L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi

Gli allenatori scarsi hanno un trucco. Partita complicata? Palla lunga in tribuna. Non segni, ma intanto passa il tempo e nessuno ti chiede come stavi giocando. La politica energetica italiana fa così da vent’anni. Oggi la palla si chiama nucleare. Tutti pazzi per l’atomo. In televisione, sui social, nei convegni. Solo che la cura si materializzerà, forse, nel 2035. E la bolletta – la più cara d’Europa – arriva invece alla fine di ogni mese.

I soldi buttati col Superbonus

Il Superbonus ci è costato 172 miliardi. Più o meno come tutto il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Un terzo delle pratiche è risultato irregolare. E nel 2026 pesa sul debito per 40 miliardi tondi. La premier Giorgia Meloni si lamenta, e ha ragione: il buco l’ha ereditato. Però quel bonus fu votato, in varie fasi, da quasi tutto il parlamento. E anche Fratelli d’Italia, quando non era al governo, spinse per estendere scadenze e platea dei beneficiari. L’unico che lo bocciò sul serio fu l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi: «Ha triplicato i prezzi», disse, perché quando paga lo Stato nessuno tratta più. Profeta inascoltato. È andato avanti uguale.

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Facciate rifatte con i soldi del Superbonus (foto Ansa).

E le rinnovabili? Nel cassetto

Mentre piange sui 40 miliardi, lo Stato non ha investito quasi nulla per il sole e il vento. La Corte dei conti l’ha scritto: dei fondi verdi del Pnrr, tolti i bonus, ne abbiamo spesi il 14,7 per cento. Sul resto si dorme. Le comunità energetiche? Fondi tagliati del 64 per cento. Le regole nuove? Servono a dire no: il decreto sulle “aree idonee” permette alle Regioni di bocciare quasi ovunque.

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Inaugurazione del primo sistema solare galleggiante realizzato da Enel, nel 2025 a Venaus, Torino (foto Ansa).

E i famosi «14 miliardi per l’energia» sbandierati a giugno 2026? Spoiler: non sono soldi. Sono il permesso di fare più debito senza che l’Europa ci rimproveri. Tradotto: ci hanno dato il via libera a spendere, e noi festeggiamo in conferenza stampa come se avessimo vinto alla lotteria. Spendere bene, però, è un’altra cosa. E quella, per ora, non si vede.

La grande idea del governo: il voucher benzina

Qual è stata, infatti, la grande idea del governo contro il caro-energia? Il voucher benzina. Cioè 100 euro per fare il pieno. Mentre il resto d’Europa investe per dipendere meno dai fossili, noi pensavamo di regalare soldi per comprarne di più. È come curare la sbornia con un altro giro di shot. Per fortuna è saltato: l’ha bloccato la Lega. A volte ci salva l’incapacità di mettersi d’accordo.

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Il voucher benzina era un’idea del governo, poi affossata (foto Ansa).

Le crociate contro le pale eoliche

E appena spunta una pala eolica, parte la crociata. A Orvieto contro lo stesso parco si sono schierati Vittorio Sgarbi e Fiorello. Popolo curioso, il nostro: il paesaggio diventa sacro solo se a comparire è energia pulita. Le autostrade, i capannoni, i tralicci: quelli no, fanno parte del folklore. La Francia, che di bellezza s’intende, le pale le ha messe ovunque. Noi facciamo gli esteti e paghiamo il gas.

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Pale eoliche (foto Ansa).

La cura miracolosa? I mini reattori

Rieccola, la palla lunga. La cura miracolosa sembra essere diventata quella degli Smr (Small Modular Reactor), cioè i mini-reattori. Enel, Ansaldo e Leonardo hanno fondato Nuclitalia per studiarli. La startup Newcleo ha promesso reattori al piombo che «mangiano le scorie» ed è schizzata in Borsa a 2,4 miliardi. Senza – piccolo dettaglio – avere ancora un reattore acceso.

L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
Render in 3D di small modular nuclear reactors.

Il guaio è uno: costano cifre da capogiro. L’unico progetto serio arrivato in Occidente, l’americano NuScale, l’hanno cancellato nel 2023 perché il conto era esploso: prezzo da 58 a 89 dollari a megawattora, costo da 5,3 a 9,3 miliardi. In soldoni: costa oltre 10 volte in più rispetto a un campo solare, e l’energia che sforna costa il doppio di quella del sole. E parliamo del migliore, prima che chiudesse baracca.

La fusione «verso il 2050»: siamo a cavallo

I tempi, poi, sono comici. I primi reattori italiani, nella migliore delle ipotesi, sono destinati ad arrivare nel 2035. La fusione «verso il 2050». Cioè: la soluzione per i nostri nipoti, la bolletta per noi. E la filiera? Non esiste. Dovremmo ricostruirla da zero, esattamente la situazione che fa lievitare i costi del primo esemplare. La stessa che ha affondato gli americani. Ma noi siamo ottimisti per natura…

Persino la Finlandia ha fatto lievitare costi e tempi

Un esempio europeo? La Finlandia. Che possiede l’ultimo reattore acceso nel continente, Olkiluoto 3. Cantiere aperto nel 2005, doveva costare 3 miliardi ed essere pronto nel 2009. È entrato in funzione nel 2023: cioè 14 anni dopo, a 11 miliardi. Quasi quattro volte il preventivo. E tra l’altro la Finlandia è il Paese più serio e organizzato che esista in materia. Loro. Figuriamoci noi, che il nucleare l’abbiamo spento nel 1987, grazie al referendum abrogativo sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl, e da allora non avvitiamo un bullone.

L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi

Dove mettiamo le scorie?

Poi ci sono le scorie. Non durano mille anni: ne durano decine di migliaia. Al mondo non c’è un solo deposito definitivo acceso con questo tipo di funzione. La più avanti è – di nuovo lei – la Finlandia, con Onkalo: e nemmeno quello è ancora in funzione. Da noi? Ci sono 51 aree definite «idonee», ma zero candidature. In tutto si tratta di 32 mila metri cubi già parcheggiati in giro per l’Italia, anche se la soluzione è rinviata a «non prima del 2050». Insomma, vogliamo fabbricare scorie nuove prima di sapere dove mettere le vecchie.

La soluzione ce l’abbiamo già in mano

Gli altri, intanto, corrono. La Spagna è al 56 per cento di rinnovabili, la Germania oltre il 60 per cento. Noi fermi al 41, con la corrente più cara. Scelte opposte sull’atomo – Berlino l’ha spento, Madrid lo spegne – ma una cosa in comune: hanno deciso e fatto. Gli spagnoli, da soli, mettono 10 gigawatt di rinnovabili l’anno e oggi hanno l’elettricità all’ingrosso tra le più economiche del continente. Noi annunciamo, rinviamo, e poi ci stupiamo della bolletta.

Eppure la soluzione ce l’abbiamo già in mano. Il sole e il vento. Costano meno, si montano in mesi e non in decenni, e non lasciano in regalo nulla di radioattivo ai pronipoti. Gli accumuli e le reti intelligenti tengono insieme il sistema anche quando non c’è vento, e lo fanno adesso, non nel 2040. Manca una sola cosa: la voglia di farlo.

Non è tifo, tra atomo sì o atomo no. Un giorno il nucleare potrà servire. Ma non può essere l’ennesima scusa per non fare oggi ciò che già conviene. Basta sparare la palla in tribuna. Una volta tanto giochiamola, questa benedetta partita.

Wushu: il 66enne Alfredo De Somma torna a casa con 3 ori

Lo sport regala grandi soddisfazioni, anche all’età di 66 anni: è il caso del maestro salernitano Alfredo De Somma che è tornato a casa con ben tre ori dalla 17ª edizione dello Spring Dragon Wushu International Tournament, manifestazione internazionale che si è svolta a Catanzaro nei giorni scorsi ed a cui ha partecipato per la prima volta l’A.S.D. Marco Polo di Salerno, presente sul territorio dal 1994.

Per tre giorni la città calabrese è diventata la capitale mondiale del Wushu, ospitando alcuni tra i migliori interpreti internazionali della disciplina e offrendo una manifestazione caratterizzata da un livello tecnico senza precedenti. Sul campo gara si sono confrontati atleti di ogni età ed esperienza, dai principianti ai campioni più affermati, regalando al pubblico uno spettacolo sportivo di altissimo livello. Impressionanti i numeri dell’edizione 2026: 568 atleti, 63 team, giudici e delegazioni provenienti da 30 nazioni diverse, con la partecipazione di rappresentanti arrivati da tutta Europa ma anche da Paesi lontani come Stati Uniti e Brasile. Una presenza internazionale che conferma come lo Spring Dragon sia ormai riconosciuto da atleti, tecnici, dirigenti e addetti ai lavori come il torneo Open di Wushu più importante d’Europa e uno dei migliori al mondo.

Ad impreziosire ulteriormente l’evento è stata la presenza di alcuni tra i migliori giudici internazionali del panorama mondiale del Wushu, professionisti di altissimo profilo che hanno garantito standard arbitrali eccellenti e contribuito ad accrescere ulteriormente il prestigio della manifestazione.

In questo importante contesto il maestro Alfredo De Somma, dopo anni di assenza dai campi di competizione, si è rimesso in discussione portando in gara 3 forme ufficiali, suscitando applausi da parte del presidente della federazione P.W.K.A e di quanti lo hanno rivisto cimentarsi in questa importante edizione all’età di 66 anni con la conquista di 3 ori. In gara presente anche un’allieva storica della Marco Polo Marina Petrosino, anch’essa con 3 ori.

Questa gara ha dato modo a De Somma, non solo di stimolare i propri allievi dimostrando tecnica, competenza e capacità che solo con l’impegno si riesce a raggiungere, ma anche la volontà di ricalcare i campi di gara con nuovi traguardi.

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Madison: debutta la partnership tra Gramaglia e Rea

di Raffaella D’Andrea

Una stella in più illumina il firmamento gastronomico cittadino. Si apre sotto i migliori auspici la collaborazione tra lo chef stellato Paolo Gramaglia e Vincenzo Rea, patron del Madison Pizza & Ristò, realtà ormai consolidata che a Salerno e provincia rappresenta un punto di riferimento per gli amanti della buona cucina, della pizza di qualità e della convivialità. La partnership è stata ufficialmente presentata nel corso di una cena riservata alla stampa che si è tenuta mercoledì sera nella sede salernitana del Madison. Un evento che ha sancito l’inizio di un percorso destinato a lasciare il segno nella ristorazione locale, grazie all’incontro tra la visione gastronomica di Paolo Gramaglia, chef stellato del ristorante President di Pompei, e l’esperienza imprenditoriale di Vincenzo Rea. Gramaglia assumerà il ruolo di Executive Chef del gruppo Madison, curando l’intera proposta gastronomica e contribuendo anche allo sviluppo di nuove creazioni dedicate al mondo pizza. Una collaborazione che punta ad elevare ulteriormente l’offerta del locale attraverso una cucina identitaria, profondamente radicata nel territorio campano ma capace di parlare un linguaggio contemporaneo. La serata è stata un vero e proprio viaggio tra sapori, tecnica e memoria. Ad aprire il percorso degustativo una serie di entrée che hanno immediatamente raccontato la filosofia dello chef: piccoli bocconi capaci di racchiudere storie, territori ed emozioni. Particolarmente apprezzati dalla stampa presente i raffinati assaggi iniziali e la sorprendente capacità di condensare in un solo morso un’esperienza gastronomica completa. Molto convincente anche il capitolo dedicato all’arte bianca. Tra le proposte più applaudite la pizza in padellino “Pre Summer”, equilibrata e contemporanea, capace di valorizzare materie prime di qualità senza rinunciare all’immediatezza del gusto. Non sono mancati i grandi classici della tradizione Madison, riletti con il contributo creativo dello chef. Il momento centrale della cena è stato affidato alla celebre “Pasta a… Mare”, signature dish di Paolo Gramaglia. Un piatto che racconta il Mediterraneo attraverso una complessa stratificazione di sapori marini, dove tecnica e intensità gustativa convivono in perfetto equilibrio. A chiudere il percorso una proposta che unisce tradizione e golosità: la pizza fritta “Cassata Oplontis”, dessert scenografico e identitario che richiama la grande pasticceria del Sud in una veste originale e contemporanea. L’impressione complessiva è quella di una collaborazione nata non per semplice operazione d’immagine, ma dalla condivisione di una visione comune dell’ospitalità e della ristorazione. Da un lato l’estro e la ricerca di Paolo Gramaglia, dall’altro la capacità di accoglienza e la solidità costruita negli anni da Vincenzo Rea. Un connubio che promette di arricchire ulteriormente il panorama gastronomico salernitano e che, a giudicare dall’entusiasmo raccolto durante la serata inaugurale, sembra già aver conquistato addetti ai lavori e appassionati.

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L’estate dei concerti salasso: perché la musica dal vivo è ormai un lusso per pochi

Altro che atto d’amore. Mettersi in coda per un biglietto di Annalisa al suo primo San Siro, o per una data di Vasco Rossi, Tiziano Ferro, Irama e Geolier, è ormai una transazione finanziaria ad alto rischio. Per guardare un concerto estivo oggi serve lo stesso budget di un weekend lungo in Europa: il caro-biglietti è l’effetto collaterale di una catena di montaggio dove l’artista incassa prima ancora di salire sul palco e il fan fa da fideiussione vivente.

Garanzie finanziarie con anticipi milionari

Il cortocircuito economico nasce a monte, nella logica degli anticipi milionari pretesi dai manager. Funziona così: lo streaming ha ridotto il mercato discografico a un sottofondo da 10 euro al mese che riempie le pance degli algoritmi ma lascia le briciole alle produzioni, trasformando i tour nell’unica vera cassaforte. Gli entourage lo sanno e impongono ai promoter garanzie finanziarie da versare sull’unghia per blindare le date. Agli organizzatori locali non resta che fare il gioco del cerino: accettare il diktat, pagare gli anticipi al buio e scaricare l’intero azzardo sul prezzo finale del ticket. Il cantante incassa prima, il rischio si scarica a valle, e a prendere la sberla sul conto corrente è, come sempre, il fan.

