Fininvest ha perfezionato la cessione della residua partecipazione del 20 per cento detenuta nell’AC Monza. «Si conclude così, con il ritorno della squadra in Serie A, il percorso di Fininvest nell’azionariato del club, che ha rappresentato l’ultimo, grande progetto sportivo di Silvio Berlusconi», si legge in una nota della finanziaria della famiglia dell’ex premier, morto nel 2023: «Proprio nel segno della passione e della visione del suo fondatore, Fininvest rivolge all’AC Monza l’augurio di continuare a scrivere nuove importanti pagine della sua storia sportiva».
Ora a detenere la totalità delle quote è il fondo Beckett Layne Ventures
Fininvest aveva ratificato la cessione dell’80 per cento delle quote azionarie del Monza a Beckett Layne Ventures a fine settembre, annunciando contestualmente che il restante 20 per cento sarebbe stato rilevato dal fondo d’investimento statunitense guidato da Brandon Berger entro giugno 2026. E così è stato. BLV aveva corrisposto tre milioni di euro all’atto della firma (avvenuta a luglio 2025) e altri 21 al momento del closing. Berlusconi aveva rilevato il 100 per cento dell’Associazione Calcio Monza nel 2018.
Nel giugno 2025 l’Indonesia ha battuto la Cina 1-0 a Giacarta, eliminandola dalla corsa al Mondiale 2026. Un anno dopo, negli Stati Uniti 27,5 milioni di spettatori complessivi sul territorio americano si sono sintonizzati davanti alla televisione per seguire la vittoria della nazionale contro il Paraguay (4-1) all’esordio nella Coppa del mondo, tra canali in lingua inglese (18 milioni su Fox Sports) e quelli in lingua spagnola (9,5 milioni su Telemundo e Peacock). È stato il dato più alto mai registrato per una partita della selezione maschile statunitense, ampiamente sopra le medie delle finali dei campionati NBA o delle World Series di baseball. Numeri che sono scesi leggermente, a 20,68 milioni, per il secondo match vinto 2-0 contro l’Australia, che intanto però è valso la qualificazione ai sedicesimi con un turno d’anticipo. A prima vista sembrano due notizie sportive senza alcun legame. In realtà raccontano una delle storie più interessanti del nostro tempo: il diverso approccio con cui le due super potenze del XXI secolo stanno affrontando il calcio.
Pulisic esulta durante il match contro il Paraguay (foto Ansa).
Da oltre un decennio la Cina considera il pallone un obiettivo strategico. Xi Jinping non ha mai nascosto la sua passione per questo sport e negli anni ha fissato tre traguardi simbolici per il suo Paese: qualificarsi stabilmente ai Mondiali, ospitarne uno e, un giorno, vincerlo.
Pechino aveva mobilitato risorse enormi, ma non è servito
Per raggiungere questi obiettivi Pechino ha mobilitato risorse enormi. Migliaia di scuole hanno introdotto programmi calcistici, sono stati costruiti nuovi impianti sportivi e il campionato cinese ha iniziato ad attirare alcuni dei protagonisti più noti del calcio internazionale. Tra il 2015 e il 2019 sono arrivati giocatori come Oscar, Hulk, Carlos Tevez e Paulinho, oltre ad allenatori del calibro di Marcello Lippi e Fabio Cannavaro.
Marcello Lippi divenne ct della nazionale di calcio cinese nel 2016. Lo è stato fino al 2019 (foto Ansa).
La sensazione era che la Cina stesse applicando al calcio la stessa formula utilizzata in altri settori: investimenti massicci, pianificazione centrale e recupero accelerato del ritardo. Il progetto, però, si è scontrato con un limite inatteso. Gran parte di quella crescita era sostenuta dai grossi gruppi immobiliari che alimentavano l’espansione economica cinese. Il caso più emblematico fu quello di Evergrande, colosso del real estate e proprietario del Guangzhou Evergrande, il club più vincente del Paese e due volte campione d’Asia.
Un modello di sviluppo troppo dipendente dalla finanza immobiliare
Quando il gruppo entrò in crisi, accumulando passività superiori a 300 miliardi di dollari, l’intero sistema ha iniziato a mostrare le sue fragilità. Nel giro di pochi anni numerosi club hanno accumulato debiti, ridotto gli investimenti o sono proprio scomparsi. Quello che sembrava un modello destinato a trasformare il calcio cinese si è rivelato molto più dipendente dalla finanza immobiliare di quanto apparisse.
Un complesso di Evergrande a Pechino (foto Ansa).
