Anche per il 2026 Cetara si attesta tra i comuni della Campania con il mare più pulito. La conferma arriva dalla Delibera di Giunta Regionale della Campania n. 42 del 19 febbraio 2026, che ha approvato la classificazione della qualità delle acque per la stagione balneare 2026, a seguito delle analisi effettuate dagli enti competenti. «Le acque di balneazione del nostro territorio sono risultate ancora una volta di qualità eccellente a conferma che il solco tracciato già da diversi anni è quello giusto – esordisce con soddisfazione il Sindaco Fortunato Della Monica – Cetara, con la sua forza identitaria, trae linfa economica proprio dal mare e per questo intende tutelarlo. Perché vogliamo che sia un’opportunità di crescita e di sviluppo anche per le generazioni future. Ma senza un’eccellente qualità del mare ciò non sarebbe possibile. Per questo da oltre due anni abbiamo varato un nuovo sistema di depurazione collegato direttamente all’impianto di Salerno con una condotta sottomarina che ci garantisce un’assoluta pulizia delle acque. A queste si uniscono altre importanti iniziative promosse prima dal Flag e ora dal Gal Approdo di Ulisse attraverso l’impiego di un futuristico spazzamare e l’impiego di risorse economiche a sostegno della pesca. E la valorizzazione dei nostri prodotti tipici con l’acquisizione dei marchi comunitari, come la tanto agognata Dop con cui è stata fregiata la Colatura di Alici di Cetara, è partita proprio dalla tutela della risorsa mare. In quest’ottica si inseriscono una serie di iniziative tra cui la realizzazione del mercato ittico che è un importante strumento a sostegno dei piccoli pescatori e il recente sostegno alla piccola pesca costiera attraverso la sostituzioni delle reti da pesca, realizzate con maglie più grandi utili a evitare catture indesiderate ma anche di consolidare il settore nel futuro attraverso politiche che accompagneranno il percorso di transizione ecologica, economica e culturale. E infine il nuovo look immaginato per il fronte mare di Cetara che grazie al progetto di “Adeguamento della struttura portuale e riqualificazione di Largo Marina per il turismo diportistico e balneare” sta per ritornare al suo antico splendore grazie alla rimozione degli scogli al di sotto della torre Vicereale e il ripristino dell’intero tratto di spiaggia. Vogliamo essere tutti protagonisti di una comunità organizzata che riesce a fare fronte comune per non lasciare indietro nessuno». L’importante risultato raggiunto da Cetara è frutto dell’impegno congiunto delle istituzioni, degli enti di controllo e di tutti coloro che, con senso civico e responsabilità, contribuiscono ogni giorno alla tutela e alla salvaguardia dell’ambiente. «Già nei mesi scorsi, un importante studio dell’Arpac svolto nelle nostre acque e sui fondali, aveva messo in evidenza l’eccellente qualità del mare di Cetara, trovando addirittura alcune zone dei fondali con massi colonnizzati da briozoi e alghe corallinacee e piccole praterie di posidonia oceanica – spiega l’Assessore all’Ambiente, Marco Marano – Queste ultime sono importanti poiché svolgono una funzione fondamentale di protezione fisica della linea di costa nei confronti dei processi erosivi indotti dal moto ondoso e rappresentano un hot spot di biodiversità di elevato valore ecologico. La qualità eccellente delle nostre acque non è solo un dato tecnico, ma un segnale concreto della cura che dedichiamo al nostro territorio. Continueremo a lavorare con determinazione per proteggere l’ambiente e valorizzare le bellezze naturali del nostro paese, convinti che il rispetto del mare sia un investimento nel futuro di tutti». Per questo, l’invito che l’Amministrazione Comunale di Cetara rivolge a cittadini e visitatori è di continuare a vivere e rispettare il mare, adottando comportamenti attenti e sostenibili, affinché questo patrimonio naturale possa essere preservato anche per le future generazioni.
Qual è il vero obiettivo della riforma della Giustizia? Alla fine della fiera, una risposta univoca e semplice non è ancora stata data. Si parla di eliminazione delle correnti, di sorteggi, di meritocrazia, di moltiplicazione dei Csm. Ma in soldoni, per il semplice cittadino cosa cambia? Certo, viene modificata la Costituzione, e non è cosa di poco conto. Però da qui a definirla una riforma voluta dal popolo ce ne passa. A spiegare le intenzioni del governo ci ha provato anche Giorgia Melonicon un lungo video sui social, anche se immaginiamo avrebbe preferito delegare la campagna ai suoi. La premier ha promesso una giustizia più moderna, più libera, più vicina all’Europa. C’è però una cosa che gli italiani chiedono, e non da oggi: una giustizia più efficiente e più rapida. Sia nel campo penale sia in quello civile. E allora forse bisognerebbe chiedersi, al di là della bontà delle motivazioni che animano il fronte del Sì e quello del No, cosa il ministro Carlo Nordio abbia fatto in questi tre anni e mezzo al governo per rispondere a questa esigenza.
Confusione, scivoloni e passi indietro
Iniziamo con le dichiarazioni di intenti. Nel centrodestra hanno provato a dipingere la riforma come «un’occasione storica per avere una giustizia più efficiente e più giusta», come assicuravala stessa Meloni il 30 ottobre 2025, illustrando i punti chiave del provvedimento. Peccato che il Guardasigilli, sebbene a singhiozzo, abbia smentito questo obiettivo a più riprese. Qualche mese prima, a marzo, in occasione di un convegno alla Camera, senza giri di parole Nordio aveva messo le mani avanti: «Nessuno ha mai preteso che influisca sull’efficienza della giustizia. Quando mai abbiamo detto che la separazione delle carriere rende i processi più veloci?».
Bartolozzi contro la magistratura «plotone di esecuzione»
Poi, come sempre, aveva cercato di ammorbidire il colpo. Il 23 gennaio 2026, in una intervista a Milano Finanza, chiariva che «la maggiore efficienza, e quindi la rapidità» dei processi sarà ottenuta grazie al PNRR, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, precisando che «vi inciderà» anche la riforma. Secondo il ministro, «oggi il magistrato inetto o pigro, che dimentica i fascicoli o deposita le sentenze a distanza di anni, viene punito, se proprio gli va male, con sanzioni platoniche perché è soggetto a quella giurisdizione domestica del Consiglio superiore della magistratura dove le correnti proteggono i rispettivi iscritti». Invece «con la riforma i magistrati saranno più attenti, i migliori saranno premiati anche se non hanno padrini, e i tempi saranno ridotti». La senatrice salviniana Giulia Bongiorno, presidente della 2° commissione Giustizia, parlando a Palazzo Madama il 22 gennaio 2025 aveva invece usato meno sofismi: «Scusate ma chi è che ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e sull’efficienza della giustizia? Solo un ignorante può pensare una cosa del genere».
Più recentemente è stata la capa di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, a tagliare la testa al toro: «Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione», ha sbottato in un intervento all’emittente siciliana Telecolor, sabato 7 marzo.
Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della giustizia: "Votate sì al referendum, così ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione" pic.twitter.com/wxabYoh2Wp
Si torna così al punto di partenza. Al netto della propaganda che purtroppo inquina la campagna referendaria – tra meme, fake news, «banditi» per il Sì (cit. Tomaso Montanari), uscite improvvide sul sistema «para-mafioso» del Csm e interventi creduti a microfoni spenti e invece aperti alla stampa (vedi il caso della deputata leghista Simonetta Matone) – sarebbe il caso di sgomberare definitivamente il campo da ogni equivoco: la riforma della Giustizia non ha come obiettivo migliorare l’efficienza del sistema.
Carlo Nordio (Imagoeconomica).
Se così fosse stato, in oltre tre anni Nordio avrebbe potuto fare qualcosa di più, anche senza mettere mano alla Costituzione. C’era solo l’imbarazzo della scelta. La giustizia italiana soffre di molti mali: lunghezza dei processi, si diceva. Ma anche carenza di organico, tribunali fatiscenti e da mettere in sicurezza, soprattutto al Sud. Digitalizzazione ancora insufficiente. Una diagnosi impietosa, a cui si è risposto con l’abolizione dell’abuso di ufficio, l’ammorbidimento del traffico di influenze, il tentativo di limitare la pubblicazione delle intercettazioni, e la moltiplicazione dei reati a suon di decreti sicurezza. Senza dimenticare la drammatica situazione del sistema penitenziario.
La lunghezza dei processi e le condizioni per accedere ai fondi del PNRR
Ma sfogliamola questa cartella clinica. Partendo dal civile. Come scrive l’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica, la durata dei processi arrivati al terzo grado di giudizio è passata dagli otto anni di una decina di anni fa ai cinque anni del 2025. Un passo avanti, anche se l’obiettivo del PNRR – ridurre la durata del 40 per cento rispetto al 2019 entro giugno 2026 – è ancora lontano (siamo al -28 per cento). In campo penale la situazione è decisamente migliore: la durata ora è di due anni e quattro mesi e il target del PNRR (riduzione della durata del 25 per cento rispetto al 2019) sarà probabilmente centrato. L’Italia resta comunque lontana dalla media Ue che è poco più di due anni nel civile e un anno e tre mesi nel penale.
La carenza di magistrati, di personale amministrativo e la mole delle udienze
La lungaggine dei processi dipende anche dalla carenza di organico. In primo luogo di magistrati. Nel 2023 in Italia operavano 12 giudici e quattro pubblici ministeri ogni 100 mila abitanti, contro una media Ue rispettivamente di 22 e 11. Stando ai piani previsti dal ministero della Giustizia, mancavano all’appello 1.250 giudici tra tribunali ordinari, corti d’appello e di Cassazione. Numeri che corrispondono, virgola più virgola meno, a quelli denunciati da Cesare Parodi, presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm). Non solo. Ogni pm in Italia gestisce mediamente 1.192 casi, contro una media europea di 204. La stessa carenza di organico si registra anche tra il personale amministrativo che assiste i giudici, fissa udienze e redige verbali. Sempre nel 2023 si contavano 60 dipendenti ogni 100 mila abitanti, mentre la media Ue era di 87. Meno personale, più lavoro e meno qualità, sostengono dall’Anm.
Cesare Parodi (Imagoeconomica).
