Stretta tra i riformisti, che in vista dell’assemblea hanno intensificato il pressing sulla segretaria, e gli alleati del centrosinistra, che chiedono di convocare il tavolo del programma, Elly Schlein chiama il “signor Wolf“, quello che risolve i problemi. Nel Pd oggi si tratta di Igor Taruffi che non avrà la faccia losca di Harvey Keitel in Pulp Fiction, ma che di mine alla segretaria ne ha disinnescate non poche.
Igor Taruffi (Imagoeconomica).
L’attendismo di Gori e il nodo delle regole
Questa volta interviene per dire che per le primarie il Partito Democratico ha un solo nome, ed è quello di Schlein. Lo dice lo statuto del partito, all’articolo 5 comma 1. Ma lo stesso articolo, al comma 3, prevede che sia l’Assemblea a fissare le regole per altre, eventuali candidature alternative a quella del leader. E qui si parla dei riformisti. Se dall’incontro di Prato non è arrivata la consacrazione di Giorgio Gori come ‘cavallo’ della minoranza dem è solo perché il centrosinistra non si è ancora accordato sulle regole delle primarie di coalizione. Anzi, al momento non ci ha nemmeno provato. Lui, europarlamentare ed ex sindaco di Bergamo, rimpalla i giornalisti, svicola, attende. Ma non dice mai di no. Nel frattempo, tra le fila riformiste c’è chi avverte: «Non si sognassero di fissare un numero di firme per la candidatura esorbitante al solo scopo di far fuori Giorgio». Il signor Wolf frena e ricorda: «Da questo punto di vista non vedo particolari elementi di discussione. La segretaria ha la grandissima maggioranza all’interno del partito, non vedo elementi diversi».
Giorgio Gori (Imagoeconomica).
I punti cardine di Schlein (ma non c’è l’Ucraina)
Alla finestra restano gli alleati del campo progressista. A cominciare da Giuseppe Conte. Il tavolo del programma può partire anche subito ripetono, consapevoli però che i nodi sono tutti sul tavolo, specie sull’Ucraina. I riformisti sulle armi a Kyiv hanno tracciato una linea rossa oltre la quale non si va: «Il tema non è in discussione», ribadiva Lorenzo Guerini a Prato. Schlein, fino a questo momento, non ha dato indicazioni temporali, ma da Ventotene ha citato alcuni punti cardinali – non l’Ucraina, non Gaza – dal salario minimo e la riduzione dell’orario a parità di retribuzione alla sanità da rilanciare con 5 miliardi di investimenti per abbattarere le liste, per assumere nuovi medici e per le case di comunità.
Elly Schlein (Ansa).
Taruffi, anche in questo caso, è categorico: «Noi lavoriamo al programma dai primi mesi dell’anno, quando abbiamo messo in campo una campagna di ascolto per il Paese. Siamo pronti da aprile» 2025. «È arrivato il momento di sedersi tutti insieme, mettere alcuni punti che sono quelli su cui abbiamo lavorato in questi anni, compreso il tema della politica estera», dice. «Per quanto importante sia il conflitto russo-ucraino, non si riassume tutto nel conflitto russo-ucraino». Ah, no?
È una vittoria di Marina Berlusconi e di Roberto Occhiuto, che hanno voluto fortemente la sua candidatura. Parliamo di Fabio Roscioli – tesoriere di Forza Italia, avvocato di Fininvest e quindi molto vicino alla famiglia Berlusconi ma anche al governatore calabrese – che lunedì si è imposto alle elezioni suppletive nel collegio di Reggio Calabria con oltre il 52 per cento, diventando deputato al posto di Francesco “Ciccio” Cannizzaro, che aveva lasciato Montecitorio a seguito della sua elezione a sindaco di Reggio Calabria.
Fabio Roscioli (Ansa).
Meloni tira un sospiro di sollievo
In parte è pure una vittoria per Giorgia Meloni, che dopo tante parole e sondaggi, ha visto circoscritto il successo di Roberto Vannacci. Anche se il candidato dell’ex generale, l’ex forzista Domenico Giannetta, non è andato affatto male, toccando la soglia del 10 per cento. Il grande timore del centrodestra era che Futuro Nazionale facesse il botto tanto da provocare la sconfitta di Roscioli in favore del candidato del campo largo, Frank Benedetto, che partiva in netto svantaggio e poi arrivato a oltre il 36 per cento. Un grande risultato di Vannacci poteva davvero compromettere la vittoria del candidato berlusconiano. A fare da quarto incomodo c’era poi Francesco Toscano (1,37 per cento) di Democrazia sovrana e popolare, fresco di rottura con Marco Rizzo.
Domenico Giannetta (Ansa).
Per la prima volta la maggioranza ha dovuto vedersela con un competitor di destra
Sono le prime elezioni in cui la maggioranza di governo ha dovuto vedersela con un competitor alla sua destra. Non solo. Roscioli da queste parti era un perfetto sconosciuto: si è trattata di una candidatura calata dall’altro per volere della famiglia, si è più volte fatto notare, con l’obiettivo di avere più occhi e orecchie possibili tra i parlamentari. Roscioli ha però beneficiato del sostegno sia di Occhiuto sia del sindaco Cannizzaro, che nelle ore di chiusura della campagna è stato protagonista di un acceso scontro verbale con l’ex generale a colpi di «curnutu sarai tu e chi non te lo dice!».
Francesco Cannizzaro (Imagoeconomica).
Anche Lotito presente ai festeggiamenti
Il primo dato però significativo è l’affluenza, bassissima (una tendenza comune a tutte le Suppletive): ha votato solo il 22,34 per cento degli aventi diritto (702 mila persone), mentre alle Politiche 2022 votò il 49,40 per cento, anche se in una sola giornata. Con la chiusura dei seggi alle 15 e senza exit poll, si è rimasti col fiato sospeso fino a oltre le 16, anche se fonti dal centrodestra davano già dal primo pomeriggio per certa la vittoria di Roscioli. E a ufficializzarla è stato proprio Occhiuto con un post su X alle 16.20, con tanto di bottiglia stappata: «Vittoria!», ha esultato il governatore. In un video postato poco dopo si vedono gioire lo stesso Occhiuto, l’infaticabile Cannizzaro, Roscioli, Stefania Craxi e pure Claudio Lotito, senatore forzista nonché patron della Lazio e della Reggina che milita in serie D. In molti si sono chiesti che ci facesse in prima fila, e i più maliziosi sostengono che sia stato un modo per garantirsi una rielezione, magari proprio in Calabria. Occhiuto poi ha rincarato la dose: «Vannacci voleva la sua Sassonia? A Reggio Calabria ha preso sassate…».
La prima a esultare sulle agenzie è un’altra esponente della cosiddetta minoranza anti-Tajani, Licia Ronzulli, che proprio nei giorni scorsi aveva avvisato che al partito «serve una svolta». «La vittoria di Roscioli alle Suppletive di Reggio Calabria è motivo di grande orgoglio e soddisfazione. È un successo di Fabio ma è anche il frutto del lavoro importante del presidente Occhiuto e del sindaco Cannizzaro», ha sottolineato la senatrice azzurra. «Grande affermazione di Roscioli. Non c’è stato alcun effetto Vannacci e i consensi avuti da Giannetta sono per lo più suoi…», le ha fatto eco la capogruppo al Senato, Stefania Craxi.
Licia Ronzulli (Ansa).
Dopo le 17, a vittoria ultra-acquisita, arrivano anche le parole di Tajani. «È la conferma della forza del nostro partito sul territorio, del suo radicamento tra la gente e della capacità di attrarre cittadini e categorie su idee serie, condivise e popolari. Ci confermiamo, anche in queste elezioni, un pilastro di quel centrodestra», ha commentato il vicepremier azzurro (insidiato però da Occhiuto nella corsa alla leadership azzurra). Seguito poi da Giorgia Meloni. «Il centrodestra si conferma unito anche nelle Suppletive di Reggio Calabria, imponendosi sul campo larghissimo delle opposizioni. Un voto che premia ancora una volta una coalizione compatta, radicata e capace di parlare ai territori», le parole della premier.
Antonio Tajani (Imagoeconomica).
Marina B ora vorrà dire la sua sulle liste elettorali
La netta vittoria di Roscioli porterà a due conseguenze, in FI e nel governo. Il successo del tesoriere, infatti, rafforzerà la linea di rinnovamento chiesta da Marina, visto che Roscioli è un suo fedelissimo. Naturalmente anche Antonio Tajani ci metterà il cappello, sta di fatto che il nuovo deputato è una pura emanazione della famiglia e il ministro degli Esteri, nelle sue prossime mosse, dovrà farci i conti. Anche perché il vicepremier negli ultimi giorni è stato messo sotto accusa su più fronti: il calo nazionale nei sondaggi, ma pure alcune sue gaffe, come quella sulle donne con le gonne corte o lunghe, tanto da ricevere un “cazziatone” dalla primogenita del Cavaliere, che lo avrebbe indotto a scusarsi. Ma anche il ritardo nel bonifico della famiglia al partito di cui è avuta notizia negli ultimi giorni ha contribuito ad accentuare un clima poco sereno intorno al leader. E la vittoria di Roscioli verrà fatta pesare soprattutto in fase di compilazione delle liste elettorali, dove la famiglia vorrà contare per due terzi e avere l’ultima parola sui sui capilista.
Marina Berlusconi (Imagoeconomica).
I futuri equilibri del centrodestra in vista delle Politiche
Ma anche per Meloni la giornata non è nera. Intendiamoci: il 10 per cento di Giannetta è tanta roba. Ma il fatto che il partito di Vannacci non sia risultato decisivo sul risultato finale consente alla premier di ragionare più a mente fredda sia sull’atteggiamento da tenere nei confronti di Futuro Nazionale, sia anche sulla data del voto. La premier non ha ancora deciso se imbarcare o meno l’ex generale nell’alleanza: dipendesse da lei lo lascerebbe fuori, ma con un Fn a oltre 10 per cento, Meloni sarebbe quasi obbligata ad aprire una trattativa. Sempre che l’obiettivo sia quello di vincere subito e non di mirare a un pareggione per poi tornare più agguerrita di prima dopo un governo di larghe intese o tecnico che dir si voglia. Una domanda resta: ma se invece dello Stabilicum si fossero lasciati più collegi uninominali, non sarebbe stato meglio per tutti (tranne che per Vannacci)?
Le elezioni suppletive a Reggio Calabria, che si sono rese necessarie per assegnare il seggio alla Camera rimasto vacante dopo l’elezione di Francesco Cannizzaro – deputato azzurro dal 2022 – a sindaco della città, hanno visto la vittoria con ampio margine dall’esponente di Forza Italia Fabio Roscioli, avvocato di Fininvest candidato della coalizione di governo, che ha ottenuto circa il 57 per cento delle preferenze, staccando nettamente Frank Benedetto, primario di cardiologia espressione del campo largo (33 per cento).
Domenico Giannetta (Imagoeconomica).
Flop per Vannacci e il “suo” Giannetta
C’era grande curiosità per quanti voti sarebbe riuscito a raccogliere l’ex forzista Domenico Giannetta, primo vannacciano a correre per un seggio in Parlamento: l’esponente di Futuro Nazionale si è fermato attorno all’8 per cento. Il quarto candidato era Francesco Toscano di Democrazia Sovrana Popolare (1 per cento). Al voto erano chiamati gli elettori di 71 dei 97 Comuni dell’area metropolitana reggina, distribuiti in 487 sezioni elettorali, per un corpo elettorale complessivo di 345.788 elettori, di cui 58.729 residenti all’estero. L’affluenza finale è stata molto bassa: 22,34 per cento, in linea con quello delle altre elezioni suppletive di tutta Italia.
Sospetti e malignità sulle Suppletive in Calabria. Intervenendo qualche giorno fa a Radio Napoli Centrale, Francesca Pascale, ex fidanzata di Silvio Berlusconi, oltre a criticare duramente la gestione Tajani arrivando a definire quello tra il leader e Forza Italia un «rapporto tossico», aveva buttato lì, sul finale del collegamento, una suggestione in odore di complotto: come mai il capogruppo azzurro in RegioneDomenico Giannetta, tra l’altro «uomo di fiducia di Paolo Barelli», ha tradito il partito candidandosi con Futuro Nazionale di Roberto Vannacci? Pascale ha lasciato intendere che lo strappo non sarebbe dispiaciuto troppo agli attuali vertici forzisti perché in funzione anti-Occhiuto. Del resto il presidente della Regione Calabria è dato, a fasi alterne, come possibile alternativa a Tajani alla guida di FI.
