Salvini, le strategie dei fedelissimi e l’aria gattopardesca della Lega

«Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». È poco lombardo e molto gattopardesco lo spirito che si respira nell’estate più calda della Lega dai giorni del Papeete del 2019.

Il capo come Don Fabrizio è chiuso nel suo fortino

Matteo Salvini, la cui leadership è stata messa per la prima volta in discussione da alcuni big lombardi, è un Don Fabrizio Salina asserragliato nel suo fortino. La villa del segretario alla Camilluccia è la Donnafugata leghista, con Donna Francesca Verdini che controlla tutto mentre si dedica alla coltivazione dei pomodori dell’orto, e gli ultimi fedelissimi del capo che provano a tirare le fila abbozzando una strategia. Al fianco di Salvini sono rimasti il vice Claudio Durigon, i falchi Claudio Borghi e Armando Siri, gli amici “fratelli”, Alessandro Morelli ed Eugenio Zoffili.

Salvini, le strategie dei fedelissimi e l’aria gattopardesca della Lega
Matteo Salvini e Alessandro Morelli (Imagoeconomica).

Durigon detta la linea della conservazione

L’affondo del duo lombardo composto da Attilio Fontana e Massimiliano Romeo è stato comunque attutito dal cuscinetto della nomenklatura leghista, poco incline ai cambiamenti perché teme di perdere, insieme al capo, le proprie posizioni. Tra i lealisti figurano i veneti Lorenzo Fontana e Alberto Stefani, i lombardi Silvia Sardone, Andrea Crippa e Luca Toccalini, la toscana Susanna Ceccardi. Assordante invece il silenzio di Luca Zaia e Massimiliano Fedriga. Mentre in Trentino Maurizio Fugatti ha avuto il coraggio di evitare la photo opportunity a Pinzolo. Intanto Durigon detta la linea della ‘conservazione’, ovvero la confusa strategia in vista della manovra: sarà concordata con il ministro leghista dell’Economia, Giancarlo Giorgetti? A giudicare dai desiderata irrealizzabili con i vincoli di bilancio parrebbe proprio di no.

Salvini, le strategie dei fedelissimi e l’aria gattopardesca della Lega
Claudio Durigon (Imagoeconomica).

I colonnelli Zoffili e Morelli

Veniamo ai colonnelli-fratelli. Zoffili era presente alla Versiliana proprio nel giorno delle contestazioni a Romeo (in tutto tre persone al grido di «il Capitano non si tocca»), come un tempo era accanto a Salvini quando il leader si aggirava per il Pilastro di Bologna suonando citofoni alla ricerca di spacciatori. Morelli è vice ministro con delega al Cipess ma nell’estate del caos si improvvisa inviato a Ceuta, come ai tempi di Radio Padania, con il microfono/gelato con il simbolo della Lega, per documentare la situazione a un mese dall’«invasione» di migranti nell’exclave spagnola in Marocco.

Torna anche il vecchio lessico a partire da «Finanziaria» (come, appunto, si chiamava 10 anni fa la legge di bilancio), e Salvini rispolvera battaglie classiche, come flat tax e pensioni, mentre festeggia il no dell’Islanda alla riapertura dei negoziati per l’adesione all’Ue definendolo una scelta di «democrazia».

Salvini, le strategie dei fedelissimi e l’aria gattopardesca della Lega
Eugenio Zoffili tra il pubblico della Versiliana (Lettera43).

Si rispolverano le vecchie battaglie (manca solo il ritorno del no-euro)

Il segretario riprende anche la battaglia contro l’apertura delle moschee, o quella per gli assegni a tutela dei padri separati. Insomma, ci manca solo che Borghi, oltre a chiedere un contributo extra alle banche, torni a sbandierare le sue teorie contro l’euro e siamo tornati al 2014. Intanto, l’atteso incontro di Salvini-Don Fabrizio con Tancredi-Romeo, colui che tutto vuole cambiare per ritornare alla Lega Nord, non è ancora avvenuto. Solo una stretta di mano fugace (col broncio) a Fontana-Angelica Sedara, spasmodicamente rincorso a margine del meeting di Comunione e Liberazione.

Salvini, le strategie dei fedelissimi e l’aria gattopardesca della Lega
La stretta di mano tra il leader della Lega Matteo Salvini e il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana al padiglione del Mit al Meeting (Ansa).

La resa dei conti alla vigilia di Pontida?

Il conto alla rovescia per Pontida è partito e ormai il tempo stringe. Fioccano i retroscena diffusi ad arte dai ‘salvinisti’ che pensano così di dividere il fronte dei critici con ricostruzioni di offerte anche un po’ improbabili: la presidenza di una delle Camere a Zaia, un incarico al Csm per Fontana, la segreteria a Fedriga (niente per Romeo, ovviamente). Tutta fuffa – pare – per confondere le acque. Il segretario si è detto disposto ad accogliere il contributo di tutti. Ma allo stato, nulla è cambiato. Se non l’attaccamento al potere. I lombardi hanno chiesto un cambiamento prima del raduno sul sacro prato nelle valli bergamasche del 20 settembre. Se ciò non avverrà, hanno minacciato di dar vita a un‘associazione ‘nordista’. Non tutti i critici sono d’accordo: Zaia da mesi in privato placa i ‘ribelli’ e cerca di prendere tempo, non vuole ‘scope’ ma un passo indietro ‘spontaneo’ di Salvini, costretto dalla discesa dei consensi nei sondaggi. Si vedrà se avranno la meglio i più coraggiosi. O se il peccato che i lombardi non vorranno perdonare sarà il «fare», proprio come i siciliani del Gattopardo, abituati al «sonno», all’oblio e all’inerzia delle dominazioni che hanno subito.

Vannacci sull’ipotesi ballottaggio nella legge elettorale: «Mossa della paura»

Le riflessioni sul ballottaggio nella legge elettorale rappresentano «la mossa della paura». Lo ha scritto sui social Roberto Vannacci, riferendosi alle interlocuzioni in corso nella maggioranza sull’introduzione del doppio turno. «Se siamo così irrilevanti, perché tanta fretta di cambiare le regole? Se non contiamo nulla, perché costruire un argine?». Sono favorevoli all’ipotesi Fratelli d’Italia e Forza Italia, mentre a frenare è la Lega. Fermamente contro il ballottaggio anche l’opposizione in blocco.

«Per mesi Vannacci e Futuro Nazionale dovevano essere irrilevanti, una parentesi, uno zero virgola destinato a scomparire. Poi sono arrivati i sondaggi. E improvvisamente cambia tutto», ha scritto l’ex generale: nell’ultima rilevazione di BiDiMedia sulle intenzioni di voto, il suo partito ha superato anche Forza Italia. «Si parla di ballottaggi, di nuove formule elettorali, di meccanismi capaci di mettere al riparo il centrodestra dal rischio rappresentato da Vannacci». Il fondatore di FN ha aggiunto: «La legge elettorale non viene pensata per gli italiani. Non viene pensata per garantire una migliore governabilità. Viene pensata per cercare di neutralizzare un avversario che, democraticamente, si sta consolidando nel panorama politico italiano». E poi: «Quando la politica comincia a studiare le regole non per governare meglio, ma per difendersi dal consenso degli elettori, significa che la paura è già entrata nei Palazzi».

Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero

Nella Lega di Matteo Salvini c’è chi si è messo le mani nei capelli quando ha saputo dello “spiffero” che gira nei palazzi del potere: il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si è molto avvicinato alla premier Giorgia Meloni, e alla fine proprio Fratelli d’Italia potrebbe candidarlo alle elezioni politiche del 2027. A Palazzo Chigi la stima verso Piantedosi è cresciuta nel corso degli ultimi mesi, una volta superata la burrasca del caso Claudia Conte. Insomma, oltre al danno la beffa: Piantedosi era stato definito un tecnico dalla lunga carriera in ambito prefettizio (e non solo), ma comunque veniva posizionato nelle caselle dei partiti “in quota Lega”, tanto da ipotizzare un passaggio di Matteo Salvini dalla poltrona del ministero dei Trasporti a quella (sempre amata e mai dimenticata) del Viminale. E ora, al termine dei giochi, si fa mettere nelle liste dei fratellini d’Italia?

Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi con la premier Giorgia Meloni (foto Ansa).

Per il fu Capitano sarebbe l’ennesima sconfitta, in una legislatura che lo ha visto sempre nei panni del perdente. Agli occhi dei leghisti, tra l’altro, questa voce della candidatura meloniana spiegherebbe la frenata continua della presidente del Consiglio sull’eventuale uscita di Piantedosi dal Viminale, che è sempre rimasta sulla carta, nell’ambito degli slogan buoni per la fantapolitica. Nel frattempo, non a caso, il ministro dell’Interno è impegnato in un tour che ha tanto il sapore di una campagna elettorale: abbronzatissimo, è andato alla kermesse “La piazza del futuro” in quel di Ceglie Messapica, parlando di ogni argomento possibile, dalla vicenda Ranucci alla Sea Watch, passando per Russia, Schengen e non solo. Nella giornata di lunedì 31 agosto ecco Piantedosi a Napoli, in prefettura, per una riunione sull’emergenza bradisismo nei Campi Flegrei, tema carissimo al capogruppo di FdI alla Regione Campania Gennaro Sangiuliano. Poi ecco nel calendario una visita ufficiale in Friuli-Venezia Giulia fissata il 6 settembre per discutere della gestione dei presidi al confine con la Slovenia: frontiere e immigrazione, cioè proprio i cavalli di battaglia salviniani…

Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero
Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero
Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero
Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero
Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero
Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero
Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero
Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero
Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero
Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero
Allarme per Salvini, Piantedosi candidato con Meloni? Lo spiffero

L’Italia conferma il blocco di Schengen con la Spagna per altri 15 giorni

Il governo ha deciso di prorogare di 15 giorni i controlli alla frontiera aerea e navale con la Spagna. Tutti i passeggeri di Paesi terzi in arrivo con voli e navi da scali spagnoli dovranno continuare ad esibire i documenti. La decisione è stata presa dopo una valutazione secondo cui la situazione nell’exclave spagnola di Ceuta non è ancora sotto controllo, con almeno 5 mila persone arrivate irregolarmente di cui la gran parte non è stata identificata e tra cui potrebbero celarsi terroristi di matrice jihadista. La Spagna potrebbe ora decidere di prorogare i controlli dei viaggiatori provenienti dall’Italia. Il provvedimento emesso dal governo spagnolo scade il 7 settembre, ma nei giorno scorsi Madrid aveva fatto sapere di attendere la decisione di Roma per stabilire se proseguire o meno con i controlli alla frontiera.

Pd, Franceschini ha rivelato di avere il Parkinson

Dario Franceschini, senatore del Pd ed ex ministro della Cultura, ha rivelato in un’intervista al Corriere di avere il morbo di Parkinson. «Mi è stato diagnosticato nel novembre del 2020. La diagnosi è stata una botta tremenda», ha raccontato. «Avevo avuto un infarto nel 2014, più qualche altro acciacco ben risolto. Però, insomma, si trattava d’incidenti di percorso che un po’ tutti mettiamo in preventivo. Il Parkinson è una malattia diversa, ti accompagna per sempre».

«Fondamentale non scoraggiarsi e riempire le giornate»

Franceschini ha spiegato che inizialmente la sua reazione è stata quella di tentare di nasconderla: «Chi è colpito dal Parkinson tende a vergognarsi. Parla male, biascica, oppure cammina barcollando, sembra un ubriaco. Altri sono scossi da un tremore irrefrenabile. Ma è fondamentale non scoraggiarsi, svegliarsi al mattino con qualcosa da realizzare. Per cercare di combattere il Parkinson, oltre ai farmaci, è decisivo riuscire a riempire le proprie giornate e ripetersi. Io non mollo, io continuo a vivere, a esserci». Per questo ha deciso di rendere pubblica la diagnosi: «Parlare pubblicamente della mia malattia è chiaro, mi costa, e molto. Però ci ho riflettuto a lungo e, mettendo sulla bilancia i pro e i contro, mi sono convinto che sia giusto descrivere questa particolare stagione della mia vita. Per dire a tutti gli altri malati di Parkinson: non isolatevi, continuate a vivere». La malattia ha cambiato anche il suo rapporto con la politica: «Azzera le ambizioni personali, ti fa perdere quel senso di invincibilità che il politico si presume debba trasmettere, mostrando di non avere, quasi per definizione, debolezze, timori, fragilità». Nonostante ciò, Franceschini continua comunque la sua attività: «Il Parkinson colpisce il corpo, non le capacità cognitive. Cali il ritmo del lavoro, lo adegui. Però io ho continuato, e continuo, con telefonate, incontri, riunioni».

Liste e candidature blindate agitano Forza Italia

Al gran ballo delle candidature blindate alle prossime Politiche non ci sarà posto per tutti: in Forza Italia la psicosi «mi lasciano a casa» impazza, soprattutto, strano a dirlo, tra i ministri uscenti. Trattasi del classico gioco del cerino: a chi resterà acceso in mano?

Il nervosismo di Casellati tra Basilicata e Veneto

Rischia di scottarsi Maria Elisabetta Alberti Casellati, ministra per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa, eletta 2022 in Basilicata. Casellati, fedelissima di Silvio Berlusconi, accomodatasi per la prima volta in parlamento nel 1994, ai bei tempi della grande rivoluzione liberale, ha ricoperto una marea di cariche istituzionali, fino a diventare presidente del Senato e addirittura candidata al Quirinale. Silvio la voleva alla Giustizia, Giorgia Meloni le preferì (ahi lei) Carlo Nordio, il Cav la prese malissimo e aveva ragione: Casellati difficilmente avrebbe inanellato tanti danni quanti ne ha prodotti Nordio. Ora però traballa: il prossimo 19 settembre ci sarà il congresso regionale di Fi in Basilicata, lei non verrà riconfermata come coordinatrice (fu catapultata in terra lucana dal suo Veneto pur di garantirle l’elezione) e il suo posto verrà preso dal governatore Vito Bardi.

Liste e candidature blindate agitano Forza Italia
Maria Elisabetta Alberti Casellati (Imagoeconomica).

Casellati quindi smania per avere un collegio senatoriale sicuro in Veneto, dove sempre nel 2022 è stata eletta un’altra azzurra: Anna Maria Bernini, ministra dell’Università e della ricerca, che infatti ci segnalano nervosetta per l’iper attivismo dei sodali veneti della Casellati.

Liste e candidature blindate agitano Forza Italia
Le ministre Maria Elisabetta Alberti Casellati e Anna Maria Bernini (Imagoeconomica).

Le mosse di Zangrillo e le ambizioni di Mulè

La scelta di Bardi in Basilicata preoccupa Paolo Zangrillo, ministro per la Pubblica amministrazione, eletto alla scorsa tornata in Piemonte, dove è segretario regionale azzurro. «Quando anche il Piemonte andrà a congresso», ragiona con Lettera43 un big del partito, «Alberto Cirio potrà sfruttare il precedente della Basilicata per proporsi come coordinatore regionale super partes, in quanto governatore, e scalzare Zangrillo, che a quel punto vedrà allontanarsi la ricandidatura».

Liste e candidature blindate agitano Forza Italia
Paolo Zangrillo (Imagoeconomica).

Zangrillo sa benissimo di essere a rischio, anche perché non allineato ad Antonio Tajani, e così scalcia (politicamente parlando) proponendosi come maggiorente della corrente anti-ministro degli Esteri, insieme a Giorgio Mulè, punto di riferimento degli scontenti azzurri. Mulè, però, punta tutto sulla candidatura a Presidente della Regione Siciliana, l’anno prossimo, partita difficile ma non impossibile per il vicepresidente della Camera, che non è più certo di poter contare sull’eurodeputato catanese Marco Falcone. Renato Schifani vorrebbe ovviamente ricandidarsi, la partita è aperta.

