CASTELLABATE – C’è un Cilento che si racconta attraverso i suoi prodotti, le sue tradizioni e le persone che ogni giorno lavorano per custodirne l’identità. È quello che si è ritrovato nei giorni scorsi a Palazzo Gentilcore per la quinta edizione di “Storie Cilentane– Festa dei Produttori Cilentani”, appuntamento ideato e promosso da Chiara Fontana, che ogni anno apre le porte della sua dimora di charme nel centro storico di Castellabate alle aziende del territorio. Un incontro nato dalla volontà di valorizzare quelle stesse realtà che riforniscono il ristorante e la struttura ricettiva di Palazzo Gentilcore, creando un’occasione di confronto tra produttori, operatori del settore e appassionati del buon cibo. Più che una semplice degustazione, una vera festa del territorio. Un momento in cui produttori agricoli, viticoltori, allevatori, trasformatori e artigiani del gusto hanno avuto l’opportunità di raccontarsi attraverso i propri prodotti, condividendo esperienze, progetti e visioni future in un clima informale e conviviale. Tra calici di vino, formaggi, salumi, prodotti caseari, pasta artigianale, specialità della tradizione contadina e sapori del mare, la serata si è trasformata in un viaggio attraverso la biodiversità cilentana, celebrando una terra che continua a distinguersi per autenticità e qualità. A sottolineare il valore dell’iniziativa è stato Valerio Calabrese, direttore del Museo Vivente della Dieta Mediterranea di Pioppi, secondo il quale appuntamenti come questo rappresentano un’importante occasione per fare rete e rafforzare il legame tra le diverse realtà produttive del territorio. «Il Cilento – ha evidenziato Calabrese – deve continuare a crescere senza perdere la propria anima. La Dieta Mediterranea non è una moda né soltanto un insieme di ricette: è un patrimonio culturale fatto di paesaggio, biodiversità, tradizioni, relazioni umane e qualità della vita. Eventi come questo permettono ai produttori di conoscersi, confrontarsi e costruire insieme strategie comuni per valorizzare il territorio». Un concetto particolarmente attuale in un momento in cui il Cilento è sempre più al centro dell’attenzione turistica nazionale e internazionale. Una crescita che, secondo Calabrese, deve essere accompagnata dalla capacità di preservare l’identità dei luoghi, promuovendo un turismo rispettoso della cultura locale e delle tradizioni che rendono unica questa terra. La serata, condotta dal giornalista Marco Contursi e da Assunta Niglio, ha visto la partecipazione di numerose aziende del territorio, protagoniste di un percorso degustativo che ha raccontato il Cilento attraverso le sue produzioni più rappresentative. Dalle cantine alle aziende agricole, dai caseifici ai salumifici, fino ai produttori di pasta, birra artigianale e dolci tradizionali, ogni presenza ha contribuito a comporre il mosaico di un territorio che continua a trovare nella qualità e nell’autenticità i suoi punti di forza. Al termine della serata, come nella migliore tradizione cilentana, non sono mancati brindisi, convivialità e momenti di condivisione, confermando lo spirito che da cinque anni anima questa manifestazione. Perché il Cilento non è soltanto una destinazione da visitare. È una storia da conoscere, un patrimonio da raccontare e una cultura da vivere attraverso le persone che ogni giorno lo custodiscono.
La benzina è tornata sopra quota 2 euro al litro anche sulla rete stradale. È quanto si legge su Osservaprezzi carburanti, il sito del Ministero delle Imprese e del Made in Italy che permette di consultare in tempo reale i prezzi dei carburanti praticati presso gli impianti di distribuzione situati nel territorio nazionale, come comunicati dagli esercenti.
Il prezzo medio “self service”: 2,002 euro al litro
Il prezzo medio self service lungo la rete stradale nazionale sale a 2,002 euro al litro per la benzina (ieri era 1,997) e a 2,116 euro al litro per il gasolio (ieri 2,107). Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio self service è di 2,077 euro al litro per la benzina (ieri 2,074) e 2,186 per il gasolio (ieri 2,178). E dalla prossima settimana, a meno di nuove misure varate dal governo, non ci sarà nemmeno più il sollievo del taglio delle accise.
A Ferragosto del 1993, il Potere in Italia, come diceva Lenin per l’ottobre del 1917 in Russia, stava gettato nelle strade, e nessuno si chinava a raccoglierlo. Un vuoto istituzionale mai visto nella storia della Repubblica, prima, creava un’atmosfera sospesa presaga di cambiamenti e di incertezze. La Politica era svanita, senza voce e senza luogo. L’unico Potere presente era la Magistratura, al lavoro come un Comitato di Salute Pubblica. Il terremoto di Tangentopoli era in corso, con l’onda lunga di una scossa tellurica senza fine. Eppure, un’atmosfera elettrica di attesa di eventi sconosciuti galvanizzava città e contrade, a Nord come a Sud. Tutti aspettavano le novità del giorno; l’alluvione di arresti e di avvisi di garanzia riempiva, ogni giorno, i titoli dei mezzi di comunicazione. Accadeva trentatré anni fa. Oggi, per un ricordo appena cosciente di quei giorni, bisogna averne almeno più di 50. La storia scrive la cronaca degli eventi, ma non c’è nessun registro di trasmissione, ai posteri, delle emozioni. Solo il racconto di chi visse quei giorni può dare una testimonianza, con la voce e con lo scritto, delle vibrazioni emotive dei due anni terribili, il 1992 e il 1993, che cambiarono l’Italia. L’onda di piena era iniziata nel 1992, con i primi arresti a Milano operati dal pool Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Pier Camillo Davigo. Gli attentati a Falcone e Borsellino, di maggio e giugno del 1992, avevano ampliato il fronte dello scontro, che già era in corso, tra Magistratura e Potere Politico. Adesso c’era un nemico assassino e stragista con gli attentati di via Georgofili a Roma e via Palestro a Milano del 1993, che, in qualche modo, pareva reagire come una banda di repubblicani di Salò alla sconfitta progressiva di un alleato storico, quale il mondo della Politica, in cui per decenni aveva trovato il terreno fertile per i suoi affari. Ferragosto di quell’anno arrivò come una sorta di tregua di Natale nelle trincee della guerra del 1915-18. Una pausa breve, una parvenza di normalità e di ottimismo. Anche Salerno viveva in quella estate gli effetti di Tangentopoli, con la Politica locale azzerata dalle inchieste. Organizzammo una scampagnata serale sulle rive del fiume Calore, ad Aquara. C’era una trattoria alla buona, a due passi dal fiume. Cibo paesano e vino ottimo, all’aperto sotto le frasche. La compagnia fu organizzata da Michele Andreola, vecchio amico di liceo e orgoglioso cittadino di Aquara. C’erano diversi colleghi della Procura. E c’era il collega Erminio Rinaldi, che come me, era stato già alla Procura di Milano. Con Milano i contatti erano stati sempre continui, specialmente nel 1993. Le due Procure, Salerno e Milano, erano state in collegamento nei mesi precedenti per le inchieste rispettive in carico. Voci malevole già da tempo alludevano alla nostra Procura cittadina come una sorta di succursale di Milano. Ebbene, all’organizzazione di quella serata partecipò anche Marilena Russo, anche lei salernitana, e a quel tempo ancora Giudice a Milano. Attiva, euforica, avvenente, era il fulcro di un interscambio continuo con i gruppi milanesi e napoletani della magistratura progressista. Non ricordo bene, ma forse partì proprio da lei l’idea di un incontro conviviale di ferragosto ad Aquara tra milanesi, napoletani e salernitani. Detto e fatto. La sera del 13 agosto avremmo avuto a cena, in un luogo defilato e poetico del Cilento, nientemeno che lo stratega di Tangentopoli, il Procuratore Capo Francesco Saverio Borrelli. E con lui, Gherardo Colombo, la sintesi di qualità operativa tra il bulldozer Antonio Di Pietro e il gelido Pier Camillo Davigo. Perché ad Aquara Borrelli e Colombo? Ma perché a ferragosto di tutti gli anni il Cilento, tra Punta Licosa ed Acciaroli, era come Capalbio sulla riviera toscana per la sinistra politica ed intellettuale negli anni ’80. Ci andavano tutti, ma proprio tutti. E così il Cilento era per la magistratura italiana, soprattutto quella napoletana di origine (anche se poi sparsa per tutta Italia) un viaggio estivo iniziatico, un pellegrinaggio mitologico all’immaginaria isola di Citera. Borrelli era napoletano, e si sarebbe trascinato appresso Gherardo Colombo. Come napoletano era Gerado D’Ambrosio, il Giudice di Piazza Fontana. In quegli anni era capo dell’Ufficio GIP di Milano. Sarà, negli anni seguenti, con Saverio Borrelli, uno dei due uomini più odiati da Berlusconi. Ma nel 1993 Gerardo D’Ambrosio ad agosto sta ad Acciaroli, e di sera si vedono a Punta Licosa tra colleghi milanesi. A Santa Maria di Castellabate c’è Enzo Albano, uno dei maestri pensatori di Magistratura Democratica. Napoletano anche lui. E’ uno che, da magistrato, si è laureato anche in filosofia, per affinare le qualità argomentative delle sue sentenze d’avanguardia. Questo variegato mondo dell’intellighentia giuridica napoletana spetta di incontrarsi per discutere in serenità in un momento più buio ancora della lotta al terrorismo. Ad Aquara, la sera del 13 agosto, cenammo lentamente, per dar tempo di arrivare ai colleghi milanesi nel loro viaggio verso Punta Licosa. Ma era quasi mezzanotte, quando arrivò Marilena Russo, in motocicletta con il dentista Pippo Andreola, compagno nella sua vita. Borrelli e Colombo non sarebbero arrivati. Troppo lunga la deviazione nel viaggio verso Punta Licosa. Ma nei giorni seguenti ci aspettavano lì, per il bagno insieme. Rimanemmo delusi, ma l’euforia non ci abbandonò. Per un attimo, nella notte stellata di Aquara, la brezza leggera che si era levata a bordo del fiume sembrò che fosse il vento della storia che ci stava avvolgendo, da protagonisti.
Secondo quanto riportato da Axios, che cita due funzionari statunitensi, l’esercito americano avrebbe segretamente creato un corridoio di navigazione nello stretto di Hormuz, attraverso la rotta meridionale lungo la costa dell’Oman. Attivo da diverse settimane, consentirebbe a 15-20 petroliere di entrare e uscire ogni notte da Hormuz, per un trasporto quotidiano di circa 10 milioni di barili di greggio: più o meno la metà del volume precedente alla guerra tra Stati Uniti e Iran. «Controlliamo la parte meridionale dello stretto ormai da due mesi ormai. I pasdaran potranno anche essere una seccatura, ma non controllano Hormuz», ha detto una delle fonti di Axios.
Come si svolge il trasferimento di petrolio lungo la rotta segreta
La task force che sovrintende alle operazioni, scrive Axios, ha sede nella Carolina del Nord. E da coordina le proprie azioni con i partner regionali: ogni giorno viene compilato un elenco delle navi in uscita dal Golfo Persico, così come uno delle petroliere vuote in arrivo dal Mar Arabico per caricare greggio. Le imbarcazioni, spiegano le fonti di Axios, viaggiano in fila indiana per un periodo di tempo prestabilito, protette da aerei da combattimento americani. Già nei giorni scorsi Bloomberg aveva riportato che i Paesi esportatori del Medio Oriente avevano istituito canali di trasporto segreti attraverso lo stretto di Hormuz, tramite navi con i transponder spenti e il successivo trasferimento del greggio su altre petroliere in attesa nel Golfo dell’Oman.
