Col terzo giro di purghe, Mbs vuole chiudere la partita per Riad

Il principe saudita Mohammed bin Salman ha arrestato il potentissimo cugino bin Nayef e altri due membri della famiglia reale. L'obiettivo è garantirsi la successione al più presto. E i suoi avversari non sono in grado di contrastarlo.

Mohammed bin Salman è riuscito ancora una volta a stupire la platea internazionale: non solo ha arrestato il suo ex potentissimo cugino Mohammed bin Nayef (ex ministro degli Interni, ex pretendente al trono ed ex uomo di Washington a Riad), suo fratello Nawaf bin Nayef e il proprio zio, Ahmed bin Abdulaziz (ultimo figlio del fondatore del regno che può aspirare al trono), ma li ha soprattutto accusati di «tentare un colpo di Stato». Accusa che può portare alla pena di morte

LA TERZA PURGA IN TRE ANNI

È la terza volta che Mohammed bin Salman (Mbs) mena la scimitarra nelle stanze del palazzo reale di Riad. La prima volta ha eliminato appunto Mohammed bin Nayef dalla linea di successione e dal Ministero dell’Interno e ha arrestato alcuni principi (uno dei quali è  misteriosamente morto in volo mentre fuggiva dal Paese). La seconda volta, nel dicembre del 2017, ha “arrestato” (in realtà ha rinchiuso in alberghi di lusso), 20 principi suoi parenti, compreso il tycoon famosissimo in Occidente Waleed bin Talal, accusati di corruzione e si è fatto pagare decine di miliardi di dollari per liberarli. Oggi, vuole chiudere il cerchio delle epurazioni nella casa reale con un obiettivo chiaro: garantirsi definitivamente, a soli 34 anni, la successione al padre, il re Salman di 84 anni e semi demente per varie malattie.

GLI AVVERSARI NON RIESCONO A FARE BLOCCO CONTRO MBS

È dunque chiarissimo il suo disegno. Meno chiara è la debolezza dei suoi avversari incapaci di opporsi a questa sua spregiudicata e violenta corsa al trono. Mohammed bin Salman nei fatti è favorito dalla incredibile assenza in Arabia Saudita di una regola scritta e chiara che regolamenti la successione al trono. Alla morte di un re, per tradizione orale, si riunisce  il Consiglio della Corona che delibera, sulla base di misteriosi rapporti di forza tra le varie “cordate”, il nome del successore. Dalla morte del fondatore del regno Abdulaziz al Saud nel 1953, sino al 2015, la successione è stata orizzontale ed è passata ai vari suoi figli. Il regno dunque è passato da fratello a fratello.

Mbs approfitta dell’incapacità dei suoi avversari di contrastarlo

Ma ora è rimasto in vita – oltre a re Salman –  solo l’ultimo figlio di Abdulaziz al Saud, appunto quell’Ahmed bin Abdulaziz che Mbs ha arrestato, eliminandolo dalla possibile linea ereditaria del trono. Dunque, la successione deve iniziare ad essere verticale, di padre in figlio, formando per la prima volta nella storia del regno una dinastia. In questo contesto, Mbs sta riuscendo a profittare della incapacità dei suoi avversari a corte nel formare un blocco di potere unico che lo contrasti, divisi come sono in cordate disomogenee. Da qui la sua spregiudicata e violenta strategia che gli ha permesso sinora di eliminare uno a uno i suoi avversari. Altrettanto evidentemente, i principi arrestati l’8 marzo scorso, stavano tentando di precostituire nel Consiglio della Corona una maggioranza a lui avversa. Ma i loro disegni sono stati scompaginati.

LA STRATEGIA DEL PRINCIPE

Dalla sua parte, Mbs, ha non solo il controllo delle forze armate, della potente Guardia Nazionale, e delle forze di sicurezza, ma soprattutto una strategia a suo modo rivoluzionaria che convince buona parte delle classi dirigenti saudite, che ha chiamato Saudi Vision 2030. Nella sostanza, Mbs sta varando un mastodontico piano di investimenti per centinaia di miliardi di dollari che punta in un decennio a far sì che l’Arabia Saudita non si regga più sulla monocoltura delle entrate petrolifere, ma si doti di un forte apparato produttivo industriale, agricolo, turistico e di infrastrutture che la trasformi in un grande Paese con una economia basata sulla produzione di beni, non più solo sui petrodollari. Per la sola nuova città industriale di Neom, cuore del nuovo apparato produttivo saudita, sono previsti in 10 anni investimenti per 500 miliardi di dollari.

LA MODERNIZZAZIONE A COLPI DI SCIMITARRA

Da qui la privatizzazione parziale, in cantiere, della Saudi Aramco, la più grande holding energetica del pianeta (commercializza l’11% del greggio mondiale) e una accorta politica gestita da Mbs per attrarre investimenti internazionali. Dunque, un colossale progetto di modernizzazione e di investimenti, che però deve fare ancora i conti con un contesto politico saudita, di gestione e di trasmissione del potere di marca prettamente feudale e medievale, con marcatissime dinamiche tribali. Una contraddizione stridente. Un contesto che Mohammed bin Salman sta governando in modo classico: menando la scimitarra sul collo dei suoi avversari di corte.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Viaggio nel cuore dell’Arabia Saudita che si apre al turismo

Dal sito archeologico di Al Ula fino al Mar Rosso: le perle del regno si svelano ai turisti di 49 Paesi. La stretta di Riad sui diritti si allenta. Ma la preoccupazione per la repressione resta. Il reportage.

Paesaggi marziani, scritture sulla pietra di epoca preislamica di civiltà misteriose, tombe nabatee scavate nella pietra rossastra, deserti vasti e incontaminati, palmeti, oasi. Il sito archeologico di Al Ula è un patrimonio ancora poco conosciuto, ma ora con l’apertura dell’Arabia Saudita al turismo internazionale diverrà meta di visitatori da (quasi) tutto il mondo. Sarà il gioiello della Corona, paradiso per gli archeologi e una frontiera da esplorare per i visitatori occidentali, nel cuore del deserto arabico prima quasi inaccessibile. Il principe ereditario Mohammed bin Salman l’ha visitata spesso negli ultimi tre anni e ha deciso di farne uno dei motori dell’industria turistica, all’interno del gigantesco piano di riforme economiche denominate Vision 2030.

AL ULA, CROCEVIA DI CAROVANE DA YEMEN E SIRIA

È un passo rivoluzionario. L’apertura al turismo implica l’apertura al mondo. Adesso i cittadini di 49 Paesi (Italia inclusa) possono ottenere un visto turistico, su Internet. Finora il Regno aveva aperto le sue porte solo ai pellegrini che visitavano La Mecca e Medina e a businessman che andavano nel Paese per viaggi d’affari. Al Ula avrà un ruolo importante, come lo ha avuto per millenni. Qui infatti si fermavano le carovane provenienti dallo Yemen a dalla Siria. Ad Al Ula sono passate antiche popolazioni come i Nabatei , i Dadan o i Laihaniti. Le tombe nabatee sono magnificenti, come il maestoso Girl Palace, dove se ne trovano 131, tutte di donne. La grandezza della tomba rispecchiava la ricchezza e l’importanza della famiglia. I Nabatei credevano nel Dio Sole, nella libertà di culto, bevevano vino e secondo le loro credenze la vita dopo la morte era migliore di quella terrestre.