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L’estate dei concerti salasso: perché la musica dal vivo è ormai un lusso per pochi
Lo stadio Olimpico di Roma durante un concerto di Achille Lauro (foto Ansa).

Il marketing si è inventato il concetto di “evento multisensoriale”

A questo si aggiunge l’inflazione. Muovere le carovane di tir che trasportano i mega-palchi per la penisola costa il doppio rispetto a pochi anni fa: i carburanti volano, i costi logistici e di sicurezza negli hub, da San Siro a Tor Vergata, sono lievitati. Ma c’è di più. Per giustificare certe cifre, il marketing si è inventato il concetto di “evento multisensoriale”: corpi di ballo, maxischermi grandi come palazzi ed effetti speciali da kolossal hollywoodiano servono a vendere un’esperienza indimenticabile e a legittimare il salasso, con tariffe che oscillano stabilmente tra i 50 e i 60 euro per i posti peggiori, schizzando a 200 euro per i settori d’élite, fino a decollare verso l’ignoto dei pacchetti Vip.

L’estate dei concerti salasso: perché la musica dal vivo è ormai un lusso per pochi
Fan in attesa di Bad Bunny a Lisbona (foto Ansa).

Una segregazione censitaria in cinque o sei zone tariffarie

Il vero capolavoro però si consuma sul prato dello stadio, un tempo unico spazio democratico e orizzontale, dove la gerarchia veniva decisa da chi correva più forte all’apertura dei cancelli. Oggi quel terreno è stato lottizzato e recintato in una farsa geometrica chiamata Pit, ossia l’area immediatamente sotto al palco. Il biglietto unico è morto, sostituito da una segregazione censitaria in cinque o sei zone tariffarie.

L’estate dei concerti salasso: perché la musica dal vivo è ormai un lusso per pochi
Vasco Rossi in concerto al Parco Urbano, Ferrara, 5 giugno 2026 (foto Ansa).

Supplemento Gold e assegno a tre cifre per stare sotto al palco

Vuoi stare in prima fila a vedere Eros Ramazzotti o Ultimo negli occhi? Paga il supplemento Gold e stacca un assegno a tre cifre. Non hai i soldi? Finisci nel ghetto del fondo campo, confinato a chilometri di distanza, col solo privilegio di sborsare “solo” 50 euro per guardare un maxischermo da lontano.

Il dynamic ticket pricing gonfia il costo del biglietto in tempo reale

A chiudere il cerchio ci pensa il mostro finale del dynamic ticket pricing. Più cresce l’ansia da sold out nei primi minuti di apertura delle prevendite, più l’algoritmo alza il prezzo del biglietto in tempo reale. Una Borsa nera legalizzata che specula sul panico dei fan. Il paradosso è che, nonostante i listini siano ormai da gioielleria, gli stadi si riempiono lo stesso. La fame di aggregazione reale in un mondo virtuale è talmente disperata che la gente è disposta a sacrificare una grossa fetta di stipendio pur di esserci.

L’estate dei concerti salasso: perché la musica dal vivo è ormai un lusso per pochi
Achille Lauro in tour (foto Ansa).

I prati restano transennati per dividere i ricchi dai poveri

I festival e i grandi live estivi si sono trasformati in sistemi integrati che muovono un indotto gigantesco, capace di sfiorare gli 80 milioni di valore. Ma se l’accesso agli eventi viene regolato solo dal censo, se i prati restano transennati per dividere i ricchi dai poveri, l’anima popolare della musica è bella che morta.

Sessa Cilento, Gabriele Falcione: “I conti non tornano…”

di Arturo Calabrese

Gabriele Falcione, consigliere di minoranza di Sessa Cilento, parla di una situazione molto critica nella gestione finanziara dell’ente pubblico cilentano.

Bilancio dei quattro anni di amministrazione: quale valutazione ne dà?

“Il bilancio è assolutamente negativo, soprattutto sul piano della gestione finanziaria dell’ente. Negli ultimi anni si è passati da un disavanzo a un presunto avanzo di amministrazione di circa 9.000 euro nel 2025, una cifra del tutto irrilevante rispetto alle reali potenzialità del Comune e alle condizioni di partenza. In realtà, quel dato è solo formale: analizzando nel dettaglio i numeri, l’ente si trova in una situazione di disavanzo molto più consistente”.

Nel recente Consiglio comunale Lei ha sollevato criticità: quali?

“Ho evidenziato che l’avanzo dichiarato non rappresenta la reale situazione finanziaria. L’ente versa in gravi difficoltà e diversi elementi contabili non restituiscono una fotografia corretta. In particolare, ho richiamato il tema della gestione del canone RAI, legato al servizio elettrico comunale. Si tratta di somme incassate per conto dell’Agenzia delle Entrate che avrebbero dovuto essere trattate come partite di giro, quindi senza impatto sul bilancio”.

Cosa sarebbe accaduto invece nella gestione di queste somme?

“Da una prima comunicazione risultava che alcune somme erano depositate sui conti correnti postali e al momento dell’effettivo incasso sarebbero state trattate come partite di giro e quindi riversate all’agenzia. Nel 2025, sono state prelevate e non sono state riversate all’agenzia dell’entrate ma registrati come entrate extra tributarie. Questo avrebbe avuto due conseguenze gravi: da un lato un’alterazione del risultato di amministrazione, dall’altro la mancata iscrizione del debito verso l’Agenzia delle Entrate. Inoltre, tali somme sarebbero state utilizzate per finanziare la spesa corrente dell’ente, cosa non corretta”.

Ha parlato anche di altri meccanismi contabili utilizzati per mantenere gli equilibri di bilancio…

“Sì. Gli equilibri sarebbero stati ottenuti anche attraverso operazioni contabili discutibili, come l’accertamento di circa 272mila euro legati alla gestione del servizio elettrico, in assenza di un vero titolo contrattuale che ne garantisse la certezza del credito. Si tratta, a mio avviso, di soluzioni temporanee che non risolvono i problemi strutturali ma servono solo a “coprire” gli equilibri di bilancio”.

Quali altri problemi gestionali evidenzia?

“Negli anni si è registrato un forte ricorso a debiti fuori bilancio, mancata gestione tempestiva dei procedimenti amministrativi e numerosi contenziosi, spesso non affrontati adeguatamente. Solo tra interessi, spese legali e sanzioni si parla di circa 50mila euro, a cui si aggiunge la gestione della vertenza De Feo, costata circa 150mila euro”.

Un altro tema riguarda l’organizzazione interna degli uffici…

“Oggi il Comune non ha un responsabile finanziario interno stabile e la funzione è svolta dal vicesindaco, una soluzione possibile nei piccoli enti ma comunque delicata. Inoltre è stato affidato un servizio esterno di supporto contabile a una società che costa circa 50mila euro l’anno. A fronte di questa spesa, il servizio è presente solo in modo saltuario negli uffici e lavora spesso da remoto. A mio avviso si tratta di una scelta poco efficiente: un funzionario interno a tempo pieno costerebbe probabilmente meno e garantirebbe maggiori responsabilità e controllo”.

Quali altre spese ritiene critiche?

“Sì, anche altri servizi esterni, come la gestione della contabilità IVA, costano circa 5 mila euro l’anno. Nel complesso si tratta di una serie di spese che, sommate, incidono significativamente sul bilancio e che avrebbero potuto essere ridotte”.

Ci sono anche dei fondi non utilizzati, è vero?

“La precedente amministrazione guidata da Giovanni Chirico ha lasciato a quella attuale un finanziamento di 2 milioni di euro per le aste torrentizie. Non è dato che fine hanno fatto quei fondi”.

Qual è, in sintesi, la situazione finanziaria?

“La situazione è complessa e presenta diverse criticità strutturali. Oltre alla gestione corrente, resta aperto anche il tema di una possibile ingiunzione legata alla cassa conguagli del servizio energetico, che potrebbe arrivare a cifre molto elevate. Se questi debiti dovessero concretizzarsi, l’ente si troverebbe in seria difficoltà. Il problema principale è che molte di queste situazioni non sono state affrontate negli anni e potrebbero ricadere sulle amministrazioni future”.
Pensando al futuro amministrativo?
“È necessario creare un governo di solidarietà per risanare Sessa Cilento, solo così si potrà iniziare a lavorare seriamente. Serve un’amministrazione per un ampio di risanamento che sia composta da novità e da esperienza perché i tempi a venire saranno difficile”.

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La storia. Antonio Barone, una vita da mediano

Settantadue anni, segno zodiacale Cancro. Antonio Barone, stella del calcio cilentano degli anni Ottanta, racconta la propria storia sfogliando un album dei ricordi, nel quale conserva fotografie e cimeli del suo passato.

Una vita da mediano iniziata giovanissimo sui campetti del Dopolavoro Ferroviario di Agropoli, che Barone ricorda così:

«Mio padre, tecnico delle Ferrovie dello Stato, abitava a poca distanza dal campo di calcio del dopolavoro e io ho cominciato ad assaporare l’erba di un campo da calcio fin da giovanissimo. A 14 anni fui notato da un dirigente dell’Ogliastro Cilento mentre giocavo e così iniziò la mia carriera calcistica.»

Il tuo segno zodiacale dice che le persone nate sotto questo segno sono generalmente intuitive, molto empatiche e particolarmente attaccate alla famiglia e agli affetti. Ti ritrovi in questa descrizione?

«Assolutamente sì. Oltre alla famiglia ho amato tantissimo i miei compagni di squadra, con i quali ancora oggi mi sento e mi incontro, e naturalmente il mio lavoro.»

Già, il lavoro. Perché Barone, una volta appese le scarpe al chiodo, è diventato un imprenditore turistico di grande successo.

Ma dell’imprenditore parleremo più avanti. Riprendiamo la sua storia calcistica.

Centrocampista fluidificante, corretto e generoso, ha disputato circa 700 partite ufficiali, venendo espulso una sola volta. Un record di tutto rispetto.

«Non so se sia un record assoluto, ma sicuramente lo è per me. Ho sempre considerato lo sport come rispetto per gli avversari e anche il mio calcio ha avuto questi principi come fondamenta.»

Guardando le partite di oggi, si ritrova in questo calcio?

Barone sorride, si ferma un attimo e risponde:

«Diciamo che lo sforzo maggiore è capire dove e quando vedere le partite. Questo spezzatino, voluto e imposto dalle televisioni, serve solo a disorientare i tifosi. Il venerdì l’anticipo, il sabato gli anticipi e i posticipi, la domenica a mezzogiorno, il lunedì sera… spesso si finisce per perdere una partita o confonderla con un’altra. Stanno ammazzando il calcio.»

Girano troppi soldi?

Il nostro mediano riapre il suo album e ripercorre alcuni titoli di giornale. Si sofferma su una foto della Leoni San Marco e ricorda il presidente Pascale, che si commuoveva quando la sua squadra vinceva.

E adesso?

 

«Non ci sono più presidenti come quelli di una volta. Oggi le società finanziarie non tifano per le squadre che amministrano: vogliono soltanto aumentare i profitti.»

Il suo famoso album ripercorre anche tutte le tappe della carriera calcistica di Barone: Ogliastro, Agropoli, Rovigo durante il servizio militare, ancora Agropoli, poi Castellabate, Real Bellizzi, Palinuro, Camerota, nuovamente Agropoli con una salvezza conquistata all’ultima giornata, Santa Maria di Castellabate e infine Leoni San Marco, con la vittoria del campionato.

Tante esperienze da calciatore. Hai mai pensato di allenare?

«No, anche se ho conseguito il patentino da allenatore. Mi piaceva troppo giocare.»

Un ricordo dei compagni che hanno condiviso il campo con te?

«Sicuramente Leccese e Margiotta.»

Barone guarda il suo album e per un attimo si commuove….

Nel 1990 arriva la grande svolta. Lascia il calcio per dedicarsi anima e corpo all’attività imprenditoriale nel settore turistico. Diventa il braccio destro di don Peppino Acampora e Pasquale Piccirillo, seguendo vari cantieri tra Acciaroli, Ogliastro e soprattutto Santa Maria di Castellabate, nella zona Lago, dove nasce il Villaggio Silvia.

Arriva un altro album, quello che racconta la storia di Antonio Barone imprenditore di successo.

Prima direttore e successivamente amministratore unico del Villaggio Silvia.

«Fu un’idea geniale di Pasquale Piccirillo, condivisa con don Peppino Acampora», ricorda Barone. «Pensò che un canneto potesse trasformarsi in un’attrazione turistica. Un architetto disegnò quella che oggi è una delle più splendide realtà turistiche del Cilento.»

Centotrenta casette mobili distribuite lungo tre viali alberati che conducono direttamente al mare. Una realtà quasi unica nel suo genere.

A completare l’offerta, una piscina olimpionica e una dedicata ai bambini, inserite all’interno di un anfiteatro con palco che negli anni ha ospitato artisti del calibro di Monica Sarnelli, Rosalia Porcaro, Alan De Luca, Amedeo Colella e Lino D’Angiò, Elena Vittoria .

«La vera novità», sottolinea Barone, «era che sul palco si esibivano anche i campeggiatori, che durante l’estate si trasformavano in attori. Ricordo ancora il titolo di un giornale: “E in campeggio si diventa attori”.»

E poi?

Barone si sofferma sul cambiamento generazionale che ha interessato il Villaggio Silvia.

«Il modo di fare vacanza è cambiato e, di conseguenza, anche l’offerta turistica ha dovuto adeguarsi. Le famiglie si riuniscono soprattutto nei fine settimana e nelle due settimane centrali di agosto. I nostri ospiti vogliono uscire e vivere l’offerta turistica che il territorio mette a disposizione e che ogni anno si arricchisce sempre di più.»

Per l’estate sono annunciati artisti come Vincenzo Salemme, Ermal Meta, Sal Da Vinci, Franco Ricciardi e Marco Masini.

Previsto anche un ciclo di incontri dedicati alla cultura e all’attualità, con la partecipazione, tra gli altri, di Alessandro Preziosi, Marco D’Amore, Giovanni Esposito e Paolo Genovese.

I progetti futuri di Antonio Barone?

