Prosegue la ricostruzione della Figc sotto la nuova presidenza di Giovanni Malagò, che dopo Roberto Mancini come ct (dopo il caso-Pirlo) e la pupilla Diana Bianchedi come capodelegazione della Nazionale maschile (ma la nomina è in standby) pesca di nuovo nella sua cerchia di conoscenze, alla faccia di chi lo accusa di amichettismo da Circolo Aniene. L’avvocato Luca Bergamini, che a cavallo tra gli Anni 80 e 90 ha giocato (e vinto) con Malagò nel calcio a 5, è infatti in procinto di diventare il nuovo capo dello staff della Figc, incarico amministrativo e finora inedito.
Romano classe 1961, Bergamini è già ben inserito nella macchina federale e avrà il compito di coordinare i più fidati collaboratori del numero uno di Via Allegri: non entrerà nelle questioni tecniche e calcistiche in senso stretto. Oggi legato al consiglio d’amministrazione del Bologna dopo essersi occuato dell’area legale del club, come detto in passato è stato portiere di futsal, vincendo quattro campionati con la Roma RCB: tre gli scudetti conquistati assieme a Malagò, tra il 1988 e il 1991. Sempre come giocatore vanta la partecipazione, con la Nazionale italiana, al Fifa Futsal World Championship 1989. Appesi i guanti al chiodo, successivamente nel calcio a 5 ha anche ricoperto dal 2021 al 2024 il ruolo di presidente della Divisione all’interno della Lega Nazionale Dilettanti.
La Fifa «commetterebbe un errore gravissimo se, per qualsiasi motivo, prendesse anche solo in considerazione l’idea di sostituire il presidente Gianni Infantino». Lo ha scritto Donald Trump su Truth, prendendo le parti del dirigente svizzero, finito nell’occhio del ciclone per il progetto – poi abortito – di vendere quote della Coppa del Mondo a investitori privati. Infantino, ha affermato Trump, è «eccezionale» e «ha appena presieduto il Mondiale di maggior successo di sempre (quattro volte superiore a qualsiasi altra edizione)». Se Infantino dovesse andarsene, ha avvertito il presidente Usa, «l’evento non raggiungerà mai più tali livelli di successo o di redditività».
Il post pro-Infantino di Trump su Truth.
La lettera aperta di Uefa, Concacaf e Afc contro Infantino
Ieri le confederazioni calcistiche europea (Uefa), nordamericana (Concacaf) e asiatica (Afc) hanno preso ulteriormente le distanze Infantino. Lo hanno fatto attraverso una lettera aperta alla «famiglia del calcio», la «più grande passione condivisa al mondo» che «non appartiene a nessun individuo né a nessuna istituzione». L’Uefa, peraltro, aveva minacciato di boicottare i Mondiali dopo che era diventata di dominio pubblico l’idea di Infantino di creare una holding per raccogliere miliardi cedendo agli investitori una parte dei ricavi delle future Coppe del Mondo. Alcune federazioni calcistiche europee hanno inoltre deciso di voler ritirare il sostegno già accordato a Infantino, alla ricerca di un nuovo mandato come capo della Fifa.
Lo stretto rapporto, forse troppo, tra Infantino e Trump
Dopo le polemiche per il progetto Fifa Forward Enterprise l’indice di gradimento di Infantino è crollato, ma il dirigente elvetico era già inviso a buona parte degli appassionati per la sua gestione della Fifa. Durante la Coppa del Mondo era finito nella bufera per la revoca della squalifica dello statunitense Folarin Balogun, arrivata dopo il pressing di Trump e una forzatura dell’articolo 27 del Codice disciplinare, e prima ancora aveva sollevato perplessità il premio per la pace assegnato proprio al presidente Usa. A tal proposito Jamie Raskin, massimo esponente democratico della Commissione Giustizia della Camera Usa, ha avviato un’indagine su Infantino chiedendo un’audizione del presidente della Fifa e la consegna di documenti per fare luce sui presunti scambi di favori con Trump. Andando ancora a ritroso, a tutto questo si aggiungono le controversie riguardanti le assegnazioni di due edizioni dei Mondiali a Qatar e Arabia Saudita.
Pretendeva di unire il mondo attraverso il calcio. Per adesso ha soltanto spaccato il calcio in modo irrimediabile. Basterebbe questa considerazione per capire che Gianni Infantino non dovrebbe rimanere un minuto di più a capo della Fifa. Semplicemente: se ne deve andare.
Gianni Infantino e Aleksander Ceferin (foto Ansa).
Si sarebbe già dovuto dimettere il primo agosto, cioè nel momento esatto in cui ha annunciato il ritiro del progetto di costituire Fifa Forward Enterprise (Ffe), il veicolo societario che avrebbe dovuto privatizzare il 21 per cento della confederazione (e dunque degli introiti derivati dalle sue principali manifestazioni sportive, a partire dai Mondiali maschili per rappresentative nazionali).
Chi gli è rimasto accanto lo fa per puro interesse
Invece Infantino sta lì asserragliato nel bunker, circondato dai fedelissimi e costretto a chiedere asilo in Paesi che gli sono rimasti accanto per questione di puro interesse. E tenta di ricostruirsi la rete del consenso facendo esattamente ciò che recita il nome della ridente cittadina del Canton Vallese che gli ha dato i natali: Briga.
Le accuse di aver governato in modo personalistico
Al suo disegno si è contrapposta radicalmente l’Uefa. Fin dall’inizio della vicenda la confederazione del calcio europeo si è schierata nettamente non soltanto contro il progetto di privatizzazione della Fifa, ma anche e soprattutto contro il suo presidente. Lo ha (giustamente) accusato di governare in modo eccessivamente personalistico il calcio mondiale e di aver fatto del progetto Ffe l’espressione più eclatante di questo stile di governance.
Lo scandalo Balogun e la subalternità a Trump
Chi osserva le questioni di politica calcistica internazionale sa che il conflitto fra l’Uefa e la Fifa di Infantino era latente da tempo, e che al primo casus belli sarebbe esploso in modo aperto. Già nel corso del Mondiale 2026 non erano mancati i motivi di aperta frizione, che hanno raggiunto il culmine con la revoca della squalifica per cartellino rosso di Folarin Balogun, attaccante della nazionale Usa: una mossa operata su espressa richiesta del presidente statunitense Donald Trump.
Infantino in versione monarca.
In quella circostanza il duro intervento dell’Uefa era stato motivato dal fatto che quella cancellazione del provvedimento disciplinare andasse a danneggiare una nazionale europea (il Belgio), che si sarebbe ritrovata ad affrontare un giocatore avversario graziato con procedura di assoluto privilegio.
Partita la ribellione contro il capo della Fifa
Ma fino al momento in cui Infantino non aveva osato la mossa del progetto Ffe, dimostrando definitivamente di essere diventato Fifantino (la perfetta coincidenza fra l’organizzazione e il suo presidente, come se si trattasse di un abito sartoriale), il conflitto non era deflagrato in scontro aperto. Invece da quel passaggio in poi, la Fifa si è trasformata nell’avanguardia della ribellione al suo capo.
Un disegno comparso in Svizzera poco prima dell’inizio del Mondiale che ritrae Infantino e Trump con una Coppa del Mondo alterata (foto Ansa).
L’annuncio che club e nazionali affiliate all’Uefa diserteranno le manifestazioni Fifa finché Infantino non si dimetterà da presidente è stata la presa di posizione più netta. E da quel momento in poi la confederazione presieduta dall’avvocato sloveno Aleksander Ceferin ha reiterato la richiesta attraverso comunicati ufficiali. L’ultimo dei quali è stato pubblicato lunedì 10 agosto: una dichiarazione congiunta con altre due confederazioni continentali (la Concacaf, che rappresenta le federazioni nazionali di Nord e Centro America e dei Caraibi, e l’asiatica Afc) in cui viene ripreso il tema del governo autocratico di Infantino. Il calcio non appartiene a uno solo, è il succo del testo.
Africa e Sud America ancora lo appoggiano
La mossa è forte e delinea degli schieramenti ben precisi. Da una parte c’è il gruppo degli anti-Fifantino, con l’Uefa a fare da capofila e Afc e Concacaf a condividere l’indirizzo. Dall’altra parte c’è una leadership azzoppata e ampiamente screditata della Fifa, che trova l’appoggio delle confederazioni di Africa (Caf) e Sud America (Conmebol).
#Institucional Respaldo a la gestión realizada los últimos 10 años por Gianni Infantino en la FIFA
Rimane indefinita la posizione della confederazione dell’Oceania (Ofc), che è anche quella caratterizzata dalla presenza di federazioni lillipuziane. Cioè le organizzazioni che, per intenderci, vengono ampiamente foraggiate dai programmi di sviluppo Fifa Forward voluti da Infantino dopo l’elezione nel 2016.
Al Congresso 2027 punta(va) sull’adesione di 200 federazioni su 211
Il riferimento ai programmi Fifa Forward (da cui il progetto di privatizzazione Ffe trae ispirazione non soltanto nella denominazione) è cruciale per capire quali siano le reali fazioni in campo e quale direzione possa prendere la guerra che ormai si è aperta per la guida della Fifa. Grazie a una distribuzione di denaro a pioggia, Infantino era arrivato ad assicurarsi, in vista del Congresso Fifa di Rabat che a marzo 2027 dovrebbe rieleggerlo, l’adesione di 200 federazioni nazionali su 211.
Siamo sicuri che il fronte degli oppositori sia così compatto?
C’è da dubitare che, per gran parte di quelle federazioni, la rinuncia alla grassa prebenda venga effettuata spensieratamente, specie laddove non si abbia certezza di un meccanismo sostitutivo. In questo senso, il sostegno delle federazioni africane al loro grande benefattore non veniva nemmeno quotato dai bookmaker, né si può dubitare che le micro-federazioni dell’Oceania possano andare in direzione opposta. Piuttosto, è sulla saldezza dello schieramento anti-Infantino che bisogna porsi qualche interrogativo. Siamo proprio sicuri che sia così compatto?
Il presidente della Fifa Gianni Infantino (foto Ansa).
I segnali di senso contrario non mancano. E rispetto a ciò la Concacaf è la confederazione che ha già in casa un soggetto dichiaratamente dissidente: la federazione messicana, che nei giorni scorsi ha esternato l’appoggio a Infantino. E come la mettiamo con la federazione Usa e con le probabilissime pressioni di Trump? Per non dire di quelle caraibiche. Un esempio: Suriname (640 mila abitanti, 15 mila tesserati) è una delle miracolate (pur non essendo tra le qualificate) dall’allargamento a 48 squadre della fase finale dei Mondiali voluta da Infantino. Il suo voto vale quanto quello della Germania o del Brasile. Vogliamo dare per certo che si schieri contro il presidente azzoppato?
Qatar e Arabia Saudita stanno con Infantino
Né sul fronte Afc si può dare per assodata l’unanimità. Qatar e Arabia Saudita stanno con Infantino, che negli anni scorsi ne ha difeso il diritto a ospitare il Mondiale nonostante i discutibilissimi standard dei diritti civili e umani. Va aggiunto che, nel caso dei sauditi, Infantino ha proprio spianato la strada verso la candidatura a ospitare l’edizione 2034. In particolare, il Qatar ha un ruolo chiave nell’area Mena (Medio Oriente e Nordafrica) e nella costruzione di un’opinione pubblica globale di matrice araba (un tema sul quale la propaganda interna ha molto battuto durante il Mondiale 2022).
Che ruolo vuole giocare Nasser Al-Khelaifi?
Rispetto a questa posizione dell’emirato, resta da capire quale sia il ruolo che vorrà giocare Nasser Al-Khelaifi. Il plenipotenziario del Qatar per le questioni sportive, oltre a essere presidente del Paris Saint-Germain e dell’European Football Association (l’associazione dei club calcistici europei, ex Eca), è più che uno stretto alleato di Ceferin: è stato il suo lord protettore nei giorni del fallito tentativo di Superlega europea per club (aprile 2021) e da allora ha consolidato un potere personale che lo rende autonomo persino dal Qatar e dalla famiglia regnante degli Al Thani.
Aleksander Ceferin con Nasser Al-Khelaifi (foto Ansa).
