Si allarga l’inchiesta sulla strage di Crans Montana. Le autorità svizzere hanno iscritto nel registro degli indagati altre cinque persone oltre ai due coniugi proprietari del locale in cui si è sviluppato l’incendio, Jacques Moretti e Jessica Maric, l’ex funzionario del comune Ken Jacquemoud e il capo del servizio di sicurezza pubblica del comune Christophe Balet. Tra i nuovi indagati c’è anche il sindaco di Crans Nicolas Féraud. Gli altri sono Kévin Barras, ex consigliere con deleghe sulla sicurezza attualmente deputato supplente al parlamento cantonale, Pierre Albéric Clivaz, ex capo dei vigili del fuoco di Chermignon, comune poi fuso con Crans-Montana, Rudy Tissières, già addetto alla sicurezza di Crans-Montana, e Baptiste Cotter, attuale funzionario addetto alla sicurezza. Come i primi quattro indagati, sono tutti accusati di omicidio, lesioni e incendio colposi.
Falco della teocrazia e alleato dei pasdaran: chi è Mojtaba Khamenei
Mojtaba Khamenei è la nuova Guida Suprema dell’Iran. La nomina segna la vittoria sul clero iraniano da parte dei Guardiani della rivoluzione: il secondogenito dell’ayatollah Ali Khameni, ucciso nei primi raid Usa, era il candidato non ufficiale dei pasdaran. Falco della teocrazia e alleato dei Guardiani della rivoluzione: ecco chi è Mojtaba Khamenei, destinato a ricoprire la massima carica religiosa e amministrativa della Repubblica Islamica fino alla sua morte.

Ha studiato teologia islamica nella città santa di Qom
Nato l’8 settembre 1969 a Mashhad, Mojtaba Khamenei ha studiato teologia islamica nella città santa di Qom sotto la guida di chierici ultraconservatori e dello stesso padre. A Qom ha anche insegnato, raggiungendo il grado di hodjatoleslam, titolo assegnato a religiosi di livello intermedio, dunque inferiore a quello di ayatollah detenuto dal padre e da Rouhollah Khomeini, la prima Guida Suprema dell’Iran.
Nella guerra contro l’Iraq aveva combattuto in un battaglione pasdaran
Meno ideologico del padre, Mojtaba Khamenei è però più vicino ai pasdaran rispetto al genitore. Il legame risale alla sua partecipazione (tra il 1987 e il 1988) a un’unità combattente – il battaglione Habib ibn Mazahir – nelle ultime fasi della guerra tra Iran e Iraq: in quel periodo strinse rapporti con soldati che oggi occupano posizioni chiave nell’apparato di sicurezza. Mojtaba Khamenei non ha mai ricoperto cariche pubbliche elettive, ma ha agito a lungo come eminenza grigia nell’ufficio del padre, con enorme potere informale, esercitato soprattutto sulle formazioni che compongono le forze di sicurezza del Paese: i già citati Pasdaran e la milizia Basij.

È stato la mente della repressione delle proteste contro il regime
Mojtaba Khamenei ha sostenuto l’ex presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad nelle controverse elezioni presidenziali del 2005 e del 2009 e, secondo i media, potrebbe aver svolto un ruolo di primo piano nell’orchestrarne la vittoria elettorale. Diverse fonti di intelligence lo hanno segnalato come il coordinatore delle brutali repressioni dell’Onda Verde nel 2009 e delle proteste “Donna, Vita, Libertà” del 2022.
Nel 2019 è stato Sanzionato dal Dipartimento del Tesoro Usa
Sanzionato dal Dipartimento del Tesoro degli Usa nel 2019 per i suoi legami con le attività della Forza Quds e la gestione di un presunto impero finanziario occulto con proprietà di lusso a Londra e Dubai (secondo un’inchiesta di Bloomberg si sarebbe notevolmente arricchito attraverso una vasta rete di società schermo all’estero), nel 2004 ha sposato Zahra Haddad-Adel, figlia dell’ex presidente del parlamento Gholam-Ali Haddad-Adel, forse morta nei primi attacchi su Teheran.
La nomina è una vittoria per i pasdaran e una sconfitta per il clero
La nomina di Mojtaba da parte dell’Assemblea degli Esperti, maturata in un clima di estrema segretezza, segna una successione dinastica che punta a garantire la stabilità della teocrazia sotto assedio e una significativa Vittoria del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica sul clero, che avrebbe preferito come massima autorità del mondo sciita un ayatollah, anziché un chierico giurista di medio rango.
Il progetto per Salerno, facciamolo insieme!
di Alfonso Malangone*
Le razionali linee-guida utilizzate per l’elaborazione del Progetto per la Città (su queste pagine il 05/03) debbono ora cedere il passo all’elencazione degli interventi individuati per realizzare una Salerno del tutto nuova. Per sceglierli, sono stati applicati elementi di valutazione egualmente razionali, cioè non volti a far ‘sognare i sognatori’ ma a rispondere ai desideri dei cittadini pur se, magari, non totalmente appaganti. In verità, mai nessun progetto deve prevedere di soddisfare esigenze di cui non sia avvertito il bisogno. PER L’AMMINISTRAZIONE PUBBLICA Come già detto in precedenza, per realizzare una Città Nuova è preliminarmente necessario completare la fase di transizione della macchina Comunale da una modalità ancora in parte analogica ad una completamente digitale idonea ad assicurare il tecnologico utilizzo dei beni, delle strutture e del personale. Più in particolare, debbono essere aggiornate le reti interne, l’organizzazione, le norme regolamentari, le infrastrutture tecniche e diffuse le conoscenze per il loro corretto utilizzo. Di fatto, una ‘Città Semplice’ richiede l’applicazione di due essenziali processi: – l’Economia Circolare dei dati; – la Digitalizzazione delle procedure. L’Economia Circolare è il ‘filo di collegamento’ che deve unire scelte e attività coinvolgendo le attività decisionali e operative negli Uffici, nella mobilità, nei parcheggi, nella sicurezza e nella salute, nella gestione dei rifiuti, nella manutenzione, nella cura del verde e in ogni altro servizio di utilità collettiva, fino all’affissione dei manifesti funebri, visto il vergognoso imbrattamento causato dalle attuali modalità. Per essa, è da applicare il principio del “prendere i dati nell’ambito di un flusso unitario, integrare i valori e utilizzare i risultati per migliorare ogni successiva gestione/comunicazione pubblica”. Tutte le informazioni debbono poi essere messe a disposizione dei cittadini, in modalità interattiva, per le esigenze della vita quotidiana dopo una mirata elaborazione presso le terminazioni digitali di un sistema stabilmente connesso. Alzare la qualità dell’Amministrazione è necessario per introdurre, finalmente, il decentramento delle attività Comunali ed accrescere la partecipazione attiva dei cittadini così da consentire a ciascuno di trovare una risposta ai più elementari bisogni senza dover necessariamente raggiungere il Palazzo e gli Uffici centralizzati. Specifici sub-ambiti operativi, opportunamente posizionati sul territorio, debbono funzionare da sentinelle avanzate volte a garantire anche azioni di pronto intervento con particolare riferimento alle esigenze immediate di natura assistenziale, sociale e di sicurezza. Ovviamente, questo impone di cambiare l’organizzazione generale dell’Ente con un nuovo ‘Organigramma’, cioè il grafico che rappresenta le interrelazioni tra gli Uffici, al fine di adeguare e coordinare i compiti per migliorare la qualità dei servizi, per esaltare la professionalità delle Risorse Umane e anche per una riduzione significativa della spesa. Nessuna paura! Non si tratta di realizzare una rivoluzione, ma solo di concretizzare un adeguamento comunque imposto dagli eventi per non restare nella preistoria. I tempi sarebbero brevi e i costi ampiamente sostenibili. PER LA COMUNITA’ E’ possibile, adesso, passare alle proposte in favore della Città la cui selezione, in massima parte, ha rispettato l’obbligo della sostenibilità finanziaria rispetto allo squilibrio tuttora presente in Bilancio. Per affrontare razionalmente le criticità, sono stati preliminarmente individuati i settori/comparti da recuperare e ipotizzate sei macro-aree urbane nelle quali intervenire nel rispetto delle specifiche stratificazioni storiche e sociali: la zona Antica, la zona Portuale, il quartiere Fratte, la zona Centrale, la zona Orientale, la zona Litoranea. I settori/comparti sui quali agire, invece, sono otto e, precisamente: L’industriale/artigianale – è essenziale la sua ripresa funzionale grazie alla creazione di filiere della tradizione (specializzazione territoriale) e di aziende per: le energie alternative, l’aggiornamento tecnologico dei cicli, le bonifiche ambientali, il risparmio energetico, la mobilità sostenibile, le attrezzature per il benessere, la protezione sanitaria e il tempo libero, nonché di centri e laboratori di ricerca. Sono da privilegiare le strutture ad intensità di manodopera (tecnologiche ma non robotizzate), resistenti alle sfavorevoli congiunture (a domanda anelastica), neutrali dal punto di vista ambientale (verdi per processo e per prodotto), e con cicli rivolti all’utilizzo delle risorse disponibili a costo zero. Si deve puntare sulla collaborazione con i Dipartimenti Universitari per arrivare a superare la classe di merito ‘Ba4’ tuttora assegnata alla Città come “sistema senza nessuna attività manifatturiera e nessuna attività specializzata, nemmeno nel settore terziario”. L’artigianato, da sostenere anche ripristinando e sostenendo le botteghe-scuola nel Centro Storico, deve favorire in particolare l’autoimpiego dei giovani dotati di titoli inadeguati ovvero colpiti da dispersione scolastica; L’area portuale – è necessario prendere atto di una insormontabile deficienza strutturale per specializzarne le funzioni e restituire l’intera via Ligea alla vita economica e sociale della Città con l’insediamento di attività ricettive per i flussi turistici. Ad essi, deve essere consentito l’agevole accesso alla soprastante via Croce con elevatori meccanici di collegamento. L’auspicata riconversione in polo crocieristico, per i traghetti ro-ro e per il diporto deve coinvolgere gli attuali operatori, senza contrapposizioni, per assicurare il riposizionamento del personale nell’ambito dei numerosi, ipotizzabili, insediamenti produttivi; La rigenerazione urbana – l’attività edilizia deve privilegiare interventi di rottamazione con riutilizzo dinamico delle aree a servizio della Città per le primarie esigenze di aria, luce, sole e di spazi per la vita. Ridurre il consumo di suolo e risagomare strade e slarghi debbono essere obiettivi finalizzati a nuovi percorsi viari, soprattutto a est, a nuovi parcheggi, e ad una nuova mobilità pubblica (linee di quartiere e urbane in circolarità), mentre ai residenti nei rioni posti in alto va assicurata la disponibilità di elevatori meccanici; Le attività commerciali – interventi di urbanistica per singole aree debbono ottimizzare le localizzazioni, perché ‘non tutto va bene dappertutto’, anche con modalità innovative di utilizzo dei locali (coworking e trasferimento a fronte strada delle attività professionali oggi svolte, talora irregolarmente, in appartamenti civili). E’ necessario dare un senso al Distretto Urbano Commerciale ‘Salernum’, svilito anche dalla denominazione, e introdurre modalità da centro commerciale almeno in tre aree: a ovest, a nord e a est; I giovani e la scuola – deve essere combattuta la dispersione con azioni di mentoring volte ad indirizzare verso attività professionali e a scoprire il talento artistico grazie anche alla realizzazione di una Cittadella delle Arti nell’ex Seminario; Il turismo – ai visitatori deve essere offerto un complesso di ‘percorsi storico-culturali-ambientali’ per ‘vivere la Città’, visitare i suoi luoghi, meravigliarsi, apprendere, godere dei colori, del calore, dei profumi, degli odori e sapori della nostra cucina. Una rinnovata ‘cultura dell’accoglienza’ deve guidare l’offerta dei servizi, a cominciare da quelli igienici; Lo sport e il verde – è necessario favorire il rafforzamento psicologico e morale dei giovani garantendo l’esercizio degli sport amatoriali dappertutto. Impianti sportivi, Parchi rigenerati e Boschi Urbani debbono concretizzare l’attenzione a favore della salute psico-fisica dei cittadini; Le fiere, le feste e le mostre – una mirata attività promozionale deve assicurare il contatto continuo tra Città, mondo imprenditoriale, attività commerciali e flussi turistici. Solo mettendo in mostra i peculiari caratteri identitari e della tradizione, sarà possibile garantire la continuità delle presenze a supporto della crescita economica e civile. Qui finisce l’indice del Progetto, con riserva di dettagliarne le singole proposte nei prossimi commenti. Quindi, prima di definirlo irrealistico o fantasioso, sarebbe consigliabile leggerle. Dopo, potrà pure essere criticato con proposte alternative perché il confronto tra le idee è il modo migliore per esprimere amore verso la Città. Salerno ha bisogno dell’amore vero dei cittadini di cuore. *Ali per la Città
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Le reazioni alla nomina di Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema dell’Iran
Ora è ufficiale: è Mojtaba Hosseini Khamenei, secondogenito di Ali Khamenei, la nuova Guida Suprema dell’Iran. La nomina di Mojtaba da parte dell’Assemblea degli Esperti, maturata in un clima di estrema segretezza, segna una successione dinastica che punta a garantire la stabilità della teocrazia sotto assedio. E a far sì che nulla cambi nel Paese, visto il suo forte legame con i Pasdaran.
La nomina di Mojtaba Khamenei è una vittoria per i pasdaran
Di fatto, la nomina di Mojtaba Khamenei segna la vittoria del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica sul clero iraniano, che avrebbe preferito come massima autorità del mondo sciita un ayatollah, anziché un chierico giurista di medio rango. I pasdaran, in una nota diffusa immediatamente dopo la proclamazione, hanno assicurato «totale obbedienza e sacrificio» per adempiere ai suoi comandamenti. Ma in generale tutte le principali istituzioni politiche e militari del Paese hanno espresso pieno sostegno alla nomina. Il presidente Masoud Pezeshkian ha definito la scelta «l’incarnazione della volontà» della comunità musulmana di «rafforzare l’unità nazionale». Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, si è congratulato pubblicamente con Khamenei tramite un messaggio su X. Pieno appoggi anche dalla il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, dalle forze armate, dalla milizia Basij, dal Consiglio supremo di sicurezza nazionale e dalla polizia.

