Ginger ‘O: la moda all’opera

di Olga Chieffi

Sono quattro ragazze che han stretto un patto le “Ginger O”, ospiti ieri sera dell’accorsato contenitore virtuale di approfondimento musicale del nostro quotidiano. Da un grande dolore, da una separazione forzata, dalla lontananza dal palcoscenico, è nata la splendida idea di due soprano, Anna Corvino e Anna Maria Sarra, unitamente al mezzosoprano Giuseppina Bridelli e alla regista Stefania Panighini, le quali hanno dato vita al brand Ginger O’, che vede protagoniste delle T-shirt, tutte ad edizione limitata, riservate agli appassionati della lirica e non solo. “Ci siamo incontrate più di dieci anni or sono, al Comunale di Bologna, eravamo tutte in accademia – racconta il soprano nocerino Anna Corvino – poi, ci siamo ritrovate sui vari palcoscenici internazionali, abbiamo addirittura organizzato le vacanze insieme, quando è arrivato questo ciclone inatteso e terribile che ha fermato tutto. In questo tempo fermo abbiamo pensato di unire le nostre passioni, l’opera, la divulgazione, la moda ed ecco il brand Ginger ‘O, giunto già alla sua seconda collezione, stavolta unisex, ispirata a Mozart e al suo universale personaggio, Don Giovanni”. Motti, frasi, personaggi quelli effigiati, in modo molto particolari, con la regista Panighini, a far da grafica, e realizzatrice delle idee di tutte e quattro, idee diverse, magari contrastanti, simbolo di quattro caratteri diversi e molto forti, rappresentate, poi in un originale prodotto. “Ma non crediate – sottolinea Anna Maria Sarra – che vogliamo cambiare lavoro e tentare la strada dell’imprenditoria femminile. Calcheremo sempre i palcoscenici, e quando ci sarà tempo lo investiremo nell’ideazione di queste T-Shirt. Nella creazione di Ginger ‘O c’è la necessità di andare avanti, in un momento veramente buio, nonostante sembra essere un messaggio leggero, Ginger è ben altro. Ci ha aiutato a dare sfogo alle nostre passioni e può essere un punto di congiunzione, ricco di significato e significante per pubblico e artisti ”. Tra i messaggi dei lettori, infatti, tante richieste e qualche “avvertimento” di furto in diretta, se non si fossero riuscite ad avere alcuni pezzi unici delle Ginger. Pezzi unici lo sono per davvero. Infatti, le prime cinque creazioni ispirate a frasi rimaste celebri del melodramma da “Bocca baciata non perde ventura, anzi rinnova come fa la luna”, il canto di Fenton continuato da Nannetta nel Falstaff di Verdi o “Sempre libera!” la cabaletta di Violetta in Traviata, Despinetta che intima a Fiordiligi e Dorabella di divertirsi con gli uomini e di “Far all’amor come assassine” dal Così fan tutte, la Musetta di Bohème nell’icona rock David Bowie, sono quasi già tutte sold out e con poche speranze di riprodurle, poiché naturalmente “Ginger O” non è affatto una fabbrica, ma, intanto, le idee sono tante e prossima è la produzione personalizzata, stavolta su richiesta. Il dialogo con le artiste è stato impreziosito da performance che ce le hanno presentate nel loro luogo d’elezione, il palcoscenico, con un video d’introduzione che ci ha fatto risalire al primo pesantissimo lockdown. Il brano era il terzetto della separazione dal “Der Rosenkavalier”, di Richard Strauss, la regia claustrofobica e indovinata, della Panighini, regista giovane e pratica, determinata, che fa del poiein l’essenza del suo lavoro, del suo fare, che in greco ha la stessa radice di poesia. Poi, abbiamo applaudito la Sarra nei ruoli di Oscar il Paggio del Ballo in maschera, personaggio che veste perfettamente la sua voce e il suo carattere, e d’Armida del Rinaldo di Haendel, nell’aria “Furie Terribili”, e ancora la mirabile Rosina di Giuseppina Bridelli, nella sua aria di sortita “Una voce poco fa”, ruolo debuttato nel teatro vuoto della sua Piacenza in streaming “ Il silenzio di un teatro – ha rivelato il mezzosoprano – è un qualcosa di indescrivibile. Per quel Barbiere andato in scena a dicembre avrei avuto vicino tutti i miei affetti e girarsi per ringraziare una platea virtuale, in un teatro vuoto è veramente disarmante”. A sorpresa è entrata nel nostro salotto virtuale anche il soprano Gilda Fiume, alla vigilia della generale di Traviata, che inaugurerà la stagione del Teatro Regio di Torino, una felice ripresa per lei e anche per il pubblico che sarà finalmente in sala. Gran finale con “Egli non riede ancora…Non so le tetre immagini da “Il Corsaro” di Giuseppe Verdi, nel gala verdiano dal regio di Parma, la celebre aria di Medora, eseguita in stato di grazia da Anna Corvino, che rivela già il Verdi maturo, e una frase nel testo che sia d’augurio per spazzare via proprio questo periodo, in particolare per il mondo dello spettacolo: “Arpa che or muta giaci, vieni ed i miei sospiri seconda, sì….”.

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“Ansia”, il nuovo singolo di Keyra

Già disponibile su tutte le piattaforme digitali dallo scorso 30 aprile 2021 per Believe, esce oggi su YouTube il videoclip di “Ansia”, il nuovo singolo di KEYRA, che anticipa un nuovo Ep in arrivo prossimamente. La giovane autrice e cantante salernitana classe ‘98 condensa in uno dei suoi brani più intimi ed emotivi il ricordo di uno stato d’animo, quello con cui ha dovuto fare i conti alla fine del suo primo amore, un periodo difficile che la vede affrontare un significativo problema di auto accettazione. Un amore turbolento ma passionale, distrutto dall’instabilità emotiva dell’artista. Nel testo, un viaggio in metro diventa la potente metafora della sua storia d’amore, con un inizio e una fine, durante il quale affiora il ricordo di ciò che lui ha rappresentato per lei. La scelta della lingua francese su molti versi del brano riporta la memoria a Parigi, la città in cui, un giorno, lei avrebbe sognato di andare a vivere assieme a lui. “La canzone è un grido d’aiuto rivolto a lui, in un periodo in cui non ero pienamente cosciente di me stessa. Con ‘Ansia’ metto un punto ad un problema, trasformando in arte quella sensazione di inadeguatezza che ho vissuto. Ho voluto mettermi a nudo sia emotivamente che esteticamente, senza vergognarmi delle mie forme, con l’obiettivo di sconfiggere i miei vecchi demoni e riemergere dalle ceneri grazie alla musica.” – Keyra Proprio la musica è il mezzo con il quale Keyra sceglie di diffondere un messaggio fondamentale per tante ragazze come lei: “Ansia” è anche un invito a spingersi oltre le proprie insicurezze, oltre le imperfezioni, oltre un corpo che non per forza si conforma ai canoni estetici di un mondo troppo poco inclusivo. Body positivity, orgoglio e una nuova serenità sono al centro di una rinnovata Keyra, a suo agio nella propria bellezza e femminilità. “Abbiamo bisogno di quello spazio sicuro in cui festeggiare noi e ciò che ci rende così belle. Qualunque corpo, che sia conforme o meno, in salute o meno, è valido di rispetto e di amore”, conclude l’artista. La regia del videoclip è affidata a Beatrice Chima, fotografa e regista romana nota per numerosi lavori al fianco di Franco126 e altri artisti della scena romana. In questo video riemerge la sensazione di ansia e angoscia che l’artista ha vissuto. La scena più rappresentativa di questo concetto vede Keyra con le mani legate ad una colonna, impossibilitata a muoversi. Su di lei si muovono i corpi dei ballerini, rappresentando le paure e i pensieri che la opprimono. La direzione artistica del video è invece affidata ad Arianna Puccio di Studio Cemento, una nuova e fresca realtà milanese. Lo styling del video è a cura di Gerlando Montana, fashion stylist siciliano e residente a Milano, classe ’99. In “Ansia”, Montana ha voluto coinvolgere brand emergenti della realtà milanese: Andrea Cocco, che con il suo brand “cocco cose” ha caratterizzato molti dei look di Keyra, accompagnato da “Dennj” che con i suoi corsetti e la sua maglia dalle lunghe maniche ha vestito la cantante in alcune scene del videoclip. Non sono mancati comunque capi di brand “iconic” come Vivienne Westwood e Giorgio Armani, trovati in una piccola realtà milanese: Contessa Archivio. Completano i look i gioielli di into|into. Tutti i look sono stati studiati per mettere in risalto le forme e le curve dell’artista. Si deve questo styling anche all’influenza delle terre natali di Montana.

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In prima fila con… le Ginger Opera

Aspettando di rientrare tutti in teatro, il contenitore virtuale di approfondimento musicale di Le Cronache ospita le cantanti Anna Maria Sarra, Giuseppina Bridelli, Anna Corvino e la regista Stefania Panighini, in una diretta tra musica e moda

Di Olga Chieffi

Eravamo personalmente rimaste al “Teatro alla moda” di Benedetto Marcello, che proprio lo scorso anno ha compiuto trecento anni, con i suoi ventinove piccoli paragrafi riguardanti i partecipanti attivi alla forma teatrale, la lirica o concertistica e da coloro che sono di contorno, come avvocati e “conduttori del botteghino”, ma stasera incontreremo due soprano, un mezzo-soprano e una regista che, oltre a far teatro lirico, hanno inteso divulgarlo, disegnando e mettendosi in gioco con delle T-Shirt, ispirato al mondo del melodramma. “In prima fila con…” il contenitore di approfondimento musicale di Le Cronache, presenterà, infatti, ai propri follower, alle ore 19, sui propri canali social, https://www.facebook.com/lecronachequotidiano e YouTube https://www.youtube.com/channel/UCJaOrPcGFKLxjQWMMDaiM4g, la splendida idea di due soprano, la nostra  , le quali hanno dato vita al brand Ginger O’, che vede protagoniste delle T-shirt, tutte ad edizione limitata, riservate agli appassionati della lirica e non solo. La collezione lancio di Ginger Opera, al momento, racchiude ben cinque magliette, al femminile, in cotone, ispirate a frasi rimaste celebri del melodramma da “Bocca baciata non perde ventura, anzi rinnova come fa la luna”, il canto di Fenton continuato da Nannetta nel Falstaff di Verdi o “Sempre libera!” la cabaletta di Violetta in Traviata, poi c’è Despina che intima a Fiordiligi e Dorabella di divertirsi con gli uomini di “Far all’amor come assassine” di Così fan tutte, il pallore, la poesia e l’amore di Mimì nell’icona rock David Bowie, ma proprio dai nostri canali lanceremo, Zuccher’O, la linea unisex del marchio Ginger O’. Dopo il lancio della linea rosa, che vanta quali testimonial nomi del calibro di Mariella Devia, Kristine Opolais, Eleonora Buratto, Rosa Feola, Francesca Dotto, Marina Monzò, Lisette Oropesa,  ai nastri di partenza una linea unisex ispirata alla coppia Mozart/Da Ponte, già disponibile nello store online. Una maglietta, questa che si prefigge lo scopo di divulgare un messaggio universale: portare avanti l’amore per la musica, la parità di genere, la speranza per una rapida ripresa del comparto dello spettacolo, ma che è soprattutto un inno all’amore, qualsiasi esso sia. Perché è proprio la dolcezza del non fermarsi il motto di Ginger O’, un brand culturale in crescita, nato quasi per caso in un momento di difficoltà di tutto il comparto dello spettacolo e dalla necessità di sentirsi addosso il proprio mondo di appartenenza, il motto della propria passione e il senso del proprio lavoro. “Mai come ora una t-shirt può diventare il simbolo di rinascita. E, infatti, molte sono state le testimonianze di donne e ragazze che in questi mesi hanno scelto Ginger O’ per riappropriarsi della propria identità, perduta nei meandri dei decreti, dei teatri chiusi e della cultura ferma. Ginger come lo zenzero, come quel gusto intenso e dolce ma al contempo anche piccante, proprio come l’opera lirica”, spiegano le ideatrici del brand. “Tu che il zucchero porti in mezzo al core!”, canta Don Giovanni, nei panni di Leporello, con il mandolino accompagnato dal “pizzicato” degli archi, la propria serenata alla cameriera di Donna Elvira. La serenata è un altro esempio delle arti di seduzione del tombeur de femmes, più famoso di tutti i tempi, che come sempre si dimostra capace di toccare la corda giusta per conquistare la preda di turno, che si tratti di una nobildonna, di una popolana o, come in questo caso, di una semplice servetta. Tanto zucchero, un po’ d’amore, una brezza leggera, in una notte profumata di primavera effigiata sull’ultima nata tra le T-Shirt, per continuare ad assaporare l’arte e l’inventiva delle nostre Gingerine.

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Il soprano di Sarno, Gilda Fiume riparte dal Teatro Regio

di Olga Chieffi

“O Gioia!” esclama Violetta nel recitativo della cabaletta “Sempre libera!”. Gioia vera, sino alle lacrime ha provato il soprano sarnese Gilda Fiume, uno dei luminosi nomi del magistero canoro del nostro conservatorio, nel sapere che domenica 9 maggio, al levarsi del sipario del Teatro Regio di Torino, rivedrà il pubblico. “Un felicissimo ritorno! – ha affermato Gilda Fiume che sarà la protagonista della Traviata del Regio di Torino – Non si può descrivere l’emozione di tornare a vivere il palcoscenico, il legno sotto i piedi, il profumo delle quinte, il brivido dell’apertura sipario e tutta la magia che vive intorno ad uno spettacolo. Quando abbiamo saputo che il teatro sarebbe stato aperto al pubblico non sono riuscita a trattenere le lacrime. Un artista vive di emozioni condivise con gli spettatori! È difficile adattarsi a tutte le misure covid, a partire dall’orchestra che non può stare interamente in buca, fino al contatto con i colleghi che non può mai avvenire del tutto, ma l’entusiasmo con cui sto affrontando questi giorni di lavoro è come quello di una bambina! Mi sento fortunata di tornare in scena con un ruolo tanto importante, vivrò fino all’ultima emozione”. Una Traviata questa che andrà in scena nell’allestimento realizzato nel 2018 dal Teatro San Carlo di Napoli con la regia di Lorenzo Amato, le scene di Ezio Frigerio e i costumi di Franca Squarciapino, sul podio ci sarà il maestro israeliano Rani Calderon, direttore musicale al Teatro Municipal di Santiago del Cile, un debutto alla testa dell’Orchestra e del Coro del Regio. Lorenzo Amato ha concepito questa Traviata come una riflessione sulla malattia, sul tempo che scorre via inesorabile, l’amore, la violenza delle convenzioni sociali, l’ipocrisia, il sacrificio e infine la morte. Al centro dello spazio scenico, su un fondale trasparente come un vetro, la pioggia scorre implacabilmente per l’intera durata dello spettacolo, filtrando la visione delle grandi tele pittoriche create da Ezio Frigerio che descrivono gli ambienti. Un elemento che potrebbe essere visto come semplice metafora di una Parigi grigia, fredda e piovosa, ma che per me rappresenta molto di più: straniamento, allusione, stato d’animo, dolore, fino a quell’offuscamento della vista che le malattie particolarmente debilitanti provocano in ciascuno di noi. Al fianco della nostra Gilda Fiume, che debuttò nel ruolo proprio sul palcoscenico del teatro Verdi di Salerno, nel 2017, a dar voce ad Alfredo Germont, ci sarà il giovane tenore francese Julien Behr, un esordio assoluto, come altri debutti saranno quelli di Lorrie Garcia nel ruolo di Flora e quello del baritono Damiano Salerno in quello di Giorgio Germont Completano il cast: Ashley Milanese (Annina), Joan Folqué (Gastone), Dario Giorgelè (Douphol), Alessio Verna (D’Obigny), Rocco Cavalluzzi (Grenvil). Nel corso delle cinque recite si alterneranno: Luigi Della Monica e Alejandro Escobar (Giuseppe), Riccardo Mattiotto e Marco Sportelli (un domestico), Giuseppe Capoferri e Marco Tognozzi (un commissionario). “La Traviata” rappresenta il Verdi “moderno”, in primo luogo per la tempestività (la versione teatrale del romanzo di Alessandro Dumas jr., La dame aux Camélias, era andata in scena solo un anno prima), poi, per l’attualità del soggetto e della psicologia, favorita dallo spostamento della trama su di un solo personaggio. Conta, però, soprattutto l’apertura musicale, basti ricordare la costruzione di tutto il primo atto, intorno ad un unico, inarrestabile ritmo di valzer e del terzo su un sommesso parlato, la pulsione erotica mondana e la delusa intimità borghese. Echi, forse, dell’amato Schubert. Nel valzer si riflette al negativo la mondanità del Secondo Impero, una spettrale “vie parisienne”. Simmetrie. “Libiamo ne’ lieti calici” ha (in tonalità maggiore) lo stesso avvio dello sconsolato “Addio al passato”, in minore, introdotto dall’evocativo suono del clarinetto. Verdi “borghese”, organico e ribelle insieme, come ben si conviene in un’epoca in Italia ancora rivoluzionaria, in cui era tale essere anticlericale e patriottici, magari convivere con una donna senza sposarla. L’amore attraversa fremente la diseguglianza dei ranghi sociali, ma non è questione di ricchezza, ma di gap fra buona società e demi-monde, e pretende di associare stabilmente il giovane di buona famiglia e la cortigiana, che dovrebbero avere per unico legame legittimo il piacere mercenario e temporaneo. La comunicazione s’interrompe per un dislivello incolmabile di amore. L’esistenza dissipata ha preparato Violetta alla passione senza ritorno, alla dedizione assoluta, mentre Alfredo si è soltanto infatuato della brillante esperienza della cortigiana, è temporaneamente abbagliato da quel mondo, ma prontissimo a ritornare al proprio, al solido matrimonio con qualche algida e illibata fanciulla da tradire, poi, con altre più sostanziose amanti. Non ingannino i reciproci slanci amorosi del primo atto. Invero, già allora, il “croce e delizia al cor” di Alfredo è soltanto una galante serenata. Ben altro è lo spessore emotivo della “povera donna, sola, abbandonata/in questo popoloso deserto/che appellano Parigi”, che vorrebbe, in un congedo estenuato al belcantismo, “sempre libera folleggiar di gioia in gioia” e sospetta giustamente che “sarìa per me sventurata un serio amore”. Viene da pensare alla solitaria morte parigina della Callas, Violetta per sempre, al di là dell’incomparabile maestria tecnica che associava drammaticità e coloratura, per quanto di personale, di incolmabile eccesso di amore irricambiato è fluito nelle sue esecuzioni. Lo scoppio della passione compromette l’accasamento delle vergini (Germont si preoccupa di sistemare la sorellina di Alfredo e intona soave “Pura siccome un angelo”) e turba la pubblica opinione. Germont rappresenta la figura e la Legge del Padre nei confronti di una Violetta chiaramente dedita al libertinaggio per mancanza di una sana educazione paterna. Il sacrificio della passione e il saper tenere la bocca chiusa – secondo le buone tradizioni borghesi – è il contributo dell’onesta puttana all’equilibrio sociale. L’innamorato Alfredo, finge di non capire, rinfaccia alla donna che l’ha abbandonato i soldi spesi per lui, eccedendo in villania per gli stessi canoni mondani. Sul prezzo che paga si inteneriscono i carnefici, Alfredo stesso e l’odioso genitore. L’inizio dell’ultimo atto, contribuisce decisamente allo sfaldamento della struttura tradizionale a numeri chiusi, dissolti in un tessuto continuo di recitativi, slanci lirici e ricadute nel pianissimo, in piena corrispondenza alla tempesta sentimentale che investe l’affranta Violetta e alla sua illusione, proprio in punto di morte, di un ritorno delle forze vitali. Violetta morirà sull’etereo suono del violino che ricorderà ancora una volta la prima frase d’amore di Alfredo, mentre la realtà dura del palcoscenico, svelerà il maligno disegno della vita.

