L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi

Gli allenatori scarsi hanno un trucco. Partita complicata? Palla lunga in tribuna. Non segni, ma intanto passa il tempo e nessuno ti chiede come stavi giocando. La politica energetica italiana fa così da vent’anni. Oggi la palla si chiama nucleare. Tutti pazzi per l’atomo. In televisione, sui social, nei convegni. Solo che la cura si materializzerà, forse, nel 2035. E la bolletta – la più cara d’Europa – arriva invece alla fine di ogni mese.

I soldi buttati col Superbonus

Il Superbonus ci è costato 172 miliardi. Più o meno come tutto il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Un terzo delle pratiche è risultato irregolare. E nel 2026 pesa sul debito per 40 miliardi tondi. La premier Giorgia Meloni si lamenta, e ha ragione: il buco l’ha ereditato. Però quel bonus fu votato, in varie fasi, da quasi tutto il parlamento. E anche Fratelli d’Italia, quando non era al governo, spinse per estendere scadenze e platea dei beneficiari. L’unico che lo bocciò sul serio fu l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi: «Ha triplicato i prezzi», disse, perché quando paga lo Stato nessuno tratta più. Profeta inascoltato. È andato avanti uguale.

L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
Facciate rifatte con i soldi del Superbonus (foto Ansa).

E le rinnovabili? Nel cassetto

Mentre piange sui 40 miliardi, lo Stato non ha investito quasi nulla per il sole e il vento. La Corte dei conti l’ha scritto: dei fondi verdi del Pnrr, tolti i bonus, ne abbiamo spesi il 14,7 per cento. Sul resto si dorme. Le comunità energetiche? Fondi tagliati del 64 per cento. Le regole nuove? Servono a dire no: il decreto sulle “aree idonee” permette alle Regioni di bocciare quasi ovunque.

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Inaugurazione del primo sistema solare galleggiante realizzato da Enel, nel 2025 a Venaus, Torino (foto Ansa).

E i famosi «14 miliardi per l’energia» sbandierati a giugno 2026? Spoiler: non sono soldi. Sono il permesso di fare più debito senza che l’Europa ci rimproveri. Tradotto: ci hanno dato il via libera a spendere, e noi festeggiamo in conferenza stampa come se avessimo vinto alla lotteria. Spendere bene, però, è un’altra cosa. E quella, per ora, non si vede.

La grande idea del governo: il voucher benzina

Qual è stata, infatti, la grande idea del governo contro il caro-energia? Il voucher benzina. Cioè 100 euro per fare il pieno. Mentre il resto d’Europa investe per dipendere meno dai fossili, noi pensavamo di regalare soldi per comprarne di più. È come curare la sbornia con un altro giro di shot. Per fortuna è saltato: l’ha bloccato la Lega. A volte ci salva l’incapacità di mettersi d’accordo.

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Il voucher benzina era un’idea del governo, poi affossata (foto Ansa).

Le crociate contro le pale eoliche

E appena spunta una pala eolica, parte la crociata. A Orvieto contro lo stesso parco si sono schierati Vittorio Sgarbi e Fiorello. Popolo curioso, il nostro: il paesaggio diventa sacro solo se a comparire è energia pulita. Le autostrade, i capannoni, i tralicci: quelli no, fanno parte del folklore. La Francia, che di bellezza s’intende, le pale le ha messe ovunque. Noi facciamo gli esteti e paghiamo il gas.

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Pale eoliche (foto Ansa).

La cura miracolosa? I mini reattori

Rieccola, la palla lunga. La cura miracolosa sembra essere diventata quella degli Smr (Small Modular Reactor), cioè i mini-reattori. Enel, Ansaldo e Leonardo hanno fondato Nuclitalia per studiarli. La startup Newcleo ha promesso reattori al piombo che «mangiano le scorie» ed è schizzata in Borsa a 2,4 miliardi. Senza – piccolo dettaglio – avere ancora un reattore acceso.

L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
Render in 3D di small modular nuclear reactors.

Il guaio è uno: costano cifre da capogiro. L’unico progetto serio arrivato in Occidente, l’americano NuScale, l’hanno cancellato nel 2023 perché il conto era esploso: prezzo da 58 a 89 dollari a megawattora, costo da 5,3 a 9,3 miliardi. In soldoni: costa oltre 10 volte in più rispetto a un campo solare, e l’energia che sforna costa il doppio di quella del sole. E parliamo del migliore, prima che chiudesse baracca.

La fusione «verso il 2050»: siamo a cavallo

I tempi, poi, sono comici. I primi reattori italiani, nella migliore delle ipotesi, sono destinati ad arrivare nel 2035. La fusione «verso il 2050». Cioè: la soluzione per i nostri nipoti, la bolletta per noi. E la filiera? Non esiste. Dovremmo ricostruirla da zero, esattamente la situazione che fa lievitare i costi del primo esemplare. La stessa che ha affondato gli americani. Ma noi siamo ottimisti per natura…

Persino la Finlandia ha fatto lievitare costi e tempi

Un esempio europeo? La Finlandia. Che possiede l’ultimo reattore acceso nel continente, Olkiluoto 3. Cantiere aperto nel 2005, doveva costare 3 miliardi ed essere pronto nel 2009. È entrato in funzione nel 2023: cioè 14 anni dopo, a 11 miliardi. Quasi quattro volte il preventivo. E tra l’altro la Finlandia è il Paese più serio e organizzato che esista in materia. Loro. Figuriamoci noi, che il nucleare l’abbiamo spento nel 1987, grazie al referendum abrogativo sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl, e da allora non avvitiamo un bullone.

L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi
L’Italia e la promessa nucleare per il 2035 che non risolve i problemi

Dove mettiamo le scorie?

Poi ci sono le scorie. Non durano mille anni: ne durano decine di migliaia. Al mondo non c’è un solo deposito definitivo acceso con questo tipo di funzione. La più avanti è – di nuovo lei – la Finlandia, con Onkalo: e nemmeno quello è ancora in funzione. Da noi? Ci sono 51 aree definite «idonee», ma zero candidature. In tutto si tratta di 32 mila metri cubi già parcheggiati in giro per l’Italia, anche se la soluzione è rinviata a «non prima del 2050». Insomma, vogliamo fabbricare scorie nuove prima di sapere dove mettere le vecchie.

La soluzione ce l’abbiamo già in mano

Gli altri, intanto, corrono. La Spagna è al 56 per cento di rinnovabili, la Germania oltre il 60 per cento. Noi fermi al 41, con la corrente più cara. Scelte opposte sull’atomo – Berlino l’ha spento, Madrid lo spegne – ma una cosa in comune: hanno deciso e fatto. Gli spagnoli, da soli, mettono 10 gigawatt di rinnovabili l’anno e oggi hanno l’elettricità all’ingrosso tra le più economiche del continente. Noi annunciamo, rinviamo, e poi ci stupiamo della bolletta.

Eppure la soluzione ce l’abbiamo già in mano. Il sole e il vento. Costano meno, si montano in mesi e non in decenni, e non lasciano in regalo nulla di radioattivo ai pronipoti. Gli accumuli e le reti intelligenti tengono insieme il sistema anche quando non c’è vento, e lo fanno adesso, non nel 2040. Manca una sola cosa: la voglia di farlo.

Non è tifo, tra atomo sì o atomo no. Un giorno il nucleare potrà servire. Ma non può essere l’ennesima scusa per non fare oggi ciò che già conviene. Basta sparare la palla in tribuna. Una volta tanto giochiamola, questa benedetta partita.

Il detenuto Gianni Alemanno esce, l’emergenza carceri resta

Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma, attualmente in carcere a Rebibbia per una condanna per traffico di influenze, tornerà libero il prossimo 24 giugno. Il tribunale di Sorveglianza di Roma ha rigettato il reclamo del Dap, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, contro la riduzione di pena per le condizioni inumane di detenzione. In questi anni l’ex ministro delle Politiche agricole ha raccontato regolarmente l’inferno carcerario italiano nel suo diario dal carcere pubblicato sul suo account Facebook. Un memoir in corso d’opera che ha contribuito a diffondere, in virtù della notorietà di Alemanno, lo stato di salute degli istituti di pena in Italia, sempre più sovraffollati e carichi di morte (27 i suicidi in carcere dall’inizio del 2026; l’anno scorso furono 80 e l’anno prima 91, cifra record).

Il detenuto Gianni Alemanno esce, l’emergenza carceri resta
Il Presidente della Camera, Lorenzo Fontana con Gianni Alemanno durante una visita nel carcere di Rebibbia (Ansa).

La lettera dei compagni di Rebibbia

I suoi compagni di Rebibbia gli hanno anche scritto una lettera per salutarlo e ringraziarlo: «Vogliamo farti un augurio speciale affinché tu, appena libero, possa riabbracciare i tuoi cari e dedicarti a quello che sai fare meglio, cioè la politica», scrivono. «Hai dimostrato in questa valle di lacrime che i diritti umani non hanno colore politico e sono al di sopra di tutto. Noi che non vedevamo di buon occhio la politica, grazie a te ci siamo potuti appassionare alla materia, lo abbiamo fatto perché eri come noi, ma in più avevi quella ‘cazzimma’ per far conoscere il carcere e le persone che lo abitano. Ci hai fatto capire che la politica è lo studio di fatti e di idee e in questa tua detenzione di fatti e di idee ne hai potuto studiare tanti, per poi trasformarli in battaglie civili».

I numeri di Antigone sul sovraffollamento carcerario

Chissà se dopo il 24 giugno Alemanno continuerà a raccontare che cos’è il carcere in Italia al tempo del governo Meloni. Nemmeno l’amico Ignazio La Russa ha potuto fare alcunché, i suoi appelli d’altronde sono rimasti inascoltati. Lo testimoniano anche i numeri più recenti, registrati da Antigone. «La popolazione detenuta continua ancora a crescere. E d’altronde, in assenza di qualunque intervento utile, perché mai questa crescita dovrebbe fermarsi?», si chiede l’associazione presieduta da Patrizio Gonnella. «Il carcere, oggi, è fuori dalla legalità costituzionale». Al 31 maggio 2026 i presenti erano 64.741, 305 in più di un mese fa, 1.980 in più di un anno fa. Con un tasso di crescita come quello degli ultimi 12 mesi supereremo quota 66 mila per la fine del 2026, ma con il tasso di crescita degli ultimi cinque mesi ci arriveremo ancora prima. «I numeri della condanna Torreggiani sono sempre più vicini», osserva Antigone. 

Il detenuto Gianni Alemanno esce, l’emergenza carceri resta
Detenuto in carcere (Imagoeconomica).

A fine maggio le donne erano 2.881, il 4,5 per cento dei presenti, e gli stranieri 20.350, il 31,4 per cento. «Da segnalare il fatto che nell’ultimo anno, se gli stranieri sono cresciuti del 2,7 per cento, dunque meno della crescita della media della popolazione detenuta, che è complessivamente aumentata del 3,2 per cento, nello stesso periodo le sole donne detenute sono aumentate del 5,3 per cento». Il dato, storicamente sostanzialmente stabile, della presenza femminile all’interno della popolazione detenuta, negli ultimi 12 mesi ha mostrato una leggera crescita. A livello regionale, la crescita di presenze più alta nell’ultimo anno si è registrata in Abruzzo (+14,9 per cento), nel Trentino-Alto Adige (+14 per cento) e nelle Marche (+11,2 per cento). I posti effettivamente disponibili alla stessa data erano 46.320 (390 in meno di 12 mesi fa) e dunque il tasso medio di affollamento nazionale raggiunge il 139,8 per cento. Gli istituti più sovraffollati sono Lucca (259 per cento), Foggia (220 per cento), Grosseto (213 per cento), Milano San Vittore (212 per cento), Brescia Canton Monbello (210 per cento), Busto Arsizio (206 per cento), Varese (204 per cento), Lodi (202 per cento), Taranto (200 per cento).

Il detenuto Gianni Alemanno esce, l’emergenza carceri resta
L’istituto penitenziario minorile Fornelli di Bari (Imagoeconomica).

I bambini in prigione con le madri sono saliti a 30

«Con il crescere del sovraffollamento continua a crescere il numero di persone sottoposte a trattamenti inumani e degradanti. Oltre 6.500 ricorsi sono stati accolti nel 2025 e, con l’aumento della popolazione detenuta, è facile presumere che nel 2026 saranno ancora di più», sottolinea Antigone. L’inciviltà delle carceri italiane è testimoniata da dati terribili come questi appena citati. Ma ce n’è uno che è più terribile di altri, quello sui bambini in prigione con le loro madri: sono 30, al momento. Erano anni che non si registravano numeri così alti. Nel 2025 erano 11. «Si tratta di un effetto diretto del decreto sicurezza, che ha cancellato il rinvio obbligatorio della pena per le donne incinte o con figli piccoli», dice Antigone. «Come se la sicurezza del Paese passasse da una manciata di donne. Da anni in Italia una legge prevede la costruzione di case famiglia dove far scontare la pena, evitando così che bambini piccoli debbano iniziare la loro vita dentro un carcere. Ma è una legge senza finanziamenti e senza nessun impegno obbligatorio». Alemanno, grazie al governo Meloni, avrà di che scrivere anche dopo il 24 giugno. 

