“Pulmini del Comune per i disabili usati per portare la gente a votare no al referendum. È quanto emerge da un video in cui l’assessore alle Politiche sociali della Terza Municipalità, Teresa Esposito, racconta di stare utilizzando quei mezzi per accompagnare cittadini al voto”. Lo afferma Fulvio Martusciello, segretario regionale di Forza Italia in Campania. “È un fatto gravissimo. Presenteremo un esposto e chiederemo che venga accertato ogni profilo di responsabilità, anche sotto il profilo del peculato. Chiediamo al sindaco di Napoli una verifica immediata su quanto accaduto e sull’utilizzo dei mezzi comunali”, conclude il leader degli azzurri campan
A Salerno non siamo più nel campo delle valutazioni politiche o delle opportunità amministrative. Siamo dentro una questione che riguarda il rispetto della legge e la credibilità delle istituzioni. La cessazione dalla carica del presidente della Provincia si è perfezionata il 5 febbraio 2026. Da quella data decorre un termine preciso, non negoziabile: 90 giorni per il rinnovo della carica. Questo significa che entro il 6 maggio 2026 la Provincia deve avere un nuovo presidente eletto”. A dirlo è Pino Bicchielli, deputato di Forza Italia e vice responsabile nazionale Enti Locali.
“Non si tratta di una scadenza indicativa. È un limite fissato dal legislatore per garantire la continuità democratica e impedire gestioni prolungate in regime di supplenza. Per questo mi chiedo, e lo chiedo pubblicamente: cosa si sta aspettando? Il tema è stato posto con tempestività e chiarezza dal capogruppo di Forza Italia in Consiglio provinciale, Pasquale Aliberti, che ha richiamato fin da subito la necessità di rispettare i termini di legge. A quella sollecitazione, però, non è seguita alcuna presa di posizione chiara da parte del presidente facente funzioni Guzzo – ha aggiunto Bicchielli -. Un silenzio che non è più comprensibile, soprattutto mentre si rincorrono indiscrezioni su ipotesi di rinvio del voto addirittura a dopo le elezioni comunali di Salerno. Se queste voci trovassero conferma, saremmo di fronte a una scelta grave e ingiustificabile: le scadenze della legge non possono essere subordinate al calendario politico.Qui non è in discussione una valutazione discrezionale. È in gioco un obbligo giuridico. Chi ha oggi la responsabilità della guida della Provincia deve garantire il rispetto dei termini previsti dall’ordinamento. Perché nelle istituzioni il tempo non è mai neutro: o viene governato nel rispetto delle regole, oppure diventa un fattore di indebolimento della democrazia. E oggi, a Salerno, il tempo è diventato un limite. Un limite che ha una data precisa: 6 maggio 2026. Oltre quella data, non ci saranno più interpretazioni possibili. Ci sarà solo una domanda: perché non si è fatto ciò che la legge imponeva di fare?”.
Un ordigno bellico è stato ritrovato, nella mattinata di oggi, domenica 22 marzo, sulla spiaggia di Torrione, nei pressi dell’ex Ostello della Gioventù, dove sono in corso lavori di scavo.
Si tratterebbe di una bomba risalente alla Seconda Guerra mondiale. L’ordigno si presenta con notevoli segni di usura dovuti al tempo ed alla salsedine
Sul posto, dopo la segnalazione, sono immediatamente intervenuti agenti della polizia municipale di Salerno e uomini della questura per provvedere a transennare tutto il tratto del lungomare interessato.
Mediaset, Mfe, MediaForEurope o come vogliamo chiamarla è sempre stata molto attiva nella guerra agli over the top, cioè quelle piattaforme che distribuiscono contenuti video e audio direttamente via internet, bypassando i tradizionali distributori via cavo, satellite o tivù terrestre. Nel mirino c’è sempre stata soprattutto YouTube, che ha spesso saccheggiato gli archivi di Cologno Monzese senza averne le autorizzazioni.
Mancato rispetto della proprietà intellettuale e dei diritti di copyright
E proprio Mediaset, quasi 20 anni fa, nel luglio del 2008, fu la prima grande organizzazione italiana a intentare una causa cruenta contro YouTube (e quindi Google Italia) per il mancato rispetto della proprietà intellettuale e dei diritti di copyright. Erano i tempi in cui il Grande Fratello mobilitava ancora le masse, e YouTube, spezzone dopo spezzone, usava le pillole del programma televisivo del Biscione per aumentare traffico e raccolta pubblicitaria.
YouTube (foto Ansa).
La causa da quasi un miliardo e la fine del contenzioso legale
Prima richiesta danni da parte di Mediaset: 500 milioni di euro. Poi lievitata, anno dopo anno e grado di giudizio dopo grado di giudizio, a quasi un miliardo. Materia complessa, sentenze non sempre coerenti, e alla fin fine, come spesso accade in Italia, sia Mediaset sia YouTube, nell’ottobre 2015, decisero di fare pace privatamente, mettendo fine al contenzioso legale e promettendo una «strategia congiunta per la protezione dei contenuti e la tutela del copyright dell’editore».
Le accuse di ottenere pubblicità facendo concorrenza sleale
Se, quindi, sulla carta la pax con YouTube dura da più di 10 anni, in ogni uscita pubblica di Fedele Confalonieri, di Pier Silvio Berlusconi, di Gina Nieri e di qualunque altro manager di vertice di Mfe non sono mai mancate, nel corso delle più recenti stagioni, numerose stoccate agli over the top americani o cinesi, alle piattaforme che vivono del lavoro di altri, che incassano miliardi di euro in pubblicità facendo concorrenza sleale, distruggendo il prodotto audiovisivo europeo. Per di più con pochi dipendenti, al contrario delle migliaia di posti di lavoro creati dal Biscione, e senza seguire regole in tema di tetti pubblicitari, misurazione certificata delle audience, tassazione, responsabilità sui contenuti diffusi. Regole alle quali, invece, sono assoggettati i broadcaster come Mediaset.
Pier Silvio Berlusconi, amministratore delegato e presidente di Mfe, parla durante un incontro con la stampa nella sede di Mediaset di Cologno Monzese (foto Ansa).
Dopo anni di battaglia contro la deregulation, il colpo di scena
Insomma, il mercato regolato dove è abituata a operare Mfe in contrasto con la deregulation che piace tanto agli ott. Ed è proprio per questi motivi che in molti hanno strabuzzato gli occhi quando Pier Silvio Berlusconi, presidente e ceo di Mfe-MediaForEurope, nell’illustrare alla stampa i piani di sviluppo di Mfe, il 18 marzo, ha pronunciato queste parole: «In Germania abbiamo trovato un management “sul pezzo” (si parla di ProSiebenSat.1, gruppo televisivo ora controllato da Mfe, ndr), giovane, preparato, che ci ha accolto con un respiro di sollievo. Ho visto dei ragazzi che hanno sposato il nostro progetto: finalmente c’è un azionista di controllo, c’è una traiettoria chiara, senza cambi di management ogni sei mesi o ogni due anni. E, a proposito di capacità dei colleghi tedeschi, ecco, hanno trovato un modo per distribuire i nostri prodotti sui mercati esteri. Fino adesso i contenuti di Mediaset realizzati in Italia, Spagna o Germania non andavano in onda su molti altri mercati esteri perché non ci conveniva: c’erano da sostenere i costi per il doppiaggio, e poi quelli per la distribuzione. E invece», ha detto Pier Silvio Berlusconi, «l’area tedesca ha trovato il modo per portare negli Stati Uniti un prodotto tedesco: verrà doppiato con l’intelligenza artificiale, riducendo molto i costi, e sarà distribuito su YouTube».
«C’è del potenziale enorme nei mercati di tutto il mondo»
Come, su YouTube? «Niente paura», ha aggiunto il numero uno di Mfe, «perché con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale non faremo perdere il lavoro a nessuno: oggi quel lavoro di doppiaggio non lo faceva nessuno, e nessuno lo avrebbe mai fatto. In secondo luogo distribuire su YouTube ci va bene negli Stati Uniti, perché lì noi non ci siamo. Dopo questo esperimento, quindi, potremmo allargare il progetto ai contenuti di Mediaset realizzati in Italia o in Spagna, ed esportarli, con lo stesso sistema, in altri mercati un po’ in tutto il mondo. C’è del potenziale enorme».
Fabrizio Corona in un frame di una puntata di Falsissimo, e nei riquadri Pier Silvio e Marina Berlusconi (foto Ansa).
Basta vedere quello che è successo sul caso di Falsissimo…
Insomma, appena respirata un po’ di aria oltreconfine, ecco che Mediaset si è convinta che la giusta dose di deregulation va bene quando si tratta di conquistare i mercati altrui. Non quando c’è di mezzo il mercato italiano, dove Mediaset, invece, regna incontrastata da 45 anni. E quei diavoli di YouTube? Ma sì, alla fin fine sono diventati dei vecchi amici. Basta vedere come hanno eliminato immediatamente tutti i contenuti di Fabrizio Corona con il suo Falsissimo appena gli avvocati di Cologno Monzese hanno alzato un sopracciglio.
Sotto la patina delle industrie dorate del K-Pop e del K-Drama, in Corea del Sud c’è un sottobosco fatto di miseria e disperazione. Realtà e storie raccontate da serie e film come Squid Game o Parasite, che assumono drammaticamente forma di fronte a dati e numeri. Secondo un report del Seoul Financial Welfare Counseling Center, gli over 60 sono i più colpiti dalle procedure di bancarottapersonale nella Capitale sudcoreana. Si tratta di una tendenza strutturale che riflette cambiamenti profondi nella società, nel mercato del lavoro e nel sistema di welfare del Paese. La vecchiaia, che in molte società industrializzate è associata a una relativa stabilità economica garantita da pensioni e risparmi, in Corea del Sud si trasforma sempre più spesso in una fase di estrema vulnerabilità.
Un cartellone dei BTS a Seul (Ansa).
Se fare debiti è l’unico modo di tirare avanti
Ogni numero racconta una storia, ma dietro le statistiche ci sono persone che hanno lavorato per decenni durante il boom economico, contribuendo alla costruzione di una delle economie più avanzate al mondo, e che oggi si ritrovano a fare i conti con una vecchiaia segnata dall’incertezza. Proprio come raccontato in maniera tragica e paradossale da Squid Game, per molti di loro il debito è l’unica risposta possibile a una quotidianità in cui il reddito non basta e ogni imprevisto può trasformarsi in una caduta senza ritorno.
