Gigino Esposito, lo “spacciatore” di teatro

di Olga Chieffi

All for Gigino, ieri sera, sul palcoscenico virtuale de’ Le Cronache, con quanti hanno lavorato con Gigino Esposito e hanno inteso ricordarlo ad un anno dalla sua scomparsa. L’uomo, l’amico, il regista, l’uomo di teatro, il sorriso, la parola, che aveva il potere di assolvere e di fermare il tempo, quando si era in quel luogo-non luogo che è il teatro. Non bisogna esser schiavi delle proprie tradizioni, della passione dei propri remoti sentieri, dei propri amati spazi, suole ripetere il principe di Serramezzana, Ruggero Cappuccio, è necessario aprire i cassetti, lasciar andare i ricordi le emozioni, in modo che possano vivere per sempre. Ieri sera i cassetti di Gigino Esposito li abbiamo aperti noi, insieme al figlio Arturo, alla nuora Imma Caracciuolo, Claudio Tortora, Antonio La Monica, Claudio Lardo, Ugo Piastrella, Enzo Tota, Ciro Girardi e Gaetano Troiano, che ha preso in mano le redini del teatro Arbostella e i suoi laboratori, e non possiamo non ritrovarci nella riflessione di quanti tra attori e pubblico abbiano frequentato i “suoi” spazi teatrali di aver scoperto dentro di noi una nuova, particolare qualità d’animo, un patrimonio di sentimenti e valori ricchissimo, quell’educazione all’amore per l’arte che Gigino, col suo esempio, nel suo passaggio terreno è riuscito a trasmetterci. Gigino “spacciatore” di teatro, la simpatica definizione di Ciro Girardi, poiché tutti potevano e dovevano essere catapultati in palcoscenico, per provare le sue stesse ineffabili emozioni. E di “iniziati” Gigino ne ha avuti tanti, coi suoi laboratori, le sue collaborazioni, i famosi post-spettacoli e post-prove, che sono i momenti più belli e intensi dopo la performance, poiché l’adrenalina continua a circolare, pensando al giudizio del pubblico e a quelle piccole limature che nelle repliche porteranno a migliorare la recitazione. La scomparsa fisica, materiale, di Gigino, è avvenuta in pandemia, e la ripresa, ha sottolineato il figlio Arturo ed è stata più difficile da sostenere, unitamente alla responsabilità di mantenere sempre vivo il ricordo del fondatore del teatro Arbostella, uno spazio che era diventata la sua prima casa. Il seme Gigino Esposito lo ha gettato e tante sinergie nell’ ambiente teatrale salernitano sono state create anche dalla sua opera, dal suo “fare”, che sta per poieo e, quindi, per poesia e toccherà a tutti coloro che abbiamo incontrato ieri sera, mantenerle vive e forti, ad iniziare da questa stagione estiva, per la quale si immagina già uno spettacolo con tutte le cosiddette “vecchie glorie” che, oggi, hanno una propria compagnia. Tre gli aforismi con cui Enzo Tota ha schizzato indelebilmente Gigino Esposito “Quante più doti interiori ha l’uomo, tanto più vale la sua persona”, “Non amo gli arroganti e i convinti che fanno mostra di sé. Preferisco l’umiltà degli invisibili. Quelli che sono qui non per spaccare il mondo ma per riattaccarne i pezzi”, “Una parola delicata, uno sguardo gentile, un sorriso bonario possono plasmare meraviglie e compiere miracoli”, perfettamente calzanti con l’estetica di vita dell’amico. A sigillo della serata il dono della visione della messa in scena del 2014, firmata da Gigino Esposito de’ “L’ultimo scugnizzo” di Raffaele Viviani, datato 1932. Giovanni Bonelli veste perfettamente i panni di ‘Ntonio Esposito, lo scugnizzo, «cresciuto alla scuola della strada, dove si passa senza esami», che, nell’imminenza di diventare padre, sente la responsabilità di trovare un’occupazione qualsiasi per sposare la ragazza incinta e dare uno stato civile al bambino atteso. Palcoscenico aperto, semplici elementi scenografici, le scelte di Gigino Esposito, nel suo asciutto rigore, poiché Viviani ha conosciuto per propria esperienza, in Napoli poverissima, la condizione del più povero; e gli basta, talvolta, una battuta, un distico, per descriverla e vendicare il suo popolo dalle umiliazioni, dalle offese, dalla secolare ingiustizia. La sua, però, non è mai una parola ribelle, ma è sempre una parola amara, tagliente, dolorosa, è quella dell’uomo del popolo che sta dalla parte del popolo, e del poeta che sa dirne il dolore. Un mondo che ha come centro la strada, perché la strada è il cuore di Napoli, la strada dai mille vicoli che sono le arterie da cui fluisce ed in cui rifluisce la vita, la strada con i suoi “palazzi” e “palazzielli”, con i suoi bassi e le sue botteghe: di giorno fra i mille frastuoni, con le sue friggitorie, le sue pizzerie, i suoi “posti” di verdura e di frutta, i venditori ambulanti e la folla che pullula e vocia; e di notte è legata al mito della serenata e dei guappi. Anche se l’azione, per caso, si svolge in ambienti chiusi, la strada è sempre il presupposto e lo sfondo dell’azione; maestra di vita, origine e spirito animatore di un’arte inconfondibilmente popolare, che nasce dall’osservazione poetica di una realtà che interessa al di là dei confini cittadini; ed è, perciò arte nazionale. Autentici, carnali, sarcastici, a tratti dolenti, e in questa loro assoluta autenticità, assai moderni, tutti gli attori della compagnia da Rita Cariello, che interpreta Maria, un eccezionale Vincenzo Galdo che dà voce all’Avvocato Razzulli, Titty Mangrella il ruolo di Donna Rosa, moglie del Razzulli, Nicoletta Romano, nei panni di ‘Nnarella, madre di Maria e prossima suocera di ‘Ntonio, Mariarosaria Milito, interpetre di Donna Palmira, amante dell’avvocato e moglie di “Peppe ‘o navigante”, un convincente Franco Montinaro. A completare il cast, Annamaria Milito, Freddy Trevisone, Nando ed Enrico Cerenza, Sara Bisogno, Rosanna De Bonis, Massimo Santoro, Susi Pavolillo, Emilio Melfi, Cristiano Candurro, Michele Rega, Lina De Santis, Laura Garzione e il piccolo Luca Santise, interpreti di una promessa d’arte fa a se stessi e a Gigino Esposito.

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Al Delle Arti “La magica storia della pizza”

E il sogno realtà diverrà…Non poteva che ispirarsi alla canzone delle favole per antonomasia la ripartenza della Compagnia dell’Arte, pronta a riaprire il sipario alla famiglia. La zona gialla splende come il sole anche sulla città di Salerno e il team è pronto a tornare in scena per cantare, recitare e ballare al cospetto di piccoli e grandi. Si ricomincia domenica 2 maggio alle 11, 17 e 19.15: al Teatro delle Arti tre repliche per “La magica storia della pizza”. «Siamo tra i primi a spalancare le porte del teatro, in sicurezza ovviamente – dice il regista Antonello Ronga – non vediamo l’ora. Lo faremo con una leggenda. Chi ha inventato la pizza? Tra mille versioni, noi ne proponiamo una personalissima» La Storia. Napoli, in un fantasioso periodo storico che si aggira intorno al 700, secolo più secolo meno, un simpatico cuoco squattrinato si troverà a vivere un’avventura straordinaria con il suo fidato amico Pulcinella. Insieme come don Chisciotte e Sancio Panza si muoveranno per la città cercando di salvare la popolazione dalla fame. Incontreranno re e regine, personaggi della tradizione e soprattutto il popolo, che soffre la fame ma che si rallegra per una bella canzone. Acqua, farina, pomodoro, mozzarella e tanta magia, saranno i veri protagonisti di questo spettacolo da vivere con tutta la famiglia. Sul palco la compagnia diretta dal regista Antonello Ronga, pronta a rialzarsi dopo questo terribile momento di incertezza e di dolore che ha colpito il mondo della cultura e del teatro. Gli attori, Francesco Sommaripa (autore anche delle sorprendenti scenografie), Francesca Canale, Rossella Cuccia, Mauto Collina, Marco De Simone, Teresa Di Florio, Alessandro Musto, il Professional Ballet coreografato da Fortuna Capasso (anche nel cast degli attori), non vedono l’ora di condividere con il pubblico aria di normalità. I costumi sono di Paolo Vitale, service di Gfm. Già pronti gli altri titoli: Jesper il postino di Santa Klaus (il 9), Anastasia tra storia e leggenda (il 23), Aurora: Bella Addormentata (il 30), Il Principe d’Egitto (il 6 giugno). Il costo del biglietto 10 euro per il bambino, 12 per l’adulto. Per informazioni e prenotazioni: 388 3589548.

