Castellabate, l’Ets: “Quella spiaggia è un ghetto”

di Arturo Calabrese

Bufera a Castellabate dopo l’articolo di denuncia pubblicato su queste colonne. Il comune guidato da Marco Rizzo ha dato il via, nei giorni scorsi, al programma di spiaggia inclusiva in collaborazione con il Piano di Zona S8, il cui scopo è quello di permettere alle persone con disabilità di usufruire della spiaggia con attrezzature dedicate. Andando ad approfondire, però, sono state scoperte diverse criticità. Innanzitutto, ogni utente ha un limite di accessi, fissato a tre volte a settimana, e non è dato sapere la motivazione, se non quella di una necessità, non ben chiara, di turnazione.

In secondo luogo, per poter usufruire del servizio è necessario iscriversi a una piattaforma, specificando i propri dati personali e addirittura il tipo di disabilità. Infine, e qui forse c’è l’aspetto più assurdo, vi è la necessità di declinare ogni responsabilità a carico dell’ente, dichiarando di sollevare “l’Amministrazione Comunale e il personale addetto da qualsiasi responsabilità civile e penale per eventuali danni derivanti dalla permanenza, essendo l’assistenza diretta garantita esclusivamente dal caregiver personale”.

Eppure il comune di Castellabate, che in questi giorni sta festeggiando il ritorno di un set cinematografico come fosse uno dei più grandi obiettivi raggiungibili, aveva parlato della presenza in spiaggia di “personale con funzioni di accoglienza, assistenza e informazione agli utenti”. Anche qui, nessun approfondimento e tutto molto vago.

Sulla faccenda interviene l’Ets “Vorreiprendereiltreno”: «Chiamarla “A Mare Tutti” è una presa in giro perché questa non è inclusione: è un’area recintata e separata, dove le persone con disabilità vengono isolate invece di poter accedere liberamente alla spiaggia e stare con le altre persone e la loro famiglia o amici – dicono – la passerella non arriva alla strada, mancano piazzole di manovra, i lettini non sono rialzati e sono lontani dalla passerella, non ci sono bagni né docce accessibili, c’è una job che può essere usata solo con l’assistenza.

Per entrare bisogna prenotare, si può accedere al massimo tre volte a settimana e si è persino costretti a firmare un’assunzione di responsabilità. Questo non è un diritto garantito: è un percorso a ostacoli il cui risultato è un’area che non risponde ai bisogni reali delle persone con disabilità e che appare come un modo per aggirare le normative».

La critica si fa poi ancor più precisa: «Dopo aver l’estate scorsa “sperimentato” (cosa non si comprende) il Comune di Castellabate propone una soluzione che mortifica la dignità delle persone con disabilità e tradisce il significato stesso della parola inclusione. È il momento di smettere con le operazioni di facciata e la propaganda perché l’inclusione non si proclama ma si realizza. Se non siete in grado di farlo, saremo noi a ricordarvi cosa significa davvero garantire il diritto al mare, per tutte e tutti Questa non è una spiaggia inclusiva – concludono – ma un ghetto».

Una dura presa di posizione, dunque, nei confronti del comune. Nessuna replica, al momento, da parte dell’ente.

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Riflessioni di un uomo (più o meno) libero nell’epoca del pensiero unico

Luigi Snichelotto

Ogni epoca costruisce i propri miti, le proprie certezze e inevitabilmente, i propri conformismi e si convince di essere arrivata al punto più alto della civiltà. È una convinzione antica quanto l’uomo stesso. Ogni generazione crede di aver finalmente compreso il mondo, salvo poi scoprire che il dubbio sopravvive sempre alle certezze. Eppure, osservando il lungo cammino dell’umanità, appare difficile sostenere che il progresso materiale abbia sempre coinciso con un autentico progresso morale. Le riflessioni che seguono non hanno alcuna pretesa di insegnare, né tantomeno di indicare verità assolute. Nascono piuttosto dall’esperienza e dall’esplorazione di una vita trascorsa ad osservare uomini, organizzazioni, istituzioni e popoli diversi, accumulando più domande che certezze. Se dovessimo definirci, direi, con tutta l’umiltà possibile, di essere, tutti noi, il prodotto di una formazione che ci ha insegnato a considerare il pensiero libero come privilegio, mentre, al contrario, dovrebbe instillarci il dovere del pensiero divergente, se necessario. Forse è proprio questa impostazione ad averci resi, talvolta, uomini e donne controcorrente, in qualche modo scomodi. Non per spirito di contraddizione, ma perché non abbiamo mai sentito il bisogno di cercare il consenso preventivo degli altri prima di formulare un’opinione. Tanti di noi, hanno ritenuto che ciascuno debba assumersi la responsabilità delle proprie idee, senza cercare rifugio nella forza del gruppo, nell’anonimato o nella protezione offerta dal potente di turno. Viviamo, tuttavia, in una società nella quale il consenso sembra avere progressivamente sostituito la ricerca della verità. L’approvazione immediata viene spesso preferita alla riflessione; la convenienza personale alla coerenza; l’omologazione alla libertà di giudizio. In questo scenario, il dissenso educato e motivato viene facilmente interpretato come fastidio, mentre l’accondiscendenza diventa, troppo spesso, la via più semplice verso il successo, il riconoscimento o il mantenimento di posizioni acquisite. È un fenomeno che attraversa ogni ambito della vita sociale: la politica, l’economia, l’informazione, le organizzazioni, persino le relazioni personali. La figura del cortigiano, che sembrava appartenere ai manuali di storia, continua invece a ripresentarsi sotto forme nuove, più sofisticate, ma non meno pericolose. Cambiano i linguaggi, cambiano gli strumenti, ma resta immutata la tentazione di sostituire il merito con la compiacenza e la competenza con la fedeltà personale. Essere indipendenti, soprattutto sul piano intellettuale, comporta inevitabilmente un prezzo. Significa accettare il rischio dell’incomprensione, della solitudine e, talvolta, persino dell’emarginazione. Significa rinunciare alla rassicurante tranquillità del pensiero dominante per affrontare l’incertezza del dubbio. Ma proprio il dubbio rappresenta, a mio giudizio, la più alta forma di rispetto verso la complessità della realtà. Chi dubita continua a studiare. Continua ad ascoltare. Continua a correggersi. Chi invece è convinto di possedere tutte le risposte smette, quasi sempre, di cercarle. Sono cresciuto in un’Italia che usciva lentamente dalle ferite della guerra. Una generazione educata al sacrificio, alla responsabilità, al rispetto della parola data e al valore del lavoro. Erano anni difficili, ma ricchi di speranza. Si guardava al futuro con fiducia, convinti che l’impegno personale potesse davvero migliorare la propria condizione e contribuire al bene comune. Oggi mi domando, senza alcuna nostalgia sterile, che cosa sia cambiato. Perché una società che dispone di livelli di istruzione, conoscenza e tecnologie impensabili solo pochi decenni fa sembra, in molti casi, più fragile, più impaziente e più incline alla semplificazione di quanto non fosse quella dei nostri padri. Forse abbiamo moltiplicato le informazioni senza aumentare la capacità di comprenderle. Abbiamo accelerato la comunicazione senza migliorare il dialogo. Abbiamo costruito strumenti straordinari, ma non sempre abbiamo saputo rafforzare la coscienza di chi li utilizza. La storia continua a riproporci le stesse domande. Pietro Metastasio scriveva che «non è vero che la guerra sia il peggiore di tutti i mali», ricordandoci che esistono tragedie morali capaci di precedere perfino i conflitti armati. Giuseppe Tomasi di Lampedusa ci consegnò, invece, una delle più amare riflessioni sulla natura del potere: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.» Due frasi lontane nel tempo, ma unite dalla medesima consapevolezza: l’uomo cambia spesso le forme, molto più raramente la sostanza. Ed eccoci oggi davanti alla nuova frontiera rappresentata dall’Intelligenza Artificiale. Una rivoluzione destinata a modificare il lavoro, la conoscenza, la medicina, l’economia e, probabilmente, la stessa organizzazione della società. Sarebbe ingenuo temerla in quanto tale, così come sarebbe irresponsabile considerarla la soluzione automatica di tutti i problemi dell’umanità. L’Intelligenza Artificiale potrebbe diventare il più straordinario strumento di emancipazione della conoscenza oppure il più potente moltiplicatore delle disuguaglianze. Come ogni tecnologia, non possiede un destino proprio: eredita quello degli uomini che la progettano, la governano e la utilizzano. Essa riflette, amplifica e organizza ciò che l’uomo le affida. Potrà contribuire a costruire una civiltà più giusta oppure accentuare propensioni alla manipolazione ed alla concentrazione del potere, da parte di esseri umani meno forniti di etica e/o morale. Il rischio c’é ed é presente sempre e comunque! Molto dipenderà non dalla qualità delle macchine, ma dalla qualità etica degli uomini chiamati a governarle. Per questa ragione continuo a credere che il vero patrimonio dell’umanità non sia costituito esclusivamente dalla conoscenza accumulata, bensì dalla capacità di esercitare un pensiero libero, responsabile e critico. Nessun algoritmo potrà sostituire il coraggio della coscienza, la dignità della responsabilità personale o il valore del dubbio. Forse il futuro non sarà soltanto un’evoluzione tecnologica. Sarà, prima di tutto, una prova di maturità morale. E allora la domanda decisiva non sarà se riusciremo a costruire macchine sempre più intelligenti, ma se sapremo restare uomini sufficientemente saggi da utilizzarle senza rinunciare alla nostra libertà interiore. Se davvero dovessi lasciare un’unica eredità ideale alle generazioni che verranno, non sarebbe una certezza, ma un metodo, forse banale ed abusato perché alla radice del pensiero razionale: non smettete mai di porvi domande. Perché ogni civiltà cresce quando coltiva il dubbio, mentre comincia lentamente a decadere nel momento in cui trasforma le proprie opinioni in dogmi. Forse è proprio questa, oggi, la forma più autentica della libertà: conservare il coraggio di pensare con la propria testa, rispettando quella degli altri, senza mai smettere di cercare la verità, pur sapendo che nessuno potrà mai possederla interamente. Ogni volta che un uomo si convince di essere l’unico depositario della verità, nasce il primo seme di ogni possibile tirannide. Infine, se il dubbio rappresentasse la condizione necessaria della libertà, allora la domanda dalla quale dovrebbe ripartire ogni uomo non è quanto sappia, ma quanto sia ancora disposto a mettere in discussione ciò che crede di sapere!

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Saverio Valentino nominato presidente dell’Antitrust

I presidenti di Senato e Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, hanno nominato l’avvocato Saverio Valentino presidente dell’Antitrust, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Avvocato, attualmente componente dell’Autorità, Valentino si è prevalentemente occupato di diritto della concorrenza italiano ed europeo, patrocinando dinanzi alle corti dell’Unione europea, a quelle amministrative e civili italiane, nonché alla Commissione europea, all’Autorità garante e ad altre autorità di concorrenza in diversi Paesi del mondo. Classe 1971, si è laureato in giurisprudenza a La Sapienza di Roma conseguendo poi un master in diritto comunitario presso il Collegio d’Europa di Bruges, nonché un Master in legge presso la University of Chicago Law School. Ha inoltre collaborato per un periodo di sei mesi con l’allora direzione generale I della Commissione europea, nell’unità che si occupava di politiche commerciali multilaterali e di questioni legate all’Organizzazione mondiale del commercio e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot

C’è un momento preciso, leggendo la lectio magistralis che Leonardo Maria Del Vecchio ha pronunciato il 9 luglio a Villa Mondragone per il conferimento della laurea honoris causa in Diritto, innovazione tecnologica e sostenibilità dell’Università di Roma Tor Vergata (notizia data in anteprima da Lettera43), in cui si smette di seguire il filo e si comincia a contare. Succede più o meno alla terza occorrenza di quella costruzione retorica che ormai chiunque frequenti un chatbot riconosce a occhi chiusi: la negazione seguita dalla correzione. «Il privilegio non è una sentenza. È una prova». «Non è un gesto. È un cantiere». «Il limbo non ti distrugge. Ti conserva». «Non è poco. È tutto».

Un uso massiccio dell’antitesi che farebbe impallidire Cicerone

Nel testo integrale pubblicato dal Corriere della Sera, la formula ricorre più di 30 volte. Trenta. In 21 minuti di discorso. Cicerone, che pure di antitesi campava, a quel ritmo avrebbe chiesto una pausa. Bisogna dirlo subito, per correttezza: nessuno può dimostrare in modo incontestabile che un testo sia stato scritto da un’intelligenza artificiale. Ma è anche impossibile non notare che la lectio esibisce, con una densità probabilmente mai vista in alcun discorso pronunciato da un essere umano, l’intero campionario stilistico della prosa generata dai modelli linguistici.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
La moltitudine di “non” presenti nella lectio magistralis.

Ciascuno tragga le proprie conclusioni, magari dopo aver chiesto a un chatbot «scrivimi un discorso ispirazionale per una laurea honoris causa, sul modello di Steve Jobs a Stanford». Provateci. Vi verrà restituito qualcosa di sorprendentemente familiare. Perché sì, c’è anche un passaggio su Jobs in quel calderone. Nel suo discorso, il neolaureato mette le mani avanti: «Lo schema non l’ho inventato io: lo usò Steve Jobs, a Stanford, nel 2005. Ve lo dico io, prima che lo scriva qualcun altro».

Raggiunte vette di involontario umorismo

Ma Jobs a Stanford raccontava fatti. Il corso di calligrafia seguito da imbucato al Reed College, il licenziamento dall’azienda che aveva fondato, la diagnosi di tumore. Cose successe, con date, luoghi, nomi. In 21 minuti di discorso autobiografico di Del Vecchio invece non compare un solo aneddoto circostanziato, a parte il bambino per mano al padre in fabbrica. E poi c’è il momento in cui il testo si supera, raggiungendo una vetta di involontario umorismo che nessuna penna umana avrebbe osato: il passaggio sull’intelligenza artificiale. «Una macchina produce risposte. Non può assumersi le conseguenze morali di una scelta. Nel tempo dell’IA, la difficoltà giusta sarà restare umani senza diventare lenti, e diventare veloci senza diventare vuoti».

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
Leonardo Maria Del Vecchio mentre legge il suo discorso (foto Imagoeconomica).

Chiunque abbia posto a un chatbot la domanda «cosa resta all’uomo nell’era delle macchine?» ha ricevuto, pressoché parola per parola, questa risposta, chiasmo finale compreso. Se davvero la lectio è farina del sacco del suo autore, si tratta della più straordinaria imitazione involontaria della prosa artificiale mai prodotta da mente umana, e allora la laurea in innovazione tecnologica sarebbe pure meritata.

L’eredità e il riferimento a LMDV Capital

Fin qui la forma. Il contenuto, volendo, è anche meglio. Viene raccontato di come, alla morte del padre, l’autore sia «ripartito da uno zero che i numeri non registrano». Precisazione doverosa, perché i numeri registravano in effetti tutt’altro: una quota di Delfin, la holding di famiglia che controlla partecipazioni in EssilorLuxottica, Generali, Monte dei Paschi e UniCredit, menzionata 16 righe più in basso («Ho ereditato una quota in Delfin»), dopo aver dichiarato tre paragrafi prima che «il mio percorso non l’ho ereditato». Il percorso non ereditato ha per veicolo LMDV Capital, fondata nel 2022 con capitali sulla cui provenienza la lectio sorvola con l’eleganza di chi sa che certe domande, a Villa Mondragone, non le fa nessuno.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
Da sinistra Carlo Nucci, prorettore vicario di Tor Vergata, il ministro della Salute Orazio Schillaci, la presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane Laura Ramaciotti, Leonardo Maria Del Vecchio, la ministra dell’Università e della ricerca Anna Maria Bernini e il magnifico rettore Nathan Levialdi Ghiron (foto Imagoeconomica).