Liste e candidature blindate agitano Forza Italia
Giorgio Mulè (Imagoeconomica).

E Marina Berlusconi che fa?

A proposito di congressi, quello della Campania si celebra il 9 settembre: blindata la conferma alla guida del partito di Fulvio Martusciello, capodelegazione di FI al Parlamento europeo, pure lui nel partito dalla sua fondazione. E Marina? La primogenita di Silvio è una figura mistica: tutti raccontano di averla vista o sentita, ma in realtà nel 90 per cento dei casi si tratta di millantato incontro: guarda con inevitabile interesse all’attività del partito, magari incide sulla linea politica, avrà voce in capitolo sulle candidature (si dice anche su quella contestata di Fabio Roscioli alle Suppletive calabresi) e via discorrendo, ma non è certamente interessata a congressi, beghe locali e piccinerie di questo genere. 

Liste e candidature blindate agitano Forza Italia
Marina Berlusconi (Imagoeconomica).

Botta e risposta Bonaccini-Meloni sul livello di istruzione di chi vota a destra

Le parole pronunciate qualche giorno fa da Stefano Bonaccini durante un evento ad Albenga hanno innescato un botta e risposta tra il presidente del Partito democratico e Giorgia Meloni: al centro il grado di istruzione degli elettori di destra.

Botta e risposta Bonaccini-Meloni sul livello di istruzione di chi vota a destra
Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

Le parole di Bonaccini sull’elettorato di destra

Bonaccini aveva affermato che, negli ultimi anni, in cui si è visto il «voto al primo Trump, il voto alla Brexit, il voto in Germania a destra, quello alla Le Pen, quello in Italia a Meloni, Salvini e oggi forse a Vannacci» la destra ha raccolto maggior consenso della sinistra grazie al consenso «di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree esterne delle città e di chi sta peggio economicamente».

Meloni: «Hanno studiato i danni della sinistra»

«In una illuminata lezione, Bonaccini ci spiega che milioni di italiani votano a destra perché hanno studiato poco. L’abbiamo già sentita. Quelli che votano per loro sono cittadini colti, consapevoli e intelligenti, mentre quelli che votano per noi sarebbero ignoranti da compatire, quando non da rieducare», ha scritto Meloni sui social, condividendo il video dell’intervento del presidente dem che, suggerisce la premier, «forse dovrebbe prendere in considerazione un’ipotesi più semplice: quegli italiani, indipendentemente dalle scuole che hanno frequentato, hanno studiato sulla loro pelle le conseguenze delle politiche della sinistra», tra «città meno sicure, confini senza controllo, periferie dimenticate e lezioni di morale impartite da chi pretende di spiegare agli altri come devono vivere, come devono votare, e come devono pensare».

Botta e risposta Bonaccini-Meloni sul livello di istruzione di chi vota a destra
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La precisazione di Bonaccini a Coffee Break

Successivamente, ospite di Coffee Break su La7, Bonaccini nel tentativo di riprendersi dallo scivolone ha spiegato che la sua riflessione faceva parte di ragionamento più complesso sui cambiamenti dell’elettorato occidentale nell’ultimo decennio e, soprattutto, sulle difficoltà della sinistra nel rappresentare le fasce sociali più fragili. «Ma secondo voi io mi permetto di dire che solo quelli che studiano? Ho fatto un’analisi di quella che è la realtà se si va a vedere scorporando il voto», ha detto Bonaccini in tv. E poi: «Capisco che sia più facile cercare una polemica abbastanza sorprendente col sottoscritto, ieri è partito Bignami e in parte la Lega, piuttosto che rispondere sul perché paghiamo le bollette, la benzina tra le più care al mondo o perché ci sono troppi precari soprattutto giovani, perché la sanità pubblica sta crollando o perché il Paese non cresce e sarà il peggiore nei Ventisette dell’Ue per crescita».

Il Festival di Sanremo e il piano di Lollobrigida

Nelle calde notti del litorale romano si fa un gran parlare del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Ma questa “Lollo” non è al centro dell’attenzione per aver fatto fermare un treno o per aver ricordato che il vino non può essere un veleno, perché altrimenti «avremmo un problema con chi lo ha moltiplicato». Il tema è il Festival di Sanremo, l’appuntamento televisivo più seguito dagli italiani, con ascolti da record.

Le novità del ministero dell’Agricoltura per il comparto florovivaistico

Cosa ha fatto Lollobrigida? Il 30 luglio sulla Gazzetta Ufficiale è stato pubblicato il decreto legislativo numero 151 dedicato al florovivaismo, settore che sarà valorizzato dal ministero dell’Agricoltura per dare una nuova governance al sistema economico legato alle coltivazioni, con tanto di un ufficio dedicato alla filiera del settore, un tavolo tecnico e un piano nazionale quinquennale. Sono attesi anche i decreti ministeriali per armonizzare le figure professionali del settore, compresi gli addetti al verde urbano, ai parchi e ai giardini storici. Non solo: il primo gennaio 2027, l’Ismea (l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) gestirà il sistema nazionale di rilevazione annuale dei dati statistici relativi alla produzione, ai prezzi, agli scambi con l’estero. Per non parlare dell’istituzione di un marchio unico nazionale finalizzato a garantire l’origine, la qualità e la tracciabilità dei nostri prodotti. Insomma, al Masaf ci sarà tanto lavoro da fare per comunicare le nuove attività.

Il Festival di Sanremo e il piano di Lollobrigida
Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida (Imagoeconomica).

La vetrina di Sanremo non desterebbe sospetti

Dato l’argomento, si spiffera a Roma, quale tribuna mediatica migliore di Sanremo per parlare di fiori, con Lollobrigida protagonista? Tra l’altro, la prossima edizione sarà condotta da Stefano De Martino, l’unico punto di forza della Rai meloniana e indicato dai maligni “in quota Arianna”, anche se la capa della segreteria politica di Fratelli d’Italia ha sempre smentito ogni contatto con lo showman, negando alla radice sia l’amicizia sia presunte “spintarelle”.

Il Festival di Sanremo e il piano di Lollobrigida
Carlo Conti e Stefano De Martino (Ansa).

Non c’è che dire, una mossa astuta: anno elettorale, piano florovivaistico. Sanremo del resto è nota in tutto il mondo come la “città dei fiori”. Inutile dire che i rapporti tra Lollobrigida e l’ad della Rai Giampaolo Rossi sono ben radicati. E una forma di “patrocinio istituzionale” del ministero, con la scusa del florovivaismo, passerebbe sotto traccia senza alimentare particolari polemiche. In fondo i fiori sono un simbolo del territorio e quale cornice migliore di quella sanremese per diffondere le novità ministeriali. Per Fratelli d’Italia si tratterebbe di un colpo mediatico incredibile, soprattutto se si votasse in primavera. Insomma, «grazie dei fior…»…

Futuro nazionale, esposto in procura da parte del sindacato dei militari

L’associazione Sindacato dei militari ha presentato un esposto in procura a Roma contro Futuro nazionale, il partito presieduto dal generale Roberto Vannacci, accusandolo di riprodurre «il nucleo dottrinale antidemocratico e il metodo di lotta» del fascismo. Nel mirino sono finiti i principi indicati dal movimento come “non negoziabili”: famiglia naturale, identità cristiana e tutela della vita dal concepimento alla morte naturale. Per il sindacato, trasformare questi principi in verità sottratte alla mediazione politica restringerebbe lo spazio del pluralismo democratico.

Dalla Remigrazione alla famiglia naturale, i punti contestati

Un capitolo è poi dedicato al piano di Remigrazione, con misure che, secondo l’esposto, riguarderebbero anche gli immigrati regolari. Per i denuncianti, un’applicazione collettiva potrebbe configurare un’espulsione di massa vietata dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Nel mirino anche la proposta di zone rosse senza limiti temporali, con militari impiegati stabilmente nei controlli, e di reparti dell’Esercito dotati del potere di arrestare i criminali, oltre che di moduli di educazione alla difesa e campi di «educazione militare con valenza civica» alle scuole superiori. L’esposto contesta infine l’idea di “famiglia naturale” sostenuta dal movimento e le limitazioni prospettate sulle altre forme di convivenza e sulla procreazione assistita. Secondo i denuncianti, ne deriverebbe una gerarchia tra cittadini e formazioni sociali incompatibile con la Costituzione.

Spetta alla procura verificare se le accuse abbiano un fondamento penale

Dall’insieme di questi elementi, il sindacato chiede alla magistratura di verificare se Futuro nazionale abbia oltrepassato il confine della legittima battaglia politica prospettando diverse ipotesi di reato, dalla violazione della legge Scelba alla propaganda e istigazione all’odio, fino all’istigazione a delinquere e alla disobbedienza alle leggi. Spetta ora alla procura verificare se le accuse abbiano un fondamento penale.

Caro carburanti, nella maggioranza si riaccende il dibattito sugli extraprofitti

L’impennata dei prezzi dei carburanti preoccupa il governo in vista dell’autunno-inverno, con la maggioranza che si divide sul modo in cui affrontare la questione. «Speriamo che si riapra lo stretto di Hormuz, è chiaro che gli interventi sulle accise che abbiamo prorogato fino al 5 settembre erano interventi straordinari su un fenomeno che doveva durare poche settimane», ha detto il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Picchetto Fratin. «Purtroppo dura da mesi e chiaramente ci sono anche equilibri di bilancio dello Stato». Su questo fronte, la Lega ha proposto la richiesta di un contributo alle aziende energetiche e petrolifere oppure la tassazione degli extra-profitti. «Preferisco chiedere un sacrificio a cinque banchieri che non a 50 milioni di italiani. E lo dico da liberale», ha detto Matteo Salvini.

Tajani: «Neanche a parlarne, sa di Unione sovietica»

A stretto giro è arrivato il no di Forza Italia. «No, neanche a parlarne. Non voglio sentire la parola extra-profitto, che mi sa molto di Unione sovietica. Un contributo è giusto che sia dato, come abbiamo fatto con le banche, con le assicurazioni. Ma deve esserci un confronto concordato in un momento difficile anche da parte delle aziende del settore», ha detto Antonio Tajani. E ancora: «Quando sento la parola tasse mi viene l’orticaria. Non esiste il diritto all’extra-profitto. È una parolaccia, l’extra-profitto».

Borghi: «Dica se ha altre priorità»

«Leggo da notizie di stampa che il ministro Tajani è contrario alla tassa sulle banche, proposta dalla Lega per ridurre le accise in modo consistente perché “sentire la parola tasse mi dà l’orticarià”», ha controbattuto il senatore leghista Claudio Borghi. «Ricordo a Tajani che anche le accise sono imposte, anche se il nome è scritto in modo diverso. La scelta è se le devono pagare i cittadini o un settore che, grazie a quei cittadini, ha fatto 200 miliardi di utili in pochissimi anni. L’alternativa è stracciare il Patto di stabilità della compagna di partito di Tajani, la signora Ursula Von der Leyen, e fare più deficit. Anche questo ci va bene». E ancora: «La scelta è semplice: o si fa più deficit e si mandano a quel paese le regole di quella Ue che Tajani così tanto ama, o si tassano i cittadini con le accise, o si tassano gli enormi e anomali profitti delle banche. Per la Lega l’unica cosa che non va è tassare i cittadini, le altre due possibilità vanno bene. Se altri hanno altre priorità è giusto saperlo con chiarezza».

Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo

Alla fine dei conti, della fiera, alla fine del campo largo, alla fine del sinistra-centro, delle primarie, della coalizione tanto attesa quanto disattesa, alla fine di tutto, insomma: c’è questo progetto oppure no?

Il dubbio sulla lealtà dell’elettorato è la fine intrinseca del campolarghismo

Perché le idee scarseggiano a sinistra quanto scarseggiano i leader autorevoli, carismatici, di quelli che si impongono senza bisogno di competere. Questi leader non ci sono più, a sinistra, ecco perché c’è tutta questa discussione campolarghista assai estenuante per decidere chi fa il capo. Se ci fosse un capo naturale, come c’è a destra, le primarie sarebbero un feticcio scenografico. Invece c’è chi le mette in discussione, vedi Roberto Speranza, ex ministro della Salute, che ha pure proposto la boiata simbolica del neo 18enne o del partigiano da mettere come candidato premier (e il problema è che i campolarghisti si dividerebbero pure sul giovane e sul vecchio, ecco). Il partito anti-primarie teme, non senza qualche ragione eh beninteso, che gli elettori sconfitti non correrebbero alle urne per sostenere il candidato che ha vinto le primarie, e quindi la soluzione migliore è congelare tutto, narcotizzare il dibattito, far finta che non ci sia, andiamo sul giovane o sul vecchio e poi ci si pensa dopo. Ma questa è già la fine intrinseca del campolarghismo. Il dubbio sulla lealtà e la fedeltà dell’elettorato. Il timore d’essere fregati. 

Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo
Roberto Speranza (Imagoeconomica).

L’assenza di vero capo e la maledizione del renzismo

Non ci sono leader a sinistra, è un fatto palmare. Le sacre istituzioni sono state già desertificate, di Bankitalia ormai da ingaggiare mancano solo gli uscieri. L’ultimo grande leader a sinistra è stato Matteo Renzi, uno che oggi vale il 2 per cento e viene incolpato anche di colpe che non ha (e pure le responsabilità non gli mancano), mentre delle segreterie Zingaretti e Letta non v’è traccia nel dibattito pubblico del centrosinistra. Renzi era il leader per essenza maggioritario, ma come Icaro s’è bruciato le ali avvicinandosi al sole, cercando peraltro di fare sia la parte di Icaro sia quella del sole. Il problema è che quella sua leadership muscolare adesso non è più possibile perché la sua sconfitta politico-culturale impedisce a qualsiasi altro di mettersi sulle sue tracce. È come le riforme istituzionali e costituzionali: ogni volta che si perde un referendum su questi temi, si assiste alla loro sparizione totale dal dibattito parlamentare e politico. Sono temi associati alla sconfitta, dunque consegnati alla storia per non essere più riproposti. Ci penserà magari qualcuno fra 30 anni, chissà.

Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Con le leadership ordinarie la gente non sogna

Vale anche per i leader: nessuno può assomigliare a Renzi. Sì, ogni tanto sui giornali torna l’“ipotesi Gentiloni”, che rischia di essere come l’“ipotesi Amato” per qualsiasi incarico ai massimi livelli. È il destino dell’essere riserva della Repubblica; sei lì a disposizione per salire al governo. Il problema però è che con leadership ordinarie la gente non sogna, è il motivo (uno dei motivi, via) per cui, tragicamente, Donald Trump negli Stati Unito ha vinto non una ma due volte. La politica è anche credere in qualcosa, finanche di assurdo. Qui non si capisce però in che cosa creda il campo largo o come perbacco si chiamerà quella che rischia di essere un’accozzaglia non troppo larga (bisogna ancora capire se il solito Renzi sarà accolto oppure se sarà un’alleanza Pd-M5S-Avs e stop).

Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo
Paolo Gentiloni (Imagoeconomica).

È Conte il trendsetter del campo largo e magari vince pure le primarie

La politica estera, il fisco, forse la legge elettorale. È sui valori non negoziabili o presunti tali che l’armonia campoarghista scarseggia, perché come il coraggio la visione comune se non ce l’hai non te la puoi dare. Non si può inventare la chimica fra due persone. Vale anche per la politica. È per questo che il più scaltro di tutta la combriccola, cioè Beppe Conte, insieme a qualche suo amico che prova a essere scaltro, cioè Goffredo Bettini, sa dove andare a colpire. È lui che detta i tempi del sinistra-centro, c’è poco da fare. Così come dopo due ore dalla chiusura dei seggi referendari, a marzo, aveva già riaperto il caso primarie dicendosi a favore, oggi obbliga la sinistra a parlare della cultura woke, prendendone le distanze. È Conte il trendsetter del campo largo. Magari vince pure le primarie. Tanti cari auguri. 

