Il post-sfogo di Francesca Verdini: «Dentro di me niente di fascista»

Mentre il fidanzato Matteo Salvini è impegnato nella due giorni di Roma organizzata da Claudio Durigon, Francesca Verdini interviene sui social – «così de botto» (citando Boris) – su fascismo, femminismo, inclusione, egemonia culturale e via dicendo. Un lungo e articolato post molto politico. «Scrivo queste parole perché da tempo sento di dovermi giustificare per ciò che penso. Come se il mio voto dicesse qualcosa non solo delle mie idee, ma della mia intelligenza, della mia sensibilità, persino della mia qualità umana. Come se non fossi mai abbastanza colta, preparata, consapevole. E alla fine resta sempre quella parola: fascista. A volte persino ‘sporca fascista’», scrive la produttrice cinematografica, chiarendo: «Mia nonna il fascismo lo ha combattuto. Io, dentro di me, di fascista non ho mai riconosciuto niente». Un «senso di estraneità», spiega, che incontra anche sul lavoro: «Attori, registi, sceneggiatori mi confidano ciò che pensano e poi aggiungono: “Non dirlo. Poi non mi fanno più lavorare”». Verdini punta il dito contro la sinistra o presunta tale: «Vedo Iacchetti minacciare botte e augurare la morte a un ministro, Saverio Tommasi parlare delle botte ai “fascisti” come legittima difesa, Bonaccini spiegare che chi vota a destra ha mediamente studiato meno, Brigitte Macron colpire il marito al volto, Rula Jebreal chiamare “scimmia” un uomo afroamericano. E ogni volta mi faccio la stessa domanda: se le parti fossero invertite, il metro sarebbe lo stesso?». Verdini se la prende con il «doppio standard» che «ti fa sentire espulso, ti rende più duro, ti fa venire voglia di urlare più forte». Un’uscita

Francesca Verdini compare spesso insieme con Salvini a comizi e feste di partito. Lo scorso marzo aveva fatto parlare di sé a causa del «cafone» gridato sul prato di Pontida in risposta a chi contestava Salvini al funerale di Umberto Bossi. Ma è la prima volta che scrive un intervento così politico sui social. Che stia pensando a un impegno più concreto ?

Futuro Nazionale, perché dopo Luca Sforzini sarà espulso anche Stefano Ruvolo

Dopo aver espulso Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento nazionale (finora think tank di riferimento di Futuro Nazionale), Roberto Vannacci è pronto a silurare anche Stefano Ruvolo, presidente di Confimprenditori e fondatore di Patto per l’Italia, che aveva stretto un’alleanza politica con l’ex generale. Alla base della decisione lo stesso motivo, ovvero le critiche alla linea di FN espresse negli ultimi giorni. Lo scrive Adnkronos, aggiungendo che secondo le indiscrezioni raccolte in Transatlantico la lettera ufficiale è già pronta. La mossa potrebbe però costare cara a Vannacci: è stato infatti proprio Ruvolo a prestare all’ex generale l’immobile in via Lucina 17 che ospita a Roma la sede nazionale del partito (allo stesso pianerottolo di quella di Forza Italia). Con ogni probabilità, dopo l’espulsione Ruvolo vorrà tornarne in possesso.

Futuro Nazionale, perché dopo Luca Sforzini sarà espulso anche Stefano Ruvolo
Massimiliano Simoni, Roberto Vannacci e Luca Sforzini inaugurano la sede nazionale di FN (Imagoeconomica).

Legge elettorale, tramonta l’ipotesi ballottaggio: il post di Vannacci

Sembra essere tramontata definitivamente l’ipotesi di introdurre nella riforma della legge elettorale un ballottaggio tra le due coalizioni più votate, un’idea anti-Vannacci a cui la Lega si era sempre opposta e che non aveva trovato consenso unanime né in Fratelli d’Italia, né in Forza Italia. Lo riporta il Corriere della Sera: la proposta dall’ex presidente del Senato Marcello Pera, presentata come emendamento in Aula, non riceverà il sostegno della maggioranza.

Il post di Vannacci: «Ora hanno preso la calcolatrice»

Roberto Vannacci, che a fine agosto aveva attaccato la maggioranza definendo le interlocuzioni in corso sul doppio turno la «mossa della paura» del centrodestra per mettersi al riparo dal rischio rappresentato da Futuro Nazionale, è oggi tornato alla carica sul tema. «Adesso hanno preso la calcolatrice. Il risultato è scritto nero su bianco: senza FN il centrodestra non raggiunge il 42 per cento. Non è propaganda. È aritmetica», ha scritto Vannacci. L’ex generale cita questa soglia perché l’attuale formulazione della legge elettorale prevede un premio di maggioranza assegnato – in entrambe le Camere – alla coalizione vincitrice che abbia ottenuto almeno il 42 per cento dei voti in ciascuno dei due rami del Parlamento. In assenza di questi presupposti, la ripartizione dei seggi avverrebbe col proporzionale puro.

Per quanto riguarda il ballottaggio, il timore dell’attuale maggioranza è che l’erosione da destra finisca per rendere troppo alta la soglia da raggiungere: il lodo-Pera prevede il doppio turno se nessuna coalizione supera il 48 per cento e almeno due stanno sopra il 38. Il 9 settembre il testo approda al Senato e dovrà uscire da Palazzo Madama entro il 15. Nel suo post, Vannacci ha poi avvertito che i voti d Futuro Nazionale «non sono un pacco postale da ritirare alla vigilia delle elezioni». Definendo il suo partito «il motore che riporterà la destra sulla retta via», l’ex generale ha aggiunto che «le alleanze non si costruiscono con formule escogitate nei palazzi, ma sulla chiarezza dei programmi e sulla lealtà verso gli elettori». E poi: «Il centrodestra, se vuole governare e non consegnare l’Italia alla sinistra dovrà fare i conti con gli italiani. Con gli stessi italiani che ha deluso sino a oggi. E quindi, anche con noi».

L’ultima di Trump: anche l’Islanda diventa territorio Usa, Reykjavik protesta

Donald Trump c’è cascato di nuovo. Poche ore dopo aver suggerito su Truth che lo Stato del New Mexico debba cambiare nome in “New America”, il tycoon ha pubblicato online una mappa in cui ha allargato gli Usa includendo al suo interno Canada, Groenlandia, Messico, i Paesi dell’America Centrale e praticamente tutte le isole dei Caraibi, più l’Islanda. Come già successo in precedenza, la mossa social del presidente Usa ha creato un incidente diplomatico, questa volta sull’asse Reykjavik-Washington: il governo islandese, che ha definito «inaccettabile» l’immagine, ha infatti convocato l’ambasciatore statunitense.

Non è il primo incidente diplomatico tra Islanda e Usa: il precedente

In realtà non si tratta del primo incidente diplomatico tra Islanda e Stati Uniti nato dalle mire di Trump. Alcuni mesi fa il governo di Reykjavik, infatti, aveva già chiesto spiegazioni agli Stati Uniti dopo che Billy Long, allora candidato di Trump alla carica di ambasciatore aveva detto privatamente alla Camera dei Rappresentanti di essere pronto a diventare «il governatore del 52esimo Stato», riferendosi appunto all’Islanda. Il diplomatico, una volta ottenuta la nomina, si era scusato pubblicamente archiviando le sue parole come una battuta.

