L’attacco della Spagna all’Italia: «Siete il Paese con più arrivi irregolari in Europa»

Non si placano le tensioni tra Spagna e Italia dopo l’ondata migratoria che ha travolto Ceuta, con l’arrivo di oltre 70 mila persone a nuoto dal Marocco. Dopo la decisione di Roma di sospendere Schengen con Madrid e il successivo attacco del governo spagnolo, il ministro degli Esteri José Manuel Albares è tornato a tuonare contro il nostro Paese. «Ci sono stati governi che non sono stati all’altezza della situazione migranti, il governo italiano è stato uno di questi», ha detto in un’intervista in tv. «L’Italia è sommersa di migranti a Lampedusa ed è il Paese con il maggior numero di arrivi di irregolari in Europa. Non è capace di risolvere la situazione, come ha fatto invece la Spagna». Albares ha infatti sottolineato che, in breve tempo, quasi tutti i migranti che negli scorsi giorni hanno attraversato illegalmente la frontiera sono stati rimpatriati in Marocco. Il ministro iberico ha anche evidenziato come Ceuta e Melilla «non sono mai state minacce per lo spazio Schengen», mentre lo sono stati «altri spazi europei e la Spagna è sempre stata solidale». Come Lampedusa: «Piacerebbe all’Italia risolvere la situazione lì. Sono arrivati negli anni talmente tanti migranti al punto che la Spagna ha dovuto accoglierne una parte».

La replica del Viminale: «Con Meloni crollati gli sbarchi»

Non si è fatta attendere la risposta del Viminale, il quale dichiara che dall’inizio dell’anno gli sbarchi irregolari in Italia siano diminuiti del 55 per cento rispetto al 2025 e di circa l’82 per cento rispetto al 2023. Quanto alla «presunta invasione» di Lampedusa, il ministero dell’Interno sottolinea che sull’isola si trovano attualmente 98 migranti e che «da tempo non si vive nessuna situazione di emergenza».

Migranti, dopo Ceuta l’Italia spinge per l’apertura di un hub extra-Ue nel 2027

Si terrà domani martedì 4 agosto il Consiglio europeo con la riunione d’emergenza dei ministri dell’Interno europei, per una valutazione congiunta della situazione e la definizione di una risposta europea coordinata dopo i fatti di Ceuta. L’incontro è stato chiesto attraverso una lettera promossa da Italia e Danimarca, firmata da 22 Paesi e indirizzata al presidente del Consiglio europeo, António Costa, alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen e al presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, Micheál Martin. Tra i Paesi che non hanno firmato la missiva figurano Francia e Portogallo, ovvero i due tra i Ventisette confinanti con la Spagna. In questa occasione, l’Italia tornerà a spingere per l’apertura di un hub extra-Ue per i migranti nel 2027.

Ci sarebbe già una lista preliminare di Paesi da coinvolgere

Al Consiglio europeo di domani l’Italia chiederà di sveltire le procedure la costruzione di centri di rimpatrio dei migranti fuori dai confini dell’Ue sul “modello Albania”, ma finanziati almeno in parte da Bruxelles e localizzati quasi tutti in Africa. Ci sarebbe già una lista preliminare di Paesi che potrebbero essere coinvolti: Ruanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Etiopia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia e Montenegro. L’Italia dovrebbe anche chiedere l’attuazione stringente del programma Gsp+, che sarà in vigore dal primo gennaio del 2027 e che lega i vantaggi daziari per i Paesi in via di sviluppo all’effettiva collaborazione nel riammettere i propri cittadini che soggiornano illegalmente nell’Unione europea.

Migranti, dopo Ceuta l’Italia spinge per l’apertura di un hub extra-Ue nel 2027
Agenti della Guardia Civil a Ceuta (Ansa).

A Ceuta la situazione non è ancora tornata alla normalità

Nonostante la maggior parte dei migranti arrivati nell’exclave spagnola sia stata fatta rientrare in Marocco, a Ceuta la situazione non è ancora tornata alla normalità. Lo ha spiegato Juan Jesus Vivas, presidente della città autonoma, durante una conferenza stampa con Alberto Nunez Feijoo, leader del Partito Popolare. Nonostante la celerità con cui la polizia sta portando avanti i rimpatri volontari, a Ceuta «restano ancora diverse migliaia di persone» e gli abitanti avrebbero innalzato recinzioni per impedire l’ingresso dei migranti.

Migranti, dopo Ceuta l’Italia spinge per l’apertura di un hub extra-Ue nel 2027
Barriere galleggianti al largo di Ceuta (Ansa).

Il Marocco continua ad allontanare ogni responsabilità

Le autorità spagnole hanno stimato che oltre 50 mila migranti siano arrivati nei giorni scorsi a Ceuta, mentre quelle marocchine stimano un afflusso di 40 mila persone. Molta più ampia la differenza nel bilancio delle vittime: per Madrid i morti in mare sono stati almeno 72, mentre per Rabat hanno perso la vita in 11. Allontanando le responsabilità per quanto accaduto, il ministero dell’Interno del Paese africano ha dichiarato che «il Marocco continuerà a essere un partner affidabile e responsabile, impegnato a rafforzare la cooperazione e il coordinamento internazionale nel campo della lotta contro la migrazione irregolare e la tratta di esseri umani». Rabat ha fatto poi riferimento a una recente sentenza del Tribunale Supremo spagnolo, che tre settimane fa ha stabilito che non è possibile effettuare respingimenti immediati di coloro che entrano a nuoto a Ceuta e Melilla. «Le interpretazioni errate» di questa decisione giudiziaria, si legge in una nota, possono aver portato in tanti a cercare di attraversare la frontiera, nella convinzione che «sia possibile evitare il rimpatrio immediato». Intanto a Ceuta sono pienamente operative le barriere galleggianti di contenimento al largo del molo del Tarajal, per ostacolare l’accesso dei migranti che arrivano a nuoto.

Ft: «AstraZeneca tratta con Bristol Myers Squibb per una maxi fusione da 400 miliardi»

Secondo quanto riportato dal Financial times, la britannica AstraZeneca sta trattando una maxi fusione con la rivale Usa Bristol Myers Squibb. L’operazione darebbe vita a uno dei più grandi gruppi farmaceutici al mondo, con una capitalizzazione di mercato di quasi 400 miliardi di dollari. Secondo fonti informate, le due società hanno discusso negli ultimi mesi l’aggregazione e i colloqui potrebbero portare a un accordo nel prossimo futuro. AstraZeneca, seconda società quotata britannica per valore, capitalizza 196 miliardi di sterline (260 miliardi di dollari), mentre Bms 133 miliardi di dollari.

Trump annuncia la ripresa dei negoziati con l’Iran

Donald Trump ha annunciato che con l’Iran «c’è un accordo su Hormuz» e «ce ne sarà uno sul nucleare», facendo poi sapere che oggi pomeriggio riprenderanno i negoziati tra Washington e Teheran. Il presidente americano, parlando con i cronisti a bordo dell’Air Force One durante il suo viaggio verso Il Cairo ha anche reso noto dopo aver bloccato un nuovo «massiccio attacco» contro l’Iran, pianificato congiuntamente con Israele, a condizione che si giungesse rapidamente a un accordo. Il capo della Casa Bianca ha poi spiegato che Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar gli hanno chiesto di annullare l’attacco perché fiduciosi in un’intesa con l’Iran. In tal senso sarebbe stata fondamentale una chiamata da parte di Mohammed bin Salman, erede al trono saudita che da anni ha stretti rapporti con The Donald. Il tycoon ha detto che i pasdaran sapevano che l’attacco in arrivo «sarebbe stato il più grande dalla Seconda guerra mondiale».

