Perché Ratzinger rinuncia al silenzio e va in guerra con la Chiesa tedesca

Con la rinuncia aveva promesso di non parlare e di fare una vita appartata. Ma il papa emerito proprio non ce la fa: attacca aborto e matrimoni gay e implicitamente se la prende pure col pontificato di Francesco. Mentre aumenta la distanza con l'episcopato della Germania.

Il papa emerito a restare in silenzio proprio non ce la fa e, come se non bastasse, quando riprende la parola non rinuncia nemmeno a qualche stoccata polemica. Da ultimo Joseph Ratzinger è tornato alla carica per dire che qualcuno lo «vuole silenziare» puntando il dito in particolare contro i teologi tedeschi e i vescovi del suo Paese. D’altro canto l’ex pontefice ha da diversi decenni ha un conto aperto con i suoi connazionali;  e come potrebbe essere diversamente?

IN DISACCORDO CON LE POSIZIONI RIFORMATRICI

Il teologo di punta di Karol Wojtlya, il panzer-kardinal teorico d’assalto del revisionismo post-conciliare, inevitabilmente non va troppo d’accordo con una Chiesa, quella tedesca, caratterizzata spesso da posizioni riformatrici: dal ruolo dei laici, alle donne, al sacerdozio uxorato, alla comunione ai divorziati risposati, dal dialogo ecumenico e interreligioso, alle unioni omosessuali, alle tematiche sociali.

ENNESIMA INTERVISTA USCITA

In questi giorni il papa emerito è tornato a toccare alcuni di questi temi in un’intervista uscita in Germania in occasione della pubblicazione di una sua nuova biografia di oltre mille pagine, Benedikt XVI.- Ein Leben (Benedetto XVI – Una vita), realizzata dal suo amico giornalista tedesco Peter Seewald, che nel corso degli anni ha realizzato diversi libri-intervista con l’allora cardinale Ratzinger, poi con Ratzinger papa e, da ultimo, nel 2016, dopo la rinuncia al pontificato, con il papa emerito Joseph Ratzinger (Le ultime conversazioni). Ma, evidentemente, tanto “ultime” non erano. Esiste ormai un corpus di scritti, interventi, interviste, pubblicazioni, del tutto autentici o in parte apocrifi, del Ratzinger post-papato, dell’emerito; un fatto certo in stridente contraddizione con quella promessa di silenzio e vita appartata con cui aveva accompagnato il gesto della rinuncia.

PREOCCUPATO DAL «CREDO ANTICRISTIANO»

L’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede è tornato dunque a picchiare sui tasti che gli sono più congeniali. La vera minaccia per la Chiesa, e quindi per il papato, ha spiegato, non viene dagli scandali interni alla Curia vaticana come i vari Vatileaks, «ma nella dittatura mondiale di ideologie apparentemente umanistiche, contraddicendo le quali si resta esclusi da consenso sociale di fondo». Il papa emerito osserva: «Cento anni fa qualcuno avrebbe pensato che fosse assurdo parlare di matrimonio omosessuale. Oggi coloro che si oppongono a questo sono socialmente scomunicati. Lo stesso vale per l’aborto e la produzione di persone in laboratorio. La società moderna è in procinto di formulare un credo anticristiano e se uno vi si oppone viene colpito dalla scomunica».

NOSTALGIA PER UN PASSATO PERDUTO

Dietro a questo disegno, rileva Ratzinger, c’è la mano del potere spirituale dell’anticristo. Quanto ai teologi tedeschi: «Lo spettacolo delle reazioni della teologia tedesca è così sciocco e così cattivo che è meglio non parlarne. I veri motivi per cui vogliono silenziare la mia voce non voglio analizzarli». Due elementi spiccano da quest’ultimo capitolo del Ratzinger-pensiero: la nostalgia per un passato perduto in cui la cristianità istruiva il mondo, e il conflitto mai sopito con una parte del pensiero teologico tedesco che non ha mostrato sudditanza nei suoi confronti. C’è da aggiungere che, implicitamente, l’ex arcivescovo di Monaco non si sente tanto a proprio agio neanche con il pontificato di Francesco giudicato, evidentemente e pur senza dirlo in modo esplicito, poco in sintonia con la sua interpretazione delle cose.

