Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo

Alla fine dei conti, della fiera, alla fine del campo largo, alla fine del sinistra-centro, delle primarie, della coalizione tanto attesa quanto disattesa, alla fine di tutto, insomma: c’è questo progetto oppure no?

Il dubbio sulla lealtà dell’elettorato è la fine intrinseca del campolarghismo

Perché le idee scarseggiano a sinistra quanto scarseggiano i leader autorevoli, carismatici, di quelli che si impongono senza bisogno di competere. Questi leader non ci sono più, a sinistra, ecco perché c’è tutta questa discussione campolarghista assai estenuante per decidere chi fa il capo. Se ci fosse un capo naturale, come c’è a destra, le primarie sarebbero un feticcio scenografico. Invece c’è chi le mette in discussione, vedi Roberto Speranza, ex ministro della Salute, che ha pure proposto la boiata simbolica del neo 18enne o del partigiano da mettere come candidato premier (e il problema è che i campolarghisti si dividerebbero pure sul giovane e sul vecchio, ecco). Il partito anti-primarie teme, non senza qualche ragione eh beninteso, che gli elettori sconfitti non correrebbero alle urne per sostenere il candidato che ha vinto le primarie, e quindi la soluzione migliore è congelare tutto, narcotizzare il dibattito, far finta che non ci sia, andiamo sul giovane o sul vecchio e poi ci si pensa dopo. Ma questa è già la fine intrinseca del campolarghismo. Il dubbio sulla lealtà e la fedeltà dell’elettorato. Il timore d’essere fregati

Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo
Roberto Speranza (Imagoeconomica).

L’assenza di vero capo e la maledizione del renzismo

Non ci sono leader a sinistra, è un fatto palmare. Le sacre istituzioni sono state già desertificate, di Bankitalia ormai da ingaggiare mancano solo gli uscieri. L’ultimo grande leader a sinistra è stato Matteo Renzi, uno che oggi vale il 2 per cento e viene incolpato anche di colpe che non ha (e pure le responsabilità non gli mancano), mentre delle segreterie Zingaretti e Letta non v’è traccia nel dibattito pubblico del centrosinistra. Renzi era il leader per essenza maggioritario, ma come Icaro s’è bruciato le ali avvicinandosi al sole, cercando peraltro di fare sia la parte di Icaro sia quella del sole. Il problema è che quella sua leadership muscolare adesso non è più possibile perché la sua sconfitta politico-culturale impedisce a qualsiasi altro di mettersi sulle sue tracce. È come le riforme istituzionali e costituzionali: ogni volta che si perde un referendum su questi temi, si assiste alla loro sparizione totale dal dibattito parlamentare e politico. Sono temi associati alla sconfitta, dunque consegnati alla storia per non essere più riproposti. Ci penserà magari qualcuno fra 30 anni, chissà.

Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Con le leadership ordinarie la gente non sogna

Vale anche per i leader: nessuno può assomigliare a Renzi. Sì, ogni tanto sui giornali torna l’“ipotesi Gentiloni”, che rischia di essere come l’“ipotesi Amato” per qualsiasi incarico ai massimi livelli. È il destino dell’essere riserva della Repubblica; sei lì a disposizione per salire al governo. Il problema però è che con leadership ordinarie la gente non sogna, è il motivo (uno dei motivi, via) per cui, tragicamente, Donald Trump negli Stati Unito ha vinto non una ma due volte. La politica è anche credere in qualcosa, finanche di assurdo. Qui non si capisce però in che cosa creda il campo largo o come perbacco si chiamerà quella che rischia di essere un’accozzaglia non troppo larga (bisogna ancora capire se il solito Renzi sarà accolto oppure se sarà un’alleanza Pd-M5S-Avs e stop).

Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo
Paolo Gentiloni (Imagoeconomica).

È Conte il trendsetter del campo largo e magari vince pure le primarie

La politica estera, il fisco, forse la legge elettorale. È sui valori non negoziabili o presunti tali che l’armonia campoarghista scarseggia, perché come il coraggio la visione comune se non ce l’hai non te la puoi dare. Non si può inventare la chimica fra due persone. Vale anche per la politica. È per questo che il più scaltro di tutta la combriccola, cioè Beppe Conte, insieme a qualche suo amico che prova a essere scaltro, cioè Goffredo Bettini, sa dove andare a colpire. È lui che detta i tempi del sinistra-centro, c’è poco da fare. Così come dopo due ore dalla chiusura dei seggi referendari, a marzo, aveva già riaperto il caso primarie dicendosi a favore, oggi obbliga la sinistra a parlare della cultura woke, prendendone le distanze. È Conte il trendsetter del campo largo. Magari vince pure le primarie. Tanti cari auguri. 

Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male

E anche questo Ferragosto ce lo siamo tolti di mezzo. Dove eravamo rimasti? Ah già. L’avventura politica del campo largo alle primarie rischia di finire molto bene per Giuseppe Conte, molto male per il Pd, e chissà quanto bene per la mitologica unità della coalizione.

