Nel 2025 la Bce è intervenuta per limitare temporaneamente l’espansione di Revolut in Europa, chiedendo alla fintech britannica di rafforzare i propri sistemi di controllo interno prima di procedere con il lancio di nuovi prodotti finanziari. Lo scrive il Financial times, secondo cui la Banca centrale europea ha imposto all’istituto una serie di restrizioni, preoccupata per la rapidità con cui questo introduceva nuovi servizi e per l’adeguatezza dei processi interni chiamati a valutarne rischi e conformità normativa. In particolare, Revolut avrebbe dovuto sospendere il lancio di alcuni nuovi prodotti nello spazio economico europeo fino alla correzione delle carenze individuate dai supervisori. La società conta oggi circa 75 milioni di clienti nel mondo e nel 2025 ha registrato un utile ante imposte di circa 1,7 miliardi di sterline, consolidando la propria posizione tra i maggiori operatori finanziari digitali europei.
La Bce preoccupata dell’ampia autonomia decisionale dei team della società
Al centro delle preoccupazioni dei regolatori vi sarebbe stato il modello organizzativo promosso dal fondatore e amministratore delegato di Revolut Nik Storonsky, con team dotati di ampia autonomia decisionale e capaci di sviluppare e lanciare prodotti con grande rapidità. Proprio questa velocità di esecuzione sarebbe entrata in tensione con le esigenze di controllo richieste a un gruppo bancario ormai di dimensioni sistemiche.
Il rapporto tra Inps e mondo dell’editoria, da qualche anno, vive momenti di tensione. Da un lato l’Istituto nazionale di previdenza sociale, che dal 2022 ha anche assorbito l’Inpgi (l’ente previdenziale dei giornalisti), cerca di massimizzare le entrate con ispezioni frequenti nelle aziende, provando pure a ergersi a organizzazione di tutela di una professione, quella giornalistica, sempre meno sindacalizzata, con scarso potere contrattuale e dove ormai quasi nessuno ha il coraggio di denunciare situazioni poco chiare per timore di venire espulso dal sistema.
Il business è cambiato, le regole in parallelo no
Dall’altro, tuttavia, ci sono gli editori, che operano in un comparto in crisi strutturale da quasi 20 anni, dove il business, con l’avvento del digitale e dei grandi over the top, è completamente cambiato senza che le regole si siano però in parallelo adeguate: la definizione di collaboratore, di consulente, l’applicazione di questo o quel contratto giornalistico o poligrafico, creano zone d’ombra dove per le società e gli imprenditori, anche quando intendano agire correttamente, non è sempre facile muoversi.
Le accuse di truffa aggravata ai danni dello Stato
Giusto per citare qualche caso di cronaca: nel 2018 ci fu la vertenza Inps contro Repubblica–Espresso, con le accuse di truffa aggravata ai danni dello Stato per aver ottenuto sia cig (Cassa integrazione e guadagno) sia prepensionamenti a favore di circa 80 dei propri dipendenti senza averne diritto.
La vecchia insegna di Repubblica a Roma (foto Ansa).
Poi, in epoca pandemia, l’Inps si è costituito parte civile nel processo contro la casa editrice Visibilia per i rimborsi Covid. Non è ovviamente colpa dell’Inps, ma in entrambi i casi i destini successivi dei poli editoriali non sono poi stati fortunatissimi.
Daniela Santanchè (Imagoeconomica).
La questione del contratto: Fieg-Fnsi oppure Uspi?
Più di recente, ecco altre operazioni targate Inps che hanno sollevato dibattito. A febbraio del 2026, per esempio, dopo numerose ispezioni sono state comminate sanzioni per 4,5 milioni di euro a Citynews (editore dei quotidiani online Roma Today, Milano Today, eccetera) e per 3,5 milioni a Ciaopeople (Fanpage, eccetera) per una diatriba tutta interna alle associazioni di categoria e relativa all’applicazione, per i giornalisti, di un contratto Fieg–Fnsi (con remunerazioni più alte) oppure Uspi (con remunerazioni più basse di circa il 40 per cento).
Francesco Cancellato, direttore di Fanpage (foto Imagoeconomica).
