Ermonela Jaho: l’ultima Violetta

di Olga Chieffi

Una scala, tra terra e cielo, la musica afferra il presente, lo ripartisce e ci costruisce un ponte che conduce verso il tempo della vita, coloro che ascoltano e coloro che canta vi ci trovano un amalgama perduto di passato, presente e futuro. Su questo ponte, finchè la musica persiste, si andrà avanti e indietro. Su questo scalone Ermonela Jaho, per tre repliche, le ultime di Traviata della sua carriera, sulle note del preludio, sottile, nel senso latino di gracilis, exilis: la sentenza di morte per mal sottile è pronunciata dal primo violino solo, che nelle sue lente volute, ora ascendenti, ora discendenti, esprime la poesia della stanchezza e dello smarrimento, la vanità di ogni speranza nel futuro e un rimpianto desolato della vita che si dilegua, ove tutto dice l’inutilità di ogni rimedio e di ogni sforzo contro l’ineluttabile destino che incalza, Violetta indossa ancora una volta la maschera: gli specchi, i lampadari illuminati non svelano la verità. E’ questa la Violetta immersa “di voluttà nei vortici”, in quel falso e marcio demimonde, poi l’altra, la santa per amore, si purifica nella semplicità della casa di campagna, fino ad apparire, quasi estatica, per l’addio alla vita vestita di una candida tunica ed immersa in una luce celestiale, dopo il violento insulto di Alfredo. “Lascio andare la mia Violetta – ha confessato Ermonela Jaho – qui dal palcoscenico dell’Opera di Roma dove ho studiato, ho imparato l’opera italiana e la sua meravigliosa lingua e ho trascorso quindici anni della mia vita. Solo il destino ha voluto che chiudessi la partita con questo personaggio, che a quattordici anni mi rapì dal palcoscenico di Tirana, convincendomi a intraprendere lo studio e, quindi, la carriera d’opera, nella città eterna, con la regia classica di Sofia Coppola, i vestiti meravigliosi di Valentino Garavani, Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli, le scene di Nathan Crowley, praticamente tre cast stellari per l’intera produzione, con sul podio il Maestro Francesco Ciampa. Lascio perché sento talmente tanto il personaggio che avanzo, ad ogni recita, su quella pura e infinitesima linea d’ombra, ove Violetta e l’artista divengono tutt’uno, unitamente alla musica, e me ne sento travolta. Mi pare di non riuscire quasi a ritornare alla realtà e, così, divento vulnerabile, subendo la partitura o il personaggio, cosa che non può e non deve accadere. Potrei parlare dell’amore che si trasforma, è questa un’opera che spezza anche i cuori di pietra, sugli amori consunti di Alfredo e Violetta, fino alla fine dei tempi. E’ un’ opera che muore d’amore. Non trovo le parole per rendere giustizia all’essenza di questo capolavoro. Metto da parte Violetta e sono veramente felice di terminare questo viaggio, qui, col Maestro Ciampa, nel quale, non ho trovato solo il direttore, ma un’anima che ha un modo particolare di comunicare. Quando ho terminato le prove di Traviata in Giappone, per la prima volta con lui, avevo deciso di chiuderla proprio lì con Violetta, ma poi abbiamo trovato un’intesa, empatica, speculare e ho ripreso il coraggio e riconquistata la libertà di andare oltre, così, ci siamo ritrovati al Costanzi. Ho rispetto per il Maestro, per il musicista, ma in particolare per la sua umanità che riesce a trasmettere e solo così si può far musica insieme. Sono contenta che l’ultima Violetta uscirà dal teatro per andare a conquistare la scalinata di Piazza di Spagna, un chiaro omaggio a Valentino, alla moda, al cinema, a tutte le arti, a Roma stessa, all’amore eterno”. Ermonela Jaho, l’ultima vera diva, umilissima, per questo, tale, ci ha lasciato una Violetta “pathica”, che vive l’istante e canta nota per nota, silenzio per silenzio, riconducendoci alla dimensione più profonda dell’arte dell’emissione vocale e del controllo dei fiati, governati non tanto da un mero tecnicismo, quanto da un’intuitiva e profonda sensibilità interpretativa. In questo modo, l’artista ha letteralmente travolto il pubblico, grazie alla pregnanza semantica e alla fisicità della propria voce, nonché attraverso la maestria nel modulare il suono e nell’eseguire passaggi virtuosistici, evocando la tensione emotiva di una tempesta interiore attraverso cui, la carica drammatica del personaggio ha investito direttamente lo spettatore, pur rimanendo delineata, in un turbinio d’emozioni che ha toccato il culmine in un più che teatrale “Addio del passato”. Non manca a Xabier Anduaga, il quale ha indossato i panni di Alfredo, la baldanza tenorile, ma la sua voce e il suo stile di canto necessitano ancora di aggiustamenti, per poter avvicinare il ruolo di Alfredo, in particolare in un contesto così qualificato: ha ancora da raffinare il fraseggio, poichè sono venute a mancare le sfumature, gli accenti del dialogo, la dizione, la coloritura delle ombre, tristemente presaghe nelle dolorose riflessioni cromatiche sin dall’inizio. Nel secondo atto, ha troneggiato su tutti Giorgio Germont, al quale ha dato voce Ludovic Tezier, eccezionale ma, non possiamo non rimpiangere Renato Bruson in questo ruolo. Giusto il tono, perfetto l’ esempio di espressività melodica e vocale, che è il dialogo tra Violetta e Germont, ma non si è giocato sul muovere una sola voce, una linea melodica in modo assoluto, pur con una originalissima libertà di andamenti melodici, tanto da esprimere i più opposti ed instabili atteggiamenti dell’animo. Convincenti intenzioni di Tezier, anche nella recitazione, ma a nostro parere senza il lato subdolo, la falsa “lacrima” che è specchio del suo mondo, giustamente acclamato dal pubblico nel “Di Provenza il mare, il suol”. Francesco Ciampa, da ormai esperto direttore areniano, ha l’ istinto dei giusti tempi e dell’immediata risoluzione di un qualsivoglia imprevisto, essendo andato in scena praticamente senza prove. Nel rapporto con la tradizione la sua tendenza alla sobria o concitata serratezza si è accompagnata alla capacità di dar aria al canto, nel rallentare e impellere in ciò che è “accompagnamento”, naturalmente, solo di nome. Il complesso romano ha il rango di grande orchestra lirico e di rifinitissimo suono sono risultate le prestazioni dell’ oboe e clarinetto soli, come dei flauti. Di buon livello i comprimari su tutti la Annina della giovanissima Sofia Barbashova, quindi la convincente Flora di Maria Elena Pepi, il Barone Douphol di Arturo Espinosa, il Marchese d’Obigny di Alejo Alvarez Castillo e ancora Gastone (Guangwei Yao), il Dottor Grenvil, Adriano Gramigni, un domestico, Daniele Massimi, un commissionario, Carlo Alberto Gioja e Giuseppe, Giuseppe Ruggiero. Menzione al coro diretto dal Maestro Ciro Visco, che ha firmato un finale del secondo atto d’eccezione, per compattezza e felice intonazione, nonché padronanza assoluta del palco, unitamente ai ballerini dell’opera di Roma, coreografati da Stéphane Phavorin. Standing ovation per una festeggiatissima Ermonela Jaho, sopra e fuori del palcoscenico, nella notte romana, per i maestri direttori e per l’intero cast. Una voce, però, già risuona da lontano: “Non escludo il ritorno….”. ph. FABRIZIO SANSONI

