Martusciello, capo dell’opposizione con 11 voti non rappresenta nessuno

“Capo dell’opposizione con solo 11 voti? Facciano pure. Francamente non significherà nulla, perché un capo dell’opposizione che ne rappresenta poco più della metà non è nulla”. Lo afferma Fulvio Martusciello, segretario regionale di Forza Italia in Campania. “Per quanto ci riguarda – conclude Martusciello – o ci saranno criteri meritocratici, oppure Forza Italia non parteciperà ad alcuna designazione e non si farà rappresentare da nessuno”

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L’autogol della scarsa formazione sull’IA: quello che le aziende non capiscono

C’è una frase che circola nelle riunioni aziendali con una frequenza sospetta: «Non abbiamo tempo per formare le persone sull’intelligenza artificiale». È una frase curiosa, perché nelle aziende il tempo sembra non mancare mai per riunioni, report e presentazioni in PowerPoint. Manca quasi sempre, invece, per imparare qualcosa. Il paradosso è che l’IA, se usata davvero, il tempo non lo consuma, lo restituisce.

Non è un tool magico né un totem organizzativo costoso

Quando l’intelligenza artificiale viene introdotta come l’ennesimo tool magico calato dall’alto, il copione è quasi sempre lo stesso. Pochi smanettoni la usano davvero, mentre la maggioranza resta spettatrice. In questo modo finisce per trasformarsi in una specie di totem organizzativo costoso, poco compreso e utilizzato molto al di sotto delle sue possibilità reali. Il problema non è tecnologico, ma organizzativo.

L’autogol della scarsa formazione sull’IA: quello che le aziende non capiscono
IA (foto Unsplash).

La questione non è “se”, ma “quanto velocemente” accadrà

Secondo un rapporto di Indeed realizzato con YouGov su oltre 6.800 persone in cerca di lavoro e 2.400 datori di lavoro in 12 mercati, metà delle aziende britanniche si aspetta che IA e automazione diventino il principale motore di cambiamento delle competenze nei prossimi tre-cinque anni. Il 52 per cento prevede almeno uno spostamento «modesto ma significativo» nelle capability richieste ai dipendenti. In altre parole, la questione non è più se l’IA entrerà nei ruoli, ma quanto velocemente accadrà. Eppure un datore di lavoro su due continua a gestire lo sviluppo delle competenze con modelli pensati per il mondo precedente all’intelligenza artificiale generativa.

Il problema lamentato è la mancanza di tempo, prima ancora che di budget

Qui emerge il paradosso più rivelatore. Una persona in cerca di lavoro su tre indica la mancanza di tempo come principale barriera all’acquisizione di nuove competenze. Dal lato delle aziende la fotografia è simile: il 40 per cento dei datori di lavoro dichiara che il primo ostacolo all’aggiornamento delle competenze è proprio il tempo, ancora prima del budget. In altre parole, tutti riconoscono che la transizione è inevitabile, ma quasi nessuno dice di avere spazio in agenda per affrontarla.

L’autogol della scarsa formazione sull’IA: quello che le aziende non capiscono
Quante aziende formano i propri dipendenti sull’IA? (foto Unsplash).

Si potrebbe risparmiare almeno un’ora di lavoro al giorno

Si tratta di un alibi che regge sempre meno di fronte ai dati. Nel Regno Unito, per esempio, un’azienda su sei già utilizza l’IA quotidianamente per problemi di business reali. Tra chi la usa con continuità, il 77 per cento dichiara di risparmiare almeno un’ora al giorno, spesso di più nei ruoli ad alta intensità di scrittura, ricerca e analisi. Un’indagine globale di Adecco su 35 mila lavoratori in 27 economie conferma la stessa dinamica: in media l’IA restituisce circa un’ora al giorno. In azienda, un’ora recuperata ogni giorno equivale quasi a una piccola rivoluzione silenziosa.

Le grandi aziende corrono, le Piccole e medie imprese restano indietro

Il quadro italiano è più complicato di quanto sembri. I dati Istat mostrano un’accelerazione reale: l’adozione dell’IA nelle aziende con almeno 10 dipendenti è passata dall’8,2 per cento del 2024 al 16,4 per cento nel 2025. Tuttavia, nonostante questo balzo, nel confronto europeo l’Italia resta 18esima su 27, distante da Germania, Spagna e Francia. Il divario più evidente è però interno, visto che l’utilizzo cresce rapidamente con la dimensione aziendale, dal 14 per cento delle imprese tra 10 e 49 dipendenti fino al 53 per cento di quelle con oltre 250. Le grandi aziende insomma corrono, mentre le Piccole e medie imprese restano indietro.

Differenti percezioni tra top management e dipendenti

Anche sul fronte della percezione emergono disallineamenti significativi. I dati EY mostrano che l’utilizzo dell’IA sul lavoro in Italia è passato dal 12 per cento nel 2024 al 46 per cento nel 2025 e che il 52 per cento del top management dichiara di aver già osservato benefici concreti. Tuttavia quasi la metà dei dirigenti ritiene che i dipendenti abbiano ricevuto una formazione adeguata, mentre solo il 20 per cento dei lavoratori è d’accordo. È un divario che spiega perché molte iniziative aziendali sull’intelligenza artificiale restino sulla carta.

L’autogol della scarsa formazione sull’IA: quello che le aziende non capiscono
Sull’IA c’è un gap di percezione tra management e dipendenti nelle aziende (foto Unsplash).

Il risultato è un vuoto che finisce per bloccare il cambiamento

A complicare il quadro c’è anche un disallineamento sulle responsabilità. Per il 56 per cento dei lavoratori imparare a usare l’intelligenza artificiale è prima di tutto un compito individuale, mentre per la stessa quota di datori di lavoro dovrebbero essere i leader senior a guidare sviluppo e formazione. Il risultato è un vuoto che finisce per bloccare il cambiamento, con le aziende che investono in strumenti e licenze, ma spesso delegano l’adozione alla buona volontà dei singoli.

L’aggiornamento delle competenze si trasforma in vantaggio operativo

Nel frattempo, le imprese che si danno da fare seriamente con la formazione sull’IA iniziano a staccare le altre perché, come osserva McKinsey, quando l’aggiornamento delle competenze diventa parte del lavoro quotidiano si trasforma in un vero vantaggio operativo. A questo punto quindi la domanda per le imprese cambia forma. Non più «possiamo permetterci di dedicare ore alla formazione sull’IA?», ma piuttosto «quanto ci costa non farlo?». Perché, a quanto pare, chi ha il coraggio di trovare un buco in agenda oggi per formare davvero i propri dipendenti sull’intelligenza artificiale è lo stesso che domani si ritroverà con giornate meno sature, processi più snelli e organizzazioni capaci di far lavorare la nuova tecnologia invece di subirla.

La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop

Si scrive Alessandra Mussolini e si legge l’ultima stazione di una via crucis laica e coloratissima, che approda dove il destino citofonava da un pezzo, tra i vapori di un bidet e una rissa con Antonella Elia. La metamorfosi della Duciona nazionale giunge al termine nel reclusorio di Ilary Blasi, dove il cognome più pesante del Ventennio si sfarina definitivamente nel tritatutto del Grande Fratello Vip.

Il riflesso hollywoodiano di zia Sophia Loren

Del resto, prima ancora di infilarsi nelle schede del Movimento sociale italiano (nell’anno in cui un’adolescente Giorgia Meloni si iscriveva allo stesso partito) o del ripescaggio berlusconiano nei ranghi di Forza Italia, la Nostra era già una sciantosa capace di mescolare il ricordo del nonno a testa in giù con il riflesso hollywoodiano di zia Sophia Loren.

La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
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La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop

E ora che i palazzi del potere puzzano di muffa e naftalina, si sposta dove il sangue e le corna si vendono meglio, pronta a farsi vivisezionare per dimostrare che, dietro la genealogia illustre, batte il cuore di una professionista del telecomando.

Per Bossi era «l’onorevole con le tette di fuori»

La nipotina d’oro ha sempre vissuto la vita come una tournée: da quel disco pop inciso in Giappone nell’82 con i testi di Malgioglio alla copertina di Playboy. Un’esposizione di ordine bio-parentale che il ruspante Umberto Bossi accolse in parlamento, anni dopo, bollandola come «l’onorevole con le tette di fuori». Ma lei non si è mai scomposta, capendo che un certo plebeismo teatrale e il coraggio oltraggioso le sarebbero serviti per scalare i record d’ascolto, persino a Porta a Porta.

Le scuse per quel «meglio fascista che froc*o»

La vera vocazione, però, è maturata nel varietà degli ultimi anni, quando ha smesso di fare la Mussolini per fare la performer: a Ballando con le stelle, nel 2020, si è lanciata in acrobazie, è svenuta in diretta e, soprattutto, ha chiesto scusa per quel «meglio fascista che froc*o» rinfacciatole dai giudici come un peccato originale.

Dal Gay Pride ai duri della Lega di Salvini e Vannacci

Da lì, il vaso di Pandora si è scoperchiato: l’abbiamo vista imitare la zia a Tale e Quale, nascondersi sotto la maschera della Pecorella a Il Cantante Mascherato e infine offrirsi come testimonial del Gay Pride in tutina blu e ali arcobaleno nei giardini di Palazzo Brancaccio. Una “farfallona” irrequieta che tre anni fa sventolava la bandiera Lgbtq+ per poi atterrare sul prato dei duri, della Lega di Matteo Salvini e di Roberto Vannacci (prima della rottura del generalissimo).

Nel tritacarne dello scandalo delle baby squillo ai Parioli

Ora, su Canale 5, la candidata perpetua si prepara a sventrare il privato: i racconti sui tradimenti di Mauro Floriani (finito tra il 2013 e il 2014 nel tritacarne dello scandalo delle baby squillo ai Parioli) e le corna restituite da nonna Rachele a nonnino Benito (raccontate pure in un libro uscito nel 2025) sono già materiale per la prima serata. Mentre oltreoceano Variety (la bibbia dell’entertainment statunitense) osserva il fenomeno con un titolo che non concede interpretazioni – “Benito Mussolini’s Granddaughter to Compete on Celebrity Big Brother in Italy” – cercando coordinate ideologiche tra i suoi avi (per loro, la Nostra è ancora e soltanto la nipote del Duce), lei ha già compiuto il miracolo: trasformare Palazzo Venezia in un acquario di plastica dove l’identità si lava via con un colpo di spugna a favore di camera. La vera dittatura a cui sottomettersi, dopotutto, è quella dello share, e Alessandra sa bene che per non restare al buio bisogna stare dove la luce a occhio di bue colpisce più forte, incurante del cortocircuito che porta dai saluti romani a quelli arcobaleno.

Short Movie: Incontro ravvicinato

Incontro ravvicinato

In fondo, per riavvicinare un anziano padre un po' pazzo e una figlia adolescente scontrosa non ci vuole molto, basta un rapimento alieno.