Nuovo massiccio attacco russo su Kyiv. Nella notte tra mercoledì 19 e giovedì 20 agosto 2026 Mosca ha colpito la capitale ucraina con missili balistici, missili da crociera e droni, causando un bilancio di 13 morti e 40 feriti secondo quanto riportato dal presidente Volodymyr Zelensky. Danni, oltre che nella regione di Kyiv, anche in quelle di Odessa e Chernihiv. «Nella capitale sono stati danneggiati edifici residenziali, tra cui un grattacielo i cui piani superiori sono stati distrutti, oltre a un ospedale pediatrico e una scuola», ha scritto Zelensky su X. Il sindaco della città ha confermato che i piani alti di un condominio di nove piani sono crollati e hanno preso fuoco. Alcune zone dei quartieri di Sviatoshynsky e Solomyansky sono rimaste senza elettricità. «Nella regione di Odessa il nemico ha effettuato un attacco con droni contro un valico di frontiera con la Moldavia. Nella regione di Chernihiv, ha preso di mira le infrastrutture del gas», ha aggiunto Zelensky.
Emergency crews have been working at the sites of Russian strikes since overnight. It was a massive attack – the Russians had been preparing for a long time, combining different types of ballistic missiles, cruise missiles, and drones, aiming to cause as much damage as possible… pic.twitter.com/zvOkAwgNlf
— Volodymyr Zelenskyy / Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) August 20, 2026
Allerta anche in Polonia e Romania
Gli attacchi su Kyiv hanno provocato reazioni di sicurezza anche negli Stati membri della Nato confinanti. Il comando militare polacco ha dichiarato di aver mobilitato velivoli e attivato le difese aeree per proteggere lo spazio aereo del Paese, in particolare nelle aree al confine con l’Ucraina. Il ministero della Difesa rumeno ha affermato che i sistemi radar hanno rilevato bersagli aerei vicino al confine ucraino durante la notte, provocando il decollo di due caccia spagnoli impegnati in missioni Nato e di un elicottero dell’aeronautica rumena. Il ministero ha aggiunto che un drone è entrato nello spazio aereo rumeno vicino a Galati prima di schiantarsi in una zona disabitata nella contea di Tulcea.
Erano gli anni 70 e precisamente il 1976, io con un gruppetto di amici che si dilettano a costruire meccanismi elettronici ci inventammo un trasmettitore con una scatola di latta e quattro transistor. Era l’epoca delle prime radio private, senza norme e senza limitazione, terreno fertile per tutti quelli che volevano cimentarsi in questa nuova avventura. In via Casa Rosa in quel di S.Angelo di Ogliara approfittammo della disponibilità di una signora che ci affitto’ gratis un locale che trasformammo nella sede della Radio RGS Giovane Giovane S.Angelo. Piazzammo la nostra antenna e costruimmo artigianalmente la cabina di regia tappezzando le pareti con i cartoni contenitori di uova, due giradischi e un mixer. Trasmettevano per 4/5 ore al giorno musica utilizzando tutti i dischi che avevamo reperito nelle nostre case e ripetevano l’operazione più volte. Un paio di volte alla settimana trasmettevano anche una rubrica medica condotta da un laureando in medicina nostro amico. Non avendo linea telefonica le richieste musicali e le dediche arrivavano in modo anonimo sotto l’uscio della porta quando la radio era chiusa. Iniziarono ad arrivare anche le prime proteste del vicinato perché la nostra antenna non era tarata a dovere o non era adatta al tipo di trasmettitore tanto che quando si tentava di cambiare frequenza per ascoltare altre radio, l’unica che si poteva ascoltare era la nostra. Per sicurezza e per non incorrere in situazioni illegali, anche se ero ancora minorenne, avevo 17 anni, mi recai in prefettura a denunciare l’attività della nuova radio e della frequenza sulla quale trasmetteva. Era un canale libero, RGS trasmetteva da S.Angelo di Ogliara sui 105 mega herz, quella stessa frequenza di cui oggi è titolare Radio 105, una radio Nazionale, che storia! Potrei raccontare tanti carini anetodi di quel periodo, ma soprattutto uno mi è rimasto nel cuore e impresso nella mente. Una sera ero in radio e vengo raggiunto da un mio amico figlio di un noto imprenditore del posto, “mio padre ti vuole parlare vieni un attimo a casa” ci vado subito. Entro, tavola imbandita da una una cena appena consumata, il profumo di caffè che invade la stanza. “Siediti” mi dice l’imprenditore e brandendo una penna e un blocchetto di assegni, con fare quasi minaccioso mi dice “a chi devo intestare questo assegno? Ho saputo che avete bisogno di dischi” Rimasi per un attimo frastornato, ci servivano soldi e non avevamo una lira. Con quelle 100 mila lire comprammo un sacco di dischi appena usciti e la nostra radio ebbe un bel momento di notorietà. L’imprenditore oggi non è più con noi ma mi resterà sempre impresso il suo gesto che in quel momento fu vitale per la sopravvivenza della nostra iniziativa. Come tutte le cose belle anche la nostra radio non durò tanto, la scuola da seguire, la partecipazione al campionato di calcio di seconda categoria è altri impegni mi tolsero energie e di conseguenza la forza di continuare. Poi un giorno non trovai più la porta d’ingresso della radio e la cabina di trasmissione tutta smontata, ho sempre avuto il sospetto che il casino lo provocarono mio fratello Mario con qualche amico suo, ma questa è un’altra storia. È stata la più bella esperienza della mia gioventù.
La crisi del salvinismo e della Lega è l’argomento politico dell’estate. In molti, fuori e dentro il partito, raccontano e cercano di capire le ragioni dello scontro tra ‘nordisti’ e ‘lealisti’, mai così aspro finora. Da una parte ci sono il vecchio partito, i governatori attuali ed ex – Attilio Fontana, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Maurizio Fugatti – insieme alla Lega lombarda e alle segreterie storicamente più rappresentative vale a dire Bergamo, Brescia e Varese. Dall’altra, il nuovo corso, inaugurato da Matteo Salvini nel 2013, partito più ‘leggero’, nazionalista e sovranista, composto in larga parte da fedelissimi al capo.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Lo spartiacque della morte del Senatur
Ma quel che nessuno sottolinea è che questa crisi profonda si consuma a pochi mesi dalla morte di Umberto Bossi, scomparso il 19 marzo scorso. Un po’ come se si fosse creato uno spartiacque: c’è un ‘prima di Bossi’ e un ‘dopo Bossi’. Come se con la morte del fondatore non avessero più retto gli argini. Nella prima estate dell’era d.B (dopo Bossi, appunto) la Lega si è rotta. Si è sfaldata come in quelle famiglie in cui, morto il nonno, improvvisamente saltano psicologicamente tutti i freni, con i cugini che litigano per l’eredità e smettono di parlarsi. Non che il Senatur negli ultimi anni della sua vita godesse di una vera considerazione. Dopo le dimissioni della primavera del 2012, Bossi è stato bistrattato dal partito. Sostanzialmente perdonato dai militanti per gli scandali sui fondi irregolari, il vecchio capo è stato evocato e usato quando faceva comodo, mentre Salvini non gli ha mai perdonato di essersi candidato contro di lui alle primarie del 2013 (che peraltro vinse, 82 per cento contro il 18).
Matteo Salvini e Umberto Bossi nel 2013 (Imagoeconomica).
Dalla Lega a due teste a partito schizoide
Un tempo formazione leninista, come amava definirla Roberto Maroni per la ferrea gerarchia, da tempo nella Lega convivono due partiti. Il congresso federale dell’anno scorso a Firenze lo ha reso plastico, come L43 fece notare. Nella prima parte dell’assise si erano concentrati gli interventi dei fedelissimi che avevano chiesto a Salvini di tornare al Viminale; nella seconda parte, i governatori e i ministri non avevano minimante accennato alla questione. Ecco, la Lega dei primi mesi d.B non è più a due teste. La Lega post Bossi ha tendenze schizoidi.
Roberto Maroni e Umberto Bossi (Imagoeconomica).
Salvini chiuso nel bunker mentre i big tentennano
Salvini si è chiuso nel bunker con qualche fedelissimo e non molla la segreteria, resistendo alla discesa nei sondaggi, e agli errori inanellati uno dietro l’altro a partire dal Papeete del 2019. Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli cercano di sopravvivere a questa stagione come sono sopravvissuti a tutte quelle precedenti senza dare un reale contributo da ‘saggi’ quali potrebbero essere. Luca Zaia continua a rinviare ogni decisione sul suo futuro, incollato alla sua comfort zone veneta, e senza alcuna voglia di farsi in quattro per salvare il partito. Ciclicamente si ‘risveglia’ e propone una reazione. Ma alla fine il risultato è sempre lo stesso: lanciare il sasso e tirare indietro la mano. Lo sanno bene i militanti bresciani che avevano cominciato a raccogliere le firme per farlo diventare segretario: un’iniziativa mai decollata perché l’ex doge si è nuovamente tirato indietro.
Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).
Romeo pensa al suo sogno, Molinari non tocca palla
Poi c’è Fontana, l’Attilio da Varese, storico amico di Bobo Maroni. Quando era sindaco girava la città giardino in Porsche, e continua a comportarsi da ricco avvocato. Visto che non ha nulla da perdere, è l’unico che ora riporta senza peli sulla lingua quel che sente dire a ogni festa di partito: Salvini ha stufato. E i capigruppo al Senato e alla Camera? Massimiliano Romeo conosce Salvini da una vita (è stato prima di lui fidanzato con Giulia Martinelli, capo segreteria di Fontana e, appunto, ex di Salvini). È uno dei pochi che ha il coraggio di dire le cose in faccia al segretario. Ma si mormora che non pensi ad altro che a realizzare il suo sogno: diventare governatore lombardo. Ha anche accelerato la pubblicazione di un libro sulla Lega, pubblicizzato da un video in cui chiede un ritorno al ‘celodurismo’ con un vistoso Rolex al polso.
Riccardo Molinari invece sembra affetto dalla sindrome di Stoccolma. Prigioniero di Salvini, che a taccuini chiusi critica da anni, è l’unico dirigente che in questa fase non riesce a toccare palla.
Riccardo Molinari (Imagoeconomica).
Lorenzo Fontana difende il capo ma punta su Stefani
Chi, seppur solitamente silente, questa volta si è sbilanciato è il presidente della Camera Lorenzo Fontana che ha chiesto più rispetto per il segretario. Ma a chi lo incontra privatamente, Fontana confida che Matteo dovrebbe farsi da parte. Quando vivi nel disordine da troppo tempo, è il ragionamento che fa in privato, poi ne subisci le conseguenze. Sarebbe ora di fare spazio ai giovani, afferma spesso Fontana.
Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).
