Gli americani stanno salvando il calcio o cercano solo asset da valorizzare?

Il Frosinone sta per aggiungersi alla lunga lista. Quella delle società italiane in mano a proprietà straniere. Sui ciociari, appena promossi in Serie A, c’è il forte interesse del fondo americano Gamechanger 20 (già a capo dell’Ipswich Town), pronto ad affiancarsi alla famiglia Stirpe. Un’operazione che si inserisce in un trend ormai consolidato. In giorni in cui a far discutere è soprattutto il pasticcio societario del Milan di Gerry Cardinale, che dopo aver azzerato i vertici e inseguito manager per settimane si è dovuto affidare a discutibili figure già presenti all’interno dell’organigramma, la domanda è: questi americani sanno quello che fanno? E soprattutto, cosa vogliono?

Gli americani stanno salvando il calcio o cercano solo asset da valorizzare?
I giocatori del Frosinone in festa per la promozione in Serie A (foto Ansa).

Nei top 5 campionati il 40 per cento delle proprietà è in mano agli stranieri

Dei 20 club che hanno partecipato alla Serie A 2025-26, 11 sono controllati da non italiani. Tra questi, la maggior parte fa capo a investitori nordamericani. Il fenomeno non riguarda solo l’Italia. Secondo le principali analisi di settore, nei cinque principali campionati europei circa il 40 per cento delle squadre è oggi in mano a padroni che vengono dall’estero, con gli statunitensi tra i più attivi nel mercato delle acquisizioni.

Ma perché l’Italia, ancora più di altri Paesi, rappresenta un’occasione? Il motivo è da ricercare nel rapporto tra valore potenziale e costo d’ingresso. Rispetto per esempio alla Premier League inglese, dove le valutazioni sono ormai schizzate fuori scala, la Serie A resta più accessibile. Ci sono club storici, brand riconoscibili, ma prezzi ancora relativamente bassi.

In più c’è un dato strutturale. Secondo i dati Deloitte, il nostro campionato nella stagione 2023/2024 ha avuto ricavi complessivi pari a 2,9 miliardi di euro, contro gli oltre 7 miliardi della Premier. Il gap si riflette nelle valutazioni dei club e rende il mercato italiano particolarmente appetibile per chi lavora sulla crescita del valore degli asset.

Gli americani stanno salvando il calcio o cercano solo asset da valorizzare?
Gerry Cardinale (Imagoeconomica).

Per molti fondi americani il calcio italiano è ancora sottovalutato. Milan, Inter e Roma hanno un potenziale commerciale elevato, ma arrivano da anni complessi sul piano finanziario, pur con le dovute differenze. Questo crea spazio per operazioni di rilancio.

Cambia la logica di gestione rispetto agli storici imprenditori del passato

Con l’arrivo degli yankee cambia però anche la logica di gestione. E, per molti tifosi (chiedete soprattutto a quelli rossoneri), non in meglio. Per anni i club sono stati guidati da imprenditori che li vivevano come estensione della propria identità personale o aziendale. Da Silvio Berlusconi al Milan a Massimo Moratti all’Inter, passando per Franco Sensi alla Roma o i Della Valle alla Fiorentina, l’obiettivo era soprattutto il successo sportivo e il prestigio. Le perdite venivano coperte dai proprietari. La sostenibilità economica restava sullo sfondo.

I fondi americani ragionano in modo diverso. Il club è un asset da valorizzare nel tempo: ricavi, costi, crescita del valore complessivo. I risultati sportivi contano, ma nella misura in cui generano entrate da Champions League, sponsor e diritti televisivi.

Il Milan è il caso più evidente. Dopo Elliott e poi RedBird, il club ha imboccato un percorso di risanamento. Nel 2024-25 ha chiuso con il terzo utile consecutivo, circa 3 milioni, e ricavi vicini ai 495 milioni. Sul campo però la continuità è mancata: due stagioni senza Champions pesano.

Gli americani stanno salvando il calcio o cercano solo asset da valorizzare?
Zlatan Ibrahimovic, uomo di RedBird (foto Ansa).

L’Inter, vincitrice dello scudetto 2025-26, racconta una dinamica diversa. Ha chiuso il bilancio al 30 giugno 2025 con un utile di 35,4 milioni, in forte crescita rispetto all’anno precedente. Qui i risultati sportivi hanno inciso di più, soprattutto il percorso europeo recente, con due finali di Champions negli ultimi quattro anni che hanno portato entrate significative.

Oaktree, la priorità era rimettere i conti dell’Inter in ordine

RedBird ha acquistato il Milan nel 2022 puntando su un marchio globale da valorizzare, con circa 825 milioni tra acquisizione, rifinanziamenti e nuovi apporti. L’Inter invece è passata a Oaktree dopo il mancato rimborso del finanziamento concesso a Suning. In quel caso la priorità era semplice: rimettere ordine ai conti.

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La sede dell’Inter nel palazzo nel distretto dell’innovazione a Porta Nuova, Milano (foto Ansa).

La Roma è un altro caso ancora. La famiglia Friedkin ha investito quasi un miliardo tra acquisto e ricapitalizzazioni. Le perdite restano alte, ma la proprietà continua a sostenere il club con una logica di lungo periodo, legata anche allo stadio e allo sviluppo infrastrutturale.

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Ryan Friedkin con il sindaco di Roma Roberto Gualtieri dopo un incontro per parlare del nuovo stadio (foto Imagoeconomica).

Un trend che non si ferma alla Serie A

Il fenomeno non si ferma ai grandi club né alla Serie A. Negli ultimi anni i capitali americani sono arrivati anche nelle categorie inferiori. Un caso emblematico è quello di Matt Rizzetta, imprenditore italo-americano proprietario del Campobasso, che sembrava pronto a rilevare la Reggina, prima di essere superato dalla concorrenza di Claudio Lotito in quella che pare un’operazione più politica che calcistica. Un esempio di approccio diverso rispetto al passato: non solo grandi club, ma anche società di provincia con margini di crescita ancora inespressi.

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Il presidente del Campobasso, lo statunitense Matt Rizzetta (foto Ansa).

In molti casi non si tratta di inseguimento del risultato sportivo. I club diventano anche strumenti per sviluppare business, rafforzare la presenza su mercati specifici e far crescere il brand nel tempo. Una logica diversa rispetto alla tradizione italiana, dove il presidente era spesso il centro assoluto del progetto.

Hanno portato stabilità, ma i problemi strutturali restano

Alla fine la domanda resta la stessa: questi fondi stanno salvando il calcio italiano o stanno semplicemente costruendo asset più efficienti da valorizzare? Da un lato hanno portato stabilità in società che arrivavano da anni di debiti e incertezza. Dall’altro, i problemi strutturali rimangono: stadi obsoleti, ricavi da matchday bassi, dipendenza dai diritti tivù. In mezzo c’è la realtà di oggi: club più ordinati, ma un sistema che non ha ancora cambiato davvero direzione.

Chi è l’architetto Felice Squitieri, nominato commissario straordinario per il Piano casa

L’architetto Felice Squitieri è stato nominato Commissario straordinario per la ricognizione dei fabbisogni e il programma di interventi in materia di edilizia residenziale pubblica e sociale previsto dal decreto Piano Casa. L’incarico terminerà il 31 dicembre 2027: per la gestione amministrativa dei compiti assegnati, il commissario potrà avvalersi di una struttura di supporto, posta alle sue dirette dipendenze.

Chi è Felice Squitieri

Esperto di bioedilizia e politiche per la sostenibilità, Squitieri vanta nel proprio curriculum gli incarichi di commissario per le procedure di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e Valutazione Ambientale Strategica (VAS) del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica. Squitieri è vicino alla Lega, per la quale ha svolto diversi incarichi soprattutto a Roma e nel Lazio.

Enrico Varriale, confermata in appello la condanna a 10 mesi per stalking e lesioni

I giudici della prima sezione penale della Corte di Appello di Roma hanno ribadito la sentenza emessa a giugno del 2025 dal giudice monocratico, confermando la condanna a 10 mesi – con pena sospesa – per Enrico Varriale, imputato per stalking e lesioni nei confronti di una ex. Questa è solo una delle due vicende giudiziarie – dai contorni simili – che vedono al centro l’ex giornalista di Rai Sport. A dicembre 2025 Varriale è stato condannato in primo grado a sette mesi, sempre con pena sospesa, per un altro caso che lo vede accusato di minacce e lesioni nei confronti di un’altra ex compagna.

Pierro: 7 amministratori salernitani passano con Vannacci

“Futuro Nazionale continua a radicarsi sui territori grazie all’ingresso di amministratori locali che condividono il nostro progetto politico, fondato sui valori dell’identità, del buon governo e della difesa degli interessi dei cittadini”. Lo dichiara il deputato Attilio Pierro, esponente di Futuro Nazionale e membro dell’Esecutivo nazionale, annunciando l’adesione al movimento di sette amministratori della provincia di Salerno. Entrano ufficialmente in Futuro Nazionale: Elena Anna Gerardo, sindaco del Comune di Alfano, componente del direttivo del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni e primo sindaco della Campania ad aderire a Futuro Nazionale; Luigi Brusco, assessore del Comune di Vibonati; Gerardo Calzaretta, assessore del Comune di Oliveto Citra; Bernardo Pugliese, assessore del Comune di Morigerati; Andrea Mancuso, assessore del Comune di Torraca; Davide Arenare, consigliere comunale del Comune di Laurito; Giorgio Vassalli, consigliere comunale del Comune di Torre Orsaia. “Rivolgo a ciascuno di loro il mio più sincero benvenuto. La loro scelta rappresenta un importante segnale di fiducia nei confronti di un progetto politico che sta crescendo con serietà, credibilità e una presenza sempre più capillare sui territori. La provincia di Salerno dimostra ancora una volta di voler essere protagonista nella costruzione di una nuova classe dirigente, vicina alle esigenze delle comunità locali. Queste adesioni rafforzano la presenza di Futuro Nazionale in Campania e testimoniano come un numero sempre maggiore di amministratori scelga di mettere a disposizione esperienza, competenza e passione all’interno di un movimento che guarda al futuro senza rinunciare ai valori e all’identità del nostro Paese”, prosegue Pierro. “Continueremo a lavorare con determinazione per costruire una rete sempre più forte di amministratori, professionisti e cittadini che condividono la volontà di dare all’Italia e ai nostri territori una rappresentanza autorevole, concreta e radicata”, conclude il deputato. Unitamente, il Coordinatore Nazionale di Futuro Nazionale, Massimiliano Simoni, ha espresso il proprio saluto ai nuovi amministratori aderenti al movimento, rivolgendo loro un caloroso benvenuto e l’augurio di buon lavoro. Con queste nuove adesioni, Futuro Nazionale consolida ulteriormente la propria presenza in provincia di Salerno e prosegue il percorso di crescita e radicamento in tutta la Campania.

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Annunciata la giuria dell’83esima Mostra del cinema di Venezia

Saranno la sceneggiatrice tunisina Kaouther Ben Hania, il compositore britannico Daniel Blumberg, la regista e sceneggiatrice afgana Shahrbanoo Sadat, il docente universitario italiano Francesco Casetti, il regista e sceneggiatore francese Xavier Giannoli, il regista e produttore hongkonghese Johnnie To a completare con la presidente Maggie Gyllenhaal – che era già stata annunciata – la Giuria internazionale del Concorso della 83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che si svolgerà al Lido dal 2 al 12 settembre 2026. La decisione è stata presa dal consiglio d’amministrazione della Biennale di Venezia su proposta di Alberto Barbera, direttore artistico della mostra.

Annunciata la giuria dell’83esima Mostra del cinema di Venezia
Annunciata la giuria dell’83esima Mostra del cinema di Venezia
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Annunciata la giuria dell’83esima Mostra del cinema di Venezia
Annunciata la giuria dell’83esima Mostra del cinema di Venezia
Annunciata la giuria dell’83esima Mostra del cinema di Venezia
Annunciata la giuria dell’83esima Mostra del cinema di Venezia

De Luca, ‘mi sembra di stare qui da venti anni e non due settimane’

“Ho la sensazione di stare qui da venti anni e invece sono solo due settimane”: così il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, ai cittadini che lo attendevano questa mattina per la riapertura dell’ascensore in via Velia, ha spiegato il lavoro che sta portando avanti in città che, ha detto, gli farebbe sembrare di essere tornato da molto più tempo rispetto a queste poche settimane effettive. “Stiamo facendo 300 interventi – ha ribadito De Luca ai giornalisti presenti – mi sono ricordato io stesso che sono arrivato qui da due settimane, non di più. Con i i nostri concittadini, ormai, è cresciuta a tal punto la domanda, ma vorrei cogliere l’occasione per ricordare che io sto qui da due settimane. Comunque, come ci siamo impegnati a fare per San Matteo, cambieremo la faccia della città”. Intanto, da quest’oggi è attivo l’ascensore di via Velia. L’impianto che collega via Velia con Piazza Principe Amedeo ed il quartiere Mutilati è stato interessato da lavori di sostituzione e ristrutturazione del vano. “Questo, per la verità, – ha ribadito il primo cittadino – non è un piccolo intervento perché c’è stata la sostituzione completa del sistema degli ascensori. Abbiamo collocato la videosorveglianza, quindi c’è un controllo anche a distanza, è stato fatto un lavoro anche di arredo interno ed esterno e c’è un percorso per disabili. Si tratta di un intervento importante, soprattutto per le persone anziane, per i disabili. È uno dei tanti interventi che stiamo realizzando per recuperare servizi, ma anche dignità urbana. Uno degli obiettivi che ci siamo posti, infatti, è proprio quello recuperare la dignità urbana e la sicurezza per i nostri concittadini. È un lavoro complicato perché, dopo anni di sbracamento, far imporre di nuovo le regole della buona educazione, diventa sempre complicato. Un po’ di pazienza, abbiamo appena cominciato”.