A fine mese tra l’altro uscirà il suo libro Il coraggio di governare, in cui stando alle anticipazioni, Occhiuto tornerà a insistere sulla rivoluzione liberale cara agli eredi di B. Certo sfidare il ministro degli Esteri non sarà una passeggiata anche perché Tajani si sta blindando con i congressi locali sostenendo i suoi fedelissimi (l’ultimo in Campania ha visto la nomina per acclamazione di Fulvio Martusciello). Il braccio di ferro è appena cominciato e il voto a Reggio Calabria è l’ultimo fronte: l’avvocato di Fininvest e tesoriere azzurro Fabio Roscioli, imposto dicono i critici da Marina Berlusconi e sostenuto da Occhiuto e dal sindaco Francesco Cannizzaro riuscirà a vincere senza i voti di Giannetta?
Gualtieri alla presentazione di Renzi
Lunedì sera all’Auditorium Parco della Musica andrà in scena la presentazione del nuovo libro di Matteo Renzi, Quando c’era lei. L’Italia dopo Giorgia Meloni. Sul palco con il leader di Iv, oltre alla moderatrice Bianca Berlinguer, ci sarà pure Roberto Gualtieri. Si tratterà di una ghiotta anticipazione della prossima Leopolda fiorentina, in programma dal 2 al 4 ottobre, con l’ex presidente del Consiglio che come titolo ha Itaca.
Matteo Renzi (Imagoeconomica).
IP IP Urrà!
Dopo Eni, per la gioia di Giorgia Melonianche Ip, controllata da Socar, ha deciso (con alcuni distinguo) di mettere un tetto al prezzo dei carburanti. Per Palazzo Chigi, però, ancora non basta. Resta infatti da capire se anche Q8, Tamoil ed Esso aderiranno all’iniziativa di contenimento. Tutti soddisfatti? Nemmeno per idea. Lo sconto ha fatto imbufalire le cosiddette pompe bianche, i piccoli marchi indipendenti, e le relative associazioni di categoria come la Figisc che fa capo a Confcommercio. Tanto che già si parla di concorrenza sleale e di possibile ricorso all’Antitrust. Solo le big, infatti, possono permettersi di tagliare il prezzo. Le altre va da sé saranno penalizzate. Sulle barricate poi ci sono pure tassisti e camionisti. I primi chiedono al governo un intervento sul costo extra sostenuto dagli negli ultimi mesi. I secondi fanno notare che il price cap di Eni riguarda soltanto la distribuzione retail, e non l’ingrosso dove si riforniscono anche gli autotrasportatori che continuano a pagare il carburante a prezzo pieno.
Dopo nove anni alla guida di Forza Italia in Piemonte, il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo lascia la segreteria regionale. L’ha anticipato a Repubblica e lo farà ufficialmente al prossimo congresso regionale. Per la successione verrà proposto unitariamente il suo vice Roberto Rosso, senatore, il cui posto potrebbe essere ricoperto da Franco Graglia, coordinatore provinciale del partito e vicepresidente del Consiglio regionale.
«Dobbiamo cambiare, chi ha posizioni di leadership deve dare esempio»
«In una fase di grandi trasformazioni, tutti dobbiamo cambiare. Non basta parlarne e chi ha posizioni di leadership deve dare l’esempio», ha detto Zangrillo motivando la sua decisione. Quanto alla segreteria del partito, «la figura più adatta per la transizione è Antonio (Tajani ndr), che può piacere o no, ma ha esperienza anche internazionale. Dopodiché, è legittimo porsi il tema di nuove leadership». Alcuni forzisti hanno letto la sua scelta come una mossa per non attaccarsi al fortino piemontese e avere mani libere per altre sfide, per esempio le prossime politiche.
Nessuno sfiderà il leader. Come previsto, Matteo Salvini sarà l’unico candidato al congresso straordinario che ha annunciato, con un coup de théâtre, dal palco di Pontida.
Matteo Salvini a Pontida (Ansa).
Lo sfogo di Romeo: «Il congresso è un trappolone»
Il segretario della Lega lombarda Massimiliano Romeo, tra coloro che più si sono spinti nelle critiche al segretario, ha definito l’assise un «trappolone». «Io non ci casco», si è sfogato con il Corriere della sera. Il congresso «può farselo da solo», ha detto tranchant. In settimana si dovrebbe riunire il comitato elettorale leghista e sono attese novità riguardo al regolamento dell’assemblea. Il nodo contestato da Romeo & Co resta quello dei delegati. I componenti della nuova assise dovrebbero essere gli stessi di Firenze, ovvero 900 tra eletti e nominati un anno e mezzo fa, per la maggior parte legati a Salvini. E quindi non vale nemmeno la pena di candidarsi – è il ragionamento dei ‘ribelli’ – che, come anticipato da L43, stanno valutando di procedere raccogliendo le istanze del Nord in una mozione da presentare all’assemblea.
Massimiliano Romeo (Imagoeconomica).
A rischio la poltrona di capogruppo o la ricandidatura alle Politiche
Il resto dello sfogo di Romeo pesa come un macigno sul segretario. «Io, Attilio Fontana e tutti gli altri ci stiamo muovendo solo ed esclusivamente per il bene del leghismo e pure dello stesso Salvini. Nessuno gli ha mai avanzato la richiesta di farsi da parte. Non è una sfida personale. La questione è solo politica», ha tenuto a precisare. «Il partito è in caduta libera. Il trend fa spavento. Perdiamo uno 0,2 per cento al mese», ha attaccato. «Questo significa che, se si dovesse votare a maggio, rischiamo di arrivarci intorno, se non addirittura, sotto al 4 per cento». Previsioni che non sono state ovviamente apprezzate da Salvini, il quale ha subito fatto diffondere una newsletter settimanale ai militanti in cui si citava un sondaggio in cui la Lega era al 7,7 per cento. Romeo, dal canto suo, sembra sempre più vicino a rischiare il posto. Forse non nell’immediato: molti ritengono che conserverà l’incarico di capogruppo al Senato ma che non verrà ricandidato alle Politiche.
Massimiliano Romeo al Senato (Imagoeconomica).
Durigon al centro del cerchio magico salviniano
In sintesi, questa assise, che in prima battuta è servita a Salvini per riprendersi la scena e mettere in difficoltà i ribelli, non fa che complicare la vita politica della Lega. E peggiorare il clima interno. A molti sembra una forzatura da parte del leader che cerca di farsi confermare attraverso un colpo di mano. Insomma, una risposta che potrebbe andare bene per una trattativa sindacale, come quelle che è abituato a condurre il sottosegretario al Lavoro e ‘ras’ salviniano al Centro-Sud Claudio Durigon.
Claudio Durigon (Imagoeconomica).
Ma che comporta non poche conseguenze a livello politico. Anche i governatori leghisti – Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga, Maurizio Fugatti e il presidente del Consiglio regionale veneto, Luca Zaia – sarebbero dello stesso avviso di Romeo sull’utilità dell’assemblea. Il congresso, si fa notare, servirà per affermare il potere di Durigon.
Nessuno più di lui, esclusa la fidanzata Francesca Verdini, è vicino al segretario in questo momento. E a lui è stato affidato il compito di preservare il leader a tutti i costi. Anche se le modalità con cui questo sta avvenendo – attaccano i critici – fanno ricordare alcuni Stati socialisti dell’ex Urss. O per fare paragoni a noi più vicini, simili al modo in cui veniva trattato negli ultimi anni Silvio Berlusconi.
Negli ultimi tempi il concetto di “italianità” è tornato a circolare con grande frequenza. La responsabilità è per lo più della destra: remigrazione, richiami alle radici romane e cristiane, fino alla recente discussione sul tetto agli studenti con insufficiente conoscenza dell’italiano nelle classi. Sono questioni diverse ma hanno almeno un punto in comune: riportano in superficie una domanda che per molto tempo una parte della cultura pubblica ha considerato sospetta o antiquata. Che cosa significa, oggi, essere italiani? Il partito guidato da Roberto Vannacci, Futuro Nazionale, lega esplicitamente l’assimilazione alla «civiltà greca, romana e cristiana» e inserisce la già citata remigrazione in una concezione dichiaratamente identitaria della politica nazionale.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Più che di radici sarebbe meglio parlare di fonti
Una risposta possibile è quella essenzialista. Esisterebbe qualcosa come un nucleo dell’italianità, abbastanza stabile da attraversare il tempo e abbastanza determinato da consentire di distinguere ciò che gli appartiene da ciò che gli rimane estraneo. L’appello alle radici possiede questa struttura: cerca sotto le trasformazioni della storia qualcosa che, non mutando, garantisca che siamo rimasti noi. Il problema è che le identità storiche non funzionano così. Grecia, Roma e cristianesimo appartengono certamente alla nostra storia, ma hanno prodotto ciò che chiamiamo Italia attraverso una lunga storia di trasfigurazioni, dispute, tradimenti e rivoluzioni che non possiamo semplicemente lasciar perdere. Più che di radici sarebbe meglio parlare di fonti: la radice suggerisce un’identità che cresce fissata a una posizione; la fonte, invece, continua ad alimentare un corso d’acqua che, proprio scorrendo, diventa altro.
Una veduta su piazza San Pietro (Ansa).
Essere italiani come pura convenzione
All’essenzialismo, tuttavia, si può reagire con un errore contrario. Poiché ogni identità è storicamente costruita e continuamente modificata, si può concludere che “italiano” sia, in fondo, poco più di un nome, una qualificazione giuridica oppure una convenzione collettiva. È una specie di nominalismo dell’identità. Se non esiste un’essenza italiana, allora non esisterebbe nulla di propriamente italiano al di là del fatto che decidiamo di chiamarlo così. A entrambe le posizioni manca la storicità.
Cosa significa davvero trasmettere un’identità?
Essere storici significa qualcosa di più esigente che cambiare nel tempo. Secondo il filosofo ceco Jan Patočka, l’ingresso nella storia coincide con la perdita dell’ovvietà di un senso semplicemente ricevuto: ciò che sembrava dato diviene problematico e deve essere nuovamente interrogato. È questa la cesura tra preistoria e storia. Una comunità storica non è quella che possiede una volta per tutte il significato della propria identità, ma quella che continua a misurarsi con esso proprio perché gli eventi lo espongono continuamente alla prova. Da questo punto di vista, trasmettere l’italianità non può significare consegnare intatto un inventario di valori, simboli e costumi. Significa, più concretamente, trasmettere una lingua nella quale sia possibile intendere il discorso pubblico, e con essa una memoria sufficiente a comprendere perché certi eventi continuino a dividere o a unire, le continuità e le fratture attraverso cui il Paese è diventato ciò che è.
Un centro italiano (Nicolas Mejia via Unsplash).
La differenza tra assimilazione e appartenenza
Ma la trasmissione è riuscita solo quando chi riceve tutto questo può anche discuterlo. Qui si trova forse la differenza decisiva tra assimilazione e appartenenza. Assimilare, nel significato più rigido del termine, significa chiedere al nuovo arrivato di conformarsi a un’identità della quale altri hanno già stabilito il contenuto. Appartenere a una comunità storica significa invece acquisire abbastanza familiarità con quella storia da poter partecipare alla controversia sul suo significato. Non occorre condividere una determinata interpretazione del Risorgimento o della Costituzione per appartenere pienamente allo spazio comune. Occorre però sapere di che cosa si sta parlando, comprendere il linguaggio e riconoscere gli interlocutori per poter prendere parte al dibattito. Appartenere, insomma, non significa aderire a una certa definizione dell’Italia o dell’italianità, ma essere abilitati alla discussione storica su che cosa l’Italia sia. È un criterio insieme aperto ed esigente. Aperto, perché rende impossibile identificare l’italianità con l’origine biologica, la genealogia o una lista immutabile di caratteri, coi pericoli conseguenti. Esigente, perché esclude anche l’idea che basti un’appartenenza puramente nominale. Una lingua comune, una memoria e istituzioni conosciute non sono dettagli ornamentali.
Scritte in diverse lingue in una scuola italiana (Ansa).
Le condizioni perché una comunità continui a esistere
L’identità nazionale, allora, non ha bisogno di essere protetta dalla storia, perché esiste soltanto dentro la storia. Il problema è piuttosto renderla abbastanza consistente da poter essere trasmessa e abbastanza viva da poter essere contestata. Se la fissiamo in un’essenza, prima o poi diventa archeologia. Se la riduciamo a un nome, non resta più nulla da trasmettere. Una comunità continua a esistere quando riesce invece a consegnare ai nuovi venuti, e alle nuove generazioni, non una risposta definitiva alla domanda su chi siamo, ma gli strumenti per poter prendere parte alla domanda.