Ma il problema era più profondo della semplice crisi finanziaria. Mentre miliardi di dollari venivano investiti per importare campioni stranieri, il sistema continuava a produrre pochi calciatori di livello internazionale. La Cina aveva rafforzato il vertice della piramide senza riuscire a costruirne una base solida. L’eliminazione dalla corsa al Mondiale è stata la conseguenza più evidente di questa contraddizione. La nazionale cinese ha chiuso quinta nel suo girone di qualificazione (con soli nove punti, frutto di tre vittorie e sette sconfitte), dietro Giappone, Australia, Arabia Saudita e Indonesia. Un risultato difficile da conciliare con il peso economico, tecnologico e politico del Paese.
In cinque anni i tifosi di calcio in Nord America sono aumentati del 10,9 per cento
Dall’altra parte del Pacifico la situazione è molto diversa. Gli Stati Uniti non hanno mai fatto del calcio una priorità nazionale. Per decenni il pallone è rimasto ai margini di un sistema dominato da NFL, NBA, MLB e hockey. Eppure, proprio mentre la Cina falliva il suo assalto al calcio mondiale, gli Stati Uniti hanno iniziato a conquistare il terreno più importante: quello del mercato. Secondo una ricerca Nielsen riportata da Reuters, negli ultimi cinque anni il numero di appassionati di calcio in Nord America è aumentato del 10,9 per cento, superando i 136 milioni di persone. Negli Stati Uniti i tifosi sono ormai oltre 60 milioni. Il Mondiale non ha creato dal nulla questo interesse: lo ha semplicemente reso visibile.
Miss Dallas 2025 con la maglia di Pulisic in strada (foto Ansa).
È qui che la Coppa del mondo 2026 assume un significato che va ben oltre il campo. Per la Fifa il vero trofeo in palio è il mercato sportivo più ricco del Pianeta. La NFL ha firmato contratti televisivi per circa 110 miliardi di dollari in 11 anni. La NBA ha recentemente chiuso un accordo media da 76 miliardi di dollari fino al 2036. È all’interno di questo ecosistema che il calcio sta cercando di ritagliarsi uno spazio stabile.
La MLS può contare su un accordo globale con Apple
Ecco perché il torneo organizzato negli Stati Uniti, in Canada e in Messico rappresenta un investimento strategico. Gli ascolti televisivi, gli accordi commerciali, gli sponsor e la crescita della Major League Soccer sono elementi altrettanto importanti delle prestazioni delle nazionali. La MLS stessa rappresenta il simbolo di questo percorso. Nata dopo il Mondiale del 1994, per anni è stata considerata una lega periferica. Oggi può contare su un accordo globale con Apple, su investitori internazionali e su un interesse crescente da parte del pubblico.
I risultati degli statunitensi sul campo sono insufficienti (per ora)
Naturalmente sarebbe sbagliato spingersi troppo oltre. Se il calcio viene misurato esclusivamente attraverso i risultati sul campo, gli Stati Uniti non appartengono ancora al ristretto gruppo delle grandi potenze calcistiche. La nazionale americana non ha mai raggiunto una finale mondiale: miglior risultato il terzo posto del 1930, mentre nell’era moderna si è spinta al massimo ai quarti di finali, nel 2002 in Corea del Sud e Giappone. Ma è proprio qui che emerge la differenza tra i due modelli.
L’australiano Aiden O’Neill contrastato dal centrocampista della Juventus e degli Stati Uniti Weston McKennie (foto Ansa).
La Cina aveva fissato obiettivi sportivi molto ambiziosi e ha investito ingenti risorse per raggiungerli, senza riuscire a costruire una filiera capace di produrre risultati. Gli Stati Uniti, al contrario, stanno ottenendo il risultato forse più importante: trasformare il calcio in un prodotto economico e culturale sempre più rilevante all’interno del più grande mercato sportivo del mondo. In altre parole, la Cina ha cercato di conquistare il calcio attraverso la politica. Gli Stati Uniti lo stanno conquistando attraverso il mercato.
Esistono ambiti in cui il capitale e le direttive governative non bastano
Il confronto tra Stati Uniti e Cina racconta quindi qualcosa che va oltre lo sport. Per anni si è dato per scontato che la capacità di pianificazione e la potenza economica cinese potessero essere trasferite con successo in qualsiasi settore. Il calcio mostra che non sempre funziona così. Esistono ambiti in cui il capitale e le direttive governative non bastano. Servono tempo, partecipazione diffusa, competizioni credibili e una cultura capace di produrre valore nel lungo periodo.
Xi Jinping e Donald Trump (Ansa).
Paradossalmente, mentre la Cina cercava di costruire una potenza calcistica dall’alto verso il basso, gli Stati Uniti hanno lasciato che il mercato facesse il suo lavoro. Il risultato è che oggi Pechino guarda il Mondiale da casa, mentre Washington ospita il torneo e si prepara a incassarne i dividendi economici, culturali e politici.