Close Encounter, diretto dal veterano Jeph Porter, è un corto del 2026 che racconta la classica situazione familiare. Coppia separata, padre che cerca di coinvolgere la figlia in un'esperienza insieme, figlia adolescente scontrosa (Allison Carmody, esordiente) che non sopporta le chiacchiere del padre, vorrebbe essere da tutt'altra parte e non si stacca un attimo dal telefono. Di fantascientifico c'è che il padre – Dale Dobson, caratterista apparso in un sacco di film – è un fanatico degli UFO e i due stanno andando a una convention di appassionati del... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Short Movie - 14 marzo 2026 - articolo di S*

In arrivo Eu Inc, entità per la registrazione delle nuove società in Europa

Costituzione di una società entro 48 ore con un costo massimo di 100 euro, procedure completamente digitali e un piano europeo di azionariato per i dipendenti che consentirà alle imprese di offrire stock option con un unico schema valido in tutta l’Ue. Sono i pilastri della Eu Inc, il nuovo quadro societario che la Commissione europea si appresta a svelare il 18 marzo con la proposta sul 28esimo regime. Secondo una bozza visionata dall’Ansa, lo schema sarà opzionale e prevede una società europea a responsabilità limitata con regole armonizzate per semplificare la nascita e la gestione delle aziende in Europa e rafforzarne la competitività nei confronti di Stati Uniti e Cina.

Finanziamenti, azionariato, meno burocrazia

Tutte le fasi della vita della società, dalla registrazione alla gestione fino alla liquidazione, saranno gestite con procedure completamente digitali. La proposta introduce anche regole più flessibili per il finanziamento delle imprese. Le Eu Inc. potranno emettere azioni senza valore nominale e raccogliere capitali con strumenti tipici del venture capital, facilitando l’ingresso di investitori europei e internazionali e la crescita delle startup nel mercato unico. Tra le novità più attese c’è il piano europeo di azionariato per i dipendenti (Eu-Esop). Le imprese potranno emettere warrant, diritti convertibili in azioni dopo un periodo di maturazione. Il reddito derivante da queste stock option verrebbe tassato una sola volta, al momento della vendita delle azioni, superando le differenze fiscali che oggi rendono complesso l’uso di questi strumenti nei diversi Paesi Ue. Il regolamento mira inoltre a ridurre la burocrazia. I dati forniti al momento della registrazione della società saranno trasmessi automaticamente alle autorità competenti, evitando duplicazioni amministrative. Secondo le stime preliminari di Bruxelles, la riforma potrebbe generare risparmi fino a 440 milioni di euro in 10 anni per le aziende europee.

Aereo cisterna Usa precipitato in Iraq: i morti sono sei

Lo United States Central Command ha confermato la morte di tutti e sei i membri dell’equipaggio del Boeing KC-135 Stratotanker precipitato nell’Iraq occidentale. «Le circostanze dell’incidente sono oggetto di indagine», si legge in una nota nel Centcom. Inizialmente le vittime accertate erano quattro, poi il bilancio dei morti è salito.

L’incidente, ha fatto sapere il United States Central Command «non è stato causato da fuoco ostile o fuoco amico». E, secondo quanto emerso, ha coinvolto anche un secondo aereo cisterna, che è atterrato in sicurezza senza vittime né feriti: l’incidente, avvenuto vicino a Turaibil, al confine tra Iraq e Giordania, potrebbe essere stato innescato da una collisione in volo con un altro KC-135

Perché il letargo politico di Salvini finirà dopo il referendum

Matteo Salvini ha un tweet fissato sul suo account. È del 7 marzo e serve a ricordare che il 18 aprile a Milano in piazza Duomo ci sarà il «grande evento dei @PatriotsEU». «Per difendere i valori dell’Occidente, la nostra cultura, le nostre tradizioni, i nostri confini. SENZA PAURA. In Europa, padroni a casa nostra!». 

Le distrazioni social di Salvini: dal referendum all’Iran

Curiosamente, non è un tweet sul referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, anche se per il fine settimana sono annunciati 1.200 gazebo leghisti in tutta Italia per il Sì. Curiosamente, non è un tweet sull’Iran. Né per sostenere la popolazione iraniana né per dire che Donald Trump, stavolta, poteva risparmiarsela. Non un tweet sulle bollette o sulle accise, visto che ad aumentarle sul diesel è stato il governo di cui il segretario della Lega è vicepresidente del Consiglio nonché ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture. Sarà che in casi del genere dovrebbe ammettere che il presidente degli Stati Uniti non è un sincero pacifista come la Lega pensa di essere quando c’è di mezzo la madre Russia, che certe felpe e certi cappellini sono da riporre accuratamente nell’armadio. Sarà che la Difesa e gli Esteri sono problemi di Fratelli d’Italia e Forza Italia, e la Lega può continuare a occuparsi di far arrivare i treni in ritardo.

Perché il letargo politico di Salvini finirà dopo il referendum
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Per il Sì quasi esclusivamente dichiarazioni di rimbalzo

Salvini si è politicamente volatilizzato in queste settimane, proprio lui che è così abile nell’occupare il centro della scena con i social. Quando vuole, come sappiamo, Salvini può diventare assai pressante. Come quando era ministro dell’Interno e c’era un’emergenza migranti al giorno su tutti i telegiornali. Ora invece le dichiarazioni sono di rimbalzo, di risposta a cose dette da altri, sono quasi garbate. Quasi. L’Ansa riporta una dichiarazione di giovedì a Dritto e rovescio: «Ci sono procuratori capo che dicono che per il Sì voteranno i mafiosi. Io dico sciacquatevi la bocca. Migliaia di italiani ogni giorno si confrontano con la lentezza della giustizia, votare Sì significa togliere le incrostazioni delle correnti e della politica dai tribunali». Altro lancio, 2 marzo: «Avrei piacere che i sostenitori del No – che vedo molto nervosi, molto arroganti, molto violenti –  parlassero del merito delle cose». Altro lancio, 28 febbraio, video collegamento alla direzione regionale della Lega Puglia: è «fondamentale» l’appuntamento con il referendum del 22 e 23 marzo, da «vincere con il Sì, perché anche i giudici, come tutti gli altri lavoratori, se sbagliano devono essere sanzionati. Perché se metti in galera la persona  sbagliata, e anche in Puglia è successo a tante famiglie normali, non puoi rimanere impunito o essere promosso».

Perché il letargo politico di Salvini finirà dopo il referendum
Matteo Salvini a un gazebo per il Sì con Silvia Sardone e Samuele Piscina (Imagoeconomica).

Il vecchio Capitano tornerà, ma solo dopo il 23 marzo

E vabbè, Salvini, tutto qua? C’è Meloni che duella con i giudici, tu pensi alla famiglia nel bosco. Non che Meloni non ci pensi, beninteso, ma quantomeno sembra avere una curiosità variegata; un giorno si occupa di Sal Da Vinci, un altro giorno di Crosetto in vacanza a Dubai. La Lega stessa, a dire il vero, è fuori dal dibattito pubblico dopo averlo occupato per settimane con la fiammata di Roberto Vannacci, sovranista identitario col botto eletto all’Europarlamento con i voti leghisti e poi passato al bosco con libro e moschetto, insieme a un paio di pasdaran o giù di lì, per dichiarare fallita l’Europa, fallita la destra troppo moscia (lui è per il celodurismo parà) e fallita la sua esperienza nel partito di Salvini. Luca Zaia e soci non lo rimpiangono, ma pure loro sanno che i problemi della Lega non finiscono con l’addio di Vannacci. Ma forse persino tutto questo dire, non dire, di Salvini, descrive l’attesa della liberazione; dopo il referendum, la Lega potrà tornare a essere sé stessa, soprattutto il leader leghista avrà meno condizionamenti politici, quantomeno nessuno gli potrà più dire di darsi una regolata per non far perdere il referendum al fronte del Sì. Il vecchio Salvini tornerà, insomma, ma solo dopo il 23 marzo, quando si potrà ricominciare a chiedere il posto di Matteo Piantedosi

Perché il letargo politico di Salvini finirà dopo il referendum
Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).

La F1 cancella i GP di Bahrein e Arabia Saudita

Il Gran Premio del Bahrein e quello dell’Arabia Saudita verranno cancellati dal calendario del Campionato mondiale di Formula 1 a causa della guerra, che dall’Iran si è ormai allargata a buona parte del Medio Oriente. Manca solo l’annuncio ufficiale, che probabilmente arriverà nel fine settimana in Cina, dove è in programma il GP di Shanghai.

I due GP sono tra i più redditizi della F1

I due gran premi sono tra i più redditizi per la F1: quello del Bahrein vale 45 milioni di euro e quello dell’Arabia Saudita addirittura 70. Come priorità ha però prevalso la sicurezza del Circus. La Bild riporta che Riad avrebbe tentato fino all’ultimo di evitare la cancellazione del GP, offrendo voli charter per tutti i soggetti che sarebbero stati coinvolti. Tuttavia, senza la gara in Bahrein sarebbe stato praticamente impossibile spedire in tempo l’attrezzatura in Arabia Saudita.

La F1 cancella i GP di Bahrein e Arabia Saudita
Un momento dell’ultimo GP di Abu Dhabi (Ansa).

Pausa di quattro settimane tra il Giappone e Miami

Il Gran Premio del Bahrein era in programma il 12 aprile e quello dell’Arabia Saudita una settimana dopo. La tempistica è molto stretta: impossibile sostituite i due GP con gare da correre su altri circuiti. Il calendario dovrebbe quindi ridursi a 22 gare, con una pausa di quattro settimane tra il Giappone e Miami. Improbabile l’inserimento di altri GP in seguito, per tornare al numero originario di 24 gare. La Formula 1 comunque tornerà (o meglio dovrebbe tornare) nel Golfo Persico nel 2026: gli ultimi due GP in programma sono quelli di Qatar (29 novembre) e Abu Dhabi (6 dicembre).

La decisione di Palazzo Chigi sulla petroliera russa alla deriva nel Canale di Sicilia

Si è svolto a Palazzo Chigi un vertice dell’esecutivo per analizzare la situazione della Arctic Metagaz, la petroliera russa alla deriva nel Canale di Sicilia con a bordo circa 900 tonnellate tra gasolio e gas liquido. La nave, che era stata colpita da droni navali ucraini (partiti forse dalla Libia), si trova in acque Sar maltesi e, quindi, la prima mossa spetta a La Valletta. Il governo italiano ha tuttavia assicurato a quello maltese «la condivisione del monitoraggio, avviato fin dal primo momento». L’Italia, inoltre, «ha confermato la propria disponibilità a svolgere attività di supporto, in attesa delle determinazioni delle autorità maltesi, con le quali rimane in costante contatto».

