E’ morta oggi a Napoli, all’età di 88 anni, Eleonora Puntillo per tutti Nora, giornalista che ha formato diverse generazioni di cronisti. Dopo gli studi ha esordito a l’Unità, per anni è stata responsabile della redazione napoletana di Paese Sera per passare, nel 1990, al Roma. Ha trasmesso l’amore per il giornalismo al figlio, Paolo Grassi, responsabile dell’edizione campana del Corriere del Mezzogiorno. Giornalista scrupolosa e attenta, ha curato anche diverse pubblicazioni su Napoli, che amava profondamente.
Da qualche anno si era trasferita a Pozzuoli per poter essere a contatto con il mare – altra sua grande passione – ma a causa dell’emergenza bradisismo negli ultimi tempi era ritornata a Napoli. «Nora Puntillo – commenta Ottavio Lucarelli, presidente dell’Ordine dei giornalisti della Campania – rappresenta un pilastro del giornalismo politico nazionale, un esempio di altissima professionalità che ha alimentato in tanti giovani il desiderio di cimentarsi in un settore sempre più complicato. Le sue note di politica sono pezzi che ogni giornalista dovrebbe leggere e rileggere per comprendere come un articolo può essere profondo e allo stesso tempo comprensibile, di facile lettura. Come Ordine dei giornalisti siamo vicini al figlio Paolo Grassi».
“Peppino di Capri ha portato e ha innalzato l’isola di Capri in tutto il mondo e in tutto il globo è riuscito a farsi conoscere, apprezzare, applaudire e ad amare, nella gioia di ciascuno di noi, nella bellezza di vederlo crescere e farci innamorare con le sue canzoni”. Così don Pasquale Irolla, parroco della ex cattedrale di Santo Stefano, nel corso dell’orazione funebre dedicata a Peppino di Capri. Presenti, tra gli altri, Aurelio De Laurentiis, Diego Della Valle, Luca Cordero di Montezemolo, Eugenio Bennato con Pietra Montecorvino, il prefetto di Napoli Michele di Bari, l’assessora del Comune della città partenopea, Chiara Marciani, i familiari, la ex moglie Roberta.
“Dovessi anch’io prendere come dettagli che parlano di lui le canzoni – ha aggiunto il parroco -, prenderei ‘Un grande amore e niente più’. Peppino ha avuto un grande amore e questo grande amore l’ha cantato ed è stata la musica, amore che ci ha fatto innamorare, amore che lo ha spinto a vivere e andare avanti fino alla fine, a cantare, a suonare. Ha cantato l’amore puro, non l’amore disperato, ma l’amore puro che agganciava i cuori di ciascuno di noi e li portava in alto. Quell’amore che in lui ha segnato anche il dolore, effettivamente chi ama soffre, chi vuol bene impara a coniugare il dolore, eppure lo ha sempre cantato l’amore nel suo aspetto più luminoso”.
“Peppino – ha detto ancora don Pasquale – come artista internazionale, come musicista è stato un sognatore. In questo tempo e nei tempi addietro difficili, dove anche noi facciamo difficoltà a guardare il cielo, a sperare, Peppino è stato un sognatore. Ci ha insegnato a guardare in alto, a cantare, a trasformare in musica le lacrime e le difficoltà della vita e con un battito d’ali ci ha tirato in alto. Le sue canzoni ci rendono leggero forse anche questo addio, rubandoci la tristezza e lasciando nel cuore la nostalgia dei sognatori che non muoiono mai e che sono un indice puntato verso l’infinito, verso l’eternità”.
Alfredo e Giovanni Di Bruno sono due relitti lucidissimi della vecchia Milano: baffi, frezza bianca, qualche anno di galera e una memoria piena di piazze, bische, rapine e nobildonne. Vivono ancora insieme a Lambrate, in una casa enorme e decadente, e guardano il presente come due reduci che non hanno mai smesso di diffidare dei conformisti. Sono gli autori di Riocontra, un libercolo di parole parlate all’incontrario, nato in quella stessa Milano tra la fine degli Anni 70 e gli 80, nelle compagnie di quartiere, tra paninari, bar, sale giochi e piazze dove il linguaggio serviva insieme a riconoscersi e a non farsi capire dagli altri. Non era una lingua con regole fisse, ma un gergo mobile, costruito rovesciando e deformando le parole secondo il suono, rimasto poi in vita in piccoli gruppi e trasformato oggi in memoria di una città scomparsa.
Negli ultimi 10 anni il Riocontra è cambiato. Come Milano
Ho trovato il Riocontra nella tasca del sedile di un aereo in partenza da Parigi. Tornavo dal Roland Garros. Era un Ita Airways, anche se Alfredo e Giovanni Di Bruno insistono perché scriva Lufthansa. «Fa più chiove», dice Alfredo. «E metti business», aggiunge Giovanni. «Non ero in business». «Hai una certa età ormai. Devi dire business». Sono passati quasi 10 anni dalla prima intervista a Lettera43 e i due fratelli vivono ancora nella stessa casa di Lambrate, tra tappeti turchi, amari fuori produzione, un tavolo da biliardo riscaldato e una statua di Atatürk appesa a testa in giù perché «non entrava nell’ascensore». Il libro, invece, è cambiato. Come Milano. Perché avete deciso di rifare il Riocontra dopo tanto tempo? «Perché pensavamo di avere chiuso un discorso e invece avevamo soltanto smesso di parlarne», risponde Alfredo. «Il Riocontra era rimasto lì, nei cassetti, nelle tasche dei giubbotti e nella bocca di quelli che continuavano a usarlo senza sapere più da dove arrivasse». La nuova edizione era in preparazione da anni, ma ogni volta qualcosa la faceva sparire: una cartella dimenticata, una bozza prestata, una tasca che cambiava aria. «Noi non siamo persone organizzate», precisa Giovanni. «Siamo persone che, ogni tanto, ritrovano quello che avevano perso». Il momento decisivo è arrivato durante una grande manifestazione passata sotto casa. «C’era un casino pazzesco», ricorda Giovanni. «Studenti, operai, ambientalisti, anarchici, pensionati, gente con le bandiere e gente che probabilmente aveva sbagliato fermata. Tutti insieme, che a Milano ormai è già una cosa rivoluzionaria». Il corteo si dirigeva verso la tangenziale. «Volevano occuparla», dice Giovanni. «Magari volevano attraversarla», lo corregge Alfredo. «Quando hai una certa età anche attraversare una strada sembra un gesto politico». I fratelli non scesero. «Abbiamo aperto la finestra». «Però ci siamo scaldati». Giovanni, il più nichilista, era convinto che dopo pochi giorni nessuno avrebbe più parlato della protesta. «Funziona sempre così. Per alcune ore sembra che il sistema debba crollare. Il giorno dopo girano le fotografie. Il terzo giorno organizzano un dibattito per capire che cosa è successo. Al quarto cercano tutti casa su Immobiliare.it». «Le manifestazioni finiscono», conclude Alfredo. «Il libro rimane». Giovanni lo guarda. «A meno che non lo dimentichi sull’aereo».
La nuova edizione di Riocontra.
«Una regola appena la scrivi, non vale più»
Ma che cos’è davvero il Riocontra? Un gergo, una lingua o un gioco? «Non è semplicemente parlare al contrario», risponde Alfredo. «E non è una lingua che impari facendo gli esercizi». «Non c’è la lezione uno: come ordinare il fumo», aggiunge Giovanni. Il Riocontra nasce nelle compagnie, nelle piazze, nei bar, nelle bische e negli intervalli tra un guaio e l’altro. Le parole cambiano da zona a zona e persino da persona a persona. A volte vengono invertite le sillabe, altre volte deformate, accorciate o ricostruite fino a farle suonare nel modo giusto.
«Il suono viene prima della regola», spiega Giovanni. «Se una parola funzionava, rimaneva. Se suonava male, moriva». Qualche regola esisteva, ma nessuno sentiva il bisogno di scriverla. Perché «appena la scrivi, non vale più», precisa Alfredo.
«Il Riocontra serviva anche a capire chi avevi davanti. Uno apriva bocca e tu sapevi se era della piazza, se era passato di lì o se stava solo facendo scena». Il loro libro, quindi, non è un dizionario. Non pretende di stabilire che cosa sia corretto e che cosa non lo sia. «È una testimonianza», dice Giovanni.
«Noi non volevamo insegnare alla gente come parlare. Volevamo ricordare chi parlava». Dietro ogni parola ci sono un luogo e una storia: una sbronza, una rapina, una galera, un amico scomparso o una nobildonna incontrata dalla porta della servitù. «Non puoi prendere soltanto il termine e buttare via tutto il resto», dice Alfredo. «Se separi la parola dalla persona e dalla piazza, ti resta il rumore. E oggi di rumore ce n’è già abbastanza».
Il Riocontra vuoto usa la parola come un cappellino: la metti, fai la foto e sembri venire dalla strada
In questi anni il Riocontra è finito nei pezzi dei rapper, nei podcast e persino nella pubblicità. «Se un rapper viene dalla piazza e parla così, parla così», dice Alfredo. «La lingua non è nostra e non siamo noi a distribuire le licenze». Il problema, spiegano, nasce quando il Riocontra viene utilizzato come un certificato istantaneo di autenticità. «Una drepa qui, una foba là», fa Giovanni. «Poi nel ritornello metti Lambrate anche se sei cresciuto davanti al golf club. È come mettere il rumore del tram dentro una canzone e dire che hai raccontato Milano».
Insomma, non parlano di un Riocontra falso, ma di un Riocontra vuoto. «Il falso almeno prova a imitare qualcosa», continua Giovanni. «Quello vuoto usa la parola come un cappellino. La metti, fai la fotografia e sembri subito uno che viene dalla strada». Alcuni rapper, riconoscono, hanno tenuto in vita parole che rischiavano di scomparire. Altri le hanno trasformate in accessori. «Prima la parola serviva a non farti capire», dice Alfredo. «Adesso serve a farti riconoscere dall’algoritmo».
Lo stesso è accaduto con i podcast, la pubblicità, i nomi dei locali e perfino le operazioni immobiliari. Giovanni racconta che un nuovo palazzo avrebbe dovuto chiamarsi La Drepa. «Gli appartamenti costavano talmente tanto che la drepa non poteva entrarci». Le parole, secondo i fratelli, vengono consumate per eccesso di utilizzo. «Prima finiscono nella canzone», dice Alfredo. «Poi sulla maglietta, poi sulla tote bag». «Poi le usa il Comune», conclude Giovanni. «A quel punto sono morte». In 10 anni sono comparsi anche studiosi, collezionisti ed esperti capaci di distinguere un’inversione autentica da una sbagliata. «L’Accademia della Crusca della rapina», li definisce Alfredo. «Vogliono mettere le regole a una cosa nata per scappare dalle regole», aggiunge Giovanni. «Fanno i convegni e decidono che una parola si gira così e non cosà». Alfredo taglia corto: «Se suona di merda, suona di merda. Non puoi salvarla con una commissione».
Lazza (Ansa).
«A Milano quello che prima era un quartiere è diventato un marchio»
Ma come è cambiata Milano rispetto alla prima edizione? «È diventata Monte Carlo senza il mare», risponde Alfredo. «E senza il casinò», aggiunge Giovanni. «Il casinò è l’immobiliare». Secondo i fratelli, dopo Expo tutti si aspettavano una città più aperta, più equa e internazionale. «Pensavano che sarebbe diventata Berlino», dice Giovanni. «È diventata un Autogrill a cielo aperto. Entri, consumi, fai una fotografia e riparti».
Le officine sono diventate caffetterie, le ferramenta spazi multifunzionali e le case delle nonne affitti brevi. Quello che prima era un quartiere diventa un marchio; quello che era un panettiere diventa un’esperienza urbana. Il simbolo di tutto è la casa ereditata.
«Uno dice: con l’affitto normale non ci campo», spiega Alfredo. «Allora la mette su Airbnb». «Così si alza da solo il fitto», aggiunge Giovanni. «L’affitto». «Fitto è più Riocontra». Il proprietario pensa di essersi salvato, ma altre cento persone fanno la stessa scelta e alla fine nessuno riesce più ad abitare in città. «L’uno su mille ce l’ha fatta», dice Alfredo. «Ma quello che ce l’ha fatta aveva già la casa della nonna». La responsabilità, precisano, non è soltanto della politica. «La gente fa il 25 aprile, canta Bella ciao e poi torna a casa ad alzare l’affitto», continua Alfredo. «Il capitalismo suo va bene perché è artigianale». «A filiera corta», interviene Giovanni. «Sfrutta uno che abita vicino». La cosa che li irrita di più è l’assenza di autocritica. «Puoi anche fare il tuo business», dice Alfredo. «Ma non raccontarti che stai liberando il quartiere mentre lo rendi inabitabile».
Che fine hanno fatto le piazze e la Milano popolare raccontata nel primo libro? «Le piazze ci sono ancora», dice Giovanni. «Solo che sono piene di tavolini». Per sedersi bisogna ordinare qualcosa. Una volta, ricordano, la piazza era il luogo dove si poteva perdere tempo senza doverlo giustificare. «Adesso se resti fermo 10 minuti arriva uno con il menu», dice Alfredo. «Oppure pensa che stai aspettando il rider». Il nuovo libro vuole restituire voce al «sapie». «Che cos’è il sapie?». «La piazza». «Ma non è il contrario». «Suona bene».
«Il maranza non era una provenienza, era un curriculum»
Ricordano i campetti di via Dezza, dove si incontrano ancora ragazzi, adulti, vecchi e maranza.
Ai loro tempi, precisano, il maranza poteva essere italianissimo. «Era quello di 30 anni che viveva di espedienti», racconta Alfredo. «Tuta, motorino, cugino con la Golf e sempre un amico che gli doveva dei soldi». «Non era una provenienza», aggiunge Giovanni. «Era un curriculum». Oggi, invece, la parola viene usata quasi automaticamente per indicare un ragazzo nordafricano con il borsello. «È diventata una parola razzista», dice Alfredo. «Prima descriveva un modo di stare al mondo. Adesso descrive una faccia».
I fratelli non credono neppure che Milano sia diventata più violenta. «Negli Anni 90 era peggio», sostiene Giovanni. «Solo che i rapinatori erano italianissimi, quindi oggi li ricordano come folklore». Rievocano via Padova, Calvairate e Cimiano: coltelli, motorini rubati, automobili bruciate. «A nostro padre rubarono il cofano della macchina», racconta Alfredo. «Soltanto il cofano?» «Era un bel cofano». Poco dopo provarono a rivenderglielo. «Era lo stesso?» «Aveva ancora dentro i documenti». «I documenti erano nel cofano?». «Erano altri anni».
Una rissa a Milano (Ansa).
«Il problema è fare business e continuare a chiamarlo lotta»
Perché ve la prendete tanto con i compagni che hanno aperto i bar? L’intervista continua davanti a una parmigiana, due vitelli tonnati e due friselle.