Due modi molto diversi di esercitare il potere
In un’epoca in cui le due super potenze competono su difesa, intelligenza artificiale, semiconduttori, Spazio e commercio internazionale, il calcio può sembrare una questione marginale. Non lo è. Perché il fallimento cinese e l’ascesa americana mostrano anche due modi diversi di esercitare il potere. Da una parte la convinzione che la pianificazione e il capitale possano accelerare qualsiasi processo. Dall’altra la capacità di trasformare un fenomeno culturale in un mercato globale. Il Mondiale 2026 sta già offrendo un’indicazione su quale delle due super potenze stia vincendo, almeno per ora, la partita più importante del calcio contemporaneo.
Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio. L’ex numero uno del Coni è stato eletto con il 68,58 per cento dei voti e preferito all’unico altro candidato Giancarlo Abete, che aveva già guidato la Figc dal 2007 al 2014. Le elezioni, che si sono tenute al Rome Cavalieri Waldorf Astoria Hotel di Roma, si sono svolte a scrutinio segreto, con voto elettronico. Erano presenti 266 delegati su 273 (assenti un delegato della Lega Pro e sei atleti): i voti complessivi erano dunque 502,946 e per essere eletti ne serviranno 252. Le votazioni sono avvenute a scrutinio segreto con sistema elettronico. L’incarico di Malagò durerà due anni: di fatto coprirà la seconda metà del mandato di Gabriele Gravina, che rieletto nel 2025 si è poi dimesso dopo la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali.
Giovanni Malagò e Giancarlo Abete (Ansa).
Malagò: «Non sono un papa nero, sono uno di voi»
«Non sono un papa nero, sono uno di voi, sono figlio della Figc e ho un solo scopo, fare grande l’Italia. Ho sentito tutti gli interventi, faccio fatica a non essere d’accordo più o meno con tutti, ho sentito tante grida di dolore, problematiche di carattere strutturali, ma va detto che se io oggi sono qui è solo perché Gravina ha deciso di dimettersi», aveva detto Malagò nel suo intervento prima del voto. «Perché le componenti hanno pensato a me? Me lo sono chiesto, all’inizio ero scettico, reduce da un’esperienza molto dura come Milano-Cortina. Forse perché sono stato per 21 anni presidente del Circolo Canottieri Aniene, facendo parte quindi del mondo dilettanti che conosco a memoria, ho cantano e portato la croce. Forse hanno pensato che tutto quello che ho fatto in altri ambienti, si possa ripetere in Figc. Pur non avendo mai avuto l’ansia, sento fortissimo il peso delle responsabilità».
Riconfermato in blocco il Consiglio federale
Eletto anche il Consiglio federale, che è stato riconfermato in blocco: Stefano Campoccia, Giorgio Chiellini e Giuseppe Marotta per la Serie A; Antonio Gozzi per la Lega B; Giulio Gallazzi per la Lega Pro; Ilaria Bazzerla, Giacomo Fantazzini, Daniele Ortolano, Sergio Pedrazzini, Giuliana Tambaro per la Lega Nazionale Dilettanti. In rappresentanza degli atleti Valerio Bernardi, Davide Biondini, Umberto Calcagno e Sara Gama, mentre per i tecnici Giancarlo Camolese e Silvia Citta.
È durata solo un anno l’esperienza di Damien Comolli come amministratore delegato della Juventus. Al termine di una stagione segnata da deludenti risultati sportivi, complici anche una serie di acquisti disastrosi, il manager francese formalizzerà le dimissioni domani, venerdì 12 giugno, nel corso della riunione del cda. La decisione è maturata dopo gli ultimi confronti con la proprietà, che nel frattempo ha già individuato il successore: Giovanni Carnevali, da 12 anni al Sassuolo di cui è l’attuale ceo. Secondo quanto filtra da Torino, il consigliere d’amministrazione Antonio Belloni dovrebbe assumere un ruolo sempre più centrale nella gestione finanziaria del club.
L’ultimo della serie si chiama Omar Abdulkadir Artan. È un arbitro, è stato giudicato il migliore del continente africano per l’anno 2025 e per questo motivo è stato inserito nel gruppo di chi dirigerà le partite del Mondiale 2026 al via giovedì 11 giugno, quello che per una serie di motivi potrebbe essere il peggiore di sempre. Purtroppo, mister Artan ha un problema: il passaporto somalo. Ciò che gli conferisce lo status di appartenenza a uno Stato-nazione che, per il grottesco mappamondo di Donald Trump, appartiene all’emisfero dei dannati. Il Canada ha provato timidamente a opporsi, dicendo che «è il benvenuto» e proponendo di farlo arbitrare a Vancouver. Invano. Lui ha raccontato così la sua frustrazione: «Vivevo un sogno. E invece sono finito in prigione ed espulso. Per colpa di un omonimo».
