Nella seconda giornata di audizioni sul Documento di Finanza Pubblica, presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli ha replicato ai recenti attacchi di Giorgia Meloni sulla verifica dei conti, sottolineando il ruolo «autonomo e indipendente» dell’istituto, che «segue modalità e tempistiche dettate dai regolamenti europei».
Giorgia Meloni (Ansa).
La spiegazione di Chelli
La verifica dei Conti di finanza pubblica, ha spiegato Chelli in audizione alla Camera, viene effettuata con cadenza semestrale (entro il primo aprile e il primo ottobre di ogni anno) «sotto il coordinamento tecnico di Eurostat». In questo contesto l’Istat, «pur mantenendo un ruolo autonomo e indipendente come responsabile ultimo della qualità dei dati prodotti», svolge anche «una funzione di coordinamento e di sintesi tra le diverse istituzioni nazionali coinvolte, a vario titolo, nella produzione dei dati di finanza pubblica», come la Banca d’Italia e il Ministero dell’Economia e delle Finanze, «assicurando la coerenza tra le varie fonti informative nazionali».
Cosa aveva detto Meloni
Meloni se l’era presa con l’Istat sulla questione della mancata uscita dalla procedura di infrazione, affermando che non avrebbe calcolato le risorse recuperate dalle frodi Superbonus. La premier, in particolare, sui social aveva definito «una beffa per l’Italia e per gli italiani» la misurazione del Pil che ha portato l’istituto (e l’Eurostat) a collocare il rapporto tra deficit e prodotto interno lordo dell’Italia al 3,1 per cento, quindi in procedura d’infrazione: «Da molti anni ormai, i primi dati Istat sottostimano il Pil effettivo, per poi rivederlo al rialzo».
In Consiglio dei ministri è atteso il decreto lavoro, un provvedimento che punta al salario giusto legando gli incentivi a chi lo applica. Per la sua individuazione si fa riferimento al trattamento economico complessivo definito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, rispetto al quale anche gli altri accordi non possono essere inferiori. La bozza prevede, tra gli altri interventi, la proroga fino a fine anno dei bonus (in scadenza il 30 aprile) per le assunzioni dei giovani under 35, di donne lavoratrici svantaggiate e nell’area Zes. Un’altra novità riguarda i rider e il rafforzamento delle loro tutele. L’accesso alla piattaforma digitale può avvenire con Spid, Carta di identità elettronica (Cie), Carta nazionale dei servizi (Cns) oppure con un account rilasciato dalla stessa piattaforma con un sistema di autentificazione a più fattori. La piattaforma non può rilasciare più di un account per ogni codice fiscale, né commissionare prestazioni temporalmente inconciliabili allo stesso lavoratore. Infine nel testo c’è, in via sperimentale, la copertura assicurativa obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro per le persone che svolgono l’attività di caregiver familiare.
Federcepicostruzioni richiama l’urgenza di una svolta concreta nel settore delle costruzioni. «Non possiamo accompagnare questa Giornata, anche quest’anno, soltanto con l’ennesimo bollettino di vittime – commenta il presidente nazionale di Federcepicostruzioni, Antonio Lombardi – La sicurezza va resa quotidiana, reale, verificabile». La Giornata Mondiale per la Sicurezza sul Lavoro non può ridursi a una ricorrenza simbolica o a un rituale di circostanza. Nata per richiamare governi, imprese e lavoratori alla prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali, questa giornata impone ogni anno una domanda semplice quanto scomoda: quanto si è fatto davvero, e quanto ancora resta da fare, perché lavorare non significhi rischiare la vita? Nel settore delle costruzioni, questa riflessione è ancora più urgente. Il cantiere resta uno dei luoghi di lavoro più esposti al pericolo, e i dati più recenti confermano che il tema della sicurezza continua a rappresentare una priorità non rinviabile. Secondo il quadro provvisorio Inail relativo al 2025, le denunce complessive di infortunio sono state 597.710, in aumento dell’1,4% rispetto all’anno precedente. Nel comparto delle costruzioni, l’andamento resta particolarmente preoccupante, anche alla luce dell’aumento già segnalato da Federcepicostruzioni sulle rilevazioni più recenti disponibili per il settore. Ancora più grave il dato relativo agli eventi mortali. Nei primi undici mesi del 2025 le denunce di infortunio con esito mortale sono state 1.010, in crescita dell’1%. E nell’edilizia le cadute dall’alto o in profondità continuano a rappresentare la principale causa di morte, con un’incidenza del 58,3% degli incidenti mortali censiti nel Rapporto Inail-Regioni 2025. A rendere il quadro ancora più pesante sono anche le malattie professionali. Nel solo settore delle costruzioni, le denunce hanno raggiunto quota 16.766, a conferma di un rischio che non si esaurisce nell’incidente immediato ma accompagna nel tempo la salute dei lavoratori. Sul piano territoriale, il fenomeno conferma una diffusione ampia e trasversale, con dinamiche che cambiano da area ad area ma restituiscono ovunque la necessità di rafforzare la prevenzione. Nel 2025, secondo il quadro provvisorio INAIL, il Centro e le Isole hanno registrato un aumento delle denunce di infortunio vicino al 3%, mentre il Nord-Ovest ha segnato un calo dell’1,4%, con Nord-Est e Sud sostanzialmente stabili. Tra le regioni spicca l’incremento del Lazio (+11,7%), seguito dalla Provincia autonoma di Bolzano (+6,6%) e dalla Sicilia (+4,2%). Particolare attenzione merita la Campania, dove il quadro resta motivo di forte allarme. Se sul totale delle denunce il Sud appare complessivamente stabile, la regione segnala uno degli aumenti più marcati degli infortuni in itinere, pari al +14,2% rispetto al 2024, un dato che la colloca tra i peggiori incrementi territoriali del Paese. Sempre nel 2025, la Campania risulta inoltre tra le regioni con il maggior numero di vittime complessive sul lavoro, insieme a Lombardia, Veneto, Sicilia, Emilia-Romagna, Piemonte e Lazio. Ancora più significativo è il dato di incidenza: a fine 2025 la Campania rientra tra le regioni in “zona rossa”, con un’incidenza dei morti sul lavoro superiore di oltre il 25% rispetto alla media nazionale, fissata in 33,3 decessi per milione di lavoratori. È un indicatore che segnala non solo la gravità numerica del fenomeno, ma anche una vulnerabilità strutturale del tessuto produttivo e organizzativo, che nell’edilizia trova una delle sue manifestazioni più critiche. «Il dato della Campania ci impone una riflessione ancora più severa», osserva ancora il presidente Lombardi. «Quando una regione si colloca tra quelle con più vittime e con un’incidenza superiore alla media nazionale, non basta indignarsi: bisogna intervenire su organizzazione del lavoro, controlli, formazione, qualificazione delle imprese e tecnologie di prevenzione, soprattutto nei cantieri, dove il rischio continua a essere altissimo». «Il 28 aprile deve essere prima di tutto un momento di verità – aggiunge ancora – Non possiamo permetterci che questa giornata si trasformi, ancora una volta, in una commemorazione seguita dall’oblio. Ogni dato ci dice che la sicurezza sul lavoro, soprattutto nei cantieri, ha bisogno di un cambio di passo profondo, serio, immediato». Secondo Federcepicostruzioni, non bastano più né gli appelli generici né gli adempimenti solo formali. La sicurezza va affrontata come una leva strutturale di qualità del lavoro, organizzazione del cantiere e competitività del sistema produttivo. Prevenire significa intervenire prima dell’incidente, con strumenti moderni, controlli efficaci, formazione continua e responsabilità chiare lungo tutta la filiera. Tra le soluzioni ritenute prioritarie vi sono il controllo digitale degli accessi e delle attività di cantiere, l’impiego di sensori e dispositivi intelligenti per segnalare cadute, anomalie o prossimità a situazioni di pericolo, il monitoraggio in tempo reale di attrezzature e procedure, e percorsi formativi più efficaci, periodici e verificabili. La stessa attenzione europea verso intelligenza artificiale e digitalizzazione nella salute e sicurezza sul lavoro conferma che l’innovazione può diventare un alleato decisivo della prevenzione. «La sicurezza non può essere una pratica da archiviare o una firma in calce a un documento – osserva Lombardi – Deve essere presenza quotidiana in cantiere, organizzazione rigorosa, formazione vera, tecnologie accessibili, controlli puntuali. E deve riguardare tutti, non soltanto le grandi imprese, perché il tessuto dell’edilizia italiana è fatto in larga parte di piccole e medie aziende che vanno messe nelle condizioni di investire davvero nella prevenzione». Federcepicostruzioni richiama inoltre la necessità di rafforzare la qualificazione delle imprese, rendere più trasparente la catena dei subappalti e introdurre meccanismi premiali per chi investe seriamente nella tutela dei lavoratori. In quest’ottica, la sicurezza deve essere considerata non come un costo accessorio, ma come un elemento essenziale della qualità del lavoro e della tenuta dell’intero comparto. «Ogni incidente evitabile è una sconfitta collettiva – conclude Lombardi – per questo servono meno inerzia, meno retorica e più azioni concrete. Il lavoro deve tornare a essere un luogo di dignità, non di paura. E il cantiere, da spazio ad alto rischio per definizione, deve diventare il banco di prova di una nuova cultura della prevenzione». Federcepicostruzioni ricorda infine che, anche sul piano contrattuale ed in particolare nel Ccnl sottoscritto dalla Federazione, il tema della sicurezza resta centrale, con un’impostazione che valorizza prevenzione, aggiornamento continuo, innovazione e strumenti più efficaci di gestione del rischio, compreso il supporto delle nuove tecnologie.
«Nessuno degli elementi negativi presentati in recenti articoli di stampa consta agli atti della procedura». È quanto precisato dal Ministero della Giustizia in relazione alla grazia concessa a Nicole Minetti, su cui il Quirinale ha chiesto approfondimenti dopo alcuni dubbi sollevati sulla regolarità dell’adozione di un minore uruguaiano con gravi problemi di salute, al centro dell’istanza di clemenza. «Alla domanda dell’atto di clemenza proposta dall’interessata alla presidenza della Repubblica ha fatto seguito l’istruttoria di rito, in esito alla quale il procuratore generale di Milano ha espresso parere favorevole», si legge nella nota di Via Arenula. «Ad esso hanno fatto seguito, in assenza di elementi di connotazione negativa a carico della Minetti, analogo parere della competente Direzione del ministero della Giustizia e il conseguente parere favorevole espresso dal ministro e trasmesso alla Presidenza».
Restano le ombre sull’adozione del bambino in Uruguay
Poche ore dopo la richiesta del Colle, il Ministero della Giustizia ha dunque confermato che la procedura che ha portato al provvedimento di clemenza per motivi umanitari è stata seguita in maniera corretta. Ma sono diverse le ombre calate sull’adozione – da parte di Minetti e del compagno Giuseppe Cipriani – del bambino uruguaiano. Sotto la lente d’ingrandimento c’è la condizione famigliare del piccolo: i genitori erano sì indigenti, ma non lo avrebbero abbandonato. Inoltre, a causa di una seria patologia, il minore nel 2021 sarebbe stato portato a Boston per un intervento chirurgico, contro il parere dei medici di due ospedali italiani. Ma all’epoca la coppia non avrebbe avuto la patria podestà sul bimbo. Inoltre l’operazione non è stata risolutiva, tanto che ad aprile del 2025 sarebbero emersi rischi di recidiva e complicazioni. La madre del bambino, inoltre, da qualche mese è scomparsa nel nulla. E poi il compagno di Minetti, erede della dinastia dell’Harry’s Bar, compare negli Epstein Files.
La procedura è stata regolare: ma Minetti ha detto la verità?
Almeno dal punto di vista procedurale, in Italia risulta tutto in regola. C’è da capire, come chiede il Quirinale, se gli elementi presentati da Minetti nella domanda di grazia sono veritieri. In tal caso il provvedimento di clemenza potrebbe essere sospeso o revocato. La Procura generale della Corte d’appello di Milano – dopo il via libera del Ministero della Giustizia – ha avviato accertamenti in Uruguay e Stati Uniti. «La procedura riguardante la richiesta di grazia ci è arrivata dal ministero a fine 2025. Sulla base di quanto chiesto, il quadro era completo e non emergevano dati anomali. L’acquisizione documentale è avvenuta attraverso i riscontri sanitari dei carabinieri», ha detti all’Ansa il sostituto procuratore Gaetano Brusa, che all’epoca della richiesta si è occupato degli accertamenti.
