“Il marito invisibile”, le derive del virtuale

di Gemma Criscuoli

Gentile, affascinante, capace di solleticare e di esaudire ogni desiderio tra le lenzuola, sempre pronto a trovare le parole giuste. Quale donna non si precipiterebbe a rotta di collo all’altare con un tale prodigio d’uomo? Dinanzi a tante doti, il fatto che non sia possibile percepirlo sul piano visivo diventa a dir poco trascurabile. Commedia agrodolce sulle derive del virtuale, “Il marito invisibile”, scritto e diretto da Edoardo Erba, ha aperto con successo la stagione di prosa del Teatro Verdi. Maria Amelia Monti (Fiamma) e Marina Massironi (Lorella) sono il punto di forza dello spettacolo, strutturato in funzione della versatilità e del sapiente senso del ritmo che caratterizzano le protagoniste. La storia è ambientata al tempo del lockdown, quando il flusso ininterrotto di video, post, foto, messaggi di ogni genere è divenuto una seconda pelle: non a caso, i brevi intervalli tra una fase e l’altra della vicenda sono scanditi dalla proiezione di tutto quello che le due donne vedono sul proprio cellulare, come se fosse impossibile restare, anche solo per un attimo, sole con i propri pensieri. La messinscena sottolinea subito l’ambiguo rapporto tra il reale e ciò che viaggia in rete: alle spalle delle interpreti domina il blue screen, mentre, al di sopra di esse, due schermi permettono allo spettatore di osservarle, come se partecipasse, a sua volta, alla loro videochiamata. Che dunque il video s’imponga prepotentemente nella fruizione dell’allestimento, è già un chiaro indizio della pervasione inarrestabile, e non di rado tirannica, della dimensione dei social. Elemento d’inquietudine, sia pur nella leggerezza dell’approccio, è inoltre il blue screen, che mostra di fatto il carattere fittizio dello spazio in cui le due amiche si muovono, rendendo le loro case (luogo privilegiato del vissuto) artificiali quanto la comunicazione on-line. Il marito di Fiamma, che non compare mai in scena e non la distinguerebbe da una suppellettile, dato il loro noioso e lungo matrimonio, non è certamente più reale di Lukas, il coniuge che dà il titolo allo spettacolo e conquista sia l’esuberante Lorella che la razionale e caustica amica. Se un seduttore invisibile crea sensazioni più che concrete, non solo la fame di emozioni rende superfluo distinguere materiale e immateriale, ma diviene facile pensare che il corpo (con le sue fragilità, i suoi limiti, i suoi abbagli) debba essere superato, fino a divenire libera, incontenibile energia. Lukas è un bluff : tradisce esattamente come un qualunque borghese, ma il suo rapporto con gli istinti non teme vincoli di sorta. Il definito risulta così ampiamente surclassato dall’indefinibile. Ecco allora che la smaterializzazione coinvolge prima Lorella: la dissoluzione della sua immagine inizia nel momento in cui comprende che, nonostante recriminazioni e suppliche, il marito non tornerà da lei. Mutarsi in un mare di pixel significa abbandonare per sempre la logica relazionale in cui si tenga il conto del dare e dell’avere, scegliendo dunque un modo nuovo di essere. Fiamma, che si è data a Lukas per poi respingerlo, dato l’affetto per Lorella, la segue in questo destino : chi può resistere al richiamo della libertà? Nella conclusione, le due sono ormai solo una scritta su un dispositivo, ben liete di essere ormai lontane da qualunque concetto di spazio e di tempo. Un lieto fine? A prima vista, si direbbe di sì, dato che la fuga oltre la materia è occasione di gioia. La pièce non vuole certo demonizzare quel cordone ombelicale che ormai lega noi tutti al virtuale, ma invitare a guardare con ironia agli sviluppi paradossali che un simile legame comporta. Capovolgere il dominio assoluto della tecnologia in vittoria dell’umano (Lorella e Fiamma affermano infattti che sono tantissimi ad abitare il regno dell’invisibile e a esserne deliziati) esorcizza la frustrazione della solitudine, ma non la cancella. Il felice delirio del sapersi parte della galassia virtuale riflette comunque il fallimento delle relazioni, l’incapacità di rendere fertile un contatto che non sia filtrato attraverso strumenti onnipresenti. Il blue screen, in cui siamo avvolti senza accorgercene e senza nessuna avvisaglia, è la vanità di una vita che non sa bastare a se stessa, diventando un fantasma più evanescente di quello che uno schermo ci restituisce

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Che comici in scena al Teatro Ridotto

di Monica De Santis

Si rialza dopo la chiusura forzata dal Covid anche il sipario del Teatro Ridotto di Salerno. Il direttore artistico Gianluca Tortora, da il via con il recupero di due spettacolo inseriti nella stagione 2020 e che a causa della pandemia sono stati rinviati. Due appuntamenti che vedranno come protagonisti due volti amatissimi del teatro e della televisione. Due artisti partenopei che negli anni sono riusciti ad imporsi sulla scena nazionale, grazie al loro talento, alla loro simpatia e alla capacità di tenere il pubblico” incollato alla sedia” dall’inizio alla fine di ogni loro spettacolo. Ogni promessa è debito. Dunque, come annunciato ad aprile dello scorso anno, il Teatro Ridotto riparte dagli spettacoli della stagione di Che Comico 2020 stoppati per via del Covid-19. Poi da gennaio 2022 il nuovo cartellone nel tempio della comicità. A premere il tasto re-start è Peppe Iodice, protagonista, sabato 27 novembre alle 21.15 di “Tutt scemità”, lo show che, prendendo spunto dal suo tormentone, affronterà tutti i temi più attuali per ridicolizzarli. Dal trionfo al Premio Charlot nel 1997 ne sono passati di anni e successi per il comico napoletano: dopo Made in Sud, Stasera tutto è possibile e Colorado, oggi Iodice è di nuovo sul palco di Zelig, dall’alto del quale rispolvera le sue gag più celebri mescolandole alle paure legate alla pandemia. Artista dalla comicità strepitosa e immediata, con il suo cabaret dalla battuta fulminea, Iodice è pronto per tornare a Salerno, per omaggiare il pubblico, che lo ha premiato per primo, dei suoi esilaranti monologhi e del suo innato talento nell’improvvisazione. Nato a Napoli il 28 luglio del 1970 sotto il segno del leone. Fin da ragazzino coltiva la sua verve umoristica. Si diploma presso l’Accademia del Teatro diretta da Ernesto Calindri, e muove i primi passi nel mondo del cabaret e del teatro comico napoletano. I primi risultati arrivano già nel 1997 quando Peppe Iodice vince il premio come miglior artista della Festa degli Sconosciuti diretta da Teddy Reno, mentre nel 1997 ha trionfato al Premio Charlot di cabaret. Nei primi anni del 2000, invece, il comico entra a far parte della grande famiglia di Zelig partecipando ai programmi Zelig off, Zelig Arcimboldi e, su La 7, al programma Se stasera sono qui della comica siciliana Teresa Mannino. Grazie al successo acquistato da una pietra miliare della comicità televisiva come Zelig nel 2014 entra a far parte anche della squadra di Comedy Central partecipando anche a Comedy tour Risollevante e Comedy on the beach 2014. Secondo ospite in scaletta (da recuperare) sarà Simone Schettino, protagonista il 4 dicembre. Schettino è un comico, cabarettista e regista cinematografico italiano che si autodefinisce ironicamente fondamentalista napoletano. Dopo gli studi superiori, frequenta il corso di Giurisprudenza all’Università degli Studi di Napoli Federico II, senza conseguire la laurea. Ha recitato in cabaret insieme a Biagio Izzo, su Telenapoli 34, dal 1998 al 2001 in una trasmissione chiamata Pirati Show. Debutta in teatro al Cilea di Napoli nel 2000. In seguito ha tenuto diversi spettacoli in teatri e piazze e ha inoltre pubblicato alcuni CD e DVD con le proprie esibizioni. In televisione partecipa ai programmi Convenscion su Rai 2 e SuperCiro su Italia 1, dove si esibisce presentando alcuni dei suoi sketch. Nel gennaio 2004, per un breve problema di salute, sospende per due mesi l’attività, lo spettacolo Dov’eravamo rimasti? si riferisce a questa disavventura. Negli anni successivi porta in tournée una serie di altri spettacoli. Nel 2010 è impegnato in Se tocco il fondo… sfondo!!!. In seguito al naufragio della Costa Concordia, nel 2012 è vittima di insulti per la parziale omonimia col comandante della nave, pur non avendo con lui alcun tipo di legame. Il fondamentalista napoletano conosciuto e amato in tutta Italia, straordinario fuoriclasse della comicità, con il suo stile diretto e serrato, con la sua satira pungente e sempre bene informata, notissimo al grosso pubblico grazie alle sue numerose performance televisive a partire da “Convension” su Rai 2, salirà sul palco del Ridotto con una carrellata delle sue migliori performance raccolte nello spettacolo “Il meglio di…”. Da gennaio 2022 invece Che Comico, ideata dalla Gv Eventi con la direzione artistica di Gianluca Tortora, tornerà a regime con una nuova stagione, scandita da ospiti e grandi protagonisti della risata. INFO UTILI Il costo del biglietto per Iodice è di 25 euro. Lo spettacolo andrà in scena alle 21.15. Per informazioni e prenotazioni: 089 233998 oppure 3274934684 – www.teatroridotto.com. Biglietti acquistabili anche sul circuito Go2.

