Pennellando con la sua Osella PA21 su un percorso di 3900 metri tirato a nuovo per il debutto nel calendario della massima serie ACI Sport, Saverio Miglionico ha vinto la 17ma edizione dello slalom “Coppa Città di Montesano sulla Marcellana”, conquistando il terzo successo consecutivo della gara campana, questa volta, per la prima volta valida per il Campionato Italiano Assoluto ACI Sport. “Dominare questa corsa che sento mia davanti ai plurititolati big del circus italiano è una grande soddisfazione – ha dichiarato il pilota lucano portacolori della scuderia Ro Racing all’arrivo-. Il percorso merita la scena tricolore. Questa vittoria mi ha dato inoltre nuova fiducia- ha aggiunto Miglionico, già campione italiano nel 2017, autore di una gara in crescendo conclusa con un imprendibile tempo di 2’43,05 impiegato per coprire i 3900 metri della provinciale 103 da Arena Bianca fino all’abitato del paese. Si sono dovuti accontentare del secondo e del terzo posto i campioni campani Luigi Vinaccia, su Osella PA 6/9 il migliore in gara uno con il tempo di 2’46.48, e Salvatore Venanzio, impreciso nei primi due passaggi e abile a portare a casa il risultato grazie al 2’47.78 fissato in gara 3 su Nova Proto NP03 2000 motorizzata Honda. Sono campani anche il quarto ed il sesto assoluti, rispettivamente Pasquale Amatruda, dominatore dell’ultimo slalom tricolore in Molise, su Radical Prosport Suzuki, e Gianluca Miccio, in piena corsa campionato su Radical SR4 1600. E’ pugliese il quinto piazzamento, ottenuto dal lucerino Domenico Palumbo su Radical SR4 Suzuki. Un altro lucano, il melfese Lorenzo Mossucca, è settimo, al volante di una Radical SR4, seguito dal siciliano Silvio Fiore su Radical SR4 1150 Aprilia. Chiudono la top ten il frusinate Adriano Ricci fu Formula Gloria E2SS, ed il locale Pietro Romano su Radical Prosport del team The Giant. Il genovese Alessandro Polini, undicesimo assoluto è il leader tra le silhouette a bordo di una Polini 01. Mattatore tra i kart cross è il campano Giuseppe Esposito, su Speedcar. Negli altri gruppi il successo è andato a Roberto Telesca, su Renault 5 gt turbo E1 Italia, a Carlo Romano, su Peugeot 106 RS Plus, a Mauro Paolillo, su Peugeot 106 Speciale Slalom, a Natalio Ostuni su vettura analoga Racing Start. Nel numeroso Gruppo N il dominio è di Alfredo Ragno su Renault Clio Williams, davanti a Niki Icuchi, su Peugeot 106, e Francesco Nicolò su Citroen Saxo vts. Vittoria in solitaria per Gianni Lauria, su Peugeot 106 gr A, e Raffaele Pagano, su bicilindrica Fiat 500. L’alburno Carmine Candela ha tirato segno la gara riservata alle auto storiche con la sua Peugeot 106. Alza a coppa dame la potentina Paola Pepe su Citroen Saxo Vts RS, tra i giovani Under 23 conserva la leadership nonostante problemi al cambio. Con il record stagionale di 71 partenti e davanti ad un numeroso pubblico, presente su tutto il percorso, dalla partenza all’arrivo nell’abitato del paese, la corsa organizzata da Basilicata Motorsport con il patrocinio del Comune di Montesano S.M. e della Provincia di Salerno, ha riscosso successo e grande interesse, valida anche per il Trofeo Centro Sud, per la Coppa 3° zona e per il 23° Challenge Interregionale CPB (Campania, Puglia, Basilicata).
È stata scritta un’altra bella pagina per il territorio venerdì pomeriggio. Una pagina nella quale a vincere è stata la cultura, quella autentica, capace di riunire persone, generazioni e sensibilità diverse attorno al valore della conoscenza e del confronto. La Sala Cultura della Banca Monte Pruno, a Sant’Arsenio, ha accolto un pubblico straordinariamente numeroso in occasione della presentazione del volume dedicato alla figura di Aldo Moro, realizzato dall’onorevole Tino Iannuzzi in collaborazione con l’onorevole Alberto Losacco “Aldo Moro. Le idee, il metodo, l’eredità”, pubblicato da Baldini+Castoldi.. Una partecipazione che è andata ben oltre le aspettative, trasformando l’incontro in un vero momento di crescita collettiva. Ogni posto occupato, ogni sguardo attento, ogni domanda rivolta ai relatori ha rappresentato il segno tangibile di una comunità che non rinuncia a riflettere, a conoscere e a custodire la memoria come patrimonio vivo e indispensabile per costruire il futuro. L’evento è stato organizzato dalla Banca Monte Pruno, dal Circolo Banca Monte Pruno e dalla Fondazione Monte Pruno. Moderato con equilibrio e sensibilità dal giornalista, Condirettore di QN, Raffaele Angelo Marmo, l’incontro ha consentito di ripercorrere il profilo umano e politico di Aldo Moro, protagonista di una delle stagioni più significative e complesse della storia repubblicana italiana. Ad aprire i lavori sono stati il Responsabile Area Executive della BCC Monte Pruno, Antonio Mastrandrea, e il Direttore Generale Cono Federico, che ha richiamato il ruolo che una banca di comunità può e deve svolgere anche nella promozione culturale, favorendo occasioni di dialogo, approfondimento e partecipazione, oltre al Presidente del Circolo Aldo Rescinito. Tra i presenti, numerosi rappresentanti delle istituzioni e del mondo associativo, tra cui Angela D’Alto, Sindaco di Monte San Giacomo e Presidente del GAL Vallo di Diano, a testimonianza di quanto il territorio continui a riconoscere valore e centralità agli appuntamenti che alimentano il dibattito civile. L’onorevole Tino Iannuzzi ha accompagnato il pubblico in un percorso intenso e coinvolgente attraverso la vita, il pensiero e l’eredità morale di Aldo Moro, offrendo chiavi di lettura ancora oggi straordinariamente attuali. Il suo racconto ha suscitato interesse, emozione e numerosi spunti di riflessione. A concludere l’incontro è stato il Presidente della BCC Monte Pruno e della Fondazione Monte Pruno Michele Albanese, che ha sottolineato quanto sia fondamentale consegnare alle nuove generazioni esempi di alto profilo umano e istituzionale, affinché possano rappresentare punti di riferimento in una società sempre più bisognosa di equilibrio, responsabilità e dialogo. La serata è proseguita ben oltre il programma previsto. L’autore si è intrattenuto a lungo con i partecipanti per il firmacopie e per un confronto spontaneo e sincero sui grandi temi della vita pubblica. Ne è nato un dibattito rispettoso e costruttivo, nel quale opinioni diverse hanno trovato nell’ascolto reciproco il terreno comune su cui confrontarsi. È forse questa l’eredità più preziosa lasciata dall’incontro: la consapevolezza che la cultura continua ad essere uno degli strumenti più efficaci per unire le comunità, formare coscienze libere e rafforzare il senso di appartenenza. Ancora una volta, la Banca Monte Pruno ha confermato la propria missione di banca del territorio, scegliendo di investire non soltanto nello sviluppo economico, ma anche nella crescita culturale e sociale delle comunità di riferimento. Perché quando una sala si riempie di persone desiderose di ascoltare, comprendere e dialogare, non è soltanto il successo di un evento. È la vittoria della cultura. Ed è una vittoria che appartiene a tutti.
Parte all’insegna della bassa partecipazione il turno di ballottaggio per le elezioni comunali nei dieci comuni campani chiamati a eleggere il nuovo sindaco. I dati rilevati poco dopo le 12.30 confermano una diminuzione dell’affluenza rispetto al primo turno in tutte le città interessate dal voto.
Nel Salernitano il calo riguarda tutti e tre i comuni chiamati alle urne. Ad Angri ha votato il 13,44% degli aventi diritto, contro il 18,27% registrato quindici giorni fa. A Campagna l’affluenza si attesta al 13,35%, in diminuzione rispetto al 14,92% del primo turno.
Particolarmente evidente il dato di Cava de’ Tirreni, dove alle 12.30 aveva votato l’11,28% degli elettori, quasi tre punti percentuali in meno rispetto al 14,18% fatto registrare nella precedente consultazione.
La tendenza al ribasso interessa anche gli altri comuni campani coinvolti nei ballottaggi. A Casalnuovo di Napoli l’affluenza è del 13,76%, contro il 17,47% del primo turno. A Frattamaggiore si registra il 14,84%, in netto calo rispetto al 20,97%.
Diminuiscono i votanti anche a Ottaviano, dove l’affluenza è dell’11,91% contro il precedente 17,26%, e a Pompei, che passa dal 18,29% al 15,11%.
A San Nicola la Strada il dato si ferma all’11,82%, rispetto al 15,96% del primo turno, mentre a Somma Vesuviana l’affluenza è del 12,48%, contro il 16,34% registrato due settimane fa.
Leggera ma significativa la flessione anche a Sorrento, dove ha votato il 13,73% degli elettori, rispetto al 15% della prima tornata.
I seggi resteranno aperti fino alle 23 di oggi e riapriranno domani dalle 7 alle 15. Solo al termine delle operazioni di voto prenderà il via lo scrutinio che decreterà i nomi dei nuovi sindaci dei dieci comuni campani interessati dal ballottaggio.
L’Ascoli torna in Serie B dopo due stagioni di attesa. Davanti al pubblico del “Del Duca”, la formazione guidata da Mirko Tomei supera con un netto 3-0 l’Union Brescia nella finale di ritorno dei playoff di Serie C e conquista il salto di categoria.
Dopo l’1-1 maturato nella gara d’andata disputata al Rigamonti, i marchigiani hanno fatto valere il fattore campo, disputando una partita di grande intensità e qualità che ha lasciato poche possibilità di replica agli avversari.
A sbloccare il risultato è stato Rizzo Pinna, protagonista già nelle prime battute dell’incontro con il gol che ha indirizzato la sfida sui binari favorevoli ai bianconeri. Nella ripresa è poi arrivata la prodezza di Silipo, autore di una rete di rara bellezza che ha ulteriormente allargato il divario e acceso la festa sugli spalti.
A chiudere definitivamente i conti ci ha pensato Milanese, firmando il tris che ha sancito la promozione dell’Ascoli e spento le speranze dell’Union Brescia.
La squadra lombarda ha provato a rimanere in partita e ha costruito alcune occasioni importanti, ma la scarsa precisione sotto porta e le parate decisive di Vitale hanno impedito agli ospiti di riaprire il confronto.
Per l’Ascoli si tratta di un ritorno atteso e fortemente voluto dopo due anni trascorsi in Serie C. Un traguardo costruito attraverso un percorso di crescita culminato con una finale praticamente perfetta.
I marchigiani raggiungono così le altre squadre già promosse, ovvero Vicenza, Arezzo e Benevento, completando il quadro delle formazioni che nella prossima stagione disputeranno il campionato di Serie B.