I riformisti e la carta Salis

Secondo l’ultimo sondaggio dell’Istituto Piepoli, elaborato per testare la fiducia sulla futura leadership del sinistra-centro, Conte sarebbe in testa con il 36 per cento. A seguire, Silvia Salis (30 per cento) ed Elly Schlein (29 per cento). Per carità, i sondaggi vanno presi per quello che valgono. Soprattutto ora, a chissà quanto tempo dalle famose o famigerate primarie, per adesso solo virtuali. Ancora infatti non si sa se, come e quando ci saranno. Intanto però si sa che sono già un problema per il Pd. Non solo per la cara leader, ma pure per i suoi avversari interni, che non vedrebbero l’ora di poter partecipare alle prossime consultazioni interne del sinistra-centro. C’è solo un dettaglio, non secondario: Giorgio Gori – riformista non bonacciniano – sarebbe disposto a fare un passo in avanti verso la candidatura. Ci sta ragionando seriamente da tempo. Solo che se c’è Salis candidata, no.

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male
Giorgio Gori con Elly Schlein (foto Ansa).

Ma se questi sono i numeri, allora una possibilità per la sindaca di Genova c’è. Il punto per Salis non è vincere ora le primarie, ma articolare una presenza, certificare che un’area moderata nel centrosinistra è possibile, che non è tutto Conte quel che luccica (che poi sembra essere quello che dice Matteo Renzi, che da settimane cerca di convincere la sindaca genovese a presentarsi alle primarie). 

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male
Silvia Salis, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Conte è tutto ciò che Schlein non è (e non può essere)

L’ex presidente del Consiglio comunque rimane il più insidioso fra gli avversari, è considerato competitivo persino nei confronti di Giorgia Meloni, ha l’allure di chi ha già governato, elemento che inspiegabilmente sembra piacere, persino rassicurare. Il capo dei cinque stelle è tutto ciò che Schlein non è e non può essere. È trasversale, pronto a governare con chiunque, come dimostra il curriculum di uno che ha prima governato con la Lega e poi con il Pd, pronto a piroettare sulla sicurezza, mettendo in seria difficoltà gli alleati tradizionalmente molto generosi, pronto anche a fare della politica estera, dell’Ucraina, il suo principale terreno di scontro politico irenico-pacifista. Non è un’improvvisazione, quella su Kyiv, non è nemmeno una provocazione costante. Conte sa che c’è un pezzo dell’elettorato che non condivide la linea Schlein e che pensava, sperava, ipotizzava, rosybindianamente, che il Pd tre anni fa cambiasse rotta. E lì sta, rimane, titilla la pubblica opinione infischiandosene se nel resto della coalizione qualcuno borbotta.

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male
Giuseppe C>onte (Imagoeconomica).

Conte ragiona già da capo del campo largo, qualche giorno fa è pure andato a Sant’Anna di Stazzema nelle vesti di oratore ufficiale dell’anniversario dell’eccidio nazista, dispensando lezioni di bon ton etico-istituzionale alla maggioranza: «Chi si professa patriota dovrebbe essere qui per onorare la patria. Non possiamo onorare la patria se non onoriamo chi ha sacrificato la propria vita per non piegarsi alla dittatura», ha detto Conte: «Anzi chi evita di pronunciare parole di verità non solo continua a ferire la verità ma finisce per disconoscere i fondamenti stessi della nostra storia repubblicana. La Costituzione è punto di partenza per l’unità, per costruire l’azione politica del futuro».

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male
Giuseppe Conte a Sant’Anna di Stazzema (Ansa),

Il Pd, ancora oggi, sembra che debba farsi perdonare qualcosa

Il Pd ha sempre sofferto Conte e sembra continuare a soffrirlo. Soprattutto culturalmente: il partito di Schlein sembra sempre, ancora oggi, che debba farsi perdonare qualcosa (aver troppo governato o essere stato troppo renziano, o renziano e basta). Il capo del M5s è stato dunque così in questi anni il surrogato della leadership del centrosinistra; ne ha condizionato l’impostazione culturale, come dimostra il taglio del numero dei parlamentari avallato anche dal Pd, soprattutto da quella parte che bettinianamente adora Conte, il pater familias degli italiani, l’avvocato del popolo, il tribuno del campo largo in pochette arcobaleno che sogna di tornare a Palazzo Chigi

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto

No, dico, vi sembrano due coalizioni degne di questo nome? Vi sembra che ci sia sufficiente armonia interna per fronteggiare una campagna elettorale? No, dico, vi sembrano davvero alleati questi litigiosi partiti che fanno parte degli schieramenti di destra-centro e di sinistra-centro?

Non vanno d’accordo i partiti che dovrebbero essere alleati

Le campagne, certo, sono fatte per esaltare gli animal spirits della politica, ognuno fa per sé specie in un’epoca di polarizzazione in cui trionfa il particulare, in cui la ricerca del consenso si trasforma in un duello identitario. Ma il livello di animosità è tale che anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è dovuto intervenire pubblicamente – con un anno di anticipo sulla scadenza elettorale – per stigmatizzare l’aggressività verbale del dibattito pubblico. Il punto qui però non è tanto sottolineare quanto destra e sinistra si disprezzino, ma quanto non vadano d’accordo, diciamo, i partiti che dovrebbero essere alleati.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Sergio Mattarella (Imagoeconomica).

