Scafati. Bilancio di previsione ok tra le polemiche

SCAFATI. Dopo una lunga maratona, conclusasi a notte fonda, il Comune di Scafati ha approvato il bilancio di previsione e il Dup (documento unico di programmazione). Tra interventi incrociati, scontri a distanza e dure contestazioni da parte dell’opposizione, la maggioranza di governo targata Pasquale Aliberti, riesce a portare a casa un risultato molto atteso. Grazie al documento di programmazione economico-finanziario, infatti, sono state tracciate le linee programmatiche che consentiranno di realizzare la maggior parte degli interventi previsti, sia dal punto di vista strutturale, che infrastrutturale e di servizi da offrire alla cittadinanza. Soddisfatto il primo cittadino che così ha commentato: “Quella che abbiamo in mente – ha dichiarato Aliberti – è una Scafati policentrica con azioni di rigenerazione al centro e in periferia, innovativa, inclusiva, vivibile con un PUC e il miglioramento delle infrastrutture. Per cui approvare il Dup e il Bilancio vuol dire approvare gli strumenti fondamentali che guidano l’azione amministrativa dell’Ente. Un passaggio fondamentale per pianificare in modo responsabile lo sviluppo del territorio e rispondere ai bisogni della comunità, con una visione chiara e di lungo periodo”. Il bilancio approvato ha messo sul piatto ben 50 milioni di euro. La parte più consistente arriva dalle entrate tributarie: oltre 34,9 milioni di euro tra Imu (12 milioni), Tari (11,6 milioni) e Fondo di Solidarietà Comunale (7,3 milioni). L’ente prevede 3,8 milioni per il rimborso dei mutui, ma non ha dovuto richiedere anticipazioni di cassa grazie a una liquidità superiore agli 8 milioni. Le spese per il personale si aggirano intorno agli 8 milioni di euro. Gli investimenti in conto capitale ammontano a 4,1 milioni, con importanti interventi finanziati anche dal PNRR. Tra questi 730 mila euro per la scuola di via Genova; 1,29 milioni per il restauro di Palazzo Meyer; 1,27 milioni per il Fondo Nappo; 3 milioni ottenuti per il PIP; 3,5 milioni di euro ottenuti dal MasterPlan e destinati alla riqualificazione del Corso nazionale fino a Piazza Garibaldi con la ZTL; 15 milioni di euro di fondi PRIUS per i quali in questi giorni l’amministrazione ha chiesto la compilazione di un questionario per raccogliere idee e definire le opere da realizzare al centro ed in periferia. Ma non finisce qui: c’è stato l’accordo pubblico-privato per la rigenerazione dello Stadio comunale. i progetti arrivati per il Palatenda di via Ticino, per i campi da tennis di via della Resistenza, la rifunzionalizzazione della villa comunale con la realizzazione di un grande parco giochi (in itinere), così come il Caffè letterario della Scafati Solidale con il teatro (in itinere). Il Comune ha inoltre stanziato risorse significative per la cura quotidiana del patrimonio, con una forte enfasi sugli impianti e sugli edifici scolastici: 250mila euro per la manutenzione ordinaria e riparazione degli immobili comunali; 350mila euro per la manutenzione ordinaria delle strade; 250mila euro per la manutenzione delle aree verdi, parchi e giardini; 250mila euro per la manutenzione straordinaria degli immobili comunali. Previsto un massiccio intervento di ristrutturazione e ampliamento dei muri (lotti G, I, B, C, E, H) del cimitero per un totale che supera 1,3 milioni di euro in competenza 2026-2027 e 350mila euro per la manutenzione straordinaria delle strade. Inoltre, sono stati programmati interventi futuri (per il 2027) per Piazzale Aldo Moro (215mila euro) e per la realizzazione di un parcheggio con aree attrezzate in Località Bagni (300mila euro). L’elenco si arricchisce sui capitoli del welfare e dell’istruzione, dove tra le politiche sociali spiccano:

674mila euro per incremento del fondo in favore degli asili nido; oltre 1 milione per la programmazione sociosanitaria; 351mila euro per i buoni libro. Previsti anche più di 470mila euro per i proventi della mensa scolastica e circa 350mila euro per i buoni libro; 300mila euro per Cultura e Grandi Eventi. Tuttavia, l’opposizione incalza. “Al di là delle balle e della propaganda di quel Mario Merola dei poveri che svolge la funzione di Sindaco pro tempore – ha detto un sarcastico Michele Grimaldi – la verità purtroppo è solo una: l’ente, per stessa ammissione scritta del ragioniere capo, per il secondo anno consecutivo è in una situazione di deficit strutturale, ai sensi dell’articolo 243 del Tuel. Insomma, i conti non tornano.

In più, manca ogni orizzonte programmatico, ed il bilancio si trasforma così nella sommatoria dei desideri e degli interessi individuali dei Consiglieri comunali di maggiorana”. Il capogruppo del PD ha anche spiegato che l’opposizione ha provato a correggere quello che poteva essere corretto, presentando come oltre 70 emendamenti tra Dup e bilancio. Una battaglia sulle idee, che racconta tanto impegno, studio e amore per la città da parte dell’intera minoranza. “Sindaco e maggioranza – ha concluso polemico Grimaldi – hanno bocciato tutte le nostre proposte, votando no aprioristicamente, perché, testuali parole “comandano loro”. Una concezione proprietaria e privatistica delle Istituzioni, che non porterà a nulla di buono”. In ultimo, Grimaldi ha promesso che nei prossimi giorni racconterà nel dettaglio tutto quello che è successo, aggiornando i cittadini su altre delicate vicende che l’opposizione sta seguendo in commissione consiliare di garanzia.

Mario Rinaldi

 

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Salernitana. Cosmi, ho sbagliato tattica in avvio

Soddisfatto per il successo ottenuto sul campo del Crotone, il tecnico della SalernitanaSerse Cosmi, ha analizzato la gara dello stadio Ezio Scida al termine del match.

“Credo che la partita di oggi abbia dimostrato che siamo migliorati dal punto di vista caratteriale. Dal punto di vista della lettura tecnica dobbiamo ancora migliorare. Forse ho sbagliato io all’inizio come schieramento e ho cambiato in corso d’opera: ci prendevano troppo in infilata”, ha spiegato l’allenatore granata.

Cosmi ha poi sottolineato il valore del successo ottenuto in trasferta: “Abbiamo perso un po’ di tempo in alcune situazioni perché la posta in palio era alta. Abbiamo vinto su un campo difficile, contro una squadra importante e molto veloce in avanti. I nostri tre punti hanno molto valore”.

Il tecnico ha anche ricordato la situazione di classifica: “Oggi la squadra è terza, come l’avevo ereditata, ed era il minimo che dovevo fare. Dobbiamo abituarci a vincere perché per una piazza come Salerno è la normalità”.

Non è mancato un riferimento alle voci sulla possibile cessione del club: “Queste notizie escono sempre il giorno delle partite, è già successo tre volte. Diciamole magari il venerdì o il lunedì. Ho parlato con la società in queste ore, ma non di aspetti extracalcistici. Per me era importante la gara, per noi e per i tifosi presenti oggi”.

Infine lo sguardo al futuro: “Ora testa alla gara di lunedì, niente riposo. Dobbiamo mentalizzarci subito per il prossimo impegno. Iervolino? Lo conosco poco, ci siamo incontrati solo per poco tempo. I playoff? Questa squadra può fare tutto: l’anno scorso il Pescara, che non era dato per favorito, è riuscito ad andare in B proprio attraverso gli spareggi”.

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Salerno. Inaugurata al Martucci, la panchina “lilla”

Di Olga Chieffi

La natura profonda della gentilezza, va ben oltre la sua semplice apparenza sociale è un’energia connettiva, un atto di verità istintiva e onestà immediata tra azione e pensiero, che richiede coraggio e autenticità. La vera gentilezza non si riduce a formalismi o a cortesia superficiale, ma si manifesta come una scelta consapevole e generosa, spesso a costo di un impegno personale. La gentilezza, secondo Nietzsche, è legata alla generosità dei magnanimi, e spesso la si interpreta erroneamente come cortesia formale. L’aneddoto che racconta dello stesso filosofo tedesco abbracciare un cavallo frustato a sangue dal proprio cocchiere serve a illustrare come la vera gentilezza possa manifestarsi anche in azioni intense e profonde, rivelando le qualità dell’ essere stesso. Come predica Papa Leone non dobbiamo sottovalutare la gentilezza, che non va mai omessa o data per scontata. La gentilezza è la forma con cui non solo il rispetto, ma l’affetto, l’amore stesso prendono forma nelle nostre relazioni e, quindi, da aspetto formale diviene elemento sostanziale delle nostre comunicazioni. Una conversazione gentile, infatti, evita giudizi affrettati nei confronti dell’interlocutore e si presta anzi ad essere strumento di solidarietà e sostegno per l’altro. Se ci si cimenterà nell’ evitare parole taglienti o offensive a favore di una cordiale gentilezza si svilupperà un positivo clima di benevolenza e ci si educherà reciprocamente alla formazione di un animo attento anche alle relazioni con tutti, nella vita quotidiana. La gentilezza e la cura delle parole sono forse il primo punto per contrastare ogni violenza e promuovere la pace. Dal Conservatorio di Musica “G.Martucci”, ove ieri pomeriggio si sono concluse le due intense giornate di lavori della IV edizione delle Giornate di Studio dedicate alla parità di genere “Voci Ritrovate: Donne, Musica e Processi Culturali”, è venuto chiaro e forte il messaggio, con l’inaugurazione di una panchina lilla, dedicata alla gentilezza, una tinta, questa, che nasce dall’unione di due colori primari, ovvero il rosso che è il colore della concretezza e il blu che è il colore della profondità. L’inaugurazione della seduta, che si aggiunge alla panchina rossa, simbolo del rifiuto della violenza sulle donne e del loro sangue versato, ad eterno ricordo di un nemico che non ha volto, schiavo delle debolezze umane e quella blu, simbolo dei disturbi dello spettro autistico, significa guardare il mondo da un’altra prospettiva, libera dai pregiudizi, capace di accorciare le distanze tra le persone, è stato il primo atto ufficiale del neo-eletto Presidente del Consiglio d’Amministrazione del Martucci, Vittorio Acocella e dell’ intero consiglio, alla presenza del Vice direttore Ernesto Pulignano, della Dottoressa Luciana Giordano, della Dottoressa Anna Elisabetta Spera e del Rappresentante dei docenti Demetrio Massimo Trotta, unitamente a quello degli studenti Alessandro Tino. Bellezza fa rima con gentilezza e oltre alle parole di speranza e ottimismo da parte dei membri del consiglio, la sorpresa della gentilezza è venuta dal Maestro Francesco Aliberti, il quale ha dedicato, con i suoi allievi, alla piccola platea intervenuta, una lauda filippina di Vespasiano Roccia, autore a cavaliere tra il tardo Rinascimento e il primo barocco, “Hor eccoti il mio core”, dedicata alla Vergine, una invocazione che è anche un canto d’amore e speranza.

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Pechino condanna l’attacco all’Iran ma conferma la visita di Trump

Gli attacchi contro l’Iran e la guerra in Medio Oriente non fermano il dialogo tra Pechino e Washington. Nonostante gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro Teheran abbiano tra le “vittime collaterali” diversi interessi cinesi nella Repubblica Islamica e in tutta la regione, la condanna retorica di Pechino non compromette i preparativi per la visita di Donald Trump. Un segnale evidente di quanto entrambe le potenze considerino questa visita un passaggio strategico e ineludibile, nonostante «l’interferenza bellica» che ha aggiunto diversi nodi e una dose di imprevedibilità al viaggio del presidente Usa, previsto tra il 31 marzo e il 2 aprile.

Pechino condanna l’attacco all’Iran ma conferma la visita di Trump
Xi Jinping (Ansa).

Pechino vuole contenere lo scontro con Washington

La posizione cinese è emersa con chiarezza durante le cosiddette “due sessioni“, le riunioni annuali dell’Assemblea Nazionale del Popolo (quanto di più simile a un parlamento ci sia in Cina) e della Conferenza Consultiva del Popolo. In quella sede il ministro degli Esteri Wang Yi ha delineato la linea diplomatica cinese: la rivalità con gli Stati Uniti resta strutturale, ma deve essere gestita attraverso il dialogo tra i leader e una forma di coesistenza competitiva. Wang ha ribadito che Cina e Stati Uniti non possono cambiare la natura dei rispettivi sistemi politici, ma possono cambiare il modo in cui interagiscono. È una formula che riassume la strategia di Pechino: contenere lo scontro e impedire che la rivalità si trasformi in confronto aperto. Tradotto: la Cina ha interessi rilevanti in Medio Oriente, soprattutto sul piano energetico, ma non intende trasformare la guerra nella regione in un terreno di scontro diretto con Washington. La priorità resta la stabilità economica e la gestione della competizione con gli Stati Uniti. Non sorprende quindi che, mentre la crisi iraniana domina l’agenda internazionale, Pechino continui a lavorare per assicurare la tenuta politica della visita di Trump.

Pechino condanna l’attacco all’Iran ma conferma la visita di Trump
Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi (Ansa).

Dai dazi alle catene di approvvigionamento: le questioni ancora aperte

In questo quadro si inseriscono anche i nuovi colloqui commerciali di questi giorni a Parigi, mirati a fissare i dossier concreti da affrontare nel vertice di Pechino fra Trump e Xi. Dopo la tregua di un anno siglata lo scorso fine ottobre a Busan, restano da affrontare alcune delle questioni più controverse del rapporto economico bilaterale. Si va dai dazi, depotenziati dopo la recente sentenza della Corte Suprema degli Usa, alle catene di approvvigionamento. C’è chi immagina una possibile ripresa degli investimenti reciproci, bloccati negli ultimi anni dall’escalation della guerra commerciale. Pechino insiste soprattutto sulla necessità di protezioni più chiare per gli investimenti cinesi negli Stati Uniti e sulla trasparenza delle tariffe che colpiscono componenti e input della produzione globale. Washington, invece, continua a spingere per una formula di “commercio gestito“, cioè un sistema in cui i governi negoziano direttamente volumi di acquisto, prezzi e accesso al mercato.

Pechino condanna l’attacco all’Iran ma conferma la visita di Trump
Donald Trump e Xi Jinping in Corea del Sud, il 30 ottobre 2025 (Ansa).

