UniCredit, ok della Bafin al superamento del 30 per cento di Commerzbank

La BaFin, ovvero l’autorità di vigilanza bancaria tedesca, ha dato a UniCredit il via libera alla richiesta di poter oltrepassare il 30 per cento delle quote di Commerzbank. Lo scrive Bloomberg. Si tratta di un importante passaggio regolamentare per la scalata dell’istituto italiano alla quarta più grande banca della Germania. Col semaforo verde scatta infatti il conto alla rovescia per la Bce, che dovrà completare la propria valutazione entro 60 giorni lavorativi. La decisione è pertanto attesa per la seconda metà di ottobre. L’autorità di vigilanza può richiedere ulteriori informazioni nel corso dell’istruttoria: in tal caso l’esame potrebbe essere esteso fino a un massimo di 20 giorni lavorativi aggiuntivi.

UniCredit, ok della Bafin al superamento del 30 per cento di Commerzbank
Filiale Commerzbank in Germania (Imagoeconomica).

Mps-Banco Bpm, la Consob valuta una possibile manipolazione del mercato

La Consob sta studiando da tempo il caso della governance del Monte dei Paschi di Siena. Lo riporta Il Sole 24 Ore Radiocor citando fonti della Commissione nazionale per le società e la borsa, organo di controllo del mercato finanziario italiano. Un’attività, questa, che prosegue mentre sul mercato i fari restano puntati sulle attività del board di Rocca Salimbeni, in vista di una possibile proposta di fusione con Banco Bpm, e – vista l’opas lanciata da Intesa Sanpaolo – sui possibili riflessi della “passivity rule” che limita le iniziative delle società destinatarie di un’offerta pubblica. E proprio a tal proposito, scrive Adnkronos, la Consob starebbe valutando una potenziale manipolazione del mercato: ogni azione difensiva o negoziazione che possa frustrare un’offerta in corso deve obbligatoriamente passare al vaglio preventivo dell’assemblea dei soci e pertanto le trattative portate avanti in solitaria dai vertici di Siena potrebbero configurare una serie di potenziali illeciti. Come se non bastasse, sono anche previsti vincoli ulteriori per le operazioni che riguardano le parti correlate, proprio come sono Mps e Bpm.

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Mps-Banco Bpm, la Consob valuta una possibile manipolazione del mercato
Logo di Banco Bpm (Imagoeconomica).

La lettera dei quattro consiglieri di minoranza sull’operato di Lavaglio

Non finisce qui. Quattro dei cinque consiglieri di minoranza del cda di Monte dei Paschi di Siena (tutti tranne Corrado Passera) tramite una lettera hanno chiesto conto per punti di una serie di inadempienze attribuite alla gestione dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio. Al centro delle contestazioni le operazioni straordinarie prospettate con Banco Bpm per un’integrazione, la mancata convocazione di una riunione del cda per la nomina dei consiglieri mancanti, le tempistiche di consegna dei documenti al consiglio e la composizione dei comitati endoconsiliari. Da inizio maggio, dopo la decadenza di Carlo Vivaldi e le dimissioni di Fabrizio Palermo, il boad di Mps è composto da 13 membri: la mancata sostituzione dei due consiglieri viene attribuita alla lentezza nella comunicazione da parte del cda alla Banca centrale europea. Tutto fermo sul piano della governance, denunciano i consiglieri di minoranza, mentre di contro è stato incessante il lavoro di Lovaglio per la fusione con Banco Bpm, operazione alternativa all’ops lanciata da Intesa Sanpaolo.

Mps-Banco Bpm, la Consob valuta una possibile manipolazione del mercato
Luigi Lovaglio e Carlo Messina (Imagoeconomica).

Messina sull’ops su Mps: «Siamo fortemente determinati ad andare avanti»

Intanto, in una call con gli analisti sui risultati del primo semestre 2026, il ceo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina ha parlato dell’opas lanciata su Mps: «Siamo fortemente determinati ad andare avanti e siamo convinti che sia la migliore opzione per Monte dei Paschi, per gli azionisti e per Intesa Sanpaolo. L’operazione creerà valore senza rischi di integrazione». E poi: «Possiamo creare una situazione normale in termini di governance dell’azienda. È incredibile che l’impresa si trovi in questa situazione, anche in base a quello che è successo negli ultimi mesi. C’è qualcosa che deve esser valutato da parte delle controparti con una solida reputazione che dà agli azionisti di Siena una base solida e un porto sicuro».

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 

Per anni il capitalismo italiano è rimasto prigioniero della stessa fotografia. Giuliano Amato la chiamò la «foresta pietrificata», una definizione diventata iconica. Ora però, con l’offerta di Intesa Sanpaolo su Mps, la foresta si rimette in movimento. Quella lanciata dalla banca di Ca’ de Sass non è infatti una semplice operazione di mercato, ma il segnale che il risiko bancario ha smesso di essere una faccenda di condominio. La partita ora si gioca su un tavolo europeo, dove i confini contano meno delle dimensioni e il peso si misura sulla capacità di raccogliere risparmio, finanziare imprese e competere con gruppi che ragionano su scala globale. 

Si invocano sovranità o mercato alla bisogna

Il paradosso è che mentre le banche cambiano pelle, una parte della politica e delle istituzioni continua a osservare il fenomeno con categorie che appartengono al secolo scorso. Si invoca la sovranità quando il compratore parla straniero e il mercato quando fa comodo. Intanto si scoprono problemi che fino al giorno prima nessuno vedeva. L’Antitrust ne offre un esempio curioso. Nel 2018 escluse che Mediobanca esercitasse il controllo sulle Assicurazioni Generali. Oggi sembra invece pronta a leggere nell’operazione di Intesa un’influenza che allora non esisteva. Il 13 per cento di Generali è sempre lì e l’ad Carlo Messina ha specificato di considerarlo un investimento, non una leva di comando. Se il principio è cambiato, sarebbe utile capire quando. Anche perché, nello stesso momento, il quasi 30 per cento detenuto da Crédit Agricole in Banco Bpm sembra suscitare un interesse decisamente più tiepido. Evidentemente anche la concorrenza conosce le sue geometrie variabili. 

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 
Carlo Messina (Imagoeconomica).

Le mire di Crédit Agricole

Ed è proprio la banca francese il convitato di pietra di questa stagione. Mentre il dibattito guarda altrove, Crédit Agricole continua a occupare posizioni. Banco Bpm è solo il tassello più visibile. Sul suo tavolo ci sono anche Banca del Mezzogiorno e la Cassa di Risparmio di Orvieto. Tutto legittimo, un po’ meno accorgersene soltanto quando conviene. Il golden power dovrebbe essere una regola. Da noi rischia di diventare uno stato d’animo. 

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 
Il logo di Crédit Agricole (Imagoeconomica).

Generali continua a rappresentare un caso unico

In questo quadro Generali continua a rappresentare un caso quasi unico. Enrico Cuccia diceva che se era caduto l’Impero romano poteva cadere anche Mediobanca, ma non il Leone di Trieste. Oggi attorno alla compagnia convivono Mediobanca, Delfin, Caltagirone, Benetton, Intesa. Nessuno comanda davvero, e forse è proprio questo il suo valore. In un capitalismo sempre più concentrato, Generali resta una delle poche grandi istituzioni che non possono essere ricondotte al progetto di un solo azionista. 

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 
Il logo di Generali (Imagoeconomica).

La trasformazione di Mediobanca e di Mps

Anche Mediobanca, del resto, è chiamata a prendere atto che il proprio mestiere è cambiato. Per decenni è stata la regia del capitalismo italiano. Oggi quel capitalismo non esiste più. Non perché siano spariti gli interessi, ma perché hanno cambiato indirizzo. Alberto Nagel, l’ex ad, aveva intuito per tempo che il futuro passa dal risparmio gestito più che dai vecchi salotti finanziari. L’offerta di Intesa accelera questa trasformazione e, paradossalmente, potrebbe rafforzare Mediobanca proprio costringendola a concentrarsi su ciò che sa fare meglio. Quanto a Monte dei Paschi, forse è arrivato il momento di liberarla dalla nostalgia. Luigi Lovaglio ha restituito dignità a una banca che molti consideravano definitivamente perduta. Pensare che possa continuare a vivere come banca della città significa non avere capito che il mercato europeo non concede più rendite sentimentali.  

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

UniCredit e il muro di Berlino

Lo stesso vale per UniCredit. L’ad Andrea Orcel non ha incontrato Giancarlo Giorgetti, come pure è stato fatto circolare. I rapporti con il governo sono meno tesi di un anno fa. In Germania, invece, Berlino continua a opporsi all’operazione Commerzbank. È il segno che gli interessi nazionali non sono scomparsi. Hanno semplicemente cambiato scala. Il credito europeo è ormai un sistema integrato nel quale gli interessi nazionali continueranno a esistere, ma dovranno imparare a convivere con quelli industriali. La politica può accompagnare questo processo, non fermarlo. 

Risiko: le banche hanno cambiato tavolo, la politica no 
Andrea Orcel (Imagoeconomica).

È qui che si misura davvero la sovranità economica. Non nel guardare alla nazionalità dei passaporti di chi siede nei consigli di amministrazione, ma nel costruire gruppi abbastanza forti da non diventare essi stessi terreno di conquista. Per anni si è detto che il capitalismo italiano era immobile. Adesso che finalmente si muove, c’è già chi prova a fermarlo di nuovo. 

Il genio di Leonardo: così Del Vecchio jr riceve la laura honoris causa

La battaglia sulla holding di famiglia non gli sta giocando a favore, ma Leonardo Maria Del Vecchio può consolarsi. L’Università degli studi di Roma Tor Vergata e il suo magnifico rettore Nathan Levialdi Ghiron hanno deciso di premiarlo addirittura con una laurea honoris causa. Cerimonia in programma giovedì 9 luglio alle ore 11, nella splendida cornice di Villa Mondragone, a circa 20 chilometri a sud-est della Capitale e a breve distanza da Frascati.

Il genio di Leonardo: così Del Vecchio jr riceve la laura honoris causa
Nathan Levialdi Ghiron, magnifico rettore dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata (foto Imagoeconomica).

L’imprenditore innovatore che vuole le dita sporche di nero

Nel dettaglio, la materia del riconoscimento è “Diritto, Innovazione tecnologica e Sostenibilità“, per quella che l’ateneo definisce «una figura di spicco nel panorama industriale e filantropico internazionale». Da nuovo editore del Gruppo Editoriale Nazionale, LMDV alla festa del Giorno di fine maggio aveva rivolto un pensiero ai giovani «che non hanno più la passione e le dita sporche di nero per l’inchiostro del giornale». Insomma non proprio un manifesto di innovazione tecnologica, ma non stiamo a sottilizzare. Alla cerimonia sarà presente anche la ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini.

Il genio di Leonardo: così Del Vecchio jr riceve la laura honoris causa
Leonardo Maria Del Vecchio e Anna Maria Bernini (foto Imagoeconomica).

