La cooperazione giudiziaria tra Marocco e Spagna potrebbe subire una battuta d’arresto. Il ministro della Giustizia marocchino, Abdellatif Ouahbi, ha dichiarato alla stampa che il suo ministero sta valutando la possibilità di sospendere l’accordo bilaterale di estradizione per le difficoltà del Marocco di arrivare effettivamente a ricevere condannati o sospetti di cui chiede alla Spagna l’estradizione. La minaccia arriva mentre si lavora per evitare una nuova ondata di migranti verso Ceuta e Melilla. Nelle dichiarazioni rilasciate all’agenzia di stampa spagnola Efe, il ministro ha spiegato che la valutazione è legata in particolare ad alcune richieste di estradizione marocchine le cui procedure non sarebbero state completate dalla parte spagnola. Le estradizioni tra Marocco e Spagna sono disciplinate da una convenzione bilaterale firmata a Rabat il 24 giugno 2009 ed entrata in vigore l’1 settembre 2012. Secondo Ouahbi, il meccanismo si blocca in corso d’opera.
Come funziona l’accordo di estradizione e perché si blocca
Il ricercato viene arrestato in Spagna e la sua identità viene accertata. Viene quindi fissata una data per la sua consegna alle autorità marocchine. Ma quando Rabat invia agenti per prendere in consegna il ricercato, la procedura finisce per bloccarsi e la consegna alla fine non avviene. Di qui la valutazione di sospendere l’accordo, perché giudicato inutile. Il testo prevede, a determinate condizioni, la consegna reciproca di persone ricercate o condannate dai tribunali di uno dei due Paesi quando si trovino nel territorio dell’altro. La convenzione, tuttavia, esclude l’estradizione di cittadini di uno Stato verso l’altro. In Marocco vige la pena di morte, il codice penale la include e viene comminata ma non è più eseguita dal 1993, per una moratoria. In Spagna è stata abolita nel 1978. Anche solo il dubbio che il ricercato possa ricadere nei casi di condanna alla pena di morte blocca l’estradizione.
L’assedio dei coloni israeliani alle case di due famiglie palestinesi a Qusra è un «orribile atto di terrorismo» e «un’azione ripugnante». Lo ha scritto su X l’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, evidenziando uno strappo tra Washington e Tel Aviv per quanto sta accadendo nel piccolo villaggio vicino a Nablus, in Cisgiordania. «Non ci sono scuse per un comportamento così violento», ha aggiunto il diplomatico, mosso anche mosso dal fatto che tra le abitazioni nel mirino ce n’è anche una di proprietà di un cittadino statunitense.
This is another lie. @usembassyjlm has been VERY involved & the IDF & Israel Police have gone at our request to remove the Israeli terrorists doing this. The actions of those doing this to this family’s home is criminal. The WH hasn’t “intervened” because we have kept DC… https://t.co/qrfnCYcOtB
— Ambassador Mike Huckabee (@GovMikeHuckabee) August 13, 2026
L’assedio iniziato domenica e l’ordine di evacuazione
Da domenica un gruppo di coloni israeliani sta di fatto assediando le abitazioni di due famiglie palestinesi, gli Hassan e gli Abu Ridi, a Qusra: si sono accampati all’esterno delle case, bloccando tutti gli accessi e staccando la corrente e l’allaccio dell’acqua. L’esercito di Tel Aviv finora ha fatto poco o nulla per risolvere la situazione: alcuni soldati, addirittura, sono stati filmati mentre fraternizzavano con i coloni violenti.
Alcuni dei coloni israeliani che stanno assediando le case dei palestinesi a Qusra (Ansa).
Secondo la tv pubblica israeliana Kan, l’Idf ha però adesso emesso un ordine di evacuazione per gli abitanti delle case sotto assedio e i residenti della zona, in vista di un’operazione militare destinata a durare diversi giorni. «Anche se dovessimo diventare martiri, chiediamo di essere sepolti nella nostra casa, affinché rimanga a testimonianza dei crimini commessi dai coloni contro di noi e contro il popolo palestinese», ha detto Aisha Abu Ridi.
Here is evidence that @IDF & @israelpolice went to Qusra to remove illegal trespassers there to intimidate Palestinian residents. It's just not accurate to say @Israel nor @usembassyjlm did nothing to protect Palestinian homeowners/US citizens. pic.twitter.com/UMKyHqdtFJ
— Ambassador Mike Huckabee (@GovMikeHuckabee) August 13, 2026
L’Idf: «Smantellati 151 avamposti illegali da inizio anno»
L’esercito israeliano ha reso noto di aver inviato ieri sul posto il 51mo battaglione della brigata Golani. Il sindaco di Qusra ha spiegato ad Al Jazeera che l’Idf ha completamente chiuso l’area, imposto il coprifuoco e dispiegato centinaia di soldati per smantellare l’avamposto degli ultraortodossi. E proprio per smentire il mancato impegno contro le azioni dei coloni violenti contro i palestinesi, l’Idf ha reso noto di aver smantellato 151 avamposti illegali di israeliani in Cisgiordania dall’inizio del 2026. La radio militare dell’Idf ha sottolineato che diversi avamposti smantellati erano gli stessi che i coloni hanno ristabilito più volte dopo ogni operazione dell’esercito.
Le autorità della Groenlandia hanno costretto Greenland Energy Company, società petrolifera legata a Donald Trump, a rinviare le trivellazioni nel territorio autonomo del Regno di Danimarca, smentendo di fatto quanto affermato dall’inviato del presidente Usa Jeff Landry, secondo cui la compagnia (con sede in Texas) avrebbe potuto cominciare a estrarre greggio già da marzo del 2027. Alla base della decisione la preoccupazione per le tempistiche troppo ristrette. Le autorità dovranno decidere se autorizzare le trivellazioni in una zona umida protetta, habitat di uccelli rari e dei buoi muschiati, da cui dipendono i cacciatori locali: per valutare l’esatto impatto ambientale e sociale servirà molto tempo. Quanto? Le trivellazioni non inizieranno prima della fine del 2027.
Tramonto a Nuuk, in Groenlandia (Ansa).
Il progetto è stato avviato grazie alla licenza della britannica 80 Mile
Si tratta di una stima ben lontana da quella formulata a maggio da Landry, governatore della Louisiana scelto da Trump come suo inviato in Groenlandia. Dopo una visita in loco, Landry aveva affermato che gli Usa intendevano avviare le trivellazioni «nel giro di circa 10 mesi», aggiungendo che il petrolio presumibilmente presente nel sottosuolo groenlandese avrebbe potuto alleviare la crisi energetica scatenata dall’attacco all’Iran. Secondo Greenland Energy nella remota Terra di Jameson sarebbero presenti giacimenti che custodirebbero petrolio per un valore di mille miliardi di dollari. La società, costituita nel 2025, ha avviato il progetto delle trivellazioni in partnership con la britannica 80 Mile, che detiene licenze di esplorazione ottenute prima che la Groenlandia sospendesse il rilascio di tali permessi nel 2021, motivando la decisione con la crisi climatica. Greenland Energy ha annunciato l’intenzione di investire 60 milioni di dollari – raccolti presso gli investitori – per finanziare totalmente le attività di perforazione, ottenendo in cambio una quota di maggioranza nel progetto. A luglio la compagnia petrolifera ha sbarcato nel territorio artico attrezzature per la trivellazione. E lo ha fatto senza alcuna autorizzazione, suscitando proteste da parte del governo di Nuuk.
Protesta anti-Usa all’esterno del consolato statunitense a Nuuk (Ansa).
I legami tra il presidente americano e Greenland Energy Company
Quali sono i legami tra Greenland Energy Company, società privata con sede in Texas, e Trump? Ufficialmente nessuno, a parte l’interesse di The Donald per il petrolio groenlandese. Larry Swets, finanziere che figura tra i maggiori azionisti di Greenland Energy e ne ricopre la carica di presidente esecutivo, ha assicurato che il progetto «non è legato all’annessione americana». Ma sua moglie – come indicano vari post social – nel corso del 2026 è stata più volte al The Mar-a-Lago Club di Trump, che funge da sorta di corte presidenziale distaccata dalla Casa Bianca. Inoltre ad aprile il miliardario Kenneth Griffin, importante finanziatore del Partito Repubblicano, ha acquistato il 9 per cento delle azioni di Greenland Energy. A giugno, poi, nel cda della società è entrata Carol Craig: si tratta della fondatrice di Sidus Space, l’azienda che sta lavorando al sistema di difesa missilistica Golden Dome, voluto da Trump. Lo stesso tycoon ha dichiarato che il controllo della Groenlandia (dove ha sede la base spaziale Usa di Pituffik) costituisce un «elemento vitale del piano Golden Dome». Sempre a giugno, Greenland Energy ha annunciato un accordo con la Envoy Media di Phil McGraw, personaggio televisivo noto come “Dr. Phil” molto vicino a Trump, per la realizzazione di una docuserie sulla società, che «racconterà la missione di questi moderni pionieri delle trivellazioni».
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato su Truth che la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt lascerà il suo incarico alla fine di agosto per motivi familiari, in particolare per trascorrere più tempo con i figli. La sua ultima bambina è nata a maggio e, «da quando sono tornata alla Casa Bianca (dopo il congedo di maternità ndr), ho sentito nel cuore di non poter essere la madre migliore che i miei due figli piccoli meritano, continuando a dedicare al ruolo di portavoce tutto il tempo, l’energia e l’attenzione che richiede costantemente», ha scritto Leavitt su X. Di qui la decisione di lasciare l’incarico, che il tycoon ha compreso e rispetta «pienamente». La donna resterà comunque una delle sue principali consigliere esterne e collaborerà con il Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre. Scelta come portavoce della Casa Bianca nel novembre del 2024 all’inizio del secondo mandato di Trump, era stata la persona più giovane ad assumere questo incarico (aveva 27 anni). In precedenza era stata portavoce della sua campagna elettorale.
