Tolleranza zero contro “i cafoni”, ma anche nei confronti delle imprese aggiudicatarie dei lavori comunali. L’ultima crociata del sindaco sceriffo di Salerno, Vincenzo De Luca, riguarda le modalità di esecuzione dei lavori cittadini che devono rispettare la disciplina imposta dal primo cittadino secondo una linea del rigore imposta sin dai primi giorni del suo quinto mandato a Palazzo Guerra. I responsabili di Enel Distribuzione oggi hanno incontrato De Luca per discutere dei lavori per la posa di cavi elettrici nel sottosuolo. “Non saranno realizzati lavori fino a quando – il diktat di De Luca – non sarà ripristinata la pavimentazione con lavori rapidi e corretti sugli assi viari interessati”. Un iter da seguire per tutti i cantieri. “Da oggi si eserciterà il massimo rigore – le parole del sindaco – per impedire che le imprese facciano scavi nelle strade cittadine senza poi procedere, come previsto dalle norme, al successivo e corretto ripristino”.
Assoluzione bis per il segretario regionale del Pd e parlamentare salernitano Piero De Luca nell’ambito dell’inchiesta condotta dalla Procura di Salerno sul fallimento della Ifil. La Corte d’Appello di Salerno ha confermato la sentenza di primo grado, rigettando l’appello proposto dalla Procura nei suoi confronti. Riformulata, invece, la sentenza per due ex amministratori della società, condannati.
“La decisione conferma integralmente, per la posizione dell’on. De Luca, la sentenza emessa dal Tribunale di Salerno in data 14 febbraio 2024, che aveva già escluso ogni responsabilità penale dell’imputato”, spiega il prof Andrea Castaldo, legale del parlamentare salernitano.
“Nel corso del giudizio di appello, la difesa di De Luca ha evidenziato l’assoluta insussistenza degli elementi costitutivi del reato contestato, sia sotto il profilo oggettivo, sia sotto il profilo soggettivo, sottolineando l’assenza dell’asserito pregiudizio alle ragioni creditorie. È stata altresì ribadita l’infondatezza dell’ipotesi accusatoria relativa alla presunta qualità di socio occulto della società fallita, già esclusa dal Tribunale e sostanzialmente abbandonata anche nel corso del giudizio di appello. La Corte d’Appello ha dunque rigettato l’impugnazione del Pubblico Ministero nei confronti di Piero De Luca, confermando l’esito assolutorio già pronunciato in primo grado“. La motivazione della sentenza sarà depositata nel termine di novanta giorni.
Mercoledì 17 giugno, a due anni dalla sua scomparsa, sarà ricordato Gianni Novella, indimenticabile tifoso della Salernitana, conduttore per tanti anni di “Cuore Granata”, la trasmissione in onda il giovedì sera su LIRATV.
Il 17 giugno alle 7:30 ci sarà una commemorazione al cimitero, alle 19 sarà celebrata una messa in suffragio alla chiesa di Santa Lucia.
“Il tuo ricordo è sempre vivo” dice la grande famiglia del Centro di Coordinamento Salernitana Clubs della quale Gianni Novella ha fatto parte sempre in modo attivo e convinto.
C’era una volta un emirato dalla pelle spessa e dalla carne amara. Lo ripetevano con quel sorriso da brochure di lusso, mentre i droni iraniani solcavano il Golfo: noi no, noi siamo duri, mordeteci pure, vi resta l’amaro in bocca. Bel claim. Funzionava benissimo, finché qualcuno non si è messo a contare i missili. Perché i conti, alla fine, non tornavano.
I dubbi circa lo stop degli attacchi iraniani sugli Emirati
Nell’ultimo mese l’Iran ha rovesciato missili e droni su Kuwait e Bahrain con la metodicità di chi timbra il cartellino. E sugli Emirati? Silenzio. L’ultimo colpo diretto è del 4 maggio, il porto di Fujairah, e da allora nulla. Strano, per il bersaglio che a inizio guerra era stato preso a sassate più di chiunque altro. Strano che la furia di Teheran, così democratica nel distribuire spavento ai vicini, avesse improvvisamente sviluppato un occhio di riguardo proprio per i feroci leoni del deserto. Il mistero è durato esattamente fino al 12 giugno, quando Reuters ha messo nero su bianco la spiegazione più antica del mondo. Gli Emirati avrebbero accettato di sbloccare miliardidi dollari per l’Iran. Quattro le fonti citate. Una «tactical shift», la chiamano i diplomatici con quel pudore lessicale che serve a non dire la parola giusta. La parola giusta sarebbe pizzo. Dieci miliardi secondo due fonti, oltre tre già consegnati; 20 secondo altre due, in cambio dello stop agli attacchi contro Abu Dhabi. La pelle spessa, scopriamo, regge benissimo ai droni. Molto meno al bonifico.
Il porto di Fujairah (Ansa).
L’ipotesi dello sblocco dei fondi congelati e la smentita di Abu Dhabi
Reuters dice di non essere riuscita a stabilire da dove vengano questi soldi: se siano emiratini, se arrivino da conti iraniani congelati da tempo dentro il sistema bancario degli Emirati, o se piovano da altrove. Prendiamo l’ipotesi numero due, la più maliziosa e la più probabile. Significa che Mohammed bin Zayed Al Nahyan, il grande stratega del Golfo, l’uomo che gioca a scacchi mentre gli altri giocano a dama, si sarebbe comprato l’immunità restituendo a Teheran soldi che erano già di Teheran. Tenuti in cassaforte, e ora ridati al mittente con tanto di inchino. Non un riscatto: una restituzione mascherata da generosità. Chapeau, davvero. Naturalmente è arrivata la smentita. Sabato mattina, categorica, indignata. Nessun fondo iraniano rilasciato, nessun trasferimento, falso tutto. A completare il quadretto, un funzionario emiratino ha offerto la versione poetica: la nostra politica estera è guidata dalla de-escalation, dalla riduzione delle tensioni, dalla pace duratura. Tradotto dal diplomatichese: paghiamo. Ma paghiamo bene, con musica di sottofondo e una citazione sulla stabilità regionale. Perché un conto è cedere al ricatto, un altro è cedere al ricatto facendo finta di essere Gandhi.
Mohammed bin Zayed (Imagoeconomica).
Così è finita la favola dell’emirato indomito
Il punto non è la viltà o presunta tale. Perché comprarsi la pace sarebbe perfino saggio quando l’alternativa è vedersi spegnere le raffinerie. Se fosse confermata la notizia, il punto semmai è la sceneggiata che l’ha preceduta. Mesi a vendere la favola dell’emirato indomito, del partner affidabile, dello scoglio su cui si infrange l’onda persiana, mentre nello stesso identico arco di tempo si apriva un canale dorato per convincere quell’onda a infrangersi cortesemente altrove. Su Kuwait e Bahrain, per esempio, che non avevano evidentemente la liquidità giusta per negoziare la propria tranquillità. Due Stati che pagano il conto di chi se l’è cavato pagando. Ed è questa la firma del personaggio, se è davvero come sembra. Lo stratega che ammirano in mezzo mondo, l’uomo dei dossier e delle visioni a 30 anni, alla resa dei conti fa una sola mossa: tira fuori il libretto degli assegni. Avrebbe tradito i vicini lasciandoli sotto tiro per affidarsi all’unico linguaggio che ha mai parlato davvero, quello del denaro. Possibilmente non suo. È una lungimiranza tutta particolare: quella di chi vede lontano solo fin dove arriva il bonifico.
La mossa di MBZ potrebbe aver oliato la diplomazia trumpiana
Il contesto, perché nessuno pensi a una bizzarria isolata, è la fase finale del memorandum tra Washington e Teheran. La firma è prevista per il 19 giugno a Ginevra, sul tavolo ci sono l’estensione della tregua e la riapertura di Hormuz. Dentro questa cornice, la mossa emiratina, vera o ancora in negoziato, è il lubrificante finanziario che avrebbe permesso alla diplomazia di Trump di incontrare le pretese di sicurezza iraniane senza che i due ego in gioco abbiano dovuto cedere nulla in pubblico. Qualcuno doveva mettere i soldi sul tavolo perché la pace fosse “merito” di tutti. Indovinate chi si è offerto, con quale entusiasmo, e con quali soldi.
Donald Trump con Mohamed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).
Resta una cautela. Le fonti potrebbero aver fotografato una trattativa e non un fatto compiuto; la smentita, per quanto goffa, andrà battuta su una conferma indipendente della prima tranche prima di chiudere il cerchio. Ma il movente c’è, l’occasione c’è, e soprattutto c’è quel buco di un mese nel calendario degli attacchi che nessun comunicato sulla pelle spessa riuscirà mai a riempire. Per ora accontentiamoci della lezione, che è vecchia quanto il Golfo. Il coraggio si grida, la paura si tace, e la differenza tra i due la versa una banca. Gli Emirati l’hanno capito prima di tutti, come sempre. Solo che stavolta, forse, l’hanno pagata con i contanti di chi li stava bombardando. Pelle spessa, sì. Ma il portafoglio, quello, l’hanno aperto subito.
Il Prefetto di Salerno, Francesco Esposito, ha disposto la sospensione del Consiglio comunale di Castiglione del Genovesi, avviando contestualmente la procedura per lo scioglimento dell’assemblea cittadina. Il provvedimento si è reso necessario a seguito delle dimissioni, presentate in tempi diversi, di otto consiglieri comunali, una circostanza che ha determinato la riduzione dell’organo assembleare oltre i limiti previsti dalla normativa vigente.
Avviata la procedura di scioglimento
Come precisato dalla Prefettura, la decisione è stata adottata ai sensi dell’articolo 141, comma 1, lettera b), numero 4 del Testo Unico degli Enti Locali, che disciplina i casi di scioglimento dei consigli comunali per impossibilità di funzionamento dell’organo. Nel caso specifico, la situazione è derivata dalla riduzione del numero dei consiglieri e dall’impossibilità di procedere alla surroga fino alla metà dei componenti del Consiglio comunale.
Nominato il Commissario prefettizio
Per garantire la continuità amministrativa e la gestione ordinaria dell’Ente fino alla conclusione dell’iter previsto dalla legge, il Prefetto ha nominato Commissario prefettizio la viceprefetto aggiunto Erminia Barbato. Alla commissaria spetterà la gestione provvisoria del Comune di Castiglione del Genovesi fino all’adozione del decreto di scioglimento e alla successiva convocazione delle elezioni amministrative per il rinnovo degli organi istituzionali. La vicenda apre una nuova fase per il piccolo centro dei Picentini, che sarà guidato dall’amministrazione commissariale in attesa del ritorno alle urne.
Si è svolta questa mattina a Salerno una riunione operativa tra amministrazione comunale e uffici tecnici dedicata agli interventi di ripascimento e protezione del litorale cittadino, con particolare attenzione alla situazione del tratto di spiaggia di Torrione interessato dai lavori attualmente sospesi. A fare il punto sulla vicenda è stato il sindaco Vincenzo De Luca attraverso una nota diffusa sui propri canali social.
“Materiali non conformi al capitolato”
Secondo quanto spiegato dal primo cittadino, sarebbe stato lo stesso Comune a contestare già dal novembre scorso all’impresa esecutrice la non conformità dei materiali utilizzati per il ripascimento degli arenili rispetto a quanto previsto dal capitolato d’appalto. Una contestazione che ha dato origine a un contenzioso tra le parti e alla successiva procedura avviata dall’amministrazione per la risoluzione del contratto.
«È opportuno precisare che è stato il Comune fin dal novembre scorso a contestare all’impresa appaltatrice la non conformità alle caratteristiche di capitolato dei materiali utilizzati per il ripascimento degli arenili», ha dichiarato De Luca.
Necessaria la sostituzione dei materiali
L’amministrazione ritiene ora indispensabile procedere alla sostituzione dei materiali ritenuti non idonei per garantire il corretto completamento dell’intervento e il raggiungimento degli obiettivi di tutela e valorizzazione del litorale. Una procedura che segue quanto già realizzato in passato in altri interventi di ripascimento effettuati lungo la costa orientale della città. Tuttavia, l’operazione non potrà essere eseguita nell’immediato. Con l’avvio della stagione balneare, infatti, entra in vigore il divieto di effettuare lavori nelle aree destinate alla balneazione per ragioni di sicurezza.
Nessun problema sanitario, si lavora per la fruibilità dell’arenile
Dal confronto tecnico è emerso inoltre che non risultano criticità di carattere igienico-sanitario tali da impedire l’accesso alla spiaggia. Proprio per questo motivo il Comune intende individuare soluzioni che consentano la fruizione pubblica dell’arenile durante il periodo di sospensione dei lavori. Per supportare le valutazioni saranno coinvolti nuovamente ASL Salerno e ARPAC, chiamate a effettuare ulteriori controlli e verifiche di competenza.