La ritirata di Abodi e le quotazioni di Fitto in Europa: le pillole del giorno

Da quando si è sfilato dalla possibile corsa per il Campidoglio lo chiamano «don Abodi», manco fosse il don Abbondio manzoniano. Fare il sindaco «è un lavoro meraviglioso, amare la città è la cosa più bella del mondo, poterla migliorare e cambiare è fantastico. Ma non è il mio caso», ha messo in chiaro il ministro dello Sport a Un giorno da pecora. «Non credo sia questa la mia prospettiva». Forse Abodi non ha troppa voglia di correre contro Roberto Gualtieri partendo sfavorito, almeno stando ai sondaggi. Senza contare che le “faccende locali” nella Capitale sono pericolosissime da gestire. Nel centrodestra agitato dal fantasma Vannacci – per Futuro Nazionale potrebbe correre l’ex leghista Antonio Maria Rinaldi, che a gennaio era stato indicato come candidato di bandiera da Matteo Salvini – i nomi che continuano a girare sono quelli dei meloniani Fabio Rampelli e Roberta Angelilli, che comunque non sarebbero in grado, a quanto pare, di scalfire il dominio di Gualtieri, specie da quando Il Messaggero dell’ottavo re di Roma, ossia Francesco Gaetano Caltagirone, tratta con i guanti di velluto il primo cittadino.

La ritirata di Abodi e le quotazioni di Fitto in Europa: le pillole del giorno
Andrea Abodi e Roberto Gualtieri (Imagoeconomica).

Fitto for president

Mentre in Italia si litiga, pure tra ex alleati (imperdibile l’attacco in Aula a Giorgia Meloni della neo-vannacciana Laura Ravetto) in Europa c’è chi punta ad alti traguardi. Nel silenzio, come spesso accade tra Bruxelles e Strasburgo, un italiano sta seminando e pare molto proficuamente per il suo futuro. Stiamo parlando di Raffaele Fitto, meloniano con Dna democristianissimo, che da vicepresidente della Commissione Ue continua a coltivare relazioni a tutto campo e senza dare nell’occhio. Fitto riceve e ascolta tutti, non alza mai la voce, offre la massima disponibilità su ogni argomento. Una linea così efficace che secondo alcuni europarlamentari, anche nordeuropei, sarebbe «un ottimo presidente per voi italiani». Insomma, Fitto potrebbe essere un avversario davvero temibile per chi spera di diventare presidente della Repubblica dopo Sergio Mattarella. Solo fantapolitica?

La ritirata di Abodi e le quotazioni di Fitto in Europa: le pillole del giorno
Raffaele Fitto (Imagoeconomica).

Il Pd per i vigilantes nel centro di Roma

Incredibile ma vero: il Partito democratico si converte ai vigilantes nel centro della Capitale. Dopo Cicalone e Serpico, protagonisti di blitz contro i borseggiatori in metropolitana, ecco che la presidente del Primo Municipio, la piddina Lorenza Bonaccorsi, ha avviato un piano per l’impiego di vigilantes privati a supporto delle forze dell’ordine nel centro storico. L’iniziativa mira a presidiare le aree più critiche e contrastare il degrado, integrando il lavoro di polizia, carabinieri e polizia locale.

Giorgetti mette il sigillo del Mef sulla Rai e congela la riforma

Dunque, ora che fine farà la riforma della Rai? La tanto attesa audizione di Giancarlo Giorgetti mercoledì in VIII commissione a Palazzo Madama sembra essere la pietra tombale della legge sulla tv pubblica, almeno come ce l’ha chiesta l’Europa.

Il testo base della maggioranza dopo mesi di stallo

Breve riassunto delle puntate precedenti. Lo scorso 8 agosto è entrato in vigore l’Emfa (European Media Freedom Act), un regolamento europeo che vincola i Paesi membri su alcuni punti essenziali per quanto riguarda le tv pubbliche. Innanzitutto, dice che la governance delle tv deve essere completamente sganciata dal governo, cosa che in Italia non è visto che il Mef indica amministratore delegato e presidente della Rai. Dice che le tv pubbliche devono essere amministrate in modo trasparente, con risorse certe, e non modificabili ogni anno. E poi fissa alcuni paletti sull’indipendenza e la tutela della libertà di stampa e del lavoro giornalistico. Dopo mesi di stallo, finalmente la maggioranza di governo ha messo a punto un testo base, cui la minoranza si oppone, che comunque fissa almeno una regola, andando incontro all’Emfa: il cda Rai durerà cinque anni e sarà composto da sette consiglieri, uno espresso dai dipendenti e gli altri sei dal parlamento, tre dalla Camera e tre dal Senato. Quindi, almeno su questo, l’Emfa è rispettato.

Giorgetti mette il sigillo del Mef sulla Rai e congela la riforma
L’Aula del Senato (Imagoeconomica).

Giorgetti tira il freno

A questo punto i parlamentari dell’VIII commissione di Palazzo Madama, che stanno lavorando sul testo, attendono il parere del Mef, che è decisivo. Giorgetti però fa melina, si nega, si fa attendere, viene fissata una prima audizione e il ministro dà buca. Finalmente viene audito mercoledì e dice quello che un po’ tutti temevano. «Se la forma che abbiamo scelto per la Rai è quella di una società per azioni, è evidente quel modello implica che ci sia un amministratore espresso dall’azionista, anche se con tutti gli accorgimenti dovuti al caso specifico», afferma il ministro. «Uno spazio che non si ritiene ulteriormente comprimibile, se non al prezzo di compromettere la coerenza con l’assetto azionario e le funzionalità connesse al ruolo e alle responsabilità dell’azionista». Di più: la riforma della Rai non può stravolgere l’assetto societario della tv pubblica. Giorgetti dichiara di aver avuto interlocuzioni con i tecnici di Bruxelles che sul tema l’avrebbero rassicurato. «Non stupisce che da parte dei servizi tecnici della Commissione Ue non siano stati sollevati rilievi strutturali», ha sottolineato il titolare dell’Economia. Cosa assai strana visto che l’Emfa chiede di sganciare il vertice della tv dall’esecutivo.

Giorgetti mette il sigillo del Mef sulla Rai e congela la riforma
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

L’Italia rischia una procedura di infrazione

Giorgetti fa trapelare di essere in possesso anche di una lettera di Bruxelles che avvalora la sua tesi ma, quando i parlamentari gli chiedono di mostrarla, fa il vago e non risponde. Come non risponde alla presidente della Vigilanza, Barbara Floridia, che per settimane gli ha chiesto conto di questa fantomatica lettera, ricevendo solo spallucce da Via XX Settembre. «Sembra il terzo segreto di Fatima», si ironizza in Commissione. Insomma, alla fine Giorgetti pone una condizione: fate la riforma come volete, seguendo l’Emfa, ma il Mef deve avere la possibilità di esprimere almeno l’amministratore delegato. Così facendo, però, sostengono le opposizioni, non si rispetta l’Emfa, con la conseguenza che l’Ue potrebbe far partire una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia. «Come fa Giorgetti a dire che la nomina dell’ad Rai su proposta del Mef è compatibile con il regolamento Ue? Lo ha letto? C’è scritto nero su bianco che le nomine devono avvenire sulla base di meccanismi liberi da influenze politiche da parte dei governi», ha attaccato Floridia. «Questa destra vuole continuare a lottizzare la tv pubblica, disposta anche a far pagare al nostro Paese le sanzioni per le procedure di infrazione», ha rincarato la dose il capogruppo dem in Senato, Francesco Boccia.

Giorgetti mette il sigillo del Mef sulla Rai e congela la riforma
Barbara Floridia, presidente della Commissione Vigilanza Rai (foto Ansa).

Gli Stati in regola sono solo due

Da quel che si sa, da Bruxelles per ora sono partite 20 lettere ad altrettanti Paesi membri (tra cui l’Italia) in ritardo sulla riforma, per sollecitarli a darsi una mossa. Anche se poi si fa anche notare che gli Stati in regola con l’Emfa sono soltanto due: Finlandia e Danimarca. Mal comune mezzo gaudio, si direbbe. Staremo a vedere. Ora però si dovrà ricominciare a lavorare sul testo, introducendo la modifica chiesta da Giorgetti. «Dall’audizione abbiamo appreso che un assetto che veda presente un numero limitato di consiglieri espressi dal ministero dell’Economia non sarebbe incompatibile con le nuove regole europee. Se una fonte così autorevole fa un’affermazione del genere in Parlamento, non si può non tenerne conto», fa notare il forzista Maurizio Gasparri. Ma l’ipotesi più probabile è che si fermi di nuovo tutto, in attesa che si esprima la Corte di Giustizia europea, che dovrà rispondere a un ricorso delle autorità slovacche sullo stesso tema. Non è solo un problema italiano, dunque.

Giorgetti mette il sigillo del Mef sulla Rai e congela la riforma
Antonio Marano, Giampaolo Rossi e Maurizio Gasparri (Imagoeconomica).

Per fare ulteriore chiarezza, Floridia ha annunciato di voler audire il ministro dell’Economia anche in Vigilanza, che però è ancora bloccata per l’impasse tra maggioranza e opposizione sulla presidenza Rai. L’audizione dovrà dunque avere il benestare del centrodestra, che ogni tanto lo concede, come mercoledì scorso quando è stato ascoltato il dg Roberto Sergio sulla vendita del patrimonio immobiliare.

Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?

La comunicazione del generale Roberto Vannacci è talmente rozza da raggiungere vertici paradossali di raffinatezza: è una comunicazione insidiosa perché si basa sull’affermare ovvietà facendole sembrare verità rivelate. Dice cose che una parte consistente della popolazione pensa già, ma le dice con la voce di chi rivendica il diritto di farlo: come se i luoghi comuni che sciorina non li ascoltassimo tutti i giorni, al bar sotto casa, e lui fosse il primo a strillarli. E ne abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione col debutto del leader di Futuro nazionale nel salotto televisivo di Lilli Gruber, a Otto e mezzo su La7.

Un fantomatico bavaglio a quelle verità che lui non ha paura a sbandierare

Nella retorica classica si chiama “parresìa“, il “dire tutto”, il coraggio di essere l’unico a osare. Ma la parresìa di Vannacci è solo simulata: non rivela nulla che già non sappiamo, è una messinscena della rivelazione. Michel Foucault, che alla parresìa ha dedicato gli ultimi corsi al Collège de France, la definisce come l’atto di chi mette a rischio qualcosa dicendo la verità in faccia al potere, restio ad accettarla. Vannacci fa esattamente l’inverso: dice al popolo ciò che il popolo già sa, fingendo di sfidare un potere che, secondo lui, metterebbe il bavaglio a quelle verità che lui non ha paura a sbandierare.

Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?
Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?
Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?
Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?
Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?
Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?
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Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?
Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?
Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?

I contenuti di Vannacci sugli immigrati, sui gay, sulle élite e sulle femministe circolano da sempre nei tinelli italiani, nei bar, nelle palestre, nei gruppi WhatsApp di famiglia. La novità è che lui li enuncia come se li dicesse per la prima volta, col sottotesto che un “potere” non meglio definito, oppure una “sinistra” non meglio identificata, li vorrebbe oscurare, rimuovere dal discorso pubblico.

Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?
Roberto Vannacci (foto Imagoeconomica).

Il risultato è che chi lo ascolta, tra quelli sensibili a questo tipo di retorica, sbotta un «finalmente uno che gliele canta chiare» al potere, alla sinistra, alle élite. Il gesto dell’enunciazione pubblica, e soi-disant autorevole, che viene da un generale, l’uniforme, i gradi, il curriculum militare trasformano gli stereotipi più vieti in atti di coraggio civile. È la stessa struttura del Re nudo (o meglio ancora del Re migra, cit. @politici.brutti) della famosa favola di Hans Christian Andersen, ma capovolta: stavolta niente bambino che grida la verità che tutti vedono, è l’adulto in divisa che dice la bugia che tutti credono, e che si autodefinisce, con spregiudicato cinismo, coraggioso.

La retorica dell’ovvio spacciata per sfida

Ciò che rende questa comunicazione insidiosa, oltre alla rozzezza deliberata e per nulla ingenua, è la lusinga implicita che contiene: quello che sto dicendo io tu lo pensavi già, e avevi ragione a pensarlo. Ogni ascoltatore viene premiato e promosso a testimone di una verità occultata, o addirittura soppressa. La retorica dell’ovvio spacciata per sfida.

Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?
Roberto Vannacci da Lilli Gruber (foto Imagoeconomica).

Un generale, un uomo di Stato, uno che «ha servito la Patria»: il messaggio implicito è la legittimazione di chi parla, più che il contenuto. Finalmente qualcuno – che scrive libri, che parla cinque lingue – dice le cose come stanno. Questa struttura retorica è più antica della destra di Vannacci: è il populismo classico, che funziona ancora, perché ogni uscita del generale è abbastanza forte da fare notizia, abbastanza ambigua da permettere la ritirata («ho detto che è normale, non che è giusto») e vittimistica, ovviamente.

Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?
Il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci (foto Imagoeconomica).

Appena arriva la critica, scatta l’accusa di censura, dell’élite che non tollera il dissenso, del «non si può più dire niente». Il nemico finisce per diventare «chi vuole imporci qualcosa», chi non è «normale», chi disturba un ordine che esisteva e che qualcuno ha deliberatamente distrutto.

Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?
Roberto Vannacci con un suo ritratto (foto Imagoeconomica).