La Arctic Metagaz era soggetta dal 2024 a sanzioni statunitensi e britanniche

La Arctic Metagaz, varata nel 2003, era soggetta dal 2024 a sanzioni da parte di Stati Uniti e Regno Unito. Secondo i dati di tracciamento delle navi sulla piattaforma MarineTraffic, la nave era salpata il 24 febbraio dal porto russo di Murmansk, dopo aver caricato merci presso un’unità di stoccaggio galleggiante, ed era diretta verso il Canale di Suez. Poi era transitata attorno al Regno Unito e poi alla Spagna, prima di entrare nel Mediterraneo, segnalando la sua posizione al largo delle coste di Malta il 2 marzo. Due giorni dopo l’attacco: i 30 membri dell’equipaggio erano stati tratti in salvo.

Neonati sepolti, la procura ha chiesto 26 anni per Chiara Petrolini

La procura di Parma ha chiesto una condanna a 26 anni di carcere per Chiara Petrolini, la 22enne che ha ucciso e seppellito due neonati nel giardino di casa a Traversetolo a maggio 2023 e agosto 2024. L’accusa la ritiene responsabile di tutti i reati contestati, ovvero due omicidi premeditati e altrettante soppressioni di cadavere, e la ritiene altresì meritevole delle attenuanti generiche per la giovane età e l’immaturità descritta nella perizia psichiatrica, ma equivalenti alle aggravanti. Il procuratore ha sottolineato «la gravità intrinseca del fatto, l’assoluta mancanza di difesa dei bambini uccisi, l’aver maturato una decisione e averla portata a compimento nell’arco di svariati mesi e la consapevolezza di come sarebbe andata a finire nel secondo episodio, copia conforme del primo». E ancora, «l’aver avuto la forza di nascondere la gravidanza a tutti, a partire dai genitori e il fidanzato, l’aver avuto la forza di andare in giardino a seppellire i figli, la spregiudicatezza dimostrata nell’interfacciarsi con l’autorità giudiziaria e con gli amici» e «la condotta dopo il delitto», quando Chiara andò in giro per bar e pizzerie e dall’estetista.

Il racconto di Chiara: «Non pensavo di essere incinta, non sono un’assassina»

«Sono stata anche descritta come un’assassina, come una madre che uccide i suoi figli, ma non sono questo. Io non ho mai voluto fare del male ai miei bambini», ha detto Chiara nelle dichiarazioni spontanee davanti alla Corte di assise di Parma. L’imputata ha parlato per circa sette minuti, leggendo un foglio: «Quei bambini erano parte di me, non gli avrei mai fatto del male, è una sofferenza che distrugge dentro. Molti qui fuori mi hanno descritto come una brava ragazza, con famiglia, amici, un ragazzo, che lavorava e studiava, ma questa era solo apparenza. Dentro mi sentivo sola anche quando non lo ero davvero. Era uno spazio vuoto che nessuno riusciva a riempire. Un malessere che mi accompagnava in tutte le mie giornate, mi sentivo sbagliata e giudicata». E ancora, sulla gravidanza: «Ho sempre dichiarato che sapevo di essere incinta, ma perché mi sembrava l’unica spiegazione possibile. Non ho mai fatto un test, non sono mai stata sicura di esserlo. C’erano momenti in cui ci pensavo di più, come quando facevo la doccia e vedevo questa pancia di cui nessuno si accorgeva. Allora facevo le ricerche, ma non ho mai messo in atto niente, non so perché lo facevo, ero stanca e confusa. Non pensavo di essere incinta, nella mia testa dicevo che era impossibile, altrimenti gli altri se ne sarebbero accorti. Per quello mettevo in atto comportamenti come fumare o bere. Non ho mai avuto una nausea, mai presi farmaci per anticipare il parto, mai sono stata preoccupata di partorire in aereo». Dopo il secondo parto, ad agosto 2024, la ragazza era partita per una vacanza negli Stati Uniti con la famiglia.

Neonati sepolti, la procura ha chiesto 26 anni per Chiara Petrolini
Chiara Petrolini (Ansa).

«Mi sono trovata i bambini tra le mani, non credevo di star partorendo»

«Anche se non mi aspettavo queste due gravidanze, io sapevo che avrei tenuto i bambini e li avrei voluti crescere.
Quello che ho fatto dopo è stata una scelta sicuramente sbagliata, presa senza ragionare, che oggi sto iniziando a riconoscere, ma in quel momento per me è stata la scelta più giusta da fare. Tenerli vicino a me, per non allontanarmi più da loro». Ha quindi raccontato come ha vissuto i due parti: «Del primo non ricordo quasi niente, in quel periodo il mio problema principale era la nonna che non stava bene. Ho sentito mal di schiena e mal di pancia, mi sono alzata dal letto, mi è venuto da spingere, ho trovato questo bimbo tra le mani. Mi sono accorta che non respirava e ho fatto quel che sentivo di dovere fare, seppellirlo. Penso di non aver capito cosa è successo, di iniziare a comprenderlo solo ora. La seconda volta non pensavo di stare partorendo, per quello sono uscita, se avessi programmato tutto sarei stata a casa. Quando sono tornata a casa sono andata a letto e avevo mal di pancia, pensavo di aver il ciclo. Mi sono alzata, ho sentito di dover spingere, mi sono trovata tra le mani questa creatura, la prima cosa che ho pensato è di tagliare il cordone. Poi non ricordo cosa è successo, mi sono appoggiata al letto, sono svenuta. Quando mi sono svegliata ho visto che il bambino non respirava più e ho fatto la prima cosa che ho pensato, seppellirlo. Non ho pensato che lì c’era anche l’altro bambino, in quel momento non mi è venuto in mente».

«Nessuno può sapere il vuoto che provo, ferita che continua a sanguinare»

Dopo il parto, ha continuato, «fisicamente stavo bene, ma dentro ero distrutta». «Nessuno può capire il dolore di perdere un figlio se non gli è mai successo e non vuol dire niente se il giorno dopo sono uscita, sono andata dall’estetista e ho visto i miei amici. Non vuol dire che io non sia stata male, che non ci sto male per aver perso i miei due bambini. Non importa se il bambino era appena nato, se era una cosa inaspettata, quel bambino era parte di me. E io non gli avrei mai fatto del male». Il dolore che si prova, ha concluso, «è una sofferenza che è difficile da far capire. In molti hanno parlato di me e della mia situazione, ma nessuno ha mai pensato a quello che si prova quando perdi un bambino. Ogni giorno mi alzo con un vuoto che faccio fatica a colmare, mi immagino se fossi qui, oggi come sarebbe, che mamma sarei, mille domande a cui non potrò mai dare una risposta. Col tempo però si prova ad andare avanti con una ferita che però non si è ancora rimarginata, ma che continua a sanguinare ogni giorno».

Attentato alla sinagoga in Michigan: i fratelli dell’assalitore erano membri di Hezbollah uccisi dall’IDF

L’uomo che il 12 marzo ha attaccato un complesso ebraico a West Bloomfield Township, nel Michigan, scontrandosi con la sua auto contro l’edificio del Temple Israel, sinagoga che ospita una scuola ebraica con asilo nido, materna e un centro diurno, per poi aprire il fuoco contro il personale di sicurezza prima di essere ucciso dalla polizia, era fratello di due membri di Hezbollah uccisi in un recente raid israeliano in Libano. Lo ha riferito a Nbc News un funzionario libanese.

Attentato alla sinagoga in Michigan: i fratelli dell’assalitore erano membri di Hezbollah uccisi dall’IDF
Colonna di fumo dal complesso Temple Israel (X).

Chi era l’attentatore ucciso dalla polizia

Ayman Mohamad Ghazali, questo il nome dell’attentatore, aveva 41 anni ed era arrivato negli Stati Uniti nel 2011 con un visto di immigrazione IR1, perché coniuge di una cittadina statunitense. A sua volta aveva ottenuto la cittadinanza americana nel 2016. Come ha spiegato la fonte di Nbc News, Ghazali era originario di Mashghara, nella Valle della Beqa: nei recenti bombardamenti dell’IDF sulla zona sono morti due suoi fratelli maggiori (e altrettanti nipoti), che erano membri di Hezbollah, anche se non è chiaro quale ruolo ricoprissero all’interno dell’organizzazione sciita.

«L’antisemitismo non conosce limiti né confini. Israele viene attaccato perché è lo Stato ebraico», ha dichiarato Benjamin Netanyahu: «Il Temple of Israel a Detroit è stato attaccato perché è un luogo di culto ebraico».

Prezzi dei carburanti, Salvini convoca le compagnie petrolifere

Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini convocherà le compagnie petrolifere per un incontro mercoledì 18 marzo 2026 a Milano. L’ha comunicato il ministero dopo che il vicepremier «si è confrontato a lungo con i tecnici e ha posto l’accento sulla speculazione in atto a danno di cittadini e trasportatori, derivante da aumenti ingiustificati del prezzo dei carburanti». Le quotazioni internazionali dei prodotti raffinati si sono attestate, alla chiusura del 12 marzo rispetto al 27 febbraio, su livelli superiori di 19,3 centesimi al litro per la benzina e di 33,7 centesimi al litro per il gasolio. Per quanto riguarda i prezzi alla pompa di venerdì 13 marzo, i valori medi nazionali in modalità self per benzina (1,82 euro al litro) e gasolio (2,05 euro al litro) risultano più elevati, rispetto a venerdì 27 febbraio 2026, rispettivamente di 15,3 centesimi e 32,2 centesimi al litro.

Il Codacons: «Basta chiacchiere, serve tagliare le accise»

«Sui carburanti basta chiacchiere e basta convocazioni, serve tagliare le accise e serve farlo in fretta per evitare una escalation inflazionistica con conseguenze enormi sulla nostra economia», ha affermato il Codacons commentando la decisione del Mit di incontrare le compagnie petrolifere. L’associazione ha inoltre annunciato di essere al lavoro per un esposto a tutte le procure italiane per chiedere di indagare su possibili speculazioni sui prezzi al dettaglio.

Il Sì di Pisapia al referendum e quel Pignolo di Cerno: le pillole del giorno

Finora non si era esposto pubblicamente, poi alla fine ha “ceduto”: Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano (non un ex qualunque visto che nel 2011 riuscì nell’impresa di strappare la città al centrodestra), voterà Sì al referendum sulla giustizia. Un coming out che però non stupisce. Anzi, all’ombra del Duomo a qualcuno è tornato in mente il padre dell’ex primo cittadino, quel Giandomenico Pisapia, giurista e docente universitario, alla guida della commissione ministeriale che nel 1988 elaborò il Codice di Procedura penale (entrato in vigore l’anno successivo) nel quale si introduceva il cosiddetto ‘modello accusatorio’, del quale per molti militanti del fronte del Sì, la separazione delle carriere prevista dalla riforma Nordio è diretta conseguenza.

Il Sì di Pisapia al referendum e quel Pignolo di Cerno: le pillole del giorno
Giandomenico Pisapia (Imagoeconomica).