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Il doppio volto di “’Na Santarella” alla Ribalta e una Pulcinellata al La Mennola

di Olga Chieffi

I teatri salernitani aprono le loro porte gratuitamente per l’intero mese di ottobre partecipando ad un progetto regionale che qui in città diviene una riflessione sulla tradizione partenopea “Qui fu Napoli…qui sarà Napoli”. Dove va il teatro napoletano? Sembra chiedersi il presidente de’ “La Città Teatrale” Ugo Piastrella che ha ideato e allestito questo cartellone. Spesso la domanda ritorna forte. Il pubblico considera Eduardo come l’ultimo esponente di una tradizione scenica dialettale che nata con Trinchera, Cerlone e Cammarano, ebbe il massimo splendore con Antonio Petito, Eduardo Scarpetta, Raffaele Viviani. In questa rassegna incontreremo i grandissimi, i più amati e conosciuti dal pubblico, ma andremo a conoscere insieme alle compagnie cittadine gli autori della nuova drammaturgia napoletana, da Annibale Ruccello a Manlio Santanelli sino alla noise e ai silenzi di Enzo Moscato. Questa sera saremo invitati ad un doppio appuntamento. Il sipario del teatro La Ribalta si leverà, alle ore 20,30, su uno dei capolavori di Eduardo Scarpetta “’Na Santarella”. Il 15 maggio 1889 al Teatro Sannazzaro di Napoli avveniva la prima rappresentazione di “’ Na santarella”, una delle più divertenti commedie di Eduardo Scarpetta. Con questo lavoro Eduardo Scarpetta stabilì un record di recite, circa mille. Lo spettacolo ebbe un successo strepitoso e costituì anche una grande fonte di guadagno, che determinò anche l’inizio di una nuova fase per la sua vita artistica. Fino ad allora Scarpetta era stato Don Felice Sciosciammocca, cristallizzazione d’arte, piacevole e gradita, ma forse ancora convenzionale nello svolgersi del carattere; nella Santarella il tipo di Don Felice, si può dire, quasi scompare: l’organista scarpettiano è della famiglia dei Tartufi, dei Don Abbondi. L’organista è ora un personaggio. Con lavoro metodico e capillare Scarpetta era riuscito a far diventare Don Felice un uomo comune, uno dei tanti, con i suoi difetti, con le sue piccolezze; l’aveva arricchito di quella umanità tanto necessaria alla comicità d’arte.Tutto questo grazie ad una indagine paziente e sagace delle figure napoletane di ogni giorno, della strada, grazie ad una conoscenza profonda del popolo napoletano. Eduardo Scarpetta modifica, trasforma, riscrive in napoletano la commedia francese M.lle Nitouche; tutto è napoletano in essa : i caratteri dei personaggi, l’ambiente, certe scene e certe trovate comiche aggiunte. Il nodo dell’azione rimane lo stesso, ma le risorse comiche nello svolgimento del lavoro sono schiettamente napoletane alla “ maniera “ di Scarpetta e così la vivacità meridionale viene fuori a lampi, a guizzi, sostenuta dall’organista, dall’educanda Nannina e da tutti gli altri divertenti personaggi della commedia. La trama è semplice : Don Felice Sciosciammocca è l’organista del convento delle rondinelle ma anche l’autore musicale delle operette del Teatro del Fondo.Una delle educande Nannina, detta Santarella, scopre questa seconda attività del Maestro. La sera del debutto della sua operina, la prima donna abbandona la recita. Lo salva dai guai proprio Nannina, che sogna il palcoscenico e con lui aveva provato di nascosto l’operetta. Nannina dovrebbe sposare un giovane tenete, ma lui non vuole sposare una ragazza che non conosce e per di più educanda. Ma la sera della recita vede Nannina e se ne innamora, non sapendo che è la sua promessa sposa. Tutto alla fine finisce bene: l’operetta ottiene il successo sperato e i due giovani sono felicemente sposi. Valentina Mustaro firma la regia per i dieci personaggi, Don Angelo Cannone – Fabrizio Carnevale, Don Felice Sciosciammocca – Antonio Carmando, Donna Rachele – Monica Peluso, Annina Fiorelli (Nannina) – Elena Pagano, Cesira Perrella – Valentina Mustaro, Eugenio Porretti – Dominique Barra, Celestino Sparice -Michele Cicchetti, Amelia – Antonella Caputo,Teresina – Marta Apicella, Michele (custode) – Massimiliano D’Amico. Il teatro La Mennola, farà invece uno storico passo indietro, con la rielaborazione di una interessante commedia di Pasquale Altavilla, autore sempre trascurato dalla critica, che scrisse per il glorioso teatro S.Carlino di Napoli, dove recitava ogni sera, tra il 1820 e 1848, oltre cento commedie di grande successo, alleviando con la sua comicità le tante difficoltà della vita dei napoletani e portando un interessante cambiamento nel teatro popolare. La figura del Pulcinella era sempre stata considerata quella di una maschera sciocca, di un servo senz’anima alla continua ricerca solo di grandi piatti di maccheroni. Altavilla propone un Pulcinella nuovo, più uomo che maschera, lavoratore onesto, laborioso e pieno di dignità. E’ interessante osservare che solo dopo questa innovazione apportata dall’Altavilla, che dà appunto il via alla dinastia di grandi interpreti di Pulcinella, come i Petito, Scarpetta, De Muto ed altri, fino a quella che ne diede Eduardo De Filippo, e la storia riprende.