Poche idee e nessun leader naturale: requiem per il campo largo
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo

«Pensare che 10 anni fa il Meeting sembrava in piena decadenza. Papa Francesco non lo vedeva di buon occhio», osserva la mia amica, mentre sorseggiamo una birra ghiacciata sedute a un tavolo nella zona ristoro, nelle ultime ore di un’edizione da record. La kermesse riminese di Cl, dedicata quest’anno a “L’amor che move il sole e l’altre stelle,” ha incassato 900 mila presenze, la visita di papa Leone XIV – che ha sancito la ritrovata armonia con la Santa Sede -, una carrellata di ministri, e gran finale con la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola e con il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa. È per lui che la mia amica e io siamo venute qui, insieme ad altri ex alunni del liceo Giulio Cesare. E il nostro ex compagno del ginnasio, diventato cardinale e quasi-papa, non ci ha deluso: al termine del suo evento, ci ha regalato strette di mano e selfie di gruppo e ha perfino condiviso ricordi dei nostri vecchi prof, la prova che Sua Eminenza non stava bluffando e, a distanza di oltre 40 anni, aveva collocato le nostre facce attempate nel punto giusto della sua articolata biografia, il che ha del miracoloso.

Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo
Cosa resta del Meeting di Rimini, la Fashion Week del governo

Il perenne sorriso dei volontari produce un effetto Pluribus

Dopo l’incontro, abbiamo deciso di restare, non tanto per smaltire l’emozione della carrambata, quanto per guardarci intorno e assaporare il Meeting nel momento liminale delle sue ultime battute, quando, esauriti gli appuntamenti del programma, ripartiti tutti gli ospiti famosi, dileguati i giornalisti, nei padiglioni della Fiera di Rimini restano solo gli ultimi visitatori a caccia di un pasto veloce nei ristoranti che stavano via via esaurendo tutti i condimenti (gli ultimi arrivati si sono dovuti accontentare di pasta in bianco e piadine vuote) e l’esercito dei volontari. Sono di tutte le età, di tutte le provenienze e dei soli due generi creati da Dio (nell’app del Meeting, che ho scaricato per avere i pass, puoi indicare te stesso solo come maschio o femmina, non sono previste altre opzioni oppure la reticenza). È un variegato popolo di 3.300 persone, accomunate solo dalla fede, dall’inossidabile cordialità e dal perenne sorriso, il che produce un inquietante effetto Pluribus, la celebrata serie filosofico-fantascientifica sugli effetti di un virus che connette tutta l’umanità, salvo pochi immuni, in una mente collettiva pacifica e appagata. Ma per accorgersene bisogna a) non essere ciellini, e b) avere visto Pluribus, e qui dentro non devono essere molti a possedere entrambi i requisiti.

La prassi e la retorica della vecchia sinistra, senza essere a sinistra

Senza il riferimento della serie di Vince Gilligan, l’impressione che si riceve dal Meeting dei seguaci ed eredi di don Luigi Giussani è quella condivisa dai tanti profani che nel corso degli anni ci hanno messo il naso guardinghi, aspettandosi all’ingresso un atheism-detector e un esame di catechismo, e poi ne sono usciti pieni di incredula meraviglia. A colpirli, soprattutto, l’accoglienza, l’efficienza e l’abnegazione dei volontari venuti da tutta Italia per sgobbare dalle otto a mezzanotte a scaricare casse, allestire mostre, accompagnare visitatori e farcire piadine, pagandosi le spese di soggiorno a Rimini o accampandosi in casa di amici. Roba che da un pezzo non si vede più neanche alle feste dell’Unità. E pazienza se l’impegno non è del tutto disinteressato, e può procurare protezioni e facilitazioni nel ramificato universo economico-imprenditoriale ciellino, anche se forse oggi è meno scontato di una volta. «C’è molto di simile alla prassi e alla retorica della vecchia sinistra», scriveva nel 2008 lo storico e saggista Claudio Giunta, «solo che qui decisamente non siamo a sinistra».

Un’anteprima delle tendenze politiche autunno/inverno

No, decisamente no. Non lo era nel 2008, quando il Meeting ospitò praticamente tutto il governo Berlusconi IV, più il senatore a vita Giulio Andreotti, la A del CAF (le altre lettere dell’acronimo erano Craxi e Forlani) di cui, prima di Tangentopoli, Cl era la colonna nel mondo cattolico. E non è troppo a sinistra nemmeno il cast dell’ultima edizione, in cui i personaggi meno sovranisti erano probabilmente Papa Leone e il cardinal Pizzaballa. Anzi, negli ultimi tempi il Meeting è una specie di Fashion Week in cui il centrodestra mostra in anteprima le tendenze della prossima stagione, idee che, come gli abiti che gli stilisti fanno sfilare in passerella, sono improponibili nella realtà, ma fanno chiacchierare i giornalisti. Esempio, le tasse sugli extraprofitti che, secondo Tajani, «sanno di Unione Sovietica» (a quanto pare, il vicepremier ha raccolto il trend trumpiano dell’anticomunismo di ritorno), o i corsi d’italiano obbligatori per i genitori stranieri, caldeggiati del ministro dell’Istruzione Valditara, per prendere con una fava due piccioni: invadere il terreno di Roberto Vannacci ed evitare che i nuovi italiani parlino come Adolfo Urso.

E per il 2027 aspettiamo i «pionieri coraggiosi»

Mentre “L’amor che move il sole e l’altre stelle” va a fare compagnia ai titoli dei Meeting passati (memorabili “La Bestia, Parsifal e Superman” e l’insuperato, in termini di lunghezza, “Lo Starets rispose: Davvero, tutto è splendido perché tutto è Verità”), è già stato divulgato quello dell’edizione 2027: “Pionieri coraggiosi per custodire l’umano”. Al netto del consueto sospetto di supercazzola, c’è da chiedersi se questi “pionieri custodi dell’umano” Cl crede di poterli trovare a destra, dove sembrano più preoccupati di custodire i confini dall’umano, specie se è povero e con troppa melanina. E forse con questa retorica vinceranno le prossime elezioni.

La tarantella delle Primarie, la frecciata a Urso sulla rivista Eni e le altre pillole del giorno

L’attesa del gazebo non è essa stessa un gazebo? Il centrosinistra non riesce a liberarsi dal «primarie sì, primarie dai, primarie fantasma»: ogni giorno un dem sa che dovrà correre più di un cinque stelle (e viceversa) per riuscire a guadagnare un titolo sul giornale, anche se del tema, per dirla con Massimo Cacciari, «non gliene frega niente a nessuno». Tale è la stanchezza, che in molti invitano gentilmente i leader campolarghisti a chiudersi in una stanza e a non uscire finché non arrivino a un’intesa. Un appello che, viste le dichiarazioni quotidiane su ogni media disponibile, pare essere inascoltato. Nel Pd, costantemente in modalità rincorsa, si sta ingrossando il partito del no (da incorniciare la proposta di Roberto Speranza di indicare sulla scheda un «diciottenne o un partigiano») e al Nazareno c’è chi legge in questi appelli alla prudenza una strategia per indebolire Elly Schlein: insistere sui rischi delle primarie fa percepire la segretaria in bilico e in svantaggio rispetto a Giuseppe Conte, è il ragionamento.

La tarantella delle Primarie, la frecciata a Urso sulla rivista Eni e le altre pillole del giorno
Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte, Elly Schlein e Angelo Bonelli (Instagram).

Nel M5s, manco a dirlo, è tutto un sussulto di democrazia dal basso: «Individuiamo prima i principi e i valori e le apriamo a chiunque, anche online, senza preregistrazioni o tessere che allontanano la partecipazione», rilancia giovedì lo “smarmellatore” Riccardo Ricciardi, capogruppo alla Camera.

La tarantella delle Primarie, la frecciata a Urso sulla rivista Eni e le altre pillole del giorno
Riccardo Ricciardi (Imagoeconomica).

Non poteva mancare Goffredo Bettini che sul Fatto invita a frenare le «tarantelle». «Serve un comitato di garanti», dice, ed è necessario «un clima di amicizia tra di noi, più sincero rispetto all’oggi». Schlein, secondo il “demiurgo del Pd romano”, non ha paura: «Un aspetto non criticabile della segretaria è il coraggio. Ne ha da vendere». Vedremo.

La tarantella delle Primarie, la frecciata a Urso sulla rivista Eni e le altre pillole del giorno
Andrea Orlando e Goffredo Bettini (Imagoeconomica).

Pure Sandra Zampa concorda su un punto: «Basta esternazioni a caso sulle primarie, il Pd convochi la direzione», dice al Resto del Carlino la riformista prodiana. «Leggere che importanti esponenti non le vorrebbero mi pare surreale». Si fa avanti pure il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale: «Se si facesse un sondaggio sulle primarie tra il popolo del centrosinistra penso che l’opinione prevalente sarebbe contraria», spiega a La Stampa. Ma non bisogna temerle. «Primarie? Non so, non le escludo», ha tagliato corto dal palco del Meeting Stefano Bonaccini. «Dopo che avremo scritto il programma valuteremo, parlarne adesso vuol dire mettere il carro davanti ai buoi». L’importante è che siano dei paesi tuoi.

La tarantella delle Primarie, la frecciata a Urso sulla rivista Eni e le altre pillole del giorno
Michele De Pascale (Imagoeconomica).

Sotto il polverone di dichiarazioni, gli sherpa dem e cinque stelle – Igor Taruffi e Paola Taverna – continuano a lavorare per arrivare a un accordo sulle regole. Tanto per cominciare: turno unico come propone Conte o ballottaggio? Ancora non si sa chi e quanti saranno i candidati: in AVS circolano i nomi di Nicola Fratoianni, Elisabetta Piccolotti e addirittura di Francesca Albanese. Riccardo Magi di +Europa si dice pronto, ma i suoi frenano l’entusiasmo. Qualcuno punta su Silvia Salis e su Ernesto Maria Ruffini. Infine rimane il convitato di pietra: che farà il kraken Matteo Renzi? L’osservatorio Primarie continua.

La tarantella delle Primarie, la frecciata a Urso sulla rivista Eni e le altre pillole del giorno
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

La frecciata a Urso sulla rivista dell’Eni

Geminello Alvi, economista e scrittore, si è tolto un sasso dalla scarpa. Nell’ultimo numero della rivista trimestrale di Eni, WE World Energy (nata dalle ceneri di Oil diretta da Lucia Annunziata) che giunge nelle redazioni in quantità industriali, Alvi firma un articolo, oggettivamente interessante, intitolato La contabilità delle risorse. Tema attualissimo. Il marchigiano, con la sua verve, tocca anche il tema delle terre rare su cui, scrive, «in Italia non c’è ministro o presunto esperto che non ne sottolinei il ruolo strategico per le filiere produttive». Qualcuno leggendo il passaggio ha strabuzzato gli occhi: mettere sullo stesso piano un ministro e un «presunto esperto» è un segnale da studiare con attenzione. Alvi non fa nomi, ma l’identikit è quello del titolare del Mimit, il “destro” Adolfo Urso che ha sottolineato spesso il ruolo strategico dei minerali critici. Chissà se la direttrice della rivista, Rita Lofano, che guida anche l’Agi, l’agenzia giornalistica dell’Eni, ha riletto con attenzione i testi dei prestigiosi collaboratori prima di dare l’ok alla tipografia…

La tarantella delle Primarie, la frecciata a Urso sulla rivista Eni e le altre pillole del giorno
Adolfo Urso (Imagoeconomica).

Zinzi attacca Romeo: Lady Verdini e Zoffili approvano

Ogni giorno ha la sua pena nella rovente estate leghista. L’ultima uscita che ha infiammato le chat nordiste è stata l’intervista di Giampiero Zinzi da Caserta contro il segretario lombardo e capogruppo al Senato Massimiliano Romeo. Commissario del partito in Campania dal 2024, dal 2013 al 2020 Zinzi è riuscito nell’impresa di cambiare quattro formazioni: Udc, Forza Italia, Cambiamo! di Giovanni Toti per poi sei anni fa accasarsi con gli ex lumbard. Figlio d’arte – il padre Domenico è stato sottosegretario alla Salute nel Berlusconi III – da mesi si vocifera di un suo possibile ritorno a FI o di un approdo in FN di Roberto Vannacci. Fatto sta che al Corriere del Mezzogiorno Zinzi ha bersagliato Max Romeo da Monza, segretario dell’ex potentissima Lega lombarda. Secondo Zinzi, Romeo attaccherebbe Matteo Salvini perché «frustrato» per non essere riuscito a realizzare più progetti per il suo territorio e «dovrebbe lavorare di più». Ma ciò che ha fatto più scandalo nelle chat lombarde è il like di due persone vicinissime a Salvini al post: la fidanzata del segretario Francesca Verdini e l’amico fraterno e parlamentare Eugenio Zoffili. L’altro tema che tra gli ex lumbard ha tenuto banco è il nuovo sondaggio condiviso da Vannacci in cui il suo movimento, Futuro nazionale, sale all’8 per cento e supera Forza Italia (7,3 per cento), imponendosi come quarto partito, con la Lega che scende al 4,8 per cento.

Vannacci, la cena strategica romana e la sfida a Forza Italia

A Roma la rete politica di Roberto Vannacci cresce ogni giorno: nella Capitale Futuro Nazionale, secondo i sondaggi “local”, viene accreditato con un consenso del 12 per cento. Una vera e propria spina nel fianco per la maggioranza guidata da Giorgia Meloni. E lui, il generalissimo, è pronto a offrire una nuova prova di forza. Sta infatti cominciando a girare la voce di una «cena strategica» organizzata per la sera del 10 settembre in un albergo dietro il Teatro dell’Opera, per presentare «importanti nuovi arrivi», in particolare da Forza Italia. Già, perché Antonio Tajani «perde pezzi ogni giorno», sibilano i fedelissimi di Vannacci e pure quelli del fu Cavaliere. Tra l’altro, l’appuntamento gastronomico futurista si terrà al termine della kermesse romana voluta dal leghista Claudio Durigon alle Officine Farneto, con l’obiettivo di “contare” gli ultimi salviniani rimasti nell’Urbe, un banco di prova prima della celebrazione dei fasti (di una volta) di Pontida. 

Vannacci, la cena strategica romana e la sfida a Forza Italia
Roberto Vannacci (Ansa).

Il generalissimo punta sui calabresi

Ma c’è di più: Roma ha un ruolo centrale anche nelle suppletive in Calabria del 27 e 28 settembre per sostituire il forzista Francesco Cannizzaro eletto sindaco di Reggio. Vannacci, com’è noto, ha candidato Domenico Giannetta, capogruppo azzurro in Regione, strappandolo al partito berlusconiano.

Vannacci, la cena strategica romana e la sfida a Forza Italia
Domenico Giannetta (Facebook).

E qui torna l’appuntamento romano di Futuro Nazionale: nella Capitale non si contano, per quanti sono, i calabresi, e in particolare i reggini che ovviamente mantengono relazioni e rapporti con la terra natale. Una forza notevole, ben radicata nei ministeri e nella pubblica amministrazione romana, nelle forze armate e nelle forze dell’ordine e che può fare la differenza nelle urne. Molti calabresi gravitavano nel gruppo dell’ex sindaco Gianni Alemanno. Non va dimenticato che Alemanno era sposato con Isabella Rauti, attuale sottosegretaria alla Difesa e figlia del destrissimo Pino, nato a Cardinale, in provincia di Catanzaro. E vogliamo dimenticare la rivolta di Reggio Calabria del 1970 guidata da Ciccio Franco, sindacalista, capopopolo, senatore del Movimento Sociale Italiano? Il voto reggino, insomma, rischia di diventare uno tsunami per Forza Italia che ha preferito candidare (si dice per volontà di Marina Berlusconi) l’avvocato della Fininvest Fabio Roscioli. E un trampolino di lancio per le Politiche del 2027. Tanti calabresi che lavorano a Roma hanno ancora la residenza nella loro terra di origine. La cena romana di Vannacci si preannuncia gustosa, indipendentemente dai piatti che verranno serviti a tavola…

Rai Scuola chiude, la protesta delle opposizioni

Dal primo ottobre sul 57 del digitale terrestre i telespettatori non troveranno più Rai Scuola, che chiuderà, bensì Italiana, nuovo canale dedicato – appunto – al «racconto emotivo e crossgenerazionale dell’Italia», con programmi dedicati a borghi, tradizioni, artigianato, imprese, enogastronomia, ambiente, turismo e cultura popolare del Bel Paese, che nascerà nasce dall’esperienza di Linea Verde. La decisione della Rai di chiudere il suo storico canale, annunciato in occasione della presentazione dei palinsesti, ha suscitato critiche, una petizione online e persino l’annuncio di un’interrogazione parlamentare da parte del Partito Democratico.