I ROMEO E GIULIETTA DI ARABIA

Sono rimasti anche reperti del VI secolo prima di Cristo della città vecchia di Al Ula. Se ci si inerpica su una sua scaletta si accede ad una veduta magica della città. Tra palmeti, case basse marroni in terra e montagne di pietra che sovrastano il paesaggio. Qui si narra anche la leggenda di Jamal e Poteina, i Romeo e Giulietta di Arabia. Le rocce sono dalle fattezze più strane, modellate dal vento, dalla pioggia e dal sole. Come ad esempio la roccia a forma di elefante, Jbail al Elif. Immensa e suggestiva. Ma l’Arabia non è solo questo. Ci sono anche le bellezze sul Mar Rosso. Tra cui Gedda, effervescente città sul mare, tappa obbligata per i pellegrini che si recano alla Mecca e Medina. Il suo centro storico è incontaminato. La vita vi scorre come 100 anni fa. Botteghe, panifici, moschee, antiche librerie, case tradizionali con i tipici balconi in legno cesellato, il suk, puntellato di negozi di tessuti, dove si vendono abiti tradizionali di ogni foggia come l’abaya. A Riad è stato appena inaugurato un immenso sito archeologico, Diriyya, dove è stata ricostruita la città vecchia. Mura fortificate che circondano l’area, palmeti e strade piastrellate di ciottoli giallo-oro.

L’oasi di Al Ula vista dal castello della città vecchia.

Il progetto saudita di apertura al turismo è ambizioso, spiega Ahamed Al Iman, dirigente della Royal Commission of Al Ula. «Da noi lavorano persone da tutto il mondo. Archeologi americani, australiani, francesi, britannici, tedeschi, italiani. Al Ula è uno spazio di 22 mila chilometri quadrati. Immenso. Stiamo anche lavorando per ripristinare il circolo della vita degli animali. Non è raro incontrare nelle oasi che si susseguono percorrendo le strade cammelli che camminano in libertà, struzzi e cavalli». Secondo Al Iman, «il parco archeologico diverrà anche il palcoscenico dove si potranno esibire artisti internazionali. È già venuto Andrea Bocelli che per l’occasione ha usato un velo bianco attorno alla testa. È stato uno spettacolo incredibile fino a qualche tempo fa impensabile».

L’IMPATTO DEL TURISMO SUI COSTUMI

L’arrivo di milioni di turisti europei, americani, asiatici avrà anche un impatto sui costumi. Bin Salman ha già annunciato che non sarà più obbligatorio per le donne straniere che visitano il regno indossare l’abaya. Le saudite non devono chiedere più il permesso al “guardiano” maschio – il padre, il fratello o il marito – per viaggiare all’estero e possono guidare l’auto. Il 9 dicembre il regno ha anche posto fine alla segregazione di genere nei ristoranti. Il rinnovamento passa anche da sport e spettacolo. Il 22 dicembre s’è giocata – per il secondo anno consecutivo – la Supercoppa italiana di calcio. Prima ancora Riad aveva ospitato il match per il titolo mondiale dei pesi massimi. A gennaio è in programma la Parigi-Dakar. In quello scorso Mariah Carey, con indosso un tubino stretch in paillettes nere, è stata la prima artista internazionale ad esibirsi nel regno da quando sono state lanciate le riforme. E il governo ha l’obiettivo di inaugurare 100 sale cinematografiche con oltre 2.500 schermi entro il 2030.

Voi ci dipingete come beduini che vivono nelle tende e hanno i loro cammelli, ma la nostra mentalità è cambiata

Ahamed Al Iman, Royal Commission of Al Ula

I critici temono che questo tour de force di riforme finisca per scioccare i sudditi, abituati a una vita tradizionale. Ma Ahmad, proprietario di una piantagione di palme da dattero proprio ad Al Ula, avvisa: «Voi ci dipingete come beduini che vivono nelle tende e hanno i loro cammelli. Per noi è importante l’ospitalità, la generosità, è vero. Quando abbiamo un ospite a casa gli offriamo il caffè e i datteri e in quell’occasione invitiamo anche i nostri vicini di casa per condividere il momento insieme. Però ora la nostra mentalità è cambiata, non siamo solo questo. Il regno si vuole aprire. È arrivato il momento di cambiare».

LE RIFORME NON CANCELLANO LA REPRESSIONE

In questo quadro, le criticità – sia sul fronte interno sia su quello internazionale – restano. Le riforme sono accompagnate una dura repressione di chi è critico nei confronti del governo. Negli ultimi due anni, gli episodi che più hanno indignato riguiardano attiviste arrestate e torturate o uomini d’affari arbitrariamente rinchiusi nella prigione di extra-lusso del Ritz Carlton di Riad accusati di corruzione. Senza dimenticare il caso del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi, fatto a pezzi da funzionari sauditi nel consolato di Istanbul. Uccisione che ha incrinato i rapporti del regno con la comunità internazionale, già tesi per via della guerra in Yemen.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cinque condannati a morte per l’omicidio Khashoggi, ma zero addebiti al principe

L'annuncio della procura di Riad. L'Onu aveva trovato "prove credibili" contro Mohammed bin Salman e il consigliere Saud al Qahtani,

Giustizia non è fatta. La procura di Riad ha annunciato che cinque persone sono state condannate a morte in Arabia Saudita per l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato saudita a Istanbul nel 2018. Sempre la procura della capitale saudita ha spiegato che Saud al Qahtani, stretto consigliere ed ex responsabile per la comunicazione sui social media del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman non è stato incriminato per l’omicidio del giornalista. Secondo le indagini condotte dagli esperti dell’Onu c’erano «prove credibili» di responsabilità individuali del principe e del suo consigliere.

IL FIGLIO: «GIUSTIZIA È FATTA»

«Oggi giustizia è stata fatta per i figli di Jamal Khashoggi. Affermiamo la nostra fiducia nella magistratura saudita a tutti i livelli», ha scritto su Twitter Salah Khashoggi, figlio del giornalista. Non è dato tuttavia sapere la spontaneità di questa dichiarazione.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I soldi sauditi per la Supercoppa italiana non puzzano più?

Juventus-Lazio si gioca a Riad dopo il precedente con polemiche di Gedda. Ma l'indignazione (anche se ipocrita) della scorsaprecedente edizione è svanita. Eppure l'Arabia è sempre lo stesso Paese che calpesta i diritti umani. La Lega Serie A tira dritto e pensa ai guadagni.

Lo stadio dell’Università Re Sa’ud è pronto. Domenica 22 dicembre 2019 alle 17.45 (ora italiana) Riad ospita la Supercoppa italiana, per la seconda volta consecutiva in Arabia Saudita dopo il precedente di Gedda. E se a fine 2018 la vigilia della partita tra Juventus e Milan fu accompagnata da una lunga serie di polemiche, stavolta Juventus e Lazio si apprestano a vivere la loro sfida nel silenzio generale. L’indignazione che nemmeno 12 mesi prima si era sollevata per la scelta di andare a giocare in uno dei Paesi che più calpesta i diritti umani sembra svanita nel nulla.

