Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile

«È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». La massima è del critico statunitense Fredric Jameson, noto per le sue analisi sul postmoderno come espressione della cultura sotto la pressione del tardo-capitalismo. Ma a renderla famosa è stato il filosofo e sociologo inglese Mark Fisher, la cui opera eccentrica ma di straordinario valore è riassunta nel saggio Realismo capitalista, del 2009. Mark Fisher è scomparso prematuramente e in modo tragico nel 2017, ma il suo lascito intellettuale è ancora oggi carico di suggestioni sull’estrema fatica che il pensiero contemporaneo fa nel concepire un’alternativa al sistema economico dominante. L’idea che il sistema attuale sia l’unico possibile è ormai radicata nell’inconscio collettivo. Cambiare modello di vita e di sviluppo economico sembra infatti un pensiero impossibile da attuare, anche quando – come stiamo vedendo in questi giorni – la crisi climatica sta generando disastri epocali.

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Alluvione nel Nuorese (Ansa).

L’accelerazionismo di destra che ispira i broligarchi

La rimozione del “problema climatico” ha sicuramente a che fare con la “ritirata” dalle agende dei principali media internazionali delle tematiche ambientali, ha sottolineato Naomi Klein su The Guardian, osservando come Trump, tecno-oligarchi e aziende big del fossile siano impegnatissimi nell’alimentare questo tipo di negazionismo. Tuttavia, tornando a Mark Fisher, la sua opera si colloca nell’ambito dell’accelerazionismo di sinistra, dato che ne esiste uno di destra. Il primo vede nello sviluppo tecnologico accelerato lo strumento per superare il capitalismo, dall’interno e in modo pacifico, mettendo la tecnologia a servizio dell’emancipazione umana. L’accelerazionismo di destra invece ha il suo teorico nel filosofo inglese Nick Land, pensatore pericoloso che ispira i turbocapitalisti della Silicon Valley: Musk, Thiel e compagnia varia di broligarchi. I potenti avanzamenti tecnologici – secondo questo movimento neoreazionario che è una costellazione di blog, manifesti e thread anonimi – devono servire alla costruzione sull’intero pianeta di migliaia di città-stato o micronazioni, governate da un ceo, come un’azienda, e un consiglio di amministrazione anziché da un’assemblea elettiva. Per questa banda di fuori di testa, che sono però una minaccia reale per il potere economico che detengono, nel tecno-mondo prossimo futuro non c’è più posto per la democrazia e la partecipazione civica

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Un gonfiabile di Elon Musk a New York (Ansa).

Perché chi non lavora non dovrebbe mangiare?

Entrambe le concezioni accelerazioniste, confidenti in una tecnologia che può, quasi da sola, risolvere ogni problema, sono perturbanti. Tuttavia l’immagine e la proiezione di una società che, liberata dal lavoro, può dedicarsi a piaceri e passioni risulta di gran lunga preferibile. E qui, accanto al marxiano «a ognuno secondo i suoi bisogni», si deve anche ricordare la previsione che fece uno dei padri del liberalismo economico, John Maynard Keynes, quasi un secolo fa, nella sua lettera ai nipoti. «Fra cent’anni», scrisse nel 1929, mentre il mondo occidentale era alle prese con la Grande Depressione, «le persone lavoreranno 15 ore… ma alla settimana». Naturalmente ognuno di noi può fare i conti con quella previsione, però è indubbio che per effetto di automazione e IA il lavoro umano presto sarà un lusso piuttosto che un diritto. Con buona pace di chi continua a coltivare l’idea che il sudore della fronte debba essere la condizione irrinunciabile per ricevere un salario. Chi non lavora non deve mangiare, raccomanda ora il generale in pensione Roberto Vannacci, e nemmeno fare l’amore come cantava decenni fa Adriano Celentano.

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La rivoluzione del Partito Capibara

Ci si può mettere a ridere, restando però preoccupati e cogliendo il valore utilmente provocatorio delle fondamentali domande poste da Mark Fisher. È possibile cambiare l’attuale modello di sviluppo economico? È realistico immaginare un capitalismo diverso non orientato al profitto di pochi ma al benessere di tutti? I due quesiti hanno una forte carica utopica che ora ha assunto la forma di un partito politico con un programma di governo decisamente eversivo, ma gioiosamente non violento. Si tratta del Partito Capibara della cui scoperta sono debitore al tecno-filosofo Simone Puorto, autore del pamphlet We are the glitch (Siamo noi il problema, Flaccovio editore), dove racconta come la società digitale debba essere governata con ma ancor più vocazione e sentimento umanitario.

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Dalla pagina Instagram del Partito Capibara.

L’obiettivo è rompere l’incantesimo dell’invevitabile

«Siamo un’idea che irrompe nella realtà»: così si presenta il Partito Capibara, dichiarandosi parte di un movimento che si impegna a trasformare l’attuale modello di società, partendo dall’assunto che ciò che viene raccontato come impossibile è, in realtà, già praticabile. Il Partito Capibara, ispirandosi alle idee di Mark Fisher, nasce per rompere l’incantesimo dell’inevitabile. «Agiamo come un dispositivo memetico e politico insieme. Il nostro obiettivo è alterare l’immaginario collettivo. Vogliamo incrinare la credenza profonda secondo cui la scarsità sarebbe inevitabile e il lavoro una necessità biologica».

I tre pilastri del programma

Non so voi, io però trovo molto godibili parecchi punti di un programma che si propone di costruire una «società fondata sulla gratuità dei bisogni fondamentali, un futuro postlavorista, una vita bella da godere». E che poggia su tre pilastri. Primo: lavorare meno, godere di più, passando dalle attuali 40 ore settimanali a 24, il 40 per cento di lavoro in meno, per aumentare il godimento della vita. «Lavorare meno», sottolineano, «non è solo il nostro grande desiderio comune: è la grande rivendicazione del XXI secolo». Secondo: gratuità dei bisogni fondamentali (cibo, trasporti, sanità). Il capitalismo trasforma i bisogni dell’esistenza in merci da pagare. Il gratuitismo li trasforma in diritti garantiti incondizionatamente. «Viviamo nel massimo livello di abbondanza materiale della storia. Eppure ogni esistenza nasce già in debito. Ogni giorno bisogna pagare per restare viva». Terzo: reddito universale e automazione. «Se i robot ci rubano il lavoro, lasciamoli fare. Che lavori l’automazione, noi vogliamo godere della vita». Il reddito universale (UBI) non è un bonus temporaneo, non è carità, non è una misura per poveri. È un diritto economico riconosciuto alla persona in quanto parte della comunità.

È più folle l’idea Capibara o spendere quasi 3 mila miliardi di dollari in armi?

Resta d’aggiungere che sicuramente il Partito Capibara può essere definito una nave di folli e il suo programma un libro dei sogni. A patto però di convenire che è più folle e disumano un mondo che anziché investire nella vita e nel piacere, considera la scarsità e la povertà condizioni umane inevitabili. E che anziché perseguire una società prospera e in pace, l’anno scorso ha raggiunto il record storico di spesa in armamenti: 2.887 miliardi di dollari. Per concludere resta da chiedersi: un altro mondo è (im)possibile?

Terre rare, cosa c’è dietro la collaborazione scientifica tra Cina e Iran

“Esplorazione e lavorazione delle terre rare”. È il nome di un workshop organizzato dalla Fondazione Nazionale per le Scienze Naturali della Cina e dalla Fondazione Nazionale di Scienze dell’Iran. Un settore strategico nella competizione tra Pechino e Stati Uniti, anzi probabilmente il più cruciale, entra dunque nel terreno di cooperazione tra la potenza asiatica e Teheran. L’istituto statale cinese metterà a disposizione 30 mila yuan (circa 4 mila euro) per il workshop, inserito all’interno di un programma di collaborazione che comprende anche altri temi. Una somma modesta per la portata fondamentale dell’argomento, ma che rappresenta il segnale di una crescente collaborazione scientifica tra Cina e Iran sulle terre rare. Mentre il conflitto tra la Repubblica islamica con Stati Uniti e Israele e la crisi di Hormuz restano irrisolti.

I giacimenti non bastano: ecco perché Teheran ha bisogno di Pechino

La collaborazione tra le due fondazioni risale al 2017, quando la parte cinese definiva l’Iran un Paese importante per la Belt and Road Initiative (progetto conosciuto in Italia col più romanticheggiante nome di Nuova Via della Seta). Negli anni successivi sono arrivati progetti congiunti su matematica, biologia, medicina, energie rinnovabili, materiali, clima e intelligenza artificiale. I workshop sono partiti nel 2024 con clima, intelligenza artificiale, materiali avanzati e manifattura. Quest’anno irrompono le terre rare. Il programma resta al momento formalmente scientifico. Non ci sono elementi per collegarlo a un trasferimento diretto di tecnologia militare, né Teheran è vicina a costruire una propria industria delle terre rare. La Cina dal canto suo ne controlla già la filiera mondiale. L’Iran, le cui capacità di estrazione e lavorazione sono ancora embrionali, ha invece bisogno delle competenze necessarie a trasformare i giacimenti in una capacità produttiva. Individuare le risorse nel sottosuolo non basta. Il vero collo di bottiglia è la separazione e la raffinazione, proprio il segmento nel quale Pechino ha costruito il suo vantaggio tecnologico e industriale.

Terre rare, cosa c’è dietro la collaborazione scientifica tra Cina e Iran
Un giacimento di terre rare.

Gli interessi cinesi in Iran e l’arma negoziale con l’Occidente

Il potenziale geologico dell’Iran è però significativo: sono state individuate anomalie riconducibili alle terre rare su circa 7 mila chilometri quadrati nella parte centrale della Repubblica Islamica. E le formazioni di ferro e fosfati presenti nel Paese sono considerate favorevoli alla presenza di depositi. Pechino sta dunque esplorando nuove forme di cooperazione e ha cominciato a inviare in Iran ricercatori del settore, nello stesso momento in cui restringe l’accesso alle proprie tecnologie di raffinazione e utilizza il controllo della filiera come leva nei rapporti con Washington. La Cina possiede le maggiori riserve mondiali, domina produzione e soprattutto lavorazione e ha risposto alla nuova guerra commerciale di Donald Trump introducendo controlli alle esportazioni che hanno creato difficoltà ai produttori americani. La stessa arma negoziale viene utilizzata con i Paesi europei, colpendo diverse industrie chiave come l’automotive e l’elettronica avanzata. Il discorso riguarda anche la difesa. Le terre rare entrano nei sistemi radar, nell’elettronica avanzata, nei motori e nei sistemi di guida utilizzati anche da missili e caccia. Le guerre in corso hanno accorciato la distanza tra materie prime e arsenali militari. Magneti, semiconduttori, minerali critici, propellenti, batterie, satelliti e software rientrano ormai nella stessa competizione industriale. Non è un caso che nelle settimane in cui gli Stati Uniti cercano di ricostruire le proprie scorte militari prosciugate dal conflitto in Medio Oriente, l’amministrazione Trump abbia anche annunciato tre miliardi di dollari di investimenti nei minerali critici e nelle batterie. Obiettivo: ridurre la dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi.