Siamo pronti finalmente per le riprese di Vincenzo Malinconico, segno di un successo ormai consolidato. Sono particolarmente contento, perché è uno dei personaggi che vesto più volentieri e quindi ripartire domani da Salerno per questa nuova avventura è incredibilmente bello”. Massimiliano Gallo ha annunciato alcuni dei suoi prossimi impegni nel corso di un focus dedicato al suo percorso artistico al Distretto Campano dell’Audiovisivo di Napoli, realizzato per iniziativa della Film Commission Regione Campania, inserito nell’ambito delle attività programmate per la sesta edizione dei Nastri d’Argento – Grandi Serie, l’evento del Sindacato nazionale giornalisti cinematografici italiani. “La regia – ha spiegato Gallo parlando ancora di Malinconico – passa a Cosimo Gomez, abbiamo avuto tre edizioni con tre registi diversi e quindi sarà un nuovo confronto per scoprire altri aspetti di Malinconico. Noi ci divertiremo, perché il cast è quello storico e quindi siamo pronti, da domani ripartiamo e saremo a Salerno fino a metà ottobre”. Nel corso dell’incontro, si è parlato del successo di critica e pubblico ottenuto con “La salita”, opera che ha segnato il suo debutto alla regia cinematografica e ufficialmente candidata ai Nastri d’Argento che i giornalisti cinematografici assegneranno il prossimo 24 giugno al Teatro Argentina di Roma. Il film, che aprirà la sezione Opera Prima del Flaiano Film Festival diretto da Riccardo Milani il 28 giugno, trae ispirazione dalla vicenda reale che nel 1984 legò l’impegno di Eduardo De Filippo ai giovani detenuti dell’Istituto penale per minorenni di Nisida. Il lungometraggio concorre ai Nastri in tre categorie: miglior film d’esordio, migliore sceneggiatura firmata dallo stesso Gallo insieme a Riccardo Brun e Mara Fondacaro, miglior colonna sonora, curata da Enzo Avitabile. Dopo il successo da regista per “La salita”, annuncia Gallo, “c’è l’idea già di fare un secondo film, un remake, spero che l’estate prossima si possa essere già pronti per girare”. “La salita – ha sottolineato – è stata un’avventura nuova che ho deciso di fare quando mi sentivo pronto, inizialmente avevo pensato di partire con una commedia, poi invece Riccardo Bruno mi presentò questo soggetto che era all’inizio diverso, era Nisida ai giorni nostri, quindi avevo declinato l’invito. Poi invece siamo tornati a questa storia che raccontava di Eduardo, raccontava degli anni Ottanta, raccontava un momento storico non solo della nostra città ma del nostro paese che andava ricordato. E’ un film per chi l’aveva dimenticato quel momento, che andava raccontato a chi non lo conosceva, perché era la prima volta che l’arte incontrava il carcere, era la prima volta che grazie a Eduardo cominciarono a cambiare le leggi sul carcere minorile. E’ un film che ha avuto il suo successo grazie al passaparola, è stato quasi 5 settimane in sala, quindi è stato un piccolo miracolo”. Tra i prossimi step del percorso artistico di Massimiliano Gallo ci sono la serie Netflix “La scuola”, regia di Ivan Silvestrini, ispirata alla Nunziatella e il biopic su Gigi D’Alessio, diretto da Luca Miniero, nel quale interpreta il ruolo del suocero del cantautore: “Mi sono divertito a tornare sul set con Luca, ho creato un personaggio iconico. Credo che Luca abbia fatto come al solito un bellissimo lavoro, sarà un film pop”. Alla conferenza stampa hanno partecipato Titta Fiore, presidente Film Commission Campania, Laura Delli Colli, presidente del sindacato giornalisti cinematografici e Maurizio Gemma, direttore della Film Commission Campania.
“Mentre altri governi parlavano, quello della Meloni ha agito per le aree interne, per il Sannio, la Campania e per il Mezzogiorno. C’è chi si accontenta di comparire ai tagli di nastri e chi preferisce lavorare per dare risposte concrete. Noi siamo per questa seconda opzione: non servono passerelle, ma risultati tangibili per i cittadini”. Lo ha detto il viceministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Edmondo Cirielli concludendo i lavori della Festa Tricolore ad Apice, insieme ai vertici regionali del partito e a Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione nazionale di FdI.
La violenza di genere non nasce quasi mai all’improvviso.Prima del gesto estremo esistono segnali sottili, dinamiche che si insinuano lentamente e che troppo spesso vengono confuse con amore, protezione o normalità. Per comprendere davvero il fenomeno abbiamo parlato con la dott.ssa Ciaravolo, psicoterapeuta e criminologa, per capire dove nasce la violenza, cosa accade nella mente di chi la vive e perché riconoscerla resta, ancora oggi, così difficile. Prima del gesto estremo esiste quasi sempre qualcosa di invisibile. Un cambiamento lento, difficile da riconoscere quando lo si vive.
Dove nasce davvero la violenza di genere, prima che diventi riconoscibile?
“La violenza maschile sulle donne nasce molto prima del primo atto violento. Affonda le radici in un sistema di credenze distorte sul potere, sul controllo e sui ruoli di genere.
All’inizio si manifesta attraverso piccole erosioni: un commento svalutante, una gelosia presentata come amore, una decisione presa al posto dell’altra persona. È un processo lento, graduale e silenzioso, che spesso la vittima non riesce a nominare né a decodificare perché non ha ancora gli strumenti per riconoscerlo. In questa fase il corpo è il nostro migliore alleato: sa più della mente. Quella sensazione di disagio, il sentirsi costrette a camminare su gambe malferme, quel senso di colpa senza comprenderne il motivo, sono segnali preziosi che il nostro sistema nervoso invia.
Il problema è che vengono ignorati perché la cultura romantica insegna che l’amore richiede sacrificio e che le difficoltà vadano superate a ogni costo. Inoltre, all’inizio di una relazione, il desiderio di credere nel meglio dell’altro è fortissimo e finisce spesso per mettere a tacere la voce interiore. Quando ci si innamora, infatti, accade qualcosa di simile a un’ubriacatura: dopamina, ossitocina e adrenalina creano uno stato di euforia che riduce la capacità critica. Il partner viene idealizzato e i segnali negativi vengono filtrati o reinterpretati come prove di passione. Nei profili abusanti questa fase è spesso ancora più intensa e travolgente perché costruita strategicamente attraverso il cosiddetto love bombing, con l’obiettivo di creare un legame molto forte prima che emergano i comportamenti controllanti”.
Una relazione abusante non lascia ferite solo fuori: cambia il modo in cui una persona pensa, sente e arriva a guardare sé stessa. Cosa accade nella mente di chi subisce e di chi agisce violenza?
“Si entra in quello che la psicologia definisce dissonanza cognitiva: la mente non riesce a sostenere contemporaneamente due realtà opposte, come “questa persona mi fa stare male” e “questa persona è il mio amore”. Per ridurre questo conflitto si attivano meccanismi di difesa come la minimizzazione, la razionalizzazione e la proiezione della colpa su sé stesse. È un processo inconsapevole, non una fragilità: è la mente che cerca di proteggere un legame affettivo a cui attribuisce un valore enorme.
Nel tempo, la persona inizia a vedersi attraverso gli occhi del partner abusante: si sente inadeguata, in colpa, non degna di amore. L’autostima si erode lentamente, fino a quando non riesce più a immaginare una vita diversa o a credere di meritarla. Possono comparire sintomi di PTSD, depressione e disturbi d’ansia. Il danno più profondo non è solo ciò che l’altro ha fatto, ma ciò che la persona ha finito per credere di essere. Dall’altra parte, chi agisce violenza in una relazione ha quasi sempre un profilo caratterizzato da un’autostima profondamente fragile, mascherata da un senso di superiorità e da un bisogno ossessivo di controllo. La violenza è, paradossalmente, un tentativo di gestire l’angoscia dell’abbandono e la paura di non essere abbastanza. Sia chiaro: queste fragilità non giustificano in alcun modo i comportamenti violenti. La responsabilità resta sempre piena e individuale”.
Se pensiamo alla violenza solo come a qualcosa di fisico, rischiamo di riconoscerla troppo tardi. Molto spesso ciò che distrugge arriva prima, lentamente. La violenza fisica è davvero l’unica forma che riconosciamo?
“Fermarsi alla violenza fisica significa non comprendere davvero il fenomeno della violenza maschile sulle donne. La violenza fisica è quasi sempre l’esito finale di un processo lungo, che ha già compromesso identità, autostima e libertà della persona. Concentrarsi esclusivamente sull’aspetto fisico lascia inoltre nell’ombra le tantissime donne che vivono situazioni gravemente abusive senza che venga mai alzata una mano contro di loro.
La violenza psicologica è un processo continuo di demolizione dell’identità. Si manifesta attraverso umiliazioni, critiche costanti, svalutazioni e gaslighting, cioè il tentativo di far dubitare la vittima della propria percezione della realtà. È una forma di violenza difficile da riconoscere perché non lascia segni visibili e si sviluppa in modo graduale, quasi impercettibile. Spesso la vittima finisce per convincersi di essere davvero “troppo sensibile”, “instabile” o “inadeguata”, esattamente come il partner abusante vuole che creda. La violenza economica si manifesta attraverso il controllo del denaro, l’impedimento a lavorare o la gestione esclusiva delle risorse familiari: strumenti che creano una dipendenza concreta e paralizzante. L’isolamento, invece, recide progressivamente i legami con amici e familiari, lasciando la vittima priva di una rete di supporto. Insieme, questi due meccanismi costruiscono una vera e propria prigione: la donna sa dove vorrebbe andare, ma non dispone né dei mezzi economici né delle risorse relazionali per farlo”.
Il modo in cui impariamo ad amare non nasce dal nulla. Prima di ogni relazione esistono modelli, ferite, confini e linguaggi emotivi appresi molto prima di incontrare qualcuno. Quanto pesano infanzia ed educazione emotiva nel modo in cui viviamo l’amore e impariamo a tollerare un “no”?
“Il modello di attaccamento che sviluppiamo nell’infanzia diventa una traccia inconsapevole che ci accompagna nelle relazioni. Chi è cresciuto in contesti in cui l’amore, o ciò che veniva percepito come tale, era associato ad angoscia, tensione e conflitto, tende a riconoscere quelle stesse dinamiche come familiari. E spesso ciò che è familiare viene scambiato per normalità. Non è un destino, ma una vulnerabilità reale che può essere riconosciuta e trasformata attraverso un percorso consapevole. Il rapporto con il “no” è centrale. Chi non ha mai imparato a tollerare la frustrazione, a rispettare un confine altrui o a regolare le proprie emozioni di fronte a un rifiuto, sviluppa una vulnerabilità specifica nelle relazioni intime. Questo riguarda l’educazione familiare, ma anche quella scolastica e culturale. Insegnare ai bambini — e in particolare ai bambini maschi — che il “no” dell’altro va rispettato sempre e senza negoziazioni è uno degli atti preventivi più potenti che esistano. La famiglia è il primo laboratorio relazionale: è lì che impariamo cosa significa amare, come si gestisce il conflitto e quale posto occupa ciascuno nelle relazioni.
Il rapporto con la madre può diventare una traccia importante: il materno funge da specchio nel modo in cui si vivono l’intimità e la dipendenza affettiva”.
La violenza di genere non nasce nel vuoto. Vive dentro un linguaggio, immagini e narrazioni che, troppo spesso, rendono il controllo qualcosa di normale o perfino romantico.
Qual è la radice culturale della violenza di genere? E dove si può intervenire davvero per prevenirla?
“Il maschilismo non è scomparso: si è messo un vestito elegante. Oggi si nasconde nella battuta “innocente”, nel linguaggio che normalizza il controllo, nel cinema e nella musica che romanticizzano la gelosia come segno d’amore.
I giovani crescono immersi in narrazioni in cui il possesso viene scambiato per passione e la dipendenza per dedizione. Il problema culturale è proprio questa normalizzazione: rende invisibile ciò che è già violenza e rende pericolosamente attraente ciò che invece dovrebbe essere riconosciuto come segnale d’allarme. Per questo la leva più concreta è l’educazione emotiva e affettiva nelle scuole, a partire dalla primaria. Non basta parlare di violenza di genere come emergenza sociale: bisogna insegnare a riconoscere le emozioni, a gestire i conflitti e a rispettare i confini propri e altrui. Ogni ora dedicata a questo nelle scuole vale più di molte campagne di sensibilizzazione.
La prevenzione vera non si fa dopo che la violenza è accaduta: si fa prima, costruendo persone capaci di relazioni libere e rispettose”.
Uscire da una relazione abusante non inizia sempre da una fuga. A volte il primo passo è molto più piccolo, silenzioso e difficile: riuscire finalmente a dare un nome a ciò che si sta vivendo. Se potesse parlare direttamente a una giovane donna dentro una relazione abusante, quale sarebbe il primo passo?
“Il primo passo reale è chiedere aiuto: rompere il silenzio con almeno una persona di fiducia, rivolgersi a un CAV o parlare con un operatore specializzato. Non serve avere un progetto completo, né essere “pronte”: serve dire ad alta voce, per la prima volta, cosa sta accadendo. Quel momento ha un valore trasformativo enorme: riduce la vergogna, rompe l’isolamento e apre uno spazio in cui la donna può cominciare a rispecchiarsi in uno sguardo diverso da quello dell’abusante. Da lì, è possibile costruire insieme un percorso di uscita sicuro e sostenuto.