Trump annuncia la ripresa dei negoziati con l’Iran
Mohammed bin Salman e Donald Trump (Imagoeconomica).

L’Iran frena: «Al momento solo colloqui con l’Oman»

«Al momento non sono in corso negoziati con gli Stati Uniti. Attualmente stiamo conducendo solo colloqui con l’Oman sulla gestione di Hormuz», ha sottolineato il ministero degli Esteri iraniano, che tramite il portavoce Esmaeil Baqaei, ha comunque dimostrato apprezzamento per l’intervento di Riad. «La guerra degli Usa contro la Repubblica Islamica dell’Iran non è soltanto una guerra contro il nostro Paese: è una guerra contro l’intera regione e contro la sicurezza di tutti i Paesi della regione. È quindi naturale che i Paesi dell’area cerchino di impedire un ulteriore aggravamento della situazione». Domenica 2 agosto Hassan Qashqavi, portavoce della Commissione per la sicurezza nazionale del parlamento iraniano, aveva riferito che i mediatori stavano cercando di riattivare il memorandum d’intesa tra Teheran e Washington, concordato il 17 giugno per porre fine alla guerra iniziata da Israele e dagli Stati Uniti il 28 febbraio. L’accordo aveva consentito la riapertura dello stretto di Hormuz e l’avvio di un periodo di negoziazione di due mesi per raggiungere un accordo nucleare definitivo, ma poi erano ripresi gli attacchi reciproci, durati diversi giorni.

EasyJet, estesa al 7 agosto la deadline per l’offerta di Castlelake

Al fine di allineare la deadline dell’offerta di Castlelake e quella di Apollo per Easyjet, la scadenza della prima, inizialmente prevista per il 3 agosto, è stata estesa fino al 7 agosto. Di conseguenza, entrambe le realtà dovranno, entro e non oltre le ore 17.00 di venerdì 7 agosto, annunciare una ferma intenzione di presentare un’offerta per la compagnia aerea in conformità alla Rule 2.7 del Code, oppure dichiarare di non avere intenzione di presentare un’offerta. Il comunicato ricorda che il board di Easyjet e Apollo hanno annunciato di aver raggiunto un accordo di principio sui principali termini finanziari di una possibile offerta in contanti per l’acquisizione dell’intero capitale sociale emesso e da emettere di easyJet al prezzo di 7,15 sterline per azione. Di conseguenza, il cda della compagnia ha annunciato di non essere più orientato a raccomandare la possibile offerta di Castlelake per l’acquisizione dell’intero capitale sociale emesso e da emettere di easyJet al prezzo di 6,90 sterline per azione. Da allora, EasyJet ha consentito sia ad Apollo sia a Castlelake di svolgere la due diligence, mettendo a loro disposizione la documentazione e le informazioni necessarie.

La stretta di Xi sui paradisi fiscali: è finita la pacchia per i ricchi cinesi

Per oltre 20 anni è stato uno dei grandi compromessi del capitalismo cinese. Mentre Pechino imponeva alcuni dei controlli più rigidi al mondo sui capitali, una parte consistente della ricchezza prodotta dai suoi imprenditori prendeva la strada delle Isole Cayman, delle British Virgin Islands o di Hong Kong. Per usare una formula nota in Italia, la pacchia è finita. Perché quella stagione sembra arrivata al capolinea.

Così cambia il rapporto tra Partito comunista e capitale privato

Con le nuove regole sulla tassazione dei trust offshore, il rafforzamento dei controlli fiscali e l’obbligo di maggiore trasparenza sui patrimoni detenuti all’estero, Xi Jinping ha chiuso una delle zone grigie che hanno accompagnato l’ascesa economica della Cina. Il messaggio è semplice: la ricchezza privata non può più svilupparsi al di fuori del perimetro di controllo dello Stato. Non si tratta soltanto di recuperare gettito fiscale. La stretta racconta soprattutto l’evoluzione del rapporto tra Partito comunista e capitale privato nell’era di Xi.

La stretta di Xi sui paradisi fiscali: è finita la pacchia per i ricchi cinesi
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

Le eccezioni che Pechino non vuole più accettare

Quando Deng Xiaoping, una delle massime autorità politiche cinesi dagli Anni 70 agli Anni 90 e sostenitore della liberalizzazione economica, invitava a «lasciare che alcune persone si arricchissero per prime», la priorità era costruire una nuova classe imprenditoriale capace di modernizzare il Paese. Per raggiungere l’obiettivo, Pechino accettò numerose eccezioni. Le strutture offshore erano una di queste. Holding registrate alle Cayman consentivano alle società cinesi di quotarsi sui mercati internazionali, raccogliere capitali stranieri e creare campioni nazionali nei settori della tecnologia, dell’immobiliare e della manifattura. Fondatori e primi investitori accumulavano così patrimoni in valuta estera, spesso custoditi fuori dalla Cina continentale.

La stretta di Xi sui paradisi fiscali: è finita la pacchia per i ricchi cinesi
Una famiglia cinese davanti al poster gigante di Deng Xiaoping (foto Ansa).

Quel modello ha accompagnato il ventennio di crescita più spettacolare della storia economica cinese. Ma oggi le priorità sono cambiate. La leadership di Xi Jinping considera sicurezza economica, monitoraggio dei flussi finanziari e stabilità politica elementi inseparabili. In questa visione, lasciare che enormi patrimoni restino schermati da trust offshore o società registrate nei paradisi fiscali rappresenta un’anomalia che il Partito non è più disposto a tollerare.

Le mani sui redditi prodotti dai trust offshore

Le nuove norme chiariscono un principio destinato ad avere effetti ben oltre il fisco. I redditi prodotti dai trust offshore costituiti da residenti cinesi entreranno nell’ambito della tassazione nazionale. I proventi derivanti dalle quotazioni o dalla vendita di partecipazioni all’estero dovranno essere ricondotti all’interno del sistema di controllo cinese, pagando le imposte dovute e seguendo procedure autorizzative per eventuali nuovi investimenti fuori dal Paese.

La stretta di Xi sui paradisi fiscali: è finita la pacchia per i ricchi cinesi
Un cittadino cinese passa davanti a un manifesto con Xi (foto Ansa).

In altre parole, Pechino non vieta la ricchezza privata né chiude le porte ai mercati internazionali. Pretende però che ogni passaggio sia visibile. È una differenza sostanziale: la crescita resta importante, ma non può più prescindere dalla politica.

La parabola del fondatore di Evergrande

Non si tratta in realtà di una svolta improvvisa. Già negli anni scorsi c’erano stati diversi segnali in tal senso, a partire dalla parabola di Xu Jiayin, conosciuto a Hong Kong come Hui Ka Yan, fondatore di Evergrande. La sua storia coincide quasi perfettamente con quella del capitalismo cinese nato dopo le riforme di Deng Xiaoping. Arrivato a Shenzhen nei primi Anni 90, nel pieno della stagione delle aperture economiche, costruì in pochi decenni il più grande gruppo immobiliare privato del Paese, finanziando una crescita senza precedenti attraverso il debito. La quotazione a Hong Kong gli ha permesso di raccogliere miliardi di dollari e di diventare prima l’uomo più ricco della Cina e poi dell’Asia.

La stretta di Xi sui paradisi fiscali: è finita la pacchia per i ricchi cinesi
Il quartier generale di Evergrande a Shenzhen, nella provincia di Guangdong (foto Ansa).

Ma Xu, oltre a essere il simbolo dell’imprenditore di successo, è diventato anche l’emblema di una ricchezza ostentata. Jet privato, yacht da decine di milioni di dollari, investimenti nel calcio con il Guangzhou Evergrande di Marcello Lippi e Fabio Cannavaro: tutto ciò che negli anni dell’espansione sembrava incarnare il trionfo del nuovo capitalismo cinese.