ATTIVISTE FEMMINISTE IN CARCERE

Eppure l’Arabia Saudita è sempre l’Arabia Saudita, in un anno non è cambiato poi granché. È vero, le donne ora possono viaggiare e guidare un’auto, ma continuano ad aver bisogno del permesso di un tutore maschio per sposarsi, andare a scuola e ottenere un passaporto. Intanto le attiviste femministe continuano a essere chiuse in carcere, dove le pratiche che violano i diritti umani continuano a essere perpetrate. Gli arresti arbitrari sono ancora all’ordine del giorno, come quello di Anas al-Mazrou, professore della stessa università che dà il nome allo stadio in cui si giocherà Juventus-Lazio, che nel marzo 2019 è finito in cella per aver parlato in pubblico a sostegno degli attivisti per i diritti delle donne detenute.

LA SCALA E QUEL CONTRATTO STRACCIATO

Sempre a marzo, sull’onda lunga dell’indignazione per quella Supercoppa a cui le donne avrebbero avuto accesso soltanto in un settore speciale riservato a loro, occupante il 15% dello stadio, il Teatro alla Scala stracciò il contratto che portava all’ingresso nel consiglio d’amministrazione della sua Fondazione del governo saudita. Il sindaco di Milano Giuseppe Sala annunciò la rinuncia a 15 milioni di euro in tre anni e la restituzione dei 3 già versati come acconto dagli arabi alla Fondazione. La Lega Serie A, per giocare la Supercoppa a Riad, di milioni ne prende esattamente la metà, 7,5 per tre edizioni, 2,5 l’anno, ma non ha mai pensato di poter rinunciare a una cifra che in realtà non sposta poi di molto il bilancio complessivo dei club partecipanti (a cui va il 90% della somma) e del calcio italiano in generale (alla Lega resta appena il 10%, 750 mila euro).

POLITICA DI ESPORTAZIONE PER LA SERIE A

Nemmeno l’omicidio di Jamal Khashoggi, giornalista saudita per il Washington Post, fortemente critico nei confronti del governo di Re Salman, torturato e massacrato nella sede del consolato arabo a Istanbul nell’ottobre del 2018, riuscì a cambiare lo stato delle cose. D’altra parte la Serie A aveva già intrapreso da anni la sua politica di esportazione della Supercoppa, con nove edizioni giocate all’estero prima di quella del gennaio 2019, spesso in Paesi non proprio celebri per il rispetto dei diritti umani (oltre a due negli Stati Uniti, se ne sono giocate infatti tre in Cina, due in Qatar e una Libia nel 2002, quando il Paese era ancora sotto il governo di Gheddafi, i rapporti del rais con Silvio Berlusconi erano ben oltre la semplice cordialità, e il figlio di Mu’ammar, Saadi, era appena diventato azionista della Juventus. In quelle edizioni la Lega guadagnò ancora meno dei 7,5 milioni che prende dall’Arabia Saudita: lo fece, piuttosto, per provare a rendere più globale il prodotto calcio italiano, ma verosimilmente anche in quanto strumento di diplomazia e geopolitica internazionale.

Selfie con Ciro Immobile per i tifosi arabi. (Getty)

CONTINUIAMO A VENDERE ARMI AI SAUDITI

L’Italia che non vuole i sauditi alla Scala è la stessa che continua a vendere loro armi per la guerra contro lo Yemen, le bombe fabbricate in Sardegna dalla tedesca Rwm, ma non solo. Secondo la relazione annuale sulla vendita di armi verso paesi stranieri che il governo ha presentato in parlamento a giugno, solo nel 2018 l’Italia ha spedito a Riad 108 milioni di euro in armamenti. Il calcio, insomma, non è che lo specchio di un Paese ipocrita che continua a fare affari e siglare intese con uno Stato da cui a parole prende le distanze.

Il trofeo della Supercoppa a Riad. (Getty)

GERMANIA E FRANCIA HANNO REAGITO

Eppure una via diversa è possibile. L’ha indicata la Federcalcio tedesca nel decidere che la Germania non avrebbe più giocato amichevoli contro nazionali di Paesi in cui non vige la parità di genere. L’ha fatto, in parte, anche la Spagna, dove all’indignazione per un accordo della Liga del tutto analogo a quello concluso dalla Serie A (la Supercoppa di Spagna si gioca a Gedda per tre edizioni in un nuovo formato che prevede un quadrangolare) è seguita la netta presa di posizione della tivù di Stato, la Tve, che ha deciso di non trasmettere gli incontri sui suoi canali. La Figc, invece, si è limitata a invitare al Barbera di Palermo, per la partita tra Italia e Armenia del 18 novembre, una delegazione di donne iraniane, costrette ancora a forti limitazioni all’accesso agli stadi nel loro Paese.

L’ITALIA FATICA PURE CON L’ANTI-RAZZISMO

La Serie A, però, non cambia idea. E dopo essersi mossa goffamente e con estremo ritardo sul fronte della lotta al razzismo negli stadi, sembra del tutto sorda agli appelli per il rispetto dei diritti umani in Arabia Saudita. Con buona pace di Kashoggi, della parità di genere, del rispetto dei diritti umani. Che evidentemente contano meno di una manciata di milioni e dell’esportazione di un brand che persino Cristiano Ronaldo fa fatica a risollevare a livello globale.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’Arabia Saudita ha abolito la segregazione delle donne nei ristoranti

Riad dice basta alla regola che prevedeva ingressi separati per maschi e femmine nei locali.

L’Arabia Saudita ha abolito gli ingressi separati per uomini e donne nei ristoranti, facendo cadere un nuovo tabù sociale del regno ultraconservatore. Lo annunciano le autorità di Riad, riprese dai media. In ossequio al divieto d’incontro in luoghi pubblici fra uomini e donne che non siano familiari, i ristoranti e i locali pubblici finora osservavano una rigida segregazione, con sale e ingressi separati. Al Jazeera scrive che non è tuttavia chiaro se uomini e donne potranno sedere agli stessi tavoli all’interno dei ristoranti, e aggiunge che la misura non è obbligatoria, e che quindi potrebbe esserci qualche ristoratore che preferisce mantenere la rigida separazione.

LE RIFORME ACCOMPAGNATE DALLA REPRESSIONE

Al Jazeera ricorda anche che negli ultimi anni molti locali, ristoranti, ma anche caffè, sale per concerti e centri congressi, hanno iniziato a chiudere un occhio, con discrezione, sulla segregazione di genere. Una conseguenza del ‘nuovo clima’ di tolleranza sociale instaurato dal giovane erede al trono, principe Mohammed bin Salman, accusato però di aver inasprito come mai prima la repressione, anche violenta, del dissenso, di cui è stato vittima anche il giornalista Jamal Khashoggi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Ipo record per Saudi Aramco: vale 1.700 miliardi

Già raccolti 25,6 miliardi di dollari con l'Offerta pubblica iniziale. Superato il primato di Alibaba.

Saudi Aramco raccoglie 25,6 miliardi di dollari con l’Ipo, e mette a segno un nuovo record, superando quella di Alibaba che con la sua quotazione nel 2014 raggiunse i 25 miliardi di dollari. Il colosso petrolifero saudita ha spuntato il prezzo massimo di 32 riyal per azione a una valutazione di 1.700 miliardi di dollari. Il totale degli ordini ha raggiunto i 119 miliardi di dollari. Aramco ancora non ha comunicato quando inizieranno le negoziazioni a Riad.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La presidenza del G20 può essere una svolta vera per l’Arabia saudita

Potrebbe essere un fondamentale trampolino per aprire il Paese al mondo, sia dal punto di vista democratico, sia per dare di sé l'immagine di una Potenza credibile.