I proxy di Teheran hanno accolto con favore la scelta dell’Assemblea degli Esperi
La nomina di Khamenei è stata accolta con favore dai ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti da Teheran: «In questa fase critica e delicata della storia della nazione rappresenta un’altra vittoria per la Rivoluzione Islamica e un duro colpo per i suoi nemici della Repubblica Islamica», hanno scritto sul loro canale Telegram. Apprezzamento anche da parte di Hamas, che ha ricordato come Khameni avesse partecipato al funerale di Yahya Sinwar, leader del gruppo islamista palestinese. In Iraq a salutare positivamente la nomina è stata la milizia sciita Kataib Hezbollah.
Trump: «Se non otterrà la nostra approvazione non durerà a lungo»
Donald Trump, che lo aveva già bollato come «peso piuma», ha commentato: «Se non otterrà la nostra approvazione non durerà a lungo. Lo uccideremo». Israele ha già assicurato che «continuerà a perseguire» la leadership iraniana: la mattina del 9 marzo si è aperta con nuovi massici attacchi dell’Idf contro le «infrastrutture del regime» di Teheran.
Elezioni Milano, Forza Italia insiste per il candidato civico ma trova il no degli alleati
Forza Italia continua a sostenere che per le elezioni comunali di Milano del 2027 il centrodestra dovrebbe puntare su un candidato civico, ma gli alleati non sono d’accordo. Gli azzurri hanno riunito alla fondazione Rovati oltre 30 relatori, tutti esponenti della società civile, tra i quali «c’è il candidato sindaco di Forza Italia» come ha detto l’europarlamentare Letizia Moratti, che ha organizzato il convegno insieme alla senatrice Stefania Craxi ed è stata l’ultima esponente del centrodestra a guidare la città.
Noi Moderati punta su Maurizio Lupi
Sul tavolo resta sempre il nome politico del presidente di Noi Moderati Maurizio Lupi, caldeggiato in primis dal suo partito, che nelle settimane precedenti aveva invitato Forza Italia a non inseguire candidati fuori dalla politica: «Fa ridere questa continua ricerca di candidati civici, che poi puntualmente dicono di no, come se fossimo a X Factor». Gli azzurri non sembrano però appoggiare le sue ambizioni, con il coordinatore di Fi in Lombardia Alessandro Sorte che ha definito la sua eventuale candidatura come “non competitiva”, sostenendo che il centrodestra debba allargare la coalizione, per esempio ad Azione e agli elettori dell’ex Terzo polo.

La Lega: «Forza Italia vuole candidarsi da sola?»
A frenare Forza Italia è anche la Lega. «Mi viene da pensare che con questo annuncio vogliano candidarsi da soli, soprattutto dopo il salvataggio a Beppe Sala sul tema stadio, ma auspico sia solo un maldestro tentativo di gettare la palla avanti», ha detto il segretario provinciale su Milano Samuele Piscina, ribadendo che il candidato non sarà di un singolo partito ma della coalizione.
Fratelli d’Italia: «Bisogna avere coraggio»
Nemmeno Fratelli d’Italia sembra appoggiare la mossa degli azzurri. Il capogruppo meloniano a Palazzo Marino Riccardo Truppo ha evidenziato che «il candidato sindaco può certamente essere un civico ma non l’ha prescritto il medico, non è condizione necessaria e sufficiente». E ancora: «Giorgia Meloni si è candidata a governare l’Italia tra mille teorici del civismo e fautori dei tecnocratici. Governiamo l’Italia con il coraggio delle nostre idee e a Milano può succedere la stessa cosa. Basta avere coraggio».
La nuova linea di Salvini: cautela nella Lega su guerra e referendum
Parola d’ordine: disimpegno. Dalla guerra e dal referendum sulla giustizia. Matteo Salvini ha incontrato i segretari regionali e massimi dirigenti in due riunioni a porte chiuse tra giovedì sera e venerdì mattina. E la raccomandazione a tutti è stata: «Quando andate in tivù o fate interviste ai giornali evitate ogni commento sulla guerra in Iran e nei Paesi del Golfo. La politica estera la fanno Tajani e Meloni? Che commentino loro», è stato il ragionamento del segretario leghista. «La Lega deve apparire come il partito responsabile che cerca di mitigare le conseguenze di un conflitto complesso in cui l’Italia ha un ruolo più che marginale. E si deve occupare solo della task force sui prezzi e di evitare ogni speculazione sul costo dell’energia».

Giorgetti alle prese con il decreto Bollette
La raccomandazione è stata netta in entrambe le riunioni. Tanto che a qualcuno è tornata in mente la figuraccia del viaggio in Polonia dopo l’attacco russo all’Ucraina, quando il sindaco di Przemysl presentò a Salvini il ‘conto’ della maglietta sfoggiata nel 2014 con il volto di Vladimir Putin. «Le guerre non gli portano bene, non vorrà fare figuracce», è stato il commento sarcastico di qualche dirigente. Sul tema del costo dell’energia, è intervenuto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti per illustrare il quadro della situazione e spiegare come gli effetti del decreto Bollette all’esame del Parlamento siano già esauriti a causa della nuova situazione. Il decreto dovrà essere modificato nella parte che riguarda il biogas e le aste per l’energia idroelettrica.

I dubbi di Salvini sull’esito referendario
Sulla guerra, infine, le divisioni (sotterranee) all’interno della Lega sarebbero nette, tra chi è contrario all’autorizzazione all’uso delle basi in Italia per i bombardamenti e chi si adeguerà alle decisioni di Giorgia Meloni (la quale comunque ha anticipato che ogni mossa sarà decisa in Parlamento). Per quanto riguarda il referendum sulla riforma della giustizia, formalmente la Lega respinge ogni accusa di disimpegno, arrivata nei giorni scorsi da Forza Italia. «In giro si vedono solo i nostri gazebo», avrebbe rivendicato Salvini. Ma nella riunione a porte chiuse coi big del partito sono stati espressi molti dubbi sull’esito della consultazione. I nostri non sanno neanche di cosa si parla, si sarebbe lamentato Giorgetti. Mentre Salvini ha snocciolato tutta una serie di sondaggi e mostrato in sostanza il timore di intestarsi una battaglia che potrebbe non risultare vincente.

La manifestazione dei Patrioti a Milano non scalda gli animi leghisti
Tutto in attesa della manifestazione organizzata dal gruppo dei Patrioti europei per il 18 aprile a Milano, dal titolo ‘Senza paura, in Europa padroni a casa nostra’. Qualcuno è convinto della disfatta di Viktor Orban in Ungheria e comincia a pensare che, con l’aggravarsi della situazione internazionale e la crescente impopolarità di Donald Trump, forse non sia il momento per impegnarsi in un evento del genere. Durante la riunione la vicesegretaria Silvia Sardone ha invitato tutti a prepararsi alla manifestazione con idee chiare e un tema definito. Ma non è che vi sia grande entusiasmo tra i dirigenti più moderati e i governatori attorno all’evento per il quale Marine Le Pen non ha ancora confermato la sua presenza. Qui, sì, che forse in diversi nella Lega sotto sotto desidererebbero che la parola d’ordine fosse disimpegno.

La nuova segreteria politica può attendere
Infine, la riunione di venerdì al Mit, per alcuni, avrebbe dovuto rappresentare l’esordio della nuova segreteria politica, format più snello del consiglio federale cui Salvini avrebbe acconsentito di dar vita per una gestione più collegiale del partito. Ma nessuna nuova struttura è stata formalmente varata. E, malgrado da tempo ci sia chi auspica un maggior coinvolgimento decisionale degli altri dirigenti, non risulta che Luca Zaia e Massimiliano Fedriga, entrambi collegati, siano intervenuti alla riunione. Insomma, le decisioni sembrano restare tutte in capo al segretario e al suo stretto cerchio magico (il vice Claudio Durigon e il senatore Andrea Paganella). E ogni altro coinvolgimento sarebbe solo apparente. La decisione di scomporre il confronto in due momenti – uno con i segretari regionali e uno con i colonnelli – sembra, viene riferito, motivata più che altro dall’esigenza di non far filtrare i contenuti.