L’interrogazione parlamentare promossa dal Pd

Irene Manzi, responsabile scuola del Pd, ha affermato che la chiusura di Rai Scuola cancellerà un’esperienza nata da una convenzione tra il Servizio Pubblico e il Ministero dell’Istruzione nel 1964 e rinnovata poi 50 anni fino al 2014, con il nome Rai Scuola adottato dal 2009. Il deputato dem Stefano Graziano ha annunciato di aver firmato, assieme ad altri sette colleghi del Pd, un’interrogazione a risposta orale ai ministri delle Imprese e del Made in Italy e dell’Istruzione e del Merito: «Chiediamo al governo di intervenire con urgenza per scongiurare la chiusura di Rai Scuola e garantire la continuità del canale 57 del digitale terrestre. Sopprimere un presidio che da oltre 20 anni svolge una funzione fondamentale nell’informazione, nella divulgazione scientifica e culturale e nel sostegno alla didattica sarebbe una scelta grave e incomprensibile». Alla protesta di è unito anche il Movimento 5 stelle. Così la senatrice Barbara Floridia, già presidente della Commissione di Vigilanza Rai: «Vi dico una cosa: sarebbe un errore leggere questa decisione come un episodio isolato. Per capire cosa sta succedendo alla Rai bisogna rimettere in fila i pezzi. Facciamo ordine. Il centrodestra ha deciso di occupare il servizio pubblico. È quello che emerge dalla direzione politica impressa alla Rai».

Lanciata anche una petizione: più di 35 mila firme

In molti sui social hanno commentato con amarezza la notizia della chiusura di Rai Scuola: il canale da un paio di anni trasmette solo repliche, ma durante il lockdown il ministero dell’Istruzione lo aveva trasformato in una sorta di aula virtuale, con lezioni e approfondimenti quotidiani. Nei giorni scorsi è stata anche lanciata una petizione su Change.org, che – al 25 agosto – ha già superato le 35 mila firme: «La cultura e il sapere di un Paese civile non si svendono alle logiche di mercato o ai desideri politici di parte!».

La precisazione della Rai dopo la levata di scudi

Al momento della presentazione dei palinsesti Rai Sandro Ruotolo, responsabile informazione nella segreteria nazionale del Pd, aveva commentato: «Mancava solo il canale sovranista per certificare fino in fondo lo scempio che questa destra ha compiuto ai danni del servizio pubblico». La chiusura di Rai Scuola era passata sostanzialmente inosservata e ha la questione ha ripreso – per così dire – vigore in questo fine agosto. Tanto da costringere la Rai a una precisazione. La tv pubblica ha spiegato che «non è prevista alcuna cancellazione dell’offerta editoriale di Rai Scuola», in quanto «la sua funzione educativa e divulgativa viene preservata e valorizzata attraverso un’evoluzione delle modalità di distribuzione e fruizione e una presenza più forte su RaiPlay».

I malumori interni dei vannacciani e Speranza sulle primarie: le pillole del giorno

Anche i vannacciani, nel loro piccolo (si fa per dire) s’incazzano. E su più fronti. Anche se finora nessuno li ha formalmente invitati, l’idea di entrare nella coalizione di centrodestra comincia a far discutere. Ma è sulla seconda parte del programma di Futuro Nazionale – quella relativa ai valori definiti «non negoziabili» e cioè fine vita, aborto, famiglia, istruzione e identità cristiana – che si registrano i malumori più evidenti. Come scrive Libero, tra i più critici c’è Luca Sforzini, il presidente del Centro Studi Rinascimento nazionale. Il sospetto è che il pensatoio sia stato escluso dalla stesura del programma. Il cosiddetto “Piano Nazionale per la Vita Nascente, la Prevenzione dell’Aborto e il Sostegno alle Donne”, per esempio, potrebbe rivelarsi un boomerang, visto che a fare figli in Italia ormai sono soprattutto gli immigrati. «Esi­ste una destra che difende la fami­glia senza entrare nelle camere da letto», spiega Sforzini al quotidiano, «che può soste­nere la nata­lità senza isti­tuire poli­zie morali. E poi esi­stono le cor­nac­chie nere. Sono quelle che con­si­gliano di rispon­dere alle inquie­tu­dini del XXI secolo con il pron­tua­rio del XIX». Sforzini poi mette in guardia il generalissimo: «Ci sono momenti nei quali il pro­blema di un pro­getto non sono i suoi avver­sari. Sono i suoi con­si­glieri». E su Facebook, rilanciando l’articolo, azzarda uno slogan: «NO all’estremismo integralista islamico. E NO alla sua versione cristiana».

I malumori interni dei vannacciani e Speranza sulle primarie: le pillole del giorno
Luca Sforzini (da Fb).

Speranza e carità

Nel campo largo continua il reality Primarie a prima vista. L’ultima puntata vede come protagonista Roberto Speranza. L’ex ministro della Salute, in un’intervista al Corriere della Sera, è stato netto: le consultazioni per il candidato premier «sono un errore politico e vanno evitate». Il motivo è che «porterebbero a una riduzione dei consensi il giorno in cui si decide la partita, arrecando un danno enorme alla forza uscita sconfitta dai gazebo e quindi all’intera coalizione». Tra una domanda e l’altra, ecco la vera perla: per aggirare il possibile obbligo di indicare il nome del premier sulla scheda «basterebbe fare una scelta simbolica, come un neo diciottenne o un anziano partigiano». Applausi.

I malumori interni dei vannacciani e Speranza sulle primarie: le pillole del giorno
Roberto Speranza (Imagoeconomica).

La sinistra riparta da Marx

Al dibattito si aggiunge un contenuto premium. È offerto da Massimo Cacciari che al Fatto quotidiano invitando la sinistra a lasciar perdere il woke e ripartire da Karl Marx, ribadisce che con le primarie «il rischio è di farsi male. In sin­tesi: se vince Schlein, il peri­colo è che tanti elet­tori del Movi­mento, la metà almeno, non vadano a votare nelle Poli­ti­che. Se invece dovesse pre­va­lere Conte, il Pd si sfa­sce­rebbe la sera stessa». Alle primarie, continua l’ex sindaco di Venezia, ci si dovrebbe confrontare su diverse proposte «non certo su chi è più bello». Per questo a suo avviso sarebbe un bene se Giuseppe Conte ed Elly Schlein facessero un passo indietro: «Sarebbe una nobile uscita, diciamo. Di certo di questo dibattito sulle primarie non gliene frega niente a nessuno, nel Paese. Ripeto, il tema sono le proposte di governo».

I malumori interni dei vannacciani e Speranza sulle primarie: le pillole del giorno
Massimo Cacciari (Imagoeconomica).

Il caso dello Squadrismo Summer Fest che si è tenuto nel Trevigiano

La quinta edizione dello Squadrismo Summer Fest, evento caratterizzato da locandine, simbologie e richiami espliciti al Ventennio fascista che si è tenuto a Vedelago (Treviso) nel fine settimana, ha scatenato reazioni politiche, contestazioni online e – pare – anche un certo imbarazzo in Futuro Nazionale, visto che tra gli organizzatori figurava il vannacciano Christian Zamperoni, responsabile del movimento di Montebelluna.

L’evento dei «camerati di Treviso» con i vannacciani

Lo Squadrismo Summer Fest, organizzato in un agriturismo nel Trevigiano, prevedeva stand di cibo, concerti e la presentazione di un libro dedicato ai fatti di Dongo. A postare le immagini dell’evento – dove sono stati esposti striscioni “nostalgici” e simboli del Ventennio – è stato sui social l’ex consigliere regionale Joe Formaggio, ex Fratelli d’Italia e oggi vannacciano: «Con i camerati di Treviso al via dello Squadrismo Summer Fest. Difendi con ardore la tua terra e un ideale». L’evento, come detto, vedeva tra gli organizzatori Zamperoni. E negli scatti compariva anche Marco Della Pietra, primo cittadino di Spresiano e presidente del Centro studi amministrativi della Marca trevigiana, anche lui ex FdI. A tal proposito, Formaggio ha scritto su Facebook: «Aspettando il sindaco numero uno della provincia di Treviso in Futuro Nazionale».

Le proteste politiche e la replica: «Festa privata»

Per un sindaco presente all’evento, un altro che invece ne era all’oscuro: Giuseppe Romano, primo cittadino proprio di Vedelago, spiegando che «non tutte le iniziative richiedono l’autorizzazione del Comune», ha affermati di non essere stato a conoscenza della festa. Aggiungendo poi: «In ogni caso non vedo perché non avrei dovuto autorizzarla se rispettava tutti i criteri: siamo in democrazia». Per quanto riguarda le condanne, quelle vere, Europa Verde della Marca Trevigiana ha diffuso una nota ufficiale per stigmatizzare la manifestazione e la scelta del nome dell’evento. Così Mariarosa Barazza (Pd), sindaca di Cappella Maggiore e presidente del consiglio direttivo dell’Associazione Comuni della Marca trevigiana: «Discutibile l’uso di termini come “camerati” e “squadrismo” che evocano un regime autoritario qual è stato il fascismo e azioni incompatibili con i valori della nostra Repubblica. Anche l’uso di un linguaggio provocatorio alimenta un clima di conflitto e non fa bene alla democrazia». Giuliano Varnier, presidente dell’Anpi di Treviso, ha bollato l’evento come un tentativo di rifondare il partito fascista: l’associazione dei partigiani ha chiesto l’intervento urgente del Prefetto e delle autorità competenti per verificare eventuali reati. Intervistato dai media locali, Zamperoni ha respinto fermamente ogni accusa, spiegando che si trattava di una festa privata e puntando il dito contro l’Anpi e la sua «strumentalizzazione politica».

Pontida rischia di trasformarsi in una resa dei conti: ma per chi?

Pontida sarà «una festa». Lo ha promesso il segretario provinciale bergamasco Fabrizio Sala, tra i frontmen nordisti che hanno promosso la rivolta contro Matteo Salvini. Il rischio, con i veleni fratricidi a livelli mai visti dalle scope su Umberto Bossi, è che il primo raduno senza il Senatur serva più a ‘fare la festa’ a qualcuno. E non è ancora chiaro chi sarà la vittima delle possibili contestazioni: se il segretario federale che il direttivo lombardo ha ‘processato’ e vorrebbe cacciare o se i ‘frondisti’ Massimiliano Romeo e Attilio Fontana, unici big usciti allo scoperto per chiedere un passo di lato del fu Capitano.

Pontida rischia di trasformarsi in una resa dei conti: ma per chi?
Massimiliano Romeo e Attilio Fontana alla Versiliana (Ansa).

Le ombre su Pontida 2026

C’è chi dice che per Pontida non si riescano ad arruolare i volontari, e chi teme le contestazioni a entrambi i fronti e le “botte” sul pratone. Finora gli unici fischiati in pubblico sono Romeo e Fontana, la settimana scorsa alla Versiliana, quando sono stati contestati da tre persone al grido di «C’è solo un capitano». Ma i malpancisti potrebbero protestare semplicemente boicottando il raduno o anche con uno striscione eclatante come nel giugno 2011 quando il vessillo gigante issato sulla collina di fronte al pratone con la scritta «Maroni presidente» (inteso del Consiglio) segnò una svolta nel movimento, primo indizio del clima che portò, dopo gli scandali, alle dimissioni di Bossi.

La riconciliazione tra leader e ‘fronda’ ora è quasi impossibile

Sicuramente il ritrovo traccerà una svolta nel partito più longevo attualmente rappresentato in Parlamento. A meno di un mese dal raduno, i tempi sono stretti. E Salvini ha poco margine per chiudere la mediazione per una intesa sulla gestione più collegiale, che però finora non s’è trovata. Di questo infatti si discute da mesi. A inizio giugno è fallito il tentativo di arrivare a un accordo: nuovo statuto federale e coinvolgimento di Luca Zaia. Tutti i testi proposti da Roberto Calderoli sono stati respinti al mittente prima dello showdown del direttivo lombardo del 7 agosto e dell’intervista di Ferragosto in cui il governatore lombardo Fontana non ha escluso un passo indietro di Salvini. Tra il direttivo e l’intervista si erano mossi gli sherpa per cercare una riconciliazione che, dopo la contestazione della Versiliana, con in sala presenti anche l’amico fraterno di Salvini Eugenio Zoffili e il quasi cognato Tommaso Verdini, ormai è quasi impossibile da trovare.

Pontida rischia di trasformarsi in una resa dei conti: ma per chi?
Roberto Calderoli (Ansa).

Salvini tenterà di rompere il fronte dei nordisti

Il piano del ministro delle Infrastrutture sembra quindi esser quello di ‘rompere’ il fronte dei nordisti cercando una intesa che preveda il coinvolgimento di Zaia e del governatore del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga (da settimane silenti sul tema). Mentre sui lombardi è stato chiaro: nel comizio/intervista a Pinzolo, si è detto pronto a coinvolgere tutti, tranne quelli che si «autoescludono». Romeo e Fontana sembrano essersi spinti troppo oltre per ottenere una ricomposizione. Secondo i salviniani non hanno il partito dietro di loro. E agiscono solo per ambizioni personali e volontà di decidere le liste alle Politiche. Non è però facile capire che cosa significhi avere il partito dietro. Né realmente chi appoggi questa ‘rivolta’, movimento assai inusuale in un partito da sempre vissuto con la forma mentis del culto del capo.

Pontida rischia di trasformarsi in una resa dei conti: ma per chi?
Maurizio Fugatti, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga (Ansa).

La fronda lombarda e il ruolo di Giorgetti

Sicuramente si sono espressi a favore di un rinnovamento del vertice i segretari provinciali del partito a Brescia, Bergamo, Varese e Sondrio, che a breve andranno a congresso (tra settembre e ottobre). La fronda lombarda è composta da tanti che non sono stati ricandidati da Salvini nel 2022, come Simona Pergreffi e Daniele Belotti, ex deputato, ex segretario bergamasco e storico presentatore di Pontida. Ma anche dall’assessore lombardo Massimo Sertori, vicinissimo a Fontana e a Giancarlo Giorgetti. Il ministro dell’Economia è ritenuto infatti uno dei big, che, insieme a Calderoli, gioca su più tavoli, e comunque non è contrario a un rinnovamento della leadership. Tanto che in diversi hanno notato la frecciata lanciata da Salvini a Pinzolo, quando ha invitato chi lo critica per le cose non realizzate dal governo al Nord di andare a bussare a via XX Settembre.

Pontida rischia di trasformarsi in una resa dei conti: ma per chi?
Giancarlo Giorgetti (Ansa).