Non solo. Giuliano Pisapia, prima di entrare a Palazzo Marino e poi all’Europarlamento nelle file del Pd, fu anche per due legislature deputato di Rifondazione Comunista e nel 2001 con Giovanni Russo Spena presentò una proposta di legge per modificare l’articolo 190 dell’ordinamento giudiziario «in tema di distinzione delle funzioni requirenti e giudicanti e di passaggio da una funzione all’altra». Infine con Carlo Nordio, nel 2010 scrisse il libro In attesa di Giustizia edito da Guerini e Associati in cui si toccavano i temi della separazione delle carriere, del sorteggio, e dell’Alta corte disciplinare. Insomma, negli anni è rimasto coerente. L’attuale sindaco e suo successore Beppe Sala, che invece voterà No, ha commentato con ambrosiano fairplay. «Non ne abbiamo mai parlato. Anche il mio amico Mazzali (Mirko, consigliere comunale di Sel ai tempi dell’amministrazione Pisapia, ndr.) si è espresso per il Sì. Rispetto totalmente ogni opinione. Io voterò no e parteciperò con Schlein all’evento a Milano settimana prossima. Ma non deve essere una questione ideologica».

Il Sì di Pisapia al referendum e quel Pignolo di Cerno: le pillole del giorno
Giuliano Pisapia e Beppe Sala (Ansa).

Quel Pignolo di Cerno

L’Associazione del Pignolo del Friuli Venezia Giulia, fondata nel 2023 dall’irlandese Ben Little e presieduta da Fabio d’Attimis Maniago Marchiò, il 20 marzo promuove il World Pignolo Day, allo Spazio industriale rigenerato Villalta, ex Birrificio Dormisch di Udine.

Tra gli ospiti, la giornalista Giovanna Botteri e Tommaso Cerno direttore de Il Giornale e conduttore di Due di picche su Rai2. Il il Pignolo è un raro vino rosso, in una terra “bianchista” per eccellenza come il Friuli Venezia Giulia: la sua presenza è documentata dal XIV secolo nei registri monastici dell’Abbazia di Rosazzo, dove veniva definito uno dei vitigni più pregiati. Dagli Anni 70 è stato recuperato grazie alla propagazione di vecchie viti sopravvissute nei chiostri dell’abbazia.

Il Sì di Pisapia al referendum e quel Pignolo di Cerno: le pillole del giorno
Tommaso Cerno (foto Ansa).

L’ex vendoliano Stefàno da Assoenologi

Riccardo Cotarella, presidente Assoenologi, è il protagonista del forum “Vino e Giovani: un incontro tra cultura e responsabilità” organizzato dall’associazione a Palazzo Medici Riccardi a Firenze. Sul palco anche Dario Nardella, ex sindaco di Firenze, eurodeputato dem e componente della Commissione agricoltura e sviluppo rurale.

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Il dibattito è moderato dal giornalista di La7 Andrea Pancani. Immancabile Dario Stefàno, presidente del Centro Studi Enoturismo Università Lumsa di Roma, già parlamentare, nato politicamente “vendoliano” in Puglia e poi passato al Pd fino a quando restituì la tessera del partito a Enrico Letta.

Il Sì di Pisapia al referendum e quel Pignolo di Cerno: le pillole del giorno
Riccardo Cotarella e Francesco Lollobrigida (foto Imagoeconomica).

Bollicine per Pino Strabioli

A Milano, al Teatro Gerolamo, celebrazioni per i “Cento anni di Valdo. Quando il Prosecco diventa cultura. Un racconto corale tra storia d’Italia, costume e visione d’impresa”, con Pierluigi Bolla presidente Valdo Spumanti, la chef “green” Chiara Pavan, e Giulio Somma, moderati dall’attore e conduttore tv Pino Strabioli.

Il Sì di Pisapia al referendum e quel Pignolo di Cerno: le pillole del giorno
Pino Strabioli (Imagoeconomica).

Josi al Festival Franciacorta

Il 14 e il 15 marzo si tiene il Festival Franciacorta di Primavera per scoprire le 50 cantine della zona. Inaugurazione ufficiale a Brescia nel Teatro Grande, con “Il Futuro dei Luoghi. Identità, visione e responsabilità culturale”, un dialogo pubblico dedicato al valore dei territori come spazi culturali vivi, moderato dal giornalista del Tg5 Dario Maltese, e con gli interventi di Luca Josi, nei panni di manager culturale e creativo, Daniele Cipriani, direttore del Festival dei Due Mondi di Spoleto, e di Melania Rizzoli, medico e membro del cda del Teatro alla Scala nonché ex vicepresidente azzurra di Regione Lombardia.

Il Sì di Pisapia al referendum e quel Pignolo di Cerno: le pillole del giorno
Luca Josi (Imagoeconomica).

Unicredit, il 18 marzo a Frosinone il Forum sulle strategie di internazionalizzazione

Un incontro tra Unicredit e il sistema produttivo del territorio con l’obiettivo di supportare le imprese nel percorso di internazionalizzazione consapevole, aiutandole a valutare rischi e opportunità dei mercati esteri. Con quest’obiettivo avrà luogo il 18 marzo 2026 a Frosinone, nella sede di Unindustria (Via del Plebiscito 15), il Forum delle economie dedicato all’internazionalizzazione, organizzato dalla banca in collaborazione con Unindustria. L’incontro, il cui inizio dei lavori è previsto per le ore 16, verrà introdotto dagli interventi di Corrado Savoriti, presidente Unindustria Frosinone, e di Enrico Batini, responsabile Corporate business Centro Italia di Unicredit.

Il programma dell’evento

Il programma prevede successivamente una relazione di Tullia Bucco, senior economist Group investment strategy Unicredit, sul tema Scenario globale e mercati esteri: cosa sta cambiando. A seguire ci sarà una tavola rotonda sui fattori di competitività delle imprese nel percorso di internazionalizzazione alla quale interverranno Tommaso Perna, cfo Klopman International, e Francesco Marucci, cfo Ciem. Nella seconda parte del Forum sono previsti gli interventi di Danilo Di Vito, Corporate treasury sales Italy di Unicredit, e di Maria Gheorghiu, Payment solutions sales responsabile region Centro Italia di Unicredit, sul tema Strumenti di protezione dei margini: soluzioni e best practice. A seguire ci sarà uno spazio per le domande da rivolgere ai relatori e le conclusioni di Enrico Batini.

Il Consiglio supremo di Difesa: «Grave preoccupazione la crisi in Medio Oriente»

Si è riunito venerdì 13 marzo 2026, al Palazzo del Quirinale, il Consiglio supremo di difesa presieduto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Durante la riunione, a cui hanno partecipato tra gli altri la premier Meloni, il ministro degli Esteri Tajani, degli Interni Piantedosi e della Difesa Crosetto, è stato analizzato lo scenario di crisi in Medio Oriente, «manifestando grande preoccupazione per i gravi effetti destabilizzanti che questa crisi sta producendo nell’intera regione e nell’area del Mediterraneo», come si legge nel documento finale.

«Italia impegnata a sostenere sforzi per via negoziale e diplomatica»

Il Consiglio ha constatato con preoccupazione che la crisi dell’ordine internazionale, incentrato sull’Onu, con la moltiplicazione delle iniziative unilaterali indebolisce il sistema multilaterale anche di fronte a sfide comuni come le effettive ragioni di sicurezza legate al rischio di realizzazione di armi nucleari da parte dell’Iran, quelle relative alla sicurezza di Israele e dei suoi cittadini, alla condanna del regime di Teheran e delle sue disumane repressioni. Nell’attuale contesto di instabilità, continua la nota, «l’indebolimento delle istituzioni multilaterali e le numerose violazioni del diritto internazionale, l’Italia è impegnata a ricercare e sostenere ogni sforzo che riporti in primo piano la via negoziale e diplomatica». Il Consiglio ha poi sottolineato come l’estensione del conflitto ad opera dell’Iran rischia anche di aprire spazi a forme di guerra ibrida e a gravissime iniziative di organizzazioni terroristiche. Per l’insieme di queste ragioni «l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra, come ha ribadito la premier in Parlamento».

«Chiediamo a Israele di astenersi da reazioni spropositate in Libano»

Evidenziata infine l’importanza dell’iniziativa assunta dal governo di operare insieme ai principali alleati europei, in particolare Francia, Germania e Regno Unito, per coordinare le iniziative sul piano della difesa degli interessi comuni e su quello più generale della sicurezza. Ciò anche in considerazione dell’allarme per i missili lanciati verso Cipro – territorio dell’Unione Europea – e verso la Turchia – territorio dell’Alleanza Atlantica – e intercettati dalle difese Nato nel Mediterraneo orientale, nonché dei rischi che il conflitto in Iran sta producendo sul piano della sicurezza economica ed energetica, sia a livello nazionale che internazionale. Il Consiglio ha preso in esame anche la situazione in Libano, chiedendo a Israele di «astenersi da reazioni spropositate alle comunque inaccettabili azioni di Hezbollah che hanno trascinato il Paese in un nuovo drammatico conflitto».

FdI e Pd candidano Bastoni al premio Rosa Camuna: quando il tifo interista acceca

Poi non dite che la politica, accecata dagli opposti estremismi, non è più in grado di convergere su decisioni bipartisan. Il pallone appiana le divergenze tra destra e sinistra e riunisce sotto la stessa fede calcistica addirittura Fratelli d’Italia e Partito democratico. Che insieme hanno partorito una controversa decisione, più assurda della famigerata espulsione del giocatore juventino Pierre Kalulu per doppia ammonizione contro l’Inter. E cioè candidare il calciatore che l’aveva provocata con una riprovevole simulazione, il nerazzurro Alessandro Bastoni, al premio “Rosa Camuna“, «per il valore sportivo dimostrato nel corso della sua carriera, per il ruolo simbolico che ricopre nel calcio lombardo e per la capacità dimostrata di affrontare con serietà e correttezza anche i momenti più difficili».

FdI e Pd candidano Bastoni al premio Rosa Camuna: quando il tifo interista acceca
Alessandro Bastoni contro Pierre Kalulu durante Inter-Juve del 14 febbraio 2026 (foto Ansa).

O si tratta di un caso di curiosa omonimia, o è lo stesso Bastoni che da un mese viene fischiato dai tifosi avversari in ogni stadio in cui gioca in trasferta, dopo che qualcuno, compreso l’ex premier Enrico Letta (milanista), ha proposto persino di escluderlo dalla Nazionale.

Gli altri club rivali hanno definito la mossa «vergognosa»

Il tifo nerazzurro forse fa perdere la bussola. Chiedere a Bussolati Pietro, consigliere regionale del Pd, che ha sottoscritto la candidatura assieme al presidente del Consiglio regionale della Lombardia, il meloniano Federico Romani. Bussolati, non a caso, è presidente dell’Inter Club di Palazzo Pirelli. Insomma, una decisione che ha motivazioni soltanto calcistiche, non certo politiche. Tanto che gli altri club rivali hanno definito la mossa «vergognosa». Con in testa ovviamente quello bianconero, lo Juventus club “Amici del Pirellone” Gianluca Vialli, che tra gli iscritti vede Franco Lucente di Fratelli d’Italia, assessore ai Trasporti e alla Mobilità sostenibile.

FdI e Pd candidano Bastoni al premio Rosa Camuna: quando il tifo interista acceca
Pietro Bussolati (foto Imagoeconomica).