Sulle orme del padre, alla faccia delle battutine sul suo eloquio

Leonardo Maria così può ricalcare le orme del padre, fondatore di Luxottica, che nella sua vita ha ricevuto tre lauree honoris causa: in Economia aziendale dall’Università Ca’ Foscari di Venezia (nel 1995), in Ingegneria gestionale dall’Università di Udine (2002) e in Ingegneria dei materiali dal Politecnico di Milano (2006), oltre ad aver conseguito un Master ad honorem in International Business dalla MIB School of Management di Trieste (1999). Una grande rivincita per il rampollo che si è buttato nell’editoria senza una grande visione e che, dall’ospitata da Lilli Gruber in poi, non aveva dimostrato molta dimestichezza con le parole…

Il genio di Leonardo: così Del Vecchio jr riceve la laura honoris causa
Leonardo Maria Del Vecchio mentre prova a sporcarsi le dita col nero della stampa (foto Imagoeconomica).

Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura

Negli uffici milanesi di LMDV Capital, in via Montenapoleone, l’aria si è fatta pesante. Secondo quanto risulta, Leonardo Maria Del Vecchio avrebbe avuto un confronto durissimo con Marco Talarico, amministratore delegato del suo family office. Al termine del faccia a faccia, il manager sarebbe stato sollevato dall’incarico. Eppure Talarico era l’uomo che il rampollo di casa Luxottica aveva messo alla guida operativa della holding fin dai primi passi: ex executive director per i grandi patrimoni di UBS, prima ancora relationship manager in Kairos Partners. Quattro anni a costruire una galassia di partecipazioni che oggi varrebbe intorno al mezzo miliardo, tra hospitality di lusso, editoria, ristorazione, real estate e tech.

Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
Marco Talarico, ad di LMDV Capital (foto Imagoeconomica).

Costi guardati con occhi sempre meno indulgenti

Le indiscrezioni che circolano negli ambienti finanziari milanesi parlano di frizioni montate su più fronti. Ritmi di crescita vertiginosi, forse eccessivi, e un controllo dei costi che l’azionista unico avrebbe cominciato a guardare con occhio sempre meno indulgente. Da qui una stretta che, raccontano, non si fermerebbe al solo Talarico.

Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura

Passate al setaccio deleghe e scelte dell’intera squadra

Anche il direttore generale Luigi Mascellaro, arrivato da PwC, sarebbe finito sotto la lente. Del Vecchio jr avrebbe deciso di passare al setaccio deleghe e scelte dell’intera squadra, con un piglio da padrone di casa che vuole vederci chiaro fino in fondo. E qui entra in scena il nome che guadagna posizioni.

Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
Luigi Mascellaro.

A raccogliere pezzi pesanti della macchina sarebbe Gabriele Benedetto, ex amministratore delegato di Telepass. Pescarese, classe 1982, Bocconi, oltre un decennio di consulenza in Value Partners tra Europa e Asia, poi la trasformazione di Telepass nel sistema di pagamento della mobilità italiana.

Del Vecchio jr alla resa dei conti: i nomi coinvolti nella clamorosa rottura
Gabriele Benedetto (foto Imagoeconomica).

I collaboratori osservano il risiko con un certo nervosismo…

In LMDV, in realtà, Benedetto è già di casa: siede nel board e segue alcuni dossier, da EsaNanotech ad Acqua Fiuggi fino al fintech Qomodo. La novità sarebbe il salto di grado, con un ruolo nella plancia di comando. Il quadro è quello di un erede che, mentre tenta la scalata alla cassaforte di famiglia Delfin, decide di rimettere ordine nel proprio cortile. I collaboratori che fin qui hanno costruito la holding osservano il risiko con un certo nervosismo. Quando il principale comincia a contare le poltrone, c’è sempre qualcuno che resta in piedi nel momento in cui la musica si ferma.

La Germania respinge l’offerta di UniCredit per Commerzbank

Il governo federale tedesco ha respinto ufficialmente l’offerta di acquisizione di UniCredit per Commerzbank, affermando di sostenere l’indipendenza dell’istituto di credito guidato da Bettina Orlopp, visto «il ruolo importante nel finanziamento dell’economia nazionale e del settore delle medie imprese». Lo ha reso noto l’Agenzia delle Finanze di Berlino, che gestisce la partecipazione statale di oltre il 12 per cento in Commerzbank, la quarta più grande banca della Germania.

La Germania respinge l’offerta di UniCredit per Commerzbank
Bettina Orlopp (Imagoeconomica).

Berlino: «Approccio aggressivo di UniCredit e offerta non adeguata»

«Accettare l’offerta non era già un’opzione dal punto di vista finanziario, in quanto non prevedeva un premio adeguato rispetto all’attuale prezzo delle azioni di Commerzbank», sottolinea il governo di Berlino, evidenziando poi «l’approccio aggressivo di UniCredit». La Germania si oppone fermamente all’operazione fin da quando l’istituto di credito italiano guidato da Andrea Orcel ha reso nota la sua partecipazione in Commerzbank, quasi due anni fa: 26 per cento del capitale in via diretta e un’ulteriore posizione di circa il 4 per cento tramite total return swap. A metà marzo UniCredit ha annunciato l’offerta pubblica di scambio, iniziata il 5 maggio e la cui chiusura – prevista in origine per oggi – è stata posticipata al 3 luglio.

La Germania respinge l’offerta di UniCredit per Commerzbank
Andrea Orcel (Imagoeconomica).

Avviata un’indagine per possibile manipolazione del mercato

La vicenda UniCredit-Commerzbank si è inoltre arricchito di un altro capitolo: la Procura di Francoforte ha infatti confermato di aver avviato un’indagine preliminare su una possibile manipolazione del mercato in relazione all’offerta pubblica di scambio. L’inchiesta fa seguito a una denuncia penale presentata dal consiglio dei lavoratori di Commerzbank, pervenuta alla procura il 14 giugno.

BFF Bank, Luigi Lubelli nuovo chief financial officer

BFF Bank, piattaforma pan-europea presente in nove Paesi specializzata nella gestione e nello smobilizzo pro soluto di crediti commerciali verso la pubblica amministrazione e i Sistemi sanitari nazionali, ha annunciato la nomina – con decorrenza odierna – di Luigi Lubelli come nuovo chief financial officer. Il ruolo era ricoperto ad interim da Giuseppe Sica, dal metà marzo amministratore delegato e direttore generale di BFF.

BFF Bank, Luigi Lubelli nuovo chief financial officer
Il logo di BFF Bank (Imagoeconomica).

Chi è Luigi Lubelli

Lubelli vanta più di 30 anni di esperienza internazionale nel settore finanziario. Ha ricoperto ruoli di senior management in importanti istituzioni bancarie, assicurative e di investimento, come Generali e Allfunds Bank. Ha inoltre trascorso più di un decennio in ruoli apicali nelle aree finance e risk management presso MAPFRE, dove è stato group chief risk officer e deputy general manager per Risk e Capital Markets.

Mps, Bpm e Delfin: gli intrecci nascosti dietro il nuovo risiko

La metafora è abusata, ma continua a funzionare. Quando il sole scioglie la neve, tornano visibili cose che fino al giorno prima sembravano scomparse. L’offerta di Intesa Sanpaolo su Montepaschi sta producendo qualcosa di simile nel capitalismo italiano, muovendo gli equilibri e al contempo rendendo visibili relazioni, convergenze e interessi che finora erano rimasti sullo sfondo.  

Bpm è nel pool di banche che finanziano LMDV

Come spesso accade, il dettaglio più interessante arriva da una notizia apparentemente laterale. Repubblica ha raccontato che Banco Bpm è entrata nel pool di banche che finanziano Leonardo Maria Del Vecchio nell’operazione con cui il giovane imprenditore, da poco approdato anche all’editoria, punta a riacquistare le quote detenute da due dei suoi fratelli in Delfin. Nel gruppo dei finanziatori siedono già Unicredit e Crédit Agricole, che del resto è anche il principale azionista della stessa Bpm. Di per sé non ci sarebbe nulla di straordinario. Le banche da sempre finanziano gli imprenditori impegnati a ridefinire l’azionariato delle proprie società. Ma è quando si allarga lo sguardo che il quadro diventa più interessante. 

Mps, Bpm e Delfin: gli intrecci nascosti dietro il nuovo risiko
Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).

Gli incroci tra Mps, Bpm e Delfin

Basta tornare allo scorso aprile, al rinnovo degli organi sociali della banca senese, per accorgersi che molti dei protagonisti di oggi frequentavano già lo stesso tavolo. Allora la lista presentata dall’imprenditore Pierluigi Tortora (risultata poi vincente rispetto a quella del consiglio di amministrazione di Rocca Salimbeni) aveva proposto alla carica di ceo Luigi Lovaglio. La Holding PLT di Tortora risultava già beneficiaria di finanziamenti da parte di Mps. Il voto finale fece emergere che a quell’intesa avevano partecipato, oltre a Lovaglio e a PLT, anche Bpm e Delfin, la stessa Bpm che oggi è coinvolta nel riassetto azionario della cassaforte dei Del Vecchio. Se questo non basta a tratteggiare un patto occulto, è comunque sufficiente a delineare un quadro nitido: da un lato Bpm, titolare di circa il 3,8 per cento di Mps, ha sostenuto la candidatura di Lovaglio già pensando di invitarlo a nozze, come poi è successo domenica scorsa con la proposta di fusione. Dall’altro Bpm e Delfin, quest’ultima titolare di circa il 17,5 per cento di Mps, hanno trovato un ulteriore punto di convergenza nella partecipazione della banca guidata da Giuseppe Castagna al riassetto della stessa Delfin.  

Mps, Bpm e Delfin: gli intrecci nascosti dietro il nuovo risiko
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Riassumendo. Castagna dialoga con Lovaglio, il quale trova il sostegno di Delfin (socio di riferimento di Montepaschi) e Banco Bpm che a sua volta finanzia Leonardo Maria. Sullo sfondo si muovono Crédit Agricole, Unicredit e gli altri protagonisti del grande risiko bancario. Più che una sequenza di episodi separati, sembra un sistema di relazioni che tende periodicamente a ricomporsi attorno agli stessi nomi. Non risulta che i soggetti coinvolti abbiano chiesto, come prevede l’articolo 22-bis del TUB, preventiva autorizzazione della Bce per la detenzione concertata di partecipazioni capaci di esercitare una notevole influenza. Né che l’accordo sia stato comunicato al mercato, con tutte le conseguenze del caso, inclusa la possibile applicazione della disciplina sull’Opa obbligatoria qualora la somma delle partecipazioni avesse superato il 25 per cento del capitale e vi fossero stati acquisti di azioni nell’anno precedente la stipula del patto. 

Mps, Bpm e Delfin: gli intrecci nascosti dietro il nuovo risiko
Giuseppe Castagna (Imagoeconomica).

Milleri prigioniero dei vincoli imposti da Del Vecchio?

In questa storia compare inevitabilmente anche Francesco Milleri, chiamato a gestire una fase delicata per Delfin dopo la scomparsa di Leonardo Del Vecchio. È difficile immaginare che un manager della sua esperienza non abbia valutato tutte le implicazioni degli assetti che si stavano formando. Così come è difficile pensare che i diversi protagonisti della vicenda non abbiano ben chiaro il disegno complessivo nel quale si muovono. Milleri, da manager esperto, deve aver percepito il rischio e verosimilmente cercato interlocuzioni anche con altri istituti di credito. Ma a quanto risulta è rimasto prigioniero dei vincoli imposti da Leonardo Maria, che mantiene i propri legami con i finanziamenti di Unicredit e Bpm ottenuti dando in pegno azioni Delfin. Il risultato è un intreccio complesso, una trama che, oltre a sfidare le norme, si presta al sospetto di un evidente conflitto di interessi. 

Mps, Bpm e Delfin: gli intrecci nascosti dietro il nuovo risiko
Francesco Milleri (Imagoeconomica).

Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario

C’è una lettera d’amore e c’è un assegno. Quando Banco Bpm ha proposto a Monte dei Paschi una fusione «tra pari» – nessun premio, nessun contante, solo la promessa di un polo da 50 miliardi – Carlo Messina ha rovesciato il tavolo in 24 ore. Intesa ha lanciato un’Opas da 30,6 miliardi, con premio e un euro cash a titolo.

«La loro è una lettera d’amore, la nostra è un’offerta vera», ha detto l’ad. Brutale, ma vero: una fusione tra pari non mette un euro nelle tasche dell’azionista oggi, un’Opas con premio sì.

Lo schema ormai è noto: Intesa si tiene Mediobanca e il 13,2 per cento di Generali (di cui ha approvato in chiave difensiva anche l’acquisto del 3 per cento), gira a Unipol e Bper il retail di Siena, 635 sportelli che diventano il terzo polo italiano. Bene, ma non è finita. Perché lo spezzatino di Mps è solo il trailer: il film vero comincia dopo.

Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario
Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio.

Scenario uno: Intesa si prende Generali davvero

Col 13 per cento non si governa nulla, e Messina lo sa: per questo ripete che la sua è «solo una partecipazione». Ma è il primo passo di una scommessa molto più grande. Oggi su Generali pesano due azionisti che valgono quanto e più di Mediobanca: Delfin, la holding dei Del Vecchio, al 10,15 per cento, e Caltagirone al 6,32 per cento. Anche se non comandano, insieme possiedono una partecipazione imprescindibile per chiunque puntasse a prendersi il Leone. Se Intesa, oltre che la quota in Mediobanca, rilevasse quelle di Delfin e Caltagirone, allora smetterebbe di essere un socio, diventando il padrone. A quel punto governerebbe Generali, e l’asse banca-assicurazione-risparmio gestito non sarebbe più uno slogan, ma un colosso mondiale vero, l’unico campione globale che l’Italia avrebbe la forza di esprimere. È costoso, servono altri miliardi sul tavolo.

Ma è qui – non nello spezzatino di Siena – che si decide se Intesa gioca per il primato europeo o resta una grande banca nazionale. E Delfin e Caltagirone? Monetizzano una posizione che, una volta arrivata Intesa, in termini di potere conterebbe di meno. Vendono in alto, incassano, e liberano capitale per le loro partite. Tutti, in questa mossa, troverebbero un tornaconto. È il classico nodo che si scioglie quando arriva qualcuno con i contanti e la visione.

E cosa sblocca, davvero, governare Generali? Un gruppo che mette insieme una grande banca commerciale, il primo assicuratore italiano con presenze pesanti in Francia, Germania e Mitteleuropa, e una macchina del risparmio gestito da centinaia di miliardi. Non un campione «anche all’estero», ma un campione che all’estero ci vive già, con i piedi dentro tre o quattro mercati continentali. È l’unico schema con cui l’Italia può sedersi al tavolo dei grandi senza chiedere permesso. Tutto il resto – gli sportelli, i premi, le filiali contese – è tattica. Questa è strategia. E si gioca su un orizzonte di anni, non di mesi: prima Mps-Mediobanca, poi la lenta scalata al capitale di Trieste, un mattone alla volta, finché il 13 per cento di oggi non diventa la maggioranza relativa che comanda.

Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario
Carlo Messina, ceo Intesa Sanpaolo (Imagoeconomica).

Scenario due: il terzo polo deve correre, e i francesi fanno la posta

Dall’altra parte del tavolo, il polo Bper-Mps nasce con 2.600 sportelli e 170 miliardi di impieghi. Numeri da terzo gruppo italiano, ma con un mandato chiaro dagli azionisti di Unipol: non un trofeo che brucia cassa e taglia dividendi, bensì massa, solidità, crescita rapida. Il retail di Siena è solo il carburante. Il regista che tutti indicano, tra smentite e mezze ammissioni, è Alberto Nagel, l’uomo con il peso per far crescere ancora la creatura.

E qui entra Banco Bpm, il quarto incomodo. Castagna ha mosso d’anticipo e si è ritrovato scavalcato. La sua proposta senza contanti non regge un assegno con premio. Se Siena sceglie Intesa, a Bpm resterebbe solo il rilancio: con quali soldi, però?

Da sola non ha la potenza di fuoco. L’unico portafogli capace è quello di Crédit Agricole, già al 23 per cento e autorizzata a salire fino al 29,9. Ma attenzione: i francesi sono attentissimi al bilancio. Più che combattere una guerra cash, preferirebbero monetizzare, cedere il controllo di Bpm, prendersi un blocco pregiato di sportelli e diventare di fatto il quarto gruppo italiano senza dissanguarsi. E un terzo polo Bper-Mps in piena corsa sarebbe il compratore naturale di quel che resta. I francesi sarebbero interessati a vendere, Nagel a comprare. Ecco come, in un paio d’anni, la mappa si chiuderebbe su tre poli – Intesa, UniCredit, Bper-Mps – con la Francia che incasserebbe togliendosi così dal campo italiano alle sue condizioni.

Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario
Alberto Nagel (Ansa).

Scenario tre: Castagna o paga o diventa preda

Diciamolo senza giri di parole. La sorte di Banco Bpm è segnata: non oggi, ma a breve.

Castagna ha due sole strade: o si muove subito e tira fuori i soldi per comprare qualcuno – un’acquisizione che lo rimetta al centro come regista e non come oggetto. Oppure resta fermo, e diventa la preda che chiude il risiko: assorbito dal terzo polo o consegnato del tutto ai francesi.

Ha ceduto leve strategiche ad Agricole per restare indipendente, e rischia di ritrovarsi senza preda e senza autonomia. Il tempo gioca contro di lui.

Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario
Giuseppe Castagna, ceo Banco Bpm (Imagoeconomica).

La cornice: o l’Europa o niente

Ma alziamo un attimo lo sguardo dall’Italia. Mentre a Siena si combatte, UniCredit ha già superato il 34 per cento di Commerzbank: Orcel non gioca in casa, gioca in Europa. E ha capito prima di tutti dove sta il futuro.

Mps è solo il trailer: tre scenari per il futuro del risiko bancario
Andrea Orcel, ceo di UniCredit (Imagoeconomica).

C’è un dato che dovrebbe toglierci il sonno: nella classifica mondiale delle banche per capitalizzazione comandano americani e cinesi. JPMorgan da sola vale oltre 800 miliardi di dollari.

Nessuna banca dell’Eurozona – nemmeno Santander, la più grande del continente – è ai vertici. Nessuna. È la sindrome della Serie A: un tempo il campionato più bello del mondo, oggi scivolato dietro tutti. Stessa parabola, se non si cambia passo. E il consolidamento, da solo, non basta. Il nemico è la frammentazione: 27 mercati, 27 diritti, 27 pozze di capitale.

Se compro casa in Spagna non posso chiedere un mutuo in Finlandia, perché la banca non saprebbe come recuperare su un immobile spagnolo. La startup europea pesca in una pozza, quella americana nuota in un oceano. Così i nostri risparmi finanziano la crescita di Wall Street invece della nostra. Serve l’unione bancaria – ferma da anni sulla garanzia comune dei depositi che i tedeschi non vogliono – e quella dei capitali. E poiché armonizzare 27 codici è impresa secolare, la via realistica è un “ventottesimo regime”: una corsia europea opzionale che scavalchi i sistemi nazionali. Non si tratta di smontare i recinti, ma di costruirci sopra un’autostrada. Ecco perché la partita di Messina su Generali non è un dettaglio italiano. È il tentativo di costruire l’unico colosso mondiale che possiamo permetterci. Riesca o no, la domanda resta una sola: l’Europa avrà il coraggio di costruire il campo da gioco su cui i suoi campioni possano finalmente crescere? O continueremo a fonderci tra di noi – banche un po’ più grandi ma prigioniere di mercati troppo piccoli – finché qualcuno da fuori non verrà a comprarci tutti?

Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole

Francesco Gaetano Caltagirone, dopo la sconfitta della battaglia su Monte dei Paschi di Siena, si appresta a contare i soldi della plusvalenza grazie all’Opas lanciata da Intesa Sanpaolo d’accordo con Carlo Cimbri, Unipol e Bper, in risposta alla mossa di Bpm. E intanto che fa il costruttore-editore? Nel pomeriggio di martedì 9 giugno è in programma nella romana Villa Miani, a Monte Mario, la solita kermesse aziendale del suo gruppo, con l’Ingegnere in pole position pronto a dettare la linea ai suoi “scudieri” e a chi «deve ascoltare le sue parole». L’incontro è intitolato “Futuro Capitale – La Nuova Italia: Roma motore strategico del Sistema Paese”. Con Calta, «presidente de Il Messaggero» ci saranno, tra gli altri, Flavio Cattaneo, ad di Enel, Pierroberto Folgiero, ad e dg di Fincantieri, Claudio Descalzi, ad di Eni, Fabrizio Palermo, ad e dg di Acea, Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea. Certo, quel titolo “Futuro Capitale” suona molto simile al vannacciano Futuro Nazionale, ma almeno qui lasciamo stare il generalissimo…

Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole

Cairo ringrazia Gualtieri e Onorato: cosa c’è dietro?

A destra è allarme rosso: i meloniani sfogliano le pagine capitoline del Corriere della Sera e trovano solo articoli elogiativi della giunta “de sinistra”. Perché accade? I maligni hanno subito la risposta pronta. Roma ormai è diventata la sede del gran finale del Giro d’Italia, che una volta si svolgeva a Milano. Dal 2023 la Capitale si è garantita la vetrina fissa dell’ultima tappa (in precedenza era successo, in via eccezionale, solo nel 1911, 1950, 2009 e 2018), versando nelle casse di Urbano Cairo 1,2 milioni di euro a stagione. Soldi che nel 2023 erano stati presi addirittura dal Pnrr, poi invece si è attinto a fondi ordinari del Comune, comunque pubblici. Il sindaco Roberto Gualtieri gongola, e pure l’assessore ai Grandi eventi Alessandro Onorato, che nelle pagine romane viene sempre lodato: anche nell’edizione di domenica 7 giugno, con tanto di foto. E poi c’è la marcia di avvicinamento all’evento del 12 giugno, quando Onorato riunirà tutti i suoi amici in vista del passaggio alla politica nazionale (la famosa quarta gamba centrista del campo largo, o anche “partito degli amministratori”).

Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
L’intervista a Onorato sul Corriere.

Comunque le pagine del Corriere della Sera sono davvero da incorniciare, per merito del Giro d’Italia: «Il Giro come se fosse il concertone del Primo Maggio», si legge, «una marea rosa che aveva voglia solo di divertirsi e fare festa», «il trionfo del Giro si celebra a Roma per il quarto anno consecutivo mentre il quinto è già nel mirino», fino all’apoteosi, «i Campi Elisi parigini al confronto sono una strada di periferia». Il traffico diventa «un festoso ingorgo» (chiedetelo ai romani in coda), e poi «ha vinto il Giro, ha vinto Roma. Il binomio funziona», «il presidente di Rcs MediaGroup, Urbano Cairo, si è goduto una giornata da ricordare», «il sindaco non può che condividere le parole di Cairo», dato che la corsa «costruisce un rapporto di amore e passione con i romani», e il patron di Rcs sottolinea come «il Giro sia la più grande festa popolare italiana» che «coinvolge tutta Roma, dal centro storico a Ostia». Sì, proprio nel quartier generale di Onorato. Fino al dato “spannometrico”, che serve sempre a riempire gli articoli, sul fatto che il Giro fa «cascare sulla città 175 milioni». Evviva. «Che passione, aumenta ogni anno», dice Cairo, che ha sempre un occhio di riguardo al fatturato, quando registra un segno positivo.

Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole

Cento anni di Tortorella con una (quasi) centenaria

Due giornate, lunedì 8 e martedì 9 giugno a Roma, per ricordare Aldo Tortorella nel centenario della nascita e anche la storia del comunismo italiano. Tortorella fu partigiano, dirigente nazionale del Pci, direttore de l’Unità e protagonista del dibattito politico e culturale italiano del secondo Novecento: il convegno si intitola “Passione politica e libertà – Aldo Tortorella a 100 anni dalla nascita” ed è promosso dalla Fondazione Gramsci, dall’Associazione Enrico Berlinguer, dall’Associazione per il rinnovamento della sinistra e dalla rivista Critica Marxista. Sessioni dedicate alla sua esperienza nel Pci, alla direzione del giornale fondato da Gramsci, al rapporto con Berlinguer, alla crisi e alla trasformazione della sinistra italiana dopo il 1989 e ai principali nuclei della sua riflessione teorica, dall’idea di libertà al socialismo, dal razionalismo critico al rapporto tra politica, cultura e femminismo. Ci sarà anche Luciana Castellina, classe 1929, in un momento che si annuncia anche spiritoso, dato che il titolo è “Sei una pivla!…”, cioè come Tortorella definiva, con la sua “evve” moscia, la Castellina. E nei due giorni non mancheranno pause e buffet. Per ricordare che i comunisti si cibano come tutti gli altri, mica mangiano i bambini…

Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole
Caltagirone tra plusvalenze e kermesse, Cairo pro Gualtieri e altre pillole

Panetta eletto presidente della Banca dei regolamenti internazionali

Il consiglio di amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali (Bri) ha eletto come nuovo presidente Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia. Succederà all’omologo transalpino François Villeroy de Galhau, che aveva annunciato la decisione di lasciare la Banca di Francia.

Cos’è la Banca dei regolamenti internazionali

La Bri, fondata nel 1930 e con sede a Basilea in Svizzera, funge da “banca centrale delle banche centrali”, promuovendo la cooperazione tra 63 istituti nazionali. Il cda, che si riunisce regolarmente durante l’anno, è responsabile è responsabile della definizione degli orientamenti strategici e politici della Bri, della supervisione della sua gestione e dell’adempimento dei compiti specifici previsti dallo Statuto.

Delfin, Rocco Basilico fa ricorso contro la procedura per il passaggio delle quote

Rocco Basilico, figlio della vedova di Leonardo Del Vecchio, ha presentato un ricorso al Tribunale del Lussemburgo contro la procedura per il passaggio del 25 per cento di Delfin, la holding di famiglia che controlla quasi un terzo di EssilorLuxottica, a Leonardo Maria Del Vecchio per circa 10 miliardi. Lo riporta Bloomberg spiegando che Basilico, che detiene il 12,5 per cento di Delfin, sostiene che l’assemblea abbia applicato una soglia di approvazione del 75 per cento anziché dell’88 per cento richiesto dallo statuto per i trasferimenti a terzi. Tale soglia avrebbe conferito al suo voto contrario potere di veto. L’erede contesta inoltre l’approvazione di una politica di dividendi minimi all’80 per cento dell’utile netto per il triennio 2025-2027, che non figurava nell’ordine del giorno originale. L’operazione, che porterebbe Leonardo Maria Del Vecchio al 37,5 per cento di Delfin come primo azionista, dovrebbe chiudersi entro il 27 giugno. All’Ansa fonti finanziarie hanno segnalato che l’iniziativa di Basilico non impedisce il trasferimento delle quote.

Mediobanca, spunta l’1 per cento di Gallazzi e Vacchi: da che parte staranno?

Vigilia con sorprese dell’assemblea di Mediobanca del 28 ottobre, che dovrà rinnovare il consiglio di amministrazione. La cui lista, che riconferma Renato Pagliaro e Alberto Nagel alla guida dell’istituto, si confronterà con quella presentata da Delfin, la finanziaria della famiglia Del Vecchio che detiene il 20 per cento del capitale. E mentre ci si interroga cosa faranno i Benetton del loro pacchetto di voti, ecco spuntarne un altro dell’1 per cento che – a darne notizia è Il Sole 24 Ore – fa capo ai due imprenditori Giulio Gallazzi (è in molti cda pesanti, da Mediaset a Tim a DanieliBanca del Fucino) e Bernardo Vacchi, titolari rispettivamente di Sri Group, holding che investe soprattutto in piccole e medie aziende italiane, e di FinVacchi, uno dei principali family office italiani, che tra gli altri controlla Boato International (società leader mondiale nella produzione di macchine per la produzione di membrane bituminose). Mistero però su dove i due indirizzeranno le loro preferenze. L’1 per cento sembra poca cosa, ma in una guerra dove le parti si fronteggiano all’ultimo voto, e insieme al novero dei piccoli pacchetti fuori dai due grandi schieramenti, può risultare decisivo nel far pendere l’ago della bilancia verso uno o l’altro dei contendenti. C’è dunque molta attesa per vedere come andrà a finire: se vince la lista del consiglio, tutto resta come prima per altri tre anni e gli sfidanti avranno diritto a due posti in cda. Se vince quella di Delfin saranno cinque i suoi rappresentati a entrare nel board.

Aponte in Italo e la partita Mediobanca, sussulti di capitalismo privato

Sussulti di capitalismo privato animano importanti partite industriali e finanziarie. L’armatore Gianluigi Aponte dopo una non lunghissima trattativa ha finalizzato il suo ingresso in Italo, la fortunata (in primis per chi ci ha investito dall’inizio) compagnia ferroviaria che dal 2012 fa concorrenza sull’alta velocità alle Ferrovie dello Stato. L’armatore, napoletano di origine ma svizzero di portafoglio, da tempo ambiva a fare un polo integrato dei trasporti che comprendesse navi, treni e aerei. Per questo si era offerto di rilevare Ita Airways insieme a Lufthansa, ma come si sa è andata a finire diversamente. Capito che dentro al governo agiva un partito che non aveva alcuna intenzione di mollare la greppia dell’ex Alitalia, ha giratoi tacchi e se n’è andato. Ora torna sulla scena, ma invece degli aerei ha comprato i treni.

Aponte in Italo e la partita Mediobanca, sussulti di capitalismo privato
Gianluigi Aponte (Imagoeconomica).

Nel governo Meloni c’è qualcuno che ha interesse a traccheggiare

Si era sussurrato di un suo possibile rientro nella trattativa per la compagnia di bandiera sempre accanto ai tedeschi, ma alla fine si è ben guardato di dar seguito. Aponte ha capito che, nonostante le rimostranze di Giorgia Meloni sull’Europa matrigna che frena la vendita, anche dentro questo governo c’è qualcuno che ha interesse a traccheggiare. Magari adesso con la scusa che tra Italia e Germania i rapporti sono ai minimi termini. Sta di fatto che Ita è ancora lì, sotto l’ala protettiva dello Stato e le scorribande della politica determinata a scongiurarne la privatizzazione. Che, se non arriva, richiederà presto un altro pompaggio di denaro pubblico, che va ad aggiungersi agli oltre 15 miliardi che i contribuenti hanno pagato nel corso degli anni per volare italiano.

Mediobanca, con chi si schiererà la cassaforte dei Benetton?

Voltando pagina, l’altra partita che arriva a compimento è la presentazione della lista di minoranza che si confronterà con quella del consiglio di amministrazione per il rinnovo dei vertici di Mediobanca. È una lista di cinque nomi che sta molto sulle Generali, nel senso di assicurazioni. Combattenti e reduci eredi (ma forse sarebbe meglio dire Erede) della battaglia per sovvertire gli assetti del più importante gruppo finanziario del Paese. C’è Massimo Lapucci, ex segretario della Fondazione Crt schieratasi all’epoca con Caltagirone e Del Vecchio.. E poi Sandro Panizza, ex top manager di Generali, e Sabrina Pucci, già consigliera del Leone ed ex consorte dell’attuale amministratore delegato di Edizione Enrico Laghi. Il riferimento parentale viene buono non per metere il dito tra moglie e marito ma solo per la curiosità di sapere con chi si schiererà la cassaforte dei Benetton, che ha in pancia un 2 per cento di Mediobanca, non noccioline, specie se i contendenti dovessero giocarsela sul filo.

Aponte in Italo e la partita Mediobanca, sussulti di capitalismo privato
Alessandro Benetton (Imagoeconomica).

Il ddl capitali dove Fazzolari spinge e Giorgetti frena

Alessandro, il leader della famiglia, all’indomani della guerra su Trieste, dove dopo qualche titubanza si era schierato con la coppia Del Vecchio-Caltagirone, aveva dato all’ad di Piazzetta Cuccia Alberto Nagel garanzie sulla tenuta dell’attuale governance. Laghi, invece, aveva rimandato la resa dei conti alla imminente assemblea di fine ottobre, considerando Mediobanca e non Generali (di cui peraltro è azionista di riferimento) la madre di tutte le battaglie. Non la pensa così Caltagirone, che pone tutte le sue speranze di rivincita sul colosso triestino sul prossimo rinnovo dei vertici, nel 2025. Giusto in tempo, quindi, per approvare un ddl capitali molto penalizzante nei confronti delle liste del cda e molto favorevole nei confronti delle minoranze. Forse troppo, esagerando. Se n’è accorto il Mef, e infatti il ministro Giancarlo Giorgetti vuole modificarlo. Non solo per questo, in verità. Il ddl capitali nella sua attuale versione gode del convinto avvallo di Palazzo Chigi via l’autorevole imprimatur di Giovambattista Fazzolari, sottosegretario e braccio destro (e anche un po’ sinistro) della premier. Ma con l’aria che tira nei rapporti tra Fratelli d’Italia e la Lega non è affatto detto che la cosa passi liscia.

Lo spread, l’indebitamento italiano e la tempesta perfetta sull’Eurozona

Quando al timone dell’Italia c’è un governo di centrodestra e lo spread si scalda, subito il riflesso pavloviano è automatico: 2011, tempesta finanziaria, crollo dell’esecutivo, fine politica di Silvio Berlusconi. Ora che siamo nel 2023, la situazione non sembra la stessa ma gli scossoni sotto Giorgia Meloni cominciano a farsi sentire. Cosa sta succedendo realmente? Il mercato obbligazionario dell’Eurozona è agitato per via di rendimenti su livelli che non si vedevano da 10 anni: i titoli di Stato sprofondano, mentre lo spread si allarga. Nella giornata di giovedì 28 settembre, quando il rendimento dei Btp ha sfiorato il 5 per cento, l’ormai famigerato differenziale tra Btp e Bund tedeschi è schizzato in modo allarmante oltre la soglia psicologica dei 200 punti, per poi chiudere a 193. L’approvazione da parte del governo Meloni della Nadef, la Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza, non ha riacceso la fiducia dei mercati verso il nostro Paese. Tutt’altro: anche secondo il Financial Times la crescita del mercato dei bond europei è causato principalmente dai progetti di maggior indebitamento illustrati dal nostro ministro del Tesoro Giancarlo Giorgetti alla Camera.

