Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono

Manca un mese a Pontida e la sensazione è che il 20 settembre il pratone caro a Umberto Bossi possa essere teatro di una resa dei conti tra Matteo Salvini, segretario della Lega sempre più in bilico, e il fronte dei “nordisti”, che sta premendo per ottenere un congresso straordinario. L’obiettivo dei frondisti è arginare il tracollo di iscritti e consensi e ciò non può che passare dal siluramento del Capitano, che appena un anno fa – sembrano passati secoli – aveva fatto salire sul palco Roberto Vannacci, oggi nei sondaggi davanti alla Lega col suo Futuro Nazionale.

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Matteo Salvini (Ansa).

Il fronte del Nord: i leghisti che non vogliono più Salvini

Dopo mesi di tensioni, culminati in un inizio agosto che ha visto la condivisione dello Statuto del partito fantasma su una vecchia chat leghista e un acceso direttivo lombardo in cui è stato chiesto a Salvini di farsi da parte, il governatore della Lombardia Attilio Fontana ha rotto gli indugi in un’intervista al Corriere della Sera. «Non escludo nulla, nemmeno un passo indietro», ha detto riferendosi al capo di via Bellerio, aggiungendo poi di essersi messo al lavoro col segretario della Lega Lombarda Massimiliano Romeo (autore di un libro sul necessario rinnovamento del partito) per un’associazione che dovrebbe raccogliere i malpancisti. Gli altri big dell’ala nordista, è cosa nota, sono Luca Zaia (ex governatore del Veneto), Massimiliano Fedriga (presidente del Friuli-Venezia Giulia) e Maurizio Fugatti (presidente della Provincia autonoma di Trento). Ma Salvini può ancora contare su una serie di fedelissimi.

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono

I fedelissimi sui cui può ancora contare Salvini

Il governatore veneto Alberto Stefani ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera in cui ha difeso il segretario, rompendo il fronte dei governatori del Nord. «Chi oggi polemizza perché a suo tempo non ha scelto di candidarsi e di raccogliere i voti dei militanti?», ha affondato Stefani, ridimensionando le tensioni e le richieste di un passo indietro avanzate da altri importanti esponenti leghisti. Tra i fedelissimi di Salvini va annoverato anche Lorenzo Fontana. Il presidente della Camera è tornato a vestire i panni del militante leghista per difendere il segretario dagli attacchi interni. «Essere alla guida di un partito per tanti anni comporta uno sforzo enorme, e Salvini continua a spendersi, sacrificando anche una parte importante della propria vita privata. Merita più rispetto», ha detto la terza carica dello Stato, spiegando di essere favorevole al dibattito interno, ma in un clima di unità, e ricordando che con Bossi ci furono tempi ancora più magri. C’è poi la fedelissima per eccellenza di Salvini, ossia l’eurodeputata e vicesegretaria federale Silvia Sardone. «Il nostro segretario, peraltro rieletto un anno fa, ha portato il partito dal 5 al 34 per cento, ma questo qualcuno sembra dimenticarlo», ha detto al Corsera. Pontida, ha assicurato, «non sarà una passerella». E poi ha sottolineato: «Autonomia e federalismo fiscale, nostri obiettivi da 30 anni, stanno diventando leggi dello Stato proprio grazie a una Lega che rappresenta tutta l’Italia e con questo segretario».

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono

Parlando col Giornale, l’altro vice, Claudio Durigon, ha puntato il dito contro l’idea dell’associazione lanciata da Fontana. «So che erano contrari a quella che all’epoca aveva creato Roberto Vannacci e quindi mi sembra strano che possano essere oggi favorevoli ad altre associazioni», ha fatto notare il sottosegretario al Lavoro, sponsorizzando poi Salvini per il Viminale: «Sarebbe la persona giusta al posto giusto, senza nulla togliere a Matteo Piantedosi». Dalla parte di Salvini si è schierata inoltre l’eurodeputata Susanna Ceccardi. «Se c’è un problema, argomenta, lo si affronta nelle sedi opportune. C’è stato un congresso l’anno scorso che è stato unitario. Abbiamo cinque ministri lombardi, il tema del Nord è già ampiamente rappresentato», ha detto a Repubblica, escludendo che il segretario possa essere “commissariato” da una direzione collegiale: «Quando scadrà Salvini o se dovesse venire meno la fiducia del Consiglio federale ne riparleremo, ma non mi sembra questo il caso. Se qualcuno vuole continuare strumentalmente a creare un problema sui giornali, problema suo». Ceccardi ha anche affermato che non è possibile «tornare a una stagione secessionista» della Lega Nord: «È una stagione che non c’è più, né c’è questa vocazione nel nostro elettorato».

Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono
Salvini sotto attacco: chi sono i colonnelli della Lega che lo difendono

Per quanto riguarda il già citato direttivo lombardo, gli unici che si sono apertamente schierati con Salvini – come riferito da diverse fonti a Lettera43 – sono stati la ministra per la Disabilità Alessandra Locatelli, il capo dei Giovani Luca Toccalini, il capogruppo in Regione Alessandro Corbetta e il responsabile Esteri Paolo Formentini.

Da presidente di tutti a uomo di Salvini: la riconversione di Lorenzo Fontana

Lorenzo Fontana si è reso invisibile per quasi quattro anni, senza mai lasciare lo scranno più alto di Montecitorio, numero tre della Repubblica dopo il divin Mattarella e il tonitruante La Russa. Del leghista ultracattolico, putiniano pentito, ex ministro della Famiglia e fedelissimo di Matteo Salvini, non è rimasto quasi più nulla. 

Da presidente di tutti a uomo di Salvini: la riconversione di Lorenzo Fontana
Ignazio La Russa, Sergio Mattarella e Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).

Anni all’insegna della sobrietà istituzionale

Fontana aveva preso talmente sul serio il ruolo da riuscire nel miracolo: tenersi la poltrona facendo dimenticare chi ci sedeva sopra. Tutto il contrario di Ignazio La Russa, che è presidente del Senato senza smettere un sol giorno di indossare le vesti del militante. Ha continuato a parlare, polemizzare, spesso provocare: insomma, La Russa è rimasto La Russa. Fontana invece si era dato subito una regolata. Sobrio, istituzionale, financo pacioso nella sua compunta curialità. Uno di quei casi in cui l’abito fa il monaco, o almeno riesce a nascondere bene chi c’è sotto. 

Da presidente di tutti a uomo di Salvini: la riconversione di Lorenzo Fontana
Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).

L’uscita in difesa del capo

Ultimamente però qualcosa è cambiato. Caso Delmastro: chat congelate, palla passata alla Giunta per il Regolamento, esattamente come chiedeva la maggioranza. Scelta formalmente corretta, ma dal peso politico evidente. Il presidente super partes cominciava a mostrare la sua parte. Poi l’intervento in difesa di Salvini. Con il segretario che vistosamente traballa, Fontana rompe il silenzio e fa sapere che Matteo «merita più rispetto». Ricorda i bei tempi, quando prese un partito moribondo e lo resuscitò, e invita tutti a non dividersi.  

La partita di fine legislatura

Fontana è stato il suo vice, con Salvini è diventato ministro e poi presidente della Camera. Difficile non leggerci un moto di riconoscenza, merce rara in politica, soprattutto quando chi dovrebbe riceverla è in difficoltà. E non è poco, perché dopo i guai che ha combinato ci vuole un certo coraggio per continuare a sostenere lo Zelig dell’ex Carroccio. Anche perché, preso il partito al 4 per cento e portato al 34, Salvini è riuscito nell’impresa di riconsegnarlo più o meno dove l’aveva trovato. E poi Fontana ha solo 46 anni. Un po’ presto per entrare nel mausoleo degli ex presidenti della Camera, prestigiosa categoria che garantisce ufficio, staff e uno status che dura ben oltre la carica. La legislatura sta per finire e l’ex impiegato della Fiera di Verona dovrà pur inventarsi qualcosa, magari continuando a fare politica. Cosa per cui, dettaglio fastidioso, occorre essere eletti. 

Da presidente di tutti a uomo di Salvini: la riconversione di Lorenzo Fontana
Matteo Salvini e Lorenzo Fontana nel 2018 (Imagoeconomica).

Da presidente di tutti è tornato a essere l’uomo di qualcuno

E allora questo suo improvviso rigurgito salviniano assume una luce diversa. Dopo quasi quattro anni da presidente di tutti, Fontana ha pensato bene di tornare a essere l’uomo di qualcuno. Quello che farà le liste, sempre che i suoi ex amici non lo facciano sloggiare prima. 

Lo sfottò di La Russa al Pd, il fuoco di Puglia di Meloni e la conta di Pontida: le pillole del giorno

Sono giorni intensi per il presidente del Senato Ignazio La Russa. Tra un fendente a Report («Va cambiato, non eliminato perché non è possibile che le inchieste solo per l’1,5 per cento dei casi hanno riguardato il partito di sinistra più grosso»), un pronostico elettorale («Alle elezioni il centrodestra batterà la sinistra a prescindere da Vannacci») e gli auguri a Mogol per i suoi 90 anni, la seconda carica dello Stato ha trovato il tempo per bacchettare il Pd pisano per procurato allarme fascismo. Tutto è nato dalla scritta «Si fascia» notata qualche giorno fa da alcuni genitori su un muro della scuola Collodi interessata da lavori di ristrutturazione. Naturalmente è scattato il tam tam sui social rilanciato, con zelo, dal vicepresidente del Consiglio regionale Antonio Mazzeo. Il quale, ingranando la quarta, aveva definito quello sfregio nero «un gesto gravissimo e intollerabile» e «ancora più odioso» perché apparso sui muri di una scuola. A ruota lo aveva seguito la senatrice dem Ylenia Zambito.

L’indignazione però è durata solo qualche ora, perché già domenica sera, come scrive il Corriere Fiorentino, qualcuno aveva cominciato a nutrire dubbi sul vero senso della scritta. E così è stata appurata la verità: quel «si fascia» era stato scritto dagli operai del cantiere per segnalare gli interventi da realizzare. Sono seguite le pubbliche scuse dei segnalatori. «Ho commesso un errore. Può capitare. E quando capita si deve avere l’onestà di dirlo», ha scritto su Fb Mazzeo. «Sarebbe bello lo facessero tutti, soprattutto di fronte al proliferare continuo, e spesso costruito ad arte, di fake news o immagini false generate dall’intelligenza artificiale. Come sarebbe bello che la stessa solerzia della destra pisana, oggi così attenta a commentare questo “errore”, si manifestasse anche nel prendere le distanze senza ambiguità quando, ed è accaduto tante volte, compaiono davvero scritte inneggianti al fascismo o al nazismo. Ma immagino che per quello serva fare i conti con la storia». «La destra pisana mi prende in giro perché ho commesso un errore, ed è giusto ammetterlo», è stata la difesa social di Zambito. «Aver scambiato le scritte di cantiere per scritte inneggianti al fascismo è stato un errore commesso per un eccesso di preoccupazione per i rigurgiti fascisti che proliferano a Pisa e nel Paese. Quella preoccupazione che alla destra manca del tutto, tanto da tacere quando scritte simili sono comparse ed erano vere». Caso archiviato, si dirà. E invece no. Martedì la faccenda è stata riaperta sul palcoscenico nazionale da La Russa. «A Pisa una scritta nera su un muro giallo fa subito scattare l’allarme fascismo. La sinistra denuncia, polemizza, manda comunicati stampa», denuncia la seconda carica dello Stato. «D’altronde si sa… ‘Quando la destra è al governo la democrazia è in pericolo’ (questa l’ho già sentita da qualche parte). Poi passano i minuti, forse qualche ora e si scopre finalmente la verità: a fare quella scritta così ‘nostalgica’ non è stata la mano di pericolosi camerati in camicia nera ma quella di alcuni operai durante i lavori di ristrutturazione della scuola Collodi».

E infine conclude: «Niente Ventennio quindi. E nemmeno manganelli e olio di ricino. Solo banali indicazioni edili… per il cappotto termico. Dalle camice nere (senza la i, ndr) al cappotto termico. Il caldo fa brutti scherzi, ma spesso li fanno anche le ossessioni della sinistra». E dire che La Russa dovrebbe ricordare quanto sia facile – ahinoi – cadere in errore, come quando – era il 2023 – scambiò soldati nazisti di via Rasella per una banda musicale di riservisti. Svista per cui fu costretto poi a scusarsi.

Lo sfottò di La Russa al Pd, il fuoco di Puglia di Meloni e la conta di Pontida: le pillole del giorno
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

Meloni “balla” in Puglia

Il soggiorno nell’amata Ceglie Messapica, la gita in barca a Polignano a Mare con alcuni amici e il fedelissimo Marcello Gemmato, l’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo a Taranto (dove l’ex Ilva per il governo è un dossier rovente) e la festa di FdI a Bari il 4 e 5 settembre. Giorgia Meloni punta sulla Puglia e sul Sud per questo scampolo di campagna elettorale. La pausa che la premier si è concessa in Valle d’Itria terminerà il 21 agosto con l’apertura dei Giochi allo stadio Iacovone insieme al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sulla cui poltrona Meloni e la destra hanno lanciato apertamente un’Opa. Poi sarà la volta dell’Atreju fuori stagione nel capoluogo pugliese il 4 e 5 settembre, giusto in tempo per festeggiare il record del governo più longevo della storia repubblicana.

Chissà se alla kermesse pugliese parteciperà pure il vicepremier Antonio Tajani, impegnato il 3 settembre a Viterbo per la tradizionale processionale con la “macchina di Santa Rosa” trasportata da oltre 100 persone per le strade della città laziale. Un appuntamento imperdibile per Tajani, specie in vista delle Politiche. A Viterbo verrà testato anche un piano di sicurezza e di evacuazione innovativo con maxi schermi pronti a far passare messaggi e comunicazioni di servizio, in caso di emergenza.

Lo sfottò di La Russa al Pd, il fuoco di Puglia di Meloni e la conta di Pontida: le pillole del giorno
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La breccia nella Lega

La data del 20 settembre rischia di non essere più ricordata solo per la breccia di Porta Pia, ma per Pontida 2026. «Forse sarà l’ultimo raduno con Matteo Salvini a capo della Lega», sussurrano a Roma. La manifestazione sullo storico pratone caro a Umberto Bossi diventerà infatti “una conta” dei fedelissimi del vicepremier. Tra gli ultimi ad aver difeso pubblicamente il leader, si segnala Alberto Stefani, successore di Luca Zaia alla guida del Veneto e vicesegretario leghista, con tanto di intervista “smorzascissione” sul Corriere, sulle cui pagine l’altro giorno era uscito allo scoperto il «nostalgico» e attempato ribelle, Attilio Fontana. Stefani però ha un difetto: «Lui è del 1992, ma che ne sa della storia della Lega e della fatica che è stata fatta negli anni per resistere a tutto?», bofonchiano i “duri e puri”, che non vogliono finire schiacciati da Roberto Vannacci. Il quale però, in vista delle Politiche, potrebbe attirare qualche altro leghista pesante in cerca di un altro giro in Parlamento.