Minetti annuncia querele, il Pd incalza Meloni su Nordio
Da parte sua Minetti, condannata a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato nei processi Ruby ter e Rimborsopoli (da scontare ai servizi sociali), ha dichiarato: «Le informazioni diffuse sono prive di fondamento e gravemente lesive della mia reputazione personale e familiare», annunciando poi querele. Intanto, le opposizioni hanno colto la palla al balzo. «Cosa sta aspettando Giorgia Meloni a far fare un passo indietro al ministro Carlo Nordio? Non c’è più tempo da perdere: la sua permanenza al Ministero della Giustizia si sta rivelando estremamente dannosa e il dicastero appare privo di guida e controllo», ha detto la responsabile Giustizia del Pd Debora Serracchiani.
Donald Trump e i suoi consiglieri alla sicurezza nazionale sono scettici sull’offerta dell’Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz e sospendere le trattative sul nucleare. Lo riporta il Wall Street Journal citando alcune fonti. La Casa Bianca continuerà a negoziare con Teheran e probabilmente presenterà la sua risposta e le sue controproposte nei prossimi giorni. Anche se l’offerta iraniana non è stata respinta categoricamente, Trump e i suoi consiglieri sono dubbiosi sull’azione in buona fede dell’Iran e sull’intenzione di Teheran di mettere fine all’arricchimento dell’uranio e impegnarsi a non sviluppare l’arma nucleare.
Usa: «Accordo solo se impediamo all’Iran di dotarsi di armi nucleari»
La proposta iraniana, affidata ai mediatori pachistani, riaprirebbe il transito al petrolio e ai fertilizzanti facendo rifiatare i mercati internazionali, ma priverebbe Trump di una leva importante nei futuri colloqui per la rimozione delle scorte di uranio arricchito iraniano e la sospensione dell’arricchimento, due obiettivi di guerra primari per il lui. «Gli Stati Uniti hanno il coltello dalla parte del manico e raggiungeranno solo un accordo che metta al primo posto il popolo americano, impedendo all’Iran di dotarsi di armi nucleari», ha ribadito ad Axios la portavoce della Casa Bianca Olivia Wales.
SALERNO – La Salernitana ha chiuso la regular season con la terza vittoria consecutiva, la decima stagionale ottenuta lontano dall’Arechi. Il bilancio dei granata in trasferta si completa con tre pareggi e sei sconfitte per un totale di ben 33 punti. Solo il Benevento ha vinto più gare in edizione da viaggio, ben undici, e ha ottenuto più punti in trasferta, 36. Complessivamente i 69 punti dei granata sono arrivati grazie a venti vittorie, solo i sanniti con 25 hanno vinto più volte, nove pareggi e nove sconfitte. Solo Catania e Benevento con sei ko hanno perso meno della Salernitana. Sono in tutto 50 i gol, 25 in casa e 25 in trasferta realizzati dai granata in questo campionato, nono migliore attacco del girone. Diciotto i giocatori andati a segno con Lescano capocannoniere della squadra con otto reti. A quota sette c’è Ferrari che a Foggia ha segnato il secondo nelle ultime tre gare, mentre Quirini e De Boer hanno segnato il secondo gol personale dopo quelli segnati rispettivamente a Casarano e sul campo dell’Atalanta Under 23. Sono in tutto 42 i gol subiti, sesto miglior score del girone, da Donnarumma, unico giocatore granata ad aver disputato tutti i minuti di questo campionato. 16 sono le reti subite all’Arechi, 26 quelle in trasferta. Il dato statistico su cui Cosmi dovrà lavorare in vista dei playoff riguarda proprio il settore difensivo, dato che sono sei le gare consecutive con almeno una rete subita. È dal match di Crotone, infatti, che la Salernitana non riesce a chiudere con la porta inviolata. Salgono a diciannove i punti di Cosmi sulla panchina granata in dieci partite, con una media di 1,9 con un bilancio di sei vittorie, un pareggio e tre sconfitte. 1,78 era la media di Raffaele al momento dell’esonero, con un totale di cinquanta punti ottenuti in 28 giornate. Sono appena 31 i punti ottenuti del girone di ritorno, mentre all’andata la Salernitana ha chiuso a quota 38. Questa ottenuta a Foggia domenica è la quarta vittoria della storia della Salernitana che non vinceva sul campo dei rossoneri dal marzo del 1996, anche in quella circostanza con il punteggio di 1-3, identico risultato ottenuto anche nella vittoria del 39/40. L’altro successo, il più antico, è arrivato nel 36/37 con il punteggio di 3-0. Il bilancio si completa con diciotto vittorie dei padroni di casa e cinque pareggi, tre dei quali senza reti. Per la sesta volta la Salernitana ha chiuso un campionato di Serie C al terzo posto e per la quinta volta parteciperà ai playoff, vinti soltanto nel 1994 con Delio Rossi in panchina, partendo proprio da terza in classifica.
Giù il sipario, mes amies. Dopo mesi di tenuta davanti alla veemente protesta degli orchestrali, il governo ha ‘mollato’ Beatrice Venezi. Palazzo Chigi smentisce qualsiasi coinvolgimento di Giorgia Meloni nella faccenda, ma è innegabile che con il siluramento svanisce il sogno della premier di aver favorito l’arrivo della prima donna direttrice d’orchestra in un teatro importante come La Fenice di Venezia. Il sovrintendente che aveva nominato Venezi, Nicola Colabianchi, ha ceduto dopo l’intervista a La Nación in cui la direttrice accusava i lavoratori del teatro lirico di nepotismo, provincialismo e pigrizia culturale. Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, si è detto d’accordo con Colabianchi.
Giorgia Meloni con Beatrice Venezi (dal profilo X della premier).
Il caso Di Foggia
Qualche giorno prima, un’altra donna ritenuta vicino a Giorgia e Arianna Meloni, l’ex ad di Terna, Giuseppina Di Foggia, aveva dovuto rinunciare alla buonuscita milionaria per poter accedere alla presidenza dell’Eni, in quota FdI. Il via libera è arrivato dopo giorni segnati da una durissima presa di posizione del ministero dell’Economia e una evidente irritazione fatta trapelare da Palazzo Chigi nei confronti della dirigente da loro stessi indicata.
Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica).
Ma se si scorre indietro il calendario, dalle parti del governo è stato un dietrofront su tutto. Quantomeno dal giorno del video post-voto in cui Meloni riconosceva la sconfitta al referendum, sullo sfondo una siepe e in sottofondo il canto degli uccellini (in Rete lo hanno paragonato al disastro comunicativo post-Pandorogate di Chiara Ferragni).
Le dimissioni di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè
La débâcle del Sì sembra aver innescato, nel partito della premier, un meccanismo subdolo, una sorta di coazione a ripetere che porta alla graduale distruzione di tutto quello che è stato costruito in tre anni e mezzo. Si è iniziato il 25 marzo, due giorni dopo il canto degli uccellini, con le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi fino a quel momento difesi. E poi è stata la volta di Daniela Santanchè, blindata per anni. Un tentativo di risalire nei consensi? Sicuramente due cesure nette, che hanno lasciato crepe all’interno del partito. Meloni si è presa del tempo, poi ha acconsentito a intervenire in Aula sul referendum, come le opposizioni chiedevano.
Daniela Santanchè (Ansa).
Il gelo con Israele e Trump seguito dall’abbraccio a Macron
Nel frattempo la guerra in Iran si è allargata al Libano e la premier ha deciso di sospendere il rinnovo del memorandum d’intesa sullaDifesa con Israele. Non solo, aveva anche fatto sapere di aver negato l’atterraggio nella base di Sigonellaa due bombardieri degli Stati Uniti, Paese impegnato in una guerra troppo impopolare nel nostro Paese. Il climax è arrivato con la (tardiva) presa di posizione contro Donald Trump dopo le parole «inaccettabili» del capo della Casa Bianca contro Papa Leone XIV. Ed è stato allora che è convenuto alla premier correre dai Volenterosi, a Parigi, per partecipare a un incontro di una formazione fino ad allora ‘snobbata’, mostrando un afflato inedito nei confronti di Emmanuel Macron.
Anche il rapporto costruito con Bruxelles rischia di incrinarsi
Insomma, sembra di essere in una di quelle soap in cui non c’è mai una fine e la narrazione riparte rimescolando trame, amori e personaggi, che appaiono brevemente, poi a un certo punto scompaiono, senza grosse spiegazioni. Con la vittoria del No alla riforma Nordio, tutta la struttura che la maggioranza aveva delicatamente costruito in tre anni e mezzo appare improvvisamente in bilico. Meloni, ancorata al suo tavolo con vista su piazza Colonna, sembra così impegnata in una partita di sciangai: toglie i bastoncini uno a uno, cercando di non urtare quelli che restano. Anche il lavoro di costruzione del rapporto con la commissione di Ursula von der Leyen rischia di essere un bastoncino da estrarre dopo la conferma dello sforamento del 3 per cento del rapporto deficit/Pil e le urgenze economiche imposte dalle due guerre in corso che probabilmente costringeranno il governo a uno scostamento di bilancio. Così come le dichiarazioni di apertura al gas russo dell’ad di Eni, Claudio Descalzi, appena riconfermato dal governo, possono minare la stabilità di un altro bastoncino importante, quello della collocazione al fianco dell’Ucraina.
Ursula von Der Leyen e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
De profundis per le riforme
E a proposito di Eni, dove è finito il piano Mattei, centrale nella prima parte della legislatura? Se ne parla più che altro per la diffida del nipote di Enrico Mattei a utilizzare il nome dello zio. Bastoncino caduto su un lato. Per non parlare delle riforme. Autonomia a parte, che non è mai entrata nel cuore della leader di FdI, chi crede ancora che la maggioranza avrà la forza di approvare quella sul premierato, un tempo definita da Meloni «madre di tutte le riforme»? La mancanza di visione strategica è così evidente che anche una riforma introdotta poco prima del referendum sulla giustizia, come quella della legge elettorale, è ormai considerata su un binario morto da moltissimi rappresentanti della maggioranza.
La cabina di regia del Piano Mattei a Palazzo Chigi (Imagopeconomica).
Non restano che i centri in Albania
Spariti pure i ‘Puma’ dell’esercito a presidio delle stazioni ferroviarie, restano solo i centri in Albania. Dove alcuni big di FdI sono voluti andare in visita nei giorni scorsi. «Il Cpr di Gjader è pieno e funzionante», hanno fatto sapere, tra gli altri, i due capigruppo di Camera e Senato, Galeazzo Bignami e Lucio Malan. «All’interno della struttura sono già transitate 536 persone, con profili di elevata pericolosità, alcune già rimpatriate», hanno precisato. Ecco, 536. Peccato che avrebbero dovuto essere 36 mila l’anno.