M5s e Avs stufi di inviare armi all’Ucraina

A sinistra, come ampiamente noto, non mancano discussioni regolari e costanti sulla politica estera. Una parte del campo largoMovimento 5 stelle e Alleanza Verdi e Sinistra – accusa il Partito democratico di essere in preda al furore bellicista solo perché vuole continuare a dare una mano, anche con l’invio di armi, all’Ucraina dopo l’aggressione della Russia, tuttora perdurante.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Volodymyr Zelensky (Ansa).

Gli utili idioti del putinismo ripetono che serve diplomazia

Dall’altra parte c’è Matteo Salvini che maramaldeggia, dice che l’ingresso di Kyiv nell’Unione europea non è attuale, spiega che spedire equipaggiamenti militari a Volodymyr Zelensky non serve a nulla. Sono tutti lì, gli utili idioti del putinismo, a ripetere che serve diplomazia, che serve pace, quando il primo a non avere alcuna intenzione di trattare alcunché è proprio l’autocrate russo.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Matteo Salvini con la maglia di Putin.

Legge elettorale e intercettazioni, spaccatura a destra

E che dire dello scontro, a destra, su legge elettorale e intercettazioni. Il Senato riprende i lavori partendo, il 9 settembre, dall’esame del nuovo sistema di voto, ribattezzato Melonellum o Stabilicum; in quel momento sapremo che cosa accadrà alle preferenze, punto di scontro fra Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
L’esito del voto alla Camera sulle preferenze e l’esultanza delle opposizioni (Ansa).

Anche le intercettazioni sono diventate, ancora una volta, terreno di scontro politico, con protagonisti sempre il partito di Antonio Tajani e quello di Giorgia Meloni: la presidente del Consiglio voleva far inserire nel decreto su giustizia e migranti una norma sui reati spia che estendesse l’uso delle intercettazioni. Contraria, contrarissima Forza Italia, tant’è che alla fine l’esecutivo ha posto la questione di fiducia al Senato e quell’emendamento è decaduto (insieme agli altri).

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Giorgia Meloni con Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Giusto per non farsi mancare nulla, la maggioranza s’è accapigliata, con punte di imbarazzo, sull’uso del Safe, fondo che è stato creato dall’Unione europea per agevolare e sostenere le spese per la difesa degli Stati membri: «Abbiamo deciso di utilizzare Safe, il fondo europeo per l’acquisto di armi, chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro la fine dell’anno. Formuleremo la nostra proposta, poi dirà l’onorevole Crosetto come investirli nell’anno successivo», ha detto Tajani, facendo indispettire la Lega che prontamente ha dichiarato: «Sull’uso dei fondi Safe l’ultima parola spetta al parlamento». Seguirà dibattito.

Accogliere la mina Vannacci o lasciarlo andare da solo?

C’è poi la questione Roberto Vannacci. La coalizione non sa ancora se accoglierlo oppure lasciarlo andare, libero e ardito, fra i pascoli della campagna elettorale, esponendosi così al rischio di non farcela a superare il campo largo.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Non che il centrosinistra non abbia i suoi problemi, anzi. Non solo non è chiaro se Dibba farà un suo partito e si presenterà alle prossime elezioni, magari sostenuto da Beppe Grillo dopo la cenciata recapitata al M5s e a Giuseppe Conte, ma non è neanche chiaro se Matteo Renzi farà parte della coalizione.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Alessandro Di Battista (Imagoeconomica).

E che dire della patrimoniale? I cinque stelle sono contrari, ritengono che sia un errore parlarne, il Pd ha detto di essere favorevole e rilancia antiche battaglie contro i presunti “super ricchi”.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

La sicurezza sarà un tema centrale alle elezioni del 2027

C’è poi la questione della sicurezza, tema che sarà centrale e presidiato fino alle elezioni politiche del 2027. Conte, che ha governato con la Lega e quindi sa come si fa, si destreggia benissimo quando c’è da usare toni più risoluti sulla questione. D’altronde un sondaggio firmato da Alessandra Ghisleri, pubblicato su La Stampa, fornisce numeri interessanti sull’elettorato campolarghista.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Mario Roggero con la moglie Mariangela Sandrone.

Sul caso Roggero il 17,6 per cento degli elettori Pd ritiene che sia stata legittima difesa, percentuale che sale al 43,3 tra il M5s. Il 44,8 per cento del partito di Conte pensa che la difesa sia sempre legittima ed è favorevole alla grazia per il gioielliere di Grinzane Cavour. Conte conosce i numeri della sua base e infatti cerca di sorpassare di nuovo a destra la segretaria del Pd. Domanda che mi domando: con questi dissapori destra e sinistra riusciranno ad arrivare intatti al 2027?

Il populismo penale del governo e la falsa emergenza sulla criminalità minorile

La campagna elettorale appena cominciata porta in dono l’amichevole dissing via Instagram fra Matteo Renzi e Roberto Vannacci, due che hanno bisogno della reciproca pubblicità come il pane, ma soprattutto una rinnovata attenzione sulla giustizia da parte del governo. Fallito il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati, l’esecutivo è tornato a fare quello che gli viene meglio sull’argomento: populismo penale.