Lo sfottò di La Russa al Pd, il fuoco di Puglia di Meloni e la conta di Pontida: le pillole del giorno
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Che rottura di Palio

Il Palio di Siena si è trasformato in un gran rottura di scatole per La 7 di Urbano Cairo a causa dell’aumento dei costi causati dai due rinvii causati dal maltempo. Martedì su Piazza del Campo però splende il sole e la terza diretta procederà liscia come l’olio. Comunque, a Siena alcuni hanno dato la colpa del maltempo al “cencio” creato dall’artista romena Teodora Axente: il “madonno” contestatissimo dalla curia e dai fedeli, per le fattezze androgine dell’Assunta. Il drappellone non è piaciuto per niente al cardinale Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino e nella querelle è dovuta intervenire pure la sindaca Nicoletta Fabio che si è detta «amareggiata e mortificata» per le polemiche, ma non pentita per la scelta dell’artista. Ma non è finita perché la Madonna mascolina di Axente si staglia su un cielo plumbeo. Per i più superstiziosi, sarebbero stati i nuvoloni dipinti i veri responsabili della pioggia che ha funestato questa edizione.

Lo sfottò di La Russa al Pd, il fuoco di Puglia di Meloni e la conta di Pontida: le pillole del giorno
Il drappellone dipinto dall’artista romena Teodora Axente, per il Palio del 16 agosto, dedicato alla Madonna dell’Assunta (Ansa).

Lega, il libro del senatore Romeo sul rinnovamento del partito

Il senatore Massimiliano Romeo, segretario della Lega Lombarda e capogruppo del Carroccio a Palazzo Madama, ha annunciato l’uscita del suo nuovo libro Fare la Lega, agenda per il rinnovamento. Dal titolo potrebbe sembrare un instant book, scritto per cavalcare i malumori interni al partito con un Matteo Salvini che molti vorrebbero si facesse da parte. Non è proprio così, ma il momento della pubblicazione certo non è casuale. «Avevo in mente di pubblicare questo libro nei prossimi mesi per raccontare la mia esperienza politica a Roma, ho accelerato un po’ la scrittura visto il momento per noi complicato», ha spiegato Romeo.

Lega, il libro del senatore Romeo sul rinnovamento del partito
Massimiliano Romeo e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

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Romeo: «I segnali degli ultimi tempi non possono essere ignorati»

«Passando molto del mio tempo tra i militanti e tra la gente ho voluto raccontare e in modo costruttivo teorizzare il grande desiderio di rinnovamento che viene proprio dalla base e dagli elettori. Questo è il mio pensiero e mi auguro che possa essere un contributo costruttivo per Lega. Siamo in una fase in cui servono consigli e suggerimenti utili per rilanciare il movimento e penso che i segnali degli ultimi tempi non possano essere ignorati», ha detto Romeo.

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Gaffe del Pd, denuncia scritte fasciste sulla scuola ma erano le indicazioni di un cantiere

Gaffe del Pd, che ha denunciato la presenza di scritte e simboli nazifascisti sui muri di una scuola primaria di Lucca che si sono poi rivelate essere le indicazioni di un cantiere. A sollevare per primo il caso era stato il vicepresidente del Consiglio regionale Antonio Mazzeo, che aveva parlato di «gesto gravissimo e intollerabile» sottolineando come fosse «ancora più odioso» perché rivolto contro una scuola, luogo di educazione e democrazia. Anche la senatrice dem Ylenia Zambito aveva preso posizione, collegando l’episodio alla memoria del fascismo e al ritrovamento del corpo di Giacomo Matteotti avvenuto proprio in quei giorni. Dopo l’indignazione, però, alcuni hanno fatto notare un particolare decisivo, ovvero che sulla scuola erano in corso lavori di rifacimento della facciata e che, quindi, quelli che sembravano simboli ideologici potevano essere più semplicemente segni lasciati dagli operai per indicare gli interventi da eseguire. E così era. A confermarlo è stato Enrico Bruni, consigliere comunale del Pd a Pisa, che aveva inizialmente segnalato le scritte e successivamente ha riconosciuto l’errrore. Le presunte rune erano frecce, mentre quella che sembrava una frase inneggiante al fascismo era in realtà «si fascia», un’indicazione di cantiere. Anche Mazzeo è intervenuto, scusandosi per la mala interpretazione: «Ho commesso un errore. Può capitare. Quando si sbaglia, è giusto dirlo e riconoscere l’errore».

Il piano di Salvini per restare a galla: cavalcare il caos e puntare al Viminale

Nella Lega si respira aria di Papeete III. Matteo Salvini, il ‘surfista’ della politica italiana, starebbe per giocarne una delle sue. Provocare un piccolo tsunami per praticare il suo sport preferito, ovvero la navigazione nel caos, la cavalcata dell’onda. Una mossa rischiosa che potrebbe mettere a dura prova la tenuta del Meloni I.

Il piano di Salvini per restare a galla: cavalcare il caos e puntare al Viminale
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Un vicepremier in versione leader di opposizione

Niente, dicono, potrà succedere prima del 4 settembre, data da mesi cerchiata in rosso su tutti i calendari di governo, perché quel giorno finalmente Giorgia Meloni raggiungerà il record di premier più ‘longevo’ della storia repubblicana. Ma dal 5 – raccontano i ben informati a L43 – tutto è possibile. E chi è vicino al segretario leghista parla di un piano per cominciare a battere sui temi della sicurezza e fare il controcanto quotidiano al governo e al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al rientro dalla pausa estiva fino alle elezioni. Una strategia della goccia cinese pianificata, come se Salvini fosse il leader di un partito di opposizione anziché vicepremier e capo di una formazione di maggioranza. Nel mirino ci sarebbe proprio Piantedosi, suo ex capo di gabinetto quando era ministro dell’Interno. Insomma, l’idea di Salvini non sarebbe quella di ‘staccare la spina’ al governo in carica, come fatto nelle estati del 2019 con il Conte I e del 2022 con l’esecutivo guidato da Mario Draghi. Ma il suo piano di pressing sul Viminale, se veramente andrà avanti, potrebbe risultare molto fastidioso per Meloni e per la stabilità dell’esecutivo.

Il piano di Salvini per restare a galla: cavalcare il caos e puntare al Viminale
Matteo Piantedosi e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

La fronda lombarda e i malumori in Veneto e Piemonte

Il piano non è nuovo e viene ciclicamente riproposto dai leghisti, a partire dall’assoluzione definitiva del loro capo dalle accuse di sequestro aggravato per aver bloccato lo sbarco dei migranti a bordo della Open Arms nell’agosto del 2019. Finora la premier e gli altri partiti di maggioranza hanno sempre respinto l’ipotesi di un suo ritorno al Viminale. L’ultima volta che le pressioni del partito si sono riaccese, Piantedosi è stato ricevuto da Sergio Mattarella, incontro che molti hanno letto come un evidente segnale di sostegno al ministro da parte del capo dello Stato. Ai tempi, da parte di FdI poi si era esclusa nuovamente qualsiasi ipotesi di cambio della squadra di governo. Ma, con il passare delle settimane, la situazione interna alla Lega è divenuta ormai irrecuperabile. Salvini non solo non controlla più il partito, ma è stato sostanzialmente sfiduciato dalle segreterie provinciali che hanno maggior peso elettorale in Lombardia: Bergamo, Brescia, Varese e Sondrio. Nel direttivo lombardo del 7 agosto gli è stato chiesto di fare un ‘passo di lato’. Forti malumori si registrano anche in Veneto e Piemonte, malgrado siano soffocati nel primo caso dal commissario Andrea Tomaello, e nel secondo dal capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari (che da fervente critico, improvvisamente, si è trasformato in un fedelissimo del capo).

Il piano di Salvini per restare a galla: cavalcare il caos e puntare al Viminale
Riccardo Molinari (Imagoeconomica).

Zaia, Fedriga e Fontana per ora non danno battaglia

Allo stato, però, non vi sono colonnelli pronti a sferrare il ‘colpo finale’ e soprattutto pronti a diventare generali al posto del fu Capitano. I governatori – dall’ex doge Luca Zaia a Massimiliano Fedriga e Attilio Fontana – continuano a essere riottosi senza però dare vera battaglia.

Il piano di Salvini per restare a galla: cavalcare il caos e puntare al Viminale
Attilio Fontana (Ansa).

E quindi Salvini resta dove è, con l’obiettivo di disfarsi di tutti coloro che non sono alle sue dirette dipendenze e completare la trasformazione della Lega in partito personale, con la fidanzata Francesca Verdini sempre in prima fila (come in molti eventi pubblici recenti). Per fare questo, e salvare il salvabile di quella percentuale di voti che gli è rimasta (tra il 5 e il 6 per cento secondo i sondaggi), il segretario leghista deve tornare al Viminale o comunque fare campagna per tornarci. Ormai è una ossessione. E poco conta se, facendolo, scarica i problemi del suo partito sul governo. È diventata una questione di sopravvivenza. Le reazioni degli alleati non sono ancora arrivate. Ma c’è da scommettere che l’amica Giorgia e il collega vicepremier Antonio Tajani non gradiranno.

Il piano di Salvini per restare a galla: cavalcare il caos e puntare al Viminale
Antonio Tajani e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La sinistra scopre il post-woke: da AOC a Schlein

Abbiamo scherzato! Il woke non è più la bibbia, né negli Usa, né in Europa e tantomeno in Italia. Il “la” mediaticamente più clamoroso l’ha dato la star dei progressisti democratici americani, Alexandria Ocasio-Cortez, che ha criticato senza mezzi termini gli eccessi del wokismo e della cancel culture.

La sinistra scopre il post-woke: da AOC a Schlein
Alexandria Ocasio-Cortez (Ansa).

Il cambio di passo radicale tra i dem

Il dibattito negli Stati Uniti va avanti da tempo in realtà. Era iniziato in ambienti democratici illuminati, è andato a sbattere contro l’iceberg Trump, si sta dipanando nel confronto alle primarie tra socialdemocratici e liberaldemocratici in vista delle elezioni di midterm. Ora AOC, che non esclude in un futuro di candidarsi alle elezioni presidenziali, ha ammesso in un’intervista televisiva che il woke prima maniera era una «follia». «La nostra priorità è la classe lavoratrice di questo Paese», ha messo in chiaro, «tutti condividiamo l’obiettivo di avere il tasso di criminalità più basso possibile». Commenti ed editoriali hanno invaso la Rete indicando nelle parole di Ocasio-Cortez un cambio di passo radicale per i democratici. Anche in Gran Bretagna i picchi di wokismo sembrano acqua passata sotto la guida del primo ministro Andy Burnham, laburista con sfumature socialiste rosso pallido e cattolico che si ispira alla Rerum novarum. Per non parlare della svolta pragmatico-securitaria della socialdemocratica danese Mette Fredriksen sul tema migranti.

La sinistra scopre il post-woke: da AOC a Schlein
Andy Burnham (Ansa).

Anche il Pd pare seguire la tendenza AOC

Che sia per scelta autonoma o per simbiosi con i democratici d’Oltreoceano, la stessa aria tira anche in Italia. Dove peraltro abbiamo sempre vissuto un woke annacquato, più enunciato da pochi intellettuali e da rari politici che effettivamente attuato, sempre e comunque in ritardo rispetto alle avanguardie d’Oltremanica e del Nord Europa, e mai veramente al passo con gli eccessi di questa o quella università straniera. Ma tant’è. I temi che un tempo erano considerati identitari per il Pd vengono messi in coda a favore di temi molto più d’impatto per le classi sociali più deboli: salari più alti, aiuti ai giovani, assistenza sanitaria veramente universale, più sicurezza. Prova ne è che tra i post social dell’ultimo mese di Elly Schlein, accanto ai temi di politica estera e alla querelle su Delmastro, la parte del leone la fanno i ritardi dei treni nell’era Salvini, lo “smantellamento” della sanità pubblica, le aree interne, il caldo eccezionale di quest’estate, il taglio delle accise troppo timido, l’aumento della pressione fiscale da parte del governo. E le più recenti proposte di legge dem riguardano i giovani e il loro «diritto a restare» in Italia, con aiuti a ricercatori e imprenditori junior, e «Il tempo della scuola», con aumenti agli insegnanti e più tempo pieno ed estivo.

La sinistra scopre il post-woke: da AOC a Schlein
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Come cambiare la percezione della sinistra ZTL

I diritti civili non sono spariti, ovviamente, ma sono più defilati rispetto al passato a favore di salari equi, welfare, sostegno alle aree disagiate, sostegno all’imprenditoria diffusa. Forse le chiacchierate di questi mesi con Mario Draghi, Romano Prodi e con il presidente di Confindustria Emanuele Orsini stanno centrando il focus della segretaria su temi più concreti, più da periferie e meno da terrazza radical chic. «Ci sbrigheremo a fare il programma da settembre», ha annunciato Schlein. E forse anche la new wave post-woke lo influenzerà.   Nessuna retromarcia, sia chiaro. Anche Ocasio-Cortez ha sottolineato che il dibattito woke pur se eccessivo è stato fruttuoso, ma una maggiore attenzione ai temi che toccano una platea più ampia di elettori, soprattutto tra le fasce economicamente più fragili. Basterà a invertire la percezione di una sinistra interessata solo alle ubbie dei vip della ZTL? In mezzo ci sono le primarie, la scelta del leader del campo largo, la stesura del programma elettorale. Intanto è partito il nuovo posizionamento.

Fontana pronto a de-salvinizzare la Lega e le altre pillole del giorno

Dopo lo Statuto del partito fantasma condiviso su una vecchia chat leghista, e dopo l’acceso direttivo lombardo del 7 agosto scorso, Attilio Fontana esce allo scoperto sul Corriere della Sera. Per la prima volta nella Lega di matrice salviniana, un governatore parla espressamente e pubblicamente di un passo di lato o indietro di Matteo Salvini e della formazione di un nuovo soggetto politico. «Nessuna soluzione va esclusa a priori. La Lega non teme il rinnovamento. Chiediamo di rivedere in modo sostenibile ed effettivo l’impostazione del nostro partito, per valorizzare i suoi stessi asset. Perché ce n’è un gran bisogno ora», spiega il presidente di Regione Lombardia. «Con il segretario Massimiliano Romeo, abbiamo dato voce a questo malessere e alle esigenze di amministratori e cittadini, proponendo valutazioni politiche a partire da un dato di fatto: siamo passati dal 34 al 5 per cento dei voti». Per questo «stiamo lavorando a un’associazione per aprire uno spazio di confronto per la ricerca di soluzioni utili a tutti». Fontana parla di «leadership collettiva» e di una «squadra forte» alla guida del partito. Scissione in vista? «Non ho la sfera di cristallo, non posso prevedere il futuro», taglia corto il governatore rompendo definitivamente la tradizione leninista della Lega.

