È morto a 69 anni il produttore discografico William Orbit, famoso per collaborazione con Madonna nell’album del 1998 Ray of Light, disco elettronico considerato uno dei migliori nella carriera della regina del pop.
Gli originali arrangiamenti di Orbit segnarono un nuovo capitolo per Madonna (proveniente dal non eccezionale Bedtime Stories), che grazie a successi come la title track, Frozen e The Power of Goodbye vinse tre Grammy Award. Il decesso è avvenuto il 23 luglio, ma è stato annunciato solo oggi dalla famiglia.
Desiderosa di non ripetersi, Madonna per il successivo album Music scelse Mirwais come produttore principale, pur mantenendo per tre brani la collaborazione con Orbit. Quest’ultimo produsse anche due singoli di successo di Madonna destinati a colonne sonore: Beautiful Stranger per Austin Powers – La spia che ci provava e la cover di American Pie di Don McLean, tratta dal film Sai che c’è di nuovo? (di cui l’artista fu anche protagonista). Orbit tornò a collaborare con Miss Ciccone per l’album MDNA del 2012, co-producendone sei brani.
William Orbit (Facebook).
Le altre collaborazioni di Orbit
Nel corso della carriera Orbit ha lavorato anche ad altri dischi di successo come lo sperimentale 13 dei Blur, quello di Tender & Coffee & TV, e Pure Shores delle All Saints, che arrivò al numero 1 nel Regno Unito). Come pezzi singoli, Orbit ha inoltre collaborato con Britney Spears, Ricky Martin, Kraftwerk, Beck, Melanie C, Robbie Williams, Chris Brown, Pink, No Doubt e U2.
«Quando sei in ospedale aspettando l’ultima trasfusione di sangue ti senti vacillare, pensi che il tuo tempo stia per finire o giù di lì. In questi giorni, la paura di non poter riabbracciare le persone a me più care, i miei figli, mi ha fatto vedere il cielo in un altro modo». Lo ha scritto Fedez su Instagram a corredo di una foto che lo ritrae in terrazzo al tramonto, annunciando uno stop temporaneo alle esibizioni live: «Il mio corpo ha alzato la mano per l’ennesima volta e mi ha detto “fermati”. Ora a dirmelo ci sono anche i medici, ed è quello che farò».
Fedez è stato da poco dimesso dopo una serie di accertamenti dall’ospedale Fatebenefratelli, dove tre anni fa era stato operato per un’emorragia interna provocata dal sanguinamento di alcune ulcere. Il ricovero è avvenuto a pochi giorni dopo la nascita del terzo figlio del rapper, Edoardo Lupo, avuto dalla compagna Giulia Honegger.
Stop dell’attività live per due mesi
«A seguito delle condizioni di salute dell’artista, che richiedono un periodo di cure e recupero, si rende necessaria la sospensione dell’attività live di Fedez prevista nei mesi di agosto e settembre, per consentire all’artista di dedicarsi pienamente al percorso di recupero e alla tutela della salute», ha spiegato la società Vivo Concerti. Annullati i dj set in programma nel mese di agosto e il concerto Casa 360, che si sarebbe dovuto tenere il 25 settembre 2026 all’Unipol Forum di Assago. Oltre a questi due eventi, il tour estivo di Fedez prevedeva una serie live in piazze fra Sud e Centro Italia, tutte annullate.
È morta Bonnie Tyler, cantante britannica interprete di una serie di hit negli Anni 70 e 80, tra cui Total Eclipse of the Heart. Aveva 75 anni. A maggio era stata posta in coma indotto dopo un intervento chirurgico d’urgenza all’intestino in Portogallo, dove abitava: era ancora ricoverata in terapia intensiva.
Il grido che le cambiò la voce (e la carriera)
Nata nel 1951 come Gaynor Hopkins nel Galles meridionale, Bonnie Tyler scelse il nome d’arte con cui divenne nota leggendo un giornale e selezionando nomi e cognomi che le piacevano. I primi successi erano arrivati a metà degli Anni 70 con i singoli Lost in France e More Than a Lover. Nel 1977, dopo un intervento chirurgico per dei noduli alle corde vocali, l’episodio che le cambiò la carriera, raccontato nella sua autobiografia: mentre si recava in ospedale a trovare il fratello, si accorse di aver dimenticato il regalo che aveva comprato per lui e così lanciò un grido talmente forte, che le provocò danni permanenti. La voce di Bonnie Tyler ne uscì trasformata, assumendo una timbrica più roca: nello stesso anno incise It’s a Heartache, che divenne una hit mondiale. Il suo brano più famoso è però senza alcun dubbio Total Eclipse of the Heart, arrivato nel 1983.
Bonnie Tyler negli Anni 80 (Ansa).
Nel 1984 fu ospite del Festiva di Sanremo
L’anno successivo, ospite al Festival di Sanremo, eseguì la canzone sul palco dell’Ariston, cosa che di fatto la lanciò anche in Italia, dove era ancora poco conosciuta. Nel frattempo, però, era inserita nel Guinness dei primati grazie all’album Faster Than the Speed of Night, che era entrato nella classifica inglese direttamente al numero 1, cosa mai successo in precedenza a un’artista britannica.
Tra i suoi successi anche Holding Out for a Hero
Tra i successi della sua lunga carriera figurano anche Holding Out for a Hero, dalla colonna sonora di Footloose, e Here She Comes, canzone nata dalla collaborazione con Giorgio Moroder.
Bonnie Tyler nel 2018 (Ansa).
Nel 2013, anno in cui era stata insignita del titolo di Member of the Order of the British Empire per il suo contributo alla musica, aveva rappresentato il Regno Unito all’Eurovision Song Contest con il brano Believe in Me. L’ultimo album di Bonnie Tyler, The Best Is Yet To Come (il 18esimo in studio), era uscito nel 2021.
Bonnie Tyler all’Eurovision Song Contest nel 2013 (Ansa).
Sabato 4 luglio Niccolò Moriconi, in arte Ultimo, ha trasformato la spianata di Tor Vergata in un oceano da un quarto di milione di anime pronte a farsi cuocere dal sole per il maxi-evento La Favola Per Sempre. Contemporaneamente, allo Stadio Maradona, il 26enne Emanuele Palumbo, alias Geolier, ha messo le tende monopolizzando l’impianto con ben sei notti consecutive per il prossimo anno, dopo aver già fatto tre volte il pieno quest’anno e altre due volte due anni fa. Per la prima volta, la chiesa laica di Vasco Rossi trova i suoi eredi strutturali. Ma non cercate il sound del Blasco nelle ballate al pianoforte del 30enne romano o nelle metriche del ragazzo di Secondigliano: qui si parla di pura funzione sociale, di periferie metropolitane che smettono di fare le comparse e si prendono i botteghini, muovendo economie gigantesche nello scetticismo dei recensori col sopracciglio alzato.
I nuovi profeti delle masse non nascono nelle bolle dei talent
I profeti delle masse non nascono nelle serre protette dei talent show, ma si forgiano a pane e rifiuti industriali. Se il rocker di Zocca — che per il mezzo secolo di carriera blinda lo storico record di 10 concerti di fila all’Olimpico, una residency d’acciaio — comincia a masticare musica fondando Punto Radio nel 1975 sull’Appennino modenese, registrando vendite misere per i primi album nell’indifferenza del mercato, il cantautore di San Basilio deve incassare i primi no ad Amici e X Factor prima di trovare un rifugio indipendente nella label Honiro ed espugnare Sanremo Giovani nel 2018. Con la stessa identica fame, il golden boy del rione Gescal lavora da ragazzino in una fabbrica di lampadari e nel 2018 sbarca autonomamente su YouTube con P’ Secondigliano, un videoclip che diventa virale, intercettando la rete dei coetanei prima di costringere le major a piegarsi alle sue regole.
La prova di fuoco dell’Ariston
Questo legame con la strada trova nei verdetti ufficiali del Festival di Sanremo la certificazione esatta dello scontro frontale. Non a caso la kermesse posiziona il Blasco direttamente sul fondo della classifica nel 1982 con Vado al massimo e al penultimo gradino l’anno dopo con Vita spericolata, applicando il rifiuto totale della coda. Un copione che non cambia più di tanto con le nuove leve. Nel 2019 il voto congiunto di Sala Stampa e Giuria d’Onore sfila la vittoria a Ultimo per consegnarla a Mahmood, bloccando il suo 46,5 per cento di preferenze da casa e scatenando quella sua rabbiosa reazione in conferenza stampa. Un j’accuse virale contro i giornalisti che incrina per sempre i suoi rapporti con i media.
La dinamica si fa speculare nel 2024 con Geolier, che dopo aver vinto la serata delle cover tra i fischi della platea dell’Ariston viene superato in finale da Angelina Mango. Il voto della Sala Stampa e delle Radio neutralizza lo storico record del 60 per cento al televoto — mica cotica —, sanzionando quel cantare in napoletano percepito come una provocazione fonetica sgrammaticata e priva di dignità letteraria rispetto alla lingua italiana.
Le stroncature di una certa intellighenzia
Un divario profondo tra la pancia degli ascolti e certa intellighenzia che ricalca fedelmente l’archivio delle stroncature subite storicamente da Vasco. Se nel dicembre del 1980 lo scrittore e fondatore di Panorama Nantas Salvalaggio, una delle firme più autorevoli all’epoca, firmava il dissing ante litteram definendo il rocker «un bell’ebete, malfermo sulle gambe, con gli occhiali fumè dello zombie, dell’alcolizzato, del drogato “fatto” […] », oggi la sanzione culturale si sposta direttamente nelle aule scolastiche. Durante gli ultimi esami di terza media, una famiglia deve contestare le umiliazioni pubbliche e le derisioni della coordinatrice di classe perché il figlio osa presentare una tesina sul rapper di Napoli.
Il rapporto fisico con la fanbase
La strada, tuttavia, risponde blindando l’ugola di turno attraverso un rapporto fisico con la fanbase. Un esempio? Gli irriducibili di Ultimo hanno piantato le tende a Tor Vergata il 19 giugno, 15 giorni prima del concerto, sfidando temperature torride sotto il sole pur di conquistare la transenna e facendo scattare sui social l’ironia sulla sfida aperta alla stoica resistenza del vecchio popolo di Vasco. Un culto a cui la voce capitolina risponde aprendo le prove generali blindate esclusivamente a 1.500 fan con disabilità in modo totalmente gratuito e portando la diretta dello show nei reparti del Policlinico di Tor Vergata per i malati ricoverati. Dall’altra parte, Geolier esercita un vero e proprio feudalesimo territoriale, annunciando nel bel mezzo del suo tour estivo che nel 2027 canterà esclusivamente nella sua città («perché Napoli è casa tua») obbligando il pubblico di tutta Italia a mettersi in viaggio verso il Sud se vuole ascoltarlo in una residency estesa a sei serate. È una fede totale, riassunta nella recente intervista rilasciata a Esse Magazine: «Io a Napoli giro senza sicurezza. Cosa penserebbe altrimenti la gente di me con quello che dico nelle canzoni? La sicurezza mia, i miei bodyguard, sono i guagliuni di Napoli». Un patto di sangue, lo stesso che ha il Kom coi suoi fedelissimi che da 50 anni vanno a stanarlo fino a Zocca. Insomma, finché ci sarà un popolo disposto a migrare in massa per ascoltarli, i padroni della festa saranno sempre loro.
Fuori ci sono già 30 gradi all’ombra, le ascelle degli italiani iniziano a mandare i primi segnali di fumo, e i colonnelli del transistor hanno già deciso a tavolino come e quanto dovremo soffrire sotto l’ombrellone. Domenica, al Centrale del Foro Italico di Roma, va in scena il neonato Power Hits Estate Grand Opening. Un titolo che gronda modestia, inventato da Lorenzo Suraci per festeggiare il decennale della sua creatura con un colpo di genio: sdoppiare il festival. Perché aspettare luglio per farsi del male? Molto meglio stabilire a tavolino l’apertura dei battenti a maggio, per poi trascinare l’agonia dei tormentoni fino a settembre all’Arena di Verona. Grattando via i lustrini, però, ci si accorge che non siamo di fronte a una festa spontanea.
I figuranti in cartellone non si trovano su quel palco per un’improvvisa illuminazione dello Spirito Santo o perché la gente ha scelto le canzoni canticchiandole sulla spiaggia. Fanno tutti parte, o quasi, della triade delle multinazionali che presidia il mainstream nostrano: Warner, Sony e Universal. Cantano tutti per lo stesso portafoglio, spostandosi in blocco da una transenna all’altra come una comitiva di pendolari del lusso con il pass VIP al collo. Dopotutto il tormentone estivo come miracolo democratico nato sotto l’ombrellone è una favola a cui non credono più nemmeno i bambini: la musica è una catena di montaggio e le major usano i network come caselli autostradali.
Le stesse facce di Sanremo si rivedono al Concertone, a Battiti Live e al Foro Italico
La spectre radiofonica ha perfezionato l’arte del lavaggio del cervello: si prendono le medesime facce, si fa timbrare loro il cartellino all’Ariston a febbraio, le si fa scaldare sul palco del Concertone del Primo Maggio, le si trasferisce sulle passerelle di Battiti Live Spring e, infine, le si fa atterrare al Foro Italico, pronte per un altro paio di giri di giostra estivi su Canale 5. Un martellamento a reti unificate per sfinimento del timpano. E sia chiaro: non è detto che in questo enorme calderone non ci sia una canzonetta che funzioni o un pezzo indovinato. Il punto è che, buono o cattivo che sia il prodotto, passano solo ed esclusivamente loro perché il tabellone è bloccato a monte da una spartizione scientifica delle quote di mercato. Diventa una sfilata di figurine interscambiabili dove le sorelle major si dividono i corpi del reato.
Levante, Serena Brancale e Delia al Concertone del Primo Maggio 2026 (Ansa).
Le corazzate dei tormentonisti di Warner, Sony e Universal
La Warner Music monopolizza l’aria schierando l’esercito dei tormentonisti di professione: Annalisa nella divisione Atlantic Records come Achille Lauro, Geolier, Fedez, Serena Brancale e lo stesso Sal Da Vinci. Tutti arruolati sotto la stessa bandiera industriale, a dimostrazione che la major non fa prigionieri ma solo contratti.
Le altre due consorelle non stanno certo a guardare per il bene dell’arte: Sony risponde saturando lo streaming con il pacchetto pre-confezionato di Biagio Antonacci, Gigi D’Alessio e Bresh, scendendo fino ai giovani cresciuti a pane e visualizzazioni. La Universal chiude il cerchio piazzando nella catena i suoi pesi massimi: Emma, Giorgia o la coppia LDA & Aka 7even.
Emma e Giorgia (Ansa).
Pure i talent si passano i concorrenti: è la fine dello scouting
In questa melassa dove le canzoni rimbalzano da un network all’altro per convincerci che ogni traccia sia da strapparsi i capelli, la figura del talent scout è stata felicemente sostituita da un ufficio di collocamento che ripesca profili già catalogati, digeriti e marchiati. Chi lo fa più lo scouting in Italia? Nessuno. Basta guardare la finale di Amici di quest’anno: a trionfare è stato Lorenzo Salvetti, una faccia che era già passata dall’ingranaggio dei live di X Factor nella scuderia di Achille Lauro prima di essere elegantemente reinserita nel circuito di Canale 5. Se persino la scuola televisiva più famosa del Paese smette di cercare dal basso e si limita a riaddestrare e sdoganare usato sicuro, il colpo è totale. La musica che ascolteremo nei prossimi mesi non è la colonna sonora della nostra estate. È solo una tassa fissa da pagare, mentre noi restiamo orfani di alternative sul telecomando, condannati a credere che questo algoritmo sia davvero l’unico tormentone possibile.