Terre rare, cosa c’è dietro la collaborazione scientifica tra Cina e Iran
Xi Jinping e Donald Trump (Ansa).

I sospetti di Washington

Anche per questo, la notizia della collaborazione sinoiranana sulle terre rare potrebbe attirare l’attenzione di Washington, dove negli scorsi mesi è aumentata l’attenzione sulle voci di una possibile cooperazione tra Pechino e Teheran in materia di difesa. A luglio, Reuters ha riferito di un accordo per la consegna di 400 lanciamissili antiaerei portatili da un’azienda con sede a Hong Kong, per un valore compreso tra 60 e 70 milioni di dollari e in grado di abbattere droni, elicotteri e velivoli a bassa quota. Non si tratta di armamenti offensivi né di una fornitura miliardaria dunque. L’accordo inoltre sarebbe gestito da una società privata e non statale. Eppure, gli armamenti andrebbero a colmare una delle principali vulnerabilità dell’Iran: la difficoltà nel proteggere i propri siti militari e le proprie infrastrutture strategiche dagli attacchi aerei di precisione.

Xi vuole tutelare la rete di rapporti costruita in Medio Oriente

Il ministero degli Esteri di Pechino ha liquidato la notizia come «completamente infondata», ma in passato Washington aveva sanzionato altre società cinesi accusate di avere sostenuto la base industriale della difesa iraniana, in particolare nell’osservazione satellitare e nell’intelligence geospaziale. La Cina si muove del resto senza aderire pienamente alle esigenze iraniane. Durante la guerra ha ridotto del 40 per cento gli acquisti di greggio dall’Iran, compensando con un maggiore ricorso alle riserve strategiche e con forniture provenienti da altri produttori regionali. Teheran resta importante per la sicurezza energetica cinese, ma non abbastanza da mettere a rischio la rete di rapporti costruita da Xi con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e le altre monarchie del Golfo. La Casa Bianca ha finora evitato di trasformare il dossier iraniano in un nuovo fronte dello scontro con Pechino. Trump ha citato più volte le rassicurazioni che dice di aver ricevuto direttamente da Xi sul mancato sostegno militare a Teheran. Il tema potrebbe comunque entrare nell’agenda del prossimo summit tra i leader delle due potenze, che dovrebbe tenersi il 24 settembre alla Casa Bianca.  

Così la Siria punta a diventare il nuovo corridoio energetico del Medio Oriente

La Siria potrebbe giocare un ruolo centrale nel nuovo scenario geopolitico che si sta delineando in Medio Oriente. Il Paese si sta ricostruendo dopo 14 anni di guerra civile terminata con la caduta del regime di Bashar al-Assad, fuggito in Russia e recentemente condannato a morte in contumacia. Il nuovo governo guidato da Ahmed al-Shara è al lavoro per rompere l’isolamento politico ed economico in cui il Paese è precipitato durante il conflitto. Per ora la prospettiva di una nazione stabile e impegnata in un processo di transizione democratica ha attirato numerosi investitori, soprattutto tra i Paesi del Golfo. Nel 2025 gli investimenti esteri hanno raggiunto i 28 miliardi di dollari soprattutto nella logistica, nelle infrastrutture, nel turismo e in agricoltura. E le stime per il 2026 confermano la tendenza positiva.

Così la Siria punta a diventare il nuovo corridoio energetico del Medio Oriente
Ahmed al-Shara (Imagoeconomica).

Come sfruttare la crisi di Hormuz

Con lo scoppio del conflitto tra Usa e Iran e la successiva chiusura dello Stretto di Hormuz la Siria, che ha mantenuto una posizione neutrale, potrebbe assumere una posizione di rilievo nello scacchiere regionale sfruttando la situazione per proporsi come corridoio di passaggio alternativo. «L’attuale situazione geopolitica ha restituito alla Siria l’importante posizione strategica che ha sempre occupato nella regione», spiega a Lettera43 il giornalista siriano Mahmoud Mosa: «Un punto di connessione tra il Golfo Persico, la Turchia e l’Europa attraverso il Mediterraneo». Uno scenario che interessa Paesi come l’Iraq, che ha già raggiunto un’intesa con Damasco per sviluppare un nuovo collegamento petrolifero verso il porto siriano di Baniyas, lungo lo storico corridoio Kirkuk-Baniyas, danneggiato durante l’invasione americana del 2003. «Questo accordo tra Siria e Iraq richiama la Four Seas Initiative», continua Mosa. «Lo scopo principale era quello di trasformare Siria e Turchia in un polo commerciale e di distribuzione energetica, collegando Mar Nero, Mar Caspio, Mar Mediterraneo e Golfo Persico attraverso la costruzione di infrastrutture e oleodotti». La realizzazione del progetto però richiederà almeno altri quattro anni e investimenti per circa 15 miliardi di dollari, secondo quanto riferito a Reuters da fonti vicine al dossier. Il percorso seguirebbe quello del vecchio oleodotto che collega la regione settentrionale irachena di Kirkuk al porto mediterraneo siriano di Banyias. Secondo gli esperti però la pipeline, fortemente compromessa dalle guerre e non a pieno regime dagli Anni 80, deve essere completamente ricostruita e ammodernata. Il piano, sostenuto dagli Usa, è attualmente in fase di revisione e la sua fattibilità è stata valutata da un consorzio che include anche il colosso statunitense Chevron.

Così la Siria punta a diventare il nuovo corridoio energetico del Medio Oriente
Kirkuk, una raffineria in fiamme nel 2004 (Ansa).

La ripresa passa anche dalle infrastrutture

Anche la Siria ovviamente trarrebbe vantaggio dal progetto. Il think tank Usa New Lines Institute stima un introito annuo compreso tra gli 8 e i 12 miliardi di dollari. «Il popolo siriano ha bisogno di tutto l’aiuto possibile per la ricostruzione», sottolinea Mosa. «Creare connessioni con i Paesi vicini e riprendere rapporti diplomatici con le altre nazioni dell’area sono passi fondamentali per la rinascita». Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita sono a loro volta alla ricerca di soluzioni alternative allo stretto di Hormuz per l’esportazione delle loro risorse energetiche e potrebbero dunque seguire l’esempio dell’Iraq. Secondo Mosa, la costruzione di oleodotti e infrastrutture per il trasporto di petrolio e gas attraverso la Siria creerà nuovi posti di lavoro necessari alla ripresa economica. Il nuovo governo deve però tenere conto anche di altri fattori. Il Paese è ancora attraversato da tensioni politiche interne. «Siamo appena usciti da una guerra civile, stabilità e sicurezza sono le parole chiave», conclude il giornalista. «Il nuovo governo sta lavorando per rafforzare l’esercito che avrà il compito di garantire la sicurezza nelle aree in cui verranno avviati i lavori di costruzione delle infrastrutture necessarie per la riuscita di questo progetto. Le autorità politiche, militari, economiche e diplomatiche devono lavorare insieme per permettere alla Siria di sfruttare questa opportunità e garantirle un futuro». 

E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?

Da mesi parliamo del dualismo tra Elly Schlein e Giuseppe Conte per la guida del centrosinistra, ma il vero filo (giallo)rosso sul quale si discute il futuro del campo largo è quello tra Igor Taruffi, responsabile organizzazione del Pd, e Paola Taverna, vicepresidente del M5s. Vicinissimi ai rispettivi leader di partito, hanno il compito di tessere la delicata trama delle primarie che, annunciate da mesi, potrebbero trasformarsi radicalmente per via delle new-entry.

E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?

I nomi in campo per contendersi la leadership

La svolta a questa narrazione è stata impressa da Avs (Alleanza Verdi Sinistra), lanciando l’ipotesi di un loro candidato da sottoporre al giudizio dei primaristi. Inevitabilmente, come nel domino, anche nelle altre forze della coalizione è sorto il desiderio di marcare il territorio, al punto che si fa sempre più concreta la suggestione di una corsa a sei. Né Conte né (soprattutto) Schlein hanno precisamente in pugno le varie componenti dei rispettivi partiti; figuriamoci quelle di un cartello così eterogeneo. Da qui l’idea di misurarsi sul campo, anche per poi regolare i rapporti futuri sulla base del consenso effettivo. 

E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

La carica dei centristi

Sponsorizzato da Romano Prodi, l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini è pronto a scendere in campo alla guida di Più Uno, progetto nato per rappresentare la componente cattolica. A questa si affianca quella centrista di stampo laico, che potrebbe riconoscersi in Giorgio Gori, il quale però al momento sta ben defilato dalle primarie (occhieggia alla segreteria del Pd, nel caso di tracollo di Schlein). L’attendismo di Gori va a vantaggio di Alessandro Onorato, assessore della Giunta Gualtieri e coordinatore di Progetto Civico Italia, che il 5 e 6 settembre terrà i suoi Stati Generali ad Agrigento. L’affollamento al centro si traduce anche nella probabile candidatura di Riccardo Magi, leader di +Europa, ma dalle parti dei riformisti l’ago della bilancia è sempre e comunque Matteo Renzi, abilissimo a confondere le acque: un giorno fa filtrare l’intenzione di volersi candidare in prima persona, ma il successivo continua a lavorare sul progetto legato a Silvia Salis, alter ego annunciata della Schlein. 

E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?

Tra Schlein e Salis si fa largo “Betta” Piccolotti

Lo scontro diretto Schlein-Salis da tempo solletica la fantasia dei media – più ancora che dei militanti – perché dalla contesa tra due modi piuttosto diversi di incarnare la leadership femminile uscirebbe la sfidante della vera partita: quella contro Giorgia Meloni. Eppure le protagoniste potrebbero essere più di due. Benché non vi siano conferme ufficiali – ma anzi un estremo riserbo – si fa largo la voce che la candidata di Avs possa essere Elisabetta “Betta” Piccolotti, parlamentare in carica e certamente una delle figure di maggior spicco del sodalizio rossoverde. La seconda suggestione riguarda un’esterna: Francesca Albanese, controversa relatrice delle Nazioni Unite sulla Palestina. Quest’ultima ha sempre negato l’intenzione di entrare in politica, recentemente glielo ha proposto anche Alessandro Di Battista, ma il suo profilo continua a essere di grande interesse. Anche per ragioni extrapolitiche.

E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
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E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?

L’etichetta di “moglie di”

Piccolotti , come noto, è sposata con Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana e co-leader di Avs, che certamente metterà il suo nome sul tavolo della coalizione. Se le opzioni fossero due (c’è anche la wild-card dei Verdi, che Angelo Bonelli pare non voglia usare personalmente), Piccolotti sarebbe in pole position e bisognerebbe prepararsi a gestire il solito maschilismo di chi – anche e soprattutto tra colleghi giornalisti – si riferisce a lei come alla «moglie del leader», elemento biografico oggettivo, ma che in un Paese profondamente maschilista allude al sospetto di nepotismo.

