Nessuna resa dei conti. L’assemblea del Centro di coordinamento, dopo le polemiche degli ultimi giorni, ha sostanzialemte raggiunto l’accordo. Si torna al vecchio schema: sarà Alfonso Pugliese il successore di Riccardo Santoro con Massimo Falci suo vice. A metà mandato è prevista la rotazione dei ruoli. Una discussione che è durata un’oretta e il passo indietro di Francesco Mussio ha indubbiamente favorito il dialogo e il raggiungimento dell’accordo. Ci sarà tempo fino al 16 per presentare la lista dei candidati (prevista solo quella legata a Pugliese) e la votazione si terrà il giorno 21. Soddisfatto il Presidente Santoro per l’accordo raggiunto anche in tempi brevissimi senza particolari polemiche. Del resto nei giorni scorsi lo stesso Santoro aveva chiesto agli iscritti di abbassare i toni e di evitare fughe in avanti da parte dei protagonisti in causa. Così è stato e il clima rasserenato ha contribuito a rendere più facile l’accordo e ridare compattezza al Centro di coordinamento che rischiava di spaccarsi in due fazioni.
Due interventi programmati sulla rete idrica comporteranno una doppia interruzione dell’erogazione dell’acqua a Salerno nelle giornate di giovedì 16 e venerdì 17 luglio. A comunicarlo è Salerno Sistemi, che ha diffuso un avviso rivolto ai residenti delle aree interessate dai lavori.
Il primo intervento è previsto per giovedì 16 luglio 2026 e riguarderà lavori di manutenzione in Via Santa Margherita, all’altezza del civico 89. Per consentire l’esecuzione delle operazioni sarà necessario sospendere la fornitura idrica dalle ore 9 alle ore 13.
Le zone interessate dal disservizio saranno:
Via Santa Margherita
Via Felice Ventura
Piazza San Martino
Via Solferino
Via Antonio Santoro
Traverse limitrofe
Una seconda sospensione dell’erogazione è stata invece programmata per venerdì 17 luglio 2026, quando sarà eseguito un intervento riparativo in Via Enrico Bottiglieri, all’altezza del civico 78.
In questo caso l’interruzione idrica sarà più lunga e interesserà la fascia oraria compresa tra le ore 9 e le ore 15.
Le utenze coinvolte sono ubicate nelle seguenti strade:
Via Enrico Bottiglieri, numerazione dispari dal civico 5 al civico 17
Viale delle Ginestre, numerazione pari dal civico 2 al civico 20
Viale delle Ginestre, numerazione dispari dal civico 1 al civico 59
La società che gestisce il servizio idrico cittadino ha assicurato che le attività saranno svolte nel minor tempo possibile al fine di limitare i disagi per residenti, attività commerciali e utenti delle aree interessate.
Si raccomanda ai cittadini di adottare le necessarie precauzioni e di provvedere ad eventuali scorte d’acqua per far fronte alle ore di sospensione del servizio.
Scafati. «Non speculate. Si torna in Appello solo per motivi tecnici e procedurali, che non riguardano affatto il merito della mia assoluzione». Commento amaro quello del sindaco Pasquale Aliberti che interviene con fermezza dopo il pronunciamento della Corte di Cassazione sul caso Sarastra, una decisione arrivata a valle di un’indagine ultradecennale e di una sentenza di primo grado che lo aveva assolto con formula piena perché «il fatto non sussiste».Il verdetto degli ermellini, focalizzato esclusivamente sul vizio di forma legato al deposito cartaceo del ricorso della Direzione distrettuale antimafia di Salerno e della procura generale anziché telematico, riapre una partita che per la difesa sembrava chiusa. Ma Aliberti fissa i paletti: «Le motivazioni tecniche ci sono ancora estranee. Non essendo stata celebrata nessuna udienza di merito in appello, noi restiamo a quel primo grado di 220 pagine in cui la Corte ha pronunciato l’assoluzione piena. Quella verità è venuta fuori da decine di udienze e da testi dell’accusa dichiarati per la maggior parte inattendibili dai giudici», ha puntualizzato l’esponente scafatese di Forza Italia. Il primo cittadino ripercorre il peso umano di una vicenda iniziata nel 2015, rivendicando il proprio rispetto per le istituzioni: «Siamo sempre stati rispettosi della legge, anche quando mi hanno portato in carcere e tenuto lontano da casa e dalla mia famiglia per quasi due anni. Rispettiamo anche adesso i motivi tecnici della Corte di Cassazione, nell’assoluta consapevolezza di un’innocenza che al momento non è stata messa in dubbio da nessun Tribunale di secondo grado». Poi, immancabile, c’è l’affondo contro il fango mediatico che si è scatenato da venerdì, quando la decisione dei giudici è diventata di dominio pubblico: «Leggiamo le carte prima. Solo allora avrete il “diritto” di spararmi e sputarmi addosso la vostra rabbia o fantasia, come fatto in questi dieci anni, alimentati dal solo venticello del sospetto. Sono stanco, ma ho il dovere di difendere me stesso, la mia famiglia e i miei genitori, che non sono più in vita e non hanno potuto assistere alla mia assoluzione». Una resistenza che Aliberti dedica anche ai figli: «Andiamo avanti. La verità ci mette tempo, rischia di distruggerti, ma arriva”.
«L’Azienda Ospedaliero-Universitaria San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona è il primo centro della Campania a rendere disponibile la terapia CAR-T già dalla seconda linea di trattamento del mieloma multiplo. Si tratta – dichiara Giovanni D’Angelo, presidente dell’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri della Provincia di Salerno – di un traguardo prestigioso e prezioso per i numerosi pazienti campani che vi affluiranno. Ogni anno, infatti, nella nostra regione vengono diagnosticati circa 500 casi di mieloma multiplo e intervenire prima può essere decisivo per i pazienti. Non solo: l’attivazione di questo percorso terapeutico è anche un grande stimolo per l’intera Azienda e per i suoi medici». Il plauso del presidente dell’OMCeO va al nuovo direttore generale, Nicola Cantone, per l’attivazione del servizio, e al professore Carmine Selleri, direttore della Uoc di Ematologia e Centro trapianti di midollo osseo: «Per il professor Selleri si tratta di un riconoscimento più che meritato per il lavoro professionale e culturale silenzioso che da sempre ha contraddistinto il suo modo di operare. L’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri della provincia di Salerno con gratitudine ringrazia anche a nome dei pazienti che potranno giovarsi di tale trattamento con grande speranza di successo».
L’Azienda ospedaliero universitaria “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona” di Salerno è al centro di una profonda azione di rigore amministrativo e disciplinare guidata dal direttore generale, l’avvocato Nicola Cantone. Dopo la notifica del provvedimento di chiusura del procedimento disciplinare che ha sancito la sospensione dal servizio e dalla retribuzione per quattro mesi nei confronti della dottoressa Cristina Esposito, medico di Elettrofisiologia ed Aritmologia, il dibattito sulla trasparenza e sul rispetto delle regole interne all’azienda torna in primo piano. Sulla vicenda e sulle recenti circolari della direzione generale in merito al divieto di comunicazioni non autorizzate con i media è intervenuto duramente Mario Polichetti, responsabile nazionale del dipartimento Sanità dell’Udc. “Esprimiamo innanzitutto il nostro dispiacere sul piano umano e professionale per la sospensione della collega Cristina Esposito, poiché quando un medico viene sanzionato è sempre una sconfitta per l’intera categoria”, ha dichiarato Mario Polichetti. “Tuttavia, non possiamo che apprezzare e lodare fermamente il lavoro e la linea di rigore che il direttore generale Nicola Cantone sta portando avanti all’interno del “Ruggi”. Il principio cardine deve essere uno solo: chi sbaglia, paga. La legge e i regolamenti aziendali vanno applicati senza guardare in faccia a nessuno”.
Il dirigente nazionale dell’Udc ha poi allargato il focus della discussione, chiedendo che la medesima tempestività e fermezza vengano adottate anche per altre vicende pendenti che colpiscono la credibilità della struttura ospedaliera: “Ci auguriamo che l’opera del direttore Cantone prosegua in tempi rapidi prendendo in seria considerazione la posizione del dottore Enrico Coscioni. Parliamo di un medico già sospeso dalla magistratura per un anno e per il quale la stessa azienda si è costituita parte civile in un procedimento penale. È necessario che l’amministrazione agisca con la massima celerità anche in questo ambito”.Infine, Polichetti ha espresso parole di ferma condanna in merito alla recente violazione del codice di comportamento aziendale sulle relazioni con i media, richiamato anche dall’ultima nota della Direzione Generale. “Abbiamo assistito nei giorni scorsi a un vero e proprio show mediatico e sui social network da parte dei colleghi della Ginecologia, i dottori Giuseppe Laurelli e Antonio Squitieri, in merito alla rimozione di una cisti ovarica”, ha concluso il responsabile Sanità dell’Udc. “Si è trattato di una notizia non autorizzata dalla direzione, relativa a una patologia ordinaria se non ridicola, che ha messo in dubbio la credibilità stessa dell’azienda. Il regolamento aziendale e la legge parlano chiaro: i dipendenti, a meno che non intervengano in veste di sindacalisti, non possono rilasciare interviste o pubblicare foto sui social senza autorizzazione. Auspichiamo che il direttore generale proceda con la giusta punizione anche nei loro confronti, applicando i medesimi criteri di rigore per tutelare il buon nome del Azienda “Ruggi” di Salerno”.
“A causa della rapina subita questa mattina, il negozio La Mela Incantata resterà chiuso oggi. Ci scusiamo per il disagio e vi ringraziamo per la comprensione. Speriamo di potervi accogliere nuovamente al più presto”.
Con questo messaggio pubblicato sui social, il titolare dell’attività di ortofrutta di Corso Italia, a Pontecagnano Faiano, ha informato clienti e cittadini del grave episodio di cui è rimasto vittima nelle prime ore della giornata.
Secondo quanto raccontato dal commerciante, mentre stava salendo a bordo del proprio furgone per raggiungere il mercato è stato avvicinato da un uomo armato di pistola. Il malvivente lo avrebbe minacciato pronunciando la frase: “Dammi i soldi o ti sparo”, costringendolo a consegnare il denaro in suo possesso prima di fuggire con il bottino.
