Il comico Massimo Bagnato, apparso in programmi come Zelig, Quelli che il calcio e LOL, è stato arrestato a Roma con l’accusa di stalking ai danni della sua ex compagna. Fermato dai carabinieri sotto casa della donna in zona Balduina mentre «stava dando in escandescenze, inveiva e scalciava», riporta Il Messaggero: Bagnato voleva insistentemente parlare con l’ex, nonostante la sua contrarietà.
Disposto il divieto di avvicinamento alla donna
Bagnato è stato fermato la sera del 27 aprile. Il giorno successivo, nel processo per direttissima, è stato convalidato il fermo ma ha escluso il carcere, disponendo nei confronti del comico il divieto di avvicinamento alla vittima. Bagnato, da parte sua, ha provato a difendersi «ammettendo di averla aspettata in alcune occasioni sotto casa o fuori dalla palestra che di solito la ex frequenta, ma sempre con educazione e solo per chiedere spiegazioni sulla rottura del loro rapporto».
L’ex ha sporto una querela molto dettagliata
La relazione tra i due è durata circa 10 anni, poi la rottura arrivata a inizio aprile. Ma lui avrebbe continuato a contattarla sia su WhatsApp, nonostante fosse stato bloccato, che di persona «La vittima ha sporto una querela molto dettagliata» nella quale ha ripercorso i «diversi episodi» nei quali Bagnato «l’avrebbe avvicinata dopo che la stessa aveva deciso di porre fine alla relazione sentimentale», si legge sul Messaggero. Comportamenti, questi, «che le avrebbero procurato ansia e timore, facendole cambiare alcune delle sue abitudini di vita».
Dopo 39 anni ha chiuso i battenti “Il Vecchio Mulino”, storica attività di ristorazione di Agropoli, gestita da Giovanni Petrizzo. Giovanni è più di un cuoco o di un ristoratore: è un appassionato che negli anni ha messo anima e cuore in quella che era la sua vita. Nel commiato dagli ospiti, “mai definiti clienti”, ringrazia tutti e lo fa senza rimorsi. La sua eredità è quella di aver lasciato un sorriso nell’avventore, un buon ricordo, un momento sereno in cui ha potuto ristorare il corpo ma anche la mente. Petrizzo, poi, chiude con un pensiero filosofico.
Come mai questa scelta?
“Innanzitutto è stata una scelta serena e non repentina, ma che arriva da lontano. L’elemento definitivo sono state le conseguenze del Covid. Dopo molti problemi che hanno colpito direttamente la mia famiglia, abbiamo deciso di riaprire, ma riducendo le attività e limitandoci al solo pranzo. Lo abbiamo fatto dando valore e spessore alle produzioni dell’Antica Lucania, alle nostre origini, e abbiamo avuto successo. Siamo grati, per questo traguardo, ai fornitori, persone straordinarie con valori che credevo non esistessero più. Abbiamo potuto mettere a disposizione di una platea molto ampia delle produzioni eccezionali che fanno parte della storia, delle tradizioni, delle origini, delle radici della nostra terra. A questo aspetto positivo si aggiungono quelli negativi, come ad esempio le condizioni generali che si sono venute a creare e la difficoltà del settore della ristorazione a livello nazionale. Altro aspetto da considerare è la mia difficoltà ad accettare l’andamento attuale, ovvero quello di essere presente con assiduità sul web, sui social, di fotografare in continuazione un piatto. Non è per me, a me piace avere il contatto con le persone. Questo fare attività spinto all’estremo, questa necessità del cosiddetto “effetto wow”, non fanno per me”.
Perché?
“Una volta passata la sorpresa, la moda, rimane una foto sui social e poi basta. Io ho sempre voluto il contatto con chi sedeva ai miei tavoli. Mangiare un piatto è un’esperienza di sensi, ed è questo che ho sempre voluto fare. Aggiungo, rispetto alla chiusura, numerose difficoltà date dalle normative che assimilano una microimpresa come la mia a una grande industria, che pongono delle difficoltà oggettive, così come la contribuzione o la tassazione”.
In questi 40 anni com’è cambiata la ristorazione?
“Moltissimo. C’è un miglioramento dal punto di vista delle tecnologie e della conservazione delle derrate alimentari. Sono migliorati i rapporti anche con gli organi di controllo, grazie ad approcci più collaborativi. Dall’altro lato c’è un’eccessiva necessità di spettacolarizzare, di presentare delle realtà, soprattutto sui social, che quando si vanno a verificare sono diverse da quelle effettive. E quindi si creano delle aspettative che poi vengono disattese. Sono cambiate anche la società e la famiglia. Una volta il Natale si passava a casa, oggi si prenota al ristorante. Un tempo i bambini si adattavano a ciò che dicevano i genitori, oggi, se il ristorante non ha cotoletta e patatine, non mangiano, soprattutto se non hanno un tablet in mano. Qualche settimana fa, nel mio locale, ho visto un bambino che leggeva un fumetto e mi sono quasi commosso. Un tempo andare al ristorante era anche sinonimo di convivialità con gli altri avventori, oggi ognuno è assorto dal proprio telefono. Infine, credo che stiamo perdendo le radici anche per quanto riguarda la tavola. Un ristorante di pesce del Cilento non può servire salmone, ad esempio”.
L’eredità di Giovanni Petrizzo e del Vecchio Mulino…
“La capacità di intrecciare rapporti umani. Parlare con l’ospite, capire i suoi gusti, preparare un piatto adatto a lui. Don Tonino Bella diceva: “vi amo tutti quanti, ad uno ad uno, non all’ingrosso”. E così ho sempre trattato i miei avventori”.
Per chiudere, possiamo dire “conosci te stesso”…
“Certo. Guardare al futuro, sì, ma senza dimenticare le radici. Dobbiamo riscoprire noi stessi e amare la nostra terra”.
La Commissione europea ha accertato in via preliminare che Instagram e Facebook, di proprietà di Metadi Mark Zuckerberg, hanno violato la legge sui servizi digitali (Dsa) per non aver identificato, valutato e mitigato con la dovuta diligenza i rischi legati all’accesso ai servizi da parte di minori di età inferiore ai 13 anni, limite minimo di accesso ai due social.
Mark Zuckerberg (Ansa).
Possibili sanzioni fino al 6 per cento del fatturato annuo
Secondo le autorità di regolamentazione dell’Ue, un bambino su dieci sotto i 13 anni usa Facebook o Instagram, in contrasto con le valutazioni interne di Meta. Questo perché, sostanzialmente, non ci sarebbe alcun controllo: i minori possono infatti inserire una data di nascita falsa in fase di registrazione e non c’è nessun meccanismo per verificare che le informazioni siano corrette. Se confermate, le violazioni potrebbero portare a sanzioni fino a un massimo del 6 per cento del fatturato annuo di Meta.
Le app di Facebook e Instagram (e WhatsApp) su uno smartphone (Ansa).
La replica di Meta alle constatazioni preliminari dell’Ue
Annunciando «misure aggiuntive che saranno introdotte a breve», Meta ha contestato le constatazioni preliminari dell’esecutivo Ue: «Abbiamo sempre chiarito che Instagram e Facebook sono destinati a persone di 13 anni o più e disponiamo di misure per individuare e rimuovere gli account di chi ha meno di questa età». Intanto, in diversi Stati membri dell’Ue sono sul tavolo piani per introdurre divieti di accesso ai social media per i minori di 15 anni.
Nessy Guerra, cittadina italiana originaria di Sanremo, madre di una bambina di tre anni, è stata condannata in Appello da un tribunale egiziano a sei mesi di carcere con l’accusa di adulterio. A denunciarla era stato l’ex marito, Tamer Hamouda, italo-egiziano. «Sono sconvolta, non me l’aspettavo. Ho paura di finire in carcere qui e temo di perdere la mia bambina. Sto solo cercando di proteggerla e di scappare da un uomo violento. Aiutatemi», ha detto Guerra in un’intervista al Corriere. «Nel luglio del 2024 ho divorziato da Tamer e lui non l’ha accettato. Mi ha denunciato per rapimento di minore, poi per avergli svuotato la casa e i conti in banca, accuse tutte archiviate». L’ultima è quella di adulterio, reato che in Egitto comporta il carcere. «Uno di questi presunti amanti ha negato tutto e ha detto di aver ricevuto minacce morali e psicologiche da parte del mio ex marito, eppure sono stata condannata lo stesso». Nella sentenza di primo grado, i giudici avevano richiamato una dichiarazione acquisita agli atti e ritenuta attendibile, nella quale un uomo ammetteva di aver avuto rapporti sessuali con lei nel marzo 2024. Elemento che il tribunale ha considerato decisivo per la condanna. Fra due settimane arriveranno anche le motivazioni della conferma in Appello, mentre lei vive con la paura di essere arrestata.
L’uomo è stato condannato in Italia per stalking, lesioni e maltrattamenti
«Ho interrotto la relazione anche per lei perché lui era violento, aveva manie di persecuzione e grazie alla mia avvocata ho scoperto che Hamouda è stato condannato in Italia per stalking, lesioni e maltrattamenti nei confronti di una precedente compagna. Il nostro Paese per tre volte ha chiesto l’estradizione, l’ultima volta a settembre scorso, ma non gli è stata concessa», ha aggiunto Nessy, che per paura è costretta a vivere in luoghi segreti e a cambiare spesso appartamento. La Farnesina ha reso noto che sta seguendo il caso: «È stato ripetutamente posto all’attenzione delle autorità egiziane dall’ambasciatore d’Italia al Cairo e dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ne ha discusso con il collega egiziano Badr Abdelatty».
Braccialetti reattivi che cambiano colore in presenza di sostanze alteranti nei drink: è il progetto promosso da La Crisalide in Rete APS, insieme ai Centri Antiviolenza gestiti dall’ente, al Comando Provinciale dei Carabinieri di Salerno, all’Ordine dei Farmacisti di Salerno, alla rete territoriale e al Dipartimento delle Dipendenze dell’ASL Salerno, con l’obiettivo di tutelare giovani e giovanissimi. Il progetto «Io mi proteggo – Braccialetti che proteggono, voci che contano» prevede, appunto, l’utilizzo di braccialetti reattivi capaci di cambiare colore in presenza di sostanze alteranti nei drink, affiancati da laboratori scolastici, Safe Corner durante gli eventi, percorsi di formazione per adulti e una chat anonima gestita da professioniste dei CAV. Un’iniziativa che afferma un principio semplice: la sicurezza non limita la libertà, ma la rende possibile. È prevista anche una campagna di sensibilizzazione, in coprogettazione con il Comando provinciale dei Carabinieri, su tutto il territorio della provincia di Salerno, che coinvolgerà non solo le scuole ma anche i luoghi della movida frequentati dai più giovani: un modo concreto per sensibilizzare e prevenire. «Il progetto “Io mi proteggo” è frutto di un percorso di monitoraggio sul territorio, ma anche delle segnalazioni raccolte dai nostri centri antiviolenza — ha dichiarato Roberta Bolettieri, presidente dell’associazione e responsabile del CAV Febe —. Non seguiamo solo donne adulte: abbiamo spostato il focus anche sulle giovani donne e sugli adolescenti. Sempre più spesso riceviamo segnalazioni, anche attraverso chat anonime, di ragazzi e ragazze che, in contesti di socialità, si sono trovati in situazioni di vulnerabilità». La presidente ha inoltre sottolineato che il progetto prevede «una serie di iniziative nei prossimi dodici mesi che coinvolgono non solo i centri antiviolenza e la parrocchia San Giuseppe Lavoratore, ma anche il Comando provinciale dei Carabinieri e il Dipartimento Dipendenze dell’ASL di Salerno. Il nostro obiettivo è fare prevenzione tra i più giovani, attraverso corner informativi e presìdi nei locali e negli eventi, offrendo strumenti che non creano allarmismo ma aumentano la sicurezza. Questi braccialetti consentono di verificare eventuali alterazioni nelle bevande e aiutano i giovanissimi e le giovani donne a vivere le serate in modo più consapevole». Fondamentale anche il sostegno di Don Nello Senatore, parroco e direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Matteo” di Salerno: «Si tratta di un obiettivo importante: mettere la donna al centro dell’attenzione è fondamentale, soprattutto in un momento storico complesso. Da un lato assistiamo a un’ampia riflessione sul femminicidio, dall’altro i casi continuano ad aumentare: un paradosso che deve far riflettere». Il contributo dell’Arma dei Carabinieri resta centrale. «Noi abbiamo una duplice funzione: preventiva e repressiva sul territorio. Sull’attività preventiva investiamo moltissimo, cercando ogni possibile soluzione per evitare che i reati vengano commessi», ha spiegato il maggiore Antonio Corvino. Come evidenziato dalla dottoressa Antonietta Grandinetti, è ancora difficile avere dati certi su questo fenomeno: «C’è molto sommerso, molta paura e vergogna. Intervenire con progetti di sensibilizzazione è il primo passo per far emergere il problema». La dirigente ha ricordato come il Dipartimento abbia rafforzato l’attenzione verso le pazienti donne, soprattutto in relazione all’uso di sostanze e ai comportamenti a rischio, attivando anche un ambulatorio per le malattie sessualmente trasmissibili e infettive, aperto a tutta la popolazione, e promuovendo azioni di prevenzione rivolte ai più giovani. «L’ultimo rapporto del Ministero della Salute — ha aggiunto — evidenzia come ragazzi tra gli 11 e i 16 anni siano sempre più esposti a dipendenze comportamentali, come l’uso eccessivo di cellulari e piattaforme online, che possono portare a forme di isolamento sociale. Strumenti che non vanno demonizzati, ma certamente monitorati». Infine, Aldo Addesso, consigliere dell’Ordine dei Farmacisti di Salerno, ha spiegato il funzionamento dei dispositivi: «Il braccialetto, realizzato in carta reattiva, è in grado di riconoscere sostanze con effetto sedativo, tra cui quelle comunemente note come “droga dello stupro”. A contatto con il liquido della bevanda cambia colore in presenza di sostanze stupefacenti, offrendo così un primo strumento di prevenzione». er.no
Durante la cena di Stato per re Carlo III, Donald Trump ha affermato che gli Stati Uniti hanno «sconfitto militarmente» l’Iran, aggiungendo: «Non permetteremo mai a quell’avversario di dotarsi di un’arma nucleare». La replica di Teheran non si è fatta attendere. «Per noi la guerra finita non è finita con il cessate il fuoco», ha detto il portavoce dell’esercito iraniano Mohammad Akraminia: «Non ci fidiamo degli Stati Uniti e dei nostri nemici. Abbiamo continuato ad aggiornare la nostra lista di bersagli come quando gli attacchi erano in corso. Abbiamo continuato l’addestramento e usato l’esperienza della guerra e abbiamo sia prodotto che aggiornato i nostri equipaggiamenti. Per noi la situazione è ancora di conflitto».