Il primo dicembre scorso l’Arabia Saudita ha assunto la presidenza del G20, il gotha economico-finanziario del mondo, per i prossimi 12 mesi. La notizia che in sé non sarebbe né positiva né negativa essendo assegnata a turno a ciascun paese membro del Gruppo, ma trattandosi di un Paese per molti versi oggetto di giudizi contrastanti e prevalentemente critici, soprattutto nel mondo occidentale, pensavo che avrebbe offerto l’occasione per un qualche commento/approfondimento di merito.

Per la verità vi sono stati diversi richiami a questo Paese, ma per macabra ironia essi sono stati focalizzati su un’altra vicenda, l’orrenda uccisione del giornalista Jamal Khashoggi avvenuta giusto un anno addietro, il 2 dicembre del 2018, se le ricostruzioni fatte all’epoca saranno mai convalidate da prove, dato che il cadavere non è stato trovato, né intero né a pezzi.

Ma si sa che la cronaca, soprattutto se relativa ad un delitto efferato – tanto più se associato in qualche modo ad un potente rampollo di casa reale ed erede al trono di una monarchia assoluta– attrae ben più di evento di politica internazionale. Salvo, beninteso, che non riguardi un importante politico italiano, invitato a Riad a fine ottobre a una tavola rotonda sul tema What’s next in economic diplomacy and G20? nella cornice della Future Investment Initiative – la cosiddetta Davos del deserto – assieme al britannico David Cameron.

RIAD DEVE CONVINCERE IL MONDO DI ESSERE UNA POTENZA CREDIBILE

Intendiamoci, lungi da me cercare di dare dell’Arabia Saudita un’immagine edulcorata, ma la lista degli Stati che calpestano i più elementari diritti umani e con i quali abbiamo o vorremmo avere buoni rapporti bilateralmente e come membri dell’Unione europea è molto lunga. Da Mosca a Pechino passando da Caracas a Nuova Delhi, passando per Ankara che ha proprio in Recep Erdogan il grande accusatore della Casa reale saudita e del principe ereditario Mohammed bin Salman, in particolare. Lo facciamo in nome del supremo “interesse nazionale”.

Il G20 offre a Riad un’occasione per imprimere una svolta alla sua stagione di riforme previste nella vasta e ambiziosa Vision 2030

Lasciamo dunque da parte questa schizofrenia moralistica e soffermiamoci sull’evento del G20 che ha una duplice valenza: da una parte perché offre a Riad un’occasione per imprimere una svolta alla sua stagione di riforme previste nella vasta e ambiziosa Vision 2030 che finora è stata fatta calare dall’alto del potere assoluto della Casa reale, la quale non ha avuto e non ha remore nel corredarle di atti repressivi a tutto campo a danno di quanti lottano per introdurre semi produttivi di democrazia. Dall’altra perché nei 12 mesi che seguono sarà chiamata a convincere il mondo, o almeno le altre 19 potenze del pianeta, di essere una credibile forza globale, e non solo economicamente, nella privilegiata situazione di trovarsi al crocevia di Asia, Africa ed Europa.

IL PROCESSO DI TRASFORMAZIONE DEL PAESE VOLUTO DAI SAUDITI

Tre sono in quest’ottica gli sbocchi perseguiti da Riad:

  • Dare più potere alla popolazione, con particolare riferimento alle donne e ai giovani;
  • Salvaguardare il pianeta;
  • Tracciare nuove frontiere specialmente sul terreno dell’innovazione e della tecnologia.

Si tratta di tre mete assai impegnative, molto di più dei risultati raggiunti finora nell’apertura del Paese al mondo che la Casa reale riassume, tra l’altro e in estrema sintesi, nella scomparsa dalle strade della polizia religiosa, dalla cancellazione del bando della musica, della danza e del divertimento, dell’accoglienza dei turisti, dalla autorizzazione data alle donne di guidare un’auto al viaggiare senza il permesso del “guardiano” maschio, di svolgere attività lavorative in continua espansione, etc.. Tutte cose vere e di fatto quasi rivoluzionarie in quel Paese, ma ben lontane dagli standard occidentali.

Il 2020 ANNO DELLA VERITÀ PER L’ARABIA SAUDITA

Il 2020 sarà dunque un anno della verità per questo Paese che ha già annunciato di aver invitato, oltre alle principali organizzazioni internazionali – dalle Nazioni Unite al Fondo monetario internazionale dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico al Gruppo della Banca mondiale, dall’Organizzazione mondiale della sanità all’Organizzazione mondiale del commercio.

Da destra, il ministro degli Esteri giapponese Toshimitsu Motegi e quello dell’Arabia Saudita, il principe Faisal bin Farhan al-Faisal, durante il G20 di Nagoya.

Dalla Fao al Consiglio per la stabilità finanziaria all’Organizzazione internazionale del lavoro – una serie di organizzazioni regionali quali il Fondo monetario arabo (Amf), la Banca islamica per lo sviluppo, la Repubblica socialista del Vietnam in qualità di presidente dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (Asean), la Repubblica del Sudafrica, in qualità di presidente dell’Unione africana (Ua), gli Emirati Arabi Uniti, in qualità di presidente del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg), e la Repubblica del Senegal in qualità di presidente del Nuovo partenariato per lo sviluppo dell’Africa (Nepad). Saranno poi organizzati un centinaio di eventi e conferenze, tra cui riunioni a livello ministeriale e riunioni di funzionari e rappresentanti della società civile.

LA VOLONTÀ DI EMANCIPARSI DAL PETROLIO

Insomma, la presidenza del G20 si prospetta come un fondamentale trampolino per aprire il Regno saudita al mondo, cominciando dall’inaugurazione della prima stagione turistica aperta ai visitatori asiatici e occidentali non musulmani, e proseguendo in un’onda lunga di investimenti, tanti investimenti, per uscire dal ghetto, ancorchè dorato, del petrolio. La quotazione dell’Aramco in Borsa non è stata una travolgente vittoria, ma ha fatto toccare con mano i termini del realismo per un Paese che dal petrolio si vuole emancipare. Una bella sfida il cui esito è tutt’altro che scontato. Lo vedremo e nell’attesa accontentiamoci di un duplice evento sportivo in chiave nostrana ed europea: la finale di Supercoppa italiana il 22 dicembre a Riad e la partenza da Gedda, il 5 gennaio, della prima Parigi-Dakar nei deserti arabici.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Siamo realisti: l’Arabia Saudita è un interlocutore necessario

Ombre e atrocità pesano su Riad. Ma quando si parla di interessi economici, commerciali e finanziari serve lucidità. E con MbS bisognerà fare i conti ancora a lungo.

L’Arabia Saudita è tornata a far parlare di sé. E questa volta non per l’orrendo omicidio del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato di Istanbul e la sparizione del cadavere o per la sconcertante andamento della guerra condotta in Yemen, peraltro più nota per le vittime civili che per le sue ragioni di merito. O ancora per il tasso di assolutismo che continua a contraddistinguere il regime degli Al Saud; o per l’attacco subìto ai suoi siti petroliferi che taluni hanno letto più come l’evidenza di una colpevole fragilità che una violenza terroristica da condannare. Ed è tornato a far parlare di sé il giovane principe ereditario, Mohammed bin Salman, chiamato Mbs, al quale si addebitano le responsabilità di fondo di tutto ciò che è avvenuto, nel bene e nel male – più nel male naturalmente – dal giugno del 2017, da quando cioè è stato nominato in rapida successione vice-primo ministro e ministro della Difesa, presidente del Consiglio per gli Affari economici e titolare di altri settori del Paese, in avanti.