Nella rudimentale visione del mondo alimentata dallo psycho-POTUS, tutti coloro che provengono dai Paesi collocati nella parte sbagliata della carta geografica devono essere respinti alla frontiera. Del resto, per come la vede lui, bisognerebbe cacciare dagli Stati Uniti i cittadini che sono (anche lontanamente) provenienti da quei Paesi: figurarsi farne accedere di nuovi, fosse anche soltanto per arbitrare qualche partita di pallone.
BREAKING: Trump administration claims the Somali referee was denied entry because he is a security threat to the US with links to suspected terrorists. He was questioned for 11 hours, including about Al Shabab
Calpestate le regole più stringenti in materia di diplomazia fra Stati
Ergo, l’esito di tutto ciò è bell’e servito: il miglior arbitro del continente africano è stato respinto al confine, non appena messo piede all’aeroporto di Miami. A mister Artan non è servito a nulla nemmeno essere in possesso di un passaporto diplomatico. Evidentemente gli agenti incaricati di sorvegliare il sacro valico dell’America trumpiana hanno avuto istruzioni di sbattersene anche delle regole più stringenti in materia di diplomazia fra Stati. E se tutto ciò ha come conseguenza impoverire la pattuglia arbitrale, pazienza: si potrà sempre far dirigere le partite all’intelligenza artificiale.
Il problema è grave e tocca non soltanto Omar Abdulkadir Artan, né esclusivamente gli arbitri. Molto faticoso è stato il percorso della nazionale dell’Iraq, atterrata all’aeroporto di Chicago e destinataria di un trattamento di particolare cortesia: diverse ore di interrogatorio da parte degli agenti della frontiera, cui è stato sottoposto ciascun componente della comitiva proveniente da Bagdad.
Aymen Hussein, a destra con la maglia numero 18 dell’Iraq (foto Ansa).
Non per tutti è andata bene: Talal Salah, il fotografo ufficiale incaricato dalla federcalcio irachena, è stato rimandato indietro dopo essersi sorbito 11 ore d’interrogatorio. Appena meno spossante è stata la prova toccata a Aymen Hussein, 30enne attaccante dell’Al-Karma: a lui sono bastate sette ore di interrogatorio. Infine ha scansato il rischio di essere rimandato in Iraq, ma il sollievo non gli ha impedito di dar voce al pensiero che si fa sempre più condiviso: «Ma che senso ha ospitare un Mondiale se si è così ostili verso i calciatori stranieri?».
«Football unites the world», la frase boomerang di Infantino
Già, che senso ha? È una domanda che bisognerebbe rivolgere all’ineffabile presidente della Fifa, Gianni Infantino. Che in questi giorni continua a glorificare il presunto successo di questo primo Mondiale a 48 squadre e non guarda oltre le cifre sugli incassi. Tra le tante fanfaronate che ha diffuso nel corso dei mesi di vigilia, quella che adesso gli torna addosso come un boomerang è la frase: «Football unites the world». Una delle frasi a effetto di cui Fifantino ha abusato nel corso di questi mesi. Ma che, giorno dopo giorno, rivela di essere il sigillo di un fallimento.
Per Cannavaro roba da caccia al narcos, altro che amichevole di calcio
Le segnalazioni si moltiplicano. L’ultimo a incappare negli arcigni controlli di sicurezza è stato Fabio Cannavaro: che vent’anni fa alzava al cielo di Berlino la Coppa del Mondo come capitano della nazionale azzurra, e che adesso si trova negli Usa nel ruolo di commissario tecnico dell’Uzbekistan. Per lui e i componenti della comitiva uzbeka i controlli in aeroporto non sono stati sufficienti: è toccato loro sottoporsi anche a quelli necessari per accedere allo stadio di New York, dove era in programma l’amichevole contro l’Olanda (persa 2-1). Una lunga trafila fatta di metal detector e cani antidroga. Roba da caccia al narcos, per un’amichevole di calcio.
REGISTRO SUPER ESTRICTO HASTA CON PERROS
Así fue el protocolo de seguridad con la Selección de Uzbekistán previo al amistoso contra Países Bajos en Estados Unidos.pic.twitter.com/D1SzMEYZcP
Misure di sicurezza assurde, da stato d’assedio. Il caso della nazionale iraniana, la cui rappresentanza è stata decimata, è il più noto. Meno pubblicizzato è il caso dei numerosi giornalisti, iraniani o provenienti da Paesi africani, che hanno avuto negato il visto, o che ne hanno ricevuto uno valido per un solo accesso. Ciò che, in una manifestazione che porta le squadre nazionali a spostarsi tra un Paese organizzatore e l’altro (oltre che negli Usa, si gioca in Canada e in Messico), è un grave handicap: una volta che esci dagli Stati Uniti, non rientri più.
La seconda opera della street artist Laika raffigura un tifoso messicano con la faccia al muro e le mani alzate, perquisito e arrestato da due agenti dell’Ice (foto Ansa).