I Carabinieri di Salerno alle donne, “non siete sole”
“Non siete sole”. È il messaggio lanciato dal comando provinciale dei carabinieri di Salerno che, in occasione della festa della donna, ha rimarcato la funzione e l’importanza delle quattro stanze d’ascolto istituite dall’Arma a Salerno, Nocera Inferiore, Eboli e Sala Consilina. Luoghi sicuri dove poter accogliere ed ascoltare non solo le vittime di violenza di genere ma anche i loro figli. “Le stanze di ascolto rappresentano uno strumento fondamentale per il sistema di tutela delle vittime vulnerabili, in particolare nei casi di violenza domestica, abusi sui minori e reati a sfondo sessuale”, ha spiegato Rosaria Benincasa, maresciallo del comando provinciale di Salerno che è anche la referente per i reati di violenza di genere. “Sono ambienti appositamente predisposti e progettati per garantire un contesto protetto e accogliente durante l’ascolto delle vittime particolarmente vulnerabili”. Non a caso le stanze sono separate dagli uffici ordinari e sono dotate di un impianto di video-registrazione “per garantire una maggiore tutela alla vittima ed evitare la cosiddetta vittimizzazione secondaria”. Spesso è previsto anche il supporto di uno psicologo, soprattutto nei casi di minori. Luoghi nei quali risulta fondamentale la comunicazione, al fine di creare subito un rapporto empatico con la vittima. “L’esigenza principale per una persona è sentirsi accolta, sentirsi in un ambiente sicuro, non giudicante e libera di poter raccontare quello che ha vissuto”, ha aggiunto Cristina D’Arienzo del Reparto Territoriale di Nocera Inferiore. “L’empatia è proprio questo: saper ascoltare, saper mettere da parte per un attimo se stessi per dare spazio alla persona che ha subito una violenza. Nella fase di ascolto è importante dare anche un proprio contributo alla vittima, quindi dirle delle frasi che la possano tranquillizzare, che le facciano capire che è compresa per le emozioni che sta provando. Ed è importante soprattutto non enfatizzare o, al contrario, sminuire quello che ci sta raccontando”. I dati, purtroppo, anche nel Salernitano continuano ad essere allarmanti. “Negli ultimi sette anni vi è stato un forte incremento rispetto ai reati attinenti al codice rosso alla violenza di genere”, ha spiegato Greta Gentili, comandante della Compagnia carabinieri di Eboli. “Questo è dovuto anche al fatto che vi è una maggiore consapevolezza da parte di chi denuncia e quindi vi è una maggiore propensione nel farlo. Il 2025 si è concluso con 892 persone segnalate all’autorità giudiziaria, 90 arresti e 232 provvedimenti emessi dall’autorità giudiziaria, mentre per quanto riguarda il primo bimestre del 2026 siamo sull’ordine di 100 persone segnalate all’autorità giudiziaria a fronte invece di 30 provvedimenti”. I reati più diffusi sono “maltrattamenti in famiglia, atti persecutori, quindi stalking” ma “c’è stato un forte incremento in percentuale nell’ultimo biennio, soprattutto per quanto riguarda i reati nel web, quindi parliamo di revenge porn, sex extortion e anche comportamenti, quindi non reati, riferiti all’ambito delle fasce di minori, quindi del cyberbullismo”. Proprio dal Salernitano arriva una triste storia che ha coinvolto una 20enne. La giovane, dopo aver condiviso momenti di intimità con il proprio fidanzato, ha visto finire in rete foto e video. “La donna, nel momento in cui ha scoperto ciò, ha vissuto un momento di grande fragilità e con l’aiuto di una sua amica ha deciso di venire in caserma a denunciare il tutto”, ha raccontato Laura Farinola della Stazione carabinieri di Sala Consilina. “Ovviamente, ricevuta la denuncia, abbiamo segnalato le foto e abbiamo provveduto alla rimozione delle stesse. Il responsabile è stato punito e la donna è riuscita a trasformare un momento di grande fragilità in un atto di coraggio venendo a denunciare”.
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Polverino: Con De Luca Salerno sarà smart city
di Erika Noschese
Con l’apertura ufficiale della campagna elettorale a Salerno, i protagonisti della scena politica cittadina iniziano a delineare le proprie strategie. Tra questi c’è Fabio Polverino, presidente uscente della Commissione Bilancio e figura storica della lista “Salerno per i Giovani”. Polverino riflette sul lavoro svolto per risanare le casse comunali, analizza le criticità attuali – dalla manutenzione alla sicurezza – e lancia la sfida per il futuro: trasformare Salerno in una vera Smart City attraverso un rinnovato patto generazionale e il sostegno alla ricandidatura di Vincenzo De Luca.
Consigliere Polverino, la campagna elettorale è ufficialmente partita. Sarà nuovamente in campo per cercare la riconferma?
«Sì, mi ricandido. Al momento stiamo ultimando la composizione delle liste, ma con ogni probabilità sarò nuovamente della partita con “Salerno per i Giovani”. Ripartiamo con nuove motivazioni e una grande voglia di mettermi in gioco. Lo faccio con lo stesso spirito che mi accompagna dal 2006, anno della mia prima candidatura: un impegno nato da un’associazione che ha sempre puntato su eventi culturali e sul coinvolgimento di giovani professionisti del territorio».
Quali sono i punti cardine del suo programma per questa nuova sfida?
«Il mio obiettivo è dare continuità al lavoro svolto nei quartieri, portando però elementi di novità. Penso soprattutto a una nuova generazione di ragazzi e ragazze che devono tornare a impegnarsi per la città. Negli anni ho promosso l’Accademia di Scuola Politica proprio per questo: credo sia fondamentale investire sulla formazione della futura classe dirigente salernitana».
Lei ha presieduto la Commissione Bilancio in anni complessi. Possiamo dire che se oggi i conti quadrano è anche merito del vostro lavoro?
«Sono stati anni indubbiamente difficili. Abbiamo dovuto gestire il riequilibrio dovuto al “Patto Salva Città” e l’ultimo bilancio è stato fondamentale per liberare risorse preziose.
È un risultato che condivido con gli uffici comunali, che ringrazio per il lavoro immane svolto. Siamo consapevoli di aver chiesto sacrifici ai cittadini, mantenendo l’addizionale Irpef ai massimi livelli, ma oggi sono fiducioso: avere un fondo cassa di oltre 70 milioni di euro ci permette finalmente di programmare investimenti seri, a partire dalle manutenzioni».
La manutenzione, sia ordinaria che straordinaria, è uno dei temi più sentiti dai cittadini. Come intendete procedere?
«Ora abbiamo la possibilità di liberare risorse e lo faremo nel modo più giusto: tornando fisicamente nei quartieri per riprendere in mano la città.
Negli ultimi anni la manutenzione è mancata, ed è un discorso che riguarda tutto, dagli spazi comuni agli impianti sportivi. Dobbiamo restituire decoro e funzionalità a ogni zona di Salerno».
Un altro tema caldo è quello della sicurezza e dei furti nei quartieri. Come si restituisce tranquillità ai salernitani?
«Bisogna ripartire dalla percezione di sicurezza. Come ha sottolineato il nostro candidato sindaco Vincenzo De Luca, dobbiamo far sì che i ragazzi e le ragazze possano uscire e tornare a casa senza che i genitori vivano nell’ansia. Serve un’azione sinergica tra amministrazione, Questura e Prefettura. La sicurezza passa anche dal far vivere i quartieri: una zona vissuta e illuminata è intrinsecamente più sicura».
Se dovesse essere riconfermato, quale sarà la sua priorità assoluta?
«Ripartire dalle cose semplici e dall’ascolto. Molte delle migliori idee nate in questi anni sono frutto del dialogo con le persone. Oltre a questo, immagino una Salerno più votata all’innovazione. Uno dei punti centrali del mio programma è “Salerno Smart City”: dobbiamo digitalizzare la macchina burocratica, migliorare i servizi informatici e riorganizzare i settori comunali affinché siano più efficienti.
Serve un “patto generazionale” che coinvolga le competenze dei nostri giovani per far crescere la città».
Vincenzo De Luca si candida per quello che sarebbe il suo quinto mandato come sindaco. Cosa ne pensa di questa scelta?
«Credo che il Presidente De Luca si ricandidi con lo spirito di servizio di sempre. In questo momento storico abbiamo bisogno di una personalità forte come la sua, qualcuno che ha già dato tanto a Salerno e che ha il piglio giusto per riprendere in mano la situazione, specialmente laddove l’amministrazione è stata carente sulle piccole cose. La sua guida è un valore aggiunto per costruire un programma che guardi concretamente al futuro e alle nuove generazioni».
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Dante Santoro: Per la politica i giovani erano oggetto di discorsi
di Rossella Taverni
Molti giovani oggi guardano alla politica con distanza, talvolta con diffidenza. Non per disinteresse, quanto per mancanza di riconoscimento.
È da qui che parte il confronto con Dante Santoro, consigliere comunale di Salerno, che sul rapporto tra politica e nuove generazioni risponde senza giri di parole.
Il problema sono davvero i giovani o è la politica che ha smesso di parlare la loro lingua?
«Io penso che i giovani abbiano anche le loro ragioni, ma allo stesso tempo credo che debbano darsi una mossa. Ho l’onore di incontrare tanti ragazzi che mi fermano per strada perché mi seguono sui social. Spesso anche i genitori mi raccontano che nelle case dei salernitani si parla di politica proprio grazie ai miei video, ai miei interventi, all’attività che porto avanti per la città di Salerno come consigliere comunale. E questo, devo dire, mi rende davvero felice.
Alle ultime regionali ho preso circa quattromila voti. Ma ti dico una cosa: se anche solo cinquanta di quei voti fossero arrivati da ragazzi, per me varrebbero quanto tutti gli altri. Perché più che voti sono un segnale, sono fiducia.
Vedere un figlio di questa terra parlare della propria città, credere di poterla cambiare e immaginare che un giorno possa essere tra quelli che davvero la cambieranno, per me è il successo più grande. Quando mi capita di vedere ragazzi di tredici o quattordici anni che mi fermano per strada perché mi hanno visto in un video, mi si riempie il cuore. Perché significa che qualcosa si muove.
Io voglio cedere il testimone a loro. Se non cederlo completamente, almeno creare spazio. Magari insieme a me, ma anche al posto mio.
Però una cosa la dico chiaramente: i giovani devono muoversi. Lo spazio esiste, ma non arriva da solo. Lo spazio te lo prendi. Se non agisci, non arriverà mai».
Da cosa nasce davvero questa distanza tra i giovani e la politica? È solo disillusione verso le istituzioni o c’è anche una generazione che ha smesso di mettersi alla prova?
«Secondo me nasce anche dal fatto che l’umanità, per crescere, ha bisogno di affrontare dei problemi. Le persone migliorano quando devono superare ostacoli. La mia generazione, e ancora di più quella di oggi, in molti casi ha avuto meno difficoltà rispetto al passato. E quando i problemi non ci sono davvero, spesso finiamo per crearceli da soli. Faccio un esempio molto semplice: anche l’approccio umano è cambiato. Un tempo conoscere una ragazza significava trovare il coraggio di avvicinarsi, parlare, improvvisare una battuta, mettersi in gioco dal vivo. Oggi basta un social, un messaggio, una richiesta di amicizia. La tecnologia e il benessere hanno abbattuto tante soglie. Questo da un lato è un vantaggio enorme, ma dall’altro rischia di rendere tutto più facile e di togliere ai ragazzi quella spinta a misurarsi con la realtà. Prima si combatteva per mettere un piatto dignitoso a tavola. Oggi, anche senza lavorare, tra piccoli espedienti o l’aiuto della famiglia, spesso si riesce comunque ad andare avanti. Per questo dico che serve essere più proattivi. E qui entrano in gioco la scuola e le istituzioni: devono aiutare i ragazzi a sviluppare strumenti, ambizione e senso di responsabilità. Devono spingerli a confrontarsi con il mondo reale già durante il percorso scolastico».
Quindi il problema non sono solo i giovani. Anche la politica ha delle responsabilità: ha fallito nel costruire una scuola e un sistema capaci di formare davvero le nuove generazioni?
«La politica ha sbagliato tutto. E lo dico senza giri di parole. Perché dalla politica dipende anche il modo in cui viene costruito il sistema scolastico. È la politica che decide le regole, le priorità, le riforme. Il problema è che la scuola di oggi, troppo spesso, finisce per allontanare i ragazzi dal mondo reale invece di prepararli ad affrontarlo. In molti casi è diventata più un diplomificio che un luogo dove si forma una classe dirigente. Ci sono tanti insegnanti straordinari, sia chiaro, ma il sistema nel suo complesso rischia di trasformarsi in una macchina che produce titoli di studio più che leadership, che garantisce stipendi ma non sempre riesce a trasmettere ambizione e responsabilità. La scuola dovrebbe avere un obiettivo molto più grande: non solo consegnare diplomi, ma formare persone capaci di guidare il futuro, persone con fame, con idee, con voglia di cambiare il proprio territorio.
La scuola deve creare leader prima ancora che diplomati.
E se un giorno dovessi avere la possibilità di mettere mano davvero a questo sistema sarebbe una delle prime cose che proverei a cambiare».
I social hanno dato ai giovani una voce enorme: possiamo informarci, commentare, mobilitarci. Ma avere voce significa davvero avere spazio, oppure oggi i giovani hanno visibilità ma poca reale influenza?
«Lo spazio non lo hai. Te lo prendi. Nella storia nessuno ha mai regalato spazio a nessuno. I nostri predecessori, quelli che sono riusciti davvero a cambiare qualcosa, non hanno aspettato che qualcuno li invitasse a partecipare: lo spazio se lo sono preso. Per questo dico che i giovani non devono limitarsi a reclamare o a piagnucolare. Lo spazio si conquista. Ma non bloccando le strade perché si è letto il titolo di un giornale o perché si vuole fare rumore per un giorno. Così non si cambia nulla.
Lo spazio si prende studiando, approfondendo, informandosi davvero e mettendoci la faccia quando serve, anche nei momenti elettorali. Ma per delle idee, non per fanatismi.
E soprattutto partendo dal proprio territorio. Non ha senso parlare solo dei grandi problemi del mondo se poi non siamo capaci di rispettare il posto in cui viviamo. Non puoi indignarti per una guerra a tremila chilometri di distanza e poi buttare una carta o una sigaretta per strada. Il cambiamento parte sempre da vicino: dal proprio quartiere, dalla propria città, dal pezzo di mondo che hai sotto i piedi. Già vedere pochi giovani interessarsi alla propria comunità è un problema. E attenzione: interessarsi non significa necessariamente fare politica, ma amare la propria terra e volerla migliorare. Oggi spesso si fa molto rumore, ma cambiare davvero le cose è un’altra cosa. Per cambiare servono studio, responsabilità e partecipazione. Lo spazio non te lo regala nessuno. Nella storia lo hanno conquistato solo quelli che hanno avuto il coraggio di prenderselo».
Molti giovani hanno l’impressione di essere molto presenti nei discorsi politici, ma quasi assenti nelle decisioni. La politica li usa più come simbolo che come protagonisti?
«Penso che questa percezione sia in parte vera. Per anni la politica ha parlato dei giovani più come oggetto dei discorsi che come soggetto attivo delle decisioni.
Allo stesso tempo, però, credo che la responsabilità sia divisa a metà. Perché in passato i giovani reagivano in modo diverso: intervenivano, si mettevano in gioco, cercavano di partecipare. Oggi invece il modello sociale e, in parte, anche quello scolastico hanno abituato molti ragazzi a essere più spettatori che protagonisti. Si protesta facilmente, ma si fa più fatica a trasformare quella protesta in proposta. Per questo, durante i miei anni al Comune di Salerno, ho cercato di fare una cosa molto semplice: portare i giovani dentro i luoghi dove si decide davvero. In dieci anni ho accompagnato più di diecimila ragazzi ad assistere ai consigli comunali. Volevo che vedessero con i propri occhi come funzionano le decisioni che riguardano la loro vita quotidiana: da quanto spesso viene pulito un quartiere, a come si organizzano i servizi pubblici, fino alle scelte che incidono sul futuro della città e sulle opportunità di restare o di andare via. Ho cercato anche di promuovere iniziative concrete. Una delle prime è stata la stampa di ventimila copie di un compendio sulla storia di Salerno, realizzato senza costi per i cittadini grazie a una formula di autofinanziamento. L’idea era semplice: prima di guardare lontano, impariamo a conoscere la storia e il valore della nostra città. Alla fine, tutto dipende da come ci si pone di fronte alla vita. Si può scegliere di subire gli eventi oppure di provare a inciderli e cambiarli in meglio.»
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Inaugurato il primo Centro per lo Studio della Personalità
È stata inaugurata a Vietri sul Mare, all’interno della suggestiva cornice di Villa Carosino, la terza sede del CSP – Centro per lo Studio della Personalità, scuola di specializzazione in psicoterapia cognitivo-comportamentale riconosciuta dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR). All’evento inaugurale hanno preso parte il sindaco di Vietri sul Mare, Giovanni De Simone, e i fondatori della scuola: la dottoressa Patrizia Savini, figura chiave nello sviluppo del CSP, e il professor Aristide Saggino, direttore scientifico della Scuola Quadriennale di Psicoterapia e professore ordinario presso l’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara. L’apertura della sede di Vietri sul Mare rappresenta un importante passo avanti per la formazione specialistica nel campo della psicoterapia in Campania e, in particolare, nel territorio della provincia di Salerno. Il CSP offre un corso quadriennale di specializzazione rivolto a laureati in Psicologia e Medicina iscritti ai rispettivi albi professionali. Il percorso consente di conseguire il titolo legale di psicoterapeuta secondo il modello cognitivo-comportamentale, uno degli approcci più diffusi e scientificamente validati nel trattamento dei disturbi psicologici. La formazione proposta dalla scuola si basa su un orientamento rigorosamente scientifico ed evidence-based, con particolare attenzione alle tecniche e ai protocolli della terapia cognitivo-comportamentale e dell’analisi del comportamento. Gli specializzandi possono acquisire competenze teoriche e pratiche attraverso lezioni, supervisioni cliniche, esercitazioni e attività di tirocinio. Il CSP segue inoltre le linee teoriche e didattiche dell’AIAMC – Associazione Italiana di Analisi e Modificazione del Comportamento e Terapia Comportamentale e Cognitiva, principale realtà italiana di riferimento per la diffusione e la promozione della terapia cognitivo-comportamentale. Fondata nel 2009 a Casoria, la scuola ha progressivamente ampliato la propria presenza sul territorio regionale. Oggi il CSP è attivo con tre sedi in Campania: quella storica di Casoria, la sede di Caserta e la nuova sede di Vietri sul Mare. Nel territorio salernitano la scuola rappresenta un punto di riferimento significativo: è infatti l’unica scuola di psicoterapia cognitivo-comportamentale presente a Salerno e provincia riconosciuta dal MUR e affiliata all’AIAMC. L’apertura della nuova sede amplia così le opportunità formative per i professionisti del territorio interessati a intraprendere un percorso di specializzazione di alto livello. La sede di Villa Carosino, immersa in un contesto di grande valore storico e paesaggistico, offrirà agli studenti un ambiente accogliente e stimolante in cui sviluppare competenze cliniche e scientifiche. Il CSP si propone come una realtà formativa di respiro regionale e ambisce a diventare un punto di riferimento per il sistema sanitario locale, non solo per la formazione dei futuri psicoterapeuti, ma anche per la collaborazione con i professionisti della salute mentale e per la diffusione di pratiche cliniche basate sull’evidenza scientifica.
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Televisione: The Testaments: la serie del creatore di The Handmaid’s Tale ci riporta a Gilead
La serie sequel tratta dal romanzo di Margaret Atwood arriverà su Disney+ tra meno di un mese
In una spirale di fatti di cronaca che ispirano la narrativa e di romanzi che ispirano vere proteste per eventi reali che sembrano tratti dalla peggiore e più misogina distopia immaginabile, la teocrazia di Gilead immaginata dall'autrice canadese Margaret Atwood torna sul piccolo schermo con The Testaments, adattamento del romanzo che fa da prequel e sequel a Il racconto dell'ancella, pubblicato nel 2019 (in Italia per i tipi di Ponte alle Grazie con il titolo I testamenti). Guarda il video: The Testaments | Trailer | Hulu La serie, dallo stesso creatore di The Handmaid's Tale... - Leggi l'articolo