Trump vuole continuare a oltranza il blocco navale dei porti iraniani
Tutto lascia pensare che, in fondo, sia Trump a voler la fine dei combattimenti, più che Teheran: la guerra in Medio Oriente è infatti costata tantissimo agli Stati Uniti (circa un miliardo di dollari al giorno) e, secondo più fonti, il conflitto ha prosciugato le scorte di missili americani. Il Wall Street Journal scrive che, in recenti incontri nella Situation Room, è stato deciso di continuare a comprimere l’economia e le esportazioni di petrolio di Teheran con un blocco navale a oltranza dei porti iraniani, anziché riprendere i bombardamenti o ritirarsi dal conflitto, opzioni che comporterebbero rischi maggiori. L’Iran, intanto, ha inviato una lettera al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite denunciando la «pirateria statunitense».
Trump col mitra in un’immagine postata si Truth.
Trump risponde all’Iran pubblicando un’immagine in cui imbraccia un mitra
Dopo la risposta di Teheran, Trump ha replicato postando un’immagine su Truth in cui lo si vede imbracciare una mitragliatrice, mentre sullo sfondo è in corso un bombardamento – evidentemente – sulla Repubblia Islamica: «L’Iran non riesce a darsi una regolata. Non sanno come firmare un accordo sul nucleare. Farebbero meglio a darsi una svegliata in fretta! Basta fare il bravo ragazzo».
La situazione finanziaria del Comune deve essere davvero traballante se è vero, come è vero, che il Commissario Prefettizio ha di recente ritenuto di inasprire ulteriormente l’imposizione ritoccando al rialzo alcune voci delle entrate. Per di più, sull’argomento si leggono quotidiane dichiarazioni preoccupate dei candidati alle prossime elezioni, non si sa fino a che punto pienamente consapevoli del problema, e pure di coloro che hanno governato la Città per anni e, dopo averne ufficializzato il pre-dissesto con l’adesione al decreto aiuti, propongono oggi salvifiche azioni di riequilibrio. Comunque sia, ai cittadini è consentito solo di prendere atto del dramma e rassegnarsi in silenzio. Epperò, qualcosa è pure giusto dire quando, come di recente, il contributo alla mensa scolastica viene esteso alle famiglie con ISEE 0, sì proprio ZERO, mentre ad altre si offrono spettacoli teatrali del costo di 5,5milioni di euro a fronte di un contributo biglietti di appena 500mila euro. Il 10%. Viene il dubbio che equità e coesione sociale non siano un obiettivo per l’Ente. All’atto della nomina del Commissario-traghettatore, da più parti fu espresso l’auspicio di un intervento volto alla puntuale revisione del Bilancio per verificare il rispetto della normativa e l’applicazione rigorosa dei principi contabili. In effetti, qualche perplessità non era mancata, in passato, sulla certezza delle poste più significative tra quelle utilizzate per il calcolo del Disavanzo di Amministrazione, massimo indicatore dello stato di salute dell’Ente. Ora, dopo la lettura del Consuntivo 2026, di recente deliberato dal Commissario, neppure manca qualche delusione per la conferma della sua usuale impostazione. Per questo, benché non sia agevole discutere dell’argomento in poche righe, è opportuno tentare di capirci qualcosa in termini semplici e sintetici. Ovviamente, nella veste di apprendisti, è d’obbligo fare salvo ogni errore. Va preliminarmente sottolineato che il Disavanzo è il risultato della somma algebrica tra il saldo di Cassa + i Crediti da riscuotere – i Debiti da pagare. I Crediti sono le somme dovute dai cittadini, non corrisposte nell’anno, per l’imposizione locale, i canoni, i fitti, le multe e altro, nonché quelle per i contributi concessi e non versati da Regione, Governo e da qualsiasi altro soggetto, per i mutui residui da incassare, per i recuperi di spese anticipate conto terzi e così via. I Debiti sono le spese non ancora sostenute per le attività svolte. Questo saldo, necessariamente positivo, perché sarebbe un disastro se negativo, si definisce Risultato di Amministrazione ed esprime la ricchezza in eccesso utilizzabile per la crescita dei servizi o il miglioramento della loro qualità. Epperò, essa non può considerarsi interamente destinabile poiché, se i debiti dovranno essere pagati in quanto frutto di impegni certi, non è detto che i crediti saranno puntualmente riscossi, soprattutto quelli nei confronti dei cittadini. Così, il Risultato di Amministrazione deve essere depurato da una quota di mancate entrate tributarie, calcolata con criteri che qui non è il caso spiegare, da somme da accantonare per il rimborso di debiti finanziari pregressi e da possibili esborsi connessi a rischi potenziali. Quello che resta, se positivo, costituisce l’Avanzo di Amministrazione davvero disponibile. Se, però, le quote elaborate eccedono il Risultato di Amministrazione, si è in presenza di un Disavanzo da ripianare con maggiori entrate e/o riduzioni di spese. Bene. Il Comune di Salerno ha oggi un Disavanzo residuo di -100milioni di euro che si è impegnato ad azzerare entro il 2044 con il prevalente ricorso all’imposizione e alla vendita di beni pubblici. Ad oggi, comunque, la situazione non dovrebbe essere fonte di preoccupazioni per tre precise motivazioni già oggetto di riflessione (su queste pagine il 23 scorso) e. precisamente: – la tabella del piano di rientro risulta pienamente rispettata; – il Governo ha concesso un contributo in rate annuali per residui 64milioni, fino al 2033, così che il Disavanzo effettivo è di ‘appena’ 36milioni (100-64)); – a fine 2025 nelle casse del Comune c’era un importo ‘mostruoso’ di 85.231.213,35. A questo punto, una domanda è ovvia: “quale anomalia può giustificare le apprensioni per il futuro?” Ovviamente, ci possono essere cause diverse ma, alla luce dei tre punti appena riferiti, quella che può meritare la maggiore attenzione sembra da riferire alla qualità dei Crediti, cioè dei Residui attivi, poiché, laddove non fossero incassabili in tutto o in parte, risulterebbe del tutto ‘falsato’ sia il calcolo del Disavanzo che l’intero piano di rientro. Per questo, volendo comprendere il senso delle cose, si deve analizzare questa componente a fine 2025. Prima, però, è indispensabile una premessa: la Corte dei Conti, con più sentenze, ha stabilito che i crediti dell’ultimo biennio possono essere riportati senza alcuna attestazione in merito alla loro ‘vitalità’, quelli dai tre ai cinque anni hanno bisogno della giustificazione e quelli oltre i cinque anni debbono essere cancellati senza pietà. Del resto, già l’Agenzia delle Entrate azzera in automatico le cartelle oltre i cinque anni se non azionate e, quindi, sostanzialmente prescritte. Inutile andare oltre perché la materia è davvero indigesta. A questo punto, la prima cosa da osservare è che, da un decennio e forse più, l’altezza annuale dei Residui Attivi oscilla stabilmente tra i 420 e i 470milioni di euro. Un importo straordinario che agisce in termini molto positivi sul calcolo del Disavanzo. E, questa, sarebbe già un’anomalia. Poi, entrando nel dettaglio, si rileva che il totale a Dicembre scorso era pari a 457,1milioni, di cui 155,0 in scadenza quest’anno per prescrizione. Quello che sorprende di più è la loro composizione: Tari per 92,0milioni, di cui 40,2 in scadenza; Imu per 50,0milioni, di cui 16,3 c.d.; Multe per 48,3milioni, di cui 36,0 c.d.; Fitti/sanzioni per 5,4miliioni, di cui 1,4 c.d.; Canoni pubblicità per 1,0milioni, tutti in scadenza. Sono le poste più consistenti che, comunque, se fossero incassate potrebbero spingere il Comune a offrire il caffè ai cittadini. Va aggiunto che nel 2025 sono stati già ‘cancellati’, perché inesigibili, crediti per Imu pari a 15,6milioni; per Tari pari a 20,3milioni; per Multe pari a 38,5milioni e altro ancora (fonte: Relazione al Bilancio). In totale, è stata azzerata una ‘ricchezza’ di 79,7milioni di mancati incassi. Una montagna di numeri ‘vuoti’. Ovviamente, adesso vien da chiedere se quelli rimasti sono davvero vivi, anche in relazione ad alcune informazioni di stampa su presunte criticità nell’azione di riscossione. Tuttavia, non è finita qui, perché ci sono pure Crediti inspiegabili: un mutuo impianti sportivi di 2,1milioni dal 1989(!); alcuni contributi Statali per il nuovo Tribunale di 14,3milioni dal 1993(!) al 2015; il recupero di somme anticipate a terzi per 350mila euro dal 2011 e 2013(!); i contributi della Regione per il Premio Charlot per 868mila euro dal 2018(!); due contributi Scabec per 175mila euro dal 2019-2021-2022; l’utile da partecipate per 3,5milioni dal 2023; le somme anticipate a Salerno Pulita e Autorità Portuale per 1,8milioni dal 2023; i proventi del campo fotovoltaico di Eboli per 9,9milioni dal 2023. Impossibile proseguire, perché le causali sono decine e decine in centinaia di pagine. Per questo, la ricostruzione è riportata con ogni riserva. E, in definitiva: “perché queste somme, certificate e pubbliche in massima parte, non sono state incassate?” E’ evidente che non potendo far ricorso a nuovo indebitamento per pagare le spese correnti, la mancata riscossione dei Crediti può imporre solo la crescita degli incassi, anche mettendo una ‘tassa’ sul pranzo dei bimbi per le famiglie con ISEE da 0 a 6.000euro. Redditi da fame inadeguati a pagare la fame. Nel periodo di transizione sono stati deliberati, e lo sono tuttora, provvedimenti di vario genere nell’interesse dei cittadini. Di certo, sarebbe stato giusto pure approfondire la faccenda dei Residui attivi, perché anche questo è un interesse dei cittadini. La Comunità non può essere considerata solo spettatrice pagante dalla quale attingere per ripianare le conseguenze di scelte perverse e inique fatte negli anni e pure dichiarate a suo beneficio. Dire la verità sul Bilancio sarebbe un modo per testimoniare la partecipazione emotiva ai sacrifici almeno della componente più debole. Una prova di amore. Salerno ha davvero bisogno di amore. *Ali per la Città
E’ giunto il momento di scendere in campo per il secondogenito di Edmondo Cirielli: il 22enne Renato si schiera nella lista di Fratelli d’Italia a Cava dè Tirreni a sostegno del candidato sindaco del centrodestra Raffaele Giordano. Un battesimo del fuoco nella politica locale dopo l’esperienza formativa in “Gioventù Nazionale”, un trampolino di lancio e banco di prova fondamentali per testare le capacità di un giovane che si è già distinto come pilota militare dell’Accademia Aeronautica di Pozzuoli.