Mercoledì incontro con l’impresa
Un nuovo passaggio è previsto per mercoledì pomeriggio, quando l’amministrazione comunale incontrerà l’impresa esecutrice per valutare le condizioni necessarie a consentire l’utilizzo della spiaggia in piena sicurezza durante il periodo di stop dei lavori. L’obiettivo è trovare una soluzione che permetta ai cittadini e ai turisti di usufruire dell’arenile nel corso dell’estate, in attesa della definizione del contenzioso e della successiva ripresa degli interventi di ripascimento.
Fox ha raggiunto un accordo preliminare con Roku per rilevare la piattaforma di streaming disponibile negli Stati Uniti, in Canada, in Messico e nel Regno Unito. Lo hanno annunciato le due società. Fox ha valutato Roku 22 miliardi di dollari, somma che pagherà in denaro e in azioni. L’operazione, si legge in una nota, verrà chiusa nella prima metà del 2027. Anthony Wood, fondatore e ceo di Roku Anthony Wood entrerà nel cda della nuova società.
L’acquisizione di Roku era cruciale per Fox
Negli ultimi anni Fox si è cimentata nello streaming, lanciando il suo servizio concorrente di Fox One nel 2025 dopo aver rilevato nel 2020 Tubi, una delle principali piattaforme rivali di Roku. Ma finora non è riuscita a imporsi in un mercato dominato da YouTube, Netflix, Amazon, Disney+, HBO Max e Paramount+. Con l’approvazione preliminare da parte delle autorità di regolamentazione statunitensi per la fusione tra Warner Bros. Discovery e Paramount Skydance, l’acquisizione di Roku – che ha oltre 100 milioni di utenti – da parte di Fox era diventata cruciale.
L’Atm, ovvero l’azienda dei trasporti di Milano, ha aperto un’indagine interna su una chat di WhatsApp chiamata ‘Staff Ticinese’ in cui alcuni dipendenti si scambiavano foto di passeggere, corredandole da commenti sessisti. Il caso è stato aperto dalla segnalazione di una passeggera che, viaggiando sul tram 15 da piazza Duomo a Rozzano accanto un uomo con la divisa da autista, ha notato lo scambio in chat di quelle che sembravano fotogrammi delle riprese dei sistemi di videosorveglianza dei mezzi pubblici, accompagnate da commenti sessisti e frasi oscene. La passeggera ha fotografato la schermata e ha deciso di segnalare l’accaduto.
Quanto successo è stato poi reso pubblico sui social dalla scrittrice Carlotta Vagnoli: «Un’ennesima chat in cui corpi di donne ignare di essere riprese vengono scambiati e commentati con violenza e sessismo tra colleghi: il caso stavolta colpisce il trasporto pubblico milanese, poiché a passarsi i fotogrammi delle telecamere di sicurezza sono alcuni autisti dei mezzi meneghini».
Atm: «Agiremo rispetto a qualsiasi irregolarità commessa»
Atm «si è prontamente attivata con la massima attenzione per fare piena luce sull’episodio, per verificare il corretto uso degli strumenti aziendali, per tutelare i clienti e le migliaia di dipendenti corretti che lavorano ogni giorno al servizio della città», si legge in una nota dell’azienda, che ha ammesso un «uso improprio di immagini delle telecamere di bordo». E poi: «Crediamo fermamente nel rispetto come valore fondante e non negoziabile. Agiremo in ogni sede opportuna rispetto a qualsiasi irregolarità commessa».
La storia è da feuilleton. Ha fatto rumore la tirata di Giorgia Meloni contro Più libri più liberi, la storica kermesse romana della piccola e media editoria che si svolge alla Nuvola, per la decisione di introdurre una dichiarazione di antifascismo da far sottoscrivere ai partecipanti. Orrore e sacrilegio, tutti a commentare le parole della presidente del Consiglio. Ma il sasso per primo lo aveva gettato Luca Ricolfi con un editoriale in prima pagina su Il Messaggero in cui citava pure “lo scandalo Leonardo Caffo”. Fatto sta che nei salotti romani non si parla d’altro e si ricorda che la presidente e «anima della manifestazione è Annamaria Malato, ex moglie di Raffaele Ranucci», e, si fa notare, «nota antifa». Lui, Ranucci, è uno dei pochi uomini fidatissimi di Francesco Gaetano Caltagirone, l’editore del quotidiano, e dopo il naufragio del matrimonio con la figlia di Enrico Malato, storico filologo ed editore con i marchi Salerno e Antenore, ha impalmato Kerssty Torres, stella della moda e amica di Malvina, l’attuale «metà di Calta». Roma è davvero un romanzo…
Raduno europeista a Milano con Monti
Lunedì sera, al Teatro Parenti di Milano, va in scena la presentazione del Movimento Europeisti.eu, con l’apertura dei lavori affidata all’ex presidente del Consiglio e senatore a vita Mario Monti. Tra gli ospiti dell'”imperdibile” appuntamento meneghino ci sono ovviamente Carlo Calenda, la pasionaria riformista ex Pd, Pina Picierno, Matteo Hallissey, l’economista specializzato in riserve della Repubblica Carlo Cottarelli, Filippo Rossi, Gianni Vernetti, Giuseppe De Mita, Giuseppe Benedetto e la politologa Sofia Ventura. I maligni dicono che Monti «sta tornando a pensare al Quirinale…».
Mario Monti (Imagoeconomica).
Gianni Letta punta sulla cultura
Gianni Letta punta sulla cultura. Mercoledì a Roma si terrà una giornata sul tema “Cultura, leva per una crescita sostenibile”, organizzata dall’Associazione Nazionale per lo Studio dei Problemi del Credito, sotto la presidenza di Ercole Pellicanò, con il supporto della Fondazione Silvano Toti. Tra i presenti Claudio Strinati in qualità di “patron” dell’Accademia Nazionale di San Luca, la bocconiana Paola Dubini, Simonetta Giordani segretaria generale dell’Associazione Civita, Salvatore Rossi “economista e divulgatore”, Innocenzo Cipolletta presidente Associazione Italiana Editori, Francesco Rutelli come presidente Soft Power Club, Barbara Tagliaferri, Head of Arts & Culture Deloitte. A concludere, ovviamente, ci penserà Letta.
Gianni Letta (Imagoeconomica).
IA, nei giornali è emergenza
Ai piani alti dei giornali italiani, o meglio quelli che rimangono in vita nonostante la continua ecatombe di edicole, è scattata l’emergenza: troppa IA negli articoli. Se all’estero chi fa svolgere tutto il lavoro all’Intelligenza artificiale viene cacciato seduta stante, in Italia riesce a dormire sonni tranquilli. In un noto quotidiano, da una verifica è emerso che un pezzo era stato realizzato dall’IA al 100 per cento. Per essere precisi al 98,75 per cento, ma è bastato togliere la firma per raggiungere l’en plein. Intanto non si sa più che pesci pigliare per giustificare l’accaduto tra «figli di», «quella è potente», «ma questa ci porta la pubblicità» e, ciliegina sulla torta: «Si tratta di un settore molto specialistico dove è meglio non sbagliare»…
Chi si rivede a sinistra? La Malfa
Giorgio La Malfa, classe 1939, non si ferma mai: venerdì pomeriggio era alla convention di Alessandro Onorato all’Eur, al Palazzo dei Congressi, e sabato mattina sempre a Roma, a Teatro Flaiano, ha organizzato la seconda assemblea di Officina Repubblicana dal tema “Uscire dalla crisi. Il programma economico per le prossime elezioni politiche”. Tra gli invitati Giuseppe Conte, Stefano Fassina, Antonio Misiani, Luigi Zanda e anche Onorato, fresco della volata tiratagli da Goffredo Bettini. «Chissà cosa ha in mente, il figlio di Ugo», si sente dire nel Pd.
Giorgio La Malfa (foto Imagoeconomica).
Vannacci, tra ex An e Ravetto
L’ingresso dell’ex leghista, e prima ancora ex forzista, Laura Ravetto in Futuro Nazionale è stato tra i più contestati da parte della maggioranza di governo. Ma anche la pattuglia di ex aennini alla corte del generale potrebbe dare filo da torcere. All’assemblea costituente di FnV che si è tenuta il 13 e il 14 giugno all’Auditorium Conciliazione hanno tenuto banco il coordinatore nazionale del neo partito Massimiliano Simoni e Massimo Arlechino, ex presidente di Indipendenza, il movimento fondato da Gianni Alemanno confluito in Futuro Nazionale. Simoni, consigliere regionale in Toscana e parà in congedo, già tra i fondatori di Alleanza Nazionale, nel 2024 aveva lasciato il posto di responsabile nazionale Dipartimento Spettacolo e Teatro di Fratelli d’Italia, caro all’attuale ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, per seguire il generale. Arlechino invece ha lavorato fianco a fianco a Umberto Croppi (entrambi hanno ricoperto ruoli di vertice nella Fondazione Valore Italia), già assessore alla Cultura della prima Giunta Alemanno, esponente storico della nuova destra romana e tra gli ideatori dei Campi Hobbit. Dopo essersi sganciato dall’orbita meloniana, Croppi è diventato big di Federculture e ora è presidente dell’Accademia di Belle Arti di Roma, con un incarico dalla durata triennale. Vannacci intanto ha parlato, durante l’assemblea, della necessità di dare vita ad «avanguardie futuriste». Per quanto riguarda Alemanno – che uscirà da Rebibbia il 24 giugno – al Foglio ha dichiarato di aver rivisto dopo parecchio tempo Isabella Rauti e di aver rinsaldato la coppia.
Tutti a Ferentino con Tajani
Qualche giorno fa in quel di Ferentino è stato inaugurato un nuovo polo logistico realizzato da Techbau nell’area dell’ex stabilimento Bonser: 89 mila metri quadrati, capacità fino a 40 mila posti pallet, un hub pensato «per diventare un acceleratore industriale e un volano occupazionale per il territorio». E trattandosi della provincia Frosinone, al taglio del nastro poteva mancare Antonio Tajani? Con lui c’erano lo storico forzista Giorgio Simeoni, il parlamentare di Fratelli d’Italia Massimo Ruspandini, il vicepresidente del gruppo di Fratelli d’Italia alla Regione Lazio Daniele Maura (con un passato da leader del Fronte della Gioventù), l’assessore regionale del Lazio Pasquale Ciacciarelli, il sindaco di Ferentino Piergianni Fiorletta, Raffaele Trequattrini per il Consorzio Industriale del Lazio.
Sarà Ruben Amorim il nuovo allenatore del Milan. Il tecnico portoghese ha raggiunto un accordo con il club rossonero, con cui ha firmato un contratto biennale (fino al 2028), con opzione per un terzo anno. A riferirlo è il quotidiano portoghese A Bola, secondo cui Amorim riceverà 3,5 milioni di euro netti a stagione, più bonus per scudetto e qualificazione alla Champions League, competizione mancata dai rossoneri nelle ultime due stagioni. Il 41enne di Lisbona attende solo l’approvazione definitiva di Gerry Cardinale di Red Bird, proprietario del club, per recarsi in Italia e firmare il contratto.
All’Assemblea costituente del partito Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, andata in scena a Roma all’Auditorium della Conciliazione, per presentare i programmi per cultura, musica e sport delle sue immaginate Avanguardie Futuriste, l’ex generale ha scelto come sottofondo Futura, celebre brano di Lucio Dalla. Chissà cosa avrebbe pensato il cantautore bolognese, verrebbe da dire. Di sicuro, la fondazione intitolata all’artista ha messo in chiaro di non aver apprezzato la scelta di Vannacci.
La Fondazione: «Non ha chiesto alcuna autorizzazione»
«Non ci è stata chiesta alcuna autorizzazione, e se quello da parte di un partito politico è sempre un uso improprio delle canzoni di Dalla, è ancora più spiacevole se avviene da chi è così lontano dal pensiero e dal mondo di Lucio», ha dichiarato a Repubblica Dea Melotti, cugina dell’artista e vicepresidente della Fondazione Lucio Dalla. Così Daniela Caracchi, anche lui membro della fondazione e presidente dell’etichetta discografica Pressing Line: «Siamo rimasti spiazzati e meravigliati, per tutelare le immagini e l’arte di Lucio non abbiamo mai consentito che di Dalla si facesse un uso in contesto politico, a prescindere dal partito. Dalla è fuori da ogni ragionamento di parte, qualsiasi essa sia. Credo sia la prima volta che capita questo tipo di uso e cercheremo di fare chiarezza».
