Liste e candidature blindate agitano Forza Italia

Al gran ballo delle candidature blindate alle prossime Politiche non ci sarà posto per tutti: in Forza Italia la psicosi «mi lasciano a casa» impazza, soprattutto, strano a dirlo, tra i ministri uscenti. Trattasi del classico gioco del cerino: a chi resterà acceso in mano?

Il nervosismo di Casellati tra Basilicata e Veneto

Rischia di scottarsi Maria Elisabetta Alberti Casellati, ministra per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa, eletta 2022 in Basilicata. Casellati, fedelissima di Silvio Berlusconi, accomodatasi per la prima volta in parlamento nel 1994, ai bei tempi della grande rivoluzione liberale, ha ricoperto una marea di cariche istituzionali, fino a diventare presidente del Senato e addirittura candidata al Quirinale. Silvio la voleva alla Giustizia, Giorgia Meloni le preferì (ahi lei) Carlo Nordio, il Cav la prese malissimo e aveva ragione: Casellati difficilmente avrebbe inanellato tanti danni quanti ne ha prodotti Nordio. Ora però traballa: il prossimo 19 settembre ci sarà il congresso regionale di Fi in Basilicata, lei non verrà riconfermata come coordinatrice (fu catapultata in terra lucana dal suo Veneto pur di garantirle l’elezione) e il suo posto verrà preso dal governatore Vito Bardi.

Liste e candidature blindate agitano Forza Italia
Maria Elisabetta Alberti Casellati (Imagoeconomica).

Casellati quindi smania per avere un collegio senatoriale sicuro in Veneto, dove sempre nel 2022 è stata eletta un’altra azzurra: Anna Maria Bernini, ministra dell’Università e della ricerca, che infatti ci segnalano nervosetta per l’iper attivismo dei sodali veneti della Casellati.

Liste e candidature blindate agitano Forza Italia
Le ministre Maria Elisabetta Alberti Casellati e Anna Maria Bernini (Imagoeconomica).

Le mosse di Zangrillo e le ambizioni di Mulè

La scelta di Bardi in Basilicata preoccupa Paolo Zangrillo, ministro per la Pubblica amministrazione, eletto alla scorsa tornata in Piemonte, dove è segretario regionale azzurro. «Quando anche il Piemonte andrà a congresso», ragiona con Lettera43 un big del partito, «Alberto Cirio potrà sfruttare il precedente della Basilicata per proporsi come coordinatore regionale super partes, in quanto governatore, e scalzare Zangrillo, che a quel punto vedrà allontanarsi la ricandidatura».

Liste e candidature blindate agitano Forza Italia
Paolo Zangrillo (Imagoeconomica).

Zangrillo sa benissimo di essere a rischio, anche perché non allineato ad Antonio Tajani, e così scalcia (politicamente parlando) proponendosi come maggiorente della corrente anti-ministro degli Esteri, insieme a Giorgio Mulè, punto di riferimento degli scontenti azzurri. Mulè, però, punta tutto sulla candidatura a Presidente della Regione Siciliana, l’anno prossimo, partita difficile ma non impossibile per il vicepresidente della Camera, che non è più certo di poter contare sull’eurodeputato catanese Marco Falcone. Renato Schifani vorrebbe ovviamente ricandidarsi, la partita è aperta.

Liste e candidature blindate agitano Forza Italia
Giorgio Mulè (Imagoeconomica).

E Marina Berlusconi che fa?

A proposito di congressi, quello della Campania si celebra il 9 settembre: blindata la conferma alla guida del partito di Fulvio Martusciello, capodelegazione di FI al Parlamento europeo, pure lui nel partito dalla sua fondazione. E Marina? La primogenita di Silvio è una figura mistica: tutti raccontano di averla vista o sentita, ma in realtà nel 90 per cento dei casi si tratta di millantato incontro: guarda con inevitabile interesse all’attività del partito, magari incide sulla linea politica, avrà voce in capitolo sulle candidature (si dice anche su quella contestata di Fabio Roscioli alle Suppletive calabresi) e via discorrendo, ma non è certamente interessata a congressi, beghe locali e piccinerie di questo genere. 

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Marina Berlusconi (Imagoeconomica).

Short Movie: Amore postatomico

Amore postatomico

Un piccolo robot post-apocalittico cerca la felicità: riuscirà a trovarla, e sarà vero amore?

Bill, un robot solitario in una landa desolata e apocalittica, intraprende un viaggio alla ricerca della felicità e di uno scopo nella vita. Non sa ancora che sta per stringere un’amicizia davvero inaspettata. Il corto si intitola Love Bytes ed è diretto, scritto e animato da Sam Prebble, che ha lavorato agli effetti visivi di film come Avatar, Lo Hobbit, L'alba del Pianeta delle scimmie. Lo stile è decisamente Pixar. Guarda il video: Love Bytes - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Short Movie - 29 agosto 2026 - articolo di S*

I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra

L’Ucraina ha celebrato qualche giorno fa il 35º anniversario dell’indipendenza da Mosca ma il suo futuro è ogni giorno che passa più incerto. La dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 non ha portato solo alla creazione di uno Stato sovrano, ma ha trascinato con sé rivoluzioni e conflitti. Quello in corso su larga scala dal 2022 non è che l’evoluzione di un percorso cominciato nel 2004 con la Rivoluzione arancione, passato attraverso Euromaidan (2013) ed esploso con la prima guerra nel Donbass nel 2014.

I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
Volodymyr Zelensky alla celebrazione del 35° anniversario dell’indipendenza dalla Russia (Ansa).

Serve una nuova architettura di sicurezza continentale

La guerra tra Russia e Ucraina ha coinvolto a vari livelli altri attori. Da un lato l’Occidente, la Nato e i cosiddetti volenterosi, dall’altro alleati più o meno dichiarati di Mosca, in primis la Cina. In questo contesto è evidente che il futuro del Paese dipenderà dal tipo di accordi che usciranno da un eventuale trattato di pace. L’intesa dovrà garantire la nuova architettura di sicurezza continentale: senza un patto condiviso e duraturo, l’Ucraina resterà in bilico, pronta a riesplodere.

I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
Volodymyr Zelensky con il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa (Ansa).

Il crollo demografico e le ricadute su economia e politica

Da questa prospettiva è facile identificare le sfide, interne ed esterne, che Kyiv sarà chiamata ad affrontare. In primo luogo quella del cambiamento demografico. Se nel 1991 la popolazione ucraina superava i 51 milioni di abitanti, i dati attuali indicano che nei territori controllati dal governo, quindi escludendo Donbass e Crimea, oggi vivono tra i 22 e i 28 milioni di persone. Dal 2014 circa 2 milioni di ucraini si sono rifugiati in Russia, quasi 6 in Europa. Secondo le simulazioni dell’Accademia delle Scienze di Kyiv, se le ostilità cesseranno nel breve periodo, la popolazione potrebbe stabilizzarsi intorno ai 24-34 milioni entro i prossimi decenni, a seconda della quota di rientri. Più invece il conflitto si allungherà, più il Paese si spopolerà. E non è solo una questione di numeri, perché la questione demografica incide naturalmente su economia e politica.

I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
Fiori deposti dopo un bombardamento russo (Ansa).

La ricostruzione e i possibili investitori esteri

Nel complesso quadro postbellico, la crisi demografica, l’economia e le scelte politiche si influenzeranno a vicenda: la perdita di capitale umano e la riduzione della popolazione economicamente attiva incideranno negativamente sul sistema economico, causando contrazione del Pil, carenza di manodopera, squilibri nei sistemi fiscali e pensionistici. Ci sono poi gli enormi costi della ricostruzione: le stime le fornite da Kyiv, dalla Banca Mondiale e della Commissione Europea li quantificano a oggi sui 600-700 miliardi di dollari per i prossimi 10 anni. Soprattutto, in assenza di un ombrello politico definitivo, cioè senza solide garanzie bilaterali e accordi tra Russia e Occidente, sarà impossibile garantire all’Ucraina un futuro autonomo, in cui anche i Paesi stranieri potranno investire stabilmente, al di fuori del settore militare high tech. Il destino politico dell’Ucraina non dipenderà solo da come uscirà dalla guerra, vincente o perdente, ma anche da come l’esito del conflitto sarà presentato a un elettorato ridotto e sempre più radicalizzato.

