Scade oggi 17 agosto la tregua di 60 giorni prevista dal memorandum d’intesa firmato da Stati Uniti e Iran a Islamabad, lasso di tempo che i due Paesi si erano dati per negoziare un accordo definitivo per porre fine alla guerra. L’intesa, com’è noto, non è arrivata. Nel frattempo si sono invece verificati attacchi reciproci, mentre non è mai terminato il braccio di ferro riguardante lo stretto di Hormuz. Stessa situazione sul tema del nucleare. E adesso il timore è quello di una nuova escalation.
L’Iran avrebbe aumentato la produzione di missili e droni
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, che cita funzionari iraniani e arabi, Teheran avrebbe usato questi due mesi per prepararsi a un’intensificazione dei combattimenti, piuttosto che a dedicarsi alla diplomazia, aumentando la produzione di missili e droni. Dalla firma del memorandum, inoltre, sono arrivate le nomine in posizioni chiave di figure più intransigenti rispetto ai predecessori, come quelle di Ali Abdollahi come capo di Stato maggiore delle Forze armate iraniane, e del generale Ahmad Vahidi come capo dei pasdaran.
Gli avvertimenti e le possibili «sorprese strategiche»
Esmail Baghaei, portavoce del ministero degli Esteri iraniano, ha affermato che la scadenza di 60 giorni stabilita il 17 giugno in Pakistan tra Teheran e Washington non ha più alcuna rilevanza, in quanto gli Stati Uniti hanno violato l’accordo poche settimane dopo la sua firma. «La Repubblica Islamica dell’Iran non formula mai le proprie politiche sotto pressione, ultimatum o scadenze temporali. Tutte le decisioni vengono prese esclusivamente sulla base di valutazioni degli interessi nazionali e della sicurezza nazionale. Quello che era previsto nel memorandum era semplicemente una finestra temporale di 60 giorni per i colloqui su due temi – l’allentamento delle sanzioni e la questione nucleare – che avrebbe potuto essere prorogata qualora non fosse stato raggiunto un risultato», ha dichiarato. Nelle stesse ore il generale Yadollah Javani, alto comandante dei Guardiani della rivoluzione islamica, ha affermato che l’assetto difensivo dell’Iran è pronto a trasformarsi in un assetto offensivo, citando anche possibili «sorprese strategiche». Inoltre il comandante in capo dell’esercito iraniano, il generale Amir Hatami, ha promesso 30 mila dollari a chi uccida o catturi un militare americano.
Paramount Skydance ha dichiarato che la fusione in corso con Warner Bros Discovery ha ottenuto tutte le autorizzazioni normative richieste dall’accordo. Il processo di revisione, durato otto mesi, ha coinvolto 68 giurisdizioni tra cui Stati Uniti, Unione Europea e Cina, e le autorità di regolamentazione «non hanno mai riscontrato motivi per impedire che la transazione vada avanti», si legge in una nota. Tuttavia, Paramount deve ancora affrontare una causa antitrust intentata da un gruppo di 12 Stati guidati dal procuratore generale della California, «l’ultimo ostacolo al completamento di una fusione che creerà un concorrente più forte con una maggiore capacità di investire in contenuti di alta qualità», ha dichiarato l’amministratore delegato David Ellison.
La causa intentata in California
La causa intentata sostiene che la fusione da 110 miliardi di dollari tra le due realtà danneggerebbe la distribuzione cinematografica e televisiva e comporterebbe una riduzione dei posti di lavoro nel settore dei media e dell’intrattenimento. Il processo dovrebbe iniziare a marzo. «Pur rimanendo fiduciosi che la legge e i fatti siano dalla nostra parte, abbiamo offerto impegni e concessioni e restiamo aperti a collaborare in modo costruttivo con i procuratori generali dello Stato per trovare una via da seguire nell’interesse dei nostri dipendenti e della comunità creativa in California e in tutto il mondo, proprio come abbiamo fatto con gli enti regolatori di 68 paesi a livello globale», ha spiegato Ellison.
E’ una estate da record quella per il turismo italiano, che resta tra i “principali motori della nostra economia”. La Banca d’Italia, a maggio, ha evidenziato “un avanzo di 2,7 miliardi della bilancia turistica dei pagamenti”. La stagione, più che positiva, delineata anche dall’Ufficio Statistica del Ministero del Turismo, che a luglio 2026 evidenzia “oltre 4 milioni di presenze in più e 1 milione di arrivi in più rispetto allo stesso mese del 2025”. A conti fatti, “le presenze aumentano complessivamente del 4,4%, con una crescita del 2,3% della componente italiana e del 6,0% di quella estera”. Gli arrivi – seguendo i dati del Ministero dell’Interno – mettono in mostra “una dinamica favorevole, registrando un incremento complessivo del 4,5%, determinato dall’aumento della componente italiana del 3,8% e di quella estera del 5,1%”. Risultano in crescita “la componente alberghiera (+2,5%) e extra alberghiera (+6,7%)”. Va detto che i risultati (a luglio) sono “in continuità con il primo semestre, chiuso a +4,9% di presenze e +4,4% di arrivi”. Il Centro Studi di Confindustria/Federturismo “conferma come nei mesi clou di luglio e agosto la presenza di turisti stranieri in Italia è in crescita”. Ma, poi, occorre valutare positivamente le stime sulla stagione estiva (15 giugno-15 settembre) – secondo lo studio dell’Ufficio Statistica del MiTur – che “confermano il trend positivo: il tasso medio di saturazione OTA, che indica la percentuale di occupazione rispetto all’offerta disponibile sui grandi portali internazionali di viaggio online, è al 58,9%, +10,8 punti percentuali sul 2025, con tariffe medie più basse”. Ad agosto, “il dato tocca quota 58,5%, in aumento anche in questo caso di 10,8 punti percentuali, con tariffe mediamente in calo”. E, poi, un dato riferito alla settimana di Ferragosto: “Si tocca il picco del 65,4%. Numeri che collocano l’Italia davanti ai principali competitor con 6,7 punti percentuali in più rispetto alla Spagna (52,2%) e 16,1 in più rispetto alla Francia (42,8%) se si considera l’intera estate e 4,5 punti in più sulla Spagna (54%) e 17,5 in più sulla Francia (41%) ad agosto”. Per dire: “Se ci si concentra solo sulla settimana di Ferragosto l’Italia segna 5,6 punti percentuali in più sulla Spagna (59,8%) e addirittura 19 punti in più sulla Francia (46,4%)”.
Onorevole Mari, immigrazione clandestina e legge elettorale, bocche di fuoco di questo bollente agosto. Come procede il Governo e come intendete muovervi voi di AVS?
Partiamo dall’immigrazione: il Governo si muove ormai solo sul terreno della propaganda. Lo so, i cittadini sono giustamente sensibili a queste tematiche e noi stessi non vogliamo sottovalutarle, ma faccio notare che anche lei, giustamente, ha associato istintivamente l’aggettivo “clandestina” alla parola “immigrazione”. Bene, anzi male, perché il problema è proprio questo: la nostra immigrazione è in grandissima parte irregolare perché è molto difficile entrare regolarmente a causa di una legge sbagliata che si chiama Bossi-Fini e poi perché anche quelli che entrano regolarmente spesso diventano irregolari a causa di un sistema di accoglienza che non funziona. Sarà forse perché è meglio avere manodopera altamente ricattabile e quindi a bassissimo costo?
Passiamo alla legge elettorale. Credo che l’iter si concluderà tra fine settembre e inizio ottobre e che il testo definitivo prevederà le preferenze per i candidati non capolista. Una presa in giro. Ma c’è di peggio: questa legge elettorale introduce surrettiziamente un premierato di fatto, in pratica si fa attraverso una legge ordinaria ciò che non è possibile con una riforma costituzionale, per il semplice fatto che gli elettori la boccerebbero sicuramente come è avvenuto per quella sulla Magistratura. Rimane il fatto gravissimo che in questo modo vengono compromesse le prerogative del capo dello Stato. Un altro attacco alla Costituzione. L’ennesimo.
Su cosa sta lavorando? I fronti aperti sono diversi.
Sono il capogruppo AVS in Commissione Lavoro della Camera, in questi quattro anni mi sono occupato soprattutto della proposta sul salario minimo, della riduzione dell’orario di lavoro, dell’introduzione di un meccanismo automatico di adeguamento dei salari al costo della vita, di caporalato e di sicurezza sul lavoro. Ora il mio compito è quello di far entrare nel modo migliore queste tematiche nel programma della coalizione che si comincerà a definire già da settembre. Purtroppo, però, al rientro dovremo sicuramente contrastare una misura che il Governo ha varato nel CdM di inizio agosto. Quella che limita la responsabilità delle imprese, degli enti e delle società committenti in materia di diritti dei lavoratori e di sicurezza. Una norma gravissima e irresponsabile, che ha il chiaro scopo di rendere più debole il sindacato e di limitare le inchieste e i provvedimenti della Magistratura contro lo sfruttamento del lavoro. Davvero con questo Governo al peggio non c’è mai fine.
Che ne pensa di questi primi mesi della gestione Fico? Vede differenze con De Luca? Come si muove il suo assessorato in Regione?
Non c’è dubbio che la gestione del Presidente Fico sia segnata da una forte discontinuità con quella precedente. È diversa la visione, il metodo democratico, l’interlocuzione costante con le istanze dei territori campani. In questo quadro l’assessora Zabatta sta facendo un ottimo lavoro, impegnata su tanti fronti che vanno dalle politiche giovanili allo sport, passando per la Protezione Civile, la Biodiversità, la Riforestazione, la Pesca e l’Acquacoltura, la tutela degli animali. Nonostante questa complessità percepiamo chiaramente che i risultati positivi del suo lavoro si vedono già.
Ma approfitto dell’occasione per andare su due temi che riguardano la nostra provincia, due nervi scoperti, secondo me, che meritano un’attenzione particolare da parte di tutti noi e delle forze progressiste in particolare. La prima è la condizione del nostro servizio sanitario. In questo momento abbiamo il Pronto Soccorso di Agropoli chiuso di fatto, l’Ospedale di Battipaglia chiuso e la sanità della Piana del Sele al collasso per carenza di posti letto, la sospensione delle prestazioni presso l’Ambulatorio di Ortopedia del Ruggi d’Aragona. E questi sono solo i casi più eclatanti in questo mese d’agosto.
L’altra questione è quella dello spopolamento delle nostre aree interne e in particolare della ulteriore perdita di alunni e riduzione di classi nelle scuole salernitane. I numeri sono devastanti e meritano misure innovative e coraggiose. Non possiamo affidarci al Governo nazionale che è totalmente inerte. Credo che su queste due vicende serva un sussulto delle forze di centrosinistra che governano il territorio e si candidano a governare l’Italia. Penso che a settembre sarebbe utile un confronto a livello provinciale per individuare strategie e avanzare proposte al governo regionale.
Primarie nel campo largo, Fratoianni si è sentito escluso dai giochi. Ha ragione?
In realtà Fratoianni e Bonelli hanno detto un’altra cosa. Ovvero che c’è bisogno di più generosità e che la discussione politica nella coalizione progressista non può essere incentrata sulla scelta della candidata o del candidato alla presidenza come impone la legge elettorale. Bisogna invece avviare la discussione sul programma che sarà la base comune su cui, eventualmente, fare le primarie. Il Paese, nonostante la narrazione di Giorgia Meloni è in grande difficoltà. I salari e le pensioni non reggono il passo del costo della vita, le bollette sono un incubo per le famiglie normali, sono tantissimi gli italiani che questa estate non si sono potuti permettere neanche un giorno di vacanza. Tutto questo mentre la produzione industriale arretra, cresce la cassa integrazione e sono sempre di più i giovani costretti a cercare un futuro fuori dall’Italia. Di questo bisogna parlare, su questo va trovata una convergenza minima e poi, saranno gli elettori con il loro voto a decidere il segno e il carattere del prossimo governo.
Come giudica i primi mesi di De Luca sindaco?
Ha privilegiato il tema della sicurezza, commettendo secondo me un errore. Ormai il dibattito pubblico è un cane che si morde la coda: più si parla di sicurezza più sembra che aumentino le risse, le rapine, lo spaccio. L’ho detto e lo ripeto: questo è il modo della destra di affrontare il tema della sicurezza. La destra non deve risolvere il problema della sicurezza, deve solo agitarlo e lucrare su esso da punto di vista elettorale. Per quanto riguarda le altre questioni al centro della vita amministrativa, ho l’impressione che vi sia poca chiarezza e che andiamo incontro a qualche sorpresa. L’ampliamento del porto, il progetto di devastazione del porticciolo di Pastena, il caso del Grand Hotel e di foce Irno, solo per citarne alcuni, stanno lì e aspettano chiare.
A differenza della regione l’opposizione al Comune di Salerno non si fa ancora sentire, eppure i fronti aperti sono diversi.
A dire la verità la nostra opposizione si sente eccome. Come dicevo, tutti gli argomenti più scottanti e più decisivi per il futuro della città sono affrontati quotidianamente dai consiglieri eletti nella coalizione guidata da Francomassimo Lanocita. La loro voce si è sentita chiara fin dal primo Consiglio comunale e non faranno sconti a nessuno. E farebbe bene anche il Sindaco a prendere in considerazione alcune nostre proposte, parlo ad esempio del depaving a piazza Cavour, che sarebbe una soluzione in linea con l’emergenza climatica, un piccolo segnale, in uno spicchio di città, ma assolutamente in controtendenza rispetto al cemento degli ultimi anni. Insomma, la nostra forza sta nel fatto che le idee avanzate in campagna elettorale sono il frutto di decenni di opposizione a questo sistema di potere e nascono da comitati, associazioni, organizzazioni politiche e sociali che non si occupano dell’interesse pubblico solo in occasione delle elezioni amministrative.
Infine, Vannacci è una risorsa o un ostacolo per il centrodestra?
È un problema tutto loro dal punto di vista elettorale. È un problema di tutti noi dal punto di vista culturale. Temo che Vannacci ci faccia arretrare tutti, per questo la rincorsa del centrodestra sulle sue parole d’ordine è un pericolo per l’intero Paese. Ovviamente si tratta di cose sbagliate e irrealizzabili, a partire dalla remigrazione, ma c’è sempre qualcuno alla ricerca di una improbabile novità, meglio se abbondantemente condita di populismo. Non so cosa farà il centrodestra, ma credo di sapere cosa dobbiamo fare noi. È necessario fare al Paese una proposta chiara, fatta di cose realizzabili che cambiano la vita delle persone veramente, ma soprattutto che si ispiri pienamente al progetto di quella magnifica Costituzione scritta ottant’anni fa
SpaceX ha completato l’acquisizione di Cursor, startup specializzata nella programmazione nel settore dell’intelligenza artificiale, per 60 miliardi di dollari. Secondo un documento depositato presso le autorità di regolamentazione, si legge su Bloomberg, l’accordo è entrato in vigore il 14 agosto, due mesi dopo che l’azienda fondata da Elon Musk ha annunciato formalmente di aver raggiunto l’intesa per rilevare la società. L’operazione, una delle più grandi nel settore tecnologico di sempre, dovrebbe supportare SpaceX nello sviluppo di strumenti di intelligenza artificiale più avanzati in grado di semplificare diverse attività, tra cui la programmazione. L’assistente di intelligenza artificiale di Cursor, lanciato nel 2023, è stato progettato per aiutare i programmatori a scrivere ed eseguire il debug dei codici in modo più efficiente.