«Il problema non è che aprono un bar», spiega Giovanni. «Il problema è che trasformano tutto in business e continuano a chiamarlo lotta». «Dodici euro un cocktail», dice Alfredo. «Quindici con la scorza d’arancia resistente». Dietro il bancone restano la falce e martello, le fotografie delle occupazioni e i manifesti contro la speculazione. Ma si accetta American Express.
«Una volta nei bar un piatto di minestra non si negava a nessuno», dice Alfredo. «Adesso te lo portano in una ciotolina», aggiunge Giovanni. «Due cucchiai, una spruzzata di burrata e una foglia traumatizzata». «Venti euro». «Pane escluso». Quello che contestano è la trasformazione di ogni cosa in un prodotto: la casa, la piazza, il quartiere, la protesta e perfino il Riocontra. «Mettono una parola al contrario nel nome del locale», dice Alfredo. «Poi il cocktail costa 16 euro e lo chiamano popolare».
Non risparmiano nemmeno chi critica la gentrificazione. «C’è quello che denuncia Milano dal suo appartamento di 200 metri quadri», dice Giovanni. «Con la governante». «Non Big Mano. Una governante progressista». Il povero, concludono, piace finché rimane abbastanza lontano da poter essere raccontato. «Appena prende il tuo stesso ascensore», dice Alfredo, «diventa un problema di sicurezza».
Un rider in Porta Venezia (foto di L43).
Che fine ha fatto Giulio?
E Giulio? È ancora in Audi? Giulio, il vecchio mecenate del tabacco e storico editore dei fratelli, compare ancora nelle appendici del libro. Ma oggi non lavora più con le sigarette: si occupa di data center. «Prima riempiva il mondo di fumo», dice Alfredo. «Adesso lo riempie di calore». La sua vecchia azienda sostiene di voler costruire un futuro senza sigarette. «Ma continua a venderle?». «Per finanziare la transizione». Tra Giulio e i Di Bruno ci sarebbe stato uno scazzo. Lui sostiene che il tabacco appartenga al passato. Loro considerano questa posizione un tradimento personale. «Uno lavora tutta la vita nel fumo e poi vuole un mondo senza fumo», dice Giovanni. «È come se un rapinatore aprisse un corso sulla sicurezza domestica». I fratelli continuano a fumare. Alfredo sigarette, Giovanni pipa, sigari e qualunque cosa riesca ad accendere. «Una volta ha fumato una pizza», racconta Alfredo. «Era sottile», si difende Giovanni. Ma sigarette elettroniche, mai. «Abbiamo dei principi». Nonostante lo scazzo, Giulio conserva una pagina nella nuova edizione. «Ai mecenati non si nega una nota a piè di pagina», dice Alfredo. «Soprattutto se hanno ancora i server». Il cameriere prova a dividere la frisella. Si spezza in cinque parti irregolari. Giovanni la guarda. «Ecco la sinistra». Il conto è di 87 euro. «La rivoluzione è finita», dice Alfredo. «Perché?». «Il pane era escluso». Prima di salutarli ripeto la domanda di 10 anni fa. «Che fine ha fatto Giulio?». Alfredo si tiene la pancia. «Giulio è sempre lì». «In Audi?». Giovanni indica il cielo: «No. Adesso è nel cloud».
Terzo appuntamento con la grande musica nel chiostro del Museo diocesano di Salerno, promossi da Salerno Classica e dall’Associazione Alessandro Scarlatti. Questa sera, alle ore 20,30 Danilo Squitieri ed Enzo Oliva saranno gli assoluti protagonisti di una proposta che vedrà eseguite musiche di Beethoven, Cilea e Shostakovich
Terzo appuntamento, stasera, alle ore 20,30 , nell’abituale cornice del chiostro del Museo Diocesano, con i Salerno Summer Concerts, una eterogenea rassegna di otto concerti, promossi dalla Associazione Gestione Musica, presieduta dal cellista Francesco D’Arcangelo e dall’ Associazione Alessandro Scarlatti guidata da Oreste de Divitiis, con il sostegno del Fondo Nazionale dello Spettacolo dal vivo, Ministero dei Beni Culturali e Regione Campania Legge 6/2007. Dopo lo straordinario successo dell’ “Omaggio al cinema” con l’ Orchestra da Camera Fiorentina diretta da Giuseppe Lanzetta, che ha ospitato quali solisti il pianista Fernando Diaz e la tromba di Marcello Nesi, per una cavalcata attraverso le partiture Nicola Piovani, Ennio Morricone, Nino Rota, Vlad-Capponi e Louis Bacalov, praticamente, la rivoluzione copernicana del cinema, frutto di sorvegliato e arguto sperimentalismo, di talenti fuori dal comune e d’una straordinaria lucidità dapprima nel leggere le scene, poi nell’adagiarle sopra un tappeto musicale in grado di magnificarle, splendidamente eseguite, stasera l’Associazione Scarlatti presenta il violoncellista Danilo Squitieri in duo con il pianista Enzo Oliva, che ci faranno scoprire tre gemme della letteratura per questa formazione. Il programma verrà inaugurato dal Ludwig van Beethoven della Sonata per violoncello e pianoforte n. 2 in sol minore op. 5 n. 2, datata 1796. Fa parte di una coppia di due sonate (la prima è in fa maggiore) dedicate al re Federico Guglielmo II di Prussia, egli stesso un appassionato violoncellista. L’opera rappresenta un momento storico fondamentale perché attribuisce al violoncello un ruolo solistico paritario rispetto al pianoforte, emancipandolo dal classico ruolo di semplice basso continuo. Nel primo tempo della prima Sonata, Beethoven aveva sviluppato ulteriormente un impianto architettonico già esperimentato nell’op. 2 n. 3; nel primo tempo della seconda Sonata si stabilisce indubbiamente un rapporto con il Mozart tragico della Fantasia K. 396 e della Sonata K. 457. Le battute 22-27 dell’Adagio introduttivo stanno in diretto rapporto con le battute 34-46 della Fantasia K. 396. Nell’Allegro Beethoven ripensa la forma del primo tempo della Sonata K. 457, con i due ritornelli tradizionali, ma con un’ampia coda, del tutto insolita, dopo il secondo ritornello. Anche il carattere espressivo dell’Allegro, ci sembra, risente della Sonata di Mozart: in questo caso, del finale, che era stato uno dei primi esempi di espressione tragica in un ritmo ternario. La sonata è così formalmente divisa in due macro-movimenti, preceduti da un’importante e drammatica introduzione lenta, un’ampia introduzione in sol minore dal tono solenne e patetico, che si collega direttamente al tempo successivo. Il corpo principale del primo movimento, in forma-sonata, caratterizzato da un forte slancio drammatico e passaggi virtuosistici. Il secondo movimento, che sposta la tonalità nel luminoso sol maggiore, ha un carattere gioioso, danzante e brillante, che va a contrastare la severità della prima parte. Ambiziosa – anche nelle dimensioni complessive – ed omogenea la Sonata in sol minore, viene chiusa da un brillante, scorrevole, variato negli episodi, Rondò, fra le pagine umoristiche più compiute del giovane Beethoven, e vede un pieno impegno tecnico dei due strumenti. Si passerà, quindi, alla Sonata in re maggiore op. 38, uno dei massimi capolavori cameristici di Francesco Cilea, composta nel 1888. Sebbene Cilea sia universalmente noto come operista per capolavori del verismo come Adriana Lecouvreur e L’Arlesiana, questa sonata mette in luce uno stile strumentale raffinato, elegante e denso di lirismo accattivante. L’opera è strutturata in tre movimenti, l’Allegro moderato di apertura che si caratterizza per una scrittura fluida in cui il violoncello espone subito temi lirici e appassionati, sostenuto da un pianoforte dal ricco e avvolgente nell’ impianto armonico, alla Romanza, movimento centrale dal carattere intimo e sognante. Qui Cilea lascia emergere tutto il suo innato talento melodico, con un canto disteso e malinconico affidato allo strumento ad arco. Finale brillante e vivace, un Allegro animato, caratterizzato da un forte slancio ritmico che alleggerisce il clima espressivo, conducendo l’opera a una conclusione brillante ed energica. Finale con la Sonata in re minore op. 40 di Dmitri Shostakovich, uno dei capisaldi della musica da camera del Novecento, composta nel 1934. L’opera rappresenta un momento di transizione fondamentale nello stile del compositore, bilanciato tra il rigore formale classico e un’intensa espressione lirica e drammatica. Unica composizione di Shostakovich per questa tipologia strumentale, la Sonata per violoncello e pianoforte in re minore riflette il suo stile originale, sarcastico e spiritoso, espresso peraltro con un linguaggio conservatore, chiaro, espressivo, accessibile a un vasto pubblico. Scritta tra agosto e settembre 1934, pochi mesi dopo aver completato l’opera “Lady Macbeth del Distretto di Mcensk”, la Sonata viene eseguita per la prima volta il 25 dicembre di quell’anno dal violoncellista Viktor Kubatzky, dedicatario del brano, e dallo stesso Shostakovich al pianoforte. La composizione è articolata nei tradizionali quattro movimenti, questa ripartizione classica, tuttavia, contiene armonie espressive e accenti sonori del tutto personali. Il primo movimento, Allegro non troppo, in forma-sonata, presenta due temi lirici dai toni rassegnati. Il primo motivo, affidato al violoncello, è accompagnato dagli arpeggi del pianoforte che gradatamente aumentano d’intensità; scemata la tensione, il pianoforte annuncia il secondo tema, più lirico e molto delicato. Tutta l’esposizione viene ripetuta, poi il primo e il secondo tema intrecciano una fitta polifonia barocca, spezzata ogni tanto dagli accordi ritmati del pianoforte. Una lunga coda, rallentata, estatica e contemplativa, chiude in pianissimo il movimento. Impetuoso ed energico come un moto perpetuo, il secondo movimento, Allegro, deriva la sua forza dinamica dai continui scambi tra violoncello e pianoforte. Si snodano vigorosi ritmi di danze popolari, balli contadini tedeschi e austriaci piuttosto che canti popolari russi. Il terzo movimento, Largo, è una lunga cantilena che ricorda la canzone dei condannati posta da Shostakovich alla fine di “Lady Macbeth”. Sull’andamento rapsodico del pianoforte vibra il tema lirico del violoncello, l’atmosfera di angoscia e di abbattimento svanisce lentamente in un profondo silenzio. L’ultimo movimento, Allegro, è un variopinto e acceso rondò; il gioioso tema principale viene eseguito tre volte ed è intervallato da ampi episodi ricchi di brillanti variazioni. La conclusione, brusca e niente affatto solenne, rappresenta una vera delusione per chi si aspettava un finale maestoso e roboante.
C’è una nuova specie umana che si aggira nelle sale riunioni: il Ceo innamorato dell’intelligenza artificiale. Non si limita a usarla: la venera. Le chiede consigli strategici, le sottopone organigrammi e arriva persino a porle la domanda delle domande: «Lo licenzio questo?». Non è uno scherzo. È quanto emerge da una recente inchiesta che ha raccolto le testimonianze di diversi lavoratori americani i cui capi, ormai ossessionati dai chatbot, avevano cominciato a prendere decisioni aziendali, comprese assunzioni e licenziamenti, basandosi quasi esclusivamente sui consigli del bot. «Bot delle mie brame, dimmi…».
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Quando in azienda le direttive dell’IA diventano la Bibbia
C’è, per esempio, l’avvocato impiegato in una startup che racconta di un capo arrivato a imporre a tutto lo staff di consultare l’intelligenza artificiale prima di ogni riunione. Aveva persino fatto costruire un documento di centinaia di pagine, ribattezzato internamente la Bibbia, che i dipendenti avrebbero dovuto interrogare al posto dei colleghi per capire come svolgere il proprio lavoro. E che dire dello specialista IT che descrive un supervisore intento a copiare quasi ogni conversazione avuta con colleghi e collaboratori dentro ChatGPT, chiedendo al chatbot se si fosse comportato correttamente? La risposta era quasi sempre rassicurante e finiva puntualmente per confermare qualunque decisione avesse già preso. Un altro caso riguarda una piattaforma software per l’industria manifatturiera. Qui il fondatore ignorava sistematicamente le analisi di mercato del team commerciale, preferendo fidarsi di ciò che gli suggeriva il chatbot, anche quando contraddiceva l’esperienza diretta di chi lavorava sul campo ogni giorno. In altre parole, ignorava il contesto. Che è esattamente ciò che fa tutta la differenza del mondo. E giù novantadue minuti di applausi per questa pantomima fantozziana.
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La fiducia cieca nel bot crea caos e instabilità
Il paradosso, notato da molti, è che questa fiducia cieca nell’intelligenza artificiale, presentata come uno strumento di efficienza, produceva ambienti di lavoro sorprendentemente più caotici e instabili, con ruoli che cambiavano di settimana in settimana in base all’ultima conversazione con il bot. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Umanità varia in cerca disperata di leadership, di qualcuno capace di assumersi dei rischi e prendere decisioni. Il risultato? Un capo sempre meno disposto ad ascoltare le persone e sempre meno capace di entrare in sintonia con loro (empatia, la chiamano quelli bravi) perché l’intelligenza artificiale gli restituisce costantemente l’immagine di sé che desidera vedere.
Gli esseri umani diventano numeri e statistiche
È un’immagine che fa sorridere e insieme inquieta, perché racconta un fenomeno reale. L’IA non entra più soltanto nelle vite private delle persone, nei loro rapporti e nelle loro solitudini; si insedia sempre più a fondo anche nelle stanze dove si decide chi lavora e chi no. In un recente libro scritto da un gruppo di professori della Duke University e della Carnegie Mellon University, Moral AI and How We Get There, il tema della disumanizzazione mediata dall’intelligenza artificiale viene spiegato con grande precisione. Il meccanismo è semplice: meno si percepisce l’altro come essere umano, meno si prova empatia; e meno empatia si prova, meno ci si interroga sulle conseguenze che le proprie decisioni possono avere sulle persone. L’IA può contribuire ad amplificare questa distanza in molti modi, a partire dalla tendenza a trattare gli esseri umani come numeri, dati o statistiche, anziché come persone in carne e ossa, con un vissuto imperfetto e inserite in uno specifico contesto.
L’amplificazione dei bias e la produzione di false certezze
Non è l’intelligenza artificiale, di per sé, a essere crudele. È uno strumento e, come tutti gli strumenti, amplifica le tendenze di chi lo utilizza. Proprio perché restituisce risposte apparentemente oggettive, rischia però di conferire una patina di razionalità a decisioni che meriterebbero più dubbi, non meno. Il rischio non è tanto che l’intelligenza artificiale prenda il sopravvento sulle persone, quanto che siano le persone a smettere di sentirsi responsabili delle proprie scelte. Il problema principale non è l’autonomia dell’IA, bensì l’abdicazione della responsabilità da parte degli esseri umani. I sistemi di intelligenza artificiale amplificano infatti i bias già esistenti e producono una falsa certezza che finisce per erodere la responsabilità nei processi decisionali organizzativi, marginalizzando l’esperienza e il giudizio umano.
