Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr

Una viaggiatrice polacca dell’Internet, Karosolotravel, ha scatenato il putiferio a Bologna dicendo che la città semplicemente fa schifo: «C’è puzza di urina dappertutto e sembra che non venga pulita da anni. Perché le autorità cittadine non puliscono le strade e i palazzi, che da arancioni sono diventati neri? Perché la gente su TikTok consiglia Bologna? È disgustosa».

Sotto le torri si respira già clima pre-elettorale

Boom. Il post sui social è diventato virale, rilanciato dagli sfidanti del sindaco Matteo Lepore, Pd, alle prossime Amministrative del 2027: Alberto Forchielli (sì, lui), Giovanni Favia (sì, sì, proprio lui) e Alberto Zanni (il presidente di Confabitare) sono candidati civici alle elezioni bolognesi dell’anno prossimo. La città è già in clima pre elettorale, c’è una vibrante tensione, basta poco per scatenare le teorie del complotto, come quella del sindaco Lepore, secondo cui «la destra ha scelto dei finti candidati civici, finanziandoli, per correre alle prossime elezioni e per attaccare e insultare il sindaco, parlare male di Bologna e diffondere false notizie tutti i giorni, senza alcun timore». Ri-boom. I tre civici non l’hanno presa bene. «Il sindaco di Bologna Matteo Lepore sta dando segni evidenti di nervosismo», ha commentato Zanni, candidato della lista Una Nuova Bologna. «Definire i candidati civici “non veri” e “pagati dal centro-destra” significa non voler discutere nel merito. È un modo per accendere la tifoseria invece di affrontare i problemi»

Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr
Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr
Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr
Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr

La battaglia sul Cpr tra De Pascale e Lepore (appoggiato dal Nazareno)

E i problemi in Emilia-Romagna, Bologna compresa, non mancano. Uno riguarda la vicenda del Cpr, di cui ci siamo già occupati. Nelle ultime ore, negli ultimi giorni, sta andando in scena un duello fra il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele De Pascale, e il Pd bolognese. Il presidente, che già si è esposto, ha rilanciato il dialogo con il governo sulla sicurezza: «Sul tema dell’espulsione dei soggetti socialmente pericolosi», ha detto intervenendo in Assemblea legislativa, «le istituzioni si devono parlare e l’Emilia-Romagna, al tavolo col governo, si deve sedere e portarci tutti gli elementi e le proposte di miglioria e critica». Perché se i Cpr oggi «hanno un problema di umanità e di efficacia», ha continuato il successore di Stefano Bonaccini, si può «entrare nel merito» per modificarli, a patto però «che la volontà non sia quella di fare propaganda politica». De Pascale poi rilancia: sulla falsariga degli stati generali dem sulla sanità che si terranno a Milano, propone un momento di confronto anche sulla sicurezza, perché «ci sono tante voci da ascoltare, a partire dai sindacati di polizia, sono certo che il Pd lo farà».

Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr
Michele De Pascale (Imagoeconomica).

Lepore dal canto suo ribadisce il suo no: finché il sindaco è lui, non si faranno centri a Bologna. A dargli manforte è arrivato anche lo stop del Nazareno: «Non riteniamo necessaria la costruzione di nuovi Cpr», ha tagliato corto Igor Taruffi, responsabile organizzazione e braccio destro di Elly Schlein. «Il Pd nazionale in queste settimane è impegnato in un importante e prezioso percorso di ascolto del Paese incentrato su vari temi. La sicurezza è uno di questi», ha spiegato. Un tema complesso che «mal si presta a semplificazioni e a spot propagandistici».

Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr
Elly Schlein e Igor Taruffi (Imagoeconomica).

Il destra-centro approfitterà delle spaccature?

Con a Palazzo d’Accursio il vulcanico Forchielli le cose, dice lui, sarebbero diverse: «L’aggressore dell’ultimo accoltellamento, irregolare con precedenti, è stato portato in un Cpr. Ma quale? In Emilia-Romagna non ce n’è nemmeno uno, perché l’Amministrazione locale si è sempre opposta alla loro realizzazione. Si chiede fermezza, ma si negano gli strumenti per applicarla», ha scritto qualche giorno fa su Facebook. Quella di Bologna sarà inevitabilmente una campagna elettorale sulla sicurezza. I dati peraltro sembrano dare ragione a chi dice che quantomeno un problema c’è e non va sottovalutato. Secondo l’ultimo report sulla qualità della vita del Sole24 Ore, per quanto riguarda la voce “Giustizia e sicurezza”, la provincia di Bologna è al 102° posto su 107, mentre nell’indice di criminalità è al quarto. Al che viene da chiedersi se il Pd possa davvero rischiare qualcosa nel capoluogo di un’altra (ex) Regione rossa. «Fino a che Unipol e Coop sostengono il centrosinistra non succederà niente», ci dicono da Bologna, dove comunque c’è un’aria frizzante ancorché un po’ acida. Il destra-centro potrebbe approfittare della situazione, del caos, ma Galeazzo Bignami e Marco Lisei, due campioni della destra meloniana bolognese, mica hanno voglia di rischiare di fare una figuraccia.

Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr
Galeazzo Bignami (Imagoeconomica).

Sfuma l’ipotesi Zaia sindaco di Venezia: l’ex Doge guarda a Roma?

Il futuro di Luca Zaia quasi sicuramente non sarà a Ca’ Farsetti. L’ipotesi di una sua candidatura a sindaco di Venezia per quanto suggestiva pare essere tramontata. Con buona probabilità il centrodestra deciderà di puntare sulla continuità con Simone Venturini, ex Udc e assessore al Turismo della Giunta Brugnaro. Mentre è già noto lo sfidante: il segretario regionale del Pd Andrea Martella. Un rischio per la maggioranza di governo visto che nella Serenissima alle ultime Regionali – unico caso in Veneto – il candidato di centrosinistra Giovanni Manildo aveva battuto seppur di poco Alberto Stefani.

Sfuma l’ipotesi Zaia sindaco di Venezia: l’ex Doge guarda a Roma?
Simone Venturini (Imagoeconomica).

La domanda è cosa farà allora l’ex Doge. L’opzione più plausibile resta al momento una candidatura alle Politiche del 2027 con l’obiettivo di occupare una poltrona di peso come la presidenza di una Camera o perché no un ministero. Molto però dipende dalla tenuta della Lega, visto che negli ultimi sondaggi di Swg per La7 danno il partito in caduta al 6,4 per cento (mentre Futuro Nazionale di Roberto Vannacci cresce di qualche punto percentuale portandosi al 3,6). 

Sfuma l’ipotesi Zaia sindaco di Venezia: l’ex Doge guarda a Roma?
Luca Zaia con Matteo Salvini (Ansa).

Donzelli: «Zaia è una risorsa del centrodestra nazionale»

Il dossier Venezia per l’ex presidente dunque può essere archiviato. Lo ha lasciato intendere anche il meloniano Giovanni Donzelli. «Zaia, come è stata una grande risorsa, importantissima come presidente del Veneto, è una grande risorsa per l’Italia intera”, ha detto martedì il responsabile organizzazione di FdI, «quindi ci confronteremo serenamente con lui, ma è sicuramente un patrimonio di tutto il centrodestra nazionale. Quindi comunque ha un valore che esula dalle questioni strettamente venete».

Sfuma l’ipotesi Zaia sindaco di Venezia: l’ex Doge guarda a Roma?
Giovanni Donzelli (Imagoeconomica).

Mattarella in campo a difesa del Csm (capito Nordio?): le pillole del giorno

Altro che «sistema para-mafioso del Csm», come detto dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, che non si è nemmeno preso la responsabilità della dichiarazione, scaricando il barile su una citazione passata del magistrato antimafia Nino Di Matteo. Per il Quirinale era arrivato il momento di fissare un punto, dopo che l’asticella delle sparate sul referendum si stava spostando sempre più in là. E così è sceso in campo il Sergio Mattarella, fisicamente, aprendo il plenum del Consiglio superiore della magistratura, quello che verrebbe “splittato” in due in caso di vittoria dei . «Sono consapevole che non è consueta la presenza del presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio. Per quanto mi riguarda non si è mai verificata in 11 anni. Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm». Una stilettata per il Guardasigilli e tutto il governo Meloni, impegnati sempre di più nell’opera di delegittimazione dei giudici in vista dell’appuntamento referendario del 22-23 marzo.

Mattarella in campo a difesa del Csm (capito Nordio?): le pillole del giorno
Sergio Mattarella presiede l’assemblea del Csm (foto Imagoeconomica).

In una breve dichiarazione, Mattarella ha espresso «la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare, particolarmente da parte delle altre istituzioni, nei confronti di questa istituzione». Quindi ha aggiunto: «Il Csm non è esente, nel suo funzionamento, da difetti, lacune, errori e nei cui confronti non sono, ovviamente, precluse critiche. Come, del resto, si registrano difetti, lacune, errori e sono possibili critiche riguardo all’attività di altre istituzioni della Repubblica, siano esse parte del potere legislativo, di quello esecutivo, di quello giudiziario». Il Csm dovrebbe rimanere fuori dallo scontro: «In questa sede, che rimane e deve rimanere rigorosamente istituzionale ed estranea a temi o controversie di natura politica, più che nella funzione di presidente di questo Consiglio come presidente della Repubblica, avverto la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole. In qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza. Nell’interesse della Repubblica». Formalmente la presidenza del Csm spetta al capo dello Stato secondo l’articolo 104 della Costituzione, ma di solito non viene esercitata per rispettare la separazione dei poteri. Questa volta Mattarella ha voluto far sentire la sua presenza. Nordio avrà recepito il messaggio?

C’è il pienone dal numero uno della Fabi

“Homo Fabi”. “Un uomo solo al comando”. “Il sinbancalista”. Sono solo tre dei numerosi soprannomi che vengono affibbiati a Lando Maria Sileoni, il numero uno di Fabi, il sindacato dei bancari. Sileoni ci sa fare: dal 3 al 5 marzo, a Milano, negli East End Studios, mette in scena l’evento “Next generation bank. Come eravamo, come siamo, come saremo”, una gigantesca kermesse che servirà a far capire, ancora una volta, quanto conta il suo sindacato. È il consiglio nazionale numero 130, per Fabi: l’elenco dei giornalisti chiamati a moderare tavole rotonde è lunghissimo e copre (quasi) ogni parte del mondo dell’editoria tradizionale, tra tivù e giornali (manca giusto Il Fatto Quotidiano). Per il mondo del credito e dell’economia, ecco Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, Matteo Spanò, vicepresidente di Federcasse, le testimonianze di Corrado Passera, Alessandro Profumo, Piero Luigi Montani e Fabrizio Viola per ripercorrere «la banca di ieri, fondata su sportelli, territorio e relazioni personali, per metterla a confronto con la banca di oggi e con quella che verrà». Attesi Ilaria Dalla Riva, Roberto Cascella (Intesa Sanpaolo), Fiorella Ferri (Mps), Roberto Speziotto (Banco Bpm), Andrea Merenda (Bper), Geraldine Conti (Bnl Bnp Paribas) e Matteo Bianchi (Crédit Agricole Italia), insieme con l’ex presidente del Casl, Francesco Micheli, e Donato Masciandaro che analizzerà gli scenari della politica economica internazionale, Alberto Brambilla che «si soffermerà sull’importanza del welfare e delle tutele sociali in una fase di profondi cambiamenti economici e demografici». E poi, pranzi, cene, gadget…

Mattarella in campo a difesa del Csm (capito Nordio?): le pillole del giorno
Lando Maria Sileoni della Fabi (foto Imagoeconomica).