E a chi si trova dentro queste dinamiche senza riuscire ancora a riconoscerle, il messaggio è chiaro: se ti senti spesso in colpa senza sapere perché, se hai paura delle reazioni di chi ami, se hai smesso di vedere le persone che ti vogliono bene, non è amore, è controllo. Meriti molto di più: una relazione in cui puoi essere te stessa senza paure. Non sei esagerata, non sei fragile, non sei sbagliata: stai solo cercando di sopravvivere in una situazione che non dovresti dover sopportare. Chiedi aiuto: esiste, ed è lì per te”.
La prevenzione comincia prima della paura: nel linguaggio che scegliamo, nei segnali che impariamo a riconoscere e nel coraggio di chiamare controllo ciò che troppo spesso continuiamo a chiamare amore. Perché la violenza non entra all’improvviso: arriva piano, abbassa la voce di chi la vive e, poco alla volta, la convince di meritare meno amore di quanto meriti davvero.
SALERNO – La Jomi Salerno saluta con affetto, gratitudine e profonda stima il proprio capitano, Cyrielle Lauretti Matos, che ha deciso di con- cludere la sua carriera spor- tiva, chiudendo contestualmente un per- corso straordinario con la no- stra maglia durato tredici stagioni. Arrivata a Salerno giovanissima, Cyrielle ha sa- puto conquistare il cuore di tifosi, compagne di squadra e addetti ai lavori, diventando nel tempo un simbolo della società e una delle protagoni- ste più vincenti della storia del club. In tredici anni ha contribuito alla conquista di 16 trofei, scrivendo pagine in- delebili della storia della Jomi Salerno: 7 Scudetti, 4 Coppe Italia e 5 Supercoppe Italiane. Leader dentro e fuori dal campo, esempio di professio- nalità, dedizione e attacca- mento alla maglia, Cyrielle ha incarnato al meglio i valori della Jomi Salerno, assu- mendo negli anni il ruolo di capitano e guidando la squa- dra verso numerosi successi. Queste le parole con cui ha voluto salutare la società, le compagne e i tifosi:
“I saluti sono sempre difficili, soprattutto quando si tratta di una realtà che, nel tempo, è diventata una seconda casa e una vera famiglia. Nella vita si percorrono tante strade e la mia, per molti anni, è stata quella della pallamano. Oggi sono arrivata a un bivio e ho
scelto di intraprendere un nuovo cammino, fatto di nuovi obiettivi e progetti per- sonali. Lascio questa squadra, questa società e questi tifosi senza alcun rimpianto, ma con tanta gioia e gratitudine per tutto ciò che mi hanno dato e insegnato. Allo stesso modo, credo di aver restituito tutto il mio impegno e tutto il mio cuore. Molte delle ra- gazze con cui ho condiviso il campo sono state molto più che semplici compagne di squadra: con alcune sono cresciuta, altre le ho viste cre-
scere. A tutte auguro una car- riera ricca di soddisfazioni e un futuro splendido, dentro e soprattutto fuori dal 40×20. Il ringraziamento più grande va alla società, che ha creduto nell’energia e nelle potenzia- lità di una ragazza di appena sedici anni, accompagnan- domi nel mio percorso umano e sportivo e facen- domi sentire sempre a casa. Grazie anche ai tifosi, pre- senza costante e preziosa, ca- paci con il loro entusiasmo, le loro coreografie e il loro so- stegno di accompagnarci nei
momenti più belli e in quelli più difficili. Ho apprezzato immensamente il vostro af- fetto in tutti questi anni e sono certa che continuerete a sostenere questa squadra e questo sport con la stessa passione che ci ha sempre uniti”. La società desidera rin- graziare Cyrielle per la pro- fessionalità, l’impegno e l’amore dimostrati in tutti questi anni. Il suo contributo alla crescita della Jomi Sa- lerno resterà per sempre parte integrante della storia del club.
Archiviata la parentesi elettorale a Salerno e in altri 17 comuni della provincia di piccole dimensioni, nel Salernitano si tornerà a votare oggi e domani per il turno di ballottaggio. Tre le città coinvolte nel secondo turno di voto. A Cava de’ Tirreni, seconda città della provincia di Salerno, sarà sfida politica particolarmente sentita. Raffaele Giordano (44,7%) è il candidato civico del centrodestra. Se la vedrà con Luigi Petrone, sostenuto dalle liste La Fratellanza e Nuovi Orizzonti, che a sorpresa ha preceduto il candidato del campo largo, rimasto staccato di qualche punto percentuale e – probabilmente – decisivo per la vittoria finale.
Ad Angri sfida tutta in famiglia tra Alfonso Scoppa e lo zio Pasquale Mauri, già sindaco della città. Adele Amoruso (40%) e Livio Moscato (30,8%) sono i due candidati sindaco al ballottaggio nel comune di Campagna. Anche in questo caso potrebbero risultare decisivi i voti ricevuti al primo turno da Pierfrancesco D’Ambrosio che aveva racimolato il 29% delle preferenze.
Una cerimonia intensa e partecipata si è svolta questa mattina a Pagani in occasione del 18° anniversario della scomparsa del Tenente dei Carabinieri Marco Pittoni, insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria per il coraggio dimostrato nell’adempimento del proprio dovere.
Il 6 giugno 2008, durante un’attività di polizia giudiziaria all’interno dell’ufficio postale di corso Padovano, l’Ufficiale intervenne per fermare due rapinatori colti in flagrante. Pur trovandosi in una situazione di estremo pericolo e in presenza di numerosi cittadini, scelse di non utilizzare l’arma di ordinanza per evitare di mettere a rischio l’incolumità delle persone presenti.
Nel tentativo di bloccare i malviventi, riuscì a immobilizzare uno dei rapinatori, ma venne aggredito alle spalle dal complice. Durante la violenta colluttazione fu raggiunto da un colpo d’arma da fuoco. Nonostante le gravi ferite riportate, tentò ugualmente di inseguire i criminali in fuga prima di accasciarsi al suolo.
Nel corso della commemorazione è stata letta la motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare conferita alla memoria del Tenente Pittoni. Successivamente il Comandante Provinciale dei Carabinieri di Salerno, Filippo Melchiorre, ha deposto un omaggio floreale dinanzi alla lastra marmorea dedicata all’Ufficiale, collocata all’ingresso dell’ufficio postale dove si consumò la tragedia.
Alla cerimonia hanno partecipato numerose autorità civili e militari, rappresentanti delle istituzioni, appartenenti all’Arma dei Carabinieri e cittadini. Le celebrazioni hanno preso il via presso la Tenenza Carabinieri di Pagani con l’esposizione delle bandiere a mezz’asta e l’osservanza di un minuto di silenzio in memoria dell’Ufficiale caduto.
La commemorazione è proseguita con la celebrazione della Santa Messa nella Chiesa Parrocchiale del Corpo di Cristo, momento di raccoglimento e preghiera per ricordare il sacrificio di un servitore dello Stato che, con il proprio gesto eroico, ha lasciato un esempio indelebile di coraggio, senso del dovere e dedizione alla collettività.
A diciotto anni da quel tragico giorno, il ricordo del Tenente Marco Pittoni resta vivo nella comunità di Pagani e nell’intera Arma dei Carabinieri, che continua a custodirne la memoria come simbolo dei più alti valori istituzionali.
Qui ci sarebbe anche un Mondiale in programma. Il calcio d’inizio della 23esima edizione della Coppa del Mondo di calcio è fissato per l’11 giugno, ma fra i Paesi ospitanti non pare esservi uguale attenzione. Per esempio, provate a farvi un giro per i siti delle principali testate canadesi. Le homepage sono dominate da tutt’altri temi, a partire dalla strategia che il governo del premier liberal Mark Carney intende adottare sul tema dell’intelligenza artificiale. Per trovare contenuti sul Mondiale “di casa” bisogna andare parecchio in giù o cercare nelle sezioni laterali.
Il ricordo fresco del disastro finanziario delle Olimpiadi 1976 a Montreal
Si scopre così che la massima kermesse globale del pallone non è in cima ai pensieri dei canadesi. E che anzi, se proprio li incrocia, trova quelli cattivi. Per esempio, quelli di chi si interroga sui costi in aumento, che ai contribuenti canadesi toccherà pagare. Un tema che risveglia una sensibilità particolare. Qui il disastro finanziario delle Olimpiadi estive 1976 a Montreal non è stato mai dimenticato. Ai contribuenti locali rimase l’eredità di un debito per la cui estinzione fu necessario un trentennio.
In Canada solo 13 partite su 104
Stavolta il rischio finanziario viene affrontato avendo come contropartita la possibilità di ospitare soltanto 13 partite. Che su un totale di 104 match previsti in calendario fa il 12,5 per cento della manifestazione. Inoltre, è anche una forzatura dire che il Canada sia un Paese ospitante; perché in realtà le sedi delle gare sono soltanto due: Toronto (stadio BMO Field) e Vancouver (stadio BC Place).
Lo stadio di Toronto che ospiterà il Mondiale 2026 (foto Ansa).
L’elemento dello squilibrio organizzativo di questa manifestazione è uno dei meno dibattuti. Si parla di Canada-Messico-Usa 2026, ma in realtà sarebbe il caso di inventarsi un’altra formula. Per esempio: “Usa 2026 al 75 per cento”. Che è la quota di gare programmate in territorio statunitense. Infatti, detto della molto relativa incidenza del Canada in questa manifestazione, stessa valutazione va fatta nel caso del Messico. Anche sul versante Sud di questo Mondiale del continente nordamericano il numero di gare sarà 13. Dunque un altro risicato 12,5 per cento, con la differenza che le piazze interessate sono tre: Città del Messico (stadio Azteca, dove si giocherà la partita inaugurale tra la nazionale di casa e il Sudafrica), Guadalajara (stadio Akron) e Monterrey (stadio BBVA Bancomer).
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani in visita allo stadio Azteca, in Messico, nel 2025, quando forse sperava nella partecipazione dell’Italia (foto Ansa).
A rafforzare l’idea della perifericità di Canada e Messico nel torneo provvede un altro dato: col turno degli ottavi di finale (una gara a testa) il Mondiale dei due Paesi si chiude. Dai quarti in poi si gioca soltanto negli Usa. Una sproporzione sconcertante. Ed è ancor più assurdo che Canada e Messico lo abbiano accettato.
Allargamento a 48 squadre, con la novità dei sedicesimi di finale
Fossero soltanto queste le stranezze, in un Mondiale bizzarro a partire dalla taglia: 48 squadre, in conseguenza del più spettacolare allargamento nella storia della manifestazione. Fin qui si era proceduto con aumenti da 8 nazionali per volta (da 16 a 24 in occasione di Spagna 1982, da 24 a 32 per Francia 1998). Stavolta sono state ammesse 16 nuove finaliste in un colpo solo. Con l’effetto che, per la prima volta nella storia, la fase a eliminazione diretta partirà coi sedicesimi di finale anziché gli ottavi di finale.
I giocatori dell’Italia in bianco e nero, senza colori come questa Nazionale (foto Ansa).
Una maratona ridicola, che avrà il solo effetto di abbassare drasticamente il livello tecnico e spettacolare. Ovvio che tutte queste considerazioni suonano ancora più urticanti se si pensa che la nazionale azzurra non è stata capace di qualificarsi nemmeno a un’edizione così larga (anche se le europee sono aumentate soltanto da 13 a 16, calando a livello percentuale sul numero dei partecipanti): ciò che è l’indicatore più spietato della povertà che segna il nostro movimento.
A Zurigo hanno pensato anche all’ipotesi di torneo biennale…
Ma al di là d’ogni italica miseria e malinconia, resta la realtà di una manifestazione ipertrofica. Che per di più potrebbe non aver terminato di espandersi. Di tanto in tanto fa capolino l’ipotesi di un’ulteriore dilatazione, così come era stata in ponte l’ipotesi del Mondiale biennale. Evidentemente a Zurigo, nelle stanze della Fifa, il rischio di “inflazione” della manifestazione non viene contemplato. Men che meno questo timore sfiora il presidente.
La nazionale iraniana (foto Ansa).