C’è poi la dichiarazione d’amore. «Ti amo, Italia. Nei fatti». I fatti: Delfin, la cassaforte di famiglia da una quarantina di miliardi, ha sede in Lussemburgo dal 2006, dove il capostipite la piazzò per godere della riservatezza e della tassazione agevolata che il Granducato riserva alle holding. Quanto alla «partita nell’ordine dei 15 miliardi» che l’oratore rivendica di aver «provato a riportare in Italia», le cronache finanziarie registrano un’operazione lievemente diversa: l’acquisto, con una decina di miliardi da prendere in prestito dalle banche, delle quote dei fratelli Paola e Luca in una holding lussemburghese, acquisto che avrebbe portato lui – non l’Italia – dal 12,5 al 37,5 per cento della cassaforte, facendone l’azionista di riferimento.

I dubbi dei manager vicini al padre sulle capacità del rampollo

Negli atti, nessuna traccia di traslochi verso la madrepatria. E la «scelta fermata nel punto in cui avrebbe dovuto trovare custodia», formula sibillina degna di un oroscopo, ha in realtà nome e indirizzo: il consiglio di amministrazione di Delfin, che a giugno ha rifiutato di autorizzare il pegno delle quote richiesto dalle banche finanziatrici, facendo saltare tutto anche perché, pare, i manager più vicini al padre non sono proprio convinti delle capacità di Leonardo Maria.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).

Insomma un patriota fermato non dal mercato, non dallo Stato, ma dal cda della holding di famiglia, all’assemblea della quale, il 30 giugno, ha preferito non presentarsi. Con un souvenir: circa un miliardo di debiti personali verso le banche che, riferisce il Corriere, fatica a restituire. Nove giorni dopo Del Vecchio saliva sul palco di Villa Mondragone a spiegare agli studenti che «il limbo delle decisioni non prese è una delle forme più eleganti della paura».

Non parla ai media, però se li compra

E il capolavoro finale: «Io oggi non parlo ai media. Parlo al futuro dell’Italia». Frase pronunciata davanti ai media, consegnata ai media e pubblicata integralmente dal primo quotidiano italiano cinque giorni dopo, con firma dell’autore e copyright in calce. Detta, per giunta, da un uomo che dei media è editore: primo azionista di Editoriale Nazionale, la casa di QN, Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino, socio al 30 per cento del Giornale, e con un’offerta ventilata in passato perfino per il gruppo Gedi. Non parla ai media nel senso tecnico dell’espressione: semmai li compra.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
La cerimonia del conferimento della laurea honoris causa a Leonardo Maria Del Vecchio (foto Ansa).

Ricordiamo che Del Vecchio ha ottenuto una laurea honoris causa in Diritto, innovazione tecnologica e sostenibilità. Ricapitolando. Diritto: il neolaureato non risulta avere formazioneattività giuridica, se si esclude la raffinata ingegneria societaria lussemburghese della holding di famiglia, che però immaginiamo non fosse il titolo della laudatio. Innovazione tecnologica: LMDV Capital investe in ristoranti, hotel e stabilimenti balneari, settore rispettabilissimo in cui l’ultima grande innovazione risale all’ombrellone. Sostenibilità: l’hospitality italiana detiene stabilmente il primato di stipendi più bassi e stagionalità più selvaggia del Paese, e i «1.500 posti di lavoro» rivendicati come «contabilità concreta» del capitalismo umanista andrebbero pesati anche con quella bilancia.

Quelle mille visite oculistiche gratuite…

La motivazione ufficiale del conferimento della laurea cita il lavoro alla guida della Fondazione OneSight EssilorLuxottica Italia, ossia la fondazione dell’azienda costruita dal padre. E la lectio si apre ringraziando per il «progetto concreto» da cui è nato l’incontro con l’ateneo: il Campus Visivo, mille visite oculistiche gratuite agli studenti di Tor Vergata, con la promessa di molte altre grazie alla Conferenza dei rettori. L’università riceve le visite, il benefattore riceve la laurea, e sull’opportunità di questo elegante circuito di gratitudine reciproca lasciamo volentieri la parola agli organi accademici, al ministero presente in sala e a chiunque, in quell’aula, si occupi per mestiere di conflitti di interessi.

Il battesimo di Cappellini a Repubblica e gli incroci della politica romana: lo spiffero del giorno

«Giornalista e sceneggiatore», recita la biografia di Stefano Cappellini su internet, cui ora dovrà aggiungere anche direttore ad interim di Repubblica, chiamato a raccogliere l’eredità di Mario Orfeo in una fase tutt’altro che tranquilla per il quotidiano. Il battesimo, però, non poteva essere più propizio.

Un battesimo propizio per il neo-direttore

Proprio nelle ore del suo insediamento, il governo Meloni è riuscito nell’impresa di auto-affondarsi su un emendamento della riforma elettorale, bocciato dai franchi tiratori della stessa maggioranza. Una delle più clamorose cappellate parlamentari degli ultimi tempi, con Palazzo Chigi costretto ad aprire immediatamente la caccia ai dissidenti. Per un direttore appena arrivato, un’apertura di giornale confezionata praticamente da sola e nel solco della linea che Repubblica vuole perseguire. Del resto Cappellini non ha mai nascosto le sue posizioni, né è mancato negli anni alle trasmissioni di Nicola Porro su Mediaset nel ruolo dell’interlocutore più severo con il centrodestra. Ora avrà modo di esercitare quello stesso spirito critico dalla plancia di comando del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Sempre che la permanenza sia destinata a durare, ma su questo Theodore Kyriakou non lascia trapelare nulla.

Il battesimo di Cappellini a Repubblica e gli incroci della politica romana: lo spiffero del giorno
Elly Schlein con Stefano Cappellini (Ansa).

I piani dell’editore per il nuovo corso di Repubblica

Martedì l’editore greco, parlando alla redazione, si è limitato a un intervento di circostanza, il classico discorso istituzionale che accompagna ogni cambio al vertice. Molto più esplicita è stata invece l’amministratrice delegata Mjria Cartia d’Asero, che ha rivendicato la necessità di un ricambio del management, sostenendo che chi oggi occupa certe posizioni non possiede più i requisiti richiesti dal nuovo corso. E, nello stesso intervento, ha annunciato l’arrivo di Veronica Diquattro, ex ad di Dazn, alla guida del digitale, descritta come una «manager bionda con gli occhi azzurri». Cosa che forse avrebbe fatto sorridere qualche cronista degli Anni 50, ma che difficilmente sarà stata accolta con entusiasmo dalla diretta interessata. Il clima, insomma, è quello del grande rimescolamento.  

Il battesimo di Cappellini a Repubblica e gli incroci della politica romana: lo spiffero del giorno
Mjria Carta d’Asero (Imagoeconomica).

Intanto Monica Giandotti presenta il libro di De Luca jr

E a fare da perfetto contrappunto arriva anche un appuntamento romano che sembra raccontare, in miniatura, le geometrie del potere. Alla libreria Mondadori della Galleria Alberto Sordi viene presentato il libro di Piero De LucaL’idea di Europa e il suo destino. Sul palco, insieme all’autore, Pier Ferdinando Casini, Paolo Gentiloni e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. A moderare l’incontro è Monica Giandotti, giornalista Rai approdata a Rai 2 dopo gli anni trascorsi a Rai 3, nonché moglie del nuovo direttore di Repubblica. Insomma, primo giorno da direttore e Cappellini si ritrova già al centro di un emblematico incrocio della politica romana: un governo che inciampa da solo, un’azienda che cambia pelle e un salotto romano dove il potere continua a riconoscersi a colpo d’occhio. 

Il battesimo di Cappellini a Repubblica e gli incroci della politica romana: lo spiffero del giorno
Monica Giandotti.

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole

Nessuno se l’aspettava: il governatore della Regione Lombardia Attilio Fontana che attacca il “suo” ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. E lo fa per ragioni tecniche, denunciando con i numeri le poche risorse umane dedicate alla sicurezza che per decisione del Viminale arriveranno nella sua regione: «Politicamente è un segno ulteriore di sottovalutazione delle necessità del Nord produttivo, della Lombardia, di Milano: l’assegnazione del 6 per cento dei nuovi agenti a una regione che rappresenta il 17 per cento della popolazione e il 23 per cento del Pil appare penalizzante e rischia di non rispondere alle crescenti richieste di sicurezza di un territorio così nevralgico per il Paese. Questa scelta riflette una logica che non sa leggere il territorio». Piantedosi, che si fa notare nelle sue visite a Benevento e nel sud del Lazio, a Fondi, ormai è nel mirino della Lega del nord, dove si deve anche cercare un posto alternativo per Matteo Salvini, dato che il ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture è solo una “grana” che certo non porta popolarità, ma solo gli improperi dei viaggiatori. «Al Viminale mai più un cosiddetto tecnico, ci deve essere un politico», ripetono, uno dopo l’altro, i comandanti leghisti che vogliono evitare il tracollo del partito, specie adesso che il generale Roberto Vannacci si rafforza con la sua campagna sulla sicurezza. E uno come Fontana, quando parla, non può non essere ascoltato, specie se vuole coltivare l’idea di “scalare” la Lega e trovare un posto a Salvini, al Viminale.

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Attilio Fontana con Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (foto Imagoeconomica).

L’appoggio leghista a Buttafuoco: fibrillazioni alla Cultura

Ennesima divisione all’interno del ministero della Cultura, per colpa di Pietrangelo Buttafuoco: dopo che l’Europa ha sanzionato la Biennale di Venezia per la partecipazione russa alla kermesse, tagliando il finanziamento già concesso e pari a 2 milioni di euro, ecco che l’intellettuale siculo ha trovato la sponda di due partiti, i pentastellati e i leghisti. Ma se i primi sono all’opposizione, i secondi si trovano nella maggioranza governativa, e per di più con la sottosegretaria Lucia Borgonzoni proprio nel dicastero di via del Collegio Romano. Giusto per creare un altro problema al ministro Alessandro Giuli. Queste le parole di Borgonzoni: «Quanto sta accadendo con il caso Biennale è semplicemente inaccettabile. Un organismo politico, l’Unione europea, raccomanda a un ente tecnico, l’agenzia Eacea, di interrompere i contributi. Prima ancora che venga trovato, nell’eventualità ci fosse, un elemento concreto per giustificare questa decisione. Questa è la fine del diritto, una sentenza prettamente politica che danneggia chi da anni porta avanti un lavoro straordinario a Venezia. L’Italia e i suoi luoghi d’arte sono liberi e democratici, non c’è spazio per i ricatti economici di Bruxelles». La sottosegretaria ha trovato anche come alleato Luca Zaia, l’ex governatore della Regione Veneto, oltre al capogruppo dei cinque stelle al Senato, Luca Pirondini. Che è uno dei più battaglieri oppositori di Giuli…

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole

Federcasse copia l’Abi

Si sa, a Roma le sedi per ospitare gli eventi non sono tantissime quando è previsto l’afflusso di tanti partecipanti. Occorre fare un’analisi dei costi e dei benefici, con frasi ripetute all’infinito come «no, la Nuvola di Fuksas no, è troppo cara», oppure, «sì, quel centro congressi andrebbe bene, ma è troppo lontano». E allora che si fa? Si va nell’Auditorium della Tecnica di Confindustria, all’Eur, ma meglio di giorno, perché al calar delle tenebre la zona pullula di presenze poco raccomandabili. Quindi, mercoledì 15 luglio, ecco che arriva l’Abi, l’Associazione bancaria italiana, con il presidente Antonio Patuelli, per la classica assemblea dove partecipano il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta e il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti. Due giorni dopo, il 17 luglio, stessa sede per “Generare futuri. 135 anni della Rerum Novarum, 80 anni di Repubblica, 10 anni dalla Riforma delle Bcc”, ossia il titolo al centro dell’assemblea annuale di Federcasse, l’associazione nazionale delle Banche di Credito Cooperativo, Casse Rurali e Casse Raiffeisen. Qui non ci sarà Panetta, ma la “Lectio Cooperativa 2026” verrà affidata a Piero Cipollone, componente del comitato esecutivo della Banca centrale europea e presidente della Task Force di alto livello dell’Eurosistema per l’euro digitale.

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole

Quelle pellicce di Fendi che non piacciono: Mazzantini nel mirino

I problemi alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea (Gnamc) di Roma non mancano mai: le proteste dei dipendenti contro la direttrice Renata Cristina Mazzantini, innanzitutto, e poi le mostre che fanno discutere. L’ultima è quella di Fendi, con annessa sfilata: per evocare la storia del brand è stata riproposta un’esposizione di una quarantina d’anni fa, dove protagoniste erano anche le pellicce della casa di moda. Pellicce che, se una volta venivano elogiate da quasi tutto il pubblico, ora sono viste come nemiche della sostenibilità: così, ecco che alcune reti televisive non hanno potuto parlare della mostra perché «la policy aziendale non lo permette», per il sostegno alle cause animaliste e per non avere noie con i movimenti green. Qualcuno evoca interrogazioni parlamentari per denunciare la presenza delle pellicce. Fatto sta che l’evento modaiolo non ha permesso di valorizzare il restauro di un giardino della galleria, anche perché tutti erano impegnati a passeggiare con calici di champagne tra le mani…

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Alessandro Giuli e Renata Cristina Mazzantini (foto Imagoeconomica).

De Niro a Roma, tra film e alberghi

Robert De Niro nella Capitale. Lunedì 13 luglio l’attore è presente per gustarsi la versione restaurata di Novecento di Bernardo Bertolucci, nel 50esimo anniversario del film, uscito nel 1976. A dialogare con De Niro – che di Novecento è protagonista, nei panni del possidente terriero Alfredo Berlinghieri, assieme a Gérard Depardieu, che interpreta invece il contadino Olmo Dalcò – sono stati chiamati Antonio Monda e Valerio Carocci. Ma De Niro deve anche controllare il “suo” albergo di via Veneto, Nobu Hotel, di cui è socio proprietario, e valutare le prossime mosse.

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Robert De Niro (Ansa).

Persol, quanti occhiali al premio Strega…

Se a Roma vedete un “vip” con dei nuovi occhiali da sole griffati Persol, li ha presi alla cena del premio Strega. Sì, perché in occasione dell’evento mondan-letterario che si è svolto in Campidoglio, nel desco riservato ai personaggioni capitolini al tavolo c’erano degli oggetti, ossia appunto gli occhiali da sole Persol e le agendine Pineider. Ovviamente sono spariti tutti i “gift”, con approcci leggendari per dissimulare la “presa di possesso”, come quella signora che ha utilizzato tovagliolo per occultare all’interno gli occhiali e riporli lentamente nella borsa. Sui siti delle vendite online si trova qualcosa, comunque, di quella razzia “culturale”…

Stefano Cappellini nominato direttore ad interim di Repubblica

Il Gruppo Gedi ha nominato Stefano Cappellini direttore responsabile ad interim di Repubblica con effetto immediato. L’ha annunciato l’editoe spiegando che «forte della sua profonda conoscenza del giornale, della sua redazione e dei suoi valori, Cappellini assumerà la piena responsabilità della direzione editoriale della testata fino al completamento definitivo del processo di nomina del direttore responsabile». La nomina segue le dimissioni di Mario Orfeo.

