La stretta di Xi sui paradisi fiscali: è finita la pacchia per i ricchi cinesi

Per oltre 20 anni è stato uno dei grandi compromessi del capitalismo cinese. Mentre Pechino imponeva alcuni dei controlli più rigidi al mondo sui capitali, una parte consistente della ricchezza prodotta dai suoi imprenditori prendeva la strada delle Isole Cayman, delle British Virgin Islands o di Hong Kong. Per usare una formula nota in Italia, la pacchia è finita. Perché quella stagione sembra arrivata al capolinea.

Così cambia il rapporto tra Partito comunista e capitale privato

Con le nuove regole sulla tassazione dei trust offshore, il rafforzamento dei controlli fiscali e l’obbligo di maggiore trasparenza sui patrimoni detenuti all’estero, Xi Jinping ha chiuso una delle zone grigie che hanno accompagnato l’ascesa economica della Cina. Il messaggio è semplice: la ricchezza privata non può più svilupparsi al di fuori del perimetro di controllo dello Stato. Non si tratta soltanto di recuperare gettito fiscale. La stretta racconta soprattutto l’evoluzione del rapporto tra Partito comunista e capitale privato nell’era di Xi.

La stretta di Xi sui paradisi fiscali: è finita la pacchia per i ricchi cinesi
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

Le eccezioni che Pechino non vuole più accettare

Quando Deng Xiaoping, una delle massime autorità politiche cinesi dagli Anni 70 agli Anni 90 e sostenitore della liberalizzazione economica, invitava a «lasciare che alcune persone si arricchissero per prime», la priorità era costruire una nuova classe imprenditoriale capace di modernizzare il Paese. Per raggiungere l’obiettivo, Pechino accettò numerose eccezioni. Le strutture offshore erano una di queste. Holding registrate alle Cayman consentivano alle società cinesi di quotarsi sui mercati internazionali, raccogliere capitali stranieri e creare campioni nazionali nei settori della tecnologia, dell’immobiliare e della manifattura. Fondatori e primi investitori accumulavano così patrimoni in valuta estera, spesso custoditi fuori dalla Cina continentale.

La stretta di Xi sui paradisi fiscali: è finita la pacchia per i ricchi cinesi
Una famiglia cinese davanti al poster gigante di Deng Xiaoping (foto Ansa).

Quel modello ha accompagnato il ventennio di crescita più spettacolare della storia economica cinese. Ma oggi le priorità sono cambiate. La leadership di Xi Jinping considera sicurezza economica, monitoraggio dei flussi finanziari e stabilità politica elementi inseparabili. In questa visione, lasciare che enormi patrimoni restino schermati da trust offshore o società registrate nei paradisi fiscali rappresenta un’anomalia che il Partito non è più disposto a tollerare.

Le mani sui redditi prodotti dai trust offshore

Le nuove norme chiariscono un principio destinato ad avere effetti ben oltre il fisco. I redditi prodotti dai trust offshore costituiti da residenti cinesi entreranno nell’ambito della tassazione nazionale. I proventi derivanti dalle quotazioni o dalla vendita di partecipazioni all’estero dovranno essere ricondotti all’interno del sistema di controllo cinese, pagando le imposte dovute e seguendo procedure autorizzative per eventuali nuovi investimenti fuori dal Paese.

La stretta di Xi sui paradisi fiscali: è finita la pacchia per i ricchi cinesi
Un cittadino cinese passa davanti a un manifesto con Xi (foto Ansa).

In altre parole, Pechino non vieta la ricchezza privata né chiude le porte ai mercati internazionali. Pretende però che ogni passaggio sia visibile. È una differenza sostanziale: la crescita resta importante, ma non può più prescindere dalla politica.

La parabola del fondatore di Evergrande

Non si tratta in realtà di una svolta improvvisa. Già negli anni scorsi c’erano stati diversi segnali in tal senso, a partire dalla parabola di Xu Jiayin, conosciuto a Hong Kong come Hui Ka Yan, fondatore di Evergrande. La sua storia coincide quasi perfettamente con quella del capitalismo cinese nato dopo le riforme di Deng Xiaoping. Arrivato a Shenzhen nei primi Anni 90, nel pieno della stagione delle aperture economiche, costruì in pochi decenni il più grande gruppo immobiliare privato del Paese, finanziando una crescita senza precedenti attraverso il debito. La quotazione a Hong Kong gli ha permesso di raccogliere miliardi di dollari e di diventare prima l’uomo più ricco della Cina e poi dell’Asia.

La stretta di Xi sui paradisi fiscali: è finita la pacchia per i ricchi cinesi
Il quartier generale di Evergrande a Shenzhen, nella provincia di Guangdong (foto Ansa).

Ma Xu, oltre a essere il simbolo dell’imprenditore di successo, è diventato anche l’emblema di una ricchezza ostentata. Jet privato, yacht da decine di milioni di dollari, investimenti nel calcio con il Guangzhou Evergrande di Marcello Lippi e Fabio Cannavaro: tutto ciò che negli anni dell’espansione sembrava incarnare il trionfo del nuovo capitalismo cinese.

La stretta di Xi sui paradisi fiscali: è finita la pacchia per i ricchi cinesi
Il boss di Evergrande con Marcello Lippi nel 2012 (foto Ansa).

Ora la narrazione è quella della «prosperità comune»

Dopo il Covid-19, che oltre a peggiorare la crisi dell’immobiliare ha rallentato l’economia nazionale, l’ostentazione della ricchezza è entrata in collisione con la narrazione della «prosperità comune». La caduta di Evergrande, provocata anche dalla stretta sul credito voluta da Pechino, ha assunto così un valore che è andato oltre il settore immobiliare, segnando la fine dell’epoca in cui accumulare ricchezza e mostrarla pubblicamente era la dimostrazione del successo del modello cinese.

Colpiti anche gli influencer che esibivano il lusso

Non è un caso che negli stessi anni il Partito abbia colpito anche gli influencer che esibivano il lusso sui social, trasformando la sobrietà in una virtù politica oltre che morale. La stretta sui trust offshore si inserisce nella stessa traiettoria che ha visto il ridimensionamento dei colossi tecnologici, la crisi pilotata dell’immobiliare, la campagna sulla prosperità comune e il rafforzamento della supervisione sui movimenti di capitale. Xi sta costruendo un modello in cui il mercato continua a essere uno strumento dello sviluppo nazionale, ma perde progressivamente gli spazi di autonomia conquistati durante i decenni della riforma e apertura.

Capitali sempre più tracciabili e regolati

La ricchezza privata resta legittima, purché rimanga funzionale agli obiettivi strategici dello Stato. Questa trasformazione riguarda inevitabilmente anche Hong Kong. La città continuerà a essere il principale ponte finanziario tra Cina e mercati globali, a patto di una maggiore supervisione di Pechino. I capitali potranno continuare a transitare, utilizzando però percorsi sempre più tracciabili e regolati. A lungo, il capitalismo cinese ha convissuto con vaste zone d’ombra, tollerate perché alimentavano crescita e investimenti. Adesso quelle zone vengono progressivamente illuminate.

Il meglio: Fantascienza.com, il meglio della settimana prima delle vacanze

Fantascienza.com, il meglio della settimana prima delle vacanze

Il ritorno di Axanar, le uscite di agosto, i finalisti al Premio Italia e un po' di novità – ma non tantissime – in arrivo dalla ComicCon di San Diego.

Come ogni anno, mentre noi siamo qui con il fiatone che non aspettiamo altro di poter tirare i remi in  barca e goderci un po' di riposo, a San Diego tengono la ComicCon e ci rovesciano addosso una tonnellata di novità di cui bisogna dar conto.  In realtà quest'anno però sono state anche meno del solito. La Marvel ha detto qualcosa di Black Panther 3, in cui l'eroe nero torna a essere un uomo (di questi tempi a quanto pare le donne-supereroe non convincono), ha annunciato che l'uomo che vi sareste aspettati di meno in quel ruolo, Ryan Gosling, sarà... - Leggi l'articolo

 

Notizie - Il meglio - 2 agosto 2026 - articolo di S*

Così De Martino si prepara a rottamare il carrozzone Sanremo

Mettetevi comodi e stappatevi una bionda, perché l’asfissia mediatica che circonda lo scugnizzo dell’89 ha ormai ampiamente superato il livello della farsa nazionale.

De Martino mania: da qui a Sanremo può solo peggiorare

Siamo in pieno visibilio da canicola, con 40 gradi all’ombra che liquefanno i pensieri e un anticiclone africano che vi fa desiderare solo un cono gelato o un tuffo liberatorio, eppure l’unico vero, ossessivo argomento da bar è un Festival di Sanremo che andrà in scena a inverno inoltrato. Il motivo? Semplice. Stefano De Martino, alias il Re Mida della Rai, è un brand vivente talmente pervasivo che farebbe notizia fissa sui portali nazionali pure se facesse uno starnuto fuori ordinanza o se un cronista a corto di “salvinate” calcolasse il numero esatto delle sue tappe quotidiane al bagno. A metà luglio è bastato che qualcuno rubasse pochi secondi di video per mostrare il giovanotto sul balcone di casa, armato di scopa e intento a ripulire le piastrelle, per mandare in tilt i social e costringere i titolisti a vergare editoriali solenni sul fatto che «sembra uno spot» pure la rimozione della polvere domestica. Capite il cortocircuito? Se l’Italia si ferma a commentare la coreografia di una saggina sul terrazzo, immaginatevi cosa succederà quando questo ballerino prestato al grande gioco della tv inizierà a muovere i milioni della discografia, decidendo chi ha il diritto di cittadinanza sul palco dell’Ariston.

Così De Martino si prepara a rottamare il carrozzone Sanremo
Così De Martino si prepara a rottamare il carrozzone Sanremo
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Così De Martino si prepara a rottamare il carrozzone Sanremo
Così De Martino si prepara a rottamare il carrozzone Sanremo

Si avvicina la fine della retorica nazionalpopolare

Ma tenete a freno i fegati e compratevi un biglietto in prima fila, perché dietro il rumore del gossip da rotocalco e le copertine patinate, le grandi manovre per l’edizione 2027 svelano il capolavoro della nuova era televisiva. Chi si aspettava il solito, bolso carrozzone nazionalpopolare infarcito di retorica democristiana, finto buonismo e lacrime d’ordinanza farebbe meglio a nascondersi: ci sono già tutte le carte in regola per assistere al miglior Festival degli ultimi 20 anni. Un trionfo di pragmatismo economico che spazza via decenni di ipocrisie confettate, orchestrato da un direttore artistico che a 37 anni non ancora compiuti si porta appresso la bizzarra etichetta di “ex giovane” della televisione italiana. In una Rai storicamente gerontocratica, dove per avere le chiavi della prima serata devi mostrare i capelli bianchi e una prostata ballerina, il ragazzo di Torre Annunziata viene scortato come se fosse un adolescente prodigio a cui il papà ha regalato la macchina di lusso. Dopotutto lo scugnizzo sarà il presentatore più giovane degli ultimi 30 anni, interrompendo un digiuno generazionale che durava dai tempi del debutto di Fabio Fazio che nel 1999 ne aveva 34.

Così De Martino si prepara a rottamare il carrozzone Sanremo
Stefano De Martino durante una puntata di Step (Ansa).

Addio alla categoria Nuove Proposte

È proprio con la spavalderia del trentenne che il nostro brand vivente ha fatto la prima cosa che un vecchio burocrate della tv non avrebbe mai osato nemmeno pensare: ha preso il “figlio sfigato” della ditta, ovvero la storica categoria delle Nuove Proposte, e se lo è levato definitivamente dalle scatole con un colpo di spugna salutare. Quella dei giovani a Sanremo era diventata ormai una pietosa riserva indiana, una stanzetta umida dove confinare i debuttanti, tra uno sbadiglio generale della platea e l’indifferenza di un pubblico letteralmente stremato dall’orario infame. Cancellarli dalla gara separata e catapultare il vincitore di Sanremo Giovani direttamente nell’arena dei 24 Big è una vera e propria operazione di salvataggio. Niente più lacrime di facciata in fascia protetta per ragazzini destinati al dimenticatoio un minuto dopo la sigla finale, niente più contentini burocratici da sottomarca: da oggi si gioca subito nel campionato dei grandi, senza anestesia generale.

Con Ferraguzzo sono Il gatto e la volpe 3.0

Per compiere questo repulisti e blindare il cast, il conduttore non si è affidato alle preghiere, ma si è andato a cercare la mente più geometrica e internazionale della discografia italiana, quel Fabrizio Ferraguzzo che ha trasformato il rock nostrano in una multinazionale da esportazione. Se Edoardo Bennato dovesse aggiornare oggi la sua celebre profezia musicale sugli “sgamati” che governano il mondo dello spettacolo, non avrebbe il minimo dubbio: De Martino e Ferraguzzo sono la versione aggiornata, in giacca sartoriale e cappellini con visiera de Il gatto e la volpe. Uno ci mette la faccia, la parlantina sciolta e il fondoschiena appetitoso, elevando a dogma quel vecchio adagio dei sapientoni latini secondo cui Formosa facies muta commendatio est; l’altro, ex timoniere di X Factor cresciuto nei corridoi Sony e domatore globale dei Måneskin, ci mette la calcolatrice, i bilanci e i contratti che spostano i mercati. 

Così De Martino si prepara a rottamare il carrozzone Sanremo
Fabrizio Ferraguzzo e Shablo (Ansa).

