A soli 21 anni, compiuti lo scorso 30 ottobre, Flavia Franco rappresenta un esempio concreto di impegno, determinazione e fiducia nel valore delle istituzioni. Residente a Sarno, Flavia incarna il volto di una nuova generazione che sceglie di costruire il proprio futuro attraverso lo studio e il servizio allo Stato. Figlia di Franco Severino, operatore ecologico presso il Comune di Sarno, e di Anna Maria Squillante, casalinga, Flavia è cresciuta in una famiglia fondata su valori solidi, come il sacrificio e il senso del dovere. Dopo aver conseguito il diploma presso il Liceo Classico “Tito Lucrezio Caro” di Sarno, ha proseguito il suo percorso accademico con grande impegno. Attualmente frequenta il terzo anno del corso di laurea in Scienze dell’Amministrazione e dell’Organizzazione presso l’Università degli Studi di Salerno, distinguendosi per una media accademica elevata, segno di una preparazione seria e costante. Il suo percorso ha già raggiunto traguardi significativi: Flavia ha infatti superato il concorso per Allievo Maresciallo presso la Guardia di Finanza, riuscendo nell’impresa al primo tentativo, un risultato unico e tutt’altro che scontato vista la selettività delle prove. L’ingresso nella Scuola Ispettori e Sovrintendenti ha segnato l’inizio di una nuova fase della sua vita, all’insegna della formazione militare e professionale. Momento particolarmente significativo è stato il giuramento prestato lo scorso 18 aprile a L’ Aquila presso la Scuola Ispettori e Sovrintendenti della Guardia di Finanza, una tappa simbolica e solenne che sancisce ufficialmente l’impegno al servizio dello Stato e dei cittadini. La storia di Flavia Franco non è solo un successo personale, ma anche un segnale positivo per il territorio di Sarno: dimostra che, anche partendo da contesti semplici, è possibile raggiungere obiettivi ambiziosi con dedizione e serietà.In un’epoca in cui spesso si sottolineano le difficoltà dei giovani, esperienze come quella di Flavia offrono una prospettiva diversa: quella di una gioventù capace, preparata e pronta a contribuire concretamente al bene comune.
È stato presentato , presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, il docufilm “Il Respiro della Montagna – Una storia diversa”, prodotto da Fenice Film.
L’opera racconta la vicenda del salvataggio di centinaia di ebrei internati nel campo di Campagna, in provincia di Salerno, durante la Seconda Guerra Mondiale, grazie all’azione di Giovanni Palatucci e del vescovo Giuseppe Maria Palatucci, con il supporto della comunità locale.
Il docufilm ricostruisce anche la storia dei medici ebrei Tanzer e Pajes che, dopo aver trovato rifugio sulle montagne circostanti, decisero di tornare a Campagna in seguito ai bombardamenti alleati che colpirono la città. In un contesto di devastazione, i due medici operarono senza sosta insieme ai sanitari locali, prestando soccorso ai feriti e contribuendo a salvare numerose vite in condizioni di estrema emergenza.
All’incontro hanno partecipato il produttore Bruno Avagliano, il regista Luca Carcano, l’on. Attilio Pierro, l’ambasciatore d’Israele in Italia Jonathan Peled, Shlomo Bourla (Campagna Spirit) ed Eliahu Antopolsky (Campagna Spirit), oltre a rappresentanti del mondo della cultura e dell’imprenditoria.
“Un’opera che contribuisce a mantenere viva la memoria storica e a trasmettere valori universali come solidarietà e coraggio”, ha dichiarato Pierro, sottolineando “l’importanza di raccontare esempi concreti di umanità alle nuove generazioni”. Il docufilm mira a valorizzare una pagina poco conosciuta della storia italiana, portandola all’attenzione del pubblico nazionale e internazionale.
Chi è il cattivo? Ogni storia, si sa, ha bisogno di un eroe e di un antieroe per funzionare. E forse funziona proprio perché ognuno di noi si vede come l’eroe della propria vita. Il problema nasce quando uno è convinto di stare dalla parte giusta ma, senza saperlo, forse è già entrato dalla porta sbagliata della storia. Parliamo di Palantir, un’azienda nata grazie al sostegno iniziale della CIA e di Peter Thiel, il cui nome richiama le Pietre Veggenti del Signore degli Anelli. E forse di una parte dei dipendenti che ha smesso di credere alla retorica della neutralità tecnologica e ha cominciato a chiedersi da che parte stanno veramente.
Il logo di Palantir (Ansa).
I contratti con l’ICE, la partnership con Israele e la guerra in Iran
Tutto ha inizio, come tutto nella Silicon Valley, con un contratto. Il cliente si chiama ICE, Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia federale americana che si occupa di controllo delle frontiere e deportazioni. La collaborazione tra Palantir e l’ICE dura da oltre un decennio, ma con il secondo mandato di Trump diventa un pilastro centrale dell’apparato di deportazione di massa. Tra il 2025 e il 2026 vengono firmati nuovi contratti per sviluppare soluzioni di analisi predittiva pensate per tracciare in tempo reale migliaia di persone e procedere rapidamente con espulsioni su scala industriale. Nel gennaio 2024 Palantir annuncia una partnership strategica con il ministero della Difesa israeliano, mettendo i suoi sistemi di analisi nelle stanze dove si decide chi colpire. Poi c’è l’Iran. Il 28 febbraio 2026, durante l’operazione Epic Fury, un missile colpisce la scuola elementare femminile di Shajareh Tayyebeh a Minab. Tra le 175 e le 180 le persone uccise, la maggior parte bambine tra i sette e i 12 anni. L’edificio risultava ancora classificato in un database della Defense Intelligence Agency come struttura militare, nonostante immagini satellitari mostrassero che dal 2016 il sito fosse invece stato trasformato in una scuola.
Una manifestazione contro la sede Palantir di New York (Ansa).
Ai dubbi etici, il Ceo risponde con un manifesto politico
È proprio in questo contesto che entrano in gioco i dipendenti di Palantir in piena crisi esistenziale. Secondo un’inchiesta pubblicata da Wired, molti di loro stanno iniziando a chiedersi se non siano già diventati il nemico che un tempo pensavano di combattere. Alcuni ex ingegneri raccontano di essersi convinti che Palantir fosse il freno alle deviazioni della sorveglianza, l’azienda che, grazie alla sua tecnologia, avrebbe contribuito a evitare abusi di massa. Altri raccontano di una leadership che risponde ai dubbi etici attraverso manifesti politici. Tipo quei 22 punti che compongono il manifesto ideologico del suo Ceo, Alex Karp, pubblicati nel libro The Technological Republic e che tracciano il ritratto di un’ideologia molto precisa. Vale a dire: la Silicon Valley ha un debito morale verso gli Stati Uniti d’America, il potere del secolo poggia sul software e le armi di intelligenza artificiale saranno costruite comunque, quindi bisogna decidere chi le controlla. Insomma, «Non facciamo i moralisti. Il mondo è pericoloso. Qualcuno deve costruire gli strumenti per chi lo difende». Ovvero gli Stati Uniti. E il cerchio si chiude.
Il co-fondatore e Ceo di Palantir, Alex Karp, a Davos (Ansa).
L’IA è nuova, ma il capitalismo no
Molto più prosaicamente, come sempre, ci sono i soldi. L’intelligenza artificiale sarà anche una novità, ma il capitalismo no. Per questo motivo le aziende che operano nel mondo dell’IA sono incentivate a seguire una regola: massimizzare il ritorno per gli investitori. E quando i valori aziendali entrano in conflitto con il valore del profitto, è quest’ultimo nella maggior parte dei casi ad avere la meglio. Al netto dei principi di massima, basta guardare alla montagna di denaro che l’IA ha attratto finora. I giganti del tech pianificano di investire, solo per quest’anno, centinaia di miliardi di dollari con stime che sfiorano i 700 miliardi a livello aggregato e un orizzonte triennale che, secondo Goldman Sachs, supera i 1.100 miliardi. Questo significa che le grandi aziende tecnologiche stanno destinando quote senza precedenti dei loro ricavi alle infrastrutture IA. Si tratta di livelli storicamente impensabili, ma necessari per non restare fuori dalla corsa. Ragion per cui, anche a fronte di una crescente pressione sui flussi di cassa, questa inerzia ha una natura strutturale difficile da invertire: deve materializzarsi. Ed è per questo che, nonostante sia al centro del dibattito, l’adozione dell’IA da parte dei governi non ha rallentato di un passo. Palantir inclusa. Nel 2025 il valore massimo dei contratti governativi pluriennali aggiudicati all’azienda ha superato i 13 miliardi di dollari, 84 per ogni contribuente americano. Tutto deve filare liscio.
Palantir alla Fiera di Hannover ad aprile 2026 (Ansa).
Bandire e svolgere concorsi nelle municipalizzate in piena campagna elettorale è una scelta inopportuna che lede la trasparenza.
Per conto e a nome di “Noi Popolari Riformisti-UdC” esprimo forte preoccupazione e ferma contrarietà in merito alla decisione di svolgere prove concorsuali per l’assunzione di personale nelle Aziende municipalizzate alla vigilia del voto amministrativo del 24 Maggio.