Come l’indebitamento italiano influisce sullo spread tra Btp-Bund e sul mercato obbligazionario dell'eurozona.
Giancarlo Giorgetti (Ansa).

Il deficit in rialzo dell’Italia e il debito pubblico stabile preoccupano l’Europa

Giorgetti ha annunciato che per il 2024 è stato fissato un rapporto deficit/Pil al 4,3 per cento, ben superiore dunque al limite del 3 per cento previsto dai Trattati dell’Unione europea. La decisione permetterebbe di mantenere gli interventi essenziali a favore dei redditi medio-bassi, insieme a consistenti stanziamenti per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego. Il deficit in rialzo fa paura all’Europa, insieme al debito pubblico previsto stabile al 140 per cento, perché attorno ci sono altri elementi di incertezza. Per esempio le previsioni sulla crescita economica, giudicate (troppo) ottimistiche. E un possibile incremento delle emissioni, su un mercato che potrebbe non essere in grado di assorbire l’offerta. E così il 28 settembre i prezzi dei titoli di Stato europei sono crollati bruscamente, su un mercato obbligazionario già turbato dalla decisione della Banca centrale europea di aumentare ancora i tassi di interesse per abbassare l’inflazione.

Come l’indebitamento italiano influisce sullo spread tra Btp-Bund e sul mercato obbligazionario dell'eurozona.
Piazza Affari, Milano (Ansa).

Dalla Francia alla Spagna, la spia rossa dello spread si è accesa dappertutto

La spia rossa dello spread si è accesa in tutta Europa. In Italia, come detto, il rendimento a 10 anni è salito di 0,12 punti percentuali fino al 4,89 per cento, il livello più alto dal 2013, per uno spread schizzato sopra i 200 punti. Ma dal 2,83 al 2,93 per cento sono saliti anche i rendimenti degli stessi Bund tedeschi, benchmark su cui vengono calcolati gli spread dei titoli degli altri Paesi dell’eurozona. In Francia, dove il governo è stato criticato dall’autorità di vigilanza fiscale per non aver tagliato la spesa pubblica abbastanza da evitare di violare le regole fiscali dell’Ue nel 2024, il rendimento a 10 anni è balzato a oltre il 3,5 per cento, livello più alto dal 2011. Ai massimi da un decennio anche i titoli di Stato in Spagna, saliti oltre il 4 per cento. Piet Haines Christiansen, direttore della ricerca sul reddito fisso alla Danske Bank, ha detto al Financial Times che il mercato obbligazionario si trova nel pieno di una «tempesta perfetta», in cui il sell-off delle obbligazioni è stato guidato dalle revisioni dei deficit di Italia e Francia, dagli alti tassi di interesse e dall’aumento del prezzo del petrolio. Tra l’altro non si parla solo di Eurozona, visto che i rendimenti decennali sono aumentati leggermente anche nel Regno Unito, così come negli Stati Uniti.

Come l’indebitamento italiano influisce sullo spread tra Btp-Bund e sul mercato obbligazionario dell'eurozona.
Un operatore di Borsa segue l’andamento dello spread (Ansa).

Il differenziale è schizzato molto in alto, ma non deve far preoccupare (per ora)

Il differenziale tra i Btp italiani decennali e i Bund tedeschi è l’indicatore che si muove quando cambia la percezione dei mercati rispetto al rischio Paese. Gli investitori internazionali guardano sempre con una certa cautela verso l’Italia, che si porta dietro il peso di un debito storicamente troppo alto rispetto al Pil. In questo caso, sottolineano da più parti gli analisti, il balzo in alto dello spread non deve far preoccupare eccessivamente: il governo gode infatti di una maggioranza solida e i fondamentali dell’economia sono migliori rispetto al 2011, quando si verificò la pesante crisi del debito sovrano italiano. Secondo l’economista e professoressa della London Business School Lucrezia Reichlin, interpellata da La Stampa, il pericolo maggiore arriverà nel 2024: «Credo che la reazione dei mercati sia temporanea, ma questo dipenderà anche dalla reazione della Commissione e dei partner europei. Gli investitori non apprezzano le tensioni tra l’Italia e l’Europa. Il ministro Giorgetti ha detto di non voler fare nulla di pro-ciclico, ma l’anno prossimo l’economia andrà peggio».

Cosa frulla nella mente di Francesco Milleri sulla partita Mediobanca

In un’italica finanza di calma relativamente piatta, l’unica increspatura arriva dalla partita Mediobanca. Non è uno scontro epocale, ma è comunque una vicenda che tocca gli equilibri del sistema. Nella banca che fu di Enrico Cuccia governa da tempi immemori una diarchia la cui amalgama ha sin qui retto a tutte le forze d’urto che hanno tentato di disgregarla. Riducendo a miti consigli anche chi, come Cesare Geronzi, sulla carta era un avversario nettamente più forte.

Tutti pensavano che Milleri si sarebbe accontentato dei dividendi…

Ora, non ci sarebbe nulla di strano che Renato Pagliaro e Alberto Nagel, dopo anni di felice (con)dominio, avessero voglia di fare altro nella vita. Ma siccome non pare sia così, oltre al ricambio generazionale non c’è motivo di eccepire sul fatto che vogliano restare, forti anche di risultati che fanno contenti tutti i soci, compreso chi li vorrebbe cacciare. E qui veniamo al punto. Tutti pensavano che, morto Leonardo Del Vecchio, il suo successore alla guida dell’impero, Francesco Milleri, si sarebbe accontentato di incassare i pingui dividendi che ogni anno gli arrivano da Milano. E questo per diverse ragioni. La prima è che il suo investimento nella storica banca d’affari è sotto tutela della Bce: non può aumentare senza chiederle il permesso, non può ambire a comandare avendo la sua partecipazione carattere esclusivamente finanziario.

Cosa frulla nella mente di Francesco Milleri sulla partita Mediobanca
Alberto Nagel e Renato Pagliaro (Imagoeconomica).

Nel mirino c’è Pagliaro, reo di essersi messo di traverso a Del Vecchio

Piccolo antefatto per capire gli sviluppi. Del Vecchio aveva cominciato a scalare Mediobanca per uno sghiribizzo di pancia. Voleva diventare il padrone dello Ieo, l’istituto europeo di oncologia nato e cresciuto sotto l’egida di Mediobanca, ma proprio Pagliaro gli ha sbarrato la strada. Da allora il patron di Luxottica, invece che abbozzare e godersi soldi e successo, s’è messo in testa di scalare Piazzetta Cuccia. Puntando proprio Pagliaro, reo di esserglisi messo di traverso. Fedele alle consegne e ai rancori del fondatore, in questo suo tentativo di rovesciare la governance dell’istituto, Milleri ha messo nel mirino proprio Pagliaro, non l’ad Nagel. Ma, come è noto, la ricerca di un’alternativa che mettesse d’accordo i contendenti non è andata a buon fine. Ci voleva un personaggio super partes, che piacesse a tutti. Ma se ne sono trovati solo di partes.

I figli di Leonardo però sconfessano la linea sul dossier

Alla vigilia del deposito della lista per il nuovo consiglio di amministrazione, resta ora solo da vedere se quella che competerà con quella collaudata del cda sarà lunga o corta. Sempre, è bene ricordarlo, di minoranza, anche se avere cinque consiglieri al posto di due qualche fastidio ai guidatori lo può dare. Intanto però sul fronte degli attaccanti si è levato un fuoco amico. Tre dei sei figli di Leonardo si sono rivolti a Delfin, la finanziaria della famiglia che ha in portafoglio le azioni Mediobanca, per sapere se le mosse di Milleri siano state autorizzate dal cda o siano il frutto di una sua personale iniziativa. Una sconfessione, insomma, del suo operato sul dossier.

Cosa frulla nella mente di Francesco Milleri sulla partita Mediobanca
Francesco Milleri con Leonardo Del Vecchio, morto il 27 giugno 2022 (Imagoeconomica).

Un malessere sulla questione ereditaria che non guarisce

Avrebbero sicuramente preferito una soluzione diversa, per esempio la distribuzione pro quota agli eredi delle azioni in modo che ognuno ne avrebbe disposto a piacimento. Questa guerra, ai loro occhi, non s’aveva da fare. L’iniziativa è la spia di un malessere sulla questione ereditaria nato all’indomani della morte di Leonardo, in particolare sui 360 milioni che il fondatore ha lasciato al suo braccio destro Milleri. Il quale, invece che cercare di calmare le acque, le ha agitate ancora di più chiedendo alla famiglia di essere sgravato anche dai 50 milioni di tasse che deve al Fisco. Risultato? Spaccatura con il manager ma anche interna al clan Del Vecchio, dove i figli sono equamente divisi tre contro tre, con il primogenito Claudio che tenta di ricucire e il più giovane, Leonardo Maria, che lavora in Luxottica, schierato decisamente con il suo ad.

Cosa frulla nella mente di Francesco Milleri sulla partita Mediobanca
Leonardo Maria Del Vecchio con la ex moglie Anna Castellini Baldissera (Imagoeconomica).

Leonardino aveva provato a imparentarsi con Mediobanca con un matrimonio

Leonardino, per curiosità, si era simbolicamente imparentato con Mediobanca sposando la nipote di Vincenzo Maranghi, per oltre 40 anni il più fedele collaboratore di Cuccia. Ma il matrimonio è durato molto meno di un segretario del Pd, e lui forte di prestanza ed esuberanza è tornato a popolare le pagine dei settimanali di gossip con le sue nuove conquiste. Aveva in verità anche rilasciato una seriosa intervista al Corriere della sera, in cui oltre a supportare incondizionatamente Milleri si era spinto a dire che tutti in famiglia condividevano l’assunto. Come si vede, non era proprio così.

Lo spread schizza a 200 e mette sotto pressione il governo Meloni

Tira una brutta aria sul governo Meloni, ed è vento di tempesta finanziaria. I mercati sono tornati a mettere sotto pressione l’Italia dopo il varo della Nadef, la Nota di aggiornamento di economia e finanza in cui è stato stimato un innalzamento del rapporto deficit/Pil, che passa dal 4,5 per cento del Def al 5,3 per cento. In più ci si è messo anche il debito pubblico, che come ha comunicato la Banca d’Italia è aumentato a luglio 2023 di 10,4 miliardi rispetto a giugno, risultando pari a 2.858,6 miliardi di euro. Risultato? Il ritorno dei vecchi fantasmi dello spread, che fecero crollare l’ultimo governo Berlusconi a fine 2011. Il differenziale tra Btp e Bund tedeschi è salito toccando i 200 punti base. Un livello che non si vedeva da febbraio. Il rendimento del decennale italiano è al 4,94 per cento. La cartina di tornasole del “rischio” Paese ci sta comunicando qualcosa. E per Giorgia Meloni non sono buone notizie.

Bce, Lagarde: «Per chi ha mutui a tasso variabile è dura»

La presidente della Bce Christine Lagarde, nel rispondere agli eurodeputati della commissione Econ a Bruxelles, ha dichiarato: «Il 30 per cento delle famiglie negli Stati membri hanno mutui a tasso variabile. È dura, lo sappiamo». L’argomento è stato il rialzo dei tassi d’interesse e Lagarde ha lanciato un messaggio, sottolineando che «abbiamo bene in mente quanto dolore infliggono».

Bce, Lagarde «Per chi ha mutui a tasso variabile è dura»
La presidente della Bce Christine Lagarde (Getty Images).