Scholz alla Link (e c’è pure Boccia)

Il 19 febbraio l’Università degli Studi Link di Roma conferirà il premio “Economia, Salute e Società” a Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli Ets, che svolgerà una lectio magistralis dal titolo “La libertà è il bene”. La lezione sarà preceduta dagli interventi del magnifico rettore della Link, Carlo Alberto Giusti, del presidente del Consiglio di Stato, Luigi Maruotti, e Incoronata Boccia, capa dell’ufficio stampa Rai data tra i nomi papabili per la direzione del Tg1, nonostante (o forse proprio per quello) vecchie sparate su aborto e Gaza. In occasione della prima edizione, il premio è stato assegnato ad Antonio Patuelli, presidente dell’Associazione bancaria italiana. A Scholz sono stati riconosciuti «grandi meriti nelle attività per il sociale svolte nei diversi contesti in cui ha operato, in particolare alla guida della Scuola di Impresa Sociale della Fondazione per la Sussidiarietà, della Compagnia delle Opere e della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli».

Mattarella in campo a difesa del Csm (capito Nordio?): le pillole del giorno
Bernhard Scholz (foto Imagoeconomica).

Napoli a fuoco, le canzoni alla Camera

Il teatro Sannazaro è andato a fuoco, e mercoledì il ministro della Cultura Alessandro Giuli effettua un sopralluogo per constatare i danni. Per una singolare coincidenza, nello stesso momento, la Commissione Cultura della Camera svolge le «audizioni nell’ambito della discussione della risoluzione sulla valorizzazione della canzone napoletana classica».

Mattarella presiede il plenum del Csm per la prima volta in 11 anni

Il capo dello Stato Sergio Mattarella ha presieduto il plenum del Consiglio superiore della magistratura per la prima volta in 11 anni. Una decisione che arriva dopo giorni di polemiche sul Csm, inclusa quella innescata dal ministro della giustizia Carlo Nordio che ha parlato delle correnti al suo interno come di un «sistema para-mafioso». «Sono consapevole che non è consueta la presenza del presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio», ha detto il capo dello Stato aprendo la seduta. «Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm e il rispetto che occorre nutrire e manifestare particolarmente da parte di altre istituzioni nei confronti di questa istituzione», ha aggiunto. Dopo il voto all’unanimità della pratica della nona commissione relativa al progetto finanziato dalla Ue Judialogue, Mattarella ha sospeso la seduta e ha lasciato la sede del Csm.

Sul referendum della giustizia Salvini predica bene ma razzola male

«Come ho commentato le parole di Gratteri, commento anche quelle di Nordio. Evitiamo aggettivi, attacchi e insulti e parliamo del merito» della riforma della giustizia. L’appello alla moderazione arriva da Matteo Salvini dopo l’ennesima uscita del Guardasigilli Carlo Nordio che aveva definito il Csm un «sistema para mafioso». «Vedo molto nervosismo a sinistra e in certi ambienti della magistratura», ha continuato il vicepremier leghista al termine della visita al Villaggio olimpico (del resto il Capitano tra apparizioni sulle piste, karaoke e selfie con atleti è diventato la terza mascotte dei Giochi). Gli italiani «non voteranno pro o contro Salvini, Nordio, Gratteri, il governo, la Schlein. Conto che tutti abbiano toni più tranquilli».

Sul referendum della giustizia Salvini predica bene ma razzola male
Matteo Salvini alla mostra Dal sogno alla realtà (Imagoeconomica).

Sui social evapora il tono istituzionale

Se però dai microfoni dei cronisti si passa ai social la musica cambia. Il tono istituzionale evapora e di “merito” non v’è più traccia. Più o meno nelle stesse ore in cui Salvini invitava alla moderazione, sulla sua bacheca attaccava i giudici. «Rapine, minacce, furto aggravato e resistenza a pubblico ufficiale. Era conosciuto per le sue spacconate sui social: ora in carcere. E speriamo che nessun giudice lo faccia uscire prima…».

Commentando invece la nuova imputazione di omicidio stradale per «eccesso colposo nell’adempimento del dovere» per il carabiniere alla guida dell’auto coinvolta nello schianto che a Corvetto costò la vita a Ramy Elgaml, tuona: «Giù le mani dalle nostre Forze dell’Ordine! Questa non è “giustizia”, questa è una vergogna. Motivo in più per votare SÌ al Referendum del 22 e 23 marzo» (non è ben chiaro quale sia il nesso).

C’è poi il vecchio adagio del «clandestino da risarcire, il giudice ci impone di dargli 700 euro». Et voilà l’appello del Capitano: «La Giustizia ha bisogno di cambiare in meglio. Per questo voteremo SÌ al referendum del 22-23 marzo». Il referendum della Giustizia si trasforma così in un referendum contro la magistratura o contro alcune sue sentenze.

Poteva mancare la famiglia nel bosco? Qui la comunicazione è più sottile. Basta scrivere giustizia tra virgolette e il gioco è fatto.

L’ipotesi Zaia sindaco di Venezia e le altre pillole del giorno

Un Doge per Venezia? L’ipotesi di una candidatura di Luca Zaia a sindaco alle elezioni della prossima primavera è suggestiva, ma sempre meno realistica. Vero, l’ex governatore non ha mai chiuso del tutto la porta. E considerando le 7 mila preferenze raccolte in città alle Regionali 2025, la sua corsa sarebbe in discesa. Non solo: Fratelli d’Italia a livello nazionale ha già garantito al leghista «il massimo appoggio», segno del rapporto stretto da Zaia con Giorgia Meloni (e anche a Matteo Salvini non dispiacerebbe sistemarlo a Venezia togliendosi così un potenziale disturbatore). Il fatto è che l’ex governatore pare avere obiettivi diversi. Nel 2027 sono in programma le Politiche e potrebbe aprirsi per lui la possibilità di tornare al governo da ministro o essere eletto presidente della Camera, poltrona su cui ora siede il collega leghista Lorenzo Fontana. Oppure l’ex governatore potrebbe ambire a un ruolo di primo piano nella Lega. Difficile che Salvini lo nomini vicesegretario (una poltrona che a Zaia comunque andrebbe stretta), ma, visto il ciclone Vannacci, potrebbe riprendere piede il progetto di Lega del Nord sul modello Cdu-Csu, finora scartato dal leader. Su ogni piano aleggia poi l’incognita referendum. Il fronte del no tallona quello del sì e un eventuale sorpasso rischia di avere effetti anche sui voti locali. Pure a Venezia. Meglio dunque non rischiare. Resta il fatto che, a pochi mesi dall’appuntamento con le urne, il centrodestra non ha ancora un candidato ufficiale per la città, a differenza del fronte progressista che ha schierato per tempo Andrea Martella, segretario regionale dem. La coalizione potrebbe allora puntare su Simone Venturini, attuale assessore al Turismo. Un segno di continuità con Luigi Brugnaro e la giunta uscente.

L’ipotesi Zaia sindaco di Venezia e le altre pillole del giorno
Luca Zaia, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (foto Imagoeconomica).

Il party per i 50 anni della top manager

Serata molto allegra per festeggiare il compleanno di Rosalba Benedetto (siciliana, 50 anni dichiarati anche sulla torta), vicepresidente di Banca Ifis. Ad accogliere gli ospiti nella Residenza Vignale, location di charme nel centro di Milano, un carrettino siciliano con limoni e arance, come siciliana è stata tutta la cena, composta da arancini, sarde a beccafico e grande torta di cassata. Tra gli ospiti Francesco Specchia, portavoce e capo ufficio stampa del ministro della Giustizia Carlo Nordio, Osvaldo De Paolini, condirettore del Giornale, il giornalista Claudio Antonelli, Patrizia Rutigliano, Gianluca Comin, Fabiana Giacomotti, Giovanni Bernabei, Monica Provini, Elena Di Giovanni, l’amministratore delegato di Prelios Luigi Aiello, Marco Forlani e Roberto Papetti, direttore de Il Gazzettino. E naturalmente Ernesto Fürstenberg Fassio, proprietario di Ifis, assieme al team della banca. Prezzario dei regali, visto il parterre, in sintonia con le lussuose tasche.

L’ipotesi Zaia sindaco di Venezia e le altre pillole del giorno
L’ipotesi Zaia sindaco di Venezia e le altre pillole del giorno
L’ipotesi Zaia sindaco di Venezia e le altre pillole del giorno
L’ipotesi Zaia sindaco di Venezia e le altre pillole del giorno
L’ipotesi Zaia sindaco di Venezia e le altre pillole del giorno
L’ipotesi Zaia sindaco di Venezia e le altre pillole del giorno

La longevità di Daniele Franco

«Mai come oggi il tema della longevità ha occupato il dibattito pubblico e suscitato tanto interesse. La consapevolezza odierna che non solo singoli individui ma intere società stanno invecchiando e che la durata e la qualità della vita degli anziani stanno via via migliorando, assieme all’incertezza su quale sia il limite ultimo alla durata della vita, inducono a riflettere sulle implicazioni di questo processo. È un tema che va affrontato da molteplici prospettive scientifiche, economiche e politiche; ma anche filosofiche e culturali e quindi artistiche, storiche, spirituali»: lo ha detto Daniele Franco, classe 1953, ex ragioniere generale dello Stato dal 2013 al 2019, quindi direttore generale della Banca d’Italia e poi nominato ministro dell’Economia e delle Finanze nel governo di Mario Draghi, ora direttore scientifico della Fondazione Giorgio Cini, a Venezia. E proprio “l’aspirazione umana alla longevità” è il cantiere tematico della fondazione per il 2026, con workshop, conferenze, giornate di studio e un simposio internazionale. Tutto, dopo una lunga serie di iniziative che hanno avuto al centro dell’attenzione Giacomo Casanova e la sua vita. Chissà cosa combinerà durante il martedì grasso, a Venezia.

L’ipotesi Zaia sindaco di Venezia e le altre pillole del giorno
Daniele Franco (foto Imagoeconomica).

Referendum sulla giustizia, il ministero chiede all’Anm l’elenco dei donatori del comitato del No

Prosegue lo scontro attorno al referendum del 22 e 23 marzo. Il ministero della Giustizia, tramite un documento firmato dal capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi e inviato al presidente Cesare Parodi, ha chiesto all’Associazione nazionale magistrati «di rendere noto alla collettività, nell’ottica di piena trasparenza gli eventuali finanziamenti ricevuti dal Comitato ‘Giusto dire No’ da parte di privati cittadini», evidenziando «un potenziale conflitto» tra togati «in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finirebbero per praticare una forma di finanziamento indiretto» all’organismo.

Referendum sulla giustizia, il ministero chiede all’Anm l’elenco dei donatori del comitato del No
Cesare Parodi (Imagoeconomica).