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De Cristofaro e “Sei personaggi in cerca d’autore”

di Monica De Santis

Il 9 maggio 1921 al teatro Valle di Roma, va in scena per la prima volta in assoluto il dramma più famoso di Luigi Pirandello: “Sei personaggi in cerca d’autore”. L’esito che si ottenne non fu di certo quello previsto. Fu infatti tempestoso, gli spettatori contestarono la rappresentazione al grido di “Manicomio! Manicomio!”. Per far si che quest’opera, considerata la prima della trilogia del teatro nel teatro di Pirandello, della quale fanno parte anche “Questa sera si recita” a soggetto e “Ciascuno a suo modo”, potesse ottenere il successo desiderato, nella sua terza edizione, quella del 1925 Pirandello, aggiunse una prefazione nella quale chiariva la genesi, gli intenti e le tematiche fondamentali del dramma. Il 9 maggio 2021 a 100 anni di distanza da quella prima, poco felice, rappresentazione al Teatro Nuovo di Salerno, vi sarà un evento corale a cura di “corpo novecento”. Un evento molto articolato e diretto dall’attore e regista Pasquale De Cristofaro. Un programma quello al quale il pubblico del Teatro Nuovo potrà assistere, gratuitamente e previa prenotazione, che prevede frammenti video di alcune scene dei Sei personaggi in cerca d’autore (nella versione di De Lullo-Valli, 1964). A seguire, coordinati Alfonso Amendola, le relazioni di Francesco G. Forte e Rino Mele che riflettono sulla centralità dell’opera di Pirandello e in particolare dei suoi Sei personaggi (che assieme a “Ciascuno a suo modo” e “Questa sera si recita a soggetto” completano la “trilogia del teatro nel teatro”). La serata si conclude con due reading: Monologo del Figlio di Paolo Puppa e Monologo della Figliastra con Rosanna Di Palma per la regia di Pasquale De Cristofaro. Un evento che ha lo scopodi far ritrovare la potenza espressiva dei “Sei personaggi in cerca d’autore”, lavoro cardine per tutta l’Avanguardia europea e statunitense, spazio d’innovazione tra invenzione metateatrale, riflessione sulla scrittura, innovazione tra intreccio e narrazione. Ma soprattutto ingresso della vita che esplode in scena. Quel desiderio di vita, oggi più che mai necessario, che ci auguriamo possa nuovamente irrompere in tutti i teatri a partire da questa domenica 9 maggio al Teatro Nuovo di Salerno. L’ingresso è gratuito, ma è necessaria la prenotazione telefonica ai numeri 089 220886/3396510974. Saranno rispettati tutti i protocolli di distanziamento e prevenzione previsti dalla vigente normativa anti-covid. La capienza della sala sarà notevolmente ridotta. Questa la scaletta della serata: Teatro Nuovo Salerno 9 maggio 2021 (ore 17.30) “corponovecento” in collaborazione con Teatro Nuovo Salerno presentano 9 maggio 1921 – 9 maggio 2021 Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello (a cento anni dalla prima rappresentazione) Programma di sala: ore 17,30 Introduzione di Pasquale De Cristofaro video proiezione di alcune scene dei Sei personaggi in cerca d’autore (nella versione di De Lullo-Valli, 1964) ore 18,30 (pausa) ore 18,45 Interventi di Francesco G. Forte (Editore, Oèdipus Ed) e Rino Mele (Presidente di “Ex Machina”, Fondazione di poesia e storia). Coordina Alfonso Amendola (Università di Salerno) ore 19,30 (pausa) ore 19,45 Monologo del Figlio di Paolo Puppa e Monologo della Figliastra con Rosanna Di Palma, di Pasquale De Cristofaro.

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Vito Cesaro: “Vi racconto l’amore per il Teatro”

di Gaetano Del Gaiso

Vito Cesaro, è un attore, regista e organizzatore teatrale. Vive a Bellizzi e da anni è il direttore artistico del Teatro Giffrè di Battipaglia, dove oltre ad offrire una stagione per adulti, organizza spettacoli per le scuole e laboratori teatrali. Ma come e quando Vito Cesaro ha deciso di voler intraprendere la carriera di attore e regista teatrale e di cosa, in particolar modo, la convinse, che calcare il linoleum di un palcoscenico avrebbe potuto restituirle tutte quelle emozioni, quelli sensazioni che, illo tempore, avrebbe voluto far proprie della sua persona? “Iniziamo col dire che fu negli anni ’90 che iniziai a muovere i miei primi passi nel mondo del teatro e dell’intrattenimento audio-visivo, a seguito dell’incontro avvenuto con la figlia del ‘Principe’ partenopeo della risata, Liliana De’ Curtis, e con Aldo Giuffrè, della cui compagnia ho potuto beneficiare per diversi anni e col quale mi introdussi al discorso dell’elaborazioni dei testi teatrali, ch’ebbi, poi, modo di approfondire, successivamente, per mezzo delle numerose e proficue collaborazioni occorse con artisti del calibro di Enrico Vaime e Luigi Lunari. Sospinto, poi, dalla curiosità nei riguardi di ciò che comportasse l’investirsi dell’onere di dirigere uno spettacolo teatrale, riuscii ad avviare un sodalizio collaborativo con Vito Molinari, registra televisivo oltre teatrale, che mi portò ad apporre la mia firma in calce a contratti di produzione, in qualità di regista, di spettacoli di artisti della caratura di Carlo Croccolo, ad esempio, oppure di opere liriche, fra cui ricordo con affetto ‘La cavalleria rusticana’ di Pietro Mascagni e l’Aida’ il ‘Falstaff’ di Verdi, che peraltro sono risucito anche a portare all’estero. E ancora, in ambito cinematografico, mia e di Antonino Miele la firma per il cortometraggio ‘Volevo solo vivere – Treno 8017 – L’ultima fermata’, hommage all’omonimo docu-film del 2006 diretto da Mimmo Calopresti sulla strage di Balvano, con Carlo Croccolo nel ruolo di protagonista. Di recente ho poi realizzato un docu-film, in collaborazione con l’IMAIE, che riguarda l’imitatore salernitano Mario di Gilio, divenuto famoso per la sua collaborazione con Totò; il titolo del docu-film è: “A mia insaputa”, e vnata la partecipazione sia di Di Gilio stesso che di Peppino di Capri”. Di cose da raccontare ne avrebbe e certamente una più interessante dell’altra… “Diciamo di sì, visto che di collaborazioni importanti, nel tempo, se ne sono susseguite in gran sporta: Lando Buzzanca, Carlo Croccolo, Maurizio Micheli, Lello Arena, Pipolo, Caludio Insegno, Pino Caruso, Ric e Gian, un corposo parterre artistico con cui posso vantare di aver’ avuto a che fare’, se così si può dire. E ce ne sarebbero pure molti altri, ma adesso, ahimé, non li ricordo tutti”. Come e quando nasce il Teatro Sociale Aldo Giuffrè di Battipaglia? “Il Teatro Sociale Aldro Giuffrè nasce circa tre anni orsono da un’idea di Ilaria Valitutto e del sottoscritto: a seguito della vittoria di un bando indetto dal Commissario prefettizio pro tempore di Battipaglia, ai tempi in cui v’era una terna prefettizia ad amministrare gli affari della cittadina, potemmo fregiarci dell’usufrutto di uno spazio teatrale sino ad allora caduto in disuso che abbiamo provveduto, successivamente, a ristrutturare e ad adeguare alle attività che avremmo voluto offrire ai nostri discenti e al nostro pubblico. Tutt’ora vi sono ancora dei lavori di adeguamento in corso, per i quali abbiamo approfittato di questa ‘pausa’ a cui ci ha costretti lo scoppio della pandemia da Covid-19, tra cui – e di questo sono particolarmente orgoglioso – figurano delle installazione di Live art e di Videomapping che occorrono alla realizzazione di un progetto molto interessante che interessa non soltanto il nostro teatro, inteso proprio come luogo fisico in cui assistere agli spettacolo, ma anche la comunità del piccolo borgo montano cilentano di Roccagloriosa”. E di che progetto di tratta? “Si tratta, in pratica, della messinscena de ‘Il carro di Dioniso” di Ettore Romagnoli, opera scritta dal grecista e letterato romano nei primi anni ’30 del ‘900, per la quale abbiamo, innanzitutto, coinvolto l’ex Miss Italia 1996 e adesso attrice e regista teatrale Denny Mendez, che vestirà i panni della principessa Asteria, figlia di Anticlo, principe di Gela, e, in secondo luogo, immaginato, quale luogo per la sua rappresentazione, gli scavi archeologici del comune di Roccagloriosa, nel Parco Nazioanle del cilento e del Vallo di Diano, in provincia di Salerno, risalenti al IV secolo a.C., quindi, alle ultime evidenze campane delle civiltà etrusco-sannitiche prima dell’avvento delle comunità balcaniche che ne spinsero i confini sempre più a nord. Grazie a queste installazioni di Live Art e di Videomapping, potremo offrire a coloro che non potranno raggiungerci a Roccagloriosa, tutte le suggestioni offerte dal parco all’interno degli ambienti del Teatro Sociale di Battipaglia. Non nascondo di essere particolarmente orgoglioso di questo progetto”. E’ un progetto di valorizzazione davvero molto interessante, specie perché teso alla valorizzazione non soltanto dell’opera di uno dei più importanti fiologi del XX secolo, ma anche del patrimonio culturale, naturale e paesaggistico di uno degli agglomerati urbani montani più suggestivi del Parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano. Ma, quello che riguarda ‘Il carro di Dioniso’ è il solo lavoro che vi ha tenuti impegnati in questo perioro di ‘fermo amministrativo’? “Diciamo di no, anche perché stiamo preparando un format davvero molto particolare dal nome ‘La famiglia Verde’, che, in buona sostanza, è una sit-com recitata in teatro che consta di quattro episodi della durata, più o meno, di un’ora ciascuno, cui si potrà assistere sia dal vivo, sia sui nostri profili social, dove questi episodi verranno riproposti in brevi frammenti di circa 15-20 minuti, sia in differita su di un canale satellitare con cui, in questi giorni, stiamo chiudendo un contratto di distribuzione. Questa produzione, unitamente a moltissime altre produzioni originali e non, sarà incluso nel nostro palinstesto di attività per il cartellone 2021-2022”.

