Corea del Nord, il boom delle auto private che sfida le sanzioni Onu

Una Lexus LX 570 del 2020 costa 250 mila dollari. Per una Mercedes-Benz S450L e una Toyota Land Cruiser 300 del 2023 ne servono rispettivamente 190 e 145 mila. I prezzi dell’Amisan Automobile Technology Service Center sono salati. Non potrebbe essere altrimenti per il più importante concessionario di auto straniere di lusso in Corea del Nord. La risoluzione 2397 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vieta infatti la vendita e il trasferimento di qualsiasi veicolo nel Paese governato da Kim Jong-un. Eppure nelle strade di Pyongyang è ormai comune imbattersi in macchine tedesche, giapponesi e cinesi. Il traffico, fino a qualche anno fa assente, è cresciuto fino a diventare un problema quotidiano. E trovare parcheggio è sempre più complicato.

Il boom delle auto in Corea del Nord

In Corea del Nord si è registrata un’impennata del numero di vetture in circolazione. Le immagini satellitari hanno immortalato ingorghi stradali, aree di sosta strapiene e infrastrutture di ricarica ai bordi delle strade. Il fiorente commercio nordcoreano delle auto è difficile da quantificare. Dal 2017 esportare auto oltre il 38esimo parallelo è (teoricamente) proibito dalle sanzioni dell’Onu e per questo non ci sono informazioni ufficiali disponibili. I dati doganali cinesi confermano tuttavia il boom dell’automotive del Regno Eremita. Nel 2025 Pechino ha inviato in Corea del Nord appena due veicoli, ma le esportazioni di prodotti per auto sono aumentate notevolmente rispetto ai livelli pre-pandemia: 193 mila pneumatici (+88 per cento), 136 mila specchietti retrovisori (+290 per cento), oltre a oli e grassi lubrificanti (+150 per cento).

Corea del Nord, il boom delle auto private che sfida le sanzioni Onu
Una vigilessa a Pyongyang (Ansa).

La rivoluzione a quattro ruote di Kim

L’anno zero dell’automotive nordcoreano coincide con il 2017. Decisiva una modifica legislativa voluta da Kim per consentire ai cittadini di possedere vetture private, ancorando l’immatricolazione dei mezzi ad aziende o istituzioni. La seconda e ultima svolta è arrivata nel 2024, quando il governo ha ulteriormente rivisto le norme permettendo la registrazione dei veicoli direttamente a nome del proprietario, seppur con rigidi controlli sui redditi e forti limitazioni alla circolazione.

Corea del Nord, il boom delle auto private che sfida le sanzioni Onu
Kim Jong-un (Ansa).

Quanto costano le auto e da dove arrivano

Gli intermediari cinesi acquistano le auto dai concessionari del Dragone, ne trasferiscono più volte la proprietà per rendere meno tracciabile la filiera e le fanno arrivare al confine, dove una rete di contrabbandieri provvede alla consegna finale in Corea del Nord. I prezzi delle vetture “normali” variano da 5 mila a 30 mila dollari. Quelle di lusso, che seguono triangolazioni più sofisticate, superano facilmente il tetto dei 100 mila dollari. Secondo Jung Chang-hyun, direttore del think tank Korean Peace and Economy Institute di Seul, il numero totale di auto private nel Paese potrebbe superare le 20 mila unità nel corso del prossimo anno.

Corea del Nord, il boom delle auto private che sfida le sanzioni Onu
Kim Jong-un e la moglie Ri Sol-ju con Xi Jinping e ,la moglie Peng Liyuan (Ansa).

Showroom, noleggi e controlli

L’automotive plasmato da Kim continua a prendere forma. Dal 19 al 28 giugno le autorità nordcoreane hanno organizzato a Pyongyang una grande esposizione di automobili, mostrando le nuovissime Zeekr 7X cinesi, oltre a diverse altre vetture di lusso di seconda mano. Gli addetti hanno accettato i preordini in attesa dell’imminente inizio delle vendite. I veicoli sarebbero già stati trasportati oltre confine da società commerciali legate all’Agenzia nazionale di intelligence, mentre il ministero della Sicurezza è stato incaricato di verificare la situazione finanziaria dei potenziali acquirenti. Sempre nella capitale è stato avviato un progetto pilota per noleggiare le auto. Il car sharing in Corea del Nord costa circa 100 dollari per 24 ore. Con eventuali costi aggiuntivi per chi voglia guidare nel resto del Paese.  

Ippodromo Valentinia: domani sette corse al trotto

– L’Ippodromo Valentinia torna in pista per la quinta riunione della stagione: lunedì 6 luglio 2026, con il via alla prima corsa fissato alle ore 19:50, va in scena una serata di grande trotto che promette spettacolo, velocità e tanta passione per gli appassionati di ogni età. Il programma propone sette corse, precedute da una prova di qualifica, per un totale di 92 partenti al via: campi numerosi e competitivi che garantiranno emozioni fino a tarda sera. Ad aprire il convegno, alle 19:50, il Premio Ice Mc, riservato agli Allievi su cavalli di 4 anni, prima vetrina per i giovani protagonisti del futuro. Momenti clou della serata i tre appuntamenti con le Corse Nazionali: il Premio Gala, prova per Gentlemen di categoria G con ben 19 partenti (ore 20:20), il Premio Eiffel 65 riservato ai 3 anni (ore 20:50) e, gioiello della serata per montepremi, il Premio Gruppi Dance 90 – dedicato alle femmine di 4 anni, con un montepremi di € 7.700 (ore 22:20). Spazio agli scommettitori con le formule Trio nei Premi Ice Mc, La Bouche, Snap e Datura. Nei box figurano allievi di scuderie storiche del territorio, con guidatori di esperienza pronti a contendersi i sette traguardi della serata. Non mancheranno discendenti di stalloni celebri del trotto – da Varenne a Napoleon Bar, passando per Oropuro Bar e Maharajah – a testimonianza della qualità dell’allevamento campano. IL PROGRAMMA DELLA SERATA Corsa Premio Montepremi Distanza Categoria / Note Partenza 1ª Premio Ice Mc € 5.060 2060 m Allievi · Trio · 4 anni 19:50 2ª Premio Gala € 3.080 1600 m Gentlemen · Corsa Nazionale · Cat. G 20:20 3ª Premio Eiffel 65 € 6.600 1600 m Corsa Nazionale · 3 anni 20:50 4ª Premio La Bouche € 4.620 2040 m Trio · 5-6 anni 21:20 5ª Premio Snap € 6.600 1600 m Trio · Cat. DE · 5 anni e oltre 21:50 6ª Premio Gruppi Dance 90 € 7.700 1600 m Femmine · Corsa Nazionale · 4 anni 22:20 7ª Premio Datura € 5.500 2060 m Trio · 3 anni 22:45 L’Ippodromo Valentinia ricorda le prossime giornate in calendario: lunedì 13 luglio (con TQQ), domenica 19 luglio e mercoledì 22 luglio. Seguite l’Ippodromo Valentinia anche sui canali social YouTube, Facebook e TikTok per aggiornamenti, dirette e contenuti esclusivi.

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Ravello Festival: Giovanni Sollima

di Olga Chieffi “

La musica afferra il presente, lo ripartisce e ci costruisce un ponte che conduce verso il tempo della vita. Colui che ascolta e colui che canta vi ci trova un amalgama perduto di passato, presente e futuro. Su questo ponte, finchè la musica persiste, si andrà avanti e indietro”( John Berger e Jean Mohr). Sarà proprio così, stasera quando sul belvedere di Villa Rufolo alle ore 20, comparirà, ospite del cartellone del LXXIV Ravello Festival, Il Pomo d’Oro con solista Giovanni Sollima, per dare il via ad un viaggio musicale in cui lo stile galante di Francesco Zappa, non più un fantasma, ma una voce capace di attraversare i secoli, incontrerà la musica di Frank e nuove composizioni nel segno di Zappa, firmate da Giovanni Sollima e Vanni Moretto. Tutto iniziò con un malinteso. Nei primi anni Ottanta Frank Zappa scoprì, nel nuovo New Grove Dictionary, che prima di lui era esistito un altro Zappa: Francesco Zappa, compositore milanese del Settecento quasi dimenticato. Il progetto musicale Zappa & Zappa, inserito nella cornice del Ravello Festival, si configura, quindi, come un’operazione culturale inedita, volta a istituire un dialogo a distanza tra due figure omonime ma storicamente distanti. Da un lato, Francesco Zappa, violoncellista e compositore milanese del XVIII secolo, attivo principalmente nei Paesi Bassi e inserito nei circuiti musicali dell’Aia; dall’altro, Frank Zappa, eclettico innovatore della musica del secondo Novecento, la cui produzione ha scardinato i confini tra rock, avanguardia sperimentalista, satira sociale, jazz e accademismo colto. Questo legame ideale fu inaugurato dallo stesso Frank Zappa nel 1984 quando, dedicò al compositore settecentesco un intero album, presentandolo provocatoriamente come la prima incisione dell’autore dopo oltre due secoli. Il fulcro interpretativo e concettuale dell’evento è affidato a Giovanni Sollima, violoncellista e compositore noto per la sua attitudine transgenere, capace di coniugare il repertorio classico, la sperimentazione contemporanea, la pulsione ritmica e le suggestioni della memoria mediterranea. La concertazione di Sollima funge da ponte tra universi sonori eterogenei, traducendo il confronto tra i due Zappa in un itinerario trans-epocale. Il programma, arricchito da composizioni dello stesso Sollima e di Vanni Moretto (contrabbassista legato all’ensemble di musica antica Il Pomo d’Oro), delinea un mosaico sonoro polifonico, dove la prassi esecutiva su strumenti storici dialoga liberamente con la scrittura contemporanea e la sensibilità novecentesca. Una rilevante operazione di recupero filologico operata da Sollima – qui nella duplice veste di solista e direttore – riguarda la prima esecuzione assoluta, a trent’anni dalla scomparsa (avvenuta nel 1993), di una selezione di opere sinfoniche di Frank Zappa. Questi spartiti, originariamente editi dalla casa editrice tedesca Schott, erano stati successivamente ritirati dal commercio e sottratti alla diffusione per volontà della vedova dell’artista, Gail Zappa. L’esecuzione rappresenta pertanto un evento di portata globale. La produzione orchestrale di Frank Zappa, iniziata precocemente all’età di 14 anni, rivela una strumentazione raffinata e una rigorosa padronanza formale, costantemente piegata a esiti ironici e sovversivi, come l’inclusione in partitura della risata degli stessi esecutori. Esemplare di questa estetica dissacrante è il brano “Questi cazzi di piccione”, esplicito omaggio a Venezia. In esso, la presenza dei volatili della Serenissima viene trasposta musicalmente attraverso l’adozione di una serie dodecafonica, che culmina in un finale teatrale e spiazzante, in cui i musicisti inscenano simbolicamente un’esecuzione armata contro i propri colleghi. Il programma prevede come interludio quattro composizioni per violoncello e orchestra, tra le quali spicca la Sinfonia n. 5 con violoncello obbligato di Francesco Zappa (nato nel 1717). Lo stile del compositore settecentesco si distingue per un’estetica apollinea e misurata, pur percorsa internamente da tensioni drammatiche e contrasti dinamici veementi. La partitura evidenzia inoltre una spiccata natura lirico-vocale: nella Sinfonia Concertante, le linee melodiche del violoncello imitano i registri vocali del controtenore e del contralto, modellandosi direttamente sulla fonetica e sull’espressività umana. Il concerto include infine tre composizioni di Sollima volte a valorizzare le qualità timbriche, la rotondità del suono e l’intensità espressiva del violoncello: Aquilarco II (Hilton’s Drawings): caratterizzato da un lirismo di chiara matrice italiana. Aquilarco III (Ornithomantheia): un brano improntato a un acceso virtuosismo che insiste sul registro acuto dello strumento, sostenuto da una metrica incalzante. Nelle dichiarazioni a margine, Sollima ha spesso illustrato le sfide tecniche e concettuali del programma, focalizzandosi sull’arrangiamento di tre brani di Frank Zappa per gli strumenti antichi dell’ensemble Il Pomo d’Oro: la sfida consiste nel traslare sul violoncello barocco le sonorità e le distorsioni tipiche della chitarra elettrica. Sollima sottolinea come la ricerca timbrica sia consustanziale alla filologia musicale: l’approccio interpretativo alla musica del Sei e Settecento ha subito una profonda evoluzione negli ultimi vent’anni rispetto ai canoni tardo-novecenteschi, svincolandosi da rigidità dogmatiche. A proposito della riproposizione dei propri brani della serie Aquilarco, composti a New York nei primi anni Duemila e intrisi di suggestioni psichedeliche, accenti etnici americani e memorie della natia Sicilia, l’autore ha dichiarato: “Per me riprenderli non equivale a riproporli, ma letteralmente a riprendere un discorso iniziato in un momento preciso […] considero ogni mia opera un cantiere: ci torno e continuo a lavorarci”. Infine, Sollima traccia un parallelismo con Richard Wagner, evocando il periodo in cui il compositore tedesco risiedette a Palermo (presso Villa Tasca ai Porazzi) per completare il Parsifal. Le ricerche condotte da Sollima nella biblioteca della villa hanno permesso il ritrovamento di frammenti inediti e micro-melodie marginali rispetto all’opera principale. Tra questi frammenti, una straordinaria struttura polifonica a quattro voci della durata di appena 48 secondi che è stata recentemente trascritta ed eseguita dall’ensemble 100 Cellos, che potrebbe essere il bis della serata

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Il tumore, il silenzio e il bene comune