Barone sorride e conclude:

«Adesso ci sono i figli che dovranno gestire ciò che abbiamo costruito. Noi possiamo al massimo aiutarli ad affrontare le criticità e mettere a disposizione la nostra esperienza.»

Chi vincerà i Mondiali?

«Che tristezza vedere l’Italia fuori dai Mondiali per la terza volta consecutiva. Per un uomo di sport è una  grande sconfitta. Chi arriverà prima? Io penso che la lotta è racchiusa tra Argentina e Brasile anche se la Francia può essere la sorpresa.”

E se lo dice un esperto di calcio c’è da scommettere

Ge.Ri.

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Nucleare, Vannacci, patrimoniale. I nonsense dell’ordine dominante

di Aldo Primicerio

 

“Nonsense” (poi lo scriveremo senza virgolette) è quella parola, frase o situazione che equivale a sciocchezza, assenza di logica e di significato, ad una assurdità, quindi senza un senso, ma che alla fine ha uno sfondo positivo. E perché? Perché permette di sganciare il cervello dai pensieri pesanti, di indurre sentimenti favorevoli, di ricaricare le energie e alla fine di ritrovare un “sisense”, un senso sano e positivo, insomma di farci persino una risata sopra.

Sono tre le parole, e le questioni che vi sono dietro, espressioni dell’ordine dominante che questa settimana ci hanno suscitato impressioni di nonsense.

La prima è il nucleare. Come molti voi sanno il 4 scorso la Camera ha approvato la proposta di legge n. 2669 che dispone in materia di energia nucleare, e che quindi ammette la possibile reintroduzione in Italia anche dell’energia nucleare prodotta con il metodo, rischioso e dannoso, della fissione.

 

Una soluzione inammissibile, per ragioni logiche e giuridiche

La ragione logica è che non sarebbe realizzabile prima di dieci anni, e quindi senza alcuna convenienza in una fase di grave crisi economica in cui i miliardi occorrenti per il nucleare servono oggi per ragioni ben più serie e giustificate. Poi c’è l’insolubile problema delle scorie, i cui effetti inquinanti durano per millenni e millenni, e che, con l’andare del tempo, non si saprebbe più dove e come isolare. Infine c’è il gravissimo problema del rischio all’umano ed all’ambiente. La seconda ragione è quella giuridica. Infatti la proposta legislativa contrasta palesemente con la deliberazione popolare contraria al nucleare, espressa con i due referendum del 1987 e del 2011, i quali, per costante giurisprudenza costituzionale, non possono essere contraddetti dal Legislatore. La Corte costituzionale, infatti, ha ripetutamente sancito che resta fermo l’obbligo del legislatore di osservare i limiti relativi al divieto di ripristino della normativa abrogata dalla volontà popolare. Non so se questo Governo arriva a capirne il nonsense ed a percepirne las incostituzionalità.

 

Il secondo nonsense è il partito di Vannacci, una finta novità generata dal capitalismo, padre di tutti i partiti esistenti in Italia

Futuro Nazionale, il suo partito, è pieno di pecche e di criticità. Innanzitutto le posizioni estremistiche sulla remigrazione, una sorta di deportazione dei migranti, e quelle divisive su sessualità e minoranze. Poi l’inadeguatezza del partito, distante anni luce dalle logiche associative dalle battaglie culturali che devono caratterizzare una forza politica. Insomma, un partito senza storia e senza essenza e quindi inadeguato. Ed ancora, il suo sovranismo destinato all’isolamento, che ne fanno un partito di pura estrema destra non fisiologicamente funzionale a nessuno schieramento politico riconoscibile. Per di più un partito che si dichiara anti-sistema, ma che invece ne è la più autentica espressione. Insomma una autantica, pura, vera finta novità. Un bluff.

 

Il terzo nonsense è la finta interpretazione scandalistica escogitata dal centrodx sulla patrimoniale della Schlein.

Come molti sanno, il segretario del Pd Elly Schlein si è espressa a favore di una imposta patrimoniale sui super ricchi. Una uscita inavveduta ed incauta, perché i “giornali” della destra l’hanno subito messa al muro per essere giustiziata, ritenendola impropriamente estesa a tutti i cittadini. Il solito finto cavallo da cavalcare a propri fini. In effetti la Schlein, è vero, non vanta boccoli biondi ed  incedere avvenente. Ma, disponendo di una solida cultura, una laurea in giurisprudenza, una forte esperienza di volontariato al fianco di Barack Obama, ed una grande visione internazionale, scorge – nella imposta che piace alla California sui super ricchi della Silicon Valley – una buona idea da calibrare anche da noi. Infatti ricordiamo a chi se lo dimentica che in Italia il carico fiscale grava quasi interamente su lavoratori dipendenti e pensionati. In pratica appena 11 mln di contribuenti, cioè il 20% della popolazione, pagano l’85% di tutta l’Irpef, metre il 43% degli italiani risulta a carico e dichiara zero. Tra questi – senza offesa per nessuno – tutti quei professionisti, tecnici e artigiani che lavorano sì dignitosamente, ma che si fanno pagare cache, solo a nero, elud-tasse. Per scendere ancora più in profondità, e citando Forbes ed il rapporto di Knight Frank Wealth, in Italia gli individui con un patrimonio netto superiore a 30 milioni di dollari (UHNWI) sono 15.433, oltre i 5 mln sono 88mila, oltre 1 mln di dollari sono 472.mila, almeno 500mila sono 115mila, mentre i miliardari sono 79. Se si restringe il campo a chi detiene oltre 100 milioni di dollari, la stima scende a circa 3.100 persone.

 

Ed allora chi mettere al muro sotto il tiro di un plotone d’esecuzione?

La patrimoniale della Schlein sui super ricchi? O l’invenzione della destra di voler mettere le mani nelle tasche di tutti i cittadini? Spero di non sbagliare se invito a valorizzare la proposta di Elly, che prende in considerazione il Billionaire Tax Act della California, che prevede una imposta una tantum del 5% sui patrimoni superiori al miliardo di dollari, ripartita in cinque anni, magari ricalibrandola con intelligenza sulla situazione italiana. Elly è stata incauta, non nel pensare a questa proposta ma nel non corredarla di numeri, come sarebbe stato necssario per non sollevare il polverone dei noti facili incolti del governo e dei media italiani. Stabilire come fare non è facile, ma non è certo impossibile. Bisogna incrociare varie fonti statistiche che usano classificazioni differenti. Ed è qui che possono venirci incontro le intelligenze artificiali, come abbiamo fatto noi, nel nostro piccolo, per documentarci sui numeri. Consiglierei di nominare una commissione di non più di 5-6 esperti, che interpellino Perplexity, ChatGPT, Gemini di Google, Claude di Anthropic, Copilot di Microsoft. C’è di più. Dopo aver consultato le grandi I.A. appena citate per avere un quadro d’insieme, gli esperti potrebbero fare un ulteriore passo avanti e consultare piattaforme specializzate nell’analisi dei dati dei grandi patrimoni. Pensiamo soprattutto a PitchBook, dotata di enormi database sul mercato privato, essenziale per tracciare i capitali dei super ricchi. E poi Addepar, che aggrega e visualizza i portafogli dei clienti in tempo reale. Ed infine Masttro, un software di reporting patrimoniale ottimizzato per i family office, questi nuovi “mostri sacri” del professionismo finanziario che gestiscono il patrimonio di famiglie ed alto reddito in maniera olistica. Che vuol dire olistico? Che l’obiettivo è preservare, proteggere e far crescere la ricchezza nel tempo, per tutta la vita, in più agevolando il passaggio generazionale. Neanche i super ricchi si lamenterebbero di una patrimoniale che farebbe vivere meglio tutti i cittadini di questo Paese da sempre fiscalmente ingiusto.

Che sia una lezione per gli incolti del nonsense della destra. E non solo per loro.

 

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Campagna. Anna Rita Leonardi: Serve piano per turismo

di Erika Noschese

 

 

Alla sua prima esperienza amministrativa ma con un lungo percorso politico alle spalle. Nonostante la giovane età, Anna Rita Leonardi ha già ricoperto numerosi incarichi, collaborando nello staff dell’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi e maturando esperienze istituzionali in Regione Campania, prima durante la presidenza di Antonio Bassolino e successivamente con Vincenzo De Luca. Attualmente ricopre il ruolo di segretaria regionale di Italia Viva Campania.

Ora Leonardi entra per la prima volta nelle istituzioni locali. Con l’elezione a sindaco di Adele Amoruso, siederà infatti in Consiglio comunale, tra i banchi della minoranza, insieme all’ex candidato sindaco Pierfrancesco D’Ambrosio e al collega di coalizione Remo Cubicciotti.

Per la dirigente di Italia Viva si apre così una nuova fase del proprio impegno politico, questa volta direttamente nell’assemblea cittadina, dove sarà chiamata a rappresentare gli elettori e a svolgere il ruolo di opposizione all’amministrazione comunale.

Svolta per Campagna, per la prima volta un sindaco donna…

«Vero. Ancora più vero è che, oltre al sindaco, vi è una nutrita rappresentanza femminile tra i consiglieri comunali eletti. Anche questo mi sembra un dato da considerare con attenzione. Non posso che guardare con fiducia a questa composizione dell’organo che rappresenta la Città, perché attesta un cambiamento che negli anni è stato costruito grazie all’impegno di tante donne. Credo tuttavia che oggi i cittadini si aspettino competenza, capacità amministrativa e risultati concreti e misurabili. L’essere donna è un valore aggiunto, ma la vera sfida sarà dimostrare di saper governare bene una città complessa come Campagna».

Il ballottaggio ha portato alla vittoria di Adele Amoruso. Cosa si aspetta da questa amministrazione?

«Il ballottaggio ha decretato una vittoria di misura. Ciò significa che occorrerà, da parte del sindaco eletto, la maggiore apertura al confronto e al dialogo continuo con la Città e con le altre forze politiche in Consiglio Comunale. Le elezioni sono terminate e ora una città intera attende risposte. La sfida più grande per la nuova amministrazione sarà rappresentare tutti i cittadini, anche quelli che hanno espresso una scelta diversa nelle urne. Occorrerà coraggio e determinazione per affrontare l’impegno. Da parte mia, non ci sarà un’opposizione pregiudiziale. Sosterrò ciò che riterrò utile per la città e consiglierò per correggere, con altrettanta determinazione e nel pieno rispetto dei ruoli istituzionali, ciò che non condividerò. I cittadini ci hanno affidato ruoli diversi ma parimenti utili in una democrazia compiuta: al sindaco ed alla sua squadra il compito di governare, alla minoranza il compito di controllare e vigilare sull’operato, individuare e proporre soluzioni alternative, migliorare quelle possibili. È questo il ruolo che svolgerò, con serietà e responsabilità».

Quali le criticità che vive oggi la città e quali priorità?

«Le priorità, per quanto mi riguarda, sono quelle individuate dal programma presentato dalla coalizione con cui sono stata candidata e per cui ci siamo impegnati con i cittadini: aiuto concreto alle famiglie, ai commercianti e alle imprese con la definizione agevolata dei tributi comunali, sicurezza e viabilità urbana degna di una Città grande come la nostra, gestione oculata e lungimirante del patrimonio pubblico e delle risorse strategiche del territorio, prima fra tutte l’acqua e l’ambiente naturalistico. Occorre un piano ambizioso per valorizzare l’attitudine turistica cittadina, che sappia coinvolgere appieno tutti i portatori d’interesse pubblici e privati, in un confronto continuo che possa stimolare il tessuto sociale ed economico a migliorare insieme e collettivamente l’offerta della Città. Non potrà mai essere desiderabile vivere o visitare un luogo dove manchi l’acqua corrente o vi siano criticità logistiche e di servizi connessi alla qualità della vita. Per quanto riguarda le criticità, infine, confido nella capacità di isolare le problematiche per affrontarle asetticamente e senza pregiudizio o preconcetto, come ostacoli al progresso da rimuovere definitivamente. Corretta gestione del sistema idrico integrato, abbattimento delle barriere architettoniche, ripristino del decoro urbano e valorizzazione del patrimonio storico e culturale della città sono temi non più rinviabili per la politica locale. Per fare tutto ciò, servirà una programmazione seria, che guardi non solo alle emergenze quotidiane ma anche al futuro della città, costruendo le condizioni per uno sviluppo stabile e duraturo».

Da dove deve ripartire, secondo lei, la comunità?

«La comunità deve ripartire dal recupero del senso di appartenenza e dalla partecipazione. Cresce la distanza tra cittadini e istituzioni. Questa frattura va ricomposta, restituendo ai cittadini la consapevolezza e la voglia di essere protagonisti della vita politica ed amministrativa della città. Campagna ha una storia straordinaria, tradizioni importanti, un patrimonio culturale e umano che molte realtà invidiano. Ripartire da queste ricchezze, per trasformarle in occasioni di crescita collettiva, è lo sforzo da compiere. Ad accompagnare questo sforzo dovranno essere istituzioni, associazioni, scuole, attività produttive e cittadini. Le sfide che abbiamo davanti sono troppo grandi per essere affrontate e vinte da una sola parte politica. Occorre costruire una comunità più coesa, capace di lavorare insieme, senza rinunciare alle differenze ma traendo spunto da queste per il miglioramento delle condizioni esistenti».

Estate campagnese, occorre procedere a passo spedito…

«L’estate rappresenta uno dei momenti più importanti per la vita della città. Non si tratta soltanto di organizzare eventi, ma di costruire opportunità di socialità, promozione del territorio e sostegno all’economia locale. Auspico che la nuova amministrazione sia in grado di costruire un calendario di eventi ricco e inclusivo, che sappia valorizzare la cultura e le tradizioni della Città ma anche offrire occasioni innovative di intrattenimento e promozione territoriale. La stagione estiva è una grande vetrina per Campagna e occorre lavorare fin da subito per aumentare qualità delle presenze, indotto, offerta turistica integrata».

Quale il contributo che intende apportare?