Settant’anni e non sentirli? Magari fosse così. L’Eurovision Song Contest spegne 70 candeline a Vienna, ma l’aria che tira nella capitale austriaca non somiglia a quella di un compleanno felice. La kermesse che una volta spacciava il sogno di un’Europa unita a colpi di sintetizzatori e coreografie improbabili, oggi si ritrova a gestire un inventario di cocci rotti, defezioni di massa e un imbarazzo istituzionale che neanche quintali di fondotinta riescono a coprire.
Se una “Big Five” se ne va, significa che il meccanismo si è rotto
Il motto è ancora “United by Music”, ma la realtà è che siamo “Divided by War”. Il grande esodo non è una minaccia: è un dato di fatto che ha mutilato il cartellone. Spagna, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Islanda hanno sbattuto la porta. Il forfait di Madrid è quello che fa più rumore: il Paese oggi governato da Pedro Sánchez non saltava il giro dal 1961. Se una “Big Five” (i soci di maggioranza che staccano gli assegni pesanti assieme a Italia, Francia, Germania e Regno Unito) se ne va, significa che il meccanismo si è rotto definitivamente. La Slovenia rincara la dose: niente canzonette, spazio a “Voices of Palestine”, una serie di documentari che sono il contrappasso perfetto per le paillettes austriache e un ceffone alla presunta a-politicità del contest.
Attivisti con la bandiera della Palestina protestano in Serbia contro la partecipazione di Israele all’Eurovision (foto Ansa).
Ma quale neutralità: la Russia fu fatta fuori, Israele no
Il convitato di pietra, manco a dirlo, è Israele. Mentre a Gaza si muore, a Vienna si canta, ma con le mani legate da un regolamento che trasuda ipocrisia lontano un miglio. L’Ebu, l’Unione europea di radiodiffusione, si aggrappa al feticcio della “neutralità”, dimenticando però che nel 2022 la Russia è stata fatta fuori in 24 ore per l’invasione dell’Ucraina. Per Tel Aviv, invece, si applica la dottrina dello show must go on a ogni costo. Due pesi, due misure. E una credibilità che cola a picco come un trucco pesante sotto i riflettori.
Il palco dell’Eurovision nel 2021 (foto Unsplash).
Come se le bombe a Gaza fossero solo un problema di acustica
In questo clima da ultima spiaggia, l’Italia schiera Sal Da Vinci. L’ultimo reduce del melodico partenopeo, fresco di corona sanremese, si presenta con Per sempre sì. Una coreografia da matrimonio che fa sorridere se non fosse che il contesto è tragico. Lui, in conferenza stampa, ha provato a fare il pompiere filosofo: «La musica non ha colori». Un bagno di pace, un palcoscenico per l’eternità. Una narrazione che sposa perfettamente quella della Rai (che trasmette le semifinali del 12 e 14 maggio e la finale di sabato 16 maggio) e del direttore del Prime Time Williams Di Liberatore, che ha parlato di «moral suasion» per includere artisti palestinesi mentre si continua a ballare con chi è nell’occhio del ciclone. Peccato che l’unico conflitto ammesso, secondo loro, sia quello “interiore dell’artista”, come se le bombe a Gaza fossero solo un problema di acustica.
Sal Da Vinci (foto Ansa).
Dopo gli scandali e le manipolazioni sui voti, si prova a ripulire il marchio
I conduttori italiani dell’edizione 2026 cosa dicono? Elettra Lamborghini prova a credere alla solita favoletta della musica che unisce («Chapeau per chi decide di non partecipare, rinunciando a una grande opportunità»), mentre Gabriele Corsi ammette di invidiare «chi ha solo certezze» (ricordando di essere ambasciatore Unicef per smarcarsi dalla responsabilità). Intanto l’Ebu tenta di salvare il salvabile blindando il giocattolo. Dopo lo scandalo dei voti pilotati a Malmö nel 2024, è scattato lo stop al marketing di Stato finanziato dai governi. Un tentativo disperato di ripulire un marchio che ha perso credibilità dopo i sospetti di manipolazione del 2025, quando il secondo posto israeliano sollevò pesanti dubbi sulla trasparenza dei risultati.
Elettra Lamborghini e Gabriele Corsi durante la presentazione Rai di Eurovision Song Contest 2026 (foto Ansa).
Persino il vincitore svizzero del 2024 ha riconsegnato il trofeo
Ma il muro del dissenso non si abbatte con un algoritmo. Oltre mille artisti, guidati da nomi come Roger Waters, Peter Gabriel, Brian Eno e i Massive Attack, hanno firmato la lettera aperta “No Music for Genocide” che smonta ogni illusione di neutralità. Persino Nemo, vincitore svizzero del 2024, ha riconsegnato il trofeo, denunciando che senza valori le canzoni perdono ogni significato.
Nemo (foto Ansa).
Il silenzio mediatico come strategia di contenimento dei danni
Eppure, il dato più inquietante è che di questa edizione se ne parla pochissimo. Il silenzio mediatico è diventato la vera strategia di contenimento dei danni. Il mainstream ha abbassato il volume, e gli sponsor tremano cercando di vendere un evento “ridotto” e “apolitico” che invece è una polveriera pronta a esplodere. Intanto i bookmaker iniziano a declassare la nostra ballata melodica. L’entusiasmo generale è ai minimi storici.
L’unica cosa bella è il coraggio di chi ha deciso di non esserci
Cosa rimane allora della festa di Vienna? Una diplomazia del pop ridotta in briciole e un festival diventato il simbolo più plastico dell’incapacità europea di guardarsi allo specchio. Tornare a partecipare 15 anni fa sembrava un’idea bellissima; oggi, vedendo questo spettacolo di sorrisi forzati, l’unica cosa che appare davvero bella è il coraggio di chi ha deciso di non esserci.
Anitta, Cardi B, Niall Horan e Charlie Puth. Sono i quattro artisti che compongono la line up di In the Mix, il primo festival musicale di TikTok. La piattaforma social di ByteDance ha infatti annunciato che trasmetterà in live streaming un concerto esclusivo previsto per il 10 dicembre a Mesa, in Arizona. Altri cantanti inoltre si uniranno agli headliner, tra cui diversi giovani talenti che hanno guadagnato le luci della ribalta proprio con i loro videoclip sull’app. I biglietti per l’evento, che avrà luogo all’interno dello stadio di baseball Sloan Park, saranno disponibili in prevendita da venerdì 27 ottobre. I prezzi partono da 25 dollari per il prato, fino a 60 dollari per l’area parterre più vicina al palcoscenico circolare al centro dell’area di gioco. Bisognerà spendere 40 dollari per accomodarsi sulle gradinate. Non è ancora chiaro se e quanto bisognerà spendere per avere accesso alla trasmissione streaming.
I quattro headliner dell’evento In the Mix di TikTok (X).
TikTok, chi sono le star dei social al concerto in live streaming
Accanto ai quattro headliner, che canteranno i loro maggiori successi recenti e del passato, TikTok ha poi annunciato la presenza di varie star della piattaforma. Ci sarà per esempio Isabel LaRosa, cantante classe 2004 del Maryland che nel 2021 ha firmato un contratto con la Rca Record proprio grazie al suo successo sui social. Il suo singolo I’m Yours, divenuto virale in Rete, ha totalizzato migliaia di visualizzazioni, tanto da essere pubblicato anche in versione accelerata, più adatta ai tempi brevi dei filmati online. Sempre dagli States, ma stavolta da Atlanta, arriverà la rapper Kalii, nome d’arte della 23enne Kaliya Ashley Ross. Con le sudcoreane Fifty Fifty ha cantato Barbie Dreams, parte della colonna sonora del film Barbie con Margot Robbie. Annunciata anche la presenza della rapper canadese di origini congolesi Lu Kala e per il musicista Sam Barber.
L’impegno di TikTok nella musica mondiale è già noto da tempo. In estate, per esempio, la società madre ByteDance aveva lanciato TikTok Music, servizio di streaming musicale su abbonamento ancora però non disponibile in Italia. Negli Usa avrà presto luogo un talent show che ricorda da vicino X Factor e The Voice destinato agli artisti emergenti. Denominato Gimme the Mic (in italiano, Dammi il microfono), il contest mirerà a scegliere il miglior hitmaker, che riceverà un premio di circa 2500 dollari. In collaborazione con Billboard, TikTok ha persino lanciato a settembre una speciale classifica dei brani più ascoltati e utilizzati per produrre filmati sulla piattaforma a livello planetario. Nella Top 50 di ottobre sono presenti, tra gli altri, Drake, l’immancabile Taylor Swift e Doja Cat.
Portare in palcoscenico la storia di oggi – così recente che ancora la tensione della cronaca cova sotto la cenere, così presente che la successione di tragici eventi sembra un ordine seriale non modificabile – è stata a lungo la sfida di uno dei più importanti compositori contemporanei, John Adams. Dal suo debutto con Nixon in China(1987), il 76enne musicista del Massachusetts, uno dei grandi nomi del cosiddetto minimalismo, ha variamente percorso le strade suggerite dagli avvenimenti contemporanei. Poco a che vedere – almeno sul piano dei soggetti – con la maggior parte delle scelte del caposcuola, Philip Glass, di 10 anni più anziano, che nell’ultimo ventennio del secolo scorso andava proponendo per la scena personaggi come Einstein o il faraone Aknaten, o Galileo Galilei, oppure faceva ricorso alla letteratura, com’è il caso di The Fall of the House of Usher, da Edgar Allan Poe, lavoro portato al debutto nello stesso anno in cui Adams raccontava in musica lo storico incontro fra il presidente Usa e Mao-Tse-Tung.
I ringraziamenti di John Adams dopo aver ricevuto il premio Erasmo nel 2019 ad Amsterdam (Getty Images).
Le polemiche su The Death od Klinghoffer a partire dalla prima a Bruxelles nel 1991
Il secondo lavoro per il palcoscenico di Adams, The Death of Klinghoffer(La morte di Klinghoffer), ha avuto una vita complicata fin dal suo primo apparire, al Théâtre de la Monnaie di Bruxelles, nel marzo del 1991, con la regia di Peter Sellars. E il motivo è facilmente intuibile. Si tratta infatti di una rievocazione del dirottamento della nave da crociera Achille Lauro da parte di quattro terroristi appartenenti al Fronte per la Liberazione della Palestina, avvenuto nell’ottobre 1985. L’azione culminò nell’omicidio del cittadino americano di religione ebraica Leon Klinghoffer, che aveva 69 anni ed era costretto su una sedia a rotelle e dopo essere stato ucciso con due colpi di pistola fu gettato in mare dai terroristi. Concluso il dirottamento e arrestati i suoi responsabili, che furono processati in Italia perché la nave batteva bandiera italiana, a proposito specialmente di questo feroce delitto si scatenò la cosiddetta “crisi di Sigonella”, che vide i rapporti fra Stati Uniti e Italia arrivare al punto più basso dal Dopoguerra a oggi.
Le controversie statunitensi sul presunto antisemitismo dell’opera di Adams
Più che in Europa, l’opera ha avuto vita difficile negli Stati Uniti, a causa dell’aspra e prolungata, ricorrente controversia sul suo presunto antisemitismo, addebito sempre sdegnosamente respinto dal compositore, che ha ripetutamente affermato di essersi ispirato a un rigoroso equilibrio nell’illustrare le posizioni dei palestinesi e quelle degli ebrei. Posizioni riflesse nell’ampio spazio dato alle pagine corali nelle quali, appunto, i due popoli esprimono il loro sentire. In ogni caso, lo stesso Adams aveva provveduto almeno inizialmente (poi le esecuzioni integrali non sono mancate) a eliminare una scena dell’opera, nella quale i vicini di casa dei Klinghoffer negli States sono rappresentati secondo quelli che sono stati da più parti accusati di essere stereotipi antisemiti. E quella scena non è presente neanche nella sola registrazione discografica oggi reperibile. Ma il musicista ha tenuto la posizione sull’impianto generale del lavoro, nonostante nel tempo sia stato attaccato anche da intellettuali autorevoli come il musicologo Richard Taruskin.
Nel gennaio 2002 la prima a Ferrara pochi mesi dopo l’attacco dell’11 settembre
Rappresentata negli Stati Uniti, durante gli Anni 90 e i primi anni Duemila, sempre con accompagnamento di proteste, l’opera è approdata sul massimo palcoscenico operistico americano, quello del Met di New York, soltanto nell’autunno del 2014, a 23 anni dalla prima assoluta. In quell’occasione, è stata sospesa la programmata trasmissione in streaming della rappresentazione, scelta che ha causato la risentita protesta di Adams, ma lo spettacolo è andato in scena con il calendario stabilito senza ulteriori problemi. In quel momento, la prima assoluta in Italia (a quanto ci risulta, anche l’unica produzione) era già avvenuta da oltre un decennio. The Death of Klinghoffer è stata infatti rappresentata al teatro Comunale di Ferrara nel gennaio del 2002, pochi mesi dopo il sanguinoso attacco terroristico alle Due Torri dell’11 settembre 2001, in un intrigante allestimento firmato dal regista Denis Krief, poi replicato il mese successivo anche a Modena (direttore Jonathan Webb). Per capire il clima, nel novembre di quell’anno il coro dell’opera di Boston si era rifiutato di eseguire in concerto alcuni dei cori dei palestinesi e degli ebrei contenuti nella partitura. Nella città dei Finzi Contini, sede di una delle più importanti comunità israelitiche italiane, non si è dovuta registrare alcuna contestazione. Alla fine – chi scrive era presente – il successo è stato pieno.
La protesta degli studenti ebrei all’esterno del Metropolitan Opera in occasione della prima di The Death of Klinghoffer nel 2014 (Getty Images).Le grandi pagine corali che punteggiano il dramma
Una drammaturgia essenziale da cui emergono l’ideologia e le radici culturali dei personaggi
Anche se tutta l’opera, a partire dal prologo con i suoi due grandi cori, si basa su una sorta di “simmetria” che in qualche modo mette di fronte la prospettiva dei palestinesi e quella degli ebrei, o più generalmente dell’Occidente, il tema politico finisce per essere trascinato dalla tensione dell’evento che si racconta, secondo una logica drammaturgica asciutta, essenziale. Ne sortisce una sorta di epica tesa, drammatica, densa di implicazioni psicologiche che non riguardano tanto i personaggi (sono quelli della cronaca, ma nessuno ha un reale rilievo individuale) quanto la loro ideologia, i loro sentimenti di popolo, le loro radici di cultura. La partitura di Adams ha molte più frecce al suo arco del ricorso agli stilemi ricorrenti del minimalismo musicale. Certo, rimane il gusto per i piani sonori ben definiti, omogenei, per le progressioni armoniche, per le tinte soffuse e le dinamiche sottili, per un’invenzione melodica a tratti rarefatta. Qui però, fermo restando un eloquio comunque trasparente e “comprensibile”, senza astrusità, s’impone anche una cifra espressiva effettivamente drammatica, molto ricca di sostanza ritmica, plasticamente teatrale. Non c’è distacco intellettualistico, ma partecipazione a tratti vibrante, comunque efficacemente comunicativa, specialmente nelle grandi pagine corali che punteggiano il dramma secondo una logica che affonda le radici nella tragedia greca e ha i suoi antecedenti musicali nell’Oratorio. Meno incisiva la scrittura vocale dei singoli personaggi, soprattutto per l’insistenza su un declamato anche duttile ma in qualche caso almeno rinunciatario nella sua ripetitività.
