Il boss latitante Domenico Paviglianiti arrestato in Spagna

È stato arrestato in Spagna il latitante Domenico Paviglianiti, detto ‘Don Mico’, elemento di vertice dell’omonima cosca di ‘ndrangheta operante nella provincia reggina e con proiezioni nel Nord Italia e all’estero. L’operazione, coordinata dalla direzione distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e condotta dalla Guardia di Finanza, è stata eseguita in stretta collaborazione con la polizia spagnola. L’uomo era latitante dal 2022, quando era stato emesso nei suoi confronti un ordine di arresto per cumulo di pene dalla procura di Bologna, che disponeva l’esecuzione di oltre 19 anni di carcere per reati di associazione mafiosa, omicidio e armi. Per arrivare all’arresto è stato determinante il monitoraggio di alcuni soggetti che avevano rapporti con lui e dei viaggi che questi ultimi effettuavano con frequenza dall’Italia alla Spagna, dove Paviglianiti si era già stabilito dagli Anni 90. Attività di osservazione e pedinamento hanno consentito agli investigatori di individuare il ricercato in Soria, una località dell’entroterra spagnola a circa 200 km da Madrid, dove è stato fermato all’uscita di un ristorante. È già rientrato in Italia.

Polemiche in Francia per la vignetta di Charlie Hebdo sulla madre morta di Deschamps

Polemica in Francia per l’ultima copertina di Charlie Hebdo dedicata al ct della Francia Didier Deschamps, che pochi giorni fa ha perso la madre Ginette. La vignetta raffigura l’allenatore della Nazionale mentre solleva un’urna funeraria con la scritta “Maman”, come se fosse un trofeo. Ad accompagnare la vignetta la frase «Didier Deschamps porta a casa la coppa», con riferimento a Ramenez la coupe à la maison, il celebre brano di Vegedream diventato simbolo del trionfo della Francia ai Mondiali del 2018. La pubblicazione ha generato un’ondata di critiche sui social, dove numerosi utenti hanno attaccato il settimanale accusandolo di aver oltrepassato il limite.

Polemiche in Francia per la vignetta di Charlie Hebdo sulla madre morta di Deschamps
Vignetta di Charlie Hebdo sulla madre morta di Deschamps (X).

La Federcalcio francese condanna la vignetta

Condanna anche dalla Federcalcio francese. «Questa vignetta mi ha scioccato. Inappropriata nei confronti di un uomo che sta vivendo un momento di grande dolore. La federazione sostiene pienamente la libertà di espressione, ma questa copertina resta irrispettosa e indecente», ha detto il presidente Philippe Diallo. Intanto Deschamps è rientrato negli Stati Uniti dopo aver partecipato al funerale della madre in Francia e ha diretto la sua prima sessione di allenamento dal suo ritorno presso il campus della Bentley University a Waltham, Massachusetts. Dopo aver concluso al primo posto del Gruppo I, la Francia affronterà la Svezia nei 16esimi martedì 30 giugno 2026 a East Rutherford.

Usa-Iran: stop ai raid incrociati, vertice a Doha su Hormuz

Stati Uniti e Iran hanno concordato di sospendere gli attacchi reciproci, che erano ripresi nei giorni scorsi, e di tenere un incontro martedì 30 giugno a Doha, in Qatar. Lo riporta Axios, citando un funzionario americano. Secondo quanto riferito dall’agenzia iraniana Tasnim, oggi erano previsti colloqui tecnici, ma Teheran li ha annullati dopo i raid incrociati degli ultimi giorni.

Perché erano ripresi i raid reciproci

A far riprendere le ostilità tra Usa e Iran, sostanzialmente, era stata la diversa interpretazione del memorandum d’intesa firmato pochi giorni fa. Secondo Washington il testo prevede la libera circolazione nello stretto di Hormuz, mentre per Teheran lascia mano libera all’Iran per decidere con l’Oman come gestire il braccio di mare. Tramite il vice ministro degli Esteri Kazem Gharibabadi, Teheran ha tra l’altro annunciato che a Muscat c’è stato un primo incontro sulla gestione di Hormuz, a cui ha partecipato Abdulaziz Al-Hinai, ministro degli Esteri dell’Oman. Non solo. Durante i negoziati in Svizzera, la delegazione Usa – guidata dal vicepresidente JD Vance – ha concordato con la parte iraniana di stabilire una linea diretta su Hormuz: gli Stati Uniti sostengono che sia da considerare a livello militare, tra Pentagono e pasdaran, mentre per gli ayatollah è solo a livello politico tra i due governi.

Gli attacchi degli ultimi cinque giorn

Tutto è ricominciato giovedì 25 giugno, con l’attacco dei pasdaran a una nave mercantile, raid che aveva provocato la risposta degli Stati Uniti. Media iraniani avevano segnalato esplosioni nelle regioni meridionali di Sirik e Qeshm, con il Comando Centrale americano (Centcom) che aveva reso noto di aver colpito «infrastrutture di sorveglianza militare iraniane, sistemi di comunicazione, strutture di difesa aerea, depositi di droni e mezzi per la posa di mine». Successivamente i pasdaran avevano rivendicato attacchi contro la base aerea Usa di Ali Al Salem in Kuwait e contro la Quinta Flotta Navale americana nei pressi di Manama, capitale del Bahrein. In tutto questo sono arrivate anche le solite minacce di annientamento da parte di Donald Trump, a cui il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha replicato annunciando che Teheran manterrà il controllo esclusivo di Hormuz per i prossimi 30 giorni. Resta una certezza: la fragile tregua tra Usa e Iran resta appesa a un filo.

Venezuela in ginocchio dopo il terremoto, 50 mila dispersi

È di almeno 235 morti e 4.300 feriti l’ultimo bilancio delle vittime del terremoto che ha colpito il Venezuela e in particolare la zona costiera dello Stato de La Guaira, con due scosse ravvicinate di magnitudo 7.2 e 7.5. Ma i numeri del bollettino sono inevitabilmente destinati a salire: i dispersi sono infatti circa 50 mila, come segnala la piattaforma online lanciata per rintracciare i cittadini di cui non si hanno notizie. Il Paese sudamericano è in ginocchio e, mentre si scava senza sosta tra le macerie, aumenta il timore di una catastrofe umanitaria.

A La Guaira crollati più di 100 edifici

Più di 100 gli edifici crollati nello Stato costiero di La Guaira, vicino Caracas. Lo ha riferito il ministro dell’Interno Diosdado Cabello, spiegando che «sono più di 70 mila» le famiglie sfollate.

Tra i morti anche un italo-venezuelano

La Farnesina ha avuto conferma del decesso di un cittadino italo-venezuelano, nato a Caracas nel 1970 e con parenti in Italia, coinvolto nel crollo di un edificio proprio a La Guaira. Il Ministero degli Esteri stima che in Venezuela ci siano circa 170 mila titolari di passaporto italiano.

Aiuti e solidarietà da tutto il mondo

La comunità internazionale si è subito attivata in sostegno del Venezuela, fornendo squadre di soccorso e aiuti umanitari. La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha confermato l’arrivo di squadre di soccorso dall’estero per rafforzare le operazioni di ricerca dei superstiti. L’Italia sta inviando un team di vigili del fuoco formato da 41 unità.

Trump: «Al fianco dei nostri nuovi amici»

«Gli Stati Uniti sono pronti, disponibili e pienamente in grado di aiutare! Ho dato istruzioni a tutte le agenzie del nostro governo di prepararsi ad agire rapidamente. Saremo al fianco dei nostri nuovi e grandi amici». Lo ha scritto Donald Trump su Truth. Gli Usa hanno revocato le sanzioni al Venezuela: in particolare Washington ha autorizzato transazioni verso il Paese sudamericano, a condizione che siano legate alle «operazioni di soccorso».

Carlo e Camilla lasciano Buckingham Palace

Re Carlo e la regina Camilla lasceranno Buckingham Palace e vivranno stabilmente nella vicina Clarence House. Lo rivela il rapporto finanziario della monarchia britannica. L’obiettivo è di aumentare l’accesso del pubblico nel palazzo reale poiché, quando il sovrano è in sede, le misure di sicurezza limitano il numero di persone e le aree di accesso ai visitatori. Buckingham Palace, che dal 1837 funge da residenza ufficiale del sovrano del Regno Unito ed è attualmente in ristrutturazione, continuerà a essere la sede amministrativa della monarchia britannica. Il portavoce della casa reale ha specificato che i sovrani continueranno ad avere accesso ad alcune stanze private all’interno del palazzo «dove potranno ritirarsi durante la giornata lavorativa» e che potrebbero essere utilizzate come «possibile residenza in futuro».

Terremoto in Venezuela, oltre 25 mila i dispersi

Continua ad aggravarsi il bilancio dei due terremoti che in meno di un minuto hanno colpito il Venezuela. Le segnalazioni di persone disperse hanno superato quota 25 mila. I morti accertati sono 164 e i feriti quasi mille.

Online un sito per localizzare gli scomparsi del terremoto

Un gruppo di venezuelani ha aperto un sito internet (ww.desaparecidosterremotovenezuela.com) per aiutare le famiglie a rintracciare i propri cari dispersi dopo le violente scosse di terremoto, che hanno provocando anche gravi interruzioni delle comunicazioni. Il portale consente ai cittadini di segnalare parenti e amici con cui hanno perso i contatti e di comunicare quando una persona viene ritrovata sana e salva.

Terremoto in Venezuela, oltre 25 mila i dispersi
Terremoto in Venezuela, oltre 25 mila i dispersi
Terremoto in Venezuela, oltre 25 mila i dispersi
Terremoto in Venezuela, oltre 25 mila i dispersi
Terremoto in Venezuela, oltre 25 mila i dispersi
Terremoto in Venezuela, oltre 25 mila i dispersi
Terremoto in Venezuela, oltre 25 mila i dispersi
Terremoto in Venezuela, oltre 25 mila i dispersi
Terremoto in Venezuela, oltre 25 mila i dispersi
Terremoto in Venezuela, oltre 25 mila i dispersi
Terremoto in Venezuela, oltre 25 mila i dispersi
Terremoto in Venezuela, oltre 25 mila i dispersi
Terremoto in Venezuela, oltre 25 mila i dispersi
Terremoto in Venezuela, oltre 25 mila i dispersi

Il Fondo monetario internazionale stanzia 200 milioni

La presidente ad interim Delcy Rodriguez ha annunciato che il Fondo monetario internazionale ha stanziato 200 milioni di dollari per «ricostruire infrastrutture, ospedali e le case di coloro che hanno perso la propria abitazione» e che sono state disposte linee di credito per coloro che a causa degli eventi sismici hanno perso la loro principale attività economica.