Tutti i tentacoli della lobby interista, da La Russa in giù

La lobby interista d’altronde ha dimostrato di riuscire a infilarsi ovunque, pure ai piani alti delle istituzioni. A partire dalla seconda carica dello Stato, quell’Ignazio La Russa che, commentando l’episodio di Bastoni, disse che «rubare a chi ruba non è grave». Fino al sindaco di Milano Beppe Sala, che aveva lasciato tutti a bocca aperta prendendosela con un esempio di fair play come l’ex bandiera e capitano della Juve Alessandro Del Piero: «Adesso vedo commentatori come Del Piero, che hanno fatto simulazioni incredibili nella loro carriera, ci sono i video in giro a dimostrarlo, che parlano e fanno i censori». In attesa di vedere quei video che probabilmente esistono solo negli archivi del primo cittadino meneghino, registriamo anche qui un’altra larga intesa FdI-Pd nel nome del Biscione.

FdI e Pd candidano Bastoni al premio Rosa Camuna: quando il tifo interista acceca
Ignazio La Russa e Beppe Sala (foto Imagoeconomica).

Bastoni, classe 1999, è nato a Casalmaggiore, in provincia di Cremona. E secondo Romani e Bussolati «la sua candidatura trova ragione nel fatto che rappresenta oggi uno dei volti più autorevoli e riconoscibili del calcio lombardo, italiano ed europeo. Con la maglia dell’Inter e della Nazionale ha dimostrato negli anni qualità tecniche, personalità e senso di responsabilità che lo rendono un punto di riferimento dentro e fuori dal campo». Ma forse Romani e Bussolati guardano le partite senza audio, e non si sono accorti dei fischi.

FdI e Pd candidano Bastoni al premio Rosa Camuna: quando il tifo interista acceca
Il presidente del Consiglio regionale della Lombardia, Federico Romani di FdI (foto Imagoeconomica).

Bastoni, aggiungono i due, «ha saputo distinguersi anche per la maturità dimostrata nel riconoscere pubblicamente un proprio errore, assumendosi la responsabilità di un gesto avvenuto in campo. Un atteggiamento non scontato e non comune e che testimonia il rispetto per il gioco, per gli avversari e per i tifosi».

FdI e Pd candidano Bastoni al premio Rosa Camuna: quando il tifo interista acceca
Alessandro Bastoni nella conferenza stampa delle scuse (foto Ansa).

Quella conferenza stampa di scuse forzate

Per entrambi, episodi come quello avvenuto in Inter-Juventus «si verificano con frequenza sui campi di calcio senza suscitare la stessa eco e lo stesso accanimento: in questo senso, la reazione di Bastoni ha rappresentato un esempio positivo di come si possa trasformare un errore in un’occasione di responsabilità e crescita». Bastoni, tre giorni dopo il fattaccio, in conferenza stampa si era sforzato di esprimere delle scuse talmente sentite che aveva precisato di voler comunque stigmatizzare «tanta falsità, tanta ipocrisia e tanto finto perbenismo».

FdI e Pd candidano Bastoni al premio Rosa Camuna: quando il tifo interista acceca
Il premio Rosa Camuna (foto Imagoeconomica).

La Rosa Camuna, tra l’altro, è la massima onorificenza della Lombardia. Istituita nel 1996, riconosce pubblicamente «l’impegno, l’operosità, la creatività e l’ingegno di coloro che si siano particolarmente distinti nel contribuire allo sviluppo economico, sociale, culturale e sportivo della Lombardia» (nel 2025, tra gli altri, erano stati premiati Maria De Filippi e X Factor). A questo punto qualcuno candidi Pierre Kalulu, unica vera vittima dell’ingiustizia di questa storia, al premio Nobel per la Pace.

La Nato abbatte un altro missile iraniano sulla Turchia: è il terzo

Un terzo missile balistico lanciato dall’Iran è stato distrutto dalla contraerea Nato nello spazio aereo turco. Lo ha riferito il ministero della Difesa di Ankara, spiegando che il missile «è stato neutralizzato dai sistemi di difesa aerea schierati nel Mediterraneo orientale». Si tratta del terzo incidente di questo tipo in poco più di una settimana. Il 9 marzo le difese Nato avevano abbattuto il secondo missile nello spazio aereo della Turchia: alcuni frammenti erano caduti nella provincia di Gaziantep, nel sud-est del Paese, senza causare feriti. Prima ancora, il 4 marzo, era avvenuto l’abbattimento del primo missile partito dall’Iran, che dopo aver attraversato Siria e Iraq era stato distrutto dalle difese aeree della Nato nel Mediterraneo orientale. In quel i detriti erano caduti nel distretto di Dörtyol, nella provincia di Hatay, sempre senza causare feriti.

BBC, sarà Matt Brittin il nuovo direttore generale

Matt Brittin è vicino ad assumere il ruolo di direttore generale della BBC. Lo riporta il Guardian, citando fonti interne: prenderà il posto di Tim Davie, che a novembre aveva rassegnato le dimissioni (assieme alla responsabile della divisione news Deborah Turness) dopo le critiche rivolte all’emittente per un documentario su Donald Trump, nel quale il discorso tenuto dal presidente Usa il 6 gennaio 2021 era stato tagliato in modo da far sembrasse che il tycoon stesse incoraggiando l’assalto al Campidoglio.

BBC, sarà Matt Brittin il nuovo direttore generale
Matt Brittin (Ansa).

Chi è Matt Brittin

Brittin, 57 anni ed ex atleta olimpico nel canottaggio, per un decennio è stato presidente di Google per l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa, prima di lasciare l’incarico all’inizio del 2025. Dopo l’addio a Google (dove era entrato nel 2007) è stato nominato nel consiglio di amministrazione di Guardian Media Group come direttore non esecutivo. Visto il suo curriculum, la nomina di Brittin rappresenta un ulteriore passo dell’influenza delle big tech nel mondo dell’informazione globale.

Teheran, esplosioni vicino al corteo per la Giornata di Quds: presente anche Larijani

In concomitanza con le celebrazioni della Giornata di Quds diverse potenti esplosioni hanno scosso il centro di Teheran. Tra le persone che stanno partecipando alle marce odierne anche Ali Larijani, capo del consiglio di sicurezza iraniano che ha assunto enorme potere dopo la morte di Ali Khamenei.

L’agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim riporta che le esplosioni, udite nei pressi di piazza Enghelab, piazza Ferdowsi e della via Hejab, nel centro della città, sono il risultato di un bombardamento statunitense-israeliano. Le immagini diffusi dall’emittente statale Irib mostrano dense colonne di fumo che si alzano sulla città. Nell’attacco sarebbe rimasta uccisa una donna.

L’IDF aveva invitato la popolazione a evacuare due zone nel cuore di Teheran

La Giornata di Quds, istituita nel 1979 dall’ayatollah Ruhollah Khomeini, è un evento annuale che si tiene l’ultimo venerdì del mese sacro islamico di Ramadan per esprimere sostegno alla causa palestinese e opposizione a Israele. Alla vigilia delle manifestazioni odierne, il presidente Masoud Pezeshkian aveva invitato la popolazione a partecipare, scrivendo su X che era essenziale «deludere i nemici dell’Iran» scendendo in piazza in massa. L’IDF aveva invitato la popolazione a evacuare due zone nel cuore di Teheran in previsione di attacchi contro «infrastrutture militari del regime»: la partecipazione c’è stata, ma inferiore alle attese.

Usa, morti quattro militari a bordo dell’aereo cisterna schiantatosi in Iraq

Quattro dei sei membri dell’equipaggio sono morti nello schianto di un aereo cisterna Usa in Iraq. L’ha reso noto il Comando Centrale degli Stati Uniti. L’incidente, che ha coinvolto un mezzo KC-135 Stratotanker dell’aeronautica Usa, velivolo per il rifornimento in volo, si è verificato nell’Iraq occidentale e «non è stato causato da fuoco ostile o fuoco amico». Ha coinvolto anche un secondo aereo, che è atterrato in sicurezza senza vittime né feriti.

Morto Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde

È morto a 94 anni Bruno Contrada: ex numero tre del Sisde negli anni più violenti della guerra di mafia a Palermo, fu al centro di una controversa vicenda giudiziaria che lo vide condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, sentenza poi revocata dalla Corte europea dei diritti umani.

Fu arrestato nel 1992 dopo le testimonianze di diversi pentiti

Dopo aver lavorato nella Squadra Mobile di Palermo, di cui divenne dirigente, Contrada guidò la sezione siciliana della Criminalpol. Negli Anni 80 entrò nel Sisde, il servizio segreto civile italiano, arrivando a ricoprire ruoli apicali nell’organizzazione. Alla viglia di Natale del 1992, sulla base delle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, fu arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa per aver fornito informazioni e protezione a esponenti di Cosa Nostra.

Morto Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde
Morto Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde
Morto Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde
Morto Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde
Morto Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde
Morto Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde
Morto Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde
Morto Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde

La condanna, la successiva sentenza della Cedu e la revoca

Il lungo iter processuale, iniziato nel 1994, si concluse solo nel 2006 quando la Corte di Cassazione confermò la condanna definitiva a 10 anni di reclusione, di cui otto effettivamente scontati tra carcere e domiciliari. Successivamente Contrada si rivolse alla Corte europea dei diritti dell’uomo: i giudici si Strasburgo stabilirono che la condanna era stata pronunciata per fatti che, all’epoca in cui sarebbero stati commessi, non costituivano un reato definito in modo chiaro nell’ordinamento italiano. Sulla base di tale pronuncia, nel 2017 la Cassazione aveva dichiarato ineseguibile la condanna, cancellandone gli effetti penali. L’ex numero tre del Sisde ricevette anche un indennizzo di oltre 280 mila euro per ingiusta detenzione.

Il suo nome era riemerso nelle indagini sull’omicidio di Piersanti Mattarella

Il nome di Contrada era di recente riemerso in relazione alle indagini sull’omicidio di Piersanti Mattarella, fratello dell’attuale presidente della Repubblica, avvenuto il 6 gennaio 1980: l’ipotesi è che l’ex 007 avesse partecipato al depistaggio delle indagini.

Ucraina, Zelensky a Parigi per incontrare Macron

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è arrivato a Parigi per incontrare l’omologo Emmanuel Macron e discutere delle modalità per aumentare la pressione sulla Russia. Lo ha annunciato il suo portavoce Serhiy Nykyforov. «Il presidente è già a Parigi», ha detto ai giornalisti. La visita avviene mentre l’invasione russa dell’Ucraina entra nel suo quinto anno. Nella notte tra il 12 e il 13 marzo 2026, Mosca ha lanciato 127 droni d’attacco contro l’Ucraina, di cui più di 80 di tipo Shahed. L’aviazione militare di Kyiv ne ha abbattuti o neutralizzati 117.

