Nordio. Dopo tutti i guai combinati cosa si aspetta per rispedirlo a casa?

di Aldoi Primicerio

 

Vogliamo fare la conta di Carlo? Abuso d’ufficio, separazione carriere, intercettazioni, misure cautelari, scontro d’odio con Anm, giusto processo, terzietà e, ciliegina sulla torta, la grazia a Nicole Minetti. Ne approfondiamo più avanti.

 

E c’è già chi fa un elenco dei peggiori (perché più contestati) ministri guardasigilli nella storia della repubblica.

Partiamo da Giovanni Conso (governo Ciampi, ‘93-‘94). Decise di non prorogare il regime di carcere duro (41-bis) per oltre 300 detenuti mafiosi. Fu letta dai media come un cedimento dello Stato a Cosa Nostra subito dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio e gli attentati di Roma, Firenze e Milano. Poi Alfredo Biondi (Berlusconi I, ’94). Il governo varò un decreto legge che vietava la custodia cautelare in carcere per i reati di corruzione e concussione.  I media lo definirono Decreto Salvaladri. Gli  editoriali di Indro Montanelli e le prime pagine del Corriere della Sera e di Repubblica cavalcarono un’ondata di indignazione popolare tale che il governo fu costretto a ritirare il decreto. A seguire, Filippo Mancuso (Dini, ‘95). Entrò in rotta di collisione totale con il pool di Mani Pulite, inviando ispettori ministeriali alla Procura di Milano. Mancuso fu ritenuto un sabotatore delle inchieste su Tangentopoli. Conclusioni: è stato l’unico ministro sfiduciato individualmente dal Parlamento. Ed ancora, Roberto Castelli (Berlusconi II e III 2001-06):Fu protagonista di scontri tra maggioranza di centrodx e magistratura, una sorta di anteprima dei giorni nostri, ma con un divario abissale tra i livelli di politica, di giornalismo e dei grandi media di allora, con quelli di oggi. E poi Clemente Mastella (Prodi II, 2006-08). Fu promotore dell’indulto del 2006. Le intercettazioni dell’inchiesta di Santa Maria Capua Vetere, che coinvolgeva lui e la moglie (inchiesta però che poi si concluse con assoluzioni) scatenò una campagna di stampa che lo portò alle dimissioni in diretta al TG1 e alla conseguente caduta del governo. Ed ancora, Angelino Alfano (Berlusconi IV, 2008-11). Promosse il famigerato Lodo Alfano –  ricordate? – che garantiva l’immunità alle alte cariche dello Stato, poi miseramente dichiarato incostituzionale. E ci avviciniamo ai nostri anni con Alfonso Bonafede (Conte I e II, 2018-21). Riformò il processo penale con le modifiche della prescrizione (che però molti condivisero). Poi Marta Cartabia (Draghi, 2021-22). Pur di alto livello tecnico, fu supercriticata sulla riforma della giustizia civile e penale con cui tentò di bilanciare le posizioni opposte ereditate dal governo precedente. E siamo al nostro Carlo Nordio, per le sue velleitarie manie di riformare il processo penale, la precrizione, le carriere dei magistrati, le intercettazioni, insomma le riforme (secondo lui) liberali e garantiste.

 

Carlo, secondo noi il peggior ministro degli ultimi 30 anni al dicastero di via Arenula

Ecco quelli che da molti vengono definiti i suoi guasti, guai, errori o bugie, a seconda della fonte di contestazione. Abolizione del reato di abuso d’ufficio: È stata una delle prime e più contestate mosse. Secondo i critici, l’eliminazione di questo reato lascia privi di tutela i cittadini e favorisce l’impunità per amministratori locali e sindaci, oltre a creare il rischio di una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea. Nordio ha sostenuto che tale misura servisse a eliminare nei sindaci la “paura della firma”. Che stupidata! – Separazione delle carriere magistrati: è stata vista dai critici, e poi dal popolo che l’ha bocciata al referendum, come un tentativo di controllo della magistratura da parte del Governo e un modo per indebolire l’indipendenza dei PM – Stretta sulle intercettazioni e “bavaglio”: Nordio ha più volte attaccato l’uso “abnorme” e i costi delle intercettazioni, Una bugia, perché infondata. Le critiche sostengono che questo limiti il diritto di cronaca e nasconda informazioni essenziali per le indagini, specialmente in casi di mafia e corruzione – Riforma delle misure cautelari (GIP collegiale): la decisione affidata a tre giudici, invece di uno, contestata perché a rischio di caos,  paralisi giudiziaria ed un aiuto ai criminali per inquinare le prove prima dell’arresto – Lo scontro con l’Anm:  Il ministro è stato accusato di inadeguatezza, e di condurre una battaglia ideologica (proprio lui ex-Pm) contro la magistratura, definita da alcuni esponenti di governo come “intollerabile invadenza” – Contraddizioni sulla “giustizia giusta e veloce”:  Ha lui stesso ammesso in alcune dichiarazioni che le sue riforme non avrebbero inciso direttamente sulla rapidità dei processi  

 

Caso Minetti. Se confermate le “menzogne”, il cambio di parere della Procura e la revoca della grazia un obbligo morale. E poi le dimissioni. Sì, ma di chi?…

Tornare ad occuparci, dopo 16 anni, del caso “Ruby, la nipote di Mubarak”, potrebbe sollevarci dall’incubo di parlare tutti i giorni di Gaza Libano ed Iran, di Trump, Putin, Netanyahu, Macron, Meloni, e compagnia bella. Ma dovremmo tornare ad occuparci di cose sgradevoli, della famosa “igienista dentale”, la pupilla di Silvio, la “capa” delle Olgettine. Purtroppo ora vi siamo costretti, perché dietro a questi ricordi spiacevoli c’è sempre lui, Carlo Nordio. E’ lui che ne ha chiesto la grazia. L’uomo di ferro che voleva spazzare le correnti dei magistrati, separare lo loro carriere, disarmare i Pm ex-suoi colleghi, è ora anche quello che ha portato fretta a Procure e Quirinale perché si concedesse la grazia ad una che veniva definita la “sacerdotessa” delle cene eleganti. Non accorgendosi, Carlo, che spingeva in un vicolo cieco e senza uscita la Meloni ed il suo governo. Ma, molti chiedono: vi accorgete solo ora che il caso Minetti era insostenibile? Considerato il profilo della richiedente? Lei, il motore delle Olgettine, l’animatrice delle serate conviviali, la curatrice degli appartamenti delle ragazze? E’ mai pensabile che Nordio, un ministro ex-magistrato, abbia potuto procedere, sapendo e coprendo tutto? Oppure, è davvero teorizzabile una leggerezza e scarsa acutezza dello stesso ministro e della Procura di Milano? Ed è sul serio concepibile che tutto questo can-can sia partito da un articolo su un giornale e non da un’inchiesta di una Procura? Ed ancora: può essere vero che gli elementi portati a sostegno della domanda di grazia (specie quelli inerenti all’adozione ed allo stato di salute di un bambino) debbano tutti rivelarsi infondati? Ed infine, perché mai riversare le colpe sull’unico incolpevole di questa brutta storia italiana, il nostro Presidente Sergio Mattarella? Lui, impossibilitato a verificare in via diretta la veridicità dei fatti, e fidando solo sul placet del ministro e sul parere della Procura?  E la “graziata”?  Mai fatto un giorno di prigione, mai un’ora di servizi sociali.

E Nordio? Lui, che per il resto è un’ottima persona,  dopo tutti i guai ed i guasti perpetrati in questi 3 anni e mezzo di governo. non sa più cos’altro fare per mettere in difficoltà Giorgia Meloni. Lei che non può più disfarsi di un’eredità di Silvio, e che potrebbe anche pagarne un costo politico assai alto.

 

 

 

 

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Agropoli, petizione: dati sensibili finiscono sui social

di Irene Sarno

Come scritto nell’ultima edizione di questo giornale uscita il primo maggio, c’è un caso che è tutto agropolese. La raccolta firme lanciata dal comitato “Obiettivo ospedale” ha fatto emergere diversi dubbi, alcuni dei quali molto importanti da un punto di vista giuridico, oltre a situazioni che potrebbero anche rappresentare dei reati. Tutto comincia nei giorni scorsi, quando il comitato si impegna nella petizione.

Lo fa in maniera perfetta, portando avanti un’iniziativa di tutto rispetto con una finalità onorevole. Tanti i volontari che si impegnano con gazebo, tavolini, sedie e una lunga serie di moduli. Qui uno dei nodi. In un primo momento si raccolgono i dati dei firmatari senza includere gli estremi del documento di riconoscimento, obbligatori per la validità della firma. Si stampano quindi nuovi moduli con la dicitura corretta.

L’entusiasmo, la voglia di fare bene e forse anche una non conoscenza delle leggi spingono gli attivisti a fotografare i momenti di raccolta firme, con tanto di scatti anche dei moduli già compilati, e a pubblicare tutto sui social e su alcuni gruppi WhatsApp ai quali hanno accesso centinaia di persone, che possono così visionare i dati, come nome e cognome, indirizzo di residenza, codice fiscale ed estremi del documento, di coloro che hanno apposto la propria firma. E qui nasce il secondo problema. Molti cittadini hanno trovato i propri dati disponibili e consultabili da tutti e hanno contattato questo giornale per denunciare la situazione.

«Navigando sui social – dice una cittadina agropolese – ho trovato la mia firma con il mio nome e il mio indirizzo fotografata da un utente che non conosco e pubblicata. Credevo ci fosse un protocollo di sicurezza, qualcuno che gestisse seriamente tali informazioni, invece sono lì, disponibili a tutti ed anche a qualche malintenzionato che potrebbe usarli per finalità non propriamente specchiate».

Purtroppo non è finita qui. Alcuni moduli, e non è dato sapere da chi, sono stati lasciati in un centro commerciale. Come si può vedere dalla foto, opportunamente censurata, i fogli erano lì, alla mercé di tutti. «Ho visto quei moduli lasciati senza custodia – le parole di un cittadino cilentano che ha partecipato alla petizione – chiunque avrebbe potuto impossessarsene e farne di tutto, anche utilizzarli per scopi poco leciti». I moduli, poi, sono stati consegnati anche ad alcuni commercianti del Cilento, senza che nessuno potesse controllare alcunché.

Infine, ultimo vulnus, quei fogli non riportano alcun timbro che possa vidimarli e, se si può firmare ovunque, chi attesta la validità delle firme rimane un altro mistero. Rimangono infine alcune domande: chi è il responsabile della sicurezza dei dati? E com’è possibile che quelle foto siano state pubblicate in un gruppo al quale hanno accesso centinaia di persone? Interrogativi a cui è importante dare una risposta. Tra l’altro, giusto dirlo, il gruppo nel quale sono apparse le foto ha già visto attacchi e offese ad attivisti pro ospedale e alla stampa. Sono stati infatti condivisi degli audio molto chiari, per i quali sono stati avviati i dovuti iter previsti dalla legge.

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Lanocita sfida De Luca ad un confronto pubblico

«De Luca finge di essere un turista svedese. La colpa del degrado in città è sua». Non usa mezzi termini Franco Massimo Lanocita, candidato sindaco per la coalizione di sinistra che, ieri mattina, nel corso della presentazione della lista Salerno Democratica, capitanata da Sara Petrone e Giso Amendola, ha lanciato la sfida al suo competitor per un confronto pubblico. «Il candidato sindaco Vincenzo De Luca sembra un turista svedese appena arrivato in città, che nota le luci fioche, i quartieri abbandonati, le buche e il fatto che ci sia ancora molto da fare, come se negli ultimi dieci anni non fosse stato fatto nulla. Ma, onestamente, chi ha governato questa città? Sia direttamente sia per interposta persona. Gli assessori uscenti sono gli stessi che oggi vengono a chiedere i voti dopo aver portato la città in questo stato di degrado», ha dichiarato l’aspirante primo cittadino. «De Luca continua con i suoi sproloqui senza accettare il confronto. Io gli propongo di confrontarci pubblicamente: lo sfido a un confronto, dove preferisce, su qualsiasi rete televisiva. Parliamo di ciò che è stato fatto e di ciò che non è stato fatto, e del degrado in cui versa la città», ha aggiunto Lanocita. Tra le priorità della coalizione guidata dall’avvocato amministrativista vi è la questione dei trasporti e dei collegamenti interni, soprattutto con le frazioni alte. «La domenica le frazioni alte restano isolate dal resto della città: il trasporto pubblico non arriva ed è di fatto bloccato. Nei giorni feriali il servizio si interrompe alle 22, e parliamo di zone come Canalone, Sordina, Ogliara e Giovi. Ci sono poi criticità anche nei quartieri popolari, come Pastena e Torrione, mentre la mancanza di aree verdi rappresenta un altro problema rilevante», ha spiegato. Tra le proposte, la realizzazione di un’isola pedonale a Pastena: «Abbiamo inoltre proposto, sul fronte della mobilità, un anno gratuito di metropolitana per garantire il trasporto pubblico dall’ospedale fino a Fratte. Proponiamo anche una serie di interventi, tra cui la messa in sicurezza e il riordino delle società partecipate, dove si registra una forte presenza di precariato. Mentre noi parliamo, si stanno svolgendo concorsi pubblici: chissà perché proprio durante la campagna elettorale, con il rischio di creare altro precariato», ha poi detto Lanocita. «La nostra idea di città è quella di una realtà vivibile, capace di candidarsi entro il 2030 a capitale della cultura. Per raggiungere questo obiettivo è necessario creare nuovi spazi verdi e fermare immediatamente il consumo di suolo. In quest’ottica proponiamo anche la realizzazione del parco di Torrione, al posto dell’attuale caserma militare, abbattendo le mura di cinta e creando un collegamento diretto con il mare. Questo significa dire no all’aumento e alla colata di cemento nel porto commerciale, sì alla difesa del porticciolo di Pastena, all’aumento dei posti barca attraverso l’ampliamento del Masuccio Salernitano e alla definizione di un percorso lungo la fascia costiera che consenta ai salernitani di fare il bagno senza dover necessariamente accedere agli stabilimenti balneari – ha concluso il candidato sindaco – Questa è la città che vogliamo: una città con meno traffico privato e una mobilità pubblica efficiente, una città più verde, dotata di adeguate attrezzature sportive, dove il Vestuti venga rimesso subito in funzione e dove, soprattutto, la persona sia al centro dell’azione amministrativa». In rappresentanza dei 28 candidati hanno preso la parola i due capilista: la consigliere comunale uscente Sara Petrone e il docente Universitario Giso Amendola. «Io ci sono. Non mi sono girata dall’altra parte. Confermo – ha detto Sara Petrone – il mio impegno per la mia città e la mia gente. L’ho portato avanti fino ad oggi tra mille difficoltà, lo farò ancor più adesso che abbiamo la possibilità di far uscire Salerno da questo tunnel e promuovere una nuova narrazione più aderente alla realtà, più rispettosa dei salernitani, più rispondente alle esigenze reali». Per Giso Amendola «Salerno è una città molto ricca di reti sociali, di persone che si mobilitano dal basso in difesa dei beni comuni in città, di attiviste e attivisti impegnate nelle lotte sociali. La mia candidatura – ha detto il docente Unisa – non è individuale, ma è un esperimento di costruzione di un’assemblea permanente che connette molte di queste reti. È finito il tempo delle decisioni prese dall’alto da un uomo solo: solo la cooperazione cambia tutto a Salerno. Noi proviamo a costruire spazi di presa di parola di tutt3 e di decisione in comune». Erika Noschese