L’appello dell’ex presidente Maduro dagli Stati Uniti

In un messaggio diffuso sui social media da New York, dove è detenuto assieme alla moglie Cilia Flores in un carcere federale con accuse di narcotraffico e uso di armi, l’ex presidente Nicolas Maduro ha lanciato un appello all’unità nazionale, invocando anche «serenità e amore concreto» per «aiutare, proteggere, condividere, rialzare e ricostruire» dopo il terremoto: «Che nessuno resti solo, che ogni comunità si prenda cura dei propri bambini, dei propri anziani e dei propri malati e che tutti accompagnino il lavoro delle squadre di soccorso, della polizia, delle forze armate, della protezione civile, dei vigili del fuoco, dei lavoratori e dei volontari».

La Francia intercetta una petroliera della flotta ombra russa al largo della Sicilia: i precedenti

La Francia ha intercettato una petroliera della flotta ombra russa mentre navigava al largo delle coste della Sicilia in violazione del diritto marittimo internazionale. Lo ha reso noto il presidente transalpino Emmanuel Macron, pubblicando sui social un video che mostra le forze speciali atterrare a bordo della petroliera Deliver da un elicottero e spiegando che l’operazione fa seguito a una simile messa in atto di recente dal Regno Unito.

Le operazioni condotte dalla Francia contro la flotta ombra russa

Dall’inizio del 2026, la Francia ha fermato diverse petroliere appartenenti alla flotta ombra russa, utilizzata da Mosca per aggirare le sanzioni occidentali imposte dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. A gennaio è stata la volta della Grinch, partita da Murmansk e battente bandiera delle Isole Comore: dopo il fermo, la nave è stata ormeggiata nel porto di Marsiglia-Fos. A marzo è stata fermata la petroliera Deyna, bandiera del Mozambico e, come la Grinch salpata da Murmansk: dopo un mese è stata autorizzata a lasciare il porto di Marsiglia. Nello stesso mese, Francia e Belgio hanno condotto un’operazione congiunta che ha portato al sequestro della Boracay, poi portata nel porto belga di Zeebrugge. Il primo giugno le forze armate francesi hanno poi fermato nell’oceano Atlantico la petroliera Tagor, già sottoposta a sanzioni e sospettata di operare con documenti di bandiera irregolari. Macron ha citato il Regno Unito: le forze britanniche a metà giugno hanno intercettato la petroliera Smyrtos, battente bandiera del Camerun, mentre tentava di attraversare il Canale della Manica.

Tensioni con Varsavia, Zelensky diserta la Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina

Si è aperta a Danzica la nuova Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina. Presenti i leader di Polonia, Bulgaria, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Romania e Svezia, assieme alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Manca però il leader maggiormente interessato dai lavori, ovvero il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che ha dato forfait a causa della crisi diplomatica aperta con Varsavia. A guidare la delegazione ucraina è la premier Yuliia Svyrydenko.

Tensioni con Varsavia, Zelensky diserta la Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina
I leader presenti alla conferenza di Danzica (Ansa).

La decisione di Zelensky che ha portato allo scontro con Varsavia

La querelle sull’asse Kyiv-Varsavia, culminata nello scontro aperto tra Zelensky e l’omologo polacco Karol Nawrocki, è iniziata il 26 maggio quando il capo della Bankova ha annunciato la decisione di intitolare un’unità d’élite dell’esercito ucraino agli «eroi dell’Upa», ossia all’Esercito insurrezionale ucraino, organizzazione paramilitare che fu il braccio armato dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (Oun-B) di Sepan Bandera.

I massacri di polacchi durante la Seconda guerra mondiale

Nel corso della Seconda guerra mondiale l’Upa raccolse l’eredità di quei gruppi paramilitari che all’inizio dell’Operazione Barbarossa accolsero come liberatori i nazisti. E, nelle regioni occupate dal Terzo Reich, operò spesso in accordo con le decisioni dei tedeschi e in funzione antisovietica assieme alle SS Galizien. In Polonia l’Upa è considerato una forza genocidaria: nel biennio 1943-44 il gruppo uccise decine di migliaia di civili nelle regioni della Volinia, della Galizia orientale, in alcune parti della Polesia e nella regione di Lublino. Migliaia di ucraini furono uccisi in seguito come rappresaglia dall’Armia Krajowa, ovvero il principale movimento armato polacco dell’epoca.

Tensioni con Varsavia, Zelensky diserta la Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina
Karol Nawrocki (Ansa).

La Polonia ha revocato a Zelensky la più alta onorificenza di Stato

Nawrocki ha parlato di «decisione critica» da parte di Zelensky, accusando il leader ucraino di aver «fornito alla propaganda russa ottimo materiale e molti spunti di riflessione». Poi il 29 giugno ha reso noto che avrebbe cercato di revocare a Zelensky la più alta onorificenza di Stato polacca, l’Ordine dell’Aquila bianca, che gli era stata assegnata dall’ex presidente Andrzej Duda. La revoca è poi effettivamente arrivata il 19 giugno. Il giorno successivo Zelensky ha annunciato di aver rispedito la medaglia a Varsavia per posta.

Tensioni con Varsavia, Zelensky diserta la Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina
Ursula von der Leyen (Ansa).

Von der Leyen annuncia l’erogazione della prima tranche dei prestiti Ue

Nel suo intervento alla conferenza di Danzica, Von der Leyen ha annunciato l’erogazione della prima tranche del prestito da 90 miliardi per l’Ucraina. «Oggi trasferiamo oltre 3 miliardi di euro in assistenza macrofinanziaria. Nei prossimi giorni inizieremo a erogare la prima tranche dei 6 miliardi di euro destinati alla produzione di droni. Questa è la solidarietà in azione. Dimostra che il sostegno dell’Europa all’Ucraina è destinato a durare».

La fantozziana devozione di Rutte a Trump è figlia di un lucido cinismo?

Sembra sia la cosa più facile, e quindi perfino un po’ crudele, come sparare sulla Croce Rossa. Delle tante prerogative dell’ineffabile Mark Rutte, segretario generale della Nato, la sua fantozziana devozione a Donald Trump lascia basiti anche gli estimatori (pochi, per la verità) del personaggio. Occorre anche dire che l’ex premier olandese fa di tutto per dare quest’immagine di sé, persino troppo. Tanto che viene il dubbio: ma è l’adulazione figlia di un’indole compiacente di natura oppure dietro quei modi affettati e servili c’è del calcolo?

Quel daddy sussurrato all’Aja e i messaggini resi pubblici

Il contesto, certo, è molto imbarazzante: sms al suo idolo d’oltreoceano in maiuscolo dove gli annuncia che l’Europa pagherà in modo GIGANTESCO, e sarà una sua vittoria, quel daddy, papino, sussurrato all’Aja mentre l’inquilino della Casa Bianca liquidava la guerra tra Israele e Iran come una rissa da cortile, il messaggio chiuso con un «non vedo l’ora di vederti, tuo Mark» che Trump si è premurato di rendere pubblico col sadico intento di sputtanarlo.

Ma fermarsi al ridicolo sarebbe un errore di valutazione. Perché Fantozzi era una vittima dell’amministratore delegato. Rutte invece è l’amministratore delegato. La differenza non è da poco. Nella testa dell’olandese la Nato è una società per azioni, e in questa società c’è un socio di maggioranza che detiene un pacchetto così schiacciante da poter chiudere baracca quando vuole. Gli altri 31 sono soci di minoranza con al massimo il diritto di lamentela e nient’altro. Rutte questo lo ha capito prima e meglio di ogni suo predecessore: per conservare la poltrona di ad non deve amministrare l’azienda a vantaggio di tutti i soci, ma compiacerne uno solo.

La notizia bomba sulle basi italiane era un messaggio per il padrone

Da qui l’uscita proditoria di martedì sera su Fox News, la rete di riferimento che Trump guarda come uno specchio che riflette la sua immagine. Cinquecento aerei americani (sembra un’iperbole), ha detto Rutte, sarebbero decollati dalle basi italiane per sostenere l’operazione Epic Fury contro l’Iran. Notizia bomba, smentita a stretto giro da Roma dopo l’iniziale sconcerto di Giorgia Meloni che sin qui con l’olandese era tutta baci e abbracci. Il punto in questione però non era il dato in sé, ma il destinatario. Rutte non parlava agli italiani, né agli alleati: parlava a @realDonaldTrump per convincerlo che il Paese che ha preso di mira nelle due ultime uscite paga ancora il suo pegno di fedeltà all’Alleanza, e dunque al suo padrone.

La fantozziana devozione di Rutte a Trump è figlia di un lucido cinismo?
Giorgia Meloni e Mark Rutte (foto Ansa).

Per Rutte ogni minaccia è insieme una condanna e una salvezza

Ha già ritirato 5 mila uomini dalla Germania dopo le critiche del cancelliere Friedrich Merz, ha lasciato che il suo ministro della guerra Pete Hegseth desse degli «ignobili» agli alleati riuniti a Bruxelles, ha rimesso sul tavolo un’infinità di volte la possibilità di addio all’Alleanza. Ma per Rutte ogni minaccia è insieme una condanna e una salvezza, in una sorta di tacito patto col suo padrone.

La fantozziana devozione di Rutte a Trump è figlia di un lucido cinismo?
Mark Rutte nello Studio Ovale della Casa Bianca con Donald Trump (foto Ansa).

Trump tiene in pugno la Nato la quale, finché esiste, tiene Rutte lontano dall’Aja, in una sorta di equilibrio del terrore formato aziendale. Il giorno in cui il presidente americano dovesse dare seguito alle sue minacce di abbandonare l’organizzazione al suo destino, la poltrona di Rutte si svuoterebbe di senso e lui tornerebbe a casa a guardare i mulini a vento. Non però con il piglio del Don Chisciotte, che vi si scagliava contro per difendere un’idea. Esattamente l’opposto di ciò che Rutte, calcolatrice alla mano, ha scelto di essere.