Come si smonta questo modo di argomentare velenoso? Limitarsi a dire «è omofobo», «è razzista», «dice falsità», «ha perso la testa» non funziona, anzi spesso rinforza il meccanismo. Ogni accusa di questo tipo viene immediatamente riletta come conferma: vedete? Lo vogliono zittire. Il dibattito si sposta dal contenuto alla libertà di parola, e Vannacci vince a mani basse perché su quel terreno ha già preparato il campo.

L’antidoto? Smontare la logica interna del discorso

L’unico approccio che ha qualche efficacia è più faticoso e, purtroppo, poco televisivo: smontare la logica interna del discorso, mostrare le contraddizioni strutturali. Vannacci difende «il mondo com’è», ma qual è esattamente questo mondo? Quello dell’Italia contadina degli Anni 50? Quello della famiglia nucleare già in crisi negli Anni 70? La «normalità» che evoca non è mai esistita nella forma in cui la racconta, o, se è esistita, lo è stata a spese di qualcuno che quella normalità la subiva in silenzio.

Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?
Lilli Gruber e Roberto Vannacci nello studio televisivo di Otto e mezzo (foto Imagoeconomica).

L’antidoto che intacca le fondamenta di questo linguaggio militare, assertivo, privo di subordinate complesse, che comunica certezza in un’epoca di incertezze è quello che oppone argomenti seri ai suoi slogan. Chi vuole contrastarlo dovrebbe evitare al contempo l’errore speculare, e cioè la complessità ostentata, il registro professorale, la litania dei «dipende», senza però cedere alla semplificazione opposta. Si può essere chiari senza essere rozzi come lui, ma è un’abilità rara, e la sinistra italiana, in particolare, sembra averla smarrita da qualche decennio.

Il Vannacci delle rozze ovvietà: come si smonta la sua comunicazione velenosa?
Roberto Vannacci (foto Imagoeconomica).

Non vincerà, però il problema è il vocabolario che sta sdoganando

Vannacci fa il gioco del campo largo più di quanto sembri, sottraendo consensi alla destra di Giorgia Meloni senza costruire una vera alternativa di potere. Non vincerà (i sondaggi più ottimistici lo danno poco sotto il 5 per cento dei consensi), ma il rischio è che la sua presenza normalizzi un lessico – sulla remigrazione, sulla famiglia, sull’invasione, sulla sostituzione etnica – che viene da lui imposto a partiti ben più strutturati e capaci di governare. Il problema cioè è il vocabolario che sta sdoganando, l’agenda dei temi che, nel frattempo, sono già entrati in circolo.

Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole

Pina Picierno se ne va dal Partito democratico. E questo si sa. Ma intanto che fa? Propone film al parlamento europeo. Mercoledì 10 giugno infatti Bruxelles ha ospitato la proiezione speciale del film Elena del ghetto, diretto da Stefano Casertano. Un «evento privato» promosso proprio da Picierno, vicepresidente del parlamento europeo con delega alla Giornata della memoria (che si celebra il 27 gennaio) e alla lotta contro l’antisemitismo. Il film è stato presentato nell’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, mentre a Bruxelles si è detto che «l’iniziativa rappresenta un importante momento di riflessione dedicato alla memoria della Shoah. In un contesto storico in cui il contrasto all’antisemitismo e la tutela dei valori democratici sono quanto mai urgenti, il cinema si conferma un linguaggio universale capace di parlare alle coscienze, promuovere la consapevolezza civile e dialogare con le nuove generazioni». Con Picierno c’erano Maria Grazia Saccà, ceo di Titanus Production, il regista Casertano, l’attore Marcello Maietta e Guido Lombardo, presidente di Titanus Spa.

Ma al di là del “Nuovo Cinema Picierno”, come l’ha ribattezzata qualcuno, cosa farà politicamente ora la fuoriuscita dem? L’appuntamento è al Teatro Franco Parenti di Milano, lunedì 15 giugno. Lì, dalle 17 alle 20, verrà presentato ufficialmente il Movimento degli europeisti. A proposito di quella “Cosa centrista” che sa tanto di chimera. Hanno aderito al progetto, tra gli altri, Mario Monti, il leader di Azione Carlo Calenda, l’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, il presidente di +Europa Matteo Hallissey. Si punta forte su «difesa comune», «difesa dell’Ucraina», «difesa dei confini». C’è davvero un elettorato pronto a dire ciaone a Elly Schlein per seguire questa iniziativa?

Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole
Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole
Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole
Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole
Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole

A Cardinaletti ormai il Tg1 va stretto

Il Tg1 ormai sta stretto a Giorgia Cardinaletti, sposa promessa del giornalista del quotidiano Il Messaggero Francesco Bechis, figlio di Franco, oggi direttore di Open. Dopo l’exploit al Festival di Sanremo, la conduttrice del tg della rete ammiraglia del servizio pubblico condurrà il mega concerto “Vita!”, al Circo Massimo, nella Capitale, lunedì 22 giugno. In occasione della giornata mondiale contro la droga e le dipendenze, sono attesi 10 artisti: sul palco saliranno Andrea Bocelli, Annalisa, Gianni Morandi, Biagio Antonacci, Emma, Antonello Venditti, Alessandra Amoroso, Gigi D’Alessio, Riccardo Cocciante e Il Volo, accompagnati dalla Nuova Orchestra Sinfonietta diretta dal maestro Leonardo De Amicis. A condurre la serata, assieme a Giorgia Cardinaletti, ci sarà Nek. Ospiti Lorella Cuccarini e Raoul Bova. Patrocinano Gianmarco Mazzi e Alessandro Giuli, con i ministeri del Turismo e della Cultura, con la “regia” dell’evento nelle mani di Salvo Nastasi, presidente della Siae. Tra l’altro Cardinaletti sarà sul palco di quel Circo Massimo dove per due giorni, il 6 e 7 giugno, c’è stato il suo ex Cesare Cremonini, con concerti sold out…

Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole
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Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole
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Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole
Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole

Anche Carraro junior a La Stampa

C’è pure Luigi Carraro, figlio di Franco, ex presidente del Coni, nel board del quotidiano La Stampa “deagnellizzato”. Luigi è a capo della federazione del padel, sport amatissimo nei circoli romani, formalmente indipendente ma nei fatti “costola” di quella Fit che è guidata da Angelo Binaghi. E il salotto di casa Carraro, nella Capitale, con Sandra, è sempre stato lo snodo di tanti accordi e trattative, con la benedizione di Gianni Letta. Maria Angiolillo, la regina dei salotti con il suo villino a Trinità de’ Monti, definiva Sandra Carraro la sua «migliore amica». Il mondo è piccolo…

Picierno tra film e nuovi movimenti, l’ascesa di Cardinaletti e altre pillole
Luigi Carraro (Imagoeconomica).

L’Inps e quei concorsi che fanno discutere

È un classico: ormai l’Inps mette a concorso decine di posti di dirigenti di seconda fascia per chi vanta «almeno cinque anni di servizio nella pubblica amministrazione, oppure in alternativa, requisiti specifici equivalenti per dipendenti di organismi internazionali o con funzioni dirigenziali già maturate». Insomma, si assume chi già lavora nello Stato. Una modalità che suscita qualche polemica, ma che stranamente viene vista “di buon occhio” dai sindacati, che da sempre hanno vantato nel board i loro rappresentanti (è sufficiente vedere quanti numeri uno dell’istituto facevano il mestiere di sindacalista, uno fra tutti lo scomparso Giacinto Militello, Cgil e presidente Inps, compagno di Laura Pennacchi, sottosegretaria al Tesoro nel primo governo di Romano Prodi). E pensare che Beppe Grillo favoleggiava anni fa di un sistema potentissimo con un gigantesco computer che avrebbe permesso a una persona sola di gestire le pensioni di tutti gli italiani, senza avere uffici sparsi in ogni città…

Niente Salerno? Erri De Luca va al festival “Ebraica”

Cacciato dalla kermesse che Salerno dedica alla letteratura, Erri De Luca diventa protagonista a Roma del festival “Ebraica”. E probabilmente per lo stesso motivo (cioè le sue parole su Gaza). Si parte domenica 14 giugno, di sera, nel Palazzo della Cultura, con “Difendiamo le parole”, una conversazione tra lo scrittore e l’ex direttore di Repubblica Maurizio Molinari per «proteggere il linguaggio da veleni, aggressività e fake news che generano intolleranza, con l’idea che rispettare le parole significhi rispettare chi le pronuncia». Non mancheranno le polemiche. A seguire, “Disegnare il futuro. Cultura, innovazione, speranza. Il caso Roma” , un dibattito con protagonisti il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, Enrico Vanzina e ancora Molinari.

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Erri De Luca (Imagoeconomica).

Nella Lega volano gli stracci: la rivoluzione può attendere

Anche oggi la Lega cambia domani. È il refrain che si ode al termine della riunione del consiglio federale di mercoledì, uno ‘sfogatoio’ di tre ore, tutti in presenza, nella sala Salvadori del gruppo a Montecitorio. E, mentre volano gli stracci, Luca Zaia appare sempre più arroccato sulle sue posizioni e meno disponibile a mettersi a disposizione per ‘salvare’ il partito dal calo di consensi dopo l’uscita del generale Roberto Vannacci.

Nella Lega volano gli stracci: la rivoluzione può attendere
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

I dubbi di Zaia

Non si capisce bene se il Doge sia più restio a farsi carico del partito o Matteo Salvini a cedergli spazio all’interno della struttura leghista. Anche perché chi è vicino al segretario sostiene che non sia ben chiaro cosa l’ex governatore voglia. Gli è stato proposto di tutto e lui ha sempre rifiutato tutto, è la lamentela. Chi è invece vicinissimo a Zaia sa cosa il veneto non vuole: fare da vice a Salvini con il rischio di essere trascinato giù al 4 per cento alle Politiche del prossimo anno. «Se continua così, finiremo al 3 per cento, segnatevelo», va dicendo da almeno un anno con chiunque parli della Lega. Da sempre critico rispetto all’operazione Vannacci, nei giorni scorsi era apparso più possibilista rispetto a un suo coinvolgimento. «Non posso tirarmi indietro. Mi tocca candidarmi», aveva confidato ai leghisti che lo avevano contattato.

Nella Lega volano gli stracci: la rivoluzione può attendere
Il presidente del Consiglio regionale del Veneto ed ex governatore, Luca Zaia (Ansa).

L’affondo di Romeo contro la leadership

Ma c’è il tema della «immagine deteriorata» del segretario, per citare le parole choc usate da Massimiliano Romeo durante il federale. Nel durissimo intervento, il capogruppo al Senato parla di partito «in crisi di credibilità» senza più ormai anticorpi. «Tra poco non saremo più in grado neanche di organizzare una serata delle scope», aggiunge, citando la notte in cui Umberto Bossi chiese scusa ai militanti, piangendo sul palco di Bergamo dopo l’inchiesta sui rimborsi irregolari. Ed è questo che più allontana Zaia dal posto di vicesegretario della Lega. Non è disposto al sacrificio della sua immagine al fianco di un leader che tutti considerano ormai «finito». La mediazione però non è ancora completamente chiusa. Salvini ha rinviato ogni decisione alla prossima settimana, ma Zaia ha fatto spallucce. «Io la prossima gliel’ho detto che sono via», lamenta, «non posso andare ad alcun federale, lo sa». Insomma, sembra proprio che questo matrimonio non s’abbia da fare. E intanto continuano i litigi. Contro Romeo tuona il senatore ‘sudista’ Roberto Marti, per mesi dato come colui che avrebbe voluto sfilare proprio al lombardo il ruolo di capogruppo a Palazzo Madama. Interviene Attilio Fontana a difendere le ragioni del Nord.

Nella Lega volano gli stracci: la rivoluzione può attendere
Massimiliano Romeo (Imagoeconomica).

Torna l’ipotesi di Salvini al Viminale

E poi c’è il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari che rilancia l’idea di Salvini al Viminale. «Possiamo chiedere», propone, «di avere garanzie su questo in cambio del via libera alla riforma della legge elettorale». L’idea viene proposta da molti. Non si capisce se con intenzioni reali o solo come suggestione per accontentare il capo. Anche perché si tratta di un progetto molto difficile da realizzare, come si vorrebbe, nel corso dell’attuale legislatura: dovrebbe quantomeno avere l’avvallo degli alleati, Giorgia Meloni e Antonio Tajani, e il via libera del Quirinale. Resta comunque scolpita nelle menti di tutti la frase di Giancarlo Giorgetti che su Matteo Piantedosi confessa: «Neanche io lo capisco a volte quando parla in Consiglio dei ministri».

Nella Lega volano gli stracci: la rivoluzione può attendere
Riccardo Molinari (Imagoeconomica).

I governatori contro Siri

Altri momenti di tensione si registrano tra Salvini e Susanna Ceccardi. Al segretario non va giù che l’europarlamentare toscana si sia fermata qualche minuto a rilasciare dichiarazioni ai giornalisti, prima dell’inizio della riunione del federale. E quando lei definisce i vannacciani dei «minus habens» senza futuro politico, fenomeni da baraccone creati dalla stampa, Salvini interviene duramente per rimproverarla e chiedere di parlare meno di Vannacci alla stampa: è controproducente. Ma il climax si ha solo alla fine. Il responsabile dei dipartimenti Armando Siri pensa bene di esplicitare quello che i salviniani vanno dicendo da anni: ovvero che i governatori hanno remato contro Salvini e il partito, decidendo di non candidarsi alle Europee.