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Il cantautore saprese Joseph Bruno lancia “Etheria”

Iniziata l’estate con molti progetti in cantiere, il cantautore saprese Joseph Bruno ha deciso di concentrare le sue energie su un’opera profondamente intima e concettuale. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la genesi e gli sviluppi del suo ultimo lavoro, un vero e proprio manifesto artistico e territoriale.

Joseph, un periodo d’oro per la tua musica, ma c’è un progetto in particolare che sta assorbendo la tua totale attenzione. Di cosa si tratta?

«Ultimamente ho scelto di staccarmi temporaneamente dal resto delle mie produzioni per dedicarmi anima e corpo a quello che considero il mio progetto finale: Etheria. È un percorso musicale che esplora il contatto profondo dell’uomo con la natura e con l’universo, una riflessione sulle connessioni che legano gli individui tra loro ed alle proprie origini. Una narrazione della vita e dell’esistenza stessa».

Dal punto di vista sonoro, come si traduce questa complessa architettura concettuale?

«Il racconto si sviluppa attraverso una forte componente strumentale e vocale. Utilizziamo chitarre acustiche ed elettriche, arricchite da altri strumenti e da una coralità molto presente. L’obiettivo è ricreare un ambiente sonoro accogliente, che possa ospitare l’ascoltatore e farlo sentire parte di questo flusso. Per me rappresenta anche una grande occasione di esplorazione, un modo per ampliare il mio percorso attraverso la ricerca di nuove sonorità».

Sappiamo che il disco sta prendendo forma nel cuore del Cilento. Come si stanno svolgendo le sessioni di registrazione?

«Lo stiamo elaborando a Torre Orsaia, all’interno della biblioteca comunale, insieme al mio amico Giuseppe Caputo. Attualmente abbiamo epilogato i primi due brani e siamo nella fase di editing. In totale il progetto sarà composto da otto tracce. Abbiamo già la struttura degli altri sei brani, quindi il materiale c’è, dobbiamo solo finire di sviscerarlo e modellarlo».

C’è un legame molto forte tra questa musica e la tua terra d’origine. Quanto ha influito il contesto locale su Etheria?

«Moltissimo. Questo progetto è dedicato in modo viscerale alla nostra terra, al Cilento. È un territorio che attualmente vive una fase complessa, una sorta di desertificazione, e che ha un disperato bisogno di essere rivalutato totalmente. Nonostante io stia portando avanti diversi impegni, sentivo come un obbligo morale, oltre che artistico, dedicare un pensiero musicale e un intero progetto a questo luogo a cui sono così legato».

Vito Sansone

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