Il Festival sarà la filiale italiana delle multinazionali del disco

Insieme hanno preso il regolamento del Festival e, di fatto, lo hanno trasformato nella filiale italiana delle multinazionali del disco. Le major non devono nemmeno più fare la fila o bussare in Rai: le regole del gioco sembrano scritte direttamente nei loro uffici marketing. La prova regina di questo accordo tra i due compari sta nella gigantesca operazione geopolitica denominata “Italia 2027”, il primo vero piano di Stato per l’internazionalizzazione della canzonetta nostrana, benedetto dai piani alti. L’ingranaggio è tarato al millimetro: archiviata la pratica nostalgica dei duetti al giovedì sera, il venerdì si apre alla “Serata Performance” in direzione Eurovision. Non si giudica più la melodia da focolare, si testa in diretta la tenuta del prodotto sui mercati esteri prima di impacchettarlo e spedirlo oltre confine e farlo fruttare. Il meccanismo è concepito per azzerare i tempi morti: il lunedì immediatamente successivo alla finale, i tre vincitori delle rispettive categorie del Festival non andranno a perdere tempo nei salotti, ma decolleranno direttamente dalle piste di Milano Linate su un volo speciale per una tournée europea nei palazzetti. Sanremo smette, dunque, di essere solo nazionalpopolare e diventa un’azienda di esportazione protetta e foraggiata dallo Stato.

Il sogno della reunion dei Måneskin

Non bastasse questo spiegamento di forze, il cast che la ditta sta apparecchiando attorno a questa macchina è un capolavoro di cinismo pop e ingegneria sentimentale. Il blitz del conduttore a Olbia, immortalato attorno a un tavolo con Salmo e lo stesso Ferraguzzo, è solo l’antipasto di un Festival che vuole il rap di spessore ma ragiona con le logiche dei flussi digitali. I contatti si muovono veloci su una doppia linea: da un lato la capatina dello scugnizzo nello studio di registrazione dei Måneskin per convincere Damiano David alla reunion-evento sul palco (prima di spianare la strada al colpaccio finale di Vasco), dall’altro, il corteggiamento serrato ai grandi nomi da classifica come Achille Lauro, Mahmood, Madame e Geolier e le telefonate all’ex Emma Marrone, con lei che ammette pubblicamente come Stefano la chiami a ogni ora per aggiornarla sull’ascolto dei pezzi, preludio a un ritorno studiato per far esplodere le platee. E se a questo si aggiunge la suggestione di un coinvolgimento strategico sul palco persino dell’altra sua celebre ex, Belen, il cerchio si chiude alla perfezione.

Così De Martino si prepara a rottamare il carrozzone Sanremo
Damiano David (Ansa).

Una canora e fiorita macchina da guerra

C’è chi la chiamerà furbizia da share, ma la verità è che Il Gatto e La Volpe hanno finalmente rinunciato a raccontarci la favoletta romantica dell’arte anestetizzata all’interesse. De Martino e Ferraguzzo hanno preso il baraccone della canzonetta italiana e lo hanno trasformato in una macchina da guerra industriale perfetta, ludica e di respiro europeo. E pazienza se per farlo hanno dovuto spazzare via un po’ di vecchie illusioni: d’altronde, con la scopa in mano, Stefano ci ha già ampiamente dimostrato che sa perfettamente come si fa.

Siria, a che punto è la transizione democratica dopo la caduta di Assad?

La presa di Damasco nel dicembre 2024, da parte delle forze ribelli siriane guidate dal gruppo Tahrir al-Sham (HTS) e la successiva fuga dell’ex presidente Bashar al-Assad dal Paese hanno posto fine alla guerra civile che aveva devastato la Siria per 13 anni. Una volta ottenuta la vittoria militare, il nuovo governo, guidato dal presidente ad interim Ahmad al-Sharaa, ex jihadista e leader del gruppo HTS, ha promesso una transizione pacifica, nel rispetto degli ideali democratici. Fin dai primi giorni, la priorità è stata quella di ricostruire politicamente ed economicamente un Paese in rovina, diviso dalle tensioni tra i sostenitori di Al-Assad e coloro che appoggiano il nuovo governo.

Siria, a che punto è la transizione democratica dopo la caduta di Assad?
Il presidente ad interim siriano Ahmad al-Sharaa (Ansa).

La riforma della giustizia è una priorità del nuovo governo

Mansour Al-Omari, un giornalista siriano che durante la guerra ha collaborato con il Syrian Center for Media and Freedom of Expression documentando le violazioni contro i diritti umani perpetrate nel Paese, pensa che il nuovo governo debba principalmente concentrare i propri sforzi sulla riforma della giustizia. A causa del suo lavoro, è stato imprigionato dal 2012 al 2013 nelle carceri del regime, dove ha subito torture e violenze. «È necessario lavorare sul processo di transizione da un sistema che violava sistematicamente i diritti fondamentali dei cittadini a uno in cui vengano rispettati e ripristinati», spiega. «Non è solo fondamentale fermare queste violenze, ma anche fare in modo che le istituzioni non siano più in grado di perpetrarle. Questo si può ottenere solamente attraverso riforme strutturali». 

Siria, a che punto è la transizione democratica dopo la caduta di Assad?
Soldati siriani davanti alla prigione di al-Shadadi (Ansa).

Solo 3,6 milioni di sfollati sono tornati a casa

Il nuovo governo siriano ha investito ingenti risorse in questo ambito, ma deve anche pensare alla ricostruzione di un Paese in cui intere aree, tra cui le città di Homs, Aleppo e Damasco, sono ridotte a cumuli di macerie. Secondo i dati pubblicati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), dei quasi 11 milioni di sfollati e rifugiati siriani solo 3,6 milioni hanno potuto fare ritorno alle loro case, mentre i restanti vivono ancora in tende all’interno dei campi profughi o sono rimasti all’estero.

Siria, a che punto è la transizione democratica dopo la caduta di Assad?
Rifugiati siriani di ritorno dal Libano (Ansa).

Il 40 per cento delle infrastrutture essenziali è danneggiato

I dati raccolti dal Syrian Network for Human Rights mostrano inoltre che più del 40 per cento delle infrastrutture essenziali, tra cui ospedali e scuole, è danneggiato. Il processo di ricostruzione richiede enormi risorse economiche, stimate dalla Banca Mondiale tra i 140 e i 345 miliardi di dollari, mentre l’Arabian Gulf Business insight sostiene che serviranno tra i 600 e i 900 miliardi. «La maggior parte delle abitazioni non ha accesso alla rete elettrica e all’acqua corrente», racconta a Lettera43 Lina Chawaf, giornalista siriana fuggita in Europa all’inizio del conflitto e tornata a Damasco ad aprile 2026. «Sui tetti di numerosi edifici della capitale sono stati installati pannelli solari per produrre elettricità, ma questo ancora non basta a soddisfare l’intero fabbisogno. Il sistema sanitario è in grande difficoltà e le strutture ancora aperte hanno introdotto tariffe a pagamento per curare i pazienti. Quasi 2 milioni di bambini non hanno accesso ad alcun tipo di istruzione». A preoccupare maggiormente Chawaf è però la ricostruzione del tessuto sociale e dell’identità nazionale siriana distrutti da anni di guerra civile. «I media, nonostante siano più liberi e indipendenti, sono fortemente polarizzati», continua. «Molti giornalisti, specialmente coloro che facevano parte delle agenzie di stampa controllate da al-Assad, non sono abituati a lavorare in questo modo e non sono formati per farlo. Perciò, chiunque critichi pubblicamente le azioni del governo viene attaccato sui social media o dalla stampa. L’incitamento all’odio sia etnico sia politico è il problema principale su cui il governo dovrebbe concentrarsi. Se si continuano ad alimentare queste tensioni, la Siria rischia di cadere vittima di una nuova guerra civile».

Siria, a che punto è la transizione democratica dopo la caduta di Assad?
La presa di Raqqa, 19 gennaio 2026 (Ansa).

Il nodo della riconciliazione interna

Lo scorso 12 luglio il nuovo parlamento siriano si è riunito per la prima volta dopo la caduta di al-Assad. Due terzi dei 210 membri sono stati scelti lo scorso anno da collegi elettorali regionali, i restanti sono stati nominati direttamente da al-Sharaa. Tra i parlamentari sono presenti anche 21 donne. «Bisogna procedere gradualmente e con cautela», dice a L43 Mahmoud Mosa, ex preside di una scuola siriana rifugiatosi con la famiglia in Turchia, dove ha collaborato con diverse testate giornalistiche internazionali. «Il nuovo governo deve affrontare numerose questioni. Il processo di transizione verso la democrazia richiederà molto tempo, ma alcuni risultati sono già visibili. Molti rifugiati siriani in Turchia stanno tornando alle proprie case. Abbiamo ottenuto libertà di parola e di stampa. Ora tutti possono esprimere la loro opinione senza rischiare di essere arrestati. Il problema più grande sono le tensioni interne. Molti ex sostenitori di Assad assolti dalle accuse di crimini contro la popolazione siriana sono stati riabilitati e inseriti all’interno di uffici e organi di governo. Questo non è stato accolto favorevolmente dall’opinione pubblica. Tuttavia, la riconciliazione interna è un passo fondamentale per ricostruire il Paese». Mosa sostiene che la Siria debba ricostruire al più presto un fronte interno compatto, anche vista l’attuale situazione geopolitica del Medio Oriente. «A causa dei conflitti in atto in Israele e Iran, la Siria ha acquisito una grande importanza strategica nell’area. I Paesi del Golfo, produttori di petrolio, vedono nella Siria una destinazione per l’export, soprattutto dopo la chiusura dello stretto di Hormuz. Il nostro governo deve farsi trovare pronto per questa eventualità e ricostruire non solo le infrastrutture necessarie, ma anche una struttura politica solida e unita nel minor tempo possibile». 

Siria, a che punto è la transizione democratica dopo la caduta di Assad?
Ahmad al-Sharaa interviene durante una seduta del parlamento a Damasco (Ansa).

Perché le promesse rischiano di essere disattese

Chawaf riguardo al futuro del suo Paese non è invece altrettanto ottimista. «Bisogna tenere a mente che molti membri dell’attuale governo sono ex jihadisti. Hanno promosso importanti riforme per la ripresa dello Stato siriano e la libertà del suo popolo, ma non sono sicura che porteranno a termine una completa transizione democratica. È un concetto troppo lontano dai loro ideali». La giornalista attualmente sta lavorando a un progetto per formare ragazzi e ragazze siriani. «È fondamentale condividere con loro ciò che ho imparato vivendo in Europa e negli Stati Uniti, dare loro la possibilità di studiare all’estero e viaggiare. In questo momento storico di incertezza, bisogna investire sull’istruzione delle nuove generazioni che erediteranno il Paese».

Corea del Nord: il boom degli smartphone tra tecnologia e controllo di regime

Il Madusan 2222 è uno smartphone pieghevole simile al Samsung Galaxy Z Fold. Il Samtaesong 10 a conchiglia richiama lo Huawei P50 Pocket. Il Jindallae 12 presenta un vistoso modulo fotografico circolare sul retro come gli Oppo. In Corea del Nord i dispositivi mobili stanno diventando sempre più avanzati anche se all’interno di un sistema rigidamente controllato da Pyongyang. Con almeno 24 marchi e una settantina di modelli disponibili, il mercato interno è diventato sorprendentemente competitivo. Numeri impressionanti per un Paese abitato da circa 26 milioni di abitanti.

Un boom cominciato nel 2023

La diffusione degli smartphone ha registrato un forte incremento a partire dal 2023. Due i motivi: il graduale sviluppo di un’economia digitale sfruttata dal governo per erogare servizi pubblici ai cittadini, come la consegna dei medicinali e i buoni pasto, e l’avvento dei primi sistemi di pagamento elettronico. Le ultime stime disponibili risalenti al 2024 indicano che in Corea del Nord erano attivi tra i 6,5 e i 7 milioni di abbonamenti alla telefonia mobile: un dato con ogni probabilità oggi sottostimato. Le interviste più recenti ai disertori nordcoreani suggeriscono infatti che il possesso di smartphone sia molto più diffuso di quanto stimato in passato e che potrebbe interessare tra il 50 e l’80 per cento della popolazione adulta.

Corea del Nord: il boom degli smartphone tra tecnologia e controllo di regime
Uno smartphone nordcoreano (da Youtube).

I dispositivi sono realizzati in Cina e (forse) in India

I telefoni nordcoreani sono ormai dispositivi moderni. Hanno generalmente schermi da 6-7 pollici, presentano fotocamere multiple posteriori e anteriori, e un sistema personalizzato di Android integrato con particolari software di controllo. Secondo il paper Smartphone of North Korea 2026, realizzato dal think tank 38 North, gli smartphone venduti nel Paese non sarebbero realizzati direttamente in Corea del Nord ma da produttori cinesi OEM (Original Equipment Manufacturer), ovvero aziende che fabbricano dispositivi per conto terzi. Una volta assemblati in Cina, vengono inviati in Corea del Nord dove vengono personalizzati con il sistema operativo modificato e applicazioni approvate dai brand locali. Esistono però delle eccezioni. È il caso di Phurunhanal Electronics, un marchio nordcoreano che, per uno dei suoi modelli più recenti, il Phurunhanal 9-3, si sarebbe rifornito di componenti dalla società indiana Lava International. Si tratterebbe della prima volta in cui uno smartphone commercializzato in Corea del Nord viene collegato a un produttore non cinese. Un dettaglio interessante, visto che l’India è uno dei principali centri globali della produzione elettronica, inclusa quella di alcuni modelli di iPhone.

Il controllo dello Stato su navigazione e App

Gli smartphone nordcoreani sono dotati di software che ne monitorano e limitano l’utilizzo. L’accesso a Internet è bloccato. È invece disponibile una rete Intranet locale chiamata Kwangmyong e controllata dal governo. Agli utenti è impedito di effettuare o ricevere chiamate internazionali, oltre che inviare o ricevere messaggi dall’estero. I sistemi Android presenti nei dispositivi includono una firma digitale, che impedisce ai telefoni di accettare contenuti non autorizzati, e un’applicazione, Trace Viewerche effettua screenshot casuali durante l’utilizzo del cellulare per inviarli alle autorità. Lo Stato impone infine un numero di identificazione dell’utente mobile per collegare ogni utenza a un’identità registrata così da garantire un ulteriore livello di sorveglianza. Anche l’ecosistema delle applicazioni è sottoposto a forti restrizioni: a differenza degli smartphone occidentali, i dispositivi nordcoreani non dispongono di un equivalente dell’App Store o del Google Play Store per scaricare liberamente applicazioni e aggiornamenti. Per ottenere nuovi programmi o installare upgrade gli utenti devono recarsi in uno dei centinaia di centri di scambio IT presenti nel Paese. Le app hanno un costo compreso tra 10 mila won nordcoreani per quelle di intrattenimento, giochi ed ebook e 15 mila won per quelle dedicate all’apprendimento delle lingue, alla cucina e all’agricoltura (circa uno-due dollari secondo i tassi di mercato informali). Tra le più richieste figurano quelle del quotidiano del Partito dei Lavoratori, il Rodong Sinmun, la piattaforma di shopping online Samhung E-Wallet e i servizi di streaming Mokran Video e Manbang.