È stato direttore de Il Riformista e caporedattore de Il Messaggero

Entrato nel giornale nel 2016, ha ricoperto incarichi di crescente responsabilità, affermandosi come una delle firme di riferimento nell’analisi politica e nell’attualità. In precedenza ha diretto Il Riformista ed è stato caporedattore de Il Messaggero. «Desidero rivolgere a Stefano Cappellini i miei migliori auguri per questa nuova responsabilità», ha dichiarato Mirja Cartia d’Asero, amministratore delegato del Gruppo Gedi. «Sono certa che la sua solida esperienza, il suo lungo impegno nel giornale e le sue straordinarie qualità professionali gli consentiranno di guidare Repubblica con autorevolezza durante questa fase di transizione».

L’Unità, la trattativa Pd-Romeo e il piano B Schlein

No, non è finita. Il 7 luglio l’editore Alfredo Romeo ha sospeso le pubblicazioni de l’Unità, motivando la decisione con il fallimento della trattativa per riportare il quotidiano sotto il controllo del Partito Democratico. In realtà, a quanto filtra dal Nazareno, potrebbe trattarsi solo di una tappa intermedia di una trattativa che, in effetti, facilissima non è. Ma nemmeno naufragata.

Dalla prima crisi ai progetti di rilancio

Il nodo è tutto nella compagine societaria che dovrà gestire il rilancio del giornale fondato nel 1924 da Antonio Gramsci. Romeo vuole un riconoscimento per averlo salvato dalla morte definitiva nel 2023, acquistandolo all’asta per 910 mila euro e quindi impedendo che il suo centenario si trasformasse in un mesto ricordo del caro estinto. I problemi de l’Unità sono di antica data. Nel 1997 sono entrati a far parte della compagine gli imprenditori Alfio Marchini e Giampaolo Angelucci, quest’ultimo oggi editore di Libero, il Giornale e Il Tempo. La débâcle dei giornali, non solo di partito, era già ben avviata e nel 2000 c’è stata la prima sospensione delle pubblicazioni. Fu un vero e proprio trauma per l’intellighenzia progressista, che si mobilitò attraverso una cordata guidata dall’editore Alessandro Dalai: nel 2001 il giornale è tornato in edicola, affidato alla direzione di Furio Colombo.

L’Unità, la trattativa Pd-Romeo e il piano B Schlein
Concita De Gregorio (Imagoeconomica).

Da Soru a Romeo

Nel 2008 lo ha acquistato Renato Soru, patron di Tiscali e poi presidente della Regione Sardegna ed europarlamentare. Su consiglio di Walter Veltroni, Soru ha affidato la direzione a Concita De Gregorio. I conti continuavano però a essere più rossi della testata e la non condivisione del piano di risanamento ha portato a una nuova sospensione nell’agosto 2014. L’anno successivo, sotto la segreteria di Matteo Renzi, l’ennesimo tentativo di rilancio è stato affidato a una compagine della quale la fondazione Eyu, legata al Pd, controllava il 20 per cento, mentre l’80 per cento era nelle mani della Piesse, società editoriale nata in seno alla Pessina Costruzioni di Massimo Pessina, proprio per acquisire il controllo dello storico foglio d’informazione. Non a caso, Piesse apparteneva per il 40 per cento allo stesso Pessina e per il restante 60 per cento a Guido Stefanelli, ad della società di costruzioni con una specializzazione nel risanamento di aziende in difficoltà. Nel caso specifico, l’operazione non è riuscita alla perfezione: nel giugno 2017 l’Unità è sparita per l’ennesima volta dalle edicole, avviando una procedura fallimentare terminata solo nel 2023 con l’avvento di Romeo, imprenditore attivo nei settori Real Estate, Property Management, hotellerie di lusso e servizi urbani infrastrutturali. Operazione peraltro non esente da polemiche, vista l’esclusione di un’ampia parte dei giornalisti che facevano parte della redazione. Fin da allora, però, Romeo prospettava il ritorno della testata nell’alveo del Pd come traguardo naturale della sua iniziativa imprenditoriale.

L’Unità, la trattativa Pd-Romeo e il piano B Schlein
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

La trattativa in corso

Nel progetto di Romeo, però, c’è la permanenza nella cabina di comando del giornale, seppure con un ruolo minoritario. L’imprenditore è pronto a cedere il 90 per cento de l’Unità al Pd a «un prezzo meramente simbolico», mantenendo però nelle proprie mani il residuo 10 per cento. L’idea non convince affatto i vertici dem, che vorrebbero segnare una netta discontinuità rispetto alla soluzione adottata in epoca renziana. Per un partito politico che ambisce a conquistare il governo del Paese, entrare in affari con un imprenditore privato non è considerata una buonissima idea e questo a prescindere da Romeo e dai suoi coinvolgimenti professionali con il settore pubblico: varrebbe per chiunque. Per convincerlo a cambiare idea, il Pd ha messo sul tavolo un’offerta importante: circa un milione di euro, ben più sostanziosa di quanto speso per l’acquisto all’asta e ancora più rilevante se consideriamo lo stato di salute del mercato editoriale. Romeo per ora non cede e lo stop delle pubblicazioni è un netto segnale della sua determinazione in tal senso. Vedremo se sarà anche un ultimatum.

L’Unità, la trattativa Pd-Romeo e il piano B Schlein
La sede del Pd (Imagoeconomica).

La svolta progettata da Elly Schlein

A quanto Lettera43 può rivelare, il Pd sta pensando a un piano-B molto diffuso in editoria (e non solo): la formula del rent-to-buy, ovvero l’acquisto finalizzato al successivo passaggio di proprietà. Questo consentirebbe a Romeo di ottenere il suo riconoscimento come proprietario effettivo della rinata Unità, ma col controllo operativo interamente in mano alla struttura che il Pd intende formare ad hoc, mettendosi al riparo da qualunque interpretazione maliziosa. Dopo un periodo di transizione di alcuni anni (circa otto, si mormora), ci sarebbe il passaggio di proprietà definitivo, con il ritorno della testata nella sua casa naturale, il Nazareno.

L’Unità, la trattativa Pd-Romeo e il piano B Schlein
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Il Pd vuole fare l’editore, ma puro

Il dossier è nelle mani di Michele Fina, giovane senatore e tesoriere dei dem. È lui a descrivere la situazione come «il mondo alla rovescia», perché ormai da 30 anni i giornali cercano imprenditori disposti a sostenerli – e faticano a trovarli – mentre nel caso specifico il partito vuole andare avanti con le proprie gambe, configurandosi come editore «puro» in un mercato dove la quasi totalità dei player ha invece altri core-business. L’obiettivo del Pd non è certo realizzare margini economici. L’investimento iniziale è importante, ma la gestione sarà necessariamente affidata ai pochi dipendenti rimasti in redazione (circa sei), rafforzati da molti collaboratori. Sono previsti anche successivi interventi di sostegno al ritorno in auge della testata, nel contesto di un piano economico che punta al pareggio.

L’Unità, la trattativa Pd-Romeo e il piano B Schlein
Michele Fina (Imagoeconomica).

Si punta a chiudere l’operazione prima delle Politiche

Il vero scopo dell’operazione è, ovviamente, identitario. Le vicissitudini del proprio giornale di riferimento hanno rappresentato una ferita per l’elettorato storico del partito, che in questo periodo dell’anno si raduna nelle varie feste che ancora si chiamano dell’Unità, nonostante tutto. Il progetto editoriale non è ancora definito e quindi è molto presto per capire chi erediterà la direzione oggi affidata a Piero Sansonetti. Ma da qui alle elezioni politiche del 2027, salvo che non vengano anticipate, si punta a chiudere l’operazione sul piano formale, così da affrontare la difficile sfida a Giorgia Meloni con l’ausilio della storica testata. Fondata da Antonio Gramsci e (auspicabilmente) resuscitata da Elly Schlein. L’importanza politica di questa sfida è ben sottolineata dall’appello rivolto sia a Romeo che al Pd affinché la trattativa vada a buon fine, un’iniziativa firmata, tra gli altri, da Dacia Maraini, Gad Lerner, Nadia Urbinati, Anna Foa, Fausto Bertinotti, Moni Ovadia, Ivano Fossati ed Edith Bruck, scrittrice sopravvissuta ad Auschwitz. Un sogno collettivo di una sinistra orgogliosa delle proprie radici.

L’Unità, la trattativa Pd-Romeo e il piano B Schlein
Piero Sansonetti (Imagoeconomica).

C’è un solo modo per battere la destra e fin qui la sinistra ha sbagliato tutto

«Per quel che riguarda il pane la cosa è chiara, per quel che riguarda la pace anche. Ma la questione cardinale della primavera va risolta a ogni costo». Vladimir Majakovskij scrive questi versi in anni in cui in Europa stanno montando paure e smarrimenti collettivi che preparano l’ascesa dei regimi totalitari. Tempi che assomigliano molto a quelli che stiamo vivendo noi ora.

L’utopia concreta lanciata da Bifo

Corsi e ricorsi. Suggestioni. Che ripropongono «la questione cardinale della primavera», nella sua invocazione di bellezza, di invito a superare le contingenze materiali e politiche, per abbracciare un cambiamento radicale. A proporre questo esercizio di “utopia concreta“, di sfida temeraria a un sistema incapace di sopire un bellicismo trionfante e di ristabilire un clima sociale positivo, è Franco Berardi detto Bifo. Lo storico agitatore politico e digitale che dalle proteste del ’77, che ebbero il loro epicentro a Bologna (Radio Alice e gli Indiani metropolitani), a oggi non ha mai smesso di fare sentire la sua voce eretica e ripropone ora la questione della primavera. Non una primavera simbolica, bensì quella che ci attende il prossimo anno. La primavera del 2027.

C’è un solo modo per battere la destra e fin qui la sinistra ha sbagliato tutto
Franco Bifo Berardi (da Fb).

Per scongiurare il peggio serve l’imprevedibile 

Si voterà infatti in importanti Paesi europei. In Francia, Spagna, Grecia, Italia, e ovunque è forte il rischio di generalizzata avanzata della destra estrema. «Non possiamo essere sicuri di nulla», scrive Bifo, «neppure del fatto che nella primavera del 2027 ci saremo ancora, né che le condizioni di civiltà minime per svolgere elezioni politiche esisteranno ancora. Il nazionalismo russo e quello ucraino, il nazismo sionista, la mafia guerrafondaia trumpista stringono in una morsa i destini del continente, mentre dall’interno monta un’onda nera e i razzisti si preparano a dare il colpo di grazia in Germania e nel Regno Unito». Supponiamo invece che fra un anno siamo ancora qui, continua, in quel caso nell’area mediterranea dobbiamo attenderci l’accentuazione dei fattori di crisi più importanti: riarmo accelerato, guerra, recessione, dilagare delle aggressioni razziste, deportazioni, sprofondamento delle condizioni sociali. L’incipit è catastrofico, però il seguito prende quota velocemente e con piglio quasi allegro prova a delineare un approccio reattivo e positivo. «Certo se realisticamente si valuta che il peggio sia inevitabile occorre che qualcuno si occupi dell’imprevedibile». 

C’è un solo modo per battere la destra e fin qui la sinistra ha sbagliato tutto
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Perché fin qui la sinistra ha sbagliato tutto

Sembra un esercizio di prestidigitazione, ma vale la pena seguire il ragionamento di Bifo. La premessa è che non si può rispondere razionalmente a chi è irragionevole. Non si può opporre la ragione a chi fa discorsi di pancia. Ma rifiutando il catastrofismo della destra, come se implicasse venir meno a questioni di stile, la sinistra ha sbagliato completamente, perché i toni catastrofici («siamo invasi», «la nostra civiltà è sotto attacco», «il nostro benessere è a rischio») sono nel sentimento della maggioranza degli europei. Spiace prenderne atto, ma non siamo mai stati così depressi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Bisogna dunque cambiare registro, ma non seguendo il copione della destra, bensì ribaltandolo completamente. Alle cupe narrazioni nordiche che hanno ispirato e ancora ispirano il nazismo, alle mitologie della destra fondate sull’identità, la proprietà, la competizione, la nazione bisogna opporre le solari mitologie mediterranee: conviviali, rilassanti, sensuali.

La terapia paradossale permette di uscire dalla trappola

La “questione della primavera” prossima ed elettorale, nel pensiero di Bifo, si riassume in questo rovesciamento di prospettiva, metodo e contenuti. Ovvero applicando alla politica la «terapia paradossale» che ha i suoi teorici nella Scuola di Palo Alto, nello psicanalista Paul Watzlawick e nell’antropologo Gregory Bateson. È una modalità terapeutica per quelle situazioni in cui sembra impossibile guarire una patologia resistente a ogni cura, che consiste nel ridefinire il campo e modificarne il perimetro, nel non rispettare le regole del gioco e nel confondere le identità: pragmatica paradossale. Watzklawick parla di «ristrutturazione del campo», che significa cambiamento delle premesse e del significato che attribuiamo alle parole, definizione di una cornice imprevista per l’azione, che permetta di uscire dalla trappola costituita dalle regole stabilite. La ristrutturazione non modifica i fatti concreti, ma i significati attribuiti alla situazione, e in tal modo instaura un nuovo gioco.

Il terreno su cui ci si deve confrontare è quello della follia

Se trasferiamo, sempre seguendo il ragionamento di Bifo, questa metodologia del paradosso alla politica e alla competizione elettorale della prossima primavera, il confronto e il programma devono essere di tutt’altro tipo e tono di quelli usati sin qui.

Di fronte a esagitati e fuori di testa, a personaggi che si comportano e dicono cose assurde occorre mettersi sullo stesso piano, ancorché con valori e proposte radicalmente opposti. Ma altrettanto fantastici e paradossali. Perché la ragionevolezza non basta di fronte alla follia. Dunque è sul terreno della follia che occorre misurarsi.

«Quel che occorre», scrive Bifo, «è un programma inverosimile: un limite all’orario di lavoro settimanale di 36 ore con penalità per le aziende che non lo rispettano, aumenti salariali uguali per tutti, azzeramento della spesa militare, penalizzazione economica per chi produce e diffonde plastica, regolarizzazione di cinquecentomila migranti».

C’è un solo modo per battere la destra e fin qui la sinistra ha sbagliato tutto
Elly Schlein e Giuseppe Conte (foto Ansa).