Il libretto di Alice Goodman non perde mai di vista il dramma di popolo
Il libretto della poetessa Alice Goodman (la stessa autrice di Nixon in China) è spesso ridondante, complesso nella gran mole di riferimenti coranici o biblici (l’autrice è anche ministra di culto della Chiesa Anglicana al Trinity College di Cambridge), ma non perde di vista, ed è essenziale, il filo rosso del dramma di popolo che racconta. E il dramma, da tutti i punti di vista, sta in queste atroci parole pronunciate dal terrorista Mamoud: «Il giorno che io / E il mio nemico / Staremo tranquillamente seduti / Ognuno dei due a esporre il suo caso / Sforzandoci di raggiungere la pace / Quel giorno morirà la nostra speranza / E anch’io morirò». Dopo 30 anni, parole ancora di sconvolgente e tragica attualità.
Alberto Arbasino, fosse ancora vivo, avrebbe 93 anni. Mick Jagger e soci, oggi fuori con il loro nuovo lavoro Hackney Diamonds, ne hanno 80, chi più chi meno. Arbasino, tra le sue tante invenzioni letterarie – ricordiamo che a lui si deve l’iconica “casalinga di Voghera e quel “signora mia”, così snob da diventare simpatico – ha coniato la massima «si parte come brillanti promesse per diventare soliti stronzi, a pochi il privilegio di diventare venerati maestri». Parola più, parola meno. Ragionamento perfetto, buono per tutte le situazioni. Ma non per i Rolling Stones. Che hanno toccato tutte queste voci, per poi arrivare ben oltre il ruolo di venerati maestri: sono vere e proprie leggende viventi. Fatevi un giro in una qualsiasi città, specie quelle come Milano o Roma, infestate da cantieri, e vedrete come in genere passano le giornate i loro coetanei, a trascinare stancamente carrelli per la spesa, guardare come viene su quel palazzo, parlare stancamente su qualche panchina, se non in casa fissi su un programma qualunquista di Rete4. Questo mentre i, accompagnati dalle schitarrate iconiche di Keith Richards – il quale recentemente ha dichiarato di aver smesso da decenni con le droghe, questo dopo averci raccontato con dovizie di dettagli nella sua bio di essersi fumato anche le ceneri del padre morto – alternandosi tra classici rock’n’roll di matrice nera e ballad sdolcinate, tutte acustiche e archi, i nostri paladini ci dimostrano, oggi più che mai, che non solo il rock non è stato seppellito dalla trap, ma ci sono buone probabilità che le sopravviverà, mostrando sempre e comunque la lunga linguaccia, da poco apparsa anche sulle maglie del Barcellona.
Sarà il genio o una strana congiuntura astrale ma le canzoni girano che è una bellezza
Il disco, chiederà qualcuno? Ha ancora oggi senso tirare fuori un album? E ha senso tirare fuori un album di una band che da sempre, primi Anni 60, lavora su un unico mood? Sì, ha senso. Perché, sarà il genio, quello che li ha fatti assurgere a leggende, appunto, o sarà una strana congiuntura astrale che ciclicamente li vede al posto giusto nel momento giusto, ma questa manciata di nuove canzoni – nuove ma che potrebbero comodamente essere antiche – girano che è una bellezza, e girano anche nei cellulari, volendo, non necessariamente in stereo hi-fi. Partiamo con la decisamente funzionale Angry, funzionale per far discutere ma anche sufficientemente radiofonica per finire un po’ in tutte le airplay. I vecchietti in questione ben sanno che per arrivare al loro pubblico è meglio passare di lì che nelle Playlist di Spotify. Il lavoro si dimostra solido e impeccabile, con tracce sempre a fuoco e qualche picco in alto di quelli che ti fanno sobbalzare sulla sedia, se sei loro coetaneo una di quelle comprate in una televendita di Mastrota in tv, in regalo una bicicletta col cambio Shimano, immagino.
La dolce e smielata Depending on Youè di quelle che, è scritto, finirà in una qualche scena strappalacrime di una commedia romantica grazie alla voce di Jagger sempre capace di creare empatia immediata con l’ascoltatore; Whole Wide World è un rockaccio amarissimo sulla brutta china che ha preso la loro città, Londra, e con essa tutto il mondo, con le chitarre di Richards e Ron Wood che si intrecciano come in fondo hanno sempre fatto. Poi arrivano le atmosfere rilassate e quasi caraibiche di Dreamy Skies, impreziosita dalla armonica del cantante e dall’hammond di una garanzia come Benmont Tench, direttamente dagli Heartbreakers del mai abbastanza compianto Tom Petty. Seguono la caciaresca Live by the Sword, con di nuovo tutti i componenti dietro i rispettivi strumenti, Charlie Watts redivivo compreso, miracoli della tecnologia, Bill Wyman figliol prodigo sempre gradito come l’ospite Elton John, e Tell me Straight, il classico momento Keith Richards, col rugoso asso delle sei corde anche al microfono.
Keith Richards, Ron Wood e Mick Jagger (Getty Images).
Sweet Sounds of Heaven impreziosita dal genio di Lady Gaga e Stevie Wonder
Due due sono i punti che meritano particolare attenzione, e non solo da parte dei sodali della band che rischia di diventare la più longeva del pianeta. Parto dalla fine, e segnalo subito Sweet Sounds of Heaven, il gospel lunghissimo, oltre cinque minuti, praticamente quasi tre canzoni, stando ai diktat e standard imposti da Daniel Ek di Spotify, dove al fianco di Jagger c’è una artista che indubbiamente, destino permettendo, continuerà a lungo a stupirci per la sua geniale versatilità: Lady Gaga. Una canzone che prende il concetto di incedere del tempo e lo fa a pezzi, dimostrando come una bella canzone è in grado di superare le mode, la contemporaneità, puntando dritto dritto verso l’infinito e oltre, per dirla con Buzz. Lady Gaga, per altro, dei nostri vecchietti potrebbe essere più nipote che figlia, l’anagrafe parla chiaro. Una canzone che se fosse uscita negli Anni 60 avrebbe avuto esattamente lo stesso impatto, perché il rock’n’roll è questa cosa qui, signora mia, non certo solo una faccenda di pose e ammiccamenti, di cui comunque sia i Rolling Stones che Lady Gaga sono maestri indiscussi. Per la cronaca, alle tastiere c’è tale Stevie Wonder, perché se sei i Rolling Stones e chiami anche un Dio in terra come l’ex enfant prodige della Motown, il Dio prende e arriva.
Con Sir Paul McCartney in Bite My Head Off
Arriviamo quindi a Bite My Head Off, che vede al basso Sir Paul McCartney, altro ultra 80enne piuttosto in forma, con un tour mondiale lì dietro l’angolo. Una canzone che è un vero pugno in faccia, violento e sardonico, dove i nostri si divertono a fare il verso, attenzione attenzione, vedi come a volte le leggende possono diventare volendo soliti stronzi, a quel punk che ormai quasi 50 anni fa aveva provato a mandarli definitivamente in pensione. Un brano punk rock storto, come il punk era per questioni spesso di incapacità, e come in fondo sono spesso state le canzoni dei Rolling Stones, sporche il giusto per graffiare le anime, capaci di profumare di sudore e umori vari, una certa idea di sesso sempre presente, anche quando apparentemente non sembra.
La carezza ai Maneskin e la certezza che il rock sarà anche da boomer ma è molto divertente
Hackney Diamonds sicuramente non farà mai i numeri di un Bad Bunny, e magari neanche quelli dei Maneskin, indicati proprio da Mick Jagger come la più grande rock band al mondo (nonostante siano italiani), fatto che lo ha lasciato stupito, ha dichiarato ai microfoni di 7 del Corriere della Sera, tanto quanto le sue parole lasciano stupiti noi: chissà se dobbiamo considerare Damiano e soci anche più grandi degli Stones. Il disco però ci regala almeno due canzoni che rimarranno nelle nostre orecchie parecchio, volendo anche tre, e che comunque ci dicono che il rock sarà anche una faccenda da boomer o da nostalgici, ma a volte essere boomer e nostalgici è proprio molto divertente.
Calcutta sta tornando. Coi suoi tempi, nello specifico cinque anni, ma sta tornando: è questione di ore e Relax sarà alla portata di tutti (uscirà il 20 ottobre). Compresi quanti hanno avuto occasione di vedere e sentire Edoardo D’Erme, questo il suo vero nome, a Roma, in quello che una guida turistica definirebbe il bellissimo scenario di Villa Medici.
Calcutta, Vascellari e la performance sotto forma di peep show
Sentirlo e vederlo, si fa per dire. E comunque in una situazione di relax. Le tisane che accoglievano su un tavolino coloro che si erano prenotati questo dovevano favorire, così come la musica dell’artista, appena sussurrata. Il verbo sussurrare sembra centrale in questa opera, ma per il resto tutti hanno dovuto prendere atto che l’attesa era parte dell’opera stessa, pazientando. Perché, sotto la guida dell’artista Nico Vascellari, artista visivo e musicista, colui che in qualche modo viene indicato come uno dei padri fondatori dell’indie italiano, detto anche itPop, ha dato vita a una performance artistica che era visibile e ascoltabile solo a distanza, accostandosi a fessure su una parete, che ricreavano il titolo dell’album, attraverso le quali era possibile sbirciare e origliare all’interno, dove Calcutta e i suoi musicisti, una performance ogni mezz’ora, eseguivano alcuni brani, vecchi e nuovi. Una sorta dipeep show, di quelli che vanno di scena nei sexy shop di Amsterdam, ma con la musica invece del corpo di una donna al centro dell’attenzione. Una performance, appunto, non a caso diretta da un artista. Che però è stata scambiata da parte dei suoi fan, che in quanto tali dovrebbero essere ben abituati alle sue estrosità, per una sorta di trollata, come un tiro mancino giocato ai loro danni. O, a vederla dal lato positivo, come complicità tra artista e pubblico.
La trovata di lanciare su YouTube i testi di Relax sussurrati in Asmr da Sara J
In realtà Calcutta è un artista e come ogni artista che si rispetti ha deciso di dar vita a una performance, unica e immagino irripetibile. Chi c’era c’era, gli altri sono dovuti farsela raccontare. Mentre Relax, il nuovo lavoro, è ancora tutto da scoprire. Siccome, però, siamo in un’epoca di frammentazione, ogni giorno una nuova notizia ruba la scena alla precedente, ecco che Calcutta assesta un altro colpo gobbo, andando a lanciare senza preavviso il suo lavoro su YouTube, con ore di anticipo sulla data d’uscita. E siccome l’album si chiama Relax, ecco che il cantautore laziale si è affidato a Sara J, una delle performer di punta della cosiddetta scena Asmr (acronimo che sta per Autonomous Sensory Meridian Response), per farcelo sussurrare. Invece di una versione ufficiale, suonata e ovviamente cantata da lui, magari anche con qualche featuring, la voce che si ascolta nelle 11 tracce, ovviamente a fatica, è quella di Sara J, che sussurra i testi delle canzoni sulle basi, immaginiamo ufficiali, che se ci sono sono però inascoltabili per noi comuni mortali. Questa cosa dell’Asmr è da tempo in voga su YouTube come su TikTok, e è una tecnica atta proprio a creare una condizione di estremo relax, quindi una scelta quantomai coerente quella di Calcutta, artista da sempre schivo, lontano dai riflettori, più propenso a far parlare di sé che a parlarne in prima persona. Trentacinque e passa minuti: tanti sono quelli presenti sul canale YouTube di Calcutta con la voce sussurrata di Sara J, testi che poi potremo ascoltare con la musica e la voce del nostro appena percepibili, neanche fossimo in una di quelle sale delle Spa dove si va per cacciare lontano lo stress.
Viva le trollate performance di Calcutta e largo all’avanguardia
Qualcuno avrà preso anche questa mossa come una trollata, inconsapevole che la musica, anche quella pop, è arte e da sempre la performance artistica è parte del mondo della musica leggera, basti pensare che quello che viene considerato uno dei classici del rock, l’album della banana di Andy Warhol tirato fuori dai Velvet Underground, era appunto nato nella factory dell’artista di punta della PopArt, come parte di un discorso artistico a tutto tondo. Benvengano quindi le trollate di Calcutta, artista che ci ha regalato negli anni una manciata di canzoni importanti, anche se a ragione gli si è stato imputato il dilagare di una scena che per un po’ di tempo è sembrata più dannosa che virtuosa. Ora non resta che aspettare che il disco esca e le canzoni, quelle vere, siano ascoltabili, sempre che anche in quel caso non ci sia di mezzo una qualche performance che faticheremo a codificare, ma sicuramente apprezzeremo. Largo all’avanguardia, pubblico di…
Anitta e Damiano David insieme per un giorno. O meglio, per un videoclip. La popstar ha infatti scelto il frontman dei Maneskin come protagonista per il filmato che accompagnerà l’uscita di Mil Veces, nuovo singolo in arrivo il 19 ottobre su tutte le piattaforme. A svelarlo è stata la stessa cantante brasiliana con un post sui profili Instagram e TikTok. «Ora sapete perché avrei registrato questo video altre mille volte», ha scritto nella didascalia, accompagnando un teaser del brano. «La mia ragazza per un giorno», ha invece commentato Damiano David. I due hanno così spento anche i rumors su una possibile frequentazione che avevano inondato i social network dopo le prime immagini dei due artisti assieme sul set. Il videoclip del brano Mil Veces, traducibile come «Un migliaio di volte», si presenta a tinte hot, con Damiano e Anitta nei panni di una coppia innamorata.
Anitta, chi è l’artista brasiliana che ha scelto Damiano dei Maneskin nel video
Classe 1993, Anitta è ormai una delle popstar latine più affermate sulla scena musicale mondiale. Originaria di Rio de Janeiro, la 30enne ha esordito nel 2010 firmando il suo primo contratto discografico. Con il brano Show das poderosas, tre anni dopo ha ottenuto la fama e si è distinta come rivelazione nel suo Paese. Presto ha conquistato gli Mtv Music Awards e i palcoscenici più importanti, inanellando una serie di successi, tra cui l’Mtv Ema del 2015, prima artista brasiliana di sempre. Nella sua discografia conta varie collaborazioni con artisti reggaeton, tra cui le star JBalvin e Maluma. Nel 2020 ha conquistato anche l’Italia grazie ai featuring con Fred de Palma. Le loro Paloma e Un altro ballo, pubblicata l’anno successivo, hanno fatto ballare le spiagge e le discoteche durante le stagioni estive. A maggio 2023 ha aperto la finale di Champions League fra il Manchester City e l’Inter a Istanbul.
Anitta sul palco del Global Citizen Festival 2023 a New York (Getty Images).
I BTS sono pronti ad approdare su Amazon Prime Video. Il 9 novembre sarà disponibile a livello globale Yet to Come, il film-concerto registrato nell’ottobre 2022 all’Asiad Main Stadium di Busan, in occasione della candidatura della città per Expo 2030. Il docufilm uscirà in contemporanea per 240 Paesi e comprende 19 canzoni della band sudcoreana leader del K-pop. «Siamo entusiasti di collaborare con Hybe (l’etichetta dei BTS, ndr.)», ha spiegato a Deadline David Simonsen, direttore di Prime Video per il Sudest asiatico. «Tutti noi non vediamo l’ora di deliziare i consumatori con questo live, consapevoli della popolarità dei contenuti sudcoreani in ogni angolo del pianeta».
