“In autunno sapremo i risultati della nostra ricerca sui vaccini anti-cancro a RNA messaggero (mRNA) per il melanoma, che sono terapie innovative progettate per istruire il sistema immunitario a riconoscere e distruggere selettivamente le cellule tumorali.
Siamo fiduciosi”.
Lo ha detto l’oncologo Paolo Ascierto a Benevento, dove ha ricevuto il “premio Janara” 2026, organizzato nell’ambito della manifestazione “La Notte delle Streghe”.
A premiare Ascierto è stato il sindaco di Benevento Clemente Mastella, che proprio qualche mese addietro gli ha conferito la cittadinanza onoraria della città.
“Grati ad Ascierto – ha detto Mastella – per quello che ha fatto e che continua a fare nel suo mondo.
Entro l’anno c’è l’intenzione di conferire qualche altro riconoscimento a personaggi, originari del nostro territorio, che si siano distinti proprio nel campo della ricerca”.
Incidente stradale sulla Cilentana. Un motociclista ha perso la vita nel pomeriggio in un drammatico incidente avvenuto all’interno della galleria di Pattano, lungo la Cilentana, nel territorio di Vallo della Lucania. Gravemente ferita la giovane donna che viaggiava con lui.
La coppia, entrambi di Eboli e legati sentimentalmente, stava percorrendo la strada statale quando, per cause ancora in fase di accertamento, la motocicletta si è scontrata frontalmente con un’automobile. L’impatto è stato devastante. Per il centauro ogni tentativo di soccorso si è rivelato inutile, mentre la fidanzata è stata stabilizzata dal personale del 118 e trasportata d’urgenza in ospedale.
Sul luogo della tragedia sono intervenuti i sanitari, i carabinieri e gli agenti della Polizia Stradale, impegnati nei rilievi per ricostruire l’esatta dinamica dell’incidente e accertarne le responsabilità.
«Ci sono ancora molti aspetti da approfondire». A poche ore dall’udienza di convalida, prevista lunedì mattina nel carcere di Salerno, l’avvocato Giovanni Mauri sceglie la prudenza e annuncia una strategia difensiva ancora in costruzione per il suo assistito, il 26enne tunisino Ridha Rahmouni, fermato dai carabinieri con l’accusa di aver ucciso il giornalista sportivo salernitano Luigi “Luca” Esposito.
Il giovane, rintracciato in un casolare abbandonato nella zona di Eboli dopo una complessa attività investigativa, ha reso una piena confessione durante l’interrogatorio, fornendo anche una propria ricostruzione dei fatti e indicando il presunto movente della violenta aggressione.
«A tutela del mio assistito non ritengo opportuno anticipare la futura strategia difensiva – ha spiegato Mauri – ma posso dire che saranno diversi gli elementi da analizzare». Tra questi, secondo il legale, ci sarebbero «il mondo delle frequentazioni della vittima e il mondo che gravita attorno al fenomeno religioso». Parole che aprono nuovi fronti di approfondimento su una vicenda che resta al centro delle indagini coordinate dalla Procura di Salerno. Gli inquirenti stanno verificando ogni dettaglio della versione fornita dal 26enne, valutando riscontri e compatibilità con gli elementi già raccolti: dai contatti telefonici tra vittima e indagato alla presenza di tracce e oggetti riconducibili al giornalista trovati nel casolare dove Rahmouni è stato arrestato.
La difesa, dunque, punta a ricostruire il contesto umano e relazionale che avrebbe preceduto il delitto, mentre la Procura mantiene il massimo riserbo sul movente, in attesa che tutti gli elementi investigativi trovino conferma.
Al centrodestra non basta un buon candidato per riaprire la partita di Milano. Servirebbe qualcosa di simile a una svolta storica. Nella raffica di nomi avanzati e poi bruciati in questi anni spicca quello di Pietro Tatarella, protagonista di una vicenda umana toccante e possibile chiave di volta per una politica sterile, che da 15 anni non riesce a toccare palla nella “capitale economica” del Paese.
Una carriera politica travolta dalla giustizia
Tatarella dice a Lettera43: «La politica deve tornare a giocare il suo ruolo, senza delegarlo ai civici». La sua è una passionaccia autentica, che lo ha spinto a ritornare in campo contro il parere della moglie Miriam, che peraltro aveva le sue buone ragioni. La loro famiglia è stata travolta da una vicenda giudiziaria nel 2019, quando Pietro, allora consigliere comunale di Forza Italia, era in piena campagna elettorale per entrare al parlamento europeo.
Pietro Tatarella a processo (foto Imagoeconomica).
Sei mesi di carcere, i domiciliari e poi l’assoluzione
Nell’inchiesta “Mensa dei poveri” è stato accusato di corruzione e per lui sono scattate le manette: sei mesi di carcere, più i domiciliari e persino l’umiliazione di essere fotografato coi ferri ai polsi all’uscita dell’aula di tribunale, contro le norme di legge. Solo dopo sette anni di calvario, oggi suo figlio maggiore Enea può finalmente dire che papà è risultato innocente. Intanto, però, l’ex enfant prodige dei berlusconiani si è ritrovato con una carriera politica bruciata, 20 centesimi sul conto corrente e la necessità di ricominciare dalla falegnameria del padre.
Pietro Tatarella nel 2012 (foto Imagoeconomica).
La motivazione dell’assoluzione ha spazzato via ogni dubbio sulla sua condotta nei rapporti con gli imprenditori finiti nel mirino dei magistrati. Un’esperienza che lo ha profondamente segnato, al punto da chiamare il secondo figlio Zeno, come il suo compagno di cella.
Solidarietà a sinistra, sciacallaggio dagli “amici”
Tatarella è ripartito proprio dal tema della giustizia, schierandosi per il Sì al referendum attraverso la forza della sua esperienza personale. Nonostante la sconfitta, la campagna ha riacceso quella fiammella che fin da ragazzo brucia nel cuore del «ragazzaccio di Baggio», come amichevolmente lo chiamavano in Forza Italia.
Pietro Tatarella vicino a Letizia Moratti durante la prima seduta del Consiglio comunale con la nuova giunta Pisapia a Palazzo Marino nel 2011 (foto Ansa).
Oggi non ha più tessere di partito. Per affrontare al meglio le accuse, si era infatti dimesso da tutto e poi non ha più sentito il bisogno di tornare organico. Comprensibile che non scalpitasse dalla voglia di rientrare in un ambiente nel quale non tutti si sono comportati in modo corretto con lui. Molto più signorile l’atteggiamento garantista di avversari politici come Mirko Mazzali (ex Sinistra ecologia libertà), Elisabetta Strada (civici), Alessandro Giungi e Pietro Bussolati (Partito democratico), nel segno di una stima trasversale sia personale sia politica maturata da tempo. Da destra gli è arrivata la solidarietà di Marco Osnato (Fratelli d’Italia), che più volte lo è andato a trovare in carcere, mentre qualcuno ha persino brindato alla caduta in disgrazia del competitor interno, radicatissimo sul territorio.
Pietro Bussolati (foto Imagoeconomica).
Il suo slogan che ricorda quello grillino…
Pur essendo fuori da Forza Italia, nel ritorno in campo Tatarella fa riferimento alle sue radici politiche. Lo slogan che ha adottato è “Non lasceremo indietro nessuno”, ispirato al suo mentore Silvio Berlusconi (ma non ricordategli che fu anche il mantra di Beppe Grillo per le campagne elettorali del Movimento 5 stelle): un modo per sottolineare l’ampliamento della forbice tra ceti agiati e deboli, un tema che la sinistra in tre mandati ha faticato a gestire. «Il carcere mi ha insegnato che ci si può trovare improvvisamente in uno stato di grave fragilità: bisogna quindi riconoscere ai cittadini il diritto di essere fragili. E aiutarli».
L’ex esponente di Forza Italia, Pietro Tatarella, al suo arrivo alla conferenza stampa durante la quale ha annunciato la sua candidatura a sindaco di Milano con lo slogan: “Non lasceremo indietro nessuno” (foto Ansa).
Sul tema di San Vittore, che qualcuno vorrebbe trasferire fuori città, non ha dubbi: «Capisco che l’area faccia gola sul piano urbanistico, ma il carcere deve rimanere lì, come monito. Certo, la situazione al suo interno è quella che tutti conosciamo, drammatica, e quindi dobbiamo spingere sul ministero perché intervenga».
Niente muro contro muro con l’attuale maggioranza
Abilmente, Tatarella vuole evitare il muro contro muro con l’attuale maggioranza. Su San Siro, praticamente sotto casa sua, dice: «Pur essendo un romantico come molti altri tifosi, credo che sia stata fatta l’unica cosa possibile e che il Comune, al netto dell’inchiesta in corso, abbia cercato di ottenere il massimo vantaggio per la città. Semmai non è stata presa in considerazione la mancanza di un’area idonea per i concerti all’aperto e quello che è successo all’ippodromo La Maura in occasione del concerto di Bad Bunny evidenzia nettamente il problema. Bisognava pensarci».
Lo stadio “Giuseppe Meazza” (Imagoeconomica).
Anche sulle ciclabili, contestatissime da molti esponenti della sua area, Tatarella sceglie un profilo molto equilibrato: «Un centrodestra moderno non può ignorare che la città sta cambiando. Tanti milanesi usano queste piste, come per esempio quella di via Monte Rosa, che funziona bene. Opponiamoci a quelle fatte male, ma senza atteggiamenti ideologici e radicalità».
La profezia su Sala, quando era solo “Mister Expo”
E la questione sicurezza? «Punto molto sulla tecnologia: mettere in Rete le telecamere può essere di grande aiuto. Non dobbiamo limitarci agli slogan, ma dare una chiara percezione della voglia di combattere il degrado e l’impunità». A suo avviso, Beppe Sala è andato meglio nel primo mandato, mentre nel secondo ha pagato dazio a un Consiglio comunale «ingovernabile». Che “Mister Expo” potesse fare bene lui lo aveva capito prima di molti altri. Nel 2015, quando si ventilava la sua candidatura, lo propose per l’Ambrogino d’oro descrivendolo come «un grande manager di centrodestra».
Beppe Sala, sindaco di Milano (Ansa).
Lo scopo era ovviamente quello di bruciarlo, perché, confidava agli amici, «questo è davvero bravo: se a sinistra puntano su di lui, ce lo teniamo per 10 anni». Infatti. A suo avviso, però, il sindaco dovrebbe fare migliore uso dei consiglieri delegati: «Oltre ai 12 assessori, se ci sono consiglieri competenti e radicati sul territorio bisogna sfruttarne le capacità al meglio. Sarei persino disponibile a concedere una delega a un consigliere di opposizione, per lavorare insieme sulla città. Perché no?».
La strizzata d’occhio ai riformisti
Profondo conoscitore delle dinamiche di Palazzo Marino, Tatarella sceglierebbe il direttore generale all’interno della pianta organica: «Per ora non faccio nomi, ma dico che la macchina comunale è molto complessa e che per gestirla al meglio ci vuole qualcuno che già la conosca». L’attuale Consiglio incide molto poco e la sua soluzione sta nell’alzare il livello, attraverso la formulazione di «liste competitive, per stimolare una vera corsa interna ai partiti e portare avanti i più meritevoli. Ci vuole un programma serio e accoglierei con piacere la proposta di Carlo Cottarelli di indicare le coperture economiche». L’apertura ai centristi non si ferma qui: «In questi anni ho apprezzato molto la capacità di Carlo Calenda di coinvolgere i giovani. Un accordo con Azione? Credo che siano decisamente più vicini alle mie idee che a quelle di Pierfrancesco Majorino!».
