidente di Limen, si è dimesso dalla carica per correre al Consiglio comunale nelle liste del 24 e 25 maggio, ma lungi dall’allontanarsi da quel luogo occupato senza titolo, lo ha trasformato nel cuore pulsante della sua propaganda social. È un capolavoro di paradosso: un candidato che chiede il voto per amministrare la città partendo dall’occupazione senza titolo di un bene della città stessa. È come se un rapinatore di banche si candidasse a direttore di filiale usando come ufficio elettorale il caveau appena svaligiato. Non c’è solo l’anomalia di un privato che dispone di un immobile pubblico come se fosse l’eredità del nonno, c’è la pretesa di spiegarci, proprio da quelle stanze “rubate” alla collettività, quali siano i dieci motivi per non andare via da Salerno. Il primo motivo, guardando i suoi spot, è evidente: restate a Salerno perché è l’unico posto dove puoi occupare abusivamente un palazzo storico e riceverne in cambio l’appoggio incondizionato del clero politico cittadino. Il sostegno di cui gode Fiorito non è infatti un sussurro tra corridoi, ma un grido lanciato dai palchi del potere. Da una parte abbiamo l’ex assessore alla trasparenza, Claudio Tringali, che ha avuto Fiorito come segretario particolare e tuttofare. Fa quasi sorridere che l’uomo che per mandato istituzionale avrebbe dovuto garantire la massima limpidezza e il rispetto delle procedure sia oggi il principale sponsor di chi gestisce un immobile pubblico in regime di allegra anarchia gestionale. La trasparenza, evidentemente, è un concetto elastico che si ferma sulla soglia della ex Casa del Combattente. Dall’altra parte, il cerchio si chiude con la benedizione della famiglia reale salernitana: la moglie del sindaco dimissionario Enzo Napoli ha annunciato pubblicamente il voto disgiunto a favore di Fiorito e Lanocita. È la prova provata che il sistema non solo tollera l’abuso, ma lo premia, lo coltiva e lo indica come modello di “impegno civile”. Siamo di fronte a un’evidenza che scotta: il candidato Fiorito utilizza immagini registrate all’interno della Fondazione Menna per promuovere sé stesso, trasformando un bene comune in un vantaggio competitivo privato. Fiorito continua a fare il padrone di casa, aprendo le porte a feste di compleanno (a partire dalla sua, ndr) e attività di altre associazioni che, invece di rivolgersi ai legittimi gestori, chiedono il permesso a lui. È la privatizzazione di fatto del patrimonio pubblico, un bypass democratico che svuota di significato la parola “Istituzione”. Come può un cittadino avere fiducia nelle regole se chi si candida a scriverle è il primo a dimostrare che si possono calpestare per anni senza alcuna conseguenza? E se la questione estetica vi pare secondaria, proviamo a declinare questa “allegra gestione” nel linguaggio più freddo e inappellabile dei codici, dove la poesia del “sentimento” lascia il posto alla prosa dei reati. Qui non siamo di fronte a una semplice svista burocratica, ma a un perimetro di illegalità che dovrebbe far tremare i polsi a qualunque funzionario pubblico sano di mente. L’occupazione di un immobile comunale senza un protocollo attivo configura, per giurisprudenza costante, il reato di invasione di edifici pubblici ai sensi dell’articolo 633 del Codice Penale, aggravato dal fatto che il bene viene piegato a un uso privatistico e propagandistico. Ma c’è di più: l’utilizzo di uno spazio pubblico per finalità elettorali personali, senza il pagamento delle tariffe previste e in totale spregio della neutralità imposta alla Pubblica Amministrazione, spalanca le porte all’ipotesi di peculato d’uso e al danno erariale, poiché si sottrae un bene alla collettività per regalare un vantaggio patrimoniale e d’immagine a un singolo candidato. A condire questo scenario da “Far West” normativo interviene poi la violazione sistematica della Par Condicio, che trasforma quella che dovrebbe essere una competizione democratica ad armi pari in una farsa dove chi ha le chiavi del palazzo (anche se abusivamente) gioca una partita truccata ai danni degli altri competitor. Non è solo politica, è una sfilza di illeciti che passano sotto il naso di autorità che, restando a guardare, rischiano di passare dalla distrazione alla complicità. L’interrogativo che sorge spontaneo è quale sia il limite che la città è disposta a non superare. Se un aspirante consigliere può occupare una sede pubblica senza protocollo, usarla per scopi personali e politici, ricevendo addirittura il plauso di chi ha governato la città per decenni, allora dobbiamo ammettere che a Salerno la legalità è un accessorio decorativo da sfoggiare solo nelle ricorrenze ufficiali. Non si tratta di “fare associazionismo”, si tratta di occupare spazi che appartengono a tutti per fini propagandistici personali, commettendo atti che in qualunque altra parte del Paese verrebbero perseguiti con solerzia. Invece qui assistiamo allo spettacolo grottesco di un candidato che ci propina lezioni di amore per la città mentre calpesta i diritti della città stessa. Anziché proporre dieci motivi per non andare via da Salerno, Fiorito e i suoi sponsor ci hanno fornito almeno un paio di ragioni inattaccabili per cui dovrebbero essere estromessi immediatamente da quegli spazi e dalla competizione elettorale. Chi deve intervenire lo faccia ora, senza ulteriori indugi o giri di parole. Ogni giorno di silenzio da parte del Comune e della Fondazione è un atto di complicità verso un sistema che scambia il bene pubblico per una proprietà privata da spartire tra amici e segretari particolari. La credibilità delle prossime elezioni passa anche da qui: dalla capacità di ripristinare il diritto dove oggi regna il privilegio prepotente. Salerno non ha bisogno di eroi dell’occupazione autorizzata, ma di amministratori che sappiano che le porte di un bene pubblico si aprono con la chiave della legalità, non con quella della vicinanza ai potenti di turno. Chiunque continui a girarsi dall’altra parte dinanzi a questa evidenza cristallina sta firmando il fallimento morale di un’intera classe dirigente. Se il “nuovo che avanza” è rappresentato da chi non sa distinguere tra il proprio ufficio elettorale e un immobile comunale occupato abusivamente, allora il futuro di Salerno è già scritto nei registri dei protocolli scaduti. Restituite la ex Casa del Combattente alla legalità e alla gestione trasparente, e lasciate che i candidati (o, ancora meglio, i presidenti delle associazioni senza scopo di lucro, almeno su carta) giochino la loro partita a parità di condizioni, pagando affitti e occupazioni suolo, oppure ottenendo gli spazi in cogestione, come ogni comune mortale in ogni Comune che si rispetti. Altrimenti, l’unico spot elettorale onesto sarebbe quello che ammette la verità: a Salerno le regole valgono solo per chi non ha nessuno che gli apra la porta sul retro.