TUTTI IN FILA PER LA “DAVOS DEL DESERTO”

L’Arabia Saudita è tornata a far parlare di sé per due ragioni principali. Innanzi tutto per la terza edizione del Forum finanziario organizzato dal Fondo saudita per l’investimento (Pif), la cosiddetta “Davos del deserto”. Boicottata nel 2018 proprio in conseguenza dell’omicidio Khashoggi ha visto quest’anno il ritorno massiccio di presidenti, primi ministri e uomini d’affari: 6 mila persone da oltre 30 Paesi. Una folta rappresentanza occidentale che andava dagli Usa con i ministri del Tesoro Mnuchin e dell’Energia Rick Perry, l’ex premier britannico David Cameron, gli ex primi ministri François Fillon, Kevin Rudd e il nostro Matteo Renzi. Una non meno cospicua rappresentanza finanziaria che ha compreso, tra gli altri Hsbc, Blackstone, Blackrock e Credit Suisse come ha ben ricordato il Guardian.

LE CRITICHE AL VIAGGIO DI RENZI

La partecipazione di Renzi è stata criticata. Da alcuni per la bizzarra identificazione di quella conferenza con un incontro di produttori di armi; da altri per le nefandezze o comunque per gli errori di quel regime, dimenticando la storia dei robusti e trasversali rapporti che l’Italia ha sviluppato con l’Arabia Saudita dal 1932 in avanti, e non certo per una altrimenti colpevole sottovalutazione delle differenze esistenti tra i due Paesi, principalmente in materia di natura di regime e di rispetto dei diritti umani. Differenze oggi forse un po’ meno marcate che nei decenni precedenti e che in ogni caso sono rilevabili in misura anche maggiore in altri Paesi, a cominciare dalla Cina, con i quali coltiviamo realisticamente relazioni a tutto campo. Ma tant’è, con buona pace delle prospettive che si stanno aprendo con non poche difficoltà, peraltro comprensibili, con il progetto, a dir poco avveniristico di Neom, consistente nella creazione di un’area economica del futuro nel Nord Ovest del Paese stimata in un costo di oltre 500 miliardi di dollari.

L’OPERAZIONE ARAMCO E LA STRADA VERSO VISION 2030

La seconda ragione per la quale si è riparlato e si riparla dell’Arabia Saudita e di Mbs è la gigantesca operazione finanziaria dell’entrata in Borsa dell’Aramco, la struttura petrolifera e del gas più ricca e redditizia del mondo, valutata in circa 1,5 trilioni di dollari. Più volte rinviata per ragioni che si nascondono nella nebbia decisionale della Casa reale, essa viene ora calendarizzata e ne risulta confermato la finalità di riversarne la parte in offerta, che dovrebbe oscillare tra l’1% e il 2%, tra i 20 e i 30 miliardi di dollari, nel già ricordato Pif, il Fondo sovrano saudita per finanziare l’ambizioso programma di progressiva emancipazione dal petrolio. Emancipazione che costituisce il perno della cosiddetta Vision 2030, un programma lanciato a metà del 2016 e che disegna un orizzonte di modernizzazione a tutto campo: dall’identità nazionale alla cultura, dall’occupazione al benessere sociale, dall’apertura al mondo intero, alla diversificazione economica, all’efficienza burocratica, allo sviluppo tecnologico, al riscatto della donna. Insomma, un orizzonte tanto visionario quanto impegnativo da far tremare le vene e i polsi in un Paese dalle profonde caratteristiche tribal-conservatrici come l’Arabia Saudita.

Penso che si possa dare atto alla Casa reale di aver mantenuto in qualche modo la rotta e di averla integrata con proiezioni innovative

In effetti, a distanza di meno di tre anni, i primi passi compiuti nella direzione della Vision 2030, decisamente i più faticosi, sono stati marcati da errori e incertezze e da ostacoli imprevisti come quelli sopra ricordati. Penso tuttavia che si possa dare atto a quella Casa reale, e al binomio re-principe ereditario in particolare, di aver mantenuto in qualche modo la rotta e di averla integrata con proiezioni innovative in materia di politica regionale e internazionale, dalla Siria all’Iraq passando per il Libano e la Giordania, dalla Cina alla Russia con la quale ha collaborato alla formazione della quota del Comitato costituente assegnata all’opposizione siriana oltre che nella stabilizzazione del mercato energetico.

LA MACCHIA DELLA GUERRA IN YEMEN

Lo Yemen continua a rappresentare un’insopportabile palude di sangue, ma le responsabilità della controparte non sono trascurabili; la contrapposizione con l’Iran si è mossa al seguito della pressione sanzionatoria americana, ma sono affiorati anche segnali di disponibilità a propiziare un abbassamento della tensione mentre la stessa Unione europea sta maturando non poche riserve in merito alla sua politica regionale. Mentre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan sta suscitando crescenti perplessità per la sua disinvolta aggressività e la mancanza di scrupoli in materia di partenariato e/o di alleanze.

CI SONO MOMENTI IN CUI LE OSTILITÀ VANNO MESSE DA PARTE

Dico questo in estrema sintesi per sottolineare come in fondo il regime di questo Paese in cui tutto, anche e soprattutto il cosiddetto empowerment delle donne, deve discendere dal vertice e non dal basso, come avveniva tempo addietro anche nei nostri regimi assolutistici, riceva da parte dell’opinione pubblica internazionale un fondato giudizio critico. Ma esso dovrebbe essere mediato non solo dalla consapevolezza e dal rispetto dei vincoli storici e culturali di quel Paese, ma anche dalla disponibilità a mettere da parte riserve e ostilità quando la parola passa sul terreno degli interessi economici, commerciali e finanziari. Di quelli grandi, ma anche di quelli medi e piccoli, come ci dicono i negozi e gli stessi supermercati di Gedda, di Dharhan o di Riad. E l’Arabia Saudita è un interlocutore necessario e non solo per la stabilità del Medio Oriente. Lo è anche per i nostri interessi. Mohammed bis Salman ha solo 34 anni e dunque un prevedibile lungo regno. Tenerne conto è solo segno di realismo politico, tanto più nell’attuale contesto, regionale e internazionale, nel quale i leader democratici e disposti a co-interessenze tutt’altro che trascurabili non abbondano.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Le ombre sull’Ipo del secolo di Aramco in Arabia Saudita

La prima produttrice al mondo di petrolio, dagli utili strabilianti, ha molti nei. L’opacità sulle risorse, il futuro incerto dell'oro nero, l’impresentabilità di bin Salman e le scintille con l’Iran. Perché i colossi della finanza Usa abbassano la valutazione fino a 1.000 miliardi.

