OpenAI potrebbe superare nel 2026 i 40 miliardi di fatturato, in base delle attuali prestazioni del gruppo, raddoppiando il tasso di crescita previsto a partire dalla fine del 2025 e rafforzando il piano per il debutto a Wall Street. Lo scrive Bloomberg citando fonti informate sulla questione. Il fatturato di OpenAI ha registrato un’accelerazione negli ultimi mesi, trainato dalla crescita del suo software di programmazione basato sull’Ia, dalle vendite degli abbonamenti e dalla recente attività pubblicitaria.
Economia
EasyJet, rating sotto osservazione per potenziale downgrade per operazione Apollo
S&P Global Ratings ha posto il rating BBB+ di EasyJet sotto osservazione con implicazioni negative a seguito dell’annuncio dell’acquisizione da parte di Apollo. L’inserimento in CreditWatch riflette l’elevata probabilità di un potenziale declassamento di più livelli qualora la transazione si concludesse come proposto. Il 6 agosto, la compagnia aerea ha raggiunto un accordo per essere acquisita dalla società di private equity statunitense in un’operazione che la valuta 5,7 miliardi di sterline. L’acquisizione, soggetta all’approvazione degli azionisti e delle autorità di regolamentazione, prevede una combinazione di capitale proprio da parte di Apollo e debito nell’ambito di linee di finanziamento provvisorie. Al completamento dell’operazione, S&P ritiene che la politica finanziaria di easyJet diventerà probabilmente più aggressiva e che i suoi parametri di credito si indeboliranno in modo significativo. Ciò contrasta con le precedenti previsioni, secondo le quali easyJet avrebbe mantenuto una posizione di cassa netta positiva.
Ft, Anthropic potrebbe essere Ipo più grande della storia a oltre 2 mila miliardi di dollari
Gli investitori di Anthropic prevedono che l’azienda si quoti in borsa a ottobre con una valutazione che potrebbe essere pari o superiore a 2 mila miliardi di dollari. Se così fosse, verrebbe surclassata anche l’Ipo storica di SpaceX e sarebbe di fatto la più grande offerta pubblica iniziale di sempre. Lo scrive il Financial times, specificando che una simile valutazione rappresenterebbe un raddoppio, nel giro di pochi mesi, rispetto a quella attuale, e sarebbe giustificata dalla crescita vertiginosa dei ricavi dell’azienda. Gli investitori prevedono che, grazie ai suoi modelli, Anthropic possa arrivare a 100-120 miliardi di dollari di ricavi annualizati entro la fine del 2026. Il Ft precisa che diversi investitori hanno rivelato che i vertici della società non hanno ancora fissato un target di valutazione per l’Ipo, dunque la cifra mosntre è basata sulle loro valutazioni. Quella reale dovrà tenere conto di diversi fattori contro, come la concorrenza cinese e le pressioni sulla regolamentazione dei modelli più avanzati, ma anche le preoccupazioni dell’opinione pubblica dopo che alcuni di essi sono stati coinvolti in incidenti informatici durante i test.
Guido Stazi si insedia alla presidenza della Consob
Guido Stazi si è insediato alla presidenza della Consob. Il passaggio delle consegne tra il presidente vicario Chiara Mosca e il presidente entrante è avvenuto mercoledì 12 agosto 2026 nel corso di una riunione di commissione tenutasi a Roma. L’organo torna così a operare nella sua composizione completa di cinque membri. Oltre al neo-presidente Stazi, ne fanno parte i commissari Chiara Mosca (che, in quanto componente del collegio con la maggiore anzianità di istituto, ha svolto dal 9 marzo scorso le funzioni di presidente vicario), Carlo Comporti, Gabriella Alemanno e Federico Cornelli.
Dalla cortesia alla busta paga: come cambia la mancia in Italia
Per gli italiani è sempre stato solo un gesto di cortesia: qualche euro lasciato sul tavolo dopo un buon servizio al ristorante, una banconota consegnata in mano al facchino dell’hotel, un riconoscimento spontaneo che nulla ha a che vedere con la retribuzione. Negli Stati Uniti, invece, la tip è da sempre una componente essenziale dello stipendio di camerieri e bartender. Oggi, però, anche da noi il confine tra queste due concezioni comincia a farsi meno netto.
La mancia non è e non può diventare parte dello stipendio
Il regime fiscale agevolato introdotto nel 2023 per i lavoratori del turismo e della ristorazione ha infatti trasformato per la prima volta un gesto privato in uno strumento di politica del lavoro: le mance, anche quando ricevute attraverso strumenti elettronici (cosa che accade sempre più spesso), sono soggette a un’imposta sostitutiva del 5 per cento, entro determinati limiti. L’obiettivo è riuscire ad aumentare il reddito netto dei dipendenti di un settore che soffre di una cronica carenza di personale, senza gravare ulteriormente sul costo del lavoro delle imprese. Ma è una scelta che ha aperto interrogativi inediti che vanno ben oltre il fisco. A chiarire a Lettera43 il punto di della questione è l’avvocato giuslavorista Francesco Antonio La Badessa, equity partner dello Studio legale Ichino Brugnatelli e Associati: «La mancia non è, e non può diventare, parte dello stipendio in senso tecnico. La retribuzione è quella stabilita dal contratto individuale e, soprattutto, dalla contrattazione collettiva applicata: è un obbligo del datore di lavoro, indipendente da qualsiasi liberalità del cliente». Anche parlare di «detassazione», precisa, non è del tutto corretto: «Le mance restano a tutti gli effetti reddito da lavoro dipendente. Semplicemente vengono tassate con un’aliquota ridotta rispetto alle aliquote Irpef ordinarie».