Trump sfida il Congresso: chiesti 67 miliardi di dollari per la guerra all’Iran

All’indomani della risoluzione approvata dal Senato che punta a limitare i poteri del presidente in materia di guerra, la Casa Bianca ha chiesto ai parlamentari di approvare lo stanziamento di 87,6 miliardi di dollari, destinati principalmente a «esigenze urgenti connesse all’operazione Epic Fury» contro l’Iran. Si tratta, nei fatti, di un gesto di sfida di Donald Trump a Capitol Hill: il tycoon aveva definito «inopportuna e inutile» la risoluzione, approvata peraltro con voto bipartisan.

Trump sfida il Congresso: chiesti 67 miliardi di dollari per la guerra all’Iran
Donald Trump (Ansa).

La maggior parte del pacchetto andrebbe al Pentagono

La maggior parte del pacchetto – 67 miliardi di dollari – andrebbe al Dipartimento della Difesa (o meglio della Guerra): in particolare, 21 miliardi verrebbero spesi per nuove munizioni, 17,3 per coprire costi operativi e 12,1 per programmi classificati, ha spiegato la Casa Bianca nella richiesta trasmessa dal direttore dell’Ufficio per la gestione e il bilancio Russell Vought allo speaker repubblicano della Camera Mike Johnson. La richiesta include poi circa 300 milioni di dollari per rafforzare la sicurezza delle ambasciate e delle sedi diplomatiche statunitensi in Medio Oriente e Asia meridionale. Le restanti risorse chieste dall’Amministrazione Trump non verrebbero destinate al Pentagono: la richiesta prevede 11 miliardi di dollari per aiutare gli agricoltori statunitensi, 1,4 per contrastare l’epidemia di Ebola nell’Africa centrale e 768 milioni di dollari per il Dipartimento dell’Energia, destinati soprattutto alla sicurezza nucleare e alle attività della National Nuclear Security Administration.

Al via il vertice intergovernativo Francia-Italia: i temi sul tavolo

Si tiene oggi ad Antibes il 36esimo vertice intergovernativo tra Francia e Italia, il primo da quello di Napoli di febbraio 2020 e anche del primo vertice in questo formato dall’entrata in vigore del Trattato del Quirinale, firmato nel 2021. Non solo: di fatto, in Costa Azzurra si svolgerà anche il primo bilaterale tra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni. Sul tavolo del summit, che arriva dopo il G7 di Evian e in una fase particolarmente intensa dell’agenda internazionale, ci sono difesa, spazio, energia e infrastrutture, accordi commerciali e, ovviamente, Ucraina e Medio Oriente.

Al via il vertice intergovernativo Francia-Italia: i temi sul tavolo
Emmanuel Macron e Giorgia Meloni al G7 di Borgo Egnazia nel 2024 (Ansa).

Sul tavolo progetti congiunti, commercio e crisi internazionali

Come sottolineano fonti governative, il vertice «consentirà di definire gli indirizzi politici della cooperazione bilaterale e di fare il punto sull’avanzamento dei principali progetti congiunti nei settori della difesa, dello spazio, delle infrastrutture e dei trasporti, dell’energia, della ricerca, della cultura e dell’agricoltura». Tra gli obiettivi del summit di Antibes anche il potenziamento delle relazioni commerciali, che sono già eccellenti. Nel 2025, l’interscambio commerciale tra i due Stati ha raggiunto i 112,3 miliardi di euro, con la Francia che si è confermata il secondo partner dell’Italia per volume di scambi dopo la Germania. Sul piano europeo, il confronto riguarderà – tra le altre cose – il negoziato sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale e il governo dei flussi migratori dell’Ue. Sul fronte internazionale, Meloni e Macron discuteranno dei principali scenari di crisi a partire dai più recenti sviluppi in Ucraina e in Medio Oriente, con particolare attenzione all’accordo tra Stati Uniti e Iran e agli scenari post-Unifil in Libano.

Il programma della giornata e i ministri che partecipano per l’Italia

Il programma della giornata prevede una visita di Meloni e Macron al Museo Picasso di Antibes. I lavori proseguiranno poi a Villa Eilenroc, dove i due leader si riuniranno con le rispettive delegazioni. Il vertice riunirà nove ministri per ciascun Paese e comprenderà anche un forum economico a Le Cannet, sessioni ministeriali e una visita alla sede dell’azienda franco-italiana Thales Alenia Space a Cannes. Per l’Italia sono presenti i ministri Antonio Tajani, Matteo Piantedosi, Guido Crosetto, Adofo Urso, Francesco Lollobrigida, Gilberto Pichetto Fratin, Anna Maria Bernini e Alessandro Giuli, nonché il viceministro Edoardo Rixi. Al termine dell’incontro si svolgeranno dichiarazioni alla stampa e verrà adottata una Dichiarazione congiunta che individuerà le priorità condivise della cooperazione italo-francese per i prossimi anni.

Venezuela, doppia scossa di terremoto di magnitudo 7.2 e 7.5: decine di morti

Due violente scosse di terremoto di magnitudo 7,2 e 7,5 hanno colpito il Venezuela nella notte, a breve distanza una dall’altra, provocando il crollo di centinaia di edifici. Il primo bilancio parla di 32 vittime, ma se ne temono molti di più. Almeno 700 i feriti. Gravemente danneggiato l’aeroporto internazionale di Caracas, che ha sospeso i voli.

Venezuela, doppia scossa di terremoto di magnitudo 7.2 e 7.5: decine di morti
Macerie dopo le scosse di terremoto in Venezuela (Ansa).

Le due scosse a 40 secondi di distanza

Quello avvenuto nella notte è stato il sisma in Venezuela più violento negli ultimi 126 anni: le scosse si sono sentite fino a oltre 160 chilometri dall’epicentro nello Stato di Yaracuy, ai confini con la Colombia. La prima si è verificata nell’area di San Felipe appena passate le ore 18 locali. Dopo appena 40 secondi la seconda scossa, registrata a 23 chilometri a sudest di Yumare, in un’area che ospita nel più grandi raffinerie del Venezuela. A rendere le conseguenze di questo terremoto ancora più gravi la bassa profondità dell’epicentro, appena 10 chilometri sotto il suolo. Inoltre nel Paese sono tantissimi gli edifici costruiti senza alcuna osservanza delle norme antisismiche.

Venezuela, doppia scossa di terremoto di magnitudo 7.2 e 7.5: decine di morti
Soccorsi dopo il terremoto in Venezuela (Ansa).

Dichiarato lo stato di emergenza

«La situazione è grave, molte zone sono state colpite gravemente. Il primo messaggio ora è mantenere l’unione e la calma per salvare vite: tutte le organizzazioni si sono messe al lavoro». Lo ha detto la presidente ad interim Delcy Rodriguez, dichiarando lo stato di emergenza e ringraziando «i governi che si sono offerti per dare aiuto: Usa, Cuba, Gb, Brasile Messico, Onu». Si sono attivati anche Ecuador, Panama e El Salvador.

Tajani: «Non risultano vittime italiane»

«Gli italiani in Venezuela che sono registrati con la nostra Unità di crisi, con il sistema Viaggiare Sicuri, sono stati tutti contattati e al momento non ci sono vittime», ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani. E poi: «L’Italia e l’Europa aiuteranno il Venezuela: ho detto alla presidente che il governo valuterà il tipo di sostegno immediato che si può offrire e che sosterrà con l’Unione europea la richiesta di attivare il meccanismo di Protezione civile».

Rientrato l’allarme tsunami

I centri di allerta tsunami statunitensi hanno dichiarato che non sussiste più alcuna minaccia di maremoto a seguito del sisma in Venezuela. Un precedente avviso, emesso dopo le due forti scosse, aveva messo in guardia sulla possibilità di onde per le coste entro 300 chilometri dall’epicentro, così come per Porto Rico e le Isole Vergini.

Trump insiste: «Deluso da Italia, Regno Unito, Germania e Francia»

Il presidente americano Donald Trump insiste nel sottolineare di essere rimasto deluso da Italia, Regno Unito, Germania e Francia e da altri alleati della Nato. «Ci hanno mollato, sarebbe stato carino se avessero offerto il loro aiuto. Un altro presidente non avrebbe incontrato Rutte», ha aggiunto in un incontro allo Studio Ovale con il segretario generale della Nato. Mark Rutte aveva affermato, in un’intervista a Fox News, che almeno 500 aerei statunitensi erano decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione americana Epic Fury contro l’Iran. «Un numero enorme di voli». Parole che fanno fatto riaprire il dibattito sull’uso delle basi Usa in Italia e sulle regole bilaterali che ne governano i limiti. L’accusa del tycoon si concentra da giorni proprio sullo scarso impegno di Roma nel supportare la guerra americana contro il regime degli Ayatollah. Immediata la reazione dell’opposizione, che ha chiesto compatta che il governo riferisca in aula per spiegare cosa sia affettivamente successo.

Il Board of Peace di Trump riparte da zero a Cipro

Il Board of Peace istituito da Donald Trump si riunirà in un resort di Cipro il 30 giugno per «rivedere la propria strategia». Lo hanno riferito a Politico due alti funzionari dell’Ue, coinvolti nell’organizzazione del summit, spiegando che l’incontro durerà due o tre giorni. L’obiettivo è quello di «ripartire da zero» dopo che negli ultimi mesi «la guerra con l’Iran ha completamente distolto l’attenzione».

Il Board of Peace di Trump riparte da zero a Cipro
Nikolay Mladenov (Ansa).

Cipro parteciperà in qualità di osservatore

All’incontro parteciperanno rappresentanti del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, formato da tecnocrati palestinesi e incaricato di sostituire Hamas nel governo della Striscia, e dell’ufficio di Nikolay Mladenov, ex diplomatico bulgaro nominato da Trump come suo alto rappresentante per il territorio. Cipro, in linea con la posizione dell’Unione europea, non è co-organizzatore dell’evento: parteciperà infatti esclusivamente in qualità di osservatore.

Il Board of Peace di Trump riparte da zero a Cipro
Donald Trump (Ansa).

Il Board of Peace non ha fatto progressi

Trump ha istituito il Board of Peace (assegnandosi fin dall’inizio la presidenza a vita) per supervisionare cessate il fuoco, stabilizzazione e ricostruzione della Striscia di Gaza. Il gruppo – che nei progetti del tycoon dovrebbe poi allargare il raggio d’azione – ha tenuto la sua prima riunione a febbraio a Washington, ma da allora ha compiuto pochi progressi a causa di problemi di finanziamento, ostacoli logistici e dubbi sulla sua legittimità internazionale e legale. Secondo quanto a maggio dal Financial Times a maggio, nei primi quattro mesi trascorsi dalla sua creazione il Board of Peace non aveva ricevuto alcuna donazione, nonostante promesse di finanziamenti per 17 miliardi di dollari. Nel frattempo, la situazione nella Striscia resta drammatica.