Punta il dito contro il commissario prefettizio Vincenzo Panico l’avvocato Franco Massimo Lanocita, candidato sindaco sostenuto da Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e Rifondazione Comunista, in campo con tre liste a suo sostegno. Ieri sera, davanti alla Casa della Sinistra, Alleanza Verdi e Sinistra ha presentato la lista dei candidati al Consiglio comunale di Salerno. A chiudere l’evento è stato lo stesso Franco Massimo Lanocita, che non ha risparmiato attacchi al competitor Vincenzo De Luca: “Il presidente della Regione aveva lasciato un cappello sulla poltrona, Vincenzo Napoli, poi è tornato e ha preteso di riprendersi il posto, senza preoccuparsi delle sorti della città, costretta a una gestione commissariale”. Lanocita punta il dito anche contro il commissario prefettizio: “Comincio ad avere il sospetto che questa operazione commissariale sia collegata a quella sul porto turistico e sul porticciolo: pratiche avanzate e approvate dal commissario per togliere le castagne dal fuoco al prossimo sindaco, che si riteneva potesse essere Vincenzo De Luca, ma non lo sarà – ha aggiunto il candidato – Non ci sarà alcuna colata di cemento sul porto commerciale, così come non ci sarà sul porticciolo di Pastena. Si tratta di due interventi che gridano vendetta”. Poi una riflessione sugli spazi a mare e sull’urbanistica cittadina: “Abbiamo assistito a una crescita edilizia caratterizzata da una forte speculazione, alla quale non hanno corrisposto gli standard necessari. Ci sono scheletri di palazzi senza previsione di reti, impianti sportivi, verde pubblico, spazi per giovani e anziani. È stata una crescita edilizia, non urbanistica, perché è mancata la tutela dell’uomo, con un uso del suolo privo di adeguata pianificazione. Noi siamo quelli che dicono stop al consumo di suolo – ha aggiunto Lanocita – La nostra idea di città non prevede auto che intasano le strade, ma un trasporto pubblico efficiente e centrale. Le frazioni alte sono sprovviste di collegamenti adeguati: risultano isolate, avulse dal territorio e dal sistema di trasporto cittadino”. Da qui la proposta di rivedere complessivamente il trasporto pubblico, con l’obiettivo di garantire un servizio più efficiente, capillare e adeguato su tutto il territorio comunale. Intanto ieri, Alleanza Verdi e Sinistra ha consegnato al candidato sindaco Franco Massimo Lanocita un documento contenente una serie di proposte e richieste, affinché possano diventare parte integrante della sua iniziativa politica e programmatica. Tra le priorità indicate figura innanzitutto il potenziamento del pronto soccorso dell’ospedale “Ruggi”, che da tempo versa in condizioni critiche. La struttura, infatti, soffre sia per una cronica carenza di personale — in particolare medico — sia per un forte sovraffollamento, che compromette la qualità dell’assistenza e i tempi di intervento. Quest’ultimo problema è determinato anche dall’assenza, sul territorio cittadino, di un adeguato sistema di strutture sanitarie intermedie in grado di svolgere una necessaria funzione di filtro rispetto agli accessi ospedalieri. Una funzione che, come previsto dal Servizio Sanitario Nazionale, dovrebbe essere garantita dalle cosiddette Case di comunità e dagli Ospedali di comunità, presidi fondamentali per rafforzare la sanità territoriale e alleggerire la pressione sugli ospedali. A tal proposito, AVS ha riferito a Lanocita che, nel piano originario, per la città di Salerno erano previste tre Case di comunità e un Ospedale di comunità. Tuttavia, l’ASL di Salerno ha successivamente ridimensionato il programma, realizzando una sola Casa di comunità in località Matierno. Per questo motivo, al candidato sindaco viene chiesto di farsi promotore, presso la Regione Campania, della richiesta di ripristinare il piano iniziale, sostenendo la realizzazione delle altre due Case di comunità e dell’Ospedale di comunità, ritenuti essenziali per garantire una copertura sanitaria più capillare ed efficiente. Sempre in tema di assistenza sanitaria territoriale, per AVS è fondamentale che l’ASL avvii una nuova fase di rafforzamento degli organici. In particolare, si sottolinea che, ora che la Regione — guidata dal presidente Fico — è uscita dal Piano di rientro, esistono le condizioni per procedere all’assunzione di nuovo personale attraverso concorsi pubblici, evitando il ricorso a cooperative o alla somministrazione tramite agenzie interinali. Una scelta, questa, ritenuta indispensabile per garantire stabilità lavorativa agli operatori e maggiore qualità nei servizi offerti ai cittadini. Analoga urgenza riguarda il potenziamento dell’assistenza domiciliare integrata, rivolta ai pazienti dimessi dagli ospedali e spesso impossibilitati a sostenere i costi di cure private, come infermieri o terapisti. Anche in questo ambito, AVS sollecita l’attivazione di concorsi pubblici per colmare la carenza di personale e assicurare un servizio continuativo ed efficace, capace di rispondere concretamente ai bisogni delle fasce più fragili della popolazione. Infine, nel corso dell’incontro è stata rappresentata a Lanocita l’urgenza di procedere alla nomina del nuovo direttore generale dell’Azienda ospedaliera universitaria di Salerno. L’assenza di questa figura apicale, infatti, sta generando non poche criticità nella gestione e nella programmazione delle attività sanitarie. Una guida stabile e autorevole viene ritenuta indispensabile anche per avviare, presso il plesso di via San Leonardo, le procedure concorsuali necessarie a superare la cronica carenza di personale che interessa diversi reparti. Nel complesso, il documento consegnato da Alleanza Verdi e Sinistra delinea una visione di sanità pubblica più vicina ai cittadini, fondata sul rafforzamento dei servizi territoriali, sulla valorizzazione del personale sanitario e su una programmazione efficace e lungimirante, capace di rispondere alle reali esigenze della comunità salernitana.
«Emozionato e felice»: queste le prime parole di Raffaele Cantone, nuovo Procuratore Capo della Procura della Repubblica di Salerno, insediatosi ufficialmente ieri mattina. Cantone torna in Campania dopo ben 19 anni: nel 1992 è stato assegnato, quale prima sede, alla Procura della Repubblica presso la Pretura Circondariale di Napoli; nel 1996 è stato poi trasferito alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli ed assegnato alla sezione “criminalità economica” e 1999, designato alla Direzione Distrettuale Antimafia della medesima Procura della Repubblica dove si è occupato soprattutto delle indagini sui gruppi camorristici operanti nel casertano. Dal 2007 è stato assegnato al Massimario della Corte di Cassazione, dove, dall’ottobre del 2013, è stato coordinatore del settore penale per poi andare via, ricoprendo l’incarico di Presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione. Oggi, torna in Campania, come detto, e assume la guida della Procura di Salerno. «È un giorno emozionante; al lavoro penserò nei prossimi giorni. Sono andato via dalla Campania nel 2007: sono passati 19 anni e sono felice di poter tornare a lavorare qui. Con grande umiltà cercherò innanzitutto di comprendere bene la situazione, per poi mettermi subito al lavoro», ha dichiarato Cantone, sostenendo che le inchieste per corruzione, a onor del vero, non sono numerose in nessuna parte del Paese. Mi auguro però che ci sia spazio per intervenire sui reati contro la pubblica amministrazione con grande rigore e nel pieno rispetto delle regole, auspicando anche che dal punto di vista normativo non vengano introdotti ulteriori ostacoli». Poi, un riferimento alla scelta del governo nazionale di abrogare il reato di abuso di ufficio e, senza mezzi termini, sostiene sia stato «un danno. Vedremo ora in che modo si interverrà sul traffico di influenze illecite, considerando che la norma è stata depotenziata». «Per quanto riguarda il traffico di droga, credo che sia diventato un’emergenza ovunque: rappresenta ormai il principale business della criminalità organizzata di tipo mafioso. Questo ha modificato profondamente la geografia e le modalità di azione delle organizzazioni criminali. È evidente che anche in questo territorio si registrano dinamiche simili a quelle presenti nel resto della Campania, ma ritengo corretto, prima di formulare qualsiasi valutazione, comprendere a fondo ciò che è stato fatto e ciò che si potrà fare», ha detto ancora il nuovo Procuratore Capo, sottolineando come tra i temi di maggiore rilievo vi siano «quelli legati alla criminalità organizzata, che però mi riservo di analizzare con attenzione. Per formazione, dedicherò particolare attenzione anche ai reati contro la pubblica amministrazione. Tuttavia, tutti i fenomeni criminali meritano la stessa attenzione, a partire dalla violenza di genere. Ho letto, nei giorni scorsi, di una vicenda legata al caporalato: sono tutti ambiti che richiedono interventi mirati e approfonditi. Proveremo a utilizzare tutti gli strumenti normativi e di prevenzione antimafia disponibili, anche in relazione allo sfruttamento della manodopera». Presente alla cerimonia di insediamento anche Giovanni Melillo, Procuratore nazionale Antimafia e Antiterrorismo: «È un giorno importante per la Procura della Repubblica di Salerno, per la magistratura salernitana, per la giustizia e per le attese e le speranze di chi vive in questo territorio. Si tratta di un’area che richiede grande attenzione e profonde riflessioni: un territorio complesso, ricco di risorse, ma al tempo stesso esposto a minacce significative», ha detto. «Il sistema camorristico è oggi e non soltanto nel distretto di Salerno, una costellazione di imprese. Di imprese che rappresentano interessi e logiche di accumulazione della ricchezza e, nello stesso tempo, di mimetizzazione sociale, che non è facile contrastare», ha poi aggiunto il Procuratore nazionale antimafia. Il lavoro di Cantone andrà nel segno della continuità e a cedere il testimone Giuseppe Borrelli, oggi assegnato alla guida della Procura della Repubblica di Reggio Calabria: «Mi auguro, naturalmente, che quanto è stato fatto in questi anni venga apprezzato e proseguito. Sicuramente Raffaele Cantone è un collega che possiede tutte le caratteristiche per sviluppare e migliorare il lavoro svolto finora. Inoltre, come dicevo prima, credo che dopo un certo periodo di tempo i cambiamenti siano di per sé positivi, perché consentono di cogliere nuove esigenze che chi resta troppo a lungo nello stesso ruolo rischia di non vedere più. Raffaele ha la capacità non solo di individuarle, ma anche di affrontarle e risolverle», ha detto il Procuratore Borrelli. «È un dato ormai evidente: all’interno del distretto di Salerno esistono fenomeni criminali rilevanti. Del resto, la presenza di 29 sostituti procuratori testimonia la complessità del contesto. Si tratta di fenomeni significativi, che spesso si scontrano con una patina di apparente tranquillità e benessere, tale da far pensare che certe realtà non possano esistere. Questa percezione, però, finisce talvolta per rappresentare una sorta di copertura. Purtroppo, tali fenomeni sono presenti e interessano diversi ambiti del diritto penale: dalla pubblica amministrazione alla criminalità economica, fino alla criminalità organizzata, che continua ad affliggere in maniera endemica e significativa una parte ampia del territorio del distretto, in particolare l’Agro nocerino-sarnese – ha poi aggiunto – Si tratta, dunque, di un compito complesso quello che attende il nuovo procuratore della Repubblica, ma sono certo che saprà affrontarlo con competenza ed efficacia».
“Garantire scuole sicure e ben tenute è la normalità, ma oggi la vera sfida educativa parte dalla comprensione delle emozioni”. Con queste parole, Gherardo Maria Marenghi, candidato del centrodestra alla carica di sindaco di Salerno per le elezioni comunali del 24 e 25 maggio, introduce al centro del dibattito pubblico il tema del benessere emotivo e relazionale degli studenti, ponendo l’attenzione su un aspetto spesso trascurato ma determinante per la crescita delle nuove generazioni. “Questa nuova generazione è intelligente, sensibile e piena di potenzialità – prosegue Marenghi – ma può essere anche fragile, perché cresce in un mondo molto competitivo e spesso povero di relazioni autentiche. I ritmi accelerati, l’esposizione continua ai social e la pressione delle aspettative stanno incidendo profondamente sullo sviluppo dei più giovani. Sempre più bambini manifestano difficoltà di attenzione, ansia, insicurezza e fatica nella gestione delle emozioni. Parallelamente, assistiamo a un aumento di fenomeni preoccupanti come il bullismo, il cyberbullismo e l’abbandono scolastico, segnali evidenti di un disagio che non può più essere ignorato”. Secondo il candidato, è necessario un cambio di prospettiva nelle politiche educative locali, che metta al centro non solo l’apprendimento nozionistico, ma anche la crescita personale degli studenti: “È qui che il Comune deve intervenire in modo concreto, affiancando le scuole con strumenti innovativi, formazione qualificata e supporto costante ai docenti. Investire sul benessere emotivo significa prevenire il disagio, migliorare il clima scolastico e favorire relazioni più sane e costruttive tra studenti, insegnanti e famiglie”. Nel programma proposto, un ruolo centrale è affidato all’introduzione di modelli educativi innovativi già sperimentati con successo in altre realtà italiane ed europee, tra cui progetti ispirati ai programmi di Six Seconds, organizzazione internazionale attiva in oltre 150 Paesi nella diffusione dell’intelligenza emotiva. Tali percorsi prevedono attività strutturate per aiutare bambini e ragazzi a riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni, sviluppando competenze fondamentali come empatia, autocontrollo, capacità decisionale e collaborazione. Queste iniziative sono state realizzate grazie alla collaborazione tra fondazioni, associazioni del territorio e istituzioni pubbliche, in sinergia con Comuni e Regioni, dimostrando come il lavoro di rete possa generare risultati concreti e duraturi. In contesti come il Trentino-Alto Adige e il Veneto, tali partnership hanno permesso di integrare stabilmente i programmi nelle scuole, contribuendo a migliorare il clima di classe, rafforzare le relazioni tra studenti e ridurre significativamente situazioni di disagio e conflittualità. “Vogliamo introdurre anche a Salerno esperienze educative già attive in altre regioni – conclude Marenghi – adattandole al contesto locale e costruendo un modello capace di coinvolgere l’intera comunità educante. L’obiettivo è creare classi più serene, inclusive e collaborative, in cui ogni studente possa sentirsi ascoltato e valorizzato. Vogliamo aiutare i ragazzi a gestire ansie e difficoltà, a rispettare gli altri, a prevenire bullismo e cyberbullismo e, soprattutto, a costruire fiducia in sé stessi e nel futuro”. L’iniziativa si inserisce in una visione più ampia di scuola come comunità educante, in cui la crescita culturale si accompagna allo sviluppo delle competenze emotive e sociali, fondamentali per affrontare le sfide del presente e del domani. In questo quadro, il ruolo delle istituzioni locali diventa strategico: sostenere la scuola significa investire non solo nell’istruzione, ma nella qualità della vita dell’intera città, promuovendo coesione sociale, inclusione e benessere diffuso.