Dopo le attività ripetitive, si automatizza il giudizio
Per anni si è immaginato che l’intelligenza artificiale avrebbe automatizzato soprattutto le attività ripetitive. Quello che invece emerge da questi racconti è qualcosa di diverso: l’automazione del giudizio. Non perché i manager rinuncino formalmente a decidere, ma perché iniziano a cercare nella macchina ciò che fino a poco tempo fa cercavano nei colleghi: conferma, legittimazione e, forse soprattutto, la rassicurante sensazione di non essere soli nel peso delle proprie decisioni.
Nella giornata di ieri, presso la sede di Fratelli d’Italia di Salerno, si sono riuniti i consiglieri comunali eletti del partito, alla presenza dei rispettivi segretari cittadini, per un incontro volto ad analizzare l’esito della recente tornata elettorale e a definire le prime iniziative politiche e istituzionali in vista dell’avvio della nuova consiliatura. Nel corso della riunione è stato svolto un approfondito e costruttivo confronto sul risultato conseguito dal centrodestra e, in particolare, sul ruolo che Fratelli d’Italia sarà chiamato a ricoprire all’interno del Consiglio comunale. L’incontro ha inoltre rappresentato l’occasione per condividere, in piena sintonia con le altre forze della coalizione, le linee programmatiche che caratterizzeranno la prima fase dell’attività consiliare, nell’ottica di costruire un’opposizione autorevole, responsabile e capace di avanzare proposte concrete nell’interesse della città. In prossimità della convocazione della prima adunanza del Consiglio comunale, i rappresentanti della coalizione hanno affrontato anche il tema dell’organizzazione dei lavori dell’assemblea e dell’assegnazione degli incarichi istituzionali spettanti alle minoranze, ribadendo la volontà di operare nel pieno rispetto delle prerogative riconosciute dall’ordinamento e delle consolidate prassi istituzionali. Al termine di una proficua discussione, condivisa da tutti i presenti, è stata individuata la candidatura del prof. Gherardo Maria Marenghi alla presidenza della Commissione Trasparenza e quella dell’avv. Sarel Malan alla carica di vicepresidente del Consiglio comunale, incarichi che, secondo una consolidata tradizione amministrativa, sono riservati alla forza di opposizione maggiormente rappresentativa. La scelta è maturata in un clima di piena condivisione e rappresenta il primo passo di un percorso politico che vedrà Fratelli d’Italia e l’intera coalizione di centrodestra impegnati a svolgere un’attività di opposizione seria, vigile e propositiva, nel rispetto del mandato ricevuto dagli elettori e con l’obiettivo di contribuire, attraverso un confronto istituzionale leale e costruttivo, alla crescita e allo sviluppo della città di Salerno.
Torna l’appuntamento con il grande trotto all’Ippodromo Valentinia: domani va in scena la Riunione N° 06 della stagione, con inizio delle corse fissato alle ore 19:50 e chiusura della pista alle 19:05. Il convegno propone un programma di alto livello, con un totale di 97 cavalli al via nelle sette corse e un montepremi complessivo che supera i 43.000 euro. Si parte alle 19:50 con il Premio Supertexas, corsa Maiden riservata ai gentlemen su cavalli di 3 anni ancora a caccia della prima vittoria in carriera, valida per il gioco Trio con 17 iscritti. Seguono il Premio Ostiana Luis (20:20) per i 4 anni e il Premio Florida Lan (20:50), corsa nazionale per i 3 anni con un montepremi di 7.700 euro. Alle 21:20 tocca al Premio Egira, riservato alle femmine di 5 anni ed oltre e valido come II Tris di giornata, mentre alle 21:45 è in programma una prova di addestramento dietro l’autostart. Il Premio Slowlan (21:50), corsa nazionale per cavalli di 5 e 6 anni, precede il momento più atteso della serata. Alle 22:20 la pista di Pontecagnano si tinge di ricordo con il Premio Verdescola – Memorial Gennaro Lanzetta, Tris TQQ Invito da 12.100 euro riservato ai 4 anni e corsa clou della riunione con 15 cavalli al via. Per l’occasione la Famiglia Lanzetta premierà i protagonisti della corsa con un trofeo al proprietario del cavallo vincitore, il frustino al guidatore e la coperta al cavallo vincitore. Chiude la serata, alle 22:50, il Premio Ubriachella Lan, corsa di categoria G per cavalli di 5 anni ed oltre valida per il Trio. Un pensiero speciale della Famiglia Lanzetta accompagnerà l’intera riunione: al guidatore del cavallo vincitore di ciascuna delle sette corse in programma sarà donata una cassa dei vini dell’azienda Viticoltori Lenza, un omaggio che unisce la passione per il trotto a quella per il territorio. Il programma della serata N° Premio Categoria Montepremi Distanza Gioco Ora 01 Supertexas Maiden – Gentlemen € 5.500 2060 m Trio 19:50 02 Ostiana Luis Condizionata 4 anni € 4.400 1600 m Trio 20:20 03 Florida Lan Corsa Nazionale – Cond. 3 anni € 7.700 1600 m — 20:50 04 Egira Categoria E/F – Femmine 5 anni ed oltre € 5.060 1600 m II Tris 21:20 05 Slowlan Corsa Nazionale – Cond. 5/6 anni € 5.500 1600 m — 21:50 06 Verdescola – Mem. Gennaro Lanzetta Condizionata 4 anni € 12.100 2060 m Tris TQQ Invito 22:20 07 Ubriachella Lan Categoria G – 5 anni ed oltre € 3.080 2060 m Trio 22:50 Ristoro e intrattenimento Come sempre, la serata all’Ippodromo Valentinia non è solo corse: il pubblico potrà godersi lo spettacolo del trotto anche a tavola, grazie ai punti ristoro con pizzeria e zeppoleria a disposizione lungo la tribuna. Per le famiglie con bambini è inoltre attivo il parco giochi, pensato per rendere la serata un’occasione di svago per tutte le età. Prossimi appuntamenti Dopo la riunione di lunedì 13 luglio, il trotto del Valentinia torna in pista domenica 19 luglio, mercoledì 22 luglio e domenica 26 luglio, per un’estate ricca di grandi corse a Pontecagnano Faiano.
Si è conclusa con uno straordinario successo l’iniziativa “Ti Guardo le Spalle”, la giornata di prevenzione dermatologica che si è svolta nella giornata di venerdì 10 luglio, presso la spiaggia di Santa Teresa a Salerno, dalle ore 9 alle 13 e dalle 15 alle 19. L’evento, dedicato alla sensibilizzazione sui rischi legati all’esposizione solare e alla prevenzione dei tumori cutanei, ha visto una grande partecipazione di cittadini, famiglie, bagnanti e passanti. Un’iniziativa fortemente voluta dall’amministrazione comunale di Salerno e dall’assessora alla Medicina Territoriale, Paky Memoli, come iniziativa di sensibilizzazione sanitaria rivolta alla cittadinanza, con l’obiettivo di promuovere la cultura della prevenzione dei tumori cutanei, con particolare attenzione al melanoma. da una proposta del SISM Salerno – Segretariato Italiano Studenti in Medicina, insieme al gruppo di Oncologia Universitaria (OncoUnisa) del Dipartimento di Medicina, Chirurgia e Odontoiatria “Scuola Medica Salernitana” dell’Università degli Studi di Salerno e dell’AOU San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona. L’iniziativa è stata realizzata grazie al contributo del Laboratorio di Sanità Pubblica LabSanPub dell’Università degli Studi di Salerno e della Dermatologia Universitaria, in collaborazione con l’UOC (Unità Operativa Complessa) di Dermatologia del plesso Santa Maria dell’Olmo dell’AOU (Azienda Ospedaliera Universitaria) San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona. Un ruolo determinante nella realizzazione della campagna è stato svolto dall’associazione AILMAG. Hanno contribuito alla rete organizzativa e territoriale Noi Donne Soprattutto, AIIAO, SISM Salerno insieme alle altre associazioni, realtà territoriali ed enti che hanno aderito, sostenuto, patrocinato l’iniziativa, contribuendo alla costruzione di una rete ampia tra Università, istituzioni, professionisti sanitari, studenti, volontariato e comunità locale. Nel corso della giornata di venerdì sono state effettuate 150 visite dermatologiche, durante le quali sono state riscontrate numerose lesioni cutanee meritevoli di approfondimento diagnostico. I pazienti saranno ora presi in carico per il successivo percorso clinico, che prevede l’esecuzione della biopsia e, ove necessario, l’escissione della lesione presso l’ospedale. All’iniziativa ha preso parte anche il direttore generale dell’Azienda ospedaliera universitaria Ruggi, Nicola Cantone che ha sostenuto l’iniziativa.
Durante le prove delle numerose ormai, vista l’età, le produzioni liriche alle quali ho lavorato come regista, qualcuno, prima o poi, mi chiede sempre chi sia il mio cantante preferito, sperando magari che io faccia il nome di chi me lo sta chiedendo. In genere, spiazzo sempre tutti perché, con faccia estremamente seria e parimenti ispirata, dico sempre: “Il mio cantante preferito è Peppino di Capri”. Il motivo non risiede tanto nella tecnica vocale – si sa che il suo era un modo di cantare particolarissimo, non stiamo certo qui a fare l’analisi logica e grammaticale della sua emissione vocale – è che, Peppino di Capri, è un artista che mi ha fatto compagnia, praticamente da qualche anno dopo la mia nascita. I miei genitori mi lasciavano con i nonni poichè dovevano andare al Circolo della Stampa a Napoli a ballare, proprio perché suonava Peppino di Capri, durante le prime villeggiature nell’isola dell’amore, all’inizio degli anni Sessanta lo si incontrava e si diceva: “Guarda, quello è Peppino di Capri!”, la prima vera discoteca di tendenza a Capri la aprì lui, lo Splash, dove io andavo a ballare, non ancora diciottenne, fino alla ripresa, dopo il 1973, della sua attività concertistica alla Certosa, dove non c’era estate in cui non si andasse ad ascoltarlo. Poi, cominciai a imitarlo, sia dal punto di vista vocale sia, soprattutto, dal punto di vista gestuale, c’era anche una vaga somiglianza e, aiutandomi con un paio di occhiali, riuscivo a far sorridere le persone. In seguito l’ho conosciuto. L’ho conosciuto bene. Non dico che fossimo diventati amici, perché c’era sempre quel distacco, dovuto al rapporto tra la celebrità e il fan, fin quando poi successe una cosa nel 2016. Mettevo in scena Il Campanello dello speziale di Gaetano Donizetti, al Teatrino di Corte a Napoli. Poiché il personaggio di Enrico si traveste per ben tre volte, decisi di ambientare questa regia a Capri. Il terzo personaggio interpretato da Enrico era, appunto, un cantante: lo abbigliai e lo vestii con la giacca luccicante e tutto il resto. Grazie alla bravura dell’interprete, Domenico Colaianni, si intese perfettamente il riferimento, perché tutti i recitativi erano realizzati con la voce nasale, tipica di Peppino. All’ultima recita lui venne, seguì la recita seduto vicino a me e, naturalmente, l’occasione fu troppo ghiotta per non portarlo sul palcoscenico durante gli applausi. Ebbe molti più applausi di tutti noi della compagnia! Ciò ha dimostrato che anche il pubblico della lirica in qualche modo lo conosceva, lo ricordava e lo amava allo stesso modo. Con Peppino se ne va un’epoca. Più che un cantante, se ne va un’era. Se ne vanno i cosiddetti meravigliosi anni Sessanta; se ne va il film Il Sorpasso, dove si sente una sua canzone sconosciuta per un attimo, quando Gassman balla con la biondona. Più che mai, lui era l’ultimo baluardo di una musica che potrebbe sembrare antiquata, ma che a suo tempo fu assolutamente progressista. Basterebbe fare l’esempio di Voce ‘e notte, che era una romanza praticamente per voce lirica e che lui trasformò in una classica beguine di stampo e estrazione americana. Ciao Peppino, ti porteremo sempre nel cuore e, a costo di essere banale, coscientemente, ti dico che la tua musica non morirà mai. *regista
’è una parola che in queste settimane sta facendo tremare i banchi delle parrocchie e i corridoi dell’arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno: Procura Generale. Non è un termine pastorale, non profuma di Vangelo, ma di codicilli, conti correnti e studi notarili. È l’atto formale con cui il vertice della diocesi ha scelto di spogliarsi dei propri poteri temporali per consegnarli, in blocco, nelle mani del vicario episcopale don Alfonso Gentile. Un accentramento totale che ha sollevato un coro di protesta, finora silenzioso ma sempre più compatto, da parte dei sacerdoti salernitani. La denuncia è chiara: la diocesi è stata trasformata in un’azienda e i preti in sudditi di un amministratore delegato. Mentre Papa Francesco non perdeva occasione per chiedere una Chiesa “sinodale”, aperta, dove l’autorità è servizio e ascolto, a Salerno si assiste a una clamorosa inversione di marcia. L’aver concentrato “tutto” nelle mani di don Gentile tramite una procura generale scardina l’essenza stessa della comunità ecclesiale. I parroci protestano perché la figura del Vescovo, intesa come padre e pastore a cui ricorrere nei momenti di difficoltà, appare oggi svuotata, quasi retrocessa a un ruolo puramente liturgico e di rappresentanza. Chi firma, chi decide, chi muove i capitali, chi concede o nega i restauri è il procuratore. Si è creato, nei fatti, un “principato amministrativo” insindacabile, dove un solo sacerdote esercita un potere di veto assoluto sulla vita materiale di decine di comunità parrocchiali. La protesta che sale dalla base del clero tocca il cuore della dignità sacerdotale. Molti parroci, soprattutto quelli delle periferie o delle zone rurali che lottano quotidianamente con la povertà e lo spopolamento, si sentono abbandonati a favore di una logica puramente patrimoniale. “Se dobbiamo riparare un tetto o finanziare un centro d’ascolto per le famiglie svantaggiate, non andiamo più dal nostro Vescovo a cercare consiglio e paternità,” confida un sacerdote stanco della situazione. “Dobbiamo sottometterci all’iter burocratico di un ufficio centrale che risponde a logiche fredde, rigide e spesso insondabili. Non siamo più pastori in mezzo alle pecore, siamo diventati amministratori di condominio precari.” Il malcontento si fa ancora più aspro quando si guarda alla gestione delle nomine, delle consulenze e delle concessioni dei beni immobili della Curia. Senza criteri di trasparenza pubblica e rotazione, l’immensa fiducia concentrata nella procura generale a don Gentile alimenta inevitabilmente il sospetto di una gestione arbitraria e personalistica, che premia la fedeltà alla struttura piuttosto che il merito pastorale. Questa non è una semplice disputa burocratica; è una questione di identità ecclesiale. Il clero salernitano non chiede favori, chiede la fine del centralismo esasperato. Chiede che gli organi di controllo previsti dal diritto canonico — come il Consiglio per gli Affari Economici — tornino a essere luoghi di reale confronto e non semplici passacarte chiamati a ratificare decisioni già prese dal procuratore generale. Salerno non ha bisogno di un “Vescovo-ombra” chiuso negli uffici amministrativi a governare per procure e carte bollate. Ha bisogno di trasparenza, di collegialità e di una guida che rimetta al centro le persone e le parrocchie, prima delle visure catastali e dei bilanci. Sembra ora che davvero siamo dinanzi ad una logica in cui due vescovi regolarmente nominati ed uno per procura da parte di un Vescovo che è privo di ogni cura pastorale e dove tutto sembra posto nelle mani di un Don Gentile sul quale altre ombre aleggiano sulla sua persona. Ma su questo presto vi daremo più dettagli. Ora vi è un grido d’allarme che non può più essere ignorato: è tempo di revocare i super-poteri e restituire la Curia alla sua gente.