Nell’ultima puntata di Filorosso, programma condotto da Antonino Monteleone su Rai3, è andato in onda un servizio realizzato da una giornalista infiltrata in un fight club clandestino. Convocato con breve anticipo attraverso un gruppo Telegram riservato, l’incontro si svolge in una località segreta a circa mezz’ora da Milano. Una telecamera nascosta documenta scene che non possono che colpire il telespettatore, ma a restare impresse sono soprattutto le dichiarazioni dei partecipanti. C’è chi dice che il vero brivido sta nell’essere al di fuori della legge, chi sostiene che un combattente ferito in modo grave viene abbandonato sul posto e infine vengono offerti 100 euro agli spettatori che intendono cimentarsi in un combattimento sul ring improvvisato.
Dalla campagna per Sardone al ring segreto
Complimenti ai colleghi della Rai, a cui però è sfuggito un dettaglio importante. Il primo lottatore a essere inquadrato è un volto noto a chi segue la politica milanese. Si chiama Giovanni Binda ed è consigliere della Lega nel Municipio 6 di Milano, molto vicino alla candidata sindaca di Matteo Salvini, Silvia Sardone, che Bindi ha ovviamente sostenuto anche alle ultime Europee. La circostanza desta notevole stupore, non solo perché troviamo una carica pubblica in un luogo border-line, ma soprattutto perché Binda è conosciuto come un moderato, rispettato anche dagli avversari politici per una pacatezza che fa a pugni con un aspetto aggressivo, a partire dal taglio di capelli.
Dna leghista, ha lavorato anche in Regione Lombardia
Ma chi è Giovanni Binda? Trentaquattro anni, finito il liceo ha cominciato a lavorare con il padre, che si occupa di sicurezza sul lavoro, anche per pagarsi gli studi. Parallelamente ha iniziato l’attività politica e per lui si sono aperte le porte di Regione Lombardia, dove ha iniziato a lavorare nello staff dell’assessore Simona Bordonali. Il capo della segreteria all’epoca era Stefano Bolognini, che nel mandato successivo (il primo di Attilio Fontana) è diventato a sua volta assessore e ha confermato Binda nel suo ruolo, legato a comunicazione e social. Pentitosi degli studi interrotti, il leghista ha poi rimediato prendendo una laurea triennale in Scienze di Comunicazione e poi una magistrale in Lettere Moderne, titoli ai quali – non pago – ha aggiunto un diploma alla scuola professionale del CAPAC, per lavorare in cucina. «Ho sempre avuto passione per il cibo, soprattutto perché ogni piatto si lega alle tradizioni delle comunità locali», racconta a Lettera43. «Mi sono avvicinato alla Lega perché difende le tradizioni e anche ereditando la passione di mio padre che, venendo da un paesino sul lago, scherzosamente diceva di battersi per la superiorità della ‘razza lariana‘. Un vero secessionista, uno della prima ora». Binda, che è anche giornalista pubblicista, parla poi con entusiasmo anche delle recenti spinte autonomiste di Scozia, Irlanda del Nord e Galles nei confronti di Londra.
«Nessuna scommessa, si combatte solo per sport»
A questo punto è impossibile non chiedersi cosa ci facesse un politico milanese plurilaureato in un fight club clandestino. «Chiamarlo clandestino e ammantarlo di illegalità è una esagerazione giornalistica, per creare ad hoc una notizia che non esiste», mette in chiaro. «Non c’è nemmeno la ‘borsa’ per chi combatte. Sì, è vero che nel servizio qualcuno a un certo punto promette 100 euro a chi vuole battersi, ma i soldi non si vedono. Anzi, io che ho lottato veramente non ho preso nemmeno un euro e quando ho chiesto conto di questa promessa agli spettatori mi hanno spiegato che era solo uno scherzo».
Quel pizzico di underground che fa figo
Allo stesso modo, sostiene Binda, non sarebbe vero che i feriti gravi vengono abbandonati sul posto. «Ma no, non è mica come nel libro, dove si dice che la prima regola è non parlare del fight club», assicura sorridendo. «Nessuno che finisce sotto terra. È una cosa molto tranquilla e su YouTube si trovano tanti video che lo raccontano». Qual è, allora, il fascinodi questi incontri notturni? «Posso parlare per me», prosegue il consigliere leghista. «Sono uno sportivo, faccio boxe e in passato anche thai boxe e mixed martial arts. Nel giro delle mie amicizie non c’è nessuno che pratichi queste discipline e volevo mettermi alla prova in un contesto molto diverso da quello da cui provengo, quello di una famiglia benestante. Non siamo degli scappati di casa, ma degli sportivi che passano una serata insieme, nel massimo rispetto». «Certo», ammette, «in un posto del genere trovi anche degli esaltati fuori dal mondo, ma questo accade anche nelle sezioni di partito e nelle redazioni dei giornali. C’è un velo underground che fa un po’ figo, ti fa sentire fuori dagli schemi, ma è tutto fittizio. Non c’è nulla di llegale, a parte forse chi serve da bere senza autorizzazione, ma non sono mica io che vado a controllare i permessi!».
Giovanni Binda e il manifesto dei Senza Paura, evento dei Patrioti europei (da Instagram).
«Siamo come Fubles per il calcetto»
Verrebbe da chiedersi come mai questo bel clima decoubertiniano non si possa trovare anche in una più classica palestra. Per Binda la spiegazione non sta nel brivido della trasgressione: «Onestamente, in una palestra potrei fare al massimo lo sparring partner. Per un match vero serve maggiore preparazione, mentre qui siamo più ruspanti. È tutto più semplice e spontaneo, proprio come andare a giocare a calcetto, cosa che peraltro ogni tanto faccio. Se non hai amici con cui farlo, puoi usare delle app come Fubles che ti mettono in contatto con altri che sono nella stessa situazione. Giochi con sconosciuti e quindi trovi gente di tutti i tipi, esattamente quello che facciamo noi». Insomma nessuno scandalo. Il fight club fai da te magari non rispetterà tutti i crismi, «ma è come andare a giocare a pallone in mezzo a un parco dove non ci sono le porte e usare le felpe al posto dei pali». L’unica differenza «è che ci si può fare male. Ma può succedere anche in un’area workout di quelle realizzate dal Comune».
Un combattimento (da Filorosso).
«Il machismo vannacciano? Una stronzata»
Prendendo le distanze dalla narrativa di destra cavalcata dalla stessa Sardone, Binda dice di odiare termini come «maranza» e «baby-gang». Rispetto alle problematiche giovanili, ha le idee chiare: «Diciamo sempre che i ragazzi non sanno cosa fare o che stanno chiusi in casa, mentre in questo caso si ritrovano per fare dello sport, senza dare fastidio a nessuno». Insomma, il servizio della Rai ha ingigantito la cosa: «È semplicemente un’attività sportiva che, per me, non ha proprio nulla a che fare con il machismo o cose del genere. Non sono certo il vannacciano di turno che deve fare ilposer del fascista, che deve fare vedere i muscoli per dire: “Io sono un uomo duro, tutto d’un pezzo'”. Per me queste cose sono stronzate».
L’aeroporto di Milano-Malpensa è stato ufficialmente intitolato a Silvio Berlusconi, con una cerimonia a cui erano presenti, oltre ai familiari, il presidente del Senato Ignazio La Russa, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini e il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana. Assente invece il sindaco di Milano Beppe Sala, cosa che ha suscitato qualche polemica da parte del leader della Lega. «Dispiace per gli assenti, perché oggi non è una giornata politica, non ricordiamo il Berlusconi politico, ricordiamo uno dei più grandi imprenditori della storia della Repubblica Italiana. Non è un’intitolazione partitica, è un riconoscimento della realtà. Spero che ci sia un futuro in cui anche la politica si riunirà riconoscendo i meriti storici e innegabili di qualcuno aldilà dell’appartenenza», ha detto Salvini.
Sala: «Ho lottato contro questa decisione, cosa avrei dovuto fare?»
La replica di Sala non si è fatta attendere: «Sento qualcuno lamentarsi della mia assenza – a dire il vero non si cita il mio nome, ma la sostanza è quella – all’intitolazione di Malpensa a Silvio Berlusconi. Ho lottato contro questa decisione, cosa avrei dovuto fare? Essere presente, con un finto sorriso? Oppure essere presente e ribadire i miei distinguo? Sono un uomo coerente e cerco di ricordarmene ogni giorno. Segnalo che nello stesso momento ero, con la fascia di sindaco Metropolitano, a Inveruno per inaugurare una piazza a Piersanti Mattarella. Ho preferito essere lì».
La campagna elettorale è ormai avviata. E per tentare di contenere Roberto Vannacci non bastano misure come il superamento del bollo auto, il tetto agli alunni stranierinelle classi e il divieto di burqa a scuola. Giorgia Meloni vuole giocarsi tutte le carte in vista delle Politiche. E, alla ripresa dopo la pausa estiva, la trasformazione della premier è evidente, nei contenuti e nel look: più pop e meno istituzionale.
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
All’Onu manda Tajani, lei preferisce il gala dinner con Wintour
Meloni ha anticipato che intende concentrarsi sui temi nazionali nei prossimi mesi. Resterà prevalentemente in Italia e l’unico impegno internazionale che ha tenuto a mantenere in agenda è il vertice del G20 a Miami, a metà dicembre. All’assemblea generale delle Nazioni Unite di questa settimana, per esempio, ha mandato Antonio Tajani. Non ha voluto mancare, invece, al gala dinner della Fashion week milanese (l’ultimo premier che ha partecipato agli eventi della settimana della moda è stato Matteo Renzi nel 2016). Alla cena a Palazzo reale Meloni era seduta tra ll’ambasciatore Usa, Tilman J. Fertitta, il miliardario texano proprietario degli Houston Rockets, che quest’estate ha girato le coste italiane a bordo del suo mega yacht, e il padrone di casa, Carlo Capasa, presidente della Camera nazionale della moda. Di fronte erano accomodati il sindaco di Milano Beppe Sala e la donna più influente della moda mondiale, Anna Wintour.
Il tour delle eccellenze made in Italy
Al suo arrivo, in tailleur in raso nero e camicia bianca con dettagli in pizzo – total look di Ermanno Scervino -, la premier ha posato sul red carpet come una star, prima di lei si sono fermati a favore dei fotografi il cantante Ghali e la top model Bianca Balti (in mini abito trasparente). Ma quello a Palazzo Reale è stato solo l’ultimo del ciclo di appuntamenti orientati verso le realtà produttive italiane inaugurato dalla leader di Fratelli d’Italia. Prima di Milano, Meloni non è mancata ai 500 anni di Beretta, a Gardone Val Trompia; ha visitato lo stabilimento dell’azienda di moda di lusso Herno, a Lesa, sul Lago Maggiore; e la fabbrica di posateria di Sambonet Paderno Industrie, a Orfengo, nel Novarese, marchio vincitore più volte del Compasso d’oro.
Insomma, un tour – tra selfie e folle di ammiratori – tra le eccellenze e le realtà produttive del Nord come mai prima d’ora era stato organizzato da Palazzo Chigi. È solo l’inizio, spiegano dalle parti della presidenza del Consiglio, nei prossimi mesi Meloni sarà completamente concentrata sull’Italia.
Addio modello Merkel, ecco la svolta blig-bling
Parallelamente all’avvio della campagna sul territorio, si è poi conclusa un’altra trasformazione: quella del look e dell’aspetto della leader. Nei giorni scorsi, Meloni è apparsa in tv da Bruno Vespa ancora più curata del solito. Sembrano lontanissimi gli anni del tailleur “catarifrangente” con cui si sentì il “brutto anatroccolo” vestito da “Platinette” di fianco a Mariastella Gelmini, Mara Carfagna e Stefania Prestigiacomo, sistemate in ordine di altezza, durante le pose per le foto del giuramento del Berlusconi IV.
Insomma, viste le premesse – di cui si è ampiamente lamentata nel libro Io sono Giorgia -, Meloni avrebbe potuto finire per inseguire il modello Merkel anche in tema di look (e non solo per l’agognata stabilità). E invece, a sorpresa, sembra ormai compiuta la trasformazione ‘bling-bling’. Applicazioni in paillettes anche di giorno. Gioielli e accessori vistosi. Per non parlare delle unghie finte lunghissime e del taglio butterfly (la rivelazione è di Carlo Calenda) alla chioma biondissima, arricchita forse di qualche extension. Oltre al sospetto di qualche ritocchino.