Renato Cirielli scende in campo con Fdi a Cava. Con quale obiettivo?
“Con un obiettivo molto chiaro: dare voce a una generazione di cavesi che oggi nelle stanze in cui si decide non è rappresentata. Scendo in campo con Fratelli d’Italia perché in questi anni, anche grazie al lavoro che porto avanti con Gioventù Nazionale, ho visto un partito che ha saputo costruire una proposta seria e radicata, con persone che si formano e che si mettono al servizio. A Cava voglio portare esattamente questo metodo: studio, presenza, concretezza. Non una candidatura simbolica, ma un impegno fatto di proposte verificabili e di lavoro in mezzo alla gente”.
Centrodestra unito a Cava. È questa la ricetta vincente?
“L’unità del centrodestra e dell’area civica a Cava non è una formula politica, è una necessità. La nostra città ha bisogno di una squadra di governo coesa, capace di tenere insieme esperienza amministrativa e rinnovamento. La forza di questa coalizione sta nel fatto che ciascuna sensibilità porta il proprio contributo a un progetto comune, senza protagonismi. Ai cavesi interessa sapere che chi siede in Comune lavora davvero, e che lo fa insieme. Questa è la ricetta vincente, e a Cava abbiamo l’occasione di dimostrarlo”.
Cosa lascia l’amministrazione Servalli?
“Lascia una città che, oggettivamente, ha rallentato. Una macchina comunale stanca, con una carenza di organici che pesa su uffici fondamentali per cittadini e imprese. Una mobilità che non risponde più ai bisogni reali, un centro storico che fatica, un settore artigiano che chiede attenzione e non l’ha trovata. Sul fronte sicurezza e gestione della movida, problemi noti da anni che non sono stati affrontati con il coraggio necessario. E soprattutto lascia una distanza crescente tra istituzioni e giovani: troppi nostri ragazzi non vedono più Cava come una città in cui costruire qualcosa. Questo è il dato più grave, ed è da qui che bisogna ripartire”.
Dovesse essere eletto, qual è il suo impegno per Cava?
“Il mio impegno è semplice e voglio metterlo nero su bianco: presenza, ascolto e concretezza. Sarò un consigliere che studia i dossier, che sta in mezzo alla gente, che porta in aula proposte verificabili e non slogan. Mi concentrerò in particolare su tre fronti: politiche giovanili e lavoro, con un sostegno reale all’artigianato cavese e un ponte vero tra scuola, formazione e impresa; mobilità, con un potenziamento del trasporto pubblico e tariffe calmierate per studenti e giovani lavoratori; sicurezza urbana e una gestione finalmente seria della movida. Risponderò del mio operato ogni giorno, non solo alla prossima campagna elettorale”.
Le priorità per Cava per tornare ai vertici in provincia di Salerno.
“Cava ha tutto per tornare a essere una città di riferimento: storia, posizione, capitale umano, un tessuto produttivo e artigiano che altrove si sognano. Ciò che è mancato negli ultimi anni è una visione che mettesse a sistema queste risorse. Le priorità sono chiare: rimettere in piedi la macchina comunale risolvendo il problema degli organici, perché senza personale non si fa nulla; investire seriamente sui giovani, sul lavoro e sull’artigianato per fermare la fuga di talenti; rendere Cava una città che si muove, che è sicura, che è viva anche di sera. Non si torna ai vertici con i proclami.
Si torna con il lavoro quotidiano. Ed è esattamente quello che intendo fare”. Pensiero da veterano della politica, con lo spirito giovanile che incarna la voglia di fare tipica dell’età. Ingredienti che basteranno al giovane Cirielli per vedere scritto il suo nome sulle schede elettorali da parte di centinaia di elettori cavesi. La partita è appena iniziata.
Esiste un confine sottile, quasi impercettibile, che separa il sacrosanto diritto di cronaca dalla necessità di tutelare chi, con fatica e competenza, custodisce i tesori della nostra città. È un confine che oggi sentiamo il dovere di ricalcare con precisione chirurgica, per sgombrare il campo da ogni possibile equivoco nato all’indomani delle nostre rivelazioni sull’ultimo spot elettorale di un giovane candidato. Parliamo dei Giardini della Minerva, un luogo che non è semplicemente un “sito turistico”, ma il cuore pulsante della storia medica e botanica dell’Occidente, un’eccellenza che la gestione dell’Associazione Erchemperto ha trasformato in un modello di rigore e valorizzazione riconosciuto a livello internazionale. È bene chiarirlo subito, a scanso di ulteriori interpretazioni distorte: la nostra inchiesta non ha mai mirato a colpire chi quei giardini li cura e li protegge, ma chi ha pensato di trasformarli, con la consueta sfacciataggine, nell’ennesimo set cinematografico a costo zero per la propria scalata al Consiglio comunale. Le precisazioni giunte dall’Associazione Erchemperto, che ha tenuto a ristabilire la verità dei fatti in merito a una presunta “mancanza di controllo”, sono non solo legittime, ma necessarie – e infatti il nostro pezzo ne ha parlato, definendo l’associazione “inattaccabile”. È evidente che dinanzi a un visitatore che estrae uno smartphone per registrare pochi secondi di video sull’uscio del Giardino, nessun sistema di vigilanza può trasformarsi in polizia doganale preventiva. Ed è proprio qui che risiede il cuore del problema, che non è gestionale, ma squisitamente etico e politico. Il fatto che il filmato sia stato realizzato “sull’uscio” e duri “pochi secondi” non attenua la gravità dell’atto, anzi, ne definisce perfettamente la cifra stilistica. Siamo di fronte a un candidato che, consapevole di quello che sta facendo, sceglie la via del blitz, dell’incursione furtiva tra le piante officinali per rubare uno sfondo di prestigio alla propria vacuità programmatica. Se l’associazione Erchemperto conferma di non aver mai ricevuto alcuna richiesta formale di riprese per fini elettorali, la domanda non va posta al gestore, ma al protagonista dello spot: con quale credibilità ci si propone di amministrare la cosa pubblica se il primo atto di “amore per il territorio” consiste nel violare le prassi di autorizzazione che ogni altro cittadino, associazione o professionista è tenuto a rispettare? Il tentativo di trasformare i Giardini della Minerva in un selfie-point elettorale abusivo è l’ennesima puntata di una serie che abbiamo già visto andare in onda tra le mura della ex Casa del Combattente, come già ribadito. È il modus operandi di chi si sente impunibile perché abituato a muoversi in quella zona grigia dove i protocolli scaduti e le “accoglienze” nei salotti bene sostituiscono il diritto. Laddove il Commissario Prefettizio aveva chiaramente indicato di non vietare gli spazi comunali per fini elettorali, a patto di seguire procedure trasparenti, il nostro candidato ha preferito ancora una volta la politica del fatto compiuto. È più facile rubare un’immagine sull’uscio che esporsi al rischio di un diniego formale o, peggio ancora, all’obbligo di pagare un canone per l’uso commerciale e politico di un bene pubblico. La strumentalizzazione dei Giardini della Minerva è un atto che ferisce la città due volte. La prima, perché svilisce un bene culturale di inestimabile valore riducendolo a mera “location” per spot di basso profilo. La seconda, perché espone chi gestisce il sito a polemiche che non merita e che ci guardiamo bene dal far proseguire. L’associazione Erchemperto ha ragione nel rivendicare la propria serietà: la loro gestione ha restituito a Salerno un gioiello che per anni è stato un segreto per pochi. Proprio per questo, vedere quegli stessi spazi utilizzati da chi calpesta le regole elementari della convivenza istituzionale è un affronto alla serietà di chi lavora. Non è il titolo “sparato” in prima pagina a offendere il Giardino, ma la presenza di chi pensa di poterlo usare a proprio piacimento senza nemmeno inviare una mail di cortesia. L’impunità di cui gode questo personaggio sembra nutrirsi del silenzio assenso di un Comune che, come sottolineato dallo stesso gestore, dovrebbe essere il primo interessato a vigilare. Se la proprietà – il Comune di Salerno – non interviene per sanzionare o quanto meno censurare l’uso improprio dei suoi beni più preziosi, diventa complice di questo Far West propagandistico. Salerno corre il rischio concreto di diventare un set a disposizione del primo candidato di passaggio che, forte di una protezione che viene da lontano, decide di ignorare deliberatamente i gestori e i regolamenti. Mentre il giovane candidato continua la sua recita, parlando di motivi per restare a Salerno, noi ne troviamo uno inattaccabile per pretendere un cambio di passo: il rispetto per il patrimonio storico e per chi lo gestisce. I Giardini della Minerva non sono l’uscio di casa sua e la città non è un fondale di cartapesta. Gratificare il ruolo strategico di questo sito significa anche proteggerlo dalle brame di chi cerca una scorciatoia mediatica per nascondere la mancanza di titoli. Chi ha abusato di quello spazio, anche solo per pochi secondi, ha dimostrato di non avere il senso delle Istituzioni. Ed è proprio per questo che la verità va ribadita con forza: non c’è “coworking”, non c’è “studio” e non c’è “breve video” che possa sanare la mancanza di rispetto verso una città che merita molto di più di un candidato che scambia la bellezza pubblica per un bene personale da saccheggiare per un pugno di like. Chi deve agire, agisca, perché il tempo delle sitcom è finito e la pazienza dei salernitani, davanti a tanta arroganza, è ormai al limite.
Per l’ex direttore dell’Fbi James Comey è stato emesso un mandato d’arresto con l’accusa di «minaccia alla vita e all’integrità fisica del presidente degli Stati Uniti» Donald Trump. Lo ha annunciato il ministro della Giustizia ad interim Todd Blanche. Comey, nominato da Barack Obama e confermato dal tycoon durante il suo primo mandato, è stato accusato per un post sul Instagram di un anno fa in cui si vedeva una serie di conchiglie a formare i numeri “86 47“, accompagnata dal commento «una curiosa formazione di conchiglie durante la mia passeggiata in spiaggia». Nel gergo della ristorazione, il numero “86” indica l’atto di eliminare o rimuovere definitivamente una voce dal menu, mentre il “47” farebbe riferimento, secondo le accuse, al 47° presidente Usa, Trump.
Il post Instagram.
I capi di imputazione
Il post, poi cancellato da Comey con la giustificazione di «non essersi reso conto che alcune persone associano quei numeri alla violenza» e di essere «contrario alla violenza di qualsiasi tipo», fu subito interpretato dai repubblicani come una minaccia contro The Donald. Di qui la mossa di un gran giurì del Distretto orientale della North Carolina che, martedì 28 aprile 2026, ha emesso un atto d’accusa per due capi d’imputazione. Il primo è di aver minacciato con consapevolezza e volontà «di uccidere e di infliggere lesioni fisiche» al presidente americano, mentre il secondo è di «aver trasmesso consapevolmente e volontariamente una comunicazione interstatale contenente una minaccia di morte» a Trump.
Comey: «Non finirà qui, sono innocente»
Dal canto suo, Comey ha ribadito la sua innocenza e si è detto fiducioso che sarà scagionato in tribunale in un video pubblicato su Substack: «Non finirà qui. Tuttavia, per quanto mi riguarda, nulla è cambiato. Sono ancora innocente. Non ho ancora paura. E continuo a credere nell’indipendenza della magistratura federale. È però fondamentale che tutti noi ricordiamo una cosa, che questo non è il modo in cui il dipartimento di Giustizia dovrebbe operare. La buona notizia è che, giorno dopo giorno, ci avviciniamo sempre più al ripristino di quei valori. Non perdete la speranza».