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Ebolitana: Il primato del presidente: Cosimo De Vita

 C’è un filo sottile, ma robustissimo, che lega la gestione della fragilità umana alla guida di una passione collettiva. In una città che vive (anche) di simboli come Eboli, la figura di Cosimo De Vita ha smesso per un momento di essere solo quella di un capitano d’impresa del sociale per farsi interprete di un’epopea sportiva che oggi reclama il suo posto d’onore negli almanacchi. Con la recente vittoria del campionato di Eccellenza, De Vita non ha solo riportato l’Ebolitana 1925 in una dimensione più consona al proprio blasone, ma ha siglato un record che sposta gli equilibri della storia sociale del club. Per comprendere la portata del «metodo De Vita», occorre guardare indietro. L’Ebolitana, nel corso del suo secolo di vita, ha conosciuto presidenti passionali e stagioni memorabili. Si pensi agli anni della Serie C con la presidenza di Cicalese (De Vita era tra i soci) o ai tentativi di rilancio di figure storiche che hanno cercato di dare stabilità a una piazza esigente e, a tratti, infuocata. Molti hanno vinto, alcuni hanno sfiorato il miracolo, ma quasi nessuno è riuscito a coniugare la vittoria sul campo con una solidità strutturale che non fosse legata all’estemporaneità del momento. De Vita rileva la squadra nel 1999, in uno dei tipici (del calcio) momenti di difficoltà finanziaria e con seri dubbi sulla possibilità di iscriversi al campionato. Nell’anno 2000/2001 l’Ebolitana torna in Serie D vincendo i play-off con l’Ischia.

Il dato che emerge quest’anno non è solo sentimentale, è matematico. Cosimo De Vita è diventato ufficialmente il presidente più vincente della storia biancazzurra. Se analizziamo la media assoluta e relativa di successi, il suo mandato segna uno scarto netto rispetto al passato. Dal 1999 De Vita rimarrà ai vertici della società fino al 2003/2004. Passano poi cinque/sei anni e nel 2010/2011, come detto, insieme al gruppo di Cicalese otterrà lo storico traguardo della C2. Poi, altro periodo di “buio” finché l’Ebolitana non sparirà dai radar del calcio dilettantistico di livello, specialmente negli anni della pandemia da Covid (2019/2022). Si tratterà a quel punto di fare una nuova, lunga traversata nel deserto ripartendo dalla I categoria nel 2023/24: l’Ebolitana vincerà il campionato e tornerà in Eccellenza conquistando il I posto del campionato. L’anno successivo un insoddisfacente settimo posto  in Eccellenza fornirà il carburante per la ripartenza dell’anno successivo (2025/2026) con il Ds Ramon Taglianetti e l’allenatore Egidio Pirozzi: la prima squadra di Eboli infatti vincerà il torneo tornando in serie D.

Mentre altri cicli vincenti si sono nutriti di lunghe programmazioni spesso concluse con brusche frenate, la gestione De Vita ha mostrato una capacità di centrare l’obiettivo con precisione quasi  chirurgica. Vincere l’Eccellenza, in un girone storicamente ostico e competitivo, non è stato un caso, ma l’esito di un’equazione dove la pianificazione ha prevalso sull’azzardo. Il primato risiede proprio qui: nella capacità di trasformare la presidenza in un centro di produzione di risultati, con un rapporto tra anni di gestione e trofei alzati che non ha eguali dal 1925 a oggi. Ma la figura di De Vita non si esaurisce nel rettangolo di gioco. Il suo legame con la cittadinanza ebolitana affonda le radici nella cooperativa Sanatrix-Nuovo Elaion, nota eccellenza nel trattamento della disabilità, tra le colonne dell’economia locale in una consolidata osmosi col tessuto sociale.

Trasporre questa stessa dedizione nella presidenza dell’Ebolitana ha significato dare alla squadra una corazza che va oltre il valore tecnico dei calciatori. Per i tifosi, De Vita rappresenta il presidente che non promette ma costruisce. Il significato per l’intera comunità va oltre il salto di categoria: è il riconoscimento di un’identità cittadina che, attraverso il calcio, riscopre la propria forza e la propria capacità di eccellere. La realtà dei fatti ci consegna un profilo che ha saputo farsi carico del peso di una maglia storica in un momento non facile. De Vita, “il presidente” per antonomasia, ha vinto più di tutti perché ha applicato allo sport la stessa disciplina del recupero sociale: la consapevolezza che ogni vittoria è il risultato di un lavoro d’équipe e di una visione di lungo periodo. (red.sp.)

 

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Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano

Nel conflitto apertosi fra il Papa e Donald Trump non ci sono solo i due protagonisti – che certo attirano il grosso dell’attenzione mediatica per ovvie ragioni – ma contano pure tutta una serie di personalità tutt’altro che secondarie. Si tratta delle rispettive squadre, fra cardinali e uomini chiave dell’amministrazione, che hanno alimentato lo scontro o il confronto, inedito, fra Casa Bianca e Santa Sede.

Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Papa Leone XIV e Donald Trump.

I vescovi americani compatti con Prevost

Di certo senza precedenti è il declino delle relazioni fra Chiesa di Roma e amministrazione repubblicana. Se tutto era cominciato già con Francesco all’epoca del primo mandato del presidente Trump – ma in quel caso le diffidenze erano state attribuite un po’ superficialmente soprattutto all’origine sudamericana del Papa argentino – pochi immaginavano che si arrivasse ai ferri corti con un Pontefice nato a Chicago.

Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Donald Trump e Papa Francesco (Imagoeconomica).

Eppure Prevost, che pure ha passato lunghi anni e della propria esperienza ecclesiale in Perù, forse è stato scelto proprio per questo dai suoi confratelli cardinali in Conclave. Non tanto perché in quanto americano poteva essere un buon interlocutore per il tycoon, ma al contrario, proprio perché statunitense, poteva contrastarne meglio politiche e metodi. Con Prevost, a differenza di quanto avvenne con Bergoglio, i vescovi Usa si sono schierati come un sol uomo dalla sua parte. Non solo quelli tradizionalmente “liberal”, ma anche diversi esponenti considerati più vicini al fronte repubblicano.

Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Papa Prevost (Imagoeconomica).

La squadra dei porporati: da Broglio a Gomez

A cominciare dall’ex presidente della conferenza episcopale Usa, mons. Timothy Broglio, ordinario militare, che si è spinto a ipotizzare l’obiezione di coscienza da parte di militari in caso di attacco Usa alla Groenlandia; ha poi duramente criticato la caccia agli immigrati in scuole e chiese. D’altro canto, la politica migratoria trumpiana ha suscitato ampie proteste nella chiesa d’Oltreoceano; e anche un altro arcivescovo ‘conservatore’ come Josè Gomez, non a caso originario del Messico, titolare della diocesi di Los Angeles, una delle più grandi del Paese, ha puntato il dito contro i metodi usati dalle forze di sicurezza in modo indiscriminato contro chi lavora e vive in negli Stati Uniti da molti anni. Più classica la presa di posizione di tre cardinali progressisti contro la politica estera della Casa Bianca, contestata nel merito e nel metodo. Si tratta di Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, Robert McElroy, arcivescovo di Washington e di Joseph Tobin, capo della diocesi di Newark che hanno firmato un documento comune.

Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano

La linea diplomatica di Parolin con Gallagher e Giordano Caccia

La cattura di Nicolas Maduro, senza che il Venezuela avviasse una transizione verso la democrazia, lo strangolamento economico imposto a Cuba, l’appoggio acritico a Benjamin Netanyahu nella distruzione di Gaza, il tentativo di svuotare definitivamente le Nazioni Unite da qualsiasi ruolo attivo nella risoluzione delle crisi internazionali e, infine, la guerra di aggressione all’Iran, sono altri capitoli del dissenso della Chiesa cattolica rispetto al modus operandi di Trump e dei suoi più stretti collaboratori. D’altro canto, i vescovi Usa giocano di sponda con il Vaticano dove il capo della diplomazia del Papa, il cardinale Pietro Parolin in questi mesi ha sapientemente tracciato la linea politico-diplomatica da seguire. «La risposta alla crisi dell’ordine internazionale, generata da un rinnovato orientamento all’uso della forza e dal dileggio delle regole del diritto internazionale, può trovarsi solo nel delineare percorsi concreti di pace, fatti di principi, regole e strutture garanti dell’ordine tra le Nazioni», spiegava lo scorso 27 aprile il cardinale. Al suo fianco troviamo l’inglese mons. Paul Gallagher quale Sostituto per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali della Segreteria di Stato; insieme a loro la rete dei nunzi apostolici che costituisce un riferimento essenziale in questa vicenda, a cominciare da quello negli Usa appena nominato il 7 marzo scorso e proveniente dall’incarico di rappresentante vaticano alle Nazioni Unite: monsignor Gabriele Giordano Caccia.

Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano

Il fronte della Casa Bianca: dal ‘teologo’ Vance a Paula Cain

Sul fronte opposto, ovvero quello della Casa Bianca, sono diversi gli esponenti dell’amministrazione Trump che si sono scatenati dopo che il presidente ha deciso di rompere gli indugi e attaccare frontalmente Leone XIV. Anche perché il rischio intravisto dall’establishment trumpiano è quello di perdere una parte del voto cattolico – decisivo per la vittoria di The Donald alle Presidenziali – in vista delle elezioni di midterm del prossimo novembre. Ma non è affatto detto che la strategia di assaltare la Santa Sede produca gli effetti sperati. Fra i falchi di questa battaglia, c’è senz’altro il vicepresidente JD Vance, neoconvertito al cattolicesimo, che ha cercato di contrastare Leone tirando fuori l’argomento della «guerra giusta» contro i regimi autoritari (quale appunto l’Iran), come argomento teologico del quale il papa non avrebbe tenuto conto.

Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano

Con lui, c’è il capo del Dipartimento di Stato, Marco Rubio, cattolico, di origini cubane. Rimasto ai margini delle polemiche, Rubio ha però in mente la «reconquista» dell’isola caraibica e non molla la presa dell’embargo economico-energetico puntando al sovvertimento del regime castrista. Si prosegue con Pete Hegseth, capo del Pentagono, protestante d’assalto, che per giustificare il conflitto in corso in Iran si è abbandonato a una citazione biblica, ma invece delle Scritture ha citato Pulp fiction. Una gaffe niente male.

Da rilevare poi, sempre in tema religioso, il ruolo di Paula White, capa dell’Ufficio della fede presso la Casa Bianca, nota telepredicatrice evangelica che promuove il Vangelo della prosperità. A lei si devono, ad esempio, le immagini che ritraggono Trump raccolto in preghiera circondato da pastori evangelici nello Studio Ovale. Anche in questo caso il tentativo è quello di non perdere quella parte del voto MAGA che non vede di buon occhio l‘interventismo internazionale di Trump ed è fortemente legato a un fondamentalismo religioso di origine protestante. Da ultimo tuttavia, a polemizzare apertamente con il Papa, ci si è messo Tom Homan, il cosiddetto  “zar delle frontiere”, cattolico di formazione e interprete della linea dura contro gli immigrati. Homan ha invitato Leone a occuparsi di ciò che non va nella Chiesa lasciando da parte la politica. Una menzione, infine,  merita anche Steve Bannon, ex uomo forte del primo mandato di Trump, per la sua lunga opposizione a Bergoglio e poi a Prevost.  

Lettera a Fico: Mancano i farmaci salvavita

di Giuseppe De Martino* e Carmine Landi**

 

Illustre Presidente Fico,

 

le scriviamo per chiederle un incontro urgente sulla situazione di grave crisi che si è creata da alcune settimane per la difficile se non impossibile reperibilità dei farmaci salvavita. È una carenza di estrema rilevanza, che abbiamo già sollevato pubblicamente dieci giorni fa dalle colonne di questo giornale e che sta assumendo una rilevanza negativa sulla salute pubblica, negativa al punto che potrebbe trasformarsi in una situazione drammatica.

Si stanno verificando crescenti difficoltà nella prescrizione e reperibilità di questi farmaci assolutamente indispensabili per garantire la sopravvivenza di molti pazienti. Una difficoltà che assilla sia i medici di medicina generale che gli specialisti e, in primo luogo, i familiari. A pagarne le conseguenze sono cittadini afflitti da gravi patologie, che non devono sospendere nemmeno per un giorno l’assunzione di detti farmaci.

Stiamo raccogliendo, ormai da settimane, le preoccupazioni di molti colleghi che operano nella medicina generale e nelle strutture pubbliche e convenzionate.

Intendiamo farle giungere la nostra voce allarmata per segnalarle questo inammissibile e pericoloso disservizio e per chiederle, nella prospettiva a breve termine, di trovare una soluzione seppure transitoria per garantire il diritto alla salute costituzionalmente garantito.

Da notizie in nostro possesso, abbiamo ricostruito il motivo di questa crisi.

Il problema sarebbe insorto a causa della unificazione delle due piattaforme sanitarie per la gestione dei farmaci; una unificazione che, evidentemente, sarà stata gestita in maniera superficiale, al punto da creare difficoltà crescenti nella prescrizione di prodotti essenziali. C’è pertanto la necessità di un suo intervento immediato per ripristinare la funzionalità del sistema e garantire soluzioni temporanee efficaci che consentano la prescrizione di questi farmaci indispensabili per la vita di migliaia di malati. Ogni giorno in più che passa potrebbe mettere al rischio l’esistenza di qualche paziente e questo non deve assolutamente avvenire.