28 aprile 1963, 28 aprile 2026. Una data che tanti tifosi salernitani della nostra età ricordano, legata soprattutto alla gara tra Salernitana e Potenza del campionato di serie C che si disputò, proprio nella domenica delle elezioni politiche dell’epoca, allo stadio Vestuti, finita con l’invasione di campo e la morte di Giuseppe Plaitano, 48 anni aveva il maresciallo maggiore della Marina, primo tifoso a perdere la vita in uno stadio per un colpo di pistola esploso in aria per disperdere la folla che aveva invaso il terreno di gioco per delle decisioni poco consone alla gara stessa contro la Salernitana da parte del direttore di gara che dirigeva quella partita. Sessantatré anni sono trascorsi da allora, oltre mezzo secolo di vita ma il ricordo è nitido da parte di Umberto, ex funzionario del Comune di Salerno che allora aveva solo 19 anni e si trovava con il papà in tribuna per assistere a quella gara e che ci porta indietro con la mente a quella infausta giornata. <E’ chiaro – dice subito – che un avvenimento del genere come la morte di un genitore non potrà mai essere cancellato dalla mia mente visto che si stava assistendo solo ad una partita di calcio finita, poi, in tragedia per la mia famiglia> Raccontiamola allora quella giornata, Umberto. <Papà, ricordo, era un grande tifoso della Salernitana e mi portava sempre allo stadio quando la nostra squadra giocava al Vestuti. Abitavamo nella zona Carmine, in via Vernieri, quindi eravamo vicino al Vestuti per cui potevamo raggiungere facilmente l’impianto di piazza Casalbore. Quella domenica con quella partita importante contro il Potenza ci avviammo un pò prima per trovare il posto in tribuna. Papà come suo solito si metteva a vedere la partita sull’ultimo scalino della tribuna proprio sotto la tribuna stampa. Un modo come un altro per guardare la gara in tranquillità dagli ultimi gradini. Io invece mi trovavo una decina di gradini più giù in compagnia di altri amici a tifare per la nostra squadra del cuore Poi accadde l’irreparabile per alcune decisioni dell’allora direttore di gara che era Galdiolo di Alessandria. Si qualcosa fece arrabbiare gli spettatori e un tifoso dal settore distinti scavalca la rete di recinzione con l’intenzione di raggiungere l’arbitro non con buone intenzioni. Fu bloccato subito, la gara riprese ma una decina di minuti un altro spettatore sempre dal settore distinti fece la stessa cosa del primo tifoso. Entrò in campo per raggiungere l’arbitro. Fu bloccato dalla polizia, anche manganellato dai tutori dell’ordine ma fu quella la scintilla che non lasciò insensibili gli altri spettatori sulle gradinate che abbassarono la rete di recinzione e invasero il terreno di gioco da ogni settore. Nel frattempo mentre i calciatori di Salernitana e Potenza con l’arbitro scapparono negli spogliatoi mettendosi in salvo si creò un caos generale con camionette della polizia che entrarono sulla pista di atletica e poi sul terreno di gioco per disperdere la folla minacciosa. Anche io scappai sotto la tribuna visto che i lacrimogeni esplosi dalla polizia fecero piangere tutti. Inoltre per disperdere la folla la stessa polizia sparò colpi di pistola in aria a scopo intimidatorio. Uno di questi colpi raggiunse, purtroppo, il mio papà che fu trovato raggomitolato, mi fu detto dopo, all’ospedale, su se stesso sull’ultimo scalino dove stava assistendo alla partita colpito, come poi leggemmo dal referto all’Ospedale di via Vernieri, da un colpo all’encefalo sinistro. Era girato verso destra per vedere cosa stava accadendo e il colpo vagante lo attinse a sinistra. Io cercai papà, non avevo notizie, qualcuno mi disse che lo avevano trasportato in ospedale, a via Vernieri, appunto dove lo trovò quasi subito mia mamma che lo aspettava a casa per la solita passeggiata che facevano ogni domenica dopo la partita e visto che abitavamo poco distante dall’ospedale era scesa da casa ed apprese della morte di papà. Una giornata drammatica, Umberto? Si perchè pensavo a quell’epoca ma anche ora che per una partita di calcio non si può morire in uno stadio. Basti dire che furono tantissime le persone che parteciparono al funerale di mio padre nella vicina chiesa di Piazza San Francesco e che poi vollero portare la bara in corteo sotto gli uffici della Questura centrale in Piazza Amendola per protestare contro le forze dell’ordine per quanto accaduto. Un omaggio ed anche una piccola riconoscenza che il mio papà meritava anche se, come detto, non si può morire assistendo a una partita di calcio.
Premiato ufficialmente sabato 25 ai Delos Days, il volume è ora ufficialmente in vendita in ebook e stampa
Si intitola Kryzys Robotowy – La crisi dei robot, ed è il romanzo di Alessandro Massasso vincitore del Premio Odissea 2026. Una storia ambientata al confine tra la Polonia e la Bielorussa (ecco spiegato il titolo) con un solido impianto da thriller ma temi decisamente sociali ed estremamente attuali.
Premiato e presentato in anteprima sabato 25 aprile, con la presenza dell'autore, esce oggi ufficialmente sia in ebook che in versione cartacea (136 pagine, 14 euro).
Kryzys Robotowy - La crisi dei robotdi Alessandro MassassoNon è una rivolta delle... - Leggi l'articolo
Presentato ai Delos Days, il volume è basato su un'idea pazzesca: raccogliere 666 racconti di 666 caratteri l'uno, di 666 autori diversi. Ora l'idea è diventata realtà.
È stato presentato ai Delos Days, sabato 25 aprile, il nuovo libro-evento di Delos Digital. Un'operazione nella linea delle precedenti antologie “365 racconti” ma ancora più complicata: i racconti questa volta sono 666, e con la regola di non poter essere più lunghi di 666 battute. Immaginate le difficoltà a organizzare un'operazione del genere: eppure Delos, in particolare le tre persone che l'hanno curata, ovvero Paolo Di Orazio, Marika Campeti e Claudia Myriam Cocuzza, ci sono riuscite.
Coperte da un drappo nero, tenute nascoste fino all'ora... - Leggi l'articolo
CAVA DE’ TIRRENI – Con il pa- reggio contro il Cosenza è ca- lato il sipario sul campionato di Serie C che ha visto gli aquilotti conquistare sul campo la permanenza in ca- tegoria per il secondo anno consecutivo. Non è stata un’annata semplice in quanto nel mese di luglio ci fu una vera e propria rivoluzione con cambi di uomini e strategie come il subentro di Vincenzo De Liguori per Pasquale Lo- giudice nel ruolo di direttore sportivo, passando per il cambio in panchina con l’ar- rivo di Fabio Prosperi dopo l’addio di Vincenzo Maiuri. Poi si è passati alla nuova filosofia societaria ovvero non più cal- ciatori in prestito che grava- vano sul bilancio ma un mix di calciatori esperti e soprat- tutto giovani di proprietà su cui costruire un futuro e ma- gari lanciare nel calcio che conta. Di tutto ciò ne ha par- lato il presidente in pectore Alessandro Lamberti (foto tratte dal profilo facebook di cavesecalcio) che nella sala stampa “Raffaele Senatore” ha voluto non solo salutare e ringraziare tutti, ma anche disquisire sull’annata calci- stica appena trascorsa, dilun- gandosi poi sulle sfide che attendono la Cavese nella prossima stagione e nel fu- turo:“È stato un anno molto interessante e secondo me il più difficile rispetto alla pas- sata stagione quando siamo saliti in serie C dal momento che ci siamo trovati in una si- tuazione nuova perchè con il nuovo allenatore dovevamo valutare chi in rosa dei vecchi potesse farne parte cercando di essere attenti all’equilibrio economico-finanziario dato che come ben sapete è una base obbligatoria da cui si partirà da settembre con il salary cup. La partita col Co- senza è stata la dimostra- zione di quanto questo gruppo guidato da Prosperi e dal suo staff abbia fatto bene. Ci sono stati momenti brutti all’inizio ma io sono sempre stato molto tranquillo sul fatto che avremmo raggiunto la salvezza perchè conosco la dedizione al lavoro dell’alle- natore e dei ragazzi. De Li- guori quest’anno ha fatto veramente un ottimo lavoro. Alcuni mi hanno detto che ho rischiato scegliendo un diret- tore sportivo alle prime armi ma in realtà non è proprio così perchè io lo conoscevo già da due anni. Per noi è stato un anno difficile ma impor- tante perché ora abbiamo tanti calciatori di proprietà e
stasera c’era anche Igor Amerighi che è stato un no- stro calciatore fino a gennaio prima di passare all’Inter. Ringrazio tutti, tifosi com- presi, nonostante ci siano stati tanti “mugugni” dopo il difficile avvio di stagione ma fa parte del gioco. Noi sa- remmo stati salvi anche senza le penalizzazioni delle altre squadre. Ieri lo ha riba- dito l’allenatore ma mi piace sottolinearlo che ad oggi sa- remmo stati salvi anche senza le penalizzazioni delle altre squadre. Come ho sem- pre ribadito da quando mi sono insediato, solo con l’unione di intenti si può an- dare nella direzione giusta e ad oggi posso affermare che ripartiremo da una buona base per la prossima sta- gione. Noi nelle partite ab- biamo espresso del buon calcio, forse tranne contro il Latina che secondo me è stata una gara un po’ problematica per tanti motivi dove però c’era stato anche un segnale di stanchezza che ovvia- mente ti porta a fare delle ri- flessioni in generale e non solo sull’allenatore, ma il la- voro fatto dal tecnico e dal suo staff però mi lasciavano tran- quillo.
Anno zero questo? Lo scorso anno non poteva essere l’anno zero perché ritorna- vamo tra i professionisti dopo diciotto anni e siamo andati si sui giovani ma anche sul- l’usato sicuro con calciatori d’esperienza. Invece, ad inizio stagione, dopo la scelta fatta su De Liguori e Prosperi, ho chiesto al direttore di creare una base da cui ripartire per costruire il futuro e que- st’anno il mix tra giovani e calciatori di esperienza che li hanno accompagnati è stato ottimo. Un esempio, in ter- mini economici, è stata l’ope- razione sia di acquisto che di cessione di Amerighi. Pro- speri per me non è stato mai in discussione. Ci siamo sem- pre confrontati e anche sul suo futuro ne abbiamo già di- scusso ma è legittimo che abbia chiesto una riflessione dopo un’annata così dispen- diosa e così gli ho detto di prendersi qualche giorno perché siamo soddisfatti come società del suo operato e vorremmo andare avanti insieme. Qui vogliamo per- sone molto convinte di starci a Cava de’ Tirreni: non è il caso di Prosperi e lo aspetteremo tranquillamente; è vero che non c’è fretta ma vogliamo già parlare di programma- zione per la prossima sta- gione per fare le cose per bene. Difficoltà nel corso della stagione? Ci sono stati dei
confronti interni ma ero tran- quillo perché vedevo come la- voravano i ragazzi con lo staff tecnico; poi però il calcio è fatto da episodi e mi riferisco alla gara di Bergamo dove ab- biamo creato almeno dodici occasioni da gol e non siamo stati fortunati o poco cinici come in altre situazioni. Credo che siamo in debito con la fortuna perchè avremmo dovuto avere al- meno cinque sei punti in più. Essere presidente di un club di calcio ma anche tifoso come lo sono io, ti porta via tanto e ti assorbe una quan- tità di energia fisica e men- tale, oltre che di tempo e di risorse importantissime. La squadra non sarà smantellata perchè non avrebbe senso e sicuramente guarderemo al mercato in entrata facendo tesoro delle cose che pote- vamo fare meglio e tenendo conto del salary cup che ci imporrà determinate scelte di strategia. De Liguori resterà l’anno prossimo ma gli rinno- verò l’incarico anche per il successivo e come detto aspettiamo un pochino il mi- ster e da quel momento an- dremo ad investire per migliorare la squadra par- tendo da una base solida e va- lutando cosa ci offrirà il mercato, anche perché dura tre mesi, provando così ad anticipare le scelte quanto possibili per arrivare in ritiro nel modo giusto.