Le incognite Romeo e Fontana

Tra i lombardi la coppia composta da Silvia Sardone e Davide Caparini avrebbe aperto un canale di mediazione tra Salvini e Romeo-Fontana (con i quali hanno buoni rapporti). Ma lo spazio per una ricomposizione è strettissimo. C’è poi da capire se l’emarginazione di Romeo-Fontana può essere una soluzione, come pensa Salvini. Romeo è il segretario della Lega lombarda e capogruppo al Senato. Lo farà dimettere da uno dei ruoli? Fontana sarà in carica fino al 2028. Cosa farà? Lo spingerà a lasciare in anticipo Palazzo Lombardia lasciando la candidatura a FdI come siglato con Giorgia Meloni prima del via libera alla corsa di Alberto Stefani in Veneto? Difficile che ciò avvenga. Neanche Salvini può permettersi la rottura. E poi siamo così sicuri che i silenti Zaia e Fedriga siano ancora disposti a fare il sacrificio di candidarsi da capolista alle Politiche del 2027?

Pontida rischia di trasformarsi in una resa dei conti: ma per chi?
Davide Caparini (Imagoeconomica).

L’attendismo cronico di Zaia

Qualche mese fa, in privato, Zaia ammetteva di sentirsi costretto a farlo. Ora, a chi glielo chiede, risponde dicendo che ormai «è tardi», non si può più fare nulla per risollevare le sorti del partito. L’ex governatore veneto non riesce a scrollarsi di dosso l’etichetta del politico più cringe che gli hanno affibbiato i The Journalai. Gli interessa solo il suo podcast Il fienile che vorrebbe vendere alle reti dei Berlusconi. E, tra un post sui gelatai realizzato con l’IA e un filmato-intervista ai Righeira, i suoi toni sono sempre più attendisti e la soluzione sempre quella del logoramento imminente del leader.

Alcuni salviniani duri e puri potrebbero abbandonare il capo

Insomma, i lombardi sono stati coraggiosi a chiedere la rimozione di Salvini, il trentino Maurizio Fugatti ancora di più perché ha rifiutato la foto con il capo (mentre aveva postato con rilievo quella con Giorgetti in vacanza qualche giorno fa), ma forse tutti gli sforzi sono stati inutili.

Pontida rischia di trasformarsi in una resa dei conti: ma per chi?
Maurizio Fugatti con Giancarlo Giorgetti (da Instagram).

Forse è più semplice che tutti questi big si “autoescludano” e rimanga solo «la Salvini premier», come chiama la Lega da anni l’espulso Paolo Grimoldi. Salvini vada pure alle Politiche solo per la sua strada e solo dopo si vedrà come raccogliere i cocci di quel che resterà. Il quadro sarebbe già abbastanza contorto se non mancasse un ultimo tassello. I salviniani duri e puri che, sotto traccia, hanno già fatto sapere a chi di dovere di essere pronti a passare all’altro fronte. Caratteristica tipica del mestiere di chi fa politica, il trasformismo, in questa categoria i ben informati annoverano insospettabili come i lombardi Andrea Crippa e Luca Toccalini, e i veneti Andrea Tomaello e Alberto Stefani.

Pontida rischia di trasformarsi in una resa dei conti: ma per chi?
Pontida rischia di trasformarsi in una resa dei conti: ma per chi?
Pontida rischia di trasformarsi in una resa dei conti: ma per chi?
Pontida rischia di trasformarsi in una resa dei conti: ma per chi?

Comunali di Milano, Patto per il Nord punta su Gabriele Abbiati

Avanti un altro! Alla già lunghissima lista di candidati alla successione di Beppe Sala si aggiunge Gabriele Abbiati, neodirigente di Patto per il Nord. La sua candidatura non è ancora ufficiale, ma – come può anticipare Lettera43 – sta rapidamente maturando in seno al cartello di movimenti settentrionalisti fondato due anni fa da ex leghisti delusi dalle politiche nazionaliste e sovraniste di Matteo Salvini e desiderosi di tornare alle istanze originali di Gianfranco Miglio e Umberto Bossi. Proprio quest’ultimo – mancato lo scorso marzo – aveva benedetto la nascita del nuovo soggetto, guidato da Paolo Grimoldi e successivamente rinforzatosi passo dopo passo con le adesioni di Grande Nord, Rete22, Associazione Gianfranco Miglio, Rete per il Nord, Forza Nord, Autonomia e Libertà e diverse altre sigle minori, non solo afferenti all’ambito leghista.

Comunali di Milano, Patto per il Nord punta su Gabriele Abbiati
Paolo Grimoldi (Imagoeconomica).

Un programma da Carroccio prima maniera

Gli obiettivi politici recuperano pari pari quelli del primo Carroccio: diventare un vero e proprio “sindacato del Nord” per rappresentare a Roma tutte le istanze del territorio più produttivo d’Italia, a partire dalla questione del residuo fiscale. «A Milano vale circa 11 miliardi di euro, una cifra che coprirebbe per intero il bilancio comunale», confida un esponente del movimento. Si sottolinea inoltre l’intenzione di ergersi a baluardo non solo dei “milanesi”, ma anche di vive in città – staccandosi quindi dalla remigrazione e dalle posizioni estremiste che ruotano intorno a Roberto Vannacci – attraverso una legge speciale che dia a Milano le stesse risorse e gli stessi poteri di cui gode Roma, potenziando nel contempo la Città Metropolitana. 

Un ex leghista lontano dal celodurismo

Non è un caso che il frontman più accreditato di questa difficilissima sfida sia Abbiati, ex leghista entrato a Palazzo Marino nel 2019 al posto di Salvini, allora proiettato verso il governo Roma e oggi in fortissima crisi. Abbiati, 39 anni, è un ex leghista davvero sui generis: mite, pronto al dialogo, attivo nel sociale, paziente arbitro nei tornei di calcio ACLI (dove certi calciatori amatoriali fanno più bizze dei politici di professione), più attento ai rapporti umani che ai diktat politici e, si dice, mai sdraiato sugli input provenienti da via Bellerio. Per questo è apprezzato trasversalmente anche dagli avversari, sia quelli incontrati a Palazzo Marino, sia quelli della precedente esperienza nel Municipio 9 (Niguarda, Affori e Bruzzano), dove ha mosso i primi passi in politica. 

Comunali di Milano, Patto per il Nord punta su Gabriele Abbiati
Gabriele Abbiati.

Le ambizioni di Bernardelli

È iniziata molto prima la traiettoria di Roberto Bernardelli, imprenditore del settore alberghiero entrato in politica negli Anni 80 sulla scia del fenomeno-Bossi. Presidente del Patto per il Nord, ex leghista e già fondatore del partito Pensionati e del Grande Nord, Bernardelli a 77 anni è ancora molto attivo, conduce una trasmissione televisiva autogestita, e non disdegnerebbe certo di essere lui il candidato sindaco di questa eterogenea aggregazione.

Comunali di Milano, Patto per il Nord punta su Gabriele Abbiati
Roberto Bernardelli (Ansa).

Tutto, al momento, propende però nella direzione di Abbiati, che insieme a Grimoldi dovrà decidere dove orientare questo temerario vascello: il porto finale è una sfida in solitaria o si troveranno produttive alleanze lungo il percorso? Occasioni di incontro certamente non mancheranno: l’amichevole Abbiati si è incamminato lungo una strada già frequentata, nel centrodestra, dal moderato Maurizio Lupi alla pasionaria salviniana Silvia Sardone, dal civico Antonio Civita al redivivo Pietro Tatarella, dall’outsider Giovanni Terzi all’immancabile Alessandro Spada (ai quali, a destra destra, si aggiunge il vannacciano Carmelo Burgio). Vincere sarà complicato, stringere accordi molto meno.

Comunali di Milano, Patto per il Nord punta su Gabriele Abbiati
Comunali di Milano, Patto per il Nord punta su Gabriele Abbiati
Comunali di Milano, Patto per il Nord punta su Gabriele Abbiati
Comunali di Milano, Patto per il Nord punta su Gabriele Abbiati
Comunali di Milano, Patto per il Nord punta su Gabriele Abbiati
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Comunali di Milano, Patto per il Nord punta su Gabriele Abbiati
Comunali di Milano, Patto per il Nord punta su Gabriele Abbiati

Dall’aborto all’eutanasia, tutti i “no” della seconda parte del programma di FN

Futuro Nazionale ha pubblicato la seconda parte della sua Base Ideologica e Programmatica, che parte dal consueto presupposto dei vannacciani: l’identità cristiana «come elemento pubblico della tradizione nazionale». Tanti i “no” snocciolati nel documento: da quello all’aborto (che non sarebbe un diritto), a quello al matrimonio tra persone dello stesso sesso, fino a quello all’eutanasia. «Dopo la prima, dedicata a remigrazione ed economia, questa volta mettiamo al centro ciò che decide il futuro di una Nazione: la famiglia, le politiche di riattivazione demografica, la difesa della vita, la sovranità digitale, la cybersicurezza, il sociale e le scelte di difesa», spiega Roberto Vannacci prima di approfondire i singoli temi dal sito del partito.

Per Vannacci «l’aborto non è un diritto»

«Il matrimonio rimane l’unico istituto di coppia, perché solo la procreazione ha rilievo pubblico. Difendiamo la vita dal concepimento alla morte naturale, rifiutiamo eutanasia e omicidio del consenziente, garantiamo le cure palliative e vietiamo di far morire di fame e di sete», si legge nel programma di FN. «Come già stabilito dalla legge 194/1978 l’aborto non è un diritto». Il concepito, anzi, dovrebbe essere «soggetto titolare di interessi giuridicamente tutelati»: riconosciuto già in gravidanza per bonus e agevolazioni, dalle borse di studio alle case popolari, con aggravanti per i reati contro donne incinte che ne provochino la perdita. Vannacci poi elenca una serie di proposte: «esenzioni progressive per chi ha figli, il “Reddito di Rinascita” per le madri e il Mutuo Tricolore che azzera gli interessi al terzo figlio e le “quote azzurre” per facilitare i trasferimenti alle famiglie numerose dei dipendenti delle Pubbliche amministrazioni». Inoltre l’ex generale vorrebbe l’istituzione «del ministero della Vita, della Famiglia naturale e dell’Identità, della Giornata nazionale della Vita nascente il 25 marzo e di un Piano nazionale per la Vita nascente e la Prevenzione dell’Aborto».

Dall’aborto all’eutanasia, tutti i “no” della seconda parte del programma di FN
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

No a «eutanasia e omicidio del consenziente»

Visto che la posizione di Futuro Nazionale è quella «pro-vita dal concepimento alla morte naturale», da qui il netto no a «eutanasia e omicidio del consenziente (dalla sinistra detto suicidio assistito)». FN vuole pertanto «l’applicazione piena della legge sulle cure palliative (oggi precluse a circa il 70 per cento degli aventi diritto perché sinistra e ipodestra non stanziano quanto necessario) e potenziamento della terapia del dolore». Idratazione e alimentazione «non saranno considerate come terapie, perché non lo sono, e nessuno potrà più esser fatto morire intenzionalmente di fame e di sete». Si legge poi nel programma: «Sospendibili solo i trattamenti oggettivamente sproporzionati perché non raggiungono l’effetto, creano più danni fisiologici che benefici o producono un dolore fisico la cui sopportazione richiederebbe, sul piano oggettivo e non soggettivo, una capacità eroica. Consentite terapie di riduzione del dolore che, indirettamente, possano provocare un accorciamento della vita, senza però poter mai voler produrre direttamente e intenzionalmente la morte: ciò sarebbe omicidio».

FN vorrebbe l’abrogazione delle unioni civili

La seconda parte del programma di Futuro Nazionale, ovviamente, sottolinea come la famiglia naturale debba essere «fondata sull’unione di uomo e donna come modello da sostenere con politiche fiscali, abitative, asili nido e congedi». In tal senso, la proposta più netta è l’abrogazione delle unioni civili: «Le facoltà oggi collegate all’istituto (permesso lavorativo per visite ospedaliere, visita carceraria, disposizioni personali, rappresentanza legale, eredità, ecc.) verrebbero ricondotte a diritti individuali esercitabili dal cittadino verso la persona da lui indicata, senza necessità di elevare il rapporto sessuale a criterio di concessione dei diritti».

Maternità surrogata: chieste pene più severe

Passando a un tema correlato, il programma di Futuro Nazionale dichiara la «contrarietà alla fecondazione eterologa»: adozioni e affidi dovrebbero essere possibili solo «per la famiglia, composta da un uomo e da una donna coniugati». Nel documento si auspicano poi pene più severe per chi ricorre alla maternità surrogata: 5-10 anni di reclusione la sanzione per il cosiddetto utero in affitto e interdizione dai pubblici uffici per chi viene condannato «essendo reato analogo alla riduzione in schiavitù». Vannacci propone inoltre «il divieto di trascrivere atti che attribuiscano al medesimo bambino due madri o due padri: nessuna menzogna in materia d’anagrafe».

Stop in tv ai contenuti genderisti/omosessualisti

Per i vannacciani deve diventare reato universale – perseguibile cioè anche se commesso all’estero – ogni pratica che in qualsiasi modo possa aiutare il cambiamento di genere per i minori. Da vietare pertanto «interventi chirurgici di riassegnazione del sesso, ormoni cross-sex e bloccanti della pubertà sui minorenni». E, nei pensieri dell’ex generale, anche i contenuti scomodi in tv con «l’estensione della fascia protetta televisiva 6-23 con tanto di divieto di contenuti audiovisivi genderisti/omosessualisti quando possano essere esposti i bambini e il rifiuto di direttive internazionali volte alla promozione dell’agenda Lgbt».

La bomba Giannetta in Forza Italia e le altre pillole del giorno

«Tira ‘na giannetta» è un detto popolare romano che evoca l’arrivo di un vento freddo, pungente. Una corrente che annuncia tempesta dalle parti di Forza Italia. A partire dalla Calabria, dove Roberto Vannacci ha candidato per le suppletive del 27 e 28 settembre indette per sostituire il sindaco di Reggio Francesco Cannizzaro, Domenico Giannetta, fino a qualche ora fa capogruppo azzurro in Regione, che dopo essere stato cacciato dal governatore Roberto Occhiuto è passato al Misto. Uno schiaffo doppio e forse pure triplo quello assestato dal generalissimo a FI. Non solo in faccia ad Antonio Tajani, leader già nel mirino di Arcore e recentemente sfidato da Paolo Zangrillo. La botta è arrivata anche al presidente calabrese vicino ad Arcore – anche se Giannetta ha precisato che lo strappo non è stato dovuto a dissapori con Occhiuto – e forse ha colpito di striscio anche Marina Berlusconi che pare abbia imposto come candidato il fidato Fabio Roscioli, tesoriere nazionale del partito e avvocato di Fininvest. FN, scegliendo come primo candidato nazionale Giannetta, tenta il colpaccio simbolico. Nel post con cui ha annunciato la candidatura dell’ex capogruppo azzurro in Regione, Vannacci ha giocato pesante sottolineando «la differenza tra noi e la politica rancida e poltronara di Forza Italia che preferisce candidare un romano sconosciuto al territorio usando i voti dei reggini».

Le suppletive nel collegio di Reggio Calabria, del resto, sono «l’ultimo e unico test politico-elettorale prima del voto per il nuovo Parlamento previsto tra la primavera e l’autunno del 2027», ricorda il futurista calabrese Domenico Tellini. «Si tratta, pertanto, di un’elezione a forte valenza nazionale che, sia pure in un ambito circoscritto, servirà a pesare le coalizioni». FN con Giannetta punta a conquistare gli elettori di FI delusi e, parole di Tellini, «traditi dalla svendita del collegio a candidature imposte da Arcore». Il guanto si sfida dunque è lanciato: «Occhiuto si interroghi sulle promesse mancate e dello stato del suo partito in tutta la Calabria dove il malumore di tanti forzisti potrebbe portarci tante altre adesioni che noi accoglieremo per una nuova destra calabrese con Futuro Nazionale». Una mossa, la candidatura di Giannetta, che è anche un messaggio diretto al partito di Giorgia Meloni: «A Reggio Calabria offriremo un’alternativa a quanti nel centrodestra non si riconoscono più in una destra moderata e sbiadita che candida un romano senza alcun radicamento sul territorio», ha messo in chiaro il commissario di Futuro Nazionale Calabria Domenico Furgiuele. «A chi si sente di destra ma non si riconosce nella deriva democristiana di Fratelli d’Italia diciamo che è tempo di tornare a casa, è tempo di tornare veramente a destra. E agli elettori delusi di una Forza Italia i cui rappresentanti arrivano a definire l’immigrazione un fenomeno antico, irreversibile e positivo, diciamo che oggi un’alternativa esiste».

