Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile

Partiamo da dove siamo rimasti, cioè dal distributore sotto casa. Benzina a 1,88 euro al litro e in salita da nove giorni, perché il 3 luglio il governo ha lasciato scadere il taglio delle accise senza dire una parola. Tempismo perfetto: proprio mentre il Brent sfondava gli 85 dollari, più 10 per cento in una settimana, sull’ennesima fiammata dello Stretto di Hormuz. Da quel braccio di mare, prima della guerra, passava un quinto del petrolio mondiale. Oggi il traffico si è quasi fermato: sei transiti in 12 ore, contro i 18-22 al giorno di inizio mese. E Teheran punta i piedi: lo stretto resterà chiuso fino a che non cesseranno le aggressioni degli Usa.

L’ultima trovata di Trump e l’imbarazzo di Rubio

Ed è qui che lunedì Donald Trump ha piazzato la sua ultima trovata con tradizionale retromarcia. Su Truth Social si è autoproclamato, maiuscole sue, «GUARDIANO DELLO STRETTO DI HORMUZ», annunciando il ritorno del blocco navale contro l’Iran. E siccome ogni guardiano che si rispetti presenta la parcella, eccola: il 20 per cento del valore di ogni carico in transito, «per una questione di EQUITÀ». Venti giorni fa il suo segretario di Stato, Marco Rubio, spiegava che «a nessun Paese è permesso far pagare pedaggi o commissioni su una rotta internazionale, lo dice il diritto internazionale». Lo diceva contro Teheran. Il suo presidente ha tentato di fare esattamente ciò che Rubio bollava come illegale, e Lula, da San Paolo, gli ha ricordato il nome tecnico dell’operazione: «Questo una volta si chiamava pirateria».

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile
Marco Rubio (Imagoeconomica).

Un precedente rischioso

A Teheran, ovviamente, hanno brindato. Il ministro degli Esteri Araghchi ha risposto su X con un sarcasmo che vale un trattato: «Il presidente degli Stati Uniti ha assolutamente ragione. Chiunque fornisca un passaggio sicuro alle navi dev’essere compensato. L’Iran è sempre stato il guardiano dello stretto e lo resterà per sempre. Il 20 per cento è ovviamente troppo: noi saremo corretti». Tradotto: Washington ha appena legittimato la tesi iraniana del pedaggio.

L’Organizzazione marittima internazionale ha ribadito che «non esiste alcuna base legale per pedaggi obbligatori in uno stretto internazionale», ma il precedente rischiava di essere fissato e valere per chiunque controlli un collo di bottiglia: la Russia nell’Artico, la Cina intorno a Taiwan, la Turchia sul Bosforo.

Colpo di TACO: niente pedaggio ma accordi con il Golfo

La retromarcia, puntuale, è arrivata 25 ore dopo, poco prima dell’entrata in vigore della tassa: niente più pedaggio, ha annunciato Trump, ma «accordi commerciali e di investimento» che i Paesi del Golfo faranno negli Stati Uniti. «Enormi», naturalmente. Quali, non è dato sapere. Anche perché Emirati, Arabia Saudita e Qatar avevano già promesso a Washington, prima della guerra, qualcosa come 3.600 miliardi di dollari di investimenti. Karen Young, della Columbia University, l’ha definita «più sceneggiata che strategia, un modo per salvare la faccia». Resta il concetto, che è identico: chi protegge incassa. Prima in contanti, ora in natura. E il blocco navale sui traffici iraniani, quello, parte lo stesso.

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile
Donald Trump e Mohammed bin Zayed (Ansa).

I conti dell’armatore

Ma lasciamo per un attumo la geopolitica per fare i conti come li fa chi una nave la deve far passare davvero. Chi spedisce merce via mare assicura il carico al 110 per cento del valore, per coprire anche le perdite conseguenti. Prima della guerra il premio war-risk per Hormuz era una frazione di punto percentuale; oggi viaggia tra il 2 e il 6 per cento del valore della nave, con il 5 che sta diventando la nuova normalità. Già così è uno shock. Il pedaggio di Trump, però, giocava in un altro campionato: il 20 per cento del valore del carico supera il margine commerciale di quasi qualunque merce. Non è un costo che si assicura o si spalma sul nolo: è la chiusura commerciale della rotta travestita da tariffa. Ecco perché è morto in 25 ore: non c’era armatore al mondo disposto a pagarlo. E in cambio di quale protezione, poi? Il collaudo c’è già stato ed è finito malissimo. Lunedì due petroliere degli Emirati, la al-Bahiya e la Mombasa, hanno attraversato lo stretto scortate dalle navi da guerra americane. I missili dei Pasdaran le hanno colpite lo stesso, in acque omanite: un marittimo indiano morto, otto feriti, incendi a bordo. Un servizio di sicurezza che costa il 20 per cento e non ferma nemmeno un missile: neanche le organizzazioni a cui questo schema somiglia osano tanto. Le compagnie di navigazione, che non leggono i tweet ma le polizze, avevano già deciso: si sta alla larga.

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile
Petroliera nello stretto di Hormuz (Ansa).

Il nodo energetico e le ricadute economiche

Dal mare alle nostre tasche il passo è breve. I noli container sono esplosi: più 75 per cento dalla Cina alla costa Est americana, più 51 verso il Nord Europa, più 45 verso il Mediterraneo. Per un Paese come l’Italia, che importa materie prime e riesporta manufatti, la logistica morde due volte, all’andata e al ritorno. E il gas non aiuta: il Ttf resta sopra i livelli di febbraio per il quarto mese consecutivo, il che significa bollette che non scendono proprio mentre i consumi delle famiglie si stanno già restringendo. Il capo economista della Bce, Philip Lane, ha già avvertito che i rincari energetici non si sono ancora scaricati del tutto su alimentari e servizi. Figuriamoci quelli nuovi. La Banca d’Italia lo ha scritto nero su bianco: se l’energia continua a salire, crescita zero nel 2026 e recessione nel 2027. Mentre il dibattito pubblico italiano si avvita sulla riforma della legge elettorale e sull’emergenza sicurezza, l’emergenza vera viaggia su una petroliera che non parte: bollette, carrello, cassa integrazione. Il verdetto arriva il 10 agosto, con il dato Istat sulla produzione di giugno. Sotto l’ombrellone, come da tradizione. Quando la chiameranno «crisi imprevedibile», ricordatevi che era stata scritta in questi giorni.

Lo stretto di Hormuz resterà chiuso fino a che non cesseranno le aggressioni Usa

Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dell’Iran (Irgc) ha annunciato che lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso fino alla fine degli «atti di aggressione» statunitensi, secondo una dichiarazione trasmessa dalla televisione di Stato iraniana Irib. Negli ultimi giorni Washington ha lanciato una serie di attacchi contro l’Iran e ha ripreso il blocco dei suoi porti. L’Irgc ha anche dichiarato di aver colpito alcune installazioni utilizzate dalla Quinta flotta statunitense in Bahrein. Nonostante il blocco dello stretto, Trump non è comunque intenzionato a cessare gli attacchi contro Teheran: «Continueranno finché non dirò basta. L’energia la lascerò per ultima. La prossima settimana colpiremo le centrali elettriche e i ponti»

Incendio in un edificio nel centro di Bruxelles: numerose vittime

Un incendio si è sviluppato nella torre Oxy, complesso residenziale del centro di Bruxelles la cui ristrutturazione si era conclusa recentemente: le vittime accertate sono quattro. Ma ci sono anche diversi dispersi. Secondo quanto riportato da Le Soir, nella mattinata era divampato un piccolo rogo al secondo piano dell’edificio, poi spento: ma le fiamme sarebbero riuscite a propagarsi nel vano ascensore, provocando un incendio al suo interno. Alcune persone, infatti, sono state rinvenute senza vita proprio in un ascensore del complesso. Proseguono le ricerche dei dispersi: potrebbero trovarsi in un secondo ascensore che i vigili del fuoco non sono ancora riusciti a raggiungere. Diversi i feriti: due persone con ustioni sono state trasportate all’Ospedale Militare di Neder-over-Heembeek. Le cause dell’incendio sono ancora in fase di accertamento.

Cos’è “Pickaxe Mountain”, il sito iraniano che Trump minaccia di attaccare

«Colpiremo Pickaxe Mountain. Dite agli iraniani di tenersi pronti». Lo ha detto Donald Trump, avvertendo che gli Stati Uniti intendono continuare a infliggere duri colpi alla Repubblica Islamica: «Lo stiamo tenendo d’occhio. Probabilmente faremo un tentativo relativamente presto». Dopo le affermazioni del presidente Usa, Teheran ha affermato di essere pronta a «dare una risposta devastante» agli Stati Uniti: «A pagare il prezzo saranno i soldati americani e i loro partner regionali», ha detto una fonte iraniana alla Cnn. Ecco cos’è il sito conosciuto come “Pickaxe Mountain”, che Trump ha messo nel mirino.

