Aveva solo cinquantaquattro anni. Era stato anche finalista al Premio Lovecraft e al Premio Hypnos.
Ieri 31 maggio è stata diffusa la notizia della scomparsa di Luca Bonatesta, una delle figure centrali del ClubGHOST, storico club dedicato all'horror. Cinquantaquattro anni, colpito da una malattia che gli aveva anche causato problemi alla vista, Bonatesta viene ricordato in un commosso post da Max Ferrara sul sito del club.
Nato a Brindisi nel 1972, Luca Bonatesta ha lavorato per dodici anni all'Agenzia News per poi diventare giornalista freelance. Dal 2019 ha cominciato a collaborare attivamente alle pubblicazioni del club, prima col sito Club GHoST e il blog Planet Ghost,... - Leggi l'articolo
Aveva solo cinquantaquattro anni. Era stato anche finalista al Premio Lovecraft e al Premio Hypnos.
Ieri 31 maggio è stata diffusa la notizia della scomparsa di Luca Bonatesta, una delle figure centrali del ClubGHOST, storico club dedicato all'horror. Cinquantaquattro anni, colpito da una malattia che gli aveva anche causato problemi alla vista, Bonatesta viene ricordato in un commosso post da Max Ferrara sul sito del club.
Nato a Brindisi nel 1972, Luca Bonatesta ha lavorato per dodici anni all'Agenzia News per poi diventare giornalista freelance. Dal 2019 ha cominciato a collaborare attivamente alle pubblicazioni del club, prima col sito Club GHoST e il blog Planet Ghost,... - Leggi l'articolo
Vincitrice di un Oscar, ex moglie di George Lucas, ha avuto un ruolo fondamentale anche in film come Taxi Driver.
Marcia Lucas, montatrice vincitrice di un Oscar il cui lavoro ha contribuito a plasmare la trilogia originale di Star Wars e numerosi altri film di riferimento degli anni '70 e dei primi anni '80, è morta il 27 maggio all'età di 80 anni dopo aver combattuto contro un tumore metastatico.
Nel 1974, venne nominata agli Oscar per il miglior montaggio con American Graffiti. Collaborò con Martin Scorsese ai film Alice non abita più qui, nel 1975, e a Taxi Driver l'anno successivo, ottenendo per quest'ultimo una nomination per il BAFTA al miglior montaggio.... - Leggi l'articolo
Quali sono le più grandi saghe della storia della fantascienza e quanto hanno influito sul genere?
Dall'Allodola dello spazio a The Expanse, il genere della fantascienza si è spesso prestato alla narrativa seriale. Alcuni dei suoi titoli più famosi sono nati come saghe o lo sono diventati in seguito, come Fondazione, Dune, Hyperion. Ma al di là dei titoli più famosi, quali sono le saghe che hanno fatto il genere, e quanto sono state importanti per la sua diffusione e il suo successo? Uno speciale di Arturo Fabra copre esaustivamente l'argomento in questo numero, in cui si parla anche del nuovo film di Star Wars The... - Leggi l'articolo
Vincitrice di un Oscar, ex moglie di George Lucas, ha avuto un ruolo fondamentale anche in film come Taxi Driver.
Marcia Lucas, montatrice vincitrice di un Oscar il cui lavoro ha contribuito a plasmare la trilogia originale di Star Wars e numerosi altri film di riferimento degli anni '70 e dei primi anni '80, è morta il 27 maggio all'età di 80 anni dopo aver combattuto contro un tumore metastatico.
Nel 1974, venne nominata agli Oscar per il miglior montaggio con American Graffiti. Collaborò con Martin Scorsese ai film Alice non abita più qui, nel 1975, e a Taxi Driver l'anno successivo, ottenendo per quest'ultimo una nomination per il BAFTA al miglior montaggio.... - Leggi l'articolo
Sui social cinesi lo chiamano spesso “Ma Ge“, letteralmente “Fratello Ma“. Un soprannome quasi affettuoso, che dice molto del rapporto particolare tra Elon Musk e la Cina. Negli scorsi anni è stato persino suggerito come possibile presidente degli Stati Uniti, mentre i suoi tentativi di scrivere poesie in mandarino e le frequenti visite a Pechino hanno alimentato una popolarità quasi da rockstar. Un trattamento riservato anche a Jensen Huang, il fondatore e amministratore delegato di Nvidia, il colosso statunitense dei chip. Pure il super manager della compagnia al centro della contesa tech tra Pechino e Washington, di origine taiwanese, è un visitatore abitudinario della capitale cinese.
Musk e Huang, cerchiati in rosso, nella delegazione americana in visita a Pechino (foto Ansa).
Entrambi facevano parte della delegazione con cui Donald Trump si è presentato in Cina per il suo attesissimo summit con Xi Jinping. Entrambi sono diventati super virali sui social. Lei Jun, fondatore di Xiaomi, che corre verso Musk per un selfie è diventato uno dei momenti più condivisi della giornata. Musk che fa l’occhiolino alla fotocamera, Lei che abbassa il telefono in modalità autoscatto. E naturalmente la domanda collettiva: quale smartphone stava usando? Risposta: uno Xiaomi 17 Pro.
Elon Musk es toda una celebridad en China, todos quieren fotos con él durante el banquete ¡hasta Lei Jun (CEO de Xiaomi) sonríe como fan y le pide una foto! pic.twitter.com/V330C4iZzs
Il figlio di Musk, tra l’altro, sta avendo una popolarità quasi surreale dopo che Elon ha scritto in cinese che sta imparando il mandarino. Mentre Huang, sfuggito al resto della delegazione, è stato pizzicato mentre mangiava, in piedi, un piatto tipico a base di tagliatelle fritte in un ristorantino di Pechino.
Nvidia CEO Jensen Huang was spotted in Beijing enjoying simple street food noodles like an ordinary traveler.
One of the most powerful figures in AI and technology… sitting down quietly for a local meal in the middle of the city.
Eppure, i risultati ottenuti dai due “super ceo” dopo questo viaggio sono agli opposti. Musk esce rafforzato, Huang indebolito. Qualche giorno dopo il vertice tra i due presidenti, Tesla ha annunciato il via libera al suo sistema di guida autonoma in Cina. Un risultato dopo anni di negoziati, autorizzazioni rinviate e ostacoli normativi. Il meccanismo, basato su intelligenza artificiale addestrata attraverso milioni di filmati di guida reale anziché su semplici regole pre-programmate, rappresenta uno degli asset tecnologici più strategici dell’azienda. La Cina era l’ultimo grande mercato a mancare all’appello. L’autorizzazione concessa a Tesla va letta su due livelli. Sul piano economico offre all’azienda americana un vantaggio importante nel più grande mercato mondiale dei veicoli elettrici. Sul piano politico, invece, Pechino sembra distinguere tra comparti tecnologici considerati accettabili e altri giudicati troppo sensibili.
Elon Musk in Cina (foto Ansa).
Mentre Musk ottiene un’apertura, Nvidia vive infatti una situazione al contrario. Dopo essere stato inizialmente escluso, Huang era stato richiamato all’ultimo momento nella delegazione americana diretta a Pechino, alimentando sui social cinesi aspettative e speculazioni. La sua presenza aveva fatto pensare a una possibile intesa sul fronte dei chip. Per mesi il tema era stato centrale: gli Stati Uniti avrebbero potuto concedere licenze selettive per esportare versioni depotenziate dei microprocessori avanzati Nvidia destinati al mercato cinese.
Musk in Cina con figlio al seguito (foto Ansa).