Cosa cambia sulla presunzione di non imputabilità

Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera alle cosiddette norme “anti-maranza”, che modificano la presunzione di imputabilità. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio l’ha spiegata così: «Non abbiamo abbassato l’età per l’imputabilità del minore, che rimane di 14 anni, e non abbiamo inasprito le pene. La novità riguarda la presunzione di imputabilità». Cioè? «Oggi l’imputabilità del minore deve essere accertata positivamente caso per caso, perché c’è una sorta di presunzione di non imputabilità, cioè di non capacità di intendere e di volere. Con questa norma invertiamo l’onere della prova».

Il populismo penale del governo e la falsa emergenza sulla criminalità minorile
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (foto Imagoeconomica).

Le nuove norme anti-maranza più che essere legate a fatti di cronaca recente, ha precisato il guardasigilli, sono «il seguito di una serie di provvedimenti, a cominciare dal decreto Caivano, che sono stati adottati nei mesi e negli anni scorsi, proprio a seguito della recrudescenza e dell’aumento della delinquenza minorile».

Non c’è un’emergenza tale da giustificare questa svolta

Eppure secondo Antigone, l’organizzazione no-profit italiana che si occupa della tutela dei diritti umani, delle garanzie nel sistema penale e delle condizioni di vita nelle carceri, il nostro Paese non sta affrontando un’emergenza di criminalità minorile tale da giustificare una simile svolta: «I dati disponibili non mostrano un’esplosione della criminalità minorile, ma piuttosto una progressiva espansione dell’allarme e della risposta penale. È proprio questa trasformazione ad avere già prodotto un sistema minorile sempre più affollato, più securitario e più distante dalla sua originaria funzione educativa».

Il populismo penale del governo e la falsa emergenza sulla criminalità minorile
L’istituto minorile Nicola Fornelli di Bari (foto Imagoeconomica).

Prendiamo segnalazioni di minori per omicidio, che sono rimaste sostanzialmente stabili. Erano 27 nel 2022, 25 nel 2023 e 26 nel 2024, meno di quanto non fossero per esempio tra il 2014 e il 2017, quando erano in media 33 l’anno. «Insomma, molto rumore per nulla», dice Antigone in un rapporto pubblicato a febbraio del 2026.

I dati sul numero complessivo di minorenni denunciati

Quanto al numero complessivo di minorenni denunciati, il confronto più aggiornato a livello europeo (dati Eurostat) fa riferimento al 2023. I dati «collocano comunque l’Italia tra i Paesi con i tassi di minorenni denunciati più bassi, con un tasso di denunce per 100 mila abitanti, cioè 363,4, che è quasi la metà della media europea, che nel 2023 era di 647,9. In realtà si tratta di una notizia solo in parte sorprendente. È noto che il nostro Paese, rispetto ai reati segnalati, si colloca al di sotto della media europea, ma se questo è risaputo per gli adulti, i dati ci dicono che la cosa è ancora più evidente per i minori», dice ancora Antigone, che analizza nel dettaglio anche la situazione delle segnalazioni relative a minori denunciati e arrestati/fermati dalle forze di polizia.

«L’andamento delle segnalazioni è stato in calo per molti anni. Secondo le serie storiche dell’Istat negli Anni 90 erano stabilmente oltre le 40 mila l’anno, addirittura 46.051 nel 1995». Da allora, dopo varie oscillazioni, i numeri hanno iniziato a scendere e questa tendenza è proseguita fino al 2020, arrivando per la prima volta sotto le 30 mila segnalazioni nel primo anno della pandemia di Covid-19: «La tendenza si era in seguito invertita, ma senza superare i numeri del 2015, e anzi registrando il proprio picco nel 2022 per poi tornare a calare nel 2023».

Il populismo penale del governo e la falsa emergenza sulla criminalità minorile
L’interno di una cella dell’istituto minorile Nicola Fornelli (foto Imagoeconomica).

Nel 2024, ultimo anno disponibile, le denunce sono tornate a salire. «Cresce del 16,7 per cento il totale delle segnalazioni, e per alcuni reati di grande allarme sociale questa crescita è ancora più significativa». Gli omicidi sono rimasti stabili, mentre i tentati omicidi sono aumentati del 26 per cento, le violenze sessuali del 25 per cento. In lieve aumento i furti (+6,2 per cento), maggiore la crescita delle rapine (+10,3 per cento).

Le segnalazioni sono solo indicatori della criminalità

Il punto è che le segnalazioni di minori all’autorità giudiziaria non sono «la criminalità», spiega Antigone: «Sono semmai dei possibili indicatori della criminalità, e trattandosi di denunce sono per la precisione ancora ipotesi, indizi del fatto che possa essere stato consumato un reato, in questo caso da parte di un minore. Alle denunce seguiranno le indagini, alle indagini eventualmente i processi, e ai processi eventualmente le condanne».

Da dove arriva la narrazione del governo Meloni sulla gioventù debosciata?

