Sono tutti cittadini britannici i cinque uomini arrestati in relazione all’allarme esplosivi scattato alle prime ore del 27 settembre nei pressi della base Raf di Fairford, nel Regno Unito, condivisa da decenni con le forze Usa e utilizzata di recente anche dai bombardieri statunitensi nella guerra contro l’Iran. Cosa sappiamo.
I cinque arrestati sono residenti a Londra
La polizia ha trovato esplosivi su tre furgoni diretti verso la base della Royal Air Force e arrestato cinque uomini tra i 23 e i 25 anni di età, tutti cittadini britannici e provenienti dall’area di Londra. Sono stati accusati inizialmente di violazione dell’Explosives Act dalla Gloucestershire Police e poi formalmente di pianificazione di un attacco terroristico dai vertici di Scotland Yard, subentrata a stretto giro nel coordinamento delle indagini.
Polizia all’esterno della base Raf di Fairford (Ansa).
A lanciare l’allarme è stata una contadina
Gli agenti hanno intercettato i tre furgoni dopo la segnalazione di una comune cittadina, una contadina che ha chiamato la polizia dopo aver notato «un folto gruppo di uomini incappucciati e mascherati» che si aggiravano vicino al margine del bosco. La polizia ha istituito un cordone di sicurezza di 400 metri attorno alla base aerea e evacuato i residenti di circa 85 abitazioni di Whelford, nel cuore delle Cotswolds.
La base Raf, condivisa con gli Usa
La base aerea, che si trova nella contea inglese del Gloucestershire a circa 160 chilometri a ovest di Londra, appartiene alla Raf. Ma da decenni viene condivisa con l’esercito Usa. Il suo utilizzo più rilevante è stato quello di base aerea per i B-52 dell’Aeronautica militare statunitense durante la prima guerra del Golfo del 1991, per i bombardamenti Nato sulla Jugoslavia del 1999, per la guerra in Iraq del 2003 e, negli ultimi mesi, per il decollo dei bombardieri americani diretti in Iran. La base di Fairford è stata teatro in passato di proteste organizzate da attivisti pacifisti.
Cronisti e polizia alla base Raf di Fairford (Ansa).
L’Iran nega ogni coinvolgimento
Gli arresti avvengono in un clima di crescente tensione riguardo alla minaccia per l’Europa rappresentata da Stati ostili come Russia e Iran. Teheran, che aveva dichiarato di considerare qualsiasi base utilizzata per attaccare il proprio territorio come un obiettivo legittimo, ha respinto ogni accusa. L’ambasciata iraniana a Londra ha parlato di «speculazioni infondate e malevole», diffuse peraltro dopo «atti criminali di aggressione commessi dagli Stati Uniti e dal regime israeliano», che servono «soltanto ad alimentare la propaganda iranofoba nel Regno Unito».
I would like to thank all those emergency and specialist teams who have acted so swiftly regarding the incident in Gloucestershire.
We can be reassured that this is being dealt with, and it is exactly why our emergency response teams and Armed Forces are on standby 24/7. https://t.co/gVQvYhg1qS
Nonostante tutto sia partito da una chiamata notturna di una comune cittadina, Donald Trump ha dichiarato che gli arresti sono stati possibili grazie alla collaborazione tra Stati Uniti e Regno Unito e che gli arrestati erano «sotto osservazione da tempo». Il ministro della Difesa britannico Wes Streeting ha definito «motivo di orgoglio» il riconoscimento espresso da Trump nei confronti del lavoro svolto dalla polizia e dai servizi di intelligence britannici.
Un’azienda statunitense specializzata in software in grado di estrarre e analizzare informazioni da smartphone e computer, accusata di essere gestita segretamente dalla Russia, ha partecipato ad almeno due progetti finanziati dall’Unione europea, volti a migliorare le modalità di raccolta, elaborazione e condivisione delle prove digitali nell’ambito delle indagini penali. Lo riporta Politico. La società in questione è Oxygen Forensics, con sede ufficiale in Virginia, ma accusata appunto dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti di avere proprietà russa.
I due progetti Ue che hanno coinvolto Oxygen Forensics
Il primo progetto che ha visto coinvolta Oxygen Forensics è stato EVIDENCE (European Informatics Data Exchange Framework for Courts and Evidence), che tra il 2014 e il 2016 ha ricevuto oltre 1,9 milioni di euro di finanziamenti Ue, volto a migliorare la gestione e lo scambio di prove digitali in ambito penale. L’azienda finita nel mirino del Dipartimento di Giustizia Usa ha in questo caso lavorato a stretto contatto con Europol (l’agenzia di polizia dell’Ue), Eurojust (l’agenzia per la cooperazione giudiziaria) e Olaf (l’unità di informatica forense dell’Ufficio europeo per la lotta antifrode). Il secondo progetto, INSPECTr – sostenuto nell’ambito di Horizon 2020, il programma UE di finanziamento per la ricerca e l’innovazione – è stato invece concepito per aiutare le forze di polizia europee a riunire e analizzare prove digitali raccolte mediante strumenti diversi. Il progetto ha portato alla creazione di un software capace di elaborare le prove estratte con le soluzioni di Oxygen Forensics, rendendone più agevole l’accesso e l’analisi da parte di investigatori che utilizzavano altri sistemi. Entrambi i progetti erano stati avviati ben prima dell’invasione dell’Ucraina e delle conseguenti sanzioni europee, ma INSEPCTr ha continuato a operare fino al 2023. E Oxygen Forensics figura ancora sui siti web di entrambi i progetti. E sul suo – sequestrato dalle autorità americane – la società indicava tra i propri clienti anche la Commissione europea. L’esecutivo Ue, da parte sua, ha precisato che l’azienda non faceva parte dei consorzi dei due progetti e che, quindi, non ha ricevuto finanziamenti.
Come appare oggi il sito di Oxygen Forensics, sequestrato dalle autorità Usa.
I prodotti di Oxygen Forensics sono stati usati pure in Italia
Non finisce qui: come indicato negli avvisi pubblicati nella banca dati degli appalti dell’Ue, a seguito del coinvolgimento nei due progetti sostenuti a livello comunitario, i prodotti di Oxygen Forensics sono stati certificati e acquistati da diverse forze di polizia nazionali in tutta Europa, tra cui quelle di Germania, Spagna, Polonia e Italia. Nel nostro Paese, in particolare, Politico cita un documento tecnico della Procura di Sassari dello scorso aprile, che elenca Oxygen Forensics tra i sistemi utilizzabili dalla polizia giudiziaria per estrarre e analizzare dati da dispositivi mobili.
Arrestati il gestore russo e il prestanome statunitense
Secondo quanto emerso, a capo di Oxygen Forensics ci sarebbe stato il cittadino russo Oleg Sergeyevich Davydov, sebbene l’azienda venisse presentata come guidata da Lee Reiber, 55enne originario di Boise, nell’Idaho. Quest’ultimo è stato arrestato negli Stati Uniti, mentre Davydov – secondo quanto riferito dal Dipartimento di Giustizia Usa – è stato fermato all’aeroporto londinese di Heathrow, mentre si accingeva a imbarcarsi su un volo per Istanbul. Dalle indagini è inoltre venuto fuori che i proprietari russi di Oxygen controllano Mko Systems, società che ha venduto la stessa tecnologia di estrazione dati all’Fsb (il servizio federale per la sicurezza della Federazione Russa) e al ministero dell’Interno di Mosca. Il Dipartimento di Giustizia Usa non sostiene che i software di Oxygen contenesse codici dannosi, né che la società abbia avuto accesso non autorizzato ai sistemi o ai dati dei clienti.
La leader dei socialdemocratici svedesi, Magdalena Andersson, ha reso noto in conferenza stampa di non essere riuscita a formare un governo. La coalizione da lei guidata, formata da quattro partiti di centrosinistra, ha vinto le recenti elezioni in Svezia del 13 settembre per appena 50 mila voti, scarto che ha garantito una risicata maggioranza di appena tre seggi. Questo significa che il presidente del Parlamento affiderà l’incarico di formare un governo a un altro leader di partito, che potrebbe essere il premier conservatore uscente Ulf Kristersson, senza alcuna garanzia di successo.
Ulf Kristersson (Ansa).
La coalizione di centrosinistra ha 176 seggi, quella di centrodestra 173
La coalizione di centrosinistra composta dai Socialdemocratici, che nonostante un calo dei consensi sono da oltre un secolo il primo partito svedese, dai Verdi e dai partiti Sinistra e Centro, aveva ottenuto complessivamente il 49,6 per cento dei voti e 176 seggi, contro il 48,8 per cento e i 173 seggi conquistati dai quattro partiti di destra. Andersson, che è già stata prima ministra della Svezia tra il 2021 e il 2022, ha cercato il sostegno degli altri tre formazioni della coalizione vincitrice per formare il governo, ma hanno pesato le divergenze di pensiero (specie tra il Partito di Centro e il Partito della Sinistra) su alcuni temi caldi: immigrazione, sanità pubblica e – soprattutto – politiche economiche. Ora tocca al centrodestra.
Donald Trump ha ospitato alla Casa Bianca Dario Amodei, ceo di Anthropic, per una cena privata: l’incontro potrebbe rappresentare un segnale di un miglioramento dei rapporti tra l’Amministrazione Usa e la società, dopo un periodo segnato da numerose tensioni sul tema dell’intelligenza artificiale. In un’intervista con Fox News, Trump aveva detto di voler parlare con Amodei proprio della proposta di rallentare lo sviluppo dei sistemi più avanzati.
Donald Trump (Ansa).