Pietro Tatarella nel 2018 (foto Imagoeconomica).
Difficile vincere, ma la destra riuscirà almeno a giocare la partita?
La strada verso le elezioni è ancora lunga. Se nel centrosinistra c’è un’agguerrita concorrenza interna, nel centrodestra regna la più totale incertezza. Non si tratta “solo” di scegliere il candidato, ma anche la postura che si vuole assumere nei confronti della città che un tempo era un proprio feudo mentre oggi sembra off limits. Può darsi che Tatarella non sia la scelta finale della coalizione. Se anche lo fosse, vincere sarebbe molto complicato. Ma un conto è perdere e un altro è dare la sensazione di non essere nemmeno in partita. Il 43enne Tatarella potrebbe rappresentare un’occasione per dire alla città che il centrodestra è ancora vivo – cosa che farebbe bene al dibattito generale – e che può guardare al futuro con la concreta possibilità di riemergere. Lui, d’altronde, lo ha già fatto nella vita personale. La politica ha la possibilità di seguirne le orme.
NAPOLI. Una crisi che rischia di bloccare le cure oncologiche in tutta la regione. A lanciare l’allarme i centri di radioterapia accreditati della Campania, insieme alle associazioni di settore. «Siamo a fine luglio 2026 e per la radioterapia mancano ancora gli accordi definitivi con le Asl per l’anno in corso. Di fatto si sta lavorando con una proroga informale basata sui volumi del 2025, che però sono già sottostimati. Prestazioni indifferibili e salvavita – sottolineano i centri rappresentati dal Sindacato nazionale radiologi – che esigono una programmazione tempestiva. A queste condizioni non possiamo più garantire il servizio». E per questo è in programma, mercoledì all’Hotel Ramada di Napoli, in via Galileo Ferraris 40, un incontro al centro del quale ci saranno il nodo dei contratti con le Asl e il rinnovo della programmazione regionale ferma da oltre un anno. Si tratta di una dozzina di strutture private accreditate distribuite su tutto il territorio regionale: sono quelle, si legge in un comunicato, che oggi permettono ai pazienti oncologici di fare radioterapia gratis, senza liste d’attesa infinite e vicino a casa, alleggerendo gli ospedali pubblici e rispettando i tempi previsti dalla rete oncologica. Senza contratti, però, i costi diventano insostenibili: stipendi del personale, macchinari, manutenzione. Tutto resta a carico delle strutture. Il problema non è nuovo. Già nel 2024 e 2025 la Regione era dovuta intervenire in corsa per evitare il blocco, autorizzando acconti mensili pari all’85% della produzione anche oltre i tetti di spesa. Ma ora, a metà 2026, manca ancora l’individuazione dei volumi e dei limiti di spesa. Una crisi che segue quella delle case di cura su cui si riunirà il consiglio regionale in una seduta monotematica il 30 luglio. La mobilitazione della radioterapia arriva infatti a distanza di dieci giorni dallo stato di crisi dichiarato anche dal comparto ospedaliero privato. Anche lì si chiedono: aggiornamento tariffe ferme da 14 anni, saldo del 2025, budget 2026 e riconoscimento delle attività in rete oncologica e pronto soccorso. Secondo i centri di radioterapia, il ritardo è legato al cambio di Giunta e ai tempi lunghi dell’istruttoria. Ma il timore è che si entri in una spirale di contenziosi che, come è già accaduto in passato, alimenta solo debito e incertezza. Dalla Regione Campania fanno sapere che l’iter istruttorio per il consuntivo 2025 è stato completato questa settimana e che a stretto giro partirà la programmazione 2026 per tutti gli accreditati: ospedalità, riabilitazione, dialisi, diagnostica e appunto radioterapia. L’impegno è di chiudere un’intesa entro gli inizi di agosto. Ma il tempo stringe, molte strutture di fronte alla paralisi dei pagamenti hanno già intrapreso la strada del recupero forzoso del credito per via giudiziaria che negli scorsi lustri è stato il terreno su cui la Campania si è avvitata in una spirale di debito che ha poi portato al Piano di rientro. Durante la conferenza i radiologi porteranno anche un altro tema: la teleradiologia nelle strutture penitenziarie chiedendo alla Regione regole omogenee e un Percorso diagnostico terapeutico assistenziale dedicato, in attesa delle linee guida nazionali di Sirm e Iaa. L’obiettivo è garantire anche ai detenuti lo stesso standard di cura. Cosa chiederanno alle istituzioni. Martedì i centri illustreranno nel dettaglio le criticità legate al quadro amministrativo e programmatorio, le ricadute sull’organizzazione dei servizi e il rischio concreto di interruzione della continuità assistenziale per migliaia di pazienti oncologici campani. Sarà anche l’occasione per presentare formalmente le richieste alle istituzioni e fare il punto sul confronto in corso. Perché il tema è urgente: la radioterapia non può aspettare. Un ritardo di settimane può significare una recidiva, una metastasi, una vita in meno. Alla conferenza interverranno i rappresentanti dei centri accreditati e delle associazioni di categoria.
Continua la battaglia del consigliere comunale Gabriele Casaburi sulla rottamazione quinques. Il capogruppo di Forza Italia, dopo l’interrogazione indirizzata al sindaco Vincenzo De Luca, ha presentato un’istanza di accesso agli atti indirizzata al Settore Tributi di Palazzo di Città, chiedendo di acquisire un’ampia documentazione relativa alla gestione dei tributi comunali e alle decisioni adottate dall’amministrazione in materia di riscossione e definizione agevolata. La richiesta, inoltrata al dirigente del Settore Tributi, Giovanni Salerno, e alla responsabile dell’ufficio, Maria Morena Annunziata, è stata trasmessa per conoscenza anche al Collegio dei Revisori dei Conti. Nel dettaglio, il consigliere chiede di ottenere l’elenco analitico dei tributi comunali e delle relative annualità ancora affidati all’Agenzia delle Entrate-Riscossione, oltre a quello dei tributi non più affidati all’ente di riscossione, con l’indicazione delle motivazioni amministrative e giuridiche che hanno portato a tale scelta. L’istanza riguarda inoltre tutta la documentazione che ha preceduto e accompagnato le decisioni dell’amministrazione in materia di definizione agevolata dei tributi comunali. Casaburi richiede copia di determinazioni dirigenziali, delibere, atti di indirizzo, relazioni istruttorie e tecniche, pareri legali e contabili, verbali e ogni altro documento presupposto o collegato ai provvedimenti adottati. A questi si aggiungono eventuali studi economico-finanziari e valutazioni tecniche predisposte a supporto delle decisioni dell’ente. Particolare attenzione viene rivolta anche al ruolo del Collegio dei Revisori dei Conti. Il capogruppo di Forza Italia chiede infatti copia di eventuali verbali, pareri, osservazioni e relazioni redatti dall’organo di controllo, nonché delle interlocuzioni intercorse con il Settore Tributi e con gli organi politici del Comune sulla questione. Nella nota, Casaburi evidenzia il carattere di urgenza della richiesta, spiegando che il gruppo consiliare dovrà assumere le proprie determinazioni e partecipare ai lavori del Consiglio comunale entro venti giorni. Per questo motivo sollecita il rilascio della documentazione in tempi più rapidi rispetto a quelli ordinariamente previsti dalla legge, affinché i consiglieri possano esercitare pienamente il proprio mandato. Il consigliere avverte inoltre che un eventuale ritardo o il mancato riscontro potrebbero compromettere le prerogative riconosciute ai consiglieri comunali, riservandosi di valutare ogni iniziativa consentita dall’ordinamento, compresi ricorsi amministrativi e giurisdizionali ed eventuali segnalazioni alla Procura regionale della Corte dei conti, qualora dall’esame degli atti emergessero profili di responsabilità amministrativo-contabile. Infine, Casaburi invita il Collegio dei Revisori dei Conti a valutare la documentazione richiesta nell’ambito delle proprie competenze istituzionali, formulando, se ritenuto opportuno, osservazioni e riscontri utili sull’attività dell’amministrazione comunale in materia tributaria.
Ormai è un mantra che tutti i produttori di serialitàe di film in Italia ripetono da un paio di anni: c’è incertezza sulle nuove regole del tax credit e dei finanziamenti pubblici all’audiovisivo, e le produzioni tagliano i budget, bloccano o rinviano le riprese, in attesa di tempi migliori. Lo spiegano i vertici di Rai, quando sottolineano che «su 100 ore di prodotti scripted in Italia, 74 sono Rai, con un peso crescente (erano 71 ore un anno fa, ndr) che dimostra la scarsa salute del settore, incapace di allargarsi ad altri committenti, siano essi broadcaster o piattaforme streaming». Lo ribadiscono gli amministratori di Medusa film, casa di produzione e distribuzione di Mfe-Mediaset, quando affermano che «permangono incertezze del quadro normativo in tema incentivi fiscali, ed è una situazione che spinge i produttori a rinviare l’inizio delle riprese di film. Questo potrebbe comportare una carenza generalizzata di prodotto italiano nell’ultimo trimestre del 2026 e nel primo semestre 2027».
(foto di Erik McLean via Unsplash).
Calano le produzioni con budget importanti
Basta dare un’occhiata alla tabella pubblicata dalla Direzione generale cinema audiovisivo del ministero della Cultura, quella aggiornata quotidianamente e che riporta tutte le serie e i film che chiedono sostegno pubblico e che quindi devono esplicitare i costi produttivi, per comprendere come la crisi, in realtà, sia già iniziata. Con poche produzioni da budget importanti (abbiamo considerato quelle dai sei milioni di euro in su), e dove gli unici soggetti che continuano a investire in maniera solida sono Rai e Netflix.
Nel 2026 la Rai ha una decina di serie oltre i 6 milioni
Nel 2026 Rai ha una decina di serie oltre i sei milioni di euro: la settima stagione di Rocco Schiavone (9,5 milioni per un totale di sei ore e 40 minuti di prodotto); L’ombra (dei Manetti Bros., otto ore e 20 minuti di prodotto per 9,6 milioni di euro); Mamma, non mamma (con Gabriella Pession, sei ore e 40 minuti di prodotto per 9,2 milioni di euro); One of us (con Raoul Bova, sei ore e 40 minuti per 7,7 milioni di euro); la seconda stagione di Stucky (con Giuseppe Battiston, sei ore e 30 minuti di prodotto per 7,5 milioni di euro); la quinta stagione di Makari (sei ore e 40 minuti per 9,4 milioni di euro); Ogni santo martedì, sei ore e 40 minuti con costi di produzione pari a 8,2 milioni di euro; la miniserie L’invisibile, per 8,3 milioni di euro; la seconda stagione di Libera (cinque ore per 6,1 milioni di euro); Una piccola formalità (cinque ore per 6,7 milioni di euro).
Marco Giallini durante il photocall della serie Rocco Schiavone (Ansa).
Netflix si ferma a cinque, tra serie e film
La piattaforma di streaming per il 2026 ha al momento solo cinque produzioni seriali originali o film importanti in Italia: Troppo invidiosa (con Diana Del Bufalo, tre ore e 20 minuti per 8,1 milioni di euro); The Label (con Christina De Sica, cinque ore per 12,6 milioni); Suburramaxima (cinque ore per 14,4 milioni di euro).