I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
Una foto aerea di Kyiv (Ansa).

I due possibili scenari post-bellici

In caso di vittoria russa, l’Ucraina dovrà rinunciare a una parte consistente di territorio, i confini verranno ridefiniti e si andrà incontro a una sorta di finlandizzazione coatta. La presidenza di Volodymyr Zelensky ne uscirebbe fortemente delegittimata e il risentimento e la frustrazione di popolazione e militari potrebbero alimentare il focolaio di una guerra civile. L’arrivo alla Bankova di una figura popolare come l’ex generale Valery Zaluzhny o proveniente dall’intelligence forse riuscirebbe a evitare l’escalation, tenendo a bada l’estrema destra nazionalista. Sul lungo periodo però, la crisi economica e l’isolamento dall’Occidente rischiano di favorire l’ascesa di forze politiche intransigenti, esplicitamente inclini a ristabilire l’asse politico ed economico con la Russia, e innescare forse anche una guerriglia partigiana.

I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
Vladimir Putin (Ansa).

Una vittoria totale di Kyiv al momento resta un’ipotesi di scuola. È più realistico ipotizzare un compromesso al ribasso per Mosca. Questo garantirebbe una transizione meno problematica, soprattutto se gli accordi internazionali definissero gli spazi di manovra economici e geopolitici per la nuova Ucraina, vero ponte tra Russia e Occidente. In questa cornice il Paese potrebbe rinascere grazie a un patto tra gruppi di potere vecchi e nuovi, optando per una finlandizzazione volontaria. Anche in questo caso, sul breve periodo, Zelensky difficilmente rimarrebbe in carica e Zaluzhny avrebbe la strada spianata per guidare il Paese. Sempre che non abbia la meglio l’ex ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov, che si è già schierato contro l’attuale capo di Stato e ha ammesso che Kyiv sta perdendo la guerra. Per il medio e lungo periodo sarebbe necessario un radicale rimodellamento degli equilibri, con una leadership ucraina veramente indipendente e non ostaggio né di attori esterni né di un sistema oligarchico mai veramente smantellato.

I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra

Report, via Ranucci: conduzione a due con Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi

Sigfrido Ranucci saluta, suo malgrado, la conduzione di Report. La Rai ha infatti reso noto che nella prossima stagione televisiva alla guida della trasmissione ci saranno Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, «entrambi risultati vincitori della selezione per giornalisti professionisti». Una scelta, precisa il comunicato, «nel segno della professionalità e dell’esperienza maturata sul campo».

Report, via Ranucci: conduzione a due con Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi
Giulia Presutti (Imagoeconomica)

Chi sono i due nuovi conduttori di Report

Presutti è da anni giornalista e inviata di Report, mentre Piervincenzi, è stato inviato e conduttore di programmi Rai quali Nemo – Nessuno escluso e Popolo Sovrano: nel 2017 fu colpito con una violenta testata da Roberto Spada, che aveva avvicinato per alcune domande sui presunti rapporti con CasaPound a Ostia.

Report, via Ranucci: conduzione a due con Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi
Daniele Piervincenzi (Imagoeconomica).

Per Ranucci tre «opzioni di ricollocazione professionale»

«Nell’ambito degli accordi sindacali e delle procedure previste per la gestione dei percorsi professionali», si legge nel comunicato, sono state sottoposte a Ranucci «tre possibili opzioni di ricollocazione professionale, coerenti con il suo grado e con l’esperienza maturata in Rai, nell’ottica di garantire una continuità professionale adeguata al suo profilo e alle esigenze editoriali e organizzative dell’Azienda». Tra i passaggi del comunicato anche questo: «La Rai ritiene che il valore del giornalismo d’inchiesta, da sempre elemento distintivo dell’offerta informativa del Servizio pubblico, risieda nella credibilità e nell’autorevolezza che solo una piena indipendenza editoriale e un’imparzialità rigorosa possono assicurare».

Botta e risposta Bonaccini-Meloni sul livello di istruzione di chi vota a destra

Le parole pronunciate qualche giorno fa da Stefano Bonaccini durante un evento ad Albenga hanno innescato un botta e risposta tra il presidente del Partito democratico e Giorgia Meloni: al centro il grado di istruzione degli elettori di destra.

Botta e risposta Bonaccini-Meloni sul livello di istruzione di chi vota a destra
Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

Le parole di Bonaccini sull’elettorato di destra

Bonaccini aveva affermato che, negli ultimi anni, in cui si è visto il «voto al primo Trump, il voto alla Brexit, il voto in Germania a destra, quello alla Le Pen, quello in Italia a Meloni, Salvini e oggi forse a Vannacci» la destra ha raccolto maggior consenso della sinistra grazie al consenso «di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree esterne delle città e di chi sta peggio economicamente».

Meloni: «Hanno studiato i danni della sinistra»

«In una illuminata lezione, Bonaccini ci spiega che milioni di italiani votano a destra perché hanno studiato poco. L’abbiamo già sentita. Quelli che votano per loro sono cittadini colti, consapevoli e intelligenti, mentre quelli che votano per noi sarebbero ignoranti da compatire, quando non da rieducare», ha scritto Meloni sui social, condividendo il video dell’intervento del presidente dem che, suggerisce la premier, «forse dovrebbe prendere in considerazione un’ipotesi più semplice: quegli italiani, indipendentemente dalle scuole che hanno frequentato, hanno studiato sulla loro pelle le conseguenze delle politiche della sinistra», tra «città meno sicure, confini senza controllo, periferie dimenticate e lezioni di morale impartite da chi pretende di spiegare agli altri come devono vivere, come devono votare, e come devono pensare».

Botta e risposta Bonaccini-Meloni sul livello di istruzione di chi vota a destra
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La precisazione di Bonaccini a Coffee Break

Successivamente, ospite di Coffee Break su La7, Bonaccini nel tentativo di riprendersi dallo scivolone ha spiegato che la sua riflessione faceva parte di ragionamento più complesso sui cambiamenti dell’elettorato occidentale nell’ultimo decennio e, soprattutto, sulle difficoltà della sinistra nel rappresentare le fasce sociali più fragili. «Ma secondo voi io mi permetto di dire che solo quelli che studiano? Ho fatto un’analisi di quella che è la realtà se si va a vedere scorporando il voto», ha detto Bonaccini in tv. E poi: «Capisco che sia più facile cercare una polemica abbastanza sorprendente col sottoscritto, ieri è partito Bignami e in parte la Lega, piuttosto che rispondere sul perché paghiamo le bollette, la benzina tra le più care al mondo o perché ci sono troppi precari soprattutto giovani, perché la sanità pubblica sta crollando o perché il Paese non cresce e sarà il peggiore nei Ventisette dell’Ue per crescita».

Vienna, rubato il collier della regina d’Egitto: caccia ai ladri

Due uomini hanno rubato un prezioso collier dal Mak, il Museo di arti applicate di Vienna, appartenuto alla regina Nazli d’Egitto. Realizzato nel 1939 in stile Art déco dalla maison parigina Van Cleef & Arpels, 10 anni era stato battuto a New York per 4,3 milioni di dollari, pari a circa 3,7 milioni di euro, secondo la banca dati della casa d’aste Sotheby’s. I due ladri sono entrati nel museo fingendosi normali visitatori, per poi infrangere una vetrina, impossessarsi del collier e scappare. Sono ancora in fuga e la polizia ha avviato una vasta operazione per rintracciarli. Il gioiello è composto da oltre 600 diamanti rotondi e con taglio baguette, disposti secondo un motivo a raggiera. La regina Nazli lo aveva commissionato, insieme a una tiara coordinata, in occasione delle nozze della figlia Fawzia con il principe ereditario iraniano Mohammad Reza Pahlavi, futuro scià di Persia.