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Francesco Volpe, lo storico con il Cilento nel cuore

di Antonio Manzo

Fino all’ultimo, nonostante la veneranda età, ha voluto scrivere al computer la sua ultima ricerca sul Cilento. Francesco Volpe non è più. Docente universitario che ha insegnato storia moderna è storia sociale era l’ultimo rappresentante della scuola storiografica guidata da Gabriele De Rosa e Antonio Cestaro. Con la fedeltà a questa linea di ricerca e il suo progressivo lavoro di ampliamento , lavorò cn l’utilizzazione in sede storica delle carte di archivi parrocchiali, archivi privati e documenti spesso inediti preparati in decennni di un lavoro fecondissimo. Francesco Volpe ha dato senso e importanza ad una ricerca profondamente innovativa che ha caratterizzato l’attività storiografica di De Rosa e Cestaro ma di tutto un gruppo di ricercatori, del Veneto alla Campania e Basilicata natii attorno a loro o sul loro esempio. Basta ricordare il lavoro che Volpe compiì insieme agli storici cona Giampaolo D’Andrea, Tonino Lerra, Giuseppe Viscardi ed altri che dai giorni del terremoto peregrinarono nelle zone colpite a salvare e recuperare archivi parrocchiali. Una ricerca di storia sociale e religiosa, quella di Francesco Volpe, attraverso la via impervia delle relazioni delle visite episcopali, alle documentazioni sinodali della diocesi di Policastro alle linee più originali della storiografia dell’ultimo Novecento tra la rivolta di Masaniello nel Cilento e il lavoro degli anni scorsi sul fascismo tra conservazione e rivoluzione. Lui, seguendo il metodo di Renzo De Felice non fece un semplice lavoro centrato su un importante momento della storia italiana ma un testo che ha arricchì la memoria su aspetti poco cercati e discussi dalla cultura di massa. E’ scomparso un figlio del Cilento per lunghi anni docente dell’Università di Salerno, un docente merito con un titolo onorifico guadagnato sul campo in un ateneo dove il titolo di emerito è diventato solo mercanzia accademica gestita con criteri molto discrezionali. Francesco Volpe passò dall’amicizia con Pietro Ebner, il medico-storico, ai seminari di studio promossi al castello di Vatolla dove pensò e produsse pensieri Gianbattista Vico. Proprio alla Fondazione Giambattista Vico Francesco Volpe volle donare tutte le tesi di storia sociale del Cilento che negli anni aveva assegnato ai tanti studenti cilentani che ebbero il pregio di laurearsi con lui. Due temi centrali, due linee di ricerca caratterizzano l’opera storiografica di Francesco Volpe con decisivi contributi agli studi di storia sulla Chiesa meridionale e della vita religiosa, con le sue strutture dalle parrocchie alle diocesi, fino alle biografie di personaggi esemplari come storici parroci cilentani con ricerche non emotive e carismatiche ma profondamente legate al “vissuto religioso “ del loro tempo. Francesco Volpe dovrà essere ricordato nei comuni cilentani, soprattutto, dove diede linfa e contributi alla storia, ingiustamente considerata “locale” ma prodotta da uno storico che non ha vissuto come in un’isola, con la capacità specifica del suo mestiere. Senza perdere mai la capacità di porre alla sua gente di porre le domande giuste rispondendo alla sensibilità del proprio tempo.

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Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro

Adessitudine e presentismo sono i due termini che definiscono la nostra attuale dimensione temporale e sociale. Viviamo infatti in un qui e ora che pare eterno. Sospeso tra un futuro che non si vede e un passato in odore di nostalgia. Buono per il vintage, ma non per orientare processi decisionali e anche scelte di vita. Da qui la domanda che si pone il primo fascicolo 2026 della rivista il Mulino dal titolo Quali storie: «Ci serve ancora conoscere la storia?».

Siamo iper-tecnologici ma viviamo in uno spiacevole déjà-vu

La risposta è sì, ovviamente. Consapevoli però che «la storia insegna che non si impara mai dalla storia» (Hegel), come stiamo peraltro vedendo nella ripetizione in questi anni di crisi e tragedie internazionali che hanno lo spiacevolissimo sapore del déjà-vu. Si parli di guerre, di risorgente razzismo, di persecuzioni etniche, di risposte alla pandemia, il copione sembra essere d’annata. Per quanto inscritto in un contesto, soprattutto tecnologico, nuovo mostra numerose costanti. L’Europa attuale sembra più simile a quella di 100 anni fa (con gli umori grevi generati da una lunga guerra, impaurita dall’epidemia di spagnola e alle prese con una grave crisi economica) che non a quella di fine secolo caratterizzata dall’ottimistica ascesa di Internet e della globalizzazione.

Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro
Un veicolo colpito da un raid israeliano a Gaza (Ansa).

Quella promessa non mantenuta

Saremo tutti e in tutto il mondo più ricchi, più benestanti, più colti e solidali si ripeteva un po’ ovunque. Nel contempo si decretavano la fine delle ideologie e anche della storia, con la caduta del muro di Berlino e dell’Urss. Come è finito quel sogno, lo stiamo appunto verificando ora, con un sovrappiù di rammarico visto che il prevedibile non è stato previsto. Come diceva l’economista francese Frédéric Bastiat «dove non passano i commerci prima o poi passano gli eserciti». Se si soffia sulla paura le persone diventano aggressive, la mancanza di sicurezza aumenta sia la sfiducia sia la richiesta dell’uomo forte. L’ascesa dei sistemi autoritari fra le due Guerre ci indica che non è per niente sorprendente, per quanto raccapricciante, l’attuale rinascita e crescente consenso per il nazismo e il fascismo «che fece anche cose buone».

Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro
L’adunata neo fascista di Acca Larentia a gennaio 2026 (Ansa).

Il revival dei favolosi Ottanta

Quali storie possono essere utili e rispondere ai nostri bisogni conoscitivi e usi pubblici? Il quesito a cui prova a rispondere il fascicolo de Il Mulino ci porta su un altro versante storico indagato dal sociologo Vanni Codeluppi in I favolosi Ottanta. Memoria dal decennio che ha cambiato il mondo (Derive e Approdi). Una storia, fra il saggio e il memoir, che rilegge la complessità di un periodo cruciale per la storia dell’Occidente sviluppato e i cui effetti sono su molti piani ancora agenti. A partire, per esempio, dalla passione per gli oggetti, le atmosfere e i personaggi di quel decennio che hanno giovani e giovanissimi di oggi. Pur essendo distanti anni luce, soprattutto tecnologicamente e politicamente, sono affascinati dalle mode, dalla cultura, dalla musica di quel periodo. «Forse perché non c’erano», ha scritto qualche anno fa lo stilista e giornalista di moda Christopher Niquet. Certo è che se pensiamo al ritorno di certe mise e al perdurante successo di gruppi e cantanti Anni 80, dobbiamo convenire, come ha scritto il sociologo norvegese Th. Eriksen in Tempo tiranno, che stiamo procedendo a tutta velocità guardando lo specchietto retrovisore.

Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro
La copertina de i favolosi Ottanta di Vanni Codeluppi (Derive e Approdi).

Il boom del made in Italy e l’alba della società dell’immagine

Ma negli 80 c’è stato ed è accaduto tanto altro. Il diario di viaggio di Codeluppi parte dai grandi concerti negli stadi di Patti Smith e Lou Reed e si allunga a quelli dei cantautori italiani come Lucio Dalla e Francesco De Gregori. Passa da Luigi Ghirri, grande innovatore della fotografia italiana, e dal famoso comizio di Enrico Berlinguer, preso nuovamente in braccio da Roberto Benigni alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia del settembre 1983 (il comico lo aveva già fatto il giugno di quell’anno a Roma), per approdare alla Milano da bere. Che vede la trasformazione dei sarti in stilisti e dei cuochi in chef. Gli architetti non sono ancora archistar, ma il made in Italy è in piena ascesa internazionale. La “dolce vita” è un richiamo irresistibile e un anestetico dopo gli anni di piombo e dello stragismo nero culminato con la bomba alla stazione di Bologna. Ma il decennio vede anche l’ascesa della tv commerciale del Cavaliere, il boom dei fast food e la comparsa dei paninari, il pieno dispiegarsi della società dell’immagine: quella del look e del colpo d’occhio, delle modelle che nessuno chiama più indossatrici. Timberland e Nutella, ma anche Olivetti e Commodore 64 in ambito tecnologico sono i marchi iconici.

Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro
Roberto Benigni prende in braccio Enrico Berlinguer (Ansa).

Il decennio che tra luci e colori cambiò il mondo (e non in meglio)

Il memoir di Codeluppi si limita però alle arti e alla cultura popolare, ai media e al consumo musicale. La politica e l’economia non entrano se non di riflesso nell’inventario. Ma su questi temi si devono aggiungere alcune importanti considerazioni riferite a ciò che sta ancora determinando fortemente il presente. Cioè l’avvio delle politiche liberiste che hanno in Ronald Reagan e Margaret Thatcher due assoluti protagonisti. Due rispettive frasi sintetizzano bene la loro visione e azione politica: «Lo stato non è la soluzione, ma il problema» e «La società non esiste: ci sono individui, uomini e donne, e le famiglie».

Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro
Margaret Thatcher, Helmut Kohl e Ronald Reagan nel 1985 (Ansa).

Al di là dell’allegra connotazione data al decennio (non a caso si parla di edonismo reaganiano) e nonostante l’apparizione degli yuppies, iniziò lì lo smantellamento dello Stato sociale e la celebrazione del successo, dell’immagine personale, dei soldi. Se oggi le disuguaglianze economiche sono aumentate a dismisura e l’esaltazione dell’individualità a tutto danno del legame sociale è stata normalizzata si deve guardare anche ai favolosi Ottanta. Condividendo con Codeluppi il giudizio che, nonostante le profonde contraddizioni, quel decennio ha effettivamente cambiato il mondo.

Perché la “Belva” Fagnani non graffia più

Francesca Fagnani, la donna che ha trasformato lo sgabello in un patibolo e il dottorato in filologia dantesca in un’arma di distrazione di massa, sta scoprendo che a furia di affilare le unghie si è limata pure i denti. Su Rai2 il debutto della nuova stagione di Belve ha racimolato un poco rassicurante 8,8 per cento di share. Un po’ poco per chi sognava di dominare il martedì sera, specialmente se paragonato al 12,9 per cento della prima puntata della stagione 2025. A schiacciarla per di più è stato l’usato sicuro: le repliche di Montalbano su Rai1 che hanno doppiato l’ex ferocia della conduttrice, e Giovanni Floris su La7 che le ha soffiato il posto nel salotto buono dei talk.

Perché la “Belva” Fagnani non graffia più
Francesca Fagnani nello studio di Belve (Ansa).

Il graffio via via è diventato solletico concordato

La realtà è che Fagnani si è fatta gattino, o forse, più semplicemente, ha finito le prede e ha iniziato a mangiarsi la coda. Eppure, la sua parabola parlava un’altra lingua, quella di chi nasce dalle macerie di New York, di quell’11 settembre vissuto dal vivo, e passa per le trincee di Minoli e Santoro. Un pedigree d’acciaio, forgiato tra criminalità organizzata e carceri minorili, che oggi sembra però essersi liquefatto nel grande calderone del gossip istituzionalizzato. Il format nato nel 2018 sul Nove come un esperimento di 30 minuti di crudeltà necessaria si è dilatato fino a diventare una passerella infinita, dove il “graffio” è diventato un solletico concordato, per ospiti con il film in uscita o lo scandalo da lavare in candeggina. L’errore fatale è stato l’illusione che la “cattiveria” potesse diventare un genere di consumo seriale, che costa alla Rai circa 320 mila euro a puntata, una cifra che per produrre imbarazzo sembra decisamente fuori mercato.

Perché la “Belva” Fagnani non graffia più
Amanda Lear con Francesca Fagnani (Ansa).

“Gente comune” ed ex gieffine: se l’obiettivo è solo l’effetto social

Quando poi mancano i nomi di peso, quelli capaci di reggere lo scontro, si raschia il fondo del barile. Lo spin-off Belve crime, l’apertura dei casting alla “gente comune” e l’invito a figurine come Zeudi Di Palma sembrano una mossa disperata. Vedere una ex Miss Italia sconosciuta, reduce da un Grande Fratello che ha fatto inorridire perfino i vertici Mediaset, seduta su quello che dovrebbe essere lo sgabello della verità, restituisce un senso di imbarazzo integrale. È l’immagine di chi si ritrova senza vestiti in mezzo al mercato, tra le urla dei banchi della frutta. Il risultato è un frontale che non è più un affondo tematico, ma uno sketch teatrale dove pause e silenzi sono studiati per l’effetto social, per alimentare quel TikTok dove il brand ancora sopravvive.

La Belva si è addomesticata e il pubblico ha cambiato canale

Ma se Belve deve diventare un ufficio stampa per influencer in cerca di riscatto o una fiera dei nuovi mostri disposti a vendersi la dignità per un po’ di visibilità, allora il patto con lo spettatore vacilla. La serata delle cover di Sanremo 2026, dove la Nostra è salita sul palco con Fulminacci per cantare Parole parole di Mina, sembrava già un presagio: troppe parole, poco sangue. La bionda intervistatrice, che incassa 50 mila euro a puntata, si è addomesticata (per quieto vivere aziendale?) e il pubblico, semplicemente, ha cambiato canale.

Perché la “Belva” Fagnani non graffia più
Fulminacci con Francesca Fagnani a Sanremo (Ansa).

Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»

Ma come hanno fatto Claudia Conte e Maria Rosaria Boccia a scattare tutte quelle foto a eventi organizzati nei palazzi del potere? Perché i palazzi del potere ormai si sono aperti a un pubblico assai eterogeneo, spesso con la complicità dei deputati e senatori, fino a diventare «centri congressi a basso costo». È infatti questa la battuta che circola sempre più spesso tra i vecchi habitué dei corridoi parlamentari.

Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
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Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»

L’apertura popolar-populista ai cittadini

All’inizio, negli Anni 90, fu una suggestione popolare, e secondo alcuni un po’ populista, quella di aprire le seriose stanze ai cittadini; vennero organizzati mostre ed eventi di prestigio nelle più storiche sale di Montecitorio, dalla sala della Regina alla sala della Lupa. Anche il Senato, più piccolo, cominciò ad adeguarsi. Piano piano però la voglia di aprirsi al mondo ha un po’ preso la mano ai parlamentari e alcuni di loro hanno approfittato del meccanismo fino a stravolgerlo. I numeri parlano chiaro. Palazzo Montecitorio ha ospitato 524 eventi e soprattutto 787 conferenze stampa, quasi due per ogni deputato, solo nel 2025. Ritmi meno forsennati a Palazzo Madama, dove i parlamentari sono 205, ma se si allarga la ricerca alle sale che ospitano eventi sotto l’egida del Senato, anche qui il numero sale.

Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Il transatlantico della Camera (Ansa).