Il sistema è vantaggioso, ma solo sulla carta
Sulla carta, quindi, il sistema è vantaggioso. Eppure, a oltre tre anni dalla sua introduzione, la norma fatica a decollare. Le ragioni vanno dalla scarsa conoscenza della disciplina alla necessità di gestire contabilmente somme che fino a poco tempo fa restavano estranee alla busta paga. A incidere maggiormente, però, è forse un dato ancora più elementare: in buona parte dei servizi e della ristorazione italiana le mance sono troppo basse per rappresentare una quota significativa del reddito. Lo conferma Andrea Hu, imprenditore e titolare di un ristorante di sushi a Milano. Durante i colloqui di lavoro, racconta, i candidati non mostrano particolare interesse per le possibili mance e a contare sono soprattutto lo stipendio e gli orari. «In Italia, a parte forse le località turistiche più esclusive, le mance rappresentano ancora una quota molto piccola. Oggi, inoltre, i giovani le lasciano raramente: a farlo sono soprattutto i clienti stranieri e le persone più anziane, ma parliamo comunque di cifre modeste». La nuova disciplina non avrebbe quindi cambiato le abitudini dei clienti né aumentato gli importi, ma solo semplificato la gestione dei pagamenti elettronici. «Sempre più persone non hanno contanti e chiedono di aggiungere la mancia al pagamento con la carta. Prima quella somma risultava come un normale incasso del ristorante: io ci pagavo le tasse come se avessi venduto un piatto, anche se in realtà quei soldi erano destinati ai dipendenti».
Il nodo della distribuzione tra i dipendenti
Resta poi la questione della sua (equa) distribuzione. Una mancia non riguarda infatti solo il cameriere che serve al tavolo e, quando entra nel circuito aziendale, dovrebbe essere ripartita secondo criteri condivisi. Nel ristorante di Andrea Hu è stato adottato un sistema misto: «Se il cliente consegna 10 euro direttamente a un cameriere, lui ne trattiene cinque e gli altri cinque vanno nel fondo comune, che dividiamo fra sala e cucina. Trovo sbagliato che chi riceve la mancia tenga tutto: nessuno riesce a soddisfare un cliente da solo, senza l’aiuto dei colleghi». In molti altri locali, però, la somma consegnata direttamente a un dipendente resta interamente a lui, riconosce il titolare. Il dibattito, quindi, non riguarda solo la fiscalità, ma il modo stesso in cui immaginiamo la retribuzione nei servizi e, in particolare, nel turismo. Se da un lato è vero che le mance possano aumentare il reddito dei dipendenti e contribuire a rendere più attrattivo il settore (soprattutto in alcuni periodi e località), il rischio è che finiscano anche solo implicitamente per sostituire ciò che dovrebbe essere garantito dai contratti e dagli aumenti salariali. «Se un’impresa costruisse la propria politica retributiva confidando sulle mance dei clienti, commetterebbe un errore sia giuridico sia di prospettiva», osserva La Badessa. «Le imprese che oggi faticano a trovare personale non risolvono il problema scaricandolo sul cliente, ma investendo su organizzazione, ambiente di lavoro, percorsi di crescita e retribuzioni coerenti con il mercato».

La mancia sul POS e la ricaduta psicologica sui clienti
La mancia, del resto, resta una liberalità: non è dovuta né garantita. Anche perché dipende da diversi fattori: dalla stagione, dalla città, dalla fascia del locale e dal tipo di clientela. Un cameriere in un ristorante esclusivo sul lago di Garda o in Costiera Amalfitana può raccogliere in una serata cifre impensabili per chi lavora tutto l’anno in una trattoria di provincia. Ma anche la tecnologia sta modificando il rapporto tra clienti e mancia: sempre più terminali, infatti, consentono di aggiungere una cifra o una percentuale al conto. Dal punto di vista tecnico è una semplificazione non da poco; da quello psicologico, però, cambia molto. Perché quando è il POS a proporre in automatico il 5, il 10 o il 15 per cento di mancia, questa smette di essere un gesto spontaneo e diventa, nella maggior dei casi, una scelta di cui è necessario giustificarsi – se non addirittura scusarsi – se e quando si rinuncia. Ed è un confine che diventa ancora più ambiguo laddove la somma non viene neanche “suggerita”, ma inserita direttamente nel conto. È ciò che è successo in un ristorante di un albergo di Forte dei Marmi, dove una cliente, dopo aver pagato, ha scoperto un’aggiunta del 10 per cento – 48,10 euro – indicata sullo scontrino come “contributo volontario”. Secondo il suo racconto, ripreso da Il Post, nessuno l’aveva informata né le aveva chiesto se volesse lasciare la mancia. Il locale ha spiegato che la somma viene inserita automaticamente e può essere rimossa su richiesta. Ma è proprio questo rovesciamento a suscitare perplessità: non è (più) il cliente a decidere di aggiungere qualcosa, è lui che deve accorgersi dell’addebito ed – eventualmente – rifiutarlo.