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Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Figc

Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio. L’ex numero uno del Coni è stato eletto con il 68,58 per cento dei voti e preferito all’unico altro candidato Giancarlo Abete, che aveva già guidato la Figc dal 2007 al 2014. Le elezioni, che si sono tenute al Rome Cavalieri Waldorf Astoria Hotel di Roma, si sono svolte a scrutinio segreto, con voto elettronico. Erano presenti 266 delegati su 273 (assenti un delegato della Lega Pro e sei atleti): i voti complessivi erano dunque 502,946 e per essere eletti ne serviranno 252. Le votazioni sono avvenute a scrutinio segreto con sistema elettronico. L’incarico di Malagò durerà due anni: di fatto coprirà la seconda metà del mandato di Gabriele Gravina, che rieletto nel 2025 si è poi dimesso dopo la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali.

Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Figc
Giovanni Malagò e Giancarlo Abete (Ansa).

Malagò: «Non sono un papa nero, sono uno di voi»

«Non sono un papa nero, sono uno di voi, sono figlio della Figc e ho un solo scopo, fare grande l’Italia. Ho sentito tutti gli interventi, faccio fatica a non essere d’accordo più o meno con tutti, ho sentito tante grida di dolore, problematiche di carattere strutturali, ma va detto che se io oggi sono qui è solo perché Gravina ha deciso di dimettersi», aveva detto Malagò nel suo intervento prima del voto. «Perché le componenti hanno pensato a me? Me lo sono chiesto, all’inizio ero scettico, reduce da un’esperienza molto dura come Milano-Cortina. Forse perché sono stato per 21 anni presidente del Circolo Canottieri Aniene, facendo parte quindi del mondo dilettanti che conosco a memoria, ho cantano e portato la croce. Forse hanno pensato che tutto quello che ho fatto in altri ambienti, si possa ripetere in Figc. Pur non avendo mai avuto l’ansia, sento fortissimo il peso delle responsabilità».

Riconfermato in blocco il Consiglio federale

Eletto anche il Consiglio federale, che è stato riconfermato in blocco: Stefano Campoccia, Giorgio Chiellini e Giuseppe Marotta per la Serie A; Antonio Gozzi per la Lega B; Giulio Gallazzi per la Lega Pro; Ilaria Bazzerla, Giacomo Fantazzini, Daniele Ortolano, Sergio Pedrazzini, Giuliana Tambaro per la Lega Nazionale Dilettanti. In rappresentanza degli atleti Valerio Bernardi, Davide Biondini, Umberto Calcagno e Sara Gama, mentre per i tecnici Giancarlo Camolese e Silvia Citta.

Celso: Olivicoltura cilentana al riparo dal caporalato

di Erika Noschese

 

 

Il quadro dell’inchiesta sul lavoro e la legalità nei campi salernitani prosegue, analizzando il comparto dell’olio d’oliva, una filiera legata a doppio filo all’orografia delle aree interne e a una tradizione produttiva antichissima. Se la viticoltura e l’agrumicoltura della provincia si confrontano con le fiammate stagionali e la pressione turistica, l’olivicoltura salernitana risponde a logiche ancora diverse, dettate da una frammentazione fondiaria estrema e da un progressivo spopolamento generazionale. Nel Cilento, terra dell’oro verde e di cultivar secolari, il rischio di derive criminali e caporalato si scontra con una realtà fatta di micro-produttori e reti di collaborazione familiare. Vincenzo Celso, titolare dell’omonima azienda agricola e oleificio, nonché consigliere direttivo di Confagricoltura Salerno, analizza lo stato dell’arte del settore, mettendo in guardia dalle semplificazioni burocratiche e indicando nell’identità territoriale l’unica vera difesa contro il dumping della grande distribuzione.

La campagna olivicola si concentra in un arco temporale ridottissimo. Questo picco rappresenta, per la provincia di Salerno, l’anello debole in cui rischia di inserirsi il caporalato pur di non perdere il raccolto?

«Credo che la risposta sia racchiusa in una cifra: 1,60. La provincia di Salerno ha un’estensione media di un ettaro e sessanta per singolo produttore olivicolo. Di fatto, nella maggior parte dei casi, parliamo di un’olivicoltura non da reddito, atta alla soddisfazione del fabbisogno personale o poco più. Certo, il rischio di un reclutamento informale esiste, ma per fortuna sul nostro territorio parliamo di numeri molto piccoli, gestiti attraverso una rete familiare e amicale che potrebbe definirsi di “collaborazione”. Altro è il rapporto di lavoro nelle medie e grandi aziende che, pur non essendo molte, hanno raggiunto buoni livelli di meccanizzazione sia nella coltivazione sia nella raccolta, affidandosi a collaboratori assunti per periodi medio-lunghi. Comunque, è sempre opportuno vigilare su eventuali comportamenti scorretti».

Nel Cilento prevale l’olivicoltura tradizionale, legata a piante secolari su terreni impervi. Questa vocazione alla tradizione non rischia di marginalizzare le vostre aziende rispetto ai modelli superintensivi e meccanizzati?

«È una domanda pertinentissima. In provincia, e soprattutto nel mio Cilento, le produzioni faticano per motivi legati alla morfologia del territorio e alla frammentazione aziendale. Negli ultimi anni ci sono stati vistosi cali di produzione, in parte dovuti al cambiamento climatico e in parte a un mancato ricambio generazionale. È un peccato, considerato che l’extravergine del Cilento è un prodotto di ottima qualità. A mio modo di vedere, però, non dobbiamo inseguire modelli di produzione intensivi o superintensivi che sono quasi impossibili da attuare sulle nostre colline. Dobbiamo invece utilizzare quello che oggi è uno svantaggio morfologico per creare sinergie con forme di turismo verde, come l’oleoturismo. I nostri costi di produzione possono essere limati e ottimizzati, ma non scenderanno mai al livello degli impianti industriali. Il punto è un altro ed è identitario: è meglio sgranocchiare una bruschetta con olio Evo del Cilento in un agriturismo con vista sul mare o comprare un olio al supermercato? Non dobbiamo pensare all’olio in sé, ma al prodotto come espressione della storia del territorio».

I frantoi e gli oliveti salernitani sono spesso dislocati nelle aree interne e collinari, dove i trasporti e i controlli ispettivi sono più complessi. Questo isolamento logistico favorisce la creazione di sacche di lavoro nero?

«È possibile, anche se bisogna sempre distinguere. Certamente la difficoltà di controllare aziende sparse su un territorio scarsamente popolato, con strade statali e provinciali non degne di una potenza industriale, può favorire questi fenomeni. Tuttavia, vado a memoria e non ricordo casi eclatanti nella nostra zona. Credo sia una problematica che riguarda soprattutto le aree in cui sono fortemente sviluppate le varie forme di agricoltura intensiva, non i nostri borghi collinari».

Se le certificazioni di qualità del prodotto integrassero al loro interno l’obbligo di una “certificazione sociale” del lavoro, gli olivicoltori salernitani sarebbero pronti o diventerebbe solo un’ulteriore barriera burocratica?

«Su questo punto vado un po’ controcorrente. Comprendo la gravità del momento attuale, pensando a quei poveri lavoratori bruciati vivi, ma non bisogna farsi trascinare dall’emotività. Penso invece che sia prioritario semplificare le norme che regolano la vita di un’impresa. L’humus nel quale sguazzano le aziende non serie è proprio il bailamme di norme e leggi che regolano il quotidiano. Paradossalmente, se fossi un ispettore, sarei preoccupato se un’azienda risultasse burocraticamente perfetta; la cosa non mi quadrerebbe. Quella sorta di certificazione sociale a cui fa riferimento è già ampiamente prevista e regolata dalle norme e dalle leggi vigenti».

Il frantoio è il collo di bottiglia della filiera: ogni oliva deve transitare da voi. Ritiene che i frantoi possano esercitare un ruolo di sentinelle della legalità, incrociando i dati di produzione con i braccianti dichiarati dalle aziende?

«Capisco l’osservazione ma, in uno Stato democratico, credo sia fondamentale mantenere la distinzione dei ruoli. Affidare a dei soggetti privati il controllo ispettivo su altri soggetti privati è una scelta che non mi trova d’accordo. Il rischio di generare una pericolosa convergenza di interessi tra le parti è decisamente troppo alto».

In che misura l’olivicoltura salernitana oggi dipende dalla manodopera straniera per sopperire al disinteresse dei giovani locali?

«Con questa domanda sfonda una porta aperta. In generale auspico una razionalizzazione dei flussi migratori. Interi settori agricoli della nostra provincia, a partire dalla zootecnia, hanno una necessità sempre maggiore di lavoratori extra-UE. Nel settore olivicolo il problema per ora è minore solo perché i nostri volumi non sono comparabili con l’ortofrutta, ma sappiamo benissimo che il problema si presenterà presto anche da noi. Il calo demografico e il disinteresse dei giovani sono fattori che incideranno pesantemente sul futuro. Mi lasci dire che forse oggi si abusa del termine “integrazione” e si trascura la parola “assimilazione”. La storia ci insegna che le società vincenti sono quelle che riescono ad assimilare i nuovi venuti, facendoli diventare a tutti gli effetti cittadini della loro nuova Patria».

Sui banconi dei supermercati l’olio viene spesso svenduto a prezzi inferiori ai costi di produzione. Come può un consumatore capire che dietro un prezzo troppo basso si nasconde il compromesso sui diritti dei lavoratori?

«Forse mi chiede troppo, ma se permette le faccio io una domanda: perché in tanti si chiedono come mai un olio extravergine di qualità costi 12 o 13 euro, ma nessuno si scandalizza se un cellulare di marca costa 1500 euro? Quel telefono durerà tre o quattro anni prima del funerale, mentre l’olio che consumiamo nutre la nostra salute. Purtroppo viviamo dell’immagine di noi stessi in relazione agli altri: la marca del cellulare si mostra continuamente in pubblico, l’ottimo olio Evo si consuma nel tempo di una cena. Di fronte a questa distorsione culturale, non saprei cosa dirle».

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Meloni e l’imbarazzo per il party americano a Villa Taverna: le pillole del giorno

L’eco del botta e risposta tra Donald Trump e Giorgia Meloni non si esaurisce. Una sbornia continua, tra familiari del presidente americano che evocano malattie mentali, disturbi psichiatrici di ogni tipo, manie e vizi (con tanto di intervista al Corriere della sera) e quotidiani italiani che ormai hanno titolato ogni offesa possibile contro Trump. Tra deputati e senatori di Fratelli d’Italia tutti si chiedono: «Quando finirà?». C’è un appuntamento segnato di rosso, il tradizionale party per il 4 luglio, Giorno dell’Indipendenza americana. Cade di sabato, ma anche quest’anno, come nel 2025, si festeggia il 2 luglio: per quel giovedì ministri, politici e vipponi di vario genere dovranno decidere se accettare l’invito ed entrare a Villa Taverna per l’evento a stelle e strisce, come se nulla fosse (o quasi). La lite non sembra avere termine e quella data si avvicina pericolosamente, anche se Palazzo Chigi ora ha chiesto di abbassare i toni, e la clamorosa idea di disertare il ricevimento con l’imbarazzato ambasciatore americano a Roma Tilman Fertitta sembra essere rientrata. A meno che qualcuno proprio non ce la faccia e, per scelta personale, non si presenti. L’anno scorso sul palco, oltre alla premier, erano saliti il presidente del Senato Ignazio La Russa e i due vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini. Male che vada, il rischio quest’anno è che hot dog e sandwich vari possano finire nei camion della nettezza urbana per mancanza di clienti. Qualcuno mette già le mani avanti, visto che «è meglio non andarci alla festa americana, si mangia malissimo».

Meloni e l’imbarazzo per il party americano a Villa Taverna: le pillole del giorno
Meloni e l’imbarazzo per il party americano a Villa Taverna: le pillole del giorno
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Qualcuno dica a Salvini che il ministro dell’Interno non è lui

«Gioca in casa, a Milano, e vuol far credere che il responsabile della sicurezza in Italia, il vero ministro dell’Interno, è lui, Matteo Salvini»: così tra i leghisti viene commentata la visita in agenda nella mattinata di lunedì 22 giugno del ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, in via Francesco Caracciolo, per un «sopralluogo tecnico» nel cantiere dei lavori per la realizzazione della nuova sede della polizia di Stato all’interno del compendio demaniale “Caserma Montello”. Al Viminale in teoria ci sarebbe Matteo Piantedosi, ma per Salvini il cuore è rimasto lì, sul colle romano dove voleva tornare…

Meloni e l’imbarazzo per il party americano a Villa Taverna: le pillole del giorno
Sopralluogo tecnico del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini al cantiere dei lavori per la realizzazione della nuova sede della polizia di Stato a Milano (foto Ansa).

