“Abbiamo scelto di raccontare la storia di questo ragazzo perche’ rappresenta, purtroppo, l’ennesimo dramma di chi vive ai margini, spesso straniero, troppo facilmente reso invisibile. Essere lasciati davanti a un ospedale, tra la vita e la morte, non e’ solo un fatto di cronaca: e’ una ferita che interroga la coscienza collettiva”. Lo scrive Enzo Maraio, segretario nazionale di Avanti Psi, che sui social posta l’articolo de ‘L’Avanti’ dal titolo ‘Lasciato davanti all’ospedale: la lotta tra la vita e la morte di un ‘invisibile”, che racconta il dramma di un lavoratore 30enne indiano, la cui modalita’ del suo arrivo all’ospedale “dice gia’ molto della sua storia: non e’ stato accompagnato, ne’ accolto, ma semplicemente lasciato davanti al pronto soccorso”. “Con questo racconto – aggiunge – che per un attimo ci fa tornare alle battaglie dell’Avanti del secolo scorso, vogliamo riportare al centro l’umanita’, restituendo dignita’ a una persona che rischiava di essere dimenticata ancora prima di essere salvata”. Maraio ritiene fondamentale “sottolineare la professionalita’ e il senso di responsabilita’ di chi lo ha preso in carico”. “In un momento in cui si tende a evidenziare soprattutto le criticita’, e’ giusto riconoscere – sostiene – il lavoro di operatori e strutture che, ogni giorno, con competenza e dedizione, fanno la differenza”. “Raccontare questa storia significa affermare un principio semplice ma essenziale: nessuno deve essere invisibile, e ogni vita merita attenzione, cura e rispetto”, conclude Maraio.
L’Aula Magna del Liceo “Torquato Tasso” di Salerno ha ospitato la cerimonia conclusiva della XXIII Edizione del Certamen Hippocraticum Salernitanum, nell’ambito della settimana della cultura 2026.
Anche quest’anno, la BCC Monte Pruno ha rinnovato il suo impegno al fianco dello storico istituto scolastico salernitano, sostenendo l’iniziativa culturale dedicata ai giovani.
L’evento finale è stato aperto dalla Dirigente Scolastica del Liceo “Torquato Tasso” di Salerno, Prof.ssa Ida Lenza e ha visto i saluti del Direttore Generale della Banca Monte Pruno, Cono Federico.
Successivamente, si sono susseguiti gli interventi del Prof. Enrico Maria Ariemma, Professore di Lingua e Letteratura Latina, Dipartimento di Studi Umanistici/DIPSUM, Unisa, e del Prof. Alfonso Tortora, Professore di Storia Moderna, Dipartimento di Studi Umanistici/DIPSUM.
Il Liceo Classico “Torquato Tasso”, forte della sua tradizione che lo lega all’antica Scuola Medica Salernitana, continua a essere un testimone dei valori e dei significati di quell’antica scuola.
Il Certamen, rivolto agli studenti interni ed esterni dell’Istituto, continua a celebrare la tradizione agonistica nell’ambito delle lingue classiche, con l’obiettivo di promuovere una convivenza culturale, umana e scientifica, che rievoca proprio quelle tradizioni antiche.
Alla competizione hanno partecipato alunni con l’intento di celebrare la cultura, in nome di un patrimonio comune di conoscenze, valori ed identità da difendere, essenziali anche nel contesto contemporaneo.
La XXIII Edizione del Certamen Hippocraticum Salernitanum si è svolta, quindi, durante la settimana della cultura del Liceo Tasso, che si è tenuta dal 8 al 10 aprile 2026.
L’oggetto di questa edizione del Certamen è stata una traduzione dal latino di un passo di argomento scientifico tratto dall’opera di Seneca.
XXIII edizione Certamen Hippocraticum Salernitanum 2026 ha proclamato i seguenti vincitori:
– Concorrenti esterni
I premio: Miranda Antonio (Liceo “T. Lucrezio Caro” Sarno); II premio: Apicella Giorgia (Liceo “Galdi” Cava dei Tirreni); III premio: Senatore Giorgia (Liceo “Galdi” Cava dei Tirreni)
– Concorrenti interni
I premio: De Simone Tobia (classe V E); II premio: D’Addeo Maria (classe V D); III premio: Piccolo Ilaria (classe V G)
Nel suo intervento iniziale, il Direttore Generale Cono Federico ha ribadito la vicinanza della BCC Monte Pruno al Liceo “Torquato Tasso”, sottolineando l’importanza della collaborazione che mette al centro la cultura e la crescita degli studenti e ha ringraziato la Dirigente Ida Lenza per l’importante azione culturale che dà valore ai ragazzi, investendo concretamente nel futuro della società, fortificando la conoscenza e mettendo basi sempre più solide nella comunità.
Pochi gruppi demografici sono stati più importanti dei cattolici per il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, che nel 2024 ha ottenuto tra il 55 e il 59 per cento dei loro voti, quando di solito i candidati alla presidenza si spartiscono equamente le preferenze di questa porzione di elettorato. Eppure, con le durissime accuse lanciate a Papa Leone XIV, The Donald sta facendo di tutto per alienarsi i favori dei cattolici, che già nel 2016 gli avevano perdonato un battibecco con Francesco. Ma questa volta lo scontro tra Casa Bianca e Vaticano rischia di far sbandare il presidente Usa. Anche perché Prevost è il primo pontefice statunitense della storia e, anche per questo, al di là dell’Atlantico gode di grande popolarità e non solo tra i cattolici.
Cristiani repubblicani sostenitori di Trump (Ansa).
L’attacco a Leone XIV e la replica del pontefice
Questo non ha impedito a Trump di attaccare duramente Leone XIV. Prima lo ha accusato di «ritenere accettabile che l’Iran possieda l’arma nucleare», poi lo ha definito «debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera», infine ha chiarito che senza di lui alla Casa Bianca non sarebbe mai stato eletto sul soglio di Pietro. «Dovrebbe darsi una regolata e smettere di essere un politico, sta danneggiando la Chiesa cattolica», ha tuonato il presidente. Sull’aereo che lo stava portando in Algeria, il Papa ha detto di non temere l’Amministrazione Trump né di aver intenzione di «fare un dibattito» con il capo della Casa Bianca. Successivamente The Donald, raggiunto dal Corriere della Sera, ha rincarato la dose, affermando che Prevost «non capisce e non dovrebbe parlare di guerra, perché non ha idea di quello che sta succedendo» e che l’Iran rappresenta una minaccia nucleare.
Leone XIV (Ansa).
Per Vance il Vaticano «deve attenersi alle questioni morali»
Parole dure che sono state duramente criticate dal vescovo Robert Barron, membro della Commissione per la libertà religiosa. Barron ha definito il post di Trump «del tutto inappropriato e irrispettoso», aggiungendo che «il presidente deve delle scuse al Papa».
The statements made by President Trump on Truth Social regarding the Pope were entirely inappropriate and disrespectful. They don’t contribute at all to a constructive conversation. It is the Pope’s prerogative to articulate Catholic doctrine and the principles that govern the…
Il duro attacco di The Donald al pontefice è stato condannato persino dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Ma non da JD Vance – convertitosi al cattolicesimo in età adulta – il quale parlando a Fox News ha detto che il Vaticano «si dovrebbe attenere alle questioni morali». E Giorgia Meloni, donna, madre, cristiana e grande amica di Trump? Dopo un silenzio prolungato, è arrivato anche il commento della premier italiana: «Trovo inaccettabili le parole del presidente Usa. Il Papa è il capo della Chiesa cattolica, è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra». Una presa di posizione che Trump non ha gradito, come ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera: «Mi sbagliavo su di lei».
Nel 2016 l’attrito con Bergoglio
Non è la prima volta che Trump sfida Oltretevere. All’inizio del 2016, durante la corsa alla nomination repubblicana, ebbe un breve scontro con Francesco che aveva criticato la stretta migratoria Usa poco prima di visitare il confine col Messico. Trump definì Bergoglio «una persona molto politicizzata». Il pontefice argentino a quel punto ricordò a Trump che non era cristiano «concentrarsi sulla costruzione di muri anziché di ponti». Parole che il tycoon definì «vergognose», dicendosi certo che, in caso di un attacco dell’Isis al Vaticano, Bergoglio avrebbe desiderato che Trump fosse alla Casa Bianca. Tra lo stupore degli analisti, The Donald uscì indenne – se non rafforzato – da quella disputa e qualche mese dopo riuscì a ottenere la presidenza degli Stati Uniti.