Bloccata la GPU Nvidia per il gaming: sarebbe stato un mercato enorme
Ma la svolta non è arrivata. Anzi, come ammesso dalla stessa Casa Bianca, è stata la Cina a non dare il via libera a un allentamento delle restrizioni sulle spedizioni di chip concesso da parte statunitense. Di più. Proprio durante il summit, la Cina ha aggiunto una GPU Nvidia per il gaming alla lista dei prodotti da bloccare nei controlli doganali. Era destinato ai gamer cinesi e ai professionisti della grafica 3D, un mercato enorme. La Cina rappresenta infatti uno dei più grandi ecosistemi mondiali per videogiochi, e il segmento dell’hardware ad alte prestazioni costituisce una parte importante della presenza commerciale di Nvidia nel Paese.
Pechino non vuole subire le regole imposte da Washington
Pechino sembra voler evitare che Nvidia continui a consolidare la sua presenza attraverso prodotti “di seconda fascia” o versioni modificate dei microprocessori, sviluppate appositamente per aggirare i limiti imposti dalle restrizioni americane. Negli ultimi anni, Nvidia ha spesso progettato versioni depotenziate in modo da rispettare formalmente i controlli alle esportazioni imposti da Washington, mantenendo comunque un piede nel mercato cinese. La decisione sul gaming, aggiunta al mancato via libera su altri modelli dedicati al mercato tech più ampio, mostra che Pechino non intende limitarsi a subire le regole imposte da Washington.
Il ceo di Nvidia Jensen Huang (foto Ansa).
Lo stesso Huang ha ammesso dopo il summit Trump-Xi che Nvidia ha ormai «largamente ceduto» il mercato cinese a Huawei. In realtà, Pechino continua ad avere bisogno della tecnologia Nvidia. Ma Xi vuole convincere Washington che la leva americana dei chip sta lentamente perdendo efficacia. Il messaggio è prettamente politico, con la Cina che trasforma il rifiuto in un segnale di pretesa autosufficienza.
La Cina cerca di sopravvivere ai tentativi di isolamento tecnologico
Per sostenere questa postura negoziale, è stata approntata un’ampia strategia retorica. Proprio alla vigilia del summit Trump-Xi, la televisione di Stato ha trasmesso immagini provenienti da un laboratorio Huawei normalmente chiuso al pubblico. Insieme al fondatore Ren Zhengfei compariva il vicepremier Ding Xuexiang, figura chiave del Partito comunista per la strategia tecnologica. Huawei è diventata l’azienda simbolo dell’assedio americano sulle filiere globali più avanzate. Ora il colosso di Shenzhen vuole mostrarsi come la prova che la Cina può sopravvivere ai tentativi di isolamento tecnologico.
Jensen Huang (foto Ansa).
Non solo. Nei giorni scorsi, Huawei ha annunciato di poter arrivare entro il 2031 a capacità equivalenti alla tecnologia a 1,4 nanometri, appena pochi anni dietro i leader mondiali della taiwanese TSMC e della sudcoreana Samsung. Negli ultimi anni, Pechino ha costruito una gigantesca infrastruttura autoctona: startup, università, fondi pubblici, governi locali e centri di ricerca lavorano per replicare ogni anello della filiera globale dei microprocessori. Laser industriali, materiali fotosensibili, software di progettazione, wafer di silicio, packaging avanzato: ogni segmento è diventato una priorità nazionale. L’obiettivo della leadership, che rallenta Nvidia per incentivare l’adozione dei dispositivi nazionali, è arrivare a produrre internamente oltre il 70 per cento dei chip necessari al comparto interno.
«Hai più bisogno te delle mie terre rare di quanto io non ne abbia dei tuoi chip»
Il motivo alla base di questa spinta è duplice: incentivare lo sviluppo nazionale per perseguire una seppur complicata autosufficienza nello snodo più critico della contesa tecnologica, segnalare a Trump una posizione di forza nei colloqui. Come a dire: «Hai più bisogno te delle mie terre rare di quanto io non ne abbia dei tuoi chip». L’apertura al sistema di guida autonoma della Tesla di “Fratello Ma”, dossier meno sensibile, può invece rappresentare il case study di successo dei legami tra il mercato cinese e i grandi manager americani.
Quando La messa è finitavinse l’Orso d’argento al festival di Berlino, anno 1986, allora la mia proposta di scrivere un libro su Nanni Moretti venne finalmente accettata. Se Sogni d’oro, 1981, pur conquistando a Venezia il Leone d’argento dalle mani prestigiose di Italo Calvino, era stato un fiasco sia di critica sia di pubblico, i due film successivi, Bianca, 1985, eappunto La messa è finita, che sono tornati sui nostri schermi, avevano rilanciato Nanni Moretti quale stella indiscussa delgiovane cinema italiano. Rispetto ai film precedenti, scritti e diretti in solitaria, Moretti si era stavolta avvalso della collaborazione di uno sceneggiatorelucido ed esperto quale Sandro Petraglia: scelta indubbiamente felice, perché la critica notò subito una narrazione filmica più coesa e matura, rispetto alle “scene”, incastrate e distinte, di cui era composto il fulminante esordio nel cinema professionale di Ecce bombo, 1978.
Nanni Moretti in Ecce Bombo (da Youtube).
Moretti tra commedia all’italiana e i fratelli Taviani
Tanto Bianca che La messa è finita, insomma, furono film che siglarono la consacrazione di Nanni Moretti lungo un orizzonte non solo italiano, ma anche europeo, sollevandolo dalle pieghe del concitato dibattito promosso dal confronto televisivo, sotto la guida di Alberto Arbasino, tra lo stesso Nanni e Mario Monicelli, incentrato sulla questione, tutta e solo nazionale, se Ecce bombo fosse o meno l’aggiornamento generazionale della stracollaudata “commedia all’italiana”. Nanni era evidentemente mal disposto a sostenere una simile tesi, che il suo e quello di Monicelli – o di Risi, Scola, Steno e quant’altri – fossero la medesima tipologia di cinema. La stampa lo aveva persino incasellato tra i cosiddetti “nuovi comici”, al fianco di Verdone, Nuti, Troisi, Nichetti. Formula che certo non riconosceva né auspicava.
Numi tutelari espliciti erano stati semmai i fratelli Taviani, che nel 1977, grazie alle cure di Roberto Rossellini, avevano sorprendentemente trionfato a Cannes con Padre padrone, in cui proprio Nanni figurava nelle vesti di attore.
In La messa è finita, entrando in un caffè, il tormentato protagonista pronunciava una frase emblematica, «Vi amo, voi tutti che siete in questo bar…», evidente calco della battuta con la quale un personaggio de Il prato, 1979, regia dei fratelli Taviani, salutava lo sfrecciare di un convoglio ferroviario, «Vi amo, voi tutti che siete in questo treno…».
Bianca, La messa è finita e la fine delle utopie
È tuttavia fuor di dubbio che della migliore commedia italiana, Bianca conservava la capacità di aderire minuziosamente al tessuto sociale nazionale, mettendo in scena lo spirito del tempo, ovvero la fine delle utopie, attraverso il ritratto del sentire comune di quegli anni, che attraverso una fortunata formula giornalistica furono chiamati gli anni del “riflusso”, il riflusso del politico nel privato: non perché, come voleva il Sessantotto, anche il personale fosse politico, ma in quanto la dimensione stessa del politico stava per essere inghiottita dall’individualismo più esplicito e duro. Da cui lo smarrimento della memoria, altro tema carissimo a Moretti: l’incapacità persino di ricordare l’utopia perduta, la cui estrema conseguenza diventava la perdita di identità.
Moretti seppe davvero cogliere il nucleo semantico dello spirito del tempo, che era il paradosso di un individualismo senza identità, un ritirarsi nel grembo dell’io, dove i segni e segnali di riconoscimento, verso se stessi, e di riconoscenza, nei confronti delle politiche otto-novecentesche, finivano dissolti.