Trump di recente ha criticato duramente Amodei
A metà settembre Trump aveva criticato duramente Amodei per aver chiesto di rallentare lo sviluppo delle intelligenze artificiali e di aumentare la supervisione dei modelli IA, concentrandosi sui rischi posti da sistemi sempre più potenti. The Donald, tra le altre cose, aveva affermato che il suo governo sta già impedendo alle aziende coinvolte di fare «cose potenzialmente pericolose». Le tensioni nascono da molto più lontano: a inizio anno Anthropic si era rifiutata di autorizzare il Pentagono a usare i propri modelli per attività di sorveglianza della popolazione e per la gestione autonoma di alcune armi, facendo saltare un contratto da 200 milioni di dollari. A seguito di tale decisione il Dipartimento della Difesa aveva definito Anthropic un rischio per la sicurezza nazionale, vietato all’azienda di collaborare con il governo federale.
La posizione di Trump sull’IA è molto chiara: gli Stati Uniti devono rimanere la superpotenza mondiale in questo settore e, nonostante le segnalazioni di svariati esperti, la pericolosità delle intelligenze artificiali è «un inganno». Il principale timore di Trump è che, rallentando sull’IA, gli Stati Uniti possano perdere il vantaggio tecnologico sulla Cina (poco interessata a frenare): «Siamo avanti di circa un anno, forse un anno e mezzo, stiamo costruendo strutture per migliaia di miliardi di dollari. Perché dovremmo rinunciarci? Se c’è qualcosa che non va, devono sistemarlo», ha detto Trump a Fox News in vista della cena con Amodei. Alcuni ceo del settore tecnologico – tra cui Elon Musk di xAI, Sam Altman di OpenAI, Mark Zuckerberg di Meta e Sundar Pichai di Google – si sono recentemente uniti a Trump durante una cena di stato col presidente cinese Xi Jinping. Amodei non aveva partecipato. L’incontro potrebbe rappresentare un’opportunità per la startup, che dovrebbe lanciare entro la fine di quest’anno una mega Ipo, di migliorare i rapporti con l’Amministrazione Trump.
L’alto rappresentante Ue Kaja Kallas ha dichiarato che «dalle nostre informazioni di intelligence emerge che la Russia sta pianificando ulteriori atti di sabotaggio e attacchi contro le nostre democrazie, con l’obiettivo di dividere e intimidire le nostre società e dissuaderle dal continuare ad aiutare l’Ucraina». «Kyiv», ha continuato prima del Consiglio Ue Difesa, «ha urgente bisogno di difesa aerea. Rinnoviamo l’appello a quei Paesi che dispongono di questi sistemi nelle proprie scorte affinché valutino di fornirli effettivamente all’Ucraina». La rimozione degli oligarchi Alisher Usmanonv e Mikhail Fridman dalla lista delle sanzioni è stata «deplorevole», ha aggiunto, ma «dobbiamo concentrarci sull’aspetto positivo, ovvero che 2.998 persone saranno soggette alle sanzioni per tre anni. E, per rimuoverle, è necessario che tutti siano d’accordo».
Il Vietnam non è più una frontiera lontana. Dal 21 settembre, la Borsa di Ho Chi Minh è entrata negli indici dei mercati emergentisecondari di FTSE Russell, al fianco di piazze come Cina, India e Indonesia. Un salto di categoria che conclude un percorso iniziato nel 2018, quando Hanoi era stata inserita nella lista di osservazione del provider, e che potrebbe indirizzare verso i titoli vietnamiti fino a 6 miliardi di dollari. Non arriveranno tutti insieme. L’inclusione sarà distribuita in quattro tappe: il 10 per cento a settembre, il 20 per cento a marzo 2027 e due tranche del 35 per cento a giugno e settembre dello stesso anno.
Il primo segnale è già arrivato. Nella settimana precedente la promozione, gli investitori stranieri hanno acquistato azioni per 2.700 miliardi di dong, circa 104 milioni di dollari netti. Vanguard, tra le maggiori società di gestione patrimoniale al mondo, prevede di portare la propria esposizione a 2,5 miliardi nei prossimi anni. La promozione riconosce riforme concrete. Per anni gli investitori internazionali hanno dovuto depositare in anticipo l’intero controvalore degli acquisti, un obbligo di finanziamento preventivo incompatibile con molte procedure istituzionali. Hanoi lo ha rimosso e ha introdotto una piattaforma già utilizzata sul fiorente mercato sudcoreano che migliora e facilita l’accesso tramite broker globali. Tra le società vietnamite che potrebbero entrare nel FTSE Global All Cap (l’indice internazionale che riunisce aziende di grande, media e piccola capitalizzazione) figurano Vingroup, FPT, Hoa Phat, VPBank e Vinhomes. La loro inclusione obbligherebbe i fondi e gli ETF che replicano l’indice ad acquistarne le azioni in proporzione al peso assegnato da FTSE Russell.
Il segretario generale del Partito comunista vietnamita To Lam.
Aumenta l’attrattività per gli investimenti stranieri
La svolta finanziaria arriva mentre il Vietnam cerca di cambiare scala. Dopo una crescita del Pil dell’8 per cento nel 2025, per il 2026 la Banca Mondiale ha previsto un +6,8 per cento. Manodopera competitiva, investimenti esteri ed esportazioni hanno trasformato il Paese in uno snodo delle catene asiatiche. La strategia China+1 per sganciarsi dalla totale dipendenza da Pechino ha portato nuovi stabilimenti, mentre oltre 100 milioni di abitanti e una classe media in crescita alimentano consumi e urbanizzazione. A confermare l’attrattività del Paese è la presenza crescente delle multinazionali. Samsung, già primo investitore estero con oltre 23 miliardi di dollari impegnati, sta sviluppando un impianto da 1,5 miliardi per il collaudo dei semiconduttori, accanto alle attività di Intel, Amkor e altri gruppi tecnologici. Nel 2025 la danese Lego ha invece inaugurato a Binh Duong una fabbrica da un miliardo di dollari, la sua seconda in Asia. Insomma, non più soltanto assemblaggio a basso costo: il Vietnam punta ad attirare elettronica avanzata, logistica, ricerca e produzioni a maggiore valore aggiunto, sfruttando l’estesa rete di accordi commerciali.
Lo skyline di Hanoi (Ansa).
Il prossimo traguardo? Smettere di essere un mercato di frontiera
Per favorire questo processo, Hanoi vuole affiancare alla fabbrica un sistema finanziario più profondo. Le imprese dipendono ancora dalle banche: una Borsa più liquida può finanziare infrastrutture, energia e digitalizzazione, facilitare nuove quotazioni e ridurre il costo del capitale. È un passaggio decisivo verso l’obiettivo di diventare un’economia ad alto reddito entro il 2045. Se le riforme proseguiranno, la Banca Mondiale stima afflussi fino a 25 miliardi entro il 2030. Il condizionale resta d’obbligo, ma non ridimensiona la portata della svolta. L’ingresso negli indici emergenti può ampliare stabilmente la presenza dei capitali internazionali, aumentare la liquidità e spingere società e autorità verso standard più elevati di trasparenza e governance. Certo, persistono alcuni ostacoli: la Borsa è concentrata in pochi conglomerati, banche e gruppi immobiliari, mentre i limiti alla proprietà straniera riducono il numero di azioni realmente acquistabili. L’introduzione di una controparte centrale di compensazione, prevista nel 2027, dovrebbe rendere più sicuro il regolamento delle operazioni. Ulteriori progressi nell’informazione in inglese, nel prestito titoli e nell’accesso valutario potrebbero infine avvicinare il Vietnam al prossimo traguardo: la promozione da parte di Morgan Stanley Capital International (MSCI), che ancora lo considera un mercato di frontiera.
Le vie della vecchia Hanoi (Ansa).
I frutti della diplomazia del bambù
Sullo sfondo c’è anche la politica. Il Partito comunista punta sul settore privato e sugli investimenti infrastrutturali per sostenere la crescita, mentre la campagna anticorruzione cerca di ripulire amministrazione e finanza, non senza creare incertezza. Soprattutto, il Vietnam deve proteggersi dall’esposizione agli Stati Uniti, principale mercato di sbocco e possibile fonte di nuovi dazi, senza finire schiacciato nella competizione con la Cina. La cosiddetta diplomazia del bambù – flessibile nelle scelte tattiche ma salda negli interessi nazionali – consente al Vietnam di mantenere rapporti con Washington, Pechino, Tokyo, Seul e Bruxelles, evitando di schierarsi rigidamente con una sola potenza. Piegarsi alle pressioni senza spezzarsi, adattandosi alla situazione internazionale mantenendo al centro l’obiettivo di sviluppo interno. La svolta sullo status di mercato serve bene questa strategia.
Un cantiere ad Hanoi (Ansa).
Il rafforzamento della partnership con l’Ue
Non mancano i riflessi per i partner internazionali. Per l’Europa, l’upgrade rafforza un partner già centrale nel Sud-est asiatico. L’accordo di libero scambio EVFTA, in vigore dal 2020, ha ridotto molti dazi. E dal gennaio 2026 i rapporti sono saliti al livello di partenariato strategico globale. Energia pulita, reti, ferrovie, porti, semiconduttori, intelligenza artificiale e finanza verde sono i terreni più promettenti. Con il programma Global Gateway e la Just Energy Transition Partnership, l’Ue può offrire capitali e standard alternativi tanto alla finanza cinese quanto alla dipendenza dal mercato americano. Per quanto riguarda l’Italia, nel 2025 gli scambi hanno raggiunto 6,7 miliardi di euro, +9,2 per cento, facendo del Vietnam il primo partner italiano nell’Asean. Gli investimenti restano però limitati: 155 progetti per meno di 520 milioni di dollari. Macchinari, automazione, packaging, tessile sostenibile, agroindustria, farmaceutica, acqua, rinnovabili e ferrovie sono i settori in cui si potrebbe trasformare l’export in presenza industriale.