L’indagine è partita dal ricorso di un mancato candidato
Lo scrive La Stampa, spiegando che l’inchiesta è partita dopo il ricorso presentato dall’avvocato Renato Miele, che aveva tentato a sua volta di candidarsi senza però trovare alcun appoggio: da mesi quest’ultimo chiede di sapere se Malagò fosse in regola con il tesseramento. L’articolo 29 comma 1 dello Statuto della Figc, infatti, dice che bisogna essere iscritti per poter fare il presidente della Federcalcio.
Giovanni Malagò (Imagoeconomica).
La Figc: «Malagò ritenuto candidabile dagli uffici»
Finora i tribunali federali hanno respinto la richiesta di Miele, giudicandola «inammissibile» perché non aveva legittimazione per contestare la candidatura. Dello stesso parere è stato il Collegio di Garanzia dello Sport. Tuttavia la Procura generale dello Sport ha scritto alla Procura federale della Figc invitandola «a iscrivere il fascicolo di un procedimento nel rispetto di quanto disposto ex art. 47, comma 1, del Codice della Giustizia Sportiva, al fine di poterne accertare la veridicità di quanto sostenuto dal ricorrente, acquisendo il tesseramento di cui trattasi con i relativi termini di decorrenza, ai fini delle conseguenti valutazioni». La Figc ha risposto che Malagò «è stato ritenuto candidabile dagli uffici», ma il modulo relativo all’attuale presidente non figurerebbe nell’anagrafe federale S400.
Giovanni Malagò (Imagoeconomica).
Cosa può succedere in caso di “non tesseramento”
Adesso, spiega La Stampa, il procuratore della Figc Giuseppe Chiné dovrà aprire un fascicolo sulla questione. Se dovesse essere verificato il non tesseramento al momento delle elezioni, la candidatura di Malagò risulterebbe non valida e sfocerebbe in una decadenza, con rischio di annullamento delle elezioni o di commissariamento della Figc. Oltre alla posizione dell’attuale presidente della Federcalcio, sarebbe a rischio anche la nomina di Roberto Mancini come commissario tecnico della Nazionale, decisa proprio da Malagò.
SALERNO – La rovinosa caduta in Coppa Italia, all’Arechi contro la matricola Scafatese, ha di fatto accelerato i piano della Salernitana sul mercato. La piazza è già in subbuglio ed il club granata non può permettersi di perdere ulteriormente tempo in vista dell’esordio in campionato, tra una settimana, ancora all’Arechi, ancora in un derby ma stavolta con il Sorrento. E proprio dal club costiero è in arrivo Eugenio D’Ursi, l’attaccante che rimpiazzerà Franco Ferrari, già partito alla volta di Guidonia. L’ex Foggia e Bari sarà questa mattina in città per sostenere le visite mediche presso il Check Up e sottoscrivere il contratto che lo legherà alla Salernitana per i prossimi due anni. Stesso dicasi per Marco Capuano, già a Salerno per la ratifica del contratto annuale con i granata. Il centrale classe 1991 sostituirà Golemic nello scacchiere di Cosmi. Nelle ultime ore, intanto, la Salernitana ha preso anche Mattia Vitale, già a SAlerno da ieri sera. L’ex Frosinone sarà il sostituito di Galo Capomaggio, ieri già a La Spezia per assistere al match di Coppa Italia delle Aquile contro la Torres: quest’oggi firmerà un triennale con i liguri. Il mercato della Salernitana non finisce qui. Faggiano attende l’esito degli esami di Heinz: in caso di ko grave arriverà un altro centrale. Il ds segue anche i centrocampisti del Benevento Maita, Kouan e Talia e non molla Ferraris. Nelle battute finale del mercato potrebbe arrivare un’altra punta: Coda, ma non solo.
È ovvio e scontato. Chi si è ritrovato in questi anni tra le file di una minoranza, in questo caso quella dell’assise deputata all’amministrazione della città, ha ambito ad essere maggioranza e ad avere il controllo del governo locale attraverso l’esecutivo, la giunta comunale, per “cambiare” il modello di gestione dell’ente e per dare nuovi, diversi e necessari criteri di indirizzo e sviluppo territoriali. Il risultato elettorale del 2021, come da ben oltre due decenni avviene a Fisciano, non ha visto e non ha portato “cambiamento”. In questo lungo arco temporale non è mai cambiato il blocco di potere che è stato costantemente scelto dal blocco elettorale che ha sempre sfiorato, raggiunto o superato l’ottanta percento, considerando in tale valore percentuale anche le liste collegate, artatamente costruite per sottrarre rappresentanza alla minoranza consiliare e di conseguenza alla minoranza popolare. Ad essere maggioranza, poi, non si ambisce solo con l’azione in consiglio comunale, sede dove, normalmente, si esercitano i rapporti di forza stabiliti dalle elezioni precedenti. A mio modestissimo giudizio, a diventare maggioranza si ambisce soprattutto con la “forza dell’azione” al di fuori dell’aula consiliare. Per le strade, con l’associazionismo, con i soggetti portatori di interessi comuni, con le categorie di settore, con i partiti di riferimento, con tutto quello che ha l’interesse per il bene dei più, con chi ha direttamente partecipato alla competizione elettorale, mettendoci la faccia e il coraggio. Bisogna agire giorno per giorno, settimana dopo settimana, per tentare di ribaltare i rapporti di forza necessari al conseguimento del consenso elettorale che possa consentire il futuro governo della città. Non è facile, anzi è molto più difficile, se dentro tutti “i contenitori sociali” anzidetti non si innesca la necessità di cambiare realmente, nei fatti e non con le parole, non si dà sostanza alle ragioni per cambiare ciò che produce danni generazionali. Per attuare il cambiamento non possono bastare i consiglieri di minoranza. Non può bastare solamente chi onestamente e con impegno, con le difficoltà oggettive e soggettive, è diventato lo strumento democratico principale deputato a portare nell’aula del consiglio comunale la discussione sulle differenti possibili scelte amministrative e sulle istanze per tutelare interessi pubblici, a fare denuncia politica sulle decisioni che non sono basate su norme di leggi e sulle cose che non hanno alla base il bene diffuso ma quello di pochi. Venti anni, da dentro e da fuori il consiglio comunale, sono serviti a farmi capire che bisognava iniziare a tentare una strada diversa. Non quella dell’ultimo minuto, non quella dell’essere stretti all’angolo, non quella del cerino che si spegne in mano a pochi volenterosi, necessari e sufficienti a dare la parvenza di sistema democratico e a suggellare il risultato elettorale. Sempre, nei fatti, ad ogni elezione a cui ho preso parte, nella lista perdente sono risultato il primo degli eletti, dopo il candidato sindaco. Al momento delle dimissioni (nel novembre 2025), ero il consigliere con più anni trascorsi nelle file della minoranza. Qualcosa mi diceva che non potevo continuare a commettere gli errori delle volte passate. Bisognava fare qualcosa che non portasse agli errori di sempre. Bisognava partire prima, bisognava partire in maniera diversa, nonostante il tempo trascorso era diventato già troppo, nonostante altre difficoltà oggettive, intrinseche ed estrinseche. Conscio che la pars costruens deve avere assolutamente la propria azione. Non aspettare solamente gli eventi. Capire COME cambiare rimane fondamentale e bisognava iniziare a farlo nei tempi giusti. È tardi? Penso di si. Che bisogna cambiare, ai più, a Fisciano è noto. Se l’analisi si ferma alle valutazioni sulle sigle della politica nazionale presenti a Fisciano, purtroppo e mio malgrado, non può servire a cercare la strada per indicare COME cambiare. Servirà a fare un favore a chi mira a conservare il gruppo che rappresenta il peggiore potere politico-amministrativo che abbia mai condotto le sorti dell’ente, intriso di “carrierismo cinico e spietato”: per manifesta incapacità e palese disimpegno, per la gestione meramente clientelare, per l’arretratezza alla quale ha condotto Fisciano, per il ruolo subalterno e secondario a cui ha ridotto l’immagine e l’azione del comune nel contesto provinciale e regionale. Non è facile, certo, però bisogna indicare la strada di come cambiare e non solo sventolare la bandiera dei “secondi” e gridando “si deve cambiare”. Le parti politiche menzionate che hanno indicato il nuovo presidente del consiglio comunale di Fisciano, in vario modo e a vario titolo, convivono da oltre trenta anni. Stanno insieme con il collante del potere che non ha alcuna scadenza temporale e non perde i suoi effetti chimici nell’immediato. Come farebbero a schierarsi l’una contro l’altra all’ultimo minuto? Ritengo che se il tricomponente ha gli effetti duraturi che immagino, invero ad oggi già ampiamente dimostrati, come giustificherebbero strade contrapposte? A quale onesto cittadino sarebbero credibili? Bisognava iniziare ad indicare ai cittadini che auspicano seriamente il cambiamento come iniziare a metterlo in atto. La minoranza con quale di quelle parti sceglierebbe di allearsi? E se non sceglie di allearsi con nessuna quando inizierà a spiegare come bisogna cambiare? O ambisce ancora a lasciare buchi dove il potere ha vita facile. Non é più possibile partecipare alle competizioni elettorali “per moda” ma bisogna farlo indicando le modalità del cambiamento. Qualora non sia già troppo tardi, come temo, presto e con rigore intellettuale, lasciando stare gli interessi di parte, bisognerà iniziare il percorso non ponendosi il dubbio del “se fare” ma del “come fare”.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ordinato al Pentagono di ridurre la portata delle prossime esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, che si tengono ogni anno e in cui viene simulato un attacco da parte della Corea del Nord. L’ha annunciato egli stesso su Truth, giustificando la decisione con i suoi «ottimi rapporti» con il dittatore nordcoreano Kim Jong Un. Il tycoon ha sostenuto che le esercitazioni sono troppo costose e «mandano un segnale completamente inappropriato e ostile» alla Corea del Nord, definita un Paese «non minaccioso e rispettoso» degli Stati Uniti. Al contrario, ha accusato la Corea del Sud di non aver aiutato gli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran. Le esercitazioni si tengono ogni anno e inizieranno martedì 18 agosto 2026. Troppo tardi per cancellarle del tutto, motivo per cui Trump ha chiesto al dipartimento della Difesa di ridurne la portata. Non è chiaro in che modo avverranno, né se ci saranno effetti a lungo termine sul loro ruolo nell’alleanza fra Stati Uniti e Corea del Sud.
È morta a 36 anni l’attrice statunitense Hayden Panettiere, che aveva raggiunto la fama internazionale interpretando Claire Bennet nella serie Heroes. Nel memoir This Is Me: A Reckoning, pubblicato quest’anno, aveva raccontato le difficoltà vissute durante gli anni in cui era un’attrice bambina a Hollywood, così come della depressione post partum, della dipendenza dagli oppioidi e dall’alcol, di episodi di violenza domestica. Lascia una figlia, Kaya Evdokia, nata nel 2014 dalla relazione con l’ex pugile ucraino Volodymyr Klyčko.
La carriera di Hayden Panettiere
Nata a Palisades il 21 agosto 1989, Panettiere aveva cominciato a lavorare nel mondo dello spettacolo a soli 11 mesi, comparendo in uno spot pubblicitario per un trenino giocattolo. A quattro anni aveva ottenuto il ruolo di Sarah Roberts nella soap opera della ABC Una vita da vivere, interpretato dal 1994 al 1997. A nove anni era arrivato il primo ruolo al cinema con una piccola parte nel film L’oggetto del mio desiderio. La notorietà internazionale era arrivata nel 2006 con Heroes, in cui interpretava una cheerleader dotata del potere della rigenerazione cellulare. Nel 2011 aveva vestito i panni di Amanda Knox nell’omonimo film per la tv. Nello stesso periodo era tornata al cinema nel quarto capitolo della saga Scream nel ruolo di Kirby Reed, personaggio poi ripreso nel sesto. Dal 2012 al 2018 era stata tra i protagonisti di Nashville, serie ambientata nel mondo della musica country. Negli ultimi anni aveva notevolmente ridotto la presenza in film e serie televisive.
I fatti restano e, ancora una volta, parlano chiaro: la Commissione porta avanti le scelte dell’Amministrazione Squillante. La delibera con la quale la Commissione Straordinaria ha approvato il “Piano delle Priorità degli Interventi” si inserisce nel solco del Programma Triennale dei Lavori Pubblici 2026/2028, approvato dalla Giunta comunale con Delibera n. 171/2025 del 14 novembre 2025. Non si tratta di un semplice dettaglio amministrativo, ma di un dato politico preciso: opere individuate e programmate dall’Amministrazione Squillante vengono oggi confermate tra gli interventi prioritari e indifferibili per la città di Sarno. La Commissione Straordinaria ha, infatti, sostanzialmente confermato l’impianto della programmazione già approvata, scegliendo di dare continuità a interventi individuati e programmati dalla precedente Amministrazione. L’unica modifica introdotta riguarda l’installazione e l’ampliamento dei moduli scolastici prefabbricati presso l’Area Mercatale di via San Valentino, per un importo di 600.000 euro, destinati alle classi dell’infanzia e della primaria, così da garantire il trasferimento integrale della popolazione scolastica del plesso di Cappella Vecchia. È un fatto politico che non può essere ignorato. Perché quando le istituzioni chiamate oggi ad amministrare la città decidono di confermare e portare avanti opere già individuate dalla precedente Amministrazione, significa che quelle scelte avevano fondamenta solide, rispondevano a esigenze reali della città ed erano state costruite guardando oltre l’immediato. Non erano interventi messi sulla carta. Erano una programmazione concreta, fondata sui bisogni di Sarno e sulla volontà di dare alla città una prospettiva di sviluppo. Ed è proprio qui che i fatti assumono un significato ancora più forte. Non siamo noi, oggi, a chiedere che venga riconosciuta la validità di quelle scelte. Sono gli atti adottati successivamente a confermarla. Si può discutere politicamente di un’Amministrazione. La si può criticare, contestare e persino tentare di cancellarne il lavoro dal racconto pubblico. Molto più difficile è cancellare ciò che resta scritto negli atti e ciò che continua a produrre effetti per la città. La programmazione dell’Amministrazione Squillante non si è fermata con la conclusione anticipata di quell’esperienza amministrativa. Continua oggi nel percorso istituzionale del Comune, perché molti degli interventi allora individuati vengono ritenuti ancora necessari, prioritari e meritevoli di essere realizzati. Ed è questa, probabilmente, la risposta più significativa a tante ricostruzioni di questi mesi: non una polemica, non una dichiarazione, ma la continuità amministrativa dei fatti. Avevamo sostenuto che quelle scelte fossero state compiute nell’interesse della comunità, per affrontare problemi concreti e costruire una Sarno capace di guardare avanti. Oggi quelle stesse scelte trovano continuità nell’azione di chi è stato chiamato dallo Stato ad amministrare la città. Questo non cancella le differenze tra una guida politica e una gestione straordinaria. Ma rende ancora più evidente un dato: quando una programmazione è seria, sopravvive anche a chi l’ha ideata. La politica può essere raccontata in molti modi e le narrazioni possono cambiare secondo le convenienze del momento. Gli atti, invece, non hanno appartenenza politica. Restano. E quando le opere pensate ieri continuano a essere considerate prioritarie oggi, sono proprio quegli atti a dire, più di qualsiasi slogan, chi aveva costruito una visione per Sarno e quanto di quella visione continua ancora oggi a camminare.
