Generali, Mediobanca cambia idea sulla revisione statutaria

Fino a ieri la proposta di Donnet aveva il beneplacito di Nagel. Ora invece pare che quest'ultimo sia pronto a seguire il trio Del Vecchio-Caltagirone-Benetton in caso decidesse di schierarsi contro. L'eventuale saldatura potrebbe trasformarsi in un accordo per il cambio nella governance della compagnia.

Quella del 30 aprile a Torino (un omaggio al presidente Gabriele Galateri?) per Generali si prospetta un’assemblea particolarmente calda.

È molto probabile, infatti, che gli azionisti cosiddetti “in crescita” – Leonardo Del Vecchio, che con il 5% è oggi il principale socio privato della compagnia, Francesco Gaetano Caltagirone e il gruppo Benetton (della partita si occupa attivamente Gianni Mion) – si oppongano alla proposta di revisione dello statuto, che tra l’altro prevede l’introduzione della cosiddetta “lista del board”.

Un cambiamento voluto da Philippe Donnet, che pur essendo a Parigi da più di due mesi inchiodato nella Ville Lumière dalla clausura imposta dal virus, segue il dietro le quinte. E Mediobanca, che con il suo 13% rimane pur sempre il socio di riferimento del Leone alato, come si comporterà?

LA POSIZIONE DI MEDIOBANCA

Fino a ieri era sicuro che la proposta del cda che si autorinnova avesse il beneplacito di Alberto Nagel, nonostante il cambiamento riduca la storica influenza di Mediobanca su Generali. Adesso, invece, sembra che l’amministratore delegato della banca che fu di Enrico Cuccia abbia cambiato idea, e sia pronto a seguire il trio Del Vecchio-Caltagirone-Benetton se effettivamente si deciderà a schierarsi contro. Chiaro che questa eventuale saldatura non solo metterebbe in soffitta la proposta di Donnet e le ambizioni che ci stanno dietro, ma sarebbe il preludio per un accordo per il cambiamento delle caselle più importanti nella governance di Generali. A partire dal presidente, che pare certo cambi già a fine aprile.

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Rcs e Del Vecchio, le due spine nel fianco di Sergio Erede

Sembra che il tocco felice dell'avvocato d'affari milanese si sia appannato. Da un lato si complica la causa Cairo-Blackstone relativa alla vendita della sede del Corriere. Dall'altro, nella scalata del patron Luxottica a Mediobanca si è ritrovato contro Banca Intesa e il suo ad Messina.

Prima Urbano Cairo, poi Leonardo Del Vecchio. Sembra che il tocco felice di Sergio Erede, che negli anni scorsi l’ha reso uno degli avvocati d’affari più affermati e ricchi d’Italia, se non il più ricco, si sia appannato.

Sarà che tra pochi mesi raggiungerà il traguardo degli 80 anni e un po’ di stanchezza affiora, sarà che non sempre le ciambelle riescono con il buco, nella Milano degli affari comincia a girare voce che l’avvocato che nel 1999 ha fondato lo studio legale Bonelli Erede Lombardi Pappalardo, non abbia più le intuizioni vincenti di un tempo.

Specie quando sul fronte opposto si trova come antagonista Banca Intesa, e il suo ad Carlo Messina in particolare.

LA CAUSA INTENTATA DA CAIRO A BLACKSTONE

L’editore del Corriere della Sera rischia infatti di dover dire addio all’intera Rcs se la causa intentata a New York dal fondo americano Blackstone relativa alla vendita del complesso immobiliare Solferino-San Marco dove ha sede il quotidiano si dovesse risolvere a suo sfavore procurandogli un danno, non sopportabile per lui e il suo gruppo, di circa 300 milioni. La mossa suggerita da Erede (che condivide il patrocinio con Francesco Mucciarelli) a Cairo è stata quella di farsi dare una manleva, che il cda di Rcs gli ha concesso (con assenze rilevanti, da Gaetano Miccichè a Marco Tronchetti Provera, da Diego Della Valle a Carlo Cimbri). Ma sono in molti quelli – a cominciare dal trio di legali fuoriclasse che difendono in giudizio il fondo americano: Francesco Gatti, Carlo Pavesi e Giuseppe Iannaccone – che ritengono si tratti di una misura di protezione fragile. E che al momento opportuno Messina, visto che Banca Intesa è proprietaria di fatto del gruppo editoriale detenendo grandissima parte del debito, sarà conseguente al dissenso manifestato con altri due azionisti di peso della casa editrice, Pirelli e Tod’s, proprio sul tema del contenzioso con il fondo americano.

