Campania: aggiornate tariffe regionali per prestazioni ambulatoriali

La Giunta regionale della Campania ha approvato l’aggiornamento delle tariffe regionali per le prestazioni specialistiche ambulatoriali, adeguandole ai nuovi importi stabiliti a livello nazionale in recepimento dell’Intesa Stato-Regioni. Le nuove tariffe si applicano alle prestazioni prescritte a partire dal 21 settembre 2026. Sempre nell’ambito dell’assistenza specialistica ambulatoriale, la Giunta regionale presieduta da Roberto Fico, nella seduta odierna, ha definito i limiti di spesa e il numero massimo di prestazioni che ciascuna struttura privata accreditata potrà erogare per conto del servizio sanitario regionale. Il provvedimento riguarda la programmazione definitiva del 2026 e, in via provvisoria, del 2027. Approvati anche i criteri per la distribuzione delle risorse tra le aziende sanitarie e lo schema di contratto con le strutture accreditate. “Il nuovo sistema – sottolinea una nota della Regione Campania – supera il modello di riparto delle risorse per branca e per struttura basato sulla spesa storica, corretta dagli indicatori di qualità. Per il 2026, 6 milioni di euro saranno vincolati all’acquisto delle sole prestazioni per le quali le aziende sanitarie registrano una carenza dell’offerta pubblica. Saranno le singole Asl a individuarle sul territorio, analizzando i tempi di attesa e i flussi di cittadini che scelgono di curarsi altrove. Per il 2027 le risorse destinate alle prestazioni critiche potranno essere incrementate dal 5% al 10% e successivamente fino al 20%.Le due misure approvate oggi in materia di sanità vanno nella direzione di un sistema più efficiente e vicino ai bisogni dei cittadini”, spiega il presidente della Regione Campania Roberto Fico. “La prima – aggiunge – è un adeguamento necessario alle nuove tariffe massime nazionali. La seconda introduce un cambiamento importante nel rapporto con le strutture private accreditate: vogliamo superare progressivamente una distribuzione delle risorse basata sulla spesa storica, per orientare i finanziamenti verso le prestazioni di cui i cittadini hanno realmente bisogno. Già quest’anno destiniamo 6 milioni di euro alle prestazioni individuate dalle ASL sulla base dei tempi di attesa e delle esigenze dei territori. È il primo passo di un percorso che intendiamo portare avanti confrontandoci con gli operatori del settore. Il nostro obiettivo è chiaro: utilizzare al meglio le risorse pubbliche, ridurre le liste d’attesa e garantire ai cittadini risposte più rapide e adeguate ai loro bisogni di salute”.

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Morti due operai sul lavoro del salernitano

“La sua scomparsa, così tragica e improvvisa, lascia un dolore difficile da raccontare”. Lo scrive sui social Tommaso Pellegrino, già consigliere regionale della Campania ed ex sindaco di Sassano (Salerno) di cui era originario il 56enne Pietro Pellegrino, morto ieri a Prata Principato Ultra (Avellino) dopo essere caduto da diversi metri di altezza mentre stava effettuando dei lavori su un capannone. Nelle stesse ore ha perso la vita anche Antonio Simone, 46 anni, di Montesano sulla Marcellana (Salerno), travolto da un muro di cemento mentre era al lavoro all’interno di un’azienda della filiera zootecnica ad Apollosa (Benevento). Il Comune di Montesano, sui propri profili social, ha espresso “dolore e sconforto per la tragica scomparsa sul luogo di lavoro di Antonio Simone. Alla sua famiglia giungano i pensieri di cordoglio e vicinanza dell’intera cittadinanza” condividendo il cordoglio con “la comunità di Sassano, colta dai medesimi sentimenti. Ci uniamo a loro in questa giornata davvero triste, non la prima, meritoria di una rinnovata riflessione a tutti i livelli. Che la terra sia a loro lieve”

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‘Archiviato procedimento penale di De Luca contro di me’

Ho usato parole dure, ho criticato il potere, De Luca mi ha portato davanti a un giudice, ma il procedimento è stato archiviato. Ho vinto. Continuerò a usare le parole che ritengo necessarie soprattutto quando servono a raccontare il potere. Ringrazio le avvocate dell’Italian Pen Roma, Emanuela Spinelli e Catia Tomasetti, che mi hanno difeso”. Lo dice, in una nota dell’Italian Pen Roma, Roberto Saviano commentando l’archiviazione del procedimento penale avviato dal sindaco di Salerno, già presidente della Regione Campania contro di lui. “Vincenzo De Luca – ricorda Saviano – mi aveva querelato per diffamazione per quanto detto nel corso di un’intervista televisiva a Piazzapulita, andata in onda il 4 maggio 2023. De Luca si è sentito offeso perché avevo definito la sua gestione ‘familista’, ‘affaristica’ e ‘drammatica’ e lui ‘un satrapo’ con riferimento alla mia esclusione dal palinsesto del Festival di Ravello. La procura aveva chiesto l’archiviazione, De Luca si era opposto”. Il 7 ottobre scorso, il gip del tribunale di Roma ha archiviato il procedimento, scrivendo che le parole di Roberto Saviano avevano “une base factuelle suffisante” (una base fattuale sufficiente) per il legittimo esercizio del diritto di critica politica”. Erano “termini obiettivamente ruvidi e provocatori ma non perciò solo esorbitanti dai limiti di continenza”. “Sull’esclusione dal Festival di Ravello che ha portato alle dimissioni del direttore Antonio Scurati, il giudice ha riconosciuto ‘un sufficiente riscontro fattuale’ e ha parlato della ‘certa condivisione’ di De Luca della scelta che portò alla mia esclusione”, si legge ancora nella nota. “C’è poi un principio che ci riguarda tutti, come affermato dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo – conclude Saviano – e cioè che chi esercita il potere deve accettare una critica più intensa di quella rivolta a un privato, il diritto dei cittadini a partecipare alla vita democratica viene prima della pretesa del potere di essere al riparo dalle critiche”. (

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De Luca: «Dobbiamo recuperare soldi per manutenzioni. Comune sta inguaiato…»

«Dobbiamo recuperare soldi per manutenzioni e opere perché il Comune di Salerno è inguaiato». Lo ha detto il sindaco Vincenzo De Luca a margine dell’inaugurazione del parcheggio dell’Irno Center, in via Irno, destinato ai residenti della zona.

Il primo cittadino ha richiamato quindi la necessità, per l’amministrazione comunale, di reperire nuove risorse da destinare agli interventi di manutenzione e alla realizzazione delle opere sul territorio.

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Iervolino, paga 20 milioni di euro per storico hotel di Porto Cervo

Nuovo investimento da capogiro per Danilo Iervolino, che amplia il proprio ventaglio di interessi imprenditoriali. L’imprenditore di Palma Campania ha acquistato lo storico albergo “Luci di la Muntagna”, a Porto Cervo, in Sardegna, struttura considerata un punto di riferimento della Costa Smeralda.L’operazione avrebbe un valore di circa 20 milioni di euro, somma versata per rilevare la struttura dalla famiglia Kassam, proprietaria dell’hotel. Il closing è atteso nei prossimi giorni a Roma, in uno studio notarile, al termine di una trattativa durata diversi mesi.

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Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna

Ridisegnare collegi e circoscrizioni elettorali con l’obiettivo di influenzare il risultato delle elezioni. È una tendenza che sembra contagiosa. Negli Stati Uniti i Repubblicani e Donald Trump ne hanno fatto un vero e proprio metodo, promuovendo iniziative per irrigidire i requisiti di accesso alle urne e rinfocolando la battaglia sul gerrymandering, ovvero la pratica di ridisegnare a tavolino la mappa dei collegi per “impacchettare” o disperdere il voto degli avversari e garantirsi la maggioranza anche con un minor numero di preferenze complessive.

Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna
Donald Trump (Ansa).

La logica, insomma, è quella di agire d’anticipo. Una tentazione a cui non riesce a resistere nemmeno la destra radicale spagnola di Vox. Risponde, infatti, a questa strategia il ricorso d’urgenza depositato al Tribunal Supremo (la Corte Suprema di Madrid) con cui la formazione guidata da Santiago Abascal ha chiesto di escludere dai seggi per le elezioni anticipate del prossimo 29 novembre tutti coloro che hanno ottenuto la nazionalità grazie alla cosiddetta Ley de Nietos, la legge dei nipoti.

Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna
Il leader di Vox, Santiago Abascal (Ansa).

Il dibattito sulla Ley de Memoria Democrática del 2022

Per comprendere la portata della contesa, occorre fare un passo indietro e guardare al funzionamento del meccanismo finito nel mirino di Vox. Si tratta di una disposizione aggiuntiva della Ley de Memoria Democrática. In vigore dall’ottobre 2022, la norma nasceva, come suggerisce il nome, con un preciso intento di riparazione storica: consentire l’ottenimento della nazionalità ai nati all’estero con genitori o nonni che l’avevano persa a causa dell’esilio per ragioni politiche, ideologiche, religiose o di orientamento e identità sessuale durante la Guerra Civile e la dittatura franchista. Per guidare il lavoro dei consolati sommersi dalle pratiche, il ministero della Giustizia aveva introdotto una presunzione automatica: chiunque avesse lasciato la Spagna tra il 18 luglio 1936 e il 31 dicembre 1955 veniva considerato a priori un perseguitato. Ai discendenti bastava quindi certificare l’espatrio degli antenati in quell’arco di tempo per ottenere automaticamente il passaporto e quindi il diritto di voto. Secondo i più critici, la circolare ha finito per snaturare lo spirito del testo originario, spalancando le porte a una concessione generalizzata della cittadinanza anche agli eredi di chi era emigrato per meri motivi economici. Lo scorso settembre, il Tribunal Supremo era già intervenuto con un’ordinanza che congelava l’iscrizione al registro elettorale dei residenti all’estero che avevano ottenuto il passaporto tramite la cosiddetta Ley de Nietos. La Corte specificava, tuttavia, che il blocco non si sarebbe applicato alle persone per le quali i funzionari consolari avessero potuto attestare la discendenza da spagnoli esiliati per i motivi previsti dal testo.

Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna
Pedro Sanchez (Ansa).

Abascal agita lo spauracchio della frode elettorale

Esattamente qui si inserisce la mossa di Vox, tornato all’attacco per chiedere una drastica inversione dell’onere della prova: invece di far verificare le carte ai consolati, spetterebbe ai singoli cittadini presentare un ricorso individuale e dimostrare con documenti alla mano l’effettivo esilio dei propri avi per poter andare alle urne. Non si tratta di una schermaglia formale, ma di un’offensiva il cui impatto aritmetico sarebbe dirompente. Tra le elezioni del 2023 e l’estate del 2026, gli iscritti al censo estero sono cresciuti di oltre 408 mila unità (+15 per cento), superando quota 2,8 milioni di potenziali aventi diritto. Un bacino che la destra radicale percepisce come strutturalmente ostile e la cui ripartizione sulle circoscrizioni di Madrid e Barcellona (le due città con gli incrementi più significativi) potrebbe spostare seggi decisivi per la futura maggioranza di governo. Agitando lo spauracchio del pucherazo (la frode elettorale), Abascal ha così trasformato la verifica dei registri consolari nel primo scontro frontale della campagna.

Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna
Santiago Abascal ospite di Atreju nel 2023 (Imagoeconomica).

La riorganizzazione del Frente Amplio

Questa contesa si innesta sul terremoto politico provocato dalla decisione del premier Pedro Sánchez di sciogliere le Cortes e indire le elezioni anticipate il 29 novembre. Una mossa arrivata al culmine di una fase parlamentare segnata dalla bocciatura dei decreti sull’emergenza abitativa. Certo, la sua riconferma appare poco verosimile. Secondo le rilevazioni di RTVE, la tv pubblica spagnola, il PSOE perderebbe cinque punti percentuali rispetto al 2023 e ben 17 seggi. Per non parlare delle forze alla sua sinistra, attraversate da una profonda riorganizzazione dopo il fallimento del progetto Sumar e il definitivo disimpegno della vicepremier Yolanda Díaz. I partiti dell’alleanza — tra cui Izquierda Unida, i Comuns dell’ex sindaca Ada Colau, Más Madrid e quel che resta di Sumar — cercano di ricompattarsi sotto l’ombrello del Frente Amplio, strizzando l’occhio alle esperienze sudamericane (dall’Uruguay al Cile), più che al campo largo italiano. Inoltre, con tempi strettissimi e tensioni interne alle stelle, manca ancora la convergenza con Podemos.

Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna
Pedro Sanchez (Imagoeconomica).

Popolari ed estrema destra in vantaggio nei sondaggi

Mentre il centrosinistra cerca faticosamente di salvare il salvabile per contenere l’onda conservatrice, quest’ultima viaggia a vele spiegate. Il sondaggio di RTVE accredita al blocco formato da Partido Popular e Vox un netto vantaggio: 203 seggi (27 oltre la soglia di 176 necessaria per la maggioranza assoluta). Il PP otterrebbe il 32,5 per cento dei consensi (-0,6 per cento rispetto a tre anni fa), mentre la destra radicale veleggia verso il 18,7 per cento, un dato in crescita del 6,3 per cento se confrontato con i risultati delle ultime Politiche.

Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna
Alberto Nunez Feijo (Ansa)

Tra le condizioni poste da Vox c’è anche la remigrazione

Dopo aver riassorbito i contraccolpi di una tentata scissione interna nei mesi scorsi, Abascal ha già dettato le condizioni non negoziabili per sostenere un esecutivo a guida PP: applicazione rigida della «priorità nazionale», drastica deregulation economica, tutele per i lavoratori autonomi e il ricorso esplicito alla “remigrazione” per incentivare i rimpatri. Difficile che Alberto Núñez Feijóo possa rifiutare. D’altronde l’alleanza di governo tra popolari e Vox non costituirebbe una novità assoluta per il Paese, visti i precedenti a livello regionale in Andalusia, Castiglia e León, Aragona ed Estremadura. In questo quadro di fortissima polarizzazione, il tentato blitz di Vox svela la vera posta in gioco della competizione che attende la Spagna: un braccio di ferro non tanto su chi votare, ma per decidere chi ha il diritto di farlo.

Caso Epstein, l’ex principe Andrea vince la causa contro la polizia: «Perquisizioni illegali»

Le perquisizioni compiute a febbraio nelle due residenze dell’ex principe Andrea nell’ambito delle indagini sul caso Epstein erano «illegittime». L’ha stabilito un giudice presso l’Alta Corte di Londra dando ragione al figlio di Re Carlo che, nei giorni precedenti, aveva presentato ricorso per contestare la legittimità delle azioni delle autorità. Durante le perquisizioni, avvenute nel giorno del suo 66esimo compleanno nelle dimore di Sandringham e di Windsor, fu anche sottoposto a un arresto temporaneo di circa 24 ore. L’operazione faceva parte di un’indagine – ancora in corso – riguardante le frequentazioni di Andrea con il defunto faccendiere Jeffrey Epstein che, precisa il giudice, andrà avanti. L’ipotesi è che l’ex principe abbia inoltrato a terzi informazioni e rapporti confidenziali ottenuti mentre ricopriva il ruolo di inviato speciale per il commercio internazionale e gli investimenti.

Attacco russo a Kramatorsk, colpiti due autobus: 33 morti

Le autorità locali ucraine della città di Kramatorsk, nella regione del Donetsk, hanno denunciato un raid russo contro due autobus avvenuto nella mattinata di giovedì 8 ottobre 2026. Nell’attacco sono morte 33 persone e almeno 18 sono rimaste ferite. Il governatore Vadym Filaskin, visto il «netto deterioramento della sicurezza nella regione», ha ordinato alle amministrazioni militari delle città di Kramatorsk e Sloviansk di sospendere il trasporto pubblico. «Si tratta di una misura imposta dal comportamento del nemico, per il quale il trasporto di civili è diventato un ulteriore mezzo per uccidere gli ucraini».

Zelensky: «L’attacco non rimarrà senza risposta»

In un post su X, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è così intervenuto sulla vicenda: «I medici stanno lottando per salvare le vite delle persone ferite nell’attacco russo a Kramatorsk. La bomba russa ha colpito in pieno due bus urbani. Alcune delle vittime non sono ancora state identificate a causa della gravità delle loro ferite. Le mie condoglianze a tutte le loro famiglie e ai loro cari. Anche edifici residenziali e automobili sono stati danneggiati». E ancora: «Questo attacco non rimarrà senza risposta. La Russia sta cercando di distruggere ogni forma di vita nel Donbass, e una risposta dal mondo è d’obbligo. Una risposta energica, esattamente come i russi meritano per tutte le morti che hanno causato. Che tutti i caduti riposino in pace».

Ue: «Crimini di guerra, manteniamo alta la pressione su Mosca»

Sull’episodio si è espresso anche un portavoce della Commissione europea: «La Russia ha intensificato gli attacchi contro i civili. Abbiamo appena appreso dell’ultimo episodio di attacchi russi contro alcuni autobus a Kramatorsk. Gli attacchi intenzionali contro i civili e gli obiettivi non militari costituiscono crimini di guerra. Tutti gli autori e i complici di queste violazioni del diritto internazionale umanitario saranno chiamati a rispondere delle loro azioni. L’Ue manterrà il sostegno all’Ucraina e continuerà ad aumentare e a mantenere la pressione sulla Russia».

Credit Agricole respinge la scalata di Mps su Banco Bpm

Credit Agricole non intende aderire all’offerta di Monte dei paschi di Siena su Banco Bpm. «Abbiamo deciso di non conferire le azioni», ha dichiarato l’amministratore delegato del gruppo francese, Olivier Gavalda, durante una conferenza stampa a Francoforte, secondo quanto riportato da Bloomberg. Credit Agricole detiene il 29,3 per cento del capitale di Banco Bpm ed è il primo azionista dell’istituto. Il no dei francesi non è l’unico ostacolo per l’amministratiore delegato di Mps Luigi Lovaglio. A restringere ulteriormente i suoi margini di manovra del banchiere sono arrivati il rilancio di Intesa Sanpaolo, che il 3 ottobre ha aumentato di 25 centesimi la componente in contanti della propria opas su Mps (portandola a 1,25 euro per azione, oltre a 1,6 titoli Intesa di nuova emissione), ma anche la bocciatura del Gruppo Caltagirone che, l’8 ottobre, ha annunciato di seguire Delfin ed Edizione votando contro le due ops su Banco Bpm e Banca Generali.

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Gli Approfondimenti Rai verso il baratro, il ritorno di Mastrapasqua e le altre pillole

Prosegue senza sosta la marcia “trionfale” degli Approfondimenti Rai verso il baratro. Mercoledì 7 ottobre, al debutto in prima serata su RaiDue, Patù – La passione delle idee è stato visto da 155 mila spettatori, pari all’1,5 per cento di share. Presentato in pompa magna dal direttorissimo Paolo Corsini, il programma di Roberto Inciocchi si è schiantato alla prima curva, tra l’altro penalizzando pure Chi l’ha visto?, che su RaiTre ha registrato il 6,4 per cento di share con 945 mila spettatori. In Rai i nervi sono a fior di pelle: Patù, se non si risolleva entro un paio di puntate, rischia di non arrivare al panettone. Maretta anche dalle parti di Filorosso, la trasmissione di Antonino Monteleone, che martedì 6 ottobre su RaiTre è rimasto inchiodato al 2,6 per cento. A quanto ci risulta, c’è stato un gabinetto di crisi con Monteleone, il direttore Corsini e il vice Giuseppe Malara. Un confronto ruvido, nel corso del quale sarebbe stato chiesto a Monteleone di ritoccare il format del programma, avvicinandolo a quello de Le Iene. Parola d’ordine: cercare di recuperare qualche spettatore, altrimenti pure Filorosso potrebbe chiudere i battenti prima del nuovo anno…

Gli Approfondimenti Rai verso il baratro, il ritorno di Mastrapasqua e le altre pillole
Gli Approfondimenti Rai verso il baratro, il ritorno di Mastrapasqua e le altre pillole
Gli Approfondimenti Rai verso il baratro, il ritorno di Mastrapasqua e le altre pillole

Toh, chi si rivede: Mastrapasqua all’Inps

Chi si ricorda di Antonio Mastrapasqua? Era stato colpito da un’ondata di accuse sfociate in un’inchiesta, quando era presidente dell’Inps, per il suo ruolo di direttore generale dell’ospedale israelitico che ha sede a Roma, tanto da doversi dimettere, nel 2014, mentre i sindacati festeggiavano la sua uscita: veniva definito «il collezionista di poltrone» per i tanti incarichi che aveva. A distanza di tanti anni, nella serata di giovedì 8 ottobre, Mastrapasqua torna a Palazzo Wedekind, sede dell’Inps, per la presentazione del suo libro intitolato Il futuro rubato. Pensioni, lavoro, giovani. Come invertire la rotta del declino. Con lui ecco Renato Brunetta, Sabino Cassese, Gabriele Fava, Antonio Polito. Chissà se si presenterà anche Enrico Giovannini, che allora, in qualità di ministro del Lavoro del governo di Enrico Letta, accettò le dimissioni di Mastrapasqua da presidente dell’Inps. Ma forse Giovannini, ora protagonista nel settore della green economy, è troppo impegnato con la sua Asvis, l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, di cui è co-fondatore e direttore scientifico.