E questa è peraltro una semplificazione perché, nel processo minorile, ci sono ulteriori possibili esiti, diversi dalla condanna, anche quando l’evento si è in effetti consumato. «E dunque? La crescita delle denunce è indicativa di una crescita della criminalità, o solo del fatto che è cresciuta la propensione nostra, e delle forze dell’ordine, a denunciare? Ipotesi assolutamente plausibile questa, in una stagione in cui si addita la criminalità giovanile come una delle principali emergenze: più paura, più denunce. Ma esistono dati più affidabili per provare a rispondere alla nostra domanda? Sono aumentate solo le denunce o sono aumentati anche i reati? Allo stato bisogna riconoscere che dati definitivi non ce ne sono». Ordunque, resta intatta un’altra domanda: da dove arriva l’emergenza narrata da anni dal governo Meloni sulla gioventù debosciata?

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?

Giuseppe Conte, Roberto Vannacci, Alessandro Di Battista. La quinta colonna del soft power russo in Italia. Non si tratta di essere prezzolati: aderiscono al filo-putinismo perché ci credono o perché è conveniente crederci. «Stanno costruendo una minaccia russa per convincerci che dobbiamo armarci fino ai denti», dice il leader del M5s sul palco napoletano della prima riunione comiziale del campo largo (o meglio ristretto, non c’era Matteo Renzi), suscitando le comprensibili perplessità di quei riformisti superstiti del Pd che ancora chiedono: ma che davero davero dobbiamo allearci con questo signore?

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Giuseppe Conte a Napoli (Ansa).

Si inserisce, nel dibattito sulla Russia, pure il generale in pensione: «Non sono d’accordo con Conte, è lui che è d’accordo con me». E non è un modo di dire, visto che questa settimana le delegazioni di Lega, M5s e FN hanno votato contro la relazione del 2025 del Parlamento europeo sull’Ucraina, testo in cui vengono accolti positivamente gli sforzi del Paese verso l’adesione ai Ventisette.

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Le litanie anti-europeiste di Dibba

Insomma non ce la vogliono proprio l’Ucraina nell’Unione, d’altronde per codesti signori Putin ha delle sue solide ragioni per volere la conquista di Kyiv. A dare manforte alle preziose opinioni putiniste ovviamente c’è anche Di Battista. Paper First, casa editrice del Fatto Quotidiano, ha inaugurato qualche tempo fa la collana SmartBook e la prima uscita è stata La Russia non è il mio nemico firmato Dibba, nel quale viene descritto un Paese immaginario a uso e consumo del Cremlino. La linea editoriale è la stessa del Fatto, come dimostrano gli editoriali travaglisti che ormai si sono sintonizzati su due standard: Renzi è un fellone e deve stare a casa sua, Putin ha delle ragioni che voialtri europeisti da strapazzo non vedete. Con una pubblica opinione così a che serve spendere milioni per comprare la gente? C’è gente che lo fa gratis, per l’engagement. Dibba lo fa forse per farci sghignazzare, anche quando è troppo serio e si lancia nelle litanie antieuropeiste nei suoi libercoli: «Basti pensare che finora l’Unione europea ha sostenuto il regime di Zelensky con quasi 200 miliardi di euro di denaro pubblico. Non solo. La folle strategia europea, sostenuta evidentemente dalla massiccia campagna denigratoria nei confronti di tutto quel che è russo, è servita a far accettare alle pubbliche opinioni del vecchio continente non solo i maxi-finanziamenti a Kyiv e le consegne di armamenti (molti dei quali spariti e presumibilmente finiti sul mercato nero), ma anche la sostituzione del gas russo, economico e di ottima qualità, con il gnl statunitense (gas naturale liquefatto), peggiore, più caro e molto più inquinante, dato che arriva in Europa non attraverso un gasdotto ma trasportato da immense navi-cisterne», scrive Dibba. Se la «denigrazione della Russia e dei russi» servisse almeno «ad arricchire l’Europa, non dico che arriverei ad approvarla ma almeno a comprenderla; ma la strategia Nato/Ue sta invece impoverendo l’Europa e contemporaneamente sta riducendo drasticamente le possibilità per l’Ucraina di restare un Paese sovrano».

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Alessandro Di Battista (Imagoeconomica).

Pd e FdI sono pronti a gestire i filoputiniani di area?

Ora, tutti questi signori saranno impegnatissimi in vista delle elezioni politiche del 2027. Conte, Vannacci, Travaglio con i suoi editoriali in cui condiziona la direzione politica del M5s. Dibba pure, visto che pare stia meditando di fare un partito suo. Conte, Vannacci e Dibba rischiano comunque di essere un serio problema per le coalizioni, perché rappresentano delle sacche di propaganda in lotta con la democrazia liberale. Tutti hanno buone possibilità di fare danni. Soprattutto chi è già saldamente in campo. Conte può far deragliare il campo largo, magari riuscendo persino a diventarne il capo in caso di primarie. Vannacci può condizionare il dibattito pubblico della destra al contempo bastonando e offrendosi al destra-centro. Pd e Fratelli d’Italia sono pronti a gestire i filo-putiniani di area? Fin qui parrebbe di no. 