Lucio Dalla (Imagoeconomica).
Di cosa parla Futura e la genesi del brano
Scritta nel 1979 e inserita nell’album Dalla del 1980, Futura parla di una storia d’amore sullo sfondo del Muro di Berlino tra un uomo dell’Est e una donna dell’Ovest, capaci di immaginare un futuro comune nonostante le avversità. E persino di avere un figlio: «E se è una femmina si chiamerà Futura», recita il testo. Il brano è dunque un messaggio di speranza nel domani e desiderio di unità, al di là di bandiere e di tutto ciò che ci vorrebbe dividere: un po’ il contrario del Vannacci-pensiero.
Dalla raccontò di aver scritto la canzone su un taccuino in una notte del 1979 quando, dopo un suo concerto a Berlino, si fece portare in taxi al Checkpoint Charlie, posto di blocco situato tra il settore sovietico e quello statunitense. Arrivato sul posto, Dalla si sedette su una panchina per riflettere, fumando una sigaretta e, immaginando la storia due amanti nella città divisa, scrisse di getto il testo di Futura. Il cantautore bolognese raccontò anche che, proprio in quei momenti, vide scendere da un taxi anche Phil Collins, allora batterista dei Genesis, il quale poi si sedette accanto a lui senza parlare.
La fiera della piccola e media editoria si chiama Più libri più liberi. Quest’anno l’Aie (l’Associazione italiana editori), che la organizza, ha preso sul serio soprattutto la seconda metà del nome: per esporre alla prossima edizione (dal 4 all’8 dicembre 2026 alla Nuvola dell’Eur), gli editori dovranno firmare una dichiarazione in cui si impegnano a rispettare la Costituzione, a ripudiare fascismo e totalitarismi e a non farne apologia. A destra la misura è stata subito bollata come una patente di antifascismo. Con un dettaglio non secondario: senza quella firma, la candidatura non parte nemmeno. Liberi sì, ma solo una volta timbrato il modulo.
Tutto nasce dalle forti polemiche del 2025 su Passaggio al Bosco
L’origine della vicenda è nota. Nel 2025 la presenza della casa editrice Passaggio al Bosco aveva suscitato forti polemiche per un catalogo giudicato da alcuni troppo indulgente verso un immaginario politico descritto come «l’esaltazione di esperienze e figure fondanti del pantheon nazifascista e antisemita». Nonostante le proteste di nomi come Antonio Scurati, Alessandro Barbero, Domenico Starnone, Zerocalcare e altri, l’Aie aveva difeso la scelta richiamandosi al pluralismo e alla libertà di espressione, ovviamente nel rispetto della legge.
Le norme già esistono, perché aggiungere una dichiarazione ulteriore?
Evidentemente, però, non bastava. Stavolta, invece di discutere i libri, si è deciso di certificare gli editori. Una scelta che ha il pregio della semplicità: un modulo si controlla più facilmente di un catalogo. Le norme già esistono, ma si è ritenuto opportuno aggiungere una dichiarazione ulteriore, un attestato di sana e robusta democrazia da esibire all’ingresso. Un espediente che ricorda le gride manzoniane: solenni e minacciose quanto spesso inefficaci, e alla fine gravose soprattutto per chi non ne avrebbe bisogno.
Innocenzo Cipolletta, presidente dell’Aie, ha ricordato che gli editori aderenti all’associazione sottoscrivono già il rispetto dei principi costituzionali. Ed è proprio questo a rendere paradossale la vicenda del modulo antifascista. Se quell’impegno esiste già, che cosa aggiunge? E soprattutto: a chi è rivolto davvero?
Innocenzo Cipolletta (foto Imagoeconomica).
Regalo alla maggioranza che faticava a trovare motivi per stare insieme
L’effetto politico era prevedibile. In una fase in cui la maggioranza fatica a trovare motivi per stare insieme, qualcuno ha finito per regalargliene uno. È bastato evocare la parola censura e il resto è seguito da sé. Roberto Vannacci e la premier Giorgia Meloni, sin qui cane e gatto, si sono ritrovati sullo stesso fronte, e un centrodestra che sembrava in cerca di ragioni per dividersi ne ha trovata una per ricompattarsi.
Per partecipare alla fiera della piccola e media editoria “Più libri più liberi”, che si svolgerà a Roma, le case editrici dovranno ottenere quest’anno il “patentino antifascista”, sottoscrivendo un’apposita dichiarazione.
Anche alla Biennale la discussione si era spostata dall’arte alla censura
Non è la prima volta che accade. Alla Biennale, il caso del padiglione russo aveva spostato la discussione dall’arte alla censura. Più di recente, un gruppo di notabili pugliesi ha chiesto agli organizzatori del festival Il Libro Possibile l’esclusione dello scrittore israeliano Eshkol Nevo, colpevole, ai loro occhi, di non aver pronunciato la parola genocidio nonostante i suoi appelli alla pace e le dure critiche rivolte al governo del suo Paese. Casi diversi, ma con un tratto comune: a un certo punto il dibattito cambia natura. I libri restano sul tavolo, ma non sono più il centro della scena.
Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco. (Imagoeconomica).
Si finisce per parlare più della fiera in sé che dei suoi libri
A quel punto il problema diventa chi può sedersi a quel tavolo e chi no. Una manifestazione ha tutto il diritto di scegliere i propri ospiti, ma quando sente il bisogno di accompagnare quella scelta con un attestato di rispettabilità, finisce per parlare più di sé che dei libri che vorrebbe promuovere. La patente democratica tranquillizza chi la pretende e irrita chi non la riceve. In compenso, offre un argomento perfetto a chi denuncia il pensiero unico e la sua egemonia culturale. Da questo punto di vista Meloni può considerarsi fortunata: pochi alleati sono preziosi quanto certi avversari.
«Forse gli organizzatori non sanno che il libro più importante per la nostra giustizia, cioè il Codice penale, reca la firma di Benito Mussolini». Lo ha detto il ministro della Giustizia Carlo Nordio commentando l’istituzione del «patentino antifascista» (così lo ha definito Giorgia Meloni) proposto dagli organizzatori della Fiera nazionale della piccola e media editoria Più Libri Più Liberi, in vista della prossima edizione che si terrà a Roma a dicembre.
Più Libri Più Liberi alla Nuvola dell’Eur (Imagoeconomica).
Le proteste per la partecipazione di Passaggio al Bosco
Nel 2025 la presenza a Più Libri Più Liberi della di Passaggio al Bosco aveva suscitato forti polemiche, con la protesta di scrittori e intellettuali contro la casa editrice di estrema destra e «l’esaltazione di esperienze e figure fondanti del pantheon nazifascista e antisemita».
La mossa dell’Aie dopo le polemiche del 2025
L’Associazione italiana editori (Aie), che organizza la fiera romana e che l’anno scorso aveva escluso censure preventive, in vista della prossima edizione (in programma dal 4 all’8 dicembre alla Nuvola dell’Eur) ha così stabilito che, per poter esporre, le varie case editrici dovranno firmare una dichiarazione in cui si impegnano a rispettare la Costituzione, a ripudiare fascismo e totalitarismi e a non farne apologia.
Per partecipare alla fiera della piccola e media editoria “Più libri più liberi”, che si svolgerà a Roma, le case editrici dovranno ottenere quest’anno il “patentino antifascista”, sottoscrivendo un’apposita dichiarazione.
Il post di Meloni contro il «patentino antifascista»
La decisione dell’Aie ha provocato la reazione della premier Meloni, che sui social ha scritto: «È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono». E poi: «La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica». Ora le affermazioni di Nordio, che suonano come un plauso al Duce.
Il “precedente” di Nordio sul Codice penale e Mussolini
Durante un convegno organizzato all’Università di Roma Tre, in vista dell’ultimo 25 Aprile Nordio aveva dichiarato: «A breve si festeggerà la festa di Liberazione, una festa che celebra l’antifascismo ma dobbiamo ricordare che abbiamo ancora un codice firmato da Mussolini e Vittorio Emanuele III che tra l’altro gode di buona salute, mentre un codice intitolato a un eroe della Resistenza come Giuliano Vassalli è stato demolito e mal interpretato».
Montecorvino Rovella cresce grazie all’azione di governo portata avanti dal sindaco Martino D’Onofrio, impegnato su più fronti per l’interesse dei suoi concittadini. Tante le iniziative e i programmi ancora da attuare che il sindaco D’Onofrio sta realizzando e continuerà a realizzare con la sua maggioranza.
Sindaco D’Onofrio può descriverci, in sintesi, le attività che state realizzando in questo particolare periodo?
“È un lavoro costante e continuo, che ci caratterizza sin dal primo giorno del nostro mandato e che non si ferma mai. Un lavoro orientato in ogni sua forma al benessere della comunità, al miglioramento quotidiano della qualità della vita. Solo pochi giorni fa abbiamo inaugurato l’asilo di Iacovino: una struttura moderna, pienamente conforme alle normative vigenti, pensata per accogliere i bambini in maniera ottimale. Ma mentre tagliavamo quel nastro, i cantieri altrove erano già aperti. Penso al palazzetto dello sport di via Pace, i cui lavori sono in corso di realizzazione: consegnerà alla città una struttura straordinaria, che diventerà anche polo di riferimento per la pallacanestro in carrozzina. Un segnale importante, anche sul piano dell’inclusione. C’è poi il planetario, finanziato dalla Regione Campania: anche lì si lavora. E accanto ai grandi interventi, c’è il lavoro quotidiano — la viabilità, le piccole manutenzioni, l’attenzione alle esigenze concrete dei cittadini. Questa amministrazione è una macchina che non si ferma: ventiquattro ore su ventiquattro, trecentosessantacinque giorni l’anno”.
Avete annunciato che a breve, Montecorvino Rovella, riavrà il proprio cinema. Potete illustrarci come si è mossa l’amministrazione comunale per riottenere questo spazio di aggregazione culturale?
“Abbiamo fatto quello che dovrebbe fare ogni buona amministrazione: cercare le risorse, intercettare i finanziamenti disponibili e metterli al servizio della comunità. Siamo riusciti ad ottenere un finanziamento dal Ministero dell’Interno di circa novecentomila euro, che ci permetterà di rendere il Cinema Meo nuovamente fruibile ai cittadini e di riaprirlo. È un risultato concreto, che parla da solo. E che rappresenta anche, permettetemelo, uno schiaffo alla politica di chi ci ha preceduto: anni in cui si è solo perso tempo, senza che nessuno muovesse un dito. Noi invece abbiamo lavorato, trovato le risorse e restituito alla città uno spazio di aggregazione e cultura che le apparteneva”.
L’estate ormai alle porte. Come vi state organizzando nel vostro Comune?
“Come sempre, abbiamo costruito un calendario estivo variegato e ricco, pensato per rispondere ai gusti e alle attitudini più diverse. Ci saranno eventi enogastronomici, appuntamenti culturali, esibizioni delle scuole di danza del territorio, e una serie di eventi sportivi legati al trekking e alla scoperta del nostro patrimonio naturale. Un calendario che non nasce a tavolino, ma in sinergia con le associazioni locali, con le quali abbiamo un rapporto continuo e proficuo. È proprio questo dialogo costante che ci permette di costruire un programma davvero condiviso, radicato nella comunità. Si partirà a metà giugno per arrivare fino a metà settembre: una lunga estate per scoprire Montecorvino Rovella, per fermarsi a gustare le nostre eccellenze enogastronomiche, per godersi le bellezze di questo territorio. Un’estate, insomma, da non perdere”.
Sono ormai otto anni di mandato consecutivo. Tanto è stato fatto. Tanto c’è ancora da fare. Cosa nello specifico?
“Sono stati anni incredibili. Bellissimi, ma anche impegnativi, perché abbiamo dovuto recuperare il tempo perso da chi ci ha preceduto, amministrazioni che hanno scelto l’immobilismo come stile di governo. Noi invece abbiamo scelto il lavoro. Ogni giorno proviamo a cambiare la faccia di Montecorvino Rovella. È una vera e propria rivoluzione — e una rivoluzione richiede tempo, costanza, visione. Ma i risultati parlano. Siamo intervenuti in ogni settore: la scuola, la sanità, la cultura, lo sport, il territorio. Elencarli tutti rischierebbe di essere ingeneroso verso qualcosa — tante sono le cose fatte. Quello di cui sono più orgoglioso, però, è forse la squadra. Una squadra eccezionale, che lavora sul campo, che si confronta ogni giorno con i cittadini, che segue i dossier con dedizione. È grazie a loro che questa rivoluzione è possibile. E deve continuare, perché il lavoro — per fortuna — non finisce mai”.
