Trump minaccia l’Oman: dietro c’è la regia degli Emirati?

L’Oman sa. Lo confermano a Lettera43 fonti vicine al dossier: a Muscat hanno individuato con precisione la regia dietro le minacce sempre più violente di Donald Trump contro il sultanato. Quella regia avrebbe un nome: Mohammed bin Zayed Al Nahyan, presidente degli Emirati Arabi Uniti. Stando alla ricostruzione, Abu Dhabi da mesi soffierebbe nell’orecchio del presidente americano per ridimensionare il vicino scomodo, uno dei pochi attori del Golfo che parla con tutti e che oggi tiene in mano il negoziato più delicato del pianeta, quello sullo Stretto di Hormuz. Caso vuole che lunedì, nello stesso giorno della seconda minaccia americana, il sultano Haitham bin Tarik sia salito su un aereo per Abu Dhabi e avrebbe messo la questione sul tavolo del diretto interessato.

Trump minaccia l’Oman: dietro c’è la regia degli Emirati?
Lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan accoglie il sultano Haitham bin Tariq ad Abu Dhabi (Ansa).

L’accordo tra Teheran e Muscat e la reazione di Trump

«If Oman gets in the way, we’ll bomb the shit out of them». Se l’Oman si mette in mezzo, lo bombardiamo di brutto. Donald Trump ha scelto il registro che gli è più congeniale per minacciare uno dei più antichi alleati degli Stati Uniti nel Golfo. Le parole, riferite dal corrispondente di Fox News Trey Yingst, sono arrivate nel giorno in cui scadeva il memorandum di 60 giorni tra Washington e Teheran sulla fine della guerra e sul programma nucleare iraniano, senza alcun accordo in vista. La colpa di Muscat è aver fatto ciò che fa da mezzo secolo: mediare. L’agenzia semi-ufficiale iraniana Mehr sabato aveva annunciato l’intesa tra Teheran e Muscat su un meccanismo di gestione del traffico nello Stretto di Hormuz, il corridoio da cui nel 2025 è transitato il 34 per cento del greggio mondiale e che oggi è ridotto alla paralisi: appena 13 navi nel fine settimana, secondo MarineTraffic. Trump rivendica il controllo americano del passaggio e ha ripetuto che gli Stati Uniti potrebbero «tenerselo». Un accordo diretto Iran-Oman, con eventuali pedaggi di transito, scavalcherebbe Washington e ridisegnerebbe la governance del passaggio marittimo più strategico del Pianeta.

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Donald Trump (Ansa).

La vera natura della «visita fraterna» del sultano ad Abu Dhabi

C’è però un dettaglio che pesa. Quella di lunedì è la seconda minaccia di Trump all’Oman. Già lo scorso maggio, in una riunione di gabinetto, il presidente americano aveva avvertito che «l’Oman si comporterà come tutti gli altri». Due minacce in tre mesi contro un Paese che ospita da decenni i canali negoziali più delicati tra Washington e Teheran raccontano una pressione costante, alimentata e coltivata. La domanda giusta riguarda chi la alimenta. Una risposta è arrivata nello stesso giorno della minaccia, con un movimento diplomatico che alimenta il sospetto. Lunedì 17 agosto il sultano Haitham bin Tarik è volato ad Abu Dhabi per una «visita privata fraterna» e ha incontrato il presidente emiratino Mohammed bin Zayed Al Nahyan ad Al Shati Palace, palazzo reale utilizzato per incontri diplomatici e visite di Stato.

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Mohammed bin Zayed con Haitham bin Tariq (Ansa).

L’avvertimento dell’Oman

Basta leggere la lista della delegazione per subodorare la natura del viaggio. Accanto al sultano sedevano il vice primo ministro per gli affari della Difesa Shihab bin Tarik, il ministro dell’Interno Hamoud bin Faisal Al Busaidi e il generale Sultan bin Mohammed Al Nomani, ministro del Royal Office, l’organo che nel sistema omanita sovrintende ai servizi di intelligence e alla sicurezza dello Stato. Più che una delegazione era l’architettura di sicurezza dell’Oman al completo, schierata davanti al presidente emiratino. Dall’altra parte del tavolo, Abu Dhabi ha risposto con mezza corte: il ministro degli Esteri Abdullah bin Zayed, il vicegovernante di Dubai Maktoum bin Mohammed, Hamdan bin Mohamed bin Zayed. Le stesse fonti descrivono un colloquio senza giri di parole: il sultano avrebbe chiarito direttamente con Mohammed bin Zayed che le interferenze emiratine contro il sultanato devono cessare, e che Muscat conosce nel dettaglio il lavoro di Abu Dhabi sull’amministrazione americana. La visita «fraterna», insomma, è suonata come un avvertimento consegnato di persona, con i vertici della sicurezza omanita come testimoni.

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Il sultano omanita Haitham bin Tarik (Ansa).

I possibili moventi di Abu Dhabi

Gli Emirati, del resto, hanno ragioni economiche e ragioni storiche per volere un Oman ridimensionato. Sul piano economico, la chiusura di Hormuz strangola l’export emiratino, con la sola eccezione del terminal di Fujairah che si affaccia oltre lo Stretto. Un accordo Iran-Oman sulla gestione del passaggio, con Muscat nel ruolo di co-garante, taglierebbe fuori Abu Dhabi da ogni voce in capitolo sulla via d’acqua da cui dipende la sua economia. La tensione è già altissima: l’Iran non solo ha nuovamente lanciato missili su Abu Dhabi, ma nei giorni scorsi ha sequestrato una petroliera di proprietà emiratina vicino all’isola di Qeshm. Abu Dhabi, dal canto suo, accusa le forze iraniane di aver attaccato navi collegate ad ADNOC, la compagnia petrolifera nazionale. Sul piano storico, il fascicolo è ancora più spesso. La penisola del Musandam, exclave omanita, spezza la continuità territoriale emiratina proprio sullo stretto di Hormuz e da decenni alimenta le mire di Abu Dhabi. Nel 2011 l’Oman smantellò una rete di spionaggio emiratina che operava nel cuore dell’apparato statale del sultanato, un episodio che Muscat considera chiuso solo formalmente. La diffidenza tra i due vicini convive con 15 miliardi di dollari di interscambio non petrolifero e 35 miliardi di accordi di investimento annunciati nel 2024. Nel Golfo il denaro e il sospetto viaggiano da sempre sullo stesso dhow. Abu Dhabi considera la neutralità omanita un lusso intollerabile e vede nell’attuale debolezza di Muscat, stretto tra le minacce americane e il caos di Hormuz, la finestra per ridimensionare una volta per tutte il vicino ingombrante. La leva scelta è la più potente disponibile: l’orecchio di Donald Trump.

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Lo Stretto di Hormuz (Ansa).

L’ultimatum lanciato dal sultano

Il senatore democratico Tim Kaine ha annunciato una risoluzione per vietare qualsiasi azione militare contro l’Oman al rientro del Senato dalla pausa estiva. Jared Kushner, genero e inviato speciale del presidente, continua a insistere sulla pressione economica su Teheran e ha ammonito l’Iran a «non nascondere carte». Trump ha dichiarato di non avere fretta e di non voler estendere il cessate il fuoco, rivendicando un canale diretto con i Pasdaran. Il sultanato, intanto, ha mandato il suo messaggio. Lo ha mandato di persona, ad Al Shati Palace, con i ministri della Difesa e dell’Interno seduti al tavolo. Nel linguaggio felpato della diplomazia del Golfo, dove ogni visita «fraterna» pesa quanto un ultimatum, difficilmente si poteva essere più chiari.

Volo per Santorini rinviato di quasi 18 ore

Una notte di attesa, disagi e interrogativi all’Aeroporto di Salerno-Costa d’Amalfi, dove il volo diretto a Santorini, previsto per lunedì, 17 agosto, alle 17.30, è riuscito a decollare soltanto ieri mattina, 18 agosto, alle 11. Quasi 18 ore di ritardo per i passeggeri, costretti a trascorrere la notte in aeroporto prima di poter finalmente raggiungere la destinazione greca. Un episodio che ha inevitabilmente creato disagi tra i viaggiatori, soprattutto considerando il periodo di Ferragosto e l’elevato numero di persone che, in questi giorni, utilizzano gli aeroporti per raggiungere le mete turistiche. L’attesa si è protratta per tutta la notte, mentre i passeggeri cercavano di ottenere informazioni sulla possibile partenza e sulle cause che avevano determinato il blocco del volo. Va dato atto alla direzione dell’aeroporto di aver deciso di mantenere aperto il terminal per tutta la notte, così da garantire la continuità dei servizi e offrire assistenza ai passeggeri rimasti nello scalo. Una scelta che ha consentito di evitare la chiusura della struttura e di assicurare, per quanto possibile, un punto di riferimento ai viaggiatori in attesa. L’apertura straordinaria del terminal, tuttavia, non ha potuto cancellare i disagi provocati da una permanenza così lunga in aeroporto. Per molti passeggeri, infatti, il viaggio è iniziato con una notte trascorsa tra attese, informazioni frammentarie e l’incertezza sui tempi effettivi della partenza. Al momento restano da chiarire le cause che hanno determinato il ritardo. Non sono ancora noti, infatti, i dettagli dell’accaduto e le motivazioni per le quali un volo programmato alle 17.30 del 17 agosto abbia potuto lasciare lo scalo soltanto alle 11 del giorno successivo. Saranno gli approfondimenti del caso a stabilire se si sia trattato di un problema tecnico, operativo o legato ad altre circostanze. La vicenda, però, rischia di avere un peso che va oltre il singolo disservizio. L’Aeroporto di Salerno-Costa d’Amalfi è infatti uno scalo giovane, protagonista negli ultimi mesi di un percorso di crescita importante, con l’obiettivo di aumentare progressivamente il numero dei collegamenti e dei passeggeri e di consolidare il proprio ruolo nel sistema aeroportuale campano. Proprio per questo, episodi come quello del volo per Santorini rappresentano una pubblicità tutt’altro che positiva per uno scalo che sta cercando di conquistare la fiducia di viaggiatori, compagnie aeree e operatori turistici. La reputazione di un aeroporto passa infatti anche dalla capacità di gestire le situazioni di emergenza e di garantire ai passeggeri informazioni, assistenza e servizi adeguati quando qualcosa non va secondo programma. Il fatto che i passeggeri siano poi riusciti a partire e ad arrivare a destinazione non cancella quanto accaduto. Resta infatti da capire quali siano state le conseguenze del ritardo sulla vacanza dei viaggiatori, considerando che quasi 18 ore possono incidere su coincidenze, prenotazioni, trasferimenti, escursioni e, più in generale, sull’organizzazione di un viaggio programmato da tempo. Ed è proprio sulla tutela dei passeggeri che interviene il Codacons Campania, che si dice pronto ad assistere i viaggiatori coinvolti. «Il Codacons, che da sempre, fin dalla sua nascita, difende gli utenti di tutti i mezzi di trasporto, è disponibile a tutelare i passeggeri danneggiati per quanto avvenuto all’aeroporto di Salerno relativamente al volo per Santorini del 17 agosto 2026», afferma il presidente del Codacons Campania. L’associazione invita quindi i passeggeri che hanno subito disagi a rivolgersi ai propri legali per verificare la situazione e valutare le eventuali forme di tutela previste dalla normativa a favore dei viaggiatori in caso di ritardi e disservizi. I legali del Codacons Campania sono a disposizione dei passeggeri allo 089 252433 oppure attraverso l’indirizzo email codacons.campania@gmail.com, per fornire informazioni e valutare i singoli casi. La vicenda del volo per Santorini riporta dunque al centro il tema della gestione dei disservizi in uno scalo che, proprio in questa fase di espansione, è chiamato a dimostrare di essere in grado non soltanto di accogliere un numero crescente di passeggeri, ma anche di affrontare con efficienza le situazioni impreviste. L’apertura del terminal durante la notte rappresenta certamente un elemento positivo e dimostra la volontà di garantire assistenza ai viaggiatori, ma ora sarà necessario comprendere cosa sia accaduto e perché un collegamento internazionale sia rimasto fermo per così tante ore. Perché se da un lato l’obiettivo è fare del Costa d’Amalfi un aeroporto sempre più importante e competitivo, dall’altro episodi di questo tipo rischiano di alimentare dubbi e malcontento proprio tra quei passeggeri che lo scalo punta a fidelizzare. Una vicenda che, dunque, non si chiude con il decollo delle 11 di questa mattina: ora sarà necessario fare chiarezza sulle cause del ritardo e verificare se ai passeggeri spettino forme di assistenza o compensazione per i disagi subiti.