Torino, bufera sul convegno della polizia con Vannacci relatore

Il Silp Cgil Piemonte ha chiesto formalmente al questore di Torino di revocare il provvedimento con cui è stata riconosciuta come attività di aggiornamento professionale un’iniziativa pubblica in programma il 18 settembre 2023 all’Hotel Nh di Torino alla quale parteciperà, tra i relatori di una tavola rotonda, Roberto Vannacci. Il convegno è stato organizzato dai sindacati Fsp-Polizia di Stato e Fmpi e si intitola Insicurezza urbana: il ruolo delle istituzioni e degli imprenditori. Secondo il segretario generale piemontese del Silp, Nicola Rossiello, la presenza di Vannacci, accanto ai saluti di apertura del questore di Torino Massimo Gambino, farebbe venire meno i presupposti richiesti per il riconoscimento dell’autoformazione, ovvero «la natura tecnico-scientifica e la stretta neutralità dell’iniziativa rispetto a qualsiasi connotazione politica». Il dipartimento della Pubblica sicurezza è già intervenuto precisando che si tratta di un’iniziativa sindacale per la quale non è prevista la partecipazione del questore di Torino e che il convegno non costituirà aggiornamento professionale per gli appartenenti alla Polizia di Stato. Ma ciò non ha fermato la polemica politica.

Fratoianni: «Piantedosi intervenga»

Così Nicola Fratoianni di Avs prima del chiarimento del dipartimento di Pubblica sicurezza: «Siamo davvero oltre ogni limite, il ministro Piantedosi ora deve spiegare al Parlamento e all’opinione pubblica del nostro Paese quale contributo alla formazione professionale del personale della Polizia di Stato possono dare le idee e le proposte di cui si fa portatore l’europarlamentare Vannacci. È necessario che il riconoscimento professionale che è stato riconosciuto con un’apposita circolare per questa iniziativa venga annullato e che il questore di Torino, responsabile dell’Autorità di Pubblica sicurezza, si astenga dal partecipare a quell’evento».

Budapest rompe con Mosca: espulsi 10 dipendenti dell’ambasciata russa

Il governo ungherese ha espulso 10 dipendenti dell’ambasciata russa a Budapest per avere svolto «attività inaccettabili per un diplomatico ai sensi della Convenzione di Vienna». Lo ha annunciato la ministra degli Esteri magiara Anita Orban, citando il trattato del 1961 che regola le immunità, i privilegi e le funzioni dei diplomatici e delle ambasciate straniere. Tale decisione, ha spiegato la ministra (che non ha specificato che tipo di attività siano state rilevate), «tutela la sicurezza e la sovranità dell’Ungheria» e «non comporta l’interruzione delle relazioni diplomatiche con la Russia».

La svolta dell’Ungheria dopo la fine dell’era-Orban

Dopo le tensioni con Berlino, innescate dai tentati attacchi con droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia, Mosca rompe anche con Budapest. Russia e Ungheria sono state a lungo molto vicine, ma tutto è cambiato con le elezioni parlamentari del 12 aprile che hanno sancito la fine dell’era del filorusso Viktor Orbán dopo 16 anni consecutivi al potere. Al suo posto come primo ministro da allora c’è l’ex esponente di Fidesz e leader del partito d’opposizione Tisza Péter Magyar: la sua agenda politica punta a riallineare saldamente l’Ungheria alle istituzioni Ue e alla Nato. Già a maggio, pochi giorni dopo l’insediamento del nuovo governo di Magyar, Orban aveva convocato l’ambasciatore russo per condannare un bombardamento sull’Ucraina occidentale.

Budapest rompe con Mosca: espulsi 10 dipendenti dell’ambasciata russa
Maria Zakharova (Imagoeconomica).

La replica di Mosca alla decisione della «lobby russofoba»

La replica di Mosca non si è fatta attendere. Commentando l’espulsione dei 10 diplomatici, la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova ha detto alla Tass che la risposta alla «lobby russofoba» a Budapest sarà «dura e dolorosa».

Il retroscena da Israele: «Netanyahu sapeva del 7 ottobre»

Benjamin Netanyahu alla fine di settembre 2023 venne a conoscenza che Hamas stava pianificando un’azione di vasta portata contro Israele, ma minimizzò la minaccia e decise di non informare i vertici della sicurezza. È quanto viene rivelato nel libro in uscita Kidnapped: 843 Days of Abandonment, scritto dai giornalisti Shlomi Eldar e Ruth Yuval, citato da Haaretz.

Il retroscena da Israele: «Netanyahu sapeva del 7 ottobre»
Mohammed bin Zayed (Ansa).

La presunta telefonata tra Netanyahu e Bin Zayed

Il libro, basato su interviste a decine di fonti, tra cui alti funzionari in Israele e in tutto il mondo, riporta che Mohammed bin Zayed, emiro di Abu Dhabi e presidente degli Emirati Arabi Uniti, avrebbe avvertito personalmente Netanyahu, nel corso di una telefonata di 45 minuti avvenuta una decina di giorni prima del 7 ottobre, che Yahya Sinwar – allora leader di Hamas nella Striscia di Gaza – stava pianificando «un terremoto» contro lo Stato ebraico, che avrebbe provocato enormi spargimenti di sangue: scopo dell’operazione far deragliare gli Accordi di Abramo e gli equilibri in Medio Oriente.

Il retroscena da Israele: «Netanyahu sapeva del 7 ottobre»
Benjamin Netanyahu (Ansa).

L’ufficio di Netanyahu smentisce: «Menzogna totale»

Bin Zayed, si legge nel libro, era venuto a conoscenza del piano di Hamas da un intermediario palestinese, un dirigente di Fatah (forse Mohammed Dahlan) che aveva contatti sia con Sinwar che con lo Shin Bet, i servizi di intelligence interna di Tel Aviv. Sarebbe stato lo stesso leader di Hamas a Gaza, frustrato dalla mancanza di progressi nei negoziati per il rilascio di prigionieri, a dire all’intermediario di avvertire gli israeliani delle conseguenze di un mancato accordo. Secondo quanto scritto nel libro, Netanyahu disse a Byn Zayed di avere la situazione sotto controllo nella Striscia e qualsiasi azione pianificata da Hamas si sarebbe probabilmente verificata in Cisgiordania. L’ufficio di Netanyahu ha già smentito: «Una menzogna totale. Il primo ministro non ha parlato con il presidente degli Emirati durante il periodo in questione e non ha ricevuto alcun avvertimento da parte sua».

Delfin, Luca e Paola Del Vecchio chiedono 500 milioni di penale a Leonardo Maria

Luca e Paola Del Vecchio sono pronti a chiedere a Leonardo Maria il pagamento di una penale da 500 milioni di euro per il mancato acquisto delle quote di Delfin in loro possesso che, complessivamente, valgono un quarto del capitale della holding di famiglia (detengono il 12,5 per cento a testa). Lo scrive il Corriere della Sera.