Serving as the White House Press Secretary over the past year and a half has been the honor and adventure of a lifetime. I am incredibly grateful to President Trump for granting me so many extraordinary opportunities, such as working in the West Wing and spending countless hours… https://t.co/4jyW61DGGhpic.twitter.com/xny1yccuBn
Per vincere un’elezione serve un messaggio forte, univoco e chiaro. Il problema è che in questo momento in casa repubblicana c’è il caos. Mentre gli Stati Uniti si preparano a una tornata di midterm, quelle di novembre 2026, che può azzoppare gli ultimi due anni di presidenza Trump, il Gop (Grand old party) fatica a trovare unità, complice un presidente imprevedibile e una strategia cervellotica.
Il presidente americano Donald Trump (foto Ansa).
I dolori dei conservatori nascono da una criticità di fondo: le maggioranze sottili alla Camera e in Senato impediscono di arrivare a leggi e provvedimenti da poter spendere in campagna elettorale. E così il partito si perde in discussioni parlamentari. I fronti che prosciugano le energie, anche a causa di un Donald Trump poco interessato alle midterm e sempre più impegnato a blindare la sua presa sul Gop, sono almeno quattro.
Il pantano al Congresso tra shutdown e Save America Act
Il primo è quello fiscale. Da anni democratici e repubblicani finiscono spesso per andare avanti grazie a pacchetti che spostano soltanto più in là il problema. Il Senato ha congelato il rischio di uno shutdown dell’ultimo minuto votando un pacchetto ponte per arrivare all’11 dicembre: in questo modo è stato almeno evitato uno stop alle attività del governo federale che poteva scattare alla fine di settembre. Solo che la Camera ha votato un pacchetto diverso, seppur con gli stessi effetti, e al momento non è chiaro quale dei due rimarrà in vigore e quale delle due Camere voterà l’altro. Insomma, il rischio di una paralisi non può dirsi scongiurato al 100 per cento. In ogni caso si tratta dell’ennesima misura tampone, non di un risultato concreto da sventolare agli occhi degli elettori. In questo guazzabuglio si inserisce anche il secondo fronte: la controversa legge Save America Act.
Il Congresso degli Stati Uniti d’America (Ansa).
Il provvedimento, voluto a tutti i costi dalla Casa Bianca, dovrebbe introdurre restrizioni all’accesso al voto imponendo, fra le altre cose, di presentare la carta di identità ai seggi. Lo speaker della Camera potrebbe introdurlo dentro un provvedimento fiscale, ma se anche dovesse passare, al Senato rimarrebbe impantanato perché quattro repubblicani hanno già fatto sapere di non volerlo approvare. L’iter potrebbe trasformarsi in un “Vietnam”, tra contro-emendamenti, ostruzionismo e altre defezioni. Vien da sé che, in questo contesto, per il Gop diventa arduo presentarsi agli elettori vantando risultati convincenti.
La guerra con l’Iran è giudicata peggio del disastro Afghanistan
Come se non bastasse, e qui veniamo al terzo grattacapo, c’è da gestire la spinosa guerra con l’Iran, che si arricchisce tra l’altro di rivelazioni su possibili attentati sventati contro il presidente in Turchia. Ma attorno al conflitto pesa anche un nodo economico, visto che le scorte americane di missili stanno per essere prosciugate. Bisogna quindi correre ai ripari. Trump aveva parlato di pacchetti da 350 miliardi, il Pentagono ha indicato una cifra nell’ordine dei 60 miliardi. Oggi sul tavolo della Camera ci sarebbe invece un provvedimento da 73 miliardi. Sullo sfondo di questo balletto di cifre, spunta un ostacolo più grave per i repubblicani: l’inconcludente conflitto iniziato da The Donald non piace agli americani. Solo il 28 per cento dei votanti pensa che sia stata una buona idea. Si tratta di valutazioni peggiori persino della disastrosa avventura bellica in Afghanistan.
Trump col mitra in un’immagine postata si Truth.
L’ultimo terreno di battaglia, non meno importante, si registra sulla gestione dell’enorme debito pubblico, arrivato alla cifra monstre di 39 trilioni di dollari. Non solo. Stando all’Ufficio di bilancio del Congresso (Cbo), un organismo apartitico, solo quest’anno il governo contrarrà prestiti per 2 trilioni di dollari. Gli interessi sul debito costeranno almeno un altro trilione: una cifra pari, grosso modo, al bilancio del Pentagono auspicato da Trump.
Tagliare, ma dove? Occhio ai mal di pancia dell’opinione pubblica
Per trovare un equilibrio servirebbero tagli, ma dove? I repubblicani più trumpiani sostengono che basti colpire il mondo delle frodi al sistema di assistenza sociale, ma in realtà sono poche, circoscritte a contesti locali e il loro contrasto non basterebbe a colmare questi buchi. E poi già un anno fa i tagli alla spesa di Medicaid e dei buoni pasto per finanziare l’abbassamento delle tasse voluto da Trump avevano creato grossi mal di pancia tra gli elettori, stretti tra il carovita e un mercato del lavoro in raffreddamento.
L’economia e il costo della vita sono tra le preoccupazioni maggiori
Tra shutdown, Iran, spese in armamenti e sforbiciate, è complicato trovare qualcosa da “vendere” in campagna elettorale. Basta una carrellata dei sondaggi per capire il disallineamento tra il Gop e l’opinione pubblica. Per gli americani le priorità vere hanno a che fare con la vita di tutti i giorni. Secondo l’aggregatore di sondaggi USPollingData, il 48 per cento dei cittadini sostiene che l’economia e il costo della vita siano i temi più importanti, mentre il 38 per cento è preoccupato dalla sanità, il 32 per cento dalla tenuta del sistema democratico e il 29 per cento è in ansia per l’immigrazione. Numeri che costituiscono un campanello d’allarme a destra, soprattutto perché la Casa Bianca ormai non parla più di soldi. Si concentra invece sullo scontro con Teheran, che ha fatto ballare i prezzi dei carburanti e dato nuovo slancio all’inflazione.
La strategia dell’hate election: paura e odio per l’avversario
Per queste ragioni, la ricetta in casa conservatrice è quella di impostare le midterm come se fossero una hate election. Cioè? Mentre voci anonime tra i repubblicani ammettono le difficoltà, altri puntano sulla strategia di far leva sulla paura e sull’avversione verso i democratici.
Un funzionario vicino all’amministrazione Trump ha ammesso ad Axios che le prossime elezioni si baseranno sull’odio, appunto. Per vincere, «gli elettori devono odiare i democratici più di quanto odino noi. E abbiamo materiale su cui lavorare». Gestire un appuntamento alle urne sperando che i cittadini votino per chi «odiano di meno» è però pericoloso, soprattutto se si va a vedere il consenso di Trump.
L’ultima rilevazione Reuters/Ipsos tra giugno e luglio dice che il presidente ha perso altri due punti nell’indice di gradimento, che ora è sprofondato al 35 per cento. Persino nelle roccaforti repubblicane serpeggia parecchia insoddisfazione. Sempre stando a Reuters, nell’America rurale il tasso di approvazione del presidente è sceso sotto il 50 per cento a giugno.
Donald Trump (Imagoeconomica).
Nemmeno su un dossier in cui il Gop è sempre stato percepito come più affidabile le cose funzionano. A fine luglio lo stesso sondaggio di Reuters/Ipsos fotografava un clamoroso sorpasso: per gli americani, i democratici sarebbero i più adatti a gestire l’economia, un rovesciamento, seppur piccolo (37 per cento a fronte di un 36 pro repubblicani), che arriva dopo quasi 10 anni di dominio.
Il brand dei dem è ancora tutto da ricostruire
È anche vero che il brand dei dem, uscito malconcio dalle elezioni del 2024, è ancora tutto da ricostruire e il partito viene visto negativamente dalla maggioranza degli americani. Trump e i repubblicani, in questa operazione costruita sull’odio, vorrebbero provare a puntare sul pericolo di un’ascesa di profili liberal e socialisti, come dimostra la vittoria di Abdul El-Sayed in Michigan, per dipingere il partito come sempre più estremista.
Abdul El-Sayed (Ansa).
La strategia potrebbe essere efficace per convincere i moderati, ma pure qui non manca un’incognita. Secondo una rilevazione di Cnbc, quando si parla di estremisti gli americani hanno un’idea diversa rispetto a qualche anno fa. Interpellati su socialisti ed esponenti Maga (Make America great again), sono questi ultimi a essere etichettati come peggiori. A proposito di “odio”, tra gli elettori registrati il 50 per cento non sarebbe disposto a votare un candidato socialista, ma il 57 per cento non ne sceglierebbe uno Maga. In sostanza, per un Gop a corto di argomenti da vendere neppure la carta dell’odio sembra una soluzione vincente.
È morto a 98 anni l’ex premier cinese Zhu Rongji, che guidò la Repubblica Popolare dal 1998 al 2003: nel corso del suo mandato mise in atto una dura guerra alla corruzione e contribuì – assieme all’allora presidente Jiang Zemin – a innescare il boom economico che negli anni a venire avrebbe portato il Paese asiatico nel club delle superpotenze mondiali. «Un eccellente membro del Partito, un combattente comunista fedele, un eccezionale rivoluzionario proletario, leader dello Stato». Così lo ha ricordato il Comitato Centrale del Pcc.