Sull’accaduto sono in corso le indagini delle forze dell’ordine, impegnate a ricostruire l’esatta dinamica della rapina e a identificare il responsabile, che dopo il colpo ha fatto perdere le proprie tracce.
Giornata di visite mediche per la Salernitana alla vigilia della partenza per il ritiro di Cascia. Al centro polidiagnostico Check Up si sono presentati i nuovi acquisti e gran parte della rosa a disposizione di Serse Cosmi per i test di idoneità.
Tra i volti nuovi c’era Llano, reduce dall’esperienza alla Casertana, che ha affidato alle prime dichiarazioni da calciatore granata il proprio entusiasmo: “Bellissima opportunità”, ha detto al suo arrivo.
Visite mediche anche per il portiere Galeotti e per il centrocampista Djibril. “Sono carichissimo e contentissimo”, le prime parole dell’ex Picerno.
Al gruppo si unirà in ritiro anche Lamberti, portiere classe 2004 in prova. L’estremo difensore, reduce dall’esperienza alla Cavese come vice di Boffelli, ha collezionato cinque presenze in Serie C nella stagione 2024/2025 e in precedenza ha militato in Serie D con Siracusa e Puteolana.
Al Check Up si sono presentati anche diversi elementi già in organico: i difensori Arena e Berra, i centrocampisti De Boer, Gyabuaa e Carriero, gli esterni Villa, Longobardi e Quirini e l’attaccante Facundo Lescano, tutti attesi nelle prossime ore per la partenza verso il ritiro umbro.
La Fondazione Filiberto e Bianca Menna – Centro Studi d’Arte Contemporanea e PrintLitoArt, divisione specializzata di Boccia Industria Grafica, firmano un protocollo d’intesa volto alla promozione dell’arte contemporanea attraverso la produzione di edizioni grafiche d’autore. L’accordo, sottoscritto da Letizia Magaldi, presidente della Fondazione, e da Carmela D’Amato, presidente di Boccia Industria Grafica, dà ufficialmente il via al progetto “Singolare/Plurale”, un’iniziativa che coniuga la ricerca artistica con le più avanzate tecniche di stampa Made in Italy.
L’obiettivo è favorire la diffusione di opere originali in tiratura limitata, rendendo l’arte contemporanea un elemento più presente e accessibile all’interno delle collezioni private e degli spazi pubblici. A tal fine, ogni anno la Fondazione Menna selezionerà una rosa di artisti, chiamati a realizzare un soggetto originale che sarà riprodotto da PrintLitoArt in una tiratura certificata di 50 esemplari.
«Questa intesa segna un nuovo capitolo nella promozione dell’arte contemporanea, aprendo le porte a nuovi talenti e a forme espressive inedite – spiega Letizia Magaldi -. Siamo convinti che l’arte abbia il potere di unire le persone e di ispirare il cambiamento: questo progetto ci permetterà di raggiungere un pubblico più vasto, valorizzando nel contempo la creatività italiana e l’eredità intellettuale che la nostra Fondazione custodisce».
La prima edizione di “Singolare/Plurale” presenterà una selezione di artisti capace di far dialogare diverse generazioni. Tra i protagonisti figura Tomaso Binga, nome d’arte di Bianca Pucciarelli Menna, artista di rilievo internazionale e storica figura di riferimento della ricerca contemporanea italiana. Accanto a lei partecipa il maestro Enrico Pulsoni, figura centrale nella collezione custodita dalla Fondazione, insieme a due artiste emergenti di riconosciuto valore: Irene Macalli e Michela Rondinone. «Una scelta al femminile che vuole dare continuità alla sensibilità dei coniugi Menna, la cui collezione, in cui la grafica è peraltro ottimamente rappresentata, accoglie alcune fra le artiste più significative dell’arte italiana del Novecento», dice Stefania Zuliani, direttrice artistica della Fondazione.
«La nostra collaborazione con la Fondazione rappresenta un investimento strategico nel futuro dell’arte – aggiunge Carmela D’Amato -. Boccia Industria Grafica mette a disposizione competenze e risorse tecnologiche d’eccellenza per sostenere gli artisti nel loro percorso di affermazione. Il nostro impegno è contribuire alla creazione di un ecosistema culturale più vivace, dove l’arte possa circolare con autorevolezza e diventare parte integrante della vita quotidiana».
Tutte le opere, accompagnate dal catalogo critico che ne illustra i percorsi, saranno presentate ufficialmente in autunno in un doppio appuntamento a Salerno e Roma.
Tre condanne in Appello per il ‘proclama’ letto 18 anni fa in un’aula di tribunale contro magistrati e giornalisti nel corso del processo di Appello ‘Spartacus’ al clan dei Casalesi. I giudici della terza sezione della Corte di Appello di Roma hanno confermato la condanna di primo grado a 5 anni e mezzo per l’avvocato Michele Santonastaso, ex difensore del boss Francesco Bidognetti, e hanno condannato sempre a 5 anni e mezzo lo stesso Bidognetti e l’ex capoclan Antonio Iovine, che invece erano stati assolti in primo grado.
Gli imputati sono accusati di minacce aggravate dal metodo mafioso e calunnia ai danni dei magistrati Raffaele Cantone, attuale procuratore a Salerno, e Federico Cafiero de Raho, entrambi all’epoca dei fatti in servizio alla Dda del capoluogo campano. Per le stesse minacce in aula, rivolte allo scrittore Roberto Saviano e alla giornalista Rosaria Capacchione, sono diventate definitive lo scorso marzo le condanne a un anno e mezzo per Bidognetti e a un anno e 2 mesi per l’avvocato Santonastaso.
Le tre condanne in Appello arrivano a 18 anni dai fatti e un lungo iter con diversi ‘cambi di sede’ del procedimento. Il processo, partito a Napoli era arrivato a Roma per competenza proprio in relazione alle minacce rivolte a Cantone, parte civile nel procedimento, e Cafiero de Raho, parte offesa, poi diventato procuratore nazionale Antimafia, perché entrambi in servizio alla Dda del capoluogo campano all’epoca dei fatti. Poi alla luce dei nuovi incarichi ricoperti, gli atti furono inviati da Roma a Firenze, per poi tornare davanti ai giudici della Capitale che oggi hanno emesso la sentenza d’Appello.
L’assemblea di Federalberghi Salerno ha eletto Raffaele Esposito nuovo presidente dell’associazione provinciale degli albergatori, affidandogli la guida dell’organizzazione per il prossimo mandato. L’elezione segna l’inizio di una nuova fase per Federalberghi Salerno, con l’obiettivo di rafforzare il ruolo dell’associazione quale punto di riferimento per le imprese turistico-ricettive e di promuovere una visione condivisa dello sviluppo turistico dell’intera provincia. Il nuovo presidente desidera rivolgere un sentito ringraziamento al presidente uscente, Antonio Ilardi, per l’impegno, la dedizione e il lavoro svolto alla guida dell’associazione. «A lui va la mia gratitudine, personale e istituzionale, per il contributo offerto in questi anni a tutela della categoria e per aver accompagnato Federalberghi Salerno in un percorso di crescita e rappresentanza. Il confronto costruttivo e la continuità saranno valori fondamentali del nostro operato» – ha dichiarato Esposito. “Una sola provincia, una sola voce” sarà il principio guida del nuovo mandato: una visione che nasce dalla consapevolezza che tutte le destinazioni del territorio – dalla Costiera Amalfitana al Cilento, dalla città di Salerno alla Piana del Sele, dall’Agro Nocerino-Sarnese al Vallo di Diano, fino alle aree interne – costituiscono un patrimonio comune da valorizzare attraverso una strategia unitaria, capace di mettere in rete competenze, risorse e opportunità. «Assumo questo incarico con grande senso di responsabilità e spirito di servizio – afferma Esposito –. Federalberghi deve tornare a essere, prima di tutto, la casa degli albergatori: un’associazione autorevole, vicina alle imprese, capace di ascoltare, rappresentare e costruire soluzioni concrete insieme agli associati e alle istituzioni. Il turismo è uno dei principali motori economici della provincia di Salerno e oggi più che mai abbiamo bisogno di fare squadra, superando ogni divisione territoriale e lavorando nell’interesse dell’intero sistema turistico». Tra le priorità del programma del nuovo presidente figurano il rafforzamento della rappresentanza della categoria, la tutela della legalità e il contrasto all’abusivismo ricettivo, il miglioramento delle infrastrutture e della mobilità, la valorizzazione dell’Aeroporto Salerno Costa d’Amalfi quale leva strategica di sviluppo per l’intero territorio provinciale, la destagionalizzazione dei flussi turistici e il sostegno alla competitività delle imprese attraverso innovazione, digitalizzazione e un più efficace accesso agli strumenti di finanziamento. Particolare attenzione sarà dedicata alla formazione e alla valorizzazione del capitale umano, mediante il rafforzamento della collaborazione con scuole, università e ITS, nonché attraverso la costituzione della Sezione Giovani Albergatori di Federalberghi Salerno, con l’obiettivo di favorire il ricambio generazionale e coinvolgere sempre più attivamente le nuove generazioni nella vita associativa. Il nuovo corso di Federalberghi Salerno intende inoltre promuovere una gestione sostenibile dei flussi turistici, capace di distribuire le opportunità di crescita sull’intero territorio provinciale, valorizzando borghi, aree interne, itinerari culturali, naturalistici ed enogastronomici, secondo una visione di sviluppo equilibrato, inclusivo e duraturo.
«La nostra associazione – conclude Esposito – dovrà essere un punto di riferimento stabile per gli imprenditori, un interlocutore credibile delle istituzioni e un motore di progettualità. Vogliamo costruire una Federalberghi sempre più forte, perché imprese più forti significano territori più competitivi, maggiore occupazione e nuove opportunità per il futuro del turismo salernitano». Con l’elezione del nuovo presidente prende così avvio un percorso che punta a consolidare il ruolo di Federalberghi Salerno come voce unitaria dell’ospitalità provinciale, nel segno della partecipazione, della condivisione e della crescita dell’intero sistema turistico.