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Chiudete l’ospedale di Agropoli!

di Arturo Calabrese

Prima che si scateni la funesta ira di coloro i quali si sono da poco riscoperti grandi sostenitori dell’ospedale di Agropoli, sottolineo che il titolo è provocatorio e necessita di una spiegazione. L’ultimo caso che ha riguardato l’uomo di 60 anni, morto dopo essere stato dimesso dal Posto di Soccorso e di Assistenza Urgenza, il Psaut, accresce la lunga lista di decessi che lasciano troppi interrogativi.

Chi scrive, nella ricostruzione dell’articolo uscito ieri e di quello che vedete qui sopra, non ha riportato alcun nome. Lo ha fatto per rispetto della vittima e continuerà a farlo per una lunga serie di motivi, ma internet è grande e l’identità di chi oggi non c’è più è nota a molti.

P., lettera che potrebbe essere usata come iniziale, accusa un malore, va in ospedale e viene dimesso. Dopo qualche ora, ricovero d’urgenza prima ad Eboli, poi a Salerno. Qui, un intervento, ma dopo qualche ora il suo cuore si ferma per sempre. Cosa sia successo non lo sapremo mai, non si verrà mai a conoscenza delle dinamiche, delle vere cause della morte. Non sapremo mai se P. poteva essere salvato, forse malconcio, ma vivo. Così come non lo si potrà mai sapere per tutte le altre persone morte dopo essere state dimesse da Agropoli o inviate altrove.

Di certo c’è che, in taluni casi, ogni minuto è prezioso. E da qui, il titolo provocatorio: chiudete l’ospedale di Agropoli. Inutile tenere lì un punto di soccorso che soccorso non è. Venga abbattuta questa ennesima ipocrisia di un Cilento ormai adagiato su sé stesso. Un ospedale così non serve davvero a niente, se non a ingannare il cittadino che vi si reca per ricevere cure e viene dimesso con la prescrizione di Tachipirina. Il presidente Fico, il sindaco Mutalipassi, gli attivisti, tutti continuano a parlare, ma i fatti dove sono?

La gente continua a morire e la politica continua a guardare. Chiudete l’ospedale di Agropoli o almeno si abbia il coraggio di dire che in città non si può essere curati.

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Ft: «L’Iran sta valutando di colpire obiettivi militari Usa in Europa»

L’Iran sta valutando la possibilità di attaccare obiettivi militari statunitensi in Europa, qualora Donald Trump intensificasse il conflitto contro la Repubblica Islamica. Lo scrive il Financial Times citando due fonti interne al regime di Teheran. Sono da poco terminati i 60 giorni di cessate il fuoco previsti – ma solo in parte rispettati – dal memorandum d’intesa firmato in Pakistan a metà giugno e crescono i timori di un’escalation, che potrebbe riguardare non solo il Medio Oriente.

Ft: «L’Iran sta valutando di colpire obiettivi militari Usa in Europa»
Missile lanciato dall’Iran (Ansa).

Tra i possibili obiettivi ci sono basi in Bulgaria e a Cipro

Le fonti del Ft hanno spiegato al quotidiano che le forze di Teheran hanno preso in esame possibili raid contro asset Usa in Paesi dell’Europa sud-orientale come la Bulgaria, che a luglio ha autorizzato l’uso della base aerea di Bezmer per il rifornimento di aerei militari statunitensi. Anche Cipro figurerebbe tra i potenziali obiettivi di rappresaglia in caso di una nuova offensiva Usa: a marzo un drone iraniano ha colpito una base britannica sull’isola. Le stesse fonti del Financial Times hanno indicato che le forze iraniane hanno anche valutato la possibilità di attaccare i cavi sottomarini in fibra ottica nello stretto di Hormuz, se il conflitto dovesse intensificarsi. A luglio i pasdaran hanno minacciato il Regno Unito per l’utilizzo da parte degli Stati Uniti di siti militari britannici, affermando che «qualsiasi base utilizzata per lanciare un attacco contro il territorio iraniano sarà considerata un obiettivo legittimo». Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Teheran avrebbe usato questi due mesi di tregua per prepararsi a un’intensificazione dei combattimenti, piuttosto che a dedicarsi alla diplomazia, aumentando la produzione di missili e droni.

Il “Gregge” e le ombre nella Chiesa salernitana

di Erika Noschese

Una comunità dai tratti settari all’interno del tessuto ecclesiale campano. Una storia già raccontata attraverso queste colonne e che oggi aggiunge ulteriori elementi. Sì, perché l’Associazione Opera del Gregge del Bambin Gesù, realtà nata negli anni Trenta attorno alla figura di una veggente ed emersa con forza durante l’episcopato di monsignor Gerardo Pierro, porta avanti la propria azione, tutt’altro che positiva, da oltre vent’anni. Tanto che, come già raccontato attraverso queste colonne, sarebbe tuttora capace di influenzare prassi pastorali e percorsi individuali, nonostante i ripetuti interventi di contenimento disposti dalla Santa Sede e dai vescovi succedutisi alla guida della diocesi. Di denunce, nel corso degli anni, ce ne sono state. Alcune risalgono addirittura al 2005 e finirono sulla scrivania dell’allora arcivescovo Pierro. Uno scritto ha tentato di mettere nero su bianco l’attività, a tratti quasi preoccupante, del “Gregge”, contestandone apertamente l’impostazione e definendola espressione di un «falso misticismo». Già vent’anni fa si provava a far emergere aspetti preoccupanti sul piano dottrinario ed ecclesiologico. Un’opera mai sottoposta alla competente Autorità ecclesiastica, accreditando come “autentica” l’esperienza vissuta con la signora Caterina Tramontano Albano sino al 1996 e, successivamente, con Lucia Salito. I sacerdoti appartenenti a quello che nella denuncia viene definito un vero e proprio “cerchio magico” avrebbero sempre basato la propria vita sulla veggente, arrivando soprattutto a fondare la propria identità sacerdotale sulle cosiddette “parole” che la veggente riceveva e che venivano poi trasmesse a un sacerdote che, nel 2005, veniva riconosciuto come «guida della comunità e custode delle Parole che Caterina riceveva dal Signore». Un sacerdozio, dunque, che, secondo quanto riportato nella denuncia, sarebbe stato legato a doppio filo alla figura della veggente e fondato sulle sue presunte rivelazioni. Di conseguenza, sacerdoti che avrebbero trascorso la propria vita credendo in una Chiesa “una e plurale”, in contrasto con il Credo che ogni domenica viene professato nelle assemblee cristiane: «una, santa, cattolica e apostolica». Da oltre vent’anni si assisterebbe dunque a un tentativo di marginalizzare il Vescovo, spaccare la Chiesa e minare la comunione ecclesiale, accompagnato da una sorta di esaltazione e fanatismo. Al centro della contestazione vi sarebbero anche alcune affermazioni shock che sarebbero state ripetute all’interno dei luoghi di culto, fino ad arrivare alla volontà di ribadire quanto il sangue della propria vita assicurasse la filiale adesione alla Santa Chiesa. Ma non è tutto. Già nel 2005 si provava a denunciare anche alcune operazioni di natura economico-finanziaria finalizzate alla costruzione di un “conventino”, costituito da oltre un centinaio di appartamenti, attraverso una cooperativa presieduta, sempre secondo quanto riportato, da uno degli appartenenti alla comunità e in relazione a un’opera che, all’epoca, non sarebbe stata ancora riconosciuta dall’Autorità ecclesiastica. A febbraio 2024, l’arcivescovo metropolita monsignor Andrea Bellandi ne ha disposto il commissariamento della struttura, che ha sede nei Picentini. Monsignor Bellandi, nella sua lettera di nomina dei commissari, ha più volte evidenziato le criticità presenti, tanto da disporre la nomina di monsignor Erasmo Napolitano a commissario arcivescovile e di monsignor Pasquale Silvestri e don Antonio Russo a vicecommissari. Poi, il 7 gennaio 2025, proprio monsignor Bellandi ha revocato il commissariamento del sodalizio, con la nomina di Donatella Nannini a presidente, incarico che aveva già ricoperto per diversi anni. Poi, il silenzio. Di recente, la denuncia di un testimone che ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza all’interno di una parrocchia retta da un sacerdote apertamente legato all’Associazione, trasformando l’esperienza di formazione e servizio in un terreno di scontro ideologico e spirituale, segnato da forti pressioni formali e umane. Oggi, numerosi sacerdoti incardinati nella diocesi e legati alla mentalità del Gregge continuerebbero a portare avanti, con supponenza e pervasività, il proprio modello, condizionando la vita spirituale e personale di chi entra in contatto con queste realtà. Il risultato sembra essere la diffusione di un’immagine distorta e degradata del messaggio evangelico, ridotto a una prassi rigida che soffoca la libertà individuale e altera la genuinità dell’esperienza religiosa. È un quadro che, se confermato negli atti e nelle circostanze riportate nella denuncia, restituisce l’immagine di una realtà che avrebbe continuato per anni a muoversi ai margini della struttura ecclesiale, esercitando una propria influenza e alimentando interrogativi tutt’altro che secondari sulla comunione ecclesiale, sulla formazione dei sacerdoti e sul rapporto con l’autorità del Vescovo. Ed è proprio per questo che quel documento, consegnato nel dicembre 2025, merita di essere letto e approfondito: non soltanto per ciò che racconta del passato, ma per capire quanto di quella vicenda appartenga ancora al presente della Chiesa salernitana.

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Gabanelli a Report dopo Ranucci? «Me l’hanno chiesto ma non torno»

La Rai a chiesto a Milena Gabanelli di tornare alla guida di Report, ma lei ha declinato. L’ha confermato lei stessa in un’intervista al Giornale: «Se questa voce gira è evidente che mi è stata fatta questa richiesta. Diciamo che mi è stata fatta pervenire. Ma il pervenuto per me vale quasi zero. Quindi no, non intendo tornare». Anche perché «il rito della riesumazione non va bene, io sono fuori». «E poi sia chiara una cosa: i programmi sono fatti dalla squadra. Colpire la squadra mi pare che sia un delitto». E, sul caso Ranucci-Lavitola, preferisce tenersi fuori: «C’è già tanta gente che parla e dice di tutto di più. Io mi tengo fuori. Un mio virgolettato sulla vicenda Report non lo avrà nessuno». Intanto ai vertici Rai continua a tenere banco la questione della conduzione del programma nella prossima stagione. Secondo quanto scrive Libero, l’azienda avrebbe già scelto di non affidarla a Ranucci. Ma è una decisione da prendere con cautela, per evitare «il rischio di trasformarlo in una specie di martire», si riflette. Intanto il giornalista ha fatto la sua prima uscita pubblica dopo l’arresto di Lavitola per presentare il suo libro Il ritorno della casta. Ogni data verrà ora monitorata e ogni frase critica verso l’azienda potrebbe sortire un effetto boomerang.