La stretta di Xi sui paradisi fiscali: è finita la pacchia per i ricchi cinesi
Il boss di Evergrande con Marcello Lippi nel 2012 (foto Ansa).

Ora la narrazione è quella della «prosperità comune»

Dopo il Covid-19, che oltre a peggiorare la crisi dell’immobiliare ha rallentato l’economia nazionale, l’ostentazione della ricchezza è entrata in collisione con la narrazione della «prosperità comune». La caduta di Evergrande, provocata anche dalla stretta sul credito voluta da Pechino, ha assunto così un valore che è andato oltre il settore immobiliare, segnando la fine dell’epoca in cui accumulare ricchezza e mostrarla pubblicamente era la dimostrazione del successo del modello cinese.

Colpiti anche gli influencer che esibivano il lusso

Non è un caso che negli stessi anni il Partito abbia colpito anche gli influencer che esibivano il lusso sui social, trasformando la sobrietà in una virtù politica oltre che morale. La stretta sui trust offshore si inserisce nella stessa traiettoria che ha visto il ridimensionamento dei colossi tecnologici, la crisi pilotata dell’immobiliare, la campagna sulla prosperità comune e il rafforzamento della supervisione sui movimenti di capitale. Xi sta costruendo un modello in cui il mercato continua a essere uno strumento dello sviluppo nazionale, ma perde progressivamente gli spazi di autonomia conquistati durante i decenni della riforma e apertura.

Capitali sempre più tracciabili e regolati

La ricchezza privata resta legittima, purché rimanga funzionale agli obiettivi strategici dello Stato. Questa trasformazione riguarda inevitabilmente anche Hong Kong. La città continuerà a essere il principale ponte finanziario tra Cina e mercati globali, a patto di una maggiore supervisione di Pechino. I capitali potranno continuare a transitare, utilizzando però percorsi sempre più tracciabili e regolati. A lungo, il capitalismo cinese ha convissuto con vaste zone d’ombra, tollerate perché alimentavano crescita e investimenti. Adesso quelle zone vengono progressivamente illuminate.

Siria, a che punto è la transizione democratica dopo la caduta di Assad?

La presa di Damasco nel dicembre 2024, da parte delle forze ribelli siriane guidate dal gruppo Tahrir al-Sham (HTS) e la successiva fuga dell’ex presidente Bashar al-Assad dal Paese hanno posto fine alla guerra civile che aveva devastato la Siria per 13 anni. Una volta ottenuta la vittoria militare, il nuovo governo, guidato dal presidente ad interim Ahmad al-Sharaa, ex jihadista e leader del gruppo HTS, ha promesso una transizione pacifica, nel rispetto degli ideali democratici. Fin dai primi giorni, la priorità è stata quella di ricostruire politicamente ed economicamente un Paese in rovina, diviso dalle tensioni tra i sostenitori di Al-Assad e coloro che appoggiano il nuovo governo.

Siria, a che punto è la transizione democratica dopo la caduta di Assad?
Il presidente ad interim siriano Ahmad al-Sharaa (Ansa).

La riforma della giustizia è una priorità del nuovo governo

Mansour Al-Omari, un giornalista siriano che durante la guerra ha collaborato con il Syrian Center for Media and Freedom of Expression documentando le violazioni contro i diritti umani perpetrate nel Paese, pensa che il nuovo governo debba principalmente concentrare i propri sforzi sulla riforma della giustizia. A causa del suo lavoro, è stato imprigionato dal 2012 al 2013 nelle carceri del regime, dove ha subito torture e violenze. «È necessario lavorare sul processo di transizione da un sistema che violava sistematicamente i diritti fondamentali dei cittadini a uno in cui vengano rispettati e ripristinati», spiega. «Non è solo fondamentale fermare queste violenze, ma anche fare in modo che le istituzioni non siano più in grado di perpetrarle. Questo si può ottenere solamente attraverso riforme strutturali». 

Siria, a che punto è la transizione democratica dopo la caduta di Assad?
Soldati siriani davanti alla prigione di al-Shadadi (Ansa).

Solo 3,6 milioni di sfollati sono tornati a casa

Il nuovo governo siriano ha investito ingenti risorse in questo ambito, ma deve anche pensare alla ricostruzione di un Paese in cui intere aree, tra cui le città di Homs, Aleppo e Damasco, sono ridotte a cumuli di macerie. Secondo i dati pubblicati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), dei quasi 11 milioni di sfollati e rifugiati siriani solo 3,6 milioni hanno potuto fare ritorno alle loro case, mentre i restanti vivono ancora in tende all’interno dei campi profughi o sono rimasti all’estero.

Siria, a che punto è la transizione democratica dopo la caduta di Assad?
Rifugiati siriani di ritorno dal Libano (Ansa).

Il 40 per cento delle infrastrutture essenziali è danneggiato

I dati raccolti dal Syrian Network for Human Rights mostrano inoltre che più del 40 per cento delle infrastrutture essenziali, tra cui ospedali e scuole, è danneggiato. Il processo di ricostruzione richiede enormi risorse economiche, stimate dalla Banca Mondiale tra i 140 e i 345 miliardi di dollari, mentre l’Arabian Gulf Business insight sostiene che serviranno tra i 600 e i 900 miliardi. «La maggior parte delle abitazioni non ha accesso alla rete elettrica e all’acqua corrente», racconta a Lettera43 Lina Chawaf, giornalista siriana fuggita in Europa all’inizio del conflitto e tornata a Damasco ad aprile 2026. «Sui tetti di numerosi edifici della capitale sono stati installati pannelli solari per produrre elettricità, ma questo ancora non basta a soddisfare l’intero fabbisogno. Il sistema sanitario è in grande difficoltà e le strutture ancora aperte hanno introdotto tariffe a pagamento per curare i pazienti. Quasi 2 milioni di bambini non hanno accesso ad alcun tipo di istruzione». A preoccupare maggiormente Chawaf è però la ricostruzione del tessuto sociale e dell’identità nazionale siriana distrutti da anni di guerra civile. «I media, nonostante siano più liberi e indipendenti, sono fortemente polarizzati», continua. «Molti giornalisti, specialmente coloro che facevano parte delle agenzie di stampa controllate da al-Assad, non sono abituati a lavorare in questo modo e non sono formati per farlo. Perciò, chiunque critichi pubblicamente le azioni del governo viene attaccato sui social media o dalla stampa. L’incitamento all’odio sia etnico sia politico è il problema principale su cui il governo dovrebbe concentrarsi. Se si continuano ad alimentare queste tensioni, la Siria rischia di cadere vittima di una nuova guerra civile».

Siria, a che punto è la transizione democratica dopo la caduta di Assad?
La presa di Raqqa, 19 gennaio 2026 (Ansa).