Nella Lega volano gli stracci: la rivoluzione può attendere
Matteo Salvini e Armando Siri (Imagoeconomica).

La reazione di Zaia, Massimiliano Fedriga e Fontana non si fa attendere. Fedriga rivendica i risultati ottenuti alle Regionali, ultimo in ordine di tempo in Veneto con il 36 per cento. Il governatore lombardo si infervora ed esce sbattendo la porta. Zaia si arrabbia e poi la butta in caciara, sfoderando sarcasmo. «E cosa fa di mestiere questo? L’ideologo …» chiede, parlando di Siri, tra le risate. Sipario. Attendiamo la nuova puntata. Se ci sarà.

Nella Lega volano gli stracci: la rivoluzione può attendere
Attilio Fontana.

Vannacci da Gruber: cosa ha detto su remigrazione, diritti Lgbt, Salvini e Meloni

«I miei compagni di partito sono i rifiuti degli altri, quello che avanza, e a me sta bene. Voglio la sporca dozzina». Lo ha detto Roberto Vannacci nel corso della sua prima ospitata da Lilli Gruber a Otto e Mezzo su La7, nel corso della quale ha anche respinto per Futuro Nazionale l’etichetta di estrema destra. Semmai, ha precisato, «destra autentica». Ecco i temi affrontati e le affermazioni dell’ex generale.

Sulla remigrazione: «Servono tanti Cpr. Le piacciono i clandestini?»

Tra i temi affrontati l’immigrazione o, meglio la remigrazione: «Innanzitutto vanno remigrati coloro che non hanno motivo e diritto di essere da noi. Sono la maggior parte, l’80 per cento». E come si fa la remigrazione? «Intanto creando tanti Cpr. Ci sono già accordi bilaterali per il rimpatrio, con quasi tutti i Paesi. Il problema è che poi in Europa c’è qualcuno che fa parte di questa alleanza di centrodestra che quando c’è da votare sull’applicazione di questi accordi vota contro». Secondo l’ex generale «possiamo portare queste persone in Paesi terzi sicuri, l’importante è che non stiano da noi». Poi Vannacci, citando le espulsioni messe in atto da Donald Trump, ha provocato Gruber: «A lei piacciono i clandestini?».

Vannacci da Gruber: cosa ha detto su remigrazione, diritti Lgbt, Salvini e Meloni
Roberto Vannacci (Ansa).

Su Salvini: «Non l’ho usato, lui ha usato me per prendere 500 mila voti»

Così su Matteo Salvini: «Non l’ho usato, lui ha usato me per prendere 500 mila voti. Oggi il mio partito ha fatto 100 mila iscritti in soli tre mesi. Sono tutti quelli che probabilmente mi hanno votato quando ero nella Lega, senza voler votare per il Carroccio. È la dimostrazione plastica di quello che ho portato alla Lega». L’europarlamentare ha anche dichiarato: «Come mai proprio adesso il centrodestra è così titubante nei miei confronti e ogni giorno c’è qualcuno che dice che non vuole Vannacci mentre gli andavo bene quando ero vicesegretario della Lega? Non ho cambiato mai alcuna posizione, sono le stesse che ho oggi».

Vannacci da Gruber: cosa ha detto su remigrazione, diritti Lgbt, Salvini e Meloni
Roberto Vannacci e Matteo Salvini (Ansa).

Meloni «destra autentica, ma probabilmente deve dimostrarlo di più»

«È destra autentica, ma probabilmente deve dimostrarlo di più», ha detto poi Vannacci riferendosi a Giorgia Meloni. «Con la presidente del Consiglio ho tante idee in comune, il problema poi è stato come metterle a terra», ha aggiunto il fondatore di Futuro Nazionale, puntando il dito sulle «molte proposte mai realizzate» e sulle riforme mancate del governo. «Tante posizioni che vengono prese in Europa da alcuni partiti di questa coalizione di centrodestra sono le stesse che prende il Pd», ha osservato Vannacci, definendosi poi «il sestante che fa il punto nave e riporta sulla giusta rotta una destra che ha perso la trebisonda».

Vannacci: «I gay? In ospedale vengono curati e in strada possono guidare»

Al centro del dibattito a Otto e Mezzo anche le posizioni di Vannacci sui diritti Lgbtq+: «E se scoprissimo che lei è gay?», la domanda posta a un certo punto all’ex generale. La risposta: «Non accamperei diritti. I gay se vanno in ospedale li curano, e in strada possono guidare. Continuo a promuovere la famiglia naturale. Non capisco perché il frutto di un orientamento sessuale, quindi di un gusto personale, debba dare luogo a diritti».

Meloni in Aula: «Sì alle sanzioni contro i coloni e Ben Gvir»

La premier Meloni ha tenuto alla Camera le comunicazioni in vista della riunione del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno, esprimendosi su diversi temi di politica estera. «Sosteniamo la difesa dell’Ucraina, la nostra linea non cambia. Sostenere Kyiv e mantenere la pressione su Mosca rappresenta ancora oggi l’unico modo per aprire una stagione negoziale. Per questo sosteniamo il ventesimo pacchetto di sanzioni europee», ha detto in merito alla guerra in Ucraina, sostenendo «la necessità di individuare una figura autorevole investita della fiducia e del mandato di tutti gli Stati membri per portare il punto di vista dell’Europa». E ancora: «Dobbiamo contribuire a costruire le condizioni della pace, lavorando insieme ai nostri alleati a solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina, una nuova architettura di sicurezza europea che possa assicurare stabilità nel lungo periodo, obiettivo per il quale è chiaramente indispensabile preservare l’unità euroatlantica, rafforzare il coordinamento tra Europa e Stati Uniti, sfida non sempre facile ma necessaria, solo che coordinamento non significa delega».

Meloni contro Ben Gvir: «Dichiarazioni inaccettabili»

Quanto a Israele, ha dichiarato: «L’Italia intende sostenere misure contro coloro che, come i coloni violenti, fomentano l’odio e l’estremismo. Come il ministro Ben Gvir che abbiamo chiesto di sanzionare dopo l’inaccettabile comportamento nei confronti di cittadini italiani. Approfitto per rispedire al mittente le dichiarazioni che lo stesso ministro ha fatto, inaccettabili per l’Italia e poco dignitose per Israele».

L’ambasciatore russo a Roma contro il Colle: «Falsità su di noi»

«Qui in Italia, da alcuni degli alti colli romani, ci sentiamo spesso accusati. La Russia sarebbe colpevole di tutti gli attuali problemi dell’ordine mondiale odierno, che si tratti dell’Europa dell’Est, del Medio Oriente o dell’Africa. Posso affermare con fermezza che queste accuse non corrispondono assolutamente al vero, sono una palese falsità. I fatti testimoniano l’esatto opposto». L’ha detto Alexei Paramonov, ambasciatore russo in Italia, sferzando un duro attacco alle autorità del nostro Paese – e, in particolare, al Quirinale, anche se non citato esplicitamente.

Le accuse alla Nato: «Ha spinto i propri confini verso Est tramando minacce reali»

Nel discorso ufficiale nella sua residenza per la festa della Giornata della Russia, ha aggiunto che «è stata proprio la Nato che, a partire dalla metà degli Anni 90, ha spinto con insistenza, senza alcuna giustificazione, i propri confini verso Est, procedendo all’assimilazione politico-militare dei Paesi dell’Europa Orientale e degli Stati che un tempo facevano parte dell’Urss, impegnandosi a tramare, nei confronti della Russia attuale, minacce reali е non immaginarie». «In questa situazione», ha proseguito, «a Mosca non restava, né resta oggi, altra via d’uscita se non quella di prendere in mano il proprio destino e di difendere in maniera autonoma gli interessi nazionali». «È difficile immaginare che uno Stato sovrano, dotato di una storia plurisecolare, possa agire a discapito dei propri interessi. Così si comportano solo gli Stati e i leader che hanno ormai smarrito la propria sovranità e indipendenza, trasformatisi in definitiva in vassalli e servitori dei potenti del mondo, a scapito degli interessi della propria stessa popolazione».

«Operazione in Ucraina risposta alla guerra ibrida dell’Occidente contro la Russia»

Paramonov ha concluso affermanto che l’operazione militare speciale in Ucraina «rappresenta una risposta alla guerra ibrida dell’Occidente contro la Russia, una risposta ai tentativi di limitare le nostre capacità di sviluppo sovrano, di minare i nostri legittimi interessi politici ed economici, di destabilizzare l’assetto politico interno e di relegare la Russia ai margini della storia mondiale».

Il mistero Bettini: perché ogni sua intervista accende gli animi nel Pd

Goffredo Bettini ha saldamente preso il posto del Conte Max (Massimo D’Alema): ogni volta che c’è una sua intervista, e non si capisce peraltro da cosa derivi tutta questa sovraesposizione mediatica, il capo della “corrente thailandese” del Pd provoca ferite nel dibattito pubblico del partito di Elly Schlein.

Il mistero Bettini: perché ogni sua intervista accende gli animi nel Pd
Massimo D’Alema e Goffredo Bettini (Imagoeconomica).

La frenata sull’Ucraina e la volata a Onorato

L’ultima conversazione è stata con il Corriere della Sera, nel corso della quale Bettini, solitamente spacciato per intellettuale pubblico, lancia la solita volata al bencapitato di turno (stavolta tocca ad Alessandro Onorato, assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda del Comune di Roma e animatore della solita formazione paracentrista che piace a Bettini), distribuisce patenti di legittimità a sinistra e a sinistra, ritenendo che Pina Picierno fosse ormai incompatibile con il Pd e sparacchia sulla Russia e sull’Ucraina a favore dei putiniani (frenando parecchio sull’entrata di Kyiv nell’Ue): «Considerare la Russia asiatica e barbarica per sua natura, la spinge ancor di più verso un nazionalismo autocratico. La Russia è parte della storia europea. Serve all’Europa, alla sua stabilità e alla sua economia. E poi, altro che asiatici: Puskin, Gogol, Dostoevskij hanno capito, più di ogni altro, l’ombra della modernità occidentale».

Il mistero Bettini: perché ogni sua intervista accende gli animi nel Pd
Alessandro Onorato (Imagoeconomica).

I riformisti contro la deriva filorussa

Filippo Sensi, senatore del Pd, ha però un sospetto: che Bettini non abbia letto o abbia capito poco della letteratura russa che cita. «Penso l’opposto, ovviamente, delle parole di Bettini sull’Ucraina consegnate oggi al Corriere. L’opposto. E un Pd che seguisse questa agenda filorussa, che equivoca le stragi con Puskin, sarebbe una follia e un errore esiziale che non avverrà. Sul mio cadavere».

Il mistero Bettini: perché ogni sua intervista accende gli animi nel Pd
Filippo Sensi (Imagoeconomica).

E quando dà patenti di incompatibilità sulla politica estera, dice la deputata del Pd Lia Quartapelle, Bettini «parla di sé? Sembrerebbe di sì, visto che oggi il Pd presenta una risoluzione in cui ribadisce che l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue è una scelta strategica di fondo che non può essere rallentata». La miglior risposta, aggiunge la senatrice Simona Malpezzi, «è la risoluzione del Pd che ribadisce con forza il pieno sostegno all’Ucraina e, soprattutto, il suo necessario ingresso nell’Ue. Noi riteniamo l’allargamento a Kyiv una scelta decisiva». 

Il mistero Bettini: perché ogni sua intervista accende gli animi nel Pd
Simona Malpezzi (Imagoeconomica).

È Bettini che è contiano o Conte che è bettiniano?

Citofonare però Giuseppe Conte, l’alleato preferito di Bettini, che ammette di avere divergenze con il Pd sull’Ucraina (è Conte che è bettiniano o Bettini che è contiano? Ah, saperlo). E lui, l’ex europarlamentare di stanza a Bangkok, è proprio lì per far cambiare idea ai suoi compagni di partito. Sono anni che Bettini teorizza d’altronde l’alleanza demopopulista con l’aggiunta di una quota centrista, giusto per preservare la specie, purché non rompa troppo le scatole e sappia stare al posto suo. Ogni volta trova qualcuno che lo ascolta per un po’ – con i suoi riferimenti, sempre i soliti peraltro, a terze o quarte gambe o terze o quarte punte della coalizione di centrosinistra, un mix di giuoco del calcio e soldatini – s’accende il solito giro di repliche più o meno efficaci, poi si ricomincia daccapo, come nel giorno della marmotta o nel giorno della patrimoniale, la tassa più citata dai leader di sinistra italiani, imprescindibile a giorni alterni.

Il mistero Bettini: perché ogni sua intervista accende gli animi nel Pd
Goffredo Bettini e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

La pratica della doppiezza comunista

È un mistero buffo quello di Bettini, che ha la capacità unica di far adontare anche quando prende una decisione apparentemente interessante. Come quando prima del referendum disse di essere a favore della separazione delle carriere dei magistrati, salvo poi rimangiarsi la parola per motivi puramente ideologici: «Non posso sostenere una contrapposizione così pesante alla sinistra e al Pd», disse a Radio24, spiegando però che il voto non era sulla giustizia bensì sull’esecutivo: «La formulazione della legge proposta dal governo include questa misura, ma oggi il dibattito è così politicizzato che il voto è diventato un sì o un no a Giorgia Meloni». Bettini d’altronde è fatto così, pratica la doppiezza comunista che qualcuno teorizzava. 

