Perché viaggiare ci migliora la vita?


Viaggiare significa entrare in contatto con nuove culture, scoprirne la storia e il folclore, assaporare le pietanze locali e aprire la mente a realtà diverse che ci rendono più empatici, creativi, fiduciosi e consapevoli tanto delle peculiarità del luogo quanto di noi stessi. Un'occasione preziosa che, aiutandoci a evolvere come turisti e come esseri umani, riduce lo stress e aumenta la percezione di un mondo senza più confini, stereotipi e barriere. Scopriamo l’incantevole regione del Tōhoku in Giappone, che racchiude tutta la potenza e la magia del viaggio.
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Perché viaggiare ci migliora la vita?


Viaggiare significa entrare in contatto con nuove culture, scoprirne la storia e il folclore, assaporare le pietanze locali e aprire la mente a realtà diverse che ci rendono più empatici, creativi, fiduciosi e consapevoli tanto delle peculiarità del luogo quanto di noi stessi. Un'occasione preziosa che, aiutandoci a evolvere come turisti e come esseri umani, riduce lo stress e aumenta la percezione di un mondo senza più confini, stereotipi e barriere. Scopriamo l’incantevole regione del Tōhoku in Giappone, che racchiude tutta la potenza e la magia del viaggio.
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“In questo giorno pensavo a qualcuno che mi fosse amico in quel momento sei apparso tu…”

di Andrea De Simone

Il caffè della domenica sarà più amaro.
Era già meno dolce da quando Ennio ci aveva lasciati.
Con i nostri amici avevamo deciso di continuare, anche quando per le assenze dovute alle cure, Enzo non
ha sempre potuto raggiungerci.
Abbiamo pregato e sperato.
Ora siamo ancora più soli.
Il nostro caffè non ha mai conosciuto barriere.
Siamo stati su banchi opposti in Regione ma non è mai mancato il momento per confronti pacati sulle cose
da fare per la nostra terra.
Lontani dalla politica dell’insulto e della rissa abbiamo provato ad offrire un esempio di politica dialogo e di
rispetto.
Ha prevalso il rapporto umano, il sentimento dell’amicizia, l’appartenenza alla comunità salernitana.
In una fase della vita in cui è tutto più difficile e complesso aiuta molto una telefonata, un appuntamento
per il caffè, un invito a cena, una chiacchierata spensierata, uno scambio di idee diverse.
Enzo mi è stato vicino e mi ha confortato quando ne ho avuto bisogno.
Spero di aver fatto altrettanto e di aver restituito.
Saluto con grande affetto e nostalgia un sincero amico.
“Non posso darti soluzioni per tutti i problemi della vita.
Non ho risposte per i tuoi dubbi o timori.
Però posso ascoltarli e dividerli con te.
Non posso cambiare né il tuo passato né il tuo futuro….”
Scrive Jorge Luis Borges.
“Non giudico le decisioni che prendi nella vita…” aggiunge,
“Non posso dirti nè cosa sei né cosa devi essere…continua,
“In questo giorno pensavo a qualcuno che mi fosse amico in quel momento sei apparso tu…”
“Non sono una gran cosa-conclude Borges-però sono tutto quello che posso essere”.