SERIE TV - Televisione - 9 marzo 2026 - articolo di Angela Bernardoni
Premi e concorsi: Premio Odissea, i finalisti 2026
Sedicesima edizione per il concorso riservato a romanzi fantastici inediti. Ecco i nove finalisti. È già aperta la nuova edizione.
Eccoci l'atteso annuncio dei romanzi finalisti alla sedicesima edizione del Premio Odissea, al quale quest'anno hanno partecipato ben 74 romanzi. Ucronia, utopia, fanta-etnologia, avventure spazio-dimensionali: i temi sono i più vari. Ma ecco l'elenco: Finalisti Premio Odissea XVII edizione In ordine alfabetico per autore Il segreto dell'anello di corniola di Andrea Bolognesi Tre circonvoluzioni di Ivonne Cammarano Orlanda Furiosa di Lorenzo Davia La canzone di Black Holly di Emiliano Maramonte Kryzys Robotowy – La crisi dei robot... - Leggi l'articolo
LIBRI - Premi e concorsi - 9 marzo 2026 - articolo di S*
Un super secondo tempo, Scafati soffre ma vince a Pistoia
Scafati dimostra di saper soffrire e rialzarsi. E la vittoria di Pistoia è una palese dimostrazione di quanto coriaceo sia questo gruppo. Le scorie della sconfitta di Verona, prima della pausa, sono tutte in un primo tempo nel quale i gialloblu mostrano una brutta versione del proprio basket. Mollicci in difesa, mai in ritmo nell’eseguire i giochi, troppo spesso i singoli lanciati di azioni solitarie con tiri forzati. Non è questa la Givova Scafati di Frank Vitucci. Che negli spogliatoi, a metà partita, riallinea la squadra. La Givova torna in campo con piglio diverso. E da -14 arriva fino al +8. Con una prova di forza soprattutto di Walker e Mascolo. Pistoia gioca la carta della disperazione e, complice qualche ulteriore distrazione, si è riportata in parità a fine terzo quarto. Ma i gialloblu avevano oramai l’inerzia della gara dallo loro parte. Hanno trovato nel momento decisivo le giocate superlative di Mollura, sia in attacco che in difesa, sostenuto da un indomito Italiano e da Bartoli per la prima volta in doppia cifra: così è maturato l’allungo decisivo. Con un secondo tempo da 60 punti e finalmente un gioco corale. Fino a una vittoria che permette di affrontare la nuova sosta con tutta tranquillità. La partita: Il primo equilibrio è rotto da una tripla dalla lunghissima distanza di Walker. Alla quale risponde immediatamente con una conclusione analoga Buva. Dopo quattro minuti, è parità a quota 10. Ed è proprio il lungo croato il principale problema per Scafati, perché sui primi dieci punti toscani ne segna 8. Vitucci inizia con il valzer dei cambi, spedisce in campo in rapida sequenza Caroti, Italiano e Nobili. Le squadre si sfidano soprattutto nelle triple in questa fase. A quella di Caroti risponde subito Stefanini (16-16 al 7’). Ma nell’azione successiva, la Givova Scafati perde una brutta palla in attacco e viene punita da un canestro da tre di Dell’Osto. Vitucci chiama time out per tentare di sistemare una squadra che forza troppi tiri ed è distratta in difesa. Ma il blackout continua. E con un canestro del solito Buva, dopo che il lungo croato raccatta un rimbalzo offensivo, Pistoia allunga sul 21-16 a un minuto dalla prima sirena. C’è Stefanini da tre (24-16 con +8 di massimo vantaggio per i toscani) e sull’altro fronte un appoggio di Nobili, per chiudere il primo quarto sul 24-18. Pistoia riparte come aveva chiuso il periodo precedente, con una tripla di Stefanini (27-18 con +9 di nuovo massimo vantaggio). Poi la squadra di Strobl si piazza a zona, con una 3-2 che viene battuta subito da una penetrazione di Mascolo: 27-20 al 12’. Se in attacco la Givova riesce comunque a trovare tiri discretamente puliti, è la fase difensiva a vacillare. Scafati subisce in sequenza ancora i canestri di Stefanini e Anderson, così Pistoia apre un ulteriore gap fino al 37-23 (+ 14 e altro massimo vantaggio) del 14’. L’emorragia di canestri per gli ospiti è interrotta da tre viaggi consecutivi in lunetta di Allen. L’americano è impeccabile e li converte tutti per un bottino di sei punti. I gialloblu riescono a ricucire parzialmente fino al 37-29 a tre minuti dalla sirena di metà partita. Ma è solo un risveglio temporaneo. I toscani continuano a trovare tiri facili e reggono al tentativo di rientro. Si va negli spogliatoi sul 48-37. Con quattro giocatori di Vitucci già caricati di 3 falli (Iannuzzi, Mollura, Italiano e Nobili). E Strobl che ha avuto in Stefanini (19 punti) e Buva (10 punti) i suoi principali protagonisti. L’inizio ripresa di Scafati è intenso, sia in attacco che soprattutto in difesa. Con Vitucci che ha trovato le chiavi tattiche giuste per ribaltare l’esito della gara. La Givova è guidata dai canestri di Walker e dall’intensità di Mascolo, che prende per mano la squadra. Così in due minuti e mezzo, i gialloblu recuperano buona parte dello svantaggio: 49-43. L’inerzia è totalmente cambiata. Mollura mette la museruola a Stefanini, che nella ripresa non segnerà mai. Poi lo stesso siciliano realizza la tripla del 52-48 al 25’. Seguito subito dopo una palla recuperata che porta – sul conseguente gioco offensivo – a una penetrazione di Walker: l’americano subisce fallo e converte il libero aggiuntivo. Scafati è adesso a -1 (52-51). Dopo due liberi di Magro è ancora Walker a diventare protagonista con una tripla. I gialloblu dopo 6 minuti del terzo quarto hanno recuperato l’intero svantaggio, con un parziale di 17-6 (pari 54). La squadra di Vitucci è ora inarrestabile. Walker è in striscia e segna ancora, lo stesso fa Mollura da tre con un urlo liberatorio. Lo imita Italiano poco dopo. La Givova mostra i muscoli e vola a +8 al 28’ (54-62). Ma Pistoia dà segni di rivalsa e cerca di tappare i buchi difensivi, mentre in attacco si affida nuovamente a Buva. Complice qualche distrazione di Scafati, si va all’ultimo mini riposo in assoluta parità a quota 65. L’ultimo quarto si apre nel segno dei canestri da tre di Anderson e Italiano. Poi in successione sotto i tabelloni realizzano Buva e Allen. Dopo sessanta secondi è 70-70. Torna in cattedra Mollura su entrambi i lati del campo. In attacco piazza una tripla, subito dopo in difesa subisce fallo, poi ancora un canestro da tre. E Scafati rimette la testa avanti a 5’ dalla fine (75-80). A stretto giro gli fa eco Italiano, sempre da tre. Caroti segna un libero e anche Bartoli realizza una tripla. A tre minuti dalla fine, Scafati sale a +12 (75-87). La partita sostanzialmente finisce qui. Alla sirena il tabellone illumina il risultato finale: 82-97.
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Cavese, vittoria pesante
Francesco De Pisapia
CAVESE-AZ PICERNO 2-0
CAVESE (3-5-2): Boffelli; Luciani, Cionek, Loreto; Diarrassouba, Orlando (dal 13’st Maiolo), Visconti, Munari (dal 33’st Nunziata), Macchi; Fusco (dal 13’st Minaj), Gudjohnsen (dal 45’st Fella). A disposizione: Manzo, Sposito, Evangelisti, Ubaldi, Peretti, Yabre, Imparato, Ubani, Bolcano. All.: Fabio Prosperi.
AZ PICERNO (4-3-3): Marcone; Salvo, Del Fabro, Bellodi, Pistolesi (dal 33’st Rillo); Bianchi, Franco (dal 33’st Djibril), Pugliese; Cardoni [dal 13’st Guadagni (dal 22’st Maiorino)], Abreu, Kanoutè (dal 33’st Coppola). A disposizione: Summa, Esposito, Bassoli, Baldassin, Bocic, Scalcione. All.: Valerio Bertotto
ARBITRO: sig. Gioele Iacobellis di Pisa ( Emanuele Fumarolo di Barletta e Luca Capriuolo di Bari). IV° ufficiale: Lucio Felice Angelillo di Nola. Operatore FVS: Luca Chianese di Napoli.
MARCATORI: 14′ pt (rig.) Orlando; 48′ st Fella
NOTE: serata fresca; terreno di gioco in buone condizioni. Spettatori: 2.500 circa (circa 30 ospiti). Ammoniti: al 28’pt Cionek (C); al 15’st Salvo (AzP); al 24’st Bianchi (AzP); al 27’st Boffelli(C); al 40’st Coppola (AzP); al 54’st Djibril (AzP). Angoli 4 a 3 per la Cavese. Recuperi: 2’+1′ pt; 9′ st.
CAVA DE’ TIRRENI – L’imperativo era vincere e cancellare la brutta gara di Crotone anche alla luce dei risultati maturati nel week-end. La Cavese con il classico punteggio all’inglese regola una diretta concorrente nella lotta per la salvezza effettuando un buon balzo in avanti in classifica. Gara ordinata e controllata con l’arma del pressing alto che ha costretto più volte gli ospiti non solo a sbagliare ma a non riuscire mai a costruire gioco e soprattutto senza mai effettuare tiri nello specchio della porta. Unico assente per i blufoncé è Awua che non compare nemmeno tra i convocati a causa del riacutizzarsi del problema alla coscia destra e così mister Prosperi, dopo la brutta prestazione di Crotone, torna all’antico riproponendo la squadra vittoriosa nel match casalingo con il Cerignola e con il consueto ed atipico 3-5-2. Mister Bertotto, effettua solo due cambi rispetto al turno infrasettimanale oltre al forfait all’ultimo istante di Baldassin (al suo posto Bianchi) con Pistolesi per Rillo nel ruolo di terzino sinistro e Cardoni in avanti per Guadagni ed il solito schieramento con il 4-3-3. Cavese che parte subito di slancio. Minuto numero tre e scambio tra Gudjohnsen e Munari con quest’ultimo che mette in mezzo per Fusco anticipato però da Visconti il quale strozza il mancino che termina sul fondo. Dopo cinque giri di lancette e come preannunciato, l’ingresso in campo della tifoseria rimasta fuori per protesta contro la trasferta vietata a Crotone. Al l’11’ l’arbitro concede un calcio di rigore a favore dei metelliani per un colpo di testa di Gudjohnsen respinto con un braccio dal difensore del Picerno Bellodi. Il portiere Marcone intuisce il tiro di Orlando ma non ci arriva. Frastornato, il Picerno prova a reagire ma la Cavese spreca in contropiede al 24′ una buona occasione con Munari che si fa anticipare di un soffio al limite dell’area commettendo fallo. Intorno alla mezz’ora dai trenta metri, su calcio da fermo, Gudjohnsen costringe con un potente sinistro il portiere a rifugiarsi in angolo. I lucani provano spesso a giocare sulla sinistra con Kanoutè senza essere mai pericolosi se non al minuto numero 37′ quando, servito per vie centrali, Bianchi viene anticipato all’ultimo istante in area da Cionek. Al 42′ i metelliani sfiorano il raddoppio con Munari ben servito a sinistra da Orlando; il centrocampista si vede respingere in angolo in sinistro da Salvo. Nel recupero l’arbitro concede un angolo agli ospiti dopo lo scadere del recupero facendo surriscaldare un po’ gli animi dell’undici metelliano.
Seconda frazione di gioco che non fa registrare cambi da ambo le parti e Picerno che nei primi quindici minuti non riesce mai ad impensierire la retroguardia metelliana, anzi è ancora in una “ripartenza” Munari al 55′ a sprecare calciando egoisticamente anziché servire Gudjohnsen libero a destra. Di lì a poco si effettuano i primi cambi e mentre gli ospiti sostiutiscono il solo attaccante Cardoni per Guadagni, mister Prosperi ne effettua uno doppio con gli ingressi di Minaj e Maiolo rispettivamente per Fusco e Orlando. Piove sul bagnato in casa Picerno costretto a sostituire dopo nemmeno dieci minuti dal suo ingresso Guadagni (al suo posto Maiorino). Al 70′ Munari riesce a penetrare dalla sinistra in area di rigore e servire Macchi il cui destro rasoterra sfiora di poco il palo alla destra di Marcone. Brivido al 75′ quando un cross di Maiorino forse deviato diventa un tiro che Boffelli vede e devia all’ultimo istante in calcio d’angolo e questo sarà l’unico pericolo che correrà la retroguardia metelliana. Gli aquilotti sfiorano più volte il raddoppio nel finale : all’80’ prima e ed all’83’ dopo sia Diarroassouba che Minaj in un’azione fotocopia chiamano alla parata a terra il portiere con un diagonale dalla sinistra. In pieno recupero però ci pensa il neo entrato bomber Giuseppe Fella a chiudere la gara con un destro chirurgico accompagnato in rete dal palo alla destra di Marcone. Per l’attaccante un gol dopo un digiuno che durava da ben ventisette turni.
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Salernitana, nervi tesi tra Tascone ed i tifosi
di Enzo Sica
SALERNO – E’ la prima vitto- ria di Serse Cosmi alla guida della Salernitana. Finalmente possiamo dire dopo quattro partite (vittoria a Casarano). Il fortino granata, va detto, ha retto con soli nove uomini in campo per due espulsioni di- rette. Ma è arrivata final- mente quella vittoria che tutti aspettavano potesse concre- tizzarsi anche in condizioni difficili per quel che è suc- cesso ieri.
La gara della riscossa, della intraprendenza, della voglia di vincere di fronte al poco ma caldo pubblico amico. In- somma uno scatto d’orgoglio, di appartenenza quello che chiedeva Serse Cosmi di met- tere in campo alla sua squa- dra dopo la brutta figura di Caserta a questa Salernitana che contro il Latina, in un Arechi che, come detto, ha fatto registrare ancora una volta il minimo storico di pre- senze sugli spalti, ha cercato soprattutto di non cercare alibi. Ed anche il vantaggio quasi immediato con il ritro- vato Eddy Cabianca dopo 15 minuti di gioco poteva spo- stare l’asse in maniera abba- stanza netta dalle parti dei granata.
Poi quando c’è stato l’inutile
Salernitana-Latina all’Are- chi comincia al tornello degli abbonati.
La steward — poco più che una ragazzina — mi guarda l’abbonamento, sorride e dice: «Ecco il mio sesto cliente». Lo dice con una naturalezza quasi com- merciale, come se lo stadio fosse un negozio che ha ap- pena alzato la serranda.
fallo di Capomaggio lanciato a rete sul portiere ospite Ma- strantonio che è stato rivisto al Fvs ed ha fatto scattare il rosso automatico per il capi- tano granata è sembrato che la gara potesse orientarsi su un altro binario. E trovarsi in inferiorità numerica per oltre settanta minuti ha messo, giustamente, in difficoltà lo stesso tecnico perugino che ha dovuto giocoforza raffor- zare il centrocampo facendo uscire Andrea Ferraris inse- rito dopo un po ‘di tempo in formazione per far entrare Ettore Quirini.
La spinta degli ultras della curva sud Siberiano c’è stata, il carattere della squadra non
è mancato anche perchè hanno dovuto raddoppiare le forze sul terreno di gioco per far fronte all’inferiorità nu- merica e mantenere il pre- zioso vantaggio.
Il Latina, che si trova nei bas- sifondi della classifica, in piena zona play out ha mo- strato chiari limiti in fase of- fensiva riuscendo rare volte ad impensierire un distratto portiere Donnarumma che in qualche circostanza ha avuto delle amnesie consentendo ai calciatori del Latrina di ren- dersi pericolosi negli ultimi sedici metri.
Certo il gol del raddoppio di Lescano proprio sotto la curva sud non poteva non dare quel qualcosa in più ai granata sotto il profilo dell’or- goglio che è vanificato pro- prio nel momento in cui anche Golemic è stato espulso per un fallo su Cioffi lanciato a rete. E in nove sul terreno di gioco c’era davvero da soffrire, lanciare quel cuore oltre l’ostacolo che rap- presenta il mantra del tecnico di Perugia. Il sergente di ferro, Cosmi, ha capito il momento difficile attraversato della sua squadra, ha percorso chilo- metri davanti alla sua pan- china avanti ed indietro cercando di ammortizzare in un certo qual modo la rabbia di giocare in inferiorità nu- merica. E’ chiaro che il di- scorso di contenere quelle che erano le folate di un La- tina con grandi limiti è stato il maggior obiettivo da rag- giungere anche dopo il gol di Sylla per gli ospiti che ha di- mezzato il doppio vantaggio. Troppo importanti i tre punti da raggiungere oggi per avere remore o pensare di lasciarli ancora per strada come è ac- caduto nelle ultime partite di- sputate. D’altro canto una squadra come la Salernitana che deve puntare ai play off e ad una classifica migliore non può più sbagliare nulla. Ed anche in nove uomini in campo sono stati stoici coloro che hanno cercato in tutti i
modi di non permettere al Latina negli ultimi convulsi minuti di avvicinarsi alla porta difesa da Donna- rumma.
Poi alla fine i soliti cori degli ultras contro la squadra anche se aveva vinto e il pa- tron Danilo Iervolino. E il terzo posto non è stato riavvi- cinato visto che anche il Co- senza ha vinto la sua gara interna contro l’Altamura aspettando il prossimo turno, il trentaduesimo, quando si giocherà a Crotone un’altra gara determinante senza Ca- pomaggio, Golemic e anche Anastasio che è stato ammo- nito, era in diffida, e sarà squalificato.
Ultima nota a margine della giornata, la brutta scena che ha visto come protagonista il centrocampista Tascone il quale, all’uscita dallo stadio Arechi, ha avuto un confronto dai toni molto accesi con un gruppetto di tifosi che gli ave- vano fatto notare l’errore che ha poi generato la reazione scomposta da parte del cal- ciatore, fermato dal direttore sportivo Daniele Faggiano che si trovava nei pressi ed è intervenuto prontamente per riportare la calma. Un fatto grave che denota, in alcuni calciatori della Salernitana, un nervosismo eccessivo ed immotivato.
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Bicchielli (FI), solidarietà a Scopelliti, stop odio sui social
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Violenza donne: il coraggio di Laura, da denuncia nasce forza
Una relazione ‘normale’, come tante altre, tra fiducia e momenti di intimita’ vissuti con la convinzione che sarebbero rimasti nella sfera piu’ privata della coppia. Poi, la fine del rapporto e quei ricordi trasformati in uno strumento di ricatto. Laura, nome di fantasia per proteggere una donna, dopo la rottura con il fidanzato, si ritrova vittima della diffusione di foto e video intimi nelle chat. E’ uno dei casi di violenza affrontati dai militari dell’Arma di Salerno, che, oltre a rivelare l’importanza di ascolto ed empatia da parte degli operatori in divisa, conferma quanto la fine di un incubo possa iniziare dalla denuncia. E’ il maresciallo Laura Farinola, in servizio alla Stazione carabinieri di Sala Consilina, a ricostruire la storia “di una donna che aveva vissuto all’interno di una relazione normalissima, come tutte le altre. Con il fidanzato, aveva condiviso momenti di intimita’, fotografie e riprese, pensando che sarebbero rimaste solo parte della relazione, in quel clima di fiducia che dovrebbe caratterizzare ogni rapporto”. Invece, la donna si e’ trovata in una spirale di minacce e ricatti. Di violenza. “Al momento della rottura l’uomo ha iniziato a minacciarla, dicendo che avrebbe reso tutto pubblico”, racconta il maresciallo. Lei pensa che siano parole dettate da un momento di rabbia, di delusione per un rapporto giunto al capolinea. “L’uomo invece ha deciso di pubblicare le foto e i video all’interno di alcune chat – aggiunge – e la donna, quando l’ha scoperto, ha vissuto un momento di grande fragilita’. Con l’aiuto di una sua amica, ha deciso di venire in caserma a denunciare”. Dalla formalizzazione dell’esposto, l’indagine dei carabinieri: “Abbiamo segnalato le foto, abbiamo provveduto alla loro rimozione e l’uomo e’ stato punito”. Fondamentale il momento in cui la donna decide di chiedere aiuto, trasformando “quel momento di grande fragilita’ in un atto di coraggio”. In questo come in tanti altri casi di violenza, oltre all’intervento investigativo, diventa cruciale anche il modo in cui le vittime possano sentirsi accolte e ascoltate. “Quando i carabinieri entrano in contatto con una persona vittima di violenza – evidenzia il maresciallo capo Maria Cristina D’Arienzo, in servizio al Reparto territoriale di Nocera Inferiore – innanzitutto, devono lavorare sulla propria capacita’ di ascolto e sull’empatia, al fine di creare, sin da subito, un rapporto di fiducia con la vittima, la cui esigenza principale e’ quella di sentirsi accolta, di sentirsi in un ambiente sicuro e non giudicante. Insomma, libera di poter raccontare quello che ha vissuto, creando uno scambio empatico con la vittima. La comunicazione e’ importante, non solo quella verbale, ma anche quella non verbale”.
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Shein riscopre le origini cinesi: i motivi dietro il cambio di strategia
Quando Xu Yangtian è comparso sul palco della Guangdong High-Quality Development Conference, si dice che qualcuno non l’abbia nemmeno riconosciuto. Eppure, è il fondatore di una delle aziende cinesi con maggiore successo globale: Shein.
La ricetta di Shein per scalare il mercato globale
Negli ultimi anni, la piattaforma di fast fashion è diventata una delle aziende più influenti nel settore della moda globale, trasformandosi da piccola realtà di e-commerce a gigante internazionale. Il marchio è ormai noto in gran parte del mondo per la sua capacità di produrre e distribuire abiti e accessori a prezzi estremamente competitivi, conquistando soprattutto il pubblico più giovane grazie alla velocità con cui riesce a intercettare le tendenze della moda e portarle sul mercato. Dietro questo successo commerciale, si nasconde una storia complessa fatta di strategie globali, catene di approvvigionamento altamente integrate e un rapporto delicato con la Cina.