Una Fifa tutta sua (ma non dei tifosi)
Già, il presidente. Gianni Infantino, che nel 2016 si è trovato, in modo del tutto fortuito, la strada spianata verso la presidenza del calcio mondiale. E che da quel momento in poi ha ridisegnato l’organizzazione a misura della sua figura. Potremmo chiamarla Fifantino. Sotto la sua presidenza la Fifa è diventata una macchina da soldi, ciò che è il suo principale vanto. Peccato che, in ultima analisi, quei soldi vengano sborsati soprattutto dalla “gente”, gli appassionati di calcio: che remunera i main sponsor coi propri comportamenti di consumo, paga le pay tivù e, soprattutto, acquista i biglietti delle partite. Sempre che ciò sia possibile e che i prezzi siano alla portata.
E proprio qui sta uno degli aspetti più critici, ossia il costo dei ticket, andato fuori controllo a causa del meccanismo di vendita via web costruito per generare l’asta. I biglietti sono inaccessibili, ma altrettanto lo è il costo di ogni altro bene o servizio che i supporter dovranno comprare per seguire la propria nazionale: trasporti, sistemazione alberghiera, eventuale noleggio auto e parcheggi. Per non dire della novità di non poter portare cibo e acqua all’interno dello stadio: ogni cosa dovrà essere acquistata in loco, a costi esorbitanti. Un salasso. Ma Infantino sorride sempre.
Un tifoso mostra i biglietti originali del 1994 (foto Ansa).
La ridicola ipotesi di ripescaggio e la guerra sullo sfondo
Sorrideva anche quando, con sommo sprezzo del ridicolo, consegnava a Donald Trump un improbabile Premio Fifa per la Pace. L’atteggiamento scodinzolante era quello di sempre. Ha continuato a esserlo durante tutte queste settimane in cui c’è stata da gestire la grana della nazionale iraniana, di cui per lungo tempo si è ipotizzato il ritiro. Ci si è dovuti pure sorbire il Paolo Zampolli di turno che faceva pressioni per un impossibile ripescaggio dell’Italia.
Paolo Zampolli e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Alla fine è stata trovata la soluzione di compromesso: l’Iran giocherà negli Usa le gare del girone eliminatorio, ma farà base in Messico. Tutto ciò lascia scivolare sullo sfondo una verità che nessuno vuol dire: il Mondiale si gioca sul suolo di un Paese in guerra. Secondo Infantino il calcio unisce il mondo. Di sicuro trova il favore degli autocrati. Come lui.
Lavori su una presentazione. Poi un’altra, un’altra ancora e ancora, come accade ogni giorno nella vita professionale di molti di noi. Solo che, a un certo punto, non ricordi più come si fa. Dubiti delle tue capacità, ma allo stesso tempo cerchi di capire cosa sta succedendo, visto che il lavoro non è cambiato. Eppure, qualcosa non quadra. Niente che ti riguardi. Le tue skill sono lì, intatte, ma il trucco è semplice quanto diabolico. Lo strumento che usi è stato progettato esattamente per questo.
Scout, un agente IA sempre attivo
Intendiamoci: niente che già non sapessimo, solo che stavolta è tutto scritto nero su bianco ed è il primo punto di un documento interno di Microsoft ottenuto da 404 Media, una testata giornalistica indipendente specializzata in tecnologia, cybersicurezza e cultura digitale, rimbalzato poi in giro per il mondo. Si tratta della strategia ufficiale per Scout, il nuovo assistente IA integrato in Microsoft 365. Il documento si intitola “ClawPilot: Overview and Plan with Project Lobster“. Scout, internamente, era ClawPilot. Si tratta di un agente IA sempre attivo, capace di girare direttamente sul dispositivo senza passare dal cloud, automatizzando email, documenti e flussi di lavoro.
L’ecosistema che rende le persone dipendenti
Il titolo della prima sezione è Make people addicted (cioè rendi le persone dipendenti). La roadmap si fa subito chiara. È un po’ come per i social media e lo scroll infinito, il legame emotivo che chiamano engagement e che rende difficile staccarsi dallo schermo. Ma questa volta è diverso, seppure sempre di dipendenza si tratti. L’obiettivo, infatti, è costruire un ecosistema di strumenti che renda le persone dipendenti dall’assistente su base quotidiana. E si legge, con una soddisfazione che fa pensare, che il processo sta già avvenendo in modo spontaneo. Infatti, i lavoratori Microsoft che lo usano mostrano tassi di abbandono bassissimi. Insomma, funziona.
Scout, l’assistente IA di Microsoft.
Così viene erosa la tua autonomia
Morale della favola, ed è il punto più insidioso, non riesci più a farne a meno perché hai delegato abbastanza funzioni da non riuscire più a liberarti da quell’ecosistema in cui il tuo agente è integrato. Una dipendenza che non si sente, si struttura un’operazione alla volta. E quando si struttura nelle pratiche lavorative quotidiane smette di sembrare un problema, diventando semplicemente il modo in cui si lavora, un’abitudine. Così, svelata l’ipocrisia, oggi sappiamo dare un nome preciso a un assistente che, invece di renderti più capace, erode la tua autonomia, la tua agency direbbero quelli bravi. La risposta ufficiale dell’azienda? Nessuna smentita. E già questa è una risposta.
Sembra di stare in un laboratorio della manipolazione con tanto di istruzioni per l’uso. Altro che intelligenza artificiale inevitabile. Nulla a che vedere con i laboratori scientifici dove i ricercatori di psicologia comportamentale, per decenni, ci hanno costruito sopra carriere accademiche, spiegando dall’esterno quello che le aziende facevano, senza mai ammetterlo davvero. Tutto adesso ha non solo un nome preciso, ma anche una firma in calce. Dipendenza comportamentale. Rinforzo intermittente. Costi di switching. Lock-in.
Intelligenza artificiale (foto Unsplash).
Una volta si partiva dal problema reale e si cercava la soluzione
Sono ormai andati i tempi dei grandi studiosi che teorizzavano come, prima, occorresse capire il problema reale che il cliente vuole risolvere e poi costruire qualcosa che lo risolva meglio di qualsiasi alternativa, lasciando infine che il mercato premiasse il prodotto. La fedeltà, a quel punto, era solo una conseguenza della qualità del servizio offerto e il cliente tornava perché voleva farlo.
Quello che invece descrive il documento Microsoft è l’esatto opposto. Non si parte dal problema dell’utente, ma dal comportamento che si vuole produrre nell’utente. La funzione d’uso, quindi, non è più del cliente, ma dell’azienda. E il prodotto non è più lo strumento per soddisfare il cliente. È il cliente stesso a diventare il prodotto. Fine dell’innocenza.
La pratica successiva appare già meno scandalosa…
Ogni pratica che supera il limite senza produrre conseguenze reali sposta la finestra di ciò che è accettabile. La pratica successiva, leggermente più estrema, appare già meno scandalosa. E non perché sia meno grave, ma solo perché viene confrontata con la precedente, che non rappresenta mai un criterio indipendente. Così, tra qualche anno, questo modus operandi potrebbe diventare il benchmark normale, lo standard del settore, semplicemente perché nessuno ha deciso di fermarlo. Il re è nudo, anche se non da oggi. La differenza, questa volta, l’ha fatta la sfrontatezza di scrivere un documento aziendale di uno dei gruppi tech più influenti al mondo, i cui prodotti utilizziamo ogni giorno. Il problema è che ormai lo sa anche lui. E sembra andargli benissimo.
Trenta. È il numero di volte fino a cui aumenterà la cifra da pagare per le richieste relative ai visti e ai permessi di soggiorno per i cittadini stranieri in Giappone. Un aumento a dir poco esponenziale, approvato in via definitiva dalla Dieta, il parlamento nipponico, su proposta del Partito liberaldemocratico al governo. La proposta fa parte del programma della premier Sanae Takaichi, conservatrice dalle politiche dai tratti nazionalisti. Sin dalla campagna elettorale che ha preceduto l’inizio della sua esperienza a capo dell’esecutivo, la prima leader di governo della storia del Giappone ha assunto una postura severa nei confronti degli stranieri. Obiettivo: compiacere la crescente onda anti-immigrati, che ha portato a una forte ascesa di partiti sovranisti anti-establishment come il Sanseito.
Turiste asiatiche in Giappone (Ansa).
L’aumento per visti e permessi di soggiorno scatterà entro marzo 2027
Finora il limite massimo previsto dalla legge per le richieste di modifica dello status di residenza o di proroga del soggiorno era di 10 mila yen (circa 55 euro), così come per le domande di residenza permanente. Con la riforma, i tetti saliranno rispettivamente a 100 mila e 300 mila yen, vale a dire circa 540 e 1610 euro. Le tariffe effettive saranno stabilite con precisione tramite decreti governativi e saranno introdotte entro il 31 marzo 2027. I cittadini cinesi, di gran lunga il gruppo più numeroso di residenti stranieri in Giappone, potrebbero essere i più colpiti dalle nuove misure, in un momento in cui i rapporti tra Pechino e Tokyo sono già assai tesi sul fronte diplomatico. Ma le novità toccano anche i turisti stranieri che hanno bisogno di visto: il governo prevede infatti di aumentare il costo del visto a ingresso singolo da 3 mila a 15 mila yen.
Arriva JESTA, la versione nipponica dell’ESTA Usa
La legge prevede inoltre l’introduzione, entro marzo 2029, di un sistema elettronico di autorizzazione ai viaggi denominato JESTA, la versione giapponese dell’ESTA statunitense. Secondo il governo, il sistema servirà a impedire l’ingresso di «stranieri indesiderati», come possibili terroristi o persone già espulse in passato. I viaggiatori provenienti da Paesi esentati dall’obbligo di visto per soggiorni brevi saranno sottoposti a controlli preventivi e potranno essere respinti prima della partenza se ritenuti «problematici» dalle autorità.
Sanae Takaichi (Ansa).
Il Giappone nel 2025 ha registrato il record di stranieri residenti
Il governo giustifica gli aumenti sostenendo che il Giappone debba allineare i costi dei visti e dei permessi di soggiorno agli standard occidentali per costruire un sistema migratorio più solido. Alla fine del 2025, i residenti stranieri in Giappone hanno raggiunto quota 4,13 milioni, il livello più alto mai registrato. Una cifra che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile in un Paese che ha costruito parte della propria identità moderna sull’idea di omogeneità culturale e sociale. Il governo sostiene che l’aumento delle tariffe serva a coprire i costi amministrativi legati a questa crescita, a finanziare programmi di integrazione linguistica e a rafforzare il contrasto all’immigrazione irregolare.
Le misure e le resistrizioni sull’immobiliare
Eppure, la questione non appare soltanto economica. Nella percezione di molti osservatori, la legge appena approvata rappresenta un ulteriore tassello di una più ampia strategia di controllo della mobilità straniera. Il governo sta infatti approntando una serie di misure che prevedono restrizioni più severe sugli acquisti di terreni in prossimità di installazioni militari e siti sensibili per la sicurezza nazionale. Il dibattito coinvolge anche il mercato immobiliare urbano, dove da mesi si moltiplicano le accuse agli investitori stranieri che starebbero contribuendo all’aumento dei prezzi degli appartamenti nelle principali città.
Il quartiere di Shinjuku a Tokyo (Ansa).
Per ora salta la riforma dei centri di detenzione per irregolari
È stata invece accantonata l’ipotesi di riforma dei centri di detenzione per immigrati irregolari, una delle questioni più controverse del sistema migratorio giapponese. Si tratta di strutture amministrative destinate a ospitare persone che si trovano in violazione delle norme sull’immigrazione, ad esempio per aver superato la durata consentita del visto o per non aver rinnovato il permesso di soggiorno. Le persone trattenute si trovano in una forma di detenzione amministrativa che può protrarsi per un periodo indefinito, fino al rimpatrio o alla ridefinizione della posizione legale. Negli ultimi anni numerose organizzazioni hanno denunciato problemi legati all’assistenza sanitaria, alle condizioni psicologiche dei detenuti e alla mancanza di adeguati meccanismi di controllo indipendente all’interno di queste strutture. Polemiche che hanno lambito anche l’Italia nel 2022, quando in uno di questi centri si è registrato il suicidio di Gianluca Stafisso, cittadino italiano che viveva in Giappone da molti anni.