Alluvione in Nepal: salgono i morti, ancora dispersi i tre italiani

L’Autorità nazionale del Nepal per la riduzione del rischio e la gestione dei disastri (Ndrrma) ha aggiornato a 538 il numero dei corpi recuperati dalla devastante alluvione nel bacino del Bhote Koshi. La maggior parte dei corpi è stata ritrovata nelle zone meridionali, a circa 150 chilometri dalla sorgente dell’inondazione: la forza della corrente ha trascinato fango, detriti e le vittime lungo il pendio montuoso fino a rallentare. Oltre alle vittime accertate ci sono poi 937 persone che risultano ancora disperse: tra essi 517 stranieri, di cui tre italiani. Intanto, mentre permane il rischio di ulteriori inondazioni nelle aree al confine tra Nepal e Cina, è arrivata a Kathmandu la task force dell’Unità di Crisi della Farnesina.

Spagna, arrestato un italiano accusato di femminicidio

Un italiano di 60 anni è stato arrestato dalla Guardia Civil spagnola a Isla Cristina, in Andalusia a pochi chilometri dal confine con Portogallo: è accusato di aver ucciso con numerose coltellate (almeno 20) la compagna, una donna tedesca di 47 anni, ritrovata senza vita in strada nei pressi della spiaggia di Punta del Caiman. Secondo le prime informazioni, la coppia si trovava nella località spagnola per trascorrere alcuni giorni di vacanza in camper. L’uomo è stato portato in caserma e sarà trasferito davanti all’autorità giudiziaria per l’eventuale convalida del fermo. Secondo i dati del Ministero dell’Uguaglianza, quello avvenuto a Isla Cristina è il 37esimo femmicidio registrato in Spagna dall’inizio dell’anno.

Deliveroo, accordo con i giudici: aumenti e sicurezza per i rider

Deliveroo Italia ha formalizzato una serie di impegni verso la procura di Milano nell’ambito dell’inchiesta per caporalato, ottenendo il parere positivo all’implementazione da parte del pm Paolo Storari. Questi impegni delineano una serie di misure concrete che la società implementerà e che, una volta verificate, «auspica possano rappresentare un importante passo verso la revoca del controllo giudiziario e all’archiviazione dell’indagine penale», si legge in una nota.

Cosa prevedono gli impegni

In dettaglio, Deliveroo si impegna ad aumentare la tariffa oraria minima di base dei rider da 10 a 14 euro l’ora sul tempo attivo stimato. Inoltre, ogni proposta sarà pagata oltre gli standard dell’industria, ovvero un minimo di 3,77 euro per ordine. L’azienda migliorerà ulteriormente gli strumenti per aiutare i rider a massimizzare i propri compensi, compreso quando sono dai commercianti, e introducendo nuovi bonus destinati ai rider che fanno più consegne. In tema di sicurezza, l’azienda offrirà un insieme più ampio di dispositivi di protezione che include guanti, protezioni da moto e maschere anti-smog, oltre all’equipaggiamento ad alta visibilità e ai caschi da bicicletta già forniti. La società introdurrà poi un limite sulla quantità di tempo che i rider possono trascorrere consegnando. Si impegnerà infine a continuare il lavoro con AssoDelivery, Confcommercio e le organizzazioni sindacali, per definire un ampio contratto collettivo che possa regolare il settore del delivery.

Un altro addio a Moneta: quale sarà il destino del settimanale economico?

Dopo l’addio di Osvaldo De Paolini, che da settembre prenderà le redini de Il Gazzettino, e che al Giornale era stato l’artefice del settimanale economico Moneta, un’altra firma di peso, Camilla Conti, ha lasciato la testata degli Angelucci (e di Leonardino Del Vecchio, socio di minoranza) per approdare a Class Editori. A questo punto ci si interroga sul destino di Moneta che, nato con grandi ambizioni e una distribuzione che oltre al Giornale, veniva veicolato anche da Libero e Il Tempo, e ora si limita a uscire solo in abbinata con il quotidiano fondato da Indro Montanelli. Dopo la pausa estiva, sabato Moneta riprenderà le pubblicazioni. Ma ai piani alti del gruppo è in corso una riflessione se mantenere il prodotto autonomo oppure inglobarlo come inserto settimanale nelle pagine del quotidiano, soluzione che comporterebbe notevoli risparmi. Intanto, come annunciato prima dell’estate, si pensa a rinforzare la squadra di vertice. Così ad affiancare Tommaso Cerno stanno per arrivare come vice Lirio Abbate da Repubblica e Fabrizio Massaro da Milano Finanza.

LEGGI ANCHE: Le mani di Angelucci su Pulp Podcast

Il Festival di Sanremo e il piano di Lollobrigida

Nelle calde notti del litorale romano si fa un gran parlare del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Ma questa “Lollo” non è al centro dell’attenzione per aver fatto fermare un treno o per aver ricordato che il vino non può essere un veleno, perché altrimenti «avremmo un problema con chi lo ha moltiplicato». Il tema è il Festival di Sanremo, l’appuntamento televisivo più seguito dagli italiani, con ascolti da record.

Le novità del ministero dell’Agricoltura per il comparto florovivaistico

Cosa ha fatto Lollobrigida? Il 30 luglio sulla Gazzetta Ufficiale è stato pubblicato il decreto legislativo numero 151 dedicato al florovivaismo, settore che sarà valorizzato dal ministero dell’Agricoltura per dare una nuova governance al sistema economico legato alle coltivazioni, con tanto di un ufficio dedicato alla filiera del settore, un tavolo tecnico e un piano nazionale quinquennale. Sono attesi anche i decreti ministeriali per armonizzare le figure professionali del settore, compresi gli addetti al verde urbano, ai parchi e ai giardini storici. Non solo: il primo gennaio 2027, l’Ismea (l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) gestirà il sistema nazionale di rilevazione annuale dei dati statistici relativi alla produzione, ai prezzi, agli scambi con l’estero. Per non parlare dell’istituzione di un marchio unico nazionale finalizzato a garantire l’origine, la qualità e la tracciabilità dei nostri prodotti. Insomma, al Masaf ci sarà tanto lavoro da fare per comunicare le nuove attività.

Il Festival di Sanremo e il piano di Lollobrigida
Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida (Imagoeconomica).

La vetrina di Sanremo non desterebbe sospetti

Dato l’argomento, si spiffera a Roma, quale tribuna mediatica migliore di Sanremo per parlare di fiori, con Lollobrigida protagonista? Tra l’altro, la prossima edizione sarà condotta da Stefano De Martino, l’unico punto di forza della Rai meloniana e indicato dai maligni “in quota Arianna”, anche se la capa della segreteria politica di Fratelli d’Italia ha sempre smentito ogni contatto con lo showman, negando alla radice sia l’amicizia sia presunte “spintarelle”.

Il Festival di Sanremo e il piano di Lollobrigida
Carlo Conti e Stefano De Martino (Ansa).

Non c’è che dire, una mossa astuta: anno elettorale, piano florovivaistico. Sanremo del resto è nota in tutto il mondo come la “città dei fiori”. Inutile dire che i rapporti tra Lollobrigida e l’ad della Rai Giampaolo Rossi sono ben radicati. E una forma di “patrocinio istituzionale” del ministero, con la scusa del florovivaismo, passerebbe sotto traccia senza alimentare particolari polemiche. In fondo i fiori sono un simbolo del territorio e quale cornice migliore di quella sanremese per diffondere le novità ministeriali. Per Fratelli d’Italia si tratterebbe di un colpo mediatico incredibile, soprattutto se si votasse in primavera. Insomma, «grazie dei fior…»…

Mercantile affonda nel Mar Nero in acque romene: Bucarest denuncia un attacco

Una nave mercantile con bandiera della Repubblica dominicana, salpata dal porto rumeno di Sulina (al confine con l’Ucraina) e diretta verso quello turco di Tekirdag, è affondata nel Mar Nero nella zona economica esclusiva della Romania, oltre le acque territoriali di Bucarest, dopo lo sviluppo di un incendio a bordo. Tutti e 12 i membri dell’equipaggio della nave “Progress IV” sono stati tratti in salvo. «È stata colpita. Al momento non sappiamo da chi, né perché. Verrà avviata un’indagine, non è opportuno fare speculazioni», ha denunciato il presidente romeno Nicusor Dan, che proprio ieri a Chisinau ha incontrato, in occasione del 35esimo anniversario dell’indipendenza dell’ex repubblica sovietica la presidente Maia Sandu e l’omologo ucraino Volodymir Zelensky.