E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
Elisabetta Piccolotti con Nicola Fratoianni (Imagoeconomica).

Dai movimenti studenteschi al Parlamento

Classe ’82, Piccolotti è politicamente attiva fin dai tempi dei movimenti studenteschi, è stata portavoce dei giovani di Rifondazione Comunista, ha fatto gavetta a livello locale nella sua Foligno sostenuta da Sel (consigliera comunale, assessora e vicesindaca), fino a entrare in Parlamento nel 2022, dopo il ricalcolo dei voti che ha assegnato ad Avs delle schede erroneamente attribuite ai competitor. Anche in quell’occasione, ha dovuto sudare sette camicie: altro che strada in discesa. Molto efficace nella comunicazione (d’altra parte, è il suo mestiere), ha saputo valorizzare al meglio la sostanza delle sue numerose battaglie politiche: istruzione, cultura, università, diritti, lavoro, salari, ecologia, parità di genere, legalità e antifascismo. Insomma, un profilo completo per sfidare Schlein a tutto campo, soprattutto tra i giovani, e magari per allargare il tiro a chi non è particolarmente entusiasta delle prospettive di questo centrosinistra al momento poco propositivo. 

E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
Elisabetta Piccolotti (Imagoeconomica).

L’ipotesi secondo turno

Il recente scatto in avanti di Avs sui contenuti può essere di enorme aiuto per Piccolotti, anche per qualche considerazione statistica. Oggi Alleanza Verdi Sinistra è il terzo partito della coalizione con il 6,4 per cento, mentre il Pd sta poco sopra il 21 per cento e il M5s fluttua intorno al 13. Questo, però, è il consenso dei partiti, non certo quello dei singoli. E Schlein, eletta dai primaristi dopo aver nettamente perso la sfida congressuale nei circoli dem contro Stefano Bonaccini, lo sa molto bene. Guardando l’appeal personale dei leader, in prima fila c’è Conte, che infatti fa i salti di gioia nel vedere che le primarie si allargano ad altri contendenti: potendo contare su una probabile maggioranza relativa, la strada dell’avvocato del popolo per arrivare al traguardo si accorcia notevolmente. Schlein ribatte chiedendo il doppio turno, che invece aiuterebbe lei: una volta arrivata al ballottaggio, anche da seconda, come leader del partito più rilevante le sarebbe più facile trovare gli accordi necessari per imporsi. Taruffi e Taverna ne stanno discutendo e il punto di caduta potrebbe essere proprio il ballottaggio, ma con l’aggiunta del voto online da sempre molto caro al M5s. Tutto questo arzigogolato ragionamento, però, non tiene conto della possibile terza incomoda: Piccolotti. Tanto radicale nei contenuti quanto moderata nei toni, potrebbe ridisegnare i traballanti equilibri della coalizione.

Quanto vendono davvero i libri di Sigfrido Ranucci?

Sigfrido Ranucci in questi giorni è in tour per l’Italia a presentare il suo libro Il ritorno della casta (Bompiani), con accoglienza calorosa e lunghi firmacopie un po’ ovunque. 

Quanto vendono davvero i libri di Sigfrido Ranucci?
La presentazione de Il ritorno della casta ad Asiago (Ansa).

Le fatiche letterarie di Ranucci e i numeri

In carriera il giornalista, finora, è arrivato in libreria con quattro opere: la prima, del 2010, è stata scritta insieme al collega Nicola Biondo, Il patto. Da Ciancimino a Dell’Utri. La trattativa stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato (Chiarelettere). È un titolo con periodiche ripubblicazioni in edizioni tascabili, economiche e via dicendo, che ha ancora una sua vita dopo 16 anni, e che ha venduto complessivamente circa 40 mila copie, in base a quanto risulta dalla classifica GfK-Nielsen consultata da Lettera43.

Quanto vendono davvero i libri di Sigfrido Ranucci?
La copertina de Il patto edito da Chiarelettere.

La scelta ha venduto 64 mila copie

Nel 2024, poi, Ranucci ha dato alle stampe La scelta (Bompiani), ovvero quella sorta di autobiografia più o meno romanzata che ha suscitato notevoli polemiche soprattutto per le parti in cui il giornalista descrive il modo piuttosto spregiudicato con il quale si rapporterebbe alle fonti e alle stagiste che incrocia sul suo percorso (vedere, a questo proposito, anche il j’accuse di Angela Camuso pubblicato da Il Tempo). La scelta, giusto per capirci, è il libro sul quale Selvaggia Lucarelli ha di recente aperto tre diverse questioni. La prima riguarda il contenuto, da cui si desumono rapporti con stagiste e fonti definiti «spregiudicati». «Sono convinta», dice Lucarelli, «che non molestasse fisicamente nessuno, ma sono altrettanto convinta del fatto che il suo rapporto con alcune fonti e collaboratrici sia stato spregiudicato. È il famoso tema dell’asimmetria di potere: sei Ranucci, hai un enorme potere sulle carriere, dovresti avere una particolare cautela nel separare il piano professionale da quello privato». La seconda fa riferimento alle recensioni su Amazon, con Ranucci che, sempre secondo Lucarelli, avrebbe scritto finte entusiastiche recensioni firmandosi Emilio Cresci. Infine il terzo punto riguarda il numero di copie vendute, perché «Ranucci in alcune occasioni pubbliche e promozionali aveva dichiarato 100 mila copie, per definire il grande successo commerciale del volume. Ora però parla di 70 mila…». I numeri ufficiali de La scelta, per tagliare la testa al toro, certificano 64 mila copie secondo GfK-Nielsen, che sono comunque un ottimo risultato se paragonato alle vendite medie degli altri titoli in Italia.

Quanto vendono davvero i libri di Sigfrido Ranucci?
La copertina de La scelta edito da Bompiani.

Per ora Il ritorno della casta è a quota 19.400

Dopo questo volume dai contenuti anche scabrosi, Ranucci ha invece voluto recuperare un tono più familiare e divulgativo con Navigare senza paura. Guida per giovani esploratori del web (Salani/Ape junior) scritto insieme con il figlio Giordano. È uscito a fine gennaio 2026, a poco più di tre mesi dall’attentato subito fuori dalla sua abitazione nell’ottobre 2025, e finora ha venduto appena 10 mila copie.

Quanto vendono davvero i libri di Sigfrido Ranucci?
La copertina di Navigare senza paura edito da Salani/Ape junior.

A inizio marzo 2026, tuttavia, il prolifico Ranucci occupava di nuovo gli scaffali delle librerie con Il ritorno della casta, che in questi giorni sta continuando a promuovere in giro per la Penisola. È un saggio di inchiesta che analizza il rapporto tra politica, informazione e magistratura in Italia, ricostruendo un presunto piano di restaurazione del potere politico dopo Tangentopoli per depotenziare i controlli di legalità e ridimensionare il ruolo della magistratura. In questi sei mesi in libreria, tuttavia, l’ultima fatica di Ranucci non sembra avere sfondato più di tanto: al momento è a quota 19.400 copie vendute. Vediamo se i firmacopie estivi riescono a muovere la classifica. 

Sinner rinuncia agli US Open

Jannik Sinner non parteciperà ai prossimi US Open a causa del persistente problema al ginocchio emerso nelle scorse settimane, che lo aveva portato a sottoporsi a controlli assidui tra Milano e il JMedical di Torino. «Nonostante il duro lavoro svolto con il mio team e lo staff medico, abbiamo dovuto prendere la difficile decisione di non partecipare agli US Open di quest’anno», si legge nella nota con cui il fuoriclasse azzurro ha sciolto le riserve. New York vedrà invece l’atteso ritorno di Carlos Alcaraz dopo oltre quattro mesi di inattività.

Sinner: «Non vedevo l’ora di tornare a giocare a New York»

«Siamo tornati ad allenarci a Monte Carlo negli ultimi giorni e ci siamo resi conto di aver bisogno di più tempo per recuperare dal problema al ginocchio destro», ha spiegato Sinner nel comunicato. «Sono ovviamente molto triste e deluso, dato che New York occupa un posto speciale nel mio cuore. Non vedevo l’ora di tornare a giocare in quell’atmosfera elettrizzante, davanti a un pubblico fantastico». Il programma di Sinner, vincitore a Flushing Meadows nel 2024, prevede ora la permanenza in Europa e per proseguire il recupero, con l’obiettivo di farsi trovare pronto per la tournée asiatica e i tornei di Pechino e Shanghai.

La Turchia chiede un mandato di arresto internazionale per Netanyahu anche per la Flotilla

Il ministro della Giustizia turco Akin Gurlek ha annunciato che Ankara ha richiesto l’emissione di un mandato di cattura internazionale nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu anche per l’intercettazione delle navi della Global Sumud Flotilla, abbordate nel Mediterraneo, e la successiva detenzione degli attivisti, che stavano facendo rotta verso Gaza per portare aiuti umanitari.

Non è la prima richiesta di red notice da parte di Ankara

La Turchia ha già spiccato mandati contro Netanyahu e altri alti funzionari, accusati di genocidio per le operazioni dell’Idf nella Striscia.
La misura scaturisce da un’indagine condotta dall’undicesima Corte penale di Istanbul, che coinvolge in totale 35 imputati. La Turchia ha chiesto l’emissione di un codice rosso da parte dell’Interpol anche per il funzionario israeliano Afek Moskovitch, accusato al pari di Netanyahu di «crimini contro l’umanità, genocidio, privazione aggravata della libertà, lesioni personali dolose, tortura, distruzione di beni, saccheggio aggravato e appropriazione indebita di mezzi di trasporto». Oltre 400 gli attivisti che, dopo essere stati prelevati dalle imbarcazioni abbordate a ovest di Cipro, erano stati condotti con la forza in Israele e poi detenuti nel carcere di Ktziot, prima di essere espulsi.

Gli attivisti: «L’impunità dura da troppo tempo»

«Accogliamo con favore qualunque iniziativa giudiziaria che riconosca l’illegalità delle azioni compiute dal governo israeliano contro la Global Sumud Flotilla e che contribuisca a rompere un’impunità che dura da troppo tempo». Lo ha dichiarato Maria Elena Delia, portavoce italiana della Global Sumud Flotilla: «Quello che abbiamo subito – attacchi, intercettazioni illegali in acque internazionali, sequestri delle imbarcazioni, arresti e violenze – è grave e deve avere conseguenze sul piano della giustizia internazionale».

Scoperto in Germania un deposito segreto di armi: sospetti sulla Russia

Le autorità di sicurezza tedesche hanno scoperto un deposito segreto di armi in un bosco nei pressi di Berlino. Secondo quanto riportato da varie testate, l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione ritiene che le armi fossero destinate ad agenti dei servizi segreti russi, incaricati di compiere attentati: tra i potenziali obiettivi dirigenti dell’industria della difesa, esponenti dell’opposizione in esilio e sostenitori dell’Ucraina.