Donald Trump (Ansa).
Come sottolinea la Cnn, lo scontro di 10 anni fa non fece molto scalpore e si concluse con la stessa rapidità con cui era iniziato. Trump successivamente cercò di appianare le divergenze: definì il pontefice «un uomo meraviglioso», suggerendo che il commento del Papa su muri e ponti non fosse poi così critico nei suoi confronti. Un raro passo indietro da parte di The Donald, che notoriamente ama lo scontro con i suoi detrattori.
Da Francesco a Leone: perché questa volta è diverso
Lo scontro con Leone XIV potrebbe invece avere strascichi più pesanti. Nessuno dei due capi di Stato sembra intenzionato a fare marcia indietro. «Io parlo del Vangelo e continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra», ha sottolineato Prevost. Se Francesco aveva criticato indirettamente le politiche migratorie di Trump, il suo successore è stato molto più diretto, facendo nomi e cognomi, sia su questo tema (a ottobre 2025, poco dopo l’elezione, il pontefice aveva definito «disumana» la politica Usa sui migranti) sia sulla guerra e sull’operazione in Venezuela che ha rimosso Nicolas Maduro. Lo scontro tra i due poi è sottotraccia in atto da mesi. Sui rapporti già ai minimi termini ha poi pesato l’immagine blasfema postata da Trump su Truth, che lo ritraeva come un Messia in grado di guarire i mali del mondo. Dopo averla rimossa, il presidente americano ha provato a salvarsi in corner sostenendo che l’immagine in realtà lo rappresentava «come un medico che fa del bene agli altri».
Il paragone tra Trump e Cristo salvatore è ricorrente nella narrativa MAGA. Il commander in chief era già stato paragonato a Gesù dalla sua consigliera spirituale, la telepredicatrice Paula White-Cain, nominata a capo dell’Ufficio della Fede alla Casa Bianca, istituito per promuovere i valori cristiani e la libertà religiosa. La firma del relativo ordine esecutivo fu celebrato con una foto da “Ultima Cena” nello Studio Ovale, con Trump nella posizione – tanto per cambiare – di Gesù.
Sempre a proposito di protagonismo a tinte religiose, in vista del conclave che ha eletto Prevost, dopo aver scherzato (chissà…) sul fatto di vedere se stesso come «prima scelta», Trump sui social si era ritratto come Papa. Novello Messia o aspirante pontefice, ma in ogni caso benedetto dal Signore. Un dio che, sempre secondo la vulgata MAGA, lo ha salvato pure dalla pallottola a Butler.
Paula White compares Trump to Jesus during event with faith leaders: "You were betrayed and arrested and falsely accused. It's a familiar pattern that our Lord and Savior showed us. Because of His resurrection, you rose up." pic.twitter.com/Ddc8hflU34
Tornando alla diatriba col Vaticano c’è infine un altro “piccolo” particolare, ovvero il fatto che Leone XIV è il primo Papa statunitense: è logico supporre che negli Usa la figura di Prevost sia più influente rispetto a quella dei pontefici del passato e non solo per i cattolici. Gli ultimi sondaggi suggeriscono che il Papa gode di un’enorme popolarità tra i suoi connazionali, mentre Trump si trova in un momento di crisi politica, con indici di gradimento che in alcune rilevazioni recenti sono scesi sotto il 30 per cento. È probabile che la maggior parte dell’elettorato MAGA non si farà influenzare dalla “faida” Trump-Leone. Tuttavia, The Donald non può rischiare di perdere altri elettori in questo momento, con una guerra in corso e in vista delle midterm.
Stamattina è stata presentata la candidatura alla Presidenza della Provincia di Salerno di Geppino Parente,
candidato del Partito Democratico e del Centrosinistra.
Una scelta che dà merito ad un amministratore di elevato profilo umano, politico ed amministrativo.
Geppino Parente, Sindaco di Bellosguardo, ha dedicato il suo impegno al servizio della collettività, svolgendo, con senso di responsabilità, i numerosi ruoli pubblici per i quali è stato apprezzato per competenza, passione, tenacia e risultati.
Lavoreremo per confermare la guida progressista della Provincia di Salerno, per continuare a portare avanti i tanti progetti in corso, fondamentali per la vita dei nostri cittadini e dei nostri territori.
Via libera dell’Aula della Camera alla richiesta di sollevare un conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato presso la Corte costituzionale nei confronti del Tribunale dei ministri e della Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta che coinvolge Giusi Bartolozzi nel caso-Almasri, il torturatore libico rimpatriato dal governo nonostante il mandato di arresto della Corte penale internazionale. La proposta dell’Ufficio di presidenza di Montecitorio è stata approvata a scrutinio palese con 47 voti di scarto. Respinta la richiesta di voto segreto avanzata dalle opposizioni.
La Camera dei deputati (Ansa).
Bartolozzi è indagata per false dichiarazioni al pubblico ministero
Bartolozzi, ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio (si è dimessa dopo la sconfitta del centrodestra nel referendum del 22 e 23), è finita sotto inchiestadella procura di Roma per false dichiarazioni al pubblico ministero, reato previsto dall’articolo 371 bis del codice penale: l’iscrizione riguardava le deposizioni rese davanti al Tribunale dei Ministri, considerate non veritiere dagli inquirenti. La procura capitolina, che ha terminato le indagini a suo carico, pochi giorni fa ha chiesto il rinvio a giudizio per Bartolozzi.
Matteo Piantedosi e Carlo Nordio (Ansa).
Chiesta l’immunità già concessa a Nordio, Piantedosi e Mantovano
Secondo la maggioranza, la questione relativa a Bartolozzi rientrerebbe nelle competenze della Giunta per le autorizzazioni della Camera, trattandosi di una vicenda analoga a quelle che avevano coinvolto i ministri Nordio e Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano, per i quali Montecitorio (con i voti del centrodestra) aveva già negato l’autorizzazione a procedere e il Tribunale aveva poi disposto l’archiviazione. Bartolozzi, nel frattempo, ha chiesto il ricollocamento in ruolo in magistratura: la Terza Commissione del Csm si è espressa a favore del suo ritorno nella stessa posizione che ricopriva in precedenza presso la Corte di appello di Roma.
La Commissione europea ha ufficializzato la revoca della sovvenzione da 2 milioni di euro destinata alla Biennale di Venezia, che era in forse da diversi giorni: alla base della decisione la partecipazione della Russiaalla 61esima edizione, che è ormai alle porte. Lo ha reso noto Thomas Regnier, portavoce dell’esecutivo Ue. Sottolineando che la Commissione aveva «inviato una lettera al governo italiano nel mese di marzo», Regnier ha poi aggiunto: «Gli eventi culturali finanziati con il denaro dei contribuenti europei dovrebbero salvaguardare i valori democratici, promuovere il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione, valori che non vengono rispettati nella Russia odierna». L’Unione europea attende adesso un parere del Ministero degli Esteri italiano, che ha confermato di essere al lavoro sul dossier. Dopo lo scontro tra Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco, a metà marzo Fondazione Biennale ha inviato al governo tutti i documenti richiesti dal Ministero della Cultura per verificare se fossero state violate le sanzioni contro la Federazione russa.
Il primo passaggio, necessario per arrivare al closing, ovvero l’aumento del capitale sociale della società Antarees, con la sottoscrizione di 1milione 250 mila euro, è andato a buon fine.
Oggi a Roma uno snodo di fondamentale importanza per arrivare al closing. Giovedì 16 aprile la firma del closing. #Rufini ad un passo dall’acquisire la proprietà della Salernitana
È morto a 85 anni il giornalista napoletano Franco Esposito, per decenni tra le firme più autorevoli del giornalismo sportivo italiano. Con la sua scomparsa se ne va uno dei decani della stampa partenopea, protagonista di una lunga stagione di cronaca e racconti che hanno attraversato oltre mezzo secolo di sport e di vita cittadina.
Per molti anni Esposito è stato inviato e firma di primo piano del Corriere dello Sport e de II Mattino, testate nelle quali ha raccontato con passione e competenza eventi, protagonisti e grandi imprese sportive. La sua carriera è stata segnata da un’infinità di reportage e cronache, spesso vissute in prima linea sui campi e negli stadi, ma anche nei palazzetti e nei ring, seguendo discipline e campioni con lo sguardo curioso del cronista e la sensibilità dello scrittore.