Fu anche Governatore della Banca Popolare Cinese
Nato nel 1928 a Changsha, nella provincia dello Hunan, Zhu aveva aderì al Partito comunista nel 1949, anno di fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Diventato membro della Commissione statale per la pianificazione, cadde in disgrazia durante la Rivoluzione culturale perché in disaccordo con Mao Zedong. Riabilitato alla morte del leader cinese, scalò le gerarchie degli incarichi pubblici e nel 1987 divenne sindaco di Shanghai, incarico ricoperto fino al 1991. Due anni dopo divenne Governatore della Banca Popolare Cinese e anche vicepremier con Li Peng alla guida del governo, avviando ambiziose riforme poi implementate una volta diventato primo ministro. Nelle vesti di premier (che in Cina è la figura tradizionalmente incaricata della gestione dell’economia), Zhu condusse le trattative per far entrare il Paese nell’Organizzazione mondiale del commercio, cosa che avvenne nel 2001.
La portavoce del ministero dell’Interno della Germania ha affermato che «siamo un po’ sorpresi dell’agitazione» di Roma riguardo le espulsioni verso l’Italia dei cosiddetti dublinanti. Si tratta di richiedenti asilo che sono sbarcati sulle coste del nostro Paese e, anziché fermarsi nella Penisola, hanno varcato le Alpi e sono andati in Germania. «Germania e Italia già da tempo collaborano bene sulla questione migratoria e sull’implementazione del sistema di asilo comune», ha detto la portavoce, ricordando che nell’autunno 2025 «abbiamo chiuso accordi bilaterali con Italia e Grecia stabilendo che le norme di Dublino sarebbero state nuovamente applicate dall’entrata in vigore del sistema europeo comune di asilo a giugno 2026». E questo significa che «le espulsioni saranno eseguite anche verso l’Italia». Al momento si tratta principalmente dei casi successivi all’entrata in vigore del nuovo Patto Ue. La questione riguarda poche decine di persone.
Dopo aver ufficializzato la nascita della strana coppia con Giorgia Meloni, la premier socialdemocratica danese Mette Frederiksen è tornata ad affrontare la questione-migranti davanti al Folketing, il Parlamento di Copenaghen, nel corso del dibattito urgente convocato a seguito della crisi di Ceuta.
Le parole di Frederiksen in parlamento
La Danimarca, ha affermato Frederiksen, è pronta a rafforzare i controlli alle frontiere e, «in ultima istanza», anche a chiuderle del tutto nel caso di una nuova ondata migratoria attraverso l’Europa. «La cosa importante, per quanto riguarda Schengen, è che se sorgono problemi in un Paese, che si tratti di criminalità o di profughi, l’arma più efficace di cui disponiamo in Danimarca è il controllo delle frontiere. Grazie a questo strumento siamo riusciti a fermare dei criminali. Sono una sostenitrice molto convinta dei controlli alle frontiere», ha detto Frederiksen, sottolineando che «una politica migratoria rigorosa è fondamentale per la Danimarca e per l’Europa» e definendo «inquietanti» le immagini provenienti dall’enclave spagnola di Ceuta.
Martedì 11 agosto 2026 si sono tenute le primarie in sei Stati americani, ovvero Wisconsin, Minnesota, South Carolina, Connecticut, Vermont e Alabama. L’attenzione nazionale era concentrata soprattutto sui primi tre.
I risultati delle primarie in Wisconsin, Minnesota e South Carolina
In Wisconsin la corsa per scegliere il candidato dem alla carica di governatore è stata molto più equilibrata del previsto. La socialista Francesca Hong, ex chef e figlia di immigrati sudcoreani, ha tallonato David Crowley, moderato sostenuto dall’establishment del Partito democratico, ma alla fine è stata sconfitta per pochi voti. Crowley è stato dichiarato vincitore dai media nazionali con il 98 per cento dei voti scrutinati, in vantaggio con il 39,8 per cento contro il 39,4. Per i repubblicani invece non c’è stata partita. Il deputato Tom Tiffany, esponente dell’ala più conservatrice del Gop e sostenuto da Trump, ha trionfato agevolmente con oltre il 90 per cento dei consensi. In Minnesota la nomination dem è stata conquistata dalla senatrice ed ex candidata alla Casa Bianca Amy Klobuchar. Tra i repubblicani Mike Lindell, imprenditore a capo di un’azienda di materassi e cuscini e grande alleato di Trump, è stato sconfitto da Lisa Demuth, prima donna speaker della Camera statale tra i Repubblicani. Quanto al South Carolina, la repubblicana Darline Graham sostenuta dal tycoon è risultata in vantaggio per la nomination al Senato ma non ha superato la soglia del 50 per cento necessaria a evitare il ballottaggio. Dovrà quindi affrontare il secondo turno contro il deputato Ralph Norman.
Appena sceso dall’aereo presidenziale dopo il viaggio dall’Ohio a Washington, Donald Trump ha parlato per la prima volta della rocambolesca fuga dal vertice Nato di Ankara: per depistare eventuali attacchi iraniani, ritenuti tutt’altro che improbabili, il tycoon era salito regolarmente a bordo del vecchio Air Force One (non da quello nuovo donato dal Qatar), a favore di telecamera, per poi essere trasferito in gran segreto su un aereo militare più piccolo, un C-32A, transitando all’interno di un container per il catering aeroportuale. Poi, atterrato nel Regno Unito, aveva fatto il percorso inverso, scendendo poi dal velivolo presidenziale. «Ricevo molte minacce. Molte minacce di cui non siete a conoscenza. Chiunque abbia un ruolo di peso le deve affrontare. Chi non conta nulla non viene minacciato. Credo di essere il bersaglio principale», ha dichiarato The Donald. ha aggiunto. «Io mi limito a seguire le indicazioni del Secret Service».
La minaccia di Teheran e chi era rimasto sull’Air Force One
Il New York Times scrive, citando due funzionari statunitensi, che la minaccia iraniana includeva la possibilità di un missile terra-aria contro l’Air Force One e la conoscenza precisa del luogo in cui Trump alloggiava ad Ankara, compreso il piano dell’edificio. Addirittura, qualcuno nelle vicinanze del vertice Nato era stato avvistato con un razzo portatile. Tutto questo è emerso nelle prime ore dell’8 luglio, secondo e ultimo giorno del vertice Nato. Tra chi ha viaggiato sul volo dal quale Trump è stato segretamente fatto scendere c’erano il segretario di Stato Marco Rubio e il segretario del Tesoro Scott Bessent, ma anche Stephen Miller, principale consigliere del presidente per la politica interna, e Steven Cheung, direttore delle comunicazioni della Casa Bianca. Tutti rimasti sul vecchio Air Force One, aereo-civetta esposto a un potenziale attacco iraniano.
Donald Trump (Imagoeconomica).
Trump intanto torna a parlare delle presidenziali del 2028
Trump ha anche parlato dell’ipotesi di candidarsi per un terzo mandato presidenziale. «Tutti mi chiedono se correrò nel 2028. Mi piacerebbe, ma la legge in materia è molto chiara e rigorosa». Com’è noto, un terzo mandato presidenziale è di fatto vietato dalla Costituzione Usa che pone il limite a due. E questo vale anche per Trump, sebbene i suoi mandati alla Casa Bianca siano stati intervallati dal quadriennio targato Joe Biden.
Il ministro degli esteri spagnolo José Manuel Albares, da Ceuta, torna ad attaccare il governo italiano che, dopo l’ingresso di massa di oltre 70 mila persone dal Marocco il 30 e 31 luglio, ha sospeso Schengen con la Spagna provocando una contro-decisione analoga di Madrid. Per lui quella dell’Italia è stata una ritorsione dettata solo da «esigenze partitiche e elettorali». Roma per ora mantiene la linea dura, decisa a non cambiare decisione almeno fino a Ferragosto. Giovedì 13 il comitato Schengen ha convocato in audizione a San Macuto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il quale ribadirà la preoccupazione che ha spinto il governo a sospendere Schengen e ad aprire lo scontro diplomatico con la Spagna. Una decisione che, però, ribadiscono dal Viminale, potrà essere revocata quando la minaccia rientrerà.
Il tribunale penale di Damasco ha condannato a morte in contumacia l’ex presidente Bashar al-Assad, riconosciuto colpevole di crimini di guerra e contro l’umanità commessi durante la guerra civile che ha devastato la Siria per 13 anni. Si tratta della prima sentenza contro Assad pronunciata dalle autorità di transizione, che nel 2026 hanno avviato processi – in presenza e in contumacia – contro esponenti del precedente governo.
Da dicembre 2024 Assad si trova in Russia
Assad è stato condannato alla pena capitale in contumacia perché si trova assieme alla sua famiglia in Russia, dove è stato accolto dall’alleato Vladimir Putin a dicembre del 2024, mentre le forze ribelli guidate dal gruppo islamista Tahrir al-Sham avanzavano verso Damasco. Assad, che ha ottenuto asilo per «motivi umanitari», risiederebbe nella Rublyovka, esclusiva e ricchissima area residenziale nei sobborghi occidentali di Mosca. Il tribunale ha stabilito che Assad debba essere «perseguito a livello internazionale» e giustiziato. Non sono stati forniti ulteriori dettagli sull’iter giudiziario o sulle modalità con cui la sentenza potrebbe essere eseguita.
Al termine del vertice Nato ad Ankara del 7-8 luglio 2026, Donald Trump non ha preso l’Air Force One per recarsi in Gran Bretagna, bensì un volo militare segreto. Lo riportano il Washington Post e il New York Times, spiegando che il tycoon mise in atto uno stratagemma facendosi riprendere mentre saliva a bordo dell’aereo presidenziale ma venendo poi segretamente trasferito, tramite un camion per il catering, su un aereo più piccolo. Il motivo? I servizi segreti americani avevano ritenuto credibile la minaccia di assassinio contro Trump proveniente dall’Iran, motivo per cui si è deciso di inscenare il depistaggio. Ai giornalisti a bordo dell’Air Force One non era stato detto che il presidente non stava viaggiando con loro, rendendoli inconsapevoli partecipanti all’inganno. Dopo l’atterraggio in Gran Bretagna, nuova messinscena. Trump è stato segretamente trasferito nell’Air Force One così da scendere da lì e sembrare di aver viaggiato su quell’aereo.