L’84 per cento di chi è in bancarotta è disoccupato
A volte è quasi difficile distinguere tra finzione e realtà. Nella serie i partecipanti accettano di entrare nel gioco perché non vedono alternative ai debiti, arrivando a mettere in palio la loro sopravvivenza. Nella vita reale sono sempre più numerosi gli anziani sudcoreani che si trovano intrappolati in un sistema economico che lascia loro pochissime vie d’uscita. Ma, a differenza della serie, non ci sono premi o possibilità di riscatto. Uno degli elementi centrali di questa crisi è l’instabilità occupazionale. Oltre l’84 per cento di chi ha presentato domanda di bancarotta risulta disoccupato, una percentuale che cresce ulteriormente tra gli ultrasessantenni. Chi lavora spesso si barcamena tra lavori precari, temporanei o sottopagati, senza alcuna garanzia di continuità o protezione sociale. Questo dato rivela una verità scomoda: in Corea del Sud il lavoro non è più, di per sé, una garanzia contro la povertà, soprattutto in età avanzata.
Lavoratrici sudcoreane (Ansa).
Il peso delle spese sanitarie per molti è insostenibile
Raramente la colpa è legata a spese superflue o investimenti sfortunati. La maggior parte dei debiti accumulati deriva da necessità di base: affitto, cibo, cure mediche. Nel 79,5 per cento dei casi, il reddito disponibile non è sufficiente a coprire le spese quotidiane. Questo significa che milioni di persone vivono in una condizione di deficit strutturale. A rendere il quadro ancora più drammatico è il peso delle spese sanitarie. L’invecchiamento comporta inevitabilmente un aumento delle malattie croniche e dei costi medici. Una percentuale significativa dei casi di bancarotta è infatti innescata da malattie o ricoveri ospedalieri.
Visite in un ospedale di Seul (Ansa).
Il 40 per cento degli over 65 vive in povertà
Non è un caso che la Corea del Sud sia uno dei Paesi con il più alto tasso di povertà tra gli anziani tra le economie avanzate. Quasi il 40 per cento delle persone sopra i 65 anni vive sotto la soglia di povertà relativa, un dato che supera di gran lunga la media dei Paesi OCSE. Si realizza dunque un apparente paradosso: un Paese ricco con anziani poveri. Eppure è il risultato di un sistema di welfare sviluppatosi tardivamente e in modo incompleto. Il sistema pensionistico nazionale, introdotto solo alla fine degli Anni 80, non riesce a garantire una copertura adeguata. Molti anziani hanno lavorato per decenni in condizioni informali o precarie, senza accumulare contributi sufficienti per una pensione dignitosa. Chi poi la pensione la percepisce, spesso non riesce a sbarcare il lunario visto il costo della vita soprattutto nelle grandi città come Seoul, dove il prezzo degli immobili e degli affitti è assai più alto rispetto al resto del Paese.
Una scena di Parasite di Joon-ho Bong (Ansa).
Agli anziani ora manca il supporto familiare
A questo si aggiunge un tema socioculturale. Tradizionalmente, gli anziani in Corea del Sud potevano contare sul supporto familiare, in particolare dei figli. L’urbanizzazione, l’individualismo crescente e le difficoltà economiche delle nuove generazioni hanno indebolito questo modello. Sempre più anziani vivono da soli, tanto che secondo il Seoul Financial Welfare Counseling Center oltre il 70 per cento di chi richiede la bancarotta appartiene a nuclei unipersonali, del tutto privi di una rete di sostegno. Il miracolo economico degli scorsi decenni ha sollevato milioni di persone dalla povertà, ma ha anche prodotto nuove forme di precarietà e vulnerabilità. Il rischio, oggi, è quello di una frattura sociale sempre più profonda tra generazioni. Mentre i giovani affrontano disoccupazione, precarietà e difficoltà di accesso alla casa, gli anziani si trovano intrappolati in una spirale di debito e povertà. Una realtà oscura dietro la scintillante immagine del successo internazionale di una Corea del Sud il cui soft power continua a crescere.
La generosità, la famiglia, l’italianità, i buoni sentimenti, la voce come prisma della personalità in diversi personaggi, è questo che accomuna i due tenori Beniamino Gigli e Vincenzo Costanzo, al quale sarà consegnato oggi, sul palcoscenico del teatro Ghione in Roma, il premio dedicato all’indimenticato musicista marchigiano. Pomeridiana alle ore 18, per questa terza edizione e del Premio Beniamino Gigli che celebra il merito vocale e la grande tradizione operistica italiana. Un riconoscimento al tenore napoletano. che abbiamo applaudito ultimamente all’Arena di Verona inaugurare, nelle vesti di Alfredo Germont, la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi, il quale farà un po’ da padrino anche a quattro giovani voci di “Fabbrica – Young Artist Program” del Teatro dell’Opera di Roma, alle quali verranno assegnate delle borse di studio: Sofia Barbashova, soprano, Maria Elena Pepi, mezzosoprano, Jiacheng Fan, tenore e Alejo Alvarez Castillo, baritono, protagonisti di un concerto in cui faranno duo con il pianista Mirco Roverelli. La serata includerà inoltre la presentazione di rari materiali d’archivio appartenenti alla famiglia Gigli, commentati da Enrico Stinchelli, direttore artistico della serata e presentatore dell’evento insieme ad Asia Beniamina Gigli, tracciando un ponte ideale tra memoria, formazione e futuro della lirica. L’Associazione è stata fondata nel 2007 dal dott. Beniamino Gigli Jr., medico pediatra e nipote diretto del grande tenore di Recanati, con l’obiettivo di mantenere vivo il ricordo del nonno e sostenere i giovani cantanti lirici attraverso concorsi, concerti, assegnazione di borse di studio e iniziative benefiche a favore dei bambini. “Il direttivo del Premio Beniamino Gigli – ha dichiarato la giovane presidente Asia – è particolarmente lieto di aver assegnato il riconoscimento al giovane tenore Vincenzo Costanzo, artista che oggi rappresenta idealmente il proseguimento della grande tradizione del belcanto italiano, ovvero, quella linea luminosa inaugurata da Enrico Caruso e giunta ai suoi vertici più alti con il magistero di Beniamino Gigli. Per le sue riconosciute qualità vocali e interpretative, Vincenzo Costanzo si pone come erede autentico di quella lezione, riportando sui principali palcoscenici internazionali il repertorio gigliano con sensibilità, stile e profonda adesione espressiva. Le sue interpretazioni di titoli fondamentali quali Tosca, Adriana Lecouvreur, Un ballo in maschera, e prossimamente, Andrea Chénier, Aida, Turandot, testimoniano un percorso artistico coerente e di grande valore. Con questo riconoscimento intendiamo dunque celebrare in lui non solo un talento già pienamente affermato, ma anche la continuità viva e necessaria di una tradizione che costituisce il cuore stesso della nostra identità musicale”. Abbiamo raggiunto il Maestro Costanzo all’indomani della comunicazione di questo prestigioso riconoscimento. Beniamino Gigli e il tenore napoletano, hanno voci diverse, il primo di “ellenica severità”, per citare Paolo Isotta, suono luminoso, calore d’accenti, il secondo guarda innegabilmente ad Enrico Caruso, possedendo oltre ad acuti risonanti in alto, quelle risonanze bronzee, baritonaleggianti, avvolgenti, ricchissime di armonici che furono solo sue, ma legati dalla stessa intenzione, inseguire la bellezza della melodia: “E’ così – ha commentato il Maestro Costanzo- Beniamino Gigli, per noi cantanti lirici e, soprattutto, per i tenori, è uno dei pilastri della tecnica e del canto interpretativo. E’ un esempio per tutti noi, per come si deve cantare dal piano al forte, il piano appoggiato e, in particolare, guardo a Gigli per il fraseggio “all’ italiana”. Non possiamo e non dobbiamo definire la sua tecnica d’antan, ma solamente la tecnica giusta, con la quale non si smetterà mai di cantare bene, come ha fatto lui fino alla fine della sua vita”. Primavera ricca di eventi e nuovi ruoli, quella di Vincenzo Costanzo, a cominciare dall’ Andrea Chénier di Umberto Giordano al Bellini di Catania in aprile “Debuttare Andrea Chénier è una grande responsabilità – ha dichiarato il tenore napoletano – è una bella sfida, l’ho accettata con coraggio, poiché dal punto di vista vocale la sento comoda. I miei intenti sono di mettere tutto me stesso in questo ruolo e di arricchire musicalmente il personaggio giorno per giorno, un omaggio anche al grandissimo Gigli, la cui interpretazione ricordiamo sublime. Riguardo gli altri debutti, dopo lo Chénier sarò Mario Cavaradossi al Regio di Torino, diretto da Andrea Battistoni, per la regia di Stefano Poda, ancora sarò Radamès al Regio di Parma per l’Aida firmata da Giuseppe Mengoli con la ripresa della regia di Franco Zeffirelli, in estate, invece debutto il ruolo di Calaf in Bulgaria, sotto la bacchetta del Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, ove darò prima voce a Turiddo all’Opera di Sofia. Non posso ancora svelare un altro bel debutto, a novembre, ancora un ruolo verista, con delle pagine straordinarie, sulla stessa scia dell’Andrea Chenièr. Mi preme – ha concluso Vincenzo Costanzo – ringraziare la Signora Gigli, unitamente a sua figlia Asia, al direttore artistico Enrico Stinchelli e al pubblico che vorrà essere presente alla cerimonia, per questo riconoscimento, anche perché con la loro attività aiutano tanti giovani, donando in questa occasione delle borse di studio, divulgando, così, l’opera lirica e la musica tutta, sotto l’egida della possente e carismatica figura di Beniamino Gigli, al quale bisognerà sempre guardare”. Vincenzo Costanzo ha scelto per il suo intervento musicale di interpretare due personaggi che lo hanno salutato osannato sui palcoscenici internazionali quali Mario Cavaradossi e Riccardo de’ “Un ballo in Maschera” nel “suo” Teatro San Carlo: il “signor tenore” saprà muoversi su di un fin troppo generoso registro acuto, in “Recondita armonia”, quindi, sarà Riccardo per “Forse la soglia attinse”, parte del momento di massima introspezione del personaggio, che oscilla tra passione, senso del dovere e ironia, ove occorre un fraseggio nobile e mezze voci raffinate, per chiudere con “Ma se m’è forza perderti” che rappresenta il culmine emotivo e morale del protagonista nel terzo atto, il momento in cui l’eroe decide di rinunciare al suo amore per Amelia per onore, firmando il decreto per il suo allontanamento, una melodia ampia e “all’italiana”, dove Costanzo regalerà all’uditorio il suo fraseggio elegante e appassionato.