Dove si trova Pickaxe Mountain e i tunnel al suo interno

Pickaxe Mountain, in italiano “Montagna del Piccone”, è il nome con cui Washington indicano il monte Kuh-e Kolang Gaz (in farsi “Cappello del giudice”), che si trova a 30 chilometri a sud di Isfahan, nei pressi dell’impianto iraniano di arricchimento dell’uranio di Natanz: si tratta di un sito fortemente fortificato, che ospita due complessi di tunnel situati a grande profondità (fino a quasi mille metri) nel sottosuolo.

I sospetti di Washington e la versione di Teheran

I servizi di intelligence americani sospettano che il regime iraniano stia cercando di costruire all’interno di Pickaxe Mountain un impianto per l’arricchimento dell’uranio, che fungerebbe da «garanzia strategica» per il suo programma nucleare. All’avvio dei lavori nel 2020, Teheran ha informato l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica che il sito sarebbe stato destinato esclusivamente alla produzione di nuove centrifughe. Da allora l’Iran non ha cambiato versione, ma ha sempre negato all’Aiea l’accesso all’impianto: la circostanza alimenta i sospetti che Pickaxe Mountain sia un sito destinato alla fase più avanzata di arricchimento dell’uranio, fino al raggiungimento della purezza necessaria per la costruzione di bombe nucleari. Si ritiene inoltre che l’Iran vi abbia già trasferito materiali altamente arricchiti.

Il sito sarebbe a prova di bombe guidate anti-bunker

I rapporti dell’intelligence statunitense indicano che la struttura è stata scavata in profondità all’interno della montagna, sotto centinaia di metri di solido granito, in modo da proteggerla dalle potenti bombe guidate anti-bunker Massive Ordnance Penetrator, usate già contro gli impianti atomici di Fordow, Esfahan e Natanz. Secondo la maggior parte degli esperti militari, per “disattivare” il sito di Pickaxe Mountain occorrerebbe piazzare esplosivi ad alto potenziale direttamente dentro al sito, all’interno della montagna.

L’Ue apre nuovo cluster nei negoziati di adesione con l’Ucraina

L’Ue ha aperto il cluster 6, dedicato alle relazioni esterne, nei negoziati di adesione con l’Ucraina. La decisione è stata formalizzata martedì 14 luglio 2026 in occasione della terza Conferenza di adesione Ue-Ucraina. «Con l’apertura del cluster 6, il Consiglio ha dimostrato l’impegno dell’Ue nei confronti dell’allargamento», ha dichiarato il ministro irlandese per gli Affari europei, Thomas Byrne, a nome della presidenza di turno dell’Ue. Byrne ha definito la decisione «un’importante pietra miliare» nel percorso di adesione di Kyiv, ricordando che si tratta del secondo cluster aperto dall’Ue con l’Ucraina, dopo il cluster 1 sui fondamentali.

Kyiv: «Realistico completare il lavoro tecnico per l’adesione Ue entro il 2027»

«Il nostro piano non cambia, entro la fine del 2027 vogliamo adottare e iniziare ad attuare tutta la legislazione necessaria» per aderire all’Ue. Lo ha dichiarato il vice primo ministro ucraino per l’Integrazione europea ed euro-atlantica, Taras Kachka, rispondendo in conferenza stampa a una domanda sui tempi del percorso di adesione di Kyiv. Kachka ha sottolineato che l’Ucraina «non parte da zero», avendo già raggiunto «un elevato livello di recepimento dell’acquis europeo» attraverso l’attuazione dell’Accordo di associazione con l’Ue. Secondo il vicepremier, l’apertura dei cluster rappresenta «l’ingresso nella fase finale dei negoziati», quella in cui l’Ucraina potrà dimostrare di aver soddisfatto tutti i requisiti richiesti. Sull’apertura dei prossimi, ha aggiunto, «tutti i documenti sono pronti» e la decisione dipende ora dall’unità dei 27 Stati membri. «Tutte le istituzioni sono operative e le riforme strutturali stanno producendo risultati», ha affermato, evocando in particolare la riforma della giustizia. «È questo», ha concluso, «il punto di partenza che rende ragionevole la nostra ambizione di completare tutto entro la fine del prossimo anno».

Al via a Roma il nuovo round di negoziati diretti tra Israele e Libano

Al via oggi – 14 luglio – a Roma il nuovo round di negoziati diretti tra Libano e Israele, che si tengono sotto l’egida degli Stati Uniti (si terranno nell’ambasciata Usa). Dopo cinque tornate di colloqui a Washington, Beirut e Tel Aviv hanno raggiunto un accordo quadro per una «pace duratura» il 26 giugno, dopo l’entrata in vigore di un fragile cessate il fuoco tra l’esercito di Israele e Hezbollah: il movimento sciita, sostenuto dall’Iran, ha però respinto l’intesa, soprattutto a causa del nodo del ritiro dell’IDF dal Libano.

Il nodo del ritiro delle truppe israeliane dal Libano

La presidenza libanese ha spiegato che Hezbollah ha chiesto alla delegazione di Beirut «di esigere l’immediato ritiro delle forze israeliane da due zone pilota prima di qualsiasi ulteriore discussione». Una questione, questa, che è stata affrontata nel corso di colloqui che avviati nel fine settimana in Libano da una delegazione militare americana e dall’esercito regolare del Paese dei cedri. Da quanto filtra, Israele è disposto a ritirarsi gradualmente, a condizione che Hezbollah nelle aree evacuate non sia presente Hezbollah e che l’esercito libanese abbia le capacità (e l’intenzione) necessarie per mantenere tali settori demilitarizzati, impedendo qualsiasi ritorno del movimento sciita. Nel frattempo, l’IDF sta proseguendo con i raid nel sud del Libano contro i villaggi occupati da Hezbollah.

Usa-Iran, altra notte di attacchi: colpite due petroliere, un morto

Trump ha annunciato al Congresso americano la ripresa della guerra contro l’Iran: «Sarà molto veloce. Colpiremo tutte le loro capacità che hanno a che fare con Hormuz e anche l’impianto nucleare di Pickaxe Mountain». E ancora: «Hanno rotto l’accordo, hanno scoperto che c’era qualcosa che non gli piaceva e noi non intendiamo accettarlo. Alla fine finiremo per controllare tutto quello che stanno facendo, è folle e molto stupido».

Attacco iraniano contro due petroliere emiratine

Nella terza notte consecutiva di raid americani, Teheran ha attaccato due superpetroliere emiratine causando un morto – un membro dell’equipaggio – e otto feriti. L’ha confermato il ministero degli Esteri degli Emirati in una nota: «Le petroliere nazionali Mombasa e al-Bahiyah sono state colpite da due missili da crociera iraniani mentre transitavano nella rotta di navigazione meridionale dello Stretto di Hormuz, nelle acque territoriali dell’Oman. L’attacco ha causato la morte di un membro dell’equipaggio indiano a bordo della petroliera Mombasa e il ferimento di altri otto, quattro dei quali in modo grave. Tra i feriti, sei sono indiani e due ucraini. Questo flagrante attacco è considerato una grave e chiara violazione del diritto internazionale, che minaccia la sicurezza e la stabilità della regione». Per questo Abu Dhabi si riserva il diritto di rispondere.

L’Ice uccide ancora: un morto in una sparatoria nel Maine

A pochi giorni di distanza dall’uccisione dell’immigrato messicano Lorenzo Salgado Araujo a Houston, in Texas, l’Immigration and Customs Enforcement ha fatto un’altra vittima. Una persona è infatti morta nel corso di una sparatoria che ha coinvolto agenti dell’Ice a Biddeford, nel Maine.

«La polizia e il dipartimento di Pubblica sicurezza sono attualmente sul posto, atteso l’intervento dell’Fbi per le indagini», ha fatto sapere sui social Ryan Fecteau, speaker della Camera dei rappresentati dello Stato, il più a nord-est degli Usa.

La morte di Salgado Araujo ha riacceso le polemiche attorno all’Ice, che avevano raggiunto l’apice all’inizio di quest’anno dopo le uccisioni di Rene Good e Alex Pretti durante due operazioni condotte a Minneapolis. Nel caso di Houston gli agenti coinvolti nella sparatoria non indossavano bodycam e i loro veicoli non erano dotati di telecamere di bordo. Adesso un nuovo episodio.

La Commissione Ue nomina Fitto rappresentante speciale per Cipro

La Commissione europea ha nominato il vicepresidente esecutivo Raffaele Fitto rappresentante speciale della Commissione per Cipro. In tale veste, contribuirà al processo di risoluzione della questione cipriota nel quadro delle Nazioni Unite, in stretta collaborazione con l’inviata personale del segretario generale dell’Onu per Cipro, María Ángela Holguín Cuéllar. «Questa nomina riflette il forte impegno della Commissione a favore della riunificazione di Cipro, con l’obiettivo di raggiungere una soluzione globale, funzionale e sostenibile», spiega l’esecutivo Ue.

