Da Cairo a De Laurentiis, gli intrappolati nel business mangia soldi del calcio

Si ha un po’ come l’impressione che certi imprenditori proprietari di club di calcio in Italia siano rimasti intrappolati in una situazione che all’inizio mostrava del potenziale, ma che, stagione dopo stagione, si sta rivelando il peggiore degli incubi: business in perdita, contestazione da parte dei tifosi, valore del patrimonio crollato, nessun compratore credibile all’orizzonte.

Da Cairo a De Laurentiis, gli intrappolati nel business mangia soldi del calcio
Contestazione dei tifosi del Torino contro Urbano Cairo (foto Ansa).

Urbano Cairo (Torino), la famiglia De Laurentiis (Bari), Danilo Iervolino (Salernitana) e Matteo Manfredi (Sampdoria) si ritrovano avvitati, chi da molti anni e chi da un po’ meno, in un contesto nel quale bisogna continuare a investire se si vuole preservare un qualche appeal per il mercato, ma dove i risultati sportivi non arrivano e, anzi, peggiorano stagione dopo stagione.

Anche Lotito contestato, ma la Lazio gli è utile

Vengono insultati in continuazione, sui social e dal vivo allo stadio, buttano via soldi, accumulano negatività, hanno una immagine sportivamente devastata, da imprenditori fanno una pessima figura, e in più non riescono a liberarsi di queste zavorre. Ci sarebbero anche Claudio Lotito (Lazio) o la famiglia Commisso (Fiorentina, al di là della tragica vicenda della morte del patron Rocco) da iscrivere d’ufficio a questo circolo di proprietari contestati dai tifosi e con poche soddisfazioni sul campo. Ma, almeno finora, non sembra esserci una decisa volontà di vendere, e anzi si intravede un qualche senso economico-finanziario per le operazioni di Lotito (Lazio utile per i suoi business con la pubblica amministrazione, anche se la richiesta di vendere è arrivata persino da… Palazzo Chigi!) e Commisso (l’ipotesi per la Fiorentina è di avere in concessione il nuovo stadio Artemio Franchi, pronto nel 2029). Mentre per i primi quattro citati è davvero buio pesto.

Da Cairo a De Laurentiis, gli intrappolati nel business mangia soldi del calcio
Claudio Lotito, presidente della Lazio (Ansa).

Danilo Iervolino e la Salernitana che gli è costata già 140 milioni

Danilo Iervolino, per esempio, ha salvato la Salernitana il 31 dicembre 2021, facendo un grande favore proprio a Lotito, che ne era precedente proprietario. Ha rilevato il club in Serie A, versando 10 milioni di euro, ha mantenuto la squadra nella massima categoria fino alla stagione 2023-24, quando è retrocessa in B. Nel 2024-25 l’immediata e sanguinosa retrocessione in C. Ora, nel campionato 2025-26, il club naviga in terza posizione nel girone C della serie C. Ma questo scherzetto, in poco più di quattro anni, è costato a Iervolino già 140 milioni di euro in versamenti nella società. Una somma che difficilmente verrà recuperata, anche con la vendita del club in Serie C o in Serie B. Nel frattempo la Salernitana ha chiuso l’esercizio 2022 con 16,8 milioni di euro di rosso, salito a 29,6 milioni nel 2023, per poi lievitare a 41,4 milioni nel 2024. Nel 2025 un leggero miglioramento, con perdite scese a 31,1 milioni di euro. Insomma, un business con prospettive poco rosee, e che non offre a Iervolino neppure un ritorno positivo di immagine. Un cerino acceso che l’imprenditore campano non sa a chi passare.

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Il Bari della famiglia De Laurentiis, un club dal valore prossimo allo zero

La famiglia De Laurentiis, memore dell’affare fatto nel 2004 quando avevano comprato a zero il Napoli ripartendo dalla Serie C, aveva provato a fare il bis nell’estate 2018, rilevando a zero il Bari che ripartiva addirittura dalla D. Nella stagione 2018-19 il club è stato promosso in serie C, dove è rimasto per tre stagioni, e nel 2022-23 è salito in serie B. Nonostante ambizioni di A, la squadra si è ritrovata spesso vicina alla retrocessione in C. E nel campionato in corso, 2025-26, il Bari è penultimo in classifica dopo 25 giornate. La famiglia De Laurentiis è odiatissima a Bari e il presidente Luigi De Laurentiis (figlio di Aurelio) viene contestato da mesi. Gli esercizi del Bari (o, se preferite, della Bari) nella gestione De Laurentiis si sono sempre chiusi con perdite: 120 mila euro nel 2019, e poi quattro milioni nel 2020, 7,7 milioni nel 2021, sette milioni nel 2022, 2,1 milioni nel 2023, 3,4 milioni nel 2024, 5,9 milioni nel 2025. Una trentina di milioni di rosso in tutto, con patrimonio netto negativo per 6,7 milioni e debiti per 21,5 milioni. A oggi il Bari è una scatola vuota, quindi, e ha un valore prossimo allo zero.