La lievitazione degli appuntamenti e delle conferenze stampa

Gli ingredienti per questa lievitazione degli appuntamenti sono fondamentalmente tre: ogni parlamentare può indire una conferenza stampa su un tema o un evento che ritenga interessante per la stampa; la Presidenza della Camera non ha potere di veto, l’amministrazione può solo compiere le necessarie verifiche di sicurezza sugli ospiti; i costi sono quasi nulli, visto che sala, commessi e riprese tv online sono forniti da Montecitorio. C’è un piccolo contributo spese solo per gli eventi organizzati nei palazzi esterni. Dopo l’appuntamento istituzionale scatta la vera festa per i presenzialisti: terminata la conferenza stampa conferenzieri, giornalisti e invitati (e qui la scelta è quantomai discrezionale) non si negano quasi mai un selfie con il logo della Camera. E il portfolio per il profilo social è assicurato.

Dalla presentazione di libri alle sagre di paese, ce n’è per tutti i gusti

I temi? Vanno dai più seri, come la presentazione di proposte di legge contro la violenza di genere fino ai più territoriali come le sagre del proprio collegio, dalla presentazione di libri all’annuncio di eventi non sempre di rilievo storico o nazionale, dalla promozione di prodotti locali a quella di associazioni più o meno benefiche. Insomma, ce n’è un po’ per tutti i gusti. Porre un freno è difficile ovviamente, come negare il diritto di parola a un parlamentare? Ma è ovvio che il rischio di ritrovare il logo della Camera o del Senato su social media non propriamente istituzionali è alto.

LEGGI ANCHE: Chi è la nuova mina vagante nei Palazzi del potere dopo Claudia Conte?

Short Movie: Remi, in fuga dal morbo

Remi, in fuga dal morbo

Un corto australiano post-apocalittico vincitore di diversi premi. 

In Australia, nel 2037, una pandemia ha decimato la popolazione. Squadre governative girano per le campagne cercando infetti per ucciderli sul posto, senza pietà. Remi (Sally Cheng) sta viaggiando per raggiungere la “safe zone”, quando trova una donna che nasconde un segreto (Maree Barnett). Diretto da Justin Evans, scritto da Evans e Cheng, Remi è un corto australiano del 2023. Gli attori, piuttosto bravi (la Chend per questo corto ha vinto premi a un paio di festival), non hanno avuto particolari esperienze professionali. Guarda il video: Remi - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Short Movie - 11 aprile 2026 - articolo di S*

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere

La legislatura è politicamente finita ed è iniziata la campagna elettorale. Giorgia Meloni è unchained, bastava ascoltare giovedì in Parlamento il suo intervento sullo stato dell’Unione, pardon, dell’Italia. Lei non ha sbagliato niente, le opposizioni non collaborano con l’esecutivo e le sue grandi idee, la bocciatura della riforma Nordio è stata una grande occasione persa per il Paese, nessun altro si dimetterà, non ci saranno rimpasti, Donald Trump è un camerata che sbaglia, e via così. Meloni è tutta schierata in difesa, è tornata in modalità opposizione. Solo che è ancora al governo e si vota fra un anno. Sarà lunga. Sarà dura per lei resistere altri 12 mesi così, ma anche per tutto quello che le sta attorno. 

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante l’informativa alla Camera (Ansa).

A Meloni manca la “leggerezza” tipica di Berlusconi

In quasi un’ora di discorso non ha preso atto della situazione post-referendaria, semmai ha rilanciato. Lo faceva anche Silvio Berlusconi, che però non si è mai così imbruttito, nemmeno quando gridava: «Siete ancora oggi, e come sempre, dei poveri comunisti» ai contestatori in piazza o quando spolverava la sedia su cui si era seduto Marco Travaglio prima di lui, ospite di Michele Santoro. Erano momenti di situazionismo, c’era l’allegria del potere divertito e divertente. Meloni invece non ha leggerezza, serve anche quella a un leader di governo che deve, inevitabilmente, anche saper perdere.

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
Marco Travaglio e Silvio Berlusconi ad Anno zero nel 2013 (Imagoeconomica).

Le purghe (tardive) dopo la sconfitta del Sì

E invece no. È dal referendum che la presidente del Consiglio si accanisce contro il suo esecutivo. Prima con le defenestrazioni tardivamente manettare di chi avrebbe potuto o dovuto essere cacciato da tempo – Andrea Delmastro per l’incompetenza sulle carceri, Giusi Bartolozzi per il caso Almasri, Daniela Santanchè per traffico di borsette (si scherza, signor maresciallo, ma soprattutto si scherza, signora Santanchè). Poi l’ultimo atto è arrivato giovedì in tarda serata, con un comunicato stampa firmato dal Mef, che ha depositato le liste per il rinnovo degli organi sociali di Enel, Enav, Eni e Leonardo. E a leggere l’elenco colpisce, anche se non stupisce, visto che era attesa, la defenestrazione di Roberto Cingolani, fin qui amministratore delegato di Leonardo. Fra le colpe che gli vengono attribuite, quella di aver fatto adontare, diciamo così, il governo americano. Alla faccia dell’indipendenza rivendicata da Meloni nei confronti dell’amministrazione Trump nell’ora di intervento in Parlamento. 

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Intanto l’opposizione si incarta sulle primarie

Nonostante il momento di rabbia, che rischia di protrarsi per mesi, Meloni continua a mantenere un vantaggio invidiabile, che è garantito dall’opposizione. C’è poco da fare. La presidente del Consiglio s’incrudelisce, sbotta, taglia teste, e loro? Si incartano sulle primarie. Giuseppe Conte dopo un’ora dalla chiusura delle urne era già lì a disegnare traiettorie, le primarie, il programma, la leadership, dopo aver fischiettato allegramente per settimane, prima del referendum. Poi è andata a votare un sacco di gente, più del previsto, e contrariamente a quello che dicevano i sondaggisti, più gente è andata a votare e più il No è cresciuto, sicché Conte s’è convinto che c’è del materiale per il suo ritorno a Palazzo Chigi. Il Pd, dopo una fase iniziale di smarrimento, adesso è entrato in quella della negazione. Primarie chi? Quando? Come? Perché? Un fiorino! Insomma, con questo tipo di dirigenti, direbbe Nanni Moretti aggiornando il suo sfogotto memorabile, Meloni governerà cent’anni.

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
Giuseppe Conte ed Elly Schlein (Ansa).

Il gran ritorno di Salvini sulle barricate

Sempre che con questa rabbia atavica la leader di Fratelli d’Italia non trovi il verso di autodistruggersi. E sempre che Matteo Salvini le dia tregua. Perché il capo della Lega ha lasciato passare qualche giorno e ha già riconquistato la sua verve nel corso di un incontro con la stampa estera: «Non c’è allo studio nessun piano sul razionamento di carburante, né sulla chiusura di scuole, uffici, fabbriche e negozi», ha detto a proposito del caro energia. E lo smart working? «Non è da prendere in considerazione». Sarà Meloni a dover però prendere Salvini in considerazione. 

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Netanyahu punta il dito contro la Spagna: cosa è successo

Dopo aver confermato l’esclusione dei rappresentanti spagnoli dal Centro di Coordinamento Civile-Militare (CMCC) di Kiryat Gat, istituito per monitorare il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accusato Madrid di «ipocrisia» e «ostilità» nei confronti dello Stato ebraico. «La Spagna ha ripetutamente scelto di schierarsi contro Israele. Chi ci attacca invece di contrastare i regimi terroristici non sarà nostro partner nel plasmare il futuro della regione», ha dichiarato Bibi in un videomessaggio.

Netanyahu punta il dito contro la Spagna: cosa è successo
Pedro Sanchez (Imagoeconomica).