E nella mente del presidente della Camera c’è un nome in particolare: Alberto Stefani da Borgoricco, sua creatura che vorrebbe a tutti i costi come segretario federale. Veniamo poi a Claudio Durigon. Lo scorso giugno ha tentato di portare a termine una difficile trattativa tra Zaia e Salvini. Il testo dell’accordo che avrebbe dovuto dar vita a una formazione nordista è stato stracciato dal segretario. E ora il vicesegretario si trova a criticare gli stessi (Zaia & Co) che cercava di coinvolgere.
Alberto Stefani (Imagoeconomica).
La comunicazione e la “fabbrica del retroscena”
L’altro capitolo riguarda la comunicazione del partito: la nuova gestione, guidata da Davide Vecchi e Cristiano Bosco, è finita nel mirino dei critici per i troppi errori (scivoloni sui provvedimenti approvati e sulla morte di Franco Baresi quando era ancora vivo). Negli ultimi giorni si è arrivato addirittura alla fabbrica del retroscena. È stato chiesto ad alcuni fedelissimi di intervenire in difesa del segretario nella chat usata per le comunicazioni di servizio del consiglio federale. Nessuno dei componenti nordisti è intervenuto, ma lo staff di Salvini ha screenshottato gli interventi costruiti ad hoc girandoli alla stampa. E alcune testate sono cadute nel tranello riportando queste frasi come se fossero un retroscena vero, non un’operazione architettata appositamente. Una mossa che non ha portato a molto mentre il caos aumenta a mano a mano che ci si avvicina alla scadenza del raduno di Pontida. E aumentano anche i nervosismi di Salvini e le pretese sull’operato del governo. Mentre i nordisti rassicurano sulla tenuta dell’esecutivo. Anche se la nuova legge elettorale non piace, per esempio, assicurano che la voteranno perché fedeli ai patti di coalizione. Insomma tanta confusione e nessuna direzione.
Agro/Salerno. Nove giudizi ordinari, con inizio del processo a ottobre, nell’ambito dell’inchiesta sul traffico illecito di rifiuti speciali ed emissioni di fatture inesistenti. Per altri 5 si procede con rito alternativo (3 patteggiamenti da ratificare e 2 abbreviati) e si va in aula a novembre. Per 8 finiti agli arresti era stata contestata l’associazione per delinquere , altri 4 invece furono destinatari dell’obbligo di dimora e due a piede libero. Nel blitz del Noe di fine gennaio furono coinvolte 4 società, tutte che rientrano nella richiesta di giudizio con i rispettivi rappresentanti legali. Le aziende hanno sede legale a Sarno, San Giuseppe Vesuviano. Al centro dell’indagine anche un’azienda agricola e suinicola nel comune di Roccadaspide, dove i militari dell’Arma avevano trovato tonnellate di rifiuti tombati, tra i quali brucavano i maiali. Secondo la ricostruzione accusatoria, i coinvolti avrebbero reiteratamente realizzato condotte di illecito smaltimento di rifiuti speciali pericolosi e non – in prevalenza scarti del trattamento dei rifiuti speciali/industriali, rifiuti tessili e frazione indifferenziata di Rsu – provenienti da impianti di napoletani e casertani avvalendosi delle società di intermediazione del settore, al fine di conseguire profitto rappresentato dal risparmio di spesa derivante dalla mancata attivazione delle procedure di gestione dei rifiuti prescritte dalla legge. Il traffico illecito di rifiuti si sarebbe realizzato seguendo tre flussi diversi:.Le condotte sarebbero state attuate anche grazie alla fittizia classificazione dei rifiuti da parte degli impianti di produzione, con redazione di falsa documentazione indicante operazioni di trasporto e conferimento mai effettuate e false fatturazioni al fine di giustificare il trasporto ed il successivo illecito abbandono degli scarti industriali in siti abusivi. Erano stati sequestrati due impianti coinvolti nel flusso di illecito smaltimento, otto automezzi utilizzati per il trasporto dei rifiuti e 530mila euro, profitto per gli inquirenti dei reati di traffico organizzato e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. A ottobre partirà il giudizio a Nocera Inferiore per 9 imputati mentre a Salerno, davanti al gup, ci sarà la ratifica dei 3 patteggiamenti da uno a due anni e mezzo e due abbreviati con requisitoria e sentenza alla fine della stessa udienza.
Nuova mossa di Donald Trump: alla ricerca di una via d’uscita dal pantano dello stretto di Hormuz, il presidente Usa ha annunciato una «guerra economica» e un «isolamento senza precedenti» contro l’Iran, minacciando «conseguenze tremende» per qualsiasi Paese che aiuti o faccia affari con la Repubblica Islamica. L’annuncio di Trump è arrivato dopo giorni in cui si sono rincorse voci di nuove durissime sanzioni contro Teheran.
Il post di Donald Trump su Truth.
«Nessuno ha offerto alla Repubblica Islamica dell’Iran un’opportunità migliore della mia per raggiungere un accordo. Tragicamente per loro, non l’hanno colta. Pertanto, oggi annuncio l’operazione economica più devastante mai intrapresa contro un Paese! Si tratterà di una guerra economica e di un isolamento senza precedenti», ha scritto Trump su Truth. Il presidente Usa ha poi aggiunto: «Qualsiasi Paese che consentirà alle proprie istituzioni finanziarie, imprese, aeroporti o enti governativi di offrire all’Iran un’ancora di salvezza dovrà affrontare a sua volta conseguenze economiche tremende». Trump non ha citato alcun Paese alleato dell’Iran, ma il riferimento è ad altri due storici rivali degli Stati Uniti: Russia e Cina, che hanno consentito a Teheran di aggirare le misure occidentali tramite contrabbando di petrolio, trasferimenti di denaro e società di facciata. «Sapete bene chi siete. Sarà un “D-Day economico” e abbiamo bisogno che tutti i nostri alleati si schierino al fianco degli Stati Uniti per isolare e sconfiggere la minaccia rappresentata dall’Iran», ha scritto The Donald.
Donald Trump e Scott Bessent (Ansa).
Tra le ipotesi l’introduzione di sanzioni di secondo grado
Non è ancora chiaro cosa abbia di preciso in mente Trump: negli ultimi mesi il segretario al Tesoro Scott Bessent ha infatti già varato misure volte a colpire valuta, società di comodo e intermediari che aiutano i pasdaran. Tra le ipotesi ci sono il blocco terrestre delle merci e la stretta sulle raffinerie indipendenti cinesi, così come l’introduzione di sanzioni di secondo grado, destinate a colpire soggetti e aziende di paesi Terzi che effettuano transazioni commerciali o finanziarie con stati, entità o individui già sottoposti a misure restrittive. In questo caso verrebbero interessate soprattutto banche e aziende cinesi.
SALERNO – Le sensazioni negative, purtroppo, si sono rivelate fondate. Il ginocchio destro di Jonas Heinz (nella foto di Gambardella), uno dei pochi innesti difensivi della Salernitana, ha fatto crac. Il difensore, arrivato a parametro zero dalla Casertana, si è sottoposto ad accertamenti diagnostici che hanno evidenziato una lesione di alto grado al legamento collaterale mediale del ginocchio destro. Heinz ha già iniziato il percorso riabilitativo e si sottoporrà nei prossimi giorni a consulto specialistico ortopedico. I tempi di recupero si aggirano attorno ai tre mesi, per cui il centrale sarà costretto a saltare tutto il girone d’andata. L’appuntamento per il suo ritorno in campo è per l’anno nuovo. Una tegola pesantissima per la Salernitana che era già a corto di difensori centrali e che ora sarà costretta a tornare precipitosamente sul mercato per reperire un sostituto all’altezza di Heinz Il problema più grande, per Faggiano, è che nel frattempo molti degli obiettivi si sono accasati altrove. Restano sul mercato alcuni svincolati, come l’ex Gyomber, Marrone e Meccariello mentre è più complicato riallacciare i contatti, ad esempio, con la Casertana per Rocchi. Intanto Faggiano continua a lavorare sulle uscite: ieri il club granata ha ceduto in prestito il giovane difensore Vuillermoz all’Imperia dopo che lo stesso ha provveduto a rinnovare di altri due anni l’accordo con la Salernitana. Restano da definire le posizioni di Berra, Ghiglione e Varone, mentre continuano ad arrivare richieste per alcuni titolari do Cosmi. E’ di ieri la voce di un interessamento del Foggia per Mattia Tascone.
Xu Jiayin, fondatore del colosso immobiliare cinese Evergrande, è stato condannato all’ergastolo da un tribunale cinese per una serie di reati finanziari. L’ha riferito la China central television, secondo cui il Gruppo è stato multato per 8,82 miliardi di yuan (circa 1,3 miliardi di dollari), mentre Evergrande Real Estate dovrà pagare una multa di 7 miliardi di yuan. In totale circa 2,35 miliardi di dollari. Per Jiayin il tribunale intermedio di Shenzhen ha disposto, oltre all’ergastolo, la revoca a vita dei diritti politici e la confisca di tutti i suoi beni personali.