Futuro nazionale, esposto in procura da parte del sindacato dei militari

L’associazione Sindacato dei militari ha presentato un esposto in procura a Roma contro Futuro nazionale, il partito presieduto dal generale Roberto Vannacci, accusandolo di riprodurre «il nucleo dottrinale antidemocratico e il metodo di lotta» del fascismo. Nel mirino sono finiti i principi indicati dal movimento come “non negoziabili”: famiglia naturale, identità cristiana e tutela della vita dal concepimento alla morte naturale. Per il sindacato, trasformare questi principi in verità sottratte alla mediazione politica restringerebbe lo spazio del pluralismo democratico.

Dalla Remigrazione alla famiglia naturale, i punti contestati

Un capitolo è poi dedicato al piano di Remigrazione, con misure che, secondo l’esposto, riguarderebbero anche gli immigrati regolari. Per i denuncianti, un’applicazione collettiva potrebbe configurare un’espulsione di massa vietata dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Nel mirino anche la proposta di zone rosse senza limiti temporali, con militari impiegati stabilmente nei controlli, e di reparti dell’Esercito dotati del potere di arrestare i criminali, oltre che di moduli di educazione alla difesa e campi di «educazione militare con valenza civica» alle scuole superiori. L’esposto contesta infine l’idea di “famiglia naturale” sostenuta dal movimento e le limitazioni prospettate sulle altre forme di convivenza e sulla procreazione assistita. Secondo i denuncianti, ne deriverebbe una gerarchia tra cittadini e formazioni sociali incompatibile con la Costituzione.

Spetta alla procura verificare se le accuse abbiano un fondamento penale

Dall’insieme di questi elementi, il sindacato chiede alla magistratura di verificare se Futuro nazionale abbia oltrepassato il confine della legittima battaglia politica prospettando diverse ipotesi di reato, dalla violazione della legge Scelba alla propaganda e istigazione all’odio, fino all’istigazione a delinquere e alla disobbedienza alle leggi. Spetta ora alla procura verificare se le accuse abbiano un fondamento penale.

Per Mladic funerali in Serbia «con tutti gli onori militari e di Stato»

Il “boia di Srebrenica” Ratko Mladic, morto nel centro di detenzione delle Nazioni Unite all’Aia mentre stava scontando l’ergastolo per genocidio e crimini di guerra e contro l’umanità, avrà i funerali «con tutti gli onori militari e di Stato a cui ha diritto». Lo ha annunciato il ministro della Giustizia serbo, Nenad Vujic.

I crimini di guerra di Mladic

Ex comandante dei serbi di Bosnia, assieme a Slobodan Milosevic (all’epoca presidente della Serbia) e Radovan Karadzic (presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina) era ritenuto il terzo artefice della pulizia etnica durante la guerra di Bosnia: a suo carico il massacro di oltre 8 mila bosgnacchi a Srebrenica, compiuto nel 1995 assieme alle forze paramilitari di Arkan, e l’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia moderna, nonché la presa in ostaggio di personale delle Nazioni Unite. Era stato arrestato il 26 maggio 2011 a Lazarevo, in Serbia, dopo 15 anni di latitanza, e successivamente estradato all’Aia: il processo a suo carico, iniziato l’anno successivo, si era concluso nel 2017 con la condanna all’ergastolo, poi confermata anche in appello nel 2021. Mladic, morto a 84 anni, durante la detenzione era stato colpito da diversi ictus.

Caro carburanti, nella maggioranza si riaccende il dibattito sugli extraprofitti

L’impennata dei prezzi dei carburanti preoccupa il governo in vista dell’autunno-inverno, con la maggioranza che si divide sul modo in cui affrontare la questione. «Speriamo che si riapra lo stretto di Hormuz, è chiaro che gli interventi sulle accise che abbiamo prorogato fino al 5 settembre erano interventi straordinari su un fenomeno che doveva durare poche settimane», ha detto il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Picchetto Fratin. «Purtroppo dura da mesi e chiaramente ci sono anche equilibri di bilancio dello Stato». Su questo fronte, la Lega ha proposto la richiesta di un contributo alle aziende energetiche e petrolifere oppure la tassazione degli extra-profitti. «Preferisco chiedere un sacrificio a cinque banchieri che non a 50 milioni di italiani. E lo dico da liberale», ha detto Matteo Salvini.

Tajani: «Neanche a parlarne, sa di Unione sovietica»

A stretto giro è arrivato il no di Forza Italia. «No, neanche a parlarne. Non voglio sentire la parola extra-profitto, che mi sa molto di Unione sovietica. Un contributo è giusto che sia dato, come abbiamo fatto con le banche, con le assicurazioni. Ma deve esserci un confronto concordato in un momento difficile anche da parte delle aziende del settore», ha detto Antonio Tajani. E ancora: «Quando sento la parola tasse mi viene l’orticaria. Non esiste il diritto all’extra-profitto. È una parolaccia, l’extra-profitto».

Borghi: «Dica se ha altre priorità»

«Leggo da notizie di stampa che il ministro Tajani è contrario alla tassa sulle banche, proposta dalla Lega per ridurre le accise in modo consistente perché “sentire la parola tasse mi dà l’orticarià”», ha controbattuto il senatore leghista Claudio Borghi. «Ricordo a Tajani che anche le accise sono imposte, anche se il nome è scritto in modo diverso. La scelta è se le devono pagare i cittadini o un settore che, grazie a quei cittadini, ha fatto 200 miliardi di utili in pochissimi anni. L’alternativa è stracciare il Patto di stabilità della compagna di partito di Tajani, la signora Ursula Von der Leyen, e fare più deficit. Anche questo ci va bene». E ancora: «La scelta è semplice: o si fa più deficit e si mandano a quel paese le regole di quella Ue che Tajani così tanto ama, o si tassano i cittadini con le accise, o si tassano gli enormi e anomali profitti delle banche. Per la Lega l’unica cosa che non va è tassare i cittadini, le altre due possibilità vanno bene. Se altri hanno altre priorità è giusto saperlo con chiarezza».

Gli Stati Uniti annunciano di aver completato lo sminamento di Hormuz

Le forze armate degli Stati Uniti «hanno rimosso con successo le mine navali presenti nelle rotte di navigazione internazionali» dello stretto di Hormuz, «posizionate mesi fa dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica». Lo ha annunciato l’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Comando militare centrale Usa, in un video diffuso su X. Le rotte di transito riconosciute a livello internazionale «sono ora libere da mine iraniane, grazie allo straordinario lavoro dei militari statunitensi», ha aggiunto Cooper.

Traffico marittimo quasi azzerato prima dell’annuncio

L’annuncio di Cooper arriva al termine di una giornata che ha visto solo cinque mercantili attraversare Hormuz: tra essi due petroliere di medio raggio e una nave metaniera di grandi dimensioni. Mercoledì erano stati 17 e nell’ultima decina di giorni in media avevano passato lo stretto 15 navi.

Trump insiste con Hormuz «territorio degli Stati Uniti»

Donald Trump intanto continua a insistere su Hormuz come «territorio Usa». In un post pubblicato su Truth, il tycoon ha diffuso un collage di bandiere che raffigura alcuni possedimenti statunitensi, tra cui Guam, le Isole Vergini Americane, Portorico e le Samoa Americane (e altri che non lo sono, come le Isole Marshall e gli Stati Federati di Micronesia), affiancate da un’immagine stilizzata dello stretto mediorientale.