Sono ragioni di opportunità politica e di trasparenza amministrativa che dovrebbero imporre la sospensione delle procedure concorsuali. Le ragioni e i motivi sono vari, tra cui, il più preoccupante, il rischio concreto di condizionamento elettorale. Avviare e svolgere procedure selettive in concomitanza del voto rischia di essere percepito dai cittadini come uno strumento di pressione o di ricerca di consenso. Così inevitabilmente si inquina il clima della competizione democratica. Sarebbe molto più corretto attendere l’esito delle elezioni per salvaguardare sia la trasparenza che l’imparzialità, evitando dietrologia e motivazioni occulte, che già si colgono in tanti ragionamenti in ogni angolo della città.
Del resto le recenti “bufere” scatenatesi all’indomani delle prove su concorsi indetti da società come “Salerno Mobilità”, alimentano dubbi e perplessità tra i cittadini. Svolgere procedure concorsuali durante una campagna elettorale di così alta tensione mina ulteriormente, tra l’altro, la fiducia nelle Istituzioni e nelle società del Comune.
Pertanto si chiede ai vertici delle Aziende municipalizzate, e in questo caso a “Salerno solidale” di sospendere immediatamente ogni iter concorsuale in corso, rimandandone lo svolgimento a dopo l’insediamento del nuovo Consiglio comunale e del nuovo Sindaco. Sarebbe questa una prova di saggezza e di serietà.
Va sempre ricordato che la trasparenza non è un optional, ma un dovere nei confronti di tutti i cittadini.
Un importante riconoscimento per il territorio di Pertosa, il Vallo di Diano e l’intera provincia di Salerno. Assunta Gagliardi, sorella del Consigliere Comunale di Pertosa, Francesco Gagliardi, originaria del comune valdianese e attualmente in servizio a Roma presso il Ministero della Difesa, è stata insignita dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
L’onorificenza rappresenta uno dei più alti riconoscimenti conferiti dallo Stato italiano a cittadini che si sono distinti per meriti professionali e impegno al servizio della collettività.
«È un momento che mi riempie di gratitudine e senso di responsabilità” ha dichiarato Assunta Gagliardi. “Questo riconoscimento non è un punto di arrivo personale, ma un messaggio, soprattutto per i giovani: credere nei propri valori, impegnarsi con serietà e contribuire, ciascuno nel proprio ambito, al bene della comunità».
Un traguardo significativo che rende orgogliosa la comunità di Pertosa, testimoniando come impegno, dedizione e professionalità possano essere riconosciuti ai più alti livelli istituzionali.
Una biblioteca comunale nell’ex Ostello della Gioventù e l’apertura serale della biblioteca digitale di Palazzo Fruscione: sono queste due delle proposte lanciate da Elisabetta Barone, candidata alla carica di sindaca della città di Salerno. La già consigliera comunale, ieri mattina, presso lo studio Armando Cerzosimo di via Giovanni da Procida, nel cuore del centro storico, ha presentato il programma di governo e la lista “Semplice Salerno” che l’accompagnerà in questa nuova avventura. «Una lista composta da 32 cittadini che hanno deciso di mettersi in gioco per rinnovare la nostra città. Abbiamo bisogno di tornare a essere dinamici, di restituire a Salerno la vitalità che le appartiene: identità, orgoglio, bellezza, trasparenza e attrattività. Solo così potremo attirare imprenditori che non vogliano semplicemente sfruttare il territorio, ma contribuire a costruire un futuro significativo insieme alla comunità», ha dichiarato la candidata sindaca. Nel corso della conferenza stampa, Barone ha spiegato i motivi alla base della sua candidatura: una decisione assunta con l’obiettivo di riattivare il dialogo politico e stimolare una discussione aperta e trasparente tra cittadini, categorie e pubblica amministrazione, per costruire una nuova strategia per Salerno. Una candidatura che nasce dall’esigenza di dare una risposta ai salernitani, che da tempo avvertono come la città stia vivendo una fase di profonda crisi identitaria. «“Semplice” non significa banale, ma essenziale. Non abbiamo più bisogno di figure narcisistiche che utilizzino la città come palcoscenico e i cittadini come sudditi. Abbiamo bisogno di concretezza», ha aggiunto. La conferenza stampa è stata anche l’occasione per presentare l’ampio programma amministrativo per Salerno. Dieci i punti su cui si fonda il progetto per un’idea diversa di governo della città: partecipazione e trasparenza amministrativa; recupero del patrimonio storico e stop al consumo di suolo; mobilità, sviluppo e infrastrutture strategiche; società partecipate; bilancio; turismo, cultura e lavoro di qualità; scuola e formazione; politiche sociali e lotta all’emarginazione; sanità e salute; sicurezza, legalità e vivibilità dei quartieri. «Abbiamo bisogno di rimettere in moto la macchina amministrativa affinché gli uffici siano efficienti e non ostacolino l’attuazione degli indirizzi politici del Consiglio comunale. Il tema del bilancio, poi, è essenziale: dobbiamo recuperare risorse ed evitare sprechi che spesso si annidano nei rivoli delle società partecipate e in consulenze più o meno fittizie. Infine, è fondamentale recuperare gli spazi pubblici e restituirli ai giovani e ai meno giovani, perché non possono essere chiusi o sottratti alla collettività», ha spiegato. Ampia attenzione sarà dedicata anche alla gestione dei beni comunali: «Abbiamo un ostello della gioventù chiuso da anni: il piano terra di quella struttura potrebbe diventare la sede della biblioteca comunale, in collegamento con la biblioteca digitale di Palazzo Fruscione, che deve essere resa immediatamente disponibile e fruibile per tutti i cittadini. È fondamentale prevedere anche aperture serali, almeno in alcuni giorni del mese, per offrire spazi vivi e accessibili – ha aggiunto –. Tutto questo serve a rivitalizzare un centro storico che, ormai, rischia di trasformarsi in un dormitorio, considerando che gran parte degli edifici è occupata da B&B che ospitano turisti spesso di passaggio. È quindi urgente riaprire nel centro storico spazi di partecipazione, cultura e vita condivisa: un’esigenza non più rinviabile». «Bisogna partire dalla ristrutturazione della macchina amministrativa. Serve rendere gli uffici più efficienti, evitare sovrapposizioni e duplicazioni di ruoli, superare situazioni in cui più dirigenti si occupano delle stesse materie. Abbiamo bisogno di una struttura amministrativa efficace, moderna e produttiva, capace di dare attuazione concreta e tempestiva a idee, progetti e programmi per il rinnovamento della città. Non possiamo restare fermi al 1993: è il momento di guardare avanti e costruire una Salerno più funzionale, aperta e proiettata nel futuro». Infine, la presentazione della squadra: «Una squadra di cittadini che non hanno dimestichezza con pratiche distorte della politica e che vogliono mettere a disposizione la propria professionalità, il proprio entusiasmo e le proprie competenze, affinché questa città possa ripartire, rinascere e tornare a essere bella, attrattiva e interessante per tutti», ha concluso Elisabetta Barone.
Approvata in consiglio comunale a Scafati la dichiarazione di pubblico interesse per la convezione che prevede l’affidamento per 18 anni dello stadio comunale “Vitiello” alla Scafatese Calcio del patron Felice Romano. Il costo totale della convenzione, della durata di 18 anni, è di circa 5,2 milioni di euro con un intervento di ammodernamento totale della struttura di circa 2,7 milioni di euro per consentire l’omologazione dello stadio comunale per il prossimo campionato di serie C e gettare le basi per la serie B. Ma il consiglio comunale di martedì sera ha visto momenti di tensione con circa 100 tifosi gialloblu presenti in aula, attorno al patron del club Felice Romano, pronti a far sentire tutto il loro dissenso contro le posizioni dubbiose di parte della minoranza sulle procedure. Nel mirino anche un consigliere che sarebbe stato minacciato da un tifoso che avrebbe provveduto a denunciare. “Ti taglio la testa” avrebbe detto l’uomo confondendosi tra l supporters all’esponente politico scafatese. In un clima di tensione, quindi, è stata necessaria così una sospensione della seduta con una riunione a porte chiusa del sindaco, maggioranza e centrosinistra per dirimere la matassa. E per riportare la calma in aula sono dovuti intervenire anche patron Romano, il sindaco di Scafati Pasquale Aliberti, i carabinieri della locale tenenza e i vigili urbani. Ai voti 15 favorevoli, la maggioranza, gli esponenti dell’opposizione Ignazio Tafuro (Polo Civico) e Francesco Carotenuto (Scafati Arancione) e 6 astenuti, il neo-gruppo A testa alta, il Partito Democratico e Fratelli d’Italia. Tuttavia l’attenzione è stata per i momenti di tensione che poi, alla luce della notizia della gestione dello stadio alla Scafatese, sono diventati applausi e cori per i colori gialloblù e il suo presidente. Nel cuore del disordine l’episodio più inquietante quando un consigliere comunale, impegnato a mediare e placare gli animi nel rispetto del proprio ruolo istituzionale, sarebbe stato fatto oggetto di una aggressione verbale. “Ti taglio la testa”, gli avrebbe urlato un uomo presente tra il pubblico, tentando di scagliarsi fisicamente contro di lui, fermato solo dalla prontezza degli altri presenti. È stato identificato ma avrebbe agito per ruggini personali e “irrisolti” pregressi nei confronti del rappresentante politico, approfittando della confusione generale per dar sfogo alla propria violenza. Ieri pomeriggio poi, il consigliere si sarebbe recato presso i carabinieri per sporgere formale denuncia. Un atto necessario per rispondere a un’intimidazione. La serata invece si è conclusa tra canti, tifo da stadio e patron in trionfo. “Era un obiettivo chiaro del nostro programma: esternalizzare la gestione delle strutture sportive per migliorarle e renderle funzionali alle esigenze del territorio. Abbiamo rispettato quell’impegno, con senso di responsabilità e nel pieno rispetto delle regole”, dice il sindaco Aliberti. “Lo sport non deve essere mai terreno di scontro politico, ma occasione di crescita per tutta la città”, conclude il sindaco. .