Essere in regola con i conti oggi non è facile e lo dimo- strano Ternana, Siracusa ed altre realtà, per cui bisogna avere la lucidità nel gestire la situazione. I sacrifici che sono stati fatti per la Cavese sono enormi, ci sono dei dispendi economici importanti e que- st’anno siamo andati più in equilibrio perché ci siamo
mossi bene. Se trascuriamo le squadre che possono per- mettersi di investire grosse cifre, il salary cup porterà un maggiore equilibrio tra le squadre ai nastri di partenza. Sicuramente dovremo fare meglio perché teoricamente quest’anno, anche se di poco, non saremmo rientrati nei parametri richiesti, per cui servirà un grande lavoro da parte di tutti. La serie C sta cambiando e ci sono state tante novità da quando c’è Marani; su tutti la riforma Zola. I diritti tv sono in crisi dappertutto. Il discorso tra- sferte? Inutile toccarlo perché non serve aggiungere altro quando non hai tifosi per venti partite consecutive, ma questo vale anche per chi non viene al “Simonetta Lam- berti”. C’è una repressione troppo forte che mi lascia sin- ceramente perplesso però credo che siano problemi che vadano affrontati e risolti prima o poi. Per quanto con- cerne la questione stadio, at- tendiamo chi sarà il prossimo
sindaco a Cava de’ Tirreni e quindi non posso andare oltre ma comunque lo stadio rappresenta una nostra prio- rità altrimenti una crescita sia della squadra che della so- cietà sarà sempre complicata e non sostenibile alla lunga. Sicuramente c’è bisogno di migliorare le nostre infra- strutture e spero che chi sarà al ruolo di primo cittadino avrà a cuore le nostre sorti. Sulla questione reti, da parte nostra abbiamo già adem- piuto ma dobbiamo aspettare dei lavori che competono al Comune in questo momento e che sono sostanziosi e quindi possiamo fare poco da parte nostra. Il momento più bello della stagione? Sicura- mente la vittoria di Bene- vento e l’aver festeggiato la salvezza con chi c’era a Sira- cusa. Come presidente mi hanno fatto piacere entrambi i derby contro la Salernitana, soprattutto al ritorno c’è stata una bella emozione ma sicu- ramente mi piacerà di più la prossima stagione”.
“Fico? Mi avvalgo della facolta’ di non rispondere…”. A Napoli per la presentazione del suo ultimo libro, Carlo Calenda e’ lapidario con i giornalisti che gli chiedono un giudizio sui primi mesi di Roberto Fico alla guida della Regione Campania. Alle elezioni dello scorso novembre, il leader di Azione aveva deciso di non presentare il simbolo e di lasciare liberta’ di voto ai suoi elettori. Calenda esprime parole piu’ positive per il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi: “Credo che abbia fatto delle cose oggettivamente buone – spiega – altre cose non mi convincono. Bisogna considerare che hanno avuto il Pnrr, quindi bisogna capire come si andra’ avanti senza Pnrr, ma penso che Manfredi abbia fatto un discreto lavoro”.
Con l’intitolazione della Biblioteca del Consiglio regionale della Campania e con questa significativa ed emozionante cerimonia, che svolgiamo nell’Aula consiliare, teniamo vivo il ricordo di Raffaele Delcogliano, assessore al lavoro e formazione professionale della Regione Campania, e del suo autista e collaboratore, Aldo Iermano, che furono vittime della mortale alleanza tra Brigate Rosse e camorra, per indebolire le istituzioni. Rinsaldiamo, così, il legame con i valori che questi servitori dello Stato hanno rappresentato e che trovano espressione nel lavoro quotidiano delle forze dell’ordine per la sicurezza dei cittadini e, quindi, per la nostra democrazia”. Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio regionale della Campania, Massimiliano Manfredi, in occasione delle celebrazioni in memoria di Delcogliano e Iermano. Dopo la deposizione di una corona di alloro in via Cristoforo Colombo a Napoli, luogo dell’agguato, si è tenuta una cerimonia nell’aula del Consiglio regionale con la partecipazione del questore di Napoli, Maurizio Agricola, del comandante interregionale dell’Italia Meridionale della Guardia di Finanza, generale di Corpo d’Armata Francesco Greco, del direttore regionale dei Vigili del Fuoco della Campania Michele Mazzaro, della presidente della Corte d’Appello di Napoli Maria Rosaria Covelli, e dei consiglieri regionali Gennaro Oliviero, Lucia Fortini e Salvatore Flocco.Sono onorato di presiedere questa cerimonia che si svolge in contemporanea con altre iniziative commemorative nel Beneventano, la quale rinsalda il legame tra il passato e il presente, in un contesto internazionale ed europeo, caratterizzato da guerre ed incertezze e nel quale i più importanti valori, tra cui la sicurezza, costituiscono un patrimonio prezioso mai scontato e da custodire con grande impegno”, ha sottolineato Massimiliano Manfredi. “Raffaele – ha ricordato – era nato il 10 novembre del 1944, campano di Benevento, aveva studiato Legge ed era diventato avvocato. Ma ad accompagnarlo era sempre stata una profonda passione per la politica. Un percorso che aveva intrapreso sin da giovane e che lo aveva portato a diventare ben presto Consigliere comunale del capoluogo sannita, unanimemente riconosciuto come l’astro nascente della politica beneventana. Chi ne ricorda e ne racconta la storia descrive la sua personalità politica moderna, matura, a tratti visionaria, un modello di correttezza e dedizione che certamente pesò nella scelta di nominarlo, in quota Democrazia Cristiana, nella seconda Giunta dell’allora presidente della Regione Campania De Feo, quale assessore al Lavoro e alla Formazione professionale. Un incarico di prestigio, in un territorio dove il lavoro era sempre stato l’emergenza per antonomasia, e che andava liberato da incrostazioni di potere, clientelismo, malaffare, a cominciare da quell’enorme ‘buco nero’ che sembravano essere i corsi di formazione professionale. Un mondo che andava riformato e lui lo avrebbe fatto, con quello sguardo lungimirante ed innovativo che caratterizzava l’orizzonte del suo impegno politico e che ne ha fatto un grande riformatore”. Sono stati poi consegnati gli attestati di benemerenza ad agenti della Polizia di Stato, della Guardia di Finanza e dei Vigili del Fuoco che, nello scorso anno, si sono distinti tra i più meritevoli per azioni di soccorso e di coraggio, compiute, con particolare riferimento ad azioni di contrasto alla criminalità, in servizio e fuori servizio, nel territorio regionale campano. Sono stati premiati l’assistente capo della Polizia di Stato Salvatore Domenico Annunziata, l’agente scelto della Polizia di Stato Pietro Martire, l’agente scelto della Polizia di Stato Fabio Della Peruta, l’agente scelto della Polizia di Stato Francesco Zuccarini, il luogotenente cariche speciali Giovanni Belligerante del Comando Interregionale dell’Italia Meridionale della Guardia di Finanza, il luogotenente cariche speciali Teodoro Curcio della Stazione Soccorso Alpino Guardia di Finanza di Sant’Angelo dei Lombardi (Avellino), il maresciallo ordinario Alessandro Grante della Stazione Sagf di Sant’Angelo dei Lombardi, l’appuntato scelto Qualifica speciale Italo Rizzo del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Salerno della Guardia di Finanza, il capo reparto Domenico Loffredo del Comando Vigili del Fuoco Avellino, il capo Squadra Vincenzo Furno del Comando Vigili del Fuoco Benevento, il capo Squadra Esperto Domenico Laezza del Comando Vigili del Fuoco Napoli, il Vigile del Fuoco Coordinatore Gianluca Della Corte del Comando Vigili del Fuoco Salerno
Un delicato intervento chirurgico in ambito ginecologico, eseguito con successo su una paziente di 85 anni, si è concluso con un rapido decorso post-operatorio e il ritorno a casa dopo pochi giorni di degenza. Protagonista della vicenda è Amalia Russo, residente a Castiglione del Genovesi, sottoposta all’operazione in una struttura ospedaliera salernitana.
L’intervento è stato portato a termine dall’équipe guidata dal dottore Mario Polichetti, presidente della Fondazione Polichetti, realtà da anni impegnata anche nella ricerca in campo ginecologico e ostetrico.
Le condizioni della paziente, considerate inizialmente delicate anche in relazione all’età avanzata, non hanno impedito il buon esito della procedura chirurgica, resa possibile grazie a una pianificazione accurata e all’esperienza del team medico.
“Si è trattato di un intervento complesso che richiedeva grande attenzione sotto ogni profilo clinico e chirurgico”, ha dichiarato il dottore Polichetti. “Siamo soddisfatti del risultato raggiunto e soprattutto del rapido recupero della signora Russo, che ha potuto fare rientro al proprio domicilio in tempi brevi”.
Soddisfazione anche per il decorso post-operatorio, giudicato positivo dai sanitari sin dalle prime ore successive all’operazione. “Questi risultati dimostrano quanto siano importanti professionalità, organizzazione e ricerca continua”, ha aggiunto Polichetti. “Anche nei casi più delicati, è possibile garantire cure efficaci e sicure ai pazienti”.
E al terzo giorno la pazienza finì. Dopo tre giorni di paginate del Fatto quotidiano che hanno messo in dubbio la ritrovata onestà e la ritrovata purezza adamantina di Nicole Minetti, Sergio Mattarella ha chiesto al ministero della Giustizia di verificare chi avesse ragione: il quotidiano di Marco Travaglio che dipinge come recidiva l’ex igienista dentale cara al Cavaliere o la Procura di Milano per la quale l’ex consigliera regionale di Forza Italia è redenta. Di mezzo c’è la grazia concessa dal capo dello Stato a Minetti, su richiesta di Procura di Milano e del ministero della Giustizia. E soprattutto c’è un tourbillon di proteste social che hanno accolto la notizia (tenuta riservata dal Quirinale perché di mezzo c’è un minore, figlio adottivo della Minetti e del suo compagno, l’imprenditore Giuseppe Cipriani) della clemenza che cancella i tre anni e 11 mesi di pena per una delle protagoniste delle cosiddette cene eleganti. Una benevolenza che molti non avevano mandato giù, soprattutto a sinistra.
Sergio Mattarella (Imagoeconomica).
L’inedita richiesta di verifica del Colle al Guardasigilli
Fino alla shitstorm, il Presidente aveva tenuto duro: il minore adottato da Minetti è malato e davanti alla vicenda umana il muro del Colle era rimasto in piedi. Poi l’inchiesta del Fatto. Troppi i dubbi sulla condotta di Minetti, a maggior ragione visto che c’è in ballo il futuro di un bambino di nove anni. E allora ecco l’inedita richiesta di verifica al ministro Nordio, che a sua volta ha chiesto ulteriori verifiche alla Procura di Milano (che ha istruito la pratica) e via via giù per li rami all’ambasciata italiana in Uruguay, dove Minetti avrebbe interessi e dove avrebbe adottato il figlio.
Carlo Nordio (Imagoeconomica).
Il Quirinale non ha un team investigativo e deve fidarsi delle carte
A molti è venuto in mente il film La grazia di Paolo Sorrentino, che racconta proprio della genesi di un atto di clemenza di un Presidente della Repubblica preso dalla fantasia. In quel caso il Presidente fa visita al condannato che chiede la grazia. In realtà l’iter non prevede nulla di tutto ciò: la grazia viene chiesta da un avvocato, su istanza del condannato o dei suoi familiari, il caso viene verificato in modo approfondito dalla Procura che gira il fascicolo al ministero e da qui il caso viene sottoposto al Quirinale. Che non ha un suo team investigativo e deve quindi fidarsi delle carte che gli vengono inviate. Ora però al Colle i sospetti si sono concretizzati in una richiesta di nuove verifiche.
Sergio Mattarella (Imagoeconomica).
Il precedente della grazia revocata a Mesina
Se avesse ragione il Fatto, la grazia potrebbe venir revocata, il precedente c’è e riguarda il brigante sardo Graziano Mesina, graziato da Carlo Azeglio Ciampi e poi tornato a delinquere. Ma la consolazione che un precedente c’è già non basterà a Mattarella a farsi passare i pensieri di questi giorni. Perché l’iter della grazia si basa sulla fiducia in quello che scrivono Procura e ministero. Una fiducia che potrebbe essere stata mal riposta e che da sinistra considerano sia stata eccessiva.
