Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein

Lo stato di salute del centrosinistra suscita qualche comprensibile preoccupazione, ma il check-up è già fissato in agenda. Martedì 8 settembre, alla festa nazionale di Alleanza verdi e sinistra (Avs) a Roma, i quattro leader del campo largo sono attesi da un confronto in un panel dal titolo decisamente eloquente: “Prima le idee”. In questo modo Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli provano a prendere in mano il timone del progetto, in bilico per via del dualismo tra Elly Schlein e Giuseppe Conte su chi dovrebbe guidare la coalizione. Ma in quale direzione? È proprio questo il punto: la terza edizione di “Terra!“, kermesse del cartello rossoverde, vuole cercare di mettere il programma davanti ai personalismi, per – spiegano dal quartier generale – «dare un chiaro messaggio al Paese sulla nostra discontinuità rispetto al governo Meloni». Funzionerà?

Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni (foto Ansa).

Da Gaza alla patrimoniale, più sinistra di così…

Il palinsesto degli otto giorni di eventi ospitati a Testaccio Estate equivale a una dichiarazione programmatica, che mira a spostare verso sinistra l’asse dell’irrequieta coalizione. Il vernissage del 6 settembre, con l’inaugurazione di una mostra fotografica su Gaza, verrà seguito dal dibattito “Tax the rich“: un’esplicita esortazione alla patrimoniale, con la partecipazione del sindaco capitolino Roberto Gualtieri e di Jeremy Corbyn, già leader della corrente hard left del Partito Laburista inglese e oggi alla guida dell’ancora più radicale Your Party.

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Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein

Don Ciotti, Ilaria Cucchi e Mimmo Lucano sono attesi il 7 settembre come relatori sui diritti umani, per poi lasciare il microfono a Francesca Albanese e quindi al teologo Paolo Benanti, punto di riferimento del Vaticano sul tema dell’intelligenza artificiale. Un abbrivio decisamente di livello prima del dibattito tra i quattro leader, snodo cruciale nella marcia verso la campagna elettorale per le Politiche 2027.

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Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
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Ci sarà un candidato targato Avs alle Primarie?

Nel corso di un’intervista al Corriere dell’Umbria che ha fatto molto discutere, il leader di Sinistra italiana Nicola Fratoianni ha ventilato la possibilità di un candidato targato Avs alle Primarie, in competizione con Schlein e Conte, ma probabilmente anche in risposta ai rumor su una discesa in campo del leader di Italia viva Matteo Renzi, in prima persona o magari tramite la sindaca di Genova Silvia Salis. Lo si deduce anche dalla contemporanea apertura di Fratoianni sull’allargamento al centro della coalizione.

Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
Elly Schlein a Genova con Silvia Salis (foto Ansa).

Un’istanza «testardamente unitaria», direbbe la segretaria dem, che si riflette nel dibattito del 9 dal titolo “Democrazia fragile: maneggiare con cura”, al quale parteciperanno Maria Elena Boschi (Italia viva), Riccardo Magi (+Europa), Simona Bonafè (Pd, area riformista) e Maurizio Acerbo (segretario di Rifondazione comunista). Notevole anche il panel dell’11, col confronto tra l’ex leader della sinistra ecologista Nichi Vendola, Marco Boato di Europa Verde e l’aspirante leader civico Alessandro Onorato (assessore della Giunta Gualtieri).

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«La presunta underdog Meloni non ha fatto niente per intaccare i poteri forti»

Spiega Angelo Bonelli direttamente a Lettera43: «Dare priorità ai contenuti è necessario, in un Paese sempre più in difficoltà e nel quale la presunta underdog Giorgia Meloni non ha fatto niente per intaccare poteri forti come banche e aziende energetiche». Il leader dei Verdi prosegue dettando un’agenda da sottoporre al centrosinistra: «La coalizione deve essere ecologista, progressista e pacifista. Il primo punto è il ripristino del diritto internazionale, dopo che Vladimir Putin, Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno imposto la legge del più forte. La spesa militare è già oltre i 288 miliardi di dollari, ma le guerre continuano, alla faccia di chi sosteneva che la pace si difende con le armi».

Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
Angelo Bonelli (Imagoeconomica).

Al secondo posto tra le priorità c’è la crisi climatica: «Sta alimentando le diseguaglianze sociali. Anche su questo la destra difende le élite e ha boicottato le politiche ecologiche: serve un cambio di rotta in senso etico». Sul piano economico, Bonelli ricorda che l’Italia è l’unico Paese europeo tra quelli più avanzati in cui gli stipendi reali medi sono calati rispetto a 30 anni fa (la media Ocse è del +35 per cento): «Bisogna creare le condizioni per alzarli, adeguandoli all’inflazione e con una riforma del fisco in senso più equo. Recuperiamo la progressività prevista dalla Costituzione».

L’ultima suggestione riguarda gli investimenti: «C’è un enorme gap nel trasporto pubblico nelle città, ma dobbiamo stimolare anche le politiche energetiche, attraverso le rinnovabili. Invece di criticare Pedro Sánchez, Meloni pensi al fatto che gli spagnoli spendono la metà rispetto a noi per l’energia. E poi abbiamo scuola, ricerca e università: è su questi fronti che dobbiamo investire, non accettiamo il diktat di Trump sul 5 per cento del Pil in investimenti bellici».

Il tema del caro-casa con l’agguerrita Cucchiara

Della delicata questione del caro-casa nelle grandi città parlerà Francesca Cucchiara, che nella sua prima esperienza di consigliera comunale a Milano si è particolarmente distinta sul tema: «È uno dei problemi principali in città e la situazione delle case popolari è particolarmente critica. Sto seguendo diversi comitati di inquilini e nel prossimo mandato ci vorrà un affondo deciso sul tema», spiega la 33enne a L43.

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Francesca Cucchiara (foto Imagoeconomica).

Il problema non è certo limitato a Milano, ma rappresenta un’emergenza nazionale: «Il piano casa del governo è ridicolo, tant’è che è stato criticato anche dai governatori di centrodestra. Al capitolo delle risorse si parla di 970 milioni per le ristrutturazioni nell’arco di cinque anni, ma soltanto a Milano ce ne vorrebbero 100! Con il piano casa comunale invece stiamo andando nella giusta direzione, ma ci sono molte regole da riscrivere: dal sistema di convenzionamento a quello dell’housing sociale, che paradossalmente è accessibile solo a pochi», conclude l’emergente dei Verdi, già quotatissima sia per la prossima giunta meneghina che per un eventuale salto in parlamento.

Il finale coi botti: salari, sicurezza e salute

Il delicato tema dei salari bloccati sarà affrontato il 9 con il faccia a faccia tra i leader sindacali Maurizio Landini (Cgil) e Pierpaolo Bombardieri (Uil) e le deputate Luana Zanella (Europa Verde) ed Elisabetta Piccolotti (Avs). Quest’ultima, sempre particolarmente attiva, torna sul palco nella giornata conclusiva del 13 per l’assemblea sul cruciale dossier della sicurezza. Tutto l’atto conclusivo della festa sarà caratterizzato da una raffica di temi pesanti per l’agenda politica dei prossimi mesi: dal dibattito sulla salute con Nino Cartabellotta e Ignazio Marino al rilancio della piattaforma “Decidiamo!”, per stimolare la partecipazione popolare sulle proposte da mettere in campo nelle prossime elezioni.

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I sondaggi quotano Avs al 6,4 per cento

I dati di YouTrend quotano Avs al 6,4 per cento: nettamente davanti alla Lega e di poco distanziata non solo dall’astro nascente Futuro nazionale, ma anche dalla ben più consolidata Forza Italia. Il co-fondatore dell’istituto di ricerca, Giovanni Diamanti, fa il quadro con L43: «È un dato molto interessante, anche perché ormai stabile fin dalle Europee. Nel centrodestra i partiti con questo livello di consenso hanno una centralità che Avs ancora non ha ottenuto, ma che è alla sua portata. Il partito si è consolidato nonostante la polarizzazione del dibattito tra Schlein e Conte e può dire la sua con autorevolezza, sia sull’opportunità di fare o meno le Primarie, sia sui contenuti».

Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
Giovanni Diamanti di YouTrend (foto Ansa).

Ed è proprio la scelta di lavorare sul programma che, secondo lo stratega della comunicazione, può fare la differenza: «Le posizioni di Avs non sono dissimili dal resto del centrosinistra, ma sono le priorità a essere diverse, dal conflitto IsraelePalestina alla questione climatica. Quando Schlein divenne segretaria del Pd, molti prevedevano che avrebbe gradualmente svuotato Avs. Invece i dem sono cresciuti, ma i rossoverdi hanno quasi raddoppiato i consensi. Questo significa che hanno trovato bacini diversi: quello di Avs è sicuramente più giovane, più radicale e credo che si possa ampliare ulteriormente. La vera sfida per il centrosinistra è recuperare il voto degli astenuti non definitivi, cioè di coloro che non votano per i partiti, ma sono andati alle urne per il referendum sulla giustizia. Il posizionamento sui temi alti è una scelta saggia: può essere la chiave per centrare l’obiettivo».

Lollobrigida sponsor di un evento con Corona: come la prenderà Meloni?

Fabrizio Corona stasera sarà ospite del “Gran Premio Città di Corridonia”, che si terrà all’Ippodromo Martini nella località del Maceratese. Fin qui niente di strano: si tratta di un personaggio in grado di attirare molto pubblico. Come evidenzia Dagospia, però, la presenza di Corona stona con quella del Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste tra gli sponsor dell’evento. La premier Giorgia Meloni, leader del partito del ministro Francesco Lollobrigida nonché sua ex cognata, è infatti al momento in causa proprio con Corona.

Lollobrigida sponsor di un evento con Corona: come la prenderà Meloni?
La locandina dell’evento.

Perché Meloni ha querelato Corona

Meloni sarà sentita il 28 settembre come persona offesa nel processo per diffamazione aggravata a carico di Corona: il procedimento è scaturito dalla querela che la premier e il deputato (ex Fratelli d’Italia) Manlio Messina hanno sporto contro Mr Falsissimo per un articolo pubblicato su Dillingernews.it il 20 ottobre 2023 dal titolo: “E se il cuore di Giorgia Meloni fosse già occupato? Dalla Sicilia ci raccontano che..”. Nel pezzo veniva ipotizzata una relazione tra i due dopo la rottura con Andrea Giambruno. Dopo tutto questo, sorge una domanda: la presidente del Consiglio sarà contenta dell’ospitata di Corona a Corridonia?

Lollobrigida sponsor di un evento con Corona: come la prenderà Meloni?
Francesco Lollobrigida e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Ancora ferma la “legge Bove” per il primo soccorso: mancano i soldi

Il ddl sul primo soccorso promosso dall’ex calciatore della Fiorentina (oggi al Watford) Edoardo Bove, colpito da arresto cardiaco in campo nel dicembre 2024, è fermo al palo: il provvedimento ha concluso il suo iter in commissione al Senato il 13 maggio, ma da allora il Ministero dell’Economia e delle Finanze non è ancora riuscito a reperire i cinque milioni di euro necessari per introdurre la formazione sul primo soccorso nelle scuole.

Ancora ferma la “legge Bove” per il primo soccorso: mancano i soldi
Edoardo Bove (Imagoeconomica).

L’amarezza di Bove: «Quanto vale una vita umana?»

«Io non voglio fare polemica, la politica non è il mio campo. Però mi chiedo: quanto vale una vita umana? Il primo soccorso è questione di attimi. Se non si interviene nei primi 20-60 secondi, la persona rischia di riportare danni cerebrali», ha detto Bove intervistato da Repubblica, sottolineando che «è frustrante pensare che si rischia di buttare tutto il lavoro fatto». Il ddl punta a rendere obbligatoria la formazione sul primo soccorso nelle ore dedicate alla sicurezza nel lavoro, e non nelle ore di materie scolastiche, per non tradire l’autonomia della scuola. Inoltre prevede la riduzione dell’Iva sui defibrillatori, da portare al 5 per cento.

Ancora ferma la “legge Bove” per il primo soccorso: mancano i soldi
Marco Lombardo (Imagoeconomica).

Lombardo (Azione): «Investire nella cultura del primo soccorso»

«Questo non è un problema di costi, ma di investimenti: bisogna investire nella cultura del primo soccorso», ha dichiarato il senatore Marco Lombardo (Azione), firmatario del disegno di legge, evidenziando che «la formazione servirebbe anche per evitare lo spreco di risorse pubbliche». Oggi in molti centri sportivi sono infatti presenti defibrillatori, ma pochissime persone li sanno usare. «Il ministro Abodi è molto disponibile sul tema, gli ho detto: avete trovato quattro milioni per un emendamento sulle piscine, dal fondo speciale, non mi potete dire che da quasi un anno non riuscite a trovarne cinque per questo». Come riporta Repubblica, Bove e Lombardo sono stati ricevuti dal presidente del Senato Ignazio La Russa, che ha garantito risposte in tempi brevi.

Nuove frontiere del vannaccismo: il candidato Burgio che vuole i rastrellamenti a Milano

Da un ex generale all’altro: Carmelo Burgio, che ha ricoperto tale l’incarico nell’Arma dei Carabinieri, sarà il candidato sindaco di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci alle elezioni amministrative che si terranno a Milano nel 2027. Annunciando l’investitura dal palco della Versiliana, Vannacci ha definito un «uomo delle istituzioni», che ha «dedicato la sua vita all’Italia, alla sicurezza e alla patria». Con Burgio a Palazzo Marino, ha promesso il fondatore di Futuro Nazionale, Milano verrà «rivoltata come un calzino» e potrà tornare a essere «la città della Madonnina e non dei maranza». Fin qui – più o meno – tutto bene. Poi il patatrac, quando Vannacci ha sottolineato che Burgio «saprebbe come rastrellare Rogoredo».

Burgio: «Fare rastrellamenti non è solo mettersi una bella svastica sul braccio»

L’infelice affermazione di Vannacci ha scatenato le proteste della vicesindaca Anna Scavuzzo e del presidente dell’Anpi provinciale Primo Minelli, così come dell’ex deputato dem Emanuele Fiano, di fede ebraica. Ma, intervistato da Fanpage, Burgio ha difeso le parole di Vannacci, almeno nella sostanza. Spiegando che sarebbero state più adatte espressioni come «impiego a massa oppure di servizi ad alto impatto», Burgio ha detto: «Ho lavorato in Sardegna nel periodo dei sequestri di persona. Quando cercavamo i latitanti, lo facevamo con operazioni di search in massa. Erano rastrellamenti. Quando a Caserta sono intervenuto in una certa zona per arrestare un killer di camorra come Giuseppe Setola, che aveva fatto 20-26 omicidi in sei mesi, ho fatto dei rastrellamenti». Insomma, «fare rastrellamenti non è solo mettersi una bella svastica sul braccio o una coppia di fascette sul bavero della camicia e mettere insieme tutti gli ebrei del ghetto, ma è un’attività a massa che serve per contrastare una situazione di sicurezza pubblica particolarmente critica». Un conto è però setacciare la Barbagia alla ricerca dei nascondigli dell’Anonima sequestri o andare casa per casa per arrestare uno dei più pericolosi latitanti della camorra, un altro avere in mente «servizi ad alto impatto» nel boschetto d Rogoredo. Ma tant’è.