La scoperta del deposito e l’arresto di un sospettato in Romania

La scoperta, di cui si è avuto notizia solo adesso, sarebbe in realtà avvenuta sul finire dell’estate del 2025, dopo una soffiata. Le armi (tra cui alcune pistole) non erano state sequestrate, ma era stata avviata un’attività di sorveglianza. Inoltre, nell’ambito delle indagini, nell’autunno successivo un sospettato di aver partecipato all’operazione di occultamento sarebbe stato arrestato in Romania. L’ambasciata della Federazione Russa a Berlino ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni: le autorità di Mosca avevano precedentemente negato che i servizi segreti stessero pianificando o attuando atti di sabotaggio in Germania.

Gb, polemica per gli eventuali costi della scorta di Harry e Meghan

È polemica nel Regno Unito sugli eventuali costi di una scorta per il principe Harry e Meghan a carico dello Stato, dopo l’annuncio a sorpresa del ritorno dagli Usa a sei anni dallo strappo dalla famiglia reale. Secondo gli esperti citati dai media, la protezione potrebbe costare ai contribuenti fino a 5 milioni di sterline l’anno. Il dibattito in corso nel Paese sembra confermare che la sicurezza dei duchi di Sussex dovrebbe avere dei costi pubblici, anche se non è stata comunicata in merito una decisione da parte del governo. Per ora il premier laburista Andy Burnham si è limitato a parlare di un «affare privato» di Harry e Meghan, riferendosi alla loro protezione una volta ritornati a fine mese nel Regno. Il principe è ancora in attesa dell’esito della revisione delle misure di sicurezza dopo la revoca del diritto automatico alla scorta seguita allo strappo con i Windsor e alla rinuncia del ruolo di membro attivo della Royal Family con la moglie. Ora il comitato governativo preposto si è trovato a esaminare la situazione alla luce del trasferimento in pianta stabile dei Sussex. Dai Davies, ex responsabile di Scotland Yard per la protezione dei reali, ha detto che portare con sé la famiglia, essere residente nel Regno e il suo profilo pubblico fanno aumentare le possibilità che Harry ottenga la protezione della polizia.

Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno

Che cosa ci faceva Tommaso Verdini alla Versiliana proprio nel giorno dell’intervista doppia a Massimiliano Romeo e Attilio Fontana? Il fratello della fidanzata di Matteo Salvini è stato notato dal pubblico leghista mentre si aggirava con il telefono in mano attorno alla sala dove hanno parlato i leader della fronda ‘nordista’. Niente di male, i Verdini – anche Francesca e Denis – sono degli habitué della vacanza a Forte dei Marmi dove ha casa anche il segretario lombardo Romeo. Certo, tra i militanti ha stupito l’avvistamento del quasi cognato del leader proprio a ridosso della contestazione ai ‘ribelli’. E cioè quando tre uomini, due dall’apparente accento napoletano e uno fiorentino, hanno intonato «C’è solo un capitano» per chiedere la blindatura di Salvini alla segreteria. Un’altra presenza non è passata inosservata nella piccola sala allestita per il maltempo. Ovvero quella di Eugenio Zoffili, ex capo segreteria di Salvini a Strasburgo ed ex vice commissario lombardo prima della vittoria di Romeo al congresso. Proprio Zoffili è stato ‘pizzicato’ davanti all’ingresso della sala prima della contestazione.

Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno

Cacciari non ha l’età per fondare un partito

Massimo Cacciari, 82 anni, se avesse mezzo secolo di meno non ci penserebbe due volte: fonderebbe subito un nuovo partito. A la Nuova Venezia e agli altri quotidiani del gruppo Nem, il filosofo ed ex sindaco di Venezia mette sotto accusa il centrosinistra, incapace a suo giudizio di rappresentare gli interessi materiali dei ceti meno abbienti, e il Pd veneto in particolare, al quale dopo la sconfitta nella Serenissima chiede di ammettere: «Abbiamo sbagliato tutto». Per una nuova formazione c’è «uno spazio enorme». Potrebbe rivolgersi a quell’elettorato che negli ultimi anni ha votato partiti diversissimi tra loro: dalla Lega al M5s, fino a FdI e ora Futuro Nazionale. Si tratta di «grandi masse, anche di ceto medio, che non trovano alcuna rappresentanza». L’analisi di Cacciari è lucida: «Di fronte alla grande rivoluzione capitalistica, alla trasformazione dei modi di produzione e al venir meno delle vecchie composizioni sociali di classe, la sinistra non è riuscita a rappresentare il nuovo ceto medio e le classi meno abbienti. È significativo che oggi gli iscritti ai sindacati siano per tre quarti pensionati». Dopo aver sferrato un colpo al leader della Cgil Maurizio Landini, pur senza nominarlo, Cacciari ricorda che «c’era una forte rappresentanza del Partito comunista a livello operaio, ma nel commercio, nell’artigianato, nella piccola industria e nell’agricoltura in Veneto non c’è mai stata. Venezia, con una grande concentrazione industriale e una forte presenza della sinistra, era un’isola». Per il filosofo, il centrosinistra dovrebbe mettere a terra «una riforma fiscale realmente ridistributiva, dei processi di formazione, delle istituzioni riprendendo le grandi idee federalistiche. Un’ipotesi di riforma rivoluzionaria, facendo leva sugli interessi calpestati negli ultimi 30 anni e che hanno portato il nostro Paese ad avere salari tra i più bassi d’Europa». Amen…

Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Massimo Cacciari (Imagoeconomica).

Gualtieri e Durigon tra gli ospiti del Meeting

Imperdibile appuntamento per i leghisti, domenica pomeriggio al Meeting di Rimini: si parla di “Formazione professionale e crescita delle competenze”, con Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano, e Claudio Durigon, sottosegretario di Stato al ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, l’uomo della Lega di Matteo Salvini nel Lazio. L’abbinamento è davvero interessante, data la passione di Durigon per la cucina italiana. Sempre al Meeting, ma venerdì sera, è atteso il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Il primo cittadino capitolino sarà tra i protagonisti del convegno “Fare ancora città”, insieme a Gaetano Manfredi, presidente Anci e sindaco di Napoli, Alberto Stefani presidente della Regione Veneto, Sergio Urbani direttore generale e ceo Fondazione Cariplo, Mario Valducci presidente Invimit. A moderare Emmanuele Forlani, direttore generale Compagnia delle Opere. E poi, nella giornata di sabato, al Meeting arriva pure Papa Leone XIV.

Autostrade presenta Linee in movimento al Meeting di Rimini

A quasi 100 anni dalla nascita di Hugo Pratt, in occasione della 47esima edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli, Autostrade per l’Italia dedica all’artista nato a Rimini la raccolta di racconti Linee in movimento e una mostra dal medesimo titolo. Visitabile alla Fiera di Rimini dal 21 al 26 agosto 2026, nell’ambito del Padiglione del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, Linee in movimento è un percorso in cui le autostrade diventano parte dello scenario di 10 racconti, che danno vita a un itinerario dalla valenza culturale, storica e paesaggistica. Le storie, in un viaggio simbolico lungo la penisola, ci fanno scoprire, attraverso gli occhi dei protagonisti, inedite interpretazioni del pensiero di Hugo Pratt e del suo celebre Corto Maltese.

L’opera e l’immaginario dell’artista raccontate attraverso 10 storie

In questo contesto, gli ospiti della mostra saranno accolti da un’imponente statua, realizzata da Opera Laboratori, alta tre metri e raffigurante proprio il personaggio più noto di Pratt, omaggio a quel «pirata di poche parole ma ottime letture» di cui parla anche il volume. Uomini liberi, Pratt come Corto Maltese, qui icone di quella “libertà di movimento” che, ormai da qualche anno, Aspi ha scelto come suo manifesto. Fotografie, tavole, acquerelli e testi narrativi sono proiettati nell’universo di Corto Maltese e diventano linee in movimento: traiettorie, rotte e connessioni che restituiscono il senso del viaggiare. Questa iniziativa è l’adattamento espositivo dell’omonimo progetto editoriale con fotografie di Iwan Baan, illustrazioni del maestro Pratt e testi di Fabrizio Paladini. L’opera e l’immaginario dell’artista vengono qui raccontate attraverso 10 storie ambientate nei territori adiacenti alla rete di Autostrade per l’Italia, luoghi che valorizzano il viaggio come esperienza di relazione, conoscenza e memoria collettiva, in continuità con il tema centrale del Meeting 2026. L’autostrada non come protagonista del racconto, ma come parte integrante della storia, quella «strada che unisce culture, dialetti, abitudini e usanze e le rende Nazione».

Meloni intervistata dal New York Times: cosa ha detto su Trump

«È evidente che con Donald Trump credevo che le cose sarebbero state più facili, considerata la nostra convergenza su immigrazione, cultura woke e difesa dell’identità occidentale. Le cose sono andate in maniera diversa». Lo ha detto Giorgia Meloni nel corso di un’intervista concessa al New York Times, in cui è stato affrontato anche il tema dei rapporti tra i due leader, che si sono deteriorati nonostante le affinità politiche: tutto è iniziato con gli attacchi di Trump a Leone XIV, poi ci sono state le parole sui militari europei impegnati in Afghanistan e le accuse all’Italia per non aver supportato a dovere gli Usa nella guerra all’Iran. Il tutto è deflagrato al G7 di Evian, con il caso della foto “implorata” dalla presidente del Consiglio. I due, per ammissione di Meloni, non si parlano da diverse settimane. Quanto a un eventuale incontro dopo l’estate, la premier sì è poi limitata a un laconico: «Vedremo».

Meloni intervistata dal New York Times: cosa ha detto su Trump
Donald Trump e Giorgia Meloni al G7 di Evian (Imagoeconomica).

Il ruolo dell’Italia e la domanda sul fascismo

Nel corso dell’intervista, Meloni ha rivendicato una linea di politica estera che va oltre le simpatie individuali. «Continuo a credere che l’unità dell’Occidente sia qualcosa di molto importante. Non decido la strategia italiana in base ai miei rapporti personali», ha spiegato la presidente del Consiglio. Poi, parlando di «rivoluzione dell’orgoglio», ha aggiunto: «Non mi piace l’idea di un’Italia sottomessa, un’Italia che si considera inferiore alle altre». Meloni ha inoltre parlato con Roger Cohen del Nyt anche del suo percorso politico, che dalla periferia di Roma l’ha portata a Palazzo Chigi. E in questa parte dell’intervista è arrivata anche la domanda scomoda sulle radici post-fasciste di Fratelli d’Italia. La premier se l’è “cavata” così: «Chiaramente, se guardiamo a questa storia oggi, è una cosa. Se l’avessimo vista stando nel bel mezzo di quegli eventi, probabilmente l’avremmo percepita diversamente, no? Conosco il nome e la storia di tutti i giovani sacrificati sull’altare dell’antifascismo».