Nuovi attacchi Usa, l’Iran risponde con missili sulle basi americane in Medio Oriente

Nuovi attacchi reciproci tra Stati Uniti e Iran, per una tregua nel Golfo che ormai davvero sembra saltata. I raid americani sono iniziati poco dopo la mezzanotte iraniana e sono andati avanti per cinque ore. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha rivendicato di aver colpito «sistemi di difesa aerea iraniani, i radar costieri, le capacità missilistiche e dei droni e piccole imbarcazioni», il tutto per favorire la riapertura dello stretto di Hormuz, la cui recente nuova chiusura da parte di Teheran ha fatto impennare ancora i prezzi del petrolio.

Teheran minaccia di ritirarsi dal memorandum d’intesa

Secondo i media statali iraniani, gli attacchi aerei Usa hanno colpito vaste aree nelle porzioni occidentale e meridionale della Repubblica Islamica, tra cui l’isola di Qeshm e Bandar Abbas, vicino allo stretto di Hormuz, nonché la provincia del Khuzestan, al confine con l’Iraq. Il Ministero degli Esteri iraniani ha dichiarato che, qualora gli Stati Uniti non rispettassero gli impegni assunti nel recente memorandum d’intesa siglato tra i due Paesi, Teheran smetterà di attenervisi: «Il nostro impegno sarà adempiuto in relazione a quello della controparte: laddove essi abbiano violato l’accordo con vari pretesti, neppure noi lo abbiamo attuato e continueremo a comportarci di conseguenza. Sono stati gli americani a violare il Memorandum d’intesa e a fare a pezzi l’accordo composto da 14 articoli»

L’Iran ha lanciato attacchi in Giordania, Bahrein e Kuwait

Accusando gli Stati Uniti di aver «vanificato tutti gli sforzi compiuti negli ultimi mesi» per la pace nella regione, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica hanno reso noto di aver bombardato in Giordania, Bahrein e Kuwait alcune basi militari utilizzate dall’esercito Usa in Medio Oriente. Nel mirino in particolare la base aerea Prince Hassan in Giordania e quelle di Ali al-Salem e Ahmad al-Jaber in Kuwait, nonché il centro di comando dei droni statunitensi in Bahrein.

Ucraina, Zelensky annuncia un rimpasto di governo e sostituisce il primo ministro

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky attraverso X ha annunciato un rimpasto di governo proponendo la sostituzione del primo ministro Yulia Svyrydenko. «L’Ucraina sta cambiando la sua strategia politica. A ciascuna area prioritaria della politica estera verrà affidata una persona specifica con una solida esperienza, in grado di attuare quanto concordato a livello di leadership e quanto auspicato dal popolo ucraino. Le aree più importanti includono gli Stati Uniti e i nostri accordi sulle licenze per la produzione dei sistemi Patriot, nonché altre forme di cooperazione bilaterale in materia di sicurezza, che devono tradursi in vantaggi concreti per i nostri Paesi e per le aziende ucraine e americane. Lo stesso vale per il nostro lavoro interno. Ci sono nuove sfide e nuovi compiti e, di conseguenza, in Ucraina inizieranno i cambiamenti di personale per garantire l’attuazione della strategia politica aggiornata», ha scritto. E ancora: «Ho discusso i dettagli con il primo ministro ucraino Yulia Svyrydenko. Abbiamo stabilito che questi cambiamenti richiedono un rinnovo del Consiglio dei ministri. Sono grato a Yulia per il suo lavoro chiaro, costante ed efficace, per i suoi anni di servizio proficuo nella squadra ucraina, e le ho offerto l’opportunità di guidare un nuovo e importante settore di relazioni con un partner chiave. Mi aspetto che, insieme ai parlamentari, apporteremo i corrispondenti cambiamenti al governo ucraino. Ci saranno cambiamenti anche tra i vertici delle forze dell’ordine».

L’Europa boccheggia, Pechino vende: il boom dei condizionatori cinesi

Temperature record, caldo estremo, notti tropicali. L’Europa è alle prese con un’estate torrida ma soltanto il 20 per cento delle famiglie del continente dispone di un condizionatore per combattere la canicola. Molte persone stanno correndo ai ripari acquistando in extremis dispositivi refrigeranti di vario tipo. La maggior parte di questi prodotti arriva dalla Cina, che oggi rappresenta circa il 40 per cento delle esportazioni globali di condizionatori. Per l’Unione europea, impegnata a ridurre il deficit commerciale con Pechino, non è un problema da poco.

La corsa europea ai condizionatori cinesi

L’Europa dipende fortemente dai prodotti cinesi e la corsa all’acquisto dei condizionatori Made in China ne è un chiaro esempio. Tra i modelli più richiesti spicca il PortaSplit realizzato dal colosso degli elettrodomestici Midea. Costa circa 900 euro ed è un apparecchio portatile che non richiede né l’installazione permanente né fori sui muri, consentendo di aggirare le norme a tutela del patrimonio storico in vigore in molte città europee. La domanda di prodotti simili è salita alle stelle. Sui social media cinesi sono addirittura comparsi numerosi annunci di spedizionieri che pubblicizzano rotte aeree ad hoc per accelerare le consegne ai rivenditori europei.

Perché il caldo rallenta i piani dell’Unione europea

Bruxelles vuole ridurre il suo deficit commerciale con la Cina. Nel 2025 il disavanzo nei confronti di Pechino è aumentato del 15 per cento, raggiungendo i 360 miliardi di euro. Nel primo trimestre del 2026 si è ulteriormente ampliato, toccando i 98 miliardi, il livello più alto mai raggiunto dal 2022. Il caldo estremo, almeno a giudicare dai dati, non farà altro che alimentare l’import di condizionatori cinesi contribuendo ad ampliare il deficit dell’Ue con il Dragone.

Un mercato che entro il 2034 potrebbe valere 35 miliardi di euro

Nella prima metà del 2026 le esportazioni di condizionatori dalla Cina verso l’Ue hanno raggiunto i 3,2 miliardi (+43,2 per cento su base annua). Nessuno dei cinque marchi di condizionatori più venduti in Europa appartiene a un’azienda continentale. La top 5 stilata da Euromonitor International comprende i produttori cinesi Haier, Gree Electric Appliances e Midea seguiti da Beko (Turchia) e Daikin (Giappone). I primi tre controllano circa il 32 per cento del mercato europeo in termini di volumi di vendita al dettaglio: un mercato che vale circa 27 miliardi e che le proiezioni danno in crescita fino a oltre i 35 miliardi entro il 2033/2034.

L’Europa boccheggia, Pechino vende: il boom dei condizionatori cinesi
Caldo torrido a Milano (Ansa).

Tra affari e propaganda: Pechino gioca la sua partita

Il paradosso per l’Ue è servito. Dopo aver accusato Pechino di inondare il mercato europeo con merci a basso costo e adottato misure protezionistiche, Bruxelles scopre che i cittadini non possono fare a meno dei condizionatori del Dragone. La singolare situazione in cui si trova l’Europa non è passata inosservata in Cina, un Paese che utilizza l’aria condizionata persino per refrigerare gli animali nelle fattorie. Il sito Wenxuecity ha osservato con ironia quanto sta accadendo in Francia chiedendosi se «i francesi vivono davvero peggio dei maiali cinesi». Per i media la narrazione è semplice: i condizionatori Made in China stanno salvando l’Europa da un’estate di fuoco. Per l’Unione europea saranno invece mesi infernali. Non solo a causa delle temperature estreme ma anche per le tensioni commerciali con il gigante asiatico destinate ad aggravarsi.


Harvard ai tempi di Trump, ovvero studiare con la paura: il racconto degli italiani

«In virtù della sua Università di appartenenza, lei può rappresentare una minaccia alla sicurezza di questo Paese e per questa ragione deve rendere accessibili tutti i suoi profili social media per un controllo rafforzato». Non è una frase proferita in Russia, Cina, Iran o Corea del Nord. È quello che Carlo, all’epoca studente all’Università di Harvard, si è sentito dire presentatosi dalle autorità americane per il rinnovo del suo visto studentesco. «Non avrei mai immaginato di ritrovarmi in una situazione simile. Sono cresciuto associando gli Stati Uniti alla libertà di parola, ma la mia esperienza ad Harvard mi ha portato a riconsiderare completamente questo mito», spiega a Lettera43 Carlo, che a maggio 2026 si è laureato in Public policy.