Nuove frontiere del vannaccismo: il candidato Burgio che vuole i rastrellamenti a Milano
Carmelo Burgio nel 2003 (Ansa).

La carriera di Burgio, dai parà a Livorno alla promozione a generale dei Carabinieri

Oltre alla passione per i rastrellamenti (o come Burgio preferisce chiamarli), cosa sappiamo poi del candidato vannacciano per Palazzo Marino? Originario di Anzio, nella città metropolitana di Roma, Burgio ha 69 anni ed è generale dei Carabinieri in pensione. Il suo primo incarico è stato presso il 1º Reggimento carabinieri paracadutisti “Tuscania” a Livorno. Nel 1982 ha partecipato alla missione Libano 2 a Beirut e successivamente ha fatto parte del Gis, fino a diventarne vicecomandante. Impegnato nei servizi di scorta al Presidente della Repubblica ai tempi di Francesco Cossiga, nel corso della carriera ha partecipato a numerose missioni all’estero che ha gestito in qualità di comandante: nel 2003, dopo l’attentato di Nassiriya, assunse la guida del reggimento Multinational Specialized Unit in Iraq. Inoltre ha lavorato pure alla Direzione investigativa antimafia. Promosso Generale di Divisione nel 2017, il suo ultimo incarico risale al 2021, quando si è insediato come nuovo Comandante Interregionale Carabinieri “Podgora” di Roma, ruolo ricoperto fino al compimento del 65esimo anno di età e, dunque, alla pensione. Adesso il “reclutamento” da parte di Vannacci.

E se i partiti riuscissero a litigare pure sull’eclissi solare?

Un fenomeno eccezionale e suggestivo che si registra poche volte in un secolo e lascia il pubblico a bocca aperta. No, non stiamo parlando dell’eclissi solare prevista per il 12 agosto, ma del fatto che fino a oggi le forze (si fa per dire) politiche italiane non abbiano ancora trovato motivi per scannarsi anche riguardo all’eclissi. Diciamo “fino a oggi” perché, proprio come l’eclissi, anche questa inusitata concordia è di breve durata, e inevitabilmente nelle prossime ore i partiti sentiranno il bisogno di marcare la loro posizione rispetto allo straordinario evento astronomico. Anzi, stanno già trapelando indiscrezioni sui vari orientamenti.

Sánchez approfitta della nostra distrazione per mandarci i marocchini

«Un’altra emergenza nazionale cui il governo saprà rispondere con tempestività e serietà»: con queste parole Giorgia Meloni annuncerà sui suoi canali social un’ulteriore riscrittura del decreto sicurezza per neutralizzare la minaccia rappresentata dall’eclissi. La premier ipotizza che dietro il fenomeno ci sia un diabolico piano della Spagna, decisa a vendicarsi per la sospensione di Schengen disposta dalla premier dopo i fatti di Ceuta: il suo omologo Pedro Sánchez vuole approfittare della distrazione degli italiani, tutti col naso in su, per scaricare sulle nostre coste vagonate di migranti marocchini. Per scongiurare il pericolo incombente, Meloni è pronta a sospendere oggi stesso la legge di gravitazione universale di Newton, appena sarà riuscita a capirla dal disegno che le ha fatto Giovanbattista Fazzolari.

E se i partiti riuscissero a litigare pure sull’eclissi solare?
Meloni attrezzata per l’eclissi (foto modificata con l’IA).

Salvini non gestisce il traffico dei treni, figuriamoci quello dei corpi celesti

«A Matteo Salvini non basta più incasinare il traffico ferroviario, ora incasina anche quello del sistema solare»: per Matteo Renzi l’eclisse è lo spunto per l’ennesimo attacco al ministro dei Trasporti. Per il fondatore di Italia viva sarà già molto se la luna non andrà a schiantarsi contro il sole, provocando ingorghi nella circolazione cosmica e un blackout nella Via Lattea. «Durante il mio governo avevo lanciato l’idea di costruire rotatorie nello spazio per impedire ai corpi celesti di incrociarsi», ha sottolineato polemicamente Renzi. «Invece Salvini per quattro anni non ha fatto che vaneggiare di irrealizzabili ponti sullo Stretto. Se avesse solo un briciolo di dignità, il primo a doversi eclissare sarebbe lui».

E se i partiti riuscissero a litigare pure sull’eclissi solare?
Renzi e l’eclissi (foto modificata con l’IA).

Questa destra vuole privatizzare anche il sole

«Dimissioni subito»: per i dem, l’eclissi è solo l’ultimo fallimento del governo Meloni. «Con questa destra, nemmeno la luce solare è più una certezza», è il pensiero di Elly Schlein, convinta che il parziale e temporaneo oscuramento sia solo la prova generale di un progetto di privatizzazione del sole, che da bene pubblico universale diventerà una prestazione per cui dovremo pagare una bolletta salata. Secondo la leader del Partito democratico, presto gli italiani, già tartassati su tutti i fronti, dovranno prenotare i raggi solari come oggi prenotano le radiografie, con uguali ritardi e liste d’attesa: «Già bisogna aspettare otto mesi per una gastroscopia, dovremo aspettarne altrettanti per un po’ di tintarella».

E se i partiti riuscissero a litigare pure sull’eclissi solare?
Schlein pronta a guardare l’eclissi (foto modificata con l’IA).

Non è la luna a oscurare, ma un micidiale drone ucraino

«L’ultimo trucco per ingigantire la presunta minaccia russa». Questa la lettura dell’eclissi solare che Giuseppe Conte darà in un’intervista su Il Fatto Quotidiano. La sua spiegazione del fenomeno è decisamente controcorrente: a oscurare il disco del sole non sarà la luna, ma un micidiale drone ucraino di ultima generazione, finanziato da quei fresconi degli europei. Il guerrafondaio Volodymyr Zelensky, non contento di avere scatenato il conflitto contro la pacifica e inoffensiva Russia, ora si preparerebbe a invadere il cosmo con una flotta spaziale pagata con i nostri soldi. «Me l’ha detto Maria Zakharova, la portavoce di Vladimir Putin», afferma Conte, «quindi non c’è ragione di dubitarne».

E se i partiti riuscissero a litigare pure sull’eclissi solare?
Conte con gli occhialini per l’eclissi (foto modificata con l’IA).

Un pallido satellite, come la flaccida ideologia Lgbtq+

«Ennesima follia provocata dalla cultura woke»: così il generale Roberto Vannacci intende bollare il transito della luna davanti al sole. Nella visione del leader di estrema destra, la parziale copertura della maschia e possente stella da parte del piccolo e pallido satellite caro ai poeti non è una conseguenza dei moti astrali, ma un’imposizione della flaccida ideologia Lgbtq+ che sta rammollendo l’Occidente. «La luna è gobba a ponente e a levante, ha un colorito malsano e una superficie butterata, e ha un ciclo di 28 giorni», sottolinea Vannacci. «Non è colpa sua, poveretta, è nata così. Ma permetterle di oscurare il sole in considerazione delle sue disabilità è una degenerazione buonista e radical chic. Con Futuro nazionale certe pagliacciate non si vedranno più né in cielo né in terra».

E se i partiti riuscissero a litigare pure sull’eclissi solare?
Vannacci osservatore di eclissi solare (foto modificata con l’IA).

Campo largo, Renzi lancia Silvia Salis: «Nome più forte per le primarie»

Silvia Salis «è il nome più forte per guidare questa scommessa, perché somma al nostro voto organizzato una sua forza personale rilevante». Lo ha detto Matteo Renzi, nel corso di un’intervista al Corriere della Sera in cui ha parlato delle primarie del campo largo (di cui Italia Viva per ora non fa parte) e delle tensioni tra Giuseppe Conte e Elly Schlein, tra i quali «c’è solo una guerra di posizione».

Campo largo, Renzi lancia Silvia Salis: «Nome più forte per le primarie»
Silvia Salis (Ansa).

Renzi: «Salis deve essere aiutata, non strattonata»

La sindaca di Genova, ha sottolineato Renzi sottraendosi al ruolo di candidato delle primarie del centrosinistra, «deve essere aiutata, non strattonata». Il leader di Italia Viva ha poi aggiunto: «Quando sarà il momento di fare le liste vedremo la migliore formazione possibile. Per vincere». Prima però c’è da superare divisioni e ostracismi: «La matematica dice che senza di noi non ce la fanno: quando sono andati da soli, come in Liguria, hanno perso. Quando hanno rimosso i veti abbiamo vinto insieme, come a Genova. Se vogliamo vincere serve l’unità. Altrimenti Giorgia Meloni fa il bis e si prende altri cinque anni di Palazzo Chigi e soprattutto sette anni di Quirinale». Quanto alla “guerra” tra i leader di Movimento 5 stelle e Partito democratico, l’ex premier ha detto: «Conte non può che stare in coalizione. Anche perché se dovesse rompere l’alleanza si spacca il M5s e saltano i suoi presidenti di Regione in Sardegna e Campania. La scelta di Schlein di lasciare ai Cinque stelle qualche governatore non è stata generosità, ma un investimento intelligente sul futuro. Il campo largo non salta, ma le tre liste di Pd, M5s, Alleanza Verdi e Sinistra, insieme, fanno il 38 per cento. Non basta per vincere. Serviamo noi, anche noi».

Campo largo, Renzi lancia Silvia Salis: «Nome più forte per le primarie»
Matteo Renzi (Ansa).

L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno

«Niente rimpasto», ha detto al settimanale Chi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Con il caldo dell’estate, così, sembrano essere evaporate definitivamente le ambizioni del leghista Matteo Salvini di riconquistare la poltrona di ministro dell’Interno, che gli servirebbe – e tanto – per cercare di arginare la valanga creata dal generale Roberto Vannacci, pronto ogni giorno a togliere eletti ed elettori alla Lega. Il ritorno al Viminale è destinato a restare soltanto uno slogan. Ridotto nel suo cul-de-sac, Salvini, ricordandosi di essere ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, si è messo ad ammirare, quasi come un umarell, il cantiere romano della metropolitana, al Pigneto, con tanto di dichiarazioni. «Due quartieri da sempre divisi si uniranno a lavori ultimati», ha affermato Salvini, e detto a Roma da uno che voleva dividere l’Italia fa sempre il suo effetto.

L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno

Non è mancata la fluviale ed entusiastica dichiarazione nei confronti del ministro pronunciata da Davide Bordoni, stavolta nei panni di segretario della Lega nel Lazio, lasciando per un attimo da parte le cariche ottenute grazie a Salvini, come quella di “esperto per i rapporti con gli enti territoriali” proprio nel Mit, con retribuzione di 40 mila euro, o il ruolo per il triennio 2026-28 di amministratore unico di Ram S.p.A. Logistica-Infrastrutture-Trasporti, società in house del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
Davide Bordoni e Matteo Salvini (foto Imagoeconomica).

Che poi al dicastero di Porta Pia le malelingue amano commentare, quando vedono insieme Salvini e Bordoni: «Almeno Davide è laureato, anche se in Sociologia, a differenza del ministro che non ha mai completato gli studi di Scienze politiche prima e Lettere poi». E Salvini, durante la visita al cantiere, si è messo a scherzare con il project manager: «Pm? Forse è meglio che cambiate acronimo».

L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (foto Imagoeconomica).

Fatto sta che il blocco del turnover ministeriale imposto da Meloni sta facendo deragliare sempre di più la linea salviniana: ecco così bloccata pure l’idea di portare Matteo Piantedosi alla guida dell’Anac, l’Anticorruzione. Un’idea, stavolta buona, pare si stia facendo strada nella Lega salviniana: proporre per l’autorità che è stata governata da Giuseppe Busia il nome di Simonetta Matone, parlamentare e magistrata di lungo corso, che potrebbe ottenere un consenso bipartisan. Basta solo non farla parlare di femminicidi o ricordarle di controllare sempre a quale pubblico si sta rivolgendo quando si lascia andare a dichiarazioni fuori dai denti contro ministri del suo governo

L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno

Crosetto apre le caserme agli sportivi e fa un favore a Vannacci

«È il passo falso, dell’oca, di Guido Crosetto». Cosa ha combinato il ministro? Mentre era impegnato sul tema della Difesa a livello continentale, ecco che ha aperto le porte delle strutture militari ai seguaci del generale Roberto Vannacci per… fare sport. In che senso? Nel “Decreto sport” è stato inserito l’accesso libero alle palestre e agli impianti sportivi delle caserme alle associazioni sportive dilettantistiche, per «promuovere i valori della sana attività sportiva». L’enfasi sembra un po’ quella del “sabato fascista”, con Benito Mussolini che obbligava tutti i lavoratori e gli studenti a fare sport in nome della “sana e robusta costituzione”, portando qualcuno persino a saltare nel cerchio di fuoco, in quelle Olimpiadi in sedicesimo che erano i “littoriali”, dove anche i gerarchi dovevano esibirsi con risultati spesso comici. In sostanza, ora le Forze armate dovranno aprire le caserme «consentendo di accedere, senza oneri a carico dell’amministrazione, alle palestre, agli impianti sportivi e ad altri spazi interni», per «utilizzare le relative attrezzature» avvalendosi «del supporto dei propri tecnici». Un’iniziativa ben vista da tante associazioni che, tradizionalmente, fanno riferimento alla destra, e in particolare a Fratelli d’Italia, fortissima nello “sport di base”: Crosetto evidentemente è all’oscuro, però, che Futuro nazionale del generale Vannacci sta reclutando molti proseliti proprio nel settore sportivo, con il risultato, possibile, di consegnare le caserme proprio al partito più temuto dallo stesso ministro, oltre che dalla maggioranza di governo. D’altronde il generalissimo a luglio aveva lanciato persino il triathlon futurista, con prove di nuoto, corsa campestre e ciclismo «per tutti i politici», che «dovrebbero dare l’esempio anche nello sport», anziché «ballare sui carri del Gay Pride». Ennesima conferma della sempre valida frase di Karl Marx sulla storia che si presenta la prima volta come tragedia e la seconda come farsa. Ma tornando al Decreto sport, va inoltre considerato che adesso basterà creare un’associazione sportiva dilettantistica per “esigere” l’apertura di una caserma, per allenamenti e gare. La somma di militari e atleti può diventare ingestibile, politicamente, e pare strano che a sinistra nessuno se ne sia accorto. Un gran pasticcio…

L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
Il ministro della Difesa Guido Crosetto (foto Ansa).

Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze

Negli Stati Uniti lo chiamano effetto Nader, in Italia parliamo di guastafeste: alle elezioni politiche 2027 la carambola potrebbe addirittura triplicarsi, creando il neologismo politico di “variabile Vannacci“, o “fattore Di Battista“, oppure “ago della bilancia Calenda“. Da noi la realtà supera spesso di gran lunga la fantasia.