Pd: «Atto che sa tanto di liste di proscrizione»

«Un atto molto grave che sa tanto di liste di proscrizione», ha denunciato immediatamente il Pd tramite la deputata Debora Serracchiani. Peppe De Cristofaro, capogruppo di Avs al Senato, ha invece parlato di «intimidazione». La maggioranza, ovviamente, si difende. Il deputato Enrico Costa di FdI ha parlato di «semplice richiesta di chiarezza», per evitare potenziali conflitti di interessi. Così Maurizio Gasparri, presidente dei senatori di FI: «Per i partiti ci sono regole precise. Vadano ad esempio sul sito del nostro partito e troveranno, come la legge prevede, nomi e cognomi di quanti danno dei contributi ai sensi di legge. Perché l’Anm dovrebbe avere dei finanziatori occulti e non trasparenti?».

Referendum sulla giustizia, il ministero chiede all’Anm l’elenco dei donatori del comitato del No
La sede del Ministero della Giustizia (Ansa).

La replica di Di Matteo a Nordio sul Csm

Oggi, dopo essere stato tirato in ballo dal ministro della Giustizia Carlo Nordio in merito alle correnti del Csm, il magistrato Nino Di Matteo ha replicato al Guardasigilli, accusandolo di aver strumentalizzato le sue parole del 2019, quanto presentando la sua candidatura al Csm aveva parlato di «degenerazione del correntismo», e di accentuare «il rischio di un sempre più stringente controllo politico sul Csm e sull’intera magistratura, con grave rischio per la tutela delle garanzie e dei diritti di ogni cittadino». Nell’intervista al Mattino che ha causato polemiche tra le opposizioni e la stessa magistratura, Nordio – che si è anche scontrato con Nicola Gratteri – aveva definito le correnti del Csm come parte di un «meccanismo para-mafioso», parlando di «verminaio correntizio» e «mercato delle vacche». Il batti e ribatti è nato Nel 2019 il pm antimafia Di Matteo, presentando la sua candidatura al Csm, aveva parlato di «degenerazione del correntismo».

Liga Veneta in rivolta contro le candidature di Di Rubba e Centenaro

Il Veneto continua ad agitare la Lega e con essa pure il centrodestra. Perché questa volta a infiammare gli animi sono le candidature alle Suppletive per sostituire Massimo Bitonci e Alberto Stefani che hanno lasciato il Parlamento per traslocare a Palazzo Balbi.

Bizzotto al Mimit e Tosato alla commissione per il federalismo

I frontrunner della coalizione per i collegi uninominali di Padova e Rovigo, come anticipato da Lettera43, sono Giulio Centenaro e il tesoriere del partito Alberto Di Rubba, bergamasco e dunque lombardo, ma questo è solo uno dei problemi.

Liga Veneta in rivolta contro le candidature di Di Rubba e Centenaro
Giulio Centenaro con Alberto Stefani (dal profilo Fb di Centenaro).

Il vero punto infatti è il criterio con cui sono stati scelti. Secondo la versione ufficiale, la decisione sarebbe stata presa dal direttivo della Liga Veneta, come confermato dai vicesegretari della Liga, il capodelegazione al Parlamento Ue Paolo Borchia e Riccardo Barbisan. Il pacchetto comprendeva anche le nomine della bassanese Mara Bizzotto a sottosegretaria al Mimit (al posto sempre di Bitonci) e di Paolo Tosato alla presidenza della commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo (al posto di Stefani). Due contentini che però non hanno indorato a sufficienza la pillola.

Liga Veneta in rivolta contro le candidature di Di Rubba e Centenaro
Mara Bizzotto con Claudio Durigon (Imagoeconomica).

I malumori per Centenaro, ex fan di Vannacci

Nel direttivo della Liga non tutti però hanno confermato questa versione, anzi. Le candidature non sarebbero infatti state discusse, a eccezione di un accenno a Di Rubba. Tra l’altro anche Centenaro genera qualche malumore visto che è stato tra i primi veneti a essere folgorato da Roberto Vannacci. I vertici di via Bellerio per ora tacciono, ma il malcontento che sta montando nelle chat potrebbe sfociare in ricorsi una volta depositate le liste. Tra i più neri, nel Padovano, ci sono Daniele Canella, sindaco di San Giorgio delle Pertiche ed escluso dalle liste delle Regionali, e Giuseppe Pan, già capogruppo in Regione e sindaco di Cittadella, prima eletto e poi escluso dal Consiglio regionale. a Palazzo che ha mancato l’ingresso a Palazzo Ferro-Fini. Ma è nel Rovigotto che si registrano le reazioni più dure. Nel Polesine infatti era data per scontata la candidatura di Laura Cestari rimasta fuori dal Consiglio regionale. Anche qui già si minacciano boicottaggi alle urne.

Liga Veneta in rivolta contro le candidature di Di Rubba e Centenaro
Laura Cestari (dal profilo Fb).

L’affondo di Erik Pretto: «Liga umiliata»

La tensione è ben riassunta dallo sfogo del deputato vicentino e consigliere federale Erik Pretto: «La scelta di designare un candidato non veneto per le elezioni suppletive solleva forti perplessità, sia nel metodo che nel merito», ha tuonato. «Quanto al metodo, non risulta nessuna deliberazione degli organi preposti né in sede regionale né in sede federale. Quanto al merito, in un periodo delicato nel quale dobbiamo fare i conti con uno strutturale calo dei consensi, sarebbe stato molto più utile scegliere una persona del territorio, che lo conosca profondamente e che ne comprenda le specifiche istanze, per poter poi rappresentarlo appieno, dialogando con le comunità che lo abitano. Politicamente, un seggio parlamentare non può essere gestito alla stregua di un consiglio d’amministrazione o di un collegio sindacale». Poi l’affondo: «La verità è che la Liga Veneta subisce con umiliazione questa scelta. Senza orgoglio, senza difesa della nostra identità, come si potranno motivare adeguatamente i nostri operosi militanti?».

Meloni a Niscemi: il decreto in Cdm e Ciciliano commissario straordinario

La premier Giorgia Meloni si è recata in visita a Niscemi per toccare con mano i danni e la situazione complessiva dopo il ciclone Harry e la frana che ha provocato oltre 1.500 sfollati. Dopo aver effettuato un sopralluogo, ha partecipato a una riunione al Centro operativo comunale con rappresentanti, tra l’altro, di Esercito, Protezione civile e Anas. Ha quindi annunciato che mercoledì 18 febbraio arriverà in Consiglio dei ministri il decreto che stanzia le risorse per la ricostruzione, 150 milioni solo per Niscemi. Le ordinanze spetteranno a Fabio Ciciliano, capo della Protezione civile, che verrà nominato commissario straordinario.

Meloni a Niscemi: il decreto in Cdm e Ciciliano commissario straordinario
Meloni a Niscemi (Ansa).

Cosa prevede il decreto per i territori colpiti dall’alluvione

Il decreto, ha spiegato Meloni, non riguarda solo il comune siciliano ma tutti i territori colpiti dal maltempo, e stanzia diverse centinaia di milioni di euro per il ripristino della rete infrastrutturale e dei servizi. Prevede poi indennizzi e iniziative di sostegno per le attività economiche coinvolte, particolarmente per quello che riguarda il campo dell’agricoltura. C’è la sospensione dei tributi fino ad aprile, il che vuol dire rimandare il pagamento almeno a ottobre. Ci sono ammortizzatori sociali sui quali sta lavorando il ministero del Lavoro sia per i lavoratori dipendenti sia per i lavoratori autonomi che non possono lavorare a causa degli eventi. «Io non posso e non voglio dare una tempistica della quale non sono certa. Posso dire che oggi Niscemi è il comune più monitorato d’Europa perché ci sono tutte le migliori eccellenze. Il genio militare, la Protezione civile e i vigili del fuoco stanno lavorando per dare risposte su quale sia la fascia che bisogna purtroppo considerare non sicura e qual è quella che si può recuperare. Per fare questo c’è bisogno del tempo e non è una decisione che si può forzare, politicamente sarebbe irresponsabile», ha detto Meloni.

Di Matteo risponde a Nordio: «La riforma costituzionale aggrava la degenerazione del Csm»

Dopo essere stato chiamato in causa dal ministro della Giustizia Carlo Nordio in merito alle correnti del Consiglio superiore della magistratura (Csm), il magistrato Nino Di Matteo ha affermato che «proprio perché ho sempre contrastato la degenerazione del sistema di autogoverno per le improprie ingerenze di correnti e cordate, oggi ho le mani ancora più libere nel denunciare che questa riforma costituzionale (ndr quella che si voterà al referendum del 22 e 23 marzo) invece di risolvere il problema finisce per aggravarlo, accentuando il rischio di un sempre più stringente controllo politico sul Csm e sull’intera magistratura, con grave rischio per la tutela delle garanzie e dei diritti di ogni cittadino».

Cos’aveva detto Nordio

Nell’intervista al Mattino che ha causato polemiche tra le opposizioni e la stessa magistratura, Nordio aveva definito le correnti del Csm come parte di un «meccanismo para-mafioso», parlando di «verminaio correntizio» e «mercato delle vacche». Dopo le critiche ricevute, si era giustificato sostenendo di aver espresso la stessa opinione di alcuni magistrati, tra cui proprio Di Matteo: «Non capisco tanta indignazione scomposta alle mie dichiarazioni sulle correnti del Csm. Io mi sono limitato a citare le affermazioni di Nino Di Matteo, un noto pm preso a modello dal Pd e dalla sinistra, riportate dal Fatto quotidiano e da altri giornali, quindi fonti non particolarmente vicine a noi, nel settembre 2019. Di Matteo parlò di mentalità e metodo mafioso». Di qui la replica del pm, che ha accusato il Guardasigilli di aver strumentalizzato le sue dichiarazioni.

Giustizia, continua lo scontro tra Nordio e Gratteri sul referendum

Non si placa lo scontro politico e istituzionale sul referendum sulla giustizia. Dopo lo scalpore per le dichiarazioni del procuratore di Napoli Nicola Gratteri, secondo cui «voteranno Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente», sono le parole del ministero della Giustizia Carlo Nordio a gettare benzina sul fuoco. Il Guardasigilli ha infatti definito le correnti del Consiglio superiore della magistratura (Csm) parte di un «meccanismo para-mafioso», scatenando reazioni durissime da parte dell’opposizione, della magistratura associata e di numerosi esponenti istituzionali.

Cos’ha detto Nordio sulle correnti del Csm

Entrando più nel dettaglio, in un’intervista al Mattino Nordio ha criticato duramente il funzionamento interno del Csm, sostenendo che le correnti avrebbero creato una «consorteria autoreferenziale» basata su logiche di potere e carriera. Secondo lui, l’iscrizione alle correnti sarebbe determinante per l’avanzamento di carriera, perché senza l’appoggio di una di esse o di un “padrino” un magistrato sarebbe penalizzato. Durante le elezioni del Csm, inoltre, si creerebbero dinamiche di scambio di favori. Il ministro ha quindi difeso la proposta del sorteggio per la selezione dei membri del Consiglio, sostenendo che questo sistema potrebbe «rompere il meccanismo para-mafioso» e superare quello che ha definito un «verminaio correntizio» e un «mercato delle vacche».