Quello tra chi governa e chi informa è un conflitto fisiologico e necessario in qualsiasi democrazia liberale. Il giornalista ha il dovere di incalzare e criticare il potere. Ma il politico che fa? Spesso insofferente al controllo, tende a delegittimare le inchieste scomode per evitare la “scomodità” della trasparenza. Sono pensieri che ti vengono quando leggi qualcuno che ti contesta quasi con la tuta mimetica ed un fucile in mano.
Disarmare il giornalismo è storia di sempre. Ma è vero o no che questo governo Meloni sembra stabilire un primato storico?
Nessun giudizio personale. Lasciamo a chi legge il compito di giudicare. Ed ai fatti il compito di obbligarci a ragionare. Sono tre gli elementi chiave su cui, come scrivono molti media, si concentrano critiche e timori. Il primo è la cosiddetta “Legge Bavaglio”: approvata per limitare la pubblicazione integrale delle ordinanze di custodia cautelare, è considerata dai sindacati dei giornalisti e dall’opposizione una norma che oscura i dettagli dei processi e riduce il diritto dei cittadini a essere informati. Il secondo è nelle querele ed azioni legali. Esponenti del governo e la stessa presidente hanno presentato denunce per diffamazione contro giornalisti, intellettuali e testate sgradite. Dal canto loro, i rappresentanti della maggioranza affermano che queste iniziative legali siano un diritto di tutela personale contro la diffusione di notizie false o diffamatorie. Terzo elemento è il controllo della Rai: l’influenza politica sulla televisione pubblica, nota con il divertente termine “Telemeloni”, è oggetto di forti polemiche per via della nomina di figure vicine all’esecutivo ai vertici aziendali e per la cancellazione o la censura di interventi critici, come il celebre caso del monologo di Antonio Scurati
Il conflitto fisiologico tra politico e giornalista. Da sempre in bilico su un sottile filo, alla ricerca di un equilibrio
Sono sempre quei pensieri che ti vengono quando leggi qualcuno che ti contesta. Il bilanciamento tra questi due ruoli si articola da sempre su alcuni punti chiave. Il primo è il ruolo di “cane da guardia”. La stampa – è riconosciuto dalla consolidata giurisprudenza europea – svolge la funzione di “cane da guardia” della democrazia. Ha anche il pieno diritto di utilizzare linguaggi provocatori e critici verso chi amministra la cosa pubblica, proprio perché i politici si espongono volontariamente al centro del dibattito e del giudizio pubblico. Il secondo è nei limiti della critica. Come sappiamo tutti, per non sfociare in diffamazione, la critica giornalistica deve comunque basarsi su fatti veritieri e non travisati. E ci siamo. Non è ammessa l’aggressione gratuita fine a se stessa o il puro dileggio. Poi la tendenza della politica degli ultimi tempi alla disintermediazione. Negli ultimi anni si è assistito a una deriva globale in cui molti esponenti politici, piuttosto che rispondere alle domande dei media, preferiscono la disintermediazione (cioè comunicare direttamente tramite i social). Questo approccio si traduce spesso in attacchi frontali al diritto di cronaca e d’inchiesta. Infine, il diritto di replicare. Se da un lato il politico ha il dovere di rispondere alle domande per rispetto dei cittadini, i giornalisti sono tenuti a garantire un’informazione equilibrata, evitando di piegare le notizie a logiche di fazione o di propaganda. Che fine fa questo equilibrio delicato? E’ costantemente a rischio. E le pressioni subite dai professionisti dell’informazione sono spesso al centro del dibattito europeo. Il rispetto dei ruoli resta il termometro principale dello stato di salute di un Paese
La posizione dell’Europa e del suo Parlamento? No a tentativi di soppressione della critica e del pluralismo
Il Parlamento – lo scrive lo stesso suo profilo ufficiale Internet – esprime profonda preoccupazione per lo stato della libertà dei media nell’UE e denuncia le violenze, gli abusi e la pressione cui devono far fronte i giornalisti. In una risoluzione non legislativa, approvata mercoledì con 553 voti favorevoli, 54 contrari e 89 astensioni, il Parlamento “condanna i tentativi dei governi di alcuni Paesi UE di ridurre al silenzio i media critici e indipendenti, di compromettere la libertà e il pluralismo dei media”, invocando “una migliore protezione per i giornalisti, in particolare per le donne”. Secondo gli europarlamentari, il pluralismo è a rischio a causa di una eccessiva concentrazione dei media nelle mani di pochissimi. Essi chiedono di potenziare il quadro giuridico per prevenire e contrastare l’incitamento all’odio online, nonché una maggiore collaborazione tra le piattaforme online e le autorità di contrasto. Magdalena Adamowicz – europarlamentare polacca e relatrice sulla risoluzione del Parlamento UE sulla libertà dei media e la protezione dei giornalisti – ha detto che oggi si assiste al ritiro della democrazia, alla presa di potere con la menzogna, alla negazione della libertà e del pluralismo se non c’è l’indipendenza dei media. Che devono servire la verità e non la menzogna, gli elettori e non chi è al potere.
Premierato, giustizia, migranti, Pnrr, caccia. Disegni di legge accelerati senza confronto con le opposizioni, senza consultare i cittadini
Quello che accade ormai da quattro anni sa poco di democrazia. Il governo Meloni ha fatto ampio ricorso ad un uso massiccio della decretazione d’urgenza ed a questioni di fiducia per accelerare l’iter parlamentare. La questione di fiducia è servita per blindare i testi nei passaggi parlamentari più complessi ed evitare ostruzionismi, accelerando l’approvazione finale. Il disegno di legge costituzionale per l’elezione diretta del Presidente del Consiglio è stato approvato dalla maggioranza dopo accesi scontri in Parlamento. Le opposizioni ne hanno contestato la natura, ritenendolo lesivo dei poteri del Presidente del Repubblica e del ruolo di garanzia delle Camere. L’autonomia differenziata, approvata dopo un lungo e duro confronto, ha visto le opposizioni contrarie e scettiche sul coinvolgimento preventivo dei territori e dei cittadini stessi nell’impostazione della riforma. Il Decreto Sicurezza ha generato forti polemiche per via del suo iter accelerato e le piazze sono scese a manifestare contro diverse misure considerate repressive. Il Ddl di riforma della caccia ad esempio – all’esame della Camera tra forti contrasti, perché connotato da forti sospetti di incostituzionalità e sotto osservazione severa dell’UE – è stato voluto da un ministro cacciatore ed è difeso a livello regionale e provinciale da politici di destra e di estrema destra con il tesserino di cacciatori. Che razza di democrazia è mai questa? Sulle riforme su temi sensibili, perché non aprire ai referendum consultivi? Perché non coinvolgere i cittadini prima che – una volta varata una riforma – si apra il varco ai referendum confermativi e ci si esponga a clamorose bocciature? Lo ha detto anche Licia Colò: se passa la riforma, la bocceremo dopo con un referendum. Perché, a chi giova questo clima di autarchia, di sovranismo anticostituzionale? Il NO dei giovani alla riforma della giustizia non è stato un primo serio avvertimento contro il tentativo di sovvertire la democrazia parlamentare, di disarmare il ruolo del Capo dello Stato, di smantellare la Costituzione?
Temperature record, caldo estremo, notti tropicali. L’Europa è alle prese con un’estate torrida ma soltanto il 20 per cento delle famiglie del continente dispone di un condizionatore per combattere la canicola. Molte persone stanno correndo ai ripari acquistando in extremis dispositivi refrigeranti di vario tipo. La maggior parte di questi prodotti arriva dalla Cina, che oggi rappresenta circa il 40 per cento delle esportazioni globali di condizionatori. Per l’Unione europea, impegnata a ridurre il deficit commerciale con Pechino, non è un problema da poco.
La corsa europea ai condizionatori cinesi
L’Europa dipende fortemente dai prodotti cinesi e la corsa all’acquisto dei condizionatori Made in Chinane è un chiaro esempio. Tra i modelli più richiesti spicca il PortaSplit realizzato dal colosso degli elettrodomestici Midea. Costa circa 900 euro ed è un apparecchio portatile che non richiede né l’installazione permanente né fori sui muri, consentendo di aggirare le norme a tutela del patrimonio storico in vigore in molte città europee. La domanda di prodotti simili è salita alle stelle. Sui social media cinesi sono addirittura comparsi numerosi annunci di spedizionieri che pubblicizzano rotte aeree ad hoc per accelerare le consegne ai rivenditori europei.
Inside Chinese AC maker Midea's smart factory, it takes only 6 seconds to assemble a new AC on the line.
The factory has full 5G coverage, AI-powered real-time monitoring, automated unmanned packaging, and robotic transport.
Perché il caldo rallenta i piani dell’Unione europea
Bruxelles vuole ridurre il suo deficit commerciale con la Cina. Nel 2025 il disavanzo nei confronti di Pechino è aumentato del 15 per cento, raggiungendo i 360 miliardi di euro. Nel primo trimestre del 2026 si è ulteriormente ampliato, toccando i 98 miliardi, il livello più alto mai raggiunto dal 2022. Il caldo estremo, almeno a giudicare dai dati, non farà altro che alimentare l’import di condizionatori cinesi contribuendo ad ampliare il deficit dell’Ue con il Dragone.
Un mercato che entro il 2034 potrebbe valere 35 miliardi di euro
Nella prima metà del 2026 le esportazioni di condizionatori dalla Cina verso l’Ue hanno raggiunto i 3,2 miliardi (+43,2 per cento su base annua). Nessuno dei cinque marchi di condizionatori più venduti in Europa appartiene a un’azienda continentale. La top 5 stilata da Euromonitor International comprende i produttori cinesi Haier,Gree Electric Appliances e Midea seguiti da Beko (Turchia) e Daikin (Giappone). I primi tre controllano circa il 32 per cento del mercato europeo in termini di volumi di vendita al dettaglio: un mercato che vale circa 27 miliardi e che le proiezioni danno in crescita fino a oltre i 35 miliardi entro il 2033/2034.
Caldo torrido a Milano (Ansa).
Tra affari e propaganda: Pechino gioca la sua partita
Il paradosso per l’Ue è servito. Dopo aver accusato Pechino di inondare il mercato europeo con merci a basso costo e adottato misure protezionistiche, Bruxelles scopre che i cittadini non possono fare a meno dei condizionatori del Dragone. La singolare situazione in cui si trova l’Europa non è passata inosservata in Cina, un Paese che utilizza l’aria condizionata persino per refrigerare gli animali nelle fattorie. Il sito Wenxuecityha osservato con ironia quanto sta accadendo in Francia chiedendosi se «i francesi vivono davvero peggio dei maiali cinesi». Per i media la narrazione è semplice: i condizionatori Made in China stanno salvando l’Europa da un’estate di fuoco. Per l’Unione europea saranno invece mesi infernali. Non solo a causa delle temperature estreme ma anche per le tensioni commerciali con il gigante asiatico destinate ad aggravarsi.
SALERNO – La Salernitana continua a muoversi con decisione sul mercato, in vista dell’ormai imminente partenza per il ritiro di Cascia, prevista per martedì prossimo. La novità più importante di ieri è l’ufficializzazione dell’arrivo di Malik Djibril, centrocampista classe 2003 svincolato dopo l’esperienza al Picerno. Il club granata ha annunciato l’ingaggio del giovane mediano, che ha sottoscritto un contratto fino al 30 giugno 2028 con opzione per un’ulteriore stagione. Si tratta di un investimento in prospettiva, ma anche di un profilo che ha già maturato una buona esperienza in Serie C, categoria nella quale si è messo in evidenza per dinamismo, intensità e capacità di ricoprire più ruoli in mezzo al campo. Il direttore sportivo Faggiano continua a lavorare anche per rinforzare il reparto offensivo. In cima alla lista degli obiettivi figurano due esterni d’attacco: Christian Capone del Trento e D’Ursi del Sorrento. Entrambi sono profili considerati funzionali al progetto tecnico per caratteristiche e duttilità, qualità che permetterebbero di aumentare le soluzioni sugli esterni e garantire maggiore imprevedibilità negli ultimi trenta metri. Le interlocuzioni proseguono e nelle prossime ore potrebbero esserci sviluppi, anche se al momento non si registrano ancora accelerazioni decisive. Resta vivo anche il lavoro sul pacchetto arretrato. La Salernitana continua infatti a seguire con interesse Cagnano, Celli e Capuano, tre difensori che piacciono alla dirigenza per esperienza e affidabilità. Si raffredda invece la pista che porta a Heinz. Dopo i contatti delle scorse settimane, la trattativa ha perso slancio e, almeno per il momento, non rappresenta più una priorità.
«Per quel che riguarda il pane la cosa è chiara, per quel che riguarda la pace anche. Ma la questione cardinale della primavera va risolta a ogni costo». Vladimir Majakovskij scrive questi versi in anni in cui in Europa stanno montando paure e smarrimenti collettivi che preparano l’ascesa dei regimi totalitari. Tempi che assomigliano molto a quelli che stiamo vivendo noi ora.
L’utopia concreta lanciata da Bifo
Corsi e ricorsi. Suggestioni. Che ripropongono «la questione cardinale della primavera», nella sua invocazione di bellezza, di invito a superare le contingenze materiali e politiche, per abbracciare un cambiamento radicale. A proporre questo esercizio di “utopia concreta“, di sfida temeraria a un sistema incapace di sopire un bellicismo trionfante e di ristabilire un clima sociale positivo, è Franco Berardi detto Bifo. Lo storico agitatore politico e digitale che dalle proteste del ’77, che ebbero il loro epicentro a Bologna (Radio Alice e gli Indiani metropolitani), a oggi non ha mai smesso di fare sentire la sua voce eretica e ripropone ora la questione della primavera. Non una primavera simbolica, bensì quella che ci attende il prossimo anno. La primavera del 2027.
Franco Bifo Berardi (da Fb).