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Valentina Mustaro presenta la sua “Ribalta”

Gaetano Del Gaiso

Valentina Mustaro è dal 2012 la dirigente artistica del Teatro La Ribalta, nome dell’omonima compagna fondata nel 2003, quando aveva solo 16 anni. “Beh, diciamo che tale asserzione è vera solo in parte quanto sì, ho fondato la compagnia del La Ribalta da giovanissima, ma è anche vero che, almeno nelle fasi iniziali, sono stata aiutata tantissimo dai miei genitori in tutto ciò che riguardasse la gestione economica e amministrativa della compagnia”-. Nonostante ciò, pare che lei avesse, già allora, le idee molto chiare circa il percorso professionale che avrebbe voluti intraprendere? “Vero in parte anche questo: dovete sapere, infatti, che quella per il teatro è una passione che coltivo sin da quando ero una bambina non più alta di un soldo di cacio. C’è un aneddoto, in particolare, che mi piace spesso ricordare e che, a sua volta, mi è stato tramandato da mia madre e da mio padre, e che ci riporta indietro all’epoca in cui avrei dovuto affrontare il mio esame di V elementare, quello propedeutico al passaggio alle scuole secondare superiori di I grado e che adesso, praticamente, non c’è più o, almeno, è stato sostituito dalle prove Invalsi: per rilassarmi, decisi di voler guardare qualcosa alla TV e, al contrario di quanto ci si possa immaginare, anziché distendermi sottoponendo il mio intelletto alle velleità concettuali tradizionalmente offerte da un cartone animato, ad esempio, tirai fuori il mio VHS di “Otello” e lo guardai tutto, da cima a fondo. Se a questo, poi, aggiungiamo il fatto che ogni pretesto, ludico o formativo che fosse, era buono per imbastire una rappresentazione teatrale, con tutti i limiti del caso, chiaramente, credo possiate, a questo punto, a ver traccaito bene il profilo della mia ossessione per il teatro in tutte le sue forme”. Lei ha un curriculum formativo e professionale di tutto rispetto: laureata in ‘Regia teatrale e conduzione di gruppi teatrali’ all’universita degli Studi di Roma Tre, laurea specialistica come ‘Educatrice professioale e coordinatrice di servizi socio-sanitari’, un master di I livello in ‘Artiterapie: metodi e tecniche di intervento in ambito educativo e riabilitativo’, sempre conseguito presso l’Università degli Studi di Roma Tre; e ancora stage formativi presso Gary Brackett (Living Theatre), Claudio Spadola (per la Biomeccanica di Mejeerchol’d), Michele monetta (mimo e linguaggio corporeo) e Michael Znaniesky (Centro di movimento). E la lista prosegue ancora copiosa e inenarrabile… “Ricordate quando vi ho parlato della mia ossessione per il teatro? Ahah – ride. diciamo pure che mi sono data da fare per poter fare in modo di trasformare la mia passione in una preziosa opportunità di realizzazione professionale ed esistenziale. Quando ero a Roma mi sono sottoposta a ogni genere di fatica per mantenere me e i miei studi e, nonostante ciò, ogni quiondi giorni trovavo il tempo di tornare giù, a Salerno, per assistere alle prove della neofita compagnia per quei pochi spettacoli che riuscivamo a metter su nel corso dell’anno. Completati gli studi e ottenuti alcuni risultati professionali piuttosto soddisfacenti, mi trovai dinanzi a una scelta che prevedeva, da un lato, la prosecuzione dei miei studi essendomi state aperte le porte per un dottorato di ricerca sempre presso l’universita degli Studi di Roma Tre; dall’altro, proseguire il mio cammino con la Compagnia dl Teatro La Ribalta e trasformarla da una compagnia a matoriale quale foss, in una compagnia professionale con cartelloni ben più ricchi di quelli presentati sino ad allora. Ancora una volta, credo possiate immaginare cosa accadde, perché altrimenti non saremmo qui a fare questa intervista”. La vostra offerta non si limita soltanto alla produzione di spettacoli teatrali editi e inediti, ma anche alla formazione delle nuove leve dell’esercito’ di Melpomene e alla sensibilizzazione dei più giovani per ciò che riguada il teatro e le sue complesse dinamiche attuative? “Sì. Esistono due progetti paralleli di teatro-scuola che si chiamano ‘Il teatro va a scuola’ e ‘La scuola va a teatro’. Col primo, proponiamo agli istituti ai quali ci rivolgiamo, spettacoli editi e inediti che rappresentiamo all’interno degli spazi scolastici anche liddove le scuole che ci ospitano non dispongono di un teatro vero e proprio in cui allestire le nostre rappresentazioni. Che sia un atrio spazioso, un’area verde di modeste dimensioni, un’aula inutilizzata poco importa: noi ci mettiamo la nostra professionalità e i ragazzi la loro attenzione per il puro scopo di essere intrattenuti e, nel migliore dei casi, istruiti, in maniera diretta e indiretta, su concetti come quello della diversità, del pregiudizio, della libertà, del coraggio, dell’inclusione sociale. Col secondo, l’offerta è praticamente la medesima con la sola differenza che siamo noi stessi ad ospitare le scuole presso la nostra struttura”. Con un parterre di offerte consolidato quale il vostro, la pandemia sia stato un boccone amaro da mandare giù? “E’ proprio così, anche se siamo riusciti a limitarne i danni e ad arginare le conseguenti perdite con attività come teatro a distanza, per le quali abbiamo chiesto anche a non attori di cimentarsi in monologhi che abbiamo registrato e pubblicato sui nostri profili social. Mentre, nell’ultimo periodo, ci siamo dedicati a una sorta di format televisivo che è ‘Live: non è La Ribalta’, a cadenza quindicinale, per il quale organizziamo dei veri e propri simposi digitali in cui parliamo di teatro insieme ad alcuni esponenti delle compagnie che avrebbero dovuto rappresentare i propri spettacolo presso la nostra struttura per la stagione 2020-2021”. Avete altri progetti in cantiere per il prossimo futuro? “Beh, ovviamente speriamo che questa sia la volta buona in cui i teatri avranno la possibilità di poter esercitare le proprie attività a pieno regime; per cui, oltre a focalizzarci, in maniera articolare, sulle produzione destinate ai bambini – la prossima settimana, ad esempio, torneremo con “Alice nel paese delle meraviglie”, vorremo riuscire, finalmente, a portare in scena la nostra visione, in stile Commedia dell’Arte, de ‘La Mandragola’ di Niccolò Machiavelli”.

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Don Felice, Dulcamara e l’amore di Ugo Piastrella

