Di Alfonso Mauro
Se, per dirla con un forse apocrifo Proust, “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cerare nuove terre ma nell’avere nuovi occhi”, i nuovi sguardi esposti in stampa digitale fino al 16 ottobre in via Botteghelle a Salerno (ingresso libero dal lunedì al sabato, 10:00-12:00 e 19:00-20:30) sono quelli che, dalle camere di Carlo De Felice e Deborah Daniela Iannicco, squadernano insieme l’insueto e la consuetudinarietà dei nostri luoghi, del Sublime e del Pittoresco, del casuale e del programmatico. Delle terre rinnov(ell)ate dallo scatto. I due coniugi salernitani, gestori di un noto boutique hotel a Vietri sul Mare, hanno inteso appaiare alle acclamatissime pubblicazioni sui social l’esposizione di 30 stampe d’altrettante fotografie non senza imperizia funambolanti tra l’attesa, d’un allineamento astrale, e la spontaneità, della veranda sul golfo; tra il caso, d’un plenilunio sanguigno tramontante a mare di ritorno in auto dal Cilento, e l’artificio, di lunghe esposizioni o scatti consecutivi in sovrimpressione affidati alla stessa foto di dodicesimo d’analemma lunare sorgente fantasmatica dietro la chiesa di S. Giovanni a Vietri o la Torre di Cetara. Queste per citare alcune delle assai apprezzate foto in esposizione, nonché alcuni degli strumenti d’una cassetta degli attrezzi che non disdegni postproduzioni capaci a estrarre ulteriore realtà — o ulteriori realtà… tutt’altro che accidentale essendo l’effetto e il risultato metafisico (detto abbastanza alla de Chirico) di questo lavoro a quattro mani con la luce. Un battesimo espositivo in cui l’Amatore e l’Amatoriale tramano un non incongruo quadriloquio con lo studioso e lo Studiato (mai Affettato); e tantopiù rimarchevole quanto d’altra natura le professioni di Carlo e Deborah, che abbiamo raggiunto per una chiacchierata. Questo discorso in parallasse, ovvero in cui la posizione apparente turistico-promozionale dei nostri luoghi e dei nostri monumenti e punti di riferimento rispetto a uno sfondo più lontano, sia esso una intenzionale Poetica o Programmatica, o letteralmente il cielo degli astri mobili e fissi, è trasposta sia nel tempo impressivo dello scatto unico che in quello bergsoniano della durata e della coscienza, prende le mosse da un tutt’altro che metafisico: meteorologico — l’ambito in cui i nostri si sono avvezzati qualche anno fa. La passione per la fotografia innestata su quella del progetto CampaniaMeteo. La particolarità atmosferica (quando non la visione nubívaga del drone) intesa quale impermanenza e mutevolezza ma anche hybris di togliere al nume la folgore infilzata tra gli scogli dei Due Fratelli (viene alla mente la cover d’un album dei Dire Straits “Love over gold”) o il carro del sole in eclissi e affidarli alla pellicola dell’esserci stati, dell’averci pensato, o dell’esserci riusciti per primi. Del trekking verso una foto e delle sveglie a notte fonda, tanto quanto dell’occhiata che sappia riconoscere il momento; i piedi e le mani, talvolta la τέχνη, sempre il piacere ludico. Ma, love over gold, un “primeggiare” che mai tradisca una narrazione tersa, affettuosa, mai da rivista patinata di un territorio che sempre più apprendiamo fragile e vittima — non rare le foto online di nubifragi e incendi; mentre, tra il serio ed il faceto, si è discettato circa la liceità di photoshoppare via dalle foto alcuni abusi edilizi! Più seriamente si è deprecato l’incontrollato prolificare di gretto materiale pseudoturistico raffazzonato in AI. Ci si consola con la Via Lattea allineata al Fiordo di Furore biancheggiante “…tra’ poli del mondo / Galassia sí, che fa dubbiar ben saggi” frutto di attese e di qualche non ingenuo calcolo astronomico. O con il tramonto tra i Faraglioni di Capri visto da Capodorso, la croce di S. Liberatore stagliantesi sul disco solare che lascia intravvedere le macchie solari, Atrani o la Chiesa dell’Annunziata, Cetara o Amalfi. Nikon Z9 e Z8, diversi obiettivi e teleobiettivi alcuni tra gli strumenti minimi di questa finestra sul cortile campano e universale, impugnati insieme al necessaire videografico onde dimostrare, ahinoi, la veridicità in tempi di post-verità di più d’uno scatto a un pubblico social cui lo sfocarsi del confine tra vero e artificiale (AI) ingenera sia perniciosa ed eterodiretta credulità che ingenerose incredulità aprioristiche circa il lavoro di amatori come di professionisti. La luna a omega e lo yacht che l’attraversa. La perpendicolarissima vista sul tracciato viario del paese invesprato. L’arco dell’incompiuta in via della valle racchiudente oscuro la città notturna… Una duplice trasposizione: cogliere ex machina ciò che l’occhio naturale non vede e palesarlo in fase di sviluppo e/o postproduzione, se vogliamo, una realtà altra sub-stantialis e ottica; e il particolare naturale, monumentale o urbanistico assurto al generale simbolico, se non all’iconico del web, o, come nel caso dell’analemma lunare, del metafotografico. D’altronde, se sollevò la Pittura dal pedissequo compito di duplicare la realtà, quasi immediatamente la Fotografia prese essa stessa a far da onironauta. Prima le immagini e poi le parole. Pur nella sua sognante, gentile discrezione — specchio della bonomia degli autori — la piccola mostra si lascia guardare e commentare non senza interesse. La litote intenzionale attende i futuri lavori dei nostri, magari esposti presso l’aula consiliare del Comune di Vietri, o comunque in formato anche considerevole così da ridare al Sublime la preziosa miniatura; magari, come nell’occasione salottiera onde scaturisce quanto scritto, in comunione a un calice di vino. “Chiàmavi ‘l cielo e ‘ntorno vi si gira / mostrandovi le sue bellezze etterne / e l’occhio vostro pur a terra mira” — qui, con licenza del Poeta, la terra mirata è fotografata con passione.
L'articolo Dal Meteo alla Metafisica, CDF Photography in mostra proviene da Le Cronache.