Il mistero Bettini: perché ogni sua intervista accende gli animi nel Pd
Goffredo Bettini con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Sicurezza, cosa prevede il decreto sull’IA varato dal governo

Con l’obiettivo di «mettere a disposizione le funzionalità più avanzate, al fine di migliorare l’efficienza delle loro attività», come ha spiegato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il Consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare un decreto legge che disciplina per la prima volta l’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte delle forze dell’ordine.

L’uso dell’intelligenza artificiale in modalità ex ante

Il decreto legge prevede una duplice modalità di utilizzo dell’IA per la sicurezza. «La prima è ex ante la commissione di reati: ovvero in caso di pericolo e minaccia legati a condizioni come terrorismo o per la ricerca di persone scomparse o vittime di tratta». In questi casi, ha sottolineato Piantedosi, «serve richiesta del questore e autorizzazione dell’autorità giudiziaria». Previsti meccanismi di valutazione di impatto sui diritti fondamentali e meccanismi di notifica al garante della privacy.

L’utilizzo dell’IA ex post rispetto al reato

C’è poi un utilizzo ex post rispetto al reato. L’uso dell’IA da parte della polizia, ha spiegato il titolare del Viminale, «fa riferimento soprattutto ad attività di videosorveglianza, di riconoscimento facciale e di utilizzo di dati biometrici per finalità legate all’accertamento dell’identità successivo alla commissione di reati». Anche in questo caso sono previste misure di garanzia. I dati biometrici verranno infatti conservati solo per sette giorni e poi cancellati automaticamente, mentre i log delle operazioni saranno conservati per cinque anni, al fine di evitare eventuali abusi. Inoltre, ha assicurato Piantedosi, sarà vietato «prendere decisioni su una persona basandosi esclusivamente sul risultato del riconoscimento facciale». Proibita poi «qualsiasi forma di identificazione biometrica generalizzata e non mirata, non collegata a un procedimento penale».

Piantedosi assicura: «Non sarà un Grande Fratello»

«Ogni utilizzo dell’Intelligenza artificiale per la sicurezza deve essere sottoposto a una revisione e sorveglianza umana qualificata. Inoltre, deve garantire la tutela dei dati personali e sensibili. L’IA costituisce uno strumento di supporto e non un poliziotto automatizzato: le decisioni finali rimangono sempre dell’essere umano», ha detto Piantedosi: «Non è previsto alcun sistema di sorveglianza di massa o di “Grande Fratello” generalizzato, con grandi banche biometriche».

Bettini agita il Pd: le repliche di Sensi, Quartapelle e dell’ex dem Picierno

Un’intervista rilasciata dal Corriere della Sera dallo storico dirigente del Partito democratico Goffredo Bettini sta agitando i dem. E pure chi ha da poco lasciato per approdare ad altri lidi. Tutto ruota attorno ad alcune affermazioni sulla leadership del campo largo, su cui Bettini di fatto ha invitato (senza citarla) Elly Schlein a non intestardirsi. E alle sue parole sull’adesione dell’Ucraina all’Ue, che sta creando spaccature nel centrosinistra.

Bettini agita il Pd: le repliche di Sensi, Quartapelle e dell’ex dem Picierno
ELENA ETHEL ELLY SCHLEIN SEGRETARIA PARTITO DEMOCRATICO GOFFREDO BETTINI POLITICO

Le parole di Bettini sulla leadership del campo largo e sull’Ucraina nelll’Ue

Sottolineando che «occorre togliere dalle nostre teste i destini e le ambizioni personali», Bettini ha detto che nell’opposizione tutti, a partire da Schlein e Giuseppe Conte, dovrebbero «fare insieme un passo in avanti, coscienti che hanno di fronte un destino comune», senza «caricare tutto sulla leadership», in quanto «anche nel centrosinistra ci vuole un attacco a più punte». Una discreta bordata nei confronti della segretaria dem.

Bettini agita il Pd: le repliche di Sensi, Quartapelle e dell’ex dem Picierno
ELLY SCHLEIN, SEGRETARIA PARTITO DEMOCRATICO, GIUSEPPE CONTE, PRESIDENTE DEL MOVIMENTO 5 STELLE

Quanto all’Ucraina, Bettini ha invitato a frenare: «In prospettiva vedo questa possibilità con favore. Ma il processo sarà inevitabilmente lungo. Di anni. Sventolare la questione oggi per motivi propagandistici rischia di non aiutare l’esito positivo».

Quartapelle: «Sull’incompatibilità in politica estera parla di sé?»

«Quando dà patenti di incompatibilità sulla politica estera, Bettini parla di sé? Sembrerebbe di sì, visto che oggi il Pd presenta una risoluzione in cui ribadisce che l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue è una scelta strategica di fondo che non può essere rallentata», ha scritto sui social la deputata dem Lia Quartapelle.

Sensi: «Il Pd non può seguire un’agenda filorussa»

Così il senatore dem Filippo Sensi: «Penso l’opposto, ovviamente, delle parole di Bettini sull’Ucraina consegnate oggi al Corriere. L’opposto. E un Pd che seguisse questa agenda filorussa, che equivoca le stragi con Puskin, sarebbe una follia e un errore esiziale che non avverrà. Sul mio cadavere».

Picierno: «Per una volta devo dargli ragione»

Augurandosi di «mantenere il dialogo con gli amici e compagni che hanno lasciato il Pd», Bettini ha affermato che con Pina Picierno «l’incompatibilità era ormai evidente». Questo il commento della vicepresidente del Parlamento europeo, fresca di addio al Partito democratico: «Per una volta, devo dargli ragione. Era evidente, e ne ho dovuto prendere atto, la mia incompatibilità con un partito che sull’Ucraina e sull’imperialismo di Putin non si dissocia dalle posizioni di Bettini, che poi sono anche quelle di Conte, di Salvini e di Vannacci. Mi dispiace per gli amici che sono rimasti».

Ucraina, Crosetto: «Minaccia atomica torna attuale, pensavamo fosse storia»

A causa della guerra in Ucraina conviviamo «con un conflitto che non mostra rallentamenti facendo diventare la narrazione di guerra parte del nostro quotidiano purtroppo. Torna attuale la minaccia atomica che pensavamo aver consegnato ai libri di storia». L’ha detto il ministro della Difesa Guido Crosetto nelle comunicazioni sulle missioni internazionali dell’Italia davanti alle commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato. «Sul piano strettamente militare, ha aggiunto», «il conflitto appare oggi caratterizzato da una sostanziale situazione di stallo. Gli analisti sembrano concordare sul fatto che, mantenendo gli attuali ritmi operativi, sarebbero necessari 10 anni perché la Federazione russa possa completare la conquista del Donbass e di diversi decenni per conseguire la conquista dell’intero territorio ucraino».

Lega, Salvini è davvero arrivato al capolinea?

Matteo Salvini «sta perdendo il partito». «Ormai è finito». Sono tra i messaggi più ricorrenti che girano ai piani alti dei palazzi di governo occupati dagli alleati di centrodestra.

La mina Vannacci sulla leadership leghista

Dato al capolinea più di una volta, dal Papeete al sorpasso di Forza Italia, il segretario leghista ha sempre mostrato una tenacia incredibile, ed è stato capace di mantenersi al timone della Lega anche quando le acque erano veramente in tempesta. Ma, davanti al rischio di esser sorpassato da colui che ha fatto entrare dalla porta principale nel partito, il generale Roberto Vannacci, Salvini sembra aver esaurito tutte le ruote di scorta e anche i mezzi a pedali. E la domanda che tutti si pongono nel centrodestra è: riuscirà ad arrivare in sella alle elezioni politiche del prossimo anno?

Lega, Salvini è davvero arrivato al capolinea?
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Per la prima volta su Salvini tira aria di ramazze

Non che l’altro vicepremier, l’azzurro Antonio Tajani, sia messo molto meglio, commissariato dai figli di Silvio Berlusconi e oscurato in politica estera dalla premier Giorgia Meloni. Ma sembra ormai chiaro che Marina B. prediliga la stabilità e non voglia grandi scombussolamenti al vertice di FI prima delle elezioni. Invece, nel partito che fu di Umberto Bossi, attorno all’ex capitano per la prima volta tira davvero aria di ‘ramazze’. Le uscite di parlamentari a cadenza quasi settimanale verso Futuro Nazionale, la discesa lenta e inesorabile come una goccia cinese nei sondaggi e il caos strategico, oltre che comunicativo, lo rendono debole come non mai. Non consolano neanche gli amati social, dove i commenti ai post sono spesso una sequela di insulti. E non può sempre intervenire la fidanzata Francesca Verdini a difenderlo, come fatto sul prato di Pontida dopo il funerale di Bossi, quando gridò «cafoni» ai militanti che chiedevano al capo di riavere la Lega. I commenti restano lì, lividi, spesso impietosi. Così come il numero dei presenti ai comizi e alle feste al Nord (sempre meno ne riesce a organizzare il partito).

Lega, Salvini è davvero arrivato al capolinea?
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

La trattativa in salita per nominare Zaia vicesegretario

Ed è impietoso soprattutto il confronto con gli afflussi oceanici agli eventi organizzati dal generale. Persino i quotidiani del gruppo del leghista Angelucci riportano sondaggi sull’apporto in consensi che arriverebbe da un maggior coinvolgimento di Luca Zaia nella Lega. Alcuni parlano di un documento pronto con la richiesta di congresso da presentare al ritiro di partito che si dovrebbe tenere il primo fine settimana di luglio. La trattativa per nominare Zaia vice è complicatissima, perché quest’ultimo vuole garanzie su tutto: fondazione di un partito ‘nordista’ nel partito, autonomia sulle liste e sulla gestione della campagna elettorale. E poi il doge è abituato a comandare. «E allora, Matteo, cosa aspetti?», è il ragionamento di molti. «Indebolito dall’animale politico che tu stesso hai creato, davvero pensi di portare la Lega a fondo con te? Stai lì a raccontarci che sei tu che stai lavorando al lancio della nuova fase, con Zaia, Massimiliano Fedriga e Giancarlo Giorgetti. Ma la verità è che si tratta di una proposta allo stato vuota», almeno per come è stata illustrata mercoledì nel ‘vertice’ segreto a Roma con gli interessati. Non molto di più di una foto di gruppo. È tutto qua il progetto per ‘salvare’ la Lega?

Lega, Salvini è davvero arrivato al capolinea?
Luca Zaia (Imagoeconomica).

Bossi e la parabola di Re Salomone

Ed ecco che per la prima volta si torna a sentir aria di scope, come nell’aprile 2012. Allora, alla Fiera di Bergamo, le scope per umiliare il fondatore le aveva portate proprio Salvini. Le lacrime di Bossi, travolto dalle indagini sui rimborsi elettorali irregolari e umiliato sul palco, furono catartiche per un partito che si doveva salvare dallo scandalo. Bossi che era Bossi – il capo per tutti, fondatore, anima e cuore della Lega – non si rassegnò. Costretto alle dimissioni, non si diede pace fino al minuto prima dell’elezione di Roberto Maroni, il primo luglio 2012, al Forum di Assago. In una saletta aveva parlato a lungo con Roberto Castelli e l’allora moglie, Sara Fumagalli, fervente cattolica. Salito sul podio, in camicia verde, il Senatur prese parola per raccontare la parabola di Re Salomone. Due madri si contendevano lo stesso neonato, narra la Bibbia. E per scoprire la verità, il re ordinò di dividere il bambino in due. La vera madre preferì cederlo pur di salvarlo, svelando così il suo amore. «Così ho dovuto fare io», scoppiò a piangere Bossi, lasciando in lacrime il palazzetto. «Il nuovo segretario della Lega è Roberto Maroni», proclamò, dopo il voto, il presidente dell’assemblea che – sembra un segno del destino – era proprio Zaia.

Lega, Salvini è davvero arrivato al capolinea?
Roberto maroni e Umberto Bossi nel 2012 (Imagoeconomica).

Elezioni comunali, i risultati dei ballottaggi nei capoluoghi

Seggi chiusi per il secondo turno delle elezioni comunali. Gli aventi diritto sono andati al voto per il ballottaggio nei centri sopra i 15 mila abitanti, 42 in tutto, tra cui sei capoluoghi di provincia. Guardando ai risultati del primo turno, i candidati espressione del centrodestra partivano in vantaggio a Lecco (con Filippo Boscagli), Macerata (con Sandro Parcaroli) e Arezzo (con Marcello Comanducci). Il centrosinistra era invece avanti ad Agrigento (con Michele Sodano), Trani (con Marco Galiano) e Chieti (con Giovanni Legnini). L’affluenza ai ballottaggi si è attestata attorno al 54 per cento, con un calo di otto punti rispetto al primo turno. Ecco i risultati.

Agrigento

Sodano, candidato del centrosinistra, è eletto sindaco di Agrigento: niente da fare per il rivale di centrodestra Dino Alonge.

Arezzo

Ad Arezzo ha vinto Comanducci, candidato del centrodestra, che ha staccato di circa nove punti il rivale Vincenzo Ceccarelli.

Chieti

A Chieti è stato eletto sindaco Legnini del centrosinistra, che ha superato Cristiano Sicari di circa cinque punti.

Lecco

A Lecco Boscagli, candidato del centrodestra, ha sopravanzato Mauro Gattinoni di circa quattro punti.

Macerata

A Macerata ha vinto Sandro Parcaroli: il candidato del centrodestra ha staccato Gianluca Tittarelli del centrosinistra di quasi otto punti.