Delfin, Luca e Paola Del Vecchio chiedono 500 milioni di penale a Leonardo Maria
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

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Perché i due fratelli chiedono 500 milioni a Lmdv

A marzo Leonardo Maria Del Vecchio aveva esercitato la prelazione sulle quote di Paola e Luca, firmando un contratto per acquistarle a un valore di 10 miliardi complessivi. Il suo piano è però poi saltato perché il board di Delfin non ha fornita la lettera di patronage richiesta dalle banche per finanziare la maxioperazione. Nel contratto di compravendita era però prevista una clausola che imponeva una penale di 500 milioni totali nel caso in cui l’operazione non fosse stata perfezionata, mentre l’acquisto non era subordinato al finanziamento. Da qui la richiesta in arrivo di 250 milioni a testa come penale. Fonti vicine a Lmdv, scrive il Corsera, parlano della possibilità di aprire un arbitrato per cercare un accordo con i fratelli: in questo contesto potrebbe avvicinarsi alle richieste di Luca e Paola per una modifica dello statuto di Delfin, volontà questa condivisa anche da Clemente e Rocco Basilico.

Emma Bonino, come sta dopo il ricovero al Santo Spirito di Roma

Nella serata di lunedì 7 settembre 2026, Emma Bonino è stata ricoverata al Santo Spirito di Roma dopo essere stata soccorsa nella sua casa per problemi respiratori. «Sono in corso gli accertamenti e una valutazione dei parametri a seguito di un peggioramento della funzionalità respiratoria. Resta vigile e lucida», aveva riferito il suo medico curante Claudio Santini. Nel bollettino diffuso dopo la prima notte di ricovero, si legge che «le sue condizioni, per quanto delicate, restano stazionarie». La paziente «è cosciente e i parametri cardiocircolatori e gli scambi respiratori sono accettabili».

L’anno scorso il ricovero in terapia intensiva

Non è il primo ricovero per la leader di +Europa nella struttura. Il precedente risale all’inizio del 2025 dopo un malore, e allora servì la terapia intensiva perché era stata riscontrata un’insufficienza respiratoria. Stabilizzata, il giorno dopo fu trasferita al San Filippo Neri dove rimase una settimana. Nella storia clinica della Bonino c’è anche un microcitoma polmonare diagnosticato nel 2015 e superato nel 2023.

Perché Futuro Nazionale ha espulso Luca Sforzini

In Futuro Nazionale arriva la prima espulsione. Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento nazionale, il fu think tank del Mondo al Contrario, è stato cacciato dal partito a seguito, si legge nella nota della direzione disciplinare del partito, «delle sue ripetute sortite sulla stampa e sui social network foriere di attacchi ad altri iscritti del partito e di descrizioni del movimento del tutto infondate». La decisione è stata presa da Roberto Vannacci, dal coordinatore nazionale Massimiliano Simoni, dal responsabile organizzativo, Edoardo Ziello, e quello del Tesseramento, Annamaria Frigo. «Se qualcuno pensa di utilizzare Futuro Nazionale per le proprie ambizioni personali, volte a saziare appetiti antichi che si prestano alle mire di chi vuole avvelenare e soffocare il partito dall’interno», fanno sapere i futuristi, «deve sapere che qui ci sono degli anticorpi talmente forti da bloccare qualsiasi tentativo di sabotaggio».

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Sforzini poco tempo fa aveva avuto l’ardire di criticare alcuni punti del programma futurista su Libero. «Esi­ste una destra che difende la fami­glia senza entrare nelle camere da letto», spiegava il gallerista pavese al quotidiano, «che può soste­nere la nata­lità senza isti­tuire poli­zie morali. E poi esi­stono le cor­nac­chie nere. Sono quelle che con­si­gliano di rispon­dere alle inquie­tu­dini del XXI secolo con il pron­tua­rio del XIX». Mettendo in guardia: «Ci sono momenti nei quali il pro­blema di un pro­getto non sono i suoi avver­sari. Sono i suoi con­si­glieri». Ma Sforzini aveva fatto parlare di sé anche per un acceso scambio in chat con il “barone nero” Roberto Jonghi Lavarini, riportato da Il Foglio. «Sei un nazista autentico», avrebbe attaccato il primo. «Non sono uno sciuscià liberale atlantista sionista come te. Per me non è un’offesa», gli avrebbe risposto il secondo. Accuse di fatto confermate dal diretto interessato che sempre al quotidiano diretto da Claudio Cerasa aveva parlato di «clima agghiacciante».

La deriva nerissima del partito (come se fosse qualcosa di cui sorprendersi) aveva causato l’allontanamento di Luca Bellotti, ex meloniano e già sottosegretario nei governi Berlusconi: «Su Islam e immigrazione, posizioni inaccettabili», aveva scritto in una lettera aperta al generalissimo.

Sondaggi politici, Futuro Nazionale si avvicina all’8 per cento

Non si arresta la crescita di Futuro Nazionale nei sondaggi politici. Nell’ultima rilevazione di Swg per il Tg La7 sulle intenzioni di voto il partito guidato da Roberto Vannacci, ora quarta forza politica del Paese, è infatti arrivato al 7,7 per cento: +0,2 per cento rispetto a una settimana fa.

Sondaggi politici, Futuro Nazionale si avvicina all’8 per cento
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Futuro Nazionale si conferma stabile sopra Forza Italia e Lega, date rispettivamente al 6,9 per cento (-0,2) e al 5,7 per cento. Carroccio stabile così come Fratelli d’Italia, saldamente primo partito del Paese col 26,8 per cento. Leggera flessione (-0,1) del Partito Democratico al 20,6 per cento. Il Movimento 5 stelle è dato al 12,5 per cento (-0,2). Tra FI e Lega c’è Alleanza Verdi e Sinistra, al 6,8 per cento (+0,1). Azione è stabile al 3,2 per cento. Tra le forze minori da segnalare Italia Viva è data al 2,5 per cento (+0,1), +Europa all’1,4 per cento (+0,1), Sud Chiama Nord all’1 per cento (+0,1), così come Noi Moderati (-0,1).

Rubati quattro quadri di Renoir dal museo di Cagnes-sur-Mer in Costa azzurra

Quattro opere di Renoir sono state rubate nella notte tra il 7 e l’8 settembre 2026 da due ladri nel museo di Cagnes-sur-Mer, in Costa Azzurra (Francia). Una delle opere è stata abbandonata durante la fuga, ha annunciato il sindaco della città Bryan Masson che ha stimato in circa 9 milioni di euro il valore dei quadri rubati. L’allarme del museo è scattato alle 5:48 e alle 5:53, cinque minuti dopo, la polizia municipale era sul posto. «Prendere di mira il museo Renoir significa andare contro una parte della storia e del patrimonio di Cagnes-sur-Mer. Sono fatti particolarmente gravi», ha detto Masson. Il colpo è avvenuto a circa un anno da quello ai danni del Louvre, nel centro di Parigi, nel quale i ladri hanno rubato otto gioielli della Corona di Francia, non ancora ritrovati. Da allora, il ministero della Cultura ha posto come priorità la sicurezza dei musei. Il Museo Renoir di Cagnes-sur-Mer, vicino a Nizza, è stato edificato nel 1960 sul luogo dell’ultima dimora del grande pittore. Oltre al mobilio originale, il luogo ospita oggetti, mobili appartenuti all’artista e vari quadri raffiguranti ritratti, paesaggi e alcuni nudi.