Accordo tra Romania e Ucraina per la produzione congiunta di droni

Il giorno prima, Zelensky si era recato in Romania per una visita ufficiale, in cui ha anche incontrato i piloti ucraini in addestramento presso il Centro europeo di addestramento F-16 di Fetești. Con loro ha discusso i dettagli della formazione e le principali difficoltà dell’addestramento. Ha quindi avuto un colloquio con il presidente romeno Nicusor Dan al termine del quale è stato firmato un accordo per la produzione congiunta di droni sul territorio romeno e una dichiarazione sul partenariato strategico e sulla cooperazione nel settore energetico.

Un soldato francese è morto in un attacco su Erbil

Un soldato francese ha perso la vita in un attacco aereo sulla base militare di Erbil, nel Kurdistan iracheno. La notizia è stata confermata dal presidente Emmanuel Macron. “Il sottufficiale Arnaud Frion del settimo battaglione di cacciatori alpini di Varces è morto per la Francia durante un attacco nella regione di Erbil, in Iraq. Alla sua famiglia, ai suoi fratelli d’armi, voglio esprimere tutto l’affetto e la solidarietà della Nazione», ha scritto il capo dell’Eliseo in una nota diffusa su X. E poi: «Molti dei nostri soldati sono rimasti feriti. La Francia è al loro fianco e alle loro famiglie. Questo attacco contro le nostre forze impegnate nella lotta contro Daesh dal 2015 è inaccettabile. La loro presenza in Iraq rientra strettamente nel quadro della lotta al terrorismo. La guerra in Iran non può giustificare tali attacchi».

L’attacco sarebbe stato condotto con due droni

Dopo il dispiegamento della portaerei Charles De Gaulle nel Mediterraneo orientale, la Francia aveva ricevuto minacce dal gruppo armato filo-iraniano Ashab al-Kahf. L’attacco contro la base della coalizione internazionale antijihadista guidata dagli Stati Uniti, di cui fa parte anche l’Italia, sarebbe stato condotto con due droni. Nel raid sono inoltre rimasti feriti sei soldati.

Le condoglianze del ministro della Difesa Crosetto

«A nome mio e di tutta la Difesa italiana esprimo vicinanza alla ministra della Difesa francese Catherine Vautrin e alle Forze Armate francesi per il grave attacco subito a Erbil, Kurdistan iracheno, nel corso del quale ha perso la vita un militare francese e sono rimasti feriti altri suoi commilitoni». Lo ha detto Guido Crosetto, facendo poi le condoglianze alla famiglia del militare caduto.

La Russia alla Biennale e il tic conformista della destra: Buttafuoco ha ragione

Non sarà che la cultura in Occidente, da spazio di libero confronto, si sta trasformando sempre più in un codice disciplinare, un galateo ideologico dove l’istinto alla censura è ormai parte integrante dei suoi comportamenti? Il dubbio nasce osservando la polemica tra Pietrangelo Buttafuoco e Alessandro Giuli allargarsi progressivamente ad altri attori. L’ultima ad aggiungersi è stata l’Unione europea per bocca di quasi tutti i suoi ministri della Cultura, che non solo stigmatizzano l’ipotesi di riaprire il padiglione russo alla Biennale, ma minacciano pure di chiudere i rubinetti dei finanziamenti se l’ente veneziano non recedesse dai suoi propositi.

Una curiosa inversione di ruoli in cui è scivolata la destra

Nel frattempo su Buttafuoco si è abbattuto un coro di riprovazione. Non unanime per fortuna: alcuni intellettuali che come lui fanno riferimento alla destra ne hanno preso le difese, rompendo così il fronte più retrivo di quella parte politica. Resta però la sensazione di assistere a una curiosa inversione di ruoli: una destra arrivata al potere sventolando la bandiera della battaglia al politicamente corretto finisce per riprodurne, quasi mimeticamente, i riflessi più conformisti.

La Russia alla Biennale e il tic conformista della destra: Buttafuoco ha ragione
Il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco (foto Ansa).

Il padiglione russo ai Giardini della Biennale esiste dal 1914. Centododici anni durante i quali ha attraversato l’intero Novecento con la sua contabilità di tragedie, rivoluzioni e guerre mondiali. Eppure fino all’invasione dell’Ucraina non ha mai cessato di essere ciò per cui era nato: un luogo dove l’arte russa si presenta e confronta con quella degli altri Paesi. Dovremmo davvero tenerlo chiuso perché altrimenti, in una curiosa e per certi versi inedita convergenza tra la destra di governo e Bruxelles, qualcuno minaccia sanzioni morali e finanziarie?

Anche i Greci sospendevano le ostilità durante le Olimpiadi

Per giustificare la sua scelta, Buttafuoco ha evocato l’idea della Biennale come luogo di tregua. Una zona franca dove, in un contesto di guerre diffuse, si può ancora discutere di qualcosa che non abbia a che fare con il crepitio delle armi. L’idea è antica quanto la civiltà: i Greci sospendevano le ostilità durante le Olimpiadi. Ed è precisamente ciò che ha sempre distinto la cultura dalla politica. Che, invece, sembra sempre più incline a fare l’opposto: usare la cultura come estensione simbolica dei conflitti che dice di voler fermare.

Sull’artista non può ricadere la colpa delle nefandezze di uno Stato

C’è una coerenza paradossale in questo meccanismo: si invocano gli ideali pacificatori dell’arte per perpetuare invece la logica dello scontro. Il ministro Giuli ha osservato che l’arte, quando prodotta in un contesto di autocrazia, è libera solo se è dissidente. Frase efficace, apparentemente dalla parte degli oppressi dai regimi, ma che segue esattamente la logica che si vorrebbe combattere: quella secondo cui sull’artista, in quanto cittadino di uno Stato, ricade la responsabilità delle sue nefandezze.

La Russia alla Biennale e il tic conformista della destra: Buttafuoco ha ragione
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli (foto Ansa).

Da qui al criterio del passaporto come condanna, per cui un pittore di Mosca o un musicista di San Pietroburgo devono pagare, con l’esclusione dal consesso internazionale, il prezzo di decisioni prese altrove, il passo è breve. Questa storia l’abbiamo già vista in passato, e non è finita particolarmente bene.

Un gesto simbolico: Putin non passerà certo notti insonni

Nel gran teatro dell’indignazione collettiva c’è poi un dettaglio che quasi nessuno sembra disposto a ricordare: escludere la Russia dalla Biennale non cambia di una virgola la situazione in Ucraina. Non salva una vita e non restituisce a Kyiv un metro quadrato del suo territorio. È solo un gesto simbolico che serve soprattutto a far sentire virtuoso chi lo compie. Si può infatti ragionevolmente supporre che Vladimir Putin non passerà notti insonni tormentato dall’assenza del padiglione russo ai Giardini veneziani.

La Russia alla Biennale e il tic conformista della destra: Buttafuoco ha ragione
Vladimir Putin (Ansa).

Se qualcosa potesse produrre un effetto, e qui Buttafuoco sembra aver colto il punto, sarebbe semmai il contrario: riaprire quel padiglione nell’ottica di portare a confrontarsi voci provenienti da tutte le zone di guerra significherebbe ricordare che la cultura non nasce per rafforzare le frontiere, ma per superarle. La Biennale tornerebbe così a essere uno dei luoghi dove il mondo non si presenta diviso in blocchi precostituiti. E dove l’arte prova ancora a fare ciò che la diplomazia, con conveniente cinismo, ha smesso da tempo di tentare.

Trump sblocca gli acquisti di petrolio russo

Mentre il blocco dello stretto di Hormuz, controllato dall’Iran, spinge il prezzo del greggio oltre i 100 dollari al barile, gli Stati Uniti hanno rimosso le sanzioni sul petrolio russo per un mese, dal 12 marzo all’11 aprile. «Per aumentare la portata globale delle forniture esistenti, il dipartimento del Tesoro sta fornendo un’autorizzazione temporanea che consente ai Paesi di acquistare petrolio russo attualmente bloccato in mare», ha annunciato il segretario del Tesoro Scott Bessent. Si tratta di «una misura, circoscritta e di breve durata che si applica solo al petrolio già in transito e non apporterà significativi benefici finanziari al governo russo, che ricava la maggior parte delle sue entrate energetiche dalle tasse riscosse nel punto di estrazione». L’atto si applica esclusivamente al petrolio greggio o ai prodotti petroliferi russi caricati sulle navi a partire dal 12 marzo.

Star Trek: Il figlio di Gene Roddenberry anticipa un cambio di rotta di Star Trek

Il figlio di Gene Roddenberry anticipa un cambio di rotta di Star Trek

Rod Roddenberry, produttore di Strange New Worlds, parla del futuro del franchise dopo la fusione tra Paramount e Skydance

Il futuro di Star Trek? Sarà sempre meglio. Parola di Roddenberry. Secondo il figlio di Gene Roddenberry, infatti, il franchise creato dal padre sta per entrare in una nuova era, affrontando cambiamenti necessari per la serie. In seguito alla fusione di Paramount con Skydance Media (oggi Paramount Skydance Corporation) e alla candidatura di Star Trek: Strange New Worlds come miglior serie tv di fantascienza ai Saturn Awards 2026, i produttori Trevor Roth e Rod Roddenberry, hanno parlato ai microfoni di come la nuova partnership influirà su Star Trek, sottolineando come, pur... - Leggi l'articolo

 

SERIE TV - Star Trek - 13 marzo 2026 - articolo di Angela Bernardoni

Intesa Sanpaolo, finanziamento al progetto solare Big Muddy negli Stati Uniti

La divisione IMI Corporate & Investment banking di Intesa Sanpaolo, guidata da Mauro Micillo, ha coordinato e partecipato a un finanziamento di 183 milioni di dollari in favore di Arevon, sviluppatore e operatore energetico con sede negli Stati Uniti, per lo sviluppo di una delle iniziative più rilevanti dello Stato dell’Illinois in ambito fotovoltaico. L’operazione sosterrà la costruzione di Big Muddy, un impianto solare da 124 MWdc situato nella contea di Jackson. Una volta completato, il progetto contribuirà in modo significativo alla generazione di energia pulita nel Midwest, supportando gli obiettivi regionali di decarbonizzazione. Arevon è un operatore leader nel mercato energetico degli Stati Uniti, impegnato a fornire al Paese energia accessibile, affidabile e sicura. La società possiede e gestisce oltre 6 gigawatt di progetti solari e di storage in 18 Stati, per un valore di investimento superiore agli 11 miliardi di dollari, e attualmente sta costruendo più di 600 megawatt di nuova capacità.

IMI CIB protagonista nel project financing

Nell’ambito del finanziamento, la divisione IMI CIB ha agito in qualità di coordinating lead arranger, joint bookrunner e green loan coordinator, confermando il ruolo di Intesa Sanpaolo come partner di riferimento per operazioni di project financing, in particolare nel settore delle energie rinnovabili, dove la banca si distingue per una lunga esperienza, capacità di strutturazione e presidio dei mercati internazionali. L’iniziativa testimonia ulteriormente il ruolo di primo piano della banca nelle Americhe, un’area in cui la divisione IMI CIB continua a supportare progetti strategici e investimenti infrastrutturali ad alto impatto. Ne sono esempi le recenti operazioni a favore di Greenbacker per lo sviluppo di Cider, il più esteso parco solare dello stato di New York, e ancora il supporto per la realizzazione del progetto SunZia tra New Mexico e Arizona, la più grande infrastruttura per la produzione e il trasporto di energia pulita degli Stati Uniti d’America.