«Mi sono candidata perché sentivo il dovere di dare un contributo alla città. Il ruolo di consigliere comunale è un impegno quotidiano nei confronti dei cittadini, da assolvere con disciplina e onore come recita la Costituzione. I cittadini hanno affidato a ognuno degli eletti un compito preciso ed è mio intendimento essere consequenziale a questo ruolo. Intendo offrire una presenza costante sul territorio, di ascolto e disponibilità all’individuazione delle possibili soluzioni. Voglio essere un punto di riferimento per chi ha una segnalazione, una proposta o una problematica da sottoporre all’attenzione dell’amministrazione. Con alcuni amici e sostenitori siamo già all’opera per dare una forma più stabile e continua a quest’organizzazione del lavoro da fare, coinvolgendo chiunque vorrà esserci per costruire insieme buona politica nell’interesse della Città. Metterò a disposizione la mia esperienza professionale nel campo della comunicazione e ogni entusiasmo per contribuire all’indirizzo con idee e progetti utili alla Città, senza dimenticare di svolgere con altrettanto rigore e serietà il ruolo di controllo sull’operato dell’amministrazione assegnato ai consiglieri comunali di minoranza».

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Paolo De Paola: La Salernitana attende Iervolino

di Enzo Sica

SALERNO – “Errori della scorsa stagione? Tanti”: Paolo De Paola (nella foto in basso) traccia il bilancio alla stagione. Il suo pensiero, almeno inizialmente, è questo. Per l’ex direttore di Tuttosport e della Gazzetta dello Sport, oggi apprezzato e seguito opinionista in televisioni nazionali e locali, il bicchiere sulla vicenda Salernitana va visto, al momento, come mezzo vuoto. “Gli scenari sulla società non sembrano mutati. Iervolino ha sempre intenzione di cedere ma la serie C non è appetibile per un eventuale acquirente e il costo di contratti importanti e numerosi che si prolungano anche fino al 2029 (Lescano e Gyabuaa) sicuramente non facilitano l’eventuale cessione”
Dunque, direttore De Paola, quale sarebbe la migliore medicina in questo preciso momento?
“Proprio in ragione di una rosa con scadenze scansionate dal 2027 al 2029 sarebbe più ragionevole, credo, pensare a una permanenza dell’attuale società per tentare, con maggiore convinzione, la scalata alla serie B nella prossima stagione”.
Cosa è mancato di più in questa stagione che doveva essere quella del rilancio dopo le due retrocessioni consecutive in terza serie?
“Inutile nascondersi sugli errori che pure ci sono stati. Non dimentichiamo innanzitutto anche il buon inizio di campionato, le cinque vittorie consecutive, poi nel corso della stagione alti e bassi, e il terzo posto finale per l’accesso ai play off fino alla soglia delle semifinali. Tutto ciò lascia l’amaro in bocca ma regala anche l’impressione di avere un buon organico sul quale ricostruire una solida speranza di promozione. Sarebbe un errore non crederci davvero”
Ecco la speranza, credo, sia emersa nella gestione tecnica che c’è stata dal mese di febbraio in poi, vale a dire dal cambio di gestione tecnica ?
“Certamente l’arrivo di Serse Cosmi è stato determinante. Il tecnico perugino ha saputo rattoppare, sfrondare, sistemare ed infine varare una Salernitana a propensione offensiva che ha ceduto solo per errori di singoli a testimonianza di una squadra costruita in fretta e completamente rivoluzionata dal mercato di gennaio mal gestita dal predecessore di Cosmi. Ma la qualità c’è e basterebbero pochi inserimenti per trasformare un organico ricco di qualità in una squadra capace di offrire una proposta di gioco vincente”
Quanto è stato determinante, le chiedo, anche il pubblico in questa lunga, logorante ma inutile corsa verso la vittoria nei play off?
“Notevole visto che ha saputo ricompattarsi nel momento più delicato della stagione stringendo un patto con tutta la squadra. Un patto di lealtà e trasparenza per nulla svilito da imposizioni ma pervaso solo da comprensione e infinito amore. E’ stato ripagato con i play off raggiunti dalla loro squadra, con ondate di bel gioco che hanno permesso di dimenticare in fretta vicende di cessioni societarie emerse anche nel corso della stagione regolare. Peccato solo che attorno a questa tifoseria impeccabile e colta nella sublime espressività dei suoi ultrà non vi sia stata la sensibilità che meriterebbe”
Riavvolgendo il nastro, però, ci sono scenari alle spalle che sono stati determinanti per quanto accaduto?
“Diciamo che ci sono stati dei passaggi che francamente non mi hanno convinto come credo la maggior parte dei tifosi. E’ chiaro che l’ottima speranza con l’arrivo di Cosmi in panchina forse con un pizzico di ritardo è stata importante. Il tecnico perugino ha saputo rattoppare e ricompattare tutto l’ambiente”
Ed ora cosa si auspica per il futuro della nostra Salernitana anche perchè siamo a circa venti giorni dal rompete le righe ma…
“Non si capisce niente. E’ la risposta ascoltata personalmente che fa eco in società e che fotografa la situazione reale in questo momento della Salernitana. Nulla di ufficiale attorno a direttore sportivo e allenatore, nulla sul mercato, nulla sul futuro della società. Inutile cercare di capire perchè è tutto nelle mani e nella testa di Danilo Iervolino. Forse in settimana si capirà di più nel senso che i tasselli più importanti che al momento appaiono Faggiano e Cosmi potranno davvero avere quelle indicazioni dalla società per quelle riconferme per poi partire nell’allestimento della squadra per la prossima stagione. E noi tutti attendiamo…”, conclude De Paola.

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Perché il Nicaragua può diventare il nuovo terreno di scontro tra Cina e Usa

Un Paese guidato da un ex guerrigliero rivoluzionario ispirato alla dottrina marxista che sceglie di avere rapporti diplomatici con Taipei, piuttosto che con Pechino. Fino a pochi anni fa, il Nicaragua di Daniel Ortega era curiosamente una delle poche nazioni al mondo a mantenere relazioni ufficiali con Taiwan. Poi, nel dicembre 2021, è arrivata la scelta di riconoscere la Repubblica Popolare Cinese e avviare le relazioni con Pechino. Un passo imitato nel 2023 anche dall’Honduras, a completamento di un processo che ha visto diverse capitali dell’America Latina procedere a un cambio di campo, a testimonianza della crescente influenza della Cina nel cosiddetto giardino di casa degli Stati Uniti.

Gli occhi di Trump su Managua

Ecco, il Nicaragua potrebbe diventare il prossimo terreno di confronto tra Washington e Pechino. Nonostante i toni positivi del recente summit tra Xi Jinping e Donald Trump, infatti, la competizione tra le due superpotenze prosegue e, anzi, potrebbe presto intensificarsi. A partire dall’emisfero occidentale, riportato da Trump al centro delle priorità strategiche degli States, come dimostrano le recenti mosse su Venezuela, Panama e Cuba.

Quando a inizio 900 Washington cercava un collegamento tra Atlantico e Pacifico, il Paese veniva considerato una valida alternativa a Panama. Alla fine il presidente William McKinley scelse la seconda, anche grazie ai lavori già avviati dai francesi.

Perché il Nicaragua può diventare il nuovo terreno di scontro tra Cina e Usa
Donald Trump (Ansa).

L’odissea del Canale Interoceanico e le concessioni cinesi

L’idea è tornata d’attualità nel 2012, quando il governo Ortega lanciò il progetto del Grande Canale Interoceanico. Nel 2013 Managua assegnò una concessione centenaria alla società HKND del magnate cinese Wang Jing. L’opera avrebbe dovuto collegare il Pacifico al Mar dei Caraibi attraverso un corridoio di circa 445 chilometri, superando di gran lunga per dimensioni il Canale di Panama. Il progetto si arenò dopo il crollo finanziario dell’impero di Wang Jing, ma non è mai stato definitivamente abbandonato.

Le comunità indigene hanno denunciato il rischio di espropri e sfollamenti di massa, mentre organismi internazionali hanno contestato la mancanza di consultazioni adeguate. Si stima che oltre 120 mila persone potrebbero essere coinvolte dagli spostamenti forzati legati al progetto.

Perché il Nicaragua può diventare il nuovo terreno di scontro tra Cina e Usa
Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il consigliere presidenziale del Nicaragua Laureano Ortega a Pechino nel 2025 (Ansa).

Le pressioni di Trump su Panama

C’è però una nuova variabile: il crescente interesse politico della Cina per trovare un’alternativa a Panama. Negli ultimi anni, Pechino è diventata il secondo utilizzatore del canale dopo gli Stati Uniti. Aziende cinesi hanno investito in porti, terminal logistici, infrastrutture e progetti collegati alla via d’acqua, mentre Panama ha aderito alla Belt and Road Initiative. Il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha però modificato il quadro. Le pressioni esercitate su Panama hanno contribuito a mettere in discussione alcune delle principali posizioni economiche cinesi nel Paese e hanno convinto Pechino a cercare soluzioni alternative.

Le mire di Xi in America Latina tra infrastrutture e tech

Da qui l’attenzione al Nicaragua, che si inserisce in una strategia molto più ampia perseguita dalla Cina nella regione come dimostrano i numeri.

Tra i progetti simbolo emerge il porto di Chancay in Perù, realizzato con investimenti per circa 1,3 miliardi di dollari e destinato a diventare uno dei principali hub logistici del Pacifico sudamericano. Il porto consentirà di ridurre i tempi di trasporto tra Sud America e Cina da 45 a 23 giorni e di abbattere significativamente i costi logistici. Nel settore tecnologico, Huawei e altre aziende cinesi hanno acquisito posizioni rilevanti nelle reti di telecomunicazione regionali, mentre nel comparto delle materie prime Pechino ha costruito una presenza dominante nelle filiere del litio, del rame e di altri minerali essenziali per la transizione energetica.

Perché il Nicaragua può diventare il nuovo terreno di scontro tra Cina e Usa
Daniel Ortega, presidente del Nicaragua (Ansa).

L’attenzione di Washington al giardino di casa americano

Dopo la cattura di Nicolas Maduro in Venezuela, Washington ha ridotto l’influenza di Pechino sul settore energetico e messo le mani sulla gestione del petrolio. A Cuba, l’amministrazione Trump ha intensificato sanzioni e isolamento economico, mettendo nel mirino la cooperazione tra L’Avana e Pechino. La logica è quella di una moderna reinterpretazione della Dottrina Monroe: impedire che potenze rivali consolidino posizioni strategiche nel cosiddetto “giardino di casa” americano.

Perché il Nicaragua può diventare il nuovo terreno di scontro tra Cina e Usa
Donald Trump (Ansa).

Perché la Cina non può ritirarsi dal Sud America

Per Pechino però una ritirata dall’America Latina non è un’opzione. La leadership cinese considera la regione un pilastro della propria strategia globale per almeno quattro ragioni: accesso alle materie prime, mercati di esportazione, isolamento diplomatico di Taiwan e costruzione di un ordine internazionale multipolare. La Cina proverà a intensificare il dialogo con la CELAC (Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi), dopo aver di recente annunciato nuove linee di credito per 9,2 miliardi di dollari denominate in yuan e dopo aver promosso accordi commerciali che mirano a ridurre la dipendenza dalla moneta statunitense. L’obiettivo cinese non è sostituire militarmente gli Stati Uniti nella regione, ma costruire una presenza economica e politica sufficientemente profonda da sopravvivere ai cambiamenti di governo e alle pressioni di Washington.

Perché il Nicaragua può diventare il nuovo terreno di scontro tra Cina e Usa
Xi Jinping (Ansa).

Sequestro spiaggia di Cetara, poi Universo Beach

Il sequestro dell’arenile di Cetara da parte della Procura di Salerno è qualcosa di molto più importante di quello che gli interessati mirano a minimizzare. E’ singolare che sul ripascimento, da qualche ora, la tonante voce del Sindaco di Salerno, Padre Morale di Universo Beach, si sia completamente azzittita. Ha finalmente capito che la Procura di Salerno sta facendo sul serio, e che, verosimilmente, e forse presto, Universo Beach seguirà la sorte di Marina di Cetara. La sabbia (chiamiamola così) di Cetara appare, a prima vista, la stessa di Pastena e Mercatello. Anche se con ritardo di un anno, verosimilmente dalla Procura colpiranno la sabbia cementizia di Universo Beach. Con quello che segue per i consensi popolari che l’attivismo di De Luca di questi giorni cerca di alimentare. Il ghigno bonario e irridente di De Luca non ha però calcolato il fattore imprevedibile. Scambiando il volo felpato della Procura degli ultimi anni per una costante di condotta dell’Ufficio Inquirente, notoriamente oberata dai problemi della criminalità comune, il Supremo Leader di Salerno sta per battere la testa contro qualcosa che non può sperare di controllare. Stavolta non si tratta di problemi di Giustizia Amministrativa, sovente superabili con nuove procedure della stessa natura. Stavolta si tratta di un problema penale grave! Il fattore imprevedibile porta un nome e un cognome. E’ il Sostituto Procuratore Gianpaolo Nuzzo. Salernitano, 40 anni e da 13 in Magistratura, è uno in gamba. Stimatissimo in Tribunale da tutti i colleghi, uomo di cultura profonda, non solo giuridica, ha la testa dura dei coraggiosi. Non è Magistrato delle banalità ordinarie. Non molla. Diciamolo. Alla Procura era indispensabile, per la sua credibilità, un cambio di passo. Così come un enorme merito ha la Guardia Costiera di Cetara, il cui Comandante ha dato un apporto determinante all’indagine. Indagine approfondita e veloce, in questo caso, che rimanda per l’inverso a quella, di cui non si sa più nulla da un anno, su Universo Beach di Pastena. E’ chiaro che anche su Universo Beach deve esserci in piedi un’indagine. Le denunzie del Codacons e dell’opposizione consiliare, dell’estate scorsa, sono rimaste, su una questione così vitale di Salerno in Costa Azzurra, sono a tutt’oggi rimaste senza risposta. C’è voluta la cultura istituzionale del Commissario Prefettizio Panico per fermare i lavori a Pastena. Nel silenzio più assoluto degli amministratori comunali, appena dimessisi. Ma nel chiacchiericcio per le anime semplici di De Luca, che ripete va risolta la questione ripascimento. Siamo però, purtroppo per Salerno, alla presenza di un disastro ambientale che non ha paragoni. Perché coinvolge necessariamente le responsabilità di più istituzioni. A cominciare dalla Sovrintendenza ai Beni Ambientali. Come è stato possibile che la Sovrintendenza abbia dato un parere favorevole allo scempio? Quali sono le parole che ha usato per motivare il suo assenso? Ma la Sovrintendenza sa che esiste un Protocollo tra Ministero dell’Ambiente e Regione Campania (come per le altre Regioni Costiere) che ha rigidi parametri per i ripascimenti. Certo è che il vaso di Pandora adesso si è scoperchiato. Questo giornale ha ripetutamente, da tempo, richiamato l’attenzione sull’affare del ripascimento. In un articolo il nostro editorialista Alfonso Malangone ha tuonato contro i costi esorbitanti di quanto speso; occorre una verifica degli impegni di spesa, soprattutto paragonata ad altri ripascimenti italiani, come ha detto Malagone. Ma lo scandalo rimanda alla pagina dell’archiviazione, nel 2023, da parte della Procura di Salerno, del ripascimento di Mercatello. Come ha rivelato nelle scorse settimane il nostro editorialista Antonio Manzo, quell’archiviazione lascia interrogativi non da poco. Una decina di parole nella motivazione, con formula di rito; a firma del Sostituto Carlo Rinaldi, con visto dell’allora Procuratore Aggiunto Cannavale, per dire che tutto era a posto. Nessuna indagine, riportata nella motivazione, per dare atto delle verifiche effettuate. Con una strana aggiunta giustificativa: il danno ambientale andava archiviato perché si trattava comunque di un’opera pubblica. Testuale! Un abisso con la serietà e qualità dell’indagine su Cetara. Forse il Procuratore Cantone leggerà questo articolo. Certo qualcuno gliene parlerà. Vedremo gli sviluppi. Raffaele Cantone non è uno che scherza. Ma il disastro ambientale, con un’indagine più incisiva, si sarebbe potuto evitare. Adesso il disastro c’è, e le colpe di tutti vanno messe in luce. A soffrirne, forse irrimediabilmente è il paesaggio ambientale e naturale di Salerno.