Ucraina: tregua finita, riprendono gli attacchi russi

Dopo le visite nel weekend di Steve Witkoff e Jared Kushner e tre giorni di tregua, sono ripresi gli attacchi della Russia contro l’Ucraina. Nella notte ci sono stati raid aerei su Kyiv: danneggiato edifici in tutta la capitale ucraina, tra cui un condominio di cinque piani nel quartiere di Solomianskyi, e edifici nelle aree di Boryspil e Fastiv mentre alcuni veicoli hanno preso fuoco nella zona di Podilskyi. Ci sono almeno due i morti e 10 feriti, ma si teme che il bilancio delle vittime sia destinato ad aumentare.

«Nel momento in cui gli inviati di pace del presidente degli Stati Uniti se ne sono andati, Vladimir Putin ha lanciato un altro massiccio e terribile attacco contro Kyiv», ha denunciato il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha. Il presidente Volodymyr Zelensky, sui social, ha spiegato che ci sono stati raid anche nelle aree di Odessa, dove è stato colpito un mercato e in quelle di Zaporizhzhia e Dnipro. Presa di mira anche la locomotiva di un treno partito da Kyiv e diretto a Sumy. «Nonostante gli ottimi risultati ottenuti contro i missili da crociera, quelli balistici rimangono particolarmente difficili da intercettare e ogni giorno spieghiamo ai nostri partner la necessità di disporre di intercettori». Secondo quanto riferito dall’Aeronautica militare ucraina, la Russia ha lanciato nella notte 166 droni e decine di missili.

La risposta di Kyiv: pioggia di droni sulla Russia

La risposta ucraina non si è fatta attendere: colpita da un attacco di droni la regione russa di Saratov, con danni alle infrastrutture civili e una decina di feriti. Le autorità militari hanno comunicato di aver intercettato 384 droni su 14 regioni russe, compresa appunto quella di Mosca, oltre che sulla Crimea occupata e sulle acque del Mar Nero.

Wiktoff dopo la visita a Mosca e Kyiv: «Progressi sostanziali»

Steve Witkoff ha commentato con soddisfazione la missione del fine settimana a Mosca e Kyiv effettuata assieme all’altro inviato di Donald Trump (nonché genero del presidente Usa) Jared Kushner. «Sono stati compiuti progressi sostanziali, inclusi passi avanti nella pianificazione di ulteriori colloqui trilaterali», ha scritto su X, aggiungendo che Trump «sta lavorando duramente per fermare le uccisioni e verso una pace duratura e stabile». Ulteriori dettagli sono filtrati dall’Eliseo. Citando i negoziatori Usa, la presidenza francese ha infatti riferito di una «rinnovata disponibilità al negoziato» da parte della Russia «dopo le elezioni della Duma di Stato», ovvero la camera bassa dell’Assemblea federale della Federazione Russa, che si terranno dal 18 al 20 settembre.

Wiktoff dopo la visita a Mosca e Kyiv: «Progressi sostanziali»
Steve Witkoff e Jared Kushner ricevuti da Vladimir Putin (EPA/MIKHAIL METZEL/SPUTNIK/KREMLIN POOL).

Trump sente Putin e Zelensky

Secondo il Kyiv Independent, Trump avrà una conversazione telefonica con Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky dopo il rientro dei suoi inviati dalla missione in Europa. Da parte sua, il Cremlino «non esclude la possibilità di una telefonata tra i presidenti russo e statunitense», ha spiegato Dmitry Peskov, portavoce di Putin, che ha inoltre definito la visita di Witkoff e Kushner «un piccolo passo verso la pace».

Wiktoff dopo la visita a Mosca e Kyiv: «Progressi sostanziali»
Steve Witkoff e Jared Kushner con Volodymyr Zelensky (Ansa).

Sale la tensione sull’asse Mosca-Berlino

Intanto aumentano le tensioni sull’asse Mosca-Berlino, innescate dal caso dei tentati attacchi con droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia. Come «misura di ritorsione» alla chiusura del consolato russo a Bonn, Mosca ha revocato «il proprio consenso all’attività del Consolato Generale della Repubblica Federale di Germania a San Pietroburgo», che dovrà chiudere i battenti entro il 18 settembre 2026. Il primo settembre il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul aveva appunto annunciato che la Germania avrebbe chiuso la sede diplomatica russa a Bonn (il 18 settembre) e rescisso l’accordo relativo alle attività della Casa Russa a Berlino, presunto covo degli 007 di Mosca. La replica del Cremlino non si era fatta attendere: poco dopo il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov aveva comunicato la decisione di mettere i sigilli alle sedi del Goethe-Institut (istituto culturale ufficiale della Repubblica Federale Tedesca) a Mosca, San Pietroburgo e Ekaterinburg.

La giravolta di Salvini sull’AfD: oggi si complimenta per la vittoria ma nel 2024…

L’onda dell’AfD che, come da previsioni, ha travolto la Sassonia-Anhalt non ha lasciato indenne il centrodestra italiano. Se il vicepremier forzista e ministro degli Esteri Antonio Tajani si è detto preoccupato, in casa Lega c’è chi ha brindato. Matteo Salvini ha cavalcato la vittoria del partito di estrema destra complimentandosi sui social con «l’amica» Alice Weidel. «Un successo clamoroso, che evidenzia la forte richiesta di cambiamento, sicurezza e lavoro. Alla faccia di chi, a sinistra, alimentava paure e scenari catastrofici. Paura? Terrore? Pericolo? No, si chiama DEMOCRAZIA. Un’altra Europa è possibile», ha twittato il segretario leghista, ignorando che la paura e gli scenari catastrofici sono stati evocati pure dal suo collega azzurro.

L’uscita sulle SS e la presa distanza di Le Pen e Salvini

Ma c’è un ma. Salvini infatti deve avere cambiato idea anche sull’AfD. Nel maggio 2024 si era detto d’accordo con un’altra amica, ovvero Marine Le Pen, che aveva detto di non voler sedere più nello stesso gruppo europeo – Identità e democrazia – con l’estrema destra tedesca. La rottura era arrivata dopo l’uscita dell’europarlamentare Maximilian Krah, al tempo candidato del gruppo alla presidenza della Commissione Ue, che parlando con Repubblica non aveva preso le distanze dalle SS. «Sbagliato generalizzare, non tutti i membri della SS erano criminali di guerra», aveva sentenziato Krah. Immediato fu il muro alzato dal Rassemblement National con il presidente Jordan Bardella che assicurò di voler interrompere i rapporti con i filo nazisti. Poco dopo, sulla scia della decisione degli alleati transalpini, arrivò la presa di distanza della Lega. Per la cronaca, Krah prima del polverone era già invischiato in uno scandalo di spionaggio a causa di un suo assistente che sarebbe stato al soldo dei servizi segreti cinesi e accusato a sua volta di troppa vicinanza alla Russia. L’AfD prima lo sospese poi lo riammise nel gruppo parlamentare.