I tagli all’edilizia giudiziaria e alla messa in sicurezza dei tribunali al Sud
Ma la mancanza di personale non è l’unica spina nel fianco del sistema giustizia. In tre anni abbondanti, il ministro Nordio avrebbe per esempio potuto mettere mano all’edilizia dei tribunali o alla ristrutturazione e messa in sicurezza degli uffici giudiziari, soprattutto al Sud. Oppure potenziare il fondo cybersicurezza e le infrastrutture informatiche. Invece così non è stato. Come si evince dal rapporto dell’ufficio studi di Camera e Senato sugli effetti della manovra sui diversi ministeri, i dati sul dicastero di Via Arenula evidenzino «una serie di definanziamenti su comparti essenziali, per un totale di 127,8 milioni, con il decremento maggiore nel programma giustizia civile e penale per 93,8 milioni». I fondi per l’edilizia giudiziaria sono scesi di oltre 68 milioni e le spese per la ristrutturazione e messa in sicurezza delle strutture giudiziarie in regioni del Sud di oltre 25 milioni. È stata ridotta anche la spesa destinata giustizia minorile, mentre – sottolinea sempre l’Anm, «la transizione digitale cala di 6,4 milioni». Se da una parte si lima, dall’altra si rimpolpa. È il caso dell’aumento di 1,7 milioni di euro per posti da assegnare a collaboratori diretti del ministero.
Giorgia Meloni e Carlo Nordio (Imagoecopnomica).
L’aumento dei reati e il sovraffollamento carcerario
Da quando è in carica (ottobre 2022), il governo ha invece aumentato i reati (+14 in tre anni), lievitati a suon di decreti sicurezza, senza trovare una soluzione anche palliativa al sovraffollamento carcerario, a cui si pensa di rimediare non con indulti o misure alternative, ma costruendo nuovi penitenziari. Perché per Nordio «se aumenta il numero dei carcerati non è colpa del governo, ma di chi commette i reati e dei magistrati che li mettono in prigione». Lo disse in un Question time al Senato il 10 aprile 2025. Anche in questo caso il governo dovrebbe fare pace con se stesso. Visto che, per la vulgata social, se un delinquente non va in galera la colpa è dei giudici. Non certo delle leggi. Per fortuna c’è la riforma.
Si rafforza ulteriormente il percorso di crescita di Cilento Autentico DMO. Alla rete della destinazione turistica entrano ufficialmente CEPI, Confederazione Europea delle Piccole Imprese e la Federcepicostruzioni, importanti organizzazioni di rappresentanza del sistema imprenditoriale italiano. CEPI rappresenta a livello nazionale ed europeo il mondo delle micro, piccole e medie imprese, promuovendo politiche economiche orientate alla competitività del sistema produttivo e alla crescita dell’economia reale. Federcepicostruzioni rappresenta le imprese del settore edilizio e delle costruzioni e conta oltre 10.000 imprese associate in Italia, impegnate nello sviluppo, nell’innovazione e nella sicurezza del comparto. L’adesione delle tre organizzazioni, guidata dal ruolo di CEPI come principale soggetto di rappresentanza delle PMI, rafforza ulteriormente il modello di governance pubblico‑privata su cui si fonda Cilento Autentico DMO, che punta a mettere in rete territori, imprese e associazioni per costruire una strategia integrata di sviluppo turistico. «Abbiamo scelto di aderire a Cilento Autentico DMO – dichiara Rolando Marciano, Presidente nazionale di CEPI – perché crediamo nella necessità di sostenere progetti territoriali capaci di creare valore, occupazione e opportunità di sviluppo per il sistema produttivo locale.» «Le micro, piccole e medie imprese rappresentano la vera spina dorsale dell’economia italiana e il Cilento è un contesto in cui il turismo può diventare un potente moltiplicatore di crescita per l’intero tessuto delle PMI.» In questa cornice si inserisce il contributo specialistico di Federcepicostruzioni, che porta all’interno della DMO il punto di vista e le competenze delle imprese del comparto edilizio e delle costruzioni. «Abbiamo scelto di aderire a Cilento Autentico DMO – spiega Antonio Lombardi, Presidente nazionale di Federcepicostruzioni – perché crediamo fortemente nella necessità di costruire modelli di sviluppo territoriale fondati sulla collaborazione tra imprese, istituzioni e comunità locali. Il turismo rappresenta oggi uno dei principali motori economici per molti territori italiani e il Cilento ha tutte le caratteristiche per rafforzare ulteriormente il proprio posizionamento come destinazione turistica di qualità». «L’ingresso di CEPI e di Federcepicostruzioni rappresenta un ulteriore passo avanti nel percorso di crescita di Cilento Autentico DMO – dichiara Marco Sansiviero, Presidente di Fenailp Turismo e di Cilento Autentico DMO – Fin dall’inizio abbiamo immaginato la DMO come una piattaforma aperta capace di mettere insieme amministrazioni locali, operatori turistici, associazioni di categoria e realtà imprenditoriali. Lo sviluppo di una destinazione turistica non riguarda solo il turismo in senso stretto, ma coinvolge l’intero sistema economico del territorio. Per questo l’adesione di una grande organizzazione di rappresentanza delle PMI come CEPI, insieme alla sua federazione di settore Federcepicostruzioni, è un segnale molto importante» Con questa nuova adesione Cilento Autentico DMO continua a rafforzare il proprio modello di governance territoriale, consolidando una rete che coinvolge amministrazioni pubbliche, imprese e organizzazioni di rappresentanza con l’obiettivo di costruire una strategia condivisa di sviluppo turistico per il Cilento.
Con l’avvicinarsi della data del referendum sulla riforma della magistratura, si moltiplicano gli appelli. No, non stiamo parlando solo di quelli social et orbi dei testimonial vip dei due fronti, i vari Montanari, Gratteri, Di Pietro, Bartolozzi e compagnia cantante. Ma anche quelli dei semplici cittadini. Se Giorgia Meloni ha sfoderato come arma neomelodica la sanremese Per sempre sì di Sal Da Vinci, ecco qualche consiglio di variazione sul tema. Agli indecisi non resta che affidarsi a un Fiorello d’annata.
Possibili colonne sonore per i sostenitori del Sì:
Stupendo di Vasco Rossi (occhio però a tagliarla al momento giusto visto che il testo recita: «Sì stupendo! Mi viene il vomito»).
Domenico Modugno, Sì sì sì
Pooh, Dimmi di sì
Lucio Battisti,Il tempo di morire (in questo caso si gioca sulla negazione: «Non dire no»…)
Lucio Battisti, Sì viaggiare
Possibili colonne sonore per i sostenitori del No
Amy Winehouse,Rehab («They tried to make me go to rehab but I said ‘no, no, no’»).
A meno di due settimane dal referendum, la tivù pubblica «sta sbandando vistosamente negli spazi giornalistici al di fuori dei tg». Lo ha affermato Roberto Natale, consigliere di amministrazione della Rai, evidenziando «tre evidenti segni di squilibrio informativo» nella sola giornata di martedì 10 marzo.
Natale: «Cerno ha sbeffeggiato i rappresentanti del No»
Innanzitutto, spiega Natale, su Rai 2 Tommaso Cerno, nel suo Due di picche, «sbeffeggia i rappresentanti del No», circostanza che, «naturalmente, non giustifica in alcun modo gli squallidi attacchi omofobi che ha ricevuto nelle ore successive, per i quali merita ogni solidarietà». Il riferimento è agli insulti arrivati sui social dopo la sua apparizione a Bellamà, in cui ospite di Pierluigi Diaco ha cantato alla chitarra Per sempre sì di Sal Da Vinci.
Lo spazio concesso da Sottile a una magistrata per il Sì
Poi, su Rai 3, Salvo Sottile in FarWest «assegna alla magistrata chiamata a rappresentare il Sì la possibilità di intervenire non solo sul tema referendum, ma anche su sicurezza/immigrazione e sulla ‘famiglia nel bosco’, ovviamente in modo critico verso l’operato dei giudici», ha dichiarato Natale.
Salvo Sottile (Imagoeconomica).
Vespa «non ha nemmeno provato a essere imparziale»
Infine Bruno Vespa su Rai 1: «Prima in Cinque Minuti e poi a Porta a Porta ad essere arbitro imparziale nemmeno ci prova: riserva le sue obiezioni soltanto al rappresentante del No; richiama l’attenzione sulle “tante storie di cattiva giustizia che stanno venendo fuori in questi giorni” e sulle “tante persone alla quali la vita è stata distrutta”; rilancia a più riprese le fake news secondo le quali “nessuno dei giudici che sbagliano viene mai punito”, ma “tutto questo la riforma proverebbe a smantellarlo”; afferma che “la cosa che fa impazzire l’Anm è il sorteggio, cioè la perdita di potere”».
Bruno Vespa con due ospiti a Porta a Porta (Imagoeconomica).
Poi la chiosa: «Tocca ricordare che la delibera della Commissione parlamentare di Vigilanza impegna ‘il cda e l’ad, nell’ambito delle rispettive competenze”, ad assicurare che la Rai rispetti il necessario equilibrio. Non va messa a rischio la credibilità del servizio pubblico, bene da preservare anche oltre il 23 marzo».
Dopo le comunicazioni della premier Meloni sul conflitto in Medio Oriente, i senatori del M5s hanno protestato in Aula contro la guerra, mostrando dei cappellini rossi come quelli utilizzati da Trump ma con la scritta “No alla guerra” al posto di Make America Great Again (Maga).
“No alla guerra”, protesta M5s al Senato con cappellini in stile “Maga” come Donald Trump pic.twitter.com/DdSfGj49u9
Il capogruppo Pirondini: «Meloni ha sempre fatto gli interessi degli Usa»
«Ogni volta che ha incontrato il presidente Trump», ha detto il capogruppo M5s Luca Pirondini rivolgendosi a Meloni, «idealmente si è messa il cappellino Maga e ha fatto sempre gli interessi degli Usa. Oggi le facciamo un regalo, un bel cappello Maga ma con scritto “No alla guerra». E ancora: «Dica a Trump che gli italiani non sono più disponibili a essere complici di Trump e Netanyahu, hanno la schiena dritta, che l’articolo 11 della Costituzione italiana dice che l’Italia ripudia la guerra. Non mettiamo in discussione l’alleanza con gli Usa ma la postura. Lei dovrebbe dire ogni tanto qualche no a Trump. Ha detto sì quando ha chiesto di acquistare le armi americane, il gas americano. E non sarà in grado di dire no a Trump quando le chiederà le basi militari. È vero ci sono accordi con gli Usa ma valgono solo nel rispetto del diritto internazionale, diversamente deve dire che le basi in Italia non le concede».
La protesta del M5s con i cappellini rossi in stile Maga (Ansa).
Ufficialmente, i fondi erano esauriti. Ufficiosamente, non hanno voluto assegnarglieli. Dietro al bla bla burocratico sulla mancanza di risorse, al Dicatam dell’Università di Brescia, cioè il Dipartimento di Ingegneria civile, Architettura, Territorio, Ambiente e Matematica, si è consumato un altro – l’ennesimo – capitolo di una gestione dipartimentale che si potrebbe definire (quantomeno) creativa. Dopo i guai con la facoltà di Medicina, ora è scoppiato il caso di una ricercatrice di Ingegneria.