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Gianluca Cranco presenta il suo nuovo album

Esce venerdì in fisico e digitale ‘Djungle’, il nuovo disco di TY1, Dj e uno dei maggiori producer della scena rap italiana. L’album, contenente 14 brani e con i featuring di 24 artisti delle musica contemporanea, esce per Thaurus (under exclusive license to Believe) ed è già disponibile in pre-save su Spotify, in pre-add su Apple Music e in pre-ordine nei formati fisici CD Standard, CD Deluxe / Collector’s Edition & doppio vinile autografato.Dopo aver annunciato i 24 artisti che saranno presenti all’interno del suo nuovo album, tra nomi ormai consolidati del genere urban e hip-hop (Marracash, Paky, Guè Pequeno, Massimo Pericolo, Pretty Solero, Myss Keta, Noyz Narcos, VillaBanks, Ernia, Capo Plaza, Jake La Furia, Speranza, Taxi B, Rkomi, Ketama126, Samurai Jay, Geolier) incursioni dal mondo pop (Neffa, Tiromancino), nonché dall’estero (Pablo Chill-E, Mc Buzzz, Dosseh) e nuove leve (Touchè, Vettosi), TY1 è ora finalmente pronto a tornare sulla scena da protagonista, mostrandosi in tutte le sue mille anime e sfaccettature musicali, senza mai dimenticare le sue radici. La copertina del disco – curata dall’artista Gianfranco Villegas e scattata da Francesco Bonasia – mostra un bambino con il logo di TY1 rasato sulla nuca, immerso in quella che appare come la perfetta raffigurazione di una giungla urbana (rievocata dal titolo del progetto ‘Djungle’), su cui si stagliano cemento e palazzoni, ma anche un immaginario colorato dalla fantasia del ragazzo. “Il mio disco racchiude e racconta il percorso di un dj e produttore che parte da un piccolo quartiere di Salerno, in mezzo al nulla, con in tasca solo la voglia di fare musica e di riuscire a portarla a tutti – dichiara TY1 – . È la mia storia, come quella di molti che hanno fatto della propria passione un mezzo per riuscire ad elevarsi. Arrivando da un contesto semplice in cui mancavano spesso i mezzi per fare qualunque cosa e dove perdersi in situazioni ‘spiacevoli’ era facile, Il richiamo della musica mi ha sempre dato la forza per andare avanti, ciò che volevo più di tutto era spaccare, emergere grazie alle mie abilità di dj, gareggiando e misurandomi coi più grandi. Ascolto e mi nutro di ogni genere, dalla black music all’elettronica, e in questo disco c’è tutto il mio sound, tutto me stesso. Mi ritengo fortunato, ciascuno degli artisti che si è messo a mia disposizione per la realizzazione di Djungle, ha dato il massimo. Mi sono sentito una sorta di direttore artistico che tra amici e nuove leve è riuscito a mettere insieme 24 artisti creando veri e propri legami e connessioni tra di loro su ciascun brano. Il progetto che ne è scaturito rappresenta il mio personale tributo alla musica, grazie alla quale sono potuto uscire dalla ‘giungla’ in cui sono nato, con la speranza che ognuno possa mettere a fuoco il sogno che gli permetta di uscire dalla propria. Djungle è un omaggio alla musica in tutte le sue forme, a cui devo tutto, senza musica non sarei la persona che sono oggi”. L’uscita di Djungle è stata anticipata da ‘Fantasmi’ brano feat Marracash e Geolier che sta infuocando su Spotify con milioni di ascolti. Grazie ad un sound ammaliatore in grado di catturare sin dal primo ascolto, ‘Fantasmi’ è un pezzo di grande impatto che unisce in un tutt’uno davvero sorprendente i flow di Marracash e di Geolier. Due generazioni a confronto che in questo brano s’intrecciano perfettamente e che sotto l’attenta regia dell’avveniristico producer di origine campana, affrontano in maniera disarmante il tema dei ‘Fantasmi’, intesi come i demoni che ognuno di noi è destinato ad affrontare prima o poi nella propria vita. Fantasmi che spesso, scaturendo da veri e propri traumi del passato, ci tormentano come avvoltoi, impedendoci di vivere serenamente la nostra esistenza o di godere a pieno dello status raggiunto.

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In Prima fila con…Friends for Gospel

di Olga Chieffi

L’ appuntamento di questo giovedì sera con il contenitore virtuale di Le Cronache, sarà dedicato ad una coralità speciale, quella gospel. Alle ore 19, infatti, in collegamento per “In prima Fila con…” sui canali social di Le Cronache social Facebook, https://www.facebook.com/lecronachequotidiano e YouTube https://www.youtube.com/channel/UCJaOrPcGFKLxjQWMMDaiM4g. Il coro diretto da Gerry Vitale, composto da Stefania Di Florio, Nunzia Liuzzi, Rosita Passaro, Antonio Barra, Noemi Napoli, Francesco Criscuoli e Simona Commarà, dedicherà al pubblico di Le Cronache, i più amati temi del canto gospel e spirituals, diretta conseguenza di quel processo di evangelizzazione delle comunità nere, tentato dal Cristianesimo nei confronti di popolazioni sradicate dalla loro terra e condannate a vivere in condizioni di schiavitù. Persone letteralmente spogliate da ogni diritto di essere umano che riversavano nel canto e nella preghiera a Dio tutto il dolore per le umiliazioni subite e allo stesso tempo la speranza che un giorno tutto quel dolore cessasse. Cantavano per darsi il ritmo nelle dure e interminabili giornate di lavoro nei campi, cantavano per poter comunicare con i propri fratelli in un linguaggio in codice per pianificare tentativi di fuga, o adunanze. Cantavano per farsi forza e mantenere la loro dignità di esseri umani che gli schiavisti bianchi facevano di tutto per cancellare. Vedevano in Gesù un amico, un alleato, un’entità alla quale aggrapparsi con tutte le loro forze per credere che un giorno, presto o tardi, quella condizione al limite delle possibilità umane sarebbe finalmente cessata, dando loro la tanto sospirata libertà. “Gospel” voce dello spirito, ma anche delle viscere, questo lavoro odora di solidità e sedimenti profondi, la canzoni non sono improvvisazioni o riempitivi, ogni pezzo compone il puzzle con una caratteristica unica, il cui risultato sarà profondo e tenue, piacevolmente memorabile, e che da quelle radici è giunto fino a noi andando a comporre il più variegato e coinvolgente dei repertori. La formazione è nata nel 2010 dalla volontà di sei amici e affonda le sue radici proprio nella condivisione dei suoi componenti che, attraverso la musica gospel, si amplifica e trova il suo migliore canale espressivo. Durante la loro attività corale, i FFG si sono fatti conoscere alle platee prendendo parte a varie manifestazioni, sia dentro che fuori dai confini campani e partecipando a vari contest. Lo studio con vocal coach italiani e americani e l’aggiornamento del proprio repertorio sono cardini dell’attività dei FFG, attraverso la quale possono portare avanti la mission dell’associazione culturale che porta lo stesso nome, “Friends For Gospel” con cui si propongono di trasmettere i valori cristiani di inclusione, fratellanza, condivisione e amore attraverso un’espressione musicale proveniente da oltreoceano. Tra le esibizioni di maggior rilievo si annovera la partecipazione alla cerimonia di accensione dell’Albero a Piazza Portanova, fulcro delle Luci d’Artista di Salerno, nel 2019, che ha segnato l’inizio del loro Christmas Tour, durante il quale i FFG hanno presentato in anteprima il loro primo inedito dal titolo “Over You”. Il 2020, nonostante la battuta d’arresto causata dalla pandemia mondiale, ha visto i Friends For Gospel impegnati su vari fronti. Innanzitutto attraverso due “virtual choir”, uno dei quali ha ottenuto piu’ di 8 mila visualizzazioni su Facebook (Hai Skype – quarantena song) e contemporaneamente lanciando online, durante il lockdown, una proposta di concerto condiviso aperto a tutte le formazioni corali sul territorio. Tale proposta, accolta con slancio da vari gruppi e appoggiata successivamente dal comune di Salerno, ha visto i FFG impegnati nell’organizzazione nel settembre del 2020 di un bellissimo concerto presso l’Arena Barbuti: numerosi cori venuti da varie città della Campania e una guest dalla Calabria, uniti in musica con il comune obbiettivo di raccogliere fondi per l’Ail Salerno, a favore di un progetto di assistenza domiciliare, molto importante nel periodo di pandemia. Sempre nel 2020, pur con le difficoltà dovute alle restrizioni anti-covid, i FFG hanno registrato in studio il loro primo brano dal titolo “Draw me close”, che doveva far parte di un EP celebrativo dei loro dieci anni di attività musicale. Progetto che, attualmente in stand by, rimane comunque tra le priorità del gruppo, non appena le circostanze consentiranno di portarlo a termine.

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Francesco Serra, sbanca il web

di Monica De Santis

Francesco Serra, è un cantautore nato e cresciuto ad Agropoli. Qui tra scuola, mare e amici ha iniziato a studiare batteria e solfeggio con vari maestri, crescendo negli anni ha frequentato anche seminari e stage musicali, entrando, dopo aver superato brillantemente l’audizione, al corso “Professione Turnista Studio & Live”, svoltosi alla scuola di musica C.I.A.C. di Roma, dove l’accesso era per soli 10 allievi e dove diverrà allievo scelto di Lele Melotti. Oggi dopo il successo del brano “Questo pensiero d’amore” cantato in duetto con Viola Valentino, e con il quale ha ottenuto oltre 430 mila view su Youtube, continua a ricevere apprezzamenti da un pubblico eterogeneo da tutto il mondo e anche da grandi cantautori italiani sulla sua pagina Facebook ufficiale e su tutti i suoi social. Al suo attivo Francesco Serra ha oltre 800.000 follower, più di 10 milioni di view sui suoi video e oltre 1 milione di stream su Spotify. Numeri che continuano a crescere anche in vista dell’uscita per l’estate 2021 di un nuovo singolo con nuove sonorità urban che sicuramente lascerà il segno. Come detto la sua carriera di musicista inizia da piccolissimo e crescendo, come batterista inizia a svolgere un’intensa attività di turnista, sia in studio, per diverse etichette discografiche indipendenti, che sul terreno del live. Ha suonato in molte e apprezzate formazioni di vario genere musicale, comprese Big Band, in rinomati locali e pub, in spettacoli e show nelle piazze italiane, anche con musicisti e artisti internazionali. Con alcuni di loro ha preso parte ad importanti concorsi e festival nazionali, come: Castrocaro, Sanremo Rock, Area Sanremo etc.. Ha partecipato a molti programmi televisivi e radiofonici, ha suonato al M.E.I. di Faenza (Meeting delle etichette indipendenti), ha collaborato con cantanti partecipanti ad X Factor ed è stato batterista in tournée per la cantante Lena Biolcati. Ha partecipato a manifestazioni musicali e canore come giurato e come consulente artistico, guadagnando una discreta fama di stimato insegnante di batteria, nonostante la giovane età. Le tematiche affrontate nelle canzoni spaziano dall’amore a temi sociali caratterizzati da un sound pop/rock moderno ed internazionale, nato dalle sue esperienze all’estero. I videoclip delle sue canzoni ottengono milioni di visualizzazioni. Apprezzato dal popolo dei social con oltre 800.000 follower viene soprannominato “Campione del web”. Il cantautore con il singolo “Sei quella giusta”, viene inserito insieme ad altri artisti tra i quali, Tiromancino, Mario Venuti, Tazenda, Cristina Donà e Levante nella compilation di San Valentino 2016 pubblicata da Believe. Sempre nel 2016, il videoclip del singolo “Il mio sole sei te” che ha raggiunto le 500.000 visualizzazioni, viene scelto per essere la sigla di chiusura di tutte le puntate della quarta edizione del talent “A Voice for music” in onda sul canale Nuvolari. Il 5 Gennaio 2017 vince il “Premio Paolo Serra”. In attesa del nuovo progetto a giugno 2021 esce il singolo che lo anticipa.

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“Forlì musica” inizia dal flauto di Andrea Oliva

di Olga Chieffi

Il 12 aprile scorso è ufficialmente nata Forlì Musica Aps, evoluzione naturale dell’importante esperienza artistica ed umana che, sin dal 2011, ha visto collaborare le associazioni Bruno Maderna e Amici dell’Arte. Questa fruttuosa amicizia ha consentito la realizzazione di stagioni musicali di grande rilievo, animate dalla presenza di alcuni tra i più importanti musicisti a livello nazionale ed internazionale, e di innovativi progetti di educazione e formazione musicale rivolti ai giovani . La nuova Forlì Musica intende farsi carico di questa importante eredità per continuare a far vivere, con rinnovato slancio e rinnovate ambizioni, il sogno comune di diffondere ovunque l’amore per la musica e la cultura. Consapevoli delle sfide che ci attendono: ForlìMusica nasce infatti in uno dei periodi più difficili per la vita culturale del nostro paese; per i musicisti, che lavorano, per il pubblico con cui condivide quelle emozioni intense che solo la musica riesce a trasmettere , per il mondo dei lavoratori dello spettacolo in forte sofferenza, a causa dell’emergenza sanitaria tutt’ora in corso. La nascita di ForlìMusica rappresenta, quindi, per noi una straordinaria testimonianza della resilienza del nostro territorio e del mondo della cultura, i quali si dimostrano capaci, grazie ad un incredibile mix di fantasia e professionalità, nel mezzo delle difficoltà del presente, di immaginare e progettare il futuro. Si vuol, dunque festeggiare questi importanti traguardi e celebrare la ripartenza della musica dal vivo dopo i durissimi periodi di lockdown avvenuti nel 2020 e nel 2021, una festa alla maniera di ForlìMusica, con un programma che coniuga la valorizzazione dei giovani con la sempre alta qualità dei solisti invitati a collaborare con l’Orchestra Maderna e ospitati a Forlì. La primavera musicale di Forlì, allestita da Danilo Rossi, in qualità di direttore artistico, sarà inaugurata, il 29 aprile, alle ore 19, dal flautista Andrea Oliva, virtuoso e primo flauto dell’Orchestra di Santa Cecilia di Roma, in duo con la pianista Marta Cecini nella splendida cornice dell’Abbazia di San Mercuriale. Programma godibilissimo che passa dalla Sonatina di Gaetano Donizetti, ai 5 pezzi facili di Rota, sino alla Barcarola & Scherzo di Casella, per chiudere il primo set con Il pastore svizzero di Morlacchi. Pagine di alto spessore e virtuosismo impreziosiranno il secondo tempo, a cominciare dal Cantabile & Presto di George Enesco, Le merle noire di Olivier Messiaen, sino alla Suite Antique di John Rutter e la Ballade di Frank Martin che coniugando con una straordinaria espressività, una sensazione di inesausta energia ottenuta con lunghi crescendo costruiti non solo con la dinamica, ma con l’intensificazione ritmica e la direzione melodica verso l’acuto, chiude splendidamente questa riflessione sul Novecento. La primavera di ForlìMusica vede in programma anche la diciassettesima edizione de l concorso “Adotta un Musicista”, in programma dal 30 aprile al 2 maggio 2021 e riservato a musicisti in erba, entro i 16 anni di età. Al fine di sostenere economicamente i nostri musicisti, e per affermare il valore che per la direzione hanno la musica e l’arte tutta, ha deciso che il concorso si terrà in presenza, e con tutte le precauzioni sanitarie necessarie, per dare la possibilità ai giovani musicisti di vivere questa esperienza al meglio. La prova finale del 2 maggio e la premiazione che, come previsto dal concorso, si svolgeranno presso il Teatro Diego Fabbri di Forlì con la partecipazione dell’Orchestra Maderna, quest’anno includerà un’importante verrà trasmessa in diretta da Teleromagna dalle ore 17.00 e presentata da Francesca Leoni. Sarà possibile, inoltre, visionare lo spettacolo online gratuitamente sul sito www.forlimusica.it. La rassegna primaverile si concluderà il 24 maggio al Teatro Diego Fabbri di Forlì dove l’orchestra giovanile Orcreiamo suonerà, oltre al repertorio classico, tre opere prime realizzate da altrettanti giovani compositori nell’arco di tre residenze artistiche svoltesi a partire da novembre 2019. Orcreiamo, progetto vincitore del Bando Siae PerChiCrea 2019, nasce dalla volontà di ForlìMusica, con la collaborazione del Conservatorio di Cesena, di guidare i giovani talenti alla co-creazione di opere prime; di ampliare l’offerta di opportunità per i giovani musicisti, di permettere ai giovani di suonare in un’orchestra professionista, e arricchire l’offerta musicale del territorio. Un progetto unico nel suo genere dove sono coniugate esperienze lavorative in orchestra sotto la guida di esperti tutor e l’esecuzione di composizioni contemporanee in prima esecuzione assoluta.