Meloni intervistata dal New York Times: cosa ha detto su Trump
Giorgia Meloni e Donald Trump (Imagoeconomica).

L’Olanda si aggiunge ai Paesi pronti a rimandare in Italia i “dublinanti”

La mossa di Giorgia Meloni di sospendere Schengen dopo la crisi migratoria di Ceuta si sta decisamente rivelando un boomerang per la presidente del Consiglio. Continua infatti ad allungarsi la lista dei Paesi che si preparano (e in alcuni casi lo hanno già fatto) a rimandare in Italia i cosiddetti “dublinanti” nell’ambito del nuovo Patto Ue su migrazione e asilo. A Germania, Svizzera, Austria, Finlandia e Svezia si sono ora aggiunti anche i Paesi Bassi. Julia Huisman-de Vries, portavoce del ministero della Giustizia e della Sicurezza olandese, ha dichiarato che «sono in corso contatti per definire una procedura efficace per effettuare questi trasferimenti». Amsterdam non ha fornito indicazioni sul numero complessivo di migranti che potrebbero essere interessate dai futuri trasferimenti. E non ha nemmeno precisato se la procedura riguarderà solo i richiedenti asilo arrivati dopo il 12 giugno, data di entrata in vigore del nuovo Patto Ue, o anche quelli già presenti in precedenza nei Paesi Bassi.

L’Olanda si aggiunge ai Paesi pronti a rimandare in Italia i “dublinanti”
Giorgia Meloni (Ansa).

Chi sono i “dublinanti” e cosa prevede il nuovo Patto Ue

Il termine “dublinanti” identifica i richiedenti asilo che, dopo avere presentato domanda di protezione nel primo Stato in cui sono stati identificati, si sono poi spostati in un altro Paese. Sono detti dublinanti perché il meccanismo che stabilisce quale Paese è responsabile della domanda di asilo deriva dal cosiddetto “sistema di Dublino”, che per anni ha regolato questa materia in Europa. Dal 12 giugno 2026 è entrato in vigore il Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione, che ridisegna le regole per gestire gli arrivi nei 27 Paesi dell’Ue, in base al quale i migranti devono essere riportati nello Stato in cui sono stati identificati la prima volta e a cui spetta la gestione della domanda di asilo. Dal 5 dicembre 2022 – data della circolare del Viminale che ha bloccato i rientri – al 31 dicembre 2025 sono state in tutto 80 mila le richieste all’Italia di presa in carico dei dublinanti. Domande che sono state perlopiù inevase. Secondo i dati Eurostat, l’Italia – Paese di primo approdo con più arrivi – nel 2025 ha ricevuto 24.152 richieste da altri Stati di riprendersi migranti, accettandone però solo 85.

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda

Nel risiko bancario che torna a impazzare bisogna stare attenti a dichiararsi cacciatori. Si rischia di svegliarsi qualche settimana dopo e scoprire di essere stati impallinati. Giuseppe Castagna, ad di Banco Bpm, ne sa qualcosa. All’inizio dell’estate era andato a bussare alla porta di Luigi Lovaglio proponendogli un matrimonio tra eguali, con tanto di lettera d’amore – finanziario, che non si pensi ad altro -spedita da Milano a Siena, inneggiante alle magnifiche sorti e progressive che accompagnano immancabilmente ogni fusione. 

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda
Giuseppe Castagna (Imagoeconomica).

Quel piano sfumato per colpa di Crédit Agricole

L’idea non era neppure malaccio. Banco Bpm e Montepaschi insieme avrebbero finalmente dato corpo al famoso terzo polo bancario, creatura mitologica che da anni compare e scompare dalle cronache senza mai materializzarsi. Un po’ come il centro in politica: tutti lo cercano, molti sostengono di abitarci, poi arrivano le elezioni e diventa difficile trovarlo. Al governo l’idea piaceva, alla Lega ancora di più. Banco Bpm è pur sempre la banca dei territori del Nord, quasi una dependance sentimentale del Carroccio. Mps invece, dopo essere stata per decenni una propaggine della sinistra senese che era quasi riuscita ad ammazzarla, è risorta grazie ai miliardi dello Stato, che attraverso il Mef ne conserva una piccola quota. Ma siamo sempre dalle parti di Cuccia: certe azioni, più che contarle, bisogna pesarle. Anche le poltrone erano sistemate. Castagna avrebbe comandato, Lovaglio sarebbe diventato presidente, e nessuno avrebbe dovuto cercarsi un altro mestiere. A mandare tutto all’aria ci ha però pensato Crédit Agricole, che possiede quasi il 30 per cento di Banco Bpm. Quando il primo azionista storce il naso, gli altri in genere si adeguano senza fare storie. Le nozze furono archiviate e ognuno tornò a casa sua. 

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda
Matteo Salvini con Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

La contromossa dell’irriducibile Lovaglio

Sembrava finita. Ma Lovaglio ha una tenacia che persino i suoi nemici gli ammirano e, come ha scritto ironicamente Mario Seminerio, pur di salvare Mps (e se stesso) sarebbe capace di lanciare un’Opa anche su JP Morgan. Per il momento si è accontentato di Banco Bpm e di Banca Generali, l’altro fronte che ha aperto, pur con grandi mal di pancia nel cda e uno dei suoi advisor Vitale-Barucci che, in mancanza di informazioni più dettagliate, non ha dato parere di fairness sull’operazione. Lovaglio ha ripescato la vecchia lettera di Castagna e gliel’ha rispedita sotto forma di Ops: 25,3 miliardi in azioni per comprarsi la banca di quello che pochi mesi fa voleva fondersi con lui. Per sottrarre Siena all’abbraccio di Intesa Sanpaolo, ha pensato che il modo migliore fosse abbracciare l’ex amico milanese.

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il governo potrebbe togliere Castagna dal fuoco

Per Castagna, ex nuotatore olimpico, ora comincia una gara nella quale qualunque corsia scelga rischia di sbattere contro il bordo della piscina. Se dice sì, Banco Bpm entra nel nuovo gruppo e lui, magari non subito, prepara le valigie: Lovaglio non ha attraversato tutte le guerre di Siena per costruire una banca più grande e poi consegnarne le chiavi a un altro. Se dice no, conserva banca e poltrona, ma anche il Crédit Agricole, che con quasi il 30 per cento da inquilino sta diventando padrone. I francesi potrebbero naturalmente decidere che quella quota è soltanto un antipasto e provare a mangiarsi tutto Banco Bpm. Ma a quel punto entrerebbe in scena la politica. Lo stesso governo che ha fermato con il golden power l’assalto di UniCredit avrebbe qualche difficoltà a spalancare le porte a Crédit Agricole. La Lega ancora di più. Per mesi Piazza Meda è stata difesa dagli appetiti di Andrea Orcel, trattato come uno straniero nonostante UniCredit abbia sede a Milano. Sarebbe curioso scoprire che, scampato il pericolo di Piazza Gae Aulenti, la soluzione patriottica si trova a Parigi. 

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda
Giuseppe Castagna (Imagoeconomica).

C’è differenza tra essere lo sposo o la dote

Castagna ha però una carta da giocare. Banco Bpm è azionista di Mps e quando l’assemblea senese sarà chiamata a pronunciarsi sulla maxi operazione potrà dire la sua. Con una situazione abbastanza rara persino nel nostro anomalo capitalismo: votare da socio della banca che vuole comprargli quella che dirige. Non è difficile immaginare quale possa essere il suo interesse. Nel risiko bancario tra essere lo sposo ed essere la dote la differenza non è un proprio un dettaglio. 

Maltempo, allerta meteo in quattro Regioni: frane, allagamenti e blackout

Emergenza maltempo in diverse regioni del Nord Italia, con nuove perturbazioni attese in giornata. Per oggi, venerdì 21 agosto, la Protezione civile ha diramato allerta arancione in quattro regioni: Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Lombardia e Toscana. Sono 13 le Regioni interessate dall’allerta gialla.

La situazione più delicata si registra in Lombardia

Il maltempo ha già provocato frane, allagamenti, cadute di alberi, problemi alla viabilità e interruzioni dei servizi in diverse zone. La situazione più delicata si registra in Lombardia, dove nella notte sono stati effettuati oltre 200 interventi di soccorso. A Isola di Fondra (Bergamo) da un campeggio sono state evacuate a scopo precauzionale 250 persone. Sempre nella Bergamasca sei Comuni (Valleve, Carona, Foppolo, Branzi, Valbondione e Gandellino) sono ancora isolati per via del maltempo: 350 gli evacuati. In Val Camonica, nel Bresciano, una frana ha distrutto il ponte sul torrente Val Rabbia. Il maltempo ha interessato anche il Comasco, in particolare Domaso, dove l’esondazione di un torrente ha compromesso la viabilità, e la provincia di Sondrio, con criticità a seguito dell’esondazione del bacino dei Forni e il crollo di un ponte pedonale.

In Toscana 6 mila famiglie rimaste senza elettricità

In Toscana tra le 21 e le 23 sono caduti oltre 8 mila fulmini. Forti piogge sulle province di Massa Carrara, Lucca, Grosseto, Siena, Pisa e Livorno. Numerosi gli alberi abbattuti dalle forti raffiche di vento. «Il vasto sistema temporalesco sta per avvicinarsi alla Toscana. Oltre 6 mila le utenze rimaste senza elettricità.

A Pescia (Pistoia) è crollato parte del muro dello stadio. Nelle prossime tre ore il sistema si sposterà verso est raggiungendo l’arcipelago, la costa centro-settentrionale e le aree di nord ovest. Attesi rovesci e forti raffiche di vento localmente superiori a 110 km/h. Nelle successive tre ore spostamento del fronte temporalesco verso le zone interne», ha scritto sui social il governatore Eugenio Giani.

I danni del maltempo in Friuli-Venezia Giulia e Liguria

Allagamenti e alberi abbattuti anche in Friuli-Venezia Giulia: dalle 18 di ieri alle 7 di oggi ci sono state complessivamente 135 chiamate legate a richieste per il maltempo (50 nella provincia di Udine, 40 in quella di Pordenone, 32 in quella di Gorizia e 13 in quella di Trieste). Per quanto riguarda la Liguria, dove un fulmine già ieri aveva mandato in tilt la stazione ferroviaria di Ventimiglia, durante la notte le zone più colpite sono state quelle di Montoggio e Sant’Olcese, nell’entroterra genovese, dove in un’ora sono caduti 65,6 millimetri di acqua. Anas ha disposto la chiusura temporanea dell’Aurelia nel territorio di Savona, in corrispondenza del ponte sul torrente Quiliano. Nel Comune di Arenzano (Genova) è stata bloccata la strada in corrispondenza della galleria Pizzo.