Gratteri: «Parole inaccettabili»

Dura la reazione di Gratteri, che in un’intervista a Repubblica ha definito le parole del ministro «inaccettabili», sostenendo che affermazioni di questo tipo non necessitano neppure di commento per la loro gravità.

Giustizia, continua lo scontro tra Nordio e Gratteri sul referendum
Nicola Gratteri (Ansa).

La reazione delle opposizioni

Le dichiarazioni del Guardasigilli hanno suscitato immediate proteste anche da parte delle opposizioni. Tra i più critici la segretaria del Partito democratico Elly Schlein e il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, che l’hanno accusato di aver superato il limite del confronto politico, attaccando l’indipendenza della magistratura. Intervenendo a un evento a Bari, Schlein ha dichiarato: «Quando ho letto stamattina le parole di Nordio non potevo crederci. E ora non posso credere che siano passate le 11 e nessuno del governo abbia ancora detto qualcosa. Capisci quanto è grave tutto questo? Non è accettabile che un ministro della Repubblica utilizzi parole che alimentano uno scontro istituzionale. Nordio deve scusarsi e la presidente Meloni prendere le distanze. Una guerra tra istituzioni non fa bene al Paese. Ci sono limiti che non vanno superati nemmeno in campagna elettorale, soprattutto sapendo qual è stato l’altissimo prezzo pagato dalla magistratura nella lotta alle mafie. Paragonare i giudici ai mafiosi è un insulto insopportabile alla memoria di uomini come Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Rosario Livatino, Rocco Chinnici, Cesare Terranova e tanti altri che hanno servito lo Stato pagando con la vita». Dal canto suo, Conte ha così commentato sui suoi social: «Dovrebbero solo chiedere scusa ai tanti che lavorano nel nostro sistema di giustizia, alla memoria dei tanti giudici che hanno perso la vita per combattere la mafia, quella vera. È davvero incredibile vedere un governo che getta fango e ombre sulle istituzioni e su servitori dello Stato solo per portare a casa una riforma che mira a salvare i politici e i governi dalle inchieste».

La replica: «Indignazione scomposta»

Nonostante le polemiche, Nordio ha respinto le accuse, definendo «scomposta» l’indignazione per le sue dichiarazioni e ribadendo di aver semplicemente citato opinioni espresse in passato da magistrati tra cui Nino Di Matteo. In un colloquio con il Corriere della sera, Nordio ha dichiarato di aver raccolto numerose dichiarazioni critiche sul correntismo e di essere pronto a citarle pubblicamente durante la campagna referendaria. Ha inoltre escluso qualsiasi rischio politico per il governo in caso di vittoria del No al referendum, affermando che la consultazione riguarda esclusivamente la riforma della giustizia e non la stabilità dell’esecutivo.

Il ruolo di Giorgia Meloni nel divorzio Salvini-Vannacci

Neanche la suocera più invadente con la nuora più ribelle. Giorgia Meloni sembra aver gestito il divorzio tra Matteo Salvini e Roberto Vannacci come potrebbe fare una sovrana Windsor con il matrimonio in crisi dell’erede al trono. Una separazione diventata affaire di Stato, che sarebbe stata ‘controllata’ da remoto dagli sherpa più fidati della presidente del Consiglio.

Il ruolo di Giorgia Meloni nel divorzio Salvini-Vannacci
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Il braccio di ferro tra Lega e FdI sugli aiuti all’Ucraina

L’incrinatura dei rapporti tra il segretario leghista e il suo vice era evidente da mesi. E a metà settembre il raduno di Pontida ha fotografato una situazione che non poteva più essere risolta. La nomina di Vannacci a responsabile della campagna elettorale in Toscana e il risultato disastroso alle Regionali di ottobre hanno accelerato un processo irreversibile. Ma Salvini – si racconta – ha continuato a frenare per settimane. Sapeva che Vannacci se ne sarebbe andato, lo aveva confidato ai suoi ma continuava a ‘pregare’ il generale di ritardare l’annuncio. Fino a che qualcosa non si è rotto verso la fine dell’anno.

Il ruolo di Giorgia Meloni nel divorzio Salvini-Vannacci
Matteo Salvini e Roberto Vannacci a Pontida (Imagoeconomica).

Nel corso dell’ultima riunione del 2025, il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto che prorogava gli aiuti all’Ucraina. Salvini era assente, già in vacanza con la fidanzata a New York, e aveva lasciato solo il senatore Claudio Borghi a commentare. Via libera, quindi, fino al 31 dicembre 2026 all’autorizzazione a cedere «mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari» alle autorità governative ucraine, con «interventi a supporto delle attività di assistenza alla popolazione». A cui si aggiungeva la clausola di «priorità» agli aiuti logistici o sanitari, richiesta dalla Lega. Un compromesso al ribasso per gli ex lumbard ma su cui il partito della premier non intendeva cedere. Ed è in questo iato tra FdI e Lega che ha cominciato ad ‘agitarsi’ Vannacci, brandendo la sua contrarietà al decreto.

Il ruolo di Giorgia Meloni nel divorzio Salvini-Vannacci
Il senatore leghista Claudio Borghi (Imagoeconomica).

L’uscita di Crosetto: «Parleremo noi con Vannacci»

Il 7 gennaio Salvini era rientrato da Nyc – mai fatte vacanze così lunghe in anni – ed era sulle piste del Trentino con la figlia. Attilio Pierro e Davide Bergamini stavano per lasciare la Lega per passare a Forza Italia. A un deputato che lo ha incontrato, il capo ha domandato se era a conoscenza di altre fuoriuscite imminenti di colleghi. E quando lo sventurato gli ha fatto il nome di Edoardo Ziello e Rossano Sasso, Salvini ha risposto serafico: «Ah ma no… non intendevo loro, loro lo so, vanno con Vannacci». Tutto dunque era già deciso e noto un mese prima. Il punto di non ritorno si è però raggiunto giovedì 15 gennaio. Quel giorno, l’Aula di Montecitorio ha approvato la risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni del ministro della Difesa, Guido Crosetto, impegnando il governo «a continuare a sostenere l’Ucraina» in coordinamento con Nato, Ue e alleati internazionali e valorizzando anche gli aiuti civili. Il dispositivo, nella parte sugli impegni, evitava il termine «militari» ma ne conteneva il riferimento nelle premesse. L’assemblea ha approvato il testo con 186 voti favorevoli, 49 contrari e 81 astenuti. Ma è sui voti leghisti che si è puntato il faro: sette erano assenti, otto in missione, due – Ziello e Sasso, appunto – hanno votato contro. Crosetto, intervenendo in Aula, ha difeso la necessità di continuare a sostenere Kyiv per proteggere popolazione e infrastrutture, evocando l’urgenza del contesto bellico per spiegare le ragioni dietro all’invio di mezzi ed equipaggiamenti. Terminato il discorso – si racconta -, si è avvicinato a un dirigente di peso della Lega e si sarebbe sfogato: «Il tuo capo non controlla più il partito. Parleremo noi con Vannacci».

Il ruolo di Giorgia Meloni nel divorzio Salvini-Vannacci
Galeazzo Bignami e Guido Crosetto (Imagecomica).

La premier ha preteso chiarezza prima dell’approdo in Aula del decreto

E probabilmente così deve essere stato. Da allora in poi nella Lega si è continuato a negare l’imminente uscita del generale, ma in FdI erano tutti certi dell’inevitabile rottura. E già si preparava la linea da tenere: Vannacci ha sbagliato i tempi, ha rotto troppo presto, un anno fino alle Politiche logorerebbe chiunque. È questa, del resto, la linea che prevale ora nel centrodestra dopo che la rottura si è consumata. Ma forse Matteo e il suo amico generale avrebbero aspettato ancora un po’ a lasciarsi. Forse – è il pensiero di alcuni – è stata Meloni a voler accelerare. Sicuramente, per la collocazione internazionale dell’Italia, la premier ha preteso chiarezza prima dell’approdo in Aula del decreto Ucraina.

Il ruolo di Giorgia Meloni nel divorzio Salvini-Vannacci
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Con la fiducia si è voluto “stanare” il generale

L’annuncio del divorzio Salvini-Vannacci risale a martedì 3 febbraio, i deputati vannacciani sono usciti dalla Lega venerdì 6, il decreto è approdato in Aula alla Camera lunedì 9. Una tempistica così scadenzata da sembrare programmata. Certamente, programmata è stata la reazione. L’idea di mettere la fiducia al decreto per ‘stanare’ il generale sarebbe tutta made in FdI.

Il ruolo di Giorgia Meloni nel divorzio Salvini-Vannacci
Edoardo Ziello, Rossano Sasso, Emanuele Pozzolo (Ansa).

Stando a quanto riferito da una fonte autorevole a L43, sarebbe stato il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, a prendere contatto con i leghisti per proporre la strategia ideata dalle parti di Palazzo Chigi. «Meloni vorrebbe mettere la fiducia, voi che ne pensate?», avrebbe chiesto Ciriani. L’emissario avrebbe inoltrato la proposta a Salvini, che non avrebbe trovato alcuna ragione per opporsi. Insomma, la fiducia sarebbe stata tutta farina del sacco della premier, e non una richiesta di Salvini come fatto attentamente trapelare sui quotidiani. «Ti voglio bene ma la mia strada è un’altra», ha scritto Vannacci a Salvini, stando alla narrazione leghista. Nei prossimi mesi forse capiremo cosa ha scritto alla ‘suocera’ Giorgia.

Il ruolo di Giorgia Meloni nel divorzio Salvini-Vannacci
Roberto Vannacci e sullo schermo alle sue spalle Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie


Matteo Salvini vuole diventare la terza mascotte di Milano-Cortina 2026. Dopo Milo e Tina, il segretario leghista – da una vita ‘Teo’ per gli amici – vuole essere il politico più visto delle Olimpiadi invernali in corso. Ed è così che, mentre precetta ottenendo il rinvio dello sciopero del trasporto aereo, ha i piedi ancorati alle piste sulle Dolomiti.

Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Matteo Salvini alla mostra Dal sogno alla realtà (Imagoeconomica).

Il segretario della Lega cavalca i Giochi

Mercoledì a Roma c’è stata la riunione del Consiglio dei ministri che ha dato il via libera alle nuove norme sull’immigrazione ma lui non c’era: la priorità era la pista del bob, tanto criticata dagli avversari politici, che ha regalato due medaglie d’oro all’Italia nel doppio maschile e femminile di slittino. Giovedì Salvini ha rilanciato sui social un video con Federica Brignone dopo il trionfo nel SuperG.

Insomma, in questa prima settimana di Giochi ha abbandonato piste e stadi solo per visitare la mostra allestita nella stazione centrale di Milano, Dal sogno alla realtà. Sulle Olimpiadi, appunto. Ma c’è da giurare che anche la prossima sarà così. Salvini lo ha spiegato bene venerdì ai suoi, riuniti per il consiglio federale della Lega. «È solo grazie al lavoro della Lega che l’Italia ha ottenuto queste Olimpiadi», ha rivendicato, «ed è mia intenzione occupare lo spazio che ci spetta per tutta la durata dell’evento. L’immagine delle Olimpiadi deve essere l’immagine della Lega».

Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
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Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie

Stefani in secondo piano mentre Zaia è una trottola

Ed è così che il segretario di via Bellerio non ha intenzione di togliere le tende fino alla fine della manifestazione, Paralimpiadi comprese. «Non crediate che mi diverta», ha detto ai suoi, «ma è il mio dovere». E la presenza di Salvini non è passata inosservata sulle piste. Qualche calice di buon vino in mano, un super pass per arrivare ovunque, sarebbe stato visto spesso in compagnia dell’amico albergatore veneziano, Fabio Depietri. Più sotto traccia la presenza del governatore veneto, Alberto Stefani. Quanto a Luca Zaia, che con l’idea di schierare Cortina ha avuto un ruolo centrale nella candidatura, è una trottola: riceve Sergio Mattarella e Giovanni Malagò (che aveva anche inaugurato Il Fienile, il videopodcast dell’ex Doge), fa video e selfie con gli atleti e i turisti venuti da tutto il mondo, cucina gli gnocchi della Lessinia, mentre il suo successore non sembra puntare troppo sull’evento, limitandosi a qualche post di congratulazioni per le medaglie sui social.

E, raccontano, non era tra le autorità a ricevere il capo dello Stato al suo arrivo giovedì a Cortina. Per tifare Brignone, la cittadina veneta poteva contare su Mattarella e le Frecce Tricolori. E su un governatore arrivato con 20 minuti di ritardo.

Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
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Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci

Chissà se a un certo punto Giorgia Meloni prenderà il telefono e chiamerà Elly Schlein per chiederle consiglio: ma tu come fai a tenere tutti insieme (o quantomeno a provarci)? Sì, perché con i suoi primi vagiti, la creatura politica vannacciana – che questa settimana ha esordito in Parlamento con tre deputati (gli ex leghisti Rossano Sasso ed Edoardo Ziello e l’ex FdI Emanuele Pozzolo) che hanno votato sì alla fiducia al governo e no all’invio di armi a Kyiv – rischia di rimescolare e stravolgere completamente il centrodestra così come l’abbiamo conosciuto finora e trasformarlo in una sorta di campo largo in versione destrorsa.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Edoardo Ziello, Rossano Sasso, Emanuele Pozzolo (Ansa).

Il centrodestra monolitico è destinato a finire?

Se questa coalizione ha avuto un pregio, fin dai tempi di Silvio Berlusconi, era quello di essere (o mostrarsi) molto più unita del centrosinistra. Anche per il minor numero di forze al suo interno: Forza Italia, Lega, prima An e oggi FdI, prima i centristi di Casini e Follini e oggi Maurizio Lupi. Vuoi mettere con l’infinita serie di partiti e sigle che hanno sempre contraddistinto il centrosinistra? Il record si toccò con l’Unione di Romano Prodi nel 2006 (oltre 10 partiti) e infatti arrivò una vittoria risicatissima e la caduta solo due anni dopo.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Umberto Bossi, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi nel 2006 (Imagoeconomica).

Vannacci potrà dire ciò che Meloni e Salvini non possono

Ora con Roberto Vannacci molto cambierà. Innanzitutto perché per la prima volta Lega e Fratelli d’Italia si troveranno una concorrenza da destra, con Futuro Nazionale che potrà dire e fare tutto quello che Giorgia Meloni e Matteo Salvini, per ovvie ragioni, non possono dire e fare. La cosa disturberà moltissimo l’ex Capitano, che non avrà più il copyright sulle sparate: ci sarà il generale a superarlo in questo campo. E infatti più di una fonte leghista descrive il segretario assai abbattuto. Non sarà più lui il protagonista delle intemerate a destra, dalla sicurezza alla stretta sui migranti. Ma Vannacci infastidisce anche Meloni, perché qualcuno del suo elettorato potrà ritrovare in Futuro Nazionale alcuni degli slogan che lei urlava dai banchi dell’opposizione. Insomma, Vannacci pescherà voti nella Lega, in FdI e pure nel primo partito d’Italia: l’astensionismo.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Matteo Salvini e Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Se FN si stabilizza al 3 per cento difficilmente Meloni chiuderà la porta

I primi sondaggi non sono tranquillizzanti per la maggioranza, col generale che viaggia tra il 2,5 e il 3,5 per cento e con un elettorato potenziale del 4,9 per cento, secondo un sondaggio di Izi per La7. Il calo più sostanzioso per ora è della Lega, registrata poco sopra al 7 per cento, ormai lontana da Forza Italia, tra l’8 e il 9. Ma a rimetterci sarà anche il partito della premier. «Se Vannacci nei sondaggi si assesta sul 3 per cento, Meloni farà di tutto per tenerlo all’interno della coalizione, perché le due compagini risultano piuttosto appaiate e per vincere le elezioni tutto fa brodo. Salvini dovrà abbassare la cresta e ingoiare l’amaro calice…», sussurra a Lettera43 una fonte frequentatrice di Via della Scrofa. E infatti, se la premier sul tema tace, il generale non ha mai chiuso al centrodestra: fin dalle sue prime dichiarazioni si è detto disponibile a dialogare col governo. Tanto da mettere in campo una mossa parlamentare assai astuta, definita bizantina e democristiana: votare la fiducia al governo e contro l’invio di armi. Tanto che in molti ormai considerano Futuro Nazionale abile e arruolato nella maggioranza. «Valuteremo caso per caso come votare, se i provvedimenti ci convincono oppure no», hanno spiegato in coro Ziello, Sasso e Pozzolo. «Non so se faremo parte della coalizione, potremmo anche andare da soli, è presto per decidere…», ha frenato per prudenza, e tattica, Vannacci. Anche perché per entrare formalmente nel centrodestra vorrà essere corteggiato a suon di seggi sicuri per i suoi.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Salvini rischia di finire in un cul-de-sac

Meloni, dicevamo, per ora non si esprime e osserva. Con all’orizzonte un problema del tutto nuovo per lei: come fare a tenere insieme tutti, da Vannacci a Lupi, passando per Tajani e Salvini. E qualcuno ci butta dentro anche Carlo Calenda che, almeno a livello locale, specialmente in quel di Milano, si sta avvicinando a Forza Italia. Insomma, la premier potrebbe trovarsi a dover gestire un campo largo di centrodestra, con forze politiche assai differenti tra loro e magari pure litigiose, vista l’avversione totale di Salvini verso Vannacci. «Chi esce dalla Lega è da ritenersi fuori dal perimetro del centrodestra», sottolinea il sottosegretario leghista all’Interno, Nicola Molteni. Ma nel partito, Salvini ha anche il problema interno di dove collocare Luca Zaia, che non si candiderà alle suppletive in Veneto ma per ora non sarà nemmeno vicesegretario. «Zaia vice? Un grandissimo, ma ogni cosa a suo tempo», ha detto il segretario arrivando al consiglio federale in via Bellerio.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Luca Zaia (Imagoeconomica).

Insomma, aspettando di conoscere la futura legge elettorale e relativa soglia di sbarramento, il tema di aprire o chiudere a Vannacci rischia di essere un ulteriore elemento di tensione tra Meloni e Salvini. «Su Vannacci la Lega avrà sempre l’ultima parola», ha sottolineato in settimana Antonio Tajani. Ma in pochi, anche tra i leghisti, ci credono davvero. E se il generale sarà della partita – come non ha escluso Francesco Lollobrigida intervistato dal Foglio – avremo di fronte un campo largo di centrodestra. E allora Giorgia potrebbe davvero fare quella telefonata: «Elly, ma come si fa?».  

Il libro di Meloni negli Usa a fine aprile con prefazione di Vance

Uscirà a fine aprile, con un titolo leggermente diverso (Giorgia’s Vision) e una prefazione del vicepresidente J.D. Vance il libro di Giorgia Meloni negli Stati Uniti. Lo ha riferito la giornalista americana Sophia Cai, autrice di West Wing Playbook, la newsletter di Politico dedicata alle notizie sulla Casa Bianca. L’opera, uscita in Italia nel 2023, è una conversazione fra la premier e il giornalista Alessandro Sallusti che affronta diversi temi, dalla guerra in Ucraina alla crisi dell’energia, dalla transizione ecologica all’inflazione. Sulla copertina, che la giornalista ha condiviso su X, c’è una citazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump: «[Meloni è] uno dei veri leader del mondo».

Nel libro precedente la prefazione del figlio di Trump

Non è la prima volta che un esponente del mondo Maga fa una prefazione a un’opera della premier. Il primo libro, Io sono Giorgia, era uscito negli Usa con un’introduzione scritta dal figlio del presidente americano, Donald Trump Jr. Allora il tycoon stesso le fece uno spot, con tanto di post su Truth in cui aveva scritto: «Meloni ha scritto un nuovo libro, sta svolgendo un bellissimo lavoro».

La campagna referendaria al contrario di Gratteri e Nordio e le altre pillole del giorno

Ha ragione Luca Bizzarri quando dice che i campioni della campagna referendaria «si stanno sbattendo tantissimo»: «Gratteri per il Sì, e Nordio per il No». Uno scambio di campo per destabilizzare l’avversario e confondere un elettorato già abbastanza confuso di suo sulla separazione della carriere? Ci piace pensare che sia così, che si tratti di una strategia raffinata. Anche perché l’alternativa getterebbe nello sconforto. L’ultimo colpo del procuratore capo di Napoli – «Voteranno per il No le persone perbene. Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente» – ha appiccato l’incendio.

L’intero centrodestra è insorto, a partire dal ministro della Giustizia Carlo Nordio: «Mi chiedo se l’esame psico-attitudinale che abbiamo proposto per l’inizio della carriera dei magistrati non sia necessario anche per la fine della carriera», ha commentato l’ex procuratore di Venezia, rispolverando un vecchio adagio di Berlusconi. Il quale, meglio ricordarlo, nel 2003 in un’intervista al britannico The Spectator fu al suo solito ben più tranchant: «Questi giudici sono doppiamente matti!», disse. «Per prima cosa perché lo sono politicamente; secondo, sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dalla razza umana». Gratteri dal canto suo ha cercato di ridimensionare le sue dichiarazioni parlando di «strumentalizzazione», ma ormai la frittata era bella che fatta.

La campagna referendaria al contrario di Gratteri e Nordio e le altre pillole del giorno
Nicola Gratteri (Imagoeconomica).

Non che Nordio sia da meno, intendiamoci. È da mesi che il ministro offre (involontariamente) assist allo schieramento opposto. Solo qualche giorno fa, per esempio, ha assicurato che con la riforma si eviterebbero casi «come quello di Garlasco». Sabbia negli occhi e nelle orecchie degli indecisi. Ma è andato anche oltre. Con una spontaneità disarmante ha “svelato” il vero obiettivo della riforma: introdurre un controllo della magistratura. Peccato che l’articolo 104 della Costituzione dica qualcosa di diverso: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere».

Non si tratta di uno scivolone isolato. Perché il Guardasigilli, dietro lo scudo di Giuliano Vassalli (che cita a ripetizione a garanzia di ciò che dice), lo sosteneva già lo scorso novembre: la riforma serve a far «recuperare alla politica il suo primato costituzionale», disse al Corriere. «Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo». Vai tu poi a smontare le tesi di Alessandro Barbero o a spiegare, come fa Antonio Di Pietro, che «la separazione renderà la magistratura più indipendente e autonoma, non solo dalla politica ma anche dalle correnti interne»…

La campagna referendaria al contrario di Gratteri e Nordio e le altre pillole del giorno
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Guidoni lascia Fondazione Ania per Cassa Forense?