Ad Agropoli si prepara il nuovo corteo per l’ospedale fissato per il 19 aprile. Lo sta facendo il popolo, con in primis l’attivista Gisella Botticchio, organizzatrice del primo corteo, quello dell’8 agosto. Le storie di malasanità ad Agropoli sono tante, di certo troppe, e tra esse c’è quella raccontata da Antonio Corrado Mancino, il cui figlio ha dovuto affrontare un’odissea mentre aveva in corso una embolia. Solo dopo diverse ore e centinaia di chilometri macinati è riuscito ad avere delle cure.
Quell’esperienza Antonio non la dimentica e il suo impegno è finalizzato a far in modo che fatti del genere non accadano più. Mentre il corteo si dipanerà per le strade cittadine, lui ha deciso di manifestare diversamente, pur rispettando e sostenendo gli altri cittadini, e di farlo in maniera assolutamente pacifica.
«Ho deciso di legarmi davanti al cancello dell’ospedale di Agropoli – spiega l’uomo – non dimenticherò mai quelle ore di apprensione trascorse in auto alla ricerca di cure per mio figlio, anzi di un medico che lo visitasse dato che negli ospedali della zona non ha avuto nemmeno l’onore di essere visitato da un medico».
Il pensiero di Mancino è all’attualità: «Vedere questa grande struttura chiusa e senza un pronto soccorso – ragiona – fa male al cuore. L’8 agosto ero in strada con gli agropolesi e i cilentani, portavo addosso l’articolo in cui si raccontava la storia di mio figlio affinché non fosse dimenticata. Lui era con me, ma solo un grande un medico, non in questi ospedali, lo ha salvato. Se fossimo rimasti qui, forse, lui non sarebbe più con noi. Per questo motivo, perché non si può morire senza avere cure, in memoria dei tanti che hanno perso la vita a causa dell’assenza di un’ambulanza, e penso anche al piccolo Tommaso Gorga, ho deciso di compiere questo gesto». Non è la prima volta che Mancino si fa notare per gesti forti.
Come detto da lui stesso, ha attraversato le strade agropolesi ad agosto con indosso un cartone sul quale era stampato il contributo giornalistico che parlava del figlio. Qualche mese dopo, a ridosso delle Regionali, ha provocatoriamente scritto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella al quale ha consegnato la sua tessera elettorale, dichiarando di non voler più esercitare il suo diritto al voto finché l’ospedale di Agropoli non sarebbe stato riaperto. Quella protesta pacifica, ovviamente, continua e presto se ne aggiungerà un’altra.
«Non farò del male a nessuno, né darò fastidio, ma mi incatenerò lì davanti e chi vorrà potrà farlo con me. Sono necessarie azioni forti – conclude – altrimenti chi di dovere continuerà a rimanere sordo e cieco davanti a questa situazione. Ora la misura è colma». Per il 19 aprile si attendono migliaia di persone in strada con la presenza anche di personalità.
SALERNO – Una tegola dopo l’altra per la Salernitana nella sua marcia di avvicinamento al posticipo di domani sera all’Arechi contro il Team Altamura. Dopo aver perso prima Giuseppe Carriero, per la squalifica a sorpresa rimediata dopo Crotone ma anche per un attacco influenzale che l’ha costretto ad un lavoro differenziato, e poi Filippo Berra, a causa di un risentimento muscolare, ieri è toccato a Luca Villa fermarsi ai box a causa di un leggero attacco influenzale. Il mancino, visto che l’appuntamento con i pugliesi è ormai dietro l’angolo, difficilmente sarà a disposizione ma al massimo potrà accomodarsi in panchina. Un guaio per mister Serse Cosmi che si ritrova con gli uomini contati soprattutto in difesa, anche in considerazione dell’assenza di Matteo Arena, che ne avrà ancora per qualche settimana e che anche ieri ha lavorato solo tra palestra ed il lettino del fisioterapista. A questo punto appare quasi scontata la conferma della difesa a quattro, nonostante la bocciatura del tecnico granata dopo il primo tempo di Crotone. La linea difensiva davanti a Donnarumma sarà quasi certamente formata, da destra a sinistra, da Cabianca, Matino, Golemic ed Anastasio. In mezzo al campo spazio nuovamente a Capomaggio che andrà ad affiancare Gyabuaa e de Boer, mentre in attacco, con gli inamovibili Achik e Lescano, dovrebbe toccare nuovamente allo scalpitante Ferraris. Oggi alle 15, sempre al Mary Rosy, i granata svolgeranno la seduta di rifinitura mentre ieri mattina il gruppo, dopo una fase di attivazione, ha svolto essenzialmente esercitazioni tattiche. Ancora a parte Brancolini, Carriero e Inglese, al pari di Berra. Infine, per quanto riguarda la prevendita, l’attesa dei tifosi resta per Salernitana-Team Altamura resta fredda come nelle ultime uscite casalinghe: sono infatti poco più di mille i biglietti venduti finora.
In Rai tutto cambia perché nulla cambi, ma Mara Venier ha elevato il gattopardismo a sistema di governo assoluto. Non chiamatela zia degli italiani: nello studio Frizzi di via Nomentana comanda una monarca che gestisce il servizio pubblico come un tinello privato, con una marcatura precisa del territorio. Lo dimostrano i fatti: questa 50esima edizione di Domenica In, nelle intenzioni della tivù di Stato doveva simulare uno svecchiamento collegiale, con gli innesti del disturbatore Teo Mammucari, del meloniano Tommaso Cerno (collezionatore di flop seriali anche sulla dirimpettaia RaiDue) e del wedding plannerEnzo Miccio, ma si è rivelata l’ennesima operazione di bonifica televisiva per proteggere un trono che non ammette condomini. Lo sa bene Gabriele Corsi, evaporato dai palinsesti prima ancora di iniziare l’estate per presunte frizioni con la titolare del salotto: un antipasto di una fame che non accetta eredi, ma solo comparse di sfondo.
Il caso Mammucari e la protezione del territorio emotivo
Per decifrare il codice di questo dominio bisogna guardare alla cronaca di questi giorni, lì dove lo scivolone diventa il pretesto per blindare il contratto. Tutto parte dall’ultima diretta, quando Mammucari (limitato a figurante già dalla seconda puntata) rompe il cerimoniale definendo «imbarazzante» la pellicola dell’ospite Peppe Iodice e chiedendo di cacciarlo dopo tre minuti. La reazione della conduttrice non è quella di una padrona di casa diplomatica, ma di una proprietaria dell’immobile che asfalta l’inquilino molesto con un «pirla» sparato in televisione. È la protezione del territorio emotivo, lo stesso che rivendica a fine puntata quando si commuove per un collaboratore storico e fulmina ancora l’ex Iena, colpevole di aver rovinato con un’uscita la liturgia del pianto e dei saluti.
Il messaggio per i naviganti è brutale: lo studio è un santuario e solo lei decide quando si ride e, soprattutto, quando si piange. E se ufficialmente la veneziana ha smentito l’ultimatum «o me o lui», la realtà è nei fatti: «Dove ci sono io non può entrare lui (Mammucari, ndr) coi miei ospiti». Punto. Chiuso. Sipario.
Qualcuno ha scambiato quel silenzio per un addio, ma…
È il “metodo Mara”: trasformare ogni crisi, ogni scivolone (chi dimentica quel comunicato pro-Israele letto con la mano tremante?) in una prova di forza. Pochi giorni dopo lo scontro, sua Maestà della Laguna ha calato la maschera in un’intervista a Fanpage, e di fronte alla domanda sul futuro, ha risposto: «Ogni anno dico che me ne vado, quest’anno non ho detto niente. Hai già capito, no?». Il collega, forse abbagliato dal riflesso delle paillettes, ha scambiato quel silenzio per un addio. Ma in quel non-detto c’è l’avviso di sfratto per chiunque pensasse di succederle.
È il congedo dalla finta pensione, la pietra tombale sulla pantomima dei ritiri iniziata nel 2021. Una liturgia fatta di lacrime, video appelli e dediche d’amore usati come scudo contro le critiche e come esca per farsi pregare da un’azienda orfana di alternative. Stavolta ha smesso di piangere per iniziare a contare i danni e blindare il 18esimo mandato, di cui già otto consecutivi, senza lasciare spazio a eredi (se mai ce ne fossero).
Dalla pastarella mangiata con Meloni al ricordo (tardivo?) di Enrica Bonaccorti
L’abisso con il passato però è totale. Se nel 1993 la sua domenica era quella corale di Luca Giurato, Gian Piero Galeazzi e di un cast che riportava il servizio pubblico ai fasti dell’audience battendo le private, oggi è un’industria meccanica del riciclo e della nostalgia, per la solita cerchia di amici. Una gestione che divora tutto, tra una pastarella mangiata con Giorgia Meloni collegata a distanza tra le polemiche o il ricordo di Enrica Bonaccorti, gestito tra commozioni tardive che hanno scatenato la furia degli utenti su X. Un’ingordigia che sta macchiando una carriera risorta nel 2018 grazie alla cura di Maria De Filippi, la burattinaia dei palinsesti che l’aveva recuperata dal tramonto certo del 2017.
#Domenicain si apre con il presidente Meloni che celebra la cucina italiana: "Il mio pranzo della domenica è legato alle pastarelle" pic.twitter.com/gQhhgdRtQC
Lo share dello Speciale Sanremo è una droga che tiene in vita il sistema
Ma oggi il totem del 40,5 per cento di share dello Speciale Sanremo è una droga numerica che tiene in vita il sistema. La Rai non può farne a meno, e lei lo sa. Lo sa così bene che ha smesso persino di recitare la parte della pensionanda. «Hai già capito, no?». Sì, Mara, abbiamo capito tutti. La “zia degli italiani” resta inchiodata alla poltrona. Il salotto di casa è diventata una prigione dorata per un’azienda che ha paura dell’innovazione e preferisce l’usato garantito al rischio del domani.