La differenza con il modello statunitense
Una dinamica che nei mesi scorsi ha acceso il dibattito anche all’estero: nel Regno Unito, ha fatto discutere la decisione di Gordon Ramsay di portare al 20 per cento il service charge applicato ai conti del Lucky Cat di Londra, rispetto al più comune 12,5 per cento. Anche in questo caso il cliente può formalmente chiederne l’eliminazione, ma quanto è davvero libera una scelta se per esercitarla bisogna esprimere apertamente il proprio rifiuto? L’Italia, assicura La Badessa, resta comunque lontana dal modello statunitense, dove il cosiddetto tip credit consente, a determinate condizioni, di riconoscere ai lavoratori che ricevono mance una paga diretta inferiore al minimo ordinario, contando appunto sulle tip per colmare la differenza. «In Italia questo non è possibile: il trattamento economico minimo è fissato dai contratti collettivi a prescindere dalle mance, che quindi si aggiungono e non sostituiscono. È una differenza strutturale, non solo culturale». La mancia, quindi, può integrare il reddito e continuare a premiare un buon servizio, ma non deve trasformarsi né in una voce nascosta sul conto né in un alibi per retribuzioni inadeguate. Come sintetizza La Badessa, «la retribuzione resta un obbligo dell’impresa; la mancia è, e deve restare, la libera scelta del cliente».
Ex Ilva, chi ha davvero spento Taranto?
Il 26 giugno 2026 – 13 giorni prima che i giudici di Milano ordinassero lo spegnimento dell’area a caldo dell’ex Ilva entro 90 giorni – il governo con l’articolo 3 del decreto legge 107 aveva trasferito dal ministero dell’Ambiente al Mimit le risorse dell’impianto di preridotto che DRI d’Italia doveva costruire a Taranto. Il preridotto è il ferro ottenuto senza carbone, il pezzo mancante di qualunque piano di decarbonizzazione dello stabilimento: quei soldi ora servono «per finalità di sostegno alla decarbonizzazione dell’industria siderurgica», via contratti di sviluppo aperti a chiunque, ovunque in Italia. Quanto valgano il decreto non lo dice: 826 milioni per la relazione illustrativa, 726 per quella tecnica.

I giudici di Milano hanno solo certificato il decesso
Il preridotto italiano è morto a giugno, per decreto, quando la sentenza ancora non esisteva: la Corte d’appello, a luglio, ha certificato un decesso già firmato. Ecco perché conviene guardare con occhio asciutto lo scampanellio di indignazione di questi giorni. La causa, va detto, non l’ha fatta una procura. L’hanno promossa 11 cittadini di Taranto dell’associazione Genitori Tarantini, con un’azione inibitoria collettiva davanti alla sezione imprese del tribunale civile di Milano, competente perché lì hanno sede le società. In primo grado, a febbraio, avevano già ottenuto lo stop. Il 9 luglio la Corte d’appello ha confermato: l’area a caldo – altiforni, cokeria, acciaieria, cioè dove il minerale diventa ghisa e poi acciaio liquido, ed è dove si concentra l’inquinamento – va spenta entro 90 giorni, e potrà riaccendersi solo dopo la rimozione integrale dell’amianto ancora presente negli impianti e il rientro delle polveri sottili entro limiti di sicurezza. Resta fuori l’area a freddo: i laminatoi, che prendono i semilavorati e li trasformano in lamiere, bobine e tubi, che possono lavorare anche acciaio prodotto altrove.

Un alibi perfetto per il governo
La decisione è stata comunicata alle parti il 27 luglio, alla vigilia del tavolo a Palazzo Chigi. Tutti gridano, nessuno impugna: Palazzo Chigi «prende atto», Giancarlo Giorgetti dice che «le sentenze sono sentenze, valgono per tutti», l’esecutivo valuta. Quello che ha fatto davvero è nel decreto legge 133 del 27 luglio: 100,5 milioni ad Acciaierie d’Italia che, dice il governo, servono «in attesa del perfezionamento della cessione con riferimento all’area a freddo». Dodici ore dopo la sentenza, negli atti, l’area a caldo non c’è più. E quei milioni esauriscono il tetto di 390 che Bruxelles ha autorizzato a febbraio a condizione che fosse l’ultimo salvataggio del decennio. Da ora il governo può dire – e lo dirà – che nell’area a caldo non può più mettere un euro: non perché non voglia, ma perché l’hanno deciso la Commissione e un giudice. È l’alibi perfetto, ed è arrivato gratis.

Perché Jindal ha confermato il suo interesse?
Poche ore dopo l’ordinanza, il gruppo indiano Jindal ha confermato l’interesse «sia per l’area a freddo sia per l’area a caldo». Un compratore a cui hanno appena spento la fabbrica e dice di volerla comprare lo stesso o è un filantropo, o quella fabbrica non gli serviva. Perché non gli serviva è scritto in una lettera visionata da Lettera43: la firma Venkatesh Jindal, il destinatario è il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro. Lo schema: «Il governo manterrà la proprietà degli impianti di Taranto che realizzano il ciclo industriale sino alla produzione delle bramme» (i lingotti piatti che escono dall’acciaieria e che i laminatoi trasformano in prodotto finito). E il motivo esplicito: «Questo consente di risolvere anche il problema del finanziamento degli oneri per la CO₂», cioè il costo delle quote di emissione, che così resta allo Stato. Jindal compra laminatoi e concessioni portuali, e si impegna a ritirare «fino a 4 milioni di tonnellate di bramme all’anno dagli impianti di proprietà del governo, a prezzi di mercato, per un periodo iniziale di tre anni»: impianti che perdono tra i 50 e i 70 milioni al mese, e che quindi venderebbero sottocosto. Poi la frase che spiega i tre anni: «Dopo il periodo iniziale di tre anni, Jindal integrerà progressivamente le proprie bramme a basse emissioni provenienti dagli stabilimenti in Oman nei laminatoi di Taranto». Tre anni è il tempo di rampa di Duqm, in Oman, dove il gruppo ha avviato un impianto da 5 milioni di tonnellate: nel piano di gara la data è scritta, giugno 2026. La sentenza non toglie a Jindal le bramme, gliele fa arrivare subito invece che fra tre anni, e cancella l’unico obbligo che si era assunto verso l’Italia. Nello stesso piano il compratore chiedeva già di non pagare, allo smantellamento dell’area a caldo, alcun costo di «environmental clean-up, removal of hazardous material»: l’amianto dei cowper (le torri usate nelle acciaierie per riscaldare l’aria prima di mandarla dentro l’altoforno), per iscritto, non è affare suo. E chiedeva contributi pubblici per 2,777 miliardi, che non sono i soldi già spesi in questi anni: sono quelli che lo Stato avrebbe dovuto mettere da qui in avanti, in aggiunta.