Come agirà Al-Khelaifi in questa partita? E se, per un verso, liberarsi di Infantino sarebbe la migliore notizia per la salute del calcio globale, per altro verso avere il dirigente qatariota come kingmaker è un approdo davvero auspicabile? Da qualsiasi parte la si giri, la situazione è incancrenita. Il calcio mondiale è totalmente balcanizzato. E il responsabile di tutto ciò è una sola persona, che adesso se ne sta attaccata alla poltrona come a un catetere.
Jeff Bezos è pronto a sbarcare nel mondo del calcio: il fondatore di Amazon fa parte di un gruppo di investitori pronto a rilevare poco meno di un terzo delle quote del Liverpool. Lo scrive Sky News, aggiungendo che l’ingresso del gruppo nel capitale del club inglese avverrebbe sulla base di una valutazione complessiva del club di circa 4,4 miliardi di sterline, pari a quasi 5 miliardi di euro. Fenway Sports Group, holding che detiene la maggioranza del Liverpool dal 2010, dovrebbe annunciare in settimana la transazione.
Anfield, stadio del Liverpool (Ansa).
Gli altri investitori della cordata
La cordata che ha messo gli occhi sulla quota di minoranza – ma comunque significativa – del Liverpool non è guidata da Bezos, ma da Amit Bhatia, imprenditore che in passato ha detenuto una quota del Queens Park Rangers, nonché genero del miliardario indiano Lakshmi Mittal, a capo della più grande società siderurgica al mondo. Sky News scrive che tra gli investitori c’è anche Eduardo Saverin, uno dei co-fondatori di Facebook: in passato aveva tentato di acquisire quote del Chelsea. Fenway – che nel 2010 comprò il Liverpool per 300 milioni di sterline – ha confermato l’interesse del gruppo di Bhatia, precisando che non è in corso una vendita integrale del club.
Le confederazioni calcistiche europea (Uefa), nordamericana (Concacaf) e asiatica (Afc) prendono ulteriormente le distanze dal presidente della Fifa Gianni Infantino, che dopo l’alzata di scudi a livello globale si è visto costretto a ritirare il suo piano di vendere quote dei Mondiali a investitori privati. Lo hanno fatto attraverso una lettera aperta alla «famiglia del calcio», la «più grande passione condivisa al mondo» che «non appartiene a nessun individuo né a nessuna istituzione».
«L’ampliamento dei tornei, l’assegnazione delle edizioni 2030 e 2034 della Coppa del Mondo, la distribuzione delle risorse alle federazioni: si è trattato di traguardi condivisi, concordati e realizzati insieme», si legge nella lettera, che punta il dito contro Infantino. «La recente lettera della Fifa ai suoi vicepresidenti e alle 211 federazioni affiliate riconosce che nel processo sono stati commessi degli errori, inquadrando l’accaduto come un fallimento comunicativo. Una proposta avanzata con tempistiche ristrette, priva di una consultazione significativa e spinta verso una scadenza prima ancora che le federazioni potessero esaminarne adeguatamente i termini, non è frutto di una semplice svista, bensì di una strategia volta a limitare il vaglio critico. Non è stato riconosciuto che la proposta in sé fosse intrinsecamente errata», scrivono Uefa, Concacaf e Afc: «Manca tuttora la consapevolezza che il tentativo di vendere una quota di partecipazione alla Coppa del Mondo abbia rappresentato un grave errore di valutazione: non un mero passo falso procedurale, ma una violazione fondamentale del rapporto di fiducia con le stesse istituzioni che la Fifa ha il compito di servire». Tra i passaggi della lettera c’è anche: «Quando la fiducia viene infranta dall’inganno, quando un individuo si pone al di sopra della collettività che gli ha conferito l’autorità, il dovere di servizio verso la famiglia del calcio viene tradito». E poi: «C’è silenzio dove dovrebbe esserci responsabilità, distanza dove dovrebbe esserci trasparenza. Queste non sono le qualità che il calcio merita di trovare nella sua leadership».
Dopo le polemiche sulla proposta di vendere a privati quote della Coppa del Mondo l’indice di gradimento di Gianni Infantino, già inviso a buona parte degli appassionati per la sua gestione della Fifa, è crollato. Il presidente dell’organo di governo del calcio mondiale ha rinunciato ai suoi propositi, ma a quanto pare è servito a poco: 50 delle 55 federazioni affiliate alla Uefa si starebbero preparando a ritirare in massa le lettere di sostegno al dirigente svizzero in vista di un possibile quarto mandato e alcune sono già passate ai fatti.
Dal Galles la prima revoca al sostegno per la rielezione
Il Galles, prima nazione a farlo, ha ritirato ufficialmente il sostegno alla candidatura di Infantino per un nuovo mandato dal 2027 al 2031. La Football Association of Wales, in una nota, ha parlato di «recenti fallimenti in termini di buona governance, processi, leadership, valori, gestione degli stakeholder, comunicazioni e giudizio sano». Nel comunicato della Federcalcio gallese si legge anche: «Non mettere al primo posto i migliori interessi del calcio è un fallimento che non possiamo accettare». A breve è attesa un’analoga presa di posizione da parte della Football Association inglese. Come scrive il Guardian, la FA scriverà a Infantino per ritirare una precedente lettera di sostegno alla sua rielezione, segno dell’approccio coordinato che l’Europa del calcio sta adottando per rimuoverlo dall’incarico il più rapidamente possibile.
Gianni Infantino (Imagoeconomica).
Infantino gode ancora di grande sostegno a livello globale
Tale approccio arriva dopo la dura condanna dell’Uefa: l’organo di governo del calcio europeo (che non vota) aveva minacciato di boicottare i Mondiali dopo che era diventata di dominio pubblico l’idea di Infantino di creare una holding per raccogliere miliardi cedendo agli investitori una parte dei ricavi delle future Coppe del Mondo. Con ogni probabilità molte altre federazioni calcistiche seguiranno l’esempio di quelle gallese e inglese, nel tentativo di portare Infantino a non ricandidarsi. Il destino del dirigente elvetico, tuttavia non dipende solo dai voti che verranno meno dall’Europa: in Asia e Centro-Nord America, infatti, Infantino continua a godere di grande sostegno.
Il calcio italiano è in lutto per la scomparsa di Franco Baresi. Una notizia che, vista la caratura del personaggio, ha trovato ampio spazio anche sulle principali testate sportive straniere. L’Equipe apre l’edizione online col titolo: «Baresi, la scomparsa di un precursore». Un riferimento alla modernità del gioco del numero 6 rossonero, un difensore centrale molto avanti rispetto ai suoi tempi. «Libero italiano di grande eleganza e incarnazione della grande squadra del Milan di fine Anni 80», lo ricorda poi nel pezzo la testata francese. Lo spagnolo Marca titola: «È morto Franco Baresi, leggenda eterna del Milan e del calcio italiano», definendo poi l’ex capitano rossonero «uno dei più grandi difensori della storia». Nell’articolo dedicato alla sua scomparsa si legge poi: «Baresi è stato molto più di un difensore straordinario. È stato il grande capitano di un Milan leggendario, il leader di una generazione che ha trasformato i rossoneri in una potenza del calcio europeo e in una delle squadre più memorabili di tutti i tempi».
Anche As ha dedicato un lungo articolo alla scomparsa di Baresi: «Il suo numero 6 passerà alla storia. Nessuno nel mondo del calcio l’ha mai indossato con maggiore eleganza. È stato un elemento imprescindibile sia per il Milan di Arrigo Sacchi che per quello di Fabio Capello. Le sue doti difensive, il portamento unico e la tecnica nel trattare il pallone hanno fatto sì che la sua figura trascendesse lo sport stesso. Una vera icona». Della scomparsa di Baresi, ovviamente, scrivono anche Mundo Deportivo e – passando al Portogallo – A Bola. La leggenda del calcio italiano non è stata solo ricordata e omaggiata dai giornali sportivi stranieri, ma anche dalle principali testate generaliste e dalle più importanti agenzie di stampa estere. «In un’epoca dominata da difensori fisici, Baresi si distinse per la sua lettura del gioco, ridefinendo il ruolo di libero e coniugando autorevolezza difensiva e capacità di avviare l’azione dalle retrovie», ha scritto la Reuters. Il Telegraph ha definito Baresi «uno dei migliori giocatori della sua generazione».
Stavolta purtroppo non è una fake news: è morto a 66 anni Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale. Ad annunciarlo è stata la società rossonera, alle 7:31 di stamattina: «La Storia del Milan è in lacrime per la scomparsa di Franco Baresi. Il suo esempio e la sua profondità saranno, per sempre come la sua maglia numero 6, parte integrante e fondamentale del dna e del cammino di tutto il Club». Baresi, che nel 2025 era stato operato per un nodulo polmonare, ha collezionato 719 presenze ufficiali con il Milan, vincendo sei scudetti e tre Coppa dei Campioni, senza lasciare il club nemmeno negli anni bui della Serie B, mentre in Nazionale ha disputato 81 gare vincendo il Mondiale 1982 (pur senza scendere in campo).
La Storia del Milan è in lacrime per la scomparsa di Franco Baresi. Il suo esempio e la sua profondità saranno, per sempre come la sua maglia numero 6, parte integrante e fondamentale del DNA e del cammino di tutto il Club. Le condoglianze che AC Milan porge alla famiglia tutta… pic.twitter.com/a8wNOCUc2o
All’anagrafe Franchino, Baresi era nato a Travagliato (Brescia) nel 1960. Tifoso dell’Inter, a 14 anni era entrato nelle giovanili del Milan facendo il percorso contrario del fratello maggiore Beppe, di fede rossonera ma ingaggiato dall’Inter. Il “Piscinin” – “piccolino” in dialetto milanese – aveva esordito col Milan nell’aprile 1978 con Nils Liedholm in panchina, per poi affermarsi come titolare nella stagione successiva, terminata con la conquista dell’agognato decimo scudetto rossonero. Negli anni successivi sarebbe sceso due volte in Serie B col Milan: la prima volta a causa del Totonero, mentre nella seconda occasione la retrocessione arrivò sul campo. In mezzo la promozione a capitano rossonero (a soli 22 anni) e la vittoria della Coppa del Mondo nel 1982 (da riserva di Gaetano Scirea, senza mai scendere in campo).
Rimasto fedele al Milan, Baresi era ormai una colonna del club quando nel 1986 arrivò Silvio Berlusconi: negli anni successivi, prima con Arrigo Sacchi e poi con Fabio Capello in panchina, avrebbe alzato da capitano trofei su trofei. Per quanto riguarda la Nazionale, dopo la delusione di Italia 90 Baresi disputò il campionato del mondo 1994 negli Usa con la fascia di capitano al braccio: infortunatosi al menisco contro la Norvegia nei gironi, contro ogni aspettativa dopo soli 25 giorni tornò in campo nella finale contro il Brasile. E fu, purtroppo, il primo a sbagliare dal dischetto: un errore a cui fece seguito un pianto inconsolabile. A giugno del 1997 l’addio al calcio giocato: il Milan, senza esitare, decise di ritirare il suo numero 6 di Baresi, che da “Piscinin” era diventato “Kaiser Franz”. Successivamente era entrato nei quadri dirigenziali rossoneri, tradendo il Diavolo solo per una breve esperienza (81 giorni) al Fulham, in Inghilterra.
Il cordoglio del mondo del calcio e non solo
Dalle istituzioni ai club, passando per ex compagni, avversari e tifosi: in tantissimi stanno piangendo Baresi. «Il calcio italiano perde una delle sue leggende, un campione straordinario che in tutta la sua carriera ha indossato solo due maglie, quella del Milan e quella azzurra. Una scelta romantica, che lo ha fatto entrare di diritto nel cuore dei tifosi e di milioni di italiani», ha dichiarato Giovanni Malagò, presidente della Figc. «Lo ricorderemo come merita in occasione delle prossime partite della Nazionale, quella Nazionale per la quale ha sempre dimostrato un attaccamento eccezionale diventandone uno dei simboli più gloriosi».
Addio a Franco Baresi, protagonista delle grandi sfide del Derby di Milano e una delle figure che più hanno definito la storia della rivalità. Capitano, uomo squadra e bandiera del Milan, ha vissuto ogni confronto con l’Inter tra competizione e rispetto, dentro una sfida che ha… pic.twitter.com/huovhsR5gG
Messaggi di cordoglio sono arrivati da numerosi club: dall’Inter («Capitano, uomo squadra e bandiera del Milan, ha vissuto ogni confronto con l’Inter tra competizione e rispetto, dentro una sfida che ha scritto pagine indimenticabili del calcio italiano»,) alla Juventus («Ci sono persone che, con il loro talento, entrano nella storia. E altre che, con la loro umanità, vi restano per sempre. Franco Baresi è stato entrambe le cose»), fino alla Roma e alla Lazio.