I VESCOVI TEDESCHI FANNO ALTRI RAGIONAMENTI

Ma soprattutto è la Chiesa tedesca che sembra non dare da tempo più ascolto a Ratzinger, e certo è un caso anomalo quello di un papa che proprio nel suo Paese d’origine suscita così limitati entusiasmi. Sta di fatto che la distanza fra l’episcopato della Germania, guidato ora dal vescovo di Limburg, mons. Georg Baetzing (succeduto al card. Reinhard Marx, collaboratore di papa Francesco) e Ratzinger è davvero grande. Se infatti quest’ultimo volgendo lo sguardo indietro di un secolo rileva che all’epoca i matrimoni fra persone dello stesso sesso sarebbero stati un’eresia, i vescovi tedeschi in occasione dei 75 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale fanno altri ragionamenti.

PRESA DI DISTANZA DA GUERRA E NAZISMO

È passato infatti quasi inosservato, a causa della pandemia, un importante documento pubblicato in questi giorni dalla Chiesa in Germania in cui l’episcopato fa  i conti col passato e riconosce, nonostante alcune importanti eccezioni, la complicità di fondo fra vescovi e regime nazista. «Non pronunciando un chiaro “no” alla guerra», si legge fra le altre cose nel testo, «ma rafforzando, da parte della maggioranza, la volontà di prosecuzione del conflitto, sono diventati complici nella guerra». Nella dichiarazione, che ha un valore storico, si afferma anche: «Da ultimo i vescovi non trovarono nessuna via di uscita dalla tensione che si dava tra le rappresentazioni comuni di un’obbligazione patriottica durante la guerra, la legittimità del potere statale, il dovere di obbedienza che ne risultava e i crimini palesi compiuti». Nel documento si affrontano diversi aspetti: quelli giuridici, il comportamento dei cristiani, la collaborazione fra la Chiesa e il nazionalsocialismo, l’idea distorta di patria, le conseguenze di quanto avvenuto e gli insegnamenti per il futuro fra i quali rientrano, per il presidente dei vescovi tedeschi, l’impegno a contrastare le moderne forme di antisemitismo e nazionalismo.

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Perché Georg Gaenswein è stato congedato dal Vaticano

Il fedelissimo di Ratzinger è in caduta libera. Vicino alla curia tradizionalista e agli oppositori di Bergoglio, a pesare sul suo allontanamento da ogni incarico è stato lo scandalo nato attorno al libro del cardinale Robert Sarah contenente un contributo di Benedetto XVI. Ora Oltretevere non lo vuole più nessuno.

Congedato a mezzo stampa, per di più tedesca, quella del suo Paese e del papa emerito.

È quanto è accaduto a monsignor Georg Gaenswein, il segretario particolare di Joseph Ratzinger, nonché prefetto della Casa pontificia. A dare notizia del suo allontanamento da ogni incarico, infatti, è stato tra gli altri il Tagespost, secondo il quale «papa Francesco ha congedato il prefetto della Casa Pontificia, l’arcivescovo Georg Gaenswein, a tempo indeterminato. Il segretario privato del papa emerito rimane a capo della prefettura, l’ufficio vaticano responsabile delle udienze pubbliche del papa, ma è esonerato per poter dedicare più tempo a Benedetto XVI». Dal Vaticano per ora non è arrivata nessuna conferma ufficiale alla notizia, ma che la stella del monsignore non brilli più Oltretevere è una voce che sta girando con insistenza già da diversi giorni.