Andrea De Simone

C’è chi sceglie di raccontare la propria malattia e chi preferisce attraversarla nel silenzio. Sono modi diversi di affrontare lo stesso dramma, e nessuno può essere considerato migliore dell’altro. Nei mesi scorsi il vicepresidente della Camera, Sergio Costa, ha deciso di condividere pubblicamente il proprio percorso, affidando ai social anche un messaggio di fiducia nella sanità pubblica. In questi giorni il sindaco di Benevento, Clemente Mastella, ha comunicato di essere stato colpito da un tumore, chiedendo ai cittadini una preghiera. Scelte diverse, entrambe rispettabili. Esiste anche chi, pur avendo svolto ruoli pubblici, preferisce vivere questa esperienza lontano dai riflettori, condividendola soltanto con i familiari e con pochi amici. Non per nascondersi, ma perché il dolore non ha un solo linguaggio e ogni persona ha il diritto di scegliere il modo più autentico di affrontarlo. Quando il medico pronuncia quella diagnosi, il tempo sembra fermarsi. Da quel momento il tumore non è più soltanto una parola, ma una presenza costante nei colloqui con gli specialisti, nei referti, nelle cartelle cliniche e nelle decisioni che riguardano il futuro. Si entra nel Gruppo Oncologico Multidisciplinare (GOM), dove un’équipe di professionisti costruisce il percorso di cura. Intervento chirurgico, radioterapia, chemioterapia: ogni scelta segue protocolli rigorosi, fondati sulle evidenze scientifiche. Poi iniziano le liste d’attesa, le visite, gli esami e le lunghe ore trascorse nelle sale d’aspetto. È proprio lì che si incontra un’umanità sorprendente. Persone che fino a pochi minuti prima erano sconosciute iniziano a raccontarsi. Si condividono paure, speranze, esperienze e perfino sorrisi. Si comprende che dietro ogni cartella clinica c’è una storia, una famiglia, una vita. Molti scelgono di curarsi nei grandi centri del Nord o in strutture private. È un diritto che merita rispetto e non può essere oggetto di giudizi. Quando è in gioco la salute, ciascuno cerca il percorso che ritiene migliore. Ma sarebbe altrettanto ingiusto ignorare le eccellenze presenti nel Mezzogiorno. L’Istituto Pascale è una di queste. Un luogo dove ricerca, competenza, tecnologie avanzate e professionalità convivono con un patrimonio meno visibile ma altrettanto prezioso: l’umanità. Ci sono medici che rassicurano con uno sguardo. Infermieri che infondono coraggio con una parola. Operatori sanitari che fanno sentire il paziente una persona prima ancora che un caso clinico. E poi c’è quella Napoli che riesce a sorridere anche davanti alle prove più difficili. In uno degli ambulatori una signora addetta all’accoglienza, con l’ironia spontanea della migliore tradizione popolare napoletana, trasforma spesso la sala d’attesa in un piccolo teatro. Una battuta, un racconto, un sorriso condiviso. Per qualche minuto il peso della malattia sembra alleggerirsi. In quell’apparente confusione tutto funziona, perché nessuno viene trattato come un numero. Sono scene che non entreranno mai nelle statistiche della sanità, ma rappresentano forse la cura più preziosa: quella dell’umanità. Un’esperienza come questa cambia inevitabilmente il modo di guardare la vita. Le priorità si ridisegnano. Le cose davvero importanti emergono con chiarezza, mentre molte preoccupazioni quotidiane perdono significato. Diventa naturale comprendere che il bene più prezioso è la persona. E che il bene comune non è uno slogan, ma la responsabilità di costruire una società capace di prendersi cura di tutti, soprattutto dei più fragili. Per questo assume un significato particolare il richiamo di Costa al valore della sanità pubblica. In un Paese dove ancora troppi cittadini rinunciano alle cure per ragioni economiche o a causa delle difficoltà del sistema sanitario, investire nella salute significa difendere un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione. Ed è altrettanto significativo che Mastella abbia chiesto una preghiera. È un richiamo alla solidarietà e alla vicinanza umana che merita rispetto. Ma, al di là delle singole vicende, sarebbe bello che questi messaggi non restassero legati soltanto a chi è conosciuto o ricopre un incarico pubblico. Dovrebbe essere la normalità riconoscere il valore della sanità pubblica, sostenerla con scelte coerenti e sentirsi vicini a chi soffre, indipendentemente dal nome, dal ruolo o dalla notorietà. Ogni malato merita la stessa attenzione. Ogni famiglia ha diritto alla stessa speranza. E ogni persona che affronta il dolore dovrebbe poter contare non solo su cure efficaci, ma anche sulla solidarietà di una comunità che non lasci nessuno solo. Raccontare il proprio tumore o custodirlo nel silenzio resta una scelta personale. Ciò che conta davvero è costruire un Paese nel quale la salute sia un diritto garantito a tutti e la vicinanza verso chi soffre non rappresenti un fatto eccezionale, ma la più naturale espressione del senso di comunità.Perché, alla fine, ciò che rende migliore una comunità non è il modo in cui si comunica il proprio dolore, ma il modo in cui ci si prende cura del dolore degli altri.Un ultimo aspetto, spesso decisivo e troppo poco raccontato, riguarda il ruolo del medico di medicina generale. Figure come quella del medico di famiglia, a partire da realtà come quella della città di Salerno, rappresentano il primo e più costante punto di riferimento del percorso di cura. Non solo perché indirizzano verso gli specialisti e seguono l’evoluzione clinica, ma perché accompagnano la persona nel tempo, conoscendone la storia, il contesto familiare e le fragilità.

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Come felicità e infelicità sono diventate la nostra bussola politica

«La felicità è nelle cose semplici» è il claim pubblicitario di Tasty Crousty, la catena di street e fast food che sta spopolando in Francia. Il problema però è che oggi quasi nessuno è contento di ciò che ha. Chi poi ha poco o nulla, più che farsi bastare le cose semplici, dovrebbe buttare per aria tutto. Ma più che aria di rivoluzione oggi tira aria di rassegnazione. La notizia che Elon Musk è il primo “trilionario” della storia lascia infatti increduli più che sorpresi. Senza parole. Perché si ha l’impressione di essere precipitati in un mondo irreale: il pianeta Disney dei fantastiliardi di Paperon de’ Paperoni.

Come felicità e infelicità sono diventate la nostra bussola politica
Elon Musk (Ansa).

La nostra vita è complicata dall’assenza di cose semplici

È così che, considerato il contesto reale dove non piovono polpette ma bombe – altra immagine da cartoon – c’è ben poca felicità. Perché se è vero che a renderci felici sono le cose semplici, in una società complessa, che è quella in cui viviamo e in cui sempre più vivremo, di semplicità ce ne sarà sempre meno. Certo complessità è una parola feticcio, significa tutto e niente, ma effettivamente la nostra vita quotidiana è complicata dall’assenza di cose normali, semplici. Ad esempio stare bene con se stessi e non sentirsi soli, avere amici e occasioni di incontro, essere aperti e collaborativi, rispettare le opinioni degli altri soprattutto quando non le si condividono, sforzarsi di vedere e cercare il bicchiere mezzo pieno. In questa luce si può convenire con il cardiologo Alan Rozanski che in un recente numero dell‘Economist dà ampiamente conto della ricerca clinica secondo cui ottimismo e buonumore favoriscono il benessere e riducono il rischio di eventi cardiovascolari. Ma anche qui siamo dalle parti di «una mela al giorno toglie il medico di torno». Alle ovvietà che sono così vere che quasi nessuno più le vede.

Come felicità e infelicità sono diventate la nostra bussola politica
(foto di Alexandru Acea via Unsplash).

I nemici della felicità

Essere felici o specularmente infelici è uno stato d’animo inafferrabile. Perché dipendente da cose minime, anche insignificanti, estremamente soggettive. È certo però che per cercare almeno di essere, anche solo per brevi attimi, felici il nemico numero uno è il pessimismo. Insieme con l’insicurezza e l’isolamento. Come ha scritto J.K. Rowling «la felicità si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo qualcuno si ricorda di accendere la luce». È nondimeno scientificamente riconosciuto che le persone felici sono connesse (con i familiari, gli amici, i colleghi di lavoro, i vicini di casa). Quest’evidenza è ben raccontata in un TED talk di Robert Waldinger che continua a fare testo, perché dà conto di uno studio sulla felicità che l’Università di Harvard conduce da 75 anni.

Più infelici, più sfiduciati e più populisti

Parecchie generazioni, anche di ricercatori, interpellate e fotografate nelle loro diverse fasi di vita, hanno indicato e indicano che la salute e la serenità, il buonumore e l’apertura nei confronti della vita si mantengono e aumentano vivendo positivamente in mezzo agli altri. Una ricca socialità fa stare bene. Da soli ci si ammala prima. Da soli si smette di interagire e l’altro diventa prima uno sconosciuto e poi un nemico. Da soli si coltivano i pensieri e i sentimenti peggiori. Il deterioramento del capitale sociale e dunque della democrazia e della partecipazione politica è proseguito e prosegue tanto più la comunicazione è diventata social. Dare però ogni colpa della nostra asocialità al web è sbagliato, anche perché assolverebbe noi umani da ogni responsabilità, che in realtà è tanta.

Le vittorie anti-sistema e il fattore soggettivo

Nell’ultimo decennio, i Paesi occidentali hanno assistito a una serie di vittorie politiche anti-sistema, dalla Brexit nel 2015 all’elezione di Donald Trump nel 2024. Durante questo periodo, il risentimento verso “il sistema” è cresciuto nella maggior parte dei Paesi europei, in particolare in Austria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Polonia, Svezia e Svizzera. Questa perdita di fiducia nel sistema viene attribuita alla crescente insicurezza e alle conseguenze economiche della globalizzazione, del commercio e dell’automazione, o a fattori culturali che portano a una reazione negativa contro la modernità e a una crescente ostilità verso gli immigrati.

Come felicità e infelicità sono diventate la nostra bussola politica
Nigel Farage (Ansa).

Ma la novità non è il venire meno delle ideologie tradizionali e della lotta di classe nel plasmare i valori e il comportamento di voto, bensì l’importanza assunta da fattori soggettivi come soddisfazione di vita e fiducia interpersonale. Per sintetizzare al massimo infelicità e sfiducia spiegherebbero l’aumento dei voti e la presa delle ideologie dei partiti anti-sistema in Europa occidentale e negli Stati Uniti. Ma anche la crescita dell’astensionismo è correlata alla mancanza di inclusione sociale e al crescere dell’insoddisfazione per la vita che si conduce e che porta al ritiro dal gioco politico e al rifiuto di votare. Le emozioni negative, che hanno luogo eletto sulle piattaforme, misurate da sondaggi internazionali, sono state e sono un fattore altamente predittivo dei voti populisti negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale.

Perché Vannacci non è un alieno

Naturalmente la ricerca merita un’attenta lettura. Io mi limiterò a segnalare come rispetto alle categorie tradizionali, che possiamo definire “più serie”, dobbiamo oggi considerare con molta attenzione quella apparentemente “leggera” che conduce alla felicità o all’infelicità passando per il grado di fiducia e soddisfazione di vita. Ovvero la soggettività delle persone che sta crescendo contestualmente al rafforzarsi dell’individualismo e di un sentimento personale molto social ma poco sociale.

Come felicità e infelicità sono diventate la nostra bussola politica
Roberto Vannacci (foto Imagoeconomica).

Pecoraro (Fenailp): Notte Bianca, opportunità di crescita

 

 

È tutto pronto per la XIV Edizione della Notte Bianca Week End Salerno, in programma venerdì 11 e sabato 12 luglio, uno degli eventi più attesi dell’estate salernitana, capace ogni anno di richiamare decine di migliaia di persone tra cittadini, turisti e visitatori provenienti da tutta la Campania e dalle regioni limitrofe. Due serate all’insegna della musica, dello spettacolo, della cultura, dello shopping e dell’intrattenimento, che trasformeranno i quartieri orientali della città in un grande palcoscenico a cielo aperto.

L’edizione 2026 propone un cast di assoluto rilievo con artisti che sapranno coinvolgere pubblici di tutte le età. Su tre palchi allestiti il primo in P.zza M. Grasso a Mercatello si alterneranno a partire dalle ore 22,00 Fiordaliso, il comico Pasquale Palma e a mezzanotte il concerto dei Collage a P.zza della Resistenza a Pastena alle ore 22,00 il concerto di Fausto Leali a mezzanotte toccherà al comico Mariano Bruno e a seguire Tony Tammaro. A P.zza G.C. Gloriosi, inizierà alle ore 22,00 il     D.J. Anonimo e a mezzanotte Rosario Miraggio in concerto. Domenica 12 luglio gran finale in P.zza Portanova con LDA e AKA 7seven in concerto con inizio alle ore 22,00.

Per favorire la partecipazione del pubblico, è stato predisposto anche un importante piano per la mobilità. Grazie al Comune di Salerno, saranno infatti disponibili gratuitamente le navette di Busitalia, che effettueranno un servizio continuo dallo Stadio Arechi a Via Leucosia fino alle ore 3.00 di sabato 12 luglio, consentendo di raggiungere comodamente le aree interessate dalla manifestazione. Inoltre, la metropolitana leggera prolungherà il proprio servizio a pagamento fino alle ore 3.00. Nella giornata di domenica, invece, sarà la sola metropolitana a garantire il servizio straordinario fino alle ore 3.00 di domenica 13 luglio, offrendo un’ulteriore opportunità per muoversi in sicurezza.

Abbiamo approfondito il significato della manifestazione con il Presidente della FeNAILP, Sabato Pecoraro.

Presidente Pecoraro, la Notte Bianca Week End Salerno raggiunge la sua quattordicesima edizione. Cosa rappresenta oggi questa manifestazione?

«È il simbolo di una città che ha voglia di crescere, di accogliere e di valorizzare le proprie eccellenze. Quattordici edizioni significano continuità, capacità organizzativa e soprattutto fiducia da parte dei cittadini, delle imprese e delle istituzioni. La Notte Bianca è diventata uno degli appuntamenti più importanti del calendario estivo campano e rappresenta una straordinaria occasione di promozione economica e sociale.»

Qual è il valore di questa iniziativa per il commercio e le imprese del territorio?

«Per le attività commerciali è un’opportunità preziosa. Migliaia di persone affolleranno le strade, visiteranno negozi, bar, ristoranti e attività di servizio, contribuendo concretamente all’economia locale. Tenga conto che gli alberghi della città e delle zone limitrofe sono già sold out. Manifestazioni come questa dimostrano quanto sia importante investire negli eventi capaci di riportare le persone nei quartieri, sostenendo il commercio di prossimità e creando nuove occasioni di lavoro e sviluppo.»

La FeNAILP sostiene da sempre iniziative che promuovono il territorio. Perché?

«Perché crediamo che il rilancio delle piccole e medie imprese passi anche attraverso la valorizzazione delle città. Turismo, commercio, artigianato, cultura e spettacolo devono dialogare tra loro. Quando si crea questa sinergia, i benefici si estendono a tutto il tessuto economico. È una filosofia che la FeNAILP porta avanti da anni e che continuerà a sostenere con convinzione.»

Quest’anno è stato previsto un importante piano per i trasporti. Quanto è importante questo aspetto?

«È fondamentale. Consentire ai cittadini di raggiungere la manifestazione in modo semplice e sicuro significa favorire una partecipazione ancora più ampia. Voglio sottolineare con soddisfazione la scelta del Comune di Salerno di mettere gratuitamente a disposizione le navette Busitalia che collegheranno lo Stadio Arechi con Via Leucosia fino alle tre di notte. È un servizio molto utile che contribuirà anche a ridurre il traffico e a migliorare la vivibilità dell’evento. A questo si aggiunge il prolungamento del servizio della metropolitana leggera, che rappresenta un ulteriore elemento di efficienza per chi vorrà partecipare alle due serate.»

Quanto conta il lavoro di squadra nell’organizzazione di un evento così complesso?

«Conta tutto. Manifestazioni di questa portata sono possibili soltanto grazie alla collaborazione tra amministrazione comunale, organizzatori, forze dell’ordine, volontari e operatori economici. Ognuno svolge un ruolo importante affinché tutto si svolga nel migliore dei modi. È questo spirito di collaborazione che rende la Notte Bianca un esempio positivo di partecipazione e condivisione.»

Quale messaggio desidera rivolgere agli imprenditori che prenderanno parte all’evento?

«Li invito a vivere queste due giornate come una straordinaria occasione per presentare il meglio delle proprie attività. L’accoglienza, la professionalità e la qualità dei servizi rappresentano il vero valore aggiunto del nostro territorio. Ogni cliente soddisfatto può diventare un visitatore che tornerà a Salerno anche in futuro.»

E ai cittadini e ai tanti turisti attesi?

«Li aspettiamo per vivere insieme una grande festa. La Notte Bianca è molto più di un evento musicale: è un’occasione per riscoprire la città, passeggiare tra le vie animate, fare acquisti, assistere agli spettacoli e condividere momenti di serenità con amici e familiari. Invito tutti a utilizzare i mezzi pubblici messi a disposizione per raggiungere comodamente l’evento e contribuire a rendere ancora più vivibile la manifestazione.»

Qual è l’augurio della FeNAILP per questa XIV edizione?