A causa dell’attività eruttiva dell’Etna e della contestuale emissione di cenere vulcanica in atmosfera, sono state disposte nuove limitazioni all’aeroporto di Catania. In particolare, sono stati chiusi gli spazi corrispondenti ai settori B1 e B2, con le attività di volo in arrivo ridotte a cinque aerei ogni ora, fino alle 14 di lunedì 17 agosto. Nessuna restrizione è invece prevista per i voli in partenza. La Sac, società di gestione dello scalo catanese, ha invitato i passeggeri a verificare lo stato del proprio volo direttamente con le compagnie aeree prima di recarsi in aeroporto.
Il caso Ranucci-Lavitola si sta rivelando una miniera di informazioni, anche collaterali. Si è saputo, per esempio, che Paolo Mieli ama gli spaghetti alle vongole, ma non i gusci. E così da quando Valter Lavitola, titolare del ristorante Cefalù, ha cominciato a servirgliele già sgusciate, grato per tanta sollecitudine vi è tornato spesso. Lo ha raccontato al Corriere della Sera, che ha diretto due volte e sul quale ancora scrive. Una confessione in famiglia, dunque. Lavitola si sedeva al suo tavolo, raccontava facezie e storie di potenti che per lui, amante dei retroscena, erano come l’olio sul companatico. Ascoltarlo, ha spiegato, era «un godimento».
Valter Lavitola (Ansa).
La storiella delle vongole è mielismo in purezza
La vicenda finisce qui. O meglio, da qui comincia quella che ci interessa. Perché nella storiella delle vongole c’è molto del Mieli che da oltre mezzo secolo attraversa il giornalismo italiano: abbastanza vicino al potere da conoscerne protagonisti e segreti, mai tanto, assicura, da confondersi con esso. Nella stessa intervista spiega infatti che quando Lavitola cominciava a parlargli dei suoi affari «spegneva l’interruttore dell’attenzione». Giusta distanza insieme a una capacità di astrazione davvero notevole. Insomma, mielismo in purezza. Il termine nacque molti anni fa, quando dirigeva i giornali e non come ora solo il proprio personaggio. Su di lui alla guida del Corriere l’avvocato Agnelli coniò una definizione rimasta famosa: «Ha messo la minigonna a una vecchia signora». Alludeva alla contaminazione tra politica e costume, cultura e intrattenimento, ma soprattutto tra pubblico e privato, una novità assoluta per gli allora paludati assetti dell’editoria. Ma la vera specialità dello sgusciante Mieli era un’altra: non farsi mai trovare là dove il lettore si aspetta. Una furbizia intellettuale che, affinata negli anni, è diventata vera e propria paraculaggine: perché sposare il bianco o il nero quando in mezzo c’è un’infinita varietà di grigi?
Bastian contrario per vocazione, Mieli ha trovato la sua seconda giovinezza nei talk show
Alla crisi dei giornali e del giornalismo Mieli è sopravvissuto trovando una seconda giovinezza nei talk show. Ormai in televisione, tra programmi suoi e ospitate, più che andarci ci abita. E non c’è argomento che lo scoraggi. Nel passaggio da direttore a soubrette dei palinsesti si è ritagliato un ruolo preciso. Gli altri ospiti vengono chiamati sapendo più o meno cosa diranno, sono maschere in commedia che recitano la loro parte. Lui invece serve a sparigliare. Se tutti prevedono che il governo cadrà, eccolo snocciolare i motivi per cui invece potrebbe durare. Se lo danno per solidissimo, ricorda che maggioranze ben più robuste sono finite per molto meno. Bastian contrario per vocazione, possiede una risorsa che manca a quasi tutti gli astanti: conosce la storia, e ne fa uso. Per lui quello che accade oggi è sempre già accaduto ieri, magari sotto altre forme. Così l’interlocutore che arriva davanti alle telecamere convinto di discutere del campo largo dopo cinque minuti si ritrova a parlare di Giolitti. Oppure pensa di aver liquidato il fascismo con un paio di battute e viene mandato a rileggersi De Felice. È anche un modo elegante per stabilire chi comanda nella conversazione.
Paolo Mieli con Bruno Vespa e Antonio Tajani (Imagoeconomica).
A forza di spiegare il presente con il passato, si avventura pure nel futuro
Il Mieli televisivo ha poi una prossemica collaudata. Ascolta, inclina la testa da tartaruga, sorride a mezza bocca tra il divertito e il beffardo. Lascia che chi gli sta davanti finisca e magari si illuda di averlo convinto, per poi piazzare il fatidico «sì, però» che sposta la discussione dove vuole lui. Con quel tono sornione di chi sembra dire: la faccenda è un po’ più complicata di come la racconti. Del resto Mieli è un narciso che non si nasconde, innamorato della parola almeno quanto del personaggio che negli anni si è costruito, e che ormai interpreta con consumata naturalezza. A forza di spiegare il presente con il passato, ha finito per avventurarsi anche nel futuro. Profetizza governi, crisi, leadership, alleanze, cadute e spesso improbabili resurrezioni. Qui il mestiere lo aiuta. Le previsioni sono pronunciate con il tono grave di chi sa o finge di sapere. Se ci azzecca aveva visto lungo, altrimenti sono gli altri ad averlo preso troppo sul serio. E questa rappresentazione di sé tracima anche nella vita privata. Tre mogli e un contorno di giovani ammiratrici, sue e della professione: materia sulla quale ha sempre esercitato la stessa falsa ritrosia riservata al resto.
Paolo Mieli (Imagoeconomica).
L’uomo che spalancò i giornali alla tv alla fine ci è finito dentro
Il punto è che Mieli ha capito prima di molti altri che al talk show non bastano le opinioni, servono i protagonisti. E lui lo è diventato fino in fondo. Ha cultura, mestiere, e soprattutto sa quando piazzare la frase che il giorno dopo farà notizia. Al termine di una carriera non avara, è questo l’ultimo approdo del mielismo che, nato nei giornali, ora coincide in pieno con il suo inventore. L’uomo che spalancò i giornali alla televisione alla fine ci è finito dentro. Senza aver opposto, va detto, una strenua resistenza.
E Cotticelli un vero e proprio pionero dello sport di Radio Panorama con le radiocronache della Salernitana (qualcosa di veramente innovativo per quei tempi) che nel lontano 1976 iniziò le trasmissioni così come tante altre consorelle salernitane e della Provincia non è assolutamente sbagliato. <Ma sì – ci dice Enzo Vigilante, 77 anni, ex funzionario della Regione oggi in pensione che di quella emittente è stato responsabile del palinsesto dal 1976 al 1981 – visto che Pippo con la sua voce prettamente radiofonica era davvero un grande trasporto dei tantissimi tifosi di fede granata che seguivano la tanto amata Bersagliera nei mitici tempi del nostro amato Vestuti>. Già, anche radio Panorama che aveva gli studi in via Belvedere iniziò questa nuova avventura nel firmamento libero dell’etere 50 anni fa visto che aveva fino ad allora solo la Rai come punto di riferimento. Radio Libere o private come suol dirsi, dicevamo, con personaggi illustri proprio in questa Radio Panorama che con i tre Franco al vertice (Angrisano, Adamo, De Ippolitis tutti con lo stesso nome di battesimo) e che cercavano di farsi largo in questo nuovo mondo radiofonico. E’ bisogna dire che radio Panorama ha dato all’epoca, una impronta importante visto che nel grande attore Franco Angrisano che è stato davvero il fiore all’occhiello della nostra Salerno in quel periodo fino alla soglia degli anni 2000 così come anche negli altri due eccezionali personaggi che erano con lui (Adamo e De Ippolitis) c’era davvero tanta voglia di rendere questa emittente tra le più seguite della città e della sua immensa provincia. Con enfasi dice Vigilante: E’ ci siamo riusciti grazie allo spirito di sacrificio di tanti ragazzi che allora si affacciano nel mondo variegato dell’etere. Basti dire che oltre a Pippo che, voglio ricordarlo, mente eccelsa, attraverso radio Panorama diede vita ad un’altra trasmissione che si chiamava tutto campo C e che trattava di tutte le squadre di terza serie inserite nel nostro girone meridionale per poi iniziare anche a seguire la pallavolo salernitana del caro indimenticabile don Matteo Senatore vera figura principe di quello sport c’erano altri amici che ci vollero seguire in questa nostra prima esperienza. Franco Angrisano cercava di dare a tutti consigli utili per poter essere sempre presenti nelle varie situazioni. Io leggevo anche il radiogiornale e spesso attraverso l’etere le nostre trasmissioni si captavano anche in Sicilia. Ricordo che nel lontano 1978 una famiglia siciliana in vacanza a Salerno volle vedere da vicino i nostri studi. Ci avevano seguito in molte circostanze appunto con le nostre trasmissioni irradiate oltre i confini campani da Palermo. Radio Panorama, dicevamo, apriva le porte a chi volesse fare radio e portare il contributo in una emittente giovane ma che cercava di andare avanti. Lo possiamo dire anche di Laura Vitale, giovanissima nel 1976, che ebbe questa esperienza. <<Direi meravigliosa – ci dice Laura oggi 69 anni- anche perchè Franco Angrisano cercava da noi la perfezione. I primi passi di dizione, qualcosa che potesse farci introdurre in questo nuovo mondo che si andava ad esplorare. E’ con Radio Panorama, che è stata una vera e propria palestra, credo che tante cose abbiamo fatto. Io mi occupavo dei programmi mattutini. Largo ai più piccoli con quella trasmissione che si chiamava <girotondo per bambini> che conducevo insieme ad un inesauribile e gasato Sandro Ravagnani che amava tantissimo la radio. E’ come non dimenticare le sceneggiate telefoniche con testi umoristici di Gabriele Bojano? Ed eccolo, il collega Bojano, che ricorda quei momenti, quei testi umoristici per varietà radiofonici con un unico obiettivo che si poneva a quel tempo Gabriele: quello di diventare, come poi è avvenuto, giornalista: <Si perchè questa nostra cara Radio Panorama è stata per me ma anche per i colleghi che curavano il notiziario all’epoca, parlo di Gigi Casciello, Eugenio Sorrentino, Gianfranco Coppola una esperienza indimenticabile. Un gruppo di persone affiatato, amici veri con a capo di questa concentrazione di talenti lui, Pippo Cotticelli editore sempre in bolletta che però come l’araba fenice risorge sempre dalle ceneri, Credo che il termine <problem solver> sia nato proprio con Pippo vista la sua straordinaria capacità di attraversare ogni avversità con il sorriso. Devo tanto a lui che inventò tutto il calcio minuto per minuto della serie C. Radio Panorama e prima ancora Radio Stella è stata per me ma anche per gli altri, credo, una palestra di umanità. Conducendo memorabili notturni come quello in cui fingiamo di avere in studio Adriano Celentano grazie alla bravura di un imitatore come Felice Turturiello. I nostri ascoltatori ci cascarano a tal punto che qualcuno si presentò davanti alla porta della radio per conoscere Adriano!