BTS, scaletta e incassi al cinema del docufilm Yet to Come
Il 15 ottobre 2022 RM, Jin, Suga, J-hope, Jimin, V e Jungkook cantarono di fronte a 50 mila persone. Il live andò anche in onda sulla piattaforma Weverse con sottotitoli in inglese e cinese, per consentire a tutti gli appassionati del K-Pop di seguire il concerto in diretta. In scaletta 19 brani, presenti nell’album antologico Proof uscito nel giugno dello stesso anno. I fan hanno potuto accompagnare i sette artisti sulle note delle hit Dynamitee Butter, ma anche Idol, Run e Mic Drop. E ancora, i BTS hanno cantato Save Me, Butterfly e Fire, oltre ai successi For Youth e Boy with Luv. Il brano Yet to Come (The Most Beautiful Moment) da cui è stato tratto il nome del concerto ha invece chiuso la scaletta.
I sette membri dei BTS agli Mtv Emas 2020 (Getty Images).
Sbarcato nelle sale di tutto il mondo l’1 febbraio 2023, il film-concerto dei BTS ha totalizzato 29 milioni di dollari al botteghino internazionale. Ottimi anche i risultati in Italia, dove ha incassato 800 mila euro nel corso dei cinque giorni di programmazione. Numeri che però impallidiscono di fronte al successo incredibile che sta ottenendo Eras Tour, il docufilm di Taylor Swift che ha esordito con 128 milioni nel mondo dal 13 al 15 ottobre, di cui 746 mila nel Belpaese. Impegnati con il servizio militare obbligatorio in Corea del Sud, i BTS non pubblicheranno nulla assieme fino ad almeno il 2025. Nel settembre 2023 hanno tuttavia firmato un nuovo contratto con Big Hit Music, etichetta gestita sempre da Hybe, che produrrà il nuovo disco della band K-Pop.
Tiziano Ferro deve aver fatto scuola, perché se un tempo vigeva il detto “lavare i propri panni sporchi in casa”, sembra che oggi per promuoversi non ci sia di meglio che andarli a pulire davanti a uno schermo, di una tv o di uno smartphone dove si seguono social e videocast. Ultimo in ordine di tempo dei seguaci ferriani è Benji, al secolo Benjamin Mascolo, un tempo parte del duo Benji e Fede, a lungo in vetta alle classifiche di vendita con titoli fortunatamente presto rimossi dalla memoria collettiva. Diventato habitué delle cosiddette cronache rosa per la liaison, ora finita, con Bella Thorne, ora è di nuovo pronto a sfornare musica in proprio, vai a capire se è una promessa o una minaccia.
La confessione fraterna a One More Time di Luca Casadei tra sessodipendenza, droghe e alcol
Conscio che oggi è tutto divenuto iperveloce, e quel che funzionava anche solo ieri in un battito d’ali diventa modernariato buono per un mercatino della domenica, Benji – nonostante abbia 30 anni si fa chiamare ancora come fosse il protagonista di un cartoon giapponese – ha deciso di mettere in piazza un passato prossimo, va detto, piuttosto oscuro. Lo ha fatto andando nel luogo preposto a questo, e no, non sto parlando di Belve, ma di One More Time di Luca Casadei, seguitissimo videocast nel quale il di nero vestito videocaster tira fuori il peggio dai propri ospiti provando poi, come uno sciamano tirato a lucido per la Fashion Week, a farli rialzare. Questo il format del suo show, la storia di chi è caduto ma si è poi rimesso in piedi. Benji, chiamato a inaugurare la nuova stagione, non si è certo tirato indietro, anzi, ha sciorinato per quasi due ore tutti i dettagli più intimi e anche osceni della sua recente vita: il rapporto tossico con la bella Bella, la sessodipendenza, le orge (pensa te come siamo messi che a parlare di orge ancora si fa notizia), passando poi a un altro tipo di tossicità, quella da dipendenze chimiche e alcoliche. Il racconto di Bella che non gli apre la porta e lui, lasciati in casa tutti i vestiti, se ne va in giro nudo per le strade di Los Angeles sembra scritto da uno sceneggiatore che non ha aderito allo sciopero di Hollywood.
Benji nel video di Sobrio.
Parliamo di tutto tranne che di musica
Preciso preciso, perfetto perfetto, per far parlare di One More Time, Casadei sui social non ha mancato di confessare come il mettersi a nudo di Benji di fronte al microfono abbia in qualche modo creato tra loro un legame che va oltre la professione e anche oltre l’amicizia, quasi una fratellanza. Benji dal canto suo ha raccontato di come fosse diventato semplicemente un’appendice a racconti su altri. Era presente quando Conar McGregor ha steso Francesco Facchinetti, era presente qui e lì a fianco a Bella Thorne, insomma, era arredamento. Di musica, ovviamente, non se n’è parlato, e cosa vorrai mai dire di chi ha regalato al mondo pezzi quali… no, non fatemeli citare, li ho rimossi e così spero voi, e che nel tempo è riuscito a buttare quanto capitalizzato nel giro di pochi anni nel cestino della spazzatura, confermando di aver lavorato solo sulla sua immagine. La lite con Fede, del resto, fu causata da uno scontro dovuto proprio a questo.
Il lancio di Sobrio
Oggi Benji è tornato, di nuovo in piedi, per dirla con Luca Casadei, anche se con voce meno radiofonica e con un po’ più di capelli in testa. Dopo aver fatto un passaggio obbligato in quel de Le Iene – se non fai un monologo lì, vestito di nero, oggi come oggi, in pratica non esisti – ecco la notizia che sta per tornare anche sul mercato discografico che nel mentre è decisamente cambiato: lo streaming è l’unica via percorribile e la trap la fa da padrona. Titolo della canzone, attenzione, Sobrio. Una canzone che si muove tra pop e urban, di una bruttezza che, come si dice in questi casi, fa il giro, però invece di fermarsi e diventare ai nostri occhi (orecchi) bella, continua come nella Ruota della Fortuna, fermandosi su Perde. Una canzone che parla di Bella Thorne, ovviamente. La sobrietà sarebbe dalle dipendenze in senso generale, quindi anche quella dall’amore tossico provato per lei, ma non fosse per questo mettere in piazza i fatti suoi non meriterebbe neanche uno sbadiglio. Benji è tornato, certo, e si dice sobrio, fatto che ovviamente accogliamo con piacere, per quanto si possa provare piacere per chiunque sta vivendo un buon momento su questo pianeta così martoriato. Ma quel monologo di nero vestito che sembrava tanto il discorso che si fa alla Alcolisti anonimi, anche su questo Tiziano Ferro nella sua docuserie è arrivato per primo, si sgretola nel momento in cui si ha la sensazione che tutto sia solo un goffo tentativo di promuovere un ritorno per il resto irrilevante.
Quell’autobiografismo morboso da cui non riusciamo a liberarci
Negli ultimi anni, forse per questo dominio delle charts da parte dei trapper e dei rapper, è passato per buono il concetto che la musica debba essere giocoforza autobiografica, restringendo in maniera asfissiante il campo visivo di chi scrive, e quindi di chi ascolta, per altro inducendo molti a credere di aver vissuto una vita comunque tale da essere raccontata nei minimi dettagli, e di essere raccontata in una qualche forma d’arte, sia essa musica, di questo parliamo, ma anche letteratura, pensiamo al boom dei memoir e dell’autofiction. Incrociare questo autobiografismo spinto con l’autobiografismo morboso di certi spettacoli televisivi, che non fanno altro che indagare in maniera indiscreta e volgare dentro le vite di gente che spesso conosciamo solo per questo, genera mostri che non credo ci possiamo permettere. La vita è già sufficientemente dura di suo, una nuova canzone di Benji, oggi, è forse troppo anche per noi, che sentita quella canzone tutto vorremmo essere fuorché sobri.
Ed Sheeran torna in Italia nel 2024. L’8 giugno il cantautore britannico si esibirà al Lucca Summer Festival presso l’Area delle Mura Storiche per l’unica tappa nel Belpaese del suo Mathematics Tour, dove canterà il meglio dei quattro album Plus, Multiply, Equals, Divide e Subtract. Biglietti in vendita dal 20 ottobre alle ore 11 su Ticketone, mentre è previsto un presale da mercoledì 18 grazie a Radio105 previa registrazione sul sito ufficiale dell’emittente. Per combattere il bagarinaggio e il secondary ticketing, sarà consentito l’acquisto di due tagliandi nominativi per account. La disponibilità sarà limitata e, data la probabile forte richiesta, gli organizzatori consigliano di collegarsi in Rete agli orari indicati. Ed Sheeran sarà il secondo artista a unirsi al Lucca Summer Festival 2024, che ha già annunciato Rod Stewart per il 7 luglio con una tappa del suo tour d’addio.
Ed Sheeran live al Lucca Summer Festival 2024: settori e prezzi dei biglietti
Come si legge sul sito ufficiale dell’evento, Ed Sheeran si esibirà a partire dalle 21.30 presso l’area concerti delle Mura Storiche. Il prato sarà diviso in due settori distinti A e B, dal costo rispettivamente di 100 euro e 78 euro, prevendita esclusa. Più caro invece il prezzo della gradinata laterale, dove per avere un biglietto occorrerà sborsare 130 euro più prevendita. L’acquisto sarà possibile mercoledì 18 e giovedì 19 ottobre sul sito di Radio105, dove ottenere un codice alfanumerico da utilizzare su Ticketone. Ciascun tagliando sarà nominativo, che si potrà cambiare fino al giorno del concerto. All’ingresso bisognerà esibire anche il proprio documento di identità.
Ed Sheeran sul palco con Eminem del 2022 (Getty Images).
Tornato su tutte le piattaforme streaming il 29 settembre con Autumn Variation, Ed Sheeran vanta numeri globali da record. Il suo disco Divide è il più venduto di sempre da un artista maschile nel Regno Unito e il singolo Shape of You ha il maggior numero di ascolti nella storia di Spotify. Primo solista britannico a poter rivendicare 52 settimane in testa alle classifiche inglesi, è alle spalle solo dei giganti Elvis Presley e Beatles. In carriera ha venduto 56 milioni di album e 150 milioni di singoli, oltre ad aver vinto 7 Billboard Awards, 7 Brit Awards e 4 Grammy. Vanta collaborazioni con artisti del calibro di Eminem, Elton John, Andrea Bocelli e 50 Cent. I suoi ultimo live in Italia risalgono al 2019, quando si esibì a Firenze, Roma e Milano. I fan potranno ascoltare dal vivo Bad Habits, Shivers, Thinking Out Loud e tante altre, tra cui le nuove hit Eyes Closed e Life Goes On.
Madonna si prepara a iniziare il suo atteso Celebration Tour già sold out in tutta Europa. Sabato 14 ottobre, la popstar 65enne sarà alla O2 Arena di Londra per la prima tappa di una serie di concerti che, il 23 e il 25 novembre, la porteranno in Italia al Mediolanum Forum di Assago. In attesa del debutto, la Bbc ha intervistato il direttore musicale Stuart Price, che ha preannunciato uno spettacolo senza precedenti con oltre 40 canzoni in due ore di live. «Sarà un documentario sulla sua carriera», ha spiegato, anticipando la presenza di medley e brani integrali. «Madonna ha aspettative molto alte, ha sfruttato la sua convalescenza in estate per migliorare gli show e concentrarsi al 100 per cento su di essi». Il tour attingerà anche a quattro decenni di filmati d’archivio, registrazioni in studio originali e costumi classici per una vera festa musicale.
Madonna, la scaletta del Celebration Tour e l’assenza di una band
Per la prima volta da quando cantava nei club all’inizio della sua carriera, Madonna si esibirà da sola sul palco. Durante i live del Celebration Tour infatti non ci sarà alcuna band ad accompagnarla dal vivo, dato che lo show attingerà alle registrazioni originali delle canzoni. «Ci sono incisioni che non possono essere ricreate», ha spiegato Price. «Naturalmente, quando si tratta di Madonna, tutto ruoterà intorno a una contestualizzazione delle cose, alla ricerca di un modo per trasmettere messaggi forti». Specificando che i concerti non saranno una semplice «operazione nostalgia», il direttore musicale ha poi anticipato alcuni dettagli sulla scaletta. Ci saranno tutte le pietre miliari della sua carriera come Vogue, Like a Prayer e Ray of Light, ma anche Live to Hell e Don’t Tell Me, i preferiti dai fan.
«Il vero problema è stato mettere in due ore di concerto oltre 40 canzoni», ha raccontato Price. «Abbiamo deciso di attingere a ogni momento cruciale della sua storia artistica». Stando alle anticipazioni, Madonna canterà integralmente circa 25 canzoni, mentre altre 20 faranno parte di medley oppure fungeranno da collante per spostarsi fra un momento e l’altro dell’esibizione. «Non è stato facile, ma lei è sempre forte e vanta un’interazione con il pubblico unica. Forse cambieremo lo show ogni volta». Non si escludono anche intermezzi acustici, seguendo la scia di quanto fatto da Taylor Swift durante il suo Eras Tour. «Madonna è molto dura con se stessa, è sempre intransigente», ha proseguito Price. «La persona che salirà sul palco ha però un aspetto incredibile e suonerà in modo altrettanto incredibile».
In corso le prove finali in un’arena segreta di Londra
Intanto, come hanno confermato alcuni media britannici tra cui il Sun, Madonna ha iniziato le prove finali del suo live a Londra. La popstar ha infatti affittato un’arena segreta per affinare gli ultimi accorgimenti. «In alcuni casi va avanti anche per 12 ore al giorno», ha detto una fonte anonima al tabloid inglese. «Il palco è il più elaborato che abbia mai avuto, sarà qualcosa di epico». Con lei tutto il team e i ballerini di supporto, che la seguiranno durante le tappe della tournée. Secondo Billboard, considerando anche i concerti negli Stati Uniti e in Oceania, Madonna potrebbe incassare circa 140 milioni di dollari in totale grazie a oltre 800 mila biglietti venduti. Gran parte dei proventi sarà devoluto in beneficenza al Raising Malawi e al Chema Vision Children’s Center.
Madonna sul palco degli Mtv Vma 2018 (Getty Images).
Quale modo migliore di festeggiare il 50esimo anniversario di quello che è universalmente ritenuto uno dei più begli album di tutti i tempi, The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, che andare a destrutturarlo, proponendone una versione dolente e intima, esattamente il contrario di quanto una celebrazione prevederebbe? È quello che ha fatto Roger Waters, a lungo iconica mente (e basso) del gruppo, che di godersi la terza età e l’indubbio status di mito del rock non vuole proprio saperne. Non solo è appena arrivata sugli ormai rari scaffali di dischi veri la sua nuova fatica The Lockdown Session, ma ha deciso di “demolire” un mito come la sua opera, rivendicandone di fatto la paternità assoluta.
Perché Roger Waters è una delle rare rockstar di questi tempi vili
Ma andiamo quindi con ordine. È vero, The Dark Side of The Moon è un album dei Pink Floyd che risente moltissimo dell’influenza e del talento di Roger Waters. Il fatto che si tratti di un’opera rock, ricordiamolo, nella top 100 Fimi ancora oggi, e che a distanza di 50 anni tenga ancora duro con oltre 50 milioni di copie vendute è un miracolo che nella musica cosiddetta leggera capita una volta ogni morte di papa. E il fatto che questo miracolo porti in tutte le tracce la firma di Roger Waters – suoi tutti i testi, sue alcune musiche, tre in solitaria le altre tutte frutto di collaborazione con i singoli membri della band – pone il suo nome al centro della scena. Il suo però andare contro gli altri, Gilmour in particolare, è figlio di un discorso antico. Quale band ci sarebbe mai stata senza uno scontro tra due giganti, si pensi ai Beatles, ai Rolling Stones e giù a seguire. E inoltre è parte fondante di una mitologia personale costruita a suon di dichiarazioni polemiche, posizioni anche ostili – si pensi al suo rapporto con Israele – e un non voler fare e non volersi fare sconti. Tutto questo, complici canzoni e album immortali, ha creato una delle rare vere rockstar dei nostri tempi vili.
