E ora che succederà? E soprattutto: a chi verrà affidata la trasmissione Report? La posizione di Sigfrido Ranucci, dopo gli ultimi sviluppi sul “finto” attentato dell’ottobre 2025 che hanno portato all’arresto del suo (ex?) amico Valter Lavitola, è sempre più vacillante. Il conduttore ha provato la carta del martire, paragonandosi in un post a Moro, Falcone e Borsellino. A destra però non si sono fatti intenerire, anzi: Matteo Salvini lo ha invitato a prendersi «una pausa dalla Rai», e del resto che il caso Ranucci fosse diventato il caso Report era ormai evidente da tempo, con la redazione divisa e la convinzione che il programma sarebbe dovuto comunque andare avanti, anche senza di lui. Per evitare ulteriori tensioni interne, alla Rai stanno pensando di mettere al timone una figura “terza”, esterna, che poi risponderebbe al nome di Peter Gomez, direttore de ilfattoquotidiano.it e già conduttore televisivo, visto che ha presentato programmi di interviste e approfondimento giornalistico come La Confessione (in onda sul Nove e poi su Rai 3) e Un alieno in patria. «Qua si passa da Gomes a Gomez», scherza un vecchio dirigente della tivù pubblica che non ha mai amato Ranucci, con riferimento a Gomes Clesio Tavares, il factotum di Lavitola. Ranucci, si evince dalle carte, lo conosceva dal 2022. E addirittura chiedeva a Lavitola di prestarglielo, scherzando, nonostante si parlasse di un personaggio descritto dagli inquirenti come di «elevato spessore criminale»: «Sono in difficoltà su tutto. Ma vado avanti. Mi dovresti prestare Gomes», si legge nelle intercettazioni. Adesso il programma potrebbe finire sotto la guida del quasi omonimo Gomez. «Tra l’altro ha il doppio passaporto, anche quello americano, Peter piacerà senz’altro alla segretaria del Pd Elly Schlein e pure all’ambasciatore a stelle e strisce in Italia, Tilman Fertitta», continua l’anziano capo del servizio pubblico. Il totonomi però sembra essere appena iniziato. In attesa del ritorno delle inchieste di Report, previsto, stando ai palinsesti Rai, per domenica 8 novembre 2026, sempre su Rai 3, primo dei 12 appuntamenti del ciclo autunnale. Con un nuovo volto?

Quella “discesa in campo” già tentata nel 2013 con Gabanelli
Ma perché il conduttore di una trasmissione televisiva dovrebbe diventare presidente del Consiglio? Oggi si parla di Ranucci e Lavitola, con quest’ultimo autore del progetto della scalata politica di “mastro Titta” (così viene chiamato da molti Ranucci in Rai) a Palazzo Chigi, ma in passato, rimanendo sempre in tema di Report, c’era chi voleva portare Milena Gabanelli al Quirinale. La storica conduttrice era entrata nelle grazie dei grillini, che nel 2013 organizzarono le “Quirinarie” per scegliere online il loro candidato da portare al Colle. Beppe Grillo credeva tanto in questa iniziativa, come ora Lavitola con la sua: era il mese di aprile e sul web il Movimento 5 stelle scatenò i suoi iscritti per la scelta del nuovo presidente della Repubblica. Milena Gabanelli vinse la consultazione. Dopo il suo rifiuto a correre per il Colle, il movimento indicò Stefano Rodotà come candidato ufficiale. Finì con la rielezione di Giorgio Napolitano, che due anni dopo, nel 2015, lasciò il posto al primo mandato di Sergio Mattarella. Ma alla base del ragionamento di Lavitola, e dell’attenzione di Ranucci al progetto, c’è proprio quanto idearono i grillini 13 anni fa: le preferenze per Gabanelli furono 5.796, davanti a Gino Strada e Rodotà. Forse per Lavitola il governo era un obiettivo più raggiungibile, avendo avuto a che fare con Silvio Berlusconi che a Palazzo Chigi dimorò per anni, e che il Colle lo vide solo con il cannocchiale: il Quirinale era la classica meta impossibile per il Cavaliere, nonostante gli sforzi infiniti per avvicinarsi al settennato presidenziale. Indubbiamente Report ha un suo pubblico affezionato, che da anni segue le inchieste di una redazione combattiva e capace di andare contro il mainstream, ma a trasformarla in un partito qualcuno ci aveva già provato. Fece bene Gabanelli a ritirarsi ufficialmente dalla gara per il Quirinale, anche se soltanto dopo averla vinta. Ranucci coltivava un’ambizione, forse. Senz’altro affidata alle mani sbagliate…
La “fonte” Lavitola e le domande sui pagamenti
Sul caso Lavitola fioccano gli interrogativi, non solo nei partiti della maggioranza. Ecco alcune delle domande che girano negli ambienti giornalistici. La prima: se Valter era una fonte della trasmissione di Sigfrido Ranucci, ci saranno dei compensi a favore del ristoratore tra le spese di Report? La seconda: la Rai renderà mai pubblica un’analisi dei conti della trasmissione, almeno per gli anni della gestione di Ranucci? La terza: ma i passaggi di Ranucci al ristorante di Lavitola chi li pagava? La quarta: non è che magari i pasti erano messi in conto alla Rai con la dicitura “pranzo con fonte”?
«Mai più trasmissioni come repubbliche autonome in Rai»
Alla fine, il caso Lavitola-Ranucci ha messo in moto «la macchina della restaurazione» in Rai, come dice qualcuno. Ossia «mai più trasmissioni come repubbliche autonome», tipo appunto Report, cioè con indipendenza totale e gestione insindacabile. Anche perché, si è visto, paradossalmente diventano più facili le ingerenze esterne, con gruppi di potere, anche piccolissimi, in grado di orientare o comunque suggerire temi da sottoporre per le inchieste. Il problema però, in tema di autonomia totale, rischierebbe di toccare anche Bruno Vespa e Monica Maggioni, ai quali «nessuno può dire niente». E questo potrebbe suggerire ai vertici di andarci piano con la stretta aziendale…

























































































