LA SCALATA DI DEL VECCHIO IN MEDIOBANCA

Stesso discorso per il ruolo svolto da Erede nella scalata di Del Vecchio a Mediobanca, con obiettivo finale il controllo delle Assicurazioni Generali. Forte di molti takeover portati a termine nel passato, Erede ha assunto il comando delle operazioni in casa Delfin (la finanziaria che controlla Luxottica e il resto del gruppo dell’imprenditore di Agordo), sottovalutando, però, la complessità di un’operazione del genere nei confronti di una banca vigilata da Bce. E infatti finora da Francoforte non è arrivato il via libera per il superamento del 10%, nonostante i mesi trascorsi nell’attesa. Peccato che Erede avesse tranquillizzato Del Vecchio, tanto che è assai probabile che soggetti amici abbiano rastrellato azioni Mediobanca – si dice per almeno un altro 10% – pronti a girarle a Delfin, e che ora sia tutto bloccato. E, soprattutto, che non si veda la fine del tunnel dove il patron di Luxottica si è infilato. 

IL RAFFORZAMENTO DI NAGEL DOPO L’OPERAZIONE INTESA-UBI

Per ora non sembra che il rapporto fiduciario tra i due si sia consumato, ma è probabile che possa essere chiamato a supporto qualche altro professionista. Specie ora che Alberto Nagel, ad di piazzetta Cuccia, contro cui si è giocata fin qui la partita, si è oggettivamente rafforzato partecipando, e non da comprimario, al takeover di Banca Intesa su Ubi. L’asse di Nagel con Messina, cui il numero uno di Mediobanca ha associato anche Carlo Cimbri e quindi Bper che da Unipol è controllata, rende il fortino di piazzetta Cuccia meno attaccabile, se non del tutto sicuro, e comunque in caso di necessità Intesa potrebbe intervenire con una contromossa per fermare Del Vecchio. Insomma, Messina batte Erede due a zero.

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Ubi banco di prova dell’alleanza tra Intesa e Mediobanca

L'offerta lanciata a sorpresa da Ca' De Sass, non concordata e nemmeno ostile, porterebbe a una valorizzazione dell'istituto guidato da Massiah di 4,9 miliardi. Ma inaugura anche un asse tra Nagel e Messina destinato a durare. E a incidere negli equilibri economico-finanziari italiani.

Una mossa che ha del clamoroso e potrebbe cambiare profondamente gli equilibri del mondo del credito italiano. Intesa Sanpaolo a sorpresa nella notte ha lanciato una offerta pubblica di scambio volontario sulla totalità delle azioni di Ubi banca.

L’operazione, non concordata ma nemmeno ostile, arriva poche ore dopo la presentazione a Londra del piano industriale di Ubi ed è finalizzata a «consolidare la leadership» di Cà de Sass nel settore bancario con un gruppo in grado di realizzare utili superiori ai 6 miliardi di euro al 2022.

Per ogni 10 azioni di Ubi banca portate in adesione all’offerta saranno corrisposte 17 azioni ordinarie di Intesa Sanpaolo di nuova emissione, valorizzando quindi Ubi 4,86 miliardi di euro. La cifra corrisponde a un premio del 27,6% sui valori di Borsa di venerdì 14 febbraio pari a 3,3333 euro. Le sinergie previste per la possibile fusione di Ubi nel gruppo sono, a regime, di 730 milioni di euro lordi l’anno e il gruppo con questa operazione potrebbe arrivare a un utile consolidato superiore ai 6 miliardi di euro a partire dal 2022.

L’ALLENZA MEDIOBANCA-INTESA

Ma l’operazione apre anche a nuovi scenari. Intesa ha infatti come advisor Mediobanca e lo studio Pedersoli. In quest’ottica, Ubi potrebbe essere il primo banco di prova per un’alleanza tra Mediobanca e Intesa. Un’alleanza destinata a durare e a incidere nello scenario economico-finanziario del Paese.