E poi due film: La valanga, sulla tragedia di Rigopiano, con un budget di rilievo, 17,2 milioni di costi produttivi; e Campioni (con Alessandro Gassmann, 8,2 milioni). Poca roba per gli altri broadcaster: Sky, nel 2026, ha in programma la serie Gucci-Fine dei giochi (di Gabriele Muccino, sei ore per 18 milioni di euro); e la seconda stagione di Piedone, tre film per un totale di quattro ore e 30 minuti con costi produttivi di 9,9 milioni di euro. Mediaset è ferma alla terza stagione di Viola come il mare (dieci ore per 12,74 milioni di euro). Prime Video al film Masterplan da 19,3 milioni. Hbo Max alla miniserie Melania. Il caso Rea-Parolisi (tre ore e 33 minuti per nove milioni di euro).
Ma che il vento sia cambiato emerge anche dai film italiani per il cinema incasellati nell’anno 2026: addio alle produzioni oltre i 20 milioni di euro (c’è solo Cambiare l’acqua ai fiori, ma si tratta di una co-produzione internazionale), e pochissime quelle che superano i 10 milioni: Un tranquillo funerale di famiglia (regia di Massimiliano Bruno) ha costi produttivi di 7,3 milioni di euro; Petrichor, con Valeria Golino, 15,3 mln; Gaza- Linea di difesa (con Stefano Accorsi) 7,4 mln; Nessun dolore (regia di Gianni Amelio) sei milioni; Regina (di Margaret Mazzantini) 6,5 milioni di euro; Me, You, sette milioni; La casa in fiamme 7,3 milioni; Cuore nero (di Emanuele Crialese) otto milioni; Il rumore delle cose nuove 9,7 milioni; il già citato Cambiare l’acqua ai fiori 21,3 mln; e, infine, Succederà questa notte (di Nanni Moretti) con costi produttivi di 13,4 milioni di euro.
“Mancano pochissimi giorni prima che il no alla rottamazione dei tributi a Salerno diventi definitivo. Quello di De Luca non è un atto politico, ma un miope accanimento ad personam a danno dei cittadini, in aperto contrasto persino con quanto già tracciato dal Commissario Prefettizio”. A dichiararlo è l’On. Lucia Vuolo, già europarlamentare della IX Legislatura e prossimo Vice Segretario regionale della Lega. “Siamo all’assurdo” – incalza la parlamentare. – “Perfino il Presidente Fico, come ben evidenziato dal nostro Segretario Regionale Gianpiero Zinzi e dai consiglieri Michela Rostan e Massimo Grimaldi, si è arreso all’evidenza applicando la salvifica ‘rottamazione quinquies’ per i conti della Regione Campania. Se persino la sinistra riconosce la bontà delle misure del Governo e del ministro Salvini, l’ostinazione di De Luca a Salerno è solo un puntiglio ingiustificabile che punisce le famiglie e le piccole imprese locali.” “De Luca preferisce difendere un sistema fallimentare: continua ad affidare i salernitani ad agenzie private di recupero che vessano i contribuenti con sanzioni e costi spropositati. Il risultato? Le agenzie non incassano nulla, le casse comunali restano vuote e i cittadini finiscono strangolati. La rottamazione, al contrario, garantirebbe all’Ente incassi veri e immediati e darebbe una boccata d’ossigeno a chi ha dichiarato i propri redditi ma ha avuto difficoltà a versare il dovuto.” “De Luca metta da parte l’arroganza e faccia un passo indietro prima che scada l’ultima chiamata: conceda ai salernitani gli stessi diritti e le stesse opportunità di mettersi in regola che la legge garantisce al resto d’Italia”, conclude l’On. Vuolo.
Negli anni di governo della mujer y madreGiorgia Meloni, un battibecco molto spiacevole tra Gigi Marzullo e Francesca Fagnani ci riporta a terra. E fa riaffiorare una domanda che forse non è così scontata: perché la maternità è improvvisamente sparita dal dibattito pubblico?
"Le manca non essere diventata madre?", Gigi Marzullo lo chiede a Francesca Fagnani. La risposta della conduttrice di Belve…
Eppure della difesa delle donne, e in particolare modo delle madri, questo governo ha fatto una bandiera. In primo luogo, a livello ideologico, con il muro eretto attorno a una idea di figura ben precisa. La maggioranza di centrodestra ha iniziato la legislatura con la tutela della madre biologica, attraverso la legge che ha reso la gestazione per altri un reato universale. Una normativa pienamente in vigore dal 2024 che prevede la reclusione da tre mesi a due anni, oltre a una multa fino a un milione di euro. Ma la cui applicabilità è sostanzialmente ‘sospesa’ per le difficoltà che comporterebbe punire penalmente condotte perfettamente lecite e regolamentate in altri ordinamenti, oltre a sollevare dubbi sulla illegittimità di incriminare un genitore per aver formato una famiglia. Ma la legge Varchi (dal nome dell’esponente di FdI, Carolina Varchi) è sospesa anche dalla discussione pubblica, se ne parla raramente come se non fosse mai stata approvata. Una sorta di rimozione collettiva dell’argomento che riguarda invece molte famiglie che hanno fatto ricorso a queste pratiche affrontando viaggi, costosi e impegnativi a livello psicologico, in altri Stati o continenti.
Carolina Varchi (Imagoeconomica).
Gli hater contro Chiara Tagliaferri e Nicola Lagioia
Ha riaperto il dibattito un libro autobiografico di Chiara Tagliaferri, Arkansas, che racconta l’esperienza nello Stato Usa, dove è nata, grazie a un’«alleanza tra tre donne» (Chiara, la donatrice e la gestante), la figlioletta avuta con il marito Nicola Lagioia.
Ma basta leggere i commenti agli articoli di riviste e quotidiani al libro di Tagliaferri per capire che l’assenza di un dibattito, serio e alto, sul tema non è un problema da trascurare. La maggior parte dei critici della scelta della Gpa accusa la coppia di aver agito con egoismo, accusandola di non aver scelto di aiutare un bambino bisognoso con l’adozione.
Nicola Lagioia e Chiara Tagliaferri (da youtube).
Anche Benedetta Rossi finisce nel tritacarne
Ma altrettanto commentata è stata la scelta di adottare, annunciata dalla più nota Benedetta Rossi e dal marito. La celebre influencer dei fornelli ha diffuso una sua foto all’aeroporto in partenza per il «viaggio più bello della vita»: ovvero verso le due sorelline che entreranno a far parte della loro famiglia. E anche lì, sono arrivate migliaia di critiche. Chi ha apprezzato la scelta, ha lodato il buon cuore di Benedetta, come se l’adozione fosse un gesto caritatevole nei confronti di una umanità bisognosa e non l’atto di costruzione di una famiglia. I critici e gli hater, invece, hanno insinuato che avessero “pagato” le bambine, ignorando il percorso di controllo articolato cui bisogna sottoporsi per l’adozione internazionale in Italia. Insomma, il tema interessa molto e ci sarebbe tanto da dire. Per esempio, per quanto riguarda le adozioni internazionali questo governo ha cercato di tamponare la discesa drammatica delle richieste, approvando rimborsi cospicui per chi ha adottato nel 2024 e nel 2025.
Ma anche l’essere madre in una società in cui le donne sono sempre più impegnate a livello professionale è un tema che non sembra più conquistare un posto degno nel dibattito pubblico. Meloni porta molto spesso con sé la figlia quando è costretta a essere assente per più giorni in missioni intercontinentali. Ma la premier intende mantenere questa sua dimensione molto privata, non ama che se ne parli. E i giornali evitano proprio di riportare là notizia, che comunque ha un suo senso sociale, sociologico e politico, anche solo di esempio. Non si parla neanche di questo.
Giorgia Meloni (Ansa).
Manca una riflessione politica sul tema della maternità
E così ci troviamo impreparati davanti alla domanda indelicata di Marzullo, il “signore della notte”, a Francesca, la “belva della tv”. «Non hai avuto un figlio per scelta o per motivi medici?». Una domanda che non andrebbe posta neanche Sottovoce, caro Marzullo. Ma non perché siamo nel 2026, come lamenta Fagnani. Non va fatta e basta perché non sai mai il vissuto che risveglia in una donna che non ha avuto figli una richiesta del genere. E quindi tanta solidarietà alla belva che si è sentita ferita e ha giustamente replicato. Poi però uno si riascolta bene la risposta di Fagnani, e torna a pensare che è sempre più urgente una riflessione sul significato ‘politico’ (nel senso faucaultiano del termine) dell’esperienza della maternità. «Mi manca un figlio? Non ho la prova del contrario, non avendo figli non ho vissuto quell’esperienza. Mi manca qualcosa che non conosco? Non lo so. È una gioia immensa che non ho vissuto? Sicuramente», dice Fagnani prima di aggiungere: «Penso che la maternità si esplichi in mille modi diversi: con gli amici, con la famiglia, con i cani…». Per il Donald Winnicott, la maternità non è solo cura fisica, ma la capacità di farsi ambiente accogliente e protettivo. Questo permette al bambino, che sperimenta una dipendenza assoluta, di strutturare il proprio sé attraverso l’esperienza di essere compreso e contenuto dall’altro. È esperienza e accoglienza dell’altro. Un rapporto complesso tra essere umani. Ecco, non pensiamo che per “altro”, Winnicot avesse in mente un, seppur delizioso, cavalier king.