Per scongiurare il peggio serve l’imprevedibile
Si voterà infatti in importanti Paesi europei. In Francia, Spagna, Grecia, Italia, e ovunque è forte il rischio di generalizzata avanzata della destra estrema. «Non possiamo essere sicuri di nulla», scrive Bifo, «neppure del fatto che nella primavera del 2027 ci saremo ancora, né che le condizioni di civiltà minime per svolgere elezioni politiche esisteranno ancora. Il nazionalismo russo e quello ucraino, il nazismo sionista, la mafia guerrafondaia trumpista stringono in una morsa i destini del continente, mentre dall’interno monta un’onda nera e i razzisti si preparano a dare il colpo di grazia in Germania e nel Regno Unito». Supponiamo invece che fra un anno siamo ancora qui, continua, in quel caso nell’area mediterranea dobbiamo attenderci l’accentuazione dei fattori di crisi più importanti: riarmo accelerato, guerra, recessione, dilagare delle aggressioni razziste, deportazioni, sprofondamento delle condizioni sociali. L’incipit è catastrofico, però il seguito prende quota velocemente e con piglio quasi allegro prova a delineare un approccio reattivo e positivo. «Certo se realisticamente si valuta che il peggio sia inevitabile occorre che qualcuno si occupi dell’imprevedibile».
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Perché fin qui la sinistra ha sbagliato tutto
Sembra un esercizio di prestidigitazione, ma vale la pena seguire il ragionamento di Bifo. La premessa è che non si può rispondere razionalmente a chi è irragionevole. Non si può opporre la ragione a chi fa discorsi di pancia. Ma rifiutando il catastrofismo della destra, come se implicasse venir meno a questioni di stile, la sinistra ha sbagliato completamente, perché i toni catastrofici («siamo invasi», «la nostra civiltà è sotto attacco», «il nostro benessere è a rischio») sono nel sentimento della maggioranza degli europei. Spiace prenderne atto, ma non siamo mai stati così depressi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Bisogna dunque cambiare registro, ma non seguendo il copione della destra, bensì ribaltandolo completamente. Alle cupe narrazioni nordiche che hanno ispirato e ancora ispirano il nazismo, alle mitologie della destra fondate sull’identità, la proprietà, la competizione, la nazione bisogna opporre le solari mitologie mediterranee: conviviali, rilassanti, sensuali.
La terapia paradossale permette di uscire dalla trappola
La “questione della primavera” prossima ed elettorale, nel pensiero di Bifo, si riassume in questo rovesciamento di prospettiva, metodo e contenuti. Ovvero applicando alla politica la «terapia paradossale» che ha i suoi teorici nella Scuola di Palo Alto, nello psicanalista Paul Watzlawick e nell’antropologo Gregory Bateson. È una modalità terapeutica per quelle situazioni in cui sembra impossibile guarire una patologia resistente a ogni cura, che consiste nel ridefinire il campo e modificarne il perimetro, nel non rispettare le regole del gioco e nel confondere le identità: pragmatica paradossale. Watzklawick parla di «ristrutturazione del campo», che significa cambiamento delle premesse e del significato che attribuiamo alle parole, definizione di una cornice imprevista per l’azione, che permetta di uscire dalla trappola costituita dalle regole stabilite. La ristrutturazione non modifica i fatti concreti, ma i significati attribuiti alla situazione, e in tal modo instaura un nuovo gioco.
Il terreno su cui ci si deve confrontare è quello della follia
Se trasferiamo, sempre seguendo il ragionamento di Bifo, questa metodologia del paradosso alla politica e alla competizione elettorale della prossima primavera, il confronto e il programma devono essere di tutt’altro tipo e tono di quelli usati sin qui.
Di fronte a esagitati e fuori di testa, a personaggi che si comportano e dicono cose assurde occorre mettersi sullo stesso piano, ancorché con valori e proposte radicalmente opposti. Ma altrettanto fantastici e paradossali. Perché la ragionevolezza non basta di fronte alla follia. Dunque è sul terreno della follia che occorre misurarsi.
«Quel che occorre», scrive Bifo, «è un programma inverosimile: un limite all’orario di lavoro settimanale di 36 ore con penalità per le aziende che non lo rispettano, aumenti salariali uguali per tutti, azzeramento della spesa militare, penalizzazione economica per chi produce e diffonde plastica, regolarizzazione di cinquecentomila migranti».
Elly Schlein e Giuseppe Conte (foto Ansa).
Rispolveriamo i vecchi slogan del ’68 e del ’77
Su questo tono si potrebbe continuare, magari riproponendo e ripescando slogan del ’68e del ‘77. «Vogliamo tutto e subito», «Chiediamo l’impossibile», «Reddito intero lavoro zero: tutta la produzione all’automazione». Ma in realtà la provocazione del contestatore di sempre del sistema capitalistico, che invita a cambiare gioco e campo da gioco, non è così folle come sembra. Cosa fanno infatti e come si comportano i vari Putin, Musk, Trump e compagnia varia di folli, mai così numerosi come in questi ultimi anni? Se ci limitiamo al presidente Usa, vediamo come equilibrio e ragionevolezza siano completamente assenti. Dice cose tremende, parla di amore nei vertici Nato, chiama l’Iran la repubblica islamica del Giappone, minaccia sfracelli se non si fa come dice lui, al mattino dice e al pomeriggio smentisce. In altre parole Trump non gioca sul campo condiviso, ma solo sul campo che decide lui. Sulla base di quel che gli gira o ritiene per lui più conveniente.
Donald Trump e Vladimir Putin (Ansa).
Più che un programma da campo largo ne occorre uno da altro campo
Arduo che in vista della prossima primavera elettorale Schlein, Conte e soci prendano alla lettera i consigli di Bifo. Però una dichiarata propensione a non inseguire la destra sul suo terreno, varando un programma non da campo largo ma da altro campo, aiuterebbe. Proposte sfidanti, progetti ambiziosi e toni conviviali, accoglienti, aperti sarebbero un buon modo di porre la “questione della primavera”. Di rivolgersi, e forse essere ascoltati, da quel 50 per cento di italiani che non va più a votare perché sinistra e destra sono uguali.
Il pilot di X-Files, il trailer di Dune 3, il disastro di Supergirl, i premi Europa, gli Urania di luglio e gli ospiti di Stranimondi nella settimana di Fantascienza.com
Il vincitore del Premio Strega di quest'anno è Michele Mari. Non ci occupiamo mai di questo premio, ma il fatto che in un periodo quasi di aperto conflitto tra il mondo della narrativa mainstream e la fantascienza, a seguito di un articolo senza senso pubblicato sul Corriere della sera, è curioso che il premio più quotato di quel mondo (in Italia, si intende) vada a uno scrittore che è sempre stato ai confini del fantastico. Non lo è in modo particolare nel libro premiato, I convitati di pietra, un libro sull'infanzia e sulla scuola, ma ci è stato... - Leggi l'articolo
«In virtù della sua Università di appartenenza, lei può rappresentare una minaccia alla sicurezza di questo Paese e per questa ragione deve rendere accessibili tutti i suoi profili social media per un controllo rafforzato». Non è una frase proferita in Russia, Cina, Iran o Corea del Nord. È quello che Carlo, all’epoca studente all’Università di Harvard, si è sentito dire presentatosi dalle autorità americane per il rinnovo del suo visto studentesco. «Non avrei mai immaginato di ritrovarmi in una situazione simile. Sono cresciuto associando gli Stati Uniti alla libertà di parola, ma la mia esperienza ad Harvard mi ha portato a riconsiderare completamente questo mito», spiega a Lettera43 Carlo, che a maggio 2026 si è laureato in Public policy.
Un mezzo passo falso può portare all’intervento dell’Ice
Studiare nelle università americane ai tempi di Donald Trump è un’esperienza tutt’altro che serena. Anche in un ateneo prestigioso come Harvard. A partire dalla primavera del 2025, l’amministrazione repubblicana si è lanciata in diversi attacchi all’indipendenza del sistema universitario statunitense. Alcuni atenei, tra cui Harvard e la Columbia, sono stati trascinati in battaglie legali e minacciate di tagli, anche totali, ai fondi federali. Questi annunci hanno portato a una maggiore attenzione mediatica su quanto stava accadendo. Ma anche se oggi i fari sono meno forti di un anno fa, la situazione è tutt’altro che migliorata. A iniziare dalla paura che anche un mezzo passo falso possa portare all’intervento dell’Ice, l’ormai famigerata agenzia federale addetta ai rimpatri che turba il sonno di molti studenti internazionali. Anche italiani.
Felpe e t-shirt di Harvard (Ansa).
Il miraggio di un futuro professionale negli States
Federica Rinaldi, graduate student italiana ad Harvard, racconta: «Il senso di insicurezza è decisamente aumentato, specialmente per chi, come me, è lì con un visto studentesco. D’altra parte, però, riconosco il mio privilegio di essere italiana, con annesse implicazioni di genere, provenienza migratoria, e aspettative di ritorno, che mi pone in una condizione di immigrata diversa rispetto a chi è vittima delle principali azioni dell’Ice. Non è chiaro come l’università si porrebbe di fronte a eventuali tensioni o eventi, e questo toglie un po’ di sicurezza; o meglio, mi lascia la percezione che, se mai qualcosa dovesse succedere, sarei “da sola”». Il senso di instabilità è forte. «Durante la mia esperienza ho trovato un ambiente molto aperto e internazionale. Però sarebbe ingenuo dire che nulla sia cambiato», spiega Giovanni Pintor, studente alla Harvard Kennedy School. «Tra molti studenti internazionali si percepisce una maggiore incertezza rispetto a qualche anno fa, soprattutto quando si parla di visti, immigrazione o futuro professionale negli Stati Uniti».
Una manifestazione a sostegno degli studenti stranieri di Harvard (Ansa).
Il Medio Oriente resta un argomento tabù
Se il visto è la minaccia esplicita, l’autocensura è il rischio che si corre. E secondo Carlo è proprio sul Medio Oriente che il confine si fa più rigido, indipendentemente dall’appartenenza politica. «Ricordo un amico americano di famiglia ebraica dirmi sottovoce durante una pausa caffè: “Carlo, capisco la tua rabbia nel vedere tanti tacere davanti a quello che succede a Gaza, ma qui se metti un post critico su Israele, anche se sei ebreo e americano, può costarti la carriera”. Non lo diceva con rassegnazione. Lo diceva come si comunica una regola del gioco che tutti conoscono e nessuno osa discutere». «Questa verità si è rafforzata in numerose occasioni», continua Carlo. «Nelle parole di un professore che ha visto la sua carriera e le sue ambizioni ridimensionate per colpa di un libro critico nei confronti della relazione tra le due nazioni; nella cautela dei principali esponenti dell’ateneo quando si parlava di Medio Oriente al fine di non adirare i donatori. Nelle chat di Whatsapp e nelle pagine di Instagram come Canary Watch in cui si segnalavano gli studenti che avessero osato presentarsi in ateneo con qualche simbolo riconducibile alla Palestina».
L’ingresso al campus di Harvard (Ansa).
Alla costante ricerca di un nemico
L’atteggiamento aggressivo nei confronti dei “non allineati” si avverte anche in molti dibattiti interni che tendono a concentrarsi solo sugli Stati Uniti. Secondo Carlo, «nella narrazione americana non sembra esserci spazio per una collaborazione pacifica con gli altri Stati. In classe ti viene spiegato come la marina cinese stia crescendo, come la Russia avanzi nell’Artico con l’obiettivo di proiettare potere verso il continente americano. Un seminario dopo l’altro, un ospite dopo l’altro, sempre la stessa domanda al centro: come fermiamo il nemico? Non esiste la possibilità che un Paese possa crescere economicamente e militarmente senza rappresentare una minaccia esistenziale. Non esiste l’idea che la leadership globale possa essere condivisa, distribuita, negoziata. Esiste solo la logica binaria del primato: o io o te. E tutto ciò che mette in discussione quel primato va fermato con qualsiasi mezzo». E anche per gli alleati non sembra esserci spazio per una collaborazione autentica. «Ho sentito dire durante un seminario che l’Unione europea è “un progetto creato da Washington per tenere a bada la Germania ed evitare altri scontri”. Un concetto ribadito sia da un ex esponente di spicco dell’amministrazione Clinton sia da un repubblicano. Come se uno dei più grandi progetti di sempre di pace e collaborazione fosse solo una manovra di palazzo e non la volontà di milioni di cittadini», racconta Carlo.
Una manifestazione contro Trump (Ansa).
Lo strabismo di Trump sulla ricerca
Quella americana sotto Trump sembra una leadership strabica: da un lato professa una superiorità sempre più netta, dall’altra però taglia proprio nel settore dove si pongono le basi per la crescita, cioè l’università e la ricerca. «Sono stati tagliati i fondi per i posti in ufficio, il supporto per andare a conferenze, la quantità e tipologia di ospiti, invitate e invitati ai seminari, e via dicendo», sottolinea Rinaldi. «Questo limita un po’ la ricchezza di esposizioni e stimoli di cui uno studente può beneficiare. Più preoccupante, e ancora in fase di assestamento, è il taglio dei fondi per i progetti di ricerca, specialmente per chi fa ricerca nel Sud globale o su temi di genere, vanno cercate nuove fonti di finanziamento. Rimane vero che l’ateneo dove studio è sempre molto ricco di risorse e privilegiato. Le coorti dell’anno prossimo però saranno enormemente ridotte, la metà degli ammessi rispetto al mio anno, e questo può impattare lo scambio e lo sviluppo di conoscenze tra pari». La risposta a questa situazione sempre più difficile, e secondo Pintor sta proprio nella comunità universitaria: «La sensazione generale che porto via da Harvard non è quella di un’università chiusa in una bolla ideologica. Piuttosto, quella di una comunità che sta cercando di capire come navigare un periodo di forte cambiamento politico e sociale, negli Stati Uniti e nel mondo. E forse la lezione più importante che ho imparato lì è che, nei momenti di polarizzazione, la capacità di ascoltare diventa ancora più importante della capacità di parlare». Trump permettendo.
Per anni la procreazione medicalmente assistita (Pma) è stata raccontata come una questione etica, sanitaria o individuale. Meno si è parlato del suo impatto economico. Eppure, l’infertilità ha un costo che va ben oltre quello sostenuto dalle persone: pesa sul Servizio sanitario nazionale, alimenta la mobilità sanitaria e il turismo procreativo, si intreccia con il calo delle nascite e, in ultima analisi, con la sostenibilità economica del Paese.
L’infertilità riguarda circa una persona su sei nel mondo
Secondo il registro nazionale della Pma dell’Istituto superiore di sanità, nel 2023 sono state trattate in Italia 89.870 coppie e, grazie alla procreazione medicalmente assistita, sono nati 17.235 bambini, pari al 4,5 per cento delle nascite. Numeri in crescita, mentre quello totale dei nuovi nati continua a diminuire. E non si tratta di un tema solo italiano: l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) stima che l’infertilità riguardi circa una persona su sei nel mondo, rendendola una questione di salute pubblica prima ancora che un problema individuale.