Nella notte tra lunedì 10 e martedì 11 agosto 2026, «Zaporizhzhia è stata colpita da missili balistici nordcoreani, Zircon e bombe aeree guidate». L’ha annunciato il presidente ucraino Zelensky, aggiungendo che «si è trattato di un attacco brutale, calcolato per infliggere il massimo danno, in particolare alle infrastrutture civili» e che «al momento si contano sei morti e 19 feriti». «Le mie condoglianze alle loro famiglie e ai loro cari. I soccorritori stanno continuando a spegnere un incendio in uno dei luoghi colpiti», ha aggiunto. A Kyiv, inoltre, un attacco missilistico ha danneggiato un ospedale per malattie infettive e alcune attività commerciali. Colpite anche altre zone, come ha specificato lo stesso Zelensky: «Gli attacchi con i droni continuano praticamente ogni giorno nelle nostre comunità in prima linea. A Kherson e Kharkiv, le sottostazioni elettriche sono state colpite durante la notte, causando interruzioni di corrente. Anche le regioni di Donetsk, Dnipro e Mykolaiv sono state colpite».
La Corte suprema russa ha escluso dalle prossime elezioni legislative Yabloko, partito liberale e filo-occidentale con una posizione contraria alla guerra d’invasione in Ucraina. La Corte ha accolto la tesi del partito nazionalista Rodina, che aveva accusato Yabloko di aver ricevuto finanziamenti dall’estero attraverso canali non leciti, di aver violato la legge sul diritto d’autore, di aver promosso l’«estremismo» e di aver utilizzato social network vietati in Russia per la sua campagna elettorale. Il presidente di Yabloko Nikolai Rybakov ha respinto tutte le accuse e ha annunciato che il partito presenterà ricorso contro la sentenza. Le elezioni legislative per rinnovare la Duma, il parlamento russo, si terranno a settembre.
Una violenta scossa di terremoto di magnitudo 7.4 ha colpito la Colombia: epicentro nei pressi di San José del Palmar, nel dipartimento del Chocó, nel nord-ovest del Paese. Il sisma, registrato alle 7.34 ora locale a una profondità di 82 chilometri, è stato il più forte registrato nel Paese sudamericano dal 1979. E infatti è stato avvertito anche a Panama.
Un terremoto de magnitud 6.6 – 7.4 sacudió a Colombia a las 7:34 a.m. de este 10 de agosto. El epicentro fue en San José del Palmar (Chocó), a 96 km de profundidad.
El temblor se sintió con fuerza en Bogotá, Medellín, Cali y Bucaramanga, generando evacuaciones preventivas. Las… pic.twitter.com/Ra8k6jKzsF
— Jhannely González | Periodista (@gazareportes_ve) August 10, 2026
Già drammatico il bilancio delle vittime, almeno una trentina. E il numero sembra destinato ad aumentare, com’era già successo col sisma in Venezuela (circa 5 mila morti). Pesanti i danni agli edifici: alcune strutture sono interamente collassate, tra queste anche sezioni di ospedali, com’è successo a Cali.
Impresionante como se Derrumba este edificio en Pereira, Risaralda Colombia. Terrible esto Dios! pic.twitter.com/RrYOcUXYBn
Come riferito dai sindaci delle città più colpite, a Pereira ci sono almeno 18 morti; a Manizales almeno 2 morti e 30 edifici crollati; a Chocò almeno un morto e 10 feriti; a Cali 20 edifici crollati e persone intrappolate. Il sindaco di Bogotá, Carlos Fernando Galán, ha riferito che al momento non si registrano danni significativi in città, sebbene siano state segnalate diverse crepe in alcuni edifici.
TERREMOTO EN COLOMBIA
Daños enormes en Pereira y varias ciudades del país tras potente terremoto de magnitud 7,4.
«Stiamo lavorando in stretto contatto con la Farnesina per seguire la situazione: al momento non sono segnalati connazionali in situazione di pericolo nelle zone più colpite dal terremoto». Lo ha detto l’ambasciatore d’Italia a Bogotà, Giancarlo Curcio, raggiunto al telefono dall’Ansa.
Tredici persone sono rimaste uccise in un attacco con droni lanciato dall’Ucraina contro la città russa di Nižnekamsk, nella repubblica del Tatarstan, situata a circa 1.600 km dal confine ucraino. Altre 39 sono rimaste ferite. Si tratta di uno degli attacchi più letali condotti da Kyiv in oltre quattro anni di guerra. Il Ministero della Difesa di Mosca ha annunciato l’intercettazione di 456 droni durante la notte, ma alcuni sono andati a segno: sempre nella stessa regione le forze ucraine hanno colpito una raffineria. L’attacco di droni ucraini in Tatarstan «è un crimine di guerra» e «pesa sulla coscienza» degli alleati occidentali che riforniscono l’Ucraina di armi. Lo ha detto Rodion Miroshnik, ambasciatore russo incaricato di seguire i «crimini del regime di Kyiv», citato dall’agenzia Tass.
Ukrainian drones struck a series of targets across Russia and occupied territory overnight.
Drones set fire to the Galaktika shopping center in Makiivka, a former Epicentr seized by Russian forces in 2014.
Gli altri attacchi condotti dall’Ucraina nella notte
L’Ucraina non ha colpito solo in Tatarstan. Le autorità della regione di Belgorod hanno infatti denunciato la morte di una donna, uccisa in un attacco di droni contro una casa nella città di Novaya Tavoljanka. A Simferopol, città occupata dalla Russia in Crimea, ha subito in parziale blackout dopo un raid condotto con velivoli a pilotaggio remoto. Le forze ucraine hanno preso inoltre di mira le infrastrutture energetiche nell’oblast di Donetsk, dove sono stati registrati diversi incendi: uno è scoppiato in un centro commerciale nella città di Makiivka.
#BREAKING | — Ukrainian drones hit multiple targets in Russia and occupied territories overnight.
Drones struck the Galaktika shopping center in occupied Makiivka (Donetsk region), sparking a major fire. The site is a former Epicentr hypermarket seized and renamed by… pic.twitter.com/XtSUeY8T3P
La risposta russa: cinque morti nella regione di Kharkiv
Nella notte si sono verificati ovviamente anche operazioni militari da parte dei russi, che hanno provocato vittime. Un attacco di artiglieria nella regione nord-orientale ucraina di Kharkiv, in particolare contro la zona del villaggio di Bugaivka, ha causato la morte di cinque persone. Mosca ha inoltre attaccato nella notte anche Sumy con cinque bombardamenti aerei, ferendo 14 persone. Altri feriti sono stati segnalati anche a Odessa. Colpita infine anche la regione di Dnipropetrovsk.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu sarebbe disposto a dare una possibilità al piano degli Stati Uniti per Gaza. Secondo quanto riportato da Axios, gli Usa e i mediatori coinvolti nei colloqui chiedono ad Hamas di avviare il processo di disarmo. Il quotidiano riporta, citando un funzionario, che Netanyahu ha parlato telefonicamente con Jared Kushner, l’inviato di Trump, e ha promesso di dare una possibilità al piano in 15 punti, nonostante il suo scetticismo. La possibile apertura arriva dopo una netta e pubblica contrarietà espressa da Netanyahu, che contestava la tempistica proposta dal piano americano che prevede un ritiro graduale delle forze israeliane in parallelo con il disarmo progressivo di Hamas. Il premier israeliano aveva chiarito che l’esercito israeliano non effettuerà alcuna ritirata finché Hamas non sarà completamente e verificaremente disarmata.
Prima volevano “sdraiarsi”. Ora, per alcuni giovani cinesi, per riuscirci bisogna addirittura condividere il letto. Il tang ping, letteralmente “stare sdraiati”, era diventato qualche anno fa la formula con cui una parte delle nuove generazioni provava a sottrarsi alla corsa per il lavoro, la casa e il successo. Una rinuncia in parte volontaria alla competizione permanente. Col nuovo fenomeno del bed sharing ci si sdraia invece per riuscire a restare nella gara spendendo meno.
I giovani devono convivere con una nuova precarietà
A luglio, l’hashtag “condividere un letto è una difficoltà che va oltre la mia comprensione” ha superato 14 milioni di visualizzazioni sulla piattaforma social Weibo. Su Douyin, il TikTok “originale”, i contenuti collegati sono arrivati a quasi 40 milioni. Una ricerca su Xiaohongshu, il social conosciuto all’estero come RedNote, restituiva decine di migliaia di post. C’è chi divide una stanza con più persone, chi affitta un letto a turni perché lavora su orari opposti rispetto al coinquilino, chi condivide addirittura lo stesso materasso per abbassare ulteriormente il costo dell’affitto. Una pratica ancora marginale rispetto ai circa 260 milioni di affittuari cinesi, ma abbastanza diffusa da essere diventata oggetto di un dibattito nazionale e un’ulteriore fotografia delle difficoltà economiche di una parte della “generazione urbana”. Il punto non è il risparmio in sé. È il motivo per cui quel risparmio diventa necessario. Nelle grandi città gli affitti continuano ad assorbire una quota rilevante degli stipendi, mentre il mercato del lavoro resta più fragile rispetto al passato. I giovani si confrontano con salari meno dinamici, una diffusione crescente di impieghi temporanei o legati alle piattaforme digitali e aspettative molto più caute rispetto alla generazione che li ha preceduti. Ridurre anche di poche centinaia di yuan la spesa mensile significa costruire un piccolo margine di sicurezza contro la possibilità di perdere il lavoro o affrontare una spesa imprevista.
(foto di Unsplash).