Trani

A Trani Galiano ha battuto Angelo Guarriello, staccandolo di oltre due punti. Sono stati dunque confermate tutte le indicazioni del primo turno.

Non solo capoluoghi: il ballottaggio a Vigevano

I fari erano poi puntati anche su Vigevano (Pavia), il Comune più popoloso chiamato al voto in Lombardia: Furio Suvilla, appoggiato da Roberto Vannacci e capace al primo turno di raggiungere il 14,21 per cento (5 punti in più della Lega) aveva invitato i concittadini a votare scheda bianca o nulla al ballottaggio, che non l’ha visto protagonista. Ebbene, dopo un ribaltamento rispetto al primo turno Vigevano resta al centrodestra: il candidato di Forza Italia Paolo Previde Massara ha infatti prevalso su Rossella Buratti, sostenuta dall’intero campo largo, che l’aveva staccato di una decina di punti nel voto del 24-25 maggio.

Scontro in Commissione Covid, le opposizioni abbandonano i lavori

È scontro, nella commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid, sulle audizioni, a giudizio delle opposizioni «illegittime, se non addirittura illecite», svolte da soggetti estranei al Parlamento «attraverso discutibili deleghe». Nel mirino gli interrogatori di alcuni cittadini in un commissariato di polizia. Le accuse sono contenute in una lettera inviata dai capigruppo della minoranza ai presidenti di Camera e Senato e sono state respinte dal presidente della commissione Marco Lisei (Fratelli d’Italia), secondo cui «non è stato violato nulla».

Le opposizioni abbandonano i lavori

In una nota congiunta, i capigruppo di Pd, M5S, AVS e Italia Viva hanno scritto: «Siamo stati costretti ad abbandonare i lavori odierni della commissione d’inchiesta sul Covid, perché Fratelli d’Italia ha superato una linea rossa. Il presidente della commissione Lisei, senatore del partito della premier Meloni, ha delegato consulenti della commissione a effettuare interrogatori di semplici cittadini in un commissariato di polizia. Per questo motivo, ieri abbiamo inviato una lettera ai presidenti di Camera e Senato chiedendo la sconvocazione dell’audizione di oggi, senza però ottenere risposta».

La discesa in campetto di Arianna Meloni e le altre pillole del giorno

Giovedì, a Tor Bella Monaca, periferia romana, è stato inaugurato un campetto da basket. A un primo sguardo una non notizia, una cosuccia da niente che nemmeno meritava una brevina nelle pagine locali dello sport. E invece c’erano da leccarsi i baffi visti i partecipanti: tutti big della politica sono accorsi al piccolo evento che si è ‘celebrato’ in via Gabbiani, Municipio VI, il cui presidente Nicola Franco è di FdI. Con i fondi del Viminale, è stato tagliato il nastro di un campetto da basket. Assente il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri che ha delegato la presidente dell’Assemblea Capitolina, Svetlana Celli. Presenti il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, il prefetto di Roma Lamberto Giannini, e poi alti gradi della Polizia di Stato, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. Pure la banda. Guest star: Arianna Meloni, capo della segreteria politica di Fratelli d’Italia.

«Scende in campetto», si sentiva bisbigliare tra i presenti. Discorso alato quello del numero uno del Viminale: «Questa iniziativa è sostenuta da un concerto di istituzioni che qui vuole portare condizioni di sicurezza non solo attraverso l’ineludibile azione delle forze dell’ordine, ma anche attraverso la sollecitazione degli elementi della coesione sociale». Ovvero, lo sport. E qui arriva la lezione, che a molti è sembrata in versione Istituto Luce del ventennio in orbace: «Occorre dare ai giovani una disciplina, insegnare loro che darsi delle regole, che si fondono sul rispetto del prossimo e sulla capacità anche di piegare la testa quando arriva una sconfitta, predisponendosi al riscatto e preparandosi per la successiva vittoria, significa prepararsi alla vita». Non mancavano, tra il pubblico, gli atleti dei gruppi sportivi militari. Per Arianna Meloni è già cominciata la campagna elettorale sul territorio, nelle periferie, a cominciare da “Torbella”. In molti sono pronti a scommettere su una sua candidatura alle prossime Politiche. Una cosa è certa: quando la sorella della premier presenzia a un evento, i vip governativi accorrono in massa. Sarà anche perché «nel partito le liste dei candidati le fa lei», come malignano a via della Scrofa.

La discesa in campetto di Arianna Meloni e le altre pillole del giorno
La discesa in campetto di Arianna Meloni e le altre pillole del giorno
La discesa in campetto di Arianna Meloni e le altre pillole del giorno
La discesa in campetto di Arianna Meloni e le altre pillole del giorno
La discesa in campetto di Arianna Meloni e le altre pillole del giorno
La discesa in campetto di Arianna Meloni e le altre pillole del giorno
La discesa in campetto di Arianna Meloni e le altre pillole del giorno
La discesa in campetto di Arianna Meloni e le altre pillole del giorno
La discesa in campetto di Arianna Meloni e le altre pillole del giorno
La discesa in campetto di Arianna Meloni e le altre pillole del giorno
La discesa in campetto di Arianna Meloni e le altre pillole del giorno
La discesa in campetto di Arianna Meloni e le altre pillole del giorno

Fratoianni a Milano per Tax the rich

Si parla sempre di tasse, di imposte sulle successioni, accise e tutto ciò che fa fisco: ed ecco che venerdì a Milano spunta Nicola Fratoianni per un appuntamento targato The Left, ovvero il gruppo parlamentare europeo di cui fanno parte, per l’Italia, Sinistra Italiana e il M5s. Il titolo dell’incontro già la dice lunga: “Tax the rich”, ovvero tassa il ricco. E il Frato, come lo chiamano a Roma, la tocca piano: «Da quando è stata diffusa la notizia del meeting che come Alleanza della Sinistra Europea terremo a Milano si è scatenata una vera e propria tempesta mediatica da parte della destra e dei suoi giornali che ha dell’incredibile per virulenza, ossessione, manipolazione della verità. Ci dicono che vogliamo fare l’inutile caccia ai ricchi, che vogliamo graziare gli evasori fiscali e punire l’esausto ceto medio, che vogliamo mettere le mani nelle tasche degli italiani. Assurdo». E ancora: «Sono loro che da decenni in realtà mettono le mani delle tasche di quegli italiani che pagano fino all’ultimo centesimo e che vengono tassati ben oltre le loro capacità contributive». Inutile dire che nel governo di Giorgia Meloni i “meeting” come questi e l’idea di patrimoniali vengano salutati con favore e sono molto ben visti…

La discesa in campetto di Arianna Meloni e le altre pillole del giorno
Nicola Fratoianni (Imagoeconomica).

Addio a Ettore Torri

Se n’è andato Ettore Torri, classe 1931, magistrato di lunghissimo corso che ha seguito inchieste “pesanti” durante la sua carriera, impegnandosi anche nella giustizia sportiva. Entrò in magistratura nel 1959, e per 47 anni è stato in forze alla Procura di Roma, assumendo gli incarichi più importanti. Le sue dichiarazioni sul doping fecero rumore, aprendo a tutti gli occhi su pratiche che venivano nascoste ma che in realtà erano troppo frequenti. Non aveva peli sulla lingua, quando doveva dire qualcosa non ci pensava due volte. I funerali si svolgeranno nella mattinata di sabato, a Roma, nella chiesa di San Gioacchino in Prati.

Il senatore Menia (FdI) si scaglia contro una coppia gay all’aeroporto di Fiumicino

In attesa di un volo Ita Airways nella lounge dell’aeroporto di Fiumicino, il senatore meloniano Roberto Menia si è scagliato contro una coppia omosessuale che, durante una videochiamata con amici, si era lasciata andare – a suo modo di vedere – a qualche carezza e abbraccio di troppo. «Questo è un posto pubblico, non potete fare quello che volete», ha urlato l’esponente di Fratelli d’Italia alla coppia, formata da due uomini sulla quarantina: «Le effusioni fatevele a casa vostra, non qui». Vista l’ira di Menia, che non accennava a calmarsi, la coppia è stata costretta a chiamare una hostess di Ita Airways per chiedere aiuto.

Menia non si pente: «Sono stati poco civili»

«Sono stati poco civili. Si abbracciavano, si accarezzavano, ma si possono fare queste cose in un aeroporto? Non cambio idea. Questi signori non possono fare quello vogliono. È cattiva educazione», ha detto Menia raggiunto da Repubblica, senza dimostrare alcun pentimento. Il senatore ha poi smentito di aver aggredito verbalmente la coppia perché omosessuale: «Vale anche per un uomo e una donna, vale per tutti. Non c’è una categoria superiore a un’altra. E dopo tutto questo si sono permessi di fare un’altra videochiamata e hanno ricominciato a toccarsi». Sul posto era presente anche il senatore del M5s Luca Pirondini: «Ho detto a Menia che non doveva permettersi, l’omofobia nel nostro Paese non è ammessa».

No della Lega, slitta il voucher-energia da 100 euro

Nel governo sono in corso riflessioni su come rimodulare gli aiuti contro il caro energia. Allo studio c’era l’ipotesi di un voucher per le fasce più fragili della popolazione, il cosiddetto bonus anti-rincari che nelle prime settimane della guerra in Medio Oriente era stato archiviato in favore del taglio generale delle accise, che però non sarebbe piaciuto per niente alla Lega. La misura non convincerebbe troppo nemmeno Fratelli d’Italia, nonostante uno degli sponsor di questo strumento fosse stato il ministro Adolfo Urso. Per il momento quindi, non se ne fa nulla, e in Cdm non sono arrivati provvedimenti per ovviare al caro energia. Si proseguirà dunque per qualche altra settimana con un nuovo taglio delle accise.

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti

L’addio di Pina Picierno al Pd è stato salutato persino con gioia dagli schleiniani, che evidentemente non vedevano l’ora di liberarsene. Era già accaduto di recente con Elisabetta Gualmini e con Marianna Madia. Festeggiamenti sui social e nelle chat di partito; insomma viva e vibrante soddisfazione per essersi tolti un peso. Come se Picierno stesse bloccando il dibattito pubblico del Pd, ne impedisse lo svolgimento. Come se l’immagine del centrosinistra fosse stata fin qui appesantita dalla vicepresidente del Parlamento europeo. 

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
L’intervento di Pina Picierno all’Assemblea Nazionale del Pd, 14 dicembre 2025 (Ansa).

Il renzismo di Schlein

Ragionevolmente non cambierà niente nel Pd, dove il dibattito pubblico è stato normalizzato con l’arrivo di Elly Schlein, la segretaria inclusiva che non sa ben gestire il dissenso politico; in questo ricorda alcuni aspetti deteriori di Matteo Renzi, anche se a nessuno verrebbe di ammettere che la leadership schleiniana è settaria quanto muscolare era quella dell’ex presidente del Consiglio.

È da quando Schlein ha vinto il congresso che la nuova maggioranza brinda e festeggia. Prima per aver ribaltato il risultato nelle primarie nel 2023, poi per aver azzerato la discussione in un partito litigioso nel quale la linea del segretario di turno è sempre stata impallinata sui giornali, in tv, sui social, un giorno sì e l’altro pure. Il risultato principale di Schlein è dunque quello di aver evitato il logoramento quotidiano che i suoi predecessori hanno sperimentato sulla loro pelle. L’assenza di un’alternativa politica forte – lo sconfitto Stefano Bonaccini si è presto unito al coro schleiniano – ha senz’altro aiutato.

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
Elly Schlein con Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

Ciaoni progressisti anche a un pezzo di elettorato

Epperò, fra tutti questi festeggiamenti e brindisi e stelle filanti e giochi di luce stroboscopici, insomma fra tutti questi “ciaoni” in versione progressista non verrà il dubbio a qualcuno che un pezzo dell’elettorato forse non sarà felice del trattamento ricevuto per interposta Madia, per interposta Picierno?

Percularne uno per educarne cento non sembra essere la soluzione migliore per trattenere elettori che forse faticano a stare nel Pd di oggi e che avrebbero bisogno di incentivi a rimanere.

Non manca poi molto alle elezioni politiche e gli scenari di conflitto politico suffragati dai sondaggi testimoniano una vivace polarizzazione in vista del 2027, quando non ci sarà spazio – è vero – per cose centriste, ma ci sarà sempre tutto lo spazio per restare a casa.

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
Elly Schlein, Maurizio Landini e Roberto Speranza (Imagoeconomica).

La trappola identitaria della segretaria

La trappola identitaria di Schlein non è dunque solo programmatica – la solita patrimoniale – ma insiste su un desiderio di autosufficienza politica. Altro che campo largo, insomma, dove tutti coesistono nella pacifica competizione. Pluralismo è infatti cosa decido io, un po’ come capotavola è dove si siede Max D’Alema. Fin qui il Pd ha scambiato il risultato referendario di marzo per una proiezione politica sul 2027, ma già le elezioni di Venezia – con la vittoria del centrodestra al primo turno – hanno riacceso qualche pensiero funesto, come Fantozzi fu colpito da un leggerissimo sospetto: non è che Giorgia Meloni è tutt’altro che morta politicamente?

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
Elly Schlein con Marta Bonafoni (Imagoeconomica).