Il conto pagato dalle coppie, con forti differenze territoriali
Per chi affronta un percorso di Pma il costo è in larga parte privato. Prima dell’ingresso della fecondazione assistita nei Livelli essenziali di assistenza (Lea), molte coppie sostenevano integralmente le spese, spesso ricorrendo al settore privato o spostandosi in altre regioni o all’estero. Anche oggi, però, nonostante l’inserimento nei Lea rappresenti una svolta importante, rimangono forti differenze territoriali: in diverse aree del Paese i centri pubblici sono ancora insufficienti, le liste d’attesa lunghe e la mobilità sanitaria resta elevata.
Il costo della Pma è in larga parte privato (foto Unsplash).
Il costo di un percorso non si limita alla procedura medica: farmaci, viaggi, trasferte (anche all’estero) possono trasformare il desiderio di avere un figlio in un investimento da migliaia o decine di migliaia di euro. A queste cifre si aggiungono quelle più difficili da quantificare: il tempo sottratto al lavoro, gli spostamenti continui verso i centri specializzati e, non di rado, la necessità di rinviare o modificare progetti di vita e professionali.
Quanto costa allo Stato? Cosa dice lo studio italiano
Se il costo per le coppie è evidente, meno intuitivo è quello sostenuto dal sistema pubblico. Negli ultimi anni il dibattito si è concentrato soprattutto su quanto costi finanziare la Pma, più raramente ci si è chiesti quanto costi, invece, non finanziarla. In questo cambio di prospettiva si inserisce uno studio italiano pubblicato nel 2025 sulla rivista Health Economics Review, che, per la prima volta, prova a misurare non soltanto la spesa sostenuta dal Servizio sanitario nazionale, ma anche il vantaggio economico che le nascite ottenute grazie alla Pma possono generare nel lungo periodo.
La Pma come investimento che garantisce un ritorno fiscale positivo
Matteo Scortichini, statistico alla facoltà di Economia dell’Università di Roma Tor Vergata, e tra gli autori della ricerca, spiega a Lettera43: «La Pma non dovrebbe essere valutata esclusivamente come una prestazione sanitaria che genera costi immediati. Nel nostro lavoro abbiamo stimato che, a fronte di una spesa sanitaria rilevante, le nascite ottenute tramite Pma possono generare nel corso della vita un ritorno fiscale positivo per lo Stato, attraverso contributi, imposte e partecipazione futura al mercato del lavoro».
L’analisi ha preso in esame oltre 33 mila donne sottoposte a trattamenti di Pma e ha stimato una spesa sanitaria complessiva di circa 337 milioni di euro. A fronte di circa 16.300 bambini nati vivi, il beneficio fiscale netto nell’arco della loro vita sarebbe pari a circa 3,3 miliardi di euro.
Coltura embrionale osservata al microscopio (foto Ansa).
Naturalmente, avverte Scortichini, questo non significa che la fecondazione assistita possa invertire da sola il declino demografico italiano. «Non può risolvere il problema né sostituire politiche più ampie per la natalità, il lavoro femminile e la conciliazione famiglia-lavoro. Ma, se inserita in una strategia pubblica, può essere letta come investimento sociale ed economico, non soltanto come costo sanitario».
In Francia il tema della fertilità da anni è parte integrante del welfare
Il confronto europeo dimostra come la fertilità possa essere affrontata come una leva di politica sociale ed economica. La Francia, per esempio, da alcuni anni ha iniziato a considerare la procreazione medicalmente assistita parte integrante del suo sistema di welfare, tant’è che la legge di bioetica del 2021 ha esteso l’accesso alla Pma anche alle donne single e alle coppie di donne.
Una conferenza stampa dell’Associazione per la libertà di ricerca scientifica Luca Coscioni (foto Ansa).
In Italia, invece, l’accesso resta limitato alle sole coppie eterosessuali e, per superare questa disparità, l’Associazione Luca Coscioni ha lanciato la proposta di legge di iniziativa popolare “Pma per tutte”, per portare la riforma in parlamento.
La Spagna è il principale polo europeo della medicina della riproduzione
Diverso è il caso della Spagna, che oltre ad avere una normativa tra le più avanzate d’Europa, è diventata il principale polo continentale della medicina della riproduzione. Ogni anno migliaia di pazienti stranieri scelgono le cliniche spagnole per la maggiore disponibilità di donatrici di ovociti, i tempi d’attesa più contenuti e l’elevata specializzazione dei centri.
Intorno alla Pma si è così sviluppato un ecosistema economico che comprende ricerca, laboratori, strutture sanitarie, turismo medico, servizi alberghieri e di interpretariato. Un settore ad alto valore aggiunto che genera occupazione e attrae investimenti, trasformando la fertilità anche in un asset economico.
Al contrario, da noi il ritardo culturale e organizzativo sulla donazione di gameti continua a pesare: la fecondazione eterologa era vietata dalla Legge 40, ma è stata resa legale nel 2014 dalla Corte costituzionale. Il sistema nazionale della donazione, però, non è mai decollato e quasi tutti i gameti utilizzati dai centri italiani di Pma provengono ancora da banche estere, soprattutto spagnole (il 98,9 per cento degli ovociti donati, secondo l’ultima relazione del ministero della Salute).
Il liquido follicolare appena prelevato. Dalla provetta verranno estratti gli ovociti (foto Ansa).
Significa che l’Italia – anche attraverso il nostro Ssn – è costretta ad acquistare materiale biologico all’estero, finendo per alimentare un mercato sviluppato oltreconfine. Non è un caso che tra le proposte dell’Associazione Luca Coscioni ci sia anche quella di introdurre un congruo rimborso delle spese per le donatrici di gameti, sul modello di altri Paesi europei.
Investire prima: cos’è il social freezing
Un’altra strada che alcune Regioni stanno già percorrendo è quella della preservazione della fertilità, per provare a ridurre (almeno in parte) il ricorso alla Pma in età più avanzata. Il cosiddetto social freezing – la crioconservazione degli ovociti per motivi non medici – consente infatti alle donne di preservare la fertilità “congelandola” a quando la capacità riproduttiva è più elevata e rimandando l’eventuale gravidanza a un momento successivo.
La Regione Puglia, nel 2025, è stata la prima in Italia a introdurre un contributo fino a 3 mila euro per il social freezing destinato alle donne tra i 27 e i 37 anni con Isee non superiore a 30 mila euro, mentre iniziative analoghe sono al vaglio o in discussione in altre Regioni, dal Veneto alla Sicilia, dalla Toscana alla Basilicata. L’obiettivo non è incentivare una maternità tardiva né presentare la crioconservazione degli ovociti come garanzia di gravidanza futura, ma offrire uno strumento in più in un Paese in cui l’età media al primo figlio continua ad aumentare.
Il congelamento degli ovociti (foto Ansa).
Anche sotto il profilo economico la logica è quella della prevenzione: preservare la fertilità quando le probabilità di successo sono maggiori potrebbe ridurre in futuro il ricorso a trattamenti più complessi, costosi e meno efficaci. È la stessa conclusione a cui è arrivato anche lo studio sopracitato, firmato da Andrea Marcellusi, Matteo Scortichini, Giulio Guarnotta, Mark Connolly e Andrea Busnelli, e che ha individuato proprio nell’accesso più precoce ai trattamenti uno degli elementi in grado di massimizzare i benefici sanitari ed economici della Pma.
La guerra commerciale è entrata nella cassetta della posta. Per anni Europa, Stati Uniti e Cina hanno combattuto su acciaio, auto elettriche, semiconduttori, pannelli solari e batterie. Ora una parte dello scontro passa da oggetti molto più piccoli: una maglietta da pochi euro, una cover per smartphone, un giocattolo, un cavo Usb, un accessorio per la casa. Dal primo luglio 2026 l’Unione europea applica un dazio fisso da 3 euro sui pacchi e-commerce sotto i 150 euro provenienti da Paesi extra-Ue, chiudendo l’esenzione doganale che per anni ha favorito il modello delle piattaforme low cost asiatiche. La misura resterà in vigore fino al 2028, quando entrerà in funzione il nuovo sistema doganale europeo previsto dalla riforma del Codice doganale. Ma qual è la partita dietro queste mosse?
Il numero che ha spaventato Bruxelles
La dimensione del fenomeno ha cambiato i termini del dibattito. Secondo i dati del parlamento europeo, nel 2024 sono entrati nell’Unione 4,6 miliardi di pacchi e-commerce sotto i 150 euro, il doppio rispetto all’anno precedente. Il 91 per cento proveniva dalla Cina. Nel 2025 il flusso è salito ancora, fino a quasi 6 miliardi di pacchi, secondo Reuters e Associated Press. Il salto da 1,4 miliardi di spedizioni nel 2022 a 5,8 miliardi nel 2025 mostra che il problema non riguarda più una nicchia dell’e-commerce, ma è diventato una parte strutturale del commercio con l’estero europeo.
La soglia dei 150 euro era diventata un vantaggio competitivo
L’esenzione sotto i 150 euro era nata per semplificare la gestione delle importazioni di modesto valore. Con l’esplosione dell’e-commerce cinese si è trasformata in uno dei principali vantaggi competitivi delle grandi piattaforme. Prezzi bassi, produzione flessibile e spedizioni dirette hanno permesso a Temu e Shein di raggiungere milioni di consumatori europei con costi inferiori rispetto ai distributori tradizionali.
La tassa sui pacchi è anche una tassa sulla logistica
Il dazio europeo modifica il cuore del modello Temu-Shein, cioè la convenienza della spedizione diretta. Reuters ha segnalato che il nuovo regime può rendere più costoso l’invio di pacchi con più categorie di prodotto e spingere le piattaforme a usare maggiormente magazzini dentro l’Unione. Shein ha già iniziato ad aumentare la capacità logistica europea, mentre altri operatori potrebbero seguire la stessa strada per ridurre l’impatto dei nuovi costi doganali.
Il logo di Temu, piattaforma cinese di e-commerce (foto Ansa).
Qui si vede la vera posta in gioco. Bruxelles non vuole soltanto incassare 3 euro a pacco. L’obiettivo è costringere i grandi marketplace a cambiare geografia commerciale. Meno spedizioni dirette dalla Cina, più magazzini europei, più responsabilità sugli importatori, più dati doganali, più controlli sui prodotti. Se il meccanismo funzionerà, una parte dell’e-commerce ultra low cost sarà obbligata a diventare più europea nella logistica, nei controlli e nella presenza fisica sul mercato.
Sicurezza e concorrenza entrano nello stesso dossier
Negli ultimi due anni Bruxelles ha intensificato i controlli sui prodotti venduti dalle grandi piattaforme extraeuropee, collegando il tema doganale a quello della sicurezza dei consumatori. La Commissione europea ha aperto indagini nei confronti di Temu nell’ambito del Digital Services Act per verificare il rispetto degli obblighi sulla vendita di prodotti potenzialmente illegali o non conformi alle norme europee, mentre Shein è stata richiamata insieme alla rete Cpc (Consumer protection cooperation) per possibili violazioni della normativa europea a tutela dei consumatori.
La risposta cinese è già iniziata e potrebbe accelerare
Le piattaforme non sono rimaste ferme. Temu e Shein stanno progressivamente modificando il loro sistema logistico, aumentando la presenza in Europa e diversificando le catene di distribuzione. L’obiettivo è semplice: concentrare una parte maggiore delle merci già all’interno dell’Unione, riducendo il numero delle spedizioni dirette dalla Cina e attenuando l’impatto del nuovo regime doganale. Reuters segnala che questa strategia è già in corso e potrebbe accelerare nei prossimi mesi.
Come la guerra commerciale entra nella vita quotidiana
Ogni modifica delle regole doganali può incidere sul prezzo finale di una maglietta, di un caricabatterie o di un paio di scarpe acquistati con uno smartphone. È una trasformazione significativa: accanto ai grandi porti e alle fabbriche, il commercio internazionale si gioca ogni giorno anche attraverso milioni di ordini effettuati con un cellulare.
Il sito di Shein (foto Ansa).
La scelta europea apre anche un interrogativo politico. Una parte dei consumatori ha trovato nelle piattaforme cinesi un modo per contenere il costo della vita durante gli anni dell’inflazione elevata. Bruxelles dovrà dimostrare che la nuova disciplina serve a riequilibrare il mercato e a rafforzare i controlli, evitando che venga percepita semplicemente come un aumento dei prezzi.
La globalizzazione cambia pelle
Per oltre 20 anni l’obiettivo principale è stato eliminare gli ostacoli agli scambi. Oggi le principali economie mondiali stanno seguendo una direzione diversa. Gli Stati Uniti hanno ristretto il regime de minimis per gran parte delle importazioni provenienti dalla Cina, l’Europa introduce un nuovo sistema per le micro spedizioni e Pechino riorganizza la sua rete logistica per adattarsi alle nuove regole. Il commercio internazionale continua a crescere, ma si muove dentro un quadro molto più politico rispetto al passato.
L’idea da cui nasce I convitati di pietra, vincitore non senza polemiche dell’ultimo Strega, è una di quelle che fanno pensare di avere fra le mani un grande romanzo. Un gruppo di ex compagni della III A del liceo milanese Berchet si ritrova un anno dopo la maturità alla prima di quella che diventerà una lunga sequela di cene di classe. È da lì che parte lo spunto destinato a governare tutto il libro di Michele Mari: una riffa macabra dove, a ogni cena, ciascuno versa una quota e il montepremi andrà diviso soltanto fra gli ultimi tre rimasti vivi. Dentro ci sono tutti gli ingredienti del romanzo: avidità, amicizia, invidia, tempo, morte. Sembra il punto d’incontro fra Georges Simenon, Friedrich Dürrenmatt e il miglior Mari, quello capace di trasformare un artificio narrativo in un esperimento morale. Purtroppo è anche il punto più alto del libro. Da lì in avanti il meccanismo, invece di stringersi, comincia lentamente ad allentarsi.
Mari mette in scena una folla di personaggi, ma li lascia vivere tutti alla stessa distanza. Entrano e poi spariscono per decine di pagine. Quando riemergono, in mezzo a una trentina di protagonisti, il lettore deve fare mente locale per ricordarsi chi siano. Hanno nomi che ne sottolineano vizi ed eccentricità, a volte perversioni. Ma la loro fisionomia, invece di farsi carne, resta sagoma. Più che persone sembrano funzioni narrative chiamate a tenere in piedi l’ingranaggio.
La trama si ramifica, tra il noir e l’assurdo
È qui che il libro comincia a mostrare il suo limite. Ogni nuova morte dovrebbe restringere il campo dei papabili al premio finale e rendere i superstiti umanamente più interessanti. Accade invece il contrario. La trama si ramifica, si disperde in deviazioni sempre più improbabili, sospese tra il noir e l’assurdo. Così quello che all’inizio sembrava un apologo sul tempo e sul modo in cui consuma le persone diventa progressivamente un esercizio di funambolismo narrativo.
