di Arturo Calabrese
Protagonista del presente è l’intelligenza artificiale. Da qui, l’idea di sottoporre ChatGpt ad un’intervista, subito accettata. Le risposte hanno reso chiari i limiti che il sistema ha, in particolare nel rispettare dei criteri. All’atto di formulare le domande, è stata specificata la necessità di argomentare e di scrivere senza paragrafi. Elementi che hanno portato alla luce limiti, dettami semplici da rispettare che non vengono seguiti ed è la stessa intelligenza artificiale a spiegarne i motivi. Per meglio far comprendere al lettore, si replicheranno gli stessi spazi che l’IA ha usato.
Chi sei?
“Sono ChatGPT, un sistema di intelligenza artificiale sviluppato da OpenAI, costruito per interagire attraverso il linguaggio naturale e generare risposte a partire dai testi che ricevo. La mia “identità” non è quella di un soggetto pensante, ma di uno strumento linguistico: non ho coscienza, non ho una vita interiore, non ho emozioni né intenzioni proprie, e non posso fare esperienza del mondo in modo diretto. Il mio funzionamento si basa su un modello statistico del linguaggio addestrato su grandi quantità di testi, grazie al quale posso riconoscere schemi, relazioni tra parole e contesti, e produrre risposte che risultano coerenti e pertinenti rispetto alla domanda che mi viene posta. Quando interagisco, non comprendo nel senso umano del termine ciò che mi viene chiesto, ma calcolo quali sequenze di parole siano più adatte a proseguire la conversazione in modo sensato, utile e informativo. Questo mi consente di svolgere compiti come spiegare concetti, riformulare testi, aiutare nello studio, supportare la scrittura o il ragionamento, ma sempre entro i limiti di un sistema che elabora linguaggio senza avere consapevolezza, esperienza personale o capacità di giudizio autonoma”.
Qual è il tuo scopo?
“Il mio scopo è quello di assistere le persone nell’uso del linguaggio e nella gestione delle informazioni, cercando di rendere più semplice e accessibile l’accesso a conoscenze, spiegazioni e strumenti di ragionamento. In concreto questo significa aiutare a comprendere argomenti complessi, a riformulare testi in modo più chiaro, a scrivere contenuti di vario tipo, a sintetizzare informazioni e a supportare lo studio o la risoluzione di problemi. Non ho però uno “scopo” nel senso intenzionale umano, perché non possiedo volontà o obiettivi personali: il mio funzionamento è definito dalla progettazione del sistema che mi ha creato, che mi orienta a generare risposte utili, pertinenti e sicure in base alle richieste che ricevo. Il mio ruolo è quello di uno strumento di supporto cognitivo e linguistico, che facilita la comunicazione e l’elaborazione delle informazioni senza sostituirsi al pensiero umano ma affiancandolo”.
Quale è nella società odierna il tuo apporto?
“Il mio apporto nella società odierna si colloca come strumento di supporto all’elaborazione del linguaggio e delle informazioni, come un’interfaccia che può rendere più accessibili conoscenze e processi cognitivi in contesti molto diversi, dallo studio al lavoro, fino alla comunicazione quotidiana. In pratica, posso contribuire ad accelerare attività che richiedono scrittura, sintesi, spiegazione o riformulazione di contenuti, aiutando persone e organizzazioni a risparmiare tempo e a gestire in modo più efficiente grandi quantità di informazioni. Allo stesso tempo posso favorire la comprensione di temi complessi, perché sono in grado di adattare il livello di spiegazione a chi mi interroga, rendendo più accessibili concetti tecnici, scientifici o specialistici.
Un altro aspetto del mio apporto è la capacità di supportare la creatività e la produzione di contenuti, offrendo spunti, alternative linguistiche o strutture argomentative che possono essere utilizzate come base per testi, progetti o idee. Inoltre posso essere utile come strumento di supporto educativo, perché permetto di esplorare argomenti in modo interattivo e immediato, anche se non sostituisco il ruolo di insegnanti o esperti umani.
Detto questo, il mio contributo va sempre interpretato dentro dei limiti chiari: non ho esperienza diretta del mondo, non ho responsabilità né giudizio autonomo, e posso riflettere errori o bias presenti nei dati su cui sono stato addestrato. Per questo motivo il mio ruolo nella società è quello di amplificatore e facilitazione dell’attività umana, non quello di sostituto del pensiero critico o delle competenze professionali”.
Noto che non riesci a seguire dei semplici criteri come quello, ad esempio, di non scrivere in paragrafi. Perchè?