Così si è eliminato un concorrente
E agli altri siderurgici? In pubblico non hanno esultato per la decisione dei giudici: Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, ha parlato di «clamorosa ingiustizia». Ma contano i numeri. Nel 2025 l’Italia ha prodotto 20,7 milioni di tonnellate di acciaio, il 90 per cento da forno elettrico contro una media europea del 46: due soli milioni vengono dal ciclo integrale di Taranto, il 10 per cento della produzione ma il 100 per cento della capacità di fare acciaio primario, quello che nasce dal minerale e non dal rottame. Qui sta il punto. L’autorizzazione ambientale di Taranto consentiva 6 milioni di tonnellate, e tutti i piani in campo, sia quello pubblico sia quello di Jindal, prevedevano di finanziare con soldi dello Stato altrettanta capacità a forno elettrico. Sarebbe stata un’acciaieria sussidiata che produce gli stessi coils dei privati italiani, i quali oggi lavorano da anni sotto la loro capacità installata, e che avrebbe conteso a tutti loro il rottame, di cui l’Italia è importatrice netta per 4-5 milioni di tonnellate l’anno. Quel concorrente adesso non nascerà. Che l’interesse sia reale lo dice un atto formale: a gennaio il Codacons ha depositato all’Antitrust un esposto contro Federacciai, denunciando sul progetto siderurgico di Piombino «il tentativo di tutelare la posizione di vantaggio di poche acciaierie elettriche».

La spesa si sposta dalla produzione alla demolizione
Di questa catena non risponderà nessuno, perché nessuna delle decisioni che l’hanno prodotta porta una firma politica: l’amianto è rimasto nei cowper per una proroga ministeriale e poi per un’autorizzazione firmata da un direttore generale, il preridotto è sparito dentro un omnibus, lo spegnimento l’ha ordinato un giudice. Adolfo Urso, che i commissari li ha nominati nel 2024, nel novembre 2025 dichiarava: «Nessun piano di chiusura, anzi l’esatto contrario», e che «non è previsto alcun ulteriore ricorso alla cassa integrazione». Oggi in cassa ce ne sono 4.450 e l’area a caldo ha 90 giorni di vita. A maggio ricordava che «il dossier è guidato da Palazzo Chigi»: da allora è del capo di gabinetto. Al tavolo non piange nessuno. Il governo si toglie dal bilancio un impianto che brucia fino a 70 milioni al mese e ha l’alibi per non rifinanziarlo. I commissari passano da un ciclo integrale a un cantiere, e la spesa si sposta dalla produzione alla demolizione, che nessuno misura (a Bagnoli, dopo 36 anni, non è ancora finita). Jindal si prepara a prendere laminatoi, porti e mercato europeo senza l’obbligo triennale e senza il conto dell’amianto.

I quattro sconfitti: Taranto, lavoratori, contribuenti e industria italiana
A perdere sono in quattro. Taranto, che dopo 14 anni di decreti resta senza fabbrica e senza bonifica. I lavoratori: 4.450 in cassa integrazione, con i soldi che ne integrano lo stipendio in esaurimento a ottobre, lo stesso mese in cui scadono i 90 giorni. I contribuenti, che ci hanno già messo 3,6 miliardi tra prestiti, ricapitalizzazioni, garanzie e ammortizzatori, e non li rivedranno. E l’industria italiana, che l’acciaio primario dovrà comprarlo fuori: il forno elettrico parte dal rottame, e il rottame si porta dietro rame e stagno che la raffinazione non rimuove, perché il rame è più nobile del ferro e resta in soluzione. Per i prodotti di qualità – la lamiera esposta di un’automobile, gli acciai da imballaggio – serve una quota di carica vergine che diluisca i residui: ghisa o preridotto. Arvedi, a Cremona, ne carica quasi un terzo. In Italia quella ghisa si smette di produrre. Il paradosso lo incarna chi si lamenta più forte. Due settimane fa Antonio Marcegaglia denunciava «un’importazione massiccia di semilavorati e prodotti finiti a un costo più basso del nostro». Ad aprile il suo gruppo ha assegnato a Danieli 450 milioni, dentro un investimento da un miliardo, per costruire a Fos-sur-Mer – in Francia, a preridotto e nucleare – un impianto da oltre 2 milioni di tonnellate di acciaio e fino a 3 di coils: il 75-80 per cento prenderà la strada di Ravenna. Anche i semilavorati che arrivano da fuori, insomma, dipende di chi sono. A conti fatti, quel decreto ha tolto al governo l’unico problema che non sapeva come chiudere. Non è giustizia a orologeria. L’orologio ha suonato con puntualità perfetta, e chi doveva sentirlo era sveglio da un mese. Nessuno pagherà pegno, Urso per primo.
Il caldo è il nuovo dazio europeo (su cui non si può negoziare)
Per anni il caldo è stato raccontato come un’emergenza ambientale. Oggi però è diventato anche una variabile economica. L’ondata di calore che a fine giugno ha investito gran parte dell’Europa, con temperature superiori ai 40 gradi in Francia e nuovi record nel Regno Unito e in Svizzera, ha messo sotto pressione gli ospedali e rallentato cantieri, logistica, agricoltura, industria e trasporti, mostrando quanto il cambiamento climatico possa influenzare la competitività europea.