La vera partita si gioca su microchip, tecnologie industriali e materiali strategici

La dimensione economica resta infatti il cuore della visita. La tregua commerciale rappresenta un equilibrio fragile, nato dopo mesi di escalation tariffaria che avevano portato le aliquote su molti prodotti cinesi a livelli simili a un embargo de facto. Per Pechino la priorità non è tanto la riduzione immediata dei dazi, quanto l’allentamento dei controlli tecnologici e delle limitazioni alle catene di approvvigionamento avanzate. È su questo terreno – microchip, tecnologie industriali e materiali strategici – che si gioca la vera partita. D’altra parte, anche l’amministrazione Trump ha bisogno di risultati tangibili. Il presidente americano vuole arrivare alla visita con qualche annuncio concreto da presentare agli elettori e al mondo economico statunitense. Tra le ipotesi che circolano c’è un maxi accordo nel settore aeronautico che potrebbe portare la Cina ad acquistare centinaia di aerei da Boeing, oltre a nuovi impegni di Pechino sull’acquisto di prodotti agricoli americani come la soia. Per Trump si tratterebbe di un risultato politico importante, soprattutto in vista delle elezioni di medio termine.

Pechino condanna l’attacco all’Iran ma conferma la visita di Trump
Microchip (foto Ansa).

Al tempo stesso, le aspettative sui risultati concreti del vertice restano relativamente basse. Diversi analisti ritengono che la visita avrà soprattutto un valore simbolico. «I due leader probabilmente confermeranno la tregua sulla guerra commerciale, lavoreranno per definire l’agenda per l’anno in corso, Washington parla di un totale di quattro summit, miglioreranno il clima generale e forniranno indicazioni ai loro governi per la gestione delle relazioni», sostiene Ryan Hass di Brookings Institution. Non manca però una dimensione politico-strategica. «La visita potrebbe includere impegni commerciali e di investimento. Pechino vorrà sfruttare la visita per sensibilizzare Trump su specifiche preoccupazioni relative a questioni delicate. Trump apprezzerà l’immagine del rispetto che Xi gli riserva sulla scena mondiale», dice Hass.

Il nodo di Taiwan

Tra le questioni delicate non può mancare Taiwan, che rappresenta il principale punto di frizione strategica tra Washington e Pechino. La leadership cinese chiede da tempo agli Stati Uniti di chiarire la propria posizione sullo status dell’isola e di limitare le vendite di armi a Taipei. Alcuni analisti ritengono che Pechino potrebbe utilizzare il vertice per ottenere almeno un segnale politico in questa direzione. Dall’altra parte, Trump potrebbe sfruttare proprio il dossier taiwanese come leva negoziale, mantenendo una certa ambiguità strategica. Nelle scorse settimane, Trump ha peraltro congelato il via libera alla vendita di un maxi pacchetto di armi da 20 miliardi di dollari, dicendo che sarà oggetto di discussione con Xi. Un inedito, visto che la Casa Bianca ha sempre evitato di rendere il supporto difensivo a Taiwan un argomento di dibattito con Pechino, che al di là della riuscita del pressing sul prossimo pacchetto di armi potrebbe intravedere un’opportunità di portare anche il futuro di Taipei sul tavolo negoziale.

Pechino condanna l’attacco all’Iran ma conferma la visita di Trump
Il presidente taiwanese Lai Ching-te (Ansa).

Gli Usa vogliono che la Cina riduca gli acquisti di petrolio da Mosca

Un altro elemento che potrebbe influenzare il vertice riguarda il controllo delle materie prime strategiche. Gli Stati Uniti dipendono fortemente dalla Cina per molte terre rare fondamentali per l’industria aerospaziale, la difesa e i semiconduttori. La possibilità che Pechino utilizzi questo vantaggio come strumento negoziale è uno dei temi più sensibili nelle discussioni preparatorie alla visita. Allo stesso tempo Washington vorrebbe convincere la Cina a ridurre gli acquisti di petrolio dalla Russia e ad aumentare quelli dagli Stati Uniti, inserendo anche la dimensione energetica nel grande scambio geopolitico tra le due potenze.

Pechino condanna l’attacco all’Iran ma conferma la visita di Trump
Il presidente russo Vladimir Putin e Xi Jinping (foto Ansa).

Gli ostacoli alla preparazione del vertice

Non bisogna però sottovalutare le difficoltà organizzative e politiche che accompagnano la preparazione del vertice. Secondo diversi media, i preparativi sarebbero stati rallentati sia dalla crisi iraniana sia dallo stile decisionale dello stesso Trump, che tende a concentrare nelle proprie mani le principali scelte negoziali. Questo approccio ha compresso settimane di lavoro diplomatico in pochi giorni, alimentando una certa preoccupazione tra i funzionari cinesi, tradizionalmente abituati a vertici preparati nei minimi dettagli.

Il progetto per la città, facciamolo insieme! (l’amministrazione pubblica)

di Alfonso Malangone*

E’ davvero confortante leggere che la proposta di trasformare Salerno in una Città Smart, cioè semplice e intelligente, abbia trovato consenso nelle dichiarazioni di un ex Consigliere Comunale, dimissionato ma in procinto di ricandidarsi. L’avevamo presentata su queste pagine più volte, ultima il 07/03 scorso, anche rappresentando la necessità di investire qualche soldo per passare da una modalità di gestione ancora analogica a una completamente digitale fondata su sistemi, reti e procedure. Non solo. Perché, se l’obiettivo è davvero quello di migliorare la vita dei cittadini e diffondere un più profondo sentimento di orgogliosa appartenenza, è anche essenziale la riorganizzazione dell’Ente accompagnata da un mirato decentramento delle attività. E, quindi, dar corso in primo luogo all’elaborazione di un nuovo Organigramma, cioè del prospetto nel quale sono esposte le posizioni reciproche di ogni Ufficio, con la distribuzione coordinata dei ruoli e delle responsabilità all’interno della struttura, così da evitare ogni interferenza e garantire risposte immediate e professionali alle richieste degli utenti. A collaterale, deve essere risolto pure il problema della localizzazione degli Uffici, attualmente dispersi sul territorio comunale con costi e difficoltà non più tollerabili. In verità, possibili contenitori già sono presenti e, tra essi, sarebbero validamente utilizzabili i cosiddetti Edifici Mondo nell’ambito di una loro complessiva riqualificazione volta a consentirne una parziale fruizione in chiave turistica. Sarebbe un miracolo per la rivitalizzazione di tutto il centro storico. Oltre a questo, è indispensabile attuare un mirato decentramento gestionale per veicolare nella Comunità i vantaggi della tecnologia. La creazione di non meno di sette sub-ambiti territoriali. assimilabili ai quartieri, aggregati per condizioni geografiche, storiche ed economiche, è una scelta ineludibile nell’ottica di facilitare la vita quotidiana di tutti e di esercitare il monitoraggio continuo delle condizioni così da disporre immediati interventi almeno relativi alle manutenzioni, alla pulizia, alla sicurezza, all’assistenza sociale e a quella sanitaria. In queste strutture, definibili ‘Officine’, un operatore-terminalista deve provvedere al rilascio di certificati e attestazioni, deve ricevere denunce, segnalazioni e richieste, nonché offrire una prima informazione per pratiche di competenza superiore, liberando i cittadini dall’obbligo di frequentare il Palazzo per i più elementari adempimenti. Nelle stesse sedi, alcuni ‘Operatori’ dotati delle esperienze e delle giuste abilità, debbono garantire gli interventi urgenti come manutentori e le prestazioni di primo soccorso di carattere sanitario e di assistenza, soprattutto per anziani e prima infanzia. In conclusione, solo un intervento complesso, sebbene non complicato e neppure costoso, può dare a Salerno la qualità delle Città Smart nelle quali è possibile vivere una vita più informata, più responsabile, più consapevole, grazie alla dotazione tecnologica di reti stabilmente connesse e alle innovative modalità organizzative e gestionali. Di fatto, saranno pannelli stradali, o app dedicate, a far sapere quando arriva un autobus, dove trovare parcheggi liberi, se si deve cambiare itinerario per un incidente o un ingorgo, se l’aria è respirabile senza protezioni, se il mare è balneabile, se ci sono allarmi per la sicurezza, nonché a segnalare la funzionalità dei diversi servizi fino all’irrigazione dei prati e alla disponibilità dei servizi igienici pubblici. E’ evidente, però, che una tale rivoluzione impone la contestuale modifica delle logiche di indirizzo relative alle scelte di più forte impatto sulla vita quotidiana. Possiamo segnalare le principali, precisando che le esigenze di spazio ne consentono solo l’elencazione, benché sia disponibile il dettaglio puntuale anche delle modalità applicative: 1 – PUC: La trasformazione urbana deve essere rivisitata alla luce di più profonde sensibilità ambientali e in funzione delle reali condizioni della Città per vocazione, identità, territorio, ricchezze, andamento demografico. La nuova elaborazione deve rispettare una ‘visione sociale’, prima che urbanistica, perché la Città possa divenire un contenitore organizzato con la precisa finalità di garantire i massimi livelli di soddisfazione e di qualità della vita; 2 – Ambiente: è necessaria una rete di rilevazione e di certificazione dell’aria, dell’acqua, del mare, contro ogni possibile fonte di inquinamento. Il titolo di ‘Città Certificata’ può costituire motivo di forte richiamo nei confronti dei flussi turistici, a parte la felicità dei residenti; 3 – Beni Comuni: definibili come utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali delle persone e al loro libero sviluppo, debbono essere considerati ‘Patrimonio della Comunità’ e tutelati in funzione delle specifiche utilità apportate alla vita. In tale ottica, una precisa rilevazione deve consentirne la suddivisione in quattro categorie aventi conseguenti e specifici controlli: i Naturali, gli Essenziali, i Funzionali, i Culturali; 4 – Le Partecipate: assolutamente in linea con le disposizioni del Dlgs. 175/2016, debbono dimostrarsi integrate, efficaci, efficienti, finanziariamente sostenibili e coerenti rispetto alle esigenze della Comunità. Una nuova Partecipata, magari denominata ‘Salerno Cultura e Vita’, deve essere dedicata al recupero e all’utilizzo economico delle memorie storiche, culturali e delle strutture destinate al tempo libero; 5 – Igiene Urbana e decoro: squadre operative stabili per sub-aree e modalità ‘personalizzate’ di intervento per ciascuna di esse debbono favorire la creazione di un rapporto collaborativo con i residenti a difesa del decoro dei luoghi e della dignità dei lavoratori; 6 – Mobilità Pubblica: grazie ad autobus in circolarità per sub-aree, a pensiline di interscambio con quelli in circolarità urbana di lungo percorso e alle opportunità delle connessioni, debbono essere garantite velocità e frequenza per invogliare all’utilizzo del trasporto pubblico; 7 – Assistenza e Sicurezza: il monitoraggio delle prestazioni rispetto ai bisogni sono i presupposti di una più moderna gestione di questi servizi. Saranno fondamentali le presenze di Operatori specifici nei centri di riferimento delle nuove sub-aree territoriali; 8 – Cultura e Arte: l’Ente deve sviluppare le ricchezze culturali e le doti umane diffondendo una nuova sensibilità attenta a tutte le espressioni dell’arte. La trasformazione dell’ex Seminario in una Cittadella delle Arti Umane potrà offrire nuove opportunità di crescita ai giovani dotati di talento; 9 – Affissioni: l’installazione di vetrine digitalizzate, oggetto di precise modalità di utilizzo da parte degli operatori del settore, deve porre fine all’indecoroso spettacolo offerto dagli attuali spazi pubblici, magari da mettere a libera disposizione dei cittadini per offerte e richieste private; 10 – Sport per i giovani: l’inserimento nell’elenco dei Beni Comuni Funzionali delle aree sportive in libera fruizione deve favorire l’esercizio fisico diffuso in ogni parte della Città; 12 – Verde: gli spazi a giardino, quali Beni Comuni Essenziali, debbono essere affidati alle cure di squadre fisse di operatori per le diverse sub-aree e alla gestione digitalizzata della manutenzione. Come già detto, si tratta di una semplice elencazione delle voci meritevoli di una gestione innovativa perché di più diretto impatto ai fini del miglioramento del benessere collettivo. In verità, di questo avrebbe almeno bisogno la Città per crescere di qualità visto che, come disse qualcuno, il livello di civiltà di un popolo non si stabilisce osservando la grandezza delle sue mega-opere, ma la condizione dei suoi servizi igienici. Guardando in giro, forse siamo ancora nel paleolitico. Ne parleremo ancora, nella prossima riflessione. Questa Città ha bisogno dell’amore vero dei cittadini di cuore. *Ali per la Città

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Investimenti promessi e mai realizzati: il processo per truffa internazionale

Un intrigo economico internazionale, promesse di investimenti milionari e operazioni che, secondo l’impostazione accusatoria, si sarebbero rivelate inesistenti: è questo lo scenario al centro della vicenda giudiziaria attualmente all’esame del Tribunale di Lagonegro, che coinvolge investitori stranieri e società internazionali interessate a operare in Italia nei settori delle energie rinnovabili e del real estate. Nel corso dell’udienza svoltasi dinanzi al Tribunale di Lagonegro, il giudice ha accolto le costituzioni di parte civile presentate nell’interesse delle persone offese, sia in qualità di persone fisiche sia per quanto riguarda le società coinvolte nella vicenda. In particolare, è stata riconosciuta la legittimazione a costituirsi parte civile anche alle società appartenenti a una holding inglese composta da cinque diverse società operative, tutte assistite e rappresentate dall’avvocato Francesco Palumbo (NELLA FOTO) del Foro di Salerno. Secondo quanto emerge dagli atti del procedimento, il presunto schema fraudolento avrebbe comportato un danno economico complessivo superiore ai 400 mila euro, derivante da una serie di operazioni e investimenti prospettati agli imprenditori stranieri ma che, sempre secondo la ricostruzione accusatoria, non avrebbero mai trovato concreta realizzazione. La vicenda avrebbe avuto origine da una serie di contatti e trattative in cui l’imputato D.N. N. (iniziali per privacy) si sarebbe presentato come figura apicale e referente operativo di un gruppo imprenditoriale internazionale, prospettando progetti di grande portata economica: dalla costruzione di impianti eolici all’acquisto di strutture alberghiere all’asta giudiziaria, fino a investimenti industriali nel settore produttivo. Operazioni che avrebbero indotto gli investitori a trasferire ingenti somme di denaro confidando nella realizzazione dei progetti annunciati. L’udienza odierna ha segnato un passaggio processuale particolarmente rilevante, poiché il giudice ha ritenuto fondate e ammissibili le costituzioni di parte civile presentate nell’interesse delle persone offese e delle società coinvolte. Ciò consentirà alle vittime del presunto raggiro di partecipare formalmente al processo penale e di far valere le proprie pretese risarcitorie all’interno del procedimento. Nel corso della stessa udienza, la difesa dell’imputato ha inoltre richiesto che il processo venga definito con rito abbreviato, una modalità processuale prevista dalla legge che consente al giudice di decidere sulla base degli atti già raccolti durante le indagini, senza lo svolgimento del dibattimento ordinario. La prossima udienza, fissata dinanzi al Tribunale di Lagonegro, per il giorno 30.10.26 Giudice Dott. D’Anello sarà dunque dedicata alla discussione finale e alla decisione del giudice secondo tale rito. A guidare la tutela degli interessi delle persone offese e delle società inglesi coinvolte è l’avvocato Francesco Palumbo, penalista del Foro di Salerno, incaricato di rappresentare in Italia gli interessi della holding britannica e delle cinque società che la compongono. L’avvocato Palumbo ha evidenziato come la vicenda assuma una rilevanza che va oltre il singolo caso giudiziario, coinvolgendo il rapporto di fiducia tra investitori stranieri e sistema economico italiano. “È fondamentale – ha dichiarato – che situazioni di questo tipo vengano chiarite fino in fondo. Gli investitori internazionali devono poter guardare all’Italia come a un Paese serio e affidabile. Proprio per questo continueremo a difendere con determinazione gli interessi delle società che rappresentiamo, affinché venga fatta piena luce sui fatti e affinché non siano episodi isolati a macchiare la reputazione di un intero sistema imprenditoriale.” Determinazione, rigore giuridico e una strategia difensiva orientata anche al contesto internazionale caratterizzeranno le prossime fasi del processo, con l’obiettivo dichiarato di ristabilire verità e giustizia in una vicenda che ha coinvolto importanti operatori economici stranieri e che ha sollevato interrogativi rilevanti sulla tutela degli investimenti nel nostro Paese.