Realizzato da Giuseppe Eugenio Morina un corto in animazione ambientato nell'orbita di Marte.
Un essere artificiale si risveglia all'interno di una struttura tecnologica e scopre poco a poco il fallimento di un progetto ideato per sostituire la creazione umana.
Tra uteri artificiali abbandonati e vestigia di un'umanità perduta, incontra Eva, l'unico risultato positivo dell'esperimento.
Diretto da Giuseppe Eugenio Morina, siciliano trapiantato in Lucania, Genesis è il secondo corto di questo autore, e si avvale del suono realizzato da Federico Ferrandina.
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Francesco, tesoro mio, che dolore immane la tua perdita. È un dolore troppo forte”. A scriverlo sulla sua pagina Facebook è Anna Sessa, la zia di Francesco Sessa, il pizzaiolo di 35 anni originario di Pagani (Salerno) accoltellato a morte mercoledì scorso nei pressi di un bar di Platja d’en Bossa, ad Ibiza. Mentre proseguono le indagini affidate alla Guardia Civil delle Baleari e mentre i familiari più stretti sono volati in Spagna per seguire da vicino l’evolversi dalla vicenda che ha portato alla morte del ragazzo trasferitosi dal Salernitano per cercare lavoro, si attendono novità anche in merito al ritorno della salma in Italia. Ad esternare il dolore di parenti e amici è invece stata Anna Sessa. “Sei stato, sei e sarai sempre nei nostri cuori devastati da questo dolore incontenibile – scrive la donna nel suo post social – Tu sei stato il sorriso alla vita, il buonismo del mondo viveva in te, nel tuo mondo meraviglioso, gioioso di ragazzo speciale, di santi e sani principi. Il tuo gran cuore solidale raggiungeva tutti e amava tutti”. Il giovane è stato raggiunto da una coltellata al fianco nel pomeriggio del 29 aprile al culmine di una discussione – come hanno potuto ricostruire le forze dell’ordine del posto – con “altre persone straniere”, come hanno spiegato agli inquirenti alcuni testimoni. “La vita ti sorrideva sempre e tu sorridevi alla vita – scrive ancora la zia di Francesco Sessa – Avevi un mondo d’amore dentro. Francesco, mio nipote prediletto, sei e sarai sempre nelle nostre giornate: la tua luce brillerà sempre dentro di noi, sarai ovunque andremo, sarai sempre il nostro tesoro prezioso, il nostro primo pensiero del mattino. Mio dolce nipote dal cuore d’oro, oggi sei l’angelo più bello del cielo, sei nel paradiso di Gesù che tu meriti ampiamente. Adesso vola più in alto che puoi e pensa anche per tutti noi quaggiù che ti amiamo infinitamente e immensamente. Il nostro cuore spezzato dalla tua mancanza sarà sempre unito alla tua gioia pura, gioia immensa. Ciao Francesco, ci rivedremo presto”.
Paura stasera a Giovi per uno scontro frontale tra una Fiat 500 e una Citroen. Attivata dal 118, la Pubblica Assistenza V.O.P.I. è intervenuta soccorrendo un ragazzo di 21 anni: trauma cranico non commotivo, escoriazioni varie e trauma a entrambi i polsi. Trasportato al Ruggi, non è in pericolo di vita.
Il conducente della Citroen si è allontanato senza prestare soccorso. Sul posto le forze dell’ordine.
“Fermarsi è un dovere umano oltre che legale” ricordano i volontari V.O.P.I. Indagini in corso per rintracciare il fuggitivo.
Nel giorno dedicato al lavoro, arriva un messaggio chiaro dal parlamentare del Partito Democratico Piero De Luca: sicurezza, dignità e diritti devono tornare al centro dell’agenda politica. Un richiamo forte che intreccia memoria e attualità, tra criticità irrisolte e sfide future.
Il lavoro, sottolinea De Luca, resta il pilastro della comunità democratica, elemento fondante di coesione sociale e libertà. Ma il quadro è tutt’altro che rassicurante. Le morti bianche continuano a scandire una tragica quotidianità che non può essere accettata né normalizzata: serve un cambio di passo, con interventi strutturali e controlli costanti per garantire sicurezza nei luoghi di lavoro.
Non meno urgente è il tema della precarietà, che colpisce in modo particolare giovani e donne, soprattutto nel Mezzogiorno. A questo si aggiunge il nodo del lavoro povero: milioni di persone, pur occupate, non riescono a sostenere una vita dignitosa. Una contraddizione che impone risposte concrete, tra salari adeguati e maggiore stabilità contrattuale.
Lo sguardo si allarga poi alle trasformazioni in atto. Innovazione e cambiamenti digitali stanno ridisegnando il mercato del lavoro, ma – avverte De Luca – i diritti non possono arretrare. Governare questa transizione significa evitare nuove forme di sfruttamento e garantire inclusione.
Un Primo Maggio che diventa così occasione di riflessione e impegno: perché, come ribadito, dalla qualità del lavoro passa il futuro del Paese e la tenuta stessa della democrazia.
Oltre tre volte l’intera popolazione dell’Italia. È il numero stimato di lavoratori nell’immensa e brulicante gig economy in Cina. Cioè rider delle consegne, autisti delle piattaforme di trasporto, corrieri e altre figure: una costellazione cresciuta attorno all’espansione senza freni dell’economia digitale. Fin qui il settore era ampiamente deregolamentato e i suoi occupati spesso sfruttati. Ora Pechino ha compiuto un passaggio importante: per la prima volta, il governo cinese ha formalizzato un quadro normativo organico dedicato ai cosiddetti «nuovi gruppi occupazionali», una categoria ampia che include anche live streamer, creatori di contenuti e lavoratori digitali freelance.
Oltre 200 milioni di persone impegnate tra lavoro flessibile e piattaforme
Le linee guida, emanate congiuntamente dal Comitato centrale del Partito comunista e dal Consiglio di Stato, introducono tutele per una platea che, come detto, supera i 200 milioni di persone tra lavoro flessibile e lavoro su piattaforma. Già negli anni scorsi il governo era intervenuto con misure mirate che riguardavano però singole aziende. Stavolta si va oltre l’approccio episodico e si fissa un quadro normativo più ampio. Di fatto, la leadership cinese riconosce che la gig economy è una componente ormai strutturale del mercato del lavoro nazionale.
Un rider che lavora per le piattaforme di delivery in Cina (foto Ansa).
L’algoritmo da acceleratore deve diventare strumento di contenimento
Le nuove regole prevedono contratti standardizzati, salari più equi, un compenso minimo parametrato alle tariffe locali e limiti agli orari di lavoro. Una delle novità più significative riguarda il ruolo diretto delle piattaforme nel controllo dei tempi: le app potranno essere obbligate a interrompere l’assegnazione di nuovi incarichi quando un lavoratore supera determinate soglie di fatica o di ore consecutive. È un punto cruciale, perché finora l’algoritmo ha funzionato soprattutto come acceleratore: più ordini, più consegne, più pressione, più penalità in caso di ritardo. Ora Pechino prova almeno formalmente a trasformarlo anche in uno strumento di contenimento.
Il datore di lavoro spesso si manifesta solo attraverso un’app
Il cuore del problema, infatti, è proprio l’algoritmo. Nella gig economy cinese, come altrove, il datore di lavoro spesso si manifesta attraverso un’applicazione che assegna ordini, stabilisce tempi, calcola incentivi, distribuisce penalità, valuta prestazioni e decide chi riceverà più lavoro. Per milioni di rider, il potere non ha dunque un volto umano: è un sistema automatico che misura ogni minuto, ogni chilometro e ogni ritardo.
Un rider in pausa sigaretta dall’algoritmo, a Pechino (foto Ansa).
Correzione di pratiche considerate troppo punitive
Per questo le linee guida insistono sulla trasparenza algoritmica. Le piattaforme dovranno rendere più chiari i criteri con cui vengono assegnati gli incarichi, calcolati i compensi e applicate le penalizzazioni. Dovranno inoltre consultare rappresentanti dei lavoratori e organizzazioni sindacali, sottoporre i sistemi di gestione a maggiore scrutinio e correggere pratiche considerate eccessivamente punitive. È una svolta potenzialmente importante, perché interviene sul modo in cui i lavoratori vengono governati, vale a dire il punto più opaco dell’economia digitale.