Un mezzo passo falso può portare all’intervento dell’Ice

Studiare nelle università americane ai tempi di Donald Trump è un’esperienza tutt’altro che serena. Anche in un ateneo prestigioso come Harvard. A partire dalla primavera del 2025, l’amministrazione repubblicana si è lanciata in diversi attacchi all’indipendenza del sistema universitario statunitense. Alcuni atenei, tra cui Harvard e la Columbia, sono stati trascinati in battaglie legali e minacciate di tagli, anche totali, ai fondi federali. Questi annunci hanno portato a una maggiore attenzione mediatica su quanto stava accadendo. Ma anche se oggi i fari sono meno forti di un anno fa, la situazione è tutt’altro che migliorata. A iniziare dalla paura che anche un mezzo passo falso possa portare all’intervento dell’Ice, l’ormai famigerata agenzia federale addetta ai rimpatri che turba il sonno di molti studenti internazionali. Anche italiani.

Harvard ai tempi di Trump, ovvero studiare con la paura: il racconto degli italiani
Felpe e t-shirt di Harvard (Ansa).

Il miraggio di un futuro professionale negli States

Federica Rinaldi, graduate student italiana ad Harvard, racconta: «Il senso di insicurezza è decisamente aumentato, specialmente per chi, come me, è lì con un visto studentesco. D’altra parte, però, riconosco il mio privilegio di essere italiana, con annesse implicazioni di genere, provenienza migratoria, e aspettative di ritorno, che mi pone in una condizione di immigrata diversa rispetto a chi è vittima delle principali azioni dell’Ice. Non è chiaro come l’università si porrebbe di fronte a eventuali tensioni o eventi, e questo toglie un po’ di sicurezza; o meglio, mi lascia la percezione che, se mai qualcosa dovesse succedere, sarei “da sola”». Il senso di instabilità è forte. «Durante la mia esperienza ho trovato un ambiente molto aperto e internazionale. Però sarebbe ingenuo dire che nulla sia cambiato», spiega Giovanni Pintor, studente alla Harvard Kennedy School. «Tra molti studenti internazionali si percepisce una maggiore incertezza rispetto a qualche anno fa, soprattutto quando si parla di visti, immigrazione o futuro professionale negli Stati Uniti».

Harvard ai tempi di Trump, ovvero studiare con la paura: il racconto degli italiani
Una manifestazione a sostegno degli studenti stranieri di Harvard (Ansa).

Il Medio Oriente resta un argomento tabù

Se il visto è la minaccia esplicita, l’autocensura è il rischio che si corre. E secondo Carlo è proprio sul Medio Oriente che il confine si fa più rigido, indipendentemente dall’appartenenza politica. «Ricordo un amico americano di famiglia ebraica dirmi sottovoce durante una pausa caffè: “Carlo, capisco la tua rabbia nel vedere tanti tacere davanti a quello che succede a Gaza, ma qui se metti un post critico su Israele, anche se sei ebreo e americano, può costarti la carriera”. Non lo diceva con rassegnazione. Lo diceva come si comunica una regola del gioco che tutti conoscono e nessuno osa discutere». «Questa verità si è rafforzata in numerose occasioni», continua Carlo. «Nelle parole di un professore che ha visto la sua carriera e le sue ambizioni ridimensionate per colpa di un libro critico nei confronti della relazione tra le due nazioni; nella cautela dei principali esponenti dell’ateneo quando si parlava di Medio Oriente al fine di non adirare i donatori. Nelle chat di Whatsapp e nelle pagine di Instagram come Canary Watch in cui si segnalavano gli studenti che avessero osato presentarsi in ateneo con qualche simbolo riconducibile alla Palestina».

Harvard ai tempi di Trump, ovvero studiare con la paura: il racconto degli italiani
L’ingresso al campus di Harvard (Ansa).

Alla costante ricerca di un nemico

L’atteggiamento aggressivo nei confronti dei “non allineati” si avverte anche in molti dibattiti interni che tendono a concentrarsi solo sugli Stati Uniti. Secondo Carlo, «nella narrazione americana non sembra esserci spazio per una collaborazione pacifica con gli altri Stati. In classe ti viene spiegato come la marina cinese stia crescendo, come la Russia avanzi nell’Artico con l’obiettivo di proiettare potere verso il continente americano. Un seminario dopo l’altro, un ospite dopo l’altro, sempre la stessa domanda al centro: come fermiamo il nemico? Non esiste la possibilità che un Paese possa crescere economicamente e militarmente senza rappresentare una minaccia esistenziale. Non esiste l’idea che la leadership globale possa essere condivisa, distribuita, negoziata. Esiste solo la logica binaria del primato: o io o te. E tutto ciò che mette in discussione quel primato va fermato con qualsiasi mezzo». E anche per gli alleati non sembra esserci spazio per una collaborazione autentica. «Ho sentito dire durante un seminario che l’Unione europea è “un progetto creato da Washington per tenere a bada la Germania ed evitare altri scontri”. Un concetto ribadito sia da un ex esponente di spicco dell’amministrazione Clinton sia da un repubblicano. Come se uno dei più grandi progetti di sempre di pace e collaborazione fosse solo una manovra di palazzo e non la volontà di milioni di cittadini», racconta Carlo.

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Una manifestazione contro Trump (Ansa).

Lo strabismo di Trump sulla ricerca

Quella americana sotto Trump sembra una leadership strabica: da un lato professa una superiorità sempre più netta, dall’altra però taglia proprio nel settore dove si pongono le basi per la crescita, cioè l’università e la ricerca. «Sono stati tagliati i fondi per i posti in ufficio, il supporto per andare a conferenze, la quantità e tipologia di ospiti, invitate e invitati ai seminari, e via dicendo», sottolinea Rinaldi. «Questo limita un po’ la ricchezza di esposizioni e stimoli di cui uno studente può beneficiare. Più preoccupante, e ancora in fase di assestamento, è il taglio dei fondi per i progetti di ricerca, specialmente per chi fa ricerca nel Sud globale o su temi di genere, vanno cercate nuove fonti di finanziamento. Rimane vero che l’ateneo dove studio è sempre molto ricco di risorse e privilegiato. Le coorti dell’anno prossimo però saranno enormemente ridotte, la metà degli ammessi rispetto al mio anno, e questo può impattare lo scambio e lo sviluppo di conoscenze tra pari». La risposta a questa situazione sempre più difficile, e secondo Pintor sta proprio nella comunità universitaria: «La sensazione generale che porto via da Harvard non è quella di un’università chiusa in una bolla ideologica. Piuttosto, quella di una comunità che sta cercando di capire come navigare un periodo di forte cambiamento politico e sociale, negli Stati Uniti e nel mondo. E forse la lezione più importante che ho imparato lì è che, nei momenti di polarizzazione, la capacità di ascoltare diventa ancora più importante della capacità di parlare». Trump permettendo.

Perché la guerra commerciale tra Ue e Cina passa dai pacchi di Temu

La guerra commerciale è entrata nella cassetta della posta. Per anni Europa, Stati Uniti e Cina hanno combattuto su acciaio, auto elettriche, semiconduttori, pannelli solari e batterie. Ora una parte dello scontro passa da oggetti molto più piccoli: una maglietta da pochi euro, una cover per smartphone, un giocattolo, un cavo Usb, un accessorio per la casa. Dal primo luglio 2026 l’Unione europea applica un dazio fisso da 3 euro sui pacchi e-commerce sotto i 150 euro provenienti da Paesi extra-Ue, chiudendo l’esenzione doganale che per anni ha favorito il modello delle piattaforme low cost asiatiche. La misura resterà in vigore fino al 2028, quando entrerà in funzione il nuovo sistema doganale europeo previsto dalla riforma del Codice doganale. Ma qual è la partita dietro queste mosse?

Il numero che ha spaventato Bruxelles

La dimensione del fenomeno ha cambiato i termini del dibattito. Secondo i dati del parlamento europeo, nel 2024 sono entrati nell’Unione 4,6 miliardi di pacchi e-commerce sotto i 150 euro, il doppio rispetto all’anno precedente. Il 91 per cento proveniva dalla Cina. Nel 2025 il flusso è salito ancora, fino a quasi 6 miliardi di pacchi, secondo Reuters e Associated Press. Il salto da 1,4 miliardi di spedizioni nel 2022 a 5,8 miliardi nel 2025 mostra che il problema non riguarda più una nicchia dell’e-commerce, ma è diventato una parte strutturale del commercio con l’estero europeo.

La soglia dei 150 euro era diventata un vantaggio competitivo

L’esenzione sotto i 150 euro era nata per semplificare la gestione delle importazioni di modesto valore. Con l’esplosione dell’e-commerce cinese si è trasformata in uno dei principali vantaggi competitivi delle grandi piattaforme. Prezzi bassi, produzione flessibile e spedizioni dirette hanno permesso a Temu e Shein di raggiungere milioni di consumatori europei con costi inferiori rispetto ai distributori tradizionali.