Terzo mandato. Ci sta pensando?
“Sarebbe strano il contrario: certo che ci penso. È inevitabile, quando hai un lavoro da continuare e senti che il percorso non è ancora compiuto. Stiamo lavorando a questa prospettiva insieme a tutta la squadra, perché un cammino di crescita come quello che abbiamo intrapreso — con investimenti importanti, cantieri aperti, progetti in corso — merita di essere portato a termine. Nel prossimo mandato vogliamo chiudere quello che abbiamo avviato, dare compimento a questa trasformazione. L’obiettivo è consegnare ai cittadini una Montecorvino Rovella profondamente diversa da quella che abbiamo trovato. Più moderna, più vivibile, più attrezzata per il futuro. Ci stiamo lavorando. Con la stessa squadra, con la stessa determinazione di sempre”. Dunque, sembra quasi certa la volontà del primo cittadino di continuare la sua avventura amministrativa. Ed è molto probabile che tra due anni scenderà di nuovo in campo per la riconquista della fascia tricolore e continuare nella sua azione di governo.
BFF Bank, piattaforma pan-europea presente in nove Paesi specializzata nella gestione e nello smobilizzo pro soluto di crediti commerciali verso la pubblica amministrazione e i Sistemi sanitari nazionali, ha annunciato la nomina – con decorrenza odierna – di Luigi Lubelli come nuovo chief financial officer. Il ruolo era ricoperto ad interim da Giuseppe Sica, dal metà marzo amministratore delegato e direttore generale di BFF.
Il logo di BFF Bank (Imagoeconomica).
Chi è Luigi Lubelli
Lubelli vanta più di 30 anni di esperienza internazionale nel settore finanziario. Ha ricoperto ruoli di senior management in importanti istituzioni bancarie, assicurative e di investimento, come Generali e Allfunds Bank. Ha inoltre trascorso più di un decennio in ruoli apicali nelle aree finance e risk management presso MAPFRE, dove è stato group chief risk officer e deputy general manager per Risk e Capital Markets.
La Bce ha alzato i tassi di un quarto di punto portando il tasso sui depositi dal 2 al 2,25%. La decisione – ampiamente attesa dagli economisti dopo lo shock energetico causato dalla guerra all’Iran – rappresenta la prima stretta monetaria dal settembre 2023. La Bce ha ulteriormente tagliato le Ue-previsioni sulla crescita, e alzato quelle sull’inflazione, a fronte del prolungarsi della guerra di Usa e Israele all’Iran. La crescita – nel nuovo scenario “di base” – è ora attesa allo 0,8% per il 2026 (dallo 0,9% delle precedenti “staff projections” di marzo), l’1,2% per il 2027 (dall’ 1,3%) e l’1,5% (dall’ 1,4%) per il 2028. L’inflazione è indirizzata verso l’alto, al 3, per quest’anno, e al 2,3% per il 2027 e poi in frenata al 2%, rispettivamente dal 2,6%, 2% e 2,1% delle precedenti previsioni. “Le prospettive restano incerte, con rischi al rialzo – quindi – per l’inflazione e rischi al ribasso per la crescita economica”, è scritto in una nota della Bce. Va detto, poi, che l’inflazione accelera negli Stati Uniti. I prezzi al consumo in maggio sono saliti del 4,2%, in linea con le attese e rispetto al +3,8% di aprile. Su base mensile l’aumento è stato dello 0,5%. L’indice core, al netto di energia ed alimentari, ha segnato un +2,9% tendenziale e un +0,2% mensile. L’inflazione negli Stati Uniti è balzata in maggio ai massimi degli ultimi tre anni complice il caro-prezzi innescato dalla guerra in Iran. L’aumento del 4,2% è, infatti, il maggiore dall’inizio del 2023. L’inflazione, quindi, negli Stati Uniti cresce come da attese. Il “core” rate, ossia l’indice dei prezzi al consumo depurato delle componenti più volatili quali cibo ed energia, più osservato dalla Fed, ha registrato un aumento dello +0,2% su base mensile, inferiore allo +0,3% stimato dal mercato, dopo il +0,4% di aprile. La crescita tendenziale si attesta allo +2,9%, come indicato dagli analisti, dal +2,8% del mese precedente. Nello scenario cosiddetto “avverso”, “l’inflazione potrebbe salire fino al 4,5%”. Le “proiezioni chiave” prevedono, per il 2026, un tasso “atteso in aumento al 2,6% nello scenario di base”, ma i dati recenti indicano “picchi reali che si attestano attorno al 3% su base annua”. Nel biennio 2027-2028, va evidenziato, “l’inflazione è prevista in calo, tornando poco al di sotto della soglia del 2,0%”. Le stime previsionali “indicano per l’Italia un’inflazione media annua attestata tra il 2,4% e il 2,9% nel 2026, spinta dalle tensioni internazionali, per poi scendere verso l’obiettivo del 2% nel 2027 grazie a una normalizzazione dei mercati e delle materie prime”. Per l’intera Eurozona “ si prevede, invece, un tasso intorno al 3% nel 2026, con una riduzione al 2,3% nel 2027”. Va considerato che in Italia “l’impennata dei prezzi dell’energia fara’ aumentare l’inflazione, annullando i recenti progressi registrati nei salari reali’. Le prospettive per l’Italia “sono relativamente esposte all’evoluzione del conflitto in Medio Oriente, vista la quota elevata di energia prodotta a partire da combustibili fossili importati e il peso della produzione manifatturiera esportata”. L’organizzazione di Parigi segnala, poi, “il graduale consolidamento fiscale” che si propone “con il deficit che si riduce al 3,1% del Pil nel 2025, sebbene a un ritmo leggermente piu’ lento rispetto a quanto previsto nella legge di bilancio per il 2026”. L’accelerazione del Pnrr ha reso possibile agli investimenti pubblici di superare il 3,8% del Pil, “’il livello più elevato degli ultimi 35 anni”’. Il debito pubblico è “salito a oltre il 137% del Pil nel 2025”, “a causa degli effetti persistenti sui flussi di cassa derivanti dai generosi crediti d’imposta per la riqualificazione edilizia concessi negli anni precedenti’, vale a dire il superbonus”.
Il presidente dell’Anp, l’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen ha annunciato che le elezioni presidenziali palestinesi si terranno nel 2027. L’ha scritto l’agenzia ufficiale Wafa da Ramallah. Nel decreto presidenziale non è stata indicata una data precisa per la consultazione, ma solo l’anno. Le elezioni per il Consiglio nazionale palestinese, il parlamento dell’Olp, si terranno invece nel novembre di quest’anno.
A Mercato San Severino c’è un castello che appartiene alla storia, al paesaggio e alla memoria collettiva. Ma, da qualche anno, sembra appartenere soprattutto a chi ne possiede le chiavi. Il Castello dei Sanseverino, uno dei complessi fortificati più estesi e significativi dell’Italia meridionale, domina la Valle dell’Irno con i suoi resti imponenti, le sue mura, i suoi ambienti medievali, le sue stratificazioni archeologiche. È un bene pubblico, un patrimonio che dovrebbe essere custodito, valorizzato e reso fruibile alla comunità. Eppure, oggi, attorno al castello si consuma un paradosso che merita più di una spiegazione. Da anni, infatti, una parte rilevante del complesso risulta chiusa da cancelli metallici. Ambienti storici, percorsi interni, passaggi e spazi di grande valore non sarebbero liberamente accessibili ai cittadini. La motivazione, ripetuta nel tempo, è quella della tutela: proteggere il sito da vandalismi, danneggiamenti, ingressi impropri, rischi per la sicurezza. Una ragione che, in astratto, può anche apparire comprensibile. Nessuno pretende che un monumento venga lasciato senza controllo o esposto all’incuria. Il problema è che la tutela, quando diventa chiusura permanente, smette di essere tutela e comincia ad assomigliare a una sottrazione. Proteggere un bene culturale non significa trasformarlo in un recinto. Conservare un monumento non vuol dire impedirne la fruizione per anni. E mettere un cancello davanti alla storia non può diventare la soluzione amministrativa a ogni difficoltà. Il caso diventa ancora più singolare quando si scopre che quel castello chiuso non è sempre chiuso. Per il cittadino che voglia visitarlo liberamente, l’accesso ad alcuni ambienti può risultare impossibile. Ma in occasione di visite guidate, scolaresche, gruppi organizzati o iniziative culturali, le porte del maniero tornano ad aprirsi. Il bene, insomma, appare interdetto alla fruizione ordinaria, ma disponibile per percorsi accompagnati. Chiuso per alcuni, accessibile per altri. Pubblico nella definizione, selettivo nella pratica. È qui che la vicenda assume un rilievo giornalistico e amministrativo. Perché, secondo quanto emerso, una realtà associativa locale avrebbe la disponibilità delle chiavi e organizzerebbe visite guidate all’interno del complesso. Nulla di illecito, in linea di principio, se tutto avviene dentro una cornice chiara: atti pubblici, convenzioni, autorizzazioni, regolamenti, assicurazioni, tariffe, rendicontazioni. Le associazioni culturali possono essere una risorsa preziosa per i territori, soprattutto quando contribuiscono alla conoscenza e alla valorizzazione di luoghi che altrimenti rischierebbero l’abbandono. Ma proprio perché il bene è pubblico, le regole non possono essere affidate alle consuetudini, ai rapporti informali o alla buona volontà dei singoli. Servono atti. Servono procedure. Serve trasparenza. Ad oggi, almeno sulla base degli elementi finora raccolti, non risulterebbe facilmente individuabile un provvedimento pubblico che chiarisca a quale titolo sia stata affidata la disponibilità delle chiavi, chi abbia la responsabilità degli accessi, chi organizzi formalmente le visite e quale sia la destinazione degli eventuali contributi richiesti ai partecipanti. Non risulterebbero, allo stato, una convenzione pubblicamente consultabile, un bando, una determina o un regolamento capace di spiegare in modo compiuto il rapporto tra Comune, associazione e gestione del sito. Se le carte esistono, il Comune può sciogliere ogni dubbio in pochi minuti: basta pubblicarle. Se invece non esistono, allora il problema non è chi fa le domande, ma chi ha consentito che un bene collettivo venisse amministrato attraverso una prassi poco leggibile. La questione economica, poi, è tutt’altro che secondaria. Le visite guidate sarebbero a pagamento, o comunque prevederebbero un contributo. Anche questo, di per sé, non rappresenta uno scandalo. La cultura ha costi, le guide possono essere retribuite, le associazioni possono sostenere spese. Ma quando il luogo visitato è un bene pubblico, occorre sapere chi incassa, con quale titolo, con quali ricevute, con quale rendicontazione e se una parte delle somme venga destinata al Comune o reinvestita nella manutenzione del castello. Sono domande semplici, persino elementari. E proprio per questo diventano pesanti se restano senza risposta. Chi stabilisce il costo delle visite? Chi autorizza gli accessi? Chi controlla? Esiste un registro? Esistono rendiconti? Le somme sono tracciate? Il Comune percepisce qualcosa? Altre associazioni del territorio hanno avuto la possibilità di partecipare alla gestione o alla valorizzazione del sito con pari condizioni? Oppure, nel silenzio degli atti, si è creato un rapporto privilegiato con un solo soggetto? Il Codice dei beni culturali non considera la valorizzazione un’attività da improvvisare. I beni culturali appartenenti agli enti pubblici devono essere tutelati, certo, ma anche resi fruibili. La fruizione pubblica non è un favore dell’amministrazione: è parte della funzione stessa del bene. E quando un Comune decide di coinvolgere soggetti esterni nella gestione o nella valorizzazione, deve farlo attraverso strumenti trasparenti, verificabili, aperti e rispettosi della natura pubblica del patrimonio. Il punto, dunque, non è criminalizzare chi organizza visite o chi prova a raccontare il castello. Il punto è esattamente l’opposto: evitare che la valorizzazione diventi una gestione di fatto riservata a pochi. Perché un bene culturale pubblico non può essere aperto a intermittenza, né può dipendere dalla disponibilità di un’associazione, di un referente o di una chiave custodita fuori da un quadro amministrativo chiaro. C’è poi il tema materiale dei cancelli. Se sono stati installati su strutture murarie vincolate o in aree di interesse archeologico, occorre sapere se l’intervento sia stato autorizzato dagli organi competenti e con quali prescrizioni. Un cancello su un bene storico non è un dettaglio da ferramenta. È un intervento su un manufatto tutelato. Può essere necessario, ma deve essere motivato, autorizzato e proporzionato. Anche in questo caso la domanda è semplice: chi ha autorizzato l’installazione e su quali basi? Il risultato, oggi, è quello di un monumento vissuto a metà. Da una parte il castello celebrato nei discorsi pubblici, nelle iniziative culturali, nella retorica dell’identità locale. Dall’altra il castello chiuso, sbarrato, sottratto alla visita spontanea, accessibile solo attraverso canali non sempre evidenti. Ambienti come la cisterna palaziale, la cappella comitale, la cripta, l’ingresso nord e altri spazi del complesso risulterebbero non liberamente fruibili. Non dettagli marginali, ma parti essenziali del racconto storico del sito. Un castello visitabile a metà è un castello raccontato a metà. E un bene raccontato a metà, col tempo, diventa un bene dimenticato.Il rischio più grande, infatti, non è soltanto la chiusura fisica. È l’abitudine alla chiusura. Il cittadino passa, vede il cancello, rinuncia. Dopo anni, ciò che era provvisorio diventa normale. L’eccezione si trasforma in regola. E il patrimonio pubblico smette di essere vissuto come un diritto collettivo. Per questo la vicenda del Castello di Mercato San Severino non può essere liquidata come una polemica locale. Qui si intrecciano tutela, trasparenza, gestione amministrativa, valorizzazione culturale e uso di un bene pubblico. Non basta dire che il castello viene protetto. Bisogna spiegare perché è chiuso, da quanto tempo, con quali atti, con quale prospettiva di riapertura e a quali condizioni viene invece aperto per le visite guidate. Il Comune ha il dovere di chiarire. Deve dire chi possiede le chiavi, a quale titolo, con quali responsabilità. Deve spiegare se esiste una convenzione con l’associazione che accompagna i visitatori. Deve rendere noto se vi siano contributi o pagamenti, chi li incassi e come vengano rendicontati. Deve chiarire se l’installazione dei cancelli sia stata autorizzata dalla Soprintendenza e se esista un piano per garantire la fruizione ordinaria del sito. Non servono slogan sulla cultura. Servono documenti. Non servono post celebrativi sul castello. Servono orari, regole, atti pubblici, controlli e pari opportunità per cittadini e associazioni. Il Castello dei Sanseverino non è una proprietà privata, almeno non sulla carta. Ma un bene pubblico può diventare privato nei fatti quando l’accesso è ristretto, quando le chiavi sono nella disponibilità di pochi, quando le visite seguono canali non trasparenti e quando gli eventuali incassi non sono spiegati alla comunità. La privatizzazione di fatto non ha bisogno di un rogito. A volte basta un cancello. Una chiave. Un silenzio amministrativo prolungato abbastanza da sembrare normalità. Ora quel silenzio va interrotto. Il castello appartiene ai cittadini di Mercato San Severino. Appartiene alla loro storia, alla loro memoria, alla loro identità. Se è pericoloso, venga chiuso per tutti, messo in sicurezza e riaperto. Se è visitabile, venga aperto con regole uguali per tutti. Se le visite sono affidate a un soggetto esterno, si pubblichino gli atti. Se ci sono incassi, si dica dove finiscono. Perché la cultura non si chiude a chiave. E un bene pubblico non può vivere sotto forma di concessione privata, favore occasionale o accesso selettivo. Il Castello dei Sanseverino deve tornare a essere ciò che è: patrimonio della comunità. Non un luogo per pochi, ma un bene di tutti.