Il rafforzamento del legame con la Cina e il Partito Comunista
Questo rapporto è tornato al centro dell’attenzione dopo una rarissima apparizione pubblica del fondatore della società. Xu, figura da sempre estremamente riservata, ha partecipato a sorpresa alla conferenza sullo sviluppo di alta qualità nella provincia del Guangdong, principale hub produttivo della Cina. L’evento era organizzato dal governo e, durante il suo intervento, Xu ha sottolineato apertamente le radici cinesi dell’azienda esprimendo gratitudine nei confronti delle autorità locali e del Partito comunista per il sostegno fornito nel corso dello sviluppo della società. Le sue dichiarazioni rappresentano un momento significativo nella storia recente dell’azienda perché sembrano segnare un cambiamento nella strategia comunicativa di Shein, che negli ultimi anni aveva cercato di presentarsi sempre più come una piattaforma internazionale di e-commerce con sede a Singapore, riducendo la visibilità delle proprie origini cinesi.

Xu, il «fondatore invisibile» dell’impero del fast fashion
La figura di Xu è peraltro stata a lungo avvolta da una certa aura di mistero. A differenza di altri imprenditori cinesi celebri nel mondo della tecnologia e dell’e-commerce, a partire da Jack Ma, il fondatore di Shein ha mantenuto per lungo tempo un profilo estremamente discreto. Non ama apparire in pubblico, concede raramente interviste e per molti anni l’azienda non ha nemmeno diffuso fotografie ufficiali dell’imprenditore. Proprio per questo motivo, Xu è stato spesso descritto come un «fondatore invisibile», una figura quasi sconosciuta al grande pubblico nonostante il successo globale dell’azienda che ha creato.
Il piano di investimenti per un miliardo e mezzo di dollari
La sua presenza all’evento nel Guangdong ha quindi attirato particolare attenzione. Durante il suo discorso, Xu ha anche annunciato un importante piano di investimento destinato a rafforzare ulteriormente la filiera produttiva dell’azienda sul territorio cinese. L’imprenditore ha infatti promesso di investire 10 miliardi di renminbi nei prossimi tre anni, una cifra pari a circa un miliardo e mezzo di dollari. L’obiettivo di questo investimento è sviluppare una catena di approvvigionamento sempre più avanzata e costruire nella regione un vero e proprio cluster industriale dedicato alla moda, capace di competere su scala globale. Il progetto prevede il potenziamento delle infrastrutture produttive, lo sviluppo di tecnologie digitali per la gestione della catena di approvvigionamento e il rafforzamento delle relazioni con i numerosi fornitori locali che già collaborano con il marchio. Secondo quanto dichiarato dal fondatore, Shein lavora con quasi 10 mila produttori situati nella provincia del Guangdong. Queste aziende, nel loro complesso, impiegano centinaia di migliaia di lavoratori e costituiscono il cuore della rete produttiva che consente alla piattaforma di lanciare continuamente nuovi prodotti sul mercato.

Le polemiche e le inchieste intorno al marchio
Nonostante il successo commerciale, la crescita di Shein è stata accompagnata da numerose polemiche. Negli ultimi anni l’azienda è stata spesso al centro di inchieste e discussioni riguardanti le condizioni di lavoro nelle fabbriche, l’impatto ambientale del modello di fast fashion e la qualità dei prodotti venduti. Con la sua ascesa, i governi occidentali hanno iniziato a osservare con maggiore attenzione il modello di business dell’azienda. Negli Stati Uniti è stata ad esempio eliminata l’esenzione doganale per le spedizioni di valore inferiore a 800 dollari, una norma che aveva permesso per anni l’ingresso di milioni di pacchi senza il pagamento di dazi. Shein è stata inoltre oggetto di nuove indagini da parte delle autorità europee per verificare possibili violazioni delle normative sui servizi digitali, inclusa la vendita di prodotti illegali e il funzionamento degli algoritmi utilizzati per raccomandare articoli ai consumatori.
Le difficoltà di quotarsi in Borsa a New York e a Londra
Le difficoltà normative e le tensioni geopolitiche rappresentano una sfida importante per il futuro dell’azienda, soprattutto in vista di uno dei suoi principali obiettivi strategici: la quotazione in Borsa. Shein ha tentato inizialmente di realizzare una quotazione a New York, ma il progetto ha incontrato numerosi ostacoli politici e regolatori. Successivamente ha valutato la possibilità di trasferire l’operazione a Londra, ma anche questa ipotesi si è rivelata complessa. Negli ultimi tempi l’attenzione sembra essersi spostata verso Hong Kong, un compromesso tra le esigenze di internazionalizzazione e la necessità di mantenere buoni rapporti con le autorità cinesi. In questo contesto, il sostegno del governo di Pechino diventa un elemento fondamentale, dal momento che le grandi aziende tecnologiche e digitali cinesi devono ottenere l’approvazione delle autorità prima di procedere con una quotazione sui mercati internazionali.

Il sostegno di Pechino è cruciale per il futuro del gruppo
Alla luce di queste dinamiche, le dichiarazioni di Xu sembrano un segnale politico oltre che economico. Il riconoscimento pubblico del ruolo del governo cinese nello sviluppo dell’azienda potrebbe essere visto come un tentativo di rafforzare il rapporto con le istituzioni nazionali in un momento cruciale per il futuro del gruppo. Anche a costo di rafforzare la convinzione occidentale di un legame stretto col Partito.
Warner Bros. Discovery finisce nelle mani di Paramount: quindi il cinema è salvo?
Probabilmente la serie tivù più interessante degli ultimi mesi non è una serie tivù, ma uno di quei tira e molla tra potenti che alla fine cambia tutto per non cambiare assolutamente niente. La storia dell’acquisizione di Warner Bros. Discovery, cominciata più o meno alla fine del 2025, è stata in grado di appassionare sia gli addetti ai lavori – critici, analisti, imprenditori, investitori di varia natura – sia il pubblico. A un certo punto, chissà come, ne hanno parlato tutti: anche quelli che non si sono mai interessati agli andamenti del mercato né alle pagine di economia. È stato come assistere a una nuova Game of Thrones: niente draghi, niente magia; al posto della Barriera c’era Wall Street e al posto delle Grandi Case i grandi brand.
Per qualcuno Netflix è considerata il male assoluto
Da una parte Netflix, la piattaforma streaming per eccellenza, il simbolo di un nuovo modo di immaginare e, soprattutto, di distribuire film e serie: per più di qualcuno, il male assoluto quando si parla di settima arte. Dall’altra parte, invece, presa dal fuoco incrociato di diverse polemiche politiche, come quella che ha coinvolto – e travolto – il Late Show di Stephen Colbert, cancellato più per fare un piacere al potente di turno che per effettive carenze di share, Paramount Skydance, che non ha mollato la presa nemmeno per un istante. Alla fine Netflix ha fatto un passo indietro, rinunciando a rilanciare per l’ennesima volta l’offerta di Paramount Skydance, e Paramount Skydance si è aggiudicata Warner Bros. Discovery. Tutti felici? Insomma.

La paura principale di molti addetti ai lavori
Fino a poco tempo fa, però, non era così. Il 5 dicembre era stata annunciata in modo abbastanza definitivo la chiusura dell’accordo tra Netflix e Warner Bros. Discovery per circa 83 miliardi di dollari. Una cifra che, fino a quel momento, sembrava assolutamente impossibile da battere. Netflix non è mai stata interessata ai canali di Warner Bros. Discovery, ma solo alla sua piattaforma streaming, HBO Max, e ai suoi studios. La paura di molti addetti ai lavori davanti a questo accordo è sempre stata una: i film di Warner Bros. non usciranno più al cinema ma direttamente in streaming; oppure, se usciranno al cinema, ci rimarranno per pochissimo tempo, in finestre distributive decisamente più brevi e contenute.
Paramount è sempre stata decisa ad acquisire per intero il gruppo
Nonostante le tante – e fiacche – rassicurazioni di Ted Sarandos, il co-ceo di Netflix, le discussioni non si sono calmate e hanno permesso a Paramount Skydance di rimanere in pista. Anzi, per qualcuno è diventata addirittura il “male necessario” da sostenere. Dopo due nuove offerte rifiutate da Warner Bros. Discovery, ne è arrivata un’altra di 111 miliardi di dollari che è stata, infine, accettata. Netflix ha avuto quattro giorni per rilanciare, ma ha preferito tirarsi indietro perché non ha trovato più interessante l’affare. Contrariamente a Netflix, Paramount Skydance è sempre stata decisa ad acquisire per intero il gruppo, compresi i canali come la Cnn e la parte di società impegnata nell’intrattenimento generalista, da televisione lineare.

I 2,8 miliardi di dollari come penale e le azioni in crescita
Quasi paradossalmente, a guadagnarci davvero da questo accordo, per il momento, sembra essere la stessa Netflix, che riceverà 2,8 miliardi di dollari da Paramount Skydance come penale per la rottura dell’accordo iniziale stipulato con Warner Bros. Discovery. Senza poi considerare un altro fattore: le azioni di Netflix, dopo la decisione di lasciar perdere l’acquisizione, sono tornate a crescere. Segno che gli investitori e gli azionisti hanno voluto premiare la lungimiranza della classe dirigente di non lanciarsi nell’ennesima, e molto probabilmente controproducente, lotta nel fango. Secondo alcune indiscrezioni, per la chiusura definitiva dell’accordo tra Warner Bros. Discovery e Paramount Skydance ci vorranno tra i sei e i 12 mesi e le piattaforme streaming dei due gruppi, rispettivamente HBO Max e Paramount+, finiranno per essere inglobate in un’unica realtà, garantendo però a HBO, presa come brand e come studio di produzione, di mantenere la sua indipendenza.
L’ennesimo polo di risorse, investimenti e brand
Chiaramente questo accordo ha avuto, e continuerà ad avere, altri effetti sull’industria audiovisiva americana e, conseguentemente, mondiale. Perché quello che si prepara a nascere è l’ennesimo polo di risorse, investimenti e brand. Probabilmente il soggetto più forte, sia come offerta che per la quantità di proprietà intellettuali possedute, del mercato. Per certe cose, anche più di Disney.