Edoardo Rocco: «Basta manovre, Eboli ha fame di lavoro»

EBOLI – Una riflessione di mezza estate che guarda già al futuro politico e amministrativo di Eboli. È quella dell’avvocato Edoardo Rocco, candidato sindaco di Eboli e presidente di Cosmo Innovatore, che torna a porre al centro del dibattito la propria idea di città, prendendo le mosse da due questioni che, secondo Rocco, meritano una valutazione complessiva: la riqualificazione di piazza Tito Flavio Silvano e gli interventi che riguardano l’area dell’ex Pezzullo. Due progetti che, osserva, partono entrambi dalla riqualificazione urbana, ma che devono essere necessariamente inseriti in una visione più ampia delle prospettive di Eboli. Rocco parte da una considerazione netta sulle condizioni della macchina comunale. «Abbiamo una sede comunale che, a volerla definire orrenda, è poco», sostiene, sollevando anche interrogativi sulla conformità degli uffici alle norme di legge. Di fronte al Municipio c’è poi il Matteo Ripa, edificio storico che potrebbe essere riqualificato. Ma la domanda posta dal candidato sindaco è precisa: in vista di cosa e di quale progetto? Da qui l’interrogativo politico: è davvero questa la priorità in un momento in cui gli abitanti di piazza Borgo attendono risposte sul proprio destino? Per Rocco il problema è soprattutto quello di individuare le prospettive reali della città. E la risposta, nella sua analisi, è racchiusa in una parola: lavoro. «Eboli ha fame, ha fame di lavoro», afferma Rocco, rilanciando il programma di Cosmo Innovatore, già presentato da mesi ai cittadini e alle forze politiche per aprire una discussione. Un richiamo che arriva mentre, a suo giudizio, il confronto politico rischia di concentrarsi su liste, candidati, alleanze e «rimescolanze dei soliti noti e dei soliti volti», invece di affrontare la questione fondamentale: come creare occupazione e nuove opportunità per Eboli e per gli ebolitani. Il giudizio sulla situazione politica è particolarmente duro. Rocco parla di «inciuci e manovre» e accusa la politica di offrire uno spettacolo che definisce «becero», mentre la città avrebbe bisogno di una strategia concreta per uscire dalle difficoltà. Eboli, che la si guardi dalle colline o dal mare, appare lontana dalla sua grande bellezza, offuscata – nella sua lettura – da interessi e spartizioni. E proprio dal mare Rocco invita a guardare Eboli. Il litorale, sostiene, potrebbe rappresentare una delle principali occasioni di sviluppo. La sua riqualificazione potrebbe generare, secondo il candidato sindaco, decine e centinaia di posti di lavoro nell’immediato, ma per riuscirci sarebbe necessario innanzitutto costruire rapporti istituzionali con Regione Campania, Provincia e gli altri enti interessati. L’obiettivo sarebbe quello di dotare il litorale ebolitano degli strumenti necessari a favorire investimenti, strutture ricettive, occupazione e, di conseguenza, maggiore sicurezza economica e sociale. «Di questo si tace», denuncia Rocco, contrapponendo alla prospettiva di sviluppo quella che definisce una politica fatta di chiamate, appoggi e accordi personali. Nella nota, il presidente di Cosmo Innovatore lancia poi una provocazione nei confronti di chi, negli anni, ha amministrato o tentato di amministrare la città: «Con quale coraggio» – si chiede – non andare sul litorale e guardare Eboli dal mare verso le colline e viceversa? Una domanda che diventa, nelle intenzioni di Rocco, un invito a misurarsi concretamente con la realtà del territorio. Ma la riflessione contiene anche un messaggio diretto alle forze politiche. Cosmo Innovatore, ricorda Rocco, ha già chiesto e torna a chiedere a ciascuna forza politica l’indicazione di due persone di fiducia che possano partecipare a una discussione seria sul programma. Il termine indicato è quello della fine di dicembre 2026. Da settembre a dicembre, spiega, ogni mese le forze politiche saranno chiamate in piazza a rispondere dell’offerta programmatica e a discuterla «nell’interesse degli Ebolitani e non dei loro interessi particolari». Dopo il 31 dicembre, invece, ciascuno seguirà la propria strada. Cosmo Innovatore presenterà la propria «unica e sola lista» e correrà con quella. Chi avrà condiviso il progetto potrà continuare a sostenerlo, ma non potrà più farne parte. Rocco non risparmia quindi una stoccata a chi, a suo dire, si limita a interpretare un ruolo politico senza confrontarsi realmente con le emergenze sociali. Rivendica invece l’attività svolta personalmente e dal movimento, ricordando l’impegno nella soluzione di nodi sociali, nella convivenza civile e nell’aiuto a persone in difficoltà, fino alla raccolta di rifiuti abbandonati e all’assistenza a chi vive situazioni di miseria nel tentativo di garantire un futuro ai propri figli. La parte conclusiva della riflessione torna però alla proposta amministrativa. Per Rocco, l’area ex Pezzullo potrebbe diventare il luogo nel quale realizzare un vero e proprio «Palazzo di città», una sede comunale degna di questo nome e strutturalmente in regola. Ma il progetto complessivo dovrebbe comprendere anche la messa in sicurezza degli edifici pubblici, asili nido efficienti e gratuiti, un’edilizia scolastica finalmente adeguata e una politica capace di affrontare direttamente il problema della disoccupazione e della «mala occupazione». La chiave indicata è un PUC coraggioso, pensato per la rinascita del territorio e non «ostaggio di quattro benestanti e benpensanti». È, in definitiva, l’idea di una Eboli che dovrebbe tornare a programmare, investire e creare lavoro. «Proviamo a lavorare», è l’appello finale di Edoardo Rocco. Una frase semplice che, nella sua riflessione di mezza estate, assume il valore di una vera e propria parola d’ordine per la campagna elettorale che guarda alla prossima primavera. La nota di Rocco conferma dunque la volontà di Cosmo Innovatore di mantenere aperto il confronto con tutte le forze politiche, ma anche di fissare una scadenza precisa: entro la fine dell’anno, discutere programmi e prospettive; dopo, scegliere definitivamente la propria strada.

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Trump rinvia l’entrata in vigore dei dazi al 50 per cento per il Canada

Donald Trump ha annunciato su Truth la sospensione per tre giorni dei nuovi dazi del 50 per cento su un’ampia gamma di prodotti provenienti dal Canada, che sarebbero dovuti entrare in vigore oggi. La misura, annunciata a luglio, avrebbe interessato importazioni per un valore stimato di circa 20 miliardi di dollari. «Canada e Stati Uniti, in attesa della finalizzazione dei documenti, hanno raggiunto un accordo! Il grande oleodotto Keystone XL, tanto tempo fa accantonato dal sonnolento Joe Biden, potrebbe essere riportato in vita!», ha scritto il tycoon sulla sua piattaforma social. Il rinvio dell’entrata in vigore dei dazi è stato confermato dal primo ministro canadese Mark Carney, che ha parlato di «progressi sostanziali».

Trump rinvia l’entrata in vigore dei dazi al 50 per cento per il Canada
Mark Carney e Donald Trump (Ansa).

Le tariffe del 50 per cento, senza esenzioni per i prodotti conformi allo USMCA (accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada), avrebbero potuto colpire numerose categorie di beni canadesi: dai latticini agli alcolici, fino ai mobili e alle materie plastiche, passando per capi d’abbigliamento e attrezzature industriali. I prodotti interessati rappresentano circa il 5 per cento del valore delle importazioni statunitensi dal Canada registrate nel 2025.

Trump ha citato l’oleodotto Keystone XL: le cose da sapere

Trump, senza fornire ulteriori dettagli, nel suo post ha citato l’oleodotto Keystone XL, proposto nel 2008 per trasportare petrolio dalle sabbie bituminose del Canada occidentale alle raffinerie Usa, è stato bloccato nel 2021 dalla società proprietaria TC Energy, dopo che Biden aveva revocato un permesso fondamentale per il tratto statunitense dell’infrastruttura, lunga quasi 2 mila chilometri. L’opera è diventata un punto di forte attrito nelle relazioni tra Stati Uniti e Canada, a causa dell’opposizione di proprietari terrieri statunitensi, tribù di nativi americani ed ecologisti. Altri oleodotti nordamericani, tra cui il Dakota Access e la Enbridge Line 3, hanno incontrato una costante opposizione da parte dei gruppi ambientalisti, preoccupati per il rischio di sversamenti.

Ucraina, l’ex ministro Fedorov chiede elezioni anche in tempo di guerra

L’Ucraina deve trovare un meccanismo per tenere le elezioni anche in tempo di guerra. Lo ha chiesto l’ex ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov in un discorso trasmesso su Youtube, in cui ha affermato che «la democrazia non può essere tenuta in ostaggio dalla Russia» e che «è necessario trovare un meccanismo legale, sicuro e realistico che permetta all’Ucraina di ripristinare un processo democratico a tutti gli effetti anche in caso di guerra prolungata». «Dobbiamo rispondere a una domanda fondamentale: come dovrebbe funzionare uno Stato se la guerra dura per anni? Cosa succederebbe se la guerra durasse un altro anno? Due? Tre? La Russia potrebbe davvero ottenere il diritto di decidere quando gli ucraini potranno eleggere nuovamente il proprio governo? Sono convinto di no», ha spiegato.

Un discorso che rende più profonda la crisi politica seguita al suo siluramento

Di qui la necessità di trovare un modo per indire elezioni anche durante un conflitto. «È difficile. Dobbiamo garantire il diritto di voto ai militari. Milioni di ucraini all’estero. Persone nelle regioni in prima linea. Dobbiamo garantire la sicurezza del processo elettorale, l’indipendenza delle istituzioni e la fiducia nel risultato. Ma la complessità non significa impossibilità. L’Ucraina ha fatto molte volte ciò che il mondo considerava impossibile», ha sottolineato. Le parole di Fedorov promettono di approfondire ulteriormente la crisi politica provocata dalla decisione del presidente Volodymyr Zelensky di destituirlo dal suo incarico di ministro della Difesa nell’ambito di un rimpasto di governo. Una scelta giustificata dai cattivi rapporti con l’allora comandante delle forze armate Oleksandr Syrsky – anche lui silurato poco dopo – ma che ha provocato un’ondata di proteste di piazza in Ucraina, con migliaia di persone scese in strada a sostegno di Fedorov.

Salerno, la svolta green delle Fonderie Pisano

di Erika Noschese

Uno stabilimento green, un lasciapassare per la nuova azienda che potrebbe sorgere, verosimilmente, in Irpinia. Lavoratori, sindacati e Rsu ieri mattina hanno aperto le porte dello stabilimento di via dei Greci ai cittadini per presentare quello che sarà, o meglio, potrebbe essere, il nuovo impianto, sulla base del progetto presentato dai Pisano per provare a ottenere, nel corso della Conferenza dei Servizi in programma il prossimo 26 agosto, il rinnovo dell’Aia che, di fatto, consentirebbe la ripresa dei lavori. «Siamo sempre fermi ormai da cinque mesi. I forni previsti nel nuovo progetto sono totalmente elettrici, quindi il progetto è completamente green e prevede la dismissione dei cubilotti a carbone, cosa che vedremo all’interno dello stabilimento. Noi siamo fiduciosi in vista della Conferenza dei Servizi che si terrà la prossima settimana e non ci resta altro che attendere», ha dichiarato Mimmo Volpe della Rsu, ribadendo che i cubilotti sono stati dismessi, non sono più riattivabili e che la demolizione avverrà nei prossimi giorni o nelle prossime settimane, «anche perché non è un’operazione semplicissima». I lavoratori oggi confidano «nella ripresa della produzione a Fratte, che, ribadiamo, per noi deve essere sempre transitoria, perché la delocalizzazione resta il nostro obiettivo. Il nostro futuro è la delocalizzazione, un percorso che l’azienda sta cercando di portare avanti concretamente da oltre un decennio, attraverso l’acquisizione di vari terreni in diverse province, incontrando però sempre barricate e non riuscendo, finora, a raggiungere l’obiettivo». Al momento non ci sono certezze sul nuovo sito produttivo, ma l’ipotesi più accreditata resta l’Irpinia. Dalla Fiom Cgil hanno aggiunto: «L’importante è lavorare e, qualora il progetto dovesse concretizzarsi, andremo lì». Come detto, ieri mattina l’impianto di via dei Greci è stato aperto alla cittadinanza con il solo obiettivo di illustrare dove sorgeranno i forni elettrici destinati a sostituire quelli che hanno portato alla chiusura delle fonderie. «Non abbiamo mai visto i cittadini schierati contro di noi. Non è mai stata tangibile una vera contrapposizione con i cittadini, tant’è vero che, con questo progetto, confidiamo di agevolare ulteriormente il rapporto con il vicinato e, magari, che questa esperienza possa essere propedeutica alla nuova fonderia. In altre parole, potrebbe essere la dimostrazione di ciò che può accadere in un altro territorio: senza odori, senza impatto e senza criticità per il territorio», ha aggiunto Volpe. Intanto, nella mattinata di ieri si è tenuta anche un’assemblea aperta delle maestranze delle Fonderie Pisano Salerno. L’assemblea è stata occasione per fare il punto sulle iniziative sindacali in corso e in programma, sulle prospettive che la Fiom Cgil rivendica di traguardare e per rendere ulteriormente note a tutti le problematiche che i dipendenti stanno affrontando. In merito agli incontri avuti nelle ultime settimane, sia con il Comune di Salerno e con l’Assessorato alle Attività Produttive della Regione Campania, sia con esponenti del Dipartimento Arpac di Salerno e con l’Asl Salerno, è emersa l’utilità dell’azione finora condotta, finalizzata appunto a sensibilizzare coloro che dovranno, a brevissimo, entrare collegialmente nel merito del nuovo progetto di revisione dell’Aia, che prevede, già per l’opificio di Fratte, la completa decarbonizzazione degli impianti. «La nostra sensibilizzazione, nel portare i temi del lavoro e del futuro, ha anche rivendicato il massimo livello tecnico nelle valutazioni da compiere, a garanzia di piena imparzialità rispetto alle proposte progettuali presentate dalla proprietà, che saranno discusse nella suddetta Conferenza. A noi quelle proposte convincono, per la loro capacità di tenere insieme, fin da subito, lavoro e salute, per una ripresa delle attività e per la possibilità che daranno di poter finalmente guardare a un vero percorso futuro dove, a partire dal tavolo Mimit già attivo a Roma, si aprirebbe una fase nuova della vertenza, nella quale dovrà parlarsi esclusivamente e celermente del nuovo stabilimento e dei nuovi investimenti da fare in altra area idonea. Dunque, teniamo a ribadire che, dinanzi a una prospettiva così articolata e complessa, nessuna istituzione locale, regionale o nazionale deve sentirsi esclusa dal fare la propria parte, ciascuna per le proprie competenze, per cercare di traguardare una possibile ripresa e, con essa, soprattutto e finalmente, l’avvio di nuovi investimenti in provincia di Salerno», ha dichiarato Francesca D’Elia, della segreteria provinciale Fiom Cgil Salerno. «Con la visita alle parti dello stabilimento interessate alla transizione, inoltre, i presenti hanno potuto constatare che, man mano, tutti gli impianti e le attrezzature interne di fusione con il vecchio processo alimentato a carbone sono in fase di smantellamento, per fare posto alla possibile installazione dei forni elettrici. In ultimo toccherà anche ai camini, dove occorrerà coinvolgere ditte specializzate, a ulteriore dimostrazione che nessuna fusione potrà più avvenire se non con tecnologie avanzate e compatibili con l’ambiente e la salute di tutti. Tuttavia, pur permanendo uno spirito positivo e propositivo con cui continueremo ad affrontare i prossimi appuntamenti, permane tra le oltre 100 maestranze e le loro famiglie un clima di forte preoccupazione, per la condizione attuale di incertezza e di redditi ridotti all’osso a causa della cassa integrazione e, ancora di più, per gli interrogativi sul futuro, laddove gli enti competenti dovessero prendere direzioni diverse da quelle da noi auspicate. Per queste ragioni, in attesa della discussione e dei giudizi che si apriranno il prossimo 26 agosto, l’assemblea, all’unanimità, ha deciso di tenere un presidio per mercoledì 26 agosto, dalle 9.30, presso gli spazi antistanti gli uffici della Regione Campania, sede di Salerno, in via Generale Clark 103, dove lavoratori e famiglie attenderanno gli esiti della Conferenza dei Servizi programmata per la stessa data».