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Paola Ambrosi, Pino Tierno e Juan Mayorca al Nuovo

“Spettacolo. In altre parole” è il titolo della prima rassegna sulla drammaturgia europea che si terrà a Salerno, presso gli spazi del Teatro Nuovo di via Laspro, fino al 3 ottobre. Le serate dedicate per questa edizione 2021 alla Spagna sono ad ingresso gratuito. Tra gli ospiti, scelti dai direttori artistici Pasquale De Cristofaro e Pino Tierno, alcuni tra i principali protagonisti della scena teatrale contemporanea. Oggi alle 18.30, si confronteranno Paola Ambrosi, Pino Tierno e Juan Mayorga. Seguirà la lettura di Reykjavik di Juan Mayorga per la traduzione di Pino Tierno, con Valentina Martino Ghiglia. Con Andrea De Goyzueta, Ernesto Lama e Francesco Rivieccio. Musiche originali di Aniello Palomba a cura di Ferdinando Ceriani. “Reykjavik – che rievoca la sfida del 1972 tra il russo Boris Spasskij e l’americano Bobby Fischer per il campionato del mondo di scacchi, è innanzitutto un’opera sugli scacchi, un gioco che, come la vita, è fatto di memoria, d’immaginazione, di crudeltà e d’imprevedibilità. È anche una commedia sulla Guerra Fredda, sul comunismo e sul capitalismo. Ma è soprattutto uno spettacolo sul teatro, sulle sue potenzialità incantatorie e su quegli uomini che trovano una loro identità solo interpretando la vita degli altri. Reykjavik è la storia, la scacchiera il palcoscenico, Bobby Fischer, Boris Spasskij, l’arbitro tedesco, la guardia del corpo islandese, la madre di Bobby, la seconda moglie di Boris, un centinaio di bambini che salutano Boris con il pugno alzato all’aeroporto di Mosca, Henry Kissinger, il fantasma di Stalin, il Soviet Supremo, i genitori assenti, il KGB, i campioni morti sono i personaggi a cui Waterloo e Bailén devono dare vita e anima… – scrive Ferdinando Ceriani – Non è la prima volta che recitano questa storia ma è la prima volta che lo fanno davanti a qualcuno: un ragazzo che si è perso nei vicoli di una città che riecheggia in lontananza, attirato in uno squallido retrobottega dalle note di un musicista di strada e rimasto affascinato da quella scacchiera posata lì, su un tavolaccio. E non l’hanno mai fatto con tanta passione. Perché oggi cercano non solo di capire cosa c’era davvero in gioco a Reykjavik ma, questa volta, Waterloo e Bailén cercano un erede”. Collaboratore assiduo di compagnie come Animalario, Jaun Mayorga è stato membro fondatore dell’Accademia delle arti sceniche in Spagna e dirige la cattedra di arti sceniche dell’Università Carlos III di Madrid. Fra i numerosi riconoscimenti, ha conseguito il premio nazionale di Teatro nel 2007 e il premio nazionale di Letteratura Drammatica nel 2013, mentre nel 2018 è stato eletto membro della Real Academia Espanola. La sua produzione comprende testi originali e adattamenti di opere classiche, rappresentanti in moltissimi Paesi e tradotti in altrettante lingue. Matematico, filosofo, traduttore e drammaturgo, ha incentrato parte del suo lavoro su temi di grande attualità, come la pedofilia, il male, la relazione tra arte e potere. La rassegna si chiude domani (18.30) con una conversazione che vedrà protagonisti Giuseppe Gentile, Pino Tierno e Guillem Clua a cui seguirà la lettura di Smiley – after love di Guillem Clua, adattamento e traduzione di Pino Tierno, con Andrea Palladino e Luca Trezza, a cura di Antonello De Rosa. Clua è considerato uno dei drammaturghi più innovativi ed eclettici nel panorama catalano e spagnolo. Laureato in giornalismo a Barcellona, ha iniziato la sua formazione di scrittore presso la London Guildhall University. Nel 2020 ha vinto il premio nazionale di Letteratura Drammatica con il suo testo Giustizia rappresentato al teatro nazionale di Catalogna. I suoi lavori sono stati tradotti in inglese, tedesco, italiano, francese, greco, bulgaro, polacco, russo e serbo-croato. Le sue opere, che puntano i riflettori su argomenti come i conflitti armati, i cambiamenti climatici, i nazionalismi, sono sempre state acclamate dalla critica. Clua ha anche una vasta e riconosciuta esperienza come sceneggiatore e insegnante di scrittura drammatica.

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“Qui fu Napoli… qui sarà Napoli”

di Erika Noschese

E’ stata presentata questa mattina nella sala interna del Bar Santa Lucia di via Roma a Salerno, la rassegna teatrale di autori napoletani dal ‘800 ai contemporanei denominata “Qui fu Napoli… qui sarà Napoli”, organizzata dall’associazione consorzio “La città teatrale” di Salerno con il contributo della Regione Campania ed il patrocinio del Comune di Salerno. Otto gli appuntamenti in cartellone, che vedranno impegnate le compagnie dei sette teatri componenti “La città teatrale”. Si inizia sabato 2 ottobre con un doppio appuntamento, al Teatro La Ribalta, infatti, andrà in scena “Na Santarella” di Eduardo Scarpetta, mentre al Teatro La Mennola di scena “Pulcinellata” tratto da Pasquale Altavilla. Si prosegue poi il 9 e 10 ottobre al Teatro Nuovo con “Trianon” di Enzo Moscato. Quarto appuntamento il 12 e 13 ottobre al Teatro Del Giullare con lo spettacolo “Tu musica assassina” di Manlio Santanelli. Il 16 e 17 ottobre la compagnia del Teatro Arbostella, (che a causa dei lavori di ristrutturazione sarà ospitato al Teatro Nuovo) porterà in scena “Pascariello e don Felice” di Antonio Petito. Sesto appuntamento il 22 e 23 ottobre al Teatro Ridotto con “Eduardo: artefice magico” tratto da Eduardo De Filippo. Il 24 ottobre tocca invece alla compagnia del Teatro del Genovesi che proporrà “Anna Cappelli” di Annibale Ruccello. Chiude la rassegna il 29, 30 e 31 ottobre la compagnia del Teatro Nuovo che proporrà “L’ultimo scugnizzo” di Raffaele Viviani. Tutti gli spettacoli sono ad ingresso gratuito, con obbligo di prenotazione da effettuare anche telefonicamente presso i rispettivi teatri a partire dalla giornata di oggi, per i primi tre appuntamenti ed a seguire per i successivi. L’ingresso in sala, come da disposizioni anti covid, sarà consentito solo previa presentazione del green pass o dell’esito negativo di un tampone effettuato al massimo 48 ore prima dello spettacolo. “Napoli è il centro della cultura campana, ma soprattutto Napoli ha avuto tra i più grandi autori teatrali della storia. Questo è un omaggio che vogliamo fare a quegli autori partenopei di fine Ottocento inizio Novecento, che sono stati un po’ maltrattati dalla critica italiana, che considerava questo un periodo buio per il teatro italiano, perché non teneva conto del teatro dialettale – spiega Ugo Piastrella, presidente de “La città teatrale” –Teatro invece, che si è dimostrato molto importante, anche per autori che poi hanno deciso, negli anni successivi, di riprenderlo. Quindi partendo da Pasquale Altavilla, Petito, Scarpetta, Viviani, Eduardo, fino ai contemporanei, Ruccello, Santanelli e Moscato, noi abbiamo deciso con questi otto spettacoli di rivolgere a loro il nostro personale omaggio, e ovviamente ci auguriamo che anche il pubblico apprezzi questa nostra iniziativa. Un’iniziativa questa che vuole anche essere un inizio di un lavoro di rete dei teatri salernitani, come Città teatrale anche in passato abbiamo fatto diverse iniziative ma non siamo mai riusciti a creare una rete che potesse essere utile a noi e soprattutto alla città, alla cultura e agli spettatori salernitani. Ora iniziano con questa prima iniziativa che è anche un segno di speranza, di ripresa e di ripartenza del comparto dopo i mesi di chiusura causa Covid”.