LE MANI DI UNIPOLSAI SULLE COMPAGNIE ASSICURATIVE

Con il perfezionamento dell’offerta, Intesa avrà accesso ad oltre 3 milioni di clienti, tra retail, Pmi e private distanding, di Ubi banca. UnipolSai ha già raggiunto un accordo con Cà de Sass per rilevare, in caso di successo dell’Opa, i rami d’azienda delle compagnie assicurative Banca Assurance Popolari, Lombarda Vita e Aviva Vita, partecipate da Ubi banca. Il gruppo assicurativo bolognese sosterrà poi un aumento da 1 miliardo di euro per Bper di cui è primo socio per il 19,9%. La banca guidata da Alessandro Vandelli ha sottoscritto con Intesa un contratto che prevede l’acquisto di un ramo d’azienda composto da 1,2 milioni di clienti distribuiti su 400/500 filiali ubicate prevalentemente nel Nord dell’Italia. La mossa servirebbe sia a Intesa intenzionata a risolvere problemi di concentrazione, sia a Bper che in questo modo sposterebbe il suo baricentro nel Nord Italia.

ATTESA PER L’ASSEMBLEA STRAORDINARIA DEL 27 APRILE

Entro 20 giorni dalla data del 17 febbraio, Intesa Sanpaolo presenterà alla Consob il documento d’offerta e allo stesso tempo le istanze per l’ottenimento delle autorizzazioni da parte di Bce, Banca d’Italia, Ivass e le autorità straniere interessate all’operazione. L’obiettivo dell’offerta è acquisire l’intero capitale sociale di Ubi e il successivo delisting e fusione. La proposta di aumento di capitale a servizio dell’offerta sarà presentata all’assemblea straordinaria convocata per il 27 aprile.

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Grilli alla presidenza di Mediobanca, con vista su Trieste

L'ex ministro pare mettere d'accordo sia gli azionisti storici di Piazzetta Cuccia, e con loro l’ad Alberto Nagel, sia il neo socio Del Vecchio. E potrebbe aprire una fase nuova che consenta, senza guerre inutili, di sistemare anche i vertici di Generali, vero obiettivo del patron di Luxottica.

Sarà Vittorio Umberto Grilli il prossimo presidente di Mediobanca.

Insieme con la conferma che Renato Pagliaro lascerà la poltrona che è stata di Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghinotizia anticipata da Lettera43.it all’inizio di dicembre dello scorso anno – arriva l’informazione che sarà l’ex viceministro e ministro del Tesoro (governo Monti), dal maggio 2014 in JPMorgan con l’incarico di presidente del Corporate & Investment Bank per l’area Europa, Medio Oriente e Africa, a succedergli.

Grilli, che è comunque in procinto di lasciare la banca d’affari statunitense all’interno della quale i suoi rapporti negli ultimi tempi si sono decisamente raffreddati, è una figura su cui sembrano convergere tanto gli azionisti storici di Mediobanca, e con loro l’amministratore delegato Alberto Nagel, quanto il neo socio Leonardo Del Vecchio, arrivato al 10% del capitale della banca di piazzetta Cuccia. 

SU GRILLI SEMBRANO CONVERGERE NAGEL E DEL VECCHIO

Milanese, 62 anni, studi ed esperienze internazionali ma anche una lunga presenza in via XX Settembre al ministero dell’Economia e delle Finanze, dove è stato prima a capo del dipartimento Privatizzazioni, poi Ragioniere Generale dello Stato e quindi direttore generale del Tesoro (da maggio 2005 fino a novembre 2011 con i ministri Domenico Siniscalco, Tommaso Padoa-Schioppa e Giulio Tremonti), Grilli potrebbe non solo mettere d’accordo Nagel e Del Vecchio sul suo nome, ma aprire una fase nuova che consenta, senza guerre inutili, di sistemare anche i vertici di Generali, il vero obiettivo del patron di Luxottica, che agisce d’intesa anche con Franco Caltagirone.

LA PARTITA PER I VERTICI DI GENERALI

Per ora i nomi per Trieste non sono ancora sul tavolo, anche perché il cda è stato rinnovato per tre anni nel maggio del 2019. Quindi molto dipenderà dall’equilibrio che Mediobanca e i privati riusciranno a trovare, a cui il destino degli attuali vertici, il presidente Gabriele Galateri (il suo è comunque l’ultimo mandato), e l’ad Philippe Donnet, è legato.