Rispolveriamo i vecchi slogan del ’68 e del ’77

Su questo tono si potrebbe continuare, magari riproponendo e ripescando slogan del ’68 e del ‘77. «Vogliamo tutto e subito», «Chiediamo l’impossibile», «Reddito intero lavoro zero: tutta la produzione all’automazione». Ma in realtà la provocazione del contestatore di sempre del sistema capitalistico, che invita a cambiare gioco e campo da gioco, non è così folle come sembra. Cosa fanno infatti e come si comportano i vari Putin, Musk, Trump e compagnia varia di folli, mai così numerosi come in questi ultimi anni? Se ci limitiamo al presidente Usa, vediamo come equilibrio e ragionevolezza siano completamente assenti. Dice cose tremende, parla di amore nei vertici Nato, chiama l’Iran la repubblica islamica del Giappone, minaccia sfracelli se non si fa come dice lui, al mattino dice e al pomeriggio smentisce. In altre parole Trump non gioca sul campo condiviso, ma solo sul campo che decide lui. Sulla base di quel che gli gira o ritiene per lui più conveniente.

C’è un solo modo per battere la destra e fin qui la sinistra ha sbagliato tutto
Donald Trump e Vladimir Putin (Ansa).

Più che un programma da campo largo ne occorre uno da altro campo

Arduo che in vista della prossima primavera elettorale Schlein, Conte e soci prendano alla lettera i consigli di Bifo. Però una dichiarata propensione a non inseguire la destra sul suo terreno, varando un programma non da campo largo ma da altro campo, aiuterebbe. Proposte sfidanti, progetti ambiziosi e toni conviviali, accoglienti, aperti sarebbero un buon modo di porre la “questione della primavera”. Di rivolgersi, e forse essere ascoltati, da quel 50 per cento di italiani che non va più a votare perché sinistra e destra sono uguali.

Il costo dell’infertilità tra investimenti, ritorni e il solito ritardo italiano

Per anni la procreazione medicalmente assistita (Pma) è stata raccontata come una questione etica, sanitaria o individuale. Meno si è parlato del suo impatto economico. Eppure, l’infertilità ha un costo che va ben oltre quello sostenuto dalle persone: pesa sul Servizio sanitario nazionale, alimenta la mobilità sanitaria e il turismo procreativo, si intreccia con il calo delle nascite e, in ultima analisi, con la sostenibilità economica del Paese.

L’infertilità riguarda circa una persona su sei nel mondo

Secondo il registro nazionale della Pma dell’Istituto superiore di sanità, nel 2023 sono state trattate in Italia 89.870 coppie e, grazie alla procreazione medicalmente assistita, sono nati 17.235 bambini, pari al 4,5 per cento delle nascite. Numeri in crescita, mentre quello totale dei nuovi nati continua a diminuire. E non si tratta di un tema solo italiano: l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) stima che l’infertilità riguardi circa una persona su sei nel mondo, rendendola una questione di salute pubblica prima ancora che un problema individuale.

Il conto pagato dalle coppie, con forti differenze territoriali

Per chi affronta un percorso di Pma il costo è in larga parte privato. Prima dell’ingresso della fecondazione assistita nei Livelli essenziali di assistenza (Lea), molte coppie sostenevano integralmente le spese, spesso ricorrendo al settore privato o spostandosi in altre regioni o all’estero. Anche oggi, però, nonostante l’inserimento nei Lea rappresenti una svolta importante, rimangono forti differenze territoriali: in diverse aree del Paese i centri pubblici sono ancora insufficienti, le liste d’attesa lunghe e la mobilità sanitaria resta elevata.

Il costo dell’infertilità tra investimenti, ritorni e il solito ritardo italiano
Il costo della Pma è in larga parte privato (foto Unsplash).

Il costo di un percorso non si limita alla procedura medica: farmaci, viaggi, trasferte (anche all’estero) possono trasformare il desiderio di avere un figlio in un investimento da migliaia o decine di migliaia di euro. A queste cifre si aggiungono quelle più difficili da quantificare: il tempo sottratto al lavoro, gli spostamenti continui verso i centri specializzati e, non di rado, la necessità di rinviare o modificare progetti di vita e professionali.

Quanto costa allo Stato? Cosa dice lo studio italiano

Se il costo per le coppie è evidente, meno intuitivo è quello sostenuto dal sistema pubblico. Negli ultimi anni il dibattito si è concentrato soprattutto su quanto costi finanziare la Pma, più raramente ci si è chiesti quanto costi, invece, non finanziarla. In questo cambio di prospettiva si inserisce uno studio italiano pubblicato nel 2025 sulla rivista Health Economics Review, che, per la prima volta, prova a misurare non soltanto la spesa sostenuta dal Servizio sanitario nazionale, ma anche il vantaggio economico che le nascite ottenute grazie alla Pma possono generare nel lungo periodo.

La Pma come investimento che garantisce un ritorno fiscale positivo

Matteo Scortichini, statistico alla facoltà di Economia dell’Università di Roma Tor Vergata, e tra gli autori della ricerca, spiega a Lettera43: «La Pma non dovrebbe essere valutata esclusivamente come una prestazione sanitaria che genera costi immediati. Nel nostro lavoro abbiamo stimato che, a fronte di una spesa sanitaria rilevante, le nascite ottenute tramite Pma possono generare nel corso della vita un ritorno fiscale positivo per lo Stato, attraverso contributi, imposte e partecipazione futura al mercato del lavoro».

Il costo dell’infertilità tra investimenti, ritorni e il solito ritardo italiano
Coltura embrionale osservata al microscopio (foto Ansa).

Naturalmente, avverte Scortichini, questo non significa che la fecondazione assistita possa invertire da sola il declino demografico italiano. «Non può risolvere il problema né sostituire politiche più ampie per la natalità, il lavoro femminile e la conciliazione famiglia-lavoro. Ma, se inserita in una strategia pubblica, può essere letta come investimento sociale ed economico, non soltanto come costo sanitario».

In Francia il tema della fertilità da anni è parte integrante del welfare

Il confronto europeo dimostra come la fertilità possa essere affrontata come una leva di politica sociale ed economica. La Francia, per esempio, da alcuni anni ha iniziato a considerare la procreazione medicalmente assistita parte integrante del suo sistema di welfare, tant’è che la legge di bioetica del 2021 ha esteso l’accesso alla Pma anche alle donne single e alle coppie di donne.

Il costo dell’infertilità tra investimenti, ritorni e il solito ritardo italiano
Una conferenza stampa dell’Associazione per la libertà di ricerca scientifica Luca Coscioni (foto Ansa).

In Italia, invece, l’accesso resta limitato alle sole coppie eterosessuali e, per superare questa disparità, l’Associazione Luca Coscioni ha lanciato la proposta di legge di iniziativa popolare “Pma per tutte”, per portare la riforma in parlamento.

La Spagna è il principale polo europeo della medicina della riproduzione

Diverso è il caso della Spagna, che oltre ad avere una normativa tra le più avanzate d’Europa, è diventata il principale polo continentale della medicina della riproduzione. Ogni anno migliaia di pazienti stranieri scelgono le cliniche spagnole per la maggiore disponibilità di donatrici di ovociti, i tempi d’attesa più contenuti e l’elevata specializzazione dei centri.

Al contrario, da noi il ritardo culturale e organizzativo sulla donazione di gameti continua a pesare: la fecondazione eterologa era vietata dalla Legge 40, ma è stata resa legale nel 2014 dalla Corte costituzionale. Il sistema nazionale della donazione, però, non è mai decollato e quasi tutti i gameti utilizzati dai centri italiani di Pma provengono ancora da banche estere, soprattutto spagnole (il 98,9 per cento degli ovociti donati, secondo l’ultima relazione del ministero della Salute).

Il costo dell’infertilità tra investimenti, ritorni e il solito ritardo italiano
Il liquido follicolare appena prelevato. Dalla provetta verranno estratti gli ovociti (foto Ansa).

Significa che l’Italia – anche attraverso il nostro Ssn – è costretta ad acquistare materiale biologico all’estero, finendo per alimentare un mercato sviluppato oltreconfine. Non è un caso che tra le proposte dell’Associazione Luca Coscioni ci sia anche quella di introdurre un congruo rimborso delle spese per le donatrici di gameti, sul modello di altri Paesi europei.

Investire prima: cos’è il social freezing

La Regione Puglia, nel 2025, è stata la prima in Italia a introdurre un contributo fino a 3 mila euro per il social freezing destinato alle donne tra i 27 e i 37 anni con Isee non superiore a 30 mila euro, mentre iniziative analoghe sono al vaglio o in discussione in altre Regioni, dal Veneto alla Sicilia, dalla Toscana alla Basilicata. L’obiettivo non è incentivare una maternità tardiva né presentare la crioconservazione degli ovociti come garanzia di gravidanza futura, ma offrire uno strumento in più in un Paese in cui l’età media al primo figlio continua ad aumentare.

Il costo dell’infertilità tra investimenti, ritorni e il solito ritardo italiano
Il congelamento degli ovociti (foto Ansa).

Anche sotto il profilo economico la logica è quella della prevenzione: preservare la fertilità quando le probabilità di successo sono maggiori potrebbe ridurre in futuro il ricorso a trattamenti più complessi, costosi e meno efficaci. È la stessa conclusione a cui è arrivato anche lo studio sopracitato, firmato da Andrea Marcellusi, Matteo Scortichini, Giulio Guarnotta, Mark Connolly e Andrea Busnelli, e che ha individuato proprio nell’accesso più precoce ai trattamenti uno degli elementi in grado di massimizzare i benefici sanitari ed economici della Pma.

Repubblica, l’assemblea dei giornalisti sfiducia il direttore dimissionario Orfeo

L’assemblea delle giornaliste e dei giornalisti di Repubblica ha accolto con stupore le dimissioni del direttore Mario Orfeo, che da settembre ricoprirà il medesimo ruolo in un’azienda concorrente (Editoriale Nazionale, editore di Qn, Resto del Carlino, Nazione e Giorno). I cronisti l’hanno sfiduciato in nome del conflitto di interessi che si viene a creare tra l’attuale direzione di Repubblica e l’annunciato incarico. «Direttore, riteniamo che non sia opportuno che da oggi faccia il giornale, visto che è stato ufficialmente comunicato il tuo passaggio alla concorrenza», ha detto Matteo Pucciarelli, membro del Comitato di redazione (a nome di tutta la rappresentanza sindacale), durante la consueta riunione del mattino. Orfeo avrebbe replicato preannunciando una denuncia all’Ordine dei giornalisti, continuando poi la riunione. Il Cdr presenterà anche al presidente del cda Mirja Carta D’Asero la richiesta di sospenderlo dalla funzione di direttore, sostenendo che i vicedirettori possono guidare il giornale nell’attesa della nomina del nuovo capo.

Il Cdr: «Urgente nuovo direttore che rispecchi i valori del giornale»

In una nota, il Cdr ha aggiunto che «la redazione, nei mesi di trattativa tra la vecchia e nuova proprietà, non ha mai smesso di avere una posizione critica, pubblica e di grande preoccupazione per il destino editoriale di Repubblica». E ancora: «I primi mesi dopo l’acquisizione di Antenna sono stati sinora di stallo, un tempo di incertezza che non può durare oltre. Pretendiamo un piano industriale, un serio progetto di rilancio e il coinvolgimento della redazione negli investimenti del gruppo Antenna in Italia. È urgente, intanto, la nomina di un nuovo direttore, in grado di rispecchiare appieno i valori fondativi di Repubblica, in linea con la storia e l’identità del giornale e di chi lavora al quotidiano con passione e impegno». Intanto martedì sarà a Roma Theodore Kyriakou, presidente del Gruppo Antenna, anche se al momento non ci sono incontri convocati con il Cdr.

Sanità, quali sono le Regioni con l’assistenza migliore (e peggiore)

La Regione italiana capace di offrire la migliore assistenza sanitaria è il Veneto. Lo evidenzia il Nuovo sistema di garanzia allestito dal ministero alla Salute, basata su 88 indicatori suddivisi nelle tre macroaree di prevenzione, assistenza distrettuale e ospedaliera, a cui è stato assegnato un punteggio compreso tra 0 e 100, per un massimo teorico di 300 punti. Subito dietro il Veneto, che svetta con 288 punti, l’Emilia-Romagna (282) riesce a conquistare la seconda posizione, scavalcando la Toscana (280) che scivola così al terzo posto. Il top five poi il Piemonte (272) e la Provincia autonoma di Trento (271).

Lombardia in sesta posizione

I dati si riferiscono al 2024. La Lombardia (270) si trova in sesta posizione, seguita da Umbria (254), Liguria (250), Friuli Venezia-Giulia (248) e Puglia (242), prima Regione del Sud. Scorrendo la classifica troviamo poi appaiate Marche e Lazio (237), seguite da Abruzzo (229), Valle d’Aosta (213), Sardegna (212) e Campania (209).

Ultima in classifica la Calabria

Per quanto riguarda la parte bassa della classifica, in quint’ultima posizione c’è la Provincia autonoma di Bolzano (206, peggior risultato per un territorio del Nord). Appena sotto la Basilicata (205). Terzultima la Sicilia (196), poi il Molise (192). Fanalino di coda la Calabria (189).

Come funziona il calcolo del Ministero

Il Nuovo sistema di garanzia valuta la qualità dell’assistenza sanitaria erogata attraverso un’analisi capillare. Il modello prevede 88 indicatori, a loro volta suddivisi in sottoindicatori, raggruppati in tre macroaree:

Prevenzione collettiva: include parametri come la copertura vaccinale nei bambini e l’efficacia delle campagne di screening.

Assistenza distrettuale: analizza la gestione delle cure sul territorio, l’appropriatezza prescrittiva dei farmaci e la tempestività dei mezzi di soccorso.

Assistenza ospedaliera: monitora l’efficienza dei ricoveri, la percentuale di parti cesarei e i tassi di mortalità a breve termine per patologie acute come l’ictus.

Villa Frescot degli Agnelli in vendita su Sotheby’s e le altre pillole del giorno

Con queste temperature canicolari, ci vuole un po’ di Frescot. Cioè Villa Frescot, la storica casa della famiglia Agnelli sulle colline torinesi, dove l’Avvocato Gianni è morto nel 2003. La novità è che la vendita della dimora ottocentesca è stata affidata alla società immobiliare di lusso Sotheby’s, perché fin qui, nei quasi tre anni in cui è rimasta sul mercato, di offerte concrete ne sono arrivate pochine, e di sicuro lontane da quanto richiesto: si era parlato inizialmente di 10 milioni, poi a quanto pare scesi a 6. Tra gli interessati si vociferava ci fosse Tamīm bin Ḥamad Al Thani, emiro del Qatar a capo del consiglio di amministrazione di Qatar Investment Authority, fondo da 600 miliardi di dollari. Ma non se n’è fatto niente. L’abitazione è composta in tutto da tre edifici distinti, per un totale di oltre 1.000 metri quadri di spazio abitabile, con 29 camere, 15 bagni e trattativa rigorosamente riservata. Margherita Agnelli, figlia di Gianni, ha deciso di liquidare l’immobile sul quale non ci sono rischi giudiziari, dato che non fa parte della guerra ereditaria con John, Lapo e Ginevra Elkann. Sotto il video promozionale su Instagram ha commentato anche l’ex giocatore e bandiera della Juventus Claudio Marchisio, scrivendo «stupenda». Anche se chi era davvero interessato era stato invitato dalla pagina social di Sotheby’s a scrivere «Frescot» per avere maggiori dettagli…

Per questi Mari

Dicevano che Michele Mari, dopo la disavventura sul pulmino insieme ai colleghi finalisti del premio Strega 2026, avrebbe avuto poche possibilità di vittoria. E invece niente da fare, nonostante le reprimende di Teresa Ciabatti & co. per le parole dette dallo scrittore su Michela Murgia: alla fine Mari, in giacca e cravatta, ha conquistato l’ambito riconoscimento, sulla piazza del Campidoglio. I convitati di pietra piace, anche se lo stesso autore lo ha definito «cinico» e «sadico». Un libro scritto in un mese, che non è certo un record ma indica la volontà di mettere nero su bianco, rapidamente, una storia. Lui stesso ama di più un altro suo titolo, Leggenda privata, ma la spiegazione che fornisce appare convincente: «Tutti i libri di uno scrittore sono come i figli, pezzi di cuore, di anima. Certo mi fa un po’ impressione che questo titolo in particolare verrà associato a questa vittoria a discapito di altri. Il mio compito sarà consolare un po’ i figli minori perché si sentano tutti figli dello stesso padre». Conduzione televisiva affidata a Pino Strabioli, che se la cava sempre meglio di Gigi Marzullo. Nessuna traccia di Geppi Cucciari (Sangiuliano, remember?), il ministro della Cultura Alessandro Giuli c’era, la serata è filata liscia come l’olio. Bollente. Immancabile la presenza dell’eterna Dacia Maraini. Nessuna nostalgia del Ninfeo di Villa Giulia, la piazza del Campidoglio va bene per lo Strega.