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Salernitana, Cosmi pensa alle due punte

di Marco De Martino

SALERNO – Come ampiamente anticipato, la Salernitana ieri pomeriggio ha ufficializzato altre due operazioni, una in entrata e una in uscita. Il club granata ha comunicato di aver raggiunto l’accordo con il Sorrento per il trasferimento a titolo definitivo dell’attaccante Eugenio D’Ursi. Il classe 1995 ha firmato un contratto con la Salernitana fino al 30 giugno 2028. D’Ursi è già pronto a vivere la sua nuova avventura con la maglia granata e, all’uscita dalla sede sociale dopo la firma, ha parlato ai presenti mostrando entusiasmo per l’inizio della stagione: «Ci vediamo lunedì allo stadio. La gara da ex contro il Sorrento? Sono sempre pronto. Sono carico e speriamo di fare un gran campionato. Felicissimo di essere qui, darò tutto per questi colori e per la tifoseria». Parole che testimoniano la voglia dell’attaccante di iniziare subito a lavorare con i nuovi compagni e di conquistare i tifosi granata. D’Ursi ritroverà inoltre da avversario il Sorrento, squadra dalla quale arriva e contro cui potrebbe affrontare proprio il suo esordio ufficiale in granata. Per far posto al bomber, Cosmi potrebbe modificare l’assetto tattico passando dal 3-4-2-1 al 3-4-1-2, anche per consentire a Lescano di essere meno solo ed avere un partner con cui dialogare. Contestualmente, la Salernitana ha ufficializzato anche la cessione di Franco Ferrari. L’attaccante argentino, classe 1995, lascia il club granata per trasferirsi a titolo definitivo al Guidonia Montecelio. Si chiude così l’esperienza dell’argentino a Salerno, mentre per la società prosegue il lavoro sul mercato per completare la rosa in vista del campionato.

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Da presidente di tutti a uomo di Salvini: la riconversione di Lorenzo Fontana

Lorenzo Fontana si è reso invisibile per quasi quattro anni, senza mai lasciare lo scranno più alto di Montecitorio, numero tre della Repubblica dopo il divin Mattarella e il tonitruante La Russa. Del leghista ultracattolico, putiniano pentito, ex ministro della Famiglia e fedelissimo di Matteo Salvini, non è rimasto quasi più nulla. 

Da presidente di tutti a uomo di Salvini: la riconversione di Lorenzo Fontana
Ignazio La Russa, Sergio Mattarella e Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).

Anni all’insegna della sobrietà istituzionale

Fontana aveva preso talmente sul serio il ruolo da riuscire nel miracolo: tenersi la poltrona facendo dimenticare chi ci sedeva sopra. Tutto il contrario di Ignazio La Russa, che è presidente del Senato senza smettere un sol giorno di indossare le vesti del militante. Ha continuato a parlare, polemizzare, spesso provocare: insomma, La Russa è rimasto La Russa. Fontana invece si era dato subito una regolata. Sobrioistituzionale, financo pacioso nella sua compunta curialità. Uno di quei casi in cui l’abito fa il monaco, o almeno riesce a nascondere bene chi c’è sotto. 

Da presidente di tutti a uomo di Salvini: la riconversione di Lorenzo Fontana
Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).

L’uscita in difesa del capo

Ultimamente però qualcosa è cambiato. Caso Delmastro: chat congelate, palla passata alla Giunta per il Regolamento, esattamente come chiedeva la maggioranza. Scelta formalmente corretta, ma dal peso politico evidente. Il presidente super partes cominciava a mostrare la sua parte. Poi l’intervento in difesa di Salvini. Con il segretario che vistosamente traballa, Fontana rompe il silenzio e fa sapere che Matteo «merita più rispetto». Ricorda i bei tempi, quando prese un partito moribondo e lo resuscitò, e invita tutti a non dividersi.  

La partita di fine legislatura

Fontana è stato il suo vice, con Salvini è diventato ministro e poi presidente della Camera. Difficile non leggerci un moto di riconoscenza, merce rara in politica, soprattutto quando chi dovrebbe riceverla è in difficoltà. E non è poco, perché dopo i guai che ha combinato ci vuole un certo coraggio per continuare a sostenere lo Zelig dell’ex Carroccio. Anche perché, preso il partito al 4 per cento e portato al 34, Salvini è riuscito nell’impresa di riconsegnarlo più o meno dove l’aveva trovato. E poi Fontana ha solo 46 anni. Un po’ presto per entrare nel mausoleo degli ex presidenti della Camera, prestigiosa categoria che garantisce ufficio, staff e uno status che dura ben oltre la carica. La legislatura sta per finire e l’ex impiegato della Fiera di Verona dovrà pur inventarsi qualcosa, magari continuando a fare politica. Cosa per cui, dettaglio fastidioso, occorre essere eletti

Da presidente di tutti a uomo di Salvini: la riconversione di Lorenzo Fontana
Matteo Salvini e Lorenzo Fontana nel 2018 (Imagoeconomica).

Da presidente di tutti è tornato a essere l’uomo di qualcuno

E allora questo suo improvviso rigurgito salviniano assume una luce diversa. Dopo quasi quattro anni da presidente di tutti, Fontana ha pensato bene di tornare a essere l’uomo di qualcuno. Quello che farà le liste, sempre che i suoi ex amici non lo facciano sloggiare prima

BCC Magna Grecia cresce e rafforza il sostegno al territorio

Raccolta totale a 1,68 miliardi e importante crescita della raccolta indiretta (+20,00% nei dodici mesi). BCC Magna Grecia chiude il primo semestre 2026 con risultati che confermano solidità patrimoniale, capacità reddituale e vicinanza alle famiglie e alle imprese dei territori serviti. La raccolta complessiva raggiunge 1,68 miliardi di euro, mentre la raccolta indiretta sale a circa 445 milioni di euro, con un aumento su base annuale di 75 mln di euro, segnando un incremento prossimo al 20 % rispetto a giugno 2025. Gli impieghi alla clientela superano i 700 milioni di euro, confermando il sostegno della banca all’economia locale. Il dato del Cost Income al 63,87% conferma un equilibrato profilo gestionale a testimonianza di un andamento della Banca con profili di efficientamento sempre crescenti. «I risultati raggiunti nel primo semestre confermano la forza del modello cooperativo della nostra banca e la fiducia che soci e clienti continuano ad accordarci», dichiara il Presidente del Consiglio di amministrazione Giuseppe Tuozzo. «Continuiamo a generare valore mantenendo saldo il legame con le comunità e sostenendo lo sviluppo dei nostri territori con responsabilità e visione di lungo periodo. La crescente fiducia e la confermata stima di Soci e Clienti ci gratificano e ci spingono a lavorare nella costruzione di un modello di Banca che sia del Territorio e dei Soci. Il lavoro portato avanti da questo Consiglio di amministrazione, in grande sinergia con il Collegio Sindacale, ha come obiettivo il consolidamento del ruolo della nostra Banca, come faro e volano di sviluppo per l’economia locale». «L’andamento positivo delle principali grandezze economiche, frutto di importanti performance in ambito commerciale, testimonia l’efficacia del percorso intrapreso», aggiunge il Direttore Generale Salvatore Angione. «La crescita della raccolta indiretta, l’ormai costante crescita delle erogazioni creditizie, il miglioramento dell’efficienza operativa e la solidità patrimoniale ci consentono di continuare a investire in innovazione, qualità del servizio e vicinanza ai clienti. Un sentito ringraziamento ai nostri collaboratori per la qualificata prestazione che mettono a disposizione dei nostri Soci e dei nostri clienti.». Numeri che raccontano una banca solida, ma soprattutto una banca che continua a investire nelle relazioni e nelle opportunità dei territori in cui opera. BCC MAGNA GRECIA BCC Magna Grecia aderisce al Gruppo BCC Iccrea. Il Gruppo BCC Iccrea è il maggiore Gruppo Bancario Cooperativo italiano e il 9° a livello mondiale per ricavi. È inoltre l’unico Gruppo Bancario nazionale a capitale interamente italiano, il secondo per numero di sportelli e tra i 7 istituti bancari a rilevanza sistemica in Italia. Il Gruppo, ai vertici di sistema per solidità patrimoniale, è costituito da 111 Banche di Credito Cooperativo, presenti in più di 1.700 comuni italiani con oltre 2.400 sportelli, e da altre società bancarie, finanziarie e strumentali controllate dalla Capogruppo BCC Banca Iccrea. Il Gruppo partecipa alla Fondazione del Credito Cooperativo “Tertio Millennio” – ETS, organismo senza scopo di lucro istituito nel 2002 nell’ambito del Credito Cooperativo per sviluppare attività di solidarietà sociale in Italia e all’estero.

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Pisano. Forte: “Il Comune esprima un parere sull’incompatibilità urbanistica”