Il ministero della Giustizia non aveva chiesto alla procura generale di Milano di fare indagini all’estero in vista della possibile grazia per motivi umanitari da concedere a Nicole Minetti. Come spiega Repubblica, Via Arenula aveva inviato ai magistrati solo un modulo nel quale non c’era alcun riferimento a eventuali accertamenti fuori dall’Italia, in questo caso particolare in Uruguay e negli Stati Uniti.
Giuseppe Cipriani (Imagoeconomica).
Le ombre sull’adozione del bambino in Uruguay
Ora, su input del Quirinaleche ha chiesto approfondimenti, c’è da capire (con colpevole ritardo) ogni passaggio dell’adozione del minore, compresa la contrarietà dei genitori biologici che non l’avrebbero abbandonato alla nascita. L’Uruguay, peraltro, non è un Paese con cui l’Italia ha un trattato sulle adozioni internazionali. E Minetti non è nemmeno sposata con Giuseppe Cipriani: altro elemento che avrebbe dovuto suggerire cautela al ministero della Giustizia, che raramente ha aperto un’istruttoria per la grazia nei confronti di una persona che non è in custodia cautelare. E poi c’è l’intervento chirurgico subito dal bimbo a Boston, dopo il supposto parere contrario di due ospedali italiani che, però, hanno smentito di averlo avuto come paziente. C’è inoltre da capire che tipo di feste venissero organizzate nella tenuta in Uruguay di Cipriani, citato negli Epstein Files. Altro aspetto sotto la lente d’ingrandimento le circostanze della morte dei due avvocati della famiglia d’origine del bambino, di cui ha scritto Il Fatto Quotidiano. «Potremmo anche ammettere di non essere stati perspicaci», ha detto la procuratrice generale Francesca Nanni. Sul caso è stata attivata «con massima urgenza» anche l’Interpol. Saranno acquisiti documenti dall’Uruguay anche in merito a eventuali procedimenti penali.
Giorgia Meloni e Carlo Nordio (Imagoeconomica).
Meloni esclude le dimissioni del ministro Nordio
Intanto il ministro Carlo Nordio è sempre più sotto pressione. Ieri il Guardasigilli è stato ricevuto a Palazzo Chigi dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano per un colloquio che non sarebbe legato al caso-Minetti, bensì già previsto «per questioni pregresse». Le opposizioni sono tornate a invocare le dimissioni di Nordio, già indebolito dall’addio forzato della sua (ex) capo di gabinettoGiusi Bartolozzi, che però sono state escluse categoricamente dalla premier Giorgia Meloni: «Il ministero non ha strumenti per operare indagini, il ministero si avvale della magistratura e la magistratura della polizia giudiziaria. Come fa il ministero ad avere più informazioni di chi fa indagini?».
In merito all’avanzamento dell’iter amministrativo per l’edizione 2026/2027 delle Luci d’Artista — con il recente via libera al progetto esecutivo — interviene Gherardo Maria Marenghi, candidato sindaco per la coalizione di centrodestra. «Le Luci d’Artista sono una manifestazione che da anni continua a far discutere e, spesso, a dividere l’opinione pubblica tra favorevoli e contrari. Proprio per questo motivo — sottolinea Marenghi — credo sia arrivato il momento di aprire una riflessione seria, approfondita e non ideologica su costi, gestione e prospettive future dell’evento». «Non possiamo più permetterci sprechi né una riproposizione automatica dello stesso modello — afferma —. Serve un deciso cambio di passo: è necessario rinnovare l’evento, innovarlo nei contenuti e renderlo realmente sostenibile sotto il profilo economico, garantendo al tempo stesso una gestione trasparente ed efficiente delle risorse pubbliche. Le Luci devono tornare a essere un’opportunità, non un elemento di criticità nei conti dell’ente». Il candidato sindaco pone quindi l’accento sulla necessità di superare una visione limitata a un singolo appuntamento: «Il vero salto di qualità consiste nel costruire una programmazione culturale e turistica strutturata e distribuita durante tutto l’anno. Salerno deve diventare una città viva in ogni stagione, non solo nel periodo natalizio. Anche i mesi estivi e quelli di bassa stagione devono essere valorizzati attraverso iniziative nuove, diversificate e capaci di attrarre visitatori in maniera continuativa, generando ricadute economiche diffuse». Grande attenzione viene riservata anche al coinvolgimento di tutte le aree della città: «Negli ultimi anni intere zone, come la fascia orientale e i rioni collinari, hanno vissuto una condizione di marginalità rispetto ai grandi eventi. Questo non è più accettabile. È fondamentale progettare iniziative diffuse, che restituiscano centralità a tutti i quartieri, evitando che alcune aree si sentano escluse o isolate. Una città cresce davvero solo quando cresce in modo equilibrato». Marenghi insiste inoltre sulla necessità di un metodo amministrativo più partecipativo: «È indispensabile aprire un confronto strutturato e permanente con tutte le associazioni di categoria, sia del commercio sia del comparto turistico. Solo attraverso il dialogo, l’ascolto e la condivisione delle scelte si possono costruire politiche efficaci, capaci di coniugare qualità, sostenibilità e sviluppo reale. Le decisioni calate dall’alto non bastano più». «Il nostro obiettivo — conclude — è voltare pagina: meno sprechi, più visione strategica, maggiore equilibrio territoriale e una città protagonista dodici mesi l’anno, capace di valorizzare le proprie eccellenze senza disperdere risorse». Intanto, il candidato sindaco del centrodestra, Gherardo Maria Marenghi — sostenuto dalle liste Fratelli d’Italia, Lega (Prima Salerno), Noi Moderati e Forza Italia — effettuerà nella giornata di oggi, alle ore 17, un sopralluogo presso il pattinodromo comunale “Tullio D’Aragona” di Salerno, lato ingresso. Nel corso dell’iniziativa illustrerà alla cittadinanza e agli organi di informazione la propria proposta di rinnovamento e riqualificazione dell’intera area, con l’obiettivo di restituire funzionalità e decoro a uno spazio pubblico strategico per il quartiere. Il sopralluogo rappresenterà anche un momento di ascolto e confronto diretto con i cittadini, nel segno di un programma amministrativo orientato alla concretezza, alla partecipazione e alla rigenerazione reale degli spazi urbani.
Il secondo capitolo de Il diavolo veste Prada, 20 anni dopo, ci offre un ritratto spietato sulla trasformazione del mondo dell’editoria e sulle difficoltà estreme delle vecchie generazioni ad adattarsi all’universo digitale, dove influencer e content creator hanno spazzato via interi giardinetti di competenze.
Ce n’è un po’ per tutti. Sia per quel giornalismo duro e puro che in tempi grami come questi non disdegna di scendere a compromessi, mettendo da parte gli ideali di gioventù; sia per il mondo dell’editoria dei femminili, quello dominato per decenni da Vogue & co., che invece non detta più le tendenze, non intercetta investimenti pubblicitari come una volta, e deve lottare per sopravvivere tra social, visualizzazioni e viralità.
Meryl Streep interpreta Miranda Priestly.
Prima la shitstorm, poi la rabbia degli investitori pubblicitari
Runway, la rivista di fashion guidata da Miranda Priestley (Meryl Streep), viene travolta da una shitstorm sui social perché ha pubblicato un articolo elogiativo dedicato a un’azienda che, invece, si scopre essere disinvolta sfruttatrice della manodopera. Pure gli investitori pubblicitari chiedono una sorta di risarcimento per lo scandalo che ha colpito Runway, e in particolare Dior, il cui business retail è ora guidato da Emily (Emily Blunt), l’antica assistente di Miranda.
Emily Blunt.
Messa alle strette sui due fronti (contenuti editoriali e raccolta adv), la casa editrice di Runway decide di chiamare Andrea (Anne Hathaway) come responsabile dei contenuti editoriali, poiché nel frattempo l’ex ragazza del 2006 è diventata un’apprezzata giornalista che vince premi ma che è appena stata licenziata, insieme a tutta la redazione, dal quotidiano Guardian. Miranda, con un inatteso bagno di umiltà, è d’altro canto costretta ad andare a trattare con gli investitori pubblicitari, Emily compresa.
Anne Hathaway.
«In quanti hanno cliccato sull’articolo? Non è diventato virale»
Possiamo quindi usare alcuni touchpoint della sceneggiatura del film, in sala dal 29 aprile, per allargare il discorso a un’analisi del settore fashion ed editoriale. Innanzitutto, i pur brillanti articoli di Andrea, nuova responsabile contenuti, hanno sul web un buon numero di commenti da parte della élite, ma… «in quanti hanno cliccato sull’articolo? Quante visualizzazioni ha fatto? Non è diventato virale», è il cinico commento dell’editore di Runway.
La Miranda del 2006 governava gli eventi, li determinava. Quella del 2026 è più passiva, li subisce, non detta più le regole, accetta senza fiatare le condizioni poste dagli investitori pubblicitari: «A risarcimento dello scandalo ci farete tre pagine di servizi e poi un’intervista celebrativa dedicata alla nostra nuova sede», le dice Emily. E a chi prova a chiedere a Miranda di essere un po’ meno accondiscendente, la direttrice risponde: «Abbiamo bisogno degli investimenti pubblicitari, il numero di Runway di settembre pare un filo interdentale», lasciando intendere che mancano le pagine pubblicitarie e la foliazione è ridotta al minimo.
Che fatica adattarsi alle nuove regole woke su diversity e body shaming
Lei, d’altronde, ragiona ancora guardando quasi solo all’edizione cartacea, percepisce come svilenti tutte le variazioni editoriali sul digitale, e quando partecipa alle riunioni in cui viene sommersa dai dati su metriche e visualizzazioni si annoia tremendamente. Fa anche molta fatica ad adattarsi alle nuove regole woke in tema di diversity e body shaming: «Ho detto ragazza grassa del New Jersey. Cos’è che non si può dire? Non posso dire che è del New Jersey?».
La locandina del film.
Ecco quindi emergere un suo gap sia tecnologico sia culturale con i nuovi standard dell’editoria. Nel passaggio generazionale dal vecchio proprietario, appassionato di editoria, a suo figlio, molto meno a suo agio tra redazioni e menabò, si evidenzia ancor di più il cambio di passo: i consulenti di McKinsey chiedono di tagliare i costi un po’ ovunque, e, preferibilmente, di vendere la società.
Convocazione nella mensa aziendale: ma chi l’ha mai vista?
Miranda è costretta a viaggiare da New York a Milano in economy e non più in business; vengono abolite le macchine con autista e si caldeggia l’utilizzo di Uber; il nuovo editore convoca Miranda alla mensa aziendale, «ma lei non ha mai messo piede in quel piano dell’azienda, non sapeva neppure che esistesse una mensa aziendale», dice il suo art director Nigel (Stanley Tucci), che poi ricorda i bei tempi in cui «per fare questo servizio potevo andare in Africa tre mesi col fotografo Richard Avedon. Ora vanno bene tre giorni in una location periferica di Brooklyn».
Stanley Tucci e Anne Hathaway nel film.
Quindi che fine farà l’editoria? Beh, non ci sono molte strade, come racconta il film. O ci si rifugia in modelli di grande successo tipo l’Economist o il New York Times, con grandi gruppi dove però un manipolo di azionisti illuminati conserva azioni di classe B, non contendibili, per governare l’indirizzo editoriale delle attività; oppure si trova un miliardario appassionato che compra e lascia mano libera a direttori e giornalisti. L’antica formula dell’imprenditore che si compra i media non per il business in sé, ma per appoggiare e fare lobbying a favore delle altre sue attività sembra invece avere i giorni contati (in Italia, tuttavia, sembra essere un grimaldello che va ancora di moda).