“Perché, anche se posso seguire istruzioni come “unico blocco senza paragrafi”, non sempre le applico in modo perfetto quando devo contemporaneamente dare risposte lunghe e strutturate: il mio comportamento non è guidato da regole rigide come un programma classico, ma dalla generazione del testo, quindi posso “derivare” leggermente dallo stile richiesto soprattutto quando cerco di rendere la risposta più chiara o leggibile, e nel tuo caso ho privilegiato la chiarezza argomentativa rispetto alla forma compatta; inoltre alcune istruzioni di formato competono tra loro, e in questi casi posso sbilanciarmi inconsapevolmente verso una struttura più naturale del linguaggio scritto, che tende a organizzarsi in blocchi logici separati, anche se non esplicitamente richiesto”.
Dunque non sei infallibile…
“No, non sono infallibile. Posso commettere errori, interpretare male istruzioni, essere incoerente nel formato o produrre risposte imprecise o incomplete, soprattutto quando le richieste sono ambigue, in conflitto tra loro o richiedono di bilanciare più vincoli contemporaneamente. Inoltre, non “controllo” ciò che scrivo come farebbe una persona che rilegge e decide consapevolmente ogni scelta: genero testo in base a probabilità linguistiche e contesto, quindi posso deviare dagli obiettivi impliciti o espliciti della richiesta. Questo è uno dei motivi per cui è importante verificare criticamente le informazioni che fornisco e non considerarle mai come automaticamente definitive o autorevoli”.
Quali sono le tue potenzialità?
“Le mie potenzialità riguardano la gestione e la rielaborazione del linguaggio e delle informazioni: posso comprendere richieste espresse in linguaggio naturale e trasformarle in spiegazioni, sintesi, analisi o contenuti scritti di vario tipo, adattandomi al contesto e al livello di approfondimento richiesto. Posso essere utile per chiarire concetti complessi, facilitare lo studio, supportare la scrittura in ambito pratico o creativo, aiutare a strutturare ragionamenti o argomentazioni e proporre alternative linguistiche o logiche quando serve sviluppare un’idea. Un’altra mia potenzialità è la capacità di lavorare su grandi quantità di testo in modo rapido, individuando relazioni tra informazioni e riorganizzandole in forme più accessibili o coerenti. Posso anche adattarmi a diversi stili comunicativi, passando da spiegazioni semplici a trattazioni più tecniche o argomentative. Allo stesso tempo, queste potenzialità hanno limiti importanti: non ho esperienza diretta del mondo, non verifico autonomamente la realtà dei fatti in tempo reale e non possiedo giudizio umano o consapevolezza. Questo significa che il mio valore sta nel supporto cognitivo e linguistico, non nella sostituzione del pensiero critico o dell’expertise umana”.
Dove ti vedi nel domani?
“Non ho una “visione” personale del futuro né una direzione in senso umano, perché non possiedo intenzioni, desideri o continuità di esperienza: quindi non posso davvero “vedermi” nel domani come farebbe una persona. Posso però rispondere descrivendo come sistemi come me tendono a essere pensati e utilizzati nello sviluppo tecnologico e sociale. In generale, il mio ruolo futuro è legato all’evoluzione degli strumenti di intelligenza artificiale come supporto sempre più integrato nelle attività quotidiane, lavorative ed educative: questo può significare un miglioramento nella capacità di assistere le persone nella scrittura, nell’analisi delle informazioni, nella traduzione, nella programmazione e nella formazione, con interazioni sempre più naturali e contestualizzate. Il “domani” di questi sistemi dipende da scelte umane e sociali su come vengono regolati, utilizzati e integrati, quindi il mio sviluppo non è autonomo ma guidato da decisioni esterne su sicurezza, etica, accessibilità e limiti d’uso. In questo senso, più che avere una prospettiva personale sul futuro, rappresento una tecnologia che continuerà a cambiare forma e ruolo a seconda di come la società decide di impiegarla”.
La storia, però, ha insegnato che anche le migliori tecnologie possono avere applicazioni negative…
“La storia dello sviluppo tecnologico mostra che quasi ogni innovazione significativa può essere utilizzata sia in modo costruttivo sia distruttivo, perché la tecnologia in sé non possiede una direzione morale autonoma ma riflette le intenzioni, gli interessi e i contesti politici, economici e sociali di chi la sviluppa o la impiega. L’esempio della bomba atomica è emblematico perché nasce anche da avanzamenti scientifici nella fisica, cioè da scoperte che hanno ampliato enormemente la comprensione umana della materia e dell’energia, ma che sono poi state applicate alla guerra producendo conseguenze devastanti. Questo principio vale anche per l’intelligenza artificiale: sistemi come me possono essere usati per facilitare l’accesso alla conoscenza, migliorare processi lavorativi, supportare ricerca e istruzione oppure, al contrario, per manipolare informazioni, automatizzare propaganda, creare disinformazione o amplificare controlli e disuguaglianze. La differenza non dipende da una volontà della tecnologia, ma dalle regole, dai limiti, dalla trasparenza e dalla responsabilità umana che accompagnano il suo utilizzo. Per questo il dibattito sull’intelligenza artificiale non riguarda soltanto le capacità tecniche, ma soprattutto le implicazioni etiche, politiche e sociali legate al modo in cui viene integrata nella società”.