La tassa sui pacchi è anche una tassa sulla logistica

Il dazio europeo modifica il cuore del modello Temu-Shein, cioè la convenienza della spedizione diretta. Reuters ha segnalato che il nuovo regime può rendere più costoso l’invio di pacchi con più categorie di prodotto e spingere le piattaforme a usare maggiormente magazzini dentro l’Unione. Shein ha già iniziato ad aumentare la capacità logistica europea, mentre altri operatori potrebbero seguire la stessa strada per ridurre l’impatto dei nuovi costi doganali.

Perché la guerra commerciale tra Ue e Cina passa dai pacchi di Temu
Il logo di Temu, piattaforma cinese di e-commerce (foto Ansa).

Qui si vede la vera posta in gioco. Bruxelles non vuole soltanto incassare 3 euro a pacco. L’obiettivo è costringere i grandi marketplace a cambiare geografia commerciale. Meno spedizioni dirette dalla Cina, più magazzini europei, più responsabilità sugli importatori, più dati doganali, più controlli sui prodotti. Se il meccanismo funzionerà, una parte dell’e-commerce ultra low cost sarà obbligata a diventare più europea nella logistica, nei controlli e nella presenza fisica sul mercato.

Sicurezza e concorrenza entrano nello stesso dossier

Negli ultimi due anni Bruxelles ha intensificato i controlli sui prodotti venduti dalle grandi piattaforme extraeuropee, collegando il tema doganale a quello della sicurezza dei consumatori. La Commissione europea ha aperto indagini nei confronti di Temu nell’ambito del Digital Services Act per verificare il rispetto degli obblighi sulla vendita di prodotti potenzialmente illegali o non conformi alle norme europee, mentre Shein è stata richiamata insieme alla rete Cpc (Consumer protection cooperation) per possibili violazioni della normativa europea a tutela dei consumatori.

La risposta cinese è già iniziata e potrebbe accelerare

Le piattaforme non sono rimaste ferme. Temu e Shein stanno progressivamente modificando il loro sistema logistico, aumentando la presenza in Europa e diversificando le catene di distribuzione. L’obiettivo è semplice: concentrare una parte maggiore delle merci già all’interno dell’Unione, riducendo il numero delle spedizioni dirette dalla Cina e attenuando l’impatto del nuovo regime doganale. Reuters segnala che questa strategia è già in corso e potrebbe accelerare nei prossimi mesi.

Come la guerra commerciale entra nella vita quotidiana

Ogni modifica delle regole doganali può incidere sul prezzo finale di una maglietta, di un caricabatterie o di un paio di scarpe acquistati con uno smartphone. È una trasformazione significativa: accanto ai grandi porti e alle fabbriche, il commercio internazionale si gioca ogni giorno anche attraverso milioni di ordini effettuati con un cellulare.

Perché la guerra commerciale tra Ue e Cina passa dai pacchi di Temu
Il sito di Shein (foto Ansa).

La scelta europea apre anche un interrogativo politico. Una parte dei consumatori ha trovato nelle piattaforme cinesi un modo per contenere il costo della vita durante gli anni dell’inflazione elevata. Bruxelles dovrà dimostrare che la nuova disciplina serve a riequilibrare il mercato e a rafforzare i controlli, evitando che venga percepita semplicemente come un aumento dei prezzi.

La globalizzazione cambia pelle

Per oltre 20 anni l’obiettivo principale è stato eliminare gli ostacoli agli scambi. Oggi le principali economie mondiali stanno seguendo una direzione diversa. Gli Stati Uniti hanno ristretto il regime de minimis per gran parte delle importazioni provenienti dalla Cina, l’Europa introduce un nuovo sistema per le micro spedizioni e Pechino riorganizza la sua rete logistica per adattarsi alle nuove regole. Il commercio internazionale continua a crescere, ma si muove dentro un quadro molto più politico rispetto al passato.

Perché Hormuz mostra i limiti dell’asse tra Iran e Cina

«Prenderemo sicuramente in considerazione privilegi speciali per i Paesi amici come la Cina, soprattutto quelli che ci sono stati vicini durante le difficili condizioni del periodo bellico». Le parole dell’ambasciatore iraniano a Pechino, Abdolreza Rahmani Fazli, aprono una prospettiva tutt’altro che lineare sul futuro delle dinamiche sullo Stretto di Hormuz. Teheran sostiene di non voler imporre veri e propri pedaggi, ma «tariffe di servizio» legate alla sicurezza, al transito marittimo e alla gestione ambientale, con la partecipazione dell’Oman. La distinzione lessicale cambia però poco sul piano pratico e politico. Se quelle tariffe fossero davvero applicate in modo differenziato, premiando i Paesi “amici”, Hormuz diventerebbe di fatto una sorta di filtro geopolitico.

Perché Hormuz mostra i limiti dell’asse tra Iran e Cina
Petroliera nello stretto di Hormuz (Ansa).

Per Pechino Teheran è solo un tassello della strategia mediorientale

La Cina, in questo schema, sarebbe il primo beneficiario naturale. Intanto perché è una delle maggiori acquirenti di energia dal Golfo, e poi perché negli ultimi anni è diventata il principale interlocutore economico dell’Iran, il partner che ha continuato a garantire ossigeno commerciale a Teheran anche negli anni delle sanzioni e dell’isolamento. Fazli ha legato esplicitamente questa prospettiva alla continuità tra il defunto Ali Khamenei e il nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei, entrambi descritti come favorevoli a rapporti «positivi, attivi e di sostegno» con Pechino. Eppure, l’eventuale trattamento di favore non racconta solo la vicinanza tra Cina e Iran. Racconta anche la loro distanza. Teheran ha bisogno di Pechino molto più di quanto Pechino abbia bisogno di Teheran.

L’Iran vede nella Cina il principale acquirente del proprio petrolio, una sponda diplomatica nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, un potenziale investitore e uno dei pochi grandi attori capaci di parlare con Washington senza apparire ostile a Teheran. Per la Cina, invece, l’Iran è importante ma non indispensabile. È un tassello della sua presenza in Medio Oriente, non il perno esclusivo della sua strategia regionale.

Perché Hormuz mostra i limiti dell’asse tra Iran e Cina
I ritratti dell’Ayatollah Ali Khamenei e del figlio Mojtaba Khamenei (Ansa).

Per la Cina è prioritario garantire la libertà di navigazione

Questa asimmetria spiega la cautela cinese. Pechino ha difeso il principio del negoziato tra Iran e Stati Uniti, ha criticato la guerra e ha mantenuto stretti contatti con Teheran, ma non ha mai fatto propria l’idea di una politicizzazione permanente di Hormuz. Anzi, anche nei giorni scorsi il ministero degli Esteri cinese ha continuato a ribadire che lo stretto è una via d’acqua internazionale e che il ripristino di un transito sicuro e senza ostacoli risponde agli interessi di tutte le parti. La Cina può accettare benefici pratici. Molto più difficilmente può legittimare un principio che, domani, potrebbe essere usato altrove contro i suoi stessi interessi. La Repubblica Popolare è la prima potenza manifatturiera del Pianeta, la maggiore esportatrice di beni e uno dei Paesi più dipendenti dalla stabilità delle rotte commerciali globali. Per Pechino, la libertà di navigazione è una condizione materiale della propria crescita. Ed è anche per questo che, durante la crisi, Xi Jinping ha scelto una linea sottile. A un abbraccio a Teheran e a uno scontro frontale con Washington ha preferito una diplomazia indiretta, affidata in larga parte al Pakistan. Islamabad si è ritagliata un ruolo centrale nella mediazione tra Stati Uniti e Iran, ma dietro la sua azione si è intravista più volte la sagoma della Cina. È una strategia coerente con uno dei grandi tratti della politica estera cinese contemporanea: esercitare influenza senza assumersi fino in fondo il costo dell’esposizione

Perché Hormuz mostra i limiti dell’asse tra Iran e Cina
Xi Jinping (Ansa).

Una crisi prolungata è lo scenario da evitare

La guerra ha offerto alla Cina anche alcuni vantaggi tattici. Le sue riserve energetiche, la diversificazione degli approvvigionamenti e la crescita delle tecnologie pulite hanno attenuato l’impatto dello shock rispetto ad altre economie asiatiche. Mentre molti Paesi soffrivano l’aumento dei costi di energia, fertilizzanti e materie prime, Pechino ha potuto rafforzare la propria immagine di partner stabile e persino beneficiare dell’accelerazione della domanda di pannelli solari, batterie e veicoli elettrici, settori nei quali domina. Ma anche qui il vantaggio ha un limite.

L’Iran vorrebbe fare di Hormuz una leva permanente

Dopo il fragile accordo di tregua, Hormuz diventa il banco di prova di un’ambizione più ampia: quella di presentare la Cina come potenza responsabile, capace di parlare con tutti, ma ancora riluttante ad assumere i costi tradizionali di una superpotenza. 

La frase di Fazli, allora, è rivelatrice proprio perché ambigua. Sembra annunciare un premio alla Cina, ma mette in luce anche i limiti del rapporto. L’Iran vorrebbe trasformare Hormuz in una leva permanente. La Cina vorrebbe che Hormuz tornasse a funzionare in modo stabile. 