La Capitale copia gli americani: nasce la Roma Walk of Fame

Come al solito, quando si è provinciali si copia tutto quello che fanno gli americani. Pure a Roma, in Campidoglio, dove il sindaco è il piddino Roberto Gualtieri: il I Municipio, con una risoluzione del Consiglio, ha deciso di realizzare la “Roma Walk of Fame”, ovviamente nella strada della Dolce vita, via Veneto. Mischiando vivi e morti, per far più confusione: tra i primi, ecco Francesco Totti e Adriano Panatta, chiamati in rappresentanza dello sport. Per lo spettacolo non si contano più i defunti che verranno celebrati: Federico Fellini, al quale verrà dedicata una stella da collocare davanti al Cafè de Paris, e poi Marcello Mastroianni, Anna Magnani, Monica Vitti, Vittorio Gassmann, Alberto Sordi, Pier Paolo Pasolini e Ennio Morricone. Comunque, sul tema “parità di genere” non ci siamo proprio: per la stragrande maggioranza si tratta di uomini.

Tg5, c’è Vicinanza con Confcooperative

Non è il miglior periodo per parlare degli Stati Uniti, però Giancarmine Vicinanza ha prodotto un libro intitolato La Costituzione Americana? È nata a Venezia. L’autore, che da mesi va in giro a diffondere la sua fatica editoriale e viene presentato come «storico», anche dal Tg5 di Mediaset sabato 20 giugno nell’edizione delle 13 (e la prefazione del libro è firmata da uno “di casa” nelle reti televisive berlusconiane, cioè Giuseppe De Filippi), si dilunga su temi dei legami tra l’Italia e gli Stati Uniti. Che poi Vicinanza nella vita di tutti i giorni, e ormai da vent’anni, è il capo dell’ufficio stampa di Confcooperative, prodigo di pacchi natalizi ricchi di ogni ben di Dio a beneficio di chi lavora nei piani alti dei giornali, senza dimenticare inviti alle cene grazie alla presenza di aziende del settore food nel “corpaccione” delle coop bianche. Altro che «storico»…

Gualtieri ci tiene a Coldiretti (e al Circolo San Pietro)

“Campagna Amica”, ossia gli stand alimentari di Coldiretti, nella serata di giovedì 18 giugno hanno invaso il Maxxi di Roma. Il giorno dopo è arrivato il taglio del nastro, in via Tiburtina, del mercato di “Campagna Amica Tiburtino”, inaugurato in una tensostruttura alla presenza del sindaco di Roma Gualtieri, dei rappresentanti di Coldiretti di Roma e Lazio e Campagna Amica. Uno spazio è dedicato ai prodotti a chilometro zero, alla filiera corta e al rapporto diretto tra aziende agricole e cittadini. Che poi è Niccolò Sacchetti il presidente di Coldiretti Roma, il marchese che è anche presidente del Circolo San Pietro. Fatto sta che Gualtieri ci teneva tantissimo a presenziare, e ha tenuto anche un discorso: «I mercati sono spazi fondamentali. Non sono solo luoghi commerciali, sono luoghi di socialità. Veicolano un’idea di comunità dove le persone si incontrano e si conoscono, e promuovono un rapporto sano con il cibo e con le nostre filiere agricole. Oggi siamo invasi da cibi ultraprocessati, mentre abbiamo un patrimonio preziosissimo nelle aziende di prossimità. Lavorano con passione, offrono qualità straordinaria e portano avanti molto più di un banco: custodiscono un pezzo della nostra civiltà che fa bene alle persone e all’economia. Lavoreremo perché questi spazi crescano ancora». E in Campidoglio spifferano: «Dopo il “patto” con Francesco Gaetano Caltagirone, adesso Gualtieri ha stretto un accordo anche con la nobiltà “nera”, quella papalina, della Capitale».

Meloni e l’imbarazzo per il party americano a Villa Taverna: le pillole del giorno
Meloni e l’imbarazzo per il party americano a Villa Taverna: le pillole del giorno

Il re di Benevento Mastella ora beve Acea

Grande festa per i 50 anni in politica del 79enne Clemente Mastella da Ceppaloni, “il re di Benevento”. E proprio in occasione dei preparativi per le celebrazioni mastelliane, è stata aggiudicata ad Acea Acqua Spa la gara, dal valore stimato di oltre un miliardo di euro, per la gestione del Servizio idrico integrato dell’area sannita. Acea Acqua sarà il socio privato di Sannio Acque Srl, quest’ultima una realtà mista pubblico-privata costituita al 55 per cento da soci pubblici e al 45 per cento da Acea Acqua Spa. La concessione, che avrà durata fino al 2051, riguarda un ambito territoriale di grande rilevanza e comprende il Comune di Benevento e altri 77 Comuni della provincia, per un totale di 272 mila abitanti serviti.

Meloni e l’imbarazzo per il party americano a Villa Taverna: le pillole del giorno
Clemente Mastella (foto Imagoeconomica).

Per Tortora, Bpm è un’ottima banca. Ma dai?

In vista del consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi di Siena, in programma il 22 giugno, c’è chi guarda nel dettaglio cosa è accaduto nelle settimane che hanno preceduto le offerte di Banco Bpm da una parte e di Intesa e Bper dall’altra. Un faro è stato acceso sulla “lista Tortora”, quella che permise a Luigi Lovaglio di tornare a bordo del Monte, dopo esserne stato cacciato. Al Corriere della Sera, intervistato, Pierluigi Tortora ha detto: «L’offerta di Intesa su Mps? Non ho pregiudizi». Per poi rispondere, a una domanda su Banco Bpm, che si tratta di «un’ottima banca». Poteva dire altrimenti, Tortora? A marzo, con una curiosa coincidenza temporale, il suo gruppo, Plt, ha ottenuto da Banco Bpm un fido da 159 milioni di euro. Che non sono bazzecole. La notizia è circolata solo per un giorno, e sulla stampa specializzata. Fatto sta che sul sito di Plt è descritta tutta l’operazione.

Meloni e l’imbarazzo per il party americano a Villa Taverna: le pillole del giorno
Pierluigi Tortora e Luigi Lovaglio. Alle loro spalle, Rocca Salimbeni.

In sintesi si tratta di un finanziamento per l’acquisizione e il rifinanziamento di sei impianti fotovoltaici, e «l’operazione è stata guidata da Banco Bpm in qualità di global coordinator, in pool con UniCredit, Bper Corporate & Investment Banking, Crédit Agricole Italia, Banca Popolare di Puglia e Basilicata, Mediocredito Centrale». Plt energia si descrive come «primario operatore italiano nel settore delle energie rinnovabili e controllato da Plt holding appartenente alla famiglia Tortora» e annuncia di aver sottoscritto, «tramite la propria sub-holding Plt Res 2 S.r.l., un finanziamento in pool su base “project finance” con capofila Banco Bpm per complessivi 159,1 milioni di euro. Per quanto riguarda i tempi, un’operazione come questa, anche per gli importi in ballo, non nasce nel giro di pochi giorni, perché richiede una serie di interlocuzioni tra le numerose parti coinvolte. Qualcuno si incuriosisce per la contemporaneità del finanziamento con il ritorno di Lovaglio nella corsa per riconquistare Mps, per non parlare del ruolo di Banco Bpm, che poi è stato il primo a lanciare l’attacco al Monte, in una domenica di fuoco che ha fatto intervenire, come risposta all’azione dell’istituto guidato da Giuseppe Castagna, Intesa e Bper, insieme. In precedenza, a gennaio, Plt era stato protagonista di un altro intervento, un finanziamento multilinea su base project financing per complessivi 54,2 milioni di euro con UniCredit in qualità di Sole Mandate Lead Arranger, Bookrunner e Lender. Alla fine, l’unica banca con cui Tortora non ha avuto contatti, in questi mesi, è Intesa. Interessante, molto interessante…

Infratech: La sabbia usata è stata approvata dal Comune di Salerno

“In relazione alla grave e strumentale campagna di disinformazione in corso sulla stampa e sui  canali istituzionali riguardo il blocco dei lavori di ripascimento del litorale di Torrione, il Consorzio Stabile Infratech ritiene doveroso ristabilire la verità dei fatti, a tutela della propria  immagine e per una corretta informazione dei cittadini”.

 

Comincia così una nota giunta in redazione relativa ai lavori di difesa costiera “Ambito 2” nel litorale di Torrione a Salerno.

“In primo luogo – si legge –  è fondamentale ricordare che la nostra impresa si era aggiudicata l’appalto  formulando un’offerta tecnica che prevedeva l’utilizzo, per il ripascimento, di sabbie marine  prelevate direttamente dall’area antistante il vicino porto “Marina d’Arechi”. Una soluzione  ottimale e naturale che, tuttavia, in fase esecutiva non è stata assentita dall’Amministrazione,  costringendo l’impresa a ripiegare su cave terrestri.

In secondo luogo, e contrariamente a quanto falsamente diffuso in questi giorni, respingiamo  categoricamente l’accusa di aver utilizzato materiali difformi all’insaputa dell’Ente. Tutto il  materiale sabbioso attualmente presente sull’arenile è stato preventivamente campionato sui  cumuli, analizzato in laboratorio e formalmente autorizzato alla posa in opera dal Comune di  Salerno, tramite la propria Direzione dei Lavori. In spiaggia non è entrato un solo granello di  sabbia che non fosse stato prima avallato dall’Amministrazione.

Le attuali e tardive contestazioni sollevate a posteriori dall’Ente, basate su campionamenti  effettuati in spiaggia a distanza di mesi e con normative di laboratorio errate, rappresentano  un maldestro tentativo di scaricare sull’impresa appaltatrice colpe, ritardi e gravi inadempienze  burocratiche riconducibili esclusivamente alla Stazione Appaltante.

Il Consorzio Infratech – conclude la nota –non accetta il ruolo di capro espiatorio e continuerà a difendere la correttezza del proprio operato  in tutte le sedi competenti”.

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Nuove accuse di doping per Schwazer

Nuove accuse di doping per Alex Schwazer. A lanciarle è stata l’agenzia nazionale antidoping tedesca, che ha avviato un procedimento nei confronti del marciatore azzurro, sospeso in via cautelare. A Schwazer, durante i campionati tedeschi di marcia su strada, sono state rilevate tracce di Eritropoietina sia nei campioni di urina sia in quelli di sangue. Nel comunicato che informa della positività, l’agenzia ha aggiunto di aver presentato una denuncia alla procura competente sulla base della legge antidoping.

Eredità Agnelli: Margherita chiede di costituirsi parte civile contro John Elkann

Tramite i suoi legali, Margherita Agnelli ha chiesto al giudice dell’udienza preliminare di costituirsi parte civile nel processo che vede imputati il figlio John Elkann e il commercialista Gianluca Ferrero e incentrato sull’eredità di Marella Caracciolo, vedova di Gianni Agnelli. Si è trattata della prima udienza preliminare nella quale sono stati riuniti tutti i diversi filoni dell’inchiesta della procura di Torino.

Eredità Agnelli: Margherita chiede di costituirsi parte civile contro John Elkann
John Elkann (Imagoeconomica).

Eredità Agnelli: di cosa è accusato Elkann assieme a Ferrero

Elkann e Ferrero sono accusati dei reati di dichiarazione fraudolenta mediante artifici, in relazione alle dichiarazioni fiscali di Caracciolo (nonna del ceo di Exor), e di truffa aggravata ai danni dello Stato, con riferimento alla residenza della moglie dell’Avvocato, che gli inquirenti ritengono essere stata fittiziamente dichiarata in Svizzera, anziché che in Italia dove invece viveva. L’inchiesta è partita da un esposto della stessa Margherita sul domicilio della madre, che dal suo punto di vista metterebbe in discussione gli accordi sull’eredità.

L’avvocato di Elkann: «È diventata miliardaria ed è scappata»

L’avvocato Paolo Siniscalchi, che fa parte del team legale di Elkann, ha detto che «c’è poco di morale» nella richiesta avanzata da Margherita Agnelli di costituirsi parte civile contro il figlio nel procedimento penale in corso a Torino. Siniscalchi ha poi aggiunto: «È diventata miliardaria ed è scappata dal gruppo che aveva guidato suo padre, lasciando al figlio l’onere di portarlo avanti con dei risultati molto lusinghieri». I gup ha fissato la prossima udienza l’11 settembre.

