Caso Carrazza: la tessera apre lo scontro in Forza Italia

Il congresso regionale di Forza Italia in Campania si accende ancora prima della presentazione delle candidature. E questa volta il terreno dello scontro è il tesseramento. Alessandro Carrazza, candidato alla segreteria regionale e storico dirigente azzurro nel Vallo di Diano, ha scritto agli uffici nazionali del partito dopo aver ricevuto la comunicazione secondo cui non risulterebbe regolarmente iscritto per il 2025 e, di conseguenza, non sarebbe inserito nell’elenco degli aventi diritto al congresso. Una vicenda che assume inevitabilmente anche un significato politico. Carrazza, infatti, non è certo un nome comparso oggi in Forza Italia: amministratore pubblico eletto nelle liste azzurre, dirigente di lungo corso e coordinatore del partito nel Vallo di Diano. Ruoli che ha continuato a esercitare senza che, fino all’apertura della partita congressuale, qualcuno sollevasse dubbi sulla sua appartenenza al partito o sulla regolarità della sua posizione. Ma il passaggio politicamente più delicato della lettera riguarda il segretario provinciale di Salerno, Roberto Celano. Carrazza sostiene infatti che la propria scheda di adesione per il 2025, insieme a quelle raccolte nel comprensorio del Vallo di Diano, sarebbe stata consegnata «brevi manu» proprio a Celano alla fine di ottobre 2025, affinché fosse trasmessa agli uffici competenti. È qui che la vicenda rischia di trasformarsi in un vero scontro interno. Se la ricostruzione di Carrazza fosse confermata, la domanda diventerebbe inevitabile: che fine ha fatto quella documentazione? E perché l’eventuale mancata registrazione emerge soltanto adesso, proprio nel momento in cui Carrazza ha deciso di concorrere per la guida regionale del partito? Il candidato chiede agli uffici nazionali di verificare direttamente con la segreteria provinciale e di regolarizzare la sua posizione, consentendogli di esercitare pienamente i diritti congressuali. E sottolinea un altro elemento: negli ultimi anni, pur avendo versato le quote, non avrebbe mai ricevuto materialmente la tessera, senza che ciò avesse mai messo in discussione i suoi incarichi politici. Una vicenda amministrativa, dunque, che rischia di diventare tutta politica. Perché appare quantomeno singolare che un dirigente chiamato per anni a rappresentare Forza Italia sul territorio scopra di non risultare iscritto soltanto quando decide di candidarsi alla segreteria regionale.

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Carabinieri Salerno, 10 anni dell’A.P.I

Dieci anni in prima linea per garantire la sicurezza del territorio di fronte alle minacce più complesse. Si è celebrato questa mattina, presso il Comando Provinciale dei Carabinieri di Salerno, il decennale dell’Aliquota di Primo Intervento (A.P.I.), assetto d’élite dell’Arma caratterizzato da altissima capacità operativa.

 

Istituite a livello nazionale nel 2015 per fornire una risposta rapida e risolutiva in caso di offese ostili indiscriminate – in attesa dell’eventuale intervento del G.I.S. (Gruppo Intervento Speciale) – le A.P.I. sono dotate di equipaggiamenti di ultima generazione e sottoposte a un addestramento specialistico continuo.
Inquadrata all’interno del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Salerno, l’A.P.I. ha condotto in questo decennio oltre 140 interventi ad alto rischio.

Tra le operazioni di maggior rilievo spiccano l’esecuzione di misure cautelari contro esponenti della criminalità organizzata di stampo mafioso, la cattura di latitanti, la risoluzione di crisi con soggetti asserragliati, oltre a servizi di scorta e supporto tattico alle pattuglie sul territorio. L’efficacia di questi interventi è garantita da simulazioni d’emergenza e addestramenti costanti al combattimento urbano, svolti anche in scenari reali e complessi della città, come il cinema “The Space”, il Centro Commerciale “Le Cotoniere” e lo Stadio Comunale “Arechi“.

Nel corso della cerimonia, il Comandante Provinciale dei Carabinieri di Salerno, Colonnello Filippo Melchiorre, ha rivolto un sentito plauso ai militari del reparto, sottolineandone il ruolo strategico:

«In questo decennio, gli uomini dell’Aliquota di Primo Intervento hanno dimostrato uno straordinario livello di professionalità e prontezza operativa. L’A.P.I. rappresenta un essenziale e insostituibile baluardo tecnologico e tattico, capace di garantire una risposta immediata e risolutiva alle minacce più complesse, a totale salvaguardia della sicurezza della nostra comunità».

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L’estate del nostro scontento

Lucia Serino

A questo punto dell’estate si può già tentare un primo bilancio. Il mio punto di osservazione dice che ci sono almeno tre cose sono sparite dall’estate 2026. La prima è il topless. Non è un’impressione personale, né una nostalgia da spiaggia anni Ottanta. Il seno libero che per decenni è stato una presenza quasi istituzionale dei nostri litorali, si è ritirato. Colpa del sole, della paura dei tumori della pelle, dei social che hanno trasformato il corpo in una faccenda molto più sorvegliata di prima. Il topless non c’è più. E forse non c’è più neppure quell’istintiva libertà femminile della fine del Novecento. La seconda cosa che è diventata difficile da trovare è un gelato al caffè. Anche questa è una cosa del secolo scorso. Le gelaterie hanno fatto carriera. Ci sono il pistacchio caramellato, la mandorla salata, il cheesecake, il sesamo, la ricotta, il fico, il caramello salato e combinazioni per le quali, prima di ordinare, occorre ascoltare una breve presentazione dello chef. Il caffè, invece, è diventato un gusto demodé. Qualche giorno fa mia figlia mi ha mandato una fotografia da Pisticci, Basilicata jonica. Un cono gelato al gusto di baccalà e peperoni cruschi. Non scherzo. Mi ha scritto anche che era buonissimo. Meno male, ho pensato, che in Costiera amalfitana il gusto distintivo sono i limoni. Certo, ad Amalfi i turisti girano con certe secchiate di mezzo limone gigantesco che non ho capito dove si coltivano. Ma sempre meglio di un gelato alla colatura di alici. Forse esiste già e io non lo. La terza cosa, un po’ più seria, è la nostra ecoansia legata al clima sì ma innanzitutto ai nostri luoghi. Io seguo da molti anni le vicende delle regioni meridionali e ho imparato che il Sud, d’estate, diventa un grande laboratorio di contraddizioni. Tutti vogliono venire. Tutti vogliono restare. Tutti vogliono che il turismo cresca. E, contemporaneamente, appena arriva agosto, i residenti sembrano dirci con una certa cortesia: benvenuti, ma se possibile tornatevene a casa. Noi turisti, che ormai amiamo definirci cittadini temporanei dall’esperienza culturale di Matera2019, rispondiamo con l’argomento che ci sembra definitivo: «Sì, però noi portiamo i soldi». È il grande dialogo estivo del Mezzogiorno. Il copione continua ad essere lo stesso. Arrivano i turisti. Aumentano traffico, consumi, rifiuti, pressione sulle spiagge, sui depuratori, sulla viabilità. E puntualmente arrivano anche le discussioni. A Maiori compare una schiumata marrone e il mare diventa immediatamente un caso politico, sanitario, ambientale, social. Foto, video, indignazione. La spiegazione scientifica viene dopo. Prima viene il sospetto. In Calabria, nei giorni scorsi, davanti a fenomeni analoghi, si è già aperto il consueto capitolo delle responsabilità. A Diamante si è arrivati a indicare la vicina Maratea e il problema della mancata collettazione come possibile origine. Non so se sia così. Ma conosco bene il meccanismo. Ma è uno dei nostri problemi storici: quando qualcosa non funziona, cerchiamo subito il comune accanto, la regione accanto, il gestore accanto. Poi, magari, arrivano le analisi. La Costiera amalfitana, ad esempio. È uno dei paesaggi più conosciuti del mondo e uno dei territori più complicati da abitare. Una striscia di terra dove ogni centimetro è prezioso, dove la montagna arriva al mare e dove in estate il numero delle persone presenti può moltiplicarsi senza che strade, parcheggi, servizi e infrastrutture possano fare altrettanto. Eppure continuiamo a trattare agosto come un’emergenza imprevedibile. Ogni anno ci stupiamo che ci sia troppo traffico, che i parcheggi siano pochi, discutiamo degli scarichi, parliamo di depurazione, scopriamo che i servizi sono insufficienti.Ogni anno, a settembre, il problema evapora insieme ai turisti. Fino all’estate successiva. Mio figlio mi restituisce invece un’altra immagine della Costiera. Di spiagge trasformate di notte in luoghi di festa. Di serate senza controlli e senza ronde. Lo ascolto e penso che forse c’è un equivoco generazionale. Noi adulti abbiamo passato anni a spiegare ai ragazzi che devono preoccuparsi del futuro. Loro, intanto, hanno ereditato luoghi che noi abbiamo fatto crescere molto sul piano turistico e molto meno sul piano dei servizi. Prima che mio figlio arrivi alla mia età, forse dovremmo occuparci di questo. Non di come vendere un altro weekend in Costiera. Di come rendere la Costiera abitabile. La differenza è sostanziale. Significa ripensare le città costiere e quelle immediatamente a valle della Costiera amalfitana con luoghi pubblici nei quali si possa stare durante le ore più calde. Significa pensare seriamente agli anziani, soprattutto nei giorni delle ondate di calore. E significa, sì, costruire piscine urbane, pubbliche, accessibili. Soprattutto nella fascia a valle della Costiera, dove d’estate il mare è vicino ma non necessariamente accessibile a tutti, e dove l’idea che ogni problema possa essere risolto mandando la gente in spiaggia comincia a non funzionare più. Abbiamo sviluppato l’ecoansia e contemporaneamente continuiamo a costruire estati che sembrano progettate contro il clima mentre cerchiamo refrigerio, alberi, acqua, ombra. Ma intanto continuiamo a misurare la qualità dell’estate con il numero di persone che riusciamo a portare al mare. Forse dovremmo cambiare parametro. Una buona estate non dovrebbe essere quella nella quale arrivano più persone possibile. Dovrebbe essere quella nella quale chi arriva sta bene e chi vive lì sta bene tutto l’anno. Per il gelato al caffè, invece, temo non ci sia più nulla da fare. Trovarlo è davvero una rarità.

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Salernitana: “Din Don, din don… ha segnato Bocalon”

“Din Don, din don…ha segnato Bocalon” fu coro-tormentone che spopolò a Salerno nell’estate del 2017. Quella contraddistinta dagli addii di Alfredo Donnarumma e di Massimo Coda e dall’arrivo di un attaccante che aveva fatto sfracelli in terza serie senza mai imporsi in cadetteria. Le dichiarazioni di mister Bollini in conferenza stampa al termine del calciomercato estivo non lasciarono spazio a interpretazioni: “Dobbiamo salvarci e Bocalon è il meglio che la società si potesse permettere. Sono andati via due bomber d’esperienza, ci siamo affidati a scommesse che non hanno trascorsi in questa categoria”. Non proprio parole di incoraggiamento, quanto bastò per incrinare i rapporti con la dirigenza capitanata da Angelo Fabiani. Bocalon, pur con qualche periodo prolungato d’astinenza, riuscì comunque a ritagliarsi uno spazio importante e a guadagnare la stima del pubblico. Non solo per le 12 reti in gare ufficiali, ma anche – e soprattutto – per quello spirito battagliero che gli valse la titolarità anche quando Colantuono sostituì il trainer di Poggio Rusco opponendosi al trasferimento alla Ternana nel mese di gennaio. Intervistato in esclusiva da Cronache, l’ex attaccante della Bersagliera ha parlato di passato, presente e futuro invitando la società di Iervolino a riportare il cavalluccio in categorie più consone al blasone e alla passione della piazza.