In Ania ha collezionato poltrone: è segretario generale della Fondazione, co-direttore generale (responsabile dei servizi Auto e Card, Antifrode, Distribuzione, Danni non auto, Consumatori, Innovazione, Vita e Welfare), e vicepresidente del forum Consumatori. Eppure c’è chi vede il futuro di Umberto Guidoni lontano dal mondo delle assicurazioni, prevedendone un trasloco in Cassa Forense, l’ente che gestisce la previdenza e l’assistenza degli avvocati italiani. Vedremo…

La campagna referendaria al contrario di Gratteri e Nordio e le altre pillole del giorno
Umberto Guidoni (Imagoeconomica).

Covip, c’è un medico

Quando alla guida della Covip, la strategica commissione di vigilanza sui fondi pensione, nel febbraio 2025 venne nominato l’ex forzista Mario Pepe – grazie si disse ai buoni uffici del deputato leghista, editore e re della sanità privata Antonio Angelucci e del vicesegretario salviniano Claudio Durigon – molti avevano storto il naso perché medico e non economista, come l’altro candidato, il leghista Antonio Maria Rinaldi (lo stesso che la Lega ha candidato a sindaco di Roma). Evidentemente in pochi erano al corrente di cosa stava accadendo: l’ultima versione del decreto Semplificazione e Pnrr affida infatti alla Covip la vigilanza sui fondi sanitari integrativi del Servizio sanitario nazionale. Il cv di Pepe ora calza a pennello.

La campagna referendaria al contrario di Gratteri e Nordio e le altre pillole del giorno
Mario Pepe (Imagoeconomica).

Tutti a ricordare Andrea Barbato. E Agnes

Nonostante una pioggia torrenziale, a Roma, nella sala Zuccari di Palazzo Giustiniani molti sono accorsi per ricordare Andrea Barbato, giornalista di lungo corso e pure parlamentare. Presenti tra gli altri, Romano Prodi, Gianni Letta e Simona Agnes – destinata ormai a dimenticare la presidenza Rai dopo l’ennesima fumata nera in Vigilanza – che ne approfittato per parlare di tv pubblica. «Ancora oggi, e questa è sì continuità con quelle radici, la Rai è una colonna portante per il mercato dell’audiovisivo italiano e primeggia tra i Servizi pubblici europei», ha detto Agnes. «Vanta, unica in Europa per capillarità e lavoro di inchiesta, la Testata Giornalistica Regionale, a me particolarmente cara perché legata alla storia di mio padre, oltre a una rete autorevole e competente di corrispondenti esteri che raccontano conflitti e crisi geopolitiche». «Ma l’incontro non era per ricordare Biagio Agnes…», ha bofonchiato malignamente qualcuno in sala. 

Referendum, Gratteri chiarisce le sue affermazioni ma non arretra

Dopo le polemiche seguite alle sue dichiarazioni in merito al referendum sulla giustizia, il procuratore di Napoli Nicola Gratteri è intervenuto a Piazzapulita su La7 per chiarire la sua posizione. «Voteranno No le persone perbene, che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente», aveva detto al Corriere della Calabria suscitando l’ira del centrodestra e dei comitati per il Sì. Intervistato da Corrado Formigli, ha spiegato: «Io non ho detto, come strumentalmente si vuole far credere, che quelli che votano Sì sono tutti appartenenti ai centri di potere, alla ‘ndrangheta e alla massoneria deviata. Quindi chi interpreta diversamente quello che ho detto è in malafede e vuole – lui sì – alzare lo scontro. Ma io non ho nessun tipo di problema, perché il senso della paura l’ho superato 35 anni fa. Quindi state tranquilli tutti, non è con questi attacchi, con queste minacce, interrogazioni parlamentari, procedimenti disciplinari annunciati, che mi si mette a tacere».

Gratteri: «Miei interventi parcellizzati e letti in modo disorganico»

«Quello che io ho detto nell’intervista è chiaro», ha continuato. «Continuerò a battermi per il No. Davanti a gente che scientificamente prende un pezzettino di intervista e la mette in rete pensando di scatenare chissà cosa, di intimidirmi o delegittimarmi dico che si sbagliano, stiano tutti tranquilli». Anche al Corriere della sera ha ribadito che: «I miei interventi non possono essere parcellizzati e letti in modo disorganico. Ho detto che a mio parere voteranno Sì certamente le persone a cui questo sistema conviene, quindi tutti i centri di potere che non vogliono essere controllati dalla magistratura. Non ho detto, come strumentalmente vogliono far credere, che quelli che votano Sì sono tutti appartenenti a centri di potere».

Nordio sconcertato propone test psicologici per i magistrati a fine carriera

Ma intanto lo scontro si era già allargato. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio si è detto «sconcertato» e ha evocato persino un test psicologico: «Mi domando se l’esame psico-attitudinale che noi abbiamo proposto per l’inizio della carriera dei magistrati non sia necessario anche per la fine della carriera». Al Csm, il consigliere laico di Forza Italia Enrico Aimi ha detto che chiederà di «valutare il requisito dell’equilibrio» del magistrato e di sollecitare un’azione disciplinare.

Dai cambi di casacca alla fiducia, cosa prevedono le nuove regole della Camera

È pronta per l’esame dell’Aula la riforma del regolamento interno della Camera dei deputati, che introduce importanti novità in materia di disciplina dei gruppi parlamentari e delle cariche istituzionali. Tra queste misure che penalizzano i cambi di casacca. Nel caso in cui un deputato voglia passare in un altro gruppo parlamentare, infatti, il testo prevede che non trasferirà più integralmente la sua quota di contributi al nuovo gruppo, ma solo un 50 per cento. L’altra metà resterà al gruppo di provenienza (ndr ogni gruppo ha dei contributi in base al numero degli iscritti). Questa norma punta a disincentivare spostamenti frequenti e a mantenere una maggiore stabilità nei gruppi parlamentari. Un’altra regola prevede la decadenza da pressoché tutte le cariche – con l’eccezione del presidente della Camera – ricoperte nell’Ufficio di presidenza e in quello delle commissioni. A ciò si aggiunga l’ipotesi di superamento del vincolo delle 24 ore tra l’apposizione della questione di fiducia e il relativo voto, e l’introduzione di uno statuto delle opposizioni. La riforma, che verrà discussa lunedì 16 febbraio e potrebbe andare al voto già martedì, entrerà in vigore dalla prossima legislatura.

Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole

C’è pure l’italico prodiano Sandro Gozi tra i francesi che vogliono dare il benservito a Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi. Gozi, eurodeputato italiano eletto in Francia e segretario generale del Partito democratico europeo, è uno dei firmatari del documento che ha messo nel mirino l’intervento tenuto il 7 febbraio a Doha, in un forum organizzato da Al Jazeera, nel corso del quale Albanese ha parlato di un «nemico comune dell’umanità», che secondo i suoi detrattori era un riferimento a Israele, che però in quella frase non era stato citato. Albanese ha poi cercato di spiegare che «il nemico comune dell’umanità è il sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, incluso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile». Sta di fatto che Gozi ha seguito le direttive del ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, che è intervenuto all’Assemblea nazionale di Parigi annunciando che la Francia chiederà le dimissioni di Albanese il 23 febbraio al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. E Gozi, come da tradizione, si pone sulla scia del suo mentore, Romano Prodi, che aveva già “scaricato” Albanese da tempo, opponendosi alla cittadinanza onoraria da parte del Comune di Bologna.

Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
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Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
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Anche il giovane leghista ha la sua Giorgia

Sorriso smagliante, faccia rassicurante da bravo ragazzo, il classico volto su cui puntare per un ricambio generazionale nel partito. Il 33enne leghista Alberto Stefani, presidente della Regione Veneto da novembre del 2025, ora prova a dare un’ulteriore rinfrescata alla sua immagine presentando ufficialmente a Novella 2000 la sua nuova fidanzata, come raccontato molto dalla stampa veneta, in particolare da Il Giornale di Vicenza e Il Mattino di Padova. Lei si chiama Giorgia Tavella, ha 26 anni, ed è di Sarcedo, Comune della provincia di Vicenza. «È laureata in psicologia e ora sta facendo un master in psicologia forense. Ci conosciamo da un anno e non è sempre facile conciliare gli impegni istituzionali con la vita privata. Però cerchiamo sempre di fare il possibile per stare insieme», ha detto Stefani, raccontando poi il loro primo incontro avvenuto attraverso amici comuni, seguito da un invito a cena «molto classico». «In un mondo di ostentazione, la semplicità è rivoluzionaria», ha commentato il più giovane governatore d’Italia con una frase che sembra uscita dai Baci Perugina. Chissà se andrà d’accordo con Giorgia più di quanto il “Capitano” Matteo Salvini ci riesca con l’altra Giorgia, quella di governo…

Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
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Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole

Arriva la Ferrari “Luce”. Ma a Roma la chiamano “Luca”…

La nuova Ferrari totalmente elettrica ha un nome: “Luce”. Pomposa la spiegazione annunciata da San Francisco, con Luce che «inaugura una nuova strategia di denominazione, simbolo dell’ampliamento della gamma e dell’evoluzione del brand verso nuovi territori», e via con il bla bla bla. Fatto sta che a Roma, dove non mancano gli amici di Luca Cordero di Montezemolo, questa Ferrari tutti la chiamano Luca, e non Luce…

Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
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Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
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I cinquant’anni della banchiera

La sua carriera è stata spumeggiante, fin dall’inizio della sua storia professionale: e allora la banchiera ha deciso di festeggiare “alla grande” il suo mezzo secolo di vita. Inviti a vip e sodali dell’ultima ora per un evento che tutti preannunciano come «assolutamente indimenticabile». Fatto sta che alcuni vecchi amici non hanno ricevuto l’invito, e questa dimenticanza non è piaciuta: solo una gaffe dettata dall’entusiasmo per il momento felice che sta vivendo da cinquantenne, oppure si è trattato di un calcolo cinico? Ah, saperlo…

Curling e fascismo: il disastro Pd nella comunicazione sul referendum

Sul referendum della Giustizia il Pd non ne azzecca una. Almeno per quanto riguarda la comunicazione. Dopo il post in cui si associava il sì al fascismo – l’accostamento col saluto romano di Acca Larentia aveva fatto andare su tutte le furie anche chi nel partito voterà per la riforma Nordio, come Pina Picierno – i social media manager dem hanno ben pensato di cavalcare l’onda olimpica usando gli atleti azzurri del curlingStefania Constantini e Amos Mosaner – per promuovere il no. Naturalmente senza chiedere il permesso ai diretti interessati.

Curling e fascismo: il disastro Pd nella comunicazione sul referendum
Il post del Pd (Facebook).

I due azzurri si dissociano, Buonfiglio: «Sono esterrefatto»

Se il video è stato rimosso – “abbiamo scherzato, era un semplice meme“, la risposta in soldoni – non si può dire lo stesso della polemica. I primi a dissociarsi sono stati proprio i due involontari protagonisti. «Desidero precisare che non sono stato informato preventivamente dell’utilizzo di tali immagini né ho in alcun modo autorizzato l’associazione della mia performance sportiva a messaggi o iniziative di carattere politico», ha messo in chiaro Mosaner, seguito da Constantini. Indignato anche il presidente del Coni Luciano Buonfiglio: «Resto sbalordito che si utilizzino immagini di atleti per promuovere una scelta politica. Sono esterrefatto da una cosa del genere».