L’Inter come la Juventus, Beppe Marotta come Luciano Moggi. Vent’anni dopo lo scoppio di Calciopoli, è un parallelo che ha senso fare con la nuova Arbitropoli che sta scuotendo il campionato italiano?
L’avviso di garanzia a Rocchi per concorso in frode sportiva
Bisogna partire dai fatti. Il 25 aprile 2026, Festa della Liberazione, la procura di Milano ha notificato un avviso di garanzia per concorso in frode sportiva al designatore degli arbitri Gianluca Rocchi e al supervisore Var Andrea Gervasoni. Entro quella sera stessa entrambi si sono autosospesi. In 48 ore gli indagati noti sono diventati cinque: con loro i varisti Rodolfo Di Vuolo e Luigi Nasca e l’ex arbitro Daniele Paterna, accusato di false informazioni al pubblico ministero.
Gianluca Rocchi (foto Ansa).
Doveri, arbitro ritenuto dalla procura «poco gradito» all’Inter
Le partite finite sotto la lente sono «quattro o cinque», nessuna del campionato in corso. Uno dei fili rossi però sembra essere chiaro: l’Inter. In due dei tre capi d’imputazione contestati a Rocchi compare infatti il club nerazzurro: la designazione «gradita» del direttore di gara Andrea Colombo per Bologna-Inter del 20 aprile 2025 e l’accordo «con più persone» (quali? chi?) a San Siro il 2 aprile 2025, per tenere lontano dalla fase conclusiva del campionato e dall’eventuale finale di Coppa Italia Daniele Doveri, ritenuto dalla procura «poco gradito» all’Inter.
Daniele Doveri in una gara dell’Inter (foto Ansa).
Il ritornello ripetuto da Marotta: «Siamo estranei»
La quarta partita è Inter-Verona dell’8 gennaio 2024, con la mancata on-field-review, cioè la revisione sul campo, sulla gomitata di Alessandro Bastoni a Ondrej Duda da cui l’inchiesta è partita. L’Inter, attraverso il presidente e amministratore delegato Giuseppe Marotta, ha replicato così: «Voglio tranquillizzare i tifosi. L’Inter ha sempre agito con la massima correttezza. Non c’è un elenco di arbitri a noi graditi e sgraditi. L’Inter è estranea e lo sarà anche in futuro». E ha aggiunto un grande classico, cioè l’argomentazione delle «vittime»: «L’anno scorso siamo stati penalizzati. Cito il rigore non dato in Inter-Roma». La frase chiave è «estranea». E qui vale la pena fermarsi, perché è la parola attorno a cui si gioca tutto.
Notizia di ieri che sia indagato anche Nasca: è il Var della gomitata di Bastoni.
L'episodio in Inter-Verona di due anni fa. Con Nasca al Var c’era come assistente Rodolfo Di Vuolo convocato nei mesi scorsi in procura. pic.twitter.com/MDfGspWTVZ
Marotta ha usato «estranea» per dire una cosa precisa: nessun dirigente dell’Inter è oggi iscritto nel registro degli indagati della procura di Milano. È vero. Ed è anche, per questa fase, irrilevante sul fronte che davvero conta per un club di calcio: la giustizia sportiva. Perché le inchieste sportive e quelle penali corrono su binari diversi, con regole diverse, tempi diversi e standard di prova diversi. Lo dice la storia recente del calcio italiano. Lo dice, prima di tutto, l’articolo 7 del Codice di Giustizia sportiva della Figc.
Beppe Marotta interpellato a Sky Sport sul nuovo scandalo Arbitropoli.
Il testo è pubblico, lo si trova sul sito della Federazione: «Il compimento, con qualsiasi mezzo, di atti diretti ad alterare lo svolgimento o il risultato di una gara o di una competizione ovvero ad assicurare a chiunque un vantaggio in classifica costituisce illecito sportivo. La fattispecie si perfeziona con il compimento degli atti diretti, anche se il risultato non è raggiunto».
Giuseppe Chinè ha chiesto le carte alla procura di Milano
Tre conseguenze pratiche, che la giurisprudenza federale ribadisce in decine di sentenze: l’illecito sportivo «prescinde da qualsiasi dolo specifico positivizzato dal legislatore». Cioè non serve provare l’accordo bilaterale, non serve provare lo scambio, non serve nemmeno provare che il risultato sia stato effettivamente alterato. Le società «rispondono oggettivamente, ai fini disciplinari, dell’operato dei dirigenti, dei tesserati e dei soggetti di cui all’art. 1 bis comma 5». E la stessa procura federale può aprire o riaprire il fascicolo «se emergeranno elementi nuovi e probanti», come ha già annunciato il procuratore Giuseppe Chinè il 27 aprile, chiedendo le carte alla procura di Milano.
Giuseppe Chinè (Imagoeconomica).
Vale la pena riprendere in mano il calendario di Calciopoli, perché i giorni si assomigliano. Maggio 2006: emerse il caso delle intercettazioni telefoniche. La procura di Napoli aveva aperto il fascicolo penale da mesi, ma l’inchiesta si concluse in via definitiva solo nel 2015, e con la maggior parte dei reati prescritti. La procura federale, intanto, andava per conto suo. Il 14 luglio 2006 la Caf emise la prima sentenza sportiva: Juventus in Serie B con 30 punti di penalizzazione, revoca dei due scudetti, sanzioni pesantissime per Milan, Fiorentina e Lazio.
Beppe Marotta e Gianluca Rocchi assieme.
La giustizia sportiva non si ferma in attesa di quella ordinaria
L’11 luglio successivo, in Appello, la sentenza venne rivista – Juve in B con -17 punti – ma il principio rimase. Quel giorno, in sede penale, contro i dirigenti bianconeri non c’era stata ancora una condanna. Non ce ne sarebbe stata una definitiva nemmeno 10 anni dopo (reati estinti per prescrizione). Eppure il club fu retrocesso. Il motivo è scritto in chiaro nelle motivazioni: l’illecito sportivo è una cosa diversa dalla questione penale, le società rispondono oggettivamente, e la giustizia sportiva non si ferma in attesa di quella ordinaria.
Testimonianza sui «codici gestuali» nei raduni settimanali
Vent’anni dopo, lo schema applicato a un altro club potrebbe essere lo stesso. Se la procura federale dovesse riaprire il fascicolo sulla base degli atti milanesi e delle nuove rivelazioni – la testimonianza dell’ex arbitro Pasquale De Meo sui «codici gestuali» nei raduni settimanali, gli audio di sala Var di Inter-Verona, i capi d’accusa già pubblici – non ci sarebbe bisogno di un dirigente nerazzurro indagato penalmente per contestare l’illecito alla società. Basterebbe dimostrare che siano stati compiuti atti diretti ad alterare il risultato o lo svolgimento di gare in cui l’Inter è stata favorita; e che gli autori, anche se non dirigenti, fossero tesserati o soggetti collegati.
Giuseppe Marotta (foto Ansa).
La differenza tra Marotta nel 2026 e Antonio Giraudo nel 2006 non è tanto giuridica, quanto temporale. Il primo ha ancora qualche settimana per dire «siamo estranei». Il secondo lo disse fino al giorno della retrocessione. Resta la difesa tramite numeri: «Siamo stati penalizzati», ha detto Marotta. Ma anche qui i dati dicono il contrario.
Stagione 2023/24: 14 rigori a favore dell’Inter contro quattro contro, rapporto 3,5, il più sbilanciato della Serie A.
Stagione 2024/25: secondo Tuttosport del 25 febbraio 2025, il saldo Open Var a favore dell’Inter è «tanto quanto Juventus, Napoli e Atalanta», non meno.
Stagione 2025/26: secondo i dati Aia Open Var, il saldo è sostanzialmente in pari.
Vent’anni fa Stefano Palazzi, l’ex procuratore federale che istruì il filone post-Calciopoli, disse a Tuttosport una frase che la stampa nerazzurra ha provato a rimuovere: l’Inter del 2006 avrebbe potuto rischiare la retrocessione in Serie B, altro che lo scudetto. Quel titolo restò ai nerazzurri per una decisione amministrativa del Consiglio di Stato nel 2023, quando fu respinto l’ultimo ricorso della Juventus, e non per un’assoluzione di merito.
Il procuratore federale Stefano Palazzi nel 2012 (foto Ansa).
Perché sullo sfondo sembra muoversi Lotito
A margine, ma non per caso, oggi sullo sfondo si muove Claudio Lotito. Il presidente della Lazio – vent’anni fa anche lui condannato in Calciopoli, in primo grado, alla retrocessione, poi salvato in Appello, con permanenza in A e pesanti penalizzazioni – è oggi, secondo Dagospia, in asse con il ministro dello Sport Andrea Abodi sull’ipotesi di un commissariamento della Figc, con un disegno di legge già pronto in parlamento. Sono 19 su 20 le squadre di Serie A favorevoli alla candidatura di Giovanni Malagò alla presidenza federale. Una sola contraria: la Lazio.
Il senatore di Forza Italia e presidente della Lazio Claudio Lotito (foto Ansa).
Se l’inchiesta sugli arbitri portasse al commissariamento della Federcalcio, e poi alle elezioni anticipate, Lotito sarebbe in corsa. È un effetto collaterale dell’inchiesta, non il suo cuore. Ma è un effetto che merita di essere registrato.
Al vertice della procura di Milano c’è un interista sfegatato
Resta un punto di metodo. Il vertice della procura di Milano è Marcello Viola, noto tifoso dichiarato dell’Inter, che pranzò con Marotta e l’amministratore delegato corporate Alessandro Antonello pochi giorni dopo l’insediamento nel giugno 2022 e che il 30 settembre 2024 si presentò alla conferenza stampa sull’inchiesta Doppia Curva con il telefono provvisto di cover dell’Inter.
Marcello Viola con la cover dell’Inter.
Il pm titolare dell’inchiesta Arbitropoli è Maurizio Ascione. Il 27 aprile l’Ansa ha scritto che «in procura si respirerebbe un clima di tensione legato alla gestione dell’indagine da parte del pm rispetto ai vertici dell’ufficio». Tradotto: chi indaga e chi coordina non sono allineati. Il perché è intuibile.
Una società di calcio si difende come può. Marotta continua a ribadire che l’Inter è estranea: ha parlato di «registro degli indagati», di procura penale, scegliendo il binario più comodo. Ma il binario che decide la vita sportiva di un club non è quello. Lo sa l’Inter, lo sapeva la Juventus del 2006. La differenza, oggi, è che gli atti pubblici della procura di Milano viene usata la parola «gradito» riferita a un arbitro designato per una partita dell’Inter. È esattamente la fattispecie che l’articolo 7 chiama illecito sportivo. Il resto è una questione di tempi.
Botta e risposta sui social tra Mario Tozzi e Roberto Burioni sulla caccia. Tutto ha avuto inizio quando Tozzi, geologo e divulgatore scientifico, ha condiviso una notizia del DailyMail riguardante la morte di un cacciatore statunitense milionario calpestato a morte da cinque elefanti mentre cacciava antilopi. «Purtroppo la caccia è questa m***a qui. Spiace sempre per una morte, ma i cacciatori non dicono sempre che è uno sport? Questo qui ha perso», ha scritto ripostando la news. Tra i tanti commenti non è passato inosservato quello di Burioni: «Scusa ma a ragionare così allora anche l’alpinismo sarebbe una m* perché ogni tanto qualcuno ci lascia la pelle. Premesso che della caccia non me ne frega niente, a me pare un atteggiamento più ideologico che science-based. Nulla di male, per carità, basta dirlo».
Purtroppo la caccia è questa m**** qui. Spiace sempre per una morte, ma i cacciatori non dicono sempre che è uno sport? Questo qui ha perso. https://t.co/GevPW1DXHg
Burioni: «Gli animali me li mangio con gusto e senza rimorso»
Lo scambio di tweet è proseguito con Tozzi che ha osservato: «A Robe’ ma leggiti almeno Bekoff, De Waal e Safina, e magari pure Lorenz. Individui. Gli animali sono individui, ciascuno diverso dagli altri, ciascuno prodotto di cultura di specie. Proprio come noi. Te lo dico io: studia! Sempre con simpatia, eh». Quindi la controreplica di Burioni: «A Marie’, i fanatici che mescolano scienza e ideologia già ci hanno rovinato nel 1987 con il nucleare, da quella volta mi stanno antipatici anche se parlano di caccia. Sempre con simpatia, eh. PS: gli animali saranno individui, ma me li mangio con gusto e senza rimorso».