Il nodo della riconciliazione interna

Lo scorso 12 luglio il nuovo parlamento siriano si è riunito per la prima volta dopo la caduta di al-Assad. Due terzi dei 210 membri sono stati scelti lo scorso anno da collegi elettorali regionali, i restanti sono stati nominati direttamente da al-Sharaa. Tra i parlamentari sono presenti anche 21 donne. «Bisogna procedere gradualmente e con cautela», dice a L43 Mahmoud Mosa, ex preside di una scuola siriana rifugiatosi con la famiglia in Turchia, dove ha collaborato con diverse testate giornalistiche internazionali. «Il nuovo governo deve affrontare numerose questioni. Il processo di transizione verso la democrazia richiederà molto tempo, ma alcuni risultati sono già visibili. Molti rifugiati siriani in Turchia stanno tornando alle proprie case. Abbiamo ottenuto libertà di parola e di stampa. Ora tutti possono esprimere la loro opinione senza rischiare di essere arrestati. Il problema più grande sono le tensioni interne. Molti ex sostenitori di Assad assolti dalle accuse di crimini contro la popolazione siriana sono stati riabilitati e inseriti all’interno di uffici e organi di governo. Questo non è stato accolto favorevolmente dall’opinione pubblica. Tuttavia, la riconciliazione interna è un passo fondamentale per ricostruire il Paese». Mosa sostiene che la Siria debba ricostruire al più presto un fronte interno compatto, anche vista l’attuale situazione geopolitica del Medio Oriente. «A causa dei conflitti in atto in Israele e Iran, la Siria ha acquisito una grande importanza strategica nell’area. I Paesi del Golfo, produttori di petrolio, vedono nella Siria una destinazione per l’export, soprattutto dopo la chiusura dello stretto di Hormuz. Il nostro governo deve farsi trovare pronto per questa eventualità e ricostruire non solo le infrastrutture necessarie, ma anche una struttura politica solida e unita nel minor tempo possibile». 

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Ahmad al-Sharaa interviene durante una seduta del parlamento a Damasco (Ansa).

Perché le promesse rischiano di essere disattese

Chawaf riguardo al futuro del suo Paese non è invece altrettanto ottimista. «Bisogna tenere a mente che molti membri dell’attuale governo sono ex jihadisti. Hanno promosso importanti riforme per la ripresa dello Stato siriano e la libertà del suo popolo, ma non sono sicura che porteranno a termine una completa transizione democratica. È un concetto troppo lontano dai loro ideali». La giornalista attualmente sta lavorando a un progetto per formare ragazzi e ragazze siriani. «È fondamentale condividere con loro ciò che ho imparato vivendo in Europa e negli Stati Uniti, dare loro la possibilità di studiare all’estero e viaggiare. In questo momento storico di incertezza, bisogna investire sull’istruzione delle nuove generazioni che erediteranno il Paese».

Corea del Nord: il boom degli smartphone tra tecnologia e controllo di regime

Il Madusan 2222 è uno smartphone pieghevole simile al Samsung Galaxy Z Fold. Il Samtaesong 10 a conchiglia richiama lo Huawei P50 Pocket. Il Jindallae 12 presenta un vistoso modulo fotografico circolare sul retro come gli Oppo. In Corea del Nord i dispositivi mobili stanno diventando sempre più avanzati anche se all’interno di un sistema rigidamente controllato da Pyongyang. Con almeno 24 marchi e una settantina di modelli disponibili, il mercato interno è diventato sorprendentemente competitivo. Numeri impressionanti per un Paese abitato da circa 26 milioni di abitanti.

Un boom cominciato nel 2023

La diffusione degli smartphone ha registrato un forte incremento a partire dal 2023. Due i motivi: il graduale sviluppo di un’economia digitale sfruttata dal governo per erogare servizi pubblici ai cittadini, come la consegna dei medicinali e i buoni pasto, e l’avvento dei primi sistemi di pagamento elettronico. Le ultime stime disponibili risalenti al 2024 indicano che in Corea del Nord erano attivi tra i 6,5 e i 7 milioni di abbonamenti alla telefonia mobile: un dato con ogni probabilità oggi sottostimato. Le interviste più recenti ai disertori nordcoreani suggeriscono infatti che il possesso di smartphone sia molto più diffuso di quanto stimato in passato e che potrebbe interessare tra il 50 e l’80 per cento della popolazione adulta.

Corea del Nord: il boom degli smartphone tra tecnologia e controllo di regime
Uno smartphone nordcoreano (da Youtube).

I dispositivi sono realizzati in Cina e (forse) in India

I telefoni nordcoreani sono ormai dispositivi moderni. Hanno generalmente schermi da 6-7 pollici, presentano fotocamere multiple posteriori e anteriori, e un sistema personalizzato di Android integrato con particolari software di controllo. Secondo il paper Smartphone of North Korea 2026, realizzato dal think tank 38 North, gli smartphone venduti nel Paese non sarebbero realizzati direttamente in Corea del Nord ma da produttori cinesi OEM (Original Equipment Manufacturer), ovvero aziende che fabbricano dispositivi per conto terzi. Una volta assemblati in Cina, vengono inviati in Corea del Nord dove vengono personalizzati con il sistema operativo modificato e applicazioni approvate dai brand locali. Esistono però delle eccezioni. È il caso di Phurunhanal Electronics, un marchio nordcoreano che, per uno dei suoi modelli più recenti, il Phurunhanal 9-3, si sarebbe rifornito di componenti dalla società indiana Lava International. Si tratterebbe della prima volta in cui uno smartphone commercializzato in Corea del Nord viene collegato a un produttore non cinese. Un dettaglio interessante, visto che l’India è uno dei principali centri globali della produzione elettronica, inclusa quella di alcuni modelli di iPhone.

Il controllo dello Stato su navigazione e App

Gli smartphone nordcoreani sono dotati di software che ne monitorano e limitano l’utilizzo. L’accesso a Internet è bloccato. È invece disponibile una rete Intranet locale chiamata Kwangmyong e controllata dal governo. Agli utenti è impedito di effettuare o ricevere chiamate internazionali, oltre che inviare o ricevere messaggi dall’estero. I sistemi Android presenti nei dispositivi includono una firma digitale, che impedisce ai telefoni di accettare contenuti non autorizzati, e un’applicazione, Trace Viewerche effettua screenshot casuali durante l’utilizzo del cellulare per inviarli alle autorità. Lo Stato impone infine un numero di identificazione dell’utente mobile per collegare ogni utenza a un’identità registrata così da garantire un ulteriore livello di sorveglianza. Anche l’ecosistema delle applicazioni è sottoposto a forti restrizioni: a differenza degli smartphone occidentali, i dispositivi nordcoreani non dispongono di un equivalente dell’App Store o del Google Play Store per scaricare liberamente applicazioni e aggiornamenti. Per ottenere nuovi programmi o installare upgrade gli utenti devono recarsi in uno dei centinaia di centri di scambio IT presenti nel Paese. Le app hanno un costo compreso tra 10 mila won nordcoreani per quelle di intrattenimento, giochi ed ebook e 15 mila won per quelle dedicate all’apprendimento delle lingue, alla cucina e all’agricoltura (circa uno-due dollari secondo i tassi di mercato informali). Tra le più richieste figurano quelle del quotidiano del Partito dei Lavoratori, il Rodong Sinmun, la piattaforma di shopping online Samhung E-Wallet e i servizi di streaming Mokran Video e Manbang.

Corea del Nord: il boom degli smartphone tra tecnologia e controllo di regime
Kim Jong-un (Ansa).

Gli ultimi modelli arrivati sul mercato

Lo scorso maggio alla 24esima edizione della Pyongyang Spring International Trade Fair, la principale fiera commerciale internazionale organizzata dalla Corea del Nord, sono state esposte le ultime novità del mercato. Gli smartphone più interessanti? Il Mujigae 1000, in grado di collegarsi ai televisori attraverso una connessione USB-C con uscita HDMI, e il Jindallae 12 dal bordo smussato come i Samsung Galaxy. In fascia alta si trovano i pieghevoli a conchiglia Madusan 1005, Samtaesong 10 e Chongsong. Per i più benestanti il mercato nordcoreano offre il Madusan 2222, il primo smartphone pieghevole disponibile in Corea del Nord, la cui versione deluxe presenta la scritta “Porsche Design” ben visibile sulla custodia. Il costo? Il corrispettivo di circa 2 mila dollari.