La bomba Giannetta in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Roberto Occhiuto e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Volpi fonda l’ALF

Gli ex leghisti si danno un gran daffare. E non solo in Futuro Nazionale. Pochi giorni fa Raffaele Volpi, ex sottosegretario alla Difesa nel Conte I e già presidente del Copasir, ha annunciato la creazione di un nuovo movimento, ALF-Area Liberale Federalista. Nella sonnecchiosa afa agostana ecco una «nuova area politica e culturale, liberale e riformista» promossa insieme con Jonny Crosio, già deputato e senatore del Carroccio e Walter Togni. «Alf non nasce contro qualcuno», precisano i fondatori. «Nasce per dare rappresentanza a chi produce, a chi lavora e a chi chiede allo Stato risposte verificabili al posto degli annunci […]. Il percorso istituzionale dei promotori non è un titolo da rivendicare: è il capitale di esperienza messo a disposizione di un’area centrale, moderata e pragmatica che nel Paese esiste già, ma non ha ancora una casa politica capace di rappresentarla con serietà». Gli “alfisti” si dichiarano riformisti e naturalmente federalisti: «Il nostro federalismo è una forma di organizzazione efficiente dello Stato, non una rivendicazione territoriale né una spinta separatista». In politica estera poi è netto il sostegno all’Ucraina, lo stesso che portò Volpi a lasciare la Lega salviniana nel 2022. «Alf sceglie di essere in Ucraina perché lì passa una parte decisiva del futuro dell’Europa», scrivono. «La frontiera della sicurezza euro-atlantica e il luogo dove si misura il diritto di un popolo a difendere la propria indipendenza. Essere al fianco di Kyiv significa difendere un’idea di Europa capace di assumersi le proprie responsabilità». Amen.

La bomba Giannetta in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Raffaele Volpi (Imagoeconomica).

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Chi è Domenico Giannetta, primo vannacciano a correre per un seggio in Parlamento

Prima candidatura per un seggio in Parlamento per un esponente di Futuro Nazionale: l’ormai ex capogruppo forzista in Consiglio Regionale Domenico Giannetta correrà infatti col partito di Roberto Vannacci in occasione delle suppletive che si svolgeranno domenica 27 e lunedì 28 settembre nel collegio uninominale 05 di Reggio Calabria, per assegnare il seggio alla Camera rimasto vacante dopo l’elezione di Francesco Cannizzaro – deputato azzurro dal 2022 – a sindaco della città.

Ci sono già vannacciani alla Camera. Ma si tratta di deputati che erano stati eletti con altri partiti e poi passati dalla parte dell’ex generale. L’eventuale approdo – anzi ritorno – di Giannetta a Montecitorio rappresenterebbe dunque una prima volta. E già lo è, appunto, la sua candidatura. Medico chirurgo nato a Reggio Calabria nel 1970, Gianetta è alla sua quarta legislatura regionale ed ha già avuto un breve passato come deputato dal 31 marzo al 7 maggio 2020, data in cui aveva rinunciato al mandato per mantenere il seggio in Regione. Rieletto nel 2025 sempre con Forza Italia, Gianetta era diventato poi capogruppo azzurro lo scorso dicembre. «Amante della natura e dell’agricoltura biologica», come si legge sul sito del Consiglio regionale della Calabria, Giannetta è medico volontario della Croce Rossa Italiana. Dal 2014 al 2019 è stato sindaco di Oppido Mamertina dal 2014 al 2019 e anche capogruppo di Forza Italia al Consiglio della Città Metropolitana di Reggio Calabria.

Chi è Domenico Giannetta, primo vannacciano a correre per un seggio in Parlamento
Domenico Giannetta (Facebook).

Il deputato vannacciano Furgiuele: «Il dado è tratto»

«Il dado è tratto. Per la prima volta nella nostra storia affrontiamo il battesimo del voto in una competizione politica nazionale. E lo facciamo dalla Calabria, da Reggio. In meno di un mese e mezzo abbiamo costruito gruppi consiliari a Lamezia Terme e Crotone, acquisito una presenza nel Consiglio provinciale crotonese, raccolto l’adesione di numerosi amministratori e superato i mille nuovi tesserati. Oggi arriva anche un consigliere regionale», ha scritto il deputato vannacciano Domenico Furgiuele, che a giugno è passato dalla Lega a Futuro Nazionale: «Offriremo un’alternativa al campo largo del centrosinistra, che somiglia sempre più a un campo santo, ma soprattutto a quanti non si riconoscono più in una destra moderata e sbiadita. A chi si sente di destra ma non si riconosce nella deriva democristiana di Fratelli d’Italia diciamo, è tempo di tornare a casa, è tempo di tornare veramente a destra. E agli elettori delusi da Forza Italia diciamo che oggi un’alternativa esiste».

L’ira di Occhiuto: «Vannacci non faccia il gradasso»

Lo “scippo” da parte di Vannacci non è decisamente piaciuto al governatore Roberto Occhiuto, forzista, che ha espulso Giannetta dalla maggioranza di centrodestra: «Da questo momento è fuori. Il mio governo regionale non ha nulla a che spartire con chi sceglie Vannacci. Quanto al generale, gli consiglierei di non fare troppo il gradasso. Vedremo la sera del 28 settembre quale sarà il partito vincitore e quale quello rancido». Vannacci, in una nota firmata assieme al coordinatore nazionale del partito Massimiliano Simoni, aveva scritto che «da questa candidatura si palesa la differenza tra Futuro Nazionale e la politica rancida e poltronara di Forza Italia».

Legnano, gli organizzatori del Pride rispondono alle polemiche su Alberto da Giussano nel logo

È polemica a Legnano, in provincia di Milano, per il Pride in programma domenica 13 settembre 2026. Nel logo della manifestazione, gli organizzatori hanno inserito Alberto da Giussano, simbolo della città ma anche, storicamente, della Lega. A sollevare la polemica era stato il capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio comunale, Mario Almici, già candidato sindaco sconfitto a giugno, secondo cui la scelta di rivisitare il guerriero con i colori della bandiera Lgbt era «quantomeno discutibile». Il sindaco Lorenzo Radice gli aveva risposto con una lettera aperta:«Prima dei simboli vengono le persone. Per questo al centrodestra di Legnano faccio una domanda molto semplice: pensate che le persone Lgbtq+ abbiano pieno diritto di essere visibili, di manifestare e di rivendicare pari dignità e diritti nella loro città?». Ora a inasprire la polemica è arrivata la risposta degli organizzatori dell’evento: «Se dall’Alpi a Sicilia dovunque è Legnano, Legnano deve essere la casa di tutt? […] Con tutta probabilità farà ulteriormente storcere il naso a qualcuno, visto che scomodiamo addirittura l’Inno d’Italia». Sulla scelta del simbolo, rivendicano il legame profondo con la città: «Il guerriero appartiene alla storia e all’immaginario collettivo legnanese, cresciuto tra le contrade e il Palio. Farlo proprio significa ribadire un’appartenenza. Siamo persone queer, ma siamo anche e soprattutto legnanesi».

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta

C’è sempre qualcosa di stonato nel vedere la politica prendere le distanze dalle mode che essa stessa, fino al giorno prima, aveva contribuito ad alimentare. Succede adesso con il woke, concetto evocato per molto tempo con reverenza o disprezzo, mai con indifferenza, e che improvvisamente a sinistra comincia a provocare l’imbarazzo di quando si guarda una foto dei tempi andati. Possibile che ci vestissimo davvero così? 

Lo strappo in avanti di Conte

Giuseppe Conte, che possiede la furbizia di accorgersi rapidamente quando il vento cambia, ha rotto gli indugi. Su Repubblica ha spiegato che il progressismo deve lasciarsi alle spalle certe degenerazioni identitarie e tornare a occuparsi di diseguaglianze, lavoro povero, sanità e via discorrendo. Non proprio una scoperta copernicana, visto che poveri, diseguali e malati esistevano anche prima. Ma tant’è. 

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Il distinguo di Boldrini: l’Italia ora non è l’America

Pochi giorni dopo, sul Corriere della Sera, arriva l’intervista a Laura Boldrini, ovvero la campionessa italiana di woke, anche se dalle sue risposte non sembra così. Qualche esagerazione c’è stata, dice, ma soprattutto negli Stati Uniti, non da noi dove si puntava sull’inclusione e sul rispetto dei diritti civili. Niente a che vedere con le follie dei campus americani. Ma la memoria di quel recente passato racconta una storia un po’ diversa. Perché Boldrini non fu una comparsa, ma diventò uno dei volti più riconoscibili di quella temperie culturale, attirandosi per anni feroci e spesso volgari attacchi della destra. 

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta
Laura Boldrini (Imagoeconomica).

La vecchia battaglia sul linguaggio

E se c’era un terreno sul quale tutto questo si misurava ogni giorno era proprio il linguaggio. Da presidente della Camera, Boldrini volle che negli atti parlamentari le cariche fossero declinate al femminile: sindaca, ministra, avvocata, ingegnera. Non era un vezzo grammaticale. Dietro c’era una teoria precisa: il modo in cui chiamiamo le cose contribuisce a costruire la realtà e dunque, per trasformarla, bisogna cominciare dalle parole. Spirito del tempo: siccome cambiare il mondo restava complicato, a sinistra si cominciò dal vocabolario. 

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta
Laura Boldrini è stata presidente della Camera da marzo 2013 a marzo 2018 (Imagoeconomica).

I tempi di «I can’t breathe» e «Black lives matter» alla Camera

Poi arrivò il caso di George Floyd e l’America, che oggi appare così lontana, sembrò improvvisamente dietro l’angolo. Boldrini riprese alla Camera il «I can’t breathe» delle proteste americane declinandolo all’italiana: «Non respiro perché sono donna, disabile, immigrata, ebrea, musulmana, gay, lesbica o perché ho la pelle nera». Concluse con «Black lives matter!» e si inginocchiò insieme ad altri deputati del Pd. A parte l’enfasi, niente di scandaloso, anzi. Solo che allora tra il progressismo americano e quello di casa nostra non sembrava esserci quella distanza che Boldrini oggi rivendica. Ma dalle parole ai simboli il passo era breve. Se il linguaggio non è mai neutrale, non lo sono neppure i segni che la storia lascia dietro di sé.

Un terreno sul quale Boldrini si era avventurata già qualche anno prima, quando propose di togliere la scritta «Mussolini Dux» dall’obelisco del Foro Italico. Non, bontà sua, di abbatterlo. In fondo il principio era sempre quello: le parole contano, ancor più se sono scolpite nel marmo. Si poteva essere d’accordo oppure no, ma una coerenza c’era. Ed è qui che la sua presa di distanza di oggi mostra qualche crepa. Non perché abbia cambiato idea, cosa perfettamente legittima. Ma perché, a sentirla adesso, sembra quasi che da quelle parti non sia mai passata. Gli eccessi erano americani, lei difendeva soltanto i diritti. Possibile. Solo che all’epoca il confine appariva assai meno sorvegliato. 

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta
Laura Boldrini (Imagoeconomica).

La moda è passata e ora se ne prendono le distanze

Nel frattempo, però, qualcosa è cambiato. E a dare il segnale non è stata Elly Schlein, segretaria del partito nel quale milita Boldrini, ma Giuseppe Conte. Il capo dei Cinque Stelle ha capito prima di altri che certe battaglie cominciavano a pesare più di quanto rendessero e si è mosso. Il Pd, come quasi sempre gli accade, si è accodato. Ed è forse questo l’aspetto politicamente più interessante della vicenda. Non stabilire quanto Boldrini sia stata o meno woke, esercizio che ormai interessa soprattutto gli archeologi del politicamente corretto. E neppure chi abbia ragione: Conte quando dice che la sinistra farebbe meglio a tornare a occuparsi di questioni sociali, oppure l’ex presidente della Camera quando ricorda che molte delle sue iniziative riguardavano diritti che meritano di essere difesi. Interessa vedere con quale rapidità ciò che fino a pochi anni fa sembrava destinato a cambiare la sinistra sia diventato un argomento da cui prendere le distanze. E come, quando certe convinzioni cominciano a mostrare l’usura del tempo, ci sia sempre chi scopre di non averle mai condivise fino in fondo. 

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile

«È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». La massima è del critico statunitense Fredric Jameson, noto per le sue analisi sul postmoderno come espressione della cultura sotto la pressione del tardo-capitalismo. Ma a renderla famosa è stato il filosofo e sociologo inglese Mark Fisher, la cui opera eccentrica ma di straordinario valore è riassunta nel saggio Realismo capitalista, del 2009. Mark Fisher è scomparso prematuramente e in modo tragico nel 2017, ma il suo lascito intellettuale è ancora oggi carico di suggestioni sull’estrema fatica che il pensiero contemporaneo fa nel concepire un’alternativa al sistema economico dominante. L’idea che il sistema attuale sia l’unico possibile è ormai radicata nell’inconscio collettivo. Cambiare modello di vita e di sviluppo economico sembra infatti un pensiero impossibile da attuare, anche quando – come stiamo vedendo in questi giorni – la crisi climatica sta generando disastri epocali.

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Alluvione nel Nuorese (Ansa).

L’accelerazionismo di destra che ispira i broligarchi

La rimozione del “problema climatico” ha sicuramente a che fare con la “ritirata” dalle agende dei principali media internazionali delle tematiche ambientali, ha sottolineato Naomi Klein su The Guardian, osservando come Trump, tecno-oligarchi e aziende big del fossile siano impegnatissimi nell’alimentare questo tipo di negazionismo. Tuttavia, tornando a Mark Fisher, la sua opera si colloca nell’ambito dell’accelerazionismo di sinistra, dato che ne esiste uno di destra. Il primo vede nello sviluppo tecnologico accelerato lo strumento per superare il capitalismo, dall’interno e in modo pacifico, mettendo la tecnologia a servizio dell’emancipazione umana. L’accelerazionismo di destra invece ha il suo teorico nel filosofo inglese Nick Land, pensatore pericoloso che ispira i turbocapitalisti della Silicon Valley: Musk, Thiel e compagnia varia di broligarchi. I potenti avanzamenti tecnologici – secondo questo movimento neoreazionario che è una costellazione di blog, manifesti e thread anonimi – devono servire alla costruzione sull’intero pianeta di migliaia di città-stato o micronazioni, governate da un ceo, come un’azienda, e un consiglio di amministrazione anziché da un’assemblea elettiva. Per questa banda di fuori di testa, che sono però una minaccia reale per il potere economico che detengono, nel tecno-mondo prossimo futuro non c’è più posto per la democrazia e la partecipazione civica. 

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Un gonfiabile di Elon Musk a New York (Ansa).

Perché chi non lavora non dovrebbe mangiare?