L’immigrazione diventa più costosa, ma gli stranieri servono
Le mosse normative del governo avvengono proprio mentre, secondo diversi osservatori, il Giappone avrebbe bisogno di più stranieri e più immigrati. Il Paese sta invecchiando più rapidamente di quasi qualsiasi altra società industrializzata. La popolazione diminuisce ogni anno, le scuole chiudono, intere comunità rurali si spopolano e molti settori economici faticano a trovare personale. Lo stesso governo ha approvato programmi che prevedono l’arrivo di oltre un milione di lavoratori stranieri nei prossimi anni per colmare le carenze di manodopera. Eppure, parallelamente, continua a costruire un sistema che rende più costosa, più precaria e più complessa la permanenza di chi già vive o intende vivere nel Paese.
Sanae Takaichi (Ansa).
Cittadini più vulnerabili a rischio
Sempre più spesso lo straniero viene presentato nel discorso pubblico come una questione di sicurezza, ordine pubblico e controllo sociale. La residenza permanente, la naturalizzazione e perfino l’accesso alla proprietà immobiliare sembrano essere visti dal governo Takaichi come concessioni da accordare a chi soddisfa criteri che si teme possano diventare sempre più stringenti. Le organizzazioni per i diritti umani temono che l’aumento delle tariffe e, in generale, le politiche sugli stranieri possano colpire soprattutto i residenti più vulnerabili, dai richiedenti asilo alle famiglie con redditi modesti. Temono inoltre che l’enfasi sul controllo e sulla sicurezza finisca per alimentare ulteriormente una narrativa di sospetto verso persone che, nella maggior parte dei casi, lavorano, pagano le tasse e contribuiscono alla società giapponese.
Stargate chiude prima di aprire; Star Trek torna al formato classico; i Premi Locus, la nuova stagione di Silo, Delos 276 e le grandi saghe della fantascienza.
C'è grossa crisi, come diceva Guzzanti. Va be', ce ne sono tante grosse crisi e molto più drammatiche, ma anche la fantascienza televisiva vive la sua. Ricapitoliamo: Star Trek in tv per ora è fermo, non ci sono programmi per il futuro. C'è qualcosa di già pronto e ne avremo ancora fino all'anno prossimo, poi stop. Doctor Who ha mollato Disney e ci sono seri dubbi che possa riprendere da qualche altra parte, l'attore ha finito il contratto, uno nuovo non lo si trova (o non lo si cerca), Russell T Davis non si sa bene se sia ancora in charge di qualcosa.... - Leggi l'articolo
Make Italy Healthy Again. Il movimento no-vax legato al segretario della Salute Usa Robert F. Kennedy è sbarcato anche in Italia. E a portare il verbo non è stato un personaggio qualsiasi. Il giornalista e producer Del Bigtree ha infatti fatto capolino a fine maggio nel nostro Paese. Un tour che lo ha visto presentare a Roma, Milano, Venezia, Padova e in Sardegna il suo ultimo film-documentario no-vax An Inconvenient Study. Il viaggio di Bigtree non si è però limitato alle sale cinematografiche. Il produttore ha rilasciato interviste, incontrato giornalisti, attivisti e cercato nuovi proseliti. Spingendosi persino anche a dare “consigli” al nostro ministro della Salute.
Dai documentari no-vax all’Informed Consent Action Network
Bigtree è un personaggio di prim’ordine nel panorama no-vax legato al mondo MAGA. La sua fama è iniziata nel 2016, anno di uscita del documentario da lui prodotto, Vaxxed: From Cover-Up to Catastrophe. Il film era diretto da Andrew Wakefield, un ex medico inglese divenuto famoso alla fine degli Anni 90 per aver pubblicato uno studio che collegava direttamente l’autismo ai vaccini contro il morbillo, la parotite e la rosolia. Lo studio si era poi rivelato manipolato e Wakefield era stato espulso dall’ordine dei medici. Nonostante i trascorsi di Wakefield, Bigtree decise di dare voce alle sue opinioni. Da allora si è dedicato anima e corpo alla causa no-vax. E il suo interesse va ben oltre i film. Bigtree ha infatti fondato la sua personale ONG Informed Consent Action Network (ICAN). Organizzazione da anni attiva negli Stati Uniti per cercare di limitare ed eliminare l’utilizzo dei vaccini. E negli ultimi anni è cresciuta enormemente. Merito di due fattori: la vicinanza a Kennedy e lo scoppio del Covid-19.
Del Bigtree al FreedomFest di Las Vegas nel 2024 (foto Gage Skidmore).
La collaborazione con Kennedy e le politiche MAHA
Bigtree ha infatti soffiato abilmente sulle perplessità di parte dell’opinione pubblica attorno ai vaccini anti-Covid e alle misure anti-pandemiche. Nel giro di pochi mesi dallo scoppio della pandemia, il suo podcast, prima disponibile su YouTube e ora sulla piattaforma Rumble, ha visto triplicare gli ascolti. La pandemia ha anche unito maggiormente Kennedy e Bigtree. I due hanno condiviso gran parte delle teorie complottiste sulla gestione del Covid. Tanto che il produttore è stato il responsabile comunicazione della campagna presidenziale di Kennedy nel 2024. La lettera pubblicata da Bigtree in occasione della nomina era abbastanza chiara sui comuni intenti dei due. Nel testo il neo-responsabile comunicazione sosteneva che i vaccini contro il Covid fossero responsabili di numerosi casi di lesioni e decessi. Inoltre esortava i propri sostenitori a «fermare il Nuovo Ordine Mondiale dei globalisti» e a unirsi, al di là delle divisioni politiche, sotto la bandiera della «libertà medica». Bigtree ha poi seguito Kennedy nella decisione di ritirarsi dalla campagna e appoggiare Trump. E non a caso oggi è uno dei sostenitori più entusiasti delle politiche Make America Healthy Again (MAHA) portate avanti dall’amministrazione Trump e in particolare da Kennedy. Tra i pilastri della nuova sanità, secondo Kennedy, c’è infatti, neanche a dirlo, proprio la messa in discussione dei vaccini. Uno scetticismo che con Bigtree è sfociato addirittura nel voler favorire il contagio dei bambini da malattie mortali come la poliomelite. In un’intervista al The Atlantic, il produttore americano ha infatti detto che vorrebbe che suo figlio «si contagiasse con la poliomelite e il morbillo». Anzi, ha aggiunto di essere infastidito dal fatto che tanti bambini vaccinati rendano così difficile che questo avvenga.
Il segretario alla Salute Usa, Robert F. Kennedy Jr, e Donald Trump (Ansa).
Il gran tour italiano grazie al Popolo delle mamme
Le sue idee hanno a volte messo in imbarazzo anche lo staff dell’amministrazione Trump. Nel 2024 una portavoce cercò di mettere in chiaro che «le opinioni di Bigtree non rappresentano né quelle di Trump né quelle di Kennedy». Nonostante la presa di distanza, i rapporti tra Bigtree e Kennedy sembrano rimasti ottimi. Sotto la nuova amministrazione, l’ICAN ha anche visto le sue entrate toccare il record di 23 milioni di dollari. E ora il prossimo passo di Bigtree sembra essere quello di internazionalizzarela sua figura. Insieme a Francia, Polonia, Giappone e Australia, l’Italia è stata tra i Paesi prescelti per il nuovo progetto. Il viaggio è stato reso possibile anche grazie al contributo del Popolo delle mamme, un’organizzazione italiana da sempre impegnata nella lotta ai vaccini e per la «libertà sanitaria».
Nel suo tour, Bigtree ha incontrato volti noti del movimento italiano contro i vaccini, come Pietro Gasparoni, medico diventato simbolo dei no-vax per aver pubblicato nel 2022 una comunicazione ai pazienti in cui invitava a non vaccinarsi contro il Covid. Anche a livello mediatico Bigtree ha raccolto diverse ospitate. È stato ospite del programma social Giù la testa di Marcello Foa, ex presidente della Rai vicino alla destra. In quell’occasione, Bigtree ha ammesso di aver «saltato di gioia» alla notizia del ritiro dei fondi all’Oms deciso da Trump. Anche Eleonora Tomassi, volto social del Tempo, lo ha voluto ospite nella sua trasmissione online Como States.
Forse influenzata dal contesto – le riprese del programma si svolgono infatti davanti a Palazzo Chigi – Tomassi ha chiesto a Bigtree di dare qualche consiglio al ministro della Salute Orazio Schillaci. L’ospite non si è certo fatto pregare e ha chiesto, tra le altre cose, di «rivedere con grande attenzione» le politiche vaccinali in Italia. Chissà che ne pensano a Lungotevere Ripa…
C’è un film che è in testa alle classifiche degli incassi in Italia e, qui sta la sorpresa, è un horror. Si tratta di Backrooms, del giovanissimo regista Kane Parsons, 21 anni compiuti. Un vero e proprio caso riguardante i rapporti tra Internet e il cinema. Il film nasce infatti dall’apparizione di un video su YouTube dello stesso Parsons, che ha toccato in poco tempo i 70 milioni di visualizzazioni. Il video è il nucleo germinale da cui la casa di produzione A24, specializzata in film arty ma anche di genere (vedi gli ultimi lavori di Ari Aster e il recente The Drama), ha deciso di trarre il Backrooms uscito nelle sale: l’esordio più redditizio nella storia della stessa A24, lanciato a livello globale, in oltre 30 Paesi.
Il richiamo all’estetica dell’IA e alla struttura dei videogiochi
Cosa sono le Backrooms? Spazi misteriosi e nascosti, presenti nelle spire profonde degli edifici, a cui si accede attraverso una soglia improvvisa e da cui si dipana un labirinto di vani, corridoi, cunicoli, cortili, vasche e cornicioni che sembra la fotografia sbiadita e abbandonata dell’edificio stesso, ma anche l’immagine sfinita della realtà esterna nel suo complesso.
Tale geografia, o topografia, richiama tutta una segnaletica virtuale cara ai navigatori in Rete, nonché l’estetica dell’intelligenza artificiale e la struttura dei videogiochi. Da qui, il passaparola tra il pubblico under 30, e il successo che ne deriva.
Al cinema, questa cyber-dimensione viene innescata in una struttura narrativa facile e riconoscibile, ossia il genere horror (l’horror “elevato”, cioè psico-filosofico), per cui i due protagonisti, a turno, finiscono intrappolati nel labirinto misterioso, con tutti gli choc, i soprassalti, le grida, le tensioni del caso. Hollywood è contenta, perché il caso risolverebbe un cruccio produttivo che si era inesorabilmente fatto strada tra le mura degli studios, ovvero l’estenuante ricorso alle serie di prequel, sequel, spin-off, basati su brand ultra-riconoscibili, quali Star Wars e The Avengers. Visti i recenti magri incassi di Star Wars – The Mandalorian and Grogu, si tratta di una chiave produttiva che ha iniziato ormai a mostrare la corda.
Se l’iPhone diventa il punto di fruizione migliore possibile
Al cinema, allora, ho guardato forse più il pubblico che il film. Nella fila davanti a me, durante la proiezione, una giovanissima spettatrice inquadrava lo schermo con il suo iPhone, registrando le immagini. Ho avuto l’impressione che non si trattasse di blanda pirateria audiovisiva, ma di qualcosa d’altro: la ricerca del punto di fruizionemigliore possibile, attraverso il monitor dell’apparecchio, come se l’iPhone fungesse da occhialetti colorati per il 3D; oppure quando in un concerto rock il pubblico con il cellulare in mano registra la performance sul palco. La ragazza davanti a me (in realtà erano due) notificherebbe così una modalità di fruizione comune sia al cinema sia alla musica. Guardare attraverso il monitor uno schermo cinematografico fa venire meno l’abituale distinzione tra spettacolo dal vivo e proiezione registrata. Possiamo immaginare la ragazza che mostra poi a un’amica sia le immagini di Blackrooms catturate sullo schermo, sia un’esibizione sul palco di Vasco Rossi, senza differenza alcuna. L’importante è l’evento in quanto tale. Per la musica è un’abitudine, per il cinema forse una novità.