di Erika Noschese

Una richiesta di incontro, la terza, ancora una volta disattesa. Il Comitato Salute e Vita, presieduto da Lorenzo Forte, e l’associazione Medicina Democratica, insieme a un gruppo di attivisti, si sono ritrovati ieri mattina sotto la sede di Palazzo Guerra per chiedere un confronto con il sindaco Vincenzo De Luca in vista della Conferenza dei servizi in programma il prossimo 26 agosto, appuntamento che potrebbe consentire alle Fonderie Pisano di tornare operative sulla base del nuovo progetto presentato dalla proprietà. «Noi abbiamo chiesto il 13 luglio di incontrare il sindaco De Luca e, successivamente, a fine luglio, abbiamo reiterato la richiesta, perché riteniamo cruciale che il Comune di Salerno faccia la sua parte. Questo atteggiamento omertoso, questo “gioco delle tre carte” – perché lo diciamo chiaramente, il sindaco sta facendo il gioco delle tre carte – ci sembra molto grave», ha dichiarato Lorenzo Forte, confermando che anche l’incontro richiesto ieri mattina non avrebbe trovato riscontro. Di fatto, ieri mattina a Palazzo Guerra non era presente alcun amministratore, presumibilmente anche a causa della pausa estiva. Una circostanza che ha alimentato la protesta del comitato, che da anni chiede chiarezza sul futuro dell’impianto di Fratte e, soprattutto, sulla compatibilità urbanistica dell’area. «Il Comune di Salerno, nel 2006, in piena libertà, ha deciso che quell’area era ed è residenziale e commerciale. Nel corso degli anni sono stati realizzati una clinica, un centro commerciale e migliaia di abitazioni. Al Comune è stato chiesto dalla Regione Campania di chiarire se quella destinazione urbanistica fosse compatibile o meno con un impianto altamente nocivo, che viene già definito dalla normativa nazionale come fabbrica insalubre», ha aggiunto il presidente del Comitato Salute e Vita. «E allora è possibile che il Comune non possa assumersi la responsabilità di dichiarare quello che è logico? Quell’area, dove è stato realizzato l’impianto, è diventata, nel corso di vent’anni, di fatto – oltre che formalmente – residenziale e commerciale. È possibile che il Comune non si assuma la responsabilità di esprimere un parere di incompatibilità urbanistica per un’attività industriale di questa natura?». Per Forte, la realizzazione dei nuovi forni elettrici non rappresenterebbe una soluzione definitiva. «Questa storia ci riempie di dispiacere e di dolore soprattutto per i lavoratori, perché ancora una volta vengono presi in giro. Innanzitutto, per installare i forni elettrici servirà almeno un anno. Secondo: quell’impianto è incompatibile con quell’area, lì non può stare e, quindi, comunque deve andare via». «Noi non riusciamo a capire perché sia il sindacato sia la proprietà continuino a rincorrere qualcosa che non comprendiamo. La proprietà non vuole fare la bonifica. Tutto quello che sta mettendo in campo, a nostro avviso, è un tentativo per evitare la bonifica, che costa milioni e che renderebbe palese quello che è stato fatto e che è stato già scritto nella sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo: ovvero che è stato creato un disastro ambientale». Forte ha poi ribadito la posizione del comitato in vista dell’appuntamento del 26 agosto. «La Conferenza dei servizi non potrà che certificare che quell’impianto è incompatibile. Però vogliamo che il Comune di Salerno, che il sindaco e i suoi uffici, con la dirigente Cantisani, si assumano la responsabilità, visto che sono pagati come dirigenti proprio per svolgere questo compito, e diano un parere». «Lo possono dare anche favorevole. Possono anche dire che quella fabbrica è compatibile. Le scelte sono due. Se quella fabbrica è urbanisticamente incompatibile con il piano regolatore che il Comune ha liberamente approvato, allora il Comune si assuma la responsabilità di fare una variante urbanistica e di trasformare quell’area in zona industriale. E poi vediamo». Il presidente del Comitato Salute e Vita annuncia inoltre la possibilità di ricorrere alla Procura. «Noi siamo pronti anche ad andare davanti alla Procura e a presentare denunce se, il 26 agosto, il Comune non darà un parere, come è stato già richiesto dalla Regione, sul piano urbanistico». «Poi, sul piano dell’inquinamento, dovranno essere l’Arpac e l’Asl a valutare il progetto. Noi abbiamo già vinto: noi, il comitato e i cittadini che lottano da 23 anni abbiamo costretto la proprietà delle Fonderie Pisano a dover prevedere i forni elettrici e a chiudere quello che per noi rappresenta il male assoluto, cioè i forni attualmente in funzione». Il comitato annuncia dunque battaglia in vista della Conferenza dei servizi. «Non è possibile realizzare un impianto in una zona nella quale il piano regolatore prevede che si possano effettuare soltanto interventi ordinari e non interventi urbanistici straordinari o di nuova costruzione». «Lo prevede il piano. È talmente chiaro e palese che il sindaco dovrà semplicemente chiedere ai suoi dirigenti, alla dirigente Cantisani, di esprimere un parere», conclude Forte. Alla manifestazione di protesta era presente anche il consigliere comunale Franco Massimo Lanocita, che ha posto l’accento proprio sulla questione urbanistica. «La Regione Campania aveva chiesto preliminarmente al Comune un certificato di destinazione urbanistica per capire se la fabbrica fosse compatibile o meno con quella zona. Urbanisticamente, la fabbrica non è più compatibile. Quindi questo avrebbe evitato anche la Conferenza dei servizi, se sia gli uffici sia lo stesso De Luca avessero risposto coerentemente alla richiesta avanzata dalla Regione Campania». «Stanno tentando di mandare tutto in caciara. Lo scontro che c’è tra De Luca e Fico si consuma anche su questa vicenda. Ovviamente noi non ci stiamo. Qui si tratta della pelle dei cittadini: dei cittadini di Fratte, delle frazioni alte, di Baronissi e di Pellezzano, che sanno perfettamente che la fabbrica se ne deve andare». «Questa, quindi, è una questione preliminare, dal punto di vista urbanistico: la fabbrica è compatibile o meno con la destinazione urbanistica dell’area? Non è compatibile, perché la destinazione urbanistica è un’altra. Quindi non possiamo neanche arrivare alla Conferenza dei servizi. Questa sarà la domanda principale e preliminare che porremo al Comune di Salerno in sede di Conferenza dei servizi», conclude Lanocita. Sulla stessa linea anche l’ex dirigente del Comune di Salerno, già candidato al Consiglio comunale in quota Movimento 5 Stelle, Alberto Di Lorenzo. «Per quanto mi è dato sapere, la Conferenza dei servizi che è stata convocata per il prossimo 26 agosto è, in realtà, un modulo procedimentale finalizzato a raccogliere in un unico momento i pareri di tutti gli enti e gli uffici che devono esprimersi sull’argomento». «Ma la destinazione urbanistica si pone come condicio sine qua non per avviare tutto il procedimento. Per cui, se non c’è conformità urbanistica, è inutile fare la Conferenza dei servizi: di che cosa parliamo?». «Credo che l’Amministrazione comunale abbia tutto l’interesse a impostare una contrapposizione con la Regione e, quindi, a movimentare le acque, a buttarla in caciara, non so come dire. Ma la questione è assolutamente semplice, molto lineare». La Conferenza dei servizi del 26 agosto si preannuncia dunque come un passaggio cruciale per il futuro delle Fonderie Pisano. Al centro del confronto, oltre agli aspetti ambientali e sanitari legati al nuovo progetto, ci sarà soprattutto la questione della compatibilità urbanistica dell’impianto con l’area in cui sorge, sulla quale il comitato e le associazioni chiedono al Comune di Salerno di assumere una posizione chiara.

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Addio a Varenne, leggenda italiana nel mondo

Una morte fulminante, proprio come quelle corse al trotto che lo hanno reso il più forte di tutti i tempi. Il cuore di Varenne, il cavallo-campione, ha smesso di battere ad Eboli in un box dell’allevamento LJ. Aveva 31 anni e alle spalle una vita di successi. Il decesso, si legge nei canali social ufficiali, è stato provocato da un infarto. “Al di là degli acciacchi dell’età, stava discretamente bene”, racconta il proprietario dell’allevamento Dario De Angelis. “Era insieme a Giovanni, un nostro collaboratore che si occupava di lui, quando intorno alle 2 si è improvvisamente accasciato. Era da poco rientrato da una passeggiata nel parco, d’estate era facile che uscisse di notte. Noi lo abbiamo coccolato in ogni modo e siamo onorati di averlo avuto con noi”. La morte avvenuta ad Eboli ha reso ancora più forte il legame di Varenne con la Campania. Sebbene fosse nato a Copparo, in Emilia Romagna, il trottatore era considerato un napoletano d’adozione. Enzo Giordano, suo storico proprietario, era partenopeo. E Varenne aveva conquistato alcuni dei suoi successi più importanti proprio sulla pista di Agnano. Non a caso, il 4 maggio del 2025, il ‘Capitano’ tornò su quel circuito – in occasione del Gran Premio che porta il suo nome – per festeggiare i suoi 30 anni di vita e rendere omaggio a Giordano, venuto a mancare all’età di 71 anni, l’uomo che lo creò e che non lo considerava suo ma un patrimonio dell’Italia e degli italiani. “Lo compro – disse al driver Giampaolo Minucci che glielo consigliò -. Il nome del cavallo mi piace perchè in viaggio di nozze a Parigi ho soggiornato in rue de Varenne”. Da lì cominciò la leggenda. A settembre del 2002 il ‘Capitano’ aveva disputato l’ultima gara di una lunga serie: su 72 corse, ne aveva vinte 63, raccogliendo oltre sei milioni di euro in premi. “Ho avuto l’onore di premiare la sua straordinaria carriera a Verona, durante Fieracavalli”, ricorda il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida. Da un anno e mezzo Varenne era tornato in Campania, proprio per volere del suo proprietario Giordano. “Avevamo un rapporto molto stretto, apprezzava il nostro allevamento e ci teneva che venisse da me. Devo ringraziarlo per avermi concesso questo onore”, spiega De Angelis, che nella sua struttura ha curato nei minimi particolari l’assistenza della leggenda del trotto. Il cavallo viveva in un box di 30 metri quadri, dotato di due ingressi e tre ventilatori. Era seguito da due veterinari e un nutrizionista e mangiava pasti differenti cinque volte al giorno. Durante la giornata usciva spesso a passeggiare nel parco, accudito da Giovanni e Sara. “Poter vivere con Varenne – confessa il proprietario dell’allevamento – mi ha fatto capire che era un cavallo fuori dal normale, aveva un’intelligenza quasi umana e lo si vedeva dalle piccole cose. Qui da noi si è subito ambientato, aveva il suo mondo. Noi lo curavamo come un cavallo anziano, poi veniva il campione e per noi era un’emozione in più. Ma avremmo seguito così qualsiasi altro cavallo anziano”. Un legame forte, venuto improvvisamente a mancare. “Oggi abbiamo innanzitutto perso un cavallo e, poi, abbiamo perso Varenne. Questo fa doppiamente male. Mi piace solo pensare che è andato da Enzo, questo – afferma De Angelis – mi fa soffrire meno perché finalmente si sono ricongiunti”. Varenne era nel cuore di tutti, non solo degli appassionati di ippica. Lo ricordano il presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia (“Oggi se ne va un cavallo straordinario, ma resta il mito. Quando correva, correva l’Italia”) e il governatore del Piemonte, Alberto Cirio (“Una leggenda capace di portare il nostro Paese sul tetto del mondo”). E ancora: l’ex manager Rolando Luzi, che vendette il campione a Giordano (“Ha cambiato la vita di tutti noi)”, Maurizio Ughi, l’ex ad di Snai che nel 2000 comprò il 50% del cavallo (“Pigro ma con una testa superiore, un mito irripetibile”), i proprietari dell’allevamento del Ferrarese dove Varenne nacque il 19 maggio del 1995, in una notte di tempesta (“Sei sempre stato immortale, grazie immenso Capitano”).

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Pitti Pizza & Friends: stili, territori e culture della pizza attraverso 21 forni

Metti una sera a Salerno, al Pitti Pizza & Friends. Quattro spicchi di pizza. Quattro stili differenti, quattro modi di interpretare impasti, cotture e tradizioni, quattro scuole di pensiero che raccontano territori diversi. Dal 25 al 30 agosto, in Piazza della Libertà, l’edizione 2026 dell’evento dedicato al piatto made in Italy per eccellenza punta proprio sull’esperienza della degustazione. I 21 forni che illumineranno con le loro fiamme Piazza della Libertà, la più grande piazza sul mare d’Europa, proporranno percorsi pensati per consentire al pubblico di assaggiare, nello stesso piatto, modi differenti del fare pizza. Inaugurata nel settembre 2021 e progettata dall’architetto spagnolo Ricardo Bofill, Piazza della Libertà si estende per circa 28mila metri quadrati, affacciati direttamente sul Golfo di Salerno, tra la spiaggia di Santa Teresa e il Crescent. Una scenografia naturale e urbana che, per sei sere, diventerà parte integrante del racconto di Pitti Pizza & Friends. È proprio nella possibilità di confrontare impasti, cotture e interpretazioni diverse di uno dei piatti simbolo della nostra tavola che sta la forza di una manifestazione capace, negli anni, di richiamare migliaia di visitatori non soltanto a Salerno, ma anche nelle edizioni organizzate a Roma, Firenze, Parma e in Costa Azzurra. La direzione tecnica di Nunzio Mascolo punta a costruire una vera e propria piazza della pizza, luogo d’incontro tra pizzaioli ambassador della tradizione e interpreti dell’innovazione. Tra le insegne protagoniste ci saranno Antica Pizzeria Reginè di Salerno, I Due Fratelli di Salerno, Il Panuozzo di Gragnano – I Due Fratelli, 280 Grammi di Caserta, Brandi di Napoli, Pizza a Metro di Vico Equense, La Pizza di Umberto Falcone di Salerno, L’Angelo e il Diavolo di Salerno, Quanto Basta di San Giorgio del Sannio e Salerno, La Perla di Pulecenella di Salerno, Il Vicolo della Neve di Salerno e Antico Borgo di Nocera. Con Pizzeria Madison sarà inoltre presente un forno dedicato alle persone celiache, in collaborazione con AIC Campania – Associazione Italiana Celiachia. Torna anche la pizzeria San Matteo di New York, espressione di quel legame tra la tradizione della pizza campana e le comunità che, oltreoceano, continuano a custodirla e reinterpretarla. Tra le novità dell’edizione 2026 c’è la partecipazione del Maestro Cavaliere Giuseppe Corsini, riconosciuto come il primo pizzaiolo sordo d’Europa. Salernitano, Corsini ha iniziato il proprio percorso professionale a Parigi negli anni Ottanta, per poi approfondire e perfezionare la conoscenza della pizza napoletana e contemporanea. Pitti Pizza & Friends intreccia gastronomia, spettacolo, musica, comicità e promozione del territorio, trasformando per sei sere Piazza della Libertà in un villaggio dei saperi e dei sapori. Tra le collaborazioni di questa edizione anche quella con In Vino Civitas, il Salone del vino di Salerno, che porterà all’interno del villaggio un approfondimento dedicato agli abbinamenti tra pizza e vino, mettendo in dialogo due produzioni che raccontano i luoghi, le materie prime e le culture del gusto. Accanto alla pizza troveranno spazio alcune delle produzioni che sono simbolo d’identità: dalla mozzarella di bufala, proposta dall’azienda La Contadina, al fiordilatte della storica Latteria Sorrentina, fondata nel 1880. Ilka farà degustare il suo fior di latte San Matteo. E poi ancora la farina di Molini Pizzuti. Spazio anche per i sapori del Cilento con la proposta di A casa tua – Sapori Cilentani: patate sfritte e biete, piatto semplice della tradizione contadina, servito con il viccio cilentano, per riportare in Piazza della Libertà sapori legati alla memoria gastronomica del territorio. La manifestazione è ideata da Maurizio Falcone e promossa dall’Associazione Alimenta, presieduta dallo stesso Falcone con Alfonso Aufiero vicepresidente, ed è organizzata con Effe Emme Eventi. Pitti Pizza & Friends porta con sé oltre 25 anni di storia. La prima edizione risale al 1998, quando nacque l’intuizione di trasformare il centro storico di Salerno in una grande pizzeria a cielo aperto, mettendo insieme fin dall’inizio le diverse anime della tradizione campana. Da allora sono stati oltre 500 i maestri pizzaioli, provenienti dall’Italia e dal resto del mondo, che hanno contribuito a scrivere la storia della manifestazione. Impasti, territori, generazioni e differenti modi di interpretare la pizza sono gli ingredienti che hanno permesso di conquistare oltre due milioni di visitatori.