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Paola Quattrini protagonista di “Spettacolo. In altre parole”

“Spettacolo. In altre parole” è il titolo della prima rassegna sulla drammaturgia europea che si terrà a Salerno, presso gli spazi del Teatro Nuovo di via Laspro, fino al 3 ottobre. Le serate, dedicate per questa edizione 2021 alla Spagna, sono ad ingresso gratuito. Tra gli ospiti, scelti dai direttori artistici Pasquale De Cristofaro e Pino Tierno, alcuni tra i principali protagonisti della scena teatrale contemporanea. Il 1 ottobre (ore 18.30), il teatro Nuovo ospiterà una conversazione con Simone Trecca, Pino Tierno e Marta Barcelò. A seguire la lettura di Prima che arrivi il tedesco di Marta Barcelò per la traduzione di Pino Tierno a cura di Enrico Maria Lamanna con Iacopo Sorbini e Paola Quattrini. La straordinaria attrice teatrale italiana darà voce a una commedia molto particolare e ricca di spunti di riflessione. “E’ una lettura movimentata. Un testo di una poesia pazzesca che racconta di una donna di soli sessant’anni alla quale viene comunicata la certezza che avrà l’Alzheimer, senza tuttavia sapere quando. Nonostante il tema drammatico legato ad una delle malattie più terribili che ci ruba l’anima, è un inno alla vita, che Giulia, la protagonista, vuole assaporare, godere fino in fondo, facendo incetta e tesoro di quante più emozioni vitali riesca ad afferrare”, spiega Paola Quattrini. “Salgo molte volte a questo terrazzo con la scusa di stendere i panni, che sia estate o inverno c’è sempre il vento, mi piace il vento, mi rinfresca. Tutti abbiamo qualche cosa che ci fa sentire vivi. Nel mio caso è il vento. Seduta su questa sedia, oppure qui in piedi mi metto controvento, chiudo gli occhi e sento la sua carezza sulla faccia. Qui sopra sono tranquilla, non c’è nessuno che mi dica niente, che mi voglia consolare, che mi compatisca, che mi voglia tirare su”. (Cit. Testo) “Tutti temono che si voglia togliere la vita, ma lei al contrario, cerca di trattenerla. Lei ripete a sé stessa di voler restare con gli occhi ben aperti, per godere ogni attimo, domandandosi se qualcuna di queste emozioni che sta provando adesso, non possa rimanerle nascosta nel cuore. Io ho molta paura di questa malattia, non tanto per me ma per chi mi ama, per i miei nipoti in particolare – continua l’attrice – Questo è un modo per esorcizzarlo, lo vivo per allontanarlo da me. Giulia è una donna coraggiosa, credo e spero che ci possa essere un seguito dopo questo evento perché mi ha colpito moltissimo e non vedo l’ora di incontrare l’autrice, la maiorchina Marta Barcelò. Giulia cerca di restare con gli occhi bene aperti e mi piace moltissimo: sono felice di interpretarla con il mio carattere, cercando di metterci più gioia che dolore, perché non è struggente e non voglio che sia negativa, ma al contrario possa arrivare a tutti quel soffio di vento, che celebra la vita”. “La perfetta composizione della commedia Prima che arrivi il tedesco è stupefacente. L’autrice spagnola di ultima generazione propone la storia di una donna a cui viene diagnosticato l’Alzheimer… la nostra protagonista ha poco tempo per organizzare la vita prima che il tedesco ovvero Alzheimer pigli il sopravvento su di lei – racconta Enrico Maria Lamanna – Ed ecco che organizza 10 punti per andarsene poi in tranquillità e senza responsabilità e con una sottile vena di tristezza. Paola Quattrini interpreta il ruolo di Giulia, la protagonista con leggerezza, commozione, forza. Accanto a lei un giovane attore, Jacopo Sorbini che rappresenta tutti gli altri personaggi che Giulia incontrerà nell’andare avanti a risolvere questi 10 punti La mia messinscena è una mise en espace quasi più che una lettura. Anche perché le letture semplici con leggio mi hanno sempre annoiato. Lo spettacolo si avvale delle musiche di Paolo Buonvino grande musicista autore di parecchie colonne sonore come i film di Muccino e tanti altri. E a chiudere lo spettacolo nei ringraziamenti sarà la canzone Valzer di Teresa De Sio le cui parole ricalcano molto una sorta di testamento spirituale della nostra protagonista”.

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Andrea Camilleri nell’audio inedito, le ultime parole sull’amore diventeranno uno spettacolo


Michele Marco Rossi esegue un brano anonimo Rinascimentale mentre la voce di Andrea Camilleri, registrata due mesi prima della sua morte, prendendo spunto dal celebre Sonetto "Tanto gentile e tanto onesta pare" di Dante Alighieri parla dell'amore e della sua irrazionalità. Tutto questo è "Intelletto d’amore (e altre bugie)", spettacolo che andrà in scena, emergenza Covid permettendo, ad agosto 2021.
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L’inferno dei teatri nella pandemia tra coprifuoco, contagi e spettacoli annullati


Da Milano a Napoli, passando per la Capitale, i teatri sono costretti a riorganizzare il programma a causa degli effetti della pandemia. Tra spettacoli annullati, cast in quarantena e spostamenti di orari dovuti al coprifuoco, lo spettacolo dal vivo già martoriato dalla crisi economica è costretto a fare i conti con una giungla di provvedimenti diversi e spesso incoerenti tra loro.
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Placido Domingo torna dopo il Covid e lo scandalo #metoo: “Mi manca l’amico Pavarotti”


Dopo le accuse di abusi sessuali e il Coronavirus da cui è guarito a marzo, Placido Domingo torna sulle scene. Il 22 agosto si esibirà alla Reggia di Caserta, poi Verona, Firenze e Milano a novembre. E sulle accuse che lo hanno travolto in un'intervista ad Ansa rivela: "Per il mio comportamento ho chiesto scusa, ma la mia coscienza è serena perché non ho abusato di nessuno".
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Chiara Francini: “L’arte è condivisione nella diversità, la mia Ofelia intima ed empatica”


Intervista a Chiara Francini protagonista a teatro de "L'amore segreto di Ofelia" di Steven Berkoff, in scena il 21 agosto al Teatro La Versiliana di Marina di Pietrasanta. Dall'amore per la poesia di Sandro Penna a questa "strana" estate trascorsa scrivendo, l'attrice, scrittrice e conduttrice televisiva ci parla del suo percorso: "Ho voglia di legarmi a progetti che mi nutrano".
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Isabella Ragonese con ‘Spiagge’: “Porto in scena l’Italia raccontata dai grandi scrittori”


Al MAXXI di Roma il 22 luglio va in scena "Spiagge" con Isabella Ragonese. L'attrice siciliana racconta a Fanpage.it la genesi dello spettacolo a partire dai grandi scrittori che hanno descritto il litorale italiano: da Pier Paolo Pasolini a Elsa Morante, passando da Goffredo Parise per arrivare a Pier Vittorio Tondelli e alla più recente Chiara Valerio: "L'estate è il momento in cui decidiamo di essere felici e, in effetti, lo siamo."
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Coronavirus: 10 cose da fare in quarantena fra arte, teatro e libri


In questi giorni di quarantena, con l’Italia che diviene di fatto interamente "zona rossa", sono tantissime le cose da poter fare per combattere la noia delle lunghe giornate che ci aspettano e per continuare a mantenere vivo il dibattito culturale: dalle iniziative “a distanza” di musei e librerie ai palinsesti TV e Radio, passando per le iniziative social, ecco 11 cose da fare restando a casa durante l'epidemia di Coronavirus.
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Coronavirus e teatri chiusi: a Napoli la prima stagione virtuale in diretta streaming


Dal Nest Napoli est Teatro arriva la prima stagione virtuale teatrale al tempo del Coronavirus. Stasera 9 marzo, ore 21, andrà in scena in diretta Facebook e Instagram lo spettacolo "Muhammad Alì" dedicato alla figura del grande campione di boxe. L'iniziativa è promossa dall'attore Francesco Di Leva del gruppo teatrale del quartiere di San Giovanni a Teduccio nel capoluogo partenopeo.
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Wagner fascista? Sciocchezze dal podio

L'accusa del direttore israeliano Wellber non sta in piedi. Il compositore tedesco fu sì un virulento antisemita, ma morì nel 1883. Ben prima dell'avvento delle dittature in Italia e Germania. E Hitler a 17 anni fu conquistato dal Tristan eseguito da Mahler a Vienna, non dalle idee dell'artista.