Va detto che l’incarico di prefetto della Casa pontificia è stato fortemente depotenziato da papa Francesco il quale gestisce con grande libertà la propria agenda, mentre in precedenza era una figura chiave fra quelle che gestivano l’accesso diretto al pontefice, anche perché per dovere di ufficio si trovava spesso a fianco al papa. Per tali ragioni monsignor Georg era fra i pochi in Curia a essere in contatto diretto sia con Bergoglio che con Ratzinger, un privilegio che il papa argentino gli aveva concesso anche per non fare uno sgarbo al suo predecessore.

POCO AMATO DAI VESCOVI TEDESCHI, VICINO AI TRADIZIONALISTI

Gaenswein si era quindi fatto strada in Vaticano anche grazie a questo doppio ruolo che gli consentiva d fare l’equilibrista nella Curia romana. Tuttavia, con quell’aspetto da attore hollywoodiano di una certa età, il ‘bel Georg’ è spesso stato sospettato di essere una sorta di Rasputin in tonaca, essendo il principale interlocutore per chi avesse voluto avvicinare l’ex pontefice; grande frequentatore dei salotti della nobiltà nera romana, Georg è sempre stato vicino a posizioni e circoli tradizionalisti, finanche quelli in odore di lefebvrismo, non di rado entrati in urto proprio con Bergoglio. Al contrario si dice che i vescovi tedeschi, in cui è presente una forte anima liberal, non lo amassero troppo al punto da rimanere come minimo freddi all’ipotesi che Gaenswein andasse a occupare la guida di qualche diocesi in Germania.

Gaenswein è stato più volte accusato di aver favorito in un certo modo le manovre degli oppositori di papa Francesco

Anche perché in questi anni in cui il papa emerito ha abitato in Vaticano nella residenza-monastero Mater Ecclesiae, il suo segretario è stato più volte accusato, più o meno esplicitamente, di aver favorito in un certo modo le manovre degli oppositori di papa Francesco; in particolare monsignor Georg avrebbe aiutato quanti volevano utilizzare le parole o gli scritti di Joseph Ratzinger contro Bergoglio su diversi temi caldi: dalla pedofila nella Chiesa al celibato sacerdotale. Immaginare un Ratzinger manovrato e del tutto privo di volontà tuttavia sembra anch’essa una esagerazione, probabilmente la verità sta nel mezzo: ci sono state strumentalizzazioni e c’era però anche la volontà del papa emerito di dire la propria.  

LO SCANDALO DEL LIBRO DI SARAH CONFIRAMENTO DA RATZINGER

In ogni caso, da ultimo, lo scandalo è scoppiato con la recentissima pubblicazione del libro del cardinale Robert Sarah – contenente un contributo di Ratzinger – (titolo: Dal profondo del nostro cuore) in difesa proprio del celibato e per contrastare una presunta apertura su questo tema che poteva essere compresa nell’atteso documento post sinodo amazzonico di papa Francesco. Il sinodo chiedeva, per far fronte alla drammatica carenza di preti nell’immensa regione amazzonica, di ordinare sacerdoti dei diaconi sposati, preferibilmente membri delle comunità locali indigene. Per Sarah e altri ultraconservatori l’eccezione rappresentava il cavallo di Troia per cambiare la norma sul celibato.

Papa Francesco e monsignor Georg Gaenswein.

Sta di fatto che il volume era stato annunciato come un libro a doppia firma Sarah-Benedetto XVI, il che costituiva quasi una presa di distanza pubblica, per di più preventiva, dell’emerito dal papa argentino e un’adesione, di fatto, alla linea di opposizione al pontificato più intransigente. Lo stesso Georg era costretto a un goffo intervento riparatore per spiegare che in realtà Joseph Ratzinger non aveva scritto nessun libro in comune con il cardinale e invitava l’editore a ritirare la doppia firma dal volume. Il cardinale Sarah, da parte sua, replicava pubblicando lo scambio di missive con l’ex pontefice che almeno in parte confermavano gli accordi presi prima della pubblicazione e smentivano la versione di monsignor Gaenswein.