«Ci auguriamo che sia un grande successo di pubblico e di partecipazione. Ogni edizione che cresce rappresenta una vittoria per le imprese, per il commercio, per il turismo e per l’intera città. La FeNAILP continuerà a sostenere tutte quelle iniziative che favoriscono lo sviluppo economico, la valorizzazione delle attività produttive e la promozione del territorio. La Notte Bianca Week End Salerno è la dimostrazione concreta che, quando istituzioni, imprese e cittadini lavorano insieme, si possono costruire eventi di grande qualità e offrire nuove opportunità di crescita per tutta la comunità.»

 

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Sara Annachiara Spinelli: “FI partito per i giovani”

di Claudio Antinori

Nel nuovo direttivo cittadino di Forza Italia Agropoli militano molti giovani che vogliono affacciarsi alla vita politica. Tra essi c’è la Sara Annachiara Spinelli che ricopre il ruolo di vice coordinatore. Dopo un’esperienza alle Amministrative del 2022, oggi sta ragionando sul suo futuro e sul suo impegno per le prossime elezioni. “Ad oggi – dice – non ho ancora deciso quale sarà il mio ruolo in vista del prossimo anno, né se ci saranno le condizioni per una mia eventuale candidatura. In Forza Italia ho trovato un partito aperto ai giovani e sensibile alle alle difficoltà”.

Da un anno circa è cominciata una esperienza politica nel direttivo di Forza Italia, quali le impressioni?

“La mia esperienza in Forza Italia è relativamente recente, soprattutto perché provengo da una realtà civica. Fin dal primo momento, però, ho trovato un partito che ha dimostrato di voler investire sui giovani, affidandomi il ruolo di vicecoordinatore cittadino ad Agropoli, un incarico che in passato non era mai stato assegnato. Questo per me è stato un segnale chiaro di fiducia e di apertura verso una nuova generazione di amministratori e dirigenti politici. In questo anno ho avuto l’opportunità di lavorare attivamente a diverse iniziative: dalla campagna elettorale di Roberto Celano, oggi consigliere regionale, all’organizzazione di gazebo informativi sul territorio, fino ai convegni e agli incontri legati al referendum del 2026. Esperienze che mi hanno permesso di confrontarmi con tanti amministratori, dirigenti e giovani militanti del centrodestra. Una delle impressioni più significative che porto con me riguarda il confronto tra generazioni diverse. È naturale che tra chi fa politica da decenni e chi si affaccia oggi ci siano sensibilità, approcci e modi di comunicare differenti. La cosiddetta “vecchia guardia” e la nuova generazione, a volte, possono avere visioni diverse su come affrontare alcune sfide. Tuttavia, ho sempre riscontrato la capacità di trovare una sintesi e una linea comune quando c’è da lavorare per il bene del territorio. Le differenze diventano una ricchezza se messe al servizio di un obiettivo condiviso. L’aspetto che apprezzo maggiormente è che, se hai idee, entusiasmo e voglia di impegnarti, hai la possibilità concreta di metterti in gioco. Allo stesso tempo credo che ci sia ancora tanto da fare: dobbiamo continuare a rafforzare la nostra presenza tra i cittadini, essere più vicini alle esigenze delle comunità e trasformare le proposte in azioni concrete. La politica deve tornare a essere soprattutto ascolto, presenza e capacità di dare risposte”.

Continuano ad essere pochi i giovani in politica, in particolare nei ruoli che contano: secondo Lei, perché?

“Credo che il tema della scarsa presenza dei giovani nei ruoli decisionali della politica sia ancora oggi una delle principali criticità del nostro Paese. Rispetto ad altri Paesi europei, in Italia il ricambio generazionale in politica è ancora troppo lento, soprattutto in realtà territoriali come il Cilento, dove le dinamiche politiche sono più consolidate e spesso meno aperte al cambiamento. Questa difficoltà riguarda in modo particolare le giovani donne, che oltre a dover dimostrare capacità e competenza, si trovano ancora oggi a confrontarsi con pregiudizi e resistenze culturali che ne rendono più complesso il percorso politico. Eppure la storia ci insegna che i giovani, con tutta la loro irruenza e la loro voglia di cambiare le cose, sono stati spesso i protagonisti delle più grandi rivoluzioni culturali, sociali e politiche. La passione e l’entusiasmo rappresentano un valore enorme. Certo, queste qualità non appartengono automaticamente a tutti i giovani, ma quando sono presenti possono diventare una straordinaria forza di innovazione. Dove la politica rischia di diventare stagnante o autoreferenziale, i giovani possono rappresentare l’elemento capace di rimettere in moto idee, energie e visioni nuove. Il problema è che spesso si fa fatica a concedere spazio alle novità. Ed è anche comprensibile: chi ha costruito nel tempo un percorso politico o amministrativo lo ha fatto con sacrificio, impegno e dedizione, e tende naturalmente a proteggere ciò che ha conquistato. Tuttavia, credo che una vera classe dirigente si misuri proprio sulla capacità di formare chi verrà dopo. Non ha senso costruire un gruppo politico o una classe dirigente se non si ha già l’idea di trasmettere competenze e valori a una nuova generazione. Chi oggi guida deve avere la generosità di insegnare; chi si affaccia alla politica deve avere l’umiltà di ascoltare e imparare. Le persone passano, le idee continuano a camminare sulle gambe di altri uomini e di altre donne”.

Quattro anni fa è stata candidata a supporto dell’attuale primo cittadino, ma è chiaro adesso un allontanamento: come mai questa presa di posizione?

“Ritengo che fare esperienza gradualmente sia una grande fortuna, soprattutto per chi è giovane. Ti permette di confrontarti con i problemi reali, di lavorare sul campo, di seguire progetti e iniziative concrete, evitando di vivere la politica esclusivamente all’interno di circoli o salotti. Il contatto diretto con i cittadini è la parte più autentica di questo percorso e credo che il lavoro svolto in quei tre anni parli da sé. La mia candidatura nel 2022 è avvenuta all’interno di una lista civica sulla base di un progetto, di idee e di proposte che condividevo e nelle quali ho creduto. È stata un’esperienza importante della quale non mi pento affatto, perché mi ha permesso di crescere sia sul piano umano che politico. Detto questo, la politica, come spesso accade anche nelle migliori famiglie, è fatta di confronti e visioni che nel tempo possono evolvere. Capita che il proprio modo di interpretare alcuni temi non coincida più pienamente con quello di altre persone. Quando questo accade, credo sia naturale e legittimo cercare contesti che rispecchino maggiormente la propria visione. Non parlerei quindi di un allontanamento personale, ma di una fisiologica evoluzione”.

Amministrative 2027: come vede la situazione politica?

“È ancora presto per definire con precisione quale sarà il quadro politico delle amministrative del 2027 ad Agropoli e prima delle alleanze e dei nomi sia necessario concentrarsi sui contenuti e sulle esigenze reali della città. Quello che mi sento di chiedere a tutti coloro che fanno politica, a qualsiasi livello, è di mettere al primo posto i cittadini e il bene della comunità. Troppo spesso il dibattito politico rischia di concentrarsi sulle persone, sulle appartenenze o sulle contrapposizioni, quando invece dovrebbe partire dai valori, dai principi e dalla visione che si ha per il futuro del territorio. Prima ancora di essere esponenti politici, siamo cittadini di una stessa polis e abbiamo il dovere di contribuire alla sua crescita. Se non riusciremo a riportare il focus su questi aspetti, rischieremo di essere soltanto una copia sbiadita di chi ci ha preceduto, senza lasciare un’impronta reale. Per questo, secondo me, il confronto dei prossimi anni deve svilupparsi soprattutto attorno a progetti concreti, realizzabili e misurabili. Agropoli ha bisogno di una visione chiara, ma anche di amministratori capaci di trasformare le idee in risultati. I cittadini oggi chiedono meno slogan e più risposte, meno promesse e più capacità di programmazione”.

Tra un anno al voto, dunque, Lei cosa farà?

“Ad oggi non ho ancora deciso quale sarà il mio ruolo in vista del prossimo anno, né se ci saranno le condizioni per una mia eventuale candidatura. Credo che sia ancora presto per fare valutazioni di questo tipo e, sinceramente, non è questo l’aspetto che mi interessa maggiormente in questa fase. Credo che prima delle posizioni e delle candidature debbano venire i progetti. Mi chiedo spesso: se un progetto non riesce a convincere nemmeno chi fa politica e conosce le dinamiche amministrative, come può convincere i cittadini? Per questo motivo ritengo che il confronto debba partire dai contenuti e non dalle etichette. In questa fase mi riservo quindi la possibilità di partecipare a un dialogo aperto e costruttivo con quelle sensibilità che condividono l’obiettivo di far crescere Agropoli, mantenendo sempre al centro la serietà delle proposte e la loro concreta realizzabilità. Guardo alle idee, ai programmi e alla capacità di tradurli in azioni utili per la città”.

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Domande che il Fresa-Pascoli non può lasciare senza risposta

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

Quando la scuola finisce sotto osservazione: le domande che il Fresa-Pascoli non può lasciare senza risposta L’inclusione degli alunni con disabilità, la tutela della privacy, il clima lavorativo, i rapporti con le famiglie e la trasparenza amministrativa. Sono questi i temi al centro di una serie di segnalazioni che, secondo diverse fonti, si susseguono da tempo e che oggi pongono una domanda semplice ma fondamentale: è stato fatto tutto ciò che la legge impone per garantire il corretto funzionamento di una scuola pubblica? La scuola è il luogo in cui lo Stato incontra ogni giorno le famiglie. È il luogo in cui si costruiscono diritti, fiducia e futuro. Per questo motivo, quando emergono segnalazioni ricorrenti riguardanti il funzionamento di un istituto scolastico, il silenzio non può sostituire la trasparenza e le domande non possono rimanere senza risposta. Negli ultimi anni numerose segnalazioni, provenienti da famiglie e da personale scolastico, hanno richiamato l’attenzione su alcuni aspetti della gestione dell’Istituto Comprensivo Fresa-Pascoli. Si tratta di questioni che non possono essere affrontate sulla base di opinioni o indiscrezioni, ma che meritano un rigoroso approfondimento giornalistico fondato esclusivamente su documenti, atti amministrativi e verifiche oggettive. Tra i temi più delicati emerge quello dell’inclusione scolastica. Secondo le segnalazioni raccolte, vi sarebbero stati interrogativi sull’organizzazione del sostegno agli alunni con disabilità, sulla convocazione e sul funzionamento dei Gruppi di Lavoro Operativi (GLO), sulla continuità delle figure specializzate e sulla piena partecipazione degli studenti con bisogni educativi speciali alla vita della classe. L’inclusione non rappresenta una scelta organizzativa: è un diritto garantito dalla Costituzione e dalla legge. Per questo ogni eventuale criticità, se confermata, meriterebbe un’attenta verifica per comprendere quali iniziative siano state adottate dagli organi competenti e con quali risultati. Un secondo ambito riguarda la protezione dei dati personali. Le richieste di approfondimento riguardano le modalità di pubblicazione di fotografie e contenuti relativi agli studenti sui canali istituzionali, la raccolta del consenso delle famiglie e la gestione degli account digitali collegati ai servizi scolastici. Si tratta di aspetti che richiedono un accertamento documentale puntuale, nell’interesse sia degli studenti sia della stessa amministrazione scolastica. Accanto a queste questioni emergono segnalazioni relative al clima organizzativo interno. Alcuni docenti avrebbero rappresentato difficoltà nei rapporti professionali, contestazioni disciplinari e tensioni nell’ambiente di lavoro. Anche su questo fronte, eventuali valutazioni possono basarsi esclusivamente su provvedimenti ufficiali, relazioni ispettive, atti amministrativi e documentazione verificabile. Vi è poi il rapporto con le famiglie. Diversi genitori riferiscono di aver chiesto chiarimenti su temi riguardanti il sostegno, l’organizzazione didattica, il percorso musicale e altri aspetti della vita scolastica, lamentando tempi di risposta ritenuti insufficienti o comunque non soddisfacenti. Altri richiamano presunte tensioni istituzionali e chiedono maggiore trasparenza sulla gestione amministrativa e sull’andamento delle iscrizioni. Sono elementi che, se realmente presenti negli atti, riguardano direttamente la qualità di un servizio pubblico essenziale e meritano di essere esaminati con rigore, equilibrio e imparzialità. Il punto centrale, tuttavia, non è stabilire chi abbia ragione prima degli accertamenti. La vera questione è un’altra. Esistono esposti agli uffici scolastici competenti? Sono stati avviati accertamenti? Quali verifiche sono state svolte? Sono state formulate prescrizioni, raccomandazioni o archiviazioni? Quali risposte sono state fornite ai cittadini che hanno presentato segnalazioni? Sono domande legittime, alle quali soltanto la documentazione ufficiale può offrire una risposta. Il giornalismo svolge la sua funzione più importante quando illumina fatti di interesse pubblico senza sostituirsi agli organi di controllo e senza anticiparne le conclusioni. È questo il metodo che consente di tutelare contemporaneamente il diritto dei cittadini a essere informati e il diritto di ogni persona coinvolta a vedere rappresentata la propria posizione.Per questo un’inchiesta giornalistica sull’Istituto Comprensivo Fresa-Pascoli dovrebbe partire dagli atti: richieste di accesso agli atti, verbali, relazioni, corrispondenza istituzionale, dati sulle iscrizioni, eventuali controlli degli uffici competenti e ogni altro documento utile a ricostruire con precisione ciò che è realmente accaduto. Solo la trasparenza può dissipare ogni dubbio. Se le procedure sono state corrette, un accertamento pubblico contribuirà a rafforzare la fiducia nell’istituzione scolastica. Se, invece, dovessero emergere criticità, sarà compito delle autorità competenti adottare le misure previste dalla legge. Perché la scuola è un bene di tutti. E ogni domanda posta nell’interesse degli studenti, delle famiglie e del personale scolastico merita una risposta fondata sui fatti, non sulle supposizioni. Lettera firmata

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Ospedale di Agropoli, lettera aperta: “Protestate ma con rispetto”

di Cittadini Ospedalizzati*

Riceviamo e pubblichiamo, dopo aver verificato la fonte, l’appello di un gruppo autonomo di cittadini, composto da pazienti, parenti e operatori sanitari che condividono, per motivi diversi, il dover rimanere presso l’ospedale di Agropoli.

Gentili redazioni,
siamo un gruppo autonomo e spontaneo di cittadini che in questi giorni stanno condividendo quella che abbiamo definito un’“esperienza”. Tra noi ci sono pazienti, loro familiari, infermieri e medici e ci accomuna l’ospedale di Agropoli. Qualcuno di noi è ricoverato, qualcun altro ha un proprio caro nei reparti, qualcuno vi lavora.

C’è poi chi, e qui viene la parte più importante, ha ricoverato un proprio parente malato terminale. Solo chi ci è passato sa cosa vuol dire vedere un proprio familiare spegnersi pian piano senza poter fare nulla, se non alleviare e rendere sopportabili le ultime ore prima dell’ultimo respiro. Di notte ci ritroviamo qui e inevitabilmente siamo diventati un gruppo, una famiglia, direbbe qualcuno, ma sappiamo bene che le famiglie sono altro, così come i rapporti.