Gli Approfondimenti Rai verso il baratro, il ritorno di Mastrapasqua e le altre pillole
Gli Approfondimenti Rai verso il baratro, il ritorno di Mastrapasqua e le altre pillole
Gli Approfondimenti Rai verso il baratro, il ritorno di Mastrapasqua e le altre pillole

I Caprotti a Roma si allargano

Invasione romana dei Caprotti. Nella giornata di mercoledì nella Capitale sono apparsi tanti signori con impeccabile vestito scurissimo e badge con il nome e cognome ben visibile: erano i top manager di Esselunga, capitanati dalla “proprietà”, ossia Marina Caprotti, anche lei munita del cartellino nominativo, incredibile ma vero. Nella mattinata il corteo ha presenziato all’apertura di una nuova “laEsse” in corso d’Italia, proprio a due passi dalla Cgil di Maurizio Landini (e a qualcuno è tornato in mente il libro del fondatore, Bernardo Caprotti, intitolato Falce e carrello). Quindi, nel pomeriggio, passaggio a Roma Nord, nella Balduina cara alla destra romana, a pochi passi dalla storica abitazione dell’ex sindaco capitolino Gianni Alemanno (ora tornato protagonista assieme a Roberto Vannacci di Futuro Nazionale).

Gli Approfondimenti Rai verso il baratro, il ritorno di Mastrapasqua e le altre pillole
Marina Caprotti, presidente di Esselunga, con la madre Giuliana, vedova di Bernardo (foto Imagoeconomica).

Due punti vendita che facevano parte di Decò Gourmet, e che aprono un nuovo capitolo del gruppo Caprotti, inaugurando la gestione del nuovo amministratore delegato Claude Sarrailh, in carica dal 2 ottobre, che sta spingendo sulle acquisizioni di strutture già esistenti, inglobando e assorbendo i dipendenti che ne facevano parte, che erano 47. A quanto pare, le nuove aperture romane non si fermeranno a queste due, che si sommano al gigantesco Esselunga di viale Palmiro Togliatti (sempre a proposito di Falce e carrello), e ai più piccoli di viale Liegi ai Parioli e via Tomacelli in centro, dove era stato pizzicato a fare la spesa Giuseppe Conte. L’oggetto del desiderio è sempre la zona di Prati, dopo la chiusura del punto di via Cola di Rienzo, aperto nel 2021 e chiuso pochi mesi fa per lo sfratto che ha subito il gruppo Coin, nel quale laEsse era stata inserita. Intanto Esselunga aumenta il fatturato, e pure gli utili. E dal 7 ottobre al 18 novembre il gruppo azzera i 7,90 euro di consegna per gli ordini online di almeno 130 euro a Roma e nel Lazio. Le altre realtà della grande distribuzione sono avvisate.

Assegnato il Nobel per la Letteratura 2026

Il Premio Nobel per la Letteratura 2026 è stato assegnato all’autrice canadese Anne Carson «per la sua audace e inventiva opera che, in un giocoso dialogo con la tradizione classica, ha creato nuove forme per la letteratura contemporanea».

Una carriera dedicata alla scrittura e alla traduzione dal greco

Nata nel 1950 a Toronto, nel corso di tutta la sua carriera Carson ha coniugato la scrittura poetica con la traduzione e l’insegnamento in diverse università. Quasi tutta la sua produzione letteraria si è concentrata sull’intersezione tra l’ossessione del filologo per le parole e il desiderio del poeta di nuovi significati. Lei stessa ha identificato l’etimologia delle parole come punto di partenza di tutto il suo lavoro. Le sue traduzioni dal greco classico possono essere considerate opere indipendenti a pieno titolo. Tra queste, la sua interpretazione dei frammenti poetici di Saffo, If not, winter (2002), insieme a tragedie come Elettra (2001) e Antigone (2015) di Sofocle e Bakkhai (2015) di Euripide.

Così ha ispirato nuove forme letterarie

Nel suo lungo saggio Eros the Bittersweet (1986), Carson ha gettato le basi per la sua successiva produzione letteraria. Con la sua brillante meditazione su Eros come essenza e forza motrice del poema, il libro attinge ampiamente a un aggettivo composto di Saffo che definisce Eros come dolore e dolcezza combinati. È questa distinzione, la distanza tra l’amante e l’amato, che conferisce forza a Eros e mette in moto il poema. Carson raggiunge questo risultato nella sua scrittura introducendo costantemente voci diverse che interagiscono tra loro. In Eros the Bittersweet parla di una «visione stereoscopica» che le permette di «mantenere in equilibrio due prospettive contemporaneamente». Un esempio calzante è il saggio Economy of the unlost (1999), in cui l’autrice contrappone il poeta greco del VI secolo a.C. Simonide di Keos a Paul Celan, e in Men in the off hours (2000), in cui accosta lo storico Tucidide a Virginia Woolf. È attraverso costellazioni letterarie così, spesso inaspettate, che Carson si è distaccata dalla poesia lirica legata alla narrazione in prima persona, ispirando nuove forme di letteratura contemporanea. Questo metodo di scrittura dà vita a opere ludiche e ironiche che si muovono non solo tra poesia classica e moderna, ma anche tra diversi generi e forme d’arte.

Sala Abbagnano, albero abbattuto: residenti chiedono chiarezza al Comune

Un albero presente da decenni abbattuto, una decisione sulla quale i residenti chiedono di conoscere motivazioni e documentazione tecnica e, soprattutto, il timore che nella stessa zona possano essere effettuati ulteriori tagli. Scoppia la protesta a Sala Abbagnano, dove i condomini del complesso “Le Primule”, in Viale dei Pioppi 25, hanno presentato al Comune di Salerno un esposto collettivo accompagnato da una formale istanza di accesso agli atti e da una richiesta urgente di verifiche tecniche e amministrative. Al centro della vicenda c’è l’abbattimento, avvenuto il 5 ottobre, di una delle alberature pubbliche presenti da anni lungo Viale dei Pioppi, proprio davanti al civico 25. Secondo quanto ricostruito dai residenti, si trattava di un esemplare di notevoli dimensioni e presente da decenni, considerato parte integrante del patrimonio arboreo e paesaggistico della zona. A sottoscrivere e trasmettere l’istanza, nell’interesse dei condomini, è l’amministratore pro tempore Marcello D’Aura. La richiesta è stata indirizzata al settore competente per il Verde Pubblico e agli uffici comunali che si occupano, per le rispettive competenze, di Lavori Pubblici, Patrimonio, Urbanistica e Tutela del Territorio. La contestazione nasce innanzitutto da un elemento sul quale i residenti chiedono al Comune di fare chiarezza: secondo quanto da loro riferito, l’albero sul quale in precedenza erano state formulate segnalazioni relative a condizioni patologiche sarebbe stato un altro esemplare, mentre quello effettivamente abbattuto era immediatamente adiacente e, fino al momento del taglio, sarebbe apparso «rigoglioso, vegetativamente attivo» e senza evidenti condizioni di pericolosità. Il condominio sostiene di disporre anche di fotografie, video e valutazioni di professionisti che intende mettere a disposizione delle verifiche. A generare ulteriori dubbi è quanto sarebbe accaduto durante e dopo l’intervento. Nell’esposto si sostiene che inizialmente gli addetti avrebbero riferito ai residenti che l’albero era stato abbattuto perché malato; successivamente, dopo le obiezioni avanzate sul posto, la motivazione sarebbe stata ricondotta a una presunta instabilità dell’esemplare. È proprio per questo che il condominio chiede ora di conoscere quale sia stata formalmente la ragione tecnica posta alla base della decisione. C’è poi un altro elemento evidenziato dai residenti. Nella stessa area sarebbe presente una terza alberatura, dalle dimensioni e caratteristiche ritenute comparabili, sulla quale si sarebbe scelto di intervenire esclusivamente attraverso la potatura. Da qui la domanda posta nell’esposto: se per quell’esemplare è stata considerata sufficiente una soluzione conservativa, perché la stessa strada non sarebbe stata percorribile per l’albero abbattuto? Il condominio chiede quindi di conoscere l’eventuale valutazione tecnica precedente al taglio e le ragioni per le quali non sarebbero state praticabili alternative come potatura, consolidamento o messa in sicurezza. I residenti contestano anche le modalità con cui sarebbero stati informati dell’intervento. Secondo quanto riportato nell’istanza, sarebbe stato prospettato uno sfoltimento o una potatura dell’albero, mentre successivamente si è proceduto all’abbattimento completo. Non sarebbe stato inoltre fornito, sostengono, un preavviso adeguato che consentisse loro di acquisire autonomamente un parere tecnico prima dell’esecuzione dei lavori. Da qui la richiesta di accesso agli atti. Il condominio vuole conoscere l’eventuale ordinanza, determina, autorizzazione o ordine di servizio che ha disposto l’intervento; l’ufficio che ha seguito il procedimento; la segnalazione originaria che lo ha avviato; gli eventuali verbali di sopralluogo; le fotografie e le schede di valutazione; le perizie agronomiche, fitosanitarie o forestali e le eventuali relazioni sulla stabilità dell’albero. Tra le richieste figura anche l’indicazione della specifica patologia o condizione di pericolosità eventualmente rilevata e delle motivazioni tecniche per le quali l’abbattimento sarebbe stato considerato necessario rispetto a interventi meno invasivi. I condomini chiedono inoltre di conoscere la ditta incaricata e la documentazione relativa alla destinazione del materiale legnoso derivante dall’operazione. Ed è proprio sul materiale vegetale che arriva un’altra richiesta urgente. Il condominio intende commissionare a proprie spese una perizia agronomica indipendente e domanda pertanto che tronco, rami e altre parti significative dell’albero vengano conservati, qualora ancora disponibili, per consentire al tecnico incaricato di verificare le condizioni fitosanitarie e strutturali dell’esemplare e stabilire, per quanto ancora possibile, se l’abbattimento fosse effettivamente l’unica soluzione praticabile. Ma l’abbattimento avrebbe fatto emergere anche un’altra criticità. La rimozione della vegetazione, secondo quanto segnalato nell’esposto, avrebbe reso pienamente visibile un significativo cedimento del muro di contenimento e protezione della strada verso il canale di scolo. Per questo viene richiesto un sopralluogo urgente finalizzato a verificare le condizioni del muro, del terreno circostante, del sistema di raccolta delle acque e la stabilità del versante, oltre alle eventuali conseguenze sulla sicurezza della strada e degli edifici prospicienti. L’attenzione dei residenti si concentra anche sul profilo paesaggistico. Considerato il pregio della zona di Sala Abbagnano e la presenza, secondo l’esposto, di vincoli paesaggistici nell’area, il condominio chiede di conoscere se siano state effettuate tutte le verifiche e acquisite le eventuali autorizzazioni necessarie prima di procedere all’abbattimento. Al Comune viene inoltre chiesto di chiarire se sia previsto il reimpianto di nuovi alberi e, in caso affermativo, con quali specie, dimensioni, tempi e ubicazione. Una compensazione ritenuta necessaria anche perché, sostengono i residenti, l’eliminazione dell’albero avrebbe modificato radicalmente l’esposizione del fabbricato, facendo venir meno la schermatura vegetale che per decenni aveva protetto le abitazioni dalla radiazione solare e dalla visuale diretta delle proprietà circostanti. La preoccupazione, però, riguarda adesso anche il futuro delle altre alberature della zona. Il condominio sostiene di aver ricevuto informazioni sulla possibilità di nuovi interventi e chiede quindi di sapere se siano state presentate ulteriori richieste di abbattimento e quali alberi siano eventualmente interessati. Contestualmente viene domandato di sospendere nuovi tagli fino alla verifica dei presupposti tecnici e amministrativi e fino a quando i residenti non avranno avuto la possibilità di prendere visione degli atti. La comunità condominiale chiede ora una risposta formale da Palazzo di Città, con l’indicazione del responsabile del procedimento, degli atti disponibili e degli esiti delle verifiche sollecitate. Nell’esposto viene precisato che, qualora dalla documentazione dovessero emergere irregolarità, carenze istruttorie o violazioni delle procedure, il condominio si riserva di tutelare i propri interessi nelle sedi competenti. Una richiesta di chiarezza che parte dunque da un albero abbattuto ma che si allarga alla tutela del verde pubblico e alla sicurezza dell’intera zona. Adesso la parola passa al Comune: i residenti di Viale dei Pioppi attendono gli atti per capire chi abbia disposto l’intervento, sulla base di quali valutazioni tecniche e, soprattutto, se il taglio dell’albero fosse davvero inevitabile.

