Osvaldo De Paolini dice addio alla condirezione del Giornale e alla direzione di Moneta. «La direzione ci ha comunicato che, da domani (21 luglio), il nostro condirettore lascia, per motivi personali, la nostra testata», si legge nel comunicato del Cdr. «Così come la direzione del settimanale economico Moneta» che verrà assunta ad interim da Tommaso Cerno. «Il Cdr coglie l’occasione per ringraziare, assieme alla redazione, Osvaldo De Paolini per il grande lavoro svolto, non solo nella mera fattura del quotidiano, anche nell’ambito degli “eventi del Giornale“, per il rilancio della testata e il risanamento della sua situazione economica».
Tommaso Cerno (Imagoeconomica).
La discussione con Angelucci e l’arrivo di Abbate
Arrivato al Giornale dal Messaggero nel 2023, De Paolini aveva assunto prima la carica di vicedirettore poi, dal dicembre 2025, aveva affiancato Tommaso Cerno alla direzione. Nel 2024 aveva lanciato Moneta di cui sabato scorso ha firmato l’ultimo numero. Secondo i ben informati, la decisione di andarsene (qualcuno spiffera addirittura «sbattendo la porta») sarebbe maturata dopo mesi di maretta con l’editore sfociati qualche giorno fa in un confronto molto acceso con Giampaolo Angelucci. A fronte di alcuni rilievi dell’editore su un articolo del settimanale economico, De Paolini avrebbe risposto stizzito che nessuno poteva insegnargli il mestiere. Il rapporto con Cerno inoltre pare non sia mai stato idilliaco e l’arrivo di Lirio Abbate alla vicedirezione non ha contribuito a rasserenare il clima.
“Domani, 21 luglio, partiamo dalla Campania, con due appuntamenti a Caserta e a Ercolano, insieme a Carlo Calenda per mettere in moto qualcosa che alla politica italiana manca da troppo tempo: un’alternativa seria, riformatrice ed europeista. In questi anni i populismi di destra e di sinistra, pur raccontandosi come opposti, hanno prodotto troppo spesso gli stessi risultati: meno potere d’acquisto, salari sempre più bassi, meno opportunità di lavoro e una credibilità internazionale dell’Italia progressivamente indebolita. Non possiamo continuare a scegliere sulla base della logica del meno peggio, né rassegnarci a una politica dominata dalla propaganda, dai veti e dalle rendite di posizione. Serve una scintilla nuova. Serve tornare a fare la differenza, costruendo uno spazio politico capace di parlare a chi crede nell’Europa, nella crescita, nel lavoro, nella libertà e nella responsabilità. Caserta ed Ercolano sono un primo passo, tanti altri ne verranno con tutti i cittadini, i movimenti e le forze politiche che vorranno condividere questa idea: unire tutti coloro che non intendono arrendersi all’onda populista e sovranista e che vogliono costruire, insieme, un’alternativa forte, larga e credibile. Caserta alle 18 e Ercolano alle 20.30. È tempo di rimettersi in cammino. Perché l’Italia può essere molto più della scelta obbligata tra due populismi”. Lo scrive su X la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno.
Il primo nome che il caso di Abderrahim Fakir mi riporta alla mente non è quello di George Floyd, l’uomo ucciso dalla polizia americana con modalità così simili a quelle immortalate nell’insostenibile video girato al Pilastro: la sopraffazione fisica, lo schiacciamento dell’uomo già a terra, l’indifferenza ai suoi lamenti. Mi rammenta un caso apparentemente opposto, ma sotto certi aspetti simile, e con un esito ancora più tragico: quello del genovese Alberto Scagni, un giovane dalla personalità disturbata che terrorizzava i genitori e i vicini con minacce ed «escandescenze». Malgrado le 60 telefonate dei familiari all’Ausl e alla polizia, nessuno era intervenuto per fermarlo. Un mese dopo Scagni, lasciato a se stesso, uccise a coltellate sua sorella.
Nel riquadro, Abderrahim Fakir (Ansa).
Scagni e Fakir, due facce dell’inadeguatezza dello Stato
Secondo le ricostruzioni, anche Fakir stava «dando di matto» domenica scorsa, in un garage del quartiere bolognese del Pilastro, forse aveva problemi psichiatrici, forse aveva assunto sostanze. Le telefonate dei vicini, stavolta, hanno richiamato polizia e Ausl, ma i risultati sono quelli del video. Da una parte, sottovalutazione delle condizioni del soggetto (anche se nel caso di Genova il procedimento contro i poliziotti e le autorità sanitarie è stato successivamente archiviato), dall’altra un intervento tempestivo, ma brutale e manchevole dal punto di vista medico. Due facce dell’inadeguatezza dello Stato di affrontare il disagio psichico (o presunto tale), una situazione che non guarda il colore del passaporto né quello della pelle, e non ha bisogno di permessi per insediarsi in una capoccia e rendere il suo proprietario un pericolo per se stessi e per gli altri, compresi i suoi familiari.
La sorella di Abderrahim Fakir (Ansa).
La sicurezza non può prescindere dal rispetto per la vita umana
L’inchiesta in corso accerterà le responsabilità degli agenti – non indagati, grazie alle norme del nuovo decreto sicurezza – e dei soccorritori. Il video si interrompe prima di mostrarci se, constatato che l’uomo era privo di coscienza, abbiano tentato di rianimarlo. Ma non ci risparmia la visione di una terza persona, presumibilmente non opportunamente addestrata alla contenzione di un fermato, che collabora con i poliziotti per immobilizzare Fakir, con gli agenti che glielo lasciano fare: quindi, le forze dell’ordine possono affidare l’incolumità fisica di una persona, magari malata, al primo che passa? Fakir, riferiscono i suoi conoscenti, soffriva d’asma ed era cardiopatico. Era un uomo con molte fragilità, che andava messo in sicurezza con professionalità, oltre che con il rispetto per la vita umana che è scritto nella nostra Costituzione ma che oggi, a quanto pare, solo la Chiesa cattolica continua a considerare un valore non negoziabile.
Un fermo immagine dell’intervento delle forze dell’ordine e dei sanitari (Ansa).
Più si avvicinano le elezioni più il mostro social dovrà essere nutrito
E mentre il governo riduce i fondi per la cura e la prevenzione delle malattie psichiche, e destina alle forze dell’ordine non finanziamenti, aumento di personale e tecnologie più efficaci ma, demagogicamente, un goffo scudo penale, abbiamo solo una certezza: più si avvicinano le elezioni, più si moltiplicherà la strumentalizzazione di episodi come quello del Pilastro, il cibo preferito dal mostro dei social. La barbarie si avvicina, tweet dopo tweet, reel dopo reel, TikTok dopo TikTok. Di questo passo, quando arriveremo al voto i partiti della destra avranno inserito nei programmi il rogo sulla pubblica piazza, l’ordalia dell’acqua e lo squartamento mediante quattro cavalli. Molto peggio del Medioevo vero, quando almeno c’erano anche Dante, Giotto e san Francesco.
È polemica sull’edizione serale della Tgr Emilia-Romagna di domenica 19 luglio 2026. Sotto i riflettori c’è il racconto del caso di Abderrahim Fakir, il 43enne morto al quartiere Pilastro di Bologna durante un intervento della polizia. Nonostante il servizio sulla vicenda fosse pronto e montato, ai telespettatori sono arrivati soltanto due spezzoni video e poche righe lette dalla conduttrice. La decisione di non trasmetterlo integralmente, presa dalla direzione della testata, ha fatto scattare la protesta del Comitato di redazione, sostenuto dal coordinamento dei Cdr della Tgr, da Usigrai, dall’Associazione Stampa Emilia-Romagna e dalla Federazione Nazionale della Stampa.
La direzione aveva chiesto di rimuovere parte del video
«Il montaggio mostrava le immagini e la voce dell’uomo immobilizzato e colpito dagli agenti mentre chiedeva ripetutamente aiuto, immagini che da ore circolavano sul web e sulle principali testate e che oggi sono l’apertura di tutti i principali quotidiani», si legge in una nota del Cdr. «Come di consueto, il collega ha inviato il servizio in visione al responsabile di turno che gli ha chiesto, su indicazione della direzione, di rimuovere parte del video in cui si vedeva Fakir ormai senza vita e soprattutto cancellare l’espressione “intervento violento”. Una modifica non condivisa dal redattore, che ha chiarito di voler ritirare la firma come previsto dal contratto». Nel corso del telegiornale, il servizio, che era stato annunciato dal primo titolo, è stato fatto slittare sempre più in basso, comunicando man mano alla line di turno che erano in corso trattative per la messa in onda. Fino a quando, a telegiornale iniziato da 12 minuti, è stata consegnata alla conduttrice una breve notizia da leggere accompagnata da una parte del video.
Il Cdr: «Decisione che squalifica credibilità e autorevolezza della Tgr»
«Il direttore, al limite, avrebbe potuto dare indicazione di tagliare parti del servizio e contestualmente togliere la firma del collega – i tempi tecnici e il contratto lo consentivano – ma la scelta di non mandarlo in onda del tutto e di trasmettere solo due spezzoni delle immagini, che erano ormai online e in onda dappertutto, è un autogol», ha denunciato il Cdr. «La scelta della direzione squalifica la credibilità e l’autorevolezza della Tgr e del servizio pubblico. Le immagini e le voci raccolte dal giornalista e dalla troupe regionale sono state poi utilizzate dal Tg1 per un proprio servizio, ma non è stato possibile mostrarle ai telespettatori dell’Emilia-Romagna. Anche sul sito web gli spezzoni del video dell’intervento di polizia non sono apparsi fino a oltre le 22:30, quando è stato inserito – al posto del servizio del collega – un redazionale».
Le motivazioni della direzione
E ancora: «A fronte di nostre richieste di spiegazioni, il direttore ha motivato la mancata messa in onda del servizio riferendo che il giornalista non avesse fatto verificare il testo come previsto da ordine di servizio. Il testo è stato inviato al responsabile di turno alle 19.05. A nostra richiesta di spiegazioni, il direttore ha contestato che nel servizio mancava la posizione della questura di Bologna. La nota stampa della polizia è stata inviata alle 19.22 (orario incompatibile con l’inserimento nel servizio montato) e comunque poteva essere letta dalla conduttrice al termine del pezzo».
A New York la Spagna ha vinto la Coppa del Mondo. In Italia l’hanno guardata milioni di persone, e tra queste ci sono ragazzi di vent’anni che ne avevano otto l’ultima volta che gli Azzurri hanno giocato un Mondiale. Cioè Brasile 2014 (un fallimento, usciti ai gironi). Poi sono arrivati i disastri contro Svezia, Macedonia del Nord e Bosnia ai rigori a Zenica. Se l’appuntamento buono sarà il 2030, quei giovani avranno attraversato l’intera adolescenza senza un giugno Azzurro. Il direttore tecnico della Figc e presidente del Club Italia Paolo Maldini e l’advisor strategico Leonardo hanno passato a Barcellona il fine settimana in cui finiva il Mondiale, per offrire a Pep Guardiola la panchina della Nazionale. Tre giorni di lavoro, un piano quadriennale, pieni poteri tecnici. In attesa della risposta, nella short list restano Roberto Mancini e Andrea Pirlo. Come finirà?
