Visibilia non trova pace. Dopo inchieste, sia giudiziarie sia giornalistiche, e innumerevoli cambi di proprietà si torna alla casella di partenza. Il 25 giugno Europe Restructuring Fund 78, società californiana che controlla il 75 per cento di Athena pubblicità, ha chiuso i rubinetti annunciando di non avere più intenzione di finanziare le due controllate: Omenia Editore, e cioè la vecchia Visibilia Editore, e Visibilia editrice. Il risultato è che il 27 luglio le società sono state messe in liquidazione. Intanto sono stati nominati i liquidatori che dovranno cercare una soluzione che possa permettere di ripagare i creditori. Tradotto: un compratore. A eccezione di Novella 2000, uscita in edicola il 12 agosto, le altre testate del gruppo – Ciak, Visto, VilleGiardini, Pc Professionale eNovella Cucina – sono al momento ferme.
L’ultima copertina di Novella 2000.
Il passaggio da Armaroli a Europe Restructuring Fund 78
La liquidazione segue anni di turbolenze. Dopo il fallimento della cessione di Athena alla finanziaria svizzera Wip Finance, dovuto a a divergenze sulle condizioni sospensive e alle indagini delle autorità elvetiche, a luglio 2025 Daniela Santanchè aveva ceduto a titolo gratuito il 75 per cento della società all’imprenditore bolognese Giorgio Armaroli, proprietario della casa editrice Scripta Maneant. A dicembre però Armaroli aveva a sua volta ceduto la sua quota per la cifra simbolica di 1000 euro alla Europe Restructuring Fund 78. Il restante 25 per cento invece è rimasto in mano alla Alevi di Paola Ferrari, storica amica di Santanchè. Il vero regista dell’operazione però, come scriveva Open, sarebbe stato Andrea Iervolino. Sospetto nato dal fatto che il legale rappresentante di Europe Restructuring Fund 78 fosse l’avvocato romano Federico Bettoni, che siede anche nel cda della Tatatu spa, società del produttore che da marzo edita il sito La Sintesi diretto da Rocco Casalino. Iervolino dal canto suo ha sempre smentito ma, secondo quanto raccontano a Lettera43 fonti interne a Visibilia, il suo nome è tornato a circolare in vista di una composizione negoziata di Athena (si parla di 2 milioni di euro). Intanto le testate sono congelate e gli stipendi arretrati si accumulano.
Uno dei custodi del Museo Accascina, da cui nel giorno di Ferragosto sono state trafugate sei opere di Antonello da Messina (due poi lasciate all’esterno della struttura), è indagato per false dichiarazioni ai pm. Sono diverse le piste seguite dagli inquirenti a caccia della banda: non è escluso che i ladri abbiano potuto contare su una talpa.
Le due tavole di Antonello da Messina rinvenute all’esterno del museo (Ansa).
Come il custode è passato da testimone a indagato
Il custode era stato convocato nei giorni scorsi dai magistrati in qualità di testimone, assieme ad altri tre colleghi in servizio la sera del 15 agosto. Ma, una volta emerse numerose contraddizioni rispetto ai resoconti degli altri addetti alla sorveglianza, la sua audizione è stata sospesa: il custode, da persona informata sui fatti, è stato successivamente iscritto nel registro degli indagati per false dichiarazioni al pubblico ministero. Il custode ha parlato dell’allarme scattato e poi spento da un collega, che ha confermato la circostanza spiegando di averlo fatto pensando a un falso contatto: i pm vogliono capire se il furto sia stato possibile grazie all’incompetenza di chi doveva sorvegliare, oppure se nella squadra dei custodi ci fosse un basista.
Tela nera al posto delle tavole rubate al museo Accascina di Messina (Ansa).
Restano ancora molte ombre sul colpo di Ferragosto
Restano ancora moltissime ombre su quanto accaduto al Museo Accascina di Messina. Come è emerso dalle immagini acquisite dalla polizia, le telecamere di video-sorveglianza hanno ripreso ogni fase del furto. Ma a quanto pare davanti ai monitor dei controlli di sicurezza non c’era nessuno. E perché non è stato dato peso all’allarme, subito disattivato? I custodi del museo, inoltre, avrebbero appreso del furto solo quando le forze dell’ordine hanno bussato alla porta della struttura per capire se le due opere ritrovate sul muretto esterno appartenessero alla collezione d’arte.
Le prime esercitazioni militari congiunte della coalizione dei Volenterosi, riunitasi il 24 agosto 2026 in concomitanza con il 35esimo anniversario dell’Indipendenza dell’Ucraina, si terranno a ottobre-novembre. Lo ha annunciato il presidente francese Emmanuel Macron durante la riunione: «È molto importante continuare a dimostrare la nostra determinazione e prontezza per quanto riguarda le garanzie di sicurezza che abbiamo deciso di fornire. E le esercitazioni su vasta scala che la nostra coalizione condurrà a ottobre e novembre dimostreranno la sua prontezza operativa e la capacità di agire dopo la cessazione delle ostilità». Le esercitazioni erano state annunciate durante la precedente riunione dei Volenterosi a luglio. In quell’occasione, era emerso che a settembre circa 1.500 militari provenienti da Regno Unito e Francia sarebbero giunti in Polonia per partecipare alle esercitazioni internazionali dei Paesi della coalizione. Il governo italiano ha già chiarito che l’Italia non vi parteciperà.
È scattata la grande offensiva economica contro l’Iranannunciata da Donald Trump qualche giorno fa. Gli Stati Uniti hanno varato sanzioni per tutti i Paesi che intrattengono rapporti commerciali con la Repubblica Islamica, al fine di ottenere un isolamento totale dell’economia di Teheran: nel mirino oltre 60 tra organizzazioni, persone e navi in vari Stati collegati all’Iran, compresa la Cina. Tutte entità che, secondo Washington, stanno aiutando i pasdaran a procurarsi «tecnologie nucleari e missilistiche vietate, condurre operazioni informatiche e generare entrate dalla vendita di petrolio», come ha spiegato il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent. Le misure presentate non includono per ora le sanzioni più severe: i Paesi che continueranno a commerciare con l’Iran rischiano però di essere esclusi dal sistema finanziario basato sul dollaro.
Scott Bessent (Ansa).
La taglia sui vertici dei pasdaran
«Gli Stati Uniti hanno intrapreso azioni decisive contro numerose entità, individui e imbarcazioni che agevolano le attività destabilizzanti del regime iraniano», si legge in un comunicato del Dipartimento di Stato. Tra queste attività, precisa la nota, figurano «attacchi contro le forze statunitensi e i loro alleati nella regione, l’acquisto illegale di armi, intrusioni informatiche nelle infrastrutture statunitensi e il traffico di prodotti energetici la cui vendita finanzia il terrorismo a livello globale». E proprio il Dipartimento di Stato ha messo una taglia da 10 milioni di dollari sui vertici militari dei Guardiani della Rivoluzione: Ahmad Vahidi, comandante dei pasdaran; Ali Abdollahi, capo del quartier generale centrale Khatam al Anbiya; Sa’id Aghajani, comandante dell’aerospazio dei pasdaran e dei droni; Hamidreza Lashgarian, responsabile del comando di guerra elettronica; e Majid Khademi, capo dell’ufficio di intelligence.
Teheran: «Pronti a rispondere»
L’ Iran ha promesso ritorsioni contro l’ampliamento delle sanzioni Usa, affermando di essere pronto a rispondere sia sul piano economico che – se necessario – con azioni contro gli interessi vitali americani e gli snodi energetici. Così il ministro dell’Economia Ali Madanizadeh alla televisione di Stato: «I nemici intendono lanciare contro di noi un attacco terroristico economico, ma anche noi abbiamo i nostri strumenti e sappiamo come giocare. La nostra difesa non è più soltanto difensiva: i nemici devono attendersi un attacco». Madanizadeh ha poi aggiunto che né Cina né Russia avrebbero «accettato» le nuove misure varate da Washington.
Pechino: «Sanzioni unilaterali illegali»
«Abbiamo già dichiarato molte volte che ci opponiamo fermamente alle sanzioni unilaterali illegali». Lo ha detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese Lin Jian durante un briefing a Pechino, spiegando che la Repubblica Popolare «adotterà tutte le misure necessarie per salvaguardare fermamente i propri diritti e interessi legittimi».
Pontida sarà «una festa». Lo ha promesso il segretario provinciale bergamasco Fabrizio Sala, tra i frontmen nordisti che hanno promosso la rivolta contro Matteo Salvini. Il rischio, con i veleni fratricidi a livelli mai visti dalle scope su Umberto Bossi, è che il primo raduno senza il Senatur serva più a ‘fare la festa’ a qualcuno. E non è ancora chiaro chi sarà la vittima delle possibili contestazioni: se il segretario federale che il direttivo lombardo ha ‘processato’ e vorrebbe cacciare o se i ‘frondisti’ Massimiliano Romeo e Attilio Fontana, unici big usciti allo scoperto per chiedere un passo di lato del fu Capitano.
Massimiliano Romeo e Attilio Fontana alla Versiliana (Ansa).
Le ombre su Pontida 2026
C’è chi dice che per Pontida non si riescano ad arruolare i volontari, e chi teme le contestazioni a entrambi i fronti e le “botte” sul pratone. Finora gli unici fischiati in pubblico sono Romeo e Fontana, la settimana scorsa alla Versiliana, quando sono stati contestati da tre persone al grido di «C’è solo un capitano». Ma i malpancisti potrebbero protestare semplicemente boicottando il raduno o anche con uno striscione eclatante come nel giugno 2011 quando il vessillo gigante issato sulla collina di fronte al pratone con la scritta «Maroni presidente» (inteso del Consiglio) segnò una svolta nel movimento, primo indizio del clima che portò, dopo gli scandali, alle dimissioni di Bossi.
La riconciliazione tra leader e ‘fronda’ ora è quasi impossibile
Sicuramente il ritrovo traccerà una svolta nel partito più longevo attualmente rappresentato in Parlamento. A meno di un mese dal raduno, i tempi sono stretti. E Salvini ha poco margine per chiudere la mediazione per una intesa sulla gestione più collegiale, che però finora non s’è trovata. Di questo infatti si discute da mesi. A inizio giugno è fallito il tentativo di arrivare a un accordo: nuovo statuto federale e coinvolgimento di Luca Zaia. Tutti i testi proposti da Roberto Calderoli sono stati respinti al mittente prima dello showdown del direttivo lombardo del 7 agosto e dell’intervista di Ferragosto in cui il governatore lombardo Fontana non ha escluso un passo indietro di Salvini. Tra il direttivo e l’intervista si erano mossi gli sherpa per cercare una riconciliazione che, dopo la contestazione della Versiliana, con in sala presenti anche l’amico fraterno di Salvini Eugenio Zoffili e il quasi cognato Tommaso Verdini, ormai è quasi impossibile da trovare.