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Cava. Renato Cirielli: Boom di preferenze

di Mario Rinaldi

 

 

Buon sangue non mente si potrebbe affermare in casi come quello di Cava Dè Tirreni, dove il secondogenito di Edmondo Cirielli, Renato Cirielli, con ben 846 preferenza sbanca alle amministrative risultando il primo eletto di Fratelli d’Italia e uno dei primi eletti in assoluto in questa tornata elettorale che ha visto trionfare il centrodestra guidato dal neosindaco, Raffaele Giordano, che si è imposto al ballottaggio contro la sorpresa Luigi Petrone, sostenuto da appena due liste civiche.

Prima candidatura e primo eletto in FdI. Si aspettava questo risultato?

“Onestamente no, non in questi termini. Sapevo di poter contare su un buon lavoro sul territorio, ma 846 preferenze alla prima candidatura sono un risultato che va oltre le aspettative. È la conferma che a Cava c’è voglia di partecipazione, soprattutto tra i più giovani. Ringrazio chi mi ha dato fiducia: ora il compito è ripagarla con i fatti”.

Ora entra in maggioranza con Giordano sindaco, che ha vinto il ballottaggio. Era nell’aria questo trionfo? O avete temuto al secondo turno?

“Un ballottaggio non si dà mai per vinto, sarebbe un errore. Sapevamo che il primo turno ci aveva dato una base solida, ma il secondo è una partita a sé: si riparte da zero e bisogna riconquistare il consenso voto per voto. Per questo abbiamo continuato a lavorare fino all’ultimo, senza dare nulla per scontato. Il risultato premia un progetto chiaro e una squadra che ci ha creduto”.

Lei, seppur giovanissimo, potrebbe ambire a un assessorato. Se lo aspetta?

“Credo che a 22 anni il consiglio comunale sia esattamente il posto giusto da cui partire. È lì che si impara davvero come funziona una città, stando tra la gente e dentro i problemi. Le responsabilità di governo richiedono esperienza e tempi giusti, e io di tempo davanti ne ho. Per ora il mio obiettivo è fare bene il consigliere e ripagare la fiducia di chi mi ha votato: il resto verrà a suo tempo, senza forzature”.

Che tipo di maggioranza sarà quella di Giordano?

“Una maggioranza che si misura sui risultati, non sugli annunci. Abbiamo preso impegni precisi con i cittadini e su quelli vogliamo essere giudicati. Mi auguro una squadra coesa, con un metodo di lavoro serio, capace di ascoltare anche chi non ci ha votato. Cava ha bisogno di concretezza e continuità, non di proclami”.

Quale sarà il suo impegno per Cava de’ Tirreni che le ha dato fiducia con 846 preferenze?

“Lavorare sui temi su cui ho costruito la mia candidatura: sicurezza urbana, digitalizzazione dei servizi comunali e politiche per i giovani. Voglio essere un punto di riferimento accessibile, non un nome che si rivede solo alle prossime elezioni. Chi mi ha dato fiducia deve poter verificare ciò che faccio, passo dopo passo”. Idee molto chiare da parte di Cirielli junior, che ha lasciato intendere di non aspirare ad alcun posto all’interno del nuovo esecutivo targato Giordano. Le sue sono intenzioni di formazione. Una scuola fatta tra i banchi istituzionali per apprendere dai più esperti e poi, eventualmente, un giorno ricoprire incarichi più prestigiosi. Una prova di maturità nonostante la giovanissima età, che lo proietta come uno dei consiglieri di maggiore affidabilità. Un risultato che Renato Cirielli intende ripagare con i fatti, anche per dimostrare che quelle 846 preferenze sono tutte meritate e che i suoi elettori potranno contare su di lui, pronto a farsi portavoce delle istanze di tutti i cavesi.

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Eboli contro l’abbattimento degli alberi

Di Antonio Manzo

I cittadini vogliono fare la loro parte per bloccare gli abbattimenti degli alberi in piano centro urbano. E lanciano un appello: fateci vedere le carte del previsto arrivo di Attila ad Eboli. Da giorni circolano nel Rione Gonzaga indiscrezioni riguardanti possibili abbattimenti di alberi nell’area. Dice Carlo Moscariello, geologo ed ex assessore ai lavori pubblici che guida la protesta: “Trattandosi di un tema che coinvolge direttamente il patrimonio ambientale della città e l’interesse della collettività, ritengo necessario che l’Amministrazione comunale fornisca informazioni chiare, complete e tempestive”. Ci dicano gli amministratori, sostengono i cittadini di Rione Gonzaga e piazza Carlo Levi che vengano resi noti “gli eventuali alberi già individuati per l’abbattimento, gli esemplari considerati a rischio e oggetto di valutazioni tecniche e le motivazioni che giustificano tali interventi. Pochi giorni fa i Carabinieri della Forestale di Salerno si sono recati negli uffici comunali per le perizie, le relazioni tecniche e gli atti amministrativi posti a fondamento delle decisioni assunte o in corso di assunzione. Tato inviato a te Dal nord al sud dell’Italia, con un’accelerazione esponenziale nell’ultimo anno e mezzo, gli alberi cadono a centinaia sotto i colpi delle motoseghe. I motivi? O la “scusa” della sicurezza, o il concetto distorto secondo cui vanno eliminati per prevenire alluvioni o incendi, oppure vengono tolti di mezzo per costruire strade, scuole, Oppure per una riqualificazione urbana che ad Eboli ha precedenti pericolosi come gli abbattimenti di alberi compiuto anni fa nella scuola Berniero Lauria creando uno spazio parcheggio. O per la distesa di cemento nella piazza Pezzullo con la distruzione di due aree verdi. Gli alberi, spesso con i soldi del PNRR (fondi europei) sono ormai considerati ostacoli o impicci. Nel gennaio 2025 l’Amministrazione annuncia il monitoraggio di circa 250 alberi del territorio comunale attraverso verifiche specialistiche VTA, assicurando massima attenzione alla sicurezza e alla tutela del patrimonio arboreo. Da allora si sono susseguiti annunci di abbattimenti che hanno riguardato decine di alberi con la scusante della sicurezza, della pericolosità, dello stato di salute che hanno generato forti perplessità tra cittadini, associazioni e comitati. Nei giorni scorsi un ramo caduto a viale Amendola è stato diffuso come pericolo quasi a voler giustificare gli abbattimenti i cui affidamenti risultano effettuati senza una preventiva comparazione tra più preventivi, scelta formalmente consentita dalla normativa ma che lascia aperte legittime domande sulla verifica della congruità economica dell’incarico. Ma non era stato già affidato l’incarico? Una confortante notizia arriva da Venezia dove l’assessore comunale ai lavori pubblici, Salvatore Marisei, ha preso parte alla Climate Week che ha rilanciato un accorato appello all’amore per l’ambiente, alla sostenibilità, alla necessità di ripristinare la natura e persino alla depavimentazione degli spazi urbani. .Ben venga ogni conversione alla causa dell’ambiente mentre ad Eboli prevale in tutti gli interventi di riqualificazione urbana impermeabilizzazione del suolo con realizzazione di marciapiedi e parcheggi previa rimozione sistematica del verde passando dal Rione della Pace e il Rione Pescara al Rione Gonzaga. Il sindaco Mario Conte sta ripensando i criteri politici contro la distruzione del verde adulto, passando da 30 alberi da abbattere a 6, poi , forse, a 4. La protesta non si ferma tra la solitudine dei cittadini e le finte opposizioni che silenziosamente danno il via libera ad Attila a Eboli. Per ora fermo piazza Carlo Levi dove è stata già recintata l’area cantiere, affidati i lavori, ma sono, fortunatamente, fermi da due settimane. Atttila freme, non può restare sotto la calura estiva.

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Spielberg, Trump e gli alieni: perché Disclosure Day profuma di vecchio

Appena uscito sugli schermi, Disclosure Day, ideato e diretto da Steven Spielberg, si propone come uno dei film più importanti dell’estate 2026, alle spalle dell’attesissimo The Odyssey di Christopher Nolan, previsto per il 16 luglio.

L’incrocio tra film e politica trumpiana

Come ormai tutti sanno, il giorno della rivelazione del titolo è quello in cui il contenuto dei documenti audiovisivi in possesso del governo americano riguardanti la presenza di alieni sul nostro pianeta viene rivelato, appunto, all’opinione pubblica mondiale. Nel film, ciò avviene in maniera avventurosa e acrobatica, come nella tradizione degli action-movie spielberghiani. Ed è altrettanto noto che, nella realtà, l’amministrazione Trump ha recentemente avviato una procedura di progressiva desecretazione di tale patrimonio documentale, iniziativa che lo stesso presidente ha così illustrato: «Sulla base del grande interesse mostrato, incaricherò il segretario della guerra e agenzia competenti di iniziare il processo di identificazione e il rilascio dei file governativi relativi alla vita aliena e extraterrestre (…) God bless America». Per amore o per forza, così, il film di Spielberg si incrocia con la politica trumpiana, tanto che le leggende virtuali circolanti in Rete mettono sull’avviso che l’uscita al cinema di Disclosure Day altro non sarebbe che l’introduzione favolistica a imminenti rivelazioni del governo Usa, allo scopo di attutire ogni rischio di choc culturale dell’umanità intera, posta di fronte a sconvolgenti e straordinarie rivelazioni. Introduzione che tanto favolistica poi non sarebbe, come sostengono coloro che si sono già messi alla caccia di informazioni inedite, verissime, all’interno del racconto imbastito da Spielberg. 

Una nuova era in cui ‘accompagnare’ l’umanità

Con simili premesse, ci troveremmo di fronte a qualcosa di molto simile al presunto finto allunaggio girato in studio da Stanley Kubrick, nel 1969, in caso di mancata, o difettosa, ricezione del segnale televisivo dalla luna: quello di Spielberg sarebbe così un film a funzione prevalentemente pedagogica, attestante l’imminente salto dell’umanità verso una nuova era, quella della condivisione universale della vita. Come Silvio Berlusconi si era investito del ruolo virtuoso di arbitro della guerra fredda, condotta a buon fine nell’hangar di Pratica di Mare, il 28 maggio del 2002, alla presenza di Bush e Putin, adesso Donald Trump si assumerebbe la responsabilità politica storica e morale del «non siamo soli nell’universo», di cui il film di Spielberg sarebbe l’affabulazione introduttiva a metà tra fiction e realtà. Più la seconda, che la prima.

Spielberg, Trump e gli alieni: perché Disclosure Day profuma di vecchio
Donald Trump (Ansa).

Spielberg si staglia come erede della Hollywood classica

In tal modo, la figura di Spielberg si staglia come testimone ed erede della Hollywood classica, quella che durante la Seconda Guerra mondiale aveva collaborato attivamente con l’amministrazione Roosevelt per la propaganda al conflitto: figura capace di sintetizzare il populismo di Frank Capra (che di quella propaganda fu ideatore), quindi l’epica biblica di Cecil B. De Mille, poi l’esperienza della frontiera di John Ford, ancora l’estro liberal-umanistico di Stanley Kramer, infine, come accennato, la perizia tecnica di Kubrick. In un’epoca orfana delle cosiddette grandi narrazioni, il film di Spielberg si pone così quale super-narrazione rivolta a un pubblico planetario, a beneficio di una ricezione composta e programmata dello choc culturale derivante dal «non siamo soli nell’universo». In un mondo sull’orlo della terza guerra mondiale, nel film come nella realtà, il giorno della rivelazione sarà anche il giorno in cui, con effetto immediato, l’umanità distoglierà lo sguardo dalla violenza terrena per rivolgerlo alla fratellanza cosmica.

Spielberg, Trump e gli alieni: perché Disclosure Day profuma di vecchio
Steven Spielberg alla prima londinese di Disclosure Day (Ansa).