Nel corso della sua attività professionale ha seguito numerosi eventi internazionali, tra Mondiali di calcio e grandi appuntamenti sportivi, diventando un punto di riferimento per il giornalismo sportivo campano e nazionale. La sua penna ha accompagnato generazioni di lettori, raccontando lo sport non solo come competizione ma come racconto umano, fatto di passioni, sacrifici e storie personali.
Accanto all’attività giornalistica, Franco Esposito è stato anche autore di diverse opere letterarie e saggi dedicati allo sport e alla memoria della città. Nei suoi libri ha spesso intrecciato ricordi personali, aneddoti e pagine di cronaca, restituendo il ritratto di un’epoca del giornalismo vissuta con intensità e spirito di testimonianza. In uno dei suoi lavori più recenti aveva raccontato sessant’anni di vita professionale, ripercorrendo i momenti più significativi di una carriera trascorsa tra redazioni, viaggi e incontri con grandi protagonisti dello sport.
Con la morte di Franco Esposito Napoli perde una voce autorevole e appassionata del proprio giornalismo. Colleghi e lettori ricordano oggi un cronista di razza, capace di trasformare ogni evento in racconto e ogni partita in storia, lasciando una traccia importante nella memoria della stampa sportiva italiana.
“L’Udc è presente a Salerno con la forza della propria identità e con donne e uomini pronti a mettersi al servizio della città. Sosteniamo convintamente Armando Zambrano perché rappresenta una proposta seria, competente e alternativa rispetto a chi ha governato finora producendo gravi danni, in particolare nel settore sanitario”. Lo afferma Roberto Lambiase, commissario provinciale del partito che chiarisce la posizione in vista del voto a Salerno.
“Vogliamo far comprendere ai salernitani che lo sfascio della sanità cittadina e regionale ha responsabilità precise. Noi porteremo avanti le richieste dei cittadini e le loro battaglie per una sanità davvero pubblica, efficiente e vicina a tutti, capace di tutelare gli ultimi e proteggere le fasce deboli”, aggiunge Lambiase.
Sulla stessa linea interviene Mario Polichetti, responsabile nazionale del Dipartimento Salute del partito: “In questi anni, grazie a un’azione politica seria e puntuale, abbiamo denunciato situazioni inaccettabili contribuendo alla rimozione di direttori pensionati e di medici disonesti che infangavano un’intera categoria composta in larga parte da professionisti perbene”. “Continueremo a combattere ogni utilizzo delle strutture pubbliche per fini privati e lavoreremo per regolamentare con equilibrio e rigore l’attività libero-professionale, mettendo al centro anziani, fragili e cittadini in difficoltà. La sanità non può essere un privilegio per pochi, ma un diritto garantito a tutti”, conclude Polichetti.
Scintille alla Camera, dove i deputati di FdI hanno indossato delle mascherine come forma di protesta provocatoria contro il leader del M5s Giuseppe Conte, tirato in ballo per la gestione Covid dopo le ultime audizioni in commissione. La deputata Alice Buonguerrieri l’ha definito un «mentitore seriale inaffidabile e inattendibile». «Se Conte ha mentito su questo, su cosa dobbiamo attenderci che abbia mentito ancora? Di cosa ha paura?», ha affermato la parlamentare meloniana dopo aver chiesto un’informativa al ministro della Salute e la disamina di tutti i documenti emergenti e «di tutti i fatti gravi che continuano ad emergere sulla vicenda delle mascherine e sulle ipotesi di tangenti richieste dai colleghi di Conte».
Gli avvocati penalisti salernitani da oggi, martedì 14 aprile, si asterranno dalle attività giudiziarie per protestare contro una serie di criticità che attanagliano la categoria come, ad esempio, il ritardo dei decreti di liquidazione che arrivano in alcuni casi anche a due anni, ma anche criticità relative agli orari delle udienze collegiali e predibattimentali; i rinvii di ufficio da un giorno all’altro e la situazione critica i cui versa il tribunale di Sorveglianza.
Lo sciopero durerà otto giorni, precisamente fino fino al prossimo 22 aprile, come deliberato al termine dell’assemblea straordinaria di marzo scorso dalla Camera penale di Salerno presieduta dall’avvocato Michele Sarno.
L’aeroporto Nice Côte d’Azur ha inaugurato ufficialmente l’ampliamento del Terminal 2. Un evento molto atteso per il territorio, tenutosi alla presenza – tra gli altri – del principe Alberto II di Monaco, del ministro dei Trasporti Philippe Tabarot, del sindaco di Nizza Eric Ciotti e di Alessandro Benetton, presidente di Edizione e Mundys (azionista di maggioranza di Aéroports de la Côte d’Azur). L’entrata in esercizio della nuova infrastruttura contribuirà a migliorare la qualità del servizio e la gestione dei flussi passeggeri, sia in partenza sia in arrivo.
Aumentato del 31 per cento lo spazio per i passeggeri
Il secondo aeroporto francese per capacità – oltre 14 milioni di passeggeri annui, dal 2019 – potrà, grazie all’estensione del Terminal 2, mantenere elevati standard di servizio e garantire una gestione efficiente dei flussi, tanto per i voli Schengen quanto per quelli extra-Schengen. Grazie all’ampliamento del nuovo molo, progettato dallo studio di architettura di Stéphane Aurel, l’aeroporto si estende su un’area di circa 23 mila metri quadrati, con un aumento del 31 per cento dello spazio disponibile per i passeggeri. Uno sviluppo che permette allo scalo di raggiungere la capacità di 18 milioni di viaggiatori all’anno.
Nuovi banchi check-in, accesso diretto ai piazzali aerei, più negozi
Realizzato con interventi di edilizia green sul territorio e nel rispetto dei criteri di sostenibilità, il progetto si è sviluppato in tre fasi. La prima ha riguardato l’ampliamento della zona partenze per i voli extra-Schengen, la creazione di una nuova area di controllo passaporti per le partenze, l’apertura di negozi e di una lounge vip. Questa fase è stata completata prima dell’estate 2025. La seconda ha previsto la realizzazione di un terminal con accesso diretto ai sei piazzali aerei esistenti, eliminando la necessità di navette e permettendo di gestire contemporaneamente i passeggeri, indipendentemente dal loro paese di partenza o destinazione. L’area entrerà in funzione a partire dalla prossima settimana. Infine, un modulo con 36 nuovi banchi check-in e un sistema aggiuntivo di gestione bagagli sarà operativo entro la fine del mese, prima dell’inizio della stagione estiva.
Inaugurazione dell’ampliamento del Terminal 2 dell’aeroporto Nice Côte d’Azur (Mundys).
Goldnadel: «Giornata storica»
«È una giornata storica per l’aeroporto e per l’intera regione», ha dichiarato Franck Goldnadel, presidente del consiglio di amministrazione di Aéroports de la Côte d’Azur. «Questo ampliamento dello scalo trasformerà l’esperienza dei nostri passeggeri, che meritano un’accoglienza e un servizio all’altezza della reputazione della Costa Azzurra. Un aeroporto rappresenta la prima e l’ultima impressione di un viaggio, ed è nostra responsabilità renderla la migliore possibile».
Benetton: «Maggior attrattività per l’aeroporto»
«Il completamento di questo terminal dimostra la capacità del nostro Gruppo di realizzare investimenti strategici nei territori in cui operiamo, mantenendo un dialogo costante con le istituzioni e le comunità locali», ha aggiunto Alessandro Benetton, presidente di Mundys. «Desidero ringraziare il management e tutti i collaboratori di Aéroports de la Côte d’Azur per questo importante risultato, che valorizza in maniera strutturale l’attrattività del secondo aeroporto più grande di Francia. Mundys è un gruppo industriale europeo con una visione di lungo periodo, che considera la Francia un Paese strategico. Qui, nel corso degli anni, abbiamo investito oltre 11 miliardi di euro nel settore infrastrutturale, creando nuovi posti di lavoro e aumentando la competitività dei territori locali. È questa la traiettoria che continueremo a seguire».
«Non vuole aiutarci nella guerra, sono scioccato». Lo ha detto Donald Trump raggiunto telefonicamente dal Corriere della Sera, riferendosi a Giorgia Meloni. Che, dopo qualche tentennamento, ha condannato l’attacco rivolto dal presidente Usa a papa Leone XIV. Poi il tycoon ha rincarato la dose: «Piace il fatto che la vostra presidente non stia facendo nulla per ottenere il petrolio? Piace alla gente? Non posso immaginarlo. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo».