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Salernitana, splendido blitz a Crotone e terzo posto

di Fabio Setta

CROTONE-SALERNITANA 0-1

CROTONE (4-3-3): Merelli; Novella, Cocetta, Di Pasquale, Groppelli (79’ Guerra); Gallo (71’ Musso), Vinicius, Sandri (61’ Meli); Piovanello (61’ Energe), Gomez, Zunno (79’ Maggio). A disposizione: Martino, Paciotti, Armini, Russo, Marazzotti, Calvano, Veltri, Vrenna, Bruno. All. Longo
SALERNITANA (4-3-2-1): Donnarumma; Cabianca, Berra, Matino, Villa; Carriero (71’ Quirini), Gyabuaa, De Boer (46’ Tascone); Achik, Molina (46’ Longobardi); Lescano (86’ Ferrari). A disposizione: Cevers, Antonucci, Ferraris, Di Vico, Boncori, Barzagli. All. Cosmi
ARBITRO: Ubaldi di Roma 1 (Stamini di Viterbo – Mastrosimone di Rimini. IV Uomo: Silvestri di Roma 1. FVS: Marucci di Rossano)
RETI: 48’ Achik
NOTE: Spettatori presenti 3mila circa, 290 dei quali provenienti da Salerno. Ammoniti: Matino (S), Carriero (S), Quirini (S), Cabianca (S), Gomez (C), Di Pasquale (C), Donnarumma (S), Tascone (S). Calci d’angolo 4-2 per il Crotone (2-2 pt). Recupero 1’pt, 7’+2’st.

CROTONE – Questa volta non ha fornito assist ma si è messo in proprio. Davanti alla famiglia, nella terra che l’ha accolto e cresciuto, Achik ha lasciato il segno firmando il blitz della Salernitana a Crotone. Un successo pesante, anzi pesantissimo. Era uno scontro diretto e la Salernitana l’ha vinto soffrendo quando doveva e colpendo al momento opportuno, tornando così al terzo posto in classifica. Costretto inevitabilmente, viste le squalifiche di Capomaggio, Golemic e Anastasio, l’undici iniziale, Cosmi ha scelto di confermare lo schieramento tattico con la difesa a quattro con Achik e Molina alle spalle di Lescano, rivestito allo Scida dei gradi di capitano. Il Crotone allenato dal salernitano Emilio Longo (tecnico da cui non sarebbe certo male ripartire l’anno prossimo nda) ha confermato di avere giocatori meno noti ma idee chiare e un’identità precisa. Quella stessa identità che Cosmi con il suo vice Scurto sta provando a costruire, dopo che Raffaele non c’è riuscito in tanti mesi, soprattutto in chiave playoff. Sotto quest’aspetto si sono visti piccoli spunti importanti per costruire una base. La Salernitana, nella fase iniziale, ha sofferto l’aggressività dei crotonesi, scesi in campo con l’obiettivo di centrare la terza vittoria di fila e agganciare al quarto posto proprio i granata. Un’uscita maldestra di Donnarumma, il gran tiro di Piovanello a giro, alto di poco e il tentativo dalla distanza di Sandri, respinto dal portiere granata, hanno acceso il match nel primo tempo con la Salernitana che ci ha provato prima con Achik e poi con Carriero, per poi rischiare al 45’ sul tiro di Zunno, respinto bene da Donnarumma. Cosmi nel secondo tempo con Tascone e Longobardi è passato al 3-5-2 e dopo due minuti, i granata hanno sbloccato il risultato con Achik che ha approfittato di un errore di Di Pasquale, sulla verticalizzazione di Gyabuaa. Il gol ha cambiato in meglio la Salernitana e in peggio il Crotone che ha perso certezze senza rendersi mai pericoloso. La squadra di Cosmi ha controllato, festeggiando al 90 i tre punti utili a dare continuità alla vittoria contro il Latina. L’attenzione dei tifosi è inevitabilmente rivolta alla vicenda societaria. Domani potrebbe essere annunciato il closing, sperando che la nuova proprietà porti una ventata di aria fresca, in campo e fuori, e non si assista ad un riciclo di un’aria già respirata in passato e decisamente oltremodo stantia.

 

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Il canto perduto di Napoli con la sirena Serena

Di Olga Chieffi

E’ figlia d’arte Serena Rossi, in primis della sirena Partenope, della quale è reincarnazione, lasciandone trasparire tutta la “meraviglia” nel finale dello splendido spettacolo musicale, che nasce dal disco “SereNata a Napoli” e che ha catalizzato sul Teatro Verdi di Salerno, per l’intero weekend, l’attenzione di un pubblico, ammirato ed ammaliato dalla chanteuse napoletana, di adozione milanese. Con lei sul palcoscenico del nostro massimo un sestetto eccellente di musicisti che non hanno disdegnato di diventare con la loro Serena anche teatranti, unitamente ai loro strumenti con Gennaro Desiderio al violino, Gianpaolo Ferrigno alla chitarra, Antonio Ottaviano al pianoforte e al cembalo, Michele Maione alle percussioni, Luca Sbardella alla fisarmonica e al clarinetto, mentre il suono del violoncello, tutto salernitano, è stato quello di Matteo Parisi, parte dell’Orchestra Filarmonica Salernitana “G.Verdi”, esecutori degli interessanti arrangiamenti del Maestro Valeriano Chiaravalle, il quale ha inteso sposare questo florilegio di melodie il più delle volte al tango. Lo spettacolo ha attraversato il periodo d’oro della canzone napoletana, con lo scopo di resuscitare la Sirena Partenope, morta d’amore per Ulisse o per il suo innamorato, il centauro Vesuvio, che Zeus, innamorato di Partenope, decise di separare per sempre da lei, trasformando Vesuvio in un vulcano e ponendolo ai confini del golfo, in modo che la sirena lo potesse sempre vedere senza poterlo toccare. Serena è stata pressocchè perfetta, collocandosi in quella nobiltà di linea che gli è adeguata. Intonazioni vibranti, mimica pittoresca, comprensione ed approfondimento dell’arte napoletana orale e scritta, si sono fuse e composte in un’interpretazione esemplare. Serena ha inaugurato il programma con Nuttata è sentimento, uno dei più celebri moonlight della tradizione napoletana, passando, poi, per la Piedigrotta, dove si fumarono a Zazà con siparietti tra la soubrette, i musicisti e il pubblico, l’omaggio a Viviani con la canzone di Ines, detta “Bammenella ‘ e copp’ ‘e Quartiere”, forse il personaggio più intenso e più famoso del teatro di Don Raffaele, dotato di un fascino irresistibile, prostituta non più giovanissima, ma ancora piacente e convinta di sapere ancora “vendere il mestiere”, schiava di un “Malessere”. Quindi, il viaggio che i nostri avi fecero per inseguire il lavoro, il sogno americano, andando a far parte con il carisma della nostra “millenaria” cultura, in ogni campo, di quel melting pop che è la caratteristica degli States. Il Mare Nostrum, che ha quale centro Napoli, la banchina di Santa Lucia, tocca le sponde di tre continenti e andar per mare, lasciare il porto sicuro, per andare a conquistare il quarto, abbisogna di una cartografia che sovverta le certezze, invece di fissare coordinate precise. L’attraversamento del mare, la partenza, la speranza la notte nera dove tutto dorme e la brezza che s’infrange, fa sì che il mare sorrida. Le voci, grida, pianti, tuoni, brontolii, fischi e fracassi, respiri, cigolii, colpi, catene e battiti, crepitii e suoni, lamenti che si spengono. Ad occhi chiusi il piede che tocca la nuova terra, la mente libera sopravanza il corpo, giacchè è tempo di piccole ebbrezze nell’orizzonte della nuova vita, al di là del mare. E là si piange davvero con Lacreme napulitane, Munasterio i Santa Chiara, Santa Lucia luntana, poiché noi ammore lo carichiamo con due M. ma con ci diciamo ti amo, ma Te voglio bene assaje, poiché a Napoli si vuole solo il bene della persona amata, una frase che prevede anche il rifiuto e l’eterno affetto profuso anche da lontano. In scena l’artista napoletana è impegnata a creare contrasti recitati, cantati e mimati, attraversando gloriosamente tutta la tradizione e gettando perle musicali e comiche, pezzi raffinati e un po’ di storia personale che si lega anche a quella della nazione. Serena è, infatti, figlia d’arte di terza generazione, nata in una splendida famiglia di musicisti. Tutti fissati per la musica tant’é che suo padre suonava la chitarra, la madre cantava, il nonno Giuseppe Palombo, in coppia con il M° Alfieri è stato autore di tante canzoni tra cui “Luna dispettosa”, che diventò una delle gemme del repertorio di Mario Merola. E’ apparso, poi, sul fondo il simbolo del partito comunista delle prime votazioni, dopo la proclamazione della Repubblica, quel Garibaldi racchiuso in una stella e “Il treno dei bambini” che portava al Nord i piccoli di Napoli e dell’intero Sud rimasti orfani o indigenti in una città dove ‘a nuttata doveva passare e che, forse, ancora oggi, non è passata, simbolo della generosità dell’Italia del dopoguerra; una realtà fatta di paura e fame, un viaggio attraverso la povertà. Su quel treno c’era la nonna di Serena, Concettina, alla quale è stata dedicata Uocchie che arraggiunate. Altra antenata illustre la celeberrima Ria Rosa, Maria Rosaria Liberti, che debuttò appena sedicenne diventando sin da subito una delle cantanti più richieste della scena partenopea, la quale, nel 1922 partì per una tournée in America, dove riscosse tale successo, da stabilirsi a New York, ove fondò una sua compagnia, affrontando le tematiche più dibattute e scabrose del tempo, della quale Serena ha evocato la canzone più famosa del suo repertorio, “Preferisco il ‘900”. Su questa linea si è andati avanti per circa un’ora e mezza, su quel repertorio che fa parte della storia collettiva e dei vissuti individuali raccontati in musica, portatori anche di un ricco patrimonio di “bellezza”: il fascino della melodia, la capacità di improvvisazione, la “libertà” di “rivestire di sé” un canto, la capacità di creare e usare metafore profonde e sorprendenti, l’originalità di melodie uniche, la forza del sentimento “vero” contro ogni divieto “artificioso”, il senso di ribellione alle ingiustizie, l’umorismo con cui affrontare le peripezie della vita. Su Presentimento è terminato il programma ufficiale, ma il pubblico aveva ancora desiderio di cantare e allora ancora Tammurriata nera e Reginella, con le luci accese in teatro. “E’ troppo bello questo teatro – dice Serena Rossi – dal 1872 restituisce suoni, danza, parole e bellezza”. E, così, nella standing ovation generale, il palcoscenico ha ripreso a restituire qualcosa di una drammaturgia segreta, che ha portato tutti noi a “fare parte della scena”, al fianco di Serena, sopra quel ponte dove la musica afferra il presente, lo ripartisce e costruisce quella strada che conduce verso il tempo della vita. Colui che ascolta e colui che canta vi ci trova un amalgama perduto di passato, presente e futuro: su questo ponte, finchè la musica persiste, andremo tutti avanti e indietro.