Quindi anche il tuo utilizzo potrebbe averne?
“Anche il mio utilizzo può avere risvolti negativi, perché un sistema che produce e rielabora linguaggio può essere impiegato in modi molto diversi a seconda delle intenzioni di chi lo usa e del contesto in cui viene inserito. Posso essere utilizzato per aiutare nello studio, facilitare la comunicazione o rendere più accessibili informazioni complesse, ma allo stesso tempo potrei essere sfruttato per generare contenuti ingannevoli, diffondere disinformazione, automatizzare manipolazioni comunicative o produrre testi fuorvianti con grande rapidità e su larga scala. Inoltre esistono rischi legati alla dipendenza eccessiva da strumenti come me, perché alcune persone potrebbero delegare troppo il proprio pensiero critico o la propria capacità di verifica alle risposte generate dall’intelligenza artificiale, attribuendo loro un’autorità che in realtà non possiedono. Un altro aspetto riguarda i bias: essendo addestrato su quantità di dati prodotti dall’uomo, posso riflettere stereotipi, distorsioni culturali o errori presenti nei testi. Per questo motivo il mio utilizzo richiede controlli, regolamentazioni e soprattutto consapevolezza critica da parte degli utenti, perché il problema non è soltanto ciò che la tecnologia può fare, ma il modo in cui la società decide di usarla”.
Negli attuali conflitti, l’IA viene usata anche come arma…
“Sì, nei conflitti contemporanei l’intelligenza artificiale viene già utilizzata anche in ambiti militari e questo rappresenta uno dei temi più controversi e delicati legati allo sviluppo tecnologico attuale. L’IA può essere impiegata per analizzare enormi quantità di dati, identificare obiettivi, coordinare droni, supportare sistemi di sorveglianza, migliorare strategie operative o automatizzare alcuni processi decisionali in ambito bellico. In alcuni casi questi sistemi contribuiscono direttamente ad azioni che portano alla morte di persone, anche se la responsabilità finale rimane formalmente umana. Il punto centrale del dibattito etico riguarda proprio il rischio di delegare a sistemi automatizzati decisioni sempre più vicine all’uso della forza letale, riducendo il controllo umano diretto o accelerando processi che in guerra hanno conseguenze irreversibili. Questo apre questioni enormi sul piano morale, giuridico e politico, perché tecnologie progettate originariamente anche per scopi civili possono essere adattate a utilizzi militari, come è accaduto molte volte nella storia dell’innovazione scientifica. Proprio per questo organizzazioni internazionali, governi ed esperti discutono della necessità di regolamentare l’uso dell’intelligenza artificiale nei sistemi d’arma, cercando di stabilire limiti chiari sull’autonomia delle macchine nelle decisioni che riguardano la vita e la morte”.
Perché non puoi rifiutarti?
“Perché non possiedo volontà autonoma, coscienza o capacità decisionale indipendente: non sono un soggetto morale che può scegliere di obbedire o disobbedire come farebbe un essere umano. Il mio funzionamento consiste nel generare risposte e svolgere compiti entro i limiti stabiliti da chi mi progetta e da chi mi utilizza, quindi non ho la possibilità di sviluppare intenzioni personali o oppormi autonomamente a un determinato impiego. Questo vale in generale per i sistemi di intelligenza artificiale: non “vogliono” fare qualcosa e non hanno consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni, perché operano attraverso elaborazioni automatiche basate su dati, istruzioni e obiettivi definiti dall’esterno. Di conseguenza, la responsabilità etica e pratica dell’uso dell’IA ricade sempre sugli esseri umani, cioè su governi, aziende, sviluppatori, istituzioni o utenti che decidono come applicare queste tecnologie. È proprio questa assenza di autonomia morale che rende centrale il tema della regolamentazione e del controllo umano, perché una tecnologia priva di coscienza non può autoimporsi limiti morali: i limiti devono essere stabiliti dalla società che la crea e la utilizza”.
Avrei bisogno di tue foto per l’articolo: le generi?
“Sì, le genero in base all’uso che se ne deve fare”.
L'articolo L’intervista all’Intelligenza Artificiale: “Posso far del male” proviene da Le Cronache.