Crans-Montana, il Comune sapeva del pericolo incendio al Constellation: le prove

Il Comune di Crans-Montana era a conoscenza che la schiuma fonoassorbente del Constellation era infiammabile. Lo rivela una email inviata da una dirigente, diventata la 17esima persona iscritta nel registro degli indagati: il messaggio di posta elettronica era rimasto fino a questo momento fuori dagli atti dell’inchiesta sull’incendio, costato la vita 41 ragazzi e in cui sono rimasti feriti in modo grave altri 115 giovani.

L’email inviata da Rose Marie Clavien e l’iscrizione nel registro degli indagati

A inviare l’email, che avvertiva di prestare attenzione alla schiuma utilizzata per l’isolamento acustico del locale, è stata Rose Marie Clavien, ex consigliera comunale con delega all’edilizia tra il 2017 e il 2024. La donna, come ha spiegato il quotidiano svizzero Tages-Anzeiger, è stata convocata per un interrogatorio il 28 agosto: quando gli inquirenti le hanno sottoposto il messaggio di posta elettronica, si è avvalsa della facoltà di non rispondere. Da persona informata sui fatti è così diventata un’indagata.

Lavitola: «Dall’amicizia con Ranucci cercavo un mio riscatto»

«Con Ranucci c’era un grande rapporto di amicizia e speravo che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura con un riscatto sociale per me». L’ha affermato, nel corso di dichiarazioni spontanee, Valter Lavitola davanti ai giudici del Riesame in base a quanto hanno riferito i suoi legali, gli avvocati Sergio e Arturo Cola. Il Riesame si è riservato di decidere in merito alla richiesta di domiciliari che i legali hanno individuato in un casa in Basilicata nella disponibilità dell’indagato. «Ho fatto tutto questo per proteggere Ranucci da un attentato di cui avevo notizie. C’era la necessità di proteggerlo tanto che per due mesi dopo i fatti di ottobre ho chiamato Ranucci per chiedere che la scorta gli fosse rafforzata», ha aggiunto. E ancora: «L’attentato con la bomba è un’idea di Gomes Tavares rispetto alla quale mi assumo tutta la responsabilità. Gomes mi avvisò che avrebbe fatto a modo suo senza dirmi che sarebbe stata una bomba. Io avevo dato un mandato in bianco specificando che non doveva fare male a nessuno».

Cristina Seymandi si candida a sindaca di Torino con una sua lista civica

Dal gossip dei tradimenti a candidata sindaca di Torino. L’imprenditrice Cristina Seymandi, protagonista del famigerato video in cui l’allora compagno banchiere Massimo Segre la accusava di infedeltà durante una festa in cui avrebbero dovuto annunciare le nozze, sta mettendo a punto una sua lista civica in vista delle Comunali in programma nel capoluogo piemontese nel 2027. «Mi candido perché ho una figlia di 20 e vorrei rimanesse a Torino. Fa ingegneria aerospaziale e desidero che resti a lavorare qui per orgoglio nei confronti della sua città», ha spiegato all’edizione locale di Repubblica. I principali punti del suo programma, ha anticipato spiegando di aver ricevuto già numerose adesioni, saranno il caro affitti, la sicurezza, l’industria e le periferie.

Cristina Seymandi si candida a sindaca di Torino con una sua lista civica
Cristina Seymandi (Instagram).

Nel 2021 aveva tentato di entrare in Consiglio comunale

Sembrava che Seymandi in vista del 2027 stesse cercando una candidatura con Forza Italia. E invece correrà come sindaca con una sua lista. In passato collaboratrice dell’ex prima cittadina pentastellata Chiara Appendino, la manager aveva rotto col M5s e aveva tentato di entrare in Consiglio comunale a Torino candidandosi nel 2021 con l’aspirante sindaco per il centrodestra Paolo Damilano: appena 318 preferenze e niente di fatto. Dopo il “fattaccio” del video (cavalcato ampiamente tramite ospitate in trasmissioni televisive e podcast), Seymandi era stata avvistata ad Atreju di Fratelli d’Italia e aveva anche aderito a Italia c’è, formazione fondata dall’ex renziano Gianfranco Librandi, tornato dal 2024 in FI. Durante l’intervista a Repubblica, Seymnandi ha definito Maurizio Marrone (FdI), possibile candidato del centrodestra, «una persona per bene, ma carente su alcuni aspetti fondamentali della contemporaneità».

Cristina Seymandi si candida a sindaca di Torino con una sua lista civica
Cristina Seymandi (Instagram).

Come è finita la vicenda del video diventato virale

Facendo un passo indietro e ripercorrendo quanto successo dopo la diffusione del celeberrimo video con le accuse di corna sa parte del “quasi” promesso sposo, Seymandi aveva definito quell’agguato un «femminicidio mediatico»: il Garante della privacy aprì un’istruttoria (poi archiviata), mentre la vicenda giudiziaria tra i due protagonisti (che si incolparono reciprocamente di tradimento) finì con una querela ritirata grazie all’accordo economico trovato tra i rispettivi avvocati dopo una lunga trattativa.

Trump sogna di ribattezzare anche il New Mexico: perché non può farlo

La toponomastica continua ad essere un campo di battaglia per Donald Trump, che ha mostrato apprezzamento per l’idea di ribattezzare New America lo Stato del New Mexico, sulla falsariga di quanto già fatto con il Lago Ontario e il Golfo del Messico.

Trump sogna di ribattezzare anche il New Mexico: perché non può farlo
Il post di Trump sul cambiamento di nome del New Mexico.

«In molti hanno suggerito di cambiare il nome del New Mexico – uno degli Stati in cui si sono verificati i più gravi brogli elettorali di sempre – in New America. Sarebbe molto più prestigioso e bello per gli abitanti di quello Stato potenzialmente incredibile. Mi piace un sacco!». È quanto ha scritto Trump su Truth, condividendo una clip realizzata con l’IA in cui lo si vede ribattezzare il territorio di confine: poche ore prima aveva già lasciato trapelare l’idea pubblicando una mappa dello Stato con la parola “Mexico” barrata in rosso e sostituita da “America”.

Per cambiare il nome non basta un ordine esecutivo

Questa volta si tratta però di una boutade, ammesso che Trump conosca le regole. Un eventuale cambiamento richiederebbe infatti un percorso istituzionale molto più complesso rispetto a un semplice annuncio presidenziale. Sebbene il capo della Casa Bianca abbia il potere di modificare nel Geographic Names Information System la denominazione di elementi geografici quali gli specchi d’acqua, cosa che Trump ha fatto, non dispone però dell’autorità costituzionale per cambiare legalmente il nome degli Stati federati degli Stati Uniti d’America con la firma di un ordine esecutivo: tale procedura dovrebbe infatti svolgersi a livello, appunto, statale.