Sarà Dino Tommasi a prendere fino a fine stagione il posto di Gianluca Rocchi come designatore degli arbitri di Serie A e B, dopo lo scandalo che ha travolto l’Aia. La nomina è arrivata nel corso del Comitato Nazionale andato in scena nella giornata di lunedì 27 aprile. Ex arbitro originario di Bassano del Grappa (Vicenza), il 50enne Tommasi era uno dei cinque vice dello stesso Rocchi assieme a Maurizio Ciampi, Elenito Di Liberatore, Mauro Tonolini e Andrea Gervasoni, anch’egli indagato.
Dino Tommasi mentre redarguisce Domenico Berardi del Sassuolo (Ansa).
La carriera di Dino Tommasi
Tommasi non è stato un fischietto di primo piano, anche se ha comunque arbitrato 54 partite in Serie A tra il 2008 e il 2015. La sua carriera nelle serie professionistiche è iniziata nel 2003, con la promozione alla Commissione arbitri nazionale (Can) di Serie C: 52 le partite arbitrate in quattro stagioni, tra cui la finale playoff del 2007 tra Avellino e Foggia. A seguito della promozione alla Can A-B, il 15 marzo del 2008 ha debuttato in massima serie arbitrando Udinese-Lazio. Dal 2010, dopo la scissione della Can A e B, per tre anni ha fatto parte dell’organico degli arbitri designabili per la serie cadetta. In questo triennio la gara più importante diretta da Tommasi è stata la finale di ritorno dei playoff tra Livorno e Empoli nel 2013. Promosso in Serie A, ha chiuso poi la carriera il 18 maggio 2015 con un Fiorentina-Parma, venendo poi dismesso dalla Can per “motivate valutazioni tecniche“. Poco dopo è stato inserito nell’organico degli osservatori per la Can B. Dopo essere stato presidente del Comitato Regionale Veneto dal 2016 al 2020, Tommaso è diventato responsabile del Cai (Comitato arbitri interregionale).
Il Quirinale ha chiesto approfondimenti sui requisiti per la grazia concessa per motivi umanitari a Nicole Minetti «su proposta favorevole del Ministro della Giustizia, lo scorso 18 febbraio 2026, e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza». L’iniziativa del Colle arriva dopo alcune notizie pubblicate sui quotidiani dalle quali emergerebbero circostanze diverse da quelle descritte a Sergio Mattarella per sostenere la domanda di grazia a favore dell’ex consigliera regionale lombarda, condannata in via definitiva a 2 anni e 10 mesi per induzione alla prostituzione nel processo “Ruby bis” e a 1 anno e 1 mese per peculato sui rimborsi, relativo al suo periodo in Regione, da scontare ai servizi sociali.
Il bambino adottato da Minetti non era stato abbandonato alla nascita
Il Procuratore generale di Milano e il ministro Carlo Nordio hanno motivato il parere favorevole alla grazia in quanto l’affidamento in prova di Minetti le avrebbe reso estremamente difficile la cura e l’assistenza di un minore da lei adottato assieme al compagno Giuseppe Cipriani, sottoposto per una grave patologia a periodiche visite e a terapie specialistiche all’estero. La vicenda ci porta inizialmente in Uruguay, Paese di origine del bambino, dove Cipriani ha molti interessi e la coppia ha vissuto per un certo periodo. Nell’istanza il minore, nato nel 2017, viene presentato come abbandonato alla nascita e senza legami familiari. In realtà sarebbe stato solo affidato temporaneamente all’Instituto del Niño y Adolescente del Uruguay viste le condizioni dei genitori biologici: madre indigente e padre detenuto, certamente entrambi viventi e identificati, a tal punto che Minetti e Cipriani hanno intentato una causa contro di loro per ottenere la “Separación Definitiva y Pérdida de Patria Potestad”, risolta a loro favore nel 2023.
I dubbi sull’intervento negli Usa e la scomparsa della madre
L’istanza di grazia spiega poi che nel 2021 Minetti e Cipriani hanno portato il bambino negli Stati Uniti per un delicato intervento chirurgico. All’epoca, però, non avevano alcun diritto legale sul minore: come ha fatto quel bambino a lasciare l’Uruguay? Il piccolo, inoltre, secondo gli atti è stato operato al Boston Children’s Hospital dopo due pareri contrari all’operazione del San Raffaele di Milano e dell’Ospedale di Padova: eppure, il bambino non risulta tra i pazienti. Nel 2024 Minetti, Cipriani e il bambino si sono poi trasferiti in Italia. Le ombre sul caso non finiscono qui: La madre biologica, la 29enne María de los Ángeles González Colinet, di anni 29, è scomparsa. L’avvocata che la difendeva è invece morta carbonizzata in un incendio insieme al marito (e collega). Da via Arenula filtra che sono già in corso accertamenti con la procura generale della Corte di Appello di Milano, da cui è arrivato il parere favorevole alla grazia, non vincolante.
Il presidente russo Vladimir Putin ha incontrato a San Pietroburgo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Durante il colloquio, il leader del Cremlino ha detto che Mosca farà tutto il possibile, nell’interesse dell’Iran e degli altri Paesi della regione, «per portare la pace in Medio Oriente il più rapidamente possibile». Putin ha inoltre affermato di aver ricevuto la scorsa settimana un messaggio dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei. «Vorrei chiederle di trasmetterle la mia sincera gratitudine e di confermare che la Russia, come l’Iran, intende proseguire le nostre relazioni strategiche», ha detto ad Araghchi, aggiungendo: «Naturalmente ci auguriamo vivamente che, confidando nel coraggio e nel desiderio di indipendenza, sotto la guida di un nuovo leader il popolo iraniano superi questo difficile periodo di prove e che arrivi la pace». Da parte sua, il ministro degli Esteri di Teheran ha evidenziato che i rapporti tra Russia e Iran rappresentano una partnership strategica e saranno rafforzati. L’incontro si è svolto nella Sala Petrovsky della Biblioteca presidenziale Boris Yeltsin. Per la delegazione russa hanno partecipato il ministro degli Esteri Sergey Lavrov, il consigliere presidenziale Yuri Ushakov e il capo dell’Intelligence militare Igor Kostyukov. Oltre ad Araghchi, la delegazione iraniana comprendeva il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi e l’ambasciatore iraniano a Mosca Kazem Jalali.
Il cda del Teatro alla Scala di Milano ha autorizzato il sovrintendente Fortunato Ortombina a sottoscrivere il contratto del maestro Myung-Whun Chung in qualità di direttore musicale del Piermarini: l’incarico del maestro sudcoreano 73enne decorrerà dal termine del contratto di Riccardo Chailly, che si concluderà alla fine del 2026.
La carriera di Chung, nuovo direttore musicale del Teatro alla Scala
Dopo aver iniziato la carriera come pianista, Chung ha completato gli studi musicali alla Juilliard School di New York per poi diventare nel 1978 assistente di Carlo Maria Giulini alla Los Angeles Philharmonic, di cui è stato anche direttore associato. Nel corso dei decenni è stato direttore musicale dell’orchestra della Saarländischer Rundfunk (1984-1990), direttore ospite principale del Teatro Comunale di Firenze (1987-1992), direttore musicale dell’Opéra Bastille di Parigi (1989-1994), direttore principale dell’Orchestra dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia di Roma (1997-2005), dell’Orchestra Sinfonica KBS in Corea del Sud (1999), dell’Orchestre Philharmonique de Radio France (2000-2015). Da due decenni collabora costantemente con l’orchestra del Teatro La Fenice di Venezia e con la Filarmonica della Scala di Milano, di cui dal 2023 è direttore emerito.
Myung-Whun Chung (Ansa).
Esclusi i direttori musicali, è il maestro col maggior numero di presenze alla Scala
Come si legge in un comunicato della Scala, Chung «è stato una presenza costante dei cartelloni scaligeri a Milano e in tournée dal 1989, dirigendo nove titoli d’opera, per 84 rappresentazioni, e 141 concerti»: esclusi i direttori musicali, è il maestro con il maggior numero di presenze. Direttore verdiano di riferimento, si è distinto alla Scala per la vastità del repertorio, dirigendo inoltre la Filarmonica in numerose tournée in Italia e all’estero.
L’esercito israeliano ha condotto una serie di attacchi nella parte orientale del Libano, sia nella valle della Beqaa che nella zona vicino alla città di Nabi Chit, vicina al confine con la Siria; e sud del Paese dei cedri, ampliando la portata della sua campagna di bombardamenti durante un cessate il fuoco – appena prorogato per altre tre settimane – che non è riuscito a porre fine alle ostilità con Hezbollah. Tutto questo mentre si stanno facendo sempre più forti le tensioni tra l’organizzazione sciita e il governo di Beirut.
Naïm Qassem (Ansa).
Qassem: «Continueremo la nostra resistenza»
Naïm Qassem, leader di Hezbollah, ha infatti puntato il dito contro il presidente libanese Joseph Aoun, accusandolo di aver fatto precipitare il Paese in un «ciclo di instabilità» con i negoziati diretti con Israele: «Questi colloqui e il loro esito non esistono e non ci riguardano minimamente. Non ci ritireremo, non ci piegheremo, non saremo sconfitti. Continueremo la nostra resistenza per difendere il Libano». Qassem, in una dichiarazione letta dall’emittente televisiva al-Manar, ha elencato inoltre cinque condizioni che devono essere soddisfatte prima di eventuali colloqui diretti: «Cessare l’aggressione via terra, mare e aria, il ritiro di Israele dai territori occupati, il rilascio dei prigionieri, il ritorno della popolazione in tutti i propri villaggi e città e la ricostruzione».
Joseph Aoun (Ansa).
Aoun: «Quello che stiamo facendo non è tradimento»
Aoun, assicurando che respingerà qualsiasi «accordo umiliante» al termine dei colloqui con Tel Aviv, ha risposto così alle dichiarazioni del segretario generale di Hezbollah. «Coloro che ci hanno trascinato in guerra in Libano ora ci ritengono responsabili perché abbiamo preso la decisione di avviare i negoziati. Quello che stiamo facendo non è un tradimento. Piuttosto, il tradimento è commesso da coloro che portano il proprio Paese in guerra per perseguire interessi stranieri», ha detto riferendosi a Hezbollah e ai suoi legami con l’Iran.
Il ministero degli Esteri russo ha convocato l’ambasciatore tedesco a Mosca, Alexander Graf Lambsdorff, per presentare una nota di protesta in merito al recente incontro a Kyv tra Roderich Kiesewetter, membro della commissione parlamentare per gli affari internazionali del Bundestag, e Achmed Zakayev, leader dell’organizzazione cecena Repubblica di Ichkeria (bandita in Russia). «Il parlamentare tedesco ha accolto con favore le attività anti-russe dei terroristi di questa organizzazione, che hanno partecipato attivamente ad operazioni di sabotaggio nelle regioni di Belgorod e Kursk, e li ha esortati a collaborare attivamente con la Germania, anche reclutando cittadini russi residenti in Germania per condurre operazioni volte a destabilizzare la situazione socio-politica nella Federazione russa», ha accusato il ministero degli Esteri russo. E ancora: «Mosca considera questo incontro tra un membro del parlamento tedesco e noti criminali come prova inconfutabile dell’intento delle autorità tedesche di interferire negli affari interni della Russia e di minacciarne la sicurezza nazionale, anche attraverso la cooperazione con organizzazioni terroristiche sotto l’egida del regime criminale di Kyiv».
Berlino: «Accuse ingiustificate»
Pronta la replica del governo tedesco, che ha rispedito le accuse al mittente definendole «completamente ingiustificate». A parlare è stata la portavoce del ministero degli Esteri, Kathrin Deschauer, rispondendo a una domanda ad una conferenza stampa.