Quel ritardo che oggi appare tutt’altro che casuale
I fatti in sintesi. A dicembre 2024, mentre il rettore annunciava 12 progressioni di carriera finanziate dal Piano straordinario ministeriale e i direttori degli altri dipartimenti si affrettavano a interpellare i propri ricercatori abilitati, al Dicatam c’era il silenzio stampa. Come ha scritto nelle sue riflessioni inoltrate ai colleghi, la professoressa, unica candidata del suo settore, non è mai stata contattata ufficialmente dal direttore. È venuta a conoscenza della possibilità di ottenere il posto ad aprile 2025, dopo qualche telefonata con i colleghi. Un ritardo che oggi, a conti fatti, appare tutt’altro che casuale.
Ma come, il settore di Geotecnica non era «in sofferenza»?
Alla fine il direttore ha decretato che il settore di Geotecnica non avesse bisogno di un nuovo professore associato perché le ore di didattica erano già coperte. Peccato che al Dicatam questa “contabilità” sembri variare a seconda dell’obiettivo. Solo due anni fa, il Dipartimento chiedeva con urgenza un nuovo ricercatore proprio perché il settore era «in sofferenza».
Una scelta che sembra politica, non economica
Oggi, per negare la promozione alla ricercatrice, quella stessa sofferenza è però magicamente sparita. Per ottenere nuovi posti nel 2023, la Geologia applicata veniva conteggiata nelle necessità del settore. Per ostacolare la carriera alla prof nel 2025, due anni dopo, la Geologia è diventata un corpo estraneo da non conteggiare. Eppure promuovere la ricercatrice sarebbe costato appena 0,2 punti organico – cioè l’unità di misura utilizzata dal ministero per definire il budget assunzionale annuale delle università, basata sul costo del personale -, meno di quanto già si spende per il suo stipendio. Ma il Dipartimento ha preferito rincorrere soluzioni esterne e bandi precari. Una scelta politica, non economica.
Le risorse pubbliche non servirebbero per «sistemare situazioni personali»
La verità è emersa nelle stanze chiuse del Consiglio di luglio 2025. Nonostante i professori ordinari avessero inizialmente dato parere favorevole all’unanimità, il direttore ha scelto unilateralmente di non mettere la proposta al voto. Le parole usate, riferite e citate nelle memorie, sono all’incirca queste: le risorse pubbliche non servirebbero per «sistemare situazioni personali». I fondi sono stati dichiarati esauriti il 21 luglio, ma per la ricercatrice la porta era stata sbarrata molto prima. Tra le pieghe di un’inerzia amministrativa che ha tutto il sapore di una ritorsione professionale.
La guerra in Iran «finirà presto», ha detto il presidente americano Donald Trump, perché «non è praticamente rimasto niente da colpire». In un’intervista telefonica ad Axios, il tycoon ha spiegato che c’è ancora «qualche piccola cosa qua e là» e che «la guerra finirà quando deciderò che deve finire». Il capo della Casa Bianca ha ribadito che il conflitto «sta andando alla grande». «Siamo molto in anticipo rispetto al programma. Abbiamo causato più danni di quanto pensassimo possibile, anche nel periodo iniziale di sei settimane», ha affermato.
Teheran: «Preparatevi al petrolio a 200 dollari al barile»
Intanto l’Iran ha messo in guardia su un’impennata del prezzo del petrolio, con lo stretto di Hormuz controllato dai pasdaran. «Preparatevi un petrolio a 200 dollari al barile», ha detto il portavoce del comando unificato Khatam al Anbiya, Ebrahim Zolfaqari. Il prezzo del greggio, ha sottolineato secondo quanto riportano i media iraniani, «è legato alla sicurezza della regione che voi avete destabilizzato».
Non si placano le polemiche intorno al referendum sulla giustizia. Al centro della scena c’è di nuovo il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, questa volta per l’avvertimento da lui lanciato al quotidiano Il Foglio. Interpellato dal giornale circa le sue dichiarazioni su Sal Da Vinci in una trasmissione di La7, in cui il magistrato aveva affermato che il cantante del “Per sempre sì” avrebbe in realtà votato no al referendum (falso), ha dichiarato: «Era tutto uno scherzo, ridevo con il presentatore». Incalzato dalla giornalista sul fatto che il vincitore di Sanremo ha dovuto smentire, Gratteri è arrivato alle minacce: «Senta, con voi del Foglio… Se dovete speculare e diffamare persino su Sal Da Vinci, fate pure. Fatelo. Non è un problema. Tanto, dopo il referendum, con voi del Fogliofaremo i conti, nel senso che tireremo una rete». Di fronte a queste parole, il quotidiano diretto da Claudio Cerasa chiederà l’intervento di Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana) e Odg (Ordine dei giornalisti) in nome dell’articolo 21 della Costituzione che sancisce la libertà di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione e stabilisce che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Presidente Fnsi: «Gratteri smentisca o si scusi»
Il presidente della Fnsi Vittorio Di Trapani, interpellato dall’Adnkronos, ha dichiarato che le affermazioni del procuratore di Napoli «non fanno onore alla sua storia, alla storia di chi ha pagato e paga in prima persona la lotta contro ogni forma di illegalità e minacce». Quindi, ha continuato, «Gratteri smentisca o si scusi per le sue parole rivolte al Foglio. Alludere a conti da fare e a non meglio precisate reti è incompatibile con la difesa della libertà di stampa. Il suo dovere di magistrato è tutelarla, non intimidirla». E ancora: «Gratteri farebbe bene a rendersi conto che queste uscite sono anche i migliori assist offerti a chi vuole delegittimare la magistratura in vista del referendum. E invece la Costituzione si difende sempre. E tutta. Tanto l’indipendenza della magistratura quanto la libertà di stampa sancita dall’articolo 21».
Segretaria generale Fnsi: «Minacce gravi che violano la Costituzione»
Gli ha fatto eco Alessandra Costante, segretaria generale della Federazione: «Ho letto le parole di Gratteri al Foglio e contro il Foglio e mi hanno colpito. Non si possono accettare violazioni all’articolo 21 della Costituzione neppure dai magistrati, neppure da un professionista come Gratteri che con le sue inchieste ha alzato il velo su molte operazioni della ‘ndrangheta. È grave la minaccia. In Italia c’è una legge sulla diffamazione chiara, se uno si ritiene diffamato querela. Punto. Le reti non attengono alla giurisprudenza italiana e soprattutto le minacce, anche velate, violano l’articolo 21 della Costituzione».
Tajani (Fi): «Atto gravissimo, inaccettabile da un magistrato»
Sul caso si è espressa anche la politica, con un coro unanime di solidarietà nei confronti del quotidiano. Così Antonio Tajani, vicepremier e leader di Forza Italia: «Voglio esprimere solidarietà al quotidiano Il Foglio per le gravi minacce subite dal procuratore Gratteri. Un atto gravissimo che lede la libertà di stampa. È inaccettabile che un magistrato cerchi di censurare l’informazione, che rivolga intimidazioni, paventando ritorsioni, nei confronti di giornalisti colpevoli soltanto di fare il proprio lavoro. Un cattivo esempio, in contrasto anche con l’appello del presidente della Repubblica al rispetto dei toni e del libero pensiero».
Voglio esprimere solidarietà al quotidiano @ilfoglio_it per le gravi minacce subite dal procuratore Gratteri. Un atto gravissimo che lede la libertà di stampa. È inaccettabile che un magistrato cerchi di censurare l’informazione, che rivolga intimidazioni, paventando ritorsioni,…
Paita (Iv): «Parole non tollerabili e indegne di un dibattito democratico»
Anche da Italia viva è arrivata vicinanza al giornale, con la senatrice Raffaella Paita, capogruppo al Senato, che ha affermato: «Esprimo solidarietà alla redazione del Foglio. Le parole del procuratore Gratteri, denunciate dal direttore Cerasa, non sono tollerabili. “Tanto dopo il referendum con voi faremo i conti” non è una frase degna del dibattito democratico. La libera stampa è un valore da difendere».
Filini (Fdi): «Dichiarazioni imbarazzanti, preoccupati per la libertà di stampa»
Per Fratelli d’Italia si è espresso il deputato Francesco Filini, responsabile nazionale del programma: «Minacciare un giornalista soltanto perché fa il proprio lavoro è sempre grave, ma se queste minacce giungono da un magistrato di primo piano come è Nicola Gratteri la circostanza è ancora più preoccupante. Purtroppo Gratteri non è nuovo, da quando ha deciso di sostenere il No al referendum, a dichiarazioni a dir poco imbarazzanti. Non vorremmo utilizzare il frasario di chi oggi a sinistra sta con il No al referendum, ma dinanzi a questi atteggiamenti non possiamo non dirci preoccupati per la libertà di stampa».
Calenda (Az): «Gratteri fuori controllo, va sospeso»
Critiche al magistrato anche da parte del segretario di Azione Carlo Calenda: «Gratteri è chiaramente fuori controllo. Oggi minaccia Il Foglio apertamente. Un magistrato che minaccia un giornale è da sospensione immediata. Esattamente quanto un capo di gabinetto del ministero della Giustizia che insulta i magistrati. Fateci una cortesia, mettetevi da parte entrambi. E torniamo a parlare di contenuti. Bartolozzi e Gratteri». Il riferimento è alle dichiarazioni di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del Guardasigilli, che ha invitato a votare sì al referendum per «toglierci di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione».
Gratteri e’ chiaramente fuori controllo. Oggi minaccia @ilfoglio_it apertamente. Un magistrato che minaccia un giornale e’ da sospensione immediata. Esattamente quanto un capo di gabinetto della Ministero della giustizia che insulta i magistrati. Fateci una cortesia: mettetevi da… https://t.co/RGSMuw5V72
Picierno (Pd): «Ironia tossica e aggressiva che non fa onore alla magistratura italiana»
Questo, infine, il commento di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo del Partito democratico: «Le parole del procuratore di Napoli Nicola Gratteri rivolte al Foglio sono gravi. Intimidire un giornale, lasciar presagire un possibile regolamento di conti giudiziario dopo il voto e ricorrere a un’ironia tossica e aggressiva non fa onore alla magistratura italiana. In una fase così delicata dovremmo invece recuperare una dimensione di confronto alta e costituente, degna della Carta costituzionale che abbiamo. Solidarietà al direttore Claudio Cerasa e tutta la redazione».