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Mediobanca, il presidente Pagliaro verso l’addio

Lo storico dirigente della banca d'affari pronto a lasciare per sottrarsi alla guerra - che lui ritiene sbagliata - tra Nagel e Del Vecchio, in lotta per controllare l'istituto fondato da Enrico Cuccia e con esso Generali.

Impegnato nella guerra con Leonardo Del Vecchio, che punta a controllare Mediobanca per arrivare a comandare in Generali, Alberto Nagel sta facendo la conta degli amici e dei nemici. E non solo tra i soci esistenti, ma anche tra i dirigenti.

L’amministratore delegato della banca d’affari creata da Enrico Cuccia, infatti, teme defezioni proprio tra coloro che lo circondano ogni giorno. Per questo si è sfogato in modo accorato con alcuni interlocutori, raccontando loro che il presidente Renato Pagliaro gli ha confessato di avere l’intenzione di lasciarlo solo.

Nagel si è lamentato di una scelta fatta in una fase cruciale della battaglia per il controllo dell’istituto situato alle spalle della Scala, senza capire che Pagliaro lo fa per sottrarsi a una guerra che non solo sente non sua ma ritiene profondamente sbagliata.

PAGLIARO, UNA VITA IN MEDIOBANCA

Pagliaro, che è presidente del consiglio di amministrazione di Mediobanca dal maggio 2010, era entrato in piazzetta Cuccia nel 1981, subito dopo essersi laureato in Bocconi. E lì ha sempre lavorato, ricoprendo diversi ruoli tra cui quello di vice direttore generale a partire dall’aprile del 2002, di condirettore generale e segretario del Consiglio di amministrazione dall’aprile 2003, di direttore generale dall’ottobre 2008 al maggio 2010, quando ha preso il posto che fu di Cuccia e di Vincenzo Maranghi.

Si libera un posto di prestigio, merce di scambio pregiata che può tornar buona all’attuale amministratore delegato

E proprio per questo percorso professionale tutto per linee interne, oltre per la stima che gli è unanimemente riconosciuta, la sua uscita – ragionevolmente non per andare in pensione, visto che ha appena 62 anni – diventerebbe un caso traumatico, destinato a incidere sulle vicende in corso.

L’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel.

Tuttavia, a Nagel un amico malizioso ha fatto notare che non tutto il male viene per nuocere, e che c’è l’altra faccia della medaglia di cui deve essere contento: si libera un posto di prestigio, merce di scambio pregiata che può tornar buona all’attuale ad deciso a difendere con i denti Mediobanca dalle mire del paperone di Agordo.

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La procura di Milano indaga sull’ingresso di Delfin in Mediobanca

Il fascicolo sul blitz di Del Vecchio è stato aperto su segnalazione della Consob.

Sulla base di una segnalazione di Consob la Procura di Milano la procura di Milano ha aperto un fascicolo a modello 45, quindi senza ipotesi di reato né indagati, sul blitz che ha portato Leonardo Del Vecchio con la sua Delfin a entrare in forze in Mediobanca portandosi a ridosso del 10% dell’istituto. Il fascicolo, nato a seguito dell’attività ispettiva della Commissione di Borsa, è coordinato dal pm Stefano Civardi.

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Mediobanca, sarà Cimbri il cavaliere bianco di Nagel

L'argine costruito con Doris e in parte Bolloré in funzione anti-Del Vecchio non può reggere a lungo. E non sarebbe sufficiente in caso il patron di Luxottica ottenesse l'ok per arrivare al 20%. E così l'ad di Piazzetta Cuccia ha chiamato in suo soccorso il numero 1 di Unipol.

Si chiama Carlo Cimbri la carta segreta di Alberto Nagel nella guerra che lo vede contrapposto a Leonardo Del Vecchio per il controllo di Mediobanca e, suo tramite, di Generali. Complici gli errori che il patron di Luxottica sta commettendo nella gestione strategica dell’operazione, che gli stanno costando i tempi lunghi e la molta circospezione, per non dire diffidenza, con cui la Bce esamina la richiesta di poter superare la quota del 10% in Mediobanca, l’amministratore delegato della banca che fu di Enrico Cuccia sta organizzando la difesa e la controffensiva sapendo di avere del tempo davanti. Inizialmente Nagel ha cercato di serrare le fila degli attuali azionisti, trovando soprattutto in Ennio Doris il più disponibile. E anche Vincent Bollorè tutto sommato gli ha dato retta, avendo per ora venduto a Del Vecchio solo poche azioni. 