Il duello con Conte tornato in casacca gialloverde

In ogni caso, c’è da aspettarsi – come già sta succedendo a destra per via di Roberto Vannacci – che l’offerta politica del Pd si radicalizzi per rispondere alle fuoriuscite riformiste. D’altronde se la prospettiva è quella delle primarie di coalizione, con il duello fra Schlein e Giuseppe Conte, bisogna già acconciarsi alla singolar tenzone. Conte ancora una volta cerca di buttare la palla in tribuna, prima proponendo le primarie dopo aver appena vinto il referendum, poi rispolverando vecchie tematiche gialloverdi sulla sicurezza dopo il primo turno delle Amministrative.

Nel Pd dei ciaoni ai riformisti, c’è un elettorato che potrebbe salutare tutti
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Il Pd rischia di non potersi tirare indietro nella gara al rialzo (o al ribasso, dipende dai punti di vista) con il M5s e non avrà molta pietà dei riformisti superstiti, nemmeno di quelli che si sono uniti armi e occhiali a goccia alla causa dello schleinismo, nella composizione delle liste elettorali

Picierno, l’addio al Pd e la chimera di una Cosa centrista

Un addio ampiamente previsto, raccontato, annunciato, costruito nel corso dei mesi. Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, ha lasciato il Pd, dunque il gruppo dei Socialists and Democrats, per passare al Partito Democratico Europeo, di cui è segretario Sandro Gozi, e che fa parte del gruppo Renew. In questo modo peraltro la delegazione del Pd in S&D si riduce ulteriormente, dopo l’addio di Elisabetta Gualmini a febbraio di quest’anno. Finora i deputati erano 20, come la Spagna, ora diventano 19. Il Pd dunque non è più la delegazione più numerosa dentro il gruppo socialista. Non solo. Il partito di Elly Schlein, garantisce Picierno sbattendo la porta, non è nemmeno più la casa dei riformisti, dunque meglio sloggiare. Prima di lei, a inizio maggio, Marianna Madia aveva salutato la curva per aderire a Italia viva, seppur con toni meno ruvidi.

Picierno, l’addio al Pd e la chimera di una Cosa centrista
Pina Picierno all’Assemblea Nazionale del Pd all’Auditorium Antonianum, dicembre 2025 (Ansa).

Guerini punge Schlein ma resta al suo posto

Ma adesso? Magari ci saranno altri addii, anche se qualche allarme è già rientrato, peraltro da tempo. Lorenzo Guerini, che pure non ha condiviso il passaggio alla maggioranza schleiniana di Stefano Bonaccini, saluta cordialmente la compagna di battaglie riformiste ma rimane al suo posto: «Mi spiace molto che Pina Picierno abbia deciso di lasciare il Pd», dice. «Abbiamo fatto tante battaglie insieme e ne ho sempre apprezzato determinazione e coraggio. Anche quando, come in questo passaggio, avevamo una visione diversa. Le auguro davvero il meglio. Spero che la sua uscita sia valutata con attenzione e con rispetto. Il valore del pluralismo del Pd credo sia una delle sue fondamenta, se si impoverisce ne risente in negativo tutto il partito. Mi auguro che lo si abbia tutti presente». Lui presente lo ha di sicuro visto che nello stesso giorno dell’addio di Picierno, in un’intervista al Corriere della sera, non ha risparmiato stilettate alla segreteria, dai «necessari» investimenti nella difesa che «non possono essere subordinati alle ragioni di un’alleanza», perché «l’unità è importante, ma non può essere l’unica stella polare. Servono responsabilità e visione, non una confusa demagogia», alla patrimoniale recentemente rispolverata da Schlein. «La priorità delle priorità è la crescita», sottolinea Guerini. «E gli stipendi degli italiani, ben sotto la media europea. E gli affanni della produzione industriale. Ce n’è abbastanza, direi, per lavorare a dare risposta su questi fronti».

Picierno, l’addio al Pd e la chimera di una Cosa centrista
Lorenzo Guerini (Imagoeconomica).

La favola della Cosa centrista e la lezione di Renzi

Da parecchio si favoleggia di una Cosa centrista, un ircocervo – per metà libdem, per metà cattolico – che vada in doppia cifra e certifichi l’esistenza in vita di un punto di riferimento istituzionale che dia risposte ai delusi di entrambi gli schieramenti. Eppure quell’epoca è finita da tempo, le ambizioni terzopoliste sono state incenerite dalle elezioni politiche del 2022, quando Matteo Renzi e Carlo Calenda entrarono insieme in Parlamento, ma solo per separarsi. Un’alleanza di scopo durata quanto uno yogurt. Un’esperienza che ha segnato dirigenti ed elettori, convinti di non volerla più ripetere. D’altronde questa è un’epoca polarizzante e polarizzata. L’indicatore maggiore dell’assenza di una prospettiva centrista lo fornisce sempre Renzi, che da mesi è entrato saldamente dentro il campo largo e ripete in ogni dove che non ci sono spazi oggi per partitini di centro o esperimenti analoghi. D’altronde la sua Italia viva non si schioda dal 2 per cento (ultimo sondaggio Ipsos di 20 giorni fa) nonostante l’iperattivismo del caro leader.

Picierno, l’addio al Pd e la chimera di una Cosa centrista
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Picierno sembra seguire la logica calendiana

È dentro la coalizione di centrosinistra che si deve restare, come ha anche detto Madia andandosene dal Pd, quasi a spiegare che niente in fondo è cambiato: sì, me ne vado, ma tanto resto in un partito del campo largo, è soltanto un travaso parlamentare, che volete che sia. È il progetto di chi, bettinianamente parlando, vuole costruire una coalizione in cui c’è la sinistra, autorevolmente rappresentata dal Pd, e poi c’è la “gamba” (non s’è mai capito se terza o quarta, dipende dalle convenienze) riformista. Secondo questo schema, i riformisti sono legittimati a essere inseriti in una quota di rappresentanza, una fascia politico-sociale protetta. Picierno, per come si è mossa e per quello che ha detto in questi mesi, sembra ambire a restare fuori dallo schema Bettini-Franceschini, aderendo alla logica della corsa in splendida solitudine di Carlo Calenda, che non vuole fare un altro Terzo Polo ma andare dritto da solo con Azione. Non a caso, il leader azionista si è subito scapicollato su X, invitando la vicepresidente del parlamento europeo a unirsi alla causa. Così come Luigi Marattin del Partito Liberaldemocratico, pronto ad accogliere Picierno. Per ora, insomma, l’europarlamentare ex Pd ha risolto il problema della collocazione a livello europeo. Ha trovato una casa, Renew. Quello che le manca è però una sistemazione italiana.

Picierno, l’addio al Pd e la chimera di una Cosa centrista
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Grazia a Minetti, Mattarella «prende atto» delle conclusioni della Procura Generale di Milano

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che aveva chiesto al Ministero della Giustizia di far disporre nuovi accertamenti sulla grazia concessa a Nicole Minetti, «ha preso atto con rispetto delle conclusioni della Procura Generale di Milano», in base alle quali «non si ravvisano motivi per una rivalutazione del provvedimento di clemenza adottato». È quanto si legge in una nota del Quirinale.

Grazia a Minetti, Mattarella «prende atto» delle conclusioni della Procura Generale di Milano
Nicole Minetti (foto Ansa).

La nota del Quirinale

«Si ricorda – per corretta e autentica informazione – che, da oltre 11 anni, quando una domanda di grazia è accompagnata dal parere favorevole degli organi giudiziari competenti, il Presidente della Repubblica concede abitualmente la grazia, senza farsi influenzare da considerazioni estranee alle finalità umanitarie della grazia», si legge poi nella nota, in un passaggio dal tono polemico. E poi «Per opportuna informazione va aggiunto che, per il decreto di grazia in questione, il Quirinale non si è discostato dai comportamenti abituali, senza alcuna inconsueta segretezza». Nella maggior parte dei casi di concessione di grazia, infatti, il Quirinale non emette comunicati, a causa della presenza di dati sensibili (malattie, vicende e relazioni familiari, coinvolgimento di bambini e altri aspetti delicati) che non devono diventare pubblici. Nel corso del suo secondo mandato, Mattarella ha firmato 42 grazie e in 30 casi non è stata data alcuna notizia in merito.

Famiglia nel bosco, Nordio archivia l’inchiesta

Dopo l’inchiesta sulla famiglia nel bosco disposta dal ministro della Giustizia, non sono emersi profili di illeciti disciplinari da parte dei magistrati. «Le decisioni di merito in ossequio all’indipendenza e all’autonomia della magistratura non sono oggetto di valutazione», ha riferito il ministero della Giustizia sottolineando che il Guardasigilli Carlo Nordio ha disposto l’archiviazione del procedimento sul caso. L’ispezione era stata avviata per verificare possibili violazioni dei doveri di imparzialità, correttezza e riservatezza rispetto alle misure adottate dal tribunale per i minorenni dell’Aquila (allontanamento e collocamento dei figli) e alle modalità dell’indagine. Gli ispettori del ministero della Giustizia si sono recati al tribunale, hanno acquisito atti e ascoltato i magistrati coinvolti, senza appunto riscontrare illeciti.

Cosa prevede il ddl sul consenso informato, approvato dal Senato e diventato legge

Con 78 voti favorevoli, 38 contrari e nessun astenuto l’Aula del Senato ha approvato in via definitiva il ddl sul consenso informato in ambito scolastico, che così diventa legge. Il testo, conosciuto anche come ddl Valditara dal nome del ministro dell’Istruzione, si compone di tre articoli e introduce disposizioni volte a garantire il consenso informato delle famiglie e degli studenti maggiorenni per le attività scolastiche ed extra-curriculari riguardanti l’educazione alla sessualità.

Cosa prevede il testo sul consenso informato in ambito scolastico

Innanzitutto, il testo dispone per le istituzioni scolastiche l’obbligo di richiedere il consenso scritto dei genitori o degli studenti se maggiorenni per attività didattiche sulla sessualità: a tal fine, gli istituti dovranno mettere a disposizione, per opportuna visione, il materiale didattico che intendono utilizzare. La nuova legge richiede poi il consenso preventivo scritto dei genitori o degli studenti maggiorenni anche la partecipazione alle iniziative extracurriculari eventualmente previste dal piano triennale dell’offerta formativa (Ptof). Anche in tal caso l’adesione è subordinata alla previa visione del materiale didattico. Il testo prevede la presenza di un docente durante lo svolgimento delle lezioni extracurriculari e di ampliamento dell’offerta formativa che coinvolgano minorenni. Ed è fatto divieto di svolgere qualunque progetto o attività didattica avente ad oggetto l’ambito della sessualità nelle scuole dell’infanzia o primarie.

Le critiche da parte delle opposizioni e la posizione della maggioranza

I senatori della maggioranza hanno votato a favore del consenso informato in ambito scolastico, mentre il testo ha raccolto una pioggia di critiche da parte delle opposizioni, che hanno votato contro. Secondo Daniela Sbrollini di Italia Viva, il ddl approvato dal Senato è «anacronistico e antiscientifico». Peppe De Cristofaro di Avs parla di «provvedimento ipocrita che riflette un’ossessione ideologica della maggioranza». Fermamente contrario anche il M5s. Cecilia D’Elisa del Pd ha affermato che, con il via libera al ddl, la coalizione al governo «si assume una grave responsabilità». Secondo la maggioranza «la libertà educativa dei genitori è un principio cardine: spetta a loro l’ultima parola su temi delicati e personali come la sfera affettiva e sessuale».

Il deputato Erik Pretto lascia la Lega

Un altro addio nella Lega. Erik Pretto, deputato vicentino ha deciso di lasciare il partito, a cui era iscritto dal 2009 e di cui era parlamentare dal 2018. «Me ne vado perché ho ricevuto un affronto personale e politico che mai avrei immaginato. Mi ribello ad un tentativo evidente di colpire la mia reputazione. Un tentativo meschino», ha detto in un’intervista al Giornale di Vicenza riferendosi alla richiesta di espulsione per presunte inadempienze rispetto agli obblighi di versamento della quota mensile in favore del Carroccio. «Le modalità di questa vicenda hanno rappresentato un’insanabile rottura del rapporto di fiducia. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma il mio disagio, come sa bene chi mi conosce, non nasce oggi», ha aggiunto. «È tanto tempo che sono perplesso. La Lega è sempre stato il partito dei militanti, invece è diventato il partito delle rendite di posizione degli eletti. Non abbiamo una linea politica su quasi nulla. Si rincorrono le tendenze social per sperare di recuperare qualche voto, si urlano slogan senza che questi vengano concretizzati in serie azioni di governo. Si è perso di vista il dna del partito, non siamo più il sindacato del territorio, non riusciamo a dare risposte ai nostri territori».

Sarebbe pronto all’addio anche Furgiuele

Secondo quanto riporta Repubblica, Pretto non sarebbe il solo a volersene andare dalla Lega. Sarebbe infatti pronto a seguirlo il deputato Domenico Furgiuele, che potrebbe dire addio al Carroccio per poi lasciare il ruolo di relatore al disegno di legge per la riforma dei porti in commissione Trasporti.