Tutto pronto a Evian per il G7 ospitato dalla Francia: i lavori del summit si apriranno nel tardo pomeriggio con l’arrivo di Donald Trump, che sarà ricevuto dall’omologo transalpino Emmanuel Macron. I riflettori sono tutti puntati sul bilaterale in programma tra i due leader. Sul tavolo del vertice i principali dossier internazionali: dal sostegno all’Ucraina alla stabilità del Medio Oriente dopo l’accordo appena annunciato tra Usa e Iran.
Protesta di Oxfam contro il G7 di Evian e i leader presenti (Ansa).
Lunedì 15 giugno: il giorno del bilaterale Macron-Trump
Nel complesso il summit durerà circa 48 ore. Lunedì 15 aprile Trump verrà ricevuto Macron per un incontro bilaterale. In serata è previsto il benvenuto ufficiale ai leader del G7, seguito da una cena di lavoro dedicata ai grandi dossier internazionali.
Martedì 16 giugno: fari puntati su Ucraina e Medio Oriente
La giornata di martedì 16 giugno sarà in larga parte focalizzata sulle questioni geopolitiche, con focus su Ucraina e Medio Oriente. In mattinata Macron accoglierà l’omologo ucraino Volodymyr Zelensky. Seguirà un pranzo di lavoro con Egitto, Emirati Arabi Uniti e Qatar. Nel pomeriggio il summit si allargherà ai partner invitati dall’Eliseo: Brasile, India, Corea del Sud e Kenya. Prevista una riunione dedicata ai nuovi partenariati internazionali e alla ricostruzione della solidarietà globale, con la partecipazione della Banca Mondiale e della Banca Africana di Sviluppo. La giornata terminerà con una serie di incontri bilaterali.
Protesta a Ginevra contro il G7 di Evian (Ansa).
Mercoledì 17 giugno: focus sulle questioni economiche
Mercoledì 17 giugno il focus si sposterà sulle questioni economiche. Prima si terrà una sessione di lavoro con i Paesi del G7, i partner invitati, il Fondo monetario internazionale e l’Ocse. Il successivo pranzo di lavoro sarà incentrato sull’intelligenza artificiale, con la partecipazione di rappresentanti del mondo imprenditoriale. La chiusura del G7 di Evian è prevista nel pomeriggio di mercoledì, con la conferenza stampa finale di Macron.
Il primo ministro britannico Keir Starmer ha annunciato, durante una conferenza stampa a Downing Street, l’imminente divieto di utilizzo dei social media per tutti i minori di 16 anni. Il provvedimento, volto a proteggere bambini e adolescenti dai pericoli online, segue un divieto simile introdotto nel 2025 dall’Australia, il primo Paese al mondo ad adottare una misura di questo tipo. Riguarderà piattaforme come Snapchat, TikTok, YouTube, Instagram, Facebook e X, ma escluderà i servizi di messaggistica come WhatsApp. Starmer vorebbe approvarlo entro fine dicembre, per consentirne l’entrata in vigore nella primavera del 2027.
L’innovazione tecnologica applicata alla medicina e la condivisione profonda delle esperienze umane sono state le assolute protagoniste del primo campo scuola residenziale per pazienti con diabete di tipo 1, conclusosi ieri nell’area naturalistica degli Alburni. Promosso dal Centro di Assistenza Diabetologica (CAD) della ASL Salerno e dalla scuola diabetologica salernitana, guidati dalla dottoressa Paky Memoli, l’evento ha offerto a un gruppo di pazienti l’opportunità di confrontarsi h24 con un’equipe multidisciplinare composta da medici, infermieri, dietisti e psicologi competenti. Il fine dell’iniziativa è stato quello di dimostrare concretamente come la gestione avanzata della patologia, basata sull’utilizzo di microinfusori e sensori, consenta oggi di condurre una vita piena, dinamica e priva di preclusioni, trasformando il soggiorno educativo in un’importante palestra di autonomia. Il programma ha vissuto momenti di grande intensità formativa e pratica fin dal pomeriggio di sabato, quando si sono alternate lezioni cruciali per la quotidianità dei pazienti. Tra queste, la sessione dedicata all’attività sportiva e all’alimentazione, seguita dal primo atteso cooking game. In questa occasione, i partecipanti hanno appreso le tecniche per realizzare piatti piacevoli alla vista e al palato, focalizzandosi sul conteggio dei carboidrati (carb-counting), pur mantenendo i profili nutrizionali idonei e validi per la terapia diabetologica. Sempre sabato pomeriggio, l’attenzione si è spostata sulla salute psicologica e relazionale grazie a un focus dedicato alla sessuologia clinica. La dottoressa Mara Porcaro, psicoterapeuta, ha spiegato l’importanza e l’affinità di questo intervento con la patologia cronica: “Sicuramente il fatto che un paziente conosca bene se stesso, dopo un’esperienza complessa come l’aver appreso di avere il diabete, aiuta moltissimo. Attraverso degli esercizi legati alla sessualità e chiaramente tutto un iter legato all’accettazione, si aiuta il paziente non solo ad accettare se stesso con la patologia, ma proprio a vivere una sessualità che può cambiare, naturalmente, negli anni, ma che può mutare anche in seguito a questo tipo di esperienza”. La psicoterapeuta ha poi approfondito l’impatto emotivo della diagnosi in età giovanile, descrivendola come una linea di demarcazione profonda nella vita di una persona. “La sessuologia entra all’interno di questo modo nuovo di vivere con delle modalità che possono essere un’opportunità”, ha proseguito la dottoressa Porcaro. “Un’opportunità per comunicare meglio con se stesso, per conoscersi meglio e quindi anche per avere poi un miglioramento delle relazioni e della vita sessuale. Quando si scopre di avere una patologia come il diabete di tipo 1, c’è uno spartiacque tra chi si era prima e chi si scopre di essere dopo; questo spartiacque rappresenta un trauma che spesso è con la ‘T’ maiuscola e quindi, per essere rielaborato, ha bisogno di tempi e, sicuramente, di un percorso specifico. Quando viene a determinarsi una condizione del genere, si trasforma completamente l’esperienza personale. Di conseguenza, è importante che il paziente, attraverso il percorso di accettazione e un cammino di consapevolezza, acquisisca delle nuove competenze per comunicare meglio con il proprio corpo e, chiaramente, con la propria interezza”. La domenica mattina è stata invece dedicata al movimento e allo sport all’aria aperta, con un trekking d’alta quota volto a testare i dispositivi medici sotto sforzo lungo i sentieri naturalistici del comprensorio. “Questo campo scuola ha dimostrato quanto il diabete non sia più un limite, si può fare davvero tanto”, ha dichiarato la dottoressa Paky Memoli al termine dell’escursione. “Il trekking ha portato il gruppo alla scoperta delle Grotte di San Michele a Sant’Angelo a Fasanella; è stata un’occasione d’oro per dimostrare che oggi non c’è un limite nella malattia. Oggi non c’è assolutamente un freno per nessun tipo di attività sportiva che i ragazzi diabetici possono fare. L’importante è che lo facciano con cognizione di causa, rispettando delle regole per quanto riguarda il controllo della glicemia prima di iniziare l’esercizio”. La presidente della scuola diabetologica salernitana e responsabile Cad ha poi concluso ponendo l’accento sull’arricchimento umano scaturito dal fine settimana residenziale. “L’esperienza di andare a Sant’Angelo a Fasanella e quindi, insieme a tutti i pazienti, di arrivare in questa grotta meravigliosa di San Michele è stata veramente un’esperienza inebriante”, ha aggiunto la dottoressa Memoli. “Tuttavia, l’aspetto più importante di questo campo scuola è stata la socializzazione tra i ragazzi. I ragazzi hanno bisogno di parlare, hanno bisogno di confrontarsi, ma non solo con i medici; hanno un forte bisogno di confrontarsi tra di loro sulla base dell’esperienza che ognuno vive quotidianamente con la propria patologia”. Le testimonianze dirette dei partecipanti hanno confermato la validità sul campo di questo approccio integrato. Maria Rosaria Falanga ha raccontato con entusiasmo la sua partecipazione all’iniziativa. “Questa è la prima volta che partecipo a un campo scuola e devo dire che, essendo diabetica di tipo 1, l’esperienza è stata assolutamente positiva”, ha spiegato Maria Rosaria Falanga. “Il contesto nel Cilento è meraviglioso e siamo venuti qui proprio per dimostrare che noi diabetici di tipo 1 non siamo delle persone limitate: siamo persone che possono affrontare qualsiasi esperienza. Effettivamente, anche il mio lavoro mi porta a stare spesso fuori casa, quindi l’utilizzo di queste nuove tecnologie mi salva letteralmente la vita”. La paziente ha poi confermato l’importanza del supporto medico durante le prove fisiche della domenica, come il trekking alla Grotta di San Michele, tappe che un tempo sembravano precluse ai pazienti. “Si è trattato di un’occasione per dimostrare che il diabete di tipo 1 non è un limite”, ha concluso la Falanga. “Esattamente, sono la prova vivente di tutto ciò: durante l’attività sono andata in ipoglicemia e sono stata prontamente aiutata da questi magnifici medici”. Accanto ai giovani, il campo scuola ha ospitato anche la memoria storica delle terapie metaboliche, rappresentata da Vincenzo Crocamo, un veterano che convive con la patologia da oltre quarant’anni e che ha tracciato un bilancio straordinario del progresso clinico: “Sono diabetico veterano da 44 anni, tipo 1”, ha raccontato. “Questo primo campo scuola della Scuola diabetologica salernitana è un’occasione per dimostrare che negli anni gli strumenti, la tecnologia e la medicina hanno fatto dei passi da gigante; oggi il diabete non è più un limite. Sì, senz’altro. Io ho iniziato 44 anni fa e il primo glucometro aveva le dimensioni di una cassetta, praticamente. Poi la tecnologia è andata avanti, grazie a Dio, e con tutte queste nuove tecnologie la situazione è migliorata tantissimo, anche grazie a tutti i promotori e a tutto lo staff medico. Cerchiamo di andare sempre avanti con la tecnologia e il loro supporto”. Crocamo ha infine concluso il suo intervento descrivendo l’evoluzione vissuta sulla propria pelle, ricordando i difficili esordi della sua terapia negli anni Ottanta: “La mia vita nel corso degli anni è cambiata davvero tanto – ha concluso – Veramente, quando ho iniziato io ero all’esordio e si usavano ancora le siringhe; si faceva sempre il trattamento multi-iniettivo, però con siringhe in cui si aspirava l’insulina, si faceva tutto manualmente. Adesso invece, con questa nuova tecnologia, la vita è cambiata dalla notte al giorno, praticamente, e va tutto bene”. Il bilancio finale del campo scuola degli Alburni restituisce così alla sanità salernitana non soltanto dati clinici ottimizzati, ma una comunità di pazienti più forte, consapevole e stringente attorno a un modello di cura che mette la persona e la sua libertà prima di ogni protocollo rigido.