L’ambientalista che fece vincere Bush

Il riferimento americano è dovuto a quando, in occasione delle Presidenziali del 2000, Ralph Nader, ambientalista che si candidò da indipendente, tolse voti al democratico Al Gore e fece vincere il repubblicano George W. Bush. Un trionfo per le idee liberal… Giusto per citare un esempio: in Florida, uno degli Stati chiave (swing state) Bush prevalse con un margine risicatissimo, di soli 537 voti. In quello stesso Stato Nader racimolò 97.488 preferenze.

Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Ralph Nader nel 2004. Oggi ha 92 anni (foto Ansa).

Occhio dunque alle tre schegge impazzite: il generale, il dissidente grillino e il centrista che rischia di essere il peggior nemico di se stesso. Una sorta di Sudoku dell’interdizione che però paradossalmente favorirebbe lo schieramento più lontano, con un bell’harakiri di programmi e valori che ha già suscitato un po’ di perplessità anche tra i follower (futuri papabili elettori) dei tre leader.

Per i sondaggi le coalizioni sono divise da meno di 3 punti

In realtà i veri disturbatori sono soprattutto due: Vannacci e Di Battista. Il primo, che nei sondaggi di inizio agosto ha superato stabilmente il 7 per cento, se si candidasse da solo farebbe svanire il sogno di Giorgia Meloni di ottenere il bis a Palazzo Chigi. Il centrodestra infatti, nelle ultime medie di Pagella politica, per esempio, è attestato al 41,7 per cento, mentre il centrosinistra è dato al 44,2 per cento. Non a caso la premier a Chi ha tagliato corto, definendo Futuro nazionale «un’operazione costruita per favorire la sinistra».

Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze

Il 3,5 per cento assegnato nei sondaggi di Renato Mannheimer all’ex Movimento 5 stelle in caso di discesa in politica ribalterebbe invece il quadro, portando o a un successo della destra o quantomeno a un pareggio. Agli osservatori politici non è sfuggito l’assist di Beppe Grillo alle intenzioni di Dibba, dopo tanti mesi di silenzio.

Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze

Se dunque si candidassero entrambi gli outsider, l’effetto potrebbe essere quello di annullarsi a vicenda, creando una situazione di stallo post-elettorale in cui sarebbe difficile formare un governo. E molti si chiedono: cui prodest? Mentre altri notano che mentre l’ex M5s sull’argomento è tranchant, le parole di Vannacci lasciano sempre aperto uno spiraglio di dialogo con Meloni: «Le coalizioni e gli accordi si fanno a ridosso delle elezioni», ha detto alla Versiliana, facendo intendere che è pronto a tenere Fratelli d’Italia & co. sul filo fino all’ultimo respiro.

L’effetto: una polarizzazione del discorso pubblico

Nel frattempo la conseguenza immediata della nascita di Futuro nazionale e delle ipotesi di Di Battista in campo è stata un’ulteriore polarizzazione dei due schieramenti. Il centrodestra rincorre il generale sui temi identitari (sicurezza, legittima difesa e immigrazione), il centrosinistra insegue Dibba sulla politica estera (Gaza, no al cosiddetto riarmo e fine degli aiuti all’Ucraina in particolare).

L’incognita sul sistema elettorale

Ovviamente ci sono due variabili di rilievo: la prima è che i sondaggi nelle ultime elezioni hanno spesso dimostrato una forte forbice rispetto ai voti reali; la seconda è che ancora non è certo il sistema elettorale con cui voteremo tra un anno. Non è un caso che proprio per dare meno instabilità parlamentare e più governabilità al Paese, molti costituzionalisti avevano chiesto a gran voce l’introduzione del ballottaggio, ma l’idea non ha sfondato. Il rischio di un potere di ricatto o di interdizione resta quindi molto alto, sia da una parte sia dall’altra.

Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Per quel che riguarda Calenda, il discorso è diverso: non si candida per far perdere uno dei due schieramenti, ma per far pareggiare entrambi. La sua scommessa è uno stallo che porti a una scomposizione e ricomposizione delle coalizioni, con taglio delle ali estreme e baricentro moderato. Un governo di larghe intese o tecnico, a quel punto, potrebbe essere l’esito. Unica incognita, sia con l’attuale legge elettorale sia con l’eventuale Stabilicum: il 3 per cento. Perché senza il raggiungimento di quella soglia nelle urne, nessun partito che non si aggrega a una coalizione entrerebbe in parlamento, e allora addio sogni di gloria. Vannacci dorme sonni tranquilli, Dibba e Calenda ondeggiano sul filo del rasoio.

De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana

All’ombra dell’ultimo sole della Gallura il vecchio pescatore ha smesso di versare vino e spezzare pane per chi dice «ho sete e ho fame». All’Agnata, per il festival Time in Jazz, la parabola libertaria di Fabrizio De André ha subito un trattamento da far accapponare la pelle: il pane e il vino dell’accoglienza sono stati serviti su un vassoio d’argento direttamente al potere in carica, quello che viaggia con la ruspa d’ordinanza nel bagagliaio. Matteo Salvini, del resto, fa il suo mestiere da una vita: si imbuca dove non è invitato, colonizza la memoria altrui e si piazza in prima fila solo per il gusto di far saltare i nervi a qualcuno. Ma la vera sorpresa è stato lo zelo di Dori Ghezzi, decisa a offrirgli la sponda perfetta, facendolo accomodare proprio al suo fianco.

De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
Dori Ghezzi seduta accanto a Salvini.

Il ministro blindato dietro la scusa del pacifismo

Questo posizionamento fisico, da cerimoniale di Stato, e la successiva difesa d’ufficio del ministro contro i fischi della piazza costituiscono una patente di legittimità culturale in piena regola. Quando una ragazza si è alzata tra la folla per dire che lei con le idee di un leghista non vuole spartire nemmeno lo spazio di un concerto, la padrona di casa è corsa al microfono per blindare il ministro dietro la scusa del pacifismo: «Non sono d’accordo con voi. Io la penso diversamente, sono sempre di sinistra. Ma è giusto creare un dialogo».

Diodato e l’ennesimo surreale applauso di Salvini

Anche Diodato si è accodato al bon ton d’ufficio, cavandosela con due righe felpate e augurandosi che «la musica di De André illumini un po’ di più la nostra classe politica». Un colpo al cerchio e uno alla botte che gli è valso l’ennesimo surreale applauso di Salvini, che sui testi ha evidenti problemi di comprensione, ma intanto ha incassato sornione lo sdoganamento definitivo firmato dalla vedova e custode ufficiale.

De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
Dori Ghezzi e, dietro di lei, un’immagine di Fabrizio De André (foto Imagoeconomica).

La dinastia Faber si è ricordata di avere ancora gli anticorpi

Il baccaglio si è spostato online, dove la dinastia Faber si è ricordata di avere ancora quegli anticorpi che la Fondazione ha smarrito. Alice De André, nipote e attrice, ci ha messo un secondo a liquidare la diplomazia del casato: «Mio nonno, davanti a quella scena, avrebbe fermato il concerto e probabilmente avrebbe chiesto a Salvini che cazzo ci faceva lì». Altro che dialogo e terze vie.

Nessuno si azzarda a ricordare cosa dicesse realmente De André

Poi ha rincarato la dose, ricordando l’ovvio a uso e consumo dei distratti: «Mio nonno era un anarchico. Oggi non stringerebbe la mano a uno che supporta Benjamin Netanyahu, che supporta un genocidio, che è amico di Donald Trump, che va in giro con la maglietta di Vladimir Putin». Per lei, l’errore è aver ridotto Faber a un santino nazionale buono per tutte le stagioni, celebrato da tutti purché nessuno si azzardi a ricordare cosa dicesse realmente.

De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana

Ovviamente il leghista ha indossato il saio del martire della libertà

Mentre la ragazza provava a salvare il nonno dal compromesso, il leader della Lega ha indossato subito il saio del martire della libertà. Con il tempismo perfetto di chi sa di capitalizzare pure i fischi, si è lanciato nel più classico dei piagnistei social: «Davvero siamo arrivati al punto in cui qualcuno decide chi può ascoltare De André e chi no? Chi può stare a un concerto e chi andarsene?».

A sparare è la retorica di una memoria istituzionalizzata

Poi, per completare la sceneggiata, ha infilato la devozione d’ordinanza da liceale folgorato sulla via di Damasco, rivendicando i dischi dei genitori e i passaggi a Genova per portare una preghiera al cimitero di Staglieno. Il paradosso è cotto e mangiato: il ministro delle ruspe fa il chierichetto offeso, la nipote rivendica la verità dei testi e la vedova liquida l’eredità intellettuale del marito con un sonoro «Cosa ne sa lei del nonno…». Viene quasi da canticchiare la ballata sbagliata: «Sparagli Piero, sparagli ora. E dopo un colpo sparagli ancora…». Solo che stavolta a sparare è la retorica di una memoria istituzionalizzata, ridotta a povero feticcio che non tutela più nessuno.

Schlein, Conte e l’ansia di essere il miglior nemico di Meloni: chi è più credibile?

Più che avversari, nemici per la pelle. Sì, ma chi ambisce al ruolo di rivale numero uno? È appena andato in onda un antipasto delle Primarie del campo largo, un nuovo capitolo del duello tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, giocato questa volta sul tema «chi è il miglior competitor di Giorgia Meloni». Un’etichetta che può valere molto in termini di riconoscimento politico.

L’assist involontario sulla gestione della pandemia

Dopo mesi in cui in aula alla Camera si sono scontrate (e rare volte incontrate) la premier e la leader del Partito democratico, a inizio agosto il palcoscenico della Commissione Covid, apparecchiato dal centrodestra e da Fratelli d’Italia in particolare, ha offerto al numero uno del Movimento 5 stelle l’occasione per ergersi a miglior nemico di Meloni. Un assist involontario che il due volte ex presidente del Consiglio ha colto al volo cercando di girare a suo favore il tentativo di metterlo all’angolo con un j’accuse sulla gestione della pandemia.

Schlein, Conte e l’ansia di essere il miglior nemico di Meloni: chi è più credibile?
Giuseppe Conte e sullo schermo Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Schlein si è conquistata un ruolo con i suoi attacchi in parlamento

Schlein ha più volte attaccato in parlamento Meloni sui temi dell’autonomia, del lavoro, della crescita, guadagnandosi la sua replica, diversi articoli e servizi dei telegiornali, oltre a reel e meme. Insomma, un successone. In alcune selezionatissime occasioni le due hanno dialogato per cercare un’intesa bipartisan, come sul contrasto al femminicidio o sul recentissimo patto di non belligeranza per evitare l’utilizzo di intelligenza artificiale contro l’avversaria. Molto virulenti ma più rari, finora, gli scontri Meloni-Conte, il più clamoroso dei quali sul cosiddetto riarmo. E ora il botta e risposta sulla gestione del Covid.

Schlein, Conte e l’ansia di essere il miglior nemico di Meloni: chi è più credibile?
Elly Schlein (Ansa).

Alzare i toni per guadagnarsi l’attenzione degli elettori

Al netto dei temi, quel che salta agli occhi è l’ansia dei due leader del campo largo di guadagnarsi la malevolenza della premier, tassello fondamentale nelle loro intenzioni per essere riconosciuti, o l’uno o l’altro, come il campione dell’opposizione in vista delle elezioni del 2027. Lo schema è chiaro: chi “bastonerà” più forte (in senso figurato, per carità) la leader indiscussa del centrodestra potrebbe guadagnarsi l’attenzione degli elettori del centrosinistra. E questo potrebbe favorirlo nelle possibili Primarie per la scelta del candidato premier sulla cui organizzazione Pd e M5s si stanno scornando già dal giorno dopo il referendum sulla giustizia.

Rimane il problema della chiarezza sulla proposta alternativa

Unico difetto di questo schema: manca la proposta. Perché guadagnarsi il ruolo di miglior nemico accontenta soprattutto gli elettori che hanno già deciso, quelli che cercano chi “gliele canta chiare”, chi interpreta in modo netto la propria già conclamata opposizione al governo di centrodestra e teme il bis di Meloni. Ma non soddisfa la richiesta di proposte alternative di chi è indeciso, di chi ha già fatto una scelta di campo ma deve essere spronato ad andare alle urne, di chi non ama la politica gladiatoria. Insomma, va bene conquistarsi il ruolo di anti-Meloni per quando ci saranno le Primarie, ma poi bisogna vincere anche le elezioni. Lì indecisi e tentati dall’astensione faranno la differenza. Uno straccio di programma e qualche valore condiviso potrebbero aiutare.

Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi

«Forse quello di Alessandro Onorato è il profilo giusto per il campo largo», si sente dire nel Partito democratico romano. Fatto sta che l’assessore ai Grandi eventi, Sport, Turismo e Moda di Roma Capitale nella giunta guidata dal sindaco Roberto Gualtieri è lanciatissimo. Viene trattato come un leader nazionale dalla stampa mainstream, anche perché, sussurrano i maligni, «può gestire risorse ingenti nel settore della comunicazione, grazie alle deleghe che ha». E si sa, il mondo della stampa è molto interessato alla questione: come per esempio Urbano Cairo, che se fa concludere il Giro d’Italia a Roma è proprio grazie al rapporto d’amicizia consolidato negli anni con Onorato (andate a leggere i testi entusiastici di Andrea Arzilli pubblicati nelle pagine della cronaca capitolina del Corriere della sera in occasione dell’ultima tappa).

Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Urbano Cairo, Roberto Gualtieri, Alessandro Onorato e Francesco Lollobrigida (foto Imagoeconomica).

Ora tocca a Repubblica, che ha offerto a Onorato la possibilità di prendere per le corna Carlo Calenda: «Lasciamo che i cittadini si esprimano. Il centrosinistra unito vincerà le elezioni. Ma sia chiaro: ogni voto dato ad Azione avvantaggia Giorgia Meloni». Poi il bersaglio grosso: «Non si può pensare di fare le consultazioni a febbraio, magari con le urne ad aprile, e perdere tempo ogni giorno in una discussione interna su chi debba essere il premier».

Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
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Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
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Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi

Capacità da tessitore di trame politiche

Anche se subito dopo ecco il passo indietro: «Questo mito della litigiosità del centrosinistra è alimentato più dalla classe dirigente nazionale che da quella territoriale. Nelle città e nelle regioni si governa già insieme senza problemi». Ma il “civico” Onorato, che però a molti appare più come un cinico, dispiega la sua capacità da tessitore di trame politiche: «Il mio è un partito di amministratori. Non siamo nati per partecipare a questo totonomi, ma per rappresentare un elettorato che vada al di là di Pd e M5s. Per questo alle Primarie ci sarà un nostro candidato».

Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Trovatevi qualcuno che vi guardi come Roberto Gualtieri guarda Alessandro Onorato (foto Imagoeconomica).