La rivelazione di Rutte sugli aerei Usa decollati dall’Italia per attaccare l’Iran

Intervistato da Fox News, il segretario generale della Nato Mark Rutte ha rivelato che, nell’ambito dell’operazione americana Epic Fury contro l’Iran, dalle basi italiane sono decollati circa 500 aerei da guerra statunitensi.

Rutte: «Dall’Europa tra 4 e 5 mila missioni di volo»

Sottolineando il sostegno europeo all’azione militare Usa contro la Repubblica Islamica, Rutte ha affermato che, guardando a tutto il continente, «si parla di un numero compreso tra 4 e 5 mila missioni di volo». Così sul nostro Paese: «Comprendo la delusione (di Donald Trump, ndr), ma se prendiamo ad esempio l’Italia, 500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione». A dimostrazione dell’enorme impegno Ue, un Paese come la Romania, ha aggiunto Rutte, «nella sua capitale Bucarest ha dovuto ridurre il traffico aereo commerciale perché l’aeroporto veniva utilizzato come deposito per le aerocisterne».

Trump, crollo nei sondaggi e sfida del Senato sulla guerra in Iran

Nuova presa di distanza del Congresso dalla Casa Bianca sull’Iran. Dopo la Camera dei rappresentanti anche il Senato ha approvato la risoluzione che chiede la cessazione delle operazioni militari a meno di una preventiva autorizzazione parlamentare. Il provvedimento non ha poteri di legge, ma ha un forte valore simbolico e segnala il crescente dissenso bipartisan per la gestione del conflitto da parte di Donald Trump.

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Donald Trump a Capitol Hill (Ansa).

Hanno votato a favore anche quattro repubblicani

La risoluzione è passata al Senato (a maggioranza repubblicana) con 50 voti favorevoli e 48 contrari. Quattro gli esponenti conservatori che hanno votato assieme ai democratici per il via libera al documento: Rand Paul, Lisa Murkowski, Susan Collins e Bill Cassidy. L’unica eccezione nel campo progressista è stato John Fetterman, che ha invece votato contro il testo. È la prima volta dall’approvazione della War Powers Resolution del 1973 in cui entrambe le Camere approvano una risoluzione congiunta che impone al presidente di mettere fine a un conflitto.

Trump, crollo nei sondaggi e sfida del Senato sulla guerra in Iran

La rabbia di Trump: «Voto inopportuno e inutile»

Ovviamente, dopo il semaforo verde alla risoluzione Trump ha attaccato il Senato con uno dei suoi post su Truth, sostenendo che il Congresso stia interferendo con i negoziati in corso con Teheran: «Quindi, ho messo l’Iran alle corde, pronto a crollare, disposto a darci praticamente qualsiasi cosa e, per la prima volta in decenni, con un enorme rispetto per gli Stati Uniti e il suo presidente, e il Senato degli Stati Uniti decide di votare in un momento inopportuno e inutile sulla Risoluzione sui poteri di guerra, dicendo al principale sponsor del terrorismo al mondo che agli Usa non piace quello che sto facendo loro, e che devo fermarmi, e così facendo ho fornito aiuto e conforto al nemico. Quattro repubblicani perdenti hanno votato con i democratici, e l’Iran ha chiesto al mio popolo: hanno appena reso il mio lavoro più difficile, ma lo porterò a termine, in un modo o nell’altro, perché lo porto sempre a termine!».

Trump, crollo nei sondaggi e sfida del Senato sulla guerra in Iran
Donald Trump (Ansa).

The Donald continua intanto a calare nei sondaggi

Oltre alla “ribellione” di Capitol Hill, Trump deve far fronte anche al crollo di consensi, punto più basso del suo secondo mandato. Il livello di popolarità di The Donald è in picchiata: secondo il rilevamento mensile dell’American Research Group, il suo tasso di gradimento è sceso al 30 per cento, mentre il 66 per cento non approva il suo operato. Un mese fa lo stesso sondaggio aveva rivelato che il 31 per cento degli americani approvava Trump, che era stato invece bocciato dal 64 per cento degli intervistati. E non c’è solo la guerra, perché sull’economia le cose vanno ancora peggio per il tycoon: appena il 26 per cento dei cittadini approva le sue scelte, che hanno portato a un’accelerata dell’inflazione.

Fonti Ue: «L’Italia ha un mese di tempo per non perdere i fondi Safe»

L’Italia ha ancora «un mese di tempo» per decidere cosa vuole fare dei fondi del programma europeo sulla difesa Safe. Altrimenti la somma che dovrebbe toccare al Paese – quasi 15 miliardi di euro – verrà ridistribuito tra gli altri partecipanti, visto l’alto interesse registrato. Lo detto all’Ansa un’alta fonte Ue vicina al dossier, sottolineando che «a breve servirà chiarezza» da parte di Roma. La Commissione europea è ancora impegnata a firmare i contratti definitivi con gli altri Paesi e, soprattutto e sta discutendo con l’Ungheria per definire meglio la sua partecipazione. Quando questi processi termineranno, finirà anche il tempo a disposizione dell’Italia.

Crosetto: «Dipende da Giorgetti, lui sa cosa vorrei»

«Sa perfettamente le cose che io vorrei e io so perfettamente le cose che lui può fare. Sul Safe dipende dalla possibilità che lui ha». Lo ha detto il ministro della Difesa Guido Crosetto, ospite a Il giorno della Verità, riferendosi al titolare del Tesoro Giancarlo Giorgetti. Nonostante abbia a disposizione – in teoria – 14,9 miliardi di euro sotto forma di prestiti a tassi più convenienti di quelli che deve pagare per finanziarsi da sola sui mercati obbligazionari, l’Italia non ha ancora sottoscritto l’intesa. Questo perché i prestiti andrebbero a incidere sul debito pubblico, che è già molto elevato. Come ha fatto intendere il governo, Roma chiederà solo una parte dei prestiti a cui potrebbe accedere: l’intenzione è utilizzare solo tra i 5 e i 6 miliardi, cioè lo stretto necessario per coprire i progetti per i quali sono già stati firmati contratti.

Cosa è il piano Security Action for Europe

Considerato da uno dei pilastri del progetto ReArm Europe, il piano SAFE (acronimo di Security Action for Europe), è il nuovo strumento europeo di prestiti da 150 miliardi di euro, creato per rafforzare la difesa comune dell’Ue e finanziato tramite emissioni di debito da parte di Bruxelles sui mercati finanziari. Il programma, che prevede il rimborso a lungo termine da parte degli Stati beneficiari, ha come obiettivi il rafforzamento dell’industria europea della difesa, l’incentivazione di programmi comuni tra Stati e la riduzione della dipendenza dagli armamenti extraeuropei, tramite acquisti condivisi di armamenti, droni, missili, cybersicurezza e tecnologie militari provenienti dall’Ue.

La7 ha diffuso l’audio originale di Trump su Meloni

Dopo giorni di tensioni sull’asse Roma-Washington e la richiesta (tra gli altri) del senatore leghista Claudio Borghi di diffondere la registrazione della conversazione tra Donald Trump e Daniele Compatangelo, andata in precedenza in onda doppiata, L’Aria che Tira ha trasmesso l’audio originale della telefonata tra il presidente degli Stati Uniti e l’inviato di La7.

Per la diffusione dell’audio serviva l’ok della Casa Bianca

Il conduttore David Parenzo ha spiegato che, in linea col protocollo previsto per le comunicazioni con il presidente degli Stati Uniti, La7 aveva potuto pubblicare solo il testo della conversazione: per la diffusione integrale dei contenuti audio serve infatti una specifica autorizzazione. Inoltrata la richiesta alla Casa Bianca e ottenuto il via libera, a L’Aria che Tira è stata così trasmessa la telefonata tra Trump e Compatangelo, in cui il tycoon ha affermato che Giorgia Meloni lo aveva «implorato» di scattare una foto assieme al G7 di Evian. Compatangelo, peraltro, aveva avviato l’intervista telefonica chiedendo la posizione di Trump sulla futura adesione dell’Ucraina all’Unione europea: è stato il presidente americano a spostare rapidamente il focus su Meloni.

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I post del senatore leghista Borghi sulla vicenda

«Ho scritto all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni per domandare un pronunciamento sulla possibilità o meno di far passare per vere delle telefonate editate con tono e traduzione senza pubblicare l’audio originale. È l’unica cosa che posso fare come Parlamentare perché un’interrogazione non è adatta», aveva scritto Borghi su X.

Dopo la diffusione dell’audio originale, il senatore della Lega ha “replicato”: «Quindi la storia che non si poteva pubblicare era una balla. Si conferma che la parola “pity” non è mai stata detta. Quanto al tono e al contesto giudicate voi se l’effetto è lo stesso di quel “ma mi ha fatto pena” che ha provocato la reazione di tutti. Giudicate voi se si può fare una crisi internazionale partendo da una conversazione (privata) di questo tipo».

Nel presentare l’audio, La7 ha tradotto l’espressione «I felt sorry» pronunciata da Trump e riferita a Meloni con “mi ha fatto pena”, anche se – in effetti – forse sarebbe stato più adeguato “mi dispiaceva” (non concederle una foto).

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Starmer annuncia le dimissioni, via libera a Burnham nuovo premier

Travolto dall’impopolarità e anche dall’ascesa di Andy Burnham, dopo mesi trascorsi sulla graticola Keir Starmer si è dimesso dal leader del Partito laburista e, di conseguenza, da primo ministro del Regno Unito. «La domanda che il mio partito si pone ora è se io sia la persona più adatta a guidarci verso le prossime elezioni generali. Ho ascoltato la risposta del mio gruppo parlamentare a questa domanda e la accetto con serenità. Ogni decisione che ho preso è stata dettata dal mettere al primo posto il Paese che amo. Per questo motivo mi dimetterò da leader del Partito Laburista», ha dichiarato Starmer di fronte a una schiera di cronisti davanti all’ingresso del numero 10 di Downing Street.

Starmer annuncia le dimissioni, via libera a Burnham nuovo premier
Keir Starmer abbraccia la moglie Victoria dopo le dimissioni (Ansa).