Roberto Calderoli (Ansa).
Salvini tenterà di rompere il fronte dei nordisti
Il piano del ministro delle Infrastrutture sembra quindi esser quello di ‘rompere’ il fronte dei nordisti cercando una intesa che preveda il coinvolgimento di Zaia e del governatore del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga (da settimane silenti sul tema). Mentre sui lombardi è stato chiaro: nel comizio/intervista a Pinzolo, si è detto pronto a coinvolgere tutti, tranne quelli che si «autoescludono». Romeo e Fontana sembrano essersi spinti troppo oltre per ottenere una ricomposizione. Secondo i salviniani non hanno il partito dietro di loro. E agiscono solo per ambizioni personali e volontà di decidere le liste alle Politiche. Non è però facile capire che cosa significhi avere il partito dietro. Né realmente chi appoggi questa ‘rivolta’, movimento assai inusuale in un partito da sempre vissuto con la forma mentis del culto del capo.
Maurizio Fugatti, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga (Ansa).
La fronda lombarda e il ruolo di Giorgetti
Sicuramente si sono espressi a favore di un rinnovamento del vertice i segretari provinciali del partito a Brescia, Bergamo, Varese e Sondrio, che a breve andranno a congresso (tra settembre e ottobre). La fronda lombarda è composta da tanti che non sono stati ricandidati da Salvini nel 2022, come Simona Pergreffi e Daniele Belotti, ex deputato, ex segretario bergamasco e storico presentatore di Pontida. Ma anche dall’assessore lombardo Massimo Sertori, vicinissimo a Fontana e a Giancarlo Giorgetti. Il ministro dell’Economia è ritenuto infatti uno dei big, che, insieme a Calderoli, gioca su più tavoli, e comunque non è contrario a un rinnovamento della leadership. Tanto che in diversi hanno notato la frecciata lanciata da Salvini a Pinzolo, quando ha invitato chi lo critica per le cose non realizzate dal governo al Nord di andare a bussare a via XX Settembre.
Giancarlo Giorgetti (Ansa).
Le incognite Romeo e Fontana
Tra i lombardi la coppia composta da Silvia Sardone e Davide Caparini avrebbe aperto un canale di mediazione tra Salvini e Romeo-Fontana (con i quali hanno buoni rapporti). Ma lo spazio per una ricomposizione è strettissimo. C’è poi da capire se l’emarginazione di Romeo-Fontana può essere una soluzione, come pensa Salvini. Romeo è il segretario della Lega lombarda e capogruppo al Senato. Lo farà dimettere da uno dei ruoli? Fontana sarà in carica fino al 2028. Cosa farà? Lo spingerà a lasciare in anticipo Palazzo Lombardia lasciando la candidatura a FdI come siglato con Giorgia Meloni prima del via libera alla corsa di Alberto Stefani in Veneto? Difficile che ciò avvenga. Neanche Salvini può permettersi la rottura. E poi siamo così sicuri che i silenti Zaia e Fedriga siano ancora disposti a fare il sacrificio di candidarsi da capolista alle Politiche del 2027?
Davide Caparini (Imagoeconomica).
L’attendismo cronico di Zaia
Qualche mese fa, in privato, Zaia ammetteva di sentirsi costretto a farlo. Ora, a chi glielo chiede, risponde dicendo che ormai «è tardi», non si può più fare nulla per risollevare le sorti del partito. L’ex governatore veneto non riesce a scrollarsi di dosso l’etichetta del politico più cringe che gli hanno affibbiato i The Journalai. Gli interessa solo il suo podcast Il fienile che vorrebbe vendere alle reti dei Berlusconi. E, tra un post sui gelatai realizzato con l’IA e un filmato-intervista ai Righeira, i suoi toni sono sempre più attendisti e la soluzione sempre quella del logoramento imminente del leader.
Alcuni salviniani duri e puri potrebbero abbandonare il capo
Insomma, i lombardi sono stati coraggiosi a chiedere la rimozione di Salvini, il trentino Maurizio Fugatti ancora di più perché ha rifiutato la foto con il capo (mentre aveva postato con rilievo quella con Giorgetti in vacanza qualche giorno fa), ma forse tutti gli sforzi sono stati inutili.
Maurizio Fugatti con Giancarlo Giorgetti (da Instagram).
Forse è più semplice che tutti questi big si “autoescludano” e rimanga solo «la Salvini premier», come chiama la Lega da anni l’espulso Paolo Grimoldi. Salvini vada pure alle Politiche solo per la sua strada e solo dopo si vedrà come raccogliere i cocci di quel che resterà. Il quadro sarebbe già abbastanza contorto se non mancasse un ultimo tassello. I salviniani duri e puri che, sotto traccia, hanno già fatto sapere a chi di dovere di essere pronti a passare all’altro fronte. Caratteristica tipica del mestiere di chi fa politica, il trasformismo, in questa categoria i ben informati annoverano insospettabili come i lombardi Andrea Crippa e Luca Toccalini, e i veneti Andrea Tomaello e Alberto Stefani.
Leonardo Maria Del Vecchio lascia tutti gli incarichi in EssilorLuxottica per dedicarsi a nuovi progetti imprenditoriali. L’ha annunciato lui stesso in una lettera al cda, come confermato da un portavoce del gruppo italo-francese che lo ringrazia per «aver contribuito alla crescita e alla realizzazione della visione strategica voluta dal padre». Alla base dell’addio ci sarebbero divergenze con l’amministratore delegato e presidente Francesco Milleri. Nella sua missiva, sottolinea che a suo parere la società è diventata più «distante» e «impersonale» e si è indebolito il rapporto con le persone che lavorano nel gruppo. «L’entusiasmo non è quello di prima. Il senso di appartenenza non è quello di prima. La distanza si sente», scrive Del Vecchio, aggiungendo che «le persone lo sanno prima dei mercati». Il riferimento è dunque alla gestione di Milleri, manager scelto dal fondatore di Luxottica per guidare il gruppo dopo la sua morte.
Pompei punta anche sulle visite serali. Tra giugno e ottobre 2026, è attivo presso il parco archeologico un nuovo progetto di illuminazione temporanea della Palestra grande e del Foro triangolare, realizzato con il contributo di Enel, per accompagnare il calendario degli spettacoli e ampliare la fruizione del sito nelle ore notturne. L’attivazione dell’impianto segue il programma degli eventi previsti presso il parco: la Palestra grande viene illuminata nelle serate dei concerti all’Anfiteatro, mentre il Foro triangolare durante quelle organizzate al Teatro grande. Oltre a garantire l’illuminazione dei percorsi di accesso e di uscita, il progetto valorizza alcuni degli ambienti più rappresentativi dell’antica città attraverso un sistema illuminotecnico studiato per integrarsi con il contesto archeologico.
Il progetto di illuminazione
Per la Palestra grande, il complesso monumentale di età augustea situato accanto all’Anfiteatro, sono stati previsti proiettori e apparecchi lineari a LED a luce bianca destinati a evidenziare il portale d’ingresso, le alberature e la recinzione della grande piscina centrale. Per quest’ultima è stata anche pensata un’illuminazione dinamica dai toni blu, così da enfatizzarne la presenza senza alterare la percezione complessiva dello spazio. Nel Foro triangolare, l’area sacra situata su un promontorio di roccia lavica che domina la valle del Sarno, l’intervento si concentra invece sulla valorizzazione degli elementi architettonici del sito, dalle colonne doriche al tempio dorico fino ai gradoni, al muro centrale e alla parete del Teatro grande. L’illuminazione accompagna il percorso dei visitatori verso le aree dedicate agli spettacoli, contribuendo a rendere più leggibile il patrimonio monumentale anche nelle ore serali.
Pompei illuminata da Enel (Enel).
L’innovazione al servizio della bellezza
L’iniziativa rappresenta un esempio di applicazione delle tecnologie illuminotecniche alla tutela e alla valorizzazione dei beni culturali. L’obiettivo non è modificare la percezione del sito, ma migliorarne la fruizione in occasione degli eventi, con un approccio che coniuga efficienza energetica, qualità della luce e rispetto del contesto storico. In questo quadro si inserisce il contributo del Gruppo guidato da Flavio Cattaneo, che porta le proprie competenze nel campo dell’illuminazione al servizio di uno dei principali siti archeologici italiani.
La stagione cinematografica appena terminata ha visto trionfare il ritorno degli Avatar, dell’Uomo Ragno e della rilettura del classico omerico dell’Odissea.
Il 31 luglio si è conclusa quella che, prima della pausa d’agosto, tradizionalmente viene definita la stagione cinematografica nella nostra penisola.
Eccoci, per il diciannovesimo anno, a dare uno sguardo a quelli che sono stati i film di genere fantastico (fantascienza, fantasy, horror) che hanno attratto più spettatori nei cinema, nel periodo che va dal 1° agosto 2025 al 31 luglio 2026, e qual è stato di media il gradimento del pubblico.
Cominciamo doverosamente col citare quello che in assoluto è stato il film più... - Leggi l'articolo
CINEMA - Cinema - 25 agosto 2026 - articolo di Roberto Taddeucci
Avanti un altro! Alla già lunghissima lista di candidati alla successione di Beppe Sala si aggiunge Gabriele Abbiati, neodirigente di Patto per il Nord. La sua candidatura non è ancora ufficiale, ma – come può anticipare Lettera43 – sta rapidamente maturando in seno al cartello di movimenti settentrionalisti fondato due anni fa da ex leghisti delusi dalle politiche nazionaliste e sovraniste di Matteo Salvini e desiderosi di tornare alle istanze originali di Gianfranco Miglio e Umberto Bossi. Proprio quest’ultimo – mancato lo scorso marzo – aveva benedetto la nascita del nuovo soggetto, guidato da Paolo Grimoldi e successivamente rinforzatosi passo dopo passo con le adesioni di Grande Nord, Rete22, Associazione Gianfranco Miglio, Rete per il Nord, Forza Nord, Autonomia e Libertà e diverse altre sigle minori, non solo afferenti all’ambito leghista.
Paolo Grimoldi (Imagoeconomica).
Un programma da Carroccio prima maniera
Gli obiettivi politici recuperano pari pari quelli del primo Carroccio: diventare un vero e proprio “sindacato del Nord” per rappresentare a Roma tutte le istanze del territorio più produttivo d’Italia, a partire dalla questione del residuo fiscale. «A Milano vale circa 11 miliardi di euro, una cifra che coprirebbe per intero il bilancio comunale», confida un esponente del movimento. Si sottolinea inoltre l’intenzione di ergersi a baluardo non solo dei “milanesi”, ma anche di vive in città – staccandosi quindi dalla remigrazione e dalle posizioni estremiste che ruotano intorno a Roberto Vannacci – attraverso una legge speciale che dia a Milano le stesse risorse e gli stessi poteri di cui gode Roma, potenziando nel contempo la Città Metropolitana.