La laurea non garantisce più stipendi alti e stabilità
Il letto condiviso arriva dopo una lunga sequenza di termini che hanno accompagnato il cambiamento delle aspettative delle nuove generazioni. Prima, come accennato, era virale il tang ping, lo “stare sdraiati”, come rifiuto della competizione permanente. Poi è arrivato il bai lan, il “lasciar marcire”, che esprime una forma ancora più radicale di disillusione. In mezzo il neijuan, l'”involuzione”, diventato il simbolo di una competizione sempre più intensa che produce rendimenti sempre più bassi. Il bed sharing non descrive però un atteggiamento culturale, ma una strategia di adattamento economico. Quasi una questione di sopravvivenza, mentre molti degli oltre 12 milioni di laureandi sfornati ogni anno guardano al futuro con inquietudine. Il passaggio è significativo. Per decenni il patto implicito della crescita cinese prometteva che studiare di più, lavorare di più e trasferirsi nelle grandi città avrebbe quasi inevitabilmente prodotto una vita migliore di quella dei genitori. Ora il titolo universitario non garantisce più quella traiettoria. Il settore immobiliare non offre più la stessa certezza di accumulazione patrimoniale. Il privato non garantisce stabilità. A gennaio, quasi 3,7 milioni di persone hanno partecipato a un concorso per poco più di 38 mila posti nella funzione pubblica. Dopo gli anni delle Big Tech e dell’imprenditorialità privata, torna il fascino delle cosiddette “ciotole di riso di ferro“: stipendio più basso, ma posto stabile e protezione dalle oscillazioni del mercato. La stessa ricerca di sicurezza aiuta a capire perché dividere non sia solo una curiosità da social network. Le poche centinaia di yuan risparmiati diventano una mini assicurazione contro un possibile licenziamento, una malattia, qualche mese senza stipendio. In un sistema di welfare ancora meno generoso rispetto a molte economie avanzate, l’incertezza sul reddito spinge le famiglie a proteggersi aumentando il risparmio precauzionale. È esattamente il contrario di ciò che Pechino vorrebbe ottenere quando chiede di rafforzare i consumi interni.
File per i concorsi statali in Cina (Ansa).
La Cina corre, il consumatore molto meno
Il paradosso emerge ancora meglio guardando l’altra metà dell’economia cinese. Perché mentre qualcuno divide il letto, altrove la Cina corre. E in alcuni settori lo fa molto rapidamente. Nel primo semestre del 2026 15 delle 31 economie provinciali hanno superato la crescita nazionale del 4,7 per cento, 16 sono rimaste sotto. Nelle province che crescono si concentrano i settori dei chip, della robotica, dei veicoli elettrici e dell’intelligenza artificiale, oltre alla finanza. Quelle che rimangono indietro sono invece più esposte al mattone, all’industria pesante e ai settori tradizionali. La provincia orientale dell’Anhui è forse l’esempio migliore della Cina che Xi Jinping vorrebbe costruire. Nel primo semestre, la produzione high-tech è aumentata del 44,6 per cento, quella automobilistica del 29 per cento. Le esportazioni sono cresciute del 37,6 per cento, quelle tecnologiche del 78,3 per cento. Le vendite di automobili all’estero sono più che raddoppiate. Numeri da boom industriale. Nello stesso periodo gli investimenti immobiliari della provincia sono però crollati del 33,7 per cento e le vendite al dettaglio sono aumentate appena dell’1,6. La nuova Cina corre. Il suo consumatore molto meno. E, anzi, spesso è costretto a condividere il letto. Il nuovo Piano Quinquennale 2026-2030 prova a dare delle risposte al problema. Per ridurre gli squilibri, si prevedono riforme su sanità, assistenza agli anziani, politiche per la natalità, servizi pubblici e maggiore sicurezza del reddito. Sin qui, però, le risorse restano concentrate soprattutto nei settori strategici. Secondo diversi analisti, servirebbero interventi più strutturali. Gli incentivi possono anticipare una spesa, sì, ma intervenire per esempio sul welfare modifica in modo stabile le aspettative con cui le famiglie decidono quanto conservare per il futuro.
Lo skyline di Shanghai (Ansa).
I benefici del boom dell’IA non ricadono sulle nuove generazioni
In sostanza, il modello di sviluppo cinese si sta spostando dal mattone alla tecnologia senza aver ancora trasferito abbastanza reddito e sicurezza alle famiglie. Le «nuove forze produttive» (mantra di Xi) rafforzano lo Stato nella competizione internazionale, ma non eliminano la vulnerabilità di chi vive di salari bassi, contratti a chiamata o lavoro sulle piattaforme digitali della brulicante Gig economy. Per risolvere i propri squilibri, la Cina ha bisogno di distribuire i benefici della trasformazione oltre i poli industriali e le imprese strategiche. Un problema comune anche ad altre economie dell’Asia orientale, a partire da Taiwan e dalla Corea del Sud, dove i benefici del boom dell’intelligenza artificiale non ricadono sulla popolazione più giovane. Almeno per il momento, la distanza tra chi produce le tecnologie del futuro e chi divide un letto per sbarcare il lunario sembra invece ampliarsi.
Si chiama Steve Daines e da qualche tempo è diventato uno dei grandi protagonisti nascosti delle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Il fatto che torni a Pechino, come svelato dal South China Morning Post, significa che i preparativi del nuovo summit tra Donald Trump e Xi Jinping sono entrati nella fase decisiva. Il senatore repubblicano del Montana, tra i politici più vicini al presidente americano, è atteso nella capitale cinese per un nuovo ciclo di colloqui riservati destinati a definire agenda e possibili risultati dell’incontro previsto alla Casa Bianca nella seconda metà di settembre. Una missione che arriva mentre Washington e Pechino cercano di tenere aperto il dialogo, mentre allo stesso tempo continuano ad alzare il livello dello scontro tecnologico e commerciale.
Steve Daines con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi a Pechino (Ansa).
La missione del senatore trumpiano in Cina
Negli ultimi mesi, Daines si è ritagliato un ruolo insolito nella relazione tra le due potenze. Non è un negoziatore ufficiale né un membro dell’amministrazione. È però uno dei pochi esponenti del mondo trumpiano che la leadership cinese considera un interlocutore credibile. Conosce il Paese, dove ha lavorato negli Anni 90 per la multinazionale Procter & Gamble, gode della fiducia diretta del presidente e ha costruito un rapporto personale con diversi dirigenti cinesi. A maggio era stato lui ad anticipare la visita di Trump a Pechino, contribuendo a preparare un incontro che aveva consolidato la tregua commerciale. Ora gli viene affidato un passaggio ancora più delicato: verificare quanto delle intese raggiunte negli ultimi mesi possa tradursi in annunci concreti durante il summit di Washington.
Il senatore repubblicano del Montana, Steve Daines (Ansa).
Il dossier economico per stabilizzare la tregua tariffaria
Il calendario negoziale è fitto. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng continuano a gestire il confronto economico: nei giorni scorsi si sono parlati di nuovo per stabilizzare la tregua tariffaria. Sul tavolo c’è anche un pacchetto di scambi da circa 30 miliardi di dollari, concentrato sui comparti più sensibili: terre rare, minerali critici, chip e componenti avanzati. Parallelamente prende forma un confronto sull’intelligenza artificiale, che potrebbe sfociare in un dialogo bilaterale dedicato alla sicurezza e alla governance delle nuove tecnologie. Il dossier economico resta il cuore del negoziato, ma difficilmente il summit potrà evitare i grandi temi strategici: Taiwan, la guerra in Ucraina, il Medio Oriente e la competizione nell’Indo-Pacifico.
Il segretario del Tesoro, Scott Bessent (Ansa).
Trump e l’idea di un G2 con la Cina
L’avvicinamento all’incontro tra i due leader procede però lungo una traiettoria che, almeno in apparenza, appare contraddittoria. Trump continua a descrivere Xi come un interlocutore indispensabile. Dietro i toni spesso imprevedibili del presidente americano emerge una convinzione costante: le grandi crisi internazionali possono essere affrontate solo attraverso un’intesa tra Washington e Pechino. È una visione che richiama, almeno nella sostanza, l’idea di un direttorio informale tra le due maggiori potenze mondiali. Quasi un G2, come lo ha definito più volte lo stesso tycoon. Xi risponde con un lessico diverso. Da mesi insiste sulla necessità di costruire una «relazione di stabilità strategica costruttiva». Per Pechino significa evitare che la competizione sfugga di mano, mantenere aperti i canali politici e impedire che le divergenze economiche si trasformino in una crisi sistemica.
L’incontro tra Xi e Trump a Pechino (Ansa).
Le armi negoziali (per ora congelate) di Xi
Le mosse concrete raccontano però un’altra storia. Mentre si prepara il summit, l’amministrazione Trump continua ad ampliare il contenimento tecnologico della Cina. Negli ultimi giorni sono arrivate nuove restrizioni che colpiscono il settore dei robot umanoidi e altri comparti avanzati, in continuità con una strategia che punta a rallentare l’ascesa industriale cinese attraverso controlli alle esportazioni, limitazioni agli investimenti e inserimenti nelle liste nere commerciali. Pechino ha reagito come ormai avviene da mesi. Ha denunciato le nuove misure come una violazione del consenso raggiunto dai due presidenti e ha ribadito la disponibilità a rispondere con nuove ritorsioni qualora Washington continui a utilizzare la tecnologia come strumento di pressione. Sullo sfondo resta la leva più efficace di cui dispone la Cina: il controllo di ampie quote della filiera mondiale delle terre rare e di altri materiali critici indispensabili per l’industria occidentale. La tregua commerciale non ha cancellato questa arma negoziale. L’ha semplicemente congelata.
Xi Jinping (Ansa).