In La messa è finita, così, vestire l’abito talare, Moretti prete, venendo immediatamente meno ogni suggestione in una qualsiasi fede rivelata, significava il disperato tentativo di mantenere vivi orizzonte e funzione sociali, che la perdita delle utopie aveva relegato a inespressi barlumi fuori memoria. Anche in questo, Moretti non tradiva la vena migliore della commedia italiana, ovvero il gusto fondamentalmente amaro del comico, l’acre sapore della sconfitta a controbilanciare sorrisi e sberleffi.
Il filo che unisce Ecce Bombo e Amici miei
Nel 1984, la Rai realizzò un programma in due puntate dal titolo non equivocabile, Riso in bianco: Nanni Moretti atleta di se stesso. Il parallelo con Monicelli, allora, non può significare solo acre e irrisolta contrapposizione. Amici miei, 1975, dello stesso Monicelli, era infatti un film generazionale, come lo sarà tre anni più tardi Ecce Bombo. Il primo metteva in scena la generazione della guerra, che ha fatto la Resistenza, e vissuto la fondazione della Repubblica; l’altro, i giovani dopo il Sessantotto, orfani come si è detto delle utopie. La prima si rifugiava in una ostinata e estenuata goliardia, l’altra nel vuoto a perdere di una sfera sociale ed esistenziale alternativa alle convenzioni borghesi. La disillusione restava il tratto comune a entrambe, con una differenza però: la generazione proveniente dal fascismo e dalla guerra era costituita da vecchi che giocano a fare i bambini, mentre quella alla ricerca del sogno perduto, a specchio, da bambini che giocano a fare i vecchi.
Bianca e La messa è finita, così, sono i film successivi in cui il tema della disillusione non è più differibile. Il professore e il prete, figure protagoniste dei due film, sono ormai adulti, e pertanto degli esclusi: il carcere per il primo e la terra dove c’è un vento che fa diventare pazzi per l’altro diventano i rifugi senza uscita una volta assodata la sconfitta di tutto e di tutti (il primo filmino a passo ridotto di Moretti, non a caso, già intitolava La sconfitta).
Monicelli, a differenza di Moretti, delegava all’attore il senso della storia
Dal punto di vista strettamente cinematografico, la differenza tra Monicelli e Moretti è forse un’altra. Mentre Monicelli – e con lui Risi, Scola, Steno e quant’altri – disponevano di una formidabile generazione di interpreti (Gassman, Tognazzi, Sordi, Manfredi e Mastroianni), Nanni si deve collocare sia alle spalle che di fronte alla macchina da presa. La sua «notevolissima presenza d’attore» come scrisse un critico famoso, segna una cesura nella storia del cinema italiano. Forse solo la figura di Pietro Germi, spesso protagonista dei propri film, è paragonabile, seppur alla lontana, al cinema di Moretti. Monicelli e tutti gli altri avevano la possibilità di delegare all’attore il senso della storia e il significato del racconto: ne Il marchese del Grillo, 1981, la celebre battuta, «Io so’ io…e voi nun siete un cazzo!», è integralmente caricata sulle spalle di Alberto Sordi, e da questi a cascata sul personaggio. Monicelli, insomma, si tiene fuori. Le battute pronunciate da Moretti nei film, talune ormai proverbiali, diventano automaticamente messaggi dell’autore.
Mario Monicelli (Ansa).
Il trauma dell’avvento del berlusconismo con Aprile e Il caimano
Questa ipertrofia dell’io, rappresentata e forse anche subita da Nanni, condurrà in seguito al trauma profondo dell’avvento dell’età berlusconiana.
Berlusconi, infatti, sarà colui capace di realizzare pienamente i sogni degli italiani, là dove la generazione di Ecce Bombo aveva già volatilizzato ogni possibile utopia. In breve, se Moretti autore/attore è il luogo di un eccesso dell’io nel segno della sconfitta generazionale, Silvio Berlusconi è lo spazio di un eccesso dell’io in nome del trionfo nazionale.
Come è noto, il trauma condusse a film quali Aprile, 1998, e Il caimano, 2006. Se la contrapposizione con Monicelli era ancora squisitamente generazionale, quella con Berlusconi assunse dunque carattere dolorosamente esistenziale. Berlusconi si manifestò come l’Ego dell’uomo di spettacolo, di contro all’Io dell’artista/autore. Cosa che rimanda a un certo neo-romanticismo nella poetica morettiana, forse non ancora sottolineato abbastanza. Si pensi che alla radice dell’ispirazione di un film quale Sogni d’oro stava il Tonio Kröger di Thomas Mann, ossia il ritratto emblematico dell’artista sospeso tra romanticismo e decadentismo. Sia Bianca che La messa è finita, oggi di nuovo al cinema, restano film emblematici e importanti, all’interno dell’evoluzione della poetica del loro autore, ma anche momenti di passaggio epocale nell’ambito di una possibile storia sociale dell’arte cinematografica italiana.
La serie spin-off di The Boys, Spider-Noir in bianco e nero, Star City e i racconti di Silvio Sosio nella settimana di Fantascienza.com
Si è conclusa anche la quinta (e penultima) stagione di For All Mankind. For All Mankind a nostro avviso è attualmente, per distacco, la migliore serie di fantascienza attiva. I temi che tratta, come li tratta, come parla della realtà di oggi attraverso lo strumento della metafora, del parallelo raccontando questo universo in cui già da parecchi anni esiste una colonia umana su Marte, ne fanno una serie straordinaria. E questa quinta stagione è stata quasi un culmine, con gli ultimi tesissimi episodi che hanno mostrato la brutalità della guerra,... - Leggi l'articolo
Fuori ci sono già 30 gradi all’ombra, le ascelle degli italiani iniziano a mandare i primi segnali di fumo, e i colonnelli del transistor hanno già deciso a tavolino come e quanto dovremo soffrire sotto l’ombrellone. Domenica, al Centrale del Foro Italico di Roma, va in scena il neonato Power Hits Estate Grand Opening. Un titolo che gronda modestia, inventato da Lorenzo Suraci per festeggiare il decennale della sua creatura con un colpo di genio: sdoppiare il festival. Perché aspettare luglio per farsi del male? Molto meglio stabilire a tavolino l’apertura dei battenti a maggio, per poi trascinare l’agonia dei tormentoni fino a settembre all’Arena di Verona. Grattando via i lustrini, però, ci si accorge che non siamo di fronte a una festa spontanea.
I figuranti in cartellone non si trovano su quel palco per un’improvvisa illuminazione dello Spirito Santo o perché la gente ha scelto le canzoni canticchiandole sulla spiaggia. Fanno tutti parte, o quasi, della triade delle multinazionali che presidia il mainstream nostrano: Warner, Sony e Universal. Cantano tutti per lo stesso portafoglio, spostandosi in blocco da una transenna all’altra come una comitiva di pendolari del lusso con il pass VIP al collo. Dopotutto il tormentone estivo come miracolo democratico nato sotto l’ombrellone è una favola a cui non credono più nemmeno i bambini: la musica è una catena di montaggio e le major usano i network come caselli autostradali.
Le stesse facce di Sanremo si rivedono al Concertone, a Battiti Live e al Foro Italico
La spectre radiofonica ha perfezionato l’arte del lavaggio del cervello: si prendono le medesime facce, si fa timbrare loro il cartellino all’Ariston a febbraio, le si fa scaldare sul palco del Concertone del Primo Maggio, le si trasferisce sulle passerelle di Battiti Live Spring e, infine, le si fa atterrare al Foro Italico, pronte per un altro paio di giri di giostra estivi su Canale 5. Un martellamento a reti unificate per sfinimento del timpano. E sia chiaro: non è detto che in questo enorme calderone non ci sia una canzonetta che funzioni o un pezzo indovinato. Il punto è che, buono o cattivo che sia il prodotto, passano solo ed esclusivamente loro perché il tabellone è bloccato a monte da una spartizione scientifica delle quote di mercato. Diventa una sfilata di figurine interscambiabili dove le sorelle major si dividono i corpi del reato.