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Addio al Maestro Maurizio Aiello, stimato docente del conservatorio

di Olga Chieffi

Nella giornata di ieri è mancato ai vivi il Maestro Maurizio Aiello, già docente del conservatorio “G.Martucci” di Salerno. Un dialogo, questo, che non è affatto terminato sabato sera, poiché si riaccenderà ogni qualvolta un allievo diretto di Maurizio Aiello, oggi docente, porrà tra le mani di un giovanissimo un violino, evocandone, così, l’insegnamento, lo spirito. Maurizio Aiello è un erede della gloriosa scuola napoletana del conservatorio S. Pietro a Maiella con il M° Luigi Schininà. Primo violino dell’orchestra del teatro S. Carlo di Napoli si è formato alla scuola di direttori della fama di Muti, Oren, Accardo, Ughi. Nell’anno 1981 vince il concorso nazionale per la cattedra di violino nei conservatori. E’ stato fondatore di orchestre da camera quali l’ensemble d’archi “Euterpe”, l’orchestra di violini Paganini, il trio d’archi del Teatro San Carlo, l’orchestra Franco Maria Napolitano, l’Unione Musicisti Napoletani, l’ensemble Mistica Harmonia, esibendosi in prestigiosi teatri italiani ed esteri. Nel 1989 avvia un percorso di sperimentazione didattica fondando un’orchestra da camera di soli archi composta esclusivamente dai propri allievi del conservatorio “Martucci” di Salerno. L’impegno professionale didattico in conservatorio a Potenza e a Salerno, portato avanti da 35 anni, ha prodotto numerosi violinisti quasi tutti inseriti in orchestre lirico-sinfoniche prestigiose e perfezionati con illustri violinisti come Accardo, Cusano, Vernikov. “ A mio padre devo la vita, al mio Maestro una vita che vale la pena essere vissuta”, soleva ripetere Alessandro Magno del suo Maestro Aristotele. Maestro è un termine di cui si abusa, senza rispettarne l’intenso significato: “Maestro” era l’appellativo di Gesù Cristo nei Vangeli, l’omaggio dei contemporanei ai grandi del Rinascimento. Oggi è banalizzato, nelle arti, nella scuola, in teatro. Il Maestro è generoso, offre aiuto, suggerimenti, ispirazione dentro e fuori l’aula, segnala svolte e insegna prospettive, indica una via e la illumina, col proprio esempio, col proprio “fare”, col proprio porsi sempre in gioco, instilla il dubbio, che è la via per uscire dalla “selva”, un passaggio sicuro fatto di pochi principi chiari, su cui procedere, lavora indefessamente con severità, nella costruzione del sapere, senza mai aggobbire sotto sistemi pre-confezionati, verso sempre nuovi traguardi, conquistati in prima persona. La ricompensa è l’onore di trasmettere qualcosa, di accendere una scintilla in chi viene dopo, un piacere puro, “gratuito”, quindi, impopolare. Tanti gli allievi del M° Maurizio che hanno lasciato un pensiero per lui. Su tutti i violinisti di casa Gibboni, che hanno tutti studiato con lui, da Daniele, ai suoi figli, Annastella, Donatella e Giuseppe, del quale avrebbe dovuto essere in prima fila al concerto autunnale con i Musici a Cremona, ma sappiamo che sarà comunque, vicino al suo pupillo. “Caro Maestro… che dire ..da oggi saremo più soli. Ogni volta che c’era un nuovo concerto, un nuovo concorso, una novità, il pensiero era sempre quello di farvi partecipe , e voi felice sempre. Avete fatto parte della nostra famiglia ancor prima che fosse tale, quando c’era solo Daniele ad essere vostro allievo…ai tempi del conservatorio, dell’ Orchestra Collegium Musicum Harmonia, dei tanti concerti in giro…poi ci siamo persi di vista e poi ritrovati con i ragazzi… con Annastella, Donatella ,Giuseppe , felice voi di poter essere il loro maestro, felici loro di trovare in voi un Maestro in tutto…le ore di lezioni di musica e lezioni di Vita…il cerchio si era chiuso. Una storia iniziata con Daniele e chiusa con i ragazzi. Siete andato via troppo presto Maestro, ci sono ancora tanti concerti da fare, tanta musica da suonare, ma noi sappiamo che un giorno vi ritroverete tutti insieme Voi ed i vostri tanti ed amati allievi…e allora ci sarà una nuova orchestra con cui fare tanti concerti. Sempre nei nostri cuori , sempre nella nostra musica. Vi vogliamo bene”. Ancora attoniti, per l’improvvisa scomparsa dell’amico per aver perso inaspettatamente un maestro che ci voleva bene, con il quale si è condivisi momenti che sono patrimonio di un’umanità che cresce e migliora l’intera redazione di Le Cronache si stringe alla moglie Maria Rosaria Nica e ai suoi tre figli.

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Biagio Pizzuti: “Una decisione che di fatto ompedisce attività culturali all’aperto”

Il prolungamento del coprifuoco alle 22:00 sino al 31 luglio vorrebbe dire impedire di fatto ogni attività all’aperto come teatro, danza, lirica, cinema e attività musicali di qualsiasi natura, penalizzati da evidenti motivi di natura logistica. Cantare e suonare o anche solo assistere ad uno spettacolo prima che il sole tramonti in luoghi come l’Arena di Verona, tanto per citarne uno, è praticamente impossibile considerate le elevate temperature presenti nelle calde giornate estive (a proposito dell’Arena di Verona, mi sembra oltremodo ingiusto ridurre la capienza a soli mille spettatori, quando la sua capienza effettiva è di circa quattordicimila spettatori. Sono il primo a voler lavorare in sicurezza e soprattutto che la stessa venga garantita al nostro amato pubblico, ma credo anche che debbano esserci delle limitazioni -giuste- in proporzione a ciascun luogo. Ma questo è un altro discorso….). Dovrebbe, poi, essere garantito a pubblico e lavoratori dello spettacolo il rientro giustificato oltre le 22:00 senza rischiare di incorrere in una sanzione, considerando i tempi di durata di uno spettacolo (ci sono spettacoli che durano oltre tre ore esclusi gli intervalli, obbligatori per legge tra l’altro). Se vogliamo davvero far ripartire lo spettacolo dal vivo c’è bisogno di assumere decisioni che prendano sul serio questo settore e il suo impatto sul contesto circostante, e soprattutto l’indotto che genera in termini economici. Credo dunque che le indicazioni riguardo il ridotto rischio di contagio, nei teatri ed in particolare all’aperto, impongano un ripensamento importante. L’Italia non può e non deve dimenticare che la cultura e il turismo sono le sue principali fonti di ricchezza. Biagio Pizzuti, cantante lirico

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Ennio Morricone e l’oboe

di Olga Chieffi

“Avara pena, tarda il tuo dono/in questa mia ora di sospirati abbandoni. Un òboe gelido risillaba gioia di foglie perenni,/non mie, e smemora; in me si fa sera: l’acqua tramonta sulle mie mani erbose. /Ali oscillano in fioco cielo, labili: il cuore trasmigra ed io son gerbido, e i giorni una maceria”. E’ il Salvatore Quasimodo di “Oboe Sommerso” a introdurre la presentazione dell’ oramai abituale appuntamento del giovedì sera “In prima fila con…” che oggi alle ore 19, sui canali social del nostro quotidiano, punterà i suoi riflettori sull’oboista Luigi De Nardo, il quale, in duo con la pianista Maria Teresa Roncone, ricorderà Ennio Morricone, ospiti degli spazi del Liceo musicale “A.Galizia” di Nocera Inferiore e del suo direttore scolastico Maria Giuseppa Vigorito. Suono antico quello dell’oboe, evocativo, sensuale, dolce e raffinato, penetrante, a lui sono affidati i passaggi più lirici e intimi, in cui si eleva sulla famiglia dei legni o cerca il più raffinato degli impasti col flauto e il clarinetto. Tutti avranno ascoltato nella propria vita un “Tribute to Ennio Morricone”: dietro quelle colonne sonore che tutti conosciamo, fischiamo, canticchiamo, e vengono eseguite da qualsivoglia formazione, ragazzini, bande, orchestre giovanili, concerti da camera, grandi arene, c’è l’uso elegante di tecniche modernissime, come il serialismo e la musica concreta, combinate con elementi di popular music, influssi folk, canti celtici, canto gregoriano, trombe mariachi e un complesso di esecutori della taglia di un’orchestra sinfonica. In “Il buono, il brutto, il cattivo”, ad esempio, Morricone usa una melodia convenzionale, suonata da una chitarra elettrica, un’ocarina, e un’armonica, accanto a strumentazioni di tipo ancora meno convenzionale che includono il fischio, jodel, grugniti, vocalizzazioni talvolta irriconoscibili come umane, schiocchi di frusta e fucilate. Morricone ha voltato le spalle alle convenzioni hollywoodiane per il western e alla loro enfatizzazione dei profili melodici e dei caratteri armonici propri delle canzoni tradizionali e dell’inedia, e, così, ha definito un nuovo modello di riferimento per la colonna sonora di questo genere. Questa volta non vogliamo svelare nulla della scaletta dell’incontro di stasera, ma una pagina su tutte non potrà mancare, una melodia che è nel sentire di tutti noi, e a cui si lega a filo doppio nell’immaginario comune, lo strumento protagonista di questo incontro, Gabriel’ Oboe, da Mission, con cui il nostro Luigi De Nardo potrà esprimere la resurrezione di speranza e gioia e l’inversione del tempo che è alla base di questa pagina. Un brano che ha la capacità di entrare, e soprattutto rimanere, nel cuore di chi ascolta. E questo “rimanere” è sempre la spia di un compositore che scava nel profondo, e deposita nei nostri ricordi note, accordi ed effetti che resistono al tempo, con l’ampiezza della sua linea melodica, il colore delle armonie e uno sviluppo che può richiamare alla memoria certa produzione romantica del secondo Ottocento. Tanti gli insegnamenti ricevuti dall’ Ennio compositore: due su tutti: “La musica è esclusiva passione” e “se nella partitura vedi una vigna non è bene”, per sottolineare che la musica deve essere semplice e deve respirare, lasciando trasparire ogni nota”. Una serata che andrà anche oltre l’omaggio all’indimenticato compositore, ma che vedrà in linea con noi anche due super-ospiti con cui commentare, dialogare e riflettere anche sulla musica del futuro.

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La maitresse de ballet Antonella Iannone ospite stasera di “In palcoscenico con…”

di Olga Chieffi

Danza e poesia: due arti da sempre sorelle. Ritmo e parole. La riflessione sull’arte, diventerà, questa sera alle ore 19, protagonista del contenitore virtuale del sabato di “Le Cronache”, in diretta sui social del quotidiano, con la maitresse de Ballet Antonella Iannone, discorso d’amore e ricerca: ballare, così come fare poesia e come vivere, è interpretare, prendere posizione, conquistare una forma, cercare il segreto umano e divino del ritmo. Antonella Iannone, direttrice dell’omonima Scuola di Danza e presidente dell’Associazione Campania Danza, è da anni impegnata nella promozione dell’arte coreutica. Nella scuola da lei diretta si sono formati danzatori, danzatrici, insegnanti e coreografi che hanno intrapreso la carriera professionistica. Nel 1989 ha dato vita a due compagnie: una di danza contemporanea ed una di danze folkloriche. Entrambe le formazioni si sono esibite in Italia e all’estero (Monaco di Baviera, Amburgo e Goteborg). La Iannone ci ha donato il video “Danza in Versi”, che nasce dall’incontro tra la penna della scrittrice Brunella Caputo e la danza di giovani coreografi; un pretesto artistico che scaturisce dall’esigenza di restituire centralità alla scrittura pensata, scelta, costruita secondo regole ben precise. In un tempo in cui le parole sembrano svuotarsi in un susseguirsi di post lanciati in rete, sul palcoscenico ritrovano la loro genesi. Una coreografia nella quale i passi fanno da contrappunto alle parole poetiche e narrative di Brunella Caputo e che trovano nella voce dell’attore Felice Avella il loro corpo di parola. Parola scritta, parola pronunciata ed infine parola danzata, riannodano il filo del tempo, attraverso le note e ascoltando il silenzio di una poetica ancora viva. La parola che ispira il movimento e il movimento che dà corpo alla parola, in un susseguirsi di immagini e emozioni, che ha ispirato i coreografi Antonello Apicella e Melania Nicastro, che vedrete anche interpretare le loro coreografie, e Ketty Lanzara, mentre la terza ballerina in scena è Aurora Convertini, i quali avranno come colonna sonora sia le parole quali preziosi contenitori di suoni, sia il silenzio, sia autori quali l’Ilya Beschevli di Mistery e Deja vu, Ezio Bosso di Clouds The Mind on the Wind e Yann Tiersen di On the Wire. Destino, questa osmosi di segni e linguaggi, che è già insito nella stessa natura delle due arti, accomunate dal ritmo, nel corpo e nella parola, ma prima ancora, dal gesto. Gesto, il portare, la gestazione: due arti che sono gestazione di un dono. Ogni arte lo è, ma danza e poesia più di ogni altra: seguendo questo delicato percorso possiamo capire l’essenza di Danza in Versi, ove la danza diventa fatica, sacrificio, dolore, a volte non tanto scelta quanto bisogno imprescindibile, un richiamo che non si può ignorare, ma che costa tanto: tutta una vita. Un’arte che, in questo, diventa molto più “terrena” di quello che non sembri, la poesia che è ricerca e lavoro, non solo sogno e ispirazione, è costruzione, per dare vita a nuove sinergie. Pensare la danza come metafora della scrittura, se per un verso è conferire un corpo alla parola, per altro verso implica una visione della danzatrice oltre la sua fisicità, trasfigurata in pura qualità segnica. In “Crise de vers”, Mallarmè paragona le gambe della ballerina alla penna del poeta. Si tratta della semiotica di una carne esteriorizzata, che non concerne l’ontologia di un corpo proprio, bensì di un corpo impersonale, quello neutro della lettera, dove Mallarmé sembra collocare il fenomeno danzante sul limite della sua visibilità, quasi prossimo a una metamorfosi nell’invisibile, a un rituale che lo consegna al nulla.

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Attendendo I Segni distintivi live. Boom di visualizzazioni per il duo di poliziotti cantautori

di Olga Chieffi

“Com’è lunga l’attesa…” pronuncia tra sé Tosca, attendendo la “falsa” fucilazione del suo Mario, un ultimo coup de théatre della primadonna che si fa maestra di recitazione, anche tra i merli di Castel Sant’Angelo, un “lasciapassare”, quell’ attesa, verso la vita, verso la libertà. Un’ attesa che si è palesata più volte, ieri sera, nel corso dell’appuntamento, ormai abituale, con il contenitore virtuale di Le Cronache, “In prima fila con…”, che ha salutato protagonisti I segni distintivi, ovvero i poliziotti Fabio Sgrò e Angelo Forni. L’attesa, un termine declinabile in innumerevoli modi, e Fabio ed Angelo ci hanno consegnato, le proprie originali e personali chiavi, per uscire da questo tempo fermo, che ha tolto agli artisti e a noi pubblico, quel tempo fermo, carico di tensione, di nascite, di pensieri, parole, sguardi, profumi condivisi, che cala in platea e palcoscenico, quando si apre il sipario, si rivela la scena, si accendono i riflettori, ci si guarda per cercare l’attacco di un pezzo. Fabio e Angelo, si sono raccontati passando dai loro primi passi insieme, il primo importante lancio con “La pagella”, track list dello loro debutto discografico “Verso un porto migliore”, dedicata al piccolo emigrante del Mali con la pagella cucita nella giacca a dimostrazione del suo voler far bene, in “attesa” di un nuovo inizio, nel segno del lavoro, dello studio e della giusta formazione, la scelta di musica e testo comunicativi perfetti per spazzare ogni barriera, a superare ogni diversità, sulle tracce di Jack Sparrow, che ha strambato, poi, allegramente verso il “Costa Rica”. Ed ecco Salerno calata in un’eterna attesa, nel video “Sogni ed incubi”, come la fortezza Bastiani, con tutti noi novelli Giovanni Drogo, in perenne aspettativa di un cambiamento. In questa snervante condizione, il tempo si consuma, tra baluginii di riflessi politici e sociali, volti a misurare giorni di crisi, ricercando quel silenzio interiore, in un continuo decifrare i confini di un deserto in cui ci muoviamo, tenendoci, purtroppo, ancora troppo lontani da un pragmatismo risolvente. L’incanto può essere definito l’attimo in cui avviene la trasformazione tra suono fisico udibile e la nascita di un nuovo sentimento, ovvero un movimento in cui il suono in noi diventa qualcosa di inudibile, messaggio ben inteso questo in “Un’altra volta noi”, una intensa canzone d’amore. Ancora un altro singolo con “Era la notte di Natale ”, in cui i due cantautori si sono riscoperti bambini e recuperato il tempo della meraviglia, con un’altra declinazione di attesa. Una canzone, questa divenuta colonna sonora del settimo concorso letterario nazionale “E adesso raccontami Natale”, promosso dall’associazione Costadamalfiper… nell’ambito della quindicesima edizione della fiera del libro in Mediterraneo Incostieraamalfitana.it diretta da Alfonso Bottone, e che sarà presentata live nel gala di premiazione. Ci siamo lasciati, con I segni distintivi, nell’attesa della venuta qui a Salerno di Fabio Sgrò, attualmente a Milano, per mettere a punto il nuovo progetto discografico, che comprenderà una dozzina di brani, e che segnerà la fine di una delle attese più lunghe e dure della nostra vita. Per rivedere la puntata clicca sul link: https://youtu.be/BtIn8vq6_9M

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Stadi aperti, teatri chiusi, a vincere è il danaro. Daniel Oren: “Dobbiamo sfruttare i mesi più caldi per tornare a fare musica”

di Olga Chieffi

Ci saranno sedicimila persone all’Olimpico, per la partita inaugurale degli Europei di calcio, in programma l’11 giugno a Roma. La decisione è stata oramai presa, altrimenti, l’evento sarebbe stato immediatamente affidato ad altra nazione. In primo luogo bisogna salvaguardare il giro di danaro che ruota attorno a questa manifestazione che una nazione come la nostra non può assolutamente perdere. “Le partite di Euro 2021 non saranno giocate davanti a tribune vuote e tutti i Paesi ospitanti dovranno garantire la presenza dei tifosi”. Il presidente dell’UEFA, Aleksander Ceferin è stato chiarissimo. L’edizione degli europei già rinviata di un anno, la prima che sarebbe dovuta essere itinerante e forse ancora potrà esserlo. Le 12 città coinvolte (Roma, Amsterdam, Baku, Bilbao, Bucarest, Budapest, Copenaghen, Dublino, Glasgow, Londra, Monaco e San Pietroburgo) hanno dovuto “presentare il loro scenario”, dagli stadi aperti a quelli chiusi passando per varie percentuali di presenza: il 19 aprile, nella riunione del comitato esecutivo Uefa, verrà presa una decisione. Se più città dovessero tenere chiusi gli stadi potrebbe addirittura cambiare la formula con un solo Paese ospitante: in pole c’è l’Inghilterra che riaprirà i suoi stadi in vista dell’ultima giornata di Premier League. C’è da scomodare Marx, ma è troppo semplice. Perché, nelle «Mille e una notte», i ricchi sono i mercanti e non i produttori o i banchieri, o la “peste nera” del Trecento, che spazzò via, fra atroci sofferenze, circa la metà della popolazione europea – ebbe, nel dopo-peste, conseguenze positive sull’economia? Sono le catastrofi e le rivoluzioni che cambiano i corsi della storia e affinano le leggi dell’economia. I legami fra storia, costumi ed economia seguono talvolta piste inattese e circuiti convoluti. Oggi si aprono gli stadi per un pubblico di “sportivi” seduti, proprio dove questa pandemia è esplosa, non dimentichiamo quell’Atalanta-Valencia del 19 febbraio dello scorso anno giocata a San Siro, ma lo sport di base, i “dilettanti” sono serrati da oltre quattordici mesi, si chiede da tutte le parti lo stesso impegno per riaprire palestre, sale per lo studio della danza, piscine, cinema, teatri, dopo che si è investito l’impossibile per porre tutto in sicurezza. Uno schiaffo in pieno volto anche al mondo dello spettacolo, del teatro, del cinema, della cultura tutta, per il quale si sta ancora a pensare e a studiare per una qualche stagione all’aperto e festival centenari, come quello dello Sferisterio di Macerata che ha spostato la nuova produzione del Barbiere di Siviglia al prossimo anno, ponendo le mani avanti anche per l’Aida del Centenario e lo spettacolo della Zacharova, devono barcamenarsi nella massima insicurezza di protocolli, pubblico e anche con gli artisti che hanno bisogno di spazi acusticamente adatti a performance di rilievo. La notizia degli stadi aperti ha fatto pensare anche qui a Salerno. Il mandato comunale per gli eventi estivi è stato firmato e le idee sono già su carta ma “Stiamo discutendo – sottolinea Daniel Oren – ancora sul luogo e i titoli da mettere in scena durante estate. Io ritengo che bisogna sfruttare i mesi più caldi e tornare finalmente a fare musica sinfonica e opera all’aperto per il momento. La speranza più forte è quella di tornare nei teatri. Ma questo è un discorso che si farà al livello nazionale quando ci sarà più gente e vaccinata in Italia e verrà raggiunta finalmente quell’unità di gregge che ci permetta di ritornare a vivere la nostra libertà”.