Ucraina, con Drapatyi e Khmara i soldati sperano nella svolta

La nomina del generale Mykhailo Drapatyi, 43 anni, a nuovo comandante delle forze armate ucraine al posto di Oleksandr Sirskyi sembra aver placato le proteste di piazza divampate nelle principali città del Paese dopo le dimissioni dell’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov.

Ucraina, con Drapatyi e Khmara i soldati sperano nella svolta
Le proteste dopo le dimissioni di Fedorov (Ansa).

Una popolarità guadagnata sul campo

Il nome di Drapatyi, invocato a gran voce dai manifestanti, aveva cominciato a circolare con sempre più insistenza anche tra i soldati. È considerato un comandante moderno e preparato, in netta contrapposizione con il suo predecessore, legato a una visione militare ancorata al passato, verticistica e contraria ai cambiamenti. Il supporto di cui gode Drapatyi negli ambienti militari ucraini è dovuto principalmente alla reputazione guadagnata sul campo. Nel 2022 è stato vice comandante operativo delle forze congiunte nelle regioni di Kherson e Dnipropetrovsk, mentre nel 2024 ha guidato le Forze di Terra impegnate a difendere il fronte orientale nei pressi delle città di Kharkiv e Kupjansk. La sua popolarità tra i commilitoni però nasce molto prima. Nel 2014, anno dell’invasione e annessione russa della Crimea, riuscì rocambolescamente a salvare poliziotti e funzionari bloccati dalle milizie filorusse a Mariupol. Da allora è diventato un simbolo della resistenza ucraina.

Il tandem con il nuovo ministro della Difesa Khmara

Per questi motivi il neo comandante sembra la figura giusta per seguire la linea tracciata da Fedorov: una guerra sempre più tecnologica dove i droni giocano un ruolo chiave. Collaborerà con il nuovo ministro della Difesa ad interim Yevheniy Khmara, 39 anni, ex capo del servizio di intelligence interna (SBU). Un tandem che fa ben sperare i soldati al fronte. «Spero che si concentrino  sulla modernizzazione dell’esercito, la lotta alla corruzione, presente a tutti i livelli, la gestione dell’arruolamento dei nuovi soldati, sia ucraini che stranieri e soprattutto sull’utilizzo dei droni», dice a Lettera43 un soldato italiano arruolato nell’esercito ucraino. «Khmara ha comandato squadre di dronisti che hanno compiuto operazioni offensive a lungo raggio in territorio russo. Lui più di tutti è a conoscenza dell’importanza di questa tecnologia e del suo sviluppo». Secondo lui, Khmara e Drapatyi sono le persone di cui l’Ucraina ha davvero bisogno in questo momento. «Hanno acquisito esperienza sul campo e, ora che occupano posizioni di rilievo, possono appieno sfruttare tutte le conoscenze acquisite. Inoltre sono giovani e non hanno paura di innovare o promuovere cambiamenti».

Ucraina, con Drapatyi e Khmara i soldati sperano nella svolta
Yevheniy Khamara.

Le riforme anti-corruzione rimaste bloccate

Khmara e Drapatyi avranno però bisogno di tempo per concordare una linea d’azione. Un altro soldato di nazionalità italiana che si trova in Ucraina dal 2023, fa notare però che il tempo è un lusso che lui e i suoi compagni non possono permettersi. «Mi sono arruolato quasi tre anni fa e ho quasi sempre lavorato con i droni», spiega. «Solamente negli ultimi mesi ho notato un miglioramento nel nostro modo di combattere, grazie all’innovazione e alla tecnologia. I cambiamenti al vertice delle forze armate hanno un’importanza relativa per noi soldati. Infatti, spesso sono le decisioni dei comandanti delle singole unità ad avere un maggior impatto su di noi perché ci riguardano direttamente. Mi auguro che Drapatyi lavori per migliorare la preparazione generale degli ufficiali, portando modernità nel loro modo di condurre la guerra. In questo modo possiamo sperare di vincere e fermare i russi». Rodion Krasnovyd, ex giornalista ucraino e capitano di una squadra di dronisti tenta di analizzare la situazione attuale da una diversa prospettiva. Sirskyi, a suo avviso, era più a suo agio a destreggiarsi nella politica, al contrario di Drapatyi che è sempre stato solamente un soldato. «Drapatyi dovrà adattarsi in fretta alla sua nuova posizione, altrimenti rischia di affondare subito», allarga le braccia. «Mi chiedo se riuscirà veramente a portare a termine il piano di riforme, soprattutto quelle riguardanti la lotta a favoritismi e corruzione, o sarà costretto a scendere a compromessi con la classe politica. Questo è il vero grande interrogativo».

Trump: «Accordo storico su disarmo completo di Hamas»

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che il Board of Peace ha raggiunto un accordo storico per il disarmo completo di Hamas e di tutti gli altri gruppi armati a Gaza. «Si tratta di un passo monumentale verso una pace e una sicurezza durature. Una volta completato il disarmo, le forze israeliane si ritireranno e la Forza internazionale di stabilizzazione collaborerà con una nuova forza di polizia palestinese per garantire la sicurezza di Gaza, a beneficio dei suoi residenti e dei Paesi vicini», ha aggiunto il tycoon. La conferma dell’intesa è arrivata anche da alcuni responsabili di Hamas. Il vertice sulla fase 2 della tregua si terrà presto al Cairo, riportano alcune fonti.

Trump: «Accordo storico su disarmo completo di Hamas»
Da Truth.

Emergenza migranti a Ceuta, scontro Roma-Madrid su Schengen

Emergenza migranti a Ceuta, scontro Roma-Madrid su Schengen
Emergenza migranti a Ceuta, scontro Roma-Madrid su Schengen
Emergenza migranti a Ceuta, scontro Roma-Madrid su Schengen

Migliaia di migranti provenienti da Marocco e Algeria hanno raggiunto a nuoto Ceuta, l’enclave spagnola in Marocco, porta d’ingresso dell’Europa in Africa, causando una vera e propria emergenza. Nel giro di poche ore una valanga di persone, soprattutto ragazzi, si è ammassata sul lato marocchino del confine con Ceuta, per poi buttarsi in mare e circumnavigare a nuoto il piccolo molo delimitato da una rete che si inoltra in acqua solo per pochi metri a dividere i due Paesi. Quando l’afflusso si è fatto particolarmente intenso, in molti hanno iniziato a superare il confine anche via terra, percorrendo il molo dal lato marocchino, aggirandone la recinzione sulla punta e poi ripercorrendolo in direzione opposta sul lato spagnolo. Mentre Bruxelles segue l’evoluzione della crisi e assicura il massimo impegno per proteggere le frontiere dell’Unione europea, l’esecutivo italiano si è detto pronto a sospendere il trattato di Schengen con la Spagna. Una posizione che ha irritato Madrid, che ha risposto convocando il nostro ambasciatore.

Lo scontro tra Tajani e Albares

«Sono favorevole alla chiusura dello spazio Schengen con la Spagna e ho piena fiducia nell’operato del ministro Piantedosi. L’immigrazione irregolare e incontrollata rappresenta un pericolo per la sicurezza nazionale. Le immagini che arrivano da Ceuta dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, ad oltre 500 mila immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di essere umani», aveva scritto il ministro degli Esteri Antonio Tajani, causando l’ira del suo omologo spagnolo.

«Questo messaggio del ministro degli Esteri di un Paese amico e partner da cui ci aspettiamo solidarietà europea e non demagogia partitica è indegno», aveva risposto José Manuel Albares.

Musk torna a sostenere Trump: sta riattivando il suo super PAC conservatore

Aveva rotto con Donald Trump, ma in occasione delle elezioni di metà mandato in programma a novembre Elon Musk tornerà a sostenere il presidente Usa. Axios riporta infatti che l’uomo più ricco del mondo sta riattivando il suo America PAC, political action committee che aveva raccolto e speso la somma record di 260 milioni di dollari per contribuire all’elezione di Trump nel 2024.