Ed è durante una di queste notti che insieme abbiamo deciso di scrivere questa lettera aperta da inviare alle redazioni, pur essendo totalmente estranei a questo mondo. Apprezziamo moltissimo gli sforzi che alcuni cittadini di Agropoli e del Cilento stanno mettendo in atto per avere una sanità più giusta e chi più di noi può sapere cosa significhi avere un ospedale funzionante dove potersi curare. È davvero umiliante, però, vedere che un presidio, nato da un comitato di lotta, si sia trasformato in un bivacco. Qui c’è gente che soffre, figli che stanno perdendo un genitore, professionisti che lavorano tra mille difficoltà e, a qualche metro di distanza, c’è chi mangia, beve, balla e canta. Nelle scorse ore, per non farci mancare nulla, abbiamo anche assistito a uno spettacolo teatrale con tanto di applausi e risate. Protestare è un diritto sacrosanto, soprattutto se l’obiettivo è la riapertura del pronto soccorso, ma protestare non significa sostare sotto una tenda nella quale si mangiano pizze, si beve e si brinda.

Tali prodezze, dato che non ci si vuole far mancare nulla, vengono rese pubbliche anche sui vari social. Ed è qui che una protesta giusta, forte, condivisibile e da onorare diventa una farsa, un momento ricreativo. Nessuno di noi dice o sostiene che chi protesta non debba rifocillarsi, ma vedere pizze, angurie, cornetti, dolciumi vari e bevande, ovviamente anche alcoliche, davanti a un luogo di sofferenza è una mancanza di rispetto nei confronti dei malati, dei familiari e dei lavoratori. Qualcuno tra di noi è stato sotto la tenda davanti all’ospedale e ha trovato divani, frigoriferi, ventilatori e tanti viveri.

Uno spettacolo non degno di una protesta, altro fattore che ci ha spinti a metterci insieme e a scrivere. L’appello che ci sentiamo di rivolgere pubblicamente, attraverso questa lettera aperta, è molto semplice: chi protesta continui a farlo, ma evitando eccessi di tipo enogastronomico, perché il presidio non è la sagra del fusillo, né musicale o teatrale, perché in queste stanze c’è chi affronta prove davvero difficili, dalle quali, almeno per qualcuno, difficilmente uscirà vivo. Protestiamo tutti insieme per il diritto alla salute, ma le feste e i bivacchi facciamoli nel nostro privato, non davanti a un luogo di sofferenza.

La tenda della protesta è stata trasformata in una tenda da circo, facendo perdere dignità e importanza alla manifestazione. Infine, qualora le pregevoli testate a cui ci rivolgiamo dovessero ritenere valido quanto da noi scritto, chiediamo loro di mantenere il nostro anonimato, perché conosciamo qualche membro del suddetto comitato e siamo consapevoli della violenza, verbale e non, che qualcuno di loro può mettere in atto. Violenza verbale che è già stata riservata a qualche cittadino che ha osato dissentire.

*Sottoscrittori di lettera aperta a chi manifesta davanti all’ospedale di Agropoli

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Caccia, nel mirino di Quirinale ed Riforma? Un golpe ambientale

di Aldo Primicerio

 

Il dibattito sulla riforma della legge 157/92 (la legge quadro sulla caccia), appena approvata al Senato e ora al rush finale alla Camera, tocca corde sensibilissime. Perché ad incrociarsi sono il diritto comunitario, l’assetto costituzionale (violerebbe l’art. 9 della Costituzione introdotto nel 2022) e la tutela della biodiversità.

 

Perché il Colle starebbe osservando il percorso legislativo con attenzione?

Il provvedimento, voluto dal ministro Francesco Lollobrigida e sostenuto dalla cognata presidente Giorgia Meloni, potrebbe essere viziato da una forte deregulation. La riforma della legge 157/92 in sostanza smantella alcuni dei pilastri scientifici e geografici che finora hanno limitato l’attività venatoria in Italia.

Il primo punto chiave è il ridimensionamento dell’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Fino ad oggi, i calendari venatori delle Regioni dovevano allinearsi ai suoi pareri scientifici vincolanti. Con la riforma, il parere dell’ISPRA perde il valore conformativo e diventa esclusivamente consultivo. La valutazione tecnica viene condivisa con il Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale, un organo paritetico in cui siedono i rappresentanti dei cacciatori. Un paradosso.

Il secondo punto è l’ampliamento dei territori e dei tempi. La caccia viene parzialmente aperta dalla riforma anche in alcune aree protette e nel demanio marittimo (escluse le spiagge balneari). Viene rimosso il divieto assoluto di caccia nei pressi dei valichi montani (snodi cruciali per le rotte migratorie) e si estendono i calendari per la caccia di selezione anche in presenza di neve.

Il terzo punto è rappresentato dalle specie cacciabili. Nella legge di riforma vengono inclusi, nell’elenco delle specie prelevabili, volatili finora protetti o esclusi, come l’oca selvatica, il colombaccio e il piccione di città. Per bilanciare queste evidenti aperture, ed arginare le accuse di “Far West” perché si sparerebbe dovunque e comunque, la maggioranza ha inserito nel testo un inasprimento formale delle sanzioni penali (fino al triplo) per il bracconaggio e la caccia in periodi o zone vietate. Una formalità ritenuta assolutamente inconsistente.

I dubbi che filtrano dagli ambienti del Quirinale non sono di natura ideologica, ma strettamente giuridici e costituzionali. Nel 2022 è stato modificato l’articolo 9 della Costituzione, introducendo la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi tra i principi fondamentali della Repubblica. Una legge ordinaria che riduca la tutela della fauna selvatica (definita dalla legge italiana “patrimonio indisponibile dello Stato”) rischia un profilo di incostituzionalità per evidente contrasto con il novellato articolo 9. Inoltre, il Presidente della Repubblica valuta sempre con estrema attenzione il rischio che l’approvazione di un testo generi un contenzioso automatico con la Corte di Giustizia dell’UE, gravando poi sulle casse pubbliche.

 

Ma perché ad accendere i fari si sarebbe affrettata anche l’Unione Europea? Quali direttive verrebero violate?

E’ la Commissione Europea che sta seguendo con estrema attenzione l’iter alla Camera. L’Italia è già un “osservato speciale” in materia ambientale. Il nostro Paese ha accumulato negli anni diverse procedure di pre-infrazione (EU Pilot) e infrazione per violazione delle norme sulla tutela della fauna. Bruxelles teme che questa riforma non solo non sani le pendenze attuali, ma costituisca un esplicito passo indietro rispetto agli impegni comunitari, esponendo lo Stato italiano a pesantissime sanzioni pecuniarie.

La riforma si scontra frontalmente con l’architettura legale europea dell’architettura ecologica. La prima ad essere violata sarebbe la Direttva “Uccelli” (2009/147/CE). Questa vieta tassativamente la caccia durante le fasi delicate del ciclo biologico dei volatili, come il periodo di riproduzione e il ritorno ai luoghi di nidificazione (migrazione prenuziale). Allungare i calendari regionali senza il filtro scientifico rigoroso dell’ISPRA viola lo spirito di questa direttiva. La seconda ad essere violata sarebbe la Direttiva” Habitat” (92/43/CEE). Questa protegge la biodiversità attraverso la Rete Natura 2000. Consentire l’attività venatoria all’interno o a ridosso di aree protette e valichi montani senza una preventiva e rigorosa “Valutazione di Incidenza Ambientale (VInA)” scardina i criteri di salvaguardia dei corridoi ecologici europei.

 

La riforma Lollo-Meloni, dunque, un clamoroso paradosso politico ed istituzionale. Per 3 ragioni

La prima, il bilanciamento degli interessi: da un lato c’è la pressione del mondo agricolo (che chiede interventi drastici per il contenimento dei cinghiali e degli ungulati a tutela delle colture) e delle lobby venatorie; dall’altro c’è il vincolo supremo dei trattati europei e della Costituzione. La seconda, il rischio di un boomerang normativo: la deregolamentazione rischia di essere un’illusione per gli stessi cacciatori: approvare norme in contrasto manifesto con l’Europa significa esporre i calendari venatori regionali a una pioggia di ricorsi al TAR da parte delle associazioni ambientaliste, paralizzando di fatto l’attività invece di regolarla. La terza, la sovranità scientifica: depauperare l’ISPRA delle sue prerogative, per affidarle a comitati politici o paritetici popolato da cacciatori, sposta la gestione della fauna dalla scienza alla mediazione corporativa. Un tema perfetto per una riflessione sulla complessità di questo tipo di fare politica e di legiferare oggi nell’intersezione tra Roma e Bruxelles.

 

E dietro la riformuccia da quattro soldi sulla caccia, l’ambizione della legittimazione definitiva della destra e…il sogno del Colle

Ci ha legittimato a pensarlo la dichiarazione della stessa Meloni a Rete 4 (“un Presidente della Repubblica non di centrosinistra non è più un tabù”). Dietro c’è l’obiettivo di una piena e definitiva maturità istituzionale della destra. Ma c’è anche dell’altro: una candidatura della Giorgia al Quirinale, ipotesi che circola costantemente nei retroscena parlamentari. Ci sono però ostacoli e paletti che sembrano rendere difficoltoso questo percorso. Sarà il tema della prossima domenica. Per ora la Giorgia farebbe meglio a frenare questo golpe ambientale fortemente voluto dal ministro cacciatore, il Fratello o Cognato d’Italia, come lo si vuol chiamare.

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Ravera, in lui prevaleva l’anima cristiana

Aniello Salzano

E’ un giorno triste per me, come lo è per tantissimi altri che hanno avuto la fortuna di conoscere il prof Bruno Ravera, e che oggi ne piangono la dipartita. L’ho incontrato la prima volta negli anni ’70, quando io ero un giovane dirigente del Movimento giovanile della Democrazia Cristiana e lui già importante e ascoltato Consigliere comunale di Salerno, dossettiano, appartenente alla corrente di Moro, ma soprattutto stimato e affermato professionista. All’interno della Democrazia Cristiana ci muovevamo su binari differenti, ma paralleli. Egli infatti era un moroteo doc, conquistato dal rigore morale e dalla lungimiranza del Presidente Moro, io invece ancorato nella “Sinistra di Base” con de Mita e Gargani. Eppure quelle sfumature, che nei Congressi del Partito sembravano distanze, nella quotidianità sparivano. Eravamo prima di tutto due democristiani convinti, uniti dai medesimi valori ed ideali e dalla certezza che la politica servisse a far crescere Salerno, sia moralmente che materialmente. La notizia della sua scomparsa mi ha addolorato molto, quanto quella di altri carissimi amici, Gaspare Russo e Peppino Gargani che di recente ci hanno lasciato e che hanno segnato il mio percorso politico, gli anni del mio impegno in politica. Quando ne sono stato informato mi sono tornati alla mente gli incontri politici vissuti insieme nell’impegno comune profuso per la nostra città. Con tristezza e nostalgia sono riandato indietro negli anni, ai nostri incontri del MEIC, di cui è stato per anni Presidente, e alle numerose riunioni della Direzione provinciale della Democrazia Cristiana, quando lo ascoltavo con particolare attenzione, affascinato dal suo eloquio forbito, dall’intelligenza delle sue proposte e dai suoi ragionamenti, caratterizzati da precisione analitica e ricchi di grande acume. Il prof. Bruno Ravera ha dedicato la propria vita al bene e al progresso della nostra città: lo ha fatto come politico e come professionista, da medico cardiologo, una professione che amava quanto la sua famiglia. Ha vissuto senza compartimenti stagno: il medico, l’uomo privato, il Sindaco, ogni ruolo era guidato dalla stessa coerenza e dallo stesso impegno. Come cardiologo stimato non curava solo le patologie, ma si faceva carico della sofferenza delle persone con una vocazione rara, la sua vera missione. Con lo stesso spirito di servizio ha servito e guidato da Sindaco la città. Lo è stato in un periodo particolarmente delicato nella vita politica del nostro Paese. Erano gli anni delle Brigate rosse, degli attentati alle istituzioni democratiche, violentate ed insanguinate da atti di estrema ferocia, di cui la vittima più illustre fu l’on. Aldo Moro. Che appena pochi mesi prima aveva pregato e convinto il prof. Ravera ad accettare l’incarico a Sindaco di Salerno. La città che nel corso degli anni gli ha sempre tributato affetto, riconoscendo in lui una straordinaria signorilità e la capacità di ascoltare tutti senza mai alzare muri, facendo sentire l’interlocutore stimato e compreso. Nessuna strategia particolare: in lui molto semplicemente prevaleva l’anima cristiana che metteva il prossimo sempre al centro. Come Presidente dell’Ordine dei Medici, non è stato un semplice punto di riferimento della professione medica, bensì il pilastro, il cardine, su cui si è sviluppato nel corso di tantissimi anni l’attività dell’Ordine, impegnadosi in prima persona con straordinaria tenacia per la nascita della Facoltà di medicina nell’Università di Salerno. La sua scomparsa lascia un vuoto pesante in tutti noi, in me che ho condiviso un percorso iniziato oltre 50 anni fa. Di lui resta l’immagine nitida di un galantuomo della politica che ha servito con spirito di servizio, senza mai servirsene, il suo rigore morale, il suo amore per Salerno e il suo Ospedale nel quale con generosità ha operato per tanti anni. Di lui ci rimane l’immagine della sua vita ! Ciao caro professore e grazie per esserti speso per tutti noi !

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Salernitana, il punto della situazione

di Marco De Martino

SALERNO – Ancora qualche giorno e la nuova stagione della Salernitana avrà ufficialmente inizio. Alla fine della settimana che sta per iniziare ci sarà il raduno in città dei calciatori per lo svolgimento delle rituali visite mediche e del successivo ritiro in Umbria, in quel di Cascia, dal 14 al 31 luglio. Nel frattempo il direttore sportivo Daniele Faggiano ha già piazzato i primi colpi, due ufficiali (il portiere Galeotti e l’esterno Llano) ed altri in dirittura d’arrivo (i difensori Heinz, Capuano e Celli). Facciamo, dunque, il punto della situazione in casa granata analizzando reparto per reparto, trattativa per trattativa.
PORTIERI Cesare Galeotti, classe 2002, ha ufficialmente ereditato la numero 1 da Antonio Donnarumma. La Salernitana, vista la partenza anche del vice Brancolini, rientrato all’Empoli, sta cercando un secondo portiere affidabile da affiancare a Galeotti. Il ds Faggiano avrebbe individuato il profilo giusto in Gianluca Saro, estremo difensore classe 2000 di proprietà della Cremonese ma che nella passata stagione ha militato, sempre nel ruolo di dodicesimo, al Cittadella.
DIFENSORI In difesa dovranno essere rimpiazzati Golemic, a cui non è stato proposto il rinnovo, e Cabianca, rientrato alla Cremonese. Per il momento Cosmi ha a disposizione i vari Matino, Arena, Anastasio, Vuillermoz e Berra ma non è da escludere la partenza di un paio di elementi (Berra e Arena?) per far posto a profili più funzionali. Per puntellare il reparto il ds Faggiano è sulle tracce di Marco Capuano, capace di fungere sia da difensore centrale sia da braccetto di sinistra: vicina la chiusura. La Salernitana proverà ad affondare il colpo anche per Heinz e Celli, mentre le alternative sono rappresentate dai cosentini Dametto e Caporale, ma il patron dei calabresi Guarascio ha sparato alto, soprattutto per il cartellino del secondo per il quale ha chiesto ben 300mila euro. Vanno sempre collocati altrove Lovato e Ghiglione.
CENTROCAMPISTI A centrocampo gli interventi saranno pochi e mirati visto che in mezzo ci sono già Tascone, de Boer, Capomaggio, Carriero. Gyabuaa e Di Vico potrebbero partire, il primo perchè poco avvezzo agli schemi di Cosmi, il secondo rinnoverà ed andrà via per fare esperienza. In bilico Carriero. Da valutare la permanenza di Capomaggio che è stato richiesto dal Catania: la Salernitana per ora resiste (agli etnei avrebbe chiesto in cambio uno tra Jimenez e Cicerelli). In entrata, i nomi caldi sono quelli di Mallamo del SudTirol, lo scorso anno in forza al Brescia, dello svincolato dalla Ternana Vallocchia e di Proia, liberatosi dalla Casertana ed anch’egli tesserabile a costo zero. Sempre vivo anche l’interesse per Talia del Benevento, soprattutto dopo l’approdo in Sannio di Siatounis. Sulle fasce Villa è l’unico certo di restare. Longobardi può riabbracciare a Pescara l’ex tecnico di Rimini Buscè mentre Quirini può approdare al Cerignola. Se partissero entrambi, oltre a Llano, che ieri ha sottoscritto ufficialmente un contratto biennale, la Salernitana potrebbe ingaggiare Novella, svincolato dopo l’esperienza di Crotone. Si ricerca un trequartista viste le partenze di Ferraris (ormai detinato a restare a Pescara), Antonucci ed il possibile sacrificio sul mercato del richiestissimo Achik. Rizzo Pinna del Cosenza piace ma costa tanto, tra i silani c’è pure Capone del Trento che però ha caratteristiche più da esterno. Più semplice arrivare allo svincolato Maistro. Da sistemare sul mercato i rientranti Varone (che può tornare alla Reggiana) e Iervolino.
ATTACCANTI In attacco, salvo offerte irrinunciabili, si ripartirà da Lescano e Ferrari, mentre sta per essere ceduto al Trento Molina. Boncori sta per rinnovare e potrebbe anche restare in rosa. Si interverrà per ingaggiare un centravanti ed una seconda punta di ruolo. Vinciguerra del Cagliari è un nome ma occhio al colpo a sensazione: Gomez del Crotone, che però potrebbe raggiungere mister Longo a Catania, Parigi del Latina e Patierno dell’Avellino sono gli obiettivi più stuzzicanti. Insigne? Un sogno…

