Il populismo penale del governo e la falsa emergenza sulla criminalità minorile

La campagna elettorale appena cominciata porta in dono l’amichevole dissing via Instagram fra Matteo Renzi e Roberto Vannacci, due che hanno bisogno della reciproca pubblicità come il pane, ma soprattutto una rinnovata attenzione sulla giustizia da parte del governo. Fallito il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati, l’esecutivo è tornato a fare quello che gli viene meglio sull’argomento: populismo penale.

Cosa cambia sulla presunzione di non imputabilità

Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera alle cosiddette norme “anti-maranza”, che modificano la presunzione di imputabilità. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio l’ha spiegata così: «Non abbiamo abbassato l’età per l’imputabilità del minore, che rimane di 14 anni, e non abbiamo inasprito le pene. La novità riguarda la presunzione di imputabilità». Cioè? «Oggi l’imputabilità del minore deve essere accertata positivamente caso per caso, perché c’è una sorta di presunzione di non imputabilità, cioè di non capacità di intendere e di volere. Con questa norma invertiamo l’onere della prova».

Il populismo penale del governo e la falsa emergenza sulla criminalità minorile
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (foto Imagoeconomica).

Le nuove norme anti-maranza più che essere legate a fatti di cronaca recente, ha precisato il guardasigilli, sono «il seguito di una serie di provvedimenti, a cominciare dal decreto Caivano, che sono stati adottati nei mesi e negli anni scorsi, proprio a seguito della recrudescenza e dell’aumento della delinquenza minorile».

Non c’è un’emergenza tale da giustificare questa svolta

Eppure secondo Antigone, l’organizzazione no-profit italiana che si occupa della tutela dei diritti umani, delle garanzie nel sistema penale e delle condizioni di vita nelle carceri, il nostro Paese non sta affrontando un’emergenza di criminalità minorile tale da giustificare una simile svolta: «I dati disponibili non mostrano un’esplosione della criminalità minorile, ma piuttosto una progressiva espansione dell’allarme e della risposta penale. È proprio questa trasformazione ad avere già prodotto un sistema minorile sempre più affollato, più securitario e più distante dalla sua originaria funzione educativa».

Il populismo penale del governo e la falsa emergenza sulla criminalità minorile
L’istituto minorile Nicola Fornelli di Bari (foto Imagoeconomica).

Prendiamo segnalazioni di minori per omicidio, che sono rimaste sostanzialmente stabili. Erano 27 nel 2022, 25 nel 2023 e 26 nel 2024, meno di quanto non fossero per esempio tra il 2014 e il 2017, quando erano in media 33 l’anno. «Insomma, molto rumore per nulla», dice Antigone in un rapporto pubblicato a febbraio del 2026.

I dati sul numero complessivo di minorenni denunciati

Quanto al numero complessivo di minorenni denunciati, il confronto più aggiornato a livello europeo (dati Eurostat) fa riferimento al 2023. I dati «collocano comunque l’Italia tra i Paesi con i tassi di minorenni denunciati più bassi, con un tasso di denunce per 100 mila abitanti, cioè 363,4, che è quasi la metà della media europea, che nel 2023 era di 647,9. In realtà si tratta di una notizia solo in parte sorprendente. È noto che il nostro Paese, rispetto ai reati segnalati, si colloca al di sotto della media europea, ma se questo è risaputo per gli adulti, i dati ci dicono che la cosa è ancora più evidente per i minori», dice ancora Antigone, che analizza nel dettaglio anche la situazione delle segnalazioni relative a minori denunciati e arrestati/fermati dalle forze di polizia.

«L’andamento delle segnalazioni è stato in calo per molti anni. Secondo le serie storiche dell’Istat negli Anni 90 erano stabilmente oltre le 40 mila l’anno, addirittura 46.051 nel 1995». Da allora, dopo varie oscillazioni, i numeri hanno iniziato a scendere e questa tendenza è proseguita fino al 2020, arrivando per la prima volta sotto le 30 mila segnalazioni nel primo anno della pandemia di Covid-19: «La tendenza si era in seguito invertita, ma senza superare i numeri del 2015, e anzi registrando il proprio picco nel 2022 per poi tornare a calare nel 2023».

Il populismo penale del governo e la falsa emergenza sulla criminalità minorile
L’interno di una cella dell’istituto minorile Nicola Fornelli (foto Imagoeconomica).