Va riconosciuto: il tentativo per l’allenatore catalano è il più ambizioso che la Federazione potesse fare e smentisce chi ha letto la nuova area tecnica come un esercizio di potere interno. Ma il dettaglio che conta è un altro, e lo ha riferito Sky Sport. Per Guardiola l’ostacolo non è tanto l’ingaggio, quanto le prospettive del progetto, lo stato del movimento italiano e le riforme che servirebbero per farne nascere uno nuovo. Il miglior tecnico del mondo, a cui i soldi in questo momento interessano poco, sta esitando sul prodotto. È la diagnosi più autorevole disponibile e arriva da qualcuno che non ha alcun interesse in gioco.
I conti piangono: un danno diretto da oltre 50 milioni
Un po’ di numeri. Il contratto con Adidas, sponsor tecnico dal 2023, vale circa 30 milioni e conteneva un malus da 9,6 milioni per la mancata qualificazione. Telepass non ha rinnovato. Nel budget 2026 la Figc aveva già iscritto una riduzione dei corrispettivi commerciali di 9,5 milioni e un risultato negativo per 6,6, costruito ipotizzando esattamente ciò che è poi accaduto. Tra premio Fifa, malus, merchandising e accordi mai firmati, Unimpresa stima un danno diretto oltre i 50 milioni.
Paolo Maldini (Ansa).
Poi c’è il danno che non entra in nessuna riga di bilancio. La fedeltà sportiva di un ragazzino si forma tra i 10 e i 16 anni, e in quella fascia c’è una fetta intera di italiani che ha allocato altrove tempo, abbonamenti e magliette. Ogni ciclo perso brucia clienti futuri, probabilmente per sempre.
La data che non si può bucare: l’Europeo 2032 in casa
C’è una scadenza che molti dimenticano o sottovalutano: nel 2032 l’Europeo si gioca in Italia, che organizza l’evento assieme alla Turchia, e il presidente federale Giovanni Malagò l’ha già indicato come priorità. Da Paese ospitante l’Italia sarà qualificata di diritto (almeno quello).
Giovanni Malagò (Imagoeconomica).
Qui sta la trappola. Gli Azzurri scenderanno in campo davanti al proprio pubblico, con la massima esposizione internazionale e i massimi ricavi potenziali, a prescindere da quanto saranno forti. Se arriveranno a quell’appuntamento senza aver giocato un Mondiale dal 2014, il torneo di casa diventerà la certificazione del declino, trasmessa in 80 Paesi. Sei anni sono il tempo che serve a una riforma dei vivai per dare i primi effetti. E sono anche il tempo che resta a quella fatidica data.
Il cv di Pirlo non convince: una scelta al risparmio
Se Guardiola dice no, la scelta si restringe. Il curriculum di Pirlo piange. A Dubai ha ottenuto la promozione dalla First Division con lo United FC, club fondato nel 2022. La First Division è la seconda serie di un Paese che schiera 14 squadre nel massimo campionato e 14 in quello immediatamente sotto: 28 club professionistici in tutto, contro i 100 che l’Italia mette in campo tra A, B e C. Il professionismo emiratino esiste da 18 stagioni, e nella divisione da cui Pirlo è salito ogni club può registrare due soli stranieri con contratto professionistico, mentre tutti gli altri tesseramenti possono essere non professionistici.
Andrea Pirlo (Imagoeconomica).
Prima, nella carriera di Pirlo c’è stata una stagione alla Juventus con vittoria di Coppa Italia, Supercoppa e quarto posto. Quindi l’esonero al Karagümrük, in Turchia (squadra lasciata al nono posto in classifica), e quello alla Sampdoria dopo un punto in tre giornate, in Serie B. Non si intravede nulla di ciò che serve a un commissario tecnico: gestire giocatori forti, visti 40 giorni l’anno, in partite secche sotto pressione totale.
Sul piano economico il ragionamento è impietoso. Un ct con questo profilo produce zero riprezzamento commerciale il giorno dell’annuncio. Nessun partner ritocca una voce di listino per il vincitore della cadetteria emiratina. Il ritorno, ammesso arrivi, matura solo a risultato conseguito, nel 2028 nell’ipotesi migliore.
L’intervento di Puma che servì per portare Conte in Azzurro
In cambio, la Federazione risparmia qualche milione. Gennaro Gattuso, il volto del tracollo ai playoff 2026, guadagnava 800 mila euro, prima di lui Luciano Spalletti 2,8 milioni. Antonio Conte al Napoli percepiva tra gli 8 e i 9 netti e oggi fa sapere che sotto i 4 non è disposto ad aprire la trattativa. Nel 2014, per portarlo in azzurro la prima volta, servì l’intervento di Puma, allora sponsor tecnico, che coprì circa metà di un ingaggio intorno ai 3,5 milioni.
Sull’altro ex ct Roberto Mancini pesa un precedente che riguarda proprio la tenuta di un progetto lungo: lasciò la Nazionale a ciclo aperto, nell’agosto 2023, per la ricca panchina dell’Arabia Saudita.
Roberto Mancini (Ansa).
Quindi l’opzione Pirlo porterebbe a un risparmio di tre o quattro milioni, scegliendo però di non investire proprio quando l’asset costa meno rilanciarlo.
Il nodo del sostegno economico da parte della Lega Serie A
Giovedì 23 luglio l’assemblea della Lega Serie A discute la proposta annunciata dal presidente e amministratore delegato dell’Inter Beppe Marotta: i club cercheranno una forma di sostegno alle finalità di alto livello della Federazione, in pratica un contributo all’ingaggio del ct. Allo stesso tavolo Malagò, Maldini e Leonardo presenteranno il progetto tecnico.
Beppe Marotta, amminostratore delegato e presidente dell’Inter (Imagoeconomica).
L’obiezione va affrontata prima che la sollevino gli altri. Un ct pagato dai club che gli forniscono i giocatori è un ct catturato, e le clausole di indipendenza sulle convocazioni non valgono niente: la pressione arriverebbe comunque, via telefono.
Uno sponsor non indirizza la scelta di un allenatore piuttosto che di un altro
Malagò ha però indicato lui stesso la via d’uscita, spiegando che uno sponsor non indirizza un sostegno per prendere un allenatore piuttosto che un altro, mentre può dire alla Federazione dove indirizzare il proprio investimento. E sui conti ha aggiunto una frase che vale come metodo: «Prima devi impegnarti e poi trovare le soluzioni».
La Nazionale italiana di calcio (Ansa).
La soluzione può essere questa: club e sponsor conferiscono risorse a una fondazione di partecipazione, il cui scopo statutario è vincolato alle scuole calcio e ai settori giovanili. Il denaro dunque non sfiora la Nazionale maggiore. La Figc vede liberarsi le risorse proprie oggi impegnate su quelle voci e le rialloca dove crede, allenatore compreso. Il precedente contabile esiste: nel 2022 la Federazione destinò 4,9 milioni, il 20 per cento degli utili commerciali, a un fondo vincolato per impianti e vivai.
Perché regga servono tre cose. I conferenti stanno fuori dagli organi di governo, altrimenti si è solo aggiunto un passaggio al problema. Il conferimento è irrevocabile, così nessuno chiude il rubinetto a metà ciclo. La dotazione dura 10 anni contro i due o quattro del contratto dell’allenatore: se il finanziamento sopravvive al ct, non stava pagando il ct, e lo si verifica leggendo due bilanci.
Organizzazione e metodologia: l’esempio Luis de la Fuente
Malagò ha portato l’esempio giusto. Luis de la Fuente, che ha vinto il Mondiale, viene dal settore giovanile spagnolo e quei giocatori li allenava già nelle Under. Il collega argentino Lionel Scaloni ha avuto una carriera modesta da calciatore ed è arrivato alla guida dell’Albiceleste dopo i rifiuti dei grandi nomi. Il presidente federale italiano ne trae dunque la conclusione corretta: prima si sistemano organizzazione e metodologia, poi si discute della persona.
Il ct della Spagna Luis de la Fuente (foto Ansa).
Vale anche al contrario, e spiega perché il nome grosso serve comunque. Una riforma dei vivai produce i primi effetti nel 2032. Fino ad allora qualcuno deve tenere in piedi il negozio, qualificare la squadra a Euro 2028 e riaprire il mercato pubblicitario. Le due leve vanno mosse insieme, e la fondazione è ciò che permette di muoverle senza che la seconda comprometta la prima.
Guardiola serve a “comprare” il tempo che ci serve
Se Guardiola accetta, la Federazione avrà “comprato” il tempo che le serve. Se rifiuta, avrà almeno ricevuto gratis la diagnosi che le mancava, dalla fonte più autorevole del mestiere: il problema del calcio italiano non è chi siede in panchina. L’assemblea è giovedì. L’Italia torna in campo il 25 settembre a Roma contro il Belgio. E ci sono ragazzi di 20 anni che ancora aspettano.
La Giunta regionale della Campania ha presentato, stamani a palazzo Santa Lucia, “HO.P.E. – Housing Programma Europeo in Campania”, il nuovo Piano regionale per le politiche abitative, finanziato con 245 milioni di euro a valere sulle risorse del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR), disponibili grazie alla riprogrammazione del programma regionale Pr Fesr 2021-2027. HO.P.E. rappresenta uno dei principali interventi strategici della Regione Campania sul diritto all’abitare e si articola in tre misure e sei linee di intervento, con l’obiettivo di rafforzare l’offerta di alloggi pubblici e sociali, rigenerare il patrimonio edilizio esistente e promuovere un modello di sviluppo urbano piu’ inclusivo, sostenibile e capace di rispondere ai bisogni delle persone e delle comunita’. Il Programma prevede l’incremento dell’offerta di alloggi di Edilizia Residenziale Pubblica anche attraverso il recupero e la rifunzionalizzazione dei beni confiscati alla criminalita’ organizzata; un programma speciale dedicato al completamento degli interventi di riqualificazione di quartieri del Comune di Napoli e alla manutenzione straordinaria e all’efficientamento energetico del patrimonio di edilizia residenziale pubblica di proprieta’ Acer; una terza misura destinata ad ampliare l’offerta di Edilizia Residenziale Sociale, con una specifica attenzione alla realizzazione e al potenziamento degli studentati pubblici.”Con HO.P.E. la Regione Campania compie una scelta politica chiara: fare del diritto all’abitare una priorita’ dell’azione di governo. La casa e’ il primo presidio di dignita’, autonomia e inclusione sociale. Per questo investiamo risorse europee in una strategia che aumenta l’offerta di alloggi pubblici e sociali, rigenera il patrimonio esistente, restituisce alla collettivita’ i beni confiscati alla criminalita’ organizzata e guarda con attenzione alle giovani generazioni e al diritto allo studio. E’ una politica pubblica che mette al centro le persone e costruisce una Campania piu’ giusta, inclusiva e sostenibile”, ha commentato Claudia Pecoraro, assessora alle Politiche Abitative della Regione Campania. “Avviamo un piano strategico fondato sulla sostenibilita’ e sulla rigenerazione urbana. Destiniamo 34 milioni di euro alla manutenzione straordinaria, per adeguare l’edilizia popolare al cambiamento climatico e tutelare la salute dei cittadini con tecniche di isolamento termico. Parallelamente, daremo nuova vita agli immobili regionali attraverso “contratti di quartiere” che uniscono la casa alla qualita’ dei servizi e dello spazio pubblico. E’ un massiccio investimento economico caratterizzato dalla sinergia con universita’, parti sociali e mondo produttivo, in cui il patrimonio regionale fara’ da leva per il restyling e per nuovi alloggi”, ha sottolineato l’assessore al Governo del Territorio della Regione Campania, Vincenzo Cuomo. Con l’approvazione di HO.P.E., la Regione Campania da’ avvio a una nuova stagione di investimenti nelle politiche abitative, valorizzando le risorse europee per rafforzare il patrimonio pubblico, sostenere la rigenerazione urbana e ampliare l’accesso alla casa come diritto fondamentale e leva di sviluppo sociale, economico e territoriale. Nei prossimi mesi saranno attivati gli strumenti attuativi previsti dal Programma per consentire l’avvio degli interventi su tutto il territorio regionale
Nel rispetto delle proprie procedure interne e dei principi di correttezza, imparzialità e tutela dell’azienda, la Rai ha disposto l’avvio degli approfondimenti di competenza in relazione alla vicenda riguardante il vicedirettore Sigfrido Ranucci. La commissione per il Codice etico, su impulso dell’amministratore delegato, procederà nei prossimi giorni alle attività istruttorie di propria competenza. «Rai, in coerenza con le linee guida Ebu e nel rispetto del vigente contratto di servizio», si spiega in una nota, «è tenuta ad adottare criteri netti e chiari in relazione al giornalismo investigativo e d’inchiesta, a partire dal principio di imparzialità e indipendenza, a quello di accuratezza nello svolgimento delle inchieste, a quello sulla verifica rigorosa delle fonti e alla gestione corretta di esse». Nello stesso tempo, «Rai intende tutelare la propria immagine e quella del giornalismo del servizio pubblico fondato su professionisti che ogni giorno conducono con serietà, cura, professionalità e rispetto delle regole deontologiche il loro lavoro nelle testate nazionali, nelle redazioni regionali, nelle sedi delle corrispondenze estere, nei teatri che i nostri inviati coprono in tutto il mondo e nei tanti programmi di approfondimento e inchiesta che compongono i palinsesti Rai». «L’attivazione delle verifiche interne», conclude l’azienda, «costituisce un atto dovuto a tutela della Rai, delle persone coinvolte e dei principi che regolano l’attività del servizio pubblico».