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Eboli, frana il campo largo. Pd, sei candidati

Di Antonio Manzo

La frana del campo largo avviene a Salerno, nella sede provinciale del Pd, in via Manzo, dove per decenni c’è stata la federazione provinciale del Pci di Vincenzo De Luca. La frana del campo largo la registrano i sismografi politici per le candidature a sindaco del Pd alle prossime elezioni amministrative ad Eboli dopo lo scioglimento anticipato.

In ordine si tratta di ben sei aspiranti candidati che hanno fatto franare il già incolto campo largo: il primo, Damiano Capaccio, noto primario pneumologo e già consigliere comunale a mezza strada tra l’ex Mario Conte, il Pd e Cinque stelle. Lui potrebbe capeggiare una coalizione di fetta del Pd, con liste civiche (Alleanza di Progresso 2027) con la prestigiosa presenza politica di Gerardo Rosania, già sindaco e consigliere regionale, al quale la coalizione di Capaccio avrebbe già affidato la carica di futuro presidente del Consiglio comunale. Il secondo, Gianmaria Sgritta, odontoiatra e vice sindaco uscente dimissionario con Conte ma sostenuto dai vertici provinciali (segreteria amministrativa via Manzo). Il terzo, Luca Sgroia presidente del Centro per la ricerca in agricoltura e direttore azienda regionale Improsta, molto notato a Caserta a braccetto con il presidente della giunta regionale Roberto  Fico. Il quarto, Simona Naimoli, segretaria di sezione Pd Eboli, già consigliera comunale. Il quinto, la new entry di Vito Maratea alla guida di liste delle zone periferiche ma sempre in quota pd, già al Servizio Civile al comune di Capaccio Paestum.  Infine il sesto, il  consigliere comunale uscente Pasquale Ruocco eletto con Conte e poi passato con proprie ragioni all’opposizione.

Su tutto questo quadro resta l’enigma politico dell’ex ministro Carmelo Conte che non ha ancora dichiarato di non voler scendere in campo coltivando, tra il vero e il razionale, l’escalation a sindaco di Eboli alla guida di un’area vasta con il commissariamento dei maggiori comuni a suo parere azionato dal Pd e una politica dettata da sudditanza salernitana (leggasi De Luca). L’ex ministro è ancora alle prese con un calcolo politico che oscilla, secondo una genetica familiare e politica secondo la quale il potere  è servire e non comandare tra la ricandidatura del nipote Mario Conte e l’aspirazione di Salvatore Marisei il vero protagonista dei progetti e finanziamenti Pnrr per la città di Eboli ed apprezzato manager per Politiche e Sviluppo in vari comuni del Salernitano.

Se il campo largo è franato restano solide le opzioni civiche dell’ex sindaco Martino Melchionda e l’avvocato Edoardo Rocco. Ancora un enigma Forza Italia  e il centro destra con Fratelli d’Italia e Futuro Nazionale che potrebbero puntare sulla candidatura autorevole dell’ex senatore Franco Cardiello ma tutto dipenderà dall’eventuale anticipo della fine della legislatura in Paramento.

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Salvini si prende il Congresso: i malumori restano sotto il tappeto

Un risultato lo ha già ottenuto: far sparire la Lega dai giornali. Dopo l’estate ‘calda’ della ribellione lombarda, guidata da Massimiliano Romeo e Attilio Fontana, il partito di Matteo Salvini è sostanzialmente scomparso dai retroscena di stampa. Dopo l’annuncio a sorpresa del congresso, lanciato dal segretario sul palco di Pontida, i resoconti sul malcontento interno alla Lega si sono rarefatti, finendo sotto i tappeti di via Bellerio.

Salvini si prende il Congresso: i malumori restano sotto il tappeto
Attilio Fontana e Massimiliano Romeo (Ansa).

Un palco per dare il via alla campagna elettorale

Nel partito nessuno – a torto o a ragione – si aspetta grandi sorprese dall’assise in programma a Milano il weekend del 24 e 25 ottobre. Il congresso servirà al capo per riacquistare visibilità, si sostiene, subito dopo aver citato lo scivolone al 4,5 per cento nell’ultimo sondaggio del Fatto quotidiano. Insomma, sarà un po’ una ‘sfilata’ di contenuti per dare il via ufficiale alla campagna per le Politiche dopo l’ok alla nuova legge elettorale.

Salvini si prende il Congresso: i malumori restano sotto il tappeto
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

All’ordine del giorno programma e contenuti

In mancanza di avversari all’unico candidato alla segreteria, Salvini succederà nuovamente a se stesso (l’ultima elezione, per un mandato di quattro anni, era stata l’anno scorso a Firenze) e il congresso dovrebbe concentrarsi sul programma e sui contenuti. Il voto per il segretario, con tutta probabilità, avverrà per alzata di mano (Salvini lo aveva già preannunciato a Pontida). Anche sul simbolo non si attendono particolari novità, contrariamente a quanto anticipato da alcune testate. Al contrassegno elettorale che sarà presentato alle Politiche – la decisione ormai è digerita – sarà lasciata solo la dicitura ‘Lega’, verrà tolto ‘Salvini premier’. Ma per approvare un cambiamento del genere bastava la ratifica in consiglio federale, non serviva passare per il congresso. Discorso diverso si deve fare sul nome del partito che – sembra – non sarà sottoposto a modifiche.

Salvini si prende il Congresso: i malumori restano sotto il tappeto
Matteo Salvini a Pontida (Ansa).

Dopo quella del veneto si attende una mozione lombarda

Intanto dal Veneto, come nel 2025 a Firenze, arriva la prima mozione congressuale, dal titolo ‘Autonomia e identità’ e scritta dal commissario regionale Andrea Tomaello. Si attende – e questa sarebbe una novità – una eventuale mozione critica dei lombardi. Ma dovrebbe essere un gesto più di testimonianza che altro, nel segno del motto leghista «Mai mulà».

Approvata la legge elettorale con 227 sì a scrutinio segreto

Tutto liscio alla Camera per l’ultimo voto, a scrutinio segreto, sulla nuova legge elettorale. Il testo ha ottenuto 227 sì. Al termine del voto, i banchi della maggioranza sono esplosi in un’esultanza, mentre le opposizioni hanno alzato il cartello “Legge trufffa”. I partiti di maggioranza e di opposizione avevano schierato tutti i leader e i big per le dichiarazioni di voto, tra cui Elly Schlein (Pd), Giuseppe Conte (M5s), Maria Elena Boschi (Iv), Matteo Richetti (Azione), Angelo Bonelli (Avs), Riccardo Magi (Più Europa), Giovanni Donzelli (Fdi), Stefano Benigni (Fi) ed Edoardo Ziello (Fn). Il governo è stato largamente presente con il vicepremier Antonio Tajani, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, la titolare delle Riforme Elisabetta Casellati, il ministro della Cultura Alessandro Giuli, quello dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, il titolare del Turismo Gianmarco Mazzi, la ministra della Natalità e la Famiglia Eugenia Roccella e il ministro della Salute Orazio Schillaci. Assenti giustificati la premier Giorgia Meloni e