Nel 2024, ultimo anno disponibile, le denunce sono tornate a salire. «Cresce del 16,7 per cento il totale delle segnalazioni, e per alcuni reati di grande allarme sociale questa crescita è ancora più significativa». Gli omicidi sono rimasti stabili, mentre i tentati omicidi sono aumentati del 26 per cento, le violenze sessuali del 25 per cento. In lieve aumento i furti (+6,2 per cento), maggiore la crescita delle rapine (+10,3 per cento).

Le segnalazioni sono solo indicatori della criminalità

Il punto è che le segnalazioni di minori all’autorità giudiziaria non sono «la criminalità», spiega Antigone: «Sono semmai dei possibili indicatori della criminalità, e trattandosi di denunce sono per la precisione ancora ipotesi, indizi del fatto che possa essere stato consumato un reato, in questo caso da parte di un minore. Alle denunce seguiranno le indagini, alle indagini eventualmente i processi, e ai processi eventualmente le condanne».

Da dove arriva la narrazione del governo Meloni sulla gioventù debosciata?

E questa è peraltro una semplificazione perché, nel processo minorile, ci sono ulteriori possibili esiti, diversi dalla condanna, anche quando l’evento si è in effetti consumato. «E dunque? La crescita delle denunce è indicativa di una crescita della criminalità, o solo del fatto che è cresciuta la propensione nostra, e delle forze dell’ordine, a denunciare? Ipotesi assolutamente plausibile questa, in una stagione in cui si addita la criminalità giovanile come una delle principali emergenze: più paura, più denunce. Ma esistono dati più affidabili per provare a rispondere alla nostra domanda? Sono aumentate solo le denunce o sono aumentati anche i reati? Allo stato bisogna riconoscere che dati definitivi non ce ne sono». Ordunque, resta intatta un’altra domanda: da dove arriva l’emergenza narrata da anni dal governo Meloni sulla gioventù debosciata?

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?

Giuseppe Conte, Roberto Vannacci, Alessandro Di Battista. La quinta colonna del soft power russo in Italia. Non si tratta di essere prezzolati: aderiscono al filo-putinismo perché ci credono o perché è conveniente crederci. «Stanno costruendo una minaccia russa per convincerci che dobbiamo armarci fino ai denti», dice il leader del M5s sul palco napoletano della prima riunione comiziale del campo largo (o meglio ristretto, non c’era Matteo Renzi), suscitando le comprensibili perplessità di quei riformisti superstiti del Pd che ancora chiedono: ma che davero davero dobbiamo allearci con questo signore?

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Giuseppe Conte a Napoli (Ansa).

Si inserisce, nel dibattito sulla Russia, pure il generale in pensione: «Non sono d’accordo con Conte, è lui che è d’accordo con me». E non è un modo di dire, visto che questa settimana le delegazioni di Lega, M5s e FN hanno votato contro la relazione del 2025 del Parlamento europeo sull’Ucraina, testo in cui vengono accolti positivamente gli sforzi del Paese verso l’adesione ai Ventisette.

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Le litanie anti-europeiste di Dibba

Insomma non ce la vogliono proprio l’Ucraina nell’Unione, d’altronde per codesti signori Putin ha delle sue solide ragioni per volere la conquista di Kyiv. A dare manforte alle preziose opinioni putiniste ovviamente c’è anche Di Battista. Paper First, casa editrice del Fatto Quotidiano, ha inaugurato qualche tempo fa la collana SmartBook e la prima uscita è stata La Russia non è il mio nemico firmato Dibba, nel quale viene descritto un Paese immaginario a uso e consumo del Cremlino. La linea editoriale è la stessa del Fatto, come dimostrano gli editoriali travaglisti che ormai si sono sintonizzati su due standard: Renzi è un fellone e deve stare a casa sua, Putin ha delle ragioni che voialtri europeisti da strapazzo non vedete. Con una pubblica opinione così a che serve spendere milioni per comprare la gente? C’è gente che lo fa gratis, per l’engagement. Dibba lo fa forse per farci sghignazzare, anche quando è troppo serio e si lancia nelle litanie antieuropeiste nei suoi libercoli: «Basti pensare che finora l’Unione europea ha sostenuto il regime di Zelensky con quasi 200 miliardi di euro di denaro pubblico. Non solo. La folle strategia europea, sostenuta evidentemente dalla massiccia campagna denigratoria nei confronti di tutto quel che è russo, è servita a far accettare alle pubbliche opinioni del vecchio continente non solo i maxi-finanziamenti a Kyiv e le consegne di armamenti (molti dei quali spariti e presumibilmente finiti sul mercato nero), ma anche la sostituzione del gas russo, economico e di ottima qualità, con il gnl statunitense (gas naturale liquefatto), peggiore, più caro e molto più inquinante, dato che arriva in Europa non attraverso un gasdotto ma trasportato da immense navi-cisterne», scrive Dibba. Se la «denigrazione della Russia e dei russi» servisse almeno «ad arricchire l’Europa, non dico che arriverei ad approvarla ma almeno a comprenderla; ma la strategia Nato/Ue sta invece impoverendo l’Europa e contemporaneamente sta riducendo drasticamente le possibilità per l’Ucraina di restare un Paese sovrano».