PONTECAGNANO FAIANO. Una città, quella di Pontecagnano Faiano, che poco alla volta sta incontrando la giusta dimensione e un proprio posizionamento nello scacchiere dei Picentini e della zona Sud della Provincia di Salerno. Un territorio che cresce, anche grazie alla presenza dell’aeroporto e di un litorale che sta cercando di recuperare poco alla volta i suoi spazi. Il tutto raccontato dal sindaco Giuseppe Lanzara, giunto al terzo anno del secondo mandato da primo cittadino. É iniziato da poco il terzo anno del secondo mandato consecutivo. Può tracciarci, in sintesi, un bilancio? “Il bilancio spetta prima ancora ai cittadini, ma per quel che mi riguarda posso ritenermi parzialmente soddisfatto dell’operato svolto fino a qui. La definizione del PUC dopo quarant’anni, l’attenzione rivolta all’edilizia scolastica ed i servizi resi con le Politiche Sociali sono solo alcuni fra i risultati più entusiasmanti. Resta, ovviamente, tanto ancora da fare e noi lo faremo”. La presenza dell’aeroporto ha determinato una crescita di presenze sul vostro territorio. Come sta rispondendo Pontecagnano? “L’apertura dell’aeroporto, due estati fa, ha rappresentato senza dubbio uno spartiacque per Pontecagnano Faiano. Non parliamo soltanto di un’infrastruttura che porta più persone sul nostro territorio: è cambiato il ruolo stesso della nostra città, che oggi è una delle principali porte di accesso alla provincia di Salerno e a una parte straordinaria della Campania. È un’opportunità enorme, della quale siamo orgogliosi, ma è anche una responsabilità. Perché il nostro obiettivo non può essere semplicemente quello di vedere aumentare il numero di persone che arrivano: dobbiamo fare in modo che una parte di quei flussi scelga Pontecagnano Faiano, vi soggiorni, utilizzi i suoi servizi, conosca il territorio e contribuisca alla sua economia. Per questo stiamo lavorando su più livelli: qualità e organizzazione dei servizi, accoglienza, mobilità, decoro urbano, promozione del territorio e capacità ricettiva. L’aeroporto può rappresentare una leva formidabile anche per il commercio, per le attività imprenditoriali e per tutto il comparto turistico, ma questi benefici vanno accompagnati e governati. La vera sfida, quindi, è trasformare quella che oggi è una crescita delle presenze in uno sviluppo strutturale e duraturo. L’aeroporto non è un punto di arrivo del nostro percorso: per Pontecagnano Faiano è l’inizio di una nuova fase, che ci impone di essere ancora più ambiziosi nella qualità della città che vogliamo costruire”. Il litorale, da sempre uno dei punti deboli, ma anche di forza di questo territorio. Qualcosa è cambiato? Qualcosa sta cambiando? “Il litorale è probabilmente la sfida più complessa che Pontecagnano Faiano abbia davanti a sé, ma è anche quella dalla quale può nascere la trasformazione più importante della nostra città. Non abbiamo mai nascosto le criticità della fascia costiera, che sono il risultato di decenni di sviluppo disordinato, di una pianificazione insufficiente e di un modello urbanistico che oggi non è più adeguato alle esigenze del territorio. Proprio per questo abbiamo scelto di non limitarci ad interventi episodici o semplicemente estetici. La nostra ambizione è molto più grande: ridisegnare il rapporto tra Pontecagnano Faiano e il suo mare. È questo il senso del Masterplan della fascia costiera, un percorso sul quale lavoriamo da anni e del quale ho la delega anche a livello provinciale. Non si tratta di sistemare qualche tratto di lungomare, ma di immaginare progressivamente una nuova fascia costiera, con maggiore qualità urbanistica, spazi pubblici, servizi, accessibilità, mobilità, tutela ambientale e nuove opportunità turistiche ed economiche. Quando affronti una trasformazione di questa portata, i tempi inevitabilmente non possono essere brevi: servono pianificazione, strumenti urbanistici, risorse e il coordinamento di più livelli istituzionali. Ma la direzione è ormai tracciata ed è irreversibile: dobbiamo superare un assetto che ha mostrato tutti i suoi limiti e costruire un pezzo nuovo di città. E oggi questa sfida diventa ancora più strategica proprio per la presenza dell’aeroporto. Una città che è diventata una porta d’ingresso del territorio deve tornare ad avere nel mare uno dei suoi principali elementi di identità e di attrazione. Il nostro obiettivo è molto semplice da raccontare, anche se complesso da realizzare: fare in modo che tra qualche anno il litorale non venga più indicato come la più grande criticità di Pontecagnano Faiano, ma come una delle più importanti opportunità di crescita e di qualità della vita della nostra città. I cittadini chiedono maggiori spazi verdi e alberi per la città? Come state rispondendo? “Con un post recentemente pubblicato sui social, ho spiegato chiaramente ed onestamente la situazione del verde a Pontecagnano Faiano. Ho precisato quali saranno gli investimenti (solo 200.000 euro previsti a breve periodo) e quali le aree su cui stiamo lavorando. Il lavoro è immenso, ma con uffici ed associazioni gradualmente lo porteremo a compimento” Quali sono i programmi e le priorità per la città subito dopo l’estate? “Siamo già all’opera per il cartellone natalizio e prima ancora ci stiamo preparando all’inizio dell’anno scolastico monitorando i lavori negli edifici ed alimentando la collaborazione con le dirigenze. Un Sindaco è sempre operativo, anche quando si concede una giornata con la famiglia o sotto l’ombrellone”. Come si sta svolgendo il programma estivo a Pontecagnano? “Sta andando alla grande: i numeri parlano chiaro. E questo grazie all’impegno encomiabile del Consigliere agli Eventi Vittorio Marino, degli Uffici Comunali, delle Forze di Sicurezza, delle Parrocchie e delle Associazioni. Abbiamo provato a rendere quest’estate bollente un po’ meno dura con serate di grande qualità e seguito. Mi è piaciuto enormemente trovare il pienone in giro per il centro e le periferie. Lavorare fianco a fianco con donne, uomini, giovani e giovanissimi resta uno degli aspetti più gratificanti dell’operato di un Primo Cittadino. Significa condividere e confrontarsi, seminare e raccogliere. Grazie ad ogni singola persona che ha reso possibili questi momenti: è nei giorni di convivialità e di festa che si scopre il valore vero di una comunità”. Sta già pensando al suo futuro al termine del secondo mandato? “Ho imparato che nella vita come in politica bisogna focalizzarsi sul presente, darsi da fare come se il tempo fosse sempre poco e seguire gli eventi, senza programmi troppo definiti o vincoli eccessivamente pressanti. Oggi continuo a godermi questa straordinaria avventura, che è stata e resterà sempre un privilegio; domani chissà. L’agenda è sempre straripante di impegni e di incontri: non ne perderò uno con l’auspicio di continuare a fare tutto quello che è nelle mie possibilità per continuare questa esperienza con dignità ed orgoglio”. Idee e obiettivi chiari, almeno fino al termine di questo mandato. Poi si vedrà.
Prende una decisione forte il sindaco di Lustra Luigi Guerra dopo quanto accaduto domenica a Rutino. Una ragazza residente nel centro lustrese ha accusato un malore e sono stati allertati i soccorsi. Il mezzo, giunto a Rutino, dove era in corso una manifestazione enogastronomica e dove la strada di collegamento con Lustra era chiusa al traffico veicolare, ha trovato un’auto posteggiata in malo modo che impediva il passaggio. L’ambulanza, scortata dalla polizia locale, che, a detta del sindaco Giuseppe Rotolo, solo in quel momento è venuta a conoscenza del fatto, ha così dovuto proseguire lungo un percorso alternativo nel centro storico rutinese, una strada stretta ed impervia nella quale un mezzo pesante come quello di soccorso ha avuto parecchie difficoltà. Il risultato è stato che, per percorrere poco più di tre chilometri, l’autista ha impiegato oltre 30 minuti.
Il paziente ha dunque atteso i soccorsi per circa un’ora. Palese, dunque, l’assenza di controlli da parte dell’ente comunale ai varchi di accesso: se fosse stato presente anche un solo vigile, la polizia locale non sarebbe venuta “a conoscenza della situazione” solo a problema verificatosi. Da questo fatto, Guerra ha deciso di diffidare l’omologo rutinese dal chiudere nuovamente l’arteria, tanto in occasione di un altro evento previsto per domani quanto per altre occasioni.
«La Strada Provinciale 112 – scrive Guerra – è la strada principale che collega il comune di Lustra alla SR 18 e, per la chiusura al traffico della ex SS 18 dal km 116+500 al km 116+750, è necessario individuare idonei percorsi alternativi per il raggiungimento in sicurezza del comune di Lustra da parte dei cittadini e, in caso di emergenza, dei mezzi di soccorso. Visto altresì che è necessario trasmettere, contestualmente alle ordinanze di chiusura, planimetrie con indicazioni univoche delle idonee strade alternative da utilizzare e che già negli anni passati tali iniziative hanno creato disagi ai cittadini lustresi con potenziali pericoli per la pubblica e privata incolumità (…) si diffidano il comune di Rutino e la Provincia di Salerno ad emanare ordinanze di chiusura per l’evento del 21 e per i prossimi».
Tale documento è stato inviato, oltre che ovviamente a Rutino, a Palazzo Sant’Agostino, alla Prefettura, alla Procura di Vallo della Lucania, alla Questura di Salerno e ai carabinieri. La vicenda dell’ambulanza bloccata dall’auto posteggiata ha creato un forte dibattito, al quale ha partecipato anche il primo cittadino rutinese. Da parte sua, però, non una parola su quanto accaduto e cioè sul mancato controllo dei varchi. L’ambulanza, qualora avesse trovato via libera, per transitare avrebbe dovuto verosimilmente spostare la transenna, non monitorata, perdendo secondi preziosi in quello che sarebbe potuto essere un intervento salvavita.
Il primo cittadino ha pubblicato sui suoi social un estratto di Google Maps con cui ha voluto rendere edotto il popolo sui percorsi alternativi da effettuare. A ciò aggiunge un ulteriore commento nel quale difende l’evento enogastronomico, ma sul fatto continua a non dire alcunché di utile.
Tre anni soltanto è durata l’avventura di Rocco Calenda in Radio Onda Libera Salerno e nel variegato mondo delle emittenti private che si stavano affacciando in quel periodo nel mondo dell’etere a metà anni 70′ (parliamo del 1976) ma sono stati intensi e soprattutto indimenticabili. E chi li ha vissuti in prima persona malgrado la sua giovane età (aveva appena 16 anni) questa simpatica avventura di oltre 50 anni fa non poteva non determinare un cambio di rotta, qualcosa di eccezionale nell’allora giovane Rocco che ricorda quel periodo ancora con grande ammirazione. <Devo confessarti che è così – ci dice – sembra ieri ma il ricordo, le prime trasmissioni radiofoniche in quella emittente alla quale ho partecipato mi hanno fatto conoscere da tante persone che anche per curiosità cercavano nelle radio libere o private come venivano etichettate quel qualcosa in più che stava emergendo appunto nelle radio> Ma come hai iniziato, nel 1976, il tuo percorso radiofonico? <Quasi per gioco. Infatti l’idea di far sentire la mia voce nell’etere in qualche trasmissione noi che eravamo ancorati solo alle radio nazionali della Rai visto che erano le uniche presenti mi affascinava. Mi presentai negli studi dell’emittente in via Lungomare Colombo 110, in un locale situato di fronte alle ex giostrine di Pastena, un ambiente piccolo ma accogliente facendo presente cosa potessi fare e come rendermi utile per una collaborazione. E malgrado la mia giovane età mi presero per mettere a posto negli scaffali della regia i dischi che si facevano sentire agli ascoltatori prima di poter cominciare con un programma di musica e dediche, allora di canzoni napoletane. Poi passai alla conduzione di un programma che dopo tanti anni ancora in tanti ricordano e che si chiamava <buona domenica> Grande emozione, crediamo, in tutto quello che hai fatto? <Non potrei dire certamente qualcosa di diverso perchè molte considerazioni si fanno proprio quando si è giovani. Una vera e proprio palestra di vita, posso dire, con il pioniere di quella emittente che fu Aldo Zinno e che coinvolse anche i figli Armando e Leonarda che diventarono bravi conduttori radiofonici r<e con la redazione che curava il radiogiornale e che si trovava sotto un piano ammezzato nei locali della Radio> Come si potrebbe spiegare ai ragazzi di nuova generazione cosa rappresentava una radio libera nell’etere in quel lontano 1976? <Non è facile, credimi. Quando abbiamo iniziato noi nelle radio libere i telefonini, i computer e molto altro presente oggi non c’erano neppure nella mente di tutti noi. Ma dico che trasmettere nelle giornate piovose o essere attaccati con le orecchie alla radio per ascoltare, magari, le partite della Salernitana era qualcosa che gratificava molto tutti noi, me in particolare che attraverso l’etere, come detto, facevo sentire la mia voce> Poi tutto è finito, Rocco? <Come ogni cosa, d’altro canto. Però quei miei tre anni (1976 – !978) a Radio Onda Libera sono davvero indimenticabili, che porterò sempre nel mio bagaglio futuro di tanta esperienza. La radio, poi, andò avanti, credo, fino alla soglia degli anni 1990, poi non so come sia terminato quel percorso che viaggiava sulla frequenza, se non ricordo male dei 97.700 Mhz in Fm.