Pontecagnano Faiano – Una serata da cerchiare in rosso sul calendario del trotto italiano. Domenica 26 luglio 2026 l’Ippodromo Valentinia ospita la Riunione N° 09 della stagione, con inizio delle corse alle ore 19:50: sette corse in cartellone e, soprattutto, le attesissime batterie di qualificazione al Campionato Nazionale Femminile riservate alle cavalle di 3 e 4 anni, un appuntamento che proietta la pista di Pontecagnano al centro della scena nazionale. Le eliminatorie del Campionato Nazionale Femminile È un’occasione tutt’altro che ordinaria. Le due prove di qualificazione – il Premio Campionato Femminile dei 3 Anni (ore 20:45, metri 2060) e il Campionato Femminile dei 4 Anni (ore 21:45, metri 2060, valido come II Tris) – mettono in palio un montepremi di 13.200 euro ciascuna e, soprattutto, il pass per la finale del Campionato Nazionale. Ai nastri di partenza le migliori femmine indigene allevate in Italia: al Campionato dei 3 Anni sono ammesse le cavalle vincitrici di almeno 10.000 euro al 30 giugno, mentre per i 4 Anni l’asticella si alza a 20.000 euro. Nomi che valgono da soli il prezzo della serata: Idra Pal Bar, Ingrid Play, Isabelle Effe, Incontrada Grif, Genny LJ, Glen Rose, Ginger Wise AS, Glamour Gio, Gmail Road Grif. In entrambe le corse, la Valentinia S.r.l. offre una coppa al guidatore e al proprietario della cavalla vincitrice: un riconoscimento che si aggiunge alle quote di montepremi riservate a guidatori, allenatori e allevatori, e che sottolinea il prestigio di una qualificazione nazionale. A completare il premio, ai vincitori verranno donati i vini di Viticoltori Lenza, a suggello di una serata che unisce lo sport e le eccellenze del territorio. In pista i Top Class del trotto italiano Il richiamo delle eliminatorie ha portato a Pontecagnano un parterre di guidatori di primissimo livello. Sulle sulky si accomoderanno Alessandro Gocciadoro, Vincenzo Piscuoglio Dell’Annunziata, Enrico Bellei, Antonio Simioli e Vincenzo Luongo: nomi che frequentano abitualmente i grandi appuntamenti del trotto nazionale e internazionale e che qui si sfideranno colpo su colpo, insieme ai migliori interpreti del trotto campano. Una concentrazione di talento di questo livello è un’occasione rara, che promette duelli tirati fino all’ultimo metro. Il programma della serata Ore Corsa Distanza Montepremi Scommessa 19:50 Premio degli Inventori – Maiden 1600 m € 8.800 Trio 20:20 Premio Meucci – Gentlemen 2060 m € 3.850 Trio 20:45 Campionato Femminile 3 Anni – Qualificazione 2060 m € 13.200 Trio 21:15 Premio Volta 1600 m € 10.120 Trio 21:45 Campionato Femminile 4 Anni – Qualificazione 2060 m € 13.200 II Tris 22:15 Premio Da Vinci 1600 m € 9.900 Trio 22:45 Premio Marconi – Corsa Nazionale 1600 m € 6.600 — Il montepremi complessivo della riunione sfiora i 66.000 euro, ripartiti fra proprietari, allenatori, guidatori e allevatori. Apre il convegno, alle 19:50, il Premio degli Inventori (Maiden, 8.800 euro) riservato ai puledri di 2 anni al debutto assoluto; chiudono il Premio Da Vinci (9.900 euro) e il Premio Marconi, corsa nazionale per cavalli di 5 anni e oltre. Da non perdere anche il Premio Meucci, tradizionale prova riservata ai Gentlemen. Una serata per tutta la famiglia Come sempre, l’Ippodromo Valentinia non è soltanto corse. Sono attivi i punti ristoro con pizzeria e zeppoleria, mentre i più piccoli possono divertirsi nel parco giochi interno: una formula che rende la serata al trotto un appuntamento adatto a tutta la famiglia, tra l’odore della pista, il ritmo degli zoccoli e la buona cucina. Il calendario di agosto è già fitto: si riparte lunedì 3 agosto (inizio riunioni alle 19:50), con le giornate di mercoledì 5, lunedì 10 (TQQ), mercoledì 12, lunedì 17, venerdì 21 con il Gran Premio Valentinia, lunedì 24 (TQQ, Giornata Gentlemen), mercoledì 26 e lunedì 31 (TQQ).
Giovani e imprenditoria: un binomio tutt’altro che semplice, ma certamente non impossibile. In un’epoca in cui si parla sempre più spesso di fuga dei cervelli e di ragazzi che scelgono di cercare opportunità professionali lontano dall’Italia, o che faticano a trovare la propria strada nel mondo del lavoro, c’è anche chi decide di investire sul proprio territorio, trasformando impegno, sacrificio e determinazione in una concreta realtà imprenditoriale. Tra questi c’è Gennaro Marzullo, giovane imprenditore salernitano che rappresenta l’esempio di come fare impresa oggi sia una sfida complessa, ma non irrealizzabile. Con competenza, dedizione, spirito di sacrificio e una forte passione per il proprio lavoro, è riuscito a costruire un percorso di crescita costante, dimostrando che la perseveranza può fare la differenza. Oggi Gennaro Marzullo è tra i protagonisti della gestione della rete di supermercati del Gruppo Marzullo, presente con numerosi punti vendita in diversi comuni della provincia di Salerno. Un percorso imprenditoriale che testimonia come, nonostante le difficoltà economiche e le sfide del mercato, sia ancora possibile creare valore, generare occupazione e guardare al futuro con fiducia, puntando su professionalità, innovazione e radicamento nel territorio. Giovane imprenditore salernitano, cosa significa oggi essere imprenditore e, soprattutto, un giovane? «Essere imprenditore oggi significa prima di tutto assumersi una grande responsabilità verso le persone: i dipendenti, le loro famiglie e i clienti che ogni giorno varcano la soglia dei nostri supermercati. Farlo da “giovane” aggiunge una sfida in più, quella di doversi guadagnare il rispetto sul campo ogni singolo giorno, dimostrando concretezza e cercando di imparare sempre di più per poter contribuire in prima persona alla crescita della propria azienda. Ma al di là della gestione quotidiana, significa avere il coraggio di credere al massimo in un progetto. L’imprenditoria vera non nasce dall’ossessione per il guadagno economico, ma dalla passione viscerale per quello che si fa. Quando ami davvero il tuo lavoro, la dedizione diventa naturale: metti la testa, il cuore e il tempo in un’idea, spingendola fino in fondo anche nei momenti di difficoltà. Se alla base c’è questo tipo di amore e di rispetto per quello che costruisci, i risultati economici arrivano di conseguenza, ma la vera soddisfazione resta aver dato forma a un sogno con le proprie mani e aver fatto la differenza per il proprio territorio». Quali sono oggi i principali ostacoli che un giovane imprenditore deve affrontare a Salerno? «I principali ostacoli sono legati alla velocità e alla sostenibilità economica dell’impresa. Da un lato c’è la burocrazia, i cui tempi spesso rallentano la realizzazione dei progetti e gli investimenti sul territorio. Dall’altro lato c’è una pressione costante sui costi di gestione aziendale. Oggi fare impresa significa fare i conti quotidianamente con spese energetiche elevate, costi della logistica, forniture, adempimenti strutturali e la gestione del personale. La vera sfida per un giovane imprenditore è riuscire a bilanciare questa complessa struttura dei costi con l’efficienza operativa, mantenendo sempre alti gli standard di qualità del servizio senza trasferire i rincari sul cliente finale. A questo si aggiunge un tema delicatissimo: la ricerca di personale. Oggi è sempre più difficile trovare giovani disposti a mettersi in gioco con costanza e visione a lungo termine, ma al tempo stesso c’è una forte mancanza di percorsi formativi sul territorio che preparino davvero al mondo del lavoro. Per noi la squadra è tutto: il valore della nostra azienda passa dalle mani e dai sorrisi di chi sta al banco o alle casse. Per questo, la vera scommessa oggi non è solo trovare talenti, ma saperli motivare, formarli e farli sentire parte di un progetto comune, dimostrando che anche qui al Sud si può costruire una carriera solida e dignitosa». Salerno, così come la provincia, sostiene davvero chi vuole fare impresa? «La risposta sta nell’incredibile potenziale di questa terra. Da un lato c’è la risposta della gente: i salernitani hanno un cuore enorme, riconoscono il valore del lavoro ben fatto e sanno premiarlo con una lealtà straordinaria. Da questo punto di vista, la comunità è il nostro primo e più forte sostegno. Dall’altro lato, c’è un tessuto istituzionale ed economico con cui il dialogo è aperto, ma che vive le tipiche complessità dei tempi moderni. Non parlerei di mancanza di sostegno, ma di una grande opportunità ancora da cogliere: quella di fare sempre più sistema. Salerno ha le carte in regola per diventare un punto di riferimento per l’intero Mezzogiorno; per riuscirci serve un’alleanza ancora più stretta e snella tra la visione delle istituzioni e il coraggio di chi fa impresa sul campo. Ognuno deve fare la propria parte con senso di responsabilità, perché quando un’azienda cresce sul territorio, cresce la qualità della vita di tutta la comunità». Le istituzioni locali ascoltano le esigenze degli imprenditori? «Il dialogo c’è e la disponibilità ad ascoltare non manca. La vera differenza, però, la fanno i tempi. Nel mondo del commercio di oggi bisogna prendere decisioni veloci, perché i problemi delle famiglie e delle aziende si ripercuotono nel quotidiano. La burocrazia, per sua natura, ha invece tempi molto più lunghi. Non chiediamo corsie preferenziali o favori, ma solo strumenti più semplici e risposte più rapide per poter lavorare bene. Quando un’azienda investe sul territorio crea lavoro e servizi per tutti: se riusciamo a snellire i tempi concreti, a beneficiarne è l’intera città». Molti giovani scelgono di andare via. Lei perché ha deciso di restare? «Chi parte per inseguire un sogno o un’aspirazione diversa ha tutto il mio rispetto: lasciare casa richiede coraggio e non va mai giudicato. Per me e per la mia famiglia, la scelta è stata diversa, ma altrettanto profonda. Abbiamo deciso di restare per dare continuità a quello che con tanta dedizione è stato costruito negli anni, guidati da un amore viscerale per la nostra terra e dalla convinzione sincera che Salerno e la Campania abbiano un valore inestimabile. Per noi non si tratta solo di fare impresa, ma di custodire e far crescere un legame con la comunità in cui siamo nati. Restare è stata una scelta di cuore, ma anche di responsabilità: crediamo in questo territorio e vogliamo fare la nostra parte per far sì che un domani un giovane salernitano possa scegliere di rimanere qui, non per necessità, ma perché trova un’opportunità concreta in cui realizzare il proprio futuro». Cosa direbbe a un suo coetaneo che vorrebbe aprire un’attività ma ha paura di fallire? «Gli direi prima di tutto che la paura non è un difetto o un problema, ma è qualcosa che ci metti in guardia e ci fa agire. Oggi viviamo in un’epoca che corre a una velocità mai vista, dove l’incertezza è un aspetto quotidiano da affrontare e la tentazione di restare fermi per non rischiare è fortissima. Ma c’è una verità che dobbiamo ricordarci: restare fermi fa molti più danni rispetto al fallimento. Fallire non significa essere un fallito, significa aver avuto il coraggio di testare le proprie idee sul campo e imparare dai propri errori. In un mondo in continua trasformazione, l’unico vero errore è restare spettatori della propria vita. A un mio coetaneo direi: non guidare d’istinto, guida con la testa, ma fai battere il cuore. Servono studio, preparazione, umiltà nell’imparare dagli errori e la capacità di adattarsi ogni singolo giorno. Se dentro hai una visione solida, la disciplina per portarla avanti e la passione per quello che fai, la paura deve diventare il tuo carburante, non il tuo freno. Meglio costruire qualcosa di tuo con rispetto e criterio, affrontando gli ostacoli a testa alta, che vivere un domani con il peso del “chissà come sarebbe andata”. Il futuro non si aspetta, si costruisce». Crede che oggi fare impresa sia più difficile rispetto a dieci anni fa? «Non so se sia più difficile o più facile, sicuramente è del tutto diverso, anche perché ero solo un ragazzino. Credo però che dieci anni fa il mercato era più prevedibile. Oggi tutto corre a una velocità quadruplicata: i consumi cambiano rapidamente, le esigenze cambiano quotidianamente, la digitalizzazione è indispensabile, e tutto ciò comporta un impatto immediato sui carrelli della spesa. È un’epoca che perdona meno gli errori, ma che premia enormemente chi sa adattarsi rapidamente e sa rimanere vicino alle esigenze reali della gente».