Consiglia

Enzo Fasano, il collega, l’amico e il politico

di Salvatore Memoli

Ancor prima di essere un Parlamentare sempre eletto e capace di portare nelle Aule Parlamentari le istanze dei nostri territori del salernitano,  il prof. Vincenzo Fasano era stato un attivo Consigliere Comunale di Salerno. In questa veste l’ho incontrato nel Palazzo di città Consigliere Comunale, eletto nelle liste del MSI. Tra noi fu subito amicizia. Sedevo nella parte più a destra del Gruppo della DC mentre Enzo sedeva accanto a me alternandosi con i suoi colleghi ed amici Nino Colucci, Pippo Falvella e Vincenzo De Masi. Di lui respiravo la forte idealità della gioventù di destra, il suo legame al partito, la passione politica di un gruppo di minoranza che, ancor prima dello sdoganamento della destra italiana, riscuoteva nella città, nel Consiglio Comunale e tra noi colleghi un profondo rispetto umano, politico e professionale. Abbiamo trascorso tante ore insieme durante i Consigli Comunali e le riunioni delle varie  Commissioni. C’era il tempo di scambiare idee su tanti interessi comuni e sui nostri mondi sociali di provenienza. Mi stupiva quanto conoscesse le nostre associazioni cattoliche, le nostre Parrocchie e tanti amici comuni tra i sacerdoti di Salerno. Si divideva tra l’impegno politico e quello professionale di docente nelle scuole di Stato. Aveva un carattere mite, buono, disponibile, le sue battaglie politiche erano inflessibili, coerenti ed incisive. Si muoveva con grande disinvoltura nel palazzo e sapeva fare sintesi della sua azione politica e dei suoi obiettivi amministrativi. Era amico di tutti ma sapeva cogliere le sfumature delle persone, sapendo valorizzare gli obiettivi ed i valori comuni, andando al di là dei recinti politici. Raccolsi qualche perplessità nelle sue valutazioni quando la DC, in modo improvvido, fece convergere i suoi voti su due esponenti del MSI, Colucci e Demasi, nella scelta degli Assessori di Giordano, all’indomani di quel pasticcio politico salernitano che mise la DC all’opposizione. Enzo Fasano non stimava il governo di alcune Forze politiche del cd arco costituzionale, inclusa la DC e per questo non era incline a contaminare l’intonsa estraneità del MSI con scelte di amministrazione, per giunta uscite da una fase confusionaria. Più tardi si è trovato, con la sua coerenza, ad affrontare le competizioni Parlamentari, raccogliendo consensi ed adesioni anche al di fuori del suo partito. Il tutto era una risposta alla persona, alla limpidezza delle sue idee ed alla bonomìa delle sue relazioni umane. Fui sollecitato a convergere su di lui, su quel mondo politico che andava organizzando Silvio Berlusconi,  da Vincenzo Giordano, con motivazioni ineccepibili e chiare, in segno di rottura con una sinistra che aveva azzerato DC e PSI e che meritava un voto anti De Luca. Non seguii il consiglio autorevole e ne fui criticato amabilmente, con l’assicurazione che me ne sarei pentito!
Enzo Fasano aveva con me frequenti rapporti di confronto e di amicizia. Veniva a trovarmi al PRA, all’Azienda del Gas, a Salerno Solidale ed in Banca. L’ho visto crescere in una realtà politica di centro destra assumendo il vertice ed il coordinamento delle competizioni elettorali per le quali tante volte ci siamo confrontati. Il mio ricordo vivissimo si ferma ai tantissimi momenti di confronto durante l’ultima competizione elettorale comunale di Salerno. Ci sentivamo quasi tutti i giorni, comunicandoci  sensazioni e prospettive, aveva una visione pragmatica, seguiva tutto, anche le sfumature. Seppe allinearsi alle mie scelte, difficili e poco condivise, su fatti che riguardavano le composizione delle liste, avendo fatto insieme scelta comune Forza Italia, UDC e Nuovo PSI per una lista unitaria. Mi ritornano le sue telefonate, i suoi apprezzamenti, i suoi inviti a costruire percorsi comuni nell’immediato futuro. Fino a pochi giorni fa ci siamo sentiti e parlato ed io non ho mai mancato di fargli sentire la profondità di parole di Fede sentite e sincere che gradiva. Parlavamo per sua scelta della subdola malattia che lo insidiava, tormentandolo. Era sereno, sebbene nelle sue parole traspariva un non imminente traguardo respinto ma ineluttabilmente accettato, nella convinzione di aver fatto tanto e bene, rispondendo a tutti i doveri di cittadino, marito, padre, amico, leader politico, epigono di una grande squadra di amici locali e romani, tra tutti Gasparri ed i suoi colleghi, con i quali si apprestava ancora una volta a dare il suo voto per la scelta del prossimo Presidente della Repubblica.
Salerno piange un suo degno figlio e tutta la politica nazionale e locale ricorda il suo stile garbato, concreto, affidabile di grande Uomo delle Istituzioni.
Resta il dolore di una privazione di un amico di lungo corso ma questo vuoto, presto, sarà pieno di ricordi e memorie di una lunga vita vissuta per gli altri e per le nostre Istituzioni.