Sappiamo che negli ultimi anni la Regione Campania ha unificato diverse piattaforme in un unico ecosistema. Sia la piattaforma Sani. ARP (vecchi piani terapeutici) che i sistemi AIFA (piani terapeutici nazionali) che le nuove funzioni digitali sono confluiti nella piattaforma unica SINFONIA, che è un sistema informatico regionale unico che integra prescrizioni, fascicolo sanitario, CUP e farmaci, consentendo a tutti i medici (di medicina generale e specialisti) di prescrivere direttamente.

Si è trattato di una transizione esplicitamente prevista dai documenti regionali ed è per questo motivo di coerenza legislativa e programmatica che i piani terapeutici sono stati trasferiti da Sani. ARP a Sinfonia. Oggi anche le prescrizioni più complesse passano attraverso questo sistema unico. Dal 2025, inoltre, la gestione di SINFONIA è stata estesa anche alla prescrizione dematerializzata di ulteriori farmaci.

Dalla storia di tale integrazione si evince che non si è trattato soltanto di unire due piattaforme, ma di centralizzare tutte le prescrizioni, creando un sistema unico. E la Regione ha operato tale integrazione, “costruendo” progressivamente, con la piattaforma SINFONIA, un sistema unico che ha inglobato i sistemi precedenti. Le ricordiamo questo processo, che lei ovviamente conosce bene ma che, a quanto pare, qualcuno sta gestendo male, mettendo a rischio la possibilità delle prescrizioni. Sappiano che fasi così complesse sono difficili da gestire e provocano immancabilmente situazioni di crisi o contraccolpi gestionale, ma a quel punto è necessario gestire le fasi transitorie anziché dimenticarsene.

Occorre, pertanto, ad horas, un suo intervento energico per scongiurare ulteriori ritardi ed evitare un temuto blocco che farebbe rischiare la vita a moltissimi pazienti, violando il loro diritto alla salute.

Per questo motivo le chiediamo la disponibilità ad un incontro, al fine di illustrarle nel dettaglio le criticità riscontrate, documentarle quelle più drammatiche e valutare con lei possibili soluzioni urgenti ed efficaci, confidando nella sua sensibilità e attenzione verso una problematica così delicata.

Cordialmente,

 

*Responsabili Elettrofisiologia Clinica Salus di Battipaglia e Istituto Mediterraneo di Agropoli

 

**Cardiologo – presidente Associazione Grazie di Cuore

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Marenghi: “I rioni collinari mai più isolati”

La situazione che da anni affligge la zona collinare di Pastorano, in particolare via Casa Scuoppo, rappresenta ormai una ferita aperta per la città di Salerno. Cumuli di rifiuti abbandonati, ingombranti lasciati ai margini della strada e un evidente stato di degrado ambientale, ormai fuori controllo, hanno trasformato l’area in una vera e propria discarica a cielo aperto. Un quadro desolante che si presenta agli occhi di residenti e visitatori, compromettendo non solo l’immagine del territorio, ma anche la vivibilità quotidiana. Una condizione che, oltre a ledere il decoro urbano, solleva gravi preoccupazioni sotto il profilo sanitario: i residenti denunciano da tempo la presenza costante di miasmi, soprattutto nelle ore più calde, e il timore concreto di esposizione a sostanze nocive. A ciò si aggiungono il rischio di proliferazione di insetti e roditori e il potenziale inquinamento del suolo, con possibili ripercussioni sulla salute pubblica e sull’ambiente circostante. “A tutto ciò – spiega il candidato sindaco Gherardo Maria Marenghi – si aggiunge una cronica carenza di illuminazione pubblica in diverse aree del quartiere, un problema che incide negativamente sulla sicurezza e sulla qualità della vita dei cittadini. Intere strade restano al buio nelle ore serali, aumentando il senso di isolamento e di insicurezza percepito dai residenti”. A raccogliere direttamente le istanze dei cittadini, insieme al candidato sindaco del centrodestra Gherardo Maria Marenghi, sono stati anche i candidati di Noi Moderati Amedeo Auriemma e Antonietta Quaranta, che hanno effettuato un sopralluogo nell’area. Nel corso della visita, hanno ascoltato le segnalazioni dei residenti, constatando di persona le criticità denunciate da anni e verificando lo stato di abbandono in cui versa la zona. “Non è accettabile che interi quartieri vengano lasciati nell’abbandono – dichiara Marenghi –. Le segnalazioni dei residenti, sostenute anche dal comitato di quartiere e dalle associazioni locali, sono rimaste per troppo tempo senza risposte concrete. È il momento di cambiare passo e dare finalmente risposte efficaci a chi vive quotidianamente queste difficoltà”. “Il nostro impegno – prosegue Marenghi – è chiaro: avviare immediatamente un piano straordinario di bonifica dell’area, con interventi mirati e continuativi, rafforzare i controlli contro l’abbandono indiscriminato dei rifiuti, anche attraverso sistemi di videosorveglianza, e ripristinare condizioni adeguate di illuminazione e sicurezza su tutto il territorio interessato”. Un’azione che, nelle intenzioni del candidato, dovrà essere accompagnata anche da una maggiore attenzione alla prevenzione e alla sensibilizzazione dei cittadini, per contrastare comportamenti incivili e promuovere una cultura del rispetto dell’ambiente e dei beni comuni. “Pastorano non può più essere considerata una periferia dimenticata – conclude Marenghi –. Ogni cittadino ha diritto a vivere in un ambiente sano, sicuro e decoroso. Restituire dignità a questi territori, attraverso interventi concreti e una presenza costante delle istituzioni, sarà una delle priorità della nostra azione amministrativa”.

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Salernitana, Cosmi recupera Berra e Capomaggio

di Marco De Martino

SALERNO – Per la prima volta da quando siede sulla panchina della Salernitana, Serse Cosmi ieri mattina ha lavorato con l’intero gruppo a propria disposizione. Infatti, gli ultimi due calciatori ancora infortunati, Filippo Berra e Galo Capomaggio, fermi rispettivamente dal derby con il Benevento e dalla sciagurata trasferta di Potenza, ieri hanno ripreso ad allenarsi parzialmente con i compagni e sono ormai da considerare elementi abili e arruolabili a tutti gli effetti. A dare una mano a Cosmi è stato il terzo posto in classifica conquistato grazie alle tre vittorie consecutive ottenute dalla Salernitana nelle ultime tre partite della regular season. Se i granata fossero arrivati quinti, oggi avrebbero dovuto affrontare il primo impegno in gara secca all’Arechi contro l’Atalanta U23. Stasera, invece, saranno i falchetti a iniziare il proprio cammino contro gli orobici, mentre la Salernitana avrà un’altra settimana di tempo per riportare i vari Berra, Capomaggio, Villa e Inglese al passo con i loro compagni. Cosmi avrà anche la possibilità di lavorare maggiormente sui concetti tattici per correggere e magari eliminare quelle lacune che la squadra ha ancora dimostrato di avere (vedi le ingenuità costate i tre gol subiti contro Trapani, Picerno e Foggia). Intanto, ieri mattina, dopo appena un giorno di riposo, gli uomini guidati da mister Serse Cosmi hanno ripreso la preparazione al Mary Rosy, svolgendo un lavoro aerobico seguito da esercizi sul possesso palla e da una partita finale.Cosmi quasi certamente insisterà sul modulo 3-4-1-2 ma, visti i recuperi di tutti gli infortunati, testerà anche qualche soluzione alternativa, magari arretrando in difesa Cabianca e trovando un posto a metà campo per capitan Capomaggio. Dopo aver rigenerato i vari Tascone, Golemic, Ferrari e tanti altri, il tecnico proverà a fare lo stesso con il regista argentino, da lui considerato un elemento imprescindibile. Questa mattina si torna in campo alle 10:30, sempre al Mary Rosy.

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Gigi Pacifico: «L’appartenenza non si racconta: si dimostra»

Gigi Pacifico, candidato con la lista Salerno Giovani, a sostegno di Vincenzo De Luca, è alla sua prima esperienza elettorale.

Salernitana, famiglia e lavoro. E ora anche la politica. Da dove cominciamo?

«Si comincia da quello che non ho mai lasciato: la mia vita vera.

Famiglia, lavoro, passione per Salerno.

La politica non è un cambio, è un passo in più: mettere tutto quello che ho fatto finora al servizio della città».

Da spazi abbandonati a luoghi vissuti: cosa intendi e da dove partire?

«Significa restituire dignità agli spazi e identità ai quartieri.

Ci sono aree che oggi vivono nell’abbandono e che possono tornare ad essere punti di incontro.

Si parte da interventi concreti: riqualificazione, attività, presenza.

Una città cambia quando i suoi luoghi tornano ad essere vissuti».

L’arte di creare le coreografie può diventare materia di studio e di applicazione per i giovani: si può fare, magari iniziando dalle scuole?

«Assolutamente sì. Le coreografie non sono solo espressione visiva, ma un vero e proprio linguaggio che unisce creatività, progettazione e lavoro di squadra.

Portarle nelle scuole significa offrire ai ragazzi un’esperienza concreta, capace di sviluppare senso di appartenenza, disciplina e collaborazione.

È un modo per avvicinare i giovani alla cultura del fare, rendendoli protagonisti e non semplici spettatori».

Salerno però è anche caos traffico, sporcizia, assenza di impianti sportivi. Cosa fare?

Serve presenza.

Controlli veri, manutenzione continua e rispetto delle regole.

Traffico gestito meglio, città curata ogni giorno e spazi sportivi restituiti ai quartieri.

Quando i servizi funzionano davvero, anche la città torna a funzionare.

Tu ami spazi e creatività ma Salerno è invasa dal cemento. Dovrai lottare molto una volta eventualmente eletto.

«La sfida è riportare equilibrio tra sviluppo e qualità della vita.

Valorizzare ciò che già esiste e farlo funzionare davvero.

Perché gli spazi hanno senso solo quando sono vivi e utili alle persone».

Qual è la tua idea di “identità turistica” per Salerno?

«Salerno non deve essere solo una città da visitare, ma una città da sentire.

Un luogo che lascia qualcosa dentro, non solo negli occhi.

Eventi, arte, sport e cultura devono nascere dalla vita vera della città, non essere solo qualcosa da mostrare.

Anche le installazioni artistiche fisse possono diventare simboli forti, punti che restano nel tempo e raccontano chi siamo.

Perché il turismo funziona davvero quando è autentico: quando chi arriva non guarda soltanto Salerno, ma la vive».

Cosa significa per te “appartenenza”?

«È sentirsi parte di qualcosa e dimostrarlo ogni giorno.

È esserci sempre, anche quando non conviene.

È rispetto per la propria città e responsabilità verso chi la vive.

L’appartenenza non si racconta: si dimostra».

Votare Gigi Pacifico perchè?

Perché sono credibile.

Non arrivo adesso: quello che dico, l’ho già fatto nella mia vita.

Chi mi vota sa che ci metto la faccia prima e dopo.

E soprattutto, non sparisco.

Fatti una domanda e datti una risposta

“Perché lo stai facendo?”

«Perché Salerno merita di più.

Perché non mi basta guardare le cose da fuori.

Perché dopo tanti anni passati a dare, sento che è il momento di fare un passo in più.

E soprattutto perché credo che, se ognuno fa la sua parte, questa città può cambiare davvero».

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Zambrano: Mentre le strutture sportive crollano torna la Montecarlo del sud

«Ormai non c’è più limite alle promesse impossibili». A dirlo il candidato a Sindaco di Salerno Armando Zambrano, tornando sul tema dello Sport. «Mentre quasi tutte le strutture sportive di Salerno sono state rese inagibili, per incuria e disinteresse, mentre le pochissime ancora utilizzabili presentano gravi problemi di manutenzione, mentre si demoliscono pezzi dello stadio Arechi e del PalaTulimieri (costringendo alla resa le società di hockey e i loro atleti), mentre si scopre che gli inizi dei lavori per la loro “ristrutturazione” erano quantomeno “azzardati” constatata la mancanza delle coperture di spesa, mentre il glorioso stadio Vestuti è stato lasciato da anni completamente deperire, mentre il pattinodromo è parzialmente crollato e i campi da tennis e la piscina Vitale hanno problemi di agibilità così come le “tante” (per la verità, poche) altre strutture, chi per oltre trenta anni ha creato le condizioni perché ciò avvenisse creando gravissimi problemi alle società sportive anche prestigiose, impedendo a tutti gli sportivi, di qualunque età, e alle loro famiglie, di poter usufruire di strutture adeguate (come è ormai nella stragrande parte delle città italiane), si presenta nuovamente con promesse del passato, ovviamente (visti i fatti) non rispettate – ha aggiunto l’aspirante sindaco – Alcune promesse vecchie di quindici anni, come quella di realizzare al Torrione un mega campo da tennis (per ospitare incontri internazionali come si disse nel 2011 Coppa Davis sic!) con tribune per migliaia di spettatori, senza minimamente preoccuparsi delle problematiche urbanistiche, dei vincoli ambientali, dei trasporti e del traffico, per giunta in un punto della città già abbondantemente congestionato: la promessa era (ed è nuovamente) far diventare Salerno la Montecarlo del Sud. E senza scusarsi e prendere atto della situazione attuale e dell’urgenza di provvedere». E ancora: «Ma allora veramente si può promettere qualunque cosa, e pensare che i cittadini possano veramente crederci. E allora – ha concluso Zambrano – ci permettiamo di consigliare alcuni interventi, per candidati sindaci abituati a non mantenere le promesse. Con queste idee, ci riusciranno sicuramente. Salerno nuova stazione sciistica (utilizzando il Monte Stella), per diventare così la Cortina del Sud, ospitando gare di Coppa del Mondo. Come renderlo possibile? Un gioco da ragazzi. Per avere la neve si utilizzeranno i ben noti fondi FESR – buoni per ogni occasione – o il contributo, senza interessi, di Qualcuno lassù. E ancora. Salerno nuovo polo di corse automobilistiche, per rafforzare la volontà di diventare la Montecarlo del Sud. In fondo abbiamo esperienza in passato. Si potranno richiamare le esperienze del Gran Premio Città di Salerno (anni 1953-1961) sul Lungomare e Via Roma. E perché non puntare sulla Coppa America? Se c’è riuscita Napoli, possiamo provare anche noi». Nei prossimi giorni il candidato a Sindaco di Salerno Armando Zambrano incontra: Martedì 5 maggio con gli abitanti del quartiere Via Luigi Guercio. L’incontro è in programma alle 18,30, presso la Sala del Bar Melany, via Luigi Guercio, accanto alla farmacia Verdoliva e saranno affrontati temi quali commercio, barriere architettoniche, viabilità. Si parlerà soprattutto di una vecchia richiesta del quartiere: la realizzazione di scale mobili con fondi PNRR e FERS Mercoledì 6 maggio invece sarà con il Comitato Giovi Salute e Paesaggio alle ore 19, presso Casa Juppiter. Saranno affrontati temi quali tutela e valorizzazione dei rioni collinari, salvaguardia del paesaggio e vivibilità. Si parlerà soprattutto della gestione dell’installazione delle antenne 5g, con la richiesta di un impegno per mitigarne i rischi per la salute e l’impatto ambientale.