Morto re Harald V di Norvegia

È morto a 89 anni Harald V di Norvegia. Primo monarca nato nel Paese scandinavo dai tempi di Olaf IV (XIV secolo), era salito al trono nel 1991 ed era il sovrano più longevo d’Europa. Soffriva di anemia emolitica, malattia del sangue che provoca la distruzione anormalmente rapida dei globuli rossi: da metà agosto era ricoverato al Rikshospitalet, l’ospedale nazionale ad Oslo. Gli succederà il principe Haakon.

L’infanzia tra Svezia e Stati Uniti, poi il ritorno in patria

Nato nel 1937 nella residenza di Skaugum, aveva tre anni quando l’intera famiglia reale dovette fuggire da Oslo a causa dell’invasione nazista della Norvegia. La madre Marta di Svezia scappò portando con sé i figli prima in Svezia e poi negli Stati Uniti su invito del presidente Franklin D. Roosevelt. Suo padre, il futuro Olav V, invece restò a Londra assieme all’allora re Haakon VII e al governo norvegese in esilio. Tornato in patria alla fine della guerra, completò gli studi e servizio militare obbligatorio, diventando principe ereditario nel 1957 alla morte del nonno.

Morto re Harald V di Norvegia
Harald V di Norvegia (Ansa).

Nel 1968 sposò una borghese, rompendo con la tradizione

Figura popolare e riformatrice che ha modernizzato la monarchia, ruppe con la tradizione sposando nel 1968 una donna di origini non nobili, la borghese Sonja Haraldsen. La relazione tra i due era iniziata già nel 1959 ed era rimasta a lungo segreta: poi l’allora principe ereditario minacciò di rinunciare a tutti i diritti regali per sposarsi e così Olav V acconsentì alle nozze. Due i figli nati dall’unione: Marta Luisa e il già citato Haakon. All’epoca della nascita di quest’ultimo, la successione al trono era riservata soltanto ai figli maschi (la Costituzione norvegese è stata poi modificata con l’introduzione della primogenitura assoluta), pertanto sarà lui a succedere sul trono al padre.

Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo

Alla fine dei conti, della fiera, alla fine del campo largo, alla fine del sinistra-centro, delle primarie, della coalizione tanto attesa quanto disattesa, alla fine di tutto, insomma: c’è questo progetto oppure no?

Il dubbio sulla lealtà dell’elettorato è la fine intrinseca del campolarghismo

Perché le idee scarseggiano a sinistra quanto scarseggiano i leader autorevoli, carismatici, di quelli che si impongono senza bisogno di competere. Questi leader non ci sono più, a sinistra, ecco perché c’è tutta questa discussione campolarghista assai estenuante per decidere chi fa il capo. Se ci fosse un capo naturale, come c’è a destra, le primarie sarebbero un feticcio scenografico. Invece c’è chi le mette in discussione, vedi Roberto Speranza, ex ministro della Salute, che ha pure proposto la boiata simbolica del neo 18enne o del partigiano da mettere come candidato premier (e il problema è che i campolarghisti si dividerebbero pure sul giovane e sul vecchio, ecco). Il partito anti-primarie teme, non senza qualche ragione eh beninteso, che gli elettori sconfitti non correrebbero alle urne per sostenere il candidato che ha vinto le primarie, e quindi la soluzione migliore è congelare tutto, narcotizzare il dibattito, far finta che non ci sia, andiamo sul giovane o sul vecchio e poi ci si pensa dopo. Ma questa è già la fine intrinseca del campolarghismo. Il dubbio sulla lealtà e la fedeltà dell’elettorato. Il timore d’essere fregati. 

Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo
Roberto Speranza (Imagoeconomica).

L’assenza di vero capo e la maledizione del renzismo

Non ci sono leader a sinistra, è un fatto palmare. Le sacre istituzioni sono state già desertificate, di Bankitalia ormai da ingaggiare mancano solo gli uscieri. L’ultimo grande leader a sinistra è stato Matteo Renzi, uno che oggi vale il 2 per cento e viene incolpato anche di colpe che non ha (e pure le responsabilità non gli mancano), mentre delle segreterie Zingaretti e Letta non v’è traccia nel dibattito pubblico del centrosinistra. Renzi era il leader per essenza maggioritario, ma come Icaro s’è bruciato le ali avvicinandosi al sole, cercando peraltro di fare sia la parte di Icaro sia quella del sole. Il problema è che quella sua leadership muscolare adesso non è più possibile perché la sua sconfitta politico-culturale impedisce a qualsiasi altro di mettersi sulle sue tracce. È come le riforme istituzionali e costituzionali: ogni volta che si perde un referendum su questi temi, si assiste alla loro sparizione totale dal dibattito parlamentare e politico. Sono temi associati alla sconfitta, dunque consegnati alla storia per non essere più riproposti. Ci penserà magari qualcuno fra 30 anni, chissà.

Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Con le leadership ordinarie la gente non sogna

Vale anche per i leader: nessuno può assomigliare a Renzi. Sì, ogni tanto sui giornali torna l’“ipotesi Gentiloni”, che rischia di essere come l’“ipotesi Amato” per qualsiasi incarico ai massimi livelli. È il destino dell’essere riserva della Repubblica; sei lì a disposizione per salire al governo. Il problema però è che con leadership ordinarie la gente non sogna, è il motivo (uno dei motivi, via) per cui, tragicamente, Donald Trump negli Stati Unito ha vinto non una ma due volte. La politica è anche credere in qualcosa, finanche di assurdo. Qui non si capisce però in che cosa creda il campo largo o come perbacco si chiamerà quella che rischia di essere un’accozzaglia non troppo larga (bisogna ancora capire se il solito Renzi sarà accolto oppure se sarà un’alleanza Pd-M5S-Avs e stop).

Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo
Paolo Gentiloni (Imagoeconomica).

È Conte il trendsetter del campo largo e magari vince pure le primarie

La politica estera, il fisco, forse la legge elettorale. È sui valori non negoziabili o presunti tali che l’armonia campoarghista scarseggia, perché come il coraggio la visione comune se non ce l’hai non te la puoi dare. Non si può inventare la chimica fra due persone. Vale anche per la politica. È per questo che il più scaltro di tutta la combriccola, cioè Beppe Conte, insieme a qualche suo amico che prova a essere scaltro, cioè Goffredo Bettini, sa dove andare a colpire. È lui che detta i tempi del sinistra-centro, c’è poco da fare. Così come dopo due ore dalla chiusura dei seggi referendari, a marzo, aveva già riaperto il caso primarie dicendosi a favore, oggi obbliga la sinistra a parlare della cultura woke, prendendone le distanze. È Conte il trendsetter del campo largo. Magari vince pure le primarie. Tanti cari auguri. 

Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Alluvione in Nepal, 2.300 dispersi e 475 morti

Sono oltre 2.300 le persone che risultano ancora disperse dopo la devastante alluvione che ha colpito il distretto di Rasuwa, in Nepal. Il numero dei morti è salito a 475. Proseguono intanto le operazioni di soccorso. Secondo quanto riferito dal portavoce della polizia, finora sono state tratte in salvo 1.545 persone – 644 a Rasuwa, 898 a Nuwakot e tre a Dhading. Tra i dispersi figurano 644 cittadini stranieri. Il gruppo più numeroso è quello degli indiani, con 178 persone ancora non rintracciate, seguito da 65 statunitensi, 53 ucraini, 51 malesi, 35 australiani, 33 britannici e 25 canadesi.

Oltre 100 lavoratori intrappolati nel tunnel di una centrale idroelettrica

L’esercito nepalese ha tratto in salvo 350 lavoratori e residenti rimasti intrappolati nel tunnel dell’Upper Trishuli Hydropower Project. Oltre 100 persone sono ancora bloccate all’interno del tunnel. L’operazione è particolarmente complessa per le condizioni meteorologiche avverse e l’elevata portata del fiume.

Televisione: Dark Matter, da oggi la seconda stagione

Dark Matter, da oggi la seconda stagione

Torna su Apple TV la serie quantistica tratta dal romanzo di Blake Couch. Dieci episodi, uno alla settimana.