«Il primo iPhone è stato in qualche modo l’inizio della fine»
Di sicuro la rivoluzione che si è abbattuta sull’editoria è stata anche la molla per avviare, 20 anni dopo, la realizzazione del sequel de Il diavolo veste Prada. Come spiega infatti il regista di entrambi i film, David Frankel, «il mondo del giornalismo cartaceo è cambiato. Tutto il mondo è cambiato. Per mettere le cose in prospettiva, il primo iPhone è uscito soltanto un anno dopo il primo film e penso che quello sia stato in qualche modo l’inizio della fine. Mentre vedevamo il mondo del giornalismo cartaceo sempre più in declino anno dopo anno, ci sembrava sensato esplorare questo cambiamento e sviluppare una storia in cui questi personaggi finissero nuovamente per interagire. Volevamo esplorare i compromessi a cui loro devono scendere per mantenere le proprie carriere. Se il primo film era un romanzo di formazione in cui una giovane donna (Anne Hathaway, ndr) scopriva il proprio posto nel mondo, il sequel parla di una donna matura che affronta tutte le scelte che ha compiuto nella propria vita».
Anne Hathaway e Meryl Streep.
Insomma «il cambiamento è ovviamente qualcosa che tutti noi sperimentiamo nelle nostre carriere professionali, e il modo in cui lo affrontiamo è una priorità assoluta; è una sfida che tutti i nostri personaggi devono superare, ma per Miranda la parola chiave era eredità, heritage. Come si fa a mantenere in vita qualcosa quando la sua influenza e la sua importanza culturale stanno svanendo? Come far sì che una testata che è chiaramente un heritage continui ad avere un significato per le persone? Si tratta anche della sua eredità personale. Se questo è ciò che ha fatto nella sua vita, lei deve trovare come vorrebbe che le persone ricordassero i suoi successi una volta che avrà smesso di farlo».
«Sono cambiate così tante cose nel mondo dell’editoria…»
Anche per Meryl Streep il cambiamento dell’editoria è stato lo spunto fondamentale per convincerla a interpretare il sequel: «Il motivo per cui oggi il film ha senso è che sono cambiate così tante cose nel mondo delle riviste, in quello dell’editoria e nel giornalismo in generale. Il settore si è praticamente dissolto, al punto che tutti stanno cercando di capire come farlo funzionare. Ed è in quell’atmosfera che entrano in gioco la tensione e la trama, e vengono messe in luce tutte le cose che le persone devono fare per tenere a galla la barca in questi tempi così turbolenti. Quello del 2006 era un film su una donna a capo di una grande azienda, e i personaggi principali erano donne, per di più donne ambiziose. Quindi era tutto nuovo e divertente. Ora penso che sia ancora rilevante esplorare come le donne ricoprano ruoli di leadership e in quali modi. Il mondo è turbolento e piuttosto cupo. Le notizie sono deprimenti, ed è fantastico avere qualcosa che ci ricordi tutto ciò che c’è di meraviglioso, libero, bello e sciocco nel mondo».
A Giffoni Valle Piana è offerta alla venerazione dei fedeli una reliquia di S. Antonio di Padova per tre giorni, dal 26 al 29 aprile. Ad organizzare questa forma devozionale è la locale unità pastorale della SS. Annunziata e il suo parroco don Alessandro Bottiglieri, promosso altresì al rango di rettore del “Santuario della Spina Santa” dal 2021 per decreto di Bellandi che ha elevato la chiesa parrocchiale a santuario. In effetti, a Giffoni si contano almeno tre santuari: quello storico degli anni Venti del Novecento, di Maria SS. di Carbonara, a cui, sotto Bellandi, si sono aggiunti S. Maria a Vico e, per l’appunto, la Spina Santa. Un proliferare di santuari presuppone un’intensa vita di fede che si manifesta in pellegrinaggi e in forme devozionali particolari sul modello di Pompei, per citare un esempio famoso, ma nella realtà non sembra che si vada oltre l’ordinaria vita parrocchiale. Nella migliore delle ipotesi considerando anche la tendenza alla disaffezione dei fedeli verso le parrocchie concepite come strumenti di erogazione di servizi religiosi. Cosicché, il santuario della Spina Santa non sembra decollare in quanto tale, nonostante custodisca una delle reliquie più insigni della Cristianità, una spina, meglio un tratto, della corona di Cristo. Quindi, anche per rivitalizzare un culto all’altezza di un santuario si fa ricorso a forme devozionali straordinarie come la “peregrinatio” di reliquie, specialità del culto cattolico che attinge alla dibattuta nozione di “pietà popolare”. Papa Francesco ha sempre sostenuto la tesi per cui “con la pietà popolare il popolo evangelizza costantemente se stesso”, all’inverso i vescovi della Campania, guidati dall’ex arcivescovo di Salerno Moretti nella sua battaglia per irregimentare la processione di S. Matteo, già nel 2013 promulgarono un direttorio per “evangelizzare la pietà popolare”. Dunque, la pietà popolare diventa terreno di letture contrapposte, talvolta anche materia di facili strumentalizzazioni. Nel caso dell’ultima iniziativa giffonese – l’arrivo di una reliquia di S. Antonio, di cui non si rendono note, nei manifesti affissi, né la provenienza, né la natura, e le reliquie sono rigorosamente classificate in base all’inerenza al corpo da cui sono tratte – la circostanza si connota di un’indubbia valenza francescana, i cui naturali titolari sarebbero i Padri Cappuccini del locale convento dedicato, non a caso, al Santo di Padova. Senza contare che l’iniziativa parrocchiale cade in un momento molto delicato per la sopravvivenza del convento per il quale si sono mobilitati i fedeli che in massa lo frequentano. Nel gergo del diritto costituzionale i rapporti tra gli organi dello Stato sono regolati anche sulla base di consuetudini che ruotano intorno alle “cortesie istituzionali”. In passato anche nel mondo ecclesiale si assisteva a forme di cortesia istituzionale per cui si era attenti a non invadere il campo di attribuzione delle singole realtà nella leale collaborazione tra le diverse componenti religiose. Oggi, invece sembra di assistere ad una confusione delle attribuzioni sul presupposto di una giurisdizione territoriale prevalente che erode spazio a chi ne è sprovvisto, ai Cappuccini nel caso. Se poi al fondo di tutto vi è la prospettiva di acquisire le spoglie del convento, la questione allo stato attuale è tutt’altro che definita. Piuttosto, è da chiedersi quale ruolo riveste la fede in una società fortemente secolarizzata in cui non c’è più spazio per l’idea stessa di Dio. Ben vengano autentiche forme di pietà popolare, ma la migliore testimonianza dell’esistenza di Dio è sempre quella indicata da Gesù: l’unità nella fede di quanti credono in Lui.
Svolta nelle indagini sull’aggressione a colpi di pistola ad aria compressa esplosi contro una coppia di sessantenni militanti di Sinistra Italiana al parco Schuster di Roma alla fine del corteo del 25 aprile. È stato fermato un 21enne appartenente alla Comunità ebraica che, stando al Corriere della sera, avrebbe ammesso le proprie responsabilità dicendo di fare parte della Brigata ebraica. Decisivi per la sua identificazione i video delle telecamere della zona. Il ventenne a bordo di uno scooter con casco integrale aveva sparato almeno tre colpi contro i due manifestanti – Rossana Gabrieli e Nicola Fasciano – con al collo il fazzoletto dell’Anpi, ferendoli in modo lieve.
SALERNO – La Salernitana inizia nel migliore dei modi la sua marcia di avvicinamento ai playoff. Lo staff medico, dopo Roberto Inglese, ha restituito a mister Serse Cosmi un altro degli infortunati di lungo corso, ovvero Luca Villa. Il terzino sinistro, infortunatosi nel corso del match di Trapani dove aveva subito una lesione dell’adduttore lungo della coscia destra, ieri si è allenato regolarmente con i compagni ed è dunque tornato a tutti gli effetti abile ed arruolabile. Ai box restano, a questo punto, soltanto Filippo Berra e Galo Capomaggio: il rientro dell’argentino è imminente mentre per il jolly difensivo ci vorrà qualche giorno in più. Entrambi, comunque, dovrebbero riuscire a recuperare in tempo per i play off (match d’andata, da giocarsi in trasferta, il prossimo 10 maggio). Sia Berra che Capomaggio ieri hanno svolto una seduta differenziata, mentre gli altri calciatori granata, dopo il giorno di riposo concesso da Cosmi lunedì scorso, hanno sostenuto un lavoro aerobico seguito da partite a pressione. Assenti alla seduta anche il baby Haxhiu ed il laterale Gianluca Longobardi, che sono rimasti a riposo a causa di un attacco influenzale: per loro, dunque, nulla di preoccupante. Questa mattina si torna in campo alle 10:30, sempre al Mary Rosy, mentre domani pomeriggio o, al più tardi, nel week end, la Salernitana dovrebbe disputare un test amichevole contro un’altra delle tante compagini della provincia, stavolta dovrebbe essere il Faiano, come accaduto nelle ultime tre settimane. Questa sarà l’ultima occasione per mister Cosmi per poter provare uomini e schemi contro degli sparring partner perchè poi la Salernitana, durante i play off, dovrà giocare ad un ritmo serrato con una gara ogni tre giorni. Il compito del tecnico, a questo punto, sarà quello di lavorare sull’aspetto mentale ma anche su alcuni concetti difensivi per limare quei difetti che, anche a Foggia, la Salernitana ha dimostrato ancora di avere.
Ieri sera al Ristorante La Conchiglia sul lungomare di Salerno, un gruppo di ex arbitri della Sezione di Salerno, hanno voluto festeggiare Gli 80 anni del grande Pierino D’Elia. La cena è stata denominata “Gli arbitri della Curva A” Il tutto nel ricordo di tantissimi allenamenti Svoltisi allo stadio Donato Vestuti negli anni ’90 con in conclusione la classica partitella del giovedi nello spazio in essere fra la porta e gli spalti della Curva A. Durante la bellissima serata, a cui hanno partecipato, oltre all’amico personale di D’Elia Enzo Casciello, gli ex arbitri Santangelo, Fucci, Gagliano, Contente, Pisacreta, Esposito, Rinaldo, Pellegrino, Fabbricatore, Di Mauro, Genovese, Angrisani ed il Presidente Ronga. Tutti arbitri che operavano in quell’epoca anche se in categorie diverse, è stato ricordato che tutti hanno avuto grandi insegnamenti derivanti dalla grande personalità e dalle elevate capacità di Pierino, Un autentico esempio di come si debba interpretare in un modo giusto e corretto tale ruolo. . L’unico momento di triste riflessione durante la serata , è stato quando è stato fatt notare che all’appello mancava l’indimenticabile Roberto Boggi, anch’egli assiduo frequentatore del Vestuti, oltre ad essere Stato un grande arbitro della massima serie. Al momento conclusivo della bellissima serata, gli amici hanno voluto consegnare a D’Elia una maglia ricordo da arbitro con le firme di tutti i partecipanti Ed al momento della torta grande commozione di Pierino allorquando il padrone di casa Antonio, ha presentato una torta con la classica candelina con la scritta: “Grazie Pierino Ti Vogliamo Bene ” E’ stata per tutti una serata da incorniciare, dedicata e riservata ad un personaggio sportivo che non solo ha tenuto alto il nome degli Arbitri Salernitani, ma anche quello dell’intera Citta’ di Salerno
ho letto con attenzione la lettera che un anonimo cittadino ti ha inviato, relativa alle prossime elezioni comunali. Ne ho apprezzato l’equilibrio del suo pensiero, la capacità di sintetizzare in poche battute i problemi di cui soffre la città e le responsabilità di chi l’ha amministrata. Come non dirsi, per es., d’accordo con lui sullo stato in cui è stato ridotto il nostro “Centro storico” che invece di essere un museo a cielo aperto è diventato “un mangimificio di serie C, un suk indistinto dove l’odore della storia salernitana è stato sostituito da quello perenne di spezie e fritture”. Le colpevoli responsabilità sono evidenti e non serve la zingara per indovinare di chi….. di chi si ripresenta indicando impegni e promesse, invece di raccontare ciò che avrebbe dovuto fare e invece non ha fatto ! Qualche anno fa, riprendendo le riflessioni di alcuni amici, invitai gli amministratori di soccorrere l’asfittica economia del nostro Centro storico e di fermare il suo degrado, recuperandolo attraverso un’operazione di natura culturale. Come ? Riproponendo un “Quadrilatero culturale”, un polo fisicamente formato da edifici di alto pregio storico-artistico in grado di ospitare eventi e occasioni di aggregazioni ai salernitani e motivo di appeal per i visitatori. Mi riferivo al “Quadrilatero culturale” comprendente il Duomo, il Museo diocesano, i Giardini della Minerva, il Palazzo del TAR e del Tribunale minorile, nonché il Palazzo San Massimo, il cui stato di abbandono rappresenta una grave ferita al cuore. Naturalmente dai nostri egregi amministratori la risposta è stata un silenzio assordante ! Caro Direttore, il tuo interlocutore, dopo aver elencato le occasioni mancate, conclude che ora occorrono “facce fresche e persone preparate” e che “questa città non ha bisogno di altre promesse, ma di una bonifica amministrativa”. A questa conclusione, in verità, prima di lui ci è arrivato lo stesso De Luca: “ci sono troppe anime morte e una classe dirigente non sempre all’altezza”. Peccato però che siano proprio le stesse che ora propina agli elettori nelle sue liste ! Aniello Salzano – Noi Popolari Riformisti
Continua, anche se non più in modo totalizzante, il dominio delle autrici. Tra le altre Nnedi Okorafor, Emily Tesh, Amal El-Mohtar, Annalee Newitz, Sarah Pinsker, Martha Wells
Per qualche anno le categorie della narrativa sono state appannaggio quasi esclusivo di autrici. Del resto, secondo recenti sondaggi, anche i lettori della fantascienza sono stati sorpassati dalle lettrici: quello che un tempo era un genere quasi esclusivamente maschile è sempre più apprezzato dalle donne, che lo stanno rinnovando e rilanciando.