6200 abbonamenti, ma mercato a rilento e basato sin qui su giovani e scommesse. Cosa pensa del lavoro svolto dalla proprietà e dal ds Faggiano?

“Salerno sta dando una grande dimostrazione a tutta l’Italia calcistica: la loro passione va oltre ogni categoria e certo non si basa sul calciomercato. Negli ultimi anni le cose sono andate molto male, eppure il pubblico ha sempre garantito presenza e sostegno costituendo un fattore importantissimo. E’ chiaro che la Salernitana abbia bisogno di rinforzi di spessore, ma rispetto alla passata stagione c’è una buona ossatura dalla quale ripartire. Io credo che la garanzia sia Cosmi, un tecnico che ha vinto tanto in carriera e che già nei mesi precedenti ha dato tanto alla causa granata sfiorando la B attraverso gli spareggi”.

Lei ha vissuto le contestazioni del pubblico nell’epoca Lotito-Mezzaroma, quando la piazza disertò pur con una società vincente. Oggi, invece, lo scenario è diametralmente opposto: la proprietà ha commesso tanti errori, sugli spalti però i numeri sono incredibili…

“Anche io ho notato questa cosa. Lotito e Mezzaroma sapevano fare calcio, erano persone estremamente competenti e il passaggio dalla D alla A è un qualcosa che resterà nella storia. Lotito, però, aveva un difetto: non sapeva farsi voler bene. E questo creò incomprensioni con un ambiente che gli riconosceva potenzialità enormi, ma che forse voleva atteggiamenti diversi. Di Iervolino si può dire tutto, tranne che non abbia speso. In A arrivarono anche calciatori di caratura internazionale, con due salvezze che gasarono a mille la piazza. Spero che presto possa trasformare l’amarezza per le due retrocessioni nella voglia di tornare immediatamente in B. Se davvero ha voglia di restare ha tutte le potenzialità per vincere il campionato di C”.

Qual è stato il suo errore principale?

“I proclami nel calcio non vanno mai fatti. Ci furono promesse importanti, Salerno sognò di entrare in un’era diversa. Le cose sono precipitate e la gente non ha mai dimenticato le parole dette nelle prime interviste. Poi il tempo dirà se le responsabilità siano solo sue o anche di chi lo ha affiancato”.

Nel 2017 lei arrivò al posto di due calciatori come Coda e Donnarumma. Bevilacqua, giovane che non ha fatto bene a Foggia, si ritroverà a sostituire Inglese. Quanto pesano queste situazioni per un calciatore?

“Effettivamente possono incidere. Io arrivai a Salerno dopo un biennio contraddistinto da tanti gol, ma fui bravo a isolarmi dalle voci. Non leggevo siti e giornali, non seguivo le trasmissioni televisive e non mi facevo condizionare dai numeri importanti di Coda e Donnarumma. E’ lo stesso consiglio che do a Bevilacqua. Inglese non si discute, fare paragoni sarebbe anche stupido. Lui deve soltanto allenarsi con serenità, convinto di avere le potenzialità per ritagliarsi uno spazio da protagonista. Salerno lo saprà coccolare e proteggere nel modo giusto: io fui accolto benissimo, bastò poco per entrare nel cuore del pubblico. Sarà la stessa cosa anche per lui. E gli auguro di provare una gioia incredibile: segnare sotto la Sud”.

Lescano-Ferrari: coppia complementare o caratteristiche troppo simili?

“E’ vero che si assomigliano un po’, ma in serie C è un lusso poter contare su un tandem del genere e ci sono i presupposti per farli giocare assieme. Chiaramente basando tutto su un calcio propositivo: se non arrivano cross dalle fasce diventa tutto più difficile. Certo, prendere una seconda punta di spessore potrebbe essere importante. Consentirebbe a Cosmi di lavorare anche su soluzioni interessanti da adottare a partita in corso per sorprendere gli avversari”.

Lei ha lavorato con Cosmi a Venezia. Crede che possa essere anche una garanzia in chiave mercato?

“Lo conoscete come e meglio di me: è uno che parla in faccia, che pretende il massimo da ogni componente e che può esaltarsi in una piazza trainante come quella di Salerno. Quella che forse rispecchia meglio il suo carattere da condottiero. State certi che farà valere il suo peso specifico se si renderà conto che la rosa è incompleta. Una base c’è e tanti calciatori sono cresciuti grazie a lui, ma è evidente manchi qualche colpo di categoria anche superiore. Solitamente a fine agosto si sblocca tutto e la dirigenza dovrà farsi trovare pronta”.

A proposito del suo rapporto con Cosmi, condivideste una grande delusione proprio in un giorno di festa per la Salernitana. Gli strani scherzi del “dio” del calcio…

“E’ vero, sembra quasi che io e la Salernitana avessimo un destino incrociato. Andai via da Salerno nel 2019 dopo aver segnato qualche gol importante. Non avrei mai lasciato la Bersagliera, avevo le lacrime agli occhi quando svuotai l’armadietto al Mary Rosy.  Alcuni tifosi erano all’esterno della struttura, mi dissero parole che resteranno dentro di me per tutta la vita. Fui tentato dalla chiamata della mia squadra del cuore. A Venezia avviammo una grande rimonta, ma retrocedemmo in serie C nello spareggio proprio contro i granata. 24 mesi festeggiammo entrambe la promozione in A. E contro la Salernitana ho segnato due volte, anche all’Arechi nel giorno in cui iniziò la diserzione degli ultras. Fu una sensazione strana. Ma a me fa tanto piacere che sulla vostra panchina ci sia Cosmi: ripeto quanto detto, quello stadio ha tutto per trasmettergli una carica pazzesca”.

Salernitana-Sampdoria fu un remake di Venezia-Salernitana?

“Si parla tanto della volontà di cambiare il calcio, ma purtroppo si verificano spesso situazioni che allontano la gente dallo sport e dagli stadi. Nel caso di Venezia-Salernitana ricordo che festeggiammo a lungo la salvezza, con Cosmi in versione musicista e tanti calciatori in scadenza che si guardavano attorno per salvaguardare il proprio futuro. Improvvisamente ci dissero che dovevamo tornare in campo e che avremmo dovuto disputare i playout con la Salernitana. Chi fa questo mestiere lo sa: se stacchi la spina diventa difficile riattaccarla, soprattutto quando la B l’hai già difesa sul campo. Proprio per questo mi metto nei vostri panni, quanto accaduto con la Samp non fu bello e la Salernitana arrivò inevitabilmente peggio al doppio confronto”.

A proposito del suo addio a Salerno, ricordiamo quell’esultanza singolare in quel di Lecce…

“In estate si parlava spesso della necessità di prendere attaccanti. Io non mi sono fatto condizionare, anzi lavorai il triplo per farmi trovare prontissimo. Al Via del Mare pareggiai al 93’, andai sotto la curva ed esultai in modo particolare. Per la serie “Quest’anno non ce n’è per nessuno”. Eravamo tra le prime fino a dicembre, poi le cose sono cambiate. E il destino volle che la “mia” Salernitana dovesse evitare la retrocessione contro il “mio” Venezia”.

Qual è il gol più bello che ha segnato a Salerno?

“Mi dicevano spesso che facevo gol bellissimi e sbagliavo quelli facili. In coppa, col Carpi, sorpresi il loro portiere dalla lunga distanza. Ma la rete che ricordo volentieri è quella del 2-2 con la Ternana: la curva venne giù, lì il pubblico è davvero il dodicesimo uomo in campo”.

Cosa fa oggi Bocalon?

“Studio da allenatore. Ho fatto il corso a Coverciano, mi piacerebbe sin da subito trovare una squadra che mi dia la possibilità di iniziare un’avventura stimolante. Nel frattempo seguo a distanza la Salernitana e le auguro di tornare quantomeno in serie B”.

Gaetano Ferraiuolo

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Salute, costo vita, sicurezza, tutela identità. Le nostre priorità cambiano

di Aldo Primicerio

 

Nel nostro Parlamento e sui media si perde tempo a discutere di scelte politiche inutili o già sputt…te. La legge elettorale ad es., lo Stabylicum o Melonellum, con cui Meloni pensa di governare per un nuovo…Ventennio. Oppure il riarmo, con cui i Paesi Ue, Italia in testa, pretendono di difendersi in una guerra con gli Usa o la Russia. Od anche il Ponte sullo Stretto, con cui Salvini e la Lega sperano di unire… la Sicilia con l’Europa (capirai!). Pensieri davvero “sublimi”. Che agli italiani non interessano un fico secco.

 

Come anche il veleno vomitato dal deputato di destra Galeazzo Bignami contro Oscar Luigi Scalfaro

Che avrebbe liberato 300 mafiosi dal carcere duro!  Una panzana storica. Se si ricorda che nel 1993 il mancato rinnovo dei decreti del 41-bis per oltre trecento detenuti fu una scelta autonoma del Ministro di Grazia e Giustizia dell’epoca, Giovanni Conso. E poi, un Capo dello Stato che libera dei detenuti? Ma chi glel’ha data la laurea in Giurisprudenza al riccioluto Fratello italiano? L’avete mai sentito che un Presidente della Repubblica ha il potere di rilasciare o gestire i regimi detentivi dei prigionieri? Ma non meravigliamoci. Se si va ad approfondire il livello culturale dei componenti di questa maggioranza al governo, coinciando dalla sua leader, esce fuori tanto altro.

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La mappa delle preoccupazioni degli italiani è in continuo mutamento

Cambiano in base all’evoluzione della congiuntura e della situazione socio-economica. Alcuni temi acquistano rilevanza e altri diventano più marginali. 10 anni fa, ad impensierire i cittadini erano soprattutto la disoccupazione, la pressione fiscale e l’immigrazione, temi che oggi risultano meno centrali, perché una triade di problematiche li ha sostituiti in cima alle preoccupazioni degli italiani: sanità, costo della vita e sicurezza. La salute, e quindi il sistema sanitario, preoccupa il 43% di noi. Ma la Meloni ed il suo governo non se ne accorgono. Noi ce ne siamo accorti quando il neo-ministro Schillaci, appena nominato, reintegrò i medici radiati perché si erano pubblicamente dichiarati No-Vax. Una decisione eloquente di un governo che si era prefisso di fare l’esatto contrario di quelli precedenti. Una scelta certamente non culturale o etico-politica, ma ideologica. Infatti l’ideologia, puntualmente rinfacciata alla sinistra, è proprio il documento di riconoscimento della neo-destra. La sanità quindi, e poi i prezzi e l’inflazione con il 37%, ed a seguire la criminalità e quindi la sicurezza subito dietro con il 36%. Queste oggi le priorità.  Distanti, dietro, immigrazione, ambiente, previdenza.. Ultimi, chi l’avrebbe mai detto, il lavoro per i giovani, lo sviluppo economico, tasse e fisco, ed in coda la disoccupazione.