”Signora Ines, ho il piacere di presentarle l’inventore della SAS”. La leggendaria venditrice di mozzarella di bufala a Santa Cecilia di Eboli, tradizionale punto di approdo per i buongustai napoletani in viaggio verso il Cilento, conosceva da anni il giornalista Vittorio Dell’Uva cliente fisso nelle trasferte da Napoli ad Ascea. Vittorio comprese al volo la genialità della ironia di sicura scuola Monicelliana di Amici Miei, praticata dal suo collega, per assecondare immediatamente la presentazione del presunto neo inventore. Il buon Vittorio era appena rientrato da Zagabria dove aveva raccontato la guerra per il quotidiano Il Mattino, solo uno dei tanti servizi del mitico inviato di guerra. Vittorio Dell’Uva era così. Buono e geniale, sempre pronto a raccogliere la notizia ma anche l’ironia laddove la vita confina ogni giorno con la morte senza alcuna paura, senza alcuna autocensura da giornalista tutt’altro che embedded, cioè cronista ufficialmente aggregato alla truppe militari del conflitto. No, lui partiva da Napoli tranquillo e quando squillava il metal detector per il passaggio all’aeroporto che individuava il pacemaker che lo assisteva ma con il quale sembrava parlasse da una vita. Vittorio iniziava, al gate dell’aeroporto, la predica della SAS. Cioè quel gustoso acronimo che celava il napoletano saluto “Salutame A Soreta” (SAS) che avrebbe anche indirizzato agli arcigni militari sui campi di guerra esteri che tentavano di dispensargli consigli ma che lui spediva anche dopo l’alert del bip del pacemaker. Vittorio Dell’Uva era così, nato a Bolzano ma napoletano tutto tondo, non è più. Scompare l’ultimo inviato di guerra dell’informazione nazionale che con Ettore Mo, del Corriere della Sera, Mimmo Candito de La Stampa hanno fatto la storia dei reportage di guerra del giornalismo italiano. Un uomo che ha documentato e visto con i suoi occhi alcuni degli eventi più drammatici degli ultimi quarant’anni, dal Medio Oriente all’Europa Orientale. Toni Capuozzo anche lui una firma del giornalismo degli inviati di guerra, ha voluto così ricordare Vittorio su Facebook “Eri un grande giornalista, ma ancora di più un compagno di avventure, di scherzi e di risate”. Vittorio dell’Uva aveva inizio la sua gavetta a Napoli Notte e al Roma sotto la guida di Alberto Giovannini raccontando poi per decenni, a “Il Mattino” , i più grandi eventi storici e geopolitici del pianeta. Vittorio aveva iniziato la sua gavetta a Napoli Notte e al Roma sotto la guida di Alberto Giovannini. Entrato a far parte della redazione de Il Mattino come inviato speciale dal 1982, ha viaggiato in oltre ottanta Paesi, trasformando il reportage sul campo nella sua missione di vita. Lui amava tanto il suo lavoro da non volerlo raccontare, perché vissuto. E fu che fidandosi della caratura professionale e letteraria di Francesco De Core, collega, nel 2004 curò il libro-intervista Stanza 1304, la finestra sulla guerra, curato dal suo collega de Il Mattino. Ricorderanno i colleghi Gigi Di Fiore e Andrea Manzi che guidò la redazione esteri per tre anni, la proverbiale disaffezione voluta e cercata al lavoro al desk della redazione che lui interpretava con una sorta di prigione professionale. Lui aveva iniziato la sua carriera di inviato di guerra grazie all’acume professionale del mitico direttore de Il Mattino Pasquale Nonno che, in un giorno di giugno del 1982, convocò Vittorio e gli disse dell’incarico. Prima tappa, il Libano (era il 6 giugno) che già allora era il punto di crisi di una geopolitica poi sempre più tragica negli anni. Le prime riunioni in redazione furono tra l’apprezzamento dei colleghi, Giacomino Lombardi, Ciccio Bufi e Pietro Gargano e la preoccupazione dell’allora direttore amministrativo Massimo Garzilli, impensierito dalla trasferta ordinata dal direttore Nonno ma anche dall’ingente assicurazione che avrebbe dovuto organizzare per Vittorio. A lui seguirà, ma per poco tempo, l’impiego di Gianni Festa sui teatri di guerra mediorientali. A via Chiatamone, allora sede storica del giornale, non spirava l’aria della grandeur, per l’improvviso incarico a Vittorio, ma l’analisi e il convincimento che la politica estera sarebbe diventata nei decenni il fulcro delle notizie. E che un giornalista del Mattino avrebbe potuto raccontare in diretta quegli avvenimenti era motivo di orgoglio collettivo in redazione, grazie alla lungimiranza del direttore Pasquale Nonno, assecondato da una proprietà del giornale tutt’altro che sorda e restìa alle sollecitazioni di crescita del quotidiano. L’inviato di guerra de “Il Mattino”, Vittorio Dell’Uva fu intervistato dagli studenti di sociologia dell’università di Napoli dove insegnava storia del giornalismo la sua collega Titti Marrone. Vittorio si sottopose ad una lunga intervista che varrebbe la pena ripubblicare. Perché, di fronte all’insistenza dei pericoli del mestiere e la qualità del giornalismo, Vittorio ebbe il coraggio di celebrare i giorni della gavetta professionale. “Ragazzi, dovreste fare prima i cronisti in città. E poi i giornali stanno finendo” disse Vittorio con la doppia profezia poi avveratasi negli anni: la prima il calo della diffusione dei giornali ma anche la crisi del giornalismo senza “gavetta”. Una delle ultime occasioni pubbliche a Napoli fu quando alla Fondazione Foqus in via Porta Carrese a Montecalvario di Napoli Luigi Baldelli, Ettore Mo e Vittorio dell’Uva si incontrarono parlando delle loro esperienze in giro per il mondo. Baldelli fotografo, Ettorino Mo e Vittorio dell’Uva corrispondenti rispettivamente per il Corriere della Sera e Il Mattino, parlarono delle loro missioni all’estero.me Picture-in Le sensazioni di Vittorio, insieme alle emozioni, alle paure e le speranze di popoli in guerra contro altri popoli, inorgoglirono i napoletani e non solo i colleghi che ora lo piangono.
L’opposizione nel Consiglio Comunale di Salerno finalmente ha trovato unità e capacità di serio dibattito democratico sulle scelte sciagurate dell’Amministrazione De Luca, che sono sotto gli occhi di tutti. La devastazione folle del patrimonio naturalistico della Città (vedi ripascimento) sta arrivando al “redde rationem”, mentre la dissipazione del patrimonio urbanistico della Città sta presentando il conto. Grand Hotel e Foce Irno sono i punti apicali su cui il Sindaco è stato chiamato a rispondere nel prossimo Consiglio Comunale che sarà, doverosamente, convocato di urgenza. In quella sede De Luca dovrà rispondere. E non ha nessuna speranza di cavarsela con quattro chiacchiere. Innanzitutto il Grand Hotel: è in difetto dei pagamenti da ben oltre 10 anni. In particolare, non avrebbe versato la tassa di soggiorno. Spieghiamoci meglio: gli albergatori, dopo la riforma del 19 maggio 2020, non sono più sostituti d’imposta (per cui prima, se non pagavano, erano responsabili di peculato) ma debitori diretti nei confronti del Comune. Ora, se Chechile non ha pagato per tutti questi anni, il Comune ha avviato o no tempestivamente e puntualmente, le necessarie azioni civilistiche di recupero crediti? E perché, nel corso degli anni, non ha avviato, dinanzi alla palese inadempienza, azione giudiziaria di risoluzione contrattuale per inadempimento di grave entità? È già una grossa gatta da pelare questa prima risposta. Ma poi veniamo alla questione più scottante, con i gravi risvolti penali che appaiono, a dir poco, assolutamente palesi. La vendita di Foce Irno. In verità, già a marzo dell’anno scorso, 2025, l’opposizione consiliare di allora aveva denunziato compatta il grave reato di falso in atto pubblico commesso nella doppia vendita dei suoli, per 12 milioni di euro. In particolare, l’opposizione consiliare aveva denunciato la vistosa omissione, nel contratto, dell’esistenza di un vincolo statale sui suoli, dovuto all’applicazione della legge 219/81 (quella sul terremoto) in combinato disposto con l’art. 8 della legge 730 del 1986 (quella sul recupero urbanistico delle aree industriali dismesse), per cui l’atto di acquisto dell’ex Cementificio, nel 1995, legava per sempre quei suoli alla destinazione urbanistica (specificatamente citata nel contratto stesso del 1995) di verde pubblico e parcheggio. L’opposizione faceva notare che l’area, quando è stata venduta due anni fa, era ripartata adesso, urbanisticamente, come area produttiva alberghiera, e come tale era stata venduta. Espediente giudicato assurdo, si diceva, considerato che una semplice diversa qualificazione urbanistica, di natura prettamente amministrativa, e non legislativa primaria, non poteva cambiare l’esistenza del già consacrato contratto contenente il vincolo statale ormai immutabile. Anche perché chi ci aveva rimesso i soldi era lo Stato, che grazie al suo intervento economico nel contributo erogato alla Italcementi per la delocalizzazione, aveva permesso al Comune di Salerno di acquistare l’intero ex Cementificio a quattro soldi, proprio per il basso valore economico del verde pubblico e parcheggio (l’intero ex Cementificio fu pagato 500 milioni di lire, praticamente 300 mila euro, soltanto di oggi).
Con il trucco della qualificazione urbanistica di Foce Irno come area produttiva, il valore di vendita è stato invece di 12 milioni di euro. Praticamente, essendo Foce Irno meno delle metà dell’ex Cementificio, il Comune ha speculato un guadagno di oltre 40 (dicesi quaranta) volte il valore iniziale.
A beneficio di chi? L’acquirente è stata Chechile Elisabetta, guarda caso figlia di Chechile Grand Hotel. Sua la società, nata qualche mese prima e priva assolutamente di portafoglio economico pregresso. A marzo 2024 compra il primo lotto per 6 milioni di euro. Quaranta giorni dopo lo rivende, quasi per intero, a una società di Marinelli Luca (proprietario, con i fratelli, dell’Hotel Baia) per lo stesso prezzo. Con un contratto preliminare di vendita di cosa futura, cioè l’albergo da costruire. Le coincidenze, a questo punto, sono quantomeno singolari. L’improvvisa uscita bellicosa di De Luca contro Chechile, di un mese fa, e la chiusura dell’albergo, fanno parte forse di una strategia di ruoli? Forse Chechile, di fronte al disastro dell’acquisto improvvido fatto dalla figlia, ha qualcosa da dire, e qualcuno vuole che non parli?
De Luca Vincenzo dovrà rispondere adesso all’opposizione consiliare. Nonostante la grinta residua che gli è rimasta, a dispetto dei quasi ottanta anni, è difficile che se la cavi con una delle solite arringhe. Non c’è argomento che possa annullare lo scivolone del vincolo cancellato negli atti notarili. Quel vincolo statale è ineliminabile. Definizione di vincolo statale: è un tipo di onere reale di origine pubblicistica imposto dallo Stato su un fondo. La sua funzione è garantire entrate pubbliche o regolamentare l’uso del territorio. Solo una nuova legge statale può cambiarlo. De Luca può consultare tutti i giuristi e azzeccagarbugli che vuole. Saranno solo chiacchiere.
Peggio di una slavina, 23 milioni di debiti del Comune per risarcire i proprietari dell’area di via rettifilo dove furono costruite le case popolari dalla fallita Iacp Futura. Ma c’è anche la mancata approvazione del bilancio, dopo la scomparsa della maggioranza del sindaco Paolino. Consiglio diviso, otto si contro otto no. Pericolo scioglimento se non si approva il bilancio. Il consiglio comunane è per il 21 agosto prossimo ma all’ordine del giorno non compare la votazione sugli atti finanziari. C’è ancora tempo, non c’è ancora una diffida formale del prefetto di Salerno che si attende a giorni. C’è, però, all’ordine del giorno l’altra slavina di Capaccio-Paestum: definire l’accordo transattivo con i proprietari che debbono essere pagati per gli espropri degli anni Novanta. Lla volontà di chiudere la partita del debito espropri c’è per una cifra che oscilla tra gli 8 e i 5 milioni d’euro dopo la sentenza della corte di appello del danno di 23 milioni di euro, da calcolare con gli interessi maturati. La buona volontà del sindaco Paolino che ha ereditato quella del suo predecessore Franco Alfieri è stata già espressa in ben sei incontri, dal 2025 ad oggi con i proprietari dell’area, Una sentenza di circa 14 milioni che è arrivata ora a circa 23 milioni. Primo incontro settembre 2025; secondo, due mesi dopo dicembre 2025; terzo, marzo 2026; quarto, giugno 2026 e, ultimo, agosto 2026. Tranne la prima sono tutte di importo risarcitorio molto simili (fra i 5e gli 8 milioni di euro), ogni volta agli eredi d’Alessio è stato chiesto di integrare o togliere qualcosa portando la trattativa a quasi un anno. Richieste di modifiche anche dopo incontri di persona fra tutte le parti (anche il sindaco Paolino). In una situazione in movimento politico di un comune che deve ricompattare una maggioranza c’è il pericolo che salti uno dei sette punti all’ordine del giorno, Quello relativo agli Eredi D’Alessio. Schema di accordo transattivo. Provvedimenti. L’accordo potrebbe perfino essere approvato all’umanità dal Cosnsiglio senza attendere la sntenza definitiva della Cassazione che, secondo alcuni, impedirebbe di decidere. Ma la volontà è che tra 15 giorni si approvi il bilancio, compreso il debito espropri. Sul futuro politico di Capaciio-PAESTUM pesa il lavoro della commissione accesso atti amministrativi noinatoa sette giiorni dopo il voto per accertare presunte infiltrazioni ceiminali nella gestio del comune dove fu arrestato il sindaco Franco Alfieri. Se per Capaccio-Paestum non scattò loscioglimento come a Sarno e Pagani, il prefetto di Salerno Francesco Esposito, su delega del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, nominò una commissione d’accesso al Comune di Capaccio Paestum per accertare eventuali condizionamenti da parte della criminalità organizzata nell’attività amministrativa. La commissione – composta dalla viceprefetta Savina Macchiarella, dal maggiore dei Carabinieri Vincenzo Izzo e dalla funzionaria in quiescenza Franca Maietta – ebbe 90 giorni di tempo, prorogabili una sola volta, per effettuare l’accesso agli atti e verificare la sussistenza dei presupposti per un eventuale scioglimento del Consiglio comunale. . A rimanere in attesa il Sindaco Gaetano Paolino, eletto alle Comunali dello scorso Giugno, ma anche una intera comunità che potrebbe ritrovarsi, a pochi mesi dalla tornata elettorale, di nuovo con un commissario a Palazzo di Città e con un lungo periodo di gestione tecnico-amministrativa della macchina comunale. La relazione della Commissione di Accesso, una volta ultimata, verrà inviata al Ministero dell’Interno che, a sua volta, procederà, in caso di esito negativo, a redigere un decreto che sarà proposto alla prima seduta utile del Consiglio dei Ministri.Il pericolo scioglimento per mancata approvazione del bilancio sarebbe stato finora sventato da una serie di riunioni politiche dell’opposizione che si sarebbero concluse con un voto ideale all’ordine del giorno: come evitare il possibile ritorno di Frano Alfieri, una sorta di minaccia politica che agiterebbe soprattutto i partiti del Governo nazionale. Ma lo spettro Alfieri sarebbe già sulla porta del Comune.
Michele Capone Che domenica bestiale! Parafrasando la nota canzone di Concato, si può riassumere cos’è stata la domenica per i tifosi granata. Ma in realtà cosa è successo? Solo che Romano batte Iervolino 1-0. La sconfitta la Salernitana l’ha subita in campo, ma soprattutto in società. La differenza tra le due squadre sul campo, non è da ritenere rilevante. Le partite di Coppa Italia sono partite finte, sono utili solo per chi perde. Non è assurdo. Una vittoria sembrerebbe aprire ad un campionato vincente, e spesso, invece inganna. Più utile una sconfitta se letta in maniera corretta. Ma non è questo il compito di chi scrive. Qui si vuole solo sottolineare che la differenza l’ha fatta il presidente della Scafatese che, se si vuole, con sfrontatezza, ha caricato la propria squadra. Romano sa bene che la salvezza non è obiettivo facile, ma la spregiudicatezza, il senso di appartenenza ed il coraggio, possono consentire di raggiungere i traguardi anche quelli non previsti. Questa la vigilia della Scafatese. Vi ricorda qualcuno Romano? A me ricorda il coraggio, la voglia di arrivare, la passione di Peppino Soglia. E la vigilia della Salernitana? Inciuci di mercato, società assente, presidente, Milan, scomparso, patron nemmeno a parlarne. E si vuol vincere un campionato così? Le dichiarazioni di Cosmi riportate da Cronache:” Qualcuno ha azionato il caricatore contro di me”, ci riportano ai bui anni 80: chi ha azionato il caricatore? È il tipico caso in cui interviene il presidente o patron, prima che lo spogliatoio vada in fiamme. Sono solo piccoli segnali che qualcuno dovrebbe cogliere, ma chi? La linea di comando della Salernitana è strana, troppa gente. La volontà di Iervolino per arrivare alla sua concreta realizzazione, passa attraverso troppo persone: Iervolino, patron, Milan presidente, Pagano amm. delegato, Alfano direttore area sportiva (a che serve? Che fa?), Faggiano direttore sportivo ed infine il messaggio arriva all’allenatore. Una catena di comando troppo lunga non è efficace. Esempio, l’Inter : proprietà – Marotta- allenatore; Milan: Cardinale proprietà- allenatore. Così si fa. Per finire, in attesa di vedere la “vera” Salernitana lunedì prossimo, un sogno: se Cardinale arriva in elicottero e azzera tutto e fa ripartire il Milan, sarebbe bello vedere lo yacht di Iervolino approdare a Marina d’Arechi, scendere dall’imbarcazione, attraversare la strada ed entrare all’Arechi, andare negli spogliatoi e dire: ora si fa come dico io, senza intermediari: siamo la Salernitana. Per ora Romano batte Iervolino 1-0
Al pubblico della fantascienza era nota soprattutto per il ruolo della cheerleader nella serie Heroes.