Levante, Serena Brancale e Delia al Concertone del Primo Maggio 2026 (Ansa).
Le corazzate dei tormentonisti di Warner, Sony e Universal
La Warner Music monopolizza l’aria schierando l’esercito dei tormentonisti di professione: Annalisa nella divisione Atlantic Records come Achille Lauro, Geolier, Fedez, Serena Brancale e lo stesso Sal Da Vinci. Tutti arruolati sotto la stessa bandiera industriale, a dimostrazione che la major non fa prigionieri ma solo contratti.
Le altre due consorelle non stanno certo a guardare per il bene dell’arte: Sony risponde saturando lo streaming con il pacchetto pre-confezionato di Biagio Antonacci, Gigi D’Alessio e Bresh, scendendo fino ai giovani cresciuti a pane e visualizzazioni. La Universal chiude il cerchio piazzando nella catena i suoi pesi massimi: Emma, Giorgia o la coppia LDA & Aka 7even.
Emma e Giorgia (Ansa).
Pure i talent si passano i concorrenti: è la fine dello scouting
In questa melassa dove le canzoni rimbalzano da un network all’altro per convincerci che ogni traccia sia da strapparsi i capelli, la figura del talent scout è stata felicemente sostituita da un ufficio di collocamento che ripesca profili già catalogati, digeriti e marchiati. Chi lo fa più lo scouting in Italia? Nessuno. Basta guardare la finale di Amici di quest’anno: a trionfare è stato Lorenzo Salvetti, una faccia che era già passata dall’ingranaggio dei live di X Factor nella scuderia di Achille Lauro prima di essere elegantemente reinserita nel circuito di Canale 5. Se persino la scuola televisiva più famosa del Paese smette di cercare dal basso e si limita a riaddestrare e sdoganare usato sicuro, il colpo è totale. La musica che ascolteremo nei prossimi mesi non è la colonna sonora della nostra estate. È solo una tassa fissa da pagare, mentre noi restiamo orfani di alternative sul telecomando, condannati a credere che questo algoritmo sia davvero l’unico tormentone possibile.
Jiè dāo shā rén. Uccidere con un coltello preso in prestito. È uno dei Trentasei stratagemmi del celebre trattato di dottrina militare della Cina antica, codificato durante l’epoca della dinastia Ming sulla base di svariati secoli di saggezza strategica. Il significato non è per forza legato a un’azione violenta o a un inganno. È semmai l’esaltazione della delicata “arte” di ottenere un risultato attraverso l’azione di un altro soggetto, evitando di esporsi direttamente.
Perché la Cina usa Islamabad nella mediazione tra Usa e Iran
Un principio che anche la Cina contemporanea non ha mai abbandonato, almeno stando alle mosse di Xi Jinping sulla crisi in Medio Oriente. Pechino sta portando avanti una strategia in cui esercita influenza senza occupare il centro del palcoscenico, preferendo muoversi attraverso attori regionali capaci di agire in sua vece.
Nello specifico, il Pakistan, che si è ritagliato un ruolo di primo piano nella mediazione in corso tra Stati Uniti e Iran. Non è un caso che, nei giorni scorsi, il premier pakistano Shehbaz Sharif sia stato in Cina. Un viaggio di quattro giorni, che lo ha portato a incontrare Xi. La visita era formalmente dedicata alle celebrazioni per i 75 anni delle relazioni diplomatiche tra Cina e Pakistan, ma sostanzialmente dominata dalla situazione mediorientale. A rendere evidente la priorità del dossier Iran è stata soprattutto la composizione della delegazione pakistana: accanto a Sharif, era presente il capo dell’esercito Asim Munir, figura diventata centrale nei contatti tra Washington e Teheran e protagonista dell’attuale fase negoziale.
I calcoli di Xi Jinping sul breve e medio periodo
Per la Cina, la crisi ha prodotto nel breve periodo anche alcuni vantaggi tattici. Le ampie riserve energetiche accumulate negli anni e una rete di approvvigionamenti molto diversificata hanno limitato i danni derivanti dalle tensioni attorno allo Stretto di Hormuz. Inoltre, comparti strategici nei quali Pechino gode di una posizione dominante, come le tecnologie verdi e i veicoli elettrici, hanno beneficiato indirettamente dell’instabilità energetica. Il calcolo cinese cambia però radicalmente nel medio periodo. Un conflitto prolungato rischierebbe infatti di deprimere crescita e domanda globali, minacciando un modello economico che continua a dipendere in larga misura dall’export.
Xi Jinping (Ansa).
Il Pakistan è il mediatore ideale
Per Xi, Islamabad rappresenta il mediatore ideale: abbastanza vicino a Teheran da essere ascoltato, sufficientemente integrato nel sistema internazionale da mantenere canali aperti con Washington e al tempo stesso profondamente legato alla Cina.
Islamabad occupa una posizione centrale nella Nuova Via della Seta attraverso il Corridoio economico Cina-Pakistan ed è diventata uno snodo strategico per la proiezione cinese verso l’Oceano Indiano. La cooperazione è forte anche sul piano della sicurezza. Tanto che, pochi giorni fa, ambienti militari cinesi hanno riconosciuto pubblicamente per la prima volta che il Pakistan ha utilizzato dispositivi cinesi durante gli scontri di frontiera con l’India dello scorso anno. Il sostegno di Pechino all’attivismo pakistano sulla mediazione si fa dunque sempre più esplicito. Fin dalle prime fasi della crisi, la leadership cinese ha accompagnato e incoraggiato l’azione di Islamabad. Diversi osservatori ritengono, anzi, che abbia orientato direttamente alcune delle sue mosse. Un’impressione rafforzata dalle parole del premier Li Qiang, che nell’incontro con Sharif ha sottolineato come Cina e Pakistan hanno «sempre mantenuto una stretta comunicazione e un forte coordinamento». Lo stesso Iran avrebbe riconosciuto il ruolo decisivo della Cina dietro questo processo. Eppure, Pechino ha scelto deliberatamente di non rivendicarlo apertamente per evitare di apparire come il soggetto che esercita pressioni dirette. Non solo. Xi vuole anche sottrarsi al rischio politico di assumersi la responsabilità di un eventuale fallimento negoziale. Allo stesso tempo, Xi ha elogiato Sharif per avere dimostrato uno «spirito proattivo» sulla crisi, investendo Islamabad di un ruolo internazionale.
Islamabad si è trasformata in una piattaforma diplomatica globale
Per decenni, il Pakistan è stato percepito come un fattore di instabilità regionale. Ora, invece, la Cina lo proietta come piattaforma diplomatica globale. D’altronde, in un sistema internazionale sempre più frammentato, chi riesce a parlare con tutti acquista un valore enorme. La Cina lo sa bene, come dimostra l’agenda diplomatica a dir poco frenetica che Xi sta mantenendo nelle ultime settimane, in cui spiccano i summit con Donald Trump e Vladimir Putin.
Xi Jinping e Donald Trump (Ansa).
Il Pakistan può così ricoprire una funzione importante nella politica estera cinese. Da anni, e a maggior ragione dopo il ritorno di Trump, Pechino cerca di presentarsi come una potenza responsabile e alternativaagli Stati Uniti. Ma, ogni volta che scoppia una crisi, emerge un limite: la Cina non vuole assumersi i costi tipici di una superpotenza e cioè garanzie militari, missioni, interventi, fallimenti.