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Francesco Maria Perrotta: rete e dinamismo per il Ravello Festival

Il nuovo Presidente della Fondazione è alla guida dell’Associazione Generale dello Spettacolo formato dai più prestigiosi Festival italiani. Con lui Vincenzo De Luca mette fine a ben due anni e mezzo di commissariamento

Di Olga Chieffi

E’ Francesco Maria Perrotta, da nove anni presidente di ItaliaFestival, organismo nato in seno all’Agis (Associazione Italiana Generale dello Spettacolo), formato da alcuni tra i più prestigiosi festival italiani: dal Rossini Opera Festival di Pesaro al Festival di Spoleto, dal Festival Verdi di Parma al Ravenna Festival, dal Napoli Teatro Festival al Macerata Opera Festival, dal MiTo al Festival pianistico di Brescia e Bergamo passando per il Mittelfest e il Plautus Festival, nonché del board della European Festival Associations, l’associazione dei festival europei, il nuovo Presidente della Fondazione Ravello. Francesco Maria Perrotta va a “liberare”, così, Almerina Bove, Vice Capo di Gabinetto del presidente, che torna a sussidio della Regione. Con lui, Vincenzo De Luca mette fine a ben due anni e mezzo di commissariamento e dovrebbe entrare in carica per fine aprile, quando scadrà il mandato del commissario, o ai primi di maggio, per progettare il Ravello Festival, per il quale il direttivo ha già qualche proposta di livello internazionale. Calabrese di Paola, manager e chitarrista, Francesco Maria Perrotta, nella sua carica di ItaliaFestival, rappresenta 30 Festival italiani e sei reti di Festival che operano nell’ambito musicale, teatrali, delle arti performative e della danza, della letteratura e di altre manifestazioni artistiche, una mission-rete che tuteli e promuova i festival nazionali, anche attraverso una corretta strategia di fundraising e di internazionalizzazione, oltre che di tutela degli interessi degli associati, e di cui crediamo farà parte anche il Ravello Festival. Artisticamente, Perrotta si è formato alla Sagra Musicale Umbra, al fianco dell’indimenticato Massimo Bogianckino e i due termini chiave del suo operato attuato fino ad oggi sono rete e dinamismo, che dovranno essere la mission anche del Consiglio Generale d’ Indirizzo dalla Regione Campania, che vedrà i rappresentanti del Comune di Ravello e della Provincia di Salerno. Sua la definizione di Festival che calza perfettamente per il belvedere di Villa Rufolo: “Ciò che si chiama Festival è una realtà che produce spettacoli che soltanto lì, in quel contesto, si possono vedere e ascoltare”, e Ravello è, sicuramente una delle cornici più attraenti del mondo. Sale di cinema, teatri e festival stimolano l’economia e, al pari di un’infrastruttura o di un investimento immobiliare, attivano processi virtuosi di incremento della domanda di beni e servizi. Gli effetti economici e occupazionali di un evento derivano in primo luogo dagli investimenti e dalle spese attivati da gestori e organizzatori, sia pubblici che privati, per la realizzazione della loro attività, è questo il Perrotta-pensiero, che continua a credere ai Festival non solo come a realtà che convogliano gente, ma che esaltano gli interi territori con contenitori all’aperto. Si tratta di un’utile perimetrazione di un fenomeno che, dal punto di vista dell’offerta turistica, si rende prodotto sia attivando una specifica filiera, quella che fa leva primaria proprio sulla “risorsa musicale”, come protagonista, sia integrando ed arricchendo altre proposte, come sottofondo. I luoghi della musica, gli itinerari, i paesaggi, le dimore legate ai musicisti, i teatri, i musei specializzati rappresentano un potenziale che se ben ri-attivato, riporterà il nostro territorio, dopo il buio del Covid, agli splendori del gran Tour.

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Quattro salernitani nella Compagnia del Cigno

di Olga Chieffi

La Compagnia del Cigno, la serie firmata da Ivan Cotroneo e Monica Rametta è tornata in Tv, due anni dopo il successo della prima stagione, lanciando un messaggio essenziale di questi tempi, quel “Solo, non sarai nessuno”. Abbiamo ritrovato i sette protagonisti cresciuti di due anni, alla soglia della maturità e dell’ingresso in un mondo fatto di responsabilità, doveri e sfide diverse, sicuramente più dure e probabilmente capaci di mettere in difficoltà il forte rapporto d’amicizia che li lega, stretto in onore di Giuseppe Verdi che era, appunto soprannominato il Cigno di Busseto.

Ivan Cotroneo riparte da loro, riportandoci nelle loro vite, ma mettendo subito in chiaro che la sua attenzione sarà rivolta anche al mondo degli adulti che si sviluppa attorno a loro. Ritroviamo, infatti, anche l’inflessibile maestro Luca Marioni, interpretato da Alessio Boni e sua moglie Irene (Anna Valle), mentre si aggiunge il nuovo maestro Teoman Kayà, ex allievo del conservatorio Verdi che sembra in grado di alterare gli equilibri consolidati tra i personaggi della serie. Il tutto sullo sfondo della musica, regina assoluta nelle vite dei sette ragazzi così come nella serie, con un’attenzione nella selezione dei brani di musica classica studiati dai ragazzi e della componente più pop che continua a essere presente, che vedrà i camei di Francesco Gabbani, Ornella Vanoni, Malika Ayake e Mika. In orchestra abbiamo riconosciuto tre giovani musicisti salernitani, i cornisti Michele Palomba di Serre e Fabrizio Cirillo di Torchiara, entrambi allievi del Conservatorio di Musica di Salerno, mentre le percussioni sono state affidate a Francesco D’Ambrosio di Torre Orsaia, diplomatosi al Liceo musicale di Sapri e laureando al Martucci. Tra gli archi, invece, c’è la violista Marta Cappetta, agropolese, ma fresca di studi presso l’Istituto Superiore di studi musicali G. Verdi di Ravenna. Siamo riusciti a raggiungere il cornista Michele Palomba, grazie ai buoni offici del M° Luciano Marchetta, poichè “E’ grazie a lui che ho imbracciato il corno francese – ha rivelato Michele- uno strumento particolare, di difficile intonazione, ero stato, infatti, ammesso a pianoforte al liceo Confalonieri di Campagna. Il maestro Marchetta per avere un ensemble di fiati completo, mi assegnò come secondo strumento il corno. Poi, notato un certo talento, mi affidò a Filippo Azzaretto, docente del Martucci, in contemporanea con gli studi al liceo con Christian Di Crescenzo. Ricordo felice di questo periodo è certamente il viaggio in Arizona dove suonai il corno con l’ensemble di fiati, e al Museo degli Strumenti Musicale tra i più grandi al mondo, invece, mi esibii al pianoforte”. Come ti sei ritrovato nell’Orchestra Giovanile di Roma che incide e partecipa in video alle riprese della seconda serie de’ “La Compagnia del Cigno”? “E’ una selezione che avviene attraverso le orchestre scolastiche, regionali, “verticali”. Abbiamo lavorato in tempo covid con le distanze, tamponi, mascherine dal 16 luglio al 19 agosto, per mettere su le dodici puntate che vedremo in sei giorni. Faccio l’appello di riaprire i teatri poiché sono luoghi sicuri, ordinati e controllati. Si sta seduti a distanza e non si può fare assembramento. E’ necessario riaprire i luoghi di cultura”. Che bagaglio di esperienza ti porti da un set così prestigioso? Alessio Boni, Anna Valle le star come si sono comportate nei vostri confronti? “I grandi sono umili. Sicuramente questa è la prima lezione appresa. Noi eravamo dei novellini e sono riusciti a metterci a nostro agio”. Che partiture avete inciso per la fiction? “ Abbiamo spaziato dalla lirica con La Bohéme di Puccini, l’Intermezzo di Cavalleria Rusticana, un po’ di Verdi con Rigoletto e Traviata, ma anche qualcosa di sinfonico, Beethoven”. La Compagnia del Cigno ci fa vivere i sogni musicali dei sette ragazzi, la preparazione ad un futuro in palcoscenico. Quale è il tuo sogno? “Il mio sogno è di riuscire sempre a migliorarmi, per riuscire a vincere un concorso in una grande orchestra internazionale, cercando di costruire la mia vita sul mio strumento”.

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Un baritono farmacista: Biagio Pizzuti

di Olga Chieffi

L’opera lirica è stata servita in primissima serata, ieri sera, a “In prima fila con…” il contenitore virtuale di Le Cronache, con super-ospite il baritono Biagio Pizzuti. Charme e simpatia per il musicista salernitano che nasce pianista e, in una session di audizioni, in veste di accompagnatore, dopo la decima aria di Musetta, esplode e intona in maschera a piena voce, il battibecco tra Alcindoro e Marcello, fino alla stringa dello stivaletto. Di qui, su consiglio del direttore Yoram David, ha intrapreso gli studi di canto, che lo hanno portato a calcare da subito i maggiori palcoscenici internazionali. Il baritono ha ruoli seri, ma i più amati sono i buffi e il nutrito pubblico che si è interfacciato con noi, sui canali social del giornale, ha subissato di domande Biagio Pizzuti, il quale ha dovuto rispondere, circa i rapporti con la critica musicale, gli impegni che lo portano spesso lontano dalla famiglia, i ruoli che l’attendono alla riapertura dei teatri. Ma quali graditissimi ospiti a sorpresa, intervenuti a supporto del nostro Biagio, son comparsi il tenore Francesco Pittari e il regista Riccardo Canessa. Francesco e Biagio, oltre a dividere il palcoscenico in diverse occasioni, l’ultima proprio a Dresda, in occasione dell’incisione di Traviata, diretta da Daniel Oren, sono anche da sempre fratelli granata in curva Sud, al seguito della Salernitana, e hanno confessato di aver accettato il collegamento con Le Cronache, sperando di incontrare il granatissimo per eccellenza, Tommaso D’Angelo. Sono scorse, quindi, le immagini di opere e palcoscenici prestigiosi, come quelli del teatro veronese per “Il parlatore eterno”, di Amilcare Ponchielli, diretto proprio dal nostro Daniel Oren, e ancora l’aria del Conte d’Almaviva dalle Nozze di Figaro mozartiane, “Hai già vinta la causa – Vedrò mentr’io sospiro”, voce splendida nel suo caldo, velluto scuro, dalla “mano” morbida, e un’emissione che dona omogeneità ad un fraseggio di alta scuola, un video speciale girato per la pandemia, in cui oltre ad attraversare diversi ruoli femminili, lo si sente esplodere nell’entrata del barone Scarpia, cui un giorno darà voce sul serio, e Lord Enrico Ashton, ruolo con cui ha vinto il concorso Toti dal Monte, fino a chiudere con l’ultimo video con Gianni Schicchi e l’aria “Era uguale la voce”, dove abbiamo continuato ad apprezzare le doti vocali di Biagio, unitamente alla sua intraprendente recitazione. Ma il dialogo ha anche toccato argomenti seri, quali l’insegnamento della musica e in particolare del canto. Infatti, in questa pandemia si è visto veramente di tutto in rete, non ultimi pseudo-insegnati di canto, ma anche di quasi tutti gli strumenti, che senza alcuna renitenza mettono in pubblico, lezioni, gorgheggi e quant’altro, non rispettando quel filo sottile, fortissimo e invisibile che lega il maestro all’allievo, non prevedendo di poter finire entrambi, avviliti calpestati, sotto il pubblico flagello, per dirla con Don Basilio. E ancora, su certa critica e il web che ha trasformato tutti in giornalisti-musicali, ma che per Riccardo Canessa, Francesco Pittari e Biagio Pizzuti, lasciano il tempo che trovano, cedendo il passo a quanti sanno che, per redigere un articolo bisogna almeno sapere cosa si va ad ascoltare e soprattutto di cosa si va a scrivere. Grande fiducia nell’apertura dei teatri da parte di tutti :“Sono luoghi veramente sicuri – ha affermato Biagio Pizzuti in partenza per Mosca per un concerto dedicato ad Haendel, con il suo Oreste – a differenza di tanti altri e bisogna impegnarsi per riaprirli e ri-conquistare la fiducia del pubblico”. Omaggi ancora da Biagio e Riccardo Canessa due uomini di teatro e di musica che hanno sposato per intero l’arte con “Dicitencello vuie” e l’ evocazione, riuscitissima, del nostro Daniel Oren, che siamo certi, varcherà presto la soglia virtuale del nostro salotto musicale, e la speranza di vedere veramente Biagio svolgere il ruolo del farmacista, ma nei panni di Dulcamara. Per rivedere la puntata di ieri basta cliccare sul link: https://youtu.be/3vabWYH5p3w

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A “In Prima Fila…” riflettori sul Baritono

di Olga Chieffi

George Bernard Shaw, scrittore e drammaturgo inglese: “L’Opera è quando un tenore e un soprano vogliono fare l’amore ma un baritono glielo impedisce”. Vero, ma è parziale. Essendo visto come character destinato ad ostacolare l’amore tra i due classici piccioncini gorgheggianti, nei vari triangoli amorosi non solo è quello che resta il più delle volte a becco asciutto, ma è anche colui che concretamente si mobilita per ottenere la donna desiderata, con metodi più o meno leciti a seconda delle epoche d’ambientazione. Tra i personaggi più famosi, Renato, il marito di Amelia de “Un ballo in maschera”, Riccardo de “I puritani”… Nabucco, si ricorda la perfidia luciferina di Jago, la viscida crudeltà di Scarpia, oppure Don Carlo, il fratello della sfortunata Leonora di Vargas ne’ “La forza del destino”. Ancora i padri, come Amonasro in “Aida”, il bigotto per eccellenza, Giorgio Germont de “La traviata” e Rigoletto, buffone spregevole a Corte e tenero genitore per l’unica prole, Gilda, uomini contraddittori e insidiosi, però sono una. il proconsole Sharpless, che cerca di destare Madama Butterfly dalla sua illusione d’amore per Pinkerton; Gianni Schicchi, abile di mente e di talento che ottiene parte dell’eredità dei Donati al fine di poter accasare la figlia con l’uomo che ama; Guglielmo Tell, eroe della patria. Ma il baritono è anche emblema della scaltrezza spassosa come Figaro, il barbiere di Siviglia, calcolatore, debole verso il denaro ma devoto verso il Conte d’Almaviva, irresistibile è anche Papageno, l’uccellatore de “Il flauto magico”: uomo semplice, si vede coinvolto in una missione più grande di lui quando il suo scopo è di vivere felice con cibo, vino, una mogliettina e tanti tanti… papageni e papagene, fa duo con Leporello nel Don Giovanni, che a sua volta, pure un baritono seducente è, e ancora Don Pasquale, Malatesta, il grande Dulcamara, Falstaff, Don Bartolo, Don Magnifico, Don Prudenzio, tutti i Don… Stasera, ospite del contenitore virtuale di Le Cronache “In prima fila con…”, alle ore 19, sui canali social di Le Cronache (https://www.facebook.com/events/288325299336548) e youtube (https://www.youtube.com/channel/UCJaOrPcGFKLxjQWMMDaiM4g) sarà il baritono salernitano Biagio Pizzuti, a delineare tutte le sfumature che riservano i personaggi che ha interpretato e questo timbro vocale, magnetico. Biagio di ritorno dall’incisione di una Traviata a Dresda e dall’esecuzione de’ “Il parlatore eterno” di Amilcare Ponchielli per la Fondazione Arena di Verona, si fermerà con noi per raccontarci cosa significa essere cantante lirico oggi. Biagio ha già molto da raccontare del suo percorso musicale, iniziato con gli studi musicali di pianoforte all’età di 8 anni e il diploma in pianoforte e canto lirico con menzione d’onore presso il Conservatorio G. Martucci di Salerno. Si è perfezionato con i nostri grandissimi baritoni, Rolando Panerai, Renato Bruson ed Alessandro Corbelli e ha frequentato l’Opera Studio dell’Accademia Santa Cecilia di Roma, sotto la guida di Renata Scotto. Il suo debutto ufficiale è stato al Carlo Felice di Genova con Gianni Schicchi e La Bohème di Puccini nei ruoli di Marcello e Schaunard e ha interpretato Gregorio al fianco di Andrea Bocelli nella produzione di Roméo et Juliette di Gounod, diretta da Fabio Luisi e registrata in Cd dalla Decca. Vincitore della LXIV edizione del prestigioso concorso As.Li.Co., aggiudicandosi il debutto nel ruolo di Dulcamara ne’ “L’Elisir d’Amore” di Donizetti, nei teatri del circuito l’anno successivo vince il Concorso internazionale “Comunità Europea” di Spoleto per il ruolo di Gianni Schicchi. È vincitore del 47° concorso Toti dal Monte di Treviso, per il ruolo di Enrico nella Lucia di Lammermoor, intraprendendo quindi una carriera che lo ha portato ad esibirsi in tutto il mondo Diverse le collaborazioni anche nell’ambito barocco, ha inciso, infatti, per la Deutsche Grammophon il Serse di Handel nel ruolo di Elviro, vincendo il prestigioso Premio Abbiati per la Discografia per l’anno 2018/2019, e per la Warner Classics & Erato l’Agrippina di Handel nel ruolo di Lesbo, vincendo l’Edison Klassiek 2020 e il prestigioso Gramophone Classical Award 2020 per la categoria opera.