La nuova grammatica diplomatica di Washington e Pechino
Insomma, la preparazione del summit non coincide con una fase di distensione. Più si avvicina l’incontro tra Xi e Trump, più entrambe le parti cercano di rafforzare la propria posizione negoziale. Washington aumenta la pressione tecnologica per arrivare al tavolo con nuove leve. Pechino preserva la capacità di incidere sulle catene di approvvigionamento globali e continua a calibrare con attenzione le proprie contromisure. Il dialogo serve a evitare una rottura. La competizione serve a negoziare da una posizione di forza. È probabilmente questa la vera novità della relazione tra le due potenze. Per diversi decenni, dialogo e confronto si sono alternati. Oggi procedono insieme. Il summit di Washington sarà costruito proprio su questo equilibrio instabile: cooperare dove conviene, competere ovunque sia possibile. Daines è diventato interprete ed emissario di questa nuova grammatica diplomatica.
Turchia, Arabia Saudita e Pakistan hanno siglato a Gedda un patto di difesa che, sul modello dell’articolo 5 della Nato, «intende rafforzare la deterrenza collettiva contro ogni forma di aggressione e prevede che qualunque attacco armato contro qualunque dei tre Stati sarà considerato come un attacco a tutti loro». Il “patto della Mecca”, questo il nome informale dell’accordo, è stato firmato da presidente turco Recep Tayyip Erdogan, dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e dal primo ministro pachistano ShehbazSharif.
L’accordo nel contesto di forti tensioni regionali
Il patto di difesa vincola le tre potenze a maggioranza sunnita in un momento di crescita di guerre e tensioni militari in Medio Oriente, in cui si inseriscono gli ultimi attacchi condotti dagli Houthi (foraggiati dall’Iran) in Arabia Saudita, che sostiene il governo dello Yemen e che di recente ha affiancato gli Stati Uniti nei raid contro la Repubblica Islamica. Una fonte vicina all’esercito di Riad ha dichiarato che la coalizione a guida saudita «non rimarrà a guardare» mentre gli Houthi intensificano i loro attacchi contro le truppe dell’esercito regolare yemenita. Il Pakistan, assieme al Qatar, ha cercato di mediare gli sforzi per porre fine alla guerra tra Usa e Iran. Quanto alla Turchia, Ankara ha svolto un ruolo diplomatico cruciale nei negoziati per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza.
Il patto resta aperto anche ad altri Paesi dell’area
Secondo il comunicato ufficiale, l’accordo è ispirato da «legami storici di lunga data, solidi vincoli di fratellanza e solidarietà islamica, interessi strategici condivisi e una cooperazione di lunga data in materia di difesa». Fonti di Ankara hanno tenuto a chiarire che l’accordo ha natura difensiva, non è diretto contro alcun attore specifico e non interferisce con altri patti (la Turchia fa parte della Nato). Il patto, inoltre, rimane aperto ad altri Paesi della regione che desiderino aderire. Al momento non è previsto l’ingresso di altri Stati nel patto, ma una fonte di Al Jazeera ha parlato dell’interesse di Egitto e Qatar.
L’Iran minaccia l’Arabia: «Il patto non vi mette al sicuro»
L’Iran ha chiarito che l’intesa con Pakistan e Turchia non metterà l’Arabia Saudita al sicuro: «Devono sapere che un accordo sulla carta non garantisce loro sicurezza, così come non l’hanno portata anni di sostegno unilaterale agli americani», ha scritto su X Ebrahim Rezaei, portavoce della commissione parlamentare iraniana per la Sicurezza nazionale e la Politica estera: «Correggete le vostre politiche, così non avrete bisogno di elemosinare sicurezza dagli altri».
سعودیها باید بدانند که توافق کاغذی با ترکیه و پاکستان برای آنها امنیتآور نیست، همانطور که سالها شیردهی یکطرفه به آمریکاییها برایشان امنیت نیاورد. سیاستهایتان را اصلاح کنید تا نیاز نباشد از دیگران #گدایی_امنیت کنید.
Un drone con detonatore e materiale esplosivo è stato trovato accanto a un cargo ucraino all’aeroporto di Lipsia-Halle. Lo riportano i media tedeschi, citando un portavoce della Nato, che sta partecipando alle indagini avviare dalla polizia tedesca. Il velivolo a pilotaggio remoto, che secondo la Bild trasportava un ordigno realizzato artigianalmente utilizzando fertilizzante e benzina, è stato sequestrato. Quello di Lipsia è lo scalo principale in Germania per la rotta verso l’Ucraina.
Russia planned a terrorist attack at Leipzig/Halle Airport in Germany
A drone carrying a package with a detonator and explosives was discovered near a parked Ukrainian Antonov Airlines cargo aircraft.
La Bild, che ha anche pubblicato delle foto del drone, scrive che il drone è stato rinvenuto sulla pista dell’aeroporto di Lipsia-Halle, nelle immediate vicinanze di un aereo ucraino Antonov, attorno alle 23:40. Dopo il ritrovamento, il drone è stato esaminato: un’analisi a raggi X ha rivelato la presenza di un detonatore al suo interno. Tuttavia, il dispositivo era difettoso, e questo ha impedito l’eventuale esplosione dell’ordigno. Dopo il ritrovamento, l’aeroporto di Lipsia è stato chiuso al traffico aereo. Di conseguenza, un cargo della DHL è stato costretto a interrompere la manovra di atterraggio e a riprendere quota. Secondo la Bild, poco dopo (a sei chilometri dallo scalo e a un’altitudine di 400 metri), il velivolo è entrato in collisione con un oggetto non identificato: il sistema di difesa anti-drone dell’aeroporto aveva infatti rilevato la presenza di due velivoli a pilotaggio remoto. La Reuters, invece, riporta che il cargo della DHL ha urtato un oggetto non identificato durante la fase di salita dopo il decollo e che questo ha reso necessario un atterraggio non programmato ad Hannover, dove è stato rilevato un danno alla parte frontale del velivolo.
Almeno 17 persone sono morte nel terzo massiccio attacco combinato di missili e droni russi sulla regione di Kyiv e sulla capitale ucraina, che ha visto la distruzione di edifici residenziali, magazzini e siti industriali. Colpita anche una stazione ferroviaria. Circa 50 i feriti. Le forze ucraine hanno abbattuto 98 dei 115 droni lanciati dalla Russia durante la notte, ma non sono state in grado di abbattere nessuno dei missili di Mosca: Volodymyr Zelensky è tornato a chiedere un maggior numero di intercettori Patriot, di fabbricazione statunitense.
As of now, 44 people have been reported injured in the massive Russian strike on Kyiv and the Kyiv region. Another 17 people, tragically, were killed. My condolences to their families and loved ones. It was a heavy strike – 24 ballistic missiles, 4 Zircon/Oniks missiles, and… pic.twitter.com/4LoHXXkt8R
— Volodymyr Zelenskyy / Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) August 5, 2026
«Gli intercettori balistici sono ciò che avrebbe potuto salvare la vita delle persone uccise oggi», ha scritto Zelensky sui social: «È fondamentale che i nostri partner comprendano che i ritardi nella fornitura di tali sistemi, o la riluttanza a fornirli, portano direttamente a perdite umane e distruzioni così terribili». Kyiv è ormai in grado di intercettare la stragrande maggioranza dei droni russi, ma dipende ancora dai rifornimenti degli alleati occidentali per contrastare i missili. Tutto questo mentre la Russia sta intensificando gli attacchi: secondo Reuters, starebbe schierando addirittura un’unità missilistica nordcoreana nell’ovest del Paese.
Mosca: «Colpite anche tre navi mercantili nel Mar Nero»
Mosca ha rivendicato di aver colpito «centri di trasporto, logistica e distribuzione» nella città e nella regione di Kyiv, «coinvolti nello stoccaggio e nella consegna di armi e materiale militare di vario genere, nonché nella produzione e distribuzione di droni». Il ministero della Difesa russo, inoltre, ha dichiarato di aver bombardato tre navi mercantili che trasportavano armi nel Mar Nero, a sud di Odessa.
Abdul El-Sayed è sempre più vicino alla vittoria delle primarie democratiche in Michigan. Secondo le proiezioni di Nbc News è lui il vincitore della consultazione, mentre altri siti parlano ancora di testa a testa con la sfidante Haley Stevens, pur con un leggero vantaggio di El-Sayed. Progressista e filopalestinese appoggiato da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, in caso di vittoria consoliderebbe la presenza nel Midwest della sinistra progressista in vista delle elezioni di midterm di novembre. Secondo la Cnn, i due candidati sono separati da poco meno di 25 mila voti. Se le proiezioni della Nbc verranno confermate, El-Sayed affronterà l’ex deputato Mike Rogers, che ha ottenuto la nomination repubblicana senza opposizione. La loro sfida di novembre si preannuncia come una delle più competitive del Paese e potrebbe determinare quale partito controllerà il Senato.
Chi sono i due candidati
El-Sayed, ex direttore sanitario della contea di Wayne, ha costruito la sua campagna su temi come il progetto di una sanità pubblica universale (Medicare for all), la riforma del finanziamento delle campagne elettorali e la richiesta di interrompere gli aiuti militari statunitensi a Israele. Stevens, alla sua quarta legislatura alla Camera, ha invece puntato sul rilancio dell’industria manifatturiera e dell’economia del Michigan. Ha inoltre ricordato le sue precedenti vittorie in collegi considerati difficili, sostenendo di essere la candidata più competitiva per battere il candidato repubblicano alle elezioni generali.