C’è, poi, un’altra questione, che è passata spesso in secondo piano, specialmente durante le proteste di artisti e creativi davanti alla possibilità di vedere i film della Warner Bros. distribuiti esclusivamente in streaming su Netflix: Paramount Skydance, molto vicina al presidente degli Stati Uniti Donald Trump e a una certa fetta di repubblicani, avrà dalla sua un potere e un peso mediatico assolutamente impossibili da sottovalutare o da ignorare.
Tanti dubbi da un punto di vista puramente editoriale
Nonostante le tantissime premesse e promesse degli ultimi mesi, gli unici ad aver saputo approfittare di questo “scontro” – le virgolette sono obbligatorie – tra Netflix e Paramount Skydance sono stati i dirigenti di Warner Bros. Discovery, che hanno visto aumentare a dismisura, in tempi relativamente brevi, le proposte di acquisizione. Da un punto di vista puramente editoriale, dunque non produttivo o economico, non ci sono state né rassicurazioni né tantomeno nuove idee. È un mondo vecchio che si comprime e si ripiega su se stesso, che spende soldi, che prova a investirli, ma che non porta a nessun vero mutamento dell’industria o del sistema che la controlla. Ed è incredibile come tutte le voci contrarie all’acquisizione da parte di Netflix ora si siano spente o comunque non facciano più così tanto rumore. Per qualcuno, evidentemente, il cinema è salvo. La realtà, però, dice altro; dice, cioè, che alla fine è sempre e solo una questione di soldi. Non di arte, non di aspirazioni: di soldi.
8 marzo, Poste italiane pioniera dell’emancipazione femminile
Nel 2026, a 80 anni dal referendum del 1946, l’8 marzo richiama una svolta storica, vale a dire il primo voto delle donne italiane, tappa fondamentale dell’emancipazione femminile. Un cammino al quale il Paese è giunto anche grazie a un sempre maggiore ruolo delle donne nel mondo del lavoro. E, in questa storia, le Poste italiane hanno avuto un ruolo significativo.
Le prime telegrafiste nel 1863
L’esordio del lavoro femminile nelle Poste risale al 1863, quando le donne iniziarono a operare come ausiliarie telegrafiste. Già dal 1865 furono impiegate negli uffici postali come portalettere e gerenti di ricevitorie, inizialmente nei piccoli centri rurali e poi anche nelle città, dove il mestiere della portalettere divenne quasi “alla moda”. L’ingresso delle donne nelle Poste rappresentò un fatto innovativo, uno dei primi accessi strutturati delle donne al lavoro statale. Non mancavano, tuttavia, le limitazioni imposte dalla cultura dell’epoca. Tra queste l’obbligo di nubilato, perché si riteneva che il ruolo di moglie e madre fosse incompatibile con un’attività lavorativa. Anche dopo l’abolizione di questo vincolo, alla fine dell’Ottocento, il lavoro della donna sposata restava subordinato all’autorizzazione del marito (come previsto dall’istituto dell’autorizzazione maritale presente nel primo Codice civile del Regno d’Italia del 1865). Eppure, la presenza femminile continuò a crescere, soprattutto nel ruolo di telegrafista, attività ritenuta più “consona” perché svolta in ambienti separati e sotto la direzione di altre donne. Tra il 1874 e il 1877 anche la scrittrice e giornalista Matilde Serao lavorò come telegrafista alle Poste centrali di Napoli, esperienza che ispirò la novella Telegrafi dello Stato – sezione femminile.
Le guerre e la svolta
Durante la Prima guerra mondiale, le donne furono chiamate a sostituire gli uomini partiti per il fronte, assumendo anche la responsabilità di uffici postali e telegrafici di rilievo. L’efficienza dimostrata contribuì a un cambiamento normativo importante, ovvero l’abolizione dell’autorizzazione maritale (1919). Un processo che si consolidò durante la Seconda guerra mondiale, quando le donne tornarono a ricoprire ruoli chiave nelle Poste, mantenendo spesso le loro posizioni anche dopo il rientro degli uomini dal fronte. Negli Anni 50 la presenza femminile aumentò ulteriormente, accompagnando la modernizzazione del Paese. Da lì in poi iniziarono a ricoprire ruoli sempre più importanti.
La presenza femminile oggi
Oggi la forte presenza femminile è uno dei tratti identitari di Poste Italiane. Il 53 per cento degli oltre 120 mila dipendenti è donna, così come il 46 per cento dei quadri e dirigenti e il 44,5 per cento dei componenti del consiglio d’amministrazione. È donna il 60 per cento dei direttori dei quasi 13 mila uffici postali presenti in Italia, la rete capillare su cui l’azienda ha costruito nel tempo la propria storia e la propria forza. Anche tra i neoassunti la presenza femminile è significativa, tanto che il 47 per cento dei nuovi ingressi è composto da donne. Per sostenere il lavoro femminile, Poste Italiane ha introdotto diverse policy tra cui la politica di sostegno alla genitorialità attiva, che offre anche percorsi di sostegno e sviluppo per il benessere individuale e organizzativo. Nell’ambito del welfare, il Gruppo garantisce misure avanzate per la genitorialità tra cui congedi più ampi di quelli previsti dalla legge, un’indennità pari al 100 per cento dello stipendio durante maternità e paternità e programmi di coaching dedicati alle neomamme. La politica sulla genitorialità mira anche a promuovere la genitorialità condivisa, coinvolgendo i padri e potenziando i meccanismi di conciliazione famiglia-lavoro.
I riconoscimenti ottenuti
Negli ultimi anni, il Gruppo Poste Italiane ha ottenuto riconoscimenti che lo collocano ai vertici del panorama nazionale, dall’attestazione ISO 30415 sulla Diversity & inclusion all’Equal salary per l’equità retributiva fino alla UNI/PdR 125 per la parità di genere.
Ddl stupri, quote rosa, femminismo: i diritti delle donne nell’era Meloni
Dimenticate la stretta di mano tra la segretaria del Pd Elly Schlein e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Quella foto, in cui si impegnavano entrambe a dar corso alla legge sul consenso libero e attuale, rimarrà l’immagine di un fallimento del dialogo fra le donne più rappresentative di questa legislatura, e con essa anche il crollo delle speranze di tante, troppe donne vittime di violenza. Negli ultimi giorni il cosiddetto ddl stupri, tornato al centro del dibattito politico, ha riacceso uno scontro che va ben oltre il perimetro tecnico della riforma dell’art. 609-bis del Codice penale. A infiammare ulteriormente il confronto sono state anche le dichiarazioni di Meloni, che ha criticato apertamente una parte del movimento femminista e il sistema delle quote rosa, definendoli strumenti spesso «ideologici» e non sempre efficaci nel garantire una reale parità.

Perché il ddl stupri è così divisivo
Il disegno di legge interviene sulla disciplina dei reati di violenza sessuale con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la tutela delle vittime, accelerare i tempi delle indagini e irrigidire alcune misure cautelari. In realtà, ancora una volta, l’onere della prova ricade sulla vittima. Non si affrontano in modo strutturale e culturale quelle che sono le radici della violenza maschile contro le donne. Non ci sono investimenti adeguati in formazione, scuola, servizi sociali, con il risultato che avrà un impatto limitato sul fenomeno, spingendo le donne a non denunciare più le violenze subite. Il governo sostiene che il provvedimento rappresenti un passo avanti concreto contro la violenza di genere, mentre parte delle opposizioni e diverse associazioni lo giudicano, oltre che insufficiente, sbilanciato su una logica esclusivamente repressiva. «Senza consenso è stupro» è lo slogan attorno al quale decine di migliaia di donne e uomini si sono radunati nelle piazze italiane.

Meloni all’attacco delle femministe
Nel pieno delle polemiche, Giorgia Meloni ha contestato poi quella che ha definito una narrazione ideologica di una parte del femminismo italiano. La premier ha rivendicato un approccio concreto e istituzionale al tema della violenza di genere, sostenendo che la lotta non debba essere monopolizzata da una sola visione culturale. D’altronde, Meloni ha più volte affermato di non sentirsi rappresentata da certo femminismo contemporaneo, pur riconoscendo la centralità del tema dei diritti delle donne. E c’è chi legge nelle sue dichiarazioni un tentativo di delegittimare il ruolo storico dei movimenti femministi nel conquistare diritti fondamentali. Una interpretazione frutto anche delle critiche della presidente del Consiglio alla questione delle quote rosa, che in Italia hanno trovato applicazione in diversi ambiti, dalla rappresentanza politica ai consigli di amministrazione delle società quotate. Per Meloni le quote non sono la soluzione strutturale al problema della sottorappresentanza femminile ma, anzi, sostiene che si possano trasformare in un meccanismo «imposto dall’alto», anziché frutto di un cambiamento culturale e meritocratico. Eppure, senza le quote – nate per riequilibrare un sistema storicamente sbilanciato – il divario tenderebbe a perpetuarsi.

L’eliminazione delle Consigliere per la parità
Il confronto sul ddl stupri appare quindi come la punta dell’iceberg di una frattura più ampia: da un lato un governo che rivendica un approccio pragmatico e normativo; dall’altro movimenti e opposizioni che chiedono un intervento più radicale e culturale. Ma non finisce qui perché, mentre al Parlamento europeo è stata presentata la Strategia di genere 2026-30, l’Italia resta all’ultimo posto tra i Paesi Ue sul divario occupazionale di genere. A ciò aggiungiamo l’ultima idea avuta dal duo Meloni-Roccella che, alla vigilia delle celebrazioni dell’8 Marzo, in commissione Affari costituzionali alla Camera dei deputati hanno presentato un decreto-legge per cancellare le Consigliere per la parità di genere in ambito lavorativo. Un istituto su base regionale che forma, tutela e aiuta donne lavoratrici vittime di discriminazione, accentrando tutto in un unico organismo con sede a Roma e condannando, così, migliaia di donne all’invisibilità.

Femminile Sovranista: tre P che ci condannano al passato
Nel frattempo, il dibattito continua a polarizzare l’opinione pubblica, confermando che i temi dei diritti e della parità di genere restano uno dei terreni più sensibili e divisivi. Non a caso è diventato oggetto di numerosi libri, uno dei quali dedicato proprio alle politiche di genere messe in atto dal primo governo guidato da una donna in 80 anni di storia repubblicana. In Femminile Sovranista, Giorgia Meloni e il corpo delle donne (Tab edizioni), l’autrice Caterina D’Ambrosio mette insieme una serie di provvedimenti che riguardano la popolazione femminile del nostro Paese per raccontare come il corpo delle donne sia diventato terreno di scontro politico.

Dal lavoro alla famiglia, dai femminicidi agli attacchi alla legge 194, D’Ambrosio spiega attraverso la regola delle tre P (patria, populismo, pena) un approccio anacronistico rispetto alla realtà fatta ancora di donne costrette ad accettare part-time involontario, o a fare zig-zag tra le poche e insufficienti misure a sostegno delle famiglie che non sono più solo in bianco e nero ma che hanno mille colori. Il carico di cura continua a pesare soprattutto sulle loro spalle e le costringe a un funambolismo quotidiano nel raggiungimento della piena emancipazione. Il lavoro è un miraggio, il fenomeno (tutto culturale) dei femminicidi occupa le prime pagine dei giornali per poche ore tra slogan e dichiarazioni di intenti, ma il metodo scelto dal governo per combatterlo è solo punitivo. Una cassetta degli attrezzi per comprendere, al di là degli slogan, le trasformazioni del mondo in cui le donne italiane cercano di muoversi, costruire e affermarsi.

Il meglio: Fantascienza.com, il meglio della settimana di Nathan Fillion
Le novità in arrivo in marzo, lo spin-off di For All Mankind, la fine della vicenda Warner, Legs Weaver diventa una serie animata, il trailer di Green Lantern nella settimana di Fantascienza.com
Ne abbiamo parlato l'altro giorno: da un po' di giorno Nathan Fillion sta “teaserizzando” i suoi follower su Instagram con una serie di video in cui chiama a raccolta il cast di Firefly. Non è la prima volta che Fillion gioca su questo argomento. Attore popolarissimo per le serie poliziesche – prima Castle, poi The Rookie – e a dire il vero anche un po' criticato, soprattutto per la seconda che è l'essenza di quella che viene chiamata “copaganda”, propaganda a favore della polizia in cui le forze dell'ordine di Los Angeles vengono dipinte... - Leggi l'articolo
Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Scatenare nuove guerre è uno strano modo per portare la pace nel mondo. Eppure per Donald Trump sembra essere l’unica strada percorribile. Durante la campagna elettorale del 2024 assicurava che avrebbe sfruttato le sue capacità di mediatore per porre fine ai molteplici conflitti globali iniziati sotto l’amministrazione del suo predecessore Joe Biden. Genocidio a Gaza e invasione russa dell’Ucraina prima di tutto. «Non inizierò alcuna guerra. Fermerò quelle in corso», disse nel discorso pronunciato davanti ai suoi sostenitori dopo la vittoria alle urne. Due mesi dopo si è spinto ancora oltre: «Misureremo il nostro successo non solo in base alle battaglie che vinceremo, ma anche in base alle guerre a cui porremo fine e, forse ancora più importante, in base alle guerre in cui non saremo mai coinvolti».
«La migliore politica estera di Trump? Non iniziare nessuna guerra»
Trump alla sua base di infervorati MAGA prometteva anche un dorato isolazionismo economico. Una narrazione portata avanti pure dal partito repubblicano e dal cerchio magico di Donald. A fine 2023, quando non era ancora stato scelto per il ruolo di candidato vicepresidente, J.D. Vance scrisse un editoriale sul Wall Street Journal, intitolato «La migliore politica estera di Trump? Non iniziare nessuna guerra». Si è visto.

Il presidente americano non ha mai nascosto il sogno di ritagliarsi il suo posto tra i vincitori del Nobel per la Pace, assieme a figure come Nelson Mandela, il Dalai Lama e Martin Luther King. Ha scritto il Guardian: «Forse avremmo dovuto farla finita a dicembre. Ogni Paese occidentale avrebbe dovuto inviare una sua delegazione in Norvegia per implorare il Comitato che assegna il premio di destinarlo al presidente Usa. Ora è determinato a vincere il premio Nobel per la guerra».
In un anno Trump ha attaccato sette Paesi
Sappiamo tutti, infatti, come è andata a finire. Nel primo anno del suo secondo mandato, Trump ha bombardato sette Paesi: Yemen, Siria, Iran, Iraq, Nigeria, Somalia e Venezuela. In un crescendo che ha raggiunto il suo apice la mattina del 28 febbraio, quando ha lanciato la sua campagna militare più estesa e rischiosa finora: l’attacco all’Iran, che si è già trasformato in un conflitto regionale, soprattutto perché il regime teocratico che governa il Paese vede questa offensiva congiunta Usa–Israele come una lotta per la sua sopravvivenza.

Nelle precedenti sei settimane, mentre il presidente americano ordinava il più grande rafforzamento militare statunitense in Medio Oriente dall’invasione dell’Iraq nel 2003, non ha fatto praticamente alcuno sforzo per spiegare al popolo americano o al Congresso se l’Iran rappresenti una minaccia per gli interessi statunitensi tale da giustificare i rischi di una guerra senza fine. Che, come rilevano i sondaggi, trova l’opposizione del 70 per cento degli americani, compresi quei MAGA che si erano aggrappati alle sue ripetute promesse di porre fine alla bellicosa fama degli Stati Uniti.
«Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano dalle minacce iraniane»
Nelle sue argomentazioni per spiegare l’iniziativa militare in Medio Oriente, Trump ricicla decenni di denunce statunitensi sulle attività nefaste di Teheran nell’area: il programma nucleare, lo sviluppo di missili balistici e il sostegno a milizie regionali come Hezbollah in Libano, Hamas nella Striscia di Gaza e gli Houthi in Yemen. «Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano eliminando le minacce imminenti del regime iraniano. Le sue attività mettono direttamente in pericolo gli Stati Uniti, le nostre truppe, le nostre basi all’estero e i nostri alleati in tutto il mondo», ha detto il presidente.