Un omosessuale al quale viene negato il diritto di fare da padrino a un bambino e un sacerdote che glielo vieta, mettendo però da parte il proprio passato. Durante gli anni della sua consacrazione a Dio, infatti, avrebbe avuto una relazione con una donna e da quell’unione sarebbe nato un figlio. È una vicenda che pone interrogativi pesanti sulla coerenza di chi pretende di dettare regole morali agli altri. Il parroco appartiene all’Associazione Opera del Gregge del Bambin Gesù e su di lui, oggi, pende una segnalazione che ha l’amaro sapore dello scandalo. L’ennesimo che coinvolge il mondo ecclesiastico salernitano e che chiama in causa la Curia, la Conferenza Episcopale Italiana e, più in generale, quanti scelgono il silenzio di fronte a denunce e comportamenti che, almeno secondo quanto viene riferito, sembrerebbero entrare in contrasto con alcuni dei principi e dei dogmi della Chiesa cattolica. Attraverso queste colonne abbiamo già provato a ricostruire l’attività del Gregge. Oggi emerge una nuova vicenda, raccontata da persone che la religione la vivono quotidianamente e che rivendicano il diritto a vedere rispettati quei valori di accoglienza, misericordia e coerenza che dovrebbero caratterizzare la comunità cattolica. Proviamo, dunque, ad andare con ordine. Presso la chiesa Santa Maria degli Angeli, un neonato si appresta a ricevere il primo sacramento: il battesimo. La famiglia sceglie per lui quella che ritiene possa essere la persona giusta per accompagnarlo nel percorso di fede. Ma è proprio qui che sarebbe sorto l’ostacolo: il futuro padrino è omosessuale. E la sua condizione, secondo quanto riferito, sarebbe stata ritenuta incompatibile con il ruolo. Un «no» categorico alla famiglia. Una decisione che solleva una domanda inevitabile: siamo di fronte a una scelta coerente con i principi della Chiesa oppure a un’interpretazione particolarmente rigida della disciplina ecclesiastica? La vicenda assume poi contorni ancora più delicati quando si guarda al passato del sacerdote. Secondo quanto riferito da fonti che affermano di conoscere direttamente la vicenda, circa vent’anni fa il religioso sarebbe stato allontanato da Salerno per motivi di natura morale legati a una relazione con una donna. Da quella relazione sarebbe nato anche un figlio. All’epoca, la presunta veggente Lucia Salito avrebbe smentito la gravidanza, invitando i diretti interessati a sottoporsi a un test del Dna. Il test, sempre secondo quanto viene riferito, avrebbe successivamente confermato la paternità del sacerdote, che sarebbe stato quindi allontanato. Anni dopo, però, sarebbe arrivato il reintegro. Una decisione che viene ricondotta alla volontà di monsignor Andrea Bellandi, che avrebbe scelto di affidare al sacerdote un nuovo incarico, ad Acerno. Ed è proprio qui che, secondo alcuni fedeli, sarebbe iniziato un altro capitolo della storia. La presenza del sacerdote e le modalità di celebrazione, insieme ad alcune pratiche liturgiche e devozionali riconducibili all’ambiente del Gregge, avrebbero progressivamente allontanato i fedeli dalla chiesa. Una storia che oggi torna a galla per una vicenda apparentemente diversa, ma che pone una questione di fondo: quale misura deve valere per tutti quando si parla di fede, morale e accesso ai sacramenti? Perché se a un uomo viene contestata la propria vita affettiva fino a impedirgli di assumere il ruolo di padrino, è legittimo chiedersi se la stessa severità debba essere applicata anche a chi, chiamato a rappresentare la Chiesa, ha avuto un passato personale altrettanto complesso. Non è una questione di orientamento sessuale. È una questione di coerenza, trasparenza e rispetto delle regole. E soprattutto di una domanda che merita una risposta pubblica: chi stabilisce i confini della moralità e con quale metro vengono giudicati i comportamenti all’interno della Chiesa?
Mercato San Severino. L’anno scorso il rinvio a giudizio per abusi edilizi e il non luogo a procedere per abuso d’ufficio, reato cancellato, per la ditta Sessa Group. Dopo il Riesame, la Cassazione conferma inammissibile l’appello nell’ambito del procedimento per la realizzazione del palazzetto dello sport di Mercato San Severino: il ricorso al tribunale della Libertà era avverso l’ordinanza emessa in 17 aprile 2026 dal Tribunale di Nocera Inferiore di rigetto dell’istanza di revoca del decreto di sequestro preventivo emessa del gip nocerino nel 2023. Per la Suprema Corte “Il ricorso è manifestamente infondato. Nell’ambito del procedimento per abuso di ufficio e abuso edilizio il gip aveva disposto il sequestro preventivo dell’area di Mercato San Severino dove la Sessa Group stava realizzando il nuovo palazzetto dello sport. In seguito all’abrogazione del reato di abuso di ufficio, il Gup. del Tribunale di Nocera Inferiore aveva emesso una sentenza di non luogo a procedere e aveva disposto il rinvio a giudizio per l’abuso edilizio. La Sessa Group, terza interessata, aveva chiesto la revoca del sequestro preventivo per l’intervenuta abrogazione del reato di abuso di ufficio che aveva privato il titolo cautelare del suo presupposto principale; per l’assenza di elementi sul contributo concorsuale di Giovanni Sessa nel reato edilizio, non surrogabile con il richiamo all’abuso di ufficio; per la determinazione della Commissione del tavolo tecnico di coordinamento del 4 agosto 2025 che aveva escluso qualsiasi criticità nella procedura amministrativa; per il pregiudizio sproporzionato patito dalla società in oltre tre anni di sequestro. Avverso il rigetto, la società ha proposto appello cautelare che è stato dichiarato inammissibile dal Tribunale del Riesame di Salerno con ordinanza impugnata dalla Sessa Group che ha contestato la formazione di una preclusione cautelare sul “fumus commissi delicti” sulla base dell’abrogazione del reato di abuso di ufficio, determina della Commissione del tavolo tecnico di coordinamento comunale e delibera di Giunta comunale del 12 settembre 2025 che avevano affermato che l’intervento edilizio era di pubblico interesse e che l’opera era legittima. “Nessuno degli elementi menzionati è un novum. Innanzitutto, l’abrogazione dell’abuso di ufficio non ha inciso sull’altro titolo cautelare, e cioè sull’abuso edilizio”, scrive la Cassazione che nel 2024 aveva rigettato il ricorso della stessa Sessa Group avverso l’ordinanza del Tribunale del riesame (prima del rinvio a giudizio). In secondo luogo, la determina della Commissione e la successiva delibera di Giunta hanno avuto a oggetto la dichiarazione di interesse pubblico dell’opera “ma non hanno sanato gli abusi”.Il Tribunale del riesame non ha mancato di rilevare che il sequestro preventivo è di tipo impeditivo e che proprio la prospettazione difensiva in ordine al pregiudizio per la stasi dei lavori rafforza la valutazione in ordine alla sussistenza delle esigenze cautelari poste a fondamento della misura genetica. “La motivazione è ineccepibile e, in ogni caso, va ricordato che il controllo di legittimità delle misure cautelari reali è ammesso solo per violazione di legge”, scrive la Cassazione nelle motivazioni sull inammissibilità del ricorso.
Luigi Lovaglio gioca come se avesse in mano un asso. O almeno come se fosse convinto di averlo. E così, dopo aver spiegato una decina di giorni fa al cda di Mps che all’Opas (offerta pubblica di acquisto e scambio) di Intesa non esisteva una vera alternativa, adesso l’ad del Montepaschi, uomo solo al comando, ne avrebbe trovate addirittura due che potrebbe presentare al cda convocato giovedì 20 agosto.
Luigi Lovaglio con Carlo Messina (Imagoeconomica).
L’ipotesi di doppia Ops su Bpm e Banca Generali
Quando al tavolo non sai più se rilanciare o passare, qualche volta la soluzione è cercare di rovesciarlo con una doppietta. La prima mossa avrebbe il sapore della vendetta. Un’Ops su Bpm, la banca dell’ex amico Giuseppe Castagna, quello che prima lo aveva corteggiato con quella che venne definita una «bella lettera d’amore» in cui proponeva il matrimonio tra i due istituti, e poi lo aveva lasciato al suo destino adducendo la contrarietà del Crédit Agricole, il suo azionista di riferimento. La seconda invece è su Banca Generali. Esattamente ciò che voleva fare Alberto Nagel quando Mediobanca era sotto l’attacco di Mps. Una nemesi quasi perfetta, se non fosse che rischia di assomigliare anche alla dimostrazione che Lovaglio, come Nagel prima di lui, sta cercando di sparare l’ultima cartuccia in un caricatore oramai vuoto. Che l’assalto a Bpm possa riuscire è ipotesi alquanto improbabile, specie pensando che Agricole difficilmente stenderebbe il tappeto rosso senza averci un forte tornaconto. Lato Siena ci sono anche le perplessità che attraversano il stesso consiglio di amministrazione, e poi c’è da fare i con la passivity rule, la regola che impedisce alla società sotto Opas di mettere in campo mosse capaci di ostacolare l’offerta senza passare per la delibera dell’assemblea degli azionisti, a maggioranza qualificata in caso di modifiche al capitale. Solo che Lovaglio, secondo chi conosce il dossier, sarebbe pronto a sostenere che nel suo caso la passivity rule non si applica, dicendosi pronto ad andare in causa per dimostrarlo. Una strada resa ancora più delicata dal fatto che sulla vicenda c’è anche l’attenzione della Procura che nel novembre scorso lo ha iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di concerto nella vendita di azioni Mps in mano al Mef. Insomma, la partita che fino a ieri sembrava soprattutto finanziaria rischia di diventare anche giudiziaria.
Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).
Il cda del Monte viaggia a ranghi ridotti
Il paradosso è che Lovaglio prepara le sue contromosse mentre il cda di Mps viaggia ancora a ranghi ridotti. Dopo la decadenza di Carlo Vivaldi e le dimissioni di Fabrizio Palermo, il consiglio è rimasto con 13 membri anziché 15. Quattro consiglieri di minoranza hanno chiesto di reintegrarlo immediatamente attraverso la cooptazione di Alessandro Caltagirone e Gianluca Brancadoro, primi due non eletti della lista del cda. La banca sostiene che la procedura stia seguendo l’iter richiesto dalla Bce. Resta il fatto politico e societario: mentre si ragiona di Ops, contro-Ops e operazioni capaci di ridisegnare gli equilibri del sistema bancario italiano, due sedie del consiglio continuano a essere vuote. E sono proprio due sedie che spetterebbero alla minoranza. Un dettaglio soltanto in apparenza, perché quando si progettano operazioni destinate a cambiare la fisionomia di una banca, la composizione dell’organo chiamato a valutarle diventa parte della sostanza. Soprattutto se attorno al tavolo non regna esattamente l’unanimità.
La sede del Monte dei Paschi di Siena (Getty Images).