Entrambe le concezioni accelerazioniste, confidenti in una tecnologia che può, quasi da sola, risolvere ogni problema, sono perturbanti. Tuttavia l’immagine e la proiezione di una società che, liberata dal lavoro, può dedicarsi a piaceri e passioni risulta di gran lunga preferibile. E qui, accanto al marxiano «a ognuno secondo i suoi bisogni», si deve anche ricordare la previsione che fece uno dei padri del liberalismo economico, John Maynard Keynes, quasi un secolo fa, nella sua lettera ai nipoti. «Fra cent’anni», scrisse nel 1929, mentre il mondo occidentale era alle prese con la Grande Depressione, «le persone lavoreranno 15 ore… ma alla settimana». Naturalmente ognuno di noi può fare i conti con quella previsione, però è indubbio che per effetto di automazione e IA il lavoro umano presto sarà un lusso piuttosto che un diritto. Con buona pace di chi continua a coltivare l’idea che il sudore della fronte debba essere la condizione irrinunciabile per ricevere un salario. Chi non lavora non deve mangiare, raccomanda ora il generale in pensione Roberto Vannacci, e nemmeno fare l’amore come cantava decenni fa Adriano Celentano.

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La rivoluzione del Partito Capibara

Ci si può mettere a ridere, restando però preoccupati e cogliendo il valore utilmente provocatorio delle fondamentali domande poste da Mark Fisher. È possibile cambiare l’attuale modello di sviluppo economico? È realistico immaginare un capitalismo diverso non orientato al profitto di pochi ma al benessere di tutti? I due quesiti hanno una forte carica utopica che ora ha assunto la forma di un partito politico con un programma di governo decisamente eversivo, ma gioiosamente non violento. Si tratta del Partito Capibara della cui scoperta sono debitore al tecno-filosofo Simone Puorto, autore del pamphlet We are the glitch (Siamo noi il problema, Flaccovio editore), dove racconta come la società digitale debba essere governata con ma ancor più vocazione e sentimento umanitario.

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Dalla pagina Instagram del Partito Capibara.

L’obiettivo è rompere l’incantesimo dell’invevitabile

«Siamo un’idea che irrompe nella realtà»: così si presenta il Partito Capibara, dichiarandosi parte di un movimento che si impegna a trasformare l’attuale modello di società, partendo dall’assunto che ciò che viene raccontato come impossibile è, in realtà, già praticabile. Il Partito Capibara, ispirandosi alle idee di Mark Fisher, nasce per rompere l’incantesimo dell’inevitabile. «Agiamo come un dispositivo memetico e politico insieme. Il nostro obiettivo è alterare l’immaginario collettivo. Vogliamo incrinare la credenza profonda secondo cui la scarsità sarebbe inevitabile e il lavoro una necessità biologica».

I tre pilastri del programma

Non so voi, io però trovo molto godibili parecchi punti di un programma che si propone di costruire una «società fondata sulla gratuità dei bisogni fondamentali, un futuro postlavorista, una vita bella da godere». E che poggia su tre pilastri. Primo: lavorare meno, godere di più, passando dalle attuali 40 ore settimanali a 24, il 40 per cento di lavoro in meno, per aumentare il godimento della vita. «Lavorare meno», sottolineano, «non è solo il nostro grande desiderio comune: è la grande rivendicazione del XXI secolo». Secondo: gratuità dei bisogni fondamentali (cibo, trasporti, sanità). Il capitalismo trasforma i bisogni dell’esistenza in merci da pagare. Il gratuitismo li trasforma in diritti garantiti incondizionatamente. «Viviamo nel massimo livello di abbondanza materiale della storia. Eppure ogni esistenza nasce già in debito. Ogni giorno bisogna pagare per restare viva». Terzo: reddito universale e automazione. «Se i robot ci rubano il lavoro, lasciamoli fare. Che lavori l’automazione, noi vogliamo godere della vita». Il reddito universale (UBI) non è un bonus temporaneo, non è carità, non è una misura per poveri. È un diritto economico riconosciuto alla persona in quanto parte della comunità.

È più folle l’idea Capibara o spendere quasi 3 mila miliardi di dollari in armi?

Resta d’aggiungere che sicuramente il Partito Capibara può essere definito una nave di folli e il suo programma un libro dei sogni. A patto però di convenire che è più folle e disumano un mondo che anziché investire nella vita e nel piacere, considera la scarsità e la povertà condizioni umane inevitabili. E che anziché perseguire una società prospera e in pace, l’anno scorso ha raggiunto il record storico di spesa in armamenti: 2.887 miliardi di dollari. Per concludere resta da chiedersi: un altro mondo è (im)possibile?

E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?

Da mesi parliamo del dualismo tra Elly Schlein e Giuseppe Conte per la guida del centrosinistra, ma il vero filo (giallo)rosso sul quale si discute il futuro del campo largo è quello tra Igor Taruffi, responsabile organizzazione del Pd, e Paola Taverna, vicepresidente del M5s. Vicinissimi ai rispettivi leader di partito, hanno il compito di tessere la delicata trama delle primarie che, annunciate da mesi, potrebbero trasformarsi radicalmente per via delle new-entry.

E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?

I nomi in campo per contendersi la leadership

La svolta a questa narrazione è stata impressa da Avs (Alleanza Verdi Sinistra), lanciando l’ipotesi di un loro candidato da sottoporre al giudizio dei primaristi. Inevitabilmente, come nel domino, anche nelle altre forze della coalizione è sorto il desiderio di marcare il territorio, al punto che si fa sempre più concreta la suggestione di una corsa a sei. Né Conte né (soprattutto) Schlein hanno precisamente in pugno le varie componenti dei rispettivi partiti; figuriamoci quelle di un cartello così eterogeneo. Da qui l’idea di misurarsi sul campo, anche per poi regolare i rapporti futuri sulla base del consenso effettivo. 

E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

La carica dei centristi

Sponsorizzato da Romano Prodi, l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini è pronto a scendere in campo alla guida di Più Uno, progetto nato per rappresentare la componente cattolica. A questa si affianca quella centrista di stampo laico, che potrebbe riconoscersi in Giorgio Gori, il quale però al momento sta ben defilato dalle primarie (occhieggia alla segreteria del Pd, nel caso di tracollo di Schlein). L’attendismo di Gori va a vantaggio di Alessandro Onorato, assessore della Giunta Gualtieri e coordinatore di Progetto Civico Italia, che il 5 e 6 settembre terrà i suoi Stati Generali ad Agrigento. L’affollamento al centro si traduce anche nella probabile candidatura di Riccardo Magi, leader di +Europa, ma dalle parti dei riformisti l’ago della bilancia è sempre e comunque Matteo Renzi, abilissimo a confondere le acque: un giorno fa filtrare l’intenzione di volersi candidare in prima persona, ma il successivo continua a lavorare sul progetto legato a Silvia Salis, alter ego annunciata della Schlein. 

E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?

Tra Schlein e Salis si fa largo “Betta” Piccolotti

Lo scontro diretto Schlein-Salis da tempo solletica la fantasia dei media – più ancora che dei militanti – perché dalla contesa tra due modi piuttosto diversi di incarnare la leadership femminile uscirebbe la sfidante della vera partita: quella contro Giorgia Meloni. Eppure le protagoniste potrebbero essere più di due. Benché non vi siano conferme ufficiali – ma anzi un estremo riserbo – si fa largo la voce che la candidata di Avs possa essere Elisabetta “Betta” Piccolotti, parlamentare in carica e certamente una delle figure di maggior spicco del sodalizio rossoverde. La seconda suggestione riguarda un’esterna: Francesca Albanese, controversa relatrice delle Nazioni Unite sulla Palestina. Quest’ultima ha sempre negato l’intenzione di entrare in politica, recentemente glielo ha proposto anche Alessandro Di Battista, ma il suo profilo continua a essere di grande interesse. Anche per ragioni extrapolitiche.

E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
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E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?

L’etichetta di “moglie di”

Piccolotti , come noto, è sposata con Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana e co-leader di Avs, che certamente metterà il suo nome sul tavolo della coalizione. Se le opzioni fossero due (c’è anche la wild-card dei Verdi, che Angelo Bonelli pare non voglia usare personalmente), Piccolotti sarebbe in pole position e bisognerebbe prepararsi a gestire il solito maschilismo di chi – anche e soprattutto tra colleghi giornalisti – si riferisce a lei come alla «moglie del leader», elemento biografico oggettivo, ma che in un Paese profondamente maschilista allude al sospetto di nepotismo.

E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
Elisabetta Piccolotti con Nicola Fratoianni (Imagoeconomica).

Dai movimenti studenteschi al Parlamento

Classe ’82, Piccolotti è politicamente attiva fin dai tempi dei movimenti studenteschi, è stata portavoce dei giovani di Rifondazione Comunista, ha fatto gavetta a livello locale nella sua Foligno sostenuta da Sel (consigliera comunale, assessora e vicesindaca), fino a entrare in Parlamento nel 2022, dopo il ricalcolo dei voti che ha assegnato ad Avs delle schede erroneamente attribuite ai competitor. Anche in quell’occasione, ha dovuto sudare sette camicie: altro che strada in discesa. Molto efficace nella comunicazione (d’altra parte, è il suo mestiere), ha saputo valorizzare al meglio la sostanza delle sue numerose battaglie politiche: istruzione, cultura, università, diritti, lavoro, salari, ecologia, parità di genere, legalità e antifascismo. Insomma, un profilo completo per sfidare Schlein a tutto campo, soprattutto tra i giovani, e magari per allargare il tiro a chi non è particolarmente entusiasta delle prospettive di questo centrosinistra al momento poco propositivo. 

E se alle primarie del campo largo si candidasse Elisabetta Piccolotti?
Elisabetta Piccolotti (Imagoeconomica).

L’ipotesi secondo turno

Il recente scatto in avanti di Avs sui contenuti può essere di enorme aiuto per Piccolotti, anche per qualche considerazione statistica. Oggi Alleanza Verdi Sinistra è il terzo partito della coalizione con il 6,4 per cento, mentre il Pd sta poco sopra il 21 per cento e il M5s fluttua intorno al 13. Questo, però, è il consenso dei partiti, non certo quello dei singoli. E Schlein, eletta dai primaristi dopo aver nettamente perso la sfida congressuale nei circoli dem contro Stefano Bonaccini, lo sa molto bene. Guardando l’appeal personale dei leader, in prima fila c’è Conte, che infatti fa i salti di gioia nel vedere che le primarie si allargano ad altri contendenti: potendo contare su una probabile maggioranza relativa, la strada dell’avvocato del popolo per arrivare al traguardo si accorcia notevolmente. Schlein ribatte chiedendo il doppio turno, che invece aiuterebbe lei: una volta arrivata al ballottaggio, anche da seconda, come leader del partito più rilevante le sarebbe più facile trovare gli accordi necessari per imporsi. Taruffi e Taverna ne stanno discutendo e il punto di caduta potrebbe essere proprio il ballottaggio, ma con l’aggiunta del voto online da sempre molto caro al M5s. Tutto questo arzigogolato ragionamento, però, non tiene conto della possibile terza incomoda: Piccolotti. Tanto radicale nei contenuti quanto moderata nei toni, potrebbe ridisegnare i traballanti equilibri della coalizione.

Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno

Che cosa ci faceva Tommaso Verdini alla Versiliana proprio nel giorno dell’intervista doppia a Massimiliano Romeo e Attilio Fontana? Il fratello della fidanzata di Matteo Salvini è stato notato dal pubblico leghista mentre si aggirava con il telefono in mano attorno alla sala dove hanno parlato i leader della fronda ‘nordista’. Niente di male, i Verdini – anche Francesca e Denis – sono degli habitué della vacanza a Forte dei Marmi dove ha casa anche il segretario lombardo Romeo. Certo, tra i militanti ha stupito l’avvistamento del quasi cognato del leader proprio a ridosso della contestazione ai ‘ribelli’. E cioè quando tre uomini, due dall’apparente accento napoletano e uno fiorentino, hanno intonato «C’è solo un capitano» per chiedere la blindatura di Salvini alla segreteria. Un’altra presenza non è passata inosservata nella piccola sala allestita per il maltempo. Ovvero quella di Eugenio Zoffili, ex capo segreteria di Salvini a Strasburgo ed ex vice commissario lombardo prima della vittoria di Romeo al congresso. Proprio Zoffili è stato ‘pizzicato’ davanti all’ingresso della sala prima della contestazione.

Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno

Cacciari non ha l’età per fondare un partito

Massimo Cacciari, 82 anni, se avesse mezzo secolo di meno non ci penserebbe due volte: fonderebbe subito un nuovo partito. A la Nuova Venezia e agli altri quotidiani del gruppo Nem, il filosofo ed ex sindaco di Venezia mette sotto accusa il centrosinistra, incapace a suo giudizio di rappresentare gli interessi materiali dei ceti meno abbienti, e il Pd veneto in particolare, al quale dopo la sconfitta nella Serenissima chiede di ammettere: «Abbiamo sbagliato tutto». Per una nuova formazione c’è «uno spazio enorme». Potrebbe rivolgersi a quell’elettorato che negli ultimi anni ha votato partiti diversissimi tra loro: dalla Lega al M5s, fino a FdI e ora Futuro Nazionale. Si tratta di «grandi masse, anche di ceto medio, che non trovano alcuna rappresentanza». L’analisi di Cacciari è lucida: «Di fronte alla grande rivoluzione capitalistica, alla trasformazione dei modi di produzione e al venir meno delle vecchie composizioni sociali di classe, la sinistra non è riuscita a rappresentare il nuovo ceto medio e le classi meno abbienti. È significativo che oggi gli iscritti ai sindacati siano per tre quarti pensionati». Dopo aver sferrato un colpo al leader della Cgil Maurizio Landini, pur senza nominarlo, Cacciari ricorda che «c’era una forte rappresentanza del Partito comunista a livello operaio, ma nel commercio, nell’artigianato, nella piccola industria e nell’agricoltura in Veneto non c’è mai stata. Venezia, con una grande concentrazione industriale e una forte presenza della sinistra, era un’isola». Per il filosofo, il centrosinistra dovrebbe mettere a terra «una riforma fiscale realmente ridistributiva, dei processi di formazione, delle istituzioni riprendendo le grandi idee federalistiche. Un’ipotesi di riforma rivoluzionaria, facendo leva sugli interessi calpestati negli ultimi 30 anni e che hanno portato il nostro Paese ad avere salari tra i più bassi d’Europa». Amen…

Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Massimo Cacciari (Imagoeconomica).

Gualtieri e Durigon tra gli ospiti del Meeting

Imperdibile appuntamento per i leghisti, domenica pomeriggio al Meeting di Rimini: si parla di “Formazione professionale e crescita delle competenze”, con Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano, e Claudio Durigon, sottosegretario di Stato al ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, l’uomo della Lega di Matteo Salvini nel Lazio. L’abbinamento è davvero interessante, data la passione di Durigon per la cucina italiana. Sempre al Meeting, ma venerdì sera, è atteso il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Il primo cittadino capitolino sarà tra i protagonisti del convegno “Fare ancora città”, insieme a Gaetano Manfredi, presidente Anci e sindaco di Napoli, Alberto Stefani presidente della Regione Veneto, Sergio Urbani direttore generale e ceo Fondazione Cariplo, Mario Valducci presidente Invimit. A moderare Emmanuele Forlani, direttore generale Compagnia delle Opere. E poi, nella giornata di sabato, al Meeting arriva pure Papa Leone XIV.

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male

E anche questo Ferragosto ce lo siamo tolti di mezzo. Dove eravamo rimasti? Ah già. L’avventura politica del campo largo alle primarie rischia di finire molto bene per Giuseppe Conte, molto male per il Pd, e chissà quanto bene per la mitologica unità della coalizione.

I riformisti e la carta Salis

Secondo l’ultimo sondaggio dell’Istituto Piepoli, elaborato per testare la fiducia sulla futura leadership del sinistra-centro, Conte sarebbe in testa con il 36 per cento. A seguire, Silvia Salis (30 per cento) ed Elly Schlein (29 per cento). Per carità, i sondaggi vanno presi per quello che valgono. Soprattutto ora, a chissà quanto tempo dalle famose o famigerate primarie, per adesso solo virtuali. Ancora infatti non si sa se, come e quando ci saranno. Intanto però si sa che sono già un problema per il Pd. Non solo per la cara leader, ma pure per i suoi avversari interni, che non vedrebbero l’ora di poter partecipare alle prossime consultazioni interne del sinistra-centro. C’è solo un dettaglio, non secondario: Giorgio Gori – riformista non bonacciniano – sarebbe disposto a fare un passo in avanti verso la candidatura. Ci sta ragionando seriamente da tempo. Solo che se c’è Salis candidata, no.