Villa Frescot degli Agnelli in vendita su Sotheby’s e le altre pillole del giorno
Lo scrittore Michele Mari vincitore della 80esima edizione del Premio Strega (foto Ansa).

Meglio lasciare perdere i treni, Salvini punta sugli aerei

È stata una giornata dedicata agli aerei, quella di mercoledì 8 luglio, anche perché ai treni è meglio non avvicinarsi per tutta la settimana, con i problemi che ci sono tra Milano e Roma per colpa dei lavori a Firenze: così Matteo Salvini, in qualità di ministro per i Trasporti e le Infrastrutture, ha inaugurato il nuovo terminal all’aeroporto della Capitale. Oltre al leghista c’erano il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca e l’assessore ai Trasporti del Campidoglio Eugenio Patanè, «quello delle piste ciclabili». La struttura punta a servire con elicotteri e piccoli velivoli il collegamento con l’aeroporto di Fiumicino, e poi Pescara, Fano, Elba e Tortolì Arbatax. Non manca il servizio di caffetteria e ristorazione curato dall’Antico Forno Panella. Per il presidente di Enac Pierluigi Di Palma «si corona un sogno, con questo terminal ci avviamo verso un futuro di collegamenti aria-aria, anche attraverso i droni».

Cosa regala Erdogan? Pistole e pallottole

Pistole personalizzate con l’incisione del nome di ciascun destinatario e corredate di munizioni: questo è il regalo che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha voluto donare ai leader della Nato alla fine del vertice di Ankara. Era una riunione di guerrafondai, in fondo: la notizia è stata data da Keir Starmer, primo ministro britannico in carica ancora per qualche giorno prima che a Downing Street gli subentri Andy Burnham, già sindaco di Manchester. Mentre monta la curiosità di vedere dal vivo il revolver con la scritta “Giorgia Meloni”, un oggetto magari da porre sul tavolo di Palazzo Chigi durante gli incontri con gli alleati di governo, sul modello di certe assemblee di condominio (si scherza), il laburista comunque ha sottolineato di aver lasciato l’arma in Turchia, perché introdurla nel Regno Unito sarebbe stato illegale. Anche se nella tradizione turca porta sfortuna non accettare un presente, specie se viene consegnato dal leader della nazione: ma tanto Starmer il suo posto lo ha già perso, quindi peggio di così…

Villa Frescot degli Agnelli in vendita su Sotheby’s e le altre pillole del giorno
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan (foto Ansa).

Potere al popolo trionferà

A Napoli quelli di Potere al popolo si sono fatti sentire, durante l’incontro con il campo largo. Gli attivisti hanno movimentato non poco la kermesse, e alla fine è stato Angelo Bonelli, portavoce di Avs, uno di sinistra ma che è anche figlio di un carabiniere, a rispondere ai manifestanti dicendo che si trattava di una «provocazione inaccettabile», e beccandosi risposte impubblicabili. Chi invece ha mostrato un volto dialogante è stato il pentastellato Giuseppe Conte: «Venite a parlare con noi dall’altro lato», ha detto, sottolineando la disponibilità a un confronto diretto, senza dimenticare di affermare che «la differenza è che noi non vi toglieremo mai la vostra bandiera come voi avete fatto con il Movimento 5 stelle». Frase ad effetto: uno a uno, palla al centro. Dieci minuti di alta tensione, quelli vissuti a Napoli, che comunque verranno ricordati. Tanto che addirittura la premier Giorgia Meloni ha espresso la sua solidarietà (pelosa?) ai leader del centrosinistra contestati…

Secolo XIX, il casting degli Aponte per sostituire Brambilla

Da tempo si sa che gli Aponte, quelli di MSC crociere, non sarebbero particolarmente soddisfatti del direttore del Secolo XIX, quotidiano di cui hanno rilevato la proprietà da Gedi nel 2024. Il motivo sarebbe sempre lo stesso: Michele Brambilla, per altro scelto da loro, è poco incline ad accompagnare i desiderata dell’establishment cittadino, in particolare del presidente della Regione Marco Bucci, con cui si è spesso scontrato lamentandone l’invadenza. Così, con la pazienza degli armatori abituati a scegliere i comandanti delle loro navi, avrebbero aperto il casting per il nuovo direttore.

Secolo XIX, il casting degli Aponte per sostituire Brambilla
Gianluigi Aponte (Imagoeconomica).

Tra i nomi sondati c’è anche quello di Malaguti

Tra i nomi sondati c’è stato anche quello di Andrea Malaguti, appena uscito dalla direzione della Stampa in coincidenza del suo passaggio alla Sae di Alberto Leonardis. Un incontro c’è stato, ma per il momento senza seguito. Malaguti, dopo la direzione, è diventato editorialista del quotidiano torinese. La cosa curiosa, semmai, è un’altra. Se davvero il problema di Brambilla è quello di avere la schiena troppo dritta, quale ragionamento porta a pensare che Malaguti possa essere più disponibile a piegarla? Perché, con tutti i difetti che si possono attribuire ai due, ce n’è uno che difficilmente si può contestare loro: non hanno mai costruito la loro carriera inginocchiandosi davanti agli editori o ai potenti di turno. Forse il vero casting non è quello del nuovo direttore. È quello dell’editore ideale: uno che cerca un giornalista indipendente e poi non si stupisce se si comporta da giornalista come tale.

Secolo XIX, il casting degli Aponte per sostituire Brambilla
Andrea Malaguti (Imagoeconomica).

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Alla direzione della Provincia di Como arriva il vice di Sallusti

Mai sottovalutare il richiamo della Provincia. In questo caso quella di Como. Secondo i ben informati, il direttore del quotidiano lacustre Diego Minonzio starebbe per cedere il timone a Lorenzo Mottola, attuale vicedirettore di Libero. Non è dato sapere cosa abbia spinto Mottola, riminese classe 1980 e a Libero dal 2009, a lasciare via dell’Aprica e il quotidiano di Alessandro Sallusti per trasferirsi sul lago. Minonzio era entrato alla Provincia nel 1992, ricoprendo il ruolo di caporedattore centrale e di responsabile dell’edizione lecchese. Dal 2006 al 2011 era passato proprio a Libero come capocronista per Milano e la Lombardia, prima di tornare a Como come direttore de La Provincia.

Alla direzione della Provincia di Como arriva il vice di Sallusti
Diego Minonzio.

Sallusti porta Esperia a Libero: corsi social di Dettori e Zavalani per giornalisti

A Milano, in via dell’Aprica, non si respira. È tutta una colata di cemento bollente, ma nelle redazioni del gruppo editoriale del senatore Angelucci soffia una potente aria condizionata che attutisce l’afa irrespirabile. La stessa aria condizionata deve aver accolto nell’ufficio di Alessandro Sallusti, da poco nuovo direttore di Libero, un giovane “professore” dei social. Si tratta di Gino Zavalani, il direttore editoriale di Esperia, già vicino social media manager di Sallusti, che terrà insieme al suo editore Pietro Dettori – ex braccio destro di Gianroberto Casaleggio nel M5s delle origini poi di Luigi Di Maio e recentemente ‘arruolato’ nella campagna social per il Sì al referendum della giustizia – dei veri e propri corsi di formazione firmati Dors Media per la creazione di contenuti social alle firme del quotidiano cartaceo fondato da Vittorio Feltri.

Sallusti porta Esperia a Libero: corsi social di Dettori e Zavalani per giornalisti
Gino Zavalani (Imagoeconomica).

La sfida silenziosa tra Libero e il Giornale di Cerno

Ormai lo sanno anche i muri che l’informazione non passa più attraverso la carta stampata, ma dai reel di Instagram e da TikTok. Dunque Sallusti non poteva desiderare di meglio del tandem Zavalani-Dettori che con Esperia, che dietro alla dichiarata indipendenza dalla politica avrebbe contatti con la destra e con FdI, macinano numeri da capogiro sulle varie piattaforme. Un passaggio obbligato per rinnovarsi in quella sfida silenziosa tra Sallusti e il Giornale di Tommaso Cerno che, contro ogni previsione, non è riuscito a trovare la formula magica per ripetere il successo ottenuto con Il Tempo

Sallusti porta Esperia a Libero: corsi social di Dettori e Zavalani per giornalisti
Tommaso Cerno (Imagoeconomica).

L’Unità sospende le pubblicazioni: fallita la trattativa tra l’editore Romeo e il Pd

Nuova crisi per L’Unità. Alfredo Romeo, editore dello storico quotidiano della sinistra italiana, ha annunciato la sospensione delle pubblicazioni a partire da mercoledì 8 luglio 2026 a causa del fallimento di una trattativa col Partito democratico per l’acquisizione della testata. Romeo aveva rilevato l’Unità nel 2022 vincendo l’asta fallimentare del Tribunale di Roma. Secondo quanto riferito da Dagospia, a far saltare il tavolo è stata la pretesa dell’immobiliarista di restare nella società con una quota di minoranza. Nella sua storia, il giornale fondato nel 1924 da Antonio Gramsci è già stato chiuso e riaperto diverse volte, attraversando numerosi cambi di assetto e linea editoriale.

La nota dell’editore

«Tre anni fa Romeo Editore rilevò la testata de L’Unità, sottraendola a un fallimento che ne avrebbe segnato la fine definitiva. Fin dal primo giorno, l’impegno assunto è stato duplice: rimettere in ordine i conti, garantendo una gestione corretta e rigorosa del giornale e, al tempo stesso, custodirne la storia nella prospettiva — mai nascosta — di riportare la testata nella disponibilità della sua casa naturale, il Partito democratico». Così si legge in una nota dell’editore, che prosegue: «Su questa base si è sviluppato, negli ultimi mesi, un lungo e articolato dialogo con il Pd, nel corso del quale l’editore ha manifestato la disponibilità a cedere la testata a un prezzo puramente simbolico. Una scelta che testimonia come l’operazione non sia mai stata guidata da logiche di profitto, ma dalla volontà di restituire L’Unità alla comunità politica e culturale che l’ha generata». E ancora: «Il confronto sembrava avviato verso una conclusione positiva. Il Partito democratico ha tuttavia deciso di non dare seguito alla trattativa. Preso atto di questa decisione, venuta meno la prospettiva che aveva giustificato l’impegno di questi anni, e tenendo conto delle ulteriori perdite di esercizio accumulate nel frattempo, Romeo Editore si vede costretta a sospendere le pubblicazioni». «L’editore ringrazia la redazione, i collaboratori e i lettori che in questi tre anni hanno reso possibile la continuità di una testata che appartiene alla storia del Paese», conclude la nota.

Milano, Olimpiadi e rendite: chi si prende il valore della città?

A pochi mesi dalla conclusione dei Giochi invernali di Milano-Cortina 2026, il Villaggio Olimpico di Porta Romana ha iniziato la trasformazione prevista dal progetto originario, pronto a diventare uno dei più grandi studentati convenzionati d’Italia. È una delle eredità più visibili lasciate dalle Olimpiadi, assieme alle infrastrutture e ai grandi interventi di rigenerazione urbana che hanno ridisegnato Milano. C’è una domanda che accompagna tutte le grandi trasformazioni come queste: quando un investimento pubblico contribuisce ad aumentare il valore di una parte della città, chi intercetta quella nuova ricchezza?

Milano, Olimpiadi e rendite: chi si prende il valore della città?
Il cantiere del Villaggio Olimpico quando ancora i lavori non erano finiti (foto Ansa).

Siamo alla finanziarizzazione dell’abitare

Alessandro Coppola, docente del Politecnico di Milano e tra i principali studiosi delle trasformazioni urbane spiega a Lettera43 che il capoluogo lombardo «è diventato interessante e rilevante per gli investimenti di soggetti molto sofisticati nel mondo finanziario e immobiliare su scala sostanzialmente globale». La trasformazione non nasce certo né con Expo 2015 né con le Olimpiadi. Le sue radici affondano nei primi Anni 2000, quando Milano iniziava ad attirare grandi operatori internazionali interessati non soltanto agli immobili, ma alla città come piattaforma di investimento. È il processo che gli studiosi definiscono finanziarizzazione dell’abitare.

Milano, Olimpiadi e rendite: chi si prende il valore della città?
Il cantiere Coima al Villaggio Olimpico vicino allo Scalo di Porta Romana in una foto di archivio (Ansa).

La casa cioè continua naturalmente a essere un luogo in cui vivere, ma diventa contemporaneamente un asset finanziario. Cambia così anche il mercato immobiliare: ai tradizionali operatori locali si affiancano fondi internazionali, società di gestione del risparmio e investitori istituzionali che guardano a Milano come una delle principali piazze europee dove allocare capitali. Uno dei simboli di questa nuova fase è stata Porta Nuova, il primo grande progetto capace di attrarre investimenti internazionali e di modificare profondamente il modo in cui la città viene percepita dai mercati.

Expo e Milano-Cortina: la leva della trasformazione

Secondo Coppola, «i grandi eventi sostenuti da importanti risorse pubbliche contribuiscono a valorizzare specifiche aree urbane», ma sarebbe riduttivo attribuire a loro la responsabilità della crescita dei valori immobiliari. Expo 2015 e Milano-Cortina 2026 hanno accelerato dinamiche già in corso. L’area dell’Esposizione universale ospita oggi MindMilano innovation district –, uno dei più grandi progetti europei di rigenerazione urbana. Arexpo, società pubblica proprietaria dei terreni, ha affidato lo sviluppo dell’area a Lendlease attraverso una concessione di 99 anni, dando vita a un investimento complessivo di 4,5 miliardi di euro destinato a università, ricerca, imprese e servizi.

Milano, Olimpiadi e rendite: chi si prende il valore della città?
L’albero della vita simbolo di Expo 2015 (foto Ansa).