Beethoven ha la partenza lenta. Questo è il suo anno – 250 dalla nascita – ma almeno per ora la routine concertistica la fa da padrona, non certo scalfita dalle stucchevoli sortite giornalistiche di inizio gennaio, che i due maggiori quotidiani hanno di comune accordo relegato nei magazine.

Così, l’evento della scena musicale italiana – in questo scorcio dell’inverno 2020 – è la singolare fiammata wagneriana della programmazione operistica.

Due nuovi allestimenti debutteranno a distanza di due giorni uno dall’altro (il 24 e il 26 gennaio): Tristan und Isolde a Bologna, Parsifal a Palermo. Fuori dall’immensa mitologia del Ring, altezze vertiginose e indiscutibili, almeno musicalmente. Non male, per il Paese del melodramma, storica culla dell’opera, nel quale le uscite dal ristretto pantheon dei numi Rossini-Bellini-Donizetti-Verdi-Puccini (a diverso livello padri della patria) sembrano sempre un po’ casuali, quasi involontarie.

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È un caso anche questa congiunzione wagneriana, naturalmente. Anche perché, per quanto si spulcino gli annuari, non si trova traccia di possibili anniversari legati a questi due drammi musicali. E si sa che gli anniversari, nell’eclisse della conoscenza, creatività e della fantasia, sono sempre più spesso la linea guida delle attività culturali in Italia.

BOLOGNA CAPITALE ITALIANA DEL WAGNERISMO

Le circostanze di queste due proposte sono peraltro assai differenti. Premesso che il rapporto di Wagner con l’Italia fu frequente, intenso e talvolta decisivo e che Venezia, da questo punto di vista, può addirittura osare definirsi una seconda patria del compositore (che vi soggiornò a più riprese e vi morì nel 1883), Bologna può vantare senza tema di smentite il titolo di capitale italiana del wagnerismo. Fu il suo teatro lirico, infatti, a tenere a battesimo in Italia numerose opere del musicista tedesco, dal Lohengrin al Tannhäuser, dal Tristan, appunto, che vi fu rappresentato nel 1888 (23 anni dopo la prima assoluta, direttore il compositore Giuseppe Martucci) per arrivare all’inizio del 1914, quando vi fu finalmente rappresentato anche Parsifal, a distanza di 32 anni dal suo debutto assoluto.

OMER MEIR WELLBER E LA SFIDA PALERMITANA

Il Comunale di Bologna, dunque, assolve a un dovere in qualche modo “storico”, prosegue una vocazione che del resto non ha mai davvero lasciato cadere. Diverso è il discorso per Palermo: qui la scelta del “dramma sacro” di Wagner per aprire la stagione del Teatro Massimo (Fondazione lirica in deciso rilancio) ha insieme il sapore di un recupero dopo 65 anni – l’ultima rappresentazione risale al 1955 – e di una sfida. Così ha sostenuto in un’ampia intervista pubblicata su La Repubblica il 18 gennaio il direttore d’orchestra israeliano Omer Meir Wellber, non ancora 40enne, che inaugura così anche la sua esperienza di direttore musicale della scena operistica palermitana.

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E tanto per illuminare meglio una delle questioni più calde intorno non solo a quest’opera, ma a tutta la produzione di Wagner, a precisa e non eludibile domanda («Non è difficile il rapporto di un israeliano con Wagner?») Wellber ha risposto testualmente: «Lo è per qualsiasi antifascista, dato che Wagner fu in favore del fascismo, come testimoniano i suoi scritti filosofici, inesistenti dal punto di vista del pensiero politico e vuoti nei contenuti. Ma io mi concentro solo sulla qualità straordinaria del Wagner compositore».

LA VERITÀ È CHE WAGNER FU UN VIRULENTO ANTI-SEMITA

La sciocchezza (anzi, la serie di sciocchezze, esclusa l’ultima frase naturalmente) avrebbe meritato quanto meno una puntualizzazione o una contestazione di merito da parte dell’intervistatrice. Ma questo è un altro discorso, che riguarda le condizioni del giornalismo in questo Paese. Restando a Wellber, il direttore d’orchestra avrebbe potuto, ma non l’ha fatto, ribadire una verità documentalmente e storicamente accertata, e cioè che Richard Wagner fu un virulento antisemita, un vero e proprio “odiatore” degli ebrei come dimostrano chiaramente non solo il suo vergognoso pamphlet Il giudaismo in musica, pubblicato nel 1850, ma numerosi altri suoi testi di poetica ed estetica musicale.

Che si debba considerare Wagner «favorevole al fascismo» perché Hitler lo idolatrava è tesi datata, oltre che un anacoluto storico

Invece ha preferito parlare di un suo fantomatico «favore per il fascismo», anche se si parla di un artista morto nel 1883, cioè 40 anni prima dell’apparizione dei movimenti totalitari di destra in Italia e in Germania. Avrebbe potuto spiegare se e in che misura considera Parsifal un’opera nella quale Wagner trasferisce il suo antisemitismo sul piano musicale, controverso argomento di discussione e di contrasto fra gli specialisti da molto tempo. Con più equilibrio e in maniera molto più condivisibile avrebbe potuto esprimere il suo dissenso e il suo disgusto per l’incondizionato appoggio fin dalla prima ora (anno 1923) accordato dai discendenti di Wagner a Hitler, al nazismo e all’antisemitismo.

Winifred Wagner, nuora del compositore tedesco, con suo figlio Wieland (a destra) e Hitler nel giardino di Wahnfried, la casa Wagner a Bayreuth, nel 1938 (Getty Images).

LA FOLGORAZIONE DI HITLER PER IL TRISTAN DIRETTO DA MAHLER

In Israele, la musica di Wagner resta un argomento molto sensibile, anzi critico. E questo nonostante le più recenti ricognizioni sulle testimonianze dei sopravvissuti all’Olocausto tendano a non collegare con particolare frequenza la musica wagneriana con i campi di sterminio, segnalando come fossero molto utilizzate anche musiche “leggere” degli Strauss, arie d’operetta e molto altro. Naturalmente la sensibilità dei sopravvissuti alla Shoah dev’essere solo rispettata. Sono le vittime e i testimoni di un regime totalitario e di bestiale inumanità il cui futuro leader rimase “fulminato” all’età di 17 anni dall’ascolto del Tristan a Vienna. Era il 1906, dirigeva Gustav Mahler, un ebreo che si era cristianizzato per poter accedere alla guida del Teatro dell’Opera nella capitale dell’Impero (a proposito di antisemitismo…). 

La bibliografia è sterminata, ma un punto sembra ormai acquisito: il futuro dittatore nazista fu conquistato dalla musica di Wagner e non dalle sue tesi antisemite

Ma che si debba considerare Wagner «favorevole al fascismo» perché Hitler lo idolatrava è tesi datata, oltre che un anacoluto storico. La bibliografia sul rapporto fra i due personaggi è sterminata, in Europa e negli Usa, ma un punto sembra ormai acquisito: il futuro dittatore nazista fu conquistato dalla musica di Wagner e non dalle sue tesi antisemite. E un accurato screening comparativo fra le pubblicazioni wagneriane e i discorsi di Hitler sembrerebbe dimostrare che mai quest’ultimo citò le posizioni del compositore sugli ebrei.