Dalla fuga degli spettatori al sopraggiungere della locomotiva dei Lumière sino alle mastodontiche proiezioni di Nascita di una nazione con l’orchestra in sala, il cinema ha fin dalle origini cercato la dimensione dell’evento, in tutte le declinazioni possibili: l’evento rigidamente d’autore, Hiroshima, mon amour di Resnais, oppure l’evento sia di genere che d’autore, 2001: odissea nello spazio di Kubrick. Per giungere, oggi, alle anteprime di The Odyssey di Christopher Nolan, con i biglietti esauriti un anno prima: esattamente come accade per i concerti rock.
Più che un film è un’installazione artistica
La critica specializzata ha scritto come Backrooms, più che un film, sarebbe allora un evento, o meglio un’installazione di arte contemporanea. Giova ribadire come il cinema stesso, sin dal suo apparire, sia sempre stato un’installazione di arte contemporanea: basti pensare ancora alla fuga degli spettatori davanti al treno dei Lumière, nell’anno 1895. Come si spiegherebbe, inoltre, la possibilità di vedere un film, dicendo di averlo effettivamente visto, sul monitor piccolo del telefono cellulare, magari in metropolitana, se il cinema, di suo, non fosse capace di installarsi, appunto, su una varietà articolata di supporti e ambienti possibili?
In breve, Backrooms non farebbe che assestare una procedura in atto già da più di un secolo: il merito del film, e dunque il suo successo, è quello di manifestare l’assestamento in maniera così esplicita che la ragazza davanti a me non ha resistito ad accendere l’iPhone e registrare lo schermo, come fosse l’esibizione dal vivo sul palco di un concerto rock.
Backrooms è un quasi accettabile episodio esteso di Black Mirror
Detto questo, ci sarebbe anche Backrooms in quanto opera filmica compiuta: un quasi accettabile episodio di Black Mirroresteso fino a due ore. La storiella horror, i due protagonisti alle prese con gli incubi della zona oscura chiamata Backrooms, è il pretesto per innescare la felicità di una fruizione prevista in Rete, preordinata nel film, e infine da condividere sul cellulare con gli amici. Per trovare motivi di interesse, dovremmo anche in questo caso risalire alle origini dell’immaginario contemporaneo, per esempio a Walter Benjamin e le sue riflessioni sul fotografo parigino Eugène Atget. Costui era specializzato in «particolari di città, una lunga fila di forme di stivali, oppure i cortili di Parigi dove dalla mattina alla sera sono allineate le carrette, le tavole ancora apparecchiate dopo il pasto, le stoviglie non ancora rigovernate». Il carattere di simili pose è colto da Benjamin con precisione: «Tutte queste immagini sono vuote, vuoti gli scaloni d’onore, vuoti i cortili, vuote le terrazze dei caffè. Tutti questi luoghi non sono solitari, bensì privi di atmosfera; in queste immagini, la città è deserta, come un appartamento che non ha ancora trovato gli inquilini nuovi» (in W. Benjamin, Piccola storia della fotografia).
Il va-e-vieni tra interno ed esterno è una finestra di libertà o un loop chiuso su se stesso?
A 100 anni di distanza, le Backrooms di Parsons assomigliano molto alle fotografie di Atget: spazi privi di atmosfera, vuoti, solcati da oggetti spenti e accatastati. La differenza è che gli ambienti di Parsons, e della A24, non aspettano alcun inquilino nuovo, perché non guardano a un futuro possibile. Il film è cadenzato da panorami di agglomerati cittadini orizzontali fiochi e stinti, presumibilmente in California, avvolti nella caligine, senza passanti o cittadini.
L’idea è dunque quella del palindromo: sia le sotterranee Backrooms che l’esterno urbano risultano senza futuro possibile, ossia vuoti e privi di atmosfera. L’interno sfinisce nell’esterno, e subito viceversa.
Il film inizia con il protagonista che si presenta al consueto appuntamento della seduta di psicoterapia. La dottoressa lo invita a un gioco di simulazione, in cui lui deve rivivere la scena traumatica che ha provocato la separazione dalla moglie, moglie ora interpretata dalla dottoressa medesima. Durante la scena, inoltre, capita che il paziente si premuri di chiedere se in quel momento sta parlando alla terapeuta o alla moglie: e se lui, dunque, risulti il se stesso di adesso, o quello della scena fatidica. Anche qui, emerge la figura del palindromo: tra persona e personaggio non c’è più il filtro della maschera, che gestisce lo sdoppiamento, ma simultaneità sfinita di condizione, proprio come per le Backrooms e le immagini di città, che non si distinguono in nulla.
Questo forse è il nervo scoperto dell’immaginario contemporaneo, che il film fa vibrare: il dilemma se il va-e-vieni ininterrotto tra interno ed esterno, tra il virtuale e il reale, tra il Sé e il corpo, sia una finestra di libertà oppure un loop chiuso su se stesso. Se non emergono più mediazioni, sociali e culturali, tutti risultiamo condannati a una spugnosa asfittica e totalitaria immediatezza.
Benjamin accostava le fotografie di Atget all’estetica del Surrealismo, optando dunque per la finestra di libertà. A film finito, sinceramente, lo spettatore coltiva qualcosa simile alla sensazione opposta.
La rivincita della mediocrità
Ma non dimentichiamo la ragazza della fila davanti a me, intenta a registrare lo schermo con l’iPhone. Il suo gesto diventa importante perché pone comunque una mediazione, un imprevisto diaframma nel circuito chiuso della comunicazione tra interno ed esterno. Assegna uno sguardo a quelle Backrooms (e anche le fotografie di Atget) che ne risultano prive. Il dilemma per lo meno spicca e si rilancia. Sul monitor del telefonino della ragazza, Backrooms film è cinema per il pubblico o video personale? Messaggio d’autore, e di A24, o collezione digitale nella galleria dello spettatore? È un palindromo di opportunità, oppure un loop soffocato? Valore di scambio o valore d’uso? A 100 anni di distanza, può forse ancora avere ragione Benjamin e cioè che nella cultura di massa la riproducibilità tecnica rimane un buon antidoto al Potere, e persino istinto di sopravvivenza per la rivoluzione?
In ogni caso, meno male che film mediocri fanno venire in mente qualcosa che film molto più illustri, chissà perché, lasciano inespresso e muto. Certo, per giovarsene, bisogna amare più il cinema che i film.
Non si sono ancora placate le polemiche per gli incidenti politico-mondani occorsi durante la parata del 2 giugno e la successiva festa al Quirinale: l’assenza malamente giustificata dei leader del campo largo, Giorgia Meloni non citata nel monologo di Paola Cortellesi sulle donne della Repubblica, il forfait del ministro dei Trasporti Matteo Salvini, impegnato a vegliare sulle grandi opere e a scongiurare il prossimo sciopero dei treni (lui è l’unico che lavora quando gli altri fanno festa, e viceversa. Devono avergli dato un calendario fallato, con i giorni neri al posto dei rossi).
La premier Giorgia durante la parata del 2 giugno (foto Ansa).
Ma più clamorosa e dolorosa è stata la freddezza sugli episodi che prendono a calci tutte le belle parole spese per celebrare gli 80 anni della Repubblica democratica fondata sul lavoro: la strage dei braccianti a Cosenza, l’inchiesta milanese sullo schiavismo (eufemisticamente chiamato caporalato) nel maxi-cantiere per la costruzione del Consolato americano.
I braccianti afghani Ullah Ismat Qiemi, Amin Fazal Khogjani e Safi Iayjad, bruciati vivi ad Amendolara (foto Ansa).
Lavorano solo i maschi over 50: donne e giovani restano a casa o emigrano
E sono solo le ultime aggiunte a un cahier de doléances che va dai quasi 200 morti sul lavoro solo nel primo trimestre di quest’anno ai licenziamenti negli stabilimenti italiani Electrolux, dalle 117 aziende che nel 2026 hanno chiuso i battenti agli illusori record di occupazione, riguardanti solo i maschi over 50, mentre donne e giovani restano a casa o, se possono, emigrano.
Operai al lavoro nel cantiere del nuovo consolato Usa a Milano (foto Ansa).
A dire il vero, è scorretto tirare in ballo i cahiers de doléances, i rapporti scritti sulle sofferenze del popolo nella Francia prerivoluzionaria: anche durante l’Ancien Régime, ogni tanto il sovrano li prendeva in considerazione. Delle sofferenze dei lavoratori italiani, invece, al governo non sembra importare granché.
Il potere d’acquisto delle famiglie crolla e la crescita resta al palo
Per Meloni “lavoro” è un concetto fine a se stesso, come “stabilità”: buono per le dichiarazioni trionfali, ma vuoto di significato, alla luce dell’articolo 36 della Costituzione, che prevede retribuzione sufficiente per garantire un’esistenza libera e dignitosa, limiti di orario, riposo settimanale e ferie pagate. E lo è anche alla luce della semplice logica: se in Italia gli occupati aumentano, ma il potere d’acquisto delle famiglie crolla e la crescita resta al palo, dev’esserci qualcosa che non funziona.
Un’immagine di Giorgia Meloni (foto Ansa).
L’impressione è che l’idea che questa destra ha del lavoro (quello cui è destinata la gente normale, non i figli, fratelli, parenti e amanti dei potenti, ovviamente) sia una versione aggiornata di quella che si applicava nelle workhouse, gli ospizi dove i poveri dell’Inghilterra vittoriana spaccavano pietre o intrecciavano corde per la Regia marina: lavorare non è produzione o creazione ma, prima di tutto, prevenzione e rieducazione.
Il lavoro riguarda più che altro il mantenimento dell’ordine pubblico
Deve tenere impegnato l’individuo, distrarlo da progetti delinquenziali e fargli guadagnare qualche soldo, abbastanza per le piccole spese, ma non per i vizi. L’occupazione, insomma, è prima di tutto qualcosa che tiene occupati. Una questione che riguarda più il mantenimento dell’ordine pubblico che lo sviluppo e la modernizzazione del Paese, la felicità e la dignità dei cittadini o il futuro dei giovani.
Laureati (che poi scappano dall’Italia).
Questo pensiero spiegherebbe anche il totale disinteresse per la fuga all’estero dei laureati (146 mila negli ultimi 10 anni): non è conveniente tenersi fra i piedi gente giovane e istruita che non si accontenta del lavoretto precario e non puoi bollare come “maranza”.
Disoccupazione e inattività femminile: l’Italia è prima in Europa
Dalla concezione profilattica del lavoro deriva anche la disattenzione verso la disoccupazione e l’inattività femminile, dove l’Italia è prima in Europa: far lavorare le donne è meno urgente, perché, a differenza dei maschi, quando non hanno un impiego è più difficile che stiano con le mani in mano o, peggio ancora, che le usino per fare più danni che vendere foto dei piedi su OnlyFans.
Slogan per i salari durante lo sciopero nazionale USB a Napoli (foto Ansa).
In questo panorama che sta scivolando sempre più verso scenari dickensiani (dopo il Covid, in Italia si registra un costante aumento del lavoro minorile, strano che Meloni non rivendichi anche questo), l’obbligo imposto dalla legge Ue di indicare la retribuzione annua lorda nelle offerte di lavoro, che scatta dal 7 giugno, è un pallido raggio di sole.
Trasparenza sulla “paga”, un’altra deriva woke di Bruxelles…
I candidati potranno scartare i salari più inadeguati, e i datori di lavoro non potranno più avere il coltello dalla parte del manico per giocare al ribasso quando nei colloqui si affronta l’argomento “paga”. Scommettiamo che qualcuno nella maggioranza brontolerà sull’ennesima deriva woke imposta da Bruxelles?
Se avessi la possibilità di vivere per sempre, la coglieresti? Un corto sul tema della morte e dell'immortalità
Who wants to live forever?, faceva una famosa canzone dei Queen tratta dalla colonna sonora del film Highlander. Film che trattava anche il tema di questo corto, The Immortal, diretto da Carl Firth, anche se in questo breve filmato di quindici minuti si va decisamente più il là con le conseguenze. Il protagonista, interpretato dall'attore australiano Guy Edmonds, resta sconvolto dalla morte del nonno (James Cromwell) e poi da quella prematura del padre, e decide di opporsi alla morte. Finché non trova il modo di diventare immortale. Le cose si complicano quando si... - Leggi l'articolo
«Una Banca di Sviluppo dovrebbe essere istituita al più presto». Era stato questo il passaggio più concreto del discorso programmatico di Xi Jinping sul futuro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), pronunciato durante il summit di Tianjin lo scorso settembre. Ora la SCO prova ad accelerare e seguire l’indicazione del presidente cinese, con possibili sviluppi in vista del nuovo vertice annuale di fine agosto in Kirghizistan. Una mossa che potrebbe fornire un nuovo braccio finanziario al blocco eurasiatico, di cui fanno parte tra gli altri Cina e Russia, utile a schermarsi da dazi e sanzioni di Stati Uniti e Occidente.