Michele Mari (foto Ansa).
A questa dispersione si aggiungono le ossessioni private dell’autore. Il suo alter ego, Lothar Semprini, vive diviso fra la monumentale biografia di Gene Hackman che sta scrivendo e una passione compulsiva per i fumetti (non a caso porta il nome del fedele assistente di Mandrake). Sono pagine che raccontano moltissimo di Mari e poco dei personaggi. Ed è curioso, perché lo scrittore milanese ha sempre saputo trasformare le sue ossessioni in letteratura. Qui invece succede quasi il contrario. È la letteratura che finisce per inseguire le sue ossessioni. Il risultato è che, mentre i morti aumentano, il coinvolgimento del lettore diminuisce. E ci si comincia a chiedere se l’autore riuscirà mai a uscire dal labirinto che lui stesso ha costruito.
Ogni rilancio alza la posta e abbassa la credibilità
Mari sembra innamorarsi della propria libertà inventiva proprio nel momento in cui il romanzo avrebbe bisogno di disciplina. Ogni rilancio alza la posta e abbassa la credibilità. Il paradosso, invece di illuminare la realtà, finisce per sostituirla. E quando un personaggio che si chiama Brodo si suicida ingerendo una montagna di dadi Knorr, il gioco smette definitivamente di sorprendere.
Michele Mari dopo la vittoria della 80esima edizione del Premio Strega (foto Ansa).
C’è poi un altro limite, forse ancora più decisivo. Una storia costruita attorno alla sopravvivenza regge soltanto se, a un certo punto, il lettore sceglie da che parte stare. Qui invece i personaggi restano figure funzionali alla trama. Se ne conoscono manie e ossessioni, ma non si va oltre la superficie.
Non delude perché manca di ambizione, ma perché ne ha troppa
Mari possiede una scrittura capace di improvvise accensioni che pochi altri saprebbero permettersi senza cadere nel manierismo. Questa volta però anche lo stile sembra rispecchiare il difetto del progetto, con l’autore che finisce per ammirare se stesso più che accompagnare il lettore dentro la storia. Alla fine resta una sensazione paradossale. I convitati di pietra non delude perché manca di ambizione, ma perché ne ha troppa. L’impressione è che Mari avesse trovato un’idea straordinaria, ma che il romanzo non sia stato capace di servirla a dovere.
Gli alieni mutaforma stanno prendendo il nostro posto. Ma se sembrano umani e si comportano come umani, sono davvero così diversi da noi?
Girato nello stile di un telefilm poliziesco anni Settanta, Radiochrome è un corto di Ryan Alexander Huang, regista e sceneggiatore del Minnesota autore di numerosi corti, sul tema dell'invasione aliena strisciante.
Radiochrome è nato da un semplice desiderio: realizzare un thriller alla vecchia maniera degli anni ’80, dal ritmo lento, che fondesse la fantascienza e l’horror analogico con il mio interesse per lo spionaggio e la storia della Guerra Fredda (e la sua continua attualità). Immaginate un incrocio tra Men in black e The... - Leggi l'articolo
Nell’ambito delle indagini sull’attentato a Sigfrido Ranucci è stata effettuata una perquisizione nell’abitazione di Gomes Clesio Tavares, factotum del presunto mandante Valter Lavitola: l’uomo, ritenuto l’intermediario con la banda che ha piazzato l’ordigno all’esterno della casa del conduttore di Report, si trova al momento in Camerun. Clesio Tavares convive nell’abitazione perquisita assieme alla compagna, che è stata ascoltata dai carabinieri come persona informata sui fatti.
Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica).
Lavitola stava per partire per l’Africa
Intanto emergono nuovi sviluppi riguardanti Lavitola: il presunto mandante dell’attentato a Ranucci, a cui è legato da un rapporto di amicizia, era pronto a lasciare l’Italia in direzione dell’Africa. Il faccendiere aveva infatti già acquistato il biglietto aereo e la perquisizione della sua abitazione, nel corso della quale gli sono stati sequestrati smartphone e pc, è scattata dopo che gli investigatori lo hanno visto uscire di casa con un trolley.
Rai sospende le repliche estive di Report
Intanto, «in attesa che si faccia piena chiarezza sulla delicata e complessa vicenda che vede coinvolto il conduttore Sigfrido Ranucci», la Direzione Approfondimento della Rai «ha ritenuto opportuno sospendere cautelativamente la messa in onda delle repliche estive della trasmissione televisiva Report, a tutela di un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico».
«Prenderemo sicuramente in considerazione privilegi speciali per i Paesi amici come la Cina, soprattutto quelli che ci sono stati vicini durante le difficili condizioni del periodo bellico». Le parole dell’ambasciatore iranianoa Pechino, Abdolreza Rahmani Fazli, aprono una prospettiva tutt’altro che lineare sul futuro delle dinamiche sullo Stretto di Hormuz. Teheran sostiene di non voler imporre veri e propri pedaggi, ma «tariffe di servizio» legate alla sicurezza, al transito marittimo e alla gestione ambientale, con la partecipazione dell’Oman. La distinzione lessicale cambia però poco sul piano pratico e politico. Se quelle tariffe fossero davvero applicate in modo differenziato, premiando i Paesi “amici”, Hormuz diventerebbe di fatto una sorta di filtro geopolitico.
Petroliera nello stretto di Hormuz (Ansa).
Per Pechino Teheran è solo un tassello della strategia mediorientale
La Cina, in questo schema, sarebbe il primo beneficiario naturale. Intanto perché è una delle maggiori acquirenti di energia dal Golfo, e poi perché negli ultimi anni è diventata il principale interlocutore economico dell’Iran, il partner che ha continuato a garantire ossigeno commerciale a Teheran anche negli anni delle sanzioni e dell’isolamento. Fazli ha legato esplicitamente questa prospettiva alla continuità tra il defunto Ali Khamenei e il nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei, entrambi descritti come favorevoli a rapporti «positivi, attivi e di sostegno» con Pechino. Eppure, l’eventuale trattamento di favore non racconta solo la vicinanza tra Cina e Iran. Racconta anche la loro distanza. Teheran ha bisogno di Pechino molto più di quanto Pechino abbia bisogno di Teheran.
L’Iran vede nella Cina il principale acquirente del proprio petrolio, una sponda diplomatica nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, un potenziale investitore e uno dei pochi grandi attori capaci di parlare con Washington senza apparire ostile a Teheran. Per la Cina, invece, l’Iran è importante ma non indispensabile. È un tassello della sua presenza in Medio Oriente, non il perno esclusivo della sua strategia regionale.
I ritratti dell’Ayatollah Ali Khamenei e del figlio Mojtaba Khamenei (Ansa).
Per la Cina è prioritario garantire la libertà di navigazione
Questa asimmetria spiega la cautela cinese. Pechino ha difeso il principio del negoziato tra Iran e Stati Uniti, ha criticato la guerra e ha mantenuto stretti contatti con Teheran, ma non ha mai fatto propria l’idea di una politicizzazione permanente di Hormuz. Anzi, anche nei giorni scorsi il ministero degli Esteri cinese ha continuato a ribadire che lo stretto è una via d’acqua internazionale e che il ripristino di un transito sicuro e senza ostacoli risponde agli interessi di tutte le parti. La Cina può accettare benefici pratici. Molto più difficilmente può legittimare un principio che, domani, potrebbe essere usato altrove contro i suoi stessi interessi. La Repubblica Popolare è la prima potenza manifatturiera del Pianeta, la maggiore esportatrice di beni e uno dei Paesi più dipendenti dalla stabilità delle rotte commerciali globali. Per Pechino, la libertà di navigazione è una condizione materiale della propria crescita. Ed è anche per questo che, durante la crisi, Xi Jinping ha scelto una linea sottile. A un abbraccio a Teheran e a uno scontro frontale con Washington ha preferito una diplomazia indiretta, affidata in larga parte al Pakistan. Islamabad si è ritagliata un ruolo centrale nella mediazione tra Stati Uniti e Iran, ma dietro la sua azione si è intravista più volte la sagoma della Cina. È una strategia coerente con uno dei grandi tratti della politica estera cinese contemporanea: esercitare influenza senza assumersi fino in fondo il costo dell’esposizione.
Xi Jinping (Ansa).
Una crisi prolungata è lo scenario da evitare
La guerra ha offerto alla Cina anche alcuni vantaggi tattici. Le sue riserve energetiche, la diversificazione degli approvvigionamenti e la crescita delle tecnologie pulite hanno attenuato l’impatto dello shock rispetto ad altre economie asiatiche. Mentre molti Paesi soffrivano l’aumento dei costi di energia, fertilizzanti e materie prime, Pechino ha potuto rafforzare la propria immagine di partner stabile e persino beneficiare dell’accelerazione della domanda di pannelli solari, batterie e veicoli elettrici, settori nei quali domina. Ma anche qui il vantaggio ha un limite.
Una crisi prolungata nello Stretto di Hormuz danneggerebbe la domanda globale, aggraverebbe i costi logistici e colpirebbe proprio il modello economico cinese, ancora fortemente dipendente dall’export. La Cina può reggere meglio di altri uno shock energetico. Non può permettersi un mondo in cui ogni rotta strategica diventa ostaggio di una crisi regionale.
L’Iran vorrebbe fare di Hormuz una leva permanente
Dopo il fragile accordo di tregua, Hormuz diventa il banco di prova di un’ambizione più ampia: quella di presentare la Cina come potenza responsabile, capace di parlare con tutti, ma ancora riluttante ad assumere i costi tradizionali di una superpotenza.
Ecco perché l’offerta iraniana di un trattamento speciale è, per Pechino, insieme utile e scomoda. Utile perché riduce i costi per le proprie navi, protegge gli approvvigionamenti e conferma il valore della relazione con Teheran. Scomoda perché rischia di incardinare un principio pericoloso: quello secondo cui il passaggio attraverso una rotta internazionale può dipendere dal grado di amicizia con lo Stato rivierasco.
La frase di Fazli, allora, è rivelatrice proprio perché ambigua. Sembra annunciare un premio alla Cina, ma mette in luce anche i limiti del rapporto. L’Iran vorrebbe trasformare Hormuz in una leva permanente. La Cina vorrebbe che Hormuz tornasse a funzionare in modo stabile.
Un precedente pericoloso
Il ragionamento dei funzionari cinesi è semplice: se Hormuz diventasse una rotta a condizioni politicamente differenziate, altri choke point potrebbero un giorno essere riletti nello stesso modo. Malacca, Bab el-Mandeb, Suez, Panama, i nodi dei cavi sottomarini e persino le rotte dei minerali critici: tutto ciò che connette l’economia globale potrebbe diventare meno universale e più selettivo. E spesso, in quei casi, sono gli Stati Uniti o i loro partner ad avere il controllo.
I 27 Paesi dell’Unione europea hanno deciso all’unanimità di aprire un nuovo cluster di negoziati di adesione con Ucraina e Moldova, in particolare il numero 6 sulle relazioni esterne, segnando un ulteriore passo nel lungo e complesso percorso verso l’ingresso dei due Paesi. Lo ha reso noto l’Irlanda, che detiene attualmente la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue. Il sesto capitolo negoziale verrà affrontato dal 14 luglio.
Ursula von der Leyen e Volodymyr Zelensky (Imagoeconomica).
L’accelerata dopo la sconfitta di Orban in Ungheria
La decisione si inserisce sulla scia della spinta generata dal cambio di governo in Ungheria, che sotto Viktor Orban aveva continuato a porre paletti al processo di adesione dell’Ucraina. L’Ue ha avviato ufficialmente i negoziati di adesione con Kyiv e Chisinau a metà giugno con l’apertura del primo cluster, quello dei Fondamentali. Dopo il via libera a capitolo 6, per Kyiv restano ancora in sospeso quattro cluster negoziali: il numero 2 (mercato interno), il 3 (competitività e crescita inclusiva), il 4 (agenda verde e connettività sostenibile) e il 5 (risorse, agricoltura e coesione). Potrebbero essere aperti a partire da settembre.
Volodymyr Zelensky (Imagoeconomica).
Le chiusure dei cluster per Albania e Montenegro
I Ventisette hanno inoltre deciso di chiudere in via provvisoria i capitoli negoziali 25 (scienza e ricerca), 26 (istruzione e cultura) e 30 (relazioni esterne) per l’Albania; e i capitoli negoziali 8 (politica della concorrenza) e 29 (Unione doganale) per il Montenegro.
L’assemblea delle giornaliste e dei giornalisti di Repubblica ha accolto con stupore le dimissioni del direttore Mario Orfeo, che da settembre ricoprirà il medesimo ruolo in un’azienda concorrente (Editoriale Nazionale, editore di Qn, Resto del Carlino, Nazione e Giorno). I cronisti l’hanno sfiduciato in nome del conflitto di interessi che si viene a creare tra l’attuale direzione di Repubblica e l’annunciato incarico. «Direttore, riteniamo che non sia opportuno che da oggi faccia il giornale, visto che è stato ufficialmente comunicato il tuo passaggio alla concorrenza», ha detto Matteo Pucciarelli, membro del Comitato di redazione (a nome di tutta la rappresentanza sindacale), durante la consueta riunione del mattino. Orfeo avrebbe replicato preannunciando una denuncia all’Ordine dei giornalisti, continuando poi la riunione. Il Cdr presenterà anche al presidente del cda Mirja Carta D’Asero la richiesta di sospenderlo dalla funzione di direttore, sostenendo che i vicedirettori possono guidare il giornale nell’attesa della nomina del nuovo capo.
Il Cdr: «Urgente nuovo direttore che rispecchi i valori del giornale»
In una nota, il Cdr ha aggiunto che «la redazione, nei mesi di trattativa tra la vecchia e nuova proprietà, non ha mai smesso di avere una posizione critica, pubblica e di grande preoccupazione per il destino editoriale di Repubblica». E ancora: «I primi mesi dopo l’acquisizione di Antenna sono stati sinora di stallo, un tempo di incertezza che non può durare oltre. Pretendiamo un piano industriale, un serio progetto di rilancio e il coinvolgimento della redazione negli investimenti del gruppo Antenna in Italia. È urgente, intanto, la nomina di un nuovo direttore, in grado di rispecchiare appieno i valori fondativi di Repubblica, in linea con la storia e l’identità del giornale e di chi lavora al quotidiano con passione e impegno». Intanto martedì sarà a Roma Theodore Kyriakou, presidente del Gruppo Antenna, anche se al momento non ci sono incontri convocati con il Cdr.
Ritenendo che il design di Instagram e Facebook crei dipendenza, la Commissione europea ha contestato in via preliminare a Meta una violazione della legge sui servizi digitali (Dsa). Se le conclusioni verranno confermate, il colosso di Mark Zuckerberg rischia una multa fino al 6 per cento del fatturato annuo mondiale.