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Compilation di musica italiana. Tra gli artisti ermergenti anche la salernitana Rosalba Senatore che parteciperà con il suo brano “Ipocrisia”

Esce il 26 aprile la compilation “Una Canzone Italiana”, una grande idea di Silvio Pacicca e Lino Sansone che ha riscosso, fin da subito molta curiosità ed interesse, tanto che ad oggi, si è reso necessario realizzare due volumi. Il format è tanto semplice quanto geniale, in particolare, la mossa vincente, è stata quella di unire, sotto il grande e intramontabile sogno della “Canzone Italiana”, conosciuta ed amata nel mondo intero, con i grandi Big e i giovani emergenti, così come i cantanti di professione segnalati dalle etichette discografiche e dai produttori musicali. “Una Canzone Italiana” (Spc Sound e Lino Management Berlin), Testimonial dell’iniziativa è la mitica Iskra Menarini che, tante emozioni ha regalato a tutti noi, lavorando con il grande compianto Lucio Dalla. I Big che hanno aderito al progetto discografico, sia da solisti che in featuring, oltre alla stessa Iskra Menarini e a Valerio Zelli degli Oro che realizza un doppio featuring con gli artisti Ester Del Popolo e Arya, sono: i Matia Bazar, Jalisse, Bobby Solo in featuring con EasyPop, Tony Riggi in featuring con Tony Esposito, Nik Luciani in featuring con Calibro 40, Attilio Fontana, Tony Liotta in featuring nuovamente con Tony Riggi, Viola Valentino in featuring con Calibro 40, Carmine Faraco e Dado, ed altri ancora per un probabile terzo volume. Seguono i Guest dei due volumi che sono gli artisti: Zaira Shine e Angela Clemente feat. Benedetta, Stefania Conte e il noto tenore, Matteo Tiraboschi. Tra i tanti Artisti Emergenti anche Rosalba Senatore è stata scelta per partecipare alla compilation con il brano “ipocrisia”. Brano stimato del panorama italiano Cantato in passato dalla grande Angela Luce. Ricantato dalla Senatore dove la sua casa Discografica Gecosound Italia ci ha ricamato i dettagli. Ringraziamenti per Il mio manager Raffaele La Rocca sempre presente in ogni mia scelta artistica e in ogni mio passo I Big che hanno aderito al progetto discografico, sia da solisti che in featuring, oltre alla stessa Iskra Menarini e a Valerio Zelli degli ORO che realizza un doppio featuring con gli artisti Ester Del Popolo e Arya, sono: i Matia Bazar, Jalisse, Bobby Solo in featuring con EasyPop , Tony Riggi in featuring con Tony Esposito, Nik Luciani in featuring con Calibro 40, Attilio Fontana, Tony Liotta in featuring nuovamente con Tony Riggi, Viola Valentino in featuring con Calibro 40, Carmine Faraco e Dado. Guest dei due volumi che sono gli artisti: Zaira Shine e Angela Clemente feat. Benedetta, Stefania Conte e il noto tenore, Matteo Tiraboschi (SPC Sound & Lino Management Berlin).

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Espedito De Marino in concerto a Le Cronache

di Olga Chieffi

La serata speciale di ieri sera, un Giovedì Santo sui generis, è iniziata, sugli accordi iniziali della Leichte kavallerie di Franz Von Suppé, sottofondo della elegante sigla, firmata dall’eclettico Nicola Cerzosimo, di “In Prima Fila con…”, che ha ospitato un vero e proprio concerto del Maestro Espedito De Marino. La prima volta che il maestro ha animato il nostro contenitore virtuale, non è riuscito ad esaudire tutti i desideri musicali dei suoi fans, dai quali ci congedammo con una promessa di presto ritorno. Ieri, una puntata spensierata, in cui Espedito, ha cantato in primo luogo Napoli, e direi alla Gegè Di Giacomo, a questo punto “Canta Napoli….Napoli internazionale!” poiché, non solo abbiamo avuto un collegamento con l’Albania, grazie al direttore di Apollon TV, Ferruccio Iaccarino, ma è stato omaggiato proprio Renato Carosone, con due intramontabili successi, “Maruzzella” e “Torero”, pezzi di musica ben assemblati, gocce d’America, di flamenco, di tango, di bajon e di cultura musicale nostra, ripulita da memorie imbalsamate. Espedito ha iniziato con due gemme di assoluto splendore della canzone classica napoletana, “Fenesta Vascia”, che conosciamo grazie alla trascrizione di Guglielmo Cottrau nei suoi “Passatempi musicali” e “Funtana all’ombra” della coppia E.A. Mario-Bideri, un ricordo di quelle “fronne” così musicali e amorevoli con tutti gli innamorati. La nostra musica fa ritrovare in una storia mutevole delle forme e delle innovazioni musicali, tracciate nel contempo attraverso memorie, temporalità, affettività diverse. Un po’ di malinconia mediterranea, un po’ di blues partenopeo, in particolare in una canzone quale “Munasterio ‘e Santa Chiara” di Galdieri e Barberis, datata 1945, e dedicata al consiglio direttivo dell’Alfano I, guidato da Elisabetta Barone. L’estetica del night all’italiana degli anni ’60, fatto di glamour, tacchi a spillo, brillantina, smoking, luci soffuse, parole “azzeccose” e buona musica, con le stelle incontrastate dell’ epoca, fa decollare “Anema e Core”, proprio dall’isola dell’amore, nonostante fosse stata cantata per la prima volta da Tito Schipa, con essa attraverso Ugo Calise e Peppino di Capri, i fasti del famoso Rancio Fellone, ed Espedito ci ha cullato sull’onda dei ritmi dei ballabili propri di quegli anni, che strizzavano l’occhio allo swing, tra tempi di beguine e moderati slow, dolci melodie e parole sussurrate nel nostro musicale dialetto, adatte al ballo guancia a guancia, in una notte di luna, chiudendo l’incursione musicale con “Tu si na’ cosa grande” di Gigli e Domenico Modugno, vincitrice del festival della Canzone napoletana nel 1964. Siamo scesi poi, nel mare di Roberto Murolo e Mia Martini, con “Cu’ ‘mme” di Enzo Gragnaniello, scritto in napoletano ma capace di rompere subito ogni barriera geografica per la sua grande forza e per la passione espressa nel cantarla da due grandi artisti della musica italiana. Il testo della canzone fa riferimento all’anima che si tormenta tra le difficoltà del quotidiano ed invita a trovare la propria identità e la serenità innalzandosi verso la quiete attraverso un viaggio interiore nel profondo del nostro essere, nell’assoluto rappresentato dal mare. A seguire, tra le numerosissime richieste ricevute da Espedito, la celebre Ninna Nanna di Francesco De Gregori, “Buona Notte Fiorellino”, simbolo di leggerezza e semplicità e “Serenata a Chi Dorme”, scritta a quattro mani proprio con Roberto Murolo nel 1991, dedicata a chi vuol fare sempre sogni belli (“Quando ero ragazzo mi facevo un sacco di sogni… Ma sogni belli… Certi sogni che mi facevano svegliare così contento, che mi veniva la voglia di uscire, di lavorare. Ma allora la vita era un’altra cosa”. Eduardo De Filippo “Le voci di dentro”). Chiusura con “Il cuore è uno zingaro” un tributo a Nicola di Bari, con il quale Espedito ha condiviso il palcoscenico, in diverse occasioni. Oggi, invece, andrà in onda, alle ore 15 e domani doppio appuntamento, alle ore 11 e in pomeriggio, alle 16, sui canali di Telediocesi, il Miserere nobis, di Espedito De Marino e Roberto Murolo, una Via Crucis in musica, con riflessioni sul momento odierno, attraverso i testi e le note di autori quali Tarrega, De Andrè, Guccini e, naturalmente, brani originali degli stessi autori. L’augurio è di rincontrarci tutti, non più in un salotto virtuale, ma veramente seduti “In prima fila” dopo un altro anno di lontananza, di schermi, di microfoni, di sedie e video, che purtroppo, non sono affatto lo spettacolo, che vive di scambio osmotico ed empatico di emozioni. Giovedì 8 aprile, alle ore 19, ci ritroveremo in un palco all’opera, con il baritono salernitano Biagio Pizzuti, che ci farà ascoltare la bellezza e l’iridescenza della sua corda, e una riflessione sul periodo buio che il mondo della musica sta vivendo.

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Addio a Little Richard, uno dei padri del rock and roll

Ne dà notizia Rolling Stone citando il figlio del musicista diventato celebre per hit come Tutti Frutti e Long Tall Sally. Aveva 87 anni.

Little Richard, uno dei padri fondatori del rock and roll, è morto all’età di 87 anni. Lo riferisce Rolling Stone, citando un comunicato del figlio del musicista di Tutti frutti, Danny Penniman. La causa della morte non è stata specificata. Little Richard – vero nome Richard Danny Penniman – divenne celebre grazie al suo stile travolgente al piano e al suo look trasgressivo nell’America conservatrice degli Anni 50. Tra le sue storiche hit, Long Tall Sally, Lucille e Good Golly Miss Molly.

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Gli Stones, animali in estinzione che neanche il lockdown può fermare

Prima una performance memorabile all'One World: Together At Home. Poi un nuovo singolo inedito, Living in a Ghost Town, tanto attuale ma quasi già un classico. Questi figli della guerra, degli Anni 40, signori del disastro, sono ancora come nessun altro.

Ci voleva l’isolamento per stanarli. Ma come, Bob Dylan sì e noi no? E così, in quattro e quattr’otto, ecco qui un nuovo brano dei Rolling Stones. Figlio del lockdown, della voglia di esserci, di dire la loro. Living in a Ghost Town è uscitoil 23 aprile, naturalmente in Rete, annunciato da Mick Jagger, poi anche dagli altri alle 5 pomeridiane. Un’ora dopo, veniva reso disponibile. Un’ora e quattro minuti dopo, il web frizzava per questi quattro vecchiacci che non conoscono tregua, né cali di tensione. Alle 20, il video, immagini claustrofobiche da uno spioncino di città derelitte, inframmezzate a loro che, in studio, cantano, incidono. Fin troppo facile. Subito virale. Fin troppo facile.

«La vita era meravigliosa, poi tutti siamo stati rinchiusi». Genesi ambigua, ma, dalle comuni dichiarazioni, sembra di cogliere un brano più o meno pronto da un anno, ricombinato per l’occasione: «Ci abbiamo lavorato in isolamento», dice Jagger. Il che significa una navicella spaziale di videochiamate, un testo almeno parzialmente riscritto, tanto per essere sul pezzo. «Puoi cercarmi, ma non mi trovi. Devo stare fuori vista, devo stare nascosto… Troppo tempo da perdere, inchiodato al mio telefono». È puro Jagger e, in verità, è qualcosa di morboso: all’inizio non pare granché ma è viscido, ti si appiccica addosso. Niente numeri, assoli o riff memorabili, è tutto Mick che canta con la solita spettacolare convinzione. Ascoltandolo viene in mente Goat’s head soup, l’album del 1973, rock decadente, rilassato. Viene in mente anche un po’ di Jamaica, quello spruzzo di dub, brevissimo, nel break.

Ma viene in mente, fortemente, anche Sweet Neocon, già sull’ultimo album, A Bigger Bang, del 2005, di cui Living in a Ghost Town rappresenta una versione aggiornata e corretta. Puro groove, solo quello. «Mi sono divertito molto a suonarla», dice Charlie Watts.

Non è, par di capire, l’anticipo di un album, è un singolo buttato nel vortice della pandemia, e tale resterà. «Avevamo pensato di tenere questo per un nuovo album, poi è scoppiato il casino e insieme a Mick abbiamo deciso che questa canzone andava lavorata adesso ed eccola» bofonchia Keith Richards seduto su una soglia, avvolto da un mantello.

QUELLA PERFORMANCE COSÌ LONTANI E COSÌ VICINI

La vita è una cosa buffa: a 20 anni non ti separi mai e scrivi la storia del rock, a 45 ti fai la guerra, a 50 componi per conto tuo perchè non ti sopporti ma devi farlo per i soldi e poi qualcuno mette tutto insieme; a quasi 80 devi stare isolato insieme, fai i brani a distanza, in videochat, li spari in Rete. Ci suoni anche, a distanza. Come è successo appena una settimana fa all’One World: Together At Home, quando i Rolling Stones hanno fatto qualcosa di inconcepibile per loro, band da palco come nessuna. Hanno provato a esibirsi distaccati, tutti e quattro, da migliaia di chilometri. Ma qui bisogna fare un passo indietro.

Un concerto dei Rolling Stones del 2016.

Bisogna tornare alla notte di sabato 18 aprile, quando il mondo musicale che conta sfila sui social in diretta senza muoversi dalle rispettive magioni. Eccoli in ordine sparso. Billie Eilish, la ragazzina problematica. Macca, maturo barbagianni travolto dalla frana del tempo. Elton John, sempre più simile a un vecchio pastore abruzzese. E via via tutto il mondo, Bocelli che ormai lo vediamo dappetutto e ci esce dalle orecchie. Stevie Wonder che a ritrovarlo uno pensa, ah, ma è ancora vivo, meno male. Céline Dion che ormai è una figurazione picassiana, tipo la Donna che piange. Lady Gaga che, complice Tony Bennet, si è riverginata diventando una cantante vera. Zucchero scuffiato che anonimizza la fantastica Everybody’s got to learn sometime. Eddie Vedder che era presuntuoso a 20 anni e adesso è semplicemente insopportabile almeno quanto noioso. Eccetera, eccetera, eccetera. Poi arrivano loro. Arrivano i vecchiacci su quattro riquadri: Mick cam, Keith Cam, Ronnie cam, Charlie cam. Si accendono una dopo l’altra. E, dannazione, tutto cambia.

Non importa se lo streaming slitta di qualche frazione di secondo, rendendo il tutto raffazzonato, per andarci piano. Basta e avanza la presenza scenica

Non importa se veleggiano verso la quarta età. Non importa se Keith, con un misterioso bicchiere pieno di chissà che pozione, suona per modo di dire e comunque non si sente un beato c…. Non importa se lo streaming slitta di qualche frazione di secondo, rendendo il tutto raffazzonato, per andarci piano. Basta e avanza la presenza scenica. Anche segmentata. Anche a distanza. Bastano e avanzano quelle facce lì. Quei sorrisacci lì. Quell’entusiasmo, ancora e ancora, in tutto e per tutto. Sono lì: suonano, o fingono, ma con l’ardore di sempre e un carisma che non cede. Questi figli della guerra, degli Anni 40, signori del disastro, sono ancora come nessun altro. Si concedono la libertà di chi non ha più niente da perdere né da vincere: ma insiste, ed ogni occasione è buona. Lo fanno a modo loro, con l’eleganza stracciona che li ha resi unici, la loro performance la potresti vedere indifferentemente in uno stadio colmo o sotto la metropolitana: cambia poco e niente, la passione e il distacco, la convinzione e il controllo sono sempre lì. Intatti. Inossidati.

ANIMALI IN VIA DI ESTINZIONE

You can’t always get what you want, per la miliardesima volta e la sinfonia rock and roll, composta nel 1968, a 24 anni, incisa e pubblicata l’anno dopo, è più che mai gioiello; suggello inarrivabile, commovente, avvicente, che non si cura di Spotify, delle visualizzazioni, della polverizzazione della musica: nessuno, oggi, può scrivere qualcosa di lontanamente simile. Nessuno può suonarla così. Con Mick che la canta come fosse la sua prima e ultima volta. Con Ronnie che riempie lo spazio infinito di lick, di passaggi, di trovate, di invenzioni. Con Keith che chissà che accidenti sta facendo, seduto sul divano con una acustica coreografica. E con Charlie. Ah, Charlie! Il re di questa performance e di tutta la notte. Non si è neppure scomodato a procurarsi una batteria giocattolo, sta seduto davanti a delle scatole, dei bauletti, con un paio di bacchette e finge di percuoterli, mima il suo mestiere, agita le braccia e suona l’aria. Ogni tanto sghignazza, più simula partecipazione e più se la ride. Ma che gli vuoi dire a uno che nel ’64 rullava di charleston e di grancassa mentre Brian Jones cantava Popeye the sailor man mentre le ragazzine infoiate urlavano a tal punto che, tanto, non si capiva niente?

Il mondo li guarda con la riverenza stupita delle specie che evaporano

Sono gente così e, dopo 56 anni, si divertono ancora così. Anche così. Sono animali in estinzione e il mondo li guarda con la riverenza stupita delle specie che evaporano e loro lo sanno. E ridono. Charlie è diventato il protagonista di questa nottata planetaria risplendendo in ciò che avrebbe reso chiunque altro uno sfigato: il suo cazzeggiare da adolescente 79enne che fa finta di suonare beato mentre agita le bacchette per aria, non poteva non diventare virale e adesso tutti, specie i ragazzini, in tutto il pianeta fingono di suonare con due scatole di cartone davanti. Se non è punk questo!

C’è un sottile snobismo, tutto britannico, in un gesto così. Uno come Watts potrebbe semplicemente alzare il telefono e gli porterebbero seduta stante una batteria tutta d’oro nel tinello: se non ha voluto, se non si è dato pena, è segno che proprio non gliene fregava niente, di suonare, dell’One World, della beneficenza, della pandemia, della colleganza, di fare la figura da scemo, di diventare virale e di tutto il resto. “Stone face” lo chiamavano, faccia di pietra. Come a dire: basta questa faccia amici miei, basta la nostra presenza, ragazzini che ve la tirate esibendo le vostre patologie. Quei vittimismi. Quelle lucrose fragilità. Fragili e vittime gli Stones non lo sono stati mai e adesso, all’alba degli 80 anni, si preparano a lasciarsi alle spalle la pandemia, ad affrontare un altro tour, a licenziare un altro disco (Dio, fa’ che si decidano, loro saranno anche eterni ma noi no).

La mattina dopo, a poche ore dalla loro performance, è comparsa in rete una foto di loro quattro ghignanti, e, sotto, la scritta: “Scusate se la batteria era troppo alta”.

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La quarantena secondo Stefano Bollani: «La musica non deve fermarsi»

Molti artisti hanno deciso di rimandare l'uscita dei loro album. Non il compositore e pianista che dalla sua casa di Roma in cui sta condividendo la reclusione forzata con la moglie spiega: «Spero che sia di buon auspicio. Inizia ad uscire lui, poi magari toccherà a noi». L'intervista.

«Come sta andando la sua quarantena? Dove si trova?», mi chiede a bruciapelo il compositore, pianista e cantante Stefano Bollani a inizio intervista.

«Sono a Milano. Da solo, ma con una lunga lista di videocall e cose da fare. E lei?». A lui va sicuramente meglio. Con la sua voce entusiasta mi spiega infatti che è nella sua casa di Roma e sta trascorrendo questa reclusione per coronavirus con la moglie Valentina e il loro cagnolino. «Di questi tempi lui è preziosissimo», dice, mentre nella mia mente compaiono i meme che girano sul web con persone che pur di mettere il naso fuori casa porterebbero a passeggio anche un peluche. «Usciamo tre volte al giorno (onde evitare polemiche chiariamo che quando esce col cane Stefano non c’è anche la moglie e viceversa, ndr)».