Xi Jinping (Ansa).
Lo spartiacque della guerra commerciale
Nata nel 2001 per rafforzare la cooperazione tra Cina, Russia e le repubbliche dell’Asia centrale, la SCO oggi rappresenta quasi la metà della popolazione mondiale e una quota crescente della produzione economica globale. L’ingresso di India, Pakistan e successivamente Iran ha ampliato enormemente il peso dell’organizzazione, trasformandola in uno dei principali forum del cosiddetto Sud globale. La SCO è tradizionalmente una piattaforma che si concentra su temi di sicurezza, la cui attività operativa si è sempre limitata ad azioni antiterrorismo e antidroga. Ma, dopo la guerra commerciale del 2025, l’intenzione pare quella di dare una dimensione più operativa al al gruppo che vede tra i suoi membri anche Iran, India, Pakistan, Bielorussia e quattro repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale: Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan.
Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le consultazioni tecniche tra i governi dei 10 Stati membri, con Pechino che ha elevato il tema a priorità strategica, chiedendo che la banca venga istituita «il prima possibile».
Ad aprile, durante una conferenza nella città cinese di Xi’an, i membri della SCO hanno discusso i settori prioritari da finanziare, i meccanismi di finanziamento non sovrano e l’utilizzo delle valute nazionali e di strumenti finanziari alternativi per costituire il capitale statutario della banca. L’obiettivo è arrivare al summit di Bishkek con progressi tangibili, anche se la nascita formale dell’istituzione potrebbe richiedere ancora tempo.
Vladimir Putin e Narendra Modi al meeting della SCO a Tianjin, nel settembre 2025 (Ansa).
Cina e Russia vogliono ridurre la vulnerabilità alle pressioni occidentali
Per i Paesi dell’Asia centrale, la banca potrebbe rappresentare una nuova fonte di finanziamento per infrastrutture, trasporti, energia e digitalizzazione. Per Cina e Russia, invece, significherebbe dotare il blocco di uno strumento finanziario capace di sostenere l’integrazione economica eurasiatica e ridurre la vulnerabilità alle pressioni occidentali. Secondo diversi analisti, l’idea dell’istituto finanziario rappresenta un tassello fondamentale della più ampia strategia cinese volta a ridurre la dipendenza dei Paesi emergenti dai circuiti finanziari dominati dal dollaro statunitense. Il progetto ha assunto particolare rilevanza dopo l’invasione russa dell’Ucraina e la conseguente ondata di sanzioni occidentali. L’esclusione di molte istituzioni finanziarie russe dai circuiti dominati dal dollaro e dall’euro ha accelerato la ricerca di strumenti alternativi. Una banca multilaterale della SCO potrebbe contribuire a finanziare investimenti, facilitare i pagamenti transfrontalieri e sostenere il commercio tra i membri senza fare affidamento sulle infrastrutture finanziarie occidentali.
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa).
Il processo di dedolarizzazione coinvolge anche i BRICS
Il piano si inserisce nel processo più ampio di dedollarizzazione che coinvolge sia la SCO sia i BRICS, che a loro volta hanno da tempo istituito una banca di sviluppo. Negli ultimi anni le transazioni regolate in yuan, rubli e rupie sono aumentate in maniera significativa. La Cina e la Russia effettuano ormai quasi tutti gli scambi bilaterali nelle rispettive valute nazionali, mentre anche India e numerosi Paesi dell’Asia centrale stanno incrementando l’utilizzo delle proprie monete nei rapporti commerciali regionali. Dal 2015 al 2024, lo yuan ha visto una crescita costante come valuta di riferimento negli scambi intra-SCO e BRICS. Si partiva da una quota del 10 per cento sul totale nel 2015, salita al 22 per cento nel 2020 e fino a raggiungere circa il 44 per cento nel 2024. In generale, nell’arco di un decennio, l’uso delle valute nazionali nei circuiti SCO e BRICS è passato da una condizione marginale (poco più del 20 per cento complessivo nel 2015) a coprire oltre due terzi degli scambi nel 2024, segnando un cambio di paradigma rispetto alla tradizionale dipendenza dal dollaro.
L’internazionalizzazione dello yuan è una priorità strategica
Per Pechino, la banca della SCO rappresenterebbe un ulteriore strumento per promuovere l’internazionalizzazione dello yuan. La leadership cinese considera il rafforzamento della propria valuta una priorità strategica. Nonostante il peso economico della Cina, lo yuan continua a occupare una posizione relativamente marginale nei pagamenti globali rispetto al dollaro statunitense. Attraverso nuove istituzioni finanziarie, sistemi di pagamento alternativi e l’espansione delle transazioni in valuta locale, Pechino punta a ridurre il divario. La creazione della banca si collega anche alle recenti aperture della Cina verso l’utilizzo di stablecoin ancorate allo yuan e ai progetti di diffusione internazionale dello yuan digitale.
Un cambio valute yuan dollaro (Ansa).
Gli ostacoli: dalla governance alle rivalità tra membri
Restano ancora degli ostacoli da superare per arrivare al risultato. Uno dei nodi principali riguarda la governance. Stabilire quanto capitale dovrà versare ciascun Paese e come distribuire il potere di voto rappresenta una questione estremamente delicata.
La Cina, in virtù delle sue dimensioni economiche, sarebbe inevitabilmente il principale contributore. Gli altri membri, però, potrebbero temere che ciò si traduca in un’influenza eccessiva di Pechino sulle decisioni strategiche della banca. Anche la posizione della Russia presenta elementi di ambiguità. Mosca ha formalmente sostenuto il progetto, ma secondo alcuni osservatori il Cremlino non avrebbe particolari incentivi a promuovere attivamente una nuova istituzione che potrebbe sovrapporsi al ruolo della Eurasian Development Bank, organismo nel quale la Russia esercita una forte influenza.
Le rivalità interne tra i membri della SCO rappresentano un ulteriore fattore di complessità. L’organizzazione riunisce potenze nucleari rivali come India e Pakistan, economie molto diverse tra loro e Paesi che mantengono priorità strategiche asimmetriche. Storicamente, le tensioni tra Cina e India hanno rappresentato un limite alla piena integrazione del blocco. A tutto questo, si aggiunge la variabile Iran, che aggiunge volatilità dopo la guerra contro Stati Uniti e Israele.
La transizione verso un sistema più multipolare
Eppure, in Cina sono convinti che la creazione della banca di sviluppo della SCO sia solo questione di tempo. Non si tratta di un tentativo di sostituzione dell’ordine finanziario esistente. Il dollaro rimane largamente dominante nei pagamenti internazionali, nelle riserve valutarie e nei mercati finanziari. La banca della SCO potrebbe però diventare uno dei simboli della transizione verso un sistema internazionale più frammentato e multipolare, in cui la Cina mira a far pesare il suo ruolo anche sul fronte finanziario.
Luigi Brugnaro, ex sindaco di Venezia (dal 2015 al 2026), è stato rinviato a giudizio per la presunta violazione della legge sulle spese elettorali relativamente alla campagna per le Amministrative del 2020. Al centro dell’inchiesta che ha portato al processo, un presunto “sforamento” del tetto di spesa elettorale attorno ai 300 mila euro. Con Brugnaro andranno a processo – a vario titolo per falso e finanziamento illecito – anche l’ex capo di gabinetto Morris Ceron, il mandatario delle spese elettorali Adriano Giugie e Walter Bianchi, del Consorzio produzione e sviluppo Nordest. Il processo inizierà il 21 settembre.
Il gup di Roma ha rinviato a giudizio quattro medici che ebbero in cura il giornalista Andrea Purgatori, morto il 19 luglio 2023. Al radiologo Gianfranco Gualdi, l’assistente Claudio Di Biasi e la dottoressa Maria Chiara Colaiacomo, entrambi appartenenti alla sua equipe, e il cardiologo Guido Laudani, viene contestato il reato diomicidio colposo. Il processo inizierà il 12 gennaio 2027.
La richiesta di rinvio a giudizio era arrivata a marzo 2025
La procura di Roma aveva aperto un fascicolo di indagine per omicidio colposo in relazione alla morte di Purgatori a seguito di una denuncia della famiglia, che aveva chiesto di per fare chiarezza sulla correttezza della diagnosi refertata al giornalista e delle cure a cui era stato sottoposto. La richiesta di rinvio a giudizio per Gualdi, Di Biasi, Colaiacomo e Laudani era arrivata a marzo del 2025: secondo i pm i quattro avrebbero in effetti commesso errori diagnostici e somministrato terapie non adeguate.
Andrea Purgatori (Imagoeconomica).
La morte sarebbe stata causata da una catena di errori
Purgatori, affetto da tumore polmonare, è infatti morto a causa di un’endocardite infettiva (ovvero un’infiammazione delle valvole del cuore) non riconosciuta in tempo: l’errata diagnosi iniziale di metastasi cerebrali, formulata da Gualdi dopo una risonanza magnetica, avrebbe portato a cure inutili e debilitanti. A questo si aggiungono errori di valutazione su una grave ischemia. La catena di errori sarebbe iniziata addirittura un mese prima della morte del giornalista.
È morto all’età di 93 anni Giuseppe “Peppo” Sacchi, di fatto inventore della televisione privata e libera in Italia con il lancio nel 1972 di Telebiella, creata assieme alla moglie Ivana Ramella. Con lui lavorarono Enzo Tortora e Bruno Lauzi. E da questa emittente è partita inoltre la carriera di Ezio Greggio.
Il lancio di Telebiella e la sentenza della Corte Costituzionale
Nato a Como, Sacchi si era trasferito nel Biellese negli Anni 50, dopo aver lavorato in Rai, dove aveva realizzato alcune trasmissioni anche in ambito musicale. In Piemonte fondò nel 1971 Telebiella, primo esperimento di emittente locale in Italia, che iniziò le sue trasmissioni via cavo il 6 aprile 1972 lanciando lo spunto a Silvio Berlusconi per la creazione dei network televisivi privati. La novità, che sfidava il monopolio Rai, portò a un braccio di ferro legale, terminato nel 1974 con la sentenza della Corte Costituzionale che dette il via libera a Telebiella dopo un’iniziale chiusura forzata delle trasmissioni.
Il ricordo del ministro Pichetto Fratin: «Pioniere della tv privata italiana»
Questo il ricordo di Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica: «Sacchi è stato un pioniere della televisione privata italiana: con la sua Telebiella ebbe il coraggio e la determinazione di guardare oltre il modello del tempo, aprendo una nuova pagina del rapporto tra tv e cittadini nel Paese. La sua scomparsa mi addolora, perché prima di un grande professionista e di un innovatore è stato un vero amico, profondamente legato al Biellese, suo territorio di adozione».
Gli Stati Uniti hanno consegnato alla Nato un documento che contiene un piano per la riduzione della presenza militare americana in Europa, inclusi aviazione e marina. A rivelarlo è il quotidiano tedesco Welt, che ha analizzato il testo presentato all’Alleanza, secondo cui il motivo di questo disimpegno sarebbe lo spostamento dell’attenzione strategica degli americani verso la regione del Pacifico. Per quanto riguarda i mezzi schierati, le prime riduzioni riguardano le forze aeree. Il numero di aerocisterne KC-135 fornite dagli Stati Uniti all’Alleanza verrebbe ridotto da 71 a 63. Gli otto moderni KC-46 sarebbero completamente rimossi dalla pianificazione, i caccia F-16 passerebbero da 99 a 63 unità e gli F-15E da 54 a 36. Washington prevede inoltre di eliminare dalla pianificazione Nato tutti i droni da ricognizione strategica a lungo raggio e di ridurre quasi della metà il numero dei droni d’attacco MQ-9. Riduzioni anche per la componente navale, per gli aerei da pattugliamento marittimo e per l’aviazione bombardiera. Il quotidiano tedesco sottolinea che la questione di come colmare le lacune sarà discussa a metà giugno dai ministeri della Difesa dei Paesi alleati.