Lavatori della gig economy in Cina (foto Ansa).
Il riferimento ai sindacati è particolarmente significativo. In Cina, il sindacato ufficiale opera all’interno del sistema politico e non rappresenta una forza indipendente contrapposta alle aziende. Il suo coinvolgimento indica la volontà del Partito di inserire la gig economy dentro una struttura di mediazione e controllo più tradizionale.
Il momento è ancora delicato per l’economia cinese
Il nuovo quadro normativo arriva in un momento delicato. L’economia cinese attraversa una fase di rallentamento, il mercato immobiliare resta fragile, la fiducia dei consumatori è debole e la disoccupazione giovanile continua a pesare sulle prospettive delle nuove generazioni. Proprio per questo, sempre più persone si rivolgono al lavoro flessibile. La retorica delle piattaforme presenta spesso la gig economy come libertà, autonomia e possibilità di gestire il proprio tempo. La realtà è però quasi sempre più dura: turni lunghi, compensi incerti, assenza di garanzie, concorrenza crescente e difficoltà ad accedere a tutele previdenziali.
L’era della comodità urbana e della velocità del consumo digitale
Il settore delle consegne è il caso più evidente. I rider sono diventati una presenza quotidiana nelle metropoli cinesi, simbolo della comodità urbana e della velocità del consumo digitale. Dietro la promessa di ricevere cibo, farmaci o beni di prima necessità in pochi minuti, però, c’è una forza lavoro sottoposta a pressioni enormi. Le piattaforme competono tra loro abbassando i costi, offrendo sconti ai consumatori e comprimendo i margini. A pagarne il prezzo, spesso, sono i lavoratori, costretti a completare più consegne in meno tempo per mantenere un reddito accettabile.
Rider cinesi in attesa delle consegne, vicino a un fast food (foto Ansa).
Il problema non riguarda solo i rider. Gli autisti del ride-hailing affrontano dinamiche simili: lunghe ore al volante, tariffe in calo, commissioni trattenute dalle piattaforme e una crescente saturazione del mercato. Anche i live streamer, spesso raccontati come nuova aristocrazia dell’economia digitale, vivono in molti casi una forte precarietà.
Il rischio è produrre instabilità sociale e accentuare le disuguaglianze
Pechino si trova quindi davanti a una contraddizione. L’economia delle piattaforme è ormai indispensabile: sostiene i consumi, assorbe manodopera, crea servizi, innova la logistica urbana e offre valvole di sfogo occupazionali in un momento di difficoltà. Allo stesso tempo, rischia di produrre instabilità sociale, accentuare le disuguaglianze e alimentare malcontento tra i giovani e i lavoratori espulsi dai settori tradizionali.
Un rider a Pechino (foto Ansa).
L’indebolimento del patto sociale su cui si fonda la stabilità del Paese
Il nuovo quadro normativo nasce da questa tensione e punta a normalizzare il funzionamento del settore. Il tentativo è quello di costruire una cornice in cui il lavoro flessibile possa continuare a esistere senza diventare una potenziale fonte di conflitto sociale e instabilità politica. Il Partito comunista sa che la gig economy può assorbire disoccupazione, ma anche accumulare rabbia. Sa anche che i giovani vogliono sicurezza, non solo autonomia. E teme che un mercato del lavoro troppo frammentato possa indebolire il patto sociale su cui si fonda la stabilità del Paese.
Lavoratori in scooter nel settore delle consegne di cibo a domicilio (foto Ansa).
Regole troppo rigide riducono le opportunità di guadagno?
Resta però da capire quanto queste regole saranno applicate davvero. La Cina è molto efficace nell’emanare grandi cornici regolatorie, ma l’attuazione locale può essere disomogenea. Le piattaforme hanno forti incentivi a mantenere bassi i costi, mentre molti lavoratori, pur desiderando maggiori tutele, temono che regole troppo rigide riducano le opportunità di guadagno. Per un rider che lavora 12 o 14 ore al giorno perché ha bisogno di denaro immediato, un limite automatico agli incarichi può essere percepito sia come protezione sia come perdita di reddito. Tradotto: se le piattaforme bloccano gli ordini dopo un certo numero di ore, ma il compenso per consegna resta troppo basso, il problema viene solo spostato.
«Yankee go home». La guerra del Vietnam, il golpe in Cile e poi la crisi dei missili nucleari a Comiso (1981-1983) sono stati momenti in cui quell’invito è stato urlato con più forza nelle strade e nelle piazze d’Italia. Era uno slogan velleitario, che esprimeva un desiderio impossibile. Perché la presenza delle basi militari statunitensi, soprattutto in Germania e in Italia, i due Paesi che avevano perso la guerra, era anche il presidio economico che garantiva la libera e massiccia circolazione delle merci Usa in Europa. Il “sogno americano” che era l’anima della nascente società dei consumi aveva il volto sorridente del cinema di Hollywood e della pubblicità della Coca Cola. Ma alla bisogna sapeva di potere contare sul potere molto convincente delle armi. E su quello sottostante, ma non meno persuasivo, dei servizi segreti (CIA) che spesso hanno condizionato e interferito nella vita politica italiana.
La base di Sigonella (Archivio Ansa).
La minaccia trumpiana forse è un’occasione storica
Da decenni non si sente più urlare «Yankee go home», ma la novità è che ora sono loro, gli yankee, che minacciano di tornarsene a casa. Dopo che Donald Trump ha minacciato di uscire dalla Nato, è stato il Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, che ha invitato i Paesi europei a spendere di più in armamenti. Perché in caso contrario gli Usa ridimensioneranno o addirittura chiuderanno le basi in Europa.
Pete Hegseth e Donald Trump (Imagoeconomica).
Ora, detto che non è semplice per gli Stati Uniti sfilarsi dall’Alleanza Atlantica e che Hegseth è lo stesso che ha definito «la guerra un dono per il mondo» e che ha confuso la Bibbia con Pulp fiction, penso che dovremmo seriamente chiederci se non sia un’occasione storica accettare il ritiro statunitense. Detta così può sembrare, e in parte è, una provocazione. Come la canzone dei 99 Posse, Yankee go home, che peraltro, con la guerra Usa-Iran in corso risulta assai intonata.
Senza protettori Usa, l’Europa sarebbe costretta a reagire
Per un passo del genere servirebbero infatti statisti e grandi europeisti come Kohl e Mitterrand, dei quali al momento non c’è traccia. Però l’abbandono dei protettori americani costringerebbe a colmare rapidamente quel vuoto. A superare i personalismi e i nazionalismi che oggi frenano la costruzione di una difesa europea. Impedita da un’industria militare frammentata, con duplicazione di capacità produttive e mancanza di standard comuni. Ma pesano anche di più le differenze strategiche e geopolitiche.
Nel 1984, il Cancelliere tedesco Helmut Kohl e il Presidente francese François Mitterrand alla commemorazione della battaglia di Verdun (Ansa).
Mosca e Putin sono una minaccia reale?
Le questioni fondamentali, senza addentrarci in ambiti specialistici, si riassumono nei pensieri e nelle visioni che ispirano e contrappongono – per semplificare al massimo – filo-putiniani e anti-putiniani. Detto altrimenti: se senza protezione americana la Russia si mangerebbe l’Europa in un boccone o, al contrario, tornerebbe a essere un partner commerciale conveniente e affidabile. Ancorché da blandire, soprattutto per il possesso di un formidabile arsenale nucleare. In entrambi i casi l’immagine dei cosacchi che si abbeverano in piazza San Pietro a Roma deve fare i conti con la realtà di un esercito che non pare proprio così potente come è stato raccontato e come Putin lo accredita. Visto che un’operazione speciale che doveva durare una settimana è in corso da quattro anni e che l’esercito russo non dà proprio l’idea di essere un’invincibile armata smaniosa di invadere la grande pianura europea. Certo la Russia ha cento volte e più le bombe atomiche che potrebbero distruggere il mondo. Però, come è noto, ne bastano poche per mettere in moto un meccanismo di risposte a un attacco iniziale che otterrebbe velocemente quel risultato. Quindi se la Russia ha 5.500 bombe, Francia e Regno Unito assieme ne hanno più di 500 (300+220) e in una difesa europea coordinata e operativa sarebbero più che sufficienti per scoraggiare aggressioni militari nucleari russe e non.
Vladimir Putin (Ansa).
La spesa europea in armamenti ha superato quella russa
C’è poi da considerare l’aspetto economico, al netto delle polemiche furiose fra bellicisti e pacifisti. Che la spesa europea sia attualmente frammentata, disordinata dunque inefficace è un dato di fatto. Ma è altresì vero, secondo l’Osservatorio dell’Università Cattolica, che nel 2024, la spesa militare europea ha raggiunto livelli record, superando quella russa. I Paesi europei (NATO inclusi) hanno speso circa 730 miliardi di dollari, una cifra superiore del 58 per cento rispetto ai circa 462 miliardi della Russia. «L’ampio divario tra spesa russa ed europea nel 2024 suggerisce cautela nel concludere che sia necessario un forte aumento della spesa militare in Europa, tranne che nei Paesi ancora al di sotto del 2 per cento del Pil».