Riusciranno Pd e FdI a gestire i filo-Putin Conte, Vannacci e Di Battista?
Giorgia Meloni ed Elly Schlein (Ansa).


Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?

È grande la preoccupazione dalle parti del campo largo (anche nella extended version con Matteo Renzi dentro, per quanto l’ipotesi di un allargamento al momento sia più remota, basti vedere il sussiego quotidiano di Giuseppe Conte verso l’ex rottamatore). La sortita di Giorgia Meloni sul Quirinale («Non è detto che non si possa superare questo altro grande tabù e avere un presidente della Repubblica che non sia di centrosinistra») ha fatto risuonare l’allarme antifascismo della sinistra. Renzi stesso ripete, per accreditarsi nel campo largo, dove non lo amano molto, di volersi battere perché non diventi Capo dello Stato un (o una) sovranista. Persino Elly Schlein ha messo a fuoco la questione: «È un problema se non si individua la figura più adatta a ricoprire quel ruolo, che quello di garante dell’unità nazionale. Non può essere un capo politico, tanto più se ha appena fatto il presidente del Consiglio per cinque anni». Schlein sembra insomma essere fra quelli che credono che Meloni voglia diventare capo dello Stato nel 2029, dopo Sergio Mattarella.

Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Il totonomi della destra per il Colle

Il totonomi ha già svoltato l’estate del 2026, mentre ancora non si sa con quale legge elettorale voteremo nel 2027, visto che il centrodestra s’accapiglia sulle preferenze, e non solo. Gli alfieri della Repubblica si rianimano (citofonare Pier Ferdinando Casini, ma non è e non sarà l’unico), i giornali sono pieni di cognomi da bruciare o da usare come depistaggio per nascondere “quelli veri”. Tra questi, con sommo scandalo della sinistra, anche diversi del destra-centro. Dal ministro della Difesa Guido Crosetto al presidente del Senato Ignazio La Russa. Eppure lo disse anche l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel 2006 in un’intervista a Bruno Vespa per uno dei suoi libri (L’Italia spezzata, un paese a metà tra Prodi e Berlusconi); alla domanda se troverebbe strano se il suo posto fosse occupato un giorno da un uomo della destra, Napolitano rispose: «Assolutamente no, lo troverei assolutamente fisiologico. Quel che conta per chi sia eletto presidente è saper rappresentare tutto il Paese».

Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?
Giorgio Napolitano (Imagoeconomica).

Eppure per Conte, pater familias degli italiani, anche solo l’ipotesi è motivo di scandalo: «Meloni e il governo hanno trasformato le istituzioni in un palco da campagna elettorale», ha detto questa settimana. «Di fronte alle priorità degli italiani che sono il caro energia, il caro bollette, il caro alimentare, loro si concentrano sulla legge elettorale e mirano al Quirinale. Abbiamo capito che significava: siamo pronti a tutto. Significava pronti anche a trasformare le istituzioni democratiche e a cercare tutte le modalità per rimanere al potere tradendo l’interesse nazionale».

Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Meloni pronta a raccogliere i frutti della dédiabolisation

Per la verità una maggioranza politica adulta può fare entrambe le cose: governare e fare campagna elettorale, anche per il Quirinale. Conte, non governando, per ora è concentrato sul secondo aspetto, in attesa di vedere se gli riuscirà di conquistare almeno la leadership del campo largo. Il centrosinistra però rischia di commettere un errore strategico nel mettere paletti ideologico-retorici allo sbarco di “uno di destra” al Colle: c’è qualcosa che lo vieta? Il centrodestra non può essere garante dell’unità nazionale al Quirinale? Solo la sinistra può ambire a ricoprire quel ruolo in maniera rispettabile? Sono alcune domande che ci domandiamo mentre gli allarmi democratici scampanellano con insistenza. Il barrage viene usato da anni in Francia contro Marine Le Pen e le sue formazioni politiche (merito anche del sistema istituzionale che permette al secondo turno di frustrare, almeno fin qui così è stato, le ambizioni presidenziali dell’estrema destra francese). Il risultato è che l’anno prossimo Jordan Bardella o la signora Le Pen, sempre che la Corte d’appello di Parigi non le imponga di indossare un braccialetto elettronico, potrebbero tentare il colpo grosso. Sono quattro anni che Meloni pratica ogni giorno la dédiabolisation nei confronti della destra italiana, a partire dalla riscoperta della parola Nazione con cui ha costruito un chiaro messaggio identitario. L’elettorato, come accade in certi casi, potrebbe anche infischiarsene delle sirene dell’antifascismo avendone ormai viste e provate di tutte. Insomma l’Italia non si è fatta mancare niente: ora manca solo uno di destra come presidente della Repubblica. 

Quirinale, perché un presidente di destra dovrebbe essere un tabù?
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti

L’addio di Pina Picierno al Pd è stato salutato persino con gioia dagli schleiniani, che evidentemente non vedevano l’ora di liberarsene. Era già accaduto di recente con Elisabetta Gualmini e con Marianna Madia. Festeggiamenti sui social e nelle chat di partito; insomma viva e vibrante soddisfazione per essersi tolti un peso. Come se Picierno stesse bloccando il dibattito pubblico del Pd, ne impedisse lo svolgimento. Come se l’immagine del centrosinistra fosse stata fin qui appesantita dalla vicepresidente del Parlamento europeo. 