Schlein sempre più con Landini, la marcia su Roma di Vannacci e le altre pillole

Grande evento nel tardo pomeriggio di giovedì a Roma, nella libreria Feltrinelli di largo di Torre Argentina: Elly Schlein incontra Maurizio Landini. La segretaria del Partito democratico e il numero uno della Cgil saranno protagonisti di un dibattito per presentare il volume L’Italia che non arriva a fine mese, edito dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, con gli autori Mimmo Carrieri, professore della Luiss e con un passato a La Sapienza, Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro, e Agostino Megale, uno che è stato a capo della segreteria nazionale Cgil e della segreteria generale Fisac, assumendo anche la presidenza dell’Ires-Cgil. L’incontro sarà moderato dalla giornalista Conte: Valentina, non certo Claudia, la donna coinvolta nell’affaire Piantedosi. Una scelta che comunque, per colpa del cognome, «sembra quasi voler evocare il presidente Giuseppe Conte», si sente commentare ironicamente dai pentastellati. Si parlerà di “Lavoro e salari: una questione di sinistra”, come suggerisce il sottotitolo del libro. E magari, chissà, anche di patrimoniale, tema sul quale – guarda caso – Schlein e Landini sono favorevoli, mentre Conte è contrario. Comunque un’altra libreria Feltrinelli, quella in via Appia Nuova, alla stessa ora ha in programma un evento che rischia di battere quello proposto nel centro storico romano: c’è Luca Carboni che incontra i suoi fan e si prepara a un firmacopie per la sua “fatica letteraria” Luca non parlava mai. Imperdibile…

Schlein sempre più con Landini, la marcia su Roma di Vannacci e le altre pillole
Maurizio Landini con Elly Schlein (foto Imagoeconomica).

La marcia su Roma di Vannacci (ma occhio a non sbandare come Pozzolo)

«Ci vediamo il 4 giugno a Roma», ha detto il generale Roberto Vannacci girando l’Italia. Il giorno è arrivato: giovedì all’Eur, nel salone delle Fontane, arriva Futuro Nazionale. Partecipa all’evento Francesco Biava, già deputato nella XVI legislatura, che secondo i vannacciani «vanta un excursus e un curriculum politico di prim’ordine», anche come «capo della segreteria del ministro delle Politiche Agricole Gianni Alemanno». Il partito del generale «non potrà che registrare una grande crescita testimoniata dal grandissimo numero di tesserati e dall’entusiasmo che si rinnova in ogni incontro. Una nuova stella della politica italiana con la quale tutti dovranno confrontarsi e non solo la coalizione del centrodestra». La strada insomma è tracciata, l’importante è non sbandare, come ha fatto Emanuele Pozzolo, deputato che militava in Fratelli d’Italia e che ha traslocato in Futuro Nazionale dopo le note vicende biellesi della pistola a Capodanno del 2024: «Essere positivi all’alcoltest non significa essere ubriachi», ha provato a dire lui, giustificandosi. «Con le attuali leggi bastano due bicchieri di vino per raggiungere il valore che sarebbe risultato dai controlli effettuati dalla polizia stradale». Può sempre recriminare col ministro dei Trasporti Matteo Salvini e il suo inasprito codice della strada

Schlein sempre più con Landini, la marcia su Roma di Vannacci e le altre pillole
Schlein sempre più con Landini, la marcia su Roma di Vannacci e le altre pillole
Schlein sempre più con Landini, la marcia su Roma di Vannacci e le altre pillole

Per Mattarella si copre anche il cantiere Webuild

L’allestimento della festa del 2 giugno non è stato facile: tutta colpa del cantiere di piazza Venezia, con Webuild che sta scavando per realizzare la nuova linea della metropolitana romana. Come fare per migliorare lo spettacolo agli occhi del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel momento della discesa dalle scale dell’Altare della Patria dopo aver reso omaggio al Milite Ignoto? Ecco l’idea geniale: collocare in mezzo ai “lavori in corso” una gigantesca gru capace di tenere in piedi un altrettanto enorme telo con lo stellone della Repubblica Italiana. E così è stato fatto: lo stendardo taglia XXL ha praticamente coperto anche quelli che i romani chiamano “i mammozzoni”, ossia i silos collocati per le esigenze di cantiere, e che per una “operazione artistica” sono stati ornati con teli d’autore che però non piacciono per niente a turisti e indigeni. Almeno così alla più alta carica dello Stato è stato evitato il colpo d’occhio alla piazza, oggi occupata da Pietro Salini con il suo cantiere.

Schlein sempre più con Landini, la marcia su Roma di Vannacci e le altre pillole
La copertura del cantiere Webuild.

Zingaretti: uno al Quirinale, l’altro a Bruxelles a silurare Pina

Nicola Zingaretti lo aveva detto: «Il 2 giugno sarò al parlamento europeo». Mica alla festa della Repubblica, a Roma. Che poi la stessa cosa era stata annunciata dal generale Roberto Vannacci: «Sarò a Bruxelles, a lavorare». Sì, ma lo Zingaretti politico aveva una missione da compiere: “silurare” Pina Picierno, che ha lasciato il suo posto prezioso da vicepresidente del parlamento europeo a beneficio di… Zingaretti. E infatti “la Pina” piange, su Il Foglio, accusa, strepita, dicendo che abbandona il Partito democratico. Alla fine la destinazione potrebbe essere tra le braccia di Carlo Calenda, che spinge molto, anche se lei per ora nega. Il leader di Azione del resto è un altro super tifoso della causa ucraina. Invece l’altro Zingaretti, Luca, stava al cospetto del capo dello Stato Mattarella, per gli 80 anni della Repubblica.

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Nicola Zingaretti con Pina Picierno al parlamento europeo (foto Imagoeconomica).

Approvato alla Camera il ddl sul nucleare sostenibile

La Camera dei Deputati ha approvato ha approvato con voti 155 favorevoli, 86 contrari e otto astensioni il disegno di legge delega Pichetto in materia di energia nucleare sostenibile. Il provvedimento passa adesso al Senato per la seconda lettura: il governo conta sull’approvazione definitiva prima della pausa estiva del Parlamento, in modo da poter emanare i decreti attuativi entro la fine del 2026. Tra gli astenuti figura il gruppo di Italia Viva. Oltre alla maggioranza, si sono espressi a favore del disegno di legge delega anche Azione e la componente Pld-Misto.

Cosa prevede il disegno di legge sul nucleare

Il disegno di legge, di cinque articoli, delega il governo ad adottare entro un anno dalla sua entrata in vigore uno o più decreti legislativi per disciplinare la produzione e l’utilizzo in Italia di energia da fonte nucleare sostenibile; la fabbricazione e il riprocessamento del combustibile nucleare; la disattivazione e lo smantellamento degli impianti esistenti; la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile nucleare esaurito e la ricerca, lo sviluppo e l’utilizzo dell’energia da fusione. La delega viene collocata nel quadro delle politiche europee per il raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione entro il 2050 ed è volta a perseguire, al tempo stesso, la sicurezza e l’indipendenza energetica del Paese, il contenimento dei costi dell’energia per i clienti finali domestici e non domestici, nonché la competitività del sistema produttivo nazionale. Dal punto di vista prettamente industriale, il testo fa riferimento a Small Modular Reactors (SMR), Advanced Modular Reactors (AMR) e micro-reattori.

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste

La patrimoniale s’affaccia ciclicamente nel dibattito pubblico della sinistra e subito scompare, se ne parla per un po’, titoli di giornale, solito giro di interviste, qualche punto di riferimento fortissimo per i progressisti brandito come esempio virtuoso (oggi svetta sopra tutti Zohran Mamdani), solito giro di incazzature e poi stop, pausa di qualche settimana, di qualche mese, di qualche anno, e poi si ricomincia.

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Schlein torna all’attacco (e Conte si smarca)

«Penso che non possa essere un tabù» tassare i patrimoni, ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein, ospite ad Accordi&Disaccordi. «Stiamo parlando dell’1 per cento, forse anche meno, della popolazione rispetto a una esigenza che è quella di garantire servizi pubblici fondamentali al 99 per cento». Sempre stata favorevole, precisa la leader del Pd, a una patrimoniale. Una proposta però che non entusiasma, diciamo così, gli alleati: «La patrimoniale è uno slogan che funziona bene sui social ma non funziona nella realtà», ha detto Matteo Renzi a Quotidiano Nazionale. «Se l’Italia aumenta le tasse ai ricchi, i ricchi se ne vanno dall’Italia. E così abbiamo meno gettito per la sanità, per la scuola, per la sicurezza. Dunque è uno slogan che funziona a parole ma nella sostanza è un autogol».

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Giuseppe Conte ha sempre espresso la sua contrarietà, anche in pubblico. L’anno scorso, a novembre, quando si riaccese per la milionesima volta il dibattito sull’argomento, il leader del M5s fu piuttosto esplicito: «La patrimoniale non è all’ordine del giorno, non è prevista. Quando se n’è parlato, come fanno eminenti studiosi, lo abbiamo fatto a livello globale». Qualche mese prima, a febbraio del 2025, era stato l’economista-movimentista vicino ai cinque stelle Andrea Roventini, nel corso di un dibattito organizzato dalla Treccani, a rilanciare l’idea, a riaprire la discussione, sempre con il solito giro di interventi (sì Avs, no M5s).

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

L’effetto campagna elettorale

L’avvicinarsi delle elezioni politiche radicalizza i leader e le proposte identitarie dei partiti. Nel 2021, prima dunque delle elezioni del 2022 vinte – chissà perché – dal centrodestra, Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana, rilanciò l’assalto alle «grandi ricchezze»: «La nostra proposta di legge di iniziativa popolare per la tassazione sulle grandi ricchezze conviene al 95 per cento degli italiani. In Italia non è che non ci sia la ricchezza ma è suddivisa in un modo talmente ineguale quasi da configurare un quadro immorale. Questa è la realtà», sentenziò su La7. «E poi la nostra proposta, do una notizia, le tasse le toglie: viene cancellata l’Imu sulla seconda casa, e viene cancellata l’imposta di bollo introdotta da Monti che è una tassa sui titoli e sui depositi bancari a prescindere da quanto siano grandi, e quindi assai iniqua. Quindi ci sarebbe una bella fetta di popolazione italiana che paga un sacco di tasse a cui converrebbe davvero questa nostra riforma».

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste
Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli (Imagoeconomica).

Un altro assist alla maggioranza

Ma quello sulla patrimoniale è davvero un dibattito antico, gli archivi delle agenzie di stampa sono così ricchi da rischiare una robusta tassa sui patrimoni. Magari quello di Schlein è solo riposizionamento in vista delle future primarie che il campo largo dovrà celebrare per scegliere la prossima guida, soprattutto se nella nuova legge elettorale ci sarà l’indicazione del candidato premier. Magari sarà nella piattaforma programmatica del Pd formato elettorale, per la gioia di tutti i riformisti superstiti (che hanno appena ‘perso’ Pina Picierno) che hanno deciso di rimanere democratici sperando di non dover morire schleiniani. In ogni caso è il solito grande favore che il Pd fa al centrodestra in un momento in cui la coalizione di Palazzo Chigi non brilla. Il governo può adesso mettersi in modalità “Allarme Socialismo” e gridare che non i fascisti bensì i comunisti sono alle porte (tutte cose che funzionano altrettanto bene a livello retorico; anche sui social, per dirla con Renzi). Chissà se arriverà mai il momento in cui qualcuno fra Giorgio Gori e Filippo Sensi salterà su come il celebre Fantozzi gridando che la corazzata Patrimoniale è una cagata pazzesca.

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste
Giorgio Gori (Imagoeconomica).

Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»

Il Pd perde un altro pezzo. Dopo Elisabetta Gualmini e Marianna Madia, lascia il partito anche Pina Picierno, esponente di punta dei riformisti. «Di dubbi ne ho avuti moltissimi», spiega la vicepresidente del Parlamento europeo in una lunga intervista al Foglio, «mi sono più che lacerata, ma credo che per rispetto alla mia dignità politica e personale sia arrivato il momento di lasciare il Partito democratico di Elly Schlein che è divenuto un posto diverso da quello che abbiamo fondato e perché ho sempre chiesto alla politica la forza e il coraggio di fare in coscienza le scelte più giuste. Ora tocca a me avere coraggio».

Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»

«Non si può essere ambigui con il fascismo putiniano e gli estremismi»

Per Picierno, da tempo insofferente nei confronti della linea schleiniana, «la casa dei riformisti non c’è più. Non si può essere ambigui con il fascismo putiniano e gli estremismi. È ora di lavorare a qualcosa di nuovo, per vincere le elezioni». L’eurodeputata sottolinea lo «snaturamento» subito dal partito, «avvenuto per scivolamenti inesorabili, senza nemmeno una reale discussione, senza nemmeno il privilegio di poterne discutere in un congresso, come ho più volte chiesto». Detto altrimenti, «il Pd che abbiamo voluto al Lingotto non esiste più ed è necessario prenderne atto, ma le ragioni per cui è nato esistono ancora». «Resto democratica, non torno indietro», continua. «Credo che ci sia bisogno di ridare dignità e prospettiva unitaria a milioni di elettori che in questi anni hanno progressivamente abbandonato il Partito democratico scegliendo altre proposte a destra o a sinistra o rimanendo a casa. Questa diaspora», conclude, «va ricomposta fuori dalle alchimie di coalizione e dalla riduzione in tende e cespugli, di vecchie e nuove formule. Serve un riformismo coerente e popolare, in grado di entusiasmare e di far scattare quella scintilla di costruire con fiducia il cambiamento. Credo che ci possa e ci debba essere un impegno comune per fare nascere, tenendo insieme le differenze e le storie, un nuovo soggetto politico largo, che tenga insieme, che nasca per unire esperienze e personalità politiche diverse. Mi metto al servizio di questa idea e di questo progetto».