I brani vengono spogliati per dare centralità alla parola
L’idea di sviscerare lati oscuri del nostro essere e del nostro sentire – semplifico – prendono nella nuova edizione e versione di questo grande classico una forma insolita, minimale (per come possa suonare minimale un massimalista), malinconica. Ma queste a dire il vero erano già caratteristiche dell’opera originale che forse è addirittura impietosa, come è impietoso mettere in evidenza le cicatrici e le rughe che ci si ostina a non voler vedere accecati dall’amore, nello specifico l’amore per la musica ma anche per se stessi. The Dark Side of the Moon Redux è quantomai fedele all’idea di riduzione. Waters, cui tutti i collaboratori avevano sconsigliato di fare i conti in questo modo col suo passato, come se volesse sottolineare la centralità della parola, parola che occupa uno spazio fondamentale da tempo nei suoi live (i suoi discorsi sono parte integrante degli show al pari delle canzoni), ha deciso di denudare i brani, togliendo proprio le sonorità che Gilmour e Mason ci avevano messo. Non per disistima, che siano dei grandi musicisti lo ha sempre dichiarato, ma proprio per spostare l’accento sui testi che lascia immutati, arricchendoli però di piccoli inserti. La sua voce, ricordiamo che Waters ha da poco compiuto 80 anni, fatica a volte a reggere le melodie, seppur ridotte all’osso, ma lascia che la carica emotiva che trapela da ogni sussurro faccia il suo sporco lavoro. Un lavoro quindi rischioso, che Waters ha affrontato in solitaria visto che solo i suoi collaboratori erano a conoscenza del progetto, ma che alla fine ci regala la sua versione del capolavoro con tutte le note a margine, le sottolineature, come si trattasse del vecchio diario su cui quelle canzoni presero vita.
David Gilmour, Roger Waters, Nick Mason e Rick Wright nel 2005 (Getty Images).
L’attualità sinistra di The Dark Side of the Moon dovrebbe farci pensare
The Dark Side of the Moon Redux si iscrive perfettamente in questa fase della sua carriera, in sintonia coi suoi ultimi tour, ma anche con i suoi ultimi lavori in studio. Un lavoro che si distacca da quanto presentato nel 2006 sul palco, quando ripropose l’intero album dal vivo, rimanendo però più fedele all’originale. E dal vivo i suoi sodali ripropongono suoni vicini a quelli di Gilmour e Mason che questa volta sono assenti giustificati: l’arte, quando è arte davvero, pretende i suoi sacrifici. Vedere come oggi, a 50 anni dall’uscita, i temi di The Dark Side of The Moon, pensati e scritti da Waters quando non aveva ancora 30 anni, suonino sinistramente attuali ci dice qualcosa su di noi che nessun libro di storia ancora ci ha riconsegnato. Vedere come a 80 anni Waters sia ancora lì a filosofeggiare potrebbe risultare un’ottima ancora di salvezza per un futuro più sinistro di quanto una mente fertile come la sua, forse, si sarebbe mai potuto immaginare. Sostituire il suono orchestrale e psichedelico col vuoto, la sottrazione, lasciando a una voce quasi cavernosa il compito di reggere il tutto ci dice invece di come il genio non invecchi, semmai cambi e tenda più che mai all’eternità.
La musica resterà ancora su Facebook e Instagram. L’azienda di Mark Zuckerberg Meta e la Siae, Società italiana degli autori e degli editori, hanno infatti esteso l’accordo provvisorio siglato a maggio 2023 e in scadenza il prossimo 6 ottobre. La nuova deadline è fissata per il 31 gennaio 2024. «Utenti e creator continueranno ad accedere al catalogo Siae mentre portiamo avanti le negoziazioni per un’intesa a lungo termine», ha spiegato un portavoce di Menlo Park. «Abbiamo concordato una nuova estensione per la licenza». Nonostante la pace temporanea, il nodo non è ancora stato del tutto sciolto, anche se la nuova proroga può essere vista come un segnale positivo.
Meta e Siae, le tappe della rottura e l’accordo temporaneo
Il caso era scoppiato a metà marzo 2023, quando la società americana, madre dei social network Instagram, Facebook e WhatsApp, aveva comunicato di non aver raggiunto un accordo con la Siae per il rinnovo della licenza sui diritti d’autore. Parallelamente, Meta aveva silenziato sui suoi social network le canzoni presenti nel repertorio della Società italiana degli autori e degli editori, bloccandone l’utilizzo per post e stories. La Siae, dal canto suo, aveva fatto sapere in una nota di non aver sottoscritto una proposta unilaterale della società di Menlo Park, restia a condividere i dati di riproduzione delle singole tracce musicali. «Un dato per noi fondamentale per capire l’offerta», aveva detto allora il direttore generale Matteo Fedeli. «Loro invece ci hanno messo di fronte a un numero, dicendoci di accettarlo oppure di andarcene».
Le principali app di Meta, tra cui Facebook e Instagram (Getty Images).
Dopo una brusca interruzione, i negoziati erano poi ripresi nella seconda metà di aprile portando subito alla sottoscrizione di un accordo temporaneo il 15 maggio. «Crediamo sia importante collaborare con l’industria musicale e nel valore della musica italiana», aveva spiegato all’epoca Meta. «Ci auguriamo di poter trattare con SIAE come già facciamo con altri titolari di diritti in Italia». Le trattative proseguiranno, nel frattempo però influencer, creator digitali e tutti gli utenti di Facebook e Instagram potranno continuare a utilizzare i brani degli artisti tutelati da Siae nei loro contenuti. Almeno fino al 31 gennaio.
Tananai si ferma per qualche tempo, «un pochino» dice lui, e si ferma per fare mente locale su quel che è successo in questi due anni di ascesa e grandi successi e per mettersi a scrivere qualcosa di nuovo, «che abbia senso di esistere», così da tornare con canzoni degne di questa bella storia. Uno dice: ok, e dove sta la notizia?
Uno stop necessario a capitalizzare quanto costruito finora
È normale che un cantante che nel giro di un paio di anni è passato dall’essere quello strambo e stonato a Sanremo – con una canzone certo orecchiabile, Sesso occasionale, cantata però talmente male da valergli un ultimo posto – a quello che mette d’accordo tutti – con, Tango, sempre a Sanremo, e con all’attivo collaborazioni importanti e un tour clamoroso – decida di fermarsi per scrivere qualcosa di interessante, così da capitalizzare quanto accaduto fin qui. Se uno non si ferma, in fondo, come è possibile che produca qualcosa di buono? È normale alternare una fase di iperpresenzialismo a una di assenza, così da tornare più forte di prima e magari lasciare anche spazio agli altri.
La legge dello streaming: niente album ma un singolo ogni mese, senza pause
Normale? Mica tanto. Perché la contemporaneità, quella che ci vuole sempre più distratti, con la soglia di attenzione scesa pericolosamente sotto il mezzo minuto e i trending topic che si rincorrono alla velocità della luce, ci dice che tocca esserci sempre, alzare sempre il tiro, produrre e produrre. Del resto, parliamo di musica, Daniel Ek, che da Ceo di Spotify un po’ di voce in capitolo dovrà pur averla, ha parlato chiaro: basta album, tirate fuori un singolo al mese, così da rimanere sempre sulla cresta dell’onda. Un singolo al mese, senza soste, senza pause. La recente storia della discografia lo dimostra. Gli artisti accorrono a Sanremo perché sotto la cura Amadeus il Festival è diventato tutto: Sanremo, ovvio, ma anche Festivalbar, e volendo anche il Tora! Tora! (il festival della musica alternativa per antonomasia, ideato e realizzato da Manuel Agnelli prima di finire a X Factor, quando ancora ci credeva). E magari azzeccano anche il brano giusto. Neanche il tempo di disfare la valigia, però, e devono tirare fuori non più un album, come un tempo, ma un nuovo brano, magari con il feat giusto, e poi un altro ancora. E poi arriva il momento dei tormentoni estivi. Nessuno sembra volersi tirare fuori dalla pubblicazione compulsiva, brani su brani, la presenza costante nei programmi dedicati alla musica che sembrano tutti uguali. A inizio settembre all’Arena di Verona c’è stato un susseguirsi di eventi speciali con la stessa organizzazione, lo stesso cast e in un paio di casi anche gli stessi conduttori, da far sembrare la trama de Il giorno della marmotta una sorta di profezia miratissima. E ancora: comparsate in talk che, a loro volta, finiscono per assomigliarsi tutti. Perché se dici le stesse cose a intervistatori diversi finisci per rendere quel che dici talmente irrilevante da divenire solo “musica da ascensore”. I social, dimenticavo i social. La possibilità di farci sapere tutto quel che si fa, quel che si pensa, dove e con chi si è, senza mai perdersi niente ha reso anche questo mezzo centrale nella comunicazione dei cantanti.
Tananai al festival di Sanremo del 2022 (Getty Images).
Dall’ultimo posto di Sesso occasionale al botto con Tango: l’ascesa inarrestabile di Alberto Cotta Ramusino
Già, non perdersi niente. Il fatto è che la percezione costante, che spesso tracima in certezza, è che non ci sia poi molto da perdersi. Se si sparano 100 proiettili in poco tempo, a meno che non si sia in un film tipo quelli con Jason Statham dove si spara a raffica incrociando le braccia e tutti i colpi vanno miracolosamente a centro, è facile che si finisca per non colpire proprio nessuno. Di sparare a vuoto, con pallottole perse in un oceano di altre pallottole. Tananai, uno che in quanto a uso dei social si è dimostrato maestro Sensei, dopo la sconfitta a Sanremo 2022 ha dimostrato grandissima autoironia, finendo per diventare il vincitore morale dell’edizione. Anche perché i veri vincitori, Mahmood e Blanco, non è che abbiano suscitato la medesima empatia. Alberto Cotta Ramusino si è poi trasformato nella Next Big Thing, facendo il botto con Tango, riempendo i palasport e godendosi una popolarità crescente, debordante. Poi ci ha detto che si vuole fermare. Certo, nel comunicarcelo se ne sta lì con la faccia da schiaffi, i capelli spettinati, il torso nudo lasciato intuire, ma quel che dice è chiaro, encomiabile anche, sempre che rifuggire tutto ciò che è contemporaneo non risulti troppo da boomer. Però, è incontrovertibile, l’annuncio di un momentaneo stop, fosse anche un pit stop ai box, quindi roba di qualche mese, suona novecentesco. E fa rumore, soprattutto se ad annunciarlo è uno che il Novecento l’ha giusto intravisto, visto che Tananai è nato nel 1995.
Se manterrà la parola, allora potremo dire che il ragazzo si è fatto davvero uomo
La speranza – lo dicemmo anche quando oltre 10 anni fa Ivano Fossati annunciò il ritiro dalle scene – è che sia qualcosa di vero, non una boutade studiata per far parlare. Il fatto che si chiuda un articolo su Tananai – quello che stonava una canzone esile dal titolo Sesso occasionale all’Ariston neanche due anni fa e che quest’anno, dallo stesso palco, ha cantato una canzone d’amore sotto le bombe di Kyiv intonatissimo – citando Fossati, forse, dice già tutto. Daniel Ek se ne farà una ragione, i tanti fan forse meno: se manterrà la parola potremo dire che il ragazzo si è fatto davvero un uomo, e ascoltarlo con ancora maggiore curiosità quando deciderà di tornare.
Bruce Springsteen ha rinviato il tutti i concerti del suo tour mondiale 2023 con la E Street Band a causa di problemi di salute che gli impediscono di salire sul palco. Il 74enne soffre di ulcera peptica, un male che già nel corso delle scorse settimane aveva imposto al Boss di posticipare otto serate del tour. Ora serve uno stop più lungo per le cure: Springsteen salterà le 14 date previste in Canada e le 22 degli Stati Uniti.
«Grazie a tutti i miei amici e fan per gli auguri, l’incoraggiamento e il supporto. Sono in via di guarigione e non vedo l’ora di vedervi tutti l’anno prossimo», ha dichiarato il Boss annunciando ai fan la scelta di rimandare i concerti del suo tour che, tra l’altro, è il primo insieme alla E Street Band dal 2017. Partito a febbraio 2023 da Tampa in Florida, Springsteen ha portato la sua musica in giro per il mondo, passando anche per Gran Bretagna, Italia, Germania, Svezia e Olanda. Ad agosto e settembre altre date negli Stati Uniti, ora lo stop.
Come sta Bruce Springsteen
Nel comunicato ufficiale diffuso anche a mezzo social, lo staff di Bruce Springsteen precisa che il Boss «ha continuato a riprendersi costantemente dall’ulcera peptica nelle ultime settimane e continuerà il trattamento per tutto il resto dell’anno su consiglio del medico. Tenendo presente questo, e per abbondanza di prudenza, tutte le rimanenti date del tour 2023 di Bruce Springsteen e The E Street Band saranno posticipate al 2024». Poi un chiarimento per i fan che avevano già comprato i biglietti per i concerti rinviati: «Chi non può partecipare alla nuova data ha acquistato i biglietti tramite le compagnie di biglietteria ufficiali ha 30 giorni per richiedere il rimborso. Tutti i biglietti per le esibizioni posticipate rimarranno validi per le date appena annunciate».
Kanye West torna a far parlare di sé per la musica. Dopo le recenti polemiche a Venezia e Firenze per le uscite in pubblico con la fidanzata Bianca Censori, il rapper noto anche come Ye sarebbe al lavoro su un nuovo album di inediti proprio durante la sua permanenza in Italia. Lo ha confermato Tmz, secondo cui l’artista in appena una settimana avrebbe persino completato almeno una decina di tracce. In studio con lui, secondo alcune fonti anonime, ci sarebbe anche il collaboratore di lunga data Ty Dolla Sign, probabilmente protagonista di uno o più duetti. Certa è invece la partecipazione di Dr. Dre. L’album si chiamerà Jesus Is King IIe sarà il sequel del disco pubblicato nel 2019. Sarà inoltre il primo dopo le accuse di antisemitismo del 2022. Su YouTube, grazie a una fuga di notizie non autorizzata, sono approdati anche alcuni brani, versioni remixate di quelli di quattro anni fa.
Kanye West nel nuovo album è pronto a tornare al sound originale
A dispetto dei leak approdati in Rete, il nuovo album di Kanye West resta ancora avvolto nel mistero. Tmz però ha potuto fornire alcune anticipazioni interessanti, tra cui soprattutto lo stile delle tracce. Secondo le prime indiscrezioni, Ye sarebbe intenzionato a tornare «al vecchio Kanye», sia per quanto riguarda i temi sia in merito al ritmo. Già nel 2019, poco dopo l’uscita di Jesus is King, il rapper aveva preannunciato l’uscita di un secondo volume, pubblicando su X, allora Twitter, una foto assieme al produttore Dr. Dre. «Chi pensava che bastasse fare un album dedicato a Dio per far sì che lavorassi con Dr. Dre?», aveva scritto Kanye West. «Dedicate il vostro tempo a Dio e lui penserà a tutto il resto». Al momento non c’è ancora una data ufficiale per il rilascio del progetto, dato che Ye «si starebbe prendendo tempo per rispecchiare la qualità che la sua reputazione aveva un tempo».
Kanye West in un evento pubblico del 2022 (Getty Images).