Micillo: «Contribuiamo concretamente alla transizione energetica globale»

Queste le dichiarazioni di Mauro Micillo, chief della divisione IMI Corporate & Investment banking di Intesa Sanpaolo: «Il progetto Big Muddy rappresenta un importante tassello nel percorso di rafforzamento delle infrastrutture energetiche rinnovabili degli Stati Uniti, un mercato in cui siamo attivi da tempo con ruolo di primo piano. Sostenere Arevon in un’iniziativa di questa rilevanza conferma la nostra capacità di accompagnare partner di alto profilo nello sviluppo di investimenti strategici, contribuendo concretamente alla transizione energetica globale. Questo finanziamento riflette la solidità delle nostre competenze nel project financing, la qualità della nostra piattaforma internazionale e l’impegno costante nel promuovere progetti sostenibili ad alto impatto per le comunità e per l’economia».

Russia alla Biennale, Giuli chiede le dimissioni dal cda di Tamara Gregoretti

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli, contrario alla decisione del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco di non sollevare obiezioni alla riammissione della Russia, al punto da disertare la presentazione del Padiglione Italia, ha chiesto le dimissioni di Tamara Gregoretti, giornalista e autrice televisiva, componente del cda. Lo riporta il Corriere della Sera. La sua colpa? Essersi espressa a favore della riapertura del Padiglione russo per la 61esima edizione dell’Esposizione internazionale d’Arte che inizierà il 9 maggio. Con la fuoriuscita di Gregoretti resterebbero nel cda – oltre a Buttafuoco – vicepresidente Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia, pure lui a favore della riammissione della Russia (come «difesa della democrazia»), e il governatore del Veneto, Alberto Stefani, esponente della Lega. Lui non si è espresso sulla questione, ma lo aveva fatto il suo capo di partito Matteo Salvini: «L’arte e lo sport avvicinano, di sicuro non allontanano».

Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?

Il dato è difficile da ignorare. Su 3.916 attacchi iraniani registrati tra il 28 febbraio e l’11 marzo 2026 contro gli Stati del Golfo e Israele, 1.728- il 44,1 per cento del totale – hanno colpito gli Emirati Arabi Uniti. Il Kuwait, secondo nella classifica, ne ha subiti 942. Israele, il Paese che insieme agli Stati Uniti ha lanciato l’offensiva contro l’Iran, 550. Perché Teheran scarica quasi la metà della propria potenza di fuoco su un Paese che ufficialmente non è in guerra? La risposta non è semplice e non si esaurisce nella prossimità geografica o nella presenza di basi americane. Gli Emirati sono il bersaglio principale perché sono, contemporaneamente, la piattaforma operativa della guerra, il portafoglio del presidente americano, il centro nevralgico dell’intelligence che ha portato all’eliminazione di Khamenei, e il simbolo di un modello politico che l’Iran considera una minaccia esistenziale. Colpire Dubai e Abu Dhabi dunque è una scelta strategica che opera su cinque livelli simultaneamente.

Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?
Una esplosione nella zona di Palm Jumeirah a Dubai (Ansa).

Al Dhafra e il sistema nervoso della guerra

Al Dhafra Air Base, a 30 chilometri a sud di Abu Dhabi, non è una base americana tra tante. È la base. Ospita la 380th Air Expeditionary Wing dal 2002, con un arsenale che include caccia F-22 Raptor e F-35 Lightning II, aerei spia U-2 Dragon Lady, droni da ricognizione Global Hawk, e cisterne KC-10 per il rifornimento in volo. Il personale ammonta a circa 1.200 unità tra militari in servizio attivo, riservisti e Guardia Nazionale. I partner di missione includono un battaglione di difesa aerea dell’esercito e forze di coalizione multiple. Non è un caso che l’Iran abbia colpito chirurgicamente il radar AN/TPY-2, un sistema di allerta precoce del valore di mezzo miliardo di dollari, e le strutture che ospitano i droni MQ-9 Reaper e gli U-2. Non ha puntato ai dormitori o alle mense: ha puntato al sistema nervoso della sorveglianza e del targeting americano. Quel radar alimenta i sistemi THAAD e Patriot. Gli U-2 e i Global Hawk sono gli occhi che guidano le operazioni di strike su tutto il teatro del Golfo. Distruggerli significa accecare la macchina da guerra.

Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?
Un RQ-4 Global Hawk alla base di Al Dhafra (Ansa).

Gli altri obiettivi emiratini

Oltre ad Al Dhafra, l’Iran ha colpito Al Minhad, base emiratina che ospita la RAF britannica e Camp Baird, il quartier generale australiano nel Medio Oriente. Ha colpito il porto di Jebel Ali, struttura commerciale utilizzata sistematicamente dalla logistica militare americana. Ha colpito il consolato statunitense a Dubai. Non si tratta di attacchi sparsi: è un assalto coordinato al nodo operativo più denso della coalizione anti-iraniana nella regione.

Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?
Il consolato americano di Dubai dopo l’attacco con droni, il 3 marzo 2026 (Ansa).

Per capire perché gli Emirati e non altri, bisogna guardare cosa è successo altrove. La Quinta Flotta americana, con quartier generale in Bahrain, ha svuotato i moli di Manama già il 26 febbraio: immagini satellitari mostravano i pontili deserti, con tutte le navi spostate in mare aperto. Il Bahrain è stato colpito, ma le operazioni navali si coordinano ormai dal mare. Il Qatar ospita Al Udeid, la più grande base americana in Medio Oriente con 8-10 mila effettivi, ma Doha ha posto condizioni precise: ha ribadito che non vuole che gli Stati Uniti lancino attacchi contro l’Iran dal suo territorio. Il Qatar mantiene un rapporto diplomatico con Teheran, ha ospitato la leadership politica di Hamas, ha mediato nei negoziati nucleari. L’Iran lo punisce, ma lo punisce meno, perché Doha è un interlocutore, non un avversario strategico. Gli Emirati, al contrario, sono la punta della lancia.

Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?
Gli attacchi iraniani contro le basi militari statunitensi sul territorio del Bahrein (Ansa).

Dahlan, il Mossad, la CIA e l’eliminazione di Khamenei

Gli Emirati sono il centro nevralgico dell’intelligence che ha portato all’eliminazione della Guida Suprema Ali Khamenei il 28 febbraio scorso. Il New York Times ha rivelato che la CIA ha tracciato Khamenei per mesi, passando intelligence «ad alta fedeltà» sulla sua posizione a Israele prima dell’attacco. I tempi dello strike sono stati calibrati sulla base di informazioni che indicavano la presenza simultanea di figure politiche e militari di vertice nel compound della leadership a Teheran. L’agenzia iraniana Fars ha indicato la sede CIA a Dubai tra gli obiettivi colpiti. I media iraniani hanno riportato l’uccisione di sei ufficiali CIA in un attacco missilistico negli Emirati. Le conferme indipendenti mancano, ma la narrazione è indicativa di come Teheran percepisca il ruolo di Dubai: non una città di transito, ma la piattaforma operativa dell’intelligence che ha decapitato il regime.

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Ali Khamenei (Ansa).

La storica cooperazione tra Emirati e Israele in materia di intelligence

Per comprendere questa percezione bisogna risalire più indietro. La cooperazione tra Emirati e Israele in materia di intelligence, in particolare sull’Iran, non è nata con gli Accordi di Abramo del 2020. L’ex ambasciatore americano in Israele Dan Shapiro ha confermato che il rapporto era «principalmente sull’intelligence riguardante l’Iran e i gruppi jihadisti» e che si trattava di «un processo a lungo termine iniziato prima dell’amministrazione Obama». Fonti di intelligence riportavano già nel 2012 che il commercio tra i due Paesi nel settore sicurezza sfiorava i 300 milioni di dollari l’anno. Al centro di questa rete c’è una figura che merita attenzione: Mohammed Dahlan, l’ex capo della sicurezza preventiva palestinese a Gaza, in esilio ad Abu Dhabi dal 2011 e consigliere di fiducia di Mohammed bin Zayed. Documenti dell’intelligence serba lo descrivono come amico stretto dell’ex direttore CIA George Tenet, dell’ufficiale israeliano Amnon Shahak e dell’ex direttore del Mossad Yaakov Perry, con i quali avrebbe condotto operazioni congiunte in Europa orientale. Wikileaks ha pubblicato documenti che lo descrivono come agente del Mossad. Le indagini della polizia di Dubai sull’assassinio del dirigente di Hamas Mahmoud al-Mabhouh nel 2010 portarono all’arresto di due palestinesi impiegati in un’azienda edile di proprietà di Dahlan, accusati di aver fornito supporto logistico al commando del Mossad. Dahlan opera come connettore tra i servizi americani, israeliani e il vertice emiratino. Abu Dhabi non è un Paese che “collabora” con l’intelligence occidentale: è un Paese dove i servizi occidentali sono di casa. Per l’Iran, ogni missile su Dubai è un missile sull’infrastruttura che ha reso possibile l’eliminazione di Khamenei.

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Manifestanti palestinesi calpestano le foto del principe Mohammed bin Zayed al-Nahyan e di Mohammed Dahlan (Ansa).

Colpire Dubai per colpire il portafoglio di Trump

C’è un livello di questa guerra che non si combatte con i missili ma con i numeri. Gli Emirati Arabi Uniti non sono semplicemente un alleato degli Stati Uniti: sono un investitore diretto nel patrimonio personale del presidente americano. Quattro giorni prima dell’insediamento di Trump, una società controllata da Sheikh Tahnoon bin Zayed Al Nahyan — fratello del presidente emiratino, consigliere per la sicurezza nazionale, gestore del più grande fondo sovrano degli UAE — ha acquistato una partecipazione del 49 per cento in World Liberty Financial, la società crypto della famiglia Trump, per 500 milioni di dollari. L’accordo è stato firmato da Eric Trump.

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Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, Abdullah bin Zayed Al Nahyan e Yousef Al Otaiba durante un incontro con Marco Rubio (Ansa).

Due membri dell’entourage di Tahnoon sono entrati nel consiglio di amministrazione della società. Mesi dopo, MGX, il fondo di investimento tecnologico presieduto dallo stesso Tahnoon, ha usato la stablecoin USD1 creata da World Liberty per finanziare un investimento da 2 miliardi di dollari nella piattaforma crypto Binance. Poco dopo, la Casa Bianca ha approvato l’esportazione di 500 mila chip AI Nvidia verso gli Emirati, un quinto dei quali destinati a G42, l’azienda di intelligenza artificiale di Tahnoon. Tahnoon è conosciuto nei circoli diplomatici come lo «Spy Sheikh». Non è un soprannome affettuoso: riflette decenni di attività nella zona grigia tra intelligence, finanza e diplomazia. Il Wall Street Journal ha ricostruito la catena degli investimenti. La senatrice Elizabeth Warren l’ha definita «corruzione, pura e semplice».