Come già nel vetero-testamentario Incontri ravvicinati del terzo tipo, 1977, epifania aliena localizzata in prossimità di una versione yankee del monte Sinai, protagonisti dell’avventura sono i classici personaggi ordinari in circostanze straordinarie. Americani comuni, caricati del peso della portentosa missione: un esperto informatico reduce dal carcere, un’annunciatrice televisiva del meteo, un’ex novizia, un ricercatore tra gli altri. L’avversario, senza il quale non ci sarebbero avventura e azione, ha nome Noah, intendendo così, in antifrasi, colui che ha in animo di preservare l’umanità dal diluvio di notizie scioccanti riguardanti l’esistenza degli alieni, rinchiudendo così l’umanità stessa in un’arca dell’ignoranza. Solo i primi due sono tuttavia i veri prescelti, maschio e femmina, selezionati durante l’adolescenza, quando l’anima è ancora aperta a qualsiasi sorpresa. 

L’immaginario di E.T. e Guerre stellari non esiste più

Per quanto ci riguarda, resta forte l’impressione di uno Spielberg preda di impulsi etici senili, datati e scaduti. La dura verità è che l’immaginario inaugurato da E.T. e Guerre stellari oggi non esiste più. George Lucas lo ha ben capito, cedendo allora tutto il pacchetto Star Wars alla Disney. Era un’altra epoca, quella. Con la scusa degli alieni, Incontri ravvicinati in realtà magnificava la potenza ancora immaginifica della stessa Hollywood, capace di risorgere dalle proprie ceneri dopo la crisi post-68. La parte finale di quel film, l’atterraggio della grande astronave aliena sulla pista appositamente allestita ai piedi della Devil’s Tower, altro non era che la gloriosa allegoria della magnificenza spettacolare del set cinematografico targato Hollywood. Ne scrisse subito Franco La Polla: «Questo è un film sul cinema. Spielberg sta filmando una ripresa cinematografica. E il disco volante variopinto non è altro che il prezioso, misterioso, affascinante oggetto di ogni ripresa cinematografica, l’essenza da catturare nella visione impressionata di una pellicola» (in Cinema & cinema, 15, aprile-giugno 1978, p. 92).

Spielberg, Trump e gli alieni: perché Disclosure Day profuma di vecchio
Foto di scena di E.T. l’extra-terrestre (E.T. the Extra-Terrestrial), film di fantascienza del 1982 diretto da Steven Spielberg di cui ricorre quest’anno il trentennale. ANSA

Dallo splendore cinematografico al potere della tv

Di una pellicola, appunto. Quello splendore ancora fotografico, che riempiva e faceva pulsare il telone dello schermo, oggi, non esiste più. Disclosure Day, infatti, sottolinea piuttosto il potere dello studio televisivo: la sequenza finale del film è un tripudio di schermi e monitor che attraversano l’inquadratura per disseminarsi a tutte le latitudini della Terra, divulgando in diretta il messaggio messianico alieno. In Incontri ravvicinati, l’immagine pulsava ancora di sé stessa, tanto che vi agiva una doppia allegoria: quella del set cinematografico, evidente, e un’altra, un poco più sottile. Al comparire dell’astronave aliena, oltre la cima del monte, spuntava una corona di raggi appuntiti che richiamava il copricapo della Statua della Libertà, mentre il disvelamento del corpo tutto intero, sfavillante di luci, rovesciandosi, metteva in mostra lo skyline di Manhattan. Ecco l’allegoria, ovvero il trionfo della tradizione del populismo americano: gli alieni, allora, altro non erano che l’allegoria degli emigranti, i quali, giunti in prossimità della East Coast, ne avvistavano il segno attraverso la Statua della Libertà prima, e il profilo di New York, poi. 

Spielberg, Trump e gli alieni: perché Disclosure Day profuma di vecchio
Emily Blunt in una scena di Disclosure Day (dal trailer).

Il film profuma di vecchio

Oggi, se parli degli alieni, si tratta solo e soltanto di alieni, tanto che nelle interviste lo stesso Spielberg insiste sulla capacità tutta veridica del suo racconto, fino alla leggenda virtuale, di cui si è fatto cenno, del film prodotto quale vademecum per la rivelazione finale a gloria dell’amministrazione Trump, presumibilmente in vista delle elezioni di medio termine. Nonostante tenti l’indispensabile aggiornamento, il film profuma di vecchio. Il dono dell’empatia che gli alieni trasmettono ai prescelti è farina del sacco dei precogs veggenti provenienti da un altro film di Spielberg, Minority Report, tanto che qui, il personaggio di Emily Blunt, accingendosi alla rivelazione finale in diretta tv, annuncia al mondo uno «special report». È forse un caso, allora, che nel film spadroneggi la televisione, e la Rete, in fondo, non rivesta alcun rilievo? Un segnale, ancora, della difficoltà di Spielberg a entrare in contatto con l’immaginario davvero contemporaneo? Quello che, per restare al cinema, fa capo ai campioni di incasso Backrooms e Obsession, sui quali lo stesso Trump dubitiamo abbia in serbo qualcosa da dire.

Se l’Intelligenza artificiale entra nelle crisi di coppia

Tutto ciò che cerchiamo in una relazione è, in fondo, un porto sicuro, uno spazio in cui avere la libertà di sentirci vulnerabili. Eppure accade che proprio questo diventi, paradossalmente, la tomba dell’amore, soprattutto quando la relazione dura da molti anni. Così, magari complice la crisi di mezza età, può emergere il desiderio di cercare altrove quell’adrenalina che fa sentire di nuovo desiderati, visti, ancora vivi.

L’IA e il meccanismo della sycophancy

Davanti a questi dubbi esistenziali, si cerca un confronto. Amici, psicoterapeuti, familiari. Ed è qui che entra in gioco lei: l‘IA. Consulente d’amore alla bisogna, è rapida, sempre disponibile. Così cominciano le domande, una dopo l’altra, senza fine. Ma soprattutto si avvia un processo più sottile in cui la risposta non è mai neutra. L’IA tende infatti a comportarsi come lo specchio emotivo dell’utente restituendo una versione coerente e rassicurante del suo vissuto. Si tratta di un meccanismo noto come sycophancy, una specie di compiacenza che produce sollievo immediato ma riduce la frizione cognitiva necessaria alla comprensione. D’altronde capiamo e impariamo solo se quella frizione esiste, dobbiamo sbatterci la testa. E invece quelle domande diventano in breve tempo messaggi, interpretazioni, strategie, un flusso che rischia di rendere l’atmosfera ancora più tesa invece di scioglierla. In altri termini, ammesso che si voglia salvaguardare quel porto sicuro, la presenza di un terzo algoritmico può complicare le cose, e non poco, per diverse ragioni.

Se l’Intelligenza artificiale entra nelle crisi di coppia
foto di Ritupon Baishya via Unsplash.

La subdola trappola del chatbot

Innanzitutto va ricordato che le figure a cui ci si rivolge nei momenti di crisi sono capaci di leggere il contesto, cogliere sfumature, ricordare la storia della relazione e restituire empatia. L’intelligenza artificiale invece opera in modo diverso. Rielabora il linguaggio che riceve, generando risposte plausibili a partire da ciò che viene inserito nel sistema. La trappola consiste nel fatto che più la risposta è fluida, più sembra vera nell’illusione di essere compresi. Alcune analisi giornalistiche recenti su coppie in crisi che fanno uso intensivo di chatbot descrivono la formazione di un feedback loop emotivo, cioè una spirale che si alimenta da sola, in cui la narrazione di uno dei due partner viene progressivamente rafforzata e restituita in forma sempre più compatta, fino a diventare una versione quasi autosufficiente della realtà.

Se l’Intelligenza artificiale entra nelle crisi di coppia
foto di Zoshua Colah via Unsplash.

L’ambiguità relazionale va preservata non azzerata

Da qui emerge un altro nodo, quello della sostituzione dei mediatori umani. In condizioni normali il conflitto di coppia si apre verso l’esterno. Amici, familiari o terapeuti introducono memoria, aiutano a contestualizzare, a mettere sul piatto della bilancia le mancanze di entrambi, a rielaborare. L’IA invece tende a offrire una forma di ascolto non conflittuale, sempre disponibile, sempre allineata alla richiesta implicita di chiarezza e validazione. Tuttavia, le relazioni mature non si fondano su risposte corrette, ma sulla capacità di attraversare l’ambiguità senza eliminarla, accettando che la realtà dell’altro resti in parte opaca e non del tutto decifrabile. In questo senso l’ingresso dell’intelligenza artificiale nei conflitti di coppia non è soltanto una questione tecnologica, ma un cambiamento più profondo nella gestione dell’ambiguità relazionale e delle sue cinquantamila sfumature di grigio. E forse è proprio questo il punto. Il conflitto nella coppia non è soltanto un problema da risolvere, ma lo spazio in cui si decide che cosa significhi restare insieme. Ammesso che si scelga ancora di farlo.

La scomparsa delle botteghe e delle chiacchiere (apparentemente) futili

Il termine bottegai ha poco di elegante. Nel circolo Pickwick di Dickens, ai commercianti era vietato l’ingresso e lo “spirito di bottega” è stato sino a tempi recenti sinonimo di chiusura mentale e interesse esclusivo al tornaconto personale.

Ora rimpiangiamo il fruttivendolo all’angolo

Oggi le botteghe (artigianali) sopravvivono solo nella pubblicità dei brand del fashion. Però è noto che la storia spesso si tinge di rimpianto. Magari proprio per ciò che a lungo disdegnato viene improvvisamente rivalutato. Con i bottegai non siamo ancora a questo punto, ma ci siamo molto vicini. Perché la desertificazione commerciale è ormai un dato di fatto.

È iniziata nell’ultimo decennio del secolo scorso con la moltiplicazione incontrollata dei centri commerciali. Ma ora è Amazon che sta dando il colpo di grazia al commercio di prossimità. Tutto ciò con la responsabilità della classe politica e delle associazioni di categoria incapaci di interpretare le profonde trasformazioni economiche e sociali originate da internet e poi delle piattaforme. Così ora ci troviamo a rimpiangere il negozio sotto casa, il fruttivendolo all’angolo e il fornaio della piazza. Come implicitamente suggerisce la proposta di legge di iniziativa popolare lanciata da Confesercenti e sulla quale sono assolutamente d’accordo, anche se temo sia tardi. Perché, al di là degli aspetti economici che pure sono il cuore del problema, ovvero la sostenibilità delle piccole imprese familiari, ci sono da affrontare questioni sociali e culturali forse più importanti. 

La scomparsa delle botteghe e delle chiacchiere (apparentemente) futili
La vetrina abbassata di un negozio storico (Ansa).

La scomparsa dei bar e l’impoverimento del tessuto sociale

La volta scorsa ho scritto della scomparsa di bar e caffè e segnalato come il venire meno di questi luoghi sia un danno rilevante per il sistema della socialità e convivialità che tiene assieme le comunità, allargando i confini della famiglia e degli amici. In Italia negli ultimi 10 anni sono stati chiusi 21 mila bar e caffè e il fenomeno ha riguardato soprattutto i piccoli centri, i territori marginali che già scontavano una povertà di relazioni sociali. Sono invece 156 mila i punti vendita del commercio al dettaglio e ambulante scomparsi tra il 2012 e il 2025. Questa la cifra, che rappresenta oltre un quarto del totale, emersa nell’ambito del rapporto “Città e demografia d’impresa” condotto dall’Ufficio Studi di Confcommercio su 122 città italiane, tra cui 107 capoluoghi di provincia e 15 comuni non capoluogo ma tra i più popolosi del nostro Paese. Senza addentrarci in analisi specifiche, mi limiterò a sottolineare che bar e negozi sono per eccellenza i luoghi nei quali le persone entrano in contatto, sia pure per brevi attimi e casualmente, con sconosciuti o persone che appena si conoscono.

Ci si vede, magari ci si tocca (una stretta di mano, una pacca sulla spalla), si scambiano due chiacchiere sul tempo che fa o farà, si commenta il fatto del giorno. Insomma niente di speciale, ma qualcosa di molto prezioso per il nostro umore del momento, per il nostro sentirci meno soli e in sintonia con l’ambiente esterno.

La scomparsa delle botteghe e delle chiacchiere (apparentemente) futili
Foto di Yasin Aribuga via Unsplash.

L’importanza dei legami deboli

Questa socialità minore ma essenziale per la tenuta dei legami sociali trova la sua espressione nei “legami deboli”, teorizzati dal sociologo Mark Granovetter e intesi come “funzioni ponte” che uniscono e collegano cerchie sociali differenti e attraverso scambi di notizie, idee e suggerimenti arricchiscono il capitale sociale degli individui. Ovviamente i legami deboli non sono una prerogativa esclusiva di bar e negozi, però ne sono una componente rilevante.

Si può senz’altro affermare che la loro rarefazione, che non dà segni di rallentamento, è una delle principali cause della spoliticizzazione dello spazio pubblico, così come della vita quotidiana delle persone. Un fenomeno segnato anche dalla scomparsa, nell’ultimo trentennio, delle sezioni di partito e dalla progressiva crisi degli oratori, che hanno comportato anche una crescente incomunicabilità fra giovani e adulti, essendo stati a partire dal Secondo Dopoguerra due luoghi topici per la socializzazione e per la formazione di un civismo responsabile.

Ogni anno perdiamo più di 120 mila parole

L’afasia sociale che stiamo vivendo e scontando è stata ed è anche un’afasia comunicativa. Nel senso che ci siamo mangiati letteralmente le parole, non servono più per comunicare, non le usiamo più. Per la semplice e drammatica ragione che non abbiamo più o abbiamo sempre meno i luoghi e le occasioni per farlo. Secondo una recente ricerca della rivista scientifica Perspectives on Psychological Science, tra il 2005 e il 2019 nei Paesi occidentali abbiamo pronunciato in media 338 parole in meno al giorno rispetto all’anno precedente: siamo passati da 16 mila parole al giorno nel 2005 alle 12.700 nel 2019, per un totale di 120 mila parole sottratte in un anno alle nostre conversazioni quotidiane. Trecentotrentotto parole in un giorno possono sembrare poca cosa. Non abbiamo infatti perso le conversazioni più lunghe che ci capitano in una giornata, ma le parole sparse in tanti brevi e occasionali scambi quotidiani. Convenevoli casuali, fatti di brevi momenti che si accumulano, anche se ora si sta accumulando anche la loro assenza.