Intanto i fan hanno potuto già ascoltare alcuni brani su YouTube, anche se difficilmente si tratterà delle versioni definitive. Su YouTube e Reddit infatti sono arrivati nuovi remix di Use This Gospel con Eminem, Close on Sunday con Anderson .Paak e Hands on con la voce di Travis Scott, che aveva ospitato il rapper durante il suo concerto Utopia al Circo Massimo di Roma. Fra le 15 tracce approdate illegalmente online anche nuovi versi di Snoop Dogg e altre voci celebri dell’hip hop americano come 2 Chainz, Pusha T, Asap Ferg e Marsha Ambrosius, oltre a una collaborazione con DJ Khaled. Al momento, l’ultima pubblicazione ufficiale di Kanye West è l’album Donda del 2021. L’anno successivo, ma solo sulla sua personale piattaforma Stem Player, uscì un secondo volume.
Il rapper Nashawn Breedlove, noto per aver preso parte al film 8 Miledi Eminem, è morto nel sonno all’età di 46 anni. Lo ha reso noto la madre Patricia con un lungo posto sui social network, riportato anche da Tmz, secondo cui non sono ancora chiare le cause del decesso. L’artista, che ha calcato per anni la scena hip hop americana con il nome d’arte Ox, è stato trovato senza vita nel letto della sua casa nel New Jersey. «Non riesco a esprimere con parole il dolore che sto provando ora», ha scritto la madre. «Non solo era mio figlio, ma anche un uomo straordinario che ha ispirato chiunque lo abbia conosciuto». Tanti gli omaggi sul web, tra cui quello dell’ex fidanzata Latisha Harper: «Eri così umile e modesto, un vero talento». Commosso il collega Mickey Factz, che lo ha ricordato come «uno dei pochi a battere Eminem».
Nashawn Breedlove, chi era il rapper noto per aver recitato con Eminem
In 8 Mile, film uscito nel 2002 e liberamente ispirato alla vita di Eminem, Nashawn Breedlove ha dato il suo volto al giovane Lotto, rapper freestyle di Detroit che conosce bene la cultura hip hop. Nel corso della storia incontra Jimmy o B-Rabbit, nome del personaggio di Marshall Mathers, un giovane bianco che cerca di farsi strada in una scena musicale apparentemente molto lontana da lui. Dopo diversi scontri verbali, che danno vita a veri e propri dissing sul palco, verso la fine del lungometraggio i due artisti rivali danno vita a una rap battle che ha appassionato i fan. Vincitore è naturalmente il personaggio di Eminem, ma Breedlove non passa comunque inosservato.
Nashawn Breedlove in uno scatto sui social (Facebook).
«Ci mancherai per la tua tenacia e aggressività», ha scritto Factz su Instagram, pubblicando proprio la nota scena del film 8 Mile. Eminem, che non ha ancora pubblicato nulla sui suoi profili social in merito alla morte di Nashawn Breedlove, ha più volte ricordato l’importante di quel momento nel film. «È stata la cosa più bella che mi sia mai capitata», aveva raccontato a giugno al New York Times. «Sapevo bene quali battute avrebbero suscitato una reazione nel pubblico». Breedlove, oltre all’apparizione nel cult sull’hip hop, ha anche collaborato nella colonna sonora di The Wash con altri rapper del calibro di Dr. Dre, Snoop Dogg e lo stesso Eminem. Con il nome d’arte di Ox, ha infatti inciso la canzone Don’t Talk Shit.
Chi avesse visto Fiorella Mannoia ai Tim Music Awards, lì a duettare seduta su una sedia con Alessandra Amoroso e Annalisa sulle note di Combattente, si sarà posto delle domande. Certo, da una parte l’urgenza di sapere perché, a parte per la promozione del concerto benefico Una nessuna centomila, Fiorella Mannoia abbia deciso di incrociare la propria voce con quella di Alessandra Amoroso, per altro al suo ritorno davanti a un pubblico dopo la bagarre del cuscino non firmato a una fan e del video virale «mi sveglio ancora cacata». Che Annalisa sia artista di spessore prestata ai tormentoni è cosa nota a chiunque segua il pop, ma la vera domanda è come la cantante romana, da sempre indicata come portatrice assoluta della musica d’autore al femminile, 69 anni, abbia deciso di stare di fianco alle più giovani colleghe appoggiata a uno sgabello, come a sottolineare l’incedere del tempo.
Fiorella Mannoia (Imagoeconomica).
Arrivano quelli muniti di elmetto riparare le menti dalle scie chimiche
In realtà, lo avremmo scoperto nella sua gravità solo qualche ora dopo la registrazione, era il principio di una ernia al disco che la sta assillando da un po’ di tempo, per altro causa di un blocco della sua attività live che ha comportato, questo sì inspiegabilmente, la soppressione dell’evento beneficio di cui sopra, rimandato a data da destinarsi, comunque al 2024. Ora, Fiorella Mannoia soffre di ernia al disco. La cosa non è ovviamente passata inosservata ai tanti che, muniti di elmetto di carta stagnola per riparare le menti dalle scie chimiche e dalle radiazioni di George Soros e Bill Gates, hanno deciso di aggiornare il post evergreen che sciorina uno dopo l’altro gli artisti che, «misteriosamente», sarebbero stati colpiti da strani malori, dovendo quindi rinunciare all’attività canora live.
Francesca Michielin (Getty).
Si aggiorna la lista dei concerti annullati per motivi di salute
Un file che di volta in volta parte da Celine Dion, che ha rinunciato proprio per sempre al fare concerti, e passa per Piero Pelù, Bruce Springsteen, Justin Bieber, Francesca Michielin, Loredana Bertè, Salmo: un elenco bislacco, che neanche Amadeus sarebbe in caso di tenere insieme pensando a un prossimo evento alla Sanremo, e non certo perché ci sono anche artisti stranieri, tutti accomunati dall’aver annullatotour, causa motivi di salute. Una lista cui, buona ultima, si è aggiunta appunto Fiorella Mannoia. Apriti cielo.
Salmo (Getty).
Ribelli che se la prendono pure con la diavoleria dell’ItAlert
Chiunque sia pratico dei social, o anche solo li frequenti ogni tanto, non potrà non ricordare come, quando l’emergenza della pandemia da Covid19 stava cominciando a rientrare – lo so, lo so che al momento si parla di nuova emergenza, ma parlo di pandemia, non di epidemia – grazie all’arrivo dei vaccini, i tanti no vax di cui sopra, gente con l’elmetto di carta stagnola in testa, di quelli che in questi giorni avranno resettato i propri smartphone per non permettere all’ordine di dominio mondiale delle menti di controllarci attraverso quella diavoleria dell’ItAlert, hanno iniziato a far circolare post simili, dove invece si raccoglievano cinicamente notizie di giovani sportivi affetti da pericarditi.
Esaltazione della vittoria di Djokovic, noto non vaccinato
Ne circolano ancora, di quei post, dove però alle pericarditi si sono sostituiti anche infortuni di gioco, tipo qualcuno che si rompe una caviglia per una entrata scomposta di un difensore – immagino un killer al soldo di Mark Zuckerberg -, ma ai tempi della campagna vaccinale era un continuo, una sorta di grido d’allarme lanciato da chi sapeva cose che noi, poveri beoti, ignoriamo. Del resto quanti hanno imputato la vittoria recente al Grande Slam di Novak Djokovic proprio al non essersi vaccinato – giuro – alla faccia di Roberto Burioni e di Selvaggia Lucarelli, che ne avevano sancito la fine quando gli era stato impedito di mettere piede in Australia?
Novak Djokovic (Getty).
Complotti orditi ai nostri danni dai rettiliani o dagli Illuminati
La realtà, ovviamente, è un’altra. Più complessa forse dei meri problemi di salute, ma sicuramente distante da complotti orditi ai nostri danni dai rettiliani o dagli Illuminati di wilsoniana memoria. Che si tratti dell’ulcera del Boss o dell’acufene di Pelù, c’è stato un normalissimo iter di tour annullati, come ce ne sono sempre stati: mettere insieme i puntini, se non si è Steve Jobs, si rischia di tirare fuori mostri inesistenti e anche piuttosto irriconoscibili a occhio nudo. Indubbiamente la pandemia ha influito sul tutto, non perché abbia minato i fisici dei cantanti coi vaccini – figuriamoci -, ma in quanto dopo un tappo di circa due anni, con i concerti, specie quelli di massa, fermi al palo, si è scatenata una sorta di corsa al live pazzo, con conseguenti sovrapposizioni di eventi su eventi che ha portato, in alcuni casi, a nascondersi dietro certificati medici per non dover o poter dire che i tour erano saltati perché sarebbero altrimenti stati un bagno di sangue – ripeto, non entro nello specifico non per mancanza di informazioni, ma per quel senso di pietà che mi spinge a provare empatia con chi cade, più che con chi sta in piedi.
Piero Pelù (Getty).
Un buon 20 per cento dei biglietti venduti finisce per non essere usato
La corsa al live pazzo, del resto, ha colpito anche il pubblico, che spesso si è trovato a avere biglietti, pregressi, per più concerti nello stesso momento, e a volte a comprare smaniosamente biglietti per concerti che poi, al dunque, non gli interessavano più di tanto, col risultato che un buon 20 per cento dei biglietti venduti finisce per non essere usato: un dato allarmante che ovviamente nasconde anche l’annoso problema del Secondary Ticketing, denunciato a suo tempo da Claudio Trotta della Barley Arts e saltato notoriamente fuori per la questione legata ai concerti dei Coldplay.
Chris Martin, cantante dei Coldplay (Getty).
Dagli stadi ai club: la presa di coscienza che i numeri si erodono
Quindi da una parte acciacchi veri – Salmo si è quasi staccato un braccio in un incidente, le cicatrici parlano chiaro, Fiorella Mannoia è immobilizzata per un’ernia al disco, non per una qualche misteriosa malattia, Piero Pelù, e poi la smetto coi bollettini medici, soffre di acufene da anni, ce ne ha sempre messo a conoscenza, non a caso sta recuperando le date annullate, nei tempi e modi che questo impedimento gli consente – da un’altra quelli un po’ meno verificabili, cioè gente che annulla concerti per questione di salute ma poi lavora altrove: in fin dei conti quanti di noi hanno sorriso nel leggere, per dire, l’annuncio di un tour “più intimo” nei club da parte di una artista che tutti pensavano volesse provare l’arrembaggio agli stadi, figlio della presa di coscienza di numeri che si erodono, non certo di voglia di stare stretta stretta col suo fan club. Lo storytelling – nonostante non si possa più chiamare così per lo stesso motivo per cui nessuno parla più di resilienza, cioè per l’abuso che se ne è fatto in passato – è pur sempre centrale nella contemporaneità.
I non cielo dicono che abboccano a tutte le bufale
Niente di legato ai vaccini, quindi, con buona pace dei compilatori compulsivi di post complottistici che non aspettano altro che una nuova notizia di malattia per alzare la voce con un sorriso stampato in faccia. Se pensiamo che qualcuno ha infilato in questo elenco anche Jovanotti, che settimane fa si è rotto femore e clavicola a Santo Domingo cadendo dalla bicicletta, beh, direi che ce ne sarebbe abbastanza per l’interdizione dai pubblici uffici, o quantomeno per la messa al bando dai social. Tanto ci hanno pensato da soli, quando seguendo pedissequamente le indicazioni del post su come impedire che il proprio smartphone tuonasse a mezzogiorno per il test di ItAlert hanno resettato il proprio apparecchio, perdendo tutto quel che c’era dentro, account social compresi. Non cielo dicono, direbbero loro, anche se il problema è più che altro che cielo dicono e abbocchiamo a tutte le bufale che ci passano sotto il naso.
Nuove accuse di molestie e discriminazioni razziali nei confronti di Lizzo. Asha Daniels, ex stilista che ha lavorato nello Special Tour della popstar americana, come ha riportato Billboard ha sporto denuncia alla Corte Superiore di Los Angeles anche per aggressione, licenziamento illegale e comportamento tossico. Citate in giudizio anche la manager della tournée Carlina Gugliotta, la responsabile del guardaroba Amanda Nomura e la società Big Grrrl Big Touring, di proprietà della stessa Lizzo. «Ho vissuto un ambiente razzista e subito bullismo costante», ha raccontato Daniels. «Ho sofferto di ansia e continui attacchi di panico». Solo ad agosto tre ex ballerine avevano mosso contro la popstar le medesime accuse, prontamente smentite su Instagram con un lungo post.
Le nuove accuse contro Lizzo e alcune sue collaboratrici
Asha Daniels ha iniziato a collaborare con Lizzo nel febbraio 2023, con il compito di progettare i vestiti che la popstar e il suo corpo di ballo avrebbero indossato durante i concerti dello Special Tour, che a marzo ha raggiunto l’Italia con uno show al Forum di Assago. «Immediatamente ho trovato un clima di lavoro tossico e difficile da sopportare», ha raccontato la stilista. «Ho dovuto subire una serie di commenti razzisti e insulti sul mio peso senza poter dire nulla». Ha inoltre descritto un programma di lavoro da 20 ore al giorno, per cui venivano sistematicamente negate le pause persino per mangiare un pasto. La responsabile Nomura avrebbe strappato un panino di mano a un collaboratore e negato cure mediche dopo alcuni infortuni. «Un pesante scaffale mi è finito sul piede», ha ricordato Daniels. «Non ho potuto sedermi né indossare scarpe comode».
Lizzo durante il Festival di Glastonbury (Getty Images).
Nomura, senza alcun intervento di Lizzo, avrebbe minacciato di morte e aggredito sia verbalmente sia con vari spintoni i suoi dipendenti. Il sesso, poi, era sempre presente sul posto di lavoro. «Uno dei manager ha inviato una foto dei suoi genitali in un gruppo Whatsapp di 30 persone», ha raccontato Daniels, che ha poi confermato lo spettacolo a luci rosse ad Amsterdam già riportato nell’accusa di agosto. «Nomura e altri supervisori del tour hanno discusso a lungo per l’assunzione di prostitute, acquisto di droghe pesanti e l’organizzazione di sex show». La costumista ha sottolineato di aver subito pressioni per partecipare agli spettacoli, senza confermare se vi ha effettivamente preso parte. Sotto accusa anche il licenziamento, avvenuto senza una motivazione comprovata. «Da allora soffro di emicranie, stanchezza e ansia perenne», ha concluso Daniels.
La risposta dei rappresentanti dell’artista: «Una trovata pubblicitaria»
Sebbene Lizzo non abbia ancora direttamente risposto alle accuse, ha parlato un suo rappresentante. «Si tratta di un’accusa assurda, una semplice trovata pubblicitaria», ha spiegato all’Hollywood Reporter. «È stata presentata in concomitanza con il conferimento alla popstar del premio umanitario per la Black Music Action Coalition. Dedicheremo alla questione l’attenzione che merita: nessuna». Ad agosto, dopo le prime accuse delle tre ex ballerine, Lizzo si era sfogata invece sui social, dicendosi ferita e parlando di giorni molto difficili e sconvolgenti. «Non lascerò che il mio duro lavoro venga oscurato da tutto questo», aveva concluso ringraziando i fan per il supporto.
Suga, uno dei sette membri dei BTS, inizierà il suo addestramento militare obbligatorio in Corea del Sud il 22 settembre. Lo hanno rivelato i suoi agenti con un post sull’app sudcoreana Weverse. Si tratta del terzo cantante della band K-Pop a sottoporsi alla naja, periodo di leva che dura dai 18 ai 21 mesi per tutti gli uomini, fisicamente in forma, di età compresa fra 18 e 35 anni. Importante appello all’Army, nome con cui si identificano i fan: «Vi preghiamo di non fargli visita sul campo di addestramento», si legge nel comunicato, riportato anche dall’Hollywood Reporter. «Trasmettetegli il vostro affetto e la vostra vicinanza nei vostri cuori». Hanno poi precisato che, prima del suo arruolamento, non ci sarà alcun evento pubblico per salutare i supporter di tutto il mondo. Suga è il terzo cantante dei BTS a iniziare la leva dopo Jin e J-Hope.