Lo stesso schema si ritrova nello Scalo di Porta Romana, acquistato nel 2020 dal Fondo Porta Romana – gestito da Coima e partecipato, tra gli altri, da Covivio e Prada Holding – per circa 180 milioni di euro. Dopo aver ospitato il Villaggio Olimpico durante i Giochi, l’area è entrata nella fase di riconversione prevista dal progetto originario: residenze universitarie, edilizia convenzionata, spazi pubblici e un grande parco urbano. Parallelamente, lo Stato ha accompagnato questa trasformazione con un imponente investimento infrastrutturale. Il ministero oggi gestito da Matteo Salvini ha destinato circa un miliardo di euro alle opere connesse ai Giochi di Milano-Cortina, tra collegamenti ferroviari, viabilità e interventi destinati a rimanere anche dopo la conclusione dell’evento.

Milano, Olimpiadi e rendite: chi si prende il valore della città?
Il sindaco di Milano Giuseppe Sala e il ministro dei Trasporti Matteo Salvini (foto Ansa).

Chi ci guadagna davvero?

Per Coppola, tuttavia, il punto non è stabilire se queste trasformazioni siano state positive o negative. La domanda è un’altra: «Occorre interrogarsi su quanto l’attore pubblico riesca realmente a beneficiare dei processi di valorizzazione che contribuisce esso stesso a generare». È qui che il dibattito esce dal terreno dell’urbanistica per entrare in quello dell’economia politica. Quando un investimento pubblico aumenta il valore di un quartiere, quando una nuova linea ferroviaria, un grande evento internazionale o un progetto di rigenerazione fanno crescere il prezzo degli immobili circostanti, chi intercetta quella ricchezza? Lo Stato, attraverso strumenti fiscali e urbanistici oppure i proprietari delle aree e gli investitori che hanno scommesso su quei quartieri? È una domanda che riguarda Milano, ma che oggi attraversa molte delle grandi città europee impegnate in processi di cambiamento simili.

Milano, Olimpiadi e rendite: chi si prende il valore della città?
Il cantiere del complesso in via Melchiorre Gioia a Porta Nuova coinvolto nelle inchieste milanesi sull’urbanistica (foto Ansa).

Milano vince per attrattività, ma non per redistribuzione

I numeri raccontano una città che ha vinto la sfida dell’attrattività. Quella della redistribuzione resta invece aperta. Negli ultimi 20 anni Milano ha consolidato il suo ruolo di capitale economica del Paese, attirando imprese, studenti, lavoratori qualificati e investitori internazionali. Aree per lungo tempo marginali sono state trasformate in nuovi poli direzionali, residenziali e universitari, aumentando il valore degli immobili e rendendo Milano uno dei mercati più dinamici d’Europa. È qui, però, che Coppola invita a spostare l’attenzione.

Milano, Olimpiadi e rendite: chi si prende il valore della città?
Un cantiere Coima a Milano (foto Ansa).

L’aumento del valore immobiliare non produce automaticamente benefici per tutti. Secondo il docente, la crescita ha favorito in primo luogo chi possedeva già patrimonio immobiliare nelle aree interessate dalle trasformazioni e gli operatori che hanno investito nei grandi progetti di sviluppo urbano. L’aumento dei valori immobiliari ha infatti accresciuto la ricchezza dei proprietari e la redditività degli investimenti, mentre il sistema fiscale italiano, caratterizzato da una tassazione relativamente contenuta sul patrimonio immobiliare, limita la capacità del settore pubblico di recuperare parte di quella rendita per reinvestirla in politiche redistributive. È questo il nodo che, secondo Coppola, distingue la semplice crescita economica dalla qualità del modello di sviluppo.

Chi vive solo del proprio reddito è tagliato fuori

Le conseguenze di questo processo emergono con maggiore evidenza nel mercato dell’abitare. Secondo i dati di Idealista, nel primo trimestre del 2026 il canone medio di locazione a Milano ha raggiunto i 23,3 euro di media al metro quadrato, il valore più elevato in Italia e in crescita rispetto ai mesi precedenti (seguono Firenze con 22,3 euro, Venezia con 21,7, Roma con 19,8 euro e Bologna con 17,5). L’aumento dei prezzi, tuttavia, rappresenta soltanto l’effetto più visibile. Per Coppola, il gruppo sociale maggiormente esposto è costituito da chi vive esclusivamente del proprio reddito da lavoro, senza poter contare su un patrimonio immobiliare.

Milano, Olimpiadi e rendite: chi si prende il valore della città?
Il cantiere della Beic, Biblioteca europea di informazione e cultura, nell’area di Porta Vittoria coinvolto nelle inchieste milanesi sull’urbanistica (foto Ansa).

«Le maggiori difficoltà riguardano i nuclei che hanno redditi medi e bassi, senza un patrimonio significativo». La questione, quindi, non riguarda soltanto studenti o giovani professionisti, categorie spesso al centro del dibattito pubblico. Coinvolge anche lavoratori dipendenti, famiglie e nuovi residenti che, pur avendo un’occupazione stabile, incontrano crescenti difficoltà nell’accedere al mercato della casa. La competizione per l’abitare diventa così una conseguenza della crescente finanziarizzazione del mercato immobiliare.

In cerca di un modello di sviluppo sostenibile

Expo e Milano-Cortina hanno lasciato una città più moderna, competitiva e attrattiva sul piano internazionale. Il dibattito, però, non può fermarsi alla qualità delle opere realizzate o alla capacità di attrarre investimenti. La domanda riguarda il modello di sviluppo: quando il settore pubblico contribuisce a creare valore attraverso infrastrutture, rigenerazione urbana e grandi eventi, quanto di quella ricchezza riesce realmente a tornare alla collettività? È un interrogativo che va oltre Milano e che riguarda tutte le città chiamate a conciliare crescita economica e interesse pubblico.

È morta Mity Simonetto, storica consulente di Silvio Berlusconi

È morta a 77 anni Matilde ‘Mity’ Simonetto, fino al 2010 responsabile dell’immagine e della comunicazione di Silvio Berlusconi. L’ha annunciato la famiglia in una nota, ricordando che Simonetto è stata tra le prime consulenti d’immagine in Italia e, per 20 anni, ha collaborato con l’ex premier. «Professionista di grande competenza, lo ha affiancato con passione, eleganza e discrezione nei suoi molteplici ruoli imprenditoriali, istituzionali e politici. Nel corso della sua attività si è distinta per serietà, energia, riservatezza e rigore professionale, conquistando la stima di colleghi e collaboratori». I funerali saranno celebrati mercoledì 8 luglio alle ore 15.00 presso la chiesa di San Camillo a Milano.

Donnet prezzemolino, Lollobrigida in Croazia per le cravatte e le altre pillole del giorno

“Novecento Italiano, opere dalla collezione Generali. Special Guest: Gustav Klimt”. La mostra si terrà a Roma, a Palazzo Bonaparte, dal 14 luglio al 23 agosto. Tenete a mente la data dell’inaugurazione: è quella del tradizionale ricevimento a Palazzo Farnese, sede dell’ambasciata di Francia. E chi è il capo di Assicurazioni Generali? Philippe Donnet. Ebbene, il 13 luglio nell’edificio bonapartiano Donnet accoglierà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha già messo in agenda l’appuntamento. Un colpaccio, tra l’altro già avvenuto in passato, che stavolta cade nel pieno della scalata bancaria con vista sul Leone di Trieste.

Donnet prezzemolino, Lollobrigida in Croazia per le cravatte e le altre pillole del giorno
Philippe Donnet, ceo di Generali (Imagoeconomica).

Donnet poi sarà tra gli ospiti del ricevimento dell’ambasciata, dove tra l’altro sono attesi i capi di Crédit Agricole, altri protagonisti del risiko estivo. Ma il genio di Donnet è infinito: sì, perché il giorno dopo sempre a Palazzo Bonaparte verrà aperta un’altra mostra, stavolta dedicata a un artista italiano, Marco Tamburro, il quale, per una curiosa coincidenza astrale, vanta un’amicizia decennale con Giorgia Meloni. Tra parentesi, Donnet ha acquisito la cittadinanza italiana nell’aprile del 2021, con una cerimonia organizzata dall’allora sindaco d Venezia Luigi Brugnaro a Ca’ Farsetti.

Donnet prezzemolino, Lollobrigida in Croazia per le cravatte e le altre pillole del giorno
Palazzo Bonaparte (Imagoeconomica).

Lollobrigida a Zara per le cravatte

Nella sede della Comunità Italiana di Zara è arrivata la mostra itinerante “La Storia della Cravatta – Dalle origini croate all’eccellenza italiana”, un percorso espositivo dedicato alla nascita e all’evoluzione della cravatta, dalle origini croate del XVII secolo fino alla sua affermazione come simbolo internazionale di eleganza e dell’eccellenza manifatturiera italiana. Chi c’era alla cerimonia? Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. E Maurizio Talarico, fondatore dell’omonimo marchio e unico brand italiano presente nella mostra, in rappresentanza della tradizione artigianale del made in Italy nel settore della cravatta. Che poi era un accessorio dell’uniforme dei mercenari croati durante la guerra dei Trent’anni diventato nei secoli icona dello stile maschile.

Donnet prezzemolino, Lollobrigida in Croazia per le cravatte e le altre pillole del giorno
Maurizio Talarico e Francesco Lollobrigida.

De Laurentiis ritirerà il premio della Stampa Estera?

Mercoledì 8 luglio, nella sede di Palazzo Grazioli, la Stampa Estera ha programmato di conferire al patron del Napoli, Aurelio De Laurentiis, il tradizionale Premio alla Carriera per il «ruolo e l’impegno nel calcio italiano e internazionale», e per «un percorso caratterizzato da risultati sportivi di assoluto prestigio, capacità manageriale e un costante impegno nella valorizzazione della SSC Napoli e della città di Napoli nel mondo». Chissà se De Laurentiis, dopo le indagini della Procura di Bari, parteciperà alla cerimonia…

Donnet prezzemolino, Lollobrigida in Croazia per le cravatte e le altre pillole del giorno
Aurelio De Laurentiis (Imagoeconomica).

Venezia, Clooney Leone alla carriera in barba a Trump

E poi dicono che Donald Trump se la prende con l’Italia… Il cda della Biennale di Venezia ha accolto la proposta del direttore artistico della Mostra del Cinema, Alberto Barbera, di assegnare il Leone d’oro alla carriera a George Clooney. Bene, l’attore ha sempre criticato duramente il presidente Usa e già si scommette su cosa dirà sul palco della Laguna. L’annuncio del premio arriva in un momento di altissima tensione tra Roma e Washington e visto il carattere fumantino del presidente Usa rischia di non favorire la distensione. Tra l’altro Clooney per la sua militanza politica ha rinunciato a un ingaggio di 35 milioni di dollari che lo doveva vedere come protagonista di uno spot pubblicitario di El Al, la compagnia aerea israeliana.

Donnet prezzemolino, Lollobrigida in Croazia per le cravatte e le altre pillole del giorno
George Clooney (Ansa).

Come felicità e infelicità sono diventate la nostra bussola politica

«La felicità è nelle cose semplici» è il claim pubblicitario di Tasty Crousty, la catena di street e fast food che sta spopolando in Francia. Il problema però è che oggi quasi nessuno è contento di ciò che ha. Chi poi ha poco o nulla, più che farsi bastare le cose semplici, dovrebbe buttare per aria tutto. Ma più che aria di rivoluzione oggi tira aria di rassegnazione. La notizia che Elon Musk è il primo “trilionario” della storia lascia infatti increduli più che sorpresi. Senza parole. Perché si ha l’impressione di essere precipitati in un mondo irreale: il pianeta Disney dei fantastiliardi di Paperon de’ Paperoni.

Come felicità e infelicità sono diventate la nostra bussola politica
Elon Musk (Ansa).

La nostra vita è complicata dall’assenza di cose semplici

È così che, considerato il contesto reale dove non piovono polpette ma bombe – altra immagine da cartoon – c’è ben poca felicità. Perché se è vero che a renderci felici sono le cose semplici, in una società complessa, che è quella in cui viviamo e in cui sempre più vivremo, di semplicità ce ne sarà sempre meno. Certo complessità è una parola feticcio, significa tutto e niente, ma effettivamente la nostra vita quotidiana è complicata dall’assenza di cose normali, semplici. Ad esempio stare bene con se stessi e non sentirsi soli, avere amici e occasioni di incontro, essere aperti e collaborativi, rispettare le opinioni degli altri soprattutto quando non le si condividono, sforzarsi di vedere e cercare il bicchiere mezzo pieno. In questa luce si può convenire con il cardiologo Alan Rozanski che in un recente numero dell‘Economist dà ampiamente conto della ricerca clinica secondo cui ottimismo e buonumore favoriscono il benessere e riducono il rischio di eventi cardiovascolari. Ma anche qui siamo dalle parti di «una mela al giorno toglie il medico di torno». Alle ovvietà che sono così vere che quasi nessuno più le vede.

Come felicità e infelicità sono diventate la nostra bussola politica
(foto di Alexandru Acea via Unsplash).

I nemici della felicità

Essere felici o specularmente infelici è uno stato d’animo inafferrabile. Perché dipendente da cose minime, anche insignificanti, estremamente soggettive. È certo però che per cercare almeno di essere, anche solo per brevi attimi, felici il nemico numero uno è il pessimismo. Insieme con l’insicurezza e l’isolamento. Come ha scritto J.K. Rowling «la felicità si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo qualcuno si ricorda di accendere la luce». È nondimeno scientificamente riconosciuto che le persone felici sono connesse (con i familiari, gli amici, i colleghi di lavoro, i vicini di casa). Quest’evidenza è ben raccontata in un TED talk di Robert Waldinger che continua a fare testo, perché dà conto di uno studio sulla felicità che l’Università di Harvard conduce da 75 anni.

Più infelici, più sfiduciati e più populisti

Parecchie generazioni, anche di ricercatori, interpellate e fotografate nelle loro diverse fasi di vita, hanno indicato e indicano che la salute e la serenità, il buonumore e l’apertura nei confronti della vita si mantengono e aumentano vivendo positivamente in mezzo agli altri. Una ricca socialità fa stare bene. Da soli ci si ammala prima. Da soli si smette di interagire e l’altro diventa prima uno sconosciuto e poi un nemico. Da soli si coltivano i pensieri e i sentimenti peggiori. Il deterioramento del capitale sociale e dunque della democrazia e della partecipazione politica è proseguito e prosegue tanto più la comunicazione è diventata social. Dare però ogni colpa della nostra asocialità al web è sbagliato, anche perché assolverebbe noi umani da ogni responsabilità, che in realtà è tanta.

Le vittorie anti-sistema e il fattore soggettivo

Nell’ultimo decennio, i Paesi occidentali hanno assistito a una serie di vittorie politiche anti-sistema, dalla Brexit nel 2015 all’elezione di Donald Trump nel 2024. Durante questo periodo, il risentimento verso “il sistema” è cresciuto nella maggior parte dei Paesi europei, in particolare in Austria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Polonia, Svezia e Svizzera. Questa perdita di fiducia nel sistema viene attribuita alla crescente insicurezza e alle conseguenze economiche della globalizzazione, del commercio e dell’automazione, o a fattori culturali che portano a una reazione negativa contro la modernità e a una crescente ostilità verso gli immigrati.

Come felicità e infelicità sono diventate la nostra bussola politica
Nigel Farage (Ansa).