Ci sono due serie Dark Matter, entrambe piuttosto valide. La prima è stata una serie spaziale a basso budget prodotta da SyFy nel 2015, con Melissa O’Neil (oggi più nota per il ruolo di Lucy Chen in Rookie); la seconda è uscita un paio d'anni fa su Apple TV, con budget più alto e attori di livello più alto (Joel Edgerton e Jennifer Connelly). È di questa serie che oggi viene distribuito il primo episodio della seconda stagione. Tratto dall'omonimo romanzo di Blake Couch (Fanucci), anche produttore della serie, racconta di un professore... - Leggi l'articolo

 

SERIE TV - Televisione - 28 agosto 2026 - articolo di S*

Premi e concorsi: I vincitori del Premio Kipple 2026

I vincitori del Premio Kipple 2026

Kipple ha annunciato i vincitori ai suoi due concorsi per romanzi e racconti.

La XIX edizione del Premio Kipple ha visto prevalere, tra i finalisti annunciati a inizio agosto, due vincitori, uno per la categoria romanzi e l’altro per i racconti. Tra i romanzi, la redazione Kipple ha nominato Ma tu mortal non sei, di Alessandro Forlani, il miglior contributo lungo di quest’edizione. Tra i racconti è prevalso Graft, di Simone El Suwi. Kipple Officina Libraria si complimenta con i due autori, scoprendo con piacere la nuova firma di El Suwi e riconfermando Alessandro Forlani dopo la sua vittoria della V edizione del 2012; e aspetta i lettori per la... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Premi e concorsi - 28 agosto 2026 - articolo di Redazione

L’Uefa è pronta a un’azione penale contro Infantino

L’Uefa, dopo aver revocato il sostegno precedentemente accordato a Gianni Infantino per nuovo mandato, ha intenzione di presentare una denuncia penale contro il presidente della Fifa presso i tribunali della Svizzera per cattiva gestione, ai sensi dell’articolo 158 del Codice penale elvetico. Per sostenere la denuncia, la confederazione calcistica europea ha chiesto alla Corte distrettuale della Florida di emettere un’ordinanza per l’accesso a documenti Fifa ritenuti probatori: di recente il Congresso Usa ha avviato un’indagine su presunti rapporti economici illeciti tra Infantino e Donald Trump. La battaglia tra l’organo di governo del calcio europeo e il presidente della Fifa, iniziata a causa del progetto – poi ritirato – di vendere quote della Coppa del Mondo a investitori privati, si arricchisce così di un nuovo capitolo.

Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo

«Pensare che 10 anni fa il Meeting sembrava in piena decadenza. Papa Francesco non lo vedeva di buon occhio», osserva la mia amica, mentre sorseggiamo una birra ghiacciata sedute a un tavolo nella zona ristoro, nelle ultime ore di un’edizione da record. La kermesse riminese di Cl, dedicata quest’anno a “L’amor che move il sole e l’altre stelle,” ha incassato 900 mila presenze, la visita di papa Leone XIV – che ha sancito la ritrovata armonia con la Santa Sede -, una carrellata di ministri, e gran finale con la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola e con il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa. È per lui che la mia amica e io siamo venute qui, insieme ad altri ex alunni del liceo Giulio Cesare. E il nostro ex compagno del ginnasio, diventato cardinale e quasi-papa, non ci ha deluso: al termine del suo evento, ci ha regalato strette di mano e selfie di gruppo e ha perfino condiviso ricordi dei nostri vecchi prof, la prova che Sua Eminenza non stava bluffando e, a distanza di oltre 40 anni, aveva collocato le nostre facce attempate nel punto giusto della sua articolata biografia, il che ha del miracoloso.

Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo

Il perenne sorriso dei volontari produce un effetto Pluribus

Dopo l’incontro, abbiamo deciso di restare, non tanto per smaltire l’emozione della carrambata, quanto per guardarci intorno e assaporare il Meeting nel momento liminale delle sue ultime battute, quando, esauriti gli appuntamenti del programma, ripartiti tutti gli ospiti famosi, dileguati i giornalisti, nei padiglioni della Fiera di Rimini restano solo gli ultimi visitatori a caccia di un pasto veloce nei ristoranti che stavano via via esaurendo tutti i condimenti (gli ultimi arrivati si sono dovuti accontentare di pasta in bianco e piadine vuote) e l’esercito dei volontari. Sono di tutte le età, di tutte le provenienze e dei soli due generi creati da Dio (nell’app del Meeting, che ho scaricato per avere i pass, puoi indicare te stesso solo come maschio o femmina, non sono previste altre opzioni oppure la reticenza). È un variegato popolo di 3.300 persone, accomunate solo dalla fede, dall’inossidabile cordialità e dal perenne sorriso, il che produce un inquietante effetto Pluribus, la celebrata serie filosofico-fantascientifica sugli effetti di un virus che connette tutta l’umanità, salvo pochi immuni, in una mente collettiva pacifica e appagata. Ma per accorgersene bisogna a) non essere ciellini, e b) avere visto Pluribus, e qui dentro non devono essere molti a possedere entrambi i requisiti.

La prassi e la retorica della vecchia sinistra, senza essere a sinistra

Senza il riferimento della serie di Vince Gilligan, l’impressione che si riceve dal Meeting dei seguaci ed eredi di don Luigi Giussani è quella condivisa dai tanti profani che nel corso degli anni ci hanno messo il naso guardinghi, aspettandosi all’ingresso un atheism-detector e un esame di catechismo, e poi ne sono usciti pieni di incredula meraviglia. A colpirli, soprattutto, l’accoglienza, l’efficienza e l’abnegazione dei volontari venuti da tutta Italia per sgobbare dalle otto a mezzanotte a scaricare casse, allestire mostre, accompagnare visitatori e farcire piadine, pagandosi le spese di soggiorno a Rimini o accampandosi in casa di amici. Roba che da un pezzo non si vede più neanche alle feste dell’Unità. E pazienza se l’impegno non è del tutto disinteressato, e può procurare protezioni e facilitazioni nel ramificato universo economico-imprenditoriale ciellino, anche se forse oggi è meno scontato di una volta. «C’è molto di simile alla prassi e alla retorica della vecchia sinistra», scriveva nel 2008 lo storico e saggista Claudio Giunta, «solo che qui decisamente non siamo a sinistra».

Un’anteprima delle tendenze politiche autunno/inverno

No, decisamente no. Non lo era nel 2008, quando il Meeting ospitò praticamente tutto il governo Berlusconi IV, più il senatore a vita Giulio Andreotti, la A del CAF (le altre lettere dell’acronimo erano Craxi e Forlani) di cui, prima di Tangentopoli, Cl era la colonna nel mondo cattolico. E non è troppo a sinistra nemmeno il cast dell’ultima edizione, in cui i personaggi meno sovranisti erano probabilmente Papa Leone e il cardinal Pizzaballa. Anzi, negli ultimi tempi il Meeting è una specie di Fashion Week in cui il centrodestra mostra in anteprima le tendenze della prossima stagione, idee che, come gli abiti che gli stilisti fanno sfilare in passerella, sono improponibili nella realtà, ma fanno chiacchierare i giornalisti. Esempio, le tasse sugli extraprofitti che, secondo Tajani, «sanno di Unione Sovietica» (a quanto pare, il vicepremier ha raccolto il trend trumpiano dell’anticomunismo di ritorno), o i corsi d’italiano obbligatori per i genitori stranieri, caldeggiati del ministro dell’Istruzione Valditara, per prendere con una fava due piccioni: invadere il terreno di Roberto Vannacci ed evitare che i nuovi italiani parlino come Adolfo Urso.

E per il 2027 aspettiamo i «pionieri coraggiosi»

Mentre “L’amor che move il sole e l’altre stelle” va a fare compagnia ai titoli dei Meeting passati (memorabili “La Bestia, Parsifal e Superman” e l’insuperato, in termini di lunghezza, “Lo Starets rispose: Davvero, tutto è splendido perché tutto è Verità”), è già stato divulgato quello dell’edizione 2027: “Pionieri coraggiosi per custodire l’umano”. Al netto del consueto sospetto di supercazzola, c’è da chiedersi se questi “pionieri custodi dell’umano” Cl crede di poterli trovare a destra, dove sembrano più preoccupati di custodire i confini dall’umano, specie se è povero e con troppa melanina. E forse con questa retorica vinceranno le prossime elezioni.