Attraverso Islamabad, Pechino vuole provare a influenzare una crisi senza diventarne proprietaria. Può esercitare pressione su Teheran senza apparire ostile all’Iran. Può favorire il dialogo con Washington senza sembrare subordinata agli Stati Uniti. Può ottenere dividendi politici se i colloqui riescono, lasciando intravedere la sua regia dietro il successo. Oppure limitare i danni se i colloqui falliscono, sminuendo un ruolo mai del tutto esplicitato.
Se questo schema funzionasse, oltre una tregua tra Washington e Teheran ci sarebbe un’altra notizia: il successo del tentativo della Cina di diventare più influente senza diventare più esposta. Uccidere con un coltello preso in prestito, appunto. O, meglio, negoziare con un mediatore preso in prestito.
Scomparso nel 2019, il traduttore di molte opere di Philip K. Dick spiega come si rende in italiano un romanzo di fantascienza…
di Sergio Beccaria
Attivo nel campo della fantascienza fin dagli anni Settanta, Maurizio Nati è stato uno dei più importanti traduttori italiani. Ha al suo attivo oltre quattrocento opere tradotte, di cui una sessantina di romanzi, tra le quali praticamente l'intera opera di Philip K. Dick, il romanzo Dhalgren di Samuel R. Delany e Il signore della svastica di Norman Spinrad. Nel 1976, insieme a Sandro Pergameno, diede vita alla rivista Fantascienza per Ciscato editore. Riproponiamo quest’intervista uscita nel 2012 su B-Sides Magazine, rilasciata in occasione della traduzione di Dhalgren di Delany. Nati scomparve per un male incurabile nel 2019.
Lei è conosciuto soprattutto per aver tradotto l’opera omnia di Philip K. Dick, oltre a numerosi romanzi e racconti di autori... - Leggi l'articolo
LIBRI - Interviste - 30 maggio 2026 - articolo di Sergio Beccaria
L’attore americano racconta come ha deciso di debuttare sul Piccolo Schermo in una serie TV davvero molto particolare…
di Redazione
Prendete la New York di inizio anni Trenta: alti grattacieli, gangster per le strade e bordelli dappertutto. Aggiungete un investigatore, un po’ strano ve lo concediamo, ma è un classico segugio, quello che chiamereste per sapere se vostra moglie vi tradisce o se il vostro socio vi deruba. No, non siamo in un romanzo noir, tipo alla Dashiell Hammett o alla Raymond Chandler, perché abbiamo omesso di dirvi un piccolo (grande?) particolare… In questa storia c’è Spider-Man. Sì, ma non Peter Parker. Il suo nome è Ben Reilly. Accetta un paio di casi apparentemente semplici, finché mafiosi, mostri e una misteriosa femme fatale non tessono una ragnatela che lo riporta faccia a faccia con la sua vita passata di unico supereroe di New... - Leggi l'articolo
Cento e duecento anni di fantascienza, tra avventura, visione, appropriazione. Pubblichiamo l'Intervento di Giulia Abbate al panel“I cento anni della fantascienza” tenutosi alla convention Delos Days lo scorso 26 aprile 2026.
di Giulia Abbate
Per convenzione, si data al 2026 il centenario dalla nascita della parola “fantascienza”, ricordando la prima pubblicazione, nel marzo del 1926, dell'iconica rivista pulp Amazing Stories di Hugo Gernsback. Cento (e più) anni dopo, oggi, la fantascienza riesce ancora parlare del presente e al presente? Riesce a essere, come in molti si sono augurati negli anni, uno strumento di cambiamento?
Personalmente, devo dire che incontrare il solarpunk, sottogenere SF su cui lavoro dal 2020, mi ha dato la possibilità di approfondire una serie di tematiche legate alle circostanze materiali, e di sviluppare una visione più concreta. In passato, dato il mio lavoro tendevo a concentrarmi sulla sola editoria, e a fare dei discorsi più facilmente interni a... - Leggi l'articolo
LIBRI - Dall'Italia - 30 maggio 2026 - articolo di Giulia Abbate
Pubblichiamo un estratto da un racconto contenuto nell'antologia Seduto a un metro dalla fine del mondo (Delos Digital).
di Silvio Sosio
Le strade scorrono a centinaia attorno a lui, ma solo una porta alla luce.
Scintille e scariche di elettricità statica crepitano da ogni direzione; pallidi arcobaleni tagliano a spicchi l’universo ambrato che lo avvolge. Fiumi d’oro e di tenebre minacciano di travolgerlo in ogni istante.
È tentato di restare, di fermarsi, tornare indietro.
Ma ormai non può; non deve, è necessario avanzare. Scegliere una strada e una sola, la strada per la luce, per la vita. Passa un milione di istanti. Poi la scelta è fatta, più veloce del pensiero corre verso la sua meta, una luminosità rossa lo inghiotte e si ritrova in un nuovo universo, il Mondo Scarlatto. Da lì alla luce il passo è breve. Una pausa: no, non può... - Leggi l'articolo
La navicella era andata purtroppo distrutta.
Si sarebbe potuto anche tentare di ripararla e, probabilmente, la parte strutturale non avrebbe creato grossi problemi, ma chi sarebbe stato capace di ricostruirne l’elettronica, con microchip e migliaia di connessioni e contatti per centimetro quadrato?
Non c'era niente da fare. Era costretto a rimanere in quel tempo, che non era il suo, forse per sempre a meno che qualcuno non fosse andato a recuperarlo.
Questa eventualità era però veramente remota. Infatti quella mattina non aveva avvisato nessuno del viaggio e nessuno l'avrebbe cercato fino al lunedì successivo, quando sarebbe dovuto tornare dalla vacanza che, per una serie di circostanze, non aveva più fatto.
Uno dei tecnici del Centro si sarebbe... - Leggi l'articolo
Una rubrica sui topos della fantascienza, alla segnalazione di opere particolarmente interessanti di cinema/libri/anime alla riflessione aperta sullo scrivere fantascienza (worldbuilding, coerenza scientifica, ecc…).
di Andrea Cattaneo
Rivivrai lo stesso giorno all'infinito, ma non un giorno qualunque. Il giorno in cui morirai combattendo la battaglia per la sopravvivenza dell’umanità.
Sono queste le premesse condivise da All You Need Is Kill (2004), romanzo di Hiroshi Sakurazaka (poi adattato in manga) e dalla sua trasposizione cinematografica Edge of Tomorrow (2014) diretta da Doug Liman con Tom Cruise e Emily Blunt.
Due storie con lo stesso punto di partenza, ma con traiettorie e destinazioni molto diverse.
Perché?
La fonte e il suo spirito
Edizione inglese di All You Need is Kill
La storia di partenza di Sakurazaka è un'opera militare spietata e nichilista. Il protagonista, il giovane Keiji Kiriya, è un soldato giapponese alle prime armi che muore e rinasce in loop... - Leggi l'articolo
Il gioco, inteso in senso sociologico, è un tema ricorrente nella fantascienza, specie in quella distopica. Si pensi a Rollerball di Norman Jewison (1975) a The Running Man di Stephen King (come Richard Bachman, 1982) al precedente The Prize of Peril di Robert Sheckley (1958) o a The Hunger Games di Suzanne Collins (2008).