Con la scomparsa di Franco Baresi, l'Italia perde non solo uno dei più grandi campioni della sua storia sportiva, ma anche un esempio di lealtà, serietà e dedizione.
Capitano del Milan e della Nazionale, ha indossato gli stessi colori per un'intera carriera, vivendo la fedeltà… pic.twitter.com/MAWRCb4HQQ
Così Giorgia Meloni: «Con la scomparsa di Franco Baresi, l’Italia perde non solo uno dei più grandi campioni della sua storia sportiva, ma anche un esempio di lealtà, serietà e dedizione. Capitano del Milan e della Nazionale, ha indossato gli stessi colori per un’intera carriera, vivendo la fedeltà come un valore e la fascia come una responsabilità. Ha dimostrato che si può diventare leggenda senza mai smettere di essere un punto di riferimento, dentro e fuori dal campo».
Il 19 novembre 1995 ho esordito in Serie A contro il Milan. Avevo 17 anni e dall'altra parte c'era il capitano di quella squadra: Franco Baresi.
Per un ragazzo della mia età, trovarsi in campo contro campioni come lui era qualcosa di incredibile. Da quel giorno ho avuto ancora… pic.twitter.com/dxczczBvGw
Non bastavano i recenti scandali, dalla revoca della squalifica di Folarin Balogun al discutibile premio per la pace assegnato a Donald Trump. Ora Gianni Infantinose n’è inventata un’altra: il presidente della Fifa ha infatti messo a punto un progetto per cedere una parte del valore delle Coppe del Mondo (4,2 miliardi di dollari – circa il 20 per cento) a investitori privati, tra cui il fondo Thrive Eternal di Joshua Kushner, fratello di quel Jared genero di Trump.
Gianni Infantino e Donald Trump con la Coppa del Mondo (Ansa).
Fifa Forward Enterprise: il piano di Infantino
A rivelare il progetto di Infantino è stato il Times e poco dopo la Fifa ha confermato l’anticipazione: tutto vero. Il dirigente elvetico intende creare una holding commerciale valutata 20 miliardi di dollari, denominata Fifa Forward Enterprise (Ffe), destinata a gestire in esclusiva i diritti e la macchina organizzativa di Coppa del Mondo e Mondiale per Club: diritti televisivi, sponsorizzazioni, licensing, biglietteria, hospitality ed eventi. Gli investitori privati, di fatto, saranno comproprietari dei grandi eventi Fifa e per massimizzare i dividendi sarà indispensabile aumentare ulteriormente il numero della Nazionali partecipanti alla fase finale dei Mondiali e rendere più frequenti i tornei (organizzandoli magari ogni due anni). Secondo il Financial Times, l’operazione è seguita da JP Morgan e da Greg Maffei, ovvero l’ex ceo di Liberty Media che ha trasformato la Formula 1 in uno dei prodotti sportivi più redditizi al mondo. Il Times scrive che Infantino, destinato al ruolo di amministratore delegato di Ffe al termine dell’incarico da presidente Fifa, si “auto-elargirebbe” uno stipendio da oltre 60 milioni di dollari. Da parte sua, la Fifa ha spiegato che si tratta di un progetto «per liberare il potenziale commerciale del calcio».
Infantino a envoyé une lettre à tous les présidents de fédération en leur donnant jusqu'au 19 septembre pour soutenir son projet de société commerciale/privatisation des revenus (notamment de la Coupe du Monde) en échange de généreuses subventions
Secondo il giornalista investigativo Romain Molina, Infantino ha inviato una lettera ai presidenti delle 211 federazioni affiliate alla Fifa, chiedendo di esprimere entro il 19 settembre il proprio sostegno al suo progetto, che è già stato bocciato dall’Uefa. «L’anima e la governance del calcio non sono beni da mettere sul mercato, tanto più in assenza totale di trasparenza su chi ne trarrebbe vantaggi economici»., ha dichiarato in una nota l’organo di governo del pallone europeo, secondo cui il piano di Infantino «oltrepassa un limite che le istituzioni di governo del calcio non dovrebbero mai superare». L’Uefa sta accelerando i tempi per convocare una riunione d’emergenza delle sue 55 federazioni affiliate: tra le ipotesi sul tavolo pure il potenziale boicottaggio dei Mondiali 2030, secondo quanto riporta Espn. Come l’Uefa, ha espresso preoccupazione anche la Concacaf, ossia l’organo di controllo del calcio del Nordamerica, Centroamerica e dei Caraibi.
Gianni Infantino (Ansa).
Il caso ha agitato anche Bruxelles. «Giù le mani dal nostro sport», ha dichiarato Glenn Micaleff, commissario allo Sport dell’Ue: «Nei limiti dei poteri conferitile dai Trattati, la Commissione europea esaminerà queste proposte con la massima attenzione per valutare il rispetto delle norme sulla concorrenza». Micaleff ha poi affermato che «diventa particolarmente preoccupante il caso in cui i poteri regolamentari della Fifa si allineano con gli interessi finanziari di entità private, quando il valore degli investimenti dipende dalle decisioni prese dalla Fifa. Questo solleva profondi interrogativi in merito a governance, indipendenza e conflitti di interesse». Anche la federcalcio francese ha già espresso forti perplessità sull’iniziativa. Unendosi alle critiche di Fifa e Ue, il nuovo premier britannico Andy Burnham ha dichiarato: «Il calcio non appartiene agli investitori. Appartiene alle persone che riempiono gli spalti e che stanno a bordo campo settimana dopo settimana, con la pioggia o con il sole».
Fine della telenovela: Roberto Mancini è il ct della Nazionale. Lo ha annunciato il presidente della Figc Giovanni Malagò al Consiglio Federale in corso a Roma, spiegando che in pratica manca solo la firma. Attesa anche l’ufficialità di Claudio Ranieri come direttore tecnico azzurro in sostituzione di Paolo Maldini, il quale ha lasciato l’incarico (assieme al consulente Leonardo) dopo la bocciatura di Andrea Pirlo.
Roberto Mancini (Imagoeconomica).
Mancini era stato già ct dal 2018 al 2023
Per Mancini si tratta di un ritorno sulla panchina azzurra: era stato infatti commissario tecnico dal 2018 al 2023, guidando l’Italia per 61 partite e portandola a vincere il Campionato europeo nel 2021. Aveva poi lasciato l’incarico (con una pec inviata da Mykonos) dopo la mancata qualificazione alla fase finale della Coppa del Mondo del 2022 e una successiva Nations League senza squilli, venendo sostituito da Luciano Spalletti. Mancini aveva motivato il passo indietro con l’eccessiva stanchezza, salvo poi dire sì – poco dopo – a un ricco contratto offerto dalla federcalcio saudita. La sua esperienza come commissario tecnico dall’Arabia Saudita si era conclusa dopo poco più di un anno. A novembre del 2025, ingaggiato dall’Al-Sadd di Doha (Qatar), era poi tornato ad allenare una squadra di club. Adesso il ritorno sulla panchina dell’Italia.
Jamie Raskin, massimo esponente democratico della Commissione Giustizia della Camera Usa, ha avviato un’indagine su Gianni Infantino, richiedendo documenti in grado di fare luce sui legami tra la Fifa e Donald Trump. Raskin, spiega il Guardian, ha chiesto al dirigente svizzero di fornire tutti i documenti e le comunicazioni relativi a regali, pagamenti o vantaggi concessi a Trump e ai suoi collaboratori, nonché i registri degli accessi agli uffici di rappresentanza che l’organo di governo del calcio mondiale ha aperto nella Trump Tower di New York a luglio del 2025. Fissando il 9 agosto come termine per la consegna dei documenti, ha inoltre sollecitato un’audizione di Infantino davanti al Congresso. Dato che i Democratici non hanno la maggioranza alla Camera, Raskin non ha il potere di imporre a Infantino di presentarsi: servirebbe il sostegno dei Repubblicani.
GIANNI INFANTINO PRESIDENTE FIFA DONALD TRUMP PRESIDENTE USA
L’affondo di Raskin, che in una lettera a Infantino ha scritto di «vantaggi inquietanti e inspiegabili concessi alla Fifa apparentemente in cambio di favori a Trump», si inserisce in un quadro già complicato per la federazione calcistica mondiale. Il rapporto Infantino-Trump è finito sotto esame a partire da dicembre, quando in occasione del sorteggio dei gironi della fase finale dei Mondiali a Washington il dirigente elvetico ha conferito al tycoon il “Premio Fifa per la pace” di nuova istituzione. Poi, durante la Coppa del Mondo, ha fatto molto discutere la revoca della squalifica inflitta all’attaccante statunitense Folarin Balogun, arrivata dopo il “pressing” di Trump su Infantino. La lettera di Raskin fa inoltre riferimento alla decisione del Dipartimento di Giustizia di ritirare le accuse contro gli imputati coinvolti nelle indagini del governo statunitense sulla corruzione nel calcio mondiale, inclusa l’azione legale avviata nel 2015 nei confronti di oltre 20 alti funzionari Fifa e dirigenti del marketing sportivo. «La sua elezione a presidente della Fifa avrebbe dovuto segnare una netta rottura – come un cartellino rosso – con una cultura di corruzione e scandali durata decenni, che aveva infangato la reputazione del calcio mondiale. Invece, all’inizio del suo mandato, ha smantellato i presidi etici della Fifa e neutralizzato il comitato etico dell’organizzazione, allontanandone la maggior parte dei membri. Tale mancanza di trasparenza e di controlli le ha poi spianato la strada per ingraziarsi l’Amministrazione Trump attraverso tattiche che un docente di diritto della New York University e un suo ex membro del comitato etico hanno definito “corruzione legale”», si legge nella lettera, che affronta anche la politica sulla vendita dei biglietti per la Coppa del Mondo, su cui stanno conducendo indagini i procuratori generali di New York, New Jersey, Texas e California.
«Terremoto in Italia con Pirlo e Maldini», titola il quotidiano sportivo spagnolo As. Senza cambiare Paese, Marca scrive: « Pirlo rompe il silenzio in mezzo alla tempesta: “L’amore per l’Italia non dipende da un lavoro”». Dello stesso tono il titolo de L’Equipe: «Pirlo fuori. La Nazionale nella tempesta». La prestigiosa testata sportiva francese irride poi l’Italia: «È più difficile qualificarsi per i Mondiali o trovare un allenatore?». Così la tedesca Bild: «Salta l’accordo Pirlo-Italia, che caos!».
A Paolo Maldini e Leonardo va riconosciuta l’ambizione. L’ex segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica Nikita Krusciov, che pure non era uomo da mezze misure – per farsi capire all’Onu batteva la scarpa sul banco -, quando volle strafare si spinse fino al piano settennale, la semiletka del 1959. Sette anni. Oltre, nemmeno il Gosplan – l’agenzia di pianificazione economica dell’Urss – osava: troppo lontano, troppo comodo, troppo inverificabile. Ci voleva la nuova direzione tecnica della Figc per superare il Cremlino: otto-10 anni, annunciati il 23 luglio in Lega Serie A, con Giovanni Malagò costretto a correggere al ribasso in diretta – «io penso a sei anni, Paolo ha parlato addirittura di otto-10». Quando persino lo sponsor della tua nomina ti dimezza l’orizzonte davanti ai club, forse un problema c’è. Aspettiamo solo di capire se, al prossimo Consiglio federale, Maldini batterà il mocassino sul banco. Coerenza estetica vorrebbe di sì.
Una dichiarazione d’intenti con scadenza oltre ogni rendicontazione
Il punto comunque non è l’orizzonte lungo. Le rifondazioni serie – quella tedesca dopo il 2000, o quella belga – erano decennali. Ma erano piani: fasi, tappe, obiettivi misurabili, gente che rispondeva se i numeri non tornavano. Qui invece abbiamo «linee guida» e una data d’arrivo collocata in un futuro nel quale, statisticamente, nessuno dei presentatori sarà più in carica. Siamo di fronte a una dichiarazione d’intenti con scadenza oltre ogni rendicontazione. Il quinquennale sovietico, almeno, prevedeva punizioni severe per chi mancava l’obiettivo. Qui non è previsto nemmeno il tagliando. E poi c’è il capolavoro: il pasticcio sulla scelta del commissario tecnico.