Ecco i finalisti dell'edizione 2026, basati su circa millecinquecento voti espressi dai partecipanti della Worldcon 2025 e dai preiscritti della Worldcon 2026, che si terrà a fine agosto a Los Angeles e dove saranno annunciati... - Leggi l'articolo
Nuova dichiarazione di Donald Trump sull’Iran e lo stretto di Hormuz. Affidandosi come di consueto alla sua piattaforma social Truth, il presidente Usa ha affermato che Teheran ha «appena informato» Washington di trovarsi in uno «stato di collasso», chiedendo che gli Stati Uniti di «aprire il prima possibile» il braccio di mare, «in attesa di definire la leadership» del Paese.
Trump è scettico sulla proposta per riaprire Hormuz e rinviare sul nucleare
The Donald intanto incassa la “vittoria” dell’uscita degli Emirati Arabi dall’Opec
L’ultima dichiarazione di The Donald, peraltro, arriva in un giorno segnato dall’addio degli Emirati Arabi Uniti all’Opec, che di fatto può essere considerata una vittoria per il tycoon, il quale in passato ha accusato l’organizzazione di «derubare il resto del mondo» gonfiando i prezzi del petrolio.
Russia, Indonesia, Australia. Con la guerra in Medio Oriente, la Cina sta riscrivendo la mappa delle sue importazioni di energia. Pechino sta riducendo l’esposizione dall’Iran e dai Paesi del Golfo, che insieme rappresentavano sin qui il 45 per cento delle sue importazioni totali di petrolio. A marzo, cioè dopo l’inizio del conflitto di Stati Uniti e Israele contro Teheran, gli acquisti di greggio dal Medio Oriente sono crollati del 25 per cento. Un chiaro segnale di rimodulazione strategica della propria sicurezza energetica e dell’architettura dei mercati internazionali.
Il nodo di Hormuz agita Xi Jinping
Alla base di questa trasformazione vi è lo shock provocato dalla crisi nello Stretto di Hormuz, su cui persino Xi Jinping si è inusualmente espresso direttamente, chiedendone la riapertura durante un colloquio col principe ereditario e premier saudita Mohammed bin Salman. Episodio tutt’altro che frequente, visto che il presidente cinese solitamente si limita a indicare principi generali, senza entrare nei nodi specifici delle crisi globali. Un chiaro sintomo della preoccupazione di Pechino, nonché della sua speranza di un ritorno alla stabilità. Non solo per una questione di approvvigionamenti energetici, ma anche per il timore di uno shock prolungato della domanda globale, che potrebbe avere un impatto rilevante su un’economia ancora dipendente dall’export come quella cinese.
Navi nello Stretto di Hormuz (Ansa).
Le contromosse: scorte e aumento dell’import russo
Nel frattempo, la Cina sta già ridisegnando la sua catena di fornitura energetica. Il drastico calo dei flussi passati da Hormuz, crollati da circa 20 milioni di barili al giorno a meno di 4 milioni nelle fasi più acute della crisi, ha reso evidente ciò che gli strateghi cinesi discutono da anni: la dipendenza strutturale da rotte marittime controllate da altri attori costituisce una vulnerabilità sistemica. Pechino ha risposto in due modi. Innanzitutto, dando fondo alle sue riserve strategiche. Proprio per far fronte a questo scenario, nel 2025 la Cina ha aumentato nettamente le importazioni, accumulando scorteper 430 mila barili al giorno. All’inizio di gennaio, Pechino disponeva di 1.206 miliardi di barili di petrolio stoccati a terra, sufficienti a coprire 104 giorni di importazioni nette di greggio ai livelli del 2025. Oltre a questo, la Cina si è trovata costretta a operare una riallocazione rapida delle proprie fonti di approvvigionamento. L’aumento del 13,3 per cento delle importazioni dalla Russia, fino a 74,5 milioni di barili, rilancia il ruolo di Mosca come pilastro energetico di Pechino. L’anno scorso, le esportazioni russe di greggio verso la Cina erano diminuite del 6,9 per cento, in particolare dopo che le grandi compagnie petrolifere statali della Repubblica Popolare avevano interrotto gli acquisti via mare per timore di sanzioni secondarie. Ora l’inversione di tendenza.
Vladimir Putin con Xi Jinping (Ansa).
Il boom dell’export indonesiano verso Pechino
Ancora più sorprendente è il caso dell’Indonesia, le cui esportazioni verso la Cina sono aumentate oltre 100 volte su base annua, raggiungendo 40,6 milioni di barili e diventando il terzo fornitore del mese. Questo balzo, apparentemente anomalo, segnala due dinamiche profonde. Da un lato, la capacità della Cina di attivare rapidamente fornitori alternativi, anche marginali nel sistema globale, sfruttando la propria leva commerciale e finanziaria. Dall’altro, l’emergere di un mercato energetico sempre più fluido e opportunistico, in cui i flussi si riconfigurano rapidamente in risposta a shock geopolitici. Nel medio periodo, Pechino guarda anche al Canada, con cui di recente sono stati sottoscritti dei memorandum d’intesa, a margine dell’incontro tra il premier Mark Carney e Xi.
La delegazione canadese con il primo ministro Mark Canrny in visita a Pechino, 16 gennaio 2026 (Ansa).
L’Australia è diventata il principale fornitore di Gnl
Attenzione, perché il riassestamento potrebbe essere strutturale. La riduzione delle importazioni da Arabia Saudita, Iraq, Kuwait e Qatar sembra destinata a durare anche nel caso si arrivi a una tregua duratura, perché dopo la crisi resterà il riflesso di un rischio politico diventato improvvisamente insostenibile. Il conflitto ha anche modificato le importazioni cinesi di gas naturale liquefatto (GNL), che sono diminuite del 19,2 per cento, a 3,95 milioni di tonnellate. Le spedizioni dal Qatar, in precedenza il principale fornitore, sono calate del 42,8 per cento a 988 mila tonnellate, consentendo all’Australia di conquistare il primo posto. Le consegne dalla Russia sono aumentate del 43,8 per cento a 558 mila tonnellate, ma non sono state sufficienti a colmare il divario.
Non solo Mosca: il rafforzamento della partnership con il Turkmenistan
In tal senso, la Cina sembra intenzionata a evitare un’eccessiva dipendenza nei confronti di Mosca. La scorsa settimana, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha visitato Pechino, dichiarando che la Russia è pronta a «compensare il deficit di risorse» causato dalla guerra. Certo, Xi potrebbe dare il via libera definitivo al maxi gasdotto Power of Siberia 2, dopo anni di pressioni da parte di Vladimir Putin. Ma, allo stesso tempo, continua a coltivare altri canali. Nei giorni scorsi, il vicepremier Ding Xuexiang è stato in Turkmenistan, in una missione volta proprio al rafforzamento della partnership energetica con la repubblica ex sovietica dell’Asia centrale. Un segnale anche alla Russia, che vede nel caos in Medio Oriente un’opportunità per riequilibrare i rapporti con la Cina, nettamente sbilanciati a favore di quest’ultima dopo la guerra in Ucraina. Ding ha partecipato alla posa della prima pietra della nuova fase di sviluppo del giacimento di Galkynysh e nel rilancio del progetto di un nuovo gasdotto verso la Cina. Il Turkmenistan possiede una delle più grandi riserve di gas al mondo e, già oggi, destina circa il 90 per cento delle sue esportazioni proprio alla Cina. La decisione di investire ulteriormente nel giacimento di Galkynysh e nella sua espansione, con la partecipazione diretta del colosso statale China National Petroleum Corporation, consolida ulteriormente una direttrice energetica alternativa.
Lo Shenditake 1, il pozzo più profondo dell’Asia (quasi 11 mila metri) realizzato dalla China National Petroleum Corporation (Ansa).
Meno rotte marittime e più gasdotti per garantire stabilità
Pechino intende investire ulteriormente sui collegamenti terrestri. A differenza delle forniture marittime, che possono essere rapidamente riorientate ma sono vulnerabili a blocchi e interruzioni, i gasdotti rappresentano investimenti di lungo periodo, che creano interdipendenze stabili e difficilmente reversibili. Proprio tutte le qualità che rispondono al mantra di Xi: stabilità.
Non si placa il caso del licenziamento di Beatrice Venezi, silurata dal Teatro La Fenice prima ancora di assumere l’incarico di direttrice musicale a causa dei contenuti di un’intervista al quotidiano argentino La Nación. I sindacati della Fenice, in una nota, fanno sapere che i lavoratori del teatro veneziano «in questi giorni stanno ricevendo, soprattutto sui social, valanghe di insulti e minacce, anche di morte».
Beatrice Venezi (Ansa).
La denuncia dei rappresentanti dei lavoratori della Fenice
«Vogliamo far sapere che ci siamo già rivolti ai nostri uffici legali per difenderci da tanta inutile meschinità», si legge inoltre nella nota. «I rappresentanti delle lavoratrici e dei lavoratori mai e sottolineiamo mai, hanno offeso o calunniato né la Maestra Venezi né nessun’altra persona o istituzione», spiegano i sindacati. E poi: «La nostra istanza, durata sette mesi, è stata costantemente e unicamente finalizzata al ripristino di quella ordinaria prassi consolidata che garantisce un clima di fiducia e rispetto, presupposto indispensabile per la gestione di un Teatro e che garantisce la più alta resa artistica possibile». Domenica 26 aprile, prima che il sipario si aprisse sul wagneriano Lohengrin di Damiano Michieletto, l’orchestra della Fenice ha esultato alla notizia della cancellazione di ogni collaborazione con Venezi.
Beatrice Venezi (Ansa).
Bignami: «Deve andare avanti anche chi è bravo e non di sinistra»
Intanto sulla questione si è espresso Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera: «Reputavo arrogante la sinistra quando contestava il sovrintendente Nicola Colabianchi perché nella sua autonomia aveva nominato Venezi, non ho intenzione di essere altrettanto arrogante e commentare oggi che con la solita autonomia ha scelto diversamente. Beatrice è brava e giovane. Fino ad oggi ha pagato non essere figlia di musicisti e non essere di sinistra. Noi ci batteremo sempre per una nazione in cui chi è bravo può andare avanti anche se non è di sinistra».
Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’uscita dall’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (Opec) e da Opec+ a partire dal primo maggio, infliggendo un duro colpo ai gruppi di esportatori di greggio e al loro leader de facto, l’Arabia Saudita. La mossa, clamorosa, arriva nel bel mezzo di discussioni in corso e considerazioni strategiche all’interno del mercato globale, in difficoltà a causa di quanto sta accadendo nello Stretto di Hormuz, il braccio di mare tra Iran e Oman attraverso il quale normalmente transita un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali.
L’uscita degli Emirati Arabi è una vittoria per Trump
Gli Emirati Arabi Uniti sono il primo Paese del Golfo a lasciare l’alleanza in decenni. L’uscita di questo membro storico dell’Opec potrebbe creare disordine e indebolire l’organizzazione, che ha sempre tentato di mostrare unità nonostante i disaccordi interni su una serie di questioni, dalla geopolitica alle quote di produzione. L’uscita degli Emirati rappresenta una vittoria per Donald Trump, che ha accusato l’Opec di «derubare il resto del mondo» gonfiando i prezzi del petrolio.