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“Votare Lamberti perchè Cava ci appartiene”

Assessore pluri-deleghe, è attualmente Consigliere Delegato alla Cultura, alle Politiche per la Tutela della Salute e agli Affari Legali. Laico da sempre impegnato nella Chiesa cattolica e nel volontariato. Attualmente, è anche componente del Consiglio di Amministrazione della “Fondazione dell’Università degli Studi di Salerno”. Molte le attività promosse e organizzate sin dalla giovinezza per la Città: in particolare, è stato Presidente del Comitato per la riapertura del Duomo di Cava de’ Tirreni, dopo i gravi danni provocati dal terremoto del 1980.

 

 

Prof Lamberti, la sua campagna elettorale sta proseguendo con successo. Ci vuole spiegare per quale motivo ha deciso di candidarsi, col Movimento Civico “Cava ci Appartiene“? Come risponderebbe a chi sostiene che la sua candidatura ha diviso il centrosinistra?

Come ho più volte dichiarato nel corso di questa campagna elettorale, la mia candidatura a Sindaco nasce da un sentimento profondo di responsabilità verso la nostra comunità e da un obbligo morale maturato nel corso di oltre un decennio di impegno amministrativo. Essa non scaturisce affatto da un divisivo protagonismo, bensì da una scelta sofferta e obbligata, determinata – mi duole dirlo – dal mancato accoglimento, da parte delle forze del centrosinistra, della necessità di definire un metodo e dei criteri condivisi per la selezione del candidato sindaco, nonché di un confronto preliminare sulle priorità programmatiche. Avevo proposto, con spirito di lealtà e collaborazione, di azzerare tutte le candidature già annunciate – compresa la mia – e di individuare una figura istituzionale di garanzia; avevo rilanciato con convinzione l’ipotesi delle primarie di coalizione, quale strumento trasparente e partecipato. Entrambe le proposte non sono state accolte.

Io ho lavorato per l’unità, non per la frammentazione. Ho cercato fino all’ultimo una sintesi alta, rispettosa della pluralità delle sensibilità politiche. Ma quando il metodo viene meno, quando non si riconosce il valore del dialogo e della condivisione, allora diventa doveroso assumersi la responsabilità di offrire alla città un progetto credibile, serio, fondato su una visione lunga. E “Cava ci Appartiene” rappresenta da anni un punto di riferimento sicuro, un presidio civico che ha già ottenuto un significativo consenso popolare (4.721 voti per la mia candidatura a Sindaco nel 2015) e che oggi rilancia, appunto, una candidatura “non più rinunciabile”, radicata nei valori del cattolicesimo democratico e sociale e orientata ad un Nuovo Rinascimento politico, culturale e sociale per la nostra città.

A chi parla di divisione, rispondo con le parole di Aldo Moro: la politica è “comprensione, mediazione, paziente composizione degli interessi diversi”. Io resto fedele a questa lezione. La mia candidatura non chiude porte: le apre. Non divide: unisce attorno a un progetto serio, inclusivo, fondato sul bene comune.

 

Quali sono le priorità politiche e programmatiche del movimento “Cava ci Appartiene” per la prossima consiliatura?

Le nostre priorità nascono da una visione di città fondata sulla centralità della persona, sulla coesione sociale e sulla responsabilità amministrativa. “Cava ci Appartiene” non propone un libro dei sogni, ma un progetto concreto, radicato nei valori del cattolicesimo democratico e sociale e orientato a un modello di città solidale, ordinata, accogliente e proiettata nel futuro.

Immaginiamo una città efficiente e solidale, inclusiva e sicura, capace di garantire servizi pubblici di qualità, rigore nella spesa, sostegno alle fragilità e attenzione alle periferie e alle frazioni, che consideriamo “il cuore della città”.

Ogni azione di riforma, però, richiede alcune “pre-condizioni”. In primo luogo, occorre operare una ridefinizione della macchina amministrativa dell’Ente, con nuove valutazioni in merito agli assetti delle posizioni dirigenziali, delle posizioni organizzative e delle distribuzioni dei carichi di lavoro. Ciò perché l’indirizzo politico, per tradursi in un’efficace azione amministrativa, richiede una adeguata sinergia ed una leale collaborazione, pur nell’autonomia delle rispettive funzioni, tra autorità politica ed amministrazione.

Solo così potremo impegnarci efficacemente per garantire e migliorare i servizi essenziali alla vita ordinata e dignitosa di una comunità. Nel metodo, inoltre, riteniamo opportuno procedere sia ad una campagna di ascolto dei cittadini sull’efficienza dei servizi comunali (anche attraverso la consegna di moduli di valutazione) e, correlativamente, a periodiche riunioni con i dirigenti e i funzionari preposti per un monitoraggio costante della qualità dei servizi.

Un’altra “precondizione”, poi, riguarda le finanze comunali: occorre, infatti, avviare le interlocuzioni necessarie con il Ministero dell’Economia e delle Finanze e con gli altri livelli istituzionali competenti per ridefinire il Piano di Riequilibrio, onde accelerare l’uscita dal medesimo nei tempi più brevi possibili, anche per consentire all’Ente una più rapida e piena funzionalità.

Con queste solide fondamenta, sul piano amministrativo e finanziario, potremo costruire la nostra idea di futuro, implementando una visione strategica di sviluppo che si articola nei progetti di Cava de’ Tirreni Città Parco Culturale, della Smart Valley e del Polo Tecnologico del Packaging, per creare opportunità di lavoro qualificato e trattenere i giovani.

Penso anche ad un tavolo permanente di confronto con le aziende, gli operatori del commercio e del turismo, con l’Università, per garantire un’azione sinergica di supporto al fine di stimolare nuove realtà imprenditoriali, di valorizzare a livello nazionale ed internazionale ciò che già esiste nel territorio e di accompagnare e sostenere le aziende nel superare le fasi di crisi.

Il tutto, si badi, in una prospettiva complessiva che si ispira ad una politica di ascolto e partecipazione, che intende valorizzare il civismo, le associazioni, i mondi produttivi e del lavoro, e che promuova una democrazia comunitaria, non individualista.

 

In particolare, come intende rilanciare le politiche culturali per Cava de’ Tirreni? Ritiene che vi siano ancora margini per riprendere il Progetto di candidatura di Cava de’ Tirreni a Capitale Italiana della Cultura?

La cultura è la spina dorsale del nostro progetto politico. “Cava ci Appartiene” ha sempre creduto profondamente nel nesso tra cultura e sviluppo: investire nella conoscenza, nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio artistico, storico, paesaggistico e spirituale, nelle tradizioni e nella creatività significa investire nel futuro della nostra terra. In tal senso, mi piace richiamare la visione di Città e la progettualità espresse nelle Relazioni Strategiche sulla Cultura (atti di programmazione allegati al bilancio comunale) presentate dal 2019 al 2026, in nome delle quali abbiamo prospettato, nel breve termine, una programmazione di eventi molto significativa, pur condizionata fortemente dalla difficile situazione economico-finanziaria dell’Ente, e, nel medio termine, la candidatura di Cava de’ Tirreni a Capitale Italiana della Cultura.

Intendiamo quindi rilanciare la programmazione culturale attraverso una pianificazione strategica pluriennale, la valorizzazione dei nostri attrattori – dall’Abbazia ai Musei –, lo sviluppo di contenitori culturali, la creazione di un ecosistema culturale complessivo che coinvolga scuole, università, associazioni, imprese creative (e che, dunque, valorizzi il coinvolgimento di tutti gli attori e delle associazioni operanti sul territorio). Il progetto “Cava de’ Tirreni Città Parco Culturale”, con l’istituzione della relativa Fondazione rappresenta il cuore di questa visione: un modello innovativo, già sperimentato altrove, che integra ambiente, cultura, turismo, artigianato e attività produttive.

Quanto alla candidatura di Cava de’ Tirreni a Capitale Italiana della Cultura, ritengo perciò che vi siano margini significativi per rilanciarla e sostenerla, anche in sinergia con i vari livelli istituzionali e con il tessuto produttivo e associativo territoriale.

 

Quali sono le sue linee programmatiche nelle politiche sociali e sanitarie?

Le politiche sociali e sanitarie costituiscono l’ossatura etica e civile di una comunità che voglia definirsi realmente tale. Occorre rafforzare i servizi alla persona attraverso un sistema integrato che coinvolga istituzioni e Terzo Settore. Vogliamo, in particolare, potenziare i servizi domiciliari, sostenere le famiglie con minori, riqualificare i plessi scolastici, aumentare i posti disponibili negli asili nido, favorire la completa eliminazione delle barriere architettoniche, implementare politiche abitative che contrastino il disagio e la solitudine, istituire un servizio di emergenza sociale attivo 24 ore su 24, capace di intervenire tempestivamente nei casi di fragilità improvvisa.

Sul piano sanitario, dobbiamo portare avanti e migliorare il lavoro avviato negli anni passati: seguiremo attentamente il completamento della ristrutturazione dell’Ospedale (oltre che la valorizzazione dei reparti esistenti e l’attivazione dei nuovi reparti, come quello di oculistica), la piena attivazione della Casa di Comunità e dell’Ospedale di Comunità, il potenziamento dei servizi territoriali (con l’ampliamento dell’erogazione delle prestazioni sanitarie, anche con una ulteriore implementazione dei servizi dell’U.O. Materno-Infantile e delle attività correlate alle prestazioni ginecologiche, prevedendo anche una nuova allocazione della relativa sede), la tutela della medicina di prossimità e la telemedicina. Proponiamo anche la realizzazione di una nuova sede del Distretto sanitario, avviando con immediatezza le interlocuzioni con l’ASL Salerno, la Regione Campania e gli altri enti coinvolti, per migliorare l’erogazione di tutte le prestazioni sanitarie legate alla medicina territoriale.

Abbiamo già dimostrato, durante l’emergenza Covid-19, che una collaborazione costante con ASL, Regione e Azienda Ospedaliera può produrre risultati concreti e tangibili. La valorizzazione del nostro Ospedale – e, in particolare, la riqualificazione di alcune parti del Plesso – può essere assicurata attraendo anche i fondi previsti per gli Ospedali Museali, essendo il nostro nosocomio allocato in una struttura architettonica di pregio risalente al Quattrocento.

Il nostro obiettivo è chiaro: costruire una città che non lasci indietro nessuno, che accompagni ogni persona nelle diverse stagioni della vita, che faccia della cura un tratto distintivo della propria identità civica.

 

Quale programma di riqualificazione urbana immagina per la Città?

Da sempre, “Cava ci Appartiene” ha coltivato la visione di un grande progetto di rigenerazione urbana che abbia come obiettivo la valorizzazione e la riqualificazione del patrimonio immobiliare pubblico e privato. Per esempio, Manifattura Tabacchi o l’ex Capitol non sono semplici edifici: sono luoghi simbolici, contenitori di memoria e potenzialità, che possono – anzi devono – diventare poli culturali, sociali, tecnologici. La nostra visione è quella di una città che non abbandona i suoi spazi, ma li rigenera, li restituisce alla comunità, li trasforma in opportunità di crescita. Pensiamo ad un auditorium moderno, a centri polifunzionali per la disabilità, a laboratori di innovazione e ricerca, a spazi culturali capaci di attrarre giovani e creatività. Così come dobbiamo avviare una riflessione sulla realizzazione di una metropolitana leggera, che possa favorire un progressivo miglioramento della mobilità dei cittadini cavesi.

Cava de’ Tirreni merita un salto di qualità urbano ed infrastrutturale che la proietti nel futuro senza tradire la sua storia. Ed è questo il percorso che intendiamo intraprendere.

 

In conclusione, quale progetto e quale visione di Città intende prospettare con la sua candidatura?

La visione che intendiamo proporre alla nostra comunità è quella di una città che ritrova il coraggio di guardare oltre l’orizzonte del contingente, di immaginare un futuro che sia all’altezza della sua storia millenaria. Una città che non si accontenta della gestione ordinaria, ma che ambisce a un Nuovo Rinascimento politico, culturale, sociale ed economico. Una città che mette al centro la persona, che valorizza i giovani, che cura le fragilità, che investe nella cultura come motore di sviluppo, che tutela il territorio come bene comune.

La nostra visione si fonda su un principio semplice e radicale: la politica deve tornare ad essere servizio, ascolto, responsabilità.

 

Perché – in poche battute – votare Armando Lamberti?

Perché Armando Lamberti ha testimoniato col suo vissuto l’amore per Cava de’ Tirreni, l’alto senso di responsabilità, ponendo tutto sé stesso al servizio della comunità; perché conosce a fondo le criticità della città, ne ha compreso le cause e sa come occorre ripartire; perché propone un progetto concreto e una visione limpida, capace di restituire efficienza all’amministrazione e di assicurare servizi tempestivi e di qualità, nonché nuove opportunità alla comunità; e perché attorno c’è una squadra esperta, metodica e responsabile, pronta a imprimere quel necessario cambio di passo che il presente ormai esige.

Esperienza, competenza, senso di responsabilità istituzionale, visione: questo è quanto intendiamo offrire alla Città. Camminiamo insieme! Perché “Cava ci Appartiene”!