Ci si può perdere, smarrire, nel labirinto delle sue grandezze, umane e politiche, dei suoi errori e delle sue invenzioni politiche clamorose, delle sue raffinatezze culturali, del suo linguaggio sempre apparentemente benigno e mai oltraggioso soprattutto con i suoi avversari. Paolo Cirino Pomicino non è più. È morto ieri in una clinica romana vinto dalla morte che aveva già sconfitto diverse volte. La notizia è stata confermata da Gianfranco Rotondi, amico ed ex collega di partito, che ha parlato con la moglie: “Questa volta Paolo non ce l’ha fatta” sono state le sue parole. Pomicino era, infatti, ricoverato da qualche giorno nella clinica Quisisana a Roma. Ora di lacrime ce ne saranno molte, ma anche di parole, giuste e ingiuste. Chi lo ha accusato, come uomo come politico, va lasciato nella sua bolla di invidia astiosa. Fu subito il democristiano di Tangentopoli: subì 42 processi e ne uscì con 40 assoluzioni e 2 condanne” . E’ stato l testimonial vivente della Democrazia Cristiana con la sua verve intatta e la vivida intelligenza. “La Dc ha fatto grande il Paese” amava dire nei talkshow nazionali E davvero pochi osavano contestarlo….] Ora è come se Paolo Cirino Pomicino avesse violato il silenzio elettorale del giorno prima del voto sul referendum della giustizia. Non ha potuto più, per una sorta di maleficio della storia, sbarrare il suo sì sulla scheda elettorale. Ora parla lui con il suo curriculum pubblicato sul suo sito: “Sono nato a Napoli, il 3 settembre 1939, ho ricoperto numerose cariche comunali, nazionali ed europee. Sono il quinto di sette figli uno dei quali, Bruno, scomparso improvvisamente il 17 aprile 1981. Bruno Cirino era un comunista impegnato ed entrambi siamo vissuti in una famiglia di 6 maschi che tifavano per sei squadre diverse e si identificavano in sei partiti diversi. Insomma ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le diversità intaccassero il profondo rapporto fraterno. Mi sono laureato in medicina e chirurgia con 110/110, specializzato in malattie nervose e mentali con lode, sono stato assistente neurochirurgo prima e poi aiuto neurologo presso l’Ospedale Cardarelli di Napoli. Sono stato consigliere e assessore del Comune di Napoli (1970-1979), deputato alla Camera (dal 1976 al 1994), presidente della commissione bilancio della Camera(1983-1988) ministro della Funzione Pubblica (1988-1989), ministro del Bilancio (1989-1992). Sono stato eletto europarlamentare nel 2004 Sono stato operato nel 1985 a Houston ( USA) di quadruplice bypass cardiaco, rioperato a Londra nel 1997 di duplice bypass, ho avuto il trapianto cardiaco il 9 aprile 2007 al San Matteo di Pavia, operato dal Prof. Mario Viganò”. Paolo Cirino Pomicino è stato attento osservatore della scena politica italiana che ha continuato a subire stravolgimenti, con movimenti che ha sempre criticato per vaghezza e incoerenza. O come delle “semplici convulsioni”, amava dire, prive di un vero e proprio fondamento culturale. Paolo Cirino Pomicino ha vissuto il potere democristiano con Giulio Andreotti e ha sempre detto i nomi di chi ha consegnato il paese nelle mani del capitalismo finanziario e delle grandi corporazioni internazionali, sapendo le ragioni che hanno portato al crollo della Repubblica dei partiti e alla fine del primato della politica in nome del regno della tecnica e della società di mercato. Si è opposto con ragione, dignità e passione ai predicatori che hanno diffuso la grande menzogna di una classe politica corrotta e incapace che da Tangentopoli ad oggi ha causato direttamente ed indirettamente il totale collasso, pur portando avanti la narrazione falsa di una prima Repubblica impotente e debole, mafiosa ed affarista che non c’entra nulla con quella descritta dai fatti, dai dati, democratica, sovrana, in espansione, contro quella nuova e già abortita fatta di assalti giudiziari e comunicazione trash. E che ha affidato la propria selezione politica non all’elettorato, ma alla magistratura, la propria agenda non al parlamento bensì agli indici di borsa ed ai consigli di amministrazione delle società. Non è stato affatto tenero con la Dc con la diaspora dei democristiani che hanno abiurato il loro spirito per diventare i cortigiani dei personalismi, rimanendo l’unica classe dirigente che era rimasta al paese. Perché in questi ultimi ventotto anni di seconda repubblica Paolo Cirino Pomicino ha assistito ad un profondo declino della democrazia e della politica. Perché nella Seconda Repubblica la narrazione della prima è avvenuta con ogni sorta di inganno e mistificazione. Oggi quel grande inganno ha mostrato tutta la sua fragilità ed in questi venti anni della Seconda Repubblica ha preso piede un liberismo selvaggio che ha alimentato il capitalismo finanziario e le grandi disuguaglianze. Avrebbe chiuso la campagna elettorale sul referendum della giustizia con queste parole: “Gli storici potranno divertirsi, ma intanto è un dato certo: la sinistra italiana ha sempre premiato lautamente quei magistrati che hanno arrestato o processato gli innocenti. Antonio Di Pietro, per esempio, mandò in galera molte persone poi risultate completamente estranee ai fatti. Era stato nominato ministro e poi eletto senatore in uno dei collegi più blindati, quello toscano del Mugello.”
«Il Partito Democratico di Cava de’ Tirreni, in seguito ad una approfondita analisi e riflessione interna, ritiene che solo un progetto ampio, solido ed ambizioso possa assicurare alla Città una amministrazione capace di soddisfare i bisogni dei cittadini e dare nuova spinta propulsiva al processo di sviluppo portato avanti dalla attuale amministrazione». Con queste parole Carmine Senatore, segretario cittadino del Pd scioglie le riserve in merito alla prossima tornata elettorale e annuncia il sostegno a Giancarlo Accarino, già primario di Chirurgia Vascolare al Ruggi. «In quest’ottica, il Partito Democratico sarà protagonista della coalizione di centrosinistra, concretizzando il dialogo iniziato da diversi mesi. Sosterremo con convinzione la candidatura unitaria del dott. Giancarlo Accarino, persona competente e generosa, figura di garanzia per la coalizione e stimata da tutta la Città. Siamo sicuri che l’esperienza e le capacità del gruppo del Partito Democratico saranno determinanti per il futuro che la nostra Città merita. Avanti, sempre e solo per Amore di Cava», ha aggiunto Senatore. Con Accarino ci saranno anche i socialisti che hanno annunciato pieno sostegno alla sua candidatura alla carica di sindaco nei giorni scorsi, attraverso il segretario cittadino, Massimo Senatore.
I casi di epatite A registrati anche nel territorio salernitano riportano l’attenzione su una malattia infettiva tutt’altro che superata. Ma questa volta, accanto all’emergenza sanitaria, emerge un elemento nuovo: la possibilità di affrontarla con strumenti innovativi come l’intelligenza artificiale. Il virus continua a diffondersi attraverso modalità ben conosciute, legate soprattutto al consumo di alimenti contaminati, alla scarsa igiene e ai contatti ravvicinati. Tuttavia, rispetto al passato, il sistema sanitario dispone oggi di tecnologie in grado di modificare profondamente tempi e modalità di intervento. Come si trasmette e perché si diffonde L’epatite A si trasmette per via oro-fecale, cioè attraverso l’ingestione di cibo o acqua contaminati oppure tramite contatto diretto con persone infette. È una modalità di trasmissione che rende il virus particolarmente insidioso, perché spesso invisibile nelle prime fasi. Tra le situazioni più a rischio rientrano il consumo di molluschi crudi o poco cotti, l’utilizzo di acqua non potabile e la manipolazione degli alimenti senza adeguate norme igieniche. Anche i viaggi in aree con condizioni igienico-sanitarie precarie rappresentano un fattore da non sottovalutare. I soggetti più esposti Il rischio non è uniforme per tutta la popolazione. Alcune categorie risultano più vulnerabili, come chi vive o lavora in ambienti affollati, gli operatori del settore alimentare e i viaggiatori diretti verso Paesi ad alta endemicità. Particolare attenzione va riservata anche ai conviventi di persone infette e ai soggetti con patologie epatiche pregresse, per i quali l’infezione può avere un impatto più rilevante. Dalla cura alla previsione Per lungo tempo la medicina territoriale ha agito dopo la comparsa dei casi, intervenendo quando il problema era già evidente. Oggi, invece, la sfida è anticipare. L’intelligenza artificiale consente di analizzare in tempo reale grandi quantità di dati provenienti dagli ambulatori, dalle prescrizioni e dalle segnalazioni cliniche. L’incrocio di queste informazioni permette di individuare segnali precoci e pattern sospetti, rendendo possibile l’identificazione di un focolaio prima che diventi evidente. Si tratta di un passaggio cruciale: non più solo curare, ma prevedere. Il medico di famiglia rafforza il suo ruolo In questo nuovo scenario, il medico di medicina generale non perde centralità, ma la rafforza. Diventa il punto di raccordo tra il paziente e un sistema informativo avanzato. Grazie al supporto dell’intelligenza artificiale, può ricevere segnalazioni tempestive su possibili focolai, individuare pazienti a rischio anche in assenza di sintomi evidenti e ottimizzare il ricorso agli esami diagnostici. Allo stesso tempo, può attivare con maggiore rapidità misure di prevenzione mirate sul territorio. È un cambio di paradigma che trasforma il medico da semplice osservatore a decisore supportato dai dati. Uno scenario possibile sul territorio salernitano Applicando questi strumenti al contesto locale, è possibile immaginare un sistema integrato in grado di reagire in tempi molto più rapidi rispetto al passato. Se più medici segnalano casi con sintomi compatibili, come febbre, nausea e alterazioni epatiche, un sistema basato su intelligenza artificiale può riconoscere un possibile cluster e attivare immediatamente un alert. Nel giro di poche ore, i medici vengono informati, i pazienti contattati e si avviano controlli mirati sugli alimenti e campagne vaccinali specifiche. Un processo che un tempo richiedeva settimane può oggi svilupparsi quasi in tempo reale. Alimentazione e prevenzione: chiarire i comportamenti corretti La prevenzione passa anche attraverso comportamenti quotidiani, in particolare a tavola. È però importante chiarire che il problema non riguarda la frutta o la verdura in sé, ma le modalità con cui vengono manipolate e consumate. Il rischio nasce quando questi alimenti vengono toccati da mani contaminate oppure non vengono lavati e disinfettati in modo adeguato. Si tratta di una criticità generale, valida per molte infezioni trasmesse per via alimentare, e non esclusiva dell’attuale attenzione sull’epatite A. Maggiore