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Contrada, il più tragico dei “Si”

di Antonio Manzo

È morto alla venerabile età di 94 anni, Bruno Contrada il superpoliziotto vittima della malagiustizia italiana. E’ come se il Padreterno avesse voluto risarcirlo degli anni passati ingiustamente in galera e, il caso della coincidenza storica, avesse voluto fargli idealmente chiudere la campagna elettorale con il più tragico dei sì sul referendum. È morto a 94 anni Bruno Contrada, ex funzionario di polizia e dirigente dei servizi segreti italiani. E, quando il “coccodrillo” funerario non sa come giudicare il personaggio tra il bene e il male, chi scrive è pronto ad utilizzare il sostantivo più efficace per non prendere posizione. Si scrive, personaggio controverso. No, Bruno Contrada è stata una vittima il cui nome per decenni è rimasto legato alle indagini sui rapporti tra apparati dello Stato e criminalità organizzata tanto da farlo diventare emblema umano dell’antimafia a gettoni. La sua tragedia la ricorda Lino Jannuzzi nel suo libro “Lo sbirro e lo Stato” nel quale ricorda come Contrada fu drammaticamente “mascariato” tanto da finire in galera con il caso del “pentito” Francesco Marino Mannoia che in tribunale definì Contrada il confidente di un altro mafioso. Si aiutavano, in poche parole, il poliziotto e il mafioso. Contrada fu condannato ma poi al processo in appello i difensori scoprirono che esistevano dei verbali di interrogatorio dove i pm incalzavano lo stesso Mannoia per sapere se sapesse qualcosa su Bruno Contrada. Il pentito Mannoia disse di non sapere nulla. Scattò l’assoluzione per Contrada. E ai difensori chiesero perché non fossero stati esibiti nel processo quei verbali di Mannoia. Il pm Antonio Ingroia disse che qui verbali li aveva “ritenuto irrilevanti perché non riferivano alcuna circostanza a carico di Bruno Contrada” e perché l’accusa del pm era “interessata solo ai documenti che erano a sostegno delle tesi accusatorie”. Contrada è morto nei giorni del referendum. Il suo è il più tragico “si” per evitare che la cultura della giurisdizione finisca nelle mani dei pubblici ministeri. Come avvenne con Enzo Tortora, come si è ripetuto con la vittima di Stato Bruno Contrada. Lui superpoliziotto fu arrestato il 24 dicembre 1992, era imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. Dopo una prima assoluzione in appello, nel 2007 la condanna divenne definitiva con una pena a 10 anni di reclusione. Contrada da innocente terminò di scontare la pena nel 2012. La sua vicenda giudiziaria ebbe però un ulteriore sviluppo sul piano internazionale. Nel 2014 la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò lo Stato italiano. I giudici europei ritennero che la mancata concessione dei domiciliari nonostante le gravi condizioni di salute avesse violato il divieto di trattamenti inumani o degradanti. L’anno successivo la stessa Corte stabilì che, all’epoca dei fatti contestati (1979-1988), il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non fosse sufficientemente chiaro e prevedibile. Nel 2017 la Corte di Cassazione dichiarò quindi ineseguibile la condanna, chiudendo definitivamente il caso. Nello stesso anno il capo della Polizia Franco Gabrielli revocò il provvedimento di destituzione, reintegrando Contrada come pensionato nella Polizia di Stato con effetto retroattivo al 1993. Oggi ne avrebbe scritto con la straordinaria penna Leonardo Sciascia. Lo fanno pensare il suo interesse per le vicende mafiose, l’attenzione agli sbirri siciliani, il suo garantismo militante unito alla capacità di rileggere sotto un’altra ottica le vicende legate a Cosa Nostra. Ma Sciascia è morto il 20 novembre 1989, tre anni prima dell’arresto del superpoliziotto allora numero due del Sisde, la vigilia di Natale del 1992, su ordine della Procura di Palermo. Ha tentato nella sua vita di dimostrare la sua innocenza ripercorrendo trent’anni della sua vita, trent’anni di storia della lotta alla mafia. Anni ruggenti. Anni finiti sotto accusa. E che non saranno cancellati neppure dopo la morte. «Processo dei morti», lo definì lo stesso Contrada in una lettera alla moglie. Infatti il superpoliziotto non aveva accusatori diretti. Tutti, tra protagonisti e comprimari, riferirono le parole di gente scomparsa. Contrada è stato paragonato a Dreyfus, l’ufficiale francese accusato di spionaggio che finì alla Cayenna, condannato e poi riabilitato dopo una mobilitazione di intellettuali, Emile Zola in testa. Il Dreyfus nostrano ha spaccato l’Italia tra colpevolisti e innocentisti. I primi accusano anche alcuni dei secondi di avere un altro fine: sfruttare il caso per creare un clima più adatto a favorire il nuovo disegno di legge sulla custodia cautelare. In pratica, ricordare con Contrada che i “mammasantissima” delle procure sono ancora presenti e militanti.

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Bobbio: “La magistratura difende strapotere incostituzionale”

di Rossella Taverni

 

 

La giustizia torna al centro dello scontro politico con il referendum che chiamerà gli italiani alle urne. Un tema complesso, spesso percepito come distante – soprattutto dai più giovani – ma destinato a incidere direttamente sul funzionamento dello Stato e sull’equilibrio tra i poteri.

Per capire cosa c’è davvero in gioco abbiamo intervistato Luigi Bobbio, magistrato per oltre quarant’anni ed ex senatore della Repubblica. Con lui abbiamo affrontato i nodi del referendum: cosa cambierebbe nella giustizia italiana, perché il voto conta e quale direzione potrebbe prendere il sistema giudiziario nei prossimi anni.

Dottor Bobbio, molti giovani percepiscono politica e giustizia come mondi lontani. Di chi è la responsabilità: della politica, della magistratura o di una generazione che ha smesso di credere nelle istituzioni?

«Parlare di colpe è riduttivo. Il distacco nasce prima di tutto dal contesto sociale. Molti giovani crescono in un ambiente fatto di media invadenti, famiglie spesso distratte – quando non assenti – e di una scuola che talvolta appare più attenta a una certa propaganda buonista che alla trasmissione di valori solidi. A questo si aggiunge una vita spesso troppo facilitata, che non aiuta a capire cosa significhi conquistare qualcosa con fatica. Tutto questo produce disinteresse e distanza. Detto questo, anche la scarsa qualità della politica e l’invadenza del potere giudiziario contribuiscono ad alimentare il distacco. Il risultato finale è un diffuso cinismo tra i giovani, che è il frutto di queste condizioni».

Il referendum sulla giustizia è pieno di termini tecnici. Se dovesse spiegarlo a un ventenne: cosa si decide davvero con questo voto?

«Con questo referendum si decide una cosa molto semplice: se gli italiani potranno finalmente avere un giudice davvero estraneo al pubblico ministero e non più un suo collega. Votando sì si decide anche se avere una magistratura libera dal dominio delle correnti interne, e quindi – a mio avviso – molto migliore. Va poi chiarito un punto: nonostante le menzogne che circolano, la magistratura resterà autonoma e indipendente. Non è previsto alcun controllo politico. Questo è scritto chiaramente nel testo della riforma».

Molti pensano che questo referendum riguardi solo magistrati e addetti ai lavori. In realtà, cosa cambierebbe concretamente nella vita dei cittadini?

«La riforma riguarda direttamente tutti i cittadini. È interesse di chiunque sapere che il giudice davanti al quale si presenta è davvero estraneo al pubblico ministero e quindi strutturalmente terzo e imparziale. Con questa riforma si introdurrebbe in Costituzione un principio che non potrebbe più essere tolto agli italiani. Per questo la giustizia quotidiana diventerebbe molto più affidabile e, di conseguenza, molto migliore».

Negli ultimi anni la fiducia degli italiani nella giustizia è stata spesso messa in discussione. Questo referendum nasce davvero per migliorare il sistema o è diventato anche uno strumento di scontro politico?

«Questa riforma non è né di destra né di sinistra: è una riforma di civiltà. Paradossalmente nasce da una battaglia storica della sinistra, che oggi la rinnega per quello che considero un ignobile cinismo politico. È proprio la sinistra che sta cercando di trasformare questo referendum in un voto contro il governo. Ma nel farlo rischia di spingere gli italiani, pur di inseguire un obiettivo politico che sa di non poter raggiungere — perché il governo comunque non cadrebbe — a rinunciare a una conquista di civiltà e di certezza giuridica che sarebbe invece nell’interesse di tutti».

Lei come voterà a questo referendum? E qual è l’argomento più forte che userebbe per convincere un giovane elettore a fare la sua stessa scelta?

«Io sono attivamente in campo per il sì. Le ragioni le ho già illustrate. Sono magistrato da oltre quarant’anni e conosco molto bene le degenerazioni che si sono prodotte all’interno della magistratura. Questa riforma nasce proprio per restituire agli italiani una giustizia e una magistratura normali».

Chi sostiene il referendum parla di una svolta per la giustizia italiana. Dal suo punto di vista cambierebbe davvero qualcosa nel funzionamento concreto del sistema giudiziario?

«Cambierebbero molte cose. Innanzitutto, avremmo finalmente giudici formati per fare i giudici: attenti, rigorosi e intransigenti nella valutazione delle prove, senza più quei cedimenti culturali verso il modo distorto con cui talvolta il pubblico ministero interpreta i fatti. Di conseguenza avremmo anche pubblici ministeri migliori: più attenti nella raccolta delle prove, meno faciloni e meno spregiudicati, perché saprebbero di non poter più contare sulla benevolenza o sulla comunanza culturale dei giudici».

In Italia il rapporto tra politica e magistratura è stato spesso segnato da forti tensioni. Questo referendum può davvero riequilibrare quel rapporto o rischia di aprire nuovi scontri istituzionali?

«Lo scontro, in realtà, è la magistratura a cercarlo, perché vuole difendere quello che considero uno strapotere incostituzionale di cui si è impossessata negli ultimi trent’anni, prevaricando gli altri poteri dello Stato. La giustizia è diventata, di fatto, cosa loro: una concezione proprietaria che contrasta con lo spirito della Costituzione. Questa riforma può contribuire a riportare la magistratura sui binari costituzionali».

Guardando al sistema nel suo complesso: questi referendum affrontano davvero i problemi più gravi della giustizia italiana, come i tempi lunghi dei processi, oppure si stanno discutendo questioni secondarie?

«La riforma non nasce per risolvere direttamente problemi pratici, come la durata dei processi. Interviene invece su questioni di sistema che sono preliminari e indispensabili per affrontare anche quei problemi. Detto questo, avrà comunque effetti concreti e immediati: consegnerà agli italiani giudici più rigorosi nella valutazione delle prove e pubblici ministeri meno faciloni e meno superficiali. Avremo, in sostanza, processi migliori e quindi anche più veloci. Una giustizia finalmente più efficace ed efficiente».

Se un giovane le dicesse: “La giustizia italiana non funziona e il mio voto non cambierà nulla”, cosa gli risponderebbe?

«Gli direi il contrario: il suo voto può davvero fare la differenza, insieme a quello di milioni di altri giovani. Mai come oggi il futuro di un’Italia migliore, con una giustizia più giusta ed efficace, è nelle mani delle nuove generazioni».

Nel dibattito pubblico sulla giustizia emerge spesso un tema più ampio: quello della fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario e nella sua capacità di garantire equità. Molti giovani, in particolare, si interrogano su quanto il principio di uguaglianza davanti alla legge sia effettivamente percepito come reale.

Secondo lei, la giustizia italiana oggi tutela davvero allo stesso modo il cittadino comune e chi detiene potere politico o economico?

«La giustizia italiana deve ancora migliorare. Per farlo, deve liberarsi della propria autoreferenzialità e autosufficienza. Oggi garantisce principalmente sé stessa ed è troppo influenzata dalla politica. Il suo disegno attuale non tutela davvero nessun altro».

Il referendum sulla giustizia riporta al centro una questione che riguarda il cuore stesso dello Stato: la fiducia tra cittadini e istituzioni. Un tema che spesso appare lontano, soprattutto ai più giovani, ma che in realtà riguarda diritti, garanzie e il modo in cui la giustizia esercita il proprio potere ogni giorno. In questo contesto, secondo il dottor Luigi Bobbio, la partecipazione al voto diventa decisiva. In un Paese in cui l’astensione cresce e la distanza dalle urne si allarga, informarsi e votare non è solo un diritto: è una responsabilità. Perché il futuro della giustizia — e con esso quello della qualità della nostra democrazia — non si decide nell’indifferenza. Oggi più che mai, dipende dalle scelte delle nuove generazioni.

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Perché il SI non servirà né alla giustizia né ai cittadini

di Aldo Primicerio

 

Partiamo dalla fine. I perché di un SI, inutile a giustizia a cittadini, sono essenzialmente due.

Il primo perché è l’impossibilità che l’Alta Corte di Giustizia, uno dei presunti pezzi forti di Nordio-Meloni (che richiameremo con l’acronimo NR), intervenga disciplinarmente su magistrati “indisciplinati”. Il cavallo di Troia sta paradossalmente proprio dentro la “riforma”. Per NR l’Alta Corte deve essere un “freno d’emergenza” inserito per bilanciare l’indipendenza della magistratura con la necessità di un organo disciplinare terzo. In pratica, si è voluto evitare che un organismo esterno potesse “decapitare” o spostare i giudici a proprio piacimento, preservando il principio costituzionale dell’inamovibilità. L’errore è proprio in questa impostazione. L’art. 107 della Costituzione stabilisce non solo che i magistrati sono inamovibili, ma anche che non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a decisione del Consiglio Superiore della Magistratura. L’art. 6 della riforma Nordio-Meloni, modifica l’articolo 107 della Costituzione., MA SOLO nei seguenti termini “…all’articolo 107, primo comma, della Costituzione, le parole: «del Consiglio» sono sostituite dalle seguenti: «del rispettivo Consiglio»”. Per il resto tutto rimane invariato. Dunque, le sanzioni che comportano la dispensa, la sospensione e il trasferimento non potranno quindi essere emesse dall’Alta Corte. Conclusione? Se l’Alta Corte è limitata, il potere di applicare queste sanzioni “estreme” rimane in capo ai due Consigli Superiori della Magistratura,. Ovviamente se la riforma passasse con la vittoria del SI.. Ma perché questa scelta, che poi si traduce in un harakiri della riforma? Risposta: si legge, per evitare lo strapotere: si temeva che un’Alta Corte con troppi poteri potesse diventare uno strumento di pressione politica sui giudici “scomodi”. E poi, per tutelare l’indipendenza. In sintesi,  l’Alta Corte diventa un giudice “di merito” che stabilisce la colpevolezza. Ma le chiavi della porta (chi resta e chi va) rimangono nelle mani dell’ordine giudiziario stesso.

 

Il secondo perché? Troppa retorica e ideologismi, troppe narrazioni emotive in questa lunga vigilia del referendum

Lo spiega magistralmente anche Daniela Mainenti, professore di diritto processuale penale comparato. In tv, sui giornali, in ufficio, al bar, a casa, quelli del SI invocano il riequilibrio dei poteri, la difesa dei cittadini contro gli abusi, una giustizia più giusta, più rapida e più controllabile democraticamente. Sì, fanno un po’ di pappagallismo retorico, magari sono anche convicenti, ma logicamente sono fragili. Il referendum non è il pezzo di una macchina in carrozzera, ma un qualcosa cui diciamo sbrigativamene SI, che poi però spetta al sistema riorganizzare. Noi pensiamo che un Si sia sufficiente per correggere problemi strutturali del sistema giudiziario italiano. Ma ci illudiamo. La crisi della giustizia italiana non nasce da qualche raro magistrato indisciplinato, qualche pecora nera tra i 10mila. Cui contrapporre una riformucola da quattro soldi, qualche pezza per far contento lo spirito di chi ha ha retto l’Italia per 10 anni con quattro governi. Dietro c’è ben altro, ben altri problemi più complessi e veri: organizzazione degli uffici giudiziari, carenza cronica di personale amministrativo, gestione delle risorse umane, digitalizzazione incompleta, sovraccarico degli uffici, complessità procedurale e stratificazione legislativa. Invece no. Il duo NM pensa che la soluzione sia sgretolare uno dei poteri costituenti della repubblica, censurarlo, punirlo, demansionarlo, licenziarlo, impedirgli di servire lo Stato e di giudicare i delinquenti, liberare le mani dei sindaci, quelli che praticano quotidianamente l’abuso d’ufficio, infilare tra le toghe degli organi disciplinari i colletti bianchi della politica. Mai, nei nostri quasi otto decenni di vita, abbiamo visto una politica così invadente da giocare con la Costituzione. Una politica così stupida da pensare di sterilizzare Capo dello Stato, magistratura, democrazia, libertà e diritti dei cittadini, con una possibile imminente legge che cancelli le preferenze, imponga i candidati, praticamente renda inutili le Camere con il premierato. Perché un referendum da solo non costruisce sistemi.