Fontana pronto a de-salvinizzare la Lega e le altre pillole del giorno
Attilio Fontana (Ansa).

Parole che suonano come un punto di non ritorno. Anche perché arrivano dopo quelle se possibili ancora più tranchant dell’assessore regionale allo Sviluppo economico Guido Guidesi: «Non si può dire “abbiamo fatto un congresso” e fingere che tutto vada bene», aveva sottolineato il 12 agosto il leghista parlando all’AdnKronos. «Credo che la cosa migliore sarebbe fermarsi, confrontarsi, capire quale possa essere la soluzione con la disponibilità di tutti all’azzeramento dei ruoli interni al partito partendo dall’alto sino alla sezione più piccola. Se vogliamo salvare la Lega dobbiamo fare questo […]. Azzeramento di tutte le cariche, revisione di statuto e regolamenti e assemblea programmatica per poi ripartire. Se vogliamo salvare la Lega tutti dobbiamo essere disponibili a questo superando i personalismi. Se invece c’è qualcuno che tiene solo al proprio sedere, beh sappia che avanti a far finta di nulla tra un po’ sedie dove sedersi non ce ne saranno più».

Fontana pronto a de-salvinizzare la Lega e le altre pillole del giorno
Guido Guidesi (Imagoeconomica).

Il dato dunque sembra tratto. Gli occhi ora sono puntati sui vari big nordisti chiamati a decidere da che parte stare. A partire dal ministro Giancarlo Giorgetti e dal piemontesissimo capogruppo alla Camera Riccardo Molinari…

Le ambizioni di Mazzi

Dicono che a Gianmarco Mazzi il ministero del Turismo stia stretto. Nonostante l’upgrade da sottosegretario alla Cultura alla poltrona che fu di Daniela Santanchè, le ambizioni del manager veronese sono appena cominciate. Tanto che in vista di un possibile nuovo governo di centrodestra pare che la richiesta sarà quella di accorpare in un unico dicastero il Turismo e lo Sport, ora guidato da Andrea Abodi. Per i maligni, fa gola il business che si genererebbe dalla fusione delle due strutture…

Fontana pronto a de-salvinizzare la Lega e le altre pillole del giorno
Gianmarco Mazzi (Imagoeconomica).

Schlein: «Fake il video con me e Vannacci»

Elly Schlein ha smentito la veridicità di un filmato, cominciato a circolare sui social, in cui si vede la segretaria del Partito democratico a colloquio (e anche piuttosto divertita) con Roberto Vannacci, fondatore di Futuro Nazionale. «Non è mai accaduto. Non ci siamo nemmeno mai incontrati. E quella cena non è mai esistita. Ora, non mi interessa tanto la smentita in sé di un fatto poco credibile già di suo», ha dichiarato Schlein, mettendo poi in guardia sui pericoli legati all’intelligenza artificiale: «Mi interessa riflettere insieme su dove sta portando le democrazie questo tipo di abuso dell’IA. Su cosa può fare ai diritti di tutte e tutti i cittadini. E voglio rilanciare l’appello che ho rivolto a tutte le forze politiche, già raccolto dalla presidente Giorgia Meloni, a un uso responsabile ed etico dell’intelligenza artificiale». Questa vicenda, ha osservato la segretaria dem, «dà l’idea degli enormi rischi di inquinamento della campagna elettorale attraverso deepfake sempre più raffinati». Tutte le forze politiche, ha chiosato, «dovrebbero impegnarsi a non usare l’AI per attribuire agli avversari politici fatti o parole che non sono reali».

Cosa sappiamo del progetto politico di Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate

Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate e attualmente alla guida del comitato civico Più Uno, ha annunciato un suo progetto politico di centrosinistra in vista delle elezioni politiche del 2027. La presentazione ufficiale avverrà il 10 ottobre. Ruffini ha spiegato di avere voglia di «provare a unire e dialogare», ma solo «con chi ci starà».

Cosa sappiamo del progetto politico di Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate
Ernesto Maria Ruffini (Imagoeconomica).

Secondo Ruffini serve «un nuovo Ulivo»

«Sono passati quattro anni di governo Meloni e ora vedo che i leader del centrosinistra rimandano a settembre il momento della sintesi: questo mi sorprende e mi dispiace», ha detto Ruffini intervistato da La Stampa, parlando poi della necessità di «un nuovo Ulivo», ovvero la coalizione guidata da Romano Prodi che riuscì a battere il centrodestra nel 1996. A tal proposito, Ruffini – escludendo velleità di leadership – ha criticato la lentezza con cui il Partito democratico di Elly Schlein e il Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte stanno costruendo un’alleanza politica.

Il paradosso della destra negazionista climatica che diventa paladina degli alberi

All’improvviso, come un temporale in piena estate, la destra si è accorta che nelle nostre città mancano gli alberi. L’allarme, a dire il vero, fu lanciato durante la campagna elettorale per le Politiche già nel 2022: Silvio Berlusconi suggerì di piantare un milione di alberi all’anno su tutto il territorio nazionale. Fissato con quella cifra come unità di misura, il sor Bonaventura del milione di posti di lavoro sparò la sua proposta, che allora sembrò eccentrica, e che trovò spazio e cassa di risonanza sui quotidiani d’area, in particolare su il Giornale, pur venendo accolta con un certo scetticismo per la sostenibilità pratica.

Il paradosso della destra negazionista climatica che diventa paladina degli alberi
Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Storicamente è sempre stata la sinistra ecologica a preoccuparsi del verde urbano, dei parchi, dell’inquinamento atmosferico, delle piste ciclabili. L’uomo che piantava gli alberi, il long seller di Jean Giono pubblicato nel 1953, trova posto, da quando è uscito, in tutte le librerie nelle case del ceto medio riflessivo, che lo legge la sera ai bambini, prima che si addormentino.

La storia che ha deliziato milioni di pargoli coi genitori di sinistra

La storia del pastore che pianta ogni giorno 100 ghiande e, rimasto vedovo, decide di migliorare il luogo desolato in cui vive facendovi crescere una foresta, un albero alla volta, ha deliziato milioni di pargoli coi genitori di sinistra. In tre anni il pastore riesce a piantare 100 mila ghiande per far nascere 10 mila querce. Ma come mai la destra fa ora sua questa battaglia per ripopolare di alberi le città?

Il paradosso della destra negazionista climatica che diventa paladina degli alberi
Poi non dite che a Milano non c’è il verde: il parco Biblioteca degli Alberi visto da Palazzo Lombardia (foto Ansa).

Meloniane sfegatate invocano sui social il depaving

Signore barricadere meloniane sfegatate invocano sui social il depaving, il processo di rimozione dell’asfalto e della pavimentazione cementizia per restituire il suolo a terra permeabile a vegetazione. Avevano appena finito di lamentarsi che l’area antistante la stazione Termini sembrava un centro di accoglienza per immigrati e, ora che il sindaco Roberto Gualtieri l’ha restaurata, si lagnano che l’asfalto bolle perché non ci sono alberi, facendo finta di ignorare che le radici danneggerebbero le sottostanti linee di metropolitana.

Il paradosso della destra negazionista climatica che diventa paladina degli alberi
Roberto Gualtieri (foto Imagoeconomica).

Vanno di moda i climate refuge, da Roma a Bologna

Vanno di moda i “rifugi fito-bioclimatici“, gli anglosassoni climate refuge, ​adottati non solo da Roma, ma da varie amministrazioni, per esempio a Bologna: niente di nuovo, una volta si chiamavano pensiline per fare ombra, fontane girevoli, come a New York, oasi con qualche pianta rampicante e spruzzini nebulizzatori. La destra è saltata addosso a Gualtieri e alla sindaca di Firenze Sara Funaro, colpevoli di aver abbattuto alberi per far posto alla riqualificazione urbana nella Capitale, mentre nella città toscana per far posto alla tramvia.

Alberi lasciati morire per assenza di irrigazione e cura

Niente a che vedere con una battaglia propositiva per piantarne di nuovi: la polemica è usata come argomento politico contro le amministrazioni locali di centrosinistra. Articoli ed editoriali hanno spesso denunciato gli abbattimenti di alberature storiche o la cattiva manutenzione del verde pubblico, accusando le giunte progressiste di fare greenwashing a parole e cementificare nei fatti. Servizi di cronaca locale su il Giornale e Libero mettono periodicamente in evidenza come i nuovi alberi messi a dimora dai Comuni vengano poi lasciati morire per assenza di irrigazione e cura.

Nuovi paladini della ripiantumazione? Credibilità zero

​Da che pulpito viene la predica, verrebbe da dire: la destra negazionista del riscaldamento globale che si fa improvvisamente paladina della ripiantumazione delle città ha credibilità pari a zero. I siti e i profili di destra sui social continuano a essere popolati da post e meme su amministrazioni di sinistra che abbattono alberi e contemporaneamente da paradossale scetticismo verso le misure green ritenute punitive: forte contrarietà a ZTL, ai limiti a 30 chilometri orari, ai blocchi del traffico, per non dire della transizione elettrica.

Il paradosso della destra negazionista climatica che diventa paladina degli alberi
Piantumazione (foto Ansa).

Ora gli alberi e l’ombra naturale vengono mitizzati

La destra si ritrova unita, come al solito, sulle apparenze: difesa del decoro cittadino, limitata a interventi di manutenzione del verde esistente. Ogni annuncio su progetti di nuove piantumazioni sono percepiti come di pessimo impatto per l’immagine. Gli alberi e l’ombra naturale vengono mitizzati come retaggio dell’origine agreste del pastore di Giono, tradizione che ha però finito storicamente per produrre città cementificate, calde e paradossalmente spoglie di verde funzionante.

Il paradosso della destra negazionista climatica che diventa paladina degli alberi
La sindaca di Firenze Sara Funaro (Imagoeconomica).

Ma alla destra non importa se i piani delle amministrazioni di Roma e di Firenze prevedono la piantumazione di un numero maggiore di alberi nuovi. Gli interventi sulle tramvie fiorentine prevedono inoltre tecnologie moderne, come l’inerbamento delle sedi tramviarie, per ridurre l’effetto isola di calore nel lungo periodo. L’obiettivo principale della tramvia fiorentina è togliere dalle strade decine di migliaia di auto private al giorno, riducendo le emissioni di CO2 e di polveri sottili, un beneficio strutturale per l’ambiente a medio e lungo termine. Ma le signore della destra scopertesi improvvisamente ecologiste piangono sui media locali: «La mia Firenze! Senza alberi non la riconosco più!».

L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa

Migra più in là. Sarà questo molto probabilmente uno degli slogan della campagna elettorale multipla che interesserà nel 2027 quasi 200 milioni di cittadini europei. Anche a dispetto dei numeri reali. Solo così si spiega il nervosismo innescato con la crisi di Ceuta e che ha messo l’un contro l’altro armati tre Paesi che, a onor di geografia, nemmeno confinano tra loro, con l’obiettivo di far sbarcare il migrante un po’ oltre il proprio suolo patrio. Con l’Italia che ha sospeso il trattato di Schengen verso la Spagna, immediatamente ricambiata con la stessa moneta, e la Germania che ha a sua volta ricominciato ad applicare le espulsioni verso Roma e Atene dei clandestini sbarcati sulle coste mediterranee e transitati poi verso Berlino.

L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa
L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa
L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa
L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa
L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa
L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa
L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa
L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa

I partiti nazionalisti e la propaganda contro lo straniero

La paura della spallata delle estreme destre è tanta, del resto, e il prossimo anno si voterà, oltre che in Italia, anche in Francia, Spagna, Polonia, Grecia, Finlandia, Slovacchia ed Estonia, tra primavera e autunno saranno chiamati alle urne quasi 200 milioni di elettori, la metà dei 400 milioni di europei con diritto di voto. Il fenomeno migratorio sarà sicuramente uno dei temi caldi, a maggior ragione vista la presenza di partiti nazionalisti e identitari, dagli spagnoli di Vox ai francesi del Rassemblement national, che mettono il contrasto allo straniero illegale (ma anche a quello legale) tra le loro priorità.

Gli estremisti tedeschi di AfD mettono Merz all’angolo

La Germania non è da meno, perché se è vero che le elezioni politiche si dovrebbero tenere nel 2029, nel 2027 si eleggerà il prossimo presidente federale con un sistema simile al nostro, in cui ai voti del parlamento si uniscono quelli dei Lander, mentre la destra dell’Alternative für Deutschland bombarda il cancelliere Friedrich Merz proprio sul tema di frontiere e integrazione.

L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa).

Ma gli sbarchi illegali sono diminuiti del 37 per cento nel 2026

Eppure… eppure i numeri dicono altro. La tanto temuta invasione, di fatto, non c’è. I dati di Frontex registrano nel primo semestre del 2026 un calo del 37 per cento degli sbarchi illegali rispetto allo stesso periodo del 2025. I motivi, secondo l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, sono legati agli accordi con i Paesi d’origine e all’entrata in vigore del Patto Ue su migrazione e asilo che ha uniformato i controlli da parte di tutti e 27 gli Stati europei.

In Italia c’è stato un calo del 52 per cento

Nei primi sei mesi del 2026 sono stati registrati “solo” 49 mila arrivi di irregolari, il 60 per cento dei quali dalle rotte del Mediterraneo orientale e centrale (Italia e Grecia in particolare), con la rotta balcanica in netta contrazione. Sono stati oltre 16 mila gli arrivi in Grecia e oltre 14 mila in Italia, solo 8 mila in Spagna. Ma al di là dei numeri netti, mentre in Spagna si è registrato un aumento del 17 per cento degli arrivi, in Italia c’è stato un calo del 52 per cento e in Grecia del 20 per cento. E già nel 2025 gli ingressi in Ue erano calati del 26 per cento rispetto all’anno precedente.

L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa
La nave Humanity 1 sbarcata a Napoli dopo aver tratto in salvo alcuni migranti al largo della Libia nell’agosto del 2025 (foto Ansa).

La maggior parte degli arrivi non si trasforma in presenze stabili

Va poi ricordato che la maggior parte degli arrivi non si trasforma in presenze stabili: in base al fenomeno dei movimenti secondari o dublinanti (dall’accordo di Dublino del 2003, superato dal nuovo patto entrato in vigore il 12 giugno 2026), la stragrande maggioranza di chi approda in Italia e Grecia poi chiede asilo in Germania e Francia. Proprio per questo Parigi prosegue la sua politica di controlli alla frontiera con Ventimiglia e anche Berlino ha scelto la linea dura.

L’altro grande non detto, che peserà però sui risultati delle prossime elezioni in tutta Europa, è che ormai il nodo non sono tanto gli arrivi di migranti illegali, quanto la presenza stabile di milioni di migranti e delle loro famiglie. Eurostat nel febbraio di quest’anno stimava nel 10,4 per cento la percentuale di abitanti in Ue nati al di fuori dei nostri confini, circa 46,7 milioni su 450,6 milioni di abitanti.