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Perché la condanna di Assad è un banco di prova per la nuova Siria

«Il processo e la condanna a morte in contumacia di Bashar al-Assad e i suoi collaboratori rappresentano un momento fondamentale per il sistema giudiziario siriano». Così il giornalista Mansour Al Omari commenta la recente sentenza del tribunale penale di Damasco nei confronti dell’ex presidente siriano accusato di crimini di guerra e contro l’umanità. Stessa sorte toccata, il 18 agosto, a suo cugino Wassim al-Assad, ex capo della sicurezza presidenziale, giudicato colpevole di omicidi premeditati e atti di tortura.

Perché la condanna di Assad è un banco di prova per la nuova Siria
Bashar al-Assad (Ansa).

La lunga battaglia di Al Omari

Per Al Omari con la condanna di al-Assad, riparato in Russia dopo la caduta del regime, si chiude il primo capitolo di una lunga lotta iniziata nel 2011, quando documentava per il Syrian Center for Media and Freedom of Expression le violazioni dei diritti umani perpetrate nel Paese, raccogliendo dati sulle persone scomparse o detenute nelle carceri del regime. Nel 2012 venne arrestato insieme ai suoi colleghi e trasferito in un centro di detenzione gestito dalla 4ª divisione corazzata. «Ogni giorno, siamo stati torturati, picchiati e umiliati», racconta a Lettera43. «Nei mesi di prigionia io e i miei compagni abbiamo compilato una lista con i nomi delle 82 persone detenute insieme a noi. Li abbiamo trascritti su strisce di tessuto strappate dalle nostre divise carcerarie usando sangue e ruggine come inchiostro. Abbiamo giurato che il primo di noi che sarebbe uscito vivo dalla prigione avrebbe portato con sé la lista e avrebbe rintracciato le famiglie dei detenuti per fornire informazioni sui loro cari. Sono stato liberato nel 2013 e l’ho portata con me». 

Perché la condanna di Assad è un banco di prova per la nuova Siria
Mansour al Omari con in mano le strisce di tessuto su cui ha trascritto la lista dei detenuti.

Garantire un equo processo è il primo passo per uno Stato di diritto

Tra i condannati in contumacia dal tribunale di Damasco figura anche Maher al-Assad, fratello dell’ex presidente e già comandante della 4ª divisione corazzata. «Solo sette delle 82 persone che erano imprigionate con me sono sopravvissute, 18 sono morte in prigionia e le altre risultano scomparse. Sto ancora cercando di rintracciarle. Maher è responsabile di tutto questo», afferma Al Omari. Il giornalista è convinto che il processo e la sentenza – la prima di questo tipo emessa dalla nuova magistratura siriana – rappresentino un banco di prova molto importante per l’intero sistema giudiziario e per la transizione democratica del Paese. L’unico dei condannati presenti in aula era Atef Najib, cugino di al-Assad e funzionario della sicurezza della provincia di Daraa nel 2011, all’inizio della rivolta siriana. È stato accusato di tortura e omicidio. Al Omari non ha dubbi: a Najib deve essere garantito un equo processo. «Queste sono le caratteristiche fondamentali di uno Stato di diritto, per cui i siriani hanno combattuto e sofferto. Anche quando il verdetto sarà confermato in ultimo grado, sarà necessario istruire un altro processo sui crimini commessi da Najib a Idlib e in altre aree della Siria dopo il 2011». È questa la strada per la preparazione di una riforma giudiziaria che definisca responsabilità e limiti dell’azione delle forze dell’ordine e dell’esercito per evitare che commettano di nuovo queste atrocità. 

Perché la condanna di Assad è un banco di prova per la nuova Siria
Atef Najib a processo (Ansa).

L’estradizione di al-Assad è una questione politica

Un punto particolarmente delicato riguarda la capacità del nuovo governo siriano di ottenere l’estradizione di Bashar al-Assad e del fratello Maher dalla Russia, dove si trovano anche altri condannati, tra cui l’ex ministro della Difesa Fahd al-Freij e l’ex capo dell’intelligence militare Louay al Ali. Finora i mandati di arresto emessi da Damasco nel dicembre 2025 così come quelli emessi negli anni precedenti da numerosi tribunali occidentali non hanno portato a nessun risultato concreto. «L’estradizione di al-Assad è una questione politica», insiste Al Omari. «E la Siria potrebbe ritenere la Russia responsabile per la violazione degli obblighi internazionali». Nonostante i dubbi sul nuovo corso, lui non perde le speranze: è sicuro che un giorno sarà chiamato a testimoniare contro il suo torturatore.

Perché la condanna di Assad è un banco di prova per la nuova Siria
Mansour Al Omari.

Russia sempre più a secco: benzina e gasolio disponibili in un distributore su quattro

Secondo quanto riportato dal quotidiano filogovernativo Izvestia, al 16 agosto la benzina e il gasolio erano disponibili solo nel 28 per cento delle stazioni di servizio della Federazione Russa (incluse nel database dell’app GdeBenz). Appena una settimana prima il carburante era disponibile nel 41 per cento delle stazioni di servizio. Il dato è chiaro: la Russia di Vladimir Putin, che già all’inizio di luglio aveva detto stop all’export di gasolio, sta rimanendo a secco.

Russia sempre più a secco: benzina e gasolio disponibili in un distributore su quattro
Segnalazione di carburante non disponibile in una pompa di benzina in Russia (Ansa).

La scarsità di benzina e diesel riguarda tutto il Paese

Nell’ultima settimana, scrive Izvestia, la disponibilità di benzina e diesel è diminuita nelle regioni di Volgograd, Chelyabinsk, Orenburg, Voronezh, Samara, Penza, Saratov, Lipetsk e Rostov, così come nella Repubblica del Tatarstan. Ma la scarsità di carburante riguarda anche Mosca: Izvestia ha verificato la situazione in 21 stazioni di servizio nella capitale russa e nella sua regione di Mosca, rilevando che la benzina a 92 ottani era disponibile in sette punti di rifornimento, quella a 95 ottani in sei e quella a 98 ottani solo in cinque. Situazione simile per il diesel: RBC, canale dedicato all’economia, riporta che il gasolio a Mosca è disponibile solo in una stazione di servizio su cinque.

Russia sempre più a secco: benzina e gasolio disponibili in un distributore su quattro
Rifornimento di benzina in Russia (Ansa).

La crisi dei carburanti va avanti da fine maggio

Da parte sua il ministro dell’Energia Sergei Tsivilev ha dichiarato che benzina e gasolio sono disponibili presso la maggior parte delle stazioni di servizio. Ammettendo però che si stanno formando sempre più spesso lunghe code ai distributori, ha assicurato che il governo «sta lavorando attivamente per risolvere il problema». La crisi dei carburanti, innescata dai ripetuti attacchi condotti dall’Ucraina con droni contro le raffinerie, i magazzini e i centri logistici del Paese, è iniziata in Russia alla fine di maggio. Già da gennaio era iniziata l’impennata dei prezzi, aumentati in pochi mesi dell’11,6 per cento.

La provocazione di Trump: Hormuz «nuovo territorio Usa»

Nel corso di un’altra giornata di alta tensione sull’asse Washington-Teheran, Donald Trump ha scelto di provocare l’Iran (e forse anche l’Oman) postando su Truth una cartina dello stretto di Hormuz con la scritta: «New US Territory». Dopo la Groenlandia, insomma, il tycoon ha “annesso” almeno sui social il passaggio marittimo cruciale per il commercio globale, oggetto da mesi di un braccio di ferro con l’Iran. Successivamente, sempre su Truth, ha scritto: «Non sono in corso né programmati colloqui o conversazioni con la Repubblica Islamica dell’Iran. Il blocco navale rimane pienamente in vigore. Lo stretto di Hormuz è aperto e operativo. Tutte le mine marine sono state rimosse o fatte brillare».

La provocazione di Trump: Hormuz «nuovo territorio Usa»

Per l’Iran lo stretto resta invece chiuso

Qualche ora prima Mohammad Ghalibaf, capo negoziatore iraniano e presidente del Parlamento di Teheran, aveva dichiarato che lo stretto di Hormuz «non verrà riaperto finché non saranno revocati il blocco navale, non verranno rilasciati gli asset iraniani congelati, revocato l’embargo petrolifero, non saranno cessate le minacce e le operazioni militari su tutti i fronti e non saranno rispettati gli altri punti del memorandum d’intesa con gli Stati Uniti». Nelle stesse ore, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi aveva affermato che l’obiettivo degli Usa è obbligare l’Iran alla resa, cosa che non avverrà: «Abbiamo vinto la guerra e abbiamo vinto anche sul piano diplomatico, costringendo il nemico ad accettare le nostre condizioni».

Migranti, la Svizzera come la Germania: rimanda in Italia i richiedenti asilo non di sua competenza

Dopo la Germania, anche la Svizzera riprende i trasferimenti verso l’Italia dei richiedenti asilo che si sono spostati sul suo territorio dopo essere sbarcati sulle nostre coste (i cosiddetti dublinanti). «I primi voli sono stati prenotati», ha confermato Magdalena Baker, portavoce della Segreteria di Stato della migrazione (Sem), spiegando che la pratica ricomincerà dalla fine di agosto e che al momento si tratta soltanto di casi isolati. La Sem ha concordato con le autorità italiane che la ripresa avvenga in modo graduale e sostenibile per entrambe le parti.

La decisione dopo l’entrata in vigore del nuovo accordo Ue

Subito dopo il suo insediamento nel 2022, il governo Meloni aveva sospeso le procedure di riammissione dei migranti da altri Paesi europei. Si tratta di cittadini stranieri che, dopo essere approdati in Italia, si erano spostati in altri Stati e qui avevano chiesto accoglienza. Ma il trattato di Dublino prevede che questa domanda vada esaminata dalla nazione di ingresso del migrante, il che metteva Roma in una condizione di inadempienza. L’Italia aveva congelato questo meccanismo sostenendo di essere sottoposta a una forte pressione migratoria. Il 12 giugno 2026, però, è entrato in vigore il nuovo accordo Ue che prevede aiuti e compensazioni per gli Stati che subiscono i flussi migratori (come l’Italia), a patto che questi ultimi rispettino le altre parti del trattato. Tra cui l’obbligo di esaminare le richieste di asilo. La Svizzera, dunque, ne reclama il rispetto (ndr anche se non è territorio dell’Unione europea, aderisce all’accordo di Schengen sulla libera circolazione).