attenzione va riservata ai molluschi crudi o poco cotti, che possono provenire da acque contaminate, e all’acqua non controllata. Al contrario, il consumo di cibi ben cotti, acqua sicura e frutta sbucciata personalmente non comporta particolari rischi. Anche le verdure possono essere consumate senza problemi, purché lavate con cura e, quando necessario, disinfettate. Durante la fase acuta della malattia è inoltre consigliabile un’alimentazione semplice e leggera, evitando cibi troppo grassi o elaborati per non sovraccaricare il fegato. Una prevenzione più efficace e mirata L’epatite A è una malattia prevenibile, ma le strategie tradizionali si sono spesso rivelate troppo generiche. L’intelligenza artificiale consente invece un approccio più mirato, basato sull’identificazione dei gruppi più esposti e sull’attivazione di campagne informative e vaccinali calibrate su specifici contesti territoriali. Questo approccio permette non solo di migliorare l’efficacia degli interventi, ma anche di ridurre sprechi di risorse. Le criticità da affrontare L’adozione di queste tecnologie richiede però investimenti e una gestione attenta. Servono infrastrutture adeguate, formazione per i professionisti e un utilizzo responsabile dei dati, nel pieno rispetto della privacy. Accanto agli aspetti tecnici, resta fondamentale anche un cambiamento culturale che consenta ai medici di integrare questi strumenti nella pratica quotidiana senza esserne sopraffatti. Un’opportunità oltre l’emergenza I casi registrati nel salernitano rappresentano quindi non solo un problema sanitario, ma anche un’occasione per innovare il sistema. L’intelligenza artificiale non sostituisce il medico di famiglia, ma ne potenzia le capacità. In un contesto come quello delle malattie infettive, dove il fattore tempo è decisivo, questa alleanza può davvero fare la differenza. *Segretario generale provinciale FIMMG Salerno
Non sappiamo cosa avverrà questa volta. Ma negli ultimi 50 anni è un continuo declino a partire dal 1995, referendum su “Tv e commercio”. 31 anni fa l’affluenza conosce per la prima volta la delusione del 57,5%, un crollo se si considerano l’87,7% del 1974 (il divorzio) ed il 79,4% del 1981 (l’aborto). A seguire altri due autentici fallimenti: il 25,5% nel 2005 sulla procreazione assistita (niente quorum, perché era un abrogativo), ed il 20,9% nel 2022 sulla giustizia (anche qui abrogativo della legge Severino), il più basso nella storia della repubblica, solo 1 cittadino su 5 alle urne. Unica eccezione il sussulto del 2011 (54,8%) su Acqua e Nucleare. Insomma, c’è un’epoca in cui il referendum è il battito cardiaco dell’Italia, un rito civile capace di cambiare la storia e i costumi, un momento in cui il Paese si guarda allo specchio e decide, con un colpo di matita, chi vuole diventare. Ma poi l’urna, da altare della libertà, si trasforma nel simbolo di un distacco che dovrebbe far meditare i vertici della politica L’idillio spezzato. Per capire i perché vanno ricordati i tempi che abbiamo vissuto Negli anni Settanta, il referendum è l’ossigeno di una democrazia giovane e affamata di diritti. Nel 1974, per il divorzio, l’affluenza sfiora l’88%. Nel 1981, per l’aborto, quasi l’80% degli italiani sente il bisogno di dire la sua. Perché non sono solo voti, ma battaglie di civiltà combattute nelle cucine, nelle fabbriche, davanti alle aule universitarie, sui sagrati delle chiese. Il cittadino sa esattamente cosa sta decidendo. Un “Sì” o un “No” sono monosillabi carichi di futuro, promesse di democrazia e libertà. Quella frenesia partecipativa poi diventa un reperto archeologico. Perché? Perché la chance referendaria perde la grinta del megafono delle istanze sociali: Diventa un bisturi, anzi peggio, una clava nelle mani della politica, pardon dei partiti, che sono un’altra cosa dalla politica. E quindi niente più sì o no su domande semplici e su temi di vita. E quindi ecco articoli, commi e sottocommi, sottili riferimenti a leggi precedenti, e dunque ecco l’esigenza di cittadini con ferrata cultura giuridica ed avvezzi ad una burocrazia che non ha niente a che fare con la vita quotidiana. Ed infine ecco il cittadino cui non piace sentirsi inadeguato, e che risponde nell’unica maniera possibile, restando a casa, o andando in gita fuori porta. Il “politichese” ed il “legalese”, labirinti in cui il cittadino si perde, rinuncia a capire, teme anche di essere tradito, e finisce con il rinunciare In tutti i referendum confermativi o abrogativi c’è infatti sempre un problema di linguaggio. La democrazia dovrebbe essere comprensibile. Invece, ci troviamo di fronte a schede elettorali pare scritte da un intelligenza digitale che, come in una fonderia, vomita getti incandescenti di diritto amministrativo e di sinonimi ripetitivi come “Volete voi che sia abrogato l’articolo X….”, oppure “Volete voi che sia confermato il comma b della legge X…” Un linguaggio per élites, per aristocrazie linguistiche e giuridiche. Un tempo i temi erano etici, comprensibili.dalla “pancia” del cittadino. Oggi ci si trova spesso a votare su commi di leggi elettorali o normative tecniche che richiederebbero una laurea in giurisprudenza solo per leggere la scheda. Con quale effetto? Che la “pancia” del Paese si allontana, con il cittadino che rinuncia sentendosi “preso in giro” non solo dalla tecnicità della scheda ma anche da quella complessità di una politica che cerca solo uno scudo dietro cui nascondersi e poi “tradire” gli elettori. La politica di quegli stessi politici infidi che con un referendum chiedono un SI o un NO su finanziemento pubblici ai partiti o sulla gestione dell’acqua, e poi rientrano da una porta secondaria con una legge speculare. E’ il peccato originale che alimenta il populismo ed il disinteresse più abietti. Se il mio voto viene vanificato da una firma scarabocchiata il giorno dopo, perché dovrei andare a votare? Dall’astensionismo anche un danno di 400 milioni per le spese dirette e indirette di un referendum. Cosa accade nella mente di noi elettori Sono 88 i mln. di euro per organizzare i seggi elettorali, 24 quelli per l’invio delle cartoline di avviso di voto agli oltre 5 mln di italiani all’estero, e poi 200 i mln dei costi cosiddetti indiretti, per non parlare dei 127 mln di costi per la perdita di tempo libero degli elettori, dei 37 mln di valore (stime de la voce.info) per le giornate lavorative perse dai componenti dei seggi, e degli altri 37 milioni per le spese che alcune famiglie devono sostenere per servizi come le baby sitter nel lunedì di voto. Ecco perché si arriva e si superano i 400 mln di euro, per una tornata elettorale evitabile se si fosse raggiunto un consenso parlamentare dei due terzi quando si vota una legge di revisione della Costituzione. Una forma di garanzia democratica, certo, ma che pesa come un macigno sulle tache del Paese, cioè dei cittadini italiani. Ma vediamo un pò cosa scatta nella nostra mente quando scatta la chiamata al voto. Il referendum è lo strumento di democrazia diretta per eccellenza. Tuttavia, la reazione iniziale oscilla tra due poli opposti, da un lato il senso di responsabilità e dall’altro quello di inadeguatezza. Il primo perché noi cittadini percepiamo la chiamata al voto come un evento di democrazia vera, dove la nostra voce viene recepita e mediata dalla politica. Il secondo perché davanti a quesiti tecnici, come ad es, sulle trivellazioni o su altro, noi cittadini possiamo sentirci inadeguati, presi dalla frustrazione di non aver tempo o volontà di approfondire, provando quel senso di distacco più volte accennato. I profili del votante, il segnale politico, le sue reazioni emotive Perché i profili? Perché non tutti reagiamo allo stesso modo. Le agenzie specializzate ne individuano 3 tipi. Il primo profilo è quello Ideologico. Lui vede un referendum come uno scontro di valori, e quindi vota basandosi sull’appartenenza politica o etica, a prescindere dal tecnicismo. Il secondo è quello del Pragmatico, perché cerca di capire le conseguenze reali del “Sì” o del “No” infomandosi dai talk show o dai social media. Il terzo è quello dell’Astensionista Strategico. Lui usa il non-voto come un’arma, decidendo che la miglior difesa è non partecipare. Ma, quando decide di votare, lo fa non sul merito del quesito, bensì trasformandolo come un si o un no sul governo o sul leader in carica. Ecco perché alcuni leader alla vigilia dichiarano che quello ad un referendum non è un voto politico. Ma forse, in questi casi, è meglio tacere se non si è abbastanza colti e non si sanno usare le parole giuste. Infine le reazioni emotive. La più frequente è la semplificazione. Per gestire la complessità, il cervello umano cerca scorciatoie. Ed allora alcuni cittadini tendono a seguire l’opinione di “esperti di fiducia” o influencer. Ecco, quindi, come un cittadino medio vive il referendum: Secondo noi in una miscela mentale di orgoglio civico – come spesso lo presenta la banale retorica dei promo televisivi – e di confusione cognitiva. E qui ci vorrebbe tanto altro spazio (che non c’è) per approfondire come la comunicazione sui social media influenzi l’esito dei referendum moderni.
Nel 1970 l’Italia fu scossa da un caso di cronaca nera che metteva in luce cosa si nascondesse sotto la superficie levigata del bel Paese, ossia il delitto Casati Stampa. Protagonisti, il marchese Camillo Casati e sua moglie, Anna Fallarino. Una volta ottenuto dalla Sacra Rota l’annullamento dei precedenti matrimoni, la coppia si dedicava a singolari procedure di piacere: il marchese amava filmare la consorte durante rapporti sessuali con altri uomini, dal marchese stesso selezionati e retribuiti.
Una dark comedy anomala per il cinema italiano
Un film, adesso, in piena libertà, ne ripercorre l’evento e il senso. Il titolo è rivelatore, Gli occhi degli altri, diretto da Andrea De Sica, che lo ha scritto assieme a Gianni Romoli, abituale collaboratore di Ferzan Ozpetek, e Silvana Tamma. Lo stesso De Sica racconta di aver visitato la villa nell’isola di Zannone, arcipelago ponziano, un tempo residenza privata del marchese Casati, e aver percepito lo spirito oscuro e inquietante impresso nelle mura e negli spazi. Ne vien fuori un film del tutto anomalo nel prevedibile orizzonte contemporaneo del cinema italiano, una dark comedy, che tuttavia i nostri registi hanno inteso qualche volta sperimentare: si pensi a La stanza del vescovo e Anima nera, drammi ai limiti del noir, entrambi diretti da Dino Risi, tratti dai romanzi di Piero Chiara e Giovanni Arpino, oppure a Il sorriso del grande tentatore, un soggetto originale, singolare thriller metafisico, tentato da Damiano Damiani, che si avvalse dell’interpretazione di Glenda Jackson. Tutti film degli Anni 70, e forse non a caso.