Dal campo largo al Prato largo: nel Partito democratico è la volta di ascoltare cosa succede nella città toscana. Nascerà lì un nuovo centro? Tutti a parlare dei problemi interni alla destra e alla sinistra, ma stavolta dalle parti di Elly Schlein la grana pare davvero grossa. In quel di Prato, nella Casa del Popolo, nella Toscana cara all’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, sabato 26 settembre va in scena un appuntamento imperdibile, intitolato “Cambiare!”, ossia l’assemblea nazionale dei Riformisti del Pd. E i nomi dei protagonisti sono interessanti: l’eurodeputato Giorgio Gori, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il cattolicissimo Graziano Delrio, e poi Lia Quartapelle, Filippo Sensi, Sandra Zampa e Simona Malpezzi. Ad aprire l’evento il padrone di casa, cioè il sindaco di Prato, Matteo Biffoni.
Gente che non vuole proprio sentire il nome di Giuseppe Conte, roba da far venire l’orticaria, in particolare quando il leader pentastellato veste i panni del filorusso, anzi filoputiniano. Che poi l’incontro “Cambiare!” è il passo successivo di “Crescere!”, appuntamento dell’anno scorso: questo serve a dare la linea in vista delle elezioni politiche del 2027, e senza farsi mettere i piedi in testa da Conte.
Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
La linea è chiara, come si legge nel documento che accompagna il programma: «Abbiamo scelto Prato perché qui si vede meglio che altrove cosa significa per un territorio manifatturiero stare dentro la competizione globale: costi dell’energia, concorrenza internazionale, bisogno di innovazione e di lavoro qualificato. Il Paese è fermo e il governo non ha idee all’altezza che possano innescare un processo di rilancio. Noi vogliamo portare proposte serie, non slogan: su come far crescere le imprese, rafforzare l’Europa, rendere credibile la proposta di governo del centrosinistra e rimettere in moto un’Italia che da troppo tempo non cresce. Per questo abbiamo chiamato la giornata “Cambiare!”, un invito rivolto a tutti noi». Formalmente non si parla di Schlein, ma tutto il progetto è rivolto alla segretaria del Pd.
Bossi agli antipodi: Riccardo arrestato e Umberto celebrato
Strana la vita: Riccardo Bossi è stato arrestato nella giornata di giovedì, e le agenzie hanno lanciato la notizia poco più di un’ora prima della celebrazione in onore di Umberto Bossi alla Camera dei deputati. Già, perché nella sala della Regina, alle 17, il programma di Montecitorio ha previsto la presentazione del volume Umberto Bossi – Discorsi politici e parlamentari, con il saluto del presidente della Camera, Lorenzo Fontana: tutto in casa leghista. Ma si sa, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo: che poi, voler ricordare un leader politico sanguigno come Bossi con un libro per molti è stata una forzatura…
La singolare password di Landini
Incontro di Maurizio Landini con la stampa, nella sede nazionale della Cgil, a Roma, in corso d’Italia. Il segretario illustra le manifestazioni che si svolgeranno a Milano alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Teatro alla Scala, divertendosi anche per il francobollo che è stato dedicato all’evento, addirittura ringraziando per questo il ministero guidato da Adolfo Urso. Ma c’è una cosa che attira i giornalisti, oltre all’eloquio torrenziale di Landini, nella sala intitolata a Fernando Santi, dove appare anche un bel quadro di Carlo Levi dedicato allo storico sindacalista riformista: l’accesso a internet. Appena entrati nella sala, un cartello indica che c’è un nuovo wi-fi a disposizione, con una singolare password: –eccheneso-. Davvero particolare, come scelta. E nella serata di venerdì Landini a Roma, nella villa Lazzaroni, sarà presente alla festa del tesseramento della Cgil Roma e Lazio, ossia «l’attivo del sindacato regionale», come si dice ancora oggi usando il linguaggio di una volta.
Accelerazione improvvisa sulla riforma della Rai. Dopo mesi di melina e rallentamenti – dovuti anche alle frenate del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti – ora la maggioranza ha deciso di andare spedita con l’obiettivo di approvare la riforma della tivù pubblica entro Natale. L’intento è evidente: appena sarà approvata ufficialmente, l’attuale governance Rai automaticamente decadrà, così si dovrà procedere alla nomina di un vertice dell’azienda con le nuove norme, che durerà quattro anni.
Giancarlo Giorgetti (foto Imagoeconomica).
Elezioni politiche e capo dello Stato: prendersi tutto
Insomma, il centrodestra intende blindare il suo dominio con una nuova governance che rispecchia l’attuale maggioranza di governo e che resterà in carica fino al 2031. L’idea è quella di confermare come capo azienda Giampaolo Rossi, ma come piano B c’è sempre Gian Marco Chiocci, se Giorgia Meloni riuscirà a convincerlo a prendere il timone della tivù. Sarà, quindi, questa nuova Rai a dirigere il traffico televisivo delle prossime elezioni politiche e anche quando ci sarà da eleggere il nuovo capo dello Stato. La strategia è prendersi tutto prima del voto e, se poi dovesse essere il campo largo a vincere le elezioni, amen: Elly Schlein e Giuseppe Conte si ritroveranno una Rai di destra.
Giampaolo Rossi (foto Imagoeconomica).
Mercoledì 23 settembre in VIII commissione al Senato si è andati spediti: si sono votati tutti gli emendamenti della maggioranza, mentre l’opposizione non è riuscita a toccare palla. Di questo passo la riforma sarà licenziata dalla commissione mercoledì 30 e quello successivo, il 7 ottobre, potrebbe arrivare in Aula. Poi toccherà alla Camera, ma i tempi per approvare tutto entro Natale ci sono.
Un “vaffa” all’European Media Freedom Act
Non è solo una questione di velocità, perché poi ci sono i contenuti. Tra gli emendamenti votati mercoledì spunta anche un bel “vaffa” all’European Media Freedom Act (Emfa). La riforma, infatti, si fa perché ce lo chiede l’Europa e il primo paletto messo da Bruxelles è che le governance delle televisioni pubbliche europee siano indipendenti dai governi. Giorgetti, dicevamo, ha contestato il principio osservando che il Mef si fa carico della maggior parte degli introiti economici della Rai, quindi «se siamo noi a metterci i soldi non è possibile che poi non contiamo nulla in sede di governance», aveva spiegato il ministro durante un’audizione ad hoc in parlamento.
La retromarcia sui due consiglieri indicati dal Mef
Allo stato attuale, infatti, al Tesoro spetta il compito di indicare due consiglieri che poi diventano amministratore delegato e presidente. In un primo momento la riforma pensata dalla maggioranza eliminava questa possibilità, conferendo tutto il potere di nomina del consiglio di amministrazione al parlamento. Mercoledì, però, c’è stata una retromarcia: dei sette membri del cda, uno è votato dai dipendenti Rai, due sono eletti dalla Camera, due dal Senato e due saranno indicati proprio dal ministero dell’Economia. Saranno poi i consiglieri, al loro interno, a eleggere ad e presidente, che non per forza saranno quelli indicati dal Mef, ma comunque non si esclude che lo siano.
L’Italia rischierà lo stesso una procedura d’infrazione?
Insomma, l’attuale legge Renzi del 2015, che l’Ue ci ha chiesto di abrogare, esce dalla porta e rientra dalla finestra. Gli esponenti dell’opposizione in VIII commissione sostengono che «in questo modo la nuova normativa non ottempera alla principale richiesta di Bruxelles, quindi agli occhi dell’Ue non servirà a niente e l’Italia rischierà lo stesso una procedura d’infrazione».
Tensioni sulla volontà leghista di ridurre il canone
A suscitare le proteste all’interno dell’azienda è invece l’emendamento che prevede la possibilità di ridurre progressivamente il canone Rai, fortemente voluto dalla Lega. Anche se poi, a fronte della riduzione, il governo dovrà coprire in qualche modo i denari persi. E l’Emfa, tra i suoi principi, prevede che le televisioni pubbliche possano contare su risorse stabili e certe, anche per poter programmare strategie aziendali di lungo periodo. A questo risponde anche il prolungamento della vita del consiglio di amministrazione da tre a quattro anni.
Come finirà la partita della nuova commissione di Vigilanza?
Mercoledì 30 settembre è prevista una nuova seduta, con le opposizioni che promettono battaglia, anche perché nel frattempo bisognerà vedere come finirà la partita della nuova commissione di Vigilanza. Mercoledì Ignazio La Russa non ha proceduto a nominare d’ufficio i rappresentanti delle opposizioni poiché «c’è un’interlocuzione in corso con i capigruppo di tutti i partiti per tentare di arrivare a una mediazione, quindi è giusto prendersi qualche giorno in più».
Ignazio La Russa (foto Imagoeconomica).
Il presidente del Senato, dunque, ha preferito non forzare la mano. E la minoranza si era pure detta disponibile al dialogo, a patto di venir coinvolta nella riforma Rai. Il centrodestra invece è andato dritto come un treno e questo potrebbe tornare a irrigidire le posizioni sulla Vigilanza. Insomma, siamo di fronte a un’intricata partita a scacchi di cui ancora non si conosce il finale.
Nella bozza del decreto scuola atteso all’esame del Cdm si legge che «salvo che ricorrano specifiche ragioni sanitarie o di sicurezza, è fatto divieto di partecipare alle attività curriculari e extracurriculari delle istituzioni scolastiche e a quelle previste nell’ambito dei rapporti scuola famiglia con il volto coperto o con qualsiasi altra modalità atta a non consentire il riconoscimento del volto». Prevista una sanzione amministrativa da 200 euro a 1.000 euro: in caso di violazione commessa da un minore, si applica al genitore.
Tetto del 30 per cento agli stranieri nelle classi prime
Detto del divieto di presentarsi in classe col volto coperto, per quanto riguarda il tetto agli studenti stranieri, si legge che nella scuola primaria «il numero degli alunni con cittadinanza non italiana e che non sono nati in Italia o che non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia» non deve superare il 30 per cento del totale in ciascuna classe prima. Nelle scuole secondarie di primo e di secondo grado, il tetto del 30 per cento nelle classi prime riguarda gli «studenti con cittadinanza non italiana che non hanno frequentato con esito positivo, per almeno tre anni scolastici, il sistema nazionale di istruzione». Il decreto prevede poi che, in caso di gravi difficoltà linguistiche, debba essere supportato il nucleo familiare. Ma se questo si sottrae, allora può essere previsto il collocamento del minore fuori dalla famiglia. Il decreto legge sulla scuola inoltre stanzia 17,5 milioni di euro per le istituzioni scolastiche in cui non sia possibile assicurare il rispetto del tetto del 30 per cento di alunni stranieri in classe.
«Chi andrà a perdere la partita contro Roberto Gualtieri? Tanto sanno tutti che vincerà il sindaco uscente», si sente dire a via della Scrofa, quartier generale di Fratelli d’Italia. Le Comunali a Roma, come del resto quelle di Milano, sono una bella gatta da pelare e Arianna Meloni lo sa bene. Gualtieri forte del suo “campo largo” pare aver in tasca la riconferma. Il “gabbiano” Fabio Rampelli è l’eterno aspirante alla fascia tricolore. Questa volta pareva cosa fatta visti gli endorsement di Arianna Meloni e di Francesco Rocca. Ma la guerra interna a destra è imprevedibile e ora pare essere in vantaggio Roberta Angelilli, già Fronte della Gioventù, quindi Alleanza Nazionale, e più volte parlamentare europea con passaggi anche nel Nuovo centrodestra di Angelino Alfano e Forza Italia. Alla fine, nel 2023 è tornata nella destra-destra, diventando vicepresidente della Regione Lazio, nominata da Rocca anche grazie alle tante preferenze ottenute, quasi 30 mila. Insomma nella Fiamma si preannuncia una corsa a due per il Campidoglio. E l’occasione giusta per sciogliere le riserve potrebbe essere la kermesse di Atreju, il prossimo dicembre.
Arianna Meloni con Fabio Rampelli (Ansa).
Malpensa in festa: diventa l’aeroporto Berlusconi
Ci siamo, il grande giorno sta arrivando: a Ferno, in provincia di Varese, venerdì mattina l’aeroporto internazionale di Milano Malpensa verrà intitolato ufficialmente a Silvio Berlusconi. Alle 11, nell’area Arrivi del Terminal 1, sbarcheranno il presidente del Senato Ignazio La Russa, il ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani, il collega dei Trasporti Matteo Salvini – che qualche giorno fa ha annunciato la data dell’evento – il governatore lombardo Attilio Fontana (già ci si aspettano tra i due sorrisi gelidi) e alcuni rappresentanti della famiglia Berlusconi. E qui fioccano le scommesse, specie da parte dei forzisti: vista la presenza di Tajani, ci sarà Marina Berlusconi? Giorgia Meloni si guarda bene dal partecipare all’evento, spifferano a Palazzo Chigi, anche perché per Fratelli d’Italia c’è già in lista La Russa, che avrà il ruolo di più alta carica dello Stato presente. Grande assente il sindaco Beppe Sala, contrario all’intitolazione dell’aeroporto al Cav.