di Olga Chieffi

Sabato champagne con Ugo Piastrella, ospite del format virtuale del quotidiano “Le Cronache”, in diretta sui social del giornale, il quale dopo il dialogo familiare ha donato ai follower del contenitore teatrale la commedia brillante “Don Felice e le pillole dell’amore”, adattata in napoletano, da Benedetto Casillo, dalla celeberrima pochade scritta da Charles Maurice Hennequin con la collaborazione di Paul Bilhaud, nel 1904, Le pillole d’Ercole una serie di irresistibili gags, qui pro quo, colpi di scena, un grande meccanismo comico che offre al contempo un’acuta osservazione critica dell’animo umano. Una puntata, questa, che ha esordito con una sigla, firmata da Nicola Cerzosimo, che ha quale commento sonoro l’entrata del Dottor Dulcamara, personaggio chiave dell’Elisir d’Amore di Gaetano Donizetti, che ha fatto, ieri senza volerlo, il paio con Felice Sciosciammocca, interpretato mirabilmente da Ugo Piastrella. Benedetto Casillo, ha infatti, affidato il ruolo del protagonista a Felice Sciosciamocca, il quale più che una maschera è una mezza maschera, un carattere in gergo teatrale che fa il suo ingresso nella società borghese partenopea a fine Ottocento, quando grazie al talento immaginifico di Antonio Petito, la più celebre maschera dell’epoca, il teatro partenopeo subisce una profonda trasformazione. Felice col suo abbigliamento e linguaggio imborghesito è l’espressione di una classe sociale e di un’epoca che, seppur lontana, ha similitudini che si adattano a quelle attuali. La storia di questa divertentissima pièce gravita attorno a due medici, uno dei quali ha inventato “la pillola dell’amore”, un portentoso ritrovato della medicina, estremamente afrodisiaca. Ma cosa succede se la pillola viene utilizzata per vincere una scommessa? Se poi si aggiungono una carrellata di colorati personaggi e una moglie innamorata il risultato è di sicuro effetto e dà luogo ad un concatenarsi di spassosi eventi, dal meccanismo drammaturgico ad alto ritmo in cui intrighi, malintesi e colpi di scena generano un’esplosiva miscela di comicità. Il testo mostra ancora oggi una freschezza di dialoghi sorprendente e funziona dove in ogni istante la vicenda si complica arrivando a generare situazioni così paradossali e complicate che sembra impossibile allo spettatore, tra una risata e l’altra, che tutto ritorni alla normalità, arrivando ad un lieto fine. Una regia quella di Ugo Piastrella, che abbiamo applaudito in scena che parte dal dettaglio scenico, che può essere un gesto, un’espressione, un silenzio, il dubbio, per arrivare alla parola comica, alla battuta. Dieci interpreti tra cui citiamo Gigi Esposito nel ruolo di Michele assistente di Don Felice, Ciro Girardi Omar Nariell, pascià, Teresa Guariniello, Margherita , Moglie di Don Felice, Teresa Memoli, Bianca Colomba, paziente, Don Felice Sciosciammocca medico scienziato, Ugo Piastrella, Antonello Cianciulli, nei panni di Bartolomeo Palumbo, comandante di Marina, Margherita Rago, ex canzonettista Rosaria Sellitti, Florence, sua figlia, Giusy Trevisone, Brigida, cocotte e Aldo Flauto, nel ruolo di Rafaele, portiere della pensione, che dalle tavole del Nuovo, hanno poi preso il volo. Un Nuovo, che si prepara – ha dichiarato Ugo Piastrella – ad aprire le sue porte il 9 maggio, con un omaggio a Luigi Pirandello e ai “Sei personaggi in cerca di autore”, un incontro, una riflessione, con performance e video, affidata a Pasquale De Cristofaro, per poi procedere alla rassegna estiva, da tenersi all’Arena del mare, e cominciare ad impostare la stagione autunnale il cui evento principe sarà la commedia eduardiana “Bene mio core mio”, oltre l’abituale collaborazione con Gino Cogliandro. “Vogliamo portare i giovani a teatro – ha continuato Ugo Piastrella – e lo faremo aprendo le porte del Nuovo anche gratuitamente. Già i vecchi abbonati stanno tempestandoci di richieste e telefonate ma noi desideriamo che il testimone venga raccolto dalle nuove generazioni sopra e fuori del palcoscenico”. Abbiamo poi ricordato il bel rapporto con Vincenzo Salemme, il quale dal Nuovo è partito con “L’ultimo desiderio” e quegli atti unici che poi, “allungati”, si sono trasformati in commedie sempre sold out, come “E fuori nevica”, e in film, quali “L’amico del cuore”, rinnovando quella tradizione della Salerno teatrale, splendida “provinciale” che aveva la fortuna di distare soli cinquanta chilometri da Napoli, tra cui ricordiamo la prima assoluta de’ “I figli del Sole” di Gorkij al Verdi, il 4 gennaio 1907 allestita dalla compagnia di Italia Vitaliani, cugina della Eleonora Duse, tenuto in cartellone per una settimana, che attirò la stampa nazionale ed estera in città, sino alla rivoluzione degli anni ’70, che ancora salutavano Salerno come centro ferace di attività teatrale e musicale. Questo il link per rivedere la puntata https://youtu.be/b0yZUJf1dVc

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“In Palcoscenico” con Ugo Piastrella

di Monica De Santis

Quarto appuntamento con “Palcoscenico Le Cronache” il format dedicato al mondo del teatro e della danza che va in onda, in diretta ogni sabato alle ore 19 sulla pagina Facebook di Le Cronache e sul canale YouTube sempre di Le Cronache. Ospite della puntata, condotta da chi scrive e da Olga Chieffi, sarà l’attore, regista e direttore artistico del Teatro Nuovo di Salerno Ugo Piastrella. Con Piastrella si parlerà di teatro, della classica commedia partenopea e anche, perchè no, dei prossimi progetti che saranno messi in atto al Nuovo di Salerno. A seguire il pubblico collegato potrà assistere alla visine della commedia Don Felice e le pille dell’amore. Una divertentissima commedia, tratta da una brillantissima pochade francese, riscritta in napoletano da Benedetto Casillo. Il testo racchiude un grande meccanismo comico ed offre al contempo un’acuta osservazione critica dell’animo umano. La storia funziona come un meccanismo ad orologeria, dove in ogni istante la vicenda si complica arrivando a ingenerare situazioni così paradossali e complicate che sembra impossibile allo spettatore, tra una risata e l’altra, che tutto possa ritornare alla normalità. La regia ha sapientemente messo a frutto il ritmo pressante della storia, unitamente ai tempi comici incessanti e perfetti degli interpreti, resi ancora più accattivanti dalla trasposizione in napoletano che offre un linguaggio più immediato e personaggi più caratteristici, ottenendo un crescendo di comicità coinvolgente ed irresistibile. La storia vede il dottor Felice Sciosciammocca (Ugo Piastrella), medico, scienziato e marito fedelissimo, che per colpa degli effetti delle “pillole d’Ercole”, pastiglie altamente afrodisiache di sua invenzione, si troverà forzosamente ad affrontare in questo fresco e spumeggiante “vaudeville” una serie di incredibili inconvenienti. Le pillole, somministrategli per errore dal suo assistente e amico Michele, trasformano don Felice, suo malgrado, in un irresistibile dongiovanni ed un mandrillo scatenato, costringendolo ad un involontario tradimento, che avviene in un albergo dove va a visitare e, per effetto delle pillole, sedurre le 8 mogli turche di un pascià turco-ottomano-napoletano (Ciro Girardi). Tutto potrebbe passare sotto silenzio, se non comparisse all’improvviso il pascià, che scoperta la scappatella (di una sola delle mogli!) decide di vendicarsi, con il classico “occhio per occhio”, pretendendo, in alternativa al delitto d’onore, di fare all’amore con la moglie di don Felice. In pratica: “o le corna o la morte”. Per salvare la propria pelle e per non soffrire nel vedere l’amatissima moglie Margherita nelle braccia di un altro, il medico e l’amico assistente, dopo aver provveduto a spedire la consorte legittima il più lontano possibile, si trasferiscono in un albergo termale ed architettano un piano per presentare al turco una giovane cocotte nelle vesti di moglie di don Felice ed assolvere così al debito d’onore. Ciò però li renderà vittime del loro stesso complotto, dove, tra irresistibili gags, equivoci e colpi di scena, la matassa sembra non possa mai sbrogliarsi anche per la presenza non di una ma di due mogli finte e per l’arrivo improvviso di quella vera e di una serie di personaggi bizzarri e spassosi: oltre il già citato pascià turco-ottomano, un incontenibile Comandante della Marina (Antonello Cianciulli) che ritrova un suo vecchio amore ex soubrette con la figlia cantante lirica molto disponibile; una bigotta zitella (Teresa Memoli), ancora giovane che prima subisce le avances del medico e poi, grazie alle pillole, diventa assatanata, rincorrendo don Felice davanti al portiere dell’albergo sempre più frastornato. Solo l’utilizzo, ancora una volta, delle pillole su alcuni dei personaggi coinvolti riuscirà a dimostrare la buona fede del protagonista ed a riportare il sereno ed il classico lieto fine

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Vincenzo Albano: “Potevano pensare ad altre soluzioni”

Se proprio coprifuoco doveva essere, si poteva immaginare, perchè no, il regolare biglietto di ingresso agli eventi come un pass per il rientro posticipato degli spettatori presso le proprie abitazioni, così da consentire a noi operatori culturali di poter effettuare i nostri spettacoli senza doverci preoccupare dello stop obbligatorio prima delle 22, visto che per quell’orario le persone dovranno già essere nelle proprie abitazioni. Non sarebbe stata certo la soluzione ottimale, ne siamo molto lontani, ma intanto un segnale di incoraggiamento nei confronti di un settore che già lo scorso anno ha dimostrato di poter monitorare l’affluenza del pubblico e che non ha registrato nessun caso di contagio tra il pubblico: Si poteva ipotizzare ad esempio di mettere in campo operazioni di tracciamento, e agire nel rispetto delle misure anticontagio.

Vincenzo Albano Direttore artistico Erre Teatro

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Il Delle Arti il 26 riapre al cinema, Il Nuovo il 3 maggio al teatro

di Monica De Santis

Riparte il mondo della cultura. Nel nuovo Dpcm il governo Draghi ha infatti stabilito che dal 26 aprile teatri, cinema e spettacoli saranno consentiti all’aperto. Al chiuso dovrebbero essere consentiti con i limiti di capienza fissati per le sale dai protocolli anti contagio. La notizia è stata accolta in maniera positiva da parte degli operatori salernitani, anche se per tutti la decisione è stata un po’ tardiva. “I teatri a fine aprile di solito concludo la loro stagione, quindi la riapertura al chiuso diciamo che serve a poco, senza contare che le compagnie non sono pronte. - spiega Arturo Esposito del Teatro Arbostella – In questi mesi di chiusura nessuno ha potuto provare ne nuovi allestimenti e neanche spettacoli precedenti. Certo è un segnale positivo. Noi adesso cercheremo di accellerare i lavori interni così da poter essere pronti per settembre se non cambieranno le cose e potremmo continuare a stare aperti. Intanto ci prepariamo per l’estate. Stiamo valutando sia di ripristinare l’Arena Arbostella e sia di fare qualche spettacolo, se il Comune ci ridarà l’opportunità, all’Arena del Mare”. Positivo anche il commento di Claudio Tortora, direttore artistico del cinema – teatro Delle Arti… “Non possiamo far ripartire il teatro al chiuso perchè non vi sono spettacoli pronti, ma possiamo e sicuramente lo faremo far ripartire il cinema. Dal 26 aprile, se non cambierà nulla il Delle Arti è pronto a ripartire. Per il teatro speriamo di riuscire a lavorare in estate all’aperto e poi di ripartire da ottobre con gli spettacoli al chiuso. Nei prossimi giorni vedremo anche di ipotizzare una stagione teatrale per il prossimo inverno, ma per presentarla aspetteremo ancora un poco”. Guarda all’estate anche Ugo Piastrella, direttore artistico del Teatro Nuovo… “Sicuramente al chiuso non si potrà fare molto, come Teatro Nuovo abbiamo pensato di mettere in scena uno spettacolo il prossimo 3 maggio e presentare anche la prossima stagione teatrale. Ovviamente sempre se non vi saranno cambiamenti. Per il resto ci auguriamo di poter lavorare in estate, di far ripartire il settore già da giugno con spettacoli all’aperto, molto dipenderà ovviamente da cosa deciderà anche l’amministrazione comunale”.