TRA IL DIO DI MALLARMÉ E «L’ASSOLUTA MERDA» DI AUDEN

La realtà è che 137 anni dopo la sua morte, Wagner non cessa di scatenare entusiasmo e repulsione in pari misura, oltre ogni convinzione politica, senza bisogno di pretestuosi agganci con il fascismo, il totalitarismo di destra, l’Olocausto. I poli – come ricordava ancora nel 1998 sul New Yorker il critico Alex Ross – sono «il dio Richard Wagner» di cui parlava Mallarmé e «l’assoluta merda» della definizione di W.H. Auden, successiva di qualche decennio. Wagner si ama o non si sopporta.

Il fondatore del sionismo Theodor Herzl scrisse Lo stato ebraico ascoltando ogni volta che poteva il Tannhäuser

E fra quelli che lo amano, la stragrande maggioranza è costituita da persone che nell’opera del loro compositore preferito non vedono alcun “favore per il fascismo” – perché non può esserci – e non vedono neppure antisemitismo, al di là delle interminabili controversie. Di sicuro non lo vedeva, per fare solo un esempio (anche questo citato da Ross, grande esperto del tema, sul quale a settembre pubblicherà un nuovo libro intitolato Wagnerismo), il fondatore del sionismo Theodor Herzl, che scrisse Lo stato ebraico (pubblicato nel 1896) ascoltando ogni volta che poteva il Tannhäuser. Del resto, la storia dell’interpretazione wagneriana dell’ultimo mezzo secolo vede brillare i nomi di direttori ebrei come James Levine o Daniel Barenboim, colui che in Israele ha osato sfidare la norma non scritta che ne vieta l’esecuzione in concerto (ma, curiosamente, non alla radio…). Solo le rappresentazioni palermitane di Parsifal diranno se Omer Meir Wellber può aspirare a far parte del gruppo. A prescindere dalla pregiudiziale antifascista.

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Concerto di Capodanno a Vienna, il 2020 inizia sulle note di Beethoven


Grande attesa per il Concerto di Capodanno 2020 di Vienna: il tradizionale appuntamento con la musica classica quest’anno sarà più seguito che mai, date le importanti novità che il direttore scelto, Andris Nelsons, ha introdotto nel programma musicale. Da Beethoven, scelto in occasione del 250° anniversario dalla nascita, alla Marcia di Radetzky, che potrebbe non essere la stessa di sempre.
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7 opere sulla strage di Piazza Fontana: libri, poesie, teatro, canzoni per non dimenticare


Il 12 dicembre ricorrono i cinquant’anni dalla strage di piazza Fontana. Capire un pezzo così complesso del mosaico che compone la storia dell’Italia dell’ultimo secolo, non è cosa facile: ci abbiamo provato ricordando le opere letterarie e poetiche attraverso le quali è possibile rileggere quella storia in modo diverso. Da Pasolini a Dario Fo, passando per i fumetti della Bonelli e per le ricerche di Deaglio e Cucchiarelli, ecco 7 opere da leggere per capire piazza Fontana.
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La Tosca di Puccini per la prima della Scala: la storia dell’opera da guardare anche in TV


Il 7 dicembre il Teatro alla Scala di Milano aprirà al pubblico per la stagione 2019-2020, e lo farà con un’opera davvero particolare: si inizia, infatti, con la Tosca di Giacomo Puccini, portata sul palcoscenico scaligero da Riccardo Chailly e Davide Livermore. Una prima attesissima, visibile anche in diretta tv, che riporta all'attenzione del pubblico una delle opere più emblematiche del compositore lucchese: ecco l’origine e la storia nascosta dietro alla Tosca.
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La Genesi di Tosca, capolavoro di sangue e poesia

Dal dramma francese di Sardou al canovaccio di Illica e le liriche di Giacosa. La storia dell'opera di Puccini che apre la stagione della Scala. E che è una delle cinque più rappresentate al mondo.

È la prima volta che Tosca di Giacomo Puccini inaugura la stagione della Scala, il 7 dicembre. Sul podio Riccardo Chailly, regia di Davide Livermore, protagonisti il soprano Anna Netrebko (Floria Tosca), il tenore Francesco Meli (Cavaradossi) e il baritono Luca Salsi (Scarpia).

Il caso è singolare, perché si parla di una delle opere più applaudite di sempre, che infatti ha nel teatro del Piermarini una storia importante, scandita attraverso i grandi interpreti del XX secolo. E in fondo anche perché nelle intenzioni del compositore l’opera era destinata proprio alla Scala e al suo fido Arturo Toscanini che aveva allora poco più di 30 anni.

LA FORTUNA PLANETARIA DI UN’OPERA SENZA TEMPO

La prima assoluta si ebbe in realtà e non per caso al Teatro Costanzi di Roma (oggi Teatro dell’Opera), il 14 gennaio 1900: così volle l’editore Ricordi in considerazione della “romanità” del soggetto. E anche per ragioni promozionali. A Milano Tosca approdò due mesi più tardi, il 17 marzo, sull’onda di un grande successo. Nel giro di pochi anni sarebbe dilagata in Europa, quindi nelle Americhe e in Oriente. Era l’inizio di una fortuna planetaria, che non accenna a tramontare.

Negli ultimi 15 anni (dati di Operabase.com) è al quinto posto assoluto fra le opere più rappresentate, con 1.428 produzioni e 6.869 rappresentazioni. Vuol dire che dal 2004 in media è andata in scena un po’ più di una volta al giorno. E poi dicono che il melodramma è al tramonto. Dipende dal titolo, e dall’autore.

IL DRAMMA DI VICTORIEN SARDOU

L’idea di Tosca era venuta a Puccini nel 1889, dopo avere assistito a Milano alla rappresentazione dell’omonimo dramma di Victorien Sardou (scritto nel 1887) con la “mattatrice” Sarah Bernhardt nel ruolo principale. L’interesse del compositore fu immediato, la causa di questo interesse resta misteriosa, a meno di non voler fare ricorso a categorie poco estetiche e molto psicologiche (e spesso anche molto banalizzate) come l’intuito o l’istinto creativo.

Il compositore Giacomo Puccini (1858 – 1924) (Getty Images).

Lo spettacolo si teneva infatti in lingua originale francese e il musicista non capì granché del dialogo, anche se è vero che l’arte di Bernhardt era largamente affidata alle sfumature della voce e al gesto. Ma soprattutto, la pièce di Sardou era (ed è) un drammone di cornice storica, improntato dal gusto per il coup de théâtre sanguinoso, che si dipana per cinque lunghi atti fra innumerevoli divagazioni in molteplici ambientazioni sceniche, popolato da una folla di 23 personaggi. Qualcosa di sideralmente lontano dalla tagliente concentrazione drammatica che è carattere fondante dell’opera.

L’EFFICACE ADATTAMENTO DI ILLICA

Dato atto della rabdomantica capacità di Puccini di “sentire” le potenzialità melodrammatiche del testo di Sardou, bisogna aggiungere che all’iniziale clic scattato nella mente del compositore seguì una lunga fase di dubbi e d’incertezza, anch’essa del resto caratteristica dei suoi complessi percorsi creativi. Intanto, la Casa Ricordi – su richiesta del musicista – aveva acquisito i diritti del testo e Luigi Illica ne aveva realizzato rapidamente una straordinaria sintesi, una “tela” efficacissima (oggi potremmo dire un adattamento) che riduceva gli atti da cinque a tre, lasciando Tosca, Scarpia e Cavaradossi praticamente soli a delineare il plot, con solamente due altri personaggi di qualche significato nel contorno (il sagrestano e lo sbirro Spoletta). Il resto delle invenzioni di Sardou svaniva, salvo il grand-guignol (morti ammazzati o suicidi) e l’ambientazione romana che diventava però elemento ben diversamente caratteristico nella sua specificità anche topografica.