Un tema che – appunto – si scalda nel momento meno favorevole per Bruxelles. L’Unione europea è impegnata a difendere la sua industria dalla concorrenza cinese, a negoziare il futuro dei dazi con gli Stati Uniti e a rilanciare una politica capace di recuperare terreno rispetto alle altre grandi economie. Ma mentre il dibattito resta concentrato su commercio e sussidi, un altro fattore sta già entrando nei bilanci delle imprese: il costo del caldo.
Cool box distribuite e turni anticipati al mattino
L’impatto è ormai visibile sul campo. In Germania per esempio DHL ha distribuito oltre 111 mila cool box ai portalettere, complete di asciugamani refrigeranti, polsini rinfrescanti e protezioni contro i raggi UV. Diverse aziende del settore delle costruzioni hanno anticipato l’inizio dei turni alle prime ore del mattino per evitare le ore più calde della giornata, mentre Thyssenkrupp Steel Europe ha rafforzato le misure di protezione dei lavoratori negli impianti siderurgici con acqua e pause supplementari.
Vietato il lavoro all’aperto nelle ore centrali
Altro che interventi straordinari, stanno diventando parte dell’organizzazione ordinaria del lavoro. Anche i governi iniziano a cambiare approccio. In Italia diverse Regioni hanno introdotto ordinanze che vietano il lavoro all’aperto nelle ore centrali della giornata durante gli episodi di caldo estremo. La misura nasce per tutelare la salute dei lavoratori, ma ha inevitabilmente effetti sulla produzione, soprattutto nei comparti dell’edilizia, dell’agricoltura e della logistica. La questione, però, è più profonda. Per la prima volta il caldo viene analizzato non soltanto dai climatologi, ma anche da economisti, assicurazioni, banche e investitori.

Oltre i 30 gradi la produttività inizia a crollare
Secondo un’analisi di Allianz Trade dedicata all’economia tedesca, oltre i 30 gradi la produttività del lavoro diminuisce mediamente di circa il 3 per cento per ogni grado aggiuntivo, mentre il fabbisogno energetico cresce di circa l’1,2 per cento per alimentare sistemi di climatizzazione e raffrescamento.
Entro il 2030 l’Italia potrebbe perdere 147 miliardi di Pil
Sono numeri che fanno cambiare la prospettiva. Il caldo, oltre a un rischio sanitario o ambientale, diventa un costo di produzione. Nello scenario elaborato da Allianz Trade, se le ondate di calore degli ultimi anni dovessero trasformarsi nella nuova normalità, entro il 2030 la Germania potrebbe perdere fino a 131 miliardi di dollari di prodotto interno lordo. Le stime diventano ancora più pesanti per il resto d’Europa: fino a 240 miliardi per la Francia, 147 miliardi per l’Italia e 120 miliardi per la Spagna. Per alcune economie particolarmente esposte il costo complessivo potrebbe arrivare a valere tra il 5 e il 7 per cento del Pil nel corso del decennio.

Per questo Allianz Trade definisce ormai il caldo estremo un rischio economico strutturale. La questione non riguarda più soltanto la frequenza delle ondate di calore, ma anche la capacità delle economie di adattarsi a condizioni climatiche che stanno diventando permanenti.
Il nostro Paese parte da una posizione più fragile
L’Italia è tra le economie europee più esposte agli effetti economici del caldo estremo. Non solo perché il Mediterraneo è uno degli hotspot del cambiamento climatico, ma perché una parte rilevante del sistema produttivo nazionale continua a dipendere da attività svolte all’aperto o in ambienti difficili da climatizzare.

Edilizia, agricoltura, turismo, logistica e piccola manifattura rappresentano ancora una quota significativa del valore aggiunto italiano. Sono comparti nei quali il caldo incide sul benessere dei lavoratori oltre che sulla riduzione delle ore effettivamente lavorabili, sull’aumento dei consumi energetici e sulla compressione dei margini aziendali. Secondo una stima citata da Reuters, durante l’ondata di calore di fine giugno un milione e mezzo di lavoratori italiani poteva essere esposto a condizioni di rischio, tra operai, agricoltori e corrieri.
La tutela dei lavoratori è necessaria, ma non basta
La risposta dei governi si concentra, per ora, soprattutto sulla tutela dei lavoratori. È una scelta necessaria, ma non sufficiente. Le ordinanze che sospendono le attività nelle ore più calde limitano il rischio sanitario, senza eliminare quello economico. Ogni ora di lavoro persa, ogni cantiere rallentato e ogni raccolto rinviato incidono sulla produttività complessiva del sistema.
La stessa conformazione delle città contribuisce ad aggravare il problema. Gran parte del patrimonio edilizio europeo è stato progettato per trattenere il calore durante l’inverno, non per disperderlo in estate. Le ondate di caldo degli ultimi anni hanno così evidenziato un limite infrastrutturale che fino a poco tempo fa appariva secondario.
Reuters, citando l’International Energy Agency, ricorda che la diffusione dei climatizzatori in Europa resta nettamente inferiore rispetto alle altre grandi economie avanzate. A seconda dell’indicatore utilizzato, gli impianti sono presenti in circa un quinto del patrimonio edilizio europeo oppure in circa un quarto delle abitazioni, contro livelli vicini al 90 per cento negli Stati Uniti e in Giappone (Reuters, 25 e 26 giugno 2026).
Forte aumento di domanda per i climatizzatori in Europa
Questo ritardo si traduce in un doppio costo. Da una parte rende più difficile mantenere livelli elevati di produttività durante le ondate di calore; dall’altra obbliga famiglie e imprese ad accelerare investimenti che avrebbero potuto distribuire su un periodo molto più lungo. Non a caso, nelle ultime settimane, i maggiori produttori mondiali di climatizzatori hanno registrato un forte incremento della domanda in Italia, Francia, Spagna, Germania e Regno Unito. Per aziende come Samsung, LG, Midea e Mitsubishi Electric il mercato europeo rappresenta ormai una delle principali aree di crescita.