Le parole del Procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, rivolte a @ilfoglio_it sono molto gravi: intimidire un giornale, lasciar presagire un possibile regolamento di conti giudiziario dopo il voto e ricorrere a un’ironia tossica e aggressiva non fa onore alla magistratura…
Nel giorno delle comunicazioni di Giorgia Meloni in vista del Consiglio Ue, il presidente del Senato Ignazio La Russa si è reso protagonista di alcuni commenti decisamente inappropriati nei confronti di due parlamentari. «Come si chiama quel coglione che continua a urlare?», ha chiesto a microfono aperto durante l’intervento di Antonio Nicita del Partito democratico. Per poi ironizzare: «Abbiamo apprezzato il suo commento». In precedenza, dopo che aveva finito di parlare senatore Ettore Licheri, esponente del Movimento 5 stelle, La Russa aveva già commentato, prendendolo di fatto in giro: «Interventone…». E non è finita qui: poco prima della replica di Meloni, mentre parlava Raffaele Speranzon (come lui di Fratelli d’Italia), sempre a microfono aperto si è lasciato sfuggire un «porca puttana». Non esattamente parole che ci si aspetterebbe dalla seconda carica della Stato, soprattutto nell’Aula del Senato.
In una società ove finanche Pulcinella non dice o non può dire più la Verità, poiché non può più essere simbolo di un popolo che ha perso la memoria degli affetti, la lingua, i propri odori, il proprio passato, i ricordi dei dolori delle passate generazioni, che ha perso la propria identità, vittima di una società dell’immagine priva di meraviglia e fantasia, della globalizzazione che lo ha trasformato in una moltitudine grigia e silenziosa, privo di libertà, riappare la Sirena Partenope, depositaria di quella lingua perduta, della quale abbiamo dimenticato il senso e forse serbata solo l’armonia, una reminescenza, la lingua di prima e forse anche la lingua di dopo. E’ la musica che può ancora salvarci dall’appiattimento mentale, privo di nascite, musica antica, che si cantava per sé, per “sbariare”, per vivere un momento di pausa, per commuoversi o rallegrarsi, musica che ci trasporterà in una Napoli lontana, quando da un balcone aperto o dalla strada veniva, ogni tanto si sentiva una canzone, un ritornello, una frase: voci di gente comune, voci isolate, voci di chi forse voleva inconsciamente placare una pena o ingentilire per un attimo la povera vita quotidiana. Ecco che sul palcoscenico del teatro Verdi di Salerno, da domani sera alle ore 21 e per l’intero weekend, sino a domenica in pomeridiana, alle ore 18, ci sarà Serena Rossi, protagonista di un One Woman show dal titolo SereNata a Napoli. La primadonna sarà sostenuta da un sestetto composto da Gennaro Desiderio al violino, Gianpaolo Ferrigno alla chitarra, Antonio Ottaviano al pianoforte e al cembalo, Michele Maione alle percussioni, Luca Sbardella alla fisarmonica e al violino, mentre al violoncello suonerà il salernitano Matteo Parisi, parte dell’Orchestra Filarmonica Salernitana “G.Verdi”, che “giocherà” in casa, formazione che eseguirà arrangiamenti del Maestro Valeriano Chiaravalle. Serena Rossi e i suoi musicisti sceglieranno la strada del plurilinguismo, parola, poesia, emozione, gesto, danza, realizzando sul palcoscenico un crogiuolo di diverse culture, esprimendo attraverso il canto partenopeo, quelle diverse espressioni che hanno contaminato la nostra tradizione. Canzone che nello stesso tempo, però, si è adattata alle esigenze di mercato, diventando, di volta in volta, canzone di taverna, da salotto, da ballo, teatrale, sia comica che drammatica, e chi sa quante altre cose ancora. Non sempre e non solo bisogno di canto e di poesia, quindi, ma anche buono o cattivo artigianato. E così, come chi legge un libro interagisce con la pagina scritta, Serena, frugando nella sua memoria, contribuirà a ricreare quel canto, a far riaffiorare la memoria di quella lingua perduta, quella memoria collettiva, che è la formazione, la cultura e la vita quotidiana dei napoletani. Tammurriata Nera, Reginella, accoppiato a Bammenella ‘e copp’ i Quartieri, preda di un Malessere attuale, ancora Viviani e il suo teatro in plen air con Tammurriata nera”, simbolo della mescolanza di razze che avvenne nella Napoli del primo dopoguerra con lo sbarco alleato Munasterio e’ Santa Chiara, ci ritroveremo sulla terrazza di “Gennariniello” dove si affacciava a signurina e ascolteremo “Uocchie c’ arraggiunate”, di Falconi, Fieni e Falvo, e ancora “Guapparia”, Passione, “Lacreme napulitane”, “Dicitencello vuje”, “Reginella”, “Era de maggio”, quadri diversi, tra cui la festa, con “Dove sta Zazà” o la “Festa di Piedigrotta” in cui tante di queste canzoni sono diventate celebri, ovvero quelle del repertorio classico napoletano che più sono nel sentire della Rossi e che sono di appoggio al racconto in teatro. Il pretesto è che per tutto lo spettacolo Serena e il suo sestetto proverà a svegliare questa sirena con le canzoni più belle di Napoli, raccontando le storie di questa città meravigliosa, per far capire a Partenope che non vale la pena lasciarsi morire per amore. Canzoni in cui l’intonazione e il canto rappresentano da sempre una trasformazione lineare del parlato, secondo un principio di continuità che passa attraverso toni intermedi, quali la declamazione accompagnata del melologo, con una scansione recitativa vincolata all’evoluzione ed al carattere dei temi musicali. Musiche e versi che, con i loro contenuti, hanno raccontato semplicità ed erotismo, essoterismo e magia, rituali sacri e profani, feste popolari. Ed è proprio qui che trova origine questo incredibile canzoniere, dove le suggestioni, le intonazioni, le evocazioni del nostro vernacolo si trasformano in un canto ora dolente, ora euforico, capace di esprimere l’eterno incanto dei sensi di questa magica sirena Partenope. Dal mare nascono e al mare ritornano, infatti, le note di questo concerto, che abbracciano la tradizione popolare, la “poesia cantata” del repertorio d’autore, completata dalla memoria sonora collettiva, con il vigore ritmico e l’aggressività espressiva, che sa trasformarsi in danza e nella eterna sfida del popolo partenopeo alla vita.
Il ministro dello Sport di Teheran ha annunciato che l’Iran non parteciperà ai Mondiali di calcio in programma in estate negli Stati Uniti. «Dal momento che questo governo corrotto ha assassinato il nostro leader, non abbiamo alcuna intenzione di partecipare ai Mondiali», ha affermato Ahmad Donjamali in tv, sottolineando le «misure malvagie intraprese contro l’Iran». «Ci sono state imposte due guerre in otto o nove mesi e diverse migliaia dei nostri cittadini sono stati uccisi. Non abbiamo assolutamente alcuna possibilità di partecipare», ha evidenziato. Donald Trump aveva detto al presidente della Fifa Gianni Infantino che la nazionale iraniana era benvenuta a partecipare al torneo. L’Iran è inserito nel girone G che comprende anche Belgio, Egitto e Nuova Zelanda, come stabilito dal sorteggio del 5 dicembre a Washington.
FIFA President Gianni Infantino:
"This evening, I met with the President of the United States, Donald J. Trump to discuss the status of preparations for the upcoming FIFA World Cup, and the growing excitement as we are set to kick off in just 93 days.
A margine del conferimento della medaglia della città di Napoli al Maschio Angioino, Sal Da Vinci ha confermato di aver ricevuto una chiamata da Giorgia Meloni, smentendo però di aver parlato con la premier del possibile utilizzo di Per sempre sì, brano vincitore al Festival di Sanremo, come colonna sonora dei comizi finali di Fratelli d’Italia in vista del referendum del 22 e 23 marzo.
Giorgia Meloni (Ansa).
Da Vinci: «Mi ha fatto i complimenti ed è finita lì»
«Mi ha chiamato per farmi i complimenti, ed è finita lì», ha detto Da Vinci. «Ho letto tante fake news, la telefonata è durata 30 secondi, aveva altre due milioni di cose più importanti da fare», ha aggiunto, parlando di «parole che volano nel web e che diventano gigantesche». E poi: «Se un giorno uno, chiunque esso sia, vuol ascoltare la mia canzone pubblicamente, lo può fare perché è stata pubblicata sulle piattaforme digitali. È un bene comune, tutti la possono condividere».
Sal Da Vinci premiato dal sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi (Ansa).
Ora è ufficiale: Mariarosaria Rossi, ex figura chiave del cerchio magico berlusconiano passata al partito centrista nel 2022 dopo una parentesi in Coraggio Italia di Toti e Brugnaro, torna in campo alle prossime Amministrative con Noi Moderati di Maurizio Lupi. Sarà candidata a sindaco di Santa Marinella e Santa Severa, vicino Roma. La conferma è arrivata direttamente dal leader Lupi e dai referenti regionali e provinciali Marco Di Stefano e Paolo Toppi. «Con questa scelta emerge con chiarezza la volontà di costruire una proposta politica solida e credibile per la città, capace di interpretare le aspettative dei cittadini e di offrire una guida autorevole dopo la conclusione anticipata dell’esperienza amministrativa del centrosinistra guidato da Pietro Tidei», recita il comunicato. «La candidatura di Mariarosaria Rossi rappresenta la sintesi tra esperienza politica, capacità amministrativa e profonda conoscenza delle dinamiche istituzionali: qualità ritenute fondamentali per affrontare le sfide che attendono Santa Marinella e Santa Severa nei prossimi anni». Non solo: «Santa Marinella è una città dalle grandi potenzialità e merita una guida di alto profilo. Siamo convinti che Mariarosaria Rossi possa rappresentare il punto di riferimento per riportare una guida di centrodestra alla città, restituendo stabilità, visione e concretezza all’azione amministrativa».
Maurizio Lupi (Imagoeconomica).
La mossa di Lupi, però, non è andata a genio a tutti gli alleati, soprattutto all’interno di Fratelli d’Italia. Il senatore Marco Silvestroni aveva infatti bocciato il metodo scelto da Noi Moderati e sui «presunti appoggi e sostegni di candidature a sindaco»: «Le fughe in avanti non aiutano il centrodestra e fanno un danno al territorio», aveva sottolineato il meloniano. «Ribadisco che il tavolo provinciale dei partiti del centrodestra, convocato per venerdì prossimo è l’unico che conta per trovare l’unità e la possibile vittoria del centrodestra a Santa Marinella». Subito dopo però è arrivato l’ok a Rossi del coordinatore territoriale Giampiero Rossanese che ha salutato l’ufficializzazione della candidatura come «un’ottima notizia per la coalizione di centrodestra, una garanzia di riscatto per i nostri cittadini».