Lagarde: «Nostro dovere riportare l’inflazione all’obiettivo»

La presidente ha poi aggiunto: «Sappiamo anche che il prezzo della benzina alla pompa e i prezzi dell’energia in generale pesano fortemente sulle famiglie a basso reddito. Lo sappiamo, ma sappiamo anche che la nostra missione, il nostro dovere è riportare l’inflazione all’obiettivo in maniera tempestiva. Più rapidamente ci tornerà e più stabili torneranno i prezzi, meno dura sarà andare avanti, sia per coloro che hanno investito sia per coloro che si sono indebitati». E guardando al prossimo futuro ha continuato «stiamo conducendo una revisione completa del quadro operativo per la gestione dei tassi di interesse a breve termine, valutando i costi e i benefici dei regimi alternativi. Il nostro obiettivo è concludere questa revisione entro la primavera del 2024 e, ovviamente, riferiremo a questa commissione sui risultati».

Bce, Lagarde «Per chi ha mutui a tasso variabile è dura»
Christine Lagarde (Getty Images).

Previsto il calo dell’inflazione al 2,1 per cento nel 2025

Lagarde ha parlato poi delle previsioni della Bce sull’inflazione. Dovrebbe «calare dal 5,6 per cento nel 2023 al 3,2 nel 2024 e al 2,1 nel 2025. Sulla base della nostra ultima valutazione, riteniamo che i nostri tassi ufficiali abbiano raggiunto livelli che, mantenuti per un periodo sufficientemente lungo, forniranno un contributo sostanziale al tempestivo ritorno dell’inflazione al nostro obiettivo». E ha concluso: «In ogni caso le nostre decisioni future garantiranno che i tassi di interesse di riferimento della Bce saranno fissati a livelli sufficientemente restrittivi per tutto il tempo necessario. Continueremo a seguire un approccio dipendente dai dati, basando le nostre decisioni sulla nostra valutazione delle prospettive di inflazione alla luce dei dati economici e finanziari in arrivo, delle dinamiche dell’inflazione di fondo e della forza della trasmissione della politica monetaria».

La Bce alza i tassi di un quarto di punto percentuale al 4,50 per cento

La Banca Centrale Europea ha deciso di alzare i tassi d’interesse di un quarto di punto percentuale, portando il tasso sui rifinanziamenti principali al 4,50 per cento, quello sui depositi al 4 per cento e quello sui prestiti marginali al 4,75 per cento. In un comunicato, la Bce ha sottolineato che se i tassi «resteranno così a lungo», l’inflazione «sarà domata». Si tratta del decimo rialzo consecutivo. L’ultimo è stato il 27 luglio scorso, quando il tasso è stato portato dal 4 al 4,25 per cento, con un aumento di 25 punti base anche in quel caso.

La Bce: «Approccio guidato dai dati»

La Banca Centrale Europea ha spiegato che il Consiglio direttivo «ritiene che i tassi di interesse di riferimento della Bce abbiano raggiunto livelli che, mantenuti per un periodo sufficientemente lungo, forniranno un contributo sostanziale a un ritorno tempestivo dell’inflazione all’obiettivo. Le decisioni future del Consiglio direttivo assicureranno che i tassi di interesse di riferimento della BCE siano fissati su livelli sufficientemente restrittivi finché necessario». Il Consiglio «continuerà a seguire un approccio guidato dai dati nel determinare livello e durata adeguati della restrizione».

Mediobanca, i desiderata di Milleri e la partita su Pagliaro

Ci fosse ancora Enrico Cuccia, o il suo fedele scudiero Vincenzo Maranghi, a calpestare i corridoi del piano nobile di via Filodrammatici ora Piazzetta titolata al fondatore, la partita si sarebbe risolta in un attimo. O forse non si sarebbe nemmeno giocata perché, si sa, dentro le mura di quel palazzo valeva la regola per cui i numeri si pesano, non si contano. E soprattutto, almeno nel caso della autorevole maison, sono i controllati a comandare sui controllori. È vero, quella Mediobanca da tempo non c’è quasi più, eppure lo spirito che per decenni l’ha pervasa è duro a morire: indipendenza dei manager corroborata da ottimi risultati, autonomia dalla politica. Nonché appunto dagli azionisti, fossero le tre banche pubbliche di una volta (Roma, Comit e Unicredit) o i nuovi barbari alle porte – citazione in omaggio alla visita di Henry Kravis, una delle mitiche due K di Kkr, a Milano – che al momento vestono i panni più rassicuranti di Francesco Milleri, erede designato da Leonardo Del Vecchio al comando di Luxottica.

Mediobanca, i desiderata di Milleri e la partita su Pagliaro
Piazzetta Cuccia (Imagoeconomica).

L’idea osé di Milleri: indicare il nuovo presidente

Ora succede che, in vista della scadenza ottobrina del cda della più blasonata banca d’affari italiana, il nuovo re Mida di Agordo si sia messo in testa non di comandare, che sarebbe pretesa velleitaria con la Bce che fucile puntato ne controlla le mosse, ma di contare di più. Ha il 20 per cento, e vorrebbe non solo che il nuovo consiglio ne tenesse conto, richiesta più che legittima, ma che come segno tangibile gli riconoscesse il diritto di indicare il presidente. Un’idea talmente osé per l’aurea tradizione dell’istituto che solo a evocarla i numi dell’Olimpo mediobanchesco scagliano fulmini e saette. Anche perché colui che da quasi 20 anni è seduto su quella poltrona passa come il custode del suo spirito primigenio, il depositario delle tavole della legge ricevute in punto di morte da Maranghi, che a sua volta le aveva avute da Cuccia e se possibile le aveva interpretate ancora più rigidamente di quanto avesse fatto il fondatore. Il colui si chiama Renato Pagliaro: ha messo piede per la prima volta in Mediobanca nel 1981 (Piero Angela esordiva con Quark, Alfredino rimaneva vittima del pozzo e Indiana Jones debuttava al cinema) e da allora non è più uscito. E non dovrebbe uscirci nemmeno col prossimo rinnovo del cda, perché al momento non c’è un candidato alternativo che lo possa insidiare.

Mediobanca, i desiderata di Milleri e la partita su Pagliaro
Renato Pagliaro e Alberto Nagel (Imagoeconomica).

Da Grilli a Pignatti, da Valeri a Grieco, i candidati scartati

Pagliaro, per chiarire, oltre che il garante di un’ortodossia se pur mitigata dall’usura del tempo, non è un presidente di rappresentanza. È uno che conosce a menadito la delicata macchina della governance dell’istituto, che cavalca le onde perigliose di statuti, comitati, clausole, patti e contro patti almeno quanto gli piace fare su strada con la sua Harley-Davidson. Si capisce bene perché Alberto Nagel, l’amministratore delegato altro prodotto del vivaio interno, non vi voglia rinunciare a cuore leggero. Anche se, fedele a uno dei comandamenti della casa, l’interesse dell’istituzione mai può essere sacrificato a quello del singolo. E infatti, da quando è cominciato il balletto sui futuri equilibri, Pagliaro invita Nagel ad avere in tasca un piano B che preveda la loro separazione. Ma il secondo non ci sente, aiutato anche dal fatto che i nomi proposti da Milleri sono stati respinti al mittente come “unfit”. Certo che se butti nella mischia uno dei tuoi storici consulenti, l’ex ministro Vittorio Grilli, ora banchiere di vaglia con JPMorgan e idolo di tutti i mariti italiani per una sentenza sul suo divorzio che ha fatto cassazione, il no è automatico. Altri papabili sono durati meno dello spazio di un mattino: Vittorio Pignatti, già in consiglio ed ex protagonista della Lehman Brothers italiana nei suoi anni ruggenti; Flavio Valeri, che fu capo di Deutsche Bank in Italia e dava del tu a Merkel; infine Patrizia Grieco, che sarebbe stata la prima volta di una donna alla presidenza in una banca dove, nonostante la divisione di genere ottemperi alle buone pratiche, il comando è maschio al punto che ci si ricorda della moglie del fondatore, al cui fianco mai compariva, solo per la bizzarria del nome: Idea Nuova Socialista. Per mettere d’accordo tutti ci vorrebbe, spiegano gli esegeti, una figura a cui non si può dire di no, tipo Mario Draghi se l’ex premier non avesse deciso di giocarsi un’altra partita altrove. Ma tirarlo fuori è come trovare un ago nel pagliaio. Anzi, nel Pagliaro, che quindi a due settimane dal deposito delle liste resta di gran lunga il favorito.

Mediobanca, i desiderata di Milleri e la partita su Pagliaro
Vittorio Grilli (Imagoeconomica).

Le richieste di Milleri sembrano pensate per scatenare la bagarre

Però la tigna di Milleri, che forse inizialmente è stato sottovalutato, ha sorpreso un po’ tutti. Si pensava che, morto Del Vecchio, il manager umbro tenesse la pratica in letargo e si limitasse a godere dei pingui dividendi che gli arrivano da Milano. In fondo l’aveva ereditata per un’impuntatura del re degli occhiali, che voleva mettere le mani sullo Ieo, l’Istituto oncologico (altra creatura di Cuccia gelosamente affidata alle cure di Pagliaro), ed è stato respinto senza complimenti. Si pensava che avesse beghe in casa sua tali da dissuaderlo a fare battaglie fuori, visto che almeno quattro eredi Del Vecchio: Clemente, Luca, la moglie Nicoletta Zampillo e il di lei primo figlio Rocco Basilico non hanno ancora digerito il lascito monstre di 360 milioni di euro lasciatigli dal padre-marito. E soprattutto che il Milleri ci abbia aggiunto a carico anche 51 milioni di tasse. Invece, e nel distretto della finanza meneghina si sussurra anche perché spinto dal sempre pugnace Sergio Erede, lo storico avvocato del gruppo, il manager ha alzato il tiro con richieste (presidente, radicale rinnovamento e non maquillage del cda) che sembravano pensate apposta per farsi dire di no. E dunque scatenare la bagarre. Come andrà a finire lo si scoprirà presto. Per ora grandi brividi non ne corrono, se non sapere cosa sceglierà Agordo: lista lunga o lista corta, sempre di minoranza ovviamente se no chi li sente a Francoforte.

Mediobanca, i desiderata di Milleri e la partita su Pagliaro
Francesco Milleri (Imagoeconomica).

Il silenzio del convitato di pietra Caltagirone

Dimenticavamo. Nella vicenda c’è anche un altro protagonista, un convitato di pietra che per ora resta silente, senza però rinunciare a muoversi sottotraccia. In fondo lui, Francesco Gaetano Caltagirone, ha sempre sostenuto che la partita che gli interessava si giocava a Trieste e non a Milano, per quanto Generali e Mediobanca abbiano un rapporto di colleganza simile a quello della conchiglia col paguro bernardo. In fondo controlla pur sempre il 10 per cento dell’istituto, quindi impensabile possa restare indifferente. Ma siccome è dotato, oltre che di tanti soldi, di raffinata sagacia, si guarda bene dall’infilarsi in una tenzone il cui esito rischia di evocare gli spettri della battaglia persa a Trieste. Del resto gioca sui tempi lunghi, convinto che l’allora vittoria di Piazzetta Cuccia in Generali sia di Pirro e che inevitabilmente, basta saper attendere, gli assetti di quella che una volta si chiamava la galassia del Nord siano destinati a cambiare. Viene in mente di quando Maranghi, ogni volta che Mediobanca era sotto schiaffo (vuoi per la politica, vuoi per l’intraprendenza di qualche capitalista di ventura poi finito male), riversava su Cuccia le sue paure. Che il grande vecchio bonariamente irrideva. «Caro Vincenzo, è caduto l’impero romano vuole che non cada Mediobanca?». Sì, cadrà certamente anche Mediobanca, almeno questa che per certi versi, almeno nei suoi uomini, mantiene un filo con la stagione che fu. Ma non adesso, si dia tempo al tempo. Intanto i barbari alle porte devono restare ancora accampati ad aspettare.