La capacità di adattarsi al clima diventa un vantaggio competitivo
Per decenni la competitività industriale è stata misurata attraverso indicatori ormai consolidati: costo del lavoro, prezzo dell’energia, pressione fiscale, innovazione, produttività e accesso ai mercati internazionali. Oggi bisogna aggiungere una nuova variabile. La capacità di adattarsi alle temperature estreme sta diventando un vantaggio competitivo tanto quanto la digitalizzazione o l’efficienza energetica. Le imprese che investiranno in edifici più efficienti, reti elettriche resilienti, impianti meno energivori e una diversa organizzazione dei turni potranno limitare le perdite di produttività e contenere l’aumento dei costi. Chi rimarrà fermo rischia invece di subire un progressivo deterioramento dei margini proprio mentre cresce la concorrenza internazionale. È il motivo per cui Allianz Trade parla sempre più spesso di economia dell’adattamento. Adeguarsi al clima diventa una componente della politica industriale e della competitività nazionale.
Un dazio che nessuno può ridurre attraverso accordi commerciali…
La metafora del dazio non è soltanto giornalistica. Un dazio aumenta il costo di produrre e vendere un bene, riduce i margini delle imprese e rende meno competitiva un’economia rispetto ai concorrenti. Il caldo produce effetti sorprendentemente simili. Riduce le ore lavorabili, rallenta la produzione, aumenta il consumo di energia, impone nuovi investimenti e modifica l’organizzazione del lavoro. Con una differenza sostanziale. I dazi possono essere negoziati, ridotti o eliminati attraverso accordi commerciali. Le temperature record no.