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Urbano Cairo, vent’anni di mediocrità per la disperazione dei tifosi del Toro

Nel settembre 2005 Urbano Cairo acquisì sostanzialmente a zero euro il controllo del Torino Football Club e ne divenne presidente. In questo ventennio il Toro ha chiuso in perdita 14 dei 20 bilanci di esercizio della gestione Cairo. Dopo sei anni consecutivi di bilancio in rosso dal 2018, con -38,2 milioni di euro nel 2021, -6,8 milioni di euro nel 2022, e -9,8 milioni nel 2023, nel 2024 si è tornati finalmente all’utile per 10,4 milioni (grazie alle cessioni dei calciatori Alessandro Buongiorno e Raoul Bellanova), con 130 milioni di euro di debiti e una posizione finanziaria netta negativa per 43,5 milioni. Nel frattempo Cairo ha immesso nel Torino circa 80 milioni di euro, e le prospettive per i bilanci 2025 e 2026 puntano ancora verso il rosso, con un’ulteriore erosione del patrimonio personale dell’imprenditore. L’operazione Torino, per Cairo, ha ormai ampiamente esaurito il suo senso: il fatto di essere presidente del club ha puntato infatti i riflettori sull’imprenditore quando non era così conosciuto nei salotti che contano, e ha consentito a Cairo di sedere in consessi importanti che poi gli sono serviti, come una sorta di soft power, sia nella scalata a La7 sia in quella a Rcs Media Group. Ora, però, non ci sono più vantaggi: dopo 20 anni di risultati sportivi pessimi, Cairo è, a torto o a ragione, l’uomo più odiato e contestato dai tifosi granata e da anni riceve intollerabili minacce di morte. Il problema è che nessuno vuole comprarsi il Torino, e Cairo non sa come uscirne, anche se, a 69 anni a maggio, avrebbe probabilmente voglia di godersi di più la vita.

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Matteo Manfredi alla ricerca di compratori seri per la Samp

Il 47enne finanziere Matteo Manfredi, fondatore di Gestio capital, ha comprato la Sampdoria nel maggio 2023, versando 30 milioni di euro. Dal 2024 è presidente del club. Nel 2023-24 i blucerchiati hanno disputato il campionato di Serie B, e nel 2024-25 sono retrocessi in Serie C. Venendo però ripescati e riammessi in B. Nell’attuale campionato 2025-2026 navigano a metà classifica della B, più vicini alla zona retrocessione che a quella promozione. Il bilancio 2023 della Sampdoria si è chiuso con perdite per 29,8 milioni di euro, e poi 40,6 milioni di rosso nel 2024 e di sicuro altro rosso nel 2025. Nella società, finora, sono stati immessi oltre 100 milioni di euro, con risultati sportivi molto negativi e un valore del patrimonio che è tanto calato. Ma, pure in questo caso, di compratori seri all’orizzonte neppure l’ombra.

Da Cairo a De Laurentiis, gli intrappolati nel business mangia soldi del calcio
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L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi

Il mercato è libero e concorrenziale soltanto se a vincere la competizione è il più forte. Non servirebbero test dimostrativi per verificare questa verità di fatto. Ma giusto a beneficio dei più recalcitranti, di coloro che insistono nel credere nel mito della libera concorrenza, bisogna raccontare il pasticciaccio brutto sorto intorno all’attribuzione, per il mercato francese, dei diritti audiovisivi sul Mondiale di calcio in Canada-Messico-Usa, programmati per l’estate del 2026. Una vicenda che si risolve in un mero atto di forza, grazie all’esercizio di un potere fuori scala sia sul piano finanziario sia sul piano politico. Davanti a un tale sfoggio muscolare, le regole del mercato possono tranquillamente essere messe fra parentesi. Sempre che parlare di regole abbia ancora un senso.