Corea del Nord: il boom degli smartphone tra tecnologia e controllo di regime
Kim Jong-un (Ansa).

Gli ultimi modelli arrivati sul mercato

Lo scorso maggio alla 24esima edizione della Pyongyang Spring International Trade Fair, la principale fiera commerciale internazionale organizzata dalla Corea del Nord, sono state esposte le ultime novità del mercato. Gli smartphone più interessanti? Il Mujigae 1000, in grado di collegarsi ai televisori attraverso una connessione USB-C con uscita HDMI, e il Jindallae 12 dal bordo smussato come i Samsung Galaxy. In fascia alta si trovano i pieghevoli a conchiglia Madusan 1005, Samtaesong 10 e Chongsong. Per i più benestanti il mercato nordcoreano offre il Madusan 2222, il primo smartphone pieghevole disponibile in Corea del Nord, la cui versione deluxe presenta la scritta “Porsche Design” ben visibile sulla custodia. Il costo? Il corrispettivo di circa 2 mila dollari.

Arte, ville, calcio: gli eredi di Silvio Berlusconi smantellano le sue passioni

A differenza di quelli di Leonardo Del Vecchio, gli eredi di Silvio Berlusconi sono stati più bravi e affiatati nell’accettare le volontà del Cavaliere e nello spartirsi l’impero senza che nessuna polemica sia mai neppure vagamente stata accennata da alcuno. Non è facile, soprattutto quando ci sono di mezzo figli di mogli diverse (Pier Silvio e Marina, la cui mamma è Carla Dall’Oglio, e poi Barbara, Eleonora e Luigi, figli di Veronica Lario), e quindi bisogna assolutamente plaudire a tanto equilibrio. Detto questo, tuttavia, cosa resta in memoria delle vere e più intime passioni di Silvio?

Arte, ville, calcio: gli eredi di Silvio Berlusconi smantellano le sue passioni
Da sinistra: Elenora, Barbara, Luigi, Marina, Piersilvio e Paolo Berlusconi durante i funerali del padre a Piazza Duomo (foto Ansa).

Se ci si pensa, nel silenzio ovattato delle strategie Fininvest, mattoncino dopo mattoncino tutte le cose più care al Cavaliere sono state dismesse, considerate una sorta di ingenuo delirio di onnipotenza e di immortalità di un imprenditore un po’ megalomane, e di cui poi liberarsi nel momento opportuno.

Non resterà memoria dell’autocelebrazione del personaggio

Fa quasi orrore leggere che l’hangar di viale Monte Rosa, ad Arcore, ossia la quadreria che ospitava oltre 25 mila pezzi tra dipinti, statue e arredi acquistati da Berlusconi nei suoi raptus di shopping compulsivo, soprattutto durante le televendite notturne delle tivù locali, sarà raso al suolo per fare posto a un supermercato Eurospin. Quell’enorme spazio era stato allestito da Berlusconi in persona, con le opere suddivise per generi e l’intenzione di rendere il sito fruibile a tutti, nonostante i pezzi di valore fossero pochini. Invece non resterà memoria di questa sorta di autocelebrazione del personaggio e delle sue passioni, da Milano a Napoli, passando per Parigi e Positano, tra Napoleone, gli animali, i gladiatori, le belle donne. Tutto smantellato e ruspe all’opera.

Arte, ville, calcio: gli eredi di Silvio Berlusconi smantellano le sue passioni
L’ex quadreria di Silvio Berlusconi ad Arcore.

Venduto il luogo dei sogni di Berlusconi

Persino Villa Certosa, 4.500 metri di proprietà a Punta Lada, affacciata sul Golfo di Marinella a Porto Rotondo, in Sardegna, è stata venduta a fine giugno per circa 350 milioni di euro alla famiglia reale del Qatar. Era il luogo dei sogni di Berlusconi: delle feste con tante ragazze, certo, ma anche del vulcano scenografico, dell’approdo per i sommergibili, della grotta artificiale, del gelato artigianale, del teatro, della torre panoramica, dell’immenso giardino di cactus, uno dei più grandi in Europa.

Arte, ville, calcio: gli eredi di Silvio Berlusconi smantellano le sue passioni
Villa Certosa (Ansa).

I due film di Sorrentino fatti sparire

Villa Certosa, un variopinto parco giochi modellato e ingrandito negli anni da Silvio, così ben descritto nei due film Loro e Loro 2 di Paolo Sorrentino, i cui diritti sono di proprietà di Medusa (gruppo MfeMediaset) che ha deciso, incredibilmente, di fare scomparire le pellicole, senza in realtà comprendere che quello di Sorrentino è uno straordinario omaggio proprio alla grandezza di Berlusconi. E adesso la Villa non c’è più, se ne occuperà il personale qatarino della famiglia Al Thani. E resterà ben poco dello spirito del Silvio.

Rotto anche il giocattolino del calcio

Damnatio memoriae pure per tutto quello che Berlusconi ha fatto nel calcio, e che non ha mai minimamente interessato i figli. Pier Silvio e Marina hanno sempre fatto pressing, insieme a tutta Fininvest, affinché Silvio mollasse il Milan: costringendolo, di fatto, a cedere il club nel 2017 a un improbabile imprenditore cinese senza soldi dopo 31 anni di presidenza. L’unica che in realtà sembrava essersi appassionata al pallone era Barbara Berlusconi, nominata amministratrice delegata del Milan nel dicembre 2013. Una personalità, quella di Barbara, piuttosto esuberante in gioventù, protagonista delle cronache rosa, cinque figli di cui un paio fatti in verde età, e in qualche modo simile al padre. Ma la guerra intestina al Milan con Adriano Galliani fece evaporare piuttosto rapidamente gli entusiasmi di Barbara per il football e, una volta venduto il club, di lei si sono sostanzialmente perse le tracce: adesso ha preso una strada da mecenate.

Arte, ville, calcio: gli eredi di Silvio Berlusconi smantellano le sue passioni
Barbara Berlusconi ai tempi del Milan.

Silvio, però, in questi giorni in cui salutiamo un eroe del suo Milan come Franco Baresi, aveva ancora voglia di una last dance che, negli ultimi anni di vita, insieme a Galliani, si concesse col Monza. Pure in questo caso, tuttavia, gli eredi si sono presto liberati del costoso giochino una volta morto il patriarca fondatore. E ora anche del Monza non c’è più traccia nei business dei Berlusconi.

Arte, ville, calcio: gli eredi di Silvio Berlusconi smantellano le sue passioni
Silvio Berlusconi al fianco di Galliani durante una partita del Monza (Imagoeconomica).

Mausoleo vuoto e inutilizzato

Le ceneri di Silvio riposano nella cappella di famiglia all’interno di Villa San Martino ad Arcore, mentre il mausoleo che Silvio stesso si fece erigere negli Anni 90 dallo scultore Pietro Cascella (con loculi per sé, per i familiari e i migliori amici) nel parco della stessa villa è al momento vuoto e inutilizzato.

Aziende a parte, tutto è stato tagliato via

In buona sostanza, quindi, se su Mfe-Mediaset, Mondadori, Mediolanum, ossia le cose serie, la famiglia è rimasta unita e rema tutta dalla stessa parte, cioè quella indicata dal Cavaliere, sulle passioni più intime e anche sulle lucide follie di Berlusconi (che citava di continuo Erasmo da Rotterdam e il suo Elogio della follia), invece, ha preferito prendere nettamente le distanze. Tagliando via di netto, come rami secchi, in maniera certo razionalmente comprensibile, ma con una buona dose di cinismo verso un personaggio così esuberante e innamorato della vita, al quale devono tutto.

La quadreria di Berlusconi ad Arcore verrà demolita: al suo posto un supermarket

Un tempo ospitava 25 mila opere tra quadri, sculture e oggetti d’arte di ogni tipo, frutto (perlopiù) di acquisti smodati da parte di Silvio Berlusconi durante le televendite notturne. Presto però la quadreria dell’ex premier ad Arcore, in realtà un hangar distante circa un chilometro da Villa San Martino, verrà rasa al suolo per fare posto a un supermercato Eurospin, che dovrebbe aprire entro l’estate del 2027. Il via libera definitivo all’operazione urbanistica che prevede la demolizione del maxi-capannone di viale Monte Rosa 83 è arrivato nei giorni scorsi, con una delibera approvata all’unanimità dalla Giunta comunale guidata dal sindaco Maurizio Bono.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto

No, dico, vi sembrano due coalizioni degne di questo nome? Vi sembra che ci sia sufficiente armonia interna per fronteggiare una campagna elettorale? No, dico, vi sembrano davvero alleati questi litigiosi partiti che fanno parte degli schieramenti di destra-centro e di sinistra-centro?

Non vanno d’accordo i partiti che dovrebbero essere alleati

Le campagne, certo, sono fatte per esaltare gli animal spirits della politica, ognuno fa per sé specie in un’epoca di polarizzazione in cui trionfa il particulare, in cui la ricerca del consenso si trasforma in un duello identitario. Ma il livello di animosità è tale che anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è dovuto intervenire pubblicamente – con un anno di anticipo sulla scadenza elettorale – per stigmatizzare l’aggressività verbale del dibattito pubblico. Il punto qui però non è tanto sottolineare quanto destra e sinistra si disprezzino, ma quanto non vadano d’accordo, diciamo, i partiti che dovrebbero essere alleati.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Sergio Mattarella (Imagoeconomica).

M5s e Avs stufi di inviare armi all’Ucraina

A sinistra, come ampiamente noto, non mancano discussioni regolari e costanti sulla politica estera. Una parte del campo largoMovimento 5 stelle e Alleanza Verdi e Sinistra – accusa il Partito democratico di essere in preda al furore bellicista solo perché vuole continuare a dare una mano, anche con l’invio di armi, all’Ucraina dopo l’aggressione della Russia, tuttora perdurante.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Volodymyr Zelensky (Ansa).

Gli utili idioti del putinismo ripetono che serve diplomazia

Dall’altra parte c’è Matteo Salvini che maramaldeggia, dice che l’ingresso di Kyiv nell’Unione europea non è attuale, spiega che spedire equipaggiamenti militari a Volodymyr Zelensky non serve a nulla. Sono tutti lì, gli utili idioti del putinismo, a ripetere che serve diplomazia, che serve pace, quando il primo a non avere alcuna intenzione di trattare alcunché è proprio l’autocrate russo.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Matteo Salvini con la maglia di Putin.

Legge elettorale e intercettazioni, spaccatura a destra

E che dire dello scontro, a destra, su legge elettorale e intercettazioni. Il Senato riprende i lavori partendo, il 9 settembre, dall’esame del nuovo sistema di voto, ribattezzato Melonellum o Stabilicum; in quel momento sapremo che cosa accadrà alle preferenze, punto di scontro fra Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
L’esito del voto alla Camera sulle preferenze e l’esultanza delle opposizioni (Ansa).

Anche le intercettazioni sono diventate, ancora una volta, terreno di scontro politico, con protagonisti sempre il partito di Antonio Tajani e quello di Giorgia Meloni: la presidente del Consiglio voleva far inserire nel decreto su giustizia e migranti una norma sui reati spia che estendesse l’uso delle intercettazioni. Contraria, contrarissima Forza Italia, tant’è che alla fine l’esecutivo ha posto la questione di fiducia al Senato e quell’emendamento è decaduto (insieme agli altri).

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Giorgia Meloni con Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Giusto per non farsi mancare nulla, la maggioranza s’è accapigliata, con punte di imbarazzo, sull’uso del Safe, fondo che è stato creato dall’Unione europea per agevolare e sostenere le spese per la difesa degli Stati membri: «Abbiamo deciso di utilizzare Safe, il fondo europeo per l’acquisto di armi, chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro la fine dell’anno. Formuleremo la nostra proposta, poi dirà l’onorevole Crosetto come investirli nell’anno successivo», ha detto Tajani, facendo indispettire la Lega che prontamente ha dichiarato: «Sull’uso dei fondi Safe l’ultima parola spetta al parlamento». Seguirà dibattito.

Accogliere la mina Vannacci o lasciarlo andare da solo?

C’è poi la questione Roberto Vannacci. La coalizione non sa ancora se accoglierlo oppure lasciarlo andare, libero e ardito, fra i pascoli della campagna elettorale, esponendosi così al rischio di non farcela a superare il campo largo.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Non che il centrosinistra non abbia i suoi problemi, anzi. Non solo non è chiaro se Dibba farà un suo partito e si presenterà alle prossime elezioni, magari sostenuto da Beppe Grillo dopo la cenciata recapitata al M5s e a Giuseppe Conte, ma non è neanche chiaro se Matteo Renzi farà parte della coalizione.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Alessandro Di Battista (Imagoeconomica).

E che dire della patrimoniale? I cinque stelle sono contrari, ritengono che sia un errore parlarne, il Pd ha detto di essere favorevole e rilancia antiche battaglie contro i presunti “super ricchi”.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

La sicurezza sarà un tema centrale alle elezioni del 2027

C’è poi la questione della sicurezza, tema che sarà centrale e presidiato fino alle elezioni politiche del 2027. Conte, che ha governato con la Lega e quindi sa come si fa, si destreggia benissimo quando c’è da usare toni più risoluti sulla questione. D’altronde un sondaggio firmato da Alessandra Ghisleri, pubblicato su La Stampa, fornisce numeri interessanti sull’elettorato campolarghista.