È sempre triste scrivere articoli sulla morte di personaggi noti, ma tocca ancora di più quando si tratta di persone così giovani. Aveva solo 36 anni Hayden Panettiere, ne avrebbe compiuti trentasette la settimana prossima.
Panettiere ha lavorato nel cinema e nella tv fin da piccolissima (a undici mesi era già in uno spot pubblicitario). Tra i cinque e gli otto anni è tra i personaggi della soap Sentieri interpretando il ruolo di una bambina ammalata di leucemia.
Negli anni successivi ottiene piccoli ruoli in numerosi altri film e produzioni televisive,... - Leggi l'articolo
Nelle fabbriche, la domanda è stata a lungo questa: quanta parte del lavoro umano sarebbe stata sottratta dalle macchine? Ora l’avanzata dell’intelligenza artificiale sta spostando il problema, rendendo necessario ridisegnare ruoli, competenze e processi, mentre il confine tra decisione umana ed esecuzione tecnologica diventa più mobile. Federico Torti, Head of Technology and Innovation, Advanced Manufacturing and Supply Chains del World Economic Forum (Wef), riassume così una trasformazione destinata a investire gran parte dei profili professionali della manifattura e della catena di approvvigionamento nei prossimi 10 anni: «Si passa dall’esecuzione all’orchestrazione».
Federico Torti del World Economic Forum.
Nel 2025 il World Economic Forum ha avviato con Accenture l’iniziativa Human Machine Collaboration, analizzando 80 profili professionali e quasi 200 processi di lavoro standard in diverse industrie. «Nell’orizzonte dei prossimi 10 anni ci aspettiamo che circa tre quarti cambino e, all’interno di questa quota, il 75 per cento evolva verso attività con una componente molto maggiore di coordinamento e supervisione».
Alle persone spetterà maggiormente il controllo
L’impatto sarà particolarmente evidente nelle mansioni operative: attività di precisione, assemblaggio, ispezione, programmazione della produzione. Le macchine prenderanno in carico una quota crescente dell’esecuzione, mentre alle persone spetterà maggiormente il controllo. La stessa dinamica investirà la pianificazione della manutenzione, la programmazione della produzione e la gestione della catena di approvvigionamento.
IA e nuove mansioni sul lavoro (foto Unsplash).
A cambiare non saranno soltanto le mansioni. Secondo le proiezioni illustrate da Torti, entro un decennio circa il 41 per cento del patrimonio di competenze necessario sarà costituito da capacità oggi emergenti o ancora inesistenti. Accanto al quoziente intellettivo acquisteranno peso l’intelligenza emotiva e la capacità di adattamento.
Saranno più importanti l’influenza sociale e il pensiero creativo
Quasi ogni professione dovrà inoltre confrontarsi in misura crescente con l’intelligenza artificiale e con altri sistemi intelligenti. Serviranno alfabetizzazione tecnologica, pensiero analitico, capacità di lavorare con i dati e competenze di sicurezza informatica. Sul versante delle competenze trasversali cresceranno invece l’influenza sociale e il pensiero creativo, «capacità che integrano ciò che i sistemi automatici non riescono a fare altrettanto bene».
Intelligenza artificiale (foto Unsplash).
Il principale collo di bottiglia, però, non è più necessariamente la tecnologia. «Il problema 10 anni fa riguardava maggiormente l’adozione tecnologica: agli operatori venivano proposti strumenti percepiti come scatole nere e, senza un loro coinvolgimento fin dall’inizio, mancavano la fiducia e l’adozione». L’intelligenza artificiale generativa e i grandi modelli linguistici hanno reso l’interazione più semplice, soprattutto grazie al linguaggio naturale. Il limite si sta quindi spostando verso le competenze disponibili e la capacità delle organizzazioni di trasformarsi.
Il divario di competenze come principale barriera alla trasformazione
I numeri mostrano la distanza tra aspettative e preparazione. L’86 per cento dei datori di lavoro si aspetta che l’IA o altre tecnologie possano trasformare profondamente la propria attività nei prossimi tre anni, mentre il 63 per cento indica il divario di competenze come principale barriera alla trasformazione. «Le aziende stanno investendo enormemente nell’IA, molto meno nelle competenze e nella trasformazione organizzativa. Non basta applicare l’IA ai processi esistenti: bisogna ripensarli».
Come cambia il lavoro con l’IA.
È qui che si definisce anche la futura divisione del lavoro tra persone e sistemi automatici. Le macchine sono particolarmente efficaci nel riconoscimento di schemi ricorrenti e nelle attività di precisione, ripetitive, veloci e affidabili. Giudizio, responsabilità, gestione delle eccezioni e ragionamento etico rimangono invece, nella proiezione a 10 anni del World Economic Forum, capacità distintamente umane. Lo stesso vale per la strategia. «Le persone continueranno a decidere cosa deve fare il sistema, come deve farlo e quali risultati deve produrre». Agli esseri umani resterà quindi il compito di stabilire come debbano operare le macchine, affrontare scelte tra esigenze contrapposte e determinare le priorità.
Entro il 2030 crescita netta globale di 78 milioni di posti di lavoro
La ricerca sulla Human Machine Collaboration prova a capire come evolveranno i lavori esistenti nella manifattura e nella supply chain. Una conseguenza, però, appare già chiara: tutti i lavori coinvolti richiederanno qualche forma di alfabetizzazione nell’intelligenza artificiale. Su scala più ampia, il Future of Jobs Report 2025 prevede entro il 2030 una crescita netta globale di 78 milioni di posti di lavoro.
IA, foto di Andres Siimon
via Unsplash.
La velocità della trasformazione pone quindi direttamente il problema della formazione. Se il 41 per cento delle competenze richieste tra 10 anni sarà nuovo o emergente, dovrà essere sviluppato sia sul posto di lavoro sia nel sistema educativo. «Da anni si parla di formazione continua, ma nelle aziende non è ancora realmente tale. Non può ridursi a un corso sull’intelligenza artificiale una volta all’anno: l’aggiornamento delle competenze deve diventare parte integrante del lavoro».
La formazione in base alle esigenze del mercato del lavoro
Anche scuole e università dovranno avvicinarsi maggiormente all’industria. Governi, sistemi educativi e imprese, secondo Torti, dovrebbero condividere un quadro comune sulle competenze e sui lavori necessari in futuro. La formazione dovrebbe partire maggiormente dalle esigenze del mercato del lavoro, anziché produrre competenze senza un raccordo sufficiente con la domanda delle imprese.
Un agente IA alle prese con lavori logoranti e ripetitivi (immagine elaborata con l’intelligenza artificiale).
Oggi, invece, nelle aziende l’aggiornamento sull’intelligenza artificiale rimane spesso affidato all’iniziativa dei singoli lavoratori. È un modello difficilmente sostenibile in un mercato che cambia a questa velocità. «Il mercato evolve troppo rapidamente per aspettare lo strumento definitivo: non arriverà mai». Le imprese devono prima comprendere le proprie esigenze, poi definire criteri di scelta e processi attraverso i quali governare gli strumenti. Nelle organizzazioni più avanzate sta emergendo un equilibrio tra sperimentazione dal basso e indirizzo dall’alto. Ai dipendenti deve essere lasciata libertà di provare strumenti e proporre soluzioni, ma all’interno di linee guida e limiti definiti, soprattutto in materia di sicurezza informatica. «L’intelligenza artificiale offre grandi opportunità, ma anche nuovi rischi».
L’errore: pensare sia un problema essenzialmente tecnologico
Secondo Torti, uno degli errori più frequenti del management nasce proprio dal considerare la trasformazione digitale come un problema essenzialmente tecnologico. Acquistare una soluzione di intelligenza artificiale da un fornitore non equivale automaticamente a creare valore. L’altro errore, ritiene l’esperto del World Economic Forum, consiste nel guardare esclusivamente all’automazione dei processi esistenti: eliminare due posizioni perché un sistema può svolgere la stessa attività. «Molto spesso l’intelligenza artificiale non sostituisce il lavoro umano, ma ne potenzia le capacità». Il guadagno maggiore arriva quando la tecnologia diventa l’occasione per ridisegnare il processo. «Il valore maggiore arriva dal ripensare il sistema, non dal prendere quello esistente e attaccarci sopra l’intelligenza artificiale come una pezza».
IA (Igor Omilaev via Unsplash).
Guardando al 2035, il primo obiettivo indicato da Torti è più concreto dell’idea di una fabbrica completamente autonoma: togliere alle persone i lavori pericolosi, quelli nei quali rischiano incidenti o danni alla salute. «Sarebbe un risultato importante se le macchine potessero assumersi queste attività». La seconda sfida riguarda la distribuzione di queste tecnologie. Oggi i sistemi più avanzati si concentrano soprattutto nei Lighthouse, grandi aziende dotate delle risorse necessarie per sperimentare e investire. Il tessuto industriale mondiale è però composto anche da milioni di piccole e medie imprese che non dispongono delle stesse possibilità. Portare nelle Pmi strumenti capaci di anticipare un guasto, individuare un problema nella catena di approvvigionamento o suggerire come intervenire avrebbe un effetto immediato sulla qualità del lavoro.
Il punto di arrivo non sarà l’eliminazione della decisione umana
Nelle aziende tecnologicamente più avanzate, invece, sarà possibile raggiungere livelli di autonomia molto maggiori. L’intelligenza artificiale e l’automazione potranno assumersi l’esecuzione dei processi e ottimizzarne il funzionamento. Il punto di arrivo, però, non coincide con l’eliminazione della decisione umana. «Saranno ancora le persone a scegliere cosa è importante fare e che cosa significa farlo bene». Oggi questa combinazione tra autonomia delle macchine e direzione umana è visibile soltanto in pochi casi. Estenderla al resto del sistema produttivo richiederà infrastrutture, competenze e trasformazioni organizzative che superano i confini del singolo stabilimento. E avrà necessariamente tempi più lunghi di quelli con cui stanno evolvendo gli strumenti di intelligenza artificiale.
E pensare che a fine luglio Volodymyr Zelensky si era detto soddisfatto del suo faccia a faccia con Donald Trump nello Studio Ovale: «È stato un buon incontro». Il presidente americano sembrava infatti disposto a fornire missili intercettori Patriot all’Ucraina, fondamentali per il sistema di difesa aerea del Paese, e a concedere le licenze per la produzione degli stessi. Mentre i bombardamenti russi sulle principali città ucraine continuano senza sosta, facendo vittime soprattutto tra la popolazione civile, Zelensky si è trovato ad affrontare il successivo dietrofront del presidente americano che ha dichiarato che «i missili servono anche a noi».
«Per gli Usa le vite dei civili ucraini sono fiches sparse su un tavolo da gioco»
Rook, un soldato di nazionalità statunitense che per quasi due anni ha combattuto in Ucraina prima di fare ritorno negli Usa, dice a Lettera43: «Non sono per nulla sorpreso dal comportamento di Trump. Gli Stati Uniti hanno scelto di iniziare una guerra contro l’Iran e hanno sprecato gran parte delle loro scorte di Patriot in un paio di mesi. Ora usano questa ragione per respingere le richieste dell’Ucraina, ma penso che in realtà Trump e il suo entourage non vedano alcun tornaconto economico nel fornire sistemi di difesa aerea all’Ucraina. Per loro le vite dei civili ucraini non hanno valore, sono solo fiches sparse su un tavolo da gioco».
Soldati ucraini (foto Ansa).
Rook sostiene che gli Usa abbiano utilizzato parte delle loro scorte di missili Patriot per difendere i Paesi alleati affacciati sul Golfo Persico dai droni Shahed iraniani. Si tratta di velivoli kamikaze utilizzati anche dalla Russia per bombardare le città ucraine. «Abbiamo usato la nostra migliore arma di difesa aerea per abbattere droni che costano poche migliaia di dollari. L’Ucraina lo fa ormai da anni e loro hanno sviluppato il miglior sistema di difesa anti-droni in circolazione. Gli Usa avrebbero dovuto imparare da loro e adottare quella tecnologia. Se non abbiamo scorte di sistemi Patriot per supportare i nostri alleati è solamente colpa nostra, ma a farne le spese è l’Ucraina».
Dal 2024 Kyiv ha intercettato l’88 per cento dei droni russi
L’industria bellica ucraina ha concentrato enormi risorse nello sviluppo di droni intercettori, sensori di riconoscimento dei velivoli in avvicinamento e sistemi di interferenza delle comunicazioni che disturbano il segnale dei droni nemici, facendoli precipitare. Dal 2024, l’Ucraina ha infatti intercettato l’88 per cento dei droni russi lanciati contro i principali centri urbani. Numerose aziende ucraine high-tech, tra cui Fire Point e General Cherry, sono in grado di produrre centinaia di migliaia di velivoli intercettori e droni di attacco ogni mese, a cui si aggiungono quelli donati alle diverse unità militari da Ong e società di volontari ucraine che si occupano di raccogliere fondi per l’esercito attraverso il crowdfunding.
Lanciamissile Patriot (foto Imagoeconomica).
Un soldato italiano arruolato come dronista nell’esercito ucraino spiega a L43 che il loro contributo è fondamentale: «Quando abbiamo bisogno di nuovi velivoli o pezzi di ricambio a volte è meglio rivolgersi a queste associazioni, invece che al comando dell’unità. Riescono a fornirci più velocemente ciò di cui abbiamo bisogno. Anche molte unità dell’esercito ucraino hanno aperto account su piattaforme di crowdfunding o siti internet attraverso i quali è possibile ricevere donazioni per acquistare materiale bellico».