SFIORATO ANCHE DALLO SCANDALO VATILEAKSS

Un pasticcio coi fiocchi, l’ultimo di una serie, dal quale anche la figura del papa emerito usciva un po’ ammaccata. D’altro canto, il più accanito nemico di papa Francesco, l’ex nunzio Carlo Maria Viganò, proprio in ragione del caos suscitato dal libro a doppia firma, aveva accusato Georg di aver isolato Ratzinger e di parlare in vece sua. Evidentemente l’ultimo passo falso veniva giudicato un errore anche dai settori più estremi dell’opposizione a Bergoglio.

Molti documenti dell’ex cameriere di Benedetto XVI, Paolo Gabriele, vennero sottratti dallo studio personale del papa senza che il segretario riuscisse a vigilare correttamente

Va infine ricordato come monsignor Gaenswein sia stato sfiorato pure dal primo caso Vatileaks; molti documenti dell’ex cameriere di Benedetto XVI, Paolo Gabriele, vennero sottratti dallo studio personale del papa senza che il segretario riuscisse a vigilare correttamente, come emerse dallo stesso processo; insomma il bel Georg non è del tutto nuovo a scivoloni simili.  Resta il quesito: Gaenswein ha infine imboccato il viale del tramonto? Si vedrà, anche perché il monsignore fino a ora è sempre riuscito a cavarsela, anche se stavolta cadere restando in piedi sarà veramente dura.

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Perché l’addio di Ratzinger mina ancora il futuro della Chiesa

Le dimissioni di Benedetto XVI restano una ferita aperta nella Chiesa. Il rischio è che l‘eccezionalità della situazione determini una doppia ‘auctoritas’ e che questa venga usata dai nemici di Francesco per indebolirne il potere. E in Vaticano si comincia a pensare di normare il ruolo del papa emerito.

Due papi in Vaticano – uno in carica e l’altro ‘ex’ – non sono uno scandalo, un intralcio rispetto a una presunta normalità, ma una realtà della storia con la quale bisogna imparare a fare i conti. Non può che partire da questa considerazione preliminare ogni valutazione sull’ennesimo ‘incidente’ comunicativo, diciamo così, che ha caratterizzato questi anni di inedita coabitazione Bergoglio-Ratzinger.

Il rischio o il desiderio, a seconda dei punti di vista (fra chi cioè sostiene il pontificato di Francesco e quanti lo detestano) è che l‘eccezionalità della situazione determini una doppia ‘auctoritas’; l’ex papa tenderebbe insomma a dire ancora la sua mettendo di fatto in discussione il magistero del vescovo di Roma.

Ma è davvero così? Siamo in una situazione medioevale con due pretendenti al Soglio pontificio? Sembrerebbe di no. E la ragione è semplice: all’origine di tutto questo sconquasso, delle varie fibrillazioni, c’è un fatto irrimediabile che tende a cambiare in senso radicale la storia della Chiesa, ovvero le dimissioni, queste sì inaudite, di Benedetto XVI.  

LE DIMISSIONI DI RATZINGER, UNA FERITA MAI SANATA NELLA CHIESA

Ratzinger ha compiuto un atto drammatico di desacralizzazione della figura del papa, di ‘riduzione’ all’umano del ‘sovrano’, che non è stata metabolizzata, forse anche psicologicamente, in primo luogo dai suoi sostenitori i quali – ed è fra gli altri anche il caso anche dell’ultraconservatore cardinale Robert Sarah – si aggrappano alla veste bianca di questo anziano papa emerito per dare peso specifico, spessore teologico, a un tradizionalismo, a una visione fondamentalista del cattolicesimo e assolutista del potere pontifico, che è andata gambe all’aria in primo luogo proprio grazie al ‘gran rifiuto’ di Ratzinger.

Il papa emerito Benedetto XVI.