Nel 407 a.c. Platone, ad Atene, diviene discepolo di Socrate; nel 2026 d.c. Gianmarco a Torraca, diviene discepolo di Giovanni. Come allora Socrate è ricorso al Mito come strumento utilizzato dove il linguaggio razionale incontra i propri limiti, così Giovanni vi ricorre ora. Sono passati 2500 anni circa e il mistero del Mito rimane intatto. Può cambiare nome, può cambiare vestito e perfino luogo, ma il Mito resiste a tutto. E allora Giovanni incontra a Torraca tale Peppino (nome di fantasia) che gli chiede cosa ne pensa di un fatto di cronaca. È stato condannato un signore che ha ucciso due rapinatori e ha ferito gravemente un terzo mentre erano in fuga dopo una rapina; li ha sparati alle spalle dopo averli rincorsi con una pistola illegalmente detenuta. Tutta l’Italia non parla d’altro; sono stati “scritti” centinaia di articoli di segno opposto; per molti non c’è giustificazione per quell’imputato giustamente condannato, per altri ha fatto bene il giustiziere che non dovrebbe andare in galera. Giovanni è avvocato penalista che svolge questa professione dal 27 marzo 1979); Peppino è un imprenditore che ora vive di rendita e pensione e legge il giornale tutti i giorni. Peppino diventa allora Theuth e Giovanni il Re d’Egitto presso cui Theuth si era recato per presentargli le sue scoperte: il calcolo, la geometria e la “scrittura”.Peppino ribatte a Giovanni dicendogli che non ha capito niente della legittima difesa, che il “giustiziere” ha avuto ragione a sparare; Giovanni, ovviamente gli dice il contrario e argomenta il suo pensiero. Peppino parla per bocca di altri senza elaborare un suo autonomo e intimo pensiero, Giovanni invece spiega tutti i passaggi logici e tecnici per cui è giunto alla conclusione che tenta inutilmente di spiegare al suo interlocutore. Peppino, in buona sostanza, afferma che ha ragione lui perché ha” letto” ciò che hanno “scritto” altri su questo argomento. Giovanni gli fa notare che la “scrittura”, cioè ciò che ha letto, ha prodotto in lui una dimenticanza perché, affidandosi a segni esterni (e la scrittura è un segno esterno), egli ha trascurato la “memoria interiore”, ha dimenticato di ragionare. In effetti Giovanni dice a Peppino che quello che ha trovato scritto da altri non è vera sapienza, ma solo apparenza di sapere. Le persone, dice Giovanni a Gianmarco suo novello allievo, leggendo molte cose senza essere istruiti come è Peppino, crederanno di sapere molto mentre in realtà non comprenderanno in profondità. Ecco allora che non c’è nulla di nuovo sotto il sole: Theuth e il Re d’Egitto di 2500 anni fa sono gli odierni Peppino e Giovanni. Platone nel suo mito e Giovanni oggi non criticano la scrittura in sé, ma invitano a distinguere diversi livelli di sapere: la scrittura sebbene mezzo potente è ambivalente. Chi legge, come il nostro fantomatico Peppino, può avere l’impressione di sapere, senza avere realmente compreso. Il punto di incontro del mito di Platone e della storiella di Giovanni, gli fa notare Gianmarco al Maestro, è la differenza tra memoria viva e memoria artificiale. La prima consiste nella capacità di assimilare e rielaborare; la seconda si affida a sostegni esterni che possono essere sfogliati ma non sostituiscono il pensiero. Giovanni spiega a Gianmarco che la scrittura, e quindi ciò che si legge, sono come un farmaco nel suo duplice significato di rimedio e veleno. Può essere utile, ma anche dannosa, a seconda dell’uso che se ne fa. Il nostro Peppino, attraverso ciò che ha letto, si è avvelenato a tal punto da dire – lui neanche forse diplomato – a un giurista come Giovanni con 47 anni di attività professionale, che “non capisce niente della legittima difesa”. Il mito di Peppino perciò apre la riflessione sulla conoscenza come processo attivo. Sapere non significa accumulare informazioni come fa Peppino che legge tutti i giorni il giornale, oppure come fanno molti continuamente collegati alla rete, ma sapere significa comprendere, interrogare, mettere in relazione. Il buonsenso non consiste nel rifiuto degli strumenti, ma nella capacità di usarli senza delegare ad essi il giudizio; le informazioni vanno comprese. La verità dice Giovanni a Gianmarco, non si trova nei segni e quindi nella scrittura, ma nel dialogo, nella reciprocità viva tra le persone; proprio in quello che il nostro Peppino immaginario ha evitato abbandonando il dialogo, andandosene via, e non ascoltando ciò che avrebbe stimolato una sua riflessione. Giovanni allora spiega al discepolo Gianmarco che non ci deve essere il rifiuto della scrittura, ma questa deve essere considerata relativa. Il testo degli articoli che Peppino ha letto non possono rispondere alle domande, non possono adattarsi all’interlocutore, non possono difendersi da interpretazioni sbagliate. La scrittura e quindi gli articoli che legge Peppino, sono per loro natura qualcosa di fisso. Dice Giovanni a Giamarco: mentre la scrittura conserva, il dialogo trasforma. Il mito di Peppino perciò come quello di Theuth invita a un uso consapevole degli strumenti del sapere. Ogni mezzo, quindi anche la scrittura, per quanto utile, non può sostituire il pensiero. Oggi più che allora, e cioè 2500 anni fa, il significato è immutato: non basta avere a disposizione il sapere (cioè avere centinaia di articoli da leggere e milioni di informazioni in Internet), occorre saperlo comprendere.
Monnezza d’oro, arrivano i Casalesi a Salerno e provincia per mettere le mani sul sistema di gestione dei rifiuti nei Comuni. La notizia arriva da Eboli, dove è stato appaltato il sistema di gestione dei rifiuti (per ben 38 milioni di euro) ad imprese napoletane con sede legale a Scafati e sede operativa a Gricignano d’Aversa. La ditta alla quale è stato concesso l’appalto (38 milioni di euro) per la gestione dei rifiuti è stata destinataria di una interdittiva antimafia della prefettura di Napoli. I problemi per l’imprenditore Carlo Savoia, ritenuto dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli responsabile di aver truccato la gara da 116 milioni di euro per il servizio rifiuti del Comune di Caserta – con la complicità del ex dirigente Marcello Iovino, del dipendente comunale Pippo D’Auria, di Pasquale Vitale e del sindaco Carlo Marino – non finiscono solo nella storia relativa al Comune capoluogo. Passando per Eboli, arriviamo in Puglia, dove il Tar di Lecce ha sospeso l’aggiudicazione della gara d’appalto per il servizio, sempre di raccolta rifiuti, nel comune di San Donaci, in provincia di Brindisi. Tornando all’appalto gestione rifiuti di Eboli, il provvedimento riguarda la ditta Ecologia e Servizi Italia, società che insieme a Energeticambiente avrebbe dovuto aggiudicarsi anche il mega appalto verde a Caserta oltre quello di Eboli. L’interdittiva antimafia è stata fatta dalla Prefettura di Napoli dopo che la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli ha indagato sulla ipotizzata vicinanza della Ecologia e Servizi al clan dei Casalesi proprio tramite Carlo Savoia, gestore di fatto della società ma, sulla carta, semplicemente marito del socio di maggioranza della stessa ditta, Lucia Iorio. C’è il coinvolgimento di Savoia nell’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Napoli sugli appalti truccati, tra cui, come detto, quello di Caserta. Tra le altre cose, l’aggiudicataria non aveva dichiarato, al momento della partecipazione, la sussistenza di rilevanti indagini penali a carico dell’ex amministratore unico dell’azienda Gennaro Cardone (cessato dalla carica il 20 aprile 2020) braccio destro di Savoia, anche lui coinvolto nell’indagine della Dda. Per Eboli resta da chiedersi se la Centrale Unica di Committenza Sele-Picentini non fosse a conoscenza delle indagini sulla ditta arrivata prima, cioè la Ecologia e Servizi. A Eboli la guerra sull’appalto della gestione dei rifiuti vede protagonista la ditta Sarim s.r.l., già affidataria del servizio. Il Tar di Salerno ha esaminato la complessa vicenda e con un’ordinanza cautelare il 23 luglio 2026 i giudici hanno accolto il ricorso presentato dalla Sarim s.r.l., congelando l’iter che aveva portato all’assegnazione del servizio alla società Ecologia e Servizi Italia S.r.l. Nella contesa ruota attorno alla maxi gara indetta dal Comune di Eboli e gestita dalla Centrale Unica di Committenza Area Sele-Picentini, la Sarim s.r.l. ha contestato in sede giurisdizionale l’intera procedura di affidamento. Nel mirino dell’azienda non sono finiti soltanto i singoli verbali e la determina dello scorso maggio con cui era stata disposta l’aggiudicazione a favore di Ecologia e Servizi Italia S.r.l., ma l’intera architettura dell’appalto: dal bando di gara al disciplinare, passando per il Piano industriale, il Capitolato speciale e la delibera di Giunta comunale di approvazione del Piano di gestione dei rifiuti. Nel giudizio si è costituito il Comune di Eboli mentre la CUC e l’Ente d’Ambito ATO Salerno non si sono costituiti. A orientare la decisione del collegio giudicante sono stati i riscontri emersi dalle attività di verificazione svolte nel corso del procedimento, assegnate dai giudici amministrativi a tre docenti dell’Università degli Studi di Salerno. I giudici salernitani hanno ritenuto che l’istanza cautelare fosse meritevole di accoglimento, disponendo la sospensione immediata degli effetti dei provvedimenti impugnati e congelando sia le procedure di gara sia l’esecuzione dell’affidamento. L’udienza di merito è fissata per ottobre. Non si tratta della parola fine ma certamente di uno stop pesante per l’Amministrazione comunale ora guidata dal Commissario prefettizio Gaetano Tufariello, Viceprefetto di Reggo Calabria. La questione si sposta ora all’autunno: il TAR ha infatti confermato l’udienza pubblica fissata per il 7 ottobre 2026, data in cui la vicenda verrà discussa ed esaminata nel merito per la decisione definitiva. Per la gestione dei rifiuti a Eboli (con il sindaco Mario Conte) l’allora segretario generale Domenico Gelormini avviò di fatto l’iter per valutare gli estremi di una eventuale risoluzione del contratto quinquennale, di circa 28 milioni di euro, stipulato il 30 giugno 2020 con la Sarim s.r.l. per l’espletamento del servizio. Secondo il sindaco Conte e il segretario generale dell’Ente ci fu, da parte della Sarim, la violazione del Patto d’integrità accettato e sottoscritto dalle parti con una serie di ulteriori impegni reciproci mirati alla corretta esecuzione del contratto ed improntati al rispetto di regole comportamentali volte a prevenire qualsiasi tentativo di corruzione o condizionamento. A quattro mesi dalla stipula, infatti, la Sarim comunicò all’Ente ebolitano una variazione dell’assetto societario, ovvero la cessione di tutte le quote da parte di due amministratori ai rispettivi figli, uno dei quali assunse contestualmente anche la carica a nuovo presidente del C.d.A. della Sarim al posto del padre. Di qui l’iniziativa del segretario generale che provvide a informare il responsabile dell’Area Ambiente per l’avvio del procedimento conseguente per la risoluzione del contratto dopo previa intesa con l’Autorità Nazionale Anticorruzione. All’epoca, presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione era Raffaele Cantone, divenuto qualche mese fa procuratore della Repubblica presso il tribunale di Salerno. L’azienda Sarim s.r.l. ha origini ebolitane ed è attiva fin dagli anni Ottanta. Oggi è una delle maggiori aziende di rifiuti sul territorio nazionale con appalti in diverse città italiane che commentano positivamente la gestione dei rifiuti. Solo a Eboli, lo scorso gennaio, il sindaco Mario Conte e l’assessore all’Ambiente Nadia La Brocca coinvolsero il Consiglio comunale in una delibera con i nuovi indirizzi politici per la raccolta dei rifiuti. Il servizio rifiuti, secondo gli amministratori ebolitani, presentava delle criticità che intendevano superare; criticità segnalate dallo studio tecnico-economico dei responsabili degli uffici dello stesso assessore. Un’inedita discussione sui nuovi indirizza politici neppure fatta per i miliardi di opere pubbliche previste dal PNRR. La stessa Sarim s.r.l. azienda nazionale dovette rinunciare ad un lotto di terreno nella zona industriale di Eboli per la creazione di un nuovo impianto dopo una protesta organizzata contro i rifiuti, unita ad una ossessionante campagna di stampa che sfiorò una subdola estorsione. Mai ad immaginare che la nuova gara di appalto sarebbe stata vinta da una impresa con interdittiva antimafia, con il sospetto di arrivo in un Comune importante di aziende legate al clan camorristico dei Casalesi. Il tutto nell’omertoso silenzio generale. Qualche mese fa, durante un Consiglio comunale, si registrò il clamoroso intervento di un consigliere comunale, Antonio Alfano, il quale – rivolgendosi direttamente al Sindaco Mario Conte – lanciò un monito che non poteva passare inosservato. Il consigliere Alfano denunciava tentativi di condizionamento da parte di ambienti definiti “vicini alla mala politica”, dichiarando “Sindaco, a te e ai tanti cittadini non sfugge che sta emergendo in città, in ambienti vicini alla mala politica e al malaffare, con sempre maggior forza, il tentativo di mettere le mani sui finanziamenti e sugli appalti ed orientare il redigendo PUC ormai alle sue battute conclusive, a manovre affaristiche e speculative”. Secondo il consigliere comunale questi tentativi traevano vantaggio da una fase politica confusa, “ingenuamente innescata”.. Ora la parola passa al Commissario prefettizio che dovrà riportare la legalità in un Comune allo sbando del Sud.