La Lazio, l’Udc, Marchini, i dubbi del Nazareno

E qui il gioco si fa duro. Tifosissimo della Lazio, cresciuto nel cosiddetto “partito Beautiful”, ossia quello ideato da Alfio Marchini che voleva diventare sindaco di Roma, senza dimenticare un passato nell’Udc, Onorato di strada ne ha percorsa tanta, arrivando fino a quel Pd che però non lo ha mai amato. Dicono a denti stretti alcuni esponenti del Nazareno: «Finché si tratta di stringere mani, tagliare nastri, inaugurare mostre di moda e tornei di golf va bene, però la politica è un’altra cosa».

Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Alfio Marchini nel 2019.

La casella in Campidoglio gli sta stretta

A Roma poi il plenipotenziario di Gualtieri – anzi qualcuno lo chiama addirittura «il vero sindaco» – è Claudio Mancini, e in fondo il “Progetto civico Italia” di Onorato viene visto come un modo per sbarazzarsi dell’assessore che è senz’altro «un tipo ambizioso»: partecipando alla gara delle Primarie, potrà ottenere un bel seggio parlamentare e così liberare la casella che occupa in Campidoglio, che in fondo gli sta molto stretta.

Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Claudio Mancini (foto Imagoeconomica).

Nel 2013 non riuscì a farsi eleggere. Anche se i suoi competitor…

Del resto Onorato si era già candidato nel 2013 alla Camera dei deputati, nel collegio Lazio 1, all’interno della lista dell’Unione di centro che in quella tornata faceva parte della coalizione Con Monti per l’Italia: l’allora 32enne risultò però il secondo dei non eletti, dietro a Paola Binetti, la teodem col cilicio, e Luciano Ciocchetti, oggi in parlamento con Fratelli d’Italia (insomma, non un esordio folgorante per il nostro assessore predestinato).

Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi

Ora però ha già in mente il cronoprogramma, affidato al quotidiano ora diretto da Stefano Cappellini: «A settembre dobbiamo stabilire i punti fondamentali del programma per lanciare le Primarie a ottobre. A turno unico. Sarebbe l’ideale farle nei primi 15 giorni di novembre».

Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Alessandro Onorato, grande tifoso biancoceleste, allo stadio Olimpico per la partita tra Lazio e Juventus nel 2025 (foto Ansa).

È nipote dell’attore Michele Placido

Come le donne, Onorato ama togliersi qualche “primavera”: a vedere il sito ufficiale del Campidoglio, alla pagina dedicata, di anni ne dichiara 41 perché non ha inserito quello di nascita, il 1980, e la scheda è datata 2021. Onorato è nipote dell’attore Michele Placido, ovviamente ama il cinema ed è il più giovane sfidante pronto a dare battaglia per la conquista delle Primarie: sul territorio si registra una forte attività, e in Sicilia Cesare Mattaliano, coordinatore dell’Area Metropolitana di Palermo di Progetto civico Italia, è in guerra con il sindaco Roberto Lagalla, già rettore dell’Università di Palermo.

Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Michele Placido (foto Ansa).

In Campania Luigi Famiglietti, ex parlamentare, guida Progetto civico in Irpinia, mentre il coordinatore regionale è Carlo Puca, giornalista e in passato autore televisivo per Francesca Fagnani, la compagna di Enrico Mentana. Intanto il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi guarda con molto interesse le iniziative di Onorato.

Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Alessandro Onorato con Gaetano Manfredi e Claudio Mancini (foto Imagoeconomica).

Insomma, si ripropone quel “partito dei sindaci” che aveva segnato un rinnovamento della classe politica italiana, soprattutto grazie a una legge elettorale come quella ideata per gli enti locali che ha dato ottimi risultati. Una norma così chiara, a livello nazionale, ancora non c’è, e infatti a ogni legislatura qualcuno vuole cambiarla. Il dubbio però, alla fine, resta: Onorato è un civico o un cinico?

Manovra, Salvini: «Chiederemo un contributo alle banche»

Il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha annunciato che, per la manovra, «come Lega chiederemo, e sono convinto che l’intera maggioranza ci accompagnerà, un contributo triennale alle prime 10 banche italiane». «Se volessimo partire su un utile di 30 miliardi, ci accontenteremo di un 5 per cento all’anno per tre anni», ha spiegato a margine della visita al cantiere della stazione Pigneto a Roma. Salvini ha citato il caso della Spagna, dicendo che del governo Sanchez non condivide nulla se non l’intervento sugli istituti bancari. «Ho visto le due semestrali delle due più grandi banche italiane che hanno fatto utili per quasi 12 miliardi nel primo semestre, vuol dire che solo due banche fanno utili per più di 24 miliardi nell’anno. Se ti accontenti di un 5 per cento all’anno…», ha aggiunto.

Dalla remigrazione al “patriarcato mediterraneo”: il programma di Futuro Nazionale

Futuro Nazionale ha pubblicato sul proprio sito la prima parte della sua Base Ideologica e Programmatica per l’Italia del futuro (2027-2037), documento-manifesto pensato per orientare l’azione politica del partito di Roberto Vannacci nelle prossime due legislature. Il documento, si legge, «non ha la pretesa di affrontare ogni singolo tema e ogni segmento del sistema Italia, ma di fornire i principi valoriali di fondo e le strategie di Governo per i più importanti campi dell’emergenza nazionale».

Nel testo anche un Piano di remigrazione con 22 misure

Il testo – molto lungo – tocca economia, fisco, lavoro, politica industriale ed estera, giustizia, innovazione tecnologica, ma il capitolo più corposo e identitario è il numero 5, quello intitolato “Assimilazione e Remigrazione”, con tanto di piano in 22 punti che va dalla «impermeabilità dei confini nazionali» alla «facilitazione al reperimento di mano d’opera italiana e innesco dell’aumento stipendiale per i “lavori umili”», fino ai «disincentivi alla scelta di emigrare in Italia» e allo stop ai ricongiungimenti familiari. La facoltà di determinare autonomamente la qualità e la quantità degli ingressi, si legge, «costituisce una declinazione imprescindibile della sovranità nazionale, un principio cardine che deve essere ripristinato in favore dell’Italia senza alcuna subalternità a decisori esterni, pubblici o privati».

Dalla remigrazione al “patriarcato mediterraneo”: il programma di Futuro Nazionale
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La citazione di Pasolini e i «valori non negoziabili»

La Base Ideologica e Programmatica per l’Italia del futuro si apre con una citazione di Pier Paolo Pasonini: «Destra divina che è dentro di noi, nel sonno», dalla poesia “Saluto e augurio”, a cui fanno seguito alcuni passaggi della Divina Commedia di Dante Alighieri. All’inizio del documento anche i «valori non negoziabili» di Futuro Nazionale: «Dalla difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, della famiglia naturale, dell’identità cristiana, della concezione romana del diritto: linee rosse che non possono essere valicate, costi quel che costi».

Vannacci invita alla difesa del “patriarcato mediterraneo”

Nel documento viene ribadito, nel capitolo dedicato alla giustizia, il no alla autonoma figura del reato di femminicidio e un invito a «a proteggere e non criminalizzare il nostro modello», ovvero «quello del “patriarcato mediterraneo”, volto alla sottolineatura delle specificità e alla formazione di maschi forti, capaci di dominare le emozioni e le passioni, proteggendo le donne e offrendo se stessi per la costruzione e la difesa della società».

Crisi di Ceuta, giovedì 13 agosto l’audizione di Piantedosi al Comitato Schengen

Nell’ambito dell’audizione sul ripristino dei controlli alle frontiere tra Italia e Spagna dopo la crisi migratoria di Ceuta, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sarà ascoltato giovedì 13 agosto alle 14:30 dal Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen, convocato a Palazzo San Macuto a Roma. La convocazione arriva mentre resta alta la tensione tra Roma e Madrid in seguito all’eccezionale afflusso di migranti registrato tra il 30 e il 31 luglio nell’exclave spagnola in Nordafrica: parlando di esigenze preventive di sicurezza, l’Italia ha sospeso gli accordi di Schengen reintroducendo reintrodotto controlli temporanei per gli arrivi dalla Spagna, che ha risposto rafforzando a sua volta le verifiche sui passeggeri provenienti dagli aeroporti dello Stivale.

Salvini contestato al concerto per De André: cosa è successo

Dopo Giorgia Meloni che ricordando Francesco Guccini ne ha sottolineato il livore nei confronti del centrodestra, ecco un altro dei leader dei partiti di maggioranza alle prese – per così dire – con un grande del cantautorato italiano. Sta facendo infatti molto discutere quanto accaduto durante il concerto di Diodato all’Agnata, la storica tenuta di Faber in Gallura, dove una ragazza ha interrotto l’esibizione per protestare contro la presenza di Matteo Salvini.

Dori Ghezzi ha preso le parti di Salvini, poi la frecciata di Diodato

A pochi minuti dall’inizio del concerto, che si è svolto nell’ambito del festival Time in Jazz, una ragazza si è alzata rivolgendosi a Diodato: «Tu sei bravissimo, ma non è possibile che qui sia presente una persona che con le canzoni di De André non c’entra niente. Io mi sento offesa e non posso continuare a restare qui». Il riferimento era appunto a Salvini, che era seduto in prima fila al fianco di Dori Ghezzi. Mentre il pubblico si divideva tra applausi e fischi, la vedova di De André è salita sul palco per prendere le difese del segretario della Lega: «Non sono d’accordo con voi. Io la penso diversamente, sono sempre di sinistra. Ma è giusto creare un dialogo. La musica deve unire».

Successivamente è stato Diodato a smorzare (fino a un certo punto) i toni: «Non sono nessuno per cacciare qualcuno, sono un ospite. Speriamo che la musica di De André illumini un po’ di più anche la nostra classe politica», ha concluso tra gli applausi del pubblico il vincitore del Festival di Sanremo 2020.

Salvini: «Si può ascoltare un artista solo con la patente politica giusta?»

Ovviamente, su quanto accaduto si è espresso anche il diretto interessato. «Davvero siamo arrivati al punto in cui qualcuno decide chi può ascoltare De André e chi no? Chi può stare a un concerto e chi andarsene?», ha scritto sui social il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. «Quella ragazza aveva anche il diritto di contestarmi (anche se ha disturbato l’artista, Dori e tutto il resto del pubblico) così come io ho il diritto di risponderle. Funziona così, si chiama democrazia. Ma nessuno – e ripeto NESSUNO – può decidere quali cantanti io possa ascoltare, quali libri leggere o non leggere, quali film guardare», ha aggiunto Salvini, raccontando poi della sua ammirazione per il cantautore genovese. «Non so cosa direbbe Fabrizio oggi. E soprattutto non voglio far parlare i morti per dare ragione ai vivi. Non mi permetterei mai. So cosa dicono a me le sue canzoni, la sua musica, la sua voce. Mi emozionano, mi fanno pensare e qualche volta mi mettono anche in discussione. Sapete però cosa mi preoccupa davvero? Non quello che è successo a me. Ma il mondo che stiamo lasciando ai nostri figli. Un mondo in cui sei libero, ma solo se hai le idee “giuste”? In cui puoi ascoltare un artista, ma solo se hai la patente politica giusta? No. Non esiste. I nostri figli non devono chiedere il permesso a nessuno per essere liberi».

La nipote di Faber: «Volete Fabrizio De André? Allora prendetevelo tutto»

Infine, sulla questione è entrata a gamba tesa anche una delle nipoti di Faber, Alice De André. «Io non so esattamente che cosa sia riuscito Salvini a capire dai testi di mio nonno. Forse la musica? Forse il la la la? Perché sui testi evidentemente abbiamo avuto qualche problema di comprensione. Dire che i loro pensieri, i loro valori e la loro idea di società siano diametralmente opposti è un eufemismo», ha detto la 26enne su Instagram, difendendo poi la contestatrice e mostrandosi in disaccordo con la nonna: «Una ragazza che contesta un politico a un concerto di De André non è fuori luogo. È forse una delle cose più coerenti che sono successe durante tutta la serata. Mio nonno fermava i concerti per le contestazioni. Fermava la musica, parlava, discuteva. Quindi, se proprio vogliamo parlare di rispetto, ieri Salvini poteva alzarsi e rispondere». Infine: «Volete Fabrizio De André? Allora prendetevelo tutto. Non soltanto le canzoni che fanno bella figura alle commemorazioni. Prendetevi anche quello che pensava. Quello che contestava. E soprattutto prendetevi il fatto che mio nonno, davanti a quella scena, avrebbe fermato il concerto e probabilmente avrebbe chiesto a Salvini che cazzo ci faceva lì».

Il Cnel di Brunetta in massa a Marcinelle, un posto per Piantedosi e le altre pillole

Ci sono enti che celebrano gli anniversari, e anniversari che ricordano l’esistenza degli enti. Il Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) appartiene decisamente alla seconda categoria. Quello che Matteo Renzi tentò inutilmente di abolire con il referendum costituzionale del 2016, e che da allora continua placidamente a occupare il suo posto nell’architettura della Repubblica, ha pensato bene di onorare i 70 anni della tragedia di Marcinelle con una delegazione all’altezza della propria importanza. Almeno secondo il Cnel.

Il Cnel di Brunetta in massa a Marcinelle, un posto per Piantedosi e le altre pillole
La delegazione del Cnel a Marcinelle (foto dal sito del Cnel).

Al Bois du Cazier, dove l’8 agosto 1956 morirono 262 minatori, 136 dei quali italiani, mica si è presentato soltanto il presidente Renato Brunetta. Sarebbe stato troppo poco. Con lui sono partiti il segretario generale Massimiliano Monnanni, il vicepresidente Claudio Risso, il consigliere Alfonso Luzzi e – perché evidentemente anche quattro potevano sembrare pochi – la consigliera del presidente Giulia Mancini. Cinque persone per rappresentare un ente solo, neanche fosse una delicatissima missione diplomatica.

Il Cnel di Brunetta in massa a Marcinelle, un posto per Piantedosi e le altre pillole
Il Cnel di Brunetta in massa a Marcinelle, un posto per Piantedosi e le altre pillole
Il Cnel di Brunetta in massa a Marcinelle, un posto per Piantedosi e le altre pillole
Il Cnel di Brunetta in massa a Marcinelle, un posto per Piantedosi e le altre pillole
Il Cnel di Brunetta in massa a Marcinelle, un posto per Piantedosi e le altre pillole

Naturalmente Marcinelle merita tutto il rispetto possibile. E proprio per questo la domanda riguarda la consistenza numerica del Cnel, non certo la sua presenza in sé. Brunetta da solo non sarebbe bastato? Evidentemente no. Servivano un segretario generale, un vicepresidente, un consigliere e una consigliera del presidente. Anche nelle commemorazioni l’organigramma vuole la sua parte.