Mark Rutte e Donald Trump (Ansa).
Più armi significa meno welfare
Se però si considera che Trump e Hegseth chiedono che la spesa militare dei Paesi europei sia portata al 5 per cento, ecco che la rinuncia o la chiusura delle basi e della protezione Usa sarebbe economicamente conveniente, oltre che socialmente augurabile. Tre punti percentuali di aumento della spesa militare per la popolazione europea e italiana significano tagli sostanziosi al welfare. Considerato che ha valore quasi scientifico la correlazione inversa tra spesa militare e spesa sanitaria. Quando aumenta l’una cala l’altra: è sempre accaduto così. E se si considera che nel 2025 è stato stabilito il nuovo record mondiale di spesa in armamenti – 2.887 miliardi di dollari complessivi, con un aumento del 2,9 per cento rispetto al 2024 – auguri a tutti noi, che già lamentiamo tagli allo stato sociale e riduzione dei servizi assistenziali.
Pete Hegseth (Ansa).
In un colpo solo potremmo liberarci anche della tutela delle Big Tech
Ma rispolverare e accogliere in modo pacifico e consensuale l’opportunità di un ritiro americano dall’Europa non ha solo motivazioni economiche. Il valore e l’importanza del ruolo americano nella sconfitta del nazismo e del fascismo restano come pietre miliari di un atlantismo che ha generato libertà e democrazia. Ma quel debito e la riconoscenza per il piano Marshall lo abbiamo pagato e lo stiamo pagando abbondantemente. Con il quasi monopolio concesso ai servizi finanziari e tecnologici statunitensi. In questa luce «yankee go home» offre anche l’occasione, come scrive The Guardian, per provare a sottrarsi alla tutela di Microsoft, Google, Meta, Amazon, Apple e trovare nuove strade più etiche e rispettose dell’autonomia e dell’identità dei cittadini europei. Certo costruire alternative efficienti è una bella impresa. Però «fare switch è più facile di quanto possiamo pensare», ricorda sempre il Guardian, indicando modi e strumenti con i quali si può cominciare a farlo. Con gentilezza e riconoscenza: cari yankee potete portare a casa o altrove armi e bagagli, perché noi ce la possiamo fare da soli. È un sogno?
Niente rende meglio il clima di questo Primo maggio della nuova tendenza dilagante fra i giovani in cerca di lavoro – anche se magari un lavoro ce l’hanno già, malpagato e insoddisfacente come sono spesso i primi impieghi. Si chiama doomjobbing, e se fa venire in mente il doomscrolling, cioè l’immersione morbosa nel flusso di cattive notizie ammannite dalla Rete, una ragione c’è: consiste nell’applicazione dello stesso principio alla ricerca di lavoro.
Il neologismo inventato da una ragazzina americana
Il termine, a quanto pare, è una creazione estemporanea di una sveglissima ragazzina americana di otto anni, che vedeva il padre, appena licenziato, passare inutilmente ore e ore su LinkedIn. «Lei l’ha chiamato doomjobbing. Esatto. È proprio quello», ha scritto l’uomo su Threads. Il suo post, e soprattutto il neologismo, sono diventati virali, e qualcuno ha persino suggerito al padre di registrarlo e di stamparlo sulle magliette, con il font di LinkedIn.
Passare inutilmente ore e ore su LinkedIn? Ora c’è un neologismo (foto Unsplash).
Doomjobbing, l’avrete capito (perché magari lo fate anche voi), è guardare ogni giorno decine, centinaia di offerte d’impiego o inviare il proprio curriculum a pioggia a una lista infinita di potenziali interessati. Più lunga è la lista, più numerosi sono i rifiuti o le non-risposte che si ricevono, più aumenta l’impressione che tutto quell’impegno non serva a nulla, e che la propria situazione, lavorativa o no, non abbia alcun margine di miglioramento.
Le aspettative avvizziscono e in parallelo cresce l’ansia
Il doomjobbing è una trappola insidiosa, perché dà l’impressione di essere attivi, senza produrre nessun reale passo avanti, nemmeno nel rendere più efficace la propria ricerca, magari selezionando meglio le offerte di lavoro o finalizzando più utilmente il proprio curriculum. Le aspettative avvizziscono e in parallelo cresce l’ansia, e malgrado si sia sempre più convinti dell’inanità dei propri sforzi, è vietato smettere di tentare e ritentare, perché sarebbe ammettere di avere sbagliato tutto.
Il doomjobbing è la vana e sfiancante ricerca di lavoro online (foto Unsplash).
Le imprese ora preferiscono affidare certi lavori all’intelligenza artificiale…
La beffa è che anche aver fatto tutte le cose “giuste” cinque o sei anni fa, fidandosi delle guide alla scelta universitaria più promettente e al master più quotato, oggi non mette al riparo dal doomjobbing. E infatti, i più esposti alla sindrome sono i laureati in STEM, illusi che il loro impegnativo percorso di studi avrebbe dato loro un lavoro sicuro e redditizio (fino a due-tre anni fa le aziende lamentavano la mancanza cronica di candidati con una formazione tecnico–scientifica), per poi scoprire non solo che in troppi hanno avuto la stessa idea, ma anche che le imprese ora preferiscono affidare quei lavori all’intelligenza artificiale, che li completa in una frazione di tempo, h24 e con zero salario. In pratica, cercare lavoro inviando a destra e a manca il proprio curriculum è come pescare a strascico in un braccio di mare in cui sono rimasti pochissimi pesci che richiedono modalità di cattura più sofisticate.
Occhio alla fuffa degli annunci-civetta
A incrementare la depressione da doomjobbing, dall’altro lato, c’è la sempre più diffusa pratica degli annunci-civetta, inserzioni per posti che non esistono, dietro ai quali a volte ci sono vere e proprie truffe, ma che possono avere anche obiettivi meno criminali ma più subdoli. Le aziende vogliono dare l’impressione di essere in crescita, quindi di cercare nuovo personale; oppure, gli annunci sono un modo per rastrellare dati personali o curriculum, per esercitare l’intelligenza artificiale o da sfruttare a fini pubblicitari.
Il doomjobbing è una trappola insidiosa, perché dà l’impressione di essere attivi (foto Unsplash).
I Paesi che prendono sul serio i problemi lavorativi sono altri…
Da quando i miei figli cercano lavoro diffondendo, fra le altre cose, i loro recapiti, si vedono la casella email inondata di spam e ricevono messaggi o chiamate moleste da numeri sconosciuti. Il fenomeno è così grave e diffuso che Paesi come il Canada hanno appena varato una legge contro gli annunci falsi. Combinazione, sono quasi sempre Paesi dove c’è anche il salario minimo (in Canada, 18 dollari canadesi l’ora, poco più di 11 euro). Sono Paesi, insomma, dove la politica e i sindacati prendono sul serio i problemi lavorativi dei giovani, che si riflettono sul loro benessere fisico ed emotivo – e dove, non a caso, i giovani italiani finiscono per emigrare. Chissà quanti ce ne sono che, in questo Primo maggio, stanno preparando le valigie. Il doomjobbing fa tristezza, ma è ancora più triste che in Italia l’antidoto possa essere così semplice: un biglietto aereo, sola andata.
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La frase più in voga: «È un altro sport». Lo spettacolo messo in scena nella serata di martedì 28 aprile da Paris Saint-Germain e Bayern Monaco, con quel 5-4 che pareva un punteggio fissato dopo i calci di rigore, ha rappresentato in un certo senso l’ennesimo indicatore dello stato di crisi del calcio italiano. Una sfida pirotecnica, che è soltanto metà del doppio confronto e che dunque potrebbe moltiplicare le emozioni nella partita di ritorno di mercoledì 6 maggio all’Allianz Arena di Monaco di Baviera. In tutto ciò, è la comparazione a ferire maggiormente. Perché il termine di paragone è stato Milan–Juventus. Un match concluso sullo 0-0, e che su questo punteggio si sarebbe fissato anche se si fosse andati avanti a giocare per tre giorni.
Marquinhos contro Luis Diaz durante Psg-Bayern (foto Ansa).
Non siamo più all’altezza di quel livello
Già, il paragone. Come provare a fare un confronto tra il Metaverso e i fratelli Lumière. Una cosa impietosa, che bisognerebbe avere l’accortezza di evitare, ma che invece è impossibile eludere. Perché, volenti o nolenti, quel livello del calcio internazionale continua a essere il nostro termine di paragone. Anche quando è ormai palese che non è alla nostra portata e chissà quando potrà tornare a esserlo. Proprio qui sta il punto: crediamo di essere ancora su quel livello lì, vogliamo darci la missione di mantenerlo, ma ci rendiamo perfettamente conto di non esserne all’altezza. È un ruolo troppo largo per il nostro gracile presente. Ma allora, che fare?