L’Associazione internazionale della stampa sportiva (Aips), presieduta dall’italiano Gianni Merlo, ha inviato il 5 giugno una lettera alla Fifa per chiedere di risolvere con urgenza il problema. Risposta da Fifantino? Nessuna.
Il presidente della Fifa pensa solo a spennare i tifosi più ingenui
In compenso il capo del calcio mondiale ha trovato un altro modo per mungere i tifosi, ciò che gli permetterà di magnificare un altro po’ gli incassi della manifestazione. Si chiama Super Shootout e permette di vedere il proprio nome, con relativo Paese di provenienza, passare sul maxischermo degli stadi in cui si disputano le gare. Per i pirla che volessero concedersi questa libidine, il costo è 79 dollari americani, che al cambio sono quasi 69 euro. Ma vuoi mettere, il piacere di vedere il tuo nome passare in mondovisione per pochi secondi e ingrassare il portafoglio di Fifantino?
Fifa faces empty seats as 180,000 World Cup tickets hit resale market https://t.co/prqoWWF0oF
A un giorno dall’inizio dei Mondiali di calcio 2026, sono apparse a Zurigo due nuove opere della street artist Laika. La prima, affissa davanti al quartier generale Fifa (foto Ansa).
Ogni tanto, nel mezzo di un’intervista, qualcuno dice la verità per sbaglio. È successo al francese Damien Comolli, amministratore delegato della Juventus, mentre raccontava ai giornalisti la sua celebre arma segreta. «L’algoritmo è un metodo economico», ha detto. Cinque parole. È l’unica frase di tutta l’intervista in cui ha descritto con precisione chirurgica ciò che fa davvero. Solo che credeva di vantarsi. Perché un conto è l’algoritmo che ci ha venduto per un anno e mezzo, quello alla Moneyball, basato sulla scienza dei dati, per una Juve che finalmente smette di comprare a sentimento. Un altro conto è quello che esce, riga dopo riga, dalle sue stesse dichiarazioni: un filtro per spendere meno. Che non è la stessa cosa. Anzi, è l’esatto contrario.
Cos’è Moneyball: battere i ricchi comprando chi è sottovalutato
Conviene ripassarlo, perché è semplice. Moneyball non era una formula magica chiusa in un computer. Era un’idea, e per giunta facile: il mercato del baseball prezzava male alcuni giocatori, e chi se ne accorgeva poteva comprarli a poco e vincere lo stesso. Billy Beane, con un budget da poveri, batteva i ricchi perché comprava ciò che tutti gli altri sottovalutavano.
Metodo predittivo, controcorrente e che non lascia spazio all’intuizione
Tre cose definivano quel metodo. Era predittivo: produceva un numero, una stima che potevi verificare. Era controcorrente: compravi proprio ciò che gli osservatori scartavano, perché lì stava l’affare. Ed era spietato con l’intuizione: nasceva per cacciare dalle decisioni il «carattere», il «fisico da campione», l’occhio dell’esperto. Tutta roba che costa cara e non si misura. Tenete a mente questi tre punti. Perché Comolli, nella stessa intervista, è riuscito nell’impresa di sbagliarli tutti e tre. Di fila.
Giorgio Chiellini e Damien Comolli (Ansa).
«Nomi che anche lo scouting apprezza»: allora c’è un problema
Primo. Si vanta che l’algoritmo ha prodotto «nomi che anche lo scouting apprezza». Fermatevi qui. Il senso di Moneyball era comprare ciò che gli scout non apprezzano: è lì che si nasconde il valore a buon mercato. Se invece il tuo algoritmo conferma quello che gli osservatori pensavano già, non stai trovando affari: stai facendo un sondaggio interno. Comolli ha inventato il software più costoso del mondo per scoprire di essere d’accordo con i suoi dipendenti.
David in azione durante la partita persa dalla Juventus in casa contro il Como (foto Ansa).
Ma come, le variabili impalpabili non dovevano essere tagliate?
Secondo. Subito dopo, racconta che con l’allenatore Luciano Spalletti vogliono analizzare «la personalità dei giocatori», il «linguaggio del corpo», il «carattere», perché per giocare alla Juve «serve qualcosa di speciale». Bellissimo. Peccato che siano esattamente le variabili impalpabili che Moneyball era nato per buttare fuori dalla porta. Lui le fa rientrare dalla finestra, con la valigia in mano. Lo strumento scientifico dura il tempo di una frase, poi torna il vecchio totem del calcio italiano: il giocatore che «ce l’ha dentro».
Risparmiare era solo l’effetto collaterale, non la mission
Terzo, il capolavoro: «metodo economico». Moneyball non era spendere poco. Era spendere bene. Risparmiare era l’effetto collaterale di aver trovato il prezzo sbagliato, non lo scopo. Chiamarlo «metodo economico» tradisce cosa sia davvero nella sua testa: non un modello che misura il valore, ma una scrematura di listino entro un tetto di budget. Un filtro. Che è poi il punto: quando uno ti dice «uso un modello quantitativo» e poi sceglie a naso entro il limite di spesa, quello non è Beane. È un commercialista con l’abbonamento a una banca dati.