La Regione Campania, attraverso il Centro funzionale della Protezione civile, ha prorogato il vigente avviso di criticita’ per “Ondate di calore” fino alle 13 di mercoledi’ 22 luglio. Le temperature saranno ancora elevate e potranno essere superiori ai valori medi stagionali di 4-5 °C. Si prevede anche un tasso di umidita’ che, durante le ore diurne potra’ superare anche il 60-70 per cento, in condizioni di scarsa ventilazione e che, durante le ore notturne potra’ raggiungere l’80% e una scarsa ventilazione. Si raccomanda di non uscire di casa nelle ore piu’ calde della giornata, di non esporsi al sole o praticare attivita’ all’esterno e di limitare gli spostamenti con l’auto. Particolare attenzione devono prestare i cardiopatici, gli anziani, i bambini e i soggetti a rischio. Tenere sempre correttamente arieggiati gli ambienti. Provvedere a tenersi idratati bevendo acqua. Prestare attenzione anche agli animali domestici. Le autorita’ locali competenti sono invitate a mantenere in essere le procedure di propria pertinenza relative alla vigilanza per le fasce fragili della popolazione.
Al ministero delle Infrastrutture e trasporti qualcuno, con amara ironia, lo ha ribattezzato «Ente nazionale in autocontrollo». Il riferimento è all’Enac, l’Ente nazionale per l’aviazione civile (l’autorità unica di regolazione tecnica, certificazione e vigilanza dell’aviazione civile in Italia) che sta vivendo una delicata fase di vacatio della sua governance. I partiti della maggioranza ci hanno ormai abituato ai litigi e agli stalli al momento delle decisioni sulle poltrone di enti, agenzie a authority, ma in un settore strategico come il trasporto aereo la sostituzione del presidente Enac, Pierluigi Di Palma, nominato dal governo Draghi e scaduto il primo luglio scorso dopo cinque anni di mandato, rappresenta una scelta nevralgica. Un passaggio che, anche a valle delle denunce di qualche sindacato, si sta trasformando nell’ennesima crisi di nervi in seno a un centrodestra che ormai fibrilla su ogni dossier in vista del voto dell’anno prossimo.
Pierluigi Di Palma (Imagoeconomica).
Il pasticcio del commissariamento
Il titolare di Porta Pia, Matteo Salvini, infatti, ha proposto il commissariamento dell’ente come soluzione ponte per congelare la situazione e tirare a campare, forzando la norma del decreto legislativo del 1997 che invece contempla la nomina di un commissario come soluzione estrema a fronte di gravi anomalie di funzionamento degli enti. Una scelta che peraltro sarebbe caldeggiata dallo stesso Di Palma, il quale, secondo quanto risulta a Lettera43, non disdegnerebbe in questo modo di restare in sella ancora per diversi mesi o addirittura un anno. D’altronde la Lega, come ricorda anche la Cub Trasporti, ci aveva già provato con un emendamento al decreto Milleproroghe a mantenere il presidente scaduto al vertice Enac fino all’aprile 2027. Ma poi la norma si era arenata ed erano circolate voci circa presunte perplessità a Palazzo Chigi, con un ruolo decisivo di interdizione giocato dal potente sottosegretario Giovanbattista Fazzolari.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
I dubbi sull’interpello per la nomina del nuovo direttore generale della Dgatass
Al pasticcio sul commissariamento, adesso, rischia però di aggiungersi l’ennesimo caso di porte girevoli tra controllore e controllato che, per quanto non vietato dalle norme, rappresenta potenzialmente un nuovo momento di tribolazioni e polemiche al Mit, quantomeno in termini di opportunità. Il ministero, infatti, sta scegliendo il nuovo direttore generale da mettere alla guida della direzione competente per gli aeroporti, il trasporto aereo e i servizi satellitari (la Dgatass), ossia l’articolazione ministeriale chiamata a vigilare sull’Enac, di cui controlla e approva gli atti più rilevanti, cui impartisce direttive e che può anche deciderne lo scioglimento degli organi in caso di gravi violazioni. In ballo ci sono temi sensibili per milioni di passeggeri e per l’economia del Paese: i contratti di programma dei gestori aeroportuali, le tariffe, gli investimenti negli scali, le concessioni, gli oneri di servizio pubblico e la continuità territoriale con le Isole maggiori. Ebbene, secondo quanto alcune fonti qualificate del Mit hanno raccontato a Lettera43, l’interpello per la nomina del direttore generale sembra disegnato su misura per un dirigente dello stesso Enac, che così transiterebbe senza soluzione di continuità dall’ente vigilato alla struttura vigilante.
L’apertura sospetta a dirigenti di altre amministrazioni
Il 29 maggio scorso il ministero ha pubblicato un avviso per la copertura di tre incarichi dirigenziali generali, ossia per le caselle di direttore generale (le altre due riguardano la Direzione per lo sviluppo del territorio e i progetti internazionali e la Direzione per il trasporto e le infrastrutture ferroviarie). La procedura era inizialmente riservata ai dirigenti interni al dicastero. Pochi giorni dopo, il 3 giugno, è arrivata tuttavia un’integrazione singolare: l’apertura ai dirigenti di altre amministrazioni è stata prevista esclusivamente per la già menzionata Dgatass. Non per le altre due direzioni interessate dallo stesso avviso. Solo per quella che vigila sull’Enac. Quale esigenza sopravvenuta ha suggerito di modificare in pochi giorni la procedura? Chi ha chiesto l’apertura agli esterni?
La sede del ministero dei Trasporti (Imagoeconomica).
La manina sarebbe nel gabinetto del Mit
Secondo fonti Mit la “manina” sarebbe negli uffici del gabinetto di Porta Pia, dunque a diretto riporto dell’autorità politica. Va ricordato che il ricorso a dirigenti esterni, in questo caso regolato dall’articolo 19 comma 5-bis del decreto legislativo 165 del 2001, la normativa chiave di regolazione del lavoro pubblico, è possibile quando all’interno dei ruoli dell’amministrazione interessata non si rinvengano le competenze adatte alla funzione. Eppure, da fonti Enac, risulterebbe che il dirigente per cui sarebbe stato disegnato l’interpello sarebbe entrato nell’ente soltanto nel 2022, mentre in seno alla Direzione trasporto aereo operano già dei dirigenti con curricula ben più lunghi e strutturati. L’addendum sospetto del 3 giugno all’interpello, naturalmente, ha mandato in fibrillazione gli uffici di Porta Pia. Una fonte qualificata osserva: «Il problema non riguarda la professionalità del possibile candidato. Riguarda l’architettura istituzionale. Un dirigente proveniente direttamente dall’Enac dovrebbe, dal giorno successivo alla nomina, valutare atti, indirizzi e comportamenti del proprio ente di provenienza. Dovrebbe garantire al ministro una lettura autonoma delle proposte dell’ente vigilato, esercitare controlli effettivi e, quando necessario, sostenere una posizione diversa o contraria a quella dei suoi precedenti vertici».
Matteo Salvini (Ansa).
C’è il rischio che il controllato finisca per condizionare il controllore
Peraltro, l’azione di controllo investe anche Enac servizi, società controllata dall’autorità del trasporto aereo che opera come gestore aeroportuale ed è tenuta agli stessi obblighi cui sono sottoposti gli altri operatori. «Formalmente potrebbe non esistere un’incompatibilità automatica, ma la questione politica e istituzionale resta intatta: il Mit sarebbe realmente posto nelle condizioni di esercitare una vigilanza terza oppure il controllato finirebbe per condizionare stabilmente il controllore?», si chiede retoricamente la fonte. Naturalmente ora al ministero in molti auspicano che ci sia trasparenza nei criteri di valutazione e di scelta delle figure interne e circa i motivi della scelta di aprire potenzialmente a esterni. Peraltro la vicenda si incrocia ovviamente con quella del commissariamento Enac. Da Porta Pia fanno notare che «commissariare l’ente e affidare al tempo stesso la struttura vigilante del dicastero a un dirigente dell’autorità vigilata significherebbe disegnare un riassetto complessivo del sistema dell’aviazione civile, con un Enac forte di fronte a un ministero debole e una progressiva sovrapposizione tra controllato e controllore, fino a rendere meno riconoscibile la distinzione tra chi assume le decisioni e chi è chiamato a vagliarle».
La procura generale di Torino ha proceduto al sequestro conservativo di 50 mila euro, a garanzia delle spese di giustizia, su un conto corrente estero intestato a Mario Roggero e alla moglie Mariangela Sandrone. L’ha reso noto la stessa procura in un comunicato «volto a chiarire la questione indicata genericamente in risarcimento danni». La Corte d’Assise di Asti, si spiega, ha condannato Roggero al pagamento di una provvisionale di complessivi 480 mila euro in favore di 14 prossimi congiunti dei due rapinatori da lui uccisi nonché del terzo rapinatore ferito. I documenti processuali avevano delineato un quadro articolato, con una provvisionale totale di 780 mila di euro, con cifre che per i singoli familiari variavano dai 10 mila ai 60 mila euro. Roggero ne ha già pagati 300 mila in sede di udienza preliminare e ne restano da versare, appunto, 480 mila. Quanto ai 50 mila euro sequestrati, si tratta di una somma a garanzia delle spese di giustizia oggetto di un bonifico disposto dal conto corrente del comitato #iostoconmarioroggero verso un conto corrente tunisino intestato a Roggero e a sua moglie in epoca precedente alla celebrazione del giudizio in Appello.