Siamo partiti dai migliori al mondo per arrivare a Pirlo
Ricapitoliamo la sequenza, perché merita. Primo atto: «Siamo partiti dai migliori al mondo». Pep Guardiola contattato, Carlo Ancelotti sentito. Applausi: finalmente si ragiona in grande! Secondo atto: i migliori del mondo, com’era prevedibile, hanno detto di aver meglio da fare. Terzo atto: si scende dunque al gradino successivo: Roberto Mancini, il preferito del presidente? Antonio Conte, il preferito della Lega? No. Si precipita su Andrea Pirlo, vincitore della First Division degli Emirati con lo United FC di Dubai, campionato che conta 28 club professionistici in tutto, contro i 100 italiani.
Roberto Mancini, Andrea Pirlo e Pep Guardiola (foto Ansa).
Nessun appeal a livello commerciale
Dall’allenatore che definisce un’epoca al vincitore della cadeteria emiratina, senza fermate intermedie. Non esiste modo più crudele di far apparire inadeguato un candidato che presentarlo come esito della stessa ricerca iniziata da Guardiola. E l’hanno fatto i suoi sponsor. L’errore Pirlo, del resto, non era solo tecnico: era contabile, e su questo sito i conti sono già stati fatti. Un ct con quel profilo produce zero riprezzamento commerciale il giorno dell’annuncio: nessun partner ritocca una voce di listino per chi ha vinto la cadetteria emiratina. E parliamo di una Federazione che ha già iscritto a bilancio 9,5 milioni di riduzione dei corrispettivi commerciali per il 2026, un malus Adidas da 9,6 milioni per la mancata qualificazione mondiale, un rosso previsto di 6,6 milioni, dentro un danno complessivo che Unimpresa stima oltre i 50 milioni.
Il pasticcio su Fonbet, il principale bookmaker di Mosca
In questo quadro, la direzione tecnica ha proposto l’unico candidato che non spostava un euro. Un risparmio senza investimento: il peggio di entrambi i mondi. Poi, certo, c’è stata la Russia. E qui il sarcasmo si scrive da solo: i signori del piano decennale in salsa Gosplan si presentano con un candidato ct che dall’ottobre 2025 fa il global ambassador di Fonbet, il principale bookmaker di Mosca, e che a maggio 2026, mentre su Kyiv cadeva di tutto, posava per i selfie al “Football Day” moscovita.
Il messaggio di Pirlo su Instagram e la pubblicità di Fonbet.
«Nessun significato politico, è solo commercio», si è difeso Pirlo. Gli crediamo. È esattamente questo il problema: per fermarsi davanti a certe fotografie non serve un’opinione politica, basta un ufficio di due diligence. La Figc ne ha uno. La direzione tecnica non l’ha consultato, o peggio, l’ha consultato e ha proceduto lo stesso. Ci ha pensato l’ex attaccante ucraino Andriy Shevchenko nonché ex compagno di Maldini e Pirlo al Milan, con la sobrietà di chi ha la madre a Kyiv, a dire quello che a via Allegri non avevano notato: «Condanno ciò che hanno fatto».
Un caso reputazionale che era pubblico da nove mesi
Dunque 35 giorni dopo l’elezione di Malagò, il bilancio della gestione è questo: un candidato bruciato da un caso reputazionale che era pubblico da nove mesi; un presidente federale scavalcato e poi affrontato a muso duro in nome dell’«autonomia»; un potenziale conflitto d’interessi in casa (i figli di Maldini e Pirlo avviati alla professione di procuratori, con una norma federale sull’incompatibilità che pende come un lampadario); e zero commissari tecnici a 60 giorni dalla prima partita che ci attende, Italia-Belgio.
Paolo Maldini, Andrea Pirlo, Gigi Buffon e Andriy Shevchenko nel 2014 (foto Ansa).
Il tutto condito dalla terza rottura professionale in tre anni – Cardinale nel 2023, il Fenerbahçe di Safi a giugno, Malagò oggi – per un dirigente il cui mandato dichiarato sarebbe «unire mondi che fanno fatica a interagire». Finora l’unico mondo che è riuscito a unire è quello, trasversale e affollato, di chi ha litigato con lui.
La fiducia si è consumata in nome dell’amichettismo
Per questo le dimissioni dovrebbero arrivare oggi, non domani. Nessuna punizione – Maldini resta una leggenda di questo sport, e nessuno glielo toglie -, ma una presa d’atto: la fiducia si è consumata prima di produrre alcunché, e l’amichettismo, come ha scritto Fabrizio Roncone sul Corriere della sera, qui è andato “oltre” se stesso. Prima si invoca il merito (Guardiola! Ancelotti!) per nobilitare l’amico, e quando l’amico affonda si grida all’autonomia violata. L’Italia che ha saltato tre Mondiali non si merita questo teatrino.
Chiellini ha dimostrato di tenere insieme uno spogliatoio
Serve un progetto serio. Che esiste, ed è persino a portata di mano. Al vertice tecnico un uomo che con la maglia azzurra ha vinto davvero: Giorgio Chiellini, capitano dell’Europeo 2021, oggi dirigente con ruolo istituzionale e (dettaglio non irrilevante) capacità dimostrata di tenere insieme uno spogliatoio, che è poi la versione ridotta del tenere insieme un sistema.
Antonio Conte e Giorgio Chiellini insieme ai tempi della Nazionale 2016 (foto Ansa).
In panchina Antonio Conte, il miglior valorizzatore di rose del calcio italiano, con un contratto costruito per una volta con intelligenza: quadriennale, bonus legati al Mondiale 2030 e al ciclo completo, malus pesanti in caso di fuga anticipata. Perché la sua nomea di uomo da bienni la conosciamo tutti, e proprio per questo va messa sotto contratto, non sotto silenzio.
Antonio Conte ct della Nazionale a Euro 2016 (foto Ansa).
Attorno, il progetto vero: la scadenza dell’Europeo 2032 in casa come orizzonte misurabile e una fondazione di partecipazione che vincoli le risorse di club e sponsor ai vivai, con conferimenti irrevocabili e conferenti fuori dagli organi di governo. Sei anni, tappe annuali, responsabili con nome e cognome. Si chiama piano. È quella cosa che, tra una scarpa e l’altra, nemmeno a Mosca riuscivano a fare durare 10 anni.
Voleva rovesciare la clessidra. E invece l’ha sfasciata. Servirebbe un Master in Ingegneria del caos per cacciarsi in un pateracchio come quello che Giovanni Malagò, al suo primo cimento da presidente della Federazione italiana giuoco calcio (Figc), ha costruito con le sue stesse manine. E invece trattasi di sciatteria casereccia, seppur allevata tra le maniere felpate e i rigidi dress code del Circolo Aniene.
Giovanni Malagò, Leonardo e Paolo Maldini (foto Ansa).
La scelta del commissario tecnico della Nazionale doveva essere il primo test di affidabilità. E, vedendo come sta andando a finire, si scopre che era stato un crash test. Perché era dai tempi del fallito esperimento della Superlega europea per club, aprile 2021, che non si vedeva un progetto capace di andare così rapidamente a schiantarsi sul muro, senza nemmeno avere approssimato la prima curva. Willy il Coyote non avrebbe saputo fare meglio. Ma se proprio si vuole trovare un’immagine che dia la summa della figura in corso d’opera, bisogna tornare proprio alla clessidra rovesciata.
Malagò in uscita dalla sede della FIGC: “Sto lavorando, a breve saprete tutto” pic.twitter.com/XEiJSwmaXu
Una decisione del direttore tecnico appositamente nominato
È la formula che Malagò ha usato, con evidente compiacimento, durante le interviste felpate che ha rilasciato al sussiegoso vicedirettore di Dazn e poi al morbidissimo duo di Cronache di spogliatoio. In entrambi i casi l’ex presidente del Coni ha piazzato il mantra: «Ho voluto rovesciare la clessidra». Formula con la quale ha inteso etichettare il metodo individuato per la selezione del ct: non una scelta del presidente federale, bensì del direttore tecnico appositamente nominato.
«È una brutta figura? Bisogna vedere chi l’ha fatta»
Roba forte, frutto di cogitazioni che lèvati. Dall’autunno diventerà un case study nei migliori MBA, ma forse anche materia da thriller filologico: dopo Il pendolo di Foucault toccherà a La clessidra di Malagò. Che in effetti gli elementi di mistero ci sarebbero tutti. Uno fra tutti: chi diamine ha telefonato ad Andrea Pirlo nella sera di domenica 26 luglio, per annunciargli che non sarà più il commissario tecnico della Nazionale? Time will tell. Con una certezza, tuttavia: che il primo a storcere il naso davanti alla scelta del global ambassador di Fonbet è stato proprio il presidente federale, protagonista di un dissenso nemmeno nascosto. Per la serie: la scelta del ct è competenza del dt, ma a patto che sia gradita al rc (rovesciatore di clessidre). «È una brutta figura? Bisogna vedere chi l’ha fatta», ha detto sibillino Malagò, rispondendo ai giornalisti.
Silvio Baldini escluso perché troppo “pane e salame”
Mai come stavolta la situazione è grave, ma non seria. E intanto ci si confronta con un dato di fatto: da aprile gli Azzurri sono privi di un commissario tecnico ufficialmente nominato. Dopo il disastro di Zenica e le dimissioni di Rino Gattuso il posto è vacante. Lo ha tenuto in caldo per due partite l’ottimo Silvio Baldini, mai preso seriamente in considerazione per il ruolo perché troppo “pane e salame”. Uno che, per dire, al Circolo Aniene non ci metterebbe mai piede, con grande sollievo dei soci: rischierebbero di trovarsi a tavola un soggetto simile a quell’onorevole del film interpretato da Michele Placido, che per una strana sindrome, prendeva a dire in faccia agli interlocutori ciò che davvero pensava di loro.
Rin Gattuso e Gabriele Gravina (Ansa).
Ovvio che non tutti i quattro mesi di non decisione possano essere imputati a Malagò, che è stato eletto presidente Figc il 22 giugno: fin lì la scelta della guida tecnica era stata tenuta in sospeso perché non poteva essere il presidente in uscita (Gabriele Gravina) ad assumersi una responsabilità così pesante. E tuttavia, resta il dato di fatto: da inizio aprile a (ormai) tutto luglio la panchina azzurra è scoperta.
Paolo Maldini e Andrea Pirlo (Imagoeconomica).
Il culmine della tristezza in quel viaggio da Guardiola
Nel mezzo, durante questo ultimo mese di frenesie che hanno portato allo zero tagliato di oggi, c’è stato il balletto di nomi e personaggi di più diversa taglia. Con Stanlio Maldini e Ollio Leonardo (a proposito: qualcuno ha capito la necessità del suo ruolo di advisor?) impegnati a fare un casting da Isola dei Famosi per poi ridursi al più scarso del mazzo. Una Baraccone Strategy che ha toccato il culmine della tristezza col viaggio speso per tentare di convincere Pep Guardiola.
Pep Guardiola e, dietro di lui, Simone Inzaghi (foto Ansa).
Peccato non ci fosse una telecamera nascosta, per registrare le facce da Muppet Show che il tecnico catalano avrà esibito mentre si sentiva illustrare il «progetto tecnico». Il cui respiro avrebbe dovuto essere decennale e invece rischia di non approdare al mese di agosto. Manco l’etichetta di governo balneare: che era roba da sabbia ruvida da arenile, mica quella glitterata da clessidra.
Torna d’imperio la candidatura di Mancini?
E adesso non rimane che mettersi in attesa e vedere come va a finire. Nella consapevolezza che questo articolo nasce vecchio, perché qui le cose cambiano da un quarto d’ora all’altro. Per la panchina azzurra tornerebbe d’imperio la candidatura di Roberto Mancini, che giusto tre anni fa di questi tempi mollava la Nazionale perché si sentiva logorato. Salvo, poche settimane dopo, andare a firmare un ricco contratto coi sauditi. Mancini e Malagò erano in campo nella Coppa Canottieri, torneo di calcio a cinque che celebra l’eternità del generone romano. Hanno spezzato le reni al Circolo Canottieri Lazio, sicché abbiate fede.