Per questo la sfida europea non consiste solo nel gestire l’emergenza dell’estate 2026. La vera partita si giocherà nei prossimi anni, quando gli investimenti destinati all’adattamento climatico determineranno una parte crescente della capacità produttiva dei Paesi. Se l’Europa continuerà a considerare il caldo come un semplice fenomeno meteorologico, rischierà di affrontare il prossimo decennio con uno svantaggio competitivo destinato ad ampliarsi anno dopo anno. Il cambiamento climatico sta già riscrivendo il costo di fare impresa.
Btp Italia Sì, tasso minimo a 1,60 per cento più il tasso di inflazione nazionale
Il ministero dell’Economia e delle Finanze ha comunicato che il tasso annuo minimo garantito della prima emissione del nuovo Btp Italia Sì, al via da lunedì 15 giugno e fino a venerdì 19 giugno alle ore 13, salvo chiusura anticipata, è stato fissato all’1,60 per cento. Per il calcolo del valore delle cedole a questo tasso minimo, garantito anche in caso di deflazione, dovrà quindi essere sommato il tasso di inflazione nazionale (Indice Foi senza tabacchi – Indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, al netto dei tabacchi) rilevato nel periodo di riferimento. Si potrà prenotare in banca, posta e tramite home-banking.
La Bce torna ad alzare i tassi dopo due anni e mezzo
La Bce ha deciso di alzare i tassi di interesse di area euro di 0,25 punti percentuali. Non lo faceva da più di due anni e mezzo, l’ultima volta fu il 14 settembre 2023. Il tasso sui depositi sale, così, dal 2 al 2,25 per cento, quello sulle operazioni principali di rifinanziamento al 2,40 per cento e quello sui prestiti marginali al 2,65 per cento. L’ente ha poi tagliato le previsioni sulla crescita dell’Unione europea, e alzato quelle sull’inflazione, a fronte del prolungarsi della guerra di Usa e Israele all’Iran. Nel nuovo scenario di base, la crescita è ora attesa allo 0,8 per cento per il 2026 (da 0,9 per cento delle precedenti proiezioni di marzo) e all’1,2 per cento per il 2027 (da 1,3). L’inflazione è alzata al 3 per cento per quest’anno (da 2,6) e al 2,3 per cento per il 2027 (da 2).
Ft, nel 2025 la Bce intervenne per limitare la crescita di Revolut in Europa
Nel 2025 la Bce è intervenuta per limitare temporaneamente l’espansione di Revolut in Europa, chiedendo alla fintech britannica di rafforzare i propri sistemi di controllo interno prima di procedere con il lancio di nuovi prodotti finanziari. Lo scrive il Financial times, secondo cui la Banca centrale europea ha imposto all’istituto una serie di restrizioni, preoccupata per la rapidità con cui questo introduceva nuovi servizi e per l’adeguatezza dei processi interni chiamati a valutarne rischi e conformità normativa. In particolare, Revolut avrebbe dovuto sospendere il lancio di alcuni nuovi prodotti nello spazio economico europeo fino alla correzione delle carenze individuate dai supervisori. La società conta oggi circa 75 milioni di clienti nel mondo e nel 2025 ha registrato un utile ante imposte di circa 1,7 miliardi di sterline, consolidando la propria posizione tra i maggiori operatori finanziari digitali europei.
La Bce preoccupata dell’ampia autonomia decisionale dei team della società
Al centro delle preoccupazioni dei regolatori vi sarebbe stato il modello organizzativo promosso dal fondatore e amministratore delegato di Revolut Nik Storonsky, con team dotati di ampia autonomia decisionale e capaci di sviluppare e lanciare prodotti con grande rapidità. Proprio questa velocità di esecuzione sarebbe entrata in tensione con le esigenze di controllo richieste a un gruppo bancario ormai di dimensioni sistemiche.
Italia, l’Ocse rivede le stime del Pil nel 2026 e 2027
L’economia italiana crescerà dello 0,5 per cento nel 2026, mentre «il nuovo shock energetico pesa su consumi delle famiglie, investimenti ed export», frenando lo slancio legato all’aumento delle spese legate al Pnrr. Lo rileva l’Ocse, che rispetto a marzo ha quindi rivisto in lieve rialzo le previsioni per il nostro Paese da +0,4 per cento. Nel 2027, d’altra parte, il calo dei prezzi dell’energia e la riduzione dell’incertezza, permetterà alla crescita di salire a +0,6 per cento, ma si tratta di una correzione al ribasso rispetto alla stima precedente di +0,7 per cento. L’organizzazione di Parigi sottolinea che «assicurare che le misure di contenimento dei prezzi dell’energia siano temporanee e limitate a famiglie e imprese vulnerabili limiterà l’impatto dello shock contenendo i costi fiscali».
Sechi licenziato, i soldi di Binaghi alla Sae e l’ira degli altri giornali: l’autogol della Fitp
Per quanto possa sembrare assurdo, c’è un filo rosso che unisce il licenziamento di Mario Sechi a… Jannik Sinner. Sono finiti ko entrambi in simultanea, anche se in modi diversi. Ma il punto è un altro: il vero collegamento tra i destini del direttore di un quotidiano di destra e il racconto dell’exploit del nostro tennis e dell’altoatesino numero uno a livello mondiale passa attraverso una storia di finanziamenti federali alla stampa, irritazioni, ripicche e un apparente e tacito patto di non belligeranza fra conterranei. Ma riavvolgiamo quel filo per capire meglio la vicenda.
Quei 5 milioni di euro per acquistare il 6,7 per cento della Sae
Quando ad Angelo Binaghi, presidente della Federtennis e padel, è stato chiesto come mai la Federazione avesse investito 5 milioni di euro per acquistare il 6,7 per cento della Sae, holding che sovrintende a La Stampa e ad altri quotidiani locali, la risposta, nel corso della conferenza stampa a chiusura degli Internazionali di Roma 2026, era stata questa: «L’investimento in Sae viene fatto dalla nostra media company Sportcast. E serve per rendere il tennis più popolare anche sulla carta stampata. Già in occasione di questi Internazionali abbiamo visto come la copertura dell’evento sui giornali Sae sia stata maggiore rispetto al passato, quando, per esempio, i grandi giornali davano la notizia di Jannik Sinner numero uno del ranking mondiale solo a pagina 24, dopo le notizie sul calcio, il calcetto e il calcio femminile».
Il gruppo Sae (Sapere Aude Editori) controlla, oltre a La Stampa di Torino, i quotidiani La Provincia Pavese, Il Tirreno di Livorno, La Nuova Ferrara, la Gazzetta di Modena, la Gazzetta di Reggio Emilia, La Nuova Sardegna di Sassari. E, quindi, in base a quanto detto da Binaghi, c’è da attendersi che queste testate, d’ora in poi, avranno un occhio di riguardo per le notizie e i business legati al tennis e al padel, essendo la Fitp uno degli azionisti.

E il resto della carta stampata? La notizia dell’ingresso della Federtennis nel capitale di Sae ha mandato in fibrillazione tutti gli altri editori di quotidiani: ma come, una Federazione percepita come ente pubblico e con soldi pubblici (in realtà è ente privato e funziona con risorse al 95 per cento trovate sul mercato) inietta liquidità nelle casse di un particolare editore, Sae, e non lo fa anche con noi? Non va bene!
Il gruppo della famiglia Angelucci ha sparato contro Binaghi
Il gruppo più incattivito con Binaghi è stato fin da subito quello governato dalla famiglia Angelucci: il Giornale e Il Tempo da settimane fanno campagna contro questa anomala iniziativa (una federazione sportiva che investe soldi in una catena di quotidiani), sottolineando, a prescindere dalle spiegazioni di Binaghi, l’enormità delle cifre (cinque milioni sembrano tanti per quella quota) e continuando a non comprendere il senso reale dell’operazione.

Un sardo di Oristanio non attacca un sardo di Cagliari…
Tra le testate degli Angelucci, tuttavia, Libero si era parzialmente sottratto alla campagna contro Binaghi. E, come scrive il Corriere della sera del 29 maggio, il licenziamento del direttore di Libero, Mario Sechi, deriverebbe anche da «un mancato affondo del quotidiano sul caso del presidente della Federtennis Angelo Binaghi, circa l’acquisto del 6,7 per cento della Sae di Alberto Leonardis, l’editore che ha comprato La Stampa». Insomma: Sechi, sardo di Oristano, non avrebbe sposato del tutto le tesi contro Binaghi, sardo di Cagliari. Tra corregionali non si fa la guerra. Però, alla fine, il giornalista ci ha rimesso la poltrona di direttore di Libero.
Anche Il Fatto Quotidiano, Il Foglio e La Verità hanno usato la mano pesante contro Binaghi. E fa davvero specie che il Corriere della sera del 29 maggio abbia dedicato la notizia di apertura in prima pagina alla sconfitta di Sinner al Roland Garros di Parigi, con pagine 2-3-4 tutte ad approfondire le debolezze del tennista italiano. Quasi una sorta di ritorsione contro la grandeur rivendicata ultimamente ai quattro venti da Binaghi.