Consiglia

Una Lucia di Lammermoor senz’ombre

di Olga Chieffi

Questa Lucia di Lammermoor, sarà poi proprio, come si assicura, il capolavoro di Gaetano Donizetti nel melodramma serio? Diversamente dalle altre opere del genio bergamasco, comincia molto bene, con un primo atto (più esattamente Prologo) di colorito romantico-scozzese felicemente azzeccato e chiuso da un duo (“Verranno a te sull’aure”) che vanta una delle più belle melodie dell’Ottocento teatrale italiano. Il miracolo si ripete, naturalmente, alla chiusa della partitura con “Tu che a Dio spiegasti l’ali”, che Donizetti non falliva mai e la scena della follia, col dialogo soprano-flauto è per lo meno una grande trovata. Ma in mezzo, nel primo atto dopo il Prologo, ci sta molta paccottiglia. Perfino il celebrato sestetto, che in realtà non è propriamente tale perché sono solo quattro le voci veramente portanti, più interventi del coro, può sembrare una meraviglia di finezze armoniche e di metrica strutturale a chi lo analizzi al microscopio. Ma l’invenzione melodica non è poi sopraffina: un gioiello intagliato da mano di grande artista, ma un gioiello in similoro. Se c’era un’esecuzione da cui si potesse sperare di veder fugati i nostri dubbi, era proprio questa del Teatro San Carlo di Napoli, che partiva come un’operazione destinata a catturare il successo popolare, per un pubblico che l’ama e la conosce, poiché in questo teatro il 26 settembre del 1835 ebbe il suo battesimo. Niente sperimentalismi scenici, niente ambizioni di filosofia, una terzetto di cantanti in carriera, un’orchestra e un direttore quale Carlo Montanaro, comunicativo ed esperto, ma i dubbi sull’opera in sé sono rimasti tutti irrisolti. La porcellana di Capodimonte Nadine Sierra, possiede una voce calda, vigorosa, avvolgente, al cui timbro non manca, quel riflesso cristallino purissimo, unitamente a quel certo che d’infantile, disarmato e indifeso, connesso col metallo stesso di quel tipo di voce che si addice all’innocenza e all’infelicità di eroine romantiche quale è Lucia. Va subito aggiunto che il soprano non ha mai rinunciato al suo splendido sorriso, quasi bamboleggiante che forse si adatta maggiormente alla Giulietta dei Capuleti e Montecchi che alla Lucia, precludendosi così la possibilità di offrire il rilievo tragico nella recitazione. Sul piano strettamente vocale, però, non si è ritratta di fronte a nessuna delle grandi difficoltà della parte, nemmeno a quelle che sono tradizionalmente aggiunte dall’uso teatrale e la rischiosa gara stavolta non si è avuta con lo splendido flauto di Bernard Labiausse nella scena della pazzia, ma con la glass harmonica di Sascha Reckert, che ha riprodotto quell’ “armonia celeste”, mentre la uxoricida Lucia, ha acconciato il suo velo nero a mo’ di pupo, evocazione di una maternità sognata o suo stesso alter ego, considerata e usata quale pedina di scambio sullo scacchiere politico della ribollente Scozia. Questa l’unica “cacciata” del giovane regista di questa ripresa, Michele Sorrentino Mangini, che si è lasciato “intrappolare” dalle scene realizzate, dieci anni or sono per Gianni Amelio da Nicola Rubertelli, popolate dai costumi di Maurizio Millenotti, proponendo una regia praticamente piatta, con personaggi statici, quasi in forma di concerto, riguardo in primis lo schieramento del coro. A fianco della Sierra, il tenore samoano Pene Pati, un dignitoso Sir Edgardo di Ravenswood, in cui abbiamo riconosciuto ottime potenzialità, limpidezza di sillabazione, sincerità di partecipazione espressiva, concedendosi a qualche tentazione di gigioneria, mentre pure è svettata la voce di Gabriele Viviani, il quale è riuscito a