I precedenti interventi militari non sono stati risolutivi
Certo, guardando alle conseguenze, i suoi precedenti interventi militari sembrano tutt’altro che risolutivi. A metà marzo l’uccisione dell’iracheno Abdallah al Rifai non ha debellato la minaccia del Califfato. Gli Houthi dello Yemen continuano a rappresentare un pericolo per i mercantili che attraversano il Mar Rosso, nonostante i bombardamenti della primavera 2025. Per non parlare dell’Iran, che era già stato colpito a giugno dello scorso anno nell’operazione Midnight Hammer. Poi è toccato ai Caraibi, alla Siria e alla Nigeria, fino alla cattura del presidente Nicolás Maduro dopo una serie di iniziative per destabilizzare il Venezuela.

Trump ha messo la parola fine a otto conflitti? I conti non tornano
Cozza con la realtà anche la roboante narrazione secondo la quale Trump avrebbe messo la parola fine a otto conflitti. Se qualcosa ha fatto è stato supervisionare intese temporanee o parziali. Tra questi lo scontro tra Etiopia ed Egitto e le tensioni tra Cambogia e Thailandia. La crisi tra Serbia e Kosovo che The Donald avrebbe risolto durante il suo primo mandato appare tutt’altro che finita, nonostante l’accordo di normalizzazione economica del 2020.

Non convince nemmeno il ruolo (smentito da Nuova Delhi) dell’amministrazione statunitense nell’accordo raggiunto tra India e Pakistan dopo gli scontri di maggio 2025. Giova poi ricordare che la chiusura di un’intesa non corrisponde per forza alla fine delle violenze o alla cancellazione dei reali motivi del conflitto. Basta guardare a Gaza, dove l’esercito israeliano continua a sparare sulla popolazione.
L’eterna ossessione per Obama e il suo Nobel per la Pace
Come mostra un’infografica di Al Jazeera, nei suoi due mandati Trump ha bombardato Afghanistan, Iraq, Yemen, Pakistan, Somalia, Libia, Siria, Venezuela, Nigeria e Iran. In tutto 10 Paesi. Tre più di quelli finiti nel mirino di Barack Obama, l’ultimo presidente americano a vincere un premio Nobel per la Pace, nel 2009, a meno di un anno dall’insediamento alla Casa Bianca, con il merito di aver «creato un nuovo clima» nei rapporti internazionali attraverso il dialogo con il mondo musulmano, e «per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli».

La rivalità con Obama, che spesso sfocia in ossessione, è uno dei motivi per cui Trump è così fissato con il Nobel, che voleva ottenere nel 2025: «Se non mi assegnano quel premio sarà un insulto per gli Usa», aveva detto. Attaccando poi, tanto per cambiare, il riconoscimento dato a Obama, definito «una barzelletta»: «Ottenne un premio e nemmeno sapeva per cosa. Lo elessero e gli diedero il Nobel per non aver fatto assolutamente nulla, anzi, per aver distrutto il nostro Paese».
Un repubblicano non ottiene quel riconoscimento da 120 anni…
Oltre a Barack, nella storia solo altri tre presidenti americani hanno vinto il Nobel per la Pace: Theodore Roosevelt nel 1906, Woodrow Wilson nel 1919 e Jimmy Carter nel 2002, assegnato 21 anni dopo la fine del suo mandato. Di questi, solo Roosevelt era repubblicano. Sono quindi 120 anni che un membro del Gop non ottiene il premio. Per adesso, Trump si può consolare col ridicolo premio Fifa per la pace che gli ha assegnato il grottesco Gianni Infantino, capo del calcio mondiale e gaffeur di professione.

Storia di una psicosi collettiva sull’IA: quando l’immaginazione vale più dei dati
Negli ultimi due anni l’intelligenza artificiale ha smesso di essere solo tecnologia ed è diventata quasi una fede laica. A Wall Street non è più soltanto un settore industriale. È una promessa sul futuro. E come sempre quando si tocca il denaro, vengono generati entusiasmo, paura ed eccessi.
La disoccupazione negli Stati Uniti oltre il 10 per cento?
Negli ultimi giorni la Borsa americana è entrata in una specie di psicosi da IA. È bastato un report di una piccola società di ricerca che ipotizzava uno scenario estremo: un’accelerazione dell’automazione capace di spingere la disoccupazione negli Stati Uniti a oltre il 10 per cento entro il 2028 (a dicembre 2025 il dato era al 4,4 per cento), con fallimenti a catena e un forte crollo dei mercati. Non era una previsione ufficiale, ma una simulazione teorica. Eppure è stata sufficiente a scatenare il panico.

In poche ore sono stati bruciati oltre 200 miliardi di dollari di capitalizzazione nelle società tecnologiche. Poi diversi analisti si sono affrettati a ridimensionare l’allarme, ricordando che finora non esistono prove concrete di un impatto così drastico dell’IA sul lavoro o sull’economia reale. Ma la velocità della reazione ha detto più del contenuto del report.
I grandi gruppi continuano ad alimentare la febbre
Nel frattempo, i grandi gruppi continuano ad alimentare la febbre. Nvidia è diventata il termometro dell’era dell’intelligenza artificiale. Ogni trimestre è letto come un referendum sul futuro della tecnologia. I suoi chip sono il carburante dei modelli generativi e la corsa globale ai data center ha fatto esplodere ricavi e capitalizzazione.

Anche Microsoft ha trasformato l’IA in una leva strategica, integrandola nei suoi prodotti di uso quotidiano e rafforzando la partnership con OpenAI, la società che ha sviluppato ChatGPT. Ogni loro annuncio non è solo una notizia aziendale. L’intelligenza artificiale è infatti diventata la lente con cui si interpreta qualsiasi notizia economica. Se l’occupazione rallenta, si parla di IA. Se la produttività accelera, si parla di IA. Se peggiorano le tensioni tra Stati Uniti e Cina, si parla di IA.
Per capire il fenomeno bisogna studiare le bolle speculative
Per provare a capire questa dinamica, serve guardare al lavoro del quasi 80enne Robert Shiller, economista e premio Nobel per l’Economia nel 2013. Shiller non è solo uno studioso delle bolle speculative, ma uno dei pochi economisti che le ha anticipate. Alla fine degli Anni 90, per esempio, segnalò i rischi della bolla dot-com e, pochi anni dopo, i pericolo attorno al mercato immobiliare americano.

Nel suo libro Narrative Economics sostiene che i mercati non si muovono solo tenendo conto dei dati, ma anche in base alle storie che le persone si raccontano. Alcune di queste, secondo Shiller, si diffondono come un virus. Sono semplici, emotivamente potenti, facili da ripetere. Quando diventano popolari, influenzano decisioni e prezzi.
L’intelligenza artificiale è certamente una di queste storie. Basta una frase convincente del tipo «cambierà tutto». Per alcuni significherà crescita, nuovi mercati, produttività. Per altri minaccia, perdita di posti di lavoro, concentrazione del potere economico. È proprio questa ambivalenza a renderla potente.
Per esempio, dopo il lancio di ChatGPT, molti investitori hanno reagito come se fosse iniziata una nuova rivoluzione industriale. Le valutazioni di aziende come Nvidia sono cresciute rapidamente, anche prima che ci fossero dati solidi sull’impatto dell’IA. Così l’immaginazione ha corso più veloce delle statistiche. E quando un tema domina il dibattito come fa l’intelligenza artificiale, scatta un meccanismo noto: la Fomo, Fear of missing out, cioè paura di essere tagliati fuori.

Nessuno vuole restare ai margini dalla prossima grande trasformazione ed è in questi momenti che l’analisi dei bilanci passa in secondo piano. Conta la sensazione che il futuro stia accadendo adesso e che non esserci significhi perdere un’occasione irripetibile. La pressione non è solo finanziaria, è sociale. Se tutti parlano di IA, investire in IA diventa quasi un atto di conformismo.
Le narrazioni diventano ancora più potenti nell’instabilità
In una fase già segnata da incertezze geopolitiche e rallentamenti economici, questa dinamica si amplifica perché le narrazioni diventano ancora più potenti nell’instabilità. E più sono convincenti, più orientano i mercati. La cosiddetta psicosi da intelligenza artificiale può dunque essere letta in questo modo: non come una follia collettiva, ma come il risultato di una storia potente che si diffonde rapidamente. Una storia ambigua, fatta di crescita senza limiti o di crisi sistemiche, lenti attraverso cui ogni notizia oggi viene filtrata. Il punto quindi non è che l’intelligenza artificiale possa cambiare il mondo o meno. Il rischio è che, nel frattempo, il mercato si faccia guidare più dalle storie che dai numeri.
La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
La guerra in Medio Oriente è anche una guerra energetica, al pari di quella in Ucraina e di altre prima di queste. Il controllo della produzione e delle vie di esportazione di gas e petrolio è fondamentale per determinare vantaggi ed esiti nella cornice di conflitti allargati e confronti più ristretti in ogni angolo del mondo, dal Venezuela all’Iran. L’energia può essere un’arma, uno strumento di pressione, ma anche un obiettivo, un bersaglio: il gasdotto Nord Stream, arteria di collegamento diretta sotto il Mar Baltico tra la Russia e la Germania, è stato fatto saltare nel settembre 2022 da un commando ucraino, dando il via al processo di disaccoppiamento tra Mosca e Unione europea. Oggi i pasdaran controllano lo stretto di Hormuz, condizionando i mercati globali, e prendono di mira petroliere e navi cisterna.
La Baku-Tbilisi-Ceyhan è una delle maggiori pipeline della regione
Non solo: i droni arrivati in Azerbaigian, uniti ai rumors che circolano nel marasma della propaganda, indicano che una delle maggiori pipeline della regione, la Btc (Baku–Tbilisi–Ceyhan), sarebbe già nei radar iraniani. Questione di tempo. La Btc non è un semplice oleodotto, ma un progetto politico-economico occidentale partito già negli Anni 90 per bypassare la Russia. Trasporta il greggio dai giacimenti azerbaigiani del bacino del Mar Caspio, attraverso la Georgia, al porto mediterraneo di Ceyhan, nella Turchia meridionale, ed è uno snodo chiave per l’esportazione verso i mercati europei. È controllato dal colosso energetico britannico BP, che ne detiene la quota maggiore, pari al 30 per cento. Fornisce inoltre circa un terzo del petrolio che arriva in Israele e anche per questo è un obiettivo ideale per Teheran.

Il precedente dell’oleodotto Druzhba, attualmente fuori uso
Come per Nord Stream, anche per la Btc basterebbe una minima operazione chirurgica per provocare un terremoto gigantesco: le pipeline, dappertutto, sono obiettivi sensibili e facili da colpire. E non è certo un caso che siano sempre più nel mirino. L’ultimo esempio è stato quello dell’oleodotto Druzhba, che passa dalla Russia verso l’Europa occidentale attraverso l’Ucraina, attualmente fuori uso, con Kyiv e Mosca che si accusano a vicenda del sabotaggio, mentre un paio di Paesi, come Ungheria e Slovacchia, rischiano di rimanere a secco.

La vulnerabilità degli Stati che dipendono in maniera eccessiva da petrolio e gas è il problema maggiore che emerge quando le bombe colpiscono i tubi e riguarda non solo un pugno di nazioni direttamente interessate, ma mezzo mondo, come sta dimostrando il blocco dello stretto di Hormuz.
Dal 2022 l’Europa diversifica le vie di approvvigionamento
Se l’Europa dal 2022 ha cominciato a diversificare le vie di approvvigionamento, cambiando dal petrolio e dal gas russo a quelli di altri Paesi, dalla Norvegia ai Paesi del Golfo, passando per quelli dell’ex Urss come Azerbaigian o Kazakistan, si ritrova adesso davanti a sconvolgimenti, non proprio imprevedibili, che ne evidenziano la miopia.

Troppa insistenza sulle energie fossili rispetto a rinnovabili e nucleare
Non è solo la questione del passaggio all’import da regioni e Paesi altrettanto a rischio e altrettanto poco democratici come la Russia, ma dell’insistenza sulle energie fossili rispetto a quelle rinnovabili e anche al nucleare. Il Green Deal perseguito da Bruxelles, farcito di petrolio azero e di gas dal Qatar, non è solo un’illusione e una presa in giro, ma una vera zappa sui piedi.

Se ne stanno accorgendo tutti in questi giorni e a infilare il dito nella piaga ci ha pensato la Russia di Vladimir Putin, che se da un lato sta approfittando del rialzo dei prezzi degli idrocarburi per dare respiro alle casse dello Stato, dall’altro ha annunciato di voler chiudere del tutto la pratica europea, anche prima del 2027 come previsto da Bruxelles, e spostare verso l’Asia anche il residuo export di gas e petrolio che giunge ancora in Europa.