Un precedente pericoloso

Il ragionamento dei funzionari cinesi è semplice: se Hormuz diventasse una rotta a condizioni politicamente differenziate, altri choke point potrebbero un giorno essere riletti nello stesso modo. Malacca, Bab el-Mandeb, Suez, Panama, i nodi dei cavi sottomarini e persino le rotte dei minerali critici: tutto ciò che connette l’economia globale potrebbe diventare meno universale e più selettivo. E spesso, in quei casi, sono gli Stati Uniti o i loro partner ad avere il controllo. 

Ok dell’Ue a un nuovo capitolo di negoziati: si avvicina l’adesione dell’Ucraina

I 27 Paesi dell’Unione europea hanno deciso all’unanimità di aprire un nuovo cluster di negoziati di adesione con Ucraina e Moldova, in particolare il numero 6 sulle relazioni esterne, segnando un ulteriore passo nel lungo e complesso percorso verso l’ingresso dei due Paesi. Lo ha reso noto l’Irlanda, che detiene attualmente la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue. Il sesto capitolo negoziale verrà affrontato dal 14 luglio.

Ok dell’Ue a un nuovo capitolo di negoziati: si avvicina l’adesione dell’Ucraina
Ursula von der Leyen e Volodymyr Zelensky (Imagoeconomica).

L’accelerata dopo la sconfitta di Orban in Ungheria

La decisione si inserisce sulla scia della spinta generata dal cambio di governo in Ungheria, che sotto Viktor Orban aveva continuato a porre paletti al processo di adesione dell’Ucraina. L’Ue ha avviato ufficialmente i negoziati di adesione con Kyiv e Chisinau a metà giugno con l’apertura del primo cluster, quello dei Fondamentali. Dopo il via libera a capitolo 6, per Kyiv restano ancora in sospeso quattro cluster negoziali: il numero 2 (mercato interno), il 3 (competitività e crescita inclusiva), il 4 (agenda verde e connettività sostenibile) e il 5 (risorse, agricoltura e coesione). Potrebbero essere aperti a partire da settembre.

Ok dell’Ue a un nuovo capitolo di negoziati: si avvicina l’adesione dell’Ucraina
Volodymyr Zelensky (Imagoeconomica).

Le chiusure dei cluster per Albania e Montenegro

I Ventisette hanno inoltre deciso di chiudere in via provvisoria i capitoli negoziali 25 (scienza e ricerca), 26 (istruzione e cultura) e 30 (relazioni esterne) per l’Albania; e i capitoli negoziali 8 (politica della concorrenza) e 29 (Unione doganale) per il Montenegro.

L’avvertimento di Israele agli Usa: «L’Iran ha un nuovo piano per uccidere Trump»

L’intelligence israeliana ha condiviso con quella statunitense nuove informazioni che indicherebbero un nuovo piano dell’Iran per uccidere Donald Trump. Lo riporta il Wall Street Journal, spiegando che tale circostanza segnerebbe un’escalation nella guerra tra Washington e Teheran Da anni, evidenzia il Wsj, Teheran ha promesso apertamente di vendicarsi di Trump per l’assassinio di Qassem Soleimani, alto generale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, avvenuto durante in un raid su Baghdad il 3 gennaio 2020, durante primo mandato del tycoon. Parlando con i giornalisti a margine del vertice Nato di Ankara, lo stesso Trump aveva fatto riferimento alle minacce contro di lui: «Vogliono eliminare il leader degli Stati Uniti, cioè me. Sono il primo della lista. Finora immagino di essere stato un po’ fortunato, ma forse non durerà a lungo».

L’avvertimento di Israele agli Usa: «L’Iran ha un nuovo piano per uccidere Trump»
Donald Trump (Imagoeconomica).

Spagna, maxi incendio boschivo in Andalusia: 11 morti

Un maxi incendio boschivo nell’area di Los Gallardos, nella provincia andalusa di Almeria in Spagna, ha provocato almeno 11 morti. L’ha reso noto l’assessore regionale alla Presidenza e alle Emergenze, Antonio Sanz, precisando che il numero potrebbe ancora variare, data la complessità delle operazioni di spegnimento sul terreno. Quattro persone di nazionalità britannica sono morte in un’auto, mentre le altre sette vittime sono decedute mentre stavano cercando di fuggire. Si contano inoltre otto feriti, quattro dei quali in gravi condizioni con ustioni. 122 persone sono state trasferite al teatro del municipio di Lubrin e nel palasport della località di Garrucha, tutte provenienti dal Comune di Bedar evacuato. In totale sono un migliaio le persone evacuate.

Guai per il consigliere della Camera di Commercio Italiana in Cina

Un consigliere della Camera di Commercio Italiana in Cina, A.P, sarebbe finito nei guai a Guangzhou con l’accusa di uso e spaccio di stupefacenti. Con lui sarebbero stati fermati altri italiani e stranieri residenti nella Repubblica Popolare. Dopo alcune settimane di fermo, con l’intervento del consolato italiano a Canton, Petrini sarebbe stato rilasciato, in attesa del processo formale che ci sarà nei prossimi mesi.

Usa-Iran, nuovi attacchi reciproci nella notte

Al vertice Nato di Ankara, Donald Trump aveva detto di ritenere conclusa la tregua con l’Iran. Nella notte gli Stati Uniti sono tornati ad attaccare nella parte meridionale della Repubblica Islamica. Tra le località interessate dai raid Bandar Abbas e a Sirik, nei pressi dello stretto di Hormuz, e la costa occidentale di Sirik. Segnalati attacchi anche a Konarak e Chabahar. Teheran ha risposto con missili e droni sulle basi americane in Kuwait e Bahrein.

Usa-Iran, nuovi attacchi reciproci nella notte
Donald Trump (Ansa).

Il Centcom: «Colpiti circa 90 obiettivi militari iraniani»

Il Comando Centrale degli Stati Uniti afferma di aver colpito «circa 90 obiettivi militari iraniani, tra cui sistemi di difesa aerea, infrastrutture di sorveglianza costiera, depositi di missili e droni, capacità navali e infrastrutture logistiche militari lungo la costa iraniana», al fine di «indebolire ulteriormente la capacità di Teheran di attaccare navi mercantili e marinai civili innocenti nello stretto di Hormuz».

Teheran: «Almeno 14 morti negli ultimi raid Usa»

I Guardiani della rivoluzione affermano che gli attacchi statunitensi hanno colpito, tra le altre cose, i ponti sulle strade che portano a Mashhad, ovvero la città in cui l’ex guida suprema Ali Khamenei verrà sepolto nel corso della giornata. Secondo il ministero della Salute iraniano, gli attacchi Usa delle scorse ore hanno causato almeno 14 morti e 78 feriti in cinque province del Paese.

La risposta dell’Iran: nel mirino nel basi militari Usa

Come detto, l’Iran ha risposto alla nuova offensiva americana con missili e droni contro le basi Usa nel Golfo Persico. Gli attacchi, spiegano le forze armate di Teheran, hanno preso di mira un sistema missilistico Patriot in Kuwait, serbatoi di carburante dell’esercito statunitense in Bahrein e un sito di antenne satellitari per l’allerta precoce in Qatar: «Non permetteremo in alcun caso che gli obiettivi e le aspirazioni dello sciocco presidente degli Stati Uniti si realizzino e difenderemo gli alti ideali della Rivoluzione Islamica fino alla vittoria finale». Al Jazeera riporta che, dopo il secondo giorno di attacchi statunitensi all’Iran, il traffico nello stretto di Hormuz risulta quasi completamente bloccato.

Putin corre ai ripari: stop alle esportazioni di gasolio

Le autorità russe hanno vietato l’esportazione di gasolio a partire da oggi, 8 luglio. Lo ha annunciato il vice primo ministro Alexander Novak, a seguito di una riunione di governo presieduta da Vladimir Putin, spiegando anche che la Russia inizierà a importare carburante da altri Paesi.

Putin corre ai ripari: stop alle esportazioni di gasolio
Automobili in coda in una stazione di servizio in Russia (Ansa).

Le lunghe code e le risse ai distributori di tutto il Paese

Dalla fine di maggio in Russia – terzo produttore mondiale di petrolio – è in corso una crisi dei carburanti, innescata dai ripetuti attacchi condotti dall’Ucraina con droni contro le raffinerie, i magazzini e i centri logistici del Paese. In numerose regioni della Federazione Russa si stanno verificando da giorni lunghe code ai distributori, con automobilisti costretti ad attendere per ore. E sono state segnalate spesso risse, causate dalle priorità concesse alle auto in dotazione ai funzionari di vario grado, a cui viene consentito di saltare le code. «L’attuale situazione presso le stazioni di servizio sta destando preoccupazione tra la popolazione e il governo continua ad adottare ulteriori misure per affrontare queste problematiche e stabilizzare la situazione», ha affermato Novak. Da gennaio il prezzo della benzina alla pompa è aumentato dell’11,6 per cento.