Non sappiamo quanto sia costata la spedizione. Viaggi, trasferimenti, eventuali pernottamenti: magari pochissimo. Sarebbe però interessante conoscere la cifra, anche solo per curiosità, in un Paese dove ogni volta che bisogna trovare qualche risorsa si scopre che i soldi sono pochi. Non a caso la ricerca delle famigerate «coperture» è diventata una delle attività più praticate dai governi di ogni colore.

Il Cnel, del resto, ha una storia che è un inno alla longevità. Da quando Renzi provò ad abolirlo e perse il referendum, l’ente (che tra le altre cose ospita pure i produttori di vino) è sopravvissuto e sembra persino aver maturato una comprensibile fiducia nell’eternità. E così, quando c’è da andare a Marcinelle, Brunetta parte in compagnia. Se Renzi provò ad abolire il Cnel e non ci riuscì, per contro Brunetta ha scelto una strada più sicura: moltiplicarlo. Almeno in trasferta.

Presto, trovate un posto a Piantedosi

E se anche Giorgia Meloni si fosse convinta? L’avanzata dei consensi del generale Roberto Vannacci potrebbe spingerla davvero a far tornare Matteo Salvini al Viminale? Certo, sempre Quirinale permettendo. Finora è rimasto solo uno slogan, e resta comunque uno scenario difficile da realizzare. La novità possibile riguarda un incastro di caselle, visto che toccherebbe trovare un posto di riguardo a Matteo Piantedosi, l’attuale titolare del ministero dell’Interno. Dove piazzarlo eventualmente? Magari all’Anticorruzione, come ha “suggerito” Il Foglio. Archiviata la presidenza di Giuseppe Busia (che scade proprio a settembre), ora infatti l’Anac ha bisogno di una nuova guida: l’incarico dura 6 (sei!) anni, ed è sicuramente di altissimo valore. Di certo nessuno avrebbe da ridire sulla scelta di Piantedosi alla presidenza dell’Anac. Così finalmente Salvini potrebbe tornare al Viminale, anche se ovviamente si creerebbe un vuoto da colmare al ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture: qui può scattare il passaggio di Claudio Andrea Gemme, classe 1948, dalla guida di Anas al dicastero di Porta Pia. Irrefrenabile, Gemme sarebbe la soluzione ideale per terminare la legislatura e dare una scossa al ministero. Solo fantapolitica agostana? Chissà…

Il Cnel di Brunetta in massa a Marcinelle, un posto per Piantedosi e le altre pillole
Il Cnel di Brunetta in massa a Marcinelle, un posto per Piantedosi e le altre pillole
Il Cnel di Brunetta in massa a Marcinelle, un posto per Piantedosi e le altre pillole

Conte e quella staffetta per un ego smisurato

Nel Partito democratico non ne possono più di Giuseppe Conte. Il protagonismo televisivo, i convegni e i comizi a raffica, l’apparizione davanti alla commissione Covid con un monologo infinito (a proposito, ma il presidente Marco Lisei non doveva metterlo all’angolo?), l’ennesima richiesta di indire le Primarie addirittura con il voto online: tutto questo calderone sta facendo riflettere Elly Schlein, specie dopo il pranzo di giugno all’Hostaria Costanza. Nel Pd qualcuno dice che «chi ha tradito una volta non smetterà mai di farlo»: Conte, è il ragionamento, è stato capace di scavare la fossa al fondatore del Movimento 5 stelle Beppe Grillo, di andare al governo con Matteo Salvini e poi scaricarlo per creare un altro esecutivo con una maggioranza che fino a pochi giorni prima era all’opposizione. «Vittima del proprio ego smisurato», secondo i maligni Conte deve guardare anche all’interno del M5s, con le truppe piemontesi di Chiara Appendino e quelle romane di Virginia Raggi e di “Dibba” che alle prossime elezioni conteranno, eccome. Tra i maggiorenti del Pd sono certi che alla fine l’accordo che verrà proposto da Conte sarà quello, classico, della staffetta, con il 62enne “avvocato del popolo” che, in caso di una vittoria alle Primarie e poi all’appuntamento delle elezioni politiche, rimarrebbe a Palazzo Chigi fino alla scelta del prossimo presidente della Repubblica. A quel punto, in cambio del Quirinale, Conte lascerebbe la guida del governo a un esponente del Pd. Prospettiva irrealizzabile oppure opzione che è davvero presente sul tavolo delle trattative? “Giuseppi” è molto ambizioso…

Il Cnel di Brunetta in massa a Marcinelle, un posto per Piantedosi e le altre pillole
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Pistole ad acqua e secchielli con palette: i gadget «identitari» di Vannacci

Presso il gazebo allestito al mercato di Lido di Camaiore (Lucca), Roberto Vannacci ha presentato assieme ai vertici di Futuro Nazionale una serie di gadget del partito, dedicati alla stagione estiva e dal «forte messaggio politico identitario»: carte da gioco, spillette e un kit di giochi da spiaggia per bambini con paletta, secchiello e una pistola ad acqua.

Il messaggio simbolico veicolato dal kit vannacciano

«Ci piace pensare di essere veramente tradizionali: come ci divertivamo noi da ragazzini sulla spiaggia costruendo i castelli di sabbia con paletta e secchiello, ci piacerebbe che anche oggi i ragazzi facessero la stessa cosa. Ma questo non ha solamente un valore fisico, ha anche un valore spirituale», ha spiegato Vannacci, parlando del kit pensato per veicolare un preciso messaggio simbolico: «Crediamo che in Italia si debba continuare a costruire le nostre case, le nostre abitazioni, le nostre aziende, le nostre imprese, e questo lo facciamo con la paletta e con il secchiello». Quanto alla pistola ad acqua, l’ex generale ha detto: «Pensiamo che queste aziende, queste case, queste imprese, le dobbiamo difendere come ciò che abbiamo di più caro, come ciò che abbiamo di più importante per la nostra sopravvivenza». E poi: «Noi speriamo in un mondo di pace, di relazioni internazionali, di diplomazia, ma siamo pronti a difendere il nostro esistere, la nostra identità, quello che siamo e quello che vogliamo divenire».

Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato

«Come leader sei affaticato». «I militanti vogliono un rinnovamento». O ancora: «Ormai è troppo lo scollamento nelle sezioni». I cahiers de doléances leghisti sono lunghi e nelle quattro ore e mezzo di dibattito il direttivo lombardo è stato un miscuglio di lamentele, a volte anche confuso, con poche soluzioni. Ma un filo rosso ha guidato per la prima volta la maggioranza, forse anche i due terzi, dei circa 30 interventi: le seconde linee leghiste in Lombardia hanno chiesto un passo di lato di Matteo Salvini.

«Non una parola sulla riunione deve uscire da queste stanze»

E così la riunione, convocata dal segretario per regolare i conti con i malpancisti, si è rivelata un boomerang. Tanto che Salvini alla fine ha chiesto una prova di «maturità» ai presenti: non una parola sulla riunione deve uscire da queste stanze, sui giornali o sulle agenzie, ha detto. Anche se poi è stato proprio lui a far diffondere la sua versione. Tempo di stringere le mani e di salire sulle auto ed è partita la velina del fido portavoce che le agenzie hanno trasmesso con grande rilievo. D’ora in poi la Lega dovrà tornare a essere un partito «di lotta», «più duro anche al governo», ha fatto trapelare.

Una dura resa dei conti che Salvini non si aspettava

Ma la verità è un’altra. La verità è che nelle quasi cinque ore di confronto i toni non si sono alzati quasi mai, non ci sono state liti, però le parole sono state pesanti come macigni. È stato lo showdown che Salvini non si aspettava, arrivato con numeri alla mano per dimostrare che non è vero che la Lega al governo ha trascurato la questione settentrionale. Non sono bastati 45 minuti di discorso su opere e risultati portati a casa per il Nord: insomma, uno tra i più lunghi dei suoi famosi elenchi (la modalità di narrazione più amata dal segretario e allo stesso tempo ridicolizzata dai suoi detrattori).

Altro che lamentele messe a tacere: l’esito è stato deflagrante

Quando ha deciso di convocare il direttivo il 7 agosto a Milano, l’intenzione del capo di via Bellerio era di mettere a tacere le lamentele dei nordisti guidati dal segretario della Lega lombarda Massimiliano Romeo e dal governatore Attilio Fontana. L’esito invece è stato deflagrante. Forse Salvini non aveva “ripassato” bene la composizione del direttivo o non si aspettava tanto coraggio dai suoi dirigenti. Ma gli interventi di sindaci e amministratori che lamentavano il calo dei consensi e addossavano le responsabilità al crollo della sua popolarità sono stati predominanti.

Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Attilio Fontana e Massimiliano Romeo (Ansa).

In pochi si sono schierati apertamente con lui

Gli unici che si sono apertamente schierati con lui – è stato riferito da diverse fonti a Lettera43 – sono stati la ministra Alessandra Locatelli, il capo dei Giovani Luca Toccalini, il capogruppo al Pirellone Alessandro Corbetta e il responsabile Esteri Paolo Formentini. Il ministro Roberto Calderoli si è limitato a ricordare che il congresso è stato fatto un anno fa e che forse era allora che si sarebbero dovute avanzare queste istanze, prima di impegnarsi nell’unica lite della serata, ossia quella con Silvia Sardone sulla necessità di concludere il processo di approvazione della riforma sull’autonomia prima delle elezioni politiche del 2027.

Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato

I motivi della lite tra Calderoli e Sardone

Pur dopo aver ricordato l’impegno politico del marito Davide Caparini per la causa leghista, la pasionaria ha detto di ritenere che alla gente «non freghi niente dell’autonomia», ma sia preoccupata dai temi della mancanza di sicurezza e della paura dell’islamizzazione. «L’autonomia è il fine ultimo della Lega», ha puntualizzato Calderoli, dicendo di avere «un’idea ben precisa» di coloro che cambiano i partiti con facilità (e il riferimento era al passato di Sardone in Forza Italia).

Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato

Le province più rappresentative della Lega sono stufe

Gli altri interventi sono stati caotici nelle lamentele e nelle proposte, ma tutti con un fil rouge: la richiesta di un passo di lato di Salvini e di un rinnovamento nella leadership che porti a crescere nuovamente nei consensi. A favore di questa tesi si sono schierati in diversi, soprattutto esponenti delle province storicamente più rappresentative per la Lega, cioè Bergamo, Brescia e Varese. Tra i più duri il segretario bergamasco Fabrizio Sala, da sempre critico con i salviniani, e Daniele Belotti, storico presentatore del raduno di Pontida, che Salvini ha “rottamato”, non volendolo più ricandidare in parlamento. «Ti chiedo di farti da parte e lo faccio nell’interesse della Lega», ha azzardato Belotti. Più contenuta la segretaria bresciana Roberta Sisti, che ha lasciato spazio alla veemenza di Giovanmaria Flocchini, sindaco di Pertica Alta (Brescia) e presidente della Comunità Montana di Valle Sabbia, e del collega sindaco di Travagliato, sempre provincia di Brescia, Renato Pasinetti, che è responsabile delle società partecipate e della Consulta per la Lega Lombarda.

Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato

Il nodo: non c’è nessuno nel partito che vuole sostituirlo

Quando qualcuno ha parlato di «leader affaticato», Salvini lo ha stoppato dicendo: «Veramente io non mi sento affaticato, in pieno agosto, sono qua da ore che vi ascolto». E poi, quando un altro si è lamentato constatando che però non c’è nessuno nel partito che vuole sostituirlo alla guida della segreteria, il capo ha risposto con tono puntuto: «È un concetto che non mi piace. Io non voglio fare il segretario solo perché non c’è nessuno che può sostituirmi».

Chi ha indorato la pillola e chi invece è stato durissimo

Critico anche Romeo che, come spesso accade, ha però indorato la pillola con il suo tipico spirito ecumenico: «Matteo, fatti aiutare». Durissimo l’assessore lombardo agli Enti locali, Massimo Sertori da Sondrio, tra i dirigenti più vicini ad Attilio Fontana. Il governatore, dal canto suo, ha chiesto che la Lega torni a essere un partito «di lotta e di governo» con politiche più incisive attorno alle battaglie storiche, federalismo e autonomia, sicurezza e immigrazione.

Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Massimo Sertori (foto Imagoeconomica).

L’ipotesi di un direttorio e la solita incognita Zaia

Ed è abbastanza curioso che Salvini abbia preso in prestito questo concetto e fatto suo nella versione fatta trapelare a giornali e agenzie. Il segretario ha chiuso la riunione dicendo di aver «ascoltato tutto», anche le critiche «più severe». «Vediamo se riusciamo a proporre una squadra per Pontida», ha detto, parlando dell’ipotesi di una sorta di direttorio. «Ma io rimango alla guida e procedo». Poi ha aggiunto: «Dipende anche da chi dovrà essere coinvolto, se vorrà accettare o meno», alludendo all’ormai celebre ritrosia di Luca Zaia a una partecipazione in tal senso. «L’importante è che quello che è successo qui resti tra queste mura, la maturità del partito la misuriamo nei prossimi giorni». E via, tutta la polvere sotto il tappeto. Ma per quanto?

Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Luca Zaia e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Migranti, il post di Meloni e Mette Frederiksen: «Unite per difendere l’Europa»

La premier Giorgia Meloni e l’omologa danese Mette Frederiksen hanno condiviso sui social un «messaggio congiunto per l’Europa» in cui affermano di non accettare «un’immigrazione incontrollata» che ha «impatti negativi» sulle società. Un richiamo che arriva nei giorni del braccio di ferro tra Italia e Spagna dopo l’ondata migratoria a Ceuta e la successiva decisione di sospendere Schengen da parte di Palazzo Chigi.

Le due premier: «I cittadini si aspettano azioni concrete»

Le due premier si dicono «consapevoli che molti potrebbero interrogarsi sulla nostra collaborazione», dato che «proveniamo da posizioni politiche molto diverse e certamente non siamo d’accordo su tutto (ndr. Frederiksen è socialdemocratica)». «Siamo le uniche due donne a capo di un governo nell’Ue. Una di noi guida un grande Paese del Sud, l’altra un piccolo Paese del Nord. Ma siamo unite dal nostro desiderio di difendere l’Europa. Non accettiamo un’immigrazione incontrollata verso l’Europa, e abbiamo promosso una politica migratoria rigorosa, sia nelle nostre Nazioni sia in Europa», continua il post. «Nessuno può negare gli impatti negativi dell’immigrazione illegale sulle nostre società: aumento dei tassi di criminalità, crescente pressione sui servizi pubblici ed erosione della fiducia dei cittadini. È particolarmente grave quando migranti illegali, privi del diritto di rimanere nelle nostre nazioni, commettono crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali». I cittadini europei, sostengono Meloni e Frederiksen, «si aspettano azioni concrete dai propri rappresentanti politici». «Per troppo tempo, soprattutto le persone comuni hanno pagato un prezzo troppo alto a causa di un’immigrazione incontrollata. È nostro dovere continuare a impegnarci con determinazione per offrire risposte concrete ai cittadini, specialmente i più esposti, e garantire maggiore sicurezza e tutela per le nostre comunità».