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Antonio, 12 anni, e il suo sogno di diventare un burattinaio

di Monica De Santis

Antonio Giardullo, è un simpatico ragazzino di 12 anni. Vive con la sua famiglia a Battipaglia. Frequenta la seconda alla scuola media Gatto. Ed ha una grande passione. Una passione per i burratini. Passione che è cresciuta con lui. Da piccolo andava sempre a vedere gli spettacoli del maestro Ferraiolo… “Mi sono sempre piaciuti – racconta Antonio – e i miei genitori ad ogni fine spettacolo mi compravano un burattino, così a casa potevo giocare” Crescendo, Antonio ha trovato un artigiano a Cava de’ Tirreni che ha iniziato a costruirgli i burattini… “Non sono grandi come quelli che usano i Ferraiolo ma sicuramente sono più grandi di quelli che vendono loro”. Tutti i burattini che si è fatto costruire così come il suo piccolo teatrino si trovano in un piccolo laboratorio che ha allestito a Capaccio. Durante la primavera e l’estate Antonio mette in scena in alcune piazze a Battipaglia ed Altavilla… “Alcuni spettacoli sono quelli di Ferraiolo, altri invece sono storie che ho scritto io”. Finite le scuole medie Antonio vuole frequentare il Liceo Artistico… “L’indirizzo teatrale così da poter proseguire con questa mia passione”. E intanto spera di poter conoscere quanto prima Adriano Ferraiolo… “Ad oggi ho conosciuto Simone e gli altri nipoti, ma mi piacerebbe poterlo incontrare e magari poter fare qualcosa insieme a lui”.

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Stadi aperti, teatri chiusi, a vincere è il danaro. Daniel Oren: “Dobbiamo sfruttare i mesi più caldi per tornare a fare musica”

di Olga Chieffi

Ci saranno sedicimila persone all’Olimpico, per la partita inaugurale degli Europei di calcio, in programma l’11 giugno a Roma. La decisione è stata oramai presa, altrimenti, l’evento sarebbe stato immediatamente affidato ad altra nazione. In primo luogo bisogna salvaguardare il giro di danaro che ruota attorno a questa manifestazione che una nazione come la nostra non può assolutamente perdere. “Le partite di Euro 2021 non saranno giocate davanti a tribune vuote e tutti i Paesi ospitanti dovranno garantire la presenza dei tifosi”. Il presidente dell’UEFA, Aleksander Ceferin è stato chiarissimo. L’edizione degli europei già rinviata di un anno, la prima che sarebbe dovuta essere itinerante e forse ancora potrà esserlo. Le 12 città coinvolte (Roma, Amsterdam, Baku, Bilbao, Bucarest, Budapest, Copenaghen, Dublino, Glasgow, Londra, Monaco e San Pietroburgo) hanno dovuto “presentare il loro scenario”, dagli stadi aperti a quelli chiusi passando per varie percentuali di presenza: il 19 aprile, nella riunione del comitato esecutivo Uefa, verrà presa una decisione. Se più città dovessero tenere chiusi gli stadi potrebbe addirittura cambiare la formula con un solo Paese ospitante: in pole c’è l’Inghilterra che riaprirà i suoi stadi in vista dell’ultima giornata di Premier League. C’è da scomodare Marx, ma è troppo semplice. Perché, nelle «Mille e una notte», i ricchi sono i mercanti e non i produttori o i banchieri, o la “peste nera” del Trecento, che spazzò via, fra atroci sofferenze, circa la metà della popolazione europea – ebbe, nel dopo-peste, conseguenze positive sull’economia? Sono le catastrofi e le rivoluzioni che cambiano i corsi della storia e affinano le leggi dell’economia. I legami fra storia, costumi ed economia seguono talvolta piste inattese e circuiti convoluti. Oggi si aprono gli stadi per un pubblico di “sportivi” seduti, proprio dove questa pandemia è esplosa, non dimentichiamo quell’Atalanta-Valencia del 19 febbraio dello scorso anno giocata a San Siro, ma lo sport di base, i “dilettanti” sono serrati da oltre quattordici mesi, si chiede da tutte le parti lo stesso impegno per riaprire palestre, sale per lo studio della danza, piscine, cinema, teatri, dopo che si è investito l’impossibile per porre tutto in sicurezza. Uno schiaffo in pieno volto anche al mondo dello spettacolo, del teatro, del cinema, della cultura tutta, per il quale si sta ancora a pensare e a studiare per una qualche stagione all’aperto e festival centenari, come quello dello Sferisterio di Macerata che ha spostato la nuova produzione del Barbiere di Siviglia al prossimo anno, ponendo le mani avanti anche per l’Aida del Centenario e lo spettacolo della Zacharova, devono barcamenarsi nella massima insicurezza di protocolli, pubblico e anche con gli artisti che hanno bisogno di spazi acusticamente adatti a performance di rilievo. La notizia degli stadi aperti ha fatto pensare anche qui a Salerno. Il mandato comunale per gli eventi estivi è stato firmato e le idee sono già su carta ma “Stiamo discutendo – sottolinea Daniel Oren – ancora sul luogo e i titoli da mettere in scena durante estate. Io ritengo che bisogna sfruttare i mesi più caldi e tornare finalmente a fare musica sinfonica e opera all’aperto per il momento. La speranza più forte è quella di tornare nei teatri. Ma questo è un discorso che si farà al livello nazionale quando ci sarà più gente e vaccinata in Italia e verrà raggiunta finalmente quell’unità di gregge che ci permetta di ritornare a vivere la nostra libertà”.

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Antonello Ronga, la sua arte, la sua compagnia