 

Ci siami mai chiesti se un SI debba servire a risolvere problemi spettanti ad un Ministero della Giustizia che poi se ne disinteressa?.

“Molte delle disfunzioni che oggi vengono presentate come conseguenze di assetti normativi da abbattere tramite referendum – scrive Mainenti – sono in realtà problemi di amministrazione del sistema giudiziario che dipendono in larga misura dall’azione – o dall’inerzia manifesta – dell’esecutivo e, segnatamente, del ministero competente. Ignorare questa dimensione e concentrare l’intero dibattito su alcune norme del processo o dell’ordinamento giudiziario produce una rappresentazione parziale e infedele del problema”.

Un’altra stupidata della presunta riforma NM è il presunto obiettivo di ristabilire un equilibrio tra magistratura e cittadini limitando presunti eccessi di potere giudiziario. Un’idea davvero fragile e presuntuosa. L’indipendenza della magistratura non è un privilegio corporativo, ma una garanzia istituzionale che tutela proprio loro, i cittadini, contro l’arbitrio del potere politico e amministrativo. Signora Giorgia, signor Carlo, sapete guardare più lontano della vostra vista? Ad un paio di Paesi dove pensavano di fare le stesse cose che state maldestramente tentando di fare voi? Alla Polonia ed alla Serbia, ad esempio, dove in un recente passato migliaia di persone in piazza hanno sfilato a favore dell’indipendenza dei giudici e dei procuratori dalla politica, il cui indebolimento fu fatto passare come strumento di democratizzazione e di riequilibrio istituzionale. Proprio come da noi, dove voi volete far passare come riforma della giustizia la riduzione del potere di un organo ritenuto autoreferenziale. Ma qualcuno di voi evidentemente non ha studiato a sufficienza a scuola. La Corte di Giustizia dell’Unione europea ha senpre ribadito un principio fondamentale : l’indipendenza della magistratura è una condizione strutturale non negoziabile dello Stato di diritto europeo. La vostra incultura, politica e civile, è confermata dalla non comprensione che un presunto riequilibrio tra poteri dello Stato va fatto con grande cautela e con gli strumenti normativi adeguati. Ed il referendum non lo è, perché non nasce per ridisegnare l’architettura di un sistema giudiziario. Volete fare intendere ai cittadini quello che non è e non può essere. Per usare una locuzione idiomatica, sembra che voi vogliare darla a bere agli italiani, ingannarli con una falsità. E dopo questo inutile referendum quale sarà il vostro prossimo passo? Lo Stabilicum elettorale? Dopo il quale dovremo scendere in piazza ed imitare il gesto dei nostri padri e nonni degli anni ’20?

 

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L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity

Scordatevi la tregua del “siamo tutti belli”, le carezze social alla cellulite e quella rassicurante bugia collettiva chiamata body positivity. La narrazione dell’inclusività a tutti i costi, che per un paio di lustri ci ha venduto il rotolino di ciccia come medaglia al valore civile, è stata ufficialmente sfrattata. È finita in soffitta insieme a Fedez e al suo brano Il male necessario, quel tentativo acustico di fatturare sui cocci di un matrimonio finito. Insomma, non si vede più mezzo centimetro di grasso in giro: il mercato ha capito che l’invidia fattura molto più dell’accettazione e ha ripristinato la discriminazione estetica come unico dogma. Bentornati nell’era della selezione naturale, dove la magrezza non è un dono dello spirito, ma una disciplina ferrea aiutata dalla chimica dei nuovi farmaci dimagranti, quella “Ozempic Culture” che ha riportato in auge il culto della taglia zero proprio quando pensavamo di essercene liberati.

L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
Dakota Johnson (foto di Gordon von Steiner per Calvin Klein).

Dakota Johnson, la nepo-baby definitiva

Che poi, poco importa se le icone del momento esibiscono ancora forme esplosive: il loro ruolo è quello di fare da ariete per una restaurazione, un ritorno all’esclusività dove il corpo asciutto è l’unico lasciapassare ammesso. Dall’alto dei cartelloni di Calvin Klein, a ricordarci che il sexy è tornato a essere un feudo per pochi eletti, c’è Dakota Johnson. Per chi non mastica pane e rotocalchi, è la nepo-baby definitiva: figlia di Don Johnson, “il maschio alfa di Miami Vice”, e Melanie Griffith, nonché nipote di Tippi Hedren, che Hitchcock faceva beccare dagli uccelli per puro sadismo.

L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity

Cinquanta sfumature di grigio le ha polverizzato la credibilità intellettuale

Dakota ha passato l’ultimo decennio a farsi perdonare l’olio erotico della trilogia di Cinquanta sfumature di grigio. Tutti la ricordano legata alla testiera del letto di Christian Grey, un successo planetario che le ha dato i dollari ma le ha polverizzato la credibilità intellettuale. Per anni ha cercato la patente di attrice alta, impegnata in Material Love e chiudendosi in un taxi con Sean Penn nell’intellettualissimo Una notte a New York. Sperava che un monologo esistenziale valesse più di un reggiseno a balconcino. Illusione durata lo spazio di un ciak. Oggi ha gettato il copione: se n’è andata a Topanga Canyon, si è fatta inquadrare dal fotografo Gordon von Steiner e ha chiuso il cerchio, infilata in jeans e completini così sensuali da sfidare il bigottismo di ritorno.

Le forme di Sydney non sono un dettaglio, ma il cuore del business

Il terreno, del resto, era già stato arato dalla ruspa anatomica di Sydney Sweeney. La bionda di Euphoria ha capito prima di tutti che l’ansia generazionale si cura trasformando il Dna in una S.p.A. Anche lei infilata dentro jeans attillatissimi, a suggerire che le sue forme non sono un dettaglio di contorno, ma il cuore del business.

Dall’eugenetica da rotocalco alla sua linea di lingerie

Ricordate il “Genetic-gate” dell’estate 2025? Quella campagna American Eagle intitolata “Great Jeans” che giocava sporco con i “Good Genes”, i buoni geni ereditari. L’hanno accusata di eugenetica da rotocalco, scomodando persino la difesa d’ufficio di Donald Trump (e pure di Matteo Salvini, pensa te). Lei ha risposto aumentando i giri del motore con la sua linea di lingerie: la dote naturale è l’unico curriculum che non si può taroccare con un’autocertificazione etica.

Qui casca l’asino, o meglio, l’influencer

E qui, nel bel mezzo di questo realismo carnale, casca l’asino, o meglio, l’influencer. Chiara Ferragni, ancora stordita dal terremoto del “Pandoro gate”, ha provato la carta della resurrezione con Guess. Una ripartenza lampo che puzza di fretta e disperato bisogno di legittimazione commerciale: set fotografato dai Morelli Brothers appena una settimana dopo il proscioglimento legale.

L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
Chiara Ferragni per Guess.

Ma il confronto è impietoso. Laddove Dakota e Sydney trasudano una sensualità animale, l’ex regina del web appare rigida, museale, terrorizzata di sgualcire il contratto (as usual). Non basta infilarsi un denim blu scuro per diventare un’icona del desiderio se non hai il fuoco della spudoratezza.

La sessualizzazione non si limita alle quote rosa

La lezione l’aveva già data l’anti-divo Jeremy Allen White, quello di The Bear, con le sue campagne ipnotiche per lo stesso Calvin Klein: la sessualizzazione non si limita alle quote rosa ed è l’unica moneta che non conosce inflazione, a patto di saperla interpretare. Se ti limiti a posare come un manichino sperando che Photoshop faccia il miracolo, resti a guardare le altre. Pensati desiderabile, Chiara.

L’eclissi della carne (morbida): con Dakota e Sydney ciaone alla body positivity
Dakota Johnson (foto di Gordon von Steiner per Calvin Klein).

Il meglio: Fantascienza.com, il meglio della settimana del cambio di rotta

Fantascienza.com, il meglio della settimana del cambio di rotta

Rod Roddenberry e il futuro di Star Trek, Seth MacFarlane e il ritorno di The Orville, il ritorno di Gilead, i finalisti dei premi Odissea e Urania, il centenario della fantascienza e altre cose interessanti dalla settimana di Fantascienza.com

Questa settimana, il 10 marzo, la fantascienza ha ufficialmente compiuto cento anni: si contano da quando, nel 1926 (nominalmente aprile, ma in realtà il 10 del mese prima) uscì il primo numero di Amazing Stories, la prima rivista dedicata esclusivamente alla scientifiction, poi diventata science fiction. Cent'anni di fantascienza Uno dei motori della popolarità della fantascienza in circa due terzi di questi cento anni è stata una serie televisiva e i suoi seguiti, Star Trek. Della quale questa settimana si è conclusa la prima stagione dell'ultima... - Leggi l'articolo

 

Notizie - Il meglio - 15 marzo 2026 - articolo di S*

L’autogol della scarsa formazione sull’IA: quello che le aziende non capiscono

C’è una frase che circola nelle riunioni aziendali con una frequenza sospetta: «Non abbiamo tempo per formare le persone sull’intelligenza artificiale». È una frase curiosa, perché nelle aziende il tempo sembra non mancare mai per riunioni, report e presentazioni in PowerPoint. Manca quasi sempre, invece, per imparare qualcosa. Il paradosso è che l’IA, se usata davvero, il tempo non lo consuma, lo restituisce.

Non è un tool magico né un totem organizzativo costoso

Quando l’intelligenza artificiale viene introdotta come l’ennesimo tool magico calato dall’alto, il copione è quasi sempre lo stesso. Pochi smanettoni la usano davvero, mentre la maggioranza resta spettatrice. In questo modo finisce per trasformarsi in una specie di totem organizzativo costoso, poco compreso e utilizzato molto al di sotto delle sue possibilità reali. Il problema non è tecnologico, ma organizzativo.

L’autogol della scarsa formazione sull’IA: quello che le aziende non capiscono
IA (foto Unsplash).

La questione non è “se”, ma “quanto velocemente” accadrà

Secondo un rapporto di Indeed realizzato con YouGov su oltre 6.800 persone in cerca di lavoro e 2.400 datori di lavoro in 12 mercati, metà delle aziende britanniche si aspetta che IA e automazione diventino il principale motore di cambiamento delle competenze nei prossimi tre-cinque anni. Il 52 per cento prevede almeno uno spostamento «modesto ma significativo» nelle capability richieste ai dipendenti. In altre parole, la questione non è più se l’IA entrerà nei ruoli, ma quanto velocemente accadrà. Eppure un datore di lavoro su due continua a gestire lo sviluppo delle competenze con modelli pensati per il mondo precedente all’intelligenza artificiale generativa.

Il problema lamentato è la mancanza di tempo, prima ancora che di budget

Qui emerge il paradosso più rivelatore. Una persona in cerca di lavoro su tre indica la mancanza di tempo come principale barriera all’acquisizione di nuove competenze. Dal lato delle aziende la fotografia è simile: il 40 per cento dei datori di lavoro dichiara che il primo ostacolo all’aggiornamento delle competenze è proprio il tempo, ancora prima del budget. In altre parole, tutti riconoscono che la transizione è inevitabile, ma quasi nessuno dice di avere spazio in agenda per affrontarla.

L’autogol della scarsa formazione sull’IA: quello che le aziende non capiscono
Quante aziende formano i propri dipendenti sull’IA? (foto Unsplash).

Si potrebbe risparmiare almeno un’ora di lavoro al giorno

Si tratta di un alibi che regge sempre meno di fronte ai dati. Nel Regno Unito, per esempio, un’azienda su sei già utilizza l’IA quotidianamente per problemi di business reali. Tra chi la usa con continuità, il 77 per cento dichiara di risparmiare almeno un’ora al giorno, spesso di più nei ruoli ad alta intensità di scrittura, ricerca e analisi. Un’indagine globale di Adecco su 35 mila lavoratori in 27 economie conferma la stessa dinamica: in media l’IA restituisce circa un’ora al giorno. In azienda, un’ora recuperata ogni giorno equivale quasi a una piccola rivoluzione silenziosa.

Le grandi aziende corrono, le Piccole e medie imprese restano indietro

Il quadro italiano è più complicato di quanto sembri. I dati Istat mostrano un’accelerazione reale: l’adozione dell’IA nelle aziende con almeno 10 dipendenti è passata dall’8,2 per cento del 2024 al 16,4 per cento nel 2025. Tuttavia, nonostante questo balzo, nel confronto europeo l’Italia resta 18esima su 27, distante da Germania, Spagna e Francia. Il divario più evidente è però interno, visto che l’utilizzo cresce rapidamente con la dimensione aziendale, dal 14 per cento delle imprese tra 10 e 49 dipendenti fino al 53 per cento di quelle con oltre 250. Le grandi aziende insomma corrono, mentre le Piccole e medie imprese restano indietro.

Differenti percezioni tra top management e dipendenti

Anche sul fronte della percezione emergono disallineamenti significativi. I dati EY mostrano che l’utilizzo dell’IA sul lavoro in Italia è passato dal 12 per cento nel 2024 al 46 per cento nel 2025 e che il 52 per cento del top management dichiara di aver già osservato benefici concreti. Tuttavia quasi la metà dei dirigenti ritiene che i dipendenti abbiano ricevuto una formazione adeguata, mentre solo il 20 per cento dei lavoratori è d’accordo. È un divario che spiega perché molte iniziative aziendali sull’intelligenza artificiale restino sulla carta.

L’autogol della scarsa formazione sull’IA: quello che le aziende non capiscono
Sull’IA c’è un gap di percezione tra management e dipendenti nelle aziende (foto Unsplash).