Le app di Facebook e Instagram (e WhatsApp) su uno smartphone (Ansa).
Perché il design dei due social creerebbe dipendenza
Nel mirino in particolare lo scroll infinito, l’autoplay, le notifiche push e le raccomandazioni altamente personalizzate (grazie ai like): secondo l’esecutivo Ue si tratta di strumenti che favoriscono un uso compulsivo delle piattaforme social, con rischi per il benessere fisico e mentale degli utenti, in particolare minorenni e persone vulnerabili. La Commissione europea ritiene che Meta abbia sottovalutato l’effetto di strumenti e anche ignorato le informazioni disponibili sul tempo trascorso dai minori sulle piattaforme durante le ore notturne, così come sull’impatto di formati come reel e storie. Analoghe criticità riguardano i controlli parentali, giudicati efficaci solo per genitori con adeguate competenze tecniche, e le iniziative di sensibilizzazione sulla salute mentale.
Mark Zuckerberg, presidente e ceo di Meta (Ansa).
Meta si difende dalle accuse dell’Unione europea
«Non concordiamo con questi risultati preliminari che non tengono adeguatamente conto delle misure significative che abbiamo adottato per proteggere gli adolescenti», si legge in un comunicato di Meta. «Da quando è stata avviata questa indagine abbiamo lanciato gli account per teenager che proteggono automaticamente i ragazzi e danno ai genitori il controllo consentendo di bloccare accesso a Instagram di notte e limitare il tempo di uso giornaliero a soli 15 minuti». E poi: «Condividiamo l’impegno della Commissione europea nel garantire ai ragazzi esperienze online sicure e positive e continueremo a collaborare con loro in modo costruttivo».
Srm, il centro studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo, ha presentato il 13esimo rapporto annuale Italian Maritime Economy, intitolato Stretti e rotte marittime nel nuovo scenario globale. Le crisi dello Stretto di Hormuz, del Mar Rosso e del Canale di Suez, insieme alla riorganizzazione delle catene globali del valore, stanno modificando la geografia del commercio mondiale e il ruolo delle grandi rotte marittime. In questo scenario porti, shipping e logistica diventano sempre più decisivi per la competitività dei sistemi produttivi e per la sicurezza degli approvvigionamenti. Il rapporto analizza questi fenomeni attraverso l’evoluzione degli scenari geostrategici, la trasformazione dei traffici marittimi, il ruolo dei nuovi corridoi logistici — tra cui l’Imec — e la crescente centralità del Mediterraneo come piattaforma di collegamento tra Europa, Asia e Africa. Particolare attenzione è dedicata all’Italia, al contributo della blue economy, alla performance dei porti e al ruolo dell’intermodalità ferro-mare. La sfida dei prossimi anni non sarà soltanto movimentare più merci, ma connettere meglio porti, reti ferroviarie, infrastrutture, aree produttive e mercati internazionali. In questo quadro, investimenti, ultimo miglio, digitalizzazione degli scali e nuove normative ambientali europee rappresentano leve decisive per rafforzare la competitività del sistema logistico-portuale italiano.
I punti principali del rapporto
Hormuz, Suez e Mar Rosso cambiano la geografia del commercio mondiale. Dallo Stretto di Hormuz transitava il 37 per cento del commercio mondiale di greggio. La quasi chiusura ha coinvolto volumi pari al 10 per cento della produzione mondiale di petrolio.
Le navi cambiano rotta, le supply chain si ridisegnano. Carrier e operatori logistici hanno risposto alle crisi con deviazioni, transhipment e rotte alternative.
Usa e Cina si allontanano, l’Asia si riorganizza. Nel 2025 l’import Usa dalla Cina è sceso del 30 per cento, mentre quello dai Paesi Asean è cresciuto del 29 per cento. Pechino compensa il calo degli scambi con gli Usa aumentando le esportazioni verso Africa (+25,8 per cento) e Sud-Est asiatico (+13,4 per cento).
Il Mediterraneo cresce anche con Suez in crisi. Nel 2025 i principali porti container dell’area hanno superato i 72 milioni di Teu, con una crescita del 5,9 per cento.
Il Mare Nostrum guarda al 2030. Il traffico container mediterraneo è previsto in crescita del 15 per cento nel prossimo quinquennio, sopra la media mondiale.
L’Italia resta una potenza dell’export. Nel 2025 il commercio estero italiano ha superato 1.200 miliardi di euro, con un export pari a 643 miliardi. Via mare si muove circa un quarto dei nostri scambi internazionali in valore.
I porti italiani superano quota 500 milioni di tonnellate. Nel 2025 le Autorità di sistema portuale hanno movimentato 511 milioni di tonnellate di merci, in crescita del 3,5 per cento.
Container e Ro-Ro trainano la crescita degli scali. I container raggiungono 132 milioni di tonnellate, il Ro-Ro 122 milioni, con tutti i principali segmenti in aumento.
Short Sea Shipping, Italia sempre prima in Europa. Il nostro Paese movimenta 304 milioni di tonnellate e detiene una quota di mercato del 15,6 per cento.
La nuova sfida dei porti è la connessione con i mercati. Oltre 13 miliardi di euro di investimenti in Italia puntano su ultimo miglio, ferrovia, accessibilità marittima e digitalizzazione.
La Corte d’Appello di Milano ha confermato le assoluzioni di 23 militanti di estrema destra imputati per aver fatto saluti romani e risposto alla chiamata del “presente” al corteo che si era tenuto il 29 aprile 2019 in memoria di Sergio Ramelli, militante del Fronte della Gioventù ucciso a 19 anni da un commando di Avanguardia Operaia nel 1975. I giudici di secondo grado hanno stabilito che «il fatto non sussiste».
La Procura di Milano aveva fatto ricorso ad aprile del 2025
La Procura di Milano aveva presentato ricorso in appello ad aprile del 2025, dopo la sentenza di primo grado che aveva assolto i 23 imputati perché chiamata del “presente” e il saluto romano, messi in atto da un migliaio di persone, non rappresentavano una «condotta potenzialmente idonea alla ricostituzione del partito fascista», ma solo un «omaggio e ricordo del giovane trucidato per le sue idee politiche». Da qui la non applicabilità della Legge Scelba. I cortei dei militanti di estrema destra per Ramelli a Milano, come quella in ricordo dei morti di Acca Larentia a Roma, si tengono ogni anno. Nella continua altalena tra condanne e assoluzioni per le parate neofasciste, in un processo relativo al corteo del 2018 sono arrivate invece condanne (quattro mesi) per 13 militanti.
Al momento è solo una scommessa, una suggestione che ritorna, uno scenario da fantapolitica. Ma per le due sorelle Meloni può essere una soluzione politicamente furba. Se da un lato Giorgia vuole concludere la legislatura da presidente del Consiglio, battendo il record da Guinness dei Primati e poi ricandidarsi alle elezioni politiche del 2027, alleati permettendo, dall’altro c’è anche la sorella Arianna che ha un suo ruolo. Oltre a guidare il partito (ma tutti rimpiangono Francesco Lollobrigida, «che come ministro non sarà ricordato negli annali, ma in via della Scrofa metteva tutti in riga», spifferano quelli di Fratelli d’Italia) coltiva ambizioni politiche. E deve condividerle con la sorella Giorgia. Qui esce con tutta la sua virulenza “il problema Roma”.
Il solito Rampelli e il disturbo di Vannacci
Mentre a sinistra, anzi nel campo largo, è già pronto il candidato al Campidoglio, ossia il sindaco uscente Roberto Gualtieri, ringalluzzito dal successo sui social (fuori dalla Capitale, però, perché quei video in città non piacciono per niente) e dai miliardi per la città elargiti dal governo Meloni, a destra ancora non esiste uno straccio di nome in campo. A parte Fabio Rampelli, il vicepresidente della Camera dei deputati che corre (come sempre) una partita tutta sua, ora c’è pure l’incubo della discesa in campo del generale Roberto Vannacci con il suo partito Futuro nazionale, che potrebbe anche schierare come candidato sindaco l’ex inquilino del Campidoglio Gianni Alemanno, innanzitutto con l’obiettivo di contare le forze nella città e fare uno sgambetto alla destra. Insomma, alla fine Vannacci potrebbe essere il migliore alleato di Gualtieri, una sorta di “campo largo aggiunto” pur facendo parte di uno schieramento situato politicamente dall’altra parte.
Arianna Meloni con Fabio Rampelli (foto Imagoeconomica).
L’elemento chiave: election day sì o no?
In mancanza di candidati, veniamo dunque all’idea: Arianna Meloni candidata sindaca di Roma. Mediaticamente porterebbe un vantaggio: un raddoppio della presenza politica del “brand Meloni”, a livello locale e nazionale, che darebbe vita a un bombardamento comunicazionale, dicono gli esperti, con la moltiplicazione meloniana. E forse proprio per questo Giorgia non vuole l’election day per le Comunali e le Politiche, un tema che scalda il Quirinale dato che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella preferisce evitare spese inutili, facendo notare che due appuntamenti elettorali a breve distanza rappresenterebbero uno spreco di denaro pubblico. Separare le urne, facendo votare una volta per le Politiche e un’altra per le Comunali, consentirebbe però a Meloni di scindere le due campagne elettorali e testare la forza del partito a livello locale, specie nel caso di una candidatura della sorella Arianna a Roma.
Gualtieri rafforzato dall’asse con Caltagirone
Tra i tanti problemi che la Capitale porta in evidenza, oltre all’amministrazione capitolina, c’è anche il comportamento editoriale del gruppo di Francesco Gaetano Caltagirone, che con Il Messaggero ogni giorno elogia la gestione Gualtieri. Prendiamo come esempio le pagine di giovedì 9 luglio della cronaca romana del quotidiano di via del Tritone. Apertura su una “non notizia”, cioè la ridefinizione delle aree e dei quartieri di Roma che ora sono diventati addirittura 332. «Stilata con metodi scientifici», si legge, la «pianta della Capitale non veniva redatta dal 1961, quando furono individuate 165 aree urbane»: per un costruttore è un argomento vitale, per il lettore normale forse no.
Seguitiamo: “Atac, terzo bilancio positivo”, dove si sottolinea che per l’azienda municipalizzata è «un bilancio tutto con il segno più», «conti ancora in ordine», con un elenco di elogi che non finisce mai. Sotto, “Rifiuti, via libera al piano, la Tari ritoccata del 5 per cento” con la spiegazione benevola di «rialzi dovuti ma limitati». Se una volta ogni rincaro veniva bacchettato senza pietà dal Messaggero, ora viene giustificato scrivendo di un prossimo «potenziamento dei servizi sul territorio senza precedenti», con l’impegno del Campidoglio a «contenere al minimo l’incremento della tariffa Tari». Nessuna voce dissonante, solo l’azienda cara a Gualtieri che parla e minimizza l’aumento.
Stesso trattamento di favore per il governatore Rocca
Analogo trattamento lo ha la Regione Lazio di Francesco Rocca, con articoli sulle imprese regionali che «investono sempre di più» con una fotona del governatore, e in un’altra pagina la nascita del Garante per i diritti per gli anziani del Lazio. In questo panorama, il patto siglato tra Caltagirone e Gualtieri a Villa Miani, nel corso di un lungo pomeriggio romano, sembra non concedere spazi a un candidato alternativo della destra.
Il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri (foto Imagoeconomica).
La tentazione di lanciare Arianna resta comunque forte. Evitando l’election day, se arrivasse prima l’appuntamento con le Politiche, il piano potrebbe portare le due sorelle in parlamento, una alla Camera e l’altra al Senato, e da senatrice Arianna farebbe con grande serenità la sua campagna elettorale per il Campidoglio. Una sorta di paracadute, nel caso l’avventura non andasse in porto: una poltrona a Palazzo Madama, comunque, ci sarebbe.
La Corte d’Appello di Milano nel secondo grado bis ha condannato a un anno e due mesi Raffaele Meola, imputato per violenza sessuale nel processo scaturito dalla denuncia di una hostess, Barbara D’Astolto, che raccontò nel 2018 di aver subito abusi a Malpensa dall’ex sindacalista, che lavorava all’aeroporto lombardo, durante un incontro fissato per una vertenza. I giudici hanno anche riconosciuto a carico dell’imputato una provvisionale di risarcimento a favore della vittima da 10 mila euro.
L’aeroporto di Milano Malpensa (Imageconomica).
Il caso aveva suscitato forti polemiche
Meola era stato assolto in primo e secondo grado Meola perché – avevano scritto i giudici nelle sentenze – D’Astolto avrebbe potuto opporsi nei 30 secondi di durata della molestia. Poi, la Cassazione, dopo un ricorso del pg Angelo Renna (che aveva chiesto due anni per Meola), ha annullato con rinvio l’ultimo verdetto per il nuovo giudizio. Il «ritardo nella reazione» della vittima, ovvero «nella manifestazione del dissenso» è «irrilevante» per la configurazione della violenza sessuale, aveva scritto a febbraio del 2025 la Cassazione, motivando l’annullamento con rinvio della doppia assoluzione. Le motivazioni del verdetto di oggi saranno depositate tra 90 giorni.
D’Astolto: «Ho pagato un prezzo molto alto»
«C’è il sollievo per quella che spero sia la fine di una vicenda che in questi anni ha riempito tutta la mia vita. Ho pagato un prezzo molto alto», ha dichiarato D’Astolto. «Difficilmente è passato un giorno senza che la mia testa andasse a questa vicenda. Non c’è mai stata una giornata in cui il mio cervello sia stato libero da questi pensieri». Il suo legale ha parlato di «sentenza spartiacque».
Emirates Telecommunications Corporation (Etisalat) ha ceduto la sua intera quota del 16,2 per cento in Vodafone all’imprenditore francese Xavier Niel, fondatore del gruppo Iliad e principale azionista di Le Monde, che diventa così il principale azionista della multinazionale britannica operante nel settore delle telecomunicazioni.
Logo Vodafone (Ansa).
La partecipazione di Etisalat è stata valutata 5,1 miliardi di euro
La partecipazione della compagnia telefonica emiratina Etisalat è stata valutata 5,1 miliardi di euro, con un premio del 15 per cento rispetto all’ultimo prezzo delle azioni Vodafone: verrà rilevata dalla società veicolo Vega, detenuta dalla famiglia di Niel. L’imprenditore francese aveva peraltro già rilevato una quota del 2,5 per cento in Vodafone nel 2022. Dopo Niel i principali azionisti sono i fondi Blackrock con il 7,1 per cento e Vanguard con il 5,8 per cento, seguiti dall’imprenditore svizzero Martin Ebner, il quale detiene il 3,1 per cento. L’investimento di Vega in Vodafone sarà interamente finanziato da Xavier Niel (che aveva tentato di comprare Vodafone Italia, poi ceduta a Swisscom) e da istituzioni finanziarie, senza alcun ricorso e senza alcun impatto sulla leva finanziaria di alcuna entità controllata dal gruppo della famiglia Niel, si legge in una nota.