Teheran vuole distruggere la credibilità degli Emirati come hub finanziario globale

Ma al di là del dibattito interno americano, il punto strategico è un altro: ogni missile che cade su Abu Dhabi erode il valore degli investimenti emiratini negli Stati Uniti e la credibilità degli Emirati come hub finanziario globale. L’Iran non ha bisogno di leggere i documenti del Wall Street Journal per capire che colpire Dubai significa colpire il portafoglio di Trump. Il commercio bilaterale Iran-UAE valeva 28 miliardi di dollari nel 2024. Gli iraniani conoscono il sistema emiratino dall’interno, hanno operato a Dubai per decenni aggirando le sanzioni e sanno che Dubai è la capitale mondiale del riciclaggio, sanno che i flussi finanziari che collegano gli Emirati alla Casa Bianca sono il tessuto connettivo di un’alleanza che va molto oltre la diplomazia. Distruggere la credibilità di Dubai come piazza finanziaria significa tagliare quel tessuto. I dati lo confermano. Jet privati in partenza dagli Emirati a 250 mila dollari per posto. Aziende che evacuano dipendenti. I data center Amazon colpiti, con il banking telefonico fuori uso in tutto il Paese. L’aeroporto di Dubai — il più trafficato al mondo per voli internazionali — colpito da un drone. La raffineria di Ruwais (922 mila barili al giorno di capacità ADNOC) incendiata. Il Burj Al Arab danneggiato dai detriti. L’IRGC (il corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica) ha dichiarato di usare il 60 per cento della propria potenza di fuoco contro basi e «interessi strategici» Usa nei Paesi arabi vicini. Ma «interessi strategici» non significa solo caserme: significa porti, aeroporti, raffinerie, hotel, centri finanziari. Significa l’intero modello economico emiratino.

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Il centro di Dubai (Ansa).

Gli Accordi di Abramo e la guerra ideologica

C’è un ultimo livello, forse il più profondo. Per la Repubblica Islamica, gli Emirati non sono solo una piattaforma militare o un hub finanziario: sono un’eresia. Rappresentano la confutazione più riuscita della narrativa dell’Islam politico e della «resistenza» che ha legittimato il regime iraniano per 47 anni. Gli Accordi di Abramo firmati nel 2020 hanno formalizzato la normalizzazione con Israele. Ma come confermato da molteplici fonti, la cooperazione tra Abu Dhabi e Tel Aviv era in corso da almeno un decennio prima, alimentata da un nemico comune — l’Iran — e da interessi convergenti in materia di sicurezza, tecnologia e intelligence. Abu Dhabi e Teheran avevano mantenuto per anni un gentlemen’s agreement: non confrontarsi direttamente, basato anche sugli interessi finanziari iraniani a Dubai. Quell’accordo è stato polverizzato il 28 febbraio. Mohammed bin Zayed non è un semplice capo di stato del Golfo. È un architetto regionale che ha proiettato gli Emirati dalla Libia allo Yemen, dal Corno d’Africa ai Balcani, usando Dahlan come operatore e la ricchezza sovrana come leva. Per l’Iran, MBZ e il suo circolo sono i cavalli di Troia della penetrazione israeliana e americana nel mondo arabo. Non semplici alleati: strateghi, pianificatori, facilitatori.

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Il presidente degli Emirati Mohammed bin Zayed Al Nahyan a Mosca (Ansa).

La retorica muscolare di MBZ

La retorica dello stesso MBZ tradisce, sotto la sfida, qualcosa di diverso. La dichiarazione di questi giorni — in cui ha evocato la «pelle spessa e la carne aspra» degli Emirati — è stata accolta con perplessità anche tra gli analisti più benevoli. È una metafora da macelleria, non da statista. È il linguaggio di chi non ha una risposta strategica e ricorre alla retorica muscolare per mascherare l’assenza di opzioni. Gli Emirati non hanno risposto militarmente all’Iran. Non lo faranno, perché come hanno osservato alcuni analisti, non c’è nulla che gli Emirati possano portare alla guerra che americani e israeliani non abbiano già. La loro funzione è un’altra: essere la piattaforma, il portafoglio, il nodo intelligence. E per questo sono il bersaglio principale. Il consigliere presidenziale emiratino Anwar Gargash ha accusato l’Iran di mentire quando dichiara di colpire basi americane: il volume di fuoco, ha detto, «rivela una realtà diversa». Ha ragione, ma non nel senso che intende. L’Iran non sta mentendo sui bersagli: sta ridefinendoli. Per Teheran, «base americana» non è solo una caserma con una bandiera. È Al Dhafra, ma anche Jebel Ali. È il consolato, ma anche il Burj Al Arab. È il radar THAAD, ma anche il flusso finanziario tra Tahnoon e la famiglia Trump. L’intero sistema emiratino, nella visione iraniana, è una base americana. E come tale va colpito.

Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?
Da sinistra l’ex segretario di Stato Usa Mike Pompeo, il consigliere diplomatico emiratino Anwar Gargash, e il ceo dell’Atlantic Council Frederick Kempe (Ansa).

La logica del bersaglio

Quando si analizza la distribuzione del fuoco iraniano, la domanda non è «perché gli Emirati?». La domanda è: «Perché non gli Emirati?». Sono il Paese che ospita la piattaforma ISR (ntelligence, Surveillance, and Reconnaissance) e di strike più avanzata degli Stati Uniti nella regione. Sono il Paese dove la CIA e il Mossad operano con la massima libertà d’azione, e da dove è partita l’intelligence che ha portato all’eliminazione della Guida Suprema. Sono il Paese il cui establishment finanziario ha investito centinaia di milioni direttamente nel patrimonio della famiglia del presidente americano, creando un legame di interessi che rende ogni attacco a Dubai un attacco indiretto alla Casa Bianca. Sono il Paese che ha normalizzato le relazioni con Israele e ha fatto di questa normalizzazione un modello per l’intera regione. Sono il Paese che per decenni ha servito da hub di riciclaggio globale, facilitando anche flussi iraniani, e che ora viene punito per aver messo quell’infrastruttura al servizio del nemico. Il 44,1 per cento del fuoco iraniano non è un’anomalia statistica. È la radiografia perfetta delle priorità strategiche di Teheran. E Mohammed bin Zayed, con la sua retorica sulla «pelle spessa» e la «carne aspra», può parlare quanto vuole da una posizione che non è di forza ma di impotenza. Gli Emirati non possono rispondere militarmente. Possono solo assorbire i colpi e sperare che americani e israeliani finiscano il lavoro. Quella di MBZ non è la voce di un leader che controlla la situazione. È la voce di chi scopre, in tempo reale, il prezzo di essere stati i cavalli di Troia di qualcun altro.

Acea, i risultati del 2025: dividendo record e utile netto in crescita del 45 per cento

Il consiglio di amministrazione di Acea, riunitosi sotto la presidenza di Barbara Marinali, ha approvato i risultati del 2025. Numeri ai massimi storici grazie al percorso di trasformazione operativa e organizzativa intrapreso dal Gruppo, volto ad accrescere efficienza e competitività, e al consolidamento del ruolo di Acea come operatore infrastrutturale regolato. Un percorso sostenuto da una costante attenzione all’innovazione tecnologica, alle persone e dalla piena integrazione della sostenibilità nelle strategie aziendali, a supporto di una costante creazione di valore per tutti gli stakeholder. Da segnalare il dividendo proposto di 1,20 euro per azione (+26 per cento rispetto al 2024), di cui 0,95 euro a titolo di dividendo ordinario e 0,25 euro quale componente straordinaria.

Ricavi a quasi 3 miliardi, Ebitda a 1,42 miliardi

I ricavi consolidati pro-forma sono pari a 2,98 miliardi di euro, in aumento rispetto ai 2,89 miliardi del 2024, guidati dalla performance dei business regolati e dal contributo della Produzione. Le attività regolate contribuiscono per l’88 per cento al totale dei ricavi e registrano nel periodo un incremento di circa il 7 per cento. L’Ebitda consolidato pro-forma raggiunge 1,42 miliardi di euro, in crescita del 6,8 per cento rispetto ai 1,33 miliardi del 2024. L’Ebit consolidato pro-forma cresce del 2,9 per cento a 593,2 milioni di euro. Tale incremento è riconducibile alla crescita dell’Ebitda, parzialmente compensata dall’aumento degli ammortamenti, delle svalutazioni e degli accantonamenti. Gli oneri finanziari netti pro-forma sono sostanzialmente stabili a 135,9 milioni di euro. Al 31 dicembre 2025, il costo globale medio del debito di Acea si attesta al 2,07 per cento rispetto al 2,16 per cento del 31 dicembre 2024.

Acea, i risultati del 2025: dividendo record e utile netto in crescita del 45 per cento
Fabrizio Palermo (Ansa).

Utile netto oltre 480 milioni, investimenti di 1,5 miliardi

L’utile netto consolidato è pari a 480,6 milioni di euro, in crescita del 44,9 per cento rispetto al 2024. Il risultato beneficia, tra le altre, dell’iscrizione della plusvalenza (111,3 milioni di euro) realizzata a seguito della cessione della rete in alta tensione a Terna. L’utile netto ricorrente aumenta di circa il 15 per cento a 376 milioni di euro, in coerenza con l’andamento operativo del periodo. Nel 2025, sono stati realizzati investimenti lordi pari a 1,53 miliardi, in crescita rispetto ai 1,44 miliardi dell’anno precedente (+6,4 per cento). Gli investimenti al netto dei contributi ammontano a circa 1,24 miliardi (1,18 miliardi nel 2024), concentrati principalmente nei business regolati che rappresentano l’89 per cento dei capex totali (94 per cento escludendo Acea Energia). L’indebitamento finanziario netto è sostanzialmente stabile, passando da 4,94 miliardi del 31 dicembre 2024 a 4,96 miliardi al 31 dicembre 2025.

L’ad Palermo: «Rafforziamo il nostro ruolo di operatore di riferimento»

Queste le dichiarazioni di Fabrizio Palermo, amministratore delegato di Acea: «Il 2025 è stato un anno di risultati ai massimi storici per effetto del percorso di trasformazione operativa e organizzativa avviato negli ultimi anni e della crescente focalizzazione sui business infrastrutturali regolati, mantenendo al tempo stesso una forte disciplina finanziaria che ha portato al miglioramento di tutti gli indicatori economici e patrimoniali. Abbiamo rafforzato il nostro ruolo di operatore di riferimento nello sviluppo e nella gestione di progetti essenziali per i territori e nel corso dell’anno abbiamo realizzato oltre 1,5 miliardi di euro di investimenti, destinati in larga parte allo sviluppo delle reti idriche ed elettriche e al potenziamento degli impianti nel settore ambientale».