Mediobanca, i desiderata di Milleri e la partita su Pagliaro
Francesco Gaetano Caltagirone (Imagoeconomica).

Le quotazioni di Borsa italiana e spread del 6 settembre 2023

Dopo una giornata da venti di recessione, con tutte le Borse europee deboli e Milano che ha chiuso la seduta a Piazza Affari di qualche frazione positiva, Tokyo inizia gli scambi col segno più. Hong Kong, invece, torna in territorio negativo, condizionata dalle perdite di Wall Street e dal rialzo delle quotazioni del petrolio. Le peggiori martedì sono state Parigi e Francoforte, che hanno ceduto lo 0,3 per cento finale, con Madrid in ribasso dello 0,2. Più caute Londra, che ha chiuso in calo dello 0,1 per cento, e Amsterdam, che ha concluso sui livelli della chiusura della vigilia.

I valori delle Borse e dello spread in tempo reale

4.11 – Hong Kong negativa, apre a -0,28%

La Borsa di Hong Kong torna agli scambi in territorio negativo, condizionata dalle perdite di Wall Street e dal rialzo delle quotazioni del petrolio che potrebbero riversare nuove tensioni sulla dinamica dei prezzi: l’indice Hang Seng cede nelle prime battute lo 0,28%, scivolando a 18.405,09 punti. Il Composite di Shanghai perde nei primi minuti di contrattazione lo 0,42% a 3.141,24 punti, mentre quello di Shenzhen cede lo 0,54% scivolando a quota 1.959,54.

2.42 – Tokyo, apertura in rialzo (+0,27%)

La Borsa di Tokyo inizia gli scambi col segno più, proseguendo la serie di sette rialzi consecutivi grazie allo yen debole e malgrado la contrazione degli indici azionari statunitensi penalizzati dall’aumento delle quotazioni del petrolio. In apertura l’indice di riferimento Nikkei avanza dello 0,27% a quota 33.124,57, aggiungendo 87 punti. Sul fronte dei cambi la divisa giapponese si svaluta sul dollaro a 147,50 e sull’euro a 158,20. Il prezzo del Brent si assesta sopra i 90 dollari per la prima volta da novembre, dopo i tagli alla produzione da qui a fine anno decisi da Arabia Saudita e Russia.

Perché l’imposta straordinaria sulle banche rischia di essere un boomerang

Ogni giorno politici, manager e banchieri d’affari spendono una parte significativa del loro tempo a dialogare con investitori istituzionali esteri, con lo scopo di convincerli a investire nelle aziende del nostro Paese. In primis perché la gran parte sono realtà eccezionali, leader globali in settori di nicchia, fondate da imprenditori unici: creativi, competenti e appassionati. La principale perplessità che devono affrontare riguarda l’incertezza delle regole nel nostro Paese e le ripercussioni che ne derivano sullo scenario, a cominciare dall’impatto di repentini e inaspettati cambiamenti delle regole fiscali.

L’annuncio dell’imposta straordinaria sulle banche disincentiva gli investitori esteri 

La manovra del governo annunciata lunedì sulla tassazione degli extra profitti delle banche avrà un effetto negativo sulla disponibilità degli investitori esteri ad allocare risorse sul nostro Paese. Molti di loro si chiederanno perché devono continuare a investire in azioni di aziende bancarie italiane invece che in quelle dei concorrenti francesi e tedeschi, svizzeri o americani. La sensazione è che i cali azionari di martedì 8 agosto siano la logica reazione degli investitori esteri che hanno risposto a questa domanda alleggerendo le posizioni sui titoli bancari italiani.

Perché la tassazione degli extraprofitti rischia di essere un boomerang
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Le alternative per salvaguardare mutui e potere d’acquisto

Il fine del governo è corretto: bisogna salvaguardare il diritto alla prima casa e il potere di acquisto delle famiglie, con particolare riguardo a quelle meno abbienti; ma i modi non sono quelli giusti, in un’economia di mercato e in un contesto internazionale dove gli investitori, se si sentono toccati, hanno sempre tante alternative su cui dirottare i loro soldi. Ad esempio si sarebbe potuto fissare un tetto ai tassi dei mutui in funzione dello spread sulla remunerazione dei depositi bancari. E in aggiunta semplicemente chiedere a Poste Italiane spa di remunerare i depositi, per esempio al 3 per cento; in tal modo si sarebbe potuta fare una legge ad hoc per consentire la migrazione dei conti in automatico, incentivando così le banche a remunerare adeguatamente i depositi con un’operazione di mercato. Il rischio è che per risolvere un obiettivo problema delle famiglie italiane se ne crei un altro di dimensioni altrettanto rilevanti.

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Borsa, effetto extraprofitti sulle banche: Milano maglia nera d’Europa

È Milano la maglia nera tra le Borse europee nel giorno della tassa sugli extraprofitti delle banche annunciata con il ‘decreto asset’ dal governo Meloni e presentato a sorpresa dal vicepremier Matteo Salvini. L’indice Ftse Mib ha ceduto a fine seduta il 2,12 per cento a 27.942 punti, tra scambi fiume per 3,54 miliardi di euro di controvalore, nonostante il periodo di ferie estive, bruciando in tutto 27,71 miliardi. Quasi un terzo di questi dalle banche, che hanno perso quasi 9 miliardi (8,96 per la precisione) in termini di capitalizzazione di Borsa. Nel dettaglio, Bper ha ceduto il 10,94 per cento, Mps il 10,83 , Fineco il 9,91, Banco Bpm il 9,09, Intesa l’8,67 , Mediolanum il 5,96 e Unicredit il 5,94 per cento. Più caute Banca Generali (-3,14 per cento), Mediobanca (-2,48 per cento) e Banca Sistema (-1,55 per cento), che prevede un effetto «quasi nullo» della tassa. Ha perso ancora meno Poste (-1,4), che effettua anche servizi bancari.

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Il listino di Piazza Affari ha risentito parzialmente anche del calo del greggio nel corso della seduta, attenuatosi poi a scambi chiusi durante la sessione americana (Wti -0,13 per cento a 81,83 dollari al barile). Saipem ha ceduto il 2,44 per cento ed Eni lo 0,38 per cento, mentre si è mossa in controtendenza Tenaris (+0,4 per cento), favorita però dal calo dell’acciaio (-0,89 per cento a 3.684 dollari la tonnellata). Segno meno anche per Stellantis (-1,4 per cento), in linea con l’andamento del settore in Europa. Pochi i rialzi, limitati a Recordati (+2,49 per cento), Tim (+2,17), Hera (+1,93), A2a (+1,82), Amplifon (+1,51), Italgas (+1,38), Erg (+1,07), Snam (+0,77) e Terna (+0,58).

In calo anche le principali Borse europee

Hanno chiuso la seduta in calo le principali Borse europee. Parigi ha ceduto lo 0,69 per cento a 7.269 punti, Londra lo 0,36 per cento a 7.527 punti, Francoforte l’1,1 per cento a 15.774 punti e Madrid lo 0,68 per cento a 9.294 punti. In rosso anche gli indici Usa: il Dow Jones a -1,18 per cento e il Nasdaq a -1,6 per cento.

 

Crolla Piazza Affari: le banche bruciano 9 miliardi in Borsa dopo l'annuncio della tassa sugli extraprofitti
Il Palazzo Mezzanotte sede della Borsa Italiana a Milano (ANSA).

Il differenziale tra Btp e Bund chiude a 165,5 punti

Ha chiuso in rialzo a 165,5 punti il differenziale tra Btp e Bund decennali tedeschi, contro i 165 punti segnati nella vigilia in chiusura. In ribasso di 13,4 punti il rendimento italiano al 4,11 per cento. Identico il calo del rendimento dei titoli tedeschi, sceso al 2,46 per cento.

Mediobanca e Generali: le manovre di Delfin e Caltagirone

Gli sconfitti lo scorso anno nella battaglia per il controllo delle Generali non si sono certo rassegnati. Così, complice l’autorizzazione data alla Delfin della famiglia Del Vecchio per poter salire fino al 20 per cento della compagnia triestina, si è tornati a speculare di grandi manovre. Nel mirino ci sono Renato Pagliaro, presidente di Mediobanca, e Philippe Donnet, ceo di Generali. Il primo per l’ortodossia che ha incarnato in questi anni, e che ne ha fatto il vero integerrimo custode dell’istituto di Piazzetta Cuccia. Il secondo per l’autonomia con cui ha fieramente gestito la compagnia, specialmente dopo il complicato rinnovo al vertice. L’autorizzazione da parte di Delfin, richiesta all’Ivass, per salire fino al 20 per cento delle Generali è il risultato di una mera tecnicalità, la conseguenza cioè del piano di buy back avviato dalla compagnia nell’agosto del 2022 e implementato nei mesi successivi. Avendo involontariamente superato la soglia del 10 per cento la holding della famiglia Del Vecchio, su spinta anche del suo legale Sergio Erede, ha approfittato della situazione e ha bussato alla porta dell’authority di controllo del settore per ottenere l’autorizzazione a salire nel capitale.

Mediobanca e Generali: le manovre di Delfin e Caltagirone
Philippe Donnet, ceo di Generali (Imagoeconomica).

In Mediobanca Caltagirone e Delfin spingono per sostituire Pagliaro con Grilli

La spiegazione però convince pochi operatori. E non solo perché da una holding con 12 miliardi di attivi non ci si aspettano sviste di questo tenore, ma soprattutto per la tempistica dell’annuncio. In primo luogo il ceo Donnet, la cui rielezione lo scorso anno fu duramente osteggiata da Del Vecchio e da Francesco Gaetano Caltagirone, è quasi arrivato a metà mandato, una scadenza solitamente molto sensibile per i top manager. E quindi i due soci starebbero già ragionando sulla sua successione. Secondariamente per il fatto che fra tre mesi l’assemblea di Mediobanca (di cui Delfin detiene il 19,8 per cento e Caltagirone quasi il 9,9) dovrà eleggere il nuovo consiglio di amministrazione. Mettendo in fila questi elementi, qualche analista ha dato una lettura alternativa alla scelta di Delfin: una mossa segnaletica da leggere alla luce delle partite in corso. La scadenza più immediata è quella di ottobre, quando verrà eletto il nuovo board di Piazzetta Cuccia. L’esito della partita dipenderà dalle decisioni dei due principali azionisti che, dal 2019 a oggi, hanno rastrellato quasi un terzo delle azioni della blasonata banca d’affari milanese. Il mercato non si augura una nuova proxy fight dopo quella combattuta l’anno scorso in Generali, ma la convergenza su una lista unica appare al momento in salita. Caltagirone e Delfin chiedono subito la sostituzione del presidente Pagliaro al cui posto vorrebbero mettere Vittorio Grilli. Sarà un caso, ma proprio ieri in audizione alla Commissione finanze del Senato l’ex ministro del Tesoro ora banchiere per JP Morgan si è schierato sulle posizioni espresse nella medesima sede da Caltagirone che aveva definito «autocratiche» le liste proposte dal cda.