Parco del Cilento: Prignano Cilento

di Raffaella D’Andrea

Nel nostro viaggio nel Parco Nazionale del Cilento,Vallo di Diano e degli Albumi,oggi ci fermiamo a Prignano Cilento uno di quei luoghi che riescono ancora a raccontare il Cilento più autentico. Un borgo raccolto tra colline e uliveti, lontano dai ritmi frenetici del turismo di massa, dove il paesaggio conserva un equilibrio raro tra natura, storia e vita quotidiana. Passeggiando tra i vicoli in pietra e le abitazioni antiche del centro storico si percepisce immediatamente il legame profondo con la terra e con le tradizioni che da secoli caratterizzano questa parte del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Negli ultimi anni Prignano sta vivendo una nuova stagione di valorizzazione grazie a realtà imprenditoriali che hanno scelto di investire sul territorio senza alterarne l’identità. Tra queste, Santomiele rappresenta uno degli esempi più significativi di come una tradizione agricola possa trasformarsi in un progetto culturale, turistico ed economico capace di generare valore per un intero borgo. Dalla terrazza della Ficheria Santomiele lo sguardo si apre sul centro storico e sulla chiesa che domina il paese. Il verde delle colline accompagna l’orizzonte fino al mare e, nelle giornate più limpide, lo sguardo arriva fino a Capri. Una vera finestra sul Cilento, capace di restituire in un solo colpo d’occhio l’essenza di questo territorio. La storia di Santomiele affonda le sue radici nel 1930, quando Antonio Longo, emigrato a Buenos Aires, arrivò in Italia, si innamorò di quella che sarebbe diventata sua moglie e decise di non tornare più in Argentina. Acquistò una tenuta agricola nella località di Santomiele e da quella scelta nacque una storia familiare che oggi continua grazie al nipote Antonio Longo e a Corrado Del Verme, amici e soci, che hanno saputo raccogliere quell’eredità trasformandola in una visione contemporanea. Al centro di tutto c’è il Fico Bianco del Cilento DOP, varietà Dottato, considerato uno dei fichi più pregiati del Mediterraneo. Una presenza che accompagna la storia del Cilento fin dai tempi della Magna Grecia e che ancora oggi rappresenta una delle coltivazioni simbolo del territorio. Il Dottato si distingue per la buccia sottile e chiara, per la polpa morbida e vellutata, per i semi quasi impercettibili e per una dolcezza elegante che richiama sentori di miele, fiori d’acacia e mandorla. Caratteristiche che lo rendono particolarmente adatto all’essiccazione naturale, pratica che da secoli fa parte della cultura contadina cilentana. In ogni famiglia del Cilento il fico ha rappresentato per generazioni molto più di un semplice frutto: una riserva alimentare, un simbolo di prosperità e una presenza costante nella vita quotidiana. Santomiele ha saputo custodire questo patrimonio reinterpretandolo in chiave moderna, mantenendo lavorazioni naturali, attenzione alla sostenibilità e una costante ricerca della qualità. Il celebre fagottino di fichi secchi farcito con mandorle, uvetta e arancia candita, avvolto nelle foglie di fico, è diventato uno dei prodotti iconici dell’azienda, così come le storiche cannette che custodiscono i fichi all’interno delle canne del territorio. Prodotti che oggi raggiungono mercati internazionali e tavole prestigiose, portando con sé un pezzo di Cilento. Ma Santomiele non è soltanto un’azienda agricola. È un progetto che trova nella Ficheria la sua espressione più completa. Nato per celebrare i venticinque anni di attività dell’azienda, questo luogo rappresenta l’unico ristorante al mondo con un intero menù dedicato al fico. Ridurre la Ficheria a un semplice ristorante sarebbe però limitante. Qui il turismo esperienziale diventa realtà. L’ospite entra nel cuore del progetto, visita gli ambienti produttivi, osserva il lavoro quotidiano e comprende il valore che si cela dietro ogni confezione. Le artigiane preparano e confezionano a mano i fichi destinati a viaggiare in tutto il mondo, in un susseguirsi di gesti lenti e precisi che raccontano una tradizione ancora viva. È proprio questa autenticità a rendere la visita un’esperienza capace di coinvolgere tutti i sensi. La Ficheria è uno di quei luoghi che ogni viaggiatore gourmand spera di incontrare lungo il proprio cammino: autentico, identitario e profondamente legato alla terra che racconta. Qui si viene accolti con charme ed eleganza entrando in contatto con una storia fatta di persone, cultura e passione. La proposta gastronomica nasce dalla volontà di valorizzare il territorio e le sue eccellenze. Alla direzione della cucina c’è lo chef executive Andrea Impero, classe 1991, una stella Michelin conquistata nel 2024 con il ristorante Elementi del Borgobrufa Resort in Umbria, dopo un percorso professionale che lo ha visto protagonista in importanti cucine italiane e internazionali. A guidare quotidianamente la brigata è invece Daniele Binario, chef resident che interpreta con sensibilità e tecnica le materie prime cilentane, trasformandole in piatti che raccontano il territorio con eleganza e contemporaneità. Ogni ingrediente viene selezionato accuratamente e lavorato nel rispetto della sua identità. Il fico diventa il filo conduttore di una cucina che dialoga con la Dieta Mediterranea, patrimonio culturale riconosciuto nel mondo e nata proprio in queste terre. Oggi Santomiele rappresenta molto più di un’eccellenza produttiva. Attraverso i suoi fichi porta Prignano Cilento nel mondo, ma allo stesso tempo porta il mondo a Prignano. Giornalisti, food blogger, professionisti dell’enogastronomia e viaggiatori provenienti da diversi Paesi arrivano qui per conoscere una realtà unica, approfondire la cultura del fico bianco del Cilento e comprendere più da vicino il valore della Dieta Mediterranea. Molti scoprono così un territorio che forse non avrebbero mai visitato e che finisce per conquistare con la sua autenticità. Questo movimento genera nuove opportunità, favorisce investimenti, contribuisce al recupero di edifici storici e alimenta un processo virtuoso di valorizzazione del borgo. In un’epoca in cui molte aree interne combattono contro lo spopolamento, Prignano Cilento dimostra che il futuro può nascere proprio dalle proprie radici. E forse è questa la lezione più importante che arriva da Santomiele. Un piccolo frutto dalla storia millenaria, coltivato con rispetto e visione, è riuscito a trasformarsi in ambasciatore di un territorio intero. Un racconto che parla di agricoltura, cultura, accoglienza e identità, e che continua ogni giorno a portare il nome di Prignano Cilento ben oltre i confini del Parco Nazionale del Cilento.

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Salerno, a fuoco traghetto, in salvo i passeggeri. Il video

Il traghetto MOTONAVE AZZURRA SECONDA da Positano della GRASSI JUNIOR  ha preso fuoco durante il tragitto, probabilmente dalla sala macchina. A bordo una settantina di persone, Per momento una 1 signora incinta intossicata trasportata dalla Vopi  al Ruggi mentre la Capitaneria ha provveduto a mettere i8n salvo i passeggeri. Al molo Manfredi la saquadra del Vopi per i soccorsi.

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Primarie della Lega per Milano: Salvini e Sardone i più votati

Nel fine settimana la Lega ha svolto le sue primarie per individuare il candidato sindaco di Milano da proporre agli alleati di coalizione. Nessuna sorpresa: le preferenze degli elettori del Carroccio, si sono concentrate sul segretario nazionale Matteo Salvini e sulla vicesegretaria Silvia Sardone, che è anche europarlamentare e consigliera comunale. Lo ha annunciato Samuele Piscina, segretario provinciale del Carroccio e consigliere a Palazzo Marino, indicando tra gli altri nomi votati il suo e quelli di Alessandro Morelli, Gabriele Albertini, Alessandro Verri, Claudio Borghi, Paolo Del Debbio e Alessandro Spada: «Questa rosa di nomi, qualora i singoli candidati accettino, sarà giustamente e orgogliosamente proposta alla coalizione di centrodestra per la scelta finale e condivisa del futuro Sindaco di Milano». Sono stati circa 10 mila i milanesi che si sono recati ai 38 gazebo allestiti dalla Lega in città.

Primarie della Lega per Milano: Salvini e Sardone i più votati
Silvia Sardone e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Salvini: «Sardone candidata sindaca mi piacerebbe»

A margine dei gazebo della Lega, Salvini aveva già “lanciato” la numero due: «Un candidato sindaco che mi piacerebbe si chiama Silvia Sardone. Arrivati i risultati, domani mattina li offriamo al centrodestra sperando che entro l’estate ci sia il nome. La Lega non imporrà nessuno, ma riteniamo di avere donne e uomini e idee da offrire. Pierfrancesco Majorino è assolutamente battibile. Non so come sceglieranno il candidato a sinistra, ma non ho paura». Il segretario del Carroccio ha inoltre rilanciato le primarie di coalizione, ipotesi sostenuta anche da Sardone: «Se le facciamo e ovviamente il mio partito è d’accordo, io corro. Vediamo se gli altri ci stanno».

Orchestra di Fiati, una fiamma mai spenta

di Olga Chieffi

Sole a picco sull’orchestra di fiati del Conservatorio “G.Martucci” di Salerno, guidato dal violinista Fulvio Artiano, e dal neo-eletto Presidente Vittorio Acocella, il quale ricordiamo, nel primo incontro con la stampa, affermò voler accendere i riflettori anche sulla storia di questa istituzione, in occasione del concerto che ha fatto da preludio alla festa della Musica. Ore 11: il vicedirettore della massima istituzione musicale cittadina, il pianista Ernesto Pulignano, ha dato il via al matinée della formazione di fiati, diretta dal M° Alessandro Murzi: strumenti incandescenti, tra legni, ottoni e percussioni, non più mollette e spartiti cartacei sui leggii, ma pad in tilt, che hanno costretto i ragazzi ad eseguire a memoria pagine non facili, quali ben quattro sinfonie, quella del Die Zauberflote di Wolfgang Amadeus Mozart, del Don Pasquale di Gaetano Donizetti, dell’Italiana in Algeri di Rossini e del Macbeth di Giuseppe Verdi. Splendide trascrizioni, suoni antichi, che provengono per discendenza diretta dalla grande scuola di fiati dell’ Istituto Umberto I, ovvero dalla scuola napoletana dei quattro conservatori, dall’opera, dal regno dei castrati, di cui Napoli, fu il centro del mondo con il suo teatro. Ricerca del bel suono, lirismo e virtuosismo spinto, questi i principi, che abbiamo ritrovato con grande emozione, nelle prime parti, che hanno avuto i soli in queste pagine, a cominciare dal clarinetto di Manuel Magurno e dal fagotto di Mattia Costa, il primo l’ironia larmoyant, il secondo il senso del buffo nell’opera, la sezione percussioni nel finale dell’Ouverture mozartiana dei timpani di Simone Parisi, accorto anche nel fermare l’ultima vibrazione, allo stacco finale del direttore, i corni di Rosa Orlotti e Giovanni Russo. Ragazzi attentissimi, perché l’insieme di fiati è da sempre nella “nostra” testa, e proviene da quell’idea di banda che faceva faville nella Salerno del mito della prima metà del Novecento e, quindi, ripresa nel secondo dopoguerra, quel “bandone” che arrivava a contare oltre settanta elementi con la formazione maggiore degli alunni più grandi e degli stessi Maestri e quella dei più piccoli ospiti dell’Istituto, nelle celebrazioni importanti e anche in trasferta. Quando suonano i fiati il pubblico accorre, anche sotto il sole a picco, essendo già uno spettacolo la sola visione della formazione, con gli ottoni lucenti e melodie che ben si conoscono. Tra il pubblico, il M° Giuseppe Genovese, clarinettista, in forza al Liceo Musicale Alfano I, ci ha raccontato quando la Banda dell’ Istituto Umberto I sfilò agli ordini del M° Francesco Florio, insieme alla formazione della Marina Militare Italiana, certamente in occasione della festa dell’arma di Mare. Si obietterà Orchestra di Fiati non banda, ma il programma eseguito ha previsto solo due pagine originali quali la Marcia della First Suite di Gustav Holst in mi maggiore per banda militare e le Folk Dances di Dmitrij Sostakovic, il resto trascrizioni di opere che hanno posto in bello spolvero le diverse sezioni. Non si disdegni il “dire” banda, poiché Maestri e allievi dei corsi di fiati hanno ancora fissa quella idea e quelle formazioni ove hanno iniziato, e oggi, ci sono rappresentanti del nostro conservatorio in tutte le massime bande militari, due su tutti il Maestro della formazione dell’Aeronautica Militare Pantaleo Leonfranco Cammarano, figlio d’arte del padre Vincenzo, già docente di strumentazione e direzione per banda del Martucci e il primo clarinetto solista dalla Marina Militare Marco Frasca. Brillante l’esecuzione della Suite dalla Carmen di Bizet con Rocco Pio Raimondi col suo euphonio ad interpretare Escamillo, insieme alla tromba di Francesco Pio Sandulli, mentre Carmen è stata evocata dal sax alto di Lucia Parente, le pittoresche percussioni di Gennaro Basile e Vincenzo D’Aniello, flauti protagonisti nello scopertissimo Entr’acte, con Mario Cesarano e l’ottavino di Giovanni Mazzeo, gli oboi di Giusepe Feraru e Giovanni Ferriano. Fiati che non hanno certo fatto rimpiangere gli archi nell’Intermezzo della Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni, con il maestro Murzi, ad accompagnare la sua formazione attraverso il gesto di un officiante discreto, con il compito di voler restituire al suono una purezza appropriata, dove i significati originari, fossero tutti presenti ma, insieme, mirabilmente lontani, simbolo dell’Italia mediterranea, nella ricerca di quel flou di levigata e rarefatta fattura, dando ancora una volta forma a quell’incanto fatto di nulla. Applausi del pubblico presente e promessa di un bis del concerto, ma stavolta sul far della sera.