Il passo indietro di Starmer spiana la strada a Burnham

L’uscita di Starmer spiana la strada alla sua sostituzione con l’ex sindaco della Greater Manchester, Andy Burnham, soprannominato “Re del Nord” e attualmente il politico britannico più popolare. Starmer resterà comunque in carica fino all’inizio di settembre, quando avverrà il passaggio di consegne. Le dimissioni, peraltro, sono arrivate mentre Burnham era a Westminster per prestare giuramento come neoeletto deputato del collegio di Makerfield, dopo aver vinto a valanga l’elezione suppletiva del 18 giugno: aver un seggio in parlamento nel Regno Unito è una conditio sine qua non per poter diventare premier.

Starmer annuncia le dimissioni, via libera a Burnham nuovo premier
Andy Burnham (Ansa).

Dalla Brexit sono sei i premier ad aver lasciato l’incarico

L’annuncio di Starmer arriva alla vigilia del decimo anniversario del referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Il giorno successivo, a seguito del risultato del referendum sulla Brexit, David Cameron annunciò le sue dimissioni da primo ministro. Da allora sono passati da Downing Street Theresa May, Boris Johnson e Liz Truss – tutti costretti a dimettersi dai propri parlamentari – e Rishi Sunak, che ha lasciato dopo la disfatta delle elezioni anticipate del 2024. Starmer è laburista, ma dopo meno di due anni al potere gli è toccata la stessa sorte, diventando il sesto premier costretto a lasciare l’incarico in un decennio.

Molto più di un consigliere: chi è Boris Epshteyn, uno degli uomini più vicini a Trump

Consigliere personale, consulente legale e, per ammissione di Donald Trump, pure un po’ psichiatra. Alla Casa Bianca si aggira da tempo una figura ingombrante, priva di incarichi ufficiali nel governo ma ascoltatissima dal presidente, che ha giocato un ruolo centrale nelle nomine governative dopo la vittoria elettorale del 2024. Non un’eminenza grigia, perché Boris Epshteyn c’è e si vede. E c’è anche quando non si vede, come raccontano i frequentatori dello Studio Ovale.

Molto più di un consigliere: chi è Boris Epshteyn, uno degli uomini più vicini a Trump
Boris Epshteyn alle spalle di Donald Trump (Ansa).

Fedelissimo di Trump, ha conosciuto il presidente grazie al figlio Eric

Nato in Russia nel 1982 ed emigrato con la famiglia in New Jersey a 11 anni, Epshteyn è entrato in contatto con Trump grazie alla sua amicizia con Eric, secondogenito del tycoon: i due hanno infatti studiato legge insieme a Georgetown. Diventato nel frattempo avvocato, è entrato a far parte dello staff di Trump come consigliere una decina di anni fa, dopo aver partecipato alla campagna presidenziale di John McCain nel 2008. Il salto di qualità è arrivato nel 2017, quando l’allora legale personale di Trump, Michael Cohen, fu incriminato nell’inchiesta sul Russiagate: da quel momento Epshteyn ha iniziato gradualmente a prenderne il posto. Fino a diventare il principale avvocato di Trump nel 2021, mentre The Donald pianificava il suo ritorno alla Casa Bianca in un momento in cui molti nel suo stesso partito lo volevano fuori dopo l’assalto a Capitol Hill.

Il ruolo nelle vicende legali che hanno visto Trump accusato e accusatore

In qualità di principale consigliere giuridico di Trump, Epshteyn ha supervisionato un’ondata di contenziosi civili senza precedenti intentati da un presidente contro i media e le piattaforme social: una strategia rischiosa, che però si è rivelata vincente durante il ciclo elettorale del 2024, quando Trump si è trovato ad affrontare quattro procedimenti penali e due civili. Epshteyn è stato coinvolto in diverse vicende legali che hanno visto al centro Trump negli ultimi anni, ma non solo come parte della difesa del tycoon: è stato infatti indagato – con l’ex capo dello staff della Casa Bianca Mark Meadows e Rudy Giuliani – per il caso dei falsi elettori in Arizona, parte del più ampio tentativo di ribaltare i risultati delle Presidenziali del 2020.

Molto più di un consigliere: chi è Boris Epshteyn, uno degli uomini più vicini a Trump
Boris Epshteyn (Ansa).

Epshteyn è una presenza sempre più ingombrante alla Casa Bianca

Come riportato da Axios, che cita due fonti a conoscenza delle abitudini presidenziali, Epshteyn – che non ha incarichi ufficiali – si reca nello Studio Ovale circa una volta a settimana, ma è «costantemente» al telefono con Trump, che non esita (tutt’altro) a metterlo in vivavoce durante le riunioni più importanti che si svolgono alla Casa Bianca. In un contesto in cui la vicinanza al potere è potere stesso, Epshteyn è una delle persone più influenti a Washington: non solo perché ascolta, ma anche perché Trump lo ascolta. A tal proposito, a novembre del 2024 è stato oggetto di un’indagine interna voluta dagli avvocati di The Donald, a seguito dell’accusa che avesse chiesto compensi in denaro (anche più di 100 mila dollari) a potenziali candidati a ruoli governativi, in cambio di raccomandazioni. Secondo PBS News, Epshteyn si sarebbe opposto alla nomina – poi confermata – di Scott Bessent a Segretario del Tesoro, perché quest’ultimo si sarebbe rifiutato di pagarlo. Una circostanza, questa, che il consigliere personale di Trump ha smentito. E lo stesso presidente americano lo ha difeso, gridando al complotto. Secondo il Wall Street Journal, Epshteyn avrebbe fortemente caldeggiato la nomina del viceprocuratore Trent McCotter, il quale ha poi deciso sull’archiviazione del caso. Inoltre sarebbe stato decisivo per la scelta di figure chiave come Todd Blanche e Emil Bove per il Dipartimento di Giustizia, candidature poco gradite a Elon Musk con cui – pare – sarebbe venuto alle mani a Mar-a-Lago sul finire del 2024. A conferma della sua influenza, sempre il Wsj riporta che sarebbe stato proprio Epshteyn a far ritirare di recente la causa contro il miliardario indiano Gautam Adani, incriminato negli ultimi giorni della presidenza Biden con l’accusa di orchestrato un’ampia frode volta a ingannare gli investitori statunitensi.

Nel curriculum di Epshteyn figurano anche due arresti

D’altra parte, che Epshteyn sia un tipo manesco è un dato di fatto, come dimostra uno dei due arresti che figurano nel suo curriculum. Il primo risale al 2014, quando finì in manette per aver steso con un pugno un uomo con cui stava litigando nel night club Whiskey Row di Scottsdale, in Arizona. Il futuro consigliere di Trump accettò di risarcire la vittima, di frequentare corsi per la gestione della rabbia e di svolgere almeno 25 ore ai servizi sociali: arrivò così il ritiro della denuncia. Il secondo arresto risale invece al 2024, quando era già consigliere di Trump. Epshteyn fu fermato in un altro locale di Scottsdale, il Bottled Blonde, dopo la denuncia di due sorelle che lo avevano accusato di tentato abuso sessuale, aggressione e molestie: se la cavò con 11 mesi di libertà vigilata, un multa da 710 dollari e obbligo di iscriversi a un programma per il trattamento degli alcolisti.

Molto più di un consigliere: chi è Boris Epshteyn, uno degli uomini più vicini a Trump
Donald trump (Ansa).

Fixer del presidente? Di più. Trump: «È come il mio psichiatra»

Il ruolo di Epshteyn va però oltre le aule di tribunale e le riunioni alla Casa Bianca. Ad aprile è stato infatti nominato presidente di Trump Media e, a conferma della prossimità col tycoon, è stato inquadrato assieme a lui in occasione della gara 3 delle Finals NBA al Madison Square Garden. A novembre del 2024, mentre si trovava in volo con il presidente eletto verso Washington, viste le sue origini era persino arrivato a proporsi come inviato speciale del presidente per il conflitto russo-ucraino. Idea valutata, ma poi scartata. «È l’uomo che risolve i problemi del presidente», ha detto una delle fonti di Axios. «È come il mio psichiatra», ha scherzato Trump riferendosi alla frequenza con cui parla con Epshteyn, capace di offrigli un sostegno costante e talmente incondizionato al punto che ogni colloquio con lui risulta più efficace di una seduta da uno specialista. E pensare che – ironia della sorte – il cognome del suo yes man preferito suona molto simile a quello di uno suo vecchio amico (rinnegato) che da morto gli sta dando tanti grattacapi…

Cina-Taiwan, la battaglia dello Stretto si combatte al cinema

«La riunificazione è inevitabile». È uno degli slogan che accompagnano il trailer di Battle of Penghu, il kolossal storico che la Cina porterà nelle sale il prossimo 25 luglio. Il film racconta la vittoria dell’ammiraglio Qing Shi Lang nella battaglia navale del 1683 che portò alla conquista del piccolo arcipelago sullo Stretto di Taiwan, noto a livello internazionale come Pescadores e ancora oggi amministrato da Taipei. Quella battaglia fu un anticipo dell’integrazione di Taiwan all’interno dell’impero Qing. La promozione della pellicola collega apertamente quel noto episodio storico alle tensioni contemporanee, trasformando una battaglia del XVII secolo in un racconto che parla direttamente del presente.

Battle of Penghu ripropone in chiave storica le parole attualissime della leadership cinese sul fatto che la «riunificazione nazionale» rappresenti una missione storica destinata a compiersi. Il film contribuisce dunque a normalizzare l’idea della riunificazione come obiettivo inevitabile. Molti utenti cinesi hanno accolto il film con entusiasmo perché rafforza la narrativa ufficiale sulla sovranità cinese su Taiwan, valorizza episodi storici poco conosciuti e viene percepito come un’opera patriottica.

La risposta cinematografica taiwanese

Sempre nelle prossime settimane, nelle sale taiwanesi arriva invece Before the Bright Day, ambientato durante la terza crisi dello Stretto del 1996. Mentre Pechino lancia missili nelle acque vicine all’isola in vista delle prime elezioni presidenziali dirette della storia taiwanese, il protagonista del film è un ragazzo di 15 anni alle prese con la scuola, gli amici, la famiglia e i primi amori. La crisi resta sullo sfondo, ma influenza lentamente ogni aspetto della vita quotidiana.