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Collaborazionismo in Ucraina, la zona grigia dei dipendenti pubblici sotto occupazione

Svetlana, 53 anni, lavorava nell’ufficio anagrafe di Kivsharivka, un piccolo villaggio nella regione di Kharkiv, in Ucraina. La mattina del 24 febbraio 2022, come ogni giorno, stava uscendo di casa per andare in ufficio quando è squillato il telefono. «Mio figlio mi ha chiamata dicendomi di accendere la televisione», racconta a Lettera43. «L’invasione era iniziata. Ho visto i nostri soldati ripiegare verso Kharkiv e pochi giorni dopo, la strada fuori dal paese era invasa da carri armati e blindati russi».

La vita dei dipendenti pubblici sotto occupazione

Nelle prime fasi del conflitto, gran parte della regione di Kharkiv è stata occupata dalle forze armate russe. Svetlana ha passato un mese chiusa in casa, senza avere la possibilità di mettersi in contatto con le autorità ucraine. Poi, per necessità, è dovuta tornare al lavoro. Non avendo ricevuto istruzioni, ha continuato a svolgere la sua mansione, appuntando su ogni documento emesso la dicitura: «Documento non protocollabile a causa dell’occupazione russa».

Le autorità russe hanno assunto il controllo dell’amministrazione locale solamente nel giugno 2022 e Svetlana, non percependo uno stipendio regolare da quasi quattro mesi, si è trovata di fronte a un bivio. «Il mio superiore era in contatto con le autorità russe. Ci ha detto che se avessimo lavorato con lui, gli ucraini ci avrebbero mandato in prigione, se avessimo rifiutato, saremmo finiti nelle carceri russe. Io avevo bisogno di soldi e ho deciso di restare al mio posto». Così per quasi tre mesi, Svetlana è stata pagata in rubli.

Quando a settembre 2022 gli ucraini hanno riconquistato gran parte del territorio perso all’inizio del conflitto nella regione di Kharkiv, per lei però sono cominciati i problemi. «Prima che i nostri soldati arrivassero a Kivsharivka, il mio responsabile e altri impiegati sono fuggiti in Russia», racconta. «Io ho continuato a svolgere il mio lavoro occupandomi anche della distribuzione degli aiuti umanitari alla popolazione. Quando l’amministrazione ucraina ha ricominciato a pagare i nostri stipendi, ci è stato comunicato che sarebbero stati effettuati dei controlli approfonditi su ognuno di noi».

I reati di collaborazionismo e favoreggiamento dello Stato aggressore sono stati introdotti nel codice penale ucraino poche settimane dopo l’inizio del conflitto. Le indagini sono state affidate alla polizia e al servizio di intelligence interna, lo SBU. Da allora il tema è al centro di un acceso dibattito. Molto spesso infatti è difficile distinguere coloro che hanno effettivamente collaborato con i russi da chi ha solo cercato di sopravvivere durante l’occupazione.

Sotto la lente dello SBU

Il 14 settembre 2022, gli agenti dello SBU si sono presentati anche a casa di Svetlana. La donna è stata prelevata e portata nella città di Shevchenkove per essere interrogata. Ha passato in caserma un giorno e una notte, insieme con decine di altri impiegati pubblici. Dopo l’interrogatorio, è stata rilasciata. «Mi hanno chiesto informazioni sul mio lavoro, sulle attività dei colleghi e sullo stipendio ricevuto durante l’occupazione. Per fortuna avevo conservato una copia di tutti documenti che avevo emesso, come prova di tutto ciò che avevo fatto. Mi hanno lasciata andare, ma devo rimanere a disposizione per ulteriori indagini. Mi hanno detto che mi avrebbero notificato la decisione del procuratore. A oggi non so ancora nulla».

Collaborazionismo in Ucraina, la zona grigia dei dipendenti pubblici sotto occupazione
Il cimitero di Hroza (foto di Emanuele Bussa).

I dati dell’ONG Zmina

L’ONG Zmina ha studiato a fondo la gestione dei casi di collaborazionismo da parte della giustizia ucraina. Secondo i dati raccolti fino al 31 dicembre 2024, sono stati emessi 1.956 verdetti e solamente in quattro casi l’imputato è stato assolto da tutte le accuse. Di queste quattro sentenze, tre sono state ribaltate dai tribunali di grado superiore. Dal febbraio 2022 al febbraio 2024, nella sola regione di Kharkiv, il reparto investigativo della polizia guidato da Serhii Bolvinov ha indagato su 1424 casi di collaborazionismo, 559 persone sono entrate ufficialmente nell’elenco dei sospettati e 357 sono state giudicate colpevoli, mentre le restanti sono in attesa di giudizio.

Il caso Mamon e la strage di Hroza

Uno dei casi di collaborazionismo più noti su cui la polizia di Kharkiv ha indagato riguarda Volodymyr Mamon, ex agente della polizia locale di Hroza. Mamon avrebbe fornito all’esercito russo le coordinate del luogo dove si sarebbe svolta una veglia funebre in ricordo di un soldato caduto. Il 5 ottobre 2023, un missile Iskander ha distrutto l’edificio, uccidendo 36 donne, 22 uomini e un bambino. Tutte vittime civili. All’ingresso del villaggio è stato affisso un enorme manifesto con il viso di Mamon accompagnato da una scritta in giallo: «Gli assassini hanno un nome. Traditore. In cambio dei soldi russi ha ucciso 59 dei suoi vicini». Negli ultimi quattro anni, SBU e polizia ucraina hanno perquisito le abitazioni e controllato i dispositivi elettronici di ogni sospettato al fine di ottenere prove incriminanti.

«Trattiamo ogni sospettato come un possibile Mamon», conferma Bolvinov a Lettera43. «Una volta raccolte tutte le prove, passiamo il fascicolo al procuratore che lo analizza, decidendo se andare a processo».

Collaborazionismo in Ucraina, la zona grigia dei dipendenti pubblici sotto occupazione
Lo stabile bombardato dai russi a Hroza (foto di Emanuele Bussa).

La mancanza di chiarezza del sistema ucraino

Secondo Onysia Syniuk, esperta legale di Zmina, gli articoli 111-1 e 111-2 con cui sono stati introdotti i reati di collaborazionismo non definiscono però con sufficiente chiarezza le azioni passibili di intelligenza con il nemico. A questo si aggiunge il caos legislativo. «La stessa azione può comportare pene differenti. Se l’imputato è accusato di negare l’aggressione russa, la condotta rientra nell’ambito definito dall’articolo 111-1: si tratta di un reato minore, punibile con il divieto di lavorare nella pubblica amministrazione», spiega. «Tuttavia, il reato di “celebrazione e negazione dell’aggressione russa” è disciplinato anche dall’articolo 436-2 del codice penale, introdotto anch’esso nel 2022, che prevede fino a otto anni di reclusione».

Stando al codice non è necessario esaminare le circostanze che hanno portato l’imputato a compiere determinate azioni. «Nessuno comprende davvero cosa voglia dire essere un collaborazionista e questo porta le persone ad accusarsi e denunciarsi a vicenda. Nel caso la guerra finisse, questa tensione interna potrebbe rivelarsi un grande problema per il futuro del Paese, soprattutto in vista di una eventuale riconciliazione con la popolazione vissuta nei territori occupati».

Non tutti i casi di persone sospettate arrivano in tribunale. Il sistema giudiziario ucraino è infatti sopraffatto dal numero sempre crescente di casi legati all’articolo 111-1. «È una situazione molto ingiusta», conclude Syniuk. «Soprattutto per persone che, come Svetlana, erano semplici impiegati nell’amministrazione occupante e ora devono vivere con la costante paura di essere chiamati a giudizio».

Il meglio: Fantascienza.com, il meglio della settimana del Solarpunk in edicola

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La fantascienza in tv e al cinema in luglio, il teaser della serie di Neuromante, voci per Tom Cruise nel film degli Avengers, la terza stagione di Silo e gli Urania in edicola.

Il solarpunk non è solo un genere di fantascienza. È, in un certo senso, un'ideologia: è prima di tutto la convinzione che si possa invertire la spirale che sta trascinando il mondo verso la catastrofe, convincendo le persone che si può fare, che ci sono cose che si possono fare. Occorre cominciare ad avere un nuovo approccio verso l'ambiente, ma anche cambiare la struttura della società, abbandonando il capitalismo. Delos Digital è stata per anni tra i protagonisti della cultura solarpunk in Italia, anche grazie a Franco Ricciardiello che ha... - Leggi l'articolo

 

Notizie - Il meglio - 5 luglio 2026 - articolo di S*

Perché Ultimo e Geolier sono i veri eredi di Vasco Rossi

Sabato 4 luglio Niccolò Moriconi, in arte Ultimo, ha trasformato la spianata di Tor Vergata in un oceano da un quarto di milione di anime pronte a farsi cuocere dal sole per il maxi-evento La Favola Per Sempre. Contemporaneamente, allo Stadio Maradona, il 26enne Emanuele Palumbo, alias Geolier, ha messo le tende monopolizzando l’impianto con ben sei notti consecutive per il prossimo anno, dopo aver già fatto tre volte il pieno quest’anno e altre due volte due anni fa. Per la prima volta, la chiesa laica di Vasco Rossi trova i suoi eredi strutturali. Ma non cercate il sound del Blasco nelle ballate al pianoforte del 30enne romano o nelle metriche del ragazzo di Secondigliano: qui si parla di pura funzione sociale, di periferie metropolitane che smettono di fare le comparse e si prendono i botteghini, muovendo economie gigantesche nello scetticismo dei recensori col sopracciglio alzato.

I nuovi profeti delle masse non nascono nelle bolle dei talent

I profeti delle masse non nascono nelle serre protette dei talent show, ma si forgiano a pane e rifiuti industriali. Se il rocker di Zocca — che per il mezzo secolo di carriera blinda lo storico record di 10 concerti di fila all’Olimpico, una residency d’acciaio — comincia a masticare musica fondando Punto Radio nel 1975 sull’Appennino modenese, registrando vendite misere per i primi album nell’indifferenza del mercato, il cantautore di San Basilio deve incassare i primi no ad Amici e X Factor prima di trovare un rifugio indipendente nella label Honiro ed espugnare Sanremo Giovani nel 2018. Con la stessa identica fame, il golden boy del rione Gescal lavora da ragazzino in una fabbrica di lampadari e nel 2018 sbarca autonomamente su YouTube con P’ Secondigliano, un videoclip che diventa virale, intercettando la rete dei coetanei prima di costringere le major a piegarsi alle sue regole.

La prova di fuoco dell’Ariston

Questo legame con la strada trova nei verdetti ufficiali del Festival di Sanremo la certificazione esatta dello scontro frontale. Non a caso la kermesse posiziona il Blasco direttamente sul fondo della classifica nel 1982 con Vado al massimo e al penultimo gradino l’anno dopo con Vita spericolata, applicando il rifiuto totale della coda. Un copione che non cambia più di tanto con le nuove leve. Nel 2019 il voto congiunto di Sala Stampa e Giuria d’Onore sfila la vittoria a Ultimo per consegnarla a Mahmood, bloccando il suo 46,5 per cento di preferenze da casa e scatenando quella sua rabbiosa reazione in conferenza stampa. Un j’accuse virale contro i giornalisti che incrina per sempre i suoi rapporti con i media.

La dinamica si fa speculare nel 2024 con Geolier, che dopo aver vinto la serata delle cover tra i fischi della platea dell’Ariston viene superato in finale da Angelina Mango. Il voto della Sala Stampa e delle Radio neutralizza lo storico record del 60 per cento al televoto — mica cotica —, sanzionando quel cantare in napoletano percepito come una provocazione fonetica sgrammaticata e priva di dignità letteraria rispetto alla lingua italiana.

Le stroncature di una certa intellighenzia

Un divario profondo tra la pancia degli ascolti e certa intellighenzia che ricalca fedelmente l’archivio delle stroncature subite storicamente da Vasco. Se nel dicembre del 1980 lo scrittore e fondatore di Panorama Nantas Salvalaggio, una delle firme più autorevoli all’epoca, firmava il dissing ante litteram definendo il rocker «un bell’ebete, malfermo sulle gambe, con gli occhiali fumè dello zombie, dell’alcolizzato, del drogato “fatto” […] », oggi la sanzione culturale si sposta direttamente nelle aule scolastiche. Durante gli ultimi esami di terza media, una famiglia deve contestare le umiliazioni pubbliche e le derisioni della coordinatrice di classe perché il figlio osa presentare una tesina sul rapper di Napoli.

Il rapporto fisico con la fanbase

La strada, tuttavia, risponde blindando l’ugola di turno attraverso un rapporto fisico con la fanbase. Un esempio? Gli irriducibili di Ultimo hanno piantato le tende a Tor Vergata il 19 giugno, 15 giorni prima del concerto, sfidando temperature torride sotto il sole pur di conquistare la transenna e facendo scattare sui social l’ironia sulla sfida aperta alla stoica resistenza del vecchio popolo di Vasco. Un culto a cui la voce capitolina risponde aprendo le prove generali blindate esclusivamente a 1.500 fan con disabilità in modo totalmente gratuito e portando la diretta dello show nei reparti del Policlinico di Tor Vergata per i malati ricoverati. Dall’altra parte, Geolier esercita un vero e proprio feudalesimo territoriale, annunciando nel bel mezzo del suo tour estivo che nel 2027 canterà esclusivamente nella sua città («perché Napoli è casa tua») obbligando il pubblico di tutta Italia a mettersi in viaggio verso il Sud se vuole ascoltarlo in una residency estesa a sei serate. È una fede totale, riassunta nella recente intervista rilasciata a Esse Magazine: «Io a Napoli giro senza sicurezza. Cosa penserebbe altrimenti la gente di me con quello che dico nelle canzoni? La sicurezza mia, i miei bodyguard, sono i guagliuni di Napoli». Un patto di sangue, lo stesso che ha il Kom coi suoi fedelissimi che da 50 anni vanno a stanarlo fino a Zocca. Insomma, finché ci sarà un popolo disposto a migrare in massa per ascoltarli, i padroni della festa saranno sempre loro.