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
L’intervento di Pina Picierno all’Assemblea Nazionale del Pd, 14 dicembre 2025 (Ansa).

Il renzismo di Schlein

Ragionevolmente non cambierà niente nel Pd, dove il dibattito pubblico è stato normalizzato con l’arrivo di Elly Schlein, la segretaria inclusiva che non sa ben gestire il dissenso politico; in questo ricorda alcuni aspetti deteriori di Matteo Renzi, anche se a nessuno verrebbe di ammettere che la leadership schleiniana è settaria quanto muscolare era quella dell’ex presidente del Consiglio.

È da quando Schlein ha vinto il congresso che la nuova maggioranza brinda e festeggia. Prima per aver ribaltato il risultato nelle primarie nel 2023, poi per aver azzerato la discussione in un partito litigioso nel quale la linea del segretario di turno è sempre stata impallinata sui giornali, in tv, sui social, un giorno sì e l’altro pure. Il risultato principale di Schlein è dunque quello di aver evitato il logoramento quotidiano che i suoi predecessori hanno sperimentato sulla loro pelle. L’assenza di un’alternativa politica forte – lo sconfitto Stefano Bonaccini si è presto unito al coro schleiniano – ha senz’altro aiutato.

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
Elly Schlein con Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

Ciaoni progressisti anche a un pezzo di elettorato

Epperò, fra tutti questi festeggiamenti e brindisi e stelle filanti e giochi di luce stroboscopici, insomma fra tutti questi “ciaoni” in versione progressista non verrà il dubbio a qualcuno che un pezzo dell’elettorato forse non sarà felice del trattamento ricevuto per interposta Madia, per interposta Picierno?

Percularne uno per educarne cento non sembra essere la soluzione migliore per trattenere elettori che forse faticano a stare nel Pd di oggi e che avrebbero bisogno di incentivi a rimanere.

Non manca poi molto alle elezioni politiche e gli scenari di conflitto politico suffragati dai sondaggi testimoniano una vivace polarizzazione in vista del 2027, quando non ci sarà spazio – è vero – per cose centriste, ma ci sarà sempre tutto lo spazio per restare a casa.

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
Elly Schlein, Maurizio Landini e Roberto Speranza (Imagoeconomica).

La trappola identitaria della segretaria

La trappola identitaria di Schlein non è dunque solo programmatica – la solita patrimoniale – ma insiste su un desiderio di autosufficienza politica. Altro che campo largo, insomma, dove tutti coesistono nella pacifica competizione. Pluralismo è infatti cosa decido io, un po’ come capotavola è dove si siede Max D’Alema. Fin qui il Pd ha scambiato il risultato referendario di marzo per una proiezione politica sul 2027, ma già le elezioni di Venezia – con la vittoria del centrodestra al primo turno – hanno riacceso qualche pensiero funesto, come Fantozzi fu colpito da un leggerissimo sospetto: non è che Giorgia Meloni è tutt’altro che morta politicamente?

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
Elly Schlein con Marta Bonafoni (Imagoeconomica).

Il duello con Conte tornato in casacca gialloverde

In ogni caso, c’è da aspettarsi – come già sta succedendo a destra per via di Roberto Vannacci – che l’offerta politica del Pd si radicalizzi per rispondere alle fuoriuscite riformiste. D’altronde se la prospettiva è quella delle primarie di coalizione, con il duello fra Schlein e Giuseppe Conte, bisogna già acconciarsi alla singolar tenzone. Conte ancora una volta cerca di buttare la palla in tribuna, prima proponendo le primarie dopo aver appena vinto il referendum, poi rispolverando vecchie tematiche gialloverdi sulla sicurezza dopo il primo turno delle Amministrative.

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Il Pd rischia di non potersi tirare indietro nella gara al rialzo (o al ribasso, dipende dai punti di vista) con il M5s e non avrà molta pietà dei riformisti superstiti, nemmeno di quelli che si sono uniti armi e occhiali a goccia alla causa dello schleinismo, nella composizione delle liste elettorali

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia

Il Pd versione campolarghista sogna di «fare come Sánchez» o di fare come a Venezia. In entrambi i casi c’è qualcosa da fare ma c’è anche qualcosa che non funziona, diciamo.

Le crepe nel modello spagnolo

Pedro Sánchez il pacifista è quello che si oppone al fetente Donald Trump e all’aumento delle spese militari, ma soprattutto è diventato il leader di un partito che colleziona inchieste giudiziarie, a cominciare da quelle in casa. Ad aprile i magistrati hanno chiesto il rinvio a giudizio per la moglie Begoña Gómez per i presunti reati di traffico di influenze, corruzione negli affari, malversazione e appropriazione indebita, mentre il 28 maggio è iniziato il processo a carico di suo fratello David Sánchez, accusato di traffico d’influenze e abuso d’ufficio. Secondo i magistrati, il fratello del primo ministro spagnolo avrebbe ottenuto un incarico fatto su misura dal Consiglio comunale a guida socialista di Badajoz nel luglio 2017.