Perché un sistema di difesa all’avanguardia non basta
In quattro anni di guerra l’Ucraina è riuscita a costruire un sistema di difesa all’avanguardia contro la minaccia dei droni russi, ma non riesce ancora a far fronte a quella rappresentata dai missili balistici lanciati contro i suoi principali centri urbani. Proprio per la carenza di sistemi di difesa aerea come i Patriot, solo il 19 per cento dei missili russi viene abbattuto in modo efficace. Per questo motivo, il supporto dei Paesi occidentali, soprattutto quello degli Usa, è considerato fondamentale.
Volodymyr Zelensky e Donald Trump (foto Ansa).
Un capitano di una squadra di dronisti ucraina pensa che il rifiuto di Trump di fornire vettori Patriot faccia parte di una strategia ben precisa. «Ogni dichiarazione di Trump ha un impatto sulla politica internazionale e soprattutto sui mercati globali. Non credo che Usa e Ucraina firmeranno mai un accordo formale riguardo la concessione delle licenze per la produzione di sistemi di difesa aerea. A mio parere, Trump e le grandi aziende belliche americane firmeranno contratti privati con quelle ucraine per lo sviluppo e la produzione di nuovi armamenti. In questo modo entrambe le parti potrebbero fare i propri interessi e arricchirsi una volta che le nuove armi verranno messe in commercio, a spese soprattutto dell’Europa, che vorrà acquistare queste nuove tecnologie, ma anche della popolazione ucraina che continua a soffrire e morire».
La produzione in proprio nell’ambito del progetto pan-europeo Freyja
Di fronte ai tentennamenti del presidente statunitense, l’Ucraina sembrerebbe però intenzionata a puntare sulla produzione di missili anti-balistici in proprio, nell’ambito del progetto pan-europeo Freyja. Secondo le dichiarazioni di Zelensky, l’industria bellica ucraina sarebbe in grado di produrre il proprio missile con relativo sistema di lancio, mentre i partner europei dovrebbero fornire i componenti e gli elementi critici necessari. La grande incognita rimane quella delle tempistiche. L’Ucraina dovrebbe infatti sviluppare il proprio sistema di difesa aerea entro il 2027 per contrastare i missili balistici russi in modo efficace.
Sempre all’azione, tra una surfata e un incontro di arti marziali miste, Mark Zuckerberg ha trovato anche il tempo di scrivere un manifesto di oltre 6 mila parole in cui disegna le magnifiche sorti e progressive dell’intelligenza artificiale, nuovo El Dorado. Il testo scritto dal fondatore di Meta, intitolato “The Future is for Everyone”, promette un’era in cui ciascuno avrà un proprio agente IA, pronto a fare da tutor, consulente di vita, guru personale disponibile 24 ore su 24 e chi più ne ha più ne metta. Una “personal super intelligence” accessibile a tutti e capace di aumentare libertà, creatività, opportunità e tempo a disposizione delle persone. Peccato che quasi contemporaneamente il chief technology officer di Meta, Andrew Bosworth, lo abbia praticamente smentito davanti ai dipendenti.
Mark Zuckerberg con la moglie Priscilla Chan (Ansa).
In ritardo sull’IA, Zuckerberg trova il suo mantra e lancia stoccate ai rivali
Nel suo documento, Zuckerberg insiste soprattutto su un punto: l’accesso diffuso ai modelli sarebbe la vera garanzia di sicurezza per tutti. Infatti, l’espressione «open source» ricorre almeno 16 volte. Sembra quasi un mantra, un esercizio di meditazione e, visto dalla posizione di chi si trova a rincorrere perché in ritardo nello sviluppo della tecnologia, un esercizio politico in cui il messaggio suona come: l’intelligenza artificiale non può essere una questione per pochi. E infatti non manca la stoccata ai rivali. Senza troppi giri di parole, Zuckerberg liquida la linea di OpenAI e Anthropic, definendo «problematica» l’idea che l’unica strada sicura sia la concentrazione dello sviluppo dell’IA nelle mani di pochi. Poi rincara la dose ammonendo: sperare che un potere assoluto, per quanto illuminato, agisca a beneficio dell’umanità, non è mai stato foriero di buone notizie per l’umanità stessa. Sarà forse un caso, ma lo stesso giorno della pubblicazione del documento, ossia il 10 agosto, 29 deputati democratici della Camera Usa hanno chiesto conto a OpenAI e Anthropic di far luce su come alcuni dei loro agenti IA fossero riusciti a introdursi nei sistemi di aziende reali. Un potente promemoria del fatto che i rischi concreti restano tutt’altro che una questione teorica.
Il fondatore di Meta finisce per elencare ciò che potrebbe andare storto
Al tempo stesso, però, non sono state poche le voci che hanno criticato il documento di Zuckerberg come un esercizio di ottimismo tecnologico e chi ha notato come, nel tentativo di dipingere un futuro radioso, lo stesso creatore di Facebook finisca per elencare – quasi suo malgrado – tutti i modi in cui le cose potrebbero andare storte. E questo non riguarda solo l’aspetto competitivo, ma anche quello tutto gestionale interno alle aziende. A tal proposito Bosworth, capo dello sviluppo tecnologico di Meta, di recente ha liquidato l’idea che i guadagni di produttività dell’IA possano tradursi in più giorni liberi per i dipendenti.
Il logo di Meta presso la sede di Menlo Park (Ansa).
Il botta e risposta tra Bosworth e un dipendente sui Meta Days
Rispondendo a un dipendente che chiedeva se i risparmi di tempo generati dagli strumenti di intelligenza artificiale potessero riportare in vita i “Meta Days” (il programma di giorni liberi extra cancellato dall’azienda) ha infatti risposto: «Basta chiedere dei Meta Days. È una domanda molto stupida». Poi il CTO ha aggiunto, indicando la strada: «Sapete che ne faccio io di quell’ora che guadagno? La reinvesto in prodotti migliori per gli utenti». Non contento, secondo quanto riportato da più testate, Bosworth ha chiuso il discorso invitando i dipendenti a chiedere ai propri genitori cosa pensassero di una strategia di carriera basata sul continuare a domandare al capo qualche giorno libero in più. I numeri, invece, danno ragione a chi il tempo risparmiato lo vorrebbe indietro.
Mark Zuckerberg (Ansa).
Evidente il cortocircuito tra il manifesto e le dinamiche reali
Una ricerca della London School of Economics calcola che i professionisti che usano l’IA risparmiano in media 7,5 ore a settimana, l’equivalente di una giornata lavorativa intera, per un valore di oltre 16 mila euro l’anno. Peccato che quel tempo, in casa Meta, non torni ai dipendenti ma resti all’azienda. Non aiuta, poi, il fatto che, secondo altre rilevazioni, buona parte di quei guadagni finisca comunque riassorbita in supervisione e correzione dell’output dell’IA, quello che i ricercatori hanno già ribattezzato “botsitting”. Insomma, ci troviamo di fronte a un’azienda che sembra cercare disperatamente di risalire a bordo di un treno che viaggia a una velocità folle e che, al tempo stesso, sta facendo fatica a fare i conti con i propri dipendenti. E le loro necessità. Parliamo infatti di un’organizzazione che ha tagliato 8 mila posti di lavoro a maggio, ma pronta a investire nel 2026 fino a 135 miliardi di dollari in infrastrutture per l’IA. Il cortocircuito tra il manifesto e le dinamiche reali è evidente. Se l’intelligenza artificiale apre una nuova era di “empowerment individuale” e libertà, perché a Menlo Park quella libertà si ferma sistematicamente sull’uscio dell’ufficio?
Prendiamo un incunabolo, un volume stampato con la tecnica dei caratteri mobili usata fino al 1500: oggi lo ammiriamo racchiuso in una teca di vetro in un museo, nessuno si sognerebbe di decifrarlo. Eppure sopravvive: muto, ma integro. I libri di Anthropic non sono finiti in una teca, anzi all’inizio del 2024 l’azienda ha avviato un’operazione interna nota come “Project Panama“: comprare libri fisici in blocco, tagliarne le costine con macchine idrauliche, scansionarli ad alta velocità e riciclare la carta.
La questione legale degli e-book piratati
Un documento interno lo descrive senza pudori: «Project Panama è il nostro sforzo per scansionare distruttivamente tutti i libri del mondo». A dirigerlo Tom Turvey, ex responsabile di Google Books, assunto apposta per procurarsi legalmente ciò che ad Anthropic serviva. «Legalmente» è la parola chiave: prima di “Project Panama” un cofondatore di Anthropic aveva scaricato personalmente milioni di e-book piratati da “biblioteche ombra” come LibGen, esponendo l’azienda a un rischio legale enorme. È questa la vicenda, la distruzione delle copie dei libri per ricomporle in contenuti senza autore, e non il macero dei libri fisici, che ha portato alla causa Bartz v. Anthropic, depositata nell’agosto 2024.
Il logo di Anthropic (foto Ansa).
Una battaglia di tre autori americani
A intentarla sono stati tre autori americani: Andrea Bartz, autrice di thriller psicologici come We Were Never Here; Charles Graeber, giornalista di The New Yorker e GQ, autore di The Good Nurse, diventato nel 2022 un film Netflix con Eddie Redmayne e Jessica Chastain; Kirk Wallace Johnson, che ha scritto The Feather Thief, storia vera di un furto di pelli di uccelli rari da un museo britannico. Non certo autori di bestseller mondiali, ma professionisti affermati, con vendite dimostrabili e opere effettivamente rintracciabili nei dataset, il che ha reso possibile la causa in tribunale.
Risarcimento per copyright da 1,5 miliardi di dollari
Nel giugno 2025 il giudice William Alsup ha stabilito che l’uso di libri acquisiti legalmente per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale – quindi anche quelli passati per le forbici idrauliche di “Project Panama” – era «quintessenzialmente trasformativo» e coperto da fair use (uso lecito). Ma ha giudicato illecita la costituzione di una «biblioteca centrale» di materiale piratato. La causa si è trasformata in una class action da quasi mezzo milione di opere. Il 20 luglio un’altra giudice, Araceli Martínez-Olguín, subentrata nel frattempo, ha concesso l’approvazione definitiva dell’accordo da 1,5 miliardi di dollari: il più grande risarcimento per copyright della storia americana.
La scansione dell’IA distrugge davvero i libri? (foto Unsplash).
Titoloni allarmistici su biblioteche «divorate» e volumi «maciullati»
L’allarme che si è levato attorno a questa vicenda ha scelto il tono sbagliato. «L’AI distrugge i libri!» si è letto, soprattutto sui social, ma non solo: anche titoli di testate autorevoli parlano di intelligenza artificiale che «divora» biblioteche intere, di volumi «maciullati», di un pericolo che si estenderebbe ormai fino ai libri antichi e da collezione. Sono ricostruzioni che sanno distinguere tra i libri acquistati legalmente e quelli scaricati da biblioteche pirata, che conoscono i dettagli tecnici del destructive scanning ma che non mettono a fuoco il problema: trattano la distruzione del supporto fisico come se fosse, di per sé, la notizia. Non lo è, è uno slogan efficace per spaventare gli apocalittici, strumento di rage bait, che attira cioè le reazioni indignate degli utenti, ma è impreciso.
Chi ha diritto a godere del valore generato da un libro dato in pasto all’IA?
Nessun testo è sparito: i libri di Bartz, Graeber e Johnson sono ancora in libreria, nelle biblioteche personali, in casa di molte persone, ancora citabili, ancora integri quanto un incunabolo nella teca di un museo. Quello che la causa contesta non è la sopravvivenza dell’opera – in questo caso del libro – ma la modalità del suo utilizzo, cioè chi acquisisce, chi autorizza, chi viene pagato. Una questione di property rights, di diritti di proprietà, non di conservazione culturale. Tecnica, si dirà, ma sotto la tecnica del copyright si consuma una domanda che tecnica non è: chi ha diritto a godere del valore generato da un libro quando quel libro diventa materia prima di un sistema che lo restituisce senza firma, senza voce, senza copertina?
Libri in una biblioteca (foto Unsplash).
L’autore rischia di sopravvivere soltanto come rumore di fondo
Non è il libro a rischiare l’estinzione, è l’autore come funzione riconoscibile. Il miliardo e mezzo di dollari non ha salvato nessun volume dal macero: ha comprato il riconoscimento che dice che quella paternità valeva qualcosa, anche dentro un processo che la rende statisticamente anonima. La teca nel museo protegge l’aura dell’oggetto, il copyright, quando funziona, protegge la firma dell’autore. Il vero rischio, allora, non è che il libro muoia, come gridano i titoli dei giornali, è che l’autore sopravviva soltanto come rumore di fondo nell’output, il risultato finale, di qualcun altro. L’AI prende un testo che era “singolare”, cioè firmato da una persona, pubblicato da un editore, datato, riconoscibile, e lo frantuma in un sostrato statistico anonimo: la firma sparisce, non si sa più chi lo ha scritto. I libri di Bartz, Graeber e Johnson diventano indistinguibili, la loro singolarità evapora nella media.
L’ansia da smaterializzazione e la tecnologia degli NFT
Non è un caso che l’ansia da smaterializzazione abbia prodotto, per reazione, una tecnologia che fa esattamente il contrario: dove l’AI dissolve la singolarità di un testo in un anonimato statistico, l’NFT inventa una singolarità artificiale dove non ce n’era nessuna. L’NFT, Non Fungible Token, “gettone non fungibile”, è un certificato di proprietà registrato su un archivio digitale immutabile, che attesta chi possiede l’originale di un file – un file digitale, o un’immagine – che per natura è infinitamente copiabile, identico a ogni sua replica, e a cui l’NFT inietta artificialmente una scarsità che non possiede. È una specie di teca senza reliquia, l’aura di un oggetto comprata a posteriori, per contratto, non ereditata dalla storia materiale dell’oggetto. Due risposte opposte alla stessa crisi, quella di un’economia dell’informazione in cui copiare non costa nulla: una nega che l’autore conti ancora, l’altra finge che sia la scarsità a contare ancora. In entrambi i casi a sparire non è l’oggetto, il libro o qualunque altra cosa, è il legame tra l’oggetto e chi lo ha vissuto.
Non Fungible Token (foto Unsplash).
Non è la prima volta che un supporto muore
Non è la prima volta che un supporto muore perché la sua funzione è stata assorbita da un altro. Il rotolo di papiro ha ceduto al codice, il codice manoscritto ha ceduto alla stampa, la stampa oggi cede – non scompare, cede – al testo sempre disponibile, che si può interrogare e ricomporre. L’incunabolo non ha smesso di esistere, ha smesso di essere utile: è diventato reliquia perché il suo contenuto è già altrove, riprodotto, commentato, oggi digitalizzato mille volte.