HA DECISO DI FAR USCIRE IL SUO DISCO, NONOSTANTE LA QUARANTENA

Che poi a uscire non è solo lui col cane, ma anche il suo nuovo disco. Piano Variations on Jesus Christ Superstar era previsto per il 3 aprile e così è rimasto. Una decisione abbastanza controcorrente visto che la maggior parte degli artisti sta rimandando la pubblicazione o distribuzione delle loro opere. Glielo faccio notare, ma per Bollani il problema non si pone: «Intanto spero che sia di buon auspicio. Inizia a uscire lui, poi magari toccherà a noi». Poi per il compositore questo album è come un figlio: «Sarebbe stato un peccato tenerlo rinchiuso».

FAN DI JESUS CHRIST SUPERSTAR FIN DALL’ADOLESCENZA

Come suggerisce il titolo, il disco è la personale rilettura solo al pianoforte delle musiche del film Jesus Christ Superstar. «Avevo 14 anni quando l’ho visto la prima e sono rimasto folgorato sia dalla pellicola che dalla colonna sonora. C’era Gesù che cantava musica rock!». L’idea del progetto però gli è balenata nella testa solo nel 2019 mentre era steso su un’amaca. «Ho pensato: perché non fare una versione intima? Che è un po’ il contrario dell’originale». Per farlo ha ricevuto il permesso di Andrew LIoyd Webber che ha composto le musiche originali. Gli chiedo se si sono sentiti in qualche modo e se ha ricevuto un feedback: «Non ancora, mi ha dato il permesso a scatola chiusa. Sono davvero curioso di sapere cosa ne pensa».

DOMANDA. Visto che parliamo di musica ai tempi del coronavirus non posso non chiederle se le è piaciuta l’iniziativa dei balconi canterini.
RISPOSTA.
Li hanno fatti anche qui. È l’ennesima dimostrazione di quanto la musica sia è importante per tutti. Che poi questo lo sapevamo già, più o meno inconsciamente tutti.

Ci ha fatto sentire più uniti?
Assolutamente sì. La musica è condivisione fin dagli albori dell’umanità. Pensi a quella che si faceva intorno a un fuoco, a un tempio, o in ocassione di una nascita o di una morte. Per chi ci crede, ci permette di comunicare con spiriti più alti.

Anche se in questo momento la possiamo condividere solo a distanza.
In questi giorni sarei dovuto essere in giro a suonare. Il concerto live è una cosa importante per un musicista. Proprio perché ti permette di entrare in comunicazione con il tuo pubblico. Per fortuna ci sono le dirette Instagram.

Lei e tanti altri artisti state intrattenendo il pubblico in questo modo. Un regalo a tutti i fan?
In realtà abbiamo un grosso tornaconto. Ci guadagniamo entrambi: trasmettiamo calore e ne riceviamo indietro altrettanto.

E un po’ tutti evadiamo dalla tempesta di notizie da cui siamo bombardati.
Posso dire una cosa a riguardo?

stefano bollani quarantena
Il compositore Stefano Bollani.

Certo, la ascolto.
Ho letto su alcuni testi di linguistica che l’informazione è quella cosa che porta una novità. Se non c’è novità è solo comunicazione. Quando accendiamo la tivù non riceviamo solo novità. Quindi quando non è così spengo. Io ho bisogno di materiale su cui riflettere, altrimenti faccio altro.

Di cosa sono fatte le sue giornate quindi?
Leggo, suono, medito, faccio ginnastica.

E cosa le manca fare oltre ai concerti?
Guardi mi tengo talmente impegnato che non ho ancora pensato alle cose a cui sto rinunciando. In realtà era come se fossi già in una specie di quarantena. Io e Valentina venivamo già da due mesi di vacanza a casa.

E poi immagino che lei, per il lavoro che fa, abbia un buon rapporto con la solitudine. Sbaglio?
Ho un ottimo rapporto con la solitudine! Anche perché spesso viaggio da solo.

E appena saremo tutti liberi, quale è la prima cosa che farà?
Non ci ho ancora pensato. Anzi sì. Io e Valentina andremo al mare. Bisognerà scegliere bene il posto perché sarà pieno ovunque.

Un bel modo per ricominciare. Proverò a farlo anche io. Qual è il sentimento che sta vincendo in questo periodo di emergenza sanitaria mondiale?
Mi sento in attesa, come tutti.

In attesa di cosa?
Credo che ci aspetti una sorta di dopo guerra. La storia ci insegna che, di solito, durante il dopo guerra c’è un rifiorire delle arti. Perché chiusi in casa abbiamo avuto tempo per pensare, per fare un salto evolutivo in avanti. Tutti parleremo di grandi temi.

Ci saluti consigliandoci un disco da recuperare durante la quarantena.
Più che un disco vi suggerisco una canzone che mi mette allegria e mi tira sempre su.

È utile. Ci dica!
Cheek to cheek nella versione di Ella Fitzgerald e Louis Armstrong.

Grazie! Allora buona quarantena.
Anche a lei. Si diverta.

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La quarantena secondo Ornella Vanoni: «Godiamoci la pigrizia»

La cantante è rimasta a Milano per stare vicino ai suoi famigliari che però vede solo attraverso lo schermo del telefonino. In una quotidianità peggiore rispetto a quella della guerra. E sulle canne prima di dormire: «Sono il mio sonnifero, altrimenti non prendo sonno». L'intervista.

Se sei un #bimbodiOrnellaVanoni da anni, l’idea di intervistarla ti mette un po’ di ansia. Vorresti farle migliaia di domande sulla sua vita, sulla sua musica, la sua quotidianità e un po’ ti rammarichi perché non sarà possibile.

Quando ci siamo sentiti la prima volta per organizzare la nostra chiacchierata, Ornella Vanoni non aveva ancora pubblicato sulle sue pagine social il video, che è poi diventato virale, in cui commossa invitava gli italiani a rimanere a casa e seguire scrupolosamente le indicazioni del governo per limitare la diffusione del coronavirus.

Quasi due settimane dopo ecco che squilla il telefono. È lei. Ho l’impressione di non essere il primo, e nemmeno l’ultimo, che vuole parlare con lei della quarantena: «Volete parlare tutti della stessa cosa», mi dice. «Facciamo in fretta», la rassicuro io.

Ho pensato : vi canto una canzone o vi dico quello che penso ? #iorestoacasa #restiamoacasa #ornellaornellavanoni @ornellavanoniofficialpage

Posted by Ornella Vanoni on Wednesday, March 18, 2020

Le faccio notare che nel video appello che ha fatto il 18 marzo sembrava impaurita. «Non è la sensazione che ho dato», mi interrompe subito. «Sembravo vera. Non c’è più nessuno che lo è. Che ha il coraggio di fare vedere i sentimenti. Ero preoccupata e addolorata». Per questa emergenza sanitaria mondiale e le sue conseguenze. Quella che mi sembra le pesi di più è l’impossibilità di vedere la sua famiglia. «Sono rimasta a Milano così almeno sono vicina ai miei», raccontava con le lacrime agli occhi nella clip. Ma i suoi non li può incontrare, non li può toccare. «Vedo le loro facce solo attraverso il telefonino».

«IMPARIAMO A GODERCI LA PIGRIZIA»

Eppure la solitudine a Ornella piace. «Certo questa è una solitudine imposta, non scelta. Ma anche in questa condizione si può trovare pace». E la ricetta per farlo è «godersi la pigrizia». In questo modo aiutiamo noi stessi, ma anche i medici che sono «come i soldati in prima linea durante la guerra».

DOMANDA. Un’esperienza che lei ha vissuto.
RISPOSTA.
All’epoca potevo uscire il pomeriggio, andavo a trovare i miei cugini, giocavamo. Era la sera il problema. Si dormiva al freddo, vestiti, con le scarpe e il cappotto sulla seggiola per essere pronti a scappare quando suonava la sirena.

Da come ne parla sembra che la quotidianità ai tempi del coronavirus sia addirittura peggio di quella della Seconda guerra mondiale. Sbaglio?
Non sbaglia (risponde dopo averci pensato per qualche istante, ndr). Certo non c’era il lusso che c’è oggi, ma potevamo uscire. Dopo il primo bombardamento su Milano, ci siamo spostati a vivere in un appartamento a Varese. Stavamo in questo piccolo salottino dove c’era la stufa a legna perché le altre stanze erano troppo fredde. Mi ricordo che preparavo le sigarette a mia mamma con una macchinetta.

Altri ricordi di quel periodo?
Quello che non dimenticherò mai è il profumo di sapone, di pulito che hanno portato i soldati americani con i loro capelli rasati a zero e le loro t-shirt bianche. Lo sento ancora.

La preoccupazione in tempo di guerra era sicuramente maggiore. Me lo conferma?
Era diversa. Perché sapevamo chi era il nemico. Oggi il nemico è il coronavirus. Ma non sappiamo chi sia.

Quando vedo i politici che in tivù litigano sul coronavirus, spengo tutto guardo un film

Eppure molti italiani inizialmente non hanno rispettato le linee guida del governo e il decreto #IoRestoACasa. Soprattutto gli anziani. Secondo Natalia Aspesi gli anziani non hanno paura.
Io non ho paura, ma nemmeno mio nipote che ne ha 24 anni. Basta stare attenti. La paura non serve a niente. Bisogna seguire le regole.

Lei ha mai avuto paura nella sua vita?
Durante la guerra sentivo quella che provavano i miei. Ed era molto forte. Oggi mi sembra che la paura sia globale. E anche i vecchi penso ce l’abbiano. Certo abbiamo vissuto tutta una vita e possiamo anche andarcene.

I media fomentano questa paura globale?
No. Ma confondono le idee. Tutti ne parlano. Adesso cominciano anche a litigare sul tema. Soprattutto i politici, madonna santa (e ricrea qualche esempio di dibattito in tivù, ndr).

Fanno campagna elettorale anche sul coronavirus?
Sì, allora sa cosa faccio? Spengo tutto e vado a vedermi un filmino. C’è gente che invece sta attaccata tutto al giorno alla televisione per sapere cosa succede. Diventa una malattia poi.

Non le piacciono le litigate politiche in tivù, ma un’idea sull’operato del governo Conte se l’è fatta?
Onestamente a me sembra che il premier si sia dato da fare per quello che poteva fare. Non ritengo che sia un nullafacente. Non sarà il genio della lampada, ma è un momento estremamente difficoltoso. Non abbiamo un centesimo, ricordiamocelo. Dove sono questi soldi?

Spero di poter finire il disco a cui sto lavorando prima che io deceda

Nel video che ha pubblicato sui social a metà marzo dice che fa le scale fino al quinto piano per tenersi in movimento senza uscire. Di cos’altro è fatta la quotidianità di Ornella Vanoni ai tempi della quarantena?
Leggo, scrivo, esco col cane, parlo con la mia famiglia e con gli amici.

Anche alcuni colleghi?
Sì, certo. Giuliano Sangiorgi, Renato Zero, Paola Turci. Vabbé Gino Paoli. Siamo amici.

Com’era la sua vita prima della pandemia?
Avevo delle giornate molto concitate. Dalle cose più banali: il trucco, il parrucchiere, gli amici. E poi stavo lavorando a un disco da mesi con alcuni autori.

E adesso è tutto congelato.
Fino a che non potrò entrare in studio sì. Speriamo di farlo prima che io deceda (lo dice ridendo, ndr).

Non dica così! A proposito di musica. Le è piaciuta l’iniziativa dei balconi musicali?
È stato bello. Ci faceva sentire uniti. Come dovremmo essere in questo momento. La musica metteva allegria e ci faceva sentire comunità.

Una comunità che però si dimentica delle tante donne per cui convivenza forzata vuole dire violenza domestica come ha fatto notare sul suo profilo Facebook.
In questo momento nessuno se ne occupa per davvero. Il Telefono Rosa suona poco. E a me fa pensare al peggio.

Nonostante gli annunci fatti da molte cantanti e colleghe per sostenere le donne che in questo momento sono costrette a…

Posted by Ornella Vanoni on Thursday, March 26, 2020

È stata lanciata la campagna Libera Puoi per sensibilizzare sul tema. L’ha vista?
Sì, non mi piace. Se non sono libere come fanno a potere?

Invece la natura può tornare meravigliosa se l’uomo si ferma. Ce l’ha ricordato lei la mattina del 30 marzo postando un video di una Venezia rinata.
Certo non possiamo tornare all’aratro, ma per esempio Venezia non può essere trattata come Roma. È una città delicata. Anzi non è nemmeno una città, è un luogo di meraviglia. Accessi limitati e monitorati, come se fosse un interno. Niente navi.

Magari tutta questa brutta situazione ci insegna qualcosa. Lei che ne pensa?
Io me lo auguro. Dovremmo imparare un po’ di moderazione. Meno velocità.

Prima di salutarci mi toglie una curiosità?
Se posso sì.

Ha dichiarato che da 55 anni si fuma una canna prima di dormire. Se ne è tanto parlato. Quest’abitudine è ancora in voga anche in quarantena?
È il mio sonnifero! Ne ho provati tanti, ma funziona solo quello. Se non me la faccio non dormo! Che poi, scusate, in America adesso è libera.

È vero. E non solo lì.
Tra l’altro c’è anche un olio a base di marijuana che fa passare i dolori al corpo. L’ho provato e funziona.

LE PUNTATE PRECEDENTI

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La quarantena di Michele Alessandrino: «Re dei flashmob solo per hobby»

Grazie alle sue imitazioni (direttamente dal balcone di casa) di Morgan, Achille Lauro, Elettra Lamborghini e Loredana Bertè ha conquistato più di 60 mila follower su Instagram. Ma il 20enne di Caserta non vuole trasformare questo successo in un lavoro. E ha già rifiutato la richiesta di molti manager.

In pochi giorni ha superato i 60 mila follower su Instagram e si è guadagnato il titolo di ‘re di flashmob‘. Un successo del tutto inaspettato e totalmente homemade, quello di Michele Alessandrino. 20 anni, originario di Caserta, è diventato virale grazie alle sue esibizioni sul balcone di casa. In un’Italia che, in piena emergenza coronavirus, alle ore 18 si è riscoperta canterina non è facile farsi notare. Eppure lui ce l’ha fatta. Merito dell’idea di imitare nel look i cantanti che omaggia.

«CHE SUCCEDE? DOV’È BUGO?»

Tutto è iniziato con Sincero di Morgan e Bugo, nella controversa versione rivisitata dall’ex Bluvertigo sul palco dell’Ariston. Michele esce sul balcone in occhiali da sole e abito nero: «Le brutte intenzioni, la maleducazione, la tua brutta figura di ieri sera…». Dopo l’ultima nota si guarda in giro e saluta il pubblico del suo quartiere (affacciato alle finestre e sulle terrazze) con l’ormai iconico: «Che succede? Dov’è Bugo?». Ed era solo il quinto giorno di quarantena.

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Quinto giorno di quarantena, i risultati.

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NON VUOLE LAVORARE NEL MONDO DELLO SPETTACOLO

Mi chiede di chiamarlo dopo le 18. Immagino che sia perché debba registrare un nuovo video. La realtà è ben diversa: «Avevo lezione online e poi c’è un tempaccio. Non si può nemmeno uscire sul balcone», mi spiega. Perché, a dispetto di quello che possono aver pensato in tanti, Michele non ha intenzione di trasformare queste esibizioni in un lavoro. Da grande vuole lavorare nella sicurezza. Studia infatti a Narni Scienze per l’investigazione e la sicurezza. Quando l’università ha chiuso, però, è tornato in famiglia a Caserta. Ed è da quella terrazza che è partito tutto.

DOMANDA. Come le è venuta l’idea di fare queste imitazioni?
RISPOSTA.
Per caso. Vedevo flashmob ovunque in tivù e sui social.

Un po’ se lo aspettava questo successo?
Assolutamente no. Volevo solo intrattenere il mio vicinato.

Ed è finito ad intrattenere l’Italia dei social. Come ci è riuscito?
Credo sia merito di una mia amica che ha segnalato la mia story a molte pagine.

Quanto tempo le richiede la preparazione?
A livello canoro, come potete sentire, davvero poco. Mi impegno un po’ di più per la ricerca dei look negli armadi di casa. Anche perché non si può uscire.

Si fa aiutare?
Mia mamma mi dà una mano con i costumi, papà nel montaggio delle casse, mentre mio fratello mi riprende.

Dopo Morgan sono arrivati Achille Lauro, Elettra Lambroghini e Loredana Bertè. Chi le è piaciuto di più interpretare?
Forse mi sono divertito di più a (s)vestirmi da Achille Lauro (l’esibizione, che omaggia la partecipazione del cantante a Sanremo 2020, inizia con Michele che indossa una coperta o un lenzuolo a mo di mantello che poi si toglie per rimanere in slip e canottiera, ndr). Che forse è quello che ha avuto più visualizzazioni.

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CI SON CASCATO DI NUOVO. @achilleidol

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Si è fatto sentire qualcuno dei quattro artisti che ha portato sul balcone?
No. Solo Elettra Lamborghini mi ha ripostato nelle sue stories.

Come sceglie chi interpretare?
Devono essere particolari sia dal punto di vista vocale sia dell’immagine.

Quindi non fanno per forza parte dei suoi ascolti quotidiani?
No però i brani di Morgan e di Loredana Bertè mi piacciono molto. Quelli di Lauro ed Elettra non sono il mio genere, ma li ascolto volentieri.

Che cosa ascolta volentieri?
Il rap e la trap americana. Però sono abbastanza onnivoro musicalmente parlando. Il mio cantante preferito è David Bowie che non c’entra nulla con il rap e la trap.

Anche Bowie amava i look appariscenti. Vedremo anche lui?
Ho una rosa di nomi, ma non ho ancora deciso chi fare e quando.

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E il resto? @elettramiuralamborghini

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Insomma effetto sorpresa. Che rapporto aveva prima con i social network?
Pubblicavo pochi contenuti. Usavo Instagram per vedere i profili che mi interessano. Quelli dedicati al calcio e ai meme soprattutto.

È appassionato di calcio quindi. Per quale squadra tifa?
Per il Milan. Pensi che una volta che i video hanno iniziato a girare sono stato contattato direttamente dal capitano Alessio Romagnoli che voleva farmi i complimenti.

Da tifoso deve essere una bella soddisfazione. Altri personaggi famosi che le hanno scritto?
Leonardo Pieraccioni mi ha inviato un audio in cui mi spronava a continuare. Poi Tommaso Paradiso ha ripostato una delle mie esibizioni.

Questa esposizione mediatica (è stato anche in tivù, ndr) le sta cambiando la vita?
Io rimango sempre quello. Certo la gente mi scrive, mi chiede altri video. Molti si aspettano delle cose da me.

Ormai è il re dei flashmob. Mi sorprenderebbe il contrario.
Questo titolo mi diverte molto.