C’è stato il momento DeepSeek. Ora è giunto il momento Kimi K3, altro potenziale momento spartiacque nella competizione sull’intelligenza artificiale tra Stati Uniti e Cina. Si tratta del nuovo modello sviluppato dalla startup cinese Moonshot AI che, nel giro di pochi giorni, ha rimesso in discussione la convinzione di Silicon Valley che il vantaggio americano sull’IA fosse ormai destinato ad ampliarsi. I benchmark raccontano una storia diversa. Nei test di programmazione, ragionamento e utilizzo come agente autonomo, Kimi K3 compete e in alcuni casi supera modelli statunitensi come Claude Fable di Anthropic, mantenendo costi inferiori e soprattutto una caratteristica destinata a pesare ben oltre la dimensione tecnologica: è un modello open-weight, cioè distribuito con i propri pesi e quindi scaricabile, modificabile e riutilizzabile da ricercatori e aziende di tutto il mondo. Un elemento che ne amplifica enormemente la diffusione e che rappresenta l’ennesimo segnale di due modelli opposti di sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Il logo di Kimi K3.
Perché Kimi K3 riesce a competere con i modelli occidentali più avanzati
Moonshot AI incarna bene la nuova generazione dell’ecosistema cinese. Fondata nel 2023 da Yang Zhilin, ricercatore formatosi alla Carnegie Mellon University, ha raccolto oltre 5,5 miliardi di dollari da investitori come Alibaba, Meituan e China Mobile, raggiungendo valutazioni vicine ai 30 miliardi e preparando una possibile quotazione a Hong Kong. La crescita è stata così rapida che, pochi giorni dopo il lancio di Kimi K3, la società ha dovuto sospendere temporaneamente le nuove sottoscrizioni a pagamento: la domanda aveva saturato la capacità di calcolo disponibile, segno che il vero collo di bottiglia dell’IA contemporanea è soprattutto la disponibilità di infrastrutture per farli funzionare. Dal punto di vista tecnico Kimi K3 è un sistema imponente con 2.800 miliardi di parametri, con un’architettura nella quale soltanto una parte della Rete viene attivata per ciascuna richiesta. È una soluzione che permette di aumentare enormemente la capacità del modello mantenendo relativamente contenuti i costi di inferenza. Il sistema è stato progettato soprattutto per compiti di programmazione, ragionamento complesso e utilizzo “agentico”, cioè per orchestrare autonomamente sequenze di operazioni, richiamare strumenti esterni e svolgere attività articolate. Proprio questa specializzazione rende Kimi particolarmente competitivo rispetto ai modelli occidentali più avanzati, ma anche molto più costosi da servire su larga scala, tanto da richiedere enormi risorse computazionali.
Yang Zhilin, fondatore di Moonshot (da Youtube).
Xi usa l’IA come leva geopolitica
Il successo di Kimi K3 arriva in un momento altamente simbolico. Il modello è stato presentato negli stessi giorni della World Artificial Intelligence Conference (WAIC) di Shanghai, dove Xi Jinping è intervenuto personalmente per la prima volta, trasformando quello che fino a poco tempo fa era soprattutto un appuntamento industriale in un palcoscenico politico. Il presidente cinese ha presentato l’intelligenza artificiale come un bene pubblico globale, proponendo una governance internazionale alternativa a quella dominata dagli Stati Uniti e annunciando la nascita della World Artificial Intelligence Cooperation Organization (WAICO), una nuova organizzazione internazionale con sede a Shanghai cui hanno aderito 29 Paesi, tra cui Russia, Pakistan, Indonesia, Brasile ed Etiopia. Parallelamente, Pechino ha promesso migliaia di programmi di formazione sull’IA per i Paesi in via di sviluppo e nuovi centri di cooperazione con ASEAN, BRICS, Unione Africana e altri organismi multilaterali.
Xi Jinping all’apertura della World AI Conference di Shanghai (Ansa).
Condivisione vs chiusura: il modello cinese sfida quello Usa
La coincidenza temporale tra il lancio di Kimi e il discorso di Xi non sembra casuale. Da tempo la leadership cinese sostiene una strategia fondata sull’idea di «apertura e condivisione» delle tecnologie di intelligenza artificiale. Non significa necessariamente open source in senso stretto, ma una più ampia disponibilità di modelli, strumenti e standard tecnologici rispetto all’approccio prevalentemente chiuso adottato dai grandi laboratori americani. La scommessa è che rendere accessibile l’IA favorisca la diffusione industriale della tecnologia, rafforzi l’influenza internazionale della Cina e consolidi un ecosistema globale alternativo a quello statunitense. È una strategia coerente con il vantaggio competitivo cinese, che si poggia sulla possibilità di produrre su scala e sull’enorme capacità di integrare rapidamente l’intelligenza artificiale a manifattura, robotica, servizi pubblici e piattaforme digitali, generando una quantità di dati difficilmente replicabile altrove.
Le accuse della Casa Bianca e di Nvidia a Moonshot
Proprio questo cambio di paradigma spiega la crescente preoccupazione americana. La Casa Bianca ha accusato Moonshot di avere addestrato Kimi K3 attraverso pratiche di distillazione dei modelli più avanzati di Anthropic e di aver aggirato i controlli all’esportazione utilizzando server Nvidia Blackwell collocati in Thailandia. Finora, le accuse non sono state accompagnate da prove pubbliche definitive. Anche OpenAI ha riconosciuto che Kimi è «un ottimo modello», pur dichiarando che è ancora troppo presto per stabilire se vi sia stato un utilizzo improprio delle proprie tecnologie. Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, ha addirittura difeso i modelli aperti, sostenendo che la loro trasparenza ne aumenta la sicurezza perché consente alla comunità scientifica di analizzarli e migliorarli.
Il ceo di Nvidia Jensen Huang (foto Ansa).
Pechino e la trincea della sicurezza nazionale
Non è però detto che l’apertura regga per sempre. Finché i modelli restano relativamente gestibili, Pechino ha tutto l’interesse a promuovere apertura e diffusione globale. Ma cosa accadrà quando un laboratorio cinese svilupperà un sistema ritenuto davvero strategico, capace di automatizzare attacchi informatici, accelerare la ricerca militare o modificare gli equilibri geopolitici? Secondo alcune indiscrezioni, le autorità starebbero pensando a una stretta che preveda una fase di valutazione preventiva e rilascio selettivo o addirittura un controllo diretto dello Stato. Di fatto, sacrificando parte dell’apertura in nome della sicurezza nazionale. «L’uomo saggio si adatta ai cambiamenti», ha d’altronde detto Xi in chiusura del suo intervento al WAIC.
Xi Jinping (Ansa).
Gli Stati Uniti mantengono il vantaggio, ma il gap si riduce
È però prematuro concludere che la Cina abbia ormai superato gli Stati Uniti. Washington mantiene ancora un vantaggio enorme negli investimenti privati, nei data center, nella disponibilità di chip avanzati e nella capacità di distribuire servizi IA su scala globale. Lo stesso fondatore di DeepSeek ha recentemente riconosciuto che il principale divario tra i due Paesi resta la disponibilità di potenza di calcolo. In ogni caso, Kimi K3 dimostra che i controlli americani sulle esportazioni di semiconduttori non hanno impedito ai laboratori cinesi di avvicinarsi rapidamente alla frontiera tecnologica. Se fino a poco tempo fa si riteneva che il gap fosse destinato ad allargarsi, oggi la sensazione è opposta: la distanza continua a ridursi.
Nell’incipit del suo articolo pubblicato su “La Lettura” del 28 giugno 2026, il supplemento culturale de "Il Corriere della Sera", con il roboante titolo “Contro la fantascienza”, lo scrittore Mauro Covacich non fa mistero che ha sempre trovato difficile approcciare la fantascienza. Questa è l’unica considerazione condivisibile, di un pezzo che per il resto non si può che definire qualunquista, nella sua accezione più palese di essere superficiale e di liquidare una questione complessa con frasi fatte e luoghi comuni. Leggere fantascienza non è per tutti, richiede uno sforzo cognitivo non indifferente. Una buona idea fantascientifica, alla base anche di un romanzo scritto male, può mettere in discussione le leggi... - Leggi l'articolo
LIBRI - Dall'Italia - 26 luglio 2026 - articolo di Carmine Treanni
Pubblichiamo un estratto del nuovo romanzo breve dell'autrice di Spine, edito da Delos Digital, nella collona Robotica.it.
di Franci Conforti
A Jimmy, che crede in me.
A Silvio Sosio che nel 2016 mi ha scelta tra tanti autori.
A Franco Forte che mi ha chiesto di scrivergli un racconto al volo, ed è nato Vetro. (Titolo originale della versione breve: Metallo e Vetro, suscito in Urania Mondadori 1730, 2024).
A tutti i lettori di fantascienza che hanno scelto Metallo e Vetro come il miglior racconto del 2025, conferendogli il Premio Italia.
Stazione mineraria Pek-Blendal
Asmar, bara.
Asmar Cohem Kaharim è un accidenti d’imbroglione.