La scomparsa delle botteghe e delle chiacchiere (apparentemente) futili
Foto di Matt Quinn via Unsplash.

Una vera chiacchiera ci salverà

Riccarda Zezza, sul settimanale Vita, ha messo in fila le tante occasioni e parole che negli ultimi anni si sono perse, impoverendo i legami sociali e riducendo le occasioni di conversazione, le possibilità di dialogo e la spontaneità nelle interazioni. «La chiacchiera con il barista, ogni mattina, al banco. Il barista che sa come prendi il caffè, ti chiede come è andata la settimana. Oggi ordini su un’app, paghi col telefono, prendi e vai». Il tragitto in macchina con i figli. «Portarli a scuola era 20 minuti di conversazione quasi obbligatoria […]. Oggi molti si mettono le cuffie, così quel viaggio è diventato silenzioso». La telefonata al posto del messaggio. «C’è stato un momento in cui chiamare qualcuno senza preavviso era normale e non era scortese. Oggi si manda un messaggio per chiedere se si può chiamare».

Per concludere quelle 338 parole che si perdono ogni giorno possiamo considerarle l’unità di misura dell’attuale povertà sociale e relazionale. Ma anche il silenzioso e insieme potente invito a smettere di messaggiare e inviare vocali e ricominciare invece a parlarci faccia a faccia. Ritrovarci a fare due chiacchiere al bar e dal barbiere, tra un «oggi come va?» dal salumiere e un «sua moglie come sta?» dal panettiere.

Insomma a riprenderci quelle parole che, pur richiedendo limitati investimenti emotivi e di tempo, ci permettono di mantenere una rete ampia di conoscenze, in grado di alimentare le dinamiche e la mobilità sociale.

Short Movie: Il crepuscolo degli eroi

Il crepuscolo degli eroi

Invincibile, indistruttibile, dotata di una forza superumana. Ma anche per Power Woman arrivano i problemi della vecchiaia, ed è responsabilità del nipote farsene carico.

Il corto di questa settimana parla di supereroi, e fa parte di quel genere un po' “meta” che affronta l'argomento da un punto di vista realistico. Ed è un corto davvero notevole. Holding Out racconta la storia di un'anziana signora ricoverata nell'equivalente inglese di una RSA. Una struttura però che non la vuole più tenere, perché con l'età avanzata – 125 anni – la signora comincia a dare segni di demenza. E in quei momenti diventa molto pericolosa. Perché la signora è una supereroina. Alla fine la struttura... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Short Movie - 13 giugno 2026 - articolo di S*

Il detenuto Gianni Alemanno esce, l’emergenza carceri resta

Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma, attualmente in carcere a Rebibbia per una condanna per traffico di influenze, tornerà libero il prossimo 24 giugno. Il tribunale di Sorveglianza di Roma ha rigettato il reclamo del Dap, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, contro la riduzione di pena per le condizioni inumane di detenzione. In questi anni l’ex ministro delle Politiche agricole ha raccontato regolarmente l’inferno carcerario italiano nel suo diario dal carcere pubblicato sul suo account Facebook. Un memoir in corso d’opera che ha contribuito a diffondere, in virtù della notorietà di Alemanno, lo stato di salute degli istituti di pena in Italia, sempre più sovraffollati e carichi di morte (27 i suicidi in carcere dall’inizio del 2026; l’anno scorso furono 80 e l’anno prima 91, cifra record).

Il detenuto Gianni Alemanno esce, l’emergenza carceri resta
Il Presidente della Camera, Lorenzo Fontana con Gianni Alemanno durante una visita nel carcere di Rebibbia (Ansa).

La lettera dei compagni di Rebibbia

I suoi compagni di Rebibbia gli hanno anche scritto una lettera per salutarlo e ringraziarlo: «Vogliamo farti un augurio speciale affinché tu, appena libero, possa riabbracciare i tuoi cari e dedicarti a quello che sai fare meglio, cioè la politica», scrivono. «Hai dimostrato in questa valle di lacrime che i diritti umani non hanno colore politico e sono al di sopra di tutto. Noi che non vedevamo di buon occhio la politica, grazie a te ci siamo potuti appassionare alla materia, lo abbiamo fatto perché eri come noi, ma in più avevi quella ‘cazzimma’ per far conoscere il carcere e le persone che lo abitano. Ci hai fatto capire che la politica è lo studio di fatti e di idee e in questa tua detenzione di fatti e di idee ne hai potuto studiare tanti, per poi trasformarli in battaglie civili».

I numeri di Antigone sul sovraffollamento carcerario

Chissà se dopo il 24 giugno Alemanno continuerà a raccontare che cos’è il carcere in Italia al tempo del governo Meloni. Nemmeno l’amico Ignazio La Russa ha potuto fare alcunché, i suoi appelli d’altronde sono rimasti inascoltati. Lo testimoniano anche i numeri più recenti, registrati da Antigone. «La popolazione detenuta continua ancora a crescere. E d’altronde, in assenza di qualunque intervento utile, perché mai questa crescita dovrebbe fermarsi?», si chiede l’associazione presieduta da Patrizio Gonnella. «Il carcere, oggi, è fuori dalla legalità costituzionale». Al 31 maggio 2026 i presenti erano 64.741, 305 in più di un mese fa, 1.980 in più di un anno fa. Con un tasso di crescita come quello degli ultimi 12 mesi supereremo quota 66 mila per la fine del 2026, ma con il tasso di crescita degli ultimi cinque mesi ci arriveremo ancora prima. «I numeri della condanna Torreggiani sono sempre più vicini», osserva Antigone. 

Il detenuto Gianni Alemanno esce, l’emergenza carceri resta
Detenuto in carcere (Imagoeconomica).

A fine maggio le donne erano 2.881, il 4,5 per cento dei presenti, e gli stranieri 20.350, il 31,4 per cento. «Da segnalare il fatto che nell’ultimo anno, se gli stranieri sono cresciuti del 2,7 per cento, dunque meno della crescita della media della popolazione detenuta, che è complessivamente aumentata del 3,2 per cento, nello stesso periodo le sole donne detenute sono aumentate del 5,3 per cento». Il dato, storicamente sostanzialmente stabile, della presenza femminile all’interno della popolazione detenuta, negli ultimi 12 mesi ha mostrato una leggera crescita. A livello regionale, la crescita di presenze più alta nell’ultimo anno si è registrata in Abruzzo (+14,9 per cento), nel Trentino-Alto Adige (+14 per cento) e nelle Marche (+11,2 per cento). I posti effettivamente disponibili alla stessa data erano 46.320 (390 in meno di 12 mesi fa) e dunque il tasso medio di affollamento nazionale raggiunge il 139,8 per cento. Gli istituti più sovraffollati sono Lucca (259 per cento), Foggia (220 per cento), Grosseto (213 per cento), Milano San Vittore (212 per cento), Brescia Canton Monbello (210 per cento), Busto Arsizio (206 per cento), Varese (204 per cento), Lodi (202 per cento), Taranto (200 per cento).

Il detenuto Gianni Alemanno esce, l’emergenza carceri resta
L’istituto penitenziario minorile Fornelli di Bari (Imagoeconomica).

I bambini in prigione con le madri sono saliti a 30

«Con il crescere del sovraffollamento continua a crescere il numero di persone sottoposte a trattamenti inumani e degradanti. Oltre 6.500 ricorsi sono stati accolti nel 2025 e, con l’aumento della popolazione detenuta, è facile presumere che nel 2026 saranno ancora di più», sottolinea Antigone. L’inciviltà delle carceri italiane è testimoniata da dati terribili come questi appena citati. Ma ce n’è uno che è più terribile di altri, quello sui bambini in prigione con le loro madri: sono 30, al momento. Erano anni che non si registravano numeri così alti. Nel 2025 erano 11. «Si tratta di un effetto diretto del decreto sicurezza, che ha cancellato il rinvio obbligatorio della pena per le donne incinte o con figli piccoli», dice Antigone. «Come se la sicurezza del Paese passasse da una manciata di donne. Da anni in Italia una legge prevede la costruzione di case famiglia dove far scontare la pena, evitando così che bambini piccoli debbano iniziare la loro vita dentro un carcere. Ma è una legge senza finanziamenti e senza nessun impegno obbligatorio». Alemanno, grazie al governo Meloni, avrà di che scrivere anche dopo il 24 giugno. 

Stasi esce dal carcere e ottiene l’affidamento in prova

Alberto Stasi esce dal carcere e ottiene l’affidamento in prova ai servizi sociali. Lo ha deciso il Tribunale di Sorveglianza di Milano accogliendo l’istanza della difesa, su cui la procura generale aveva dato parere favorevole. L’unico condannato per il delitto di Garlasco era in regime di semilibertà. La concessione dell’affidamento in prova non è collegata con l’eventuale procedimento di revisione del processo a carico di Stasi, per cui la difesa presenterà istanza.

Azienda israeliana accusata di interferenze elettorali in Scozia, Francia, Africa e a New York

L’agenzia francese per la sicurezza informatica Viginum ha accusato la società tecnologica israeliana BlackCore, con sede a Tel Aviv e specializzata in cybersecurity, di aver interferito in tornate elettorali che si sono tenute in Francia, ma anche in Scozia, a New York e persino in Angola e Togo. BlackCore, in particolare, avrebbe perso di mira alcuni candidati ideologicamente vicini alla causa palestinese, come Zohran Mamdani poi eletto sindaco della Grande Mela.

Azienda israeliana accusata di interferenze elettorali in Scozia, Francia, Africa e a New York
Zohran Mamdani (Ansa).

Le inteferenze elettorali di BlackCore

In Francia l’azienda israeliana è stata accusata di aver messo in piedi diffamatoria online contro tre candidati di La France Insoumise, notoriamente pro-Pal. Nel tentativo di deviare le elezioni, BlackCore avrebbe diffuso dati sensibili dei candidati, oltre a pubblicare false accuse di aggressione sessuale. In Scozia, tramite vari account social, ci sarebbero state interferenze volte a danneggiare il primo ministro John Swinney – che a più riprese ha criticato Benjamin Netanyahu -, il Partito Nazionale Scozzese e il governo di Edimburgo. Come detto, a New York le operazioni di BlackCore si sarebbero concentrate contro Mamdani, che poi è diventato il primo sindaco musulmano della città. I dettagli delle presunte operazioni di BlackCore in Africa non sono ancora stati diffusi.

Azienda israeliana accusata di interferenze elettorali in Scozia, Francia, Africa e a New York
John Swinney (Ansa).

Non è ancora chiaro chi ci sia dietro BlackCore

Reuters, che in passato si era già occupata di BlackCore, spiega che la società ha cancellato il sito web dopo essere stata contattata dai giornalisti dell’agenzia e che non ha risposto alle richieste di commento. Il capo di Viginum, Marc-Antoine Brillant, ha dichiarato che non è ancora chiaro chi abbia incaricato BlackCore di interferire in Francia e in altri Paesi. L’ambasciata israeliana a Parigi, da parte sua, ha affermato di attendere i dettagli dell’inchiesta transalpina prima di avviare una propria indagine.

Il piano Usa per il disimpegno dalla Nato in Europa

Gli Stati Uniti stanno pianificando un netto taglio del numero di caccia e navi militari a disposizione delle operazioni Nato in Europa. Lo scrive il New York Times, spiegando che tale intenzione è stata comunicata agli alleati all’inizio di giugno. La sforbiciata da parte del Pentagono prevederebbe la riduzione da 150 a 100 degli F-16 e degli F-15E in territorio europeo. Verrebbero inoltre ridotti da 26 a 15 degli aerei da ricognizione. In più ci sarebbe il ritiro di tutti e otto gli aerei cisterna e il ricollocamento di un sottomarino lanciamissili, di una portaerei e di «diverse navi da guerra», spiega il Nyt citando due alti funzionari europei.

La Nato è già al lavoro per compensare le riduzioni Usa

La Nato «è già al lavoro» per compensare il taglio delle capacità Usa al suo modello forze, ovvero il «quadro generale per la messa a disposizione delle forze nazionali all’Alleanza». Lo ha detto all’Ansa una fonte diplomatica, spiegando che un piano completo «non è ancora pronto»: questo perché Washington ha comunicato da poco l’entità delle riduzioni. Rimpiazzare i caccia allocati all’Europa non viene definito «problematico», mentre per altre capacità la compensazione si potrebbe rivelare più difficoltosa.

Trump: «L’intesa fatta trapelare dall’Iran non ha nulla a che vedere con l’accordo»

«Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media sono delle fake news che non hanno nulla a che fare con i termini concordati per iscritto. Ciò che hanno dichiarato — inclusa la loro debole e patetica affermazione sull’esistenza di un accordo — non ha alcun riscontro nella realtà». Lo ha scritto Donald Trump sul suo social Truth, dopo che nelle ultime ore erano trapelate notizie sulla possibile firma di un memorandum nel fine settimana. «Sono persone estremamente sleali con cui trattare. Con loro, la buona fede è un concetto inesistente». E ancora: «L’attacco con droni della scorsa notte contro navi indiane in uscita dallo Stretto di Hormuz — attacco che è stato completamente respinto — è assolutamente inaccettabile. L’Iran farebbe meglio a rimettersi in riga, e in fretta».

Macron-Meloni, primo bilaterale il 25 giugno ad Antibes

L’Eliseo ha annunciato data e luogo di quello che sarà il primo bilaterale tra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni, oltre che il primo tra Francia e Italia dopo quello di Napoli di febbraio 2020. Il vertice intergovernativo si terrà il 25 giugno ad Antibes, in Costa Azzurra. Il summit, spiega Parigi, «permetterà di approfondire la cooperazione franco-italiana in molti settori strategici, in particolare la difesa, lo spazio, l’energia e le infrastrutture». Si tratterà, peraltro, del primo incontro di questo formato dall’entrata in vigore del Trattato del Quirinale, firmato nel 2021. Il vertice riunirà nove ministri per ciascun Paese e comprenderà anche un forum economico a Le Cannet, nonché sessioni ministeriali, tra cui una visita – a Cannes – alla sede dell’azienda franco-italiana Thales Alenia Space.