“Le scuole italiane stanno diventando troppo calde per essere considerate luoghi adatti allo studio? Non è più solo un problema delle strutture vecchie e mal isolate: anche gli edifici nuovi, spesso presentati come “modelli di efficienza energetica”, finiscono per comportarsi come serre. Aule che superano i 28-30 gradi già a fine primavera, studenti stremati, insegnanti costretti a interrompere le lezioni per malesseri. È un fenomeno che si ripete ovunque, e che solleva una domanda inevitabile: stiamo davvero costruendo scuole adatte al clima di oggi? Le nuove vengono progettate con grandi superfici vetrate per massimizzare la luce naturale. Una scelta che, senza adeguate schermature, si trasforma in un boomerang. Le facciate trasparenti catturano il sole come una serra agricola, accumulando calore che rimane intrappolato all’interno. A questo si aggiunge un isolamento pensato quasi esclusivamente per l’inverno: muri spessi, infissi ermetici, materiali che trattengono il calore. Ottimo per ridurre i consumi di riscaldamento, pessimo quando le temperature esterne superano i 30 gradi. Il risultato è un edificio incapace di disperdere il calore prodotto da decine di persone chiuse in un’aula. Le conseguenze non sono solo fisiche, ma cognitive. Numerosi studi dimostrano che sopra i 27 gradi la capacità di concentrazione cala drasticamente. Nelle classi affollate, dove la CO₂ aumenta e l’aria ristagna, il problema si amplifica: studenti che faticano a seguire lezioni; insegnanti costretti a rallentare ritmo; mal di testa, nausea e irritabilità. Il caldo rischia di diventare così un fattore di disuguaglianza: chi studia in scuole più moderne ma mal progettate rischia di avere performance peggiori rispetto a chi frequenta edifici più datati ma meglio ventilati. Il problema fortunatamente non è irrisolvibile. Le tecnologie e le strategie per raffrescare gli edifici esistono, ma vengono applicate in modo discontinuo. Schermature solari esterne: frangisole, tende, pergolati verdi; Ventilazione meccanica controllata: ricambio d’aria senza aprire le finestre. Climatizzazione efficiente. Materiali riflettenti e tetti chiari: riducono l’assorbimento del calore. Progettazione bioclimatica: orientamento dell’edificio, ombreggiamento naturale, ventilazione passiva. Questi sono interventi possibili che richiedono investimenti, certo, ma soprattutto una visione: quella di una scuola che non sia solo “nuova”, ma davvero adatta al clima che stiamo vivendo. Senza una progettazione attenta, d’altronde, anche la scuola più nuova può trasformarsi in una trappola termica. Investire in ambienti freschi, ventilati e progettati per il clima di oggi significa investire direttamente nella qualità dell’istruzione e nel benessere delle nuove generazioni”.
Lo dichiara, in una nota, Carmela Tiso, portavoce nazionale di Accademia Iniziativa Comune e presidente della associazione Bandiera Bianca
Dopo la prima settimana di lavoro nel ritiro di Cascia ed il debutto in amichevole, Serse Cosmi traccia la rotta della nuova Salernitana. Il tecnico è soddisfatto dell’impegno della squadra e del lavoro svolto dallo staff, ma non nasconde che il mercato dovrà ancora consegnargli i tasselli giusti per costruire una formazione all’altezza delle ambizioni.
«La rosa va integrata e, allo stesso tempo, sfoltita – spiega Cosmi –. Con Faggiano c’è un confronto continuo. Abbiamo bisogno di rinforzi, ma devono essere calciatori più forti di quelli che partiranno. Se vogliamo vincere il campionato servono giocatori di qualità».
L’allenatore granata indica anche le priorità. «In difesa abbiamo bisogno di due elementi. Non occorre rivoluzionare la squadra, ma completarla nei ruoli dove serve maggiore spessore».
Buone, invece, le indicazioni arrivate dai nuovi acquisti. «Mi hanno fatto un’ottima impressione – sottolinea Cosmi –. È normale che in questa fase attirino maggiormente la mia attenzione». Sul piano tattico resta aperta l’ipotesi del doppio trequartista, con Djibril e Capomaggio tra i calciatori che possono interpretare più ruoli.
Un passaggio è dedicato anche a Gyabuaa. «Non mi lascio condizionare dalle amichevoli. L’anno scorso non ha espresso tutte le sue qualità, ma non credo sia stata responsabilità di qualcuno in particolare».
Infine il messaggio ai tifosi, già numerosi al seguito della squadra in ritiro. «Non posso chiedere pazienza alla gente di Salerno. So cosa si aspetta e condivido le stesse ambizioni. Più che una squadra dominante, voglio una squadra vincente, capace di imporsi sia in fase offensiva sia in quella difensiva. Le parole contano poco, saranno il lavoro e i risultati a parlare».
“Il sistema Italia, di fronte agli incendi boschivi, è ancora troppo fragile. Stiamo vivendo un’estate letteralmente di fuoco, in Italia come nel resto del Mediterraneo, con decine di roghi fuori controllo e conseguenze sempre più gravi per ambiente, economia e comunità locali. I numeri parlano chiaro: nel 2025 sono bruciati 96.517 ettari, quasi il doppio del 2024, e nei primi cinque mesi e mezzo del 2026 i roghi sono già aumentati del 36% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Non è più un’emergenza stagionale: è un’emergenza nazionale permanente. Le cause sono note e ben poco misteriose: la quasi totalità degli inneschi ha origine antropica, dolosa o colposa; l’abbandono colturale delle aree interne moltiplica il combustibile disponibile; il cambiamento climatico trasforma un piccolo focolaio in un incendio devastante. L’aumento delle temperature, la siccità prolungata e l’allungamento della stagione estiva rendono i territori strutturalmente più vulnerabili. Il settore primario può svolgere un ruolo strategico, soprattutto nelle aree interne meno presidiate. Gli agricoltori possono diventare autentici custodi del territorio: sorveglianza, segnalazione tempestiva dei focolai, decespugliamento, fasce parafuoco, pratiche colturali orientate alla prevenzione. A una condizione: che questo lavoro sia riconosciuto e remunerato attraverso i fondi europei per lo sviluppo rurale della PAC, e non affidato alla sola buona volontà. Accanto a questo, servono ulteriori azioni concrete ed efficaci: dall’aggiornamento dei piani AIB regionali, all’anticipo della stagione antincendio al 15 maggio, dal potenziamento del monitoraggio satellitare a maggiori risorse ai Vigili del Fuoco. Oggi d’altronde finanziamo lo spegnimento, non la cura del territorio. Finché sarà così, continueremo a rincorrere le fiamme”.
Lo dichiara Andrea Tiso, presidente nazionale di Confeuro, Confederazione Agricoltori Europei.
Andy Burnham è ufficialmente diventato premier del Regno Unito. Ex sindaco di Manchester e nuovo leader del partito laburista, è stato ricevuto da re Carlo prima di pronunciare il suo discorso di insediamento. Prima, Keir Starmer aveva pronunciato il suo ultimo discorso al numero 10 di Downing Street per poi recarsi dal sovrano a rassegnare le sue dimissioni. Per re Carlo si tratta del quarto insediamento di un primo ministro in appena quattro anni di regno.
Il discorso di insediamento di Burnham
Nel suo primo discorso da primo ministro, Burnham ha detto di voler «mostrare al mondo che la Gran Bretagna può ritrovare la stabilità», evidenziando che la sua elezione rappresenta «un momento di svolta» e promettendo un «nuovo modello economico e politico» con un maggiore controllo pubblico delle risorse e un piano di reindustrializzazione, con forte sostegno per le imprese britanniche. Rivolgendosi direttamente alle persone «stanche della politica», soprattutto nelle «zone dimenticate del Paese», ha promesso un percorso decennale di progresso e miglioramento, impegnandosi a presentare in tempi brevi un piano per ridurre il costo della vita e dare modo alla gente di «riprendere il fiato». Burnham ha solo accennato alle riforme che intende avviare, ma ha toccato i temi a lui più cari, come l’impegno a costruire case popolari e la determinazione a ridurre il potere di Westminster dando maggiore autonomia a città e regioni.
Si terrà domani, nell’obitorio di Eboli, in provincia di Salerno, l’autopsia sul corpo del giornalista salernitano Luca (all’anagrafe Luigi) Esposito, trovato ieri, carbonizzato, in un terreno agricolo nella prossimità della strada statale 7 bis, in una zona periferica e isolata dello stesso comune. L’accertamento è stato disposto dalla Procura di Salerno nell’ambito delle indagini che, dopo il primo esame sul cadavere effettuato dal medico legale, puntano a stabilire l’orario e le cause della morte. Secondo alcune informazioni finora non confermate, nelle vicinanze del corpo sarebbe stato trovato un bossolo d’arma da fuoco. Le indagini dei carabinieri coordinate dall’ufficio inquirente guidato dal procuratore Raffaele Cantone, che ipotizzano un omicidio, proseguono senza sosta: nell’area in cui è stato trovato il corpo non risulta la presenza di telecamere che avrebbero potuto riprendere gli ultimi istanti di vita del 53enne. Gli investigatori si stanno concentrando sulla sua vita privata e professionale di Esposito, giornalista sportivo che non si occupava di fatti di cronaca nera o giudiziaria. Al momento, comunque, non si esclude alcuna pista. (
La Sezione giurisdizionale regionale per la Campania della Corte dei conti, con la sentenza n. 185/2026 depositata oggi, ha integralmente rigettato – secondo quanto sostengono dal Giffoni Film Festival – la domanda risarcitoria avanzata dalla Procura regionale nei confronti dell’Ente autonomo ‘Giffoni Experience’ e di quattro suoi esponenti, il presidente Pietro Rinaldi, il direttore e fondatore Claudio Gubitosi, il Rup Enzo Barletta e la responsabile del servizio della logistica Mariapia Montuori, condannando la Procura al pagamento delle spese di difesa in favore di ciascun convenuto. La Procura aveva quantificato il presunto danno erariale in oltre 468mila euro contestando la gestione del servizio di trasporto degli ospiti e dei giurati del festival tra il 2016 e il 2022. La Corte, viene aggiunto dal Festival, “ha respinto la domanda in modo netto, qualificandola come di ‘totale infondatezza’”. Giffoni Film Festival, nel ringraziare i propri avvocati Michele Tedesco e Marcello Fortunato, esprime “piena soddisfazione per la decisione, che restituisce serenita’ a un’eccellenza culturale campana riconosciuta a livello internazionale e conferma la correttezza della gestione amministrativa del festival in tutti i suoi aspetti”.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto blinda il palazzo della Marina. L’edificio storico situato a Roma, al Flaminio, è oggetto di interventi per renderlo inespugnabile: una specie di trincea è stata scavata per accedere al parcheggio, sul modello dell’ambasciata americana di via Veneto, piazzando sistemi per bloccare le auto e identificarle. Fino a oggi si vedevano solo garitte blindate, ma le ruspe e gli addetti stanno intervenendo per creare un “limite militare” che selezionerà ancora di più gli accessi. E pensare che quell’area di 1.700 metri quadrati era stata ceduta a titolo gratuito alla Marina, dividendo il consiglio del secondo Municipio di Roma. A suo tempo uno dei più battaglieri consiglieri contrari all’iniziativa era stato Luca Sappino, del gruppo Sinistra l’Arcobaleno, oggi conosciuto dal pubblico come giornalista a La7, nella trasmissione Tagadà: Sappino tuonava, dicendo che «il parcheggio deve tornare alla città perché, al contrario di quel che può sembrare, rappresenta proprio l’idea di città alternativa. Il Flaminio è la miniatura di una città che trova il giusto equilibrio tra trasporto pubblico e trasporto privato: con l’ampia rete tranviaria, con la fermata della metro, con i capolinea degli autobus e la pista ciclabile, rappresenta un felice esempio di città vivibile dotata di una corretta mobilità. Il secondo Municipio ha concesso l’area a titolo gratuito. Nessuna contropartita economica ripagherà la comunità di quanto sarà perso». Vediamo se Sappino intervisterà Crosetto sul tema del parcheggio blindato…
Casimirri e il Nicaragua in guerra con il Vaticano
Il Nicaragua è in guerra con il Vaticano, e alla fine chi ci rimetterà è Alessio Casimirri, ex componente delle Brigate rosse. È una storia complessa quella dell’ex cittadino vaticano, coinvolto anche nel caso Moro, fuggito dall’Italia e protagonista della guerriglia sandinista contro i Contras, con tanto di cittadinanza nicaraguense ottenuta. Alessio è il figlio di uno dei più potenti capi della sala stampa della Santa Sede, Luciano Casimirri, storico funzionario vaticano, che ha lavorato a stretto contatto con tre pontefici, Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI, nel settore della comunicazione. Una famiglia con rapporti di altissimo livello in tutto il mondo: Alessio Casimirri, classe 1951, è stato al centro di una richiesta di estradizione che il ministro degli Esteri Antonio Tajani sta spingendo, ma che si scontra con una situazione incandescente in Nicaragua. Lì, a Managua, è in corso una lotta spietata del governo contro la Chiesa cattolica, con sacerdoti e suore oggetto di arresti ed espulsioni, e il Vaticano da ormai tre anni non ha più un nunzio apostolico. Ora che in Vaticano c’è un pontefice americano come papa Leone XIV, l’ostilità è aumentata, tanto da vietare persino le processioni religiose. Ma Casimirri, in qualità di guerrigliero, non ha nulla da temere grazie ai legami strettissimi con il regime al potere, tanto che il Nicaragua ha rigettato la richiesta di Tajani e interrotto le relazioni diplomatiche con l’Italia. Come andrà a finire? Nella lista del presidente americano Donald Trump, dopo il Venezuela che era in mano a Nicolás Maduro, ora rinchiuso nelle galere statunitensi, pare ci sia proprio il Nicaragua…
Ricordando Nicolò Amato
Nella giornata di martedì 21 luglio, nella Scuola di formazione e aggiornamento dell’amministrazione penitenziaria Giovanni Falcone, nella romana via di Brava, l’aula magna verrà intitolata alla memoria di Nicolò Amato, già direttore generale degli Istituti di prevenzione e pena e capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, a cinque anni dalla sua scomparsa. Sono attesi gli interventi del ministro della Giustizia Carlo Nordio, del capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Stefano Carmine De Michele, di Giuseppe Amato, procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, a nome della famiglia dello scomparso, e del vicepresidente della Camera Giorgio Mulè.