Parco del Cilento, continua il nostro viaggio

Alcune storie imprenditoriali nascono da un progetto preciso e altre prendono forma quasi per sottrazione, quando ci si accorge che il lavoro che si sta facendo non restituisce più la stessa soddisfazione. È il caso di Alfredo Truono, anima di Capramì,realtà dedicata all’allevamento caprino e alla trasformazione del latte, che abbiamo incontrato durante il nostro viaggio nel territorio del Parco Nazionale del Cilento,del Vallo di Diano e degli Alburni. La sua è una storia che parte da lontano e attraversa esperienze molto diverse, fino ad arrivare a una scelta precisa: tornare a un’agricoltura nella quale il prodotto non sia anonimo, ma abbia un’identità, un luogo e soprattutto una storia. Alfredo, raccontaci da dove parte il tuo percorso. «Dopo la maturità scientifica ho frequentato per alcuni anni la facoltà di Scienze Agrarie a Potenza. Poi ho fatto il servizio militare, quando la leva era ancora obbligatoria. Successivamente ho avuto una parentesi lavorativa al Nord, a Pordenone, dove ho lavorato in fabbrica. È stata anche un’esperienza di rottura, dopo il percorso adolescenziale e universitario. Poi ho iniziato il mio percorso nel mondo agricolo». Per circa vent’anni Alfredo si occupa di produzione di insalatine destinate alla quarta gamma. Un settore nel quale l’agricoltura, progressivamente, assume caratteristiche sempre più industriali. «Producevo insalatine,ma con il passare del tempo,quella che era nata come una produzione agricola era diventata sostanzialmente industriale, seriale. C’erano capitolati sottoscritti all’inizio della campagna e standard precisi da rispettare: una foglia doveva avere una determinata lunghezza, un certo colore, una shelf-life di otto-dieci giorni. Il prodotto agricolo veniva trasformato industrialmente per arrivare alla quarta gamma». È proprio quella standardizzazione a far maturare in Alfredo un senso di distanza dal prodotto. «Quando produci qualcosa di anonimo, in serie, e nel tempo si aggiunge anche una situazione di sovrapproduzione con conseguente svalutazione del prodotto, può arrivare un disinnamoramento rispetto a quello che fai. È quello che è successo a me». Da qui nasce una nuova idea: recuperare il rapporto diretto con l’allevamento, con il prodotto e con il consumatore. E soprattutto costruire una filiera completa. Il progetto prende forma a Capaccio, dove Alfredo acquista un terreno che necessita di un importante intervento di riqualificazione. «Il mio pallino è sempre stato quello di creare una filiera completa dell’allevamento caprino,costruendo una filiera completa». L’area viene recuperata e riportata alla sua funzione agricola, con la piantumazione degli alberi, la realizzazione dei pascoli e degli spazi destinati alla trasformazione. «Era un terreno sottoposto a sequestro e destinato a un uso non conforme alla sua classificazione agricola. Abbiamo fatto un progetto di riqualificazione, riportandolo alla sua funzione, piantumando alberi e creando gli spazi necessari. È stato un lavoro immane, ma l’obiettivo era proprio quello di avere una filiera completa: nella parte retrostante la trasformazione e i pascoli, nella parte antistante la vendita del prodotto». Un modello che Alfredo definisce senza esitazione economia circolare. «Una buona parte di quello che produciamo in azienda serve agli animali. Oltre ai foraggi verdi dei pascoli, ci sono quelli secchi prodotti dall’azienda. E poi c’è la stalla, dove il letame diventa una risorsa preziosa: torna nei campi come concime e ci consente di non utilizzare concimi di sintesi».Dietro una definizione che potrebbe sembrare quasi una formula c’è, però, un lavoro quotidiano molto concreto. «Detta così può sembrare una storiella, raccontata in maniera semplicistica o romanzata. Invece è la realtà, e dietro c’è tanto impegno quotidiano. Lavorare sotto il caldo di questa estate è stata una grande sofferenza. Non siamo soli, c’è una squadra, ma ogni mattina, quando sorge il sole, bisogna essere qui e mettere un altro mattoncino nella costruzione, nel mantenimento e nel miglioramento dell’azienda». E c’è una regola che vale più di tutte: la natura non può essere comandata. «La stagionalità e l’artigianalità significano anche entrare in sintonia con le stagioni. Adesso le temperature si sono abbassate, le notti sono più fresche e gli animali possono stare all’aperto finché non piove. Bisogna seguire i ritmi naturali. Non si può forzare la natura». SOLO LATTE DI CAPRA, SOLO LE PROPRIE CAPRE Uno degli elementi identitari di Caprami è la scelta di una filiera diretta e trasparente. «Utilizziamo esclusivamente latte di capra pastorizzato proveniente dalle nostre capre al pascolo. Nessun latte misto, nessun tipo di scorciatoia. Questa è la nostra linea e lo sarà fino alla fine». Il latte viene poi trasformato in una gamma che parte dai formaggi freschi e arriva alle lunghe stagionature. «Produciamo formaggi freschi e stagionati: dalla robiola fresca al cucchiaio fino a prodotti che arrivano a quattordici mesi di stagionatura». Una produzione che segue anche diverse interpretazioni del territorio: ci sono le caciotte morbide e quelle farcite, con ingredienti che richiamano il Cilento, come pomodori secchi e fichi bianchi secchi, ma anche il miele di Paestum con il polline delle api. E poi le stagionature più lunghe, con affinature in foglia di noce, foglia di castagno, pepe e olio extravergine di oliva aromatizzato alle uve rosse. «Produciamo anche formaggi erborinati e altre tipologie, sempre esclusivamente di capra. Con l’abbassamento delle temperature, da metà ottobre, arriveranno anche gli yogurt, una delle nostre nuove proposte». LA GRATIFICAZIONE NON È SOLO IL FATTURATO Ma qual è, dopo tanti anni, la soddisfazione più grande? Alfredo non ha dubbi. «Quando faccio fare una degustazione ai clienti e spiego i formaggi seguendo la loro scaletta sensoriale, raccontandone le caratteristiche, la gratificazione più grande non è il fatturato. È quando qualcuno mi dice: “Si vede che hai passione e che ci metti passione”. Quella è la chiave». È forse qui che si comprende davvero il cambiamento che ha portato Alfredo da un settore produttivo all’altro. «La passione c’era anche prima, ma quando ci si innamora di ciò che si fa e lo si fa meccanicamente, qualcosa inevitabilmente viene meno. L’artigianalità fa sì che questa passione si rinnovi ogni giorno». E in un’azienda agricola il rapporto con la natura non è una dichiarazione di principio, ma una necessità quotidiana. «Le capre non vanno mai in ferie». Una frase semplice, quasi ironica, che racconta però bene la natura di questo lavoro: non esistono domeniche, stagioni da saltare o tempi da accelerare. Esiste il ritmo degli animali, quello dei campi e quello delle persone che ogni giorno devono prendersene cura. Capramì nasce proprio da qui: dal desiderio di tornare a dare un volto al prodotto, di recuperare il rapporto con la terra e di costruire intorno al latte una filiera nella quale ogni passaggio abbia un significato. Non soltanto formaggi, dunque, ma un modo diverso di intendere l’agricoltura: dal pascolo alla trasformazione, dalla terra alla tavola, dentro un territorio che diventa parte integrante del prodotto. Raffaella D’Andrea

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Inchiesta UniPegaso-Multiversity, 22 indagati tra direttori e ad di giornali

La procura di Napoli ha aperto un’inchiesta sul gruppo UniPegaso-Multiversity ipotizzando una corruzione tra privati tra il presidente Fabio Domenico Vaccarono e alcuni organi di stampa. Secondo l’accusa, insieme ai manager Andrea Buonomo, Andrea Ferrante e Gianpiero Mazza (che erano i referenti apicali del fondo Cvc Italia proprietario del gruppo) e Gianluca Comin e Gianluca Giansante, presidente e socio operativo di Comin & Partners, Vaccarono avrebbe fatto parte di una «associazione a delinquere con lo scopo di commettere una serie indeterminata di corruzioni tra privati, di istigazioni alla corruzione e, ove necessario, di estorsione». Per ottenere articoli positivi sul gruppo, i vertici di Unipegaso avrebbero ottenuto una stampa favorevole «attraverso una rete di rapporti con gruppi editoriali, concessionarie pubblicitarie, direttori di testate e agenzie di stampa», utilizzando la «promessa, erogazione, riattivazione e incremento di investimenti pubblicitari». In più, Vaccarono avrebbe esercitato pressioni sulla ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, attraverso il giornalista e faccendiere Luigi Bisignani, per ottenere una proroga della disciplina eccezionale per poter proseguire con gli esami a distanza.

22 indagati tra direttori e ad di giornali italiani

Nell’inchiesta sono indagate 22 persone tra cui Mirja Cartia D’Asero e Mario Orfeo per il gruppo Gedi; Andrea Malaguti, ex direttore de La Stampa; Alessandro Bompieri e Uberto Fornara per il gruppo Rcs; Francesco Cancellato, direttore di Fanpage; Gaspare Giuseppe Borsellino, dell’agenzia Italpress; Claudio Cerasa, direttore del Foglio; Walter Giuseppe Bonanno, amministratore delegato della società Piemme; il manager Fernando Diana; Stefano Cecchetti, del gruppo Libero Editoriale; Cinzia Monteverdi, ad del Fatto quotidiano e Peter Gomez, direttore del fattoquotidiano.it; Federico Silvestri, del Sole 24ore.

Stefano Maria Ortolani ci racconta il suo mondo

Architetto, scenografo e production designer, Stefano Maria Ortolani non ci offre una semplice lettura ma la sua angolazione sensibile di cosa sia un set cinematografico. Dopo oltre cinquant’anni di esperienza nel settore, lavorando accanto a registi come Luchino Visconti, Anthony Minghella, Martin Scorsese, Wes Anderson, rivela in questa intervista i dietro le quinte dell’universo scenografico.

Quando guardiamo un film, che cosa stiamo vedendo che è davvero scenografia senza rendercene conto?

Abitare il set cinematografico non è farina per fare ostie. Ci sono la fotografia, i capricci degli attori, la regia, i costumi ed imponderabili fuoriprogramma. Non esiste solo la scenografia.

Diciamo che per noi nessuna impresa che non sia incalzante può essere un capolavoro.  Tutto deve concorrere alla stessa atmosfera.

Il tuo parere?

Secondo me, la scenografia non deve essere bella: deve essere giusta. Deve seguire ciò che il regista vuole raccontare. Quando prevale sul film, quando lo spettatore dice soltanto: «Che bella scenografia», forse qualcosa non ha funzionato, perché rischia di non vedere più il resto

Quindi una scenografia riuscita deve essere discreta?

Deve essere impalpabile e un po’ sfuggente. Nella scena girata a Ischia, ne Il talento di Mr. Ripley quando il protagonista arriva con il pullman sotto la pioggia, apparentemente non c’è nulla di scenografico. Lo spettatore vede semplicemente un piazzale. In verità avevamo sottratto tutto ciò che non doveva apparire, velato gli elementi che stonavano con l’epoca del film e camuffato quello che appariva vistoso. Molte volte il nostro è un lavoro di sottrazione, si occulta quello che interrompe l’illusione.

Qual è il rapporto tra lo scenografo e il direttore della fotografia?

È importante che ci sia una visione condivisa perché la luce contribuisce in maniera decisiva all’atmosfera di un film. Deve esserci quasi sempre un rapporto di forza creativo. A volte predispongo un ambiente e voglio che la luce entri da una determinata direzione, quindi ci piazzo una finestra. A seguire il direttore della fotografia collocherà una lampada dietro quella finestra.

In Gangs of New York avete ricostruito un’intera parte della città.

È stata un’impresa ciclopica. Il set era enorme, abbiamo iniziato dai Five Points, cercando di ricreare il quartiere per come poteva apparire all’epoca. Inizialmente Scorsese immaginava delle case leggermente storte. Facemmo le prime prove, ma ci rendemmo conto che lo “storto” costruito intenzionalmente rischiava di sembrare un cartone animato. Provammo anche a utilizzare legname vecchio, ma era difficile da trovare e ancora più difficile da lavorare. Alla fine, costruimmo gli edifici normalmente, lasciando che fosse il reparto pittura a trasformarli. Avevamo un capo pittore straordinario. Utilizzava giornali incollati e bruciati, strati di pittura, scrostature e passaggi molto complessi. Le costruzioni erano dritte e nuove, ma alla fine sembravano realmente consumate dal tempo.

La credibilità dell’ambiente influenza anche il lavoro degli attori?

Decisamente. Alla fine delle riprese di Risen di Eddie Arya, Joseph Fiennes, mi ringraziò per avergli fatto rivivere la sua epoca. E pensare che durante la produzione non avevamo neppure avuto tempo per una vera conversazione. L’attore ha bisogno di un coinvolgimento totale, entrare in un ambiente e crederci.

Cos’hai imparato lavorando con Luchino Visconti?

Visconti era perseguitato dalla verità. Quella maniacalità mi è rimasta. Quell’esperienza giovanile è stata come un sacramento cinematografico. Nei teatri, realizzavamo pavimenti che sembravano marmo vero. Persino i profumi nelle boccette dovevano essere reali perché altrimenti la reazione dell’attore non sarebbe stata autentica. Alcune pareti dell’ambiente che non sarebbero state inquadrate venivano ugualmente rifinite. Era un metodico, emanava accuratezza.

Per The Two Popes avete ricostruito la Cappella Sistina a grandezza naturale. Com’è stato?