La Giostra della Quintana alla Camera
Roma, Camera dei Deputati, sala della Regina: alla presenza degli onorevoli umbri Virginio Caparvi, Walter Verini, Emma Pavanelli e Elisabetta Piccolotti, il 10 marzo è stato presentato l’ottantennale della Giostra della Quintana di Foligno. Non sono mancati all’incontro alcuni partecipanti in costumi storici. La Quintana, ha detto la presidente della Regione Umbria Stefania Proietti, è «un punto di riferimento. Il coinvolgimento dei giovani è il valore più alto delle nostre feste di identità collettiva, che tramanda valori e identità e svolge anche un vero servizio sociale, portando i ragazzi a confrontarsi nella ricostruzione storica, nella competizione e nella valorizzazione del rapporto con il cavallo, che resta un grande elemento identitario per una terra come l’Umbria». A fare gli onori di casa è stato il forzista umbro Raffaele Nevi che aveva fatti inserire nella manovra uno stanziamento straordinario di 100 mila euro per la manifestazione di Foligno. Tre gli appuntamenti: la “Quintana dell’Ottantennale” il 30 maggio, la “Giostra della Sfida” in calendario il 13 giugno e la “Rivincita” il 13 settembre. Senza dimenticare i concerti con le bande musicali della Polizia di Stato, della Guardia di Finanza e della Marina Militare.
Il prossimo 18 marzo sarà presentata alla stampa la Fondazione Domenico Caliendo. La costituzione legale avverrà alle 18 a Napoli, in via dei Mille 16, davanti al notaio Roberto Dante Cogliandro. Saranno presenti i genitori di Domenico e gli altri componenti del Comitato promotore la raccolta fondi.
«Ringraziamo l’intera Italia che con un calore e una vicinanza senza precedenti ci ha permesso di raggiungere la quota di 30mila euro necessari per trasformare un’idea in qualcosa di concreto». Così in una nota i rappresentanti del Comitato che aggiungono: «Si tratta di un risultato importante, che va esattamente nella direzione di trasformare il dolore in impegno. Ma non è un traguardo; al contrario, lo riteniamo un primo passo verso la costruzione di una casa in cui chi vive un dolore simile a quello di mamma Patrizia sappia di non essere solo».
Per la famiglia Caliendo, si legge ancora, «questa vicinanza è stata fondamentale. Vogliamo trasformare quel movimento spontaneo in qualcosa di strutturato, e per farlo abbiamo ancora bisogno del sostegno e della solidarietà di tutti».
La Fondazione si occuperà di fornire supporto a chi ritiene di essere vittima di malasanità, a partire dall’assistenza legale passando per il supporto relazionale e psicologico. Inoltre, si pone l’obiettivo di promuovere iniziative in memoria di Domenico e volte a rinsaldare la consapevolezza sui rischi della malasanità.
Dal Comitato ricordano poi che «è possibile donare attraverso bonifico su IBAN IT65W0321103400052168161620 intestato a “Comitato Domenico Caliendo” o sui recapiti che trovate su https://www.fondazionedomenicocaliendo.it».
POMPEI. Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha inaugurato il nuovo percorso nel Parco archeologico di Pompei, dedicato ai calchi e ai reperti organici emersi durante gli scavi e visitabile, da oggi nella Palestra Grande.
«È una installazione permanente – ha spiegato il direttore generale del Parco Archeologico, Gabriel Zuchtriegel – un “memoriale” che racconta la fine di Pompei e le sue vittime». È proprio questo che colpisce: i 22 calchi di vittime, tra i vari rinvenimenti esposti, sono i resti di persone vere, che nel 79 dopo Cristo, furono “bruciate vive” durante l’eruzione del Vesuvio.
«Scappavano dalle loro case e rimasero intrappolate nella seconda fase dell’eruzione, dopo la caduta dei lapilli, in una nube ardente di cenere vulcanica, cosiddetta corrente piroclastica, che si solidificò intorno ai loro corpi – ha spiegato Zuchtriegel – I calchi, non sono dunque semplici reperti, ma testimonianze dirette della tragedia che colpì Pompei. Attraverso di essi, la scienza ci restituisce i volti, i gesti e l’umanità degli abitanti dell’antica Pompei».
L’esposizione prevede anche una sezione dedicata agli animali e alle piante con una collezione dei reperti organici straordinariamente conservati che raccontano il rapporto fra l’uomo e le risorse naturali. La mostra dei calchi ha una delicatezza nuova nel trattare questo aspetto della Pompei distrutta dal Vesuvio: la sezione delle vittime non è subito visibile, ma è protetta alle due estremità, da elementi divisori che avvisano il visitatore che sta per entrare in un ambiente dove si viene a contatto con “il momento della morte improvvisa”.
Avrà, pertanto, la possibilità di scegliere se affrontare, o meno, la visita. Il rispetto nei confronti delle vittime è stato usato anche nell’allestimento, che ha un uso minimo del colore e di ogni elemento decorativo.
È arricchito da contenuti multimediali dedicati da un lato alla tecnica di realizzazione dei calchi dal momento dell’invenzione fino ad oggi e alla struttura interna dei calchi con immagini tratte da TAC eseguite su alcuni esemplari, dall’altro lato a contenuti storici come l’intervista ad Amedeo Maiuri sui calchi dell’Orto dei Fuggiaschi o ancora agli aspetti emozionali legati alla vista di questi reperti. La visita all’esposizione è inclusa nel biglietto di accesso agli Scavi. Ingresso consigliato: piazza Anfiteatro.
Personale sanitario del 118, intervenuto per un’emergenza, è stato aggredito – come denunciato dalla pagina social “Nessuno tocchi Ippocrate” – dai presenti sul luogo del soccorso.
L’episodio è avvenuto ieri, a Salerno, intorno alle 11:31, quando la centrale operativa del 118 della città ha attivato l’automedica Salerno Alfa 2 della Croce Bianca per un presunto arresto cardiocircolatorio.
All’arrivo dell’equipe sul posto, però, la situazione è risultata molto tesa. Alcuni presenti, convinti che i soccorritori fossero arrivati in ritardo, hanno iniziato a protestare animatamente contro il personale sanitario. Secondo quanto riferito, il medico e l’autista dell’automedica sarebbero stati spinti e strattonati, fino a essere allontanati con forza dall’abitazione.
Sul posto era già intervenuta anche un’ambulanza della Croce Azzurra di Cava de’ Tirreni, impegnata nelle manovre di rianimazione su un uomo di 94 anni. La situazione è tornata sotto controllo solo dopo l’arrivo della Polizia di Stato, che è intervenuta per calmare gli animi e ristabilire l’ordine.
Nella giornata odierna, i Carabinieri della Compagnia di Battipaglia e i finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Salerno, hanno dato esecuzione a un’ordinanza applicativa di misure cautelari reali emessa dal G.I.P. del Tribunale di Salerno, su richiesta di questa Procura, con cui è stato disposto il sequestro di conti correnti e rapporti finanziari, finalizzato al recupero delle somme indebitamente percepite. Il fascicolo è iscritto a carico di 68 persone indagate per riciclaggio.
L’indagine trae origine dalla denuncia di un cittadino, presso la Stazione Carabinieri di Giffoni Valle Piana (SA), relativa all’apertura fraudolenta di rapporti finanziari a suo nome. Gli accertamenti, condotti in sinergia tra l’Arma dei Carabinieri e la Guardia di Finanza di Salerno, hanno permesso di individuare i soggetti che, spacciandosi per operatori bancari, inducevano le vittime a inserire i propri dati su siti internet contraffatti e appositamente creati, accessibili da un link inviatogli. In tal modo gli indagati erano in grado di versare su conti correnti appena aperti da prestanome il denaro presente nei conti delle vittime. Per rendere complessa la localizzazione dei fondi, il denaro veniva poco dopo monetizzato attraverso prelievo contante o convertito in criptovalute presso exchange esteri.
L’attività d’indagine ha interessato un raggio d’azione vastissimo, coinvolgendo, numerose province (tra cui Salerno, Napoli, Caserta, Potenza, Lecce, Taranto, Roma e Macerata). I volumi finanziari – sottratti a 89 vittime ammontano a oltre 1.500.000 euro, somma oggetto del provvedimento di sequestro eseguito in data odierna su conti correnti e disponibilità finanziarie riconducibili agli indagati.
Alessandro Tortato, consigliere d’indirizzo della Fondazione Teatro La Fenice nominato dal ministero della Cultura a gennaio del 2025, si è dimesso all’indomani del voto consultivo con cui è stata confermata la nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale. «A questo punto è evidente che la questione si è fatta meramente politica e che, di conseguenza, non c’è alcun bisogno di avere un musicista tra i consiglieri. Quindi me ne vado», ha annunciato sui social.
Le critiche al sovrintendente Colabianchi
In un lungo post, Tortato ha ripercorso i vari capitoli di «questo vero e proprio feuilleton tutto italiano», criticando innanzitutto l’operato del Nicola Colabianchi. La nomina di Venezi, ha specificato, è del tutto legittima: «Si può essere in disaccordo, protestare, parlare di prassi violata, ma è lecita. Non è altrettanto lecito, o perlomeno corretto, che Colabianchi faccia sapere che la nomina è stata approvata all’unanimità dal Consiglio d’indirizzo, cosa mai avvenuta».
Il dito puntato contro i sindacati
Tortato ha puntato poi il dito contro i sindacati, che lo hanno duramente criticato durante il braccio di ferro sul welfare: «Visto che stiamo parlando della Fenice e non della bocciofila di Maerne (che non esiste, così non offendo nessuno), era assolutamente sensato sospendere il pagamento di quell’erogazione liberale (da 850 mila euro, ndr) sin quando non si avesse avuto la certezza che quei soldi sarebbero entrati in cassa».
Beatrice Venezi (Imagoeconomica).
L’attacco a Venezi, non per il suo curriculum
Poi il duro attacco a Venezi: «Se la nomina è stata assolutamente lecita, non è lecito da parte sua – o per lo meno non è da me accettabile – parlare pubblicamente della Fenice come di un “teatro con gestione anarchica”». Inoltre, scrive Tortato, è «inopportuno abbracciare una persona che ha appena dichiarato pubblicamente che orchestrali e coristi del “suo” teatro sono “pippe il cui massimo titolo è il battesimo”». In questo caso il riferimento è al giornalista Andrea Ruggieri. E poi: «Altrettanto fuori luogo sono le dichiarazioni sul pubblico veneziano composto da ottantenni. Davanti a tutto questo, mi immaginavo almeno una presa di posizione da parte della governance del Teatro a cui appartengo. Al contrario, ieri, ancora in barba allo Statuto, si è voluto far pronunciare nuovamente il Consiglio di indirizzo sulla nomina di Venezi a direttore musicale del Teatro».
La Spagna ha deciso di rimuovere il suo ambasciatore in Israele Ana Salomon Pérez, declassando la rappresentanza diplomatica a Tel Aviv a incaricata d’affari. Lo riporta la gazzetta ufficiale di mercoledì 11 marzo 2026. La decisione pone l’ambasciata spagnola in Israele nella stessa situazione dell’ambasciata israeliana in Spagna, guidata da un incaricato d’affari (Dana Erlich) da quando il governo Netanyahu ha richiamato il suo ambasciatore, Rodica Radian-Gordón, nel maggio 2024.