Leone XIV e Giorgia Meloni (Imagoeconomica/Vatican Media).
Meloni ha definito «inaccettabili» le parole di Trump contro Leone XIV
«Trovo inaccettabili le parole del presidente Trump nei confronti del Santo Padre. Il Papa è il capo della Chiesa Cattolica, ed è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra», aveva detto Meloni stigmatizzando le affermazioni del tycoon, che aveva definito «debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera» il pontefice, il quale gli aveva risposto a tono. Successivamente la premier ha aggiunto: «Quando non si è d’accordo con un alleato bisogna dirlo. Non mi sentirei a mio agio in una società dove i leader religiosi fanno quello che dicono i leader politici. Le parole di Trump sono inaccettabili, ho espresso la mia solidarietà al papa». Inoltre il governo italiano, come ha fatto sapere la presidente del Consiglio, «in considerazione della situazione attuale», ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele. Un’altra mossa che certo non deve essere piaciuta a The Donald.
Lorenzo Mariani non è ancora arrivato, ma in Leonardo, come nelle migliori tradizioni, le indiscrezioni su chi sbarca e chi lascia sono già iniziate. E non poteva essere diversamente, visto che alcune nomine fatte dal suo predecessore Roberto Cingolani avevano avuto effetti molto divisivi in azienda. Ma cominciamo dalle new entry a Piazza Monte Grappa. Da MBDA, la società missilistica di cui proprio Mariani era diventato amministratore delegato una volta toccata con mano l’impossibilità di convivere con l’ex ministro del governo Draghi, è in arrivo Angelo Sena, suo stretto collaboratore nel ruolo del capo delle relazioni istituzionali Italia. Ancora imprecisato il ruolo, anche se molti lo vedrebbero al posto di Filippo Maria Grasso, Chief Corporate Bodies & Institutional Affairs Office, un manager molto apprezzato da Guido Crosetto, il ministro della Difesa che però da questa tornata di nomine in Leonardo è uscito sconfitto. Data in partenza, o destinata a nuovo ruolo, anche Helga Cossu, l’ex giornalista di Sky molto stimata da Cingolani che, dopo averle dato nel 2023 la direzione della fondazione Leonardo, proprio alla vigilia del rinnovo del consiglio di amministrazione l’ha nominata anche capo della comunicazione del gruppo.
Secondo i sondaggi politici realizzati da Swg per il TgLa7 del 13 aprile 2026, Fratelli d’Italia si conferma saldamente la prima forza del Paese con il 29,3 per cento (-0,2). Lieve flessione per il Partito democratico, che registra il 21,9 (-0,1), e per il Movimento 5 stelle, dato al 12,2 per cento (-0,1). Meno due punti percentuali per Forza Italia, che scende al 7,7 per cento, mentre Alleanza verdi-sinistra torna sopra la Lega con il 6,6 per cento (=). Il Carroccio registra il calo maggiore e scivola al 6,3 per cento (-0,3). Crescono invece tutti i partiti minori, con Azione e Futuro nazionale al 3,5 per cento (il primo cresciuto dello 0,1, il secondo dello 0,2), seguiti da Italia Viva al 2,4 per cento (+0,1). Infine, Più Europa guadagna lo 0,2 e sale all’1,6 per cento mentre Noi moderati lo 0,1, registrando l’1,2 per cento.
Sondaggio Swg 13 aprile 2026 (X).Sondaggio Swg 13 aprile 2026 (X).
«In considerazione della situazione attuale, il governo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele». Lo ha annunciato Giorgia Meloni: il Memorandum non è stato dunque rinnovato per altri cinque anni a partire dal 13 aprile: ecco cosa prevede.
Quando è stato siglato e l’entrata in vigore dell’accordo
Il Memorandum sulla Difesa tra Italia e Israele, siglato il 16 giugno 2003 a Parigi e entrato in vigore l’8 giugno 2005 dopo la ratifica del Parlamento, è un accordo bilaterale quinquennale che prevede la cooperazione appunto tra i rispettivi ministeri della Difesa, inclusi accordi di sicurezza tra l’Esercito italiano e quello israeliano (IDF).
Tra gli aspetti più rilevanti c’è la cooperazione industriale
Il Memorandum di intesa in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa tra Italia e Israele è composto di 11 articoli. Tra gli aspetti più rilevanti c’è quello della cooperazione industriale: che prevede la collaborazione tra aziende dei due Paesi nell’ambito della sicurezza informatica, dell’aeronautica e dei sistemi elettronici.
Soldati israeliani (Imagoeconomica).
L’accordo è stato rinnovato tacitamente ogni cinque anni
L’accordo bilaterale si rinnova tacitamente ogni cinque anni, salvo il recesso di una delle parti. In tal caso cessa di avere efficacia al sesto mese successivo alla sua notifica. Il rinnovo saltato sarebbe stato il quarto: avrebbe esteso gli effetti fino al 2031.
Le critiche al Memorandum sulla Difesa tra Italia e Israele
Da sempre viene contestata la segretezza con cui il Memorandum copre le attività e gli scambi di informazioni tra Italia e Israele, mentre comporta oneri per il bilancio dello Stato. Negli anni più recenti l’accordo è stato oggetto di ulteriori critiche riguardanti la questione etica, visti i bombardamenti di Israele sulla Striscia di Gaza e gli attacchi contro l’Iran. Lo stop al rinnovo del Memorandum arriva nella fase in cui i rapporti tra Roma e Tel Aviv sono al livello più basso per i ripetuti incidenti in cui l’IDF ha attaccato o ostacolato i caschi blu dell’Unifil, di cui l’Italia ha il comando.
Prima la sconfitta al referendum (con annesse purghe tardive), poi la guerra scatenata dall’amico Donald Trump (colui per il quale si pensava al Nobel per la pace) e Benjamin Netanyahu contro l’Iran, crisi che rischia di mettere in ginocchio l’economia europea. Quindi la batosta subita da un altro amico, Viktor Orbán, in Ungheria. Infine l‘attacco sempre di The Donald a papa Leone XIV. Su Giorgia Meloni si è scatenata la tempesta perfetta. Ciliegina sulla torta, proprio a una manciata di giorni dall’uscita negli States del libro Giorgia’s Vision (in italiano un molto più prosaico La versione di Giorgia, in cui la premier è intervistata da Alessandro Sallusti) con la prefazione del vicepresidente JD Vance, lo stesso che ha intimato al pontefice di occuparsi «solo di questioni morali».
La versione inglese di La versione di Giorgia.
L’infilata ha spinto la leader di Fratelli d’Italia a smettere i panni di gran mediatrice e prendere, seppur con i suoi tempi, posizione contro amici e alleati diventati anche per lei scomodi.
Giorgia Meloni al Vinitaly alla Fiera di Verona, 14 aprile 2026 (Ansa).
Il governo sospende il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele
Così dal Vinitaly la presidente del Consiglio ha annunciato che il governo sospenderà «il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele». La decisione è stata comunicata dal ministro della Difesa Guido Crosetto all’omologo Israel Katz. La distanza tra Roma e Tel Aviv – già messa a dura prova dagli “incidenti” causati dall’esercito israeliano contro i caschi blu italiani dell’Unifil – era cresciuta dopo le dichiarazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani che, in visita a Beirut, aveva definito su X «inaccettabili gli attacchi israeliani contro la popolazione civile», facendo scoppiare un caso diplomatico, con l’ambasciatore italiano Luca Ferrari convocato dal governo israeliano.
Il Libano è un Paese fratello che abbiamo nel cuore. Per questo oggi sono venuto a Beirut a portare al Presidente Aoun la solidarietà dell’Italia dopo gli attacchi inaccettabili di Israele contro la popolazione civile. Rafforzeremo il nostro impegno umanitario in Libano… pic.twitter.com/eYa8daOoyU
Ma è il rapporto con Washington ora a pesare come un macigno su Meloni, soprattutto dopo le intemerate della Casa Bianca contro Prevost e i santini con Trump Cristo guaritore pubblicati – e poi rimossi – su Truth Social.
Donald Trump in versione Gesù su Truth, post poi cancellato.