Giovanni Malagò con Roberto Mancini (foto Ansa).
Ma adesso la prima cosa da conoscere è non già il nome del nuovo ct, quanto l’ora esatta delle dimissioni di Paolo Maldini e Leonardo. E a quel punto rimarranno nella mente le immagini della conferenza stampa in Lega Serie A: vecchie di nemmeno una settimana eppur già seppiate. Con alcune pose di Malagò che già qualcosa dovevano pur lasciarla intendere. È stato quando, dopo aver parlato per primo ai presidenti di club, ha lasciato spazio ai Gemelli dell’autogol per starsene di lato ad ascoltare le loro parole. Probabilmente non aveva messo in preventivo che i due si prendessero così tanto tempo: fatto sta che, a partire da un dato momento, l’uomo che rovescia le clessidre e inventa nuovi schemi di governance ha assunto pose da svacco totale. Poggiato col gomito sul bordo a reggersi il mento con la mano. Pareva Silvio Berlusconi durante quella famosa conferenza stampa assieme a Matteo Salvini e Giorgia Meloni, mancava solo che facesse la conta con le dita. L’unica scena godibile di questa tristissima vicenda federale.
Dopo il rifiuto di Pep Guardiola, il direttore tecnico Paolo Maldini e il suo consulente Leonardo avevano puntato su Andrea Pirlo come ct dell’Italia. Un’investitura che non aveva entusiasmato gli appassionati di pallone, visto il curriculum da allenatore dell’ex centrocampista di Milan e Juventus. Poi sono arrivate le “ombre russe”, con relative polemiche: stamattina Pirlo ha annunciato con una storia su Instagram «di aver appreso di non essere più il candidato alla panchina della Nazionale italiana».
La storia pubblicata da Andrea Pirlo su Instagram.
Le parole di Pirlo dopo le critiche per i legami con la Russia
Dopo giorni di polemiche riguardanti il ruolo di global brand ambassador della principale piattaforma russa di scommesse sportive Fonbet, ricoperto da ottobre del 2025 e che di recente lo ha portato anche a partecipare a un evento a Mosca, Pirlo nella serata del 26 luglio aveva rotto il silenzio sui social. «Nel corso della mia carriera, prima da calciatore e oggi da allenatore, ho sempre svolto la mia attività nel pieno rispetto delle leggi dei Paesi in cui ho lavorato e dei contratti che ho sottoscritto», ha dichiarato, aggiungendo poi che la sua collaborazione con Fonbet «è esclusivamente di natura commerciale e sportiva».
Prima di ringraziare Maldini e Leonardo per la stima e fiducia dimostrata (facendo dunque intendere che non sarà lui il ct), Pirlo ha inoltre scritto: «Attribuire a tale collaborazione un significato politico significa attribuirmi convinzioni che non ho mai espresso e che non mi appartengono». E poi: «Attribuire a tale collaborazione un significato politico significa attribuirmi convinzioni che non ho mai espresso e che non mi appartengono. L’amore per l’Italia non dipende da un incarico. Fa parte della mia storia, della mia identità e continuerà ad accompagnarmi, sempre».
Andrea Pirlo (Imagoeconomica).
Saltato l’accordo con Pirlo, Maldini potrebbe decidere di dimettersi
Il presidente della Figc Giovanni Malagò aveva delegato a Maldini la scelta del nuovo commissario tecnico della Nazionale, riuscendo così a convincere l’ex calciatore e dirigente del Milan – inizialmente reticente – ad assumere l’incarico di direttore tecnico azzurro. Venuto meno l’accordo con Pirlo, Maldini (che ha intrecciato il suo destino a quello dell’ex compagno di squadra) potrebbe addirittura annunciare le dimissioni. Martedì 28 luglio è in programma un Consiglio federale, a cui si contava di arrivare con il nome del nuovo commissario tecnico dell’Italia: l’annuncio a questo punto sarà rimandato. Saltato Pirlo, restano in corsa i due grandi ex Roberto Mancini e Antonio Conte, con il primo favorito sul secondo.
L’inchiesta che aveva scosso il mondo del calcio si sta sgonfiando. L’ex designatore degli arbitri Gianluca Rocchi, indagato per concorso in frode sportiva, sta infatti per vedere archiviata la sua posizione dopo l’interrogatorio reso una settimana fa negli uffici della Procura di Milano. La decisione dovrebbe arrivare entro fine mese.
Sparite dal capo d’imputazione le “bussate” in sala Var
Convocato il 30 aprile dal pm Maurizio Ascione, Rocchi aveva scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. A seguito di un nuovo invito a comparire, l’ex fischietto si è invece presentato, rispondendo alle domande dell’accusa. Stando a quanto emerso, dal capo d’imputazione sono sparite le “bussate” in sala Var a Lissone per suggerire le decisioni agli arbitri davanti ai monitor. Insomma, su questo aspetto della vicenda non sarebbe stato rilevato alcunché di rilevante sul piano penale.
Gianluca Rocchi (Ansa).
Restano le accuse legate alle designazioni per l’Inter
Resta l’accusa di aver «fraudolentemente accettato interferenze al fine di alterare il corretto coinvolgimento della competizione», ovvero di aver concordato le designazioni degli arbitri destinati all’Inter. Non più con ignoti, ma con esponenti della società nerazzurra «e previo concerto con costoro, agendo questi ultimi per effetto dei rapporti preferenziali con Gabriele Gravina». Tuttavia non risultano indagati né dirigenti dell’Inter, né l’ex presidente della Figc. Peraltro, a seguito di nuove intercettazioni a Rocchi viene contestato di essere intervenuto (dopo l’autosospensione da designatore) nella scelta di Maurizio Mariani come arbitro di Torino-Inter del 26 aprile 2026 (partita ormai ininfluente) «soltanto dopo il previo consenso della società nerazzurra, siccome arbitro da questa non gradito».
Dopo l’autosospensione di Gianluca Rocchi e l’interim di Dino Tommasi, gli arbitri hanno un nuovo designatore per Serie A e B: Daniele Orsato. L’ex fischietto è stato scelto dal nuovo direttore tecnico Domenico Messina (designatore dal 2014 al 2017) assieme al Comitato Nazionale: almeno inizialmente erano in lizza anche Nicola Rizzoli e Daniele Doveri, che però ha deciso di restare sul campo per un altro anno. Il mandato di Orsato sarà biennale.
Daniele Orsato (Ansa).
Nel 2020 era stato eletto miglior arbitro al mondo
Orsato, 50 anni, come arbitro vanta ben 290 gare dirette in Serie A, distribuite in 18 stagioni calcistiche: più di lui solo Concetto Lo Bello, che dal 1954 al 1974 ne collezionò addirittura 328. Orsato è stato eletto inoltre miglior arbitro al mondo dall’IFFHS nel 2020, anno in cui ha diretto anche la finale di Champions League tra Paris Saint-Germain e Bayern Monaco. Ritiratosi da arbitro alla fine della stagione 2023/24, a gennaio del 2025 è stato scelto come commissario per lo sviluppo del talento arbitrale dell’AIA. Nel luglio successivo è stato poi nominato Responsabile della Commissione Arbitri Nazionale di Serie C.
Innesto nella dirigenza della Juventus. L’ex direttore sportivo di Milan e Roma Frederic Massara è stato scelto dall’amministratore delegato Giovanni Carnevali come Chief Football Officer. Come si legge in un comunicato, «Massara avrà la responsabilità di guidare la gestione e lo sviluppo dell’area sportiva maschile, contribuendo alla definizione e all’attuazione delle strategie e dei progetti sportivi del Club, in stretta sinergia con Marco Ottolini, Sporting Director».
Massara riparte dalla Juventus a poco più di un mese dall’addio alla Roma. La sua terza esperienza in giallorosso, dopo quelle del 2016/17 e del 2018/19, è stata segnata da frizioni legate al mercato con l’allenatore Gian Piero Gasperini, che hanno portato anche all’addio di Claudio Ranieri, advisor della famiglia Friedkin. Dal 2019 al 2023 Massara aveva ricoperto l’incarico di direttore sportivo del Milan: durante la sua permanenza in rossonero, il club ha vinto lo scudetto nel 2022.
Frederic Massara (Ansa).
Ottolini confermato, Chiellini cambia ruolo
Ottolini, come sottolinea la nota, resta in carica come direttore sportivo. È invece ai saluti il francese François Modesto, ormai ex direttore tecnico: era stato voluto dal connazionale Damien Comolli, che ha guidato come ceo la Juventus per appena un anno. Cambio di incarico poi per l’ex difensore bianconero Giorgio Chiellini, che da Director of Football Strategy diventa Chief Club Affairs Officer: avrà il compito di mantenere i rapporti con le istituzioni calcistiche in Italia e in Europa.
Con la decisione di revocare la squalifica del calciatore statunitense Falorin Balogun, la Fifa «ha oltrepassato il limite». È quanto si legge in un duro comunicato della Uefa che parla di una decisione «senza precedenti, incomprensibile e ingiustificabile». L’attaccante è stato graziato dopo – pare – una telefonata di Donald Trump a Gianni Infantino. «Il calcio, come qualsiasi altro sport, si basa su regole che sono il fondamento di una competizione equa, onesta e trasparente. A volte, le regole sono soggette a interpretazione. In questo caso, non è così», si legge nella nota dell’organo di governo del calcio europeo.
La revoca della squalifica con l’articolo 27
Balogun, espulso contro la Bosnia ed Erzegovina dopo una revisione al Var, avrebbe dovuto saltare il match dei quarti di finale Stati Uniti-Belgio. Partita in cui invece potrà scendere in campo, ha spiegato la Fifa, in virtù di quanto previsto dall’articolo 27 del Codice disciplinare, secondo cui il comitato disciplinare Fifa «può decidere di sospendere, in tutto o in parte, l’attuazione di un provvedimento disciplinare». Nell’articolo si legge anche: «Se la persona che beneficia di una sanzione sospesa commette un’altra infrazione di natura e gravità analoghe durante il periodo di prova, la sospensione sarà revocata dall’organo giudiziario e la sanzione sarà eseguita, fatto salvo ogni ulteriore sanzione inflitta per la nuova infrazione». Balogun, insomma, è stato squalificato con la condizionale.
Donald Trump e Gianni Infantino (Ansa).
Il ringraziamento di Trump alla Fifa
Come ha rivelato il New York Times, di mezzo ci sarebbe però una telefonata fatta dalla Casa Bianca direttamente a Infantino. «Grazie alla Fifa per aver posto rimedio a una grave ingiustizia!», ha scritto il tycoon sul suo social Truth dopo la grazia a Balogun. In precedenza era intervenuto anche il segretario di Stato statunitense Marco Rubio: «Siamo stati fregati con quel cartellino rosso. Dovrebbe esserci un ricorso», aveva detto. Secondo la Bild, la sospensione della squalifica di Balogun è arrivata dopo quattro giorni di pressing da parte di Andrew Giuliani, figlio di Rudy e capo della task force per la Coppa del Mondo alla Casa Bianca; del segretario al Commercio Howard Lutnick, di dirigenti della federazione calcistica Usa e di un team di avvocati.
Il post di Trump dopo la “grazia” a Balogun.
La Federcalcio belga fa ricorso
Il tutto questo, rischia di rimetterci il Belgio. Evidenziando che «l’articolo 66.4 dello stesso Codice Disciplinare della FIFA precisa che un cartellino rosso (espulsione) comporta automaticamente la squalifica per la partita successiva», la Federcalcio belga si è detta «sbalordita» per quanto accaduto, aggiungendo di star valutando «tutte le possibili opzioni». Uscendo rapidamente dal linguaggio dei comunicati, la Federcalcio di Bruxelles ha scelto di presentare un ricorso urgente contro la discussa decisione presa dalla Fifa. La partita tra Stati Uniti e Belgio è in programma nella notte italiana tra lunedì 6 e martedì 7 luglio, con calcio d’inizio alle ore 2.
Giovanni Malagò (Ansa).
Malagò: «Precedente pericolosissimo»
Parlando di «assurdità», sulla questione si è espresso anche il neopresidente della Figc, Giovanni Malagò: «Sono andato anche a guardare questo articolo 27 che consente o consentirebbe alla Fifa e solo alla Fifa, per cui non è replicabile nei vari campionati nazionali e dico meno male perché sarebbe veramente l’Armageddon. È inutile che ce la raccontiamo, questa scelta ha un evidente sapore politico, lo ha scritto anche il New York Times». E poi: «Oggettivamente è un precedente pericolosissimo».