Il governo spagnolo dovrà cercare l’approvazione di Israele se vorrà nominare un nuovo ambasciatore
Salomon Pérez era stata richiamata per consultazioni a settembre 2025 in segno di protesta contro le dichiarazioni del ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar che aveva definito il governo spagnolo «antisemita». Da allora si trovava in Spagna. Il suo licenziamento non è correlato alle sue prestazioni, hanno sottolineato fonti diplomatiche. La decisione, motivata politicamente, aggrava la crisi diplomatica tra i due Paesi e implica che la Spagna dovrà nominare un nuovo ambasciatore e cercare l’approvazione delle autorità israeliane quando vorrà normalizzare le relazioni e ripristinare il massimo livello di rappresentanza nello Stato ebraico. Non è ancora chiaro se ciò avverrà a breve, dato che continuano le critiche della Spagna a Netanyahu per l’attacco all’Iran e la nuova offensiva in Libano.
Secondo quanto riporta il Financial Times, che cita fonti a conoscenza dei piani di Mosca, il Cremlino ha lanciato una campagna di disinformazione – perlopiù online – volta ad aiutare il primo ministroViktor Orbán (alleato di Vladimir Putin) e il suo partito Fidesz a vincere le elezioni che si terranno il 12 aprile in Ungheria.
Viktor Orban (Imagoeconomica).
La campagna prevede di etichettare il rivale Magyar come «un burattino dell’Ue»
La campagna, elaborata dalla Social Design Agency, società di consulenza mediatica legata al Cremlino e soggetta a sanzioni occidentali, propone di promuovere Orban sui social media come un «leader forte con amici in tutto il mondo», definendolo come l’unico candidato in grado di preservare la sovranità dell’Ungheria. Il suo principale rivale, Péter Magyar, presidente del partito di opposizione Tisza, verrà al contrario etichettato come «un burattino di Bruxelles». Il piano prevede «attacchi informativi» e l’uso di influencer ungheresi.
Peter Magyar (Imagoeconomica).
L’agenzia era stata sanzionata per la campagna online nota come “Doppelgänger”
Gli Stati Uniti, il Regno Unito e altri Paesi occidentali hanno sanzionato Social Design Agency nel 2024 a causa della vasta campagna online nota come “Doppelgänger”, che ha previsto la diffusione di fake news e deepfake generati dall’intelligenza artificiale per alimentare il sentimento anti-ucraino. Rendendosi conto che gli aiuti pubblici dalla Russia avrebbero potuto ritorcersi contro Orbán, l’agenzia non ha interagito direttamente con funzionari ungheresi, ma si è messa in contatto con almeno 50 «influenti personalità locali» per diffondere i suoi contenuti.
Il post “sospetto” di Ripost su Facebook.
Mosca ovviamente ha già smentito l’articolo del Financial Times
Al centro del piano il sentimento anti-Ucraina, in un momento in cui la tensione tra i due Paesi è particolarmente forte, dopo l’arresto a Budapest di sette dipendenti di una banca ucraina accusati di riciclaggio di denaro. Il Ft evidenzia che il numero di post anti-ucraini sulle pagine ungheresi è aumentato notevolmente nelle ultime settimane. Un post su Facebook di Ripost (tabloid magiaro vicino a Fidesz), che mostrava immagini generate dall’IA di guardie ucraine addette al trasporto valori fermate in autostrada con denaro contante e oro, ha generato oltre 136 mila reazioni, più di 12 mila commenti e quasi 20 mila condivisioni, principalmente da utenti stranieri, circostanza piuttosto insolita. L’ambasciatore russo a Budapest, Yevgeny Stanislavov, ha dichiarato che Mosca non è in alcun modo coinvolta nella campagna elettorale ungherese. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «falso» quando riportato dal Financial Times.
Quando si parla di suffragio femminile in Italia viene in mente il 2 giugno 1946, giorno del referendum istituzionale e dell’elezione dell’Assemblea Costituente. In realtà, la “prima” delle Italiane nella vita politica attiva e diretta avvenne un po’ prima, sancita dal Decreto legislativo luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946 che permise alle donne con almeno 25 anni di età di poter eleggere ed essere elette alle prime elezioni amministrative postbelliche che si svolsero nella primavera del ’46. Ancora all’inizio del secolo scorso, le donne erano escluse dalla vita e dagli affari pubblici del Paese. Nel lento cammino verso l’uguaglianza dei diritti, arriva la Prima Guerra Mondiale: le donne sono impegnate, per necessità, nei lavori di responsabilità fino allora delegati agli uomini chiamati al fronte. Con la Legge Sacchi del 1919 – sulla spinta del movimento delle “suffraggette” per il diritto al voto femminile, nato nella seconda metà del Ottocento in Gran Bretagna – le donne ottennero l’emancipazione giuridica, avendo «pari titolo degli uomini all’esercizio di tutte le professioni ed a coprire tutti gli impieghi pubblici esclusi gli impieghi giurisdizionali o che attengono alla difesa militare dello Stato». Anche papa Benedetto XV si pronunciò pubblicamente a favore del diritto di voto femminile. Con l’avvento del fascismo la questione si congelò e la donna tornò a ricoprire il ruolo esclusivo di figura custode del focolare domestico. La svolta arrivò con il Secondo conflitto mondiale, durante la Resistenza, con molte partigiane che divennero staffette, informatrici e parte attiva nella lotta contro l’occupazione nazifascista. Terminata la guerra, la Liberazione divenne un punto di non ritorno per il Paese e anche per i diritti delle donne. In occasione del Consiglio dei Ministri del 30 gennaio 1945, venne esaminata per la prima volta l’estensione del voto alle donne dai 21 anni, sancita con il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 31 gennaio 1945. Ma è il decreto n. 74 del 10 marzo 1946, in occasione delle prime elezioni amministrative postbelliche, che le donne con almeno 25 anni di età potevano eleggere ma soprattutto essere elette. Tra il 10 marzo e il 7 aprile 1946, si andò alle urne in oltre 5.700 Comuni nelle prime elezioni amministrative postbelliche: furono elette le prime donne nei Consigli comunali e sei divennero sindache: Margherita Sanna a Orune, in provincia di Nuoro; Ninetta Bartoli a Borutta, in provincia di Sassari; Ada Natali, che sarà poi parlamentare, a Massa Fermana, in provincia di Fermo; Ottavia Fontana a Veronella, in provincia di Verona; Elena Tosetti a Fanano, in provincia di Modena; Lydia Toraldo Serra a Tropea, in provincia di Vibo Valentia. Si avvicinava la data del 2 giugno, referendum per scegliere il futuro assetto politico del Paese (Monarchia o Repubblica) e contestualmente l’elezione dell’Assemblea Costituente che avrebbe poi redatto la Costituzione Italiana. Come ricorda la giornalista Anna Garofalo: «Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere, hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane. Stringiamo le schede come biglietti d’amore». Il 2 giugno 1946 l’affluenza raggiunse quasi il 90%, in equilibrio tra uomini e donne. Il 25 giugno tra i banchi dell’Assemblea Costituente appena aperta sedevano anche 21 donne: appena il 3,6% e tuttavia una minoranza combattiva e incisiva. Tra loro, Nilde Iotti che nel 1979 diventerà la prima donna nella storia dell’Italia repubblicana a ricoprire la terza carica dello Stato, la presidenza della Camera dei deputati. Circa quarant’anni dopo, Maria Elisabetta Alberti Casellati divenne la prima donna a ricoprire la carica di Presidente del Senato della Repubblica italiana e quattro anni dopo, nel 2022, Giorgia Meloni la prima donna Presidente del Consiglio dei Ministri. Diverse per età, estrazione sociale, generazione e colori politici, le donne in politica sono state unite nella battaglia per il principio di uguaglianza (Articolo 3 della Costituzione) decretato da un accesso all’elettorato attivo che mosse il suo primo passo epocale ottant’anni fa.
I dissidenti italo-venezuelani Williams Davila e Americo De Grazia hanno ottenuto la piena libertà grazie alla nuova legge di amnistia, dopo essere stati detenuti dall’agosto 2024 nell’ambito delle proteste seguite alla contestata rielezione di Nicolas Maduro. I due politici, rispettivamente di 74 e 66 anni, hanno confermato il loro rilascio tramite i loro account Instagram e X. Entrambi erano stati sottoposti a misure cautelari tra luglio e agosto 2025 dopo essere stati rinchiusi per svariati mesi nel famigerato carcere El Helicodide di Caracas. «Ribadisco ancora una volta il mio impegno nei confronti di tutti i venezuelani affinché contribuiscano, attraverso i miei sforzi, al ripristino della democrazia, della libertà e della sovranità», ha scritto De Grazia. Anche Dávila ha assicurato che continuerà a lavorare per la liberazione di tutti i prigionieri politici.
Hoy me otorgaron la amnistia. En la 3era va la vencida. Reafirmo una vez mas mi compromiso con TODOS los venezolanos por contribuir con mi esfuerzo, a la restitucion de la democracia, la libertad y la soberania. Gracias por la SOLIDARIDAD. https://t.co/zo1X8m4zgy
— Americo De Grazia (@AmericoDeGrazia) March 9, 2026
Chi è Williams Davila
Williams Davila è ex governatore dello stato venezuelano di Merida, ex deputato di opposizione e membro del comitato scientifico dell’Istituto Milton Friedman.È stato arrestato ad agosto 2024 poche ore dopo aver rilasciato un’intervista all’Adnkronos nella quale si era appellato alla premier Meloni chiedendo sostegno «affinché la sovranità popolare potesse essere rispettata» in Venezuela.
Chi è Americo De Grazia
Americo De Grazia è stato sindaco di Piar, nello stato di Bolívar, per due mandati, oltre che parlamentare dell’Assemblea nazionale del Venezuela eletto nelle fila del partito dell’Unità Nazionale. Durante la crisi presidenziale del 2019 ha sostenuto Juan Guaidó, vedendosi revocata l’immunità parlamentare in quanto ritenuto oppositore del regime. A seguito di ciò, ha cercato e ottenuto protezione presso l’Ambasciata d’Italia a Caracas e, successivamente, è riuscito a fuggire dal Venezuela. Tornato nel Paese, è stato arrestato ad agosto 2024 quando Maduro represse con la forza le proteste per i brogli alle elezioni presidenziali.