Il legame con gli Usa, ha ribadito la premier da Verona, «non riguarda il singolo governo. Noi cerchiamo di fare il nostro meglio, considerando gli Stati Uniti un nostro alleato strategico e prioritario. Però quando si è amici, e quando si hanno degli alleati, particolarmente se sono strategici, bisogna anche avere il coraggio di dire quando non sei d’accordo, che è quello che io faccio ogni giorno». Insomma va bene essere «testardamente unitaria» (cit) nel rapporto con gli States, ma guai a toccare il papa o la Chiesa. «Ho espresso ed esprimo la mia solidarietà a papa Leone», ha aggiunto la premier. «Francamente, io non mi sentirei a mio agio in una società nella quale i leader religiosi fanno quello che dicono i leader politici. Non in questa parte del mondo, per cui non sono d’accordo con il presidente Usa Donald Trump e l’ho detto».
Papa Leone XIV e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Il nuovo nemico? Bruxelles
Intanto, come in ogni assaggio di crisi che si rispetti, nella narrazione del centrodestra ha fatto capolino un nuovo nemico-capro espiatorio: «È un enorme errore sottovalutare la crisi, bisogna agire subito sullo stop del patto di stabilità», ha ribadito Meloni dopo che la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen aveva spiegato che non c’erano i presupposti per allentare i vincoli di bilancio. Una battaglia condivisa – e non poteva essere altrimenti – dal vicepremier Matteo Salvini: «La priorità è sbloccare le norme europee che ci impediscono di aiutare gli italiani in difficoltà, tutto il resto viene dopo», ha detto lunedì il segretario a un gazebo della Lega a Milano. «O lo cambiano ‘sto Patto di stabilità oppure, se continueranno a non sentirci, faremo da soli». Lega e FdI restano però ancora distanti sul gas russo dopo l’apertura del neo-confermato ad di Eni Claudio Descalzi.
Dopo essersi dimesso da capogruppo di Forza Italia alla Camera (al suo posto arriva Enrico Costa) e aver lanciato una stoccata velenosa ai figli di Berlusconi («I partiti si guidano dall’interno») Paolo Barelli è pronto a occupare la poltrona di viceministro per i Rapporti con il parlamento, dove ora c’è Matilde Siracusano. Quest’ultima, per fargli posto, si trasferisce ai Beni Culturali, dove sedeva il neo ministro del Turismo Gianmarco Mazzi. Che ha sostituito Daniela Santanchè, travolta dalle indagini a suo carico e dalla furia meloniana post batosta referendaria. Il nuovo incarico sarà senza portafoglio e permette dunque a Barelli di mantenere la presidenza di Federnuoto. Anche se, a dare un’occhiata alle sue dichiarazioni patrimoniali pubbliche, in quella casella dedicata alla Fin si legge una curiosa annotazione: «Funzione delegata a terzo». Barelli probabilmente ha ceduto in passato ai vice la gestione operativa e la rappresentanza a causa degli impegni politici e anche di pregresse sospensioni internazionali, poi annullate dal Tribunale arbitrale dello sport. Se fosse stato dirottato al ministero delle Imprese e del Made in Italy, con Adolfo Urso, non avrebbe potuto invece restare al suo posto alla Fin. Dunque quel trasferimento è saltato: Valentino Valentini, attuale viceministro del dicastero di via Veneto, rimane al suo posto. L’intricato gioco di incastri è destinato a concludersi con la nomina dell’attuale sottosegretario all’Economia, il leghista Federico Freni, alla presidenza della Consob, di cui si parla da gennaio, ma che è sempre stata frenata da fibrillazioni dentro il centrodestra. Da tempo Matteo Salvini spinge sul suo nome, incontrando le resistenze di Antonio Tajani. Che dopo gli ultimi scossoni politici ha dato il via libera. Appuntamento al Consiglio dei ministri che dovrebbe tenersi giovedì 16 aprile per l’ufficializzazione di tutti gli spostamenti.
Manlio Messina non sa che il 16 c’è lo sciopero?
Manlio Messina, ex big di Fratelli d’Italia ora in rotta con la famiglia Meloni, cioè le sorelle Giorgia e Arianna, ha detto: «È arrivato il momento di aprire il mio telefono e far capire cosa muove me e cosa invece muove chi gestisce il partito di Fratelli d’Italia». Annunciando poi che «giovedì 16 aprile in una conferenza stampa alla Camera dei deputati» vuoterà il sacco sul suo addio al partito. Qualcuno però dovrà ricordargli che quel giorno è in programma lo sciopero dei giornalisti. Comunque l’attesa è forte, per quello che potrà dire: qualche anticipazione è stata vista a Report, con la storia dei finanziamenti alle iniziative culturali in terra siciliana.
Manlio Messina (foto Imagoeconomica).
Giuli ai Lincei per Cibele
Appuntamento imperdibile per il mondo della cultura: nel pomeriggio di martedì 14 aprile a Roma, nell’Accademia nazionale dei Lincei, è in programma la presentazione del libro Venne la Magna Madre. I riti, il culto e l’azione di Cibele Romana di Alessandro Giuli. Che poi è il ministro della Cultura. Attesi Roberto Antonelli, in qualità di presidente dell’Accademia, e professori di chiara fama come Luigi Capogrossi, Paola Corrente e Mario Mazza.
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli (foto Ansa).
Che tempismo: Prodi tra papi e dollari
Un timing perfetto: la presentazione del libro di Massimo Franco intitolato Papi, dollari e guerre. Il potere dell’America in Vaticano dai tabù del passato a Leone XIV, in programma nella serata di martedì, cade proprio nel momento giusto, dopo l’attacco di Donald Trump al pontefice. E pensare che era stata inserita in agenda da mesi. Fatto sta che a Roma, al Teatro Manzoni, sono stati invitati Romano Prodi, monsignor Antonio Mennini e molti altri ancora. Per Franco, «con l’elezione di un papa statunitense, l’ultimo Conclave ha sancito il tramonto dell’eurocentrismo di un Vaticano impoverito e diviso. Il nuovo corso di Leone XIV va letto però alla luce di una lunga e tormentata marcia sotterranea, che ha visto il cattolicesimo americano giocare spesso un ruolo cruciale, al di là delle apparenze». Non solo: «Il flusso dei contributi provenienti da oltre Atlantico è un indizio che non si può ignorare: dai fondi affluiti a Roma tra gli Anni 20 e 30 del Novecento da una benefattrice, amica di Roosevelt e di Pio XI e XII, a quelli arrivati durante e dopo la Seconda guerra mondiale tramite il cardinale Francis Spellman. Più di recente emerge il ruolo della Papal Foundation creata da Giovanni Paolo II per cementare il cosiddetto “asse del Bene” con gli Usa di Ronald Reagan, e oggi guidata dal cardinale di New York, Timothy Dolan. E affiora la potenza finanziaria dei Cavalieri di Colombo e delle istituzioni caritative e culturali che hanno innaffiato di dollari i bilanci del Vaticano».
Tutti da Grasso mercoledì sera
Mercoledì 15 aprile, di sera, nella romana Fondazione Marco Besso c’è in calendario la presentazione del volume Finché durerà la terra di Giovanni Grasso. Qui il braccio destro del presidente della Repubblica, il comunicatore del Quirinale, mette «a nudo il cortocircuito tra la religiosità autentica e uno spregiudicato uso del sacro come fonte di potere e di arricchimento». Intanto, nel piccolo schermo, Grasso colleziona presenze ovunque, per parlare del suo libro. Mentre sui social, soprattutto l’ex Twitter, si è prodigato molto nel rispondere agli utenti che polemicamente chiedevano spiegazioni sulla grazia concessa da Sergio Mattarella a Nicole Minetti.
Giovanni Grasso dietro Mattarella (foto Imagoeconomica).