È quel big-bang delle dimissioni che permette l’elezione di Francesco – certo non voluta o prevista da molti – in un conclave dove non c’era una maggioranza progressista o liberal ma si era fatta strada trasversalmente l’idea che la Chiesa, e il Vaticano in modo specifico, si trovavano sull’orlo di una crisi irreversibile e che bisognava cambiare tutto o quasi. C’è da chiedersi se è anche per tale ragione che i cardinali si volsero alla Compagnia di Gesù, cioè all’ordine religioso che mai aveva eletto un papa ma restava di gran lunga una delle strutture più solide e insieme duttile della Chiesa universale, capace ancora di parlare con diversi mondi, di costruire ponti, appunto, dopo l’epoca dei muri dottrinali e ideologici. Saranno gli storici a stabilirlo, a noi restano considerazioni più semplici.

IL PRIMO COLLABORATORE DI BENEDETTO XVI ERA IL CARDINAL BERTONE

È strano, per esempio, come nella mitizzazione odierna di Ratzinger da parte dei suoi supporter più accaniti sparisca del tutto la figura di quello che fu il suo primo e fedele collaboratore, cioè il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, che pure diversi esponenti conservatori dell’ala ratzingeriana criticavano ferocemente chiedendo invano a Benedetto XVI di sostituirlo; Ratzinger invece su questo punto non cedette mai.

La crisi di governance che portò alle dimissioni del pontefice era profonda e con gravi risvolti internazionali

Tuttavia, per comprendere la gravità della situazione nella quale si trovava la Chiesa al momento delle dimissioni, basti ricordare un solo fatto fra i tanti: Benedetto, a dimissioni annunciate in latino l’11 febbraio del 2013 ma non ancora effettive, nei giorni in cui si trovò in una sorta di limbo istituzionale, libero da ogni condizionamento, nominò finalmente il presidente dello Ior, la banca vaticana (scelse Ernst Von Freyberg, un suo connazionale forse non casualmente).

Il cardinale Tarcisio Bertone (foto Foto di Riccardo Squillantini / La Presse).

La carica era rimasta vacante dal maggio del 2012 in seguito alle rumorose dimissioni – tema ricorrente a quanto pare – di Ettore Gotti Tedeschi, banchiere dell’Opus Dei, oggi acerrimo contestatore del papa argentino, entrato però all’epoca in rotta di collisione con il board dell’istituito e con il cardinale Bertone che pure lo aveva voluto. Non c’è bisogno qui di ricordare tutte le complessi vicende finanziarie vaticane, basti però tenere presente che la crisi di governance che portò alle dimissioni del pontefice era profonda e con gravi risvolti internazionali.

LA SCELTA DEL PAPA TEDESCO SI DISTACCA DA QUELLA DI WOJTYLA

Benedetto XVI dunque rinunciò al papato per varie ragioni: limiti evidenti e crescenti nell’azione di governo, una scarsa attitudine politica, il susseguirsi drammatico di scandali e lotte intestine alla Curia che stavano consumando la Chiesa. Eppure anche l’aspetto personale ha avuto il suo peso: l’enormità del compito rispetto alle ormai sempre più ridotte forze fisiche ha giocato certamente un ruolo importante. È qui che Benedetto XVI si distacca definitivamente dal suo predecessore, Giovanni Paolo II, il quale rimase in carica oltre ogni ragionevole sopportazione, fino alla fine.

Per Ratzinger la Chiesa ha più bisogno di un buon pastore che la guidi, o di qualcuno che ammetta i suoi limiti, che di un re dedito fino in fondo alla causa

Un sacrificio eroico? Questo è un punto delicato e centrale. Col suo gesto Ratzinger di fatto mette in dubbio quella scelta, prende un’altra strada: la Chiesa ha più bisogno di un buon pastore che la guidi, o di qualcuno che ammetta i suoi limiti, che di un re per quanto dedito fino in fondo alla causa. Ci si può legittimamente domandare se in tale prospettiva non abbia lavorato in Benedetto XVI la propria appartenenza al mondo tedesco, a quel rapporto biografico e esistenziale ravvicinato con l’arcipelago protestante che, pure distante e contrario per molti versi dall’impostazione ratzingeriana, può comunque aver influito sul papa emerito restituendogli un’idea di complessità del cristianesimo che sembrava sparire nel dogmatismo ideologico e teologico.