Curling e fascismo: il disastro Pd nella comunicazione sul referendum
Luciano Buonfiglio (Ansa).

Il tafazzismo dem colpisce ancora

E pensare che il no nei sondaggi stava riguadagnando posizioni: secondo l’ultima rilevazione di YouTrend per SkyTg24, in uno scenario ad alta partecipazione il sì è al 52,6 per centro contro il 47,4 per cento del no, mentre se l’affluenza fosse più bassa (al 46,5 per cento) la spunterebbe il no, 51,1 per cento contro 48,9. Eppure ha fatto comunque irruzione sulla scena il tafazzismo dem, porgendo così il fianco al centrodestra. E la contraerea è subito partita. «Utilizzare le immagini di due grandi campioni, che in questi giorni hanno portato l’Italia a un eccezionale medaglia olimpica per promuovere un messaggio di chiara valenza politica è davvero vergognoso. Oltre che irrispettoso nei confronti degli atleti, che sono stati coinvolti a loro insaputa», ha sbottato il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Paolo Barelli, che ha aggiunto: «È davvero vergognoso utilizzare l’immagine di due atleti italiani con l’obiettivo di pubblicizzare il “no” a una consultazione popolare. Così si politicizza il referendum e nello stesso tempo si offende lo sport intero e l’immagine dello stesso Pd». «Siamo entrati in un periodo di barbarie intellettuali tremende», ha commentato il presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana. «La battaglia che si sta combattendo sul referendum vede una parte, purtroppo anche una parte dei giudici, che ha iniziato una campagna fondata sulle bugie. Questa è la conseguenza. È grave perché il referendum è uno strumento di democrazia, tutte le forze politiche dovrebbero mettere a disposizione l’impegno massimo di informare i cittadini nel modo migliore, non raccontando bugie».

Curling e fascismo: il disastro Pd nella comunicazione sul referendum
Attilio Fontana (Imagoeconomica).

L’accostamento del sì ai fascisti

Lo scivolone olimpico del Pd arriva dopo un altro autogol comunicativo. A inizio mese infatti l’account del partito aveva associato il sì al fascismo: «CasaPound annuncia il sostegno alla riforma del governo Meloni. Loro votano sì, noi difendiamo la Costituzione: il 22 e 23 marzo vota no», recitava il post lanciato con il video dell’adunata fascista a braccia tese che urla «Presente» ad Acca Larentia.

Minoranza dem sulle barricate

In quel caso però, oltre alla (chiamata) reazione di Fratelli d’Italia, era stata la minoranza interna dem ad alzare la voce. O, almeno una parte, perché il referendum sulla Giustizia è riuscito anche a spaccare i riformisti. Durissima Picierno: «La linea comunicativa che assimila al fascismo chi voterà sì al referendum del 22-23 marzo gravemente insultante e svilente», aveva dichiarato la vicepresidente dell’Europarlamento. «Io voterò sì, e lo farò in compagnia di molti elettori e militanti del Pd, per i quali chiedo rispetto: basta, vi prego, con accuse infamanti». Sulla stessa linea Stefano Ceccanti: «È un gioco alla campagna chi delegittima di più gli altri individuando sostenitori ‘impresentabili’ nello schieramento altrui. Da molti me lo posso aspettare, ma dalla campagna ufficiale di un partito serio come è ritenuto giustamente il Pd, anche da molti che non lo votano, no». Elisabetta Gualmini poi aveva definito l’iniziativa «il punto più basso di qualsiasi polemica politica. Quindi chi sosteneva la mozione Martina nel 2019 e il programma del Pd nel 2022 erano tutti fascisti». Rilievi e critiche che la segretaria che Elly Schlein aveva liquidato, come al solito, velocemente: «Fa discutere il fatto che CasaPound abbia detto in una nota che voterà sì al referendum e ha avviato una campagna con linguaggio violento dicendo “Falli piangere, vota sì”. Quindi noi abbiamo semplicemente ripreso un fatto oggettivo».

Curling e fascismo: il disastro Pd nella comunicazione sul referendum
Pina Picierno (Imagoeconomica).

Le Olimpiadi invernali non stanno portando bene alla politica

Tornando al curling, va detto che queste Olimpiadi invernali non stanno portando granché bene alla politica. Il medagliere (bipartisan) delle figure barbine infatti si allunga ogni giorno di più. Prima il caso Petrecca che ha agitato e non poco il centrodestra, poi il post del Pd, senza contare gli innumerevoli selfie salviniani sulle piste con il vicepremier pronto a rubare la scena ai campioni. Ci si può consolare con l’iniziativa del tridente rosa leghista Cisint-Ceccardi-Sardone: «SI SCIA SENZA SHARIA». Un confronto pubblico, scrivono le tre europarlamentari, sui temi dell’islamizzazione dell’Europa organizzato per il 21 febbraio al Passo del Tonale. Con tanto di fiaccolata & rinfresco. Sofia Goggia e Federica Brignone, scansatevi.

Olimpiadi, il caso del post del Pd sul no al referendum con gli azzurri del curling

Sta facendo discutere il caso del video condiviso sui social dal Pd con gli azzurri del curling Stefania Constantini e Amos Mosaner per promuovere il No al referendum sulla giustizia. Il filmato mostrava il frame di una partita con i due atleti e le scritte “Il tuo no al referendum” e “La giustizia controllata dal governo” in corrispondenza delle pietre. Poche immagini che hanno fatto infuriare sia gli sportivi sia il presidente del Coni Luciano Buonfiglio, che a caldo con l’Ansa ha sbottato: «Resto sbalordito che si utilizzino immagini di atleti per promuovere una scelta politica. I nostri atleti sono in gara e sto aspettando per capire se fossero stati coinvolti, ma io resto esterrefatto da una cosa del genere».

Mosaner: «Non ho autorizzato l’uso di mie immagini per scopi politici»

Gli azzurri erano ignari di tutto, tanto che lo stesso Mosaner ha commentato: «In merito alla diffusione, sui canali social del Partito democratico, di un video che riprende immagini di una mia partita accompagnate da un messaggio di invito al voto per il referendum del prossimo 22 e 23 marzo, desidero precisare che non sono stato informato preventivamente dell’utilizzo di tali immagini né ho in alcun modo autorizzato l’associazione della mia performance sportiva a messaggi o iniziative di carattere politico. Chiedo che le immagini che mi ritraggono vengano rimosse da qualsiasi comunicazione che possa generare un collegamento, diretto o indiretto, tra la mia attività sportiva e iniziative di natura politica. Il mio impegno è e rimane esclusivamente sportivo, nel rispetto dei valori olimpici e di tutti coloro che mi seguono e sostengono».

Olimpiadi, il caso del post del Pd sul no al referendum con gli azzurri del curling
Olimpiadi, il caso del post del Pd sul no al referendum con gli azzurri del curling

La replica del Pd: «Era un meme, nessuna volontà di strumentalizzare»

A stretto giro è arrivata la replica del Pd: «Il post pubblicato qualche ora fa dall’account del Partito democratico utilizzava l’immagine di un evento sportivo che aveva avuto grande seguito, con un linguaggio comunicativo, quello del meme, che per sua natura funziona grazie alla sua semplicità e si inserisce in un contesto ironico. Non vi era nessuna intenzione di coinvolgere direttamente gli atleti nella campagna referendaria, di attribuire loro una posizione politica, né di strumentalizzare in alcun modo le loro prestazioni sportive, delle quali siamo, come tutti, orgogliosi. Appena abbiamo appreso della richiesta avanzata da Amos Mosaner e da Stefania Costantini, dispiaciuti che il post possa essersi prestato a fraintendimenti, è stato rimosso immediatamente».

Sicurezza, il fronte riformista dei sindaci Pd sfida Meloni

Dice Matteo Renzi, parlando al Tg3, che quello della sicurezza è un «problema enorme che riguarda i cittadini, non il governo: è il ragazzino ucciso a scuola a La Spezia; il capotreno ucciso a Bologna. Basta con gli slogan sulle Brigate Rosse, è un errore drammatizzare la questione della sicurezza dal punto di vista ideologico, destra e sinistra devono stare insieme». Concetti simili in passato li aveva espressi l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, accusato spesso a sinistra di protofascismo per via delle note vicende libiche.

Sicurezza, il fronte riformista dei sindaci Pd sfida Meloni
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

L’apertura di De Pascale sul Cpr agita la sinistra

Intanto però un primo segnale d’ascolto alle parole di Renzi arriva dall’Emilia-Romagna, Regione che sarebbe pronta ad accogliere un Centro di permanenza per rimpatri (Cpr). Almeno così ha detto il presidente Michele De Pascale, riformista bonacciniano del Pd, qualche giorno fa parlando al Corriere di Bologna: «Certo, non vedo perché la Regione non dovrebbe sedersi a discuterne. Io lo farei. Tra l’altro non si capisce perché a Brindisi va bene e qui no. I Cpr però devono essere strumenti esclusivi per l’espulsione di persone pericolose socialmente». Apriti cielo. Avs e M5s si sono subito agitati. «Riteniamo un errore ogni forma di legittimazione a strutture che negano i diritti fondamentali e confinano persone in centri di detenzione amministrativa in condizioni inumane e degradanti», ha scritto Avs Emilia-Romagna. Contrario anche il partito di Conte, che pure parla di sicurezza un giorno sì e l’altro pure.

Sicurezza, il fronte riformista dei sindaci Pd sfida Meloni
Il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale (Imagoeconomica).

Il fronte dei sindaci dem, da Salis a Manfredi

A mettere ordine però in questa cacofonia sul tema in cui tutti dicono la loro senza che ci sia un coordinamento sulle iniziative (e soprattutto armonia nell’offerta politica del campo largo), ci stanno pensando i sindaci di centrosinistra, forse la vera novità degli ultimi mesi sulla sicurezza. Sarà che spesso si incolpano i sindaci di responsabilità che spettano al prefetto, sarà che effettivamente per anni si è pensato che fosse tutta una questione di percezione, ma i primi cittadini, dalla genovese Silvia Salis al napoletano Gaetano Manfredi, intervengono spesso per denunciare le mancanze del governo. E della sinistra stessa.

Sicurezza, il fronte riformista dei sindaci Pd sfida Meloni
Silvia Salis (Imagoeconomica).

Il governo stretto tra Vannacci e (forse) i riformisti Pd

Di recente lo ha ben spiegato Giorgio Gori, europarlamentare del Pd, riformista non bonacciniano, ex sindaco di Bergamo: «Quello della sicurezza è un tema che la sinistra, nonostante l’impegno concreto dei suoi sindaci, ha dato in passato l’idea di non tenere nella dovuta considerazione. È quindi urgente occuparsene in modo serio: senza cedere alla propaganda della destra, cui spesso non corrisponde alcun fatto concreto, ma con la capacità di tenere insieme prevenzione e repressione». I fatti dicono «che il problema esiste, soprattutto per quello che riguarda i reati commessi da giovanissimi, e che le persone più esposte sono quelle più fragili, a partire da donne e anziani». Sul tema insomma il governo – alle prese con l’ennesimo decreto sicurezza in risposta agli scontri di Torino – è accerchiato da più parti. Da una parte c’è Roberto-generale-in-pensione Vannacci, con la sua proposta di remigrazione; dall’altra c’è la sinistra riformista che accusa l’esecutivo di non fare abbastanza. La campagna elettorale per le elezioni politiche del 2027 è cominciata.