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Luc ia Rago: La vendemmia di qualità respingei il caporalato

di Erika Noschese

 

 

Il viaggio all’interno del comparto agricolo salernitano e delle sue dinamiche lavorative si arricchisce di un nuovo capitolo, focalizzato sulla filiera vitivinicola. Se la Piana del Sele affronta la sfida dei grandi numeri e la Costiera Amalfitana fa i conti con l’agricoltura eroica dei limoni, il settore del vino si muove in un equilibrio sottile tra la rigidità dei tempi della natura e la necessità di una manodopera altamente qualificata. Alle porte del Cilento, tra Contursi Terme e Sicignano degli Alburni, la Cantina dei Quinti rappresenta la quinta generazione di una famiglia che da oltre 130 anni custodisce un terroir unico, segnato dalle sorgenti termali e da una natura ancora selvaggia. Luciana Rago analizza la gestione dei flussi di lavoro durante la vendemmia, il valore etico del prezzo di una bottiglia e le risposte strutturali necessarie per proteggere le denominazioni di pregio del territorio salernitano dalle ombre dello sfruttamento.

Nella viticoltura la vendemmia è una corsa contro il tempo e il maltempo. Come si garantisce la regolarità contrattuale di fronte a finestre di raccolta così strette e imprevedibili, senza affidarsi a intermediari informali?

«La vendemmia è certamente uno dei momenti più delicati dell’anno, perché concentra in pochi giorni scelte agronomiche, climatiche e organizzative. Proprio per questo non può essere gestita nell’emergenza. Per un’azienda seria, la regolarità dei contratti non è un adempimento formale, ma una condizione di lavoro. La programmazione parte prima: si pianificano squadre, tempi, turni e necessità in base allo stato di maturazione delle uve. Il maltempo può cambiare le priorità, ma non può cambiare i principi. Salvare l’annata non può mai significare compromettere la dignità di chi lavora».

La “vendemmia turistica” e l’enoturismo possono essere una risposta etica per ridurre il fabbisogno di braccianti stagionali o c’è il rischio di un cortocircuito normativo con l’Ispettorato del Lavoro?

«La vendemmia turistica può essere un’esperienza bellissima, se resta ciò che deve essere: un’attività didattica, simbolica ed enoturistica. Non può e non deve sostituire il lavoro agricolo. Coinvolgere gli appassionati nei campi serve a far comprendere il valore della terra, della fatica e del tempo, non a ridurre il fabbisogno di manodopera.

Se confondiamo esperienza e lavoro, rischiamo un cortocircuito normativo e culturale. L’etica non consiste nel far raccogliere gratuitamente l’uva a chi visita una cantina, ma nel far capire quanto vale davvero il lavoro di chi la raccoglie».

La viticoltura esige manodopera specializzata per selezionare i grappoli. Questa richiesta vi protegge dal caporalato generico o i caporali offrono ormai squadre specializzate “chiavi in mano”?

«La viticoltura di qualità richiede competenze specifiche. Non basta raccogliere: bisogna selezionare, rispettare la pianta, riconoscere il grappolo giusto e lavorare con attenzione. Questo rende il settore meno esposto a forme generiche di intermediazione, ma non lo rende immune. Il rischio esiste ogni volta che si cerca una soluzione veloce, economica e non tracciata. Per questo la risposta non può essere solo individuale: servono imprese responsabili, controlli, formazione e una cultura di filiera che premi chi lavora correttamente».

Fino a che punto il prezzo finale di una bottiglia sullo scaffale determina la capacità di una cantina di ripudiare il lavoro grigio, e quanto il consumatore è consapevole di ciò che acquista?

«Il prezzo finale di una bottiglia racconta molte cose: territorio, qualità, confezionamento, distribuzione, ma anche lavoro. Non possiamo dire che ogni vino economico nasconda automaticamente lo sfruttamento, sarebbe una semplificazione. Però è vero che sotto certe soglie diventa difficile sostenere qualità, sicurezza, legalità e giusta remunerazione lungo tutta la filiera. Il consumatore spesso guarda il prezzo senza vedere cosa c’è dietro. Dovremmo educarlo a chiedersi non solo quanto costa una bottiglia, ma perché costa così poco».

Le certificazioni di sostenibilità (come Equalitas o Viva) includono parametri sociali. Sono deterrenti più efficaci dei controlli statali o restano un lusso per grandi cantine?

«Le certificazioni di sostenibilità sono strumenti importanti, soprattutto quando includono il pilastro sociale: contratti, sicurezza, formazione e responsabilità verso i lavoratori. Possono essere un deterrente, perché obbligano l’azienda a misurarsi e a documentare le proprie pratiche. Tuttavia non devono diventare un privilegio per pochi. Se restano accessibili solo alle grandi cantine, rischiano di creare una sostenibilità a due velocità. I controlli pubblici restano fondamentali; le certificazioni possono affiancarli, non sostituirli».

Molte cantine acquistano uve da una miriade di piccoli viticoltori. Come si esercita un controllo etico reale a monte per evitare che i conferitori terzi nascondano il lavoro nero?

«In una filiera frammentata il tema è molto serio. Quando una cantina acquista uve da piccoli conferitori, non può limitarsi a valutare solo la qualità del prodotto. Deve costruire rapporti continuativi, conoscere i fornitori, verificare la serietà delle pratiche agricole e pretendere trasparenza. Non sempre una cantina può sostituirsi agli organi ispettivi, ma può scegliere con chi lavorare. La responsabilità morale esiste: se vogliamo raccontare il territorio, dobbiamo essere certi che quel territorio non venga valorizzato a scapito dei diritti delle persone».

L’orografia salernitana impedisce spesso l’uso delle macchine vendemmiatrici. Quali politiche regionali servirebbero per tutelare i vignaioli che scelgono la legalità in contesti così difficili?

«La conformazione del Salernitano rende la viticoltura manuale non solo una scelta, ma spesso una necessità. Le pendenze, le colline, i vigneti storici e le aree difficili non permettono sempre la meccanizzazione.

Questo però non deve diventare uno svantaggio competitivo per chi lavora nella legalità. Servirebbero politiche regionali capaci di sostenere le aziende virtuose: formazione agricola specializzata, strumenti di incontro trasparente tra domanda e offerta di lavoro, premialità nei bandi per chi dimostra correttezza contrattuale e investimenti in sicurezza. La viticoltura difficile va tutelata, perché custodisce paesaggio, identità e qualità».

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Starmer annuncia le dimissioni, via libera a Burnham nuovo premier

Travolto dall’impopolarità e anche dall’ascesa di Andy Burnham, dopo mesi trascorsi sulla graticola Keir Starmer si è dimesso dal leader del Partito laburista e, di conseguenza, da primo ministro del Regno Unito. «La domanda che il mio partito si pone ora è se io sia la persona più adatta a guidarci verso le prossime elezioni generali. Ho ascoltato la risposta del mio gruppo parlamentare a questa domanda e la accetto con serenità. Ogni decisione che ho preso è stata dettata dal mettere al primo posto il Paese che amo. Per questo motivo mi dimetterò da leader del Partito Laburista», ha dichiarato Starmer di fronte a una schiera di cronisti davanti all’ingresso del numero 10 di Downing Street.

Starmer annuncia le dimissioni, via libera a Burnham nuovo premier
Keir Starmer abbraccia la moglie Victoria dopo le dimissioni (Ansa).

Il passo indietro di Starmer spiana la strada a Burnham

L’uscita di Starmer spiana la strada alla sua sostituzione con l’ex sindaco della Greater Manchester, Andy Burnham, soprannominato “Re del Nord” e attualmente il politico britannico più popolare. Starmer resterà comunque in carica fino all’inizio di settembre, quando avverrà il passaggio di consegne. Le dimissioni, peraltro, sono arrivate mentre Burnham era a Westminster per prestare giuramento come neoeletto deputato del collegio di Makerfield, dopo aver vinto a valanga l’elezione suppletiva del 18 giugno: aver un seggio in parlamento nel Regno Unito è una conditio sine qua non per poter diventare premier.

Starmer annuncia le dimissioni, via libera a Burnham nuovo premier
Andy Burnham (Ansa).

Dalla Brexit sono sei i premier ad aver lasciato l’incarico

L’annuncio di Starmer arriva alla vigilia del decimo anniversario del referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Il giorno successivo, a seguito del risultato del referendum sulla Brexit, David Cameron annunciò le sue dimissioni da primo ministro. Da allora sono passati da Downing Street Theresa May, Boris Johnson e Liz Truss – tutti costretti a dimettersi dai propri parlamentari – e Rishi Sunak, che ha lasciato dopo la disfatta delle elezioni anticipate del 2024. Starmer è laburista, ma dopo meno di due anni al potere gli è toccata la stessa sorte, diventando il sesto premier costretto a lasciare l’incarico in un decennio.

Gina Fusco: Cultura e scuola le basi su cui ricostruire l’identità di Angri

La giunta Scoppa ad Angri è già al lavoro per la programmazione degli interventi da porre in essere da qui in avanti. Ne fa parte anche Gina Fusco, prima eletta nella lista “Alleanza Progressista”, delegata dal neo primo cittadino Alfonso Scoppa alla Cultura e ad altri servizi essenziali, che è stata proprio lei a descrivere, evidenziando la ferma volontà di voler scrivere, insieme alla nuova squadra di governo, un futuro roseo per la cittadina dell’agro.

Il Sindaco Scoppa l’ha nominata Assessore con delega a Cultura, Spettacolo, Turismo, Istruzione, Politiche Educative e Rapporti con il Consiglio Comunale. Soddisfatta?

“Più che soddisfatta, avverto una grande responsabilità. Cultura e Scuola non sono deleghe di rappresentanza, ma costituiscono le fondamenta su cui ricostruire l’identità e il tessuto sociale della nostra città. I rapporti con il Consiglio Comunale, inoltre, rispondono al mio profondo amore per la Politica e saranno la mia garanzia di trasparenza attraverso il confronto costante. Mi auguro che l’aula torni a essere il cuore pulsante del dibattito. Accetto questa sfida con le maniche rimboccate”.

Lei è stata la prima eletta nella lista “Alleanza Progressista” con 348 preferenze. Se lo aspettava?

“La fiducia che ho ricevuto dai cittadini è il carburante che utilizzerò ogni giorno per portare la loro voce nelle decisioni della giunta. Alleanza Progressista è un progetto che continuerà e che può contare sulle idee e sull’entusiasmo di una squadra di grande valore, senza di loro non avrei potuto raggiungere alcun risultato e insieme a loro intendo continuare a lavorare anche nel mio nuovo ruolo”.

La Cultura. Quanto può la Cultura incidere sullo sviluppo di un territorio e come pensa di agire in questo settore specifico in virtù della delega conferitale?

“La cultura è ciò che dà a ogni individuo la sua dimensione umana. La cultura è economia. La cultura è sicurezza. Un popolo senza cultura è un popolo rassegnato, che smette di sperare. Angri ha un patrimonio straordinario. Il mio piano d’azione unisce cultura e scuola: porterò l’arte, il teatro e la storia locale dentro le aule scolastiche, e porterò gli studenti a riappropriarsi della città. Creeremo un cartellone di eventi che attiri turismo vero, non passeggero, trasformando la cultura nel primo volano di crescita per i nostri commercianti e artigiani. Angri deve tornare a produrre cultura, non solo a ospitarla”.

Una sua riflessione sui Comuni limitrofi sciolti per infiltrazioni camorristiche. Parliamo di Pagani e Sarno.

“Le vicende di Pagani e Sarno sono ferite aperte per l’intero Agro e devono fungere da monito perenne. Non possiamo permetterci zone d’ombra né superficialità. Per quanto mi riguarda la legalità non si predica nei convegni, ma rappresenta un impegno quotidiano. Dovrà esserci massima collaborazione con le forze dell’ordine e con la Prefettura in ogni fase della vita amministrativa”.

Quale sarà la svolta che Scoppa porterà per far cambiare passo ad Angri rispetto al decennio targato Ferraioli?