CIMBRI, CAVALIERE BIANCO IN AIUTO ALL’AD DI MEDIOBANCA

Ma Nagel ha capito che quell’argine non può reggere a lungo, e che comunque non sarebbe sufficiente se e quando l’uomo di Agordo dovesse ottenere luce verde per arrivare al 20%. Allora ha scorso la sua agendina alla voce “amici del cuore”, e ha subito capito che l’uomo di Unipol, ormai anche banchiere con Bper, sarebbe perfetto nella veste di cavaliere bianco gradito. Il rapporto tra i due è antico e solido, cementato dall’operazione Sai-Fondiaria e dalla vicenda giudiziaria, poi archiviata, relativa al famoso “papello” sottoscritto da Mediobanca con Salvatore Ligresti. A quanto è dato sapere, Cimbri avrebbe risposto «eccomi» alla chiamata dell’amico, anche se resta ancora non del tutto definita la modalità con cui Unipol-Bper potrebbe intervenire in soccorso di Nagel.

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La fretta di Mustier e i pentimenti grillini

Ha destato qualche perplessità la celerità con cui il Ceo di Unicredit ha venduto la quota in Mediobanca. Anche perché la scalata di Del Vecchio avrebbe fatto aumentare il prezzo delle azioni. Mentre in casa grillina, Buffagni si mangia le mani per l'endorsement a Luicia Morselli.

La celerità con cui l’ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier, sta vendendo di tutto negli ultimi mesi forse sta diventando una cattiva consigliera. Il banchiere francese ha da tempo avviato una raffica di dismissioni che stanno restringendo progressivamente il perimetro del gruppo: prima la polacca Pekao, poi Pioneer, la banca ucraina Ukrsotsban, gli immobili, l’impianto eolico di Ocean Breeze in Germania. Oltre all’aumento di capitale da 13 miliardi definito all’inizio del 2017. Poi la gallina dalle uova d’oro Fineco e ora la storica quota posseduta in Mediobanca.

PERCHÉ ACCELERARE LA VENDITA DELLA QUOTA IN MEDIOBANCA?

Al netto della girandola di retroscena sulla battaglia che si giocherà in quel che resta del salotto di Cuccia, nelle sale operative si chiedono: perché Unicredit ha fatto partire mercoledì sera l’accelerated bookbuilding riservato a investitori istituzionali (stessa modalità, per altro, della cessione di Fineco) sull’8,4% della banca di Nagel? Dall’operazione l’istituto di piazza Gae Aulenti ha incassato 785 milioni, con un effetto neutro sul Cet1 e una plusvalenza di circa 50 milioni. Certo, la mossa è stata fatta in un particolare momento di mercato, favorevole alle quotazioni del titolo Mediobanca asceso ai massimi dal 2008 con un rialzo da inizio anno di oltre il 46%. Unicredit aveva in carico la partecipazione a 9,89 euro e ha fatto il collocamento a 10,53 euro per azione, con uno sconto del 2,3% rispetto alla chiusura di fine seduta di giovedì (10,78 euro). 

LE AZIONI SONO DESTINATE AD AUMENTARE ANCORA

Ma se Leonardo Del Vecchio, che pare aver già rastrellato un altro 2,5% arrivando a ridosso del 10% di Mediobanca, riceverà l’autorizzazione della Bce a comprare ancora fino al 20%, il valore delle azioni in Piazzetta è destinato ad aumentare ancora.

LEGGI ANCHE: Unicredit, il tramonto della zarina Louise (e di Elkette)

Non solo. I broker di Kepler Cheuvreux, in un lungo report diffuso a metà ottobre, avevano escluso la cessione del pacchetto Mediobanca prima del 22 novembre, ovvero dopo il nutrito stacco di dividendo, 36 milioni di euro «cui Unicredit  non rinuncerà. Con uno yield del 4,7%, che corrisponde a un payout del 50%, ma che Piazzetta Cuccia può alzare al 60% con il prossimo piano industriale, la cui presentazione è prevista per il 12 novembre», scriveva Kepler. Non facendo i conti con la fretta di Mustier. La stessa che l’ad di Unicredit aveva avuto nel liberarsi di Fineco.