Il risultato è un vuoto che finisce per bloccare il cambiamento

A complicare il quadro c’è anche un disallineamento sulle responsabilità. Per il 56 per cento dei lavoratori imparare a usare l’intelligenza artificiale è prima di tutto un compito individuale, mentre per la stessa quota di datori di lavoro dovrebbero essere i leader senior a guidare sviluppo e formazione. Il risultato è un vuoto che finisce per bloccare il cambiamento, con le aziende che investono in strumenti e licenze, ma spesso delegano l’adozione alla buona volontà dei singoli.

L’aggiornamento delle competenze si trasforma in vantaggio operativo

Nel frattempo, le imprese che si danno da fare seriamente con la formazione sull’IA iniziano a staccare le altre perché, come osserva McKinsey, quando l’aggiornamento delle competenze diventa parte del lavoro quotidiano si trasforma in un vero vantaggio operativo. A questo punto quindi la domanda per le imprese cambia forma. Non più «possiamo permetterci di dedicare ore alla formazione sull’IA?», ma piuttosto «quanto ci costa non farlo?». Perché, a quanto pare, chi ha il coraggio di trovare un buco in agenda oggi per formare davvero i propri dipendenti sull’intelligenza artificiale è lo stesso che domani si ritroverà con giornate meno sature, processi più snelli e organizzazioni capaci di far lavorare la nuova tecnologia invece di subirla.

La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop

Si scrive Alessandra Mussolini e si legge l’ultima stazione di una via crucis laica e coloratissima, che approda dove il destino citofonava da un pezzo, tra i vapori di un bidet e una rissa con Antonella Elia. La metamorfosi della Duciona nazionale giunge al termine nel reclusorio di Ilary Blasi, dove il cognome più pesante del Ventennio si sfarina definitivamente nel tritatutto del Grande Fratello Vip.

Il riflesso hollywoodiano di zia Sophia Loren

Del resto, prima ancora di infilarsi nelle schede del Movimento sociale italiano (nell’anno in cui un’adolescente Giorgia Meloni si iscriveva allo stesso partito) o del ripescaggio berlusconiano nei ranghi di Forza Italia, la Nostra era già una sciantosa capace di mescolare il ricordo del nonno a testa in giù con il riflesso hollywoodiano di zia Sophia Loren.

La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
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La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop

E ora che i palazzi del potere puzzano di muffa e naftalina, si sposta dove il sangue e le corna si vendono meglio, pronta a farsi vivisezionare per dimostrare che, dietro la genealogia illustre, batte il cuore di una professionista del telecomando.

Per Bossi era «l’onorevole con le tette di fuori»

La nipotina d’oro ha sempre vissuto la vita come una tournée: da quel disco pop inciso in Giappone nell’82 con i testi di Malgioglio alla copertina di Playboy. Un’esposizione di ordine bio-parentale che il ruspante Umberto Bossi accolse in parlamento, anni dopo, bollandola come «l’onorevole con le tette di fuori». Ma lei non si è mai scomposta, capendo che un certo plebeismo teatrale e il coraggio oltraggioso le sarebbero serviti per scalare i record d’ascolto, persino a Porta a Porta.

Le scuse per quel «meglio fascista che froc*o»

La vera vocazione, però, è maturata nel varietà degli ultimi anni, quando ha smesso di fare la Mussolini per fare la performer: a Ballando con le stelle, nel 2020, si è lanciata in acrobazie, è svenuta in diretta e, soprattutto, ha chiesto scusa per quel «meglio fascista che froc*o» rinfacciatole dai giudici come un peccato originale.

Dal Gay Pride ai duri della Lega di Salvini e Vannacci

Da lì, il vaso di Pandora si è scoperchiato: l’abbiamo vista imitare la zia a Tale e Quale, nascondersi sotto la maschera della Pecorella a Il Cantante Mascherato e infine offrirsi come testimonial del Gay Pride in tutina blu e ali arcobaleno nei giardini di Palazzo Brancaccio. Una “farfallona” irrequieta che tre anni fa sventolava la bandiera Lgbtq+ per poi atterrare sul prato dei duri, della Lega di Matteo Salvini e di Roberto Vannacci (prima della rottura del generalissimo).

Nel tritacarne dello scandalo delle baby squillo ai Parioli

Ora, su Canale 5, la candidata perpetua si prepara a sventrare il privato: i racconti sui tradimenti di Mauro Floriani (finito tra il 2013 e il 2014 nel tritacarne dello scandalo delle baby squillo ai Parioli) e le corna restituite da nonna Rachele a nonnino Benito (raccontate pure in un libro uscito nel 2025) sono già materiale per la prima serata. Mentre oltreoceano Variety (la bibbia dell’entertainment statunitense) osserva il fenomeno con un titolo che non concede interpretazioni – “Benito Mussolini’s Granddaughter to Compete on Celebrity Big Brother in Italy” – cercando coordinate ideologiche tra i suoi avi (per loro, la Nostra è ancora e soltanto la nipote del Duce), lei ha già compiuto il miracolo: trasformare Palazzo Venezia in un acquario di plastica dove l’identità si lava via con un colpo di spugna a favore di camera. La vera dittatura a cui sottomettersi, dopotutto, è quella dello share, e Alessandra sa bene che per non restare al buio bisogna stare dove la luce a occhio di bue colpisce più forte, incurante del cortocircuito che porta dai saluti romani a quelli arcobaleno.

Short Movie: Incontro ravvicinato

Incontro ravvicinato

In fondo, per riavvicinare un anziano padre un po' pazzo e una figlia adolescente scontrosa non ci vuole molto, basta un rapimento alieno.

Close Encounter, diretto dal veterano Jeph Porter, è un corto del 2026 che racconta la classica situazione familiare. Coppia separata, padre che cerca di coinvolgere la figlia in un'esperienza insieme, figlia adolescente scontrosa (Allison Carmody, esordiente) che non sopporta le chiacchiere del padre, vorrebbe essere da tutt'altra parte e non si stacca un attimo dal telefono. Di fantascientifico c'è che il padre – Dale Dobson, caratterista apparso in un sacco di film – è un fanatico degli UFO e i due stanno andando a una convention di appassionati del... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Short Movie - 14 marzo 2026 - articolo di S*

In arrivo Eu Inc, entità per la registrazione delle nuove società in Europa

Costituzione di una società entro 48 ore con un costo massimo di 100 euro, procedure completamente digitali e un piano europeo di azionariato per i dipendenti che consentirà alle imprese di offrire stock option con un unico schema valido in tutta l’Ue. Sono i pilastri della Eu Inc, il nuovo quadro societario che la Commissione europea si appresta a svelare il 18 marzo con la proposta sul 28esimo regime. Secondo una bozza visionata dall’Ansa, lo schema sarà opzionale e prevede una società europea a responsabilità limitata con regole armonizzate per semplificare la nascita e la gestione delle aziende in Europa e rafforzarne la competitività nei confronti di Stati Uniti e Cina.

Finanziamenti, azionariato, meno burocrazia

Tutte le fasi della vita della società, dalla registrazione alla gestione fino alla liquidazione, saranno gestite con procedure completamente digitali. La proposta introduce anche regole più flessibili per il finanziamento delle imprese. Le Eu Inc. potranno emettere azioni senza valore nominale e raccogliere capitali con strumenti tipici del venture capital, facilitando l’ingresso di investitori europei e internazionali e la crescita delle startup nel mercato unico. Tra le novità più attese c’è il piano europeo di azionariato per i dipendenti (Eu-Esop). Le imprese potranno emettere warrant, diritti convertibili in azioni dopo un periodo di maturazione. Il reddito derivante da queste stock option verrebbe tassato una sola volta, al momento della vendita delle azioni, superando le differenze fiscali che oggi rendono complesso l’uso di questi strumenti nei diversi Paesi Ue. Il regolamento mira inoltre a ridurre la burocrazia. I dati forniti al momento della registrazione della società saranno trasmessi automaticamente alle autorità competenti, evitando duplicazioni amministrative. Secondo le stime preliminari di Bruxelles, la riforma potrebbe generare risparmi fino a 440 milioni di euro in 10 anni per le aziende europee.

Aereo cisterna Usa precipitato in Iraq: i morti sono sei

Lo United States Central Command ha confermato la morte di tutti e sei i membri dell’equipaggio del Boeing KC-135 Stratotanker precipitato nell’Iraq occidentale. «Le circostanze dell’incidente sono oggetto di indagine», si legge in una nota nel Centcom. Inizialmente le vittime accertate erano quattro, poi il bilancio dei morti è salito.

L’incidente, ha fatto sapere il United States Central Command «non è stato causato da fuoco ostile o fuoco amico». E, secondo quanto emerso, ha coinvolto anche un secondo aereo cisterna, che è atterrato in sicurezza senza vittime né feriti: l’incidente, avvenuto vicino a Turaibil, al confine tra Iraq e Giordania, potrebbe essere stato innescato da una collisione in volo con un altro KC-135

Perché il letargo politico di Salvini finirà dopo il referendum

Matteo Salvini ha un tweet fissato sul suo account. È del 7 marzo e serve a ricordare che il 18 aprile a Milano in piazza Duomo ci sarà il «grande evento dei @PatriotsEU». «Per difendere i valori dell’Occidente, la nostra cultura, le nostre tradizioni, i nostri confini. SENZA PAURA. In Europa, padroni a casa nostra!». 

Le distrazioni social di Salvini: dal referendum all’Iran

Curiosamente, non è un tweet sul referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, anche se per il fine settimana sono annunciati 1.200 gazebo leghisti in tutta Italia per il Sì. Curiosamente, non è un tweet sull’Iran. Né per sostenere la popolazione iraniana né per dire che Donald Trump, stavolta, poteva risparmiarsela. Non un tweet sulle bollette o sulle accise, visto che ad aumentarle sul diesel è stato il governo di cui il segretario della Lega è vicepresidente del Consiglio nonché ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture. Sarà che in casi del genere dovrebbe ammettere che il presidente degli Stati Uniti non è un sincero pacifista come la Lega pensa di essere quando c’è di mezzo la madre Russia, che certe felpe e certi cappellini sono da riporre accuratamente nell’armadio. Sarà che la Difesa e gli Esteri sono problemi di Fratelli d’Italia e Forza Italia, e la Lega può continuare a occuparsi di far arrivare i treni in ritardo.

Perché il letargo politico di Salvini finirà dopo il referendum
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Per il Sì quasi esclusivamente dichiarazioni di rimbalzo

Salvini si è politicamente volatilizzato in queste settimane, proprio lui che è così abile nell’occupare il centro della scena con i social. Quando vuole, come sappiamo, Salvini può diventare assai pressante. Come quando era ministro dell’Interno e c’era un’emergenza migranti al giorno su tutti i telegiornali. Ora invece le dichiarazioni sono di rimbalzo, di risposta a cose dette da altri, sono quasi garbate. Quasi. L’Ansa riporta una dichiarazione di giovedì a Dritto e rovescio: «Ci sono procuratori capo che dicono che per il Sì voteranno i mafiosi. Io dico sciacquatevi la bocca. Migliaia di italiani ogni giorno si confrontano con la lentezza della giustizia, votare Sì significa togliere le incrostazioni delle correnti e della politica dai tribunali». Altro lancio, 2 marzo: «Avrei piacere che i sostenitori del No – che vedo molto nervosi, molto arroganti, molto violenti –  parlassero del merito delle cose». Altro lancio, 28 febbraio, video collegamento alla direzione regionale della Lega Puglia: è «fondamentale» l’appuntamento con il referendum del 22 e 23 marzo, da «vincere con il Sì, perché anche i giudici, come tutti gli altri lavoratori, se sbagliano devono essere sanzionati. Perché se metti in galera la persona  sbagliata, e anche in Puglia è successo a tante famiglie normali, non puoi rimanere impunito o essere promosso».

Perché il letargo politico di Salvini finirà dopo il referendum
Matteo Salvini a un gazebo per il Sì con Silvia Sardone e Samuele Piscina (Imagoeconomica).

Il vecchio Capitano tornerà, ma solo dopo il 23 marzo

E vabbè, Salvini, tutto qua? C’è Meloni che duella con i giudici, tu pensi alla famiglia nel bosco. Non che Meloni non ci pensi, beninteso, ma quantomeno sembra avere una curiosità variegata; un giorno si occupa di Sal Da Vinci, un altro giorno di Crosetto in vacanza a Dubai. La Lega stessa, a dire il vero, è fuori dal dibattito pubblico dopo averlo occupato per settimane con la fiammata di Roberto Vannacci, sovranista identitario col botto eletto all’Europarlamento con i voti leghisti e poi passato al bosco con libro e moschetto, insieme a un paio di pasdaran o giù di lì, per dichiarare fallita l’Europa, fallita la destra troppo moscia (lui è per il celodurismo parà) e fallita la sua esperienza nel partito di Salvini. Luca Zaia e soci non lo rimpiangono, ma pure loro sanno che i problemi della Lega non finiscono con l’addio di Vannacci. Ma forse persino tutto questo dire, non dire, di Salvini, descrive l’attesa della liberazione; dopo il referendum, la Lega potrà tornare a essere sé stessa, soprattutto il leader leghista avrà meno condizionamenti politici, quantomeno nessuno gli potrà più dire di darsi una regolata per non far perdere il referendum al fronte del Sì. Il vecchio Salvini tornerà, insomma, ma solo dopo il 23 marzo, quando si potrà ricominciare a chiedere il posto di Matteo Piantedosi

Perché il letargo politico di Salvini finirà dopo il referendum
Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).

La F1 cancella i GP di Bahrein e Arabia Saudita

Il Gran Premio del Bahrein e quello dell’Arabia Saudita verranno cancellati dal calendario del Campionato mondiale di Formula 1 a causa della guerra, che dall’Iran si è ormai allargata a buona parte del Medio Oriente. Manca solo l’annuncio ufficiale, che probabilmente arriverà nel fine settimana in Cina, dove è in programma il GP di Shanghai.

I due GP sono tra i più redditizi della F1

I due gran premi sono tra i più redditizi per la F1: quello del Bahrein vale 45 milioni di euro e quello dell’Arabia Saudita addirittura 70. Come priorità ha però prevalso la sicurezza del Circus. La Bild riporta che Riad avrebbe tentato fino all’ultimo di evitare la cancellazione del GP, offrendo voli charter per tutti i soggetti che sarebbero stati coinvolti. Tuttavia, senza la gara in Bahrein sarebbe stato praticamente impossibile spedire in tempo l’attrezzatura in Arabia Saudita.

La F1 cancella i GP di Bahrein e Arabia Saudita
Un momento dell’ultimo GP di Abu Dhabi (Ansa).