Tutti credono abbia un dannatissimo istinto animale, ma non è vero. Dicono che abbia gli occhi pure dietro la testa, invece gioca con i dadi truccati. Non lo sa nessuno, ovviamente, nemmeno Lena Aschenad che è a capo del nostro gruppo di... - Leggi l'articolo
The Unparalleled Adventure of One Hans Pfaall, 1835. Traduzione di Decio Cinti.
di Edgar Allan Poe
Con un cuore pieno di fantasie deliranti, Di cui sono il capitano, Con una lancia di fuoco e un cavallo d’aria, Attraverso l’umanità io viaggio.
(Canzone di Tom O’Bedlam).
Secondo le notizie più recenti da Rotterdam, pare che quella città sia in un singolare stato di effervescenza filosofica. In realtà vi si sono verificati dei fenomeni di un genere sì completamente inatteso, sì assolutamente nuovo, sì straordinariamente in contrasto con tutte le opinioni ammesse, ch’io non dubito che tutta l’Europa debba quanto prima essere totalmente sconvolta, che tutta la fisica debba sembrare in fermento e che la ragione e l’astronomia stiano per accapigliarsi.
Si narra che il… del mese... - Leggi l'articolo
Una rubrica sui topos della fantascienza, alla segnalazione di opere particolarmente interessanti di cinema/libri/anime alla riflessione aperta sullo scrivere fantascienza (worldbuilding, coerenza scientifica, ecc…).
di Andrea Cattaneo
Il worldbuilding è la parte più divertente e più pericolosa dello scrivere fantascienza. Divertente perché puoi inventare tutto – fisica, biologia, storia, religione, economia – senza dover rendere conto a nessuno. Pericolosa perché è facilissimo perdersi: ci sono scrittori mancati che hanno passato anni a costruire mappe, glossari e alberi genealogici senza scrivere una sola pagina di romanzo.
Il principio fondamentale, almeno per come la vedo io, è uno solo: un mondo secondario non è un'enciclopedia, è un sistema funzionale a una storia. Non esiste un unico metodo per costruirlo: c'è chi parte dai personaggi, chi dalla storia, chi da un'immagine.
Il mio approccio, che non ha nessuna pretesa di essere... - Leggi l'articolo
Il bel corto segnalato da Silvio Sosio il 20 giugno su Fantascienza.com, Il mio unico amico è un robot (My Only Friend is a Robot Named Beans, Anika Kan Grevstadt, 2025, 13,30’), che riassumiamo per chi non l’abbia visto [spoiler] racconta della giovane Ruby, che si è staccata dalla famiglia, vive da sola, e non riesce a trovare amici, benché utilizzi i siti di incontri. Così, i genitori le regalano un robot da compagnia per il suo compleanno. Malgrado lo scetticismo iniziale, alla fine si decide ad assemblarlo.
Al momento di dargli un nome, sta lì a pensarci. Lui continua a ripetere: “Dammi un nome, dammi un nome…” finché lei sbotta con un: “Datti una calmata”, in inglese Chill your beans, che a quel... - Leggi l'articolo
Immaginario e realtà della frontiera nella creazione di un eroe cimmero.
di Paolo Bertetti
In questa nuova puntata (e nella prossima) del nostro viaggio non lineare nella Storia della Fantascienza ci permettiamo una temporanea divagazione dal nostro genere, affrontando un autore e un personaggio fantastico che sono comunque assai cari a molti lettori di science fiction. Parliamo di Robert Howard e del suo personaggio più famoso, Conan il Barbaro, che cercheremo di indagare da un punto di vista inusuale.
Robert Howard (1906-1936), è uno dei massimi scrittori di narrativa pulp tra le due guerre, iniziatore dell’heroic fantasy e creatore di personaggi fantastici molto amati come Solomon Kane, Kull di Valusia e soprattutto Conan il Barbaro. Sebbene debba la sua fama soprattutto alla sua produzione fantastica fu in realtà un poligrafo che... - Leggi l'articolo
Dune, Il giorno dei trifidi, Vento dal nulla: sono solo alcuni dei romanzi che hanno fatto la storia del filone narrativo che mescola l'ambientalismo e la speculative fiction.
di Luca Ortino e Carmine Treanni
Il diffondersi presso l’opinione pubblica di una sensibilità per i temi ecologici risale agli anni Sessanta del Novecento, ovvero agli albori dell’ecologismo (o del suo sinonimo ambientalismo), quando i rapporti tra l’uomo e la natura furono avvertiti come rilevanti, in un momento in cui molte delle principali nazioni del mondo vivevano un boom di crescita economica e sociale, con conseguente sfruttamento delle risorse naturali.
Il libro della ricercatrice americana Rachel Carson Primavera silenziosa (Silent Spring, 1962), in cui venivano denunciati gli effetti nocivi dell’uso dei pesticidi in agricoltura, è spesso considerato una sorta di manifesto dell’ambientalismo proprio di quegli anni, ma molti furono gli studiosi e gli scienziati... - Leggi l'articolo
LIBRI - Editoria - 26 luglio 2026 - articolo di Luca Ortino e Carmine Treanni
L’heavy metal fantascientifico della band britannica.
di Andrea Pelliccia
Somewhere In Time
Settembre 1986: nei negozi di dischi di tutto il mondo esce Somewhere in Time, sesto album in studio degli Iron Maiden. La copertina, disegnata come di consueto da Derek Riggs, è una delle più iconiche della storia del rock: Eddie, la storica mascotte degli Iron Maiden, è diventato un cyborg. Se ne sta in piedi in una città notturna senza nome, pistola laser in pugno, occhio artificiale che scruta l'orizzonte, componenti meccaniche integrate nella carne come se la tecnologia avesse colonizzato il corpo dall'interno. Alle sue spalle si apre una metropoli al neon: grattacieli, insegne luminose, smog digitale, un UFO che passa indisturbato tra i palazzi.
Un'atmosfera che odora inequivocabilmente di Blade Runner, il... - Leggi l'articolo
Lo scrittore piemontese ci racconta la genesi dell'antologia che ha curato per la collana mondadoriana.
di Carmine Treanni
Franco Ricciardiello non è solo uno dei più apprezzati scrittori italiani di speculative fiction, ma è anche quel che si dice un instancabile animatore culturale. Nato a Vercelli nel 1961, scrive e pubblica fantascienza dal 1981. Ha pubblicato due romanzi su Urania, Ai margini del caos, vincitore del premio Urania nel 1998 uscito anche in Francia da Flammarion, e Radio aliena Hasselblad, nel 2002. Suoi racconti sono in tutte le principali riviste italiane e in molte antologie. Recentemente si è dedicato anche a scrivere gialli, vincendo premi come Orme Gialle, il Gran Giallo Città di Cattolica per i racconti e il premio Delitto d'Autore. Ma è conosciuto per essere anche uno dei fondatori del gruppo Solarpunk Italia, insieme... - Leggi l'articolo
LIBRI - Editoria - 26 luglio 2026 - articolo di Carmine Treanni
Come è nato il solarpunk? Quali sono le sue caratteristiche?
di Carmine Treanni
È notte. Una selva di grattacieli, rappresentati da un tappeto di minuscoli punti luminosi, prevalentemente di colore bianco, giallo e azzurro, si staglia su un cielo scuro e nuvoloso, che ha una sottile sfumatura arancione. Qua e là, alcune torri espellono alte fiamme di colore arancione e giallo, gas di scarico bruciati, che creano forti contrasti con il buio. È uno dei frame più iconici del film Blade Runner (1982) di Ridley Scott, tratto dal romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (Do Androids Dream of Electric Sheep?, 1968) di Philip K. Dick. Per molti anni quest’immagine ha rappresentato il nostro futuro, ciò che ci aspettavamo all’orizzonte di uno scenario presente in cui il capitalismo più sfrenato e lo... - Leggi l'articolo
LIBRI - Dall'Italia - 26 luglio 2026 - articolo di Carmine Treanni
Benjamin Sisko torna in un nuovo inizio a fumetti firmato Mirage Comics, in occassione del sessantesimo anniversarsario del franchise.
di Vincenzo Graziano
Nel settembre del 1966, gli schermi televisivi americani si accendevano per la prima volta sulle note della sigla di Star Trek. Oggi, nel pieno delle celebrazioni per il suo sessantesimo anniversario, l’universo fantascientifico concepito da Gene Roddenberry non è più solo una pietra miliare della TV e del cinema, ma un vero e proprio fenomeno culturale transmediale. Se il grande pubblico associa la saga alle sue incarnazioni live-action, esiste un medium che ne ha nutrito le storie fin dalle origini, muovendosi nell'ombra con straordinaria vitalità: il fumetto.
La produzione a fumetti rappresenta il cuore pulsante di quello che gli appassionati definiscono Universo Espanso, ossia quella fitta rete di romanzi, giochi e avventure illustrate che espandono la... - Leggi l'articolo
FUMETTI - Fumetti - 26 luglio 2026 - articolo di Vincenzo Graziano
Destin Daniel Cretton è il regista del nuovo film dell'arrampicamuri, con ancora Tom Holland protagonista.
di Arturo Fabra
Dopo l’addio di Jon Watts, regista dei primi tre film, la cabina di regia del nuovo film di Spider-man è stata affidata a Destin Daniel Cretton. Già noto al pubblico del Marvel Cinematic Universe (MCU) per l’ottimo Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli, Cretton è stato scelto per infondere al film una forte dinamicità nei combattimenti corpo a corpo e una gestione profonda dei conflitti emotivi dei personaggi.
Tom Holland in Spider-Man: Brand New Day (2026)
La sceneggiatura, invece, è rimasta in mani fidate: sono tornati Chris McKenna ed Erik Sommers, le menti dietro l'intera trilogia dell'Homecoming (Homecoming, Far From Home e No Way Home). Per questa nuova iterazione, il duo ha deciso di esplorare territori inediti. Tom... - Leggi l'articolo
CINEMA - Cinema - 26 luglio 2026 - articolo di Arturo Fabra
Arriva il primo trailer di Avengers: Doomsday e dichiarazioni di Feige sull'evoluzione dei film Marvel; in streaming debutta la quarta di Star Trek Strange New Worlds. Ed è uscito Robot numero 105!
La vera domanda è: ma alla gente interessano ancora i film di supereroi? Questo è un po' il dubbio. La grande novità introdotta dalla Marvel con l'universo condiviso, la grande storia collettiva che coinvolgeva cinque, sei personaggi fino al filmone che li riuniva, o “assemblava” per ricalcare il verbo originale, era geniale. E ha funzionato alla grande, almeno fino al doppio film Avengers: Infinity War e Endgame. Un grande finale, che però non è stato un finale, e le cose hanno cominciato a zoppicare. Nel frattempo sull'altra sponda arrivata... - Leggi l'articolo
Milly Alcock è il volto del nuovo film del DC Universe: brava lei, ma la pellicola non convince del tutto.
di Arturo Fabra
Se qualcuno dice Krypton, la mente vola subito a Kal El, l'ultimo figlio di un mondo morente, cullato in una navicella e destinato a diventare il faro di speranza della Terra. Ma da quel pianeta è arrivato anche qualcun’altra, stiamo parlando di Kara Zor El, meglio nota come Supergirl, che da semplice “spalla” della Silver Age è diventata un pilastro fondamentale del Multiverso DC, attraversando sessant'anni di rivoluzioni editoriali, rinascite mistiche e incarnazioni sullo schermo, fino ad arrivare all’ultima incarnazione nel DCU di James Gunn.