“In campagna elettorale ho spesso detto che ci sentivamo profondamente alternativi alla modalità amministrativa del sindaco Ferraioli. La discontinuità che ci caratterizza, a mio avviso, è totale e parte dal metodo. Dalla capacità di Alfonso Scoppa di essere costantemente tra le persone. Dalla ricerca del confronto, anche con chi ha già amministrato, anche con chi è all’opposizione. Questa città può cambiare solo se smette di essere anestetizzata dalla mancanza di confronto. Questo deve essere il primo tassello della nostra “Rivoluzione gentile”. Di “rivoluzione gentile” si sente molto parlare, soprattutto nelle nuove amministrazioni comunali, elette da qualche anno a questa parte. Gina Fusco, che ci ha messo la faccia, ma soprattutto le competenze e la responsabilità, avverte molto l’esigenza di rivoluzionare il campo amministrativo partendo dalla base e dalle esigenze dei cittadini. Questo sarà un monito che la neo assessora intenderà divulgare, partendo proprio dalla cultura e dalla diffusione della stessa soprattutto tra i giovani.

Mario Rinaldi

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Com’è andato il primo round di colloqui Usa-Iran in Svizzera

Il primo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran, ospitato dalla Svizzera e durato in tutto 18 ore, si è tenuto in un’atmosfera «positiva e costruttiva» e nel corso dell’incontro «sono stati compiuti progressi incoraggianti, tra cui la creazione di un meccanismo per ulteriori colloqui tecnici». È quanto si legge in una dichiarazione congiunta di Qatar e Pakistan, Paesi mediatori.

Le nuove minacce di Trump e la replica di Teheran

Insomma, sarebbero stati fatti progressi nonostante le incendiarie dichiarazioni di Donald Trump, arrivate proprio durante i colloqui. «Se non fermate Hezbollah in Libano e non aprite Hormuz non avrete un Paese in cui tornare», ha minacciato il tycoon, ha cui ha prontamente risposto il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf: «Stia attento a quello che dice, il nostro esercito è pronto a rispondere». Ieri Tasnim aveva scritto che la delegazione iraniana aveva lasciato la sede delle trattative in segno di protesta contro le minacce di Trump e che i colloqui, interrotti, erano rimasti in una situazione di stallo. In realtà c’è stata solo una sospensione e successivamente sono ripartiti.

Le decisioni prese nel primo round di negoziati

Doha e Islamabad spiegano che «le parti hanno concordato di istituire un comitato di alto livello per sovrintendere al processo negoziale», a cui «riferiranno regolarmente» i capi delle delegazioni. Tale comitato ha già concordato una «tabella di marcia per raggiungere un accordo definitivo entro 60 giorni, ponendo le basi per l’avvio immediato di ulteriori negoziati tecnici». Washington e Teheran hanno inoltre istituito una «linea di comunicazione» per prevenire «incidenti e malintesi» nello stretto di Hormuz. Inoltre hanno concordato di istituire un centro di coordinamento per monitorare il cessate il fuoco in Libano.

Media iraniani: «18 ore di intense discussioni»

«La vendita di petrolio iraniano, il rilascio delle licenze necessarie per le esportazioni di petrolio e lo sblocco dei beni iraniani soggetti a restrizioni o congelati sono stati tra i temi discussi in dettaglio», ha detto alla stampa statale Irna il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei, aggiungendo che tali questioni «dovrebbero, di norma, entrare presto nella fase di attuazione». Quanto al nucleare, l’Iran ha messo in guardia gli Stati Uniti dal «ripetere posizioni eccessive e illogiche» sul tema. «Eravamo determinati a sfruttare questa opportunità per garantire che gli impegni dell’altra parte venissero rispettati», ha sottolineato Baghaei.

Chi ha partecipato ai colloqui in Svizzera

La parte iraniana era rappresentata dal presidente del parlamento Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Gli Usa sono stati rappresentati ai colloqui dal vicepresidente JD Vance e da Steve Witkoff e Jared Kushner, inviati speciali di Trump.

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?

C’è un dettaglio, in questa storia, che la rende vagamente grottesca. L’ottantesima edizione del Premio Strega, che nonostante gli anni e l’usura continua a muovere copie e prestigio, ha rischiato di naufragare dentro un van diretto a Bisceglie. Sei finalisti stipati come il cast di un reality show, 20 tappe in giro per l’Italia a recitare la parte di sé stessi e a magnificare i rispettivi romanzi. Era quasi inevitabile che prima o poi qualcuno saltasse per aria.

Un carico di vanità che diventa esperimento sociale prima che letterario

Sei scrittori chiusi per ore in un pulmino, fuori un caldo infernale e dentro un ingombrante carico di vanità, sono un esperimento sociale prima ancora che letterario. Se poi si tratta di primedonne, o primi uomini, per non urtare la sensibilità dell’epoca, il cortocircuito non è una possibilità, bensì una certezza.

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?
L’ultimo saluto a Michela Murgia (Imagoeconomica).

Da quel momento, però, la storia ha smesso di parlare di Mari e ha cominciato a parlare di noi. Nel giro di poche ore, il dibattito non era più sul cosa avesse detto, ma come liberarsi di lui. Espulsione o spontaneo ritiro dello scrittore dalla gara? Il vocabolario è scivolato con sorprendente naturalezza dalla critica alla scomunica. Con un risvolto quasi comico.

Espulsione? Il regolamento racconta un’altra storia

La Fondazione Bellonci, custode dello Strega, ha diffuso un comunicato per ricordare che ogni espressione denigratoria è incompatibile con lo spirito del Premio. Per poi accorgersi, con un ritardo degno di miglior causa, che il regolamento raccontava un’altra storia: Mari non si può espellere e lui non si può ritirare perché lo Strega giudica i libri, non i loro autori. Una distinzione che fino a poco tempo fa pareva banale, e che oggi somiglia quasi a un atto di resistenza.

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?
Michele Mari (foto Imagoeconomica).

Il punto è sempre lo stesso: un’opera si giudica per quello che contiene, non per il passaporto o le simpatie politiche di chi l’ha scritta. Verità elementare, e proprio per questo sempre più ignorata. Sui social ogni stroncatura è un processo che non contempla assoluzione. C’è una distanza enorme tra biasimare le parole attribuite a Mari e pretendere che il suo libro venga escluso dalla competizione. Nel primo caso si esercita il diritto di critica. Nel secondo si pretende che un premio letterario certifichi la rispettabilità degli autori prima ancora della qualità delle opere.

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?
Uno degli incontri con i finalisti dello Strega 2026 in giro per l’Italia (foto Ansa).

Ma siamo ormai immersi in una cultura che non si fida più del lettore. Ed è qui che la faccenda torna grottesca: un premio letterario, ammesso che i premi abbiano ancora senso (ma questa è un’altra storia), dovrebbe scegliere il libro migliore, non l’autore più presentabile.

Davide Polito: «Il calcio deve proteggere i suoi figli»

“Speriamo che in paradiso ci sia una squadra di calcio, così che tu possa continuare a essere felice correndo dietro a un pallone. Onore a te, fratello Andrea Fortunato”.

Le parole di Gianluca Vialli continuano a riecheggiare nella mente di Davide Polito.

“Quelle parole mi penetrarono nella mente e divennero quasi un’ossessione. Le ripetevo continuamente durante la mia degenza all’ospedale di Mercogliano, dopo un delicato intervento al cuore”, racconta Polito.

Oggi il presidente della Fondazione Fioravante Polito accompagna i visitatori nella sede della Biblioteca del Calcio, divenuta nel tempo Museo del Calcio dedicato a Andrea Fortunato, il promettente terzino della Juventus e della Nazionale italiana scomparso tragicamente nel 1995, a soli 23 anni, a causa della leucemia.

Uno spazio unico nel suo genere, diventato il quartier generale di una battaglia di civiltà sportiva e medica. La struttura ha sede nella splendida Villa Matarazzo, a Santa Maria di Castellabate, ed è ormai una tappa fissa per i numerosi turisti che visitano una delle località più affascinanti del Cilento.

Polito, 63 anni, funzionario dell’Agenzia delle Dogane di Salerno, ripercorre la nascita del progetto.

«Era il 2006. Ero ricoverato all’ospedale di Mercogliano per un intervento al cuore piuttosto delicato. Durante quei giorni pensai che avrei dovuto fare qualcosa per ricordare Andrea Fortunato. Una volta dimesso, fondai l’Associazione Sportiva Fioravante Polito, dedicata a mio padre, scomparso prematuramente all’età di 38 anni, e promossi la nascita della Biblioteca del Calcio Andrea Fortunato».

Alla domanda su come immaginasse di reperire il materiale necessario per la biblioteca, Polito sorride e torna con la memoria a quei giorni.

«Mi incontrai al Bar Canasta di Salerno con il mio fraterno amico Domenico Sullo e con Domenico Pellegrino, direttore generale di MSC Crociere. Esposi loro la mia idea. Pellegrino mi chiese subito se avessi bisogno di un sostegno economico. Gli spiegai che, più che di denaro, avevo bisogno di aiuto per raccogliere libri, riviste, cimeli e documenti che potessero dare vita a una vera biblioteca dedicata alla storia del calcio».

Dovevo, unicamente, entrare in contatto con le squadre sponsorizzate da MSC. Il dottor Pellegrino si mise subito a disposizione e iniziai a interpellare  i club. Il primo a credere nell’iniziativa fu Adriano Galliani, che mi regalò venti maglie autografate e cinquanta libri dedicati al AC Milan, pubblicati in diverse lingue. A seguire arrivarono il materiale del Bologna FC 1909, del SSC Napoli e di tante altre società. Da quel momento il passaggio da biblioteca a museo fu quasi naturale. Iniziarono e non si sono mai fermati cimeli da tutta Italia.».

Quali sono i pezzi più significativi?

«La pipa di Enzo Bearzot, la macchina da scrivere di Gianni Mura, la radio utilizzata da Candido Cannavò e il completo indossato da Diego Armando Maradona il 28 agosto 1986 durante la partita Lazio-Napoli».

La storia prosegue nel 2016, anno in cui Davide Polito diventa presidente della Fondazione Fioravante Polito.

«Diventare una fondazione non è semplice – sottolinea –. È necessario disporre di un patrimonio minimo importante. Fu Pietro Mennea, durante una visita al museo, a suggerirmi di far valutare i nostri “tesori”. Seguii il suo consiglio e la stima superò abbondantemente la soglia richiesta. Così nacque ufficialmente la Fondazione Fioravante Polito».

Oggi chi varca la soglia del museo si trova immerso in una collezione straordinaria composta da oltre 650 maglie autografate, cimeli storici, documenti e opere d’arte dedicate ai più grandi protagonisti della storia del calcio.

La memoria di Andrea Fortunato vive accanto a quella di altri atleti scomparsi troppo presto, come Flavio Falco, Piermario Morosini e Carmelo Imbriani, a testimonianza di quanto sia fondamentale la prevenzione sanitaria nello sport.

Tra le maglie di Maradona, di Lionel Messi e dei grandi campioni del calcio italiano, lo sguardo del visitatore viene inevitabilmente catturato dai ritratti di Andrea Fortunato realizzati dal maestro Fernando Mangone. C’è la sua maglia numero 3. Ci sono i suoi occhi limpidi, che sembrano rivolgere un messaggio silenzioso a chi osserva: non ricordare soltanto la sua morte, ma soprattutto il valore della vita.Ed è proprio la tutela della vita ad alimentare l’impegno quotidiano della Fondazione Polito. La prevenzione sanitaria è diventata la missione centrale dell’organizzazione, che da anni promuove l’introduzione del passaporto ematico per tutti i giovani sportivi.

«È una battaglia di civiltà – ribadisce con forza Davide Polito –. Chiediamo che gli esami del sangue e i controlli cardiologici completi diventino obbligatori per tutti i bambini che iniziano a praticare sport, a partire dai sei anni di età, anche a livello dilettantistico. Non possiamo più assistere impotenti alle morti improvvise sui campi di periferia. Ogni tragedia rappresenta una sconfitta per tutti».

Quest’anno la Fondazione ha inoltre rafforzato il proprio profilo scientifico, istituendo uno studio medico per la prevenzione.

“Abbiamo inserito nuove figure specialistiche all’interno della nostra struttura per dare ancora maggiore credibilità e forza alle nostre proposte. Vogliamo continuare a sensibilizzare istituzioni, federazioni sportive e famiglie sull’importanza della prevenzione. Il calcio, come tutto lo sport, deve imparare a proteggere i propri figli. Continuiamo a portare in tutta Italia la “Fiaccola della Prevenzione” che ha fatto tappa alla casa di cura Villa del Sole di Salerno, dove si è tenuto un convegno sul passaporto Ematico, perché lo sport deve essere vita, mai tragedia.”

Per Davide Polito non si tratta soltanto di un progetto associativo. È una missione nata dal dolore, trasformata in memoria e divenuta oggi un impegno concreto per salvare vite umane. Nel nome di Andrea Fortunato. E di tutti quei ragazzi che non hanno avuto il tempo di realizzare i propri sogni.

L’obiettivo è nobile, ma la sua attuazione presenta inevitabilmente ostacoli economici. L’introduzione di controlli più approfonditi comporta infatti costi aggiuntivi che spesso finiscono per gravare sulle famiglie.

“Proprio per questo abbiamo istituito un protocollo d’intesa che coinvolge numerosi centri diagnostici lungo tutto il territorio compreso tra Nocera e Palinuro. Abbiamo definito un kit di esami a prezzi calmierati. Faccio un esempio concreto: un pacchetto diagnostico che normalmente costa 137 euro, grazie alle nostre convenzioni , viene offerto a 25 euro”.