La villa simbolo di una borghesia ripiegata su se stessa
La vicenda oggi narrata da De Sica si dipana lungo tutti gli Anni 60, fino ad arrivare al tragico epilogo, il 30 agosto 1970, qui spostato al 31 dicembre, per esigenze di scrittura e messa in scena. Vera protagonista, la villa sull’isola, il laboratorio degli esperimenti erotici del marchese, luogo deputato alla rappresentazione di una borghesia italiana perdutamente ripiegata su se stessa, servizievole nei confronti di una nobiltà ormai fantasma, all’interno di una dinamica ossessiva secondo cui il denaro può tutto. Gli occhi degli altri, e non potrebbe essere altrimenti, è anche un film sul cinema. Il marchese Casati imbraccia la cinepresa come il fucile, e “spara” pellicola addosso alla moglie e i suoi amanti, allo stesso modo in cui prende a schioppettate la selvaggina dell’isola, in uno dei tanti riferimenti filmici presenti, ossia la caccia nel bosco dei borghesi annoiati ne La regola del gioco di Jean Renoir prima, e in Gosford Park di Robert Altman poi. Come è noto, “to shoot” significa sia filmare che sparare.
Il corpo femminile come incubo del maschio italiano
Villa Casati sull’isola deserta, così, diventa come l’Overlook Hotel tra la neve, in Shining di Stanley Kubrick: un luogo chiuso e isolato dal mondo, in cui il protagonista, nelle vesti di inetto, mette in scena i propri fantasmi erotici e esistenziali. Un labirinto, e come tale viene filmato da De Sica, il quale incastra inquadrature decentrate, dove i personaggi risultano come spostati, posti a latere, incapsulati in corridoi, stanze o passaggi, che raffigurano i meandri oscuri e irregolari della psiche degli stessi protagonisti. La cinepresa e il proiettore, nelle mani del marchese, saltano fuori all’improvviso per dare luce e ombra ai fantasmi, primo fra tutti il corpo femminile, incubo inamovibile del maschio italiano. Il marchese ne è infatti il prototipo: incapace di dare senso alla sensualità della moglie, che inizialmente lo asseconda nei suoi labirintici e sterili desideri, egli si concentra su se stesso e le proprie infruttuose nevrosi.
I ruoli sono chiari: se il maschio nutre l’ossessione di vedere realizzati i propri fantasmi, pena la de-realizzazione di se stesso come persona, la donna abita consapevolmente i confini che si aprono tra il reale e l’immaginario, tra le cose e la mente. Il trauma è tutto lì. Attraverso la rappresentazione filmica degli amplessi della moglie con sconosciuti, il marchese tenta di esorcizzare la propria omosessualitàrepressa, ossia usa la moglie per raggiungere e toccare, con gli occhi, quel corpo maschile che non ha il coraggio di riconoscere quale oggetto di desiderio. La donna, invece no. Se fa sesso con sconosciuti, è perché desidera davvero soddisfare il desiderio del marito, ossia fare coppia. Come accade in Eyes WideShut, ancora di Kubrick, il maschio rimane alla estenuata ricerca della conferma della propria capacità sessuale, mentre la donna sa vivere senza distinzione alcuna la sfera del desiderio, sia nella realtà che nell’immaginazione.
La cinepresa feticcio e lo spazio del desiderio reale
Ecco il senso dell’immagine cinematografica, che De Sica eleva a ulteriore protagonista del film: il maschio impugna la cinepresa come un feticcio sessuale, mentre la donna abita lo schermo quale spazio di condivisione. Insomma, a specchio, lui strumentalizza lei per soddisfare il proprio bisogno, allucinato, di un corpo maschile, mentre lei si concede agli sconosciuti per dare corpo, vivo e pulsante, al desiderio del marito nei propri confronti. In breve, lui filma lei perché non può possedere l’Altro, mentre lei accetta di essere posseduta dall’Altro, perché ama sinceramente fare l’amore con lui. Lei, visibile e in campo, è in grado di estendere la relazione anche nel fuori campo, ossia lo spazio del desiderio reale; lui, nascosto nel fuori campo, resta schiavo di ciò che guarda accadere in campo, che lo soddisfa al momento ma lo de-realizza nel tempo. Nella cultura borghese italiana, e non solo, la relazione maschio-femmina risulta così impossibile: la donna sa attraversare lo spazio tra visibile e invisibile, campo e fuori campo, mentre il maschio può stare o di qua, o di là, e basta. I maschi, o guardano, o vedono. Le donne, guardano e vedono. A un certo punto del racconto, lo specchio andrà in frantumi, e la donna non sarà più disponibile a una relazione che all’improvviso scopre nella sua verità, asimmetrica e prevaricante.
Gli occhi degli altri è una riflessione sul linguaggio del cinema
Gli occhi degli altri, di Andrea De Sica, così, è davvero un film che si distacca dalla produzione corrente del cinema italiano. In un colpo solo, mette in scena la crisi dell’infantile e nevrotica borghesia italiana, mentre riflette sul linguaggio del cinema quale territorio in cui la crisi trova il suo spazio di raffigurazione e verità. Tutto ciò è stato possibile, infine, grazie al talento e professionalità degli interpreti. Filippo Timi veste i panni del marchese attraverso il minimo della teatralità esteriore, come un demiurgo immobile e patriarca, inchiodato alla propria nevrosi.
Filippo Timi, Andrea De Sica, Jasmine Trinca alla Festa del cinema di Roma (Ansa).
Jasmine Trinca, finalmente, varca la soglia che dall’attore conduce al divo, attraverso il coraggio, artistico, di recitare con il corpo, nel corpo, per il corpo. Come il suo personaggio richiede, Jasmine cattura il desiderio e lo rilancia: prodiga di sguardi in macchina, ella chiama in causa, senza compromessi, la funzione, estetica e sociale, dello spettatore. Lei ci guarda e noi siamo da lei guardati, in una interrogazione produttiva, in chiave dialettica, del senso del guardare col corpo e vedere con gli occhi. Ciò che il cinema è, o dovrebbe essere, al di là dei mille gusti possibili e tutti i pregiudizi di moda.
Alcune notizie riguardati la missione Artemis, quella che è destinata a riportare l’uomo sulla Luna, sono state di recente diffuse e hanno gettato più di un’ombra su quello che dovrebbe essere un appuntamento fondamentale per la conquista dello spazio.
Partiamo dall’inizio. Il programma Artemis (il nome deriva dalla dea della caccia e della Luna, il cui nome è Artemide) è l’insieme delle missioni che porteranno l’uomo sul nostro satellite, per la prima volta da quel lontano 1972, quando ci fu l’ultima missione Apollo, la numero 17. Nel dicembre di quell’anno, infatti, l’equipaggio formato dagli astronauti Eugene Cernan, Harrison Schmitt e Ronald Evans, giunse sulla Luna e Cerman e Schmitt scesero sul suolo... - Leggi l'articolo
Project Hail Mary nelle sale, i trailer di Spider-Man: Brand New Day, Dune Parte terza e Disclosure Day, l'annuncio della serie animata di Firefly, gli Oscar, gli ospiti di Delos Days, i finalisti al Premio Nebula, al Premio Robot e al Premio Urania Short nella settimana di Fantascienza.com
Ci sono un'infinità di film che hanno "Ave Maria" nel titolo, ma a noi, che abbiamo una cultura di un certo livello, il primo titolo che viene in mente è I quattro dell'Ave Maria, con Bud Spencer, Terence Hill e Eli Wallach. Chissà, se l'avessero fatto in Italia il film “Missione Ave Maria” magari il belloccio Terence Hill al posto di Ryan Gosling avrebbe fatto anche la sua figura.
Bisogna dire che in America il termine “Hail Mary”, che è appunto il nome della preghiera cattolica che noi conosciamo come Ave Maria, è in... - Leggi l'articolo
La causa di tutto fu un singolo, minuscolo tachione.
Una particella fino ad allora immaginaria, che il dottor Isaac Irving riuscì a isolare da un piccola roccia più o meno nel 2055 e che, come tutte le cose che cambiano il mondo, fu scoperto per caso: il dottore cercava tutt'altro.
Quel primo tachione non venne mai usato, e Isaac lo congelò in una soluzione di sua invenzione. Non per studiarlo, ma ammirarlo.
Inattivo, ma bellissimo.
Era appeso nel suo laboratorio, e spesso, il dottore gli rivolgeva gli sguardi che un padre orgoglioso avrebbe rivolto al figlio neonato.
Erano solo in tre a saperlo: lui, la sua assistente Ilaria e il Rettore dell'università.
Lui e Ilaria continuarono gli studi sui tachioni per molti anni. Erano studi in... - Leggi l'articolo
Libri in uscita sul mercato anglosassone e che forse, un domani, potremmo leggere anche nel nostro Paese. O magari anche oggi.
di Redazione
Il nome dello scrittore britannico Adrian Tchaikovsky è indubbiamente legato alla serie Children of Time, formata dai romanzi I figli del tempo (Children of Time, 2015), I figli della caduta (Children of Ruin, 2019) e I figli della memoria (Children of Memory, 2022), tutti pubblicati in Italia da Fanucci. Il primo romanzo ha vinto l’Arthur C. Clarke Award nel 2016 ed è stato opzionato da Summit Entertainment e Lionsgate per diventare un film. La storia racconta di come gli ultimi umani sopravvissuti alla rovina della Terra stanno ormai fuggendo nel disperato tentativo di trovare una nuova casa tra le stelle. Seguendo le orme indicate molto tempo prima dai loro antenati, riescono a scoprire un pianeta apparentemente perfetto per ospitare vita umana. Ma la... - Leggi l'articolo
Un certo tipo di fantascienza è stata chiamata “narrativa di anticipazione”, perché introduce elementi che nel mondo attuale non ci sono, e il fatto di spostare le vicende narrate nel futuro è un modo per spiegare la loro esistenza. Ma, oltre a questo, c’è un altro motivo che giustifica la definizione.
La mente dell’homo sapiens possiede una naturale propensione a immaginare il futuro. Diverse specie animali mostrano una certa capacità di anticipazione, basata su meccanismi, innati o appresi, che producono spinte innescate da stimoli ambientali o interni. Il comportamento animale (e, in parte, anche il nostro) è retto da schemi del genere, che funzionano in modo pressoché automatico.