La sensibilità per le problematiche inerenti ai servizi sanitari era diventata più marcata nel periodo del Covid, ma finita l’emergenza ha continuato a crescere e il malcontento per il funzionamento della sanità si è diffuso. Da due anni l’indicatore della sanità non sta più aumentando, ma si è assestato su un livello piuttosto alto.

Come si nota dal diagramma che pubblichiamo in foto, anche le conseguenze dell’inflazione hanno iniziato a creare disagi alla popolazione nel periodo del lockdown, hanno avuto un picco nel 2022, per poi calare rimanendo però al secondo posto tra le priorità. L’aumento dei prezzi ha inoltre messo in ombra altri aspetti economici che in passato erano stati fondamentali come occupazione, sviluppo economico e tasse. Infine, è da 4 anni che cresce progressivamente l’importanza attribuita al problema della criminalità. Parallelamente si registra un aumento molto più contenuto delle preoccupazioni legate all’immigrazione, segno che i due fenomeni vengano oggi associati in misura minore. Appare evidente, quindi, che la pandemia del 2020 abbia prodotto dei mutamenti sociali, i cui effetti si protraggono ancora oggi.

 

La politica oggi incapace di riconoscere l’identità dei cittadini e di tutelare i suoi valori ed il suo mondo

Sono queste infatti le nuove priorità della nostra società che cambia. Noi cittadini ci aspettiamo che la politica sia capace di ricooscere e proteggere la nostra identità ed i nostri valori. Sono quasi 6 su 10 gli scontenti, specie al centro-sud. Ma che significa? Che le persone chiedono ai politici di difendere le loro tradizioni, la loro cultura, la loro lingua e i loro valori locali contro i cambiamenti veloci del mondo moderno. Noi cittadini vogliamo sentirci sicuri delle nostre radici e non vogliamo perdere la nostra storia a causa della globalizzazione. Abbiamo paura del cambiamento di un mondo che muta troppo in fretta per le tecnologie ed il globalismo. Chiediamo di difendere feste, storia, tradizioni e modi di vivere locali. Di proteggere i dialetti e la lingua nazionale da parole straniere. Di aiutare i piccoli negozi e i prodotti tipici del territorio. Di gestire con fermezza l’immigrazione per mantenere le vecchie abitudini sociali. Forse è proprio questo l’elemento che spinge molti italiani a cercare difesa nei partiti della destra. Che un po’ l’ha intuito, puntando sulla sicurezza. E’ indubbio che ampi strati di cittadini (39%) oggi non si ritengono sufficientemente rispettati, ed in qualche modo si sentono umiliati. Le forze politiche quindi raccolgono consensi nel momento in cui riescono ad esprimere un riconoscimento della dignità degli elettori che si sentono ai margini o non rispettati. Alcuni hanno successo altri meno, ma allo stato attuale ben il 30% dei cittadini non si considera compreso e valorizzato da alcun partito. E questo sembra un motivo plausibile della disaffezione e del distacco della gente dalla res pubblica, e quindi dalla partecipazione al voto. Tanto, dicono, sinstra o destra qui non cambia niente, qui i politici sono tutti uguali.

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Caputo: Fi, abbattere muri, non contarsi nei cortili

di Nicola Caputo*

Guelfi e ghibellini si sono combattuti per oltre un secolo. La cosa impressionante è che a un certo punto quasi nessuno ricordava più il perché. Il papato e l’impero erano lontani, le ragioni originarie si erano consumate, restavano le insegne, i colori sugli scudi, le famiglie, le vendette. Si combatteva perché si era sempre combattuto e perché ognuno doveva difendere il proprio pezzo di città. Guardando il campo dei moderati italiani provo esattamente quella sensazione. Un’area che vale un terzo del Paese si presenta divisa in mille rivoli, dentro i partiti, tra i partiti, nel mondo civico che non si riconosce in nessuno. E se chiedete a un elettore quale idea di Paese separi davvero un pezzo dall’altro, non saprebbe rispondere. Non per ignoranza, non saprebbe rispondere perché quell’idea non esiste. Esistono sigle, caselle, rendite di posizione, equilibri costruiti negli anni e diventati più importanti della ragione per cui erano nati. Chiamiamola col suo nome. Non è pluralismo, è frammentazione, non è politica, è amministrazione condominiale di un patrimonio che nel frattempo si disperde. Io su queste cose credo di potermi permettere una parola in più, perché una scelta l’ho fatta e l’ho pagata. Quando ho capito che la Regione veniva consegnata a un progetto che non condividevo, un progetto costruito sulla sommatoria delle convenienze e non su una visione, avrei potuto restare, era la scelta più comoda, garantiva ruoli, visibilità, continuità. Ho scelto di andarmene e ho scelto Forza Italia perché ho visto in quella comunità la casa naturale dei moderati, l’unico luogo dove la cultura popolare, liberale ed europeista non è una citazione da convegno ma una storia vera, con radici vere. Non sono entrato per occupare uno spazio. Sono entrato per un’idea che va detta fino in fondo. Forza Italia non è un partito tra gli altri dell’area moderata. È l’unico soggetto che ha la storia, la classe dirigente diffusa, l’ancoraggio europeo nel Partito Popolare e la credibilità di governo per diventare il punto di ricomposizione di tutto quel mondo. La federazione dei moderati non si costruisce a tavolino con le sigle, si costruisce attorno a una forza che apre le porte e dimostra di essere più interessata al Paese che a sé stessa. Questa è la missione. E una missione così grande non tollera che le energie si consumino in dispute che stanno ai problemi degli italiani come le contese tra guelfi e ghibellini stavano al futuro delle loro città. È una fase politica importante, ci stiamo giocando un patrimonio che non appartiene solo a noi ma a milioni di italiani moderati che non hanno un’altra casa e che osservano in silenzio. Perché l’elettore moderato è il più esigente e il meno fedele che esista. Non appartiene a nessuno, non si emoziona per le bandiere, non partecipa alle guerre interne e soprattutto non le perdona. Quando percepisce che un partito è occupato a parlare di sé stesso non protesta nemmeno, resta a casa. È il modo più silenzioso e più definitivo di essere sconfitti. E mentre ci si conta, fuori c’è un Paese che chiede risposte su una giustizia finalmente giusta, su un fisco che smetta di trattare chi produce come un sospettato, su un Mezzogiorno che ha bisogno di infrastrutture vere e non di promesse stagionali, su un’Europa che sta riscrivendo le regole del commercio mondiale mentre le nostre imprese affrontano dazi e barriere che valgono miliardi. Su questi tavoli si decide il futuro di intere filiere. Non su chi controlla una provincia, una regione o un partito. Voglio essere ancora più diretto, a costo di risultare sgradevole. Chi vince una guerra dentro un recinto che si rimpicciolisce non ha vinto niente. Si è preso la stanza più grande di una casa che perde valore ogni giorno. È una vittoria che si scioglie in mano mentre la si festeggia e chi la festeggia dovrebbe avere almeno il pudore di farlo a bassa voce. Per questo mi rivolgo a chi si riconosce nell’area moderata, dentro e fuori i partiti. Non servono documenti, servono comportamenti. Torniamo a confrontarci sulle idee e a conquistare le posizioni con le proposte, perché una leadership che nasce dalla contabilità delle adesioni dura il tempo di una stagione, mentre una leadership che nasce dal consenso sulle cose da fare cambia il destino di un territorio. Torniamo a scegliere la classe dirigente guardando a quello che le persone hanno dimostrato di saper fare e al radicamento vero che hanno costruito, perché il merito non è uno slogan da convegno ma l’unico linguaggio che l’elettorato moderato riconosce. E soprattutto spalanchiamo le porte al mondo produttivo, alle professioni, ai giovani, ai tanti civici che oggi ci guardano con simpatia e restano sulla soglia, perché nessuno entra volentieri in una trincea. Una casa si giudica da quanta gente ha voglia di entrarci, non da quanto sono spesse le sue mura. Il perimetro dentro cui tutto questo è possibile esiste già. È il progetto popolare, liberale ed europeista che Antonio Tajani tiene in piedi con una pazienza che in troppi fingono di non vedere. Forza Italia può essere la piazza in cui i moderati italiani tornano a incontrarsi, oppure può ridursi a uno dei tanti cortili in cui litigare. La differenza tra le due cose non la decideranno gli avversari. La decideremo noi, con i comportamenti dei prossimi mesi. Un primo banco di prova è già fissato. Il congresso regionale della mia Campania, il 9 settembre, si presenta con un titolo che condivido, un nuovo inizio, e con un appello all’unità che faccio mio senza riserve. L’obiettivo dichiarato di portare Forza Italia al 20% e farne il primo partito della regione è ambizioso e giusto. Ma quel traguardo non si raggiunge contandosi, si raggiunge allargandosi. Si raggiunge se il congresso diventa il momento in cui la piazza dei moderati apre i suoi accessi, non l’ennesima occasione per alzare muri nei cortili. Le città italiane hanno smesso di essere guelfe e ghibelline quando hanno capito che il nemico non era il vicino di casa. Ci hanno messo un secolo e noi non abbiamo un secolo ma mesi, forse settimane, per dimostrare che i moderati sanno fare la cosa più difficile di tutte, stare insieme quando conviene dividersi. Il mio è un appello a chi milita da sempre, a chi è arrivato da poco come me, a chi se n’è andato deluso senza smettere di sentirsi moderato, a chi non ha mai bussato perché da fuori sentiva solo il rumore delle liti. Questa volta vale la pena esserci. Io la mia scelta l’ho già fatta una volta e la rifarei domattina. Pensiamoci e facciamola in tanti.

*Vice segretario regionale FI Campania già Europarlamentare già Assessore Regionale

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E’ morto Roberto Costanzo, fu il primo assessore campano all’agricoltura

È morto all’età di 97 anni Roberto Costanzo, storico esponente della Democrazia Cristiana e protagonista della vita politica e istituzionale della provincia di Benevento, oltre ad essere stato il primo assessore all’Agricoltura della Regione Campania. Costanzo si è spento a San Marco dei Cavoti (Benevento), paese nel quale era nato e al quale era rimasto profondamente legato. Con la nascita delle Regioni a statuto ordinario, nel 1970, entrò nella prima giunta regionale della Campania diventando assessore regionale. Successivamente venne eletto al Parlamento europeo nelle liste della Democrazia Cristiana. Dal 1991 al 2004 è stato presidente della Camera di Commercio di Benevento, oltre ad aver ricoperto incarichi ai vertici di Coldiretti. Da pensionato Costanzo però non ha mai smesso di far sentire il suo pensiero partecipando spesso a convegni, scrivendo articoli e pubblicando libri sui problemi delle aree interne. Risale allo scorso anno la sua ultima pubblicazione “50 anni di Democrazia Cristiana nel Sannio”, in cui ripercorreva la storia politica di una stagione che aveva vissuto in prima persona.