Sa’ar: «Ossessione anti-israeliana del governo Sanchez»

Ad annunciare l’esclusione della Spagna dal centro multinazionale che sovrintende al cessate il fuoco a Gaza era stato il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar. «Il governo Sanchez ha un pregiudizio anti-israeliano così palese da aver perso ogni capacità di essere un attore utile nell’attuazione del piano di pace del presidente Trump e nel centro CMCC che opera nell’ambito di tale piano», aveva spiegato Sa’ar, riferendosi al rifiuto da parte del premier spagnolo di concedere agli Stati Uniti l’uso delle basi militari di Rota e Morón de la Frontera per operazioni di attacco contro l’Iran. Il ministro del governo di Tel Aviv, parlando di «ossessione anti-israeliana», aveva inoltre sottolineato che Washington era già a conoscenza della decisione. Una decisione, questa, che Donald Trump aveva messo in chiaro di non aver gradito.

Lo scontro Vespa-Provenzano diventa un caso politico e accende la polemica tra sindacati Rai

A campagna elettorale già cominciata non si spreca un colpo. Tantomeno se c’è di mezzo Bruno Vespa. È infatti diventato un caso politico lo scatto d’ira del giornalista, che durante l’ultima puntata di Porta a Porta si è avvicinato minacciosamente al deputato dem Giuseppe Provenzano, reo di aver ironizzato sulla parzialità del padrone di casa, da cui era stato appena ripreso per aver interrotto il senatore meloniano Lucio Malan.

Usigrai contro Unirai sul caso Vespa-Provenzano

Oltre ai partiti politici, su quanto visto a Porta a Porta si sono scontrati pure i sindacati. «Che Vespa da tempo si sia spogliato dei panni del giornalista per indossare quelli del tifoso del governo di turno è pacifico per chiunque. È inaccettabile però che i vertici Rai gli garantiscano uno status di intoccabile»: è quanto si legge in una nota di Usigrai. E poi: «Dalle gaffe sui social, alle arringhe a difesa del governo sul caso Almasri (la Corte Penale internazionale la pensava in modo opposto), agli insulti agli attivisti della Global Sumud Flottilla, solo per citare i casi degli ultimi tempi. Il tutto profumatamente pagato con i soldi degli italiani». Unirai sostiene invece che la reazione di Vespa «è stata provocata da un intervento di un parlamentare Pd che, con una battuta infelice e non corrispondente al vero, ha messo in discussione una professionalità riconosciuta e una firma storica della Rai», che «non ha padroni» e la cui credibilità «passa dalla capacità di offrire un confronto serio, rispettoso e completo».

Montaruli: «L’epoca dei diktat è finita, non siamo a Telekabul»

Tra gli esponenti di Fratelli d’Italia che hanno difeso Vespa c’è Augusta Montaruli, vicecapogruppo alla Camera dei deputati: «Con la risposta alla volgarità di Provenzano, Vespa ha difeso non solo i professionisti ma il pluralismo e lo stesso Servizio pubblico. La sinistra si proclama paladina della libertà di stampa, ma poi usa il manganello mediatico contro chiunque non si pieghi al loro pensiero unico e alla loro arroganza nell’imporsi nel dibattito. L’epoca dei diktat è finita, non siamo ai metodi di Telekabul». Così Raffaele Speranzon, vicepresidente vicario dei senatori di Fratelli d’Italia: «Il comportamento sopra le righe di Provenzano a Porta a Porta è la prova lampante che TeleMeloni non esiste. Ma rappresenta uno strumento di propaganda in mano alla sinistra per avvelenare il dibattito politico e strumentalizzare la comunicazione. L’affronto dell’esponente dem contro un professionista serio come Vespa dimostra tutta la bassezza di una certa parte politica». Parlando di «tentativo di delegittimazione che rischia solo di danneggiare il Servizio pubblico», Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati e commissario in Vigilanza Rai, ha detto che «i dati sulle presenze a Porta a Porta e la storia professionale di Vespa dimostrano un equilibrio che è evidentemente mancato a Provenzano nel corso della puntata».

Lo scontro Vespa-Provenzano diventa un caso politico e accende la polemica tra sindacati Rai
Giuseppe Provenzano (Imagoeconomica).

Il Partito democratico punta il dito contro la Rai

Marco Sarracino, deputato dem e componente della Segreteria del Pd, ha affermato che «qualsiasi telespettatore del servizio pubblico, e tutti coloro che ne pagano il canone, si sono fatti un’idea chiara dell’incredibile episodio avvenuto ieri sera nello studio di Porta a Porta». E poi: «I vertici della più grande azienda culturale del Paese dovrebbero porsi con maggiore forza il tema del rispetto del codice etico interno alla Rai chiedendo a chiunque dei dipendenti e dei collaboratori, incluso Vespa, di attenersi ai criteri di correttezza, imparzialità, trasparenza e responsabilità».

Malan: «I dem hanno un concetto asimmetrico della democrazia»

Ha detto la sua anche Malan, motivo del contendere – per così dire – tra Vespa e Provenzano: «Nel Pd hanno un concetto asimmetrico della democrazia. La realtà è che Vespa aveva redarguito Provenzano che mi stava interrompendo ripetutamente. L’esponente del Pd reagiva dicendogli che doveva sedersi “da quella parte”, cioè dalla parte della destra. A quel punto Vespa si è inevitabilmente alterato e Provenzano ha peraltro ha continuato a interrompermi anche fino all’ultimo minuto della trasmissione, un atteggiamento poco rispettoso, innanzitutto verso il pubblico che ha il diritto di ascoltare entrambe le opinioni».

Lo scontro Vespa-Provenzano diventa un caso politico e accende la polemica tra sindacati Rai
Bruno Vespa (Imagoeconomica).

Vespa: «Il Pd è abituato a non avere controparti in tv»

Infine è arrivata anche una nota di Vespa: «Come sanno bene Agcom e Rai, Porta a Porta ha sempre fatto dalle origini della par condicio costante la sua forse stupida religione (in questa stagione il Pd è da noi numericamente presente più di ogni altro partito). Ma comprendo perfettamente il disagio dei componenti Pd della commissione di Vigilanza Rai. Abituati nella televisione d’oggi a non avere quasi dappertutto controparte se non talvolta in misura simbolica, capisco che trovino normale che l’onorevole Provenzano – che ha avuto un tempo di parola superiore al senatore Malan interrotto costantemente – rivolga la più grave delle offese a un giornalista che già prima che Provenzano nascesse aveva dimostrato quanto doveva in fatto di correttezza professionale».

Artemis II, quando rientra sulla Terra: come, a che ora e dove seguire l’evento

Artemis II si avvia verso la conclusione e il ritorno sulla terra. Ecco tutte le indicazioni per seguire la capsula Orion nel suo ammaraggio.

Quando avverrà l’ammaraggio e dove seguirlo

Dopo la partenza del 1 aprile 2026 dal Kennedy Space Center, l’equipaggio della capsula Orion si prepara a rientrare a casa. L’ammaraggio è previsto al largo di San Diego, nelle acque del Pacifico. In Italia l’evento potrà essere visto in diretta nella notte tra il 10 e l’11 aprile, con atterraggio stimato per le ore 02:07 del mattino. Nella centrale operativa della Nasa, le operazioni di monitoraggio del rientro inizieranno già dal pomeriggio del 10 aprile. La diretta del rientro sarà disponibile dalle 18:30 (orario italiano) del 10 aprile su tutti i canali ufficiali: NASA+, piattaforma di streaming dell’agenzia spaziale, Nasa TV, disponibile su YouTube, e su varie piattaforme di streaming come Amazon Prime, Apple TV, Netflix, HBO Max, Discovery+, Peacock e Roku.