Il jolly di Trieste
Lovaglio però sembra non avere più molto da perdere. E forse proprio per questo continua a comportarsi come l’uomo delle missioni impossibili. È pronto a giocarsi tutto, compreso il patrimonio della banca. Sul tavolo potrebbe finire infatti anche la partecipazione in Generali, ceduta in tutto o in parte per trovare le risorse necessarie a distribuire un dividendo straordinario agli azionisti e rendere meno appetibile l’Opas di Intesa. Solo che quel pacchetto del 13 per cento è nella disponibilità di Mediobanca, visto che la fusione tra Rocca Salimbeni e Piazzetta Cuccia s’ha ancora da fare. Naturalmente, come auspicano anche molti esponenti del governo scottati a suo tempo dall’accusa di tifare per Siena, l’ultima parola dovrebbe averla il mercato. Il condizionale però in questa storia è d’obbligo. Perché un conto è difendere l’autonomia di una banca, un altro è trasformare quella difesa nella battaglia personale di chi la guida. E quando per salvare la casa si cominciano a vendere i mobili di pregio, qualche domanda sul prezzo finale dell’operazione diventa inevitabile.
Piazzetta Cuccia, sede di Mediobanca (foto Imagoeconomica).
Il Pd dimentica il costo della «senesità» del Monte
Ma Lovaglio non ha cercato sponde soltanto nella finanza. Ha bussato anche alla politica. E qui il risultato più sorprendente lo ha ottenuto con il Pd, che per bocca del suo responsabile economico Antonio Misiani è arrivato a invocare il mantenimento della «senesità» del Monte. Una conversione che avrebbe qualcosa di commovente se la memoria non fosse una bestia così fastidiosa. Perché fu proprio negli anni in cui la sinistra esercitava un controllo ferreo sulla banca che Mps si imbarcò nell’acquisizione di Antonveneta, l’operazione destinata a diventare il simbolo della sua rovina. Un’avventura pagata a carissimo prezzo, che contribuì a trascinare il Monte verso una crisi dalla quale sarebbe stato difficilissimo uscire senza l’intervento dello Stato e quindi dei contribuenti.
Antonio Misiani (Imagoeconomica).
Così oggi il partito che vide la banca precipitare quando la «senesità» era garantita soprattutto dalla presa della politica sul Monte riscopre proprio quella senesità come valore da difendere. Lovaglio è riuscito nel piccolo miracolo di trasformare una delle pagine che il Pd senese avrebbe interesse a dimenticare nell’argomento con cui chiedere che tutto resti com’è. Ed è forse questo il bluff più riuscito dell’intera partita. Perché il punto non è stabilire se Siena debba perdere il Monte o se Mps debba necessariamente finire nelle mani di qualcun altro, ma è capire dove finisca la difesa della banca e dove cominci quella di chi la guida. E soprattutto perché, ogni volta che qualcuno pronuncia la parola «senesità», ci si dimentichi di chiedere quanto sia costata l’ultima volta che la politica decise di difenderla. Il poker ha una regola che vale anche quando sul tavolo ci sono miliardi: si può bluffare fino all’ultima carta. Il problema arriva quando qualcuno chiede di vederla.
C’è anche un cittadino italiano tra i sette turisti morti nello schianto di un elicottero in Kenya, avvenuto per cause ancora da accertare nella riserva nazionale del Samburu, nei pressi del monte Ololokwe. Si tratta del 44enne Michele Sensi Contugi, figlio di padre italiano e madre ecuadoriana. Nato in Italia, era un imprenditore molto noto in Ecuador (Paese di cui aveva la cittadinanza) ed era arrivato a far parte del governo guidato da Daniel Noboa: da gennaio del 2024 ricopriva la carica di presidente del Centro Nazionale di Intelligence. Sull’elicottero viaggiava anche la moglie Stephany Vasconez.
Dopo Germaniae Svizzera, anche l’Austria ha deciso di applicare il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo (Geas): in merito ai possibili trasferimenti di richiedenti asilo verso l’Italia, il ministero dell’Interno di Vienna ha riferito che dal 12 giugno, utilizzando mezzi di trasporto pubblico, sono state trasferite nel nostro Paese già quattro persone. «Con il Patto sull’asilo c’è ora la possibilità che, in caso di collaborazione da parte dello straniero di cui è competente uno Stato membro dell’Unione europea, quest’ultimo possa recarsi nello Stato membro in questione con un mezzo di trasporto pubblico», ha spiegato il ministero: «Nella pratica, l’autorità mette quindi a disposizione della persona straniera un biglietto del treno o dell’autobus». E con queste modalità, appunto, quattro migranti sono stati trasferiti in Italia.
I precedenti annunci di Germania e Svizzera
Ieri un annuncio analogo era arrivato dalla Svizzera. Berna ha fatto sapere di aver prenotato i primi voli (niente treno o bus dunque) per i trasferimenti verso l’Italia dei richiedenti asilo che si sono spostati sul territorio elvetico dopo essere sbarcati sulle nostre coste. Il rientro dalla Svizzera all’Italia dei cosiddetti “dublinanti”, ha spiegato la Segreteria di Stato della migrazione, riprenderà dalla fine di agosto. Il primo Paese ad annunciare la ripresa delle espulsioni in Italia dei richiedenti asilo sbarcati sulle coste della Penisola, nell’ambito del nuovo Patto Ue che ha modificato il precedente quadro normativo mantenendo però il principio della responsabilità dello Stato di primo arrivo, è stata la Germania. «Abbiamo chiuso accordi bilaterali con Italia e Grecia stabilendo che le norme di Dublino sarebbero state nuovamente applicate dall’entrata in vigore del sistema europeo comune di asilo a giugno 2026», ha spiegato il ministero dell’Interno.
L’IDF ha annunciato di aver richiesto l’avvio un’indagine penale sulle centinaia di colpi di arma da fuoco sparati contro un veicolo della famiglia Hamada e un’ambulanza della Mezzaluna Rossa, che il 29 gennaio 2024 nella città di Gaza provocarono la morte di nove persone, tra cui la piccola Hind Rajab che era rimasta intrappolata in un’auto. L’episodio provoco un’ondata di indignazione internazionale dopo pubblicazione dell’audio della telefonata alla Mezzaluna Rossa in cui la bambina, di soli cinque anni, chiedeva disperatamente aiuto. Il film La voce di Hind Rajab, che racconta proprio questa vicenda, nel 2025 ha vinto ilLeone d’argento a Venezia. Un’altra inchiesta è stata aperta sulla morte di 15 palestinesi, tra cui personale medico e un dipendente dell’Onu a Tel al-Sultan, avvenuta il 23 marzo 2025.
Tre episodi sono stati invece archiviati
L’esercito di Tel Aviv ha spiegato di aver completato le indagini su diversi «incidenti operativi eccezionali» di alto profilo avvenuti nella Striscia di Gaza e di aver preso «decisioni legali riguardo a cinque incidenti che hanno ricevuto ampia attenzione e copertura da parte dei media». Detto dei due che saranno oggetto di indagini penali, altri tre sono stati archiviati. Non scatterà alcuna inchiesta sul caso dell’uccisione di sette dipendenti della World Central Kitchen a Deir al-Balah, avvenuta il primo aprile 2024. Secondo l’esercito israeliano, «nonostante le gravi carenze nel processo che aveva portato alla valutazione secondo cui nei veicoli viaggiassero operatori di Hamas, le decisioni assunte dai comandanti non sollevano un ragionevole sospetto di condotta criminale». Nessun approfondimento poi su altri due attacchi, in cui sono morti quattro membri di Medici senza frontiere. Dall’inizio della guerra, il Meccanismo di accertamento e valutazione dello stato maggiore dell’IDF ha completato l’esame di circa 150 incidenti, trasmettendoli poi alla procura militare.
Sigfrido Ranucciha dato mandato ai propri legali di querelare la magistrata Clementina Forleo, consigliera della Corte d’appello di Roma, dopo un post su Facebook pubblicato da quest’ultima il 16 agosto. Commentando i recenti sviluppi delle indagini sull’attentato al giornalista, la giudice aveva scritto: «Chi sta ricattando Ranucci? Perché vuole a tutti costi mantenere il timone di Report(trasmissione del servizio pubblico) con la minaccia di spifferare le chat con “tutti”? E chi sono i “tutti” di cui parla?”». E poi: «In un Paese normale (attentato falso o vero a parte) Ranucci sarebbe stato già indagato per estorsione e i suoi telefoni sequestrati: solo per tali gravi intimidazioni. Voglio credere che sarà così e che è solo una questione di tempo: non tutti i magistrati appartengono alla categoria del “tanto meglio”».
L’avvocato di Ranucci: «Affermazioni gravemente calunniose»
Questo il commento dell’avvocato Roberto De Vita, legale di Ranucci, raggiunto da Adnkronos: «Dispiace che una magistrata, ben consapevole dell’importanza delle dichiarazioni pubbliche di chi riveste ruoli istituzionali, abbia fatto affermazioni prive di fondamento e gravemente calunniose, per le quali Ranucci è costretto a rivolgersi alla Autorità Giudiziaria. Parole ben oltre la perdita di sobrietà con gravi conseguenze legali». De Vita ha poi allontanato l’ipotesi di una sospensione di Ranucci, spiegando che ogni eventuale iniziativa della Rai «sarebbe inevitabilmente inquinata dalle falsità».
Clementina Forleo (Imagoeconomica).
La replica della magistrata: «Ho commentato notizie mai smentite»
«Il mio post, come chiarito nei relativi commenti, è stato una mera riflessione a una notizia apparsa su Il Foglio a firma di Carmelo Caruso e poi ripresa da Salvo Sottile nella sua pagina Facebook. Non mi risulta essere stata mai smentita dall’interessato. In uno Stato di diritto ognuno risponde delle sue condotte, ivi incluse le sue querele», ha replicato Forleo.
Manca un mese a Pontida e la sensazione è che il 20 settembre il pratone caro a Umberto Bossi possa essere teatro di una resa dei conti tra Matteo Salvini, segretario della Lega sempre più in bilico, e il fronte dei “nordisti”, che sta premendo per ottenere un congresso straordinario. L’obiettivo dei frondisti è arginare il tracollo di iscritti e consensi e ciò non può che passare dal siluramento del Capitano, che appena un anno fa – sembrano passati secoli – aveva fatto salire sul palco Roberto Vannacci, oggi nei sondaggi davanti alla Lega col suo Futuro Nazionale.
Matteo Salvini (Ansa).
Il fronte del Nord: i leghisti che non vogliono più Salvini
Dopo mesi di tensioni, culminati in un inizio agosto che ha visto la condivisione dello Statuto del partito fantasma su una vecchia chat leghista e un acceso direttivo lombardo in cui è stato chiesto a Salvini di farsi da parte, il governatore della Lombardia Attilio Fontanaha rotto gli indugi in un’intervista al Corriere della Sera. «Non escludo nulla, nemmeno un passo indietro», ha detto riferendosi al capo di via Bellerio, aggiungendo poi di essersi messo al lavoro col segretario della Lega Lombarda Massimiliano Romeo (autore di un libro sul necessario rinnovamento del partito) per un’associazione che dovrebbe raccogliere i malpancisti. Gli altri big dell’ala nordista, è cosa nota, sono Luca Zaia (ex governatore del Veneto), Massimiliano Fedriga (presidente del Friuli-Venezia Giulia) e Maurizio Fugatti (presidente della Provincia autonoma di Trento). Ma Salvini può ancora contare su una serie di fedelissimi.