«Occorrono centri di rimpatrio in Paesi terzi»

Per gestire l’immigrazione clandestina, sostengono, «bisogna realizzare centri di rimpatrio in Paesi terzi, così come altre soluzioni innovative al di fuori dell’Europa». Ma questo non basta: «Il rispetto delle nostre leggi deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei. Ciò vale per i migranti illegali, ma anche per i milioni di cittadini stranieri che vivono legalmente nelle nostre Nazioni e in tutta Europa. Entrambe siamo orgogliose del patrimonio culturale cristiano dell’Europa e vogliamo proteggerlo. Ci aspettiamo che chi arriva nei nostri Paesi e sceglie di fare dell’Europa la propria casa, rispetti i nostri valori e non cerchi di imporci modelli di vita che non condividiamo». «Riteniamo», concludono, «che questa sia la strada giusta per proteggere l’Europa e i nostri valori comuni. E crediamo che milioni di europei condividano questa convinzione».

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo

In nome del popolo sovrano è il titolo di un film del 1990 interpretato da Nino Manfredi e Alberto Sordi e diretto da Luigi Magni. È il terzo di una trilogia dedicata al rapporto fra popolo e potere (pontificio) sullo sfondo del periodo risorgimentale. Visto con gli occhi di oggi offre numerosi spunti per riflettere sulla mutazione che hanno subito i termini “popolo” e “popolare”, in riferimento anche all’evoluzione che ha investito il “potere popolare” e la sua legittimazione, incarnata nei diversi periodi storici dai suoi rappresentanti. Con un focus sugli attuali leader populisti che con la massima disinvoltura si appellano al popolo sovrano, chiamandolo a unico giudice delle proprie azioni, come nei casi recenti di Marine Le Pen in Francia e di Nigel Farage nel Regno Unito.

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo
Nigel Farage e Donald Trump nel 2020 (Ansa).

Come il popolo e popolino sono entrati nella storia

Il popolo ha un suono antico e maestoso. Senatus Populusque Romanus: il popolo romano è sovrano e si contrappone alla plebe, che è il popolo minuto e miserabile. L’evocazione alta nei secoli seguenti si attenua e il popolo quasi scompare, inghiottito da assoluta povertà materiale e morale. Trasformato in volgo o popolino, è in grado di scatenare rivolte che, sia pure per brevi attimi, impongono la dittatura degli ultimi. Accade a Firenze con Gerolamo Savonarola che, cacciati i Medici, instaura un “governo popolare” e poi a Napoli con Masaniello che guida gli abitanti dei quartieri più poveri, i “lazzaroni”, alla rivolta contro il governo spagnolo. La Rivoluzione francese è il discrimine, il prima e il dopo la comparsa di un popolo che comincia a emanciparsi da una condizione servile. Il Quarto Stato (i primi tre sono aristocrazia, clero e borghesia) non è ancora quella massa di lavoratori che avanza compatta, raffigurata a fine Ottocento nel celebre quadro di Pellizza da Volpedo. Però la triade rivoluzionaria – Liberté, Egalité, Fraternité – inaugura una nuova dialettica popolo-potere. «Proletari di tutto il mondo, unitevi». Il Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels mette in moto le classi lavoratrici, che rappresentano il popolo con una coscienza di classe. Un soggetto collettivo assolutamente nuovo che reclama riconoscimento e diritti a una vita dignitosa. Popolo e popolare diventano sinonimi di socialismo e poi di comunismo e, nel corso del secolo scorso, si identificano come masse popolari e lavoratrici che entrano nella storia. Fronte Popolare è il nome scelto da socialisti e comunisti nelle elezioni del 1948 vinte dalla DC. Popolari sono le Feste dell’Unità e dell’Avanti e popolare è il termine che identifica la sinistra politica: la destra non ha un popolo e negli anni della contestazione (‘68 e ‘77) si definiva come maggioranza silenziosa. Quella che sta in casa e non va in piazza, lavora e non protesta.

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo
Il Quarto Stato di Pellizza Da Volpedo (Ansa).

La mutazione in gggente e le basi del populismo

Ma il consumismo dilagante e soprattutto la tv che raggiunge oltre il 90 per cento della popolazione hanno trasformato il popolo in gggente. Un grande agglomerato, consumista e qualunquista, che è la versione televisiva della plebe o popolino di un tempo. Il popolo, soprattutto di sinistra, è sparito e il popolare sopravvive solo nella versione, popolana però, della Lega di Umberto Bossi. Il partito del «ce l’abbiamo duro» che però si allea con il neo-populista Silvio Berlusconi. Il Cav scende in campo promettendo il nuovo miracolo economico italiano e scatenando una guerra nei confronti della magistratura ancora corso. Esattamente qui vengono poste le fondamenta del populismo che è la versione contemporanea di un potere popolare che sta però nelle mani di pochi se non di uno solo.

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo
Silvio Berlusconi con Umberto Bossi (Imagoeconomica).

Non c’è un duce però ci sono autocrati, mezzi dittatori, leader plebiscitari. C’è il popolo dell’uno vale uno di Beppe Grillo, l’onda agguerrita dei gilets jaunes in Francia, il movimento MAGA negli Usa, i secessionisti della Brexit nel Regno Unito. Ma a fare più danni alla democrazia e a una civile convivenza sono i capi di Stato e leader di partito che si appellano al popolo per giustificare atti liberticidi, pratiche corruttive e condotte illegali. «In nome del popolo sovrano» è tornato a risuonare nelle varie chiamate alle armi di Orban, Erdogan, Milei e soprattutto di Trump. È lui oggi a livello planetario il maestro di cerimonia e il massimo distruttore dei principi di legalità democratica. Lui dei giudici e delle corti di giustizia se ne infischia allegramente. Ha sostenuto l’assalto al Campidoglio ed è tornato alla Casa Bianca. Quale esempio migliore per le due stelle europee del populismo per tentare di sottrarsi alle indagini che sono in corso nei loro confronti?

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo
Donald Trump (Ansa).

Con Le Pen e Farage il popolo è chiamato a essere giudice

«Lasciate che sia il popolo a giudicarmi: come Marine Le Pen e Nigel Farage hanno appreso da Donald Trump una potente tattica populista». Così titola una riflessione di Emile Chabal su The Conversation che ricorda come la prima sia già stata condannata per appropriazione indebita di fondi europei, mentre il secondo è oggetto di un’inchiesta parlamentare sulla presunta mancata dichiarazione di una donazione milionaria. Le Pen ha annunciato che si presenterà comunque come candidata alle prossime elezioni presidenziali e l’altro che si dimetterà salvo però ricandidarsi alle elezioni suppletive. Sia Le Pen che Farage, scrive Emile Chabal, evocano un manuale ben collaudato. Il popolo contro i tribunali; gli elettori contro i giudici; la legittimità “trasparente” delle urne contro l'”opacità” dei procedimenti legali. Le domande più importanti che però possiamo porci sono: agli elettori importa davvero se i politici populisti infrangono le regole? Le Pen e Farage sperano che, come Donald Trump, possano semplicemente ignorare i processi legali e vincoli normativi sulla strada verso il loro trionfo elettorale? 

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo
Marine Le Pen (Ansa).

Lo slittamento dalle giurie popolari alle giurie populiste

Non resta che attendere le elezioni con la consapevolezza di uno slittamento della percezione normativa che è visibile da tempo in numerosi ambiti della nostra vita quotidiana. Pensiamo ad esempio ai reati fiscali che si tendono a considerare stati di necessità. C’è però un caso recente che mostra come la pretesa dei leader populisti di essere giudicati solo dal popolo sia stata accolta, al momento solo da una parte di esso, come una giusta pretesa. «Siamo tutti Mario Roggero» e «Grazia subito» per il gioielliere 72enne segnalano infatti che dalla tollerabilità di un «po’ di corruzione» da parte dei propri eletti rischiamo di approdare al «tana liberi tutti». Alla giustizia fai da te che si affida alle giurie non più popolari ma populiste e che anziché nelle aule dei tribunali si amministra sui social. Con la facilità e velocità con cui si può sottoscrivere un abbonamento a Netflix.

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo
Matteo Salvini con una maglietta dedicata a Mario Roggero all’AderLegaFest (Ansa).

Chi è Massimiliano Lisa, il civico in corsa per Milano contro destra e sinistra

Quando Massimiliano Lisa si è candidato sindaco di Milano, alla guida della lista civica Milano Libera, quasi tutti i commentatori hanno convenuto su due osservazioni. La prima: è utopico pensare di inserirsi nella competizione tra centrosinistra e centrodestra, definendosi equidistante. E questo in effetti è difficile da negare. La seconda: probabilmente lo fa per rivalsa verso l’amministrazione-Sala, con la quale ha in corso un contenzioso rispetto agli affitti del Museo Leonardo, che ha fondato e dirige. La vicenda ha preso una piega anche penale quando Lisa ha querelato Beppe Sala per diffamazione, ma ancora più significativi sono i suoi esposti sfociati in inchieste per corruzione e turbativa d’asta. Il sindaco ha parlato di «una parte della Procura che fa politica», riferendosi alla candidatura dell’ex pm Tiziana Siciliano, già titolare dell’inchiesta sull’urbanistica, che si propone come vicesindaco. Sulle sue motivazioni, Lisa è però piuttosto convincente.

Dall’editoria al Museo di Leonardo

Cinquantanove anni a ottobre, Lisa è un vero e proprio figlio della “Milano da bere”. Nel 1985, a soli 18 anni, ha fondato la sua prima casa editrice lanciando prodotti di successo come Commodore Gazette e Informatica VideoMagazine. Dopo 20 anni nell’editoria, si è reinventato come imprenditore culturale con l’avventura del Museo Leonardo. «La Milano degli scorsi anni mi ha dato l’occasione per realizzarmi», spiega a Lettera43. «Quella di oggi è molto cambiata: non dà opportunità a me, figurarsi ai più giovani! E anche per questo che mi candido, altro che rivalsa personale… ». In una campagna elettorale piuttosto povera di idee, Lisa è letteralmente un fiume in piena: le sue proposte sono diventate anche un libro (La Repubblica di Milano), oltre che il programma elettorale di Milano Libera.

Chi è Massimiliano Lisa, il civico in corsa per Milano contro destra e sinistra
La copertina de La Repubblica di Milano.

L’ambizioso «Metodo Leonardo»

Il «Metodo Leonardo», ambiziosamente riferito sia all’esperienza del genio sia a quella del museo, è ovviamente al centro del suo progetto. «Arte e tecnologia devono fondersi, perché le cose più significative nascono dalla contaminazione», dice Lisa. «Abbiamo grandi scuole e università, ma il Comune deve fare da aggregatore, per creare un circolo virtuoso. Non possiamo più limitarci alle mostre dei soliti noti: bisogna dare gli spazi pubblici a tutti. L’assessore Tommaso Sacchi ha speso circa 80 milioni per la cultura, ma personalmente non ho visto grandi risultati per la città». 

I giovani sono il punto di partenza

Il tema dell’urbanistica milanese non viene affrontato con toni da denuncia, ma con un approccio teorico basato sul concetto di “Post-democrazia” di Colin Crouch, che Lisa considera il più influente tra i sociologi viventi: «Oggi la politica non si fa più. A comandare è l’economia», continua. «Noi votiamo, ma il nostro potere finisce lì e i partiti non sono in grado di risolvere il problema. Lo disse chiaramente anche Alan Greenspan, dimettendosi dalla Fed e profetizzando che il successivo presidente Usa – chiunque fosse stato – non sarebbe riuscito a governare, perché tutto sarebbe rimasto in mano ai poteri forti». Potrebbe sembrare che ci stiamo allontanando troppo da Milano, ma non è così: «Questo si riflette nelle scelte immobiliari e urbanistiche locali, che devono essere fatte per il bene dei cittadini e non degli investitori. Questi ultimi si spaventeranno nel sentirmi parlare così, ma sappiano che con me sindaco potranno certamente continuare a lavorare, però con parametri diversi, a partire dagli oneri di urbanizzazione e dalla percentuale di edilizia pubblica». Secondo Lisa le più importanti città europee nei prossimi anni si distingueranno per la capacità di attrarre i giovani non solo per studiare, ma anche per rimanervi con un progetto di vita, basato su affitti accessibili e possibilità di fare impresa, anche grazie alle agevolazioni pubbliche. «Faccio un esempio pratico su Milano: la metà degli spazi nei mezzanini nelle metropolitane era sfitta e con impianti elettrici da sistemare, così è stato fatto un contratto ventennale con dei francesi, che si occuperanno di tutto», spiega. «Un’amministrazione virtuosa avrebbe invece potuto concedere questi spazi ai giovani neolaureati a condizioni di favore. C’è una grossa differenza tra amministrare e governare: amministrare significa pensare al presente, governare significa pensare ai prossimi 10, 15, anche 50 anni». 

L’idea di comunità

«Oggi è molto difficile pensare a un futuro a Milano», prosegue Lisa. «Me lo ha detto anche una donna anziana, nata del 1943. Mi ha raccontato la storia di un suo vicino di casa coetaneo, che si è impiccato dopo essere stato sfrattato. Certo, aveva problemi psicologici, ma queste persone vanno aiutate, infatti nel mio programma c’è un bando per 500/700 educatori di strada. Era molto diverso nella Milano socialista degli Anni 70: l’allora Sindaco Paolo Pillitteri si recò in quello stesso caseggiato per chiedere a ciascun condomino come volesse che fosse ristrutturata la propria casa». Il riferimento al vecchio Partito Socialista non è però una dichiarazione di appartenenza politica. «Il mio primo voto è stato per il Partito Repubblicano di Spadolini e poi ho sempre votato al centro. Mai a destra, ma sono sempre stato aperto alle idee di tutti», precisa Lisa. «Il concetto più importante è quello di bene comune: per ogni progetto bisogna chiedersi quale sia l’utilità per la comunità. Non dico di tornare al pericoloso comunismo di inizio secolo scorso, ma al tavolo delle decisioni devono essere rappresentati tutti gli interessi, non solo quelli della finanza. Dopo la vicenda San Siro, gli annunci sull’edilizia popolare da parte degli amministratori in carica fanno ridere».

Trasparenza e contatto diretto coi cittadini

Sul lobbismo esistono una legge nazionale e una norma regionale lombarda, che però riguarda solo il Consiglio e non la Giunta. Il Comune, invece, segna il passo. «Tutti gli incontri con portatori di interesse invece vanno tracciati sul sito e deve essere evidente l’effetto che queste interlocuzioni hanno sulle delibere», incalza Lisa. «Per essere veramente trasparenti non basta pubblicare un bando, ma bisogna spiegare i processi che hanno portato a decidere in quel senso, anche rispetto alle cifre. Non tutti i cittadini hanno gli strumenti per capire cosa sta dietro certe decisioni e bisogna spiegarsi chiaramente». «Se fossi sindaco», promette, «un pomeriggio alla settimana sarebbe dedicato al ricevimento dei cittadini da parte di tutti i membri della Giunta, me compreso». 