Antonello Ronga, è da 9 anni, direttore artistico della Compagnia dell’Arte, nata nel 2012 dalla passione per il teatro di un gruppo di giovani talenti salernitani. Oltre a Romnga del gruppo fanno parte anche Federica Buonomo, Mauro Collina, Martina Iacovazzo e Valentina Tortora. La Compagnia dell’Arte si propone l’ambizioso obiettivo di avvicinare i più giovani (ma non solo) al mondo del teatro, realtà oggi troppo spesso soppiantata da televisione, computer e videogiochi. Ma come è iniziata questa avventura e cosa ha spinto Antonello Ronga e questi quattro spiriti a intraprenderla? A raccontarlo è lo stesso attore e regista che spiega… “Innanzitutto io nasco non regista, non direttore artistico, bensì attore. Iniziai a frequentare la scuola del Teatro San Genesio quando ancora ragazzo – avevo 17 anni -, per poi passare, diciannovenne, all’Accademia dell’Arte Drammatica del Teatro Bellini, perfezionandomi, infine, sotto la guida sapiente di Annabella Cerreani, ex direttrice artistica della fucina artistica di Gigi Proietti. Da lì in poi, ho iniziato la mia carriera da attore, costellata da avvenimenti anche piuttosto importanti, come, ad esempio, la mia partecipazione al Festival Pergolesi Spontini, ad alcuni allestimenti per il Teatro dell’Opera di Roma diretti da Chiara Muti, ad alcuni lavori dell’attore Michele La Ginestra. Nel frattempo, però, riuscivo comunque a prestare le mie qualità di attore anche ai palcoscenici salernitani, in particolar modo a quello del Teatro delle Arti, che, all’epoca, si vedeva animato dalle produzioni artistiche di Claudio Tortora, con il ho lavorato davvero innumerevoli volte. A un certo punto della mia carriera, però, mi accorsi di quanto casa mia mi mancasse, per cui decisi di stabilirmi definitivamente a Salerno, dove, nel frattempo, mi ero costruito degli affetti e una famiglia. Ora, dal momento in cui accanto alla carriera di attore ero comunqueriuscito ad apporre anche alcuni interventi in qualità di regista e direttore artistico di alcune piccole produzioni, nel 2012 decisi di metter su la Compagnia dell’Arte, insieme a quei quattro ‘pazzi scatenati’ che hai già provveduto a menzionare prima e di utilizzare lo spazio del Teatro delle Arti come spazio organizzativo per le nostre attività. Ci fu subito chiaro quale fosse il percorso da intraprendere. Di fatti, di lì a pochi mesi, riuscimmo a metter su un format dedicato alle famiglie, una sorta di ‘family show’, se vogliamo, che replicavamo ogni domenica mattina proprio negli spazi del Teatro delle Arti e che riuscì rapidamente a conquistare i cuori delle famiglie salernitane, al punto tale da spingerci ad aumentare il numero edelle repliche domenicali da una a ben tre: una al mattino e due nel pomeriggio. Fu un successo strepitoso, con diverse centinaia di abbonati che, ogni Domenica, accorrevano ai nostri spettacoli: nel torno di tempo di nove anni siamo divenuti uno degli appuntamenti di punta delle domeniche salernitane. E questo anche grazie anche, e soprattutto, alle collaborazioni con figure professionali che ricoprivano – e ricoprono – un certo qual grado di autorevolezza nel mondo del teatro che ci ha permesso, comunque, di confezionare degli spettacoli qualitativamente superiori alla media degli spettacoli proposti all’epoca, adatti tanto ai bambini, quanto agli adulti, in grado di emozionare tanto i primi, quanto i secondi”. Accanto a rassegne di successo, come ‘C’era una volta – per la quale vi siete addirittura fregiati della professionalità della coreografa Pina Testa -, e a numerose partecipazioni a kermesse prestigiose e ampiamente riconosciute a livello nazionale, come, il Premio Charlot, vi occupate anche di un interessantissimo progetto dedicato alle scuole che ben si inserisce fra le pagine del breviario dei vostri intenti primordiali, ossia quelli di avvicinare i giovani al teatro… “Beh, sì, “C’era una volta in tour” non è altro che una delle naturali declinazione che la rassegna “C’era una volta” avrebbe potuto manifestare una voltà raggiunta la maturità necessaria a sfondare le porte del ‘Teatro delle Arti e proporsi a un pubblico più vasto ed eterogeneo. Quando il prodotto è preparato e confezionato in un certo modo, non dei poi neanche faticare più di tanto perché qualcuno che non lo conosca lo accetti così per come gli viene presentato. Anche perché, dovete sapere che, quello del teatro-scuola è stato, fin dall’inizio, un ambito progettuale piuttosto inflazionato, infarcito di produzioni confezionate alla bell’e meglio che alle volte producono esattamente l’effetto opposto a quello che il teatro dovrebbe auspicare per sè stesso: quello di attirare sempre più pubblico”. Poi c’è il progetto ‘Teatrinsieme’, ce n’è vuole parlare? “ Assolutamente sì. In merito a quanto asserivamo prima per “C’era una volta in tour”, il nostro approccio con le scuole ci ha convinti del fatto che quello teatrale fosse un percorso formativo che potesse essere tranquillamente affiancato a quello più tradizionale e ‘istituzionale’ offerto dalla scuola. I viaggi che si compiono con i laboratori teatrali – che siano essi viaggi che contemplino noi alla loro testa o chiunque altro decida di organizzarli – forniscono ai ragazzi degli strumenti che torneranno loro utili, poi, per il resto della loro vita: per abbattere barriere, per sconfiggere la timidezza, per imparare a essere coscienti di ciò che dicono quando aprono la bocca, per imparare a respirare bene quando vengono sottoposti a un’interrogazione, a non esitare, a stabilire la propria identità. E’ una vittoria, questa che, a mio modesto parere, vale più di un teatro pieno”. Come Compagnia dell’Arte cone state vivendo questo periodo di pandemia? “ Davvero molto, molto male. Sulla base di quanto ti ho detto sino ad ora, eravamo risuciti ad ottenere numeri da capogiro per una compagnia teatrale di provincia, seguiti dalla promessa che questi, grazie al nostro impegno e al nostro lavoro, sarebbero continuati a crescere a dismisura. Purtroppo, però, ci si è imposto dinanzi un ostacolo piuttosto ostico da fronteggiare o anche solo aggirare. Per cui, ci limitiamo ad approfittare di uqel poco tempo che ci viene concesso per orgnaizzare al meglio il nsotro lavoro al fine di proporre, quando tutto sarà finito, delle attività che manifestino quegli stessi standard qualitativi a cui avevamo così faticosametne abituato il nostro pubblico; faticosamente certo, ma non senza un certo qual grado di soddisfazione”.

Gaetano Del Gaiso

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Andrea Camilleri nell’audio inedito, le ultime parole sull’amore diventeranno uno spettacolo


Michele Marco Rossi esegue un brano anonimo Rinascimentale mentre la voce di Andrea Camilleri, registrata due mesi prima della sua morte, prendendo spunto dal celebre Sonetto "Tanto gentile e tanto onesta pare" di Dante Alighieri parla dell'amore e della sua irrazionalità. Tutto questo è "Intelletto d’amore (e altre bugie)", spettacolo che andrà in scena, emergenza Covid permettendo, ad agosto 2021.
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L’inferno dei teatri nella pandemia tra coprifuoco, contagi e spettacoli annullati


Da Milano a Napoli, passando per la Capitale, i teatri sono costretti a riorganizzare il programma a causa degli effetti della pandemia. Tra spettacoli annullati, cast in quarantena e spostamenti di orari dovuti al coprifuoco, lo spettacolo dal vivo già martoriato dalla crisi economica è costretto a fare i conti con una giungla di provvedimenti diversi e spesso incoerenti tra loro.
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Placido Domingo torna dopo il Covid e lo scandalo #metoo: “Mi manca l’amico Pavarotti”


Dopo le accuse di abusi sessuali e il Coronavirus da cui è guarito a marzo, Placido Domingo torna sulle scene. Il 22 agosto si esibirà alla Reggia di Caserta, poi Verona, Firenze e Milano a novembre. E sulle accuse che lo hanno travolto in un'intervista ad Ansa rivela: "Per il mio comportamento ho chiesto scusa, ma la mia coscienza è serena perché non ho abusato di nessuno".
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Chiara Francini: “L’arte è condivisione nella diversità, la mia Ofelia intima ed empatica”


Intervista a Chiara Francini protagonista a teatro de "L'amore segreto di Ofelia" di Steven Berkoff, in scena il 21 agosto al Teatro La Versiliana di Marina di Pietrasanta. Dall'amore per la poesia di Sandro Penna a questa "strana" estate trascorsa scrivendo, l'attrice, scrittrice e conduttrice televisiva ci parla del suo percorso: "Ho voglia di legarmi a progetti che mi nutrano".
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Isabella Ragonese con ‘Spiagge’: “Porto in scena l’Italia raccontata dai grandi scrittori”


Al MAXXI di Roma il 22 luglio va in scena "Spiagge" con Isabella Ragonese. L'attrice siciliana racconta a Fanpage.it la genesi dello spettacolo a partire dai grandi scrittori che hanno descritto il litorale italiano: da Pier Paolo Pasolini a Elsa Morante, passando da Goffredo Parise per arrivare a Pier Vittorio Tondelli e alla più recente Chiara Valerio: "L'estate è il momento in cui decidiamo di essere felici e, in effetti, lo siamo."
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Coronavirus: 10 cose da fare in quarantena fra arte, teatro e libri


In questi giorni di quarantena, con l’Italia che diviene di fatto interamente "zona rossa", sono tantissime le cose da poter fare per combattere la noia delle lunghe giornate che ci aspettano e per continuare a mantenere vivo il dibattito culturale: dalle iniziative “a distanza” di musei e librerie ai palinsesti TV e Radio, passando per le iniziative social, ecco 11 cose da fare restando a casa durante l'epidemia di Coronavirus.
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Coronavirus e teatri chiusi: a Napoli la prima stagione virtuale in diretta streaming


Dal Nest Napoli est Teatro arriva la prima stagione virtuale teatrale al tempo del Coronavirus. Stasera 9 marzo, ore 21, andrà in scena in diretta Facebook e Instagram lo spettacolo "Muhammad Alì" dedicato alla figura del grande campione di boxe. L'iniziativa è promossa dall'attore Francesco Di Leva del gruppo teatrale del quartiere di San Giovanni a Teduccio nel capoluogo partenopeo.
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Wagner fascista? Sciocchezze dal podio

L'accusa del direttore israeliano Wellber non sta in piedi. Il compositore tedesco fu sì un virulento antisemita, ma morì nel 1883. Ben prima dell'avvento delle dittature in Italia e Germania. E Hitler a 17 anni fu conquistato dal Tristan eseguito da Mahler a Vienna, non dalle idee dell'artista.

Beethoven ha la partenza lenta. Questo è il suo anno – 250 dalla nascita – ma almeno per ora la routine concertistica la fa da padrona, non certo scalfita dalle stucchevoli sortite giornalistiche di inizio gennaio, che i due maggiori quotidiani hanno di comune accordo relegato nei magazine.

Così, l’evento della scena musicale italiana – in questo scorcio dell’inverno 2020 – è la singolare fiammata wagneriana della programmazione operistica.

Due nuovi allestimenti debutteranno a distanza di due giorni uno dall’altro (il 24 e il 26 gennaio): Tristan und Isolde a Bologna, Parsifal a Palermo. Fuori dall’immensa mitologia del Ring, altezze vertiginose e indiscutibili, almeno musicalmente. Non male, per il Paese del melodramma, storica culla dell’opera, nel quale le uscite dal ristretto pantheon dei numi Rossini-Bellini-Donizetti-Verdi-Puccini (a diverso livello padri della patria) sembrano sempre un po’ casuali, quasi involontarie.