Nel giugno 2025 l’Indonesia ha battuto la Cina 1-0 a Giacarta, eliminandola dalla corsa al Mondiale 2026. Un anno dopo, negli Stati Uniti 27,5 milioni di spettatori complessivi sul territorio americano si sono sintonizzati davanti alla televisione per seguire la vittoria della nazionale contro il Paraguay (4-1) all’esordio nella Coppa del mondo, tra canali in lingua inglese (18 milioni su Fox Sports) e quelli in lingua spagnola (9,5 milioni su Telemundo e Peacock). È stato il dato più alto mai registrato per una partita della selezione maschile statunitense, ampiamente sopra le medie delle finali dei campionati NBA o delle World Series di baseball. Numeri che sono scesi leggermente, a 20,68 milioni, per il secondo match vinto 2-0 contro l’Australia, che intanto però è valso la qualificazione ai sedicesimi con un turno d’anticipo. A prima vista sembrano due notizie sportive senza alcun legame. In realtà raccontano una delle storie più interessanti del nostro tempo: il diverso approccio con cui le due super potenze del XXI secolo stanno affrontando il calcio.
Pulisic esulta durante il match contro il Paraguay (foto Ansa).
Da oltre un decennio la Cina considera il pallone un obiettivo strategico. Xi Jinping non ha mai nascosto la sua passione per questo sport e negli anni ha fissato tre traguardi simbolici per il suo Paese: qualificarsi stabilmente ai Mondiali, ospitarne uno e, un giorno, vincerlo.
Pechino aveva mobilitato risorse enormi, ma non è servito
Per raggiungere questi obiettivi Pechino ha mobilitato risorse enormi. Migliaia di scuole hanno introdotto programmi calcistici, sono stati costruiti nuovi impianti sportivi e il campionato cinese ha iniziato ad attirare alcuni dei protagonisti più noti del calcio internazionale. Tra il 2015 e il 2019 sono arrivati giocatori come Oscar, Hulk, Carlos Tevez e Paulinho, oltre ad allenatori del calibro di Marcello Lippi e Fabio Cannavaro.
Marcello Lippi divenne ct della nazionale di calcio cinese nel 2016. Lo è stato fino al 2019 (foto Ansa).
La sensazione era che la Cina stesse applicando al calcio la stessa formula utilizzata in altri settori: investimenti massicci, pianificazione centrale e recupero accelerato del ritardo. Il progetto, però, si è scontrato con un limite inatteso. Gran parte di quella crescita era sostenuta dai grossi gruppi immobiliari che alimentavano l’espansione economica cinese. Il caso più emblematico fu quello di Evergrande, colosso del real estate e proprietario del Guangzhou Evergrande, il club più vincente del Paese e due volte campione d’Asia.
Un modello di sviluppo troppo dipendente dalla finanza immobiliare
Quando il gruppo entrò in crisi, accumulando passività superiori a 300 miliardi di dollari, l’intero sistema ha iniziato a mostrare le sue fragilità. Nel giro di pochi anni numerosi club hanno accumulato debiti, ridotto gli investimenti o sono proprio scomparsi. Quello che sembrava un modello destinato a trasformare il calcio cinese si è rivelato molto più dipendente dalla finanza immobiliare di quanto apparisse.
Un complesso di Evergrande a Pechino (foto Ansa).
Ma il problema era più profondo della semplice crisi finanziaria. Mentre miliardi di dollari venivano investiti per importare campioni stranieri, il sistema continuava a produrre pochi calciatori di livello internazionale. La Cina aveva rafforzato il vertice della piramide senza riuscire a costruirne una base solida. L’eliminazione dalla corsa al Mondiale è stata la conseguenza più evidente di questa contraddizione. La nazionale cinese ha chiuso quinta nel suo girone di qualificazione (con soli nove punti, frutto di tre vittorie e sette sconfitte), dietro Giappone, Australia, Arabia Saudita e Indonesia. Un risultato difficile da conciliare con il peso economico, tecnologico e politico del Paese.
In cinque anni i tifosi di calcio in Nord America sono aumentati del 10,9 per cento
Dall’altra parte del Pacifico la situazione è molto diversa. Gli Stati Uniti non hanno mai fatto del calcio una priorità nazionale. Per decenni il pallone è rimasto ai margini di un sistema dominato da NFL, NBA, MLB e hockey. Eppure, proprio mentre la Cina falliva il suo assalto al calcio mondiale, gli Stati Uniti hanno iniziato a conquistare il terreno più importante: quello del mercato. Secondo una ricerca Nielsen riportata da Reuters, negli ultimi cinque anni il numero di appassionati di calcio in Nord America è aumentato del 10,9 per cento, superando i 136 milioni di persone. Negli Stati Uniti i tifosi sono ormai oltre 60 milioni. Il Mondiale non ha creato dal nulla questo interesse: lo ha semplicemente reso visibile.
Miss Dallas 2025 con la maglia di Pulisic in strada (foto Ansa).
È qui che la Coppa del mondo 2026 assume un significato che va ben oltre il campo. Per la Fifa il vero trofeo in palio è il mercato sportivo più ricco del Pianeta. La NFL ha firmato contratti televisivi per circa 110 miliardi di dollari in 11 anni. La NBA ha recentemente chiuso un accordo media da 76 miliardi di dollari fino al 2036. È all’interno di questo ecosistema che il calcio sta cercando di ritagliarsi uno spazio stabile.
La MLS può contare su un accordo globale con Apple
Ecco perché il torneo organizzato negli Stati Uniti, in Canada e in Messico rappresenta un investimento strategico. Gli ascolti televisivi, gli accordi commerciali, gli sponsor e la crescita della Major League Soccer sono elementi altrettanto importanti delle prestazioni delle nazionali. La MLS stessa rappresenta il simbolo di questo percorso. Nata dopo il Mondiale del 1994, per anni è stata considerata una lega periferica. Oggi può contare su un accordo globale con Apple, su investitori internazionali e su un interesse crescente da parte del pubblico.
I risultati degli statunitensi sul campo sono insufficienti (per ora)
Naturalmente sarebbe sbagliato spingersi troppo oltre. Se il calcio viene misurato esclusivamente attraverso i risultati sul campo, gli Stati Uniti non appartengono ancora al ristretto gruppo delle grandi potenze calcistiche. La nazionale americana non ha mai raggiunto una finale mondiale: miglior risultato il terzo posto del 1930, mentre nell’era moderna si è spinta al massimo ai quarti di finali, nel 2002 in Corea del Sud e Giappone. Ma è proprio qui che emerge la differenza tra i due modelli.
L’australiano Aiden O’Neill contrastato dal centrocampista della Juventus e degli Stati Uniti Weston McKennie (foto Ansa).
La Cina aveva fissato obiettivi sportivi molto ambiziosi e ha investito ingenti risorse per raggiungerli, senza riuscire a costruire una filiera capace di produrre risultati. Gli Stati Uniti, al contrario, stanno ottenendo il risultato forse più importante: trasformare il calcio in un prodotto economico e culturale sempre più rilevante all’interno del più grande mercato sportivo del mondo. In altre parole, la Cina ha cercato di conquistare il calcio attraverso la politica. Gli Stati Uniti lo stanno conquistando attraverso il mercato.
Esistono ambiti in cui il capitale e le direttive governative non bastano
Il confronto tra Stati Uniti e Cina racconta quindi qualcosa che va oltre lo sport. Per anni si è dato per scontato che la capacità di pianificazione e la potenza economica cinese potessero essere trasferite con successo in qualsiasi settore. Il calcio mostra che non sempre funziona così. Esistono ambiti in cui il capitale e le direttive governative non bastano. Servono tempo, partecipazione diffusa, competizioni credibili e una cultura capace di produrre valore nel lungo periodo.
Xi Jinping e Donald Trump (Ansa).
Paradossalmente, mentre la Cina cercava di costruire una potenza calcistica dall’alto verso il basso, gli Stati Uniti hanno lasciato che il mercato facesse il suo lavoro. Il risultato è che oggi Pechino guarda il Mondiale da casa, mentre Washington ospita il torneo e si prepara a incassarne i dividendi economici, culturali e politici.
Due modi molto diversi di esercitare il potere
In un’epoca in cui le due super potenze competono su difesa, intelligenza artificiale, semiconduttori, Spazio e commercio internazionale, il calcio può sembrare una questione marginale. Non lo è. Perché il fallimento cinese e l’ascesa americana mostrano anche due modi diversi di esercitare il potere. Da una parte la convinzione che la pianificazione e il capitale possano accelerare qualsiasi processo. Dall’altra la capacità di trasformare un fenomeno culturale in un mercato globale. Il Mondiale 2026 sta già offrendo un’indicazione su quale delle due super potenze stia vincendo, almeno per ora, la partita più importante del calcio contemporaneo.
Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio. L’ex numero uno del Coni è stato eletto con il 68,58 per cento dei voti e preferito all’unico altro candidato Giancarlo Abete, che aveva già guidato la Figc dal 2007 al 2014. Le elezioni, che si sono tenute al Rome Cavalieri Waldorf Astoria Hotel di Roma, si sono svolte a scrutinio segreto, con voto elettronico. Erano presenti 266 delegati su 273 (assenti un delegato della Lega Pro e sei atleti): i voti complessivi erano dunque 502,946 e per essere eletti ne serviranno 252. Le votazioni sono avvenute a scrutinio segreto con sistema elettronico. L’incarico di Malagò durerà due anni: di fatto coprirà la seconda metà del mandato di Gabriele Gravina, che rieletto nel 2025 si è poi dimesso dopo la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali.
Giovanni Malagò e Giancarlo Abete (Ansa).
Malagò: «Non sono un papa nero, sono uno di voi»
«Non sono un papa nero, sono uno di voi, sono figlio della Figc e ho un solo scopo, fare grande l’Italia. Ho sentito tutti gli interventi, faccio fatica a non essere d’accordo più o meno con tutti, ho sentito tante grida di dolore, problematiche di carattere strutturali, ma va detto che se io oggi sono qui è solo perché Gravina ha deciso di dimettersi», aveva detto Malagò nel suo intervento prima del voto. «Perché le componenti hanno pensato a me? Me lo sono chiesto, all’inizio ero scettico, reduce da un’esperienza molto dura come Milano-Cortina. Forse perché sono stato per 21 anni presidente del Circolo Canottieri Aniene, facendo parte quindi del mondo dilettanti che conosco a memoria, ho cantano e portato la croce. Forse hanno pensato che tutto quello che ho fatto in altri ambienti, si possa ripetere in Figc. Pur non avendo mai avuto l’ansia, sento fortissimo il peso delle responsabilità».
Riconfermato in blocco il Consiglio federale
Eletto anche il Consiglio federale, che è stato riconfermato in blocco: Stefano Campoccia, Giorgio Chiellini e Giuseppe Marotta per la Serie A; Antonio Gozzi per la Lega B; Giulio Gallazzi per la Lega Pro; Ilaria Bazzerla, Giacomo Fantazzini, Daniele Ortolano, Sergio Pedrazzini, Giuliana Tambaro per la Lega Nazionale Dilettanti. In rappresentanza degli atleti Valerio Bernardi, Davide Biondini, Umberto Calcagno e Sara Gama, mentre per i tecnici Giancarlo Camolese e Silvia Citta.
È durata solo un anno l’esperienza di Damien Comolli come amministratore delegato della Juventus. Al termine di una stagione segnata da deludenti risultati sportivi, complici anche una serie di acquisti disastrosi, il manager francese formalizzerà le dimissioni domani, venerdì 12 giugno, nel corso della riunione del cda. La decisione è maturata dopo gli ultimi confronti con la proprietà, che nel frattempo ha già individuato il successore: Giovanni Carnevali, da 12 anni al Sassuolo di cui è l’attuale ceo. Secondo quanto filtra da Torino, il consigliere d’amministrazione Antonio Belloni dovrebbe assumere un ruolo sempre più centrale nella gestione finanziaria del club.