I fedelissimi sui cui può ancora contare Salvini
Il governatore veneto Alberto Stefani ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera in cui ha difeso il segretario, rompendo il fronte dei governatori del Nord. «Chi oggi polemizza perché a suo tempo non ha scelto di candidarsi e di raccogliere i voti dei militanti?», ha affondato Stefani, ridimensionando le tensioni e le richieste di un passo indietro avanzate da altri importanti esponenti leghisti. Tra i fedelissimi di Salvini va annoverato anche Lorenzo Fontana. Il presidente della Camera è tornato a vestire i panni del militante leghista per difendere il segretario dagli attacchi interni. «Essere alla guida di un partito per tanti anni comporta uno sforzo enorme, e Salvini continua a spendersi, sacrificando anche una parte importante della propria vita privata. Merita più rispetto», ha detto la terza carica dello Stato, spiegando di essere favorevole al dibattito interno, ma in un clima di unità, e ricordando che con Bossi ci furono tempi ancora più magri. C’è poi la fedelissima per eccellenza di Salvini, ossia l’eurodeputata e vicesegretaria federale Silvia Sardone. «Il nostro segretario, peraltro rieletto un anno fa, ha portato il partito dal 5 al 34 per cento, ma questo qualcuno sembra dimenticarlo», ha detto al Corsera. Pontida, ha assicurato, «non sarà una passerella». E poi ha sottolineato: «Autonomia e federalismo fiscale, nostri obiettivi da 30 anni, stanno diventando leggi dello Stato proprio grazie a una Lega che rappresenta tutta l’Italia e con questo segretario».
Parlando col Giornale, l’altro vice, Claudio Durigon, ha puntato il dito contro l’idea dell’associazione lanciata da Fontana. «So che erano contrari a quella che all’epoca aveva creato Roberto Vannacci e quindi mi sembra strano che possano essere oggi favorevoli ad altre associazioni», ha fatto notare il sottosegretario al Lavoro, sponsorizzando poi Salvini per il Viminale: «Sarebbe la persona giusta al posto giusto, senza nulla togliere a Matteo Piantedosi». Dalla parte di Salvini si è schierata inoltre l’eurodeputata Susanna Ceccardi. «Se c’è un problema, argomenta, lo si affronta nelle sedi opportune. C’è stato un congresso l’anno scorso che è stato unitario. Abbiamo cinque ministri lombardi, il tema del Nord è già ampiamente rappresentato», ha detto a Repubblica, escludendo che il segretario possa essere “commissariato” da una direzione collegiale: «Quando scadrà Salvini o se dovesse venire meno la fiducia del Consiglio federale ne riparleremo, ma non mi sembra questo il caso. Se qualcuno vuole continuare strumentalmente a creare un problema sui giornali, problema suo». Ceccardi ha anche affermato che non è possibile «tornare a una stagione secessionista» della Lega Nord: «È una stagione che non c’è più, né c’è questa vocazione nel nostro elettorato».
Per quanto riguarda il già citato direttivo lombardo, gli unici che si sono apertamente schierati con Salvini – come riferito da diverse fonti a Lettera43 – sono stati la ministra per la Disabilità Alessandra Locatelli, il capo dei Giovani Luca Toccalini, il capogruppo in Regione Alessandro Corbetta e il responsabile Esteri Paolo Formentini.
È stato rinviato al 25 agosto l’incontro previsto per domani – giovedì 20 agosto – tra il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e i rappresentanti di Regione Toscana, Comune e Provincia di Siena per affrontare il tema del futuro e delle prospettive di Banca Mps. Il vertice era stato fissato per il 20 agosto a seguito di una formale richiesta presentata insieme dal presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, da quella della Provincia Agnese Carletti e dalla sindaca Nicoletta Fabio.
Domani il cda di Mps: la doppia mossa di Lovaglio
Il consiglio di amministrazione di Monte dei Paschi di Siena dovrebbe riunirsi domani: sul tavolo dovrebbero approdare le operazioni straordinarie messe in campo per resistere all’ offerta pubblica di acquisto e scambio da 30,6 miliardi di Intesa Sanpaolo. Secondo il Sole 24 Ore, il ceo Luigi Lovaglio è intenzionato a proporre una doppia ops su Banco Bpm e Banca Generali.
Sigfrido Ranucci può ritenersi soddisfatto: la prima uscita pubblica dopo le ultime evoluzioni sul caso Lavitola è stata un successo, almeno di pubblico. Martedì il giornalista si trovava a Lavarone, in provincia di Trento, per la presentazione del suo libro Il ritorno della casta, tra applausi e strette di mano. Ovviamente si è parlato del suo futuro a Report. La Rai «può fare quello che vuole», ha ribadito il giornalista. Dal canto suo si è detto disposto a fare un passo «in avanti, indietro, di lato. Il problema non sono io, ma la storia di Report». Qualche stoccata è arrivata anche a chi ha cavalcato la polemica sui costi del programma: «Report è una trasmissione virtuosa. Costa solo 159 mila euro a puntata e fa ascolti elevati. Altri costano il doppio e fanno il 2 per cento di share», ha messo in chiaro Ranucci. Insomma: «Se la Rai si lamenta di Report è come se il Papa si lamentasse del Giubileo». Sul rapporto con Lavitola, invece, si è limitato a ricordare che qualcuno «è amico di Luigi Ciavardini». Un riferimento alla presunta amicizia dell’ex Nar con la presidente della commissione Antimafia, la meloniana Chiara Colosimo, la stessa che qualche giorno fa aveva chiesto di ridurre la scorta a Ranucci. Insomma l’affaire Ranucci-Lavitola e tutto il corollario di polemichette e veleni tiene ancora banco tanto che a Roma qualcuno ha confuso la ridente località trentina con Navarone, quella dei famosi cannoni del film. «Ma no, ma quale Navarone, lui stava a Lavarone…», si sorride nell’afa capitolina. Comunque il botto si è sentito anche lì.
Sigfrido Ranucci.
Le ambizioni di Durigon
Cosa si può fare prima del raduno sul pratone di Pontida del 20 settembre? Il vicesegretario della Lega Claudio Durigon, storico sindacalista Ugl e sottosegretario al ministero del Lavoro, non ci ha pensato due volte: tocca fare un bel convegnone a Roma. Dove? Alle Officine Farneto, luogo caro alle degustazioni di birre (mitica la kermesse “Fermentazioni”), del festival di street food giapponese Kizuna Expo e dei convegni gastronomici di Excellence. L’appuntamento è per l’8 e il 9 settembre, e l’ambizione è di avere tra i relatori Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga. I tre, per ovvie ragioni, non avrebbero alcuna voglia di partecipare. Un’operazione ardita, quella di Durigon, tanto che per il nome del luogo scelto per il convegno c’è già chi l’ha ribattezzato «il farneticante». Secondo alcuni il sottosegretario punterebbe addirittura a candidarsi proprio al posto di Salvini proponendosi come una sorta di “paciere”, rivendicando le sue discendenze nordiche. Una specie di “garante” che però rischia di finire come il vaso di coccio tra quelli di ferro. E poi Matteo Salvini non è disposto, almeno finora, a farsi da parte, impegnato com’è a dare battaglia per tornare al Viminale. Intanto Durigon cerca di “blindarsi” almeno in Lazio: dal primo settembre il suo nuovo capo segreteria al ministero del Lavoro sarà Antonio Giammusso, consigliere comunale leghista a Civitavecchia.
Il Parlamento ucraino ha approvato le nomine di Andrii Sybiha a ministro degli Esteri e quella di Yevhenii Khmara a ministro dellaDifesa, su proposta del presidente Volodymyr Zelensky. Quest’ultimo ha così commentato su X: «I compiti di entrambi sono assolutamente chiari. L’Ucraina ha bisogno di maggiore forza. E l’avrà. Gloria all’Ucraina!».
I am grateful to the MPs for supporting Andrii Sybiha for the position of Minister of Foreign Affairs of Ukraine and Yevhenii Khmara for the position of Minister of Defense of Ukraine. The tasks for both ministers are absolutely clear: Ukraine needs more strength. And it will…
— Volodymyr Zelenskyy / Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) August 19, 2026
Khmara prende il posto di Mykhailo Fedorov, che ha lasciato il ministero della Difesa a luglio dopo appena sei mesi in carica e in mezzo a una forte controversia con Zelensky. Il suo siluramento è stato circondato da polemiche, anche perché lui è molto ben valutato dall’opinione pubblica. Nelle ultime settimane ha accumulato sostegno e viene visto come un eventuale contendente politico di Zelensky in futuro, dopo aver chiesto un «meccanismo legale, sicuro e realistico» affinché l’Ucraina possa tenere elezioni anche in tempo di guerra.
Federacciai, tramite una lettera inviata dal presidente Antonio Gozzi, ha presentato una manifestazione di interesse «esclusivamente preliminare e non vincolante» a nome di 14 società per l’ex Ilva, attualmente gestita da Acciaierie d’Italia. Ansa, che ha visionato la lettera, riporta che il documento prospetta «la realizzazione dell’operazione attraverso un veicolo societario di nuova costituzione», partecipato «direttamente o indirettamente» dalle società interessate. La manifestazione di interesse, che circoscritta alla sola area a freddo dell’impianto di Taranto salverebbe solo i laminatoi e non il ciclo integrale dell’acciaio, è improntata alla massima cautela: Federacciai chiede una due diligence anche per valutare come «assicurare una corretta e sostenibile allocazione dei relativi rischi e responsabilità». Oltre che da Federacciai, l’iniziativa è stata sottoscritta da ABS Acciaierie Bertoli Safau, Acciaieria Arvedi, Acciaierie Venete, Advanced Steel Solutions (Gruppo Asonext), AFV Acciaierie Beltrame, Alfa Acciai, Compagnia Siderurgica Italiana, Duferco Travi e Profilati, Feralpi Siderurgica, Ferriera Valsabbia, Lucchini RS Holding, Marcegaglia Carbon Steel, O.R.I. Martin e Rubiera Special Steel.
Il 2025 ha segnato un bilancio da record per ScontiPoste, il programma fedeltà di Poste italiane dedicato ai titolari di carte di pagamento Postepay e BancoPosta che consente di risparmiare fino al 30 per cento sugli acquisti effettuati con esse. Nell’ultimo anno sono stati restituiti 12 milioni di euro di cashback. A beneficiare dei rimborsi sono stati quasi 3,5 milioni di clienti, grazie a 20 milioni di transazioni che hanno generato un volume complessivo di spesa superiore ai 500 milioni di euro. Un successo che si rinnova anno dopo anno – dal suo lancio, nel 2010, ScontiPoste ha restituito agli italiani oltre 150 milioni di euro in rimborsi, confermandosi tra i programmi di fedeltà più apprezzati.