Se pure Rcs, che significa anche La Gazzetta dello sport, si è arrabbiata, allora tira proprio una brutta aria. Per non parlare di Leonardo Maria Del Vecchio, nuovo editore di Il Giorno, il Resto del Carlino e La Nazione e interessato, si dice, ad acquistare il Corriere dello sport e Tuttosport.
Un certo mondo editorial-imprenditoriale non l’ha presa bene
Insomma, quei 5 milioni di euro nella Sae, più che migliorare l’immagine del tennis sulla carta stampata, sembrano aver irritato un certo mondo editorial-imprenditoriale. E sappiamo bene che i quotidiani, anche se ormai non li compra più nessuno, restano comunque ancora il miglior strumento di pressione e influenza sulle scrivanie che contano e negli uffici che decidono.
L’allarme di Panetta: «Con la guerra nel Golfo rischio inflazione al 6 per cento»
«Negli scenari più sfavorevoli, un prolungamento del conflitto e ulteriori danni alle infrastrutture energetiche del Golfo potrebbero sottrarre complessivamente 1 punto percentuale alla crescita nel biennio 2026-27» nell’Eurozona, «con l’inflazione che potrebbe raggiungere un picco superiore al 6 per cento e, se non contrastata, rimanere a lungo al di sopra dell’obiettivo, via via che lo shock energetico si trasmette a un numero crescente di settori». Lo ha detto il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta in occasione della Relazione annuale. Tanti i temi affrontati: dall’AI al lavoro, fino al debito pubblico e alle già citate ripercussioni della crisi in Medio Oriente.

Parlando della situazione in Medio Oriente, Panetta ha spiegato che «è difficile stabilire quanto dureranno le ostilità e quanto sarà stabile l’assetto che seguirà». In ogni caso, ha detto il governatore di Bankitalia, «i danni alle infrastrutture energetiche continueranno a pesare sulle forniture», in quanto «i costi di trasporto e assicurazione per la navigazione nello stretto di Hormuz rimarranno alti a lungo». L’incertezza, ha aggiunto, «è destinata a restare elevata, ostacolando la pianificazione di famiglie e imprese e frenando i consumi e gli investimenti».
Panetta: «Sull’IA la rapidità di azione è cruciale»
Tra i temi affrontati, come detto, anche l’intelligenza artificiale: «In questo campo la rapidità di azione è cruciale. L’Unione europea ha definito regole per l’uso dei modelli e delle informazioni, una strategia per lo sviluppo del settore e programmi di investimento dedicati. Eppure i ritardi nell’attuazione delle iniziative già avviate rischiano di frenare i progressi e di ampliare il divario con le altre grandi economie». Lo sviluppo dell’IA, ha avvertito Panetta, «deve restare al servizio della persona e della società, non della concentrazione del potere tecnologico». La rivoluzione dell’intelligenza artificiale «non produrrà spontaneamente benessere condiviso: deve essere governata».
Cosa ha detto Panetta sulla velocità delle misure Ue
Panetta nel suo discorso ha poi rilevato che l’instabilità internazionale «non lascia spazio a esitazioni o risposte parziali» e che «l’efficacia delle riforme dipenderà dalla capacità dell’Europa di superare gli ostacoli che troppo spesso ne rallentano l’attuazione: negoziati lunghi, compromessi al ribasso, applicazioni nazionali disomogenee, risorse annunciate ma non mobilitate». Le priorità «sono state individuate» e il compito, ha osservato il governatore della Banca d’Italia, «è trasformarle in decisioni tempestive, finanziamenti adeguati e risultati concreti».
Le parole sul problema dell’elevato debito pubblico
Panetta si è poi soffermato sull’annoso problema dell’elevato debito pubblico italiano, che supera i 3 mila miliardi di euro, chiedendo al Paese di imboccare «con decisione un sentiero che consenta di ridurre stabilmente il suo peso», in modo da «liberare risorse per la spesa sociale e per lo sviluppo». Secondo Panetta «occorre facilitare il salto tecnologico delle imprese, rafforzare il capitale umano, orientare il risparmio verso investimenti produttivi, accompagnare i lavoratori nei cambiamenti che la nuova economia richiederà».
Lufthansa eserciterà un’opzione per salire al 90 per cento di Ita a giugno
Lufthansa ha fatto sapere che a giugno eserciterà un’opzione per acquisire un ulteriore 49 per cento di Ita Airways, portando la propria quota dal 41 al 90 per cento per un corrispettivo di 325 milioni di euro concordato al momento della firma dell’accordo con il Mef nel 2023. Il completamento dell’operazione è atteso nel primo trimestre del 2027, subordinato alle autorizzazioni regolamentari della Commissione europea e del Dipartimento di Giustizia americano. A seguito del closing, Ita sarà pienamente integrata nel Gruppo Lufthansa come quinta compagnia aerea di rete, sia sul piano organizzativo che finanziario. Il Mef manterrà inizialmente il restante 10 per cento, con possibilità per Lufthansa di acquisire anche questa tranche nel 2028.
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