La Fondazione si prepara  a presentare ufficialmente questa nuova iniziativa.

«A breve convocheremo una conferenza stampa per illustrare questo ulteriore passo avanti e per sollecitare le istituzioni a sostenere il nostro progetto. Attualmente sono ferme in Parlamento tre proposte di legge che prevedono l’obbligatorietà degli esami del sangue e dei controlli cardiologici per tutti i ragazzi dai sei anni in su che intendono praticare attività sportiva agonistica, nel calcio ma non solo».

Perché chiamarlo proprio “Passaporto Ematico”?

«Il nome lo coniò Claudio Ranieri quando gli illustrammo il progetto».

E che significato racchiude?

«Un passaporto per non morire».

In quelle quattro parole è racchiuso il senso di una battaglia iniziata quasi vent’anni fa dal ricordo di Andrea Fortunato e trasformata in un impegno quotidiano. Una battaglia che attraversa il calcio e lo sport, ma che in realtà parla a tutti: prevenire per vivere. Perché ogni visita medica effettuata in tempo, ogni controllo in più, ogni diagnosi precoce può fare la differenza tra una tragedia annunciata e una vita salvata. Ed è questo il messaggio che Davide Polito e la sua Fondazione continuano a portare in giro per l’Italia, con la convinzione che la memoria dei campioni scomparsi troppo presto debba tradursi in una maggiore tutela per le nuove generazioni.

«Il calcio deve proteggere i suoi figli», ripete Polito.

Più che uno slogan, una responsabilità.

gep. ric.

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Elezioni Colombia, De La Espriella canta vittoria ma la sinistra chiede il riconteggio

Con oltre il 99 per cento dei seggi scrutinati, Abelardo De La Espriella risulta il vincitore delle elezioni presidenziali della Colombia. Il candidato di estrema destra ha ottenuto il 49,67 per cento dei voti, mentre il suo rivale, il senatore di sinistra Ivan Cepeda, si è fermato al 48,69 per cento. A proclamarsi presidente è stato lo stesso De La Espriella, che in un messaggio su X ha scritto: «Abelardo presidente ufficialmente. Il tigre abbraccia il condor, ti amo Colombia» (ndr “El tigre” è il suo soprannome mentre il condor è il simbolo della Colombia). Tuttavia, il presidente del Paese Gustavo Petro ha denunciato numerose irregolarità nel combattuto scrutinio e anche Cepada ha parlato di possibili brogli, sostenendo che il risultato sia preliminare e non ufficiale e chiedendo un riconteggio.

Libia, Almasri condannato a 7 anni e 4 mesi

Il Tribunale penale di Tripoli ha condannato a 7 anni e 4 mesi Osama Najeem Almasri, l’ex comandante libico del famigerato carcere di Mitiga al centro di un contenzioso tra il governo italiano e la Corte penale internazionale. Il verdetto è arrivato al termine di un procedimento avviato dopo le segnalazioni ricevute dalle autorità libiche su abusi commessi contro detenuti.

Le indagini hanno riguardato anche la morte di un detenuto

L’indagine della procura di Tripoli ha riguardato in particolare la morte di un detenuto nell’istituto di correzione e riabilitazione di Mitiga e la violazione dei diritti di 10 prigionieri. Nel corso del procedimento sono emerse accuse di torture e trattamenti crudeli e degradanti all’interno della struttura carceraria, indicata nei materiali della Cpi come luogo di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani. Per Almasri sono state disposte anche la perdita della capacità giuridica e la privazione dei diritti civili per tutta la durata della pena e per un anno successivo.

L’arresto a Torino, il rilascio dopo due giorni e il rimpatrio: il caso-Almasri

Almasri era stato arrestato a Torino il 19 gennaio 2025, in esecuzione del mandato della Cpi con l’accusa di crimini contro l’umanità e di guerra (tra cui omicidio, tortura e violenza sessuale), dopo essere passato anche da altri Stati europei. A causa di un problema procedurale nella trasmissione degli atti al Ministero della Giustizia, la Corte d’Appello di Roma non aveva convalidato l’arresto di Almarsi, che due giorni dopo era stato rilasciato e rimpatriato in Libia con un volo di Stato. Il governo aveva motivato la decisione con ragioni di sicurezza nazionale: la scarcerazione di Almasri aveva sollevato dure proteste da parte delle opposizioni politiche e anche della Cpi, che aveva chiesto chiarimenti formali a Roma per la mancata consegna all’Aja di una persona ricercata per crimini molto gravi.

Ritrovate le sorelle scomparse: fermati la mamma, il compagno e il nonno

Sono state ritrovate a Formia le due sorelle di 12 e 16 anni scomparse da una casa famiglia di Civitella Alfedena (L’Aquila) 15 giorni prima. La mamma, il suo compagno e il nonno sono stati fermati con l’accusa di sequestro di persona in concorso. La donna, Valentina D’Acunto, è in carcere a Teramo, mentre il suo compagno e il nonno delle ragazze, Vincenzo Esposito e Marco D’Acunto, sono in quello di Sulmona. Indagata a piede libero, invece, l’anziana nel cui appartamento sono state ritrovate le sorelle. Secondo quanto si apprende, sarebbe una lontana parente della loro madre. Gli investigatori stanno continuando le indagini per verificare il coinvolgimento di altre persone nella vicenda.

Cosa sappiamo sul ritrovamento

Le due minorenni sono state rintracciate nella serata di domenica 21 giugno grazie a un’operazione congiunta condotta dai carabinieri del Comando provinciale dell’Aquila, dai militari del Comando provinciale di Latina e dai Ros, sotto il coordinamento del procuratore capo della Repubblica di Sulmona, Luciano D’Angelo, presente durante le operazioni. Ha collaborato anche la procura di Cassino, con il procuratore capo Carlo Fucci. Nel corso degli accertamenti, i militari e le unità speciali sono intervenuti all’interno dell’abitazione di un’anziana di circa 80 anni, dove erano ospitate e nascoste da 14 giorni le due sorelle.

Meloni, il bulldozer Trump e la distruzione della diplomazia dell’immagine

Giorgia Meloni ha davvero «implorato» Donald Trump per una foto? Il punto è più serio: la premier ha costruito per anni una parte rilevante della sua politica estera sulla rappresentazione di sé. E quando il coprotagonista di quella rappresentazione esce dal copione e la racconta come comparsa in cerca di uno scatto (altro che alleata privilegiata), l’intero castello scenico viene giù insieme. Meloni ha preso una questione che riguarda lei – cioè il rapporto personale con Trump, il suo modo di costruire immagine – e l’ha trasformata istantaneamente in questione nazionale, come se una battuta su Giorgia fosse un’aggressione alla Repubblica. È stata lei a personalizzare la politica estera. Ora abbiamo assistito alla demolizione pubblica di un brand. Con tanto di storpiatura del nome nella contro-risposta di Trump («Gigiorgia», poi corretto) che rischia di rimanerle appiccicato addosso come accadde nel 2019 a «Giuseppi» Conte.

Che beffa: solidarietà dei leader da cui voleva distinguersi

Per anni ci hanno propinato la narrazione della leader ascoltata a Washington, migliore interlocutrice del conservatorismo americano, ponte tra Europa e Casa Bianca. Poi è arrivato il diretto interessato e, con la delicatezza di un bulldozer in un salotto, ha ridotto tutto a una scena da fan in cerca di selfie. È bastato che il padrone di casa ritirasse la propria faccia dal set cinematografico perché alla premier non restasse nulla in mano. Con tanto di beffa: a darle solidarietà sono stati Pedro Sánchez ed Emmanuel Macron, cioè i leader da cui voleva distinguersi facendo “il ponte”. Invece adesso è più sola di prima.

Meloni, il bulldozer Trump e la distruzione della diplomazia dell’immagine
Giorgia Meloni con i leader del G7 (foto Imagoeconomica).

L’immagine estera di Meloni tra meme, siparietti e rapporti personali

Meloni partecipa ai vertici anche nelle vesti di Giorgia la madre, la combattente, la cristiana, l’amica di Trump, quella che ha appena smesso di fumare e lo racconta ai colleghi. E porta l’immagine di “Melodi”: il selfie con Narendra Modi alla COP28, virale con 16 milioni di visualizzazioni; le caramelle Melody che il premier indiano le ha regalato a maggio; e ora, intercettata a Evian, la battuta «siamo la coppia più famosa».

Al G7 Meloni ha cercato di recitare la sua narrazione. Cornice familiare, sigaretta smessa, rapporto speciale con Trump, siparietto con Modi: stessa grammatica. La politica come autobiografia permanente, la diplomazia come contenuto. Ma il bilancio è desolante: quali risultati concreti ha portato a casa nei grandi vertici, quali dossier ha chiuso?

Legittimazione internazionale costruita su un partner inaffidabile

La reazione della maggioranza di centrodestra è stata più comica del fatto in sé. Il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami ha spiegato che Trump «soffre la leadership» di Meloni: come commentare Mike Tyson che prende a schiaffi un avventore al bar sostenendo che ne teme la superiorità pugilistica. Ignazio La Russa ha giurato che si mangerebbe «un pollo vivo» piuttosto che credere a una Meloni supplicante. Una gara a chi difende meglio la persona, senza porsi la domanda vera: perché avete costruito la legittimazione internazionale della premier su un uomo che oggi vi tratta così?

Meloni, il bulldozer Trump e la distruzione della diplomazia dell’immagine
Giorgia Meloni con Donald Trump alla Casa Bianca (foto Imagoeconomica).

Quale interesse nazionale ha tutelato questa diplomazia dell’immagine?

C’è da dire che sbaglia bersaglio anche chi, all’opposizione, riduce tutto alla solidarietà personale: è la stessa trappola, cioè personalizzare. Non si tratta di difendere Giorgia come donna ferita dal maschio forte di turno, ma di chiedere che cosa fosse andata a fare a quel G7, e perché la relazione più esibita della sua politica estera si sia rovesciata in umiliazione. Quale interesse nazionale ha tutelato questa diplomazia dell’immagine?

I tavoli internazionali sono brutali e si rischia la svalutazione

Lo statista dovrebbe usare l’immagine per rafforzare una strategia, a differenza dell’influencer che usa la strategia per alimentare l’immagine. Qualcuno ha confuso troppo a lungo il frame con la realtà. La politica internazionale è un tavolo brutale, popolato da chi difende interessi, denaro, eserciti. Se ti presenti con un brand al posto di una linea, prima o poi qualcuno ti tratta da brand: e Trump, che di marchi se ne intende, l’ha fatto nel modo più crudele, svalutandola in diretta.

Meloni, il bulldozer Trump e la distruzione della diplomazia dell’immagine
I leader al tavolo del G7 (foto Imagoeconomica).

Trump si è sfilato dal racconto: sotto non resta niente

The Donald ha tolto la scenografia. Il partner è uscito dal tuo racconto, e se quel racconto era la tua unica politica estera, allora ti resta in mano solo il telefono. Dopo anni di vertici, guerre, dazi, Mediterraneo, Ucraina e Medio Oriente, il dramma è che la fotografia più nitida della politica estera di Giorgia Meloni sia ancora, letteralmente, una foto. Che, per giunta, l’altro protagonista dice di aver concesso per pietà.

Televisione: La serie presentata come “la nuova Stranger Things” è già stata cancellata

La serie presentata come `la nuova Stranger Things` è già stata cancellata

The Boroughs, prodotto dai fratelli Duffer non è stata rinnovata da Netflix

Neanche un mese dopo la pubblicazione della prima stagione sulla sua piattaforma di streaming, Netflix ha calato la scure su The Boroughs, serie creata da Jeffrey Addiss e Will Matthews (Dark Crystal – La resistenza) e prodotta da Matt e Ross Duffer attraverso la loro Upside Down Pictures. A niente è servito il cast, composto da nomi di rilievo come Alfred Molina (Spider-Man 2), Geena Davis (Beetlejuice), Alfre Woodard (Luke Cage), Denis O’Hare (American Horror Story), Clarke Peters (The Wire), e Bill Pullman (Independence Day), né la stabile presenza della serie... - Leggi l'articolo

 

SERIE TV - Televisione - 22 giugno 2026 - articolo di Angela Bernardoni

Editoria: Nuova edizione per la trilogia di Altered Carbon

Nuova edizione per la trilogia di Altered Carbon

Noto anche come Bay City, il romanzo del 2002 di Richard Morgan ha anche ispirato una serie televisiva. Ora esce col titolo originale Altered Carbon per Tea.