Raggiunto l’accordo di pace tra Stati Uniti e Iran: dopo tanti annunci di intesa vicina da parte di Donald Trump, questa è davvero la volta buona. La firma dell’accordo è prevista a Ginevra venerdì 19 giugno, con la riapertura dello stretto di Hormuz e la fine immediata delle ostilità, che riguarderà – precisa Teheran – anche il Libano. I due Paesi terranno colloqui preparatori in Qatar prima della firma.
Donald Trump (Ansa).
Trump: «Il petrolio tornerà a fluire liberamente»
Ad annunciare l’intesa è stato poco prima della mezzanotte Shehbaz Sharif, primo ministro del Pakistan (Paese mediatore). A stretto giro Trump ha confermato su Truth la chiusura definitiva dell’accordo di pace con la Repubblica Islamica decretando la fine delle ostilità e l’immediata normalizzazione delle rotte commerciali strategiche. Immediata la revoca del blocco navale che le forze armate degli Stati Uniti stavano applicando nell’area. Con la riapertura di Hormuz, ha scritto Trump, «il petrolio tornerà a fluire liberamente, a beneficio sia della regione che del resto del mondo».
Teheran: «Il nemico ha fallito su tutti i fronti»
«Ci siamo assicurati che tutte le principali richieste e posizioni dell’Iran siano riflesse nella bozza del memorandum d’intesa», ha dichiarato il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi: «Il nemico ha scatenato questa guerra per raggiungere i propri obiettivi, ma ha fallito su tutti i fronti, mentre la Repubblica Islamica dell’Iran ha conseguito importanti vittorie». Gharibabadi ha spiegato che la fine immediata delle operazioni militari riguarda anche il Libano e che i negoziati per un accordo definitivo tra Teheran e Washington si svolgeranno nell’arco di 60 giorni. Il protocollo iniziale non rappresenta infatti una risoluzione definitiva dei nodi strutturali che dividono le due potenze, bensì l’architettura di una tregua.
Murale contro gli Stati Uniti a Teheran (Ansa).
Sul nucleare soluzione definitiva entro 60 giorni
Resta il nodo del nucleare: sulla questione dovrà essere raggiunta un’intesa definitiva entro due mesi. In caso contrario – ha detto Trump al New York Times – ha minacciato di riprendere gli attacchi militari contro Teheran oppure di fare degli Stati Uniti «i custodi del Medio Oriente» in cambio «del 20 per cento dei ricavi della regione». Il presidente Usa ha anche dichiarato di aver salvato Israele dall’annientamento nucleare, malgrado le obiezioni di Benjamin Netanyahu.
Meloni: «Pronti a inviare navi nello stretto di Hormuz»
Dopo l’annuncio dell’intesa Regno Unito, Francia, Germania e Italia si sono detti pronti a revocare alcune sanzioni contro l’Iran, che «non dovrà mai acquisire armi nucleari». Così Giorgia Meloni: «Un grazie sentito va a tutti i mediatori, e in particolare al Qatar e al Pakistan, che hanno reso possibile questa intesa. Si tratta di un’occasione di pace che va colta: l’Italia, come già in passato, è pronta a sostenere il processo diplomatico verso un accordo complessivo». E poi: «Siamo pronti, assieme agli altri partner e fermo restando la necessaria autorizzazione parlamentare, a contribuire a una presenza navale internazionale per accompagnare la piena riapertura dello stretto di Hormuz».
Nella notte abbiamo già espresso, insieme a Francia, Germania e Regno Unito, il nostro forte apprezzamento per il memorandum d’intesa siglato da Stati Uniti e Iran nelle scorse ore.
Un grazie sentito va a tutti i mediatori, e in particolare al Qatar e al Pakistan, che hanno reso…
«Ora le armi devono tacere e le divergenze in sospeso devono essere risolte con mezzi pacifici, in conformità con il diritto internazionale», ha dichiarato Antonio Costa, presidente del Consiglio Europeo. Così Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea: «È fondamentale per la stabilità regionale e l’economia globale, apre la strada a negoziati più ampi sulla pace e la sicurezza in Medio Oriente».
ההסכם של טראמפ אינו מחייב אותנו. ישראל לא כפופה לארצות הברית ואנחנו מדינה עצמאית וריבונית!
חובתנו לאזרחי ישראל לחיילי צה״ל ולעם היהודי וחובתנו ההיסטורית לנרדפים ולנרצחים היהודים באלפי שנות גלות, להעניק ביטחון ליהודים בארץ ישראל.
Israele non si ritirerà dal Libano e non si considera vincolato dalla clausola contenuta nell’accordo Usa-Iran. Questa la posizione di Tel Aviv, illustrata da Netanyahu a Trump, secondo la stampa di Israele. Il ministro per la sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha scritto su X, in effetti, che l’accordo di Trump per porre fine alla guerra con l’Iran «non vincola Israele», che è «una nazione indipendente e sovrana» e «non subordinata agli Stati Uniti». E poi: «Non dobbiamo compromettere su meno dello smantellamento di Hezbollah, non dobbiamo ritirarci da nessun territorio conquistato e ripulito dalle nostre forze dalle infrastrutture terroristiche, non dobbiamo tornare a una situazione in cui migliaia di terroristi siedono sulle recinzioni degli insediamenti del Nord, e certamente non dobbiamo tacere nemmeno per un momento di fronte a un fuoco diretto contro lo Stato di Israele».
Altra notte di attacchi russi in Ucraina, con un bilancio di almeno nove morti tra cui quattro a Kyiv e cinque a Kharkiv. Questi ultimi sono soccorritori, secondo quanto reso noto dal ministro dell’Interno ucraino Igor Klymenko su Telegram. Uno dei luoghi di culto del famoso complesso del Monastero delle Grotte di Kyiv (Kyievo-Pecherska Lavra) è in fiamme, così come è stato segnalato un incendio sul tetto della Cattedrale dell’Assunzione. Il capo dell’amministrazione militare locale Timur Tkachenko ha condannato l’attacco definendolo un «colpo diretto» contro il sito. «Chiediamo preghiere per salvare questo santuario dalla distruzione», ha dichiarato il metropolita Epifanio di Kyiv, primate della Chiesa ortodossa ucraina, denunciando l’accaduto come un «crimine contro l’umanità, la storia e il cristianesimo».
Morti anche in Russia
Almeno tre persone sono morte invece in un attacco di droni ucraini sulla città russa di Tula, a circa 200 km a sud di Mosca. Lo ha annunciato il governatore regionale Dmitry Milayev.
SALERNO – Danilo Iervolino (nella foto US Salernitana 1919) è chiamato a fare chiarezza. Il patron deve rompere gli indugi ed accendere i motori della Salernitana in vista della prossima stagione, per evitare il rischio di perdere tempo prezioso nella pianificazione della nuova stagione. Inizia con queste premesse una settimana decisiva per il futuro granata, che non ha ancora ufficializzato i quadri tecnici e l’organizzazione logistica per il ritiro precampionato che dovrebbe iniziare tra poco meno di un mese. Il primo nodo da sciogliere è quello dell’allenatore, con Serse Cosmi che attende ancora la convocazione per la firma del rinnovo contrattuale promesso dalla società. Per quanto riguarda i dettagli dell’accordo, il tecnico sottoscriverà il rinnovo contrattuale per una stagione con rinnovo automatico in caso di promozione in B. L’unica differenza sarà rappresentata dall’ingaggio che sarà leggermente ritoccato verso l’alto. L’annuncio ufficiale del prolungamento con Cosmi dovrebbe arrivare entro le prossime 48 ore ma ovviamente tutto dipende dalla volontà di Iervolino. Con il trainer ci sarà il ds Daniele Faggiano che, forte già di un ingaggio valido per i prossimi dodici mesi, ha già ricominciato a lavorare per rinforzare un organico già composto da 25 elementi di proprietà e che, a parte i rientranti Lovato e Ghiglione e qualche esubero da sistemare, non dovrà essere stravolto come accaduto nelle ultime due sessioni di mercato estivo. Dopo la conferma di Faggiano e Cosmi, potrà così avere inizio la costruzione della nuova rosa granata.
PORTIERI La Salernitana andrà rinforzata ma non rivoluzionata, tranne il reparto portieri che ha perso sia lo svincolato Donnarumma sia Brancolini, rientrato ad Empoli per fine prestito. Quest’ultimo, però, gode della stima di Cosmi e potrebbe facilmente essere riacquistato, stavolta a titolo definitivo, per ricoprire il ruolo del titolare con il giovane Cevers alle sue spalle.
DIFENSORI In difesa dovranno essere rimpiazzati Golemic, che non rinnoverà, e Cabianca, rientrato alla Cremonese, mentre Cosmi punterà ancora sui fedelissimi Matino, Arena, Anastasio e Berra. Da non sottovalutare il ritorno del giovane Vuillermoz, autore di un campionato da titolare inamovibile al Giulianova in serie D e smanioso di impressionare Cosmi in ritiro per strappare la riconferma. Per puntellare il reparto il ds Faggiano tiene monitorate le situazioni delle società in difficoltà, in primis la Ternana già fallita ed il Crotone, da cui potrebbe attingere calciatori svincolati. L’ex capitano dei rossoverdi Marco Capuano, capace di fungere sia da difensore centrale sia da braccetto di sinistra e che è già stato inseguito vanamente la scorsa estate, è un nome sempre spendibile per andare a rinforzare il pacchetto arretrato.
CENTROCAMPISTI A centrocampo gli interventi saranno pochi e mirati visto che in mezzo ci sono già Tascone, de Boer, Gyabuaa, Capomaggio, Carriero e Di Vico. Da valutare la permanenza di Capomaggio che, dopo un avvio da titolare, con Cosmi è uscito pian piano dall’undici titolare. Sulle corsie esterne ci sono Longobardi, Quirini e Villa, tutti e tre ben visti da Cosmi: manca un altro laterale mancino che, quasi certamente, sarà under. Se uno dei due esterni destri partisse, potrebbe arrivare un altro elemento esperto. E’ probabile, inoltre, che Faggiano vada alla ricerca di un trequartista viste le partenze di Ferraris (anche se con il Pescara si sta facendo un tentativo per trattenerlo), Antonucci ed il possibile sacrificio sul mercato del richiestissimo Achik.
ATTACCANTI In attacco, salvo offerte irrinunciabili, si ripartirà da Lescano e Ferrari, mentre ci sono valutazioni in corso per Molina e Boncori. Si interverrà per ingaggiare almeno un’altra seconda punta di ruolo, un profilo che possa dare gol e qualche alternativa tattica a Cosmi.
Sul palco brandiscono lo spray per stirare chiedendo che le donne siano valorizzate nel Merito (il nome di un famoso marchio, copyright di Laura Ravetto). Evocano la «remigrazione», all’urlo di «camerati» (la voce è di Domenico Furgiuele), e arrivano a chiedere la cancellazione del reato di femminicidio (la frase choc è del leader, Roberto Vannacci). Si potrà alleare Giorgia Meloni, prima donna presidente del Consiglio, con un partito che vorrebbe tornare a non considerare il femminicidio un reato ad hoc?