Il caso del raduno di gruppi neonazi di tutta Europa nel Nord Italia

Dal 3 al 6 settembre, in un luogo imprecisato nel Nord Italia, si terrà il raduno neonazi “Ritorno a Camelot 2026”, organizzato da Veneto Fronte Skinheads, che vedrà non solo esibirsi numerosi gruppi musicali, ma anche la partecipazione di militanti dell’ultradestra suprematista provenienti da tutta Europa. Tra essi pure membri di Blood & Honour, sanzionato dal governo britannico nell’ambito della locale normativa antiterrorismo.

Interrogazione di Bonelli a Piantedosi

Come detto, non si sa dove si terrà l’evento. Ma a giudicare dalle distanze dagli aeroporti fornite dagli organizzatori e dalla loro provenienza geografica, l’area prescelta potrebbe trovarsi a nord del Lago di Garda, a cavallo tra Veneto e Trentino. Il fatto che sia proprio l’Italia a ospitare un evento di questo tenore ha portato Angelo Bonelli ad annunciare un’interrogazione al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. «Non si tratta di un evento folkloristico né di libera espressione», ha detto il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde: «È la messa in scena organizzata di ideologie che la nostra Costituzione ripudia esplicitamente».

Intesa Sanpaolo supporta il piano di transizione energetica del Gruppo Arena

Intesa Sanpaolo, attraverso la divisione IMI Corporate & Investment banking guidata da Mauro Micillo, ha perfezionato un finanziamento in favore di Energy power 1, controllata di Arena energy power, realtà del Gruppo Arena dedicata allo sviluppo degli investimenti nel settore delle energie rinnovabili. L’operazione si inserisce nella più ampia strategia di transizione energetica del Gruppo Arena.

Il Gruppo Arena potrà proseguire nel proprio percorso di decarbonizzazione

Il finanziamento, del valore complessivo di 8,8 milioni di euro, include un Green Loan di 6,8 milioni di euro destinato alla realizzazione di un impianto fotovoltaico Full Merchant della potenza complessiva di circa 9,9 MWp nel Comune di Assoro (Enna). Il progetto consentirà al Gruppo Arena di incrementare la produzione di energia elettrica da fonte solare, ridurre progressivamente la dipendenza dall’approvvigionamento energetico esterno e proseguire il proprio percorso di decarbonizzazione, generando benefici ambientali ed economici nel lungo periodo. L’operazione conferma l’approccio della divisione IMI CIB nel mettere a disposizione delle imprese soluzioni finanziarie sempre più evolute, capaci di integrare innovazione, sostenibilità e supporto ai piani di sviluppo industriale. La struttura del Green Loan, conforme ai Green Loan Principles della Loan Market Association (LMA) e integralmente allineata alla Tassonomia UE, risponde ai più avanzati standard della finanza sostenibile e alle crescenti esigenze delle imprese impegnate nella transizione energetica.

È morto Ratko Mladic, il boia di Srebrenica

È morto Ratko Mladic, leader militare condannato per genocidio per i crimini commessi durante la guerra nell’ex Jugoslavia come comandante dei serbo-bosniaci, su tutti il massacro di Srebrenica del 1995. Aveva 84 anni. Il decesso è avvenuto nel centro di detenzione delle Nazioni Unite all’Aia.

È morto Ratko Mladic, il boia di Srebrenica
Ratko Mladic nel 1993 (Ansa).

I crimini di guerra, la latitanza e l’arresto

Nato a Božanovići, oggi Bosnia ma all’epoca Croazia, Mladic era figlio di un partigiano comunista, che sarebbe stato poi ucciso dagli Ustasha. Dopo aver scalato i ranghi dell’Armata Popolare Jugoslava, ricoprì la carica di capo di stato maggiore delle forze armate dell’esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina durante la guerra in Bosnia, rendendosi responsabile dell’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia moderna, e anche del massacro di Srebrenica, compiuto assieme alle forze paramilitari di Arkan. Accusato di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, Mladic fu arrestato il 26 maggio 2011 a Lazarevo, in Serbia, dopo 15 anni di latitanza, e successivamente estradato all’Aja: il processo a suo carico, iniziato l’anno successivo, si era concluso nel 2017 con la condanna all’ergastolo, poi confermata anche in appello nel 2021. Poche ore prima della morte era stata respinta l’ultima richiesa di scarcerazione per Mladic, che durante la detenzione era stato colpito da diversi ictus.

È morto Ratko Mladic, il boia di Srebrenica
Murale dedicato a Ratko Mladic a Belgrado (Ansa).

Alluvione in Nepal, anche tre italiani tra i 1.300 dispersi

Sono tre gli italiani che mancano all’appello dopo l’alluvione innescata da una frana che ha devastato l’area di confine tra il Nepal e il Tibet, regione autonoma della Cina. Lo hanno confermato fonti della Farnesina: uno dei tre è Marco Ratto, 50enne titolare di un negozio di orologeria e oreficeria di Rapallo: al momento del disastro era in uscita dal Nepal. L’agenzia di viaggi cinese che avrebbe dovuto prendere in carico il gruppo di cui faceva parte ha confermato di aver perso i contatti al valico. Le autorità nepalesi avrebbero inserito il suo nome per due volte nella lista perché era registrato presso due diversi tour operator. Risulta poi irreperibile una coppia italo-svizzera, che dal Tibet era invece diretta in Nepal. Il ministero degli Esteri ha inoltre reso i nomi dei due italiani tratti in salvo: si tratta di Valentina Piccinini e Stefano Lotumolo, adesso in viaggio verso Kathmandu.

Mattia Feltri lascia la direzione di HuffPost Italia

Mattia Feltri si è dimesso da direttore di HuffPost Italia, incarico che ricopriva da aprile del 2020. Lo ha reso noto Gedi, gruppo editoriale controllato da Antenna Media, comunicando l’avvio di «una nuova fase» per la testata e aprendo «la ricerca del direttore che guiderà questo percorso». Feltri, figlio di Vittorio ex direttore de il Giornale e Libero, approderà a QN – Quotidiano Nazionale, dove terrà una sua rubrica. Il gruppo, di cui fanno parte Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno, è di proprietà di Leonardo Maria Del Vecchio, che a inizio anno ha acquisito la quota di maggioranza di Editoriale Nazionale dal gruppo Monrif tramite la società Lmdv Media.

Mattia Feltri lascia la direzione di HuffPost Italia
Mattia Feltri (Imagoeconomica).

La tarantella delle Primarie, la frecciata a Urso sulla rivista Eni e le altre pillole del giorno

L’attesa del gazebo non è essa stessa un gazebo? Il centrosinistra non riesce a liberarsi dal «primarie sì, primarie dai, primarie fantasma»: ogni giorno un dem sa che dovrà correre più di un cinque stelle (e viceversa) per riuscire a guadagnare un titolo sul giornale, anche se del tema, per dirla con Massimo Cacciari, «non gliene frega niente a nessuno». Tale è la stanchezza, che in molti invitano gentilmente i leader campolarghisti a chiudersi in una stanza e a non uscire finché non arrivino a un’intesa. Un appello che, viste le dichiarazioni quotidiane su ogni media disponibile, pare essere inascoltato. Nel Pd, costantemente in modalità rincorsa, si sta ingrossando il partito del no (da incorniciare la proposta di Roberto Speranza di indicare sulla scheda un «diciottenne o un partigiano») e al Nazareno c’è chi legge in questi appelli alla prudenza una strategia per indebolire Elly Schlein: insistere sui rischi delle primarie fa percepire la segretaria in bilico e in svantaggio rispetto a Giuseppe Conte, è il ragionamento.