Alla faccia delle coalizioni: gli alleati a destra e a sinistra litigano su tutto
Mario Roggero con la moglie Mariangela Sandrone.

Sul caso Roggero il 17,6 per cento degli elettori Pd ritiene che sia stata legittima difesa, percentuale che sale al 43,3 tra il M5s. Il 44,8 per cento del partito di Conte pensa che la difesa sia sempre legittima ed è favorevole alla grazia per il gioielliere di Grinzane Cavour. Conte conosce i numeri della sua base e infatti cerca di sorpassare di nuovo a destra la segretaria del Pd. Domanda che mi domando: con questi dissapori destra e sinistra riusciranno ad arrivare intatti al 2027?

Ceuta accende lo scontro politico in Italia, le opposizioni a Meloni: «Basta propaganda»

Quanto successo a Ceuta non ha solo acceso lo scontro tra Roma e Madrid, con Giorgia Meloni che ha attaccato Pedro Sanchez e invocato lo stop al trattato di Schengen con la Spagna, provocando la reazione della Moncloa che ha convocando l’ambasciatore italiano. Ovviamente, le scene dell’assalto all’enclave spagnola in Marocco hanno anche infiammato il dibattito interno in Italia.

Ceuta accende lo scontro politico in Italia, le opposizioni a Meloni: «Basta propaganda»
Pedro Sanchez e Giorgia Meloni (Ansa).

Schlein: «Il governo non sa che Ceuta è un enclave in Africa?»

«Davvero il governo non sa che Ceuta è un enclave in Africa e da lì non c’è libera circolazione né verso la penisola spagnola né verso gli altri Paesi europei? È un governo di irresponsabili propagandisti, che da quattro anni non risolve un problema degli italiani e ogni giorno offre solo un nuovo nemico», ha dichiarato Elly Schlein segretaria del Pd: «Anziché litigare con le cartine geografiche si occupassero dei prezzi stellari dei carburanti, della crescita a zero e dei salari italiani tra i più bassi d’Europa. Ma anche oggi con la sua propaganda il governo cercherà di nascondere i suoi fallimenti come nasconde le chat di Delmastro».

Ceuta accende lo scontro politico in Italia, le opposizioni a Meloni: «Basta propaganda»
Elly Schlein (Ansa).

Anche il M5s, tramite i capigruppo nelle Commissioni Politiche Ue di Senato e Camera, Pietro Lorefice e Filippo Scerra, parla di propaganda da parte di Meloni, che annuncia «provvedimenti inutili, dai blocchi navali ai centri in Albania fino alla sospensione di Schengen, solo per rincorrere Vannacci, senza riuscire ad arginare gli sbarchi e senza offrire soluzioni». E poi: «Chiediamo a Meloni che cosa direbbe se domani sbarcassero in Sicilia decine di barconi con migliaia di clandestini e i governi europei chiudessero le frontiere sospendendo Schengen. Dopo la sua trovata propagandistica nei confronti della Spagna, questo scenario sarebbe molto più probabile. E di certo non sarebbe nell’interesse dell’Italia, che Meloni non difende, troppo impegnata a fare propaganda elettorale». «Segnalo che chi arriva a Ceuta non può entrare in Ue – regime speciale – e muoversi all’interno secondo i parametri di Schengen. Così per evitare discussioni inutili, slogan e propaganda», ha scritto su X Carlo Calenda, leader di Azione.

Forza Italia punta invece il dito contro le politiche della sinistra

Secondo Forza Italia, «quanto sta avvenendo a Ceuta è la conseguenza delle politiche sbagliate e irresponsabili, proprie della sinistra, che non governa i flussi migratori finendo per subirli». Lo ha detto il deputato Andrea Gentile, sostenendo che «il governo italiano, soprattutto grazie all’azione dei ministri Tajani e Piantedosi, ha affrontato invece fin dall’inizio il fenomeno migratorio come una questione strutturale, costruendo una strategia articolata», che sta avendo «risultati assolutamente positivi».

Il vannacciano Sasso: «Europa sotto attacco dei barbari islamici»

Così Rossano Sasso, deputato di Futuro Nazionale: «L’Europa è sotto attacco e non ha bisogno di uomini deboli e politici favorevoli all’immigrazione. Quanto sta accadendo a Ceuta dovrebbe aprire gli occhi anche al più moderato dei moderati italiani. Il mito della sinistra, lo spagnolo Sanchez, in queste ore paga il prezzo delle sue politiche scellerate che gente come la Schlein vorrebbe attuare anche in Italia. È ora che i popoli europei riprendano in mano il proprio destino e si difendano dalle orde di barbari islamici. È ora che il popolo italiano si affidi a chi è in grado di difenderlo».

Salvini: «Immigrazione incontrollata… o invasione organizzata?»

A Ceuta in pochissimo tempo, per mare e per terra, sono entrati 50 mila migranti, di cui la metà già tornati indietro. Le forze di sicurezza marocchine non hanno neanche provato a fermare la valanga di uomini, donne con bambini in grembo, ragazzi, perfino persone disabili, che hanno attraversato la frontiera. Sul web stanno girando video in cui si vedono camion carichi di migranti che si recano verso Ceuta, in alcuni casi scortati dalle forze dell’ordine: c’è chi parla addirittura di un’operazione organizzata da Washington e Tel Aviv e coordinata con le autorità marocchine per destabilizzare la Spagna, che col suo primo ministro Sanchez aveva “sfidato” Donald Trump sull’Iran. A tal proposito, Matteo Salvini ha scritto sui social: «Immigrazione incontrollata… o invasione organizzata?».

«La reazione di Rabat è stata rapida. Non possiamo speculare su report parziali. L’evidenza è che le autorità del Marocco si sono mobilitate pienamente», hanno dichiarato fonti Ue sui sospetti riguardanti l’eccezionale flusso di migranti verso Ceuta.

La Finlandia si schiera dalla parte di Meloni

In tutto questo caos, in Europa c’è chi ha dato ragione a Meloni: la Finlandia. La ministra dell’Interno Mari Rantanen ha infatti lodato la proposta di interrompere il trattato di Schengen con la Spagna. «Questa situazione non può continuare. Tutti i Paesi europei devono sostenere la proposta di Meloni. I Paesi che non adempiono al loro obbligo di proteggere il confine esterno non possono essere membri di Schengen», ha scritto su X.

Venezi mette La Fenice alle spalle e riparte dalla Russia

Beatrice Venezi è tornata a parlare dopo lo stralcio del rapporto con il Teatro La Fenice di Venezia, di cui sarebbe dovuta diventare direttrice musicale da ottobre. «Credo di aver già pagato abbastanza tutta questa faccenda. Vorrei passare oltre. Questo non significa dimenticare ciò che è accaduto, perché naturalmente ci sono ancora aspetti che dovranno essere affrontati nelle sedi opportune, ma significa non rimanere prigioniera di una vicenda», ha detto la direttrice d’orchestra all’Adnkronos, annunciando poi nuovi progetti internazionali, con impegni in Russia e Georgia.

Venezi mette La Fenice alle spalle e riparte dalla Russia
Beatrice Venezi (Imagoeconomica).

In autunno dirigerà La traviata a Novosibirsk

«Sono molto felice di poter dire che tornerò in Russia, in un contesto molto particolare come quello di Novosibirsk», ha detto Venezi, aggiungendo che debutterà nella principale città della Siberia in autunno, dirigendo La traviata di Giuseppe Verdi. «Sarei stata la prima donna a ricoprire quel ruolo nei duecentotrentaquattro anni di storia del Teatro La Fenice. Credo nel teatro come luogo di circolazione delle idee, e io di idee innovative ne avevo molte per quel luogo. Un peccato non averle potute realizzare, ma sto comunque lavorando per poterle sviluppare altrove», ha detto inoltre Venezi, affrontando la questione di genere.

Venezi mette La Fenice alle spalle e riparte dalla Russia
Beatrice Venezi (Imagoeconomica).

Su La Fenice: «Tanti errori da parte di tutti»

Quanto agli strascichi legali del mancato approdo a La Fenice, la direttrice d’orchestra ha detto: «So che sono stati fatti tanti errori da parte di tutti. Non lo nego. Se tornassi indietro sicuramente affronterei le cose in modo diverso, oppure forse non le affronterei proprio». Ma anche: «Ho fiducia nella magistratura. Sono sicura che anche questa vicenda legale potrà contribuire a rendermi giustizia nella verità». Venezi ha formalmente impugnato la risoluzione del contratto con la Fondazione Teatro La Fenice, definendo il provvedimento nullo, illegittimo e discriminatorio. Il sovrintendente Nicola Colabianchi, da parte sua, ha escluso margini di accordo economico e ribadito la regolarità della revoca, sostenendo inoltre che non esisterebbe alcun contratto formalmente firmato. La decisione di interrompere la collaborazione (che era stata contestata da più parti) è giunta dopo un’intervista rilasciata da Venezi al quotidiano argentino La Nación in cui la direttrice criticava le dinamiche interne dell’orchestra veneziana, parole che avevano scatenato reazioni sindacali e minacce di querela.

Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole

Più che restaurazione, è l’ora del restauro. Giusto in tempo per festeggiare il compleanno numero 42. Nella famiglia Berlusconi è scattato il momento di Barbara. Con adeguato sostegno dei social, la terzogenita del Cavaliere è lanciatissima nel mondo del mecenatismo, visto che per adesso la strada della discesa in campo resta un discorso limitato agli ambiti della fantapolitica. Quel che è certo, intanto, è che nel progetto della “Grande Brera” sono scattati i lavori per tutelare e conservare i monumenti dedicati a Giuseppe Parini e Cesare Beccaria, annunciati a metà giugno ma raccontati di nuovo in pompa magna il 30 luglio, proprio nel giorno in cui BB spegne le candeline. Tutto grazie alla Fondazione Barbara Berlusconi, che vuole «incidere, nel tempo, sulla società», con «cultura, educazione e libertà economica» che sono «i tre assi attorno ai quali si sviluppa il lavoro della Fondazione, visti come dimensioni profondamente connesse tra loro».

A proposito di arte, nel frattempo nell’hangar di viale Monte Rosa dove il Cav ha ospitato la collezione dei suoi 25 mila quadri verrà costruito un discount, e di sicuro lui non sarebbe stato contento. Ma quella è un’altra storia. Tornando a Barbara Berlusconi in versione mecenate e filantropa, è chiaro che ormai abbia deciso di puntare sulla beneficenza, la tutela dei beni culturali e i restauri. Sguardo magnetico, eloquio sicuro: secondo qualcuno sarebbe perfetta anche per una candidatura, sulle orme di papà. Ma si sa, Forza Italia è roba di Marina e Pier Silvio, difficile trovare margini di inserimento. Del resto lei stessa ha sempre smentito quegli scenari: «Non è una staffetta, pensare di entrare in politica solo per il cognome non ha senso». Meglio entrare nei consigli di amministrazione, come quello del Teatro alla Scala, o diventare azionista di maggioranza di società tipo Unaluna, media company (nel cda c’è pure Andrea Stroppa, la pedina di Elon Musk in Italia) che controlla il sito di gossip Whoopsee e il canale The Muffa.

Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
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Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
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Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole

Sul fronte Mediaset, non manca la presenza quotidiana di Pier Silvio Berlusconi, impegnato a comunicare durante i telegiornali i successi delle reti televisive di famiglia: qualcuno deve avergli suggerito di evitare i filmati dove lui arringa le folle di dipendenti radunati per eventi e meeting, e così ora appare un cartello con a sinistra la foto piersilviesca e nella parte destra il contenuto delle sue dichiarazioni. Anche queste sono strategie di marketing. E in casa Berlusconi se ne intendono, da sempre…

Presto, serve un portavoce a Piantedosi

Tutti in fuga dal governo di Giorgia Meloni. Al Viminale è scattata la ricerca per trovare il successore di Francesco Kamel che, secondo il cronoprogramma che gira nel palazzone del ministero dell’Interno, dal primo settembre è pronto ad approdare a Leonardo come direttore degli Affari istituzionali. E così la stagione autunnale è cerchiata di rosso. Perché per il ministro Matteo Piantedosi non sarà facile andare a pescare un professionista capace di tenere in piedi la sua (delicata) comunicazione (vedi le ciniche supercazzole in burocratese sullo “scudo penale” ai poliziotti). A maggior ragione dato che potrebbe trattarsi di un incarico di poco più di sei mesi, se si dovesse andare all’anticipo “tecnico” del voto, come sembra volere il capo dello Stato. Senza considerare poi lo scenario in cui al Viminale dovesse esserci la contro-staffetta con Matteo Salvini, cosa che però appare improbabile.

Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
Francesco Kamel con Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).

Restando in tema di Piantedosi, dopo la liaison col ministro (da lei stessa confessata), Claudia Conte è stata addirittura promossa in Rai: resterà su Radio1, ma stavolta condurrà un programma mattutino sugli animali domestici («Telemeloni premia l’amante di un ministro, danno di immagine enorme», ha attaccato infatti il M5s). Piantedosi-Conte: manuale di come non farsi scalfire minimamente da uno scandalo.

Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole
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Barbara Berlusconi la filantropa, Piantedosi cerca portavoce e le altre pillole

A proposito di merito, nelle stesse ore Francesco Palese è passato da essere redattore ordinario di Rai News 24 a vicedirettore di Rai Parlamento. C’entrerà forse il suo ruolo in passato da segretario di Unirai, il sindacato vicino a Fratelli d’Italia, come non ha mancato di notare Dagospia? Anche Virginia Lozito, un’altra delle new entry alla vicedirezione, viene da un ruolo nel Consiglio direttivo di Unirai in qualità di consigliera…

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Francesco Palese (Imagoeconomica).