Grande partecipazione al convegno sul tema ” I Social network croce e delizia della società”. Presso i locali dell’Ente SP Formazione, in cui 3 autorevoli nomi di donne professioniste hanno portato il proprio contributo sullo scottante argomento, confrontandosi con una variegata platea. In prima fila, anche gli studenti del Liceo Caccioppoli scafatese in un interessante confronto con la dott.ssa Annamaria Campitiello, con l’avvocato Germana Pagano del Foro di Nocera e con la psicologa psicoterapeuta Marianeve Spinetti. A sottolineare e marcare l’importanza della iniziativa, firmata dalla giornalista Giovanna Criscuolo in collaborazione con la dott.ssa Teresa Cirillo e l’ingegnere Rossella Desiderio fondatrici delle Associazione Scapha, è giunta l’ Arma dei Carabinieri nella persona del Colonnello Gianfranco Albanese Comandante del Reparto Territoriale Nocera Inferiore. Toccante ed umano l’intervento dell’Ufficiale dell’Arma: al di là dell’uniforme e della propria missione a difesa della Patria, un uomo, un marito ed un padre alle prese con le quotidiane insidie che si celano subdolamente dietro lo schermo di uno smartphone o di un PC. Due ore intervallate con arte e maestria dalle allieve della scuola di musica Pure Music Art, che accompagnate dalla chitarra del Maestro Alessandro Vitiello, hanno interpretato tre brani inerenti al tema sotto la supervisione della direttrice ed insegnante di canto Carmen Vitiello. Hanno preso parte alla manifestazione in qualità di sponsor commerciali due importanti aziende scafatesi: Metan Sud Gas nella persona dell’amministratore Salvatore Grillo e Mediqua nella persona del presidente Vincenzo Cesarano ai quali l’organizzazione ha fatto giungere sentiti ringraziamenti. Ringraziamenti anche allo sponsor tecnico Givova che ha omaggiato gli studenti del liceo mettendo a disposizione gadget di vario genere. Orgoglio e soddisfazione per il team tutto che ieri ha tracciato una importante linea di partenza verso nuovi progetti utili alla comunità soprattutto alle nuove generazioni.
C’è voluta la pazienza di un amanuense medievale e la tempra di chi, a Salerno, è abituato ad aspettare il completamento di una grande opera pubblica, ma alla fine il miracolo si è compiuto. Letizia Magaldi, presidente della Fondazione Menna, ha rotto il silenzio. Dopo due mesi di gestazione – un tempo che in altre latitudini basterebbe a varare una finanziaria, ma che qui sembra il minimo sindacale per articolare un “vedremo” – sono arrivate le risposte alle nostre domande. Domande che, sia chiaro, non avevano la pretesa di svelare il terzo segreto di Fatima, ma chiedevano semplicemente conto della gestione di un bene pubblico. Eppure, la sensazione che si trae dalla lettura delle missive presidenziali non è quella di una ritrovata trasparenza, quanto piuttosto quella di trovarsi di fronte a un raffinato esercizio di equilibrismo istituzionale, dove il “detto” serve magistralmente a coprire il “non detto”. Partiamo dal dato tecnico, quello che dovrebbe essere il pilastro della gestione di un ente titolato a maneggiare la cosa pubblica: il protocollo d’intesa per l’area dell’ex Casa del Combattente. Per anni abbiamo denunciato su queste colonne l’assenza di un quadro regolatorio chiaro. Oggi arriva la conferma ufficiale, condita da quel gergo burocratico che funge da anestetico per la logica: il protocollo è scaduto e “va rinegoziato”. Sorge spontanea, nel lettore dotato di un minimo di senso civico, una raffica di interrogativi: con chi va rinegoziato? In base a quali criteri di evidenza pubblica? E soprattutto, nelle more di questa rinegoziazione che pare avere i tempi di un’era geologica, a che titolo gli spazi continuano a essere occupati? La parola “rinegoziare” presuppone una trattativa tra parti, ma qui le parti sembrano essere sempre le stesse, in un circolo così chiuso da risultare claustrofobico. Se gli spazi sono pubblici, e se le associazioni salernitane che boccheggiano per mancanza di sedi sono decine, per quale arcana legge fisica la gravità attira sempre e solo gli stessi attori negli stessi locali? La Presidente ci rassicura: “Chiunque può svolgere attività, basta farne richiesta via mail”. È un’immagine bellissima, quasi democratica. Peccato che la realtà dei fatti, quella che si consuma tra le mura dell’ex Casa del Combattente, racconti una storia diversa. Mentre il cittadino comune immagina la propria mail vagare nei server della Fondazione in attesa di un cenno, c’è chi quegli spazi li abita de facto cinque giorni su sette. E non solo negli orari d’ufficio, ma anche di sera, nel fine settimana, in un continuum che va ben oltre la “fruizione pubblica”. Ci dicono che si tratta di “attività culturali”. E qui il sarcasmo diventa un atto dovuto. Se per cultura intendiamo cineforum riservati esclusivamente agli iscritti (con buona pace della pubblica utilità), serate dedicate agli scacchi o, vette sublimi del pensiero intellettuale, feste di compleanno riservate all’ex presidente dell’associazione – oggi, guarda caso, in rampa di lancio per il Consiglio Comunale – allora Salerno è diventata la nuova Atene. Ma con le tartine e le candeline. È un abusivismo leggero, quasi elegante, che però sbatte in faccia alla città il privilegio di pochi eletti che usano il patrimonio collettivo come il salotto di casa propria, senza protocolli attivi, senza canoni di mercato, ma con tantissima, tantissima “cultura”. Ma il momento più alto del surrealismo istituzionale lo raggiungiamo quando la narrazione ufficiale della Fondazione si scontra con la gratitudine spontanea (e forse un po’ ingenua) dei protagonisti. La Magaldi insiste sulla procedura della mail? Benissimo. Peccato che la direttrice del coro di voci bianche del Teatro Verdi, dopo un evento tenutosi proprio in quegli spazi, non abbia sentito il bisogno di ringraziare la Fondazione Menna né di menzionare la celebre mail democratica. No, lei ha ringraziato, senza giri di parole, Gianni Fiorito. Ora, chiunque conosca le dinamiche del potere salernitano sa che Fiorito sta alla Fondazione Menna come questa redazione sta al bollettino ufficiale della NASA: ovvero, formalmente, nulla. Eppure, è lui l’uomo del “placet”, il dominus di fatto, il destinatario dei ringraziamenti pubblici per l’uso di uno spazio che – teoricamente – dovrebbe essere gestito da altri organi. È il trionfo della gestione “a persona”, dove la struttura istituzionale è solo un paravento per una governance basata sulla prossimità e sulla conoscenza diretta. Altro che mail: qui serve il “visto” di chi conta. Si parla di spazi non politicizzati. Si ostenta una verginale distanza dalle beghe elettorali. Eppure, basta un rapido tour sui social network per veder crollare questo castello di carte. Le riunioni dell’associazione Limen – la principale beneficiaria della generosità spaziale della Fondazione – per sostenere candidati del PD alle scorse Regionali sono documentate, pubbliche, ostentate. Dal noto locale della movida (sempre lo stesso, ubiquo tra festival e Villa Guariglia, in un’orgia di incarichi e location che farebbe invidia a una multinazionale) fino al salotto buono dell’ex sindaco Vincenzo Napoli. Qui la vicenda assume contorni quasi familiari. Vedere la moglie dell’ex sindaco sostenere pubblicamente e con vigore la candidatura di Fiorito, mentre magari esprime il desiderio di vedere il coniuge finalmente lontano dalle fatiche di Palazzo di Città, chiude il cerchio. È una politica che si fa tra le pareti domestiche e si riverbera negli spazi pubblici gestiti dalle fondazioni “amiche”. Se quello che vediamo sui social è, come sempre, solo la punta dell’iceberg, il restante 90% del sommerso ci autorizza a pensare non male, ma malissimo. Il tempismo, poi, è da manuale: le dimissioni del presidente di Limen seguite, a pochi giorni di distanza, dall’annuncio della candidatura alle Comunali, sono il tocco di classe finale. Una porta girevole che trasforma l’attivismo culturale foraggiato dal pubblico in un trampolino di lancio elettorale. Salerno non è New York, e questo lo sapevamo. È una città piccola, dove le correnti d’aria portano i segreti da un vicolo all’altro prima ancora che vengano sussurrati. È come l’odore della milza: non serve entrare nel ristorante o a casa di un’esperta cuoca del luogo, basta che una finestra sia aperta e l’essenza della “salernitanità” ti investe, che tu lo voglia o no. Tuttavia, in questa vicenda della Fondazione Menna e dell’ex Casa del Combattente, l’odore che si percepisce non è quello rassicurante della cucina tradizionale. È qualcosa di più globale, meno inebriante, un sentore di stantio che deriva dalla gestione privatistica del bene comune, dal favoritismo spacciato per promozione culturale, dalla commistione tra associazionismo e segreterie di partito. È un risultato di “buona cucina” politica, dove gli ingredienti sono sempre gli stessi e il piatto finale ha sempre quel colore marrone tipico delle cose che hanno smesso di essere trasparenti da tempo. Non è profumo di milza, è l’odore di un sistema che si auto-riproduce, sordo alle domande e cieco davanti all’opportunità. Ma noi, imperterriti, continueremo a tenere il naso puntato verso quelle finestre aperte, pur consapevoli di essere attualmente coperti dalla “cloaca” impertinente di un sistema tutt’altro che democratico.
Quarto incidente in due settimane per i tram di Milano e dei Comuni limitrofi. C’è stato infatti un principio d’incendio su un mezzo dell’Atm che si trovava in via Marco Bruto. A bordo del mezzo (della Linea 27) una ventina di persone: nessuno è rimasto ferito né intossicato. Sul posto polizia locale e vigili del fuoco per tutti gli accertamenti: ancora da ricostruire le cause dell’incendio, che è partito dal pantografo: avrebbe ceduto un cavo dell’alta tensione.
Il 10 marzo un tram è uscito dai binari a Rozzano
Ieri, martedì 10 marzo, il carrello centrale della seconda carrozza di un tram della linea 15 era uscito dai binari nel Comune di Rozzano. Nessuno dei passeggeri a bordo era rimasto ferito: il mezzo, appena ripartito da una fermata, si stava muovendo a bassa velocità. L’incidente, secondo l’ipotesi più accreditata, sarebbe stato dovuto a un guasto meccanico, in particolare a un blocco che avrebbe coinvolto una ruota in fase di ripartenza.
ll tram uscito dai binari a Rozzano (Ansa).
Il 7 marzo è deragliato un tram diretto al deposito
Sabato 7 marzo un tram della linea 9 – senza passeggeri a bordo – era uscito dai binari nella curva tra via Galvani e via Filzi, accanto alla stazione Centrale, mentre era diretto al deposito di via Leoncavallo. A causare l’incidente, che aveva causato il ferimento del conducente, era stato un bullone sui binari.
Il palazzo contro cui il 27 febbraio si è scontrato un tram (Ansa).
Il 27 febbraio l’incidente più grave, con due morti e 54 feriti
Il primo incidente, il più grave, si era verificato il 27 febbraio: nel deragliamento del tram della Linea 7, finito contro un palazzo, avevano perso la vita due persone e 54 erano rimaste ferite. Il conducente è indagato per disastro ferroviario, omicidio colposo e lesioni.