Il rischio di dimezzamento delle redazioni
Prescindendo da chi ha torto e chi ha ragione, va constatato che un intervento di queste proporzioni su realtà come Citynews e Ciaopeople, che peraltro danno spazio al giornalismo e ai giornalisti a differenza di tante altre iniziative sul digitale, potrebbe avere come effetto proprio la riduzione dei posti di lavoro che si vorrebbero tutelare: si è parlato addirittura di un dimezzamento delle redazioni, dove oggi lavorano circa 500 addetti giornalistici, per far fronte a queste multe. I due editori stanno interloquendo con l’Inps, e per il momento non ci sono novità rispetto a quanto uscito a inizio anno.
Mediaset e il faro sui “collaboratori” di Videonews
Freschissima, invece, la notizia di una multa da 21 milioni di euro inflitta dall’Inps a Mediaset e anticipata sabato 6 giugno da Il Fatto Quotidiano. La questione riguarda una cinquantina di collaboratori dei programmi di informazione del Biscione che, in base alle accuse, lavorerebbero di fatto a Videonews come fossero dipendenti, pur essendo inquadrati come partite Iva o con contratti co.co.co.
Pier Silvio Berlusconi, presidente e amministratore delegato del gruppo MFE – MediaForEurope (foto Imagoeconomica).
Mediaset ha subito risposto, ribadendo che «non esistono casi di lavoratori sottopagati. I professionisti coinvolti sono lavoratori autonomi, non lavoratori dipendenti. Hanno svolto la loro attività sulla base di accordi liberamente sottoscritti e con compensi coerenti con il lavoro richiesto. L’Inps contesta il ruolo di alcuni collaboratori. L’azienda non condivide questa ricostruzione e ha già presentato ricorso. Il contenzioso non riguarda il livello dei compensi e non nasce da denunce o segnalazioni dei professionisti interessati. Mediaset conferma la correttezza del proprio operato e farà valere le proprie ragioni nelle sedi previste dalla legge».
Il rapporto Inps: gap retributivo e precarietà
Consulenti, collaboratori, redattori sotto mentite spoglie: confini labili che spesso si fatica a individuare con certezza. Ricordando, peraltro, che l’ultimo report dell’Inps su “Lo stato del giornalismo italiano” mostra come su 103.581 giornalisti iscritti all’Ordine dei giornalisti, nel 2023 solo 17.179 hanno versato contributi all’Inps, mentre 25.791 all’Inpgi.
Un giornalista freelance (foto Unsplash).
La retribuzione media dei giornalisti è di circa 59 mila euro, con un divario di genere (oltre che generazionale) significativo: gli uomini guadagnano in media il 16 per cento in più rispetto alle donne. Le pensioni mostrano una disparità ancora maggiore, con una media di 71 mila euro per gli uomini e 48 mila euro per le donne. Inoltre, il 70 per cento dei lavoratori autonomi guadagna meno di 25 mila euro all’anno, evidenziando una precarietà diffusa nel settore.
L’economia italiana crescerà dello 0,5 per cento nel 2026, mentre «il nuovo shock energetico pesa su consumi delle famiglie, investimenti ed export», frenando lo slancio legato all’aumento delle spese legate al Pnrr. Lo rileva l’Ocse, che rispetto a marzo ha quindi rivisto in lieve rialzo le previsioni per il nostro Paese da +0,4 per cento. Nel 2027, d’altra parte, il calo dei prezzi dell’energia e la riduzione dell’incertezza, permetterà alla crescita di salire a +0,6 per cento, ma si tratta di una correzione al ribasso rispetto alla stima precedente di +0,7 per cento. L’organizzazione di Parigi sottolinea che «assicurare che le misure di contenimento dei prezzi dell’energia siano temporanee e limitate a famiglie e imprese vulnerabili limiterà l’impatto dello shock contenendo i costi fiscali».
Per quanto possa sembrare assurdo, c’è un filo rosso che unisce il licenziamento di Mario Sechi a… Jannik Sinner. Sono finiti ko entrambi in simultanea, anche se in modi diversi. Ma il punto è un altro: il vero collegamento tra i destini del direttore di un quotidiano di destra e il racconto dell’exploit del nostro tennis e dell’altoatesino numero uno a livello mondiale passa attraverso una storia di finanziamenti federali alla stampa, irritazioni, ripicche e un apparente e tacito patto di non belligeranza fra conterranei. Ma riavvolgiamo quel filo per capire meglio la vicenda.