Nuovi rincari per i carburanti: benzina a 2,005 euro al litro

Non si ferma l’impennata del prezzo dei carburanti. La benzina segna un nuovo picco dopo i 2,002 euro al litro raggiunti ieri e sale a 2,005 euro in modalità self service sulla rete stradale: si tratta del prezzo più alto da settembre del 2023. In autostrada il prezzo medio della benzina è salito a 2,080 al litro (ieri era 2,077). Il gasolio ha invece raggiunnto 2,122 al litro sulla rete stradale (ieri era 2,116) e 2,194 in autostrada (ieri 2,186). Sono i dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy che permette di consultare in tempo reale i prezzi praticati presso gli impianti di distribuzione situati nel territorio nazionale, come comunicati dagli esercenti. Il record degli ultimi anni è stato toccato a marzo del 2022, poco dopo l’invasione russa dell’Ucraina, quando il prezzo medio della verde era arrivato a circa 2,2 euro al litro.

Trump e il suo ex avvocato Cohen riuniti dopo anni di scontri

Donald Trump e Michael Cohen di nuovo insieme in un’intervista radiofonica. Dopo gli accesi scontri e gli attacchi passati, il presidente Usa ha accettato di parlare con il suo ex avvocato personale e uomo di fiducia ai microfoni di Wabc, network di New York. Durante il colloquio, Cohen ha sfiorato il tema del loro rapporto «rianimato», perché i due si sono ormai perdonati a vicenda, lasciando spazio al tycoon per esporre le sue posizioni su Iran («li abbiamo spazzati via» e «presto avremo pieno controllo di Hormuz»), Israele («non esisterebbe senza di me») e Partito democratico («credo saranno spazzati via alle elezioni di midterm»). Cohen, che in passato aveva paragonato Trump a un mafioso, questa volta si è rivolto a lui chiamandolo «signore» sei volte, «signor presidente» quattro volte e «capo» una.

Mps lancia le offerte su Bpm e Banca Generali: valore complessivo 34 miliardi

All’indomani del cda che ha dato semaforo verde al piano dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio, Monte dei Paschi di Siena ha annunciato il lancio di due offerte pubbliche di scambio volontarie, contestuali e parallele, interamente in azioni, sull’intero capitale di Banco Bpm e Banca Generali, per un valore complessivo di 34 miliardi di euro.

Il valore delle due operazioni lanciate da Mps

L’offerta di scambio totalitaria su Banco Bpm prevede 1,567 azioni del di Mps per ogni titolo della banca milanese. L’ops, spiega Rocca Salimbeni, non include alcun premio e valorizza l’istituto guidato da Giuseppe Castagna 25,35 miliardi di euro. L’offerta su Banca Generali prevede un rapporto di cambio di 6,958 nuove azioni di Mps per ciascun titolo della controllata del Leone, con un premio del 10 per cento sui prezzi ufficiali del 19 agosto.

Mps lancia le offerte su Bpm e Banca Generali: valore complessivo 34 miliardi
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il 29 ottobre sarà l’assemblea dei soci a esprimersi

Mps prevede che il periodo di adesione alla doppia offerta su Banca Generali e Banco Bpm «possa avere inizio entro la prima metà del mese di dicembre 2026 e concludersi entro la prima metà del mese di febbraio 2027». L’efficacia delle due ops è condizionata al raggiungimento di un livello minimo di adesioni del 50 per cento. Inoltre, in osservanza della passivity rule, servirà il via libera dell’assemblea dei soci del Monte, convocata il 29 ottobre, che vedrà anche il voto sulla fusione con Mediobanca. In caso di adesione integrale, gli attuali azionisti di Siena deterranno il 50,1 per cento del gruppo combinato (che sarà il terzo polo italiano del credito), quelli di Bpm il 37,2 per cento e quelli Banca Generali il 12,7 per cento.

Mps lancia le offerte su Bpm e Banca Generali: valore complessivo 34 miliardi
Una filiale del Monte dei Paschi di Siena (Imagoeconomica).

In arrivo anche una supercedola per gli azionisti

Il piano messo a punto da Lovaglio per fronteggiare l’opas di Intesa Sanpaolo prevede poi la distribuzione di 4 miliardi di euro di dividendi a favore degli azionisti di Mps, da corrispondere parte in cassa (1 miliardo) e parte in azioni Generali (3 miliardi).

Melania Trump torna in pubblico alla Casa Bianca

Dopo settimane di assenza, la first lady americana Melania Trump è ricomparsa in pubblico alla Casa Bianca per parlare di Fostering the future, un’iniziativa per «valorizzare i giovani americani in base al merito e al talento, consentendo loro di superare le difficoltà economiche e qualsiasi altra condizione che possa limitare le opportunità». Un nuovo tassello del suo progetto che punta a offrire borse di studio ai giovani in affido. Melania ha presieduto la cerimonia degli accordi raggiunti con IndyCar e Fox, che hanno donato un milione di dollari ciascuno per la causa, destinata agli studenti della Indiana University e della Purdue University. «La nostra missione è semplice ma trasformativa: offrire a ogni giovane proveniente dal sistema di affido la possibilità di conseguire una formazione universitaria, avviare una carriera significativa e raggiungere un’indipendenza economica duratura», ha spiegato la first lady, che ha cercato di placare le polemiche sulla sua presunta assenza dagli impegni ufficiali.

Melania: «Ho sentito che vi sono mancata»

«Ho sentito che vi sono mancata», ha scherzato all’inizio, dopo essere uscita mano nella mano con il marito dallo Studio Ovale della Casa Bianca e aver raggiunto il podio nel Giardino delle Rose. La sua ultima apparizione pubblica risaliva a più di un mese fa, quando ha assistito alla finale della Coppa del Mondo di calcio il 19 luglio 2026.

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male

E anche questo Ferragosto ce lo siamo tolti di mezzo. Dove eravamo rimasti? Ah già. L’avventura politica del campo largo alle primarie rischia di finire molto bene per Giuseppe Conte, molto male per il Pd, e chissà quanto bene per la mitologica unità della coalizione.

I riformisti e la carta Salis

Secondo l’ultimo sondaggio dell’Istituto Piepoli, elaborato per testare la fiducia sulla futura leadership del sinistra-centro, Conte sarebbe in testa con il 36 per cento. A seguire, Silvia Salis (30 per cento) ed Elly Schlein (29 per cento). Per carità, i sondaggi vanno presi per quello che valgono. Soprattutto ora, a chissà quanto tempo dalle famose o famigerate primarie, per adesso solo virtuali. Ancora infatti non si sa se, come e quando ci saranno. Intanto però si sa che sono già un problema per il Pd. Non solo per la cara leader, ma pure per i suoi avversari interni, che non vedrebbero l’ora di poter partecipare alle prossime consultazioni interne del sinistra-centro. C’è solo un dettaglio, non secondario: Giorgio Gori – riformista non bonacciniano – sarebbe disposto a fare un passo in avanti verso la candidatura. Ci sta ragionando seriamente da tempo. Solo che se c’è Salis candidata, no.

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male
Giorgio Gori con Elly Schlein (foto Ansa).

Ma se questi sono i numeri, allora una possibilità per la sindaca di Genova c’è. Il punto per Salis non è vincere ora le primarie, ma articolare una presenza, certificare che un’area moderata nel centrosinistra è possibile, che non è tutto Conte quel che luccica (che poi sembra essere quello che dice Matteo Renzi, che da settimane cerca di convincere la sindaca genovese a presentarsi alle primarie). 

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male
Silvia Salis, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Conte è tutto ciò che Schlein non è (e non può essere)

L’ex presidente del Consiglio comunque rimane il più insidioso fra gli avversari, è considerato competitivo persino nei confronti di Giorgia Meloni, ha l’allure di chi ha già governato, elemento che inspiegabilmente sembra piacere, persino rassicurare. Il capo dei cinque stelle è tutto ciò che Schlein non è e non può essere. È trasversale, pronto a governare con chiunque, come dimostra il curriculum di uno che ha prima governato con la Lega e poi con il Pd, pronto a piroettare sulla sicurezza, mettendo in seria difficoltà gli alleati tradizionalmente molto generosi, pronto anche a fare della politica estera, dell’Ucraina, il suo principale terreno di scontro politico irenico-pacifista. Non è un’improvvisazione, quella su Kyiv, non è nemmeno una provocazione costante. Conte sa che c’è un pezzo dell’elettorato che non condivide la linea Schlein e che pensava, sperava, ipotizzava, rosybindianamente, che il Pd tre anni fa cambiasse rotta. E lì sta, rimane, titilla la pubblica opinione infischiandosene se nel resto della coalizione qualcuno borbotta.

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male
Giuseppe C>onte (Imagoeconomica).

Conte ragiona già da capo del campo largo, qualche giorno fa è pure andato a Sant’Anna di Stazzema nelle vesti di oratore ufficiale dell’anniversario dell’eccidio nazista, dispensando lezioni di bon ton etico-istituzionale alla maggioranza: «Chi si professa patriota dovrebbe essere qui per onorare la patria. Non possiamo onorare la patria se non onoriamo chi ha sacrificato la propria vita per non piegarsi alla dittatura», ha detto Conte: «Anzi chi evita di pronunciare parole di verità non solo continua a ferire la verità ma finisce per disconoscere i fondamenti stessi della nostra storia repubblicana. La Costituzione è punto di partenza per l’unità, per costruire l’azione politica del futuro».

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male
Giuseppe Conte a Sant’Anna di Stazzema (Ansa),

Il Pd, ancora oggi, sembra che debba farsi perdonare qualcosa

Il Pd ha sempre sofferto Conte e sembra continuare a soffrirlo. Soprattutto culturalmente: il partito di Schlein sembra sempre, ancora oggi, che debba farsi perdonare qualcosa (aver troppo governato o essere stato troppo renziano, o renziano e basta). Il capo del M5s è stato dunque così in questi anni il surrogato della leadership del centrosinistra; ne ha condizionato l’impostazione culturale, come dimostra il taglio del numero dei parlamentari avallato anche dal Pd, soprattutto da quella parte che bettinianamente adora Conte, il pater familias degli italiani, l’avvocato del popolo, il tribuno del campo largo in pochette arcobaleno che sogna di tornare a Palazzo Chigi

Dall’estero: I vincitori degli Aurora Awards, i premi canadesi

I vincitori degli Aurora Awards, i premi canadesi

Tra i vincitori il nuovo romanzo di Robert J. Sawyer uscito in luglio su Urania, I fantasmi nella macchina

I premi Aurora sono l'equivalente canadese dei Premi Hugo; sono assegnati annualmente dalla CSFFA, l'associazione canadese dei professionisti e dei fan della fantascienza e del fantasy. Domenica 9 agosto in una cerimonia in streaming sono stati presentati i premi Aurora 2026. In coda potete vedere il simpatico video della premiazione con interventi di tutti i premiati. Premi Aurora 2026: i vincitori Romanzo The Downloaded 2: Ghosts in the Machine (I fantasmi nella macchina, Urania, Mondadori), Robert J. Sawyer Romanzo young adult Breath of the Dragon, Shannon Lee e Fonda... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Dall'estero - 21 agosto 2026 - articolo di S*

Ranucci, il cortocircuito del femminismo e il patriarcato in camicia bianca

Breaking news: sembra che la destra ora apprezzi le femministe “di sinistra”, quelle arrabbiate. O meglio, le apprezzerebbe se invece di arrabbiarsi per l’insufficienza della prevenzione dei femminicidi o il depotenziamento della legge antistupro se la prendessero con il giornalista d’inchiesta Sigfrido Ranucci, tombeur e trombeur confesso e impenitente, oltre che vittima del torbido «attentato d’amore» (copyright Paolo Mieli) ordito dall’amico Valter Lavitola.