Mercato dei diritti audiovisivi sul calcio, che sofferenza

Per inquadrare la vicenda bisogna partire da una premessa: lo stato di sofferenza denotato dal mercato dei diritti audiovisivi sul calcio. Una condizione che comincia a manifestarsi in modo diseguale, ma che comunque fa da monito anche per i mercati più ricchi, che da questa crisi crisi potrebbero essere investiti in un secondo tempo. Come a più riprese evidenziato in passato da Lettera43, il caso francese fa da avanguardia di uno stato di sofferenza che per contagio potrebbe toccare altre leghe nazionali europee. Leghe accomunate da una struttura dei ricavi in cui le entrate dai diritti audiovisivi assorbono una quota nettamente maggioritaria.

La sfida ambiziosa e rischiosa del canale tivù della Lega francese

E tuttavia, proprio in Francia è stata cercata una soluzione: la creazione di un canale televisivo della Ligue de Football Professionnel (Lfp), la lega che raduna i club di Ligue 1 e Ligue 2. È nata così Lfp Media. Una sfida tanto ambiziosa quanto rischiosa, quella di autoprodurre e distribuire il prodotto televisivo. Soprattutto, una sfida che dalla dirigenza della Lfp è stata etichettata come riuscita. Si parla di 1,2 milioni di abbonati, cifra che negli auspici potrebbe crescere man mano che il progetto si consolida.

L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
Il Psg festeggia il titolo del 2024/2025 (Ansa).

Forte di questo progetto industriale che ha margini di crescita, la Lfp ha azzardato la mossa del cavallo: acquisire i diritti televisivi del Mondiale in calendario per i prossimi mesi di giugno e luglio. Una scommessa che, oltre a garantire a Lfp Media un incremento di abbonati stimato in 200 mila nuovi utenti, permetterebbe di dare al progetto un posizionamento strategico nell’ecosistema mediatico francese. Rispetto a questa offerta, tutto quanto sembrava andare per il meglio. Le fonti della Lfp hanno riferito che dalla Fifa sono giunti segnali positivi e pareva che la forma dell’accordo fosse a un passo. Ma a quel punto è entrata in gioco la variabile che cambia completamente le carte in tavola: quella del Qatar.

La forza dell’emiro che azzera la competizione

La storia del massimo campionato francese andrebbe divisa in due epoche: avanti-Qsi e dopo-Qsi. Perché l’irruzione del fondo sovrano Qatar sports investments come proprietario del Paris Saint-Germain, a partire dal 2011, ha completamente cambiato il panorama e creato una condizione di massima anomalia. La potenza finanziaria dell’emirato ha di fatto azzerato la competizione nel campionato francese, monopolizzato dal Psg. Che dal 2013 in poi ha lasciato alle avversarie soltanto due titoli su 13.

Il Qatar e il canale specializzato beIN Sports

Ormai in Ligue 1 si corre soltanto per il secondo posto, con grande disappunto dei tifosi degli altri club che sul web hanno riformulato la sigla Psg in Qsg (Qatar Saint-Germain). Le polemiche sul fatto che un club sportivo sia controllato da uno Stato-nazione, con lo squilibrio di forza finanziaria che tocca patire alle concorrenti, sono già passate di moda. Sostanzialmente silenziate. Inoltre, tramite il plenipotenziario dell’emirato per le questioni sportive Nasser Al-Khelaïfi, Qsi è entrato pesantemente nel mercato dei diritti audiovisivi tramite il canale specializzato beIN Sports, emanazione del colosso globale Al Jazeera. E proprio qui sta il punto attorno al quale è scoppiato il caso dei diritti televisivi per il Mondiale 2026.

L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
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L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi

Il canale tematico del Qatar è già titolare per il mercato francese dei diritti televisivi sulla successiva edizione del Mondiale, quella che nel 2030 si svolgerà in MaroccoPortogalloSpagna. Il suo management ha temporeggiato nel trattare i diritti dell’edizione 2026, ma con l’ingresso in scena del canale televisivo della Lfp si è svegliato e ha organizzato la reazione.

Quei 60 milioni sul piatto che hanno fatto cambiare idea a Infantino

È stata effettuata una manovra di inserimento nella trattativa quando l’accordo tra Fifa e Lfp era quasi chiuso. Sul tavolo è stata piazzata un’offerta più alta: 27 milioni di euro, che aggiunti ai circa 34 milioni di euro per l’edizione 2030 permettono di sfondare il tetto dei 60 milioni di euro iniettati nelle casse Fifa. A quel punto i gentiluomini della confederazione calcistica mondiale hanno scelto di rimangiarsi l’accordo quasi raggiunto con la lega francese. Fine della storia.