Chi è Massimiliano Lisa, il civico in corsa per Milano contro destra e sinistra
Lo skyline di Milano.

La propaganda sulla sicurezza

Il tema della sicurezza è spesso foriero di polemiche politiche tra destra e sinistra e su questo Lisa si colloca davvero in una posizione terzista: «Non c’è democrazia se non c’è sicurezza, perché ognuno ha il diritto di sentirsi libero di muoversi senza rischiare la propria incolumità», mette in chiaro. «Questa sensazione di insicurezza è prodotta sia dal governo nazionale, di centrodestra, sia da quello locale, di centrosinistra. Forse però è persino voluta: se tutti parlano di questo tema (sul quale i sovranisti prosperano) non ci si occupa dei problemi reali, a partire dagli stipendi da fame che sono un altro frutto dell’incompetenza diffusa tra chi ci governa. La debolezza della politica fa felice la finanza, che si compra tutto ed esercita il vero potere». Per questo, ed è l’altra promessa elettorale, «convocherei subito la Polizia locale per un piano di sicurezza con le forze a disposizione, ovviamente concordato con i sindacati. Anche l’aumento delle pattuglie notturne, recentemente deliberato in consiglio comunale, viene rivendicato dal candidato “ribelle”: «Era un’idea presente nel mio programma, solo che loro non si sono disturbati a condividerla e l’hanno imposta dall’alto».

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La mobilità e il trasporto pubblico

Rispetto alla mobilità, Lisa propone di partire dall’emorragia dei dipendenti ATM che non possono permettersi di vivere a Milano: «Senza personale non puoi erogare i servizi. La recente assunzione di autisti tunisini non è una soluzione di lungo termine, se rendi invivibile la città per una fascia di popolazione. Questa amministrazione ha tagliato diverse linee di superficie su gomma, col risultato che in certe zone i mezzi non passano, se non con frequenze insoddisfacenti». Viene poi avanzata la proposta di concedere il biglietto gratis a studenti e anziani, ma con una certa cautela. Intanto già esistono agevolazioni per ISEE bassi e poi c’è il grosso problema delle coperture economiche. «Al momento non possiamo prometterlo, ma contiamo di recuperare risorse internalizzando funzioni oggi in appalto, con risultati non soddisfacenti», precisa.

Il riassetto delle partecipate: no alle privatizzazioni

Lisa è durissimo in merito all’ipotesi di una superholding che faccia da cappello a tutte le partecipate del Comune, avanzata dall’assessore al Bilancio Emmanuel Conte: «Non mi stupirei se in campagna elettorale questa idea venisse rimangiata, ma già averlo pensato è un buon motivo per non affidarsi più a lui e alla vicesindaca Anna Scavuzzo. Sono contrario alla privatizzazione di ATM e di tutte le altre partecipate. Voglio fare l’opposto». Tradotto: MM per il candidato andrebbe fusa con Milanosport e forse anche con altre partecipate, «per risparmiare sulla governance e svolgere più funzioni, dalla manutenzione delle case (di cui tutti si lamentano) al ritorno all’edilizia pubblica». Per la verità già oggi MM si occupa di case, poi ci sono dei vecchi problemi mai risolti: «Bisogna anche riprendere a fare la manutenzione delle strade, oggi in condizioni inaccettabili. Invece va impedito che centri sportivi come il Carraro rimangano chiusi, cosa che ha conseguenze anche sul disagio e quindi sulla sicurezza». Anche qui, il problema dei fondi è ben noto a chiunque si sia mai occupato di sport in città: «Ci vorranno anni, perché la situazione è difficile, ma bisogna cominciare a farlo e smetterla di affidarsi ai privati».

La nota di Palazzo Chigi alla Spagna: «Non accettiamo ultimatum, misure almeno fino al 15 agosto»

Il governo italiano ha risposto a quello spagnolo che, nel pomeriggio del 7 agosto, aveva lanciato un ultimatum intimando all’Italia di togliere, entro il 9 agosto, le limitazioni introdotte alle frontiere dopo la crisi migratoria di Ceuta. «L’Italia non accetta ultimatum o imposizioni dall’estero per ciò che riguarda la sicurezza nazionale ed il controllo delle frontiere. Non intendiamo in nessun caso rivedere la decisione di sospendere l’applicazione dell’accordo di Schengen per i cittadini di paesi terzi provenienti dalla Spagna, almeno fino al 15 agosto e comunque sino a quando non saranno completamente esclusi rischi di sicurezza e di terrorismo per l’Italia. In quella data, come annunciato dalle stesse autorità spagnole, è infatti attesa a Ceuta una nuova ondata migratoria», si legge in una nota di Palazzo Chigi.

«Allenteremo le misure solo quando saranno esclusi rischi di sicurezza e terrorismo»

E ancora: «Solo quando si avrà la certezza che non vi saranno rischi di sicurezza e di terrorismo per l’Italia, che non vi sia una nuova ondata, che non ci siano migranti irregolari diretti verso il territorio europeo, si potrà rivedere quanto già deciso. Questo senza pregiudizio nei confronti di un Paese amico come la Spagna, analogamente a decisioni simili adottate in passato dal governo italiano, ad esempio nei confronti della Slovenia, e da governi europei nei confronti dell’Italia e della stessa Spagna. Nel momento in cui tutte queste condizioni dovessero venire meno, l’Italia è pronta a continuare un confronto costruttivo con il governo di Madrid. Nel frattempo le autorità di frontiera italiane faranno di tutto per garantire la massima agibilità ai cittadini spagnoli ed europei che, è importante sottolinearlo, non sono interessati dal ripristino dei controlli ai confini aerei e marittimi». La Spagna aveva minacciato, in caso di mancato stop delle limitazioni, «misure proporzionate per tutelare gli interessi e la dignità dei suoi cittadini».

Vannacci a Montecitorio, le assunzioni di Valditara e altre pillole del giorno

È il giorno di Roberto Vannacci: il 5 agosto, nel pomeriggio, il leader di Futuro Nazionale sbarca a Montecitorio per parlare di migranti, sicurezza dei confini, approvvigionamenti e costi dell’energia.

Vannacci a Montecitorio, le assunzioni di Valditara e altre pillole del giorno
La locandina della conferenza stampa di Roberto Vannacci a Montecitorio.

È però probabile che la conferenza stampa “Immigrazione e crisi energetica, la visione di Vannacci per l’Italia” si trasformi in un dibattito più acceso sullo scostamento di bilancio e sulle spese per la Difesa, in particolare sul Safe su cui era inciampato qualche giorno fa Antonio Tajani. In Aula infatti i deputati vannacciani hanno contestato arditamente sia il piano sulla clausola di salvaguardia illustrato da Giancarlo Giorgetti sia il fondo europeo per le spese militari. «Il Safe è un cappio al collo nei confronti dell’Italia», ha gridato il futurista Edoardo Ziello brandendo un cappio (più una fune da barca, a essere sinceri).

E, poi, l’affondo sulla clausola di salvaguardia: «Noi pensiamo a un governo che si era insediato con l’auspicio di combattere i poteri forti e di non farsi contaminare dalla burocrazia di Bruxelles di fatto ha tradito quegli impegni», ha dichiarato l’ex leghista. «Voteremo in modo contrario alla risoluzione della maggioranza che chiede l’accesso alla clausola di salvaguardia e, quindi, anche al Safe». 

Vannacci a Montecitorio, le assunzioni di Valditara e altre pillole del giorno
I vannacciani in Aula a Montecitorio.

Con Futuro Nazionale, il cappio è così è riapparso tra i banchi di Montecitorio dopo 30 anni. Era il 16 marzo del 1993, quando il leghista Luca Leoni Orsenigo (ah, la matrice) lo sventolò durante il voto del “decreto Conso”, il cosiddetto ‘colpo di spugna’ per i presunti corrotti, in piena Tangentopoli. Una cosa è certa: a Giorgia Meloni oggi pomeriggio fischieranno le orecchie.

Vannacci a Montecitorio, le assunzioni di Valditara e altre pillole del giorno
Luca Leoni Orsenigo col cappio alla Camera nel 1993.

Le assunzioni di Valditara

«Con questi numeri, se ci saranno le preferenze il nostro Giuseppe Valditara rischia di essere il più votato», scherzano i leghisti. Già, perché le assunzioni decise dal governo riguardano l’immissione in ruolo di 346 dirigenti scolastici, 46.642 docenti – di cui quasi 11 mila di sostegno, 79 unità di personale educativo, 2.628 insegnanti di religione cattolica e 12.284 unità di personale amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA). Numeri che potrebbero portare la popolarità di Valditara a punteggi record. Che poi tra i ministri è tra i più «invisibili», dicono alcuni suoi colleghi, che in verità gli invidiano uno staff capace di coprire tutte (o quasi) le notizie potenzialmente negative. Una grancassa mediatica che porta consenso, quasi come le assunzioni in vista nel settore della scuola.

Vannacci a Montecitorio, le assunzioni di Valditara e altre pillole del giorno
Giuseppoe Valditara (Imagoeconomica).

Un agosto da Leone

A Papa Leone XIV la villa pontificia di Castel Gandolfo piace, eccome. Tanto da tornarci pure nel mese di agosto. Si dice che il pontefice non abbia gradito la visione di piazza San Pietro praticamente vuota, assolatissima, all’Angelus di domenica scorsa. Quindi, meglio stare ai Castelli Romani, dove bastano un centinaio di fedeli sotto il balconcino per avere l’impressione di un “bagno di folla”. Prevost lascerà Castel Gandolfo il 6 agosto, festa della Trasfigurazione del Signore, per presiedere ad Assisi la messa nella basilica papale di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola per i partecipanti all’incontro “Go! Franciscan Youth Meeting”. Il 15 agosto, Assunzione della beata Vergine Maria, celebrerà invece la messa nella parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova, sempre a Castel Gandolfo. Quindi il 22 agosto Leone XIV sarà in visita pastorale a Rimini, dove si tiene il tradizionale Meeting di Comunione e Liberazione, per presiedere la messa al porto. Il calendario del mese si chiude il 29 agosto con la messa e la processione nella chiesa di Maria Santissima del lago. E poi, a Dio piacendo, si torna a Roma.

Vannacci a Montecitorio, le assunzioni di Valditara e altre pillole del giorno
Papa Leone a Castel Gandolfo.

Il party di Setta

Restando in Puglia è tutto pronto per il compleanno numero 62 di Monica Setta. Ancora una volta il party della giornalista brindisina si terrà alla Masseria Torre Maizza a Savelletri di Fasano. Il programma parte al tramonto con un aperitivo tra gli ulivi, seguito da una cena placée per una quarantina di ospiti super selezionati, come assicura il comunicato stampa. La lista è ovviamente top secret, ma tra i pochi nomi trapelati ci sono quelli «dell’ad di Sistemi Urbani del Gruppo FS, Matteo Colamussi, l’imprenditore Marco Di Venuto, inserito da Forbes tra i 100 giovani più promettenti, il past president di Confindustria Brindisi Gabriele Menotti Lippolis, l’industriale salentino Fernando Nazaro, esponente di Confindustria Puglia, il segretario generale di First Cisl Riccardo Colombani e alcune delle più care amiche della festeggiata, tra cui la direttrice del Museo di Brindisi Anna Cinti, l’architetta Isabella Altamura e gli storici amici Stefania Rengo ed Enzo Visentin». Grande attesa, si ricorda, per il super ospite a sorpresa.

Alberto Bagnai (Lega) nominato componente dell’Antitrust

Il deputato della Lega Alberto Bagnai entra nel consiglio dell’Antitrust prendendo il posto lasciato libero da Saverio Valentino, promosso nei giorni precedenti alla presidenza dell’Autorità garante. Il mandato di Bagnai durerà sette anni e non è rinnovabile. Classe ‘62, mente economica del Carroccio, è stato eletto per la prima volta in Parlamento nel 2018. Prima al Senato ha presieduto la Commissione Finanze dal giugno 2018 al luglio 2020, poi nel 2022 è stato eletto alla Camera, dove continua a seguire in particolare i dossier di politica economica, finanza pubblica, sistema bancario, fisco e rapporti con l’Unione europea.

Clausola di salvaguardia nazionale, le richieste dell’Italia all’Ue

L’Italia intende chiedere all’Ue di utilizzare lo 0,6% del Pil per gli interventi sulla sicurezza energetica (ovvero il massimo consentito) e circa lo 0,9% per sicurezza e difesa, sfruttando la flessibilità prevista dalla clausola di salvaguardia nazionale. Lo ha detto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti durante le comunicazioni alla Camera.

Lo scostamento di bilancio arriverà dopo l’ok di Bruxelles

La Commissione europea, ha spiegato Giorgetti, valuterà le richieste «nel mese di settembre, eventualmente raccomandandone l’approvazione al Consiglio, che dovrebbe formalizzare la raccomandazione nella riunione Ecofin di ottobre». In seguito, il governo ricorrerà «alla procedura prevista dall’articolo 6 della legge n.243 del 2012, al fine di poter dare conto del quantum delle clausole utilizzate e degli interventi ai quali le relative risorse saranno destinate, cioè il cosiddetto scostamento di bilancio». Per gli Stati membri che attivino la clausola, «il monitoraggio della traiettoria di spesa verrà effettuato in due passaggi», ha spiegato Giorgetti: «Un primo passaggio verificherà se un eventuale debito del conto di controllo possa essere ricondotto all’incremento delle spese per la difesa; nel caso in cui l’incremento delle spese per difesa non giustifichi pienamente gli scostamenti registrati dal conto di controllo rispetto al tasso di crescita dalla spesa netta fissato nel Piano strutturale e raccomandato dal Consiglio, un secondo passaggio verificherà se detti scostamenti derivino dall’utilizzo dei margini concessi per l’estensione della National Escape Clause alle spese per sicurezza energetica».

Forfait, simboli e nuovi partiti: nella Lega tira aria di scissione?

Tira una brutta aria quando nei partiti si comincia a parlare di statuti e simboli. Nell’estate che vede la Lega scivolare al 5,9 per cento nei sondaggi – attestandosi al settimo posto davanti ad Azione, Italia viva, +Europa e Noi Moderati – il movimento di Matteo Salvini è attraversato da tensioni e veleni.

Il forfait di Zaia alla festa della Lega a Cervia

In attesa del raduno di Pontida del 22 settembre, il segretario si è goduto qualche giorno di festa, affollata, a Cervia. Al tradizionale appuntamento all’ultimo minuto ha dato forfait Luca Zaia. Il suo intervento era in programma venerdì alle 21.45, alla fine di una serata moderata da Mario Giordano e Lucia Scajola, giornalista di Mediaset (e figlia dell’ex ministro berlusconiano Claudio). Ma nulla: con poco preavviso l’ex doge ha chiamato il deputato romagnolo Jacopo Morrone: «Ho un impegno, non posso venire». Bidonati.