Ma la novità non è il venire meno delle ideologie tradizionali e della lotta di classe nel plasmare i valori e il comportamento di voto, bensì l’importanza assunta da fattori soggettivi come soddisfazione di vita e fiducia interpersonale. Per sintetizzare al massimo infelicità e sfiducia spiegherebbero l’aumento dei voti e la presa delle ideologie dei partiti anti-sistema in Europa occidentale e negli Stati Uniti. Ma anche la crescita dell’astensionismo è correlata alla mancanza di inclusione sociale e al crescere dell’insoddisfazione per la vita che si conduce e che porta al ritiro dal gioco politico e al rifiuto di votare. Le emozioni negative, che hanno luogo eletto sulle piattaforme, misurate da sondaggi internazionali, sono state e sono un fattore altamente predittivo dei voti populisti negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale.

Perché Vannacci non è un alieno

Naturalmente la ricerca merita un’attenta lettura. Io mi limiterò a segnalare come rispetto alle categorie tradizionali, che possiamo definire “più serie”, dobbiamo oggi considerare con molta attenzione quella apparentemente “leggera” che conduce alla felicità o all’infelicità passando per il grado di fiducia e soddisfazione di vita. Ovvero la soggettività delle persone che sta crescendo contestualmente al rafforzarsi dell’individualismo e di un sentimento personale molto social ma poco sociale.

Come felicità e infelicità sono diventate la nostra bussola politica
Roberto Vannacci (foto Imagoeconomica).

La marcia dei tifosi laziali contro Lotito e le altre pillole del giorno

Giovedì pomeriggio lo zoccolo duro dei tifosi della Lazio torna a scendere in piazza contro la gestione Lotito. L’appuntamento è alle 17.30 a Ponte Milvio. Il corteo si dirigerà verso piazzale Ankara, proprio sotto la curva Sud dello Stadio Flaminio, al grido dello slogan: «La libertà è una conquista». La giornata si concluderà con interventi e musica fino a notte inoltrata. Chissà se sul palco o in strada si scorgerà qualche tifoso vip oltre a Tommaso Paradiso, la cui presenza è già stata confermata – come Angelo Mellone o Pino Insegno. L’obiettivo degli organizzatori è superare le 20 mila presenze per quella che si preannuncia come la più grande manifestazione di dissenso della storia delle tifoserie italiane.

LEGGI ANCHE: Le mire di Lotito sulla Reggina, un’operazione più politica che calcistica

Lotito ha di che preoccuparsi, perché si sa il consenso dei tifosi è strettamente legato a quello elettorale. E lui eletto al Senato con Forza Italia (e per di più in vista delle Politiche del 2027) dovrebbe saperlo bene…

A Villa Taverna Giorgia Meloni manda Arianna

L’unica brutta sorpresa potrebbe arrivare dal cielo. Nel senso di rovesci. Dopo il gelo tra Palazzo Chigi e Donald Trump, al ricevimento per l’Independence Day organizzato a Villa Taverna, residenza ufficiale dell’ambasciatore Usa Tilman Fertitta, alla fine parteciperà mezzo governo: i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il titolare del Mef Giancarlo Giorgetti, il ministro della Difesa Guido Crosetto e quello del Made in Italy Adolfo Urso. Giorgia Meloni no, non è attesa. Qualcuno però scommette che potrebbe affacciarsi al party con il favore delle tenebre, al ritorno da Padova dove interverrà al congresso della Uil. La premier però ha inviato la sorella Arianna e da Palazzo Chigi il sottosegretario Alfredo Mantovano. Diserteranno invece il barbecue a stelle e strisce i leader delle opposizioni, a partire da Elly Schlein (ci sarà però una mini-delegazione del Pd) che nella tarda mattinata di giovedì si è presentata al convegno di Federmanager. Forfait anche per Giuseppe Conte, Bonelli & Fratoianni, Carlo Calenda e pure Roberto Vannacci. Matteo Renzi deve ancora sciogliere la riserva. Vedremo…

La marcia dei tifosi laziali contro Lotito e le altre pillole del giorno
La festa dell’Independence Day del 2025 (Ansa).

Al convegno Aepi c’è Alma Manera, e alla cena il marito Petrecca

Mercoledì, nella cornice della Terrazza Caffarelli in Campidoglio, sontuosa serata della Confederazione Aepi (Associazioni Europee di Professionisti e Imprese), guidata da Mino Dinoi, per il premio Le Eccellenze del Made in Italy. Iniziativa nata «con l’obiettivo di valorizzare personalità, professionisti, rappresentanti delle istituzioni e protagonisti del mondo produttivo che, nei rispettivi ambiti, contribuiscono a diffondere i valori del Made in Italy, simbolo riconosciuto di qualità, cultura, innovazione e tradizione».

La cerimonia di premiazione è stata condotta da Alma Manera, attrice, cantante e conduttrice di Rai Radio 1. Presente anche il marito Paolo Petrecca, ex direttore di Rai Sport.

La marcia dei tifosi laziali contro Lotito e le altre pillole del giorno
Paolo Petrecca e Alma Manera (da Instagram).

Colosseo, si ride da morire con Dario Argento

Ridere con Dario Argento. L’idea è venuta a Csc – Cineteca Nazionale e Parco archeologico del Colosseo, con la rassegna “Morire dal ridere. Classici dell’orrore tra paura e parodia”. Ecco il vampiro scheletrico e perturbante di Nosferatu (1922) di Friedrich Wilhelm Murnau, la creatura tragica di Frankenstein (1931) di James Whale e poi Freaks (1932) di Tod Browning. A chiudere questo itinerario sarà Opera (1987) di Dario Argento, definito come «vertice visionario del thriller horror italiano, dove lo sguardo stesso diventa strumento di ossessione e violenza». E Argento introdurrà la proiezione nella serata di martedì 14 luglio.

A Cinevillage c’è Rocco Siffredi

Parlare di cultura con Rocco Siffredi? A Roma si può: dal 6 luglio al 6 settembre Villa Lazzaroni ospita la terza edizione di Cinevillage, la rassegna estiva organizzata da Agis Lazio che, anno dopo anno, si è ritagliata un ruolo sempre più centrale nella programmazione culturale della Capitale. Nel parco del VII Municipio la manifestazione sarà aperta da un incontro con Rocco Siffredi, in occasione della proiezione di Blue, film di Eleonora Puglia.

Festa per l’Independence Day a Villa Taverna: chi ci sarà (e chi no)

Oggi 2 luglio è il giorno del party per l’Independence Day a Villa Taverna. Dopo le recenti tensioni tra Donald Trump e Giorgia Meloni, nel governo si era fatta strada l’ipotesi – poi accantonata – di disertare l’evento che si terrà (con due giorni di anticipo sulla festività Usa) nella residenza dell’ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, incarico attualmente ricoperto da Tilman J.Fertitta. La presidente del Consiglio non dovrebbe esserci, ma buona parte del suo governo sì, a partire dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha confermato la sua presenza «a testa alta e schiena dritta». Assente invece quasi tutta l’opposizione. Ecco chi ci sarà (e chi no).

Festa per l’Independence Day a Villa Taverna: chi ci sarà (e chi no)
Antonio Tajani (Ansa).

A Villa Taverna ci sarà mezzo governo, ma non la premier Meloni

Al ricevimento di Villa Taverna sarà presente mezzo governo italiano. Oltre a Tajani sono attesi i ministri Matteo Salvini e Guido Crosetto, così come Giancarlo Giorgetti, Francesco Lollobrigida, Carlo Nordio e Giuseppe Valditara. Ci saranno anche il sottosegretario Alfredo Mantovano e il presidente del Senato Ignazio La Russa, che prenderà la parola dal palco.

Festa per l’Independence Day a Villa Taverna: chi ci sarà (e chi no)
Matteo Salvini intento a mangiare un hamburger a Villa Taverna durante una festa degli anni passati (Ansa).

Meloni nel pomeriggio sarà a Padova per il congresso della Uil: un buon pretesto per dare forfait. Ma comunque una Meloni a Villa Taverna ci sarà: la sorella Arianna, capo della segreteria politica di Fratelli d’Italia. Restando alla maggioranza, atteso anche Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati.

Festa per l’Independence Day a Villa Taverna: chi ci sarà (e chi no)
Arianna Meloni (Ansa).

Assenti i leader del campo largo, Renzi invece non mancherà

Assenti tutti i leader del campo largo: la segretaria del Pd Elly Schlein, il presidente del M5s Giuseppe Conte (sarà al Circolo Canottieri Napoli a presentare il suo libro), Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli di Avs. I dem manderanno in rappresentanza Francesco Boccia, capogruppo al Senato, mentre Lorenzo Guerini sarà presente come presidente del Copasir. Restando all’opposizione, Carlo Calenda quest’anno non è stato nemmeno invitato. Assente pure il segretario di +Europa Riccardo Magi. Non ci sarà per un impegno familiare Pierferdinando Casini, ex presidente della Camera. Chi, invece, c’è sempre andato – da premier e senatore – è non mancherà neanche nel 2026 è Matteo Renzi. Assieme al leader di Italia Viva parteciperà alla festa la fedelissima Maria Elena Boschi. E Futuro Nazionale? Risultano invitati Roberto Vannacci e Laura Ravetto: l’ex generale sarà impegnato a Bruxelles, mentre l’ex leghista risponderà presente, come l’anno scorso.

Attacco hacker ai database Trenitalia: l’email ai passeggeri

Tramite una email inviata ai passeggeri, Trenitalia ha reso noto di aver subito un pesante attacco hacker da parte di «soggetti esterni non identificati», che sono riusciti a violare i sistemi informatici della principale compagnia ferroviaria italiana, ottenendo un accesso non autorizzato ai database legati ai titoli di viaggio. Come spiega Trenitalia, la lista delle informazioni potenzialmente finite nelle mani dei pirati informatici comprende dati anagrafici e identificativi, indirizzo e-mail e numero di telefono, dati di viaggio, estremi dei documenti d’identità. La comunicazione arriva all’indomani dopo le dimissioni di Stefano Donnarumma dal ruolo di amministratore delegato di Ferrovie dello Stato e, va detto, non è esattamente il migliore dei biglietti da visita per l’attuale ceo di Trenitalia Gianpiero Strisciuglio, dato favorito per prendere il suo posto.

Attacco hacker ai database Trenitalia: l’email ai passeggeri
Treno Frecciarossa (Imagoeconomica).

L’email inviata da Trenitalia

Questo il contenuto della email “Comunicazione di violazione dei dati personali ai sensi dell’art. 34 del Regolamento UE 679/2016”.

La informiamo che, a seguito di alcune verifiche, abbiamo rilevato un incidente di sicurezza informatica causato da soggetti esterni non identificati. Questo evento ha determinato un accesso non autorizzato ad alcuni dati personali legati ai titoli di viaggio.
Per individuare con precisione i soggetti interessati potenzialmente coinvolti è stato necessario svolgere approfondite analisi tecniche e di sicurezza da parte delle nostre strutture IT. Queste verifiche hanno richiesto tempo, perché si è trattato di ricostruire nel dettaglio eventuali accessi impropri ai dati. Solo al termine di queste attività siamo stati in grado di identificare i clienti interessati e inviare questa comunicazione, come previsto dall’art. 34 del Regolamento (UE) 2016/679 e in conformità con le Linee guida EDPB n. 9/2022 versione 2.0 del 28 marzo 2023 (punti 86 e ss.).

Ci teniamo a rassicurarla su un punto importante: non sono stati coinvolti dati di accesso agli account, credenziali personali o informazioni relative ai pagamenti (come il numero della carta, la scadenza o il codice di sicurezza).
Le informazioni che La riguardano e che potrebbero essere state oggetto di accesso non autorizzato, qualora presenti sui nostri sistemi informatici in relazione al titolo di viaggio, rientrano nelle seguenti categorie di dati personali:

  • Dati anagrafici e identificativi (nome, cognome, data e luogo di nascita del passeggero; nome e cognome dell’eventuale acquirente);
  • Dati di contatto (e-mail, numero di telefono);
  • Dati di viaggio (informazioni associate al titolo di viaggio, quali, a titolo esemplificativo, tratta, data e orario del viaggio, numero del titolo di viaggio);
  • Codice carta fedeltà, ove associato al titolo di viaggio;
  • Società/ Ente datore di lavoro;
  • Tipologia di offerta o servizio associata al titolo di viaggio e dati necessari a fruire di dette offerte;
  • Estremi documento d’identità;
  • Dati connessi alla generazione del titolo di viaggio.Non appena rilevato l’evento, abbiamo immediatamente adottato tutte le misure necessarie per interrompere l’anomalia, mettere in sicurezza i sistemi e rafforzare ulteriormente i controlli, così da ridurre il rischio che situazioni simili possano ripetersi.

Non appena rilevato l’evento, abbiamo immediatamente adottato tutte le misure necessarie per interrompere l’anomalia, mettere in sicurezza i sistemi e rafforzare ulteriormente i controlli, così da ridurre il rischio che situazioni simili possano ripetersi.

Abbiamo inoltre notificato l’accaduto all’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali e allo CSIRT Italia, in conformità alla normativa vigente, e presentato denuncia alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma. Considerata la tipologia di dati coinvolti, potrebbe esserci il rischio che Lei riceva comunicazioni fraudolente o tentativi di contatto ingannevoli che fanno riferimento ai suoi viaggi. Per questo Le consigliamo di prestare particolare attenzione a eventuali messaggi sospetti, soprattutto se richiedono dati personali o finanziari o contengono link o allegati inattesi. In caso di dubbio, verifichi sempre l’affidabilità del mittente. Le ricordiamo inoltre che Trenitalia non la contatterà mai per chiederLe password o dati di pagamento. Per qualsiasi chiarimento, abbiamo attivato un servizio di assistenza dedicato: – può inviare una richiesta tramite il webform opzione “Privacy – Gestione dei dati personali”. La preghiamo di inserire nell’apposito campo il seguente codice di riferimento: C68NE#.

Caldo estremo, 16 città italiane da bollino rosso

Prosegue l’ondata di caldo record in Europa, che non sta risparmiando l’Italia. Oggi i capoluoghi da bollino rosso sono 16: Ancona, Bologna, Bolzano, Brescia, Firenze, Frosinone, Latina, Milano, Perugia, Pescara, Rieti, Roma, Torino, Venezia, Verona e Viterbo. Domani giovedì 25 giugno diventeranno 17: si aggiungerà anche Bari. Il bollino rosso rappresenta l’allerta massima (livello 3), che indica condizioni di emergenza con possibili effetti negativi sulla salute anche di persone sane e attive e non solo sui sottogruppi a rischio come gli anziani, i bambini molto piccoli e le persone affette da malattie croniche.

Caldo estremo, 16 città italiane da bollino rosso
La temperatura rilevata su un display (Imagoeconomica).

L’ondata di caldo record in Europa

Dopo il dominio di Cerberus, nei prossimi giorni ci sarà un ulteriore rafforzamento dell’alta pressione con l’arrivo dell’anticiclone africano Caronte. La situazione sta mettendo sotto pressione diversi Paesi europei: in Francia ieri è stata ufficialmente la giornata più calda mai registrata dall’inizio delle rilevazioni nel 1947. Criticità analoghe in Spagna, dove l’agenzia Aemet ha emesso allerta rossa per l’Andalusia, con previsioni di 44°C, e avvisi per Cantabria e Paesi Baschi, dove le temperature raggiungeranno i 40°C. Avviso rosso persino per l’Inghilterra centrale e meridionale, dove sono previste temperature fino a 40°C.