Cappellini, la fiducia non è ai minimi storici (semi-cit.)

A Repubblica Stefano Cappellini, nominato direttore ad interim dalla nuova proprietà greca dopo l’addio di Mario Orfeo approdato alla corte di Leonardo Maria Del Vecchio (e subito sfiduciato), ha ottenuto una percentuale di gradimento dell’86 per cento. Alla votazione sul direttore hanno partecipato 240 redattori: i sì sono stati 208, i no 12. Chissà se quella sporca dozzina si è fatta distrarre dalle notizie sul pranzo di Enrico Mentana con l’amministratrice delegata di Gedi Mirja Cartia d’Asero, che sembra aver riaperto alcune partite sulle poltrone che contano…

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Stefano Cappellini (Ansa).

Soldi ai partiti, per Busia non c’è privacy che tenga

Come ultimo regalo ai partiti è davvero avvelenato, quello ideato da Giuseppe Busia, presidente uscente dell’Anac, l’anticorruzione: bisogna rendere noti i singoli donatori dei contributi elettorali, ha scritto a chiare lettere. Niente più anonimato: i contributi ricevuti a supporto della campagna elettorale di titolari di cariche politiche elettive di livello statale, regionale, locale vanno resi pubblici nel pieno della trasparenza. Anche i nomi devono essere resi conoscibili attraverso l’accesso civico, si legge nella delibera 295. «È un importante passo avanti nella trasparenza su chi finanzia i rappresentanti politici eletti». Lui, Busia, intanto se ne va…

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Giuseppe Busia (Ansa).

Enel e Conio lanciano ebitts: così le rinnovabili entrano nelle case senza impianti

Tutti i vantaggi dell’energia green direttamente a casa, senza possedere fisicamente un impianto. Dopo il successo del progetto pilota arriva ora il debutto sul mercato di ebitts, la soluzione di Enel e Conio che porta su blockchain l’energia da fotovoltaico ed eolico, rendendo le rinnovabili concretamente accessibili a tutti e offrendo maggiore stabilità. Ebitts, tra i primi utility token energetici al mondo, consente ai clienti di autoprodurre energia 100 per cento pulita senza dover installare pannelli o impianti fisici nella propria abitazione. La piattaforma ebitts consente ai clienti di acquistare capacità produttiva di due impianti Enel presenti sul territorio italiano, nello specifico il parco fotovoltaico di Piani della Marina (VT) e l’eolico di Barile Venosa (PZ) sotto forma di token. Chi acquista i token può ottenere i benefici della produzione di energia rinnovabile, mediante un risparmio diretto in bolletta. L’eventuale energia prodotta in eccesso viene valorizzata e accreditata al cliente.

Una soluzione per attenuare i costi ed essere più sostenibili

Questo meccanismo si rivela particolarmente interessante considerando il progressivo innalzamento delle temperature e il relativo incremento dei consumi dovuti alla climatizzazione domestica. Il vantaggio di ebitts è duplice. In termini di costi attenua l’impatto dei consumi durante tutto l’anno, in particolare nei picchi estivi. Sul fronte ambientale offre una risposta concreta al surriscaldamento globale attraverso l’uso di energia rinnovabile. Si tratta di un’alternativa pensata soprattutto per chi risiede nei centri urbani e vuole farsi partecipe della transizione energetica, pur non disponendo di spazi idonei per un impianto privato. Una condizione ampiamente diffusa se si considera che – secondo gli ultimi dati Eurostat – il 48 per cento dei cittadini dell’Unione europea vive in appartamento, quota che raggiunge il 73 per cento nelle città, dove non è possibile o è molto complesso installare un impianto di energia solare.

La tecnologia blockchain garantisce tracciabilità e trasparenza

Il Gruppo guidato da Flavio Cattaneo ha ideato e lanciato il progetto, mentre Conio si occupa della tokenizzazione degli asset e della messa a disposizione del wallet per la custodia dei token e gestisce la vendita delle Token Box nel pieno rispetto della normativa MiCAR. In questo ecosistema, la tecnologia blockchain garantisce la tracciabilità dei token e la corrispondenza tra ogni porzione digitale e l’energia prodotta dagli impianti fisici, assicurando in tempo reale trasparenza e verificabilità. L’obiettivo è proseguire nello sviluppo di un modello capace di coniugare produzione rinnovabile, innovazione digitale e semplicità di accesso, mettendo le persone sempre più al centro della transizione energetica.

Ucraina, con Drapatyi e Khmara i soldati sperano nella svolta

La nomina del generale Mykhailo Drapatyi, 43 anni, a nuovo comandante delle forze armate ucraine al posto di Oleksandr Sirskyi sembra aver placato le proteste di piazza divampate nelle principali città del Paese dopo le dimissioni dell’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov.

Ucraina, con Drapatyi e Khmara i soldati sperano nella svolta
Le proteste dopo le dimissioni di Fedorov (Ansa).

Una popolarità guadagnata sul campo

Il nome di Drapatyi, invocato a gran voce dai manifestanti, aveva cominciato a circolare con sempre più insistenza anche tra i soldati. È considerato un comandante moderno e preparato, in netta contrapposizione con il suo predecessore, legato a una visione militare ancorata al passato, verticistica e contraria ai cambiamenti. Il supporto di cui gode Drapatyi negli ambienti militari ucraini è dovuto principalmente alla reputazione guadagnata sul campo. Nel 2022 è stato vice comandante operativo delle forze congiunte nelle regioni di Kherson e Dnipropetrovsk, mentre nel 2024 ha guidato le Forze di Terra impegnate a difendere il fronte orientale nei pressi delle città di Kharkiv e Kupjansk. La sua popolarità tra i commilitoni però nasce molto prima. Nel 2014, anno dell’invasione e annessione russa della Crimea, riuscì rocambolescamente a salvare poliziotti e funzionari bloccati dalle milizie filorusse a Mariupol. Da allora è diventato un simbolo della resistenza ucraina.

Il tandem con il nuovo ministro della Difesa Khmara

Per questi motivi il neo comandante sembra la figura giusta per seguire la linea tracciata da Fedorov: una guerra sempre più tecnologica dove i droni giocano un ruolo chiave. Collaborerà con il nuovo ministro della Difesa ad interim Yevheniy Khmara, 39 anni, ex capo del servizio di intelligence interna (SBU). Un tandem che fa ben sperare i soldati al fronte. «Spero che si concentrino  sulla modernizzazione dell’esercito, la lotta alla corruzione, presente a tutti i livelli, la gestione dell’arruolamento dei nuovi soldati, sia ucraini che stranieri e soprattutto sull’utilizzo dei droni», dice a Lettera43 un soldato italiano arruolato nell’esercito ucraino. «Khmara ha comandato squadre di dronisti che hanno compiuto operazioni offensive a lungo raggio in territorio russo. Lui più di tutti è a conoscenza dell’importanza di questa tecnologia e del suo sviluppo». Secondo lui, Khmara e Drapatyi sono le persone di cui l’Ucraina ha davvero bisogno in questo momento. «Hanno acquisito esperienza sul campo e, ora che occupano posizioni di rilievo, possono appieno sfruttare tutte le conoscenze acquisite. Inoltre sono giovani e non hanno paura di innovare o promuovere cambiamenti».

Ucraina, con Drapatyi e Khmara i soldati sperano nella svolta
Yevheniy Khamara.

Le riforme anti-corruzione rimaste bloccate

Khmara e Drapatyi avranno però bisogno di tempo per concordare una linea d’azione. Un altro soldato di nazionalità italiana che si trova in Ucraina dal 2023, fa notare però che il tempo è un lusso che lui e i suoi compagni non possono permettersi. «Mi sono arruolato quasi tre anni fa e ho quasi sempre lavorato con i droni», spiega. «Solamente negli ultimi mesi ho notato un miglioramento nel nostro modo di combattere, grazie all’innovazione e alla tecnologia. I cambiamenti al vertice delle forze armate hanno un’importanza relativa per noi soldati. Infatti, spesso sono le decisioni dei comandanti delle singole unità ad avere un maggior impatto su di noi perché ci riguardano direttamente. Mi auguro che Drapatyi lavori per migliorare la preparazione generale degli ufficiali, portando modernità nel loro modo di condurre la guerra. In questo modo possiamo sperare di vincere e fermare i russi». Rodion Krasnovyd, ex giornalista ucraino e capitano di una squadra di dronisti tenta di analizzare la situazione attuale da una diversa prospettiva. Sirskyi, a suo avviso, era più a suo agio a destreggiarsi nella politica, al contrario di Drapatyi che è sempre stato solamente un soldato. «Drapatyi dovrà adattarsi in fretta alla sua nuova posizione, altrimenti rischia di affondare subito», allarga le braccia. «Mi chiedo se riuscirà veramente a portare a termine il piano di riforme, soprattutto quelle riguardanti la lotta a favoritismi e corruzione, o sarà costretto a scendere a compromessi con la classe politica. Questo è il vero grande interrogativo».

Poste italiane, superate le 256 mila richieste di rilascio e rinnovo passaporti

Hanno superato quota 256 mila le richieste di rilascio e rinnovo dei passaporti negli uffici postali, un risultato che consolida il ruolo di Poste italiane come punto di riferimento per i cittadini. Il servizio è disponibile in 6.932 uffici postali Polis e in 431 uffici postali di grandi città distribuiti in centri urbani come Bologna, Verona, Roma, Cagliari, Firenze, Vicenza, Monza, Venezia, Perugia, Ferrara, Milano e Napoli.

Così si riduce il divario tra aree urbane e interne

Il servizio di rilascio e rinnovo del passaporto è stato avviato nei piccoli centri e nelle aree più remote nell’ambito del progetto Polis, l’iniziativa che prevede la trasformazione di quasi 7 mila uffici postali, situati in Comuni con meno di 15 mila abitanti, in sportelli unici di prossimità in grado di offrire numerosi servizi della pubblica amministrazione. Successivamente, grazie all’estensione dell’accordo con il ministero dell’Interno, il rinnovo e il rilascio dei passaporti è stato reso disponibile anche nelle grandi città. Oltre a semplificare la burocrazia, l’iniziativa contribuisce a ridurre il divario tra aree urbane e territori meno serviti, portando un contributo rilevante agli abitanti delle località più isolate d’Italia. Ne è un esempio Terranova di Pollino, in provincia di Potenza, dove i cittadini erano costretti a percorrere fino a 150 chilometri per ottenere il passaporto.

I dati in dettaglio

Il progetto nasce con l’obiettivo di valorizzare la capillarità della rete degli uffici postali per rendere i servizi pubblici più vicini e accessibili ai cittadini. I risultati confermano il successo dell’iniziativa. Al 31 luglio 2026 sono state presentate 256.487 richieste di rilascio e rinnovo del passaporto, di cui 198.429 presso i 6.932 uffici Polis attivi nei Comuni con meno di 15 mila abitanti, e 58.058 negli altri 431 uffici postali presenti nei grandi centri urbani. Tra i Comuni che fanno parte del progetto Polis spiccano per numeri di richieste quelli della provincia di Verona (17.123), Bergamo (15.637), Vicenza (15.412) e Monza (10.860).

Caso Delmastro, Fontana blinda le chat con Caroccia: cosa è successo

La storia delle chat tra l’ex sottosegretario Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, ristoratore che attualmente sta scontando in carcere una condanna definitiva per reati di mafia, sta assumendo i contorni di una telenovela. L’ultimo colpo di scena? I commessi di Montecitorio si sono rifiutati di consegnare a Devis Dori (Avs), presidente della Giunta per le autorizzazioni della Camera, le chiavi della cassaforte dove è conservato il cd con le chat.

Caso Delmastro, Fontana blinda le chat con Caroccia: cosa è successo
Andrea Delmastro (Imagoeconomica).

«Insieme con altri membri della Giunta siamo all’interno degli uffici dove intendevamo accedere alla documentazione relativa al caso Delmastro, ma gli uffici hanno ricevuto indicazioni da parte della presidenza della Camera di non essere collaborativi, quindi non possiamo accedere al cd», ha dichiarato Dori. «Ho scritto al presidente Fontana per avere una sua lettera con la quale impone agli uffici formalmente di non collaborare. Finché questa lettera non arriverà staremo fermi in Giunta».

Caso Delmastro, Fontana blinda le chat con Caroccia: cosa è successo
Devis Dori (Imagoeconomica).

Il caos delle ultime 24 ore sulle chat di Delmastro

Il motivo del diniego? Lorenzo Fontana, presidente della Camera, ha fatto sapere che per l’accesso alle chat è necessario il parere di un’altra giunta: quella per il regolamento, che si riunirà lunedì 3 agosto. Ieri, a causa di una lettera con cui il procuratore di Roma Francesco Lo Voi informava Fontana di aver ricevuto una memoria difensiva dall’avvocato di Caroccia con un cd contenente proprio la trascrizione delle chat, era slittato il voto dell’Aula di Montecitorio che doveva decidere se approvare o respingere la richiesta dei pm di Roma di acquisire le conversazioni. Dopo lo slittamento tra le polemiche, Dori – sostenuto dal Pd e dal resto del centrosinistra – aveva dato il via libera alla consultabilità del materiale della Procura da parte dei componenti della Giunta per le autorizzazioni. La maggioranza, a sua volta, si era appellata a Fontana chiedendo la convocazione della Giunta per il regolamento, mossa che ha portato al “congelamento” della possibilità di accedere agli atti fino a lunedì, nonostante le seguenti rassicurazioni in senso contrario da parte di Dori.

Mario Adinolfi resta ai domiciliari con braccialetto elettronico

Mario Adinolfi rimane agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. Lo ha deciso il Tribunale del Riesame rigettando l’istanza della difesa che aveva chiesto l’annullamento della misura cautelare nei confronti del giornalista e leader del Popolo della Famiglia, accusato nell’ambito dell’inchiesta della procura di Roma di truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. I legali di Adinolfi, che avevano richiesto di annullare la misura cautelare o quantomeno affievolirla con misure meno afflittive, come l’obbligo di dimora nel Comune di residenza o l’obbligo di firma, valuteranno ora se fare ricorso in Cassazione.