LA POSIZIONE DI PAPA EMERITO ANCORA DA “REGOLARIZZARE”

Ma allora perché scrive libri, o scrive degli appunti, dei capitoli, perché non tace? Perché apre continui fronti che mettono in discussione l’operato del suo successore? Sono le obiezioni in molti. Per indole, per vocazione a fare il teologo più che il papa, per ripicca, perché, come si dice a Roma, non ci vuole stare (per carattere insomma), perché, in definitiva, anche Benedetto XVI non può che essere una figura umana e storica irrisolta, contraddittoria, che fatica a convivere con i suoi vari passati tutti così ingombranti. Da parte dei sostenitori di papa Francesco si chiede di normare, istituzionalizzare, il ruolo del papa emerito (in tal modo si chiede in realtà di limitare e ‘recintare’ la sua posizione); vedremo cosa deciderà Francesco, ma non è detto che questa sia la strada più corretta.

Da sinistra, Georg Gaenswein e Joseph Ratzinger.

Forse da normare sarebbe, sia detto per paradosso, la figura del segretario personale del papa emerito e non emerito. Già quando Wojtyla era gravemente malato e ancora in carica il suo fedele segretario personale, mons. Stanislaw Dziwisz divenne di fatto uno dei pochissimi interpreti delle volontà del pontefice, e per questo era uomo potentissimo all’interno della Curia. Benedetto XVI, che lo conosceva bene, poco dopo essere stato eletto lo spedì prontamente a fare l’arcivescovo di Cracovia; un riconoscimento certo, ma ben lontano da Roma.

Ratzinger ha deciso di rimanere in Vaticano e di vestirsi di bianco, di mantenere insomma qualcuno dei vecchi privilegi

Don Georg è oggi uno dei pochissimi in grado di comunicare le volontà di Ratzinger al mondo: è lui, per esempio, che annuncia il ritiro della firma del papa emerito dal libro in difesa del celibato sacerdotale del cardinale Sarah; è lui, spesso, a fare da mediatore fra Ratzinger e il mondo. D’altro canto monsignor Gaenswein è persona di cui indubbiamente Benedetto si fida. Ratzinger inoltre ha deciso di rimanere in Vaticano e di vestirsi di bianco, di mantenere insomma qualcuno dei vecchi privilegi (e qui, fra l‘altro, si chiede di stabilire norme che ‘correggano’ l’attuale situazione). Vedremo, se ci saranno, come si regoleranno i futuri papi emeriti su queste e su altre questioni, resta però la sensazione che in questi anni sia stata scritta fino ad ora solo la prima pagina di una nuova storia.  

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Chi è Robert Sarah, il cardinale “nemico” di papa Francesco

Tradizionalista vicino alle idee di Benedetto XVI. Per i detrattori reazionario. Duramente anti-gender e critico nei confronti dell'immigrazione. Chi è il porporato autore del libro "Des Profondeurs de nos coeurs" scritto con la collaborazione di Ratzinger finito al centro di un vero e proprio giallo.

Il giallo su Des Profondeurs de nos coeurs scritto dal cardinale Robert Sarah e Joseph Ratzinger si allarga.

Mentre attraverso il suo segretario particolare Georg Gänswein Benedetto XVI ha chiesto di derubricare il suo apporto al volume come un semplice contributo, dall’altro il cardinale insiste e pubblica su Twitter le lettere del papa emerito che dimostrano come fosse totalmente a conoscenza del progetto editoriale.