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Pedro Sànchez con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Ma la lista degli scandali giudiziari socialisti è lunga, l’ultimo coinvolge persino l’ex primo ministro José Luis Rodríguez Zapatero, già stella del firmamento spagnolo (e tra gli sponsor dell’attuale capo del governo), indagato per riciclaggio e traffico d’influenze. Il garantismo vale sempre, da queste parti, ma è abbastanza curioso che il Pd di Elly Schlein e Peppe Provenzano citi sempre la crescita economica della Spagna salvo fischiettare sul resto. Ed è quel resto che potrebbe far finire il governo Sánchez. Il premier Pedro però non ci pensa un secondo a mollare. Adelante, chissà però se di juicio ve ne sia a sufficienza.

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Jose Luis Rodriguez Zapatero (Ansa).

A Venezia il campo larghissimo non è bastato

C’è poi il modello Venezia. Il Pd sogna, o meglio sognava, di fare come nella città lagunare, dove il campo larghissimo, grandangolare (c’era persino Rifondazione Comunista), ha perso sonoramente al primo turno contro il centrodestra che continua a governare la città 11 anni dopo averla conquistata. Non c’è più Luigi Brugnaro per sopraggiunto limite di mandati, ma Simone Venturini, cattolico di continuità con l’amministrazione precedente. Anche a Venezia, come in Spagna, i sogni del Pd non sono di gloria, perché gli incubi sono più reali e feroci della fantasia. Schlein dice di perseguire una logica «testardamente unitaria», ma gli elettori del M5s la pensano in maniera diversa: a Venezia, ci dice un’analisi dei flussi di YouTrend, il M5s ha fatto vincere Venturini: la metà di coloro che alle Europee del 2024 aveva votato per i cinque stelle ha scelto, stavolta, il candidato sostenuto dalla maggioranza meloniana. Un dato decisivo per la sua vittoria al primo turno, ha osservato YouTrend, «visto che ha superato di poco la soglia della maggioranza assoluta dei voti validi».

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Elly Schlein, alla chiusura della campagna elettorale del candidato sindaco Andrea Martella a Mestre (Ansa).

L’atavico disprezzo dei cinque stelle per il Pd

Vecchia storia: i cinque stelle disprezzano il Pd e i suoi candidati, e in fondo a suo tempo nacquero proprio per questo, per rottamare il carrozzone della sinistra. Una prospettiva non esattamente incoraggiante in vista delle elezioni politiche del 2027, quando l’alleanza TTG, Tutti Tranne Giorgia, vorrebbe sfidare la presidente del Consiglio: e se l’unitarietà fosse poco testarda? Se dunque i cinque stelle si ribellassero – come avvenuto a Venezia ma come avvenuto anche in Abruzzo alle Regionali del 2024, ci dice sempre l’analisi dei flussi – all’idea di concorrere insieme all’odiato Pd per la conquista del Palazzo? Saranno pure dinamiche diverse, quelle locali e quelle politico-nazionali, ma un punto di caduta identico c’è: vincere insieme vuol dire governare insieme. E sulla base di quali idee, quali programmi, quale visione del mondo? I programmi si possono pure aggiustare, emendare, si trova un compromesso per tutto, ma sull’idea di mondo come ci si accorda? La politica estera in questi anni è stata la cartina di tornasole dei rapporti interni alle coalizioni. Nel campo largo in modalità ispanico-veneziana albergano posizioni distinte che verranno rinvigorite dall’avvicinarsi delle Politiche.

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Conte intanto rispolvera l’abito gialloverde

Già si notano vistosi sommovimenti. Giuseppe Conte si è appena accodato al no della Lega all’ingresso dell’Ucraina in Europa: «L’Ucraina io credo che non possa entrare in Europa, adesso non ci sono le condizioni. Peraltro c’è un problema serio per l’Europa che non riguarda solo l’Ucraina ma anche gli altri Paesi: un’Europa a 27 già oggi è un’Europa ormai sparita, che non ha voce, che nelle crisi internazionali non è pervenuta», ha detto il leader del M5s. «C’è un deficit politico dell’Europa che riguarda anche le regole di funzionamento, a partire dall’unanimità. Oggi prevedere altri nuovi Paesi senza rivedere il quadro è assolutamente non raccomandabile», ha aggiunto. «Oggi far entrare l’Ucraina non è all’ordine del giorno, tenendo anche conto che c’è l’articolo 42.7 del trattato che siccome impone il mutuo soccorso in caso di attacchi armati a un Paese europeo significherebbe entrare in guerra domani mattina contro la Russia. Secondo me si può pensare per l’Ucraina e altri Paesi lo statuto in prospettiva di partner privilegiato, che significherebbe avere la possibilità di godere di benefici reciprocamente, ma gestendo queste partnership con molta attenzione». Anche perché «sapete che se l’Ucraina domani mattina entrasse in Europa noi avremmo un impatto devastante su alcuni settori di attività a partire dall’agricoltura». L’alleanza gialloverde è tornata, è viva e lotta insieme a loro. 

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).