Perché Adinolfi è finito agli arresti domiciliari

Adinolfi è finito agli arresti domiciliari nell’ambito di un’indagine della Procura di Roma sulla cosiddetta “scommessa collettiva“, un circuito di raccolta fondi da privati ai quali venivano prospettati rendimenti (fino al 40 per cento annuo) legati al betting sportivo. Ipotizzato un danno vicino ai cinque milioni di euro. A Adinolfi viene inoltre contestata anche una presunta evasione fiscale da 400 mila euro. Nelle 20 pagine di ordinanza di custodia cautelare, la gip aveva evidenziato il «concreto rischio di recidiva rispetto a nuove condotte di truffa, raccolta abusiva di capitali, delitti tributari, verosimilmente già in atto».

Crédit Agricole in Italia, nel primo semestre 2026 utile netto a 1,5 miliardi

Il Gruppo Crédit Agricole in Italia chiude il primo semestre 2026 con un utile netto di 1,053 miliardi di euro, confermando l’Italia come secondo mercato domestico del Gruppo Crédit Agricole. Guidate da Hugues Brasseur, amministratore delegato di Crédit Agricole Italia e senior country officer, le diverse linee di business hanno fatto registrare un totale dei finanziamenti pari a circa 104 miliardi di euro e una raccolta complessiva a 344 miliardi di euro. Confermato il sostegno a famiglie e imprese italiane, con masse complessive a 448 miliardi di euro (+1,7 per cento a/a).

I risultati di Crédit Agricole Italia

Anche Crédit Agricole Italia ha presentato i risultati semestrali. L’utile netto consolidato è aumentato del +2,1 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo i 478 milioni di euro. In crescita la base clienti, con 106 mila nuove acquisizioni (+ per cento a/a), con il canale digitale che continua a rappresentare un importante motore di sviluppo commerciale. Prosegue anche il sostegno al tessuto economico e sociale. Le erogazioni di mutui residenziali si confermano su livelli solidi, con erogazioni pari a 1,8 miliardi di euro (+1,4 per cento a/a), mentre i finanziamenti verso clientela si attestano a 67 miliardi di euro. L’aggregato risulta in aumento del +2,4 per cento a/a grazie alla performance positiva sia dei finanziamenti alle aziende (+4,9 per cento a/a) che del comparto mutui casa (+3,9 per cento a/a). La raccolta diretta ammonta a 79 miliardi di euro (+1,6 per cento a/a) e il risparmio gestito supera i 59 miliardi di euro. Rafforzato infine il supporto alle imprese, con nuovi finanziamenti a medio-lungo termine a 3,1 miliardi di euro nel semestre, in forte progressione nel confronto annuo (+17 per cento). Rilevante il sostegno nel campo degli investimenti sostenibili, con circa 960 milioni di euro di erogazioni dedicate, affiancato dall’attività del Desk Energy.

Le voci su una possibile fusione tra Tesla e SpaceX

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, ad alcuni dirigenti Tesla sarebbe stato chiesto di preparare una separazione delle attività in Cina, in modo da spianare la strada alla fusione dell’azienda con SpaceX. Il patron Elon Musk, che più volte ha citato potenziali sinergie tra i due gruppi e non ha fatto mistero di voler mettere un po’ di ordine nella sua galassia di aziende, viste le persistenti frizioni geopolitiche avrebbe strutturato le attività cinesi della casa automobilistica in modo da poterle facilmente separare da quelle Usa.

Le voci su una possibile fusione tra Tesla e SpaceX
Tesla (Ansa)

La Gigafactory di Shanghai è cruciale per Tesla

Il Wsj scrive che ci sono piani per la creazione di un’entità di vendita indipendente per gestire le esportazioni all’estero dalla Gigafactory di Shanghai – lo stabilimento più grande e produttivo di Tesla – nonché l’implementazione di rigide barriere interne per limitare l’accesso dei dipendenti con sede in Cina ad altre unità aziendali. Nonostante la concorrenza di Byd, la Repubblica Popolare resta per Tesla il secondo mercato al di fuori degli Stati Uniti e Shanghai, con una capacità produttiva annua di oltre 950 mila veicoli, rappresenta uno snodo chiave per le esportazioni verso l’Europa e la regione Asia-Pacifico. Tesla, peraltro, produce in Cina oltre il 95 per cento dei componenti destinati alle Model 3 e Model Y grazie a una rete di più di 400 fornitori nazionali, senza affidarsi a una joint venture locale.

Tesla e Musk smentiscono il Wsj: «Fake news»

L’indiscrezione del Wall Street Journal secondo cui Musk starebbe valutando la possibilità di scorporare, vendere o chiudere le sue attività in Cina di Tesla per agevolare una fusione con SpaceX è stata definita «priva di fondamento» sia della filiale cinese del marchio che dallo stesso magnate, il quale su X ha scritto di «fake news».

La morte di Franco Baresi sulla stampa estera

Il calcio italiano è in lutto per la scomparsa di Franco Baresi. Una notizia che, vista la caratura del personaggio, ha trovato ampio spazio anche sulle principali testate sportive straniere. L’Equipe apre l’edizione online col titolo: «Baresi, la scomparsa di un precursore». Un riferimento alla modernità del gioco del numero 6 rossonero, un difensore centrale molto avanti rispetto ai suoi tempi. «Libero italiano di grande eleganza e incarnazione della grande squadra del Milan di fine Anni 80», lo ricorda poi nel pezzo la testata francese. Lo spagnolo Marca titola: «È morto Franco Baresi, leggenda eterna del Milan e del calcio italiano», definendo poi l’ex capitano rossonero «uno dei più grandi difensori della storia». Nell’articolo dedicato alla sua scomparsa si legge poi: «Baresi è stato molto più di un difensore straordinario. È stato il grande capitano di un Milan leggendario, il leader di una generazione che ha trasformato i rossoneri in una potenza del calcio europeo e in una delle squadre più memorabili di tutti i tempi».

La morte di Franco Baresi sulla stampa estera
La morte di Franco Baresi sulla stampa estera
La morte di Franco Baresi sulla stampa estera
La morte di Franco Baresi sulla stampa estera
La morte di Franco Baresi sulla stampa estera
La morte di Franco Baresi sulla stampa estera
La morte di Franco Baresi sulla stampa estera

Anche As ha dedicato un lungo articolo alla scomparsa di Baresi: «Il suo numero 6 passerà alla storia. Nessuno nel mondo del calcio l’ha mai indossato con maggiore eleganza. È stato un elemento imprescindibile sia per il Milan di Arrigo Sacchi che per quello di Fabio Capello. Le sue doti difensive, il portamento unico e la tecnica nel trattare il pallone hanno fatto sì che la sua figura trascendesse lo sport stesso. Una vera icona». Della scomparsa di Baresi, ovviamente, scrivono anche Mundo Deportivo e – passando al Portogallo – A Bola. La leggenda del calcio italiano non è stata solo ricordata e omaggiata dai giornali sportivi stranieri, ma anche dalle principali testate generaliste e dalle più importanti agenzie di stampa estere. «In un’epoca dominata da difensori fisici, Baresi si distinse per la sua lettura del gioco, ridefinendo il ruolo di libero e coniugando autorevolezza difensiva e capacità di avviare l’azione dalle retrovie», ha scritto la Reuters. Il Telegraph ha definito Baresi «uno dei migliori giocatori della sua generazione».

Trump: «Accordo storico su disarmo completo di Hamas»

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che il Board of Peace ha raggiunto un accordo storico per il disarmo completo di Hamas e di tutti gli altri gruppi armati a Gaza. «Si tratta di un passo monumentale verso una pace e una sicurezza durature. Una volta completato il disarmo, le forze israeliane si ritireranno e la Forza internazionale di stabilizzazione collaborerà con una nuova forza di polizia palestinese per garantire la sicurezza di Gaza, a beneficio dei suoi residenti e dei Paesi vicini», ha aggiunto il tycoon. La conferma dell’intesa è arrivata anche da alcuni responsabili di Hamas. Il vertice sulla fase 2 della tregua si terrà presto al Cairo, riportano alcune fonti.

Trump: «Accordo storico su disarmo completo di Hamas»
Da Truth.

Emergenza migranti a Ceuta, scontro Roma-Madrid su Schengen

Emergenza migranti a Ceuta, scontro Roma-Madrid su Schengen
Emergenza migranti a Ceuta, scontro Roma-Madrid su Schengen
Emergenza migranti a Ceuta, scontro Roma-Madrid su Schengen

Migliaia di migranti provenienti da Marocco e Algeria hanno raggiunto a nuoto Ceuta, l’enclave spagnola in Marocco, porta d’ingresso dell’Europa in Africa, causando una vera e propria emergenza. Nel giro di poche ore una valanga di persone, soprattutto ragazzi, si è ammassata sul lato marocchino del confine con Ceuta, per poi buttarsi in mare e circumnavigare a nuoto il piccolo molo delimitato da una rete che si inoltra in acqua solo per pochi metri a dividere i due Paesi. Quando l’afflusso si è fatto particolarmente intenso, in molti hanno iniziato a superare il confine anche via terra, percorrendo il molo dal lato marocchino, aggirandone la recinzione sulla punta e poi ripercorrendolo in direzione opposta sul lato spagnolo. Mentre Bruxelles segue l’evoluzione della crisi e assicura il massimo impegno per proteggere le frontiere dell’Unione europea, l’esecutivo italiano si è detto pronto a sospendere il trattato di Schengen con la Spagna. Una posizione che ha irritato Madrid, che ha risposto convocando il nostro ambasciatore.

Lo scontro tra Tajani e Albares

«Sono favorevole alla chiusura dello spazio Schengen con la Spagna e ho piena fiducia nell’operato del ministro Piantedosi. L’immigrazione irregolare e incontrollata rappresenta un pericolo per la sicurezza nazionale. Le immagini che arrivano da Ceuta dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, ad oltre 500 mila immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di essere umani», aveva scritto il ministro degli Esteri Antonio Tajani, causando l’ira del suo omologo spagnolo.

«Questo messaggio del ministro degli Esteri di un Paese amico e partner da cui ci aspettiamo solidarietà europea e non demagogia partitica è indegno», aveva risposto José Manuel Albares.

Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale

Stavolta purtroppo non è una fake news: è morto a 66 anni Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale. Ad annunciarlo è stata la società rossonera, alle 7:31 di stamattina: «La Storia del Milan è in lacrime per la scomparsa di Franco Baresi. Il suo esempio e la sua profondità saranno, per sempre come la sua maglia numero 6, parte integrante e fondamentale del dna e del cammino di tutto il Club». Baresi, che nel 2025 era stato operato per un nodulo polmonare, ha collezionato 719 presenze ufficiali con il Milan, vincendo sei scudetti e tre Coppa dei Campioni, senza lasciare il club nemmeno negli anni bui della Serie B, mentre in Nazionale ha disputato 81 gare vincendo il Mondiale 1982 (pur senza scendere in campo).

La straordinaria carriera di Franco Baresi

All’anagrafe Franchino, Baresi era nato a Travagliato (Brescia) nel 1960. Tifoso dell’Inter, a 14 anni era entrato nelle giovanili del Milan facendo il percorso contrario del fratello maggiore Beppe, di fede rossonera ma ingaggiato dall’Inter. Il “Piscinin” – “piccolino” in dialetto milanese – aveva esordito col Milan nell’aprile 1978 con Nils Liedholm in panchina, per poi affermarsi come titolare nella stagione successiva, terminata con la conquista dell’agognato decimo scudetto rossonero. Negli anni successivi sarebbe sceso due volte in Serie B col Milan: la prima volta a causa del Totonero, mentre nella seconda occasione la retrocessione arrivò sul campo. In mezzo la promozione a capitano rossonero (a soli 22 anni) e la vittoria della Coppa del Mondo nel 1982 (da riserva di Gaetano Scirea, senza mai scendere in campo).

Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale
Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale
Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale
Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale
Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale
Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale

Rimasto fedele al Milan, Baresi era ormai una colonna del club quando nel 1986 arrivò Silvio Berlusconi: negli anni successivi, prima con Arrigo Sacchi e poi con Fabio Capello in panchina, avrebbe alzato da capitano trofei su trofei. Per quanto riguarda la Nazionale, dopo la delusione di Italia 90 Baresi disputò il campionato del mondo 1994 negli Usa con la fascia di capitano al braccio: infortunatosi al menisco contro la Norvegia nei gironi, contro ogni aspettativa dopo soli 25 giorni tornò in campo nella finale contro il Brasile. E fu, purtroppo, il primo a sbagliare dal dischetto: un errore a cui fece seguito un pianto inconsolabile. A giugno del 1997 l’addio al calcio giocato: il Milan, senza esitare, decise di ritirare il suo numero 6 di Baresi, che da “Piscinin” era diventato “Kaiser Franz”. Successivamente era entrato nei quadri dirigenziali rossoneri, tradendo il Diavolo solo per una breve esperienza (81 giorni) al Fulham, in Inghilterra.

Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale
Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale
Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale
Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale
Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale
Addio a Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale

Il cordoglio del mondo del calcio e non solo

Dalle istituzioni ai club, passando per ex compagni, avversari e tifosi: in tantissimi stanno piangendo Baresi. «Il calcio italiano perde una delle sue leggende, un campione straordinario che in tutta la sua carriera ha indossato solo due maglie, quella del Milan e quella azzurra. Una scelta romantica, che lo ha fatto entrare di diritto nel cuore dei tifosi e di milioni di italiani», ha dichiarato Giovanni Malagò, presidente della Figc. «Lo ricorderemo come merita in occasione delle prossime partite della Nazionale, quella Nazionale per la quale ha sempre dimostrato un attaccamento eccezionale diventandone uno dei simboli più gloriosi».