Elly Schlein ha rotto gli indugi: la riunione della direzione del Partito Democratico si terrà il 2 ottobre al Nazareno, con inizio alle 11. Il primo punto all’ordine del giorno sarà la relazione della segretaria dem. Sul tavolo anche la ratifica della nomina di Claudio Stefanazzi a commissario della federazione di Cosenza del partito.
Occorre definire la proroga del mandato di Schlein
Nelle scorse settimane Stefano Bonaccini, presidente del Pd, aveva annunciato che ci sarebbero state prima una direzione e poi un’assemblea (si terrà a fine ottobre o al più tardi entro la prima decade di novembre) per modificare le regole interne del partito. Innanzitutto occorrerà prorogare oltre i quattro anni previsti il mandato da segretaria di Schlein, che scade a marzo del 2027, dunque quando sarà già iniziata la campagna elettorale per le Politiche. Poi tra i vertici dem c’è chi spinge per varare la cosiddetta “norma anti-Gori”, modifica statutaria pensata per escludere da un’eventuale corsa alle primarie di coalizione altri candidati del Pd oltre al segretario del partito.
Aspettando Godot, cioè il programma. «Bisogna accelerare sul programma comune», continua a ripetere Elly Schlein. «Prima il programma e poi il leader». Andando avanti così, però, si rischia di arrivare se non alle Politiche, quantomeno alle possibili primarie contro Giuseppe Conte (se non si presenteranno altri candidati) con slogan vari ma idee vaghe.
Del resto è un po’ nelle cose. Se il principale pilastro, forse l’unico, dei tre anni e mezzo di segreteria Schlein è stato l’essere «testardamente unitaria», va da sé che lo scontro non è ben visto, a favore di un farsi concava e convessa che trova echi politici un po’ nella vecchia Dc, e un po’ nel maanchismo di un suo predecessore alla guida del Pd, Walter Veltroni. Di contro, gli alleati i programmi invece ce li hanno, e li marcano ben stretti, come è successo quando Schlein dalle colonne di Repubblica ha inviato una lettera aperta a Giorgia Meloni per costruire insieme un patto su energia e clima. Mossa che ha fatto imbufalire sia Conte sia il rossoverde Angelo Bonelli, spiazzato dall’iniziativa solitaria della leader dem. «Questa mano tesa a lavorare insieme è incomprensibile», ha tagliato corto.
Elly Schlein e Walter Veltroni.
Ogni paletto manda in fibrillazione il Pd
Vero è che quando la segretaria cerca di mettere un punto fermo, il partito sbanda, si divide, fibrilla. Basti vedere la parabola del ddlsull’antisemitismo nato dall’iniziativa legislativa di Graziano Delrio. Al Senato i dem ufficialmente si sono astenuti (ma con nove voti a favore) e alla Camera voteranno no (con l’annuncio di molte defezioni). Ce n’è di che disorientare l’elettore. E quando la segretaria tiene una linea coerente, come sull’Ucraina, se la deve vedere con un pezzo di partito e con la riottosità granitica del principale alleato Conte. A cui Schlein risponde ribadendo il sostegno netto a Kyiv ‘ma anche’ la richiesta di maggiore impegno diplomatico all’Europa. Il tutto condito da un ottimistico «troveremo un compromesso».
Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
La vocazione testardamente unitaria può trasformarsi in una trappola
Saranno i prossimi mesi a chiarire man mano se la linea unitaria di Schlein sarà vincente o se si trasformerà nel proverbiale angolo in cui ci si caccia da soli. Il primo banco di prova saranno le primarie, sempre che si tengano e come. Chiamare il popolo progressista ai gazebo senza un programma definito rischia di far restare a casa molti sostenitori. E poi le Politiche. Perché se gli ultimi sondaggi danno il campo largo in leggero vantaggio, è altrettanto vero che sommare mele con pere, per esempio i pro-Kyiv con vuole stoppare l’invio di aiuti militari a Zelensky, è sempre un azzardo. Tradotto: con Conte leader della coalizione quanti dem lo voterebbero? E con Schlein frontwoman per Palazzo Chigi, i 5 stelle accetterebbero di turarsi il naso? Il tempo per stendere un programma in teoria c’è, soprattutto se si votasse in autunno, ma il timore di molti nello stesso Pd è che la vocazione testardamente unitaria finisca per vincere sulla solidità delle scelte politiche. E temono che a pagarne il prezzo sarà proprio il partito più grande della coalizione di centrosinistra.
Via libera della commissione Ambiente del Senato agli emendamenti dei relatori – Claudio Fazzone e Roberto Rosso (Forza Italia) – al Ddl di riforma della Rai (tranne due accantonamenti): approvate le proposte sulla nomina e composizione del cda e sul taglio del canone. Dopo il semaforo verde ottenuto a Palazzo Madama è partita – come successo col bollo auto – a destra è partita la gara per attribuirsi la paternità della misura: i senatori del Carroccio Giorgio Maria Bergesio, Tilde Minasi e Manfredi Potenti, dopo il voto in commissione al Senato, si sono affrettati a parlare «risultato politico importante per il centrodestra e vittoria della Lega, che da anni porta avanti questa battaglia». Ieri i parlamentari leghisti in commissione di Vigilanza Rai avevano dichiarato: «Prendiamo quindi atto con soddisfazione che anche Forza Italia è finalmente salita sul Carroccio nella battaglia per il taglio del canone».
Il canone Rai è pari a 90 euro, addebitati nelle bollette della luce
Attualmente la quota ordinaria del canone Rai, imposta sulla detenzione di apparecchi atti o adattabili alla ricezione televisive nel territorio italiano, è pari a 90 euro all’anno, addebitati automaticamente in 10 rate mensili da 9 euro da gennaio a ottobre sulle bollette della luce domestiche. L’importo era stato temporaneamente ridotto a 70 euro nel 2024, per poi tornare a 90 euro nel 2025: la Rai aveva ricevuto risorse aggiuntive, ma senza un automatismo stabile fissato dalla legge.
Il taglio sarà compensato da «altre forme di finanziamento pubblico»
«Il voto di oggi segna un nuovo passo verso un obiettivo storico del nostro movimento, ora condiviso dalla maggioranza. Continueremo a lavorare perché questa possibilità diventi un beneficio concreto per i cittadini, garantendo al tempo stesso le risorse necessarie al servizio pubblico», hanno dichiarato i tre esponenti delle Lega. «Si rischia così di rendere il finanziamento della Rai più esposto alla discrezionalità politica e alle esigenze contingenti della finanza pubblica», avevano avvertito ieri i tre consiglieri di amministrazione Alessandro di Majo, Davide Di Pietro, Roberto Natale. Secondo l’opposizione il taglio del canone sarebbe in contrasto con il Media Freedom Act, che all’articolo 5 prevede per i servizi pubblici «risorse finanziarie adeguate, sostenibili e prevedibili». Il forzista Rosso ha sottolineato che la misura garantisce la stabilità delle risorse: il testo dell’emendamento stabilisce infatti che qualsiasi contrazione del gettito derivante dal canone debba essere compensata da altre forme di finanziamento pubblico.
Secondo un sondaggio Monitor-Ixè, tra gli aspiranti candidati alle primarie del centrosinistra per il sindaco di Milano – se si faranno – Mario Calabresi risulta quello più votato con un consenso che oscilla tra il 48 e il 53 per cento. Un dato sensibilmente superiore all’intervallo registrato per Pierfrancesco Majorino (30/36 per cento), per Anna Scavuzzo (8/10 per cento) e per gli altri candidati. Stando ai dati raccolti dal sondaggio, Majorino ha il primato di notorietà e registra una percentuale di conoscenza del 75 per cento (la somma di coloro che dichiarano di conoscerlo bene o ne hanno sentito parlare), superiore di otto punti al dato rilevato per Calabresi. Segue Scavuzzo con il 48 per cento. Per i tre candidati più noti cambia la graduatoria quando si monitora il livello di fiducia. Calabresi è ai vertici con il 68 per cento, contro il 50 per cento di Majorino e il 47 per cento di Scavuzzo. La differenza tra i tassi di fiducia associati ai candidati verosimilmente orienta il consenso degli elettori che si recherebbero a votare in eventuali primarie del centrosinistra, sottolinea l’indagine.
Trentasei anni e cinque milioni di immigrati in più. Sta qui, ma non solo, la differenza tra la circolare di Sergio Mattarella quando nel 1990 era ministro dell’Istruzione e il decreto legge che Giorgia Meloni varerà nel Consiglio dei ministri di questa settimana sul tetto ai minori stranieri in classe. Per questo le parole della premier sulla circolare hanno sorpreso il Quirinale. Non che non si aspettassero l’insofferenza di Fratelli d’Italia e della maggioranza per il monito di lunedì ad Amatrice sulla «scuola aperta a tutti», ma un attacco così diretto e malizioso mancava da qualche mese dai radar che monitorano marette e marosi nel canale che divide Palazzo Chigi dal Quirinale. E martedì si è registrata tempesta.
Giorgia Meloni a Porta a Porta (Imagoeconomica).
Il botta e risposta a distanza sul tetto agli stranieri
Ma riassumendo. Scena uno: a Fenix, la festa dei giovani di FdI, la premier (i maligni dicono per allungare su Roberto Vannacci) annuncia un provvedimento per mettere un tetto del 30 per cento agli alunni stranieri nelle classi e il divieto di burqa e niqab. Scena due: all’inaugurazione dell’anno scolastico ad Amatrice Mattarella ricorda che l’articolo 34 della Costituzione vuole le scuole aperte a tutti e attive nell’evitare la formazione di ghetti. Scena tre: nella tribuna di Bruno Vespa la leader di FdI ricorda che anche l’attuale Presidente da ministro varò una circolare per limitare il numero di stranieri in classe.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Cosa è cambiato dal 1990 al 2026
Allora vediamo le differenze tra Mattarella 1990 e Meloni 2026. Innanzitutto i numeri: allora gli stranieri in Italia erano poco più di 600 mila, ora sono 6 milioni. Ovvio che ora il tema è più presente. Seconda differenza: nel 1990 ci si limitò a diramare una circolare, per consigliare e indirizzare i presidi, non certo per obbligarli, tanto che l’indicazione di un massimo di cinque alunni stranieri per classe era indicata «ove possibile». E, soprattutto, mirava a non creare nelle scuole una sola classe o sezione in cui riunire tutti gli stranieri, perché quello sì sarebbe stato un ghetto. Ora le condizioni sono diverse, in alcune scuole (poche proporzionalmente e circoscritte ad aree ad alta densità di lavoratori stranieri) esiste il problema e va ovviamente affrontato. Magari al Quirinale avrebbero preferito un’ulteriore circolare o un disegno di legge più che un decreto che comunque non sarà applicabile che dal prossimo anno scolastico. Ma tant’è, ormai si è dato fuoco alle polveri, in un clima che ricorda quello dello scontro sulla tirata di orecchie del Presidente ai poliziotti che usano il manganello e quello del caso Garofani.
Sergio Mattarella con il ministro all’Istruzione Giuseppe Valditara ad Amatrice (Imagoeconomica).
Il vero senso del richiamo del Colle
Quel che preme al capo dello Stato, che ha chiaro di non essere in cima ai pensieri più affettuosi della premier, è che la campagna elettorale non travolga le persone e quindi che il nuovo testo non leda i diritti dei bambini e dei ragazzi. Dunque le sue parole di lunedì da Amatrice, se lette con attenzione, non erano altro che una serie di paletti da non superare per scrivere un provvedimento senza incorrere nella censura sua e della Consulta. È ovvio che la filosofia di Mattarella non è la stessa di quella di Meloni. Basta leggere la circolare del 90: «Gli alunni stranieri sono prima di tutto alunni: bambini e bambine, ragazzi e ragazze», la diversità culturale è una «quotidiana ricerca di dialogo». Ma il tema non è portare la premier dalla sua parte, è chiaro che un provvedimento sarà fatto e nessuno al Quirinale pensava di impedirlo. L’importante è scriverlo non come uno slogan ma come un tema delicato, senza cancellare il diritto allo studio di migliaia di bambini.
L’investitura di Silvia Sardone a candidata sindaca di Milano per la Lega va letta come un sussulto di vitalità da parte di un partito in crisi, prima ancora che la boccheggiante coalizione di centrodestra conferisca il suo imprimatur ufficiale. A oggi sono ancora in campo sia Maurizio Lupi di Noi Moderati (ma indicato da Ignazio La Russa) che Matteo Perego di Cremnago (Forza Italia). Quest’ultimo era ormai pronto per la sfida, come certificato dalle sue frequenti apparizioni su Mediaset e dalla benedizione del meloniano Guido Crosetto, che aveva accettato di mettere “a disposizione” di Milano il sottosegretario alla Difesa. Fargli digerire la retromarcia non sarà facile, anche perché un sondaggio riservato lo vede davanti a Sardone per gradimento. Lei suggerisce di affidare la scelta alle primarie di coalizione, ma lo smacco rimane.