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Alessandro Di Battista (Imagoeconomica).

Pd e FdI sono pronti a gestire i filoputiniani di area?

Ora, tutti questi signori saranno impegnatissimi in vista delle elezioni politiche del 2027. Conte, Vannacci, Travaglio con i suoi editoriali in cui condiziona la direzione politica del M5s. Dibba pure, visto che pare stia meditando di fare un partito suo. Conte, Vannacci e Dibba rischiano comunque di essere un serio problema per le coalizioni, perché rappresentano delle sacche di propaganda in lotta con la democrazia liberale. Tutti hanno buone possibilità di fare danni. Soprattutto chi è già saldamente in campo. Conte può far deragliare il campo largo, magari riuscendo persino a diventarne il capo in caso di primarie. Vannacci può condizionare il dibattito pubblico della destra al contempo bastonando e offrendosi al destra-centro. Pd e Fratelli d’Italia sono pronti a gestire i filo-putiniani di area? Fin qui parrebbe di no. 

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Giorgia Meloni ed Elly Schlein (Ansa).


Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?

È grande la preoccupazione dalle parti del campo largo (anche nella extended version con Matteo Renzi dentro, per quanto l’ipotesi di un allargamento al momento sia più remota, basti vedere il sussiego quotidiano di Giuseppe Conte verso l’ex rottamatore). La sortita di Giorgia Meloni sul Quirinale («Non è detto che non si possa superare questo altro grande tabù e avere un presidente della Repubblica che non sia di centrosinistra») ha fatto risuonare l’allarme antifascismo della sinistra. Renzi stesso ripete, per accreditarsi nel campo largo, dove non lo amano molto, di volersi battere perché non diventi Capo dello Stato un (o una) sovranista. Persino Elly Schlein ha messo a fuoco la questione: «È un problema se non si individua la figura più adatta a ricoprire quel ruolo, che quello di garante dell’unità nazionale. Non può essere un capo politico, tanto più se ha appena fatto il presidente del Consiglio per cinque anni». Schlein sembra insomma essere fra quelli che credono che Meloni voglia diventare capo dello Stato nel 2029, dopo Sergio Mattarella.

Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Il totonomi della destra per il Colle

Il totonomi ha già svoltato l’estate del 2026, mentre ancora non si sa con quale legge elettorale voteremo nel 2027, visto che il centrodestra s’accapiglia sulle preferenze, e non solo. Gli alfieri della Repubblica si rianimano (citofonare Pier Ferdinando Casini, ma non è e non sarà l’unico), i giornali sono pieni di cognomi da bruciare o da usare come depistaggio per nascondere “quelli veri”. Tra questi, con sommo scandalo della sinistra, anche diversi del destra-centro. Dal ministro della Difesa Guido Crosetto al presidente del Senato Ignazio La Russa. Eppure lo disse anche l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel 2006 in un’intervista a Bruno Vespa per uno dei suoi libri (L’Italia spezzata, un paese a metà tra Prodi e Berlusconi); alla domanda se troverebbe strano se il suo posto fosse occupato un giorno da un uomo della destra, Napolitano rispose: «Assolutamente no, lo troverei assolutamente fisiologico. Quel che conta per chi sia eletto presidente è saper rappresentare tutto il Paese».

Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?
Giorgio Napolitano (Imagoeconomica).