A completare la rosa dei consiglieri che faranno capo al direttivo di Raffele Esposito ci saranno: Luigi Acanfora (Mec – Paestum Inn, Capaccio); Giovanni Anselmo (Sabbiadoro, Battipaglia); Pietro Cerullo (Hotel San Pietro, Palinuro); Michele Della Monica(Hotel Santa Caterina, Fisciano); Giuseppe Di Lieto (Hotel La Bussola, Amalfi); Arturo Giglio (La Isla Bonita, Pontecagnano); Luigi Incarnato (La Casa sul Blu, Pisciotta); Luca Proto (Cloister Suite, Amalfi); Ferdinando Santonicola (Hotel Stella Marina, Acciaroli); Antonio Josè Saturno (Villaggio La Fenosa, Camerota); Davide Saturno (Villaggio Saturno, Camerota); Carmine Giovanni ?Tamburrini (Hotel Le Palme, Capaccio); Francesco Tavassi (Grand Hotel Santa Maria, Castellabate).
A pochi giorni di distanza dall’uccisione dell’immigrato messicano Lorenzo Salgado Araujo a Houston, in Texas, l’Immigration and Customs Enforcement ha fatto un’altra vittima. Una persona è infatti morta nel corso di una sparatoria che ha coinvolto agenti dell’Ice a Biddeford, nel Maine.
«La polizia e il dipartimento di Pubblica sicurezza sono attualmente sul posto, atteso l’intervento dell’Fbi per le indagini», ha fatto sapere sui social Ryan Fecteau, speaker della Camera dei rappresentati dello Stato, il più a nord-est degli Usa.
La morte di Salgado Araujo ha riacceso le polemiche attorno all’Ice, che avevano raggiunto l’apice all’inizio di quest’anno dopo le uccisioni di Rene Good e Alex Pretti durante due operazioni condotte a Minneapolis. Nel caso di Houston gli agenti coinvolti nella sparatoria non indossavano bodycam e i loro veicoli non erano dotati di telecamere di bordo. Adesso un nuovo episodio.
Un’Italia un po’ bicefala. In soli quattro giorni il nostro Paese mostrerà plasticamente come la sua politica estera tentenni tra due vertici: da una parte il Quirinale, dall’altra Palazzo Chigi. Sono sfumature, nulla di definitivo, i fondamenti sono salvi. Siamo sempre ancorati all’Onu, all’Occidente, alla Nato e alla Ue. Epperò sul parallelo Washington-Parigi tra lunedì e mercoledì le cancellerie di mezzo mondo si segneranno sulle agende chi c’era di qua e chi c’era di là. E sono agende che restano. A volte, per convenienza, vengono chiuse temporaneamente nei cassetti, anche se chi apre poi quei cassetti cambia alle prossime elezioni.
Giorgia Meloni (Ansa).
Tajani a Parigi e Mattarella alla parata del 14 luglio
Dunque, per fare un breve riassunto, nelle agende sarà segnato che lunedì al vertice dei volenterosi a sostegno dell’Ucraina voluto da Emmanuel Macron a Parigi, il governo Meloni ha mandato il ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Emmanuel Macron e Antonio Tajani (Ansa).
Politica estera al massimo livello e vicepremier, ma non premier. Mentre martedì alla parata del 14 luglio sugli Champs-Élysées ci sarà Sergio Mattarella, il capo dello Stato.
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il presidente francese Emmanuel Macron (Ansa).
L’invito di Rubio al vertice delle polemiche
Cambio di continente: il 16 luglio a Washington, il Segretario di Stato Marco Rubio ha convocato un vertice internazionale di contrasto al terrorismo di sinistra, i cosiddetti Antifa, sono invitati 60 Paesi ma gli europei nicchiano. L’Italia manderà (salvo cambi di programma) il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni (apriti cielo dalle opposizioni). Non il ministro, ma un gradino di sotto, sulla falsariga della partecipazione italiana da osservatori al nascente e poi fallimentare Board of peace.
Marco Rubio (Ansa).
È obbligatorio fare la tara alle due diverse occasioni. Sia Macron sia Trump amano le autocelebrazioni e i trionfalismi, il primo è a fine mandato e sente il fiato sul collo del Rassemblement National di Marine Le Pen; il secondo tra quattro mesi scarsi passerà sotto le forche caudine delle elezioni di midterm mentre i sondaggi crollano. È ovvio che i loro inviti vogliano dare segnali agli elettori e siano un messaggio per rappresentare se stessi al meglio. È altrettanto ovvio che Mattarella abbia accettato l’invito di Macron: sarà seduto accanto ad altri 25 capi di Stato per celebrare un Paese amico e cofondatore della Ue. Da lui mai nessuno dubbio sul sostegno all’Ucraina, alla Ue e a un legame sano e paritario con gli Usa. Più da decifrare l’ok del governo all’invito di Rubio. Per alcuni è un tentativo di non tagliare i ponti con Trump dopo lo scontro delle settimane scorse, per altri è un tentativo di mostrarsi sensibili al tema della sicurezza cavalcato da Roberto Vannacci. Di certo il governo tiene ma a fatica nel suo sostegno all’Ucraina, ha una visione critica della Ue e sta cercando una nuova via per relazionarsi all’America di Trump. L’idea se non di fare da ponte, almeno di non farlo saltare, resiste in attesa di vedere l’effetto che fa. Son sfumature, si sa, ma a volte una sfumatura rende il quadro più nitido.
È scaduto alle 14 il termine per la presentazione degli emendamenti alla nuova legge elettorale, il cui esame alla Camera riprenderà martedì 14 luglio. In tutto ne sono stati depositati oltre 200. Tra essi anche la proposta di modifica, firmata da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Unione di Centro, ma non da Forza Italia e Lega, che prevede il capolista bloccato e a seguire la possibilità di mettere fino a tre preferenze di cui una di genere tra i sei nomi già scritti sulla scheda che saranno alternati in ordine di genere.
Cosa prevede la proposta di FdI, Noi Moderati e Udc
Nella proposta di Fratelli d’Italia, Noi moderati e Unione di Centro (Lega e Forza Italia si sono presi del tempo per riflettere), il comma 4 ex articolo 1 viene sostituito con il seguente: «Ogni elettore dispone di un voto da esprimere su un’unica scheda recante il contrassegno di ciascuna lista, corredato dei nomi dei candidati nel collegio plurinominale e dei candidati delle liste circoscrizionali presentate ai fini dell’eventuale attribuzione del premio di governabilità». E poi: «Ogni elettore, inoltre, può esprimere fino a tre preferenze in favore di candidati nel collegio plurinominale della lista votata tra quelli che non sono capolista». I seggi ottenuti dalla lista nel collegio sarebbero quindi assegnati partendo dal capolista, mentre per quelli successivi verrebbe seguita la graduatoria determinata dai voti di preferenza. In caso di parità tra due candidati prevarrà l’ordine di presentazione della lista. Quanto alla parità di genere, in caso di più preferenze espresse, «queste devono riguardare candidati di sesso diverso, pena l’annullamento della seconda e della terza preferenza nell’ordine di lista». Sulla scheda, il primo nome dopo il capolista potrà essere dello stesso genere di quest’ultimo. Ma i sei candidati sottoposti alle preferenze dovranno poi seguire un ordine alternato.
Mentre continuano le indagini, la vicenda dell’attentato a Sigfrido Ranucci si arricchisce di un nuovo capitolo. Come ha fatto sapere il suo legale Roberto De Vita, il conduttore di Report «ha presentato denuncia e querela per diffamazione pluriaggravata e altri reati» in relazione «alla diffusione di dichiarazioni, articoli di stampa, congetture e insinuazioni che hanno trasformato, mediante esplicite allusioni, la vittima del grave attentato nel suo presunto beneficiario, attraverso espressioni che affermano o suggeriscono di un “finto attentato” e altre analoghe formulazioni e di vantaggi conseguenti, la cui ricaduta umana e professionale è di inaudita gravità».
L’esposto della redazione di Report per rivelazione di segreto di ufficio
Non solo: De Vita ha inoltre reso noto che Ranucci, assieme ai giornalisti Daniele Autieri, Giorgio Mottola, Paolo Mondani, Giulio Valesini Luca Chianca e altri della redazione di Report hanno sporto denuncia e querela per rivelazione del segreto di ufficio e del segreto investigativo per la pubblicazione su alcune testate di «notizie ed estratti di atti, coperti dal segreto di indagine ed in particolare di contenuti di intercettazioni telefoniche, di brogliacci e di verbali di sommarie informazioni testimoniali, relative all’indagine ancora in corso» sull’attentato dinamitardo di ottobre 2025. La denuncia, ha spiegato il legale, «non riguarda la pubblicazione da parte dei giornalisti, ma la rivelazione fatta da soggetti tenuti al segreto».
L’assemblea degli azionisti di Ferrovie dello Stato Italiane ha nominato il nuovo consiglio di amministrazione composto da Tommaso Tanzilli, Gianpiero Strisciuglio, Daniela Rota, Silvia Marzot, Pietro Bracco, Franco Fenoglio e Loredana Ricciotti. Il board rimarrà in carica per il triennio 2026-2028. L’assemblea ha quindi confermato Tanzilli presidente (ricopre l’incarico da giugno 2024) e ha invitato il nuovo consiglio di amministrazione a nominare Gianpiero Strisciuglio come nuovo ceo.
Tommaso Tanzilli (Imagoeconomica).
Strisciuglio subentra a Donnarumma
Strisciuglio, che subentra a Stefano Donnarumma, sarà chiamato a scegliere i nuovi amministratori delegati delle società controllate Trenitalia e Rete Ferroviaria Italiana. Le nomine sono attese dopo l’estate.
Gianpiero Strisciuglio (Imagoeconomica).
Per il ruolo di ceo di Trenitalia, lasciata vacante appunto dal nuovo ceo di FS, è in pole Sabrina De Filippis, che dal 2023 ricopre gli incarichi di amministratrice delegata e direttrice generale di FS Logistix e di responsabile del Polo Logistica del Gruppo FS.