Matteo perego di Cremnago (Imagoeconomica).
Il Cencelli delle candidature
A dare le carte è stata Giorgia Meloni che punta a presentare un suo candidato a Roma, piazza difficile ma non certo trascurabile. A sfidare Roberto Gualtieri potrebbe così essere Fabio Rampelli, sostenuto sia da Arianna Meloni (ancora non è esclusa una sua corsa per il Campidoglio) sia dal presidente del Lazio Francesco Rocca. Forza Italia quindi ha messo la sua pedina su Napoli (d’altronde il fedelissimo di Antonio Tajani, Fulvio Martusciello, è stato appena eletto per acclamazione segretario regionale in Campania) e alla Lega è toccata Milano. La vera domanda non è perché puntare sull’eurodeputata e vicesegretaria Sardone nonché campionessa di preferenze, ma chi glielo faccia fare, vista la difficoltà del cimento meneghino.
Arianna Meloni e Fabio Rampelli (Imagoeconomica).
Sardone è l’unica su cui Salvini poteva scommettere
In primo luogo, Sardone è l’unico nome forte che Salvini possa spendere, con buona pace di Alessandro Morelli, che avrebbe fatto volentieri il candidato sindaco e che invece si è dovuto accontentare del ruolo di annunciatore a Pontida. I gazebo avevano incoronato Sardone reginetta, a pari merito con Matteo Salvini, ma si mormora che i dati reali la vedessero addirittura triplicare i consensi del segretario. Il surreale balletto post-voto, con ciascuno dei due che indicava l’altro come ideale candidato sindaco, malcelava il comprensibile imbarazzo di un Salvini già in difficoltà all’interno del partito.
Silvia Sardone (foto Ansa).
Le ambizioni della vicesegretaria leghista
La vicesegretaria della Lega, quindi, scende in campo per togliere le castagne dal fuoco sia al capo sia alla lista, che esprimendo la candidata sindaco potrà recuperare un po’ di terreno, traducibile in un paio di punti percentuali: oro colato, di questi tempi. Prima ancora di conoscere il nome dell’avversario (nel centrosinistra si prospetta una sfida tra Pierfrancesco Majorino e Mario Calabresi), vincere pare utopia e già arrivare al ballottaggio sarebbe un successo. Ma Sardone può ragionevolmente considerare le Amministrative come un trampolino di lancio. A soli 46 anni, che compirà a Natale, la leghista potrebbe nutrire altre ambizioni, come per esempio prendere in mano le redini della Lega dopo Salvini. C’è infatti chi racconta di averla sentita evocare il modello Meloni. La premier, infatti, 10 anni fa arrivò terza nella corsa al Comune di Roma (al ballottaggio andò Roberto Giachetti, sconfitto poi da Virginia Raggi).
Matteo Salvini e Silvia Sardone (Ansa).
La concorrenza a destra
Sardone non dovrà però sfidare solo il favorito centrosinistra, ma anche la concorrenza da destra di Carmelo Burgio, candidato di Roberto Vannacci: si dice che la numero 2 della Lega fosse stata corteggiata da Futuro Nazionale, ma un primo approccio malriuscito avrebbe stroncato la liaison sul nascere. A questo punto, diventerà vitale trovare un accordo con la lista civica di Pietro Tatarella e Antonio Civita, che hanno unito le forze dopo che la loro disponibilità è stata ignorata dai partiti. Molto più difficile, se non impossibile, trattare con il Patto per il Nord, visto che Gabriele Abbiati potrebbe intercettare i voti di tanti leghisti delusi. È l’ennesimo cortocircuito di una parte politica che, dopo essere stata detronizzata da Giuliano Pisapia nel 2011, non ha più ritrovato il bandolo della matassa.
Carmelo Burgio con Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
La vera partita è per Regione Lombardia
La misura della crisi non è data tanto dalla pur imbarazzante difficoltà a scegliere i candidati, quanto dalla totale assenza di proposte. In tre lustri di opposizione, le uniche battaglie significative sono state sulla viabilità e sulla sicurezza. Nel primo caso, al netto di alcune ciclabili astruse, la città è cambiata profondamente e semmai rimprovera al Pd di non essere stato più deciso nell’arginare il traffico. Il secondo, benché cavallo di battaglia del centrodestra, chiama in causa il governo nazionale, col ministro degli Interni Matteo Piantedosi espresso proprio dalla Lega. Una quarta sconfitta consecutiva non farebbe che certificare un divorzio che nei fatti si è già consumato con l’ex città-roccaforte, frutto della rottura delle relazioni coi mondi dell’imprenditoria, della finanza e della borghesia che ormai guardano al centrosinistra come un partner magari non affine ideologicamente e nemmeno impeccabile sul piano amministrativo, ma certamente più affidabile. Basterà la verve della fumantina Sardone per invertire la rotta? Probabilmente no, ma i maligni sostengono che non sia nemmeno quello l’obiettivo: tanto poi ci sarà la partita di Regione Lombardia, dove, specularmente, il centrodestra vince a mani basse e il centrosinistra non tocca mai palla.
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha assegnato al suo stilista Domenico Vacca l’incarico di consigliere per il cinema e gli audiovisivi. Si tratta di un ruolo che non prevede alcun compenso, ma – spiega Repubblica – la nomina ha comunque destato perplessità al Collegio Romano: Vacca, amico di vecchia data di Giuli, ha vestito diverse star del cinema ma non è mai stato coinvolto in prima persona nella produzione o promozione di film e serie tv.
Sul sito del nuovo consigliere di Giuli, fondatore (nel 2002) e direttore creativo del marchio del lusso che porta il suo nome, si legge che Vacca è «uno degli stilisti più amati da Hollywood». Nel corso degli anni ha «creato il guardaroba degli attori protagonisti di più di cinquanta film e serie televisive tra cui Denzel Washington in American Gangster, Al Pacino in The Son of No One, Dustin Hoffman in Stranger Than Fiction, Harrison Ford in Morning Glory, Glenn Close in Damages». Tanti poi gli attori che lo hanno scelto per i red carpet: da Daniel Day Lewis a Mickey Rourke, fino Steve Carrell, Will Farrell e Jack Black. «Questo nuovo incarico mi offre la possibilità di mettere a frutto l’esperienza maturata in oltre 25 anni di attività nel cinema e nell’audiovisivo a livello internazionale, ponendola al servizio del ministro nell’individuazione di strategie e iniziative capaci di valorizzare e promuovere l’industria cinematografica, l’audiovisivo e la creatività italiana nel mondo», ha dichiarato Vacca.
Il deputato Tommaso Calderone lascia Forza Italia e va con Futuro nazionale. La presentazione ufficiale è prevista per martedì 22 settembre in una conferenza stampa alla Camera alla quale parteciperanno, oltre a Roberto Vannacci, il capogruppo Edoardo Ziello e il coordinatore Massimiliano Simoni. Calderone, vicepresidente della commissione Giustizia, è il terzo deputato di Forza Italia ad aderire a Futuro nazionale. Con questo passaggio le truppe del generale alla Camera salgono salgono a quota nove deputati. Si tratta di Davide Bergamini, Gianangelo Bof, Domenico Furgiuele, Attilio Pierro, Emanuele Pozzolo, Laura Ravetto, Rossano Sasso, Edoardo Ziello e, appunto, Tommaso Calderone.
Nell’ultima puntata di Pulp Podcast, pubblicata oggi, Beppe Grillo ha detto a Fedez e Mr. Marra di non essere intenzionato a fondare un nuovo partito, dopo essere stato “scippato” del Movimento 5 stelle da lui stesso fondato nel 2009 assieme a Gianroberto Casaleggio. L’indiscrezione era circolata nei giorni scorsi: «Come faccio io a fondare un partito, a organizzarlo? Non ho il potere, le facoltà di farlo, mi dispiace. Io posso dare degli input, delle idee straordinarie sull’ambiente o sulla religione».
Nessuna nuova discesa in campo per Grillo, dunque. Ma altri attacchi a Giuseppe Conte sì. Il comico ha definito il presidente pentastellato «l’uomo che sussurrava ai cavilli», bocciando ancora il suo M5s: «Di progressista questo movimento ha solo la paralisi progressiva della mente. Non c’è nessuno che prospetta come sarà la società nel 2050». Pollice verso dunque per il piano in 20 punti votato nell’ambito di Nova: «Ma chi è che legge un programma elettorale? Se io mi dovessi candidare, direi: “Sono Grillo, fidatevi”. Io non dico più niente, perché ho già detto tutto, che volete da me? Datemi il voto e basta».
Giuseppe Conte con Beppe Grillo (Imagoeconomica).
Grillo: «Mi sento postumo di me stesso»
«Sono stato estromesso ma non ho rimpianti», ha poi inoltre Grillo tornando sul passato: «Posso aver sbagliato in fiducia, ma di colpe io me ne do meno. Il M5s doveva essere compostabile, non biodegradabile». Poi: Io mi sento postumo di me stesso da vivo, perché tutte le cose che dicevo 20 anni fa, come le comunità energetiche, l’idrogeno e le stampanti 3D, devono ancora arrivare qua. Questo è il disagio che sento io, non posso sempre andare e parlare delle stesse cose che mi sentivi dire».
Su Vannacci: «È come una decalcomania»
Fedez e Mr. Marra hanno inoltre chiesto a Grillo un parere su Roberto Vannacci. Questo il commento dell’ex garante del M5s: «È come una decalcomania. Più gli sputi, lo inumidisci, più si appiccica. Ci buttiamo nel fascismo, nel nazionalismo, sulla bandiera, la patria, sono malattie infantili, come gli orecchioni. Il pensiero si sta rattrappendo un po’, oggi le persone intelligenti si nascondono, hanno paura di confrontarsi. Il suo futuro sono le domande stupide, con un sottile astio».
Ministro Valditara, che fa? Copia? Proprio lei! Qualcuno ha notato il titolo non proprio originalissimo del libro di Giuseppe Valditara, leghista e titolare del dicastero dell’Istruzione e del Merito nel governo Meloni. La rivoluzione del buonsenso – Per un Paese normale è uscito nel 2025, edito da Guerini e Associati, e se la prende, tra le altre cose, con gli eccessi del wokismo, tanto per cambiare. Forse Valditara avrà preso ispirazione da una stretta collega di governo, quasi una compagna di banco, cioè la forzista Anna Maria Bernini, ministra dell’Università e della Ricerca. Il cui padre – Giorgio Bernini, giurista all’Onu e ministro del Commercio con l’estero nel primo governo Berlusconi, morto a 91 anni nel 2020 – scrisse nel 1993 La rivoluzione del buonsenso: il risveglio dell’impolitico, all’epoca prendendosela con «l’onnipresente e monolitica partitocrazia», nella quale l’autore «ha rifiutato di identificarsi». Di qui «il ruolo di impolitico, spettatore impegnato ma estraneo al sistema del potere». Oltre 30 anni dopo, insomma, Valditara ritenta un’altra rivoluzione, ma chiamandola alla stessa maniera. A giudicare dai commenti su Amazon, non ha scatenato particolare entusiasmo tra i lettori. Sul sito compare infatti una sola recensione, intitolata, che non usa troppi giri di parole «Buono per il camino. Libro delirante di un ministero che finanzia le scuole private e trascura la scuola di cui dovrebbe essere rappresentante».
I due libri con lo stesso titolo.