Un ex leghista lontano dal celodurismo
Non è un caso che il frontman più accreditato di questa difficilissima sfida sia Abbiati, ex leghista entrato a Palazzo Marino nel 2019 al posto di Salvini, allora proiettato verso il governo Roma e oggi in fortissima crisi. Abbiati, 39 anni, è un ex leghista davvero sui generis: mite, pronto al dialogo, attivo nel sociale, paziente arbitro nei tornei di calcio ACLI (dove certi calciatori amatoriali fanno più bizze dei politici di professione), più attento ai rapporti umani che ai diktat politici e, si dice, mai sdraiato sugli input provenienti da via Bellerio. Per questo è apprezzato trasversalmente anche dagli avversari, sia quelli incontrati a Palazzo Marino, sia quelli della precedente esperienza nel Municipio 9 (Niguarda, Affori e Bruzzano), dove ha mosso i primi passi in politica.
Gabriele Abbiati.
Le ambizioni di Bernardelli
È iniziata molto prima la traiettoria di Roberto Bernardelli, imprenditore del settore alberghiero entrato in politica negli Anni 80 sulla scia del fenomeno-Bossi. Presidente del Patto per il Nord, ex leghista e già fondatore del partito Pensionati e del Grande Nord, Bernardelli a 77 anni è ancora molto attivo, conduce una trasmissione televisiva autogestita, e non disdegnerebbe certo di essere lui il candidato sindaco di questa eterogenea aggregazione.
Roberto Bernardelli (Ansa).
Tutto, al momento, propende però nella direzione di Abbiati, che insieme a Grimoldi dovrà decidere dove orientare questo temerario vascello: il porto finale è una sfida in solitaria o si troveranno produttive alleanze lungo il percorso? Occasioni di incontro certamente non mancheranno: l’amichevole Abbiati si è incamminato lungo una strada già frequentata, nel centrodestra, dal moderato Maurizio Lupi alla pasionaria salviniana Silvia Sardone, dal civico Antonio Civita al redivivo Pietro Tatarella, dall’outsider Giovanni Terzi all’immancabile Alessandro Spada (ai quali, a destra destra, si aggiunge il vannacciano Carmelo Burgio). Vincere sarà complicato, stringere accordi molto meno.
Con un messaggio sul suo social Truth, Donald Trump ha annunciato che a partire «dal primo gennaio 2027 i dazi su tutte le auto, i camion (grandi e piccoli), la componentistica automobilistica e l’acciaio» provenienti dal Canada «saliranno al 50 per cento». Nel suo post, il tycoon ha accusato Ottawa di aver «truffato» per anni Washington con le sue tariffe «scandalosamente elevate» sui prodotti agricoli statunitensi: «Non è sostenibile, non più. Il Canada non sarà più trattato come uno Stato! Anche sul fronte commerciale, oltre che sotto altri aspetti, è una delle nazioni con cui è più difficile trattare al mondo. Noi non abbiamo bisogno del Canada, sono loro ad aver bisogno di noi».
Il post di Trump su Truth.
E pensare che il 19 giugno Trump aveva annunciato su Truth la sospensione per tre giorni dei nuovi dazi del 50 per cento su un’ampia gamma di prodotti provenienti dal Canada, che sarebbero dovuti entrare in vigore quel giorno. Alla base della decisione progressi – a questo punto finiti nel nulla – nelle trattative tra Washington e Ottawa.
La prevista visita a Mosca di Steve Witkoff e Jared Kushner, inviati di Donald Trump, è stata rinviata «poiché non esiste un’agenda sufficientemente sostanziosa per l’incontro» e, certamente, non si terrà prima di settembre. Lo ha riferito alla Tass Ivan Timofeev, direttore generale del Consiglio Russo per gli Affari Internazionali. Witkoff e Kushner in questi giorni erano (in teoria) attesi sia a Kyiv che a Mosca: i due hanno però disertato le celebrazioni per il 35esimo anniversario dell’indipendenza dall’Unione Sovietica in Ucraina e adesso è arrivata anche la notizia che non si presenteranno in Russia.
Timofeev: «Un conto è fare tentativi, un altro è ottenere risultati»
«È positivo che ci sia una certa attività da parte americana e dei tentativi, seppur procedendo per tentativi ed errori, di individuare un approccio praticabile», ha dichiarato Timofeev: «Ciò contrasta con l’atteggiamento dell’Amministrazione Biden, che non ha intrapreso iniziative di questo genere. Tuttavia, un conto è fare dei tentativi, un altro è ottenere risultati. E di questi ultimi non se ne sono ancora visti». Del rinvio della visita di Witkoff e Kushner ha parlato anche il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, il quale ha ribadito la disponibilità da parte di Vladimir Putin a un nuovo incontro con gli emissari di Trump. Resta da capire, ha sottolineato, quali proposte presenteranno al Cremlino.
Secondo la testata svizzera Neue Zürcher Zeitung, la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde è vicina a prendere il timone del World Economic Forum: l’attuale leadership di Davos è affidata al momento ai co-presidenti Larry Fink (ceo di BlackRock) e André Hoffmann (vicepresidente di Roche), che dovrebbero lasciare dopo il prossimo vertice annuale, previsto a gennaio del 2027.
L’investitura da parte del fondatore del Wef
Lagarde, membro del cda del World Economic Forum da 18 anni e considerata dal fondatore Klaus Schwab una candidata ideale alla guida dell’organizzazione, avrebbe dato la propria disponibilità a ricoprire l’incarico dopo l’investitura ricevuta dal board riunitosi a Cologny, vicino a Ginevra. Se ciò accadesse, diventerebbe la prima donna a guidare il Wef. A luglio Lagarde ha aperto alla possibilità di lasciare la guida della Banca centrale europea prima della scadenza naturale del mandato nell’autunno del 2027 (è in carica dal 2019), facendo intendere di volersi impegnare nella campagna per le prossime elezioni presidenziali francesi.
Futuro Nazionale ha pubblicato la seconda parte della sua Base Ideologica e Programmatica, che parte dal consueto presupposto dei vannacciani: l’identità cristiana «come elemento pubblico della tradizione nazionale». Tanti i “no” snocciolati nel documento: da quello all’aborto (che non sarebbe un diritto), a quello al matrimonio tra persone dello stesso sesso, fino a quello all’eutanasia. «Dopo la prima, dedicata a remigrazione ed economia, questa volta mettiamo al centro ciò che decide il futuro di una Nazione: la famiglia, le politiche di riattivazione demografica, la difesa della vita, la sovranità digitale, la cybersicurezza, il sociale e le scelte di difesa», spiega Roberto Vannacci prima di approfondire i singoli temi dal sito del partito.
Per Vannacci «l’aborto non è un diritto»
«Il matrimonio rimane l’unico istituto di coppia, perché solo la procreazione ha rilievo pubblico. Difendiamo la vita dal concepimento alla morte naturale, rifiutiamo eutanasia e omicidio del consenziente, garantiamo le cure palliative e vietiamo di far morire di fame e di sete», si legge nel programma di FN. «Come già stabilito dalla legge 194/1978 l’aborto non è un diritto». Il concepito, anzi, dovrebbe essere «soggetto titolare di interessi giuridicamente tutelati»: riconosciuto già in gravidanza per bonus e agevolazioni, dalle borse di studio alle case popolari, con aggravanti per i reati contro donne incinte che ne provochino la perdita. Vannacci poi elenca una serie di proposte: «esenzioni progressive per chi ha figli, il “Reddito di Rinascita” per le madri e il Mutuo Tricolore che azzera gli interessi al terzo figlio e le “quote azzurre” per facilitare i trasferimenti alle famiglie numerose dei dipendenti delle Pubbliche amministrazioni». Inoltre l’ex generale vorrebbe l’istituzione «del ministero della Vita, della Famiglia naturale e dell’Identità, della Giornata nazionale della Vita nascente il 25 marzo e di un Piano nazionale per la Vita nascente e la Prevenzione dell’Aborto».
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
No a «eutanasia e omicidio del consenziente»
Visto che la posizione di Futuro Nazionale è quella «pro-vita dal concepimento alla morte naturale», da qui il netto no a «eutanasia e omicidio del consenziente (dalla sinistra detto suicidio assistito)». FN vuole pertanto «l’applicazione piena della legge sulle cure palliative (oggi precluse a circa il 70 per cento degli aventi diritto perché sinistra e ipodestra non stanziano quanto necessario) e potenziamento della terapia del dolore». Idratazione e alimentazione «non saranno considerate come terapie, perché non lo sono, e nessuno potrà più esser fatto morire intenzionalmente di fame e di sete». Si legge poi nel programma: «Sospendibili solo i trattamenti oggettivamente sproporzionati perché non raggiungono l’effetto, creano più danni fisiologici che benefici o producono un dolore fisico la cui sopportazione richiederebbe, sul piano oggettivo e non soggettivo, una capacità eroica. Consentite terapie di riduzione del dolore che, indirettamente, possano provocare un accorciamento della vita, senza però poter mai voler produrre direttamente e intenzionalmente la morte: ciò sarebbe omicidio».
FN vorrebbe l’abrogazione delle unioni civili
La seconda parte del programma di Futuro Nazionale, ovviamente, sottolinea come la famiglia naturale debba essere «fondata sull’unione di uomo e donna come modello da sostenere con politiche fiscali, abitative, asili nido e congedi». In tal senso, la proposta più netta è l’abrogazione delle unioni civili: «Le facoltà oggi collegate all’istituto (permesso lavorativo per visite ospedaliere, visita carceraria, disposizioni personali, rappresentanza legale, eredità, ecc.) verrebbero ricondotte a diritti individuali esercitabili dal cittadino verso la persona da lui indicata, senza necessità di elevare il rapporto sessuale a criterio di concessione dei diritti».
Maternità surrogata: chieste pene più severe
Passando a un tema correlato, il programma di Futuro Nazionale dichiara la «contrarietà alla fecondazione eterologa»: adozioni e affidi dovrebbero essere possibili solo «per la famiglia, composta da un uomo e da una donna coniugati». Nel documento si auspicano poi pene più severe per chi ricorre alla maternità surrogata: 5-10 anni di reclusione la sanzione per il cosiddetto utero in affitto e interdizione dai pubblici uffici per chi viene condannato «essendo reato analogo alla riduzione in schiavitù». Vannacci propone inoltre «il divieto di trascrivere atti che attribuiscano al medesimo bambino due madri o due padri: nessuna menzogna in materia d’anagrafe».