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Chiedo umilmente scusa a @loredanaberteofficial

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Eppure, mi pare di capire, che non ha intenzione di cavalcare questo successo.
Mi hanno contattato alcuni manager, ma ho rifiutato.

Perché? C’è chi farebbe carte false al posto suo.
Io non ho talento, è solo divertimento. Posso pure inventarmi qualcos’altro, ma non andrei molto lontano. Ironicamente ho scritto su Instagram che sono un artista da balcone. Nulla di più.

Cosa le hanno proposto i manager che l’hanno cercata?
Collaborazioni con aziende.

Poteva diventare un passatempo remunerato, non ci ha pensato?
Sì, però avrei dovuto iniziare a fare anche i miei video in un certo modo. Sarebbe diventato più impegnativo. E, visto che la mia priorità rimane l’università, devo essere libero di farli come e quando voglio. Non sotto pressione. Poi, farne uno al giorno diventerebbe pesante per me e per gli altri. Uno o due a settimana sono più che sufficienti. Per lo meno fino a che continuerò a divertimenti e ad avere tempo.

Non è fatto per la vita da influencer. Come sta vivendo, invece, questo clima di apprensione generale per il coronavirus?
Con apprensione appunto. Sa, soffro di asma e mia mamma non mi permette di uscire da più di due settimane.

Sarebbe bello non dover cambiare autocertificazione ogni giorno perché tra un po’ dovremo uscire anche per comprare il toner della stampante

E, oltre a studiare, come occupa le sue giornate?
Mi tengo in forma in giardino, guardo video calcistici e serie tv.

Una che le è piaciuta particolarmente?
Sabrina.

Cosa le manca di più?
Vedere e stare con i miei amici. Le videochiamate non sono la stessa cosa. Poi da un anno non vivo a Caserta. Mi fa un po’ strano stare a casa dei miei genitori. Non che non mi trovi bene. Ma è strano appunto.

Quindi la prima cosa che farà quando ne usciremo sarà una rimpatriata dal vivo con gli amici?
Credo proprio di sì. Anche se penso ci sarà ancora molta paura e cautela per lo meno per qualche mese.

È molto giovane, ma, immagino, stia seguendo quello che succede in Italia anche a livello politico.
Tutto. Mi sembra che il governo stia facendo un grande lavoro vista la situazione d’emergenza. Chiaramente va fatto altro per le partite iva e le piccole aziende. Però dobbiamo lasciarli lavorare. Conte si sta impegnando al massimo.

Non mi dica che anche lei è un bimbo di Giuseppe Conte!
Assolutamente sì. Ecco, però, sarebbe bello non dover cambiare autocertificazione ogni giorno perché tra un po’ dovremo uscire anche per comprare il toner della stampante (ride, ndr).

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Caro Dylan, cosa vuoi dirci con Murder Most Foul?

Dopo otto anni, il cantautore americano torna con una nuova canzone. Sono 17 minuti che non finiscono mai e, al tempo stesso, in un soffio finiscono. Un viaggio nel Novecento, che parte dall'omicidio Kennedy per arrivare ai giorni nostri. Ma qual è il significato? Possiamo scervellarci ma sappiamo già che non ci arriveremo.

Che cosa vuole dirci Bob Dylan con Murder Most Foul, il suo primo pezzo inedito in otto anni, una canzone sola, circolare, ossessiva, non recente, nata chissà quando, ma tempestiva, ma nuovissima, lunga, una canzone sola, ma in realtà un ep, 17 minuti che non finiscono mai e in un soffio finiscono?

Cosa vuole dirci questo Caronte del 1963, anno del delitto più sordido, come da titolo, quello su Kennedy, un volo oscuro che attraversa la modernità del Novecento e arriva fino a noi, alla nostra psicosi da pandemia, e «state riguardati, state attenti, e che Dio vi benedica»?

Cosa vuole dirci Bob, forse che i tempi stanno cambiando, ma per non cambiare mai davvero? Che c’è sempre un trauma nella coscienza collettiva?

Che il Novecento è stato la somma di tutte le evocazioni, le citazioni, le allusioni di questa chilometrica canzone, la più infinita per Dylan. Mille e quattrocento parole, piano, violino e sospiri per dire che il Novecento è stato il secolo breve del furore, del motore, del rumore e della poesia. E gli anni Sessanta, i suoi anni, sono stati quelli della musica, e della poesia, e tuttora ribollono dei Beatles in arrivo, dell’Acquarius con le sue allettanti promesse epocali, delle orge da palco, Woodstock, poi Altamont e gli Stones, i Kennedy fatti fuori uno dopo l’altro, come rockstar cascano, e Tommy e i deliri acidi, e Marilyn, Keaton, Houdini. E poi il blues, Etta James, John Lee Hoker, il blues che è la culla di tutto così come l’Africa è la culla dell’umanità, Thelonious e Charlie Parker, Nat King Cole, ma poi Don Henley, Glenn Frey, Stevie Nicks, su e giù nel tempo, il suo tempo, il nostro tempo.

LA VOCE DEL NOVECENTO

E quel violino che tira le note, e quella voce che salmodia ed è la voce del Novecento: un ringhio, un ronzio, un motore. Suona Don’t Let Me Be misanderstood, suona per la First Lady, non sta tanto bene, suona Another One Bites The Dust. Suona il Novecento, Sam, suonalo ancora, che siamo figli suoi e non ce ne liberiamo, e proprio come le macchine di domani andranno a silenzio, a elettricità, e ci finiremo sotto nel silenzio spettrale che oggi ci ammazza, ci mancherà però la nostra colonna sonora del motore.

LA STORIA È UNA CATENA DI TRAUMI

E Dylan quel motore, quel rumore, è tutti noi e lo sa e ricorda. Ricorda l’omicidio di Kennedy e un viaggio supersonico per l’epopea di quelli come lui che hanno segnato il secolo e adesso, sulla soglia degli 80 anni, vengono a dirci che la storia è una catena di traumi, nessun anello mancante, formidabili traumi, guerre dichiarate, guerre fredde, guerre perse, pandemie. E silenzi che ti scavano, ti infettano, ti uccidono, silenzi perfetti e allora Bob Dylan apre il cassetto, tira fuori questa suite che non finisce mai e ti lascia intontito, ti riempie un pomeriggio desolato, tu e la tua mente deserta mentre cerchi di decifrare cosa cazzo vuol dirti Bob.

CARO DYLAN, SEI SEMPRE TU: INVADENTE E INAFFERABILE

Ma è già finita quest’inferno di canzone e allora la rimetti da capo, altri 17 minuti, le stesse parole che però dicono altro. Ah, Dylan: sei sempre tu, invadente e inafferrabile, «certo, certo che lo sappiamo, lo sappiamo chi sei», sei il nostro rompicoglioni prediletto, la nostra coscienza pulita e sordida e te ne freghi del Nobel. E, a 80 anni, pubblichi in digitale un brano solo sapendo che fa girare il mondo, oggi come sessant’anni fa. Dico 60, non ti sbagliare, credici pure, perché è la verità: «i Beatles stanno arrivando, ti terranno la mano», un bel giorno per vivere e morire, macellato come un agnello sacrificale, e domani è ancora Pasqua. Ma quale Pasqua, di non resurrezione, di clausura, di alienazione. E fuori i fiori rosa, fiori di pesco spuntano ma non per noi, pesci dentro i vetri delle nostre case.

CI RIMANI SOLO TU, BOB

E suonala ancora Bob, che oggi ci rimani solo tu. Ma oggi chi ce la tiene la mano, oggi che sbandiamo in una guerra che non conosciamo, tempo di mutaforma che fottono le genti, fottono i governi, mattoni e cemento, mattoni e cemento. Ecco il Novecento: canzoni in formato digitale, canzoni pubblicate e in un lampo globali, Cry Me A River, che crimine infame, però, suona Jerry Roll Morton, suona Lucille. Suona il Novecento che tanto non ne usciamo, suona questa ridda di spettri, questa libertà vigilata, sorvegliata dai droni e dagli spioni, dalle delazioni, da cartoni al posto di mascherine, da suoni di silenzio che accoltellano il cuore, «è quello che è, ed è il crimine più lurido».

POSSIAMO SCERVELLARCI SU COSA CI VUOI DIRE MA SAPPIAMO CHE NON CI ARRIVEREMO

Forse questo vuoi dirci, caro Bob, che la vita è quella che è, ed è tutta un crimine squallido, e qui nessuno cercava la tua voce di cornacchia, nessuno l’aspettava ma adesso che è tornata è una benedizione. Possiamo scervellarci su cosa ci vuoi dire e sappiamo già che non ci arriveremo. A niente arriveremo. È quello che è. Tu sei quello che sei. Ma è ancora bello farsi trasportare indietro, la tua poesia petulante vaneggiante piena di incognite, il piano e il violino e scie di piatti, non serve altro per volare via da questa epidemia. Chiudi gli occhi, metti la cuffia, spegni tutto e suonala ancora, Bob, che 17 minuti finiscono in un amen. «Fate attenzione, cercate di star bene, e che Dio vi accompagni».

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Gigaton, il ritorno al passato dei Pearl Jam

Dopo sette anni, la band sforna un disco che al primo ascolto sembra sperimentale e introspettivo. Ma che in realtà ripropone il loro modo di fare musica animato dalla smania di cambiare il mondo.

Da quanto tempo i Pearl Jam non sono più loro? Mai visto un gruppo rinnegarsi tanto in tutta la storia del grunge, quel fantastico esordio alla fine del 1991, Ten, era un miraggio, un disco di non canzoni, divagazioni allucinate, malate che partivano in tutte le direzioni.

Poi, una inesorabile normalizzazione, dapprima impercettibile quindi sempre più marcata, lo spartiacque fu, un lustro più tardi anni, No Code, disco sperimentale per eccellenza.

Anche il nuovo Gigaton è in fregola di esperimenti, ma attenzione: non è tutto nuovo quello che luccica. Sette anni che mancavano i Pearl Jam, quasi a dire da Bush Jr a Trump. Come se il lungo regno di Obama li avesse evirati dell’ispirazione, che nel loro caso fa rima con indignazione.

Piovono, oggi, nel pieno di una pandemia e hanno buon gioco nei loro messaggi sull’urgenza di cambiare mondo, vita, sui cambiamenti climatici, sul consumismo, tutte quelle faccende, a volte di buon senso a volte esagerate o lunari, che si ripetono sempre. Disco di allarmi, Gigaton, fin dal titolo: è la misura della quantità del distacco di ghiaccio ai poli. Lungo disco di inviti a regolarsi per non perire, quindi, al fondo, di speranza. Ma per cosa?

LA NOVITÀ STA NELLE VIBRAZIONI, NON NELLE CANZONI

Dodici tracce a coprire un’ora di suoni secchi e puliti, nitidi, opera del nuovo produttore Josh Evans, uno che nel mito di Ten ci è cresciuto, un 40enne; quanto a loro, i cinque di Seattle davvero non hanno più niente dei ragazzi emaciati e drogati di allora, sono maturi professionisti imbiancati, con gli occhiali, che dopo il delirio planetario hanno saputo risorgere da un brusco calo di attenzione proprio con questo lavoro, annunciato in largo anticipo e con una campagna pubblicitaria potente, nel segno di quel falso basso profilo che da sempre contraddistingue il gruppo. No, non è tutto oro questo sperimentare: lo potreste definire coraggio.

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E Gigaton, coraggioso, ambizioso lo è senz’altro, ma lo potreste definire anche disperato e a tratti confuso conato per non sparire. Le novità stanno nelle vibrazioni, nei suoni. Non nelle canzoni, che, idealmente sfrondate, restano classiche dei Pearl Jam, sì, ma quasi sempre della fase matura. Comprese le invettive politiche, tutto l’album è uno scontato lungo invito al disprezzo del parruccone pel di carota, certamente condiviso dall’intera band ma, di fatto, trainato dal cantante, Eddie Vedder, uno che si vede immancabilmente iscritto alla sacra armée benpensante degli altri parrucconi, i Bono Vox, gli Sting, i Boss. A suon di rock maturo o, come piace definirlo, “consapevole“.

L’ETERNA QUESTIONE SULL’ETÀ DEL ROCK

Il ritorno dall’oblio si annuncia con Who Ever Said, sostenuta, non particolarmente d’impatto, ascrivibile alla fase Binaural: ci sono tante chitarre, questo sì, perché Evans ne è un fan e ha inteso irrorarne l’intero album, per un Vedder salmodiante come non mai che invita a «imparare dagli errori»: e già si capisce cosa ci aspetta, moniti travestiti da rabbia; Superblood Wolfmoon che segue, rimanda sia nel nonsense delle liriche che nel tiro a certi echi di Vitalogy, è più dinamica, ricamata da un assolo inebriante, forse un po’ troppo scolastico per esaltare fino in fondo. Ma i Pearl Jam ormai sono dei vecchi lupi, dei mestieranti impeccabili e non potrebbero suonare in altro modo.

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Poi la famigerata Dance of Clairvoyants che sa di elettropop, di Talkin’ heads, e che Evans difende come testimonianza della assoluta libertà creativa dei musicisti, ma che, come primo singolo, ha scandalizzato parecchi tifosi; Quick Escape è un convulso viaggetto on the road, destinazione Nord Africa e Medio Oriente, alla ricerca di «un posto che Trump non abbia distrutto», sostenuto dalla chitarra ritmica e contrappuntato da tocchi di tastiera e stridori vari: non a caso cita Kerouac e anche qui abbiamo un lungo assolo, più anarchico, in stile Ten, come a voler ricordare a tutti un come eravamo che in realtà non è più, lasciando irrisolta l’eterna questione se il rock debba restare pericoloso, dunque adolescenziale almeno nello spirito, oppure se a un certo punto sia chiamato a crescere, a invecchiare anch’esso. Vero è che il tempo non aspetta nessuno e allora conviene confonderlo, riscrivendosi fin che si può.

Eddie Vedder (Getty Images).

LA TROPPA INTROSPEZIONE PUÒ SCIVOLARE NELLA NARCOSI

Alright è un canto quasi indiano, canto di ribellione, ballata d’atmosfera che insegue antiche suggestioni: parte sommessa, bradicardica, per ascoltare meglio il battito della solitudine, e poi…poi si estenua, senza evoluzione, lasciando qualche amaro in bocca; ne prende il posto Seven O’ Clock, che, col pretesto di citare i leggendari capi delle tribù dei nativi, si concede un gioco di parole sul “Sittin’ Bullshit“, che idiomaticamente viene a dire “stronzone seduto” e non c’è bisogno di scervellarsi per capire quale sia il destinatario (sta a Washington…): innervata di tastiere, suona come la tipica canzone militante di Vedder e trattiene ancora i palpiti (quanto è prolissa, però!). Finalmente Never Destination smuove le acque ed era ora, perché la troppa introspezione rischia di sprofondare nella narcosi: bello l’intreccio delle chitarre, a sfociare in un vero e proprio duello, di Stone Gossard e Mike McReady, anche se l’ispirazione forse cede alla maniera; Take The Long Way l’ha scritta il batterista Matt Cameron e vira sul (post) punk o sul grunge vintage, se preferite: è comunque uno dei momenti migliori, teso, senza troppi fronzoli e con un assolo di schegge di vetro.

COMES THEN GOES, OMAGGIO A CHRIS CORNELL

Buckle Up è invece un arpeggio alticcio di Stone Gossard e qui si coglie una delle specifiche del disco, le sue atmosfere che cangiano di continuo: un punto a favore, perché la musica può avere tutti i difetti del mondo ma se non conserva carisma è niente e Gigaton a suo modo, orgoglioso lo è, non ha paura di osare, sia pure in quel suo modo a volte furbo, oppure arzigogolato, che ai fan oltranzisti farà urlare di esaltazione mentre i tiepidi, gli scettici non ne saranno del tutto convinti. Tante idee appaiono accuratamente sfocate, e poi troppo forte resta il rimpianto per quell’esordio impossibile, così spaventosamente libero, di 30 anni orsono; Comes Then Goes, tutta acustica, dovrebbe essere l’omaggio per Chris Cornell: solo che un pezzo completamente acustico o è un capolavoro o è una palla e Vedder non è esattamente Nick Drake o Gram Parson, e neppure Springsteen, così come i Pearl Jam non sono i Rolling Stones di Beggar’s Banquet. Questione di tempi, di radici e anche di talento, questo sembra più un demo con una sola frase musicale, circolare, interminabile e tanto più noiosa.

SONO COME UN DON CHISCIOTTE SPOCCHIOSO E APPASSIONATO

Siamo entrati nell’ultima parte di questo prolisso album, tre ballate di fila a chiuderlo, nessuna delle quali memorabile: Retrograde – com’è impietoso il tempo anche per lei! – è carica di aspettative ma, più sermoneggiante che mai, evapora in una lunga dilatazione che si trasfonde nell’epilogo di River Cross, organo a pompa e infiorescenze di Genesis per l’ennesimo contropelo al «governo che prospera sul malcontento»: la messa è finita, andate in pace. Più parrocchia che rock, i Pearl Jam del 2020 sono ancora un don Chisciotte, spocchioso e appassionato, retorico e partecipe, ora irritante ora trascinante, che sale sul destriero e parte in tutte le direzioni, anche se non è ben chiara la meta: forse non c’è e questo è un viaggio che non finisce mai. Non deve. A chi ascolta la scelta: seguirli, a rischio di perdersi, o scendere qui. Ma Gigaton rimane comunque un bel disco. Non un capolavoro, ma il meglio possibile oggi per loro. E poi cosa sarebbe il mondo senza smania di cambiarlo, cosa sarebbe la vita senza la sua foresta di miraggi?

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La quarantena secondo Cristina D’Avena: «La musica come antidoto per l’ansia»

La cantante è a Milano con la sua famiglia. Ha paura, ma evade da questo senso di frustrazione tenendosi impegnata con i fan sui social, in cucina e guardando serie tivù. «Vorrei riuscire a trovare le parole giuste per confortare i miei amici medici e infermieri». L'intervista.

Cristina D’Avena non si vergogna ad ammettere che il coronavirus le fa paura. «Sono in ansia. Vivo reclusa con la famiglia e seguiamo le notizie ogni giorno», mi dice.

Eppure la sua voce non perde quel non so che di rassicurante e vivace a cui le sigle che canta ci hanno abituati. «Sono a Milano con la mia famiglia, rispettiamo le regole in modo da ridurre il rischio di contagio, ma la situazione è paradossale», spiega.

La sensazione della cantante è quella di chi dalla sera alla mattina si ritrova in un tunnel buio: «Cerco di barcamenarmi sperando di vedere in fondo la luce. Perché sono certa che ci sia. Bisogna solo trovarla». A darle speranza sono i dati sui contagi e i decessi degli ultimi giorni, ma non è facile.