Nessuno se l’aspettava: il governatore della Regione Lombardia Attilio Fontana che attacca il “suo” ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. E lo fa per ragioni tecniche, denunciando con i numeri le poche risorse umane dedicate alla sicurezza che per decisione del Viminale arriveranno nella sua regione: «Politicamente è un segno ulteriore di sottovalutazione delle necessità del Nord produttivo, della Lombardia, di Milano: l’assegnazione del 6 per cento dei nuovi agenti a una regione che rappresenta il 17 per cento della popolazione e il 23 per cento del Pil appare penalizzante e rischia di non rispondere alle crescenti richieste di sicurezza di un territorio così nevralgico per il Paese. Questa scelta riflette una logica che non sa leggere il territorio». Piantedosi, che si fa notare nelle sue visite a Benevento e nel sud del Lazio, a Fondi, ormai è nel mirino della Lega del nord, dove si deve anche cercare un posto alternativo per Matteo Salvini, dato che il ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture è solo una “grana” che certo non porta popolarità, ma solo gli improperi dei viaggiatori. «Al Viminale mai più un cosiddetto tecnico, ci deve essere un politico», ripetono, uno dopo l’altro, i comandanti leghisti che vogliono evitare il tracollo del partito, specie adesso che il generale Roberto Vannacci si rafforza con la sua campagna sulla sicurezza. E uno come Fontana, quando parla, non può non essere ascoltato, specie se vuole coltivare l’idea di “scalare” la Lega e trovare un posto a Salvini, al Viminale.
Attilio Fontana con Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (foto Imagoeconomica).
L’appoggio leghista a Buttafuoco: fibrillazioni alla Cultura
Ennesima divisione all’interno del ministero della Cultura, per colpa di Pietrangelo Buttafuoco: dopo che l’Europa ha sanzionato la Biennale di Venezia per la partecipazione russa alla kermesse, tagliando il finanziamento già concesso e pari a 2 milioni di euro, ecco che l’intellettuale siculo ha trovato la sponda di due partiti, i pentastellati e i leghisti. Ma se i primi sono all’opposizione, i secondi si trovano nella maggioranza governativa, e per di più con la sottosegretaria Lucia Borgonzoni proprio nel dicastero di via del Collegio Romano. Giusto per creare un altro problema al ministro Alessandro Giuli. Queste le parole di Borgonzoni: «Quanto sta accadendo con il caso Biennale è semplicemente inaccettabile. Un organismo politico, l’Unione europea, raccomanda a un ente tecnico, l’agenzia Eacea, di interrompere i contributi. Prima ancora che venga trovato, nell’eventualità ci fosse, un elemento concreto per giustificare questa decisione. Questa è la fine del diritto, una sentenza prettamente politica che danneggia chi da anni porta avanti un lavoro straordinario a Venezia. L’Italia e i suoi luoghi d’arte sono liberi e democratici, non c’è spazio per i ricatti economici di Bruxelles». La sottosegretaria ha trovato anche come alleato Luca Zaia, l’ex governatore della Regione Veneto, oltre al capogruppo dei cinque stelle al Senato, Luca Pirondini. Che è uno dei più battaglieri oppositori di Giuli…
Federcasse copia l’Abi
Si sa, a Roma le sedi per ospitare gli eventi non sono tantissime quando è previsto l’afflusso di tanti partecipanti. Occorre fare un’analisi dei costi e dei benefici, con frasi ripetute all’infinito come «no, la Nuvola di Fuksas no, è troppo cara», oppure, «sì, quel centro congressi andrebbe bene, ma è troppo lontano». E allora che si fa? Si va nell’Auditorium della Tecnica di Confindustria, all’Eur, ma meglio di giorno, perché al calar delle tenebre la zona pullula di presenze poco raccomandabili. Quindi, mercoledì 15 luglio, ecco che arriva l’Abi, l’Associazione bancaria italiana, con il presidente Antonio Patuelli, per la classica assemblea dove partecipano il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta e il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti. Due giorni dopo, il 17 luglio, stessa sede per “Generare futuri. 135 anni della Rerum Novarum, 80 anni di Repubblica, 10 anni dalla Riforma delle Bcc”, ossia il titolo al centro dell’assemblea annuale di Federcasse, l’associazione nazionale delle Banche di Credito Cooperativo, Casse Rurali e Casse Raiffeisen. Qui non ci sarà Panetta, ma la “Lectio Cooperativa 2026” verrà affidata a Piero Cipollone, componente del comitato esecutivo della Banca centrale europea e presidente della Task Force di alto livello dell’Eurosistema per l’euro digitale.
Quelle pellicce di Fendi che non piacciono: Mazzantini nel mirino
I problemi alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea (Gnamc) di Roma non mancano mai: le proteste dei dipendenti contro la direttrice Renata Cristina Mazzantini, innanzitutto, e poi le mostre che fanno discutere. L’ultima è quella di Fendi, con annessa sfilata: per evocare la storia del brand è stata riproposta un’esposizione di una quarantina d’anni fa, dove protagoniste erano anche le pellicce della casa di moda. Pellicce che, se una volta venivano elogiate da quasi tutto il pubblico, ora sono viste come nemiche della sostenibilità: così, ecco che alcune reti televisive non hanno potuto parlare della mostra perché «la policy aziendale non lo permette», per il sostegno alle cause animaliste e per non avere noie con i movimenti green. Qualcuno evoca interrogazioni parlamentari per denunciare la presenza delle pellicce. Fatto sta che l’evento modaiolo non ha permesso di valorizzare il restauro di un giardino della galleria, anche perché tutti erano impegnati a passeggiare con calici di champagne tra le mani…
Alessandro Giuli e Renata Cristina Mazzantini (foto Imagoeconomica).
De Niro a Roma, tra film e alberghi
Robert De Niro nella Capitale. Lunedì 13 luglio l’attore è presente per gustarsi la versione restaurata di Novecento di Bernardo Bertolucci, nel 50esimo anniversario del film, uscito nel 1976. A dialogare con De Niro – che di Novecento è protagonista, nei panni del possidente terriero Alfredo Berlinghieri, assieme a Gérard Depardieu, che interpreta invece il contadino Olmo Dalcò – sono stati chiamati Antonio Monda e Valerio Carocci. Ma De Niro deve anche controllare il “suo” albergo di via Veneto, Nobu Hotel, di cui è socio proprietario, e valutare le prossime mosse.
Robert De Niro (Ansa).
Persol, quanti occhiali al premio Strega…
Se a Roma vedete un “vip” con dei nuovi occhiali da sole griffati Persol, li ha presi alla cena del premio Strega. Sì, perché in occasione dell’evento mondan-letterario che si è svolto in Campidoglio, nel desco riservato ai personaggioni capitolini al tavolo c’erano degli oggetti, ossia appunto gli occhiali da sole Persol e le agendine Pineider. Ovviamente sono spariti tutti i “gift”, con approcci leggendari per dissimulare la “presa di possesso”, come quella signora che ha utilizzato tovagliolo per occultare all’interno gli occhiali e riporli lentamente nella borsa. Sui siti delle vendite online si trova qualcosa, comunque, di quella razzia “culturale”…
La Commissione europea ha nominato il vicepresidente esecutivo Raffaele Fitto rappresentante speciale della Commissione per Cipro. In tale veste, contribuirà al processo di risoluzione della questione cipriota nel quadro delle Nazioni Unite, in stretta collaborazione con l’inviata personale del segretario generale dell’Onu per Cipro, María Ángela Holguín Cuéllar. «Questa nomina riflette il forte impegno della Commissione a favore della riunificazione di Cipro, con l’obiettivo di raggiungere una soluzione globale, funzionale e sostenibile», spiega l’esecutivo Ue.
Secondo la Procura di Roma, i quattro presunti esecutori materiali dell’attentato compiuto il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci hanno ricevuto una somma compresa tra 5 e 10 mila euro, versata in contanti o attraverso viaggi pagati. È quanto emerge dalle indagini.
I pagamenti ai bombaroli e le intercettazioni
I presunti membri del commando sono stati arrestati il 30 giugno 2026: Pellegrino D’Avino (indicato come colui che avrebbe procurato l’esplosivo), Antonio Passariello e Saverio Mutone sono in carcere, mentre per Marika De Filippis (compagna di D’Avino) sono stati disposti i domiciliari. Quest’ultima avrebbe partecipato a un sopralluogo davanti alla casa del conduttore di Report. Ai quattro vengono contestati i reati di detenzione, porto in luogo pubblico e utilizzo di un ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con l’aggravante di avere agito con modalità mafiose. Come riporta Il Messaggero, Passariello ha riferito di aver ottenuto circa 300 euro e Mutone 1.000 euro. Per D’Avino e De Filippis è stato documentato un viaggio in Sicilia interamente pagato. In alcune conversazioni intercettate, uno dei presunti esecutori materiali avrebbe parlato delle istruzioni ricevute dai mandanti.
Valter Lavitola (Ansa).
Resta ancora da invidivuare il movente
La Procura di Roma ha individuato inValter Lavitola il mandante dell’attentato: secondo la ricostruzione investigativa, il faccendiere (molto amico di Ranucci) avrebbe organizzato l’operazione attraverso il collaboratore Gomes Clesio Tavares, che avrebbe svolto il ruolo di intermediario coi bombaroli. Nei giorni scorsi è stata effettuata una perquisizione nell’abitazione del cittadino camerunense, che al momento si trova in Africa. Stando a quanto emerso, anche Lavitola si preparava a partire per il Camerun: da qui l’accelerata all’operazione da parte degli investigatori. Resta ancora da individuare il movente.
La foto di Clesio Tavares con D’Avino e Passariello (TikTok).
La foto di Clesio Tavares con D’Avino e Passariello
A proposito di Gomes Clesio Tavares e i suoi rapporti con i presunti esecutori materiali dell’attentato dinamitardi, Il Fatto Quotidiano ha individuato, tra i contenuti pubblicati su TikTok da Passariello, una fotografia del 22 luglio 2024 in cui compare assieme a D’Avino e allo stesso collaboratore di Lavitola.
Valter Lavitola lascia la procura di Roma da un’uscita secondaria (Ansa).
È stato nominato il nuovo consiglio di amministrazione di Comtel International (società del gruppo Comtel). Mattia Conti è stato nominato presidente, mentre Stefano Asperti assumerà il ruolo di amministratore delegato. Completano il cda Carlo Nardello e Francesca Furiato. Una nuova struttura societaria dettata dalla particolare importanza delle attività internazionali per l’intero Gruppo, rafforzandone così la governance e ponendo le basi per una crescita più rapida. Comtel, infatti, è già presente su diversi mercati esteri quali Europa, Medio Oriente e Asia-Pacifico con Voice, soluzione di unified communications (app voce, messaggistica, videoconference) dedicata a istituzioni e realtà private in settori strategici quali finance, infrastrutture, hotellerie e sanità.