Quei 5 milioni di euro per acquistare il 6,7 per cento della Sae
Quando ad Angelo Binaghi, presidente della Federtennis e padel, è stato chiesto come mai la Federazione avesse investito 5 milioni di euro per acquistare il 6,7 per cento della Sae, holding che sovrintende a La Stampa e ad altri quotidiani locali, la risposta, nel corso della conferenza stampa a chiusura degli Internazionali di Roma 2026, era stata questa: «L’investimento in Sae viene fatto dalla nostra media company Sportcast. E serve per rendere il tennis più popolare anche sulla carta stampata. Già in occasione di questi Internazionali abbiamo visto come la copertura dell’evento sui giornali Sae sia stata maggiore rispetto al passato, quando, per esempio, i grandi giornali davano la notizia di Jannik Sinner numero uno del ranking mondiale solo a pagina 24, dopo le notizie sul calcio, il calcetto e il calcio femminile».
Il gruppo Sae (Sapere Aude Editori) controlla, oltre a La Stampa di Torino, i quotidiani La Provincia Pavese, Il Tirreno di Livorno, La Nuova Ferrara, la Gazzetta di Modena, la Gazzetta di Reggio Emilia, La Nuova Sardegna di Sassari. E, quindi, in base a quanto detto da Binaghi, c’è da attendersi che queste testate, d’ora in poi, avranno un occhio di riguardo per le notizie e i business legati al tennis e al padel, essendo la Fitp uno degli azionisti.
Alberto Leonardis davanti alla sede de La Stampa, nell’immagine elaborata da L43.
E il resto della carta stampata? La notizia dell’ingresso della Federtennis nel capitale di Sae ha mandato in fibrillazione tutti gli altri editori di quotidiani: ma come, una Federazione percepita come ente pubblico e con soldi pubblici (in realtà è ente privato e funziona con risorse al 95 per cento trovate sul mercato) inietta liquidità nelle casse di un particolare editore, Sae, e non lo fa anche con noi? Non va bene!
Il gruppo della famiglia Angelucci ha sparato contro Binaghi
Il gruppo più incattivito con Binaghi è stato fin da subito quello governato dalla famiglia Angelucci: il Giornale e Il Tempo da settimane fanno campagna contro questa anomala iniziativa (una federazione sportiva che investe soldi in una catena di quotidiani), sottolineando, a prescindere dalle spiegazioni di Binaghi, l’enormità delle cifre (cinque milioni sembrano tanti per quella quota) e continuando a non comprendere il senso reale dell’operazione.
Antonio Angelucci (Imagoeconomica).
Un sardo di Oristanio non attacca un sardo di Cagliari…
Tra le testate degli Angelucci, tuttavia, Libero si era parzialmente sottratto alla campagna contro Binaghi. E, come scrive il Corriere della sera del 29 maggio, il licenziamento del direttore di Libero, Mario Sechi, deriverebbe anche da «un mancato affondo del quotidiano sul caso del presidente della Federtennis Angelo Binaghi, circa l’acquisto del 6,7 per cento della Sae di Alberto Leonardis, l’editore che ha comprato La Stampa». Insomma: Sechi, sardo di Oristano, non avrebbe sposato del tutto le tesi contro Binaghi, sardo di Cagliari. Tra corregionali non si fa la guerra. Però, alla fine, il giornalista ci ha rimesso la poltrona di direttore di Libero.
Anche Il Fatto Quotidiano, Il Foglio e La Verità hanno usato la mano pesante contro Binaghi. E fa davvero specie che il Corriere della sera del 29 maggio abbia dedicato la notizia di apertura in prima pagina alla sconfitta di Sinner al Roland Garros di Parigi, con pagine 2-3-4 tutte ad approfondire le debolezze del tennista italiano. Quasi una sorta di ritorsione contro la grandeur rivendicata ultimamente ai quattro venti da Binaghi.
Sinner ko sulla prima pagina del Corriere.
Se pure Rcs, che significa anche La Gazzetta dello sport, si è arrabbiata, allora tira proprio una brutta aria. Per non parlare di Leonardo Maria Del Vecchio, nuovo editore di Il Giorno, il Resto del Carlino e La Nazione e interessato, si dice, ad acquistare il Corriere dello sport e Tuttosport.