Ranucci, il cortocircuito del femminismo e il patriarcato in camicia bianca
Sigfrido Ranucci (Ansa).

Descriversi come un pussy magnet non è stata una grande idea

«Dove sono coloro che in altre circostanze hanno denunciato maschilismo, patriarcato e squilibri di potere?», si è chiesta la senatrice di Fratelli d’Italia Susanna Campione, membro della Commissione parlamentare d’inchiesta su femminicidio e violenza di genere, riferendosi alle spericolate (sia deontologicamente sia umanamente) relazioni con fonti e stagiste, descritte da Ranucci nel suo La scelta, classificabile come autofiction più che come autobiografia. «Parti romanzate trasformate in gossip» da giornali e piattaforme social, ha lamentato il giornalista su Facebook, senza considerare che sarebbe stato lui il primo a non fare un gran favore a se stesso, descrivendosi come un pussy magnet stile James Bond vecchia maniera (anche se nemmeno il Bond più sciovinista avrebbe liquidato la tragica morte di una sua amante con la frase «ahò, dopo la vita di merda che faccio, una trombata me la fate fare?», pronunciata da Ranucci in un’intervista con Alessandro Masala).

Il j’accuse di Camuso e quel «non ero l’Olgettina di turno»

Ma mettiamo anche che gli idilli di Sigfrido con colleghe e informatrici fossero per lo più del tipo raccontato al Tempo dalla giornalista Angela Camuso, che nel 2018 lo contattò per una possibile collaborazione al suo programma: zero interesse per le qualità professionali, ma molti apprezzamenti fisici, avance, vocali conditi di baci, messaggi in orari inappropriati, inviti a cena, insomma, tutto l’arsenale del capo provolone o del produttore viscido alle prese con una candidata giovane e carina. E Camuso, che il lavoro a Report lo voleva, per un po’ fece buon viso a cattivo gioco, ma poi mise in chiaro che non le interessavano profferte di tipo non professionale («non ero l’Olgettina di turno», sottolinea con spiacevole sussiego retrospettivo), e Ranucci si defilò, per cercare altrove momenti di distrazione alla sua «vita di merda». Non era quello che Camuso si aspettava da un eroe popolare, un’icona del giornalismo senza macchia e senza paura, che si paragona a Moro, Falcone, Borsellino, e ultimamente pure a Guccini, da poco scomparso.

Ranucci, il cortocircuito del femminismo e il patriarcato in camicia bianca
L’intervento di Angela Camuso su Il Tempo.

Un «patriarcato mediterraneo» in camicia bianca

Ma torniamo alla domanda di Susanna Campione: perché nessuna voce da sinistra depreca l’atteggiamento prevaricatore e patriarcale di Ranucci-uomo? Al di là della malafede (è un po’ come quando la destra rimprovera alla sinistra di manifestare per Gaza e non per i dissidenti iraniani oppressi, senza pensare che ogni tanto anche il popolo di destra potrebbe darsi una mossa e scendere in piazza per un motivo non egoistico e spregevole), la questione è pertinente: non ci si può scandalizzare per il «patriarcato mediterraneo» in camicia nera e nel contempo minimizzare quello in camicia bianca.

Ranucci, il cortocircuito del femminismo e il patriarcato in camicia bianca
Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica).

Forse le donne di sinistra sono già in assetto pre-elettorale

L’unica ad avere rotto il silenzio è Selvaggia Lucarelli. Dall’alto di Vale tutto, la sua newsletter su Substack, una delle più lette del mondo, ha vivisezionato puntigliosamente il caso Ranucci anche sotto il profilo delle avventure amorose, evidenziandone la multiforme scorrettezza, tanto da guadagnarsi un grossolano attacco pubblico da parte del giornalista («Siamo al punto che perfino Selvaggia Lucarelli mi imputa rapporti spregiudicati: sarebbe interessante citare i suoi»). «So che sto facendo un favore alla destra», avvertiva Lucarelli nel suo articolo, «ma voglio essere intellettualmente onesta». Ecco, appunto. In Italia essere intellettualmente onesti è un lusso che ben pochi possono concedersi, specie a una manciata di mesi dalle elezioni. E anche le donne di sinistra devono essere già in assetto pre-elettorale, «il nemico del mio nemico è mio amico, fosse anche un predatore narcisista con tendenze mitomani e privo del senso del ridicolo».

Mps, la decisione del cda sulle offerte di scambio su Bpm e Banca Generali

Il cda di Monte dei Paschi di Siena, dopo oltre sette ore, ha approvato il piano sottoposto dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio di promuovere due offerte di scambio separate su Banco Bpm e Banca Generali, nel tentativo di costruire un’alternativa all’offerta lanciata a giugno su Rocca Salimbeni da Intesa Sanpaolo. E dunque di evitare il piano che prevede lo smembramento e la divisione di Mps tra Intesa Sanpaolo e Unipol/Bper.

Mps, la decisione del cda sulle offerte di scambio su Bpm e Banca Generali
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Hanno detto sì nove consiglieri su 13, quattro gli astenuti

La proposta di Lovaglio sarebbe stata approvata con nove voti su 13, oltre a quattro astensioni da parte dei consiglieri espressi dalle liste di minoranza. Mps si prepara dunque a lanciare due offerte – da pagare in proprie azioni – con l’obiettivo di creare il terzo polo nel credito nazionale, con una capitalizzazione vicina ai 70 miliardi di euro. Nel caso di Banca Generali si profila un’offerta in cui entrerebbe in gioco la quota del 13,2 per cento del Leone di Trieste detenuta da Mps attraverso Mediobanca. La doppia operazione renderebbe i francesi di Crédit Agricole (che detiene il 29,3 per cento di Banco Bpm) e Generali tra i principali azionisti del nuovo polo. Il piano d Lovaglio prevederebbe inoltre l’ipotesi della distribuzione di un dividendo straordinario agli azionisti di Siena, per invogliarli a rinunciare all’opas di Intesa Sanpaolo.

Mps, la decisione del cda sulle offerte di scambio su Bpm e Banca Generali
Intesa Sanpaolo (Imagoeconomica).

Palermo, bambina di quattro anni muore per difterite: i genitori sono no vax

Una bambina di quattro anni è morta all’ospedale Civico di Palermo per difterite. La piccola non era stata vaccinata subito dopo la nascita per volontà dei genitori. Il padre e la madre erano convinti, hanno raccontato i medici, che l’autismo di un loro cugino fosse dipeso dal vaccino trivalente. Come ha spiegato a Repubblica Domenico Cipolla, direttore sanitario dell’Arnas Civico, si tratta del primo caso di morte per difterite negli ultimi 10 anni: «L’ultimo in Europa era stato accertato quattro anni fa in un villaggio no vax della Spagna». La Procura palermitana ha aperto un’inchiesta.

Che cos’è la difterite

Come si legge sul sito del Ministero della Salute, la difterite è una malattia infettiva acuta, potenzialmente fatale, a notifica obbligatoria, che si contrae per via aerea. La tossina difterica, oltre a indurre necrosi tessutale locale, può diffondere attraverso il circolo sanguigno e raggiungere organi vitali causando gravi complicanze. Nella forma più classica e grave, la difterite si presenta come malattia respiratoria che si manifesta a livello delle vie aeree superiori (naso, faringe, laringe, trachea), caratterizzata dalla formazione di pseudomembrane che, aderendo alle mucose, ostruiscono il passaggio di aria e causano la morte del paziente per soffocamento. Nel caso della bambina di Palermo, i genitori l’avrebbero scambiata per una normale tonsillite. Rara nei Paesi industrializzati, la difterite è endemica in altre zone del mondo: in Italia dal 2000 sono stati segnalati sei casi.

Bergamo, misure di sicurezza eccezionali per Atalanta-Hapoel Tel Aviv

Sono state messe in campo misure di sicurezza eccezionali a Bergamo, dove alle 20:30 di giovedì 20 agosto 2026, presso la New Balance Arena, l’Atalanta si scontrerà con l’Hapoel Tel Aviv nella partita di andata delle qualificazioni di Conference League. Secondo quanto riporta il Corriere, saranno schierati 350 agenti (anche se i numeri non sono ufficiali). Il ministero dell’Interno ha poi concesso che arrivino rinforzi anche da altre città, l’utilizzo di un elicottero e di apparecchiature anti drone. L’Ente nazionale per l’aviazione civile (Enac) ha inoltre emesso un Notam (Notice to air mission), cioè un avviso speciale ai piloti che prevede il divieto di sorvolo sopra lo stadio a ogni tipo di velivolo, compresi i droni. Il divieto è iniziato già nel pomeriggio di mercoledì 19 agosto e resterà valido fino a quando lo stadio non sarà vuoto.

Controlli più rigidi agli ingressi dello stadio

Oltre alla consueta ordinanza contro la vendita di alcolici, il comune ne ha emesse altre. Una riguarda il divieto di sosta, con rimozione forzata, su tutte le vie attorno allo stadio. Un’altra ordina la chiusura dalle ore 17.00 di viale Giulio Cesare da piazzale Oberdan e di via Lazzaretto nel tratto compreso tra via Crescenzi e via Baioni (tutte vie vicine allo stadio), per evitare che la tifoseria locale e quella ospite entrino in contatto e per garantire corridoi d’uscita liberi da auto. Più rigidità anche per entrare allo stadio. La questura ha chiesto all’Atalanta di aumentare il numero degli assistenti agli ingressi e i controlli anche su striscioni e bandiere, comprese quelle della Palestina, che sono state vietate. I cancelli apriranno alle 18.30, due ore prima dell’inizio.