Musk torna a sostenere Trump: sta riattivando il suo super PAC conservatore
Elon Musk (Ansa).

Musk in soccorso di Trump in crisi nei sondaggi

Come spiega Axios, il nuovo investimento di Musk andrà ad accrescere l’enorme vantaggio finanziario del Partito repubblicano su quello Democratico, in una fase in cui i bassi indici di gradimento di Trump (in particolare sui temi dell’economia e della guerra con l’Iran) sembrano mettere a rischio il controllo del Grand Old Party sulla Camera e persino al Senato. I PAC repubblicani hanno un vantaggio di oltre 300 milioni di dollari rispetto alle loro controparti democratiche. E questo senza contare i 400 milioni di dollari depositati nel super PAC MAGA Inc. di Trump.

Musk torna a sostenere Trump: sta riattivando il suo super PAC conservatore
Elon Musk e Donald Trump (Ansa).

Musk è il maggior donatore politico individuale nella storia Usa

L’America PAC, scrive Axios, punterà su attività di porta a porta, pubblicità digitale e invii di materiale informativo diretto, con l’obiettivo di mobilitare la base conservatrice, inclusi gli elettori solitamente meno propensi a votare negli anni in cui non si tengono le Presidenziali. I rappresentanti di Musk non hanno voluto precisare l’entità esatta della spesa prevista. Ma, guardando al recente passato, tutto lascia supporre che si tratterà di una somma ingente: le donazioni a favore di Trump effettuate tramite l’America PAC nel 2024 hanno reso Mr Tesla il più grande donatore politico individuale in un singolo ciclo elettorale nella storia degli Stati Uniti.

Un missile da crociera russo è caduto in Polonia

Un missile russo è penetrato nei cieli polacchi durante il massiccio attacco compiuto da Mosca contro l’Ucraina, schiantandosi poi a terra nei pressi di Lublino, in quella che di fatto rappresenta una grave violazione dello spazio aereo della Nato.

La violazione dello spazio aereo e lo schianto

Come ha spiegato il premier Donald Tusk su X, alle 3:40 di notte il Comando operativo delle forze armate polacche ha rilevato «un oggetto non identificato diretto a ovest». A quel punto Varsavia ha fatto decollare un F-16. Il contatto radar è stato però perso pochi minuti dopo, facendo scattare le ricerche nel voivodato di Lublino.

Successivamente un elicottero Mi-24, recatosi nell’ultima posizione dell’oggetto, ha individuato il luogo dello schianto in un’area rurale vicino ai villaggi di Tarnawa-Kolonia e Tokary, a circa 95 chilometri dal confine con la Russia: un cratere dal diametro di circa 10 metri, circondato da detriti. Dato che la Russia ha lanciato missili da crociera Kh-101 durante la notte contro l’Ucraina (facendo almeno 13 morti), è altamente probabile – come sostiene Kyiv – che quello entrato nello spazio aereo della Polonia fosse proprio un razzo di questo tipo.

Altra notte di duri raid Usa sull’Iran

Il Comando centrale degli Stati Uniti ha annunciato di aver completato una «serie di duri attacchi» contro l’Iran, che hanno colpito «decine di obiettivi del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, tra cui centri di comando militari, installazioni missilistiche e per droni, siti di sorveglianza e difesa costiera e capacità marittime». I raid delle forze Usa, ha sottolineato il Centcom, «sono stati progettati per ridurre ulteriormente le minacce che l’Iran e i suoi alleati rappresentano per le forze statunitensi, la navigazione commerciale e gli Stati vicini del Golfo». Le operazioni militari, iniziate attorno le 2 italiane, sono terminate poco prima delle 5.

I media statali iraniani hanno dato notizia di attacchi sull’isola di Qeshm e sulla città meridionale di Abadan. «Un raid statunitense contro un’abitazione nel quartiere di Chah Tangu a Qeshm ha ucciso tre membri di una famiglia: il padre, la madre e il loro figlio di due anni», ha riferito l’agenzia di stampa iraniana Fars.

L’Iran ha attaccato in Giordania: intercettati cinque missili

Come già accaduto in precedenza, Teheran ha indirizzato missili contro una base americana in Giordania. Il portavoce ufficiale dell’esercito di Amman ha dichiarato che «le difese aeree hanno intercettato cinque missili lanciati dall’Iran e diretti verso il territorio del Regno nelle prime ore di questa mattina», aggiungendo che non ci sono state vittime.

Altra notte di duri raid Usa sull’Iran
Donald Trump (Ansa).

Il piano sottoposto a Trump per due settimane di raid

Secondo il Wall Street Journal l’ammiraglio Brad Cooper, capo del Centcom americano, ha presentato a Donald Trump un piano per 10-14 giorni di intensi attacchi all’Iran per ridurre le sue capacità missilistiche. Axios scrive che il presidente americano, il quale ha dichiarato di voler «finire l’Iran molto presto», ha incontrato il 29 luglio il ministro della Difesa dell’Arabia Saudita – ormai entrata in guerra – che gli ha consegnato un messaggio del principe alla corona Mohammed bin Salman sulla guerra in Iran e l’escalation nella regione.

Altra notte di duri raid Usa sull’Iran
Brad Cooper (Ansa).

Incendi in Grecia, 8 mila persone evacuate a Creta

Circa 8 mila persone sono state evacuate a causa degli incendi che minacciavano una località turistica sull’isola greca di Creta e che continuano a imperversare, alimentati da forti venti. L’evacuazione è stata condotta via terra dalla località turistica di Agia Galini, affacciata sul mare libico, nella costa meridionale dell’isola. Buona parte dei turisti e dei residenti evacuati è stata trasferita al palazzetto dello sport del Comune di Festo, a Mires, mentre altre centinaia di persone sono state temporaneamente ospitate in un edificio scolastico della zona. I venti, con raffiche che raggiungono i 10-11 gradi Beaufort, non consentono l’impiego di mezzi aerei e l’onere di spegnere l’incendio è quindi ricaduto sulle forze di terra, con circa 190 vigili del fuoco e tutti i mezzi disponibili della Regione. Durante le operazioni di spegnimento, un vigile del fuoco è rimasto ferito ed è stato trasportato in ospedale con ustioni, ma le sue condizioni non sono gravi. Due veicoli dei pompieri sono anche stati distrutti dalle fiamme.

Israele, via all’occupazione di un altro campo profughi in Cisgiordania

Il ministro israeliano della Difesa Israel Katz, durante una riunione con i vertici dell’IDF, ha dato ordine di «intensificare le attività offensive contro il terrorismo palestinese e prepararsi all’occupazione di un altro campo profughi, seguendo il modello adottato con quelli di Jenin, Tulkarem e Nur a-Shams». Lo riportano i media dello Stato ebraico. I tre campi profughi citati sono stati oggetto nel recente passato di devastanti operazioni delle forze di Tel Aviv. Nella stessa riunione Katz ha inoltre disposto di non rinnovare l’ordine di detenzione amministrativa nei confronti di Tal Yinon Dardik, colono israeliano residente nell’avamposto illegale Tarfon Farm in Cisgiordania: era arrestato a luglio perché sospettato del coinvolgimento in un attacco nel villaggio palestinese Khirbet Humsa, avvenuto a marzo. Tra le accuse rivolte a Darkik, anche quella di abusi sessuali su un palestinese, di cui avrebbe legato i genitali con una fascetta di plastica. È in sciopero della fame da 20 giorni ed è stato visitato da Katz in carcere a Gerusalemme alcuni giorni fa.