Stati Uniti, Iran e Oman sono vicini a un accordo provvisorio per la riapertura dello Stretto di Hormuz. Lo riporta Axios citando due fonti della regione e un funzionario statunitense, aggiungendo che Washington punta ad annunciare l’accordo nelle prossime ore. La notizia è stata confermata dal presidente americano Donald Trump, secondo cui un’intesa potrebbe essere raggiunta «domani o dopodomani», ovvero oggi o giovedì. Il tyccon ha spiegato che martedì si è tenuta una «negoziazione durata tutto il giorno» con l’Iran. «Stiamo avendo ottime discussioni. L’unica cosa che conta è agire. E loro vogliono raggiungere un accordo. Vedremo cosa succederà. Ho tutto il tempo che mi serve», ha detto ai giornalisti prima di salire sul suo Air Force ONe. In un’intervista a Fox News ha aggiunto: «Li abbiamo colpiti molto duramente. Ma il colpo più duro deve ancora arrivare e spero che non dovremo usarlo. Spero di no, stiamo avendo ottime discussioni. Non amano ammetterlo».
C’è uno strano filo rosso che lega la crisi di Ceuta agli Usa, a Israele e persino all’impopolarità di Donald Trump. La questione migratoria rimane al centro delle agende dei governi di mezzo mondo. Ma soprattutto è uno strumento di propaganda e pressione, come si è visto con l’exclave spagnola.
Trump potrebbe usare la crisi di Ceuta in chiave anti-Ue
Meno trasparente è il ruolo che potrebbero aver giocato attori esterni. L’arrivo improvviso di 60 mila persone è parso a molti qualcosa di organizzato. Da lì le speculazioni. Va detto subito: pistole fumanti non ce ne sono, ma gli indizi abbondano. Il tema interessa molto l’amministrazione Trump. Il 3 agosto, parlando dallo Studio Ovale, il tycoon è tornato ad attaccare il Vecchio Continente: «Due cose stanno uccidendo l’Europa: l’immigrazione e l’energia». Da qui il sospetto che gli Stati Uniti possano approfittare della crisi migratoria per spingere le forze populiste in chiave anti-Ue: Rassemblement National in Francia, Reform UK nel Regno Unito, Vox in Spagna, AfD in Germania e magari Futuro Nazionale in Italia dopo la fine della luna di miele con Giorgia Meloni. Ceuta, in questo senso, potrebbe essere vista come il caso di studio perfetto. E per capirlo bisogna vedere sia che cosa hanno votato i deputati americani al Congresso, sia che cosa scrive l’intellighenzia conservatrice, senza dimenticare i legami personali della famiglia Trump con l’alleato marocchino. Ma andiamo con ordine.
Il leader di Vox, Santiago Abascal (Ansa).
L’interesse del Gop per le exclavi spagnole
Qualche giorno fa, il deputato ribelle del Gop Thomas Massie ha ricordato ai colleghi, stupiti e indignati per Ceuta, il voto sul provvedimento H.R. 8595 del 15 luglio scorso. La legge si occupa di stanziamenti per la sicurezza nazionale, ma è tra le pieghe che bisogna leggere. Allegato al provvedimento c’è un rapporto della Commissione Bilancio della Camera che parlava esplicitamente delle exclavi spagnole: «Il Comitato prende atto della storica alleanza tra gli Stati Uniti e il Marocco e osserva che le città di Ceuta e Melilla, amministrate dalla Spagna, si trovano in territorio marocchino. Il Comitato sostiene gli sforzi del Segretario di Stato volti a incoraggiare il dialogo diplomatico tra il Marocco e la Spagna in merito al futuro status».
Don’t fall for the fake Fox/GOP outrage. Two weeks ago the House passed a bill that greenlighted the transfer of Spanish territory to Morocco. Every Republican except me voted for it, but now THEY are acting shocked at the invasion.https://t.co/a7ROEAtoODhttps://t.co/886sJycfeLpic.twitter.com/dK5vqMA2Vu
In sostanza, una presa di posizione contro Madrid. Ma di chi sono le impronte su questo documento? Il dossier porta la firma di uno stretto alleato del segretario di Stato Marco Rubio, il deputato della Florida Mario Díaz-Balart, vicecapo della commissione per gli Stanziamenti. Lo scorso aprile, in un’intervista alla stampa spagnola, Díaz-Balart aveva detto chiaramente che per lui Ceuta e Melilla «non si trovano nel territorio geografico della Spagna ma in Marocco». Díaz-Balart è anche l’anello di congiunzione tra Stati Uniti, Marocco e Israele. L’anno scorso, insieme a Rubio, aveva incontrato a Washington il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita e in più di un’occasione ha rimarcato il suo sostegno al riconoscimento della sovranità marocchina nel Sahara Occidentale. Il deputato è poi un attivo sostenitore di Israele e, secondo la piattaforma Track AIPAC che traccia i fondi della potente lobby AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), ha ricevuto oltre un milione di dollari negli ultimi due anni.
da TrackAiPac.
Il sostegno “culturale” al Marocco ai danni di Madrid
In questo sistema c’è anche un pezzo del pensiero conservatore che dà sostanza all’appoggio al Marocco ai danni della Spagna. È il caso di Michael Rubin, ex funzionario del Pentagono ai tempi dell’amministrazione Bush durante la guerra in Iraq e oggi prolifico autore per il think tank conservatore American Enterprise Institute (Aei). Il 16 marzo scorso, in un articolo, Rubin sosteneva che re Mohammed VI dovesse «recuperare lo spirito della Marcia Verde per completare l’espulsione dei coloni spagnoli dal suolo marocchino», un chiaro riferimento a quando migliaia di marocchini occuparono il Sahara Occidentale nel 1975. Dieci giorni dopo, Amine Ayoub, analista del think tank conservatore Middle East Forum e di base in Marocco, scriveva sul giornale israeliano Ynetcome Israele possa aiutare Rabat a reclamare Ceuta e Melilla: «Aiutare il Marocco a recuperare Ceuta e Melilla punirebbe un membro della Nato che ha ripetutamente scelto l’ostruzionismo anziché la collaborazione nei momenti più critici dell’alleanza».
Re Mohammed VI con Pedro Sanchez nel febbraio 2024 (Ansa).
La cooperazione militare tra Washington e Rabat
C’è infine un ultimo livello: l’idea degli Usa che il Marocco possa essere fonte di stabilità per tutta l’area. Tra aprile e luglio, i due Paesi hanno firmato intese-quadro sulla cooperazione militare. Legami che riguardano anche figure precise, come Fouad Ali El Himma, uno dei consiglieri più fidati di Mohammed VI. Descritto in alcuni circoli del potere marocchino come «viceré», sarebbe l’architetto dell’”invasione” di Ceuta. Come ha scritto Euronews, El Himma avrebbe già in passato teorizzato l’uso del caos migratorio per scopi politici. Il consigliere del re sarebbe entrato nelle grazie di Trump tramite il genero di quest’ultimo, Jared Kushner, incontrato più volte fin dal 2019. Il viceré sarebbe anche l’artefice della svolta americana sulla sovranità marocchina nel Sahara Occidentale e la firma degli accordi di Abramo con Israele.
Sanchez è da tempo nel mirino
Senza scivolare in facili complottismi, una delle ipotesi principali è che l’azione sia stata diretta da Rabat. I reporter del New York Times nei primissimi giorni dell’emergenza, hanno scoperto, parlando con diversi migranti entrati a Ceuta, che molti si sono mossi su impulso delle stesse autorità marocchine. L’ipotesi è che l’operazione sia legata tanto a fattori interni (il 26 settembre ci saranno le elezioni legislative in Marocco) quanto a fattori esterni, come il riavvicinamento della Spagna all’Algeria. Il tutto potrebbe poi essere avvenuto con una sorta di luce verde informale dalla Casa Bianca in convergenza con gli interessi israeliani, che vedono nel governo di Pedro Sanchez una spina nel fianco su diversi dossier, come la spesa per la Nato e la guerra in Iran, e più in generale per il suo ruolo nella sinistra internazionale.
Pedro Sanchez (Ansa).
Il metodo MAGA sull’immigrazione non paga
In questo quadro l’immigrazione diventerebbe quindi un’arma per colpire l’Europa e dare munizioni alle destre europee, che a loro volta potrebbero affrontare il dossier con metodi MAGA. Peccato però che la brutalità non paghi. Pensiamo alla remigrazione di Roberto Vannacci, proposta che ricorda le deportazioni dell’ICE negli Usa. Eppure, pare che agli americani questo piglio brutale piaccia sempre meno. Secondo un sondaggio del portale Strength in Numbers, solo in 16 Stati su 50 la politica della Casa Bianca fa breccia. Il gradimento delle deportazioni è in territorio negativo in 34 Stati, inclusi territori repubblicani come Florida, Texas, Iowa e Alaska. Secondo un sondaggio Ipsos pubblicato il 3 agosto, solo il 38 per cento degli americani approva la gestione trumpiana dell’immigrazione, mentre il 42 per cento la disapprova nettamente. Il caso americano contiene quindi un avvertimento per le destre che puntano a conquistare l’Europa. Usare l’immigrazione come arma geopolitica e carburante elettorale produce consenso nel breve periodo. Ma quando gli slogan diventano politiche concrete, il prezzo umano e sociale del pugno duro rischia di allontanare proprio una parte degli elettori che quelle promesse avevano contribuito a mobilitare. Soffiare sul fuoco è facile; governare l’incendio lo è molto meno.
In conferenza stampa a Bruxelles al termine della videocall dei ministri dell’Interno dell’Ue, il commissario europeo agli Affari Interni e alle Migrazioni Magnus Brunner ha escluso «un legame diretto tra le regolarizzazioni e gli accadimenti di Ceuta». Al tempo stesso, ha anche affermato che la maxi-sanatoria per i migranti della Spagna «non è un buon segnale» per gli altri Paesi dell’Ue: «Capisco che è competenza nazionale e che è stata fatta perché si tratta principalmente di latinoamericani, che parlano la stessa lingua e hanno la stessa cultura, ma il messaggio per il resto d’Europa non è positivo. Proprio no».