Putin corre ai ripari: stop alle esportazioni di gasolio
Crisi dei carburanti in Russia (Ansa).

Putin aveva ammesso «una certa carenza di carburante»

A fine giugno Putin, durante una riunione di alti funzionari sull’approvvigionamento e la distribuzione di carburante, aveva ammesso le difficoltà, istituendo una task force «per garantire le che tutti i programmi stagionali di fornitura di carburante siano rispettati per le imprese agroindustriali, perché il raccolto dipende da questo». Lo zar, parlando di «una certa carenza di carburante», aveva inoltre affermato che le riserve di benzina ammontavano a 1,7 milioni di tonnellate e che erano in corso valutazioni sulla «necessità di introdurre un divieto totale all’esportazione di gasolio».

Meloni: «Trump? Non mi pento di niente»

«Non mi pento di nulla di quello che ho fatto». Lo ha detto Giorgia Meloni in una conferenza stampa al termine del vertice Nato di Ankara, rispondendo a una domanda sull’investimento politico fatto sul rapporto con Donald Trump, che sostanzialmente l’ha rinnegata, facendo ironia nei suoi confronti e accusandola a più riprese. «L’investimento politico l’ho fatto per convinzione sull’unità dell’Occidente», ha affermato la presidente del Consiglio.

Meloni: «Trump? Non mi pento di niente»
Giorgia Meloni al vertice Nato di Ankara (Ansa).

Meloni: «Non cambio idea, ho una strategia in testa»

«Non è una strategia che ho messo in campo con l’arrivo di Trump, ma che ho con tutti i miei interlocutori», ha continuato Meloni, ricordando che col presidente Usa «ci sono affinità su alcuni temi della politica, dall’immigrazione alla cultura woke». E poi: «Chiaramente ritenevo che potesse essere più semplice. Le cose stanno andando come abbiamo visto ma non cambio idea. Ho una strategia in testa, figlia di cosa è nell’interesse nazionale italiano e dell’Europa». Parlando con Mark Rutte, Trump si è lamentato ancora dell’Italia, che «ha fatto molto male» nelle decisioni sulle sue basi.

Meloni: «Trump? Non mi pento di niente»
Donald Trump e Mark Rutte (Ansa).

Meloni: «La linea dell’Italia sull’Iran è molto chiara»

A tal proposito, Meloni ha dichiarato: «Non è che abbiamo preso delle decisioni o abbiamo fatto delle scelte così, un giorno ne facciamo una, un giorno ne facciamo un’altra. Abbiamo avuto una linea molto chiara dall’inizio del conflitto in Iran. E quella linea la manteniamo». Così poi sugli impegni con la Nato: «Vogliamo chiaramente rispettarli, lo faremo e lo stiamo facendo già, però lo vogliamo anche fare in modo sostenibile, cioè stabilendo noi i tempi, stabilendo i modi, stabilendo le priorità in base al contesto, in base alle nostre possibilità. Siamo convinti che sia però assolutamente necessario farlo, particolarmente in un tempo come questo».

Vertice Nato, confermati 170 miliardi di dollari di aiuti all’Ucraina

Nella dichiarazione conclusiva del summit di Ankara, i leader dei Paesi Nato hanno confermato l’impegno di destinare 70 miliardi di dollari all’Ucraina nel 2026 «in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento» e almeno altrettanti nel 2027, per un totale di 140. «L’Ucraina contribuisce alla sicurezza transatlantica e gli Alleati sono uniti nel loro incrollabile sostegno all’Ucraina nella difesa della sua libertà, sovranità e integrità territoriale». L’appoggio della Nato a Kyiv, si legge nel documento, «deve essere equo, prevedibile e sostenibile a lungo termine».

Vertice Nato, confermati 170 miliardi di dollari di aiuti all’Ucraina
Donald Trump e Mark Rutte (Ansa).

Annunciati oltre 50 miliardi di dollari in nuovi appalti per la difesa

Nella dichiarazione si legge poi che i Paesi europei e il Canada, «in collaborazione con gli Stati Uniti, si stanno assumendo maggiori responsabilità» per la deterrenza e la difesa dell’Alleanza», che si basano su «un mix appropriato di capacità nucleari, convenzionali e di difesa missilistica, integrate da risorse spaziali e cibernetiche». Annunciati oltre 50 miliardi di dollari in nuovi appalti per la difesa.

Vertice Nato, confermati 170 miliardi di dollari di aiuti all’Ucraina
Giorgia Meloni al vertice Nato di Ankara (Ansa).

Il monito all’Iran e la conferma della Russia come «minaccia»

Per quanto riguarda l’Iran, gli Alleati ribadiscono che la Repubblica Islamica «non deve mai possedere un’arma nucleare», invitando Teheran «a rispettare pienamente la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz». I leader della Nato hanno inoltre confermato la definizione della Russia come «minaccia a lungo termine» per l’Alleanza.

L’Ice torna a uccidere: ammazzato a Houston un cittadino messicano

Un agente dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) ha sparato e ucciso un cittadino messicano durante un controllo stradale a Houston. Lo ha confermato David Venturella, direttore ad interim dell’agenzia federale, spiegando che l’uomo – Lorenzo Salgado Araujo – aveva tentato di investire l’agente, il quale ha aperto il fuoco. Venturella ha descritto la vittima come un «immigrato clandestino».

In un video girato da un passante si vede un veicolo nero parcheggiato ad angolo rispetto a un furgone bianco, con le porte spalancate, e Salgado Araujo disteso a terra tra i due veicoli. Un agente è ripreso mentre è al telefono e una mano sul fianco dell’uomo, che sarebbe stato colpito all’addome. Nelle vicinanze si vedono altri agenti federali accanto ad almeno altri tre uomini ammanettati. L’ufficio dell’ispettore generale del Dipartimento per la Sicurezza Interna sta conducendo un’indagine sulla sparatoria.

Regno Unito, Farage si dimette da deputato e annuncia subito la ricandidatura

Mossa a sorpresa di Nigel Farage, leader del partito britannico di destra Reform UK. Dopo essere finito al centro di un’inchiesta su donazioni milionarie e redditi privati non pienamente dichiarati, il volto della Brexit ha annunciato sui social le dimissioni da deputato e, contestualmente, la ricandidatura alle elezioni suppletive (nel seggio di Clacton), chiedendo «un verdetto popolare» sulle accuse finanziarie che lo riguardano.

Le accuse a Farage e la difesa del leader di Reform UK

Al centro delle indagini da parte dell’organismo parlamentare che vigila sugli standard di comportamento dei deputati c’è una donazione da 5 milioni di sterline attribuita al miliardario investitore nel settore crypto Christopher Harborne, che secondo i media britannici non sarebbe stato registrato come beneficio economico. I parlamentari dell’opposizione, inoltre, hanno chiesto l’apertura di un’altra inchiesta su altre donazioni provenienti da George Cottrell, imprenditore attivo nei settori delle criptovalute e del gioco d’azzardo, che negli Stati Uniti ha scontato una pena detentiva per frode. «Non ho fatto nulla di sbagliato. Non ho infranto la legge in alcun modo. Non ho fatto un uso improprio del denaro pubblico», ha dichiarato Farage, sostenendo di essere vittima di un complotto da parte dell’establishment, incapace di batterlo alle urne. Il leader di Reform UK ha inoltre denunciato violazioni della privacy da parte dei media: in particolare ha accusato il Sunday Times di aver pubblicato la foto della casa in cui vive sua figlia, cosa che avrebbe provocato episodi di molestie.

Marine Le Pen dichiarata colpevole ma può candidarsi alle presidenziali del 2027

La Corte d’appello di Parigi ha confermato la colpevolezza per “fatti gravi” di Marine Le Pen, riducendo la sua pena in prima istanza da quattro a tre anni di carcere, di cui uno con il braccialetto elettronico. La leader del Rn potrà però candidarsi alle elezioni presidenziali del 2027 perché l’ineleggibilità, in prima istanza di cinque anni, è stata ridotta a 15 mesi, già scontati visto che ha cominciato a decorrere dal marzo 2025. Sarà lei stessa, alle 20 di martedì 7 luglio 2026, ad annunciare se si candiderà oppure no (ndr in passato aveva dichiarato più volte di non voler fare campagna elettorale con l’obbligo del braccialetto elettronico). Un’ipotesi che si sta già facendo strada è quella, per Le Pen, di chiedere una riduzione o adattamento della pena, anche se il braccialetto elettronico – fanno notare gli esperti – è già in sP un adattamento di pena. Se l’obbligo di un anno venisse ridotto a sei mesi, Le Pen potrebbe fare campagna elettorale senza braccialetto elettronico a partire da gennaio

Esplosione a Damasco dove è in corso la visita di Macron

Un’esplosione è stata udita a Damasco, dove da lunedì 6 luglio è in visita il presidente francese Emmanuel Macron. Lo ha constatato un giornalista dell’agenzia Afp sul posto. Il capo dell’Eliseo si trova a colloquio con il presidente siriano, Ahmed al Sharaa, e ha lasciato nella mattinata del 7 luglio l’hotel Four Season di Damasco prima che si udissero le esplosioni nella zona. Fonti dell’Eliseo, intanto, hanno confermato che «il presidente è al sicuro» e che «il programma della visita continua». Le strade sono state bloccate e sono state attuate misure di sicurezza in seguito all’esplosione.