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male
Giorgio Gori con Elly Schlein (foto Ansa).

Ma se questi sono i numeri, allora una possibilità per la sindaca di Genova c’è. Il punto per Salis non è vincere ora le primarie, ma articolare una presenza, certificare che un’area moderata nel centrosinistra è possibile, che non è tutto Conte quel che luccica (che poi sembra essere quello che dice Matteo Renzi, che da settimane cerca di convincere la sindaca genovese a presentarsi alle primarie). 

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male
Silvia Salis, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Conte è tutto ciò che Schlein non è (e non può essere)

L’ex presidente del Consiglio comunque rimane il più insidioso fra gli avversari, è considerato competitivo persino nei confronti di Giorgia Meloni, ha l’allure di chi ha già governato, elemento che inspiegabilmente sembra piacere, persino rassicurare. Il capo dei cinque stelle è tutto ciò che Schlein non è e non può essere. È trasversale, pronto a governare con chiunque, come dimostra il curriculum di uno che ha prima governato con la Lega e poi con il Pd, pronto a piroettare sulla sicurezza, mettendo in seria difficoltà gli alleati tradizionalmente molto generosi, pronto anche a fare della politica estera, dell’Ucraina, il suo principale terreno di scontro politico irenico-pacifista. Non è un’improvvisazione, quella su Kyiv, non è nemmeno una provocazione costante. Conte sa che c’è un pezzo dell’elettorato che non condivide la linea Schlein e che pensava, sperava, ipotizzava, rosybindianamente, che il Pd tre anni fa cambiasse rotta. E lì sta, rimane, titilla la pubblica opinione infischiandosene se nel resto della coalizione qualcuno borbotta.

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male
Giuseppe C>onte (Imagoeconomica).

Conte ragiona già da capo del campo largo, qualche giorno fa è pure andato a Sant’Anna di Stazzema nelle vesti di oratore ufficiale dell’anniversario dell’eccidio nazista, dispensando lezioni di bon ton etico-istituzionale alla maggioranza: «Chi si professa patriota dovrebbe essere qui per onorare la patria. Non possiamo onorare la patria se non onoriamo chi ha sacrificato la propria vita per non piegarsi alla dittatura», ha detto Conte: «Anzi chi evita di pronunciare parole di verità non solo continua a ferire la verità ma finisce per disconoscere i fondamenti stessi della nostra storia repubblicana. La Costituzione è punto di partenza per l’unità, per costruire l’azione politica del futuro».

Conte cavalca il campo largo: per il Pd si mette male
Giuseppe Conte a Sant’Anna di Stazzema (Ansa),

Il Pd, ancora oggi, sembra che debba farsi perdonare qualcosa

Il Pd ha sempre sofferto Conte e sembra continuare a soffrirlo. Soprattutto culturalmente: il partito di Schlein sembra sempre, ancora oggi, che debba farsi perdonare qualcosa (aver troppo governato o essere stato troppo renziano, o renziano e basta). Il capo del M5s è stato dunque così in questi anni il surrogato della leadership del centrosinistra; ne ha condizionato l’impostazione culturale, come dimostra il taglio del numero dei parlamentari avallato anche dal Pd, soprattutto da quella parte che bettinianamente adora Conte, il pater familias degli italiani, l’avvocato del popolo, il tribuno del campo largo in pochette arcobaleno che sogna di tornare a Palazzo Chigi. 

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti

La crisi del salvinismo e della Lega è l’argomento politico dell’estate. In molti, fuori e dentro il partito, raccontano e cercano di capire le ragioni dello scontro tra ‘nordisti’ e ‘lealisti’, mai così aspro finora. Da una parte ci sono il vecchio partito, i governatori attuali ed ex – Attilio Fontana, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Maurizio Fugatti – insieme alla Lega lombarda e alle segreterie storicamente più rappresentative vale a dire Bergamo, Brescia e Varese. Dall’altra, il nuovo corso, inaugurato da Matteo Salvini nel 2013, partito più ‘leggero’, nazionalista e sovranista, composto in larga parte da fedelissimi al capo.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Lo spartiacque della morte del Senatur

Ma quel che nessuno sottolinea è che questa crisi profonda si consuma a pochi mesi dalla morte di Umberto Bossi, scomparso il 19 marzo scorso. Un po’ come se si fosse creato uno spartiacque: c’è un ‘prima di Bossi’ e un ‘dopo Bossi’. Come se con la morte del fondatore non avessero più retto gli argini. Nella prima estate dell’era d.B (dopo Bossi, appunto) la Lega si è rotta. Si è sfaldata come in quelle famiglie in cui, morto il nonno, improvvisamente saltano psicologicamente tutti i freni, con i cugini che litigano per l’eredità e smettono di parlarsi. Non che il Senatur negli ultimi anni della sua vita godesse di una vera considerazione. Dopo le dimissioni della primavera del 2012, Bossi è stato bistrattato dal partito. Sostanzialmente perdonato dai militanti per gli scandali sui fondi irregolari, il vecchio capo è stato evocato e usato quando faceva comodo, mentre Salvini non gli ha mai perdonato di essersi candidato contro di lui alle primarie del 2013 (che peraltro vinse, 82 per cento contro il 18).

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Matteo Salvini e Umberto Bossi nel 2013 (Imagoeconomica).

Dalla Lega a due teste a partito schizoide

Un tempo formazione leninista, come amava definirla Roberto Maroni per la ferrea gerarchia, da tempo nella Lega convivono due partiti. Il congresso federale dell’anno scorso a Firenze lo ha reso plastico, come L43 fece notare. Nella prima parte dell’assise si erano concentrati gli interventi dei fedelissimi che avevano chiesto a Salvini di tornare al Viminale; nella seconda parte, i governatori e i ministri non avevano minimante accennato alla questione. Ecco, la Lega dei primi mesi d.B non è più a due teste. La Lega post Bossi ha tendenze schizoidi.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Roberto Maroni e Umberto Bossi (Imagoeconomica).

Salvini chiuso nel bunker mentre i big tentennano

Salvini si è chiuso nel bunker con qualche fedelissimo e non molla la segreteria, resistendo alla discesa nei sondaggi, e agli errori inanellati uno dietro l’altro a partire dal Papeete del 2019. Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli cercano di sopravvivere a questa stagione come sono sopravvissuti a tutte quelle precedenti senza dare un reale contributo da ‘saggi’ quali potrebbero essere. Luca Zaia continua a rinviare ogni decisione sul suo futuro, incollato alla sua comfort zone veneta, e senza alcuna voglia di farsi in quattro per salvare il partito. Ciclicamente si ‘risveglia’ e propone una reazione. Ma alla fine il risultato è sempre lo stesso: lanciare il sasso e tirare indietro la mano. Lo sanno bene i militanti bresciani che avevano cominciato a raccogliere le firme per farlo diventare segretario: un’iniziativa mai decollata perché l’ex doge si è nuovamente tirato indietro.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Romeo pensa al suo sogno, Molinari non tocca palla

Poi c’è Fontana, l’Attilio da Varese, storico amico di Bobo Maroni. Quando era sindaco girava la città giardino in Porsche, e continua a comportarsi da ricco avvocato. Visto che non ha nulla da perdere, è l’unico che ora riporta senza peli sulla lingua quel che sente dire a ogni festa di partito: Salvini ha stufato. E i capigruppo al Senato e alla Camera? Massimiliano Romeo conosce Salvini da una vita (è stato prima di lui fidanzato con Giulia Martinelli, capo segreteria di Fontana e, appunto, ex di Salvini). È uno dei pochi che ha il coraggio di dire le cose in faccia al segretario. Ma si mormora che non pensi ad altro che a realizzare il suo sogno: diventare governatore lombardo. Ha anche accelerato la pubblicazione di un libro sulla Lega, pubblicizzato da un video in cui chiede un ritorno al ‘celodurismo’ con un vistoso Rolex al polso.

Riccardo Molinari invece sembra affetto dalla sindrome di Stoccolma. Prigioniero di Salvini, che a taccuini chiusi critica da anni, è l’unico dirigente che in questa fase non riesce a toccare palla.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Riccardo Molinari (Imagoeconomica).

Lorenzo Fontana difende il capo ma punta su Stefani

Chi, seppur solitamente silente, questa volta si è sbilanciato è il presidente della Camera Lorenzo Fontana che ha chiesto più rispetto per il segretario. Ma a chi lo incontra privatamente, Fontana confida che Matteo dovrebbe farsi da parte. Quando vivi nel disordine da troppo tempo, è il ragionamento che fa in privato, poi ne subisci le conseguenze. Sarebbe ora di fare spazio ai giovani, afferma spesso Fontana.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).

E nella mente del presidente della Camera c’è un nome in particolare: Alberto Stefani da Borgoricco, sua creatura che vorrebbe a tutti i costi come segretario federale. Veniamo poi a Claudio Durigon. Lo scorso giugno ha tentato di portare a termine una difficile trattativa tra Zaia e Salvini. Il testo dell’accordo che avrebbe dovuto dar vita a una formazione nordista è stato stracciato dal segretario. E ora il vicesegretario si trova a criticare gli stessi (Zaia & Co) che cercava di coinvolgere.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Alberto Stefani (Imagoeconomica).

La comunicazione e la “fabbrica del retroscena”

L’altro capitolo riguarda la comunicazione del partito: la nuova gestione, guidata da Davide Vecchi e Cristiano Bosco, è finita nel mirino dei critici per i troppi errori (scivoloni sui provvedimenti approvati e sulla morte di Franco Baresi quando era ancora vivo). Negli ultimi giorni si è arrivato addirittura alla fabbrica del retroscena. È stato chiesto ad alcuni fedelissimi di intervenire in difesa del segretario nella chat usata per le comunicazioni di servizio del consiglio federale. Nessuno dei componenti nordisti è intervenuto, ma lo staff di Salvini ha screenshottato gli interventi costruiti ad hoc girandoli alla stampa. E alcune testate sono cadute nel tranello riportando queste frasi come se fossero un retroscena vero, non un’operazione architettata appositamente. Una mossa che non ha portato a molto mentre il caos aumenta a mano a mano che ci si avvicina alla scadenza del raduno di Pontida. E aumentano anche i nervosismi di Salvini e le pretese sull’operato del governo. Mentre i nordisti rassicurano sulla tenuta dell’esecutivo. Anche se la nuova legge elettorale non piace, per esempio, assicurano che la voteranno perché fedeli ai patti di coalizione. Insomma tanta confusione e nessuna direzione.

Lega, tanta confusione e nessuna direzione: la mappa dello scontro tra nordisti e lealisti
Davide Vecchi (Imagoeconomica).

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono

Manca un mese a Pontida e la sensazione è che il 20 settembre il pratone caro a Umberto Bossi possa essere teatro di una resa dei conti tra Matteo Salvini, segretario della Lega sempre più in bilico, e il fronte dei “nordisti”, che sta premendo per ottenere un congresso straordinario. L’obiettivo dei frondisti è arginare il tracollo di iscritti e consensi e ciò non può che passare dal siluramento del Capitano, che appena un anno fa – sembrano passati secoli – aveva fatto salire sul palco Roberto Vannacci, oggi nei sondaggi davanti alla Lega col suo Futuro Nazionale.

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Matteo Salvini (Ansa).

Il fronte del Nord: i leghisti che non vogliono più Salvini

Dopo mesi di tensioni, culminati in un inizio agosto che ha visto la condivisione dello Statuto del partito fantasma su una vecchia chat leghista e un acceso direttivo lombardo in cui è stato chiesto a Salvini di farsi da parte, il governatore della Lombardia Attilio Fontana ha rotto gli indugi in un’intervista al Corriere della Sera. «Non escludo nulla, nemmeno un passo indietro», ha detto riferendosi al capo di via Bellerio, aggiungendo poi di essersi messo al lavoro col segretario della Lega Lombarda Massimiliano Romeo (autore di un libro sul necessario rinnovamento del partito) per un’associazione che dovrebbe raccogliere i malpancisti. Gli altri big dell’ala nordista, è cosa nota, sono Luca Zaia (ex governatore del Veneto), Massimiliano Fedriga (presidente del Friuli-Venezia Giulia) e Maurizio Fugatti (presidente della Provincia autonoma di Trento). Ma Salvini può ancora contare su una serie di fedelissimi.

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono

I fedelissimi sui cui può ancora contare Salvini

Il governatore veneto Alberto Stefani ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera in cui ha difeso il segretario, rompendo il fronte dei governatori del Nord. «Chi oggi polemizza perché a suo tempo non ha scelto di candidarsi e di raccogliere i voti dei militanti?», ha affondato Stefani, ridimensionando le tensioni e le richieste di un passo indietro avanzate da altri importanti esponenti leghisti. Tra i fedelissimi di Salvini va annoverato anche Lorenzo Fontana. Il presidente della Camera è tornato a vestire i panni del militante leghista per difendere il segretario dagli attacchi interni. «Essere alla guida di un partito per tanti anni comporta uno sforzo enorme, e Salvini continua a spendersi, sacrificando anche una parte importante della propria vita privata. Merita più rispetto», ha detto la terza carica dello Stato, spiegando di essere favorevole al dibattito interno, ma in un clima di unità, e ricordando che con Bossi ci furono tempi ancora più magri. C’è poi la fedelissima per eccellenza di Salvini, ossia l’eurodeputata e vicesegretaria federale Silvia Sardone. «Il nostro segretario, peraltro rieletto un anno fa, ha portato il partito dal 5 al 34 per cento, ma questo qualcuno sembra dimenticarlo», ha detto al Corsera. Pontida, ha assicurato, «non sarà una passerella». E poi ha sottolineato: «Autonomia e federalismo fiscale, nostri obiettivi da 30 anni, stanno diventando leggi dello Stato proprio grazie a una Lega che rappresenta tutta l’Italia e con questo segretario».

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono

Parlando col Giornale, l’altro vice, Claudio Durigon, ha puntato il dito contro l’idea dell’associazione lanciata da Fontana. «So che erano contrari a quella che all’epoca aveva creato Roberto Vannacci e quindi mi sembra strano che possano essere oggi favorevoli ad altre associazioni», ha fatto notare il sottosegretario al Lavoro, sponsorizzando poi Salvini per il Viminale: «Sarebbe la persona giusta al posto giusto, senza nulla togliere a Matteo Piantedosi». Dalla parte di Salvini si è schierata inoltre l’eurodeputata Susanna Ceccardi. «Se c’è un problema, argomenta, lo si affronta nelle sedi opportune. C’è stato un congresso l’anno scorso che è stato unitario. Abbiamo cinque ministri lombardi, il tema del Nord è già ampiamente rappresentato», ha detto a Repubblica, escludendo che il segretario possa essere “commissariato” da una direzione collegiale: «Quando scadrà Salvini o se dovesse venire meno la fiducia del Consiglio federale ne riparleremo, ma non mi sembra questo il caso. Se qualcuno vuole continuare strumentalmente a creare un problema sui giornali, problema suo». Ceccardi ha anche affermato che non è possibile «tornare a una stagione secessionista» della Lega Nord: «È una stagione che non c’è più, né c’è questa vocazione nel nostro elettorato».

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono

Per quanto riguarda il già citato direttivo lombardo, gli unici che si sono apertamente schierati con Salvini – come riferito da diverse fonti a Lettera43 – sono stati la ministra per la Disabilità Alessandra Locatelli, il capo dei Giovani Luca Toccalini, il capogruppo in Regione Alessandro Corbetta e il responsabile Esteri Paolo Formentini.