Sarno. A due mesi dalla brutale uccisione di Gaetano Russo, ieri ha riaperto la storica salumeria- panetteria di Piazza Sabotino a Sarno. L’attività quindi continuerà ad esistere e sarà gestita dai figli e dalla moglie di Russo che onoreranno la memoria del padre e del marito con il lavoro. “Metteremo tutto l’impegno per renderti fiero anche da lassù”. E’ la promessa che i figli di Gaetano Russo hanno fatto al padre. A 70 giorni da quella tragica notte, la famiglia ha riaperto la salumeria, portando un simbolico panino sulla tomba del genitore. “Vita mia, oggi abbiamo acceso il forno..Raimondo ha fatto il pane spero tu sia orgoglioso da lassù..”, scrive la figlia di Russo. “L’ho portato da te subito come ho fatto sempre quando avevo qualcosa di bello da mostrarti. Correvo da te sempre per avere la tua approvazione per un consiglio. Hai impastato una vita di bene non solo il pane, ma soprattutto sentimenti ed umanità nel nostro cuore”, lo straziante messaggio dei figli di Russo e della moglie. “Ci manchi papà anche se a volte manca la forza nelle mani,anche se il cuore lo sentiamo in mille pezzettini, anche se i nostri occhi non smettono di guardarsi intorno per cercarti, anche se casa è vuota senza di te.. Metteremo tutto l’impegno per renderti fiero anche da lassù”. Il ricordo di quella tragica sera è ancora vivo e ora saranno i familiari a portare avanti l’attività di Gaetano nel segno della continuità, con lo stesso amore e la stessa passione. L’uomo fu ucciso nel suo negozio a inizio febbraio per difendere la figlia alla quale l’omicida aveva chiesto soldi. L’autore di quel brutale delitto (Gaetano fu ucciso con decine di coltellate) Andrea Sirica fu arrestato in flagranza e la polizia gli evito’ il linciaggio arrestandolo non prima di essere aggrediti dal 32enne poi finito in carcere. L’inchiesta per omicidio volontario aggravato da futili motivi (rischia l’ergastolo o 30 anni di reclusione) a breve dovrebbe sfociare in processo mentre quella per l’aggressione ai poliziotti è già passata al vaglio del gup che per Sirica ha disposto il giudizio con processo incardinato a maggio. Ieri la riapertura del negozio di piazza Sabotino, teatro a inizio febbraio di quel delitto che aveva scosso l’intera città.
La procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati Jacques Moretti e la moglie Jessica nell’ambito del procedimento legato alla strage di Capodanno a Crans-Montana. Nei confronti dei titolari de Le Constellation, il locale in cui si è consumata la tragedia che ha provocato 41 vittime, i pm capitolini contestano i reati di disastro colposo, omicidio plurimo colposo, incendio e lesioni gravissime aggravate dalla violazione della normativa antinfortunistica. I due, secondo quanto si apprende, non saranno al momento interrogati nella Capitale. Parallelamente prosegue l’inchiesta degli inquirenti svizzeri. Lunedì 13 aprile, a Sion, è stato interrogato il sindaco di Crans Montana Nicolas Féruad mentre il venerdì precedente era stato sentito il responsabile della sicurezza del comune, Baptiste Cotter. Entrambi avrebbero “scaricato” le eventuali responsabilità legate alla mancate misure di sicurezza o sui loro sottoposti (nel caso del sindaco) o sui superiori (la tesi del responsabile della sicurezza).
Nell’indagine avviata dopo gli esposti presentati dai 36 attivisti italiani che hanno preso parte alla Global Sumud Flottila, dopo aver ipotizzato i reati di sequestro di persona, rapina e danneggiamento con pericolo di naufragio, la Procura di Roma contesta adesso anche il reato di tortura. Il pm Stefano Opilio, coordinato dal procuratore Francesco Lo Voi, hanno aperto un fascicolo contro ignoti. L’Ansa riporta che gli inquirenti, dopo aver ascoltato i partecipanti alla missione umanitaria, sono pronti a inoltrare una richiesta di rogatoria a Israele.
A Roccadaspide lo scorrimento di graduatoria non è un atto amministrativo, ma pare essere un esercizio di prestidigitazione. L’ultima deliberazione da prendere in considerazione è quella della giunta, la numero 73 dello scorso primo aprile e è uno scherzo che rispetta la tradizione di tale data.
Essa certifica che Sergio Gargiulo, il segretario comunale, si è trovato in una situazione di “potenziale conflitto di interessi”. Situazione che sembra evidente solo a guardare l’incastro. La candidata che potrebbe essere assunta tramite scorrimento è Marta Gnazzo. Si tratta della vice sindaco di Felitto, lo stesso comune dove il segretario comunale di Roccadaspide esercita le stesse funzioni come da nomina del sindaco Carmine Casella. L’intreccio diventa ancora più raffinato quando si scopre che a richiedere formalmente il posto è proprio il responsabile del Settore I, cioè lo stesso segretario che è in conflitto.
Il professionista autorizza un solo posto per scorrimento mentre un secondo, identico per profilo e categoria, viene lasciato ad un altro concorso attualmente in essere. Il primo posto, quello per scorrimento, porta alla vice Marta Gnazzo. Gargiulo si tira indietro perché incompatibile, essendo segretario comunale anche in quel di Felitto, ma firma la richiesta per il posto.
Intanto, sullo sfondo, resta la sequenza di incastri che in parte ho già documentato: nella graduatoria del Comune di Roccadaspide infatti risultano collocati due candidati residenti a Felitto, il terzo classificato già assunto in passato, indicato come figlio del sindaco di Felitto, e poi il quarto classificato primo attualmente degli idonei a scorrimento, salvo dietro-front, identificato come la vice sindaco.
Ma il segretario, che a Felitto firma, verbalizza e opera, non può procedere. Troppa simmetria. Nel frattempo, alla Comunità Montana Calore Salernitano, il cui presidente è lo stesso Casella, la coincidenza e il fato vogliono che a vincere il concorso sia stata la cognata del sindaco di Roccadaspide, argomento ampiamente trattato su questo giornale. Articoli che hanno fatto indispettire non poco qualcuno, tanto da spingerlo a minacciare chi redige il presente articolo.
Ovviamente è tutto agli atti. Tornando al fatto: Roccadaspide assume il figlio del sindaco di Felitto, e a breve dovrebbe assumere un’amministratrice di Felitto; la Comunità Montana assume una parente del sindaco di Roccadaspide sotto la presidenza del sindaco di Felitto. Un’opera d’arte istituzionale. La delibera non accusa nessuno, ma certifica un fatto: gli intrecci sono così stretti da impedire perfino a chi li ha creati di firmare l’atto finale.
E resta una domanda tanto a Roccadaspide quanto in buona parte del territorio cilentano dove da tempo vige un sistema dove non è ben chiaro se a scorrere sia la graduatoria o la convenienza. È tutto scritto nelle carte e su qualche aspetto si era già anticipato il fatto prima che accadesse. Ora tante tessere stanno andando al proprio posto.
È previsto per oggi pomeriggio lo scoprimento della targa in ricordo di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica barbaramente ucciso il 5 settembre 2010, in via Carmine Rossi ad Agropoli. Si tratta di un balcone che si affaccia sul mare (nella foto), luogo affascinante e ammaliante della cittadina. Un simbolo che lega la memoria del primo cittadino assassinato al mare del Cilento, al suo mare.
«In rappresentanza dell’intera cittadinanza di Agropoli – dice il primo cittadino Roberto Antonio Mutalipassi – si è ritenuto opportuno dedicare un luogo alla memoria di Angelo Vassallo. Con questa iniziativa si intende ribadire l’importanza di proseguire nel percorso da lui tracciato, di tutela e valorizzazione del Cilento, mantenendo vivi i valori di rispetto e attenzione verso il territorio».
L’invito è arrivato anche alla fondazione che porta il nome del sindaco pescatore. Invito, però, rifiutato: «Ritengo – scrive il presidente Dario Vassallo – che il percorso della Fondazione Angelo Vassallo durante questi 15 anni sia diametralmente opposto a quello delle amministrazioni comunali della città di Agropoli, che si sono succedute durante questi tre lustri».
Il riferimento è, ovviamente, al già ospite delle patrie galere Franco Alfieri, che nella campagna elettorale di Capaccio Paestum ironizzò proprio sul nome del presidente, ad Adamo Coppola, che in un primo momento ha rifiutato l’intitolazione per poi redimersi, e all’attuale primo cittadino, anch’egli reo di non essere stato del tutto aperto a tale decisione.
Nel novembre 2024, infatti, il consigliere Raffaele Pesce ha portato in consiglio la mozione di intitolazione. L’assise, come ricorda egli stesso, si accese proprio in quel punto e, infatti, la decisione fu rimandata a un’apposita commissione che avrebbe dovuto individuare anche altre personalità da omaggiare. La prima a portare il nome di Angelo Vassallo in consiglio comunale fu Gisella Botticchio. Era il 2021 e la risposta fu un secco no anche da parte degli allora consiglieri.