 

 

 

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Il meglio: Fantascienza.com, il meglio della settimana dei Delos Days

Fantascienza.com, il meglio della settimana dei Delos Days

La fine (per ora) di Star Trek in televisione, il titolo di Spaceballs, trailer per Silo e Mandalorian, i finalisti al Premio Hugo nella settimana di Fantascienza.com

La settimana scorsa abbiamo saltato il “meglio” perché eravamo totalmente impegnati alla Casa dei giochi per Delos Days; che è andato piuttosto bene, e ve ne abbiamo raccontato in un report fotografico. Allora, come sono stati questi Delos Days? Ma ora sono finiti, quindi torniamo ai nostri temi. A cominciare da Star Trek: abbiamo ancora da vedere due stagioni di Strange New Worlds e una di Starfleet Academy, ma gli studios sono stati smontati e non ci sono in previsione cose nuove. Star Trek saluta il piccolo schermo per tornare su quello cinematografico Star... - Leggi l'articolo

 

Notizie - Il meglio - 3 maggio 2026 - articolo di S*

Omicidio Sessa, arrestato Annibale Damiano

Pagani. A 72 ora dall’omicidio del pizzaiolo paganese Francesco Sessa, avvenuto a Ibiza mercoledì pomeriggio, la giudice della sezione istruttoria numero 3 del Tribunale della località delle Baleari, Carmen Martín, ieri sera ha ordinato  la carcerazione preventiva comunicata e senza cauzione per l’unico arrestato in relazione all’accoltellamento mortale avvenuto mercoledì scorso a Ibiza, in una strada di Platja d’en Bossa, in pieno giorno. Si tratta del 45enne originario di Avellino Annibale Damiano che si è  difeso dalle accuse spiegando che era a tutt’altra parte dell’isola come testimoniato anche dal suo datore di lavoro. Ma nonostante questo il magistrato ha deciso per la detenzione. Lo ha fatto alla scadenza del termine legale di 72 ore per rimettere in libertà il detenuto o, al contrario, disporne il trasferimento in carcere. Dopo un’udienza iniziata alle 9:30 di ieri presso i tribunali di Ibiza e protrattasi per oltre sei ore, la giudice ha inviato l’accusato in prigione. Di conseguenza, alle 16:30, l’uomo ha fatto il suo ingresso nel Centro Penitenziario di Ibiza. Sessa era pienamente integrato a Ibiza, dove lavorava in una nota pizzeria del centro città.
Il presunto omicida, che risiede anch’egli a Ibiza e lavora in un’azienda di noleggio auto, e la vittima si conoscevano precedentemente. Solo poche settimane fa avrebbero condiviso un viaggio insieme ad altri amici. Tuttavia, al momento resta ignoto il movente che avrebbe spinto il presunto omicida Damiano ad accoltellare mortalmente Francesco Sessa in via Alzines, a Platja d’en Bossa, davanti alla sede dell’associazione dei vicini e al bar El Campito. La vittima, che presentava una ferita da taglio al torace, si è accasciata in strada alle 16:30. Nonostante le manovre di rianimazione effettuate dai sanitari per oltre un’ora, è stato possibile solo constatarne il decesso.
Mentre ieri si è tenuta l’udienza, una collega di lavoro di Damiano ha assicurato che è impossibile che l’uomo sia l’assassino poiché, secondo la sua versione, all’ora del delitto si trovava all’aeroporto di Ibiza per consegnare un’auto a un cliente. Secondo questa testimonianza, l’accusato era “molto tranquillo” prima di comparire davanti alla giudice. “Non ho motivo di essere qui, non ho fatto niente”, avrebbe dichiarato prima della decisione del tribunale. Anche l’avvocato difensore si era mostrata ottimista durante la pausa dell’udienza, facendo leva sulla testimonianza di una donna che avrebbe visto Francesco discutere con due uomini (nessuno dei quali sarebbe il detenuto) poco prima del fatto.
Intanto la famiglia di Francesco si trova a Ibiza, dove è giunta il giorno successivo all’omicidio. I familiari rimarranno sull’isola probabilmente fino a martedì per sbrigare le ultime pratiche, assistiti dal viceconsolato onorario d’Italia.
Tuttavia, la rimpatrio della salma richiederà più tempo.

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XV Festa dell’Asparago Selvatico, boom di presenze

Grande partecipazione ed entusiasmo hanno caratterizzato la prima giornata della XV Festa dell’Asparago Selvatico di Roscigno Vecchia, ospitata nello scenario unico e suggestivo di un vero e proprio museo a cielo aperto. Un evento che, sin dalle prime ore, ha richiamato visitatori, appassionati e famiglie, confermandosi come uno degli appuntamenti più attesi del territorio. La manifestazione è organizzata dal Comune di Roscigno, dall’associazione Terra Mia, dalla Pro Loco Roscigno Vecchia APS, con la collaborazione della Fondazione Monte Pruno, del Forum dei Giovani di Roscigno e dell’Ente Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Protagonista indiscusso della manifestazione è stato l’asparago selvatico, simbolo della tradizione locale e ingrediente principe delle numerose proposte gastronomiche. Gli stand hanno registrato un’affluenza significativa, con centinaia di persone che hanno potuto degustare piatti tipici, dagli antipasti alle zeppole, preparati secondo ricette tramandate nel tempo. La festa si è rivelata non solo un’occasione di gusto, ma anche un importante momento di valorizzazione culturale e didattica. Grande interesse hanno suscitato, infatti, i laboratori dedicati ai bambini e alle loro famiglie, curati dal Gruppo Archeologico dell’Università Federico II di Napoli. Le attività proposte hanno permesso ai partecipanti di approfondire aspetti storici, ambientali e tradizionali legati al territorio, contribuendo a rendere l’esperienza ancora più coinvolgente, anche attraverso le visite guidate all’interno di Roscigno Vecchia, alla scoperta di quella che il giornalista Onorato Volzone definì la “Pompei del ’900”. Il connubio tra enogastronomia, cultura e intrattenimento, con uno spettacolo musicale all’insegna del sax, ha creato un’atmosfera viva e partecipata, capace di unire generazioni diverse. La XV Festa dell’Asparago Selvatico continuerà anche oggi, dopo l’ennesimo successo che si è registrato nella giornata di sabato, offrendo ulteriori occasioni di scoperta e convivialità. Nei prossimi giorni sono previsti nuovi appuntamenti tra degustazioni, spettacoli e attività culturali, pensati per valorizzare il patrimonio locale. Domenica 3 maggio spazio anche alla Festa del Segugio e dei Segugisti, a cura della Società Pro Segugio (affiliata ENCI), per presentare il progetto “Cilento Selvatico” e il Festival della caccia, della cinofilia, della natura e delle tradizioni, in programma dal 4 al 6 settembre prossimo. Roscigno Vecchia si conferma, così, luogo ideale per eventi che celebrano le eccellenze del territorio, unendo qualità, storia e ospitalità.

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Feldi, 5 a 5 in trasferta, play off con Roma 1927.

Si chiude con un pareggio spettacolare la regular season della Feldi Eboli, che impatta 5-5 sul campo dell’Ecocity Genzano al termine di una gara folle, ricca di colpi di scena e ribaltamenti continui. Un punto che sta stretto alle volpi che, dopo una grande rimonta, si fanno rimontare a loro volta non trovando la vittoria neanche stavolta, con l’ultimo successo che risale ormai a sette partite fa. Così va in archivio il campionato e i rossoblù dovranno proiettarsi ora verso i playoff Scudetto, al via dal prossimo 16 maggio, dove affronteranno la Roma 1927.

L’avvio di gara è equilibrato, con la Feldi che prova a prendere in mano il ritmo del match e si rende pericolosa con Caponigro, il cui destro termina a lato. Dall’altra parte risponde l’Ecocity, ma Glielmi, scelto dal primo minuto da mister Antonelli, si fa trovare pronto con due interventi decisivi. A difendere i pali dei padroni di casa c’è però un monumento del futsal come Stefano Mammarella, che si oppone al tentativo di Gui. Al minuto 8 arriva il vantaggio dei padroni di casa ed è un gol da cineteca: Barichello, su lancio di Micheletto, si coordina e calcia al volo con una sforbiciata potente e precisa che non lascia scampo a Glielmi. Un gesto tecnico straordinario che vale l’1-0. Pochi minuti più tardi è ancora Barichello a colpire, stavolta con freddezza davanti al portiere rossoblù per il 2-0. La Feldi prova a reagire con Mateus, ma Mammarella è ancora attento, mentre Glielmi tiene a galla i suoi con un intervento su Taborda. Tuttavia, a soli tre secondi dall’intervallo, arriva anche il terzo gol dell’Ecocity: conclusione di Gastaldo su cui il portiere rossoblù non è perfetto, è 3-0 al termine del primo tempo.

Nella ripresa cambia tutto. Dopo il tributo del palazzetto a Mammarella, che lascerà l’Ecocity a fine stagione, la Feldi rientra in campo con un atteggiamento completamente diverso e nel giro di un minuto riapre la partita. Mateus accorcia le distanze ribadendo in rete un tiro deviato di Dalcin, poi Echavarria sfrutta un errore difensivo per il 2-3. Neanche il tempo di riorganizzarsi per i padroni di casa e ancora Mateus firma il gol del 3-3, completando una rimonta lampo. Le volpi prendono fiducia e continuano a spingere, trovando anche il sorpasso con Caponigro, che sigla il 3-4. La Feldi è padrona del campo e trova anche il quinto gol con la tripletta di Mateus, che firma il 3-5 e sembra chiudere definitivamente i giochi. Ma nel futsal nulla è scontato. L’Ecocity reagisce con il portiere di movimento e accorcia le distanze con Ricci, riaprendo la gara. Nel finale, a meno di due minuti dalla sirena, arriva anche il pareggio firmato dall’ex Barra, che fissa il punteggio sul definitivo 5-5.

RIPARTIRE – “Una partita molto strana, resta ancora il problema del non essere cinici in attacco e ben disciplinati in difesa. Purtroppo abbiamo chiuso in una posizione che non volevamo, ma ora bisogna azzerare tutto perchè nei Playoff si riparte e dobbiamo farci trovare preparati. In queste due settimane ci concentreremo su disciplina e attenzione, cercando di ritrovare quella compattezza che ci ha contraddistinto per gran parte della stagione”, le parole di mister Luciano Antonelli al termine del match.

Un pareggio che lascia sensazioni contrastanti: da un lato la grande reazione delle volpi, capaci di rimontare tre reti e ribaltare la gara, dall’altro il rammarico per non aver gestito il doppio vantaggio nel finale. Una vittoria avrebbe sicuramente rinvigorito il morale in casa delle foxes ma ora si apre un nuovo capitolo. Archiviata la regular season, per la Feldi Eboli è tempo di pensare ai playoff Scudetto. Le volpi affronteranno la Roma 1927 in una sfida che si preannuncia equilibrata: gara 1 si giocherà al Palasele di Eboli il prossimo 16 maggio, mentre gara 2 ed eventuale gara 3 saranno in trasferta.

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La maratona, le scarpe da record e il rischio di un nuovo doping tecnologico

Risultati abnormi. La maratona di Londra del 26 aprile ci ha regalato risultati che dovremmo definire straordinari. Ma che straordinari rischiano di smettere di esserlo. Sia nel segmento maschile sia in quello femminile sono state registrate nuove prestazioni record. Fra le donne, l’etiope Tigist Assefa ha fissato il cronometro a 2 h 15’ 41”, migliorando se stessa, visto che esattamente un anno prima, a Londra, aveva toccato il tempo di 2 h 15’ 50”. Più clamoroso l’esito della gara maschile, dove sono stati tre gli atleti che hanno superato la prestazione ottenuta a Chicago nel 2023 dal keniota Kelvin Kiptum (2 h 00’ 35”). Soprattutto, addirittura due di questi tre atleti sono scesi sotto le due ore: il keniota Sabastian Sawe, che ha fermato il cronometro a 1 h 59’ 30”, e l’etiope Yomif Kejelcha, che ha fatto registrare il tempo di 1 h 59’ 41”. Alle loro spalle si è piazzato l’ugandese Jacob Kiplimo, che con 2 h 00’ 28” ha migliorato di sette secondi la performance di Kiptum. Tre risultati record in un colpo, due dei quali sterilizzati. È davvero un buon segno?

La maratona, le scarpe da record e il rischio di un nuovo doping tecnologico
Da sinistra a destra il secondo arrivato Yomif Kejelcha (Etiopia), il vincitore Sabastian Sawe (Kenya) e il terzo arrivato, l’ugandese Jacob Kiplimo (foto Ansa).

Non solo Adidas: è una battaglia tecnologica tra case produttrici

Prima di rispondere a questo interrogativo è necessario soffermarsi su un dettaglio, e cioè l’impatto generato dai nuovi modelli di calzature da competizione. Che definire iper-prestative rischia persino di essere riduttivo. Siamo nel pieno di una battaglia tecnologica tra case produttrici, che porta le principali marche globali a trasformarsi in laboratori della sperimentazione sulla performance. Come informa un dettagliato articolo pubblicato dal sito di Sky Sport, le nuove scarpe Adidas Evo hanno fatto segnare una tappa trionfale. A Londra le avevano sia i due vincitori (Sawe e Assefa) sia il secondo classificato nella gara maschile (Kejelcha). Una circostanza che dà il titolo: con questi “attrezzi” ai piedi, per la prima volta nella storia della maratona competitiva, due esseri umani si sono spinti sotto il muro delle due ore.

Leggerissime (97 grammi) e costosissime (500 euro)

Lo hanno fatto calzando una scarpa leggerissima in termini di peso (97 grammi) e pesantissima in termini di prezzo (500 euro). Di per sé, la questione dei costi è un argomento che non può essere eluso: se davvero indossarle dà un vantaggio competitivo così evidente, gli atleti che non possono permettersele sono doppiamente penalizzati.

La maratona, le scarpe da record e il rischio di un nuovo doping tecnologico
Sabastian Sawe, primo arrivato alla maratona di Londra, con annesso nuovo record del mondo (foto Ansa).

Ma al quadro va aggiunto che Adidas non è la sola a essere impegnata in una campagna di sviluppo tecnologico delle calzature da competizione. Il terzo classificato nel maschile, Kiplimo, ha testato con ottimi risultati le nuove Nike Alphafly 4: ha mancato per soli 29 secondi l’obiettivo di abbattere il limite delle due ore. E tornando alla gara femminile, la seconda classificata Hellen Obiri (Kenya) ha sperimentato un nuovo modello di scarpe svizzere On.

La maratona, le scarpe da record e il rischio di un nuovo doping tecnologico
Da destra a sinistra la seconda classificata Hellen Obiri (Kenya), la vincitrice Tigst Assefa (Etiopia) e la terza arrivata Joyciline Jepkosgei (Kenya) posano dopo la fine della maratona di Londra 2026 (foto Ansa).

Siamo dunque nel pieno di una competizione tecnologica tra case produttrici. Ciò crea una situazione in cui bisogna chiedersi se lo sviluppo delle calzature sia al servizio della prestazione, o se viceversa la prestazione sia diventata un test per lo sviluppo tecnologico. Ma si deve tornare al dato dei record per porsi qualche questione cruciale.

Cosa c’è di raro in una performance migliorata tre volte in un colpo?