Peggio del 1974, quando tutti eravamo disfattisti
A memoria ci sovviene un solo precedente di situazione depressiva del nostro calcio equiparabile a quella attuale: il post Mondiale del 1974. La spedizione in Germania Ovest si era risolta in un’eliminazione al primo turno, ma a diffondere un senso di malessere era stata soprattutto l’immagine di disfacimento che la nostra Nazionale aveva proiettato. Ne erano uscite diagnosi allarmistiche sul calcio italiano, che a distanza di oltre cinquant’anni risultano francamente esagerate. E in effetti quattro anni dopo gli Azzurri avrebbero conquistato il quarto posto in Argentina, mentre al termine del quadriennio successivo avrebbero vinto il Mondiale di Spagna 1982.
L’attaccante dell’Italia Giorgio Chinaglia durante il disastroso Mondiale dl 1974, quando la Nazionale uscì al girone (foto Ansa).
In quel momento però pareva davvero che si fosse nel pieno di una crisi di sistema. E si guardava ai campionati stranieri come se fossero tutti migliori della Serie A, cui invece si rimproverava l’eccesso di 0-0. Eh già, lo stereotipo che iniziava a diffondersi sull’arido calcio all’italiana.
Pensiamo sia un incidente anziché un errore di sistema
Tornando con la memoria a quei giorni, viene da rimpiangere quel senso di inadeguatezza e quell’impeto di autoflagellazione. Che, per quanto esagerati, hanno sortito l’effetto positivo di stimolare la ricostruzione. L’opposto di adesso. Siamo alla terza mancata partecipazione consecutiva a un Mondiale, e i nostri club non si spingono oltre i quarti di finale anche nelle coppe europee di rango inferiore. Eppure si continua a fare come se fossimo quelli di una volta. E a credere che, ogni volta, sia soltanto un incidente anziché un errore di sistema. Salvo poi guardare il calcio che si gioca nelle semifinali di Champions league e rendersi conto che si sta viaggiando su pianeti diversi.
Josip Stanisic e Willian Pacho durante Psg-Bayern (foto Ansa).
L’epoca del calcio camminato: la Serie A è ancora un prodotto vendibile?
Quanto è competitivo oggi il nostro calcio? I dati oggettivi sono già impietosi: siamo diventati una periferia del calcio d’élite. Ma ci sono anche altri aspetti, meno oggettivi e però egualmente riscontrabili. Riguardano l’ambito spettacolare: vi pare che il nostro calcio sia oggi un prodotto vendibile? Prendete una partita qualsiasi della nostra Serie A: nella maggior parte dei casi vi sembrerà di assistere a una prova di calcio camminato. Il ritmo è da moviola, il confronto fra le forze in campo è puro rifiuto della velocità, la tattica continua a essere l’elemento principale della contrapposizione. A meno di essere coinvolti come tifosi, lo spettacolo che vi si propone è quasi sempre inguardabile.
Le televisioni pagano un miliardo a stagione per i diritti di questo scempio
Fino a quando sarà possibile venderlo all’estero? Ma soprattutto: fino a quando le tivù pagheranno un miliardo a stagione per aggiudicarsi questo prodotto? Sono domande che bisogna farsi con urgenza, specie quando si sente montare la critica alle difese allegre di Psg e Bayern, capaci di rifilarsi nove gol e di sfiorarne altrettanti.
Gli allenatori di Milan e Juventus, Massimiliano Allegri e Luciano Spalletti (foto Ansa).
Milan-Juve allo stadio? I biglietti meno cari costavano 139 euro…
Secondo una visione integralista, partite con punteggi del genere non sarebbero più calcio. Opinione rispettabile. Ma a patto di controbattere con un’altra domanda: è calcio quello 0-0 fra Milan e Juventus, per il quale sono stati chiesti 139 euro agli spettatori piazzati nella “piccionaia” del Meazza? Soltanto dandosi una bella ridimensionata sarà possibile ripartire. Ma di segni che vanno in questa direzione non se ne vede. Zero autocritica, zero voglia di riformare. Il problema sta sempre altrove. Il problema siamo noi.
A poco meno di due mesi dall’Assemblea elettiva federale del 22 giugno e in vista dell’ultimo giorno per la presentazione delle candidature alla carica di presidente della Figc, Giovanni Malagò dopo quello della Lega Serie Aincassa anche il sostegno dell’Associazione Italiana Calciatori e dell’Associazione Italiana Allenatori Calcio. «È la persona in grado di rispondere alle tante sfide del presente e soprattutto del futuro», si legge in una nota in cui viene evidenziato che, nel corso degli incontri e dei confronti delle ultime settimane, «sono emerse importanti convergenze sui principali punti programmatici quali il Club Italia, la Sostenibilità e le Riforme, il Progetto tecnico-sportivo e il Calcio Femminile; una visione di politica sportiva che offre ampie garanzie in questa delicata e importante stagione federale nella quale ragionare di sistema è la sola strada da percorrere». All’Assemblea del 22 giugno le due componenti avranno assieme un peso del 30 per cento (20 per cento l’Aic e 10 per cento l’Aiac), che si aggiunge al 18 per cento della Lega Serie A (solo il presidente laziale Claudio Lotito fa ancora muro). Malagò, a questo punto, sfiora la maggioranza: per essere eletti occorre il 50 per cento più uno dei voti validi.
Simest, società del Gruppo Cdp, ha inaugurato il nuovo ufficio di Torino, rafforzando ulteriormente la propria presenza sul territorio e il supporto alle imprese italiane nei processi di crescita e internazionalizzazione. Alla cerimonia di apertura ha preso parte il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, nell’ambito delle tappe di avvicinamento alla Conferenza nazionale dell’export 2026 in corso nel capoluogo piemontese. Presenti all’evento il presidente di Simest Vittorio de Pedys e l’amministratore delegato Regina Corradini D’Arienzo, insieme al presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, alla vicesindaca di Torino Michela Favara e a rappresentanti del mondo istituzionale, confindustriale e imprenditoriale. L’apertura del nuovo presidio torinese rappresenta un passo concreto nella strategia di Simest volta a consolidare la propria vicinanza alle imprese, sostenendone lo sviluppo economico per creare impatto sulla comunità locale, promuovendo la competitività del sistema produttivo italiano sui mercati internazionali.
De Pedys: «Radicamento sui territori leva strategica per valorizzare le eccellenze locali»
«L’inaugurazione dell’ufficio di Torino rappresenta un ulteriore passo nel percorso di rafforzamento del nostro accompagnamento, grazie anche alla vicinanza dei territori, con l’obiettivo di consolidare un modello operativo sempre più di partner strategico», ha dichiarato il presidente Vittorio De Pedys. «Il radicamento sui territori non è solo una scelta organizzativa, ma una leva strategica per intercettare bisogni, valorizzare le eccellenze produttive locali e sostenere in modo mirato e duraturo la crescita dell’export italiano. In questo senso, Torino e il Nord-Ovest costituiscono un contesto particolarmente dinamico e ricco di potenziale».
Corradini D’Arienzo: «Presidio per garantire prossimità, ascolto e rapidità di intervento»
«Con l’apertura del nuovo ufficio, Simest rafforza concretamente il proprio supporto al tessuto imprenditoriale, con un’attenzione particolare alle pmi, che rappresentano l’ossatura del sistema produttivo», ha aggiunto l’amministratore delegato Regina Corradini D’Arienzo. «La sede di Torino sarà un presidio operativo strategico per Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, pensato per garantire prossimità, ascolto e rapidità di intervento. Vogliamo accompagnare le imprese lungo tutto il percorso di internazionalizzazione, offrendo ancor prima degli strumenti finanziari, competenze specialistiche e affiancamento anche per far crescere le comunità locali. Il nostro impegno è rendere questi percorsi sempre più accessibili, efficaci e di valore di lungo termine, contribuendo alla crescita sostenibile del Paese all’interno del Sistema Italia, con la regia della Farnesina, e in coordinamento con Cdp, Sace, Ice e le associazioni imprenditoriali».
Alta tensione sull’asse Washington-Berlino. Dopo aver minacciato di ridurre la presenza militare americana in Germaniaa seguito delle dichiarazioni di Friedrich Merz, che aveva parlato di un’Europa in sofferenza per il blocco dello stretto di Hormuz e di un Donald Trump «umiliato dalla leadership iraniana» nei negoziati, nonché di una totale mancanza di strategia nel conflitto, il tycoon ha attaccato pesantemente il cancelliere tedesco su Truth.
Il post di Trump contro Merz.
Trump contro Merz: cosa ha scritto su Truth
«Dovrebbe dedicare più tempo a porre fine alla guerra con Russia e Ucraina (dove si è dimostrato totalmente inefficace!) e a risanare il suo Paese in rovina, soprattutto in materia di immigrazione e energia, e meno tempo a interferire con coloro che si stanno adoperando per eliminare la minaccia nucleare iraniana, rendendo così il mondo, Germania compresa, un luogo più sicuro!». Questo il post di Trump su Truth.
Via libera di Camera e Senato alla risoluzione di maggioranza sul Documento di finanza pubblica. A Montecitorio, dove il testo era stato messo in votazione circa un’ora prima, i voti a favore sono stati 180, i contrari 97 e 4 gli astenuti. A Palazzo Madama il semaforo verde è arrivato con 96 sì e 60 no, senza alcuna astensione. Con il voto a favore della risoluzione della maggioranza sono stati preclusi i testi presentati dalle opposizioni.