Stop in tv ai contenuti genderisti/omosessualisti
Per i vannacciani deve diventare reato universale – perseguibile cioè anche se commesso all’estero – ogni pratica che in qualsiasi modo possa aiutare il cambiamento di genere per i minori. Da vietare pertanto «interventi chirurgici di riassegnazione del sesso, ormoni cross-sex e bloccanti della pubertà sui minorenni». E, nei pensieri dell’ex generale, anche i contenuti scomodi in tv con «l’estensione della fascia protetta televisiva 6-23 con tanto di divieto di contenuti audiovisivi genderisti/omosessualisti quando possano essere esposti i bambini e il rifiuto di direttive internazionali volte alla promozione dell’agenda Lgbt».
Una violenta esplosione si è verificata, nella mattina di lunedì 24 agosto 2026, in un appartamento all’ultimo piano di una palazzina a Cassino in via Guado Santa Maria. Il tetto dello stabile è crollato. Le cause sono in corso di accertamento e i sospetti si concentrano su una fuga di gas. Due persone sono rimaste gravemente ustionate e trasferite in elicottero al centro Grandi Ustionati presso l’ospedale Sant’Eugenio di Roma. Sul posto Vigili del fuoco, Carabinieri, personale sanitario, il sostituto procuratore della Repubblica Laura D’Elia ed il sindaco Enzo Salera.
«Tira ‘na giannetta» è un detto popolare romano che evoca l’arrivo di un vento freddo, pungente. Una corrente che annuncia tempesta dalle parti di Forza Italia. A partire dalla Calabria, dove Roberto Vannacci ha candidato per le suppletive del 27 e 28 settembre indette per sostituire il sindaco di Reggio Francesco Cannizzaro,Domenico Giannetta, fino a qualche ora fa capogruppo azzurro in Regione, che dopo essere stato cacciato dal governatore Roberto Occhiuto è passato al Misto. Uno schiaffo doppio e forse pure triplo quello assestato dal generalissimo a FI. Non solo in faccia ad Antonio Tajani, leader già nel mirino di Arcore e recentemente sfidato da Paolo Zangrillo. La botta è arrivata anche al presidente calabrese vicino ad Arcore – anche se Giannetta ha precisato che lo strappo non è stato dovuto a dissapori con Occhiuto – e forse ha colpito di striscio anche Marina Berlusconi che pare abbia imposto come candidato il fidato Fabio Roscioli, tesoriere nazionale del partito e avvocato di Fininvest. FN, scegliendo come primo candidato nazionale Giannetta, tenta il colpaccio simbolico. Nel post con cui ha annunciato la candidatura dell’ex capogruppo azzurro in Regione, Vannacci ha giocato pesante sottolineando «la differenza tra noi e la politica rancida e poltronara di Forza Italia che preferisce candidare un romano sconosciuto al territorio usando i voti dei reggini».
Le suppletive nel collegio di Reggio Calabria, del resto, sono «l’ultimo e unico test politico-elettorale prima del voto per il nuovo Parlamento previsto tra la primavera e l’autunno del 2027», ricorda il futurista calabrese Domenico Tellini. «Si tratta, pertanto, di un’elezione a forte valenza nazionale che, sia pure in un ambito circoscritto, servirà a pesare le coalizioni». FN con Giannetta punta a conquistare gli elettori di FI delusi e, parole di Tellini, «traditi dalla svendita del collegio a candidature imposte da Arcore». Il guanto si sfida dunque è lanciato: «Occhiuto si interroghi sulle promesse mancate e dello stato del suo partito in tutta la Calabria dove il malumore di tanti forzisti potrebbe portarci tante altre adesioni che noi accoglieremo per una nuova destra calabrese con Futuro Nazionale». Una mossa, la candidatura di Giannetta, che è anche un messaggio diretto al partito di Giorgia Meloni: «A Reggio Calabria offriremo un’alternativa a quanti nel centrodestra non si riconoscono più in una destra moderata e sbiadita che candida un romano senza alcun radicamento sul territorio», ha messo in chiaro il commissario di Futuro Nazionale Calabria Domenico Furgiuele. «A chi si sente di destra ma non si riconosce nella deriva democristiana di Fratelli d’Italia diciamo che è tempo di tornare a casa, è tempo di tornare veramente a destra. E agli elettori delusi di una Forza Italia i cui rappresentanti arrivano a definire l’immigrazione un fenomeno antico, irreversibile e positivo, diciamo che oggi un’alternativa esiste».
Roberto Occhiuto e Antonio Tajani (Imagoeconomica).
Volpi fonda l’ALF
Gli ex leghisti si danno un gran daffare. E non solo in Futuro Nazionale. Pochi giorni fa Raffaele Volpi, ex sottosegretario alla Difesa nel Conte I e già presidente del Copasir, ha annunciato la creazione di un nuovo movimento, ALF-Area Liberale Federalista. Nella sonnecchiosa afa agostana ecco una «nuova area politica e culturale, liberale e riformista» promossa insieme con Jonny Crosio, già deputato e senatore del Carroccio e Walter Togni. «Alf non nasce contro qualcuno», precisano i fondatori. «Nasce per dare rappresentanza a chi produce, a chi lavora e a chi chiede allo Stato risposte verificabili al posto degli annunci […]. Il percorso istituzionale dei promotori non è un titolo da rivendicare: è il capitale di esperienza messo a disposizione di un’area centrale, moderata e pragmatica che nel Paese esiste già, ma non ha ancora una casa politica capace di rappresentarla con serietà». Gli “alfisti” si dichiarano riformisti e naturalmente federalisti: «Il nostro federalismo è una forma di organizzazione efficiente dello Stato, non una rivendicazione territoriale né una spinta separatista». In politica estera poi è netto il sostegno all’Ucraina, lo stesso che portò Volpi a lasciare la Lega salviniana nel 2022. «Alf sceglie di essere in Ucraina perché lì passa una parte decisiva del futuro dell’Europa», scrivono. «La frontiera della sicurezza euro-atlantica e il luogo dove si misura il diritto di un popolo a difendere la propria indipendenza. Essere al fianco di Kyiv significa difendere un’idea di Europa capace di assumersi le proprie responsabilità». Amen.
Alessandro Filippi, direttore generale di Ama dal 2023, è morto a Roma all’età di 56 anni a causa di una malattia. Ingegnere meccanico e già manager di Acea, era stato dg in Ama anche tra il 2014 e il 2016, apportando radicali cambiamenti su tutti i piani gestionali societari. Il cda della società, in una nota di cordoglio, ha ricordato alcuni successi di Filippi, tra cui la gestione di importanti eventi come le esequie di Papa Francesco, l’intronizzazione di Leone XIV e il Giubileo dei Giovani svoltosi a Tor Vergata. Occasioni durante i quali «l’operato dell’azienda è stato unanimemente riconosciuto». Ha inoltre «lavorato al rinnovamento di Ama dalla realizzazione di Ucronia, il programma di digitalizzazione dei servizi di spazzamento stradale e raccolta dei rifiuti, al rinnovamento della flotta, alla riorganizzazione dei servizi sul territorio fino all’avvio della costruzione dei nuovi impianti per la chiusura del ciclo dei rifiuti».
Il cordoglio del sindaco
Appresa la notizia, il sindaco Roberto Gualtieri ha diffuso una nota di cordoglio: «Roma perde un grande manager, che con competenza, passione e straordinaria dedizione ha guidato Ama in anni decisivi, contribuendo in modo fondamentale al cambiamento e al rilancio dell’azienda. Alessandro ha lavorato senza mai risparmiarsi, con un impegno e un attaccamento al servizio pubblico che non sono mai venuti meno, fino agli ultimi mesi. In questi anni ho avuto modo di apprezzarne, oltre alle grandi qualità professionali, la serietà, la generosità e il forte senso di responsabilità con cui ha affrontato ogni sfida. La sua scomparsa rappresenta una perdita dolorosa per Roma e per tutti noi. Alla sua famiglia rivolgo il mio abbraccio più affettuoso e il cordoglio di tutta la città, insieme a una particolare vicinanza a tutte le lavoratrici e i lavoratori di Ama che hanno condiviso con lui questi anni di intenso lavoro».
È stata fissata al 7 settembre l’udienza per Valter Lavitola davanti al Tribunale del Riesame di Roma. Il faccendiere, che ha confessato di essere il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci, tramite i suoi legali Sergio e Arturo Cola, ha chiesto la scarcerazione e contestato l’aggravante del metodo mafioso. Nel frattempo, il pm Edoardo De Santis ascolterà tre dei quattro indagati accusati di essere gli esecutori materiali dell’attentato.
Sigfrido Ranucci (Ansa).
Ranucci sarà sentito come persona informata sui fatti
Dopo l’udienza al Riesame, Ranucci sarà poi convocato dai magistrati come persona informata sui fatti. Continuano a rincorrersi le voci di una ricollocazione del giornalista all’interno della Rai, che avrebbe deciso di procedere dopo le verifiche interne sul rispetto del codice etico aziendale. Ranucci non verrà sospeso e non perderà nemmeno il ruolo di vicedirettore di Rai 3, ma – tranne clamorose sorprese – riceverà la comunicazione della chiusura della lunga stagione alla conduzione di Report, iniziata nel 2017.
Gli Stati Uniti hanno annullato una grande esercitazione congiunta di sbarco anfibio con la Corea del Sud: denominata “Ssangyong” e annunciata a marzo, si sarebbe dovuta tenere a settembre lungo le coste di Pocheon, nel Paese asiatico. Invece è stata cancellata, ha fatto sapere il portavoce militare sudcoreano Han Seung, a causa delle limitazioni nella disponibilità di forze Usa legate alla guerra con l’Iran.
Soldati statunitensi durante le esercitazioni Ssangyong del 2023 (Ansa).
L’ordine di Trump: ridurre le esercitazioni militari con Seul
Oltre alla necessità di dispiegare truppe in Medio Oriente, dietro c’è però altro. Pochi giorni fa, alla vigilia delle esercitazioni “Ulchi-Freedom Guardian”, puntando il dito contro la Corea del Sud per il rifiuto di partecipare alla campagna americana per la «denuclearizzazione» dell’Iran, Donald Trump ha infatti ordinato al Pentagono di ridurre sensibilmente le esercitazioni militari congiunte con le forze di Seul, in particolare di quelle che simulano un attacco da parte di Pyongyang, giustificando la decisione con i suoi «ottimi rapporti» con il dittatore Kim Jong-un. Il tycoon ha spiegato che le esercitazioni sono troppo costose e «mandano un segnale completamente inappropriato e ostile» alla Corea del Nord, definita un Paese «non minaccioso e rispettoso» degli Usa.
Portaerei Usa in Corea del Sud per le esercitazioni Ssangyong del 2023 (Ansa).