Qatar Airways guarda caso è pure nella rosa dei main sponsor Fifa

Ovvio che quelli della Lfp non l’abbiano presa bene. A partire da Nicolas de Tavernost, direttore generale di Lfp Media. Che per la rabbia ha rassegnato le dimissioni dall’incarico. Lui può farlo. Un po’ meno possono mostrare rimostranze gli altri dirigenti della Lfp, perché c’è una situazione di promiscuità irrisolvibile: il Psg è membro della Lfp, dunque il nemico è in casa. E ha alle spalle un soggetto economico-finanziario che, se gli gira, si compra l’intera lega. Soprattutto, c’è la questione del rapporto diretto fra Al-Khelaïfi e il presidente della Fifa, Gianni Infantino. Con tanto di presenza di Qatar Airways nella rosa dei main sponsor Fifa.

L’atto di forza del Qatar sui diritti tivù del Mondiale 2026 e i tentacoli di Al-Khelaïfi
Gianni Infantino (Ansa).

Ci prendono anche per i fondelli…

Facile pensare che all’uomo forte di Qsi sia bastato alzare il telefono e chiamare l’amico Gianni per cambiare l’esito delle trattative sui diritti per il Mondiale 2026. Al cospetto di questa ipotesi, fonti vicine ad Al-Khelaïfi hanno smentito: il boss di Qsi non si sarebbe interessato al dossier, che invece è stato gestito direttamente dal presidente di BeIN, Yousef Al-Obaidly. Cioè il braccio destro di Nasser Al-Khelaïfi. Che almeno ci evitino la presa per i fondelli, su.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Sicuramente è una storia di successo. Parliamo del Como Calcio 1907, tornato in Serie A nella stagione 2024-2025 e subito proiettato verso l’élite del calcio italiano con la prospettiva di affermarsi anche nello scenario internazionale. Altrettanto indiscutibile è che la squadra allenata dal tecnico catalano Cesc Fabregas stia giocando un calcio di alta qualità, che ne legittima lo statuto emergente. Ma il Como può essere anche proposto come un modello? Be’, qui il discorso cambia.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
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Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Lo strapotere del denaro e il rischio di veder falsare l’equità competitiva

Il Como è un esperimento che si sottrae a qualsiasi tipizzazione. Lo è sotto diversi punti di vista, a partire da una peculiare pretesa di essere il principale agente di un progetto di sviluppo territoriale al cui tavolo la società politica e quella economica si stanno “attovagliando” in modo parecchio succube. Ma questo è un piano della questione che andrebbe affrontato a parte. Ciò che qui interessa è la dimensione economico-finanziaria del club lariano. Che rispetto al suo bacino d’utenza è un Ogm, un organismo geneticamente modificato: un soggetto che una volta di più certifica nel calcio lo strapotere del denaro e il rischio di veder falsare qualsiasi traccia di equità competitiva. Basta illustrare le cifre dell’ultimo esercizio di bilancio per comprendere l’abnormità del caso.

Un’inesauribile iniezione di soldi da parte della proprietà

Già i dati del precedente esercizio, quello chiuso il 30 giugno 2024, fornivano un’istantanea efficace. Quei numeri facevano riferimento alla stagione della promozione dalla Serie B alla Serie A. Passando in rassegna l’analitico delle voci sul valore della produzione, è sufficiente lasciare parlare le cifre.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Ricapitolando: nella stagione 2023-24 i ricavi da botteghino (abbonamenti più biglietti) ammontavano a 1,546 milioni di euro e contribuivano al fatturato per il 15,75 per cento. La somma delle voci da sponsorizzazioni, pubblicità e proventi commerciali offriva numeri poverissimi: 652 mila euro, il 6,64 per cento del fatturato. C’era quindi una voce residua e generica etichettata come “altri ricavi e proventi diversi”, che fruttava la marginale cifra di 261 mila euro, incidendo per il 2,66 per cento.

I fratelli indonesiani Hartono e il loro manager di fiducia Mirwan Suwarso

I proventi da movimento calciatori (plusvalenze, prestiti, premi di valorizzazione et similia) si attestavano a zero. Insomma, un valore della produzione che non toccherebbe i 2,5 milioni di euro: livello da bassa Serie B/alta Lega Pro. Ma poi, a completare il quadro, ecco la voce “contributi in conto esercizio”. Che sono i versamenti dell’azionista di riferimento, la Sent Entertainment, emanazione dei ricchissimi fratelli indonesiani Hartono che controllano il Como attraverso il loro manager di fiducia Mirwan Suwarso.

LEGGI ANCHE: I ricchissimi padroni indonesiani del Como, gli affari con le sigarette e il progetto nel calcio

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Il presidente del Bologna Joey Saputo con Mirwan Suwarso (foto Ansa).