Taipei è in cima alle priorità di Xi

Un botta e risposta sul grande schermo che mostra come su entrambe le sponde dello Stretto si stia alzando il livello delle rispettive narrazioni, attraverso l’utilizzo del cinema. Da alcuni anni Pechino investe sempre più risorse nella costruzione di un’industria audiovisiva capace non soltanto di intrattenere, ma anche di raccontare la Cina contemporanea attraverso una precisa lente politica. Dopo i blockbuster sulla guerra di Corea e quelli dedicati alla resistenza contro il Giappone, che avevano dominato l’estate del 2025 in concomitanza con l’ottantesimo anniversario della resa di Tokyo, è ora Taiwan a diventare protagonista di una grande produzione nazionale. Un cambiamento che riflette le priorità narrative e politiche della leadership cinese contemporanea di Xi Jinping, che ha posto la questione di Taiwan al centro delle sue priorità e delle relazioni con gli Stati Uniti di Donald Trump.

Cina-Taiwan, la battaglia dello Stretto si combatte al cinema
Xi Jinping (Ansa).

La promozione di opere patriottiche

Come già avvenuto negli anni scorsi con film come The Battle at Lake Changjin o Sharpshooter, dedicati alla guerra di Corea e alla cosiddetta «resistenza contro l’aggressione degli Stati Uniti», il cinema viene utilizzato per costruire un immaginario collettivo in cui la Cina occupa il centro della scena e la storia appare come una traiettoria coerente che conduce al presente. Nel piano quinquennale approvato nel 2020 si è fissato l’obiettivo di promuovere opere che manifestino spirito, valori, potere ed estetica cinesi. Nel 2021, in occasione del suo centenario, il Partito ha chiesto a ogni cinema del Paese di dedicare almeno due proiezioni alla settimana a film patriottici. In questo racconto, Taiwan è un tassello incompleto di una vicenda nazionale iniziata secoli fa. Trattare così direttamente il tema forse più sensibile di tutti è un salto di qualità recente. Il precedente più immediato è rappresentato da Quenching, una serie del 2024 prodotta dalla televisione di Stato, che mette in scena un’ipotetica azione militare per «salvaguardare la sicurezza nazionale» e «salvare Taiwan dalle minacce di secessione e interferenze esterne».

Taiwan e le serie tivù di sensibilizzazione

Non è un caso che questo avvenga in concomitanza con un processo simile in corso dall’altra parte dello Stretto. Nello stesso periodo dell’arrivo di Quenching, a Taiwan è stata infatti lanciata Zero Day, la serie televisiva che per la prima volta ha mostrato uno scenario di aggressione cinese contro l’isola. Un’ipotesi considerata realistica in caso di crisi: una zona di interdizione navale si trasforma rapidamente in un blocco totale. Le forniture si interrompono, il sistema finanziario collassa, le reti informatiche vengono paralizzate dai cyber attacchi e nelle strade si diffonde il caos. Una rappresentazione volutamente inquietante che aveva un obiettivo preciso: convincere i taiwanesi che una crisi sullo Stretto non appartiene più al regno dell’impensabile. La scelta non è stata casuale. Per decenni il governo di Taipei aveva preferito minimizzare i rischi di conflitto, nel tentativo di evitare il panico tra la popolazione e di non compromettere l’attrattività economica dell’isola. Negli ultimi anni l’approccio è cambiato. L’estensione della leva obbligatoria da quattro a 12 mesi, la creazione di organismi dedicati alla difesa civile e le richieste americane di aumentare la preparazione militare hanno contribuito a modificare il clima. Zero Day è diventato così uno strumento di sensibilizzazione prima ancora che di intrattenimento. Non sono mancate le polemiche. L’opposizione, fautrice del dialogo con Pechino, sostiene che l’operazione (finanziata da fondi predisposti dal governo) sia tesa ad alimentare i timori e creare un clima di sospetto verso chi non è in linea con la retorica dell’amministrazione del presidente Lai Ching-te.

Cina-Taiwan, la battaglia dello Stretto si combatte al cinema
Il presidente taiwanese Lai Ching-te (foto Ansa).

La Cina ha bisogno di una sua Hollywood

Molti dei film taiwanesi più importanti degli ultimi anni hanno affrontato temi come il Terrore Bianco, la democratizzazione e la formazione di una coscienza civica distinta da quella della Cina continentale. Da qui anche lo spazio a produzioni televisive e cinematografiche che raccontano ed esaltano l’alterità storico-identitaria di Taiwan, attraverso storie sulle minoranze etniche presenti sull’isola oppure sul percorso di legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. È una tendenza che riflette la trasformazione vissuta dall’isola negli ultimi 30 anni e che oggi si intreccia inevitabilmente alla tensione con Pechino. Allo stesso tempo, la Cina sa che per diventare una vera potenza globale ha bisogno di una macchina dei sogni, come lo è stata Hollywood per gli Stati Uniti. Una macchina in grado di costruire un’epica in cui è Pechino dalla parte giusta della storia. La sfida tra Pechino e Taipei passa anche dalla capacità di costruire una narrazione capace di convincere il pubblico della legittimità della propria visione della storia. E del futuro.

Il piano Usa per il disimpegno in Europa e una «Nato 3.0»

Rivolgendosi ai ministri della Difesa presso il quartier generale della Nato a Bruxelles, il Segretario alla Guerra statunitense Pete Hegseth ha annunciato una nuova revisione del dispiegamento delle truppe americane in Europa, minacciando di sospendere parte dei contributi Usa all’Alleanza atlantica in caso di mancato rispetto degli impegni dei Pesi del Vecchio Continente: «Gli Usa non possono preoccuparsi della difesa europea, né pagare di più di quanto facciano i nostri alleati».

Il piano Usa per il disimpegno in Europa e una «Nato 3.0»
Pete Hegseth (Ansa).

Hegseth: «Il Pentagono condurrà una revisione entro sei mesi»

«La Nato 3.0 è il riconoscimento, dopo la Guerra Fredda, della necessità di tornare a una vera alleanza militare intransigente, dotata di reali capacità militari in grado di esercitare un’influenza deterrente proprio qui sul continente e di assumere la guida della difesa convenzionale dell’Europa», ha affermato Hegseth, senza quantificare l’eventuale riduzione del dispiegamento delle forze americane in Europa: «Alcuni devono ancora fare di più, e lo diremo apertamente, sia in privato che in pubblico. Credo che tra amici ci debba essere onestà». Hegseth ha spiegato che il Pentagono condurrà una revisione della propria presenza militare in Europa entro i prossimi sei mesi. Il processo includerà consultazioni con il Congresso degli Stati Uniti, che ha stabilito per legge un numero minimo di forze da mantenere in Europa. La revisione, ha sottolineato Hegseth senza escludere un’accelerata, «potrebbe durare anche meno».

Il piano Usa per il disimpegno in Europa e una «Nato 3.0»
Alexus Grynkewich (Ansa).

Crescono gli interrogativi in vista del vertice Nato di Ankara

A maggio Washington ha comunicato ai propri alleati la decisione di ridurre il numero di capacità militari statunitensi a disposizione dell’alleanza in caso di crisi, sollevando interrogativi urgenti in vista del vertice Nato di Ankara del 7-8 luglio. Secondo il generale dell’aeronautica statunitense Alexus Grynkewich, a capo del Comando europeo degli Stati Uniti (Eucom) e Comandante supremo delle forze alleate in Europa (Saceur), la mossa mira a porre fine gradualmente a una «malsana codipendenza» dalle forze statunitensi, in un momento in cui Washington si trova ad affrontare la possibilità di conflitti simultanei in più teatri operativi.

Trump: «Ho firmato il memorandum d’intesa con l’Iran»

«Il memorandum of understanding è firmato, l’ho firmato a Versailles». Lo ha detto Donald Trump, secondo quanto riportato dall’agenzia Bloomberg. La Cnn ha aggiunto che gli Stati Uniti hanno inviato una foto dell’accordo firmato dal tycoon agli iraniani. «Domenica il memorandum è stato firmato digitalmente da Vance e Ghalibaf alla presenza di Trump. Ora è stato firmato da Trump e dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian», ha spiegato un funzionario. Il Pakistan, con il sostegno del co-mediatore Qatar, ospiterà venerdì in Svizzera la cerimonia ufficiale di firma.

Viaggio in Pakistan, il gigante che l’Europa non vede arrivare

C’è una stanza, in un albergo di Islamabad, dove ad aprile è successo qualcosa che la diplomazia mondiale dava per impossibile. Una delegazione americana e una iraniana si sono ritrovate nello stesso edificio, per la prima volta da quando Khomeini tornò a Teheran. Da una parte il vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, dall’altra gli uomini della Repubblica Islamica. In mezzo, a tenere il filo, i pakistani. Da quel tavolo è uscita, mese dopo mese, l’intesa che il 14 giugno Washington e Teheran hanno dichiarato raggiunta: la cessazione «immediata e permanente» delle operazioni militari su tutti i fronti, Libano incluso, con la firma fissata per il 19 giugno in Svizzera.

Viaggio in Pakistan, il gigante che l’Europa non vede arrivare
Donald Trump e Shehbaz Sharif (Ansa).

Una nuova centralità diplomatica

Un accordo ancora fragile. Mentre lo si annunciava, i raid israeliani sui sobborghi di Beirut lo mettevano già a rischio, ricordando a tutti chi, in questa partita, fa il guastatore. Resta però una domanda che vale più di mille analisi. Chi ha apparecchiato l’intesa? Non una grande potenza, né un mediatore di professione. Un Paese che meno di 10 anni fa lo stesso presidente americano accusava pubblicamente di «menzogne e inganni». Eppure è lì che le due parti hanno mandato i loro uomini; è dalla voce del primo ministro Shehbaz Sharif che il mondo ha saputo dell’accordo. Ed è il capo dell’esercito Asim Munir che ha fatto la spola con Teheran. Islamabad ha guidato e ospitato uno sforzo più ampio, accanto a Qatar, Arabia Saudita e Turchia, e la sua diplomazia ha portato le due delegazioni nella stessa città.

Il Pakistan non è inciampato in questo ruolo, ma ci è arrivato per geografia e per influenza costruita pazientemente: 900 chilometri di confine con l’Iran, rapporti tenuti in piedi insieme con Teheran e con Riad, una collocazione che per anni era stata una condanna e che la crisi ha trasformato in rendita. Quando la regione è andata a fuoco, il Pakistan era l‘unico interlocutore che entrambe le sponde potevano accettare. La storia, qui, ha riscritto le gerarchie. E per capire perché non sia un episodio ma una traiettoria, bisogna venirci.