La proposta dell’Oman all’Iran per la gestione congiunta di Hormuz

L’Oman ha presentato all’Iran una proposta per un meccanismo congiunto per la gestione dello stretto di Hormuz con tariffe volontarie. Lo scrive Reuters, spiegando che la soluzione avanzata da Muscat, in base alla quale Teheran non eserciterebbe il controllo esclusivo sulla via navigabile, gode del sostegno degli altri Paesi della regione. Nel fine settimana gli Stati Uniti hanno improvvisamente sospeso la massiccia campagna di attacchi aerei contro l’Iran, alimentando le speranze di una soluzione diplomatica che consenta la ripresa del traffico marittimo a Hormuz. La proposta omanita, sottolinea Reuters, ricalca il meccanismo già utilizzato per la gestione dello stretto di Malacca, via d’acqua dell’oceano Indiano che separa l’isola indonesiana di Sumatra dalla costa occidentale della penisola malese: coloro che utilizzano questo passaggio marittimo contribuiscono volontariamente al finanziamento della navigazione, della protezione ambientale e delle operazioni di ricerca e salvataggio. Intanto è saltato il maxi-vertice tra la coalizione dei Volenterosi e gli Stati Uniti su Hormuz, che si sarebbe dovuto tenere a Londra.

Attacco ucraino a Mosca con centinaia di droni

Attacco ucraino a Mosca e alla regione circostante, nella notte tra lunedì 27 e martedì 28 luglio 2026, con circa centinaia di droni. L’ha riferito l’agenzia ucraina Rbc, secondo la quale è stato colpito anche un centro logistico della Wildberries, l’Amazon russa già presa di mira nei giorni scorsi. «12 droni diretti verso Mosca sono stati abbattuti dal sistema di difesa aerea del ministero della Difesa», aveva annunciato il sindaco moscovita Sergey Sobyanin. Ma poi l’attacco ucraino si è intensificato con il trascorrere delle ore fino a quando i droni, secondo Rbc, hanno circondato Mosca da ogni lato. La regione della capitale russa è stata presa di mira da oltre 390 droni, ha spiegato il primo cittadino, aggiungendo che la maggior parte è stata neutralizzata prima di raggiungere la città. Il governatore della regione, Andrei Vorobyov, ha riferito che un edificio e alcune case sono stati danneggiati, ma al momento non si segnalano vittime. L’attacco si è verificato alla vigilia della visita del presidente ucraino Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca.

Milei offende Lula: alta tensione tra Brasile e Argentina

Scontro diplomatico tra Brasile e Argentina. Motivo del contendere alcune avventate dichiarazioni di Javier Milei sull’omologo Luiz Inácio Lula da Silva, arrivate a poco più di due mesi dalle elezioni presidenziali nel Paese più grande del Sudamerica. Il vulcanico Milei, in Brasile per partecipare all’evento che ha ufficializzato la candidatura di Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair condannato a 27 anni per il tentativo di colpo di Stato del 2023 e come lui facente parte dell’universo Maga, si è reso protagonista di gravi insulti nei confronti di Lula, definendolo un «ladro», un «carcerato» e «spazzatura socialista» nel suo intervento alla convention del Partito liberale.

Milei ha anche accusato l’omologo brasiliano di aver cercato di influenzare le elezioni argentine del 2024. In seguito alle calunnie pronunciate contro di lui dal presidente turbo-capitalista Milei, Lula ha richiamato l’ambasciatore da Buenos Aires. «È inammissibile che un capo di Stato straniero venga nel nostro Paese e si rivolga in termini irrispettosi alle sue istituzioni», ha dichiarato il Partito dei lavoratori guidato da Lula.

Milei offende Lula: alta tensione tra Brasile e Argentina
Lula (Ansa).

Nuovi attacchi degli Houthi contro gli impianti petroliferi sauditi

Gli Houthi hanno rivendicato attacchi che hanno messo nel mirino «diversi punti cruciali lungo il percorso di approvvigionamento e trasporto del petrolio greggio dall’Arabia Saudita orientale verso Yanbu», città situata sul mar Rosso ritenuta per la sua grande raffineria, simbolo della potenza dell’industria petrolchimica del regno saudita. Un portavoce dei ribelli yemeniti, citato dai media iraniani, ha spiegato che l’operazione, condotta con velivoli a pilotaggio remoto, «è stata effettuata in risposta alla violazione dello spazio aereo dello Yemen con droni sauditi».

Tra i siti colpiti ci sarebbe l’impianto petrolifero di Abqayq

Dopo che gli Houthi hanno annunciato di avere colpito siti strategici in Arabia Saudita, l’agenzia iraniana Fars ha diffuso immagini che testimonierebbero di un incendio nell’impianto petrolifero di Abqayq. Gestito da Saudi Aramco, «è un nodo fondamentale della rete petrolifera del regno e consente di convogliare il petrolio verso il terminale di Yanbu e ridurre la dipendenza dal passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz», ha spiegato Fars. Con una quota pari a circa il 5 per cento della produzione petrolifera mondiale (pari a circa 7 milioni di barili al giorno), quello di Abqayq è considerato il più grande impianto di stabilizzazione e trattamento del petrolio greggio al mondo.

Tre feriti in un accoltellamento a Parigi, l’aggressore: «Mi ha mandato Allah»

Tre donne, di cui una incinta, sono state ferite in un attacco con coltello a Parigi. Due di loro sono state colpite piuttosto gravemente una alla schiena e l’altra all’addome. La terza sarebbe stata raggiunta in modo più leggero. Hanno 19, 24 e 36 anni. I fatti si sono verificati intorno alle 11.30 di lunedì 27 luglio 2026 in un quartiere a Nord-Ovest della città. Ad attaccare le donne è stato un uomo, fermato sul posto da un poliziotto fuori servizio. Si tratta di un 31enne con disturbi psichici, secondo i primi elementi. Davanti alla polizia, si è limitato a dichiarare delle generalità aggiungendo «frasi senza nesso», affermando anche che «Allah mi ha mandato per uccidere delle donne». Parole che avevano fatto ipotizzare la pista del terrorismo, che però ora non è quella privilegiata dagli inquirenti. «Riteniamo si tratti di un folle», hanno spiegato.

Kimi K3 e la via cinese all’IA: la nuova sfida al primato americano

C’è stato il momento DeepSeek. Ora è giunto il momento Kimi K3, altro potenziale momento spartiacque nella competizione sull’intelligenza artificiale tra Stati Uniti e Cina. Si tratta del nuovo modello sviluppato dalla startup cinese Moonshot AI che, nel giro di pochi giorni, ha rimesso in discussione la convinzione di Silicon Valley che il vantaggio americano sull’IA fosse ormai destinato ad ampliarsi. I benchmark raccontano una storia diversa. Nei test di programmazione, ragionamento e utilizzo come agente autonomo, Kimi K3 compete e in alcuni casi supera modelli statunitensi come Claude Fable di Anthropic, mantenendo costi inferiori e soprattutto una caratteristica destinata a pesare ben oltre la dimensione tecnologica: è un modello open-weight, cioè distribuito con i propri pesi e quindi scaricabile, modificabile e riutilizzabile da ricercatori e aziende di tutto il mondo. Un elemento che ne amplifica enormemente la diffusione e che rappresenta l’ennesimo segnale di due modelli opposti di sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Kimi K3 e la via cinese all’IA: la nuova sfida al primato americano
Il logo di Kimi K3.