Pubblicata originariamente dall'Editrice Nord, la trilogia di Takeshi Kovacs è stato uno degli ultimi romanzi cyberpunk di grande successo. Il primo volume, uscito nel 2002, firmato dall'autore inglese Richard Morgan, introduce l'idea dello stack, una sorta di hard disk che registra l'attività cerebrale e che può essere usato per spostare la personalità di un individuo su un corpo diverso. Dal libro è stata tratta una serie Netflix in due stagioni, la prima delle quali basata abbastanza fedelmente sul romanzo. Ora Tea ripropone la trilogia, nella... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Editoria - 22 giugno 2026 - articolo di S*

Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito

L’ultima puntata di Striscia la notizia nella sua tradizionale collocazione quotidiana in access prime time, ossia su Canale 5 dopo il Tg5 delle 20, è andata in onda nel lontano 7 giugno 2025, un sabato di oltre un anno fa: share del 13,2 per cento, per un programma esausto. Da allora tutto il mondo di Antonio Ricci, il deus ex machina che aveva monopolizzato per decenni l’access prime time di Canale 5 (producendo 220 puntate di Striscia e 140 puntate di Paperissima ogni anno), è di fatto scomparso: chiusa Paperissima e chiusa anche Striscia, salvo una breve apparizione in cinque puntate speciali settimanali in prime time (cioè, per Canale 5, alle ore 22) da fine gennaio a metà febbraio del 2026.

Un gruppo di fedelissimi che prova a tenere in vita il marchio

Quel circo di conduttori, inviati, imitatori, ballerine, autori che per lunghi anni aveva vissuto alla corte di Ricci ha dovuto trovarsi impegni alternativi. Tuttavia, nelle stanze di Mediaset è rimasto un piccolo esercito di “giapponesi nella giungla”, fedelissimi di Ricci, gente che segue un po’ l’ufficio stampa, un po’ i social, un po’ il museo di Striscia: una decina di persone, pagate dal Biscione e che da circa un anno si prodigano in attività più o meno utili per tenere in vita un brand, Striscia, sul quale Mediaset e Pier Silvio Berlusconi, ormai lo si è capito, non credono più.

Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Pier Silvio Berlusconi (foto Ansa).

Servizi d’archivio per cavalcare i fatti d’attualità

Il team, all’interno del quale lavora pure una delle figlie di Ricci, Vittoria, si occupa della rassegna stampa, per avere una panoramica di tutto quanto esca sui media, ancora oggi, su Striscia. E poi lavora molto al sito e ai vari account social dell’ex tg satirico, provando a tenerli vivi. Come? Be’, per ogni argomento di attualità in questi giorni esistono, nell’archivio, vecchi servizi che si sono occupati del tema e che vengono caricati quotidianamente. In questo modo i vari social di Striscia tentano di cavalcare la cronaca anche se il programma da tempo non realizza più servizi originali. I media stanno parlando di un calciatore, di un’attrice, di una conduttrice? Ecco che arriva il servizio del 2014 o del 2021 in cui Valerio Staffelli consegnava un Tapiro al personaggio in questione.

Contenuti che non producono ricavi, ma rappresentano solo dei costi

La cosa curiosa di queste iniziative web e social è che, per patti intercorsi tra Ricci e Mediaset, la concessionaria Publitalia non può raccogliere pubblicità per nessuno dei contenuti digitali. Quindi il sito e i social di Striscia sono attività che non producono ricavi, e rappresentano solo dei costi che potevano avere un senso, per la promozione del marchio, fin quando Striscia trovava spazio nei palinsesti del Biscione. Ma ora rasentano davvero l’inutilità.

La gestione del museo trasferito negli studi di Cologno Monzese

Poi c’è la gestione del museo di Striscia: nel 2007 la Triennale di Milano dedicò al programma di Ricci una mostra. E il materiale raccolto venne successivamente trasferito negli studi Mediaset di Cologno Monzese per creare una sorta di mausoleo a imperitura memoria, nel quale, come spiegava Mediaset ai tempi, «sono esposti cimeli legati a fatti memorabili della trasmissione. Ed è la prima e unica esposizione permanente al mondo dedicata a un programma televisivo. Tra i pezzi forti, il costume delle veline denunciato per vilipendio alla bandiera italiana e la lettera scritta al Gabibbo dall’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema. Tra le curiosità, una copia del romanzo Mamma, li Turchi!, dello scrittore transalpino Gabriel Matzneff, dove un gruppo di francesi in Italia impara la nostra lingua guardando in tivù Striscia la notizia».

Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito

E ancora: «Tutti i visitatori possono sperimentare dal vivo la tecnica televisiva del chroma key e scattare foto ricordo tra fantasiose installazioni, come la colonna di plexiglass con i documenti sulle centinaia di cause giudiziarie affrontate da Striscia, o come i 1.690 monitor che trasmettono vecchie puntate. Lo spirito giocoso del museo e del vicino studio nasce dall’esigenza di trasformare un luogo tetro e triste in un posto accogliente, un mondo dove immergersi e sentirsi come a casa, divertendosi. Striscia la notizia organizza visite guidate al museo per le scuole secondarie di primo e secondo grado (dalle 14 alle 16.30) e per le Università».

Il contratto del 75enne Ricci con Mediaset scade a fine 2026

Ora, è facile immaginare quante classi e quanti studenti stiano facendo a gara per chiedere a Mediaset di visitare il museo a un anno dalla chiusura di Striscia quella vera, quella in access prime time. Peraltro il contratto del 75enne Antonio Ricci con Mediaset sarebbe in scadenza a fine 2026. E il forte sospetto è che una volta sciolto il legame con l’ideatore di Striscia, anche tutti i catafalchi correlati andranno a finire in soffitta.

Ai tempi d’oro fatturato annuo attorno ai 40 milioni di euro

D’altronde, dopo 42 anni di lavoro e di successi per Cologno Monzese, Ricci ha riempito di soldi il Biscione ma è pure diventato un uomo molto ricco: nei tempi d’oro, quando si autoproduceva sia Striscia sia Paperissima, il suo fatturato annuo era attorno ai 40 milioni di euro, secondo indiscrezioni di stampa.

Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito

E l’ultimo bilancio disponibile della Stone srl, società della famiglia Ricci, ha chiuso con un patrimonio netto di 107,7 milioni di euro, utili portati a nuovo per 85 milioni di euro, immobilizzazioni materiali (ossia case e terreni) per quasi 107 milioni di euro e immobilizzazioni finanziarie per 38,3 milioni di euro. Ricci, la moglie, le figlie, i nipoti e i figli dei nipoti, a occhio e croce, sono già a posto così.

Molto più di un consigliere: chi è Boris Epshteyn, uno degli uomini più vicini a Trump

Consigliere personale, consulente legale e, per ammissione di Donald Trump, pure un po’ psichiatra. Alla Casa Bianca si aggira da tempo una figura ingombrante, priva di incarichi ufficiali nel governo ma ascoltatissima dal presidente, che ha giocato un ruolo centrale nelle nomine governative dopo la vittoria elettorale del 2024. Non un’eminenza grigia, perché Boris Epshteyn c’è e si vede. E c’è anche quando non si vede, come raccontano i frequentatori dello Studio Ovale.

Molto più di un consigliere: chi è Boris Epshteyn, uno degli uomini più vicini a Trump
Boris Epshteyn alle spalle di Donald Trump (Ansa).

Fedelissimo di Trump, ha conosciuto il presidente grazie al figlio Eric

Nato in Russia nel 1982 ed emigrato con la famiglia in New Jersey a 11 anni, Epshteyn è entrato in contatto con Trump grazie alla sua amicizia con Eric, secondogenito del tycoon: i due hanno infatti studiato legge insieme a Georgetown. Diventato nel frattempo avvocato, è entrato a far parte dello staff di Trump come consigliere una decina di anni fa, dopo aver partecipato alla campagna presidenziale di John McCain nel 2008. Il salto di qualità è arrivato nel 2017, quando l’allora legale personale di Trump, Michael Cohen, fu incriminato nell’inchiesta sul Russiagate: da quel momento Epshteyn ha iniziato gradualmente a prenderne il posto. Fino a diventare il principale avvocato di Trump nel 2021, mentre The Donald pianificava il suo ritorno alla Casa Bianca in un momento in cui molti nel suo stesso partito lo volevano fuori dopo l’assalto a Capitol Hill.

Il ruolo nelle vicende legali che hanno visto Trump accusato e accusatore

In qualità di principale consigliere giuridico di Trump, Epshteyn ha supervisionato un’ondata di contenziosi civili senza precedenti intentati da un presidente contro i media e le piattaforme social: una strategia rischiosa, che però si è rivelata vincente durante il ciclo elettorale del 2024, quando Trump si è trovato ad affrontare quattro procedimenti penali e due civili. Epshteyn è stato coinvolto in diverse vicende legali che hanno visto al centro Trump negli ultimi anni, ma non solo come parte della difesa del tycoon: è stato infatti indagato – con l’ex capo dello staff della Casa Bianca Mark Meadows e Rudy Giuliani – per il caso dei falsi elettori in Arizona, parte del più ampio tentativo di ribaltare i risultati delle Presidenziali del 2020.

Molto più di un consigliere: chi è Boris Epshteyn, uno degli uomini più vicini a Trump
Boris Epshteyn (Ansa).

Epshteyn è una presenza sempre più ingombrante alla Casa Bianca

Come riportato da Axios, che cita due fonti a conoscenza delle abitudini presidenziali, Epshteyn – che non ha incarichi ufficiali – si reca nello Studio Ovale circa una volta a settimana, ma è «costantemente» al telefono con Trump, che non esita (tutt’altro) a metterlo in vivavoce durante le riunioni più importanti che si svolgono alla Casa Bianca. In un contesto in cui la vicinanza al potere è potere stesso, Epshteyn è una delle persone più influenti a Washington: non solo perché ascolta, ma anche perché Trump lo ascolta. A tal proposito, a novembre del 2024 è stato oggetto di un’indagine interna voluta dagli avvocati di The Donald, a seguito dell’accusa che avesse chiesto compensi in denaro (anche più di 100 mila dollari) a potenziali candidati a ruoli governativi, in cambio di raccomandazioni. Secondo PBS News, Epshteyn si sarebbe opposto alla nomina – poi confermata – di Scott Bessent a Segretario del Tesoro, perché quest’ultimo si sarebbe rifiutato di pagarlo. Una circostanza, questa, che il consigliere personale di Trump ha smentito. E lo stesso presidente americano lo ha difeso, gridando al complotto. Secondo il Wall Street Journal, Epshteyn avrebbe fortemente caldeggiato la nomina del viceprocuratore Trent McCotter, il quale ha poi deciso sull’archiviazione del caso. Inoltre sarebbe stato decisivo per la scelta di figure chiave come Todd Blanche e Emil Bove per il Dipartimento di Giustizia, candidature poco gradite a Elon Musk con cui – pare – sarebbe venuto alle mani a Mar-a-Lago sul finire del 2024. A conferma della sua influenza, sempre il Wsj riporta che sarebbe stato proprio Epshteyn a far ritirare di recente la causa contro il miliardario indiano Gautam Adani, incriminato negli ultimi giorni della presidenza Biden con l’accusa di orchestrato un’ampia frode volta a ingannare gli investitori statunitensi.

Nel curriculum di Epshteyn figurano anche due arresti

D’altra parte, che Epshteyn sia un tipo manesco è un dato di fatto, come dimostra uno dei due arresti che figurano nel suo curriculum. Il primo risale al 2014, quando finì in manette per aver steso con un pugno un uomo con cui stava litigando nel night club Whiskey Row di Scottsdale, in Arizona. Il futuro consigliere di Trump accettò di risarcire la vittima, di frequentare corsi per la gestione della rabbia e di svolgere almeno 25 ore ai servizi sociali: arrivò così il ritiro della denuncia. Il secondo arresto risale invece al 2024, quando era già consigliere di Trump. Epshteyn fu fermato in un altro locale di Scottsdale, il Bottled Blonde, dopo la denuncia di due sorelle che lo avevano accusato di tentato abuso sessuale, aggressione e molestie: se la cavò con 11 mesi di libertà vigilata, un multa da 710 dollari e obbligo di iscriversi a un programma per il trattamento degli alcolisti.

Molto più di un consigliere: chi è Boris Epshteyn, uno degli uomini più vicini a Trump
Donald trump (Ansa).

Fixer del presidente? Di più. Trump: «È come il mio psichiatra»

Il ruolo di Epshteyn va però oltre le aule di tribunale e le riunioni alla Casa Bianca. Ad aprile è stato infatti nominato presidente di Trump Media e, a conferma della prossimità col tycoon, è stato inquadrato assieme a lui in occasione della gara 3 delle Finals NBA al Madison Square Garden. A novembre del 2024, mentre si trovava in volo con il presidente eletto verso Washington, viste le sue origini era persino arrivato a proporsi come inviato speciale del presidente per il conflitto russo-ucraino. Idea valutata, ma poi scartata. «È l’uomo che risolve i problemi del presidente», ha detto una delle fonti di Axios. «È come il mio psichiatra», ha scherzato Trump riferendosi alla frequenza con cui parla con Epshteyn, capace di offrigli un sostegno costante e talmente incondizionato al punto che ogni colloquio con lui risulta più efficace di una seduta da uno specialista. E pensare che – ironia della sorte – il cognome del suo yes man preferito suona molto simile a quello di uno suo vecchio amico (rinnegato) che da morto gli sta dando tanti grattacapi…