Trump, il Vietnam e gli sfratti: quando un resort di lusso diventa geopolitica

«Dovete lasciare la vostra casa». Nelle ultime settimane, decine di famiglie della provincia di Hung Yen, nel Vietnam settentrionale, si sono viste recapitare delle lettere di sfratto. Motivo? L’accordo concluso tra le autorità vietnamite e Donald Trump. Diversi terreni saranno infatti espropriati dopo essere stati destinati a ospitare un resort di lusso da 1,5 miliardi di dollari sviluppato dalla Trump Organization, insieme alla società vietnamita Kinh Bac City. Sul piano politico, quelle lettere di sfratto rappresentano uno dei simboli più evidenti della nuova posizione che il Vietnam occupa nella competizione tra Stati Uniti e Cina.

Un progetto mastodontico con campi da golf, ville e hotel

Il progetto rappresenta uno dei più grandi investimenti immobiliari mai realizzati dalla Trump Organization in Asia sud-orientale e prevede la trasformazione di quasi 900 ettari di terreni agricoli lungo il Fiume Rosso, a circa 40 chilometri dalla capitale.

Il masterplan è articolato in più fasi e comprende un grande resort integrato con hotel a cinque stelle, ville di lusso, complessi residenziali, aree commerciali e ricreative, oltre a tre campi da golf per un totale di 54 buche, destinati a una clientela internazionale di fascia alta.

Secondo gli sviluppatori, il complesso punta a diventare una delle principali destinazioni del turismo di lusso nel Sud-Est asiatico e un punto di riferimento per grandi eventi economici e diplomatici.

Hanoi tende la mano a Washington

L’investimento è stato presentato ufficialmente nel maggio 2025 durante una cerimonia alla quale hanno partecipato il vicepresidente esecutivo della Trump Organization, Eric Trump, e l’allora primo ministro vietnamita Pham Minh Chinh. In quell’occasione il capo del governo definì il progetto un simbolo del rafforzamento delle relazioni economiche tra Hanoi e Washington e della fiducia degli investitori americani nell’economia vietnamita. Non è un dettaglio secondario: l’annuncio arrivò proprio mentre Hanoi cercava di negoziare un allentamento dei dazi imposti dalla Casa Bianca.

Trump, il Vietnam e gli sfratti: quando un resort di lusso diventa geopolitica
Pham Minh Chinh con Eric Trump nel 2025 (Ansa).

Le proteste per gli espropri e gli indennizzi

La realizzazione del resort richiede tuttavia una delle più vaste operazioni di acquisizione fondiaria degli ultimi anni nella regione. Migliaia di famiglie sono interessate, direttamente o indirettamente, dalle procedure di esproprio.

Per mesi il progetto è rimasto bloccato dalle proteste dei residenti, che contestano gli indennizzi offerti dalle autorità: i circa 4.000 miliardi di dong (oltre 150 milioni di dollari) stanziati sarebbero largamente inferiori al valore economico dei terreni e insufficienti a garantire un nuovo sostentamento. Molti perderanno frutteti coltivati da generazioni e terreni che garantivano il principale reddito familiare. Altri dovranno abbandonare aree dove sorgono le tombe degli antenati, un elemento di grande valore nella cultura vietnamita.

Nonostante le contestazioni, Hanoi ha deciso di accelerare gli espropri, prevedendo anche lo sgombero forzato di chi rifiuterà il risarcimento. Il resort dovrebbe essere completato in tempo per il vertice APEC del 2027, che il Vietnam ospiterà alla presenza, tra gli altri, proprio di Trump.

Trump, il Vietnam e gli sfratti: quando un resort di lusso diventa geopolitica
Eric Trump (Ansa).

Il difficile equilibrismo vietnamita tra Cina e Usa

Hanoi, insomma, non ha alcuna intenzione di rallentare.

Per il governo vietnamita l’investimento rappresenta un segnale politico rivolto a Washington, in una fase in cui Hanoi cerca di limitare le tensioni commerciali con gli Stati Uniti senza compromettere il rapporto con la Cina. Il Vietnam è uno dei Paesi che ha più da perdere dalle guerre tariffarie e dalle nuove ventate di protezionismo.

Hanoi è diventata uno degli snodi più importanti delle catene globali di approvvigionamento. Samsung produce in Vietnam una parte significativa dei propri smartphone. Apple ha trasferito quote crescenti della produzione di AirPods, Apple Watch e MacBook. Foxconn, Luxshare, Pegatron e numerosi altri fornitori dell’elettronica mondiale hanno investito nel Paese. Anche il settore tessile, dell’arredamento e delle apparecchiature elettriche è ormai profondamente integrato nelle filiere internazionali.

Perché il China Plus One può rivelarsi un problema

Questa crescita è stata ulteriormente accelerata dalla guerra commerciale lanciata da Trump contro la Cina nel 2018. Migliaia di imprese hanno adottato la strategia del China Plus One, mantenendo una parte della produzione nella Repubblica Popolare ma spostando altre attività in Paesi vicini per ridurre il rischio geopolitico. Il Vietnam, grazie alla vicinanza geografica alla Cina, al basso costo del lavoro, alla stabilità politica e a una rete di accordi commerciali favorevoli, è diventato il principale beneficiario di questo processo. Molte aziende cinesi hanno trasferito nel Paese soprattutto le fasi finali dell’assemblaggio, continuando però a dipendere da componenti e semilavorati prodotti oltreconfine. Per anni questo modello ha funzionato. Hanoi ha registrato tassi di crescita tra i più elevati dell’Asia e un forte aumento delle esportazioni verso gli Stati Uniti. Oggi, però, proprio quel successo rischia di trasformarsi in un problema.

Washington guarda con crescente sospetto ai Paesi che potrebbero essere utilizzati per aggirare i dazi imposti alla Cina. Le nuove indagini commerciali statunitensi e le misure contro il cosiddetto transshipment, cioè la riesportazione di merci cinesi attraverso Paesi terzi, mettono direttamente in discussione il modello di sviluppo vietnamita.

Non a caso alcune imprese cinesi che avevano investito in Vietnam stanno riconsiderando i propri piani, temendo che anche Hanoi possa diventare bersaglio della politica commerciale americana.

Trump, il Vietnam e gli sfratti: quando un resort di lusso diventa geopolitica
Donald Trump (Ansa).

I costi della diplomazia del bambù

Questo rende ancora più delicata la posizione internazionale del Vietnam, che persegue una politica estera nota come “diplomazia del bambù“: radici solide ma sufficiente flessibilità per adattarsi ai cambiamenti del contesto internazionale. L’obiettivo è evitare qualsiasi allineamento esclusivo e mantenere rapporti stretti con tutte le principali potenze. Nel 2023 gli Stati Uniti sono stati elevati al livello di Comprehensive Strategic Partnership, il massimo previsto dalla diplomazia vietnamita. Allo stesso tempo, però, la Cina rimane il primo partner commerciale di Hanoi e il principale fornitore di componenti industriali. Sul piano della sicurezza, questa duplicità è ancora più evidente. Il Vietnam continua a contestare le rivendicazioni territoriali di Pechino nel Mar Cinese Meridionale e negli ultimi anni ha rafforzato la cooperazione con Stati Uniti, Giappone, India e Australia nel settore della sicurezza marittima. Ma, al contrario di Giappone e Filippine, evita accuratamente di trasformare questi rapporti in un’alleanza anti-cinese.

La leadership vietnamita è consapevole che la propria prosperità dipende tanto dall’accesso al mercato americano quanto dall’integrazione economica con la Cina.

Gli sfratti di Hung Yen sono un sintomo di questa realtà così complessa. Il resort della Trump Organization è uno strumento attraverso cui Hanoi cerca di consolidare il dialogo con Washington in una fase di crescente pressione commerciale, blandendo l’inquilino della Casa Bianca. Le proteste degli agricoltori mostrano il costo umano dei tempi a cui il Vietnam cerca di adattarsi. Dietro un progetto immobiliare apparentemente locale si riflettono le tensioni di un ordine internazionale nel quale commercio, investimenti e geopolitica sono sempre più intrecciati. La sfida per Hanoi è continuare a sfruttare la propria posizione strategica senza essere costretta, prima o poi, a scegliere tra Washington e Pechino.

Trump, il Vietnam e gli sfratti: quando un resort di lusso diventa geopolitica
Un contadino vietnamita (Ansa).

Tablet, bambini e sensi di colpa: il governo si ricorda delle madri ma solo per accusarle

Poi dicono che il primo governo guidato da una donna non ha fatto nulla per le donne. È vero, in quattro anni la maggioranza di centrodestra non ha alzato un dito per aumentare i servizi sociali per bambini e anziani e per sostenere l’occupazione femminile, ha affossato il prolungamento del congedo di paternità, ha messo una pietra sopra alla riduzione dell’Iva sugli assorbenti, ha peggiorato la legge sulla violenza sessuale e, per scrupolo, ha pure sabotato l’educazione affettiva nelle scuole, che poteva contribuire alla prevenzione delle violenze. Ma, quasi fuori tempo massimo, il governo Meloni si è finalmente ricordato delle donne e, con la sensibilità che lo contraddistingue, ha individuato ciò di cui avevano davvero bisogno: un altro senso di colpa.

Tablet, bambini e sensi di colpa: il governo si ricorda delle madri ma solo per accusarle
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Quel tablet che distoglie la donna dalla sacra funzione materna

Nella fattispecie, quello di ricorrere troppo a telefoni e tablet quando espletano la sacra funzione materna. Il risultato è la campagna “Non è mai troppo presto”, promossa dal dipartimento delle Politiche contro la droga e le altre dipendenze per disincentivare l’uso di telefoni e tablet in tenera età. Per inciso: viene il sospetto che, quando hanno licenziato la campagna, i suoi promotori fossero distratti da telefoni e tablet, perché non si sono accorti che il titolo suona come un invito in senso opposto. Forse era più chiaro “non è mai troppo tardi” per mettere in mano dispositivi ai bambini, o per imparare ad autoregolarsi come genitori. Ma può anche darsi che al governo sembrasse pericoloso rievocare la famosa trasmissione in cui Alberto Manzi negli Anni 50 alfabetizzava efficacemente gli italiani illetterati, dopo tutta la fatica che il centrodestra ha fatto per incoraggiare l’analfabetismo funzionale, da Berlusconi in poi.

La depressione post-partum? Solo una bufala woke

Da un altro punto di vista, la campagna è perfettamente coerente con l’anatema anti-digitale: si articola in uno spot televisivo e in un opuscolo cartaceo – sì, un pieghevole, un volantino, bentornati negli Anni 70 — distribuito nelle maternità e nei reparti pediatria. Se questo non bastasse a capire che sono le madri il vero target della campagna, lo ribadisce lo spot, che si apre con una mamma dall’aria sfinita che allatta rispondendo a un vocale delle amiche, incurante degli occhioni del bebè che cercano i suoi. «Sei con lui, il telefono non serve», ammonisce una caption. Ora, esperti e associazioni denunciano la solitudine e l’isolamento delle neo-mamme, e la vera e propria stampella rappresentata dalle reti amicali in mancanza di altri tipi di supporto emotivo, psicologico e anche pratico, in un momento così delicato, ma il dipartimento diretto dal sottosegretario Alfredo Mantovano non transige: negli occhi del neonato c’è tutto ciò di cui una donna ha bisogno nella vita, e la depressione post-partum è solo una bufala woke.

Tablet, bambini e sensi di colpa: il governo si ricorda delle madri ma solo per accusarle
Dallo spot della campagna Non è mai troppo presto.

Se le trasgressioni materne sono sfogarsi con le amiche e cercare di tenersi un lavoro

Torniamo allo spot. Flashforward, il piccolo Olly è cresciuto e gioca nel salotto cercando invano di attirare l’attenzione della madre, che sta smanettando al pc con lo sguardo sconsolato di una frescona che ha creduto che lo smartworking le permettesse di conciliare lavoro e genitorialità. A un certo punto la poveraccia, spazientita, chiede al papà, che se ne sta in un’altra stanza (non deve conciliare niente, lui), di mettere buono il piccino con il tablet. «Ha bisogno di te, non di uno schermo», la gela un altro severo monito. Praticamente siamo di fronte alla versione digitale di Balocchi e profumi, la canzone strappalacrime del 1928 oggetto di innumerevoli parodie. Solo che lì, almeno, la mamma trascurava la sua bambina per spassarsela fra cosmetici e tresche illecite, mentre un secolo dopo le trasgressioni materne sono a) sfogarsi con le amiche e b) cercare di tenersi uno straccio di lavoro dopo la maternità. Manca solo un parallelo con il tragico finale della vecchia canzone: un ultimo salto temporale in cui si vede la madre, pentita, sbattere con i pugni contro la porta chiusa di Olly, ora adolescente hikikomori, che si è tolto la vita secondo le istruzioni ricevute da un chatbot. «Ma il capo già reclina, e già richiude gli occhi, / piange la mamma pentita stringendolo al cuor». Zum, zum.

Tablet, bambini e sensi di colpa: il governo si ricorda delle madri ma solo per accusarle
Dallo spot della campagna Non è mai troppo presto.

Un’Eva 4.0 introduce nell’Eden la velenosa mela digitale

Un momento. E se la matrice dello spot fosse ancora più antica? Fateci caso: è la madre che dà il cellulare al marito perché scatti un selfie di famiglia, o gli chiede di tacitare il pargoletto con il tablet. È attraverso di lei, l’Eva 4.0, che la velenosa mela digitale viene introdotta nell’Eden del focolare domestico e lo distrugge dall’interno. E l’Adamo digitale è solo un pisquano incapace di resistere alla tentazione; incapace, soprattutto, di partecipare attivamente all’educazione e all’intrattenimento dei propri figli. Del resto, nessuno glielo chiede, nessuno del governo, almeno. Accidenti, l’obiettivo dell’iniziativa – educare a non dare dispositivi digitali ai troppo piccoli – era anche giusto. Caro dipartimento delle Politiche contro la droga, se per qualcosa «non è mai troppo presto», sarebbe imparare a costruire una campagna multimediale degna di un Paese europeo nel 2026, che parli a padri e madri vere. Sotto questo profilo, però, va riconosciuto che lo spot contiene almeno un po’ di verità, nel senso che è interpretato da attori reali, e non realizzato interamente con l’IA, come quello per il rinnovo della carta d’identità. Ma chissà se al dipartimento se ne sono accorti.

Short Movie: L’uomo che costruì un pianeta

L'uomo che costruì un pianeta

La storia di un uomo che sogna di costruire un pianeta artificiale da zero, ponendosi la domanda: «Alla fine ne vale la pena il sacrificio richiesto per creare qualcosa di veramente grande?» 

