Pontida sarà «una festa». Lo ha promesso il segretario provinciale bergamasco Fabrizio Sala, tra i frontmen nordisti che hanno promosso la rivolta contro Matteo Salvini. Il rischio, con i veleni fratricidi a livelli mai visti dalle scope su Umberto Bossi, è che il primo raduno senza il Senatur serva più a ‘fare la festa’ a qualcuno. E non è ancora chiaro chi sarà la vittima delle possibili contestazioni: se il segretario federale che il direttivo lombardo ha ‘processato’ e vorrebbe cacciare o se i ‘frondisti’ Massimiliano Romeo e Attilio Fontana, unici big usciti allo scoperto per chiedere un passo di lato del fu Capitano.

Le ombre su Pontida 2026
C’è chi dice che per Pontida non si riescano ad arruolare i volontari, e chi teme le contestazioni a entrambi i fronti e le “botte” sul pratone. Finora gli unici fischiati in pubblico sono Romeo e Fontana, la settimana scorsa alla Versiliana, quando sono stati contestati da tre persone al grido di «C’è solo un capitano». Ma i malpancisti potrebbero protestare semplicemente boicottando il raduno o anche con uno striscione eclatante come nel giugno 2011 quando il vessillo gigante issato sulla collina di fronte al pratone con la scritta «Maroni presidente» (inteso del Consiglio) segnò una svolta nel movimento, primo indizio del clima che portò, dopo gli scandali, alle dimissioni di Bossi.
La riconciliazione tra leader e ‘fronda’ ora è quasi impossibile
Sicuramente il ritrovo traccerà una svolta nel partito più longevo attualmente rappresentato in Parlamento. A meno di un mese dal raduno, i tempi sono stretti. E Salvini ha poco margine per chiudere la mediazione per una intesa sulla gestione più collegiale, che però finora non s’è trovata. Di questo infatti si discute da mesi. A inizio giugno è fallito il tentativo di arrivare a un accordo: nuovo statuto federale e coinvolgimento di Luca Zaia. Tutti i testi proposti da Roberto Calderoli sono stati respinti al mittente prima dello showdown del direttivo lombardo del 7 agosto e dell’intervista di Ferragosto in cui il governatore lombardo Fontana non ha escluso un passo indietro di Salvini. Tra il direttivo e l’intervista si erano mossi gli sherpa per cercare una riconciliazione che, dopo la contestazione della Versiliana, con in sala presenti anche l’amico fraterno di Salvini Eugenio Zoffili e il quasi cognato Tommaso Verdini, ormai è quasi impossibile da trovare.

Salvini tenterà di rompere il fronte dei nordisti
Il piano del ministro delle Infrastrutture sembra quindi esser quello di ‘rompere’ il fronte dei nordisti cercando una intesa che preveda il coinvolgimento di Zaia e del governatore del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga (da settimane silenti sul tema). Mentre sui lombardi è stato chiaro: nel comizio/intervista a Pinzolo, si è detto pronto a coinvolgere tutti, tranne quelli che si «autoescludono». Romeo e Fontana sembrano essersi spinti troppo oltre per ottenere una ricomposizione. Secondo i salviniani non hanno il partito dietro di loro. E agiscono solo per ambizioni personali e volontà di decidere le liste alle Politiche. Non è però facile capire che cosa significhi avere il partito dietro. Né realmente chi appoggi questa ‘rivolta’, movimento assai inusuale in un partito da sempre vissuto con la forma mentis del culto del capo.

La fronda lombarda e il ruolo di Giorgetti
Sicuramente si sono espressi a favore di un rinnovamento del vertice i segretari provinciali del partito a Brescia, Bergamo, Varese e Sondrio, che a breve andranno a congresso (tra settembre e ottobre). La fronda lombarda è composta da tanti che non sono stati ricandidati da Salvini nel 2022, come Simona Pergreffi e Daniele Belotti, ex deputato, ex segretario bergamasco e storico presentatore di Pontida. Ma anche dall’assessore lombardo Massimo Sertori, vicinissimo a Fontana e a Giancarlo Giorgetti. Il ministro dell’Economia è ritenuto infatti uno dei big, che, insieme a Calderoli, gioca su più tavoli, e comunque non è contrario a un rinnovamento della leadership. Tanto che in diversi hanno notato la frecciata lanciata da Salvini a Pinzolo, quando ha invitato chi lo critica per le cose non realizzate dal governo al Nord di andare a bussare a via XX Settembre.

Le incognite Romeo e Fontana
Tra i lombardi la coppia composta da Silvia Sardone e Davide Caparini avrebbe aperto un canale di mediazione tra Salvini e Romeo-Fontana (con i quali hanno buoni rapporti). Ma lo spazio per una ricomposizione è strettissimo. C’è poi da capire se l’emarginazione di Romeo-Fontana può essere una soluzione, come pensa Salvini. Romeo è il segretario della Lega lombarda e capogruppo al Senato. Lo farà dimettere da uno dei ruoli? Fontana sarà in carica fino al 2028. Cosa farà? Lo spingerà a lasciare in anticipo Palazzo Lombardia lasciando la candidatura a FdI come siglato con Giorgia Meloni prima del via libera alla corsa di Alberto Stefani in Veneto? Difficile che ciò avvenga. Neanche Salvini può permettersi la rottura. E poi siamo così sicuri che i silenti Zaia e Fedriga siano ancora disposti a fare il sacrificio di candidarsi da capolista alle Politiche del 2027?

L’attendismo cronico di Zaia
Qualche mese fa, in privato, Zaia ammetteva di sentirsi costretto a farlo. Ora, a chi glielo chiede, risponde dicendo che ormai «è tardi», non si può più fare nulla per risollevare le sorti del partito. L’ex governatore veneto non riesce a scrollarsi di dosso l’etichetta del politico più cringe che gli hanno affibbiato i The Journalai. Gli interessa solo il suo podcast Il fienile che vorrebbe vendere alle reti dei Berlusconi. E, tra un post sui gelatai realizzato con l’IA e un filmato-intervista ai Righeira, i suoi toni sono sempre più attendisti e la soluzione sempre quella del logoramento imminente del leader.
Alcuni salviniani duri e puri potrebbero abbandonare il capo
Insomma, i lombardi sono stati coraggiosi a chiedere la rimozione di Salvini, il trentino Maurizio Fugatti ancora di più perché ha rifiutato la foto con il capo (mentre aveva postato con rilievo quella con Giorgetti in vacanza qualche giorno fa), ma forse tutti gli sforzi sono stati inutili.

Forse è più semplice che tutti questi big si “autoescludano” e rimanga solo «la Salvini premier», come chiama la Lega da anni l’espulso Paolo Grimoldi. Salvini vada pure alle Politiche solo per la sua strada e solo dopo si vedrà come raccogliere i cocci di quel che resterà. Il quadro sarebbe già abbastanza contorto se non mancasse un ultimo tassello. I salviniani duri e puri che, sotto traccia, hanno già fatto sapere a chi di dovere di essere pronti a passare all’altro fronte. Caratteristica tipica del mestiere di chi fa politica, il trasformismo, in questa categoria i ben informati annoverano insospettabili come i lombardi Andrea Crippa e Luca Toccalini, e i veneti Andrea Tomaello e Alberto Stefani.