Macron-Meloni, primo bilaterale il 25 giugno ad Antibes
Giorgia Meloni e Emmanuel Macron (Imagoeconomica).

Politico sbarca anche in Italia: stavolta Axel Springer eviterà il flop?

Politico è certamente una testata autorevole. E fa parte di quella ristretta cerchia di brand giornalistici che conferisce credibilità a indiscrezioni o analisi: è un po’ come quando si citano l’Economist, il Financial Times, The Athletic o il Wall Street Journal, la propria aura aumenta a dismisura, a prescindere. Bene, tra pochi mesi anche le élite italiane potranno animare i pranzi e le cene snocciolando le news lette sull’edizione nazionale di Politico.

Riavvolgiamo il nastro, giusto per capire di cosa stiamo parlando: Politico è una piattaforma di produzione di contenuti editoriali, principalmente di politica, fondata nel 2007 da Robert Albritton negli Stati Uniti. Nel 2015 ha debuttato in Europa in joint venture con la tedesca Axel Springer. Nel 2017 il fondatore e direttore, Albritton, ha lasciato l’azienda. E a fine ottobre 2021 il gruppo editoriale tedesco Axel Springer ha comprato tutto Politico, pagando oltre un miliardo di dollari.

Politico sbarca anche in Italia: stavolta Axel Springer eviterà il flop?
Robert Albritton nel 2017 (foto Ansa).

Piattaforma redditizia, con un giro d’affari di circa 250 milioni di dollari all’anno

La testata ha piedi e mente ben saldi in Occidente, supportando, nella sua linea editoriale, l’Europa unita, l’alleanza tra Usa e Ue, l’economia di mercato. E la piattaforma Politico è anche piuttosto redditizia, con un giro d’affari di circa 250 milioni di dollari all’anno e una marginalità attorno al 20 per cento, grazie agli incassi da abbonamenti.

Politico sbarca anche in Italia: stavolta Axel Springer eviterà il flop?
Il sito europeo di Politico.

Va tuttavia sottolineato che le recenti esperienze di Axel Springer in Italia in campo news non sono proprio andate benissimo. L’editore tedesco, dopo aver comprato la testata Business Insider nel 2015, nel 2016 lanciò Business Insider Italia in accordo col gruppo Gedi (la Repubblica, La Stampa, eccetera). Ma l’iniziativa, purtroppo, non è mai decollata, fino alla chiusura del sito italiano, dal primo giugno del 2021.

Politico sbarca anche in Italia: stavolta Axel Springer eviterà il flop?
Mathias Döpfner, ceo di Axel Springer (foto Imagoeconomica).

La chiusura di Upday e un sistema quasi interamente basato sull’IA

La stessa Axel Springer ha poi lanciato Upday, una piattaforma di aggregazione di notizie per smartphone sviluppata in collaborazione con Samsung. Pure in questo caso, però, l’operazione ha subito ridimensionamenti e trasformazioni, tanto che nella seconda metà del 2023 è stata chiusa la redazione di Milano dove lavorava un manipolo di giornalisti, avviando una transizione per trasformare la piattaforma in un sistema quasi interamente basato sull’intelligenza artificiale.

Playbook, una newsletter con un target molto specializzato

Adesso, nel presentare l’iniziativa di Politico in Spagna, i vertici di Axel Springer hanno sottolineato come si partirà con Playbook, una newsletter quotidiana distribuita via email ogni mattina e rivolta a chi lavora in politica e a un target molto specializzato. Un format lanciato 10 anni fa a Bruxelles e successivamente esteso al Regno Unito, a Parigi e a Berlino.

Politico sbarca anche in Italia: stavolta Axel Springer eviterà il flop?
Il logo dell’editore tedesco Axel Springer (foto Imagoeconomica).

Politico «non è una pubblicazione di destra, di sinistra o di centro», e le sue espansioni in Europa mirano «solo a rafforzare la copertura informativa da una prospettiva non ideologica», spiegano dai vertici. «La testata non intende esprimere giudizi e mantiene comunque una posizione critica nei confronti dei governi quando ritiene che non agiscano in modo appropriato». Come andrà a finire in Italia?

Appalti Anas, Verdini rinviato a giudizio

Il gup Roma ha rinviato a giudizio Denis Verdini, coinvolto nelle indagini sulle commesse in Anas. Il reato contestato all’ex parlamentare è corruzione. Il processo che vedrà alla sbarra il “suocero” di Matteo Salvini (il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti è il compagno della figlia Francesca) inizierà il 16 settembre. Il giudice dell’udienza preliminare ha inoltre dato il via libera al patteggiamento – in continuazione – a 2 anni e 10 mesi per il figlio di Verdini, Tommaso. Uno dei manager imputati, Domenico Petruzzelli, è stato invece condannato in abbreviato a un anno e 4 mesi e assolto dall’accusa di turbativa d’asta.

Le commesse Anas e l’attività di lobbying dei Verdini

L’inchiesta che ha portato al rinvio a giudizio di Verdini riguarda presunti illeciti negli appalti Anas (tra cui una commessa di 180 milioni di euro per il risanamento di gallerie) e tra i reati contestati c’è, appunto, anche la corruzione. L’ex parlamentare e il figlio sarebbero stati al centro di un sistema illecito messo su attraverso la società di lobbying Inver. Nel corso delle indagini è venuto alla luce che Verdini intratteneva rapporti telefonici regolari, attività non consentita dalla sua situazione di arresti domiciliari.

Condannato per altre vicende, Verdini è già ai domiciliari

Verdini è già stato condannato in via definitiva a 6 anni per bancarotta nelle vicende del Credito Cooperativo Fiorentino, a 5 anni e 6 mesi per il fallimento della Società Toscana Edizioni e a 3 anni e 10 mesi per il fallimento di un’impresa edile di Campi Bisenzio (Firenze), condanne che sta scontando nel carcere di Sollicciano. Gli erano stati concessi i domiciliari, poi revocati a fine 2025 dal tribunale di sorveglianza di Firenze: aveva violato tre volte la misura detentiva partecipando a cene con politici e manager a Roma, utilizzando come scusa supposte visite dal suo dentista nella Capitale.

Btp Italia Sì, tasso minimo a 1,60 per cento più il tasso di inflazione nazionale

Il ministero dell’Economia e delle Finanze ha comunicato che il tasso annuo minimo garantito della prima emissione del nuovo Btp Italia Sì, al via da lunedì 15 giugno e fino a venerdì 19 giugno alle ore 13, salvo chiusura anticipata, è stato fissato all’1,60 per cento. Per il calcolo del valore delle cedole a questo tasso minimo, garantito anche in caso di deflazione, dovrà quindi essere sommato il tasso di inflazione nazionale (Indice Foi senza tabacchi – Indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, al netto dei tabacchi) rilevato nel periodo di riferimento. Si potrà prenotare in banca, posta e tramite home-banking.

Morto il pittore David Hockney, maestro della Pop Art

È morto David Hockney, considerato una delle figure più influenti e rappresentative dell’arte contemporanea del XX e XXI secolo. Avrebbe compiuto 89 anni tra un mese. Nativo dello Yorkshire, nel nord dell’Inghilterra, e aveva studiato al Royal College of Art di Londra, dove partecipò alla mostra Young Contemporaries, che preannunciò l’arrivo della Pop Art. Poi il successo negli Stati Uniti: Hockney ha vissuto gran parte della sua vita in California, facendo dei suoi panorami suburbani motivo ricorrente delle sue opere.

Morto il pittore David Hockney, maestro della Pop Art
“Portrait of an Artist (Pool with Two Figures)”, venduto per oltre 90 milioni di dollari 8Ansa).

Le opere più famose di Hockney

Nel corso della sua carriera Hockney ha attraversato oltre sei decenni, tra pittura, disegno, fotografia, incisione e media digitali. Tra le sue opere più famose A Bigger Splash (1967), che raffigura semplicemente gli effetti di un tuffo in piscina. Ma anche We Two Boys Together Clinging (1961): Hockney era gay e nella sua ritrattistica ha più volte esplorato la natura dell’amore omosessuale. E poi non si può non citare Portrait of an Artist (Pool with Two Figures) (1972), che nel 2018 fu battuto da Christie’s a 90,3 milioni di dollari, diventando l’opera più costosa realizzata da un artista vivente (record poi superato dalla scultura Rabbit di Jeff Koons, venduta a 91,1 milioni nel 2019). Nel 2012 era stato colpito da un ictus che aveva compromesso temporaneamente la sua capacità di parlare, ma Hockney non aveva mai smesso di dipingere.

La ritirata di Abodi e le quotazioni di Fitto in Europa: le pillole del giorno

Da quando si è sfilato dalla possibile corsa per il Campidoglio lo chiamano «don Abodi», manco fosse il don Abbondio manzoniano. Fare il sindaco «è un lavoro meraviglioso, amare la città è la cosa più bella del mondo, poterla migliorare e cambiare è fantastico. Ma non è il mio caso», ha messo in chiaro il ministro dello Sport a Un giorno da pecora. «Non credo sia questa la mia prospettiva». Forse Abodi non ha troppa voglia di correre contro Roberto Gualtieri partendo sfavorito, almeno stando ai sondaggi. Senza contare che le “faccende locali” nella Capitale sono pericolosissime da gestire. Nel centrodestra agitato dal fantasma Vannacci – per Futuro Nazionale potrebbe correre l’ex leghista Antonio Maria Rinaldi, che a gennaio era stato indicato come candidato di bandiera da Matteo Salvini – i nomi che continuano a girare sono quelli dei meloniani Fabio Rampelli e Roberta Angelilli, che comunque non sarebbero in grado, a quanto pare, di scalfire il dominio di Gualtieri, specie da quando Il Messaggero dell’ottavo re di Roma, ossia Francesco Gaetano Caltagirone, tratta con i guanti di velluto il primo cittadino.

La ritirata di Abodi e le quotazioni di Fitto in Europa: le pillole del giorno
Andrea Abodi e Roberto Gualtieri (Imagoeconomica).

Fitto for president

Mentre in Italia si litiga, pure tra ex alleati (imperdibile l’attacco in Aula a Giorgia Meloni della neo-vannacciana Laura Ravetto) in Europa c’è chi punta ad alti traguardi. Nel silenzio, come spesso accade tra Bruxelles e Strasburgo, un italiano sta seminando e pare molto proficuamente per il suo futuro. Stiamo parlando di Raffaele Fitto, meloniano con Dna democristianissimo, che da vicepresidente della Commissione Ue continua a coltivare relazioni a tutto campo e senza dare nell’occhio. Fitto riceve e ascolta tutti, non alza mai la voce, offre la massima disponibilità su ogni argomento. Una linea così efficace che secondo alcuni europarlamentari, anche nordeuropei, sarebbe «un ottimo presidente per voi italiani». Insomma, Fitto potrebbe essere un avversario davvero temibile per chi spera di diventare presidente della Repubblica dopo Sergio Mattarella. Solo fantapolitica?

La ritirata di Abodi e le quotazioni di Fitto in Europa: le pillole del giorno
Raffaele Fitto (Imagoeconomica).

Il Pd per i vigilantes nel centro di Roma

Incredibile ma vero: il Partito democratico si converte ai vigilantes nel centro della Capitale. Dopo Cicalone e Serpico, protagonisti di blitz contro i borseggiatori in metropolitana, ecco che la presidente del Primo Municipio, la piddina Lorenza Bonaccorsi, ha avviato un piano per l’impiego di vigilantes privati a supporto delle forze dell’ordine nel centro storico. L’iniziativa mira a presidiare le aree più critiche e contrastare il degrado, integrando il lavoro di polizia, carabinieri e polizia locale.

SpaceX di Elon Musk debutta a Wall Street

Venerdì 12 giugno 2026 SpaceX, il colosso spaziale di Elon Musk, debutta al Nasdaq con un’offerta pubblica iniziale (Ipo) da record, che punta a raccogliere circa 75 miliardi di dollari. Una giornata storica non soltanto per l’imprenditore, ma anche per 4.400 dipendenti dell’azienda – tra ex e attuali – che si apprestano a incassare il valore delle loro quote azionarie. SpaceX ha comunicato, in un documento depositato presso l’autorità di regolamentazione dei mercati statunitensi, di voler collocare 555,6 milioni di azioni a 135 dollari ciascuna, dato che conferisce alla società una capitalizzazione di mercato di circa 1.770 miliardi di dollari. Lo sbarco in borsa supera il precedente record di Ipo stabilito da Saudi Aramco, che aveva raccolto oltre 29 miliardi di dollari nel 2019. Le azioni inizieranno a essere negoziate alle 15.30 per gli investitori istituzionali, mentre il mercato retail potrà accedere ai titoli dopo qualche ora. Questa valutazione renderebbe Musk la prima persona con un patrimonio netto superiore a 1.000 miliardi di dollari, in base al valore delle sue partecipazioni in SpaceX e in Tesla.

Kyiv colpisce in Tatarstan, a 1.600 chilometri dal confine russo-ucraino

L’Ucraina ha condotto un attacco aereo con droni nella città industriale di Nizhnekamsk, che si trova nella Repubblica del Tatarstan, a ben 1.600 chilometri dal confine con la Russia. Il sindaco Radmir Beliaev ha segnalato su Telegram che un drone si è schiantato contro un edificio residenziale: l’attacco ha causato il ferimento di quattro persone.

Kyiv colpisce in Tatarstan, a 1.600 chilometri dal confine russo-ucraino
L’ubicazione della città industriale russa di Nizhnekamsk, che si trova nel Tatarstan.

Un altro velivolo a pilotaggio remoto, soprattutto, ha colpito la raffineria di petrolio Nizhnekamskneftekhim (parte della holding Sibur). Per motivi di sicurezza, sono stati annullati tutti gli eventi pubblici in programma per oggi: il 12 giugno ricorre la Festa della Russia.

Il Ministero della Difesa di Mosca ha riferito che nella notte del 12 giugno sono stati abbattuti 231 droni ucraini in 15 regioni della Federazione Russa, nella Crimea annessa e nel Mar d’Azov.