Il fallimento dell’esperienza di Comolli al Liverpool
C’è un particolare che rende tutto più gustoso. Comolli un Moneyball vero lo ha già provato sul serio. E lo abbiamo visto tutti. Liverpool, 2010-2012. Ragionamento da manuale: il centravanti Andy Carroll segna di testa sui cross, quindi compriamo i migliori crossatori del campionato. Logico, no? Carroll costò 35 milioni, record britannico dell’epoca. Poi arrivarono Jordan Henderson, Charlie Adam e Stewart Downing, un’altra cinquantina di milioni. Risultato: sette acquisti su nove furono delusioni, Downing chiuse la prima stagione con zero gol e zero assist in Premier League, il Liverpool finì ottavo e nell’aprile 2012 Comolli venne licenziato proprio per quella politica di mercato.
Andy Carroll ai tempi del Liverpool (foto Ansa).
Filtrare numeri grezzi senza capirli è superstizione con il foglio Excel
Il modello aveva un difetto piccolo piccolo: la statistica sui cross non dice nulla sulla qualità di un giocatore in Premier League. Filtrare numeri grezzi senza capirli non è scienza, è superstizione con il foglio Excel. Lo dice la sua biografia: Comolli non ha portato a Torino il metodo che fece grande Oakland. Ha portato il Liverpool che lo fece esonerare. Con 13 anni di ritardo, ma la stessa identica idea.
Gli errori di valutazione fatti di continuo, come sull’allenatore Tudor
Vediamolo all’opera oggi, il dirigente dei dati. A giugno 2025 ha confermato l’allenatore Igor Tudor esaltandone intensità e resilienza, una dote che giudicava «impressionante». Lo ha esonerato il 27 ottobre. Dopo appena quattro mesi. La previsione più importante della stagione — chi deve guidare la squadra — gli è collassata in poco più di un trimestre. Se l’algoritmo serviva a evitare gli errori di valutazione, qui ha fatto il pieno.
Igor Tudor, ex allenatore della Juventus (foto Ansa).
L’algoritmo ha riportato indietro la Juventus
I numeri, già che ci siamo. La Juventus che ereditò arrivava da un quarto posto e dalla partecipazione alla Champions. La Juventus che consegna è sesta e in Europa League. L’algoritmo ha preso una squadra nell’élite europea e l’ha riportata indietro: in discesa, ma con metodo. Per la cronaca, fuori dalla Champions per due punti dal Como, ma a 18 dall’Inter. Cioè vicinissima al quarto posto e lontanissima dal vincere lo scudetto, che era l’unica cosa promessa. L’ossessione per la vittoria, applicata con rigore, ha prodotto il sesto posto.
Luciano Spalletti e Damien Comolli (foto Ansa).
Un processo quantitativo serve a sapere perché hai sbagliato
Poi c’è la perla finale. Sull’attaccante Loïs Openda — belga di scuola francese, preso e mai sbocciato in bianconero — Comolli ha ammesso candidamente di non sapere perché non abbia funzionato: «Abbiamo sbagliato noi o non era pronto per la Juve?». Ecco la domanda che uccide il personaggio. Un processo quantitativo serve esattamente a sapere perché hai sbagliato: scomponi, misuri, correggi. Comolli, invece, apre le braccia. E non è un caso isolato.
Openda dopo l’unico gol segnato in campionato, contro la Roma (foto Ansa).
David, Zhegrova, Openda: il sistema usato parla (e male) solo francese
C’è un filo che lega i suoi colpi di mercato, ed è curiosamente lo stesso del suo passaporto: Jonathan David, preso a parametro zero dal Lilla, solo 6 gol in campionato (tra l’altro distribuiti malissimo: quattro raggruppati in cinque partite, tra gennaio e febbraio); Edon Zhegrova, ancora dal Lilla, parcheggiato in panchina da Spalletti (zero gol e zero assist in tutte le competizioni, una rete enorme decisiva mangiata in Champions contro il Galatasaray e soprattutto il lunare giudizio finale di Comolli: «Siamo felici del suo contributo e anche l’allenatore è felice del suo contributo»); e lo stesso Openda (una sola rete in Serie A). Comolli è andato a fare la spesa nel campionato che conosce meglio e ha riportato a Torino una fila di occasioni mancate con l’accento giusto. L’algoritmo, evidentemente, parla solo francese.
Damien Comolli con Kenan Yldiz e Edon Zhegrova (foto Ansa).