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Salzano: Salernitani tartassati da bollette pazze

di Aniello Salzano

Caro Direttore, alla Soget, che nessuno rimpiange e di cui io personalmente non serbo un buon ricordo, è subentrata Municipia spa, corrente in Trento, e Gamma Tributi srl, corrente in Battipaglia. L’una mandataria, l’altra mandante, termini che già di per sé destano qualche seria preoccupazione! Insieme rappresentano il Raggruppamento temporaneo di imprese che provvedono alla riscossione delle Entrate del Comune di Salerno, le cui casse, come è noto a tutti, sono piene di ragnatele. Serve assolutamente rimpinguarle, e presto. Pertanto la nuova Società di riscossione non bada al sottile e invia a avvisi di pagamento, anche a caso, insomma “addò coglio coglio”. Anche ai contribuenti scrupolosi e puntuali, o a chi quell’avviso non deve assolutamente riceverlo. Per un attimo ci si metta nei panni del povero cristo che un bel giorno trova nella cassetta postale un avviso di pagamento per centinaia di euro, di cui semmai non dispone. Può solo maledire e stramaledire la politica, gli amministratori della città, la Società di riscossione etc….Anche così si allontanano i cittadini dalle Istituzione e dalle urne. È quello che purtroppo accade e che invece non dovrebbe succedere. Dal momento che l’Italia dispone della bellezza di 17 banche dati (“Il Grande Fratello”), ci vuole tanto ad incrociare i dati dei contribuenti, ed impedire errori marchiani? Naturalmente per conto e a nome del Concessionario, ossia della “mandataria e del mandante”, ma anche dell’Ente creditore (il Comune di Salerno) la Responsabile (dott. Renata Guzzardi) comunica che è possibile contattare e richiedere informazioni per il tramite di “posta elettronica certificata (PEC)”. Ce l’hanno tutti? No! Chi se ne frega! Comunque al malcapitato di turno viene offerta un’alternativa: previo contatto telefonico, la possibilità di richiedere un appuntamento nei giorni dal lunedì al venerdì. E se il povero cristo è un lavoratore? Chiedesse un permesso o perdesse pure un giorno di lavoro! Si arrangi! Insomma a pagare lo scotto di un errore è il cittadino! Solo ed esclusivamente lui! La musica è sempre la stessa!

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Salernitana resta un cantiere aperto

di Marco De Martino

SALERNITANA 2
SAMBIASE 1
Salernitana (3-4-2-1): Galeotti; Del Pin, Matino, Zoia (71’ Villa); Llano, Gyabuaa, Tascone (79’ Mastrovito), Anastasio; Achik (65’ Ferrari), Cardoni (46’ Djibril), Lescano (79’ Boncori). A disp.: Cevers, Paolillo, Ferrarese, Margiore, Vuillermoz, Longobardi, Russo. All.: Cosmi
Sambiase (4-3-3): Giuliani; Garcia (1′ st Cosmano), Colombatti (26′ st De Luca), Frasson, Brejnak (13′ st Bruno); Diogo Fortunato, Waller (39′ st Sena), Grisley (9′ st Gualtieri); Sueva (1′ st Brandalisse), Haberkon (15′ st Della Salandra), Furiato (20′ st Simigliani). A disp.: Tarantino, D’Auria, Foniciello. All.: Lio.
Arbitro: Filippi di Rossano Assistenti Ventre e Fortino.
Marcatori: 8′ Lescano, 53′ Achik, 63′ Frasson
note: Spettatori un centinaio circa. Ammonito Matino
CAPRARA (KR) – La Salernitana (nella foto US Salernitana 1919) resta un cantiere aperto. La penultima amichevole del ritiro granata contro il Sambiase (serie D) ha evidenziato ancora delle carenze nel gioco, soprattutto difensivo, della squadra di Cosmi anche a causa delle lacune di una rosa ancora incompleta e con tante incognite. Dopo un inizio incoraggiante nel quale la Salernitana è riuscita subito a trovare il gol del vantaggio grazie a Lescano ed a sfiorare ripetutamente il bis con Cardoni, Llano ed Achik, la compagine di Cosmi si è lentamente afflosciata dando la possibilità al Sambiase di rientrare in partita. Ed il raddoppio trovato da Achik in avvio di ripresa non ha aiutato la Salernitana a scuotersi anzi, i granata si sono cullati sul doppio vantaggio consentendo ai tenaci avversari di trovare addirittura la rete, anche a causa della consueta dormita difensiva dei granata sugli sviluppi di un calcio piazzato. Insomma, c’è da lavorare, sia dentro che fuori dal campo. Lo sa Cosmi, che si è sbracciato e sgolato, lo sa il ds Faggiano, presente a bordo campo e pronto a piazzare altri colpi. Tornando al ritiro, ieri sono rimasti ai box Bevilacqua, Heinz e Capomaggio mentre oggi alle 15.30 ci sarà l’ultimo test col Catanzaro Primavera, prima della partenza per Salerno.

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Capaccio: Paolino ordina, si indaghi sui consiglieri proprietari

Di Antonio Manzo

Sono bastati dieci minuti al sindaco di Capaccio-Paestum, Gaetano Paolino, per dire subito che il suo comune non può diventare l’emblema dell’illegalità di cemento armato delle città italiane. Ben sapendo che di lì a qualche minuto il consiglio comunale non avrebbe approvato il riequilibrio finanziario dell’ente mettendo in serio rischio la prosecuzione della legislatura. Se tra venti giorni il consiglio comunale continuerà a dire di no c’è lo scioglimento del consiglio comunale, Capaccio-Paestum come Eboli, solo venti giorni dopo. Ma riascoltiamo il sindaco Paolino: “Ho ricevuto due missive dal progettista del piano urbanistica Renato Carrozza e dal responsabile unico del procedimento che mi indicano conflitti di interessi nel nuovo piano regolatore”. Cioè numerose proprietà di politici che potrebbero diventare residenziali. Più di un’ammissione di responsabilità del sindaco Paolino che si affianca e precede, come persona informata dei fatti, all’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Salerno (il fascicolo è del procuratore aggiunto della Repubblica Maurizio Cardea) e, soprattutto, materia di confronto nella telefonata serale che il sindaco Paolino ha avuto con il prefetto di Salerno Francesco Esposito sul fallimento della seduta consiliare. “Dovrà essere la responsabile dell’ufficio tecnico, l’ingegnere Roberta Scovotto, ad illuminarmi sui conflitti di interessi esistenti nella istruttoria del PUC e mi riservo con tutto il consiglio comunale quel che è necessario fare”. Il sindaco Paolino ha letto con molta attenzione le quattro cartelle redatte da ben trenta tecnici di Capaccio-Paestum e poi valuterà la richiesta di proroga per le osservazioni al piano urbanistico comunale. Ma è il rischio scioglimento del consiglio comunale a pregiudicare, per l’ennesima volta in venti anni, la adozione del PUC (piano urbanistico comunale). Perché Paolino, proprio sulla miccia dell’urbanistica rischia di saltare. L’assenza dell’assessore Adele Renna, non giustificata, fa venire meno il numero legale dell’assise. Per Paolino un’assenza sonora anche perché l’assessore Adele Renna è moglie di Eugenio Guglielmotti già clamoroso dissidente del sindaco Pasquale Marino proprio sul nuovo PUC fallito nel 2011 e non approvato. Fu lui, Guglielmotti a denunciare la “parentopoli del PUC e la questione morale”. La storia ritorna, fa dei giri immensi e poi ritorna canterebbe amorevolmente Antonello Venditti. E si ripresenta in veste di nemesi storica per l’attuale assessore Adele Renna. Una maggioranza fratturata e divisa, una commissione d’indagine che ha lavorato all’analisi degli atti amministrativi acquisiti e da cui sono conseguite una serie di misure rigide da osservare, la scelta del sindaco Gaetano Paolino di nominare una giunta tecnica e di non cambiarla neanche dopo oltre un anno di distanza dalle elezioni che ha generato il malcontento dei consiglieri eletti. Sono questi gli elementi che, negli ultimi tempi, hanno fatto vacillare la certezza dei capaccesi di vivere in una città che godesse di una stabilità amministrativa. Nella seduta di ieri gli otto punti all’ordine del giorno sono stati respinti per parità di voti, con otto consiglieri a favore e otto contrari. Quanto accaduto ha portato alla mancata approvazione di delibere di vitale importanza per il comune di Capaccio Paestum, come quella sull’assestamento generale di bilancio e quella sulla salvaguardia degli equilibri per l’esercizio 2026. La continuità amministrativa di Capaccio Paestum è dunque assolutamente legata al prossimo consiglio comunale in quanto, qualora non ci fosse la maggioranza numerica come già accaduto, per approvare l’assestamento generale di bilancio e la salvaguardia degli equilibri per il 2026, il prefetto avrebbe la facoltà di nominare un commissario ad acta e dare il via all’iter che porterebbe allo scioglimento del consiglio comunale. Il sindaco Paolino, all’inizio dell’assemblea, aveva comunicato inoltre la volontà di attivare un procedimento valutativo per capire se i componenti dell’ufficio che da mesi sta lavorando al nuovo PUC siano liberi da eventuali conflitti di interesse. Un’altra questione importante che richiede la massima attenzione mentre la situazione politica di Capaccio Paestum continua ad essere poco stabile. D’ora in poi ogni assenza, ogni voto e ogni posizione assumeranno un peso determinante sulle sorti dell’amministrazione e dell’ente. I numeri incompiuti sulle delibere finanziarie sono indicativi del rischio scioglimento. Ma che la storia torna nella questione morale di Capaccio-Paestum è data anche da varie vicende che collegano ex agenti della Forestale a strane storie di sequestri di abusi edilizi, prima fatti e poi rimossi. Non solo, perché nell’agenda del potere di Capaccio vi sono anche vicende anomale concluse definitivamente in Cassazione per le presunte minacce che il comandante della Polizia Municipale avrebbe fatto ad un imprenditore, agendo congiuntamente al Corpo Forestale. La storia si rincorre. Sarà solo nei prossimi giorni si conoscerà il destino del consiglio comunale e dell’agognato PUC.

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L’Iran annuncia: «C’è l’accordo con l’Oman su Hormuz»

Iran e Oman hanno trovato un accordo «sulle coordinate geografiche del corridoio di navigazione» nello stretto di Hormuz. Ad annunciarlo è stato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, citato dall’agenzia Isna. «Le coordinate geografiche della rotta presa in considerazione dalle parti sono state concordate e, se alcune parti terze non ostacoleranno il processo, la dichiarazione congiunta dei due Paesi, comprendente le principali considerazioni e i punti concordati, è anch’essa nella fase di esame e redazione finale», ha spiegato. Secondo un alto funzionario citato da Al Arabiya e Al Hadath, i due Stati hanno definito le linee generali di un’apertura temporanea dello stretto, in attesa di quella definitiva. L’annuncio potrebbe arrivare nei prossimi giorni, dopo il via libera del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano. L’accordo proposto avrebbe durata di 60 giorni e punterebbe a ripristinare la navigazione e a sbloccare la situazione, propedeutico a negoziati tecnici. Nella proposta, le unità in entrata utilizzerebbero il canale di navigazione più vicino all’Iran, mentre quelle in uscita quello più vicino all’Oman. Il canale centrale sarà oggetto di discussione successiva, subordinata alle operazioni di sminamento e alle procedure tecniche necessarie, alle quali potrebbero partecipare anche attori regionali.