Alle ore 14 di oggi, lunedì 13 luglio, scade il termine per la presentazione degli emendamenti alla nuova legge elettorale, il cui esame alla Camera riprenderà martedì 14 luglio. Secondo quanto filtra da fonti di maggioranza, Fratelli d’Italia assieme a Noi Moderati e all’Unione di Centro depositerà un emendamento che prevede il capolista bloccato e a seguire la possibilità di mettere fino a tre preferenze di cui una di genere tra i sei nomi già scritti sulla scheda che saranno alternati in ordine di genere. Una proposta, questa, volta anche a raccogliere precedenti proposte delle attuali opposizioni, ma – in attesa di ulteriori interlocuzioni nei partiti e tra alleati – non sottoscritta da Forza Italia e Lega. Per quanto riguarda il Carroccio, dopo l’apertura mostrata nei giorni scorsi da Matteo Salvini, il vicecapogruppo alla Camera Riccardo Molinari ha affermato che «incaponirsi sulle preferenze non ha molto senso». FdI continua però a lavorare per una mediazione. Non è escluso che, in assenza di un accordo, si arrivi a un voto palese in Aula, che metterebbe in evidenza le divisioni sia nella maggioranza che nelle opposizioni.
L’emendamento per la riduzione delle circoscrizioni Estero
Il centrodestra ha però presentato un emendamento unitario alla legge elettorale che riduce le circoscrizioni Estero: diventano così due circoscrizioni per la Camera e una per il Senato. Attualmente le circoscrizioni sono: Europa, compresi i territori asiatici della Federazione russa e della Turchia; America meridionale; America settentrionale e centrale; Africa, Asia, Oceania e Antartide.
Nuovi attacchi reciproci tra Stati Uniti e Iran, per una tregua nel Golfo che ormai davvero sembra saltata. I raid americani sono iniziati poco dopo la mezzanotte iraniana e sono andati avanti per cinque ore. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha rivendicato di aver colpito «sistemi di difesa aerea iraniani, i radar costieri, le capacità missilistiche e dei droni e piccole imbarcazioni», il tutto per favorire la riapertura dello stretto di Hormuz, la cui recente nuova chiusura da parte di Teheran ha fatto impennare ancora i prezzi del petrolio.
Teheran minaccia di ritirarsi dal memorandum d’intesa
Secondo i media statali iraniani, gli attacchi aerei Usa hanno colpito vaste aree nelle porzioni occidentale e meridionale della Repubblica Islamica, tra cui l’isola di Qeshm e Bandar Abbas, vicino allo stretto di Hormuz, nonché la provincia del Khuzestan, al confine con l’Iraq. Il Ministero degli Esteri iraniani ha dichiarato che, qualora gli Stati Uniti non rispettassero gli impegni assunti nel recente memorandum d’intesa siglato tra i due Paesi, Teheran smetterà di attenervisi: «Il nostro impegno sarà adempiuto in relazione a quello della controparte: laddove essi abbiano violato l’accordo con vari pretesti, neppure noi lo abbiamo attuato e continueremo a comportarci di conseguenza. Sono stati gli americani a violare il Memorandum d’intesa e a fare a pezzi l’accordo composto da 14 articoli»
L’Iran ha lanciato attacchi in Giordania, Bahrein e Kuwait
Accusando gli Stati Uniti di aver «vanificato tutti gli sforzi compiuti negli ultimi mesi» per la pace nella regione, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica hanno reso noto di aver bombardato in Giordania, Bahrein e Kuwait alcune basi militari utilizzate dall’esercito Usa in Medio Oriente. Nel mirino in particolare la base aerea Prince Hassan in Giordania e quelle di Ali al-Salem e Ahmad al-Jaber in Kuwait, nonché il centro di comando dei droni statunitensi in Bahrein.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky attraverso X ha annunciato un rimpasto di governo proponendo la sostituzione del primo ministro Yulia Svyrydenko. «L’Ucraina sta cambiando la sua strategia politica. A ciascuna area prioritaria della politica estera verrà affidata una persona specifica con una solida esperienza, in grado di attuare quanto concordato a livello di leadership e quanto auspicato dal popolo ucraino. Le aree più importanti includono gli Stati Uniti e i nostri accordi sulle licenze per la produzione dei sistemi Patriot, nonché altre forme di cooperazione bilaterale in materia di sicurezza, che devono tradursi in vantaggi concreti per i nostri Paesi e per le aziende ucraine e americane. Lo stesso vale per il nostro lavoro interno. Ci sono nuove sfide e nuovi compiti e, di conseguenza, in Ucraina inizieranno i cambiamenti di personale per garantire l’attuazione della strategia politica aggiornata», ha scritto. E ancora: «Ho discusso i dettagli con il primo ministro ucraino Yulia Svyrydenko. Abbiamo stabilito che questi cambiamenti richiedono un rinnovo del Consiglio dei ministri. Sono grato a Yulia per il suo lavoro chiaro, costante ed efficace, per i suoi anni di servizio proficuo nella squadra ucraina, e le ho offerto l’opportunità di guidare un nuovo e importante settore di relazioni con un partner chiave. Mi aspetto che, insieme ai parlamentari, apporteremo i corrispondenti cambiamenti al governo ucraino. Ci saranno cambiamenti anche tra i vertici delle forze dell’ordine».
Ukraine is changing its political strategy. Each priority area of foreign policy will be assigned to a specific person with substantial experience who is capable of implementing what we agree on at the leaders’ level and what the Ukrainian people expect. The most important of… pic.twitter.com/YVdZJu6KUZ
— Volodymyr Zelenskyy / Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) July 12, 2026
È morto a 78 anni l’attore Sam Neill, famoso aver interpretato il paleontologo Alan Grant nella saga di Jurassic Park. «La perdita è stata improvvisa e inaspettata, ma confortata dal fatto che Sam fosse libero dal cancro», si legge in un comunicato della famiglia pubblicato su Instagram. L’attore, nato in Irlanda del Nord e cresciuto in Nuova Zelanda, aveva annunciato ad aprile di essere guarito da un tumore del sangue al terzo stadio.
Non solo Alan Grant: i ruoli più importante della carriera di Sam Neill
Come detto, Neill è noto al grande pubblico soprattutto per il personaggio del paleontologo Grant, apparso in Jurassic Park nel 1993, ripreso in Jurassic Park III e poi, quasi due decenni più tardi, in Jurassic World – Il dominio. Interprete versatile, Neill nel corso della sua lunga carriera, oltre che in blockbuster ha recitato anche in film indipendenti e varie serie televisive. Nel 1981, al fianco di Isabelle Adjani, fu il protagonista maschile di Possession, pellicola tra l’horror psicologico e il dramma sentimentale, diretta da Andrzej Żuławski e diventata cult anni dopo la sua uscita nelle sale. Nel 1988 recitò accanto a Meryl Streep in Un grido nella notte, dramma ispirato a una nota vicenda di cronaca australiana: la scomparsa della neonata Azaria Chamberlain, che durante un campeggio con la famiglia fu uccisa da un cane selvatico nel deserto. Nel 1990 aveva interpretato il capitano Vasily Borodin, “secondo” del comandante Marko Ramius alias Sean Connery in Caccia a Ottobre Rosso. Nel 1993 uscì Lezioni di piano, film vincitore della Palma d’oro a Cannes, che lo vede nel ruolo del marito della protagonista Ada McGrath. L’anno successivo Neill fu John Trent, paziente in un ospedale psichiatrico e investigatore assicurativo, protagonista dell’horror Il seme della follia. Tra i suoi film più celebri c’è poi L’uomo bicentenario, in cui fu il papà della famiglia Martin, che acquista un androide (interpretato da Robin Williams) inaspettatamente capace di provare emozioni. Più di recente, Neill era tornato alla ribalta nei panni dell’investigatore Chester Campbell, principale nemico della famiglia Shelby nelle prime due stagioni della serie Peaky Blinders.
Il Gruppo Gedi ha nominato Stefano Cappellini direttore responsabile ad interim di Repubblica con effetto immediato. L’ha annunciato l’editoe spiegando che «forte della sua profonda conoscenza del giornale, della sua redazione e dei suoi valori, Cappellini assumerà la piena responsabilità della direzione editoriale della testata fino al completamento definitivo del processo di nomina del direttore responsabile». La nomina segue le dimissioni di Mario Orfeo.
È stato direttore de Il Riformista e caporedattore de Il Messaggero
Entrato nel giornale nel 2016, ha ricoperto incarichi di crescente responsabilità, affermandosi come una delle firme di riferimento nell’analisi politica e nell’attualità. In precedenza ha diretto Il Riformista ed è stato caporedattore de Il Messaggero. «Desidero rivolgere a Stefano Cappellini i miei migliori auguri per questa nuova responsabilità», ha dichiarato Mirja Cartia d’Asero, amministratore delegato del Gruppo Gedi. «Sono certa che la sua solida esperienza, il suo lungo impegno nel giornale e le sue straordinarie qualità professionali gli consentiranno di guidare Repubblica con autorevolezza durante questa fase di transizione».
No, non è finita. Il 7 luglio l’editore Alfredo Romeoha sospeso le pubblicazioni de l’Unità, motivando la decisione con il fallimento della trattativa per riportare il quotidiano sotto il controllo del Partito Democratico. In realtà, a quanto filtra dal Nazareno, potrebbe trattarsi solo di una tappa intermedia di una trattativa che, in effetti, facilissima non è. Ma nemmeno naufragata.
Dalla prima crisi ai progetti di rilancio
Il nodo è tutto nella compagine societaria che dovrà gestire il rilancio del giornale fondato nel 1924 da Antonio Gramsci. Romeo vuole un riconoscimento per averlo salvato dalla morte definitiva nel 2023, acquistandolo all’asta per 910 mila euro e quindi impedendo che il suo centenario si trasformasse in un mesto ricordo del caro estinto. I problemi de l’Unità sono di antica data. Nel 1997 sono entrati a far parte della compagine gli imprenditori Alfio Marchini e Giampaolo Angelucci, quest’ultimo oggi editore di Libero, il Giornale e Il Tempo. La débâcle dei giornali, non solo di partito, era già ben avviata e nel 2000 c’è stata la prima sospensione delle pubblicazioni. Fu un vero e proprio trauma per l’intellighenzia progressista, che si mobilitò attraverso una cordata guidata dall’editore Alessandro Dalai: nel 2001 il giornale è tornato in edicola, affidato alla direzione di Furio Colombo.