Ambientato nell'anno 2730 IA, il dottor Evren Kon osa andare oltre la richiesta del Consiglio Unito di costruire un supercomputer orbitale e propone un'idea molto più audace: un piano per costruire un pianeta artificiale. Il film è ambientato durante l'ultimo secolo del progetto. Diretto da Jason Carman, autore di qualche altro corto, Planet è un mediometraggio di circa 40 minuti che racconta la storia di un ambiziosissimo progettp ingegneristico e delle sue difficoltà. Nel cast Stephen R. Miller, attore apparso come guest in qualche episodio di serie... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Short Movie - 4 luglio 2026 - articolo di S*

Boomerang Rai sul governo: Telemeloni diventa la clava elettorale della sinistra

Nel centrodestra ne sono convinti in tanti. E infatti qualcuno, in maniera anonima, dà segni di pentimento: «Sulla Rai ora la sinistra ci farà la campagna elettorale. La nostra resistenza su Simona Agnes alla presidenza ci si ritorcerà contro», sussurra un senatore della maggioranza della commissione di Vigilanza Rai. L’Aventino delle opposizioni che ha poi portato alle dimissioni anche dei parlamentari di centrodestra nella commissione che vigila sulla tivù di Stato, infatti, renderà sempre più tesi i rapporti tra le coalizioni.

Boomerang Rai sul governo: Telemeloni diventa la clava elettorale della sinistra
Simona Agnes e Giampaolo Rossi alla cerimonia del Premio Biagio Anges (foto Imagoeconomica).

Nel governo sono convinti che dietro le dimissioni di Barbara Floridia & co. ci sia una mossa studiata a tavolino, soprattutto da parte di Giuseppe Conte. Perché ora sulla Rai, su Telemeloni e sul fatto di esser stati costretti a lasciare la Vigilanza per non subire il ricatto della destra, il campo largo imposterà un bel pezzo di campagna elettorale da qui al 2027. Con scenari che ricordano quelli dell’editto bulgaro di Silvio Berlusconi da Sofia nel 2002 contro Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi, che poi scatenò girotondi e proteste di piazza, rivitalizzando una sinistra che sembrava morta.

Ecco, ora potrebbe accadere la stessa cosa: uno dei temi più caldi su cui il campo largo darà battaglia sarà proprio la Rai: l’occupazione di Telemeloni, i volti di sinistra lasciati scappare, la normalizzazione di Rai 3, la Vigilanza bloccata e la riforma della tivù chiesta dall’Europa ancora al palo, con il rischio dell’infrazione Ue. Tutti in campo con l’elmetto, così come sarà sulla legge elettorale.

L’abbiamo visto già con la maratona oratoria di costituzionalisti, giuristi e politici sul Melonellum: le parole d’ordine sono già quelle dell’allarme democratico, dell’attacco ai valori della Costituzione, del tentativo di far rientrare il premierato dalla finestra, dato che non era riuscito a passare dalla porta. Venerdì 10 luglio andrà in scena un altro appuntamento con parecchia società civile e associazioni.

Copione già scritto per il campo largo

La terza gamba su cui verterà la campagna elettorale delle opposizioni sarà un mix tra la politica estera (dai rapporti con Donald Trump in giù) e la politica economica (il governo in questi anni non ha fatto nulla, anzi l’Italia è più povera e sfiduciata). Insomma, il campo largo, o «alleanza per la Costituzione» come la vorrebbe chiamare Conte, si ritrova la sceneggiatura già scritta. Basterà seguire il copione, fin troppo facile.

Vannacci si lamenta per il poco spazio

Con un’unica novità, rispetto al passato: anche il centrodestra avrà problemi di alleanze, visto che a un certo punto dovrà decidere se imbarcare o meno Roberto Vannacci, scelta niente affatto facile per Giorgia Meloni. Vannacci che, oltretutto, risulta per ora a zero presenze in termini di visibilità proprio sui canali Rai, dai telegiornali all’approfondimento. I vannacciani hanno messo in scena un flash mob davanti a Viale Mazzini, forse ignorando che il palazzo ora è vuoto per ristrutturazione e che i vertici si sono trasferiti all’Eur.

Ma da settembre, se le cose non cambieranno, arriveranno altre proteste. Anche le truppe del generalissimo hanno capito l’importanza di avere uno strapuntino nel servizio pubblico. L’amministratore delegato Giampaolo Rossi alla presentazione dei palinsesti ad Ancona ha provato a ribaltare la narrazione: «TeleMeloni? È solo un’operazione di marketing, a furia di ripeterlo lo si dà per vero, ma la realtà è che la Rai oggi è molto più pluralista che in passato». Intanto i due arcinemici delle ultime settimane, Antonio Marano e Roberto Sergio, non si rivolgono più la parola. Questo è il clima all’interno di mamma Rai. La campagna elettorale è iniziata e anche nella televisione di Stato ci si prepara alla battaglia.

Caso Sangiuliano, citazione diretta a giudizio per Boccia e un giornalista

Citazione diretta a giudizio per Maria Rosaria Boccia e il giornalista Carlo Tarallo per la diffusione della registrazione della conversazione privata tra Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini. La Procura di Roma contesta ai due il reato di interferenze illecite nella vita privata, in quanto Boccia «si era procurata indebitamente» la registrazione «avendo imposto» all’allora ministro della Cultura «di tenere aperta la conversazione telefonica con lei mentre parlava con la moglie sotto la minaccia di recarsi a casa loro». L’audio, già reperibile in rete dopo Report, era stato poi pubblicato «sui canali social Facebook ed Instagram della testata giornalistica Anteprima 24 e sul sito online della stessa».

Caso Sangiuliano, citazione diretta a giudizio per Boccia e un giornalista
Gennaro Sangiuliano (Imagoeconomica).

L’udienza predibattimentale si terrà il 3 dicembre

Boccia e Tarallo dovranno comparire nell’udienza predibattimentale davanti al Tribunale di Roma il 3 dicembre. Prima ancora, per ottobre, è fissato l’inizio del processo che vede imputata Boccia per stalking aggravato, interferenze illecite nella vita privata, lesioni e diffamazione, oltre che per false dichiarazioni nel curriculum in relazione all’organizzazione di eventi. «Sarebbe ora che terminasse questo accanimento giudiziario. Ad ogni modo siamo certi che verrà dimostrata l’assoluta assenza di responsabilità in capo alla nostra assistita nel corso del processo», hanno dichiaratoi legali dell’imprenditrice.

Intesa Sanpaolo porta l’infrastruttura digitale sulle region di Google Cloud in Italia ospitate nei data center di Tim

Il Gruppo Intesa Sanpaolo ha concluso con successo la migrazione su cloud dei propri sistemi IT core, nell’ambito di un progetto di trasformazione digitale realizzato in collaborazione con Tim e Google Cloud. L’iniziativa, nata per rendere l’infrastruttura IT della banca più veloce, sicura, AI-ready e sostenibile, ha raggiunto e superato i target tecnici previsti. Avvalendosi delle due region di Google Cloud a Torino e Milano ospitate nei data center di Tim, il programma ha consentito il trasferimento sicuro e senza interruzioni di una parte fondamentale dei sistemi IT del gruppo bancario.

Prestazioni elevate grazie a cloud, data center e connettività di rete

Oltre 800 applicazioni sono state migrate con successo sull’infrastruttura di Google Cloud e altrettante sono state dismesse all’interno della sede fisica della banca. L’infrastruttura sicura e affidabile e le funzionalità avanzate per i dati di Google Cloud, unite alle prestazioni dei data center, della connettività e alle competenze messe a disposizione da Tim, sono stati i principali abilitatori del programma, che hanno consentito di gestire ingenti trasferimenti di dati con elevati standard di sicurezza, velocità e minima latenza tra ambienti cloud e sistemi preesistenti. L’infrastruttura cloud ha assorbito infatti volumi di carico imponenti, garantendo la continuità operativa del business senza registrare alcun major incident durante le fasi di migrazione. Determinante anche il modello di governance end-to-end gestito da Tim, che ha permesso di mitigare efficacemente i rischi e garantire il controllo dei costi attraverso un monitoraggio metodico di FinOps.

Furto di fentanyl a Roma: riunione d’urgenza a Palazzo Chigi

Riunione d’urgenza a Palazzo Chigi dopo il furto di 80 fiale di fentanyl avvenuto nella farmacia dell’Ospedale Israelitico di Roma, con cui potrebbero essere confezionate – in teoria – fino a circa 20 mila dosi destinate al consumo illecito del farmaco ad alto potere analgesico, oggi una delle droghe più acquistate sul mercato clandestino. Presenti a Palazzo Chigi il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, il capo di Gabinetto del Ministero della Salute, il direttore della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga, il direttore generale della direzione Salute della Regione Lazio e i dirigenti del Dipartimento per le politiche contro le dipendenze della Presidenza del Consiglio. Da Palazzo Chigi filtra forte allarme: attivati i Carabinieri del Nas per gli accertamenti del caso, mentre il Ministero della Salute ha disposto un’ispezione per verificare eventuali responsabilità e accertare il rispetto dei protocolli vigenti.

Palinsesti Rai: i programmi dell’autunno tra novità e sorprese

Sono stati presentati oggi ad Ancona i nuovi palinsesti Rai per la prossima stagione televisiva. Nessuno stravolgimento, ma comunque diverse la novità annunciate e persino qualche sorpresa. Su tutte il ritorno di Roberto Benigni con una prima serata evento dedicata a San Francesco, in occasione dell’ottavo centenario della morte del patrono d’Italia.

Palinsesti Rai: i programmi dell’autunno tra novità e sorprese
Alberto Angela (Imagoeconomica).

Alberto Angela si fa in cinque

Lo speciale su San Francesco, in onda domenica 4 ottobre alle 21:30 e trasmesso da Assisi, sarà condotto da Alberto Angela, che qualche giorno prima (il 27 settembre) sarà protagonista de Lo spettacolo della conoscenza, serata speciale dal Colosseo. La sera di Natale andrà poi in onda Stanotte a…, con Angela pronto a far scoprire agli italiani i musei, le strade, le piazze e le chiese di una nuova città. Confermati poi nei palinsesti Passaggio a Nord Ovest e Ulisse – Il piacere della scoperta.

Palinsesti Rai: i programmi dell’autunno tra novità e sorprese
Sal Da Vinci (Ansa).

Le serate-evento con Sal Da Vinci

L’offerta musicale non si fermerà al nuovo Festival di Sanremo targato Stefano De Martino. Il 20 e il 27 novembre, su Rai 1, andranno in onda le due puntate di Meravigliosamente, show con Sal Da Vinci che festeggia i 50 anni di carriera. Nel palinsesto anche lo speciale Roma, Baby. Cremonini Live Circo Massimo.

Le novità targate Gomez e Inciocchi

Sul fronte dell’informazione confermati Cinque Minuti con Bruno Vespa (dal 21 settembre, Rai 1) e Il Cavallo e la Torre con Marco Damilano (dal 7 settembre, Rai 3). Tra le principali novità Peter Gomez con L’elefante, in onda su Rai 3 il sabato alle 20:15. Dopo il trasloco di Milo Infante a Mediaset, Salvo Sottile prende il timone di Ore 14 e dello spin-off Ore 14 Sera, su Rai 2. Tra le vere novità di stagione spicca poi Patù, appuntamento di prima serata dedicato ai grandi temi politici, economici e sociali, condotto da Roberto Inciocchi ogni mercoledì su Rai 2 (dal 7 ottobre). Ufficializzato poi Antonino Monteleone alla conduzione delle nove puntate nella prima serata prevista per il martedì in autunno: sostanzialmente sostituirà FarWest di Sottile col suo Filorosso. Da segnalare poi i nuovi editoriali 2 di Picche con Tommaso Cerno, striscia quotidiana a cura della Direzione Approfondimento.

Palinsesti Rai: i programmi dell’autunno tra novità e sorprese
Roberta Bruzzone (Imagoeconomica).

I nuovi programma di Bruzzone e Brumotti

Novità nel prime time di Rai 2, con Dentro la Truffa, programma di Roberta Bruzzone dedicato ai principali meccanismi psicologici delle frodi contemporanee: sei le puntate previste. Si intitolerà poi Ultima chiamata il programma affidato a Vittorio Brumotti, approdato in Rai dopo una lunga militanza a Striscia la Notizia: un viaggio attraverso l’Italia, per raccontare storie di persone, comunità e associazioni che hanno saputo reagire a situazioni di disagio, emarginazione e difficoltà. Oltre a tornare al timone di Storie Italiane, Eleonora Daniele sbarcherà anche nella prima serata di Rai 3 con un nuovo programma: Le cose che non sai, dedicato alle vicende personali delle celebrità. Dal 21 dicembre (alle ore 19) Enzo Miccio condurrà su Rai 2 Il giorno più lungo, accompagnando le coppie che, ancora oggi, scelgono di suggellare il loro amore con un matrimonio. Lorella Boccia sarà poi il nuovo volto di Playlist, in onda su Rai 2 dal 17 ottobre. Confermato Chi l’ha visto?, ancora vuota però la casella della conduzione lasciata vuota da Federica Sciarelli.

La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole

I Tavernicoli: sono i presenzialisti di Villa Taverna, la residenza romana dell’ambasciatore degli Stati Uniti. In questa edizione del 2026, tra i Tavernicoli mancano, per una volta, Giorgia Meloni (al suo posto c’è Arianna) e Giuseppe Conte. In compenso, ecco Rocco Casalino con augusta genitrice. Quindi la pattuglia della sicurezza: Gianni De Gennaro, Marco Minniti, Lorenzo Guerini, Guido Crosetto, Carlo Nordio. Non poteva mancare Marco Tronchetti Provera che ha messo ko la compagine cinese presente nella Pirelli, per la gioia di Washington. In “quota generale Vannacci” si presenta Laura Ravetto. Gli hamburger, sussurrano i presenti, sono duri come la suola di una scarpa. Per la delusione di Matteo Salvini, che al profumo della carne non capisce più niente (a proposito, sembra che Tilman Fertitta proprio non riesca a pronunciare il suo nome, storpiato in “Mario”). Matteo Renzi si muove come se fosse il padrone di casa. Al posto di Elly Schlein si presenta Francesco Boccia, ma non è la stessa cosa. Alfredo Mantovano sembra appena uscito da un frigorifero, e circola senza apparente fatica in giacca e cravatta. Francesco Lollobrigida tiene fede al suo compito e da ministro dell’Agricoltura gira con un piatto in mano per testare le pietanze. C’è pure Simona Agnes. Sipario…

La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole

Magistrati in riunione nel weekend

Occhio: nelle giornate di sabato 4 e domenica 5 luglio, a Roma, nella Corte di Cassazione, è in programma il comitato direttivo dell’Associazione nazionale magistrati. I temi da discutere sono numerosi, e tutti di grande interesse (per il governo).