L’estate di Allevi
Si comincia il 21 luglio con il Giffoni Film Festival, storico appuntamento estivo, pronto ad accogliere Giovanni Allevi, compositore, filosofo, scrittore e direttore d’orchestra, «in un confronto dedicato ai temi della creatività, della fragilità, del coraggio e della forza trasformativa dell’arte». Tema “Le cose impossibili”. Ma Allevi, tornato in pista dopo problemi di salute, ossia il mieloma multiplo, non si fermerà a Giffoni: il 13 settembre sarà protagonista ad Assisi, nella Basilica Superiore di San Francesco, accompagnato dagli archi dell’Orchestra sinfonica italiana, e il 19 settembre porterà il progetto speciale “Musica dall’Anima” nella Reggia di Caserta, in un concerto-evento che intreccia pianoforte, orchestra e riflessioni sul valore della rinascita e della speranza.
La fontana in piazza San Francesco, appena recuperata, appena ristrutturata, è stata vandalizzata. Hanno buttato per aria i fari interni che illuminavano la statua di San Francesco, hanno vandalizzato anche la parte strutturale in marmo bianco che avevamo ristrutturato”. Al termine dell’inaugurazione dell’Urban Center, il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, visibilmente amareggiato, ha mostrato ai giornalisti presenti il video inviatogli da un tecnico del Comune prima di andare lui stesso sul posto per valutare l’entità dei danni. “Questo – ha spiegato De Luca – è un problema di fondo, il livello di civiltà e di responsabilità che si è completamente perduto nella nostra città, perfino il livello di buona educazione. Dovremo fare un lavoro lungo e faticoso. Vi chiediamo, chiediamo a voi, ai mezzi d’informazione, di aiutarci in questa battaglia di civiltà e di crescita, di educazione, altrimenti davvero il lavoro diventa impossibile”.
Secondo appuntamento con la seconda edizione dei Concerti nel Giardino della Minerva, voluti dalla Fondazione Schola Medica Salernitana, presieduta da Ermanno Guerra, in sinergia con l’Associazione Gestione Musica di Francesco D’Arcangelo e la direzione artistica di Costantino Catena, la compartecipazione del Conservatorio di Musica “G.Martucci” e con il sostegno del Comune di Salerno, del Fondo Nazionale dello Spettacolo dal vivo, Ministero dei Beni Culturali e Regione Campania Legge 6/2007. Questa, con start alle ore 21, sarà la serata del Rituale del fuoco, con due virtuosi internazionali, la violinista Pauline Klaus e il chitarrista Thierry Mercer. Brano d’apertura, il Duo in Re maggiore (noto storicamente anche come Sonata in Re maggiore) del compositore tedesco Christian Gottlieb Scheidler. Il compositore e liutista tedesco fu un virtuoso e uno dei primi grandi sostenitori della chitarra, oltre che violoncellista di corte. La sua produzione si inserisce nel solco del classicismo viennese e tedesco, fondendo la raffinatezza melodica con le potenzialità espressive e tecniche dei suoi strumenti d’elezione. Il Duo in Re maggiore si articola nella classica struttura tripartita. Il movimento di apertura, un Allegro, è brillante e solare, dominato da un dialogo serrato e paritetico tra i due strumenti, dove agilità e cantabilità si alternano in una scrittura trasparente. Il secondo, Romance, è una pagina di grande cantabilità e respiro lirico: il violino espone un tema dolce e cantabile, dai toni melanconici o sognanti, sostenuto da un accompagnamento arpeggiato e armonico della chitarra, mentre il finale è un Rondò, vivace, brioso e leggero, sviluppato su un tema principale orecchiabile e ricorrente intervallato da brillanti couplets che mettono in luce il virtuosismo di entrambi gli esecutori prima della brillante chiusura. Quindi, si proseguirà col Paganini chitarrista, con la Sonate concertante in la maggiore (MS 112, Op. 61) che intreccia abilità tecniche e raffinate sonorità cameristiche, dando alla chitarra un ruolo che va oltre il semplice accompagnamento e creando un continuo dialogo paritario con il violino. La pagina si articola in tre movimenti: Allegro spiritoso brillante e vivace, un Adagio, assai espressivo, un momento lirico e melodico in tonalità minore e l’Allegretto con brio, scherzando, per un finale giocoso e ritmico. Si continuerà con il Cantabile in re maggiore (MS 109, Op. 17), la sua linea melodica dolce ed estremamente espressiva, che ricorda il lirismo dell’opera italiana, permettendo al violinista di far “cantare” lo strumento. Al centro della serata la prima opera su commissione, la Danza del Fuoco di Alessandro Cozzolino, allievo della classe di composizione del Maestro Giancarlo Turaccio presso il Conservatorio di Salerno. Danza del fuoco è un brano da camera per chitarra e violino che mette a confronto due strumenti dalle anime profondamente diverse, uniti qui in un dialogo serrato e travolgente. La composizione evoca la natura mutevole del fuoco: imprevedibile, distruttivo e vitale. Fin dalle prime battute, il violino e la chitarra alternano una scrittura dal carattere estatico, con una dal carattere aggressivo, infuocato, ricco di contrasti dinamici e ritmi incalzanti che richiamano i movimenti di una danza rituale. Di qui un viaggio tra danze caratteristiche, a cominciare dal Pièce en forme de habanera di Maurice Ravel datato 1907 , contrassegnato dall’indicazione “Presque lent et avec indolence”, con la chitarra che esegue in modo ossessivo il tipico ritmo sincopato e dondolante della habanera cubana, mentre il violino ricamerà sopra una melodia sensuale, malinconica dal sapore andaluso. Il pezzo, che guarda specialmente ai contributi di d’Indy, Dukas et Hahn, Ravel si ispira alla Spagna liberamente; certe formule ornamentali evocano piuttosto un Oriente di fantasia. Le armonie modali, in particolare, recano la firma dell’autore, senza quasi attingere alle tradizioni orali della Penisola iberica. Esse articolano in maniera sottile le coloriture in modo minore che dominano all’inizio del brano e la predominanza di sonorità in modo maggiore nell’episodio finale. Si proseguirà con l’Entr’acte di Jacques Ibert, composto originariamente nel 1935 come musica di scena per la commedia Le médecin de son honneur di Alexandre Arnoux (ispirata a Calderón de la Barca), dallo stile brillante, vivace e fortemente influenzato dalle atmosfere e dai ritmi della musica spagnola, ma intriso di arguzia, umorismo e leggerezza. Ancora due gemme del romanticismo spagnolo, “Romanza Andaluza” (Op. 22) di Pablo de Sarasate, la terza delle sue celebri Danze Spagnole, composta nel 1878. Il brano si apre con un’atmosfera languida e appassionata, tipica delle melodie andaluse. Attraverso l’uso sapiente del violino, Sarasate richiede tecniche di esecuzione avanzate che imitano le inflessioni vocali e chitarristiche della musica tradizionale iberica. La scrittura alterna sezioni cantabili a passaggi rapidi, armonici e abbellimenti che mettono in risalto l’agilità e il suono dello strumento. A seguire la “Danza Española n. 5 – Andaluza” di Enrique Granados, il brano più celebre dei 12 Danzas Españolas (Op. 37), malinconica e passionale, prima di chiudere con Bela Bartòk. Verranno proposti cinque duetti dei 44, su melodie tradizionali dell’Europa orientale (ungheresi, slovacche, rumene, rutene) studiate da Bartók nella sua attività di etnomusicologia e le Danze popolari rumene, Román népi táncok sono una suite di brevi brani composta da Béla Bartók nel 1915 che si basano su sette melodie originali della Transilvania che Bartók stesso registrò e trascrisse sul campo tra il 1910 e il 1912, usando i primi fonografi a rulli di cera.
Il problema non è il Vannacci che è in te, ma il Vannacci che è in me. Questo potrebbe doversi dire allo specchio Giorgia Meloni se si trovasse a vincere le prossime elezioni con il generale parte integrante della sua maggioranza. E lo si è visto anche in questi giorni con il caso Roggero, esempio classico di scavalcamento da destra che spinge a posizioni più estreme l’intera coalizione.
Giorgia Meloni (Ansa).
Fuori o dentro, FN sarà un problema per Meloni & Co.