Si diceva: se in una sola gara il record viene battuto tre volte, possiamo ancora parlare di circostanza straordinaria? Dipende. Di sicuro non è cosa normale. Altrettanto sicuro è che si banalizza il record stesso. Che deve essere, a sua volta, circostanza straordinaria perché rara. Ma cosa c’è di raro in una performance migliorata tre volte in un colpo? Nulla, specie se questo dovesse diventare l’andazzo prossimo venturo.

La maratona, le scarpe da record e il rischio di un nuovo doping tecnologico
I controversi costumi in poliuretano che sono stati banditi nel nuoto (foto Ansa).

La memoria torna al biennio dei costumi in poliuretano nel nuoto (2008-09). In quel lasso di tempo vennero battuti 255 record del mondo. Ai Mondiali di nuoto di Roma (2009), nelle otto giornate di gara in vasca vennero battuti 43 record. Alcuni duravano dalla sera alla mattina. Si parlò di doping tecnologico, ma soprattutto ci si rese conto di avere esagerato: se normalizziamo il record, lo sport perde fascino. Per questo si decise di mettere al bando il poliuretano per tornare ai costumi in tessuto. Il timore è che nella maratona si sia attraversata la medesima soglia. Lo sapremo presto. Ma intanto è bene tenere presente questo dato.

Palantir e l’illusione della neutralità tecnologica

Chi è il cattivo? Ogni storia, si sa, ha bisogno di un eroe e di un antieroe per funzionare. E forse funziona proprio perché ognuno di noi si vede come l’eroe della propria vita. Il problema nasce quando uno è convinto di stare dalla parte giusta ma, senza saperlo, forse è già entrato dalla porta sbagliata della storia. Parliamo di Palantir, un’azienda nata grazie al sostegno iniziale della CIA e di Peter Thiel, il cui nome richiama le Pietre Veggenti del Signore degli Anelli. E forse di una parte dei dipendenti che ha smesso di credere alla retorica della neutralità tecnologica e ha cominciato a chiedersi da che parte stanno veramente.

Palantir e l’illusione della neutralità tecnologica
Il logo di Palantir (Ansa).

I contratti con l’ICE, la partnership con Israele e la guerra in Iran

Tutto ha inizio, come tutto nella Silicon Valley, con un contratto. Il cliente si chiama ICE, Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia federale americana che si occupa di controllo delle frontiere e deportazioni. La collaborazione tra Palantir e l’ICE dura da oltre un decennio, ma con il secondo mandato di Trump diventa un pilastro centrale dell’apparato di deportazione di massa. Tra il 2025 e il 2026 vengono firmati nuovi contratti per sviluppare soluzioni di analisi predittiva pensate per tracciare in tempo reale migliaia di persone e procedere rapidamente con espulsioni su scala industriale. Nel gennaio 2024 Palantir annuncia una partnership strategica con il ministero della Difesa israeliano, mettendo i suoi sistemi di analisi nelle stanze dove si decide chi colpire. Poi c’è l’Iran. Il 28 febbraio 2026, durante l’operazione Epic Fury, un missile colpisce la scuola elementare femminile di Shajareh Tayyebeh a Minab. Tra le 175 e le 180 le persone uccise, la maggior parte bambine tra i sette e i 12 anni. L’edificio risultava ancora classificato in un database della Defense Intelligence Agency come struttura militare, nonostante immagini satellitari mostrassero che dal 2016 il sito fosse invece stato trasformato in una scuola.

Palantir e l’illusione della neutralità tecnologica
Una manifestazione contro la sede Palantir di New York (Ansa).

Ai dubbi etici, il Ceo risponde con un manifesto politico

È proprio in questo contesto che entrano in gioco i dipendenti di Palantir in piena crisi esistenziale. Secondo un’inchiesta pubblicata da Wired, molti di loro stanno iniziando a chiedersi se non siano già diventati il nemico che un tempo pensavano di combattere. Alcuni ex ingegneri raccontano di essersi convinti che Palantir fosse il freno alle deviazioni della sorveglianza, l’azienda che, grazie alla sua tecnologia, avrebbe contribuito a evitare abusi di massa. Altri raccontano di una leadership che risponde ai dubbi etici attraverso manifesti politici. Tipo quei 22 punti che compongono il manifesto ideologico del suo Ceo, Alex Karp, pubblicati nel libro The Technological Republic e che tracciano il ritratto di un’ideologia molto precisa. Vale a dire: la Silicon Valley ha un debito morale verso gli Stati Uniti d’America, il potere del secolo poggia sul software e le armi di intelligenza artificiale saranno costruite comunque, quindi bisogna decidere chi le controlla. Insomma, «Non facciamo i moralisti. Il mondo è pericoloso. Qualcuno deve costruire gli strumenti per chi lo difende». Ovvero gli Stati Uniti. E il cerchio si chiude.

Palantir e l’illusione della neutralità tecnologica
Il co-fondatore e Ceo di Palantir, Alex Karp, a Davos (Ansa).

L’IA è nuova, ma il capitalismo no

Molto più prosaicamente, come sempre, ci sono i soldi. L’intelligenza artificiale sarà anche una novità, ma il capitalismo no. Per questo motivo le aziende che operano nel mondo dell’IA sono incentivate a seguire una regola: massimizzare il ritorno per gli investitori. E quando i valori aziendali entrano in conflitto con il valore del profitto, è quest’ultimo nella maggior parte dei casi ad avere la meglio. Al netto dei principi di massima, basta guardare alla montagna di denaro che l’IA ha attratto finora. I giganti del tech pianificano di investire, solo per quest’anno, centinaia di miliardi di dollari con stime che sfiorano i 700 miliardi a livello aggregato e un orizzonte triennale che, secondo Goldman Sachs, supera i 1.100 miliardi. Questo significa che le grandi aziende tecnologiche stanno destinando quote senza precedenti dei loro ricavi alle infrastrutture IA. Si tratta di livelli storicamente impensabili, ma necessari per non restare fuori dalla corsa. Ragion per cui, anche a fronte di una crescente pressione sui flussi di cassa, questa inerzia ha una natura strutturale difficile da invertire: deve materializzarsi. Ed è per questo che, nonostante sia al centro del dibattito, l’adozione dell’IA da parte dei governi non ha rallentato di un passo. Palantir inclusa. Nel 2025 il valore massimo dei contratti governativi pluriennali aggiudicati all’azienda ha superato i 13 miliardi di dollari, 84 per ogni contribuente americano. Tutto deve filare liscio.

Palantir e l’illusione della neutralità tecnologica
Palantir alla Fiera di Hannover ad aprile 2026 (Ansa).

Short Movie: Un corto italiano in cgi, Genesis

Un corto italiano in cgi, Genesis

Realizzato da Giuseppe Eugenio Morina un corto in animazione ambientato nell'orbita di Marte.

Un essere artificiale si risveglia all'interno di una struttura tecnologica e scopre poco a poco il fallimento di un progetto ideato per sostituire la creazione umana. Tra uteri artificiali abbandonati e vestigia di un'umanità perduta, incontra Eva, l'unico risultato positivo dell'esperimento. Diretto da Giuseppe Eugenio Morina, siciliano trapiantato in Lucania, Genesis è il secondo corto di questo autore, e si avvale del suono realizzato da Federico Ferrandina. Guarda il video: Genesis - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Short Movie - 2 maggio 2026 - articolo di S*

La Cina riscrive la gig economy: benefici e rischi della stretta sui lavoretti

Oltre tre volte l’intera popolazione dell’Italia. È il numero stimato di lavoratori nell’immensa e brulicante gig economy in Cina. Cioè rider delle consegne, autisti delle piattaforme di trasporto, corrieri e altre figure: una costellazione cresciuta attorno all’espansione senza freni dell’economia digitale. Fin qui il settore era ampiamente deregolamentato e i suoi occupati spesso sfruttati. Ora Pechino ha compiuto un passaggio importante: per la prima volta, il governo cinese ha formalizzato un quadro normativo organico dedicato ai cosiddetti «nuovi gruppi occupazionali», una categoria ampia che include anche live streamer, creatori di contenuti e lavoratori digitali freelance.

Oltre 200 milioni di persone impegnate tra lavoro flessibile e piattaforme

Le linee guida, emanate congiuntamente dal Comitato centrale del Partito comunista e dal Consiglio di Stato, introducono tutele per una platea che, come detto, supera i 200 milioni di persone tra lavoro flessibile e lavoro su piattaforma. Già negli anni scorsi il governo era intervenuto con misure mirate che riguardavano però singole aziende. Stavolta si va oltre l’approccio episodico e si fissa un quadro normativo più ampio. Di fatto, la leadership cinese riconosce che la gig economy è una componente ormai strutturale del mercato del lavoro nazionale.

La Cina riscrive la gig economy: benefici e rischi della stretta sui lavoretti
Un rider che lavora per le piattaforme di delivery in Cina (foto Ansa).

L’algoritmo da acceleratore deve diventare strumento di contenimento

Le nuove regole prevedono contratti standardizzati, salari più equi, un compenso minimo parametrato alle tariffe locali e limiti agli orari di lavoro. Una delle novità più significative riguarda il ruolo diretto delle piattaforme nel controllo dei tempi: le app potranno essere obbligate a interrompere l’assegnazione di nuovi incarichi quando un lavoratore supera determinate soglie di fatica o di ore consecutive. È un punto cruciale, perché finora l’algoritmo ha funzionato soprattutto come acceleratore: più ordini, più consegne, più pressione, più penalità in caso di ritardo. Ora Pechino prova almeno formalmente a trasformarlo anche in uno strumento di contenimento.

Il datore di lavoro spesso si manifesta solo attraverso un’app

Il cuore del problema, infatti, è proprio l’algoritmo. Nella gig economy cinese, come altrove, il datore di lavoro spesso si manifesta attraverso un’applicazione che assegna ordini, stabilisce tempi, calcola incentivi, distribuisce penalità, valuta prestazioni e decide chi riceverà più lavoro. Per milioni di rider, il potere non ha dunque un volto umano: è un sistema automatico che misura ogni minuto, ogni chilometro e ogni ritardo.

La Cina riscrive la gig economy: benefici e rischi della stretta sui lavoretti
Un rider in pausa sigaretta dall’algoritmo, a Pechino (foto Ansa).

Correzione di pratiche considerate troppo punitive

Per questo le linee guida insistono sulla trasparenza algoritmica. Le piattaforme dovranno rendere più chiari i criteri con cui vengono assegnati gli incarichi, calcolati i compensi e applicate le penalizzazioni. Dovranno inoltre consultare rappresentanti dei lavoratori e organizzazioni sindacali, sottoporre i sistemi di gestione a maggiore scrutinio e correggere pratiche considerate eccessivamente punitive. È una svolta potenzialmente importante, perché interviene sul modo in cui i lavoratori vengono governati, vale a dire il punto più opaco dell’economia digitale.

La Cina riscrive la gig economy: benefici e rischi della stretta sui lavoretti
Lavatori della gig economy in Cina (foto Ansa).

Il riferimento ai sindacati è particolarmente significativo. In Cina, il sindacato ufficiale opera all’interno del sistema politico e non rappresenta una forza indipendente contrapposta alle aziende. Il suo coinvolgimento indica la volontà del Partito di inserire la gig economy dentro una struttura di mediazione e controllo più tradizionale.

Il momento è ancora delicato per l’economia cinese

Il nuovo quadro normativo arriva in un momento delicato. L’economia cinese attraversa una fase di rallentamento, il mercato immobiliare resta fragile, la fiducia dei consumatori è debole e la disoccupazione giovanile continua a pesare sulle prospettive delle nuove generazioni. Proprio per questo, sempre più persone si rivolgono al lavoro flessibile. La retorica delle piattaforme presenta spesso la gig economy come libertà, autonomia e possibilità di gestire il proprio tempo. La realtà è però quasi sempre più dura: turni lunghi, compensi incerti, assenza di garanzie, concorrenza crescente e difficoltà ad accedere a tutele previdenziali.

L’era della comodità urbana e della velocità del consumo digitale

Il settore delle consegne è il caso più evidente. I rider sono diventati una presenza quotidiana nelle metropoli cinesi, simbolo della comodità urbana e della velocità del consumo digitale. Dietro la promessa di ricevere cibo, farmaci o beni di prima necessità in pochi minuti, però, c’è una forza lavoro sottoposta a pressioni enormi. Le piattaforme competono tra loro abbassando i costi, offrendo sconti ai consumatori e comprimendo i margini. A pagarne il prezzo, spesso, sono i lavoratori, costretti a completare più consegne in meno tempo per mantenere un reddito accettabile.

La Cina riscrive la gig economy: benefici e rischi della stretta sui lavoretti
Rider cinesi in attesa delle consegne, vicino a un fast food (foto Ansa).

Il problema non riguarda solo i rider. Gli autisti del ride-hailing affrontano dinamiche simili: lunghe ore al volante, tariffe in calo, commissioni trattenute dalle piattaforme e una crescente saturazione del mercato. Anche i live streamer, spesso raccontati come nuova aristocrazia dell’economia digitale, vivono in molti casi una forte precarietà.

Il rischio è produrre instabilità sociale e accentuare le disuguaglianze

Pechino si trova quindi davanti a una contraddizione. L’economia delle piattaforme è ormai indispensabile: sostiene i consumi, assorbe manodopera, crea servizi, innova la logistica urbana e offre valvole di sfogo occupazionali in un momento di difficoltà. Allo stesso tempo, rischia di produrre instabilità sociale, accentuare le disuguaglianze e alimentare malcontento tra i giovani e i lavoratori espulsi dai settori tradizionali.

La Cina riscrive la gig economy: benefici e rischi della stretta sui lavoretti
Un rider a Pechino (foto Ansa).

L’indebolimento del patto sociale su cui si fonda la stabilità del Paese

Il nuovo quadro normativo nasce da questa tensione e punta a normalizzare il funzionamento del settore. Il tentativo è quello di costruire una cornice in cui il lavoro flessibile possa continuare a esistere senza diventare una potenziale fonte di conflitto sociale e instabilità politica. Il Partito comunista sa che la gig economy può assorbire disoccupazione, ma anche accumulare rabbia. Sa anche che i giovani vogliono sicurezza, non solo autonomia. E teme che un mercato del lavoro troppo frammentato possa indebolire il patto sociale su cui si fonda la stabilità del Paese.

La Cina riscrive la gig economy: benefici e rischi della stretta sui lavoretti
Lavoratori in scooter nel settore delle consegne di cibo a domicilio (foto Ansa).