L’allarme dell’Oms: «Emergenza sanitaria»

«L’aumento delle temperature sta già mettendo a rischio vite umane e sta ponendo sotto pressione i sistemi sanitari in tutta la regione europea dell’Oms», ha dichiarato Hans Kluge, direttore europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità: «La nostra regione è quella che si sta riscaldando più rapidamente al mondo. Solo negli ultimi quattro anni il caldo ha causato oltre 200 mila decessi, mentre la mortalità correlata al caldo è aumentata del 30 per cento negli ultimi 20 anni».

L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio

L’asteroide intitolato di recente a Jannik Sinner non è il primo, né sarà l’ultimo, “pianetino” dedicato a personaggi famosi. Da quasi due secoli, infatti, i nomi più illustri della storia, della letteratura, della scienza, della musica, dell’arte e dello spettacolo “gravitano” nello Spazio. Ma non solo: perché ci sono anche meduse, ragni, lumache, rane e animali di ogni genere. Ecco qualche esempio.

La rivincita “spaziale” di Jannik dopo la delusione del Roland Garros

Il gioco di parole viene facile: dopo le sofferenze del Roland Garros, Sinner si prende una rivincita “spaziale”, grazie alla International Astronomical Union (IAU) che ha ratificato l’assegnazione del nome del campione a un asteroide che orbita nella fascia principale tra Marte e Giove. Si tratta, per l’esattezza, dell’asteroide (120097) Janniksinner, scoperto da un team di ricercatori toscani nel 2003 presso l’Osservatorio di Campo Imperatore, che, su suggerimento del Gruppo astrofili di Montelupo Fiorentino, ha proposto appunto l’intitolazione dell’astro all’autorità mondiale che, dal 1919, riunisce gli astronomi professionisti e assegna i nomi ai corpi celesti (un centinaio all’anno).

I corpi celesti dello sport, da Jesse Owens a Leo Messi

Sinner non arriva però primo ad aggiudicarsi lo slam spaziale: prima di lui, infatti, ci sono Roger Federer (2005) e Rafa Nadal (2008). E prima di loro moltissimi altri campioni dello sport. Solo per fare qualche nome – l’elenco sarebbe lunghissimo – si possono citare Jesse Owens, Emil Zatopek, Pelé, Johan Cruijff e Lionel Messi. Altrettanto lungo – si parla di migliaia di asteroidi – sarebbe l’elenco dei corpi celesti dedicati a nomi illustri in ogni campo, a cominciare dalla storia (papi compresi). Proprio a un nome storico, quello dell’imperatrice Eugénie de Montijo, moglie di Napoleone III, risale l’intitolazione dell’asteroide – scoperto dall’astronomo Hermann Goldschmidt nel 1857 – che per per primo infranse la regola dei nomi esclusivamente mitologici per i corpi celesti.

L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio

Da Dante a Harry Potter: gli asteroidi di letteratura e cinema

C’è poi la letteratura, dai classici greci ai grandi nomi italiani come Dante, Petrarca, Boccaccio, Torquato Tasso, Manzoni, Luigi Pirandello ai grandi della letteratura russa, passando per Kafka e via via fino agli autori a noi più vicini. E c’è naturalmente l’arte, nelle sue svariate forme, dove trovano posto pittori e scultori di ogni epoca. C’è ovviamente la scienza (potevano mancare Galileo Galilei e Albert Einstein? Ma c’è anche la nostra Margherita Hack) e pure il mondo dello spettacolo, dove il cinema la fa da padrone. E allora ecco gli asteroidi dedicati alle icone di Hollywood, come “Audreyhepburn” e “Marilynmonroe”. Senza dimenticare i vari personaggi di fantasia, dai protagonisti delle tragedie e delle commedie shakespeariane a Spock di Star Trek, da Sherlock Holmes (e il dottor Watson) a Harry Potter, da Don Chisciotte a James Bond fino a Tardis (Doctor Who).

Tanti gli astri “italiani”: tra le intitolazioni più recenti quella ad Annalisa

Nutrita la pattuglia degli “astri” italiani: oltre ai grandi nomi della letteratura, troviamo un po’ di tutto: da Luciano Pavarotti a Gianmaria Volontè a Gigi Proietti, da Tito Stagno (celeberrimo cronista televisivo dello sbarco sulla luna nel 1969) a Roberto Benigni e consorte (Nicoletta Braschi), dall’immancabile Andrea Bocelli a “Albertosordi”, da “Andreacamilleri” a “5150 Fellini”, in onore del cineasta romagnolo, fino a Giuseppe Garibaldi, Corrado Augias a Paolo Bonolis. Tra le intitolazioni più recenti quella del 2024 a Annalisa. Nel caso della cantautrice ligure la motivazione ufficiale dell’IAU menziona la sua laurea in fisica che ben si combina con il grande successo ottenuto nel settore musicale.

L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio

Note in orbita: gli astri dedicati alle star della musica

Proprio la musica è uno dei settori che ha fornito più nomi, senza distinzione di genere. Si va infatti da tutti, ma proprio tutti, i grandi compositori classici (è presente tutto l’alfabeto, da Tomaso Albinoni a Richard Wagner) a Astor Piazzolla, da Edith Piaf a Frank Sinatra a Maria Callas. Proprio scorrendo l’elenco dei musicisti classici, colpisce il fatto che spesso i nomi degli asteroidi siano scritti con la “a” finale (“Mozartia, “Mussorgskia”, etc). Ma c’è un motivo: da metà Ottocento in poi, la consuetudine di assegnare ai corpi celesti un nome classico di donna divenne regola. Quando però i nomi classici cominciarono a scarseggiare, si giunse al compromesso di poter usare anche i nomi di città e persino di personaggi maschili, purché si aggiungesse una “a” finale. La regola è stata cancellata solo al termine della Seconda guerra mondiale, ragion per cui troviamo astri come “Disneya” e “Planckia”.

Il “puntino di luce” di Freddie Mercury

Sempre in ambito musicale, il rock (nelle varie forme) da alcuni decenni predomina: hanno un asteroide ciascuno i Beatles (John Lennon ha anche un cratere a lui intitolato su Mercurio, accanto a quello dedicato a Michael Jackson), e ancora David Bowie Jimi Hendrix, Mark Knopfler, Aretha Franklin, Ella Fitzgerald, Bob Dylan, Lou Reed, Bruce Springsteen, Elvis Presley, Eric Clapton, ZZ Top, Yes, Jimmy Page. A Freddie Mercury l’asteroide omonimo (scoperto nel 1991, anno della morte del frontman dei Queen) venne assegnato postumo nel 2016, nel giorno in cui avrebbe compiuto 70 anni. Ad annunciare l’intitolazione fu il chitarrista – e dottore di ricerca in astrofisica – Brian May, che per l’occasione disse: «È solo un puntino di luce, ma è un puntino di luce davvero speciale!».

L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio

Non solo astri: dai vermi pelosi alle vespe bionde

Dall’astronomia, la musica rock ha poi ispirato variati scienziati e ricercatori a intitolare con i nomi dei loro beniamini musicali altri generi di soggetti. Ecco quindi che porta il nome Beatles un verme dal pelo arruffato, che ricorderebbe il taglio di capelli dei Fab Four, mentre a Michael Jackson è stato intitolato un granchio “eremita”, a Bob Marley un crostaceo caraibico, a Joe Strummer una lumaca, a Sting una raganella amazzonica, ai Radiohead una formica, a James Brown un acaro, a Mick Jagger e Keith Richards dei Rolling Stones due trilobiti scoperti nel 1995. E trilobiti sono stati intitolati anche ai membri dei Sex Pistols (“Arcticalyme rotteni”, “Cooki”, “Jonesi”, “Matlocki” e “Viciousi”), mentre Lady Gaga si è dovuta accontentare di una nuova specie di vespa “bionda” scoperta in Tailandia, la “Aleiodes gaga”.

Il curioso caso dei ragni intitolati ai grandi del metal

Un caso particolare quello della biologa Christina Rheims, che, nel 2019, durante le sue ricerche amazzoniche, si è imbattuta in quattro nuove specie di ragni. Appassionata di heavy metal, la studiosa ha così deciso di intitolare ciascuna specie, rispettivamente, a Bruce Dickinson degli Iron Maiden (“Extraordinarius brucedickinsoni”), a Klaus Meine degli Scorpions (“Extraordinarius klausmeinei”), a Andre Matos della band brasiliana Angra (“Extraordinarius andrematosi”) e a Rick Allen dei Def Leppard (“Extraordinarius rickalleni”).

La medusa di Frank Zappa e l’omaggio allo scopritore

Tra le star che possono vantare più di un’attribuzione c’è senz’altro Frank Zappa. Al “genio di Baltimora”, infatti, non solo è stato intitolato l’asteroide “3834 Zappafrank” (scoperto dall’astronomo slovacco Ladislav Brožek nel 1980), ma anche una medusa, la “Phialella zappai”, individuata nel 1983 da Ferdinando Boero, zoologo e biologo salentino di fama mondiale, durante un periodo di studio in California. Boero, grande appassionato di Zappa, scrisse al musicista americano la sua intenzione di intitolargli la scoperta e, come ha raccontato lo scienziato, il suo idolo gli rispose: «Non c’è niente che mi piacerebbe di più di avere una medusa chiamata come me». Da quel momento, tra i due nacque un’amicizia, e i fan zappiani più incalliti ricordano il concerto genovese (luglio 1988) durante il quale il musicista eseguì un suo celebre brano, Lonesome Cowboy Burt (trasformato in “Lonesome Cowboy Nando”), modificando il testo inziale del brano da «My name is Burtram/I’m a redneck” in “My name is Nando/I’m a marine biologist».

Alta Velocità ancora in tilt: «Furto di cavi da parte di ignoti»

Dopo la difficile giornata di ieri, che ha visto forti ritardi – anche di quattro ore – per un guasto tra Milano e Piacenza, anche giovedì 18 giugno è caratterizzato da disagi lungo l’Alta Velocità. Questa volta lungo il tratto Napoli-Roma, dove la circolazione è fortemente rallentata per «danneggiamenti alla linea da parte di ignoti nei pressi di Tora e Piccilli», in provincia di Caserta: c’è stato un furto di cavi. I treni alta velocità «possono essere instradati da Napoli a Roma sulla linea convenzionale via Formia e registrare un maggior tempo di percorrenza fino a 90 minuti», si legge su Infomobiltà, sito di Trenitalia. Tra i treni AV direttamente coinvolti ci sono quello partito alle 6 da Firenze Santa Maria Novella e diretto a Napoli Centrale e quello partito dal capoluogo campano alle 7:45, con destinazione Milano.

Maturità, le tracce della prima prova

Primo giorno di esami di Stato per i 527.747 maturandi d’Italia. Si parte, come sempre, con il tema. Le tracce, comuni a tutti gli indirizzi di studio, sono in tutto sette, divise in tre tipologie diverse: due analisi del testo (uno poetico e l’altro in prosa), tre di testo argomentativo e due di attualità. Eccole.

Le analisi del testo (poesia e prosa)

Una delle due analisi del testo proposte ai maturandi riguarda la poesia Passerò per Piazza di Spagna di Cesare Pavese, che parla dell’amore non ricambiato per l’attrice statunitense Constance Dowling. L’altro brano proposto, in prosa, è tratto da I piaceri di Vitaliano Brancati, diario nel quale lo scrittore espresse riflessioni, fantasie, nostalgie e ricordi di esperienze anche dolorose.

Maturità, le tracce della prima prova
Studenti pronti a sostenere l’esame di Stato (Ansa).

Le tracce di tipo argomentativo

Le tracce di tipo argomentativo sono tre. La prima riguarda l’Assemblea Costituente, con un brano tratto dal discorso di insediamento del presidente Giuseppe Saragat, pronunciato il 26 giugno 1946 a Montecitorio. Agli studenti viene chiesto di individuare gli «altri doveri» che per Saragat sovrastavano l’Assemblea costituente e di spiegare per quale motivo la democrazia «è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo» e a quali eventi si riferiva Saragat con l’espressione «pesante eredità di miserie e di dolori». Un’altra traccia di tipo argomentativo è un brano tratto dal libro Alzarsi all’alba di Mario Calabresi. C’è poi un passaggio dal libro Te lo dico con parole tue di Piero Bianucci, volume che passa in rassegna le diverse forme giornalistiche e affronta argomenti delicati come la scelta delle fonti e l’etica professionale di chi scrive.

Le proposte legate all’attualità

Per quanto riguarda le tracce di attualità, uno di due temi proposti ruota attorno al concetto di “incanto”. La fonte è un articolo della giornalista Wenke Husmann, intitolato “Funziona a meraviglia” e apparso su Internazionale a gennaio. Tra le proposte ai maturandi per la prima prova scritta, infine, c’è un brano tratto da I confini contano: Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare frontiere di Frank Furedi.

Carlo Ginzburg morto a 87 anni: addio allo storico teorico della microstoria

Addio a Carlo Ginzburg, grande storico e teorico della microstoria, morto all’età di 87 anni. Figlio dell’intellettuale antifascista Leone Ginzburg e della scrittrice Natalia Ginzburg, era famoso in tutto il mondo per le sue ricerche sulla stregoneria e le credenze popolari. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 20 lingue.

L’esordio con I benandanti

Nato a Torino nel 1939, professore emerito alla Scuola Normale di Pisa in cui si era formato, negli Anni 60 scoprì un culto pagano diffuso in Friuli nel 500 e nel 600, i cui membri erano una specie di guaritori sciamani accusati di eresia dall’Inquisizione, detti “benandanti”. Così intitolò il suo primo libro, uscito nel 1966, in cui ricondusse le origini di questo culto contadino a più antiche credenze diffuse in Europa centrale. I benandanti, pubblicato da Einaudi, è diventato un esempio dell’approccio di Ginzburg alla microstoria, un metodo di ricerca che si concentra su casi particolari che a volte sfuggono alla grande storia andando a spulciare atti giudiziari, epistolari, registri, diari.

Ha scritto anche un saggio per la Storia d’Italia della Einaudi

Con Il formaggio e i vermi (1976) prese invece in esame le vicende di un mugnaio friulano del XVI secolo, Menocchio, per due volte sottoposto a processo da parte dell’inquisizione romana, una prima volta condannato al carcere a vita (fu poi liberato con un atto di clemenza per le cattive condizioni di salute e per la precaria situazione economica della sua famiglia) e in seguito arso al rogo come relapso e pertinace. In virtù dell’esperienza maturata nel campo della ricerca relativa alla storia delle mentalità, condotta generalmente mediante l’analisi di figure apparentemente poco importanti e marginali, ma giudicate emblematiche di orientamenti in realtà ampiamente diffusi, è stato invitato a scrivere il saggio Folklore, magia, religione per il primo volume della Storia d’Italia della Einaudi (I caratteri originali). Negli Anni 80 ha anche diretto, con Giovanni Levi, la collana Microstorie della Einaudi. In altri libri, pubblicati perlopiù nella seconda parte della sua vita, Ginzburg si è concentrato sulla storia del pensiero politico, su questioni di metodo storico e sulla relazione tra verità e menzogna.