Pedro Sanchez (Ansa).
Brunner: «Legittimi i centri per il rimpatrio in Paesi extra-Ue»
«L’integrità dell’area Schengen è stata preservata», ha poi detto Brunner, sottolineando che «praticamente tutti coloro che sono entrati a Ceuta sono ora rientrati» e che «nessuno ha attraversato il confine verso la Spagna continentale e l’Europa continentale». Crisi migratoria dunque «risolta», almeno per il momento. Brunner si è poi soffermato sulla possibile creazione di hub per il rimpatrio in Paesi terzi sicuri, principalmente africani, parlando di opzione «legittima» per gli Stati che intendono perseguirla: «Sono stati menzionati da alcuni Paesi membri, in particolare da quelli che li stanno predisponendo o che stanno preparando i negoziati con Paesi terzi in merito a questi centri. Il progetto Italia-Albania è diverso. È un progetto italiano». Successivamente ha aggiunto: «Concentriamoci anche sul concetto di Paese terzo sicuro. Il che significa che la procedura di asilo può effettivamente essere svolta al di fuori dell’Unione europea, laddove il concetto di Paese terzo sicuro lo consente».
L’Unione europea fa quadrato attorno a Madrid dopo Ceuta
Il Consiglio Ue ha parlato di «visione condivisa sulla necessità di continuare a combattere senza tregua il traffico di migranti, di potenziare i rimpatri, di rafforzare le frontiere, di instaurare partenariati solidi con i Paesi terzi e di migliorare la capacità di previsione», aggiungendo poi: «I ministri hanno sottolineato che la comunicazione dovrebbe essere più coordinata e più coerente, soprattutto per contrastare attori esterni malintenzionati impegnati nella manipolazione delle informazioni e nelle interferenze dall’estero». Sostanzialmente l’Ue ha fatto quadrato attorno a Madrid, ribadendo che la gestione delle migrazioni è compito dell’intera Unione europea.
Fernando Grande-Marlaska (Ansa).
La Spagna: «Incomprensibile la decisione italiana su Schengen»
Prosegue intanto la diatriba tra Spagna e Italia innescata dalla crisi di Ceuta. Dopo la videocall, il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska ha dichiarato: «Sono entrati illegalmente 72 mila migranti. Di questi 70 mila hanno fatto rientro in Marocco. Non ho compreso la chiusura di Schengen da parte dell’Italia, mi è sembrata totalmente priva di necessità e proporzionalità. Vediamo che succede, se ci sarà un ripensamento. Non c’è stato alcun rischio di movimento secondario, avendo Ceuta un regime speciale». Nel corso della riunione, Matteo Piantedosi ha affermato il ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere interne «non è stata in alcun modo di una misura rivolta contro la Spagna», bensì «una scelta di natura cautelare e organizzativa, intesa a tutelare la sicurezza nazionale e la tenuta dell’intero sistema europeo dei controlli in un momento di forte sollecitazione, come avvenuto in tantissimi altri casi».
Iran e Oman sono vicini all’intesa sul traffico marittimo nello stretto di Hormuz. Lo scrive il New York Times, citando funzionari iraniani e statunitensi. L’accordo prevede «tariffe di servizio» che sarebbero poi utilizzate per «coprire l’impatto ambientale del traffico marittimo, la sicurezza delle navi cargo e delle petroliere e del personale». Non sembra esserci una differenza sostanziale con i paventati pedaggi, ma l’espressione «tariffe di servizio» pone meno problemi rispetto al diritto internazionale e al memorandum d’intesa siglato a giugno da Iran e Stati Uniti. Secondo le fonti iraniane del Nyt, i ricavi verrebbero divisi equamente tra Teheran e Muscat. In base all’intesa, poi, le navi in entrata nel Golfo Persico utilizzerebbero una rotta controllata dall’Iran e vicina alle sue coste, mentre quelle in uscita navigherebbero su una più prossima all’Oman. Un funzionario statunitense ha però affermato che la versione iraniana «non è accurata», spiegando che non tutte le rotte richiederebbero l’approvazione dei pasdaran e in alcuni casi non sarebbero previste tariffe di transito.
Oggi è il giorno della riunione straordinaria in videoconferenza del Consiglio Ue informale Interni convocata dalla presidenza irlandese dopo la crisi migratoria di Ceuta, anche in risposta alla lettera promossa Italia e Danimarca e sottoscritta da altri 20 Stati membri. Una missiva ha evidenziato le differenze di vedute dei Ventisette. Matteo Piantedosi, che rappresenta il governo Meloni, dovrebbe presentare la proposta di Roma per la creazione entro il 2027 di hub di rimpatrio in Paesi extra-Ue.
Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).
L’Europa è divisa dopo la crisi di Ceuta
La lettera scritta dalla premier italiana Giorgia Meloni e dall’omologa danese Mette Frederiksen, che chiede una risposta coordinata dopo i fatti di Ceuta, è stata appoggiata in tutto da 22 Paesi. Oltre alla Spagna, tra i firmatari non figurano Francia e Portogallo (i due Paesi confinanti), e nemmeno Irlanda e Lussemburgo. Da una parte, 22 Stati chiedono un rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne, contestando le politiche spagnole di regolarizzazione dei migranti. Dall’altra, Madrid continua a denunciare la scarsa solidarietà mostrata da alcuni partner Ue. Italia in primis.
Cosa chiedono i 22 Paesi firmatari
I 22 Stati firmatari chiedono di rafforzare il controllo delle frontiere esterne, di aumentare il sostegno a Frontex (l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) e di intensificare la cooperazione con il Marocco. La lettera invita inoltre l’Ue a contrastare le politiche nazionali che possano funzionare come fattori di attrazione e produrre conseguenze anche negli altri Paesi europei. Si tratta di un evidente riferimento alla maxi-sanatoria avviata dal governo diPedro Sanchez per centinaia di migliaia di extracomunitari già presenti in Spagna. Da parte sua, Ursula von der Leyen ha ribadito che l’Ue è al fianco di Madrid, richiamando i Ventisette all’unità sul tema.
Le critiche a Sanchez per la maxi-sanatoria
Il governo Sanchez ha avviato a metà aprile una nuova regolarizzazione di persone immigrate già presenti in Spagna. In due mesi sono arrivate più di un milione di domande, mentre Madrid aveva inizialmente stimato tra le 500 mila e le 750 mila persone interessate. La maxi-sanatoria, diventata terreno di scontro tra l’esecutivo e l’opposizione e tra la Spagna e buona parte dell’Ue, riguarda migranti già presenti in Spagna, in grado di dimostrare almeno cinque mesi di residenza continuativa al primo gennaio scorso e senza precedenti penali. Soprattutto latinoamericani, ha spiegato Sanchez, spesso impiegati in maniera irregolare, da stabilizzare e integrare. Il capo della Moncloa respinge il collegamento tra la sanatoria e la crisi di Ceuta, sostenendo che lo straordinario afflusso di migranti nell’exclave spagnola sia stato alimentato da informazioni false diffuse sui social media e dalle reti dei trafficanti.
Agenti della Guardia Civil a Ceuta (Ansa).
La posizione dell’Italia, ai ferri corti con la Spagna
Tornando all’Italia, protagonista di un duro botta e risposta con la Spagna sul tema migranti, Roma chiederà di sveltire le procedure la costruzione di centri di rimpatrio dei migranti fuori dai confini dell’Ue sul “modello Albania”, ma finanziati almeno in parte dall’Unione europea e localizzati perlopiù in Africa. Ci sarebbe già una lista preliminare di Paesi che potrebbero essere coinvolti: Ruanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Etiopia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia e Montenegro. L’Italia dovrebbe anche chiedere l’attuazione stringente del programma Gsp+, che sarà in vigore dal primo gennaio del 2027 e che lega i vantaggi daziari per i Paesi in via di sviluppo all’effettiva collaborazione nel riammettere i propri cittadini che soggiornano illegalmente nell’Unione europea.
Nel 2021 Capital One decise di chiudere oltre 300 conti riconducibili alla Trump Organization a seguito di una verifica antiriciclaggio riguardante l’azienda di famiglia del presidente Usa. Lo ha reso noto la banca d’affari statunitense, nel tentativo di far archiviare la causa intentata a marzo del 2025 dal Donald J. Trump Revocable Trust e da Eric Trump davanti a un tribunale della Florida, a cui si sono in seguito accodati anche DJT Holdings, DJT Holdings Managing Member e DTTM Operations, tutti convinti che Capital One avesse agito per motivi politici.
Donald Trump (Ansa).
Le società legate a Trump avevano parlato di una decisione politicamente orientata da parte di Capital One, incompatibile con le norme invocate a tutela dei consumatori e contro le pratiche commerciali ingannevoli, sostenendo che il debanking era avvenuto a causa delle convinzioni woke dell’istituto e dal suo desiderio di trarre profitto dal clima politico successivo all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Capital One, invece, sostiene che la chiusura dei conti sia avvenuta dopo attente analisi affidate a professionisti dell’antiriciclaggio, nel rispetto delle procedure aziendali e delle indicazioni delle autorità di vigilanza.
PRECISAZIONE
Si tratta della prima volta che una banca collega formalmente dei sospetti di riciclaggio all’azienda di famiglia di Trump. Ma, va sottolineato, Capital One non ha accusato la holding di alcuna attività illegale: semplicemente, la banca ha spiegato che alcuni schemi transazionali emersi dall’indagine erano rientrati tra quelli che le indicazioni federali sottopongono a particolare attenzione. Convinto che ciò non corrisponda a verità, ad agosto 2025 Trump ha firmato un ordine esecutivo secondo cui le decisioni delle banche devono poggiare su valutazioni individuali, oggettive e basate sul rischio, non sulle opinioni politiche o religiose dei clienti.