Non è stato difficile recuperare la documentazione perché la Cappella Sistina è stata studiata in ogni dettaglio. Con le telecamere abbiamo potuto osservare i punti che normalmente un visitatore non può scorgere. Inoltre, la Cappella Sistina è alta diciannove metri e bisognava allestire il conclave, con i tavoli per i cardinali e il pavimento rialzato.

Come furono riprodotti gli affreschi?

Abbiamo adoperato una tecnica italiana che funziona come i tatuaggi temporanei dei bambini.

Ci sono delle immagini fotografiche delle opere che vengono trasferite su grandi strisce. Sulle pareti viene applicata una colla speciale che permette di allineare le sezioni. Poi rimossa la carta, resta solo il pigmento. Ho conservato un frammento del Giudizio universale. Non ho voluto incorniciarlo, perché mi interessava che rimanesse visibile il taglio e si capisse materialmente come era stato costruito. Non volevo un’imitazione di un affresco da appendere: volevo conservare un pezzo del lavoro.

È doloroso vedere smontare un set dopo averci lavorato per mesi?

Si la natura della scenografia prevede un distacco emotivo dal set. Quando le riprese sono finite, la costruzione a cui si ha lavorato tanto e che prima era qualcosa di vivo, semplicemente non serve più.

Wes Anderson, invece, ha uno stile visivo immediatamente riconoscibile. Quanto spazio rimane allo scenografo?

La prima volta che lavorammo insieme è stato per The Life Acquatic e Wes aveva trentaquattro anni. Era già molto perspicace e sapeva quello che voleva.

La nave del film derivava da un’immagine della nave di Jacques Cousteau che lui aveva tenuto nella sua stanza fin da ragazzo. Era cresciuto immaginando di farne un film e non voleva rinunciare a quella forma. Andai in Olanda, a Fiumicino, alla Spezia, alle Seychelles e poi cercammo anche in Sudafrica. Insomma, facemmo il possibile per offrirgli il simulacro marino che aveva sempre desiderato.

Anderson pianifica davvero ogni inquadratura?

All’inizio disegnava degli storyboards quasi disegni infantili, ma contenevano già le inquadrature esatte. Oggi utilizza animatic molto più complessi: realizza una specie di versione animata dell’intero film prima che cominci la preparazione. Quando parte la produzione può procedere quasi fotogramma dopo fotogramma. La sua apparente ingenuità è costruita in maniera precisissima. Il colore, la simmetria e la composizione sono controllati. La forza del suo cinema è proprio questa coerenza assoluta.

Qual è la differenza più evidente tra le produzioni italiane e quelle americane?

Si può pensare che sia una questione di denaro ma la differenza è nella mentalità.

Gli americani tendono a essere più schematici. Vogliono conoscere prima il budget, stabiliscono procedure precise e, una volta approvato un progetto, sanno che quello sarà il costo necessario per realizzarlo. Noi italiani siamo spesso molto creativi ed elastici, ma questa elasticità può diventare disorganizzazione.

Dove può formarsi oggi un giovane che vuole lavorare nella scenografia?

Premesso che la teoria è solo una parte. Il nostro mestiere si impara sul campo, osservando come si prepara un film, quanto tempo si impiega e come si gestiscono sorprese spiacevoli. Il Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma è un’ottima scuola, anche all’estero sono da considerare.

Serve talento, ma serve anche fortuna. Il tempismo conta, ma quando l’occasione arriva bisogna essere preparati.

La tua formazione da architetto continua a influenzare il modo in cui progetti?

Credo sia inevitabile. Ma anche se una scenografia è per sua natura effimera non significa che debba essere architettonicamente assurda. Diciamo meglio che la finzione deve poggiare su una logica e studiare architettura mi ha dato questa consapevolezza.

Dopo anni passati a osservare luoghi, ti capita di entrare in una stanza e leggerla immediatamente come una scenografia?

Non riesco più a guardare una stanza soltanto come una stanza. Più che una consuetudine è quasi una trasgressione professionale. Ogni spazio è una cornice e quasi per inerzia, abbozzo degli scenari: da dove potrebbe entrare la luce, quale elemento andrebbe tolto e cosa dovrebbe essere aggiunto.

Tra tutti gli ambienti che hai costruito, ce n’è uno nel quale avresti voluto vivere?

La Cappella Sistina certamente no: sarebbe un cambiamento di vita radicale.

Ricordo ancora, la casa di Gruppo di famiglia in un interno di Luchino Visconti. Il milieu era soffocante, dissoluto alla maniera borghese. Gli spazi scenici erano stati costruiti in teatro, ritraevano una Roma dalla sensualità languida, con le sue cupole sullo sfondo. Magari sì, avrei voluto trovare posto anch’io a quella tavola.

Andrea Orza

 

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Vasco alll’Unisa, che disorganizzazione

di Erika Noschese

Vivere una giornata come quella di ieri all’Università degli Studi di Salerno è stato un po’ come trovarsi immersi in un disordine totale, dove la musica è rimasta sullo sfondo e in prima fila sono saliti il caos, l’improvvisazione e la prepotenza. La domanda sorge spontanea e pungente: “cosa succede in città”, o meglio tra le aule di un Ateneo che per un giorno ha preteso di trasformarsi in un grande palco senza averne la competenza né la logistica? La risposta, purtroppo per chi c’era e cercava soltanto di svolgere il proprio lavoro di informazione, è una cronaca che lascia l’amaro in bocca. Si è consumato un vero e proprio “delitto perfetto” sul piano organizzativo, condito dall’arroganza di chi pensa che basti spendere il nome del Blasco per garantirsi una “Splendida giornata” e far finta che sia andato tutto bene. Ma “io no”, o meglio noi no: “c’è chi dice no” a questa narrazione patinata e lontana dalla realtà. I segnali che non sarebbe stata una “vita spericolata”, ma solo una sequenza di ostacoli e mortificazioni professionali, si sono avvertiti fin dalle prime ore della mattinata. Quello che doveva essere un momento solenne dedicato al linguaggio della comunicazione si è trasformato per gli operatori dei media in un percorso ad ostacoli, dove il diritto di cronaca è stato trattato come un intralcio da eliminare. All’interno dell’Aula Magna, la stampa accreditata è stata rilegata in fondo alla sala, confinata in posti del tutto ciechi e schiacciata da un muro di persone che si alzavano in piedi per fare foto e video. Per le troupe televisive e i fotografi non c’è stato modo di lavorare o effettuare riprese decorose. E ogni volta che qualche collega tentava di cercare uno spiraglio visivo chiedendo soltanto il rispetto per chi lavora, scattava la barriera di un servizio d’ordine del tutto privo di tatto, distintosi per toni aggressivi, fare scortese e atteggiamenti inadeguati. Sino all’episodio più increscioso: tentativi di allontanare la stampa spintonandola, nell’indifferenza generale di chi avrebbe dovuto tutelare gli accreditati. Per gli addetti alla sicurezza: “Se hai bisogno di una scusa puoi salire, io ne ho tante. Te ne posso dare una”. All’esterno dell’aula, poi, l’enciclopedia degli errori ha toccato vette paradossali, facendoci capire di trovarci in “un mondo migliore” solo nelle intenzioni dei vertici accademici. Alla stampa è stato impedito persino l’accesso alla piazza dove il rocker salutava i presenti. I giornalisti sono stati costretti a restare a guardare senza poter muovere un dito, di fatto ingabbiati, mentre ai membri del fan club veniva garantito il permesso di circolare, scattare foto e registrare video in totale libertà. Una disparità di trattamento grottesca: chi si trovava sul posto per lavoro non ha potuto produrre alcun contenuto valido, ostacolato ad ogni movimento da un cordone rigido e insensato. Cari gestori dell’evento: “cosa faresti al posto mio?”, visto che questa cosa “un senso non ce l’ha”? Eppure, di fronte a questa palese disorganizzazione, dai piani alti del rettorato sono arrivate parole che sembrano descrivere un evento svoltosi su un altro pianeta. Intervistato a margine delle celebrazioni, il rettore Virgilio D’Antonio ha infatti dichiarato senza incertezze: “Direi che l’organizzazione era poderosa. Aspettavamo una grande affluenza e abbiamo avuto un coordinamento importante con questore e prefetto, che ringraziamo. Non era banale organizzare per l’università, anche per la conformazione dell’ateneo, un evento di questo tipo, però credo che sia riuscito nel migliore dei modi”. Affermare che l’evento sia riuscito “nel migliore dei modi” fa sorridere, o forse fa rabbrividire. Altro che “organizzazione poderosa<3: se questa è l’idea di efficienza della governance accademica, allora “siamo solo noi” a parlare un’altra lingua e a pretendere che le regole fondamentali dell’accoglienza e del rispetto professionale vengano applicate. Senza una visione chiara dei flussi e con una spiccata dose di presunzione, l’Ateneo ha mostrato di non avere “un senso” logistico. Viene da chiedersi se chi ha pianificato questo dispositivo di sicurezza abbia mai gestito prima d’ora un appuntamento di risonanza pubblica. Non serve cercare scuse o nascondersi dietro i ringraziamenti istituzionali di rito quando la macchina logistica perde colpi su tutti i fronti. Ci si aspettava un modello di accoglienza degno di un Dottorato di Ricerca in Comunicazione, e ci si è ritrovati sommersi da “gli spari sopra” della malagestione, tra spintoni, porte sbarrate e una chiara ostilità verso chi lavora nell’informazione. La presenza di Vasco Rossi meritava ben altra attenzione verso gli operatori dei media. Invece ci ritroviamo a tracciare il bilancio di una giornata storta, fatta di transenne, tensione e troppa improvvisazione. Il rettore potrebbe replicare con: “Credi che sia facile? Credi che sia semplice?” ma questa non è una critica alla Sua persona, disponibile anche nel caos totale di ieri pomeriggio per rispondere alle nostre domande. Non è una questione di “buoni o cattivi”. Più che altro è un invito a far sì che ai prossimi eventi sia possibile “mangiare anche le fragole” anziché sentire un “bel rumore” di caos. “T’immagini”, Vasco? No, non devi immaginare “se fosse sempre domenica”. T’immagini se fosse stato organizzato davvero tutto bene? Forse, a conti fatti, sarebbe stato meglio organizzare l’evento in uno “stupido, stupido hotel”.

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Trump contestato in Texas, poi attacca El-Sayed: «Simpatizzante dei terroristi»

Il presidente Donald Trump è stato più volte contestato durante il suo discorso al Freeman Coliseum di San Antonio, in Texas. Il tycoon, impegnato a mobilitare gli elettori dello Stato a sostegno dei candidati repubblicani in vista delle midterm, è stato interrotto più volte, con un manifestante che è sembrato essere vicino al palco, mentre almeno tre persone sono state portate via dalla sicurezza. «Sapete, molti di questi sono pagati. Sono contestatori pagati dai nemici della nostra nazione. Vi assicuro che li pagano per questo», ha detto Trump. Altre contestazioni sono maturate quando ha attaccato il dem James Talarico, che a suo dire sarebbe un vegano che finge di mangiare carne per poi vomitare di nascosto ogni volta che lo fa. Si è anche scagliato contro il deputato Henry Cuellar, un democratico a cui aveva concesso la grazia l’anno scorso, definendolo «ingrato» per non essere passato al partito repubblicano.