L’ad di Unicredit Jean Pierre Mustier.

Quando ha venduto l’ultimo pacchetto della ormai ex controllata, sollevando perplessità da parte degli analisti, Mustier si è giustificato dichiarando che il valore era ai massimi e che la plusvalenza incassata con la vendita del 17% della società guida da Alessandro Foti corrispondeva a 17 anni di dividendi. Ma proprio giovedì Fineco ha svelato al mercato una trimestrale con numeri ancora in crescita: +10,8%  dell’utile netto dei nove mesi a 198,1 milioni e 489 milioni di ricavi (+5,2% anno su anno).  E nell’ultimo mese il titolo in Borsa ha guadagnato quasi il 14%.

LUCIA MORSELLI E I PENTIMENTI DEL M5S

«Una manager dura, diretta, che ha eseguito con metodi discutibili il mandato che le era stato dato dalla casa madre ThyssenKrupp», ma anche «un’interlocutrice preparata e di livello», dicono di Lucia Morselli sindacalisti e dipendenti della Ast di Terni dove l’attuale ad di ArcelorMittal Italia ha ricoperto lo stesso ruolo dal luglio 2014 al marzo 2016, in concomitanza con la difficile vertenza che portò a circa 300 esuberi volontari dall’azienda. Eppure, dicono nelle stanze dei palazzi romani, il viceministro dello Sviluppo economico, Stefano Buffagni (in quota cinque stelle), si starebbe mangiando le mani per averla sponsorizzata.

Stefano Buffagni, viceministro M5s al Mise.

Nei mesi scorsi l’aveva addirittura spinta verso una poltrona nel consiglio di amministrazione di StMicroelectronics (carica da oltre 100 mila euro l’anno, si dice) al posto di Claudia Bugno, già nello staff dell’ex ministro dell’Economia, Giovanni Tria. D’altra parte Morselli è anche «co-programme leader del corso di laurea magistrale in Gestione Aziendale – Business Management» della Link Campus University di Vincenzo Scotti, fucina dell’establishment grillino.  

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La Borsa italiana e il valore dello spread del 7 novembre 2019

Attesa per l'apertura di Piazza Affari e occhi puntati su Unicredit, che ha messo in vendita la sua quota in Mediobanca. Il differenziale Btp-Bund riparte da 134 punti base. I mercati in diretta.

Attesa per l’apertura della Borsa italiana nella seduta del 7 novembre 2019. La giornata precedente è terminata con un +0,04%. Lo spread Btp-Bund riparte da 134 punti base. Occhi puntati su Unicredit, che ha messo in vendita l’intera quota di azioni possedute in Mediobanca.

GLI AGGIORNAMENTI DEI MERCATI IN DIRETTA

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Unicredit ha messo in vendita tutta la quota detenuta in Mediobanca

Si tratta dell'8,4% del capitale. L'operazione ha un controvalore di circa 800 milioni di euro.

Unicredit ha messo in vendita, attraverso un accelerated book bulding, l’intera quota dell’8,4% detenuta in Mediobanca. Agli attuali valori di mercato, l’operazione ha un controvalore di circa 800 milioni di euro. Unicredit è il primo azionista di Mediobanca e la sua mossa va in direzione contraria rispetto alla recente crescita della Delfin di Leonardo Delvecchio nell’azionariato di Piazzetta Cuccia, che nel giro di un mese si è portato al 7,52%. Vincent Bolloré è invece sceso al 6,73% dal 7,85%.

(notizia in aggiornamento)

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Del Vecchio ha scavalcato Bolloré in Mediobanca

La Delfin ha in mano il 7,52% del capitale, mentre il finanziere bretone è sceso al 6,73%.

La Delfin di Leonardo Del Vecchio ha in mano il 7,52% di Mediobanca, dal 6,94% reso noto al suo ingresso a settembre. Ufficialmente scavalcato Vincent Bolloré, che ha limato la sua quota al 6,73% dal 7,85% comunicato nel 2018 all’uscita dal patto. Entrambi stanno sotto Unicredit, che mantiene l’8,81%. Le cifre arrivano dall’assemblea dell’istituto di credito, che rappresenta il 65,2% del capitale.

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