Leonardo Maria Del Vecchio sbatte la porta ma il filo dei suoi debiti lo tiene Orcel

La lettera di Leonardo Maria Del Vecchio è arrivata lunedì sera sul tavolo di Francesco Milleri e del consiglio di EssilorLuxottica, ed è un piccolo trattato di umanesimo aziendale: la gestione «distante» e «impersonale», le persone che «devono tornare al centro», la Luxottica di 20 anni fa dipinta come un paradiso perduto. La prosa della lettera sembra uscita dalla stessa officina digitale che avevamo già riconosciuto nella memorabile lectio magistralis di Tor Vergata. Il mercato ha archiviato tutto con un ribasso da prefisso telefonico; le dimissioni seguono di un anno quelle del fratellastro Rocco Basilico e chiudono la presenza operativa della famiglia in azienda. Il contenuto vero però sta nei numeri che la lettera si guarda bene dal citare.

Leonardo Maria Del Vecchio sbatte la porta ma il filo dei suoi debiti lo tiene Orcel
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

Il divorzio si è consumato due mesi fa

Primo numero: il titolo. EssilorLuxottica ha perso circa il 40 per cento in 12 mesi e quasi il 50 per cento dal massimo di 322 euro dello scorso novembre. Ai 160 euro di questi giorni la capitalizzazione è precipitata da circa 150 a poco più di 74 miliardi. Su quel valore poggiava il progetto di LMDV: rilevare il 25 per cento di Delfin dai fratelli Luca e Paola e salire dal 12,5 al 37,5 per cento della cassaforte di famiglia. Un’operazione da 10 miliardi, benedetta dall’assemblea del 27 aprile con sei voti su otto e affidata a un pool guidato da UniCredit con Bnp Paribas e Crédit Agricole. Poi il collaterale si è squagliato insieme al titolo, le banche hanno preteso manleve e una lettera di patronage da Delfin, e il consiglio della holding ha rifiutato di impegnare gli attivi di tutti per l’ascesa di uno solo. Al voto sulla patronage, Milleri si è espresso a favore insieme al notaio Mario Notari; contro, il ceo Romolo Bardin e i consiglieri Giovanni Giallombardo e Aloyse May. Milleri ha provato ad aiutare il suo alleato e ha scoperto di aver perso il proprio consiglio; Leonardo Maria ha scoperto a giugno che il patto aveva smesso di produrre risultati. La lettera di lunedì certifica un divorzio consumato due mesi fa.

Leonardo Maria Del Vecchio sbatte la porta ma il filo dei suoi debiti lo tiene Orcel
Romolo Bardin (Imagoeconomica).

La via d’uscita negoziata con Apollo resta in standby

Secondo numero, il più eloquente: il debito. L’esposizione complessiva sfiora 1,3 miliardi: circa 650 milioni personali verso UniCredit, 350 riconducibili a Indosuez-Crédit Agricole, 110 di leasing. Il servizio del debito è stimato tra 80 e 100 milioni l’anno, mentre i dividendi Delfin, bloccati da Luca, Clemente e Paola, portano a ciascun erede meno di 19 milioni lordi. Il buco supera i 60 milioni l’anno e si allarga da solo. La via d’uscita negoziata a fine luglio con Apollo Global Management, un rifinanziamento con interesse vicino all’8 per cento, resta in standby: l’accordo è condizionato alla transfer notice, il trasferimento del suo 12,5 per cento di Delfin al veicolo Lmdv Fin, che l’assemblea della holding ha bocciato e che ora pende davanti ai giudici del Lussemburgo. Gli stessi giudici hanno già autorizzato un mini-trasferimento a Basilico applicando uno sconto-holding del 30 per cento: un precedente che deprime il valore di qualsiasi quota in uscita. Sul tavolo pesa infine la penale da 500 milioni dei contratti di prevendita con Luca e Paola, scaduti il 30 giugno. E nel frattempo, sussurrano ambienti vicini alla partita, i fratelli che dovevano farsi comprare starebbero studiando lo schema inverso: liquidare lui.

La partita di UniCredit

Ed è qui che entra in scena il regista. Secondo indiscrezioni raccolte da L43, UniCredit, con il costo del denaro in salita, ha chiesto a Leonardo Maria una rinegoziazione dei termini del debito. La banca di Andrea Orcel tiene dunque in mano il credito personale del socio più fragile di Delfin, e contemporaneamente corteggia da mesi gli asset della holding: a inizio anno i colloqui sul 17,5 per cento di Mps, respinti come speculazioni; a giugno la proposta di farsi conferire il 10 per cento di Generali in cambio di azioni proprie, operazione da quasi 20 per cento del Leone, rifiutata; a luglio la rassicurazione che su Mps trattative non ce n’erano. Il fatto che un fondo come Apollo gli prezzi il rischio all’8 per cento dice a chiunque sieda dall’altra parte del tavolo quale sia il suo prezzo di riserva. Nulla consente di affermare un uso improprio del credito, e la cautela è d’obbligo. Resta la fotografia: Orcel tiene i fili di ogni tavolo che conta, e Leonardo Maria balla.

Leonardo Maria Del Vecchio sbatte la porta ma il filo dei suoi debiti lo tiene Orcel
Andrea Orcel (Imagoeconomica).

Il ruolo di Delfin nell’operazione di Mps su Bpm e Banca Generali

Il calendario, poi, sembra scritto da un drammaturgo. Il 29 ottobre l’assemblea straordinaria di Mps vota, con maggioranza dei due terzi, la doppia ops da 34 miliardi su Banco Bpm e Banca Generali e la maxi-cedola da 4 miliardi, di cui 3 in azioni Generali: Delfin, primo azionista del Monte con il 17,5 per cento, è uno degli aghi della bilancia, e ai valori annunciati le spetterebbero circa 700 milioni tra contanti e titoli del Leone. C’è però un dettaglio magnifico: quel denaro entra nella holding e lì si ferma. Con i dividendi murati, l’ossigeno viene pompato nella stanza accanto mentre il debitore resta dietro una porta chiusa. Il 30 ottobre, secondo fonti vicine a LMDV, scade il termine entro cui il Lussemburgo dovrebbe pronunciarsi sul valore delle partecipazioni. Quarantott’ore in cui si decidono, insieme, il risiko bancario italiano e la sua libertà di manovra.

Leonardo Maria Del Vecchio sbatte la porta ma il filo dei suoi debiti lo tiene Orcel
Francesco Milleri (Imagoeconomica).

Ora per Milleri Leonardo Maria è diventato un fattore di rischio

Resta Parigi, che ha la posizione più comoda di tutti. Il sistema pubblico francese è entrato nel capitale negli anni scorsi attraverso Caisse des Dépôts e Bpifrance; soprattutto, EssilorLuxottica è una società francese, i diritti di voto di Delfin sono plafonati per statuto al 31 per cento e nel 2027 scadono i mandati di Milleri e di Paul du Saillant. I francesi, reduci dalla guerra di governance del 2019 contro l’ascesa italiana, hanno solo bisogno che Delfin arrivi divisa a quell’appuntamento. Ogni veto incrociato lavora per loro, gratis. La morale della favola capovolge la nota ufficiale sui «nuovi progetti imprenditoriali». Il figlio che doveva garantire a Milleri il controllo politico della famiglia è diventato il suo principale fattore di rischio. E dalla crepa aperta lunedì sera guardano dentro, contemporaneamente, Orcel e Parigi.