C’è qualcosa che non va se la compagnia più redditizia al mondo – prima produttrice di petrolio e del petrolio più a basso costo – rimanda più volte e poi prudentemente dilaziona lo sbarco in Borsa con l’Ipo (Offerta pubblica iniziale) del secolo, che comunque vada sarà sempre la più grande della storia. Quel qualcosa, in vista del debutto l’11 dicembre 2019, è il valore di Aramco: il colosso nazionale saudita del petrolio che il principe ed erede al trono Mohammad bin Salman (MbS) preme dal 2016 per quotare sui 2 mila miliardi di dollari. Ma che i decisivi investitori internazionali insistono nel tenere più basso – tra i 1.200 e i 1.800 miliardi di dollari secondo una ricerca riportata da Bloomberg delle grandi banche coinvolte nell’operazione – per tutta una serie di fattori negativi interni ed esterni che pesano sulla valutazione.

L’OPACITÀ NEL DNA: WALL STREET NON SI FIDA

I bilanci segreti di Aramco, dalla nazionalizzazione negli Anni 70, rendono impossibile valutare lo stato della società e la vita delle riserve gestite. E va da sé che, per l’omicidio al consolato saudita in Turchia di Jamal Kashoggi e per altri precedenti, MbS non rappresenti la migliore garanzia di affidabilità per Wall Street, tenuto conto anche dell’ostilità di parte dell’establishment e della casa regnante alle grandi ambizioni di rinnovamento del suo piano Vision 2030. All’opacità di Aramco e alle guerre interne si sommano le turbolenze per le scintille con l’Iran nel Golfo Persico, la guerra commerciale tra Usa e Cina e le prospettive di un declino globale dei combustibili fossili, per lo sviluppo tecnologico e i cambiamenti climatici. Il calo del prezzo a barile (60 dollari il Brent, 56 Wti), costante degli ultimi anni, non agevola nemmeno l’ammiraglia che pompa il 10% del petrolio globale.

Aramco Ipo Arabia Saudita MbS
Un impianto Aramco, nel deserto dell’Arabia Saudita. (Getty).

MBS VERSO IL COMPROMESSO

Pecunia non olet: le barbarie in Yemen e con Khashoggi ordinate da Riad non tratterranno gli stranieri dai profitti di Aramco, ma ognuno fa il suo gioco. Per l’Ipo MbS non ha scelto il momento migliore, che appartiene ormai del passato, e non poteva farlo: uscire dall’oscurantismo richiede del tempo ai sauditi. Così è probabile che, nelle prossime settimane, il re saudita in pectore sia costretto a scendere a compromessi con l’imperativo di Goldman Sachs, Hsbc e delle altre banche di abbassare l’asticella. Riporta sempre Bloomberg Oltreoceano, dai molteplici revisori del rapporto, che il divario tra la stima massima e la minima su Aramco arriva a superare i 1.000 miliardi di dollari nel caso di Bank of America (da circa 1.200 a 2.300 miliardi). E gli investitori fanno riferimento all’indicazione più bassa, frutto di analisi «di lungo periodo, non a breve termine e non sulle performance».

L’IPO A RIAD, POI CHISSÀ

Gli sforzi di appeal non bastano a gonfiare la valutazione di Aramco a 2 mila miliardi, neanche le garanzie offerte agli investitori. Ridotti i prelievi fiscali e le aliquote sulle estrazioni, saliranno a 80 miliardi di dollari i 75 miliardi di dividendi promessi nel 2019 e il tasso di utile per gli investitori sarà fisso (il 4,4% con un valore di 1.800 miliardi di dollari) fino al 2024, a prescindere dalle fluttuazioni. Sulle perplessità esterne conta anche che gli azionisti iniziali del gigante che resterà a larghissimo controllo pubblico saranno volutamente locali. A dicembre Aramco sarà quotata tra l’1% e 2% solo nella Borsa nazionale. Il lancio di un altro 3% sulle piazze straniere dove sono centrali le big di Wall Street è spostato a data imprecisata. Riad non era d’altronde pronta a un’operazione su larga scala: Borse come Londra sono blindate ai sauditi anche per i requisiti sull’onorabilità e sulla trasparenza.

Per accelerare l’Ipo MbS ha dovuto rimuovere dalla presidenza di Aramco e dal ministero dell’Energia il ceo storico Khalid al Falih

LE RESISTENZE A VISION 2030

Ma è da vedere anche l’impatto in Arabia Saudita dell’Ipo. La banche del regno hanno aperto al credito con gli interessati, per ogni 10 azioni acquistate entro sei mesi una è regalata. Sono forti anche le pressioni sui finanziari: nel 2017 MbS è arrivato a far arrestare decine tra magnati e quadri delle forze armate e dei ministeri, allo scopo di liberarsi di loro, estorcendoli migliaia di capitali per Vision 2030. Diversi hanno ceduto, ma l’opposizione a MbS ha ripreso vigore, anche tra i rami degli al Saud, una volta fallita la campagna in Yemen ed esploso il caso Khashoggi. Per accelerare l’Ipo annunciata nel 2016, a settembre l’erede al trono ha dovuto rimuovere dalla presidenza di Aramco e dalla poltrona del ministero dell’Energia il ceo storico Khalid al Falih. E non è affatto detto che non ci siano altri resistenti a Vision 2030: MbS ha molti nemici interni.

Khashoggi omicidio MbS Arabia Saudita rapporto Onu
Una dimostrazione a Washignton contro MbS, erede al trono dell’Arabia Saudita, per l’omicidio Khashoggi. (Getty).

LE TURBOLENZE DALL’IRAN

D’altra parte anche «coinvolgere le famiglie saudite più ricche nell’Ipo rischia di danneggiare la credibilità della compagnia» ha scritto il Financial Times: un circolo vizioso che potrebbe non far centrare al 34enne MbS l’obiettivo della prima fase tra i 20 e i 40 miliardi di dollari – con la quotazione poi anche l’estero di 100 miliardi – di finanziamento per modernizzare il regno. Il gettito è indispensabile per riconvertirsi alle rinnovabili e diversificare l’economia dal petrolio: l’Arabia Saudita parte praticamente da zero. Ma l’iniezione di capitali potrebbe ingolfarsi anche a causa di attacchi come quello del 14 settembre dell’Iran, per mano dei ribelli houthi armati in Yemen, contro il complesso di pozzi Aramco e la più grande raffineria al mondo. Riad ha dato prova di forza, riprendendo a breve la produzione di greggio di colpo dimezzata. Ma si è dimostrata vulnerabile.

AGLI INVESTITORI CONVIENE PIÙ EXXON

Come nei boicottaggi alle petroliere, architettati sempre da Teheran anche in risposta alle sanzioni americane agli ayatollah di Donald Trump, che è uno strettissimo alleato di MbS. Il Golfo persico tornato rovente spinge il Fondo sovrano del Kuwait (Kia) a «valutare l’Ipo su Aramco come qualsiasi altro investimento» e dà margini di manovra ai big occidentali. Certo i 111 miliardi di dollari di utile netto nel 2018 del colosso saudita sono strabilianti: più del netto delle cinque sorelle rivali (Exxon Mobil, Royal Dutch/Shell, BP, Chevron e Total) messe insieme, e molto di più anche di Apple e Amazon che la seguono. Pur ridimensionato, il valore dell’Ipo di Aramco scalzerà probabilmente anche il record cinese di Alibaba di 25 miliardi nel 2014. Ma l’utile per gli investitori, se la valutazione attesa sulla compagnia si confermerà, sarà inferiore al 5% garantito da Exxon.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Arabia Saudita: la facciata delle riforme non ferma la repressione

Il piano per modernizzare il Paese del principe bin Salman nasconde un lato oscuro fatto di arresti arbitrari e violazioni di diritti civili. L'allarme di Hrw.