Regole troppo rigide riducono le opportunità di guadagno?

Resta però da capire quanto queste regole saranno applicate davvero. La Cina è molto efficace nell’emanare grandi cornici regolatorie, ma l’attuazione locale può essere disomogenea. Le piattaforme hanno forti incentivi a mantenere bassi i costi, mentre molti lavoratori, pur desiderando maggiori tutele, temono che regole troppo rigide riducano le opportunità di guadagno. Per un rider che lavora 12 o 14 ore al giorno perché ha bisogno di denaro immediato, un limite automatico agli incarichi può essere percepito sia come protezione sia come perdita di reddito. Tradotto: se le piattaforme bloccano gli ordini dopo un certo numero di ore, ma il compenso per consegna resta troppo basso, il problema viene solo spostato.

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa

«Yankee go home». La guerra del Vietnam, il golpe in Cile e poi la crisi dei missili nucleari a Comiso (1981-1983) sono stati momenti in cui quell’invito è stato urlato con più forza nelle strade e nelle piazze d’Italia. Era uno slogan velleitario, che esprimeva un desiderio impossibile. Perché la presenza delle basi militari statunitensi, soprattutto in Germania e in Italia, i due Paesi che avevano perso la guerra, era anche il presidio economico che garantiva la libera e massiccia circolazione delle merci Usa in Europa. Il “sogno americano” che era l’anima della nascente società dei consumi aveva il volto sorridente del cinema di Hollywood e della pubblicità della Coca Cola. Ma alla bisogna sapeva di potere contare sul potere molto convincente delle armi. E su quello sottostante, ma non meno persuasivo, dei servizi segreti (CIA) che spesso hanno condizionato e interferito nella vita politica italiana.

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
La base di Sigonella (Archivio Ansa).

La minaccia trumpiana forse è un’occasione storica

Da decenni non si sente più urlare «Yankee go home», ma la novità è che ora sono loro, gli yankee, che minacciano di tornarsene a casa. Dopo che Donald Trump ha minacciato di uscire dalla Nato, è stato il Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, che ha invitato i Paesi europei a spendere di più in armamenti. Perché in caso contrario gli Usa ridimensioneranno o addirittura chiuderanno le basi in Europa. 

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
Pete Hegseth e Donald Trump (Imagoeconomica).

Ora, detto che non è semplice per gli Stati Uniti sfilarsi dall’Alleanza Atlantica e che Hegseth è lo stesso che ha definito «la guerra un dono per il mondo» e che ha confuso la Bibbia con Pulp fiction, penso che dovremmo seriamente chiederci se non sia un’occasione storica accettare il ritiro statunitense. Detta così può sembrare, e in parte è, una provocazione. Come la canzone dei 99 Posse, Yankee go home, che peraltro, con la guerra Usa-Iran in corso risulta assai intonata.

Senza protettori Usa, l’Europa sarebbe costretta a reagire

Per un passo del genere servirebbero infatti statisti e grandi europeisti come Kohl e Mitterrand, dei quali al momento non c’è traccia. Però l’abbandono dei protettori americani costringerebbe a colmare rapidamente quel vuoto. A superare i personalismi e i nazionalismi che oggi frenano la costruzione di una difesa europea. Impedita da un’industria militare frammentata, con duplicazione di capacità produttive e mancanza di standard comuni. Ma pesano anche di più le differenze strategiche e geopolitiche. 

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
Nel 1984, il Cancelliere tedesco Helmut Kohl e il Presidente francese François Mitterrand alla commemorazione della battaglia di Verdun (Ansa).

Mosca e Putin sono una minaccia reale?

Le questioni fondamentali, senza addentrarci in ambiti specialistici, si riassumono nei pensieri e nelle visioni che ispirano e contrappongono – per semplificare al massimo – filo-putiniani e anti-putiniani. Detto altrimenti: se senza protezione americana la Russia si mangerebbe l’Europa in un boccone o, al contrario, tornerebbe a essere un partner commerciale conveniente e affidabile. Ancorché da blandire, soprattutto per il possesso di un formidabile arsenale nucleare. In entrambi i casi l’immagine dei cosacchi che si abbeverano in piazza San Pietro a Roma deve fare i conti con la realtà di un esercito che non pare proprio così potente come è stato raccontato e come Putin lo accredita. Visto che un’operazione speciale che doveva durare una settimana è in corso da quattro anni e che l’esercito russo non dà proprio l’idea di essere un’invincibile armata smaniosa di invadere la grande pianura europea. Certo la Russia ha cento volte e più le bombe atomiche che potrebbero distruggere il mondo. Però, come è noto, ne bastano poche per mettere in moto un meccanismo di risposte a un attacco iniziale che otterrebbe velocemente quel risultato. Quindi se la Russia ha 5.500 bombe, Francia e Regno Unito assieme ne hanno più di 500 (300+220) e in una difesa europea coordinata e operativa sarebbero più che sufficienti per scoraggiare aggressioni militari nucleari russe e non.

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
Vladimir Putin (Ansa).

La spesa europea in armamenti ha superato quella russa

C’è poi da considerare l’aspetto economico, al netto delle polemiche furiose fra bellicisti e pacifisti. Che la spesa europea sia attualmente frammentata, disordinata dunque inefficace è un dato di fatto. Ma è altresì vero, secondo l’Osservatorio dell’Università Cattolica, che nel 2024, la spesa militare europea ha raggiunto livelli record, superando quella russa. I Paesi europei (NATO inclusi) hanno speso circa 730 miliardi di dollari, una cifra superiore del 58 per cento rispetto ai circa 462 miliardi della Russia. «L’ampio divario tra spesa russa ed europea nel 2024 suggerisce cautela nel concludere che sia necessario un forte aumento della spesa militare in Europa, tranne che nei Paesi ancora al di sotto del 2 per cento del Pil».

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
Mark Rutte e Donald Trump (Ansa).

Più armi significa meno welfare

Se però si considera che Trump e Hegseth chiedono che la spesa militare dei Paesi europei sia portata al 5 per cento, ecco che la rinuncia o la chiusura delle basi e della protezione Usa sarebbe economicamente conveniente, oltre che socialmente augurabile. Tre punti percentuali di aumento della spesa militare per la popolazione europea e italiana significano tagli sostanziosi al welfare. Considerato che ha valore quasi scientifico la correlazione inversa tra spesa militare e spesa sanitaria. Quando aumenta l’una cala l’altra: è sempre accaduto così. E se si considera che nel 2025 è stato stabilito il nuovo record mondiale di spesa in armamenti – 2.887 miliardi di dollari complessivi, con un aumento del 2,9 per cento rispetto al 2024 – auguri a tutti noi, che già lamentiamo tagli allo stato sociale e riduzione dei servizi assistenziali.

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
Pete Hegseth (Ansa).

In un colpo solo potremmo liberarci anche della tutela delle Big Tech

Ma rispolverare e accogliere in modo pacifico e consensuale l’opportunità di un ritiro americano dall’Europa non ha solo motivazioni economiche. Il valore e l’importanza del ruolo americano nella sconfitta del nazismo e del fascismo restano come pietre miliari di un atlantismo che ha generato libertà e democrazia. Ma quel debito e la riconoscenza per il piano Marshall lo abbiamo pagato e lo stiamo pagando abbondantemente. Con il quasi monopolio concesso ai servizi finanziari e tecnologici statunitensi. In questa luce «yankee go home» offre anche l’occasione, come scrive The Guardian, per provare a sottrarsi alla tutela di Microsoft, Google, Meta, Amazon, Apple e trovare nuove strade più etiche e rispettose dell’autonomia e dell’identità dei cittadini europei. Certo costruire alternative efficienti è una bella impresa. Però «fare switch è più facile di quanto possiamo pensare», ricorda sempre il Guardian, indicando modi e strumenti con i quali si può cominciare a farlo. Con gentilezza e riconoscenza: cari yankee potete portare a casa o altrove armi e bagagli, perché noi ce la possiamo fare da soli. È un sogno?

Doomjobbing, la svilente ricerca del lavoro che spiega il clima di questo Primo maggio

Niente rende meglio il clima di questo Primo maggio della nuova tendenza dilagante fra i giovani in cerca di lavoro – anche se magari un lavoro ce l’hanno già, malpagato e insoddisfacente come sono spesso i primi impieghi. Si chiama doomjobbing, e se fa venire in mente il doomscrolling, cioè l’immersione morbosa nel flusso di cattive notizie ammannite dalla Rete, una ragione c’è: consiste nell’applicazione dello stesso principio alla ricerca di lavoro.

Il neologismo inventato da una ragazzina americana

Il termine, a quanto pare, è una creazione estemporanea di una sveglissima ragazzina americana di otto anni, che vedeva il padre, appena licenziato, passare inutilmente ore e ore su LinkedIn. «Lei l’ha chiamato doomjobbing. Esatto. È proprio quello», ha scritto l’uomo su Threads. Il suo post, e soprattutto il neologismo, sono diventati virali, e qualcuno ha persino suggerito al padre di registrarlo e di stamparlo sulle magliette, con il font di LinkedIn.

Doomjobbing, la svilente ricerca del lavoro che spiega il clima di questo Primo maggio
Passare inutilmente ore e ore su LinkedIn? Ora c’è un neologismo (foto Unsplash).

Doomjobbing, l’avrete capito (perché magari lo fate anche voi), è guardare ogni giorno decine, centinaia di offerte d’impiego o inviare il proprio curriculum a pioggia a una lista infinita di potenziali interessati. Più lunga è la lista, più numerosi sono i rifiuti o le non-risposte che si ricevono, più aumenta l’impressione che tutto quell’impegno non serva a nulla, e che la propria situazione, lavorativa o no, non abbia alcun margine di miglioramento.

Le aspettative avvizziscono e in parallelo cresce l’ansia

Il doomjobbing è una trappola insidiosa, perché dà l’impressione di essere attivi, senza produrre nessun reale passo avanti, nemmeno nel rendere più efficace la propria ricerca, magari selezionando meglio le offerte di lavoro o finalizzando più utilmente il proprio curriculum. Le aspettative avvizziscono e in parallelo cresce l’ansia, e malgrado si sia sempre più convinti dell’inanità dei propri sforzi, è vietato smettere di tentare e ritentare, perché sarebbe ammettere di avere sbagliato tutto.

Doomjobbing, la svilente ricerca del lavoro che spiega il clima di questo Primo maggio
Il doomjobbing è la vana e sfiancante ricerca di lavoro online (foto Unsplash).

Le imprese ora preferiscono affidare certi lavori all’intelligenza artificiale…

La beffa è che anche aver fatto tutte le cose “giuste” cinque o sei anni fa, fidandosi delle guide alla scelta universitaria più promettente e al master più quotato, oggi non mette al riparo dal doomjobbing. E infatti, i più esposti alla sindrome sono i laureati in STEM, illusi che il loro impegnativo percorso di studi avrebbe dato loro un lavoro sicuro e redditizio (fino a due-tre anni fa le aziende lamentavano la mancanza cronica di candidati con una formazione tecnicoscientifica), per poi scoprire non solo che in troppi hanno avuto la stessa idea, ma anche che le imprese ora preferiscono affidare quei lavori all’intelligenza artificiale, che li completa in una frazione di tempo, h24 e con zero salario. In pratica, cercare lavoro inviando a destra e a manca il proprio curriculum è come pescare a strascico in un braccio di mare in cui sono rimasti pochissimi pesci che richiedono modalità di cattura più sofisticate.

Occhio alla fuffa degli annunci-civetta

A incrementare la depressione da doomjobbing, dall’altro lato, c’è la sempre più diffusa pratica degli annunci-civetta, inserzioni per posti che non esistono, dietro ai quali a volte ci sono vere e proprie truffe, ma che possono avere anche obiettivi meno criminali ma più subdoli. Le aziende vogliono dare l’impressione di essere in crescita, quindi di cercare nuovo personale; oppure, gli annunci sono un modo per rastrellare dati personali o curriculum, per esercitare l’intelligenza artificiale o da sfruttare a fini pubblicitari.

Doomjobbing, la svilente ricerca del lavoro che spiega il clima di questo Primo maggio
Il doomjobbing è una trappola insidiosa, perché dà l’impressione di essere attivi (foto Unsplash).

I Paesi che prendono sul serio i problemi lavorativi sono altri…

Da quando i miei figli cercano lavoro diffondendo, fra le altre cose, i loro recapiti, si vedono la casella email inondata di spam e ricevono messaggi o chiamate moleste da numeri sconosciuti. Il fenomeno è così grave e diffuso che Paesi come il Canada hanno appena varato una legge contro gli annunci falsi. Combinazione, sono quasi sempre Paesi dove c’è anche il salario minimo (in Canada, 18 dollari canadesi l’ora, poco più di 11 euro). Sono Paesi, insomma, dove la politica e i sindacati prendono sul serio i problemi lavorativi dei giovani, che si riflettono sul loro benessere fisico ed emotivo – e dove, non a caso, i giovani italiani finiscono per emigrare. Chissà quanti ce ne sono che, in questo Primo maggio, stanno preparando le valigie. Il doomjobbing fa tristezza, ma è ancora più triste che in Italia l’antidoto possa essere così semplice: un biglietto aereo, sola andata.

Dall’Italia: Allora, come sono stati questi Delos Days?

Allora, come sono stati questi Delos Days?

Com'è stato l'evento delosiano del 25 e 26 aprile? Tanti eventi, non troppa folla: un piacevole week-end all'insegna dei libri.

Ne abbiamo parlato molto nei giorni precedenti per promuovere l'evento, vi abbiamo raccontato il programma, le iniziative, gli ospiti. Ma poi effettivamente come sono stati questi Delos Days? Innanzitutto, hanno confermato le attese. Si prospettava una partecipazione di un paio di centinaia di persone e, sui due giorni, sono state superate le 250; i costi sono stati recuperati, tutto si è svolto nel migliore dei modi, quindi da un punto di vista organizzativo ampia soddisfazione. Le reazioni che abbiamo colto sono state tutte molto positive, quindi anche il pubblico si è... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Dall'Italia - 1 maggio 2026 - articolo di S*

Cinema: Fantascienza cinema e tv in arrivo in maggio con The Mandalorian e Grogu

Fantascienza cinema e tv in arrivo in maggio con The Mandalorian e Grogu

Star Wars torna al cinema in maggio con The Mandalorian e Grogu. In tv esordisce lo spin-off “russo” di For All Mankind.