Messaggi di cordoglio sono arrivati da numerosi club: dall’Inter («Capitano, uomo squadra e bandiera del Milan, ha vissuto ogni confronto con l’Inter tra competizione e rispetto, dentro una sfida che ha scritto pagine indimenticabili del calcio italiano»,) alla Juventus («Ci sono persone che, con il loro talento, entrano nella storia. E altre che, con la loro umanità, vi restano per sempre. Franco Baresi è stato entrambe le cose»), fino alla Roma e alla Lazio.

Così Giorgia Meloni: «Con la scomparsa di Franco Baresi, l’Italia perde non solo uno dei più grandi campioni della sua storia sportiva, ma anche un esempio di lealtà, serietà e dedizione. Capitano del Milan e della Nazionale, ha indossato gli stessi colori per un’intera carriera, vivendo la fedeltà come un valore e la fascia come una responsabilità. Ha dimostrato che si può diventare leggenda senza mai smettere di essere un punto di riferimento, dentro e fuori dal campo».

La solitudine di Mattarella: esiste ancora un partito del Presidente?

Talmente super partes da essere solo. Sergio Mattarella consegna alla politica e ai cittadini la sua riflessione prima della pausa estiva e ricorda per cinque volte nel suo saluto all’Associazione stampa parlamentare per la cerimonia del Ventaglio che il ruolo che la Costituzione gli assegna è quello di un arbitro fuori da ogni contesa politica. Una posizione un po’ voluta dal capo dello Stato per tutelare le sue prerogative, un po’ figlia degli attuali partiti, nessuno dei quali si sente più “il partito del Presidente” come era in passato. E così si trova, a pochi giorni da una breve vacanza in montagna, a tre anni scarsi dalla fine del mandato e a un anno dalle elezioni, a bacchettare sia la destra sia la sinistra, sia governo sia opposizione, non nascondendo la sua preoccupazione per un clima di scontro in cui basta una scintilla per accendere la violenza.

La solitudine di Mattarella: esiste ancora un partito del Presidente?
Sergio Mattarella alla cerimonia del Ventaglio (Imagoeconomica).

La bacchettata al centrodestra su Roggero e sulle politiche migratorie

Al governo, che lo ha strattonato sul caso Roggero, il capo dello Stato ricorda che le leggi ad personam, magari alla rincorsa di un caso di cronaca e per fare un po’ di propaganda, non rafforzano la sicurezza ma portano «all’abdicazione dello Stato». E a quei partiti euroscettici ed eurocritici, da FdI alla Lega fino ora a Futuro nazionale, rimprovera di essere i primi a frenare quando Bruxelles cerca di accelerare su un dossier, ostacolando «in ogni modo e circostanza, la possibilità di strumenti decisionali e operativi più efficaci». Mattarella lamenta anche le politiche migratorie concentrate solo sui risvolti di illegalità ed emergenza e, citando Papa Leone XIV, chiede all’esecutivo «interventi di strategia di governo del fenomeno», magari senza dimenticare i tanti italiani, soprattutto giovani, che se ne vanno all’estero «non per scelta ma per necessità». E spera che si faccia ripartire il lavoro della commissione di Vigilanza Rai, paralizzata da un mese dopo aver tenuto per un anno in stand by il rinnovo dei vertici

La solitudine di Mattarella: esiste ancora un partito del Presidente?
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

E al centrosinistra per le esitazioni nel condannare la violenza

Ma Mattarella non risparmia nemmeno le opposizioni, a volte tiepide o distratte o lente nel condannare senza appello ogni forma di violenza politica e sociale. «Non è accettabile che si faccia strada la convinzione che, se le proprie posizioni risultano minoritarie all’interno della società, sia giustificabile il ricorso a forme di violenza», che è invece «virus letale della democrazia». Davanti a quel che è avvenuto in Val di Susa, ultimo esempio di scontri nelle strade e nelle piazze, «non è accettabile alcuna esitazione né circospezione nel condannare e contrastare simili comportamenti aggressivi». Non esistono insomma ‘compagni che sbagliano’ perché «chi pratica, chi predica, chi giustifica» la violenza «aggredisce la Costituzione» e non può dirsene paladino. 

La solitudine di Mattarella: esiste ancora un partito del Presidente?
Giorgia Meloni, Matteo Piantedosi e il capo della Polizia Vittorio Pisani al cantiere di Chiomonte dopo gli scontri (Imagoeconomica).

L’invito bipartisan alla misura

Dunque, dopo aver distribuito fendenti a destra e a manca, il presidente mette tutti in riga alle prime mosse di una campagna elettorale che al momento pare «intempestiva», come a dire “siete partiti un po’ troppo presto a incornarvi, si vota tra un anno”. Innanzitutto una sottolineatura bipartisan (nel senso che in entrambi gli schieramenti ci sono partiti ostili) sul fatto che una difesa comune europea «non rappresenta una minaccia per nessuno, non mira alla guerra: al contrario è strumento per garantire la pace». Poi la constatazione che il dibattito sulla riforma elettorale si sta dipanando su mille direttrici tranne una, forse la più importante: la lotta all’astensionismo. Pare poco utile cercare strani meccanismi per strapparsi un voto in più o in meno se non va alle urne nemmeno la metà degli elettori. Ma quel che preoccupa Mattarella, sopra tutto, è la sordità reciproca. All’estero, negli Usa, la chiamano polarizzazione, ma lì i partiti sono solo due. In Italia il capo dello Stato lo descrive come «una sorta di rifiuto sdegnato non di condividere ma di ascoltare le opinioni altrui: non ci si può sorprendere che ne derivi un clima di reciproca intolleranza, di avversione fanatica che contribuisce a seminare germi di violenza». Senza voler arrivare alla teoria dei cattivi maestri, i politici dovrebbero per primi misurare le parole, pur nell’asprezza del confronto politico, sapendo che su alcuni temi serve una condivisione, dalla politica estera alle regole istituzionali. 

La solitudine di Mattarella: esiste ancora un partito del Presidente?
Sergio Mattarella con Ignazio La Russa e Renato Brunetta (Imagoeconomica).

Così super partes da essere solo

«Nelle Camere i rispettivi presidenti sono organi di garanzia, ricoperti comunque da esponenti politici. Diversa è la posizione del Presidente della Repubblica, estraneo alla dialettica tra le forze politiche», butta poi là Mattarella, sempre più super partes, sempre più solo nel palazzo, sempre più popolare tra i cittadini, che non vorrebbe essere l’ultimo a interpretare la presidenza come un ruolo di garanzia.  

LEGGI ANCHE: Perché la doppia sfida lanciata da FdI al Quirinale è piena di rischi

Tredici anni fa Giorgio Napolitano accettando la rielezione aveva parlato di sordità dei partiti e di una serie «imperdonabile» di mancate decisioni. Ora Mattarella, che ci ha abituato a un diverso linguaggio, si augura che «le tensioni elettorali non sottraggano attenzione ai problemi che riguardano la vita quotidiana dei nostri concittadini». Mutatis mutandis, l’appello è quasi lo stesso e parla a tutta la politica.

Perché Calenda rischia di essere il peggior nemico di se stesso

Le scuse sono durate soltanto le prime righe di un tweet. Carlo Calenda prende le distanze dal dirigente di Azione che ha chiamato Matteo Salvini «handicappato»: grave, moralmente sbagliato, punto. Sembrava dovesse finire qui, invece era solo l’incipit. Poi infatti sono venute le altre righe, e lo stesso Calenda che come trasfigurato annega le scuse in una sequela di insulti al leader leghista: «Inetto, ignorante, incapace, impreparato, ipocrita, inadatto, inutile». Sette aggettivi in fila, come se stesse svuotando un cassetto pieno di frustrazioni accumulate. Il fatto di essere d’accordo con lui non giustifica l’iperbolico scarto della narrazione. Calenda perde la misura, si disunisce

Su X il dottor Calenda lascia il posto a Mr. Hyde

È questo doppio registro che racchiude il ritratto dell’autore. Dentro quel tweet c’è tutto il suo mistero: un caso di sdoppiamento della personalità, il dottor Jekyll e Mr. Hyde che in lui convivono. C’è un Calenda che, visto di persona, appare un politico umorale ma preparato, capace di discutere di industria, di energia, di conti pubblici con una competenza che gli viene riconosciuta anche dagli avversari. Poi arriva il momento in cui si cimenta su X. E lì il dottor Calenda lascia il posto a Mr. Hyde. Basta una notifica, un tweet contro che gli va di traverso, il commento di un presunto filoputiniano, e scatta la metamorfosi. Il politico preparato ingaggia polemiche furibonde che non risparmiano nessuno, neanche sconosciuti utenti con una manciata di follower, e si trasforma in un leone da tastiera, aggressivo e sempre bisognoso di avere l’ultima parola. Come se ogni messaggio fosse una sfida personale ad annichilire chi gli replica osando dissentire dalla sua visione del mondo. 

Perché Calenda rischia di essere il peggior nemico di se stesso
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

L’autorevolezza si consuma tweet dopo tweet

A quel punto la gerarchia delle priorità si ribalta all’istante. La critica documentata e minuziosa a Stellantis può aspettare, la proposta sull’energia anche. Prima c’è da rispondere a quei tweet. Non importa se il ragionamento è solido: conta chiudere il botta e risposta, infliggere l’ultimo aggettivo, dimostrare che lui ha ragione. Ma il problema è che in politica, e soprattutto sui social, avere ragione non basta. Spesso anzi non serve a niente. Il risultato lo proietta in un corto circuito continuo. Il dottor Calenda cerca di costruire autorevolezza, parla agli elettori che potrebbe conquistare puntando a convincere chi è disposto ad ascoltarlo. Calenda Mr. Hyde la consuma, tweet dopo tweet, ingaggiando corpo a corpo verbali con persone che non lo voterebbero comunque. Non è solo narcisismo, anche se una dose non gli manca. È soprattutto l’illusione che una buona argomentazione possa ancora cambiare la testa di chi legge, e la conseguente rabbia verso chi non ne comprende i motivi. Peccato che i social funzionino al contrario: lì non vince chi spiega meglio, vince chi tiene alta la polemica. E Calenda, quasi sempre, ci casca in pieno. Così ogni ragionamento sui social viene ingabbiato nella logica del virulento botta e risposta, oscurato dall’ennesimo litigio e sepolto sotto una valanga di commenti. La competenza resta, il rumore la copre. 

Perché Calenda rischia di essere il peggior nemico di se stesso
Matteo Richetti e Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Sui social emerge sempre la faccia sbagliata

Il vero problema non è che Calenda abbia due facce. È che su X viene sempre fuori quella sbagliata. Fuori dai social è un politico preparato e con la battuta pronta che a volte lo fa apparire persino divertente. Dentro i social diventa un’altra persona: nervoso e incarognito nei confronti del malcapitato che ha messo nel mirino. È come se la tastiera tirasse fuori una versione di lui che, nella vita reale, chi lo frequenta pur nell’iracondia del suo carattere faticherebbe a riconoscere. Così alla fine viene da chiedersi se non ci sia anche una vena di masochismo che ogni volta che apre X lo trasforma nel peggior nemico di se stesso. O, per dirla con Stevenson: quanto a lungo potrà credere di essere ancora il dottor Jekyll, quando tutti vedono in lui solo mister Hyde. 

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Premi e concorsi: Premio Italia 2026, i finalisti

Premio Italia 2026, i finalisti

Finito lo spoglio dei voti della prima fase del Premio Italia 2026. Ecco i finalisti. Due settimane per il voto per la fase finale, e a Genova la premiazione

Trecentosessantaquattro i voti per la prima fase del Premio Italia 2026, terzo maggior numero per la prima fase (dopo il 2019 e il 2025). Tra i finalisti come sempre molti candidati attesi ma anche qualche novità interessante. La votazione per eleggere i vincitori parte sabato 1 agosto: chi è registrato al voto riceverà i dati di accesso (ma può usare anche lo stesso link inviato per la prima fase; in ogni caso, potrà recuperarli direttamente dalla home page del sito, www.premioitalia.org). Si potrà votare per tutto il mese, fino al 31... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Premi e concorsi - 31 luglio 2026 - articolo di S*

Cinema: Fantascienza cinema e tv in arrivo in agosto coi nuovi film di Abrams e Scott

Fantascienza cinema e tv in arrivo in agosto coi nuovi film di Abrams e Scott

Agosto meno piatto del solito con l'uscita tra l'altro dei nuovi film di J.J. Abrams e di Ridley Scott, La fine di Oak StreetThe Dog Stars.

Tradizionalmente in agosto poche uscite, sia in tv che al cinema, ma da qualche anno la situazione sta un po' cambiando. Quest'anno abbiamo l'uscita di due film potenzialmente di successo, come La fine di Oak Street prodotto da J.J. Abrams e il post-apocalittico The Dog Stars diretto da Ridley Scott. Ghost in The Shell 4 agosto, serie tv animazione, Prime Video. Nuova serie animata tratta dal leggendario manga cyberpunk di  Masamune Shirow. Ambientato in Giappone nel 2029, il film vede Motoko Kusanagi, un cyborg, alla guida di un’unità di... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - SERIE TV - Cinema - 31 luglio 2026 - articolo di S*

Maria De Filippi e il potere di Temptation Island: il vero consenso popolare d’Italia

Prendete quattro milioni abbondanti di italiani, sintonizzateli su Canale 5 a godersi lo spettacolo celestiale delle corna sotto il sole e avrete la mappa esatta del vero potere in questa penisola alla deriva. Altro che i sondaggi calibrati nei corridoi di Montecitorio. È il regno assoluto e incontrastato di Maria De Filippi, la vera, unica e spietata presidente del Consiglio ombra di una Repubblica fondata sul melodramma. Mentre la politica si incarta sulle poltrone, la sovrana di Mediaset impartisce lezioni magistrali di governabilità applicata direttamente dal suo stabilimento balneare dei sentimenti. Il suo fenomeno di stagione, alias Temptation Island, non è semplicemente un programma televisivo: è una corazzata scientificamente programmata per blindare il consenso della nazione intera. 