Pausa di quattro settimane tra il Giappone e Miami

Il Gran Premio del Bahrein era in programma il 12 aprile e quello dell’Arabia Saudita una settimana dopo. La tempistica è molto stretta: impossibile sostituite i due GP con gare da correre su altri circuiti. Il calendario dovrebbe quindi ridursi a 22 gare, con una pausa di quattro settimane tra il Giappone e Miami. Improbabile l’inserimento di altri GP in seguito, per tornare al numero originario di 24 gare. La Formula 1 comunque tornerà (o meglio dovrebbe tornare) nel Golfo Persico nel 2026: gli ultimi due GP in programma sono quelli di Qatar (29 novembre) e Abu Dhabi (6 dicembre).

La decisione di Palazzo Chigi sulla petroliera russa alla deriva nel Canale di Sicilia

Si è svolto a Palazzo Chigi un vertice dell’esecutivo per analizzare la situazione della Arctic Metagaz, la petroliera russa alla deriva nel Canale di Sicilia con a bordo circa 900 tonnellate tra gasolio e gas liquido. La nave, che era stata colpita da droni navali ucraini (partiti forse dalla Libia), si trova in acque Sar maltesi e, quindi, la prima mossa spetta a La Valletta. Il governo italiano ha tuttavia assicurato a quello maltese «la condivisione del monitoraggio, avviato fin dal primo momento». L’Italia, inoltre, «ha confermato la propria disponibilità a svolgere attività di supporto, in attesa delle determinazioni delle autorità maltesi, con le quali rimane in costante contatto».

La Arctic Metagaz era soggetta dal 2024 a sanzioni statunitensi e britanniche

La Arctic Metagaz, varata nel 2003, era soggetta dal 2024 a sanzioni da parte di Stati Uniti e Regno Unito. Secondo i dati di tracciamento delle navi sulla piattaforma MarineTraffic, la nave era salpata il 24 febbraio dal porto russo di Murmansk, dopo aver caricato merci presso un’unità di stoccaggio galleggiante, ed era diretta verso il Canale di Suez. Poi era transitata attorno al Regno Unito e poi alla Spagna, prima di entrare nel Mediterraneo, segnalando la sua posizione al largo delle coste di Malta il 2 marzo. Due giorni dopo l’attacco: i 30 membri dell’equipaggio erano stati tratti in salvo.

Neonati sepolti, la procura ha chiesto 26 anni per Chiara Petrolini

La procura di Parma ha chiesto una condanna a 26 anni di carcere per Chiara Petrolini, la 22enne che ha ucciso e seppellito due neonati nel giardino di casa a Traversetolo a maggio 2023 e agosto 2024. L’accusa la ritiene responsabile di tutti i reati contestati, ovvero due omicidi premeditati e altrettante soppressioni di cadavere, e la ritiene altresì meritevole delle attenuanti generiche per la giovane età e l’immaturità descritta nella perizia psichiatrica, ma equivalenti alle aggravanti. Il procuratore ha sottolineato «la gravità intrinseca del fatto, l’assoluta mancanza di difesa dei bambini uccisi, l’aver maturato una decisione e averla portata a compimento nell’arco di svariati mesi e la consapevolezza di come sarebbe andata a finire nel secondo episodio, copia conforme del primo». E ancora, «l’aver avuto la forza di nascondere la gravidanza a tutti, a partire dai genitori e il fidanzato, l’aver avuto la forza di andare in giardino a seppellire i figli, la spregiudicatezza dimostrata nell’interfacciarsi con l’autorità giudiziaria e con gli amici» e «la condotta dopo il delitto», quando Chiara andò in giro per bar e pizzerie e dall’estetista.

Il racconto di Chiara: «Non pensavo di essere incinta, non sono un’assassina»

«Sono stata anche descritta come un’assassina, come una madre che uccide i suoi figli, ma non sono questo. Io non ho mai voluto fare del male ai miei bambini», ha detto Chiara nelle dichiarazioni spontanee davanti alla Corte di assise di Parma. L’imputata ha parlato per circa sette minuti, leggendo un foglio: «Quei bambini erano parte di me, non gli avrei mai fatto del male, è una sofferenza che distrugge dentro. Molti qui fuori mi hanno descritto come una brava ragazza, con famiglia, amici, un ragazzo, che lavorava e studiava, ma questa era solo apparenza. Dentro mi sentivo sola anche quando non lo ero davvero. Era uno spazio vuoto che nessuno riusciva a riempire. Un malessere che mi accompagnava in tutte le mie giornate, mi sentivo sbagliata e giudicata». E ancora, sulla gravidanza: «Ho sempre dichiarato che sapevo di essere incinta, ma perché mi sembrava l’unica spiegazione possibile. Non ho mai fatto un test, non sono mai stata sicura di esserlo. C’erano momenti in cui ci pensavo di più, come quando facevo la doccia e vedevo questa pancia di cui nessuno si accorgeva. Allora facevo le ricerche, ma non ho mai messo in atto niente, non so perché lo facevo, ero stanca e confusa. Non pensavo di essere incinta, nella mia testa dicevo che era impossibile, altrimenti gli altri se ne sarebbero accorti. Per quello mettevo in atto comportamenti come fumare o bere. Non ho mai avuto una nausea, mai presi farmaci per anticipare il parto, mai sono stata preoccupata di partorire in aereo». Dopo il secondo parto, ad agosto 2024, la ragazza era partita per una vacanza negli Stati Uniti con la famiglia.

Neonati sepolti, la procura ha chiesto 26 anni per Chiara Petrolini
Chiara Petrolini (Ansa).

«Mi sono trovata i bambini tra le mani, non credevo di star partorendo»

«Anche se non mi aspettavo queste due gravidanze, io sapevo che avrei tenuto i bambini e li avrei voluti crescere.
Quello che ho fatto dopo è stata una scelta sicuramente sbagliata, presa senza ragionare, che oggi sto iniziando a riconoscere, ma in quel momento per me è stata la scelta più giusta da fare. Tenerli vicino a me, per non allontanarmi più da loro». Ha quindi raccontato come ha vissuto i due parti: «Del primo non ricordo quasi niente, in quel periodo il mio problema principale era la nonna che non stava bene. Ho sentito mal di schiena e mal di pancia, mi sono alzata dal letto, mi è venuto da spingere, ho trovato questo bimbo tra le mani. Mi sono accorta che non respirava e ho fatto quel che sentivo di dovere fare, seppellirlo. Penso di non aver capito cosa è successo, di iniziare a comprenderlo solo ora. La seconda volta non pensavo di stare partorendo, per quello sono uscita, se avessi programmato tutto sarei stata a casa. Quando sono tornata a casa sono andata a letto e avevo mal di pancia, pensavo di aver il ciclo. Mi sono alzata, ho sentito di dover spingere, mi sono trovata tra le mani questa creatura, la prima cosa che ho pensato è di tagliare il cordone. Poi non ricordo cosa è successo, mi sono appoggiata al letto, sono svenuta. Quando mi sono svegliata ho visto che il bambino non respirava più e ho fatto la prima cosa che ho pensato, seppellirlo. Non ho pensato che lì c’era anche l’altro bambino, in quel momento non mi è venuto in mente».

«Nessuno può sapere il vuoto che provo, ferita che continua a sanguinare»

Dopo il parto, ha continuato, «fisicamente stavo bene, ma dentro ero distrutta». «Nessuno può capire il dolore di perdere un figlio se non gli è mai successo e non vuol dire niente se il giorno dopo sono uscita, sono andata dall’estetista e ho visto i miei amici. Non vuol dire che io non sia stata male, che non ci sto male per aver perso i miei due bambini. Non importa se il bambino era appena nato, se era una cosa inaspettata, quel bambino era parte di me. E io non gli avrei mai fatto del male». Il dolore che si prova, ha concluso, «è una sofferenza che è difficile da far capire. In molti hanno parlato di me e della mia situazione, ma nessuno ha mai pensato a quello che si prova quando perdi un bambino. Ogni giorno mi alzo con un vuoto che faccio fatica a colmare, mi immagino se fossi qui, oggi come sarebbe, che mamma sarei, mille domande a cui non potrò mai dare una risposta. Col tempo però si prova ad andare avanti con una ferita che però non si è ancora rimarginata, ma che continua a sanguinare ogni giorno».

Attentato alla sinagoga in Michigan: i fratelli dell’assalitore erano membri di Hezbollah uccisi dall’IDF

L’uomo che il 12 marzo ha attaccato un complesso ebraico a West Bloomfield Township, nel Michigan, scontrandosi con la sua auto contro l’edificio del Temple Israel, sinagoga che ospita una scuola ebraica con asilo nido, materna e un centro diurno, per poi aprire il fuoco contro il personale di sicurezza prima di essere ucciso dalla polizia, era fratello di due membri di Hezbollah uccisi in un recente raid israeliano in Libano. Lo ha riferito a Nbc News un funzionario libanese.

Attentato alla sinagoga in Michigan: i fratelli dell’assalitore erano membri di Hezbollah uccisi dall’IDF
Colonna di fumo dal complesso Temple Israel (X).

Chi era l’attentatore ucciso dalla polizia

Ayman Mohamad Ghazali, questo il nome dell’attentatore, aveva 41 anni ed era arrivato negli Stati Uniti nel 2011 con un visto di immigrazione IR1, perché coniuge di una cittadina statunitense. A sua volta aveva ottenuto la cittadinanza americana nel 2016. Come ha spiegato la fonte di Nbc News, Ghazali era originario di Mashghara, nella Valle della Beqa: nei recenti bombardamenti dell’IDF sulla zona sono morti due suoi fratelli maggiori (e altrettanti nipoti), che erano membri di Hezbollah, anche se non è chiaro quale ruolo ricoprissero all’interno dell’organizzazione sciita.

«L’antisemitismo non conosce limiti né confini. Israele viene attaccato perché è lo Stato ebraico», ha dichiarato Benjamin Netanyahu: «Il Temple of Israel a Detroit è stato attaccato perché è un luogo di culto ebraico».

Prezzi dei carburanti, Salvini convoca le compagnie petrolifere

Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini convocherà le compagnie petrolifere per un incontro mercoledì 18 marzo 2026 a Milano. L’ha comunicato il ministero dopo che il vicepremier «si è confrontato a lungo con i tecnici e ha posto l’accento sulla speculazione in atto a danno di cittadini e trasportatori, derivante da aumenti ingiustificati del prezzo dei carburanti». Le quotazioni internazionali dei prodotti raffinati si sono attestate, alla chiusura del 12 marzo rispetto al 27 febbraio, su livelli superiori di 19,3 centesimi al litro per la benzina e di 33,7 centesimi al litro per il gasolio. Per quanto riguarda i prezzi alla pompa di venerdì 13 marzo, i valori medi nazionali in modalità self per benzina (1,82 euro al litro) e gasolio (2,05 euro al litro) risultano più elevati, rispetto a venerdì 27 febbraio 2026, rispettivamente di 15,3 centesimi e 32,2 centesimi al litro.

Il Codacons: «Basta chiacchiere, serve tagliare le accise»

«Sui carburanti basta chiacchiere e basta convocazioni, serve tagliare le accise e serve farlo in fretta per evitare una escalation inflazionistica con conseguenze enormi sulla nostra economia», ha affermato il Codacons commentando la decisione del Mit di incontrare le compagnie petrolifere. L’associazione ha inoltre annunciato di essere al lavoro per un esposto a tutte le procure italiane per chiedere di indagare su possibili speculazioni sui prezzi al dettaglio.

Il Sì di Pisapia al referendum e quel Pignolo di Cerno: le pillole del giorno

Finora non si era esposto pubblicamente, poi alla fine ha “ceduto”: Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano (non un ex qualunque visto che nel 2011 riuscì nell’impresa di strappare la città al centrodestra), voterà Sì al referendum sulla giustizia. Un coming out che però non stupisce. Anzi, all’ombra del Duomo a qualcuno è tornato in mente il padre dell’ex primo cittadino, quel Giandomenico Pisapia, giurista e docente universitario, alla guida della commissione ministeriale che nel 1988 elaborò il Codice di Procedura penale (entrato in vigore l’anno successivo) nel quale si introduceva il cosiddetto ‘modello accusatorio’, del quale per molti militanti del fronte del Sì, la separazione delle carriere prevista dalla riforma Nordio è diretta conseguenza.

Il Sì di Pisapia al referendum e quel Pignolo di Cerno: le pillole del giorno
Giandomenico Pisapia (Imagoeconomica).

Non solo. Giuliano Pisapia, prima di entrare a Palazzo Marino e poi all’Europarlamento nelle file del Pd, fu anche per due legislature deputato di Rifondazione Comunista e nel 2001 con Giovanni Russo Spena presentò una proposta di legge per modificare l’articolo 190 dell’ordinamento giudiziario «in tema di distinzione delle funzioni requirenti e giudicanti e di passaggio da una funzione all’altra». Infine con Carlo Nordio, nel 2010 scrisse il libro In attesa di Giustizia edito da Guerini e Associati in cui si toccavano i temi della separazione delle carriere, del sorteggio, e dell’Alta corte disciplinare. Insomma, negli anni è rimasto coerente. L’attuale sindaco e suo successore Beppe Sala, che invece voterà No, ha commentato con ambrosiano fairplay. «Non ne abbiamo mai parlato. Anche il mio amico Mazzali (Mirko, consigliere comunale di Sel ai tempi dell’amministrazione Pisapia, ndr.) si è espresso per il Sì. Rispetto totalmente ogni opinione. Io voterò no e parteciperò con Schlein all’evento a Milano settimana prossima. Ma non deve essere una questione ideologica».

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Giuliano Pisapia e Beppe Sala (Ansa).

Quel Pignolo di Cerno

L’Associazione del Pignolo del Friuli Venezia Giulia, fondata nel 2023 dall’irlandese Ben Little e presieduta da Fabio d’Attimis Maniago Marchiò, il 20 marzo promuove il World Pignolo Day, allo Spazio industriale rigenerato Villalta, ex Birrificio Dormisch di Udine.

Tra gli ospiti, la giornalista Giovanna Botteri e Tommaso Cerno direttore de Il Giornale e conduttore di Due di picche su Rai2. Il il Pignolo è un raro vino rosso, in una terra “bianchista” per eccellenza come il Friuli Venezia Giulia: la sua presenza è documentata dal XIV secolo nei registri monastici dell’Abbazia di Rosazzo, dove veniva definito uno dei vitigni più pregiati. Dagli Anni 70 è stato recuperato grazie alla propagazione di vecchie viti sopravvissute nei chiostri dell’abbazia.