La chiesa di Sant’Andrea della Valle, Palazzo Farnese e Castel Sant’Angelo: tutto si svolge in un triangolo di poche centinaia di metri nel cuore della Capitale. In questi luoghi, uno per atto, la storia inizia all’ora dell’Angelus (mezzogiorno) per concludersi all’alba successiva, fra il 17 e il 18 giugno 1800. I papisti credono che Napoleone sia stato sconfitto a Marengo e invece è accaduto il contrario; il feroce capo della polizia va a caccia di prigionieri politici evasi e cerca intanto di soddisfare la sua “foia libertina” nei confronti di una cantatrice famosa, con il condimento sadico di torture a un pittore volterriano, che di lei è l’amante

L’AFFIDAMENTO DELL’OPERA A PUCCINI

Tornando alla genesi dell’opera, mentre Puccini si dedicava ad altro (e che altro: Manon Lescaut e Bohème), Tosca – soggetto che lo stesso Verdi apprezzava, avendolo conosciuto durante un incontro con Illica e Sardou a Parigi – fu affidata dall’editore Ricordi a un bravo compositore della sua scuderia, Alberto Franchetti. La prassi all’epoca non era infrequente. Semmai, era decisamente raro che poi un soggetto “tornasse a casa” come avvenne con Tosca, riaffidata dopo la spontanea (o forse “spintanea”) rinuncia di Franchetti a un Puccini stavolta entusiasta dell’impresa. Era l’estate del 1895, di lì a pochi mesi avrebbe debuttato La Bohème. A Illica venne affiancato Giuseppe Giacosa, per la rifinitura poetica di un libretto che è quasi tutto in versi. Il famoso letterato e drammaturgo doveva risultare uno dei più accesi critici del soggetto, ma i suoi tentativi di sfilarsi dall’impresa vennero sempre respinti, segno che la sua polemica collaborazione era ritenuta fondamentale.

Una foto di scena di Tosca a La Scala con la direzione di Lorin Mazel e la regia di Luca Ronconi (2006).

I DUBBI DI GIUSEPPE GIACOSA

Giacosa imputava alla trama di contenere troppi fatti e pochi sentimenti e di essere per questo inadatta a diventare melodramma. Contestava non senza qualche motivo il fatto che il finale del primo atto e l’inizio del secondo fossero entrambi caratterizzati da un monologo di Scarpia. Pensava che la successione di duetti mettesse a rischio l’equilibrio del melodramma. Cercava luoghi dove fare poesia e stimolare la musa lirica pucciniana, com’era avvenuto con risultati memorabili in Bohème. Non capiva la diversità di Tosca, né poteva immaginare che Puccini stesse preparando una virata radicale rispetto allo stile e al clima dell’opera ambientata a Parigi, ma alla fine si adattò. E facendolo ha consegnato alla letteratura italiana alcuni dei più seducenti versi per musica scritti fra Otto e Novecento.

Luciano Pavarotti nella Tosca (1979-1980).

Il libretto di Tosca è infatti un capolavoro per il capolavoro: nitido e tagliente, lirico e brutale, funzionale come meglio non si potrebbe alla drammaturgia musicale pucciniana. Una miniera di versi memorabili fra i quali il musicologo Mario Bortolotto amava spesso citare quello di Cavaradossi nel primo atto, nel quale proclamava esserci la più brillante avversativa della letteratura italiana: «È buona la mia Tosca, MA credente». 

LA PASSIONE DI MONTALE PER TOSCA

Oltre la boutade colta, questo è però anche un libretto insospettabilmente denso proprio sul piano della poesia. Non a caso, è stato una sorta di riferimento non solo ideale ma molto pratico e preciso per uno dei maggiori poeti italiani del XX secolo, Eugenio Montale.

Il trionfo di Maria Callas nella Tosca al Covent Garden di Londra. Accanto a lei Tito Gobbi e Renato Cioni (LaPresse).

In numerosi passai dell’opera del Nobel per la Letteratura, soprattutto nella sua prima fase, gli studiosi hanno trovato agganci e vere e proprie citazioni del testo di Giacosa. Montale fu anche critico musicale, come è ben noto, e in gioventù aveva accarezzato l’idea di una carriera da cantante lirico. «Come baritono», raccontò una volta il poeta al suo biografo Giulio Nascimbeni, «mi attraeva la figura di Scarpia nella Tosca. Vedo che in genere lo fanno tutti male. Non gli danno il tono del gran signore, lo trasformano in una specie di sceriffo austriaco…». Ancora qualche giorno, e si potrà capire se questa Tosca sarebbe stata nelle corde di Eugenio Montale.

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Eugène Ionesco: 110 anni fa nasceva il padre del teatro dell’assurdo


Il 26 novembre del 1919 nasce, in una piccola cittadina rumena, uno degli autori più importanti e significativi dello scorso secolo. Eugène Ionesco viene riconosciuto come uno dei padri del teatro dell’assurdo, assieme a Beckett: ma il drammaturgo ci tenne sempre a prendere le distanze da un aggettivo troppo riduttivo per le sue opere. Insensatezza, nel linguaggio e nella vita: questi i veri protagonisti dei suoi drammi.
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Bach non brancola nel buio

Dall’amore per Sebastian, a cui si deve il linguaggio di tutta la musica che conosciamo, ai segreti dei suoi famosi dark concert. L’estroso maestro Cesare Picco si racconta a Roma InConTra.

La musica al buio. Quello vero, profondo, in cui neanche uno spiraglio di luce è concesso, dove le tenebre avvolgono tutto e tutti lasciando spazio solo al suono sprigionato dalle sapienti mani del maestro Cesare Picco.

È una dimensione affascinante quella che si vive nei Blind date – Concert in the Dark, che il compositore e improvvisatore classico porta in giro nei teatri di tutta Italia, valorizzando la melodia con il fascino imperscrutabile del buio. Tutto parte da regole precise, a cui il pubblico è conscio di doversi attenere: i primi minuti con una luce fioca che pian piano si spegne, fino a diventare per circa una mezz’ora buio assoluto, quello visibile – si fa per dire – solo nelle caverne o nelle profondità estreme del mare.

Ecco, è quello lo stadio in cui la musica viene espressa nella sua purezza, quasi viscerale, in cui lo spettatore viene calato in un’esperienza sensoriale autentica. Non per tutti, sia chiaro, sconsigliata agli apprensivi o chi soffre di attacchi di panico, ma adatta certamente a coloro che intendono affrontare attraverso il buio le proprie paure vivendo la musica per la musica, senza bisogno di altro.

CESARE PICCO, ARTISTA FUORI DAGLI SCHEMI

Una scelta originale, che rende Picco un artista fuori dagli schemi, oltre che un improvvisatore vero, con la barba da dandy, folta ma armonica, e la voce piena, corposa, forse modellata sulla qualità della musica che suona. A partire da quella di Joan Sebastian Bach, o solo Sebastian, come è intitolato il suo libro scritto per Rizzoli, presentato da Enrico Cisnetto a Roma InConTra. Bach per Picco è un riferimento imprescindibile, un genio, un supereroe, un’autentica rockstar, a cui l’intera musica, non solo quella classica, deve praticamente tutto.

Da sinistra, Enrico Cisnetto e Cesare Picco.

DOPO BACH TUTTA LA CONCEZIONE DELLA MUSICA È CAMBIATA

Bach, infatti, è il padre della codificazione del linguaggio del suono come lo conosciamo ora, su cui si basa la scrittura della musica. Un linguaggio quasi matematico, certamente frutto di uno sforzo sovraumano, realizzato in tempi in cui la musica veniva scritta per 18-20 ore al giorno, a orecchio, senza poter mettere le mani sullo strumento, senza l’ausilio di nessuna tecnologia e, nel caso di Bach, con la perdita graduale della vista, che lo rese cieco sin dalla giovane età. Eppure non esiste alcuna musica arrivata dopo Sebastian che non abbia fatto i conti con i codici da lui inventati, una sorta di dizionario di regole grammaticali che permettono di affrontare qualunque tipo di musica: dal blues al jazz, passando per il pop e per quella dei Beatles.