Maria De Filippi e il potere di Temptation Island: il vero consenso popolare d’Italia
Maria De Filippi a C’è Posta per te (Ansa).

Il miracolo pop definitivo di Maria

I dati Auditel non sono semplici indici d’ascolto, sono un bollettino di guerra: la maratona finale della quindicesima edizione stampa un pazzesco record che supera il 34 per cento di share, lasciando solo macerie attorno a sé. Ecco dove risiede la vera maggioranza bulgara del Paese: Queen Maria ha compiuto il miracolo pop definitivo, unendo nello stesso identico calderone il ragazzino che consuma i video dei falò su TikTok, dove il gradimento sfiora il 70 per cento tra i giovanissimi nella fascia tra i 15 e i 19 anni, e il laureato colto, il professionista del salotto bene, che si nutre delle miserie affettive della provincia con distaccato e cinico voyeurismo sociologico, superando il 25 per cento di share tra i medici e i dirigenti che preferiscono questa fiera del congiuntivo masticato alla noia dei talk show politici.

Poca spesa, massima resa

L’idea originale non è farina del nostro sacco: nasce in Olanda con il titolo di Blind Vertrouwen, ovvero “fede cieca”, poi sdoganato dagli americani di Fox col nome di Temptation Island. La Signora di Mediaset ci vide lungo già nel 2005, quando decise di importarlo come Vero Amore e di condurlo lei stessa, prima di lasciarlo riposare nove anni e rilanciarlo nel 2014 affidando la voce narrante a Filippo Bisciglia. Mettere in piedi questo teatrino nazionale della gelosia gestito dai montaggi dell’autrice storica Raffaella Mennoia costa alla Fascino PGT srl, la cassaforte societaria di Maria partecipata al 50 per cento da Mediaset, letteralmente due lire. Le coppie protagoniste vengono scovate nelle province dell’Anagrafe ignorante e spedite nel resort calabrese in cambio di un rimborso spese irrisorio che oscilla tra i 2.000 e i 2.500 euro complessivi a coppia, un prezzo stracciato per farsi umiliare a sentimenti unificati, mentre i tentatori single viaggiano a rimborsi spese minimi e il conduttore si porta a casa un cachet sì generoso, ma contenuto tra i 45 mila e i 50 mila euro complessivi. Poca spesa, massima resa, zero contratti milionari da difendere.

A fronte di investimenti così ridotti all’osso, Publitalia ’80 vende gli spazi di fine luglio a tariffe da finale di Coppa Italia, gonfiando il fatturato d’area della Fascino verso i 67 milioni di euro per un giro d’affari complessivo che sfiora i 77 milioni, con oltre 8 milioni di profitti distribuiti ai soci e 44 milioni di costi per servizi spesi unicamente per pagare i talent vip delle trasmissioni invernali. Un monopolio che non si esaurisce con la prima serata lineare, ma si espande in modo scientifico sul consumo on-demand bulimico di Mediaset Infinity (da oltre 40 milioni di ore di visualizzazioni), mentre le clip dei falò di confronto colonizzano gli smartphone per settimane intere. È la democrazia del click digitale che azzera completamente l’interesse dei cittadini per i telegiornali istituzionali. 

Altro che Meloni, è De Filippi a godere di un puro consenso popolare

La pancia profonda della nazione preferisce, insomma, proiettarsi nelle dinamiche primordiali regolate sul campo dall’ex gieffino sotto il cielo calabro. Lì si consumano i veri drammi sgrammaticati, dove l’italiano viene preso a calci con la stessa foga dei fidanzati gelosi, tra processi pubblici digitali, condanne e assoluzioni sentimentali che la gente commenta al bar o in ufficio la mattina successiva con una foga che nessun leader politico saprà mai generare. Se la politica di oggi è ridotta a una sfilata di promesse non mantenute e alleanze che saltano al primo brivido d’Aula, Maria offre certezze matematiche riproducibili in laboratorio a ogni maledetta estate. Allora diciamolo senza ipocrisie: bionda per bionda, se la premier in carica non trova la quadra per blindare la stabilità economica dello Stato, la soluzione più efficiente sul piano del puro consenso popolare sarebbe quella di affidare direttamente la guida del Paese a Maria De Filippi.

Maria De Filippi e il potere di Temptation Island: il vero consenso popolare d’Italia
Maria De Filippi con Fedele Confalonieri.

L’Italia ha già votato con il telecomando in mano

Lei la maggioranza assoluta degli italiani ce l’ha già in tasca, senza bisogno di fare patti di governo instabili con Matteo Salvini, che va a fare passerella a Bollate e tira disperatamente per la giacchetta il gioielliere cuneese Mario Roggero prima di rimetterlo in stand-by (definitivo), senza bisogno di litigare con i benzinai sul prezzo del gasolio e senza dover inseguire le grane geopolitiche del calcio italiano, dove la panchina della Nazionale è diventata una barzelletta d’appendice. A Queen Mary basterebbe convocare un falò di confronto a reti unificate per risolvere qualsiasi crisi internazionale o vertenza sindacale, azzerando i costi di gestione a un rimborso spese base per i ministri, obbligandoli a guardare i filmati compromettenti nel capanno prima di parlare, e garantendo un livello di stabilità emotiva e monetaria che questa classe dirigente non è più in grado di sognare. L’Italia ha già votato con il telecomando in mano: la vera premier cavalca un Biscione e governa sovrana.

Caso Delmastro, i deputati della Giunta potranno consultare le chat con Caroccia

Via libera alla consultazione del materiale istruttorio inviato dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi alla Camera assieme alla lettera indirizzata al presidente Lorenzo Fontana, relativo al caso dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e delle sue chat con il ristoratore prestanome del clan Senese Mauro Caroccia. Lo ha deciso il presidente della Giunta per le autorizzazioni Davis Dori (deputato di Avs), dopo lo slittamento tra le polemiche del voto previsto oggi in aula alla Camera.

Dori: «La maggioranza non vuole, ma devo consentire l’accesso alla documentazione»

«La maggioranza non vuole consentire l’accesso alla documentazione e alle chat inviate dalla Procura di Roma. Io invece ho il dovere, come Presidente, di tutelare il diritto di tutti i membri Giunta di poter prendere visione della documentazione per avere un quadro completo. Non c’è motivo perché la Giunta inibisca a se stessa tale accesso, pur entro gli usuali limiti di divulgabilità», ha dichiarato Dori: «Pertanto darò agli uffici, avendo anche vari precedenti, il via libera alla visione della documentazione a partire da domani mattina per consentire di organizzare la visione con criteri di non divulgabilità. Mai la Giunta ha limitato l’accesso a se stessa. Ci sono precedenti in tal senso e non intendo compromettere i diritti dei commissari e violare le prerogative parlamentari».

Caso Delmastro, i deputati della Giunta potranno consultare le chat con Caroccia
Andrea Delmastro e Mauro Caroccia (TIKTOK/BISTECCHERIA DA BAFFO).

I membri della Giunta potranno visionare il materiale dalle 10 del 31 luglio

I membri della Giunta potranno visionare il materiale, che dovrebbe contenere le chat tra Delmastro e Carocci, a partire dalle ore 10 del 31 luglio, con il vincolo di riservatezza. Dori ha spiegato che, dopo la lettera inviata dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi alla Camera sull’uso delle chat, la Giunta dovrà esprimersi sulla necessità di una integrazione istruttoria. Quando all’accesso al materiale della Procura di Roma la maggioranza in Giunta si è espressa in modo contrario.

Autostrade, attesi 16 milioni di veicoli nei due weekend di esodo

Entra nel vivo l’esodo dell’estate 2026. A partire dal primo fine settimana di agosto è infatti atteso un progressivo aumento dei flussi di traffico lungo la rete di Autostrade per l’Italia. In particolare, a partire dalla mattinata di sabato 1° agosto, inizieranno a intensificarsi gli spostamenti in uscita dai principali centri urbani verso le località di villeggiatura. Il picco degli spostamenti si registrerà nel fine settimana del 7 e il 9 agosto. Complessivamente, nei due weekend più intensi dell’esodo, secondo le stime di Autostrade saranno circa 16 milioni i veicoli in transito lungo i 3 mila km di rete gestiti dal Gruppo. Le direttrici maggiormente interessate saranno, come di consueto, l’A1 Milano-Napoli e l’A14 Bologna-Taranto. A partire dalla seconda metà di agosto, inizieranno invece a registrarsi i rientri verso i grandi centri urbani, concentrati prevalentemente nelle giornate di sabato e domenica.

Sospesi i cantieri più impattanti e potenziati i presidi di uomini e mezzi

Per accompagnare gli spostamenti estivi, Autostrade per l’Italia ha predisposto un piano straordinario per la gestione della viabilità che prevede, tra le principali misure, la sospensione dei cantieri maggiormente impattanti lungo le principali direttrici autostradali. Il piano punta a garantire la massima disponibilità delle corsie possibile nei periodi caratterizzati dai maggiori volumi di traffico. Le attività riprenderanno progressivamente entro la prima metà di settembre, una volta esauriti anche i flussi legati al controesodo. A supporto della viabilità sono stati inoltre potenziati i presidi di uomini e mezzi nei punti strategici della rete, pronti a intervenire in caso di necessità e a fornire assistenza agli utenti, e il rafforzamento dei servizi di pronto intervento e dei presidi meccanici e sanitari lungo le tratte gestite da Aspi.

Monitoraggio in tempo reale dalla Control room

Anche per l’esodo estivo 2026, un ruolo centrale nella gestione dei flussi sarà svolto dalla tecnologia e dal monitoraggio in tempo reale della rete. Il cuore del sistema è la Control room di Autostrade, il centro per il monitoraggio del traffico, degli impianti e delle infrastrutture con sede nella direzione generale di Roma. La struttura, disegnata e realizzata da Movyon, polo tecnologico del Gruppo, ha raccolto e gestito nell’ultimo anno oltre 3,5 miliardi di dati provenienti dalla rete – dal funzionamento della viabilità, alla gestione delle emergenze, anche in caso di eventi meteorologici significativi, oltre al monitoraggio costante dello stato delle infrastrutture. Informazioni, dati e immagini arrivano in tempo reale, 24 ore su 24, dalle nove direzioni di tronco distribuite lungo tutti gli asset autostradali. All’interno della Control room opera il Centro operativo viabilità, attivo 24 ore su 24, sette giorni su sette, nel quale confluiscono le informazioni relative agli eventi in corso e a quelli previsti sull’intera rete. In un anno il Centro ha registrato e gestito circa 400 mila eventi legati alla viabilità, assicurando la diffusione delle informazioni attraverso i diversi canali di infomobilità. A supporto del monitoraggio della rete sono attive quasi 5 mila telecamere, di cui circa 3 mila installate nelle gallerie, oltre 900 sensori per la rilevazione dei flussi di traffico e 400 centraline meteorologiche. Un sistema tecnologico diffuso che consente di seguire costantemente l’evoluzione della viabilità e supportare la gestione tempestiva di eventuali criticità.

Tornano le iniziative dedicate all’assistenza dei viaggiatori

Oltre alla tecnologia, a favorire gli spostamenti per le vacanze tornano le iniziative dedicate all’assistenza ai viaggiatori e alla promozione della sicurezza stradale. Autostrade per l’Italia, in collaborazione con la Polizia di Stato e altri enti e associazioni, attiverà presidi medici e veterinari in quattro aree di servizio situate lungo le principali direttrici dell’esodo e del contro esodo, come Teano Ovest e Casilina Est in A1 e La Pioppa Ovest e Sillaro Est in A14. Sarà inoltre possibile informarsi sulle condizioni del traffico, oltre che verificare le regole inderogabili per un viaggio in sicurezza. Per tutta l’estate sarà inoltre potenziato il sistema di infoviabilità di Autostrade, attraverso aggiornamenti costanti sull’app e sul sito autostrade.it, oltre al numero unico 803.111.

Musk torna a sostenere Trump: sta riattivando il suo super PAC conservatore

Aveva rotto con Donald Trump, ma in occasione delle elezioni di metà mandato in programma a novembre Elon Musk tornerà a sostenere il presidente Usa. Axios riporta infatti che l’uomo più ricco del mondo sta riattivando il suo America PAC, political action committee che aveva raccolto e speso la somma record di 260 milioni di dollari per contribuire all’elezione di Trump nel 2024.

Musk torna a sostenere Trump: sta riattivando il suo super PAC conservatore
Elon Musk (Ansa).

Musk in soccorso di Trump in crisi nei sondaggi

Come spiega Axios, il nuovo investimento di Musk andrà ad accrescere l’enorme vantaggio finanziario del Partito repubblicano su quello Democratico, in una fase in cui i bassi indici di gradimento di Trump (in particolare sui temi dell’economia e della guerra con l’Iran) sembrano mettere a rischio il controllo del Grand Old Party sulla Camera e persino al Senato. I PAC repubblicani hanno un vantaggio di oltre 300 milioni di dollari rispetto alle loro controparti democratiche. E questo senza contare i 400 milioni di dollari depositati nel super PAC MAGA Inc. di Trump.

Musk torna a sostenere Trump: sta riattivando il suo super PAC conservatore
Elon Musk e Donald Trump (Ansa).

Musk è il maggior donatore politico individuale nella storia Usa

L’America PAC, scrive Axios, punterà su attività di porta a porta, pubblicità digitale e invii di materiale informativo diretto, con l’obiettivo di mobilitare la base conservatrice, inclusi gli elettori solitamente meno propensi a votare negli anni in cui non si tengono le Presidenziali. I rappresentanti di Musk non hanno voluto precisare l’entità esatta della spesa prevista. Ma, guardando al recente passato, tutto lascia supporre che si tratterà di una somma ingente: le donazioni a favore di Trump effettuate tramite l’America PAC nel 2024 hanno reso Mr Tesla il più grande donatore politico individuale in un singolo ciclo elettorale nella storia degli Stati Uniti.