Concita De Gregorio (Imagoeconomica).
Da Soru a Romeo
Nel 2008 lo ha acquistato Renato Soru, patron di Tiscali e poi presidente della Regione Sardegna ed europarlamentare. Su consiglio di Walter Veltroni, Soru ha affidato la direzione a Concita De Gregorio. I conti continuavano però a essere più rossi della testata e la non condivisione del piano di risanamento ha portato a una nuova sospensione nell’agosto 2014. L’anno successivo, sotto la segreteria di Matteo Renzi, l’ennesimo tentativo di rilancio è stato affidato a una compagine della quale la fondazione Eyu, legata al Pd, controllava il 20 per cento, mentre l’80 per cento era nelle mani della Piesse, società editoriale nata in seno alla Pessina Costruzioni di Massimo Pessina, proprio per acquisire il controllo dello storico foglio d’informazione. Non a caso, Piesse apparteneva per il 40 per cento allo stesso Pessina e per il restante 60 per cento a Guido Stefanelli, ad della società di costruzioni con una specializzazione nel risanamento di aziende in difficoltà. Nel caso specifico, l’operazione non è riuscita alla perfezione: nel giugno 2017 l’Unità è sparita per l’ennesima volta dalle edicole, avviando una procedura fallimentare terminata solo nel 2023 con l’avvento di Romeo, imprenditore attivo nei settori Real Estate, Property Management, hotellerie di lusso e servizi urbani infrastrutturali. Operazione peraltro non esente da polemiche, vista l’esclusione di un’ampia parte dei giornalisti che facevano parte della redazione. Fin da allora, però, Romeo prospettava il ritorno della testata nell’alveo del Pd come traguardo naturale della sua iniziativa imprenditoriale.
Matteo Renzi (Imagoeconomica).
La trattativa in corso
Nel progetto di Romeo, però, c’è la permanenza nella cabina di comando del giornale, seppure con un ruolo minoritario. L’imprenditore è pronto a cedere il 90 per cento de l’Unità al Pd a «un prezzo meramente simbolico», mantenendo però nelle proprie mani il residuo 10 per cento. L’idea non convince affatto i vertici dem, che vorrebbero segnare una netta discontinuità rispetto alla soluzione adottata in epoca renziana. Per un partito politico che ambisce a conquistare il governo del Paese, entrare in affari con un imprenditore privato non è considerata una buonissima idea e questo a prescindere da Romeo e dai suoi coinvolgimenti professionali con il settore pubblico: varrebbe per chiunque. Per convincerlo a cambiare idea, il Pd ha messo sul tavolo un’offerta importante: circa un milione di euro, ben più sostanziosa di quanto speso per l’acquisto all’asta e ancora più rilevante se consideriamo lo stato di salute del mercato editoriale. Romeo per ora non cede e lo stop delle pubblicazioni è un netto segnale della sua determinazione in tal senso. Vedremo se sarà anche un ultimatum.
La sede del Pd (Imagoeconomica).
La svolta progettata da Elly Schlein
A quanto Lettera43 può rivelare, il Pd sta pensando a un piano-B molto diffuso in editoria (e non solo): la formula del rent-to-buy, ovvero l’acquisto finalizzato al successivo passaggio di proprietà. Questo consentirebbe a Romeo di ottenere il suo riconoscimento come proprietario effettivo della rinata Unità, ma col controllo operativo interamente in mano alla struttura che il Pd intende formare ad hoc, mettendosi al riparo da qualunque interpretazione maliziosa. Dopo un periodo di transizione di alcuni anni (circa otto, si mormora), ci sarebbe il passaggio di proprietà definitivo, con il ritorno della testata nella sua casa naturale, il Nazareno.
Elly Schlein (Imagoeconomica).
Il Pd vuole fare l’editore, ma puro
Il dossier è nelle mani di Michele Fina, giovane senatore e tesoriere dei dem. È lui a descrivere la situazione come «il mondo alla rovescia», perché ormai da 30 anni i giornali cercano imprenditori disposti a sostenerli – e faticano a trovarli – mentre nel caso specifico il partito vuole andare avanti con le proprie gambe, configurandosi come editore «puro» in un mercato dove la quasi totalità dei player ha invece altri core-business. L’obiettivo del Pd non è certo realizzare margini economici. L’investimento iniziale è importante, ma la gestione sarà necessariamente affidata ai pochi dipendenti rimasti in redazione (circa sei), rafforzati da molti collaboratori. Sono previsti anche successivi interventi di sostegno al ritorno in auge della testata, nel contesto di un piano economico che punta al pareggio.
Michele Fina (Imagoeconomica).
Si punta a chiudere l’operazione prima delle Politiche
Il vero scopo dell’operazione è, ovviamente, identitario. Le vicissitudini del proprio giornale di riferimento hanno rappresentato una ferita per l’elettorato storico del partito, che in questo periodo dell’anno si raduna nelle varie feste che ancora si chiamano dell’Unità, nonostante tutto. Il progetto editoriale non è ancora definito e quindi è molto presto per capire chi erediterà la direzione oggi affidata a Piero Sansonetti. Ma da qui alle elezioni politiche del 2027, salvo che non vengano anticipate, si punta a chiudere l’operazione sul piano formale, così da affrontare la difficile sfida a Giorgia Meloni con l’ausilio della storica testata. Fondata da Antonio Gramsci e (auspicabilmente) resuscitata da Elly Schlein. L’importanza politica di questa sfida è ben sottolineata dall’appello rivolto sia a Romeo che al Pd affinché la trattativa vada a buon fine, un’iniziativa firmata, tra gli altri, da Dacia Maraini, Gad Lerner, Nadia Urbinati, Anna Foa, Fausto Bertinotti, Moni Ovadia, Ivano Fossati ed Edith Bruck, scrittrice sopravvissuta ad Auschwitz. Un sogno collettivo di una sinistra orgogliosa delle proprie radici.
La scomparsa di Sam Neill priva il cinema di uno degli interpreti più riconoscibili del fantastico e della fantascienza degli ultimi quarant’anni.
L’attore neozelandese è morto oggi a Sydney all’età di 78 anni. La famiglia ha comunicato che il decesso è stato improvviso e inatteso, precisando che Neill aveva recentemente superato il tumore del sangue contro cui aveva combattuto negli ultimi anni.
Nato a Omagh, in Irlanda del Nord, il 14 settembre 1947, a sei anni si trasferisca nel paese di origine del padre, la Nuova Zelanza, dove comincia a recitare in teatro e inizia una carriera come regista e montatore.
Il primo ruolo cinematografico in Unica regola vincere (1977) lo porta all'attenzione di... - Leggi l'articolo
Autore dei volumi è lo storico e critico d'arte Michele Loffredo, editi dall'etichetta indipendente FaseHobArt.
Dopo i primi due volumi dedicati a Victor Togliani (Victor Togliani, illustratore e concept artist) e a Roberto Bonadimani (Roberto Bonadimani, illustratore e fumettista), la collana "Maestri dell’illustrazione fantastica e di fantascienza" si arricchisce di due nuove uscite. Sono infatti disponibili le monografie Franco Brambilla, costruttore di universi e Tiziano Cremonini, navigatore cosmico, rispettivamente terza e quarta pubblicazione della collana firmata dall’etichetta indipendente FaseHobArt. Il progetto editoriale proseguirà successivamente con i... - Leggi l'articolo
LIBRI - Editoria - 13 luglio 2026 - articolo di Carmine Treanni
Alfredo e Giovanni Di Bruno sono due relitti lucidissimi della vecchia Milano: baffi, frezza bianca, qualche anno di galera e una memoria piena di piazze, bische, rapine e nobildonne. Vivono ancora insieme a Lambrate, in una casa enorme e decadente, e guardano il presente come due reduci che non hanno mai smesso di diffidare dei conformisti. Sono gli autori di Riocontra, un libercolo di parole parlate all’incontrario, nato in quella stessa Milano tra la fine degli Anni 70 e gli 80, nelle compagnie di quartiere, tra paninari, bar, sale giochi e piazze dove il linguaggio serviva insieme a riconoscersi e a non farsi capire dagli altri. Non era una lingua con regole fisse, ma un gergo mobile, costruito rovesciando e deformando le parole secondo il suono, rimasto poi in vita in piccoli gruppi e trasformato oggi in memoria di una città scomparsa.
Negli ultimi 10 anni il Riocontra è cambiato. Come Milano
Ho trovato il Riocontra nella tasca del sedile di un aereo in partenza da Parigi. Tornavo dal Roland Garros. Era un Ita Airways, anche se Alfredo e Giovanni Di Bruno insistono perché scriva Lufthansa. «Fa più chiove», dice Alfredo. «E metti business», aggiunge Giovanni. «Non ero in business». «Hai una certa età ormai. Devi dire business». Sono passati quasi 10 anni dalla prima intervista a Lettera43 e i due fratelli vivono ancora nella stessa casa di Lambrate, tra tappeti turchi, amari fuori produzione, un tavolo da biliardo riscaldato e una statua di Atatürk appesa a testa in giù perché «non entrava nell’ascensore». Il libro, invece, è cambiato. Come Milano. Perché avete deciso di rifare il Riocontra dopo tanto tempo? «Perché pensavamo di avere chiuso un discorso e invece avevamo soltanto smesso di parlarne», risponde Alfredo. «Il Riocontra era rimasto lì, nei cassetti, nelle tasche dei giubbotti e nella bocca di quelli che continuavano a usarlo senza sapere più da dove arrivasse». La nuova edizione era in preparazione da anni, ma ogni volta qualcosa la faceva sparire: una cartella dimenticata, una bozza prestata, una tasca che cambiava aria. «Noi non siamo persone organizzate», precisa Giovanni. «Siamo persone che, ogni tanto, ritrovano quello che avevano perso». Il momento decisivo è arrivato durante una grande manifestazione passata sotto casa. «C’era un casino pazzesco», ricorda Giovanni. «Studenti, operai, ambientalisti, anarchici, pensionati, gente con le bandiere e gente che probabilmente aveva sbagliato fermata. Tutti insieme, che a Milano ormai è già una cosa rivoluzionaria». Il corteo si dirigeva verso la tangenziale. «Volevano occuparla», dice Giovanni. «Magari volevano attraversarla», lo corregge Alfredo. «Quando hai una certa età anche attraversare una strada sembra un gesto politico». I fratelli non scesero. «Abbiamo aperto la finestra». «Però ci siamo scaldati». Giovanni, il più nichilista, era convinto che dopo pochi giorni nessuno avrebbe più parlato della protesta. «Funziona sempre così. Per alcune ore sembra che il sistema debba crollare. Il giorno dopo girano le fotografie. Il terzo giorno organizzano un dibattito per capire che cosa è successo. Al quarto cercano tutti casa su Immobiliare.it». «Le manifestazioni finiscono», conclude Alfredo. «Il libro rimane». Giovanni lo guarda. «A meno che non lo dimentichi sull’aereo».