Da quei giorni molto è cambiato e soprattutto lo scenario politico, con l’uscita dalle scene di quella che veniva vista da tutti come una guida per l’intero territorio. Al netto del passato, oggi si terrà la cerimonia di intitolazione e finalmente anche Agropoli, superate le ritrosie dovute a chissà cosa o a chissà chi, avrà uno spazio dove la memoria di Angelo Vassallo sarà perpetuata negli anni a venire. Un luogo che sa di mare.
Le Regioni Piemonte, Lombardia e Liguria, insieme alle Città di Torino, Milano e Genova hanno annunciato l’avvio di un percorso congiunto per valutare la possibilità di presentare una candidatura unitaria del Nord-Ovest italiano per ospitare una futura edizione delle Olimpiadi estive. Un primo orizzonte temporale sono i Giochi del 2036 o, in alternativa, quelli del 2040. Le istituzioni promotrici si sono riunite martedì 14 aprile 2026 per un primo incontro operativo, avviando formalmente il confronto.
L’idea di un modello olimpico diffuso innovativo e sostenibile
Un elemento centrale della possibile candidatura, spiega una nota, è «l’impegno a costruire un progetto fortemente orientato alla sostenibilità ambientale ed economica, in linea con le più recenti indicazioni del Comitato internazionale olimpico». Il tutto valorizzando in larga parte infrastrutture e impianti già esistenti, anche con il coinvolgimento delle imprese del territorio. «Un modello olimpico diffuso che riduca l’impatto ambientale, ottimizzi le risorse pubbliche e generi benefici concreti e duraturi per le comunità locali», si legge nel comunicato. Le istituzioni coinvolte intendono avviare una fase preliminare di confronto con Coni, governo, mondo dello sport, università e i principali stakeholder territoriali, per verificare la fattibilità di una candidatura. L’obiettivo è costruire una proposta credibile, sostenibile e innovativa che metta al centro lo sport, i giovani e la cooperazione tra territori, rafforzando al contempo la vocazione internazionale del Paese e la capacità di promuovere l’Italia nel mondo attraverso un grande progetto condiviso. «Il Nord-Ovest italiano possiede tutte le caratteristiche per diventare un grande palcoscenico olimpico diffuso capace di unire città, regioni e comunità attorno ai valori universali dello sport», concludono le istituzioni.
Claudio Calabi entrerà nel nuovo cda di Cairo Communication. L’Assemblea degli azionisti è stata convocata per il 7 maggio. Una nomina, quella di Calabi, che corona un rapporto ventennale con il patron di Rcs. Nel 2022 fu proprio grazie alla mediazione del manager che Urbano Cairo riuscì a sotterrare l’ascia di guerra con Blackstone e riacquistare la sede storica del Corriere della Sera in via Solferino 28. Oltre a Calabi e Cairo, della lista presentata dal socio U.T Communications spa che detiene il 44,59 per cento della società fanno parte anche Uberto Fornara, Marco Pompignoli, Roberto Cairo, Laura Maria Cairo, Federico Giuseppe Cairo, Luisa Maria Virginia Collina, Laura Guazzoni, Cesira Russo.
Claudio Calabi (Imagoeconomica).
Da Rcs al Sole 24 Ore: chi è Claudio Calabi
Classe 1948, Calabi dallo scorso 23 dicembre è presidente di Arepo Fiduciaria, società controllata da Banca Profilo. Esperto in ristrutturazioni e rilanci aziendali – dopo il Pandoro gate nel 2024 è stato nominato amministratore unico di Fenice al posto di Chiara Ferragni – è stato amministratore delegato di grandi gruppi italiani come Rcs Editori, Camuzzi, I Viaggi del Ventaglio, Il Sole 24 Ore e Risanamento. È stato anche membro del cda e presidente del comitato esecutivo di Banca Carige, membro del cda del San Raffaele e presidente con deleghe di Capital Dev.
Chiuso l’accordo sul nuovo capogruppo di Forza Italia alla Camera dopo le dimissioni di Paolo Barelli. A guidare i parlamentari azzurri a Montecitorio sarà Enrico Costa, mentre Barelli sarà viceministro ai Rapporti con il Parlamento, incarico ora ricoperto da Matilde Siracusano. L’effetto domino porterà quest’ultima ai Beni Culturali, dove siedeva l’attuale ministro del Turismo Gianmarco Mazzi. Il nuovo incarico, poiché senza portafoglio, permetterà a Barelli di mantenere la presidenza di Federnuoto, cosa che non sarebbe stata possibile in caso di suo dirottamento al Mimit. Valentino Valentini, attuale viceministro del dicastero di via Veneto, resterà quindi al suo posto.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha nominato Erin Browne, dirigente senior di Pimco, come sottosegretario al Tesoro per gli Affari internazionali. Lo riporta il Financial Times. Browne guida le strategie di asset allocation di Pimco dal 2018. Se la sua nomina fosse confermata dal Congresso, sarebbe responsabile delle politiche economiche legate al G7 e al G20 – che quest’anno sarà ospitato dagli Stati Uniti – nonché di quelle sulla finanza internazionale, sul debito e sul commercio in generale. Il sottosegretario gestisce anche la partecipazione del Paese al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale. Pimco ha affermato in una nota interna visionata dal Financial Times che Browne «rimarrà pienamente impegnata e collaborerà sia con i clienti che con i colleghi fino al completamento del processo di conferma». Il chief investment officer Daniel Ivascyn e il ceo Manny Roman si sono detti «onorati che continui l’orgoglioso record di Pimco di vedere colleghi selezionati per ricoprire ruoli chiave in cariche pubbliche».
Donald Trump ha respinto la proposta dell’Iran di una sospensione massima di cinque anni dei suoi piani di arricchimento dell’uranio, a fronte dei 20 anni richiesti dalla delegazione Usa nei negoziati che si sono tenuti in Pakistan nel fine settimana, definiti dal tycoon «un fallimento». Lo riporta il New York Times, citando due alti funzionari di Teheran e da uno di Washington.
La conferenza stampa di JD Vance sulla tv pachistana dopo i colloqui di Islamabad (Ansa).
JD Vance: «La palla è davvero nel loro campo»
Il funzionario americano ha spiegato che gli Stati Uniti hanno anche chiesto all’Iran di rimuovere dal Paese l’uranio altamente arricchito. Teheran, tuttavia, insiste affinché il materiale fissile resti nella Repubblica Islamica e ha controproposto di diluirlo in modo significativo in modo che non possa essere usato per la produzione di un’arma nucleare. Il vicepresidente Usa JD Vance, intervistato da Fox News, ha detto che «la palla è davvero nel loro campo» e che «la grande incognita, d’ora in avanti, è se gli iraniani dimostreranno sufficiente flessibilità».
Donald Trump (Ansa).
Possibili nuovi colloqui in Pakistan prima della fine della tregua
Dopo il no di Trump alla proposta dell’Iran sullo stop all’arricchimento dell’uranio sono comunque iniziate discussioni sull’opportunità di tenere un nuovo ciclo di negoziati in presenza, sempre a Islamabad e prima della fine del cessate il fuoco, anche se non è ancora stato tracciato alcun piano definitivo. «Il Pakistan si è offerto di ospitare un secondo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran a Islamabad nei prossimi giorni», scrive Associated Press citando due funzionari di Islamabad. La proposta, hanno sottolineato, dipenderà dalla richiesta, da parte di Washington e Teheran, di una sede diversa.
È arrivato nella tarda serata di lunedì 13 aprile il commento di Giorgia Meloni sull’attacco di Donald Trump a Papa Leone. «Trovo inaccettabili le parole del presidente Trump nei confronti del Santo Padre. Pensavo che il senso della mia dichiarazione di questa mattina fosse chiaro, ma lo ribadisco con maggiore chiarezza», ha affermato la premier condannando e stigmatizzando le affermazioni del tycoon, che aveva definito il pontefice «debole» sulla politica estera. «Il Papa è il capo della Chiesa Cattolica, ed è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra», ha sottolineato Meloni, ringraziando poi Leone, a nome suo e del governo, «per il buon esito del viaggio apostolico che lo condurrà per la prima volta in Africa e che lo porterà a toccare quattro nazioni, ovvero Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale». «Possa il ministero del Santo Padre favorire la composizione dei conflitti e il ritorno della pace, interna e tra le nazioni, nel solco del percorso tracciato dai suoi predecessori, e dare sostegno e conforto alle comunità cristiane che avrà modo di incontrare durante il viaggio», ha aggiunto. «L’Italia continuerà a fare la propria parte per favorire la costruzione di un nuovo modello di cooperazione con il continente africano e per sostenere la pace, lo sviluppo e il benessere dei popoli».