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Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi con il capo dell’esercito pakistano Asim Munir (Ansa).

Un Paese dove tutto manca è un Paese tutto da costruire

Occorre atterrare a Islamabad e vedere una capitale che non somiglia all’immagine che l’Europa si porta in testa; quella dei droni, del default, delle code per la farina. Una città disegnata a tavolino mezzo secolo fa e oggi cresciuta in strade larghe, infrastrutture nuove, quartieri ordinati ai piedi delle colline Margalla. Una città che ha l’aria di chi sta provando a diventare qualcos’altro: non più solo il centro del potere politico e militare, ma una piazza del villaggio globale. Bisogna scendere a Lahore, il cuore colto e industriale del Paese, e trovarci fabbriche che spingono, una borghesia produttiva che sa esattamente cosa vuole diventare, e che ha un solo, enorme problema: trovare i capitali per diventarlo. E bisogna arrivare a Karachi – 20 milioni di persone, una delle metropoli più popolose del pianeta, il polmone commerciale e il porto della nazione – per sentire una città che pulsa a una velocità che a Milano non immaginiamo. Karachi è il mercato fatto persona. E a Karachi, come a tutto il Pakistan, manca esattamente ciò che rende una metropoli una metropoli: l’acqua, la gestione dei rifiuti, l’energia. È la contraddizione che spiega il Paese intero. Dove tutto manca, tutto è da costruire. E dove tutto è da costruire, qualcuno, prima o poi, costruisce, ne beneficia e detta le regole a chi arriva dopo. 

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epa04162012 A slow Lo skyline di Lahore (Ansa).

I numeri che demoliscono lo stereotipo occidentale

Basta soffermarsi sui numeri che, in questo caso, demoliscono lo stereotipo. Duecentocinquantasette milioni di persone, quinto Paese più popoloso del mondo. Un’età mediana di 20 anni e otto mesi contro i quasi 48 dell’Italia. Sessantaquattro pakistani su 100 hanno meno di 30 anni. È una valanga di manodopera, di consumatori, di fame di futuro che entra nel mercato del lavoro proprio mentre l’Occidente invecchia e perfino la Cina comincia a ingrigire.

È il bene più scarso del pianeta, la gioventù, e il Pakistan ne ha in eccesso. Qui non si devono importare lavoratori dall’estero, né preoccuparsi del mercato interno: 250 milioni di persone con una classe media che cresce impetuosamente sono il mercato.

E accanto, a Ovest, c’è un vicino da quasi 90 milioni di abitanti, l’Iran, che una volta uscito dall’isolamento potrebbe agganciarsi a quest’area come un vagone a una locomotiva.

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Il ministro degli Interni pakistano, Mohsin Naqvi, e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi (Ansa).

Il «piccolo miracolo» pakistano

C’è un Pakistan che l’Europa non immagina nemmeno: coste lunghe e ancora vergini sull’Oceano Indiano, e a nord il Karakorum, il K2, una delle catene montuose più spettacolari della Terra. Un turismo interno dai ritmi frenetici, e un turismo internazionale tutto da inventare. E mentre il Vecchio Continente raccontava il Pakistan come un caso disperato, la Borsa di Karachi è stata, due anni di fila, tra le migliori del mondo. Il KSE-100 ha chiuso il 2025 con un +51 per cento, ha sfondato per la prima volta i 150 mila punti a settembre, e a inizio 2026 viaggiava su massimi storici, con un guadagno vicino al 65 per cento in 12 mesi. Bloomberg lo ha collocato tra gli indici più performanti del globo. Barron’s ha definito la ripresa pakistana un «piccolo miracolo». L’inflazione, che due anni fa galoppava ben oltre il 30 per cento, è crollata a cifra singola. La crescita ha sorpreso al rialzo. C’è del denaro all’interno che ha già fiutato l’aria e in larga parte è denaro che parla cinese

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La Borsa pakistana a Karachi (Ansa).

La Cina ha capito le potenzialità del Paese 10 anni fa

Ma sarebbe disonesto raccontare solo la metà luminosa. Perché il Pakistan resta un Paese dove il reddito pro-capite sfiora a malapena i 1.900 dollari, dove quasi un abitante su due vive sotto la soglia di povertà, dove la guerra alle porte ha imposto tagli alla corrente di due ore al giorno e perfino una settimana lavorativa di quattro giorni per risparmiare carburante, dove a maggio è servito un prestito del Fondo Monetario da 1,3 miliardi di dollari solo per pagare le bollette energetiche del conflitto. Il debito è alto. La politica è instabile. Le riforme sono fragili e reversibili. L’alfabetizzazione resta tra le più basse al mondo. Lo sviluppo dei mercati di frontiera non è un pranzo di gala. 

Ecco, il punto è esattamente questo: non è un Eldorado da scoprire, è semmai un Eldorado da costruire. La distanza tra ciò che il Pakistan è e ciò che potrebbe essere è il margine. È lo spazio in cui si costruiscono porti, reti idriche, impianti di trattamento dei rifiuti, centrali e reti elettriche, sistemi finanziari moderni. Ed è lo spazio in cui chi arriva per primo fissa lo standard.

La Cina l’ha capito da un decennio, con i 60 miliardi di dollari del corridoio economico CPEC, ora alla sua seconda fase, orientata a zone industriali e cooperazione manifatturiera. Pechino ha letto la mappa prima degli altri.

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Il presidente cinese Xi Jinping e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif con le rispettive delegazioni a Pechino (Ansa).

Il tramonto del Golfo ha ridato luce a Islamabad

La domanda, per l’Europa, è una sola: se ne accorgerà mentre c’è ancora margine, o quando il margine sarà chiuso e i posti a tavola saranno tutti occupati? Qui serve dirla tutta, anche la parte scomoda ed è una tesi, non un dato, quindi va letta come tale. Da queste parti circola una lettura precisa di cosa sia accaduto nell’ultimo decennio: il Golfo, Dubai in particolare, avrebbe avuto tutto l’interesse a soffocare Karachi come scalo e come piazza, per restare l’unico hub finanziario e commerciale tra l’Europa e l’Asia meridionale. Quel disegno ha funzionato finché il Golfo era stabile e il suo grande vicino era in ginocchio. Ma la geografia non si cancella e la storia ha la testa dura. Quando lo Stretto di Hormuz è diventato una polveriera e la regione è scivolata nella guerra, il Paese che doveva restare ai margini si è ritrovato al centro. La crisi che avrebbe dovuto affossarlo lo ha promosso.

E un Golfo che entra in una fase di incertezza prolungata è, specularmente, un Pakistan che guadagna centralità diplomatica, logistica e, col tempo, finanziaria. 

Chi c’era negli Emirati nel 2004 sa di cosa parliamo. C’erano sabbia, cantieri, scetticismo, e un pugno di persone che avevano capito prima degli altri dove sarebbe finito il mondo. Vent’anni dopo, quel mondo è finito esattamente lì. Davanti a 250 milioni di abitanti, una Borsa che vola, una posizione che da fardello è diventata leva diplomatica, un deficit di infrastrutture che è insieme la ferita e l’opportunità, la domanda da porsi è una sola: e se la prossima frontiera non fosse un altro deserto del Golfo già costruito e già spartito, ma questo Paese ancora tutto da scrivere? Marco Polo non raccontò il Catai per sentito dire. Ci andò. Attraversò, guardò, prese appunti, e tornò con una mappa che l’Europa impiegò secoli a capire. La frontiera, di nuovo, è a Est. E come tutte le frontiere vere, premia chi la attraversa per primo non chi aspetta, comodo, che gliela vengano a raccontare.



Macron: «Per Hormuz pronta un’iniziativa europea con 20 Paesi»

È pronta l’iniziativa europea per garantire la libera navigazione nello stretto di Hormuz. Lo ha assicurato il presidente francese Emmanuel Macron, nella conferenza stampa che ha chiuso il G7 di Evian. «Abbiamo convenuto che un’iniziativa europea, guidata da Francia e Regno Unito, è pronta a giocare un ruolo importante per facilitare il traffico marittimo nello stretto e proteggere le navi mercantili», ha spiegato il capo dell’Eliseo, definendo la ripresa del libero transito la «pietra angolare» dell’accordo tra Stati Uniti e Iran. All’iniziativa, che scatterà se arriverà una richiesta in tal senso, hanno dato la disponibilità «una ventina di Paesi».

Macron: «Per Hormuz pronta un’iniziativa europea con 20 Paesi»
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Meloni: «Italia pronta a fare la propria parte»

Sulla questione si è espressa anche Giorgia Meloni: «Ora è importante lavorare per la sua attuazione a partire dalla necessità di assicurare la sicurezza delle rotte marittime internazionali, la piena libertà di navigazione nello stretto di Hormuz. In questo quadro ho chiaramente confermato ai partner che l’Italia è pronta a fare la propria parte anche nell’ambito di missioni che dovessero essere volte a garantire la sicurezza dei traffici commerciali, fermo restando le necessarie autorizzazioni che sono dovute e richieste in questi casi».

Apple, Antitrust avvia un’indagine sui servizi cloud

L’Antitrust ha avviato un’indagine nei confronti di Apple, Apple Distribution International Ltd e Apple Italia per l’inosservanza dell’obbligo di interoperabilità previsto dal Digital markets act cui sono sottoposti i sistemi operativi iOS e iPadOS. Infatti, ai sensi dell’articolo 6, la società deve garantire ai fornitori terzi di servizi cloud consumer, a titolo gratuito, l’effettiva interoperabilità con i sistemi operativi iOS e iPadOS, nonché parità di accesso alle stesse componenti hardware e software che sono disponibili per il servizio iCloud di Apple. L’Autorità ha elementi per ritenere che i fornitori terzi di servizi cloud consumer potrebbero non essere posti nelle stesse condizioni del servizio iCloud di Apple, perché non sembrano avere accesso alle stesse componenti utilizzate o comunque rese disponibili al servizio iCloud. A titolo di esempio, sembrerebbe che Apple non consenta ai servizi per gli utenti finali di cloud storage alternativi di utilizzare le componenti di iOS e iPadOS che permettono di effettuare il backup integrale dei dati presenti sui dispositivi, consentito invece al servizio iCloud di Apple.