La responsabilità più comoda del mondo
Per chiudere, il bon ton istituzionale. «Mi prendo la piena responsabilità», ha detto. E due righe dopo: «Non ho mai pensato a una mia possibile uscita». È la responsabilità più indolore mai vista in un campo da calcio: tutta la colpa, zero conseguenze. Una responsabilità a sovranità limitata, garantita dal fatto che a deciderlo è lui stesso. Comolli ha aggiunto anche che il giudizio sul suo lavoro va dato «tra i tre e i cinque anni», cioè il periodo perfetto: abbastanza lungo da non rispondere oggi, abbastanza vago da non rispondere mai. Resta una sola cosa vera, in tutta l’intervista. Quella frase di cinque parole all’inizio. «L’algoritmo è un metodo economico». Sì. È un modo per spendere meno, travestito da scienza, che conferma gli scout invece di smentirli e rimette al centro il «carattere» che doveva eliminare. Non è il Moneyball di Beane. È money, e basta. La ball, a Torino, si è persa per strada.
Una figuraccia come quella rimediata la scorsa settimana sarebbe stata più che sufficiente per indurlo a farsi da parte. Ma Gianni Infantino, presidente della Fifa, a levarsi di torno non ci pensa proprio. Da quando è a capo dell’organizzazione che governa il calcio ha passato il tempo a piegarla su se stesso, facendola coincidere con la sua persona: Fifantino.
Un pacificatore fallito: la figuraccia di Vancouver
L’interpretazione egocentrica del ruolo non lo mette al riparo dal collezionare scivoloni. Come quello che ha messo in curriculum lo scorso 30 aprile, in occasione del 76° Congresso Fifa tenuto a Vancouver (Canada). Convinto di poter recitare il ruolo di grande pacificatore (che nessuno gli ha assegnato), Infantino ha chiamato al centro della scena il presidente della federazione palestinese, Jibril Al Rajoub, e il vicepresidente della federazione israeliana, Basim Sheikh Suliman. Pretendeva una stretta di mano, per dimostrare che la Fifa è capace di regalare un istante di pace anche tra parti ferocemente divise. Risultato: stretta di mano rifiutata e boomerang che torna veloce sulla pelata presidenziale. Infantino si è limitato a dire che certe situazioni sono complicate. Come se avesse soltanto scambiato il sale col pepe rosa.
Pure awkwardness at the FIFA Congress in Vancouver.
FIFA President Gianni Infantino tried to get Palestinian FA President Jibril Rajoub to shake hands and stand together with the Israeli FA Vice-President.
Una scena emblematica del modo di governare infantiniano, quella rappresentata a Vancouver. Un impasto di personalismo, improvvisazione, presunzione e faccia bronzea. Sintetizzando il tutto con un’etichetta: dilettantismo politico. Ma proiettato su una dimensione di governo che si espande su scala globale e pretende di abbracciare un mappamondo più vasto di quello tracciato dall’Onu (211 federazioni calcistiche nazionali contro i 193 Stati nazione riconosciuti dalle Nazioni Unite). Questa è la Fifa governata dall’avvocato italo-svizzero. Un ex oscuro segretario generale dell’Uefa che, per una straordinaria coincidenza di circostanze, si è trovato la strada spianata verso la presidenza del calcio mondiale. E che adesso lo governa in modo pasticciato, mettendo se stesso davanti a tutto e imprimendo un riformismo megalomane, che ha il solo effetto di inflazionare le competizioni e renderle sempre più costose.
Il servilismo nei confronti di Trump
A dimostrare questo andazzo sono state le due grandi manifestazioni che Infantino ha voluto fortemente: il Mondiale Fifa per Club e il Mondiale per nazionali in versione extralarge, passato d’un colpo da 32 a 48 squadre. Due competizioni pacchiane, tecnicamente discutibili, caratterizzate da prezzi indecenti dei biglietti e conseguenti spalti vuoti in diverse gare. Ma lui è contento così e sventola l’aumento del montepremi, o le fantascientifiche cifre delle richieste di biglietti online. Come se questi fossero i parametri per giudicare lo stato di salute del movimento. E mentre sfoggia numeri mirabolanti, si preoccupa di intessere rapporti politicimuovendosi con un piglio da segretario generale dell’Onu. Il servilismo nei confronti di Donald Trump – insignito di un inedito Premio Fifa per la Pace, che già basterebbe per battezzarlo definitivamente Fifantino – è degno del miglior Giandomenico Fracchia.
Infantino consegna a Trump il premio Fifa per la pace (foto Ansa).