Donald Trump (Ansa).
Le critiche al Consiglio di Cooperazione del Golfo
La decisione è arrivata dopo che gli Emirati Arabi Uniti, centro nevralgico per gli affari regionali e uno dei più importanti alleati degli Usa, hanno criticato gli altri Stati arabi per non aver fatto abbastanza per proteggerli dai numerosi attacchi iraniani. «I Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo si sono supportati a livello logistico, ma politicamente e militarmente, credo che la loro posizione sia stata storicamente la più debole», ha affermato Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed Al Nahyan. «Mi aspettavo questa posizione debole dalla Lega Araba e non ne sono sorpreso, ma non dal Consiglio di Cooperazione del Golfo», ha aggiunto, puntando il dito contro Arabia Saudita, Bahrein, Oman, Kuwait e Qatar.
Una moschea di Abu Dhabi (Ansa).
Quali sono i Paesi che fanno parte dell’Opec
L’Opec, fondata nel 1960, comprende 12 Paesi (presto 11, a questo punto), che assieme negoziano con le compagnie aspetti riguardanti produzione di petrolio, prezzi e concessioni: Algeria, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Venezuela, Guinea Equatoriale, Repubblica del Congo e Gabon.
Di nuovo sotto pressione per il caso della grazia concessa a Nicole Minetti, il ministro della Giustizia Carlo Nordio è stato ricevuto alle 13 a Palazzo Chigi. Il Guardasigilli, spiegano fonti di governo, ha incontrato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Il colloquio non sarebbe legato al caso-Minetti, in quanto già previsto «per questioni pregresse» e sull’esame di alcuni provvedimenti. Nordio è stato nella sede del Governo per oltre un’ora.
Mentre la questione delle elezioni a presidente della Figc sta agitando il governo, che spinge per il commissariamento della federazione calcistica mentre la Lega Serie A ha candidato l’ex numero uno del Coni Giovanni Malagò – in tempi rapidi e “inaspettati” per l’esecutivo, che sperava ci avrebbe messo più tempo nel selezionare un candidato in grado di vincere e quindi pensava di avere lo spazio di manovra per arrivare al commissariamento – c’è un altro tema più personale che coinvolge un membro del Cdm, ovvero il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Secondo quanto riportato da Calcio Finanza, sua figlia Marta potrebbe presto terminare il suo percorso lavorativo all’Inter (uno dei club che ha insistito per la candidatura di Malagò) dove attualmente ricopre la carica di Football Travel Officer. L’idea sarebbe quella di trasferirsi nella Capitale.
Venezia non dà pace alla destra. Tra il caso Venezi, che pare tutt’altro che chiuso, la bufera alla Biennale e i presunti rapporti di amicizia tra Carlo Nordio e la famiglia Cipriani, il cui erede Giuseppe è il compagno di Nicole Minetti, l’epiteto Serenissima fa quasi sorridere.
La risposta di Venezi e l’ombra delle Comunali
Partiamo dalla Fenice. Dopo l’annullamento da parte del sovrintendente Nicola Colabianchi di tutte le collaborazioni future con la cosiddetta “Bacchetta nera”, la direttrice – pardon, direttore – d’orchestra 34enne si è tolta qualche sassolino dalla scarpa. «Prendo atto della dichiarazione del sovrintendente Nicola Colabianchi e della decisione della Fondazione Teatro La Fenice, che andrà comunque chiarita nelle motivazioni e a cui si dovrà rispondere in modo opportuno», ha scritto Beatrice Venezi in una nota, lasciando intendere un possibile ricorso alle vie legali.
Le dichiarazioni rese a La Nación, ufficialmente alla base del “siluramento”, «avrebbero dovuto essere lette nel contesto dell’intervista e non distorte e strumentalizzate». Di più: non solo Venezi assicura di non aver mai mancato di rispetto ai lavoratori, ma sarebbe lei stessa vittima delle maestranze del teatro veneziano che in otto mesi «mi hanno costantemente e sistematicamente diffamata, calunniata, offesa e bullizzata, sui social, giornali, tv, in Italia e in tutto il mondo, con l’intento dichiarato di danneggiare la mia immagine professionale e conseguentemente la mia carriera». Insomma «in Italia essere giovane è un handicap e poi donna una aggravante», prosegue la nota. «Il mio è il successo di una ragazza di provincia che si è fatta da sola. E questo non piace alla Casta». L’underdog della classica però non ha convinto il melonianissimo presidente della commissione Cultura alla Camera, Federico Mollicone, che a La Stampa ha ammesso che Venezi, a cui ha confermato la sua stima, «è andata troppo oltre». Anche se resta convinto che l’orchestra «sia stata strumentalizzata dalla sinistra». Nonostante il governo abbia prontamente negato di aver avuto un ruolo nell’affaire Fenice, c’è chi sostiene che dietro lo scaricamento della direttrice ci siano calcoli poco lirici e molto politici. Come scrive Il Fatto Quotidiano, infatti, alle Comunali del 25 e il 26 maggio dopo il decennio di Luigi Brugnaro, strenuo difensore di Venezi, il centrodestra che schiera l’assessore uscente Simone Venturini rischia di perdere. Stando a rilevazioni riservate e visionate da Fratelli d’Italia, il caso Venezi poteva costare 4-5 punti percentuali. Un lusso che non ci si poteva permettere. E poi, come ha ricordato Mollicone, «alcuni referenti dell’orchestra, non è certo un segreto, hanno legami con chi si candiderà alle prossime elezioni comunali di Venezia. Sono vicini a liste e comitati di centrosinistra»…
Luigi Brugnaro (Ansa).
Cipriani, i presunti legami con Nordio e l’affaire Minetti
Se Pietrangelo Buttafuoco inaugurerà la Biennale senza il ministro Alessandro Giuli dopo la rottura sul padiglione della Russia, Venezia resta al centro della cronaca, sebbene in modo indiretto, anche per l’ultima grana del governo Meloni: il caso della grazia concessa a Nicole Minetti. Dopo la richiesta da parte del Quirinale di ulteriori verifiche al ministero della Giustizia e alla Procura di Milano, dalle parti di Via Arenula c’è chi punta il dito contro Giusi Bartolozzi, l’ex zarina “dimissionata”, che avrebbe gestito il dossier. Ma c’è anche chi ricorda i (presunti) rapporti di amicizia tra il Guardasigilli Carlo Nordio, che in Laguna fu procuratore aggiunto, e la famiglia Cipriani, legata al celebre Harry’s Bar aperto nel 1931 da Giuseppe Cipriani a due passi da Piazza San Marco. Erede della dinastia è un altro Giuseppe Cipriani, 60 anni, compagno dell’ex igienista dentale del Cav ed ex consigliera regionale in Lombardia…
Carlo Nordio e dietro Giusi Bartolozzi (Imagoeconomica).
Festa all’Ucid con Abodi
Il cardinale Giovanni Battista Re, classe 1934, alla fine non ha partecipato alla cena sociale dell’Unione cristiana imprenditori dirigenti (Ucid) Lazio, organizzata da Riccardo Pedrizzi, preferendo una cena casalinga. Grande protagonista dell’evento è stato il ministro dello Sport, Andrea Abodi, tempestato di domande su chi governerà il calcio italiano, ben sapendo che Giancarlo Abete è sempre stato ai vertici proprio dell’Ucid, il gotha del potere (quasi totalmente romano) legato al Vaticano e ai suoi molteplici interessi. Abete è il “concorrente” di Giovanni Malagò nella corsa alla conquista della poltrona che è stata di Gabriele Gravina. Tra l’altro, e pochi lo ricordano, Abodi è stato presidente della Lega Nazionale Professionisti Serie B. Comunque, se non c’è stato Re, era presente l’avvocato Giorgio Assumma, anche lui classe 1934, «che senz’altro è più potente del nostro amico cardinale», spifferavano i maligni nella sala dell’Eur.
Andrea Abodi (Imagoeconomica).
Giavazzi torna a Roma. E Tremonti parla con Fratoianni
Francesco Giavazzi torna a farsi vedere a Roma. Tanto che davanti a Palazzo Chigi si sente dire che «appena un governo scricchiola, subito arrivano nella Capitale i cosiddetti tecnici». Pronti a rientrare nell’edificio simbolo del potere (o di quel che ne rimane): Giavazzi, ai tempi di Mario Draghi “regnante”, entrava e usciva dalla Presidenza del Consiglio a velocità supersonica, impegnatissimo con i dossier delle nomine delle società statali. Nella mattina di martedì, al Senato, nella sala Nassiryia, si tiene l’incontro intitolato “Tornare a crescere. Oltre l’Italia dello zero virgola”, con il docente milanese Marco Leonardi autore del volume Il prezzo nascosto, Giavazzi, i parlamentari del Partito Democratico Lia Quartapelle e Giorgio Gori. Poi, nel pomeriggio, altro evento imperdibile: in piazza della Minerva, alla Biblioteca del Senato dedicata a Giovanni Spadolini, nella sala degli Atti Parlamentari, va in scena la presentazione del libro Libercomunismo di Emiliano Brancaccio, con Peppe De Cristofaro capogruppo al Senato di Avs, Giulio Tremonti, presidente commissione Esteri della Camera e Nicola Fratoianni. Davvero curioso, come incontro per parlare di economia. Tanto che qualcuno si domanda: «Non è che pure Giulio Tremonti sta facendo un pensierino per un mandato presidenziale, un domani, sul Colle?».
L’economista Francesco Giavazzi (foto Imagoeconomica).
A Di Foggia è andata male. In passato, invece…
«A Giuseppina Di Foggia con Terna è andata male, la buonuscita da 7,3 milioni di euro è svanita… In passato invece c’è chi si ha incassato», sibila un vecchio agente di Borsa davanti a un gin tonic. E continua: «Senza bisogno di andare troppo in là con gli anni, per esempio con il caso di Biagio Agnes alla Stet, pensionato a 55 anni, tra i tanti che mi vengono in mente, nel settembre 2022 ci fu un caso che andò liscio come l’olio, altro che Di Foggia». Qual era? «Mentre i giornali erano concentrati sulla vittoria di Giorgia Meloni, Giuseppe Gola lasciava l’incarico di ad di Acea per fare spazio a Fabrizio Palermo. La nota ufficiale parlava di uno “scioglimento consensuale” del rapporto di lavoro “in essere con l’ingegner Gola”, riconoscendogli oltre al Tfr un importo lordo di 2,46 milioni di euro “a titolo di incentivazione all’esodo e di transazione generale e novativa”. Senza dimenticare l’importo relativo al Mbo 2022 pari a 172.500 euro e quelli di Lti 2021 e 2022, pari alla somma lorda di 153.333 euro. Che da maggio 2020 a settembre 2022 pare davvero un ottimo affare. E a naso possiamo dire che Terna vale tre volte tanto, e a Di Foggia quindi è andata davvero male». Che poi Gola ovviamente ha conquistato un’altra splendida poltrona, quella di ad di Open Fiber. Qual è la morale della storia? Che un manager che vuole incassare cifre cospicue deve puntare a uno “scioglimento consensuale” senza attendere la fine del mandato e poi aspettare qualche mese in pieno relax prima di tornare a lavorare. Si sa, la fretta genera errori…
«Sono d’accordo sul fatto che la retorica d’odio e violenta sia qualcosa da rifiutare, e penso che un bel modo di iniziare ad abbassare i toni sarebbe avviare una conversazione a riguardo con suo marito». Così Jimmy Kimmel, durante il suo talk show in onda su ABC, ha replicato a Melania Trump che l’aveva attaccato per averla definita «vedova in attesa» in un discorso-parodia, tre giorni prima del fallito attentato durante la cena dei giornalisti all’hotel Hilton di Washington.
Melania e Donald Trump alla cena dei giornalisti (Ansa).
La battuta su Melania Trump nel discorso-parodia
La battuta sulla «vedova in attesa» faceva parte di una parodia del discorso che, per tradizione, viene fatto da un comico alla cena di gala e in cui solitamente vengono presi ironicamente di mira i presenti, compreso il presidente degli Stati Uniti. Per non urtare la sensibilità di Trump, tornato a partecipare dopo 11 anni all’evento, il discorso era stato cancellato. E così Kimmel ne aveva realizzato una parodia, in cui diceva: «La nostra first lady, Melania, è qui. Guardate Melania, così bella, signora Trump, avete un bagliore come una vedova in attesa».