Conte fa la spesa all’Esselunga per monitorare l’inflazione
Venerdì sera, a Roma. Giuseppe Conte, ex presidente del Consiglio, se ne va solo soletto a fare la spesa alla piccola Esselunga in pieno centro, quella di via Tomacelli: camicia sopra i pantaloni, niente giacca con la pochette d’ordinanza, è in libera uscita, ma viene riconosciuto dai passanti. Il leader del Movimento 5 stelle esce dal supermarket e con una classica busta gialla inizia a percorrere via Condotti e le altre strade del centro mentre è impegnato in una lunga telefonata. Avrà voluto testare con mano a che punto è arrivato il caro vita che attanaglia gli italiani? Del resto anche Giorgia Meloni, rispondendo al Partito democratico durante un’interrogazione in Senato a maggio, aveva confessato di fare la stessa cosa: «L’ultima volta che ho fatto la spesa al supermercato è stato sabato scorso. Io non rinuncio a stare in mezzo alla gente, non rinuncio a fare una vita normale, capisco che intorno a questo governo tanto affetto dopo quattro anni e qualcosa significherà». “Giuseppi” forse sta provando a imitarla…
Vannacci, Alemanno e quella presenza calabrese
Ma quanta paura fa il generale Roberto Vannacci alla destra di governo? I sondaggi vedono crescere ogni giorno i consensi per Futuro Nazionale, e a Orvieto tra una scatenata Laura Ravetto e l’economista Antonio Maria Rinaldi, entrambi ex leghisti, ecco arrivare anche Gianni Alemanno. Sì, l’ex sindaco di Roma, l’ideologo del movimento, tanto che qualcuno ha inventato una sintesi della coppia, “Alemannacci”, crasi perfetta tra Alemanno e Vannacci. C’è chi comunicava in diretta cosa stava accadendo a Orvieto a quelli di Fratelli d’Italia, e molti sono saltati sulla sedia quando hanno saputo della presenza in platea della figlia di donna Assunta Almirante, Giuliana de’ Medici. Un bel segnale per Vannacci, specie in vista delle elezioni suppletive a Reggio Calabria, dato che la consorte di Giorgio Almirante era calabrese al 100 per cento. E il giorno 23 settembre sono tutti convocati a Reggio, per sostenere il candidato Domenico Giannetta, il medico chirurgo, dirigente ospedaliero, che ha sempre militato in Forza Italia per poi abbracciare la causa di Futuro Nazionale. Giannetta è anche cittadino onorario di Cuiabà, la capitale dello Stato del Mato Grosso, in Brasile, e non gli mancherà il sostegno dei carioca.
Giuliana de’ Medici Almirante con donna Assunta nel 2013 (foto Imagoeconomica).
Te c’hanno mai Mamdami…
Roberto Gualtieri in visita a New York. Il sindaco di Roma ha incontrato il collega statunitense, Zohran Mamdani, nel corso di un faccia a faccia all’Urban 20 Mayors Summit 2026, ospitato e organizzato proprio dal primo cittadino della Grande Mela. Mettendo in allerta i costruttori romani, dato che Gualtieri ha pronunciato queste parole: «Abbiamo deciso di mettere in contatto i nostri rispettivi staff per approfondire delle forme, degli esperimenti, delle modalità di gestione delle questioni abitative di Roma che loro vogliono studiare. E, viceversa, noi studieremo approfonditamente alcuni elementi del loro piano casa, proprio per imparare ciascuno dall’esperienza dell’altro con uno spirito di grande amicizia e collaborazione». Gualtieri insomma pare pronto ad attaccare le politiche nazionali, dell’Italia e degli Stati Uniti: «I sindaci e le città stanno provando a dare risposte, spesso non aiutati dai governi o dovendo trovare soluzioni con strumenti limitati».
Toh, Guerri è a favore degli occupanti dello Spin Time
Ennesima spaccatura a destra, con un altro intellettuale protagonista: non bastava Pietrangelo Buttafuoco con il caos provocato alla Biennale di Venezia con l’apertura ai russi, ora anche Giordano Bruno Guerri ha trovato il modo di mettersi al centro di una polemica, stavolta tutta romana. Sì, perché Guerri ha avuto l’idea di difendere gli occupanti dello Spin Time, parlando alla trasmissione di RaiTre L’Elefante, condotta da Peter Gomez. Cosa ha detto Guerri? «Sullo Spin Time il sindaco di Roma ha provato a comprare lo stabile, a lanciare un’offerta, ma forse lo Stato potrebbe intervenire con maggiore autorità per proteggere questo bene, che è il nostro». Non solo: «La proprietà privata è un fondamento della nostra società e quindi va rispettata. Dall’altra parte vi sono gli espropri. Lo Stato si attribuisce il diritto di prendere la proprietà per costruire un’autostrada o un ponte. E qui è possibile violare la proprietà privata. Adesso bisogna chiedersi se in questo caso vale la pena di farlo. Secondo me sì. Perché quello è un miracolo, perché senza politica, senza sacerdoti, senza benefattori, hanno creato una struttura sorprendente, una sorta di città ideale dove vivono in comunità, hanno risolto problemi e hanno creato arte. Hanno riempito questo edificio, che era un mattatoio, di bellezza, dove vanno artisti a portare e creare nuova bellezza». Ma come, con tutti gli anni che ci ha messo la destra per liberarlo? Con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in prima linea? Ormai, dicono dalle parti di Fratelli d’Italia, «anche Giordano Bruno Guerri lo dobbiamo dare per perso. Che poi magari ce lo ritroviamo in parlamento, con Buttafuoco, eletto con qualcun altro…».
Il sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi è stato nominato vicepresidente nazionale dell’Anci, l’Associazione nazionale comuni italiani, dal presidente Gaetano Manfredi. A Biondi sono affidate le deleghe alla formazione degli amministratori e del personale degli enti associati e ad Anci Comunicare. Tra le priorità del nuovo incarico ha indicato la rappresentanza delle città medie, dei piccoli Comuni e delle aree interne, richiamando anche l’esperienza maturata nel capoluogo abruzzese con la ricostruzione. Secondo Biondi, le città medie «sono la spina dorsale del Paese» e svolgono un ruolo di collegamento tra le grandi aree metropolitane e i territori interni. Sono «decisive per la coesione e lo sviluppo» e per questo devono trovare maggiore spazio nelle politiche nazionali. Il primo cittadino aquilano ha inoltre sottolineato il ruolo dei Comuni nell’attuazione degli investimenti e dei servizi finanziati attraverso il Pnrr: «Sono il primo presidio dello Stato per i cittadini, il loro protagonismo va riconosciuto e rafforzato».
C’è chi lo ha già ribattezzato «congresso truffa», scelbianamente parlando. Con un coup de théâtre dal palco di Pontida, Matteo Salvini ha annunciato che convocherà un congresso federale straordinario a ottobre. La mossa ha spiazzato il fronte dei ‘nordisti’ che da settimane chiede un suo passo di lato e, invece, si ritroverà un segretario che si presenta all’assise con un vantaggio schiacciante. Non vi sarà, infatti, alcuna elezione di nuovi delegati: i partecipanti saranno gli stessi di Firenze. Il consiglio federale dovrà decidere le modalità e le regole di svolgimento dell’assemblea. Ma è chiaro fin dalla vigilia che, se si tratterà – come sembra – di un’assise elettiva, non dovrebbe esserci spazio per esprimere una candidatura alternativa a quella dell’attuale segretario.
Matteo Salvini a Pontida (Imagoeconomica).
Perché la riconferma di Salvini pare già scritta
L’assemblea – stando a quanto risulta a L43 – dovrebbe essere convocata a fine ottobre, al più tardi a inizio novembre. Non essendoci tempo di eleggere nuovi delegati, parteciperanno quelli scelti un anno e mezzo fa, nell’aprile 2025, che rispondono in maggioranza a Salvini. Insomma, il leader della Lega non rischierebbe nulla, anzi sembra aver inaugurato una nuova categoria di congresso: la parola chiave che si usa in queste ore non è infatti assemblea elettiva ma «confermativa». Una sorta di referendum il cui risultato pare già scritto: il segretario si prepara alla riconferma (Salvini ha già parlato di «alzata di mano») per poi autorizzare le “purghe” contro i “ribelli”. Uno scenario che smonta la tesi – sostenuta a gran voce fino a ieri – che la leadership di Salvini non si potesse mettere in discussione in quanto appena rieletto segretario. Se il fu capitano fosse così saldamente al comando del partito, si chiedono i più scettici, perché cercare una riconferma?
La ‘guerra’ dei colori e degli slogan
Allo stesso modo non dà prova di forza un vicepremier e ministro che insiste nell’attacco sguaiato ai media (questa volta è toccato a Paolo Berizzi di Repubblica che si è preso del «prezzolato», «mistificatore» e «inventore») che cercano di restituire la cronaca delle divisioni interne alla Lega, esplicitate peraltro come mai prima d’ora sul palco di Pontida, dai lombardi Massimiliano Romeo e Attilio Fontana, e da alcuni degli amministratori, come Maurizio Fugatti e Luca Zaia. Divisioni rese plastiche dall’arrivo in squadra sul pratone di Zaia, Fontana, Fugatti e Massimiliano Fedriga, oltre che dalla ‘guerra’ di colori tra t-shirt blu pro-Salvini e magliette verdi con scritto “Lega Nord fino alla morte”, e dai cori opposti, con i salviniani Eugenio Zoffili e Fabrizio Cecchetti a scandire al megafono sotto il palco «C’è solo un capitano» e i bergamaschi agguerriti in difesa di Romeo con fumogeni verdi al grido di «secessione». Insomma, un popolo, quello di Pontida, diviso, e apparentemente meno numeroso degli anni scorsi, con i gazebo e i capannoni dell’area ristoro raddoppiati per coprire i vuoti sul ‘sacro prato’.
L’unica mossa dei critici è una mozione di minoranza
Le fratture interne non sono state placate neanche dal commosso omaggio corale a Umberto Bossi, scomparso a marzo, cui è stato dedicato ufficialmente il pratone, né dal ritorno del Va’ pensiero, inno simbolo degli anni del nordismo. Divisioni che riecheggiano anche negli interventi di due big come Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti. Il primo ha avvertito che nella Lega non c’è spazio per i «fratelli coltelli», mentre il secondo ha ribadito che il modello non è quello di «Caino e Abele» ma di «un popolo che ha giurato di stare assieme e di combattere per un risultato». Alla fine, ancora una volta Salvini ha avuto la meglio e si è imposto sui critici ai quali rimane solo – anticipano fonti qualificate a L43 – la presentazione di una «mozione di minoranza» al congresso. Ma quanto potrà durare? E quanto questo immobilismo indebolirà ancora il partito, e, di riflesso, la coalizione di centrodestra e il governo?
Se il fantasy, come si sa, è il genere letterario d’elezione della destra italiana (e non solo italiana), quale potrebbe essere quello della sinistra? Forse l’utopia. Naturalmente si tratta di un gioco, ma i giochi, quando funzionano, qualche volta scoprono parentele che il linguaggio più serioso lascia nascoste. D’altra parte, il rapporto di una parte della destra italiana con l’immaginario fantastico ha una storia precisa, dai Campi Hobbit ad Atreju. Per i dirimpettai, l’utopia, intesa come capacità di giudicare l’esistente alla luce di un ordine possibile che ancora non c’è, appartiene da secoli all’armamentario del progressismo.
Giorgia Meloni ad Atreju (Ansa).
Se le forme narrative pretendono di farsi realtà
Né l’una né l’altro costituiscono, di per sé, un vizio. L’utopia è una critica permanente allo status quo. Impedisce che il presente acquisti abusivamente la dignità del necessario: senza il sogno di un mondo finalmente liberato dal male, probabilmente parte considerevole delle conquiste moderne sarebbe stata impensabile. Il mito, a sua volta, non è semplicemente una menzogna: offre immagini attraverso le quali una comunità interpreta se stessa. Una politica completamente priva di immaginazione sarebbe poco più che amministrazione. I problemi cominciano quando queste forme narrative pretendono di farsi realtà.
L’idealismo e il perfettismo morale rischiano di azzerare la concretezza
L’utopia progressista corre il rischio di guardare ciò che esiste solo dal punto di vista di ciò che dovrebbe esistere, fino a fare strame della concretezza. Si pensi a un certo pacifismo: la pace, che dovrebbe costituire il problema politico per eccellenza – quali condizioni, quali equilibri, quale deterrenza possano renderla possibile – diventa talvolta una sorta di principio astratto sordo ai bisogni delle vittime. Se la guerra è il male, sottrarsi alla guerra sembra già produrre la pace. Ma tra il rifiuto della violenza e la costruzione di un ordine che impedisca al più forte di imporla esiste precisamente lo spazio della politica. Qualcosa di simile affiora in alcune declinazioni della cosiddettacultura woke (categoria certamente imprecisa) al fondo della quale, tuttavia, è possibile riconoscere un impulso tipicamente utopico in forza del perfettismo morale che la abita, e che ne favorisce i tratti forsennatamente inquisitori e pedagogici. Per tacere poi degli oggettivi problemi connessi alla possibilità di una società universalmente inclusiva – conflitti di valori, frizioni culturali, segregazione – sovente sminuiti in nome di una fratellanza universale meritoriamente immaginata ma ancora faticosamente in costruzione.
Alexandria Ocasio-Cortez ha appoggiato Zohran Mamdani (foto Ansa).