Eppure per Conte, pater familias degli italiani, anche solo l’ipotesi è motivo di scandalo: «Meloni e il governo hanno trasformato le istituzioni in un palco da campagna elettorale», ha detto questa settimana. «Di fronte alle priorità degli italiani che sono il caro energia, il caro bollette, il caro alimentare, loro si concentrano sulla legge elettorale e mirano al Quirinale. Abbiamo capito che significava: siamo pronti a tutto. Significava pronti anche a trasformare le istituzioni democratiche e a cercare tutte le modalità per rimanere al potere tradendo l’interesse nazionale».

Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Meloni pronta a raccogliere i frutti della dédiabolisation

Per la verità una maggioranza politica adulta può fare entrambe le cose: governare e fare campagna elettorale, anche per il Quirinale. Conte, non governando, per ora è concentrato sul secondo aspetto, in attesa di vedere se gli riuscirà di conquistare almeno la leadership del campo largo. Il centrosinistra però rischia di commettere un errore strategico nel mettere paletti ideologico-retorici allo sbarco di “uno di destra” al Colle: c’è qualcosa che lo vieta? Il centrodestra non può essere garante dell’unità nazionale al Quirinale? Solo la sinistra può ambire a ricoprire quel ruolo in maniera rispettabile? Sono alcune domande che ci domandiamo mentre gli allarmi democratici scampanellano con insistenza. Il barrage viene usato da anni in Francia contro Marine Le Pen e le sue formazioni politiche (merito anche del sistema istituzionale che permette al secondo turno di frustrare, almeno fin qui così è stato, le ambizioni presidenziali dell’estrema destra francese). Il risultato è che l’anno prossimo Jordan Bardella o la signora Le Pen, sempre che la Corte d’appello di Parigi non le imponga di indossare un braccialetto elettronico, potrebbero tentare il colpo grosso. Sono quattro anni che Meloni pratica ogni giorno la dédiabolisation nei confronti della destra italiana, a partire dalla riscoperta della parola Nazione con cui ha costruito un chiaro messaggio identitario. L’elettorato, come accade in certi casi, potrebbe anche infischiarsene delle sirene dell’antifascismo avendone ormai viste e provate di tutte. Insomma l’Italia non si è fatta mancare niente: ora manca solo uno di destra come presidente della Repubblica. 

Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti

L’addio di Pina Picierno al Pd è stato salutato persino con gioia dagli schleiniani, che evidentemente non vedevano l’ora di liberarsene. Era già accaduto di recente con Elisabetta Gualmini e con Marianna Madia. Festeggiamenti sui social e nelle chat di partito; insomma viva e vibrante soddisfazione per essersi tolti un peso. Come se Picierno stesse bloccando il dibattito pubblico del Pd, ne impedisse lo svolgimento. Come se l’immagine del centrosinistra fosse stata fin qui appesantita dalla vicepresidente del Parlamento europeo. 

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
L’intervento di Pina Picierno all’Assemblea Nazionale del Pd, 14 dicembre 2025 (Ansa).

Il renzismo di Schlein

Ragionevolmente non cambierà niente nel Pd, dove il dibattito pubblico è stato normalizzato con l’arrivo di Elly Schlein, la segretaria inclusiva che non sa ben gestire il dissenso politico; in questo ricorda alcuni aspetti deteriori di Matteo Renzi, anche se a nessuno verrebbe di ammettere che la leadership schleiniana è settaria quanto muscolare era quella dell’ex presidente del Consiglio.

È da quando Schlein ha vinto il congresso che la nuova maggioranza brinda e festeggia. Prima per aver ribaltato il risultato nelle primarie nel 2023, poi per aver azzerato la discussione in un partito litigioso nel quale la linea del segretario di turno è sempre stata impallinata sui giornali, in tv, sui social, un giorno sì e l’altro pure. Il risultato principale di Schlein è dunque quello di aver evitato il logoramento quotidiano che i suoi predecessori hanno sperimentato sulla loro pelle. L’assenza di un’alternativa politica forte – lo sconfitto Stefano Bonaccini si è presto unito al coro schleiniano – ha senz’altro aiutato.

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
Elly Schlein con Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

Ciaoni progressisti anche a un pezzo di elettorato

Epperò, fra tutti questi festeggiamenti e brindisi e stelle filanti e giochi di luce stroboscopici, insomma fra tutti questi “ciaoni” in versione progressista non verrà il dubbio a qualcuno che un pezzo dell’elettorato forse non sarà felice del trattamento ricevuto per interposta Madia, per interposta Picierno?