Adesso non ci sono emergenze, ma le riserve per il prossimo anno?
In realtà non ci sono emergenze, perché l’inverno è finito, ma, soprattutto per il gas, ci si pone la domanda sulle riserve per il prossimo anno, con gli impianti di stoccaggio ormai vuoti: verranno sicuramente riempiti con più gas norvegese e Gnl statunitense, in attesa di vedere come andranno le cose nel Golfo, però i costi saranno elevati. Anche per questo nella Germania ancora in recessione c’è chi chiede una revisione dei rapporti con la Russia, quando la guerra in Ucraina sarà finita, e la ripresa delle importazioni anche via Nord Stream, una volta rimesso in sesto.
Short Movie: Un robot, una ragazza, una guerra
In questo corto d'animazione un robot da guerra dà tutto per proteggere una ragazza, fino all'ultimo sacrificio.
Creato, scritto, diretto e animato da Liam Murphy, animatore nel campo dei videogiochi, No-A – nessuna parentela col Non-A di van Vogt – è un corto animato di circa cinque minuti nel quale facciamo conoscenza con l'omonimo robot, un robot da guerra o da lavoro che ha il compito di salvare e proteggere una ragazza. Non sappiamo chi e perché lo stia attaccando, non sappiamo chi sia la ragazza, ma sappiamo che No-A è pronto a fare di tutto per portare a termine il suo compito. Guarda il video: No-A - Leggi l'articolo
CINEMA - Short Movie - 7 marzo 2026 - articolo di S*
Unicredit rinnova l’accordo con Confcommercio per lo sviluppo delle pmi
Uncredit e Confcommercio hanno rinnovato l’intesa siglata nel 2024 con l’obiettivo di sostenere le imprese associate, affiancandole nella realizzazione dei loro investimenti e nei percorsi di crescita. In particolare, l’accordo prevede interventi volti a facilitare l’accesso al credito attraverso un’ampia gamma di strumenti di finanziamento pensati per rispondere alle esigenze operative delle aziende, tra cui prestiti a medio-lungo termine, finanziamenti per investimenti immobiliari o per l’acquisto di beni strumentali.
Soluzioni su misura per investimenti sostenibili
Per quanto riguarda la gestione dei flussi finanziari, l’accordo prevede soluzioni integrate per i pagamenti digitali e strumenti dedicati alla gestione dei flussi di cassa e delle transazioni finanziarie. Una particolare attenzione viene riservata ai temi Esg con soluzioni su misura per investimenti sostenibili per l’efficienza energetica, la riduzione delle emissioni di Co2, e servizi orientati a una transizione verso modelli di business più sostenibili. Unicredit, inoltre, attraverso la propria banking academy, metterà a disposizione corsi di formazione gratuiti che possono aiutare le imprese del terziario ad accrescere la cultura su tematiche bancarie e finanziarie e della sostenibilità.
Postacchini: «Così sosteniamo la competitività delle imprese»
Queste le dichiarazioni di Enrico Postacchini, componente di Giunta di Confcommercio con incarico per commercio e rigenerazione urbana: «Il rinnovo dell’accordo con Unicredit rappresenta un ulteriore passo nel percorso che portiamo avanti per affiancare le imprese associate con strumenti coerenti con l’evoluzione del mercato. L’intesa valorizza una collaborazione consolidata e amplia le opportunità a disposizione delle aziende del terziario, rafforzando il ruolo del sistema nel sostenere la competitività delle imprese e la vitalità economica delle città».
Areni: «Risposte concrete alle esigenze dei clienti»
Gli ha fatto eco Annalisa Areni, head of Client strategies di UniCredit Italia: «L’accordo con Confcommercio conferma quanto per noi sia strategico collaborare con le associazioni di categoria perché solo attraverso l’ascolto attento dei nostri clienti possiamo fornire risposte concrete alle loro esigenze. Vogliamo essere partner di fiducia per le imprese, offrendo loro un’ampia gamma di soluzioni dedicate a ogni tipo di necessità, in particolare sui sistemi di pagamento, agevolandole nella gestione quotidiana dei flussi di cassa e delle transazioni».
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
Prendete il Sanremo dei vostri peggiori incubi, quello che si materializza nelle notti insonni dei discografici quando le grandi firme scappano, il budget evapora e il proscenio resta a un’allucinazione collettiva dove Stefano De Martino si defila, la Clerici non firma e Conti si dà alla macchia verso lidi più sicuri. Immaginate questo vuoto pneumatico riempito da una conduzione che parrebbe partorita da un algoritmo impazzito, con Sal Da Vinci a menare le danze e il vicedirettore del Corriere Aldo Cazzullo a fargli da contrappunto intellettuale: ecco, solo allora avrete la misura della filosofia profonda che anima il San Marino Song Contest.
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Il monte Titano è l’ultimo avamposto del kitsch militante
L’ultimo porto franco del kitsch militante, un avamposto dove la geopolitica si risolve a colpi di cassa dritta tra le nebbie di un Monte Titano che ha smesso di essere un’enclave fiscale per trasformarsi nel terminal del trash d’esportazione per spettatori ipnotizzati. Tutto questo baraccone, oggi diventato orgogliosamente sistemico, trova la sua genesi in quel 2022 in cui Achille Lauro decise di forzare la mano al destino con un’operazione che all’epoca parve a molti un atto di disperazione, il gesto di chi tenta il tutto per tutto pur di non restare al palo. Respinto dalle giurie di casa nostra, il performer romano comprese prima degli altri che la Serenissima Repubblica poteva essere il cavallo di Troia per espugnare l’Eurovision (allora ospitato a Torino): si presentò sul Titano, la spuntò su una concorrenza impalpabile e volò sul palco europeo cavalcando un toro meccanico. Fu un flop storico, un’eliminazione bruciante in semifinale, eppure quel sacrificio sull’altare della bizzarria ha tracciato il solco in cui oggi tutti saltano con entusiasmo.
Un appuntamento per chi già si sente orfano di Sanremo
Perché buttare via la possibilità di accaparrarsi un posto per Vienna (dove avrà luogo la kermesse quest’anno) quando Lauro ha dimostrato che la dignità può essere barattata con un pass internazionale? Se l’anno scorso ha vinto persino Gabry Ponte, legittimando la “scorciatoia” sanreminese, oggi il San Marino Song Contest gode di riflettori insperati proprio perché conserva quella trasgressione che attira chi di Sanremo si sente già orfano.

Simona Ventura con il suo «crederci sempre» al timone
In questo prevedibile acquario di ambizioni, al quinto, ostinato giro di giostra, il baraccone ha deciso di indossare l’abito buono, o almeno di provarci, affidando il timone a Simona Ventura. La SuperSimo nazionale, colei che ha svezzato generazioni tra naufraghi seminudi a caccia di cocchi e domeniche calcistiche vissute sull’orlo di una crisi di nervi, sbarca sulla Repubblica come una sovrana decaduta ma armata della solita grinta del «crederci sempre».

Del resto l’ex regina di Quelli che il calcio resta l’unica protezione civile possibile per una manifestazione che ogni anno colleziona disastri tecnici come fossero figurine Panini, nonostante l’organizzazione diretta della Rai (oltre che San Marino Rtv, venerdì sera è in diretta su RaiPlay e Rai Radio 2). Gestirà gli spazi morti, le scenette improvvisate e i fonici che sembrano sempre aver appena finito un giro di sangiovese? Probabile.
La Giuria di qualità promette il caos primordiale
Ma la vera domanda è: quanto potrà reggere l’urto di una giuria che pare uscita da un esperimento sociale di fine Anni 90? Perché se la conduzione è, sulla carta, “un passo avanti” rispetto al passato, la giuria di qualità è un tuffo nel Giurassico più rissoso e imprevedibile. Mettete insieme Iva Zanicchi, Morgan e Red Ronnie e avrete servito su un vassoio d’argento il caos primordiale. C’è da scommetterci i 100 euro che non abbiamo: forse il Castoldi spiegherà le strutture armoniche del Settecento a un povero concorrente albanese, l’Aquila di Ligonchio racconterà una barzelletta spinta per smorzare i toni e il custode del Roxy Bar cercherà tracce di complotti alieni nei testi dei gareggianti.
Sul palco da Rosa Chemical a Dolcenera
Accanto a loro un’Arca di Noè del “vorrei ma non Sanremo”, dove i confini tra generi e nazioni sfumano sotto i colpi del bit. I nostri? Eccoli schierati come fanti: Rosa Chemical, reduce da Ballando e trattato con i guanti di velluto dopo essere stato ripudiato dai palchi nobili, Dolcenera accanto all’energia cacofonica dell’Orchestraccia e allo swing di un Paolo Belli (pure lui passato tra i concorrenti della regina Milly), e l’accoppiata che sulla carta sembra un errore del sistema operativo: Senhit e Boy George. È l’estetica del Stasera tutto è possibile (così cara proprio a De Martino, che andrà ad occupare Sanremo) che solo San Marino sa regalare.
Immancabile l’estone Tommy Cash
In attesa dei super ospiti, un quartetto da brividi composto dall’estone Tommy Cash, l’immortale Al Bano, il paroliere col ciuffo Cristiano Malgioglio, e la regina del twerking Elettra Lamborghini (troverà anche sul Titano gli ormai celebri «festini bilaterali»?), ci godiamo lo spettacolo consapevoli che questo è l’unico baluardo dove il kitsch è ancora una cosa seria.

Iran, la guerra per cambiare il regime rischia di produrre qualcosa di peggio
Il giorno dopo l’inizio dei raid sul suolo iraniano, come rivelato dal New York Times, emissari del ministero dell’Intelligence di Teheran avevano cercato un contatto indiretto con la CIA, passando attraverso i servizi di un Paese terzo. Un segnale di disponibilità a discutere una via d’uscita dal conflitto. Apertura poi ritrattata il 5 marzo. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha infatti chiarito a NBC News che l’Iran non ha chiesto un cessate il fuoco: «Non vediamo alcun motivo per cui dovremmo impegnarci di nuovo con coloro che lo hanno fatto, che non sono onesti nei negoziati, e non lo fanno e non entrano nei negoziati in buona fede». La posizione americana era già stata chiarita su Truth Social. Donald Trump aveva scritto che ormai era «troppo tardi» per trattare. E ha aggiunto una frase che dice più di qualsiasi briefing dell’intelligence: «La maggior parte delle persone che avevamo in mente sono morte». Non è retorica. È una descrizione letterale.

La CIA stessa ha fornito a Israele l’intelligence ad alta fedeltà sulla posizione della Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso in un raid insieme ad altri vertici del regime. Tel Aviv ha esortato Washington a proseguire con una campagna progettata per indebolire drasticamente le capacità militari dell’Iran. Tutto chiaro. Ma se elimini gli interlocutori, con chi negozi?

Il rischio dell’annientamento dei vertici
Le guerre di decapitazione – che comportano cioè l’azzeramento dei vertici di un regime – hanno sempre lo stesso problema. Più distruggi la catena di comando (ora tra i possibili successori dell’Ayatollah c’è il figlio 56enne Mojtaba Khamenei) più il potere si ridistribuisce verso il basso, verso chi ha le armi, non verso chi ha l’autorità politica per firmare e far rispettare un accordo. «Vogliamo ripulire tutto», ha ribadito Trump in un’intervista all’Nbc. Aggiungendo di avere in mente nomi per un «buon leader». «Non vogliamo qualcuno che porti avanti la ricostruzione per 10 anni. Abbiamo persone che penso farebbero un buon lavoro». Il tycoon ha quindi paragonato lo scenario iraniano al Venezuela, suggerendo un modello in cui la pressione militare produce un esito politico controllabile. Tanto che ha bocciato l’ipotesi della nomina di Khamenei jr: «Stanno sprecando il loro tempo. Il figlio di Khamenei è un peso piuma. Devo essere coinvolto nella nomina, come nel caso di Delcy (Rodriguez, ndr) in Venezuela», ha dichiarato ad Axios. Ignorando che in Iran non c’è un solo uomo da sostituire, ma un intero apparato. La Repubblica islamica ha infatti catene di comando parallele, istituzioni ideologiche radicate e un apparato di sicurezza progettato per sopravvivere all’azzeramento della leadership ridistribuendo l’autorità verso il basso.

I Pasdaran, lo Stato dentro lo Stato
Si può immaginare il potere iraniano come un sistema a doppia elica. Da un lato c’è la struttura politica formale: presidente, parlamento, leadership religiosa. È la facciata istituzionale, quella con cui l’Occidente ha sempre cercato di negoziare. Dall’altro c’è un apparato parallelo che è il vero scheletro del Paese: i Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran. Non sono soltanto un corpo militare. Sono contemporaneamente esercito, servizio segreto, conglomerato industriale e sistema finanziario. Lo dimostra il fatto che stiano spingendo per la successione forzata del figlio di Khamenei. Le stime occidentali gli attribuiscono il controllo di una quota dell’economia iraniana che va da un terzo a quasi due terzi del Pil. Telecomunicazioni, energia, costruzioni, import-export, cantieristica, finanza. Il loro budget militare, stimato tra 6 e 9 miliardi di dollari, rappresenta circa il 40 per cento della spesa militare ufficiale del Paese. Ecco il punto che cambia tutto. L’Iran di oggi non è quello del 1979. La maggioranza dei giovani iraniani è secolarizzata, distante dall’ideologia religiosa della rivoluzione, connessa al mondo. Chiedono solo la normalità. Ma il sistema costruito dai Pasdaran non si regge sull’ideologia. Si regge sull’organizzazione. Controlla reti di sicurezza, catene logistiche, posti di lavoro, infrastrutture. È un sistema clientelare armato. Cosa succede quando una guerra distrugge la leadership politica — i mullah, i diplomatici, gli interlocutori — ma lascia intatto quest’apparato? Succede che il baricentro del potere si sposta. Non verso una transizione democratica. I giovani iraniani la vorrebbero, ma non hanno gli strumenti per imporla. Il potere si sposta verso chi controlla reti, infrastrutture e uomini armati. Verso i Pasdaran, appunto. L’esito più probabile, se la traiettoria attuale continua, non è un Iran libero. È un Iran più militarizzato, più nazionalista e più imprevedibile. Un regime dove la componente ideologica religiosa cede il passo a un nazionalismo militare che potrebbe rivelarsi ancora più difficile da contenere.

La vulnerabilità delle monarchie del Golfo e la strategia di Teheran
Dall’altro lato dello Stretto c’è un’altra fragilità che la narrazione ufficiale nasconde con cura. Le monarchie del Golfo possiedono arsenali tecnologicamente avanzatissimi. L’immagine pubblica è quella di potenze invulnerabili. La realtà operativa è diversa. Per ogni dollaro speso dall’Iran in droni, gli Emirati ne hanno spesi tra 20 e 28 per abbatterli. In un solo fine settimana, i costi di intercettazione hanno superato i due miliardi di dollari.

La guerra nello Yemen lo aveva già dimostrato: superiorità tecnologica schiacciante, risultati sul campo modesti. Oggi quella lezione si ripresenta su scala più ampia, con un avversario più sofisticato. La strategia iraniana sfrutta esattamente questa vulnerabilità. Teheran non deve vincere una guerra convenzionale. Deve rendere il conflitto economicamente insostenibile per gli alleati regionali di Washington. Gli Houthi dallo Yemen hanno ripreso le minacce nel Mar Rosso, aprendo un secondo fronte. Non è conquista. È coercizione multilivello: se il prezzo della solidarietà con Washington diventa troppo alto, saranno le monarchie stesse a chiedere che l’escalation si fermi.

Le tre variabili da tenere d’occhio
Lo scenario che si sta consolidando non è una guerra lampo né un cessate il fuoco imminente. È qualcosa di più insidioso: un conflitto a bassa intensità e lunga durata, senza un obiettivo politico finale definito. Le variabili da monitorare sono tre. Il canale negoziale Iran-Usa. L’apertura iraniana verso la CIA è stata ritrattata, ma Trump l’ha respinta e Israele preme per continuare. Finché la campagna di decapitazione elimina gli interlocutori potenziali, la finestra diplomatica resta chiusa. E con essa qualsiasi prospettiva di de-escalation controllata. La tenuta delle monarchie del Golfo. I costi di difesa sono nell’ordine dei miliardi a settimana. La strategia iraniana punta a trasformare la solidarietà con Washington da scelta strategica a peso insostenibile. Il giorno in cui Riad o Abu Dhabi decideranno che il prezzo è troppo alto, l’intera architettura della coalizione cambierà. Il futuro del potere in Iran. Se la leadership politica continua a essere eliminata e i Pasdaran consolidano il controllo, l’Occidente si troverà di fronte un interlocutore più opaco, più militarizzato e meno interessato a negoziare. Un Iran dei generali, non dei diplomatici. Le guerre senza strategia non producono ordine. Producono il vuoto. E il vuoto, in Medio Oriente, non resta mai vuoto a lungo.
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Il caso della partecipazione della Russia alla Biennale è arrivato fino al Parlamento Ue
La partecipazione della Russia alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia non ha solo innescato lo scontro tra il presidente della Fondazione Biennale Pietrangelo Buttafuoco e il ministro della Cultura Alessandro Giuli. Ha infatti travalicato i confini italiani ed è diventata un caso di respiro internazionale: 26 eurodeputati hanno infatti firmato una lettera indirizzata a Buttafuoco e al cda della Biennale, chiedendo la revoca della «inaccettabile» partecipazione della Federazione Russa.

Cosa hanno scritto gli eurodeputati nella lettera
Tra i firmatari della lettera, di vari schieramenti politici, c’è anche l’italiana Pina Picierno del Pd, vicepresidente del Parlamento europeo. La riammissione della Russia, si legge nella documento, «rischia di danneggiare la reputazione e la statura morale della Biennale stessa», che «rappresenta da sempre un luogo simbolico di libertà artistica e cooperazione internazionale». Permettere la presenza ufficiale della Federazione Russa, spiegano gli europarlamentari, porterebbe «inevitabilmente con sé un significato simbolico e di legittimazione». Tutto questo dopo quattro anni di «bombardamenti, distruzione di infrastrutture e attacchi sistematici al patrimonio culturale ucraino».