IL PRIMO CARDINALE GUINEANO

E dire che non è la prima volta che i due collaborano. Ratzinger ha sempre stimato il tradizionalista Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto divino. Nato in Guinea 75 anni fa, Sarah è figlio di due convertiti del villaggio di Ourous, che, ricorda Tempi, «immaginavano che solo gli uomini bianchi potessero diventare preti e risero quando il loro figlio disse loro che voleva entrare in seminario». Nel 2001 Giovanni Paolo II lo nominò segretario della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli; nove anni dopo Ratzinger lo ordinò cardinale. Nel 2014 Sarah venne scelto alla guida della Congregazione per il culto divino proprio da papa Bergoglio. Ma un anno dopo sempre Francesco respinse il suo appello per far celebrare le messe versus Orientem, con le spalle ai fedeli, come da riforma conciliare. Da quell’anno venne considerato un tradizionalista o, dai detrattori, un pericoloso reazionario.

LE AFFINITÀ CON RATZINGER

L’affinità con le idee di Benedetto XVI è nota. Nel 2017, il papa emerito scrisse anche una postfazione per La force du silence, sempre di Sarah, in cui lo definiva «maestro spirituale, che parla dal profondo del silenzio con il Signore, espressione della sua unione interiore con Lui, e per questo ha da dire qualcosa a ciascuno di noi». Infine, quasi a supportarlo, aggiungeva: «Con il cardinale Sarah, maestro del silenzio e della preghiera interiore, la liturgia è in buone mani».

Robert Sarah con Benedetto XVI nel 2020 (La Presse).

Non è invece un mistero la distanza tra Sarah e papa Francesco che sempre nel 2017 aveva ripreso il porporato guineano per una sua interpretazione errata del Motu Proprio Magnum Principium. Per semplificare, come scrisse la Nuova Bussola Quotidiana, lo spirito del documento pontificio era quello di «concedere per le traduzioni liturgiche quell’ampia autonomia e fiducia alle Conferenze episcopali che il cardinale Sarah vorrebbe limitare». Una devolution liturgica criticata dal cardinale africano.

PER SARAH L’IDEOLOGIA GENDER È PARAGONABILE ALL’ISIS

Al di là delle dispute liturgiche, Sarah negli anni ha criticato a più riprese e duramente l’ideologia del gender (non lontano in questo caso da papa Francesco che nel 2016 aveva definito il gender «una guerra mondiale contro il matrimonio»). Nel 2015 arrivò a paragonarla all’Isis: «Hanno la stessa radice demoniaca». E, ancora: «Quello che nazismo, fascismo e comunismo sono stati per il ventesimo secolo, sono oggi le ideologie occidentali sulla omosessualità e l’aborto e il fanatismo islamico». Isis e l’ideologia gender sono dunque «Bestie dell’Apocalisse» sentenziò nel suo intervento durante il Sinodo della famiglia di quell’anno.

Sappiamo che ci sarà in Europa uno squilibrio d’una rara pericolosità sul piano demografico, culturale, religioso

Robert Sarah

Posizioni che tornano sia in un editoriale del Wall Street Journal del 2017 sia nel libro Dio o niente in cui due anni prima scriveva: «Per quel che riguarda il mio continente voglio denunciare con forza una volontà d’imporre dei falsi valori utilizzando argomenti politici e finanziari. In alcuni Paesi africani sono stati creati ministeri dedicati alla teoria del gender in cambio di sostegno economico! Queste politiche sono tanto più odiose in quanto la maggior parte delle popolazioni africane è senza difesa, alla mercé d’ideologi occidentali fanatici».

UNA POSIZIONE FILO-SOVRANISTA SULL’IMMIGRAZIONE

Ma non è solo il gender ad allarmare Sarah. In Si fa sera e il giorno ormai volge al declino (2019) il porporato mette in guardia l’Europa che «sembra programmata per autodistruggersi». E lo fa evocando senza mezzi termini, scriveva Le Figaro, la «crisi culturale e identitaria» e i processi migratori. «L’Europa vuole aprirsi a tutte le culture, il che può essere fonte di ricchezza, e a tutte le religioni del mondo. Ma non si ama più». Nel mirino di Sarah il patto di Marrakesh (il patto mondiale per le migrazioni) che ci promette migrazioni sicure, ordinate e regolari, ma che secondo lui porterà esattamente l’opposto. «Sappiamo che ci sarà in Europa uno squilibrio d’una rara pericolosità sul piano demografico, culturale, religioso». Agli antipodi della Chiesa di Bergoglio.