Percularne uno per educarne cento non sembra essere la soluzione migliore per trattenere elettori che forse faticano a stare nel Pd di oggi e che avrebbero bisogno di incentivi a rimanere.

Non manca poi molto alle elezioni politiche e gli scenari di conflitto politico suffragati dai sondaggi testimoniano una vivace polarizzazione in vista del 2027, quando non ci sarà spazio – è vero – per cose centriste, ma ci sarà sempre tutto lo spazio per restare a casa.

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
Elly Schlein, Maurizio Landini e Roberto Speranza (Imagoeconomica).

La trappola identitaria della segretaria

La trappola identitaria di Schlein non è dunque solo programmatica – la solita patrimoniale – ma insiste su un desiderio di autosufficienza politica. Altro che campo largo, insomma, dove tutti coesistono nella pacifica competizione. Pluralismo è infatti cosa decido io, un po’ come capotavola è dove si siede Max D’Alema. Fin qui il Pd ha scambiato il risultato referendario di marzo per una proiezione politica sul 2027, ma già le elezioni di Venezia – con la vittoria del centrodestra al primo turno – hanno riacceso qualche pensiero funesto, come Fantozzi fu colpito da un leggerissimo sospetto: non è che Giorgia Meloni è tutt’altro che morta politicamente?

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
Elly Schlein con Marta Bonafoni (Imagoeconomica).

Il duello con Conte tornato in casacca gialloverde

In ogni caso, c’è da aspettarsi – come già sta succedendo a destra per via di Roberto Vannacci – che l’offerta politica del Pd si radicalizzi per rispondere alle fuoriuscite riformiste. D’altronde se la prospettiva è quella delle primarie di coalizione, con il duello fra Schlein e Giuseppe Conte, bisogna già acconciarsi alla singolar tenzone. Conte ancora una volta cerca di buttare la palla in tribuna, prima proponendo le primarie dopo aver appena vinto il referendum, poi rispolverando vecchie tematiche gialloverdi sulla sicurezza dopo il primo turno delle Amministrative.

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Il Pd rischia di non potersi tirare indietro nella gara al rialzo (o al ribasso, dipende dai punti di vista) con il M5s e non avrà molta pietà dei riformisti superstiti, nemmeno di quelli che si sono uniti armi e occhiali a goccia alla causa dello schleinismo, nella composizione delle liste elettorali

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia

Il Pd versione campolarghista sogna di «fare come Sánchez» o di fare come a Venezia. In entrambi i casi c’è qualcosa da fare ma c’è anche qualcosa che non funziona, diciamo.

Le crepe nel modello spagnolo

Pedro Sánchez il pacifista è quello che si oppone al fetente Donald Trump e all’aumento delle spese militari, ma soprattutto è diventato il leader di un partito che colleziona inchieste giudiziarie, a cominciare da quelle in casa. Ad aprile i magistrati hanno chiesto il rinvio a giudizio per la moglie Begoña Gómez per i presunti reati di traffico di influenze, corruzione negli affari, malversazione e appropriazione indebita, mentre il 28 maggio è iniziato il processo a carico di suo fratello David Sánchez, accusato di traffico d’influenze e abuso d’ufficio. Secondo i magistrati, il fratello del primo ministro spagnolo avrebbe ottenuto un incarico fatto su misura dal Consiglio comunale a guida socialista di Badajoz nel luglio 2017.

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Pedro Sànchez con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Ma la lista degli scandali giudiziari socialisti è lunga, l’ultimo coinvolge persino l’ex primo ministro José Luis Rodríguez Zapatero, già stella del firmamento spagnolo (e tra gli sponsor dell’attuale capo del governo), indagato per riciclaggio e traffico d’influenze. Il garantismo vale sempre, da queste parti, ma è abbastanza curioso che il Pd di Elly Schlein e Peppe Provenzano citi sempre la crescita economica della Spagna salvo fischiettare sul resto. Ed è quel resto che potrebbe far finire il governo Sánchez. Il premier Pedro però non ci pensa un secondo a mollare. Adelante, chissà però se di juicio ve ne sia a sufficienza.