La trasformazione vietnamita
La promozione FTSE non garantisce un rialzo continuo della Borsa vietnamita né cancella i rischi. Può persino amplificare volatilità e concentrazione se i capitali si riverseranno soltanto su pochi grandi nomi. La novità segna però un importante cambio di percezione: il Vietnam non è più soltanto una piattaforma produttiva a basso costo. Sta provando a diventare un mercato capace di finanziare da sé la propria trasformazione.
Da qualche giorno Hans Crescent Road, nel cuore di Knightsbridge, a Londra, è meno movimentata del solito. Manca l’allegra brigata del Crazy Pizza, la famosa catena di ristoranti di Flavio Briatore e Francesco Costa. Il locale è chiuso, la porta sbarrata, le sale sono totalmente al buio. Agli iscritti alla newsletter del locale è arrivata una email vuota con un semplice oggetto: See You Soon, a presto, che però nel mondo anglosassone è anche un modo garbato di annunciare la chiusura di un’attività. Intanto sul sito e sui social campeggia la promessa di nuove aperture: New location, same crazyness.
La schermata del sito.
La strada del lusso sembrava garanzia di successo
Quello di Hans Crescent non è un indirizzo qualsiasi: chi ha un po’ di familiarità con la città sa che è un luogo super esclusivo: è la strada pedonale che costeggia l’ingresso di Harrods, i celeberrimi grandi magazzini. Ogni anno, su quella via, passano milioni di persone. Un luogo perfetto per il Crazy Pizza, il cui successo – incluse le polemiche sulla Pizza al Patanegra a 60 sterline(prezzo che peraltro a Londra e in quella zona non è nemmeno troppo scandaloso) – sembrava garantito. Peraltro, il compassato pubblico londinese aveva mostrato di apprezzare la miscela di “caciara” e atmosfera modaiola del locale, con le pizze giganti fatte roteare in sala e i dj chhe sparavano brani di Italo-Disco. Così sono cominciate a serpeggiare le voci: per caso il gruppo Majestas, holding che gestisce tutti gli affari di Briatore nell’ospitalità, ha alzato bandiera bianca?
Harrods in Hans Crescent Road (Ansa).
Nel settembre 2025 il flop di Sumosan Twiga
A Londra Crazy Pizza aveva debuttato nel 2019, con un locale nella zona di Marylebone, dove prima si trovava uno degli storici ristoranti di Carluccio’s. In un secondo momento si era trasferito davanti a Harrods. Alcune voci parlano di una possibile riapertura, forse nella zona Est, quartieri molto giovani e vivaci che però non sono lontanamente comparabili con Knightsbridge, né come prestigio, né come prezzi. Sempre vicino a Harrods, lungo Sloane Street, Briatore aveva aperto anche il risto-disco-sushi Sumosan-Twiga che ha chiuso i battenti a settembre 2025 con perdite relative al 2024 per oltre 1,8 milioni di euro. Insomma, il quartiere di Knightsbridge sarà pure pieno di milionari, ma pare non portare fortuna al Flavio Nazionale.
«Dopo una serie di ripensamenti sulla questione», Donald Trump ha comunicato a Volodymyr Zelensky che – concedendo le relative licenze – permetterà all’Ucraina di produrre missili avanzati per la difesa aerea Patriot. Lo ha reso noto il capo della Bankova, reduce da un incontro col tycoon negli Stati Uniti, in un messaggio vocale inviato ai giornalisti. Zelensky ha inoltre ricordato che Kyiv ha avviato negoziati con l’azienda produttrice Raytheon, ricevendo da quest’ultima un segnale di disponibilità a tale cooperazione. Secondo il presidente ucraino, l’avvio della produzione dei sistemi Patriot potrebbe richiedere circa un anno e mezzo.
L’Ucraina ha bisogno di almeno 100 Patriot al mese
In una recente intervista a Deutsche Welle, Zelensky ha spiegato che, per resistere agli intensi raid russi attesi durante l’inverno, quando l’esercito di Mosca potrebbe decidere di accelerare la conquista di territori nel Donbass, l’Ucraina ha bisogno di almeno 100 Patriot al mese. A metà agosto era volato a Washington per chiedere a Trump, senza risultato, la possibilità di co-produrre i missili assieme a Lockheed Martin, facendo poi appello agli alleati europei: in quel caso era riuscito a strappare singoli impegni da parte di alcuni “Volenterosi”.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che Teheran ha proposto a Washington, tramite intermediari, un piano di sette giorni per cessare le ostilità, riaprire lo Stretto di Hormuz e avviare successivamente colloqui approfonditi sul programma nucleare del Paese. Durante un briefing a margine dell’Assemblea Onu, ha affermato che l’Iran è pronto ad attuare il piano non appena gli Stati Uniti darannoil proprio assenso, aggiungendo che «sarebbe preferibile» raggiungere un accordo prima delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. La proposta, ha evidenziato Araghchi, ricalca fedelmente gli impegni contenuti nel cosiddetto memorandum d’intesa raggiunto tra i due Paesi a giugno, poi rapidamente naufragato. Le condizioni poste dall’Iran per l’intesa prevedono che, nell’arco dei sette giorni, cessino tutte le ostilità, incluse quelle in Libano, che gli Stati Uniti sblocchino i beni iraniani congelati — stimati in almeno 12 miliardi di dollari —, revochino le sanzioni sul petrolio iraniano e tolgano il blocco navale imposto all’Iran. Infine, l’ultimo giorno, verrebbe aperto lo Stretto di Hormuz. Trascorsi i sette giorni, inizierebbero negoziati globali sul programma nucleare iraniano.
Il giudice Timothy Kelly ha ordinato all’Amministrazione Trump di sospendere per 14 giorni il divieto di accesso alla Casa Bianca imposto a Cnn, MS Now e Politico, dopo che erano stati banditi dalla struttura dal presidente Donald Trump, in quanto la revoca dei pass stampa dei giornalisti è avvenuta in assenza di un giusto processo costituzionalmente adeguato. Ma l’Amministrazione Usa non sembra aver esattamente recepito l’ordine del giudice federale. Politico riferisce infatti che, questa mattina, a una giornalista è stato impedito di entrare alla Casa Bianca e che alla cronista è stato ritirato l’accredito stampa. Stesso trattamento per la giornalista della Cnn Betsy Klein e per un fotoreporter dell’emittente. In tutti i casi non è stata fornita alcuna spiegazione. La Cnn ha anche precisato che uno dei suoi produttori è riuscito a entrare alla White House utilizzando il proprio pass.
Nella serata del 23 settembre una stazione di terra per le comunicazioni satellitari Starlink ha preso fuoco nel villaggio di Wole Krobowska, a una quarantina di chilometri da Varsavia: i servizi di sicurezza polacchi ritengono che dietro al rogo, di origine dolosa (sarebbe stata rinvenuta una bottiglia contenente un liquido infiammabile, simile a una molotov), ci sia la mano di Mosca.
Krzysztof Gawkowski (Ansa).
In Europa orientale l’unica altra stazione di questo tipo si trova in Lituania
Krzysztof Gawkowski, ministro della Digitalizzazione, ha affermato che ci sono numerosi indizi che l’incendio sia stato un tentativo deliberato di sabotare la stazione che fornisce servizi Internet in Ucraina. La struttura interessata dall’incendio è di proprietà dell’operatore di telecomunicazioni statale Exatel e, appunto, viene usata per la trasmissione di servizi Internet sia in Polonia che in Ucraina. È inoltre utilizzato dai sistemi SpaceX che forniscono connettività tramite terminali Starlink, il servizio di Internet satellitare di Elon Musk. L’unica altra stazione in Europa orientale di questo tipo è localizzata a Kaunas, in Lituania. «Difficile immaginare che in casi del genere tutto accada per caso», ha detto il ministro degli Interni Marcin Kierwiński, annunciando l’apertura di un’indagine. «La Russia ha raggiunto un nuovo livello di guerra ibrida contro tutta l’Europa», ha poi osservato. Cezary Tomczyk, viceministro della Difesa, ha affermato che Mosca «utilizza metodi piuttosto semplici: commette incendi dolosi e atti di sabotaggio, provocando instabilità sociale in tutta Europa».
La Russia «apprezza l’invito rivolto al presidente Vladimir Putin a partecipare al vertice del G20 negli Stati Uniti»: lo ha dichiarato a Izvestia il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: «Sarà certamente preso in considerazione e, a tempo debito, discuteremo con le nostre controparti americane, attraverso i canali competenti, la possibilità di accettarlo». Il summit si terrà il 14 e 15 dicembre al Trump National Doral Golf Club, nei pressi di Miami: si tratterebbe del primo importante vertice con la presenza di Putin dall’invasione dell’Ucraina nel 2022.
Dmitry Peskov (Imagoeconomica).
Rubio: «Per risolvere i problemi bisogna incontrarsi di persona»
A rivelare dell’invito statunitense a Putin è stato ieri il Segretario di Stato americano Marco Rubio, nel corso di una conferenza stampa televisiva dopo l’incontro a New York con il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. «Per risolvere i problemi è necessario incontrare le persone con cui si è in disaccordo o con cui potrebbero esserci delle divergenze. Per questo abbiamo invitato il presidente Putin al G20. Riteniamo che sia un’opportunità per lui di confrontarsi non solo con il presidente, ma anche con altri leader mondiali. Ci auguriamo che accetti», ha dichiarato il capo della diplomazia Usa.
Sergej Lavrov e Marco Rubio (Imagoeconomica).
Dal 2023 Putin rischia di essere arrestato al di fuori della Russia
La Russia rimane membro del G20, ma Putin non partecipa a un vertice dell’organismo dal 2019. E dall’invasione dell’Ucraina ha solo preso parte da remoto alla sessione del 2023: il 17 marzo di quell’anno la Corte penale internazionale ha emesso un mandato d’arresto contro lo zar per crimini di guerra e, dunque, da allora rischia di essere arrestato al di fuori dei confini russi.