Homo ludens (in latino, L’uomo che gioca) è un libro di Johan Huizinga del 1938, in cui si sostiene che la tendenza al gioco, specificamente negli umani, sia il fattore determinante dello sviluppo culturale. Si sbaglierebbe però a supporre che Huizinga volesse scrivere un trattato sul gioco. La sua intenzione è invece di mostrare come, in ogni istituzione o prodotto culturale, si possa rinvenire una componente giocosa, non nel... - Leggi l'articolo
Da Ciolkovskij a von Braun, com'è cambiato il concetto di stazione spaziale…
di Vincenzo Graziano
Quando oggi pensiamo a una stazione spaziale, l’immagine che ci viene in mente è quella di un grande laboratorio orbitante, abitato in permanenza e frutto di una cooperazione internazionale senza precedenti. Ma questa realtà, ormai quasi familiare, affonda le sue radici molto più indietro nel tempo, in un intreccio di filosofia, ingegneria, fantascienza e visioni sul destino dell’umanità. Prima ancora che lo spazio diventasse un luogo fisicamente accessibile, la stazione spaziale era già presente come idea, come necessità teorica e come simbolo di un futuro possibile.
La Terra come culla (e come limite)
Konstantin Ciolkovskij
Alla fine dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, la riflessione sullo spazio... - Leggi l'articolo
Se Isaac Asimov ha spalancato un portale che non si è mai più richiuso, Frank Herbert con il suo Dune (1965), ha dato vita a un modo di narrare in un certo senso agli antipodi rispetto ad Asimov creando un universo narrativo ricchissimo, multidimensionale e pervaso di filosofia e religione. Mentre la Fondazione è stata “amalgamata” retroattivamente il Ciclo di Dune ha goduto di un accurato worldbuilding tale da permettere anche una discreta produzione di apocrifi. Ambientata decine di millenni nel futuro, la saga esplora temi come ecologia, religione, potere, genetica, misticismo, e libero arbitrio, creando un ecosistema narrativo complesso e coerente.
Frank Herbert (1920–1986) concepì Dune nei primi anni ’60, ispirandosi a un... - Leggi l'articolo
LIBRI - Editoria - 30 maggio 2026 - articolo di Arturo Fabra
Dai romanzi di E.E. “Doc” Smith a Fondazione di Asimov.
di Arturo Fabra
Ogni tanto sarebbe opportuno tornare alle origini di un fenomeno anche solo per vedere il cammino percorso fino al presente. Questo, nel caso specifico delle saghe di fantascienza, appassionanti e offerte dalla letteratura vuol dire riguardare cosa è stato prodotto dal 1926 in poi, da autori che hanno lavorato sodo per creare universi e storie nelle quali generazioni di appassionati hanno impegnato ore di lettura.
In questa rassegna (di sicuro non del tutto esaustiva), abbiamo deciso di occuparci degli autori americani ed inglesi di saghe letterarie che sono andate oltre il limite della “trilogia”, scelta soggettiva e forse anche opinabile, ma comunque un buon pretesto per parlare di autori e serie che hanno contribuito nel corso di un secolo a costruire la... - Leggi l'articolo
Da John Scalzi a Murderbot. I diari della macchina assassina.
di Arturo Fabra
Chiudiamo questa rassegna seguendo la “fiaccola” della fantascienza militare che parte da Hamilton e la sua Trilogia del Vuoto transita prima per Weber e il suo ciclo di Honor Harrington, quindi raggiunge John Scalzi con gli Old Man e termina tra le mani di Martha Wells e la sua serie The Murderbot Diaries, un ciclo di romanzi e racconti che unisce azione, introspezione e ironia in un’ambientazione futuristica ricca di spunti sociopolitici e riflessioni sull’identità.
John Scalzi (nato nel 1969) è l’autore di fantascienza militare di maggior successo degli anni 2000. Vincitore del Premio Hugo, notissimo anche come blogger, opinionista e divulgatore attraverso il suo blog Whatever, Scalzi ha riportato in auge la fantascienza militare... - Leggi l'articolo
LIBRI - Editoria - 30 maggio 2026 - articolo di Arturo Fabra
Dalla fantascienza militare di David Weber alla new space opera di Alastair Reynolds.
di Arturo Fabra
Parliamo ora di uno dei “sottogeneri” non ancora toccati in questa enumerazione delle saghe fantascientifiche: la Fantascienza Militare e di uno dei suoi autori più prolifici, ovvero David Weber.
L’opera più famosa di David Weber (nato nel 1952) è senza dubbio la Saga di Honor Harrington, una serie epica di romanzi che mescola politica interstellare, battaglie spaziali, crescita personale e riflessioni etiche sul potere, la guerra e la responsabilità. Ispirandosi liberamente alle opere di C.S. Forester (in particolare ai romanzi di Horatio Hornblower), Weber ha creato una protagonista carismatica e umana, capace di attraversare decine di romanzi e scenari galattici complessi. La saga ruota attorno a Honor Stephanie... - Leggi l'articolo
LIBRI - Editoria - 30 maggio 2026 - articolo di Arturo Fabra
Scomparso nel 2019, il traduttore di molte opere di Philip K. Dick spiega come si rende in italiano un romanzo di fantascienza…
di Sergio Beccaria
Attivo nel campo della fantascienza fin dagli anni Settanta, Maurizio Nati è stato uno dei più importanti traduttori italiani. Ha al suo attivo oltre quattrocento opere tradotte, di cui una sessantina di romanzi, tra le quali praticamente l'intera opera di Philip K. Dick, il romanzo Dhalgren di Samuel R. Delany e Il signore della svastica di Norman Spinrad. Nel 1976, insieme a Sandro Pergameno, diede vita alla rivista Fantascienza per Ciscato editore. Riproponiamo quest’intervista uscita nel 2012 su B-Sides Magazine, rilasciata in occasione della traduzione di Dhalgren di Delany. Nati scomparve per un male incurabile nel 2019.
Lei è conosciuto soprattutto per aver tradotto l’opera omnia di Philip K. Dick, oltre a numerosi romanzi e racconti di autori... - Leggi l'articolo
LIBRI - Interviste - 30 maggio 2026 - articolo di Sergio Beccaria
Diretto da Jon Favreau, questo nuovo tassello dell'universo creato da George Lucas è una vera scomessa per la Disney.
di Arturo Fabra
Quando nel 2019 The Mandalorian debuttò su Disney+, pochi avrebbero immaginato che quella serie, inizialmente percepita come un esperimento laterale nel vasto universo di Star Wars, sarebbe diventata il fulcro narrativo e produttivo dell’intero franchise. Eppure, nel giro di pochi anni, la creatura di Jon Favreau e Dave Filoni ha assunto un ruolo centrale, trasformandosi da spinoff “minore” a pilastro della nuova strategia Lucasfilm.
The Mandalorian and Grogu (2026)
The Mandalorian and Grogu, dunque, rappresenta un punto di svolta per la saga, non solo perché riporta Star Wars al cinema dopo anni di assenza, ma perché lo fa attraverso personaggi nati nella serialità.
Il successo di The Mandalorian è stato vasto e trasversale.... - Leggi l'articolo
CINEMA - Cinema - 30 maggio 2026 - articolo di Arturo Fabra
L’attore americano racconta come ha deciso di debuttare sul Piccolo Schermo in una serie TV davvero molto particolare…
di Redazione
Prendete la New York di inizio anni Trenta: alti grattacieli, gangster per le strade e bordelli dappertutto. Aggiungete un investigatore, un po’ strano ve lo concediamo, ma è un classico segugio, quello che chiamereste per sapere se vostra moglie vi tradisce o se il vostro socio vi deruba. No, non siamo in un romanzo noir, tipo alla Dashiell Hammett o alla Raymond Chandler, perché abbiamo omesso di dirvi un piccolo (grande?) particolare… In questa storia c’è Spider-Man. Sì, ma non Peter Parker. Il suo nome è Ben Reilly. Accetta un paio di casi apparentemente semplici, finché mafiosi, mostri e una misteriosa femme fatale non tessono una ragnatela che lo riporta faccia a faccia con la sua vita passata di unico supereroe di New... - Leggi l'articolo
Essere uno acconto all'altra, ma non riuscire a vedersi.