Dove seguire il viaggio della capsula Orion

Per chi vuole seguire in generale la missione della capsula Orion per conoscerne ogni aspetto, NASA+ e il canale YouTube Nasa TV forniscono una copertura video completa del viaggio. C’è poi il sistema AROW (Artemis Real-time Orbit Website) che fornisce dati quali la posizione della capsula rispetto alla luna, velocità e tempi di missione. Con la versione mobile, è addirittura possibile puntare il telefono al cielo e vedere dove si trova l’equipaggio rispetto alla nostra posizione terrestre.

Il caso dell’ereditiera scomparsa per cui l’Fbi ha offerto una ricompensa di 25 mila dollari

L’Fbi di Miami ha offerto una ricompensa fino a 25 mila dollari per chi possa fornire informazioni che portino al ritrovamento dei resti umani di Ana Maria Henao Knezevic, l’ereditiera quarantenne statunitense di origini colombiane scomparsa a Madrid il 2 febbraio 2024, le cui ricerche si svolsero anche nel Vicentino, nei pressi di Cogollo del Cengio. Sospettato della morte della donna era stato l’ex marito, David Knezevich, 37 anni, imprenditore americano di origini serbe trovato morto in carcere ad aprile 2025.

Le ricerche non hanno mai portato a nulla

Ana Maria Henao era arrivata a Madrid a dicembre 2023, in fuga dopo la separazione da Knezevich dopo 13 anni di matrimonio, e di lei si erano perse le tracce dal 2 febbraio successivo. L’ex marito fu arrestato all’aeroporto di Miami all’arrivo di un volo da Belgrado, per il presunto coinvolgimento nel sequestro di persona e nella sparizione della moglie, in un tragitto tra Madrid e la Serbia. Il 10 giugno 2024 era comparso davanti al giudice dello stato della Florida per la lettura formale delle accuse a suo carico. Dagli Usa era arrivato un input alle polizie spagnole e italiane di dare il via alle ricerche della 40enne in un’area boschiva lungo la “strada del Costo”, a Cogollo del Cengio. Le ricerche erano state avviate anche dopo alcune testimonianze sulla presenza di un uomo nella zona in quel periodo, ma non hanno mai portato a nulla. A gennaio 2025 erano state trovate alcune ossa, che si sono però rivelate di origine animale.

Stretto di Hormuz, l’allarme degli aeroporti Ue sul rischio di «carenza sistemica» di carburante

«Se il transito attraverso lo Stretto di Hormuz non riprenderà in modo significativo e stabile entro le prossime tre settimane, la carenza sistemica di carburante per aerei è destinata a diventare una realtà per l’Ue». È quanto si legge in una lettera inviata dall’associazione Aci Europe (che rappresenta gli aeroporti dell’Ue) al commissario europeo ai trasporti Apostolos Tzitzikostas, visionata dal Financial Times. Le riserve di carburante per aerei si stanno esaurendo, spiega Aci Europe, mentre «l’impatto delle attività militari» sta mettendo a dura prova le forniture.

Le preoccupazioni aumentano con l’avvicinarsi dell’alta stagione turistica

L’Europa finora non ha registrato carenze diffuse, anche se i prezzi del carburante siano raddoppiati e le compagnie aeree hanno avvertito della possibilità di cancellazioni. Aci Europe, nella lettera a Tzitzikostas, sottolinea che l’avvicinarsi dell’alta stagione estiva, «quando il trasporto aereo alimenta l’intero ecosistema turistico su cui fanno affidamento molte economie» ha intensificato preoccupazioni in tal senso.

Il rebranding dell’Università Pegaso argento ai Transform awards Europe

La nuova identità visiva di Università Pegaso, ateneo digitale del Gruppo Multiversity, ha vinto la medaglia d’argento ai Transform awards Europe 2026, tra i più autorevoli riconoscimenti internazionali dedicati al branding, nella categoria Best visual identity from the education sector. A firmare il progetto è FutureBrand che ha accompagnato l’ateneo in un percorso che ha tradotto in modo chiaro e lineare la visione di un’università accessibile, innovativa e capace di rispondere alle esigenze del presente.

L’ateneo conferma il proprio ruolo nel panorama nazionale e internazionale della formazione

Al centro del rebranding il cavallo alato, simbolo storico di Pegaso, oggi ripensato con linee essenziali e dinamiche, che esprimono apertura, dinamicità e orientamento al futuro. La nuova visual identity si inserisce in una più ampia strategia di sviluppo dell’ateneo, con l’obiettivo di rafforzarne il posizionamento nel panorama dell’education digitale, e traduce in modo efficace la missione dell’Università Pegaso, orientata alla creazione di opportunità e alla diffusione di un modello formativo vicino alle esigenze delle persone. Ogni anno i Transform awards Europe premiano i progetti più significativi nel campo dello sviluppo e della gestione del brand, riconoscendo le migliori realizzazioni in termini di qualità progettuale, coerenza e impatto. Con questo risultato, Università Pegaso conferma il proprio ruolo nel panorama nazionale e internazionale della formazione.

La nuova mina vagante dopo Claudia Conte, i retroscena sulle nomine e le altre pillole

Dopo anni di intensissima attività tra i politici, alla fine è arrivato il semaforo rosso per Claudia Conte, che ha reso nota a tutti la sua presunta relazione con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, scatenando un caso politico che ha messo in difficoltà il governo Meloni. Ma tra i corridoi del potere c’è ancora allarme, per «un’altra mina vagante in giro», si sente dire davanti a Palazzo Chigi. Già, perché da tempo si agita una scalpitante presenza a Roma, che chiede incontri diretti ai ministri, con alcune nette somiglianze nei metodi che evocano la “strategia Claudia Conte”. Viene persino definita «bellissima e vistosissima, molto più di CC». Di sicuro ha più follower sui social (oltre il triplo, e la giornalista ciociara sfonda comunque la soglia dei 300 mila), ma la stessa implacabile attitudine al collezionismo di selfie col potente di turno. Fatto sta che le antenne sono alzate al massimo livello da parte delle potenziali “vittime”. Dopo gli scandali scoppiati attorno a Maria Rosaria Boccia e Claudia Conte, è pronto a esploderne un altro a breve? Intanto è arrivata la giornata di venerdì, e nella romana piazza del Popolo è andata in scena la festa della polizia di Stato, con la presenza del titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, alla sua prima uscita pubblica dall’inizio della vicenda Conte, sulla quale l’ex capo di gabinetto di Matteo Salvini non ha ancora detto una parola.

La nuova mina vagante dopo Claudia Conte, i retroscena sulle nomine e le altre pillole
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Monteduro, l’Enel e la «Chiesa che soffre»

Sta facendo molto discutere la nomina di Alessandro Monteduro nel consiglio di amministrazione di Enel. Fedelissimo del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, è il suo capo di gabinetto. Nel curriculum, Monteduro sottolinea il ruolo svolto come direttore della fondazione internazionale di diritto pontificio “Aiuto alla Chiesa che soffre”. È il modo in cui spiega l’incarico che preoccupa molti: «Cura le attività di fundraising incrementando la raccolta progressivamente di oltre il 200 per cento, sviluppa le attività di advocacy a livello nazionale e sovranazionale collegate alla tutela della libertà religiosa, struttura relazioni consolidate con le più alte gerarchie della Chiesa cattolica, incontra sistematicamente i rispettivi vescovi nelle diverse diocesi italiane, partecipa a conferenze nazionali e internazionali nella veste di relatore, organizza eventi di sensibilizzazione dalla eco mondiale, visita ripetutamente le aree di maggiore sofferenza per le comunità cristiane, Egitto, Iraq, Siria, Pakistan, Venezuela, Sri Lanka, Burkina Faso, Libano, Ucraina, sviluppando una relazione strutturata con i principali rappresentanti delle Chiese locali». Insomma, con l’Enel tutto questo cosa c’entra?