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È un caso anche questa congiunzione wagneriana, naturalmente. Anche perché, per quanto si spulcino gli annuari, non si trova traccia di possibili anniversari legati a questi due drammi musicali. E si sa che gli anniversari, nell’eclisse della conoscenza, creatività e della fantasia, sono sempre più spesso la linea guida delle attività culturali in Italia.

BOLOGNA CAPITALE ITALIANA DEL WAGNERISMO

Le circostanze di queste due proposte sono peraltro assai differenti. Premesso che il rapporto di Wagner con l’Italia fu frequente, intenso e talvolta decisivo e che Venezia, da questo punto di vista, può addirittura osare definirsi una seconda patria del compositore (che vi soggiornò a più riprese e vi morì nel 1883), Bologna può vantare senza tema di smentite il titolo di capitale italiana del wagnerismo. Fu il suo teatro lirico, infatti, a tenere a battesimo in Italia numerose opere del musicista tedesco, dal Lohengrin al Tannhäuser, dal Tristan, appunto, che vi fu rappresentato nel 1888 (23 anni dopo la prima assoluta, direttore il compositore Giuseppe Martucci) per arrivare all’inizio del 1914, quando vi fu finalmente rappresentato anche Parsifal, a distanza di 32 anni dal suo debutto assoluto.

OMER MEIR WELLBER E LA SFIDA PALERMITANA

Il Comunale di Bologna, dunque, assolve a un dovere in qualche modo “storico”, prosegue una vocazione che del resto non ha mai davvero lasciato cadere. Diverso è il discorso per Palermo: qui la scelta del “dramma sacro” di Wagner per aprire la stagione del Teatro Massimo (Fondazione lirica in deciso rilancio) ha insieme il sapore di un recupero dopo 65 anni – l’ultima rappresentazione risale al 1955 – e di una sfida. Così ha sostenuto in un’ampia intervista pubblicata su La Repubblica il 18 gennaio il direttore d’orchestra israeliano Omer Meir Wellber, non ancora 40enne, che inaugura così anche la sua esperienza di direttore musicale della scena operistica palermitana.

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E tanto per illuminare meglio una delle questioni più calde intorno non solo a quest’opera, ma a tutta la produzione di Wagner, a precisa e non eludibile domanda («Non è difficile il rapporto di un israeliano con Wagner?») Wellber ha risposto testualmente: «Lo è per qualsiasi antifascista, dato che Wagner fu in favore del fascismo, come testimoniano i suoi scritti filosofici, inesistenti dal punto di vista del pensiero politico e vuoti nei contenuti. Ma io mi concentro solo sulla qualità straordinaria del Wagner compositore».

LA VERITÀ È CHE WAGNER FU UN VIRULENTO ANTI-SEMITA

La sciocchezza (anzi, la serie di sciocchezze, esclusa l’ultima frase naturalmente) avrebbe meritato quanto meno una puntualizzazione o una contestazione di merito da parte dell’intervistatrice. Ma questo è un altro discorso, che riguarda le condizioni del giornalismo in questo Paese. Restando a Wellber, il direttore d’orchestra avrebbe potuto, ma non l’ha fatto, ribadire una verità documentalmente e storicamente accertata, e cioè che Richard Wagner fu un virulento antisemita, un vero e proprio “odiatore” degli ebrei come dimostrano chiaramente non solo il suo vergognoso pamphlet Il giudaismo in musica, pubblicato nel 1850, ma numerosi altri suoi testi di poetica ed estetica musicale.

Che si debba considerare Wagner «favorevole al fascismo» perché Hitler lo idolatrava è tesi datata, oltre che un anacoluto storico

Invece ha preferito parlare di un suo fantomatico «favore per il fascismo», anche se si parla di un artista morto nel 1883, cioè 40 anni prima dell’apparizione dei movimenti totalitari di destra in Italia e in Germania. Avrebbe potuto spiegare se e in che misura considera Parsifal un’opera nella quale Wagner trasferisce il suo antisemitismo sul piano musicale, controverso argomento di discussione e di contrasto fra gli specialisti da molto tempo. Con più equilibrio e in maniera molto più condivisibile avrebbe potuto esprimere il suo dissenso e il suo disgusto per l’incondizionato appoggio fin dalla prima ora (anno 1923) accordato dai discendenti di Wagner a Hitler, al nazismo e all’antisemitismo.

Winifred Wagner, nuora del compositore tedesco, con suo figlio Wieland (a destra) e Hitler nel giardino di Wahnfried, la casa Wagner a Bayreuth, nel 1938 (Getty Images).

LA FOLGORAZIONE DI HITLER PER IL TRISTAN DIRETTO DA MAHLER

In Israele, la musica di Wagner resta un argomento molto sensibile, anzi critico. E questo nonostante le più recenti ricognizioni sulle testimonianze dei sopravvissuti all’Olocausto tendano a non collegare con particolare frequenza la musica wagneriana con i campi di sterminio, segnalando come fossero molto utilizzate anche musiche “leggere” degli Strauss, arie d’operetta e molto altro. Naturalmente la sensibilità dei sopravvissuti alla Shoah dev’essere solo rispettata. Sono le vittime e i testimoni di un regime totalitario e di bestiale inumanità il cui futuro leader rimase “fulminato” all’età di 17 anni dall’ascolto del Tristan a Vienna. Era il 1906, dirigeva Gustav Mahler, un ebreo che si era cristianizzato per poter accedere alla guida del Teatro dell’Opera nella capitale dell’Impero (a proposito di antisemitismo…). 

La bibliografia è sterminata, ma un punto sembra ormai acquisito: il futuro dittatore nazista fu conquistato dalla musica di Wagner e non dalle sue tesi antisemite

Ma che si debba considerare Wagner «favorevole al fascismo» perché Hitler lo idolatrava è tesi datata, oltre che un anacoluto storico. La bibliografia sul rapporto fra i due personaggi è sterminata, in Europa e negli Usa, ma un punto sembra ormai acquisito: il futuro dittatore nazista fu conquistato dalla musica di Wagner e non dalle sue tesi antisemite. E un accurato screening comparativo fra le pubblicazioni wagneriane e i discorsi di Hitler sembrerebbe dimostrare che mai quest’ultimo citò le posizioni del compositore sugli ebrei.

TRA IL DIO DI MALLARMÉ E «L’ASSOLUTA MERDA» DI AUDEN

La realtà è che 137 anni dopo la sua morte, Wagner non cessa di scatenare entusiasmo e repulsione in pari misura, oltre ogni convinzione politica, senza bisogno di pretestuosi agganci con il fascismo, il totalitarismo di destra, l’Olocausto. I poli – come ricordava ancora nel 1998 sul New Yorker il critico Alex Ross – sono «il dio Richard Wagner» di cui parlava Mallarmé e «l’assoluta merda» della definizione di W.H. Auden, successiva di qualche decennio. Wagner si ama o non si sopporta.

Il fondatore del sionismo Theodor Herzl scrisse Lo stato ebraico ascoltando ogni volta che poteva il Tannhäuser

E fra quelli che lo amano, la stragrande maggioranza è costituita da persone che nell’opera del loro compositore preferito non vedono alcun “favore per il fascismo” – perché non può esserci – e non vedono neppure antisemitismo, al di là delle interminabili controversie. Di sicuro non lo vedeva, per fare solo un esempio (anche questo citato da Ross, grande esperto del tema, sul quale a settembre pubblicherà un nuovo libro intitolato Wagnerismo), il fondatore del sionismo Theodor Herzl, che scrisse Lo stato ebraico (pubblicato nel 1896) ascoltando ogni volta che poteva il Tannhäuser. Del resto, la storia dell’interpretazione wagneriana dell’ultimo mezzo secolo vede brillare i nomi di direttori ebrei come James Levine o Daniel Barenboim, colui che in Israele ha osato sfidare la norma non scritta che ne vieta l’esecuzione in concerto (ma, curiosamente, non alla radio…). Solo le rappresentazioni palermitane di Parsifal diranno se Omer Meir Wellber può aspirare a far parte del gruppo. A prescindere dalla pregiudiziale antifascista.

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Concerto di Capodanno a Vienna, il 2020 inizia sulle note di Beethoven


Grande attesa per il Concerto di Capodanno 2020 di Vienna: il tradizionale appuntamento con la musica classica quest’anno sarà più seguito che mai, date le importanti novità che il direttore scelto, Andris Nelsons, ha introdotto nel programma musicale. Da Beethoven, scelto in occasione del 250° anniversario dalla nascita, alla Marcia di Radetzky, che potrebbe non essere la stessa di sempre.
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7 opere sulla strage di Piazza Fontana: libri, poesie, teatro, canzoni per non dimenticare


Il 12 dicembre ricorrono i cinquant’anni dalla strage di piazza Fontana. Capire un pezzo così complesso del mosaico che compone la storia dell’Italia dell’ultimo secolo, non è cosa facile: ci abbiamo provato ricordando le opere letterarie e poetiche attraverso le quali è possibile rileggere quella storia in modo diverso. Da Pasolini a Dario Fo, passando per i fumetti della Bonelli e per le ricerche di Deaglio e Cucchiarelli, ecco 7 opere da leggere per capire piazza Fontana.
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La Tosca di Puccini per la prima della Scala: la storia dell’opera da guardare anche in TV


Il 7 dicembre il Teatro alla Scala di Milano aprirà al pubblico per la stagione 2019-2020, e lo farà con un’opera davvero particolare: si inizia, infatti, con la Tosca di Giacomo Puccini, portata sul palcoscenico scaligero da Riccardo Chailly e Davide Livermore. Una prima attesissima, visibile anche in diretta tv, che riporta all'attenzione del pubblico una delle opere più emblematiche del compositore lucchese: ecco l’origine e la storia nascosta dietro alla Tosca.
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La Genesi di Tosca, capolavoro di sangue e poesia

Dal dramma francese di Sardou al canovaccio di Illica e le liriche di Giacosa. La storia dell'opera di Puccini che apre la stagione della Scala. E che è una delle cinque più rappresentate al mondo.