Convivenza e integrazione, i temi che anche la sinistra ha paura di affrontare

La convivenza e l’integrazione, che dall’estrema destra cercano di far coincidere con il tema della sicurezza, fanno parte dunque di un dossier che pochi hanno voglia di affrontare: è un tema spinoso, tocca argomenti sensibili come cultura, religione, origine e si estende ormai anche alle seconde generazioni. Di certo le diverse sfumature di centrosinistra temono di doversi confrontare con realtà complesse e difficili da decodificare, lasciando così alle destre campo libero.

Lo strano asse tra la socialdemocratica Frederiksen e Meloni

Per questo ha fatto notizia la posizione della premier danese Mette Frederiksen, socialdemocratica ma in sintonia con Giorgia Meloni, che sta attuando in Danimarca una politica di rigore nei ricongiungimenti familiari e nelle richieste di asilo, convinta che il prezzo dell’immigrazione di massa sia in realtà «pagato dalle classi inferiori», quelle che la sinistra dovrebbe rappresentare e difendere.

L’invasione non c’è, la paura sì: così la propaganda sui migranti contagia l’Europa
Giorgia Meloni e Mette Frederiksen.

Come si vede dai numeri, dunque, le destre amplificano un’invasione che non c’è, solo a fini di propaganda, mentre le sinistre nascondono problemi di integrazione che ci sono, sempre con gli stessi scopi elettorali. La corsa al voto è cominciata per mezza Europa, e il tema migranti farà ballare le urne.

Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein

Lo stato di salute del centrosinistra suscita qualche comprensibile preoccupazione, ma il check-up è già fissato in agenda. Martedì 8 settembre, alla festa nazionale di Alleanza verdi e sinistra (Avs) a Roma, i quattro leader del campo largo sono attesi da un confronto in un panel dal titolo decisamente eloquente: “Prima le idee”. In questo modo Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli provano a prendere in mano il timone del progetto, in bilico per via del dualismo tra Elly Schlein e Giuseppe Conte su chi dovrebbe guidare la coalizione. Ma in quale direzione? È proprio questo il punto: la terza edizione di “Terra!“, kermesse del cartello rossoverde, vuole cercare di mettere il programma davanti ai personalismi, per – spiegano dal quartier generale – «dare un chiaro messaggio al Paese sulla nostra discontinuità rispetto al governo Meloni». Funzionerà?

Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni (foto Ansa).

Da Gaza alla patrimoniale, più sinistra di così…

Il palinsesto degli otto giorni di eventi ospitati a Testaccio Estate equivale a una dichiarazione programmatica, che mira a spostare verso sinistra l’asse dell’irrequieta coalizione. Il vernissage del 6 settembre, con l’inaugurazione di una mostra fotografica su Gaza, verrà seguito dal dibattito “Tax the rich“: un’esplicita esortazione alla patrimoniale, con la partecipazione del sindaco capitolino Roberto Gualtieri e di Jeremy Corbyn, già leader della corrente hard left del Partito Laburista inglese e oggi alla guida dell’ancora più radicale Your Party.

Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein

Don Ciotti, Ilaria Cucchi e Mimmo Lucano sono attesi il 7 settembre come relatori sui diritti umani, per poi lasciare il microfono a Francesca Albanese e quindi al teologo Paolo Benanti, punto di riferimento del Vaticano sul tema dell’intelligenza artificiale. Un abbrivio decisamente di livello prima del dibattito tra i quattro leader, snodo cruciale nella marcia verso la campagna elettorale per le Politiche 2027.

Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein

Ci sarà un candidato targato Avs alle Primarie?

Nel corso di un’intervista al Corriere dell’Umbria che ha fatto molto discutere, il leader di Sinistra italiana Nicola Fratoianni ha ventilato la possibilità di un candidato targato Avs alle Primarie, in competizione con Schlein e Conte, ma probabilmente anche in risposta ai rumor su una discesa in campo del leader di Italia viva Matteo Renzi, in prima persona o magari tramite la sindaca di Genova Silvia Salis. Lo si deduce anche dalla contemporanea apertura di Fratoianni sull’allargamento al centro della coalizione.

Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
Elly Schlein a Genova con Silvia Salis (foto Ansa).

Un’istanza «testardamente unitaria», direbbe la segretaria dem, che si riflette nel dibattito del 9 dal titolo “Democrazia fragile: maneggiare con cura”, al quale parteciperanno Maria Elena Boschi (Italia viva), Riccardo Magi (+Europa), Simona Bonafè (Pd, area riformista) e Maurizio Acerbo (segretario di Rifondazione comunista). Notevole anche il panel dell’11, col confronto tra l’ex leader della sinistra ecologista Nichi Vendola, Marco Boato di Europa Verde e l’aspirante leader civico Alessandro Onorato (assessore della Giunta Gualtieri).

Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
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Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein

«La presunta underdog Meloni non ha fatto niente per intaccare i poteri forti»

Spiega Angelo Bonelli direttamente a Lettera43: «Dare priorità ai contenuti è necessario, in un Paese sempre più in difficoltà e nel quale la presunta underdog Giorgia Meloni non ha fatto niente per intaccare poteri forti come banche e aziende energetiche». Il leader dei Verdi prosegue dettando un’agenda da sottoporre al centrosinistra: «La coalizione deve essere ecologista, progressista e pacifista. Il primo punto è il ripristino del diritto internazionale, dopo che Vladimir Putin, Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno imposto la legge del più forte. La spesa militare è già oltre i 288 miliardi di dollari, ma le guerre continuano, alla faccia di chi sosteneva che la pace si difende con le armi».

Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
Angelo Bonelli (Imagoeconomica).

Al secondo posto tra le priorità c’è la crisi climatica: «Sta alimentando le diseguaglianze sociali. Anche su questo la destra difende le élite e ha boicottato le politiche ecologiche: serve un cambio di rotta in senso etico». Sul piano economico, Bonelli ricorda che l’Italia è l’unico Paese europeo tra quelli più avanzati in cui gli stipendi reali medi sono calati rispetto a 30 anni fa (la media Ocse è del +35 per cento): «Bisogna creare le condizioni per alzarli, adeguandoli all’inflazione e con una riforma del fisco in senso più equo. Recuperiamo la progressività prevista dalla Costituzione».

L’ultima suggestione riguarda gli investimenti: «C’è un enorme gap nel trasporto pubblico nelle città, ma dobbiamo stimolare anche le politiche energetiche, attraverso le rinnovabili. Invece di criticare Pedro Sánchez, Meloni pensi al fatto che gli spagnoli spendono la metà rispetto a noi per l’energia. E poi abbiamo scuola, ricerca e università: è su questi fronti che dobbiamo investire, non accettiamo il diktat di Trump sul 5 per cento del Pil in investimenti bellici».

Il tema del caro-casa con l’agguerrita Cucchiara

Della delicata questione del caro-casa nelle grandi città parlerà Francesca Cucchiara, che nella sua prima esperienza di consigliera comunale a Milano si è particolarmente distinta sul tema: «È uno dei problemi principali in città e la situazione delle case popolari è particolarmente critica. Sto seguendo diversi comitati di inquilini e nel prossimo mandato ci vorrà un affondo deciso sul tema», spiega la 33enne a L43.

Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
Francesca Cucchiara (foto Imagoeconomica).

Il problema non è certo limitato a Milano, ma rappresenta un’emergenza nazionale: «Il piano casa del governo è ridicolo, tant’è che è stato criticato anche dai governatori di centrodestra. Al capitolo delle risorse si parla di 970 milioni per le ristrutturazioni nell’arco di cinque anni, ma soltanto a Milano ce ne vorrebbero 100! Con il piano casa comunale invece stiamo andando nella giusta direzione, ma ci sono molte regole da riscrivere: dal sistema di convenzionamento a quello dell’housing sociale, che paradossalmente è accessibile solo a pochi», conclude l’emergente dei Verdi, già quotatissima sia per la prossima giunta meneghina che per un eventuale salto in parlamento.

Il finale coi botti: salari, sicurezza e salute

Il delicato tema dei salari bloccati sarà affrontato il 9 con il faccia a faccia tra i leader sindacali Maurizio Landini (Cgil) e Pierpaolo Bombardieri (Uil) e le deputate Luana Zanella (Europa Verde) ed Elisabetta Piccolotti (Avs). Quest’ultima, sempre particolarmente attiva, torna sul palco nella giornata conclusiva del 13 per l’assemblea sul cruciale dossier della sicurezza. Tutto l’atto conclusivo della festa sarà caratterizzato da una raffica di temi pesanti per l’agenda politica dei prossimi mesi: dal dibattito sulla salute con Nino Cartabellotta e Ignazio Marino al rilancio della piattaforma “Decidiamo!”, per stimolare la partecipazione popolare sulle proposte da mettere in campo nelle prossime elezioni.

Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein

I sondaggi quotano Avs al 6,4 per cento

I dati di YouTrend quotano Avs al 6,4 per cento: nettamente davanti alla Lega e di poco distanziata non solo dall’astro nascente Futuro nazionale, ma anche dalla ben più consolidata Forza Italia. Il co-fondatore dell’istituto di ricerca, Giovanni Diamanti, fa il quadro con L43: «È un dato molto interessante, anche perché ormai stabile fin dalle Europee. Nel centrodestra i partiti con questo livello di consenso hanno una centralità che Avs ancora non ha ottenuto, ma che è alla sua portata. Il partito si è consolidato nonostante la polarizzazione del dibattito tra Schlein e Conte e può dire la sua con autorevolezza, sia sull’opportunità di fare o meno le Primarie, sia sui contenuti».

Quanto conta Avs? Bonelli e Fratoianni provano a superare il duello Conte-Schlein
Giovanni Diamanti di YouTrend (foto Ansa).

Ed è proprio la scelta di lavorare sul programma che, secondo lo stratega della comunicazione, può fare la differenza: «Le posizioni di Avs non sono dissimili dal resto del centrosinistra, ma sono le priorità a essere diverse, dal conflitto Israele–Palestina alla questione climatica. Quando Schlein divenne segretaria del Pd, molti prevedevano che avrebbe gradualmente svuotato Avs. Invece i dem sono cresciuti, ma i rossoverdi hanno quasi raddoppiato i consensi. Questo significa che hanno trovato bacini diversi: quello di Avs è sicuramente più giovane, più radicale e credo che si possa ampliare ulteriormente. La vera sfida per il centrosinistra è recuperare il voto degli astenuti non definitivi, cioè di coloro che non votano per i partiti, ma sono andati alle urne per il referendum sulla giustizia. Il posizionamento sui temi alti è una scelta saggia: può essere la chiave per centrare l’obiettivo».

Lollobrigida sponsor di un evento con Corona: come la prenderà Meloni?

Fabrizio Corona stasera sarà ospite del “Gran Premio Città di Corridonia”, che si terrà all’Ippodromo Martini nella località del Maceratese. Fin qui niente di strano: si tratta di un personaggio in grado di attirare molto pubblico. Come evidenzia Dagospia, però, la presenza di Corona stona con quella del Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste tra gli sponsor dell’evento. La premier Giorgia Meloni, leader del partito del ministro Francesco Lollobrigida nonché sua ex cognata, è infatti al momento in causa proprio con Corona.

Lollobrigida sponsor di un evento con Corona: come la prenderà Meloni?
La locandina dell’evento.

Perché Meloni ha querelato Corona

Meloni sarà sentita il 28 settembre come persona offesa nel processo per diffamazione aggravata a carico di Corona: il procedimento è scaturito dalla querela che la premier e il deputato (ex Fratelli d’Italia) Manlio Messina hanno sporto contro Mr Falsissimo per un articolo pubblicato su Dillingernews.it il 20 ottobre 2023 dal titolo: “E se il cuore di Giorgia Meloni fosse già occupato? Dalla Sicilia ci raccontano che..”. Nel pezzo veniva ipotizzata una relazione tra i due dopo la rottura con Andrea Giambruno. Dopo tutto questo, sorge una domanda: la presidente del Consiglio sarà contenta dell’ospitata di Corona a Corridonia?

Lollobrigida sponsor di un evento con Corona: come la prenderà Meloni?
Francesco Lollobrigida e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Ancora ferma la “legge Bove” per il primo soccorso: mancano i soldi

Il ddl sul primo soccorso promosso dall’ex calciatore della Fiorentina (oggi al Watford) Edoardo Bove, colpito da arresto cardiaco in campo nel dicembre 2024, è fermo al palo: il provvedimento ha concluso il suo iter in commissione al Senato il 13 maggio, ma da allora il Ministero dell’Economia e delle Finanze non è ancora riuscito a reperire i cinque milioni di euro necessari per introdurre la formazione sul primo soccorso nelle scuole.

Ancora ferma la “legge Bove” per il primo soccorso: mancano i soldi
Edoardo Bove (Imagoeconomica).

L’amarezza di Bove: «Quanto vale una vita umana?»

«Io non voglio fare polemica, la politica non è il mio campo. Però mi chiedo: quanto vale una vita umana? Il primo soccorso è questione di attimi. Se non si interviene nei primi 20-60 secondi, la persona rischia di riportare danni cerebrali», ha detto Bove intervistato da Repubblica, sottolineando che «è frustrante pensare che si rischia di buttare tutto il lavoro fatto». Il ddl punta a rendere obbligatoria la formazione sul primo soccorso nelle ore dedicate alla sicurezza nel lavoro, e non nelle ore di materie scolastiche, per non tradire l’autonomia della scuola. Inoltre prevede la riduzione dell’Iva sui defibrillatori, da portare al 5 per cento.

Ancora ferma la “legge Bove” per il primo soccorso: mancano i soldi
Marco Lombardo (Imagoeconomica).

Lombardo (Azione): «Investire nella cultura del primo soccorso»

«Questo non è un problema di costi, ma di investimenti: bisogna investire nella cultura del primo soccorso», ha dichiarato il senatore Marco Lombardo (Azione), firmatario del disegno di legge, evidenziando che «la formazione servirebbe anche per evitare lo spreco di risorse pubbliche». Oggi in molti centri sportivi sono infatti presenti defibrillatori, ma pochissime persone li sanno usare. «Il ministro Abodi è molto disponibile sul tema, gli ho detto: avete trovato quattro milioni per un emendamento sulle piscine, dal fondo speciale, non mi potete dire che da quasi un anno non riuscite a trovarne cinque per questo». Come riporta Repubblica, Bove e Lombardo sono stati ricevuti dal presidente del Senato Ignazio La Russa, che ha garantito risposte in tempi brevi.

Nuove frontiere del vannaccismo: il candidato Burgio che vuole i rastrellamenti a Milano

Da un ex generale all’altro: Carmelo Burgio, che ha ricoperto tale l’incarico nell’Arma dei Carabinieri, sarà il candidato sindaco di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci alle elezioni amministrative che si terranno a Milano nel 2027. Annunciando l’investitura dal palco della Versiliana, Vannacci ha definito un «uomo delle istituzioni», che ha «dedicato la sua vita all’Italia, alla sicurezza e alla patria». Con Burgio a Palazzo Marino, ha promesso il fondatore di Futuro Nazionale, Milano verrà «rivoltata come un calzino» e potrà tornare a essere «la città della Madonnina e non dei maranza». Fin qui – più o meno – tutto bene. Poi il patatrac, quando Vannacci ha sottolineato che Burgio «saprebbe come rastrellare Rogoredo».