L’ultimo della serie si chiama Omar Abdulkadir Artan. È un arbitro, è stato giudicato il migliore del continente africano per l’anno 2025 e per questo motivo è stato inserito nel gruppo di chi dirigerà le partite del Mondiale 2026 al via giovedì 11 giugno, quello che per una serie di motivi potrebbe essere il peggiore di sempre. Purtroppo, mister Artan ha un problema: il passaporto somalo. Ciò che gli conferisce lo status di appartenenza a uno Stato-nazione che, per il grottesco mappamondo di Donald Trump, appartiene all’emisfero dei dannati. Il Canada ha provato timidamente a opporsi, dicendo che «è il benvenuto» e proponendo di farlo arbitrare a Vancouver. Invano. Lui ha raccontato così la sua frustrazione: «Vivevo un sogno. E invece sono finito in prigione ed espulso. Per colpa di un omonimo».
Nella rudimentale visione del mondo alimentata dallo psycho-POTUS, tutti coloro che provengono dai Paesi collocati nella parte sbagliata della carta geografica devono essere respinti alla frontiera. Del resto, per come la vede lui, bisognerebbe cacciare dagli Stati Uniti i cittadini che sono (anche lontanamente) provenienti da quei Paesi: figurarsi farne accedere di nuovi, fosse anche soltanto per arbitrare qualche partita di pallone.
BREAKING: Trump administration claims the Somali referee was denied entry because he is a security threat to the US with links to suspected terrorists. He was questioned for 11 hours, including about Al Shabab
Calpestate le regole più stringenti in materia di diplomazia fra Stati
Ergo, l’esito di tutto ciò è bell’e servito: il miglior arbitro del continente africano è stato respinto al confine, non appena messo piede all’aeroporto di Miami. A mister Artan non è servito a nulla nemmeno essere in possesso di un passaporto diplomatico. Evidentemente gli agenti incaricati di sorvegliare il sacro valico dell’America trumpiana hanno avuto istruzioni di sbattersene anche delle regole più stringenti in materia di diplomazia fra Stati. E se tutto ciò ha come conseguenza impoverire la pattuglia arbitrale, pazienza: si potrà sempre far dirigere le partite all’intelligenza artificiale.
Il problema è grave e tocca non soltanto Omar Abdulkadir Artan, né esclusivamente gli arbitri. Molto faticoso è stato il percorso della nazionale dell’Iraq, atterrata all’aeroporto di Chicago e destinataria di un trattamento di particolare cortesia: diverse ore di interrogatorio da parte degli agenti della frontiera, cui è stato sottoposto ciascun componente della comitiva proveniente da Bagdad.
Aymen Hussein, a destra con la maglia numero 18 dell’Iraq (foto Ansa).
Non per tutti è andata bene: Talal Salah, il fotografo ufficiale incaricato dalla federcalcio irachena, è stato rimandato indietro dopo essersi sorbito 11 ore d’interrogatorio. Appena meno spossante è stata la prova toccata a Aymen Hussein, 30enne attaccante dell’Al-Karma: a lui sono bastate sette ore di interrogatorio. Infine ha scansato il rischio di essere rimandato in Iraq, ma il sollievo non gli ha impedito di dar voce al pensiero che si fa sempre più condiviso: «Ma che senso ha ospitare un Mondiale se si è così ostili verso i calciatori stranieri?».
«Football unites the world», la frase boomerang di Infantino
Già, che senso ha? È una domanda che bisognerebbe rivolgere all’ineffabile presidente della Fifa, Gianni Infantino. Che in questi giorni continua a glorificare il presunto successo di questo primo Mondiale a 48 squadre e non guarda oltre le cifre sugli incassi. Tra le tante fanfaronate che ha diffuso nel corso dei mesi di vigilia, quella che adesso gli torna addosso come un boomerang è la frase: «Football unites the world». Una delle frasi a effetto di cui Fifantino ha abusato nel corso di questi mesi. Ma che, giorno dopo giorno, rivela di essere il sigillo di un fallimento.
Per Cannavaro roba da caccia al narcos, altro che amichevole di calcio
Le segnalazioni si moltiplicano. L’ultimo a incappare negli arcigni controlli di sicurezza è stato Fabio Cannavaro: che vent’anni fa alzava al cielo di Berlino la Coppa del Mondo come capitano della nazionale azzurra, e che adesso si trova negli Usa nel ruolo di commissario tecnico dell’Uzbekistan. Per lui e i componenti della comitiva uzbeka i controlli in aeroporto non sono stati sufficienti: è toccato loro sottoporsi anche a quelli necessari per accedere allo stadio di New York, dove era in programma l’amichevole contro l’Olanda (persa 2-1). Una lunga trafila fatta di metal detector e cani antidroga. Roba da caccia al narcos, per un’amichevole di calcio.
REGISTRO SUPER ESTRICTO HASTA CON PERROS
Así fue el protocolo de seguridad con la Selección de Uzbekistán previo al amistoso contra Países Bajos en Estados Unidos.pic.twitter.com/D1SzMEYZcP
Misure di sicurezza assurde, da stato d’assedio. Il caso della nazionale iraniana, la cui rappresentanza è stata decimata, è il più noto. Meno pubblicizzato è il caso dei numerosi giornalisti, iraniani o provenienti da Paesi africani, che hanno avuto negato il visto, o che ne hanno ricevuto uno valido per un solo accesso. Ciò che, in una manifestazione che porta le squadre nazionali a spostarsi tra un Paese organizzatore e l’altro (oltre che negli Usa, si gioca in Canada e in Messico), è un grave handicap: una volta che esci dagli Stati Uniti, non rientri più.
La seconda opera della street artist Laika raffigura un tifoso messicano con la faccia al muro e le mani alzate, perquisito e arrestato da due agenti dell’Ice (foto Ansa).
L’Associazione internazionale della stampa sportiva (Aips), presieduta dall’italiano Gianni Merlo, ha inviato il 5 giugno una lettera alla Fifa per chiedere di risolvere con urgenza il problema. Risposta da Fifantino? Nessuna.
Il presidente della Fifa pensa solo a spennare i tifosi più ingenui
In compenso il capo del calcio mondiale ha trovato un altro modo per mungere i tifosi, ciò che gli permetterà di magnificare un altro po’ gli incassi della manifestazione. Si chiama Super Shootout e permette di vedere il proprio nome, con relativo Paese di provenienza, passare sul maxischermo degli stadi in cui si disputano le gare. Per i pirla che volessero concedersi questa libidine, il costo è 79 dollari americani, che al cambio sono quasi 69 euro. Ma vuoi mettere, il piacere di vedere il tuo nome passare in mondovisione per pochi secondi e ingrassare il portafoglio di Fifantino?
Fifa faces empty seats as 180,000 World Cup tickets hit resale market https://t.co/prqoWWF0oF
A un giorno dall’inizio dei Mondiali di calcio 2026, sono apparse a Zurigo due nuove opere della street artist Laika. La prima, affissa davanti al quartier generale Fifa (foto Ansa).
Ogni tanto, nel mezzo di un’intervista, qualcuno dice la verità per sbaglio. È successo al francese Damien Comolli, amministratore delegato della Juventus, mentre raccontava ai giornalisti la sua celebre arma segreta. «L’algoritmo è un metodo economico», ha detto. Cinque parole. È l’unica frase di tutta l’intervista in cui ha descritto con precisione chirurgica ciò che fa davvero. Solo che credeva di vantarsi. Perché un conto è l’algoritmo che ci ha venduto per un anno e mezzo, quello alla Moneyball, basato sulla scienza dei dati, per una Juve che finalmente smette di comprare a sentimento. Un altro conto è quello che esce, riga dopo riga, dalle sue stesse dichiarazioni: un filtro per spendere meno. Che non è la stessa cosa. Anzi, è l’esatto contrario.
Cos’è Moneyball: battere i ricchi comprando chi è sottovalutato
Conviene ripassarlo, perché è semplice. Moneyball non era una formula magica chiusa in un computer. Era un’idea, e per giunta facile: il mercato del baseball prezzava male alcuni giocatori, e chi se ne accorgeva poteva comprarli a poco e vincere lo stesso. Billy Beane, con un budget da poveri, batteva i ricchi perché comprava ciò che tutti gli altri sottovalutavano.
Metodo predittivo, controcorrente e che non lascia spazio all’intuizione
Tre cose definivano quel metodo. Era predittivo: produceva un numero, una stima che potevi verificare. Era controcorrente: compravi proprio ciò che gli osservatori scartavano, perché lì stava l’affare. Ed era spietato con l’intuizione: nasceva per cacciare dalle decisioni il «carattere», il «fisico da campione», l’occhio dell’esperto. Tutta roba che costa cara e non si misura. Tenete a mente questi tre punti. Perché Comolli, nella stessa intervista, è riuscito nell’impresa di sbagliarli tutti e tre. Di fila.
Giorgio Chiellini e Damien Comolli (Ansa).
«Nomi che anche lo scouting apprezza»: allora c’è un problema
Primo. Si vanta che l’algoritmo ha prodotto «nomi che anche lo scouting apprezza». Fermatevi qui. Il senso di Moneyball era comprare ciò che gli scout non apprezzano: è lì che si nasconde il valore a buon mercato. Se invece il tuo algoritmo conferma quello che gli osservatori pensavano già, non stai trovando affari: stai facendo un sondaggio interno. Comolli ha inventato il software più costoso del mondo per scoprire di essere d’accordo con i suoi dipendenti.
David in azione durante la partita persa dalla Juventus in casa contro il Como (foto Ansa).
Ma come, le variabili impalpabili non dovevano essere tagliate?
Secondo. Subito dopo, racconta che con l’allenatore Luciano Spalletti vogliono analizzare «la personalità dei giocatori», il «linguaggio del corpo», il «carattere», perché per giocare alla Juve «serve qualcosa di speciale». Bellissimo. Peccato che siano esattamente le variabili impalpabili che Moneyball era nato per buttare fuori dalla porta. Lui le fa rientrare dalla finestra, con la valigia in mano. Lo strumento scientifico dura il tempo di una frase, poi torna il vecchio totem del calcio italiano: il giocatore che «ce l’ha dentro».
Risparmiare era solo l’effetto collaterale, non la mission
Terzo, il capolavoro: «metodo economico». Moneyball non era spendere poco. Era spendere bene. Risparmiare era l’effetto collaterale di aver trovato il prezzo sbagliato, non lo scopo. Chiamarlo «metodo economico» tradisce cosa sia davvero nella sua testa: non un modello che misura il valore, ma una scrematura di listino entro un tetto di budget. Un filtro. Che è poi il punto: quando uno ti dice «uso un modello quantitativo» e poi sceglie a naso entro il limite di spesa, quello non è Beane. È un commercialista con l’abbonamento a una banca dati.
Il fallimento dell’esperienza di Comolli al Liverpool
C’è un particolare che rende tutto più gustoso. Comolli un Moneyball vero lo ha già provato sul serio. E lo abbiamo visto tutti. Liverpool, 2010-2012. Ragionamento da manuale: il centravanti Andy Carroll segna di testa sui cross, quindi compriamo i migliori crossatori del campionato. Logico, no? Carroll costò 35 milioni, record britannico dell’epoca. Poi arrivarono Jordan Henderson, Charlie Adam e Stewart Downing, un’altra cinquantina di milioni. Risultato: sette acquisti su nove furono delusioni, Downing chiuse la prima stagione con zero gol e zero assist in Premier League, il Liverpool finì ottavo e nell’aprile 2012 Comolli venne licenziato proprio per quella politica di mercato.
Andy Carroll ai tempi del Liverpool (foto Ansa).
Filtrare numeri grezzi senza capirli è superstizione con il foglio Excel
Il modello aveva un difetto piccolo piccolo: la statistica sui cross non dice nulla sulla qualità di un giocatore in Premier League. Filtrare numeri grezzi senza capirli non è scienza, è superstizione con il foglio Excel. Lo dice la sua biografia: Comolli non ha portato a Torino il metodo che fece grande Oakland. Ha portato il Liverpool che lo fece esonerare. Con 13 anni di ritardo, ma la stessa identica idea.
Gli errori di valutazione fatti di continuo, come sull’allenatore Tudor
Vediamolo all’opera oggi, il dirigente dei dati. A giugno 2025 ha confermato l’allenatore Igor Tudor esaltandone intensità e resilienza, una dote che giudicava «impressionante». Lo ha esonerato il 27 ottobre. Dopo appena quattro mesi. La previsione più importante della stagione — chi deve guidare la squadra — gli è collassata in poco più di un trimestre. Se l’algoritmo serviva a evitare gli errori di valutazione, qui ha fatto il pieno.