Il mio programma per le donne per Futuro Nazionale Vannacci: il MERITO Via le quote: le donne vogliono arrivare ai vertici perché sono brave non perché devono riempire una casella prevista per legge! pic.twitter.com/HaT99wZHMt
La frase choc sul femminicidio e la risposta di Bongiorno
Vannacci chiude l’assemblea costituente del suo partito, nato a febbraio davanti a un notaio. Futuro Nazionale ora ha un presidente (il generale stesso, in carica per tre anni), un’assemblea nazionale di 120 componenti, un esecutivo e truppe in tutta Italia. E nel giorno del debutto, il leader sale sul ring. E dall’Auditorium della Conciliazione tira fendenti e non fa sconti a nessuno. Ma quella che più fa discutere è la frase su un’emergenza come il femminicidio. Il reato introdotto in Italia un anno fa è «un’assurdità» perché «è un omicidio come tutti gli altri», sostiene il fondatore di FnV, convinto che non sia il genere della vittima a poter definire un delitto. «Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità», argomenta. E messo alle strette dai cronisti, è definitivo: «Il femminicidio non esiste».
Il centrodestra affida la difesa a Giulia Bongiorno, avvocato e senatrice della Lega. «Il punto non è che la morte di una donna ‘pesa’ più di quella di un uomo, ma la gravità della spinta che porta a uccidere una donna per odio o disprezzo, ritenendola un essere inferiore», puntualizza Bongiorno, promotrice del codice rosso e anche relatrice del disegno di legge che ha introdotto il reato di femminicidio nel codice penale. «Ecco perché la critica del leader di Futuro Nazionale è totalmente fuorviante», sottolinea. «Spero non ci sia nostalgia per il reato previsto fino al 1981, quando venivano concesse attenuanti a chi uccideva una donna per causa d’onore».
Giulia Bongiorno (Imagoeconomica).
Il primo affondo della premier contro FvN
La sala dell’Auditorium a due passi dal Vaticano dove si svolge l’assemblea di FnV è affollatissima e applauditissimi sono stati i discorsi più controversi. Così come da diversi mesi sono sold out tutti gli eventi organizzati dal generale. «Io non voglio fare implodere il centrodestra», assicura lui. «Le alleanze si fanno prima delle elezioni, ho delle linee rosse e non sono disposto a negoziarle», aggiunge. Deciderà tutto Meloni, è il refrain ripetuto dal centrodestra. Giovedì alla Camera, per la prima volta la premier si è espressa sul tema. La leader di FdI ha rotto il silenzio attorno al quale aveva finora congelato il nodo Vannacci ed è andata all’attacco in un’occasione di primissimo piano (in Aula nel corso delle comunicazioni in vista del Consiglio europeo). «Per sei volte avete votato contro la fiducia a questo governo, insieme a Schlein, Conte e Renzi», ha detto rivolgendosi ai deputati di FnV. «Votare contro la fiducia significa votare per mandare a casa il governo. E fare quello che serve alla sinistra non è mai difendere l’interesse nazionale». Un affondo inedito proprio alla vigilia dell’assemblea costituente di FnV.
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
La vera preoccupazione della premier è Salvini
Ma non è all’Auditorium della Conciliazione che pensava Meloni mentre pronunciava il suo discorso. O forse sì, ma solo in minima parte. Il vero nodo che angustia la premier è il caos interno in casa leghista. L’attacco a Vannacci è parso a molti più una mossa a tutela degli ex lumbard che faticano a trovare una intesa sul rilancio del partito. In particolare le difficoltà del vicepremier Matteo Salvini, che ha ‘creato’ il fenomeno Vannacci, sono sotto gli occhi di tutti. E la premier è seriamente preoccupata dell’impatto che un sorpasso di FnV sulla Lega potrebbe causare nel partito di Salvini, che è in una fase di grande stallo bloccato da protagonismi e veti incrociatitra l’ala nordista guidata dei governatori eda Luca Zaia, e i sudisti guidati dal vicesegretario Claudio Durigon.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
L’incognita Futuro Nazionale e lo scetticismo di FdI
In Fratelli d’Italia poi si guarda con estremo scetticismo al boom di Vannacci nei sondaggi. «Il 4,8 per cento è tanto, noi ci abbiamo messo 10 anni ad arrivarci», è il ragionamento di chi frequenta Meloni. Un conto però sono gli incontri elettorali, un conto è mettere una croce e infilare la scheda nell’urna. Non che Meloni abbia avuto un ruolo marginale nel gestire la vicenda dell’uscita di Vannacci dalla Lega. Anzi, come L43 ha raccontato a inizio anno, sarebbe stata proprio la leader di FdI a spingere un Salvini recalcitrante a cercare un chiarimento con il generale. Fondare un partito dal nulla, un anno prima delle elezioni, comporta molti rischi, andava ripetendo, tra i corridoi di Montecitorio, il responsabile organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli. Un anno in politica è un’era geologica, succede di tutto, queste operazioni funzionano se fatte come blitz, ragionava l’esponente meloniano. In un anno il rischio è che il fenomeno si sgonfi, continuava, sicuro che l’operazione di ‘scollamento’ da Vannacci potesse alla lunga favorire il centrodestra. Chissà se invece avere tutto questo tempo davanti non servirà al generale per crescere ancora e provare a radicarsi sul territorio. Chi frequenta le stanze della premier intanto scodella numeri. L’ultima elezione che Vannacci ha gestito per la Lega era il voto regionale toscano nel 2025 e il partito si è fermato al 3,6 per cento. Certo bisognerebbe anche ricordare le 538.938 preferenze ottenute alle Europee dell’anno precedente. Intanto il ‘duello’ con Meloni è iniziato.
Giorgia Meloni e Giovanni Donzelli (Imagoeconomica).
Sta arrivando la nuova stagione della serie animata in stile retrò e gli appassionati sono già entusiasti. Su Disney+ da luglio.
Marvel Television ha pubblicato un nuovo trailer e un poster della seconda stagione di X-Men '97 che offrono fan un'anteprima più dettagliata di ciò che attende gli eroi mutanti quando la serie animata tornerà all'inizio di luglio.
Dopo una prima stagione che ha saputo cogliere lo spirito del classico X-Men: The Animated Series, spingendo al contempo la trama verso nuovi orizzonti, la seconda stagione sembra pronta ad alzare ulteriormente la posta in gioco.
Le nuove immagini anticipano un vasto cast di eroi e cattivi, introducono alcuni personaggi mutanti... - Leggi l'articolo
Gli allenatori scarsi hanno un trucco. Partita complicata? Palla lunga in tribuna. Non segni, ma intanto passa il tempo e nessuno ti chiede come stavi giocando. La politica energetica italiana fa così da vent’anni. Oggi la palla si chiama nucleare. Tutti pazzi per l’atomo. In televisione, sui social, nei convegni. Solo che la cura si materializzerà, forse, nel 2035. E la bolletta – la più cara d’Europa – arriva invece alla fine di ogni mese.
I soldi buttati col Superbonus
Il Superbonusci è costato 172 miliardi. Più o meno come tutto il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Un terzo delle pratiche è risultato irregolare. E nel 2026 pesa sul debito per 40 miliardi tondi. La premier Giorgia Meloni si lamenta, e ha ragione: il buco l’ha ereditato. Però quel bonus fu votato, in varie fasi, da quasi tutto il parlamento. E anche Fratelli d’Italia, quando non era al governo, spinse per estendere scadenze e platea dei beneficiari. L’unico che lo bocciò sul serio fu l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi: «Ha triplicato i prezzi», disse, perché quando paga lo Stato nessuno tratta più. Profeta inascoltato. È andato avanti uguale.
Facciate rifatte con i soldi del Superbonus (foto Ansa).
E le rinnovabili? Nel cassetto
Mentre piange sui 40 miliardi, lo Stato non ha investito quasi nulla per il sole e il vento. La Corte dei conti l’ha scritto: dei fondi verdi del Pnrr, tolti i bonus, ne abbiamo spesi il 14,7 per cento. Sul resto si dorme. Le comunità energetiche? Fondi tagliati del 64 per cento. Le regole nuove? Servono a dire no: il decreto sulle “aree idonee” permette alle Regioni di bocciare quasi ovunque.
Inaugurazione del primo sistema solare galleggiante realizzato da Enel, nel 2025 a Venaus, Torino (foto Ansa).
E i famosi «14 miliardi per l’energia» sbandierati a giugno 2026? Spoiler: non sono soldi. Sono il permesso di fare più debito senza che l’Europa ci rimproveri. Tradotto: ci hanno dato il via libera a spendere, e noi festeggiamo in conferenza stampa come se avessimo vinto alla lotteria. Spendere bene, però, è un’altra cosa. E quella, per ora, non si vede.
La grande idea del governo: il voucher benzina
Qual è stata, infatti, la grande idea del governo contro il caro-energia? Il voucher benzina. Cioè 100 euro per fare il pieno. Mentre il resto d’Europa investe per dipendere meno dai fossili, noi pensavamo di regalare soldi per comprarne di più. È come curare la sbornia con un altro giro di shot. Per fortuna è saltato: l’ha bloccato la Lega. A volte ci salva l’incapacità di mettersi d’accordo.
Il voucher benzina era un’idea del governo, poi affossata (foto Ansa).
Le crociate contro le pale eoliche
E appena spunta una pala eolica, parte la crociata. A Orvieto contro lo stesso parco si sono schierati Vittorio Sgarbi e Fiorello. Popolo curioso, il nostro: il paesaggio diventa sacro solo se a comparire è energia pulita. Le autostrade, i capannoni, i tralicci: quelli no, fanno parte del folklore. La Francia, che di bellezza s’intende, le pale le ha messe ovunque. Noi facciamo gli esteti e paghiamo il gas.
Il guaio è uno: costano cifre da capogiro. L’unico progetto serio arrivato in Occidente, l’americano NuScale, l’hanno cancellato nel 2023 perché il conto era esploso: prezzo da 58 a 89 dollari a megawattora, costo da 5,3 a 9,3 miliardi. In soldoni: costa oltre 10 volte in più rispetto a un campo solare, e l’energia che sforna costa il doppio di quella del sole. E parliamo del migliore, prima che chiudesse baracca.
La fusione «verso il 2050»: siamo a cavallo
I tempi, poi, sono comici. I primi reattori italiani, nella migliore delle ipotesi, sono destinati ad arrivare nel 2035. La fusione «verso il 2050». Cioè: la soluzione per i nostri nipoti, la bolletta per noi. E la filiera? Non esiste. Dovremmo ricostruirla da zero, esattamente la situazione che fa lievitare i costi del primo esemplare. La stessa che ha affondato gli americani. Ma noi siamo ottimisti per natura…
Persino la Finlandia ha fatto lievitare costi e tempi
Un esempio europeo? La Finlandia. Che possiede l’ultimo reattore acceso nel continente, Olkiluoto 3. Cantiere aperto nel 2005, doveva costare 3 miliardi ed essere pronto nel 2009. È entrato in funzione nel 2023: cioè 14 anni dopo, a 11 miliardi. Quasi quattro volte il preventivo. E tra l’altro la Finlandia è il Paese più serio e organizzato che esista in materia. Loro. Figuriamoci noi, che il nucleare l’abbiamo spento nel 1987, grazie al referendum abrogativo sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl, e da allora non avvitiamo un bullone.
Dove mettiamo le scorie?
Poi ci sono le scorie. Non durano mille anni: ne durano decine di migliaia. Al mondo non c’è un solo deposito definitivo acceso con questo tipo di funzione. La più avanti è – di nuovo lei – la Finlandia, con Onkalo: e nemmeno quello è ancora in funzione. Da noi? Ci sono 51 aree definite «idonee», ma zero candidature. In tutto si tratta di 32 mila metri cubi già parcheggiati in giro per l’Italia, anche se la soluzione è rinviata a «non prima del 2050». Insomma, vogliamo fabbricare scorie nuove prima di sapere dove mettere le vecchie.
La soluzione ce l’abbiamo già in mano
Gli altri, intanto, corrono. La Spagna è al 56 per cento di rinnovabili, la Germania oltre il 60 per cento. Noi fermi al 41, con la corrente più cara. Scelte opposte sull’atomo – Berlino l’ha spento, Madrid lo spegne – ma una cosa in comune: hanno deciso e fatto. Gli spagnoli, da soli, mettono 10 gigawatt di rinnovabili l’anno e oggi hanno l’elettricità all’ingrosso tra le più economiche del continente. Noi annunciamo, rinviamo, e poi ci stupiamo della bolletta.
Eppure la soluzione ce l’abbiamo già in mano. Il sole e il vento. Costano meno, si montano in mesi e non in decenni, e non lasciano in regalo nulla di radioattivo ai pronipoti. Gli accumuli e le reti intelligenti tengono insieme il sistema anche quando non c’è vento, e lo fanno adesso, non nel 2040. Manca una sola cosa: la voglia di farlo.