Che succede se a un certo punto le persone attorno a noi sparissero? O meglio, fossero ancora lì, attorno a noi, ma senza riuscire a vedersi a vicenda. Resta possibile comunicare, tramite telefono per esempio, ma nessun contatto diretto, visivo o altro.
L'idea è una metafora piuttosto evidente ed è anche il tema di un bellissimo racconto di Eugenia Triantafyllou uscito su Robot 103. Il regista colombiano Danny Piñeros lo sviluppa in modo un po' diverso, con un finale a dire il vero così così, ma l'angoscia c'è tutta. Anche grazie... - Leggi l'articolo
Per quanto possa sembrare assurdo, c’è un filo rosso che unisce il licenziamento di Mario Sechi a… Jannik Sinner. Sono finiti ko entrambi in simultanea, anche se in modi diversi. Ma il punto è un altro: il vero collegamento tra i destini del direttore di un quotidiano di destra e il racconto dell’exploit del nostro tennis e dell’altoatesino numero uno a livello mondiale passa attraverso una storia di finanziamenti federali alla stampa, irritazioni, ripicche e un apparente e tacito patto di non belligeranza fra conterranei. Ma riavvolgiamo quel filo per capire meglio la vicenda.
Quei 5 milioni di euro per acquistare il 6,7 per cento della Sae
Quando ad Angelo Binaghi, presidente della Federtennis e padel, è stato chiesto come mai la Federazione avesse investito 5 milioni di euro per acquistare il 6,7 per cento della Sae, holding che sovrintende a La Stampa e ad altri quotidiani locali, la risposta, nel corso della conferenza stampa a chiusura degli Internazionali di Roma 2026, era stata questa: «L’investimento in Sae viene fatto dalla nostra media company Sportcast. E serve per rendere il tennis più popolare anche sulla carta stampata. Già in occasione di questi Internazionali abbiamo visto come la copertura dell’evento sui giornali Sae sia stata maggiore rispetto al passato, quando, per esempio, i grandi giornali davano la notizia di Jannik Sinner numero uno del ranking mondiale solo a pagina 24, dopo le notizie sul calcio, il calcetto e il calcio femminile».
Il gruppo Sae (Sapere Aude Editori) controlla, oltre a La Stampa di Torino, i quotidiani La Provincia Pavese, Il Tirreno di Livorno, La Nuova Ferrara, la Gazzetta di Modena, la Gazzetta di Reggio Emilia, La Nuova Sardegna di Sassari. E, quindi, in base a quanto detto da Binaghi, c’è da attendersi che queste testate, d’ora in poi, avranno un occhio di riguardo per le notizie e i business legati al tennis e al padel, essendo la Fitp uno degli azionisti.
Alberto Leonardis davanti alla sede de La Stampa, nell’immagine elaborata da L43.
E il resto della carta stampata? La notizia dell’ingresso della Federtennis nel capitale di Sae ha mandato in fibrillazione tutti gli altri editori di quotidiani: ma come, una Federazione percepita come ente pubblico e con soldi pubblici (in realtà è ente privato e funziona con risorse al 95 per cento trovate sul mercato) inietta liquidità nelle casse di un particolare editore, Sae, e non lo fa anche con noi? Non va bene!
Il gruppo della famiglia Angelucci ha sparato contro Binaghi
Il gruppo più incattivito con Binaghi è stato fin da subito quello governato dalla famiglia Angelucci: il Giornale e Il Tempo da settimane fanno campagna contro questa anomala iniziativa (una federazione sportiva che investe soldi in una catena di quotidiani), sottolineando, a prescindere dalle spiegazioni di Binaghi, l’enormità delle cifre (cinque milioni sembrano tanti per quella quota) e continuando a non comprendere il senso reale dell’operazione.
Antonio Angelucci (Imagoeconomica).
Un sardo di Oristanio non attacca un sardo di Cagliari…
Tra le testate degli Angelucci, tuttavia, Libero si era parzialmente sottratto alla campagna contro Binaghi. E, come scrive il Corriere della sera del 29 maggio, il licenziamento del direttore di Libero, Mario Sechi, deriverebbe anche da «un mancato affondo del quotidiano sul caso del presidente della Federtennis Angelo Binaghi, circa l’acquisto del 6,7 per cento della Sae di Alberto Leonardis, l’editore che ha comprato La Stampa». Insomma: Sechi, sardo di Oristano, non avrebbe sposato del tutto le tesi contro Binaghi, sardo di Cagliari. Tra corregionali non si fa la guerra. Però, alla fine, il giornalista ci ha rimesso la poltrona di direttore di Libero.
Anche Il Fatto Quotidiano, Il Foglio e La Verità hanno usato la mano pesante contro Binaghi. E fa davvero specie che il Corriere della sera del 29 maggio abbia dedicato la notizia di apertura in prima pagina alla sconfitta di Sinner al Roland Garros di Parigi, con pagine 2-3-4 tutte ad approfondire le debolezze del tennista italiano. Quasi una sorta di ritorsione contro la grandeur rivendicata ultimamente ai quattro venti da Binaghi.
Sinner ko sulla prima pagina del Corriere.
Se pure Rcs, che significa anche La Gazzetta dello sport, si è arrabbiata, allora tira proprio una brutta aria. Per non parlare di Leonardo Maria Del Vecchio, nuovo editore di Il Giorno, il Resto del Carlino e La Nazione e interessato, si dice, ad acquistare il Corriere dello sport e Tuttosport.
Un certo mondo editorial-imprenditoriale non l’ha presa bene
Insomma, quei 5 milioni di euro nella Sae, più che migliorare l’immagine del tennis sulla carta stampata, sembrano aver irritato un certo mondo editorial-imprenditoriale. E sappiamo bene che i quotidiani, anche se ormai non li compra più nessuno, restano comunque ancora il miglior strumento di pressione e influenza sulle scrivanie che contano e negli uffici che decidono.
Secondo quanto riporta Adnkronos, Francesca Fagnanisarebbe pronta a sostituire Selvaggia Lucarelli come giurata a Ballando con le stelle. Il programma di Milly Carlucci si prepara dunque ad accogliere la conduttrice di Belve (e dello spin-off Belve Crime) e a salutare invece Lucarelli, che dovrebbe ampliare la sua collaborazione con Mediaset. Dopo l’esperienza come opinionista al Grande Fratello VIP, le indiscrezioni la vogliono infatti al timone della nuova edizione de L’Isola dei Famosi. Già nell’estate del 2025 si era vociferato di un approdo di Fagnani al talent show di Rai 1. Contattata dall’allora direttore di Novella 2000 Roberto Alessi, la giornalista aveva ammesso: «Me lo hanno proposto diverse volte». Sempre Fagnani ha smentito le ultime voci: «Anche questa volta non è vero. Continuerò a guardare il paso doble comodamente seduta sul divano di casa mia».