Si riaccende lo scontro tra Forza Italia e Via Arenula: cosa è successo

Una mossa di Forza Italia ha riacceso lo scontro tra il partito guidato da Antonio Tajani e il Ministero della Giustizia. Quale? La richiesta e l’ottenimento, da parte degli azzurri, di un’indagine conoscitiva sullo stato delle carceri del nostro Paese. Tra i principali promotori il deputato Tommaso Calderone, vicepresidente della commissione Giustizia della Camera, accusato ironicamente da Giusi Bartolozzi – ex capa di gabinetto del ministro Carlo Nordio nonché ex forzista – di essere passato all’opposizione.

«Sovraffollamento, suicidi, organici ridotti, Polizia Penitenziaria esemplare ma insufficiente, attività criminali così come, anche, segnalate dal Procuratore della Repubblica di Palermo necessitavano di un immediato intervento da parte della Politica», ha scritto Calderone sui social, spiegando che «per queste ragioni Forza Italia ha chiesto una tempestiva Indagine che è stata deliberata alla unanimità» dall’Ufficio di Presidenza della Commissione Giustizia della Camera dei deputati. In una nota , firmata dal capogruppo alla Camera Enrico Costa, e dai deputati in commissione Davide Bellomo, Pietro Pittalis e dallo stesso Calderone, si legge che spiegato che «la proposta ha l’obiettivo di acquisire dati certi sul sistema carcerario italiano: dal sovraffollamento, che a giugno 2026 ha raggiunto, secondo i dati del Dap, un tasso del 139,5 per cento, allo stato di avanzamento del programma di edilizia carceraria; dalle modalità di espiazione della pena al fenomeno dei suicidi; infine, alle condizioni di lavoro degli agenti di Polizia penitenziaria e di quanti operano nelle carceri».

La replica piccata di Bartolozzi all’iniziativa annunciata da Calderone

«Forse l’onorevole Calderone è passato all’opposizione e non me ne sono accorta…», ha replicato Bartolozzi, capa di gabinetto di Nordio fino al 24 marzo 2026, quando ha lasciato l’incarico a causa della vicenda giudiziaria legata al rimpatrio del generale libico Almasri (è indagata per false dichiarazioni al pubblico ministero). Nel suo post, Bartolozzi – oggi consigliera giuridica di Tommaso Foti, ministro per gli Affari europei e il Pnrr – ha taggato sia Nordio che l’ex sottosegretario Andrea Delmastro, che aveva la delega alle carceri.

Renzi annuncia la nuova Leopolda nel segno dell’Odissea

Matteo Renzi ha annunciato le date e il tema della prossima Leopolda, l’ultima prima delle elezioni politiche previste nel 2027: il convegno annuale ideato dal leader di Italia Viva si terrà dal 2 al 4 ottobre, come sempre a Firenze, e – sulla scia del film Odissea di Christopher Nolan – «sarà dedicata a Itaca».

Renzi annuncia la nuova Leopolda nel segno dell’Odissea
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Il messaggio nell’ultima enews prima delle ferie

Questo il messaggio di Renzi versione Ulisse nell’ultima enews prima delle vacanze: «Sono felice di annunciare che la prossima LEOPOLDA sarà dedicata a ITACA. A riprenderci Itaca, a riconquistare Itaca, a ritrovare Itaca. A ritornare a Itaca. Quando vedrete il programma sarà più chiaro perché abbiamo scelto di usare la metafora di Itaca come ambientazione per le nostre riflessioni e per le nostre proposte. Ci vediamo il 2-3-4 ottobre a Firenze».

Gli elogi al film di Nolan visto al cinema

Curiosità: il 18 luglio Renzi aveva dedicato un post social a Odissea, elogiando la pellicola appena uscita nelle sale, basata sull’omonimo poema epico di Omero. «Dirò una cosa controcorrente visti i giudizi di molti critici. Sono stato a vedere Odissea di Nolan e trovo che sia un film magnifico. Ok alcune scene sono rivisitate, altre tagliate del tutto. I puristi che amano Omero non apprezzeranno», aveva scritto l’ex premier, aggiungendo: «Ma è un film bellissimo sull’uomo, sulla leadership, sulla vita, sulla guerra, sulla civiltà. Tre ore che volano via. Il cast stellare aiuta, è vero, ma a me è piaciuto proprio il film».

Usa, Meta multata per 567 milioni di dollari per danni ai minori

Un tribunale del New Mexico, negli Stati Uniti, ha condannato Meta al pagamento di una multa da 567 milioni di dollari (quasi 500 milioni di euro) per non aver avvertito correttamente gli utenti dei pericoli che i minori corrono sulle sue piattaforme (Facebook, Instagram e WhatsApp), soprattutto riguardo ai predatori sessuali online e all’esposizione a materiale sessualmente esplicito. Si tratta della sanzione più alta mai ricevuta dalla società legata a questioni sulla sicurezza dei minori. Il giudice che ha emesso la sentenza ha detto di ritenere che Meta rappresenti «un danno per il pubblico» paragonabile all’inquinamento atmosferico, ordinando all’azienda di istituire un fondo per ridurre i rischi per i minori e adottare alcune misure per la loro tutela. Tra queste l’introduzione di un sistema per limitare il tempo trascorso su Facebook e Instagram dagli utenti minorenni all’interno del New Mexico, l’occultamento del numero di like ricevuti dai contenuti da loro condivisi e l’introduzione di materiali informativi sui rischi per chi utilizza le piattaforme. Durante il processo, è emerso che Meta ha in più occasioni violato la legge del New Mexico sulla correttezza delle pratiche commerciali e sulla tutela dei consumatori per il modo in cui gli algoritmi delle sue piattaforme indirizzano gli utenti verso contenuti considerati pericolosi per i minori.

Propaganda per l’Isis, arrestato per terrorismo un 16enne residente nel Comasco

Un 16enne italiano di origini straniere, residente nel Comasco, è stato arrestato con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo internazionale e istigazione all’odio razziale e religioso. Il giovane, incensurato, è stato rintracciato e fermato in provincia di Grosseto, dove si trovava in vacanza con la famiglia. L’operazione è nata da una segnalazione dell’Aisi nei confronti di un utente registrato su una piattaforma di instant messaging che, attraverso diversi profili, diffondeva contenuti di propaganda di matrice jihadista. Gli approfondimenti investigativi hanno consentito di ricondurre tutti i profili al giovane indagato, che finora non era mai stato individuato in ambienti radicali.

Cosa è emerso dalla perquisizione dei dispositivi informatici del giovane

La Digos di Milano ha quindi eseguito un decreto di perquisizione personale e informatica nei confronti del giovane, che ha confermato il forte livello di radicalizzazione del ragazzo. Dai file sequestrati sono emersi propaganda jihadista e suprematista (con video di esecuzioni e sessioni di addestramento), ammissioni dirette (in alcune chat rivendicava il proprio sostegno all’Isis) e anche un filmato filmato in lingua russa (idioma noto al giovane) firmato dallo Stato Islamico per la creazione di un ordigno artigianale. Il 16enne, che partecipava a chat piene di contenuti non solo jihadisti, ma anche neonazisti e antisemiti, per coprire le sue tracce e accedere ai siti ufficiali di propaganda di Daesh utilizzava reti VPN e strumenti di offuscamento dei dati.

Iran, giallo sulle condizioni di Mojtaba Khamenei

Mojtaba Khamenei non ha mai incontrato alcun membro del governo di Teheran dagli attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele che hanno ucciso suo padre e predecessore, Ali Khamenei, e in cui lui stesso è rimasto gravemente ferito. Lo scrive il sito web di opposizione IranWire, citando due fonti anonime vicine all’amministrazione del presidente Masoud Pezeshkian. Non solo: «Nelle più alte sfere del regime circolano voci secondo cui Khamenei si troverebbe in condizioni estremamente critiche e potrebbe morire da un momento all’altro», ha detto una delle due fonti.

Dal raid che ha ucciso il padre è diventato un fantasma

Da quando è diventato Guida Suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei non ha mai fatto alcuna apparizione pubblica. Sono state diffuse dichiarazioni attribuite al leader della Repubblica Islamica, ma senza registrazioni video o audio. Dal raid che ha ucciso il padre, Khamenei è praticamente diventato un fantasma, comunicando con i vertici dello Stato esclusivamente attraverso una rete di intermediari. Lo stesso Pezeshkian, nel corso di un’intervista trasmessa di recente dalla televisione di Stato, ha ammesso apertamente che al momento l’interazione con Khamenei è «molto difficile».

Sparatoria in una scuola in Thailandia, almeno sei morti e 15 feriti

Strage in una scuola in Thailandia, dove uno studente ha ucciso almeno sei persone tra cui tre insegnanti e tre studenti. Secondo un comunicato della polizia, prima ha ucciso i suoi nonni, usando la pistola del nonno, poi si è recato in un istituto a nord di Bangkok aprendo il fuoco contro i presenti. Il sospettato è un adolescente di 14 anni. Durante la sparatoria ha ferito anche 15 persone, di cui due sarebbero in condizioni “critiche”, prima di togliersi la vita.

Se il duello Conte-Schlein fosse solo sceneggiatura? Il dubbio riformista e l’ipotesi scissione

Ma se il duello non ci fosse? Se non esistesse alcun duello? Se lo scontro Conte-Schlein fosse solo sceneggiatura e in realtà non ci fosse alcun vincitore, perché tanto sono tutti d’accordo? Se l’epica linea di frattura nel campo largo fosse solo testardamente apparecchiata? I riformisti del Pd ne sono convinti: non è Giuseppe Conte ad avere in pugno il centrosinistra, ma è Elly Schlein a essere naturalmente d’accordo con quello che dice l’alleato. Certo, la segretaria non dice che la guerra è scoppiata per colpa degli ucraini e della NATO, riconosce aggressore e aggredito, ma nel posizionamento «sì alla difesa comune europea, no al riarmo dei singoli Stati» ha trovato una comfort zone che le consente di convergere con Conte e i Sussi & Biribissi della sinistra italiana, Bonelli e Fratoianni

Se il duello Conte-Schlein fosse solo sceneggiatura? Il dubbio riformista e l’ipotesi scissione
Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Se il sostegno a Kyiv è solo a parole

In fondo nella risoluzione campolarghista sbarcata in Parlamento questa settimana, durante le comunicazioni di Giancarlo Giorgetti sull’avvio della procedura di attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, concordata tra i gruppi dirigenti dei tre partiti, c’era scritto che non ci deve essere un euro per le spese militari. Il fatto che alla fine sia stata preclusa, dunque non messa ai voti, non cambia la sostanza politica. Gli aiuti all’Ucraina non sono frutto di un’interpretazione lessicale. Non basta dunque dire di voler difendere Kyiv per riuscirci, perché a canzoni non si fan rivoluzioni. Le guerre non si vincono con le belle parole, che poi sono quelle che il Pd ripeterà anche nelle prossime settimane, nei prossimi mesi, con il «massimo sostegno» all’Ucraina eccetera eccetera. Poi però resta integra una domanda: se ci fosse oggi un governo campolarghista – magari con Conte presidente del Consiglio – che cosa accadrebbe all’Ucraina? Questo presunto governo se ne infischierebbe? Bollerebbe la resistenza ucraina come furore bellicista?

Se il duello Conte-Schlein fosse solo sceneggiatura? Il dubbio riformista e l’ipotesi scissione
Elly Schlein alla Camera.