Il pasticcio della Coppa d’Africa scopre la classe dirigente infantiniana
Ma anche la gestione delle periferie dell’impero desta non pochi imbarazzi. Il pateracchio dell’ultima Coppa d’Africa, con l’irrisolta querelle fra Marocco e Senegal, porta la sua firma perché ha visto in prima linea due uomini della sua massima fiducia: il presidente della confederazione calcistica africana (CAF), Patrice Motsepe, e il segretario generale allora in carica della stessa CAF, Véron MosengoOmba, svizzero di origine congolese nonché stretto collaboratore di Infantino. Il disastro combinato da quei due è un marchio d’infamia per la stessa Fifa. In seguito a quel fattaccio, ma anche per avere superato i limiti di età per rivestire la carica di segretario generale, Mosengo Omba si è dimesso a fine marzo. Ma è già pronto a rientrare in pista come candidato presidente della federcalcio congolese. Evidentemente non riesce a fare a meno del campo, così come Motsepe. Che, quando venne eletto per la prima volta alla presidenza della CAF, disse che avrebbe fatto un solo mandato. E invece è ancora lì a fare il secondo. L’inscalfibile classe dirigente infantiniana.
Patrice Motsepe (Ansa).
L’autocelebrazione e il culto della personalità
Ma, per il capo del calcio mondiale, questo e molti altri episodi sono roba secondaria. Il suo culto della personalità, che è anche l’altra faccia di un insopprimibile complesso di inferiorità che lo porta a una ininterrotta celebrazione di se stesso. E poiché giusto quest’anno ricorre il decennale della sua elezione alla presidenza, ecco il diluvio di celebrazioni. Il sito Fifa è stato usato per diffondere un imbarazzante messaggio a più voci in cui i più fidi collaboratori incensano il capo. E adesso è stato appena mandato in libreria un volume celebrativo. Del quale omettiamo il titolo perché non leggerlo è il solo uso sensato che se ne possa fare. L’autore è Alessandro Alciato, insipido bordocampista promosso agiografo ufficiale. Così vanno le cose nel regno di Fifantino. Blatter era un modesto travet, al confronto.
La Procura di Milano sta lavorando all’ipotesi che, nell’incontro del 2 aprile presso lo stadio di San Siro, in cui sarebbero state decise le designazioni di due incontri dell’Inter contestate a Gianluca Rocchi, abbia preso parte anche Giorgio Schenone, club referee manager della società nerazzurra. Rocchi, indagato per frode sportiva, si è autosospeso (al suo posto come designatore ad interim c’è Dino Tommasi), mentre Schenone non risulta iscritto nel registro: dovrebbe essere ascoltato l’8 aprile dai magistrati e dalla Guardia di Finanza.
Giorgio Schenone (LinkedIn).
Perché Rocchi è indagato per frode sportiva
Rocchi è indagato dal pm della Procura di Milano Maurizio Ascione perché avrebbe “combinato” le designazioni di due gare dell’Inter nel 2025: quella in trasferta a Bologna in campionato e il derby di ritorno di Coppa Italia col Milan, assegnandole rispettivamente a Andrea Colombo (gradito al club nerazzurro) e Daniele Doveri (sgradito). Nel secondo caso la designazione sarebbe avvenuta per «assicurare all’Inter direzioni di gara diverse per l’eventuale finale di Coppa Italia e per il resto delle partite di A»). Rocchi avrebbe inoltre violato il protocollo Var durante Udinese-Parma, sempre nella stagione 204/25: ma questo è un altro filone dell’inchiesta. Agli atti, tra le intercettazioni ce n’è una – sempre dell’aprile 2025 – tra Rocchi e Andrea Gervasoni, supervisore Var (anche lui indagato e autosospeso), su sospette pressioni e sul presunto incontro allo stadio “Giuseppe Meazza”, in cui si faceva riferimento a tale “Giorgio”.
Gianluca Rocchi (Ansa).
Sentiti in procura Pinzaini e Butti: chi sono
Come è emerso dalle audizioni in Procura, nell’inchiesta sul sistema arbitrale ci sono intercettazioni, risalenti a poco più di un anno fa, tra Rocchi e Riccardo Pinzani (non indagato), oggi club referee manager della Lazio che fino alla scorsa stagione era l’incaricato Figc per i rapporti tra Aia e club, e pure tra lo stesso ex designatore e Andrea Butti (non indagato), responsabile ufficio Competizioni della Lega Serie A. Entrambi sono stati sentiti oggi in Procura a Milano come persone informate sui fatti. Il filone dell’inchiesta per frode arbitrale si concentra proprio su eventuali rapporti diretti tra Rocchi e le società e sull’influenza che le ‘pretese’ di quest’ultime avrebbero avuto nella scelta degli arbitri.
Perché la giustizia sportiva ancora non si è mossa
Insomma, la Procura intende capire se l’incontro allo stadio è avvenuto e su cosa verteva, oltre a fare luce sulla partecipazione di Schenone e dunque dell’Inter. L’indagine, ovviamente, punta anche stabilire se le ‘pretese’ avanzate nei confronti di Rocchi possano configurare la frode sportiva. Per quanto riguarda la giustizia sportiva, visto che l’indagine della Procura di Milano è ancora coperta da segreto investigativo, Ascione non può trasmettere gli atti alla Procura della Figc.
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