Pompato nelle casse del club tre quarti del valore della produzione

E già il fatto che questa iniezione di denaro sia stata inserita sotto la rubrica del valore della produzione è indicativo. A ogni modo, durante l’esercizio 2023-24 la proprietà ha pompato nelle casse del club lariano 7,356 milioni di euro, corrispondente al 74,95 per cento del valore della produzione. Proprio così: stiamo parlando dei tre quarti del totale.

Copertura delle perdite e aumento dei diritti televisivi

Inoltre è stata predisposta una riserva per copertura perdite da 49 milioni 698 mila 453 euro che di fatto ha permesso di assorbire le perdite di esercizio, che toccavano quota 47 milioni 756 mila 634 euro. Le cifre relative al penultimo esercizio fanno da premessa, anche perché il salto dalla Serie B alla Serie A comporta una serie di cambiamenti nella struttura dei ricavi che deve tenere conto innanzitutto dei diritti televisivi. Proprio questa voce ha contribuito a fare impennare il valore della produzione, che è passata dagli 8,27 milioni dell’ultima stagione di Serie B ai 49,476 milioni della prima stagione di A.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario
Nico Paz, trascinatore del Como (foto Ansa).

Il totale del valore della produzione nel 2024-25 ha toccato quota 55,397 milioni di euro, coi “proventi da cessione dei diritti televisivi” che hanno contribuito per 31,782 milioni, il 57,3 per cento. Il valore della cessione delle prestazioni, pur balzando da 1,546 milioni di euro a 5,921 milioni di euro, è rimasto un decimo nella struttura dei ricavi. Si segnala la conferma della voce “contributo in conto esercizio”: 4,671 milioni, in chiara diminuzione rispetto all’anno precedente.

Il Como spende il triplo di ciò che produce

Tuttavia, c’è un’altra voce che richiama l’attenzione. Si trova nella rubrica del passivo e riguarda i “versamenti a copertura perdite”. Nel bilancio al 30 giugno 2024, come si è visto, ammontavano a oltre 49 milioni. Nel bilancio al 30 giugno 2025 sono balzati a 135 milioni 491 mila 818 euro. Una cifra sensazionale, così come è eclatante lo scarto tra valore della produzione e costo della produzione: 55 milioni 396 mila 617 euro contro 156 milioni 610 mila 937 euro, con una differenza in negativo di 103 milioni 214 mila 320 euro. Il Como spende il triplo di ciò che produce.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Di fatto, il Como si mantiene in equilibrio e costruisce una crescente competitività sportiva grazie alla continua provvista di denaro dell’azionista di riferimento. Quanto continua? Lasciamocelo dire dal testo della nota integrativa al bilancio, paragrafo dedicato alla continuità aziendale.

Perché il Como di Fabregas non può essere un modello economico-finanziario

Come si evince dalla lettura, tutti i santi mesi (e spesso due volte al mese) c’è stata iniezione di denaro nelle casse della società. In particolare, vanno segnalati i due versamenti del mese di giugno, quello della chiusura di esercizio: 3,6 milioni di euro il giorno 6 e poi 8,5 milioni di euro il giorno 23, per un totale di 12,1 milioni di euro. C’è da aggiungere che, come è prassi nelle note integrative, è stato dato conto anche di alcuni fatti rilevanti avvenuti nel periodo compreso fra la data di chiusura dell’esercizio annuale e quella dell’approvazione del bilancio da parte dell’assemblea dei soci (fine ottobre 2025).

I principi del fair play finanziario ormai ridotti a simulacro

Anche durante questo lasso di tempo c’è stato un continuo apporto di liquidità. Impressionante quello del mese di ottobre, con tre versamenti rispettivamente da 2 milioni di euro (il giorno 2), da 15,5 milioni di euro (il giorno 10) e da 10,5 milioni di euro (il giorno 24). Il totale fa 28 milioni di euro. In un solo mese. Un indice di costi crescenti che nemmeno le società metropolitane da Champions League riuscirebbero ad affrontare in questa misura. Il Como può. Tanto più che i sacrosanti principi del fair play finanziario sono ormai ridotti a simulacro.

La rabbia di Mourinho dietro il gol di Trubin: “Ero furioso, mi avevano detto che bastava il 3-2”


Un entusiasta Josè Mourinho si è consegnato ai microfoni del post gara dell'incredibile Benfica-Real Madrid che ha consegnato ai portoghesi le chiavi dei playoff nel modo più rocambolesco possibile. Con un gol del portiere Trubin, scelta "folle" nata dalla disperazione: "Poco prima mi avevano detto che bastava anche il 3-2..."
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