L’Ucraina val bene una scissione

Se l’angolo della visuale riformista è corretto, la settimana che si è appena conclusa potrebbe rappresentare una svolta in negativo per i rapporti interni al Pd. La minoranza è rimasta nel Pd, finora, nel tentativo di affermare non soltanto principi generici; è rimasta cercando di capire se ci sono ancora margini, spazi e agibilità politica in un partito che sta decidendo il proprio assetto in vista delle primarie, forse inevitabili, e delle elezioni politiche del 2027. La linea sull’Ucraina, se fosse quella unitaria del no agli aiuti militari, imporrebbe una seria riflessione ai riformisti superstiti. Se ci fossero davvero le primarie, tuttavia, le cose cambierebbero. Quella sarebbe l’occasione per capire davvero che spazi ci sono in una coalizione che sembra voler assomigliare sempre di più ai Democratic Socialists of America. Forse partecipare alle primarie sarebbe l’ultima iniziativa, quella definitiva, prima del congedo. L’Ucraina val bene una scissione, mica è solo uggia per la data del congresso. Sarebbe una scissione onorevole.

Primarie: l’incognita Salis e la tentazione di Gori

Ma prima c’è da combattere un’altrettanto onorevole battaglia, quella delle primarie. Per questo, se non ci fosse Silvia Salis in campo, i riformisti potrebbero scendere in campo.

Se il duello Conte-Schlein fosse solo sceneggiatura? Il dubbio riformista e l’ipotesi scissione
Silvia Salis (Imagoeconomica).

Non è un mistero che Giorgio Gori, europarlamentare, ci stia pensando seriamente (Pigiama Palazzi se n’è occupato) convinto com’è che una alternativa a questa segreteria è necessaria. È anche una questione di sopravvivenza: i riformisti superstiti hanno capito che a rischiare più di chiunque altro sono loro, come forse si capirà anche dalla composizione delle liste elettorali. La “quota panda” sarà rispettata, naturalmente, perché qualche seggio riformista farà comodo, non fosse altro per poter dare l’immagine di partito pluralista e generoso. Ma per il resto potrebbe essere una lista a immagine e somiglianza della cara leader. 

Se il duello Conte-Schlein fosse solo sceneggiatura? Il dubbio riformista e l’ipotesi scissione
Lia Quartapelle con Giorgio Gori (Imagoeconomica).

Dall’Italia: Francesco Guccini e la fantascienza: quando le stelle incontravano l’ironia

Francesco Guccini e la fantascienza: quando le stelle incontravano l’ironia

Con la scomparsa di Francesco Guccini, la cultura italiana perde uno dei suoi narratori più originali: cantautore, scrittore, romanziere, appassionato di storia e di letteratura, ma anche autore che, pur senza essere identificato con il genere, ha lasciato un segno non trascurabile nella fantascienza italiana.

Nelle sue canzoni la fantascienza non è mai stata un tema dominante. Guccini ha preferito raccontare la memoria, il tempo, la politica, l’amicizia e la provincia, ricorrendo solo occasionalmente a immagini futuribili o fantastiche, sempre filtrate da quello sguardo ironico e profondamente umano che caratterizzava tutta la sua opera. Era però un appassionato lettore del genere e conosceva bene l’immaginario della science fiction classica, che riaffiorava qua e là nei suoi testi e nelle sue interviste. Se c’è però una canzone in cui... - Leggi l'articolo

 

MUSICA - Dall'Italia - 7 agosto 2026 - articolo di S*

Mediobanca, semestre da record per Melzi D’Eril

Il consiglio di amministrazione di Mediobanca, presieduto da Vittorio Umberto Grilli, ha approvato i risultati del primo semestre 2026. L’istituto chiude i primi sei mesi dell’anno con il miglior risultato netto di sempre derivante dalla dinamica diversificata delle attività, dalle forti relazioni con la clientela e dall’ampia dotazione di capitale. Il risultato operativo è in crescita a 1,2 miliardi +11,9 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (1,05 miliardi), beneficiando dell’aumento dei ricavi (1,9 miliardi +6,1 per cento a/a) e del controllo dei costi (775,3 milioni, -1,7 per cento a/a) con una riduzione del rapporto costi/ricavi di 3pp al 40 per cento. Il brillante andamento del secondo trimestre (ricavi a oltre un miliardo, utile netto di 388,5 milioni), trainato dal CIB, consente di consuntivare un utile netto semestrale di 711,2 milioni, in crescita del 5,9 per cento a/a.

Melzi D’Eril: «Performance solida nonostante incertezza geopolitica»

Queste le dichiarazioni dell’amministratore delegato e direttore generale Alessandro Melzi d’Eril: «Abbiamo chiuso il primo semestre dell’anno con ricavi e utile netto ai migliori livelli di sempre, ottenendo una performance solida, attesa proseguire anche per i prossimi mesi malgrado il contesto operativo e di mercato caratterizzato da elevata incertezza. Un andamento commerciale vivace nell’attività di erogazione nella divisione Consumer finance così come un’accelerazione delle commissioni nell’ultimo trimestre (in aumento del 15 per cento t/t), in particolare nelle attività di Corporate & Investment banking (+31 per cento t/t), hanno bilanciato la fase di stabilizzazione del Wealth management, che chiude, comunque, il semestre con masse in crescita a 117 miliardi di euro. Il semestre conferma, inoltre, la disciplina mantenuta in questa fase di transizione e pone le fondamenta per proseguire efficacemente il processo di integrazione con Banca Mps, su cui restiamo pienamente concentrati. In questo percorso, sono sempre più convinto che la solidità del modello, la vicinanza alla clientela e la determinazione e qualità delle nostre persone contribuiranno a generare valore per tutti gli stakeholder, valorizzando una storia di 80 anni al servizio del sistema Paese».

Conte passa al contrattacco davanti alla Commissione Covid

Dopo aver definito «un plotone di esecuzione» e «una gabbia di protezione verso gli amministratori locali dei propri partiti» la Commissione Covid del Senato, Giuseppe Conte è passato al contrattacco portando in audizione un documento appena depositato in Procura relativo all’operato di JC Electronics, società a cui lo Stato a ottobre 2025 ha riconosciuto un indennizzo di 100 milioni di euro.

La lettera anonima e il verbale su JC Electronics

Conte ha spiegato di avere consegnato in Procura una lettera anonima ricevuta nei giorni scorsi, assieme a un verbale del 14 aprile 2022 di un incontro tra rappresentanti dell’area legale e logistica della struttura commissariale e dell’Agenzia delle Dogane, riguardante la verifica delle forniture consegnate da JC Electronics, società ha vinto una causa in primo grado per un mancato appalto delle mascherine anti-Covid. Stando al verbale, «emergerebbe che quei colli non sarebbero mascherine con efficacia filtrante», ha detto il presidente del Movimento 5 stelle, chiedendo pertanto di fare piena luce sulla maxi-transazione: «Mi sono molto meravigliato che lo Stato, cioè la presidenza del Consiglio e il ministero della Salute, abbiano sottoscritto una transazione da 100 milioni di euro. Uso il condizionale perché non ho elementi per fare accertamenti diretti, ma per coscienza civica e responsabilità ho ritenuto di segnalare questo documento».

Conte passa al contrattacco davanti alla Commissione Covid
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Conte: «L’Italia fu un modello a livello internazionale»

Nel corso dell’audizione, Conte ha rivendicato che «l’Italia è stata un modello a livello internazionale» nella gestione della pandemia, con una serie di decisioni prese in un contesto senza precedenti. E con conoscenze scientifiche limitate sul virus: «Abbiamo lavorato in una situazione di grande difficoltà per cercare di salvare il Paese. Non distinguendo il giorno dalla notte, ma non è una frase fatta. Abbiamo salvato nel 2020 oltre 330 mila posti di lavoro, grazie al blocco dei licenziamenti che noi in Italia abbiamo avuto il coraggio di fare». E poi: «Non mi sono mai lamentato delle indagini e non ho mai tentato di delegittimare i giudici titolari delle inchieste alludendo a una loro presunta politicizzazione come spesso purtroppo capita anche adesso, ho risposto con piena disponibilità, senza recriminazioni e con il dovuto rispetto e con il peso della responsabilità, non ho mai cercato di scaricare su altri, questo da me non lo avrete mai. Ho accantonato gli impegni durante la pandemia per rispondere a un pool di giudici per quattro ore, ma mai lamentato poiché ero stato sottratto a responsabilità più urgenti per dover rispondere ai pubblici ministeri, anche perché ho sentito il dovere di rendere conto di ogni scelta fatta in uno dei momenti più bui della nostra storia».

Guccini, l’ultimo poeta che la destra canta ma forse non ha mai capito

Ci ha lasciati lì, sul crinale dell’Appennino, tra il silenzio di Pavana e il ricordo di quel mulino di famiglia che non macina più ma continua a impastare memoria. Francesco Guccini se n’è andato a 86 anni, portandosi via quel vocione profondo, da patriarca, capace di trasformare la strofa di una canzone in un saggio di storia, in un saggio di resistenza quotidiana. La sua uscita di scena assomiglia tanto a un ultimo fendente, un colpo di sciabola sferrato con la consueta ironia a un’Italia che troppo spesso dimentica e che, oggi più che mai, si esercita nell’arte del paradosso politico.

Guccini, l’ultimo poeta che la destra canta ma forse non ha mai capito
Guccini, l’ultimo poeta che la destra canta ma forse non ha mai capito
Guccini, l’ultimo poeta che la destra canta ma forse non ha mai capito
Guccini, l’ultimo poeta che la destra canta ma forse non ha mai capito
Guccini, l’ultimo poeta che la destra canta ma forse non ha mai capito
Guccini, l’ultimo poeta che la destra canta ma forse non ha mai capito
Guccini, l’ultimo poeta che la destra canta ma forse non ha mai capito
Guccini, l’ultimo poeta che la destra canta ma forse non ha mai capito
Guccini, l’ultimo poeta che la destra canta ma forse non ha mai capito
Guccini, l’ultimo poeta che la destra canta ma forse non ha mai capito
Guccini, l’ultimo poeta che la destra canta ma forse non ha mai capito
Guccini, l’ultimo poeta che la destra canta ma forse non ha mai capito
Guccini, l’ultimo poeta che la destra canta ma forse non ha mai capito
Guccini, l’ultimo poeta che la destra canta ma forse non ha mai capito
Guccini, l’ultimo poeta che la destra canta ma forse non ha mai capito
Guccini, l’ultimo poeta che la destra canta ma forse non ha mai capito
Guccini, l’ultimo poeta che la destra canta ma forse non ha mai capito
Guccini, l’ultimo poeta che la destra canta ma forse non ha mai capito
Guccini, l’ultimo poeta che la destra canta ma forse non ha mai capito
Guccini, l’ultimo poeta che la destra canta ma forse non ha mai capito

Il cordoglio bipartisan della politica

Nelle ore successive alla scomparsa, sono partiti accorati omaggi bipartisan, citazioni nostalgiche anche di chi, dall’altra parte della barricata, lo ha sempre ascoltato di nascosto, o forse neanche troppo. Luca Zaia ha messo il sigillo ufficiale: Dio è morto, ma la sua poesia resterà viva, arrampicandosi su quel capolavoro che la Rai di allora censurava per blasfemia e Radio Vaticana mandava in onda.

Sulla stessa lunghezza d’onda, Fratelli d’Italia si spinge a reclamare la medaglia della Camera alla memoria. È la certificazione di una grandezza che supera le barricate. Ma la destra che oggi lo canta e lo piange, semplicemente non lo ha mai capito. Oppure ha finto di non farlo per poter tollerare la bellezza dei suoi versi. 