Il nome New Mexico precede di secoli la nascita degli Usa

La governatrice democratica Michelle Lujan Grisham ha dichiarato a Fox News Digital: «Il nome del New Mexico non è oggetto di dibattito, è nostro da prima ancora che esistessero gli Stati Uniti». Il nome Nuevo México fu infatti coniato verso la fine del XVI secolo dai colonizzatori spagnoli e fu sostanzialmente mantenuto (in inglese) dopo la cessione agli Stati Uniti nel 1848, al termine della guerra con il Messico. Due anni dopo fu costituito il Territorio del Nuovo Messico, che comprendeva anche gran parte dell’Arizona, oltre a porzioni del Colorado e del Nevada. Dopo varie riduzioni dei confini, il New Mexico divenne uno Stato dell’Unione nel 1912.

La vittoria di AfD in Germania spacca il centrodestra in Italia

La vittoria schiacciante di Alternative für Deutschland nel piccolo land della Sassonia-Anhalt ha un’importanza che travalica i confini tedeschi, in quanto certifica l’avanzata di un’ombra nera sulla Germania. E, dunque, nel cuore d’Europa. Resta da capire se riuscirà a governare, ma intanto il trionfo di AfD ha evidenziato una spaccatura nel centrodestra in Italia. Se Matteo Salvini ha infatti esultato per il successo della formazione di ultradestra tedesca, l’altro vicepremier Antonio Tajani ha invece mostrato preoccupazione. Giorgia Meloni, invece, per il momento tace.

Salvini esulta (e si trova d’accordo con Vannacci)

«Complimenti all’amica Alice Weidel e a tutta AfD per il trionfo in Sassonia-Anhalt! Un successo clamoroso, che evidenzia la forte richiesta di cambiamento, sicurezza e lavoro. Alla faccia di chi, a sinistra, alimentava paure e scenari catastrofici», ha scritto Salvini sui social. «Paura? Terrore? Pericolo? No, si chiama democrazia. Un’altra Europa è possibile», ha aggiunto il segretario della Lega. Il trionfo dell’ultradestra in Sassonia-Anhalt è riuscito peraltro a mettere d’accordo gli ex alleati Salvini e Roberto Vannacci.

Il fondatore di Futuro Nazionale ha infatti scritto su Facebook: «L’Europa cambia. Merz ha l’ulcera. Monti dovrà dedicare la sua scarsa energia anche a loro. Nessun dorma». Vannacci, eletto al Parlamento europeo con la Lega, dopo l’addio al Carroccio è poi passato nel gruppo Europa delle Nazioni Sovrane, di cui fa parte AfD.

La vittoria di AfD in Germania spacca il centrodestra in Italia
Ulrich Siegmund, leader di AfD in Sassonia-Anhalt (Imagoeconomica).

La preoccupazione di Tajani: «Pessima notizia»

Per Tajani, invece, la vittoria di AfD è «una pessima notizia», in quanto «affermazione di una forza politica che è antitetica rispetto ai valori liberali e occidentali». Il segretario di Forza Italia ha poi dichiarato: «Questo risultato, senz’altro doloroso, ci obbliga anche a registrare e comprendere le paure di molti europei e che per l’ennesima volta chiama l’Ue, a cominciare dai suoi vertici istituzionali, a una presa d’atto: il percorso d’integrazione comunitaria non è un automatismo, i valori occidentali di libertà, solidarietà, ripudio di qualsiasi sirena delle autocrazie non rappresentano una conquista definitiva ma un obiettivo che va conservato e perseguito giorno dopo giorno». Come detto, nessun commento è invece ancora arrivato da Fratelli d’Italia e dalla premier Giorgia Meloni.

La vittoria di AfD in Germania spacca il centrodestra in Italia
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Alessandro Di Battista, come sta dopo l’operazione e quando potrebbe tornare in Italia

Doveva tornare in Italia venerdì 4 settembre, ma un’operazione ha costretto Alessandro Di Battista a rimanere ancora ricoverato a L’Avana. Fonti mediche citate dal Corsera hanno chiarito che l’intervento è riuscito e che l’ex deputato, come da prassi in questi casi, è stato sedato e rimarrà in questa condizione, in terapia intensiva, almeno per un paio di giorni. «Parlare di ciò che accadrà nelle prossime settimane è prematuro», hanno detto persone a lui vicine. Tanto che, anche chi prova a ipotizzare le date di un possibile ritorno in Italia, si tiene un margine abbastanza largo: «Potrebbe stare a Cuba altre quattro settimane, fino a 30 giorni dopo l’operazione. Sarà lunga l’attesa».

Cos’è successo

L’attivista e reporter, che era sull’isola per un reportage per il Fatto Quotidiano, si trova da una settimana all’ospedale Hermanos Ameijeiras di L’Avana dove è stato trasportato dopo un primo ricovero in gravi condizioni a Santa Clara, in seguito a forti dolori alla testa. Da allora, sulle sue condizioni circolano molte voci, ma poche informazioni certe. Nei giorni scorsi sono arrivati nella capitale cubana la compagna e madre dei suoi due figli Sahra Lahouasnia e due medici dell’ospedale Gemelli – un neurochirurgo e un rianimatore – per collaborare con l’equipe locale al suo caso.

Iran, intesa con l’Oman su un corridoio di navigazione sicuro nello stretto di Hormuz

L’Iran nei prossimi giorni annuncerà una nuova zona a traffico limitato nel Golfo Persico, assieme alle mappe di un nuovo corridoio di navigazione attraverso lo stretto di Hormuz, frutto di un accordo in via di definizione con l’Oman. Lo ha reso noto il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baqaei, parlando di «negoziati seri e costruttivi» con Muscat, nonostante «fasi alterne a causa delle interferenze e delle pressioni esercitate da alcune parti terze».

Teheran: «La rotta sarà registrata all’Organizzazione Marittima Internazionale»

Una volta raggiunto l’accordo definitivo, «il memorandum d’intesa congiunto tra Iran e Oman per l’istituzione di una rotta marittima temporanea sicura nello stretto di Hormuz sarà registrato ufficialmente all’Organizzazione Marittima Internazionale», ha aggiunto Baqaei. Nelle stesse ore Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, ha spiegato che la nuova zona a traffico limitato partirà dal punto in cui ha inizio il blocco navale statunitense contro l’Iran e si estenderà verso aree del Golfo Persico. Per quanto riguarda la totale apertura di Hormuz, ha aggiunto, Teheran si impegnerà a garantirla «solo quando loro gli americani cesseranno i sabotaggi, le minacce e gli attacchi» contro la Repubblica Islamica.