Cosa si perde nella rielaborazione?
Ma la teca trattiene qualcosa che il modello linguistico non conserva: l’unicità dell’oggetto, la storia materiale di chi l’ha letto prima di noi. Il modello astrae il testo, lo statisticizza, lo restituisce senza voce, senza edizione, senza copertina, senza corpo. Non lo distrugge come oggetto fisico, ma lo rielabora. Cosa si perde nella rielaborazione di qualcosa che una volta si conservava in una teca di vetro? Difficile immaginare i libri di Bartz, Graeber e Johnson esposti al MoMA. E ci si chiede se la cultura sopravviva meglio come oggetto venerato e inerte da museo, o come sostanza dissolta e rimessa in circolo. In entrambi i casi, qualcosa resta indietro, qualcosa si perde.
«Le donne sorreggono l’altra metà del cielo», recitava la celebre frase attribuita a Mao Zedong, uno degli slogan della parità di genere in Cina. Al Congresso delle donne cinesi del 2023, Xi Jinping ha chiesto: «Compagne, va promossa una nuova cultura del matrimonio e della maternità». Due formule che raccontano priorità diverse. Nella Cina maoista, la partecipazione delle donne alla produzione e alla vita pubblica serviva alla costruzione dell’economia socialista e alla rottura con l’ordine familiare tradizionale. Nella Cina alle prese con denatalità e invecchiamento, la famiglia è tornata al centro delle esigenze dello Stato.
Una statuetta di Mao Zedong (foto Ansa).
Il cambiamento emerge anche dal linguaggio dei media pubblici. In un nuovo studio, pubblicato su Frontiers in Sociology, sono stati analizzati 125.532 articoli pubblicati tra il 1990 e il 2023 sul Quotidiano del Popolo, l’organo ufficiale del Partito comunista cinese. I ricercatori hanno rilevato una progressiva riduzione dell’associazione tra le donne e la sfera pubblica, mentre quella con maternità, famiglia e lavoro domestico è rimasta forte e sostanzialmente stabile.
Il richiamo alla vita pubblica è diminuito rapidamente fino al 2010
Nello studio si suddivide il vocabolario utilizzato dal quotidiano in due categorie. Da una parte parole legate alla vita pubblica come leader, combattente, carriera e imprenditorialità. Dall’altra famiglia, procreazione, lavoro domestico e madre amorevole. Hanno poi misurato quanto termini neutri come donna e femminile fossero associati ai due campi semantici. All’inizio degli Anni 90 la distanza era ridotta: la rappresentazione della donna come madre conviveva con quella della lavoratrice impegnata nella modernizzazione del Paese. Dalla fine del decennio le due traiettorie si sono separate. Il richiamo alla dimensione familiare è rimasto stabile, quello alla vita pubblica è diminuito rapidamente fino al 2010, assestandosi poi su livelli molto inferiori. Il divario ha raggiunto il massimo nel 2018.
Un ritratto di Xi Jinping al museo del Partito comunista cinese (foto Ansa).
Ancora nel 1992 il Quotidiano del Popolo titolava in prima pagina: “In passato si diceva che le donne fossero inferiori agli uomini, oggi sorreggono metà del cielo”. L’articolo raccontava una competizione tra lavoratori e celebrava il contributo femminile alla «modernizzazione socialista e alla riforma e apertura». Era sopravvissuta alla transizione post-maoista l’idea della donna come forza produttiva, alimentata dopo il 1949 (anno di fondazione della Repubblica popolare) anche dalla nuova legislazione sul matrimonio e dall’ingresso massiccio delle donne nell’istruzione e nel mercato del lavoro.
Una donna cinese assieme ai figli (foto Ansa).
I motivi della marcia indietro: crisi demografica e problemi col welfare
L’arretramento della dimensione pubblica è cominciato già prima dell’attuale crisi demografica. Gli autori lo collegano all’approfondimento delle riforme di mercato e alla ristrutturazione del welfare. Lo smantellamento di una parte dei servizi garantiti dalle unità di lavoro ha riportato sulle famiglie una quota crescente dei costi della cura dei figli e degli anziani, della gestione domestica e della cosiddetta riproduzione sociale. Un trasferimento che ha pesato soprattutto sulle donne e che il linguaggio dei media statali ha progressivamente incorporato.
Una donna con suo figlio in bicicletta a Shanghai, in Cina (foto Ansa).
Negli ultimi anni, a questa trasformazione strutturale si è aggiunta l’emergenza demografica. La popolazione cinese diminuisce e invecchia, mentre la fine della politica del figlio unico non ha prodotto il recupero delle nascite sperato da Pechino. Il passaggio prima ai due figli e poi ai tre è stato seguito da incentivi economici, congedi, sussidi locali e misure per abbassare i costi della crescita dei bambini. Parallelamente è cambiato il messaggio politico: matrimonio, maternità e famiglia sono diventati elementi della risposta alla contrazione della popolazione in età lavorativa e all’aumento della pressione sul sistema previdenziale.
Donne cinesi a Pechino (foto Ansa).
Pechino vuole più nascite, ma non può permettersi una ritirata dal lavoro
Da qui è arrivato l’appello di Xi sulla «nuova cultura del matrimonio e della maternità». Alle organizzazioni femminili è stata così affidata una funzione prettamente demografica, facendo un passo indietro sul tema della parità di genere. La strategia deve però tenere insieme esigenze difficili da conciliare. Pechino vuole più nascite, ma non può permettersi una ritirata delle donne dal mercato del lavoro mentre diminuisce la popolazione in età lavorativa. Il costo professionale della maternità resta elevato, così come lo squilibrio nella distribuzione delle responsabilità familiari. Dal 2020, non a caso, lo studio ha registrato una moderata ripresa dei riferimenti alle donne nella sfera pubblica, che gli autori collegano anche alle necessità del mercato del lavoro e all’attenzione internazionale sulla parità di genere.
Una donna cinese con suo figlio in braccio (foto Ansa).
Nei ruoli apicali della politica nessuna figura femminile
Ai vertici politici il movimento procede nella direzione opposta. Dal 2022 nessuna donna siede tra i 24 membri del Politburo del Partito comunista, per la prima volta in 20 anni. Sui media internazionali si è parlato molto della foto che ritrae le due delegazioni di Xi e Donald Trump, durante il loro vertice di maggio a Pechino: da ambo le parti c’erano solo uomini. In Cina, la leadership continua a rivendicare l’emancipazione femminile tra i risultati storici della Repubblica popolare, ma la presenza delle donne nei ruoli politici apicali diminuisce. Quasi scompare.
L’incontro a Pechino il 14 maggio 2026 tra le delegazioni di Donald Trump e Xi Jinping: nessuna donna presente (foto Ansa).
Occhio: le giovani generazioni sono molto diverse dalle precedenti…
La spinta dall’alto verso matrimonio e maternità incontra però una società femminile molto diversa da quella delle generazioni precedenti. Più istruite, economicamente autonome e presenti nelle professioni urbane, molte giovani cinesi considerano sempre meno il matrimonio un passaggio obbligato: un sondaggio della Lega della gioventù comunista condotto tra giovani urbani aveva rilevato una propensione a non sposarsi nettamente più alta tra le donne che tra gli uomini, mentre il crollo delle registrazioni matrimoniali degli ultimi anni ha trasformato la tendenza in un problema demografico nazionale.
Donne cinesi a Shanghai (foto Ansa).
Anche cinema e televisione hanno intercettato questa emancipazione quotidiana, mettendo sempre più spesso al centro delle storie donne single, divorziate, madri sole o insofferenti verso i ruoli tradizionali: ne sono un esempio i successi dei film Hi, Mom (2021) e YOLO: You Only Live Once (2024) scritti, diretti e interpretati dalla stand-up comedian Jia Ling, e il boom di Like a Rolling Stone, ispirato alla storia vera di una donna che a 50 anni abbandona famiglia e marito per attraversare in solitaria la Cina in automobile. C’è poi Her Story di Shao Yihui, diventato un caso proprio per il modo in cui affronta maternità, indipendenza economica e aspettative patriarcali.
In realtà, la leadership non chiede alle donne di rinunciare alla carriera, anche perché una Cina che invecchia non può permettersi di perderne il contributo al mercato del lavoro. Chiede piuttosto di sommare i ruoli: lavoratrici, mogli, madri e principali responsabili della cura familiare. Crescere un figlio è costoso per una coppia cinese, tra casa, istruzione e assistenza. Per una donna il conto comprende anche il rischio di rallentare o compromettere la carriera. Tanto che forse si finisce così di chiedere alle donne della nuova era cinese di caricarsi di un fardello più pesante: sostenere sia la sfera pubblica di lavoratrici sia quella privata di madri. Come se da sorreggere ci fosse più della metà del cielo.
Turisti della vita e turisti per la vita. Si può giocare sulle parole affidandoci al saggio Turisti della realtà, dove Francesco Marino racconta come «il mondo finì per diventare un contenuto social». Ossia come un selfie sullo sfondo della Torre Eiffel o della Torre di Pisa traduca un comportamento che anche nella vita quotidiana ci vede sempre più intenti a consumare emozioni di passaggio, collezionare immagini e cercare continuamente novità.
Turisti a Parigi (foto Unsplash).
La situazione è preoccupante, ma diventa inquietante se consideriamo la velocità con la quale procedono automazione e applicazioni di intelligenza artificiale. Se infatti macchine e agenti bot lavoreranno per noi, ci troveremo presto, in gran numero, disoccupati? Gli esperti scongiurano scenari apocalittici, forse per rasserenarci, ma potremmo comunque essere costretti a cercare non più occasioni di distensione e divertimento, bensì di occupazione del tempo liberato dal lavoro.
Turisti per sempre, ma non ditelo a Vannacci
Turisti forever ha un suono sinistro e distopico. A meno che non lo si voglia accogliere con l’entusiasmo provocatorio del movimento antagonistico degli Anni 70: che agli slogan “tutto e subito” e “chiediamo l’impossibile” fecero seguire un “lavoro zero, reddito intero” che ci proietta, appunto, in un futuro in cui le macchine hanno preso il posto del lavoro umano. Nel frattempo il povero generale Roberto Vannacci cosa farà, lui che nel suo programma 2027-2037 ha inserito il principio economico di San Paolo: «chi non vuole lavorare neppure mangi»?
Turisti in partenza ad agosto (foto Unsplash).
Ma stiamo al presente, che turisticamente lancia proclami trionfalistici, con Federalberghi che annuncia che ad agosto vanno in vacanza 17,5 milioni di italiani, e 4,7 milioni lo saranno a settembre; e che l’Italia, con 32.943 hotel, 1,1 milioni di camere e 2,3 milioni di posti letto, è il primo Paese europeo per capacità ricettiva alberghiera. A questo si aggiungono due interessanti notizie. In Puglia si registra la crescita più sostanziosa degli hotel di lusso, anche per l’effetto destination wedding che l’ha vista diventare meta di matrimoni di celebrity mondiali e di grandi eventi internazionali (come il G7 del 2024).
L’idea che il lusso possa migliorare le infrastrutture è sbagliata
L’aumento di posti letto in hotel 5 stelle ha fatto sì che quest’anno è nel Salento che ci sono stabilimenti balneari che contendono alla Versilia e alla Costa Smeralda il primato delle strutture più costose. Si può gioire di questi primati, ma senza avventurarsi nelle ricadute positive per il territorio. Perché è suggestiva l’idea che il lusso possa migliorare infrastrutture e servizi pubblici (strade, scuole e ospedali) e l’economia locale. Ma in realtà non è così.
Turismo di massa = inquinamento umano (foto Unsplash).
Il turismo, infatti, è un’industria estrattiva che ormai è vicina al punto in cui, se non si mette mano a interventi strutturali, gli svantaggi per le popolazioni residenti saranno presto maggiori dei benefici. In termini di distruzione ambientale, svuotamento dei centri storici, aumento del costo della vita per i residenti, crescita di rumori, disagi e rifiuti. Come nel caso dell’invasione turistica delle Dolomiti in corso, segnata dall’assalto fuori controllo ai bagni e servizi igienici dei rifugi alpini.
Al momento non c’è stato rimedio all’overtourism
È sull’impatto economico e sociale dell’overtourism che si concentra una recente analisi a tutto campo di The European Correspondent. Il fenomeno è ormai ampiamente presente nel dibattito politico, nei provvedimenti delle amministrazioni locali, nelle lotte degli attivisti e ambientalisti, nei resoconti dei media in occasione dei grandi eventi mondiali. La notizia, ossia il dato nuovo, è che al momento non c’è stato rimedio (divieti d’accesso, balzelli d’entrata, arginamento del B&B selvaggio, limitazione delle aree di sviluppo turistico) che abbiano efficacemente contrastato il fenomeno.
Vacanzieri agostani (foto Unsplash).
Scrive Nathan Domon: «Ogni anno, prima dell’estate, sento sempre le stesse storie. Gli abitanti di Amsterdam, Barcellona, Venezia e di una dozzina di altre città da cartolina si lamentano del disagio, dei prezzi delle case e del sovraffollamento. Le città annunciano una serie di provvedimenti per “contrastare” la situazione. E ogni anno, il numero dei turisti continua ad aumentare, come se nulla fosse accaduto». Il problema vero, dunque, non è se sono poveri o ricchi, giovani o no. È che sono troppi. Un’onda che nei vari momenti clou dell’anno diventa un’orda incontenibile.
La vera invasione è questa, altro che quella dei migranti
Prendiamo per esempio Amsterdam: nel 2010 ha registrato 9,7 milioni di pernottamenti; nel 2025 sono diventati 23,7 milioni. Entro due anni si stimano quasi 28 milioni: per una città con meno di un milione di abitanti, si tratta di un’invasione, rispetto alla quale ogni intervento correttivo ha spostato il problema o ne ha creato uno nuovo. Nel 2021 l’amministrazione locale ha annunciato l’obiettivo di limitare i pernottamenti a 20 milioni all’anno. Un blocco alla costruzione di nuovi hotel è stato introdotto nel 2017, ma il numero di camere ha continuato ad aumentare a causa di scappatoie esistenti.
Scritte sui muri contro i turisti (foto Unsplash).
La città ha inoltre intensificato i controlli sugli affitti brevi: gli annunci su Airbnb sono crollati da 28.400 nel 2019 a meno di 5 mila oggi. Ma il risultato è stato l’impennata dei prezzi degli hotel e il sostanziale aumento del valore degli immobili alberghieri che hanno arricchito i proprietari e portato alla costruzione di grandi alberghi appena fuori dai confini cittadini. Al di fuori della portata del divieto.