È morto Varenne, addio al cavallo trottatore più forte di tutti i tempi

Addio al cavallo Varenne, considerato il miglior trottatore di tutti i tempi, morto a 31 anni nell’allevamento LJ di Eboli (Salerno). Figlio dello stallone americano Waikiki Beach e della fattrice italiana Ialmaz, Varenne – chiamato così per la rue de Varenne di Parigi, dove si trova l’Ambasciata d’Italia in Francia – era nato presso l’allevamento di Zenzalino a Copparo (Ferrara) il 19 maggio 1995. Acquistato da Enzo Giordano per 180 milioni di lire dopo una promettente ma sfortunata prova d’esordio e affidato all’allenatore finlandese Jori Turja, a esclusione della sua prima gara e di sole altre due nel corso della carriera, Varenne è sempre stato guidato dal driver Giampaolo Minnucci. In tutto ha conquistato 62 vittorie su 73 corse disputate, vincendo oltre 6 milioni di euro in premi.

È morto Varenne, addio al cavallo trottatore più forte di tutti i tempi

Tra i suoi principali successi il Derby italiano del trotto (1998), il Gran Premio Lotteria di Agnano (2000, 2001 e 2002), il Prix d’Amérique (2001 e 2002), l’Elitloppet (2001 e 2002) e la Breeders Crown (2001). Nel 2001, dunque, riuscì a imporsi in tutte e tre le prove del Grand Slam del trotto europeo (Amérique, Lotteria, Elitloppet) e anche nella Breeders Crown, la corsa più importante degli Stati Uniti.

È morto Varenne, addio al cavallo trottatore più forte di tutti i tempi
È morto Varenne, addio al cavallo trottatore più forte di tutti i tempi
È morto Varenne, addio al cavallo trottatore più forte di tutti i tempi
È morto Varenne, addio al cavallo trottatore più forte di tutti i tempi
È morto Varenne, addio al cavallo trottatore più forte di tutti i tempi

La sua fama travalicò i confini dell’ippica

Le sue prestazioni gli garantirono l’attenzione dei media, con numerosi articoli e copertine anche sulla stampa non specializzata, in Italia e all’estero. All’apice della sua carriera, la Snai (attraverso l’agenzia pubblicitaria Saatchi & Saatchi) commissionò a Enzo Jannacci un inno per il cavallo. Il cantautore milanese, appassionato di ippica, accettò con entusiasmo: «In due giorni ho composto la canzone: Varenne non è un cavallo, è un capolavoro».

Dopo il ritiro dalle corse, avvenuto il 28 settembre del 2002 (anno in cui aveva completato il Grand Slam europeo), Varenne aveva continuato a essere protagonista come stallone: tra i suoi figli (circa 2 mila) figurano già cinque vincitori del Derby.

Lo sfottò di La Russa al Pd, il fuoco di Puglia di Meloni e la conta di Pontida: le pillole del giorno

Sono giorni intensi per il presidente del Senato Ignazio La Russa. Tra un fendente a Report («Va cambiato, non eliminato perché non è possibile che le inchieste solo per l’1,5 per cento dei casi hanno riguardato il partito di sinistra più grosso»), un pronostico elettorale («Alle elezioni il centrodestra batterà la sinistra a prescindere da Vannacci») e gli auguri a Mogol per i suoi 90 anni, la seconda carica dello Stato ha trovato il tempo per bacchettare il Pd pisano per procurato allarme fascismo. Tutto è nato dalla scritta «Si fascia» notata qualche giorno fa da alcuni genitori su un muro della scuola Collodi interessata da lavori di ristrutturazione. Naturalmente è scattato il tam tam sui social rilanciato, con zelo, dal vicepresidente del Consiglio regionale Antonio Mazzeo. Il quale, ingranando la quarta, aveva definito quello sfregio nero «un gesto gravissimo e intollerabile» e «ancora più odioso» perché apparso sui muri di una scuola. A ruota lo aveva seguito la senatrice dem Ylenia Zambito.

L’indignazione però è durata solo qualche ora, perché già domenica sera, come scrive il Corriere Fiorentino, qualcuno aveva cominciato a nutrire dubbi sul vero senso della scritta. E così è stata appurata la verità: quel «si fascia» era stato scritto dagli operai del cantiere per segnalare gli interventi da realizzare. Sono seguite le pubbliche scuse dei segnalatori. «Ho commesso un errore. Può capitare. E quando capita si deve avere l’onestà di dirlo», ha scritto su Fb Mazzeo. «Sarebbe bello lo facessero tutti, soprattutto di fronte al proliferare continuo, e spesso costruito ad arte, di fake news o immagini false generate dall’intelligenza artificiale. Come sarebbe bello che la stessa solerzia della destra pisana, oggi così attenta a commentare questo “errore”, si manifestasse anche nel prendere le distanze senza ambiguità quando, ed è accaduto tante volte, compaiono davvero scritte inneggianti al fascismo o al nazismo. Ma immagino che per quello serva fare i conti con la storia». «La destra pisana mi prende in giro perché ho commesso un errore, ed è giusto ammetterlo», è stata la difesa social di Zambito. «Aver scambiato le scritte di cantiere per scritte inneggianti al fascismo è stato un errore commesso per un eccesso di preoccupazione per i rigurgiti fascisti che proliferano a Pisa e nel Paese. Quella preoccupazione che alla destra manca del tutto, tanto da tacere quando scritte simili sono comparse ed erano vere». Caso archiviato, si dirà. E invece no. Martedì la faccenda è stata riaperta sul palcoscenico nazionale da La Russa. «A Pisa una scritta nera su un muro giallo fa subito scattare l’allarme fascismo. La sinistra denuncia, polemizza, manda comunicati stampa», denuncia la seconda carica dello Stato. «D’altronde si sa… ‘Quando la destra è al governo la democrazia è in pericolo’ (questa l’ho già sentita da qualche parte). Poi passano i minuti, forse qualche ora e si scopre finalmente la verità: a fare quella scritta così ‘nostalgica’ non è stata la mano di pericolosi camerati in camicia nera ma quella di alcuni operai durante i lavori di ristrutturazione della scuola Collodi».

E infine conclude: «Niente Ventennio quindi. E nemmeno manganelli e olio di ricino. Solo banali indicazioni edili… per il cappotto termico. Dalle camice nere (senza la i, ndr) al cappotto termico. Il caldo fa brutti scherzi, ma spesso li fanno anche le ossessioni della sinistra». E dire che La Russa dovrebbe ricordare quanto sia facile – ahinoi – cadere in errore, come quando – era il 2023 – scambiò soldati nazisti di via Rasella per una banda musicale di riservisti. Svista per cui fu costretto poi a scusarsi.

Lo sfottò di La Russa al Pd, il fuoco di Puglia di Meloni e la conta di Pontida: le pillole del giorno
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

Meloni “balla” in Puglia

Il soggiorno nell’amata Ceglie Messapica, la gita in barca a Polignano a Mare con alcuni amici e il fedelissimo Marcello Gemmato, l’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo a Taranto (dove l’ex Ilva per il governo è un dossier rovente) e la festa di FdI a Bari il 4 e 5 settembre. Giorgia Meloni punta sulla Puglia e sul Sud per questo scampolo di campagna elettorale. La pausa che la premier si è concessa in Valle d’Itria terminerà il 21 agosto con l’apertura dei Giochi allo stadio Iacovone insieme al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sulla cui poltrona Meloni e la destra hanno lanciato apertamente un’Opa. Poi sarà la volta dell’Atreju fuori stagione nel capoluogo pugliese il 4 e 5 settembre, giusto in tempo per festeggiare il record del governo più longevo della storia repubblicana.

Chissà se alla kermesse pugliese parteciperà pure il vicepremier Antonio Tajani, impegnato il 3 settembre a Viterbo per la tradizionale processionale con la “macchina di Santa Rosa” trasportata da oltre 100 persone per le strade della città laziale. Un appuntamento imperdibile per Tajani, specie in vista delle Politiche. A Viterbo verrà testato anche un piano di sicurezza e di evacuazione innovativo con maxi schermi pronti a far passare messaggi e comunicazioni di servizio, in caso di emergenza.

Lo sfottò di La Russa al Pd, il fuoco di Puglia di Meloni e la conta di Pontida: le pillole del giorno
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La breccia nella Lega

La data del 20 settembre rischia di non essere più ricordata solo per la breccia di Porta Pia, ma per Pontida 2026. «Forse sarà l’ultimo raduno con Matteo Salvini a capo della Lega», sussurrano a Roma. La manifestazione sullo storico pratone caro a Umberto Bossi diventerà infatti “una conta” dei fedelissimi del vicepremier. Tra gli ultimi ad aver difeso pubblicamente il leader, si segnala Alberto Stefani, successore di Luca Zaia alla guida del Veneto e vicesegretario leghista, con tanto di intervista “smorzascissione” sul Corriere, sulle cui pagine l’altro giorno era uscito allo scoperto il «nostalgico» e attempato ribelle, Attilio Fontana. Stefani però ha un difetto: «Lui è del 1992, ma che ne sa della storia della Lega e della fatica che è stata fatta negli anni per resistere a tutto?», bofonchiano i “duri e puri”, che non vogliono finire schiacciati da Roberto Vannacci. Il quale però, in vista delle Politiche, potrebbe attirare qualche altro leghista pesante in cerca di un altro giro in Parlamento.

Lo sfottò di La Russa al Pd, il fuoco di Puglia di Meloni e la conta di Pontida: le pillole del giorno
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Che rottura di Palio

Il Palio di Siena si è trasformato in un gran rottura di scatole per La 7 di Urbano Cairo a causa dell’aumento dei costi causati dai due rinvii causati dal maltempo. Martedì su Piazza del Campo però splende il sole e la terza diretta procederà liscia come l’olio. Comunque, a Siena alcuni hanno dato la colpa del maltempo al “cencio” creato dall’artista romena Teodora Axente: il “madonno” contestatissimo dalla curia e dai fedeli, per le fattezze androgine dell’Assunta. Il drappellone non è piaciuto per niente al cardinale Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino e nella querelle è dovuta intervenire pure la sindaca Nicoletta Fabio che si è detta «amareggiata e mortificata» per le polemiche, ma non pentita per la scelta dell’artista. Ma non è finita perché la Madonna mascolina di Axente si staglia su un cielo plumbeo. Per i più superstiziosi, sarebbero stati i nuvoloni dipinti i veri responsabili della pioggia che ha funestato questa edizione.

Lo sfottò di La Russa al Pd, il fuoco di Puglia di Meloni e la conta di Pontida: le pillole del giorno
Il drappellone dipinto dall’artista romena Teodora Axente, per il Palio del 16 agosto, dedicato alla Madonna dell’Assunta (Ansa).

Primarie Likud, almeno cinque ministri a rischio rielezione

Con il 91,2 per cento dei voti scrutinati alle primarie del Likud, il partito di estrema destra guidato dal premier israeliano Netanyahu, si delinea la lista dei candidati in vista delle elezioni per la Knesset del 27 ottobre. Al primo posto – dopo il capo del partito che apre la lista – si posiziona Eli Cohen, ministro dell’Energia, seguito da Amir Ohana, presidente del Parlamento, Yariv Levin, ministro della Giustizia, Miri Regev, ministra dei Trasporti, e Ofir Katz, capogruppo della coalizione. Al sesto e settimo posto ci sono agli attuali ministri dell’Istruzione, Yoav Kisch, e della Cultura, Miki Zohar. All’ottavo posto la prima sorpresa, la new entry Almog Cohen, fuoriuscito recentemente dal partito di Itamar Ben Gvir. Tra i successivi, ci sono il ministro della Comunicazione Shlomo Karhi al posto 13 e dell’Economia Nir Barkat al posto 16.

Cinque ministri rischiano il posto

Se i risultati e le proiezioni venissero confermati, almeno cinque tra gli attuali ministri non entrerebbero nel prossimo Parlamento. Come riporta il Times of Israel, infatti, il Likud otterrebbe 20-24 seggi secondo i sondaggi. Otto candidati li sceglie direttamente il premier tra i primi 30 posti in lista. Di conseguenza, chi non rientra nei primi 16 delle primarie, rischia di non far parte della prossima Knesset. Se il risultato sarà confermato, i ministri in carica Ze’ev Elkin, Gila Gamliel, May Golan, Idit Silman e Avi Dichter perderanno il posto a ottobre.