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).
Giorgetti: «Ho validato io la risoluzione, testo condiviso»
«Ho validato io il testo della risoluzione, quindi si può dire che è stato condiviso». Lo ha detto a margine del voto sulle risoluzioni sul Dfp in Senato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, rispondendo ai cronisti che gli avevano chiesto se la modifica apportata al testo, con la richiesta di interlocuzioni con l’Unione europea per attivare le clausole di salvaguardia, fosse appunto condivisa oppure no.
Il ministero della Giustizia ha rinnovato il 41 bis nei confronti dell’anarchico Alfredo Cospito, detenuto nel carcere di Cagliari. Il provvedimento era atteso entro il 4 maggio ed è stato notificato giovedì 30 aprile al difensore Flavio Rossi Albertini.
Come da attese, il Consiglio direttivo della Banca centrale europea ha mantenuto fermi i tassi di interesse: nel dettaglio, quelli sui depositi presso Francoforte resta al 2 per cento (raggiunto a giugno del 2025); quelli sulle operazioni principali di rifinanziamento al 2,15 per cento; quelli sui prestiti marginali al 2,40 per cento.
Aumentano i rischi per inflazione e crescita
L’istituto presieduto da Christine Lagarde sottolinea però che i rischi al rialzo per l’inflazione e i rischi al ribasso per la crescita economica si sono intensificati. «Il conflitto in Medio Oriente ha causato un brusco incremento delle quotazioni energetiche, sospingendo al rialzo l’inflazione e gravando sul clima di fiducia», si legge in una nota. «Le implicazioni della guerra per l’inflazione a medio termine e l’attività economica dipenderanno dall’intensità e dalla durata dello shock sui prezzi dell’energia nonché dalla portata dei suoi effetti indiretti e di secondo impatto. Più a lungo continuerà la guerra e più a lungo i prezzi dell’energia resteranno elevati, maggiore sarà il probabile impatto sulle misure più ampie dell’inflazione e sull’economia».
La politica monetaria per stabilizzare l’inflazione
Il Consiglio direttivo si è impegnato a definire la politica monetaria in modo da assicurare che l’inflazione si stabilizzi sull’obiettivo del 2 per cento a medio termine, spiegando di «essere tuttora in una posizione favorevole per affrontare l’attuale incertezza». Come evidenzia la nota, «le aspettative di inflazione a più lungo termine permangono saldamente ancorate, benché quelle sugli orizzonti temporali più brevi siano aumentate in misura significativa». E poi: «Le decisioni sui tassi di interesse saranno basate sulla sua valutazione delle prospettive di inflazione e dei rischi a esse associati, considerati i nuovi dati economici e finanziari, nonché della dinamica dell’inflazione di fondo e dell’intensità della trasmissione della politica monetaria, senza vincolarsi a un particolare percorso dei tassi».
Ampia partecipazione e grande interesse hanno caratterizzato il convegno dedicato all’intelligenza artificiale che si è svolto martedì 28 aprile a Ugento. L’iniziativa, promossa dalla Confraternita San Giuseppe e Santi Medici, ha richiamato cittadini, studenti e professionisti, confermando la centralità del tema nel dibattito contemporaneo e nella vita quotidiana. Fin dall’apertura dei lavori è emersa con forza la linea guida dell’incontro: la necessità di comprendere l’intelligenza artificiale per non subirne passivamente gli effetti. Un messaggio che ha fatto da filo conduttore agli interventi, tutti orientati a fornire strumenti di lettura critica di una trasformazione ormai in atto.
Opportunità e criticità legate all’IA al centro degli interventi
Ad aprire il confronto è stato Salvatore Chiga, che ha evidenziato come l’IA non rappresenti più uno scenario futuro, ma una realtà già operativa, capace di incidere profondamente sui modelli produttivi e sull’organizzazione del lavoro. A seguire, mons. Vito Angiuli ha proposto una riflessione etica, sottolineando l’importanza di mantenere al centro la persona e la tutela dei diritti in un contesto sempre più guidato da sistemi algoritmici. Particolarmente atteso l’intervento del giornalista Paolo Liguori, che ha posto l’attenzione sulle trasformazioni dell’informazione nell’era digitale. Al centro del suo contributo il tema della disinformazione, alimentata dalla crescente diffusione di contenuti generati automaticamente e da meccanismi di personalizzazione che influenzano l’accesso alle notizie. Su questa linea si è inserito Francesco Apicella, founder di Evolution Group, che ha illustrato opportunità e criticità legate all’uso dei dati, soffermandosi in particolare sul fenomeno del bias algoritmico. A concludere la sessione degli interventi è stato Emanuele Callioni, direttore generale di Evolution Group, che ha offerto uno sguardo sulle applicazioni dell’intelligenza artificiale nei settori culturale e turistico. Dalla digitalizzazione degli archivi alla creazione di esperienze su misura per i visitatori, la tecnologia è stata indicata come una leva strategica per la valorizzazione del territorio.
Servono nuove competenze e più flessibilità
Spazio anche al tema del lavoro, con un’analisi delle trasformazioni in corso. L’automazione, è stato evidenziato, non sostituisce il lavoro umano ma ne modifica profondamente le caratteristiche, rendendo indispensabile l’acquisizione di nuove competenze e una maggiore flessibilità. In questo contesto, i giovani emergono come protagonisti della transizione digitale, chiamati a sviluppare capacità trasversali e spirito critico. Il convegno si è concluso con una consapevolezza condivisa: l’intelligenza artificiale è già parte integrante della realtà e richiede attenzione, responsabilità e partecipazione attiva. Ugento ha risposto con interesse, dimostrando quanto sia urgente e necessario un confronto aperto su questi temi.
Il baricentro politico tedesco si sta spostando sempre più a destra. Alternative für Deutschland (Afd) è ormai diventata il primo partito a livello nazionale. I sondaggi più recenti confermano l’aumento del distacco dalla Cdu del cancelliere Friedrich Merz: secondo l’Istituto Forsa, l’estrema destra è al 27 per cento, davanti ai conservatori al 22 per cento. Merz è ai minimi storici, con la fiducia di solo il 15 per cento. E la discesa potrebbe ancora proseguire, visto l’andamento del governo: la Große Koalition con i socialdemocratici della Spd è una palla al piede per una Germania che sta sempre più sprofondando nella crisi economica. C’è poco da stupirsi dunque se l’AfD è in pole position in vista delle elezioni regionali che in autunno si terranno in tre Länder orientali. Ad attestarlo non solo solo i numeri dei centri di ricerca, che decretano impietosamente e progressivamente il disastro di Merz, ma anche quelli dei finanziamenti privati ai partiti, le donazioni che già a partire dallo scorso anno sono cresciute in maniera enorme a favore dell’AfD.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa).
Nel 2025 l’AfD ha ricevuto donazioni per oltre 5 milioni
Secondo Lobbycontrol, organizzazione che monitora le attività delle formazioni in parlamento, il partito guidato da Alice Weidel e Tino Chrupalla nel 2025 ha aumentato le entrate derivanti da donazioni da quasi zero a oltre 5 milioni di euro, ma ci sono forti indizi che fanno sospettare l’esistenza di versamenti effettuati da prestanome. La donazione più consistente dovrebbe provenire in realtà dal miliardario tedesco-svizzero Henning Conle, che da tempo compare come finanziatore dell’AfD anche – stando a quanto denunciato da Lobbycontrol – ricorrendo a meccanismi di occultamento in parte illeciti.
Alice Weidel e Tino Chrupalla, leader della AfD (Ansa).
Sospetti di irregolarità su alcuni finanziamenti
La donazione di Conle del 2025 è stata temporaneamente confiscata dall’amministrazione del Bundestag, mentre l’AfD ha intrapreso un’azione legale per rovesciare la decisione. Ma non è l’unica ad aver sollevato sospetti di irregolarità. In un altro caso, il donatore indicato dal partito, Horst Jan Winter, aveva a sua volta ricevuto una donazione milionaria dall’imprenditore Udo Böttcher, noto volto in Turingia, uno dei Länder della vecchia Germania Est dove la destra radicale è in forte ascesa. Resta da spiegare il boom di entrate dell’AfD: se tra il 2020 e il 2024, il partito aveva incassato in piccole donazioni private solo 500 mila euro, improvvisamente nel 2025 le donazioni sopra i 35 mila euro – e quindi da dichiarare al Bundestag – hanno superato i 5 milioni, con il 95 per cento del totale proveniente da un pugno di sostenitori.
Per Lobbycontrol, se fino a qualche tempo fa un sostegno aperto a un partito con ombre antidemocratiche non solo era strategicamente poco attraente, ma comportava anche un notevole stigma sociale, adesso si sta assistendo a un ribaltamento. E sebbene la Cdu nel 2025 abbia ricevuto complessivamente un numero maggiore di donazioni, nessun altro partito ha registrato un boom come quello di Alternative für Deutschland. Il flusso di denaro verso gli estremisti dimostra chiaramente che un sostegno più aperto al partito di estrema destra è diventato socialmente accettabile, con parte dell’élite economica e industriale che si sta preparando a una possibile partecipazione dell’AfD ai governi a livello regionale.