A Venezia più posti letto turistici che residenti ufficiali
La situazione è simile a Barcellona, dove i pernottamenti in hotel sono più che raddoppiati in un decennio, passando da 17,1 milioni nel 2014 a 37,2 milioni nel 2025. A Venezia nel 2024 i posti letto turistici nel centro storico (oltre 50 mila) hanno superato il numero dei residenti ufficiali (scesi sotto i 49 mila).
Turisti scattano foto sul top del ponte di Rialto sul Canal Grande a Venezia (foto Ansa).
Curiosamente, tuttavia, non c’è località turistica che non dichiari di puntare su un’offerta di qualità e la volontà di “destagionalizzare” il flusso turistico. La realtà però ci dice che agosto continua a concentrare gran parte del turismo balneare e che le 10 mete europee top intercettano la gran parte dei viaggiatori. Dopo di che si può affermare che il turismo è «la gallina dalle uova d’oro». Soprattutto per i proprietari delle strutture, che spesso sono catene internazionali e compagnie low cost. Non certo per i lavoratori del settore che sono in gran parte precari, stagionali e mal pagati. A Barcellona, nel 2023, i lavori nel settore turistico offrivano una retribuzione inferiore del 26 per cento rispetto alla media cittadina. Probabilmente nel Salento del luxury e dei proclami di Mister Billionaire la percentuale è maggiore.
Negli Usa c’è qualcosa che sta agitando le piazze di tutto il Paese: i data center. Le mega strutture necessarie ad alimentare il boom dell’intelligenza artificiale sono al centro di grandi contestazioni, tanto da parte del mondo del lavoro quanto dei singoli comitati civici che si oppongono a specifiche costruzioni (in Italia il più grande verrà costruito a Colleferro, in provincia di Roma). Il movimento è più esteso e trasversale di quanto si pensi, perché tocca sia comunità democratiche sia repubblicane. Ma in cosa consiste?
In tre mesi 75 progetti sono stati bloccati
Il 2026 è stato l’anno cruciale del movimento anti-data center, con quattro momenti cardine. La prima fase è stata quella di gennaio e febbraio. Secondo un rapporto dell’osservatorio indipendente Data center watch, «nelle prime sei settimane del 2026 sono stati presentati oltre 300 progetti di legge statali sui data center, con proposte di moratoria a livello statale introdotte in 14 Stati da entrambi gli schieramenti politici. Solo tra gennaio e marzo almeno 75 progetti sono stati bloccati, con un congelamento delle spese dal valore di 130 miliardi di dollari».
Nello stesso periodo si sono formati i primi gruppi di attivisti sui social. Poi, in primavera, il movimento si è rafforzato ed è apparso un sondaggio nazionale di Gallup, che ha certificato come il 70 per cento degli americani sia contrario alla costruzione di queste strutture nella propria area residenziale.
A Memphis proteste contro l’impianto di Musk
A maggio, terza fase, le proteste sono entrate nel momento più concitato, con le prime manifestazioni e addirittura i primi arresti, come avvenuto a Memphis, in Tennessee, dove un picchetto ha cercato di fermare i lavori intorno al mega-impianto “Colossus”, realizzato da xAI di Elon Musk. In generale, nel Paese si sono registrati diversi arresti legati a forme più o meno organizzate di contestazione dei nuovi impianti. A metà luglio l’organizzazione Humans First ha organizzato 142 manifestazioni in 42 Stati e, in almeno 12 eventi, le forze dell’ordine sono intervenute in via preventiva.
Elon Musk (Ansa).
La proposta di una “carta dei diritti” dei residenti
La quarta fase ha coinciso con l’inizio dell’estate: da un lato con l’impennata delle manifestazioni, dall’altro con provvedimenti legislativi più strutturati, come una sospensione ufficiale di un anno per i nuovi data center nello Stato di New York e varie proposte al Congresso, tra cui una legge contro la costruzione su terreni federali o una sorta di “carta dei diritti” dei residenti per vietare costruzioni a meno di 800 metri dalle case.
Data center (foto Unsplash).
In questo momento nel Paese ci sono dei cosiddetti hot spot della resistenza anti-data center. È il caso della già citata Memphis, diventata una specie di centro per l’AI e le criptovalute, in una sorta di esperimento tech, ma anche delle zone rurali e suburbane della Georgia, delle aree tra il Missouri e il Texas e di parti del Midwest, con il Michigan al centro della contesa, in particolare nelle cittadine di Saline, Augusta e Washington Township. Secondo il progetto collaborativo Data center opposition report, oggi oltre mezzo milione di americani è iscritto a uno dei 430 gruppi che popolano Facebook e ogni giorno nel Paese nascono almeno due nuove formazioni. Proprio mentre Meta sta investendo in AI e data center.
In questa battaglia è coinvolta anche l’attivista Erin Brockovich, resa celebre dal film in cui veniva interpretata da Julia Roberts, che ha lanciato un piano di tracciamento open-source per individuare le comunità prese di mira dalla costruzione degli impianti. Il progetto oggi raccoglie informazioni su quasi 9 mila strutture, costruite o in fase di realizzazione, con segnalazioni in tutti i 50 Stati americani.
Per cosa si protesta? Mancanza di trasparenza e impatto ambientale
Ma quali sono le ragioni dietro questa guerra? Diciamo che potrebbero essere definite glocali, perché intrecciano fenomeni globali e territoriali. Da un lato c’è una componente storica dell’Occidente: le proteste Nimby (acronimo di Not in my back yard, «non nel mio cortile»), che indicano la volontà delle persone di non avere grandi opere proprio sotto casa, o comunque nei paraggi. Ma in questo caso si va molto più in là. C’è una contestazione per la mancanza di trasparenza su quello che succede in questi enormi impianti, ma soprattutto per il loro impatto ambientale e i costi per le comunità coinvolte.
Un data center visto dall’alto (foto Unsplash).
I data center occupano superfici enormi e producono rumori e frequenze che in molti casi sono stati associati a cefalee croniche e nausea. Altri hanno impatti inquinanti e spesso vanno a colpire comunità già svantaggiate. L’impianto di Musk a Memphis, per esempio, usa turbine a gas non autorizzate che inquinano soprattutto la vicina area residenziale a maggioranza afroamericana. Ma i data center hanno un impatto devastante anche sui costi dell’energia e sulle bollette, con consumi di elettricità e acqua che spingono le utility ad alzare i costi di fornitura per tutte le aree interessate.
Joe Allen e Steve Bannon, mondo Maga in fermento
Ci sono pure questioni di secondo livello legate alla lotta contro l’AI per il suo impatto sul mondo del lavoro. Ma è interessante notare che una parte di queste battaglie venga animata in ambienti Maga, i trumpiani più invasati, quelli del Make America great again. In particolare Wired ha avuto una lunga conversazione con Joe Allen, commentatore anti-tech ospitato a War Room, podcast dell’ex stratega di Trump Steve Bannon.
In una puntata i data center vengono descritti proprio come «laboratori di armi» che sono «rivolti contro la popolazione». Per l’influencer politica Hannah Cox il fatto che intorno ai data center si muova una macchina di sorveglianza è un dato di fatto: ormai molte bolle social hanno fatto propria questa sensazione, indipendentemente dall’orientamento politico.
L’influenza del complottismo di estrema destra
Il tech-man di Bannon, Allen, si è spinto a dire che i data center sono un’infrastruttura hardware per qualcosa che va oltre, ossia una sostituzione dell’umanità in un delirio di onnipotenza dei tecno-ottimisti dell’AI. Qui è evidente l’influenza del complottismo di estrema destra, che si è fatto sempre più sofisticato e stratificato. Il punto però è che, un po’ per i deliri dei tech bros come Sam Altman, Elon Musk e Peter Thiel, un po’ per la genuina paura di un impatto devastante dell’AI, sempre più americani vogliono limiti stringenti all’intelligenza artificiale. E su questo punto si saldano populismi di destra e ambientalismi di sinistra.
Il ceo di OpenAI Sam Altman (Ansa).
Man mano che il movimento si allarga, crescono anche nuove psicosi. Aziende e gruppi pro-AI da settimane lanciano allarmi su come la Cina, attraverso reti di bot, stia inondando i social di messaggi anti-data center. Una sorta di psyop, di guerra psicologica, che Pechino condurrebbe contro gli Stati Uniti per soffiare sul fuoco della protesta e vincere la gara dell’intelligenza artificiale. Il numero di questi post non è quantificabile, ma profili provenienti da Asia, Africa ed Europa pubblicano con costanza messaggi contro le operazioni immobiliari delle aziende AI.
I data center sono mega strutture che servono a sostenere il boom dell’IA (foto Unsplash).
In tutto questo l’amministrazione Trump cosa fa? Procede spedita. Per il presidente l’AI è un’occasione da non perdere. E infatti non sono mancati momenti di frizione tra i repubblicani del Congresso e i conservatori nei singoli Stati, che spingono per regolamentare il settore. Per la Casa Bianca, al contrario, AI e data center sono questioni di sicurezza nazionale, i blocchi locali vanno superati con il voto di Washington e ogni obiezione viene bollata come anti-americana.
Per la famiglia Trump è anche una questione di affari
I più maliziosi, però, hanno fatto notare che per la famiglia Trump l’accelerazione su AI e impianti è, tanto per cambiare, una questione di affari. Nel portafoglio degli investimenti di Donald e figli ci sono sia aziende che investono nel digitale sia società di costruzioni che stanno materialmente realizzando i data center. Intanto, però, i cittadini sono sempre più arrabbiati e il consenso dei repubblicani scende. Un dato pericoloso per il partito dell’elefantino in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.
Elly Schlein ha smentito la veridicità di un filmato, cominciato a circolare sui social, in cui si vede la segretaria del Partito democratico a colloquio (e anche piuttosto divertita) con Roberto Vannacci, fondatore di Futuro Nazionale. «Non è mai accaduto. Non ci siamo nemmeno mai incontrati. E quella cena non è mai esistita. Ora, non mi interessa tanto la smentita in sé di un fatto poco credibile già di suo», ha dichiarato Schlein, mettendo poi in guardia sui pericoli legati all’intelligenza artificiale: «Mi interessa riflettere insieme su dove sta portando le democrazie questo tipo di abuso dell’IA. Su cosa può fare ai diritti di tutte e tutti i cittadini. E voglio rilanciare l’appello che ho rivolto a tutte le forze politiche, già raccolto dalla presidente Giorgia Meloni, a un uso responsabile ed etico dell’intelligenza artificiale». Questa vicenda, ha osservato la segretaria dem, «dà l’idea degli enormi rischi di inquinamento della campagna elettorale attraverso deepfake sempre più raffinati». Tutte le forze politiche, ha chiosato, «dovrebbero impegnarsi a non usare l’AI per attribuire agli avversari politici fatti o parole che non sono reali».
magari nn c'è niente di male (quel video in cui augurava la morte a lei e conte era goliardico, giusto?) ma immaginate gli articolo di polito, iacoboni, vitale mieli, e chi più ne ha più ne metta,se ci fosse stato #conte e nn #shlein a chiacchierare amabilmente con vannacci? > pic.twitter.com/rndQgskvG3
Colleferro sarà il primo Comune del Centro-Sud a ospitare un data center di ultima generazione per l’intelligenza artificiale con 150 megawatt di potenza elettrica assegnata dal gestore di rete Terna. Il campus sorgerà nell’area di circa 76 ettari compresa tra l’autostrada A1, la via Casilina e la linea ferroviaria dell’alta velocità, a soli 3 chilometri dal centro logistico di Amazon. L’hub, con circa 57.800 metri quadrati coperti, sarà dotato di impianti fotovoltaici. L’energia utilizzata sarà fornita da fonti rinnovabili attraverso contratti con gestori green. Nel data center saranno impiegate circa 700 persone contemporaneamente in fase di costruzione e 220 circa, tra diretti e indiretti, in fase di gestione. Si tratta di occupazione di alta specializzazione per cui il Comune di Colleferro avvierà programmi di formazione in loco ai fini delle future assunzioni. Il progetto architettonico è stato realizzato dallo studio Lombardini 22 di Milano, mentre Telecom Sparkle ha progettato l’infrastruttura di connessione dati alla rete fotonica nazionale.
Non mancano le polemiche
Sebbene la costruzione del polo sia stata approvata dal Consiglio comunale senza alcun voto contrario, in città non tutti sono d’accordo. È infatti già sorto un comitato cittadino contro il progetto a suo dire «approvato tramite variante urbanistica al piano regolatore generale, con cambio di destinazione d’uso da agricolo non urbanizzato a produttivo». Il gruppo, rappresentato da Ina Camilli, ha sottolineato che il progetto non è stato sottoposto, su decisione della Regione, a valutazione ambientale strategica «nonostante la relazione istruttoria di accompagnamento contenga numerosi pareri dei soggetti competenti fortemente critici».
Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate e attualmente alla guida del comitato civico Più Uno, ha annunciato un suo progetto politico di centrosinistra in vista delle elezioni politiche del 2027. La presentazione ufficiale avverrà il 10 ottobre. Ruffini ha spiegato di avere voglia di «provare a unire e dialogare», ma solo «con chi ci starà».
Ernesto Maria Ruffini (Imagoeconomica).
Secondo Ruffini serve «un nuovo Ulivo»
«Sono passati quattro anni di governo Meloni e ora vedo che i leader del centrosinistra rimandano a settembre il momento della sintesi: questo mi sorprende e mi dispiace», ha detto Ruffini intervistato da La Stampa, parlando poi della necessità di «un nuovo Ulivo», ovvero la coalizione guidata da Romano Prodi che riuscì a battere il centrodestra nel 1996. A tal proposito, Ruffini – escludendo velleità di leadership – ha criticato la lentezza con cui il Partito democratico di Elly Schlein e il Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte stanno costruendo un’alleanza politica.
Il Consiglio costituzionale francese ha bocciato la legge che puntava a introdurre il divieto dei social network ai minori di 15 anni, misura voluta fortemente dal presidente francese Emmanuel Macron. I giudici dell’equivalente transalpino della nostra Corte costituzionale hanno ritenuto che il provvedimento avrebbe rappresentato «una violazione sproporzionata della libertà di espressione e di comunicazione» dei minori.
Emmanuel Macron (Imagoeconomica).
Macron incarica Lecornu di riscrivere la legge
La massima istituzione giurisdizionale francese era stata chiamata in causa a fine luglio da un gruppo di deputati socialisti e de La France Insoumise sull’articolo 1 della legge. Pur riconoscendo «l’esigenza costituzionale della protezione dell’interesse superiore del minore», i giudici hanno dato parere negativo. Appresa la decisione di bocciare alcune parti della legge adottata dal parlamento, Macron ha incaricato il premier Sébastien Lecornu, di procedere a una nuova redazione del provvedimento per arrivare ad una soluzione «entro la primavera 2027». Lo ha reso noto l’Eliseo.