L’attacco a El-Sayed: «Estremista radicale, simpatizzante dei terroristi»

Il presidente Usa non ha risparmiato nemmeno Abdul Mohammed El-Sayed, candidato dem al Senato in Michigan. In un post su Truth si è così scagliato contro di lui: «Si rifa ai tempi della Jihad. È un estremista radicale, un simpatizzante dei terroristi e non è diverso dal suo migliore amico, Hasan Piker, che odia l’America. Come vanno le cose in Francia? I valori di Mohammed non sono certo quelli degli abitanti del Michigan, né quelli dei nostri grandi Stati Uniti! È la scelta sbagliata per Michigan e America. Votate per Mike Rogers, ha il mio pieno e totale sostegno e non vi deluderà mai».

Fifa, Ramon Vega sfida Infantino e si candida per la presidenza

Ramon Vega, ex difensore del Cagliari e del Tottenham, ha annunciato l’intenzione di candidarsi alle elezioni per la presidenza della Fifa in programma nel 2027. È il primo a sfidare il presidente uscente Gianni Infantino, in carica dal 2016 e che punta al quarto mandato. Vega ci aveva già provato sia nel 2015, in seguito alla sospensione dell’ex presidente Sepp Blatter, sia quattro anni più tardi, ma non riuscì a ottenere il sostegno necessario per essere inserito nella lista dei candidati. Non aveva infatti raggiunto la quota richiesta di cinque federazioni affiliate su un totale di 211. Ex nazionale svizzero, 55 anni, dal suo ritiro dal calcio giocato nel 2004 lavora nel settore finanziario.

«Mi candido per ripristinare credibilità, l’attuale dirigenza ha demoralizzato il mondo del calcio»

«Mi candido per riunire la famiglia del calcio mondiale, attuare riforme autentiche e durature, modernizzare la Fifa per il XXI secolo, ripristinare stabilità e credibilità e ricostruire la fiducia di cui il nostro sport ha urgente bisogno», ha dichiarato in una nota. «Mi candido perché la mia vita mi ha preparato a servire questo sport. Il calcio non appartiene a presidenti, confederazioni o dirigenti. Il calcio è lo sport della gente e appartiene a tutti. Giocatori, allenatori, arbitri, tifosi, volontari, club, leghe, associazioni e comunità». E ancora: «L’attuale dirigenza ha demoralizzato il mondo del calcio. Una governance debole ha compromesso la credibilità della Fifa e incrinato la fiducia all’interno della famiglia calcistica globale. Dobbiamo impedire che questo conflitto degeneri. Non si deve mai permettere che lotte di potere tra i vertici danneggino coloro che contano di più: giocatori, allenatori, arbitri e tifosi di tutto il mondo. Loro non sono responsabili di questi conflitti. Meritano di meglio. Il calcio è in rianimazione, attaccato alle macchine per la sopravvivenza».

Mps, il gruppo Caltagirone voterà contro le ops in assemblea

Il gruppo Caltagirone ha ufficializzato il voto contrario nell’assemblea straordinaria di Mps in calendario il 29 ottobre 2026 che dovrebbe varare, tra l’altro, le due ops su Banco Bpm e Banca Generali e l’operazione di riduzione del capitale finalizzata al pagamento del dividendo straordinario in parte con azioni Generali. La nota indica che il cda «ha recepito integralmente le valutazioni del comitato degli amministratori indipendenti coadiuvato dal parere del professor Giovanni Fiori e ha deliberato all’unanimità di dare voto contrario a tutti e cinque i punti dell’ordine del giorno». Con il no di Caltagirone, che segue Delfin (17,5 per cento del capitale) e i Benetton (1,45 per cento) cresce oltre il 32 per cento il capitale della banca di Rocca Salimbeni contrario all’operazione costruita dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio e a favore invece dell’opas di Intesa Sanpaolo.

Melonellum, dopo l’ok può arrivare la Consulta: tutte le incognite

Fatta la legge, trovato l’inganno. O almeno il ricorso. Perché dopo aver votato alla Camera tre – ripetiamo tre – fiducie sulla legge elettorale e in attesa del voto finale a scrutinio segreto, l’aria che si respira in Transatlantico è quella del «facciamo anche questa, tanto poi cambia tutto».

Melonellum, dopo l’ok può arrivare la Consulta: tutte le incognite
Il voto sulla legge elettorale alla Camera (Imagoeconomica).

I ricorsi e la probabile decisione della Corte Costituzionale

Già, perché se la legge verrà approvata senza subire la mannaia dei franchi tiratori nel voto segreto finale di giovedì, e pochi in effetti ormai scommettono che possano esserci sorprese, sono comunque molte le incognite sul Melonellum o Stabilicum che dir si voglia. Qualcuno dell’opposizione, pochi in effetti, spera ancora in un tratto di matita blu da parte del Quirinale, ma il capo dello Stato ha già fatto quel che poteva con un’opera di moral suasion durante l’iter della legge, suggerendo e ottenendo alcune modifiche sostanziali, e ora difficilmente tirerà ancora la corda nell’anno pre-elettorale. L’incognita principale invece è ovviamente il giudizio della Corte Costituzionale, che tutti danno per scontato. Per lunedì è già stata programmata la conferenza stampa della ‘Rete per il voto libero e plurale’ coordinata da Roberto Zaccaria ed Enrico Grosso, in cui verranno annunciati i ricorsi presso tutte le Corti d’appello regionali. Basterà che un solo giudice accolga il ricorso e la Consulta sarà chiamata a una decisione di costituzionalità.

Melonellum, dopo l’ok può arrivare la Consulta: tutte le incognite
Il palazzo della Consulta (Imagoeconomica).

I punti della legge elettorale più a rischio

Ora, chi ha seguito il dibattito in questi mesi sa che i costituzionalisti sono divisi tra chi ritiene che la legge sia in linea con la Carta e chi invece ritiene che violi le indicazioni già date dalla stessa Corte nella sentenza con cui nel 2017 bocciò l’Italicum voluto dall’allora premier Matteo Renzi (anche lui pose la fiducia sul testo e Meloni lo definì «scandaloso»).

Ma pochi sono sicuri che lo Stabilicum avrà il via libera, e i più guardano con allarme ai passaggi sulla raccolta di firme per i partiti nuovi (portate a 450 mila) e sull’indicazione del premier nella scheda (vero trappolone teso al litigioso e testardamente diviso campo largo). La sentenza, nel caso di ricorso accolto, molto probabilmente arriverebbe verso febbraio, cioè prima delle elezioni che dovrebbero tenersi tra primavera e autunno prossimi e quindi alle urne si potrebbe andare non già con il Melonellum ma con il nuovo Consultellum, cioè con la legge voluta da Meloni ma con le ‘sforbiciate’ inferte dai giudici della Corte Costituzionale. Questi erano i discorsi più insistenti tra i deputati in attesa di votare la fiducia alla legge. Forse per questo l’aria non era delle più allegre, nemmeno nelle fila della maggioranza. O forse era solo colpa della pioggerella autunnale…

Contact: &Egrave; morta Margaret Hamilton, la donna che insegn&ograve; ai computer ad andare sulla Luna

È morta Margaret Hamilton, la donna che insegnò ai computer ad andare sulla Luna

Ha inventato il termine software engineering, ha dato un contributo fondamentale al programma Apollo, ha ispirato uno dei personaggi principali della serie For All Mankind.

È morta a 90 anni Margaret Hamilton, una delle figure più importanti e affascinanti della storia dell’informatica. La scienziata statunitense, scomparsa il 30 settembre, è ricordata soprattutto per aver guidato al MIT il gruppo che sviluppò il software di bordo delle missioni Apollo della NASA: quello che, tra le altre cose, contribuì a portare Neil Armstrong e Buzz Aldrin sulla Luna nel luglio del 1969. C’è una fotografia che più di ogni altra racconta la sua storia. Hamilton, giovane e sorridente, è in piedi accanto a... - Leggi l'articolo

 

SCIENZA - Contact - 8 ottobre 2026 - articolo di Redazione

Televisione: La miniserie Below &egrave; disponibile oggi su Netflix

La miniserie Below è disponibile oggi su Netflix

Josh Hartnett è finalmente pronto per scoprire il mistero marino che ammanta la sua cittadina

Con i primi brividi autunnali, Netflix invita il pubblico a immergersi nelle gelide acque dell'isola di Terranova per scoprire i misteri che si celano in Below, miniserie a base di mostri marini e segreti familiari creata e sceneggiata da Jesse McKeown (The Umbrella Academy). I sei episodi della serie sono infatti disponibili sulla piattaforma di streaming e vedono protagonisti Josh Hartnett (Pearl Harbor, Oppenheimer), Charlie Heaton (Stranger Things) e Mackenzie Davis (Black Mirror, Station Eleven), alle prese con l'inevitabilità terrificante del cambiamento, e con un iceberg... - Leggi l'articolo

 

SERIE TV - Televisione - 8 ottobre 2026 - articolo di Angela Bernardoni

Webuild sale al 27,69 per cento del capitale di Trevi, l’ad Salini: «Solido progetto industriale»

Le grandi opere dei prossimi anni, dalle metropolitane alle dighe, dalle ferrovie ad alta velocità alle infrastrutture idriche ed energetiche, chiedono all’Italia di fare sistema. È la logica dell’operazione su Trevi, che Webuild ha rafforzato salendo al 27,69 per cento del capitale e diritti di voto, diventando il primo azionista della società cesenate davanti a Cdp Equity, che detiene il 21,3 per cento. Alla base c’è, ha spiegato l’amministratore delegato Alessandro Salini, un solido progetto industriale. «L’obiettivo è valorizzare Trevi, darle accesso a una piattaforma da 13,6 miliardi di ricavi e 54 miliardi di portafoglio ordini, far crescere l’occupazione in Italia e all’estero e costruire una soluzione integrata, più competitiva nelle grandi gare». L’idea è integrare le competenze di Trevi nelle fondazioni speciali con la scala, i mercati e la capacità realizzativa del Gruppo Webuild, per offrire una soluzione completa dove oggi le fasi di lavoro a maggior valore aggiunto sono spesso affidate anche a soggetti terzi. Le due realtà hanno peraltro già lavorato insieme su opere come la diga di Rogun in Tagikistan e la Linea C della metropolitana di Roma.