La nuova edizione di Riocontra.
«Una regola appena la scrivi, non vale più»
Ma che cos’è davvero il Riocontra? Un gergo, una lingua o un gioco? «Non è semplicemente parlare al contrario», risponde Alfredo. «E non è una lingua che impari facendo gli esercizi». «Non c’è la lezione uno: come ordinare il fumo», aggiunge Giovanni. Il Riocontra nasce nelle compagnie, nelle piazze, nei bar, nelle bische e negli intervalli tra un guaio e l’altro. Le parole cambiano da zona a zona e persino da persona a persona. A volte vengono invertite le sillabe, altre volte deformate, accorciate o ricostruite fino a farle suonare nel modo giusto.
«Il suono viene prima della regola», spiega Giovanni. «Se una parola funzionava, rimaneva. Se suonava male, moriva». Qualche regola esisteva, ma nessuno sentiva il bisogno di scriverla. Perché «appena la scrivi, non vale più», precisa Alfredo.
«Il Riocontra serviva anche a capire chi avevi davanti. Uno apriva bocca e tu sapevi se era della piazza, se era passato di lì o se stava solo facendo scena». Il loro libro, quindi, non è un dizionario. Non pretende di stabilire che cosa sia corretto e che cosa non lo sia. «È una testimonianza», dice Giovanni.
«Noi non volevamo insegnare alla gente come parlare. Volevamo ricordare chi parlava». Dietro ogni parola ci sono un luogo e una storia: una sbronza, una rapina, una galera, un amico scomparso o una nobildonna incontrata dalla porta della servitù. «Non puoi prendere soltanto il termine e buttare via tutto il resto», dice Alfredo. «Se separi la parola dalla persona e dalla piazza, ti resta il rumore. E oggi di rumore ce n’è già abbastanza».
Il Riocontra vuoto usa la parola come un cappellino: la metti, fai la foto e sembri venire dalla strada
In questi anni il Riocontra è finito nei pezzi dei rapper, nei podcast e persino nella pubblicità. «Se un rapper viene dalla piazza e parla così, parla così», dice Alfredo. «La lingua non è nostra e non siamo noi a distribuire le licenze». Il problema, spiegano, nasce quando il Riocontra viene utilizzato come un certificato istantaneo di autenticità. «Una drepa qui, una foba là», fa Giovanni. «Poi nel ritornello metti Lambrate anche se sei cresciuto davanti al golf club. È come mettere il rumore del tram dentro una canzone e dire che hai raccontato Milano».
Insomma, non parlano di un Riocontra falso, ma di un Riocontra vuoto. «Il falso almeno prova a imitare qualcosa», continua Giovanni. «Quello vuoto usa la parola come un cappellino. La metti, fai la fotografia e sembri subito uno che viene dalla strada». Alcuni rapper, riconoscono, hanno tenuto in vita parole che rischiavano di scomparire. Altri le hanno trasformate in accessori. «Prima la parola serviva a non farti capire», dice Alfredo. «Adesso serve a farti riconoscere dall’algoritmo».
Lo stesso è accaduto con i podcast, la pubblicità, i nomi dei locali e perfino le operazioni immobiliari. Giovanni racconta che un nuovo palazzo avrebbe dovuto chiamarsi La Drepa. «Gli appartamenti costavano talmente tanto che la drepa non poteva entrarci». Le parole, secondo i fratelli, vengono consumate per eccesso di utilizzo. «Prima finiscono nella canzone», dice Alfredo. «Poi sulla maglietta, poi sulla tote bag». «Poi le usa il Comune», conclude Giovanni. «A quel punto sono morte». In 10 anni sono comparsi anche studiosi, collezionisti ed esperti capaci di distinguere un’inversione autentica da una sbagliata. «L’Accademia della Crusca della rapina», li definisce Alfredo. «Vogliono mettere le regole a una cosa nata per scappare dalle regole», aggiunge Giovanni. «Fanno i convegni e decidono che una parola si gira così e non cosà». Alfredo taglia corto: «Se suona di merda, suona di merda. Non puoi salvarla con una commissione».
Lazza (Ansa).
«A Milano quello che prima era un quartiere è diventato un marchio»
Ma come è cambiata Milano rispetto alla prima edizione? «È diventata Monte Carlo senza il mare», risponde Alfredo. «E senza il casinò», aggiunge Giovanni. «Il casinò è l’immobiliare». Secondo i fratelli, dopo Expo tutti si aspettavano una città più aperta, più equa e internazionale. «Pensavano che sarebbe diventata Berlino», dice Giovanni. «È diventata un Autogrill a cielo aperto. Entri, consumi, fai una fotografia e riparti».
Le officine sono diventate caffetterie, le ferramenta spazi multifunzionali e le case delle nonne affitti brevi. Quello che prima era un quartiere diventa un marchio; quello che era un panettiere diventa un’esperienza urbana. Il simbolo di tutto è la casa ereditata.
«Uno dice: con l’affitto normale non ci campo», spiega Alfredo. «Allora la mette su Airbnb». «Così si alza da solo il fitto», aggiunge Giovanni. «L’affitto». «Fitto è più Riocontra». Il proprietario pensa di essersi salvato, ma altre cento persone fanno la stessa scelta e alla fine nessuno riesce più ad abitare in città. «L’uno su mille ce l’ha fatta», dice Alfredo. «Ma quello che ce l’ha fatta aveva già la casa della nonna». La responsabilità, precisano, non è soltanto della politica. «La gente fa il 25 aprile, canta Bella ciao e poi torna a casa ad alzare l’affitto», continua Alfredo. «Il capitalismo suo va bene perché è artigianale». «A filiera corta», interviene Giovanni. «Sfrutta uno che abita vicino». La cosa che li irrita di più è l’assenza di autocritica. «Puoi anche fare il tuo business», dice Alfredo. «Ma non raccontarti che stai liberando il quartiere mentre lo rendi inabitabile».
Che fine hanno fatto le piazze e la Milano popolare raccontata nel primo libro? «Le piazze ci sono ancora», dice Giovanni. «Solo che sono piene di tavolini». Per sedersi bisogna ordinare qualcosa. Una volta, ricordano, la piazza era il luogo dove si poteva perdere tempo senza doverlo giustificare. «Adesso se resti fermo 10 minuti arriva uno con il menu», dice Alfredo. «Oppure pensa che stai aspettando il rider». Il nuovo libro vuole restituire voce al «sapie». «Che cos’è il sapie?». «La piazza». «Ma non è il contrario». «Suona bene».
«Il maranza non era una provenienza, era un curriculum»
Ricordano i campetti di via Dezza, dove si incontrano ancora ragazzi, adulti, vecchi e maranza.
Ai loro tempi, precisano, il maranza poteva essere italianissimo. «Era quello di 30 anni che viveva di espedienti», racconta Alfredo. «Tuta, motorino, cugino con la Golf e sempre un amico che gli doveva dei soldi». «Non era una provenienza», aggiunge Giovanni. «Era un curriculum». Oggi, invece, la parola viene usata quasi automaticamente per indicare un ragazzo nordafricano con il borsello. «È diventata una parola razzista», dice Alfredo. «Prima descriveva un modo di stare al mondo. Adesso descrive una faccia».
I fratelli non credono neppure che Milano sia diventata più violenta. «Negli Anni 90 era peggio», sostiene Giovanni. «Solo che i rapinatori erano italianissimi, quindi oggi li ricordano come folklore». Rievocano via Padova, Calvairate e Cimiano: coltelli, motorini rubati, automobili bruciate. «A nostro padre rubarono il cofano della macchina», racconta Alfredo. «Soltanto il cofano?» «Era un bel cofano». Poco dopo provarono a rivenderglielo. «Era lo stesso?» «Aveva ancora dentro i documenti». «I documenti erano nel cofano?». «Erano altri anni».
Una rissa a Milano (Ansa).
«Il problema è fare business e continuare a chiamarlo lotta»
Perché ve la prendete tanto con i compagni che hanno aperto i bar? L’intervista continua davanti a una parmigiana, due vitelli tonnati e due friselle.
«Il problema non è che aprono un bar», spiega Giovanni. «Il problema è che trasformano tutto in business e continuano a chiamarlo lotta». «Dodici euro un cocktail», dice Alfredo. «Quindici con la scorza d’arancia resistente». Dietro il bancone restano la falce e martello, le fotografie delle occupazioni e i manifesti contro la speculazione. Ma si accetta American Express.
«Una volta nei bar un piatto di minestra non si negava a nessuno», dice Alfredo. «Adesso te lo portano in una ciotolina», aggiunge Giovanni. «Due cucchiai, una spruzzata di burrata e una foglia traumatizzata». «Venti euro». «Pane escluso». Quello che contestano è la trasformazione di ogni cosa in un prodotto: la casa, la piazza, il quartiere, la protesta e perfino il Riocontra. «Mettono una parola al contrario nel nome del locale», dice Alfredo. «Poi il cocktail costa 16 euro e lo chiamano popolare».
Non risparmiano nemmeno chi critica la gentrificazione. «C’è quello che denuncia Milano dal suo appartamento di 200 metri quadri», dice Giovanni. «Con la governante». «Non Big Mano. Una governante progressista». Il povero, concludono, piace finché rimane abbastanza lontano da poter essere raccontato. «Appena prende il tuo stesso ascensore», dice Alfredo, «diventa un problema di sicurezza».
Un rider in Porta Venezia (foto di L43).
Che fine ha fatto Giulio?