Burgio: «Fare rastrellamenti non è solo mettersi una bella svastica sul braccio»

L’infelice affermazione di Vannacci ha scatenato le proteste della vicesindaca Anna Scavuzzo e del presidente dell’Anpi provinciale Primo Minelli, così come dell’ex deputato dem Emanuele Fiano, di fede ebraica. Ma, intervistato da Fanpage, Burgio ha difeso le parole di Vannacci, almeno nella sostanza. Spiegando che sarebbero state più adatte espressioni come «impiego a massa oppure di servizi ad alto impatto», Burgio ha detto: «Ho lavorato in Sardegna nel periodo dei sequestri di persona. Quando cercavamo i latitanti, lo facevamo con operazioni di search in massa. Erano rastrellamenti. Quando a Caserta sono intervenuto in una certa zona per arrestare un killer di camorra come Giuseppe Setola, che aveva fatto 20-26 omicidi in sei mesi, ho fatto dei rastrellamenti». Insomma, «fare rastrellamenti non è solo mettersi una bella svastica sul braccio o una coppia di fascette sul bavero della camicia e mettere insieme tutti gli ebrei del ghetto, ma è un’attività a massa che serve per contrastare una situazione di sicurezza pubblica particolarmente critica». Un conto è però setacciare la Barbagia alla ricerca dei nascondigli dell’Anonima sequestri o andare casa per casa per arrestare uno dei più pericolosi latitanti della camorra, un altro avere in mente «servizi ad alto impatto» nel boschetto d Rogoredo. Ma tant’è.

Nuove frontiere del vannaccismo: il candidato Burgio che vuole i rastrellamenti a Milano
Carmelo Burgio nel 2003 (Ansa).

La carriera di Burgio, dai parà a Livorno alla promozione a generale dei Carabinieri

Oltre alla passione per i rastrellamenti (o come Burgio preferisce chiamarli), cosa sappiamo poi del candidato vannacciano per Palazzo Marino? Originario di Anzio, nella città metropolitana di Roma, Burgio ha 69 anni ed è generale dei Carabinieri in pensione. Il suo primo incarico è stato presso il 1º Reggimento carabinieri paracadutisti “Tuscania” a Livorno. Nel 1982 ha partecipato alla missione Libano 2 a Beirut e successivamente ha fatto parte del Gis, fino a diventarne vicecomandante. Impegnato nei servizi di scorta al Presidente della Repubblica ai tempi di Francesco Cossiga, nel corso della carriera ha partecipato a numerose missioni all’estero che ha gestito in qualità di comandante: nel 2003, dopo l’attentato di Nassiriya, assunse la guida del reggimento Multinational Specialized Unit in Iraq. Inoltre ha lavorato pure alla Direzione investigativa antimafia. Promosso Generale di Divisione nel 2017, il suo ultimo incarico risale al 2021, quando si è insediato come nuovo Comandante Interregionale Carabinieri “Podgora” di Roma, ruolo ricoperto fino al compimento del 65esimo anno di età e, dunque, alla pensione. Adesso il “reclutamento” da parte di Vannacci.

E se i partiti riuscissero a litigare pure sull’eclissi solare?

Un fenomeno eccezionale e suggestivo che si registra poche volte in un secolo e lascia il pubblico a bocca aperta. No, non stiamo parlando dell’eclissi solare prevista per il 12 agosto, ma del fatto che fino a oggi le forze (si fa per dire) politiche italiane non abbiano ancora trovato motivi per scannarsi anche riguardo all’eclissi. Diciamo “fino a oggi” perché, proprio come l’eclissi, anche questa inusitata concordia è di breve durata, e inevitabilmente nelle prossime ore i partiti sentiranno il bisogno di marcare la loro posizione rispetto allo straordinario evento astronomico. Anzi, stanno già trapelando indiscrezioni sui vari orientamenti.

Sánchez approfitta della nostra distrazione per mandarci i marocchini

«Un’altra emergenza nazionale cui il governo saprà rispondere con tempestività e serietà»: con queste parole Giorgia Meloni annuncerà sui suoi canali social un’ulteriore riscrittura del decreto sicurezza per neutralizzare la minaccia rappresentata dall’eclissi. La premier ipotizza che dietro il fenomeno ci sia un diabolico piano della Spagna, decisa a vendicarsi per la sospensione di Schengen disposta dalla premier dopo i fatti di Ceuta: il suo omologo Pedro Sánchez vuole approfittare della distrazione degli italiani, tutti col naso in su, per scaricare sulle nostre coste vagonate di migranti marocchini. Per scongiurare il pericolo incombente, Meloni è pronta a sospendere oggi stesso la legge di gravitazione universale di Newton, appena sarà riuscita a capirla dal disegno che le ha fatto Giovanbattista Fazzolari.

E se i partiti riuscissero a litigare pure sull’eclissi solare?
Meloni attrezzata per l’eclissi (foto modificata con l’IA).

Salvini non gestisce il traffico dei treni, figuriamoci quello dei corpi celesti

«A Matteo Salvini non basta più incasinare il traffico ferroviario, ora incasina anche quello del sistema solare»: per Matteo Renzi l’eclisse è lo spunto per l’ennesimo attacco al ministro dei Trasporti. Per il fondatore di Italia viva sarà già molto se la luna non andrà a schiantarsi contro il sole, provocando ingorghi nella circolazione cosmica e un blackout nella Via Lattea. «Durante il mio governo avevo lanciato l’idea di costruire rotatorie nello spazio per impedire ai corpi celesti di incrociarsi», ha sottolineato polemicamente Renzi. «Invece Salvini per quattro anni non ha fatto che vaneggiare di irrealizzabili ponti sullo Stretto. Se avesse solo un briciolo di dignità, il primo a doversi eclissare sarebbe lui».

E se i partiti riuscissero a litigare pure sull’eclissi solare?
Renzi e l’eclissi (foto modificata con l’IA).

Questa destra vuole privatizzare anche il sole

«Dimissioni subito»: per i dem, l’eclissi è solo l’ultimo fallimento del governo Meloni. «Con questa destra, nemmeno la luce solare è più una certezza», è il pensiero di Elly Schlein, convinta che il parziale e temporaneo oscuramento sia solo la prova generale di un progetto di privatizzazione del sole, che da bene pubblico universale diventerà una prestazione per cui dovremo pagare una bolletta salata. Secondo la leader del Partito democratico, presto gli italiani, già tartassati su tutti i fronti, dovranno prenotare i raggi solari come oggi prenotano le radiografie, con uguali ritardi e liste d’attesa: «Già bisogna aspettare otto mesi per una gastroscopia, dovremo aspettarne altrettanti per un po’ di tintarella».

E se i partiti riuscissero a litigare pure sull’eclissi solare?
Schlein pronta a guardare l’eclissi (foto modificata con l’IA).

Non è la luna a oscurare, ma un micidiale drone ucraino

«L’ultimo trucco per ingigantire la presunta minaccia russa». Questa la lettura dell’eclissi solare che Giuseppe Conte darà in un’intervista su Il Fatto Quotidiano. La sua spiegazione del fenomeno è decisamente controcorrente: a oscurare il disco del sole non sarà la luna, ma un micidiale drone ucraino di ultima generazione, finanziato da quei fresconi degli europei. Il guerrafondaio Volodymyr Zelensky, non contento di avere scatenato il conflitto contro la pacifica e inoffensiva Russia, ora si preparerebbe a invadere il cosmo con una flotta spaziale pagata con i nostri soldi. «Me l’ha detto Maria Zakharova, la portavoce di Vladimir Putin», afferma Conte, «quindi non c’è ragione di dubitarne».

E se i partiti riuscissero a litigare pure sull’eclissi solare?
Conte con gli occhialini per l’eclissi (foto modificata con l’IA).

Un pallido satellite, come la flaccida ideologia Lgbtq+

«Ennesima follia provocata dalla cultura woke»: così il generale Roberto Vannacci intende bollare il transito della luna davanti al sole. Nella visione del leader di estrema destra, la parziale copertura della maschia e possente stella da parte del piccolo e pallido satellite caro ai poeti non è una conseguenza dei moti astrali, ma un’imposizione della flaccida ideologia Lgbtq+ che sta rammollendo l’Occidente. «La luna è gobba a ponente e a levante, ha un colorito malsano e una superficie butterata, e ha un ciclo di 28 giorni», sottolinea Vannacci. «Non è colpa sua, poveretta, è nata così. Ma permetterle di oscurare il sole in considerazione delle sue disabilità è una degenerazione buonista e radical chic. Con Futuro nazionale certe pagliacciate non si vedranno più né in cielo né in terra».

E se i partiti riuscissero a litigare pure sull’eclissi solare?
Vannacci osservatore di eclissi solare (foto modificata con l’IA).

Campo largo, Renzi lancia Silvia Salis: «Nome più forte per le primarie»

Silvia Salis «è il nome più forte per guidare questa scommessa, perché somma al nostro voto organizzato una sua forza personale rilevante». Lo ha detto Matteo Renzi, nel corso di un’intervista al Corriere della Sera in cui ha parlato delle primarie del campo largo (di cui Italia Viva per ora non fa parte) e delle tensioni tra Giuseppe Conte e Elly Schlein, tra i quali «c’è solo una guerra di posizione».

Campo largo, Renzi lancia Silvia Salis: «Nome più forte per le primarie»
Silvia Salis (Ansa).

Renzi: «Salis deve essere aiutata, non strattonata»

La sindaca di Genova, ha sottolineato Renzi sottraendosi al ruolo di candidato delle primarie del centrosinistra, «deve essere aiutata, non strattonata». Il leader di Italia Viva ha poi aggiunto: «Quando sarà il momento di fare le liste vedremo la migliore formazione possibile. Per vincere». Prima però c’è da superare divisioni e ostracismi: «La matematica dice che senza di noi non ce la fanno: quando sono andati da soli, come in Liguria, hanno perso. Quando hanno rimosso i veti abbiamo vinto insieme, come a Genova. Se vogliamo vincere serve l’unità. Altrimenti Giorgia Meloni fa il bis e si prende altri cinque anni di Palazzo Chigi e soprattutto sette anni di Quirinale». Quanto alla “guerra” tra i leader di Movimento 5 stelle e Partito democratico, l’ex premier ha detto: «Conte non può che stare in coalizione. Anche perché se dovesse rompere l’alleanza si spacca il M5s e saltano i suoi presidenti di Regione in Sardegna e Campania. La scelta di Schlein di lasciare ai Cinque stelle qualche governatore non è stata generosità, ma un investimento intelligente sul futuro. Il campo largo non salta, ma le tre liste di Pd, M5s, Alleanza Verdi e Sinistra, insieme, fanno il 38 per cento. Non basta per vincere. Serviamo noi, anche noi».

Campo largo, Renzi lancia Silvia Salis: «Nome più forte per le primarie»
Matteo Renzi (Ansa).

L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno

«Niente rimpasto», ha detto al settimanale Chi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Con il caldo dell’estate, così, sembrano essere evaporate definitivamente le ambizioni del leghista Matteo Salvini di riconquistare la poltrona di ministro dell’Interno, che gli servirebbe – e tanto – per cercare di arginare la valanga creata dal generale Roberto Vannacci, pronto ogni giorno a togliere eletti ed elettori alla Lega. Il ritorno al Viminale è destinato a restare soltanto uno slogan. Ridotto nel suo cul-de-sac, Salvini, ricordandosi di essere ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, si è messo ad ammirare, quasi come un umarell, il cantiere romano della metropolitana, al Pigneto, con tanto di dichiarazioni. «Due quartieri da sempre divisi si uniranno a lavori ultimati», ha affermato Salvini, e detto a Roma da uno che voleva dividere l’Italia fa sempre il suo effetto.

L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno

Non è mancata la fluviale ed entusiastica dichiarazione nei confronti del ministro pronunciata da Davide Bordoni, stavolta nei panni di segretario della Lega nel Lazio, lasciando per un attimo da parte le cariche ottenute grazie a Salvini, come quella di “esperto per i rapporti con gli enti territoriali” proprio nel Mit, con retribuzione di 40 mila euro, o il ruolo per il triennio 2026-28 di amministratore unico di Ram S.p.A. Logistica-Infrastrutture-Trasporti, società in house del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
Davide Bordoni e Matteo Salvini (foto Imagoeconomica).

Che poi al dicastero di Porta Pia le malelingue amano commentare, quando vedono insieme Salvini e Bordoni: «Almeno Davide è laureato, anche se in Sociologia, a differenza del ministro che non ha mai completato gli studi di Scienze politiche prima e Lettere poi». E Salvini, durante la visita al cantiere, si è messo a scherzare con il project manager: «Pm? Forse è meglio che cambiate acronimo».

L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (foto Imagoeconomica).

Fatto sta che il blocco del turnover ministeriale imposto da Meloni sta facendo deragliare sempre di più la linea salviniana: ecco così bloccata pure l’idea di portare Matteo Piantedosi alla guida dell’Anac, l’Anticorruzione. Un’idea, stavolta buona, pare si stia facendo strada nella Lega salviniana: proporre per l’autorità che è stata governata da Giuseppe Busia il nome di Simonetta Matone, parlamentare e magistrata di lungo corso, che potrebbe ottenere un consenso bipartisan. Basta solo non farla parlare di femminicidi o ricordarle di controllare sempre a quale pubblico si sta rivolgendo quando si lascia andare a dichiarazioni fuori dai denti contro ministri del suo governo…

L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno

Crosetto apre le caserme agli sportivi e fa un favore a Vannacci

«È il passo falso, dell’oca, di Guido Crosetto». Cosa ha combinato il ministro? Mentre era impegnato sul tema della Difesa a livello continentale, ecco che ha aperto le porte delle strutture militari ai seguaci del generale Roberto Vannacci per… fare sport. In che senso? Nel “Decreto sport” è stato inserito l’accesso libero alle palestre e agli impianti sportivi delle caserme alle associazioni sportive dilettantistiche, per «promuovere i valori della sana attività sportiva». L’enfasi sembra un po’ quella del “sabato fascista”, con Benito Mussolini che obbligava tutti i lavoratori e gli studenti a fare sport in nome della “sana e robusta costituzione”, portando qualcuno persino a saltare nel cerchio di fuoco, in quelle Olimpiadi in sedicesimo che erano i “littoriali”, dove anche i gerarchi dovevano esibirsi con risultati spesso comici. In sostanza, ora le Forze armate dovranno aprire le caserme «consentendo di accedere, senza oneri a carico dell’amministrazione, alle palestre, agli impianti sportivi e ad altri spazi interni», per «utilizzare le relative attrezzature» avvalendosi «del supporto dei propri tecnici». Un’iniziativa ben vista da tante associazioni che, tradizionalmente, fanno riferimento alla destra, e in particolare a Fratelli d’Italia, fortissima nello “sport di base”: Crosetto evidentemente è all’oscuro, però, che Futuro nazionale del generale Vannacci sta reclutando molti proseliti proprio nel settore sportivo, con il risultato, possibile, di consegnare le caserme proprio al partito più temuto dallo stesso ministro, oltre che dalla maggioranza di governo. D’altronde il generalissimo a luglio aveva lanciato persino il triathlon futurista, con prove di nuoto, corsa campestre e ciclismo «per tutti i politici», che «dovrebbero dare l’esempio anche nello sport», anziché «ballare sui carri del Gay Pride». Ennesima conferma della sempre valida frase di Karl Marx sulla storia che si presenta la prima volta come tragedia e la seconda come farsa. Ma tornando al Decreto sport, va inoltre considerato che adesso basterà creare un’associazione sportiva dilettantistica per “esigere” l’apertura di una caserma, per allenamenti e gare. La somma di militari e atleti può diventare ingestibile, politicamente, e pare strano che a sinistra nessuno se ne sia accorto. Un gran pasticcio…

L’ipotesi Matone all’Anac, l’assist di Crosetto a Vannacci sullo sport: le pillole del giorno
Il ministro della Difesa Guido Crosetto (foto Ansa).

Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze

Negli Stati Uniti lo chiamano effetto Nader, in Italia parliamo di guastafeste: alle elezioni politiche 2027 la carambola potrebbe addirittura triplicarsi, creando il neologismo politico di “variabile Vannacci“, o “fattore Di Battista“, oppure “ago della bilancia Calenda“. Da noi la realtà supera spesso di gran lunga la fantasia.

L’ambientalista che fece vincere Bush

Il riferimento americano è dovuto a quando, in occasione delle Presidenziali del 2000, Ralph Nader, ambientalista che si candidò da indipendente, tolse voti al democratico Al Gore e fece vincere il repubblicano George W. Bush. Un trionfo per le idee liberal… Giusto per citare un esempio: in Florida, uno degli Stati chiave (swing state) Bush prevalse con un margine risicatissimo, di soli 537 voti. In quello stesso Stato Nader racimolò 97.488 preferenze.

Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Ralph Nader nel 2004. Oggi ha 92 anni (foto Ansa).

Occhio dunque alle tre schegge impazzite: il generale, il dissidente grillino e il centrista che rischia di essere il peggior nemico di se stesso. Una sorta di Sudoku dell’interdizione che però paradossalmente favorirebbe lo schieramento più lontano, con un bell’harakiri di programmi e valori che ha già suscitato un po’ di perplessità anche tra i follower (futuri papabili elettori) dei tre leader.

Per i sondaggi le coalizioni sono divise da meno di 3 punti

In realtà i veri disturbatori sono soprattutto due: Vannacci e Di Battista. Il primo, che nei sondaggi di inizio agosto ha superato stabilmente il 7 per cento, se si candidasse da solo farebbe svanire il sogno di Giorgia Meloni di ottenere il bis a Palazzo Chigi. Il centrodestra infatti, nelle ultime medie di Pagella politica, per esempio, è attestato al 41,7 per cento, mentre il centrosinistra è dato al 44,2 per cento. Non a caso la premier a Chi ha tagliato corto, definendo Futuro nazionale «un’operazione costruita per favorire la sinistra».

Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze

Il 3,5 per cento assegnato nei sondaggi di Renato Mannheimer all’ex Movimento 5 stelle in caso di discesa in politica ribalterebbe invece il quadro, portando o a un successo della destra o quantomeno a un pareggio. Agli osservatori politici non è sfuggito l’assist di Beppe Grillo alle intenzioni di Dibba, dopo tanti mesi di silenzio.

Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze

Se dunque si candidassero entrambi gli outsider, l’effetto potrebbe essere quello di annullarsi a vicenda, creando una situazione di stallo post-elettorale in cui sarebbe difficile formare un governo. E molti si chiedono: cui prodest? Mentre altri notano che mentre l’ex M5s sull’argomento è tranchant, le parole di Vannacci lasciano sempre aperto uno spiraglio di dialogo con Meloni: «Le coalizioni e gli accordi si fanno a ridosso delle elezioni», ha detto alla Versiliana, facendo intendere che è pronto a tenere Fratelli d’Italia & co. sul filo fino all’ultimo respiro.

L’effetto: una polarizzazione del discorso pubblico

Nel frattempo la conseguenza immediata della nascita di Futuro nazionale e delle ipotesi di Di Battista in campo è stata un’ulteriore polarizzazione dei due schieramenti. Il centrodestra rincorre il generale sui temi identitari (sicurezza, legittima difesa e immigrazione), il centrosinistra insegue Dibba sulla politica estera (Gaza, no al cosiddetto riarmo e fine degli aiuti all’Ucraina in particolare).

L’incognita sul sistema elettorale

Ovviamente ci sono due variabili di rilievo: la prima è che i sondaggi nelle ultime elezioni hanno spesso dimostrato una forte forbice rispetto ai voti reali; la seconda è che ancora non è certo il sistema elettorale con cui voteremo tra un anno. Non è un caso che proprio per dare meno instabilità parlamentare e più governabilità al Paese, molti costituzionalisti avevano chiesto a gran voce l’introduzione del ballottaggio, ma l’idea non ha sfondato. Il rischio di un potere di ricatto o di interdizione resta quindi molto alto, sia da una parte sia dall’altra.

Vannacci, Di Battista (e Calenda): l’effetto guastafeste dei sabotatori di alleanze
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Per quel che riguarda Calenda, il discorso è diverso: non si candida per far perdere uno dei due schieramenti, ma per far pareggiare entrambi. La sua scommessa è uno stallo che porti a una scomposizione e ricomposizione delle coalizioni, con taglio delle ali estreme e baricentro moderato. Un governo di larghe intese o tecnico, a quel punto, potrebbe essere l’esito. Unica incognita, sia con l’attuale legge elettorale sia con l’eventuale Stabilicum: il 3 per cento. Perché senza il raggiungimento di quella soglia nelle urne, nessun partito che non si aggrega a una coalizione entrerebbe in parlamento, e allora addio sogni di gloria. Vannacci dorme sonni tranquilli, Dibba e Calenda ondeggiano sul filo del rasoio.

De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana

All’ombra dell’ultimo sole della Gallura il vecchio pescatore ha smesso di versare vino e spezzare pane per chi dice «ho sete e ho fame». All’Agnata, per il festival Time in Jazz, la parabola libertaria di Fabrizio De André ha subito un trattamento da far accapponare la pelle: il pane e il vino dell’accoglienza sono stati serviti su un vassoio d’argento direttamente al potere in carica, quello che viaggia con la ruspa d’ordinanza nel bagagliaio. Matteo Salvini, del resto, fa il suo mestiere da una vita: si imbuca dove non è invitato, colonizza la memoria altrui e si piazza in prima fila solo per il gusto di far saltare i nervi a qualcuno. Ma la vera sorpresa è stato lo zelo di Dori Ghezzi, decisa a offrirgli la sponda perfetta, facendolo accomodare proprio al suo fianco.

De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
Dori Ghezzi seduta accanto a Salvini.

Il ministro blindato dietro la scusa del pacifismo

Questo posizionamento fisico, da cerimoniale di Stato, e la successiva difesa d’ufficio del ministro contro i fischi della piazza costituiscono una patente di legittimità culturale in piena regola. Quando una ragazza si è alzata tra la folla per dire che lei con le idee di un leghista non vuole spartire nemmeno lo spazio di un concerto, la padrona di casa è corsa al microfono per blindare il ministro dietro la scusa del pacifismo: «Non sono d’accordo con voi. Io la penso diversamente, sono sempre di sinistra. Ma è giusto creare un dialogo».

Diodato e l’ennesimo surreale applauso di Salvini

Anche Diodato si è accodato al bon ton d’ufficio, cavandosela con due righe felpate e augurandosi che «la musica di De André illumini un po’ di più la nostra classe politica». Un colpo al cerchio e uno alla botte che gli è valso l’ennesimo surreale applauso di Salvini, che sui testi ha evidenti problemi di comprensione, ma intanto ha incassato sornione lo sdoganamento definitivo firmato dalla vedova e custode ufficiale.

De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
Dori Ghezzi e, dietro di lei, un’immagine di Fabrizio De André (foto Imagoeconomica).

La dinastia Faber si è ricordata di avere ancora gli anticorpi

Il baccaglio si è spostato online, dove la dinastia Faber si è ricordata di avere ancora quegli anticorpi che la Fondazione ha smarrito. Alice De André, nipote e attrice, ci ha messo un secondo a liquidare la diplomazia del casato: «Mio nonno, davanti a quella scena, avrebbe fermato il concerto e probabilmente avrebbe chiesto a Salvini che cazzo ci faceva lì». Altro che dialogo e terze vie.

Nessuno si azzarda a ricordare cosa dicesse realmente De André

Poi ha rincarato la dose, ricordando l’ovvio a uso e consumo dei distratti: «Mio nonno era un anarchico. Oggi non stringerebbe la mano a uno che supporta Benjamin Netanyahu, che supporta un genocidio, che è amico di Donald Trump, che va in giro con la maglietta di Vladimir Putin». Per lei, l’errore è aver ridotto Faber a un santino nazionale buono per tutte le stagioni, celebrato da tutti purché nessuno si azzardi a ricordare cosa dicesse realmente.

De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana
De André e il suicidio dell’Agnata: se pure Dori Ghezzi sta con la ruspa salviniana

Ovviamente il leghista ha indossato il saio del martire della libertà

Mentre la ragazza provava a salvare il nonno dal compromesso, il leader della Lega ha indossato subito il saio del martire della libertà. Con il tempismo perfetto di chi sa di capitalizzare pure i fischi, si è lanciato nel più classico dei piagnistei social: «Davvero siamo arrivati al punto in cui qualcuno decide chi può ascoltare De André e chi no? Chi può stare a un concerto e chi andarsene?».

A sparare è la retorica di una memoria istituzionalizzata

Poi, per completare la sceneggiata, ha infilato la devozione d’ordinanza da liceale folgorato sulla via di Damasco, rivendicando i dischi dei genitori e i passaggi a Genova per portare una preghiera al cimitero di Staglieno. Il paradosso è cotto e mangiato: il ministro delle ruspe fa il chierichetto offeso, la nipote rivendica la verità dei testi e la vedova liquida l’eredità intellettuale del marito con un sonoro «Cosa ne sa lei del nonno…». Viene quasi da canticchiare la ballata sbagliata: «Sparagli Piero, sparagli ora. E dopo un colpo sparagli ancora…». Solo che stavolta a sparare è la retorica di una memoria istituzionalizzata, ridotta a povero feticcio che non tutela più nessuno.

Schlein, Conte e l’ansia di essere il miglior nemico di Meloni: chi è più credibile?

Più che avversari, nemici per la pelle. Sì, ma chi ambisce al ruolo di rivale numero uno? È appena andato in onda un antipasto delle Primarie del campo largo, un nuovo capitolo del duello tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, giocato questa volta sul tema «chi è il miglior competitor di Giorgia Meloni». Un’etichetta che può valere molto in termini di riconoscimento politico.

L’assist involontario sulla gestione della pandemia

Dopo mesi in cui in aula alla Camera si sono scontrate (e rare volte incontrate) la premier e la leader del Partito democratico, a inizio agosto il palcoscenico della Commissione Covid, apparecchiato dal centrodestra e da Fratelli d’Italia in particolare, ha offerto al numero uno del Movimento 5 stelle l’occasione per ergersi a miglior nemico di Meloni. Un assist involontario che il due volte ex presidente del Consiglio ha colto al volo cercando di girare a suo favore il tentativo di metterlo all’angolo con un j’accuse sulla gestione della pandemia.

Schlein, Conte e l’ansia di essere il miglior nemico di Meloni: chi è più credibile?
Giuseppe Conte e sullo schermo Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Schlein si è conquistata un ruolo con i suoi attacchi in parlamento

Schlein ha più volte attaccato in parlamento Meloni sui temi dell’autonomia, del lavoro, della crescita, guadagnandosi la sua replica, diversi articoli e servizi dei telegiornali, oltre a reel e meme. Insomma, un successone. In alcune selezionatissime occasioni le due hanno dialogato per cercare un’intesa bipartisan, come sul contrasto al femminicidio o sul recentissimo patto di non belligeranza per evitare l’utilizzo di intelligenza artificiale contro l’avversaria. Molto virulenti ma più rari, finora, gli scontri Meloni-Conte, il più clamoroso dei quali sul cosiddetto riarmo. E ora il botta e risposta sulla gestione del Covid.

Schlein, Conte e l’ansia di essere il miglior nemico di Meloni: chi è più credibile?
Elly Schlein (Ansa).

Alzare i toni per guadagnarsi l’attenzione degli elettori

Al netto dei temi, quel che salta agli occhi è l’ansia dei due leader del campo largo di guadagnarsi la malevolenza della premier, tassello fondamentale nelle loro intenzioni per essere riconosciuti, o l’uno o l’altro, come il campione dell’opposizione in vista delle elezioni del 2027. Lo schema è chiaro: chi “bastonerà” più forte (in senso figurato, per carità) la leader indiscussa del centrodestra potrebbe guadagnarsi l’attenzione degli elettori del centrosinistra. E questo potrebbe favorirlo nelle possibili Primarie per la scelta del candidato premier sulla cui organizzazione Pd e M5s si stanno scornando già dal giorno dopo il referendum sulla giustizia.

Rimane il problema della chiarezza sulla proposta alternativa

Unico difetto di questo schema: manca la proposta. Perché guadagnarsi il ruolo di miglior nemico accontenta soprattutto gli elettori che hanno già deciso, quelli che cercano chi “gliele canta chiare”, chi interpreta in modo netto la propria già conclamata opposizione al governo di centrodestra e teme il bis di Meloni. Ma non soddisfa la richiesta di proposte alternative di chi è indeciso, di chi ha già fatto una scelta di campo ma deve essere spronato ad andare alle urne, di chi non ama la politica gladiatoria. Insomma, va bene conquistarsi il ruolo di anti-Meloni per quando ci saranno le Primarie, ma poi bisogna vincere anche le elezioni. Lì indecisi e tentati dall’astensione faranno la differenza. Uno straccio di programma e qualche valore condiviso potrebbero aiutare.

Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi

«Forse quello di Alessandro Onorato è il profilo giusto per il campo largo», si sente dire nel Partito democratico romano. Fatto sta che l’assessore ai Grandi eventi, Sport, Turismo e Moda di Roma Capitale nella giunta guidata dal sindaco Roberto Gualtieri è lanciatissimo. Viene trattato come un leader nazionale dalla stampa mainstream, anche perché, sussurrano i maligni, «può gestire risorse ingenti nel settore della comunicazione, grazie alle deleghe che ha». E si sa, il mondo della stampa è molto interessato alla questione: come per esempio Urbano Cairo, che se fa concludere il Giro d’Italia a Roma è proprio grazie al rapporto d’amicizia consolidato negli anni con Onorato (andate a leggere i testi entusiastici di Andrea Arzilli pubblicati nelle pagine della cronaca capitolina del Corriere della sera in occasione dell’ultima tappa).

Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Urbano Cairo, Roberto Gualtieri, Alessandro Onorato e Francesco Lollobrigida (foto Imagoeconomica).

Ora tocca a Repubblica, che ha offerto a Onorato la possibilità di prendere per le corna Carlo Calenda: «Lasciamo che i cittadini si esprimano. Il centrosinistra unito vincerà le elezioni. Ma sia chiaro: ogni voto dato ad Azione avvantaggia Giorgia Meloni». Poi il bersaglio grosso: «Non si può pensare di fare le consultazioni a febbraio, magari con le urne ad aprile, e perdere tempo ogni giorno in una discussione interna su chi debba essere il premier».

Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
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Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi

Capacità da tessitore di trame politiche

Anche se subito dopo ecco il passo indietro: «Questo mito della litigiosità del centrosinistra è alimentato più dalla classe dirigente nazionale che da quella territoriale. Nelle città e nelle regioni si governa già insieme senza problemi». Ma il “civico” Onorato, che però a molti appare più come un cinico, dispiega la sua capacità da tessitore di trame politiche: «Il mio è un partito di amministratori. Non siamo nati per partecipare a questo totonomi, ma per rappresentare un elettorato che vada al di là di Pd e M5s. Per questo alle Primarie ci sarà un nostro candidato».

Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Trovatevi qualcuno che vi guardi come Roberto Gualtieri guarda Alessandro Onorato (foto Imagoeconomica).

La Lazio, l’Udc, Marchini, i dubbi del Nazareno

E qui il gioco si fa duro. Tifosissimo della Lazio, cresciuto nel cosiddetto “partito Beautiful”, ossia quello ideato da Alfio Marchini che voleva diventare sindaco di Roma, senza dimenticare un passato nell’Udc, Onorato di strada ne ha percorsa tanta, arrivando fino a quel Pd che però non lo ha mai amato. Dicono a denti stretti alcuni esponenti del Nazareno: «Finché si tratta di stringere mani, tagliare nastri, inaugurare mostre di moda e tornei di golf va bene, però la politica è un’altra cosa».

Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Alfio Marchini nel 2019.

La casella in Campidoglio gli sta stretta

A Roma poi il plenipotenziario di Gualtieri – anzi qualcuno lo chiama addirittura «il vero sindaco» – è Claudio Mancini, e in fondo il “Progetto civico Italia” di Onorato viene visto come un modo per sbarazzarsi dell’assessore che è senz’altro «un tipo ambizioso»: partecipando alla gara delle Primarie, potrà ottenere un bel seggio parlamentare e così liberare la casella che occupa in Campidoglio, che in fondo gli sta molto stretta.

Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Claudio Mancini (foto Imagoeconomica).

Nel 2013 non riuscì a farsi eleggere. Anche se i suoi competitor…

Del resto Onorato si era già candidato nel 2013 alla Camera dei deputati, nel collegio Lazio 1, all’interno della lista dell’Unione di centro che in quella tornata faceva parte della coalizione Con Monti per l’Italia: l’allora 32enne risultò però il secondo dei non eletti, dietro a Paola Binetti, la teodem col cilicio, e Luciano Ciocchetti, oggi in parlamento con Fratelli d’Italia (insomma, non un esordio folgorante per il nostro assessore predestinato).

Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi

Ora però ha già in mente il cronoprogramma, affidato al quotidiano ora diretto da Stefano Cappellini: «A settembre dobbiamo stabilire i punti fondamentali del programma per lanciare le Primarie a ottobre. A turno unico. Sarebbe l’ideale farle nei primi 15 giorni di novembre».

Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Alessandro Onorato, grande tifoso biancoceleste, allo stadio Olimpico per la partita tra Lazio e Juventus nel 2025 (foto Ansa).

È nipote dell’attore Michele Placido

Come le donne, Onorato ama togliersi qualche “primavera”: a vedere il sito ufficiale del Campidoglio, alla pagina dedicata, di anni ne dichiara 41 perché non ha inserito quello di nascita, il 1980, e la scheda è datata 2021. Onorato è nipote dell’attore Michele Placido, ovviamente ama il cinema ed è il più giovane sfidante pronto a dare battaglia per la conquista delle Primarie: sul territorio si registra una forte attività, e in Sicilia Cesare Mattaliano, coordinatore dell’Area Metropolitana di Palermo di Progetto civico Italia, è in guerra con il sindaco Roberto Lagalla, già rettore dell’Università di Palermo.

Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Michele Placido (foto Ansa).

In Campania Luigi Famiglietti, ex parlamentare, guida Progetto civico in Irpinia, mentre il coordinatore regionale è Carlo Puca, giornalista e in passato autore televisivo per Francesca Fagnani, la compagna di Enrico Mentana. Intanto il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi guarda con molto interesse le iniziative di Onorato.

Cos’ha in mente Onorato col suo Progetto “cinico” Italia? Gli spifferi
Alessandro Onorato con Gaetano Manfredi e Claudio Mancini (foto Imagoeconomica).

Insomma, si ripropone quel “partito dei sindaci” che aveva segnato un rinnovamento della classe politica italiana, soprattutto grazie a una legge elettorale come quella ideata per gli enti locali che ha dato ottimi risultati. Una norma così chiara, a livello nazionale, ancora non c’è, e infatti a ogni legislatura qualcuno vuole cambiarla. Il dubbio però, alla fine, resta: Onorato è un civico o un cinico?

Manovra, Salvini: «Chiederemo un contributo alle banche»

Il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha annunciato che, per la manovra, «come Lega chiederemo, e sono convinto che l’intera maggioranza ci accompagnerà, un contributo triennale alle prime 10 banche italiane». «Se volessimo partire su un utile di 30 miliardi, ci accontenteremo di un 5 per cento all’anno per tre anni», ha spiegato a margine della visita al cantiere della stazione Pigneto a Roma. Salvini ha citato il caso della Spagna, dicendo che del governo Sanchez non condivide nulla se non l’intervento sugli istituti bancari. «Ho visto le due semestrali delle due più grandi banche italiane che hanno fatto utili per quasi 12 miliardi nel primo semestre, vuol dire che solo due banche fanno utili per più di 24 miliardi nell’anno. Se ti accontenti di un 5 per cento all’anno…», ha aggiunto.

Dalla remigrazione al “patriarcato mediterraneo”: il programma di Futuro Nazionale

Futuro Nazionale ha pubblicato sul proprio sito la prima parte della sua Base Ideologica e Programmatica per l’Italia del futuro (2027-2037), documento-manifesto pensato per orientare l’azione politica del partito di Roberto Vannacci nelle prossime due legislature. Il documento, si legge, «non ha la pretesa di affrontare ogni singolo tema e ogni segmento del sistema Italia, ma di fornire i principi valoriali di fondo e le strategie di Governo per i più importanti campi dell’emergenza nazionale».

Nel testo anche un Piano di remigrazione con 22 misure

Il testo – molto lungo – tocca economia, fisco, lavoro, politica industriale ed estera, giustizia, innovazione tecnologica, ma il capitolo più corposo e identitario è il numero 5, quello intitolato “Assimilazione e Remigrazione”, con tanto di piano in 22 punti che va dalla «impermeabilità dei confini nazionali» alla «facilitazione al reperimento di mano d’opera italiana e innesco dell’aumento stipendiale per i “lavori umili”», fino ai «disincentivi alla scelta di emigrare in Italia» e allo stop ai ricongiungimenti familiari. La facoltà di determinare autonomamente la qualità e la quantità degli ingressi, si legge, «costituisce una declinazione imprescindibile della sovranità nazionale, un principio cardine che deve essere ripristinato in favore dell’Italia senza alcuna subalternità a decisori esterni, pubblici o privati».

Dalla remigrazione al “patriarcato mediterraneo”: il programma di Futuro Nazionale
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La citazione di Pasolini e i «valori non negoziabili»

La Base Ideologica e Programmatica per l’Italia del futuro si apre con una citazione di Pier Paolo Pasonini: «Destra divina che è dentro di noi, nel sonno», dalla poesia “Saluto e augurio”, a cui fanno seguito alcuni passaggi della Divina Commedia di Dante Alighieri. All’inizio del documento anche i «valori non negoziabili» di Futuro Nazionale: «Dalla difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, della famiglia naturale, dell’identità cristiana, della concezione romana del diritto: linee rosse che non possono essere valicate, costi quel che costi».

Vannacci invita alla difesa del “patriarcato mediterraneo”

Nel documento viene ribadito, nel capitolo dedicato alla giustizia, il no alla autonoma figura del reato di femminicidio e un invito a «a proteggere e non criminalizzare il nostro modello», ovvero «quello del “patriarcato mediterraneo”, volto alla sottolineatura delle specificità e alla formazione di maschi forti, capaci di dominare le emozioni e le passioni, proteggendo le donne e offrendo se stessi per la costruzione e la difesa della società».

Crisi di Ceuta, giovedì 13 agosto l’audizione di Piantedosi al Comitato Schengen

Nell’ambito dell’audizione sul ripristino dei controlli alle frontiere tra Italia e Spagna dopo la crisi migratoria di Ceuta, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sarà ascoltato giovedì 13 agosto alle 14:30 dal Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen, convocato a Palazzo San Macuto a Roma. La convocazione arriva mentre resta alta la tensione tra Roma e Madrid in seguito all’eccezionale afflusso di migranti registrato tra il 30 e il 31 luglio nell’exclave spagnola in Nordafrica: parlando di esigenze preventive di sicurezza, l’Italia ha sospeso gli accordi di Schengen reintroducendo reintrodotto controlli temporanei per gli arrivi dalla Spagna, che ha risposto rafforzando a sua volta le verifiche sui passeggeri provenienti dagli aeroporti dello Stivale.

Salvini contestato al concerto per De André: cosa è successo

Dopo Giorgia Meloni che ricordando Francesco Guccini ne ha sottolineato il livore nei confronti del centrodestra, ecco un altro dei leader dei partiti di maggioranza alle prese – per così dire – con un grande del cantautorato italiano. Sta facendo infatti molto discutere quanto accaduto durante il concerto di Diodato all’Agnata, la storica tenuta di Faber in Gallura, dove una ragazza ha interrotto l’esibizione per protestare contro la presenza di Matteo Salvini.

Dori Ghezzi ha preso le parti di Salvini, poi la frecciata di Diodato

A pochi minuti dall’inizio del concerto, che si è svolto nell’ambito del festival Time in Jazz, una ragazza si è alzata rivolgendosi a Diodato: «Tu sei bravissimo, ma non è possibile che qui sia presente una persona che con le canzoni di De André non c’entra niente. Io mi sento offesa e non posso continuare a restare qui». Il riferimento era appunto a Salvini, che era seduto in prima fila al fianco di Dori Ghezzi. Mentre il pubblico si divideva tra applausi e fischi, la vedova di De André è salita sul palco per prendere le difese del segretario della Lega: «Non sono d’accordo con voi. Io la penso diversamente, sono sempre di sinistra. Ma è giusto creare un dialogo. La musica deve unire».

Successivamente è stato Diodato a smorzare (fino a un certo punto) i toni: «Non sono nessuno per cacciare qualcuno, sono un ospite. Speriamo che la musica di De André illumini un po’ di più anche la nostra classe politica», ha concluso tra gli applausi del pubblico il vincitore del Festival di Sanremo 2020.

Salvini: «Si può ascoltare un artista solo con la patente politica giusta?»

Ovviamente, su quanto accaduto si è espresso anche il diretto interessato. «Davvero siamo arrivati al punto in cui qualcuno decide chi può ascoltare De André e chi no? Chi può stare a un concerto e chi andarsene?», ha scritto sui social il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. «Quella ragazza aveva anche il diritto di contestarmi (anche se ha disturbato l’artista, Dori e tutto il resto del pubblico) così come io ho il diritto di risponderle. Funziona così, si chiama democrazia. Ma nessuno – e ripeto NESSUNO – può decidere quali cantanti io possa ascoltare, quali libri leggere o non leggere, quali film guardare», ha aggiunto Salvini, raccontando poi della sua ammirazione per il cantautore genovese. «Non so cosa direbbe Fabrizio oggi. E soprattutto non voglio far parlare i morti per dare ragione ai vivi. Non mi permetterei mai. So cosa dicono a me le sue canzoni, la sua musica, la sua voce. Mi emozionano, mi fanno pensare e qualche volta mi mettono anche in discussione. Sapete però cosa mi preoccupa davvero? Non quello che è successo a me. Ma il mondo che stiamo lasciando ai nostri figli. Un mondo in cui sei libero, ma solo se hai le idee “giuste”? In cui puoi ascoltare un artista, ma solo se hai la patente politica giusta? No. Non esiste. I nostri figli non devono chiedere il permesso a nessuno per essere liberi».

La nipote di Faber: «Volete Fabrizio De André? Allora prendetevelo tutto»

Infine, sulla questione è entrata a gamba tesa anche una delle nipoti di Faber, Alice De André. «Io non so esattamente che cosa sia riuscito Salvini a capire dai testi di mio nonno. Forse la musica? Forse il la la la? Perché sui testi evidentemente abbiamo avuto qualche problema di comprensione. Dire che i loro pensieri, i loro valori e la loro idea di società siano diametralmente opposti è un eufemismo», ha detto la 26enne su Instagram, difendendo poi la contestatrice e mostrandosi in disaccordo con la nonna: «Una ragazza che contesta un politico a un concerto di De André non è fuori luogo. È forse una delle cose più coerenti che sono successe durante tutta la serata. Mio nonno fermava i concerti per le contestazioni. Fermava la musica, parlava, discuteva. Quindi, se proprio vogliamo parlare di rispetto, ieri Salvini poteva alzarsi e rispondere». Infine: «Volete Fabrizio De André? Allora prendetevelo tutto. Non soltanto le canzoni che fanno bella figura alle commemorazioni. Prendetevi anche quello che pensava. Quello che contestava. E soprattutto prendetevi il fatto che mio nonno, davanti a quella scena, avrebbe fermato il concerto e probabilmente avrebbe chiesto a Salvini che cazzo ci faceva lì».

Il Cnel di Brunetta in massa a Marcinelle, un posto per Piantedosi e le altre pillole

Ci sono enti che celebrano gli anniversari, e anniversari che ricordano l’esistenza degli enti. Il Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) appartiene decisamente alla seconda categoria. Quello che Matteo Renzi tentò inutilmente di abolire con il referendum costituzionale del 2016, e che da allora continua placidamente a occupare il suo posto nell’architettura della Repubblica, ha pensato bene di onorare i 70 anni della tragedia di Marcinelle con una delegazione all’altezza della propria importanza. Almeno secondo il Cnel.