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Jose Luis Rodriguez Zapatero (Ansa).

A Venezia il campo larghissimo non è bastato

C’è poi il modello Venezia. Il Pd sogna, o meglio sognava, di fare come nella città lagunare, dove il campo larghissimo, grandangolare (c’era persino Rifondazione Comunista), ha perso sonoramente al primo turno contro il centrodestra che continua a governare la città 11 anni dopo averla conquistata. Non c’è più Luigi Brugnaro per sopraggiunto limite di mandati, ma Simone Venturini, cattolico di continuità con l’amministrazione precedente. Anche a Venezia, come in Spagna, i sogni del Pd non sono di gloria, perché gli incubi sono più reali e feroci della fantasia. Schlein dice di perseguire una logica «testardamente unitaria», ma gli elettori del M5s la pensano in maniera diversa: a Venezia, ci dice un’analisi dei flussi di YouTrend, il M5s ha fatto vincere Venturini: la metà di coloro che alle Europee del 2024 aveva votato per i cinque stelle ha scelto, stavolta, il candidato sostenuto dalla maggioranza meloniana. Un dato decisivo per la sua vittoria al primo turno, ha osservato YouTrend, «visto che ha superato di poco la soglia della maggioranza assoluta dei voti validi».

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Elly Schlein, alla chiusura della campagna elettorale del candidato sindaco Andrea Martella a Mestre (Ansa).

L’atavico disprezzo dei cinque stelle per il Pd

Vecchia storia: i cinque stelle disprezzano il Pd e i suoi candidati, e in fondo a suo tempo nacquero proprio per questo, per rottamare il carrozzone della sinistra. Una prospettiva non esattamente incoraggiante in vista delle elezioni politiche del 2027, quando l’alleanza TTG, Tutti Tranne Giorgia, vorrebbe sfidare la presidente del Consiglio: e se l’unitarietà fosse poco testarda? Se dunque i cinque stelle si ribellassero – come avvenuto a Venezia ma come avvenuto anche in Abruzzo alle Regionali del 2024, ci dice sempre l’analisi dei flussi – all’idea di concorrere insieme all’odiato Pd per la conquista del Palazzo? Saranno pure dinamiche diverse, quelle locali e quelle politico-nazionali, ma un punto di caduta identico c’è: vincere insieme vuol dire governare insieme. E sulla base di quali idee, quali programmi, quale visione del mondo? I programmi si possono pure aggiustare, emendare, si trova un compromesso per tutto, ma sull’idea di mondo come ci si accorda? La politica estera in questi anni è stata la cartina di tornasole dei rapporti interni alle coalizioni. Nel campo largo in modalità ispanico-veneziana albergano posizioni distinte che verranno rinvigorite dall’avvicinarsi delle Politiche.

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Conte intanto rispolvera l’abito gialloverde

Già si notano vistosi sommovimenti. Giuseppe Conte si è appena accodato al no della Lega all’ingresso dell’Ucraina in Europa: «L’Ucraina io credo che non possa entrare in Europa, adesso non ci sono le condizioni. Peraltro c’è un problema serio per l’Europa che non riguarda solo l’Ucraina ma anche gli altri Paesi: un’Europa a 27 già oggi è un’Europa ormai sparita, che non ha voce, che nelle crisi internazionali non è pervenuta», ha detto il leader del M5s. «C’è un deficit politico dell’Europa che riguarda anche le regole di funzionamento, a partire dall’unanimità. Oggi prevedere altri nuovi Paesi senza rivedere il quadro è assolutamente non raccomandabile», ha aggiunto. «Oggi far entrare l’Ucraina non è all’ordine del giorno, tenendo anche conto che c’è l’articolo 42.7 del trattato che siccome impone il mutuo soccorso in caso di attacchi armati a un Paese europeo significherebbe entrare in guerra domani mattina contro la Russia. Secondo me si può pensare per l’Ucraina e altri Paesi lo statuto in prospettiva di partner privilegiato, che significherebbe avere la possibilità di godere di benefici reciprocamente, ma gestendo queste partnership con molta attenzione». Anche perché «sapete che se l’Ucraina domani mattina entrasse in Europa noi avremmo un impatto devastante su alcuni settori di attività a partire dall’agricoltura». L’alleanza gialloverde è tornata, è viva e lotta insieme a loro. 

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).