La legge sulla legittima difesa che ora Vannacci chiede di ampliare, seguito a ruota da Lega e FdI, non era stata varata da un governo di “buonisti” ma era stata approvata nel 2019 su input del partito di Salvini dal governo gialloverde. Dunque, mentre tutti sono preoccupati di capire se Futuro Nazionale entrerà organicamente nel centrodestra per aiutarlo a vincere le elezioni, qualcuno pensa già al dopo. Perché se è vero che un Vannacci fuori dal governo sarebbe un pungolo quotidiano all’eventuale Meloni 2, è anche vero che un Vannacci dentro al governo sarebbe un grattacapo non da poco.
Matteo Salvini dopo l’approvazione della legge sulla legittima difesa nel 2019 (Ansa).
L’ipotesi derby per il Viminale tra il generale e Capitano
Certo, meglio avere un grattacapo governando che non averlo stando all’opposizione. Ma il primo dubbio sarebbe: che ministero assegnargli? Se l’ex generale accettasse di farsi incasellare alla guida di un dicastero, probabilmente ne chiederebbe uno di peso. Magari potrebbe mettere in scena un derby per quel Viminale a cui aspira Salvini. Ma una volta sistemato in un ministero, chi garantirebbe a Meloni di non subire un costante logoramento dall’interno? Se Salvini ha sempre calibrato fughe in avanti e ragionevolezza, non arrivando mai a strappi netti e definitivi nemmeno in politica estera né nei voti sugli aiuti all’Ucraina su cui è stato sempre critico, nessuno si sente di scommettere che Vannacci seguirebbe la stessa linea. Il rischio di una costante spina a destra, di scarti e di sgroppate sui temi identitari che lo hanno fatto volare nei sondaggi e su cui è concorrenziale con Fratelli d’Italia e con la Lega è molto alto.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
L’aria romana addomesticherà anche Vannacci?
Il caso Roggero è un classico esempio. Si è accesa una gara a chi più offriva il suo appoggio, fino alla candidatura, al gioielliere condannato per aver freddato due rapinatori, una gara a chi più criticava la magistratura e tirava per la giacca di Sergio Mattarella per la grazia, una gara sulla legge sulla legittima difesa, legge leghista e già definita poco efficace. E questo ha portato i toni del dibattito politico al parossismo mediatico con una rincorsa a scavalcarsi a destra che ha infastidito Forza Italia. Insomma, più che una competizione nel prossimo anno di campagna elettorale, c’è chi teme la competizione nei cinque anni di eventuale governo con Vannacci nel centrodestra. La speranza dei più navigati è che alla fine il clima romano finisca per “addomesticare” anche il generale, ma garanzie non ce ne sono visti i precedenti: la scommessa, persa, di inglobarlo per depotenziarlo finora lo ha solo ringalluzzito. Sarà un anno frizzante, a cui potrebbero seguirne altri cinque molto vivaci.
L’incaricato d’affari italiano nella Federazione russa, Giovanni Scopa, è stato convocato al ministero degli Esteri russo, dopo l’espulsione di due addetti militari dell’Ambasciata russa a Roma, avvenuta il 9 luglio. Il governo italiano aveva infatti espulso Ivan Petrovich Gorbachev e Mikhail Vasilyevich Astakhov, considerandoli responsabili di alcune attività di spionaggio emerse in un’inchiesta della procura di Roma. «Mosca continua a usare le sue armi ibride per attaccare l’Occidente e l’Italia. Un’ingerenza grave e inaccettabile per le Istituzioni italiane e per la sicurezza nazionale», aveva scritto la Farnesina in una nota. La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova aveva dichiarato che la Federazione avrebbe dato una risposta adeguata alle espulsioni, senza fornire dettagli. Questa la controreplica del ministro degli Esteri Antonio Tajani: «Il problema è che i due espulsi dall’Italia facevano attività di spionaggio a danno della sicurezza nazionale. E questo è dimostrato. Non è stato un capriccio dell’Italia. La Russia può fare tutte le ritorsioni che vuole, si tratta di vendette. Devono dimostrare che coloro che espelleranno sono delle spie. La nostra è una scelta basata su fatti, la loro è politica».
Per chiarire quanto è accaduto a Bologna domenica 19 luglio, quando il 43enne Abderahhim Fakir è morto durante un fermo di Polizia, la procura ha iscritto un procedimento nell’apposito registro modello 45 bis nei confronti di quanti hanno preso parte alle diverse fasi del prolungato intervento. Si tratta, in particolare, di due poliziotti e quattro operatori dell’ambulanza. Non ci sono indagati, dunque, ma si tratta dell’applicazione della nuova norma sul registro, separato, destinato alle annotazioni preliminari, dove vengono iscritti i nomi di soggetti cui viene attribuito un fatto di reato commesso in presenza di una causa di giustificazione. Sarebbe la prima volta. Si procede per il reato di omicidio colposo.
I pm: «Fatti sono più estesi rispetto al video diffuso in rete»
Gli accertamenti della procura «terranno conto dell’intero sviluppo dei fatti, di più ampia estensione temporale rispetto al video sino ad ora diffuso in rete, e dell’intervento degli operatori sia delle forze dell’ordine sia del personale sanitario». Nel contesto dell’iscrizione nel registro per le annotazioni preliminari, previsto dalle nuove norme del decreto sicurezza, «saranno svolte tutte le necessarie indagini con le dovute garanzie di legge, a partire dagli accertamenti di natura medico-legale, allo scopo di pervenire in tempi rapidi alla completa ed esaustiva ricostruzione dei fatti».
Elon Musk interviene sulla cronaca italiana esprimendo il suo sostegno a Mario Roggero, il gioielliere condannato a 14 anni e nove mesi per aver ucciso due rapinatori e averne ferito un terzo. Rispondendo al post di un utente del social che esprimeva indignazione per la sentenza, il patron di Tesla ha attaccato la magistratura italiana: «Si tratta di una follia! Il giudice e il pubblico ministero in questo caso sono coloro che meritano questa condanna». ll commento del magnate americano è stato poi rilanciato da Andrea Stroppa, indicato come suo referente in Italia, con il messaggio: «Elon Musk dalla parte di Mario Roggero».
This is insane!
The judge and prosecutor in this case are the ones who deserve this sentence.
Non è la prima volta che Musk irrompe sulle vicende italiane. Già in passato, nel 2024, si era schierato contro i giudici del tribunale di Roma che avevano sospeso la convalida del trattenimento per alcuni migranti portati in Albania. «These judges need to go»,«Questi giudici devono andarsene», aveva scritto in merito.
È morto il carabiniere noto come Comandante Alfa, tra i fondatori del Gruppo di intervento speciale (Gis), il reparto d’elite dei Carabinieri. Aveva 75 anni, era nato a Castelvetrano (in provincia di Trapani in Sicilia) e si chiamava Antonio, ma il suo cognome non è stato diffuso neanche dopo la morte. Si era congedato nel 2016 e aveva scritto diversi libri. Il Gruppo di Intervento Speciale venne creato nel 1978 come squadra speciale dei Carabinieri per contrastare il terrorismo e per altre operazioni rischiose. Il Comandante Alfa prese parte anche alla prima operazione del Gis resa pubblica, per sedare una rivolta nel carcere di Trani nel 1980. Partecipò alla liberazione di alcune vittime di noti rapimenti e a diverse missioni militari all’estero. Era uno dei Carabinieri più decorati d’Italia.
Un uomo di 43 anni, Abderrahim Fakir, è morto a Bologna durante un fermo di Polizia. Dopo aver ricevuto segnalazione di un uomo che stava dando in escandescenze al Pilastro, quartiere popolare e multietnico della città, gli agenti sono intervenuti fermandolo prima usando lo spray al peperoncino e poi bloccandolo a faccia in giù e legandogli polsi e caviglie. «Basta, aiuto», dice l’uomo in un drammatico video che riprende i suoi ultimi istanti di vita, girato da un residente che ha assistito al fermo dalla finestra della propria abitazione. Dopo pochi minuti, Fakir ha perso i sensi sotto gli occhi degli agenti e di alcuni soccorritori giunti sul posto, per poi non riprendersi più. La questura di Bologna ha fatto sapere che le bodycam dei poliziotti verranno subito messe a disposizione della magistratura per chiarire i dettagli dell’accaduto.
#Bologna Un uomo è morto mentre gli agenti lo avevano ammanettato e bloccato a terra. In un video, Abderrahim Fakir, urlava “Aiuto, basta”, vicini gli operatori del 118. Aperta un’inchiesta dalla Procura. I familiari “Vogliamo la verità”. pic.twitter.com/cTltbmmlxe
La questura ha fornito la sua ricostruzione spiegando che gli agenti erano giunti sul posto su richiesta di alcuni cittadini che avevano segnalato una persona in escandescenza. Una volta arrivati, hanno provato a calmarlo ma l’uomo si è scagliato contro di loro, dando anche alcuni calci all’auto. Hanno quindi usato lo spray urticante per poi bloccarlo a terra tenendogli i polsi dietro la schiena con le ginocchia nel tentativo di ammanettarlo. Mentre l’uomo continuava a dimenarsi, una terza persona, probabilmente un residente, li ha aiutati bloccando le caviglie del 42enne che, poco dopo, sembra perdere i sensi. Uno degli agenti ha provato a sincerarsi delle sue condizioni ma senza risposta. Sul posto c’erano anche i soccorritori del 118, che però nel video non si vedono mai intervenire, se non dopo che l’uomo ormai privo di sensi viene legato a polsi e caviglie. Il sindaco Matteo Lepore e il presidente della Regione Michele de Pascale hanno chiesto che venga fatta piena luce su quanto avvenuto.
Chissà di cosa hanno discusso la scorsa settimana a New York il presidente di Mediobanca Vittorio Grilli e l’ad di EssilorLuxottica Francesco Milleri. Qualche sospetto viene. Dopo che il 17 luglio il cda di Montepaschi ha respinto l’offerta di Intesa Sanpaolo, infatti, le grandi manovre del risiko bancario sono riprese. «Non congrua», è stato il verdetto di Siena. Nel linguaggio felpato dei consigli d’amministrazione significa due cose: o ci si sfila oppure si prova ad alzare il prezzo. Ma questa volta il denaro spiega solo una parte della vicenda. Il resto parla di equilibri di potere, di politicae di quella neutralità che i governi proclamano con convinzione salvo dimenticarsene quando la partita entra nel vivo.
Francesco Milleri (Imagoeconomica).
Mps, Bpm e il ruolo di Crédit Agricole
Luigi Lovaglio aveva immaginato una Mps predatrice. In parte gli è riuscito, con l’operazione su Mediobanca. Adesso l’ad di Rocca Salimbeni cambia spartito e guarda a Banco Bpm, riesumando il vecchio progetto del terzo polo bancario. Un’idea che a Roma non passa mai di moda perché, più che un disegno industriale, è sempre stata un’ossessione politica travestita da strategia. La coerenza, del resto, non è mai stata il requisito fondamentale di questa storia. La stessa Bpm che oggi diventa la sposa ideale di Montepaschi è la banca sulla quale appena un anno fa Palazzo Chigi aveva sventolato unineffabile golden power per fermare Unicredit, invocando la tutela del risparmio nazionale. Nel frattempo, però, quello stesso scudo è rimasto appeso al muro mentre Crédit Agricole saliva silenziosamente fino a sfiorare il 30 per cento di Bpm, la soglia oltre la quale scatterebbe l’obbligo di Opa. Se il matrimonio con Siena andrà in porto, i francesi non saranno gli invitati d’onore ma quelli che pagano il ricevimento. Con una quota tra l’11 e il 12 per cento finiranno infatti per diventare il primo azionista del nuovo gruppo.
Giuseppe Castagna con Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).