Giorgia Meloni ha annullato all’ultimo la sua partecipazione al summit Ue-Balcani di Tivat, località del Montenegro affacciata sulle Bocche di Cattaro. Il motivo? Ufficialmente, la premier si è attardata alla presentazione di un francobollo a Reggio Calabria. Ma forse dietro c’è altro.
Meloni ha espresso «rammarico» per la disdetta
Il summit Ue-Balcani, che vedeva sul tavolo temi cruciali come l’allargamento dell’Unione europea e l’Ucraina era iniziato ieri sera, con la cena dei leader dei Paesi membri. Ed è proseguito questa mattina. Meloni era attesa alle 15, decisamente in extremis visto che il vertice si sarebbe dovuto concludere alle 15:30. Ma alle 14 è arrivata la disdetta: «A causa del protrarsi della cerimonia, Giorgia Meloni non potrà più partecipare al Vertice Ue-Balcani Occidentali. Meloni ha informato personalmente il presidente montenegrino Jacov Milatović e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, esprimendo il proprio rammarico per l’impossibilità di raggiungere in tempo la riunione».
Giorgia Meloni accanto a Guido Crosetto alla cerimonia per il 212esimo anniversario della fondazione dell’Arma dei Carabinieri (Ansa/X Arma dei Carabinieri).
Cosa ci sarebbe dietro il forfait di Meloni
Ufficialmente, Palazzo Chigi ha attribuito la mancata partecipazioni di Meloni al vertice Ue-Balcani alle lungaggini della cerimonia per il 212esimo anniversario della fondazione dell’Arma dei Carabinieri, iniziata alle 11, a cui la premier ha preso parte assieme ai ministri Guido Crosetto e Matteo Piantedosi. Meloni ha però poi deciso di partecipare anche alla presentazione di un francobollo dei Carabinieri ed è stato questo, di fatto, a impedirle di arrivare in tempo in Montenegro. Secondo quanto filtra da Roma, la presidente è molto scettica riguardo al coordinamento di Francia, Regno Unito e Germania con l’Ucraina, in vista delle trattative con la Russia, sia per l’esclusione dell’Italia, sia per la mancanza al tavolo degli Stati Uniti. Come riporta Bloomberg, Emmanuel Macron, Keir Starmer e Friederich Merz hanno in programma di incontrare nel fine settimana il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
«Contro di noi sono state dette solo tante falsità, siamo stati distrutti». Lo ha detto Jessica Moretti, rendendo una dichiarazione spontanea in apertura dell’interrogatorio a Sion nell’ambito dell’inchiesta sul rogo del Constellation, il locale di Crans-Montana di cui è proprietaria insieme al marito Jacques. Presenti la procuratrice generale aggiunta del Cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di avvocati delle parti civili. L’imprenditrice ha assicurato di voler collaborare con gli inquirenti e ha evidenziato di aver sempre risposto alle domande. Nelle sue dichiarazioni, si è anche detta “dispiaciuta” dell’aggressione subita il 12 febbraio scorso con il marito Jacques da parte di un gruppo di genitori della vittime. «Siamo disposi a incontrare le famiglie, se lo vorranno», ha assicurato. Presente anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile. Sono numerosi gli aspetti da chiarire durante il processo, a partire dalla gestione della serata, dal tema della formazione dei dipendenti, dal perché sono state chiuse le porte di sicurezza al perché c’era un solo ingresso per fare accedere e defluire le persone. E poi i temi economici legati ai profili di anti riciclaggio.
Il gup di Roma ha condannato in rito abbreviato a 6 anni e 4 mesiTancredi Antoniozzi, figlio del deputato di Fratelli d’Italia Alfredo, vicecapogruppo meloniano alla Camera: il 22enne, che faceva parte di una banda dedita alle rapine di orologi di lusso ai danni di coetanei nel quartiere Parioli, è stato anche ritenuto responsabile del reato di tentata estorsione. Il gup ha inoltre disposto una condanna a 5 anni e 8 mesi per David Cesarini e a 3 anni per Manuel Fiorani. Assolto invece «per non aver commesso il fatto» Michael Giuliano, indicato inizialmente dall’accusa come uno dei membri del gruppo. Le indagini sulla “banda dei Rolex” era nata da un colpo messo a segno l’11 dicembre 2024: il gruppo aveva rapinato un ragazzo in via Cavalier d’Arpino, sottraendogli – sotto la minaccia di un coltello da cucina – un orologio modello Daytona da 20 mila euro. Antoniozzi avrebbe orchestrato il “colpo”, tentato poi di estorcere denaro al legittimo proprietario del Rolex in cambio della restituzione dell’orologio.
Giovedì, a Tor Bella Monaca, periferia romana, è stato inaugurato un campetto da basket. A un primo sguardo una non notizia, una cosuccia da niente che nemmeno meritava una brevina nelle pagine locali dello sport. E invece c’erano da leccarsi i baffi visti i partecipanti: tutti big della politica sono accorsi al piccolo evento che si è ‘celebrato’ in via Gabbiani, Municipio VI, il cui presidente Nicola Franco è di FdI. Con i fondi del Viminale, è stato tagliato il nastro di un campetto da basket. Assente il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri che ha delegato la presidente dell’Assemblea Capitolina, Svetlana Celli. Presenti il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, il prefetto di Roma Lamberto Giannini, e poi alti gradi della Polizia di Stato, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. Pure la banda. Guest star: Arianna Meloni, capo della segreteria politica di Fratelli d’Italia.
«Scende in campetto», si sentiva bisbigliare tra i presenti. Discorso alato quello del numero uno del Viminale: «Questa iniziativa è sostenuta da un concerto di istituzioni che qui vuole portare condizioni di sicurezza non solo attraverso l’ineludibile azione delle forze dell’ordine, ma anche attraverso la sollecitazione degli elementi della coesione sociale». Ovvero, lo sport. E qui arriva la lezione, che a molti è sembrata in versione Istituto Luce del ventennio in orbace: «Occorre dare ai giovani una disciplina, insegnare loro che darsi delle regole, che si fondono sul rispetto del prossimo e sulla capacità anche di piegare la testa quando arriva una sconfitta, predisponendosi al riscatto e preparandosi per la successiva vittoria, significa prepararsi alla vita». Non mancavano, tra il pubblico, gli atleti dei gruppi sportivi militari. Per Arianna Meloni è già cominciata la campagna elettorale sul territorio, nelle periferie, a cominciare da “Torbella”. In molti sono pronti a scommettere su una sua candidatura alle prossime Politiche. Una cosa è certa: quando la sorella della premier presenzia a un evento, i vip governativi accorrono in massa. Sarà anche perché «nel partito le liste dei candidati le fa lei», come malignano a via della Scrofa.
Fratoianni a Milano per Tax the rich
Si parla sempre di tasse, di imposte sulle successioni, accise e tutto ciò che fa fisco: ed ecco che venerdì a Milano spunta Nicola Fratoianni per un appuntamento targato The Left, ovvero il gruppo parlamentare europeo di cui fanno parte, per l’Italia, Sinistra Italiana e il M5s. Il titolo dell’incontro già la dice lunga: “Tax the rich”, ovvero tassa il ricco. E il Frato, come lo chiamano a Roma, la tocca piano: «Da quando è stata diffusa la notizia del meeting che come Alleanza della Sinistra Europea terremo a Milano si è scatenata una vera e propria tempesta mediatica da parte della destra e dei suoi giornali che ha dell’incredibile per virulenza, ossessione, manipolazione della verità. Ci dicono che vogliamo fare l’inutile caccia ai ricchi, che vogliamo graziare gli evasori fiscali e punire l’esausto ceto medio, che vogliamo mettere le mani nelle tasche degli italiani. Assurdo». E ancora: «Sono loro che da decenni in realtà mettono le mani delle tasche di quegli italiani che pagano fino all’ultimo centesimo e che vengono tassati ben oltre le loro capacità contributive». Inutile dire che nel governo di Giorgia Meloni i “meeting” come questi e l’idea di patrimoniali vengano salutati con favore e sono molto ben visti…
Nicola Fratoianni (Imagoeconomica).
Addio a Ettore Torri
Se n’è andato Ettore Torri, classe 1931, magistrato di lunghissimo corso che ha seguito inchieste “pesanti” durante la sua carriera, impegnandosi anche nella giustizia sportiva. Entrò in magistratura nel 1959, e per 47 anni è stato in forze alla Procura di Roma, assumendo gli incarichi più importanti. Le sue dichiarazioni sul doping fecero rumore, aprendo a tutti gli occhi su pratiche che venivano nascoste ma che in realtà erano troppo frequenti. Non aveva peli sulla lingua, quando doveva dire qualcosa non ci pensava due volte. I funerali si svolgeranno nella mattinata di sabato, a Roma, nella chiesa di San Gioacchino in Prati.
L’Azerbaigian si è ritrovato inaspettatamente (e suo malgrado) al centro dei due principali conflitti in corso. Secondo quanto riferito dalle autorità di Baku, cinque marinai azeri sono rimasti uccisi in un attacco di droni contro due navi cargo provenienti dalla Turchia e dirette in un porto russo, che si trovavano nel Mar d’Azov. Il raid, presumibilmente, è stato condotto dalle forze ucraine.
Le presunte operazioni di Israele in Azerbaigian
La notizia segue a stretto giro l’indiscrezione riportata dalla Cnn, secondo cui Israele – nell’ambito di una rete di siti clandestini in tutto il Medio Oriente – ha segretamente dispiegato unità militari e di intelligence d’élite in Azerbaigian nella sua guerra contro l’Iran. Le forze di Tel Aviv, spiega l’emittente americana, hanno operato da diverse località nell’Azerbaigian meridionale, cioè vicino al confine con la Repubblica Islamica, conducendo missioni di raccolta informazioni e operazioni con droni.
Al via Mgi Italia, una società nata dalla joint venture tra un’azienda britannica, la Mgi Engineering Ltd, e una italiana, la Vigilar Group Spa, per la produzione di droni. La prima è una società di ingegneria con sede nell’Oxfordshire specializzata nell’ingegneria di sistemi ad alte prestazioni nei settori aerospaziale, della difesa e automobilistico. La seconda opera nei settori intelligence, sicurezza e servizi avanzati. «Crediamo che questa partnership rappresenti un passo importante verso la costruzione di un ecosistema di innovazione più forte e l’affermazione dell’Italia come hub strategico per il futuro sviluppo tecnologico e industriale», ha dichiarato Francesco Castro, ad di Vigilar Group. La sede della nuova società è a Modena. Il focus sarà quello di sviluppare soluzioni avanzate per la difesa, la sicurezza, l’aerospaziale e altri settori ad alto valore aggiunto.
In attesa di un volo Ita Airways nella lounge dell’aeroporto di Fiumicino, il senatore meloniano Roberto Menia si è scagliato contro una coppia omosessuale che, durante una videochiamata con amici, si era lasciata andare – a suo modo di vedere – a qualche carezza e abbraccio di troppo. «Questo è un posto pubblico, non potete fare quello che volete», ha urlato l’esponente di Fratelli d’Italia alla coppia, formata da due uomini sulla quarantina: «Le effusioni fatevele a casa vostra, non qui». Vista l’ira di Menia, che non accennava a calmarsi, la coppia è stata costretta a chiamare una hostess di Ita Airways per chiedere aiuto.
Menia non si pente: «Sono stati poco civili»
«Sono stati poco civili. Si abbracciavano, si accarezzavano, ma si possono fare queste cose in un aeroporto? Non cambio idea. Questi signori non possono fare quello vogliono. È cattiva educazione», ha detto Menia raggiunto da Repubblica, senza dimostrare alcun pentimento. Il senatore ha poi smentito di aver aggredito verbalmente la coppia perché omosessuale: «Vale anche per un uomo e una donna, vale per tutti. Non c’è una categoria superiore a un’altra. E dopo tutto questo si sono permessi di fare un’altra videochiamata e hanno ricominciato a toccarsi». Sul posto era presente anche il senatore del M5s Luca Pirondini: «Ho detto a Menia che non doveva permettersi, l’omofobia nel nostro Paese non è ammessa».