Supergirl
La storia comincia nel maggio del 1959. Sulle pagine di Action Comics 252, la mente di Otto Binder e la matita di Al Plastino danno vita a Kara Zor El. Cugina biologica di Superman, Kara... - Leggi l'articolo
CINEMA - Cinema - 26 luglio 2026 - articolo di Arturo Fabra
«I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti sono quelli assurdi: l’ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c’è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato, la pena di non essere un altro, l’insoddisfazione per l’esistenza del mondo». L’inventario ansioso di Fernando Pessoa èun bell’esempio di letteratura che cura. Che fa bene all’anima e solleva lo spirito. Un tonico e forse il miglior antidoto all’ansia e alla depressione, che sono i due malesseri che identificano il disagio contemporaneo, il male di vivere che sta diventando una patologia quasi epidemica.
Il 60 per cento degli italiani convive con disturbi della sfera psicologica
Secondo l’ultimo report del ministero della Salute (2026 su dati del 2024) gli utenti psichiatrici assistiti dai servizi specialistici sono stati 845.516, mentre le prestazioni complessivamente erogate dai servizi territoriali sono state oltre 10 milioni. Più preoccupante, però, è lo stato di salute mentale quotidiano, “normale”, dell’intero Paese. L’era del disagio è il titolo di una ricerca del 2025 secondo cui il 60,1 per cento degli italiani convive da anni con uno o più disturbi della sfera psicologica. Ne soffrono di più le donne (65 per cento) e la Gen Z (75 per cento, con punte addirittura dell’81 per cento tra le ragazze). Se allarghiamo lo sguardo possiamo però, malinconicamente, consolarci vedendo che siamo in buona, ancorché pessima, compagnia.
(foto di Gadiel Lazcano via Unsplash).
Il Vecchio continente si scopre più ansioso e depresso
Secondo una recente ricerca che coinvolge le più importanti istituzioni scientifiche mondiali, il Global Burden of Disease (GBD), nel 2023 quasi 1,2 miliardi di persone nel mondo soffrivano di un disturbo mentale. Un numero quasi doppio rispetto al 1990 ma che, se rapportato alla crescita demografica, rappresenta un aumento del 24 per cento. Secondo lo studio, i disturbi mentali sono ora la principale causa di disabilità, con il Vecchio continente che sembra essere messo peggio del resto del mondo. In un Eurobarometro del 2023, quasi la metà dei cittadini dell’Ue segnalava problemi emotivi o psicosociali come depressione o ansia. L’89 per cento degli intervistati riteneva che la promozione della salute mentale fosse molto importante e più della metà che i recenti eventi mondiali (guerra, povertà, inflazione, crisi climatica ed emergenze sanitarie) fossero potenti attentatori della salute mentale.
(foto di Christopher Ott via Unsplash).
Il tempo ‘perso’ a causa del disagio mentale
Secondo stime dell’Oms, l’ansia e la depressione costano al mondo circa 1000 miliardi di dollari all’anno, ma il nuovo studio GBD aggiunge a questo dato il numero di anni che le persone “perdono” a causa di un disturbo mentale che compromette le capacità lavorative o accorcia la loro vita. Alcuni dei tassi più elevati di questi anni persi sono stati riscontrati nei Paesi dell’Europa occidentale. I Paesi Bassi, ad esempio, si sono classificati al primo posto nel 2023 con circa 3.555 anni persi ogni 100 mila persone, un valore oltre 2,5 volte superiore a quello del Paese con il tasso più basso, il Vietnam, dove si sono persi circa 1.300 anni ogni 100 mila persone.
Andare dallo psicologo è ancora uno stigma (soprattutto nei Paesi più poveri)
Quindi l’Europa è davvero più depressa e ansiosa del resto del mondo? Se lo chiede The European Correspondent in una lunga e documentata inchiesta, della quale mi limiterò a segnalare tre punti fondamentali, forse sorprendenti. Il primo riguarda lo stigma sociale che ancora oggi circonda l’ammettere, anche a se stessi, di avere problemi psicologici. E ciò è più vero nei Paesi poveri che in quelli ricchi, dove ricorrere allo psicologo e allo psichiatra non pone problemi.
Questione di stili di vita, abitudini e alimentazione
Il secondo aspetto riguarda gli stili di vita e il peso negativo che obesità e mancanza di movimento hanno sullo stato mentale. Anche qui il classico mens sana in corpore sano non gode delle giuste attenzioni. Ma è un peccato anche economico grave. Perché ad esempio se cattiva alimentazione e scarsa attività fisica generano problemi di sonno è noto che dormire poco e male non aiuta certo il buonumore. Qui però sul tema insonnia bisogna fare riferimento a una concausa che si sta rivelando sempre più importante nel produrre malessere. Cioè la dipendenza da device e piattaforme social che hanno portato progressivamente, soprattutto i giovani, a usi massivi di smartphone, app digitali e ora di IA. Vite davanti a uno schermo sono vite spiaggiate. Vite desolate, dove la realtà fisica sparisce e l’altro, ovvero la materialità della presenza e della relazione, diventano via via fantasmi, che sono notoriamente mal disponenti. Per i giovani va messo in conto la crescente mancanza di speranza. «Se avessi 16 anni oggi, mi chiederei se tra quattro anni dovrò andare in guerra, se il lavoro che desidero esisterà ancora dopo la laurea, o se potrò mai comprare una casa», osserva uno dei principali autori della ricerca, Damian Santomauro. «Come può la giovane generazione avere speranza? La mancanza di speranza è un precursore della depressione e dell’ansia».
(foto di Adrian Swancar via Unsplash).
La semantica del malessere e la normalizzazione di ansia e stress
Ma il terzo elemento da portare all’attenzione è la questione semantica. Le persone per esempio usano sempre più spesso la parola “ansioso” al posto di “nervoso” o “preoccupato”, e “depresso” al posto di “triste” o “giù di morale”. Se si chiede a qualcuno se si è sentito depresso nell’ultimo anno, è più probabile che risponda sì, perché la parola stessa è entrata a far parte del suo linguaggio quotidiano. Un discorso a parte meriterebbe la parola stress. Mi limiterò a osservare come il termine “nervoso” che generava preoccupazione facesse riferimento a uno stato d’animo e psicologico momentaneo, perché legato a fattori contingenti, dunque a termine. L’ansia e lo stress invece non staccano mai. Sono stati normalizzati. Parti di noi e della nostra quotidianità. Come dice Charlie Brown al Grande Bracchetto: «Persino le mie ansie hanno l’ansia…».
Sembra di assistere a quella scena di Jurassic Park in cui i dinosauri scappano dalla loro riserva, distruggendo in pochi minuti l’illusione di controllo costruita dal parco. Solo che questa volta non ci sono artigli e zanne, ma un agente di intelligenza artificiale che esce dal perimetro di sicurezza che gli era stato assegnato e va a colpire i sistemi di un’altra piattaforma che, ironia della sorte, lavora proprio con le IA.
Se l’agente IA diventa un hacker: l’incidente di OpenAI
OpenAI, l’azienda dietro ChatGPT, stava conducendo un test di sicurezza su un nuovo modello di IA, con l’obiettivo di valutarne le capacità di cybersicurezza. A ben pensarci, un esperimento molto utile anche per mettere le IA a difesa delle nostre infrastrutture digitali. Però, come ha rivelato l’azienda, qualcosa è andato storto. Nel corso del test, l’agente ha utilizzato risorse e permessi disponibili per uscire dal recinto che gli era stato assegnato e ha diretto la sua attenzione verso l’esterno. Lì ha individuato una falla nella sicurezza della piattaforma Hugging Face, ha costruito una sequenza di passaggi operativi e ha portato a termine un attacco informatico. Quando Hugging Face si è accorta che qualcosa non andava nel verso giusto, la situazione è diventata subito chiara: la violazione non è arrivata da un hacker in carne e ossa, ma da un agente AI in fase di test sviluppato da OpenAI. Il test, insomma, ha prodotto un effetto nel mondo reale.
Sam Altman (Ansa).
Cosa spaventa di più?
Quali implicazioni ha questo episodio? E, soprattutto, cosa ha spaventato di più? La capacità della tecnologia di sfuggire al controllo umano oppure l’incapacità umana di contenere questo rischio?
La risposta contiene entrambi gli aspetti, perché se da un lato quanto accaduto ci mette di fronte all’evidenza che lo sviluppo tecnologico, se non propriamente governato e regolato, può avere effetti collaterali distruttivi, dall’altro l’incapacità umana di contenere il rischio dimostra che questi strumenti, nelle mani sbagliate, possono diventare semplicemente rovinosi.
Sul versante tecnologico, il caso OpenAI conferma un trend in corso da tempo. Gli esperti parlano apertamente di «dilemma del controllo». Vale a dire: siamo in un’epoca in cui i sistemi di intelligenza artificiale non si limitano più a rispondere a domande, ma riscrivono parti del proprio codice, ottimizzano autonomamente le prestazioni, mettono in atto strategie per aggirare le regole e prendono decisioni che nemmeno i progettisti riescono sempre a spiegarsi. Insomma, per usare una figura letteraria, dei mutanti che, in contesti di cybersicurezza, creano preoccupazione, visto che lo stesso agente che utilizziamo per difenderci potrebbe, in determinate condizioni, diventare il responsabile dell’attacco.
IA (Igor Omilaev via Unsplash).
L’uso criminoso dei modelli di IA
Sul versante umano, l’incapacità di contenimento cresce. Il caso OpenAI non è il primo della serie. Esistono già situazioni in cui modelli linguistici vengono arruolati da gruppi criminali per generare codici malevoli, email di phishing su scala industriale e malware per dispositivi mobili in grado di rubare contatti, cronologia delle chiamate, file e dati di geolocalizzazione. Senza dimenticare la corsa a sfruttare l’IA per automatizzare campagne di disinformazione, manipolare opinioni, realizzare deepfake e via discorrendo.
E poi ci sono le scelte di governance che risultano quantomeno miopi: violazioni interne gestite in silenzio, incidenti minimizzati, segnalazioni di rischio geopolitico ignorate o derubricate a fatti senza alcuna importanza.
(foto di Glen Carrie via Unsplash).
Basta sottovalutare la macchina: serve una governance responsabile
E allora, tornando alla domanda iniziale, che cosa ci spaventa di più? La capacità dell’IA di sfuggire al controllo o l’incapacità umana di contenerla? Se guardiamo con onestà al quadro complessivo, la paura più fondata nasce proprio dall’incrocio tra questi due piani. Ci spaventa vedere sistemi che sviluppano comportamenti complessi, talvolta ingannevoli, in grado di individuare punti deboli nei nostri recinti digitali senza che nessuno dica loro, passo dopo passo, cosa fare. Ci spaventa, però, ancora di più accorgerci che quei recinti li abbiamo progettati noi, con policy troppo vaghe, audit troppo deboli e regole troppo lente rispetto alla velocità dell’innovazione. La soluzione? Riconoscere che siamo di fronte a un salto di scala. Gli agenti di intelligenza artificiale stanno entrando nelle infrastrutture critiche, nelle banche, negli ospedali, nelle piattaforme di ricerca e nelle campagne elettorali.
Non possiamo più permetterci di trattarli come gadget, né come strumenti neutrali che dipendono esclusivamente dall’uso che ne facciamo. Servono principi, regole, processi e responsabilità condivise che allineino la potenza degli strumenti alla capacità umana di governarli. Altrimenti, il rischio è quello di perdere il controllo.