Mediobanca e Generali: le manovre di Delfin e Caltagirone
Renato Pagliaro presidente di Mediobanca (Imagoeconomica).

Senza una convergenza, sull’asse Milano-Trieste ci sarà di nuovo la guerra

Ma togliere Pagliaro (che prenderebbe il posto di Carlo Cimbri alla presidenza dello Ieo, l’Istituto europeo di oncologia nato su iniziativa di Enrico Cuccia e del professor Umberto Veronesi) potrebbe rivelarsi una mossa rischiosa per Nagel e per la stessa Mediobanca. Si arriverà a un accordo? Non è un mistero che sul tavolo della trattativa ci sia ancora Banca Generali. Dossier che potrebbe riprendere quota prima dell’assemblea ottobrina di Piazzetta Cuccia, con il beneplacito dei grandi soci e dello stesso Donnet. Le parti da tempo, al di là delle dichiarazioni ufficiali, si stanno parlando ma trovare la quadra non è facile. Per suggellare la pace, manca un passo indietro di Mediobanca che ridisegni gli assetti di controllo di Trieste e l’uscita di Pagliaro. In questo contesto la mossa di Delfin può essere letta come un avviso ai naviganti: se non ci sarà spazio per una convergenza, sull’asse Milano-Trieste ci sarà di nuovo la guerra. Un segnale credibile per i mercati? Si vedrà, anche se la débâcle del 2022 pone una pesante ipoteca sull’ipotesi di una nuova proxy fight nella galassia. Brandendo la possibilità di salire al 20 per cento Delfin starebbe in realtà puntando a un armistizio. Difficile infatti che il governo accetti la finanziaria, guidata da Milleri, come garante dell’italianità della compagnia. Tutti sanno che la dinastia Del Vecchio è divisa e tre eredi hanno contestato il testamento del fondatore Leonardo. Poi affidare il 20 per cento delle Generali a Delfin sarebbe una mossa pericolosa visto che la finanziaria potrebbe venderla in qualsiasi istante a una compagnia concorrente o a un fondo private equity. Da ultimo, in parlamento si dibatte ancora su un intervento in materia di liste del cda e a Palazzo Chigi c’è un governo attento agli assetti di controllo delle big corporate e alle eventuali ingerenze straniere. Un segnale credibile per i mercati? Si vedrà. La parola, comunque, adesso passa a Nagel che nei lunghi anni alla guida di Mediobanca ha mostrato capacità di difesa non comuni che gli hanno sempre consentito di respingere i tentativi di chi metteva in discussione il suo ruolo.

Del Vecchio, Milleri e Bardin vogliono farsi pagare pure le tasse sull’eredità

Avranno pure intenzione di scalare le Generali, ma prima in casa Del Vecchio c’è qualcosina da mettere a posto. E non di poco conto. Quel qualcosina è la miliardaria eredità lasciata dal fondatore Leonardo alla sua morte, avvenuta nel giugno dell’anno scorso. Avendo sei figli avuti da mogli diverse, e alcuni manager di fiducia da premiare (a cominciare dall’amministratore delegato Francesco Milleri cui ha voluto assegnare un generosissimo lascito, nella fattispecie un pacchetto di azioni EssiLux del valore di 340 milioni di euro) si capisce bene che il passaggio dei beni rischia di scontentare più di qualcuno e scombinare i delicati assetti seguiti all’uscita di scena del re degli occhiali.  Gli eredi mugugnano, non vorrebbero farsi carico del lascito a Milleri, che proprio in questi giorni si è visto bocciare una richiesta di un rimborso da 56 milioni di euro su cui più avanti ci soffermeremo.

Del Vecchio, Milleri e Bardin vogliono farsi pagare pure le tasse sull'eredità
Francesco Milleri (Imagoeconomica).

Escluse dai crediti le richieste di rimborso delle imposte di successione avanzate da Milleri e Bardin 

Chiaro quindi che ciascuno tenda a cautelarsi, prendendo posizione sulle varie partite creditorie nell’ambito della procedura concorsuale di liquidazione dell’eredità. È il caso di Luca Del Vecchio, 22 anni, bocconiano, uno dei due figli che il re degli occhiali ha avuto da Sabina Grossi, il quinto dei sei in ordine cronologico. Tra tutta la progenie sembra essere quello più attento alla spartizione di un impero che vale almeno 30 miliardi. Ebbene, il giovane Luca ha voluto stilare una classificazione di tutte le dichiarazioni di credito pervenute entro il 24 maggio scorso. Una miriade di richieste. Che vanno da consulenze a spese mediche, parcelle di perizie immobiliari, onorari di avvocati, stipendi e arretrati da saldare, manutenzione dello yacht Moneikos, e via discorrendo. Con l’assistenza del notaio milanese Mario Notari, i crediti sono stati suddivisi per capitoli: crediti per la procedura, crediti sorti per la gestione e il mantenimento dei beni e dei diritti dell’eredità, crediti ereditari, crediti derivanti da legati c.d. “obbligatori”, in sostituzione di legittima, crediti non ammessi al passivo (ossia crediti per i quali è pervenuta dichiarazione di credito, ma che non sono ammessi al passivo del presente stato di graduazione, in quanto ritenuti insussistenti e/o infondati e/o estranei alla procedura di liquidazione concorsuale dell’eredità beneficiata). Ed è quest’ultimo il capitolo che riserva la sorpresa più clamorosa. Anzi, le due sorprese. Perché non ammessa al passivo secondo Luca Del Vecchio, confortato immaginiamo dal parere dei suoi legali, c’è la richiesta avanzata da Milleri di rimborso delle imposte di successione sulle azioni ricevute per un ammontare di 56.156.945 euro. E quella di Romolo Bardin, tra i più stretti collaboratori di Del Vecchio e amministratore delegato di Delfin, la finanziaria cui fanno capo tra gli altri per esempio gli investimenti in Mediobanca e Assicurazioni Generali, la cui richiesta di rimborso è per 580.930 euro a fronte di un pacchetto di azioni pari a circa 3,5 milioni di euro.

Del Vecchio, Milleri e Bardin vogliono farsi pagare pure le tasse sull'eredità
dalla Gazzetta Ufficiale.

In sostanza i due manager vorrebbero che nelle spese di liquidazione di quanto ricevuto rientrasse anche la parte che loro devono versare al fisco. Detto banalmente, vorrebbero che il lascito venisse loro corrisposto al netto delle tasse. Una pretesa francamente discutibile, di cui evidentemente Luca del Vecchio (e vedremo se anche qualcun altro dei fratelli sarà della sua stessa opinione) non ha alcuna intenzione di farsi carico. Del resto Luca non è nuovo al dissenso interno. In occasione dell’ultima assemblea di Mediobanca, come titolare di 50 azioni dell’istituto di Piazzetta Cuccia, ha votato in maniera difforme da Delfin, la finanziaria di famiglia di cui è al 12,5 per cento azionista.

Le mire espansionistiche di Fabrizio Palenzona nel risiko bancario

Una marcia quasi inarrestabile. Dove vuol arrivare Fabrizio Palenzona? Il neopresidente della Fondazione Crt sarà alla guida anche della Consulta delle Fondazioni di origine bancaria del Piemonte e della Liguria. L’elezione è avvenuta nei giorni scorsi all’unanimità dall’assemblea dei soci che riunisce: la Fondazione Compagnia di San Paolo, le Fondazioni Cr Torino, Cuneo, Alessandria, Asti, Biella, Fossano, Saluzzo, Savigliano, Tortona, Vercelli per il Piemonte; le Fondazioni Carige, Carispezia e Agostino De Mari-Savona per la Liguria. «Uniamo le forze, perché abbiamo tutti lo stesso obiettivo e lo stesso dovere di offrire il miglior servizio ai territori, valorizzando le risorse che derivano dalla fatica, dal lavoro e dai risparmi delle comunità che ci hanno preceduto», ha detto il presidente Palenzona, ringraziando i colleghi presidenti delle Fondazioni piemontesi e liguri. «Un tema che ci unisce», ha proseguito Palenzona, «è certamente il disagio giovanile, la povertà educativa e di prospettiva di molti bambini e ragazzi in età scolastica e delle loro famiglie: abbiamo l’esigenza di dare risposte immediate alle disuguaglianze per riattivare l’ascensore sociale e offrire opportunità a chi non ne ha». Parole sagge.

Le mire espansionistiche di Fabrizio Palenzona nel risiko bancario
Fabrizio Palenzona.

Il camionista di Tortona sta esercitando tutta la sua influenza

C’è dunque chi si interroga su che cosa farà adesso Palenzona. Essere presidente della Consulta delle Fondazioni di origine bancaria del Piemonte e della Liguria vuol dire esercitare un potere reale sia su Unicredit sia su Intesa, oltre a governare l’Acri che nomina il presidente di Cassa depositi e prestiti. Da quando è arrivato alla presidenza di Fondazione Crt, il camionista di Tortona sta esercitando tutta la sua influenza per muovere le tessere del risiko bancario. «Le banche in cui siamo azionisti hanno dei manager che devono decidere e fare delle proposte», ha detto a margine di un convegno di Bain sul sistema bancario. «Io parlo da cittadino e dico che nel sistema ci sono ancora possibilità di aggregazione».

Le quattro partite calde di Draghi: Mps, Ita, Saipem ed Enel
Il Monte dei Paschi a Siena. (Getty Images)

Il pensiero sulle tante possibilità di aggregazione

Quello che dice Palenzona è importante perché in pancia a Crt ci sono, oltre alla quota in Generali (1,61 per cento), anche quelle in Unicredit (1,9 per cento) e Banco Bpm (1,8 per cento), dove ha siglato un patto con altri enti e casse previdenziali, a cui si aggiunge una piccolissima quota in Monte dei Paschi, derivante dal salvagente gettato a Siena in occasione dell’aumento di ottobre. Adesso, con la nuova nomina, al puzzle si aggiunge la quota della Fondazione San Paolo, primo azionista di Intesa SanPaolo. Il risiko bancario non dorme mai e il pensiero di Palenzona è chiaro: nel sistema ci sono ancora possibilità di aggregazione.

Primo incontro tra orcel e castagna
Andrea Orcel e Giuseppe Castagna.

Bpm vuole sfuggire alle mire dell’Unicredit di Orcel

Secondo varie indiscrezioni, il ceo di Banco Bpm Giuseppe Castagna sta trattando l’acquisto di Mps, risanato dal Tesoro. L’obiettivo di Castagna è duplice: da un lato, rilevando il Monte dei Paschi, fa un favore al governo; dall’altro l’acquisizione darebbe una mano a Bpm per ingrossarsi e sfuggire alle mire espansionistiche dell’Unicredit di Andrea Orcel, di cui Palenzona è grande amico. Con l’acquisizione di Mps, Bpm diventerebbe un boccone più costoso per la banca milanese. Un’operazione gradita anche a Carlo Messina. Intesa Sanpaolo, con il mancato matrimonio Unicredit-Bpm, resterebbe la prima banca italiana e potrebbe dedicarsi a qualche importante acquisizione all’estero.

I risultati del 2022 di Intesa Sanpaolo confermano la capacità del Gruppo di generare una solida redditività e di creare valore per tutti gli stakeholder.
Carlo Messina. (Getty Images)