L’Olanda non parteciperà all’Eurovision Song Contest 2027 perché la manifestazione «non può più essere considerata neutrale» alla luce delle divisioni sulla guerra a Gaza. Lo ha annunciato l’emittente pubblica olandese Avrotros. «È innegabile che i conflitti internazionali incidano sempre di più sul concorso, minandone il carattere neutrale. L’Eurovision è quindi diventato una piattaforma di divisione», ha dichiarato il direttore generale Taco Zimmerman. La nota non cita Israele, ma diversi Paesi avevano già boicottato l’edizione del 2026 per protestare contro la partecipazione israeliana. L’Esc 2027 si terrà a Burgas, in Bulgaria, l’11, il 13 e il 15 maggio 2027. L’European broadcasting union, l’ente che organizza il concorso, ha introdotto una nuova regola per cui se a vincere è un Paese coinvolto in un conflitto armato non potrà ospitare l’edizione successiva.
Il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha comunicato che, in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti, oggi – lunedì 24 agosto 2026 – il prezzo medio della benzina modalità “self service” lungo la rete stradale nazionale è pari a 2,010 euro al litro, mentre quello del gasolio è arrivato a 2,131 euro al litro. Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio self è di 2,088 euro al litro per la benzina e 2,204 euro al litro per il gasolio. Come sottolinea il Codacons, in autostrada il prezzo medio del gasolio ha superato il record storico raggiunto nella settimana del 14 marzo 2022, quando un litro di diesel costava in media in Italia 2,154 euro al litro. Ieri il ministro delle Finanze Giancarlo Giorgetti, assieme a quello dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, ha firmato il decreto che attiva il meccanismo delle accise mobili, prorogando di due giorni, cioè fino al 26 agosto, lo sconto di 17 centesimi sul gasolio. Come sottolinea il Codacons, a partire dal 27 agosto, senza nuovi interventi da parte dell’esecutivo, il gasolio volerà sulla rete ordinaria a una media di oltre 2,3 al litro, mentre in autostrada il prezzo medio è destinato a salire a 2,37 euro.
Prima candidatura per un seggio in Parlamento per un esponente di Futuro Nazionale: l’ormai ex capogruppo forzista in Consiglio Regionale Domenico Giannetta correrà infatti col partito di Roberto Vannacci in occasione delle suppletive che si svolgeranno domenica 27 e lunedì 28 settembre nel collegio uninominale 05 di Reggio Calabria, per assegnare il seggio alla Camera rimasto vacante dopo l’elezione di Francesco Cannizzaro – deputato azzurro dal 2022 – a sindaco della città.
Ci sono già vannacciani alla Camera. Ma si tratta di deputati che erano stati eletti con altri partiti e poi passati dalla parte dell’ex generale. L’eventuale approdo – anzi ritorno – di Giannetta a Montecitorio rappresenterebbe dunque una prima volta. E già lo è, appunto, la sua candidatura. Medico chirurgo nato a Reggio Calabria nel 1970, Gianetta è alla sua quarta legislatura regionale ed ha già avuto un breve passato come deputato dal 31 marzo al 7 maggio 2020, data in cui aveva rinunciato al mandato per mantenere il seggio in Regione. Rieletto nel 2025 sempre con Forza Italia, Gianetta era diventato poi capogruppo azzurro lo scorso dicembre. «Amante della natura e dell’agricoltura biologica», come si legge sul sito del Consiglio regionale della Calabria, Giannetta è medico volontario della Croce Rossa Italiana. Dal 2014 al 2019 è stato sindaco di Oppido Mamertina dal 2014 al 2019 e anche capogruppo di Forza Italia al Consiglio della Città Metropolitana di Reggio Calabria.
Domenico Giannetta (Facebook).
Il deputato vannacciano Furgiuele: «Il dado è tratto»
«Il dado è tratto. Per la prima volta nella nostra storia affrontiamo il battesimo del voto in una competizione politica nazionale. E lo facciamo dalla Calabria, da Reggio. In meno di un mese e mezzo abbiamo costruito gruppi consiliari a Lamezia Terme e Crotone, acquisito una presenza nel Consiglio provinciale crotonese, raccolto l’adesione di numerosi amministratori e superato i mille nuovi tesserati. Oggi arriva anche un consigliere regionale», ha scritto il deputato vannacciano Domenico Furgiuele, che a giugno è passato dalla Lega a Futuro Nazionale: «Offriremo un’alternativa al campo largo del centrosinistra, che somiglia sempre più a un campo santo, ma soprattutto a quanti non si riconoscono più in una destra moderata e sbiadita. A chi si sente di destra ma non si riconosce nella deriva democristiana di Fratelli d’Italia diciamo, è tempo di tornare a casa, è tempo di tornare veramente a destra. E agli elettori delusi da Forza Italia diciamo che oggi un’alternativa esiste».
L’ira di Occhiuto: «Vannacci non faccia il gradasso»
Lo “scippo” da parte di Vannacci non è decisamente piaciuto al governatore Roberto Occhiuto, forzista, che ha espulso Giannetta dalla maggioranza di centrodestra: «Da questo momento è fuori. Il mio governo regionale non ha nulla a che spartire con chi sceglie Vannacci. Quanto al generale, gli consiglierei di non fare troppo il gradasso. Vedremo la sera del 28 settembre quale sarà il partito vincitore e quale quello rancido». Vannacci, in una nota firmata assieme al coordinatore nazionale del partito Massimiliano Simoni, aveva scritto che «da questa candidatura si palesa la differenza tra Futuro Nazionale e la politica rancida e poltronara di Forza Italia».
È polemica a Legnano, in provincia di Milano, per il Pride in programma domenica 13 settembre 2026. Nel logo della manifestazione, gli organizzatori hanno inserito Alberto da Giussano, simbolo della città ma anche, storicamente, della Lega. A sollevare la polemica era stato il capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio comunale, Mario Almici, già candidato sindaco sconfitto a giugno, secondo cui la scelta di rivisitare il guerriero con i colori della bandiera Lgbt era «quantomeno discutibile». Il sindaco Lorenzo Radice gli aveva risposto con una lettera aperta:«Prima dei simboli vengono le persone. Per questo al centrodestra di Legnano faccio una domanda molto semplice: pensate che le persone Lgbtq+ abbiano pieno diritto di essere visibili, di manifestare e di rivendicare pari dignità e diritti nella loro città?». Ora a inasprire la polemica è arrivata la risposta degli organizzatori dell’evento: «Se dall’Alpi a Sicilia dovunque è Legnano, Legnano deve essere la casa di tutt? […] Con tutta probabilità farà ulteriormente storcere il naso a qualcuno, visto che scomodiamo addirittura l’Inno d’Italia». Sulla scelta del simbolo, rivendicano il legame profondo con la città: «Il guerriero appartiene alla storia e all’immaginario collettivo legnanese, cresciuto tra le contrade e il Palio. Farlo proprio significa ribadire un’appartenenza. Siamo persone queer, ma siamo anche e soprattutto legnanesi».
Shein ha annunciato che si quoterà alla Borsa di Hong Kong a partire dall’1 settembre 2026. Il colosso del fast fashion prevede di offrire 280 milioni di azioni a un prezzo compreso tra 47,60 e 49,50 dollari di Hong Kong, raccogliendo fino a 13,86 miliardi di dollari di Hk (circa 1,5 miliardi di euro al tasso di cambio attuale), per una capitalizzazione di mercato di 210,3 miliardi di dollari di Hk, pari a circa 23 miliardi di euro e 27 miliardi di dollari. Un numero enorme in termini assoluti, ma piccolo se confrontato con i 98,2 miliardi di dollari della valutazione privata raggiunta da Shein nel 2022.
Aveva provato a quotarsi a New York e Londra
Shein, fondata in Cina e ora con sede a Singapore, aveva inizialmente puntato alla Borsa di New York, ma il progetto era fallito anche per le verifiche delle autorità statunitensi sulle condizioni di lavoro e sulla catena di approvvigionamento in Cina. In seguito, la società aveva valutato Londra, senza però ottenere il via libera delle autorità cinesi. A luglio ha infine ricevuto l’approvazione della Cina per quotarsi a Hong Kong. Una soluzione che le permette di accedere al mercato dei capitali mantenendo un legame più stretto con Pechino e con il suo ecosistema finanziario.
Si tiene oggi a Kyiv, in occasione del 35esimo anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina, un nuovo vertice della Coalizione dei Volenterosi, con leader in presenza e videocollegamento (tra quest’ultimi anche Giorgia Meloni). Al centro dei colloqui, a cui prende parte anche il presidente del Consiglio europeo António Costa, la richiesta ucraina di rafforzare la difesa aerea del Paese e aumentare la pressione sulla Russia: a tal proposito, ha approvato nuovi appalti nel settore della difesa per l’Ucraina per un valore di 6,1 miliardi di euro. I nuovi fondi stanziati da Bruxelles sono destinati a sistemi di difesa aerea e antimissile, missili, munizioni e radar, «a conferma dell’impegno dell’Europa a sostenere la difesa e la resilienza dell’Ucraina di fronte alla continua aggressione da parte della Russia», sottolinea la Commissione europea in una nota.
On Ukraine’s Independence Day, we show our unfaltering support.
Today, we approved €6.1 billion for the air and missile defence systems, missiles, ammunition and radars that Ukraine urgently needs.
Europe stands with you today, tomorrow, and for as long as it takes.
Von der Leyern: «Sostegno dell’Ue incrollabile e concreto»
«Nel giorno dell’Indipendenza dell’Ucraina, l’Europa dimostra che il suo sostegno è incrollabile e concreto», ha scritto sui suoi canali social Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. Il nuovo finanziamento Ue, che fa parte del Prestito di sostegno all’Ucraina da 90 miliardi di euro, arriva in un momento molto difficile per il Paese, che negli ultimi due mesi ha dovuto affrontare numerosi e massicci attacchi missilistici russi. Dal 2022 l’Ue e i suoi Stati membri hanno fornito all’Ucraina un sostegno complessivo di circa 220 miliardi di euro.
Ursula von der Leyen (Ansa).
Zelensky ha appena annunciato un piano per la fine della guerra
Nel fine settimana Volodymyr Zelensky ha annunciato di aver elaborato con Unione europea e Stati Uniti un piano di pace per porre fine alla guerra, che prevede un cessate il fuoco, la creazione di una zona economica libera attraverso un arretramento delle forze ucraine e russe e la formazione di una fascia cuscinetto affidata all’amministrazione di una parte terza, e infine garanzie e impegni di Ue, Nato e Kyiv. L’ultimo round di colloqui trilaterali tra Ucraina, Stati Uniti e Russia si è tenuto a Ginevra il 17 e 18 febbraio.