Il corrispettivo offerto agli azionisti sale a 5,165 euro per azione

Un progetto di lungo periodo che risponde alle attese dei territori, a partire da Cesena, su occupazione e sviluppo. Webuild ha infatti indicato l’obiettivo di far crescere l’occupazione, mantenendo la sede e l’identità di Trevi, a beneficio dei suoi lavoratori e della filiera. Sul progetto si sono espressi anche gli analisti di Intermonte, che hanno giudicato «solido» il razionale per Webuild e Trevi. Sempre secondo Intermonte, le valutazioni del consiglio di Trevi sul precedente prezzo di 4,50 euro sono superate dall’aumento del corrispettivo offerto, ora pari a 5,165 euro per azione. La cifra è riconosciuta a tutti gli aderenti, anche a chi ha aderito in precedenza. Rientra nell’intervallo di valori indicato dagli advisor del Consiglio di Trevi, equivale a un premio di circa il 49 per cento sul prezzo ufficiale del 26 giugno 2026 ed è sostenuto da linee di credito già attivate. Il periodo di adesione resta aperto fino al 20 novembre 2026, e la soglia di efficacia è ridotta al 50 per cento+1 dei diritti di voto.

Come risponderebbe il governo Meloni a una jeunesse en colère italiana?

Non un’imponente protesta di studenti esasperati, ma «un’invasione islamica di massa»: questo per Donald Trump è quanto sta avvenendo a Parigi e in Francia. Al netto della deriva paranoica e razzista, il Grande Vecchio (rincoglionito) dell’internazionale autocratica ha dato la linea, e possiamo prevedere che, se la mobilitazione della jeunesse en colère contagerà le scuole italiane – a Roma, Torino e Bologna le prime avvisaglie -, il governo Meloni adotterà con entusiasmo l’approccio trumpiano, stemperandone appena l’aspetto psicopatologico. Magari i manifestanti non verranno bollati come orde musulmane tout court, ma come maranza, teppaglia da centri sociali ed estremisti pro-Pal. L’importante è ignorare il reale disagio degli studenti italiani, i cui problemi sono analoghi a quelli dei compagni francesi (scuole fatiscenti, classi pollaio, carenza di personale), e giustificare la mano pesante della polizia.

Come risponderebbe il governo Meloni a una jeunesse en colère italiana?
Come risponderebbe il governo Meloni a una jeunesse en colère italiana?
Come risponderebbe il governo Meloni a una jeunesse en colère italiana?
Come risponderebbe il governo Meloni a una jeunesse en colère italiana?
Come risponderebbe il governo Meloni a una jeunesse en colère italiana?
Come risponderebbe il governo Meloni a una jeunesse en colère italiana?

La tradizionale ostilità della destra per giovani e studio

Repressione e voce grossa appaiono tanto più necessarie al governo in periodo pre-elettorale, con il generale Vannacci che ruba consensi alla coalizione meloniana a colpi di proclami alla Farinacci e di fascist-brainrot virale (gradassate digitali al limite del nonsense e della violazione della legge Mancino: il video in stile Gladiatore è stato solo il primo esempio e, retrospettivamente, il meno scocomerato). La destra italiana sa di poter contare sulla sorda ostilità del suo elettorato verso gli studenti, categoria che unisce due delle cose che dànno tradizionalmente più sui nervi all’italiano medio: la gioventù e lo studio. La prima stimola in lui un rosicamento che nel caso migliore si traduce in condiscendenza, nel peggiore in sfiducia e diffidenza. Lo studio è impopolare perché chi studia oggi, domani rischia di diventare «uno che ha studiato», lo spettro più temuto in tutti gli ambienti, nel nostro Paese, dalla politica all’industria all’amministrazione, e a volte perfino nella scuola e nell’università.

Come risponderebbe il governo Meloni a una jeunesse en colère italiana?
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Quale fuga di cervelli, l’unica minaccia sono gli stranieri

Chi «ha studiato» ha delle aspirazioni, vorrebbe far valere il suo impegno e le sue competenze, e magari non si accontenta delle briciole; in ultima analisi, è uno che crede di valere (e magari di meritare) più dell’analfabeta funzionale. La disoccupazione intellettuale e la fuga all’estero dei laureati (e ormai anche dei diplomati) ne sono l’inevitabile conseguenza. Ma per il governo l’unica minaccia per la patria è l’immigrazione straniera, non l’emigrazione dei giovani italiani istruiti che cercano stipendi decenti e rispetto. Anzi, se ne vadano pure. E se la scuola, malgrado gli sforzi del ministro Valditara, riesce ancora a sfornare teste in grado di pensare, di criticare, di osare, mandiamogli contro i nuclei anti-sommossa.

Come risponderebbe il governo Meloni a una jeunesse en colère italiana?
Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara (Imagoeconomica).

In Italia gli insegnanti scenderebbero in campo con gli studenti?

Per questo temo che la nostra jeunesse en colère, anche se non appiccherà il fuoco ai licei, non potrà aspettarsi nemmeno le modeste aperture mostrate dal governo Lecornu, che, pur condannando le violenze, ha riconosciuto la legittimità di alcune richieste degli studenti e si è detto disposto ad affrontare i problemi più urgenti. Ed è difficile che i presidi e gli insegnanti italiani, pur incompresi e malpagati, scendano massicciamente in strada al fianco dei loro alunni, come accade in Francia. Su di loro incombe lo spettro delle ispezioni del ministero e dei provvedimenti disciplinari che potrebbero complicargli ulteriormente la vita. Oggi basta così poco per incorrere nell’accusa di “indottrinamento“, come testimonia il caso del liceo di Novi Ligure, oggetto di ispezione solo per l’incidentale menzione, nel registro elettronico, di una manifestazione contro i massacri a Gaza, in programma ad Alessandria. Un edificio scolastico su tre richiede interventi urgenti per essere messo in sicurezza, ma per i partiti di governo il vero allarme è la sparizione dei salumi dai menù di una primaria piacentina. Dalla scuola fascista libro e moschetto a quella sovranista libro e prosciutto? Ancora per poco: i prossimi tagli alla spesa pubblica prevedono l’eliminazione del libro.

Assalto alla Cgil, confermate in Appello le condanne a Fiore e Castellino

I giudici della prima sezione della Corte d’Appello di Roma, nell’ambito del filone principale sull’assalto alla Cgil del 2021, hanno confermato le sette condanne di primo grado. In particolare hanno ribadito la condanna, tra gli altri, a otto anni e sei mesi per il leader di Forza Nuova Roberto Fiore e a otto anni e sette mesi di carcere per Giuliano Castellino, leader romano del movimento di estrema destra. Per l’ex Nar Luigi Aronica confermata la richiesta di otto anni e sei mesi, mentre per Luca Castellini, Lorenzo Franceschi, Pamela Testa e Salvatore Lubrano di otto anni e due mesi. Per la Corte l’assalto alla Cgil durante la manifestazione No Green Pass è stato una devastazione aggravata in concorso, con le accuse anche di resistenza a pubblico ufficiale pluriaggravata e istigazione a delinquere. Quel giorno, si legge nelle motivazioni della sentenza di primo grado, Giuliano Castellino istigò la folla riunita in piazza del Popolo «verso condotte criminali non solo con l’esortazione “andiamo ad assediare, andiamo a prendere la Cgil”, ma anche con espressioni di attacco frontale alle istituzioni».

Fiore: «Situazione simile a Garlasco»

«È una situazione simile a Garlasco. Tra 10 anni qualcuno dirà: “Com’è possibile che siano arrivati a questo? Che le prove siano state nascoste?”», ha detto Fiore all’inizio dell’udienza. Per lui il processo è stato segnato da una «disparità di trattamento mediatico già evidenziata dal ministro Piantedosi, ma che è continuata a salire e ha raggiunto il culmine negli scorsi giorni». Parole respinte dal sostituto procuratore generale Francesco Scavo che in aula ha assicurato all’imputato che mai trasmissioni televisive e articoli hanno influenzato il pensiero dei magistrati.

Caro carburanti, il governo valuta le accise mobili

Rispondendo a una domanda sul caro carburanti a margine vertice Med9 a Spalato, la premier Giorgia Meloni ha chiarito che il governo è «sempre pronto a intervenire di nuovo, particolarmente con il meccanismo delle accise mobili». «Al mese di settembre abbiamo circa 160 milioni che possono essere spesi per questo obiettivo. Ci stiamo però interrogando se sia più efficace spendere queste risorse in questo momento, in cui comunque ci sono misure di contenimento, o tenerle come provvista per quando dovessero terminare quelle misure», ha spiegato. «Dipende anche dalla tenuta del cap. Vediamo cosa accade nelle prossime ore ma io auspico che si possa ripristinare pienamente il price cap. Poi la valutazione andrà fatta a valle».

La richiesta di maggior flessibilità all’Ue

Sulla richiesta all’Unione europea di maggiore flessibilità per l’inflazione, «mi pare che ci sia interesse perché è una questione di buon senso ovviamente». «Poi è ancora un dibattito lungo, perché per arrivare a risposte di questo tipo si deve trovare una convergenza tra la Commissione, gli Stati membri, il Consiglio ma sicuramente c’è interesse ad ascoltare», ha sottolineato spiegando di aver «avuto modo di parlarne con la presidente von der Leyen durante le nostre discussioni», e che il tema «non l’ha posto solamente l’Italia, l’ha fatto ad esempio anche la Grecia».

Esselunga, al via in anticipo il mandato del nuovo ceo Claude Sarrailh

Esselunga ha inaugurato due nuovi negozi a Roma, salendo così a cinque punti vendita nella Capitale. Le nuove aperture, una in via Lattanzio 33, nel quartiere Balduina, e l’altra in Corso d’Italia 32, strada che collega Porta Pinciana a Porta Pia lungo il tratto esterno delle Mura Aureliane, coincidono con l’avvio del mandato del nuovo amministratore delegato, Claude Sarrailh, già in carica a ottobre 2026 nonostante il suo ingresso fosse stato annunciato per l’inizio di novembre. «Sono orgoglioso di assumere la guida di Esselunga in un momento che testimonia la vitalità e le prospettive di sviluppo dell’azienda», ha detto Sarrailh. «Le nuove aperture di Roma raccontano la capacità e la volontà di crescere rispondendo alle esigenze dei clienti. Inizio questo percorso con grande entusiasmo e con l’obiettivo di valorizzare le solide competenze presenti, rafforzare ulteriormente le performance e accompagnare la prossima fase di crescita».

La presenza di Esselunga a Roma

Il negozio di via Lattanzio ha aperto con insegna Supermarket mentre quello di corso d’Italia è un LaEsse, il format di vicinato dell’azienda ideato per una spesa veloce. Entrambi acquisiti nei mesi scorsi da Esselunga, riaprono dopo gli interventi realizzati per introdurre la nuova offerta. Esselunga, inoltre, ha assunto direttamente i 47 dipendenti dei due precedenti esercizi, 37 persone di via Lattanzio e 10 di corso d’Italia, garantendo la continuità occupazionale. Il marchio ha inaugurato il suo primo negozio nella Capitale nel 2017, nel quartiere Prenestino. Sono seguiti quelli in viale Liegi, via Tomacelli e il superstore di Prenestino.