Non è tifo, tra atomo sì o atomo no. Un giorno il nucleare potrà servire. Ma non può essere l’ennesima scusa per non fare oggi ciò che già conviene. Basta sparare la palla in tribuna. Una volta tanto giochiamola, questa benedetta partita.
Altro che atto d’amore. Mettersi in coda per un biglietto di Annalisa al suo primo San Siro, o per una data di Vasco Rossi, Tiziano Ferro, Irama e Geolier, è ormai una transazione finanziaria ad alto rischio. Per guardare un concerto estivo oggi serve lo stesso budget di un weekend lungo in Europa: il caro-biglietti è l’effetto collaterale di una catena di montaggio dove l’artista incassa prima ancora di salire sul palco e il fan fa da fideiussione vivente.
Garanzie finanziarie con anticipi milionari
Il cortocircuito economico nasce a monte, nella logica degli anticipi milionari pretesi dai manager. Funziona così: lo streaming ha ridotto il mercato discografico a un sottofondo da 10 euro al mese che riempie le pance degli algoritmi ma lascia le briciole alle produzioni, trasformando i tour nell’unica vera cassaforte. Gli entourage lo sanno e impongono ai promoter garanzie finanziarie da versare sull’unghia per blindare le date. Agli organizzatori locali non resta che fare il gioco del cerino: accettare il diktat, pagare gli anticipi al buio e scaricare l’intero azzardo sul prezzo finale del ticket. Il cantante incassa prima, il rischio si scarica a valle, e a prendere la sberla sul conto corrente è, come sempre, il fan.
Lo stadio Olimpico di Roma durante un concerto di Achille Lauro (foto Ansa).
Il marketing si è inventato il concetto di “evento multisensoriale”
A questo si aggiunge l’inflazione. Muovere le carovane di tir che trasportano i mega-palchi per la penisola costa il doppio rispetto a pochi anni fa: i carburanti volano, i costi logistici e di sicurezza negli hub, da San Siro a Tor Vergata, sono lievitati. Ma c’è di più. Per giustificare certe cifre, il marketing si è inventato il concetto di “evento multisensoriale”: corpi di ballo, maxischermi grandi come palazzi ed effetti speciali da kolossal hollywoodiano servono a vendere un’esperienza indimenticabile e a legittimare il salasso, con tariffe che oscillano stabilmente tra i 50 e i 60 euro per i posti peggiori, schizzando a 200 euro per i settori d’élite, fino a decollare verso l’ignoto dei pacchetti Vip.
Fan in attesa di Bad Bunny a Lisbona (foto Ansa).
Una segregazione censitaria in cinque o sei zone tariffarie
Il vero capolavoro però si consuma sul prato dello stadio, un tempo unico spazio democratico e orizzontale, dove la gerarchia veniva decisa da chi correva più forte all’apertura dei cancelli. Oggi quel terreno è stato lottizzato e recintato in una farsa geometrica chiamata Pit, ossia l’area immediatamente sotto al palco. Il biglietto unico è morto, sostituito da una segregazione censitaria in cinque o sei zone tariffarie.
Vasco Rossi in concerto al Parco Urbano, Ferrara, 5 giugno 2026 (foto Ansa).
Supplemento Gold e assegno a tre cifre per stare sotto al palco
Vuoi stare in prima fila a vedere Eros Ramazzotti o Ultimo negli occhi? Paga il supplemento Gold e stacca un assegno a tre cifre. Non hai i soldi? Finisci nel ghetto del fondo campo, confinato a chilometri di distanza, col solo privilegio di sborsare “solo” 50 euro per guardare un maxischermo da lontano.
Il dynamic ticket pricing gonfia il costo del biglietto in tempo reale
A chiudere il cerchio ci pensa il mostro finale del dynamic ticket pricing. Più cresce l’ansia da sold out nei primi minuti di apertura delle prevendite, più l’algoritmo alza il prezzo del biglietto in tempo reale. Una Borsa nera legalizzata che specula sul panico dei fan. Il paradosso è che, nonostante i listini siano ormai da gioielleria, gli stadi si riempiono lo stesso. La fame di aggregazione reale in un mondo virtuale è talmente disperata che la gente è disposta a sacrificare una grossa fetta di stipendio pur di esserci.
Achille Lauro in tour (foto Ansa).
I prati restano transennati per dividere i ricchi dai poveri
I festival e i grandi live estivi si sono trasformati in sistemi integrati che muovono un indotto gigantesco, capace di sfiorare gli 80 milioni di valore. Ma se l’accesso agli eventi viene regolato solo dal censo, se i prati restano transennati per dividere i ricchi dai poveri, l’anima popolare della musica è bella che morta.
Un Paese guidato da un ex guerrigliero rivoluzionario ispirato alla dottrina marxista che sceglie di avere rapporti diplomatici con Taipei, piuttosto che con Pechino. Fino a pochi anni fa, il Nicaragua di Daniel Ortega era curiosamente una delle poche nazioni al mondo a mantenere relazioni ufficiali con Taiwan. Poi, nel dicembre 2021, è arrivata la scelta di riconoscere la Repubblica Popolare Cinese e avviare le relazioni con Pechino. Un passo imitato nel 2023 anche dall’Honduras, a completamento di un processo che ha visto diverse capitali dell’America Latina procedere a un cambio di campo, a testimonianza della crescente influenza della Cina nel cosiddetto giardino di casa degli Stati Uniti.
Gli occhi di Trump su Managua
Ecco, il Nicaragua potrebbe diventare il prossimo terreno di confronto tra Washington e Pechino. Nonostante i toni positivi del recente summit tra Xi Jinping e Donald Trump, infatti, la competizione tra le due superpotenze prosegue e, anzi, potrebbe presto intensificarsi. A partire dall’emisfero occidentale, riportato da Trump al centro delle priorità strategiche degli States, come dimostrano le recenti mosse su Venezuela, Panama e Cuba.
Secondo molte analisi, Managua potrebbe rapidamente salire nella lista delle preoccupazioni della Casa Bianca. Al centro della sfida c’è un progetto che per oltre un secolo ha alimentato l’immaginario geopolitico della regione: il Canale del Nicaragua.
Quando a inizio 900 Washington cercava un collegamento tra Atlantico e Pacifico, il Paese veniva considerato una valida alternativa a Panama. Alla fine il presidente William McKinley scelse la seconda, anche grazie ai lavori già avviati dai francesi.
Donald Trump (Ansa).
L’odissea del Canale Interoceanico e le concessioni cinesi
L’idea è tornata d’attualità nel 2012, quando il governo Ortega lanciò il progetto del Grande Canale Interoceanico. Nel 2013 Managua assegnò una concessione centenaria alla società HKND del magnate cinese Wang Jing. L’opera avrebbe dovuto collegare il Pacifico al Mar dei Caraibi attraverso un corridoio di circa 445 chilometri, superando di gran lunga per dimensioni il Canale di Panama. Il progetto si arenò dopo il crollo finanziario dell’impero di Wang Jing, ma non è mai stato definitivamente abbandonato.
Nel 2024 il governo nicaraguense ha revocato la concessione originaria e successivamente ha individuato un nuovo tracciato, coinvolgendo la società statale cinese China CAMC Engineering. La realizzazione del canale però resta estremamente complessa. Oltre agli enormi costi, persistono rilevanti criticità ambientali, tecniche e sociali.
Le comunità indigene hanno denunciato il rischio di espropri e sfollamenti di massa, mentre organismi internazionali hanno contestato la mancanza di consultazioni adeguate. Si stima che oltre 120 mila persone potrebbero essere coinvolte dagli spostamenti forzati legati al progetto.
Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il consigliere presidenziale del Nicaragua Laureano Ortega a Pechino nel 2025 (Ansa).
Le pressioni di Trump su Panama
C’è però una nuova variabile: il crescente interesse politico della Cina per trovare un’alternativa a Panama. Negli ultimi anni, Pechino è diventata il secondo utilizzatore del canale dopo gli Stati Uniti. Aziende cinesi hanno investito in porti, terminal logistici, infrastrutture e progetti collegati alla via d’acqua, mentre Panama ha aderito alla Belt and Road Initiative. Il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha però modificato il quadro. Le pressioni esercitate su Panama hanno contribuito a mettere in discussione alcune delle principali posizioni economiche cinesi nel Paese e hanno convinto Pechino a cercare soluzioni alternative.
Le mire di Xi in America Latina tra infrastrutture e tech
Da qui l’attenzione al Nicaragua, che si inserisce in una strategia molto più ampia perseguita dalla Cina nella regione come dimostrano i numeri.
Nel 2000 l’interscambio commerciale tra Cina e America Latina ammontava a circa 12 miliardi di dollari. Oggi supera i 500 miliardi di dollari annui. La Cina è ormai il principale partner commerciale di numerosi Paesi sudamericani e il secondo partner dell’intera regione. Ha investito massicciamente in energia, infrastrutture portuali, trasporti, telecomunicazioni e miniere.
Tra i progetti simbolo emerge il porto di Chancay in Perù, realizzato con investimenti per circa 1,3 miliardi di dollari e destinato a diventare uno dei principali hub logistici del Pacifico sudamericano. Il porto consentirà di ridurre i tempi di trasporto tra Sud America e Cina da 45 a 23 giorni e di abbattere significativamente i costi logistici. Nel settore tecnologico, Huawei e altre aziende cinesi hanno acquisito posizioni rilevanti nelle reti di telecomunicazione regionali, mentre nel comparto delle materie prime Pechino ha costruito una presenza dominante nelle filiere del litio, del rame e di altri minerali essenziali per la transizione energetica.
Daniel Ortega, presidente del Nicaragua (Ansa).
L’attenzione di Washington al giardino di casa americano
Il ritorno di Trump ha coinciso con un approccio molto più aggressivo verso la presenza cinese nell’emisfero occidentale. La nuova Strategia di Sicurezza Nazionale statunitense identifica esplicitamente la necessità di impedire a potenze esterne all’emisfero di controllare infrastrutture strategiche o sviluppare capacità operative nelle Americhe.
Dopo la cattura di Nicolas Maduro in Venezuela, Washington ha ridotto l’influenza di Pechino sul settore energetico e messo le mani sulla gestione del petrolio. A Cuba, l’amministrazione Trump ha intensificato sanzioni e isolamento economico, mettendo nel mirino la cooperazione tra L’Avana e Pechino. La logica è quella di una moderna reinterpretazione della Dottrina Monroe: impedire che potenze rivali consolidino posizioni strategiche nel cosiddetto “giardino di casa” americano.
Donald Trump (Ansa).
Perché la Cina non può ritirarsi dal Sud America
Per Pechino però una ritirata dall’America Latina non è un’opzione. La leadership cinese considera la regione un pilastro della propria strategia globale per almeno quattro ragioni: accesso alle materie prime, mercati di esportazione, isolamento diplomatico di Taiwan e costruzione di un ordine internazionale multipolare. La Cina proverà a intensificare il dialogo con la CELAC (Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi), dopo aver di recente annunciato nuove linee di credito per 9,2 miliardi di dollari denominate in yuan e dopo aver promosso accordi commerciali che mirano a ridurre la dipendenza dalla moneta statunitense. L’obiettivo cinese non è sostituire militarmente gli Stati Uniti nella regione, ma costruire una presenza economica e politica sufficientemente profonda da sopravvivere ai cambiamenti di governo e alle pressioni di Washington.
«L’America latina e i Caraibi non sono il giardino di casa di nessuno», ripete spesso il governo cinese. Il Nicaragua potrebbe diventare il laboratorio attraverso cui misurare la capacità della Cina di resistere alla controffensiva di Trump.
Steven Spielberg nelle sale e in arrivo il nuovo film di Ridley Scott; il nuovo trailer di La fine di Oak Street; la chiusura di Doctor Who; i Premi Nebula e un astronauta italiano verso la Luna nella settimana di Fantascienza.com.
Questa settimana ci lamentiamo un po' di “voi”, cari lettori. Allora, la settimana scorsa abbiamo pubblicato un articolino un po' stupido sul fatto che Supergirl, nonostante essendo kryptoniana abbia la pelle inscalfibile, ha chiaramente i buchi nelle orecchie, per gli orecchini.
La notizia come sempre è arrivata su Facebook, e lì è stata accolta da ben tre commenti, tutti e tre che trasudavano odio e rancore, contro chi si pone questi problemi – che poi non si sa neppure se qualcuno se li ponga davvero – e persino contro di noi per aver... - Leggi l'articolo