La Siria potrebbe giocare un ruolo centrale nel nuovo scenario geopolitico che si sta delineando in Medio Oriente. Il Paese si sta ricostruendo dopo 14 anni di guerra civile terminata con la caduta del regime di Bashar al-Assad, fuggito in Russia e recentemente condannato a morte in contumacia. Il nuovo governo guidato da Ahmed al-Shara è al lavoro per rompere l’isolamento politico ed economico in cui il Paese è precipitato durante il conflitto. Per ora la prospettiva di una nazione stabile e impegnata in un processo di transizione democratica ha attirato numerosi investitori, soprattutto tra i Paesi del Golfo. Nel 2025 gli investimenti esteri hanno raggiunto i 28 miliardi di dollari soprattutto nella logistica, nelle infrastrutture, nel turismo e in agricoltura. E le stime per il 2026 confermano la tendenza positiva.

Come sfruttare la crisi di Hormuz
Con lo scoppio del conflitto tra Usa e Iran e la successiva chiusura dello Stretto di Hormuz la Siria, che ha mantenuto una posizione neutrale, potrebbe assumere una posizione di rilievo nello scacchiere regionale sfruttando la situazione per proporsi come corridoio di passaggio alternativo. «L’attuale situazione geopolitica ha restituito alla Siria l’importante posizione strategica che ha sempre occupato nella regione», spiega a Lettera43 il giornalista siriano Mahmoud Mosa: «Un punto di connessione tra il Golfo Persico, la Turchia e l’Europa attraverso il Mediterraneo». Uno scenario che interessa Paesi come l’Iraq, che ha già raggiunto un’intesa con Damasco per sviluppare un nuovo collegamento petrolifero verso il porto siriano di Baniyas, lungo lo storico corridoio Kirkuk-Baniyas, danneggiato durante l’invasione americana del 2003. «Questo accordo tra Siria e Iraq richiama la Four Seas Initiative», continua Mosa. «Lo scopo principale era quello di trasformare Siria e Turchia in un polo commerciale e di distribuzione energetica, collegando Mar Nero, Mar Caspio, Mar Mediterraneo e Golfo Persico attraverso la costruzione di infrastrutture e oleodotti». La realizzazione del progetto però richiederà almeno altri quattro anni e investimenti per circa 15 miliardi di dollari, secondo quanto riferito a Reuters da fonti vicine al dossier. Il percorso seguirebbe quello del vecchio oleodotto che collega la regione settentrionale irachena di Kirkuk al porto mediterraneo siriano di Banyias. Secondo gli esperti però la pipeline, fortemente compromessa dalle guerre e non a pieno regime dagli Anni 80, deve essere completamente ricostruita e ammodernata. Il piano, sostenuto dagli Usa, è attualmente in fase di revisione e la sua fattibilità è stata valutata da un consorzio che include anche il colosso statunitense Chevron.

La ripresa passa anche dalle infrastrutture
Anche la Siria ovviamente trarrebbe vantaggio dal progetto. Il think tank Usa New Lines Institute stima un introito annuo compreso tra gli 8 e i 12 miliardi di dollari. «Il popolo siriano ha bisogno di tutto l’aiuto possibile per la ricostruzione», sottolinea Mosa. «Creare connessioni con i Paesi vicini e riprendere rapporti diplomatici con le altre nazioni dell’area sono passi fondamentali per la rinascita». Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita sono a loro volta alla ricerca di soluzioni alternative allo stretto di Hormuz per l’esportazione delle loro risorse energetiche e potrebbero dunque seguire l’esempio dell’Iraq. Secondo Mosa, la costruzione di oleodotti e infrastrutture per il trasporto di petrolio e gas attraverso la Siria creerà nuovi posti di lavoro necessari alla ripresa economica. Il nuovo governo deve però tenere conto anche di altri fattori. Il Paese è ancora attraversato da tensioni politiche interne. «Siamo appena usciti da una guerra civile, stabilità e sicurezza sono le parole chiave», conclude il giornalista. «Il nuovo governo sta lavorando per rafforzare l’esercito che avrà il compito di garantire la sicurezza nelle aree in cui verranno avviati i lavori di costruzione delle infrastrutture necessarie per la riuscita di questo progetto. Le autorità politiche, militari, economiche e diplomatiche devono lavorare insieme per permettere alla Siria di sfruttare questa opportunità e garantirle un futuro».