Jacques Moretti, proprietario del Constellation, è stato arrestato e portato in carcere con l’accusa di violenze sulla moglie Jessica. L’episodio – secondo quanto riferito dalle televisioni svizzere Léman Bleu e Rts – risalirebbe alla notte tra l’11 e il 12 agosto 2026. La donna sarebbe stata ricoverata in ospedale. I coniugi Moretti, titolari del locale in cui sono morte 41 persone, sono indagati per la strage di Capodanno dalla procura del Vallese insieme con altre 14 persone.
Gli avvocati: «Fatti della vita privata»
Sulla vicenda sono intervenuti gli avvocati della coppia Mes Yaël Hayat, Nicola Meier et Patrick Michod, spiegando che «questi fatti, oggetto di un procedimento separato, riguardano esclusivamente la loro vita privata» e pertanto «non vanno confusi con la tragedia del Constellation». «Si inseriscono comunque in un contesto che non può essere ignorato, quello di una prova particolarmente intensa che i Moretti stanno cercando di affrontare insieme dall’1 gennaio. La vita privata deve ora riprendere i suoi diritti», hanno aggiunto.Fino al 9 ottobre i due hanno il divieto di lasciare la Svizzera e l’obbligo di presentarsi quotidianamente a un posto di polizia.
C’è sempre qualcosa di stonato nel vedere la politica prendere le distanze dalle mode che essa stessa, fino al giorno prima, aveva contribuito ad alimentare. Succede adesso con il woke, concetto evocato per molto tempo con reverenza o disprezzo, mai con indifferenza, e che improvvisamente a sinistra comincia a provocare l’imbarazzo di quando si guarda una foto dei tempi andati. Possibile che ci vestissimo davvero così?
Lo strappo in avanti di Conte
Giuseppe Conte, che possiede la furbizia di accorgersi rapidamente quando il vento cambia, ha rotto gli indugi. Su Repubblica ha spiegato che il progressismo deve lasciarsi alle spalle certe degenerazioni identitarie e tornare a occuparsi di diseguaglianze, lavoro povero, sanità e via discorrendo. Non proprio una scoperta copernicana, visto che poveri, diseguali e malati esistevano anche prima. Ma tant’è.
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Il distinguo di Boldrini: l’Italia ora non è l’America
Pochi giorni dopo, sul Corriere della Sera, arriva l’intervista a Laura Boldrini, ovvero la campionessa italiana di woke, anche se dalle sue risposte non sembra così. Qualche esagerazione c’è stata, dice, ma soprattutto negli Stati Uniti, non da noi dove si puntava sull’inclusione e sul rispetto dei diritti civili. Niente a che vedere con le follie dei campus americani. Ma la memoria di quel recente passato racconta una storia un po’ diversa. Perché Boldrini non fu una comparsa, ma diventò uno dei volti più riconoscibili di quella temperie culturale, attirandosi per anni feroci e spesso volgari attacchi della destra.
Laura Boldrini (Imagoeconomica).
La vecchia battaglia sul linguaggio
E se c’era un terreno sul quale tutto questo si misurava ogni giorno era proprio il linguaggio. Da presidente della Camera, Boldrini volle che negli atti parlamentari le cariche fossero declinate al femminile: sindaca, ministra, avvocata, ingegnera. Non era un vezzo grammaticale. Dietro c’era una teoria precisa: il modo in cui chiamiamo le cose contribuisce a costruire la realtà e dunque, per trasformarla, bisogna cominciare dalle parole. Spirito del tempo: siccome cambiare il mondo restava complicato, a sinistra si cominciò dal vocabolario.
Laura Boldrini è stata presidente della Camera da marzo 2013 a marzo 2018 (Imagoeconomica).
I tempi di «I can’t breathe» e «Black lives matter» alla Camera
Poi arrivò il caso di George Floyd e l’America, che oggi appare così lontana, sembrò improvvisamente dietro l’angolo. Boldrini riprese alla Camera il «I can’t breathe» delle proteste americane declinandolo all’italiana: «Non respiro perché sono donna, disabile, immigrata, ebrea, musulmana, gay, lesbica o perché ho la pelle nera». Concluse con «Black lives matter!» e si inginocchiò insieme ad altri deputati del Pd. A parte l’enfasi, niente di scandaloso, anzi. Solo che allora tra il progressismo americano e quello di casa nostra non sembrava esserci quella distanza che Boldrini oggi rivendica. Ma dalle parole ai simboli il passo era breve. Se il linguaggio non è mai neutrale, non lo sono neppure i segni che la storia lascia dietro di sé.
Un terreno sul quale Boldrini si era avventurata già qualche anno prima, quando propose di togliere la scritta «Mussolini Dux» dall’obelisco del Foro Italico. Non, bontà sua, di abbatterlo. In fondo il principio era sempre quello: le parole contano, ancor più se sono scolpite nel marmo. Si poteva essere d’accordo oppure no, ma una coerenza c’era. Ed è qui che la sua presa di distanza di oggi mostra qualche crepa. Non perché abbia cambiato idea, cosa perfettamente legittima. Ma perché, a sentirla adesso, sembra quasi che da quelle parti non sia mai passata. Gli eccessi erano americani, lei difendeva soltanto i diritti. Possibile. Solo che all’epoca il confine appariva assai meno sorvegliato.
Laura Boldrini (Imagoeconomica).
La moda è passata e ora se ne prendono le distanze
Nel frattempo, però, qualcosa è cambiato. E a dare il segnale non è stata Elly Schlein, segretaria del partito nel quale milita Boldrini, ma Giuseppe Conte. Il capo dei Cinque Stelle ha capito prima di altri che certe battaglie cominciavano a pesare più di quanto rendessero e si è mosso. Il Pd, come quasi sempre gli accade, si è accodato. Ed è forse questo l’aspetto politicamente più interessante della vicenda. Non stabilire quanto Boldrini sia stata o meno woke, esercizio che ormai interessa soprattutto gli archeologi del politicamente corretto. E neppure chi abbia ragione: Conte quando dice che la sinistra farebbe meglio a tornare a occuparsi di questioni sociali, oppure l’ex presidente della Camera quando ricorda che molte delle sue iniziative riguardavano diritti che meritano di essere difesi. Interessa vedere con quale rapidità ciò che fino a pochi anni fa sembrava destinato a cambiare la sinistra sia diventato un argomento da cui prendere le distanze. E come, quando certe convinzioni cominciano a mostrare l’usura del tempo, ci sia sempre chi scopre di non averle mai condivise fino in fondo.
«Faremo il salto per diventare una delle tre principali potenze mondiali dell’intelligenza artificiale». Dal palco del Summer Davos di fine giugno a Dalian, il primo ministro sudcoreano Kim Min-seok ha fissato un obiettivo ambizioso. Già oggi, la Corea del Sud è un polotecnologico globale, snodo cruciale per un’ampia gamma di settori strategici. E non si vuole fermare. L’amministrazione del presidente Lee Jae-myung sta aumentando gli investimenti in ricerca, capacità di calcolo e infrastrutture, forte di una posizione già centrale nella filiera mondiale dei semiconduttori. I chip di memoria dei colossi Samsung e SK Hynix sono ambiti a qualsiasi latitudine. Mentre accelera sull’intelligenza artificiale, la Corea del Sud sta però già preparando il terreno per ciò che potrebbe venire dopo in quello che i media asiatici definiscono «post IA».
Il presidente sudcoreano Lee Jae Myung (Ansa).
Il programma SEED tra energia, spazio e tecnologie quantistiche
Il governo ha individuato sette settori sui quali concentrare risorse nei prossimi 10-20 anni: piccoli reattori modulari, fusione nucleare, rinnovabili avanzate, tecnologie quantistiche, spazio e aviazione, biotecnologie e catene di approvvigionamento strategiche. È lo scheletro di un nuovo ambizioso piano, appena annunciato dal ministero del Commercio, dell’Industria e delle Risorse. Il programma si chiama suggestivamente SEED (seme in inglese), acronimo di Strategic Emerging Engines for Disruptive Innovation, cioè “motori strategici emergenti per un’innovazione dirompente”. SEED fissa già alcune scadenze: primo allunaggio sudcoreano entro il 2030, leadership mondiale nella produzione di chip quantistici entro il 2035, produzione di elettricità dalla fusione nel decennio successivo.
(foto di Vishnu Mohanan via Unsplash).
La creazione di una K-Quantum Foundry
Il programma SEED si inserisce in una lunga tradizione della Corea del Sud, che in passato ha saputo costruire la propria ascesa economica spostando più volte il baricentro industriale: acciaio, cantieristica, automobili, elettronica, semiconduttori, batterie. La prossima transizione parte da tecnologie meno mature. Il quantum non ha ancora un’architettura dominante, la fusione resta lontana dalla commercializzazione su larga scala, nello spazio costellazioni satellitari, telecomunicazioni e difesa stanno convergendo mentre standard e modelli di business sono ancora in formazione. Per guadagnare la leadership sul quantum, Seul prova a trasferire il vantaggio accumulato nei microchip. Entro il 2035 vuole diventare il maggiore produttore mondiale di chip quantistici e creare una K-Quantum Foundry. Samsung e SK Hynix hanno già impianti, competenze nella microelettronica, reti di fornitori e capitale umano difficili da replicare. Il governo punta a portare quella capacità manifatturiera nel passaggio dalla sperimentazione alla produzione industriale dei dispositivi quantistici. Le memorie ad alta larghezza di banda offrono un precedente significativo: sono solo una componente dell’infrastruttura hardware dell’IA, ma sono diventate indispensabili per gli acceleratori avanzati. SK Hynix ha conquistato una posizione centrale proprio mentre la domanda esplode, trasformando una specializzazione produttiva in un collo di bottiglia della filiera. La Corea del Sud sta cercando segmenti analoghi nelle industrie ancora in formazione, senza dover controllare l’intera catena del valore.
Il quartier generale della SK hynix a Icheon (Ansa).
Allunaggio previsto entro il 2030
Nello spazio, l’allunaggio entro il 2030 è il traguardo più visibile di un programma che punta anche alle infrastrutture terrestri. Nel prossimo quinquennio, Seul mira a disporre di una rete indipendente di comunicazioni satellitari in orbita bassa in preparazione al 6G. Satelliti, elettronica, telecomunicazioni e lanciatori entrano nella stessa filiera, con applicazioni civili e militari e un peso crescente sull’autonomia delle comunicazioni.