Antonio Tajani si mette di traverso, quando c’è il nome di Federico Freni per la presidenza della Consob. Perché mai? Le voci romane evocano un legame tra Freni e Gianni Letta, bypassando Tajani: tutta colpa della passione di Freni per il bel canto, che lo ha spinto a frequentare l’Opera e i teatri, condividendo così con Letta serate e incontri fuori dai riflettori. Ma per Forza Italia, a Roma, c’è anche un altro problema: Freni è stato eletto nella Capitale, in un collegio uninominale, quello di Monte Mario, Aurelia e dintorni, e se diventasse numero uno della Consob toccherebbe tornare a votare, visto che la carica è incompatibile con quella di membro del parlamento. Dunque dimissioni ed elezioni suppletive per riassegnare il suo seggio. Che, con il clima che c’è, secondo i sondaggisti finirebbe alla sinistra. Togliendo così un deputato alla maggioranza di governo. Tanto che pure Giorgia Meloni e quello che sarebbe il capo politico di Freni, cioè il leghista Matteo Salvini, a questo punto stanno iniziando a pensare a un’altra soluzione. Magari interna alla Consob, come quella che corrisponde al nome di Federico Cornelli. Tra l’altro ci sarebbe, secondo Repubblica, pure un documento interno alla Consob che boccia la candidatura di Freni per «profili di illegittimità» legati all’eventuale nomina di un soggetto di provenienza politica: Freni è sottosegretario al ministero dell’Economia, con compiti e deleghe incidenti nel settore oggetto dell’attività di regolamentazione e vigilanza della Consob…
Cena cristiana per Tajani, Casellati e Abodi
Serata con cena e benedizione, lunedì 27 aprile, con il gruppo Ucid Lazio, l’associazione che riunisce imprenditori e dirigenti di ispirazione cristiana, che vede come presidente Giuseppe Pedrizzi. A Roma, nello Spazio Novecento, hanno confermato la loro presenza il cardinale Giovanni Battista Re, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, la ministra per le Riforme istituzionali Maria Elisabetta Alberti Casellati, il ministro dello Sport Andrea Abodi, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ed ex leader della Cisl (sindacato cattolico che sembra essere in rotta col governo…) Luigi Sbarra, la sottosegretaria alla Difesa Isabella Rauti, la sottosegretaria all’Istruzione Paola Frassinetti, il presidente della Commissione Esteri e Difesa Maurizio Gasparri, il presidente della Commissione Finanze e Tesoro del Senato Massimo Garavaglia, il presidente della Commissione Finanze della Camera Marco Osnato, l’amministratore delegato di Invitalia Bernardo Mattarella, il presidente di Febaf Fabio Cerchiai, la presidente emerita di Ania Maria Bianca Farina, il direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli Roberto Alesse e il presidente dell’Ocf, Organismo di vigilanza e tenuta dell’albo unico dei Consulenti Finanziari, Mauro Maria Marino. Una folla. Sottolineando sempre che «la missione dell’Ucid è promuovere un’economia incentrata sulla dignità della persona, sulla solidarietà e sul bene comune, attraverso la diffusione dell’insegnamento sociale della Chiesa». Amen.
Laika è arrivata alla Garbatella, dalla Meloni
In occasione della Festa della Liberazione dal nazifascismo, la street artist Laika ha firmato una nuova opera apparsa nella notte tra il 24 e il 25 aprile nel quartiere della Garbatella, a Roma, luogo simbolo della Resistenza capitolina. Il lavoro, realizzato in collaborazione con i collettivi Join the Resistance e Artivismo, si intitola “Senza memoria non c’è futuro” e ritrae un nonno partigiano che regala un fiore rosso alla sua nipotina. Già nel mese di luglio del 2025, in occasione della commemorazione di Awdah Hathaleen, attivista palestinese conosciuto per aver lavorato al documentario vincitore del premio Oscar No Other Land, ucciso nel villaggio di Masafer Yatta da un colono israeliano, la street artist italiana aveva affisso un poster dal titolo “Awdah”. L’opera, affissa a Piazza Sauli, nel quartiere Garbatella a Roma, raffigurava il volto dell’attivista.
Su Rete4 stanno proponendo Il camorrista, una prima visione, al termine della programmazione della prima serata, una versione in cinque puntate del primo film di Giuseppe Tornatore. La pellicola ha visto il suo primo passaggio televisivo nazionale, sempre su Rete4, il 20 marzo 1994, in prima serata. Nel 1985, in netto anticipo sui tempi, la serie venne girata contestualmente al film: Tornatore era sul set di Cento giorni a Palermo, nel 1984 come regista di seconda unità, e qui conobbe Giuseppe Marrazzo, che gli propose la lettura del manoscritto Il camorrista, un romanzo sotto forma di autobiografia fittizia del boss Raffaele Cutolo. Appena uscita, la pellicola fu oggetto di tre querele. Nonostante fosse sparita dai circuiti ufficiali, l’opera ha conosciuto il successo grazie alle tivù locali, soprattutto campane, che l’hanno trasmessa con cadenza quasi settimanale, facendone un cult. Poi Tornatore, dopo i successi, ha firmato il film dedicato alla vita di Brunello Cucinelli, e con Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema, ha presentato a New York, nel corso del prestigioso gala annuale del Niaf – National Italian American Foundation, il progetto del suo prossimo film, The First Dollar, per evocare la figura di Amadeo Peter Giannini, fondatore della Bank of Italy, poi divenuta Bank of America.
Il regista Giuseppe Tornatore (Imagoeconomica).
Dai depositi dei musei agli alberghi, con Mollicone
La testa di Afrodite Cnidia, copia romana del II secolo d.C. ispirata al celebre modello greco di Prassitele, è una delle protagoniste di “Arte fuori dal museo”, progetto promosso nell’ambito del protocollo d’intesa siglato dalla Direzione generale Musei del ministero della cultura con la non-profit LoveItaly Ets cara a Tracy Roberts, e Federalberghi. Il 22 aprile l’opera è stata presentata nell’Albergo del Senato, di proprietà di Paolo Pelosi, alla presenza di Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura della Camera dei deputati. L’opera è concessa in prestito temporaneo all’Albergo del Senato, che si trova in compagnia, tra l’altro, dell’hotel Mediterraneo del gruppo Bettoja Hotels al quale è stata consegnata una statua di marmo di archeologia romana del II secolo d.C. raffigurante la Dea Roma o Virtus proveniente dai depositi del Museo nazionale romano alle Terme di Diocleziano. L’inaugurazione si avvicina per i prossimi alberghi: Hotel Locarno, con vasi etruschi e maschere; Hotel Bernini Bristol, dove il patron è Bernabò Bocca, con un Timpano Curvilineo di marmo; Hotel Canada, con statuette di Afrodite e Artemide; Hotel Nord Nuova Roma del gruppo Bettoja con la statua di Venere e la mela di Thorvaldsen, dell’Accademia Nazionale di San Luca.
Israele all’attacco della Biennale arte di Venezia dopo che la giuria ha deciso di escludere dalla premiazione i Paesi accusati di «crimini contro l’umanità», pur non citando esplicitamente lo Stato ebraico. «Il boicottaggio dell’artista israeliano Belu-Simion Fainaru da parte della Giuria internazionale della Biennale di Venezia è una contaminazione del mondo dell’arte», ha accusato in un post su X il ministero degli Esteri israeliano. «La giuria politica ha trasformato la Biennale da uno spazio artistico aperto di idee libere e sconfinate in uno spettacolo di falso indottrinamento politico anti-israeliano». L’artista Belu-Simion Fainaru, nato a Bucarest nel 1959 ed emigrato in Israele nel 1973, era stato scelto per rappresentare Israele alla prossima Biennale.
The boycott of Israeli artist Belu-Simion Fainaru by the International Jury of the Venice Biennale is a contamination of the art world. The political jury has transformed the Biennale from an open artistic space of free, boundless ideas into a spectacle of false, anti-Israeli…
Nell’assemblea di Delfin, che si è svolta in Lussemburgo, i soci a maggioranza (sei su otto) hanno dato il via libera al trasferimento delle quote di Luca e Paola Del Vecchio nella LMDV di Leonardo Maria, salirà così al 37,5 per cento del capitale della holding di famiglia. Si tratta di un’operazione da 10 miliardi di euro. A votare contro sono stati Claudio e Rocco Basilico. Ok degli eredi di Leonardo del Vecchio anche alla politica di distribuzione delle cedole, sempre a maggioranza: per il triennio 2025-2027 dovrebbe quindi poter essere erogato ai soci l’80 per cento degli utili. In questo caso solo Basilico ha votato contro.
Il capitale di Delfin era detenuto in quote uguali da otto eredi
Dalla scomparsa di Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica, il capitale di Delfin era detenuto in parti uguali (12,5 per cento) da otto eredi: i sei figli dell’imprenditore (ai quattro già citati vanno aggiunti Marisa e Clemente), la moglie Nicoletta Zampillo e il primo figlio di lei, Basilico. Delfin detiene le quote di EssilorLuxottica, Mps (17,5 per cento), Generali (10 per cento) e Unicredit (2,7 per cento).
È Sergio Mattarella il vero resistente. Undici anni e mezzo di mandato, sei governi di cinque maggioranze diverse, una pandemia, tre guerre, tre legislature e tra un anno la quarta. Sabato a San Severino Marche il presidente della Repubblica ha scandito, di nuovo: «Ora e sempre Resistenza!». Ce l’aveva con chi cerca di confondere torti e ragioni, partigiani e repubblichini, fascisti e antifascisti. E allora via di lezione storico-costituzionale. I partigiani e gli italiani – civili, militari, religiosi – che si opposero ai nazisti li ha messi tra i buoni, i fedeli a Mussolini, «complici» e «collaborazionisti» tra i cattivi. Chiaro, lineare, anche il presidente del Senato Ignazio La Russa (mai citato) può prendere appunti. Da questa distinzione netta è nata la Repubblica che ha garantito 80 anni di pace, libertà e ricchezza.
Sergio Mattarella a San Severino Marche per il 25 aprile (Imagoeconomica).
La dodicesima celebrazione del 25 aprile per il Presidente dei record
Bisogna ricordarselo a maggior ragione oggi, mentre c’è chi nel mondo ripropone la guerra come soluzione a ogni divergenza, e chi scavalca o devasta alleanze, diritti, regole e istituzioni. Quello di San Severino Marche è stato il dodicesimo discorso di Mattarella in occasione del 25 aprile: chi si aspettava un intervento tiepido si è dovuto ricredere, perché ormai dovrebbero averlo capito anche i sassi che su certe cose, su quelli che ritiene valori alti, il Presidente non molla. Per questo, oltre che per un dato puramente cronologico, è lui il vero resistente degli anni Duemila. Certo, anche se si dimettesse domani (e lo si scrive solo per scaramanzia) sarebbe già il Presidente dei record, il più longevo con i suoi 11 e passa anni di mandato. Ma a ben guardare altre sono state le resistenze, che gli hanno fatto guadagnare la stima bipartisan di milioni di italiani, se si deve dare credito ai sondaggi sempre più positivi.
Sergio Mattarella (Imagoeconomica).
Dalla minaccia di impeachment alla difesa dell’atlantismo: le battaglie del Colle
Ha resistito alla corsa in avanti di chi lo aveva eletto, Matteo Renzi, rifiutandosi di andare a elezioni anticipate; ha resistito a chi voleva piegare la sua volontà ai venti dell’antieuropeismo fino a minacciare un impeachment; ha tenuto la barra durante gli anni del Covid individuando poi in Mario Draghi il traghettatore; ha gestito una convivenza diffidente con il primo governo di destra-centro della storia repubblicana. Sul piano internazionale non è arretrato di un millimetro nel tenere l’Italia al fianco dell’Ucraina nonostante le bordate russe, ha continuato a tenere alta la bandiera dell’Europa e dell’Onu, ha cercato una mediazione tra il rispetto della storica Alleanza atlantica e le critiche all’attuale presidente americano (e c’è anche chi giura che il dialogo aperto con la Cina gli sia costato qualche simpatia Oltreoceano già nella scorsa amministrazione).
L’ultimo miglio nel pieno della campagna elettorale
Tutto mentre il mondo che conoscevamo si è capovolto e shakerato, scombussolando vecchie certezze. Ora davanti a lui si apre l’ultimo miglio. Mancano due anni e mezzo alla fine del suo secondo mandato e i prossimi 12 mesi saranno di campagna elettorale tiratissima e nervosissima. Il Quirinale sarà tirato in ballo, lo è già stato a novembre scorso per il caso Garofani, lo sarà di nuovo perché in amore e in guerra tutto è permesso, ed evidentemente anche in politica. Per chi lo stima gli strali che gli arriveranno saranno testimonianza del fatto che è il baluardo del rispetto delle regole. Per chi non lo stima gli strali saranno testimonianza del fatto che non è imparziale. Gli italiani un’idea se la sono fatta. Lui? Si prepara a resistere perché il suo motto è quello di Luigi Einaudi: restituire al successore il ruolo di presidente con le stesse facoltà di quando è entrato in carica.