Baby Yoda torna, questa volta nelle sale con il film The Mandalorian and Grogu, primo film del franchise dopo sette anni – ma un altro arriverà già l'anno prossimo. In tv c'è la conclusione della serie Good Omens con un lungo episodio speciale e l'esordio dello spin-off di For All Mankind ambientato in Russia, Star City. 40 days and nights – Apocalisse finale 1 maggio, film, Prime Video canale Full Action. Quando un colossale spostamento della placca tettonica causa un aumento del livello delle acque marine, una microbiologa inizia a raccogliere dei... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - SERIE TV - Cinema - 1 maggio 2026 - articolo di S*

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?

La frase più in voga: «È un altro sport». Lo spettacolo messo in scena nella serata di martedì 28 aprile da Paris Saint-Germain e Bayern Monaco, con quel 5-4 che pareva un punteggio fissato dopo i calci di rigore, ha rappresentato in un certo senso l’ennesimo indicatore dello stato di crisi del calcio italiano. Una sfida pirotecnica, che è soltanto metà del doppio confronto e che dunque potrebbe moltiplicare le emozioni nella partita di ritorno di mercoledì 6 maggio all’Allianz Arena di Monaco di Baviera. In tutto ciò, è la comparazione a ferire maggiormente. Perché il termine di paragone è stato MilanJuventus. Un match concluso sullo 0-0, e che su questo punteggio si sarebbe fissato anche se si fosse andati avanti a giocare per tre giorni.

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?
Marquinhos contro Luis Diaz durante Psg-Bayern (foto Ansa).

Non siamo più all’altezza di quel livello

Già, il paragone. Come provare a fare un confronto tra il Metaverso e i fratelli Lumière. Una cosa impietosa, che bisognerebbe avere l’accortezza di evitare, ma che invece è impossibile eludere. Perché, volenti o nolenti, quel livello del calcio internazionale continua a essere il nostro termine di paragone. Anche quando è ormai palese che non è alla nostra portata e chissà quando potrà tornare a esserlo. Proprio qui sta il punto: crediamo di essere ancora su quel livello lì, vogliamo darci la missione di mantenerlo, ma ci rendiamo perfettamente conto di non esserne all’altezza. È un ruolo troppo largo per il nostro gracile presente. Ma allora, che fare?

Peggio del 1974, quando tutti eravamo disfattisti

A memoria ci sovviene un solo precedente di situazione depressiva del nostro calcio equiparabile a quella attuale: il post Mondiale del 1974. La spedizione in Germania Ovest si era risolta in un’eliminazione al primo turno, ma a diffondere un senso di malessere era stata soprattutto l’immagine di disfacimento che la nostra Nazionale aveva proiettato. Ne erano uscite diagnosi allarmistiche sul calcio italiano, che a distanza di oltre cinquant’anni risultano francamente esagerate. E in effetti quattro anni dopo gli Azzurri avrebbero conquistato il quarto posto in Argentina, mentre al termine del quadriennio successivo avrebbero vinto il Mondiale di Spagna 1982.

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?
L’attaccante dell’Italia Giorgio Chinaglia durante il disastroso Mondiale dl 1974, quando la Nazionale uscì al girone (foto Ansa).

In quel momento però pareva davvero che si fosse nel pieno di una crisi di sistema. E si guardava ai campionati stranieri come se fossero tutti migliori della Serie A, cui invece si rimproverava l’eccesso di 0-0. Eh già, lo stereotipo che iniziava a diffondersi sull’arido calcio all’italiana.

Pensiamo sia un incidente anziché un errore di sistema

Tornando con la memoria a quei giorni, viene da rimpiangere quel senso di inadeguatezza e quell’impeto di autoflagellazione. Che, per quanto esagerati, hanno sortito l’effetto positivo di stimolare la ricostruzione. L’opposto di adesso. Siamo alla terza mancata partecipazione consecutiva a un Mondiale, e i nostri club non si spingono oltre i quarti di finale anche nelle coppe europee di rango inferiore. Eppure si continua a fare come se fossimo quelli di una volta. E a credere che, ogni volta, sia soltanto un incidente anziché un errore di sistema. Salvo poi guardare il calcio che si gioca nelle semifinali di Champions league e rendersi conto che si sta viaggiando su pianeti diversi.

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?
Josip Stanisic e Willian Pacho durante Psg-Bayern (foto Ansa).

L’epoca del calcio camminato: la Serie A è ancora un prodotto vendibile?

Quanto è competitivo oggi il nostro calcio? I dati oggettivi sono già impietosi: siamo diventati una periferia del calcio d’élite. Ma ci sono anche altri aspetti, meno oggettivi e però egualmente riscontrabili. Riguardano l’ambito spettacolare: vi pare che il nostro calcio sia oggi un prodotto vendibile? Prendete una partita qualsiasi della nostra Serie A: nella maggior parte dei casi vi sembrerà di assistere a una prova di calcio camminato. Il ritmo è da moviola, il confronto fra le forze in campo è puro rifiuto della velocità, la tattica continua a essere l’elemento principale della contrapposizione. A meno di essere coinvolti come tifosi, lo spettacolo che vi si propone è quasi sempre inguardabile.

Le televisioni pagano un miliardo a stagione per i diritti di questo scempio

Fino a quando sarà possibile venderlo all’estero? Ma soprattutto: fino a quando le tivù pagheranno un miliardo a stagione per aggiudicarsi questo prodotto? Sono domande che bisogna farsi con urgenza, specie quando si sente montare la critica alle difese allegre di Psg e Bayern, capaci di rifilarsi nove gol e di sfiorarne altrettanti.

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?
Gli allenatori di Milan e Juventus, Massimiliano Allegri e Luciano Spalletti (foto Ansa).

Milan-Juve allo stadio? I biglietti meno cari costavano 139 euro…

Secondo una visione integralista, partite con punteggi del genere non sarebbero più calcio. Opinione rispettabile. Ma a patto di controbattere con un’altra domanda: è calcio quello 0-0 fra Milan e Juventus, per il quale sono stati chiesti 139 euro agli spettatori piazzati nella “piccionaia” del Meazza? Soltanto dandosi una bella ridimensionata sarà possibile ripartire. Ma di segni che vanno in questa direzione non se ne vede. Zero autocritica, zero voglia di riformare. Il problema sta sempre altrove. Il problema siamo noi.

Presidenza Figc, Malagò incassa anche il sostegno di calciatori e allenatori

A poco meno di due mesi dall’Assemblea elettiva federale del 22 giugno e in vista dell’ultimo giorno per la presentazione delle candidature alla carica di presidente della Figc, Giovanni Malagò dopo quello della Lega Serie A incassa anche il sostegno dell’Associazione Italiana Calciatori e dell’Associazione Italiana Allenatori Calcio. «È la persona in grado di rispondere alle tante sfide del presente e soprattutto del futuro», si legge in una nota in cui viene evidenziato che, nel corso degli incontri e dei confronti delle ultime settimane, «sono emerse importanti convergenze sui principali punti programmatici quali il Club Italia, la Sostenibilità e le Riforme, il Progetto tecnico-sportivo e il Calcio Femminile; una visione di politica sportiva che offre ampie garanzie in questa delicata e importante stagione federale nella quale ragionare di sistema è la sola strada da percorrere». All’Assemblea del 22 giugno le due componenti avranno assieme un peso del 30 per cento (20 per cento l’Aic e 10 per cento l’Aiac), che si aggiunge al 18 per cento della Lega Serie A (solo il presidente laziale Claudio Lotito fa ancora muro). Malagò, a questo punto, sfiora la maggioranza: per essere eletti occorre il 50 per cento più uno dei voti validi.

Simest, inaugurato a Torino il nuovo ufficio alla presenza di Tajani

Simest, società del Gruppo Cdp, ha inaugurato il nuovo ufficio di Torino, rafforzando ulteriormente la propria presenza sul territorio e il supporto alle imprese italiane nei processi di crescita e internazionalizzazione. Alla cerimonia di apertura ha preso parte il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, nell’ambito delle tappe di avvicinamento alla Conferenza nazionale dell’export 2026 in corso nel capoluogo piemontese. Presenti all’evento il presidente di Simest Vittorio de Pedys e l’amministratore delegato Regina Corradini D’Arienzo, insieme al presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, alla vicesindaca di Torino Michela Favara e a rappresentanti del mondo istituzionale, confindustriale e imprenditoriale. L’apertura del nuovo presidio torinese rappresenta un passo concreto nella strategia di Simest volta a consolidare la propria vicinanza alle imprese, sostenendone lo sviluppo economico per creare impatto sulla comunità locale, promuovendo la competitività del sistema produttivo italiano sui mercati internazionali.

De Pedys: «Radicamento sui territori leva strategica per valorizzare le eccellenze locali»

«L’inaugurazione dell’ufficio di Torino rappresenta un ulteriore passo nel percorso di rafforzamento del nostro accompagnamento, grazie anche alla vicinanza dei territori, con l’obiettivo di consolidare un modello operativo sempre più di partner strategico», ha dichiarato il presidente Vittorio De Pedys. «Il radicamento sui territori non è solo una scelta organizzativa, ma una leva strategica per intercettare bisogni, valorizzare le eccellenze produttive locali e sostenere in modo mirato e duraturo la crescita dell’export italiano. In questo senso, Torino e il Nord-Ovest costituiscono un contesto particolarmente dinamico e ricco di potenziale».

Corradini D’Arienzo: «Presidio per garantire prossimità, ascolto e rapidità di intervento»

«Con l’apertura del nuovo ufficio, Simest rafforza concretamente il proprio supporto al tessuto imprenditoriale, con un’attenzione particolare alle pmi, che rappresentano l’ossatura del sistema produttivo», ha aggiunto l’amministratore delegato Regina Corradini D’Arienzo. «La sede di Torino sarà un presidio operativo strategico per Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, pensato per garantire prossimità, ascolto e rapidità di intervento. Vogliamo accompagnare le imprese lungo tutto il percorso di internazionalizzazione, offrendo ancor prima degli strumenti finanziari, competenze specialistiche e affiancamento anche per far crescere le comunità locali. Il nostro impegno è rendere questi percorsi sempre più accessibili, efficaci e di valore di lungo termine, contribuendo alla crescita sostenibile del Paese all’interno del Sistema Italia, con la regia della Farnesina, e in coordinamento con Cdp, Sace, Ice e le associazioni imprenditoriali».

Trump attacca Merz: «Pensi a risanare la Germania in rovina e non interferisca con l’Iran»

Alta tensione sull’asse Washington-Berlino. Dopo aver minacciato di ridurre la presenza militare americana in Germania a seguito delle dichiarazioni di Friedrich Merz, che aveva parlato di un’Europa in sofferenza per il blocco dello stretto di Hormuz e di un Donald Trump «umiliato dalla leadership iraniana» nei negoziati, nonché di una totale mancanza di strategia nel conflitto, il tycoon ha attaccato pesantemente il cancelliere tedesco su Truth.

Trump attacca Merz: «Pensi a risanare la Germania in rovina e non interferisca con l’Iran»
Il post di Trump contro Merz.

Trump contro Merz: cosa ha scritto su Truth

«Dovrebbe dedicare più tempo a porre fine alla guerra con Russia e Ucraina (dove si è dimostrato totalmente inefficace!) e a risanare il suo Paese in rovina, soprattutto in materia di immigrazione e energia, e meno tempo a interferire con coloro che si stanno adoperando per eliminare la minaccia nucleare iraniana, rendendo così il mondo, Germania compresa, un luogo più sicuro!». Questo il post di Trump su Truth.

Approvata la risoluzione di maggioranza sul Dfp

Via libera di Camera e Senato alla risoluzione di maggioranza sul Documento di finanza pubblica. A Montecitorio, dove il testo era stato messo in votazione circa un’ora prima, i voti a favore sono stati 180, i contrari 97 e 4 gli astenuti. A Palazzo Madama il semaforo verde è arrivato con 96 sì e 60 no, senza alcuna astensione. Con il voto a favore della risoluzione della maggioranza sono stati preclusi i testi presentati dalle opposizioni.

Approvata la risoluzione di maggioranza sul Dfp
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Giorgetti: «Ho validato io la risoluzione, testo condiviso»

«Ho validato io il testo della risoluzione, quindi si può dire che è stato condiviso». Lo ha detto a margine del voto sulle risoluzioni sul Dfp in Senato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, rispondendo ai cronisti che gli avevano chiesto se la modifica apportata al testo, con la richiesta di interlocuzioni con l’Unione europea per attivare le clausole di salvaguardia, fosse appunto condivisa oppure no.

La Bce lascia i tassi al 2 per cento

Come da attese, il Consiglio direttivo della Banca centrale europea ha mantenuto fermi i tassi di interesse: nel dettaglio, quelli sui depositi presso Francoforte resta al 2 per cento (raggiunto a giugno del 2025); quelli sulle operazioni principali di rifinanziamento al 2,15 per cento; quelli sui prestiti marginali al 2,40 per cento.

Aumentano i rischi per inflazione e crescita

L’istituto presieduto da Christine Lagarde sottolinea però che i rischi al rialzo per l’inflazione e i rischi al ribasso per la crescita economica si sono intensificati. «Il conflitto in Medio Oriente ha causato un brusco incremento delle quotazioni energetiche, sospingendo al rialzo l’inflazione e gravando sul clima di fiducia», si legge in una nota. «Le implicazioni della guerra per l’inflazione a medio termine e l’attività economica dipenderanno dall’intensità e dalla durata dello shock sui prezzi dell’energia nonché dalla portata dei suoi effetti indiretti e di secondo impatto. Più a lungo continuerà la guerra e più a lungo i prezzi dell’energia resteranno elevati, maggiore sarà il probabile impatto sulle misure più ampie dell’inflazione e sull’economia».

La politica monetaria per stabilizzare l’inflazione

Il Consiglio direttivo si è impegnato a definire la politica monetaria in modo da assicurare che l’inflazione si stabilizzi sull’obiettivo del 2 per cento a medio termine, spiegando di «essere tuttora in una posizione favorevole per affrontare l’attuale incertezza». Come evidenzia la nota, «le aspettative di inflazione a più lungo termine permangono saldamente ancorate, benché quelle sugli orizzonti temporali più brevi siano aumentate in misura significativa». E poi: «Le decisioni sui tassi di interesse saranno basate sulla sua valutazione delle prospettive di inflazione e dei rischi a esse associati, considerati i nuovi dati economici e finanziari, nonché della dinamica dell’inflazione di fondo e dell’intensità della trasmissione della politica monetaria, senza vincolarsi a un particolare percorso dei tassi».