Dona: «Concorrenza si può avere solo con l’osservanza degli obblighi»

«Si faccia subito chiarezza», ha affermato Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori, sottolineando che la concorrenza «si può avere solo con l’osservanza dell’obbligo di interoperabilità del sistema operativo, altrimenti l’egemonia industriale diventa un monopolio a tutti gli effetti e i consumatori vengono danneggiati, sia con prezzi maggiori sia con minori servizi disponibili tra cui scegliere». Federconsumatori ha espresso soddisfazione per l’indagine, evidenziando che questa «risulta importante non solo perché tutela i cittadini che fruiscono di tale servizio, ma anche perché si tratta della prima volta in cui l’Agcm esercita i poteri previsti dall’articolo 38 del Digital markets act».

Russia, Putin convoca le elezioni parlamentari il 20 settembre

Vladimir Putin ha firmato il decreto che stabilisce la data delle prossime elezioni legislative della Federazione Russa, le prime dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina: si terranno il 20 settembre. La tornata elettorale rappresenterà un importante test per valutare la flessione della popolarità dello zar (rieletto nel 2024 per un altro mandato presidenziale di sei anni) e del suo partito, Russia Unita, dopo oltre quattro anni di conflitto. Nel 2021 la formazione guidata da Putin aveva vinto le elezioni per il rinnovo della Duma di Stato – camera bassa dell’Assemblea federale – con il 49,8 per cento dei voti, aggiudicandosi 324 seggi, mentre nella tornata del 2016 era arrivato al 54,2 per cento, conquistando 343 seggi.

Ucciso in Polonia il dissidente russo Semyon Skrepetsky

Semyon Skrepetsky, artista russo che viveva in Polonia dal 2021, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco a Biala Podlaska. Lo riportano i media locali e lo conferma Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, ricordando che Skrepetsky aveva partecipato alle proteste a Venezia contro la riapertura del padiglione russo alla Biennale. Noto per le sue caricature di politici, aveva realizzato ritratti satirici del presidente Vladimir Putin, dell’omologo bielorusso Alexander Lukashenko, del leader ceceno Ramzan Kadyrov e del defunto leader dell’opposizione russa Alexei Navalny. Tre giorni prima di essere ucciso, in occasione della Giornata della Russia, si era recato a Berlino dove aveva inscenato una protesta solitaria con una caricatura di Joseph Stalin e Putin. Sarebbero due i suoi assassini, uno dei quali è stato arrestato vicino al consolato bielorusso della cittadina polacca.

Trump al G7: «Venerdì riapre Hormuz, ora tocca all’Ucraina»

Dal G7 di Evian-les-Bains, sulla riva francese del lago Lemano, Donald Trump ha elogiato «l’ottimo lavoro» fatto per raggiungere l’accordo con l’Iran e assicurato che «venerdì Hormuz sarà completamente riaperto». Dopo aver incassato la promessa di un contributo degli alleati per il ritorno della libera navigazione nello Stretto, ha affermato che «è giunta l’ora di concentrarsi sull’Ucraina». «Ieri abbiamo avuto un’ottima conversazione con il presidente Zelensky e con il presidente Putin e vedo la possibilità di fare qualcosa anche su quel fronte», ha detto. «Credo che entrambi siano aperti a una soluzione». Il leader ucraino ha rivelato di aver suggerito a Trump un incontro a tre con l’omologo russo negli Stati Uniti. «Un formato che renderebbe molto più difficile al presidente russo rifiutare», ha spiegato, ricordando come tutti gli appelli rivolti finora al capo del Cremlino siano caduti nel vuoto.

Summit ASEAN di Kazan: perché il Sud-Est asiatico torna da Putin

Il Sud-Est asiatico vola in massa in Russia, mettendo da parte la guerra in Ucraina che aveva causato non poche tensioni nelle relazioni tra la regione e il Cremlino. Mercoledì e giovedì si svolge infatti a Kazan il summit Russia-ASEAN. Formalmente, l’evento serve a celebrare i 35 anni delle relazioni tra Mosca e l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico. Politicamente, però, è un segnale rilevante di una Russia che riannoda i fili con una regione chiave per gli equilibri strategici globali.

Non a caso, Vladimir Putin aveva scelto Kazan anche per ospitare il summit dei BRICS del 2024.

Summit ASEAN di Kazan: perché il Sud-Est asiatico torna da Putin
Il summit ASEAN nelle Filippine (Ansa).

La presidenza filippina amplifica la portata del summit

L’evento sarà co-presieduto da Putin e da Ferdinand Marcos Junior, il presidente delle Filippine, Paese che per il 2026 ha anche la presidenza di turno dell’ASEAN. Un dettaglio che amplifica la portata del summit, visto che Manila è un alleato formale degli Stati Uniti e si era molto allontanata da Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina. Non solo. Negli anni scorsi, Marcos ha rafforzato l’accesso militare americano alle basi filippine e mantiene una linea durissima contro la Cina nel Mar Cinese Meridionale. Eppure Marcos va a Kazan, incontra Putin e discute di sicurezza alimentare, sicurezza energetica e possibili forme di cooperazione nucleare. Questo non significa che Manila stia cambiando campo. Significa piuttosto che le Filippine vogliono dimostrare due cose: la presidenza ASEAN dialoga con tutti i partner, inclusa la Russia, e la politica estera filippina resta formalmente indipendente anche dentro una cornice di alleanza con Washington.

Summit ASEAN di Kazan: perché il Sud-Est asiatico torna da Putin
Il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr (Ansa).

Singapore presente nonostante il gelo con Mosca

Molto significativa anche l’annunciata presenza del primo ministro di Singapore, Lawrence Wong. Prima visita di un leader della città-Stato in Russia dall’inizio della guerra in Ucraina. Nonché il primo contatto politico di questo livello dopo il drastico deterioramento delle relazioni bilaterali nel 2022.

Secondo i media di Singapore, l’annunciata presenza di Wong non sarebbe il segnale di una normalizzazione delle relazioni né un cambiamento della posizione sull’Ucraina, ma evidenzierebbe la volontà della città-Stato di preservare l’unità e la centralità dell’ASEAN, evitando che il dialogo con la Russia venga monopolizzato dai membri più vicini a Mosca, come Vietnam o Laos. Allo stesso tempo, per Mosca la partecipazione di Singapore è importante anche al di là di eventuali bilaterali o accordi, perché potrebbe essere presentata come una dimostrazione del fatto che nemmeno i Paesi che hanno imposto sanzioni intendono interrompere completamente il dialogo.

Summit ASEAN di Kazan: perché il Sud-Est asiatico torna da Putin
Il primo ministro di Singapore, Lawrence Wong (Ansa).

Putin può ritagliarsi il ruolo di mediatore tra Cambogia e Thailandia

Annunciata anche la presenza di Prabowo Subianto, presidente dell‘Indonesia. L’ex generale del dittatore Suharto è un habitué dei viaggi in Russia, dove si è già recato nei mesi scorsi. Giacarta è d’altronde uno degli interlocutori più interessanti per Mosca: grande economia, membro dei BRICS, Paese non allineato e potenziale partner in energia, grano, difesa e nucleare civile. Cambogia e Thailandia, coinvolte l’anno scorso in violenti scontri lungo il confine conteso, saranno rappresentate dai rispettivi capi di governo, vale a dire i premier Hun Manet e Anutin Charnvirakul. Non sono esclusi scambi tra Phnom Penh e Bangkok, con Putin che potrebbe provare a ritagliarsi il ruolo di facilitatore del dialogo tra i due contendenti.

Summit ASEAN di Kazan: perché il Sud-Est asiatico torna da Putin
Il presidente indonesiano Prabowo Subianto (Ansa).

La diplomazia del bambù vietnamita

Il Vietnam sarà rappresentato dal primo ministro Le Minh Hung. Per Hanoi, il vertice è quasi naturale, visto che è storicamente il partner più solido di Mosca nel Sud-Est asiatico, soprattutto su difesa ed energia.

La normalizzazione del governo birmano

Non dovrebbe esserci nemmeno Min Aung Hlaing, generale golpista da poco nominato presidente “civile” del Myanmar dopo che si sono svolte elezioni senza opposizione. Mosca resta uno dei partner più importanti della giunta, soprattutto in campo militare ed energetico, ma l’ASEAN non vuole che il vertice di Kazan diventi una riabilitazione piena del regime birmano. Sin qui, il blocco ha limitato o escluso la presenza dei vertici militari birmani agli incontri regionali dopo il golpe del 2021. La tendenza è comunque quella di una normalizzazione del governo di Min Aung Hlaing, tanto che l’ex capo dell’esercito (dimessosi formalmente per ottenere la presidenza del Paese) è stato in visita sia in India che in Cina nel giro di poche settimane.

Summit ASEAN di Kazan: perché il Sud-Est asiatico torna da Putin
L’ex capo della giunta militare e presidente birmano Min Aung Hlaing (Ansa).

Gli obiettivi politici ed economici del Cremlino

Gli obiettivi della Russia sono sostanzialmente due. Il primo è politico: Mosca vuole dimostrare di non essere isolata e rafforzare la retorica dell’ordine multipolare. Putin presenterà l’ASEAN come esempio di regionalismo non occidentale, fondato su consenso, non interferenza e rispetto della sovranità. Il secondo è economico: vendere energia, fertilizzanti, cereali, tecnologia nucleare civile e servizi logistici. Il Sud-Est asiatico è importatore netto di energia in molti suoi mercati, ha bisogno di fertilizzanti per sostenere la produzione agricola, cerca fornitori alternativi e non vuole dipendere eccessivamente da rotte vulnerabili o da un solo partner.

Summit ASEAN di Kazan: perché il Sud-Est asiatico torna da Putin
Vladimir Putin (Ansa).

Il Sud-Est asiatico vuole mantenere margine di manovra

Dal lato ASEAN, l’obiettivo è invece quello di preservare spazio di manovra. I Paesi del Sud-Est asiatico vogliono continuare a parlare con Mosca senza essere percepiti come filo-russi. Vogliono benefici materiali senza pagare costi diplomatici eccessivi. Vogliono energia, fertilizzanti, turismo, studenti, tecnologia e forse investimenti, ma senza “importare” la polarizzazione della guerra in Ucraina. Per questo, i documenti finali dovrebbero concentrarsi su cooperazione pratica, non su dichiarazioni politiche. Il loro linguaggio sarà probabilmente prudente: sicurezza alimentare, energia, scienza e tecnologia, commercio, investimenti, turismo, educazione, cultura, scambi people-to-people, forse cybersecurity, città intelligenti e connettività.