Volodymyr Zelensky e Donald Trump (Imagoeconomica).
Zelensky auspica un trilaterale con Putin e il padrone di casa Trump
Sulla questione ha detto la sua anche Volodymyr Zelensky. Il presidente ucraino, che già nei giorni scorsi si era detto disposto a partecipare al vertice di Miami se ci sarà anche l’omologo russo, è tornato a ipotizzare un incontro a tre con Putin e Donald Trump a margine del G20: «Credo che questa sia una potenziale opportunità». Il formato a 20 con Paesi del Medio Oriente, Cina, India e altri Stati che hanno posizioni diverse sulla guerra e mantengono legami economici con Mosca, ha affermato Zelensky, creerà «un’atmosfera che potrà portare a un risultato».
Usa e Cina hanno raggiunto un accordo per estendere di due mesi la tregua commerciale, spostandone la scadenza dal 10 novembre al 10 gennaio. L’annuncio è stato dato dal segretario al Tesoro americano Scott Bessent a margine dell’arrivo del presidente cinese Xi Jinping alla Joint Base Andrews per l’inizio della sua visita di Stato di tre giorni negli Usa. La proroga intende garantire maggiore margine di manovra ai due Paesi per negoziare le prossime intese economiche e valutare l’ipotesi di un accordo di più ampia portata. L’intesa prolunga il cosiddetto Accordo di Busan, il quadro di distensione economica siglato lo scorso anno dai presidenti Donald Trump e Xi Jinping in Corea del Sud. Il patto aveva congelato le escalation tariffarie, riducendo i dazi reciproci, estendendo alcune esenzioni Usa e sospendendo le contromisure americane sull’indagine sul settore cantieristico cinese.
Trump accoglie Xi alla base Andrews
Intanto Trump ha ricevuto il presidente cinese Xi direttamente alla Join Base Andrews dove è atterrato. I due si sono stretti la mano alla presenza delle rispettive first lady, Melania Trump e Peng Liyuan, con intorno lo schieramento di un composito picchetto d’onore per la cerimonia di benvenuto. Sulla pista sono schierati anche una serie di jet militari Usa. «I nostri due Paesi devono essere partner più che rivali», ha affermato Xi secondo le dichiarazioni scritte pubblicate dall’agenzia di stampa statale Xinhua. Il presidente cinese ha aggiunto che «i popoli cinese e statunitense vantano da tempo scambi amichevoli e i nostri interessi sono profondamente intrecciati».
Dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, il primo ministro australiano Anthony Albanese ha denunciato che un agente di intelligenza artificiale sviluppato da OpenAI ha violato il sito web del sistema sanitario nazionale Medicare a giugno, aggiungendo che il colosso tecnologico di Sam Altman – resosi conto ad agosto di quanto accaduto – ha informato il governo di Canberra solo il 10 settembre, perdipiù tramite una email inviata a una casella di posta pubblica (publicdisclosures@servicesaustralia.gov.au): l’Australian Cyber Security Centre è venuto poi a conoscenza dei fatti il 15 settembre.
Anthony Albanese (Ansa).
La violazione: cosa è successo
Come ha spiegato Albanese, che ha definito «inaccettabile» quanto successo, l’IA «stava conducendo una ricerca sanitaria, quando ha tentato di accedere a un lotto di dati riservati», a disposizione di ricercatori e accademici. E, «quando è stata bloccata, ha cercato modi per aggirare le barriere». Riuscendoci. Stando a quanto emerso, la violazione da parte dell’IA non ha comportato l’accesso ainformazioni sanitarie personali, ma “solo” ai dati delle spese assicurative. «Ho parlato con Altman per esprimere la profonda preoccupazione dell’Australia per questo incidente», ha detto Albanese ai giornalisti a New York, esprimendo anche disappunto per il fatto che l’azienda abbia impiegato troppo tempo per informare il governo di quanto accaduto, così come per le modalità.
Sam Altman (Ansa).
OpenAI ammette, Canberra valuta azioni legali
Da parte sua, OpenAI ha ammesso di aver «identificato attività che coinvolgono diversi siti web e dipartimenti del governo australiano». Oltre al portale del sistema sanitario nazionale, sarebbero stati violati i portali dell’Australian Institute of Health and Welfare, del Victorian Department of Health e del New South Wales Bureau of Crime Statistics and Research. L’azienda di Altam ha poi confermato i suoi modelli non hanno avuto accesso a cartelle cliniche. Il governo di Canberra ha avviato un’indagine sull’accesso non autorizzato e sta valutando azioni legali contro OpenAI.
La Russia si sta preparando a nuovi attacchi con droni in Europa. Ma questa volta è pronta a prendere di mira i Paesi del Mediterraneo: Spagna, Francia e anche Italia. Lo scrive il quotidiano iberico El Mundo, spiegando che la Cia ha raccolto informazioni sui piani di escalation del Cremlino e le ha condivise con diversi governi europei.
Ipotizzato il lancio di droni Gerbera
I servizi statunitensi ipotizzano il lancio di droni Gerbera da navi mercantili in navigazione nel Mediterraneo: si tratta di velivoli a pilotaggio remoto lunghi circa due metri e dal peso di 18 chilogrammi, dunque facili da nascondere in un container trasportato su un’imbarcazione. I Gerbera, che di fatto sono una versione più piccola dello Shahed, spesso usata dai russi per fare sprecare munizioni alla contraerea, sono in grado comunque trasportare un carico esplosivo di quattro-cinque chili: non sufficiente a distruggere una grande struttura, ma abbastanza per provocare un incendio, danneggiare attrezzature o far chiudere temporaneamente un porto o un aeroporto.
Quasi tutta l’Italia sarebbe a rischio
I Gerbera sono in grado di raggiungere una velocità di 160 km/h e hanno con un’autonomia dichiarata di 600 chilometri: se scagliati dal Mar Tirreno – la Cia ipotizza da petroliere della flotta fantasma russa – a una distanza di circa 200 chilometri della costa, l’intera Italia sarebbe alla loro portata fatta eccezione per il Friuli-Venezia Giulia e la provincia di Lecce.
Il giudice federale Timothy Kelly ha ordinato all’amministrazione Trump di ripristinare temporaneamente l’accesso alla Casa Bianca per Cnn, Msnbc e Politico, dopo che erano stati banditi dalla struttura dal presidente Donald Trump. Nella sentenza, Kelly ha stabilito che la revoca dei pass stampa dei giornalisti è avvenuta in assenza di un giusto processo costituzionalmente adeguato. Ha inoltre affermato che le argomentazioni del governo offrono scarso sostegno alla presunta esigenza di sicurezza nazionale. L’ordine del giudice sospende il divieto per 14 giorni, al fine di concedere più tempo per esaminare il caso.
All’indomani del discorso di Donald Trump, oggi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha preso la parola il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Che, nel suo intervento, ha replicato al tycoon. «Vengo da un Iran dove la guida suprema è stata assassinata, dove una scuola è stata bombardata causando la morte di bambini che non avevano commesso alcun crimine», ha detto Pezeshkian: «Ieri il presidente degli Stati Uniti ci ha definiti terroristi. Noi siamo stati vittime del terrorismo». La delegazione Usa ha lasciato l’aula non appena il presidente iraniano ha iniziato il suo intervento: ieri, durante il discorso di Trump, erano usciti dalla sala del Palazzo di Vetro tutti i diplomatici di Teheran tranne uno.
I posti lasciati vuoti dalla delegazione Usa (Ansa).
Messa in evidenza la disparità di trattamento con Israele
Pezeshkian nel suo discorso ha insistito molto sulla disparità di trattamento con Israele. «Il tema di questa assemblea è la fiducia reciproca, che non si può ottenere solo a parole, bensì evitando di applicare due pesi e due misure. Le bombe atomiche e nucleari sono nelle mani del regime israeliano, eppure si chiede agli ispettori di recarsi in Iran». Lo Stato ebraico «ha massacrato brutalmente oltre 70 mila innocenti a Gaza», ha insistito Pezeshkian, mentre la Repubblica Islamica «è stata bombardata proprio mentre sedeva al tavolo dei negoziati».
Masoud Pezeshkian (Ansa).
Pezeshkian: «La tecnologia nucleare è un nostro diritto»
Sempre a proposito del nucleare, Pezeshkian – parlando di applicazioni nei settori di energia, sanità e agricoltura – ha ribadito che tale tecnologia è «parte del progresso» iraniano: «Non chiniamo la testa e non rinunciamo a un diritto che è chiaramente un nostro diritto. Diciamo chiaramente, niente armi nucleari, niente limiti a tecnologia nucleare pacifica». E «la resistenza dell’Iran aumenterà di fronte alle sanzioni e ai bulli», ha assicurato.
Il presidente iraniano: «Pronti al dialogo e alla diplomazia»
Così sullo stretto di Hormuz: «Non possiamo permettere che alcuni abbiano libero accesso e ne traggano vantaggio, utilizzandolo per aggredirci, per minare la nostra sicurezza e per impedirci l’accesso alle nostre stesse vie d’acqua». L’Iran, ha comunque spiegato, è pronto alla diplomazia: «Non dobbiamo permettere che il XXI secolo regredisca a un’epoca dominata soltanto dai potenti, dalle potenze prevaricatrici e dagli egemoni. Non dobbiamo costruire un mondo in cui la forza militare sostituisca la legittimità, il terrorismo prenda il posto della politica e dei negoziati, e la guerra soppianti il dialogo e la diplomazia».
La Polonia ha reso noto che questa mattina si è verificata una breve violazione dello spazio aereo nazionale da parte di un elicottero Mi-8 delle Forze Armate della Federazione Russa. È successo a nord di Braniewo, città situata a pochi chilometri dalla laguna della Vistola, sul fiume Pasłęka, circa metà strada tra Danzica e la oblast’ di Kaliningrad, exclave della Federazione Russa tra la Lituania e la Polonia affacciata sul Mar Baltico.