Il behaviorismo ha cercato... - Leggi l'articolo
Una rubrica in cui le autrici e gli autori di Delos Digital si raccontano con una breve intervista.
di Salvatore Stefanelli
Daniela Piegai, nata e cresciuta in Toscana, è una delle autrici italiane di fantascienza più rappresentative. Come giornalista ha lavorato per Paese Sera e per ANSA; negli ultimi anni si è dedicata all’attività di pittrice. Autrice di numerosissimi racconti, ha pubblicato sei romanzi e diversi romanzi brevi. Tra le opere più note Parola di alieno (Nord 1978), Ballata per Lima (Nord 1980), Nel segno della luna bianca (con Lino Aldani, Nord 1985). Gran parte della sua produzione è tuttora inedita.
Delos Digital ha iniziato a proporre le sue opere a partire dai romanzi Il mondo non è nostro uscito nel 2022, Strega di sera bel tempo si spera, scritto a quattro mani con Nicoletta... - Leggi l'articolo
Come il movimento letterario nato in Gran Bretagna cercò una nuova strada per la science fiction…
di Carmine Treanni
In un articolo dal titolo The Squandered Promise of Science Fiction, pubblicato su The Village Voice nel 1998, lo scrittore Jonathan Lethem manifestò tutta la sua marezza perché il romanzo L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon non aveva vinto il premio Nebula nel 1973. Quell’anno, infatti, si aggiudicò il prestigioso premio Incontro con Rama di Arthur C. Clarke. Per lo scrittore americano quella mancata vittoria fu, come recita il titolo del suo articolo, “La promessa sprecata della fantascienza”. Sprecata perché poteva essere l’occasione in cui la science fiction si fondeva con il mainstream, in cu la letteratura “bassa” si mescolava con la letteratura “alta”. Ma ciò non accadde,... - Leggi l'articolo
LIBRI - Editoria - 22 marzo 2026 - articolo di Carmine Treanni
Che cosa s'intende per romanzo mainstream? Che relazione c'è con la fantascienza?
di Carmine Treanni
All’inizio della sua carriera Philip K. Dick tentò di diventare uno scrittore di romanzi mainstream, ma non ci riuscì. Per tutti gli anni Cinquanta ci provò, scrisse anche più di due romanzi all’anno, ma nessun editore era disposto a pubblicarli, mentre i suoi romanzi di science fiction, seppur malpagati, continuarono a essere pubblicati. Abbandonò del tutto l’ambizione di scrivere mainstream nel 1961, quando il suo romanzo The Man in the High Castle (in italiano pubblicato sia con il titolo La svastica sul sole che con L’uomo nell’alto castello) vinse il premio Hugo, quello per il miglior romanzo di fantascienza, ma lo scrittore californiano sperava che anche questo romanzo potesse traghettarlo da scrittore di... - Leggi l'articolo
LIBRI - Editoria - 22 marzo 2026 - articolo di Carmine Treanni
È nelle sale la pellicola di Phil Lord e Christopher Miller, con Ryan Gosling come protagonista e tratto dall'omonimo romanzo di Andy Weir.
di Arturo Fabra
Nato nel 1972 in California, Andy Weir è figlio di un fisico e di un’ingegnera elettrica: un retroterra che spiega molto della sua ossessione per l’accuratezza scientifica. Programmatore fin dall’adolescenza, Weir ha lavorato come sviluppatore software prima di autopubblicare online The Martian, romanzo che nel 2011 divenne un caso editoriale globale grazie al passaparola in rete.
Il suo marchio di fabbrica è una fantascienza hard ma accessibile: formule, calcoli e problemi realistici non sono un orpello tecnico, ma il motore stesso della trama. Con Project Hail Mary (2021), diventato una pellicola che è nelle sale italiane, Weir ha alzato ulteriormente l’asticella, intrecciando astrofisica, biologia aliena e linguistica in un racconto che... - Leggi l'articolo
CINEMA - Cinema - 22 marzo 2026 - articolo di Arturo Fabra
Nabokov, Vonnegut, Atwood e McEwan sono solo alcuni degli autori che, pur scrivendo romanzi di science fiction, non vogliono che le loro opere siano etichettate come fantascienza.
di Carmine Treanni
C’era una volta il Ghetto della fantascienza, un quartiere sporco e abitato da reietti della grande Metropoli della letteratura. Un posto isolato, in cui era vietato per uno scrittore serio e coscienzioso andarci. Però ogni tanto accadeva.
Nel 1969, ad esempio, un raffinato scrittore come Vladimir Nabokov ci fece una capatina e il fatto è documentato nel suo romanzo Ada o ardore (Ada, or Ardor: A Family Chronicle), in cui si narra la storia di Van Veen e la relazione, durata tutta una vita, con sua cugina Ada, che poi scoprirà essere la sorella. I due s’incontrano quando lei ha undici anni e lui quattordici ed entrambi sono ricchi, istruiti e intelligenti. La particolarità della vicenda è che è ambientata alla fine del... - Leggi l'articolo
LIBRI - Editoria - 22 marzo 2026 - articolo di Carmine Treanni
Dal prossimo 8 aprile, su Disney+, andrà in onda il seguito di The Handmaid's Tale, anche questa volta tratto dal romanzo di Margaret Atwood.
di Redazione
Il regime non è crollato. Il sistema non si è indebolito. Le ancelle sono ancora lì.
Benvenuti nella Repubblica di Gilead. Benvenuti negli Stati Uniti, uno Stato teocratico e totalitario, diviso in caste e dove la procreazione è l’obiettivo principale della società. Le ancelle, donne in grado di procreare, sono l’ultima ruota dell’organizzazione sociale. I comandanti sono i proprietari delle ancelle e con loro devono procreare per aumentare la popolazione della Repubblica.
È questo il contesto immaginato dalla scrittrice Margaret Atwood per il suo romanzo Il racconto dell’ancella (The Handmaid’s Tale, 1985), diventato nel 2017 una serie TV con protagonista Elisabeth Moss, nei panni dell’ancella June... - Leggi l'articolo
Uscito per Delos Digital, Nella neve, nella polvere, nel vento è il nuovo romanzo dell’autore della Trilogia di Korolev, a cui abbiamo chiesto di raccontarci come è nata questa sua nuova fatica letteraria.
di Carmine Treanni
Il suo debutto è avvenuto nella prestigiosa collana Cosmo Argento dell’Editrice Nord nel 1987, con il romanzo Oberon. L’Avamposto tra i ghiacci, ma ha al suo attivo una lunga carriera come scrittore, giornalista e insegnante di scrittura creativa. Stiamo parlando di Paolo Aresi, di cui è appena uscito per Delos Digital il romanzo Nella neve, nella polvere, nel vento. Nato a Bergamo nel 1958, Aresi si è laureato in Lettere e poi ha lavorato come giornalista a L’Eco di Bergamo. Nel 1995 ha pubblicato Toshi si sveglia nel cuore della notte, un romanzo realistico, dai toni noir, ma tre anni più tardi è ritornato alla fantascienza sempre per la Nord con il romanzo Il giorno della sfida. Nel 2004 ha vinto il Premio Urania con Oltre il... - Leggi l'articolo
LIBRI - Interviste - 22 marzo 2026 - articolo di Carmine Treanni
Una storia visionaria e selvaggia, che tra inquietudini e terrore ci riporta a un'epoca mai davvero terminata. Il nuovo romanzo di Davide Tarò.
di Davide Tarò
Katagramma
Sono sempre stati in due.
Forse per bilanciarsi in qualche modo.
Nell’Era Atomica, l’essere umano avrebbe subito per la prima volta innumerevoli mutazioni a sua insaputa.
Scritti che andavano sotto il nome di Fantascienza documentarono quell’epoca, terminata solo in apparenza.
Le persone che scrissero e si occuparono di Fantascienza furono attori inconsapevoli di un mondo che stava cambiando inesorabilmente.
E che avrebbe cambiato anche loro.
Sono sempre stati in due.
Quando ci si può definire figli di qualcuno?
Inizio seduta Henosica
Non ricordo quando nacqui.
Dissero che c’era un sole ardente come una fucina nucleare, quando emisi i miei primi vagiti su questa Terra ormai irrimediabilmente contaminata dalle radiazioni... - Leggi l'articolo
Pareva una normale partita di una competizione internazionale per club. Invece il match fra la squadra giamaicana dei Mount Pleasant e i Los Angeles Galaxy, giocato nella notte italiana fra giovedì 19 e venerdì 20 marzo, è stata un segno potente di quanto la follia isolazionista trumpiana stia già colpendo il calcio globale.
Risultato condizionato da fattori extra sportivi
Valevole come ritorno degli ottavi di finale della Concacaf Champions Cup, il match partiva già ampiamente condizionato dal risultato dell’andata: 3-0 per i Galaxy, un punteggio che si è dilatato nel finale dato che ancora all’88’ era fermo sull’1-0. L’esito del primo match era già dunque una seria ipoteca sulla qualificazione, che ha preso definitivamente la strada di Los Angeles con un altro 3-0 nella gara di ritorno. Ma al di là dei meriti sul campo, se si guarda a ciò che è successo una settimana fa non si può ignorare quanto il risultato sia stato condizionato da fattori extra sportivi: e cioè le restrizioni volute dal presidente statunitense Donald Trump in materia di visti d’ingresso negli Usa.
Una serie di misure altamente selettive ha infatti colpito alcuni Paesi più di altri. Fin qui il mondo dello sport ne era stato abbastanza al riparo. Ma la gara del 12 marzo ci dice che l’impatto di queste misure potrebbe essere pesante e falsare le competizioni. E tutto ciò, con lo scenario di un’edizione del Mondiale 2026 che inizia fra meno di tre mesi sul suolo Usa, deve dare parecchio da riflettere.
Le restrizioni all’ingresso hanno bloccato 10 calciatori
Gli stenti che i dirigenti del Mount Pleasant hanno dovuto affrontare, nella preparazione della partita d’andata, sono passati pressoché sotto silenzio in Europa. La stampa internazionale ne ha dato notizia a partire dal 10 marzo, due giorni prima della gara. La squadra giamaicana era alla sua prima partecipazione in Concacaf Champions Cup, conquistata dopo avere vinto la scorsa edizione della Concacaf Caribbean Cup. Per un club giovane, fondato soltanto nel 2016, si tratta di uno straordinario traguardo. Che però è stato compromesso dalle restrizioni all’ingresso negli Usa che 10 suoi calciatori si sono visti opporre.