Le frecciate a Giorgia Meloni e a Matteo Salvini

L’uomo di Pavana, del resto, non ha mai fatto sconti e non ha mai lasciato spazio ad ambiguità di comodo. Quando la stessa Giorgia Meloni, pazza per Cirano, decise di alzare la cornetta per invitarlo personalmente sul palco di Atreju, si sentì rispondere un «no» dritto in faccia. «I fascisti non mi piacciono», tagliò corto lui. Fine delle trasmissioni, con l’aggiunta ravvicinata che la futura inquilina di Palazzo Chigi non avesse capito nulla delle sue canzoni, bollando la sua gestione del dissenso come qualcosa di illiberale. Non andò meglio al leader della Lega. Sapere che Matteo Salvini suonava La Locomotiva a 16 anni non lo rendeva affatto orgoglioso. Anzi, il Maestrone ricordava di aver l’abitudine di sintonizzare la radio sulle frequenze di Radio Padania solo per divertirsi, arrivando a definire il leader della Lega un «comiziante furbo». Caso vuole che anni dopo, nel 2023, Roberto Vannacci scelse proprio di cantare La Locomotiva a Karaoke Reporter di Radio Rock. «La musica non ha colore politico», disse dopo essersi tolto le cuffie.

Guccini ha sempre mantenuto la posizione. Lo conferma la carica partigiana di quel 25 aprile del 2020, quando in pieno lockdown regalò alla rete una versione personalizzata di Bella Ciao: «Partigiano, porta via Salvini e Berlusconi. E i fasci della Meloni», identificando l’intera coalizione di centrodestra con l’invasore da cui liberare le nostre strade. Per inciso, Meloni lo accusò di istigazione all’odio. Un’allergia all’attuale maggioranza rimasta intatta fino alle sue ultime uscite pubbliche, come la battaglia per il No al referendum sulla riforma della giustizia, accusata senza mezzi termini di voler sottomettere le toghe.

Il rifiuto di ogni dogmatismo

Certo, Guccini non è mai stato neanche un polveroso santino della sinistra. Rifiutava i dogmatismi del Pci, ironizzava sulla tendenza dei progressisti a considerarsi sempre più puri degli altri e preferiva il dubbio e la poesia alla propaganda dei comizi, tanto che agli esordi certa sinistra con il dito alzato lo accusava di essere un piccolo borghese disimpegnato. Ma questa refrattarietà non ha mai significato agnosticismo ideologico. La bussola era chiara: un libertario che votava a sinistra tenendo sempre gli occhi aperti e il fegato sano. Oggi che il suo bicchiere di vino si è svuotato, l’onestà dei suoi dischi rimane l’argine più solido contro ogni tentativo di riscrittura post-mortem. Per cui sì, cantiamolo e celebriamolo tutti, perché L’ultima Thule resterà per sempre un porto chiuso per i bastimenti della conservazione.

Castlelake si ritira dalla corsa per easyJet

Colpo di scena nella partita per il controllo di easyJet. Castlelake ha deciso di non presentare alcuna offerta per la compagnia low cost britannica. Lo ha annunciato lo stesso fondo d’investimento statunitense all’avvicinarsi della deadline di domani entro cui sia Castlelake che Apollo Global Management (altro fondo Usa) avrebbero dovuto annunciare se presentare una offerta o meno per easyJet.

L’unica offerta valida resta quella di Apollo

Il 5 luglio Castlelake e easyJet si erano accordati per un intento di offerta da 6,9 sterline ad azione sul 100 per cento del capitale di quest’ultima. Castlelake si era riservata il diritto di trasformare l’intesa preliminare in una offerta pubblica di acquisto per la compagnia aerea di Luton, ma cinque giorni dopo la sua proposta era stata superata da quella del fondo Apollo Global Management, che aveva rilanciato con 7,15 sterline ad azione (sempre sul 100 per cento del capitale), mettendo dunque sul piatto il 3,6 per cento in più. In quell’occasione il consiglio di amministrazione di easyJet aveva raccomandato agli azionisti di non aderire più alla possibile offerta di Castlelake. Al fine di allineare la deadline delle due offerte, la scadenza di quella di Castlelake, inizialmente prevista per il 3 agosto, era stata estesa fino alle 17 del 7 agosto. Poi il dietrofront: l’unica offerta valida resta quella di Apollo.

Il Board of Peace di Trump assegna il primo contratto edilizio a Gaza

Seppur lentamente, il Board of Peace istituito da Donald Trump istituito a gennaio per supervisionare la ricostruzione della Striscia di Gaza, ha finalmente assegnato il primo contratto edilizio nel territorio devastato dalle bombe di Israele. Che non riguarderà però edifici civili. Come riferisce il Guardian, un’azienda della Louisiana si è infatti aggiudicata l’appalto per la costruzione di un avamposto militare da 150 posti destinato a ospitare truppe provenienti dal Marocco.

L’avamposto misurerà appena 100 metri per 120

L’azienda in questione è la Arkel International ed ha già ha collaborato in precedenza con il governo degli Stati Uniti, ad esempio in Iraq. La struttura attualmente in fase di progettazione misurerà appena 100 metri per 120 e, come detto, sarà destinata a ospitare un contingente di truppe marocchine, con i militari che si avvicenderebbero provenendo da una base in Israele: sorgerà all’interno di quel 60 per cento del territorio di Gaza direttamente controllato dall’IDF. Secondo la fonte del Guardian, l’avamposto verrà costruito a meno di due chilometri dal confine israeliano e disporrebbe di una «via di evacuazione rapida» nel caso in cui il piccolo contingente dovesse subire un attacco. La base da 150 effettivi costituisce la prima fase di un piano volto a realizzare nella Striscia un sito militare da 5 mila unità per la Forza internazionale di stabilizzazione, che nel frattempo contribuirà alle operazioni di disarmo di Hamas.

Perché le prossime elezioni si decideranno sul concetto di negoziabile

Negoziare o non negoziare: questo è il dilemma. Perché come si è capito in questi giorni è proprio sul concetto di negoziabile che molto probabilmente si decideranno le prossime elezioni.

I niet di Conte

Il primo a tirare fuori la parolina magica è stato Giuseppe Conte, che ha definito appunto «non negoziabili» il no al riarmo dei singoli Stati, il no al sostegno militare all’Ucraina e all’economia di guerra. Immediata la batteria dei riformisti del Pd per cui non negoziabile è invece il sostegno a Kyiv. Apriti cielo. A calmare di poco le acque si è dovuto organizzare in fretta e furia un pranzo (peraltro non risolutivo) tra Elly Schlein e lo stesso Conte.

LEGGI ANCHE: Il campo largo con Pd e M5s ha ancora senso di esistere?

Il senso del centrodestra per la governabilità (o per le poltrone)

Nelle stesse ore nel centrodestra cadevano come birilli diversi punti fermi, dal no alle preferenze di Lega e Forza Italia al no del partito di Salvini alla clausola di salvaguardia per la difesa militare invece che per la sicurezza nazionale, come in questi quattro anni era stato per l’aumento dell’età pensionabile, mentre Fratelli d’Italia ha rinunciato via via alle madri di tutte le riforme, il presidenzialismo e il premierato. Insomma, la coalizione guidata da Giorgia Meloni ha finora interpretato alla massima potenza la risposta di Giulio Andreotti a Ciriaco De Mita che lo accusava di tirare a campare: «Meglio tirare a campare che tirare le cuoia». Fuor di battuta, i partiti di centrodestra hanno dimostrato di essere pronti a trattare anche sui punti più qualificanti del loro programma pur di continuare a governare. La lettura positiva è che la governabilità è un valore in sé, quella delle malelingue è che le poltrone piacciono assai. Molto probabilmente sono vere entrambe e di certo caratterizzano la coalizione, anche se l’incognita Vannacci getta un’ombra anche su questa fotografia.

Perché le prossime elezioni si decideranno sul concetto di negoziabile
Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Il centrosinistra e la specialità di tiro al governo

Nel centrosinistra invece Pd, AvS e Italia Viva hanno abituato gli elettori a precipitose cadute dei propri governi, dall’Ulivo all’Unione di Prodi, fino al Conte 2. E gli elettori, soprattutto i più moderati, non apprezzano più di tanto chi fin da ora annuncia che non intende trattare con gli alleati fino a far pensare che è pronto a far saltare l’alleanza o magari il futuribile esecutivo Pd-M5s-Avs. Non esattamente un bello scenario.  

Perché le prossime elezioni si decideranno sul concetto di negoziabile
Il selfie del campo largo senza Matteo Renzi: da sinistra Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte, Elly Schlein e Angelo Bonelli.

E se quello del M5s fosse un bluff?

La posizione di Conte sui punti non negoziabili del suo programma molto probabilmente è invece in realtà trattabilissima. Così la legge chi ha memoria dei suoi cambi di linea politica, così come del suo passare da essere premier di un governo giallo-verde a esserlo di uno giallo-rosso, fino al sostegno all’esecutivo Draghi. Ma il ritorno di Beppe Grillo potrebbe aver condizionato le ultime uscite del presidente M5s, così come l’ambizione di vincere le primarie e tornare a palazzo Chigi nella speranza di una spinta dei giovani Propal. Il rischio è che invece la sua intransigenza venga considerata credibile, insomma vera, da parte di molti elettori, moderati o incerti, che potrebbero disertare le urne temendo di votare una coalizione litigiosa fino al suicidio. Al netto di ogni valutazione di merito su questo o quel punto di programma (di cui ancora nel campo largo non v’è traccia), il passato fa ancora paura, nel centrosinistra, e allora la parolina ‘negoziabile’ potrebbe fare la differenza tra vincere e perdere le prossime elezioni. 

PagoPA cambia vertici: Pimpinella presidente, Pantaleoni ad

L’assemblea degli azionisti di PagoPA ha formalizzato l’insediamento del nuovo consiglio di amministrazione, nominando Maurizio Pimpinella nel ruolo di presidente e Marco Pantaleoni in qualità di amministratore delegato. L’assemblea ha altresì nominato Giorgia Prete, Clementina Ciotti e Mario Marotta nel ruolo di consiglieri del board presieduto da Pimpinella. La designazione dei nuovi organi di governance segue il perfezionamento del closing relativo all’acquisizione della società, la cui compagine azionaria è ora composta dall’Istituto poligrafico e zecca dello Stato, che detiene il 51 per cento delle quote, e da Poste italiane, titolare del restante 49 per cento. A conclusione dei lavori, la società e gli azionisti hanno espresso un sentito ringraziamento all’amministratore unico uscente, Alessandro Moricca, per il lavoro svolto e l’impegno profuso alla guida dell’azienda nell’ultimo triennio, formulando al contempo i migliori auguri di buon lavoro alla nuova governance.

Hormuz, palla a Trump: cosa prevede l’intesa Iran-Oman

Non è ancora stato firmato dalle due parti, ma l’accordo tra Iran e Oman sullo stretto di Hormuz è stato praticamente definito. È quanto filtra dal Medio Oriente e in particolare dai canali Al-Arabiya e Al-Hadath, che citano una fonte di primo piano. Manca solo l’approvazione del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano. «Presto una dichiarazione congiunta se non si intromettono parti terze», il messaggio di Teheran a Washington.