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Giallo sul libro di Ratzinger e Sarah: il papa emerito chiede di togliere la firma

Benedetto XVI sostiene di non essere stato al corrente del progetto. Ma il cardinale lo smentisce pubblicando su Twitter tre sue lettere.

Continua a fare discutere il libro scritto a quattro mani da Joseph Ratzinger e il cardinale Robert Sarah di cui Le Figaro aveva pubblicato le anticipazioni domenica 12 gennaio.

Nel volume, in uscita in Francia il 15 gennaio, i due autori prendono posizione contro l’ipotesi entrata nel documento finale del Sinodo sull’Amazzonia di ammettere al sacerdozio anche persone sposate.

«Io credo che il celibato» dei sacerdoti «abbia un grande significato» ed è «indispensabile perché il nostro cammino verso Dio possa restare il fondamento della nostra vita», ha scritto il papa emerito.

BENEDETTO XVI HA CHIESTO DI TOGLIERE LA SUA FIRMA

Lunedì però lo staff di Ratzinger aveva negato che il libro fosse stato scritto a quattro mani con Benedetto XVI. Posizione ribadita il il 14 gennaio da monsignor Georg Gänswein, segretario particolare del papa emerito. «Posso confermare», ha riferito all’Ansa, «che questa mattina su indicazione del papa emerito ho chiesto al cardinale Robert Sarah di contattare gli editori del libro pregandoli di togliere il nome di Benedetto XVI come coautore del libro stesso e di togliere anche la sua firma dall’introduzione e dalle conclusioni». Gänswein ha aggiunto che Benedetto XVI era al corrente che il cardinale stesse lavorando a un libro e aveva inviato un saggio sul sacerdozio autorizzandolo a farne l’uso che voleva. «Ma non aveva approvato alcun progetto per un libro a doppia firma né aveva visto e autorizzato la copertina. Si è trattato di un malinteso senza mettere in dubbio la buona fede del cardinale Sarah».

SARAH PUBBLICA LE LETTERE DI RATZINGER SU TWITTER

Eppure il cardinale Sarah, via Twitter, smentisce questa versione. «Benedetto XVI sapeva che il nostro progetto avrebbe preso la forma di un libro. Posso dire che abbiamo scambiato più bozze per stabilire le correzioni».

Non solo. Il cardinale Sarah aveva portato pure le “prove” rendendo pubbliche tre lettere a lui indirizzate e firmate da Benedetto XVI proprio su questo scambio di appunti sulla questione del celibato dei sacerdoti. Nell’ultima lettera, datata 25 novembre 2019, Ratzinger scrive a Sarah: «Da parte mia il testo può essere pubblicato nella forma da lei prevista».


In una lunga nota il cardinale ricostruisce gli incontri con Benedetto XVI – dal primo del 5 setembre 2019 all’ultimo del 3 dicembre – e la genesi del libro.

Il Prefetto della Congregazione per il Culto divino conferma nel comunicato la sua richiesta al papa emerito di un testo sul tema. «Il 12 ottobre, durante il Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia, mi ha consegnato riservatamente un lungo testo frutto del suo lavoro dei mesi precedenti», riferisce Sarah spiegando che il testo era troppo lungo per un articolo e che quindi propose a Ratzinger la pubblicazione di un libro insieme. Il papa emerito, continua il cardinale nella nota «ha espresso la sua grande soddisfazione per il testo redatto insieme e ha aggiunto: ‘Da parte mia sono d’accordo che il testo sia pubblicato nella forma da lei prevista’».

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