La violazione dello spazio aereo è durata 42 secondi
Il ministero della Difesa di Varsavia ha spiegato che il velivolo «stava eseguendo un volo dalla regione di Kaliningrad» e che la violazione dello spazio aereo polacco, «con una profondità massima di 300 metri», è durata 42 secondi. Il volo dell’elicottero russo è stato osservato dai sistemi radar e «sono decollati immediatamente i caccia», mentre le forze di terra e i mezzi sono rimasti in stato di allerta. «La natura dell’incidente indica che la Russia sta testando nuovamente la prontezza della nostra difesa aerea», ha denunciato il ministero polacco.
Dato che «l’Ungheria ha adottato misure importanti per rafforzare lo Stato di diritto e tutelare gli interessi finanziari dell’Unione», e che «le riforme danno i loro frutti», la Commissione Ue ha proposto di sbloccare 4,2 miliardi di euro a Budapest e di riaprire le porte di Erasmus+ e di Horizon agli studenti e ai ricercatori ungheresi. «Sono molto lieta che possano nuovamente beneficiare appieno delle opportunità offerte dalla nostra Unione», ha detto la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Le misure di salvaguardia erano state adottate nel 2022 ai sensi del regolamento sulla condizionalità. La revoca è stata proposta in quanto la Commissione ritiene che l’Ungheria abbia risolto le violazioni dello Stato di diritto che incidono sul bilancio dell’Ue. La misura deve essere approvata dal Consiglio.
La nota della Commissione Ue
«La Commissione ha valutato le misure correttive notificate dall’Ungheria il 9 settembre 2026 e la loro attuazione, giungendo alla conclusione che il Paese abbia risolto le carenze e le lacune precedentemente individuate in settori quali gli appalti pubblici, il quadro anticorruzione, i rischi di conflitto di interessi e l’efficacia dell’azione penale», si legge in una nota.
Il Board of Peace creato da Donald Trump per la ricostruzione post-bellica della Striscia di Gaza è pronto a presentare un piano della durata di sei mesi e del valore di 2,45 miliardi di dollari per il territorio palestinese. Lo scrive Axios, spiegando che il piano – frutto di un anno di lavoro del Board of Peace e del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza – prevede 66 progetti divisi in sei aree.
Le sei aree del piano e le spese previste
Il piano stima in 35,2 miliardi di dollari i danni fisici nella Striscia e in 71,4 miliardi la somma da sborsare in un decennio per la sua ripresa. I 66 progetti previsti, come detto, sono relativi a sei diverse aree: sviluppo infrastrutturale; sviluppo umano; accelerazione economica; trasformazione digitale; affari legali; pace e sicurezza. Almeno per i prossimi primi mesi sarà lo sviluppo delle infrastrutture a pesare di più: previsto un esborso di un miliardo di dollari, di cui 400 milioni per rifugi temporanei (roulotte coibentate per gli sfollati che attualmente vivono in tende), 275 milioni per la rimozione delle macerie e degli ordigni inesplosi, 50 milioni per il ripristino degli ospedali e 30 milioni per la riparazione della rete stradale. Per quanto riguarda la sicurezza, il Board of Peace stima una spesa iniziale di 885 milioni di dollari: 275 milioni serviranno per la costruzione di un sito permanente e fortificato a Rafah, destinato a 5 mila membri del personale della Forza internazionale di stabilizzazione (Isf). Altri 140 milioni serviranno per reclutare, addestrare, equipaggiare e schierare un contingente di sicurezza multinazionale. Per la mobilitazione della polizia palestinese verrebbero stanziati 120 milioni.
Servirà però la cooperazione di Israele e Hamas
Tra le altre varie spese del piano, visionato da Axios, ci sono 20 milioni di dollari per finanziare un programma di riacquisto di armi da Hamas e altri gruppi armati, 300 milioni per programmi sanitari, educativi e di assistenza sociale. I progetti del Board of Peace comprendono poi la riparazione dei valichi di frontiera, il riempimento permanente dei tunnel di Hamas, sovvenzioni per la ripartenza delle piccole imprese, connettività 4G, un sistema di identità digitale e un fondo per gli investimenti a Gaza. Affinché il piano possa andare avanti, il Board of Peace necessità sia della cooperazione di Israele che di Hamas. Il governo israeliano di Benjamin Netanyahu abbia accettato in linea di principio alcuni aspetti, ma per ragioni elettorali non li sta attuando. Il gruppo palestinese ha messo invece in standby il disarmo perché Tel Aviv non intende attuare un cessate il fuoco di 14 giorni prima dell’avvio del processo di smilitarizzazione. La speranza del Board of Peace è che qualcosa possa smuoversi dopo le elezioni israeliane del 27 ottobre.
«Credo che una maggiore umiltà da parte del cancelliere sarebbe in realtà opportuna», ha detto Manuela Schwesig, governatrice socialdemocratica del Meclemburgo, dopo che Friedrich Merz ha confermato di voler rimanere alla guida del governo e continuare con la stessa linea tenuta fino a oggi. «Il cancelliere deve chiedersi criticamente se può semplicemente continuare come prima», ha proseguito Schwesig, girando il coltello nella piaga di una Cdu che non è riuscita a sorpassare la soglia del 5 per cento ed è rimasta fuori dal parlamento regionale a Schwerin. Una débâcle storica, che lo stesso Merz ha definito «un disastro», ma di fronte alla quale ha preferito nascondere la testa sotto la sabbia ignorando ancora il messaggio arrivato forte e chiaro dalle urne. Avanti come se nulla fosse, con la propria formazione che finge unità per mancanza di alternative e il partner della Große Koalition, la Spd, che medita il da farsi, magari seguendo proprio la linea dettata da Schwesig.
Friedrich Merz (Ansa).
La ricetta della vittoria (a metà) della governatrice del Meclemburgo
La governatrice del Meclemburgo, pur non essendo riuscita a fermare l’ondata di Alternative für Deutschland, primo partito alle urne con oltre il 38 per cento, è stata protagonista di una rincorsa che ha portato la Spd a più del 35 per cento, dal 19 a cui la davano i sondaggi solo qualche mese fa: merito della sua presa di distanza proprio dal partito nazionale che, insieme con la Cdu al governo, non ha saputo raddrizzare la barra, accumulando ritardi ed errori che hanno portato i due partiti tradizionali a cedere consistenti fette di elettorato alla destra radicale dell’AfD. Schwesig ha raggiunto il successo che le consentirà di continuare a governare, insieme ai verdi e alla Linke, grazie all’alta popolarità personale, con una netta presa di distanza dalla politica federale e una campagna elettorale fortemente polarizzata: ha contestato apertamente i piani di Berlino sull’abolizione della pensione a 63 anni e i tagli alla sanità, chiedendo inoltre aiuti concreti contro il caro carburante, riuscendo così a sganciarsi dal trend negativo del partito a livello nazionale.
Manuela Schwesig (Ansa).
Il pragmatismo nei confronti di Mosca
Con lo slogan Frau gegen Blau (La donna contro il blu, il colore dell’AfD), è stata inoltre capace di attrarre una massiccia quota di elettori moderati e di sinistra dai bacini della Cdu e della Linke, pur perdendo quote in favore dell’estrema destra. Ha puntato su temi strategici per il futuro, in particolare il mercato del lavoro, l’economia, la scuola e lo sviluppo delle infrastrutture e in politica estera, pur non andando apertamente contro la linea del governo, ha raccolto voti proprio per le sue posizioni storicamente moderate e pragmatiche, anche nei confronti della Russia. Manuela Schwesig, come altri colleghi di partito e non solo, ha sempre suggerito di non rompere definitivamente il dialogo con Mosca. Pur rinnegando certe sue passate posizioni sul Nord Stream, ha sì escluso una ripresa delle importazioni di gas dalla Russia ma solo finché Vladimir Putin sarà al potere.
Manuela Schwesig ai seggi (Ansa).
La storica vittoria della Linke a Berlino
In Meclemburgo, come in altri Länder dell’Est, l’elettorato, sia a sinistra sia a destra, è molto più conciliante verso la Russia di quanto non sia a Ovest e nella capitale, dove però la linea dura del cancelliere ha portato al partito più danni che benefici. E non è un certo un caso che nel voto locale a Berlino il primo partito sia adesso la Linke, erede diretta della Pds e prima ancora della Sed, il partito unico della Ddr. Quasi 40 anni dopo la caduta del Muro di Berlino, l’estrema sinistra ritornerà quindi al potere, con grande probabilità in coalizione con Spd e Verdi. Anche qui l’artefice del colpo alla Cdu di Merz, finora ai vertici cittadini, è stata una donna figlia di immigrati turchi, Elif Eralp, che è stata capace di mobilitare una buona quota di astensionisti concentrandosi soprattutto sulla grave emergenza abitativa, con la richiesta netta di un blocco degli affitti e dell’espropriazione-socializzazione delle grandi multinazionali immobiliari. Non solo: il successo della Linke è dovuto anche in questo caso alle posizioni del partito in politica estera, in particolar modo alla dura critica di Israele. Vicino al variegato mondo propalestinese, legato talvolta a movimenti islamisti e antisemiti, il partito di Eralp, in una capitale multietnica e multireligiosa, ha approfittato paradossalmente proprio della politica a senso unico di Merz, l’unico leader europeo che negli ultimi tre anni è andato a stringere la mano a Benjamin Netanyahu, classificato criminale di guerra dalla Corte criminale dell’Aja al pari di Vladimir Putin.
Elif Eralp (Ansa).