La tarantella delle Primarie, la frecciata a Urso sulla rivista Eni e le altre pillole del giorno
Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte, Elly Schlein e Angelo Bonelli (Instagram).

Nel M5s, manco a dirlo, è tutto un sussulto di democrazia dal basso: «Individuiamo prima i principi e i valori e le apriamo a chiunque, anche online, senza preregistrazioni o tessere che allontanano la partecipazione», rilancia giovedì lo “smarmellatore” Riccardo Ricciardi, capogruppo alla Camera.

La tarantella delle Primarie, la frecciata a Urso sulla rivista Eni e le altre pillole del giorno
Riccardo Ricciardi (Imagoeconomica).

Non poteva mancare Goffredo Bettini che sul Fatto invita a frenare le «tarantelle». «Serve un comitato di garanti», dice, ed è necessario «un clima di amicizia tra di noi, più sincero rispetto all’oggi». Schlein, secondo il “demiurgo del Pd romano”, non ha paura: «Un aspetto non criticabile della segretaria è il coraggio. Ne ha da vendere». Vedremo.

La tarantella delle Primarie, la frecciata a Urso sulla rivista Eni e le altre pillole del giorno
Andrea Orlando e Goffredo Bettini (Imagoeconomica).

Pure Sandra Zampa concorda su un punto: «Basta esternazioni a caso sulle primarie, il Pd convochi la direzione», dice al Resto del Carlino la riformista prodiana. «Leggere che importanti esponenti non le vorrebbero mi pare surreale». Si fa avanti pure il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale: «Se si facesse un sondaggio sulle primarie tra il popolo del centrosinistra penso che l’opinione prevalente sarebbe contraria», spiega a La Stampa. Ma non bisogna temerle. «Primarie? Non so, non le escludo», ha tagliato corto dal palco del Meeting Stefano Bonaccini. «Dopo che avremo scritto il programma valuteremo, parlarne adesso vuol dire mettere il carro davanti ai buoi». L’importante è che siano dei paesi tuoi.

La tarantella delle Primarie, la frecciata a Urso sulla rivista Eni e le altre pillole del giorno
Michele De Pascale (Imagoeconomica).

Sotto il polverone di dichiarazioni, gli sherpa dem e cinque stelle – Igor Taruffi e Paola Taverna – continuano a lavorare per arrivare a un accordo sulle regole. Tanto per cominciare: turno unico come propone Conte o ballottaggio? Ancora non si sa chi e quanti saranno i candidati: in AVS circolano i nomi di Nicola Fratoianni, Elisabetta Piccolotti e addirittura di Francesca Albanese. Riccardo Magi di +Europa si dice pronto, ma i suoi frenano l’entusiasmo. Qualcuno punta su Silvia Salis e su Ernesto Maria Ruffini. Infine rimane il convitato di pietra: che farà il kraken Matteo Renzi? L’osservatorio Primarie continua.

La tarantella delle Primarie, la frecciata a Urso sulla rivista Eni e le altre pillole del giorno
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

La frecciata a Urso sulla rivista dell’Eni

Geminello Alvi, economista e scrittore, si è tolto un sasso dalla scarpa. Nell’ultimo numero della rivista trimestrale di Eni, WE World Energy (nata dalle ceneri di Oil diretta da Lucia Annunziata) che giunge nelle redazioni in quantità industriali, Alvi firma un articolo, oggettivamente interessante, intitolato La contabilità delle risorse. Tema attualissimo. Il marchigiano, con la sua verve, tocca anche il tema delle terre rare su cui, scrive, «in Italia non c’è ministro o presunto esperto che non ne sottolinei il ruolo strategico per le filiere produttive». Qualcuno leggendo il passaggio ha strabuzzato gli occhi: mettere sullo stesso piano un ministro e un «presunto esperto» è un segnale da studiare con attenzione. Alvi non fa nomi, ma l’identikit è quello del titolare del Mimit, il “destro” Adolfo Urso che ha sottolineato spesso il ruolo strategico dei minerali critici. Chissà se la direttrice della rivista, Rita Lofano, che guida anche l’Agi, l’agenzia giornalistica dell’Eni, ha riletto con attenzione i testi dei prestigiosi collaboratori prima di dare l’ok alla tipografia…

La tarantella delle Primarie, la frecciata a Urso sulla rivista Eni e le altre pillole del giorno
Adolfo Urso (Imagoeconomica).

Zinzi attacca Romeo: Lady Verdini e Zoffili approvano

Ogni giorno ha la sua pena nella rovente estate leghista. L’ultima uscita che ha infiammato le chat nordiste è stata l’intervista di Giampiero Zinzi da Caserta contro il segretario lombardo e capogruppo al Senato Massimiliano Romeo. Commissario del partito in Campania dal 2024, dal 2013 al 2020 Zinzi è riuscito nell’impresa di cambiare quattro formazioni: Udc, Forza Italia, Cambiamo! di Giovanni Toti per poi sei anni fa accasarsi con gli ex lumbard. Figlio d’arte – il padre Domenico è stato sottosegretario alla Salute nel Berlusconi III – da mesi si vocifera di un suo possibile ritorno a FI o di un approdo in FN di Roberto Vannacci. Fatto sta che al Corriere del Mezzogiorno Zinzi ha bersagliato Max Romeo da Monza, segretario dell’ex potentissima Lega lombarda. Secondo Zinzi, Romeo attaccherebbe Matteo Salvini perché «frustrato» per non essere riuscito a realizzare più progetti per il suo territorio e «dovrebbe lavorare di più». Ma ciò che ha fatto più scandalo nelle chat lombarde è il like di due persone vicinissime a Salvini al post: la fidanzata del segretario Francesca Verdini e l’amico fraterno e parlamentare Eugenio Zoffili. L’altro tema che tra gli ex lumbard ha tenuto banco è il nuovo sondaggio condiviso da Vannacci in cui il suo movimento, Futuro nazionale, sale all’8 per cento e supera Forza Italia (7,3 per cento), imponendosi come quarto partito, con la Lega che scende al 4,8 per cento.

Mosca minaccia Londra: «Possibili attacchi a siti militari fuori dall’Ucraina»

La decisione di Regno Unito e Francia di trasferire tecnologia militare all’Ucraina equivale a «giocare con il fuoco» e potrebbe avere conseguenze imprevedibili, anche per Londra e Parigi. Lo ha affermato Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, aggiungendo che la risposta di Mosca agli attacchi di Kyiv condotti con armi britanniche «potrebbe comprendere azioni contro strutture militari del Regno Unito sia in Ucraina sia al di fuori dei suoi confini». L’esercito di Kyiv ha già impiegato missili da crociera britannici Storm Shadow e droni di fabbricazione britannici per attacchi in profondità nel territorio russo.

Le parole di Zakharova dopo la visita di Ratcliffe a Mosca

Qualsiasi contingente straniero in Ucraina «che ostacoli lo svolgimento dell’operazione militare speciale» diventerà «un obiettivo militare legittimo per la Russia», ha detto inoltre Zakharova. Tali dichiarazioni arrivano a due giorni dalla visita a Mosca del direttore della Cia John Ratcliffe, che avrebbe avvertito Vladimir Putin di non attaccare Paesi membri della Nato. Il capo dei servizi segreti per l’estero russi, Serghei Nyshkin, ha confermato di avere avuto un colloquio con Ratcliffe, affermando però che si è tratto di «un normale incontro di lavoro».

Mosca minaccia Londra: «Possibili attacchi a siti militari fuori dall’Ucraina»
Dmitry Peskov (Imagoeconomica).

Il Cremlino: «Nessuna intenzione di attaccare la Nato»

Sulla presunta intenzione della Russia di attaccare la Nato si è espresso anche Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, il quale intervistato da Bloomberg ha parlato di notizie che «non hanno niente a che vedere con la realtà». Allo stesso tempo, ha sottolineato, «la Federazione Russa si trova ad affrontare una politica molto aggressiva nei suoi confronti da parte dei Paesi europei». E poi: «Se parliamo di escalation militare, noi semplicemente non ne abbiamo bisogno, perché stiamo avanzando in Ucraina».