Come funziona
Per ottenere lo sconto basta pagare negli oltre 12 mila negozi fisici e online convenzionati con le carte Postepay o BancoPosta. In alternativa, è possibile usare il Codice Postepay, scansionando un QR Code o cliccando su un link fornito dal negoziante. Il cashback viene accreditato sulla carta o sul conto selezionato come preferito nell’app Poste italiane o su poste.it. Se non è stato preventivamente selezionato uno strumento, l’accredito è effettuato sulla carta o sul conto legato alla carta usata per il pagamento. Gli sconti sono applicati automaticamente e vengono accreditati entro cinque giorni lavorativi dalla contabilizzazione della transazione. Sul sito Poste.it e sull’app Poste italiane è disponibile l’elenco degli esercenti che aderiscono all’iniziativa, con la possibilità di utilizzare la geolocalizzazione per sapere in tempo reale dove poter usare la carta per ottenere lo sconto
L’Oman sa. Lo confermano a Lettera43 fonti vicine al dossier: a Muscat hanno individuato con precisione la regia dietro le minacce sempre più violente di Donald Trump contro il sultanato. Quella regia avrebbe un nome: Mohammed bin Zayed Al Nahyan, presidente degli Emirati Arabi Uniti. Stando alla ricostruzione, Abu Dhabi da mesi soffierebbe nell’orecchio del presidente americano per ridimensionare il vicino scomodo, uno dei pochi attori del Golfo che parla con tutti e che oggi tiene in mano il negoziato più delicato del pianeta, quello sullo Stretto di Hormuz. Caso vuole che lunedì, nello stesso giorno della seconda minaccia americana, il sultano Haitham bin Tarik sia salito su un aereo per Abu Dhabi e avrebbe messo la questione sul tavolo del diretto interessato.
Lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan accoglie il sultano Haitham bin Tariq ad Abu Dhabi (Ansa).
L’accordo tra Teheran e Muscat e la reazione di Trump
«If Oman gets in the way, we’ll bomb the shit out of them». Se l’Oman si mette in mezzo, lo bombardiamo di brutto. Donald Trump ha scelto il registro che gli è più congeniale per minacciare uno dei più antichi alleati degli Stati Uniti nel Golfo. Le parole, riferite dal corrispondente di Fox News Trey Yingst, sono arrivate nel giorno in cui scadeva il memorandum di 60 giorni tra Washington e Teheran sulla fine della guerra e sul programma nucleare iraniano, senza alcun accordo in vista. La colpa di Muscat è aver fatto ciò che fa da mezzo secolo: mediare. L’agenzia semi-ufficiale iraniana Mehr sabato aveva annunciato l’intesa tra Teheran e Muscat su un meccanismo di gestione del traffico nello Stretto di Hormuz, il corridoio da cui nel 2025 è transitato il 34 per cento del greggio mondiale e che oggi è ridotto alla paralisi: appena 13 navi nel fine settimana, secondo MarineTraffic. Trump rivendica il controllo americano del passaggio e ha ripetuto che gli Stati Uniti potrebbero «tenerselo». Un accordo diretto Iran-Oman, con eventuali pedaggi di transito, scavalcherebbe Washington e ridisegnerebbe la governance del passaggio marittimo più strategico del Pianeta.
Donald Trump (Ansa).
La vera natura della «visita fraterna» del sultano ad Abu Dhabi
C’è però un dettaglio che pesa. Quella di lunedì è la seconda minaccia di Trump all’Oman. Già lo scorso maggio, in una riunione di gabinetto, il presidente americano aveva avvertito che «l’Oman si comporterà come tutti gli altri». Due minacce in tre mesi contro un Paese che ospita da decenni i canali negoziali più delicati tra Washington e Teheran raccontano una pressione costante, alimentata e coltivata. La domanda giusta riguarda chi la alimenta. Una risposta è arrivata nello stesso giorno della minaccia, con un movimento diplomatico che alimenta il sospetto. Lunedì 17 agosto il sultano Haitham bin Tarik è volato ad Abu Dhabi per una «visita privata fraterna» e ha incontrato il presidente emiratino Mohammed bin Zayed Al Nahyan ad Al Shati Palace, palazzo reale utilizzato per incontri diplomatici e visite di Stato.
Mohammed bin Zayed con Haitham bin Tariq (Ansa).
L’avvertimento dell’Oman
Basta leggere la lista della delegazione per subodorare la natura del viaggio. Accanto al sultano sedevano il vice primo ministro per gli affari della Difesa Shihab bin Tarik, il ministro dell’Interno Hamoud bin Faisal Al Busaidi e il generale Sultan bin Mohammed Al Nomani, ministro del Royal Office, l’organo che nel sistema omanita sovrintende ai servizi di intelligence e alla sicurezza dello Stato. Più che una delegazione era l’architettura di sicurezza dell’Oman al completo, schierata davanti al presidente emiratino. Dall’altra parte del tavolo, Abu Dhabi ha risposto con mezza corte: il ministro degli Esteri Abdullah bin Zayed, il vicegovernante di Dubai Maktoum bin Mohammed, Hamdan bin Mohamed bin Zayed. Le stesse fonti descrivono un colloquio senza giri di parole: il sultano avrebbe chiarito direttamente con Mohammed bin Zayed che le interferenze emiratine contro il sultanato devono cessare, e che Muscat conosce nel dettaglio il lavoro di Abu Dhabi sull’amministrazione americana. La visita «fraterna», insomma, è suonata come un avvertimento consegnato di persona, con i vertici della sicurezza omanita come testimoni.
Il sultano omanita Haitham bin Tarik (Ansa).
I possibili moventi di Abu Dhabi
Gli Emirati, del resto, hanno ragioni economiche e ragioni storiche per volere un Oman ridimensionato. Sul piano economico, la chiusura di Hormuz strangola l’export emiratino, con la sola eccezione del terminal di Fujairah che si affaccia oltre lo Stretto. Un accordo Iran-Oman sulla gestione del passaggio, con Muscat nel ruolo di co-garante, taglierebbe fuori Abu Dhabi da ogni voce in capitolo sulla via d’acqua da cui dipende la sua economia. La tensione è già altissima: l’Iran non solo ha nuovamente lanciato missili su Abu Dhabi, ma nei giorni scorsi ha sequestrato una petroliera di proprietà emiratina vicino all’isola di Qeshm. Abu Dhabi, dal canto suo, accusa le forze iraniane di aver attaccato navi collegate ad ADNOC, la compagnia petrolifera nazionale. Sul piano storico, il fascicolo è ancora più spesso. La penisola del Musandam, exclave omanita, spezza la continuità territoriale emiratina proprio sullo stretto di Hormuz e da decenni alimenta le mire di Abu Dhabi. Nel 2011 l’Oman smantellò una rete di spionaggio emiratina che operava nel cuore dell’apparato statale del sultanato, un episodio che Muscat considera chiuso solo formalmente. La diffidenza tra i due vicini convive con 15 miliardi di dollari di interscambio non petrolifero e 35 miliardi di accordi di investimento annunciati nel 2024. Nel Golfo il denaro e il sospetto viaggiano da sempre sullo stesso dhow. Abu Dhabi considera la neutralità omanita un lusso intollerabile e vede nell’attuale debolezza di Muscat, stretto tra le minacce americane e il caos di Hormuz, la finestra per ridimensionare una volta per tutte il vicino ingombrante. La leva scelta è la più potente disponibile: l’orecchio di Donald Trump.
Lo Stretto di Hormuz (Ansa).
L’ultimatum lanciato dal sultano
Il senatore democratico Tim Kaine ha annunciato una risoluzione per vietare qualsiasi azione militare contro l’Oman al rientro del Senato dalla pausa estiva. Jared Kushner, genero e inviato speciale del presidente, continua a insistere sulla pressione economica su Teheran e ha ammonito l’Iran a «non nascondere carte». Trump ha dichiarato di non avere fretta e di non voler estendere il cessate il fuoco, rivendicando un canale diretto con i Pasdaran. Il sultanato, intanto, ha mandato il suo messaggio. Lo ha mandato di persona, ad Al Shati Palace, con i ministri della Difesa e dell’Interno seduti al tavolo. Nel linguaggio felpato della diplomazia del Golfo, dove ogni visita «fraterna» pesa quanto un ultimatum, difficilmente si poteva essere più chiari.
Sigfrido Ranucci ha fatto la sua prima uscita pubblica dopo l’arresto di Valter Lavitola, l’imprenditore e suo stretto amico che ha confessato di aver organizzato l’attentato di ottobre 2025 contro di lui. Il giornalista ha partecipato a una presentazione del suo ultimo libro, Il ritorno della casta, al centro congressi di Lavarone, in provincia di Trento. Durante l’evento, ha commentato alcune delle notizie degli ultimi giorni che lo riguardano, tra cui la possibile sospensione dalla conduzione di Report. Un’ipotesi su cui i dirigenti Rai stanno ragionando dopo che il comitato etico ha depositato una relazione su di lui (il cui contenuto è secretato). Sul suo eventuale successore, però, non si sa ancora nulla – se non che Milena Gabanelli, a cui è stato proposto l’incarico, ha rifiutato. «L’azienda può fare quello che vuole», ha detto Ranucci. E sulla possibilità di fare un passo indietro, cioè andarsene volontariamente: «Lo posso fare in avanti, indietro, di lato. Il problema non sono io, ma la storia di Report».
Ranucci: «Problema mia amicizia con Lavitola? C’è chi è amico di Ciavardini»
I commenti sulla vicenda giudiziaria relativa all’attentato, invece, sono stati pochi. Ranucci si è limitato a difendersi da chi ha criticato la sua frequentazione con Lavitola, personaggio controverso condannato per diversi scandali degli ultimi 20 anni, ma con cui lui aveva una grande familiarità. «Se il problema è la mia amicizia con Lavitola, c’è chi è amico di Luigi Ciavardini (ndr il terrorista condannato per la strage di Bologna)», ha detto. Il riferimento è alla presunta amicizia tra Ciavardini e la presidente della commissione antimafia Chiara Colosimo, deputata di Fratelli d’Italia. Lei ha sempre negato spiegando di averlo incontrato solo per attività relative al reinserimento dei detenuti.
L’Iran sta valutando la possibilità di attaccare obiettivi militari statunitensi in Europa, qualora Donald Trump intensificasse il conflitto contro la Repubblica Islamica. Lo scrive il Financial Times citando due fonti interne al regime di Teheran. Sono da poco terminati i 60 giorni di cessate il fuoco previsti – ma solo in parte rispettati – dal memorandum d’intesa firmato in Pakistan a metà giugno e crescono i timori di un’escalation, che potrebbe riguardare non solo il Medio Oriente.
Missile lanciato dall’Iran (Ansa).
Tra i possibili obiettivi ci sono basi in Bulgaria e a Cipro
Le fonti del Ft hanno spiegato al quotidiano che le forze di Teheran hanno preso in esame possibili raid contro asset Usa in Paesi dell’Europa sud-orientale come la Bulgaria, che a luglio ha autorizzato l’uso della base aerea di Bezmer per il rifornimento di aerei militari statunitensi. Anche Cipro figurerebbe tra i potenziali obiettivi di rappresaglia in caso di una nuova offensiva Usa: a marzo un drone iraniano ha colpito una base britannica sull’isola. Le stesse fonti del Financial Times hanno indicato che le forze iraniane hanno anche valutato la possibilità di attaccare i cavi sottomarini in fibra ottica nello stretto di Hormuz, se il conflitto dovesse intensificarsi. A luglio i pasdaran hanno minacciato il Regno Unito per l’utilizzo da parte degli Stati Uniti di siti militari britannici, affermando che «qualsiasi base utilizzata per lanciare un attacco contro il territorio iraniano sarà considerata un obiettivo legittimo». Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Teheran avrebbe usato questi due mesi di tregua per prepararsi a un’intensificazione dei combattimenti, piuttosto che a dedicarsi alla diplomazia, aumentando la produzione di missili e droni.