Le voci sul Fienile e la suggestione di un passaggio alla guida di FI

Nei giorni scorsi, l’ex governatore veneto si è ben guardato da smentire le indiscrezioni di stampa che lo davano in chiusura di trattativa con Mediaset per la trasformazione del suo podcast Il Fienile in una sorta di Maurizio Costanzo show 2.0. Addirittura alcuni siti si sono spinti oltre, sostenendo che stia lavorando per sostituire Antonio Tajani alla guida di Forza Italia. Sicuramente il rapporto con gli eredi di Silvio Berlusconi esiste (si sono conosciuti negli anni dei “caminetti” di Arcore con Umberto Bossi) ma a molti nel partito appare più una suggestione anche perché il segretario azzurro in Veneto è uno dei più noti nemici di Zaia, ovvero Flavio Tosi.

Forfait, simboli e nuovi partiti: nella Lega tira aria di scissione?
Luca Zaia (Imagoeconomica).

Le ipotesi dietro il silenzio di Zaia

Dopo il fallimento dell’accordo con Salvini per la gestione di un partito del Nord all’interno della Lega, Zaia è sparito dai radar. Se ne sta «dietro un cespuglio», per usare un’espressione un tempo cara al Senatur, e attende l’evoluzione della situazione. I più maliziosi sostengono che stia attendendo di veder passare il “cadavere”, ovvero il crollo del partito al 3 per cento e il tonfo di Salvini. Altri pensano che il suo silenzio sia determinato dal fatto che avrebbe già stretto un accordo con il segretario per correre alle elezioni politiche. Di certo non sembra agitarsi per prendere la guida della Lega.

Forfait, simboli e nuovi partiti: nella Lega tira aria di scissione?
Striscioni contro Salvini a Villorba, Treviso (Ansa).

Fontana e la bozza di un nuovo partito «segno del malessere»

Piccoli segnali invece arrivano ancora una volta da Brescia, dove a dicembre era partita una raccolta firme a sostegno di una sua nomina a segretario, e dall’Highlander varesino, il governatore lombardo Attilio Fontana. Nel primo caso ha fatto discutere la scelta del segretario cittadino Michele Maggi di togliere dalla comunicazione ufficiale sui social la dicitura “Salvini premier”, lasciando solo “Lega”. La semplificazione del simbolo però è una decisione presa dall’ufficio comunicazione in raccordo con il segretario federale già da ottobre, hanno tenuto a minimizzare da via Bellerio. Si tratta di una “firma grafica” mentre il simbolo “rimane invariato”. Altro caso è quello di Fontana che ha inviato in una vecchia chat di partito, in cui sono presenti tutti gli amministratori e pure Salvini, il testo dello statuto di un nuovo partito, il Partito Liberale Federalista italiano. «Un nuovo partito non è all’ordine del giorno ma è necessario avere più confronto dentro e fuori la Lega. È il segno del malessere», ha puntualizzato Fontana. Insomma, c’è sempre aria di scissione quando si comincia a parlare di simboli e statuti.

Forfait, simboli e nuovi partiti: nella Lega tira aria di scissione?
Attilio Fontana (Imagoeconomica).

Quando Lampedusa era Ceuta: l’ipocrisia di Meloni che oggi attacca Sanchez

La crisi di Ceuta ha spaccato l’Europa, con Giorgia Meloni in prima fila nel criticare in tema di immigrazione Pedro Sanchez, accusato di non saper gestire la frontiera spagnola (e dunque europea) col Marocco. Ma, come ricorda anche Le Monde, a settembre 2023 fu l’Italia a trovarsi in una situazione analoga alla Spagna – seppur in misura minore – quando a Lampedusa nel giro di 48 ore sbarcarono circa 10 mila migranti, circostanza che portò al collasso il sistema di accoglienza dell’isola (l’hotspot di contrada Imbriacola è progettato per meno di 400 persone).

Quando Lampedusa era Ceuta: l’ipocrisia di Meloni che oggi attacca Sanchez
Migranti appena sbarcati a Lampedusa a settembre del 2023 (Ansa).

Con Lampedusa al collasso Meloni invocò l’aiuto dell’Ue

«Tre anni dopo aver ottenuto il sostegno dei suoi partner, Giorgia Meloni utilizza le immagini dell’exclave come leva per isolarne uno: la Spagna», scrive Le Monde. Di fatto, la presidente del Consiglio ha usato Ceuta come uno strumento di campagna elettorale interna, descrivendo quanto accaduto come inevitabile conseguenza delle politiche di Madrid, considerate troppo permissive (anche se non è esattamente così), anche alla luce della maxi-sanatoria per gli immigrati irregolari varata ad aprile dal governo socialista di Sanchez. Eppure, quando Lampedusa era – per così dire – Ceuta, la premier italiana invocò l’intervento delle istituzioni europee, chiedendo un meccanismo di solidarietà per la redistribuzione dell’enorme numero di migranti arrivati sul suolo italiano, ottenendo immediato sostegno.

Quando Lampedusa era Ceuta: l’ipocrisia di Meloni che oggi attacca Sanchez
Pedro Sanchez e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La visita di Von der Leyen e il piano d’azione in 10 punti

La pressione migratoria raggiunse livelli record a Lampedusa tra il 12 e il 14 settembre 2023. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen visitò l’isola con Meloni il 17, presentando in quell’occasione un piano d’azione in 10 punti che prevedeva il supporto logistico di Frontex (ovvero l’agenzia Ue che gestisce la sicurezza dei confini esterni dell’area Schengen), una maggiore fermezza sui rimpatri, il potenziamento della sorveglianza aerea e navale, l’aumento delle campagne di sensibilizzazione e comunicazione per scoraggiare le traversate del Mediterraneo, l’attuazione del protocollo d’intesa con la Tunisia (che sarebbe stato successivamente criticato da 46 ong in quanto «modello dei complicità» basato su violazioni dei diritti umani). Nonostante l’attivazione di Bruxelles, però, i tentativi di redistribuzione obbligatoria o volontaria verso gli altri Stati membri dell’Ue rimasero sostanzialmente inefficienti. Ciò spinse l’Italia a focalizzarsi maggiormente su accordi bilaterali esterni (come il memorandum con la Tunisia) per bloccare le partenze alla radice.

Migranti, dl per l’assunzione di 500 agenti per i controlli alle frontiere

Dopo la crisi migratoria di Ceuta, che ha infiammato il dibattito politico europeo e anche italiano, il governo Meloni è al lavoro per un decreto legge per l’assunzione di 500 agenti alle frontiere a partire da dicembre. La bozza del dl, che sarà nel pomeriggio sul tavolo del Consiglio dei ministri, recita: «Per il potenziamento dei servizi di controllo delle frontiere e dei flussi migratori, anche relativi allo svolgimento delle verifiche preliminari di identità, di sicurezza e delle operazioni di rilevamento fotodattiloscopico e segnaletico, svolte dagli uffici di polizia di frontiera e dalle questure, è autorizzata nel limite della dotazione organica, in aggiunta alle facoltà assunzionali previste a legislazione vigente, l’assunzione straordinaria di 500 unità nel ruolo iniziale di agenti e assistenti della Polizia di Stato non prima del primo dicembre 2026».

Migranti, dl per l’assunzione di 500 agenti per i controlli alle frontiere
Controllo della polizia a Ventimiglia (Ansa).

Campo largo, tensione tra Schlein e Conte sulle primarie

Il nodo delle armi all’Ucraina «lo scioglieremo con le primarie, faremo decidere gli italiani». È bastata questa uscita di Conte per scatenare la tensione nel campo largo. La “sfida” non è infatti piaciuta al Partito democratico, con la leader Schlein che ha subito gelato l’alleato: «Non funziona così. Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito». In un’intervista al Tg3 ha quindi invitato a non perdersi «in discussioni tra di noi» per concentrarsi «sui fallimenti di questo governo e sulle nostre proposte concrete». Che l’uscita del leader del M5s avesse lasciato strascichi e malumori nella coalizione era tanto prevedibile quanto inevitabile. E il centrodestra ne approfitta girando il coltello nella piaga delle difficoltà del Pd e della sua leader. «Preoccupa l’assordante silenzio di Elly Schlein di fronte alle esternazioni filorusse di Giuseppe Conte. Ci dica se sta dalla parte del popolo ucraino o dalla parte di Putin. Se sta dalla parte della democrazia o dalla parte delle dittature», ha scritto Antonio Tajani sui social prima che la segretaria dem rispondesse.

Bonaccini: «Le primarie non definiscono la politica estera»

Sulla questione sono intervenuti altri esponenti del Pd, tra cui Stefano Bonaccini. In un’intervista al Corsera, ha dichiarato: «Vorrei precisare che le primarie, come ha giustamente precisato la segretaria, non definiscono la politica estera e le alleanze internazionali. Non è un caso che proprio la Costituzione su queste materie escluda anche il ricorso ai referendum. Ciò detto, sarà tutto il centrosinistra a mettere al centro la via diplomatica. Difenderemo e non lasceremo mai sola l’Ucraina e con essa la sicurezza europea, la linea Vannacci non prevarrà».

Guerini: «Conte non esageri»

Stessa posizione espressa da Lorenzo Guerini, capo del riformisti dem, in un colloquio con il Foglio: «L’alleanza tra Pd e M5s merita chiarezza, ora, non si possono attendere le primarie. La pace non può essere la resa a Putin. La parola pace va riempita di contenuti. L’Ucraina si sostiene con l’invio delle armi. A Giuseppe Conte consiglio di non esagerare. I nodi politici essenziali vanno affrontati politicamente dai partiti della coalizione, prima delle primarie. Altrimenti non siamo alla politica ma alla roulette».

La mossa Gualmini e la vera strategia del centrodestra a Bologna

Qualche giorno fa, il Foglio ha proposto una lettura suggestiva dello scenario che si prospetta in vista delle prossime elezioni comunali a Bologna: Giorgia Meloni starebbe valutando di appoggiare Elisabetta Gualmini, europarlamentare ex Pd, oggi in Azione, come candidata sindaco di Bologna per colpire Elly Schlein nel cuore della sua città, la roccaforte rossa per eccellenza. Una mossa di alta politica nazionale travestita da competizione locale. Ma per capire come il centrodestra spera di far perdere il Pd a Bologna bisogna guardare meno alla candidatura in sé e più alla geometria politica che potrebbe sostenerla.

La mossa Gualmini e la vera strategia del centrodestra a Bologna
Elisabetta Gualmini con Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Perché Bologna, perché ora

Il contesto bolognese offre condizioni quasi ideali per questo disegno. Matteo Lepore è una figura politicamente indebolita: i sondaggi lo danno in difficoltà, e alcune sue uscite pubbliche recenti sono state viste con un certo scetticismo da più di un osservatore. Gli scontri del 19 luglio, seguiti al presidio convocato dallo stesso sindaco per chiedere verità sulla morte di Abderrahim Fakir durante un fermo di polizia, hanno offerto al centrodestra nazionale un assist di proporzioni inattese, alimentando la narrazione sull’amministrazione uscente come inadeguata e nemica delle forze dell’ordine. In questo contesto, non è passata inosservata la presa di distanza di Gualmini: l’ex europarlamentare, uscita dal Pd a febbraio per divergenze ritenute insanabili con la linea di Schlein, ha descritto con toni durissimi quanto visto quella sera a Bologna. Una dichiarazione che la colloca plasticamente in posizione di discontinuità rispetto all’amministrazione uscente, esattamente il profilo necessario per intercettare quell’elettorato moderato che potrebbe fare la differenza al ballottaggio.

La mossa Gualmini e la vera strategia del centrodestra a Bologna
Matteo Lepore (Imagoeconomica).

La geometria dello schema

Elemento fondamentale di questa strategia risiede nel “come” arrivare a sostenere Gualmini. L’idea che circola in alcune stanze del centrodestra bolognese sarebbe apparentemente paradossale: sostenerla, senza sostenerla. Ovvero, marciare divisi, ognuno per sé, con candidature autonome, per favorirne l’ascesa al ballottaggio. Nel quale, a quel punto, contro Lepore, non servirebbe nemmeno un appoggio esplicito: gli elettori di centrodestra si mobiliterebbero in ogni caso. La divisione delle forze di centrodestra non sarebbe quindi un segno di disorganizzazione, ma una scelta tattica. Si dice che qualcuno in Forza Italia starebbe valutando un appoggio più o meno formale a Gualmini, mentre FdI e Lega correrebbero con candidature di bandiera separate. L’obiettivo non sarebbe massimizzare il voto di coalizione al primo turno, ma favorire l’arrivo di Gualmini al ballottaggio senza che un apparentamento esplicito ne comprometta la credibilità presso gli elettori più centristi: l’ex eurodeputata Pd infatti sarebbe competitiva solo se portasse con sé in questa corsa un pezzo di base dem. Al secondo turno, il voto di centrodestra confluirebbe su di lei in modo naturale, senza bisogno di accordi formali, senza simboli sul palco, senza la foto di rito con Meloni o con altri leader “compromettenti”. Lo schema, nei suoi elementi essenziali, è questo: rinunciare a una candidatura di bandiera realmente competitiva, convogliare le proprie energie su una candidata “terza” capace di arrivare al ballottaggio e sostenerla al secondo turno, ma senza dirlo troppo ad alta voce.

La mossa Gualmini e la vera strategia del centrodestra a Bologna
Galeazzo Bignami (Imagoeconomica).

Il precedente veneziano

Una simile operazione fu sperimentata a Venezia per ben due volte. Nel 2005 il centrodestra, strutturalmente minoritario in città, favorì senza dirlo esplicitamente la candidatura di Massimo Cacciari contro il candidato di centrosinistra Felice Casson. Cacciari arrivò al ballottaggio e fu sostenuto senza apparentamento formale, per non “azzopparlo” con un abbraccio troppo visibile. Dieci anni dopo lo stesso schema fu riproposto con Luigi Brugnaro, imprenditore presentatosi con liste civiche e appoggiato ufficialmente dalla sola Forza Italia, mentre Lega e Fratelli d’Italia corsero con propri candidati al primo turno. In entrambi i casi bastò un orientamento del centrodestra sufficientemente chiaro per fare la differenza: prima vinse Cacciari, poi Brugnaro. Se Gualmini dovesse vincere, l’effetto, solo apparentemente collaterale, sul quadro nazionale sarebbe dirompente: una sconfitta di Schlein nella sua città simbolo, una crepa nell’egemonia della sinistra nel più progressista dei grandi centri urbani. Il centrodestra, con un realismo che potremmo definire machiavellico, non si candida a vincere Bologna con una propria candidatura. Si candida a far perdere la sinistra, che è cosa diversa e richiede una strategia diversa. Il modello veneziano ha già dimostrato per due volte che una simile operazione è possibile. Che possa funzionare anche a Bologna, tuttavia, rimane tutto da dimostrare.

La mossa Gualmini e la vera strategia del centrodestra a Bologna
Massimo Cacciari (Imagoeconomica).