Fusione e rinnovabili per garantire sicurezza energetica
Il boom del comparto tecnologico e spaziale porta però con sé una necessità impellente, diventata ancora più chiara negli scorsi mesi: la sicurezza energetica. La domanda di energia accompagna in modo indissolubile l’espansione dell’IA. Data center, fabbriche di microchip e manifattura avanzata richiedono forniture elettriche crescenti e stabili. Ed ecco che col piano SEED, Seul mira a commercializzare entro il 2035 l’i-SMR, un innovativo piccolo reattore modulare ad acqua leggera. Contestualmente, si finanzia lo sviluppo dei reattori a sali fusi con l’obiettivo di realizzare una centrale a fusione da 100 megawatt (MW) entro il 2039. Dopo il 2040, si prevedono invece tre o quattro reattori a fusione commerciale da 300-500 MW. Non manca il focus sulle rinnovabili. Qui, Seul cerca spazio oltre i segmenti dove la capacità produttiva cinese ha già abbattuto costi e margini. Il target è portare l’efficienza delle celle solari almeno al 35 per cento entro il 2035, sviluppare turbine eoliche più potenti e sistemi di elettrolisi dell’acqua di nuova generazione.
Un datacenter (foto di Imail Enes Ayhan, via Unsplash).
La scarsità di terre rare e minerali strategici
Certo, c’è una debolezza: la Corea del Sud ha poche risorse minerarie. Per alcuni minerali strategici e terre rare dipende fino al 99 per cento dalle importazioni. Non a caso il piano SEED include ingenti investimenti per rafforzare e mettere in sicurezza le catene di approvvigionamento avanzate. L’amministrazione Lee ha portato il bilancio per ricerca e sviluppo a livelli record, cercando di tessere una tela di fondi e competenze trasversali o interdipendenti. La scommessa è che le competenze già fortissime sui microchip possano tramutarsi in capacità produttiva per il balzo in avanti sul quantum. Allo stesso modo, intelligenza artificiale e robotica potrebbero favorire l’accelerazione delle biotecnologie, dove si mira alla scoperta di nuovi farmaci e allo sviluppo entro il 2035 di un farmaco capace di generare oltre un miliardo di dollari di vendite annue. Seul non dispone della produzione su scala di Stati Uniti e Cina. È però convinta che, concentrando capitale e ricerca nei segmenti dove le capacità accumulate possono produrre il maggiore vantaggio, sarà in grado di ritagliarsi un ruolo imprescindibile sullo sviluppo post IA.
Nell’estate 2026, secondo l’ultima indagine di Federalberghi, l’11,9 per cento dei vacanzieri italiani ha soggiornato o soggiornerà in una casa di proprietà, mentre il 28,6 per cento sceglierà l’ospitalità di parenti e amici. Numeri che raccontano una piccola inversione di tendenza: se per anni la seconda casa sembrava un rito in via d’estinzione, sostituito da viaggi brevi e partenze frequenti, oggi torna protagonista, almeno in parte, dell’estate degli italiani. Resta però da capire se, oltre al valore affettivo, la seconda casa conservi anche quello economico: tra Imu, manutenzione, bollette sempre più care e le nuove regole sugli affitti brevi, possedere un immobile utilizzato solo poche settimane all’anno rischia infatti di essere, per molti proprietari, più un lusso che un investimento.
Forte dei Marmi, Capri e Madonna di Campiglio in vetta
Il mercato, in questo senso, non mostra grandi segni di crisi. Secondo l’ultima rilevazione dell’Osservatorio Fimaa-Confcommercio realizzato con Nomisma e relativa al 2024, i prezzi medi degli immobili turistici oscillavano dai 1.486 euro al metro quadrato di una casa usata in una località lacustre ai 3.814 euro di una nuova costruzione al mare, con incrementi annui tra lo 0,3 e il 3,6 per cento. In cima alla classifica restavano Forte dei Marmi, con quotazioni fino a 16 mila euro al metro quadro per le nuove costruzioni, Capri (15.500 euro) e Madonna di Campiglio (12 mila euro). «Il settore immobiliare turistico continua a mostrare segnali di crescita, sia nel numero di compravendite sia nei prezzi», aveva spiegato Fabrizio Savorani, referente del settore turistico dell’Ufficio studi Fimaa, commentando quei dati. L’interesse per le seconde case, secondo l’Osservatorio, si sta tuttavia spostando in parte verso le città d’arte che, rispetto alle località puramente stagionali, offrono servizi migliori, più accessibili, e la possibilità di affittare per una porzione più ampia dell’anno. Ed è proprio questa la prima discriminante: un immobile che produce reddito per otto o 10 mesi è un investimento, uno che rimane chiuso da settembre a giugno è soprattutto un costo.
La piazzetta a Capri (Ansa).
Tra Imu, Tari e spese varie, la seconda casa può diventare un salasso
Il primo esborso da considerare è l’Imu, dovuta sulle abitazioni diverse da quella principale. L’aliquota ordinaria di riferimento è il 7,6 per mille, ma i Comuni possono modificarla, e in molti casi si arriva al 10,6 per mille. La cifra effettiva dipende dalla rendita catastale, non dal valore di mercato, e può facilmente superare i mille euro l’anno. A questa vanno aggiunte Tari, eventuali spese condominiali, assicurazione (ormai necessaria per proteggere la casa dalle sempre più frequenti, ahinoi, calamità naturali), utenze, interventi ordinari e straordinari. Anche una casa vuota consuma: occorre controllare infiltrazioni e impianti, proteggerla dall’umidità, sostituire elettrodomestici e arredi deteriorati. E le abitazioni in località marine o montane, esposte a salsedine, gelo e lunghi periodi di chiusura, richiedono spesso più cure di una casa in ambiente urbano. Una regola non scritta ma frequentemente usata come riferimento nel settore raccomanda di accantonare ogni anno almeno l’1 per cento del valore dell’immobile per manutenzioni e imprevisti: per un appartamento da 250 mila euro significa 2.500 euro l’anno, ai quali sommare imposte e costi fissi. Basta rifare una facciata, sostituire la caldaia o intervenire sul tetto perché il conto aumenti rapidamente.
(foto di Jakub Zerdzicki via Unsplash).
L’incognita economica dell’affitto breve
Molti, per questo, decidono di mettere la seconda casa a reddito, magari con gli affitti brevi. Ma anche qui bisogna fare i conti – letteralmente – con i guadagni reali: dal fatturato occorre sottrarre le commissioni delle eventuali piattaforme, le spese di pulizia, lavanderia, consumi, il compenso del gestore (se c’è) e, soprattutto, le tasse. Dal 2026 la cedolare secca sugli affitti brevi segue un sistema a scaglioni legato al numero di immobili: 21 per cento sul primo, 26 per cento sul secondo, mentre dal terzo immobile locatol’attività si presume imprenditoriale, con obbligo di partita Iva e adempimenti fiscali e amministrativi più pesanti. E, cosa che non tutti sanno, il calcolo è sul compenso lordo, cioè comprensivo delle commissioni delle OTA (Online Travel Agency), tariffe che le piattaforme addebitano ai proprietari per ogni prenotazione ricevuta. Anche chi affitta senza organizzazione imprenditoriale è però tenuto a rispettare standard di sicurezza e obblighi precisi: presenza di estintori nell’alloggio (con relativa manutenzione), rilevatori di monossido di carbonio e di gas. Contrariamente a quanto si pensi, insomma, l’affitto turistico non è una rendita soltanto passiva, ma una piccola attività che richiede tempo, competenze e una gestione (quasi) professionale.
Il logo di Booking (via Unsplash).
Occhio alla rivalutazione
Resta la questione della rivalutazione. Nel primo trimestre del 2026 il sondaggio di Banca d’Italia, Tecnoborsa e Agenzia delle Entrate ha rilevato indicazioni più diffuse di aumento dei prezzi e tempi di vendita ancora contenuti. Il presidente di Fimaa Italia, Santino Taverna, descrive un mercato «strutturato» e solido, ma sottolinea che la domanda cerca ormai spese di gestione basse, servizi vicini e soluzioni flessibili. Non tutte le seconde case, insomma, si rivalutano allo stesso modo: tengono meglio gli immobili efficienti, facilmente raggiungibili e collocati in destinazioni frequentate non solo in alta stagione. Quelli energivori, isolati o bisognosi di grandi lavori di ristrutturazione o manutenzione sono più difficili da vendere. La seconda casa può essere dunque ancora un affare, ma non per il solo fatto di essere un immobile: lo è se si compra al prezzo giusto, in una zona con domanda stabile, facendo i conti sul rendimento netto. Per chi la usa poche settimane e non intende affittarla, resta invece primariamente un consumo: prezioso per la qualità della vita e gli affetti familiari, ma non certamente un investimento.
«È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». La massima è del critico statunitense Fredric Jameson, noto per le sue analisi sul postmoderno come espressione della cultura sotto la pressione del tardo-capitalismo. Ma a renderla famosa è stato il filosofo e sociologo inglese Mark Fisher, la cui opera eccentrica ma di straordinario valore è riassunta nel saggio Realismo capitalista, del 2009. Mark Fisher è scomparso prematuramente e in modo tragico nel 2017, ma il suo lascito intellettuale è ancora oggi carico di suggestioni sull’estrema fatica che il pensiero contemporaneo fa nel concepire un’alternativa al sistema economico dominante. L’idea che il sistema attuale sia l’unico possibile è ormai radicata nell’inconscio collettivo. Cambiare modello di vita e di sviluppo economico sembra infatti un pensiero impossibile da attuare, anche quando – come stiamo vedendo in questi giorni – la crisi climatica sta generando disastri epocali.
Alluvione nel Nuorese (Ansa).
L’accelerazionismo di destra che ispira i broligarchi
La rimozione del “problema climatico” ha sicuramente a che fare con la “ritirata” dalle agende dei principali media internazionali delle tematiche ambientali, ha sottolineato Naomi Klein su The Guardian, osservando come Trump, tecno-oligarchi e aziende big del fossile siano impegnatissimi nell’alimentare questo tipo di negazionismo. Tuttavia, tornando a Mark Fisher, la sua opera si colloca nell’ambito dell’accelerazionismo di sinistra, dato che ne esiste uno di destra. Il primo vede nello sviluppo tecnologico accelerato lo strumento per superare il capitalismo, dall’interno e in modo pacifico, mettendo la tecnologia a servizio dell’emancipazione umana. L’accelerazionismo di destra invece ha il suo teorico nel filosofo inglese Nick Land, pensatore pericoloso che ispira i turbocapitalisti della Silicon Valley: Musk, Thiel e compagnia varia di broligarchi. I potenti avanzamenti tecnologici – secondo questo movimento neoreazionario che è una costellazione di blog, manifesti e thread anonimi – devono servire alla costruzione sull’intero pianeta di migliaia di città-stato o micronazioni, governate da un ceo, come un’azienda, e un consiglio di amministrazione anziché da un’assemblea elettiva. Per questa banda di fuori di testa, che sono però una minaccia reale per il potere economico che detengono, nel tecno-mondo prossimo futuro non c’è più posto per la democrazia e la partecipazione civica.