Cesare Picco.

UN CONCERTO AL BUIO CHE FA VIAGGIARE AD OCCHI APERTI

Ma l’omaggio che Picco rende al genio tedesco non è affatto la solita biografia tecnico-celebrativa, bensì un vero romanzo, che conduce il lettore, non per forza musicista, alla scoperta del giovane Bach, negli anni della scintilla che lo porterà a diventare uno dei riferimenti della storia della musica classica. Un viaggio a occhi aperti, questo sì, magari da alternare con le melodie che lo stesso Picco consiglia. Musica scritta, messa nero su bianco, da eseguire con minuziosa precisione, tutt’altra cosa rispetto al flusso imprevedibile generato sul momento nei suoi dark concert. Quello è pura creazione di suono in tempo reale, ogni sera diversa, espressa in un percorso che dalla luce va verso il buio, per poi ritornare alla luce. Un’esperienza coinvolgente. Persino illuminante.

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Teatro alla Scala di Milano, svolta “green”: le luci della prima da fonti rinnovabili


Il prossimo 7 dicembre al Teatro alla Scala di Milano andrà in scena la "Tosca", capolavoro di Giacomo Puccini. L'evento, andato sold out nonostante i prezzi non proprio popolari, si caratterizza per essere il più "green" nella storia della lirica. Dalle luci dello spettacolo fino alla raccolta differenziata al Piermarini la parola d'ordine è sostenibilità.
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Una mostra celebra i palchi della Scala di Milano

Al museo del Teatro un'esposizione racconta le storie dei proprietari di quei piccoli salotti che hanno accolto anche la regina Elisabetta e Lady D.

«Piove, nevica fuori dalla Scala? Che importa/Tutta la buona compagnia è riunita in centottanta palchi del teatro», scrive Henri Beyle, Stendhal, in quel 1816 del suo viaggio più glorioso e felice in Italia, ricco di soste e ritorni nella città che preferiva a Parigi, e cioè Milano. Ogni sera, correva al Teatro alla Scala, il palcoscenico nel palcoscenico in cui vedeva rappresentata non solo tutta la buona società locale, ma la messa in scena quotidiana della vita della città, dei suoi amori e dei suoi affari. La storia dell’industriale Ziliani che si innamora della bella dama Gina, fedifraga patentata, è da leggere; un romanzo in nuce, se mai avrete tempo di scorrere quelle note, ma il motivo per cui ne scriviamo oggi è che questo breve aforisma inaugura, come un viatico, anche la mostra Nei palchi della Scala. Storie milanesi aperta l’8 novembre 2019 nel Ridotto della Scala curata da Pier Luigi Pizzi con l’intima grandeur che gli è propria (e non sembri un ossimoro, perché non lo è).

PREVISTO ANCHE UN DATABASE ONLINE

L’esposizione si inserisce in un lungo progetto di ricerca che ha unito il Teatro al Conservatorio G.Verdi e alla Biblioteca Braidense nella realizzazione di uno studio sui palchi e i palchettisti dal 1778, anno di apertura della sala che sostituiva il Regio bruciato poche stagioni prima fino al 1920, ultimo anno in cui quelle salette affacciate sul palcoscenico conservarono la proprietà privata (l’affitto non era uso, l’esproprio si rese necessario per dare nuovo ossigeno finanziario). Disponibili a chiunque sia interessato in un database online a partire dal 7 dicembre, i risultati della ricerca sono già ora visibili all’interno della mostra, ed è straordinario vedere come tutti, ma proprio tutti, cerchino nomi noti, documenti. E in un certo senso è come se stessimo insieme con i Trivulzio, i Litta, i Belgiojoso (straordinario il numero delle donne proprietarie di palchi: 308 su 1223 nomi finora censiti) i Visconti, le cui narrazioni personali si intrecciano con quelle dei patrioti italiani. E attenzione al palco numero 5, I ordine settore destro, più vicino al proscenio, detto appunto “il palco dei patrioti”: di proprietà di Vitaliano Bigli, uno dei tre cavalieri delegati a trattare a nome della Società dei Palchettisti con l’arciduca Ferdinando, il conte Firmian e il regio architetto Giuseppe Piermarini per la costruzione della Scala e della Cannobbiana, venne occupato dal pronipote Federico Confalonieri, patriota del partito degli “Italici puri” coinvolto nei moti del 1820-21 e fondatore del “Conciliatore” con Giovanni Berchet, Silvio Pellico e Luigi Porro Lambertenghi). 

OMAGGI A CURIEL, MONTALE, FRACCI E TOSCANINI

Una mostra costruita per suggestioni che al primo piano si apre con la doppia rappresentazione fotografica dello spettacolare (è proprio il caso di dirlo) abito da sera dedicato qualche stagione fa da Raffaella Curiel alla Prima del 7 dicembre di cui la sua famiglia veste buona parte delle ospiti dagli Anni ’50. L’esposizione avvolge poi il visitatore con le molte “quinte fotografiche” bellissime di Giovanni Hanninen, vere catapulte visive ad effetto tridimensionale nell’atmosfera del teatro, spettacolo della vita prima della sua rappresentazione. Lo scopo è proprio questo: avvolgere. Proteggere. Rafforzare il senso di sicurezza e di orgoglio di chi ne varca le porte di ispirazione neoclassica con le pigne beneauguranti sui maniglioni: «Un forte legame di identificazione culturale e civile», come lo definisce il sindaco Giuseppe Sala. In un montaggio fotografico ideale e fantastico dei quattro ordini, curatori e fotografo hanno inserito i volti di Eugenio Montale, grande baritono mancato (Indro Montanelli ha lasciato traccia della prima esibizione a cui assistette, nella redazione del Corriere della Sera), di Carla Fracci e Valentina Cortese, Wally e Arturo Toscanini, Anna Crespi, Vittoria Crespi Morbio e Nandi Ostali, il Quartetto Cetra del “vecchio palco della Scala”. E c’è anche Liliana Segre, tesoro protetto dalla città e forse non abbastanza dal Paese. Nella mattina di pioggia in cui la direttrice del Museo Teatrale alla Scala, Donatella Brunazzi, ha evocato Stendhal con il senso di protezione e di ristoro, di oasi, che il teatro milanese offre ai suoi visitatori, era seduta in prima fila e le era appena stato assegnata la scorta per proteggerla, lei sopravvissuta ad Auschwitz, dagli insulti e dalle minacce di morte della feccia che, sarà pure minoritaria come dice qualcuno ma in questa Italia, in questo momento, ha trovato l’humus per crescere e l’atmosfera per spandere il proprio olezzo di marciume. La senatrice era serena e garbata come sempre. Ma noi ci siamo sentiti immensamente grati di trovarci lì, in quella mattina di pioggia, asciutti e al sicuro, in mezzo alla compagnia dove tornava sempre anche Stendhal, in attesa che Napoleone, il suo generale che non gli piaceva più da tempo, scomparisse per sempre.

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Catania, crisi Teatro Bellini. Alessandro Gassmann: “Incapaci ignoranti al comando”


La crisi al Teatro Bellini di Catania continua. In corso una riunione tra i sindacati e il presidente della Regione Sicilia Nello Musumeci per risolvere la questione e scongiurare la chiusura. Alessandro Gasmann interviene su Twitter con un messaggio: "Un paese, una amministrazione pubblica che lascia morire meraviglie come il Teatro Bellini di Catania, non può considerarsi civile."
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