La nuova mina vagante dopo Claudia Conte, i retroscena sulle nomine e le altre pillole
Alfredo Mantovano e Alessandro Monteduro (foto Imagoeconomica).

Belloni, l’ennesima sconfitta

Era stata candidata al Quirinale, ma un fuoco di sbarramento ha bloccato ogni ambizione. Con Ursula von der Leyen tutti sanno com’è finita, dopo pochi mesi di collaborazione. Di cariche importanti ne sono sfumate tante, all’improvviso. Ora si parlava di lei per la presidenza dell’Eni, ma alla fine a vincere la partita è stata Giuseppina Di Foggia, che così lascia il posto di ad di Terna a favore di Pasqualino Monti. A Elisabetta Belloni non ne va bene una. E tanti si chiedono: «Ma davvero Matteo Renzi è così potente da riuscire a stopparla sempre? Oppure è la stessa Belloni che ci mette del suo?».

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Fiorini all’Eni. Aveva bocciato il film su Regeni…

Promozione improvvisa per Benedetta Fiorini, che è stata catapultata nel consiglio d’amministrazione di Eni. L’ex deputata di Lega e Forza Italia, che si trovava nel cda di Enac, era diventata famosa qualche giorno fa in qualità di componente della commissione cinema del ministero della Cultura per la bocciatura del finanziamento del film dedicato alla tragedia di Giulio Regeni, ucciso in Egitto. E pochissimi giorni fa era apparsa una notizia: «Scoperto gas in Egitto. Stimati 56 miliardi di metri cubi. Eni ha scoperto gas e condensati in Egitto, a seguito della perforazione con successo del pozzo esplorativo Denise W1 nella concessione Temsah». Che strani intrecci offre a volte la cronaca politica…

La nuova mina vagante dopo Claudia Conte, i retroscena sulle nomine e le altre pillole
Benedetta Fiorini (foto Imagoeconomica).

Macron a Roma passeggia e… soccorre

Emmanuel Macron nei panni del buon samaritano. A Roma il presidente francese, tra un incontro e l’altro, un omaggio al beato Floribert Bwana Chui, il giovane congolese martire della Comunità di Sant’Egidio, una sosta nella basilica di Santa Maria in Trastevere, ha cercato di depistare il luogo dove cenare, optando alla fine per il ristorante di piazza del Popolo “Al Bolognese”. Macron voleva il bagno di folla, con selfie e saluti: ma passeggiando per via del Corso, ecco un anziano steso per terra. Accasciato su un gradino, ha avuto la fortuna di essere visto da Macron, che ha ordinato al suo staff di soccorrerlo. I suoi medici personali hanno impiegato un quarto d’ora a rimettere in sesto il malcapitato, e Macron lo ha salutato stringendogli la mano, tra le foto. Un prologo perfetto della visita a papa Leone XIV in Vaticano

La nuova mina vagante dopo Claudia Conte, i retroscena sulle nomine e le altre pillole
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Trump e Starmer hanno discusso di opzioni militari per Hormuz

Il primo ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato di aver discusso di «opzioni militari» per rendere nuovamente navigabile lo Stretto di Hormuz nel corso di una telefonata con il presidente americano Donald Trump. «Stiamo mettendo insieme una coalizione di Paesi, lavorando a un piano politico e diplomatico, ma anche valutando le capacità militari e la logistica per il transito effettivo delle navi attraverso lo Stretto», ha dichiarato Starmer, che si trova in visita in Qatar. Il premier ha anche ricordato al leader Usa la necessità di coinvolgere gli alleati del Golfo rispetto alle trattative con l’Iran sulla tregua tra Washington e Teheran. «Gli Stati del Golfo sono i vicini dell’Iran. Se il cessate il fuoco deve reggere, e ci auguriamo che regga, deve coinvolgerli. Hanno posizioni molto nette sullo Stretto di Hormuz».

Il comunicato di Downing Street: «Al centro dei colloqui un piano concreto per ripristinare il traffico marittimo»

Il contenuto della telefonata era stato anticipato, nella serata del 9 aprile 2026, in un comunicato diffuso da Downing Street: «Il primo ministro ha parlato con il presidente Trump dal Qatar questa sera. Il primo ministro ha illustrato le sue discussioni con i leader del Golfo e i responsabili della pianificazione militare nella regione sulla necessità di ripristinare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, nonché gli sforzi del Regno Unito per riunire i partner al fine di concordare un piano fattibile. Hanno convenuto che ora che è in vigore un cessate il fuoco e c’è un accordo per riaprire lo Stretto, siamo alla fase successiva di trovare una soluzione. I leader hanno discusso della necessità di un piano concreto per ripristinare il traffico marittimo il più rapidamente possibile. Hanno concordato che si parleranno di nuovo presto».

Audio di Sangiuliano a Report, archiviata l’inchiesta su Ranucci

È stata archiviata dal Tribunale di Roma l’inchiesta che vedeva indagati il conduttore di Report Sigfrido Ranucci e il giornalista Luca Bertazzoni per interferenze illecite nella vita privata, in relazione alla diffusione di un audio tra l’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini, durante un servizio sul caso-Boccia.

Audio di Sangiuliano a Report, archiviata l’inchiesta su Ranucci
Federica Corsini e Gennaro Sangiuliano (Imagoeconomica)

Secondo la gip è stato esercitato il diritto di cronaca

Secondo la gip Rosamaria De Lellis «nel caso in analisi non vi è alcun elemento per ritenere che i giornalisti di Report fossero consapevoli del luogo in cui avveniva la conversazione privata, intercorsa tra i coniugi Sangiuliano-Corsini», mandata in onda l’8 dicembre 2024. La diffusione dell’audio, pertanto, si configura come «una condotta espressione del diritto di cronaca, rispettosa dei canoni di veridicità della notizia riportata, della continenza espositiva e dell’interesse pubblico».

Audio di Sangiuliano a Report, archiviata l’inchiesta su Ranucci
Maria Rosaria Boccia (Imagoeconomica).

Incidente sul lavoro a Palermo, morti due operai caduti da una gru

Gravissimo incidente sul lavoro a Palermo, dove due operai sono morti dopo essere caduti dal carrello di una gru, che si è ribaltato. È successo in via Ruggero Marturano, all’incrocio con via Ammiraglio Rizzo, dove è in corso la ristrutturazione di un palazzo. Un terzo operaio si è invece salvato, per sua fortuna, finendo sui copertoni di un negozio di ricambio pneumatici. Un dipendente di questa attività è stato trasportato in ospedale con un trauma cranico. Sul posto i vigili del fuoco, i sanitari del 118 e gli agenti della polizia.

Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino

Alla fine Roberto Cingolani è stato messo fuori da Leonardo. La notizia era nell’aria da settimane, ma fa comunque rumore, perché il manager ex ministro non è un burocrate di complemento: è uno con un profilo internazionale, capace di stare su qualsiasi palcoscenico senza fare figuracce, nonché capo della più grande industria della Difesa del Paese. Cosa che, in questi tempi di guerra, non è un dettaglio. D’accordo, ha un carattere spigoloso con tutti tranne che con i suoi favoriti, cui spiana con troppa disinvoltura le carriere. Ma defenestrarlo è stata una scelta politica, non industriale. Se, come auspicava Guido Crosetto, che di Leonardo è il ministro di riferimento, devono essere i numeri e il mercato a decidere, qui siamo agli antipodi. E si sa che le scelte di Palazzo travestite da scelte industriali hanno una storia che alla lunga non promette niente di buono.

Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino

Manuale Cencelli e attenzione a soddisfare la propria tribù

Il resto dell’infornata nelle partecipate si è svolto come da copione. Manuale Cencelli in mano e spasmodica attenzione della maggioranza di governo ad accontentare i pretendenti della propria tribù. Nomi di provata fede in un giro di poltrone in cui contano solo gli equilibri di coalizione e l’osservanza dei requisiti di base: fedeltà personali e cambiali da riscuotere. Insomma, niente di nuovo sotto il sole, dove la tanto evocata meritocrazia resta quasi sempre in ombra. Poi, per carità, le prescelte saranno tutte persone brave e degne, ma non è questo il punto. Il problema, ovviamente, sta nel metodo.

Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Guido Crosetto e Giorgia Meloni (foto Ansa).

Tutte queste aziende sono quotate in Borsa. Hanno grandi e piccoli azionisti, investitori istituzionali che non votano Fratelli d’Italia, il partito di Berlusconi o la Lega e che, quando vedono arrivare un nome calato dall’alto senza uno straccio di spiegazione, fanno due conti e tirano le loro conclusioni usando la sola arma in loro possesso: massiccio smobilizzo dei titoli e capitali che vanno altrove.

Nessuna spiegazione, nomine immotivate e inappellabili

Giorgia Meloni e il suo governo non hanno sentito il bisogno di spiegare nulla. Nessuna conferenza stampa o comunicato da cui si evinca una logica industriale nelle scelte. Le nomine sono arrivate come decreti del destino, immotivate e inappellabili, nella forma di uno scarno comunicato serale del Mef. Eppure questo è lo stesso governo che, a ogni occasione buona, recita il mantra del mercato e della concorrenza. Lo ha fatto con la voce grossa quando conveniva. Poi, quando le regole avrebbero imposto trasparenza e accountability che però non gli facevano comodo, si è girato dall’altra parte.

Le difficoltà di una quadra spartitoria che plachi gli appetiti

Si è visto nella vicenda Mps, dove si è trasformato da arbitro in giocatore con una disinvoltura che avrebbe fatto arrossire persino la dirigista Mediobanca dei tempi di Cuccia. E ancora bloccando Unicredit su Bpm con argomenti che hanno fatto inorridire gli stakeholders. E ora si ripete sui vertici delle partecipate, decisi all’ultimo minuto a riprova che (soprattutto) tra alleati trovare la quadra spartitoria che plachi gli appetiti di tutti è una fatica di Sisifo.

Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Rocca Salimbeni, sede di Mps (Imagoeconomica).

Meloni si è chiusa ancora di più nel suo fortino

C’è chi legge questa invasività di Palazzo Chigi come una reazione alla botta del referendum, e l’ipotesi non è peregrina. Una sconfitta così netta lascia il segno, specie su una leader che ha costruito la sua immagine sull’essere invincibile. Il risultato, però, è paradossale: invece di aprirsi, di cercare un dialogo più largo, di ammorbidire i contorni di un profilo che il voto ha dimostrato non essere così granitico, Meloni si è chiusa ancora di più nel suo fortino.

Le nomine calate dall’alto di Meloni e i rischi di una leader isolata nel suo fortino
Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).

La sindrome da accerchiamento è una malattia antica della politica italiana. Ne hanno sofferto in tanti, da Bettino Craxi in poi, e non è andata bene a nessuno. Chi si convince di avere il mondo intero contro di sé finisce per vedere nemici anche dove non ci sono, stringendo il cerchio dei suoi fidi fino a soffocare tra sospetti e rancori.

Il mondo esterno trasformato in un perfido complotto da cui difendersi

È la comfort zone di Palazzo Chigi, che trasforma il mondo esterno in un perfido complotto da cui difendersi. Inizialmente, l’intento di Meloni era di confermare tutti gli ad delle partecipate, e lasciar sfogare le brame dei partiti sulle presidenze. La disastrosa sconfitta referendaria le ha fatto subito accantonare gli antichi propositi. Il mercato, nel frattempo, prende nota. Gli investitori stranieri guardano l’Italia e vedono un Paese in cui le partecipate vengono gestite come feudi, dove le regole valgono solo per gli altri e la discontinuità manageriale dipende dagli umori di chi sta al potere e non dai risultati di bilancio.

Un altro piccolo chiodo nella bara di una certa narrazione

Meloni aveva vinto le elezioni con un’idea semplice e potente: un governo che fa quello che dice, la coerenza come arma vincente. Ma quell’idea, che già aveva cominciato a vacillare nei mesi a venire, adesso fatica a reggere. E ogni nomina calata dall’alto senza una riga di motivazione è un piccolo chiodo nella bara di quella narrazione. Il fortino protegge, ma isola. E un leader isolato, prima o poi, smette di leggere la realtà, finendo per leggere solo se stesso.

Chi è l’italiano in carcere negli Stati Uniti per vendita di armi alla Russia

Un cittadino italiano è stato arrestato negli Stati Uniti con l’accusa di aver esportato illegalmente armi in Russia e si trova in un carcere di Brooklyn in attesa di sentenza, dopo essersi dichiarato colpevole. Lo ha reso noto il Dipartimento di Giustizia Usa: il commerciante di armi Manfred Gruber – questo il nome dell’uomo – è stato fermato a ottobre 2025 mentre si stava recando a una fiera di settore a Washington.

Chi è Manfred Gruber, che si è dichiarato colpevole

Gruber, altoatesino di 61 anni, è direttore commerciale di un’azienda del nord Italia che produce armi e munizioni. Come spiega l’Eastern District of New York del Dipartimento di Giustizia, il manager è stato arrestato con l’accusa di aver esportato armi per 540 mila dollari in Russia, attraverso il Kirghizistan, violando le rigide normative Usa in materia. «I reati commessi da Gruber hanno contribuito ad alimentare la sanguinosa guerra contro l’Ucraina che ha causato innumerevoli vittime», si legge in un comunicato. Durante una prima udienza, il 30 marzo Gruber si è dichiarato colpevole di cospirazione per commettere violazioni delle norme sul controllo delle esportazioni.

Un presunto socio di Gruber è già stato condannato

«L’ammissione di colpevolezza dimostra le gravi conseguenze della violazione delle limitazioni sulle esportazioni statunitensi e l’impegno dell’Fbi nel perseguire chi alimenta illegalmente gli sforzi bellici dei nostri avversari stranieri», ha dichiarato Roman Rozhavsky, vicedirettore della Divisione spionaggio e controspionaggio dell’agenzia americana, che ha fatto anche riferimento all’utilizzo (per l’export) dell’aeroporto ‘John F. Kennedy’ di New York. A gennaio un presunto socio di Gruber di origine kirghisa, Sergei Zharnovnikov, era stato arrestato per lo stesso motivo: è già stato condannato a 39 mesi di carcere.