Sicurezza, il fronte riformista dei sindaci Pd sfida Meloni
Giorgio Gori (Imagoeconomica).

Crans-Montana, Tajani riceve l’ambasciatore italiano in Svizzera

Antonio Tajani ha ricevuto nella giornata del 26 gennaio alla Farnesina l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, richiamato a Roma su indicazione del presidente del Consiglio Giorgia Meloni, per consultazioni legate al caso di Crans-Montana. Lo ha comunicato la Farnesina in una nota: «Il ministro riceverà l’ambasciatore nel pomeriggio per concordare le azioni da intraprendere a seguito della decisione della magistratura cantonale di disporre la scarcerazione del proprietario del locale di Crans-Montana in cui si è sviluppato l’incendio del 1° gennaio», si legge nel comunicato.

La procura di Roma è pronta a inviare personale a Crans-Montana

Nel frattempo, la procura di Roma, impegnata nell’indagine sulla tragedia che ha causato 40 vittime, tra cui sei italiani, è pronta a inviare una squadra di investigatori della Squadra Mobile per supportare i colleghi svizzeri. La rogatoria trasmessa ai magistrati di Sion richiede l’invio di tutta la documentazione già acquisita, comprese le autorizzazioni del locale Costellation, i controlli delle autorità e lo stato delle normative di sicurezza e antinfortunistica. Il fascicolo, al momento aperto contro ignoti, prevede ipotesi di reato per omicidio colposo e disastro colposo. Una volta ricevuti gli atti dalla Svizzera, la Procura iscriverà i primi indagati, tra cui i gestori Jaques Moretti e la moglie Jessica.

Piantedosi e il libro dalla parte delle divise (e dell’Ice?): le pillole del giorno

Il timing non è certo dei migliori. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e Annalisa Chirico presentano nella serata di lunedì 26 gennaio, a Roma, il libro edito da Mondadori Dalla parte delle divise. Proprio nei giorni dominati dalle polemiche su cosa sta accadendo negli Stati Uniti, sempre più sull’orlo di una guerra civile, attorno all’Ice, la tremenda agenzia anti-immigrazione di Donald Trump che ammazza cittadini inermi e sembra un grande laboratorio americano dello Stato di sorveglianza, tanto da essere definita la nuova Gestapo. Neanche a farlo apposta, l’ombra dell’Ice si è allungata sull’Italia dopo che è girata la notizia di un possibile suo sbarco a Milano e a Cortina per scortare gli atleti statunitensi impegnati alle Olimpiadi invernali. «Non ci risulta, ma anche se fosse vero non vedo il problema», ha detto Piantedosi. In realtà il problema lo vedono in tanti, dalle opposizioni all’ex presidente Barack Obama che, a proposito delle uccisioni, ha parlato di «campanello d’allarme per tutti». Poi il capo del Viminale ha in parte corretto il tiro, aggiungendo che «l’Ice non può svolgere attività di polizia in Italia». Alla fine, comunque, non erano solo voci: il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha confermato la presenza dei controversi agenti nel nostro Paese, anche se «soltanto per controllare il vicepresidente J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio». In ogni caso, per Piantedosi è una bella scommessa parlare genericamente di «divise» in queste ore, e celebrarle durante la presentazione di un libo. E numerosi invitati al termine dell’evento saranno accolti a cena, per festeggiare gli autori…

Piantedosi e il libro dalla parte delle divise (e dell’Ice?): le pillole del giorno
Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (foto Imagoeconomica).

Borgonzoni ha a cuore Rimini e Riccione

Ama Rimini e Riccione, Lucia Borgonzoni. Sottosegretaria al ministero della Cultura con delega al cinema, lo aveva detto: «Nel 2026 torneremo in Riviera». Promessa mantenuta: l’Italian Global Series Festival, la kermesse dedicata alla fiction italiana e internazionale, organizzata da Apa, l’Associazione dei produttori audiovisivi, con il supporto del suo stesso ministero della Cultura, di Agis, Siae, Regione Emilia-Romagna e dei Comuni di Rimini e Riccione, è in programma dal 3 all’11 luglio. Borgonzoni spinge per dare visibilità all’evento, affermando che è obbligatorio stare «nella terra di Federico Fellini, dove l’immaginazione è cultura e identità. Qui le serie tivù, grazie al festival, non sono solo intrattenimento: sono racconto, industria, lavoro, futuro. Portano con sé promozione del territorio, visibilità internazionale, milioni di euro di indotto. Ma soprattutto portano orgoglio. Sono certa che anche quest’anno arriveranno grandi titoli, grandi ospiti, grandi storie». E pure grandi polemiche…

Piantedosi e il libro dalla parte delle divise (e dell’Ice?): le pillole del giorno
Lucia Borgonzoni (foto Imagoeconomica).

Giuliano Giubilei, un libro in chiesa

Da quando sulla scena è entrato il giovane cesenate Francesco Giubilei, classe 1992, onnipresente (sui social e in tivù) soldatino della narrazione di destra, nonché editore e presidente della Fondazione Giuseppe Tatarella, le cose non sono andate più bene per il “vecchio” Giuliano Giubilei, giornalista pensionato, già mezzobusto del Tg3 e candidato sindaco a Terni per la sinistra, bocciato però dagli elettori. Comunque “Santa romana Chiesa” gli ha aperto le porte, tanto che il suo libro Giovinezza è stato presentato all’interno di un luogo di culto, nel centro di Roma: addirittura in via del Tritone, di fronte a Il Messaggero, nella chiesa dedicata a Santa Maria Odigitria, cara alla comunità siciliana di stanza nella Capitale. L’evento si è svolto venerdì, con monsignor Renzo Giuliano, primicerio della confraternita, e la giornalista del Corriere della sera Antonella Baccaro.

Piantedosi e il libro dalla parte delle divise (e dell’Ice?): le pillole del giorno
Giuliano Giubilei in una foto del 2015 (Imagoeconomica).

Roma offre a Tunisi… un ascensore

Ma la cooperazione tra Tunisia e Italia cosa prevede? L’impegno del governo di Meloni riguarda «un progetto di ricerca, restauro e valorizzazione del grande santuario della Magna Mater e di Attis a Zama, nonché del sito di El-Jem (l’antica Thysdrus), attraverso azioni concrete quali la realizzazione di un ascensore, sul modello di quello inaugurato nel 2023 al Colosseo di Roma». A Tunisi, con questo dono, ora tutti si sentiranno sollevati…

Giansanti, futuro in politica?

Da tempo nelle stanze della sede romana di Confagricoltura gira la voce di un prossimo ingresso in politica del presidente Massimiliano Giansanti, ancora una volta rieletto al vertice della confederazione. Deputato o senatore? E con quale partito? Intanto Giansanti presta la sontuosa sede romana (già quartier generale della confederazione fascista dei commercianti) alle presentazioni di saggi dall’elevato significato politico: nella serata di mercoledì 28 gennaio proprio nel Palazzo Della Valle si parlerà del libro di Miguel Gotor L’omicidio di Piersanti Mattarella, con, tra gli altri, la storica Michela Ponzani. Che poi lo storico Gotor è l’ex assessore alle politiche culturali del Comune di Roma, con sindaco Roberto Gualtieri.

Piantedosi e il libro dalla parte delle divise (e dell’Ice?): le pillole del giorno
Massimiliano Giansanti (foto Imagoeconomica).

Fontana di cioccolato

A Palazzo Lombardia giornata indimenticabile per il presidente della Regione Attilio Fontana: c’è “The Winter Games Express”, ossia la presentazione del treno di cioccolato più lungo del mondo, pronto a entrare nei Guinness dei primati con i suoi 52 metri di lunghezza e 23 quintali di peso. Chissà che fine farà, dopo l’evento, tutto questo cioccolato…

Piantedosi e il libro dalla parte delle divise (e dell’Ice?): le pillole del giorno
Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia (foto Ansa).

Chi è Tommy Robinson, l’attivista di estrema destra ricevuto da Salvini al ministero

La foto della stretta di mano tra Matteo Salvini e Tommy Robinson, pubblicata dall’attivista britannico sui social, è un caso politico. Lo scatto, realizzato negli uffici del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, mostra il leader della Lega accanto a uno dei personaggi più controversi dell’estrema destra europea. Tanto da spingere il vicepremier Antonio Tajani a prendere le distanze definendo Robinson «incompatibile coi miei valori». Salvini, invece, ha rivendicato la stretta di mano, replicando secco: «Potrò incontrare chi fico secco ho voglia di incontrare, se voglio fare battaglie comuni con qualcuno?». Robinson, il cui vero nome è Stephen Yaxley-Lennon, nel Regno Unito è considerato una figura impresentabile, troppo radicale persino per Nigel Farage.

L’attivismo politico negli ambienti di estrema destra e i casi giudiziari

Chi è Tommy Robinson, l’attivista di estrema destra ricevuto da Salvini al ministero
Tommy Robinson alla protesta da lui organizzata a Londra “Unite The Kingdom” (Ansa).

La carriera politica di Tommy Robinson è legata soprattutto all’English Defence League (EDL), organizzazione neofascista e islamofoba fondata nel 2009, protagonista tra il 2010 e il 2013 di manifestazioni violente e di un clima di costante tensione contro le comunità musulmane. L’EDL si è progressivamente dissolta dopo che emersero collegamenti tra alcuni suoi sostenitori e ambienti dell’estremismo violento europeo. Robinson proviene dal tifo organizzato della sua città natale, Luton, e ha alle spalle un lungo curriculum giudiziario. È stato condannato più volte, anche a pene detentive, per reati che vanno dall’aggressione all’oltraggio alla corte, fino al possesso di droga e alla frode. Nel 2024 ha scontato una condanna a 18 mesi per aver violato un’ingiunzione che gli vietava di diffamare un rifugiato siriano, dopo aver diffuso per anni accuse false attraverso video e un documentario pubblicato online.

Le posizioni no-vax e il sostegno di Elon Musk

Negli ultimi anni Robinson si è reinventato come attivista digitale. Durante la pandemia ha guidato campagne contro le restrizioni sanitarie e i vaccini. La sua visibilità è cresciuta ulteriormente dopo il ritorno su X, dove il suo profilo era stato sospeso nel 2018 per incitamento all’odio e poi riattivato dopo l’acquisto della piattaforma da parte di Elon Musk, che lo ha sostenuto pubblicamente. Oggi conta oltre un milione di follower e utilizza i social per diffondere contenuti xenofobi e teorie complottiste, contribuendo a fomentare le proteste antimigranti nel Regno Unito. A settembre 2025, è riuscito a portare per le strade di Londra 110 mila persone organizzando la manifestazione anti-immigrazione “Unite the Kingdom“.