Gli archetipi della destra e la semplificazione del presente
Il fantasy della destra compie un’operazione quasi opposta. Non proietta anzitutto il presente verso ciò che ancora non esiste: tende piuttosto a conficcare nella complessità del presente figure antiche e immobili. Il popolo e lo straniero, il confine e l’invasore, la patria minacciata, la decadenza e la rinascita. Sono archetipi potenti anche perché semplificano: raccolgono fenomeni eterogenei e li fanno entrare in una trama immediatamente riconoscibile. L’immigrazione offre forse l’esempio più evidente. È un problema politico reale, che investe frontiere, integrazione, lavoro, sicurezza, demografia e identità culturale. Ma quando la trasformazione demografica viene narrata attraverso le categorie dell’“invasione” o della “sostituzione”, il fenomeno cambia natura: non abbiamo più soltanto persone che arrivano, istituzioni che devono governare flussi e società che cambiano, ma un Noi e un Loro, un territorio da difendere, una comunità minacciata nella propria continuità. Anche una certa idea della pace in salsa sovranista conserva qualcosa di questa grammatica: popoli nuovamente padroni del proprio destino, ciascuno entro i propri confini, potrebbero finalmente liberarsi dalle pretese universalistiche e dalle guerre delle élite. Ma proprio l’archetipo rischia di nascondere ciò che la storia mostra: le nazioni non smettono di avere interessi incompatibili per il fatto di essere più sovrane. Una somma di egoismi non genera magicamente l‘armonia.
Una foto di gruppo dei Patrioti europei sul palco in PIazza Duomo (Imagoeconomica).
L’utopia può dimenticare il limite, il fantasy lo irrigidisce
Utopia e fantasy deformano dunque il mondo in direzioni differenti. L’utopia rischia di sottrarre alla realtà ciò che resiste al possibile immaginato; il fantasy di aggiungervi una struttura archetipica che rende tutto più schematico di quanto realmente sia. L’una può dimenticare il limite, l’altro può irrigidirlo. In entrambi i casi, c’è una forma di violenza che viene fatta alla realtà, che diventa violenza sulle persone. Posso lasciare indifese le vittime di un’aggressione imperialista, in nome di una pace utopicamente intesa. Oppure posso disinteressarmi del destino di uomini e donne abusati, torturati, affamati, perché non sono parte della mia etnia, facendo dell’appartenenza concreta il criterio per stabilire quali vittime debbano interessarci di più. Così, a sinistra come a destra, si muove guerra alla realtà, in nome di due tipi di fantasia diversi. La politica, forse, ha bisogno di entrambi i movimenti e deve diffidare di entrambi. Deve immaginare ciò che non esiste ancora senza pretendere che il mondo obbedisca al desiderio. Deve custodire appartenenze e simboli senza trasformare la storia in una saga di eroi, invasori e traditori.
È iniziato alle 14 e terminerà allo stesso orario di domenica 20 settembre il voto online degli iscritti pentastellati sulla “Alleanza per la Costituzione”, in pratica il programma del M5s, che si tiene in concomitanza con la due giorni di Nova a Milano. Il documento, «sintesi politica che tiene conto dei contributi degli oltre 17 mila cittadini coinvolti negli eventi sul territorio», è diviso in 20 aree tematiche, che vanno dalla sanità al lavoro, fino alle pensioni e alle tasse, passando per scuola, ambiente e sicurezza, senza dimenticare l’immigrazione e diritti Lgbt. Tra tutti i punti che il partito di Giuseppe Conte porterà «al tavolo della coalizione» spicca quello al numero 17, dedicato alla guerra. O, meglio, al suo ripudio.
Elly Schlein e, sul maxischermo, Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Il punto 17: “L’Italia ripudia la guerra”
Nessuno sconto al Pd, tantomeno giri di parole nell’affrontare il tema più discusso all’interno della coalizione progressista, cioè il sostegno militare a Kyiv. «Cambiare radicalmente l’approccio fallimentare dell’Italia e dell’Europa nei confronti della guerra in Ucraina. Continuare a inviare armi significa allontanare la pace», si legge al punto 17. E poi: «È necessaria una svolta negoziale che tuteli le ragioni del paese aggredito, con il coinvolgimento dell’intera comunità internazionale». Questa parte del documento ribadisce inoltre i “no” al piano Rearm Eu e all’innalzamento della spesa per la difesa al 5 per cento del Pil in sede Nato. Sì invece al riconoscimento dello Stato della Palestina.
Francesco Roccaunchained. Il numero uno della Pisana in quota Fratelli d’Italia in questi giorni è vulcanico. Il bersaglio? il forzista Claudio Lotito. Circa l’inchiesta della Procura di Roma sul presunto complotto per destituirlo dalla presidenza della SS Lazio, Rocca, agguerrito tifoso biancoceleste, pare avere le idee chiare: «Sull’inchiesta sospenderei il giudizio», ha detto al Corriere della sera, «e comunque non ci vedo un nesso tra la protesta di popolo e la politica. Silvio Berlusconi candidò Lotito perché era il presidente della Lazio e dunque capace di portare consensi, ma con le sue baracconate si è cacciato lui adesso in questa situazione. È un problema di postura». E ancora: «Lui è fissato col complotto, credo abbia proprio un problema caratteriale, una totale mancanza di empatia». Complotto o meno, è un fatto che Lotito ormai è completamente isolato anche all’interno di Forza Italia. Sarà, maligna qualcuno, anche perché «Antonio Tajani è juventino». O più probabilmente perché la curva dà e la curva prende. E un ulteriore salasso di voti gli azzurri, tallonati se non superati da Futuro Nazionale, proprio non possono permetterselo.
Claudio Lotito con Antonio Tajani (foto Imagoeconomica).
Parole che hanno ringalluzzito gli aquilotti, tanto da far pensare a una possibile candidatura di Rocca per il Campidoglio. Suggestione che il diretto interessato ha però stroncato sul nascere. Non solo dovrebbe lasciare anzitempo l’incarico in Regione, ma vorrebbe ricandidarsi per un secondo mandato. Fatto sta che alle feste dei vip, come a quella di giovedì sera del Circolo Parioli, Roberto Gualtieri e Rocca sembravano impegnati in un “testa a testa” dal sapore elettorale. A questo punto resta da capire chi candiderà il centrodestra contro il sindaco di centrosinistra, che secondo i sondaggi è il favorito per una rielezione. I primi nomi sono noti: l’eterno gabbiano Fabio Rampelli, la destrissima Roberta Angelilli, assessora regionale allo Sviluppo economico e la consigliera regionale di FdI Laura Corrotti. E Rocca che dice? «Rampelli è un ottimo profilo, vediamo se accetta».
Il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca (foto Imagoeconomica).
Rai, Sergio non va in pensione: deve recuperare le ferie
Guai a dire che Roberto Sergio ora andrà in pensione: il dg della Rai ha ufficializzato che il 30 settembre concluderà anticipatamente il suo percorso professionale e ha chiarito che il suo pensionamento scatterà il primo giugno 2027. Com’è possibile? Anche in Rai c’è l’abitudine di cumulare il cosiddetto “monte ferie” che deve essere liquidato o consumato prima di lasciare l’azienda. Forse Sergio di giorni arretrati ne aveva parecchi… Resta invece aperto il capitolo sammarinese, a cui Sergio pare tenere parecchio. «A valle delle determinazioni che il consiglio di amministrazione della Rai assumerà nella riunione prevista a fine mese», spiega, «valuterò, in piena e totale autonomia, il mio futuro professionale. Deciderò quindi se proseguire il mio impegno alla guida di San Marino Rtv, accompagnando il percorso di rilancio e sviluppo avviato in questi anni, oppure se considerare nuove sfide e opportunità professionali». Vedremo, anche perché si vocifera che Sergio ambirebbe a ritornare nel cda Rai alla prossima infornata di nomine.
Roberto Sergio (Imagoeconomica).
Anniversario della presa di Porta Pia? Meglio l’Angelus di Leone
«Minimo sindacale, anzi, nemmeno quello»: in Campidoglio tengono a precisare che quest’anno le celebrazioni per il 20 settembre, anniversario della presa di Porta Pia, sono al lumicino. Quello che una volta era un rito della sinistra romana ora è solo un ricordo. Anzi, visto che quest’anno il 20 settembre cade di domenica, e che si avvicina l’appuntamento con le elezioni anche nella Capitale, è meglio andare a piazza San Pietro a sentire l’Angelus di papa Leone XIV, magari facendosi notare dalle telecamere.
C’erano una volta i pacifisti. Potevano avere torto o ragione, essere ingenui, velleitari, persino un po’ noiosi, ma nessuno chiedeva loro di scusarsi perché preferivano la pace alle armi. Poi Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina e anche il pacifismo è finito sotto processo. Sono comparsi i «pacifinti», orribile storpiatura lessicale che contiene già una sentenza: chi è contro la guerra diventa sospetto, e avere qualche dubbio sul riarmo basta per essere arruolati tra i complici di Mosca.
Nel Pd la componente bellicista si è imbestialita
Virginia Libero, segretaria dei Giovani democratici, lo ha scoperto a sue spese. Dal palco della Festa dell’Unità di Reggio Emilia ha detto che i ragazzi della sua generazione non saranno «i soldati delle vostre guerre» e, già che c’era, ha promesso di «organizzare i disertori». Apriti cielo. Nel Pd la componente bellicista le ha ricordato che la difesa della Patria è un dovere, mentre in pochi si sono schierati dalla sua parte. Non Elly Schlein, che per tenere insieme le varie tribù del partito è ormai costretta a equilibrismi da vecchia Dc.
Se bisogna parlare come un diplomatico della Farnesina tanto vale nascere vecchi
Certo, magari Virginia si è un po’ lasciata trascinare dai sentimenti, ma ha 28 anni. E se a quell’età bisogna già pesare le parole come un diplomatico della Farnesina tanto vale nascere vecchi. A farla diventare rapidamente adulta ci hanno pensato le polemiche, seguite dall’inevitabile precisazione: sta con l’Ucraina e condanna Putin. Una specie di liberatoria che ormai accompagna qualsiasi discorso sul tema: prima si certifica di non essere agenti del Cremlino, poi si può cominciare a parlarne.
VIRGINIA LIBERO, SEGRETARIA DEI GIOVANI DEMOCRATICI.
Dice due cose vere nella stessa frase:
1) che i giovani non vogliono partecipare alle guerre di Putin, Trump e Netanyahu.
2) che la voce, i desideri e i bisogni dei giovani non hanno spazio e potere di azione.
Il pacifista-pacifinto si ritrova senza accorgersene in compagnia di Putin
Se prendiamo sul serio questo nuovo galateo, un problema ce l’ha persino la Costituzione. L’articolo 11 dice infatti che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e mezzo per risolvere le controversie internazionali. Il verbo è piuttosto categorico, anche se la stessa Carta stabilisce che la difesa della Patria è un sacro dovere. Due principi che per decenni sono riusciti a convivere senza che nessuno sentisse il bisogno di scegliere tra l’uno e l’altro. Oggi, invece, il riarmo è diventato sinonimo di realismo, mentre dubitarne è già un indizio a carico. Cercare uno sbocco politico diventa cedimento, e discutere quanti miliardi spendere in armamenti subito suona di appeasement col nemico. Così il pacifista, diventato pacifinto, si ritrova senza accorgersene in compagnia di Putin.
A spiegare ai giovani che il mondo è diventato troppo pericoloso per permettersi il pacifismo sono spesso i boomer, ossia quelli di una generazione cresciuta quando Hiroshima era ancora una memoria vicina e il Vietnam mostrava che cosa significasse mandare dei ragazzi a combattere dall’altra parte del mondo. Allora erano loro a scendere in piazza contro le armi, a diffidare dei generali e a non vergognarsi affatto di essere pacifisti.
Non si può considerare vigliacco chi continua a preferire la pace alle armi
Mezzo secolo dopo, parecchi hanno cambiato idea. Ma fa un certo effetto sentirli spiegare ai più giovani che bisogna essere pronti a combattere. Il fatto che Libero non lo sia non è un buon motivo per gettarle la croce addosso. Senza che ciò significhi confondere le carte. L’Ucraina è stata invasa, Putin è l’aggressore e gli ucraini hanno tutto il diritto di difendersi. Ma riconoscere questa realtà non obbliga a considerare vigliacco, o peggio complice del nemico, chi continua a preferire la pace alle armi.
La generazione comoda di quelli che se la prendono con i giovani…
Anche perché, se le cose dovessero mettersi davvero male, e la guerra diventare realtà, quelli della generazione della segretaria dei Giovani dem non vi assisterebbero davanti alla televisione. Mentre coloro che oggi spiegano quanto sia necessario essere pronti a combattere possono farlo con una certa serenità. Per raggiunti limiti d’età, non toccherebbe a loro imbracciare un fucile.