Dietro la banque verte c’è Delfin
Ed è qui che il racconto assume i contorni, come direbbero Oltralpe, di un roman à clef. Dietro Crédit Agricole c’è Delfin, la cassaforte lussemburghese della famiglia Del Vecchio, primo azionista privato di Montepaschi, secondo di Generali e protagonista di buona parte delle grandi partite della finanza italiana. A sua volta Delfin, dentro EssilorLuxottica, divide il tavolo con lo Stato francese attraverso Bpifrance e Caisse des Dépôts, l’equivalente della nostra Cdp. Se poi il ricambio generazionale nella famiglia (progetto per ora in stallo), quello che vedrebbe Leonardo Maria rilevare le quote dei fratelli in un’operazione da 11 miliardi, dovesse essere finanziato da un pool guidato proprio da Crédit Agricole e Bnp Paribas, allora il cerchio si chiude quasi da solo. Tutte le strade del risiko, parafrasando i romani, portano a Parigi.
Il logo di Crédit Agricole (Imagoeconomica).
La vera posta in gioco è Generali
La vera posta in gioco, però, non è Siena. È il 13 per cento di Generali che Montepaschi si è ritrovata in portafoglio grazie all’acquisizione di Mediobanca. È quella la leva con cui si potrebbe orientare il futuro del Leone, magari avvicinandolo ad Axa, che non ha mai smesso di guardare Trieste come oggetto del suo desiderio.
Philippe Donnet (Imagoeconomica).
Una bandiera (francese) e due misure
In tutto questo Giancarlo Giorgetti, dopo essersi oltremodo esposto per fermare Unicredit, ha trascorso l’ultimo anno coltivando l’immagine del ministro neutrale. Il golden power lo teneva nel cassetto senza usarlo, salvo ricordare al Senato che avrebbe potuto valere «anche tra banca italiana e banca italiana». Adesso per il titolare del Mef quella neutralità sembra essersi trasformata di nuovo in regia. Poco importa se il principale beneficiario di un eventuale matrimonio tra Milano e Siena, con annessa partita su Generali, rischia di parlare sempre più francese. Viene quasi da chiedersi se a Via XX Settembre qualcuno abbia finito per confondere il verde della Lega con quello della banque verte, come i francesi chiamano con orgoglio Crédit Agricole. Fa sorridere soprattutto pensando che appena sette mesi fa gli azionisti forti di Generali, Francesco Gaetano Caltagirone e Delfin, avevano combattuto con ogni mezzo il progetto di joint venture con la francese Natixis sul risparmio gestito, denunciando il rischio che una fetta consistente del risparmio italiano finisse sotto controllo straniero. Evidentemente alcune bandiere diventano meno ingombranti quando cambia il vento politico.
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).
Il solito golden power a geometrie variabili
Restano così le domande che a Palazzo Chigi nessuno sembra avere troppa voglia di affrontare. Se il golden power è servito a fermare gli italiani su Banco Bpm, perché non dovrebbe valere anche quando ad avanzare sono i francesi? E se il terzo polo nascerà con la benedizione di Roma ma con gli equilibri che portano sempre più verso Parigi, di quale italianità stiamo davvero parlando? Giorgia Meloni, che negli ultimi mesi forse distratta dall’avvicinarsi delle elezioni è sembrata seguire con minore attenzione i grandi dossier finanziari, farebbe bene a prestare attenzione all’evolversi del risiko. Dove tutti si stanno dando un gran daffare. Come Grilli e Milleri che nella Grande Mela si immagina non abbiano parlato della bellezza dei grattacieli.
Nel giorni scorsi ha postato su Instagram un messaggio piuttosto criptico con Henry Cavill nei panni di Superman
Quando Steppenwolf cade, la speranza risorge. Così ha scritto Zack Snyder su Instagram in questi giorni, aggiungendo un'immagine di Henry Cavill con la tuta nera del Superman di Justice League e gli occhi infiammati di rosso.
I fan di Snyder non hanno avuto dubbi sull'interpretazione del messaggio. Steppenwolf, che è un supercattivo del mondo di Superman, è plausibilmente la nuova gestione dei DC Studios, capitanata da James Gunn. Il quale è “caduto”, nel senso che ha ricevuto una brutta batosta col flop al botteghino del suo secondo film,... - Leggi l'articolo
Abbiamo segnalato giorni fa il primo volume, ma il secondo volume della Storia della fantascienza letteraria di Giuseppe Candela è già in uscita
Dopo il primo volume, intitolato Storia della fantascienza letteraria. Dall’antichità alla Golden Age. Edizione Illustrata, uscito a giugno, ecco il secondo e conclusivo. Giuseppe Candela prende da dove aveva lasciato e racconta la storia della fantascienza fino a oggi.
La quarta di copertina
Dalla rivoluzione della New Wave agli orizzonti ancora in divenire della fantascienza contemporanea, questo volume racconta oltre mezzo secolo di idee, visioni e trasformazioni che hanno cambiato per sempre il volto della narrativa d’immaginazione. Attraverso un percorso... - Leggi l'articolo
Ogni segretario del Partito democratico condivide un paradossale destino: vincere il congresso e dal mattino dopo ritrovarsi in minoranza. In un partito così frastagliato da autodefinirsi «federazione», la vittoria non può che essere il frutto di un complesso quadro di alleanze tra le varie correnti. Una volta conquistata la maggioranza, però, ognuna di esse torna a perseguire i propri obiettivi e il segretario di turno si trova a doverle gestire, in un estenuante lavoro di puzzle diplomatici. Così si spiega il fatto che il Pd abbia cambiato 11 segretari in 19 anni di vita. Dovesse resistere fino al 2027 – ventesimo anniversario da quel 2007, quando tutto iniziò con la segreteria di Walter Veltroni -, Elly Schlein (in carica dal 2023) eguaglierebbe il record di Pier Luigi Bersani (2009-2013) e Matteo Renzi (2013-2017), gli unici a reggere il timone per un intero quadriennio. Sono durati molto meno tutti gli altri: Dario Franceschini (2009), i reggenti Guglielmo Epifani (2013) e Matteo Orfini (2017), Maurizio Martina (2018), Nicola Zingaretti (2019-2021) ed Enrico Letta (2021-2023). Da qui alle elezioni politiche, Schlein ha davanti una doppia sfida. Basterà per battere Giorgia Meloni?
Dal tracollo elettorale alla lotta contro i cacicchi
Prima donna alla guida del Nazareno, è partita in salita per via di due notevoli zavorre. La prima era lo stato comatoso del partito, devastato dalle elezioni del 2022 che hanno portato Giorgia Meloni a Palazzo Chigi e incapace di reagire. La surreale tanatosi dem si è manifestata anche nel voto dei circoli che ha premiato Stefano Bonaccini, ottima persona e validissimo candidato, ma sostanzialmente in continuità con la linea di un partito che mai nella sua storia ha vinto un’elezione nazionale. È stato il voto delle Primarie ad affidare invece la complessa missione di rivitalizzare il degente alla giovane ex civatiana, che da subito si è scagliata contro i cacicchi che tenevano in ostaggio la baracca.
Elly Schlein e Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).
Il depotenziamento dell’area riformista
Quella di Schlein non è stata una rottamazione 2.0, ma una più fine opera di ricucitura, passata per delicate operazioni di realpolitik come gli accordi con i De Luca in Campania e, soprattutto, l’ingresso in maggioranza di Bonaccini, del quale peraltro Schlein era stata vice alla guida dell’Emilia-Romagna. La rottura del fronte di opposizione è stata decisiva nel depotenziare quell’area riformista che annovera esponenti di spicco come Lorenzo Guerini e il superstite Giorgio Gori, ma – non a caso – ha perso per strada figure quali Pina Picerno, Marianna Madia ed Elisabetta Gualmini.
I cattodem borbottano senza però arrivare allo strappo
Allontanando la benzina dal fuoco, si è resa meno pericolosa l’inquietudine dell’area cattolica, che costantemente borbotta, ma senza arrivare allo strappo. Le punzecchiature di Romano Prodi danno certamente fastidio (anche perché in passato era stato prodigo di elogi per la sua corregionale), ma non hanno prodotto danni irreparabili, almeno finora. Certo, aiuta anche il fatto che i cattodem siano a loro volta frastagliati in correnti interne: il divide et impera funziona sempre.
Elly Schlein e Romano Prodi (Imagoeconomica).
Il vero kingmaker di Elly è Dario Franceschini
I proverbi popolari insegnano a guardarsi più dagli amici che dai nemici e questo è particolarmente saggio se ci si avventura nel difficile mestiere di segretario del Pd. Sul tema, la segretaria pare cavarsela molto bene. Il suo vero kingmaker è Dario Franceschini, che da tempo aveva intuito come l’unica efficace cura ricostituente per i democratici potesse arrivare dalla papessa straniera, ai tempi nemmeno iscritta.
Dario Franceschini (Imagoeconomica).
La svolta di Montepulciano: niente congresso anticipato
Un ruolo determinante è svolto da Chiara Braga, collegamento diretto tra Schlein e il leader di AreaDem. La corrente di Franceschini è il pivot intorno al quale il sostegno alla segretaria si è man mano allargato, fino alla svolta decisiva nella convention di Montepulciano di novembre 2025: i cospicui rinforzi alla sua maggioranza hanno convinto Schlein a rimettere nel cassetto l’ipotesi di un congresso anticipato, inizialmente formulata per mettere in un angolo i contestatori che erano già pronti a far ripartire il solito tafazziano tiro al piccione.
Chiara Braga (Imagoeconomica).
Sostenitori storici e nuove alleanze grazie alla nascita del “correntone”
Nella cerchia ristretta degli schleiniani DOC troviamo Francesco Boccia, Igor Taruffi, Marco Furfaro, Alessandro Zan, Chiara Gribaudo, Marta Bonafoni e Pierfrancesco Majorino, ma la posizione della segretaria non sarebbe così solida se non fosse per la nascita del “correntone” che ha federato le tre principali aree del partito.
Accanto alla nutrita truppa di Franceschini, sono arrivati i Dems di Andrea Orlando (con Antonio Misiani, Peppe Provenzano e Cristina Tajani) e gli ex Articolo Uno guidati da Roberto Speranza (Nico Stumpo, Arturo Scotto e Alfredo D’Attorre).
Una componente di sinistra molto marcata, nella quale si collocano trasversalmente anche i fedelissimi di Gianni Cuperlo e Barbara Pollastrini, che pure non avevano sostenuto Schlein al congresso.
Spostamento a sinistra nella logica della polarizzazione
Lo spostamento a sinistra del partito segue la logica della polarizzazione che ormai da anni caratterizza lo scenario politico. È un fatto storico che il Pd sia nato come compromesso tra due culture politiche ben distinte, i Democratici di sinistra (Ds) e La Margherita, ma è altrettanto oggettivo l’orientamento degli elettori, che al gusto delicato del rosé centrista paiono preferire il corposo vino rosso messo in tavola dalla segretaria in carica.
Operazioni identitarie: le tessere di partito e il controllo de l’Unità
Operazioni identitarie come il volto di Tina Anselmi sulle tessere 2026 e la trattativa per riprendere il controllo de l’Unità non sono velleità nostalgiche, ma rappresentano elementi di una strategia di posizionamento. Lo ha capito anche Enrico Letta, predecessore di Schlein, che pur non essendo strutturalmente in maggioranza colloca la sua corrente (Crea) in una posizione molto dialogante.