AVVISO: Yoongi comincerà il suo servizio il 22 Settembre.
“Salve. Questa è BIGHIT MUSIC. Grazie per il vostro continuo supporto ai BTS. Abbiamo ulteriori informazioni sul servizio militare di SUGA.
BTS, allarme per eventi illegali: «Fate attenzione alle vendite non autorizzate»
Gli agenti di Suga e dei BTS hanno inoltre avvisato i fan della vendita illegale su Internet di biglietti oppure merchandising contraffatto. «Fate attenzione a non essere influenzati da prodotti che utilizzano i diritti di immagine e musicali dell’artista», hanno scritto nel post. «La nostra azienda adotterà comunque le misure adeguate contro qualsiasi attività illecita in Rete». Confermata infine la sua assenza dal palco fino al 2025, così come per tutti gli altri membri della band. L’artista infatti non produrrà nuova musica né annuncerà date ufficiali in Corea del Sud e nel mondo prima della fine dell’addestramento militare, che non terminerà prima di marzo 2025. Lo stesso Suga era comparso a fine agosto in una diretta su Weverse per salutare i fan: «Non posso dirvi a presto, sarebbe una bugia», aveva detto l’artista, visibilmente commosso. «Perciò vi chiedo di essere pazienti».
I BTS live ai Grammy Awards (Getty Images).
Il primo BTS a iniziare l’addestramento militare era stato Jin a dicembre 2022. Il primo a compiere 30 anni, ha iniziato la leva nella base di Yeoncheon, nella provincia di Gyeonggi non lontana dal confine con la Corea del Nord. Vi è rimasto per cinque settimane, dove ha svolto la formazione di base, prima di esser dislocato in un’altra caserma che non è stata resa nota. Terminerà il suo servizio il 12 giugno 2024. Dopo di lui invece era toccato a J-Hope, che ha annunciato il suo arruolamento nel febbraio 2023. Pochi giorni dopo è uscito online anche il suo ultimo singolo da solista, On the Street, che abbraccia le sue radici e racconta gli esordi nel mondo della street dance.
A fine ottobre esce il nuovo attesissimo album di Laura Pausini, Anime parallele. A distanza di cinque anni dall’ultima raccolta di inediti, la cantante di Solarolo torna sul mercato con un lavoro che l’ha vista affiancata da un nuovo collaboratore, Jacopo Pesce, nella figura di direttore artistico. Fin qui le notizie. O almeno, le notizie per come come Laura Pausini ce le ha raccontate, direttamente sui suoi social. Ovvio, lei non ha usato la parola “attesissimo”, questo l’hanno fatto una marea di siti musicali, di quelli che non praticano la critica ma inseguono facili clic, né ha tirato in ballo la figura di Jacopo Pesce, in precedenza a capo della Island, ora a lavorare in accoppiata con Max Brigane con un manipolo di artisti di prima scelta, Pausini ed Elodie in primis.
La dittatura dello streaming e i suoi paradossi
Il punto è però tutto lì, a cinque anni di distanza dall’uscita di Fatti sentire, il mondo, musicale e non, nel quale atterrerà Anime parallele è completamente cambiato. Un cambiamento epocale. Basti pensare che nel mentre c’è stata una pandemia e una quasi guerra mondiale, che in musica ha però semplicemente sancito la nascita di una sorta di dittatura che ha in Spotify la figura cicciottella di Kim Jong-un, e che vede tutti adeguarsi al volere supremo dell’algoritmo, pena l’essere metaforicamente sbranati dai cani. Così succede che nel 2021 l’album più venduto sia stato Taxi Driver di Rkomi, e che ciò nonostante Rkomi sia dovuto andare in gara al Festival di Sanremo e a fare il giudice di X Factor per rendersi riconoscibile presso un pubblico generalista, cioè non quello dei 12enni che ascoltano compulsivamente canzoni col cellulare. L’anno seguente la medesima sorte è toccata a Lazza con Sirio, anche lui al Festival, secondo con Cenere. Quest’anno, a occhio e croce, se la giocheranno Tedua e Geolier, di cui chiunque abbia visto i primi peli spuntare, fate voi dove, a seconda si parli di maschi o femmine, ignora non solo la faccia, ma anche il titolo di una singola canzone. Il tutto mentre i vecchi campioni che fanno gli stadi, da Vasco a Max Pezzali, da Cremonini a Ultimo (ok, lui non è vecchio, ma è un caso a sé stante). Una dicotomia tra chi funziona tantissimo in streaming, pensate che a oggi chi in Italia ha ricevuto più certificazioni di tutti i tempi, leggi alla voce Dischi d’oro e di Platino (certificazioni un tempo raggiungibili vendendo fisicamente centinaia di migliaia di dischi e oggi facendo migliaia di stream): non Vasco Rossi, né Claudio Baglioni, Renato Zero, Tiziano Ferro o Cesare Cremonini, tanto per rinverdire un po’ l’elenco, ma Sfera Ebbasta, con buona pace di chi poi gira il mondo portando alta la bandiera italiana come Eros Ramazzotti e la stessa Laura Pausini, magari in compagnia di Bocelli. I Maneskin, che da questo pezzo restano fuori perché sono un fenomeno legato proprio allo streaming, giocano in un campionato a parte.
Geolier (da Fb).
Le strategie per restare a galla: i featuring e le produzioni sforna hit
Ora, cosa succede a chi è stato a lungo in vetta alle classifiche, magari non solo quelle italiane, e che ha girato il mondo riempiendo palasport e stadi, prendendo premi anche importanti, insomma, a chi è stato sin da subito indicato come una popstar assoluta nel momento in cui deve tornare sul mercato sapendo di andare a vedersela con gente come Geolier o Tedua, sapendo di prenderle di santa ragione? Succede che chi è stata una popstar chiarissima di colpo comincia a vedersela brutta, magari anche a pensare di non far più uscire musica nuova, contando sulle vecchie hit per andare a far concerti in giro, quelli sì a vantaggio di chi un repertorio vero già ce l’ha e anche un pubblico in grado di spendere soldi veri, non quelli di cartone che si usano per gli ascolti in streaming. Così, andiamo al dunque, ecco che si inseguono delle modalità che oggi sembrano ormai canonizzate: featuring con nomi di grido, perché mettendo insieme pubblici diversi si aumentano i numeri, produzioni che in qualche modo stanno plasmando il suono di un po’ tutte le hit, si pensi al successo di gente come Michele Canova, il produttore principe del cosiddetto electropop italico, o di Dardust, dietro tante hit degli ultimi anni.
Non sappiamo cosa ci sarà dietro le annunciate 16 canzoni di Anime parallele, sorta di concept album dedicato alle persone. Non lo sappiamo perché è presto per avere questi dettagli, lo sarebbe stato anche in anni passati, figuriamoci nell’era del “qui e ora”, del “fuori adesso”, del “fuori ovunque”. Sappiamo però che 16 canzoni sono un azzardo, perché Daniel Ek, che di Spotify è non solo amministratore delegato ma anche inventore, da sempre canta le lodi dell’uscita di un singolo al mese. L’album è ormai roba per vecchi babbioni, a meno che non li si pensi come i giovani, mica è un caso che poi le classifiche di singoli si intasino proprio dei brani che compongono le tracklist degli album dei vari Tedua e Geolier di turno, pensate come singoli a raffica per aumentare i numeri. E sappiamo che inseguire le mode del momento – ecco Madame che scrive Scatola o Riccardo Zanotti dei Pinguini Tattici Nucleari che scrive Un buon inizio, ma immaginiamo che nella tracklist troveranno spazio altri nomi d’oggi come Michelangelo, producer e autore di Blanco, magari Mahmood, oltre al già citato Dardust – se poi le canzoni le si canta sempre alla medesima maniera, sorte condivisa anche con Emma che è più giovane ma segue la medesima inclinazione, non potrà certo portare scossoni allo Zeitgest. Geolier e Tedua staranno sempre lì sopra, in dominio perenne (ben lo sanno le varie Annalisa, i vari The Kolors, i vari Fedez, che hanno sì piazzato i loro singoli per l’estate, ma sono sempre accerchiati da brani di cui la massa non ha conoscenza né memoria).
Annalisa (dal profilo Instagram).
Laura Pausini si goda il passato glorioso e un pubblico pagante
Si goda i vecchi successi Laura Pausini, e se li godano i suoi tanti fan, senza starsi a crucciare troppo se un Paky qualsiasi la manderà in soffitta. È in buona compagnia coi suoi coetanei, gente che ha dato tanto alla discografia e alla musica italiana, ma cui la discografia ha prontamente voltato le spalle (quasi tutti gli ultra 50enni stanno vedendo i loro contratti discografici non rinnovati, destinati quindi a far per conto proprio o non fare proprio). Laura può far sfoggio di un passato glorioso e magari un pubblico numeroso quando sale su un palco. Spotify non è roba per vecchi, direbbe un redivivo Cormac McCarthy, e in fondo la discografia di oggi non è troppo diversa da quel panorama cupo e apocalittico da lui descritto nei suoi immensi capolavori letterari.
Taylor Swift, dopo aver superato ogni record col suo Eras Tour, si è letteralmente mangiata anche gli MTV Video Music Awards, facendo incetta di premi. Notizia nella notizia, lo ha fatto vedendosela in buona parte contro colleghe donne, a riprova dell’onda lunga di quanto Barbie, il film con Margot Robbie, ci abbia proiettato dentro una nuvola fucsia.
Taylor Swift agli MTV Video Music Awards (Getty Images).
I Video Music Awards travolti dall’effetto Barbie
Un pezzo del genere sarebbe potuto cominciare così: in principio era Madonna, poi è stata la volta di Britney Spears e Christina Aguilera, 15 anni fa è arrivata Lady Gaga, e poi Miley Cyrus fino a oggi con Taylor Swift che sembra intenzionata, forte di una hit bomba come Anti-Hero, di prendersi tutta la torta. Oppure, forse anche meglio, così: questo è l’anno di Taylor Swift. Ma anche di Beyoncé, che con lei ha condiviso lo scettro di tour dell’anno, e anche di Miley Cyrus, che con un miliardo e mezzo di stream per il suo Flowers è decisamente tornata sulla scena, e di Olivia Rodrigo, da poco uscita con Guts è sicuramente destinata a dominare le prossime classifiche, e di SZA, Nicki Minaj, Cardi B e Megan Thee Stallion, pronte con la nuovissima Bongos a replicare il successo clamoroso della piccantissima WPA. E, ancora di Doja Cat, che seppur continui a blastare i suoi fan sui social, sembra ormai arroccata su un livello di successo decisamente alto; di Shakira che, superata la crisi coniugale nel senso di seppellita, è di nuovo lì a contendersi la corona di popstar dell’anno. Oppure, ancora, poi smetto l’incipit poteva essere questo: mentre in Italia ci prepariamo anche in questo 2023 a stilare la classifica di dischi dell’anno – classifiche di vendita ma anche quelle di critici e giornalisti musicali – che vedrà un susseguirsi imbarazzante di nomi tutti maschili, negli Usa, dove Barbie di Greta Gerwig ha battuto ai botteghini Oppenheimer di Christopher Nolan (il fucsia vince sul fungo atomico), gli VMA sono dominati dalle donne. Come la si voglia mettere la faccenda è questa: gli MTV Video Music Awards sono stati griffati da Taylor Swift, candidata a otto premi e vincitrice per Video dell’anno, Artista dell’anno, Canzone dell’anno, Miglior regia per il video, sempre della sua Anti-hero, Best Pop, Best Cinematography, idem, Best Visual Effect, Best show dell’estate, Album dell’anno, cannando solo la nomination per il Best Editing, andato alla sua ex amica Olivia Rodrigo, per quel gioiello destinato assolutamente a rimanere che risponde al titolo di Vampire.
Una menzione speciale ai nostri Maneskin vincitori del Best Rock
Un anno dunque decisamente rosa. Ice Spice, rapper, donna, ha vinto il Best New Artist, Karol G e Shakira la Best Collaboration, Nicki Minaj e la sua Super Freaky Girl il Best Hip Hop, Selena Gomez ha diviso il premio per il Best Afrobeats con Rema, uomo lui; Anitta ha conquistato il Best Latin, SZA il best R&B con la sua Shirt, Lana Del Rey il Best Alternative con Candy Necklace, le Blackpink con Pink Venom sono state elette Group of the Year vincendo anche la Best Choreography. Giusto un paio di premi sono stati lasciati ai maschietti. Uno dei quali, per altro importante, il Best Rock, è andato ai nostri Maneskin che lo hanno sfilato a gente del calibro di Foo Fighters, Red Hot Chili Peppers, Linkin Park, Metallica e Muse, con la loro The Loneliest.
I Maneskin ai VMA (Getty Images).
E in Italia? Taylor Swift è solo al 33esimo e 36esimo posto
Se ci mettiamo che non era in gara, perché momentaneamente senza pezzi o album nuovi, Dua Lipa, vera e propria popstar a tutto tondo che con le sue sonorità Anni 90 ha dominato gli anni passati, e che gente come Lady Gaga è comunque lì sempre pronta a mordere il freno, insieme con la già citata Miley Cyrus, direi che il quadro è bello preciso. Ed è totalmente al femminile, non ce ne vogliano Ed Sheeran o Sam Smith. Dalle nostre parti però le tinte sono diverse. Forse perché il pubblico italiano è prevalentemente composto da donne e quindi gli artisti di maggior successo sono uomini, o forse le artiste sono poco incisive perché più portate per il bel canto e la composizione. Basti pensare che tra i tanti, tantissimi stadi che questa estate hanno visto succedersi sul palco artisti italiani, a eccezione di Victoria De Angelis, bassista e iconica co-leader dei Maneskin, non c’era nemmeno una donna. Come sono tutti uomini gli artisti che occupano la Top 10 di vendita, la Top 20 e buona parte della Top 30. Taylor Swift è lì, al 33esimo e 36esimo posto, rispettivamente con Lover e Midnights. Per trovare le sue colleghe bisogna scendere al 46esimo posto dove si trova Rose Villain, e al 51esimo posto dove sta Miley Cyrus, fuori quindi dalla Top 50. Classifica, per capirsi, dove resistono, magari anche con merito, album di qualche anno fa, da Persona di Marracash a Fuori dall’hype dei Pinguini Tattici Nucleari.
Rose Villain alla prima milanese di Barbie (Getty Images).
Non ci resta che sperare nelle stelle europee Rosalia e Tove Lo
L’anno prossimo, se le premesse di Guts saranno confermate, potrebbe essere l’anno di Olivia Rodrigo che ha sfornato un lavoro decisamente validissimo, pop, certo, ma che va a pescare in sonorità vagamente punkeggianti, tipiche dei primi Anni zero. Sì, siamo già al revival dei primi 2000. I maschietti se ne facciano una ragione, almeno da quella parte dell’oceano le cose funzionano così. Speriamo che Rosalia, popstar assoluta nata e cresciuta in Spagna e che col suo Motomami ha lasciato un indubbio segno non solo nelle classifiche di mezzo mondo ma nell’immaginario di tante giovani artiste, e, perché no, Tove Lo, artista svedese che finalmente sembra baciata anche da un successo di pubblico negli Usa, possano in qualche modo portare avanti una bandierina europea, tanto per non farci dire che siamo davvero il Vecchio Continente, vecchio e maschilista.