dare molto rilievo al ruolo di Lord Enrico Ashton, che è piuttosto ingrato, lasciando risaltare a pieno l’esuberanza dei suoi mezzi vocali, avvantaggiato dall’assenza di toni crepuscolari nella lettura dell’opera impressa da Carlo Montanaro. Dario Russo nei panni di Raimondo e Daniele Lettieri, impegnato nella parte di Lord Arturo Bucklaw, con qualche ombra,Tonia Langella in Alisa e il comprimario di lusso Carlo Bosi nel ruolo di Normanno, sono riusciti ad offrire ottimo sostegno ai giovani protagonisti, unitamente al coro, preparato da José Luis Basso, presente anche scenicamente nel quadro delle nozze che si è avvalso delle filologiche coreografie di Stéphane Fournial, pensate per il corpo di ballo del teatro. Non possiamo, però, parlare di proprietà stilistica estesa all’intera partitura, da parte di Carlo Montanaro, il quale si è ritrovato in diversi punti con qualche “interruzione” di comunicazione tra palco e golfo mistico, non riuscendo ad evitare eruzioni di enfasi canora, in particolare nel soprano, ancora attanagliata da certa giovanile urgenza espressiva, né offrendo quella sobrietà di mezze tinte, di certi squisiti colori a pastello, che pur segnano l’appassionato abbandono del sentimentalismo donizettiano: Montanaro non ha agito con la tecnica precisa del mosaico, ponendo in ogni punto il giusto tono di colore che ci vuole, ma con la tecnica focosa di un pennello supportato da una tavolozza dai colori sgargianti, adatti certamente al terzetto, ma non alle penombre dello spartito e in particolare sottese dalla regia. D’altra parte anche l’orchestra non ha offerto una delle sue migliori prove, in particolare l’arpista chiamata a quel solo dell’introduzione a “Regnava nel silenzio”, emozionalmente dedicata da tutti, ad Antonella Valenti, la sublime prima arpa triestina, solo da qualche giorno prematuramente scomparsa. In contrasto, infatti, è risultata per intero l’esecuzione con le scenografie, improntate ad un criterio di sobrietà, ideate compiacendosi, in effetti un po’ statici di rievocazioni di incisioni del tempo, con una sistematica carenza di mobili e suppellettili in scena, con i cantanti sempre in piedi. Applausi in un teatro non tutto esaurito, nonostante l’accorpamento delle prime due repliche, in particolare per i due protagonisti. Il giorno dopo la scoperta di tante note “sporcate”: “variante o” sul tema di Lucia e tante sostituzioni dell’ultimo momento, addirittura la Serra con l’arrivo di un’altra stella la Jessica Pratt da Firenze che canterà fino all’ultima replica prevista per il 29 gennaio, prima di calarsi nei panni di Amina, il 30 gennaio.

Consiglia

Burioni spiega quali sono rischi e benefici del vaccino Covid per i bimbi under11 e perché è sicuro


Roberto Burioni, virologo del San Raffaele di Milano, ha spiegato ieri sera a Che tempo che fa su Rai 3 perché il vaccino anti Covid è sicuro ed importante per i bambini dai 5 agli 11 anni: "Il virus in questa ondata sta circolando notevolmente nei bambini, quindi dobbiamo vaccinarli considerando in maniera lucida quali sono i rischi e i benefici dell'infezione".
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Lorenzo Parelli morto nell’ultimo giorno di stage, gli operai: “Il suo tutor era assente”


Lorenzo Parelli non stava materialmente lavorando quando è stato colpito e ucciso da una putrella nello stabilimento della Burimec a Lanuzacco, lì dove stava svolgendo lo stage per l'alternanza scuola-lavoro. Secondo le testimonianze degli operai, era in attesa in un'area a rischio. Il tutor che avrebbe dovuto occuparsi di lui era stato sostituito per malattia.
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