Addio a Giovanni Verusio, quanti aneddoti su quei salotti romani…

Se n’è andato Giovanni Verusio. Sul Corriere della sera di venerdì sono apparsi i necrologi per la morte di uno dei più famosi avvocati italiani: era nato il 27 ottobre 1932 ed era iscritto all’albo dal 1957. Nonostante la sua conclamata abilità professionale, la notorietà del cognome era legata a quel salotto romano che era animato dalla moglie Sandra, deceduta nel 2018: era il quartier generale della sinistra, con Massimo D’Alema protagonista. Quando un esponente “rosso” percorreva di sera via dei Coronari, la destinazione poteva essere solo una: l’attico dove a San Salvatore in Lauro potevi trovare Giovanni Sartori, Fausto Bertinotti e Carlo Azeglio Ciampi, quando non era ancora diventato presidente della Repubblica. Il soprannome di Sandra era «la compagna»: lei si arrabbiò in grande stile solo una volta, quando venne a sapere di una cena voluta da Maria Angiolillo per Piero Fassino. Per l’allora sindaco di Torino «fu l’inizio della fine», spiffera una storica frequentatrice del salotto Verusio. L’avvocato aveva clienti di altissimo livello, oltre a rapporti strettissimi con la famiglia Kennedy: quando Pietro Barilla ricomprò l’azienda dagli americani di Grace, il legale della proprietà Usa era Verusio. Il funerale è previsto per la mattina del 4 luglio nella basilica di San Sebastiano fuori le mura, in via Appia Antica.

La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole

A Roma bus elettrici già vecchi, viva la burocrazia

I modelli full-electric dei nuovi bus romani hanno problemi: il direttore generale di Atac, Paolo Aielli, si è lamentato pubblicamente dei mezzi a disposizione, puntando il dito contro il sistema degli appalti italiani, caratterizzati da una lentezza esasperante. Cosa ha detto Aielli? Che i mezzi elettrici, immatricolati adesso, si riferivano «a un capitolato di quattro anni fa con le conoscenze disponibili allora sul mercato», mentre «siamo venuti a sapere di una società cinese che produce batterie di capacità doppia a parità di volume». Insomma, con gli appalti italiani compri qualcosa che quando lo utilizzi è già obsoleto. Chissà all’authority competente cos’hanno da dire a proposito…

La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
Paolo Aielli, dg di Atac (foto Imagoeconomica).

Il Salemi dell’Avvenire

È stato capo ufficio stampa del ministero del Commercio internazionale, come responsabile dei rapporti con i media italiani ed esteri e della preparazione e della comunicazione delle missioni svolte all’estero per Emma Bonino. Poi ha lavorato per Paolo Romani, il forzista ministro per lo Sviluppo economico. Quindi è stato al servizio del governo Mario Monti e portavoce della vicepresidente del Senato, Linda Lanzillotta. Se avete la copia del 3 luglio del quotidiano cattolico Avvenire in prima pagina c’è Giancarlo Salemi, con il titolone “Enti e imprese sociali al centro delle politiche”. Non c’è dubbio: la Chiesa perdona anche il passato, la parabola del Vangelo di Luca con protagonista il figliol prodigo è sempre attuale.

La sfilata dei Tavernicoli, i ricordi sui salotti romani di lady Verusio e le altre pillole
Giancarlo Salemi.

Il genio di Leonardo: così Del Vecchio jr riceve la laura honoris causa

La battaglia sulla holding di famiglia non gli sta giocando a favore, ma Leonardo Maria Del Vecchio può consolarsi. L’Università degli studi di Roma Tor Vergata e il suo magnifico rettore Nathan Levialdi Ghiron hanno deciso di premiarlo addirittura con una laurea honoris causa. Cerimonia in programma giovedì 9 luglio alle ore 11, nella splendida cornice di Villa Mondragone, a circa 20 chilometri a sud-est della Capitale e a breve distanza da Frascati.

Il genio di Leonardo: così Del Vecchio jr riceve la laura honoris causa
Nathan Levialdi Ghiron, magnifico rettore dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata (foto Imagoeconomica).

L’imprenditore innovatore che vuole le dita sporche di nero

Nel dettaglio, la materia del riconoscimento è “Diritto, Innovazione tecnologica e Sostenibilità“, per quella che l’ateneo definisce «una figura di spicco nel panorama industriale e filantropico internazionale». Da nuovo editore del Gruppo Editoriale Nazionale, LMDV alla festa del Giorno di fine maggio aveva rivolto un pensiero ai giovani «che non hanno più la passione e le dita sporche di nero per l’inchiostro del giornale». Insomma non proprio un manifesto di innovazione tecnologica, ma non stiamo a sottilizzare. Alla cerimonia sarà presente anche la ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini.

Il genio di Leonardo: così Del Vecchio jr riceve la laura honoris causa
Leonardo Maria Del Vecchio e Anna Maria Bernini (foto Imagoeconomica).

Sulle orme del padre, alla faccia delle battutine sul suo eloquio

Leonardo Maria così può ricalcare le orme del padre, fondatore di Luxottica, che nella sua vita ha ricevuto tre lauree honoris causa: in Economia aziendale dall’Università Ca’ Foscari di Venezia (nel 1995), in Ingegneria gestionale dall’Università di Udine (2002) e in Ingegneria dei materiali dal Politecnico di Milano (2006), oltre ad aver conseguito un Master ad honorem in International Business dalla MIB School of Management di Trieste (1999). Una grande rivincita per il rampollo che si è buttato nell’editoria senza una grande visione e che, dall’ospitata da Lilli Gruber in poi, non aveva dimostrato molta dimestichezza con le parole…

Il genio di Leonardo: così Del Vecchio jr riceve la laura honoris causa
Leonardo Maria Del Vecchio mentre prova a sporcarsi le dita col nero della stampa (foto Imagoeconomica).

La rivelazione dagli Usa: Israele voleva uccidere i negoziatori iraniani

Per mesi Israele ha pianificato di uccidere il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, ovvero i due principali negoziatori di Teheran: a evitare che ciò accadesse sono stati gli Stati Uniti, che hanno avvertito la Repubblica Islamica del pericolo tramite altri Paesi della regione. Lo riportano il New York Times e il Washington Post, citando funzionari statunitensi. Secondo le due prestigiose testate americane, in una circostanza un jet governativo iraniano sarebbe stato costretto a un atterraggio d’emergenza per il timore concreto di un raid da parte dell’IDF.

Israele non ha mai nascosto il malcontento per gli accordi Usa-Iran

Il New York Times e il Washington Post scrivono che la possibilità di raid mirati contro Araghchi e Ghalibaf, almeno secondo l’intelligence Usa, è aumentata durante i vari round di negoziati ospitati dal Pakistan a partire da aprile. Tel Aviv non ha mai nascosto il malcontento per gli accordi tra Washington e Teheran: lo Stato ebraico continua a essere preoccupato per il programma missilistico dell’Iran e per il sostegno fornito dai pasdaran ai proxy come Hezbollah.

L’atterraggio d’emergenza del jet che stava riportando Ghalibaf in Iran

I due giornali americani hanno poi ricostruito quanto successo a Ghalibaf durante un volo di ritorno da Islamabad, scortato all’aviazione pachistana fino al confine. A un certo punto, due caccia israeliani sono entrati nello spazio aereo iraniano, facendo scattare l’allarme: da qui la decisione di procedere con un atterraggio d’emergenza a Mashhad, appena oltre il confine con il Pakistan. Da lì i negoziatori hanno poi viaggiato via terra per oltre otto ore fino a Teheran.

Comunali di Milano, perché Sallusti ha tirato fuori il nome di Guidesi?

A Milano è in corso una Candidate Week che pare non avere fine. Ogni giorno, nel centrosinistra e nel centrodestra, spunta un nome nuovo per Palazzo Marino. Ai papabili lanciati (o bruciati) dai partiti, va aggiunta la truppa di autonominati. L’ultimo è il pediatra Luca Bernardo, capogruppo azzurro in Consiglio comunale, che dopo la batosta contro Beppe Sala di cinque anni fa, si è messo nuovamente a disposizione della coalizione. «Non è più il 2021», ha assicurato. «Ora conosco la macchina amministrativa, sono diventato un politico a tutti gli effetti».

Le presunte ambizioni politiche del direttore di Libero

In questa giostra, ha fatto rumore l’editoriale firmato da Alessandro Sallusti sul “suo” Libero: «Tra Di Pietro e Cottarelli scelgo Guidesi», assessore allo Sviluppo economico di Regione Lombardia, «leghista della prima ora, 50 anni, bella presenza, persona per bene, iper competente». Un’uscita che, fuori da Milano, a qualcuno è suonata come il solito tentativo di bruciare un nome ‘forte’. Anche perché Sallusti, ricordano i soliti mal pensanti, accarezzerebbe l’idea di essere il frontrunner della coalizione all’ombra della Madonnina. Del resto quella di Sallusti è una candidatura ciclica: il suo nome era stato il primo a circolare – era dicembre 2024 – in ambienti del centrodestra, lo stesso era accaduto nelle tornate del 2015 e del 2021. Insomma questa potrebbe essere la volta buona.

Comunali di Milano, perché Sallusti ha tirato fuori il nome di Guidesi?
Guido Guidesi (Imagoeconomica).

Un messaggio al centrodestra?

Al di là delle presunte ambizioni sallustiane, chi mastica di politica milanese e lombarda legge l’editoriale del direttore di Libero con una lente diversa. Sallusti in realtà avrebbe voluto mandare un messaggio al centrodestra (locale e nazionale) che pare non prendere troppo seriamente la partita ambrosiana. A Daniela Santanchè (sua ex compagna oltre che ex ministra del Turismo) che ha lanciato la candidatura lunare o forse provocatoria di Antonio Di Pietro (il quale saggiamente ha risposto picche). A Forza Italia che, con l’appoggio di Calenda, punta su Carlo Cottarelli in ticket con i due ex Letizia Moratti e Gabriele Albertini: la prima come «assessora al Sociale e ai Rapporti internazionali» e il secondo alla Sicurezza, ha sparato il coordinatore lombardo Alessandro Sorte. Ma anche a Ignazio La Russa che invece da tempo scommette su Maurizio Lupi. E forse, proprio dalle colonne di un giornale della galassia Angelucci, anche alla Lega di Salvini che come candidatura politica si gioca la carta di Silvia Sardone (completano la rosa i due civici Alessandro Spada e Giovanni Terzi). Non esattamente un profilo assimilabile a quello di Guidesi. Sallusti in altre parole indicando l’assessore avrebbe solo tracciato l’identikit del suo candidato ideale, senza fare troppi danni visto che Guidesi non è della partita. Almeno per ora.

Comunali di Milano, perché Sallusti ha tirato fuori il nome di Guidesi?
Comunali di Milano, perché Sallusti ha tirato fuori il nome di Guidesi?
Comunali di Milano, perché Sallusti ha tirato fuori il nome di Guidesi?
Comunali di Milano, perché Sallusti ha tirato fuori il nome di Guidesi?
Comunali di Milano, perché Sallusti ha tirato fuori il nome di Guidesi?
Comunali di Milano, perché Sallusti ha tirato fuori il nome di Guidesi?
Comunali di Milano, perché Sallusti ha tirato fuori il nome di Guidesi?
Comunali di Milano, perché Sallusti ha tirato fuori il nome di Guidesi?

Massimiliano Allegri è il nuovo allenatore del Napoli

Massimiliano Allegri è ufficialmente il nuovo allenatore del Napoli. Ad annunciarlo è stato il presidente azzurro Aurelio De Laurentiis che, con un tweet su X, ha salutato il nuovo tecnico: «Benvenuto Max!». L’ex allenatore del Milan ha firmato un contratto di tre anni fino al 30 giugno 2029.

Il comunicato del Napoli

Questo il comunicato del club azzurro: «La SSC Napoli dà il benvenuto a Massimiliano Allegri, che assume l’incarico di allenatore della prima squadra. Il tecnico ha firmato un contratto che lo legherà al Club fino al 30 giugno 2029. Dopo una lunga carriera da calciatore, in cui ha indossato anche la maglia del Napoli nel ’97/98, Max Allegri intraprende il percorso da allenatore a partire dalla stagione 2003/04. Nel 2007/08 conduce il Sassuolo alla prima storica promozione in Serie B, vincendo nella medesima annata anche la Supercoppa di Serie C1. Qualche mese più tardi fa il suo debutto in Serie A con il Cagliari, chiudendo il campionato al nono posto e vincendo la Panchina d’oro. Nel 2010 approda al Milan, riuscendo a vincere il diciottesimo scudetto e la sesta Supercoppa Italiana della storia rossonera. Dal 2014 al 2019 è il tecnico della Juventus, con cui conquista cinque scudetti consecutivi, quattro coppe Italia di seguito e due Supercoppe. Nello stesso periodo conduce per due volte i bianconeri alla finale della Champions League. Dopo due anni torna alla guida della Juventus vincendo la sua quinta Coppa Italia nel 2024. Nella scorsa stagione ha allenato nuovamente il Milan, terminando il campionato al quinto posto. Benvenuto, mister Allegri!».

Lagarde punta all’Eliseo: può lasciare la Bce prima del 2027

Intervistata dal quotidiano Les Echos, la presidente della Bce Christine Lagarde non ha escluso la possibilità di lasciare Francoforte prima della scadenza del suo mandato, che terminerà a ottobre del 2027, facendo intendere di volersi candidare alle Presidenziali francesi, in programma nella primavera dello stesso anno.

Lagarde punta all’Eliseo: può lasciare la Bce prima del 2027
Emmanuel Macron e Christine Lagarde (Imagoeconomica).

Ha ammesso che un addio anticipato «è possibile»

«È possibile. Penso che nel dibattito presidenziale francese debba essere ascoltata una voce europea», ha detto Lagarde nel corso dell’intervista concessa al principale quotidiano economico-finanziario transalpino. «Se il dibattito dovesse presentare una visione riduttiva del ruolo della Francia in Europa, credo sarebbero necessarie spiegazioni», ha aggiunto la presidente della Bce, spiegando che c’è il rischio di un «percorso doloroso» per Paese e i suoi cittadini.

Lagarde finora aveva escluso di lasciare prima del 2027

A parlare per primo del possibile passo indietro di Lagarde era stato il Financial Times a febbraio: la diretta interessata aveva smentito, affermando che «il capitano della barca della Bce deve rimanere a bordo in questo periodo turbolento», caratterizzato da un’accelerazione dell’inflazione e dall’impennata del prezzo dell’energia a causa della crisi in Medio Oriente.

Lagarde punta all’Eliseo: può lasciare la Bce prima del 2027
Christine Lagarde (Imagoeconomica).

È in sella dal 2019: prese il posto di Draghi

Già alla guida del Fondo Monetario Internazionale e prima ancora ministra in Francia sotto Jacques Chirac e Nicolas Sarkozy, Lagarde è al timone della Banca Centrale Europea dal 2019, quando fu designata per succedere a Mario Draghi. La carica di presidente della Bce ha una durata di otto anni non rinnovabile.

Chi è l’attentatrice del Principato di Monaco, fuggita in Italia

L’attentatrice che ha piazzato una bomba nell’abitazione dell’oligarca ucraino Vadim Ermolaev nel Principato di Monaco è stata identificata: secondo quanto ricostruito dagli inquirenti si tratta di Anastasia B., ucraina di 39 anni, nota «per i suoi legami con la criminalità organizzata». In base alle indagini, inoltre, dopo l’azione compiuta a Monaco la donna (che si era camuffata in modo da sembrare un uomo) è fuggita in Italia. Come stabilito dagli inquirenti monegaschi e francesi, l’attentatrice ha raggiunto la Francia a piedi e, una volta varcato il confine, ha recuperato un’automobile a Beausoleil: al volante della vettura, immatricolata e noleggiata in Germania (dove risiede), si è successivamente diretta verso l’Italia. Si sospetta il coinvolgimento dei servizi segreti di Kyiv.

Chi è l’attentatrice del Principato di Monaco, fuggita in Italia
L’edificio dove è scoppiato l’ordigno nel Principato di Monaco (Ansa).