Il 14 settembre uscirà nei negozi e su tutti gli store musicali Sarò Franco, Canzoni inedite di Califano. Come si intuisce dal titolo, si tratterà di un album discografico a più voci in cui diversi interpreti e musicisti italiani e internazionali eseguiranno 12 brani scritti dallo stesso Califfo. La data di uscita non è casuale, ma ricadrà nel giorno in cui l’artista, scomparso nel 2013, avrebbe compiuto 85 anni. Già disponibili online le prime due canzoni, Trastevere con la voce dei Tiromancino, e Ti meriti un amore cantata da Grazia Di Michele. Nel disco ci saranno anche Patty Pravo, Amedeo Minghi e il chitarrista britannico Phil Palmer assieme alla figlia Numa per la traccia Tra la Terra e il Sole. Il progetto non rappresenterà un unicum, dato che nel corso della primavera 2024 uscirà anche il secondo volume, con ulteriori canzoni inedite.
La copertina del nuovo disco di Califano, Sarò Franco (Ansa).
Califano, le canzoni rimaste nel cassetto dell’amico Frank Del Giudice
Tutte le canzoni della tracklist risalgono al periodo milanese della carriera di Franco Califano, gli anni in cui instaurò la sua lunga collaborazione con il compositore Frank Del Giudice, che le custodiva gelosamente nel suo cassetto da allora. In parte pensati per la propria discografia, in parte per essere ceduti alla voce dei grandi interpreti della musica italiana, i brani erano infatti ancora incompiuti e non avevano mai raggiunto una sala di incisione. Fino a ora, quando lo stesso Del Giudice ha deciso di consegnarli al produttore Alberto Zeppieri, specializzato in lavori musicali con più interpreti. Per portare alla luce il prodotto, quest’ultimo ha deciso di nominare quattro direttori artistici, da lui coordinati: Grazia Di Michele, Morgan, Franco Simone e Federico Zampaglione, voce dei Tiromancino. Ciascuno di loro ha ottenuto tre brani, potendo scegliere poi se lavorarci di persona o coinvolgere altri artisti.
La tracklist e le collaborazioni dell’album in uscita il 14 settembre
1.Trastevere – Tiromancino
2.La mia eredità – Amedeo Minghi
3.La cama (Io so amare così) – Franco Simone
4.Ti meriti un amore – Grazia Di Michele
5.Noi di settembre – Giovanni Nuti
6.Tra la Terra e il Sole – Numa Palmer e Phil Palmer
7.Heart of Wind (Solo una donna) – Alberto Fortis
8.Amor ch’a nullo amato amar perdona – Petra Magoni
9.Ieri era il 23 – Ivan Segreto feat. Giovanna Famulari
Maneskin a caccia del bis agli Mtv Video Music Awards. Damiano, Victoria, Ethan e Thomas infatti concorreranno per le categorie Miglior gruppo dell’anno e Miglior video rock grazie a The Loneliest nell’evento in diretta il 13 settembre alle ore 2 italiane dal Prudential Center di Newark, nel New Jersey. Per la band romana si tratta del secondo anno consecutivo in nomination, dopo che nel 2022 si portarono a casa il premio per il Miglior video alternative rock grazie a I Wanna be your Slave. La favorita della vigilia è però Taylor Swift che con le sue 11 nomination è pronta a fare incetta di riconoscimenti. Alla conduzione ci sarà invece Nicki Minaj, già sul palco nella precedente edizione al fianco di LL Cool J e Jack Harlow. La rapper di Trinidad e Tobago presenterà anche il suo ultimo singolo Last Time I Saw You. In Italia sarà possibile seguire i Vma 2023 su Mtv, canale 131 di Sky.
Nicki Minaj presenterà l’evento già condotto nel 2022 (Getty Images).
Video Music Awards 2023, gli artisti con più nomination all’evento
Come hanno sottolineato i media americani, la cerimonia degli Mtv Video Music Awards rischia di essere molto Swift-centrica. La popstar, regina del palcoscenico internazionale con il suo Eras Tour che nel 2024 la porterà anche in Italia, concorrerà infatti per i premi più importanti. Accesa la sfida per l’artista dell’anno, dove dovrà vedersela con Beyoncé, Doja Cat, Karol G, Shakira e la presentatrice Nicki Minaj. Taylor Swift è anche candidata per l’album del 2023 con il suo Midnights, dove aprirà una sfida con Miley Cyrus e il suo Endless Summer Vacation e soprattutto Beyoncé, autrice di Renaissance. La cantautrice 33enne della Pennsylvania è anche favorita per video e canzone dell’anno grazie a Anti-Hero che conta più di 1 miliardo di ascolti su Spotify. Principali avversari potrebbero essere Rema e Selena Gomez, tra l’altro sua grande amica, con la loro Calm Down.
Taylor Swift con un premio ai Vma 2022 (Getty Images).
Difficile il compito ai Video Music Awards per i Maneskin, soprattutto nel campo del Miglior gruppo dell’anno. Dovranno battere infatti la concorrenza dei Jonas Brothers ma soprattutto delle Blackpink, star del K-pop e artiste dell’anno 2022 per il Time. Ricco di star anche il roster dei candidati al Video rock 2023. Con Damiano, Victoria & Co. ci sono infatti i Metallica, i Muse, i Red Hot Chili Peppers, i Foo Fighters e i Linkin Park grazie al brano postumo Lost con la voce di Chester Bennington. Quanto all’artista emergente 2023, dovrebbe avere vita facile la rapper Ice Spice, autrice del brano Barbie World con Nicki Minaj. Infine Shakira riceverà il Michael Jackson Video Vanguard Award, riconoscimento alla carriera, mentre il rapper Puff Daddy alzerà quello di icona globale.
Dai Maneskin al duo Cardi B e Megan Thee Stallion, le performance della serata
Oltre a concorrere per i due premi, i Maneskin presenteranno ai Video Music Awards anche il loro nuovo singolo Honey (Are you Coming?), già capace di superare i 10 milioni di ascolti online. Molto atteso sul palco anche il duetto fra Cardi B e Megan Thee Stallion con la loro Bongos, di cui è disponibile anche il videoclip ufficiale. Al Prudential Center di Newark anche Shakira e Anitta, che canteranno un medley delle loro hit più famose. Certe anche le performance di Karol G, Fall Out Boy, Olivia Rodrigo, Doja Cat e Demi Lovato. Occhi puntati anche su Lil Wayne, che tornerà ai Video Music Awads per la prima volta da oltre 10 anni. Canterà il suo nuovo singolo Kat Food, prima di mettere in piedi un tributo ai 50 anni dell’hip hop, per cui sono attesi anche ospiti dell’ultimo minuto.
È morto all’età di 50 anni Ivan Stortini in arte Pusha, ex membro della band romana Flaminio Maphia. Il cantante si è spento la sera del 10 settembre nella sua abitazione del quartiere Prenestino, a Roma, dove era nato e cresciuto. Membro originario del gruppo, in cui entrò già nel 1995, abbandonò dopo tre anni, non prima di aver scritto alcuni dei brani più amati dai fan. Fra questi, oltre alle hit Restafestagangsta e Combattimento mortale, si ricorda soprattutto Sbroccatamente si vive la notte, contenute nell’Ep d’esordio pubblicato nel 1997. «Ancora non ci credo», ha scritto sui social Rude Mc, al secolo Maurizio Ciferri, membro attuale della band. «Ha scritto pezzi che hanno fatto la storia dell’hip hop italiano, che la nuova generazione non sa minimamente cosa siano. Fai buon viaggio, fraté». Commosso anche Massimo Rosa alias G-Max, che su Facebook ha scritto: «Continuerai a spaccià rime solo a mezze piotte, ovunque tu sia».
Dopo la separazione nel 1998, Pusha e il resto della band avevano perso in breve tempo i contatti. «Negli ultimi giorni parlavamo spesso di lui, io non lo vedevo da 25 anni», ha proseguito Rude Mc. «Sì, Roma è grande, ma il giro è sempre quello, quindi è facile beccarsi prima o poi. Ho chiesto di lui più volte e tutti mi dicevano che stava sempre sotto casa sua al Prenestino». Numerosi fan sui social hanno voluto dedicare un pensiero all’ex rapper dei Flaminio Maphia, che dalla sua uscita dal gruppo era sparito dalla scena musicale. In tanti hanno pubblicato una sua foto corredata con i versi del brano Combattimento mortale, scritto in collaborazione con Piotta. “Come Bruce Lee nel Colosseo col tramonto sullo sfondo abbia inizio il torneo. Uno contro uno: Roma batte tutti…”.
Il post sui social di Rude Mc per salutare Pusha (Facebook)
Flaminio Maphia, i successi con Pusha e le altre hit della band romana
Pusha rimase con la band soltanto per il primo Ep Restafestagangsta, ben prima del successo nel panorama musicale italiano. La hit più celebre del gruppo romano è indubbiamente Che idea, rivisitazione del singolo Ma quale idea di Pino D’Angiò che nel 2001 scalò immediatamente le classifiche. Quattro anni dopo la canzone entrò a far parte del disco Per un pugno di Euri, contenente anche le tracce Federica, Supercar e Da paura. L’ultimo album di inediti risale al 2006, con le collaborazioni La mia banda suona il rap assieme a Max Pezzali e Scambi di materiale con i Club Dogo. Nel 2010 è uscita anche la raccolta delle migliori hit Er mejo.
So che sembra incredibile ma c’è un solo grado di separazione tra chi ha reso immortale frasi quali «e il naufragar m’è dolce in questo mare» e «Silvia rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale, quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi» e chi ha composto il riff distorto di chitarra di un brano dal titolo Symphony of Destruction, brano che inanella versi come: «Proprio come il pifferaio magico conduceva i ratti per le strade noi balliamo come marionette ondeggiando alla sinfonia della distruzione». Come c’è un grado di separazione anche con chi ha scritto le musiche di Creep, ma lì, in fondo si parlava di un tizio che si sentiva sfigato («Galleggi come una piuma in un mondo bellissimo, io spero di essere stato all’altezza, così dannatamente all’altezza, ma sono uno sfigato, uno strambo»), fuori da quella normalità data quasi per scontata, sorte non troppo distante da chi si sapeva a sua volta inosservato da Silvia. Vai poi a capire se nome reale di una vicina di casa o, come sostenuto da Buffoni recentemente, maschera atta a nascondere una omosessualità rimasta latente.
Quel grado di separazione con Leopardi
Avete presente tutti, no, la regoletta che vuole chiunque, in quel di Hollywood, in grado di raggiungere Kevin Bacon con sole sei mosse? Bene, quel che divide, metaforicamente, Giacomo Leopardi e Dave Mustaine, voce e chitarra dei Megadeth, uno dei nomi di punta dell’Heavy Metal, è un solo grado di separazione, come è un solo grado di separazione che divide l’autore del Sabato del villaggio e la sua Recanati da Jonny Greenwood dei Radiohead. E quel grado di separazione è in realtà misurabile in chilometri, per l’esattezza 66 da Dave Mustaine, a Moresco, in provincia di Fermo, e 53 da Greenwood, lì a Monsampietro Morico, medesima provincia, sempre ai bordi dei Monti Sibillini. Il fatto è che recentemente le Marche, regione non certo centralissima nella narrazione della Bella Italia seppur centrale geograficamente, cinta tra Mare Adriatico e Appennino, sono diventate meta ambita dai rockettari stranieri che in queste lande verdeggianti e assai poco frequentate – se non da cataclismi di varia natura, dai terremoti alle alluvioni non si sono fatte mancare nulla – ultimamente, hanno deciso non solo di venirci a abitare, ma anche di mettere su imprese che con la musica, a dire il vero, poco o nulla hanno a che fare.
Thom Yorke e Jonny Greenwood dei Radiohead (Getty Images).
Dall’olio di Greenwood al vino di Mustaine: le imprese marchigiane dei rockettari
Un frantoio, nel caso di Greenwood, già insediato da tempo, al punto che quando il terremoto ha colpito la sua zona, in quello che tutti ricordano come il terremoto di Amatrice ma che nelle Marche ha fatto danni incredibili, col suo partner in crime Thom Yorke, invece di stanza in Sicilia, ha fatto un concerto benefico allo Sferisterio di Macerata. Anche la festa per il restauro dell’organo nella chiesa di Offida, permesso proprio dall’evento benefico, lo ha visto protagonista. Un’azienda vinicola nel caso di Mustaine, proprio in questa anomala estate 2023 che ha visto le Marche presenziate anche da altri Big della musica, quali Roger Waters, a Porto San Giorgio per il compleanno di un amico, e Robert Plant, a Macerata per un concerto, ma proprio a Recanati per qualche giorno di riposo, nello stesso albergo che per altro ospitava Whoopi Goldberg, qui perché impegnata in un film incentrato proprio sulle opere di Leopardi. Olio, quello di Greenwood, che è finito al centro di una delle più scontate polemichette da social, quando si è scoperto che veniva venduto al pubblico britannico per qualcosa come 70 euro alla bottiglia. Il vino della House of Mustaine risponde a nomi invece piuttosto eccentrici, specie per chi non conosce l’opera di colui che fu tra i fondatori dei Metallica, oltre che uno dei più noti artisti in ambito Metal di tutti i tempi: Holy Wars, per il vino rosso, Wanderlust per il Pecorino, She-Wolf per il rosato ed Elysian Fields per il verdicchio dei colli di Jesi. Tutta farina del suo sacco, o meglio della sua voce e del suo plettro, per intendersi. Un modo, il suo, per spostare in Europa una impresa già partita anni fa in California, e che intende poi sviluppare anche in altre parti di Europa, ma che ha nei pressi di Fermo il suo punto di partenza, scusate lo sciocco gioco di parole.
Dave Mustaine (Getty Images).
Le voci sull’arrivo di Bob Dylan al Conero
Del resto da tempo si favoleggia di un arrivo in zona anche di Bob Dylan, stavolta sul Conero, nella villa che fu del pilota Michael Schumacher. Già c’è un rosso Conero a lui dedicato, o meglio, che prende il nome da una sua canzone, Visions of Joanne (da Blonde on Blonde), il Visions of J della Fattoria Le Terrazze, ma l’idea di sapere il bardo di Duluth a spasso per il sentiero del Lupo, per la spiaggia di Portonovo (lì magari no, che gli ricorderebbe le contestazioni del 1965 al Newport Folk Festival, Newport= Portonovo) o magari a rimirare proprio l’Ermo Colle, rivolto verso i Sibillini, non troppo distante da lì, è di suo piuttosto suggestiva, tanto più per una regione che ha regalato poco alla musica, almeno a quella mainstream – Fabri Fibra e suo fratello Nesli, il vincitore di una recente edizione di X Factor, Baltimora, la cantautrice indie Maria Antonietta e poco altro, fatta eccezione per i veterani del combat rock, la Gang, al secolo Marino e Sandro Severini, gente che con Greenwood e Mustaine di gradi di separazione non dovrebbe averne proprio. La loro Filottrano ospita il museo dedicato all’esploratore Giacomo Costantino Beltrami, titolare della Belatrami’s County, in Minnessota, dove si trova la sorgente del Mississippi, da lui medesimo scoperta, ispiratore del personaggio dell’Ultimo dei Mohicani scippato da Fenimore Cooper e andato a morire proprio nelle Marche, per amore. Minnessota, guarda il caso, che è esattamente dove si trova Duluth, città che ha dato i natali a Robert Zimmermann, in arte Bob Dylan. Anche in questo caso, è il karma delle Marche, neanche un grado di separazione.