È la prima volta che Tosca di Giacomo Puccini inaugura la stagione della Scala, il 7 dicembre. Sul podio Riccardo Chailly, regia di Davide Livermore, protagonisti il soprano Anna Netrebko (Floria Tosca), il tenore Francesco Meli (Cavaradossi) e il baritono Luca Salsi (Scarpia).

Il caso è singolare, perché si parla di una delle opere più applaudite di sempre, che infatti ha nel teatro del Piermarini una storia importante, scandita attraverso i grandi interpreti del XX secolo. E in fondo anche perché nelle intenzioni del compositore l’opera era destinata proprio alla Scala e al suo fido Arturo Toscanini che aveva allora poco più di 30 anni.

LA FORTUNA PLANETARIA DI UN’OPERA SENZA TEMPO

La prima assoluta si ebbe in realtà e non per caso al Teatro Costanzi di Roma (oggi Teatro dell’Opera), il 14 gennaio 1900: così volle l’editore Ricordi in considerazione della “romanità” del soggetto. E anche per ragioni promozionali. A Milano Tosca approdò due mesi più tardi, il 17 marzo, sull’onda di un grande successo. Nel giro di pochi anni sarebbe dilagata in Europa, quindi nelle Americhe e in Oriente. Era l’inizio di una fortuna planetaria, che non accenna a tramontare.

Negli ultimi 15 anni (dati di Operabase.com) è al quinto posto assoluto fra le opere più rappresentate, con 1.428 produzioni e 6.869 rappresentazioni. Vuol dire che dal 2004 in media è andata in scena un po’ più di una volta al giorno. E poi dicono che il melodramma è al tramonto. Dipende dal titolo, e dall’autore.

IL DRAMMA DI VICTORIEN SARDOU

L’idea di Tosca era venuta a Puccini nel 1889, dopo avere assistito a Milano alla rappresentazione dell’omonimo dramma di Victorien Sardou (scritto nel 1887) con la “mattatrice” Sarah Bernhardt nel ruolo principale. L’interesse del compositore fu immediato, la causa di questo interesse resta misteriosa, a meno di non voler fare ricorso a categorie poco estetiche e molto psicologiche (e spesso anche molto banalizzate) come l’intuito o l’istinto creativo.

Il compositore Giacomo Puccini (1858 – 1924) (Getty Images).

Lo spettacolo si teneva infatti in lingua originale francese e il musicista non capì granché del dialogo, anche se è vero che l’arte di Bernhardt era largamente affidata alle sfumature della voce e al gesto. Ma soprattutto, la pièce di Sardou era (ed è) un drammone di cornice storica, improntato dal gusto per il coup de théâtre sanguinoso, che si dipana per cinque lunghi atti fra innumerevoli divagazioni in molteplici ambientazioni sceniche, popolato da una folla di 23 personaggi. Qualcosa di sideralmente lontano dalla tagliente concentrazione drammatica che è carattere fondante dell’opera.

L’EFFICACE ADATTAMENTO DI ILLICA

Dato atto della rabdomantica capacità di Puccini di “sentire” le potenzialità melodrammatiche del testo di Sardou, bisogna aggiungere che all’iniziale clic scattato nella mente del compositore seguì una lunga fase di dubbi e d’incertezza, anch’essa del resto caratteristica dei suoi complessi percorsi creativi. Intanto, la Casa Ricordi – su richiesta del musicista – aveva acquisito i diritti del testo e Luigi Illica ne aveva realizzato rapidamente una straordinaria sintesi, una “tela” efficacissima (oggi potremmo dire un adattamento) che riduceva gli atti da cinque a tre, lasciando Tosca, Scarpia e Cavaradossi praticamente soli a delineare il plot, con solamente due altri personaggi di qualche significato nel contorno (il sagrestano e lo sbirro Spoletta). Il resto delle invenzioni di Sardou svaniva, salvo il grand-guignol (morti ammazzati o suicidi) e l’ambientazione romana che diventava però elemento ben diversamente caratteristico nella sua specificità anche topografica.

La chiesa di Sant’Andrea della Valle, Palazzo Farnese e Castel Sant’Angelo: tutto si svolge in un triangolo di poche centinaia di metri nel cuore della Capitale. In questi luoghi, uno per atto, la storia inizia all’ora dell’Angelus (mezzogiorno) per concludersi all’alba successiva, fra il 17 e il 18 giugno 1800. I papisti credono che Napoleone sia stato sconfitto a Marengo e invece è accaduto il contrario; il feroce capo della polizia va a caccia di prigionieri politici evasi e cerca intanto di soddisfare la sua “foia libertina” nei confronti di una cantatrice famosa, con il condimento sadico di torture a un pittore volterriano, che di lei è l’amante

L’AFFIDAMENTO DELL’OPERA A PUCCINI

Tornando alla genesi dell’opera, mentre Puccini si dedicava ad altro (e che altro: Manon Lescaut e Bohème), Tosca – soggetto che lo stesso Verdi apprezzava, avendolo conosciuto durante un incontro con Illica e Sardou a Parigi – fu affidata dall’editore Ricordi a un bravo compositore della sua scuderia, Alberto Franchetti. La prassi all’epoca non era infrequente. Semmai, era decisamente raro che poi un soggetto “tornasse a casa” come avvenne con Tosca, riaffidata dopo la spontanea (o forse “spintanea”) rinuncia di Franchetti a un Puccini stavolta entusiasta dell’impresa. Era l’estate del 1895, di lì a pochi mesi avrebbe debuttato La Bohème. A Illica venne affiancato Giuseppe Giacosa, per la rifinitura poetica di un libretto che è quasi tutto in versi. Il famoso letterato e drammaturgo doveva risultare uno dei più accesi critici del soggetto, ma i suoi tentativi di sfilarsi dall’impresa vennero sempre respinti, segno che la sua polemica collaborazione era ritenuta fondamentale.

Una foto di scena di Tosca a La Scala con la direzione di Lorin Mazel e la regia di Luca Ronconi (2006).

I DUBBI DI GIUSEPPE GIACOSA

Giacosa imputava alla trama di contenere troppi fatti e pochi sentimenti e di essere per questo inadatta a diventare melodramma. Contestava non senza qualche motivo il fatto che il finale del primo atto e l’inizio del secondo fossero entrambi caratterizzati da un monologo di Scarpia. Pensava che la successione di duetti mettesse a rischio l’equilibrio del melodramma. Cercava luoghi dove fare poesia e stimolare la musa lirica pucciniana, com’era avvenuto con risultati memorabili in Bohème. Non capiva la diversità di Tosca, né poteva immaginare che Puccini stesse preparando una virata radicale rispetto allo stile e al clima dell’opera ambientata a Parigi, ma alla fine si adattò. E facendolo ha consegnato alla letteratura italiana alcuni dei più seducenti versi per musica scritti fra Otto e Novecento.

Luciano Pavarotti nella Tosca (1979-1980).

Il libretto di Tosca è infatti un capolavoro per il capolavoro: nitido e tagliente, lirico e brutale, funzionale come meglio non si potrebbe alla drammaturgia musicale pucciniana. Una miniera di versi memorabili fra i quali il musicologo Mario Bortolotto amava spesso citare quello di Cavaradossi nel primo atto, nel quale proclamava esserci la più brillante avversativa della letteratura italiana: «È buona la mia Tosca, MA credente». 

LA PASSIONE DI MONTALE PER TOSCA

Oltre la boutade colta, questo è però anche un libretto insospettabilmente denso proprio sul piano della poesia. Non a caso, è stato una sorta di riferimento non solo ideale ma molto pratico e preciso per uno dei maggiori poeti italiani del XX secolo, Eugenio Montale.

Il trionfo di Maria Callas nella Tosca al Covent Garden di Londra. Accanto a lei Tito Gobbi e Renato Cioni (LaPresse).

In numerosi passai dell’opera del Nobel per la Letteratura, soprattutto nella sua prima fase, gli studiosi hanno trovato agganci e vere e proprie citazioni del testo di Giacosa. Montale fu anche critico musicale, come è ben noto, e in gioventù aveva accarezzato l’idea di una carriera da cantante lirico. «Come baritono», raccontò una volta il poeta al suo biografo Giulio Nascimbeni, «mi attraeva la figura di Scarpia nella Tosca. Vedo che in genere lo fanno tutti male. Non gli danno il tono del gran signore, lo trasformano in una specie di sceriffo austriaco…». Ancora qualche giorno, e si potrà capire se questa Tosca sarebbe stata nelle corde di Eugenio Montale.

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