Un certo mondo editorial-imprenditoriale non l’ha presa bene
Insomma, quei 5 milioni di euro nella Sae, più che migliorare l’immagine del tennis sulla carta stampata, sembrano aver irritato un certo mondo editorial-imprenditoriale. E sappiamo bene che i quotidiani, anche se ormai non li compra più nessuno, restano comunque ancora il miglior strumento di pressione e influenza sulle scrivanie che contano e negli uffici che decidono.
«Negli scenari più sfavorevoli, un prolungamento del conflitto e ulteriori danni alle infrastrutture energetiche del Golfo potrebbero sottrarre complessivamente 1 punto percentuale alla crescita nel biennio 2026-27» nell’Eurozona, «con l’inflazione che potrebbe raggiungere un picco superiore al 6 per cento e, se non contrastata, rimanere a lungo al di sopra dell’obiettivo, via via che lo shock energetico si trasmette a un numero crescente di settori». Lo ha detto il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta in occasione della Relazione annuale. Tanti i temi affrontati: dall’AI al lavoro, fino al debito pubblico e alle già citate ripercussioni della crisi in Medio Oriente.
Un momento del discorso di Fabio Panetta (Imagoeconomica).
Parlando della situazione in Medio Oriente, Panetta ha spiegato che «è difficile stabilire quanto dureranno le ostilità e quanto sarà stabile l’assetto che seguirà». In ogni caso, ha detto il governatore di Bankitalia, «i danni alle infrastrutture energetiche continueranno a pesare sulle forniture», in quanto «i costi di trasporto e assicurazione per la navigazione nello stretto di Hormuz rimarranno alti a lungo». L’incertezza, ha aggiunto, «è destinata a restare elevata, ostacolando la pianificazione di famiglie e imprese e frenando i consumi e gli investimenti».
Panetta: «Sull’IA la rapidità di azione è cruciale»
Tra i temi affrontati, come detto, anche l’intelligenza artificiale: «In questo campo la rapidità di azione è cruciale. L’Unione europea ha definito regole per l’uso dei modelli e delle informazioni, una strategia per lo sviluppo del settore e programmi di investimento dedicati. Eppure i ritardi nell’attuazione delle iniziative già avviate rischiano di frenare i progressi e di ampliare il divario con le altre grandi economie». Lo sviluppo dell’IA, ha avvertito Panetta, «deve restare al servizio della persona e della società, non della concentrazione del potere tecnologico». La rivoluzione dell’intelligenza artificiale «non produrrà spontaneamente benessere condiviso: deve essere governata».
Cosa ha detto Panetta sulla velocità delle misure Ue
Panetta nel suo discorso ha poi rilevato che l’instabilità internazionale «non lascia spazio a esitazioni o risposte parziali» e che «l’efficacia delle riforme dipenderà dalla capacità dell’Europa di superare gli ostacoli che troppo spesso ne rallentano l’attuazione: negoziati lunghi, compromessi al ribasso, applicazioni nazionali disomogenee, risorse annunciate ma non mobilitate». Le priorità «sono state individuate» e il compito, ha osservato il governatore della Banca d’Italia, «è trasformarle in decisioni tempestive, finanziamenti adeguati e risultati concreti».
Le parole sul problema dell’elevato debito pubblico
Panetta si è poi soffermato sull’annoso problema dell’elevato debito pubblico italiano, che supera i 3 mila miliardi di euro, chiedendo al Paese di imboccare «con decisione un sentiero che consenta di ridurre stabilmente il suo peso», in modo da «liberare risorse per la spesa sociale e per lo sviluppo». Secondo Panetta «occorre facilitare il salto tecnologico delle imprese, rafforzare il capitale umano, orientare il risparmio verso investimenti produttivi, accompagnare i lavoratori nei cambiamenti che la nuova economia richiederà».
Lufthansa ha fatto sapere che a giugno eserciterà un’opzione per acquisire un ulteriore 49 per cento di Ita Airways, portando la propria quota dal 41 al 90 per cento per un corrispettivo di 325 milioni di euro concordato al momento della firma dell’accordo con il Mef nel 2023. Il completamento dell’operazione è atteso nel primo trimestre del 2027, subordinato alle autorizzazioni regolamentari della Commissione europea e del Dipartimento di Giustizia americano. A seguito del closing, Ita sarà pienamente integrata nel Gruppo Lufthansa come quinta compagnia aerea di rete, sia sul piano organizzativo che finanziario. Il Mef manterrà inizialmente il restante 10 per cento, con possibilità per Lufthansa di acquisire anche questa tranche nel 2028.
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