Trovata uccisa a Kyiv l’attentatrice di Monaco

Trovato in una zona periferica di Kyiv il cadavere di Anastasiia Berezovska, la donna braccata dall’Interpol in quanto esecutrice materiale dell’attentato avvenuto nel Principato di Monaco contro l’oligarca ucraino Vadim Ermolaev. Lo riporta Ukrainska Pravda. Berezovska, che fuggendo dopo aver piazzato l’ordigno era anche passata in auto dall’Italia dirigendosi poi verso la Svizzera, è stata uccisa a colpi di arma da fuoco: già fermate due persone, un ufficiale in servizio della Direzione principale dell’intelligence militare ucraina (Gur) e un ex membro delle forze dell’ordine. Cittadina ucraina residente in Germania, Berezovska era ricercata con l’accusa di tentato omicidio, collocazione di un ordigno esplosivo in luogo pubblico e associazione a delinquere. Gli inquirenti ritengono che non abbia agito da sola. Nell’attentato, avvenuto il 29 giugno, sono rimasti feriti Ermolaev, la compagna e il figlio.

Prossimo round negoziati Israele-Libano a Roma il 15-16 luglio

L’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, ha annunciato durante un incontro con il Council on Foreign Relations a Washington che il prossimo round di colloqui tra Israele e Libano si terrà la prossima settimana, il 15 e 16 luglio, a Roma. L’incontro si svolgerà ancora a livello di ambasciatori. Leiter ha inoltre affermato che il presidente libanese Joseph Aoun incontrerà il presidente Donald Trump il 21 luglio.

Perché J.D Vance è il favorito per la successione a Trump (per ora)

Ha pubblicato un altro libro di successo, ha contribuito a mediare un accordo di pace provvisorio con l’Iran, ha intrapreso un’intensa campagna mediatica ed è in costante ascesa nei sondaggi. Cosa ancor più importante, sembra aver ormai fatto definitivamente colpo su Donald Trump, che nel 2024 lo aveva pescato come vice per la sua corsa alla Casa Bianca e che nel 2028 potrebbe tirargli la volata. L’estate sembra aver consacrato J.D. Vance come indiscusso erede politico di The Donald, qualora dovesse candidarsi alle primarie repubblicane e dunque alle prossime Presidenziali. Con buona pace di Marco Rubio, dato in vantaggio fino a pochi mesi fa.

Perché J.D Vance è il favorito per la successione a Trump (per ora)
JD Vance (Ansa).

Vance era stato superato da Rubio, che poi è inciampato

Indicato già all’inizio del secondo mandato di Trump come suo possibile successore, Vance era stato superato (almeno per gli analisti) da Rubio, più lontano dalla retorica identitaria di altri esponenti MAGA. L’ascesa del segretario di Stato era stata sancita in Baviera alla Conferenza di Monaco, dove aveva ricevuto una standing ovation. Tutto questo mentre il presidente li metteva a confronto – arrivando quasi a contrapporli – nei suoi incontri coi consiglieri nello Studio Ovale, in vista di un ipotetico ticket elettorale per il 2028. I diretti interessati, senza mai dichiarare apertamente l’ambizione di raccogliere il testimone del capo, nel frattempo affermavano di non aver intenzione di mettersi i bastoni tra le ruote, assicurandosi reciproco sostegno. A metà aprile, però, Rubio si è imbarcato in due infruttuose missioni diplomatiche: in Ungheria il suo sostegno non ha impedito la sconfitta elettorale di Viktor Orban e in Pakistan dove i primi colloqui con l’Iran non hanno prodotto risultati. Da quel momento in poi è iniziata la rimonta di Vance, fino al contro-sorpasso.

Perché J.D Vance è il favorito per la successione a Trump (per ora)
JD Vance; Donald Trump e Marco Rubio (Ansa).

Il punto di svolta per Vance è arrivato con l’Iran

Funzionari di Washington, citati da Axios, raccontano di un Trump con sempre meno dubbi riguardo al nome del suo erede politico. «Se l’è guadagnato», ha affermato una fonte della testata, aggiungendo che Rubio, il quale «non aveva comunque intenzione di candidarsi, ora è ancora meno propenso a farlo». Al di là delle “disavventure” del segretario di Stato, il punto di svolta per Vance è arrivato a metà giugno, quando assieme agli inviati presidenziali Jared Kushner e Steve Witkoff ha contribuito a negoziare il memorandum d’intesa con l’Iran, siglato il 17 del mese. Il giorno precedente, con eccezionale tempismo, aveva pubblicato il suo nuovo libro Communion: Finding My Way Back to Faith. Vance, che aveva già in programma un tour di presentazione del volume sulla sua ritrovata fede, ha tratto vantaggio dall’attenzione mediatica suscitata dal suo ruolo nei colloqui di pace, ottenendo un boom di vendite. Ben 33 le interviste rilasciate nel corso di un mese, spaziando da podcast MAGA e briefing stampa alla Casa Bianca a brevi scambi informali con i giornalisti, fino a partecipazioni a programmi come lo show di Bill Maher su HBO e il talk show di orientamento progressista The View, su ABC. Intervento, quest’ultimo, pare molto apprezzato da Trump, certo non un fan del programma, che ha avuto tempo di seguire l’ospitata del suo vice tra una telefonata a Gianni Infantino e la pubblicazione di un meme su Giorgia Meloni. Di recente, Vance si è concentrato anche sulla raccolta fondi per il Republican National Committee, contribuendo a incassare circa 70 milioni di dollari: risorse che potrebbero risultare fondamentali qualora decidesse di candidarsi alla presidenza.

Perché J.D Vance è il favorito per la successione a Trump (per ora)
JD Vance e Donald Trump (Ansa).

Il numero due di Trump è in costante ascesa nei sondaggi

Vero, l’indice di gradimento di Vance tra tutti gli americani resta in territorio negativo, sostanzialmente pari a quello di Trump. Ma tra i repubblicani è salito al 62 per cento, appena al di sotto del 65 per cento di Trump (che non si potrà ricandidare) e ben al di sopra del 51 per cento di Rubio. Questo almeno secondo Navigator Research, istituto vicino ai Democratici. Inoltre, Vance è in vantaggio su altri potenziali rivali repubblicani nei sondaggi nazionali e in quelli degli Stati che votano per primi: Iowa, New Hampshire, Nevada e South Carolina. L’ultimo sondaggio di Big Data Poll lo vede ampiamente in testa tra i potenziali candidati repubblicani con il 35,4 per cento dei consensi, più del doppio rispetto a Rubio.

Perché J.D Vance è il favorito per la successione a Trump (per ora)
JD Vance (Ansa).

Resta il nodo Carlson

Il ruolo di Vance nella firma dell’accordo sul nucleare iraniano e le sue critiche al governo di Benjamin Netanyahu hanno irritato i conservatori filo-israeliani. Ma questo, secondo gli analisti, non dovrebbe spostare molto. Idem per le opinioni riguardo al ruolo dell’esecutivo nelle attività d’impresa, criticate di recente al vertice dell’organizzazione conservatrice Club for Growth, in quanto non sufficientemente favorevoli al libero mercato. Il vero (ma relativo) inghippo in ottica Casa Bianca è rappresentato da Tucker Carlson. Sebbene Trump sia entusiasta di Vance, non vede infatti di buon occhio un suo importante alleato: il noto podcaster MAGA, appunto, che gli ha voltato le spalle arrivando ad assumersi con tono affranto la responsabilità del ritorno al potere di The Donald. «Finora non rappresenta un problema. Ma potrebbe diventarlo se Trump chiedesse a J.D. di prendere le distanze da lui», ha spiegato a Axios un consigliere del presidente Usa. Vedremo. Per ora, Vance non è solo in vantaggio su Rubio nei favori del presidente, ma anche per la squadra di consulenti politici e addetti ai lavori che ha già assoldato dietro le quinte, una “infrastruttura” di cui il segretario di Stato non dispone. Il sorpasso è cosa fatta: al momento non ci sono dubbi che sia Vance il grande favorito in casa Grand Old Party per le Presidenziali del 2028, anno in cui alla Casa Bianca potrebbe approdare un hillbilly.