La co-leader dell’AfD Alice Weidel a Budapest (Ansa).
L’ultima bufera mediatica riguarda il miliardario berlinese Kurt Krieger. Nel 2024 aveva sovvenzionato il partito di Weidel e Chrupalla con solo 18 mila euro, ma è entrato nell’occhio del ciclone per aver sostenuto con convinzione le posizioni dell’AfD. La questione si inserisce nel dibattito più ampio sul rapporto tra il mondo economico tedesco e l’AfD, caratterizzato da un avvicinamento progressivo e sempre meno critico. Per Lobbycontrol il problema delle donazioni elevate, indipendentemente dal partito a cui sono destinate, è che rappresentano una porta d’accesso per influenzare la politica, erodendo la fiducia nelle istituzioni democratiche. Una tendenza che deve essere corretta.
La Rai ha inviato a Sigfrido Ranucci una lettera di richiamo per le sue dichiarazioni riguardo al ministro della Giustizia Carlo Nordio rese durante la puntata di È sempre Cartabianca (Rete 4) di martedì 28 aprile 2026. L’azienda contesta al conduttore di Report di aver diffuso una notizia non verificata, come da lui stesso ammesso, una testimonianza secondo la quale il Guardasigilli sarebbe stato ospite del ranch di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti, in Uruguay. Un’ipotesi smentita nel corso della puntata dallo stesso ministro che, chiamando in studio ha ribattuto: «Non esiste al mondo. Ma figurarsi se sono andato lì. I miei spostamenti sono tutti documentati, era una missione ufficiale di tre giorni in Argentina e in Uruguay uno o due anni fa. C’è un limite a tutto, anche a questo degrado morale e mediatico». Secondo la Rai, inoltre, Ranucci era autorizzato esclusivamente a presentare il suo libro e non a partecipare a discussioni di attualità in una trasmissione concorrente. L’azienda non intende offrire copertura legale, come invece normalmente fa per le inchieste che vanno in onda su Report, qualora il ministro Nordio dovesse intraprendere un’iniziativa legale nei suoi confronti.
«L’oracolo è tornato», hanno sussurrato a Mediaset vedendo che nella scaletta del programma di Rete 4 Realpolitik c’era un collegamento con l’ex presidente della Rai, e ora eurodeputata del Partito democratico, Lucia Annunziata. Ai tempi di Viale Mazzini, la giornalista cresciuta nella redazione de il manifesto si era guadagnata tra i corridoi del settimo piano un soprannome curioso sulle sue presunte doti “divinatorie”, diciamo così, anche se forse lei non se n’è mai accorta. Fatto sta che il conduttore Tommaso Labate ha fatto parlare a lungo “donna Lucia”, sull’universo mondo, permettendole di lanciare un duro affondo sul caso che riguarda la grazia a Nicole Minetti. Mentre Labate ripeteva all’infinito le lodi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, chiamato nel 2022 da tutte le forze politiche, tranne Fratelli d’Italia, a restare al Quirinale per un secondo mandato, Annunziata ha scagliato un sasso gigantesco nello stagno di Realpolitik. L’eurodeputata ha sostenuto che «la macchina del Quirinale» dopo tanti anni va «ritarata», perché c’è gente che sta lì da tanti anni e forse non è più attenta come fino a poco tempo fa. Insomma, c’è un senso di stanchezza che andrebbe rimosso, cambiando qualche casella.
Un affondo che salva, ovviamente, il capo dello Stato, ma mette nel mirino qualcuno che lavora al fianco di Mattarella. Tanto che nei palazzi della politica, il giorno dopo, le domande si accavallano: «Ma Lucia Annunziata ce l’aveva con il potentissimo Ugo Zampetti, segretario generale della presidenza della Repubblica? O nel suo mirino ci sono altri personaggi che ormai da 11 anni lavorano al Colle nello staff presidenziale?». A proposito, vi ricordate il caso Garofani, il consigliere ex Pd pizzicato in una chiacchierata in cui sembrava tramare contro Giorgia Meloni? Anche in quella circostanza i fedelissimi di Mattarella finirono nel mirino e si parlò di teste che rischiavano di rotolare…
Mattarella alla Piaggio prova a dimenticare le polemiche
Anticipando la festa dei lavoratori in programma il primo maggio, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha in agenda, giovedì 30 aprile, una visita a Pontedera, allo stabilimento della Piaggio. In particolare, il viaggio riguarda il reparto principale dedicato all’assemblaggio finale degli scooter, quella Vespa che nel 2026 compie 80 anni. E la catena di montaggio è un reparto con un «alto coinvolgimento della manodopera», sottolineano dall’azienda, in stretto collegamento con i reparti verniciatura e assemblaggio. In programma c’è anche la visita al Museo Piaggio, il più grande a tema motociclistico d’Italia: nell’auditorium avrà inizio la cerimonia, con il presidente dell’Unione Industriale Pisana, Andrea Madonna, e poi il “padrone di casa” Matteo Colaninno, presidente esecutivo di Piaggio, assieme a Pamela Vanni in rappresentanza dei lavoratori Piaggio, e a Marina Elvira Calderone, ministra del Lavoro e delle Politiche sociali. Poi l’intervento del capo dello Stato.
Il presidente Sergio Mattarella saluta le operaie e gli operai della Piaggio, a Pontedera.
Donnet a Roma parlerà del risiko bancario?
Al Senato il 30 aprile è atteso un personaggio centrale nel mondo dell’economia e della finanza: la commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario, finanziario e assicurativo ha in programma l’audizione di Philippe Donnet, amministratore delegato di Assicurazioni Generali. A Palazzo Madama la curiosità è notevole, anche perché si attendono domande sulla scalata bancaria, fallita, di Francesco Gaetano Caltagirone: per ora è prevista la registrazione integrale della seduta, a meno che qualche componente non si metta a chiedere di “secretare” certi momenti dell’audizione, per non rendere pubbliche informazioni che possono terremotare il mercato borsistico…
La Supermedia Agi/Youtrend del 30 aprile, realizzata sulla base di nove sondaggi sulle intenzioni di voto condotti dal 16 al 29 aprile da sette istituti, fotografa il riavvicinamento tra Lega e Avs e, sul piano delle coalizioni, un aumento del vantaggio del campo largo sul centrodestra. Il margine, secondo la media dei sondaggi, è arrivato a un punto esatto: si tratta del vantaggio più ampio registrato in questa legislatura dalle opposizioni sulla coalizione di governo.
Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli, Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
I dati dell’ultima Supermedia Agi/Youtrend
Nel complesso la Supermedia evidenzia una grande stabilità. Fratelli d’Italia è dato al 28,2 per cento: +0,1 rispetto a due settimane fa. Inalterati i dati di Partito democratico (22,4 per cento) e Movimento 5 stelle (12,8 per cento). Forza Italia è all’8,2 per cento (-0,1) e la Lega al 7 per cento (-0,2). Alleanza Verdi e Sinistra sale invece al 6,5 per cento (+0,3). Futuro Nazionale è dato al 3,4 per cento (-0,1), seguito da Azione al 3,1 per cento (+0,1). Poi c’è Italia Viva al 2,4 per cento (-01). Stabili +Europa (1,5 per cento) e Noi Moderati (1,1 per cento). Per quanto riguarda le coalizioni, il campo largo è dato al 45,6 per cento (+0,2), mentre il centrodestra al 44,6 per cento (-0,1).
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha aperto le celebrazioni della Festa del Lavoro 2026 con una visita allo stabilimento Piaggio di Pontedera, uno dei simboli della creatività e dell’operosità italiana. La scelta di celebrare il 1° maggio nei luoghi rappresentativi del lavoro in Italia si inserisce in una consuetudine ormai consolidata, avviata dallo stesso presidente a Reggio Emilia nel 2023 e proseguita a Cosenza nel 2024 e a Latina nel 2025. «C’è una piaga che non accenna a sanarsi, proseguono notizie di lavoratori che perdono la vita sul lavoro. La sicurezza sul lavoro resta un impegno che non consente rinunce o distinguo. Si tratta di un tributo inaccettabile», ha dichiarato il capo dello Stato.
«Occorre colmare il divario di genere»
«Per produttività e capacità di innovazione si registra in Europa un deficit competitivo. Occorre eliminare al più presto le barriere che ancora impediscono una compiuta unione dei nostri mercati interni», ha aggiunto Mattarella, evidenziando che «è tempo di visione e non di misure di corto respiro» e «bisogna orientare gli investimenti nei settori più strategici e con il maggiore potenziale di crescita». Poi un focus sul divario di genere: «L’occupazione femminile in Italia è cresciuta negli ultimi anni, raggiungendo tassi che per noi costituiscono un primato. Tuttavia resta consistente il gap da colmare rispetto alla media europea. Il divario di genere, che emerge non soltanto dai tassi di occupazione ma anche dalla disparità che perdura nelle retribuzioni e nelle carriere, va colmato con un complesso di interventi e attenzioni».