Lega, il libro del senatore Romeo sul rinnovamento del partito

Il senatore Massimiliano Romeo, segretario della Lega Lombarda e capogruppo del Carroccio a Palazzo Madama, ha annunciato l’uscita del suo nuovo libro Fare la Lega, agenda per il rinnovamento. Dal titolo potrebbe sembrare un instant book, scritto per cavalcare i malumori interni al partito con un Matteo Salvini che molti vorrebbero si facesse da parte. Non è proprio così, ma il momento della pubblicazione certo non è casuale. «Avevo in mente di pubblicare questo libro nei prossimi mesi per raccontare la mia esperienza politica a Roma, ho accelerato un po’ la scrittura visto il momento per noi complicato», ha spiegato Romeo.

Lega, il libro del senatore Romeo sul rinnovamento del partito
Massimiliano Romeo e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

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Romeo: «I segnali degli ultimi tempi non possono essere ignorati»

«Passando molto del mio tempo tra i militanti e tra la gente ho voluto raccontare e in modo costruttivo teorizzare il grande desiderio di rinnovamento che viene proprio dalla base e dagli elettori. Questo è il mio pensiero e mi auguro che possa essere un contributo costruttivo per Lega. Siamo in una fase in cui servono consigli e suggerimenti utili per rilanciare il movimento e penso che i segnali degli ultimi tempi non possano essere ignorati», ha detto Romeo.

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Il tasso di approvazione di Trump scende al livello più basso dei suoi due mandati

Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos, negli Stati Uniti il tasso di approvazione di Donald Trump è sceso al 33 per cento, ovvero al livello più basso registrato nel corso del secondo mandato presidenziale e minimo storico della permanenza del tycoon alla Casa Bianca: tale quota era stata infatti già toccata a dicembre 2017.

Il tasso di approvazione di Trump scende al livello più basso dei suoi due mandati
Donald Trump (Imagoeconomica).

Gli americani non approvano la guerra all’Iran

Appena una settimana fa, il 35 per cento degli intervistati aveva dichiarato di approvare l’operato di Trump come presidente. La ragione principale del calo di gradimento di Trump, che all’inizio del suo secondo mandato aveva superato il 50 per cento, risiede nella guerra con l’Iran. Circa l’80 per cento degli americani – tra cui l’87 per cento dei democratici e il 71 per cento dei repubblicani – ritiene che il coinvolgimento degli Stati Uniti in Iran «si protrarrà per un periodo di tempo prolungato». Solo il 16 per cento ha affermato di confidare che il conflitto si concluderà probabilmente nel giro di poche settimane. Trump, che aveva basato la propria campagna elettorale sulla promessa di tenere sotto controllo l’inflazione ed evitare guerre prolungate, aveva sostenuto che il conflitto con l’Iran sarebbe durato poche settimane. Tuttavia, la Repubblica Islamica ha dimostrato di saper reggere l’urto, mantenendo in gran parte bloccato il transito di greggio attraverso lo stretto di Hormuz, anche dopo che la tensione del conflitto si è allentata, cosa che ha contribuito all’aumento del costo dei carburanti.

Gaffe del Pd, denuncia scritte fasciste sulla scuola ma erano le indicazioni di un cantiere

Gaffe del Pd, che ha denunciato la presenza di scritte e simboli nazifascisti sui muri di una scuola primaria di Lucca che si sono poi rivelate essere le indicazioni di un cantiere. A sollevare per primo il caso era stato il vicepresidente del Consiglio regionale Antonio Mazzeo, che aveva parlato di «gesto gravissimo e intollerabile» sottolineando come fosse «ancora più odioso» perché rivolto contro una scuola, luogo di educazione e democrazia. Anche la senatrice dem Ylenia Zambito aveva preso posizione, collegando l’episodio alla memoria del fascismo e al ritrovamento del corpo di Giacomo Matteotti avvenuto proprio in quei giorni. Dopo l’indignazione, però, alcuni hanno fatto notare un particolare decisivo, ovvero che sulla scuola erano in corso lavori di rifacimento della facciata e che, quindi, quelli che sembravano simboli ideologici potevano essere più semplicemente segni lasciati dagli operai per indicare gli interventi da eseguire. E così era. A confermarlo è stato Enrico Bruni, consigliere comunale del Pd a Pisa, che aveva inizialmente segnalato le scritte e successivamente ha riconosciuto l’errrore. Le presunte rune erano frecce, mentre quella che sembrava una frase inneggiante al fascismo era in realtà «si fascia», un’indicazione di cantiere. Anche Mazzeo è intervenuto, scusandosi per la mala interpretazione: «Ho commesso un errore. Può capitare. Quando si sbaglia, è giusto dirlo e riconoscere l’errore».

Morto Fulvio Lucisano, decano dei produttori cinematografici italiani

È morto a 98 anni Fulvio Lucisano, decano dei produttori cinematografici italiani. Aveva fondato le società di produzione cinematografica Italian International Film e Lucisano Media Group. Inoltre era stato presidente dell’Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive e digitali (Anica) dal 1998 al 2001.

Lucisano nel corso dei decenni ha prodotto oltre 130 film

Nato a Roma nel 1928, Lucisano aveva avuto la prima esperienza nel mondo del cinema nel 1949, quando partecipò alla realizzazione di Anno Santo, documentario sul Giubileo che si sarebbe tenuto nel 1950. Negli stessi anni aveva collaborato con l’Istituto Luce per la realizzazione dei cinegiornali destinati all’America Latina. Nel 1955 aveva prodotto il suo primo film: I quattro del getto tonante. Nel 1958 la fondazione della casa di produzione Italian International Film, di cui era ancora presidente. Tramite la IIF, Lucisano ha prodotto oltre 130 pellicole, tra cui Tre tigri contro tre tigri (1977), Ricomincio da tre (1981), Il ras del quartiere (1983), Il grande cocomero (1993), Ninfa plebea (1996), Fantozzi – Il ritorno (1996), La mia vita a stelle e strisce (2003) e Notte prima degli esami (2006). Nel 1992 aveva anche fondato Lucisano Media Group.

Aveva criticato Infantino: la Fifa licenzia il direttore operativo Lamour

Kevin Lamour, ovvero il direttore operativo della Fifa, è stato improvvisamente licenziato dall’organo di governo del calcio mondiale. «La decisione è stata presa dopo un’attenta valutazione e con grande rispetto» nei confronti del dirigente francese, si legge in un comunicato. Dove però non c’è scritto che, di fatto, Lamour è stato silurato per aver criticato pubblicamente il piano del presidente Gianni Infantino (poi abortito), che prevedeva di vendere a investitori privati il 21 per cento delle quote della Coppa del Mondo. Commentando la proposta denominata Fifa Forward Enterprise, Lamour aveva detto di essere stato «ingannato» dalla mancanza di trasparenza nella pianificazione del progetto. E dunque da Infantino. Il dirigente francese, approdato nel mondo del calcio dalla politica circa 20 anni fa come assistente dell’allora presidente della Uefa Michel Platini, era stato nominato direttore operativo della Fifa alla fine del 2024.

Aveva criticato Infantino: la Fifa licenzia il direttore operativo Lamour
Gianni Infantino (Ansa).

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La controversa presidenza di Infantino, deciso a rimanere a capo della Fifa

Col licenziamento del numero tre della Fifa la controversa presidenza di Infantino si arricchisce così di un nuovo capitolo. Dopo le polemiche per il progetto Fifa Forward Enterprise il suo indice di gradimento è crollato, ma il dirigente elvetico era già inviso a buona parte degli appassionati, per vari motivi. Durante la Coppa del Mondo era finito nella bufera per la revoca della squalifica dello statunitense Folarin Balogun, arrivata dopo il pressing di Donald Trump e una forzatura dell’articolo 27 del Codice disciplinare, e prima ancora aveva sollevato perplessità il premio per la pace assegnato proprio al presidente Usa. A tal proposito Jamie Raskin, massimo esponente democratico della Commissione Giustizia della Camera Usa, ha avviato un’indagine su Infantino chiedendo un’audizione del presidente della Fifa e la consegna di documenti per fare luce sui presunti scambi di favori con Trump. Andando ancora a ritroso, a tutto questo si aggiungono le controversie riguardanti le assegnazioni di due edizioni dei Mondiali a Qatar e Arabia Saudita.

Aveva criticato Infantino: la Fifa licenzia il direttore operativo Lamour
Donald Trump e Gianni Infantino (Ansa).

L’11 agosto Trump ha preso le difese di Infantino con un post su Truth, in cui lo ha definito un presidente «eccezionale» che «ha appena presieduto il Mondiale di maggior successo di sempre (quattro volte superiore a qualsiasi altra edizione)», aggiungendo: «La Fifa commetterebbe un errore gravissimo se prendesse anche solo in considerazione l’idea di sostituirlo». L’organo di governo del calcio mondiale, sostanzialmente, ha messo in chiaro di pensarla allo stesso modo: dopo la riunione del Consiglio direttivo a Rabat, in Marocco (Paese che co-ospiterà i Mondiali nel 2030), la Fifa ha chiesto scusa per l’idea di Infantino, ribadendo però la piena fiducia all’attuale presidente, intenzionato a candidarsi per un nuovo mandato.

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Sigrido Ranucci e Maria Rosaria Boccia lavorano a un libro insieme

Maria Rosaria Boccia conferma che lei e Sigfrido Ranucci si sono incontrati diverse volte e stanno scrivendo un libro insieme. Dopo l’indiscrezione del Giornale secondo cui la cui bozza sarebbe praticamente pronta, l’imprenditrice ha detto al Corriere che «il progetto è concreto e in uno stato avanzato» e racconterà «fatti, meccanismi e retroscena che aiutino a comprendere meglio alcuni anni della vita pubblica italiana, distinguendo ciò che è stato raccontato da ciò che è realmente accaduto». Ha comunque preferito non anticipare contenuti, struttura ed editore, «perché alcune notizie meritano di essere date quando sono mature e non consumate attraverso indiscrezioni». In ogni caso, ha aggiunto, «se qualcuno immagina un libro accomodante, celebrativo o scritto per regolare piccoli conti personali, rischia di rimanere deluso».

Boccia: «Ranucci dice che mi conosce appena? Non commento ricostruzioni»

Boccia è poi tornata a parlare del suo rapporto col giornalista. Dopo aver detto che è nel suo «cerchio magico» e che sono amici, il Messaggero aveva infatti scritto che al Comitato etico lui avrebbe detto di conoscerla appena. «Non ne sono a conoscenza e non ho letto l’articolo», ha commentato lei. «E comunque preferisco non commentare ricostruzioni di seconda o terza mano come se fossero verbali ufficiali. Tra ciò che viene detto, ciò che viene riferito e ciò che diventa un titolo possono esserci distanze considerevoli. Posso dire con assoluta serenità che Sigfrido Ranucci è una persona che conosco, frequento e alla quale sono legata da un rapporto di amicizia e di stima». E ancora: «Non ho alcun motivo per modificare ciò che ho già dichiarato pubblicamente. Troverei francamente sorprendente scoprire che abbia sostenuto di non conoscermi. Ma uso volutamente il condizionale, prima di attribuire a una persona parole tanto nette vorrei leggerle in un documento e non nell’interpretazione di qualcuno».

Pioggia di droni ucraini sulla regione di Mosca, la Russia ne abbatte 180

Nella notte tra il 17 e il 18 agosto l’Ucraina ha lanciato un nuovo massiccio attacco con droni nella regione di Mosca. Più di 600 i velivoli a pilotaggio remoto diretti verso la capitale russa, circa 180 quelli intercettati e distrutti, come ha fatto sapere il sindaco il sindaco di Mosca Sergey Sobyanin.

Tre feriti e almeno 5 mila persone rimaste senza elettricità

Un ufficio anagrafe, un negozio e le finestre di un edificio residenziale sono stati danneggiati dalla caduta di detriti di un drone a Kolomna, dove un uomo ha riportato ferite. Inoltre «nel distretto di Ramenskoye una bambina di 10 anni è rimasta ferita dopo che un drone è caduto su un’abitazione» e «nel distretto di Bogorodsky, una donna ha avuto bisogno di cure mediche dopo essere stata ferita da detriti», ha scritto su Telegram il governatore della oblast’ Andrey Vorobyov. Le conseguenze più gravi dell’attacco sono state registrate nel distretto di Pavlovsky Posad: un’abitazione privata è andata a fuoco nel villaggio di Kuznetsy e il tetto di un condominio ha preso fuoco a Pavlovsky Posad. A Noginsk, inoltre, un drone ha colpito un magazzino di Wildberries, principale rivenditore online del Paese. Secondo Mosoblenergo, una delle più grandi aziende pubbliche di distribuzione di energia elettrica nella regione di Mosca, oltre 5 mila persone e 46 strutture di pubblica utilità nel distretto sono rimaste senza corrente.