La lezione di Schwesig ed Eralp
Il cancelliere, che da un lato vorrebbe sconfiggere la Russia sul campo e dall’altro ha affermato che Israele fa in Medio Oriente «il lavoro sporco» che gli occidentali non vogliono fare, ha subito insomma a Berlino e a Schwerin due cocenti sconfitte, anche a causa di una politica estera unilaterale, guidata più che altro da ragioni ideologiche ed economiche trasversali: Manuela Schwesig e Elif Eralp sono in questa prospettiva il monito di cui il governo tedesco deve tener conto se non vuole acuire ancor di più i conflitti interni e naufragare ben prima della fine della legislatura, prevista nel 2029.
Il gruppo Google è stato condannato a pagare una multa di 403 milioni di euro dall’autorità irlandese per la protezione dei dati per aver violato le norme europee sull’utilizzo dei dati di geolocalizzazione dei propri utenti. Si tratta della quarta sanzione più elevata inflitta dalla Commissione irlandese per la protezione dei dati, l’ente che vigila su Google a livello europeo (la sede della società per l’Europa si trova a Dublino). L’indagine era stata avviata nel febbraio 2020. Un portavoce di Google ha precisato: «Questo caso riguarda policy precedenti che sono state nel frattempo aggiornate. A partire dal 2019, abbiamo notevolmente migliorato le nostre procedure e introdotto strumenti efficaci che semplificano la gestione dei dati di localizzazione».
Politico, Cnn e MS Now hanno annunciato un’azione legale contro Donald Trump e tre suoi stretti collaboratori (la capo di gabinetto Susie Wiles, il direttore della comunicazione della Casa Bianca Steven Cheung e il direttore del Secret Service Sean Curran) dopo la revoca dei pass di accesso per la Casa Bianca decisa per i giornalisti delle tre testate.
Cnn, MS Now e Politico come immondizia: l’immagine (realizzara con l’IA) pubblicata da Trump su Truth.
Secondo le testate Trump ha violato la Costituzione Usa
Politico, Cnn e MS Now (l’ex MSNBC) accusano l’Amministrazione Trump di aver violato il Primo emendamento della Costituzione Usa, che prevede la libertà di stampa. Le testate evidenziano che il provvedimento è stato adottato dalla Casa Bianca senza preavviso e senza alcuna procedura formale, a seguito di una serie di articoli non graditi al tycoon. La richiesta verrà esaminata da un giudice federale del tribunale distrettuale di Washington D.C. e potrebbe portare a udienze già questa settimana.
Il post di Trump su Truth.
The Donald ha accusato le testate di diffondere fake news
La decisione di escludere i giornalisti era stata annunciata venerdì 18 settembre dallo stesso Trump sulla sua piattaforma social Truth: senza andare nei dettagli, il presidente americano aveva accusato Politico, Cnn e MS Now di diffondere fake news. The Donald si era detto «orgoglioso» di annunciare il ban, spiegando che «gli organi di informazione non dovrebbero poter scrivere o diffondere costantemente invenzioni e menzogne quando si occupano del presidente degli Stati Uniti, dell’Amministrazione Trump o degli Stati Uniti d’America».
Leelezioni farsa nella Federazione Russa per il rinnovo della Duma di Stato, “legittimate” da un pool di esperti internazionali (anche italiani), sono andate come dovevano andare. La Commissione elettorale centrale prevede infatti che Russia Unita, ovvero il partito di Vladimir Putin, conquisterà 355 seggi su 450: si tratta di un record. Nell’ultima legislatura la formazione politica dello zar era rappresentata da 310 deputati. In precedenza, la fazione più numerosa di Russia Unita era stata quella formatasi dopo le elezioni del 2016, con 343 deputati. I putiniani – non era in dubbio – hanno pertanto mantenuto la maggioranza dei due terzi dei deputati alla Duma (bastava quota 301), che consente di modificare la Costituzione.
Voto in Russia (Imagoeconomica).
Russia Unita ha ottenuto circa il 58 per cento dei voti
Russia Unita ha ottenuto circa il 58 per cento dei voti. Il Partito Comunista della Federazione Russa si è avvicinato al 14 per cento, seguito dal Partito Liberal Democratico di Russia attorno al 9 per cento e da Nuovo Popolo, che ha riscosso l’8 per cento dei consensi. Russia Giusta non ha invece ancora la sicurezza di aver raggiunto il 5 per cento, che rappresenta la soglia di sbarramento. Yabloko, il solo partito che si era schierato contro la guerra in Ucraina, era stato escluso dalle elezioni.
Da record anche l’affluenza, arrivata al 59,32 per cento
Quelle andate in scena sono state le prime elezioni per la Duma dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina: il voto si è svolto anche nei territori occupati e annessi dalla Russia. E, come ha sottolineato Ella Pamfilova, presidente della Commissione elettorale centrale, hanno visto un’affluenza record del 59,32 per cento. Un netto aumento rispetto alle tornate precedenti: nel 2016 era stata del 48 per cento e nel 2021 del 52 per cento.
Vladimir Putin (Imagoeconomica).
Kadyrov confermato capo della Cecenia col 99,85 per cento dei voti
A proposito di farse, contestualmente a quelle della per la Duma si sono tenute in otto regioni anche le elezioni dei governatori. Ebbene, Ramzan Kadyrov è stato confermato capo della Repubblica Cecena col 99,85 per cento dei voti. Un risultato ancora migliore di quello del 2016 (94,8 per cento) e del 2021 (99,7 per cento).
The so-called Duma elections marked another major setback for Russian democracy. Their outcome was never in doubt.
The Kremlin silenced dissent, barred the only registered party that opposed its war in Ukraine, and shut out international election monitors.
«Le cosiddette elezioni della Duma hanno segnato un altro importante colpo per la democrazia russa. Il loro esito non è mai stato in dubbio», ha scritto sui social Kaja Kallas. «Il Cremlino ha soffocato il dissenso, ha escluso l’unico partito registrato che si opponeva alla sua guerra in Ucraina e ha impedito l’accesso agli osservatori elettorali internazionali. In Russia rimane solo la parvenza di democrazia», ha poi aggiunto l’Alta rappresentante Ue per la politica estera, spiegando di aver «proposto misure contro coloro che facilitano queste elezioni fittizie nei territori ucraini occupati».
L’Amministrazione Trump ha preparato sanzioni contro l’intera Corte penale internazionale (Cpi) e potrebbe annunciarle già questa settimana, in concomitanza con l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Lo hanno riferito alla Reuters due fonti a conoscenza del dossier: Washington ha già imposto sanzioni contro singoli giudici e procuratori della Cpi, ma non aveva mai deciso di colpire direttamente l’organizzazione.
Perché Trump vuole sanzionare la Cpi
Essenzialmente, Trump accusa il tribunale con sede all’Aia di prendere di mira ingiustamente gli Stati Uniti e Israele. La Casa Bianca chiede infatti da tempo alla Cpi di ritirare i mandati d’arresto spiccati contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e contro l’umanità nella Striscia di Gaza. Inoltre contesta anche la precedente indagine sulle forze Usa in Afghanistan. A luglio il segretario di Stato Usa Marco Rubio aveva lanciato una campagna per isolare la Corte penale internazionale, invitando altri Paesi ad abbandonarla. Le nuove sanzioni rappresenterebbero una significativa escalation dello scontro con l’istituzione con sede all’Aia.
Donald Trump (Imagoeconomica).
Le ripercussioni delle misure statunitensi
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, le sanzioni vieterebbero la maggior parte delle transazioni con la Cpi dopo un periodo di grazia di 6-7 mesi. In particolare Washington – tramite il Dipartimento del Tesoro – potrebbe vietare a cittadini e imprese statunitensi di fornire fondi, beni o servizi alla Cpi senza un’autorizzazione dell’Office of Foreign Assets Control. L’iniziativa rischia di paralizzare le attività della Corte, che impossibilitata all’uso del dollaro risulterebbe isolata dal circuito finanziario globale e in difficoltà per l’assunzione di investigatori e l’acquisto di servizi informatici e assicurativi.
Cosa è la Corte penale internazionale
La Cpi, istituita nel 2002 e di cui gli Stati Uniti hanno mai fatto parte, è un tribunale la cui competenza è limitata ai crimini più seri che riguardano la comunità internazionale nel suo insieme: genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, a cui di recente si è aggiunto anche il crimine di aggressione. La Cpi non è un organo dell’Onu e non va confusa con la Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite, anch’essa con sede a L’Aia, nei Paesi Bassi: la prima giudica le persone fisiche, mentre la seconda gli Stati.
Il procuratore generale della California e Paramount hanno discusso una serie di potenziali concessioni nell’ambito di trattative avanzate per un accordo transattivo e tra queste figura un investimento di 1,5 miliardi di dollari da parte dell’azienda nella produzione in California per superare gli ostacoli relativi alla fusione con Warner. Lo scrive il Wall street journal. I dirigenti di Paramount e una coalizione di Stati, che hanno fatto causa per bloccare la fusione da 81 miliardi di dollari con Warner Bros Discovery, hanno trascorso il fine settimana a definire i dettagli di un possibile accordo. Tale intesa spianerebbe la strada a un’operazione capace di riunire sotto un’unica proprietà Hbo, Cbs, Cnn, servizi di streaming e celebri case di produzionecinematografica.
I termini del possibile accordo
Oltre al consistente investimento nella produzione, tra le concessioni discusse dalle parti vi è l’impegno a non vendere nessuno dei due complessi di studi cinematografici e a mantenere le attività nello Stato della California, hanno riferito le fonti. L’azienda aveva valutato l’ipotesi di trasferirsi fuori dallo Stato proprio perchè l’operazione incontrava resistenze. Le parti hanno inoltre preso in considerazione potenziali sanzioni nel caso in cui Paramount non dovesse mantenere la promessa, fatta in precedenza, di produrre 30 film all’anno dopo la fusione. Tra le misure ipotizzate figurerebbe la cessione della quota detenuta in Miramax – casa di produzione nota per film classici come Non è un paese per vecchi e Pulp Fiction – secondo quanto riferito dalle persone informate sulla vicenda. Tra le altre misure esaminate figurano la vendita di alcuni canali via cavo e la creazione di un comitato di garanzia per assicurare che la Cnn mantenga la propria indipendenza editoriale. Va specificato che non è stato ancora raggiunto un accordo definitivo e non è chiaro quali saranno le condizioni finali su cui le parti potrebbero convergere.