Attivisti, religiosi e critici del principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, continuano a essere detenuti arbitrariamente a più di un anno dall’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi.

L’allarme arriva dalla ong Human Rights Watch, secondo la quale il governo di Riad porta sì avanti una serie di riforme benviste in occidente, ma viola contemporaneamente in maniera sistematica diritti civili fondamentali.

Il tentativo di bin Salman di aprire la società saudita al mondo fa parte di un piano più ampio che punta a diversificare l’economia nazionale (pericolosamente dipendente dal petrolio) anche e soprattutto grazie a potenziali investimenti stranieri.

Da quando ha conquistato la leadership nel 2015, il futuro re e guida de facto del Paese ha fatto passare riforme che permettono alle donne di guidare e di viaggiare senza l’accompagnamento di un uomo, ha promosso la diffusione di cinema e teatri e una generale liberalizzazione dei consumi.

«GLI ABUSI DIETRO LA FACCIATA»

Ma, secondo Hrw, queste riforme nascondono una «realtà più oscura» fatta anche di arresti di massa di attiviste per i diritti delle donne, alcune delle quali abusate sessualmente e vittime di torture. Riad ha negato maltrattamenti sulle prigioniere.

DALL’OMICIDIO KHASSHOGGI 30 ARRESTI ARBITRARI

Nel 2019 circa 20 persone sono state arrestate arbitrariamente, un numero che sale a 30 se si conta il lasso di tempo che va dall’omicidio Khasshoggi, nell’ottobre 2018. «Re Salman e suo figlio dovrebbero introdurre nuove riforme volte a garantire che i cittadini sauditi godano dei diritti umani fondamentali, comprese le libertà di espressione, associazione e assemblea, nonché un sistema giudiziario indipendente», è la richiesta di Hrw.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’Arabia Saudita dà il via alla quotazione di Aramco

Riad ha ufficializzato l'Opa della compagnia petrolifera nazionale. Si prospetta come l'operazione di Borsa più grande della storia.

L’Arabia Saudita ha ufficializzato la quotazione di Aramco sul listino di Riad. L’ organo di vigilanza della Borsa saudita ha infatti dato il via libera ad un Opa che si prospetta come la più grande della storia. Al momento però non è stata ancora fissata una forchetta circa il prezzo delle azioni in offerta e nemmeno la quota di Aramco che sarà messa sul mercato.

LA VALUTAZIONE: TRA I 1.500 E I 1.700 MILIARDI DI DOLLARI

Riad prepara da tempo la quotazione che mira a segnare un nuovo record puntando a una valutazione da 2 mila miliardi di dollari. Tra i desiderata dei sauditi e l’esame delle banche che sono a lavoro sul collocamento, il valore potrebbe essere tra 1500 e 1.700 miliardi di dollari. Il governo, dunque, si sta spendendo molto per la sua riuscita che punta ad essere anche superiore al collocamento con cui nel 2014 il colosso cinese Alibaba raccolse oltre 25 miliardi incluso l’esercizio delle opzioni. Secondo le indiscrezioni il prezzo sarà fissato per metà novembre, le azioni saranno messe in vendita dal 4 dicembre mentre gli scambi sul solo listino saudita Tadawul cominceranno l’11 dello stesso mese. La quotazione dovrebbe riguardare il 2% del capitale. Non è escluso però che l’Opa possa essere anche doppia. Un’ipotesi accarezzata più volte e che potrebbe coinvolgere Piazze come Londra, New York o Hong Kong.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La maxiquotazione Aramco è alle porte: le cose da sapere

Il 3 novembre dovrebbe arrivare l'annuncio dell'Opa della compagnia petrolifera saudita continuamente rinviato. Bin Salman punta a raccogliere 40 miliardi. Sarebbe il collocamento più grande di sempre. Il calendario.

Tre anni di stop and go, ma alla fine la mega-quotazione in Borsa da decine di miliardi di dollari della società petrolifera saudita Aramco è alle porte. Le indiscrezioni arrivano dalla tv Al Arabiya, secondo cui la trattazione in Borsa delle azioni del colosso partirà l’11 dicembre, mentre l’annuncio ufficiale è atteso per domenica 3 novembre. Ci sono voluti oltre tre anni per mettere a punto quella che potrebbe rivelarsi come la più grande Opa (Offerta pubblica di acquisto) della storia, anche superiore al collocamento con cui nel 2014 il colosso cinese dell’e-commerce Alibaba raccolse sul mercato 21,77 miliardi di dollari, che diventarono oltre 25 miliardi includendo il possibile esercizio delle opzioni.

IN BORSA TRA L’1% E IL 3% DEL CAPITALE

Il governo saudita, con in testa il principe Mohammed bin Salman che è il grande sostenitore dell’operazione, ha infatti lavorato a lungo per convincere gli investitori che il valore della società non è inferiore a 2 mila miliardi di dollari: stando alle ultime indiscrezioni, però, le banche al lavoro sul collocamento avrebbero optato per una valutazione decisamente inferiore e pari a non più di 1.500 miliardi. In ogni caso la quotazione, che dovrebbe riguardare tra l’1% e il 3% del capitale, sarà un affare colossale: nelle intenzioni dei sauditi addirittura 40 miliardi. Del resto la società, malgrado il settore nel quale opera così soggetto a oscillazioni del prezzo di natura geopolitica difficili da prevedere, gode di ottima salute: ha chiuso il 2018 con un utile netto di 111 miliardi di dollari, che può essere archiviato senza dubbio come il bilancio più profittevole del mondo. Anche i primi sei mesi del 2019 non sono stati da meno, con un utile che si è attestato a oltre 46 miliardi di dollari contro i 32 dello stesso periodo dell’anno precedente.

CARDINE DEL PROGRAMMA DI RIFORME DI BIN SALMAN

La parziale privatizzazione di Aramco è al centro di Vision 2030, il piano di riforme che il principe Bin Salman ha lanciato per sostenere la graduale riconversione economica del Paese e renderlo in prospettiva autonomo dallo sfruttamento petrolifero. Dopo il primo annuncio fatto dal re Salman in tv nel 2016, in base al quale sembrava che l’operazione potesse concludersi già l’anno successivo, le difficoltà non sono però mancate, a partire dalla ‘resistenza‘ degli analisti nell’accettare la valutazione da 2 mila miliardi. E così i tempi si sono dilatati e il collocamento, ad agosto del 2018, è stato sospeso.

IL CALENDARIO DELLA QUOTAZIONE

Negli ultimi mesi, però, l’attività è ripresa con vigore, coinvolgendo le più grandi banche d’affari del globo, attratte da commissioni che potrebbero arrivare a sfiorare mezzo miliardo di dollari. Adesso il nuovo calendario, secondo indiscrezioni riportate dal Financial Times, dovrebbe prevedere dopo il via dell’operazione il 3 novembre, l’annuncio del prezzo il 17 novembre e l’inizio della vendita delle azioni il 4 dicembre. Per poi cominciare, dall’11 dello stesso mese, lo scambio sulla piazza saudita Tadawul.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’attacco ai siti petroliferi sauditi e le tensioni Usa-Iran

Sul tappeto restano ancora molti interrogativi. E, soprattutto, pesa la contraddittorietà di Washington e Teheran.