Il Cnel di Brunetta in massa a Marcinelle, un posto per Piantedosi e le altre pillole
La delegazione del Cnel a Marcinelle (foto dal sito del Cnel).

Al Bois du Cazier, dove l’8 agosto 1956 morirono 262 minatori, 136 dei quali italiani, mica si è presentato soltanto il presidente Renato Brunetta. Sarebbe stato troppo poco. Con lui sono partiti il segretario generale Massimiliano Monnanni, il vicepresidente Claudio Risso, il consigliere Alfonso Luzzi e – perché evidentemente anche quattro potevano sembrare pochi – la consigliera del presidente Giulia Mancini. Cinque persone per rappresentare un ente solo, neanche fosse una delicatissima missione diplomatica.

Il Cnel di Brunetta in massa a Marcinelle, un posto per Piantedosi e le altre pillole
Il Cnel di Brunetta in massa a Marcinelle, un posto per Piantedosi e le altre pillole
Il Cnel di Brunetta in massa a Marcinelle, un posto per Piantedosi e le altre pillole
Il Cnel di Brunetta in massa a Marcinelle, un posto per Piantedosi e le altre pillole
Il Cnel di Brunetta in massa a Marcinelle, un posto per Piantedosi e le altre pillole

Naturalmente Marcinelle merita tutto il rispetto possibile. E proprio per questo la domanda riguarda la consistenza numerica del Cnel, non certo la sua presenza in sé. Brunetta da solo non sarebbe bastato? Evidentemente no. Servivano un segretario generale, un vicepresidente, un consigliere e una consigliera del presidente. Anche nelle commemorazioni l’organigramma vuole la sua parte.

Non sappiamo quanto sia costata la spedizione. Viaggi, trasferimenti, eventuali pernottamenti: magari pochissimo. Sarebbe però interessante conoscere la cifra, anche solo per curiosità, in un Paese dove ogni volta che bisogna trovare qualche risorsa si scopre che i soldi sono pochi. Non a caso la ricerca delle famigerate «coperture» è diventata una delle attività più praticate dai governi di ogni colore.

Il Cnel, del resto, ha una storia che è un inno alla longevità. Da quando Renzi provò ad abolirlo e perse il referendum, l’ente (che tra le altre cose ospita pure i produttori di vino) è sopravvissuto e sembra persino aver maturato una comprensibile fiducia nell’eternità. E così, quando c’è da andare a Marcinelle, Brunetta parte in compagnia. Se Renzi provò ad abolire il Cnel e non ci riuscì, per contro Brunetta ha scelto una strada più sicura: moltiplicarlo. Almeno in trasferta.

Presto, trovate un posto a Piantedosi

E se anche Giorgia Meloni si fosse convinta? L’avanzata dei consensi del generale Roberto Vannacci potrebbe spingerla davvero a far tornare Matteo Salvini al Viminale? Certo, sempre Quirinale permettendo. Finora è rimasto solo uno slogan, e resta comunque uno scenario difficile da realizzare. La novità possibile riguarda un incastro di caselle, visto che toccherebbe trovare un posto di riguardo a Matteo Piantedosi, l’attuale titolare del ministero dell’Interno. Dove piazzarlo eventualmente? Magari all’Anticorruzione, come ha “suggerito” Il Foglio. Archiviata la presidenza di Giuseppe Busia (che scade proprio a settembre), ora infatti l’Anac ha bisogno di una nuova guida: l’incarico dura 6 (sei!) anni, ed è sicuramente di altissimo valore. Di certo nessuno avrebbe da ridire sulla scelta di Piantedosi alla presidenza dell’Anac. Così finalmente Salvini potrebbe tornare al Viminale, anche se ovviamente si creerebbe un vuoto da colmare al ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture: qui può scattare il passaggio di Claudio Andrea Gemme, classe 1948, dalla guida di Anas al dicastero di Porta Pia. Irrefrenabile, Gemme sarebbe la soluzione ideale per terminare la legislatura e dare una scossa al ministero. Solo fantapolitica agostana? Chissà…

Il Cnel di Brunetta in massa a Marcinelle, un posto per Piantedosi e le altre pillole
Il Cnel di Brunetta in massa a Marcinelle, un posto per Piantedosi e le altre pillole
Il Cnel di Brunetta in massa a Marcinelle, un posto per Piantedosi e le altre pillole

Conte e quella staffetta per un ego smisurato

Nel Partito democratico non ne possono più di Giuseppe Conte. Il protagonismo televisivo, i convegni e i comizi a raffica, l’apparizione davanti alla commissione Covid con un monologo infinito (a proposito, ma il presidente Marco Lisei non doveva metterlo all’angolo?), l’ennesima richiesta di indire le Primarie addirittura con il voto online: tutto questo calderone sta facendo riflettere Elly Schlein, specie dopo il pranzo di giugno all’Hostaria Costanza. Nel Pd qualcuno dice che «chi ha tradito una volta non smetterà mai di farlo»: Conte, è il ragionamento, è stato capace di scavare la fossa al fondatore del Movimento 5 stelle Beppe Grillo, di andare al governo con Matteo Salvini e poi scaricarlo per creare un altro esecutivo con una maggioranza che fino a pochi giorni prima era all’opposizione. «Vittima del proprio ego smisurato», secondo i maligni Conte deve guardare anche all’interno del M5s, con le truppe piemontesi di Chiara Appendino e quelle romane di Virginia Raggi e di “Dibba” che alle prossime elezioni conteranno, eccome. Tra i maggiorenti del Pd sono certi che alla fine l’accordo che verrà proposto da Conte sarà quello, classico, della staffetta, con il 62enne “avvocato del popolo” che, in caso di una vittoria alle Primarie e poi all’appuntamento delle elezioni politiche, rimarrebbe a Palazzo Chigi fino alla scelta del prossimo presidente della Repubblica. A quel punto, in cambio del Quirinale, Conte lascerebbe la guida del governo a un esponente del Pd. Prospettiva irrealizzabile oppure opzione che è davvero presente sul tavolo delle trattative? “Giuseppi” è molto ambizioso…

Il Cnel di Brunetta in massa a Marcinelle, un posto per Piantedosi e le altre pillole
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Pistole ad acqua e secchielli con palette: i gadget «identitari» di Vannacci

Presso il gazebo allestito al mercato di Lido di Camaiore (Lucca), Roberto Vannacci ha presentato assieme ai vertici di Futuro Nazionale una serie di gadget del partito, dedicati alla stagione estiva e dal «forte messaggio politico identitario»: carte da gioco, spillette e un kit di giochi da spiaggia per bambini con paletta, secchiello e una pistola ad acqua.

Il messaggio simbolico veicolato dal kit vannacciano

«Ci piace pensare di essere veramente tradizionali: come ci divertivamo noi da ragazzini sulla spiaggia costruendo i castelli di sabbia con paletta e secchiello, ci piacerebbe che anche oggi i ragazzi facessero la stessa cosa. Ma questo non ha solamente un valore fisico, ha anche un valore spirituale», ha spiegato Vannacci, parlando del kit pensato per veicolare un preciso messaggio simbolico: «Crediamo che in Italia si debba continuare a costruire le nostre case, le nostre abitazioni, le nostre aziende, le nostre imprese, e questo lo facciamo con la paletta e con il secchiello». Quanto alla pistola ad acqua, l’ex generale ha detto: «Pensiamo che queste aziende, queste case, queste imprese, le dobbiamo difendere come ciò che abbiamo di più caro, come ciò che abbiamo di più importante per la nostra sopravvivenza». E poi: «Noi speriamo in un mondo di pace, di relazioni internazionali, di diplomazia, ma siamo pronti a difendere il nostro esistere, la nostra identità, quello che siamo e quello che vogliamo divenire».

Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato

«Come leader sei affaticato». «I militanti vogliono un rinnovamento». O ancora: «Ormai è troppo lo scollamento nelle sezioni». I cahiers de doléances leghisti sono lunghi e nelle quattro ore e mezzo di dibattito il direttivo lombardo è stato un miscuglio di lamentele, a volte anche confuso, con poche soluzioni. Ma un filo rosso ha guidato per la prima volta la maggioranza, forse anche i due terzi, dei circa 30 interventi: le seconde linee leghiste in Lombardia hanno chiesto un passo di lato di Matteo Salvini.

«Non una parola sulla riunione deve uscire da queste stanze»

E così la riunione, convocata dal segretario per regolare i conti con i malpancisti, si è rivelata un boomerang. Tanto che Salvini alla fine ha chiesto una prova di «maturità» ai presenti: non una parola sulla riunione deve uscire da queste stanze, sui giornali o sulle agenzie, ha detto. Anche se poi è stato proprio lui a far diffondere la sua versione. Tempo di stringere le mani e di salire sulle auto ed è partita la velina del fido portavoce che le agenzie hanno trasmesso con grande rilievo. D’ora in poi la Lega dovrà tornare a essere un partito «di lotta», «più duro anche al governo», ha fatto trapelare.

Una dura resa dei conti che Salvini non si aspettava

Ma la verità è un’altra. La verità è che nelle quasi cinque ore di confronto i toni non si sono alzati quasi mai, non ci sono state liti, però le parole sono state pesanti come macigni. È stato lo showdown che Salvini non si aspettava, arrivato con numeri alla mano per dimostrare che non è vero che la Lega al governo ha trascurato la questione settentrionale. Non sono bastati 45 minuti di discorso su opere e risultati portati a casa per il Nord: insomma, uno tra i più lunghi dei suoi famosi elenchi (la modalità di narrazione più amata dal segretario e allo stesso tempo ridicolizzata dai suoi detrattori).

Altro che lamentele messe a tacere: l’esito è stato deflagrante

Quando ha deciso di convocare il direttivo il 7 agosto a Milano, l’intenzione del capo di via Bellerio era di mettere a tacere le lamentele dei nordisti guidati dal segretario della Lega lombarda Massimiliano Romeo e dal governatore Attilio Fontana. L’esito invece è stato deflagrante. Forse Salvini non aveva “ripassato” bene la composizione del direttivo o non si aspettava tanto coraggio dai suoi dirigenti. Ma gli interventi di sindaci e amministratori che lamentavano il calo dei consensi e addossavano le responsabilità al crollo della sua popolarità sono stati predominanti.

Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Attilio Fontana e Massimiliano Romeo (Ansa).

In pochi si sono schierati apertamente con lui

Gli unici che si sono apertamente schierati con lui – è stato riferito da diverse fonti a Lettera43 – sono stati la ministra Alessandra Locatelli, il capo dei Giovani Luca Toccalini, il capogruppo al Pirellone Alessandro Corbetta e il responsabile Esteri Paolo Formentini. Il ministro Roberto Calderoli si è limitato a ricordare che il congresso è stato fatto un anno fa e che forse era allora che si sarebbero dovute avanzare queste istanze, prima di impegnarsi nell’unica lite della serata, ossia quella con Silvia Sardone sulla necessità di concludere il processo di approvazione della riforma sull’autonomia prima delle elezioni politiche del 2027.

Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato

I motivi della lite tra Calderoli e Sardone

Pur dopo aver ricordato l’impegno politico del marito Davide Caparini per la causa leghista, la pasionaria ha detto di ritenere che alla gente «non freghi niente dell’autonomia», ma sia preoccupata dai temi della mancanza di sicurezza e della paura dell’islamizzazione. «L’autonomia è il fine ultimo della Lega», ha puntualizzato Calderoli, dicendo di avere «un’idea ben precisa» di coloro che cambiano i partiti con facilità (e il riferimento era al passato di Sardone in Forza Italia).

Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato

Le province più rappresentative della Lega sono stufe

Gli altri interventi sono stati caotici nelle lamentele e nelle proposte, ma tutti con un fil rouge: la richiesta di un passo di lato di Salvini e di un rinnovamento nella leadership che porti a crescere nuovamente nei consensi. A favore di questa tesi si sono schierati in diversi, soprattutto esponenti delle province storicamente più rappresentative per la Lega, cioè Bergamo, Brescia e Varese. Tra i più duri il segretario bergamasco Fabrizio Sala, da sempre critico con i salviniani, e Daniele Belotti, storico presentatore del raduno di Pontida, che Salvini ha “rottamato”, non volendolo più ricandidare in parlamento. «Ti chiedo di farti da parte e lo faccio nell’interesse della Lega», ha azzardato Belotti. Più contenuta la segretaria bresciana Roberta Sisti, che ha lasciato spazio alla veemenza di Giovanmaria Flocchini, sindaco di Pertica Alta (Brescia) e presidente della Comunità Montana di Valle Sabbia, e del collega sindaco di Travagliato, sempre provincia di Brescia, Renato Pasinetti, che è responsabile delle società partecipate e della Consulta per la Lega Lombarda.

Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
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Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato

Il nodo: non c’è nessuno nel partito che vuole sostituirlo

Quando qualcuno ha parlato di «leader affaticato», Salvini lo ha stoppato dicendo: «Veramente io non mi sento affaticato, in pieno agosto, sono qua da ore che vi ascolto». E poi, quando un altro si è lamentato constatando che però non c’è nessuno nel partito che vuole sostituirlo alla guida della segreteria, il capo ha risposto con tono puntuto: «È un concetto che non mi piace. Io non voglio fare il segretario solo perché non c’è nessuno che può sostituirmi».

Chi ha indorato la pillola e chi invece è stato durissimo

Critico anche Romeo che, come spesso accade, ha però indorato la pillola con il suo tipico spirito ecumenico: «Matteo, fatti aiutare». Durissimo l’assessore lombardo agli Enti locali, Massimo Sertori da Sondrio, tra i dirigenti più vicini ad Attilio Fontana. Il governatore, dal canto suo, ha chiesto che la Lega torni a essere un partito «di lotta e di governo» con politiche più incisive attorno alle battaglie storiche, federalismo e autonomia, sicurezza e immigrazione.

Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Massimo Sertori (foto Imagoeconomica).

L’ipotesi di un direttorio e la solita incognita Zaia

Ed è abbastanza curioso che Salvini abbia preso in prestito questo concetto e fatto suo nella versione fatta trapelare a giornali e agenzie. Il segretario ha chiuso la riunione dicendo di aver «ascoltato tutto», anche le critiche «più severe». «Vediamo se riusciamo a proporre una squadra per Pontida», ha detto, parlando dell’ipotesi di una sorta di direttorio. «Ma io rimango alla guida e procedo». Poi ha aggiunto: «Dipende anche da chi dovrà essere coinvolto, se vorrà accettare o meno», alludendo all’ormai celebre ritrosia di Luca Zaia a una partecipazione in tal senso. «L’importante è che quello che è successo qui resti tra queste mura, la maturità del partito la misuriamo nei prossimi giorni». E via, tutta la polvere sotto il tappeto. Ma per quanto?

Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Luca Zaia e Matteo Salvini (Imagoeconomica).