Sciopero 7-8 settembre 2026: orari, fasce di garanzia e chi si ferma

In arrivo il primo sciopero dei treni di settembre. I macchinisti e i capitreno aderenti all’Assemblea nazionale del personale di macchina e di bordo hanno confermato una protesta di 24 ore che prenderà il via nella serata di lunedì 7 settembre, alle ore 21, e si concluderà martedì 8 settembre alla stessa ora. L’agitazione coinvolgerà il personale del Gruppo Fs italiane, di Italo e di Trenord. Durante lo sciopero, i treni potrebbero subire cancellazioni, ritardi e variazioni – anche prima dell’inizio e dopo la sua conclusione. Le informazioni aggiornate sui collegamenti garantiti sono disponibili sui canali digitali delle imprese ferroviarie, presso le biglietterie e attraverso il personale di assistenza clienti.

Le fasce di garanzia

Come previsto dalla normativa sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali, i treni già in viaggio al momento dell’inizio dell’agitazione raggiungeranno comunque la destinazione finale se questa è raggiungibile entro un’ora dall’avvio dello sciopero. Per il trasporto regionale sono inoltre assicurati i servizi minimi nelle fasce orarie di maggiore affluenza, ovvero dalle 6 alle 9 e dalle 18 alle 21. Per conoscere nel dettaglio i collegamenti intercity, eurocity e alta velocità garantiti è possibile consultare gli elenchi pubblicati da Trenitalia e Italo sui rispettivi siti.

Ingroia aderisce a Controcorrente, il movimento di La Vardera

Antonio Ingroia è entrato a far parte di Controcorrente, il movimento dell’ex inviato de Le Iene Ismaele La Vardera. Alla base della decisione, ha spiegato l’ex pubblico ministero, «la condivisione di valori che converge in una visione politica nella quale la legalità rappresenta un elemento centrale e non negoziabile». L’ingresso di Ingroia, pm del processo sulla trattativa Stato-mafia e oggi avvocato, riguarda esclusivamente al movimento regionale siciliano di Controcorrente: pertanto manterrà contestualmente i suoi ruoli di presidente di un movimento politico nazionale come Azione Civile e della Fondazione Spazio Legalità.

Ingroia aderisce a Controcorrente, il movimento di La Vardera
Ismaele La Vardera (Imagoeconomica).

«Metterò a disposizione la mia esperienza e il mio impegno nella difesa della legalità e della Costituzione per supportare il movimento nella sua attività, con l’obiettivo di contribuire alle istanze di cambiamento ormai non più differibili, che vogliamo portare avanti insieme», ha dichiarato Ingroia. In vista delle Politiche del 2027, Controcorrente a fine luglio aveva ufficializzato la federazione con Progetto Civico Italia, movimento politico fondato da Francesco Onorato, assessore del Comune di Roma, guidato in Sicilia da Carmelo Miceli.

Ingroia aderisce a Controcorrente, il movimento di La Vardera
Antonio Ingroia (Imagoeconomica).

Vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt: chi è Ulrich Siegmund, “l’uomo più pericoloso di Germania”

Storica vittoria dell’estrema destra tedesca di Alternative für Deutschland in Germania. Nel piccolo land della Sassonia-Anhalt, dove vive il 3 per cento della popolazione tedesca, AfD ha trionfato alle elezioni regionali col 44,5 per cento dei voti: consensi raddoppiati in cinque anni, peraltro in una tornata elettorale che ha registrato un’affluenza attorno all’80 per cento. Crollo della Cdu: i cristiano-democratici sono precipitati al 18 per cento, la metà delle preferenze dell’ultima volta. L’AfD non è riuscita a conquistare la maggioranza assoluta: ha infatti ottenuto 41 scranni su 83. Ne manca uno per governare la Sassonia-Anhalt e quindi per avere come presidente il leader regionale Ulrich Siegmund: la Bündnis Sahra Wagenknecht ha aperto a una possibile collaborazione con l’ultradestra: «Decideremo sempre in base alla sostanza», ha dichiarato Claudia Wittig, che era la candidata di punta del partito, fondato tre anni fa da alcuni dissidenti di Die Linke.

Vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt: chi è Ulrich Siegmund, “l’uomo più pericoloso di Germania”
Manifesto elettorale di Ulrich Siegmund (Ansa).

Chi è Ulrich Siegmund

Siegmund, che recentemente lo Spiegel ha definito “l’uomo più pericoloso della Germania”, è nato il 25 ottobre 1990 a Havelberg, pochi giorni dopo la riunificazione tedesca. Ed è cresciuto a Tangermünde, altro piccolo centro della Sassonia-Anhalt, dove vive tuttora con moglie e figlia. Ha studiato economia aziendale e psicologia economica e, prima di dedicarsi alla politica, ha lavorato nel settore commerciale: aveva infatti fondato un’azienda di deodoranti per ambienti. Il suo percorso politico è iniziato nella Cdu, poi il passaggio nel 2014 all’AfD, con cui due anni dopo è stato eletto al parlamento della Sassonia-Anhalt, dove dal 2022 è copresidente del gruppo del partito. Seguitissimo su Tik Tok (dove ha 660 mila follower) e Instagram, amante delle motociclette, nell’ufficio ha appeso un ritratto di Otto von Bismarck ed è considerato uno dei leader più radicali di AfD: nel 2023 partecipò alla riunione segreta che si tenne nel 2023 nei pressi a Berlino, durante la quale attivisti dell’estrema destra discussero un piano di remigrazione per espellere dalla Germania milioni di persone di origine straniera. Prima delle elezioni regionali era stato scelto come candidato presidente del land col 97 per cento dei voti.

Vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt: chi è Ulrich Siegmund, “l’uomo più pericoloso di Germania”
L’arrivo in moto di Ulrich Siegmund al seggio elettorale (Ansa).

Tim, Labriola e i manager aderiscono all’opas di Poste

Tim ha comunicato che l’amministratore delegato Pietro Labriola e i dirigenti con responsabilità strategiche del Gruppo hanno portato in adesione le azioni detenute all’opas (offerta pubblica di acquisto e scambio) totalitaria volontaria promossa da Poste italiane. L’offerta è di 1,67 euro cash e 0,218 azioni del gruppo postale di nuova emissione per ogni azione Tim consegnata. Il corrispettivo è stato ritenuto congruo dal punto di vista finanziario dal cda del Gruppo, che ne ha valutato positivamente il razionale e le prospettive industriali. L’adesione del top management si è chiusa nella scorsa settimana e i dettagli relativi alle singole operazioni saranno resi pubblici attraverso le comunicazioni di internal dealing, si legge in una nota. Salvo proroga con una finestra di riapertura dal 20 al 25 settembre, la chiusura dell’opas è fissata per l’11 settembre e venerdì 4 settembre le adesioni erano il 5,4 per cento. Percentuale che ha fatto salire la quota di Poste intorno al 25 per cento, ancora lontano dall’obiettivo minimo del 66,67 per cento.

Perché Meloni non parteciperà all’Assemblea generale delle Nazioni Unite

Salvo ripensamenti dell’ultimo minuto, Giorgia Meloni non parteciperà alla prossima riunione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Lo scrive Adnkronos, citando fonti di Palazzo Chigi: l’Italia sarà comunque presente, rappresentata dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.