Jimmy Kimmel: "Our First Lady is here. Mrs. Trump… you have a glow like an expectant widow." pic.twitter.com/LdloPzMyXr
La first lady aveva auspicato il licenziamento di Kimmel
Dopo gli spari all’Hilton, Melania Trump aveva “ripescato” la battuta, definendo il conduttore «codardo» su X: «La retorica violenta e piena d’odio di Kimmel è pensata per dividere il nostro Paese. Il suo monologo sulla mia famiglia non è comicità: le sue parole sono corrosive e approfondiscono la malattia politica che affligge l’America». Scrivendo poi «quando è troppo è troppo», la moglie del presidente Usa aveva poi chiesto a ABC di rimuovere Kimmel.
Kimmel’s hateful and violent rhetoric is intended to divide our country. His monologue about my family isn’t comedy- his words are corrosive and deepens the political sickness within America.
People like Kimmel shouldn’t have the opportunity to enter our homes each evening to…
«Kimmel dovrebbe essere licenziato immediatamente da Disney e ABC», aveva scritto da parte sua Donald Trump su Truth. Successivamente la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, aveva definito «disgustose» le parole del comico e conduttore.
Kimmel ha parlato di «sensazione di deja vu»
«Mi dispiace che lei e il presidente e tutti quelli che erano in quella sala sabato avete dovuto affrontare quella esperienza, anche se nessuno è stato ucciso non vuol dire che non sia stato traumatico e dobbiamo essere uniti, ma volete farci credere che una battuta che ho fatto tre giorni prima abbia avuto un qualche effetto su quello che è successo?», ha replicato Kimmel, sottolineando che quanto detto «non era in nessun modo un’incitazione all’assassinio e loro lo sanno». Quanto alle richieste di un suo siluramento da parte di ABC, Kimmel ha affermato di avere una «sensazione di deja vu»: il suo show era stato infatti lo scorso autunno dopo alcune battute sull’assassinio di Charlie Kirk.
Dal pomeriggio di giovedì 30 aprile 2026, sul sito dell’Agenzia delle entrate, saranno disponibili in modalità consultazione le dichiarazioni 730 già predisposte con i dati in possesso del Fisco o inviati dagli enti esterni, come datori di lavoro, farmacie e banche. In totale, sono più di 1 miliardo e 300 milioni le informazioni trasmesse per le precompilate 2026. L’invio del 730 ed eventuali modifiche saranno possibili dal prossimo 14 maggio fino al 30 settembre.
Come consultare la propria dichiarazione
Per visualizzare e scaricare la dichiarazione occorre accedere alla propria area riservata tramite Spid, Cie o Cns. Il contribuente che possiede i requisiti per presentare il modello 730 potrà decidere se consultare la dichiarazione in modalità semplificata o ordinaria. Scegliendo la modalità semplificata, l’utente avrà a disposizione un’interfaccia intuitiva e facilmente navigabile, in cui sono presenti i dati da confermare o modificare: “casa e altre proprietà”, “famiglia”, “lavoro”, “altri redditi”, “spese sostenute”. Una volta confermate o aggiornate le informazioni fiscali, queste verranno automaticamente riportate all’interno del modello dichiarativo.
In colloqui privati con Donald Trump e non solo, JD Vance ha espresso forte preoccupazione per il modo in cui il Dipartimento della Difesa guidato da Pete Hegseth sta gestendo il conflitto in Medio Oriente. Lo scrive The Atlantic in un articolo intitolato “Il Pentagono potrebbe non star dicendo a Trump tutto quello che c’è da sapere sulla guerra”, citando fonti vicine all’Amministrazione Usa. Vance, in particolare, avrebbe messo in discussione le smentite di Hegseth e del generale Dan Caine (presidente del Joint Chiefs of Staff) sull’esaurimento delle scorte missilistiche statunitensi e anche i loro resoconti sui danni subiti dalle forze iraniane.
JD Vance e Pete Hegseth (Ansa).
Hegseth sembre sempre dire ciò che Trump vuole sentire
Alcuni dei più stretti collaboratori di Vance, scrive The Atlantic, ritengono che i resoconti di guerra eccessivamente ottimistici di Hegseth e il suo approccio a tratti combattivo con la stampa sembrano studiati per dire a Trump ciò che vuole sentirsi dire. Solo per fare un esempio, secondo fonti di intelligence la Repubblica Islamica conserva ancora due terzi della sua aviazione e la maggior parte della sua capacità di lancio missilistico, mentre Hegseth ha esplicitamente parlato di «completo controllo dei cieli» iraniani. Inoltre il capo del Pentagono tiene spesso conferenze stampa alle 8 del mattino, molto presto, quando però è risaputo che Trump guarda Fox News. «La sua esperienza televisiva lo ha reso davvero abile nel sapere come parlare con Trump, come pensa Trump», ha detto a The Atlantic un ex funzionario dell’attuale Amministrazione Usa. Prima di diventare segretario alla Difesa, Hegseth è stato conduttore di Fox News per otto anni.
JD Vance e Pete Hegseth, alle loro spalle Donald Trump (Ansa).
Vance in pubblico continua a elogiare l’operato di Hegseth
Da qui la preoccupazione del vicepresidente Usa – scettico fin dall’inizio sull’opportunità di attaccare l’Iran – che per evitare creare divisioni nel gabinetto di guerra di Trump ha preferito non accusare esplicitamente Hegseth (elogiato in pubblico) o Caine di aver ingannato il capo della Casa Bianca. Intervistato dal Daily Beast, il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha già smentito l’esistenza di contrasti interni, sottolineando che Hegseth e Vance «hanno un rapporto di lavoro eccellente, basato su un profondo rispetto reciproco e allineamento».
Il malcontento cresce anche tra i senatori repubblicani
Vance, peraltro, non sarebbe affatto solo nel suo crescente scetticismo nei confronti dell’operato del segretario alla Difesa. Vari senatori repubblicani hanno infatti confidato a The Hill che, se si votasse oggi, non confermerebbero Hegseth – già nel mirino dei democratici della Camera – a capo del Pentagono. Un esponente del Grand Old Party, esprimendo malcontento per le purghe che hanno investito i vertici delle forze armate americane, ha detto che da tempo all’interno del gruppo repubblicano al Senato ci sono perplessità riguardanti l’inesperienza di Hegseth, ritenuto inoltre eccessivamente arrogante.
Il termine “cafone” viene di solito riferito a chi proviene dalla periferia agricola. Infatti l’interpretazione diffusa vuole l’epiteto, “cafone” traduca in lingua una locuzione dialettale del napoletano: cu a’ fune, ovvero con la fune. In tale spiegazione la fune, secondo quanto è esposto anche in Wikipedia, sarebbe quella che, già dal 1400, gli abitanti dei villaggi di Terra di Lavoro o del basso Lazio arrotolavano intorno alla spalla giungendo a Napoli, per acquistare nelle fiere il bestiame. O anche, in un’altra versione, quella dei facchini chiamati dai signori della nobiltà napoletana per caricare e scaricare i mobili nei traslochi. O, infine, quella con cui si legavano, per non disperdersi tra la folla del mercato cittadino dove erano andati a fare acquisti, i membri di una famiglia proveniente dalla campagna. E del resto, Raffaele Cutolo, l’autore dei versi della canzone “dove sta zazà”, del 1943, che narra di una ragazza sparita “mmiez a tanta gente” era nato dalle parti di piazza Carità a Napoli dove si svolgeva una fiera commerciale con bancarelle, brulicante di “cafune e’ fore”, cafoni di fuori, e chi sa si sia ispirato a un episodio accaduto veramente. L’accademia della Crusca non ritiene giusto però il chiarimento sull’espressione dialettale dal momento “cafone” è un termine antico mentre la lettera a’ per dire l’articolo “la” è stata adottata abbastanza di recente. Più convincente per gli accademici appare la versione del glottologo Carlo Salvioni, risalente un secolo fa, secondo cui il termine cafone deriva dal latino cavare che significa scavare, rivoltare la terra, con l’aggiunta del suffisso -one (che indica abitudine o eccesso nel fare l’azione espressa dal verbo, come in chiacchierone, imbroglione, mangione, sgobbone) sì che il cafone è colui che scava, che zappa la terra, ovvero il contadino. In questo senso il dire, in passato, a uno “cafone” non aveva un senso offensivo sebbene il termine rilevasse, nel suffisso una disposizione all’esagerazione. Ma, oltre il significato legato all’etimo, e quindi oltre l’indicazione di un tipo sociale, il contadino, la sua rusticità, la grossolanità che gli si attribuiva, cosa individua più in generale il termine “cafone”? Nel 1968 Gillo Dorfles provò a spiegare cosa sia cafone utilizzando un termine tedesco sostitutivo, kitsch, il cui etimo ha a che fare con il fango, pertanto ancora con la terra. Se “cafone” rinvia però al lavoro agricolo, per Dorfles il Kitsch è proprio alla società industriale nel senso che è kitsch la riproduzione tecnica di oggetti singolari, di alto valore economico e culturale, rivolta al consumo di massa. Ne è esempio l’immagine della Gioconda che, raffigurata su un grembiule da cucina, fa dell’arte un accessorio per servizi domestici. Pertanto il kitsch, e pure il cafone, consiste nel cattivo gusto, nel fingere cioè di mostrare l’autenticità di qualcosa onde gratificare le persone che ne fruiscono, convinte di partecipare ad una elevata esperienza estetica senza nessuno sforzo interpretativo. Puntando su effetti superficiali, in breve, può dirsi che le sue caratteristiche sono nell’uso di decorazioni sproporzionate, di colori sgargianti, nell’imitazione scadente di oggetti nobili, nell’assenza di originalità e di autenticità o, anche, nello sfoggio eccessivo di oggetti pure autentici ma messi in bella mostra per fare colpo. Vale a dire, ad esempio, che è cafone non solo indossare orologi falsi, abiti o accessori che imitano quelli griffati, gioielli che vogliono sembrare d’oro essendo solo placcati o, peggio ancora in lega simil-oro quanto anche esibire in maniera sfarzosa griffe e gioielli pure veri e però, in una ostentazione tale da essere pacchiani. In questo senso la nostra città, Salerno, che ha tentato, al fine di dirsi “europea”, di imitare nell’architettura le grandi città come Parigi, Londra, New York, chiamando per la progettazione cosiddetti archistar, è già in questo, rivolta a gratificare il popolino fingendo di farlo vivere in un luogo di rilievo internazionale, cafona. L’illusione dei salernitani di ritrovarsi, nella piazza più grande del mondo che di fatto è un solaio, è pari a quella della signora cafona che indossa collane di finte perle o di falso oro. E del resto non sono i molti cafoni della domenica o i falsi turisti delle crociere a frequentare la falsa piazza? L’inautenticità a Salerno è tale da potersi dire sia ormai tutta la città ad essere zotica. Zotica negli edifici alti che spuntano in ogni dove e che vorrebbero essere grattacieli essendo rispetto a quelli veri solo nani. Zotica nei materiali e dei colori che i nuovi edifici salernitani, progettati da tecnici incolti, ostentano ad imitazione dei nuovi palazzi milanesi. Zotica al supermercato “Le cotoniere” dove si mostra un patchwork di rivestimenti in una sorta di catalogo di un falso lusso edilizio. Zotica nei tanti palazzi residenziali all’Arechi, lungo l’Irno, sulla collina si Giovi, o di fronte all’Arbostella, con sbalzi curvilinei inutili o falsi brise-soleil che, invece di infrangere il sole, tentano di determinare un nuovo involucro che nascondi la loro bruttura, in fondo alla maniera del crescent che, per occultare la sua mole eccessiva, ha utilizzato finte colonne doriche prefabbricate. Né i nuovi progetti esaltati da De Luca in campagna elettorale sfuggiranno, per quanto è dato sapere alla volgarità cafona, come è per il previsto collegamento “monumentale”, con nuovo cemento naturalmente, tra porta Ovest e la cosiddetta piazza della libertà o per il rivestimento in ceramica dei piloni del viadotto ci si offre di fatto un occultamento. “A Kitsch non si sfugge” diceva Dorfles.