Jakob Glesnes, giocatore dei Los Angeles Galaxy, impegnato in Concacaf Champions Cup (foto Ansa).
In particolare, il divieto si è abbattuto su sette calciatori di nazionalità haitiana, cioè una fra quelle maggiormente prese di mira dall’amministrazione Trump. Una condizione estrema, che ha costretto il management del club ad attingere pienamente alle squadre giovanili per riuscire a viaggiare verso gli Usa con una pattuglia minima di 18 calciatori.
Una pericolosa condizione di fragilità per un torneo internazionale
Resta il vulnus arrecato al club stesso, ma anche alla competizione e alla sua credibilità. Perché un conto è avere una squadra decimata da squalifiche o infortuni, altra storia è vederla sabotare dalle scelte politiche di un governo nazionale che distribuisce patenti da buoni o cattivi ai cittadini di altra nazionalità. Per una competizione sportiva internazionale si tratta di una pericolosa condizione di fragilità. Tanto più che tutto ciò è accaduto nei giorni della rinuncia al Mondiale da parte dell’Iran, con lo stesso Trump pronto a ribadire che i calciatori iraniani facevano bene a evitare di presentarsi.
Donald Trump con la Coppa del mondo (Ansa).
Ma se il caso iraniano ha richiamato l’attenzione dei media internazionali, quello giamaicano è stato pressoché snobbato. Ciò che non può non aver rafforzato il senso di frustrazione di Paul Christie, direttore sportivo del Mount Pleasant. Alla vigilia della partita d’andata, Christie aveva dichiarato: «Non vogliamo limitarci a scendere in campo. Noi vogliamo competere in modo adeguato. Ma non ci è stata data la possibilità di andare in campo al nostro meglio».
La Conmebol ha persino incolpato il club giamaicano
E qui sta il punto: stiamo ancora parlando di sport come un campo capace di esercitare autonomia dalla politica, o come di una sua appendice? L’interrogativo rimane saldo se si guarda alla posizione assunta sulla vicenda dalla confederazione di Nord America, Centro America e Caraibi (Concacaf): che sostanzialmente ha incolpato il club giamaicano, accusandolo di non essersi mosso per tempo nella gestione delle procedure per ottenere i visti. Dunque, dopo il danno pure la beffa.
Il presidente della Fifa Gianni Infantino (foto Ansa).
Sullo sfondo rimane il rapporto privilegiato (e iper-servile) del presidente della Fifa, Gianni Infantino, con Donald Trump. Un legame che sta ammazzando la credibilità del calcio mondiale. Ma lui la vede come alta politica. Rispetto a ciò, cosa volete che siano i problemi di un piccolo club giamaicano?
È come riempire una piscina olimpionica ogni due minuti. È la quantità di acqua potabile che Acea distribuisce ogni giorno attraverso le proprie reti – 1,64 miliardi di litri, pari a oltre 19 mila litri al secondo. Un flusso continuo che ogni giorno garantisce acqua di qualità a 11 milioni di cittadini, sostenendo la vita quotidiana delle città e dei territori in otto regioni italiane. Acea, primo operatore idrico in Italia e secondo in Europa, è pronta a celebrare domenica 22 marzo la Giornata mondiale dell’acqua, che quest’anno sarà in concomitanza della Acea run Rome the marathon, di cui l’azienda è title sponsor e che conta oltre 36 mila partecipanti, per sensibilizzare l’opinione pubblica e affrontare il tema dei cambiamenti climatici che sempre più hanno un forte impatto sulla crisi idrica globale.
I numeri di Acea
Con 65 mila km di rete idrica potabile e oltre 1.400 impianti di depurazione, Acea si impegna quotidianamente per garantire a tutti la disponibilità e l’accesso ad acqua pulita e impegnando 890,8 milioni di euro di investimenti. Sono 600 milioni i metri cubi di acqua potabile distribuiti ogni anno e 770 milioni i metri cubi di acqua trattati dai depuratori, grazie a oltre 1.500 controlli analitici sulla qualità. In linea con i valori della sostenibilità e del riuso, da anni Acea investe in infrastrutture idriche innovative ed efficienti, promuove l’adozione di pratiche di utilizzo responsabile dell’acqua ed è sempre vicino ai territori in cui opera per garantire la tutela e la conservazione delle risorse idriche naturali. Infatti, come si legge nel bilancio dei risultati 2025 appena approvato, ben 4,4 milioni di metri cubi di acqua è riciclata e riutilizzata registrando un aumento del 29 per cento rispetto al 2024 e coprendo il 90 per cento dei fabbisogni per usi industriali.
Sede Acea (Acea).
La presenza dell’azienda all’estero
Non solo Italia. L’azienda è presente anche a livello internazionale, in particolare in America Latina – con una presenza consolidata in Peru, Honduras e Repubblica Dominicana, dove i servizi idrici integrati servono oltre 10 milioni di persone. Acea, unico operatore idrico italiano che partecipa alla cabina di regia del Piano Mattei, si è aggiudicata la gara in Congo per il progetto idrico Saep Djoué II, che punta a garantire acqua potabile a oltre un milione di cittadini a Brazzaville. L’azienda è poi impegnata in iniziative in Tunisia, Angola, Mozambico, Mauritania, Marocco e Kenya, coprendo l’intera catena del valore dell’acqua (approvvigionamento, trattamento e riuso delle acque reflue, desalinizzazione e fognature). Ha anche rafforzato il proprio ruolo internazionale partecipando per il terzo anno consecutivo al World economic forum annual meeting di Davos. Nel contesto europeo, Acea ha contribuito alla definizione della Water resilience strategy della Commissione europea e ha proposto una “regia unica” per la gestione dell’acqua.
La formazione a scuole, cittadini e dipendenti
Con oltre 226 mila ore di formazione nel 2025, Acea promuove una strategia articolata di formazione e sensibilizzazione rivolta a scuole, imprese e cittadini, con particolare attenzione ai giovani, anche attraverso iniziative con il ministero dell’Istruzione e del merito come Acea Scuola educazione idrica, rivolto agli studenti delle scuole primarie e secondarie di primo grado di tutta Italia, e con percorsi avanzati come il master in Water management sviluppato con la 24 Ore Business School e Intesa Sanpaolo. Infine, attraverso l’Academy, Acea investe nello sviluppo delle competenze dei propri dipendenti per affrontare le sfide della transizione idrica e sostenibile.
L’addio di Alfonso Signorini alla Mondadori, e l’uscita in sala, il 29 aprile, del secondo capitolo del filmIl Diavolo veste Prada, hanno riacceso i riflettori su un mondo editoriale, quello dei settimanali di gossip e delle riviste cosiddette femminili, dove in realtà la luce si è spenta già da molto tempo.
Patinati e settimanali a corto di lettori e investimenti
Il Diavolo veste Prada arrivò infatti al cinema nel 2006, e una ventina di anni fa poteva avere ancora senso il mito della rivista Runway e della potentissima direttrice Miranda Priestly (interpretata da Meryl Streep e chiaramente ispirata ad Anna Wintour) da cui dipendeva il successo o il disastro di uno stilista. Vent’anni dopo ci si ritrova con un settore del fashion in profonda crisi – il valore dell’intera filiera è passato dai circa 104 miliardi del 2023 ai 90 del 2024 per attestarsi intorno agli 80 nel 2025 – e una stampa di settore, spazzata via dal digitale, ormai incapace sia di intercettare gli investimenti pubblicitari di una volta, sia tantomeno di essere influente come un tempo. E basta dare un’occhiata ai numeri delle copie vendute per avere una idea chiara dello scenario. Il mensile femminile italiano più autorevole, ovvero il Vogue che fu per decenni di Franca Sozzani (direttrice dal 1988 al 2016), adesso vende in edicola 28 mila copie al mese. Un po’ di più Amica, a quota 48 mila. Harper’s Bazaar non riesce neppure a mettere insieme 12 numeri all’anno per essere definito mensile, e si ferma a 16 mila copie a numero. Tra i settimanali femminili, invece, ormai spicca solo Io Donna, allegato al Corriere della sera, con le sue 113 mila copie medie. E poi, il vuoto: D di Repubblica è a 47 mila, F (Cairo editore) a 45 mila, e Donna Moderna (del gruppo di Maurizio Belpietro) si ferma a 32 mila. Altre tre testate, un tempo molto prestigiose, non riescono a uscire tutte le settimane e quindi non si possono definire settimanali: Vanity Fair vende in edicola 52 mila copie a numero, Elle 47 mila, Grazia 41 mila.
Meryl Streep e Anne Hathaway sul set del Diavolo veste Prada (Ansa).
Pure il pettegolezzo su carta non tira più
Non che le cose vadano molto meglio nel gossip. Un settore che, con l’uscita di scena di Signorini (qualche settimana fa si è dimesso dall’incarico di direttore editoriale di Chi), mette la parola fine a un’epoca durata circa un quarto di secolo. Il rotocalco mondadoriano adesso galleggia a quota 47 mila copie vendute in edicola. E, tra i settimanali che si occupano di pettegolezzo, è il fanalino di coda. Diva e donna arriva a 58 mila copie, Gente a 69 mila, Nuovo a 102 mila, Oggi a 106 mila e Dipiù, il leader di Cairo editore, veleggia a 195 mila copie vendute ogni settimana.
Alfonso Signorini (Ansa).
La mancata rivoluzione digitale. Fino a Corona (procure permettendo)
Curiosamente questo comparto, che, per taglio delle news si presterebbe molto al mondo del web e dei social, non è mai stato capace di esprimere declinazioni di successo in Rete (al contrario di quanto accaduto, ad esempio, negli Stati Uniti). Ci provò, pioniera, Silvana Giacobini, a inizio del millennio con Il mondo di Silvana, quando era direttrice di Chi. Ma il suo sito-blog non decollò. Un po’ di traffico venne intercettato da Dagospia, che poi, però si dedicò di più ai poteri e meno al gossip. Mentre le testate regine del pettegolezzo, a partire da Chi, non riuscirono mai a valorizzarsi nelle versioni digitali. Pure l’ultimo grande rilancio di Oggi sul web nel 2022, con Carlo Verdelli direttore e Marco Pratellesi vicedirettore, non ha funzionato. Tra il 2025 e il 2026 ci ha provato su YouTube Fabrizio Corona con Falsissimo, i cui destini, nonostante le views da capogiro, sono legati alle cause per diffamazione intentategli da Mediaset.