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Gli impegni in Italia e i rapporti deteriorati con Trump

Meloni già l’8 luglio, al termine del vertice Nato, aveva comunicato l’intenzione di delegare a Tajani la partecipazione ai successivi appuntamenti internazionali. «Non per disimpegno, ma perché arrivo da diversi vertici internazionali e ho l’obbligo di occuparmi di diversi dossier anche in Italia», aveva spiegato la premier. Il passo indietro si inserisce dunque in un orientamento già esplicitato pubblicamente dalla premier e la scelta di Meloni, precisano le fonti di governo, «non ha bisogno di essere giustificata né difesa», anche perché nel recente passato era stata presa da altri leader come l’ormai ex ministro britannico Keir Starmer, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il premier canadese Mark Carney. Era però da 15 anni che un presidente del Consiglio italiano non disertava l’Assemblea generale delle Nazioni Unite: la sensazione è che Meloni abbia deciso di dare forfait anche per i rapporti ormai deteriorati con Donald Trump.

Chiavi d’oro ai ministri della Cultura, condannati due dirigenti comunali di Pompei

La Corte dei Conti ha condannato due dirigenti del Comune di Pompei, Vittorio Martino e Salvatore Petirro, per il danno erariale causato – tra le altre cose – dall’acquisto di due chiavi d’oro a nove carati impreziosite da diamanti, dal valore superiore a 14 mila euro ciascuna, consegnate come riconoscimento istituzionale ai ministri della Cultura Dario Franceschini e Gennaro Sangiuliano. Per Petirro è stata quantificata una responsabilità di 3.352 euro, mentre altri 3.840 dovranno essere versati in solido da Petirro e Martino, che è segretario generale del Comune di Pompei.

Chiavi d’oro ai ministri della Cultura, condannati due dirigenti comunali di Pompei
La chiave d’oro consegnata a Sangiuliano (Instagram Maria Rosaria Boccia).

La vicenda riguarda in tutto quattro doni

La vicenda non riguarda solo le chiavi consegnate a Franceschini e Sangiuliano, ma anche altri due omaggi destinate ad altre figure vicine alla città: un orologio con vetro zaffiro donato all’ex direttore degli Scavi archeologici Massimo Osanna e un rosario d’oro al vescovo Tommaso Caputo. Tutti preziosi erano stati comprati nella stessa gioielleria in centro a Pompei, molto vicina all’allora sindaco Carmine Lo Sapio.

Chiavi d’oro ai ministri della Cultura, condannati due dirigenti comunali di Pompei
Gennaro Sangiuliano (Imagoeconomica).

Nessuna responsabilità attribuita ai beneficiari

La Corte dei Conti ha stabilito che le spese sono state del tutto ingiustificate e sproporzionate rispetto ai canoni di sobrietà richiesti per un’attività di rappresentanza. Da qui la condanna. Nessuna responsabilità, invece, è stata attribuita ai quattro beneficiari dei doni, rimasti estranei all’illecito contestato ai vertici amministrativi del Comune campano. Per Lo Sapio, deceduto alla fine del 2025, il procedimento si è invece estinto.

Chiavi d’oro ai ministri della Cultura, condannati due dirigenti comunali di Pompei
Dario Franceschini (Imagoeconomica).

Franceschi aveva lasciato il regalo al ministero

Se Franceschini lascio il cadeux al Collegio Romano (per legge un ministro può tenere un dono solo se vale meno di 300 euro, altrimenti deve consegnarlo all’amministrazione pubblica), particolarmente singolare è la vicenda della chiave d’oro finita nelle mani di Sangiuliano, che l’aveva ricevuta a luglio del 2024 durante una cerimonia a cui aveva assistito, in prima fila, anche una fino a quel momento sconosciuta Maria Rosaria Boccia.

Chiavi d’oro ai ministri della Cultura, condannati due dirigenti comunali di Pompei
Maria Rosaria Boccia (Imagoeconomica).

La chiave ricevuta da Sangiuliano è scomparsa

Dopo la consegna, della chiave d’oro si sono perse le tracce: Sangiuliano, che per difendersi l’aveva definita una patacca, era stato di fatto costretto a versare alla Ragioneria dello Stato una somma equivalente al valore del dono ricevuto, mentre Boccia (nel frattempo diventata famosa) ha sempre negato il suo coinvolgimento nella scomparsa dell’oggettp. Un anno fa il Comune di Pompei ha peraltro dato incarico a un legale di recuperare le somme versate da Sangiuliano al MiC, che però ha fatto muro.

Di Battista torna in Italia, rientro previsto per sabato pomeriggio

Alessandro Di Battista, ricoverato a Cuba (prima a Santa Clara e poi a L’Avana) a seguito di un malore che lo ha colpito mentre si trovava ai Caraibi per un reportage per il Fatto Quotidiano, dovrebbe rientrare in Italia nel pomeriggio di domani, sabato 5 settembre. L’aeroambulanza che trasporterà l’ex deputato del Movimento 5 stelle, scrive Adnkronos, dovrebbe partire da Cuba alle 19 locali di oggi, quando in Italia sarà già l’1 di notte.

Il messaggio sui social dopo giorni di apprensione

«Oggi mi sento meglio. Sono stati giorni difficili e allo stesso tempo sono ottimista e cerco sempre di vedere il positivo in tutto», ha scritto martedì sui social, ringraziando i medici cubani che «sono stati molto bravi e tempestivi nella diagnosi e nella scelta delle cure iniziali». Di Battista, che ha rifiutato il volo di Stato messo a disposizione dal governo: i costi dell’aeroambulanza verranno coperti da una compagnia assicurativa con la quale aveva stipulato una polizza prima della partenza. Nel frattempo, sul quadro clinico di Di Battista – che è stato sottoposto ad accertamenti anche alla presenza dei due medici del Policlinico Gemelli di Roma – viene mantenuto il massimo riserbo.

Ex Ilva, al via le lettere di licenziamento per 2.500 lavoratori

L’Aigi, l’Associazione italiana giuristi di impresa, ha trasmesso ai sindacati le lettere relative alla procedura di licenziamento collettivo che coinvolgerà un numero di lavoratori superiore alle 2.500 unità di 28 aziende dell’indotto dell’ex Ilva. «Si tratta di un atto estremo e doloroso al quale non avremmo mai voluto fare ricorso», ha spiegato il presidente dell’Aigi Nicola Convertino in una lettera, parlando di «atto dovuto e inevitabile, diretta conseguenza dell’improvvisa scadenza fissata per la chiusura dell’area a caldo già nel mese di ottobre, per la quale non si ravvisa alcuna possibilità di riavvio». «Siamo giunti a questo punto a causa della totale assenza di una ragionevole programmazione che avrebbe potuto mettere in sicurezza le nostre aziende», ha aggiunto. Anche se il governo incontrerà, martedì 8 settembre, i sindacati dei metalmeccanici e i vertici di Confindustria e di altre associazioni datoriali, le imprese dell’indotto ritengono che manchi la volontà di dare loro un sostegno concreto e hanno proceduto con le lettere di licenziamento. Scettiche anche sull’esito dell’istanza presentata alla Corte d’appello di Milano che chiede la sospensione del decreto che impone la chiusura dell’area a caldo, che si discuterà il 9 settembre.