Cosa prevede l’accordo tra Teheran e Muscat

L’accordo, secondo la fonte citata dalle due emittenti, prevede – sulla falsariga del memorandum di Islamabad – un cessate il fuoco di 60 giorni (prorogabile). L’intesa tra Teheran e Muscat «mira a rompere lo stallo e permettere la ripresa dei negoziati tecnici» tra Stati Uniti e Iran, alla ricerca della quadra non solo su Hormuz, ma anche sul nucleare. Le navi in entrata a Hormuz utilizzeranno la corsia di navigazione più vicina all’Iran, mentre quelle che lasciano lo stretto useranno rotte prossime all’Oman. Per quanto riguarda la questione dei pedaggi, non saranno imposte tariffe alle navi in transito, almeno nei primi due mesi. Verrà però introdotta una «tassa di servizio» per coprire le spese per la sicurezza del carico, il personale e la protezione dell’ambiente marino. Allo scadere dei 60 giorni Teheran intende varare poi pedaggi di transito obbligatori per tutte le navi mercantili e le petroliere, un punto sul quale l’amministrazione Usa si è detta irrevocabilmente contraria. Gli altri Paesi della regione, ha aggiunto la fonte di Al-Arabiya e Al-Hadath, potrebbero partecipare alla sminamento della via centrale dello stretto e alle procedure tecniche necessarie per lo svolgimento della navigazione. Questo entro altri 30 giorni dalla prima scadenza dell’intesa, dopodiché i flussi in entrambe le direzioni seguiranno il corridoio centrale di Hormuz. L’intesa raggiunta da Iran e Oman riguarda solo Teheran e Muscat e non deve ricevere alcun via libera da parte di Donald Trump, tornato a minacciare la Repubblica Islamica. Lo stretto di Hormuz resterà chiuso finché continueranno quelle che l’Iran definisce «violazioni degli Stati Uniti», ovvero il blocco navale. Tra i due Paesi sarebbero in corso contatti indiretti attraverso i mediatori.

Tekne passa agli americani di Nuburu con il via libera del governo

Nuburu, azienda statunitense operante nel settore Difesa e Sicurezza dual use, ha reso noto che il governo italiano ha autorizzato – ai sensi della normativa in materia di golden power – l’acquisizione del 70 per cento del capitale sociale di Tekne Spa, società con sede operativa a Ortona (Chieti) specializzata in ingegneria della difesa e nella progettazione, produzione e allestimento di veicoli industriali, speciali e militari, per poco meno di 35 milioni di euro, subordinandone il perfezionamento al rispetto delle prescrizioni previste dal provvedimento. L’autorizzazione fa seguito alla formale notifica inviata a giugno 2026 dall’azienda e rappresenta un passaggio decisivo verso il closing dell’operazione, previsto per settembre. In base del piano industriale definito da Nuburu, Tekne genererà ricavi cumulati per il periodo 2026-2030 pari a circa 565 milioni di euro, con una crescita occupazionale pari a circa 370 unità. «Tekne assumerà un ruolo centrale nella strategia integrata di Nuburu, diventando l’hub industriale e tecnologico attraverso il quale il Gruppo intende sviluppare una piattaforma avanzata per la Difesa e la Sicurezza, fondata sulle eccellenze industriali italiane e orientata ai mercati dei Paesi Nato e alleati», si legge in una nota.

Partito fantasma, malessere reale: il mistero del PLFI di Fontana e la crisi della Lega

Lo si potrebbe definire il sogno di una bozza di mezza estate. Lo Statuto del Partito Federalista Liberale Italiano inoltrato da Attilio Fontana in una vecchia chat leghista e svelato dal Foglio ha avuto l’effetto di un bicchiere di carcadè ghiacciato nell’agosto avido di refrigerio e di notizie. 

Partito fantasma, malessere reale: il mistero del PLFI di Fontana e la crisi della Lega

La presunta fuga in avanti di Fontana

Il governatore lombardo, classe 1952, al suo secondo e ultimo mandato, si sarebbe fatto avanti non avendo nulla da perdere. Nemmeno una possibile candidatura alle Politiche visto che finora ha sempre detto di voler restare alla guida della Regione fino alla scadenza naturale del mandato nel 2028. Il profilo perfetto del “barbaro nostalgico“, semicitando Salvini, deciso a dare una scossa alla Lega dopo l’affossamento dell’accordo per la creazione di una costola nordista da affidare a Luca Zaia. L’intenzione, stando a quanto poi spiegato dal diretto interessato, era non tanto fondare una nuova forza politica quanto dimostrare la necessità di aprire una discussione interna con la circolazione di un nuovo statuto, «segnale plastico del malessere tra i militanti». L’esercizio giuridico di un amico avvocato che Fontana si sarebbe limitato a condividere è invece la versione alternativa data da fonti vicine al governatore alla Stampa

Partito fantasma, malessere reale: il mistero del PLFI di Fontana e la crisi della Lega
Attilio Fontana (Imagoeconomica).

I soliti sospetti

Resta il fatto che, quale che fosse l’intenzione, diffondere lo statuto di un partito in una vecchia chat in cui sono presenti pure Matteo Salvini e il fedelissimo Andrea Paganella pare una mossa così insensata da far pensare a un banale errore. Soprattutto in un momento di forte crisi del partito e soprattutto del suo segretario. Ammesso e non concesso che si trattasse di un colpo di mano anti-Salvini, chi sarebbe della partita insieme con il governatore? Il Foglio cita i soliti sospetti: il segretario nazionale lombardo, Massimiliano Romeo, e fa il nome di Massimo Sertori, assessore agli Enti locali che gode della stima di Fontana. Portavoce, forse, di una fetta di Lega lombarda stanca del sovranismo del Capitano e pronta alla pugna per riprendersi il partito. O, nell’impossibilità, per fondarne un altro. 

Partito fantasma, malessere reale: il mistero del PLFI di Fontana e la crisi della Lega
Massimiliano Romeo (Imagoeconomica).

Senza un leader riconoscibile, ogni progetto rischia di arenarsi

Comunque sia, il risultato era scritto. Da un lato Salvini, com’era prevedibile, ha convocato subito un direttivo a Milano per chiarire la questione prima del raduno di Pontida. Dall’altro, una volta scoperto, il piano – ripetiamo, se di questo si trattava – è automaticamente morto, kaputt. Adesso è difficile che i presunti congiurati escano allo scoperto. E così i soliti sospetti, già nel mirino dei pretoriani salviniani, rischiano di fungere da parafulmine all’ira del capo. Si è scritto anche che lo statuto, sempre nella mente dei registi dell’operazione, avesse l’obiettivo di spingere Giancarlo Giorgetti e Luca Zaia a rompere gli indugi. Un assist per l’ex doge, un «Noi andiamo, loro ci seguiranno». Così, almeno per ora (perché in politica si sa tutto è possibile) non è stato. E senza un volto riconoscibile che si intesti il progetto e la battaglia, si va poco lontano. Zaia, dopo la fallita trattativa per una Lega del Nord, non pare avere tutta questa fretta e voglia di sfidare a viso aperto Salvini. Giorgetti men che meno. Anche il più giovane Massimiliano Fedriga sembra impegnato a giocare una partita sua. Romeo, per quanto segretario nazionale lombardo, non pare avere le physique du rôle per guidare un movimento, per di più nuovo di zecca.

Partito fantasma, malessere reale: il mistero del PLFI di Fontana e la crisi della Lega
Roberto Calderoli, Attilio Fontana e Luca Zaia (Imagoeconomica).

La resa dei conti, se ci sarà, può aspettare

Una cosa però è vera: una forza federalista, liberale, europeista, a suo modo centrista risponderebbe alle esigenze di una fetta di elettorato del Nord deluso se non arrabbiato dal fu Capitano. E soprattutto di un certo mondo imprenditoriale. Forse, ma siamo sempre nel campo delle ipotesi di scuola, qualche big leghista della prima ora, lungi dallo scoprirsi, potrebbe avere dato un tacito via libera all’iniziativa, ma solo per «vedere di nascosto l’effetto che fa». Un test per verificare la determinazione e la forza d’urto dei promotori. Visto com’è finita (o iniziata), c’è da scommettere che il PLFI sarà declassato a malessere di stagione. Malattia però tutt’altro che immaginaria visto che le tensioni all’interno della Lega sono palpabili e destinate ad aumentare in modo inversamente proporzionale alle percentuali dei consensi. I segnali dunque ci sono tutti, ma che sfocino a breve in un mini golpe è un’altra storia. La resa dei conti, se mai ci sarà, è rimandata.

Partito fantasma, malessere reale: il mistero del PLFI di Fontana e la crisi della Lega
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Mondiali ai privati, la Fifa chiede scusa e conferma pieno sostegno a Infantino

Dopo le polemiche e il ritiro della proposta di vendere a privati quote della Coppa del Mondo, il Consiglio direttivo della Fifa si è riunito in Marocco (Paese che co-ospiterà la Coppa del Mondo nel 2030): al termine dell’incontro, tramite una nota, il massimo organo di governo del calcio ha chiesto scusa per l’idea di Gianni Infantino, ribadendo la piena fiducia all’attuale presidente, intenzionato a candidarsi per un nuovo mandato.

Il comunicato della Fifa dopo il summit di Rabat

«Il processo avrebbe dovuto essere gestito diversamente. È stato inoltre riconosciuto che sono stati commessi errori anche dopo che la proposta è trapelata ai media. In una lettera separata al Consiglio della Fifa e alle associazioni membri della Fifa, sono state presentate delle scuse per questi errori, impegnandosi a garantire che non si ripetano. Verrà ora condotta una revisione e un rapporto sarà presentato al Consiglio Fifa nella prossima riunione prevista», si legge nel comunicato diffuso al termine della riunione, a cui ha partecipato lo stesso Infantino: «Con il ritiro del progetto, è stato concordato che la Fifa non tollererà più alcun attacco alla sua integrità, al suo buon governo e al suo giusto processo e adotterà tutte le misure necessarie per proteggere e salvaguardare il suo nome e la sua reputazione». Nell’incontro di Rabat, come sottolineato nella stessa nota, «il segretario generale della Fifa e i membri del Consiglio Direttivo presenti hanno ribadito il loro pieno sostegno al presidente Infantino, in quanto unico funzionario eletto dalle 211 Federazioni affiliate».

La levata di scudi contro il piano di Infantino

L’iniziativa Fifa Forward Enterprise, condotta senza una reale condivisione preventiva, ha provocato un’immediata levata di scudi su scala mondiale, con molteplici richieste di dimissioni da parte di Infantino. Hanno fatto muro Uefa (organo amministrativo, organizzativo e di controllo del calcio in Europa), Concacaf (Nordamerica, Centroamerica e Caraibi) e Afc (Asia). Numerose le federazioni calcistiche nazionale che si sono opposte al progetto, revocando il sostegno a Infantino in vista delle elezioni del presidente Fifa. Hanno preso poi le distanze dal dirigente svizzero anche alcune figure chiave della Fifa, come il responsabile dello sviluppo mondiale del calcio Arsène Wenger, il segretario generale Mattias Grafström e Carlos Cordeiro, consigliare strategico di Infantino, che si è addirittura dimesso denunciando il rischio di «ipotecare il futuro del calcio».