La segretaria del Pd Elly Schlein mostra la tessera 2026 del partito dedicata a Tina Anselmi (foto Ansa).
Lo stesso dicasi per il gruppo guidato da Piero Fassino: la sua Iniziativa democratica, nata da una costola di AreaDem, tiene insieme la storicità dei Ds con la vocazione riformista e la disponibilità al confronto. Non a caso l’ex parlamentare Patrizia Toia, che ha seguito questo percorso, oggi è vicinissima alla segretaria.
Le interconnessioni con Roma, Milano e Genova
Sono ottimi i rapporti tra Schlein e Nicola Zingaretti, tant’è che proprio il nome dell’ex presidente della Regione Lazio è stato messo sul tavolo per ereditare la vicepresidenza del parlamento europeo da Picerno.
Elly Schlein con Nicola Zingaretti (Imagoeconomica).
Si muove invece in palese autonomia lo stratega Goffredo Bettini, in costante corrispondenza di amorosi sensi politici con Giuseppe Conte e il Movimento 5 stelle.
Goffredo Bettini con Giuseppe Conte e, nel fotomontaggio, Elly Schlein (foto Imagoeconomica).
Restando nella Capitale, troviamo la corrente che fa riferimento al sindaco Roberto Gualtieri e che intrattiene rapporti a 360 gradi, da Franceschini ai civici, grazie anche all’impegno in prima persona di Alessandro Onorato, assessore nella giunta capitolina. Rispetto alle amministrazioni locali, il bouquet democratico va esteso a due sindaci non organici: Silvia Salis, trait d’union con i renziani e potenziale candidata al futuro congresso, e Beppe Sala, che dopo vari posizionamenti ha concordato con Schlein la candidatura al Senato.
Roberto Gualtieri con Alessandro Onorato (Imagoeconomica).
Comunicazione ancora da migliorare: la sfida con Meloni
Ci sono ancora diversi aspetti sui quali lavorare, a partire dalla comunicazione. Oltre a qualche inciampo notevole (come l’uso improprio dell’immagine degli atleti di curling di Milano-Cortina), c’è anche da rivedere lo stile personale della segretaria: spesso appare troppo costruito, soprattutto nella gestualità, in contrasto con lo spontaneismo di Meloni. Anche se neppure la premier dorme sonni tranquilli, guardando i sondaggi che fanno aumentare la pericolosità dello scontro diretto con la sua rivale di (centro)sinistra, cioè appunto Schlein.
Elly Schlein e alle sue spalle sul maxischermo Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
La figuraccia sull’emendamento delle preferenze è indicativo dello stato d’animo di una maggioranza che inizia ad avere paura – anche dopo il tonfo sul referendum – e fatica a controllare i suoi. Si mormora, peraltro, che l’esito del voto sia dipeso anche da una certa moral suasion nei confronti delle donne di centrodestra, basata sulla mancata tutela della parità di genere della quale Schlein è credibile alfiera. La strada è ancora lunga, ma pensando allo scenario catastrofico determinato dalle elezioni politiche 2022, già il fatto che il Pd sia vivo e vegeto rappresenta un successo dell’attuale gestione.
Il soldato indossa il visore sul volto, impugna uno strumento simile a un joystick, mentre pochi metri più avanti uno dei suoi compagni appoggia il drone su una rudimentale piattaforma approntata per facilitare il decollo dell’apparecchio. Yankee, 30 anni, si è arruolato nell’esercito ucraino nel 2023 e da allora ha sempre operato come pilota di droni, addestrandosi ogni giorno insieme alla sua squadra. Negli ultimi mesi la sua unità, la 4ª brigata meccanizzata, è stata impegnata sul fronte del Donbass.
Preparazione di un drone FVP (foto di E.B).
Le esercitazioni in cui si simulano obiettivi nemici
Il drone si alza ronzando e Yankee lo guida attraverso un percorso a ostacoli allestito in precedenza. È formato da pali di diversa altezza piantati nel terreno a cui sono fissate delle reti e da buche sormontate da coperture di vario genere per simulare trincee e rifugi nemici. Il drone è un FPV (first person view) dotato di videocamera e sistema di trasmissione video in tempo reale; alla parte inferiore dell’apparecchio è fissata una bottiglia di plastica piena di sabbia, per simulare il peso della carica esplosiva che dovrà trasportare. Il visore mostra al pilota in tempo reale la visuale del drone, permettendogli di effettuare manovre e movimenti precisi. I droni FPV sono principalmente utilizzati per colpire i soldati o i veicoli nemici. Essendo molto veloci, vengono scagliati dagli operatori contro l’obiettivo, esplodendo all’impatto come letali kamikaze. Dall’inizio del conflitto russo-ucraino, i droni sono gradualmente diventati uno strumento fondamentale per difendere la linea del fronte e condurre operazioni offensive, anche in territorio russo. Le forze armate ucraine hanno quindi accumulato una notevole esperienza nel loro impiego sul campo e nella loro progettazione. A margine del vertice NATO, tenutosi ad Ankara lo scorso 7-8 luglio, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha infatti promosso e concluso accordi di consulenza sull’utilizzo e la produzione di droni con tre Paesi membri dell’Alleanza atlantica: Danimarca, Paesi Bassi ed Estonia.
Yankee indossa il visore per pilotare un drone FPV durante l’addestramento (foto di E.B).
«L’unico modo per essere al sicuro è non farsi individuare»
I droni hanno rivoluzionato il modo di condurre operazioni militari, permettendo all’Ucraina di tenere testa, nell’ultimo anno, ai continui attacchi russi. «Sono l’occhio che controlla ogni cosa dal cielo. Supportiamo le truppe d’assalto, forniamo informazioni in tempo reale a fanteria e artiglieria, se veniamo autorizzati, possiamo anche attaccare il nemico direttamente», spiega Yankee a Lettera43. «Lavoriamo anche con altre squadre di dronisti con cui ci alterniamo continuamente per tenere il fronte sempre monitorato». Un team di dronisti è composto da cinque membri. Ognuno di loro è in grado di pilotare un drone, ma quando non sono impiegati al fronte, devono preparare le cariche esplosive che poi verranno montate sui velivoli, procurarsi i pezzi di ricambio, installare i software necessari per il corretto funzionamento degli apparecchi. «Il nostro compito è individuare il nemico prima che ci avvisti lui. È una corsa continua, anche per quanto riguarda le innovazioni tecnologiche e le tecniche di combattimento a cui dobbiamo adattarci. Non ci si può difendere dai droni. Sono state progettate antenne che possono abbattere la ricezione di segnale di alcuni velivoli e farli precipitare, ma non funzionano su tutti i modelli», continua Yankee. «L’unico modo per essere al sicuro è non farsi individuare».
Yankee segue i movimenti dell’unità di terra attraverso il monitor di un drone da ricognizione (foto di E.B).
Dalla linea di trincee e fortificazioni alla kill zone
Dall’inizio del conflitto, il fronte ucraino si è trasformato da una linea composta da trincee e fortificazioni tenute dalle diverse unità militari, in un corridoio profondo circa 30 km denominato kill zone. All’interno di quest’area i droni russi e ucraini dominano i cieli, colpendo qualsiasi bersaglio siano in grado di individuare. Andryi Tkachenko, 49 anni, è il comandante di una squadra di carri armati della 3ª brigata corazzata ucraina “Iron Brigade”. Secondo l’esperienza che ha maturato sul campo, l’apporto dei gruppi corazzati in combattimento è ancora fondamentale, ma il loro utilizzo ha subito un’evoluzione. «Non esistono più le grandi unità corazzate. Ci si muove in piccole squadre per non essere individuati, sfruttando la copertura degli alberi. Quando ci viene chiesto di posizionarci in un determinato settore, effettuiamo prima un sopralluogo muovendoci in auto per individuare il percorso più sicuro. I carri armati non vengono più usati come forza di sfondamento, ma per operazioni mirate nelle aree dove c’è più bisogno. I pericoli più grandi sono droni e mine». La cooperazione tra squadre droni, unità di fanteria e gruppi corazzati è dunque fondamentale per poter permettere a soldati e mezzi di spostarsi in relativa sicurezza attraverso la kill zone e raggiungere le posizioni assegnate.
Soldati della terza brigata di assalto si addestrano con un fucile anti-droni (foto di E.B).
A caccia di una copertura
Griz, 30 anni, viene dagli Stati Uniti e fa parte della 3ª brigata d’assalto, una delle unità più numerose e meglio addestrate delle forze armate ucraine. È un veterano della guerra in Ucraina e, in precedenza, ha servito nell’esercito statunitense. «Il modo di combattere è cambiato totalmente. Per le truppe d’assalto e la fanteria è diventato estremamente rischioso avventurarsi fuori dai propri rifugi. Ci si muove in piccole squadre, cercando di rimanere al coperto. Ogni elemento tiene una distanza di circa sei metri dal compagno, in modo da non offrire un facile bersaglio. Lo scopo non è più conquistare la trincea nemica, ma posizioni che possano offrire copertura immediata, come edifici, seminterrati o rifugi scavati nel terreno. Una volta conquistato l’obiettivo, altre piccole squadre vengono inviate in rinforzo per consolidare la posizione. Questa tattica viene chiamata “infiltrazione”». Tutte le unità ucraine sono dotate di fucili antidrone, da utilizzare come ultima risorsa per abbattere il velivolo nemico. Si tratta per la maggior parte di fucili a pompa dotati di speciali cartucce ad alta velocità o proiettili caricati a pallettoni. «Se il drone si avvicina a circa 50-100 metri, proviamo ad abbatterlo. I più pericolosi sono gli FPV, perché sono molto veloci. La prima regola è non andare mai a caccia di droni, ma tenersi al coperto e provare ad abbatterli solamente quando non abbiamo nessun’altra opzione», spiega Griz.
Griz durante l’addestramento (foto di E.B).
L’impatto sull’evacuazione dei nemici
Il pericolo rappresentato dai droni ha avuto un impatto significativo anche sulle tecniche di evacuazione dei feriti dalla linea del fronte. Danny, 30 anni, è arruolato nello Snake Medical Team, unità medica delle forze speciali ucraine che si occupa di trasportare vittime e feriti fino ai punti di stabilizzazione ovvero aree considerate relativamente sicure. Danny fa l’autista. «Per le evacuazioni utilizziamo mezzi corazzati oppure dei buggy per muoverci su terreni difficili. È diventata una corsa contro il tempo. Sappiamo già che verremo individuati e dobbiamo essere più veloci dei droni nemici. I soldati colpiti devono decidere se vogliono muoversi a piedi o essere evacuati. Sanno che se chiameranno aiuto potrebbero attirare l’attenzione del nemico sulla loro posizione». All’interno della “kill zone” non esistono aree sicure. I militari che operano al suo interno ingaggiano un crudele e micidiale gioco di nascondino contro un nemico che non dorme mai e sorveglia ogni cosa dall’alto. Griz sostiene che il momento in cui si rischia maggiormente è quando due unità si devono dare il cambio. Una deve lasciare le proprie posizioni per rientrare nelle retrovie e l’altra deve prenderne il posto, attraversando la “kill zone” a bordo di veicoli che vengono immediatamente presi di mira. Una frase che i soldati ucraini ripetono di continuo è in grado di immortalare con chiarezza la realtà del conflitto: «È una guerra combattuta negli scantinati, ma gli occhi di tutti sono sempre rivolti verso il cielo».
Griz spiega a una squadra l’utilizzo di un fucile anti-drone (foto di E.B).