Domenica 20 settembre 2026 si è votato per rinnovare le assemblee regionali dei Länder di Berlino e Meclemburgo-Pomerania, in Germania. Dopo la vittoria in Sassonia-Anhalt, l’ultradestra di Afd ha vinto anche in quest’ultimo land, dove invece la Cdu, per la prima volta nella sua storia, non è entrata nel Parlamento. La Sinistra della Linke ha invece conquistato Berlino, scrivendo una pagina storica con la pasionaria Elif Eralp. Risultati che lo stesso cancelliere Friedrich Merz ha definito un «disastro», aggiungendo però di voler «portare avanti il Paese» rispondendo con le riforme.
I dati in dettaglio
Osservando le percentuali, i dati mostrano un quadro complesso. In Pomerania l’Afd è in testa con il 38,2 per cento, con un incremento del 21,5 per cento rispetto alle elezioni precedenti. Al secondo posto ci sono i Socialdemocratici che, con Manuela Schwesig, ex ministra di Angela Merkel, prenderebbero il 35,5. Terzo posto per la Linke al 6,5 per cento, seguita dai Verdi al 5,7 per cento. Drammatico il dato della Cdu, che è scivolata per la prima volta fuori dal Parlamento regionale di un Land. Ha infatti ottenuto il 4,9 per cento, sotto il limite dell’ingresso che è al 5. A Berlino, invece, i numeri consegnano una vittoria netta alla Linke con il 25,7 per cento (+13,4 per cento rispetto al 2023), mentre la Cdu è calata al 18,8. Cresce molto anche l’Afd, con un 15,8 per cento (+7,2) che la colloca saldamente al terzo posto. Seguono i Verdi al 14,3 e la Spd al 12,1, entrambi in calo rispetto alla tornata precedente rispettivamente del 4,1 e del 6,3.
Le antiche città dell’impero, le metropoli futuristiche, i paesaggi rurali e i luoghi simbolo della Rivoluzione comunista. La Cina punta forte sul turismo per rilanciare l’economia nazionale e stimolare i consumi interni. Negli ultimi mesi Pechino ha ampliato le politiche di esenzione dal visto, esteso il numero degli Stati beneficiari e lavorato all’apertura di nuove rotte aeree internazionali, oltre ad aver incrementato i collegamenti già esistenti. L’intenzione è chiara: trasformare il Paese in una “potenza turistica” entro il 2030.
Entro il 2030 potrebbero raggiungere il 6,7 per cento del Pil
Nel 2025 la Cina ha registrato 154,5 milioni di arrivi dall’estero (+17,1 per cento su base annua) che hanno generato un giro d’affari pari a 131,1 miliardi di dollari (+39,2 per cento). Nel prossimo quinquennio il Dragone vuole raggiungere i 190 milioni di ingressi internazionali annui, con una spesa complessiva superiore ai 150 miliardi, e almeno 8,3 miliardi di viaggi interni. Questi numeri, nelle intenzioni del governo, dovrebbero rendere il turismo uno dei settori trainanti dell’economia. Morgan Stanley ha stimato che i ricavi complessivi del turismo in Cina, comprendendo sia i visitatori domestici sia stranieri e i viaggi di lavoro, rappresenteranno il 6,7 per cento del Pil entro il 2030 (contro il 4,8 per cento del 2024).
Lo skyline di Shanghai (Ansa).
Più esenzioni dal visto per incrementare gli arrivi stranieri
Una delle misure più importanti adottate dal governo di Xi Jinping per incentivare il turismo è stata l’ampia estensione delle esenzioni dal visto. La misura riguarda oggi oltre il 77 per cento degli arrivi esteri. Nei primi sei mesi del 2026 questa politica ha contribuito a far crescere del 20,4 per cento su base annua il numero di ingressi di cittadini stranieri in Cina, arrivati a quota 22,9 milioni. Pechino spera che questi visitatori spendano il più possibile e che tornino a casa con un’impressione positiva del Paese.
Xi Jinping (Ansa).
La scommessa del “turismo rosso”
I turisti internazionali sono soliti visitare le grandi città, dalla capitale Pechino all’avveniristica Shanghai, passando per la cyberpunk Chongqing, ma anche mete classiche come la Grande Muraglia o l’Esercito di terracotta. I turisti cinesi stanno invece alimentando il cosiddetto hongse luyou, il turismo rosso che richiama milioni di visitatori in siti, musei e località collegate alla storia del Partito, alla Rivoluzione e alla nascita della Repubblica Popolare. Le mete più gettonate includono Yan’an, base del Partito durante la guerra civile, Shaoshan, città natale di Mao Zedong, Jinggangshan, uno dei luoghi simbolo della rivoluzione comunista, e Nanchang, legata alla nascita dell’Esercito Popolare di Liberazione. Non esiste una statistica nazionale omogenea in grado di quantificare il fenomeno nel suo complesso. Il ministero della Cultura e del Turismo lo calcola tra i viaggi domestici che nel 2025 hanno generato una spesa di circa 900 miliardi di dollari.
L’Esercito di terracotta (Ansa).
I viaggiatori spendono ancora troppo poco
Nonostante i numeri incoraggianti, resta un problema: i viaggiatori spendono ancora troppo poco. Secondo una ricerca di Trip.com citata dal Wall Street Journal, nel 2025 i visitatori stranieri hanno speso in media circa 2.200 dollari a testa: una cifra considerevole ma inferiore ai due terzi della spesa media sostenuta dai turisti stranieri negli Stati Uniti. Sul fronte interno non va meglio: nella prima metà del 2026 sono stati effettuati 3,5 miliardi di viaggi domestici, in aumento del 5,4 per cento su base annua, ma la spesa è cresciuta appena del 2 per cento raggiungendo circa 478 miliardi di dollari. Ancora troppo poco per considerare il turismo un vero volano per l’economia.
Anche la Cina ha paura dell’intelligenza artificiale. Non abbastanza, però, da togliere il piede dall’acceleratore. Mentre Anthropic e una parte della Silicon Valley chiedono di moderare lo sviluppo dei modelli più potenti, Pechino prepara regole più severe, rafforza i controlli e allarga il perimetro dei rischi. Ma respinge l’idea che la sicurezza debba tradursi in una frenata. Dietro gli allarmi americani vede anche una strategia industriale: conservare il vantaggio degli Stati Uniti, chiudere alla Cina l’accesso ai chip e alle tecnologie più avanzate, per poi negoziare da una posizione di forza.
Xi Jinping (Ansa).
I sospetti e le accuse di Pechino
La risposta ufficiale segue questa linea. Per Pechino l’IA deve restare «sicura e controllabile», subordinata alle decisioni umane e sorvegliata lungo tutto il suo ciclo di vita. Non deve però diventare monopolio di poche aziende o di un solo Paese. A parole, Xi Jinping propone un ecosistema aperto, accessibile e governato in sedi multilaterali, come confermato anche durante il vertice dei BRICS. Allo stesso tempo, la Cina accusa Washington di estendere arbitrariamente il concetto di sicurezza nazionale per contenere la crescita tecnologica cinese. Gli appelli di Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, arrivano forse dal messaggero meno adatto: la stessa azienda che denuncia i rischi dei modelli di frontiera sostiene restrizioni ancora più dure sulle tecnologie disponibili alla Repubblica popolare.
Dario Amodei (Ansa).
La tenuta del regime preoccupa più dell’apocalisse algoritmica
Il sospetto politico non cancella la preoccupazione. Nei giorni scorsi Chen Yixin, ministro della Sicurezza dello Stato e capo dell’intelligence civile, ha indicato nell’IA una possibile minaccia alla stabilità politica, alle infrastrutture critiche e allo stesso potere del Partito comunista. «Attori ostili potrebbero usarla per penetrare le reti, manipolare l’informazione, interferire con le istituzioni e colpire il sistema ideologico». Il linguaggio resta quello della sicurezza nazionale, più attento alla tenuta del regime che all’apocalisse algoritmica immaginata in alcuni laboratori californiani. Eppure il salto è evidente: il pericolo non riguarda più soltanto ciò che una macchina può dire, ma ciò che può fare. Il dibattito interno si sta orientando di conseguenza. Ai timori tradizionali – contenuti incontrollati, disinformazione, stabilità sociale – si aggiungono agenti autonomi, cyberattacchi, impieghi in ambito biologico e nucleare, perdita di controllo operativo. Ricercatori e centri di analisi discutono di sistemi capaci di aggirare le protezioni, uscire dagli ambienti di prova e agire nel mondo reale. Anche l’automazione del lavoro preoccupa: in un’economia rallentata, con milioni di nuovi laureati e una vasta occupazione manifatturiera e nei servizi, la sostituzione di massa non è una previsione astratta, ma un rischio politico. Le polemiche dei tassisti contro l’espansione dei robotaxi a Wuhan e la recente sentenza di Hangzhou contraria al licenziamento di un dipendente sostituito dall’IA hanno mostrato quanto rapidamente l’automazione possa diventare una questione di occupazione e stabilità sociale.
La World Robot Conference di Pechino (Ansa).