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Tommaso Cerno (foto Ansa).

L’ex vendoliano Stefàno da Assoenologi

Riccardo Cotarella, presidente Assoenologi, è il protagonista del forum “Vino e Giovani: un incontro tra cultura e responsabilità” organizzato dall’associazione a Palazzo Medici Riccardi a Firenze. Sul palco anche Dario Nardella, ex sindaco di Firenze, eurodeputato dem e componente della Commissione agricoltura e sviluppo rurale.

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Il dibattito è moderato dal giornalista di La7 Andrea Pancani. Immancabile Dario Stefàno, presidente del Centro Studi Enoturismo Università Lumsa di Roma, già parlamentare, nato politicamente “vendoliano” in Puglia e poi passato al Pd fino a quando restituì la tessera del partito a Enrico Letta.

Il Sì di Pisapia al referendum e quel Pignolo di Cerno: le pillole del giorno
Riccardo Cotarella e Francesco Lollobrigida (foto Imagoeconomica).

Bollicine per Pino Strabioli

A Milano, al Teatro Gerolamo, celebrazioni per i “Cento anni di Valdo. Quando il Prosecco diventa cultura. Un racconto corale tra storia d’Italia, costume e visione d’impresa”, con Pierluigi Bolla presidente Valdo Spumanti, la chef “green” Chiara Pavan, e Giulio Somma, moderati dall’attore e conduttore tv Pino Strabioli.

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Pino Strabioli (Imagoeconomica).

Josi al Festival Franciacorta

Il 14 e il 15 marzo si tiene il Festival Franciacorta di Primavera per scoprire le 50 cantine della zona. Inaugurazione ufficiale a Brescia nel Teatro Grande, con “Il Futuro dei Luoghi. Identità, visione e responsabilità culturale”, un dialogo pubblico dedicato al valore dei territori come spazi culturali vivi, moderato dal giornalista del Tg5 Dario Maltese, e con gli interventi di Luca Josi, nei panni di manager culturale e creativo, Daniele Cipriani, direttore del Festival dei Due Mondi di Spoleto, e di Melania Rizzoli, medico e membro del cda del Teatro alla Scala nonché ex vicepresidente azzurra di Regione Lombardia.

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Luca Josi (Imagoeconomica).

Unicredit, il 18 marzo a Frosinone il Forum sulle strategie di internazionalizzazione

Un incontro tra Unicredit e il sistema produttivo del territorio con l’obiettivo di supportare le imprese nel percorso di internazionalizzazione consapevole, aiutandole a valutare rischi e opportunità dei mercati esteri. Con quest’obiettivo avrà luogo il 18 marzo 2026 a Frosinone, nella sede di Unindustria (Via del Plebiscito 15), il Forum delle economie dedicato all’internazionalizzazione, organizzato dalla banca in collaborazione con Unindustria. L’incontro, il cui inizio dei lavori è previsto per le ore 16, verrà introdotto dagli interventi di Corrado Savoriti, presidente Unindustria Frosinone, e di Enrico Batini, responsabile Corporate business Centro Italia di Unicredit.

Il programma dell’evento

Il programma prevede successivamente una relazione di Tullia Bucco, senior economist Group investment strategy Unicredit, sul tema Scenario globale e mercati esteri: cosa sta cambiando. A seguire ci sarà una tavola rotonda sui fattori di competitività delle imprese nel percorso di internazionalizzazione alla quale interverranno Tommaso Perna, cfo Klopman International, e Francesco Marucci, cfo Ciem. Nella seconda parte del Forum sono previsti gli interventi di Danilo Di Vito, Corporate treasury sales Italy di Unicredit, e di Maria Gheorghiu, Payment solutions sales responsabile region Centro Italia di Unicredit, sul tema Strumenti di protezione dei margini: soluzioni e best practice. A seguire ci sarà uno spazio per le domande da rivolgere ai relatori e le conclusioni di Enrico Batini.

Il Consiglio supremo di Difesa: «Grave preoccupazione la crisi in Medio Oriente»

Si è riunito venerdì 13 marzo 2026, al Palazzo del Quirinale, il Consiglio supremo di difesa presieduto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Durante la riunione, a cui hanno partecipato tra gli altri la premier Meloni, il ministro degli Esteri Tajani, degli Interni Piantedosi e della Difesa Crosetto, è stato analizzato lo scenario di crisi in Medio Oriente, «manifestando grande preoccupazione per i gravi effetti destabilizzanti che questa crisi sta producendo nell’intera regione e nell’area del Mediterraneo», come si legge nel documento finale.

«Italia impegnata a sostenere sforzi per via negoziale e diplomatica»

Il Consiglio ha constatato con preoccupazione che la crisi dell’ordine internazionale, incentrato sull’Onu, con la moltiplicazione delle iniziative unilaterali indebolisce il sistema multilaterale anche di fronte a sfide comuni come le effettive ragioni di sicurezza legate al rischio di realizzazione di armi nucleari da parte dell’Iran, quelle relative alla sicurezza di Israele e dei suoi cittadini, alla condanna del regime di Teheran e delle sue disumane repressioni. Nell’attuale contesto di instabilità, continua la nota, «l’indebolimento delle istituzioni multilaterali e le numerose violazioni del diritto internazionale, l’Italia è impegnata a ricercare e sostenere ogni sforzo che riporti in primo piano la via negoziale e diplomatica». Il Consiglio ha poi sottolineato come l’estensione del conflitto ad opera dell’Iran rischia anche di aprire spazi a forme di guerra ibrida e a gravissime iniziative di organizzazioni terroristiche. Per l’insieme di queste ragioni «l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra, come ha ribadito la premier in Parlamento».

«Chiediamo a Israele di astenersi da reazioni spropositate in Libano»

Evidenziata infine l’importanza dell’iniziativa assunta dal governo di operare insieme ai principali alleati europei, in particolare Francia, Germania e Regno Unito, per coordinare le iniziative sul piano della difesa degli interessi comuni e su quello più generale della sicurezza. Ciò anche in considerazione dell’allarme per i missili lanciati verso Cipro – territorio dell’Unione Europea – e verso la Turchia – territorio dell’Alleanza Atlantica – e intercettati dalle difese Nato nel Mediterraneo orientale, nonché dei rischi che il conflitto in Iran sta producendo sul piano della sicurezza economica ed energetica, sia a livello nazionale che internazionale. Il Consiglio ha preso in esame anche la situazione in Libano, chiedendo a Israele di «astenersi da reazioni spropositate alle comunque inaccettabili azioni di Hezbollah che hanno trascinato il Paese in un nuovo drammatico conflitto».

FdI e Pd candidano Bastoni al premio Rosa Camuna: quando il tifo interista acceca

Poi non dite che la politica, accecata dagli opposti estremismi, non è più in grado di convergere su decisioni bipartisan. Il pallone appiana le divergenze tra destra e sinistra e riunisce sotto la stessa fede calcistica addirittura Fratelli d’Italia e Partito democratico. Che insieme hanno partorito una controversa decisione, più assurda della famigerata espulsione del giocatore juventino Pierre Kalulu per doppia ammonizione contro l’Inter. E cioè candidare il calciatore che l’aveva provocata con una riprovevole simulazione, il nerazzurro Alessandro Bastoni, al premio “Rosa Camuna“, «per il valore sportivo dimostrato nel corso della sua carriera, per il ruolo simbolico che ricopre nel calcio lombardo e per la capacità dimostrata di affrontare con serietà e correttezza anche i momenti più difficili».

FdI e Pd candidano Bastoni al premio Rosa Camuna: quando il tifo interista acceca
Alessandro Bastoni contro Pierre Kalulu durante Inter-Juve del 14 febbraio 2026 (foto Ansa).

O si tratta di un caso di curiosa omonimia, o è lo stesso Bastoni che da un mese viene fischiato dai tifosi avversari in ogni stadio in cui gioca in trasferta, dopo che qualcuno, compreso l’ex premier Enrico Letta (milanista), ha proposto persino di escluderlo dalla Nazionale.

Gli altri club rivali hanno definito la mossa «vergognosa»

Il tifo nerazzurro forse fa perdere la bussola. Chiedere a Bussolati Pietro, consigliere regionale del Pd, che ha sottoscritto la candidatura assieme al presidente del Consiglio regionale della Lombardia, il meloniano Federico Romani. Bussolati, non a caso, è presidente dell’Inter Club di Palazzo Pirelli. Insomma, una decisione che ha motivazioni soltanto calcistiche, non certo politiche. Tanto che gli altri club rivali hanno definito la mossa «vergognosa». Con in testa ovviamente quello bianconero, lo Juventus club “Amici del Pirellone” Gianluca Vialli, che tra gli iscritti vede Franco Lucente di Fratelli d’Italia, assessore ai Trasporti e alla Mobilità sostenibile.

FdI e Pd candidano Bastoni al premio Rosa Camuna: quando il tifo interista acceca
Pietro Bussolati (foto Imagoeconomica).

Tutti i tentacoli della lobby interista, da La Russa in giù

La lobby interista d’altronde ha dimostrato di riuscire a infilarsi ovunque, pure ai piani alti delle istituzioni. A partire dalla seconda carica dello Stato, quell’Ignazio La Russa che, commentando l’episodio di Bastoni, disse che «rubare a chi ruba non è grave». Fino al sindaco di Milano Beppe Sala, che aveva lasciato tutti a bocca aperta prendendosela con un esempio di fair play come l’ex bandiera e capitano della Juve Alessandro Del Piero: «Adesso vedo commentatori come Del Piero, che hanno fatto simulazioni incredibili nella loro carriera, ci sono i video in giro a dimostrarlo, che parlano e fanno i censori». In attesa di vedere quei video che probabilmente esistono solo negli archivi del primo cittadino meneghino, registriamo anche qui un’altra larga intesa FdI-Pd nel nome del Biscione.

FdI e Pd candidano Bastoni al premio Rosa Camuna: quando il tifo interista acceca
Ignazio La Russa e Beppe Sala (foto Imagoeconomica).

Bastoni, classe 1999, è nato a Casalmaggiore, in provincia di Cremona. E secondo Romani e Bussolati «la sua candidatura trova ragione nel fatto che rappresenta oggi uno dei volti più autorevoli e riconoscibili del calcio lombardo, italiano ed europeo. Con la maglia dell’Inter e della Nazionale ha dimostrato negli anni qualità tecniche, personalità e senso di responsabilità che lo rendono un punto di riferimento dentro e fuori dal campo». Ma forse Romani e Bussolati guardano le partite senza audio, e non si sono accorti dei fischi.

FdI e Pd candidano Bastoni al premio Rosa Camuna: quando il tifo interista acceca
Il presidente del Consiglio regionale della Lombardia, Federico Romani di FdI (foto Imagoeconomica).

Bastoni, aggiungono i due, «ha saputo distinguersi anche per la maturità dimostrata nel riconoscere pubblicamente un proprio errore, assumendosi la responsabilità di un gesto avvenuto in campo. Un atteggiamento non scontato e non comune e che testimonia il rispetto per il gioco, per gli avversari e per i tifosi».

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Alessandro Bastoni nella conferenza stampa delle scuse (foto Ansa).

Quella conferenza stampa di scuse forzate

Per entrambi, episodi come quello avvenuto in Inter-Juventus «si verificano con frequenza sui campi di calcio senza suscitare la stessa eco e lo stesso accanimento: in questo senso, la reazione di Bastoni ha rappresentato un esempio positivo di come si possa trasformare un errore in un’occasione di responsabilità e crescita». Bastoni, tre giorni dopo il fattaccio, in conferenza stampa si era sforzato di esprimere delle scuse talmente sentite che aveva precisato di voler comunque stigmatizzare «tanta falsità, tanta ipocrisia e tanto finto perbenismo».

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Il premio Rosa Camuna (foto Imagoeconomica).

La Rosa Camuna, tra l’altro, è la massima onorificenza della Lombardia. Istituita nel 1996, riconosce pubblicamente «l’impegno, l’operosità, la creatività e l’ingegno di coloro che si siano particolarmente distinti nel contribuire allo sviluppo economico, sociale, culturale e sportivo della Lombardia» (nel 2025, tra gli altri, erano stati premiati Maria De Filippi e X Factor). A questo punto qualcuno candidi Pierre Kalulu, unica vera vittima dell’ingiustizia di questa storia, al premio Nobel per la Pace.

La Nato abbatte un altro missile iraniano sulla Turchia: è il terzo

Un terzo missile balistico lanciato dall’Iran è stato distrutto dalla contraerea Nato nello spazio aereo turco. Lo ha riferito il ministero della Difesa di Ankara, spiegando che il missile «è stato neutralizzato dai sistemi di difesa aerea schierati nel Mediterraneo orientale». Si tratta del terzo incidente di questo tipo in poco più di una settimana. Il 9 marzo le difese Nato avevano abbattuto il secondo missile nello spazio aereo della Turchia: alcuni frammenti erano caduti nella provincia di Gaziantep, nel sud-est del Paese, senza causare feriti. Prima ancora, il 4 marzo, era avvenuto l’abbattimento del primo missile partito dall’Iran, che dopo aver attraversato Siria e Iraq era stato distrutto dalle difese aeree della Nato nel Mediterraneo orientale. In quel i detriti erano caduti nel distretto di Dörtyol, nella provincia di Hatay, sempre senza causare feriti.

BBC, sarà Matt Brittin il nuovo direttore generale

Matt Brittin è vicino ad assumere il ruolo di direttore generale della BBC. Lo riporta il Guardian, citando fonti interne: prenderà il posto di Tim Davie, che a novembre aveva rassegnato le dimissioni (assieme alla responsabile della divisione news Deborah Turness) dopo le critiche rivolte all’emittente per un documentario su Donald Trump, nel quale il discorso tenuto dal presidente Usa il 6 gennaio 2021 era stato tagliato in modo da far sembrasse che il tycoon stesse incoraggiando l’assalto al Campidoglio.

BBC, sarà Matt Brittin il nuovo direttore generale
Matt Brittin (Ansa).

Chi è Matt Brittin

Brittin, 57 anni ed ex atleta olimpico nel canottaggio, per un decennio è stato presidente di Google per l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa, prima di lasciare l’incarico all’inizio del 2025. Dopo l’addio a Google (dove era entrato nel 2007) è stato nominato nel consiglio di amministrazione di Guardian Media Group come direttore non esecutivo. Visto il suo curriculum, la nomina di Brittin rappresenta un ulteriore passo dell’influenza delle big tech nel mondo dell’informazione globale.