E Giulio? È ancora in Audi? Giulio, il vecchio mecenate del tabacco e storico editore dei fratelli, compare ancora nelle appendici del libro. Ma oggi non lavora più con le sigarette: si occupa di data center. «Prima riempiva il mondo di fumo», dice Alfredo. «Adesso lo riempie di calore». La sua vecchia azienda sostiene di voler costruire un futuro senza sigarette. «Ma continua a venderle?». «Per finanziare la transizione». Tra Giulio e i Di Bruno ci sarebbe stato uno scazzo. Lui sostiene che il tabacco appartenga al passato. Loro considerano questa posizione un tradimento personale. «Uno lavora tutta la vita nel fumo e poi vuole un mondo senza fumo», dice Giovanni. «È come se un rapinatore aprisse un corso sulla sicurezza domestica». I fratelli continuano a fumare. Alfredo sigarette, Giovanni pipa, sigari e qualunque cosa riesca ad accendere. «Una volta ha fumato una pizza», racconta Alfredo. «Era sottile», si difende Giovanni. Ma sigarette elettroniche, mai. «Abbiamo dei principi». Nonostante lo scazzo, Giulio conserva una pagina nella nuova edizione. «Ai mecenati non si nega una nota a piè di pagina», dice Alfredo. «Soprattutto se hanno ancora i server». Il cameriere prova a dividere la frisella. Si spezza in cinque parti irregolari. Giovanni la guarda. «Ecco la sinistra». Il conto è di 87 euro. «La rivoluzione è finita», dice Alfredo. «Perché?». «Il pane era escluso». Prima di salutarli ripeto la domanda di 10 anni fa. «Che fine ha fatto Giulio?». Alfredo si tiene la pancia. «Giulio è sempre lì». «In Audi?». Giovanni indica il cielo: «No. Adesso è nel cloud».
C’è una nuova specie umana che si aggira nelle sale riunioni: il Ceo innamorato dell’intelligenza artificiale. Non si limita a usarla: la venera. Le chiede consigli strategici, le sottopone organigrammi e arriva persino a porle la domanda delle domande: «Lo licenzio questo?». Non è uno scherzo. È quanto emerge da una recente inchiesta che ha raccolto le testimonianze di diversi lavoratori americani i cui capi, ormai ossessionati dai chatbot, avevano cominciato a prendere decisioni aziendali, comprese assunzioni e licenziamenti, basandosi quasi esclusivamente sui consigli del bot. «Bot delle mie brame, dimmi…».
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Quando in azienda le direttive dell’IA diventano la Bibbia
C’è, per esempio, l’avvocato impiegato in una startup che racconta di un capo arrivato a imporre a tutto lo staff di consultare l’intelligenza artificiale prima di ogni riunione. Aveva persino fatto costruire un documento di centinaia di pagine, ribattezzato internamente la Bibbia, che i dipendenti avrebbero dovuto interrogare al posto dei colleghi per capire come svolgere il proprio lavoro. E che dire dello specialista IT che descrive un supervisore intento a copiare quasi ogni conversazione avuta con colleghi e collaboratori dentro ChatGPT, chiedendo al chatbot se si fosse comportato correttamente? La risposta era quasi sempre rassicurante e finiva puntualmente per confermare qualunque decisione avesse già preso. Un altro caso riguarda una piattaforma software per l’industria manifatturiera. Qui il fondatore ignorava sistematicamente le analisi di mercato del team commerciale, preferendo fidarsi di ciò che gli suggeriva il chatbot, anche quando contraddiceva l’esperienza diretta di chi lavorava sul campo ogni giorno. In altre parole, ignorava il contesto. Che è esattamente ciò che fa tutta la differenza del mondo. E giù novantadue minuti di applausi per questa pantomima fantozziana.
foto di Hunters Race via Unsplash.
La fiducia cieca nel bot crea caos e instabilità
Il paradosso, notato da molti, è che questa fiducia cieca nell’intelligenza artificiale, presentata come uno strumento di efficienza, produceva ambienti di lavoro sorprendentemente più caotici e instabili, con ruoli che cambiavano di settimana in settimana in base all’ultima conversazione con il bot. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Umanità varia in cerca disperata di leadership, di qualcuno capace di assumersi dei rischi e prendere decisioni. Il risultato? Un capo sempre meno disposto ad ascoltare le persone e sempre meno capace di entrare in sintonia con loro (empatia, la chiamano quelli bravi) perché l’intelligenza artificiale gli restituisce costantemente l’immagine di sé che desidera vedere.
Gli esseri umani diventano numeri e statistiche
È un’immagine che fa sorridere e insieme inquieta, perché racconta un fenomeno reale. L’IA non entra più soltanto nelle vite private delle persone, nei loro rapporti e nelle loro solitudini; si insedia sempre più a fondo anche nelle stanze dove si decide chi lavora e chi no. In un recente libro scritto da un gruppo di professori della Duke University e della Carnegie Mellon University, Moral AI and How We Get There, il tema della disumanizzazione mediata dall’intelligenza artificiale viene spiegato con grande precisione. Il meccanismo è semplice: meno si percepisce l’altro come essere umano, meno si prova empatia; e meno empatia si prova, meno ci si interroga sulle conseguenze che le proprie decisioni possono avere sulle persone. L’IA può contribuire ad amplificare questa distanza in molti modi, a partire dalla tendenza a trattare gli esseri umani come numeri, dati o statistiche, anziché come persone in carne e ossa, con un vissuto imperfetto e inserite in uno specifico contesto.
L’amplificazione dei bias e la produzione di false certezze
Non è l’intelligenza artificiale, di per sé, a essere crudele. È uno strumento e, come tutti gli strumenti, amplifica le tendenze di chi lo utilizza. Proprio perché restituisce risposte apparentemente oggettive, rischia però di conferire una patina di razionalità a decisioni che meriterebbero più dubbi, non meno. Il rischio non è tanto che l’intelligenza artificiale prenda il sopravvento sulle persone, quanto che siano le persone a smettere di sentirsi responsabili delle proprie scelte. Il problema principale non è l’autonomia dell’IA, bensì l’abdicazione della responsabilità da parte degli esseri umani. I sistemi di intelligenza artificiale amplificano infatti i bias già esistenti e producono una falsa certezza che finisce per erodere la responsabilità nei processi decisionali organizzativi, marginalizzando l’esperienza e il giudizio umano.
Dopo le attività ripetitive, si automatizza il giudizio
Per anni si è immaginato che l’intelligenza artificiale avrebbe automatizzato soprattutto le attività ripetitive. Quello che invece emerge da questi racconti è qualcosa di diverso: l’automazione del giudizio. Non perché i manager rinuncino formalmente a decidere, ma perché iniziano a cercare nella macchina ciò che fino a poco tempo fa cercavano nei colleghi: conferma, legittimazione e, forse soprattutto, la rassicurante sensazione di non essere soli nel peso delle proprie decisioni.
Temperature record, caldo estremo, notti tropicali. L’Europa è alle prese con un’estate torrida ma soltanto il 20 per cento delle famiglie del continente dispone di un condizionatore per combattere la canicola. Molte persone stanno correndo ai ripari acquistando in extremis dispositivi refrigeranti di vario tipo. La maggior parte di questi prodotti arriva dalla Cina, che oggi rappresenta circa il 40 per cento delle esportazioni globali di condizionatori. Per l’Unione europea, impegnata a ridurre il deficit commerciale con Pechino, non è un problema da poco.
La corsa europea ai condizionatori cinesi
L’Europa dipende fortemente dai prodotti cinesi e la corsa all’acquisto dei condizionatori Made in Chinane è un chiaro esempio. Tra i modelli più richiesti spicca il PortaSplit realizzato dal colosso degli elettrodomestici Midea. Costa circa 900 euro ed è un apparecchio portatile che non richiede né l’installazione permanente né fori sui muri, consentendo di aggirare le norme a tutela del patrimonio storico in vigore in molte città europee. La domanda di prodotti simili è salita alle stelle. Sui social media cinesi sono addirittura comparsi numerosi annunci di spedizionieri che pubblicizzano rotte aeree ad hoc per accelerare le consegne ai rivenditori europei.
Inside Chinese AC maker Midea's smart factory, it takes only 6 seconds to assemble a new AC on the line.
The factory has full 5G coverage, AI-powered real-time monitoring, automated unmanned packaging, and robotic transport.
Perché il caldo rallenta i piani dell’Unione europea
Bruxelles vuole ridurre il suo deficit commerciale con la Cina. Nel 2025 il disavanzo nei confronti di Pechino è aumentato del 15 per cento, raggiungendo i 360 miliardi di euro. Nel primo trimestre del 2026 si è ulteriormente ampliato, toccando i 98 miliardi, il livello più alto mai raggiunto dal 2022. Il caldo estremo, almeno a giudicare dai dati, non farà altro che alimentare l’import di condizionatori cinesi contribuendo ad ampliare il deficit dell’Ue con il Dragone.
Un mercato che entro il 2034 potrebbe valere 35 miliardi di euro
Nella prima metà del 2026 le esportazioni di condizionatori dalla Cina verso l’Ue hanno raggiunto i 3,2 miliardi (+43,2 per cento su base annua). Nessuno dei cinque marchi di condizionatori più venduti in Europa appartiene a un’azienda continentale. La top 5 stilata da Euromonitor International comprende i produttori cinesi Haier,Gree Electric Appliances e Midea seguiti da Beko (Turchia) e Daikin (Giappone). I primi tre controllano circa il 32 per cento del mercato europeo in termini di volumi di vendita al dettaglio: un mercato che vale circa 27 miliardi e che le proiezioni danno in crescita fino a oltre i 35 miliardi entro il 2033/2034.
Caldo torrido a Milano (Ansa).
Tra affari e propaganda: Pechino gioca la sua partita
Il paradosso per l’Ue è servito. Dopo aver accusato Pechino di inondare il mercato europeo con merci a basso costo e adottato misure protezionistiche, Bruxelles scopre che i cittadini non possono fare a meno dei condizionatori del Dragone. La singolare situazione in cui si trova l’Europa non è passata inosservata in Cina, un Paese che utilizza l’aria condizionata persino per refrigerare gli animali nelle fattorie. Il sito Wenxuecityha osservato con ironia quanto sta accadendo in Francia chiedendosi se «i francesi vivono davvero peggio dei maiali cinesi». Per i media la narrazione è semplice: i condizionatori Made in China stanno salvando l’Europa da un’estate di fuoco. Per l’Unione europea saranno invece mesi infernali. Non solo a causa delle temperature estreme ma anche per le tensioni commerciali con il gigante asiatico destinate ad aggravarsi.