Tira aria di repulisti nel mondo dei megafoni della destra. Carta stampata o televisione, fa poca differenza: le scosse di terremoto si avvertono su tutto l’impero mediatico. Prima la defenestrazione di Mario Sechi dalla direzione di Libero, accusato dall’editore (parlamentare leghista) Angelucci di essere troppo schiacciato su posizioni meloniane, in particolare sulla linea di Giovanbattista Fazzolari (anche se il sostituto, Alessandro Sallusti, non è certamente meno sintonizzato sulla lunghezza d’onda di Giorgia). Ora sembra muoversi qualcosa anche tra i conduttori tivù: Paolo Del Debbio ha infatti annunciato a sorpresa che dal primo giugno va in pensione, a 68 anni: oltre a Dritto e Rovescio, pure 4 di Sera chiude i battenti. Nella serata di giovedì 28 maggio Corrado Formigli col suo Piazzapulita (La7) l’ha superato in termini di ascolti, mentre addirittura nella fascia access prime time è stato doppiato da Otto e mezzo di Lilli Gruber. Ma in un settore in cui l’età non è certo uno scoglio per tenersi la poltrona (l’82enne Bruno Vespa sulla Rai non molla l’osso di un centimetro), l’accompagnamento forzato di Del Debbio ai parchetti assieme ai giocatori di bocce («Continuerò a lavorare», ha però giurato lui) sembra più una mossa figlia della strategia dei Berlusconi che vorrebbero una Mediaset più moderata e meno sdraiata sull’animo populista e destrorso di Meloni-Salvini. Vediamo cosa succederà anche con Mario Giordano…
"Dietro alla mia faccia c'è un gruppo validissimo di persone che fanno un lavoro straordinario"
Una mostra italiana. E il presidente arriva in… Audi
Al Maxxi una mostra celebra l’architettura italiana. Arriva il ministro della Cultura Alessandro Giuli con un’italica Alfa Romeo Stelvio. E poi ecco il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Con la tedeschissima Audi blindata. C’era una volta la Maserati presidenziale, ormai si è spezzato anche il tabù delle auto straniere al Quirinale…
Campa Cavallino: prima criticano la Ferrari e poi ne scrivono bene
Dopo aver visto la Ferrari Luce non si sente una voce a favore. Almeno nei bar e nei discorsi tra amici. Pure Fiorello ha detto la sua, da Rai Radio 2, massacrando la nuova vettura elettrica di Maranello e beccandosi gli strali di chi controlla la trasmissione dai “piani alti”. Però nessuno ne scrive male, compresi quelli che sono andati all’evento di presentazione, a Roma, alla Vela di Calatrava. Già, perché la stampa invitata a Tor Vergata, composta da quei “pochi eletti” che molti colleghi hanno invidiato, dopo aver maledetto gli organizzatori per la scelta della location sobbarcandosi il traffico del Grande raccordo anulare per arrivare in quella zona «lontana da Dio e dagli uomini» (resteranno indimenticabili le proteste della regina dei motori del Tg2, Maria Leitner, giunta con le scarpe munite di tacchi, come se fosse la prima del Teatro La Scala), guardando il modello ha sgranato gli occhi, emettendo commenti irriferibili. A bassa voce. In perfetta linea con quanto poi hanno ideato i geni dei social, con la Ferrari che evocava ogni tipo di oggetto ma non certo una supercar.
Maria Leitner (foto Ansa).
Per non parlare di Taffo, quello delle pompe funebri, che ha immediatamente colto l’occasione per uno spot con claim spietato: «Abbiamo sentito Enzo rigirarsi nella tomba». Poi quel colore, che sembra quello dei fondali delle piscine pubbliche per dare l’effetto “acqua di mare”. Eppure, sui “giornaloni” sono apparsi articoli entusiastici, che si spiegano solo con le esigenze del “commerciale” dei gruppi editoriali, attentissimi agli incassi provenienti dalle pubblicità. Perché, se dalle bocche sono usciti giudizi negativi, le stesse persone quando hanno vergato i loro articoli hanno improvvisamente cambiato idea, trovando solo superlativi e positività: modello dottor Jekyll e mister Hyde, evidentemente. Tipici casi di sdoppiamento della personalità, ma di fronte agli investitori questo e altro…
John Grisham compra casa a Cortona
Chi non conosce i gialli giudiziari di John Grisham? Il socio, The Innocent Man, Il cliente sono solamente alcuni dei più famosi successi dell’autore e politico statunitense. Che ora, forse anche per tutte le polemiche che investono la giustizia in Italia, con casi come Garlasco, ha preso una decisione immobiliare, investendo in una magione italiana, in quel di Cortona, nella provincia di Arezzo. Sì, proprio il luogo caro a Jovanotti. «Una villa sul poggio», dicono nel comune toscano. Qualcuno sostiene che Grisham si occuperà dei notissimi delitti del mostro di Firenze: non resta che attendere.
John Grisham (foto Ansa).
Panetta come il papa, un dossier sull’IA
Fabio Panetta sulle orme di papa Leone XIV. A metà delle sue considerazioni, a Palazzo Koch, il governatore della Banca d’Italia ha annunciato che sta per uscire un dossier di Bankitalia sull’intelligenza artificiale. La mossa di Prevost di scrivere un’enciclica dedicata proprio a questo tema, con il titolo Magnifica Humanitas, ha causato un terremoto nelle istituzioni finanziarie: la rivelazione di Panetta non era prevista, ma si sa che andare sulla scia del Vaticano, nella città eterna, ha sempre il suo perché…
Fabio Panetta (Imagoeconomica).
Bankitalia, Letta accanto a Padoan
«Hai visto come vanno d’accordo Gianni Letta e Pier Carlo Padoan», dicono a Palazzo Koch i partecipanti al tradizionale incontro della Banca d’Italia, per ascoltare le considerazioni del governatore Panetta. Padoan, ex ministro del Tesoro, attuale presidente di UniCredit, sempre impegnato nelle battaglie in terra germanica per conto dell’ad Andrea Orcel. Età media, comunque, molto alta: da notare la prima fila conquistata da Renato Brunetta, presidente del Cnel. «Organo costituzionale», come viene sempre ripetuto nella sede di Villa Lubin, dai brunettiani di ferro, e gran pernacchia al referendum costituzionale renziano che lo voleva abolire nel 2016…
A un giorno dalla scadenza del 30 maggio, cinque Paesi dell’Unione europea hanno già firmato gli accordi SAFE con la Commissione Ue per ottenere i prestiti destinati alla difesa comune: tra essi non c’è l’Italia.
Perché l’Italia per ora non ha aderito
Nonostante abbia a disposizione – in teoria – 14,9 miliardi di euro sotto forma di prestiti, a tassi più convenienti di quelli che deve pagare per finanziarsi da sola sui mercati obbligazionari, l’Italia non ha ancora sottoscritto l’intesa. Il motivo? I prestiti andrebbero a incidere sul debito pubblico, che è già molto elevato. Come hanno fatto capire Giorgia Meloni e Antonio Tajani, chiederà solo una parte dei prestiti a cui potrebbe accedere: l’intenzione è utilizzare solo tra i 4 e i 5 miliardi, cioè lo stretto necessario per coprire i progetti per i quali sono già stati firmati contratti.
I cinque Paesi che hanno firmato gli accordi
Come ha spiegato il portavoce della Commissione europea per la Difesa Thomas Regnier, i Paesi che hanno già aderito sono Polonia, Lituania, Croazia, Romania e Belgio. Il primo Stato, principale beneficiario dei finanziamenti SAFE e il primo Stato Ue a ricevere un pagamento nell’ambito di tale strumento, ha ricevuto una prima tranche di 6,6 miliardi di euro: si tratta del 15 per cento della sua assegnazione totale (43,7 miliardi).
Cosa è il piano Security Action for Europe
Considerato da uno dei pilastri del progetto ReArm Europe, il piano SAFE (acronimo di Security Action for Europe), è il nuovo strumento europeo di prestiti da 150 miliardi di euro, creato per rafforzare la difesa comune dell’Ue e finanziato tramite emissioni di debito da parte di Bruxelles sui mercati finanziari. Il programma, che prevede il rimborso a lungo termine da parte degli Stati beneficiari, ha come obiettivi il rafforzamento dell’industria europea della difesa, l’incentivazione di programmi comuni tra Stati e la riduzione della dipendenza dagli armamenti extraeuropei, tramite acquisti condivisi di armamenti, droni, missili, cybersicurezza e tecnologie militari provenienti dall’Ue.