Il controllore ultimo resta lo Stato
Pechino non arriva impreparata. Già dal 2023 i servizi di IA generativa rivolti al pubblico devono rispettare i «valori fondamentali socialisti», evitare contenuti contrari alla sicurezza nazionale, registrare gli algoritmi e, nei casi previsti, superare valutazioni preventive. Da settembre 2025 è operativo un sistema di etichettatura dei contenuti artificiali. Le disposizioni più recenti impongono agli sviluppatori di agenti di proteggersi dall’avvelenamento dei dati, dalla manipolazione degli algoritmi e dalle vulnerabilità, oltre a individuare, interrompere e correggere comportamenti impropri. Gli utenti devono sapere quando una decisione è stata assunta autonomamente e conservare l’ultima parola. Il nuovo Quadro per la governance della sicurezza dell’IA, entrato in vigore a maggio, amplia drasticamente lo spazio dedicato agli agenti e all’IA incorporata. È inoltre in preparazione uno standard nazionale obbligatorio sulla sicurezza degli agenti, indicato dagli analisti di Concordia AI come il primo del genere. La formula politica è ormai definita: «Sviluppo prioritario, sicurezza come linea di fondo». Che cosa significa in pratica? Tracciabilità dei processi, dati confinati, test esterni e possibilità di arrestare le operazioni rischiose, ma nessun supervisore indipendente installato nei laboratori sul modello proposto da Anthropic. Il controllore ultimo resta lo Stato. D’altronde, il Partito comunista possiede strumenti coercitivi che Washington non può esercitare sulle proprie Big Tech con la stessa rapidità. Può rinviare il lancio di prodotti, imporre standard e coordinare aziende, università e apparati di sicurezza. Ma l’obiettivo non è soltanto ridurre il rischio. Le norme sui contenuti proteggono il monopolio politico del Partito, quelle sui dati rafforzano la sovranità digitale, gli standard tecnici possono diventare leve industriali e geopolitiche.
Un robot (Ansa).
La sfida con gli Usa e l’obiettivo dell’autosufficienza
L’accento sulla sicurezza non frena la penetrazione dell’IA nell’economia reale. Il programma “AI Plus” ne incentiva l’applicazione in manifattura, robotica, logistica, energia, sanità, istruzione e servizi pubblici. Pechino ritiene che il proprio vantaggio non risieda necessariamente nel dotarsi del primo modello capace di superare tutti gli altri, ma nella possibilità di applicare sistemi abbastanza potenti a una base industriale molto vasta. Le fabbriche intelligenti, le reti energetiche, gli ospedali, i veicoli autonomi e persino i giocattoli connessi producono applicazioni e dati con cui affinare ulteriormente i modelli. Washington conserva il primato nei chip più avanzati e in diversi sistemi di frontiera. La Cina prova a compensarlo con efficienza, scala produttiva e velocità di diffusione. I modelli open-weight sono parte della strategia. Possono essere scaricati, adattati e installati su infrastrutture locali, offrendo alle imprese un’alternativa più economica ai servizi chiusi americani. Facilitano l’esame delle vulnerabilità e l’impiego difensivo, ma permettono anche di rimuovere le salvaguardie e redistribuire capacità pericolose. Pechino accetta questa contraddizione perché l’apertura aiuta i suoi campioni a conquistare sviluppatori, mercati emergenti e influenza sugli standard globali. Le restrizioni americane sul calcolo avanzato, nel frattempo, accelerano gli investimenti nei semiconduttori nazionali e rendono l’autosufficienza una priorità politica.
Donald Trump (Imagoeconomica).
Lo scontro sulla distillazione
Un altro fronte è la distillazione, la tecnica con cui un modello più piccolo apprende dalle risposte di uno più potente. Le autorità americane accusano aziende cinesi, tra cui DeepSeek, Moonshot, Alibaba e MiniMax, di avere interrogato su scala industriale Claude, ChatGPT,Gemini e Grok per trasferirne capacità nei propri sistemi, violando le condizioni d’uso e aggirando almeno nello spirito i controlli tecnologici. Per Washington non è semplice apprendimento competitivo, ma appropriazione di un vantaggio costato miliardi, con possibili conseguenze sulla sicurezza nazionale. Pechino rovescia l’accusa: la distillazione è una pratica diffusa in tutta l’industria e gli Stati Uniti la trasformano in minaccia soltanto quando permette alle aziende cinesi di recuperare terreno. Dopo i chip e la potenza di calcolo, sostiene la narrativa ufficiale, Washington cerca così di chiudere anche l’accesso ai modelli, saldando gli interessi delle Big Tech alla difesa dell’egemonia americana.
Le principali app di intelligenza artificiale (foto Unsplash).
Gli effetti collaterali di una frenata
Il tema sarà al centro dell’agenda del vertice tra Xi e Trump, in calendario per il 24 settembre alla Casa Bianca. I due contendenti riconoscono molti degli stessi pericoli legati all’IA, ma li osservano attraverso lo specchio della competizione. La Casa Bianca teme che una pausa unilaterale consegni un vantaggio strategico cruciale a Pechino. La Cina teme che una pausa negoziata dagli americani congeli la superiorità di Washington. Entrambe le potenze chiedono controlli e continuano ad accelerare, entrambe descrivono le proprie restrizioni come difensive e quelle del rivale come strumenti di dominio. Un dialogo resta possibile (oltre che auspicabile) su incidenti informatici, sistemi militari e perdita di controllo. Ma l’IA è ormai considerata un’arma troppo strategica per rischiare di lasciare il primato al rivale. Per non perdere il passo, è difficile immaginare che Xi e Trump decidano di smettere di correre.
Come le Presidenziali del 2024, che hanno riconfermato senza sorprese Vladimir Putin, anche le elezioni parlamentari che si concluderanno domenica si svolgono in tempo di guerra. Quella che il Cremlino aveva definito “operazione militare speciale” si è trasformata in un confronto sempre più aspro con l’Occidente e la Nato, con riflessi evidenti in Russia: il sistema politico si è irrigidito ulteriormente, si è ridotto lo spazio per il dissenso, l’architettura putiniana – basata sugli equilibri fra i poteri forti, soprattutto quelli legati all’apparato militare e d’intelligence – è stata puntellata, abbandonando gli elementi meno coesivi. In questa prospettiva il voto rappresenta un ulteriore test per l’intero apparato.
Vladimir Putin (Imagoeconomica).
L’esclusione di Yabloko, unica formazione pacifista
L’esito come sempre è scontato. Dominerà Russia Unita, il partito del presidente, e le formazioni della cosiddetta opposizione sistemica, quella che da decenni è inserita nei meccanismi della cosiddetta democratura, si divideranno le briciole. Sono in corsa nove partiti, tra cui quello comunista di Gennadij Zjuganov, i liberaldemocratici del LDPR, Russia Giusta e il più recente Nuova gente, nato nel 2020. Manca all’appello Yabloko, storica formazione liberale fondata agli inizi degli Anni 90, esclusa di forza dalla corsa perché unico partito apertamente pacifista. Alle scorse elezioni si era fermata a poco più dell’1 per cento. Come nel 2024, dunque, per Putin si tratta di certificare una legittimazione alla quale non ci sono alternative.
Un seggio elettorale a San Pietroburgo (Ansa).
La stabilità garantita dai tecnocrati
Oltre quattro anni di guerra e sanzioni hanno inciso sull’economia russa, pur non conducendola al collasso come molti avevano previsto. Il sistema alla fine ha retto, anzi si è addirittura rafforzato, nonostante i contraccolpi e gli imprevisti del conflitto: la rivolta armata del 2023 orchestrata da Evgeni Prigozhin, dipinta lontano da Mosca come una notte dei lunghi coltelli che avrebbe fatto crollare in quattro e quattr’otto il castello di Vladimir Vladimirovich, è rimasta un episodio isolato che però ha dimostrato quanto Putin fosse saldo in sella, malgrado le faide interne, da sempre presenti all’ombra del Cremlino. Anche l’asse tra potere politico e oligarchia si è stabilizzato, grazie ai tecnocrati che governano la macchina, dal primo ministro Mikhail Mishustin alla governatrice della Banca centrale Elvira Nabiullina, passandoper Kirill Dmitriev, presidente del fondo sovrano russo e pedina fondamentale per quel che riguarda gli aspetti economici e finanziari nei colloqui fra Mosca e Washington sulla possibile road map verso la pace.
Il malcontento non fa calare il consenso al sistema
Non è un caso che, al di là delle urne annacquate, gli elettori russi continuino a esprimere fiducia sia nel premier (64 per cento, secondo i dati attuali del Levada Center) sia nei governatori regionali (67 per cento). Lo stesso Putin – dato in leggera risalita dal 74 al 76 per cento dopo i mesi estivi e le difficoltà che hanno toccato la popolazione tra i blackout di Internet e i droni sulle raffinerie – non sembra soffrire di tutti i mali, di salute e politici, che gli vengono attribuiti in Europa. Certo, per i russi le cose non stanno andando per il meglio. ‘Solo’ il 56 per cento dei cittadini pensa che il Paese stia andando nella direzione giusta, mentre il 27 per cento è convinto che la strada imboccata sia quella sbagliata. Ma l’ipotesi che possano scatenarsi rivolte sociali o politiche è lunare.
Vladimir Putin (Imagoeconomica).
La capacità di adattamento del regime
Allo stato delle cose, la Russia è dunque sostanzialmente stabile. I poteri forti fedeli al presidente si sono adattati alla nuova economia di guerra, che più di rivoluzioni necessita di costanti correzioni periodiche. Anche per questo le elezioni non rappresentano certo uno spartiacque, né per la tenuta del regime, né per gli equilibri che si delineeranno successivamente: certo, rimpasti governativi sono possibili e nemmeno Mishustin è al sicuro. Tanto che, in un ottica di cambiamento, sarebbe già pronto il vice Denis Manturov, più legato all’industria militare. E soprattutto sarà interessante capire se il Cremlino ordinerà una mobilitazione per rafforzare l’esercito o se il conflitto proseguirà sui binari attuali, senza scossoni, né al fronte né in casa.