Igor Tudor, ex allenatore della Juventus (foto Ansa).
L’algoritmo ha riportato indietro la Juventus
I numeri, già che ci siamo. La Juventus che ereditò arrivava da un quarto posto e dalla partecipazione alla Champions. La Juventus che consegna è sesta e in Europa League. L’algoritmo ha preso una squadra nell’élite europea e l’ha riportata indietro: in discesa, ma con metodo. Per la cronaca, fuori dalla Champions per due punti dal Como, ma a 18 dall’Inter. Cioè vicinissima al quarto posto e lontanissima dal vincere lo scudetto, che era l’unica cosa promessa. L’ossessione per la vittoria, applicata con rigore, ha prodotto il sesto posto.
Luciano Spalletti e Damien Comolli (foto Ansa).
Un processo quantitativo serve a sapere perché hai sbagliato
Poi c’è la perla finale. Sull’attaccante Loïs Openda — belga di scuola francese, preso e mai sbocciato in bianconero — Comolli ha ammesso candidamente di non sapere perché non abbia funzionato: «Abbiamo sbagliato noi o non era pronto per la Juve?». Ecco la domanda che uccide il personaggio. Un processo quantitativo serve esattamente a sapere perché hai sbagliato: scomponi, misuri, correggi. Comolli, invece, apre le braccia. E non è un caso isolato.
Openda dopo l’unico gol segnato in campionato, contro la Roma (foto Ansa).
David, Zhegrova, Openda: il sistema usato parla (e male) solo francese
C’è un filo che lega i suoi colpi di mercato, ed è curiosamente lo stesso del suo passaporto: Jonathan David, preso a parametro zero dal Lilla, solo 6 gol in campionato (tra l’altro distribuiti malissimo: quattro raggruppati in cinque partite, tra gennaio e febbraio); Edon Zhegrova, ancora dal Lilla, parcheggiato in panchina da Spalletti (zero gol e zero assist in tutte le competizioni, una rete enorme decisiva mangiata in Champions contro il Galatasaray e soprattutto il lunare giudizio finale di Comolli: «Siamo felici del suo contributo e anche l’allenatore è felice del suo contributo»); e lo stesso Openda (una sola rete in Serie A). Comolli è andato a fare la spesa nel campionato che conosce meglio e ha riportato a Torino una fila di occasioni mancate con l’accento giusto. L’algoritmo, evidentemente, parla solo francese.
Damien Comolli con Kenan Yldiz e Edon Zhegrova (foto Ansa).
La responsabilità più comoda del mondo
Per chiudere, il bon ton istituzionale. «Mi prendo la piena responsabilità», ha detto. E due righe dopo: «Non ho mai pensato a una mia possibile uscita». È la responsabilità più indolore mai vista in un campo da calcio: tutta la colpa, zero conseguenze. Una responsabilità a sovranità limitata, garantita dal fatto che a deciderlo è lui stesso. Comolli ha aggiunto anche che il giudizio sul suo lavoro va dato «tra i tre e i cinque anni», cioè il periodo perfetto: abbastanza lungo da non rispondere oggi, abbastanza vago da non rispondere mai. Resta una sola cosa vera, in tutta l’intervista. Quella frase di cinque parole all’inizio. «L’algoritmo è un metodo economico». Sì. È un modo per spendere meno, travestito da scienza, che conferma gli scout invece di smentirli e rimette al centro il «carattere» che doveva eliminare. Non è il Moneyball di Beane. È money, e basta. La ball, a Torino, si è persa per strada.
Una figuraccia come quella rimediata la scorsa settimana sarebbe stata più che sufficiente per indurlo a farsi da parte. Ma Gianni Infantino, presidente della Fifa, a levarsi di torno non ci pensa proprio. Da quando è a capo dell’organizzazione che governa il calcio ha passato il tempo a piegarla su se stesso, facendola coincidere con la sua persona: Fifantino.
Un pacificatore fallito: la figuraccia di Vancouver
L’interpretazione egocentrica del ruolo non lo mette al riparo dal collezionare scivoloni. Come quello che ha messo in curriculum lo scorso 30 aprile, in occasione del 76° Congresso Fifa tenuto a Vancouver (Canada). Convinto di poter recitare il ruolo di grande pacificatore (che nessuno gli ha assegnato), Infantino ha chiamato al centro della scena il presidente della federazione palestinese, Jibril Al Rajoub, e il vicepresidente della federazione israeliana, Basim Sheikh Suliman. Pretendeva una stretta di mano, per dimostrare che la Fifa è capace di regalare un istante di pace anche tra parti ferocemente divise. Risultato: stretta di mano rifiutata e boomerang che torna veloce sulla pelata presidenziale. Infantino si è limitato a dire che certe situazioni sono complicate. Come se avesse soltanto scambiato il sale col pepe rosa.
Pure awkwardness at the FIFA Congress in Vancouver.
FIFA President Gianni Infantino tried to get Palestinian FA President Jibril Rajoub to shake hands and stand together with the Israeli FA Vice-President.
Una scena emblematica del modo di governare infantiniano, quella rappresentata a Vancouver. Un impasto di personalismo, improvvisazione, presunzione e faccia bronzea. Sintetizzando il tutto con un’etichetta: dilettantismo politico. Ma proiettato su una dimensione di governo che si espande su scala globale e pretende di abbracciare un mappamondo più vasto di quello tracciato dall’Onu (211 federazioni calcistiche nazionali contro i 193 Stati nazione riconosciuti dalle Nazioni Unite). Questa è la Fifa governata dall’avvocato italo-svizzero. Un ex oscuro segretario generale dell’Uefa che, per una straordinaria coincidenza di circostanze, si è trovato la strada spianata verso la presidenza del calcio mondiale. E che adesso lo governa in modo pasticciato, mettendo se stesso davanti a tutto e imprimendo un riformismo megalomane, che ha il solo effetto di inflazionare le competizioni e renderle sempre più costose.
Il servilismo nei confronti di Trump
A dimostrare questo andazzo sono state le due grandi manifestazioni che Infantino ha voluto fortemente: il Mondiale Fifa per Club e il Mondiale per nazionali in versione extralarge, passato d’un colpo da 32 a 48 squadre. Due competizioni pacchiane, tecnicamente discutibili, caratterizzate da prezzi indecenti dei biglietti e conseguenti spalti vuoti in diverse gare. Ma lui è contento così e sventola l’aumento del montepremi, o le fantascientifiche cifre delle richieste di biglietti online. Come se questi fossero i parametri per giudicare lo stato di salute del movimento. E mentre sfoggia numeri mirabolanti, si preoccupa di intessere rapporti politicimuovendosi con un piglio da segretario generale dell’Onu. Il servilismo nei confronti di Donald Trump – insignito di un inedito Premio Fifa per la Pace, che già basterebbe per battezzarlo definitivamente Fifantino – è degno del miglior Giandomenico Fracchia.
Infantino consegna a Trump il premio Fifa per la pace (foto Ansa).
Il pasticcio della Coppa d’Africa scopre la classe dirigente infantiniana
Ma anche la gestione delle periferie dell’impero desta non pochi imbarazzi. Il pateracchio dell’ultima Coppa d’Africa, con l’irrisolta querelle fra Marocco e Senegal, porta la sua firma perché ha visto in prima linea due uomini della sua massima fiducia: il presidente della confederazione calcistica africana (CAF), Patrice Motsepe, e il segretario generale allora in carica della stessa CAF, Véron MosengoOmba, svizzero di origine congolese nonché stretto collaboratore di Infantino. Il disastro combinato da quei due è un marchio d’infamia per la stessa Fifa. In seguito a quel fattaccio, ma anche per avere superato i limiti di età per rivestire la carica di segretario generale, Mosengo Omba si è dimesso a fine marzo. Ma è già pronto a rientrare in pista come candidato presidente della federcalcio congolese. Evidentemente non riesce a fare a meno del campo, così come Motsepe. Che, quando venne eletto per la prima volta alla presidenza della CAF, disse che avrebbe fatto un solo mandato. E invece è ancora lì a fare il secondo. L’inscalfibile classe dirigente infantiniana.
Patrice Motsepe (Ansa).
L’autocelebrazione e il culto della personalità
Ma, per il capo del calcio mondiale, questo e molti altri episodi sono roba secondaria. Il suo culto della personalità, che è anche l’altra faccia di un insopprimibile complesso di inferiorità che lo porta a una ininterrotta celebrazione di se stesso. E poiché giusto quest’anno ricorre il decennale della sua elezione alla presidenza, ecco il diluvio di celebrazioni. Il sito Fifa è stato usato per diffondere un imbarazzante messaggio a più voci in cui i più fidi collaboratori incensano il capo. E adesso è stato appena mandato in libreria un volume celebrativo. Del quale omettiamo il titolo perché non leggerlo è il solo uso sensato che se ne possa fare. L’autore è Alessandro Alciato, insipido bordocampista promosso agiografo ufficiale. Così vanno le cose nel regno di Fifantino. Blatter era un modesto travet, al confronto.
La Procura di Milano sta lavorando all’ipotesi che, nell’incontro del 2 aprile presso lo stadio di San Siro, in cui sarebbero state decise le designazioni di due incontri dell’Inter contestate a Gianluca Rocchi, abbia preso parte anche Giorgio Schenone, club referee manager della società nerazzurra. Rocchi, indagato per frode sportiva, si è autosospeso (al suo posto come designatore ad interim c’è Dino Tommasi), mentre Schenone non risulta iscritto nel registro: dovrebbe essere ascoltato l’8 aprile dai magistrati e dalla Guardia di Finanza.
Giorgio Schenone (LinkedIn).
Perché Rocchi è indagato per frode sportiva
Rocchi è indagato dal pm della Procura di Milano Maurizio Ascione perché avrebbe “combinato” le designazioni di due gare dell’Inter nel 2025: quella in trasferta a Bologna in campionato e il derby di ritorno di Coppa Italia col Milan, assegnandole rispettivamente a Andrea Colombo (gradito al club nerazzurro) e Daniele Doveri (sgradito). Nel secondo caso la designazione sarebbe avvenuta per «assicurare all’Inter direzioni di gara diverse per l’eventuale finale di Coppa Italia e per il resto delle partite di A»). Rocchi avrebbe inoltre violato il protocollo Var durante Udinese-Parma, sempre nella stagione 204/25: ma questo è un altro filone dell’inchiesta. Agli atti, tra le intercettazioni ce n’è una – sempre dell’aprile 2025 – tra Rocchi e Andrea Gervasoni, supervisore Var (anche lui indagato e autosospeso), su sospette pressioni e sul presunto incontro allo stadio “Giuseppe Meazza”, in cui si faceva riferimento a tale “Giorgio”.
Gianluca Rocchi (Ansa).
Sentiti in procura Pinzaini e Butti: chi sono
Come è emerso dalle audizioni in Procura, nell’inchiesta sul sistema arbitrale ci sono intercettazioni, risalenti a poco più di un anno fa, tra Rocchi e Riccardo Pinzani (non indagato), oggi club referee manager della Lazio che fino alla scorsa stagione era l’incaricato Figc per i rapporti tra Aia e club, e pure tra lo stesso ex designatore e Andrea Butti (non indagato), responsabile ufficio Competizioni della Lega Serie A. Entrambi sono stati sentiti oggi in Procura a Milano come persone informate sui fatti. Il filone dell’inchiesta per frode arbitrale si concentra proprio su eventuali rapporti diretti tra Rocchi e le società e sull’influenza che le ‘pretese’ di quest’ultime avrebbero avuto nella scelta degli arbitri.
Perché la giustizia sportiva ancora non si è mossa
Insomma, la Procura intende capire se l’incontro allo stadio è avvenuto e su cosa verteva, oltre a fare luce sulla partecipazione di Schenone e dunque dell’Inter. L’indagine, ovviamente, punta anche stabilire se le ‘pretese’ avanzate nei confronti di Rocchi possano configurare la frode sportiva. Per quanto riguarda la giustizia sportiva, visto che l’indagine della Procura di Milano è ancora coperta da segreto investigativo, Ascione non può trasmettere gli atti alla Procura della Figc.
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