Ventuno ore di negoziati, una sala sfarzosa a Islamabad, un vicepresidente americano che sale sul podio e annuncia il fallimento. JD Vance lascia il Pakistan con un’«offerta finale e migliore» che gli iraniani non avrebbero mai potuto accettare. Non perché siano irragionevoli, ma perché non era un’offerta: era un diktat. Una «classic walk-out move» dal manuale di Trump, come l’ha definita Kamran Bokhari del Middle East Policy Council. Un copione già scritto.
La conferenza stampa di JD Vance dopo i colloqui di Islamabad (Ansa).
Perché quello tra Usa e Iran non è stato un negoziato
Chiunque abbia dimestichezza con la diplomazia sa come funziona un negoziato reale. Settimane prima del tavolo, gli sherpa delle delegazioni si scambiano documenti, posizioni, linee rosse. Viene costruita una mappa dei punti negoziabili e di quelli inderogabili. A Islamabad non è successo nulla di tutto questo. Washington ha presentato una lista di richieste massimaliste – rinuncia totale al nucleare, smantellamento degli impianti, apertura incondizionata di Hormuz, abbandono dei proxy, restituzione niente – sapendo che Teheran non le avrebbe mai accettate. La delegazione iraniana contava 70 esperti; quella americana si reggeva su Vance e pochi collaboratori. Non è un tavolo, è un’asimmetria progettuale. Trump lo ha detto con la consueta brutalità: «Voglio tutto. Non il 90 per cento, non il 95. Voglio tutto». Non è una posizione negoziale. È la voce del più inaffidabile interlocutore che la comunità internazionale ricordi, un uomo che usa le trattative come copertura logistica mentre i suoi C-17 scaricano marines e armamenti nel Golfo.
Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf con il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif a Islamabad (Ansa).
Il sospetto di un’invasione di terra imminente
Perché il punto è esattamente questo. La trattativa non è mai stata una trattativa. È diplomazia coercitiva allo stato puro: costruisci un’apparenza di negoziato per guadagnare tempo, riposizioni le forze sul terreno, poi chiudi il teatrino e colpisci. L’analista Claudio Verzola, su Difesa Online, lo ha scritto il 30 marzo scorso con una precisione che oggi suona profetica: incrociando la deadline politica, le fasi lunari, le maree sizigiali e le condizioni meteo, la finestra ottimale per un raid anfibio su Kharg Island – il nodo da cui transita il 90 per cento dell’export petrolifero iraniano – cade nella notte tra il 16 e il 17 aprile. Luna nuova, oscurità totale, alta marea che favorisce i mezzi da sbarco. La USS Tripoli è in teatro con 3.500 marines, la 82ª Aviotrasportata è dispiegata, un secondo gruppo anfibio è in avvicinamento.
Un’immagine satellitare di Kharg island in Iran (Ansa).
Lunedì il CENTCOM ha reso operativo il blocco navaledei porti iraniani e ha chiuso lo Stretto di Hormuz. La luna non mente, le maree non negoziano, e i movimenti di truppe parlano più di qualsiasi conferenza stampa. Quello che Trump non capisce – o finge di non capire, troppo impegnato a trattare le relazioni internazionali come un racket immobiliare – è un principio elementare che il politologo Ted Robert Gurr ha codificato mezzo secolo fa: le popolazioni possono sopportare la privazione più estrema, la miseria, la guerra, ma ciò che le fa rivoltare è la percezione dell’ingiustizia. Non è la sofferenza assoluta a generare resistenza, è lo scarto tra ciò che un popolo crede di meritare e ciò che gli viene imposto. Bombardi per 40 giorni, poi chiedi la resa incondizionata: non stai negoziando, stai cementando il consenso attorno al regime avversario.
Donald Trump (Ansa).
L’arsenale ancora intatto di Teheran
E difatti la maggior parte del mondo islamico – con la parziale eccezione delle monarchie del Golfo, che hanno le loro ragioni per stare zitte – è compatto dietro l’Iran. Anche perché con cosa pretende di negoziare, Washington? L’Iran, nonostante cinque settimane di bombardamenti, dispone ancora di un arsenale che l’intelligence americana stessa, secondo il Wall Street Journal, definisce composto da migliaia di missili balistici nascosti in basi sotterranee a 500 metri di profondità, impenetrabili persino al GBU-57, la bomba anti-bunker più potente dell’arsenale Usa. Il rapporto JINSA del 6 marzo stima che Teheran sia entrata in guerra con circa 2.000 missili a medio raggio e tra 6.000 e 8.000 a corto raggio, cui vanno sommati razzi d’artiglieria, missili cruise e anti-nave, droni per un arsenale complessivo che supera ampiamente le diecimila unità. Israele calcola ancora oltre 1.000 MRBM operativi. E la Cina, secondo indiscrezioni, si preparerebbe a inviare sistemi di difesa aerea. Non è il profilo di un avversario prossimo alla resa.
Un missile iraniano caduto in Cisgiordania (Ansa).
L’Europa resta alla finestra nonostante i venti di recessione
E l’Europa? L’Europa sta a guardare mentre la sua economia va in pezzi. Il Brent è schizzato il 13 aprile a 102 dollari con un balzo dell’8 per cento, il WTI ha superato i 104, il gas europeo è salito del 17 per cento. Goldman Sachs avverte che se Hormuz resta chiuso un altro mese, il Brent medierà sopra i 100 dollari per tutto il 2026. La Bce ha già congelato i tagli dei tassi e rivisto al rialzo le stime d’inflazione. La Germania va verso la recessione tecnica, l’Italia la segue. Shell ha avvertito che l’Europa potrebbe restare a corto di carburante già in aprile. Intanto Giorgia Meloni telefona ad Al Sisi per esprimere «sostegno ai negoziati». Pigola. L’Italia avrebbe bisogno di una voce che pesi sui tavoli che contano, non di comunicati stampa da Palazzo Chigi che sembrano esercizi di calligrafia diplomatica.
Lo scontro con Papa Leone XIV
L’unico che ruggisce davvero è il Papa, che di nome fa Leone e di fatto lo dimostra. Ha definito «inaccettabile» la minaccia di Trump di cancellare una civiltà intera. Ha denunciato il «delirio di onnipotenza» durante la veglia per la pace in San Pietro. Ha detto ai fedeli americani di alzare il telefono e chiamare i loro congressisti per chiedere la fine della guerra. E così Trump lo ha attaccato, definendolo «debole e pessimo in politica estera», preferendogli il fratello Louis perché «totalmente MAGA». ». La risposta più bruciante non è arrivata dal Vaticano, ma da Teheran: il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei ha scritto su X che insultare Papa Leone «non è solo anticristiano, ma è un attacco sfacciato a un responsabile impegno per la pace, la giustizia e l’umanità», citando le Beatitudini del Vangelo.
In an era when the thunder of bombs and the clamor of warlords and aggressors weigh heavily on the world’s conscience, the words of Pope Leo XIV echo the profound call of the Gospel: “Blessed are the peacemakers.”
Siamo al paradosso finale: la Repubblica islamica difende il Papa dalle aggressioni del presidente degli Stati Uniti. Ecco il livello: il presidente degli Stati Uniti insulta il Papa perché osa chiedere la pace.
Papa Leone XIV (Ansa).
Gli scenari possibili
E chi gli dà retta? La matrice degli scenari è nera in ogni declinazione. Raid su Kharg a mercati chiusi: Brent verso 130-140 dollari, recessione europea entro il terzo trimestre. Blocco prolungato: inflazione al 5 per cento in Europa, recessione in Germania e Italia. Accordo parziale: Brent a 85-90, ma rischio geopolitico strutturale. Escalation verticale: Brent oltre 150, crisi alimentare nel Golfo, contagio ai mercati emergenti asiatici. Come scrive Verzola, questa non è la fine della crisi: è un «momento transitorio e cinetico». Tradotto: la pausa prima dell’impatto.
Il post di Donald Trump in versione Gesù pubblicato su Truth e poi cancellato.