Una raffica di polemiche ha travolto il Teatro Franco Parenti di Milano dopo l’annuncio della presenza della premier Giorgia Meloni a un evento nell’ambito della campagna per il sì la referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Nel mirino è finita la direttrice Andrée Ruth Shammah, accusata di aver aperto le porte alla destra. In poco tempo, sotto al suo post Facebook sono comparsi centinaia di commenti negativi e insulti. Sul caso è intervenuto anche il presidente del Senato Ignazio La Russa.
I commenti su Facebook: «Spazio profanato dalla destra»
«I fascisti al Pier Lombardo. Tristezza infinita… Franco Parenti ne sarebbe disgustato», ha scritto un utente evocando la figura dell’attore e fondatore dello spazio culturale. «A destra destra, nascostamente, e neppure troppo, fascista al Franco Parenti! Davvero: sipario», o ancora «Chissà cosa avrebbe detto Bertolt Brecht. O Vladimir Vladimirovič Majakovskij. O Jean Genet». Ma anche «Invitare la sponsor di quel “liberale” di Orban è il segno dei nostri tempi», «Che dispiacere vedere il Parenti diventare ribalta di una imbonitrice come la premier», «Povero Franco Parenti vedere profanato il suo teatro dalla destra che lui ha sempre combattuto». Sono solo alcuni dei commenti comparsi sotto il post criticando la scelta di ospitare, giovedì 12 marzo 2026, la leader di Fratelli d’Italia.
La replica: «Il teatro è un luogo aperto al confronto»
Shammah ha replicato difendendo la scelta in nome del pluralismo e del confronto pubblico: «Perché dovrei rifiutare al presidente del Consiglio di venire a parlare in un luogo aperto al confronto? Nelle nostre sale sono stati ospitati a pagamento molti incontri pubblici. Lo abbiamo dato a Renzi, a Calenda, lo diamo a La Malfa per discutere del referendum. L’unico al quale forse direi di no, anche se pagasse molto, sarebbe Conte, perché credo che semini odio in tutte le direzioni. Ma forse mi sbaglio e potrei pensarci prima di impedire un libero dibattito». In un’intervista al Corriere, ha aggiunto che «il teatro ha sempre tenute aperte le sue porte, anche nei momenti più difficili». Lo stesso Franco Parenti «mise in scena un’opera di George Bernard Shaw, autore di destra, perché uno dei suoi principi era che bisogna sempre guardare alle ragioni dell’altro. L’Unità si arrabbiò tantissimo. Ci fu una polemica feroce».
Andrée Ruth Shammah (Ansa).
Interviene anche La Russa: «Solidarietà a Shammah, condanno con forza l’odio politico»
Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente del Senato Ignazio La Russa: «Rivolgo la mia sincera e affettuosa solidarietà ad Andrée Ruth Shammah, direttrice del Teatro Parenti di Milano. Come lei stessa ha dichiarato, il teatro è luogo di confronto, tanto che il Teatro Parenti, negli anni, ha ospitato partiti e figure politiche di ogni colore. Chiederle o intimarle di impedire l’evento del prossimo 12 marzo, e farlo anche con insulti, è sintomo di un odio politico che condanno con forza».
Giorgia Meloni ha tenuto in Senato le comunicazioni in vista del Consiglio europeo e sulla crisi in Medio Oriente. «Non vogliamo entrare in guerra, qui non c’è un governo complice di decisioni altrui, né tanto meno isolato in Europa, né colpevole di conseguenze economiche che la crisi può avere su cittadini e imprese», ha detto la premier. «Tutte cose che ho sentito dire in questi giorni e che non fanno giustizia dell’impegno portato avanti in questo delicato quadrante della geopolitica e che abbiamo intensificato in questi giorni».
«Intervento di Usa e Israele fuori dal diritto internazionale»
«Io mi auguro sinceramente che la crisi in corso possa essere affrontata anche con uno spirito costruttivo e di coesione, sottraendo la discussione a una polarizzazione politica che banalizzando non aiuta nessuno a ragionare con profondità», ha aggiunto. Ribadendo che quello di Stati Uniti e Israele in Iran è «un intervento a cui l’Italia non prende parte e non intende prendere parte», ha anche evidenziato come sia stata una mossa da collocare «in un contesto di crisi del sistema internazionale nel quale le minacce diventano sempre più spaventose e si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale».
Giorgia Meloni (Ansa).
«Auspicabile compattarsi, mi auguro che l’Italia parli con una sola voce»
Quindi un appello all’unità: «Qui c’è il governo italiano chiamato a affrontare uno dei tornanti più complessi e preferimmo non farlo da soli. È sempre auspicabile una nazione come la nostra sappia compattarsi. Uno scenario come questo impone a tutte le classi dirigenti lucidità e capacità di adattare le proprie decisioni. È possibile e io l’ho fatto, da unica leader di opposizione, durante l’attacco all’Ucraina. Si può fare senza rinunciare a nulla della propria identità politica, mi auguro che lo spirito possa essere accolto perché l’Italia possa parlare con una sola voce».
«Pronti ad aumentare le tasse a chi specula»
Riguardo all’attuale aumento dei prezzi dei carburanti, il messaggio che Meloni ha lanciato «agli italiani ma anche a chi dovesse pensare di sfruttare questa situazione per arricchirsi sulla pelle dei cittadini e delle imprese» è di rimanere prudenti, perché «faremo tutto quello che possiamo per impedire che si speculi sulla crisi compreso, se necessario, recuperare i proventi della speculazione con una maggiore tassazione delle aziende che ne fossero responsabili».
Come staMojtaba Khamenei? La nuova Guida Suprema dell’Iran, figlio e successore dell‘ayatollah Ali Khamenei – ucciso da Israele e Stati Uniti nelle prime fasi della guerra – finora non è apparsa in pubblico né in video. E non ha nemmeno non ha diffuso nemmeno comunicazioni scritte. Dovrebbe essere vivo, anche se il condizionale è d’obbligo. E per quanto riguarda le sue condizioni occorre affidarsi a fonti iraniane, in alcuni casi molto vicine al regime. Si tratta dunque di informazioni da prendere con le molle: ecco, in ogni caso, cosa sappiamo.
Per il Nyt nei raid è rimasto ferito alle gambe
Il New York Times, citando tre fonti iraniane, ha riferito che Mojtaba Khamenei è rimasto ferito alle gambe nei raid che hanno provocato la morte del padre. E da allora stato trasferito in un luogo ritenuto più sicuro, da dove ha ridotto al minimo le comunicazioni per evitare di essere localizzato.
I media statali hanno parlato del suo ferimento
La notizia è stata confermata dalla televisione di Stato iraniana e l’agenzia Irna, che hanno definito Khamenei «veterano ferito della guerra del Ramadan», riferendosi all’attuale conflitto, senza però fornire dettagli sulle sue condizioni.
Il figlio di Pezeshkian ha detto che «sta bene»
Successivamente Yousef Pezeshkian, figlio del presidente iraniano e consigliere del governo di Teheran, ha scritto su Telegram: «Ho sentito la notizia che Mojtaba Khamenei era rimasto ferito. Ho chiesto ad alcuni amici che avevano contatti con lui. Mi hanno detto che, grazie a Dio, sta bene».
Mojtaba Khamenei teme di fare la fine del padre
Se è vivo, di sicuro Khamenei si sta nascondendo, perché teme (a ragione) di fare la fine del padre. Per Israele è infatti un obiettivo dichiarato. Secondo i media americani, dalla Casa Bianca partirebbe l’ordine di eliminarlo solo se le possibilità di dialogo sul nucleare si rivelassero nulle. Donald Trump, che lo aveva definito «un peso piuma» e continua comunque ad auspicare l’avvento di un altro leader, più gradito a Washington, ha dichiarato: «Ha un bersaglio sulla schiena? Non lo dico, sarebbe inappropriato».
La presenza della Russia alla prossima Biennale di Venezia, già motivo di un aspro sconto a distanza tra Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco, ha portato anche alla mobilitazione delle cancellerie europee. I ministri della Cultura e degli Esteri di ben 22 Paesi hanno infatti sottoscritto una lettera per invitare la dirigenza della Biennale a «riconsiderare la partecipazione» della Federazione Russa perché «inaccettabile nelle attuali circostanze». La lettera, sottoscritta da ministri di 20 Paesi Ue più Ucraina e Norvegia, non porta in calce la firma di un membro del governo italiano. Ma Giuli, titolare del MiC, anche il 10 marzo ha ribadito la netta contrarietà dell’esecutivo alla presenza della Russia, decisa in autonomia dal cda della Fondazione Biennale.
Alessandro Giuli (Ansa).
La lettera alla dirigenza della Biennale
«Da oltre un secolo la Biennale di Venezia si distingue come una delle più prestigiose espressioni di libertà artistica al mondo. Guidati dal nostro comune impegno nei confronti dei nostri comuni valori europei – libertà artistica e libertà di espressione, e rispetto della dignità umana – i nostri Paesi e i nostri artisti partecipano da tempo alla Biennale in uno spirito di scambio culturale e di rispetto reciproco», si legge nella lettera. La Russia, viene sottolineato, «rimane soggetta a sanzioni europee e internazionali» per l’invasione dell’Ucraina e, pertanto, «concedere una prestigiosa piattaforma culturale internazionale» come la Biennale «invia un segnale profondamente inquietante». E poi: «Esprimiamo profonda preoccupazione per il rischio significativo di una strumentalizzazione da parte della Federazione Russa della sua partecipazione per proiettare un’immagine di legittimità e accettazione internazionale in netto contrasto con la realtà della guerra in corso. Rileviamo inoltre la natura politica del progetto associato al padiglione russo e i suoi sospetti legami con individui strettamente legati all’élite politica russa. Questi collegamenti sollevano seri interrogativi sul rischio che la diplomazia culturale statale venga presentata sotto le mentite spoglie di uno scambio artistico». La lettera stata è firmata dal ministro degli Esteri tedesco, dai ministri della Cultura di Austria, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Paesi Bassi, Francia, Norvegia, Grecia, Polonia, Portogallo Irlanda, Romania, Lettonia, Spagna, Lituania, Svezia, Lussemburgo e Ucraina, Per il Belgio hanno firmato tre ministri.
Pietrangelo Buttafuoco (Ansa).
Si sta muovendo anche l’Unione europea
Anche l’Ue ha condannato la presenza della Russia, dicendosi pronta – tramite la vicepresidente della Commissione europea Henna Virkkunen e del commissario alla Cultura Glenn Micallef – a esaminare «ulteriori azioni, tra cui la sospensione o la cessazione della sovvenzione in corso alla Fondazione Biennale».