Malumori leghisti pure per il Gran Premio di Monza: le pillole del giorno

«Ma quale Pontida, qua a settembre pensiamo tutti a Monza, alla Formula 1», commentano a denti stretti i leghisti incalzati sulla crisi del partito e del segretario Matteo Salvini. Visto che il pratone caro a Umberto Bossi quest’anno potrebbe trasformarsi in una conta tra i fedelissimi del capo e i riottosi nordisti, meglio pensare alle gioie dei motori. Gioie per modo di dire, però. Come riporta Monza Today, infatti, nella città natale del “nostalgico sognante” Massimiliano Romeo, i lumbard masticano amaro. La segretaria cittadina Roberta Gremignani, ex campionessa di rally, ha criticato duramente il Monza fuori Gp, una sorta di Fuori Salone che accompagna la gara, a causa della drastica limitazione dei dehor dei locali nel centro storico. Ma oltre il danno – con i commercianti «in ginocchio» – c’è pure la beffa: la tradizionale conferenza stampa di presentazione della gran premio il primo settembre non si terrà come sempre all’autodromo ma a Milano. Dove? Nella sede Aci, cioè a “casa” di Geronimo La Russa. Un affronto doppiamente insopportabile, perché arrivato da un alleato. Sullo “scippo” è intervenuta con un video sui social pure Martina Sassoli consigliera regionale e comunale di Noi Moderati di cui è pure vice-coordinatrice lombarda. «Mi aspetto che tra un po’ non ci sarà più la Monaca di Monza, ma quella di Brera o di Isola», commenta sarcastica. «Con l’organizzazione della storica conferenza di presentazione non più nella sala stampa dell’Autodromo, ma a Milano nella sede dell’Aci, Monza decide di abdicare al proprio ruolo centrale anche per il suo Gran Premio. Dimostrazione della debolezza del sindaco Pilotto, che decide di non essere primo cittadino ma gregario. Dispiace, un po’ alla volta stiamo perdendo la nostra monzesità». Sassoli si complimenta con La Russa jr che l’ha spuntata: «Probabilmente con una guida di centrodestra della città di Monza, non sarebbe stato questo l’epilogo».

Con queste tensioni, qualcuno tra i leghisti andrà a caccia di inviti per il Gp per vie alternative, pur di non chiedere il pass per il settore autorità a La Russa jr. «Che poi ci si mette a parlare di politica, e con quello che sta succedendo adesso nella Lega è meglio di no», si sibila. «In questo clima di sospetto, basta un niente per essere accusati di voler cambiare casacca e passare a Fratelli d’Italia». Meglio andare a chiedere un posto in tribuna vip agli sponsor, non c’è dubbio.

Mulè e Antonello da Messina

Voleva portare l’Ecce Homo di Antonello da Messina in Sicilia: Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera dei Deputati, aveva avuto una buona idea, chiedendo di riportare l’opera acquistata dallo Stato sull’Isola, ma l’incredibile furto avvenuto a Messina ha congelato la proposta. Il colpo, per il forzista, è stato pesante: «Ho aspettato alcuni giorni per intervenire sul caso dei capolavori di Antonello da Messina rubati dal Museo regionale della città dello Stretto come si fa quando bisogna elaborare un lutto. Il furto delle opere del genio siciliano corrisponde, infatti, per quanto mi riguarda ad aver perso una persona cara. L’amore verso Antonello mi aveva spinto, solo un paio di mesi fa, a sollecitare e ottenere dal ministro della Cultura, Alessandro Giuli, che l’Ecce Homo ospitato nel museo dell’Aquila dopo essere stato acquistato meritoriamente dallo Stato Italiano venisse trasferito a Palermo per trovare posto accanto all’Annunciata di Antonello», ha scritto sui social Mulè. Meglio lasciare l’opera a L’Aquila, al momento.

Anche la Finlandia è pronta a rimandare in Italia i “dublinanti”

Dopo Germania, Svizzera e Austria, anche la Finlandia si prepara a rimandare in Italia i “dublinanti”, ovvero i migranti che non sono di sua competenza: il ministero dell’Interno di Helsinki ha fatto sapere che «i trasferimenti sulla base del nuovo Patto Ue per l’asilo sono attualmente in fase di preparazione». Si allunga così la lista dei Paesi che intendono riprendere i trasferimenti dei richiedenti asilo che, secondo le regole Ue, devono essere presi in carico dall’Italia. Dal 5 dicembre 2022 – data della circolare del Viminale che ha bloccato i rientri – al 31 dicembre 2025 sono state in tutto 80 mila le richieste all’Italia di presa in carico dei cosiddetti “dublinanti”. Domande che sono state perlopiù inevase.

Cosa si intende per “dublinanti”

Il termine “dublinanti” identifica i richiedenti asilo che, dopo avere presentato domanda di protezione nel primo Stato in cui sono stati identificati si spostano in un altro Paese. Il Regolamento di Dublino II del 2003 prevede che i migranti debbano essere riportati nello Stato in cui sono stati identificati la prima volta e a cui spetta la gestione della domanda. Nel 2025 l’Italia è risultata il Paese europeo destinatario del maggior numero di richieste di trasferimento.

San Paolo camerata, sacerdoti contro Vannacci: «Rispetti le Sacre scritture»

11 sacerdoti italiani hanno scritto una lettera contro Roberto Vannacci che aveva etichettato San Paolo come “camerata”, chiedendogli di non piegare l’apostolo a logiche totalitarie e portare più rispetto per la storia della Chiesa. Le Sacre scritture, sostengono, non devono prestarsi ad alcun manifesto politico. Il leader di Futuro nazionale, ricordano, aveva definito l’apostolo Paolo come un camerata richiamando «un fantomatico principio economico paolino che troverebbe fondamento sulle parole dell’apostolo delle genti “chi non vuol lavorare neppure mangi” per giustificare l’abolizione o il forte ridimensionamento dei sussidi sociali».

Il testo della lettera

«Egregio generale Vannacci», si legge nella lettera , «Le scriviamo come sacerdoti, quotidianamente impegnati a servire il Vangelo, per esprimere il nostro profondo dissenso e sconcerto di fronte alle sue recenti dichiarazioni». «Orbene, – scrivono – associare la figura di San Paolo a un termine storicamente legato a ideologie totalitarie e di parte – per di più all’interno del programma di una fazione politica – rappresenta una grave e inaccettabile strumentalizzazione della fede. Si tratta di una lettura anacronistica che nega la natura profonda della missione dell’apostolo». «Come sacerdoti – aggiungono – non possiamo assistere in silenzio al tentativo di arruolare i santi della Chiesa sotto le bandiere del dibattito elettorale, né di vederli accostati a slogan di partito pronunciati nelle aule delle istituzioni. La figura di San Paolo appartiene a tutti ed è un patrimonio di salvezza universale che scuote le coscienze, non un simbolo da piegare alle retoriche di parte». Di qui l’invito a «rispettare la sacralità delle Scritture e la storia della Chiesa, ricordando le parole stesse dell’apostolo: “Nessuno cerchi il proprio interesse, ma ciascuno quello degli altri”. Le Sacre Scritture non si prestano a essere ridotte a un manifesto politico».

Mps, nel piano di Lovaglio anche una supercedola per i soci

in corso a Siena il consiglio di amministrazione di Mps chiamato ad analizzare le opzioni strategiche messe a punto dal ceo Luigi Lovaglio e dagli advisor della banca (Ubs, Goldman Sachs, Kbw e Vitale) per trovare un’alternativa all’opas da 30,6 miliardi di euro di Intesa Sanpaolo. Come filtra da ambienti finanziari, oltre alla doppia offerta su Banco Bpm e Banca Generali – nel secondo caso potrebbe entrare in gioco la quota del 13,2 per cento di Generali detenuta da Mps attraverso Mediobanca – c’è anche l’ipotesi della distribuzione di un dividendo straordinario agli azionisti del Monte.

L’accusa della giornalista Angela Camuso: avance da Ranucci in occasione di un colloquio

Non c’è pace per Sigfrido Ranucci. La giornalista e scrittrice Angela Camuso – che lavora per Fuori dal coro e collabora con La Verità – ha raccontato a Il Tempo di aver ricevuto da parte del conduttore di Report messaggi vocali e scritti che avrebbero oltrepassato i confini di un rapporto esclusivamente professionale: sarebbe successo tra il 2018 e il 2019, quando aveva cercato di entrare nella squadra della trasmissione di Rai 3, proponendosi come inviata e presentando idee per possibili servizi. Camuso

Camuso: «Da Ranucci abuso di potere»

La denuncia di Camuso è avvenuta tramite una lettera inviata al quotidiano romano e indirizzata, nei fatti, a Ranucci, al quale si rivolge direttamente. «Credo che se sei il conduttore di Report non puoi permetterti di fare delle avance a una bella giornalista venuta nel tuo ufficio in cerca di lavoro. Non lo puoi fare, perché quella giornalista tu non l’hai mica incontrata casualmente, chessò, in un locale notturno o a una festa. L’hai ricevuta nel tuo ufficio alla sede Rai di via Teulada e lei ti ha contattato inviandoti il curriculum, non foto provocanti o altro per sedurti», scrive Camuso: «Si chiama abuso di potere. Si chiama approfittarsi del proprio ruolo. Si chiama, Sigfrido, sfruttare i sogni». Nella lettera Camuso ricostruisce i vari passaggi: «In risposta ai miei messaggi in cui mi proponevo come inviata hai mandato un vocale di complimenti sul mio fisico, commentando la foto del mio profilo WhatsApp, per dirmi che ero in grande forma». E poi: «Non ero esattamente l’Olgettina di turno ma a te, Sigfrido, evidentemente, delle mie qualità professionali non importava. Avevi un ruolo e l’hai sfruttato per altri scopi. Hai chiuso il tuo vocale mandandomi un bacio con voce languida e io feci finta di niente». All’epoca Camuso aveva già collaborato con diverse testate e lavorato con Milena Gabanelli per Reportime su Corriere.it.

L’accusa della giornalista Angela Camuso: avance da Ranucci in occasione di un colloquio
Sigfrido Ranucci (Ansa).

Dopo questo primo approccio, avvenuto a dicembre del 2018, i due si sarebbero incontrati il 9 febbraio 2019 in via Teulada: «La sera, il riscontro del colloquio fu un tuo messaggio in cui mi chiedevi come stavo. Alle 21:30. Scrivevi quindi che avevo gli occhi luminosi e altre cose stupide, per me inutili, tipo che ero l’unica cosa bella che avevi visto quel giorno». Dopo un ultimo messaggio del 23 febbraio 2019, nel quale Ranucci le avrebbe proposto di vedersi «a sera inoltrata», cosa che poi non si era concretizzata, i rapporti tra i due giornalisti – spiega Camuso – erano tornati «sul piano lavorativo, cordiali». A distanza di anni, però, è arrivata la lettera a Il Tempo: «Speravo che tu, Sigfrido, fossi diverso. Invece hai seguito le tue voglie, calpestando i sogni».

Montaruli (FdI): «Fatto gravissimo»

Dopo la pubblicazione della lettera di Camuso sono arrivate le prime reazioni. «Il caso delle pesanti denunce mosse contro Ranucci, pubblicate oggi da Il Tempo, per avances non richieste durante un colloquio di lavoro, è gravissimo. Purtroppo, dobbiamo rilevare che non si tratta di un episodio isolato», ha dichiarato la deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli, vicepresidente della Commissione Vigilanza Rai: «Siamo di fronte all’ennesima ombra su colui che si è sempre posto come un baluardo dell’etica del Servizio Pubblico. Mi chiedo se la sinistra e i collettivi femministi continueranno a voltarsi dall’altra parte».