TRA SERIE TIVÙ E FORNELLI

Il suo antidoto per evadere da questo senso di frustrazione è tenersi occupata: «Avrò sistemato l’armadio quattro o cinque volte», racconta ridendo mentre fa la lista di tutte le altre cose che le riempiono la giornata. «Scrivo. Leggo. Penso a nuovi progetti. Faccio tante videochiamate». E poi, da quando ha scoperto di avere una collezione di libri di ricette, cucina. Le chiedo se si sente pronta per Masterchef o qualche altro cooking show, ma non mi sembra convinta. Però la televisione la guarda. Le piacciono molto le serie tivù, meglio se thriller. «Adesso sto guardando The Outsider: è un po’ lenta, ma mi appassiona. Poi mi sto portando in pari con The good doctor e La casa di carta».

NON SOLO SIGLE DI CARTONI ANIMATI

E la musica? Da quello che mi dice non manca mai. Nella sua playlist ci sono artisti italiani come Tiziano Ferro, Antonello Venditti, Renato Zero, ma anche nomi più inaspettati come Enya. O ancora dj del calibro di David Guetta e Bob Sinclair: «Sinclair mi fa impazzire, lo metto sempre quando ho voglia di ballare».

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La cantante Cristina D’Avena.

DOMANDA. Se Cristina D’Avena non va alla discoteca è la discoteca che va da Cristina D’Avena. E i vicini non si lamentano?
Ormai sono abituati. Pensi che una di queste sere ho cantato col microfono «Ciurma, andiamo tutti all’arrembaggio, forza!» (intona la sigla All’arrembaggio, ndr) alle 23.30.

Col microfono?
Stavo facendo una diretta con i miei fan. Credo sia giusto fare loro compagnia in questi giorni di isolamento. Loro la fanno a me. Almeno alterniamo l’informazione alla spensieratezza. Poi sa, mi dispiace per tutti quei ragazzi che avevano preso i biglietti per i miei concerti, che avevano chiesto le ferie, programmato voli e spostamenti magari facendo sacrifici. E da un momento all’altro si sono visti cancellare tutte la date previste.

Non solo i concerti annullati, ma anche la quarantena.
Infatti, magari anche da soli. Per questo provo a regalare a loro qualche momento di leggerezza. Cantiamo tutti insieme. Ognuno da casa propria. O per lo meno questa è l’impressione che io ho durante questi incontri virtuali. Perché la musica arriva ovunque. Anche in questa situazione.

Lo testimonia anche l’iniziativa dei balconi canterini. Lei partecipa?
Dove mi trovo io ci sono davvero poche abitazioni. Ci sono soprattutto uffici. È una zona molto silenziosa. Però quest’abitudine mi piace tanto. Penso sia utile. A volte davvero non sappiamo nemmeno il nome di chi vive nel nostro palazzo e in questo modo abbiamo la possibilità di conoscerci. Sa, i social sono tanto utili (come stiamo vedendo in questi giorni), ma alla fine spesso ci allontanano.

Non l’allontano però dai suoi fan dicevamo. Di che cosa parla con loro?
Di tutto. Anche di come stanno vivendo la quarantena. Per molti è davvero difficile.

Vorrei trovare le parole per confortare i miei amici medici e infermieri

Cosa le dicono?
Molti vivono in case molto piccole, senza magari determinati comfort. Certo l’emergenza c’è. E dobbiamo aiutare chi ci aiuta.

Medici e infermieri?
Ne conosco diversi e quando mi raccontano quello che vivono quotidianamente non riesco a non piangere. Mi sento a disagio perché vorrei confortarli, ma non riesco a trovare le parole giuste. Mi sembra tutto riduttivo. Quindi finisce che li faccio sfogare e li ascolto piangendo.

Forse è spaventata anche per quello che le dicono loro. Non esce nemmeno per fare la spesa?
Andiamo a turno, ma il meno possibile. Peccato che ormai non si trovi mai tutto ciò che ci serve e che gli acquisti online abbiano delle tempistiche di consegna molto dilatate.

È riuscita a trovare le mascherine?
Fortunatamente le ho prese un po’ di tempo fa. E, siccome sono ormai introvabili, le teniamo disinfettate.

Come giudica l’azione del governo in questa situazione d’emergenza?
Non vorrei essere al loro posto. Non è facile. Io non me la sento di esprimere un’opinione in merito. Non credo di avere le competenze per farlo.

Stiamo riscoprendo il valore degli affetti e del contatto fisico che forse davamo per scontati

Ci cambierà quest’esperienza?
Credo di sì. Forse lo sta già facendo.

Come?
Stiamo riscoprendo certe cose che davamo per scontate. La famiglia, la casa, gli affetti, il senso di comunità. E il contatto fisico. Pensi agli abbracci, i baci, la stretta di mano. A me mancano tantissimo gli abbracci dei fan.

Diventeremo anche più patriottici?
Io credo di sì e magari al posto di andare all’estero (io lo faccio poco perché ho paura dell’aereo) visiteremo i luoghi del nostro Paese. Dobbiamo iniziare a valorizzarci ed essere uniti tra di noi.

Cosa farà appena finirà la quarantena?
Chiamerò tutte le persone a cui voglio bene e cercherò di vederle tutte. E poi io amo molto camminare all’aria aperta.

Per salutarci ci consigli uno dei cartoni di cui ha cantato le sigle che dovremmo recuperare durante questo periodo di reclusione.
Pollyanna perché è un personaggio sempre positivo e ottimista. Ritrova sempre il sorriso.

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Mina, 80 anni di un mito atemporale

Nel panorama creativo c'è la meteora, la cicala che canta una sola estate. C'è chi vivacchia sull'onda di un successo, e dopo tira a campare. E poi i bravi, che si difendono, si amministrano quanto possono, poi s'arrendono. Salendo nella massima serie ci sono i campioni, le campionesse buoni, ottimi per tutte le stagioni. Poi c'è lei.

È sempre il tempo di Mina. Ottant’anni senza età, e pare incredibile: lei ha smesso d’invecchiare da giovane, quando scomparve dopo l’ultimo concerto del 1978 alla Bussola. Una sola frase: «Mai più». Mina e non più Mina.

Da allora, s’amministra. Vive nel tempo senza tempo, cavalca epoche, rilascia ologrammi di sè. Mina è un eterno Techetechetè che conferma la fatale percezione: di Mina mai più un’altra, quella che c’è sarà per sempre. La migliore di tutti, la migliore in tutti i sensi e a dispetto delle epoche vederla, ascoltarla è esperienza che travolge gli oceani d’inchiostro, i deserti di parole versati su di lei.

Difficile aggiungere qualcosa, eppure proviamoci, partendo dalle intriganti percezioni che confessò Luca Goldoni: quella silhouette sinuosa ed elastica, un anno filiforme al limite dell’allarme, quello dopo rotondetta abbastanza da indurre turbamento, poi di nuovo eterea, tutta acconciatura su nei, e così via per la carriera intera; sulle doti, a che pro infierire quando Louis Armstrong la definiva «la più grande cantante bianca del mondo» (e Renzo Arbore chiosava: «Nera, no; bianca, sì»)?

UN GRANDE SUCCESSO MA SENZA PRENDERSI MAI TROPPO SUL SERIO

Quel che appare dai nostri personalissimi Techetechetè suggerisce tuttavia pensieri laterali: una modernità della ragazza che è atemporalità, la perfetta padronanza di sé, del mezzo e della circostanza, per esempio a tu per tu con un malizioso Sandro Ciotti: «“Ma che cattivo che sei». Si dirà: ma erano tempi sfacciati, anche le altre non scherzavano, prendi una Patty Pravo. Sì, ma Patty, come chiunque altro, voleva esserci, voleva piacere, imporsi, Mina non pareva preoccuparsene affatto, come chi si dà per scontato (il genio, diceva Goethe, presuppone la coscienza di esserlo).

Mina nel 1961 (foto LaPresse).

Con Ciotti, Mina non gioca alla femme fatale, gioca di rimessa, un catenaccio insidioso che sfocia in contropiede: già aveva sfidato, e vinto, i benpensanti, la morale chiesastica, coi suoi legami discussi, il primo figlio che prescindeva da calcoli di bottega. Salvo presentarsi così, a buriana chetata: «Io domando a voi: vi sono mancata?». Certo, Mina sa come manipolare i media: ma sia chiaro che, quando li manipola, vuole dimostrarlo; ci mette un sovraccarico d’ironia. Il suo livello più sottile, invece, qui la sua atemporalità, cova in quell’apparente sottrazione, quello schermirsi sull’argine dello schernirsi, del non prendersi sul serio, ma per finta. Totalmente a suo agio, completamente brava, brava, brava anche quando non canta.

CI SONO I CANTANTI DI SUCCESSO, I CAMPIONI: POI C’È MINA

Altra spia d’eternità: si ripete sempre, per lei come per ogni prodigio artistico, che non patisce i calendari, cioè la sua arte rimane. Un momento. Nel panorama creativo, specialmente della musica convenzionalmente definita “leggera”, ci sono vari gradi di epifania. C’è la meteora, la cicala che canta una sola estate. C’è chi vivacchia sull’onda di un successo, e dopo tira a campare. E poi i bravi, che si difendono, si amministrano quanto possono, poi s’arrendono. Salendo nella massima serie ci sono i campioni, le campionesse buoni, ottimi per tutte le stagioni. Poi c’è Mina. Che, come Lucio Battisti, è buona per ogni stagione. Mina non è mai quella di prima; allo stesso modo, ha il dono d’incarnare (come Lucio, e in Italia come nessun altro) le mutazioni fisiche di una società gattopardesca alla rovescia, che forsennatamente cambia nell’apparente stagnazione.

Tra un soffiar di mille bolle blu e un musicarello ci accompagna nell’onda lunga del boom, poi dello sboom

Se uno vuol capire cos’era il boom della fine dei ’50, deve ascoltare Mina ragazzina, quelle prodigiose accelerazioni vocali, sintomo d’una gran fretta solare, di un passaggio storico irripetibile; già nella decade successiva lei matura, cambia l’approccio, la sua voce è quella, esplosiva ma più sorvegliata, di una consapevolezza ora gioiosa, ora già più problematica, perfino dolente; tra un soffiar di mille bolle blu e un musicarello ci accompagna nell’onda lunga del boom, poi dello sboom, dal Carosello di geniali pubblicità di pupazzetti affettuosi ai primi stridori contestatari che introducono una crisi che si autoadempie; nei conseguenti Settanta, la divina mimesi di Mina assume sfumature di benessere acquisito e un po’ stanco, claustrofobico, sa di ficus in appartamento, di città vuota non per amore ma per fantozziana sincope, di domenica alienante, mentre i fantasmi degli amori danzano lugubri, irridenti quasi (coi tempi, cambiano le “problematiche” e, soprattutto, gli autori).

Mina nel 1967 (foto La Presse).

A quel punto la diva è già leggenda, tra pop, bossanova e jazz riveste ogni autore, non si nega una sfida, pronta all’apologia che sorge dal gran rifiuto dopo l’ultimo concerto alla Bussola (c’è sempre una Bussola nel destino di Mina: per cominciare, per finire…). Il suo decennio rampante, “da bere”, annuncia un nuovo livello di sofisticatezza, un altro modo di cantare, inarrivabile e sfuggente e ancora, nella sua latitanza, una platea di ascoltatori può rispecchiarsi nella voce. Lei si protende nel futuro senza più corpo, incombente assenza, peso impalpabile della Storia. Così sempre più nel domani – indietro lei non torna.

UN’ARTISTA VISTUALE PRIMA DELL’AVVENTO DI INTERNET

Mina diventa virtuale prima della virtualità della Rete, c’è ma non c’è, manca ma insiste di più, riaffiora opinionista sul filo di inevitabili qualunquismi, mentre i dischi scorrono, non lasciano le tracce di prima; eppure non la logorano le incursioni nella nuova musica d’autore, non sempre capita, non sempre resa al meglio, non la penalizzano le insopportabili leggerezze pubblicitarie, non la minano quegli eterni ritorni con Celentano. Mina celebra i sessant’anni di carriera, gli ottanta di vita fuori categoria: da sempre, da subito fa corsa su se stessa e alla fine smette di correre; come Mariolino Corso, interviene se ne ha voglia, quando ne ha voglia, basta un gesto per mettere in circolo una foglia morta così come muore un dolore. E questa non è una biografia in pillole, per l’amor di Dio, ma solo la testimonianza di uno stupor mundi che non passa ogni volta che Mina riaffiora. Fin da un disperso 1958, quando alla Bussola salì per gioco e non la facevano più scendere, lei nata per cantare, per quelle accelerazioni da Ferrari, e poi subito gli “Happy Boys”, e poi Baby Gate, e poi e poi e poi… e poi.

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La paura per il coronavirus raccontata con le canzoni

Si aprono davanti a noi scenari apocalittici, da guerra. E in questo inverno circolare in cui ci ha fatto piombare l'epidemia, anche i versi scritti per tutt'altro prendono un significato diverso e inevitabile.

There’s a blood red circle/On the cold dark ground/And the rain is falling down/The church door’s thrown open/I can hear the organ’s song/ But the congregation’s gone (c’è un cerchio rosso sangue/sulla nuda terra fredda/viene giù pioggia/la porta della chiesa è aperta/si sente un organo suonare/ma i fedeli non ci sono) (My city of Ruins, Bruce Springsteen, 2000).

Tutte quelle canzoni, scritte per tutt’altro, scritte per l’amore che finisce, per la fortuna che finisce, adesso prendono un significato diverso e inevitabile.

Il senso di una paura indefinibile, qualcosa che non basta stare a casa, non respirarsi addosso. Qualcosa che non avevamo conosciuto ma a chi ci ha messo al mondo ricorda scenari apocalittici, di sirene che suonano, e stormi di uccelli di ferro che cacano bombe, e rifugi, e coprifuoco.

UNA PAURA CHE È EPIDEMIA NELL’EPIDEMIA

Tutto avevamo visto, immaginato, aspettato, non questa paura dal nome assurdo, coniato appena ieri e già logoro, epidemia nell’epidemia che passa di bocca in bocca. Il coronavirus evoca misteri ancestrali, voli di pipistrelli, pasti di pipistrelli, mutazioni genetiche e poi il deserto. Non c’è anima che passa da qui/Nelle strade c’è silenzio/Non si vede luce/Tutto ciò che resta immobile/Fragile/Anche l’orizzonte vita non ha/Non c’è scorrere del tempo/Tra le porte chiuse/Sembra di sentire un gemito (La Città Fantasma, Decibel, 2018).

LA PRIMAVERA SI È TRASFORMATA IN UN INVERNO CIRCOLARE

Che primavera è mai questa? Con il chiarore che filtra sempre più presto e gli alberi che quasi fremono nell’attesa del risveglio e gli uccellini che cantano come da un milione di primavere fa. Ma questa volta, questa volta tutto è congelato in un inverno circolare, non aspettiamo niente, non ci accorgiamo di niente.

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Troppo presi a preoccuparci, giustamente. Troppo storditi da notizie sempre nuove e sempre peggiori. È persa questa primavera e una primavera sprecata non torna, è un’occasione di gioia in meno che rimane. La vedremo passare davanti alla finestra, malata anche lei, gravida di vibrazioni morte, pronte a ghermirci. Divisi fra noi, separati fra noi. Alienati e sconfitti.

IL MORBO LASCERÀ UNO SFINIMENTO CONDIVISO

Pericolo di contagio/Che nessuno esca dalla città/Guai a chi s’azzarda/A guardare laggiù/Oltre quel muro/Oltre il futuro/L’epidemia che si spande/L’isolamento è un dovere oramai/Dare la mano è vietato, se mai/Soltanto un dito e l’errore punito sarà… (Contagio, Renato Zero, 1982).


A fare paura non è solo il morbo: è di più la stanchezza, la sconfitta che porta con lui. Questo non è un Paese felice. Zavorrato da mille malattie, incertezze, impedito da se stesso. È una trave a pieno carico dove si posa l’irrilevante peso di un virus e la schianta. Quando tutto sarà finito, perché presto o tardi tutto finirà, non saranno solo le conseguenze economiche, già immani da sole. Sarà molto di peggio, un senso di sfinimento condiviso, una depressione sociale che durerà tanto di più, che penetra nei geni come e peggio del coronavirus e lì di antidoti non ce n’è, bisogna ripartire, come dopo una guerra, ma allora c’era un sogno di libertà che rideva in cuore dopo 20 anni di dittatura. Domani ci saranno solo macerie delle nostre paure, dei nostri comportamenti sconsiderati, dell’avventurismo di chi doveva decidere. Macerie di noi, su di noi.

Bisogna ripartire, come dopo una guerra. Ma allora c’era un sogno di libertà che rideva in cuore dopo 20 anni di dittatura. Domani ci saranno solo macerie delle nostre paure

Anche il resto vorrei sapere/Questa scatola per ricordare/Perché non parla più con me/Perché aggiustarla non so/Chissà se altre ne troverò/Capisco quelle voci per metà/Ma doveva essere grande una città/Quel tempo di tanto tempo fa. (Prima Della Guerra, Eugenio Finardi, 1981).

CHI SI CREDE PIÙ FURBO DELLA REALTÀ

Dove vanno tutti? Dove sciamano, gregge scemo e sbandato, che assalta le stazioni, i treni verso il Sud, che evade da se stesso e diventa focolaio? Dove credono di fuggire credendosi più furbi della realtà? Ma non vedete che tutto si sfalda, ospedali, carceri, sale del potere, discoteche e palestre, e tutto resta in attesa di umanità che invece fugge, che s’inchioda all’incertezza? Non vedete che così spopolate le vostre vite?

TUTTO È VUOTO, COME LE NOSTRE CITTÀ

Le luci bianche nella notte/Sembrano accese per me/E’ tutta mia la città/Tutta mia la città/Un deserto che conosco… (Tutta mia la città, Equipe 84, 1969).
Che anno è? Che primavera è, che Festa della Donna è mai questa, disertata, negata occasione di sorrisi, di luoghi comuni, di tenerezze, di amicizia, di polemica, di tutto ma almeno festa che introduce la primavera? E invece tutto è vuoto. Vuoto come la primavera che arriva. Vuoto come dentro di noi. Vuoto come le nostre città.

Ma so che la città/Vuota mi sembrerà/Se non torni tu. (Città Vuota, Mina, 1965).

UN INCUBO CHE SA DI MILLENARISMO MAGICO

E nelle notti senza voci è un attimo guardare in alto, a quel disco latteo e mormorare: perché? Dimmelo perché. E anche il latrato di un cane adesso mette paura, una paura diversa. Una paura sconosciuta che sa di punizioni divine, di millenarismo magico, di cose che non si capiscono, di incubi che ti svegli e non passano, diventano l’unica realtà. Tu che stai lassù nel buio, e splendi beffarda, dimmelo perché. La quinta luna/Fece paura a tutti/Era la testa di un signore/Che con la morte vicino giocava a biliardino/Era velato ed elegante/Né giovane né vecchio/Forse malato/Sicuramente era malato/Perché perdeva sangue da un orecchio. (La Settima Luna, Lucio Dalla, 1978).

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