Sarebbe un errore lasciare cadere nell’ombra la vicenda dell’attacco ai siti petroliferi dell’Arabia saudita per sprofondare di nuovo nel labirinto della politica nazionale. Restano infatti sul tappeto non pochi interrogativi che attendono risposte e, soprattutto, si sta avvicinando a grandi passi l’Assemblea generale dell’Onu che potrebbe segnare uno spartiacque nel dibattito sull’accordo nucleare iraniano che tanto peso esercita nella dinamica mediorientale.

LEGGI ANCHE: Attacco al petrolio saudita, negli Usa si punta il dito contro l’Iran

L’IRAN E LE CONTRADDIZIONI DI TRUMP

Ma andiamo con ordine, richiamando alcuni passaggi obbligatori soprattutto nella loro contraddittorietà. A cominciare dal presidente Donald Trump che, da un lato, ha detto e ripetuto di non voler fare la guerra all’Iran, ribadendo di essere pronto a incontrare la controparte iraniana senza pre-condizioni; dall’altro, di essere pronto a farla, questa guerra, se le circostanze lo imporranno. Insomma, Trump vuole riportare l’Iran al tavolo della trattativa per rivedere alcune fondamentali lacune che a suo giudizio rendono fragile l’accordo nucleare: dallo stop definitivo alle velleità iraniane al programma missilistico fino alla politica destabilizzante di Teheran a livello regionale.

Donald Trump e l’ex consigliere per la Sicurezza John Bolton.

TRABALLANO LA CREDIBILITÀ E LA LEADERSHIP DEGLI USA

Senza pre-condizioni, come già detto. Ma il tycoon non intende apparire come una tigre di carta in un momento in cui l’incapacità di “leggere l’attacco” ai siti petroliferi e di contrastarlo in tempo utile hanno inflitto una pesante penale di credibilità degli Usa quale potenza garante della sicurezza del Golfo e dell’Arabia saudita in particolare.

LEGGI ANCHE: Perché Donald Trump ha silurato il falco John Bolton

Trump non vuole fare la guerra e in tale ottica ha tra l’altro licenziato il consigliere per la Sicurezza John Bolton, il super-falco della sua Amministrazione, grande patrocinatore dell’opportunità di impartire una lezione “esemplare” a Teheran e ai suoi pasdaran. Ma continua a tenere al suo fianco Mike Pompeo, il ministro degli Esteri, che pure è un falco, seppure di un gradino più basso, al quale non poteva non affidare il delicato compito di consultarsi con la Casa reale saudita per valutare i seguiti da riservare alla spinosa questione della risposta agli attacchi ai siti petroliferi.

ROUHANI TRA L’INCUDINE E IL MARTELLO

Dall’altro canto, neppure l’Iran di Hassan Rohani vuole la guerra, ma nello stesso tempo non può neppure accettare di continuare a subire lo strangolamento delle sanzioni americane che stanno mettendo a dura prova la stabilità interna del Paese, sulla quale stanno speculando i duri e puri difensori e propagatori della rivoluzione iraniana, nella regione e oltre. Del resto, le prese di posizione più belligeranti sono venute proprio da questa ala del potere iraniano che nel bel mezzo di questa nuova crisi ha ben pensato di sequestrare nello stretto di Hormuz una nave degli Emirati con l’accusa di «contrabbando» di risorse energetiche. Con l’evidente copertura da parte dell’ayatollah Khamenei che non perde occasione per rigettare qualsivoglia opzione di dialogo con gli Usa.

accordo nucleare iran ue francia
Il presidente iraniano Hassan Rohani.

Rouhani continua a dichiarare che non vuole la guerra ma arriva a considerare l’attacco ai siti petroliferi sauditi che gli Houthi si sono intestati con particolare clamore mediatico come «congrua risposta» a quella che viene definita «l’aggressione» della coalizione militare a guida saudita in Yemen, peraltro avvenuta su richiesta del presidente legittimamente eletto per contrastare il tentato e in parte riuscito colpo di Stato degli Houthi stessi.

LA PROPOSTA DI MEDIAZIONE DI MACRON

Non la vuole, ma ribadisce che non ci può essere dialogo con Washington se non previo annullamento delle sanzioni e in tale contesto sembra scomparsa dal radar la proposta di mediazione avanzata dal presidente francese Emmanuel Macron che pure resta sul tavolo quale punto di possibile contatto multi-bilaterale in occasione della già citata Assemblea generale delle Nazioni Unite. Vi ha fatto indiretto riferimento la cancelliera tedesca Angela Merkel che, con un equilibrismo degno di maggior causa, ha sottolineato l’esigenza di tornare all’accordo sul nucleare del 2015, sottolineando allo stesso tempo le zone d’ombra che gravano sull’accordo e citando espressamente il programma missilistico e la politica regionale iraniana.

Emmanuel Macron, Angela Merkel e Donald Trump.

UE, CINA E RUSSIA SI TRINCERANO DIETRO LA MANCANZA DI PROVE

Complice il cambio della guardia, l’Unione europea si è trincerata dietro la persistente mancanza della prova provata del coinvolgimento dell’Iran nell’attacco ai siti petroliferi sauditi e la forte raccomandazione a misurare toni e azioni suscettibili di sfuggire di mano e di innescare un’ulteriore, rischiosa escalation. La Cina ha fatto altrettanto, ben consapevole dell’importanza del fornitore saudita (come di quello iraniano). Sulla stessa linea Mosca che con la sua offerta ai sauditi dei propri sistemi di difesa ha puntato indirettamente il dito sulla perdita di credibilità della protezione americana. Tutti concordi nel sottolineare la mancanza della prova provata anche se pare sostanzialmente acquisito che l’attacco non è partito dallo Yemen ma dal Nord così come è un fatto che lo stesso Rohani abbia più volte minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz inducendo una seria riflessione sul possibile ruolo di uno Yemen in grado di condizionare il traffico da e per Bab el Mandel (Mar Rosso) percorso da oltre il 30% delle risorse energetiche mondiali. Ruolo che comprensibilmente pone l’Arabia saudita nell’incomoda percezione di una sorta di accerchiamento. Questa prova “decisiva” in effetti non c’è ancora e c’è chi dubita addirittura sulla portata dell’attacco.

iran-arabia-saudita-petrolio
Una foto satellitare dell’impianto saudita attaccato.

OCCHI PUNTATI SULL’ASSEMBLEA ONU

I prossimi giorni ci diranno la verità? Non lo sappiamo e non sappiamo se mai si riuscirà a porre il sigillo della verità sull’accaduto. Resta la constatazione che i tempi del ripristino della normalità di estrazione e lavorazione dei siti colpiti dall’attacco saranno relativamente brevi anche se col contrappunto dell’Arabia saudita resa in qualche modo meno sicura nel suo ruolo di fondamentale co-garante del mercato energetico. E forse più desiderosa di prima di rivedere i termini della sua politica regionale, a cominciare dallo Yemen. Resta anche un Iran in difficoltà sociali ed economiche e in bilico tra i contrastanti interessi dei suoi poteri interni. Così come il comprensibile imbarazzo sul da farsi da parte di Washington. Resta pure l’aspettativa che la chiave di volta per una de-escalation stia proprio nel lavorio diplomatico in corso in vista dell’Assemblea Onu che ha uno straordinario bisogno di recuperare profilo e credibilità. Lo vedremo

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it