Un gonfiabile di Elon Musk a New York (Ansa).
Perché chi non lavora non dovrebbe mangiare?
Entrambe le concezioni accelerazioniste, confidenti in una tecnologia che può, quasi da sola, risolvere ogni problema, sono perturbanti. Tuttavia l’immagine e la proiezione di una società che, liberata dal lavoro, può dedicarsi a piaceri e passioni risulta di gran lunga preferibile. E qui, accanto al marxiano «a ognuno secondo i suoi bisogni», si deve anche ricordare la previsione che fece uno dei padri del liberalismo economico, John Maynard Keynes, quasi un secolo fa, nella sua lettera ai nipoti. «Fra cent’anni», scrisse nel 1929, mentre il mondo occidentale era alle prese con la Grande Depressione, «le persone lavoreranno 15 ore… ma alla settimana». Naturalmente ognuno di noi può fare i conti con quella previsione, però è indubbio che per effetto di automazione e IA il lavoro umano presto sarà un lusso piuttosto che un diritto. Con buona pace di chi continua a coltivare l’idea che il sudore della fronte debba essere la condizione irrinunciabile per ricevere un salario. Chi non lavora non deve mangiare, raccomanda ora il generale in pensione Roberto Vannacci, e nemmeno fare l’amore come cantava decenni fa Adriano Celentano.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
La rivoluzione del Partito Capibara
Ci si può mettere a ridere, restando però preoccupati e cogliendo il valore utilmente provocatorio delle fondamentali domande poste da Mark Fisher. È possibile cambiare l’attuale modello di sviluppo economico? È realistico immaginare un capitalismo diverso non orientato al profitto di pochi ma al benessere di tutti? I due quesiti hanno una forte carica utopica che ora ha assunto la forma di un partito politico con un programma di governo decisamente eversivo, ma gioiosamente non violento. Si tratta delPartito Capibara della cui scoperta sono debitore al tecno-filosofo Simone Puorto, autore del pamphlet We are the glitch (Siamo noi il problema, Flaccovio editore), dove racconta come la società digitale debba essere governata con ma ancor più vocazione e sentimento umanitario.
Dalla pagina Instagram del Partito Capibara.
L’obiettivo è rompere l’incantesimo dell’invevitabile
«Siamo un’idea che irrompe nella realtà»: così si presenta il Partito Capibara, dichiarandosi parte di un movimento che si impegna a trasformare l’attuale modello di società, partendo dall’assunto che ciò che viene raccontato come impossibile è, in realtà, già praticabile. Il Partito Capibara, ispirandosi alle idee di Mark Fisher, nasce per rompere l’incantesimo dell’inevitabile. «Agiamo come un dispositivo memetico e politico insieme. Il nostro obiettivo è alterare l’immaginario collettivo. Vogliamo incrinare la credenza profonda secondo cui la scarsità sarebbe inevitabile e il lavoro una necessità biologica».
Non so voi, io però trovo molto godibili parecchi punti di un programma che si propone di costruire una «società fondata sulla gratuità dei bisogni fondamentali, un futuro postlavorista, una vita bella da godere». E che poggia su tre pilastri. Primo: lavorare meno, godere di più, passando dalle attuali 40 ore settimanali a 24, il 40 per cento di lavoro in meno, per aumentare il godimento della vita. «Lavorare meno», sottolineano, «non è solo il nostro grande desiderio comune: è la grande rivendicazione del XXI secolo». Secondo: gratuità dei bisognifondamentali (cibo, trasporti, sanità). Il capitalismo trasforma i bisogni dell’esistenza in merci da pagare. Il gratuitismo li trasforma in diritti garantiti incondizionatamente. «Viviamo nel massimo livello di abbondanza materiale della storia. Eppure ogni esistenza nasce già in debito. Ogni giorno bisogna pagare per restare viva». Terzo: reddito universale e automazione. «Se i robot ci rubano il lavoro, lasciamoli fare. Che lavori l’automazione, noi vogliamo godere della vita». Il reddito universale (UBI) non è un bonus temporaneo, non è carità, non è una misura per poveri. È un diritto economico riconosciuto alla persona in quanto parte della comunità.
È più folle l’idea Capibara o spendere quasi 3 mila miliardi di dollari in armi?
Resta d’aggiungere che sicuramente il Partito Capibara può essere definito una nave di folli e il suo programma un libro dei sogni. A patto però di convenire che è più folle e disumano un mondo che anziché investire nella vita e nel piacere, considera la scarsità e la povertà condizioni umane inevitabili. E che anziché perseguire una società prospera e in pace, l’anno scorso ha raggiunto il record storico di spesa in armamenti:2.887 miliardi di dollari. Per concludere resta da chiedersi: un altro mondo è (im)possibile?
“Esplorazione e lavorazione delle terre rare”. È il nome di un workshop organizzato dalla Fondazione Nazionale per le Scienze Naturali della Cina e dalla Fondazione Nazionale di Scienze dell’Iran. Un settore strategico nella competizione tra Pechino e Stati Uniti, anzi probabilmente il più cruciale, entra dunque nel terreno di cooperazione tra la potenza asiatica e Teheran. L’istituto statale cinese metterà a disposizione 30 mila yuan (circa 4 mila euro) per il workshop, inserito all’interno di un programma di collaborazione che comprende anche altri temi. Una somma modesta per la portata fondamentale dell’argomento, ma che rappresenta il segnale di una crescente collaborazione scientifica tra Cina e Iran sulle terre rare. Mentre il conflitto tra la Repubblica islamica con Stati Uniti e Israele e la crisi di Hormuz restano irrisolti.
I giacimenti non bastano: ecco perché Teheran ha bisogno di Pechino
La collaborazione tra le due fondazioni risale al 2017, quando la parte cinese definiva l’Iran un Paese importante per la Belt and Road Initiative (progetto conosciuto in Italia col più romanticheggiante nome di Nuova Via della Seta). Negli anni successivi sono arrivati progetti congiunti su matematica, biologia, medicina, energie rinnovabili, materiali, clima e intelligenza artificiale. I workshop sono partiti nel 2024 con clima, intelligenza artificiale, materiali avanzati e manifattura. Quest’anno irrompono le terre rare. Il programma resta al momento formalmente scientifico. Non ci sono elementi per collegarlo a un trasferimento diretto di tecnologia militare, né Teheran è vicina a costruire una propria industria delle terre rare. La Cina dal canto suo ne controlla già la filiera mondiale. L’Iran, le cui capacità di estrazione e lavorazione sono ancora embrionali, ha invece bisogno delle competenze necessarie a trasformare i giacimenti in una capacità produttiva. Individuare le risorse nel sottosuolo non basta. Il vero collo di bottiglia è la separazione e la raffinazione, proprio il segmento nel quale Pechino ha costruito il suo vantaggio tecnologico e industriale.
Un giacimento di terre rare.
Gli interessi cinesi in Iran e l’arma negoziale con l’Occidente
Il potenziale geologico dell’Iran è però significativo: sono state individuate anomalie riconducibili alle terre rare su circa 7 mila chilometri quadrati nella parte centrale della Repubblica Islamica. E le formazioni di ferro e fosfati presenti nel Paese sono considerate favorevoli alla presenza di depositi. Pechino sta dunque esplorando nuove forme di cooperazione e ha cominciato a inviare in Iran ricercatori del settore, nello stesso momento in cui restringe l’accesso alle proprie tecnologie di raffinazione e utilizza il controllo della filiera come leva nei rapporti con Washington. La Cina possiede le maggiori riserve mondiali, domina produzione e soprattutto lavorazione e ha risposto alla nuova guerra commerciale di Donald Trump introducendo controlli alle esportazioni che hanno creato difficoltà ai produttori americani. La stessa arma negoziale viene utilizzata con i Paesi europei, colpendo diverse industrie chiave come l’automotive e l’elettronica avanzata. Il discorso riguarda anche la difesa. Le terre rare entrano nei sistemi radar, nell’elettronica avanzata, nei motori e nei sistemi di guida utilizzati anche da missili e caccia. Le guerre in corso hanno accorciato la distanza tra materie prime e arsenali militari. Magneti, semiconduttori, minerali critici, propellenti, batterie, satelliti e software rientrano ormai nella stessa competizione industriale. Non è un caso che nelle settimane in cui gli Stati Uniti cercano di ricostruire le proprie scorte militari prosciugate dal conflitto in Medio Oriente, l’amministrazione Trump abbia anche annunciato tre miliardi di dollari di investimenti nei minerali critici e nelle batterie. Obiettivo: ridurre la dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi.
Xi Jinping e Donald Trump (Ansa).
I sospetti di Washington
Anche per questo, la notizia della collaborazione sinoiranana sulle terre rare potrebbe attirare l’attenzione di Washington, dove negli scorsi mesi è aumentata l’attenzione sulle voci di una possibile cooperazione tra Pechino e Teheran in materia di difesa. A luglio, Reuters ha riferito di un accordo per la consegna di 400 lanciamissili antiaerei portatili da un’azienda con sede a Hong Kong, per un valore compreso tra 60 e 70 milioni di dollari e in grado di abbattere droni, elicotteri e velivoli a bassa quota. Non si tratta di armamenti offensivi né di una fornitura miliardaria dunque. L’accordo inoltre sarebbe gestito da una società privata e non statale. Eppure, gli armamenti andrebbero a colmare una delle principali vulnerabilità dell’Iran: la difficoltà nel proteggere i propri siti militari e le proprie infrastrutture strategiche dagli attacchi aerei di precisione.
Xi vuole tutelare la rete di rapporti costruita in Medio Oriente
Il ministero degli Esteri di Pechino ha liquidato la notizia come «completamente infondata», ma in passato Washington aveva sanzionato altre società cinesi accusate di avere sostenuto la base industriale della difesa iraniana, in particolare nell’osservazione satellitare e nell’intelligence geospaziale. La Cina si muove del resto senza aderire pienamente alle esigenze iraniane. Durante la guerra ha ridotto del 40 per cento gli acquisti di greggio dall’Iran, compensando con un maggiore ricorso alle riserve strategiche e con forniture provenienti da altri produttori regionali. Teheran resta importante per la sicurezza energetica cinese, ma non abbastanza da mettere a rischio la rete di rapporti costruita da Xi con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e le altre monarchie del Golfo. La Casa Bianca ha finora evitato di trasformare il dossier iraniano in un nuovo fronte dello scontro con Pechino. Trump ha citato più volte le rassicurazioni che dice di aver ricevuto direttamente da Xi sul mancato sostegno militare a Teheran. Il tema potrebbe comunque entrare nell’agenda del prossimo summit tra i leader delle due potenze, che dovrebbe tenersi il 24 settembre alla Casa Bianca.