Perché Kimi K3 riesce a competere con i modelli occidentali più avanzati

Moonshot AI incarna bene la nuova generazione dell’ecosistema cinese. Fondata nel 2023 da Yang Zhilin, ricercatore formatosi alla Carnegie Mellon University, ha raccolto oltre 5,5 miliardi di dollari da investitori come Alibaba, Meituan e China Mobile, raggiungendo valutazioni vicine ai 30 miliardi e preparando una possibile quotazione a Hong Kong. La crescita è stata così rapida che, pochi giorni dopo il lancio di Kimi K3, la società ha dovuto sospendere temporaneamente le nuove sottoscrizioni a pagamento: la domanda aveva saturato la capacità di calcolo disponibile, segno che il vero collo di bottiglia dell’IA contemporanea è soprattutto la disponibilità di infrastrutture per farli funzionare. Dal punto di vista tecnico Kimi K3 è un sistema imponente con 2.800 miliardi di parametri, con un’architettura nella quale soltanto una parte della Rete viene attivata per ciascuna richiesta. È una soluzione che permette di aumentare enormemente la capacità del modello mantenendo relativamente contenuti i costi di inferenza. Il sistema è stato progettato soprattutto per compiti di programmazione, ragionamento complesso e utilizzo “agentico”, cioè per orchestrare autonomamente sequenze di operazioni, richiamare strumenti esterni e svolgere attività articolate. Proprio questa specializzazione rende Kimi particolarmente competitivo rispetto ai modelli occidentali più avanzati, ma anche molto più costosi da servire su larga scala, tanto da richiedere enormi risorse computazionali.

Kimi K3 e la via cinese all’IA: la nuova sfida al primato americano
Yang Zhilin, fondatore di Moonshot (da Youtube).

Xi usa l’IA come leva geopolitica

Il successo di Kimi K3 arriva in un momento altamente simbolico. Il modello è stato presentato negli stessi giorni della World Artificial Intelligence Conference (WAIC) di Shanghai, dove Xi Jinping è intervenuto personalmente per la prima volta, trasformando quello che fino a poco tempo fa era soprattutto un appuntamento industriale in un palcoscenico politico. Il presidente cinese ha presentato l’intelligenza artificiale come un bene pubblico globale, proponendo una governance internazionale alternativa a quella dominata dagli Stati Uniti e annunciando la nascita della World Artificial Intelligence Cooperation Organization (WAICO), una nuova organizzazione internazionale con sede a Shanghai cui hanno aderito 29 Paesi, tra cui Russia, Pakistan, Indonesia, Brasile ed Etiopia. Parallelamente, Pechino ha promesso migliaia di programmi di formazione sull’IA per i Paesi in via di sviluppo e nuovi centri di cooperazione con ASEAN, BRICS, Unione Africana e altri organismi multilaterali.

Kimi K3 e la via cinese all’IA: la nuova sfida al primato americano
Xi Jinping all’apertura della World AI Conference di Shanghai (Ansa).

Condivisione vs chiusura: il modello cinese sfida quello Usa

La coincidenza temporale tra il lancio di Kimi e il discorso di Xi non sembra casuale. Da tempo la leadership cinese sostiene una strategia fondata sull’idea di «apertura e condivisione» delle tecnologie di intelligenza artificiale. Non significa necessariamente open source in senso stretto, ma una più ampia disponibilità di modelli, strumenti e standard tecnologici rispetto all’approccio prevalentemente chiuso adottato dai grandi laboratori americani. La scommessa è che rendere accessibile l’IA favorisca la diffusione industriale della tecnologia, rafforzi l’influenza internazionale della Cina e consolidi un ecosistema globale alternativo a quello statunitense. È una strategia coerente con il vantaggio competitivo cinese, che si poggia sulla possibilità di produrre su scala e sull’enorme capacità di integrare rapidamente l’intelligenza artificiale a manifattura, robotica, servizi pubblici e piattaforme digitali, generando una quantità di dati difficilmente replicabile altrove.

Le accuse della Casa Bianca e di Nvidia a Moonshot

Proprio questo cambio di paradigma spiega la crescente preoccupazione americana. La Casa Bianca ha accusato Moonshot di avere addestrato Kimi K3 attraverso pratiche di distillazione dei modelli più avanzati di Anthropic e di aver aggirato i controlli all’esportazione utilizzando server Nvidia Blackwell collocati in Thailandia. Finora, le accuse non sono state accompagnate da prove pubbliche definitive. Anche OpenAI ha riconosciuto che Kimi è «un ottimo modello», pur dichiarando che è ancora troppo presto per stabilire se vi sia stato un utilizzo improprio delle proprie tecnologie. Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, ha addirittura difeso i modelli aperti, sostenendo che la loro trasparenza ne aumenta la sicurezza perché consente alla comunità scientifica di analizzarli e migliorarli.

Kimi K3 e la via cinese all’IA: la nuova sfida al primato americano
Il ceo di Nvidia Jensen Huang (foto Ansa).

Pechino e la trincea della sicurezza nazionale

Non è però detto che l’apertura regga per sempre. Finché i modelli restano relativamente gestibili, Pechino ha tutto l’interesse a promuovere apertura e diffusione globale. Ma cosa accadrà quando un laboratorio cinese svilupperà un sistema ritenuto davvero strategico, capace di automatizzare attacchi informatici, accelerare la ricerca militare o modificare gli equilibri geopolitici? Secondo alcune indiscrezioni, le autorità starebbero pensando a una stretta che preveda una fase di valutazione preventiva e rilascio selettivo o addirittura un controllo diretto dello Stato. Di fatto, sacrificando parte dell’apertura in nome della sicurezza nazionale. «L’uomo saggio si adatta ai cambiamenti», ha d’altronde detto Xi in chiusura del suo intervento al WAIC.

Kimi K3 e la via cinese all’IA: la nuova sfida al primato americano
Xi Jinping (Ansa).

Gli Stati Uniti mantengono il vantaggio, ma il gap si riduce

È però prematuro concludere che la Cina abbia ormai superato gli Stati Uniti. Washington mantiene ancora un vantaggio enorme negli investimenti privati, nei data center, nella disponibilità di chip avanzati e nella capacità di distribuire servizi IA su scala globale. Lo stesso fondatore di DeepSeek ha recentemente riconosciuto che il principale divario tra i due Paesi resta la disponibilità di potenza di calcolo. In ogni caso, Kimi K3 dimostra che i controlli americani sulle esportazioni di semiconduttori non hanno impedito ai laboratori cinesi di avvicinarsi rapidamente alla frontiera tecnologica. Se fino a poco tempo fa si riteneva che il gap fosse destinato ad allargarsi, oggi la sensazione è opposta: la distanza continua a ridursi.

Viaggio nel business nascosto delle maglie da calcio contraffatte

Argentina, Francia, Brasile, Portogallo. Tra le oltre 30 mila maglie da calcio contraffatte sequestrate a Hong Kong mentre in America si giocava la Coppa del Mondo Fifa spiccavano le divise delle nazionali più blasonate. Non mancavano però kit esotici, come quelli di Corea del Sud e Paraguay, né completi personalizzati con i nomi di Lionel Messi e Cristiano Ronaldo. L’operazione ha portato all’arresto di 13 persone e alla confisca di prodotti falsificati destinati all’estero per un valore di oltre 20 milioni di dollari. Ma soprattutto ha riacceso i riflettori sul mercato parallelo delle cosiddette Fake Football Jersey: un business dorato con epicentro nel cuore dell’Asia, alimentato ogni anno dal lancio delle nuove maglie di club e nazionali. E destinato a crescere stagione dopo stagione.

Nel Regno Unito mercato da 240 milioni di dollari l’anno

Nel 2025 il mercato globale delle maglie da calcio originali valeva circa 16,8 miliardi di dollari e, secondo le previsioni, dovrebbe raggiungere i 27,4 miliardi entro il 2033. Più difficile quantificare il giro d’affari dei kit contraffatti perché non esistono dati ufficiali. Grazie a un’analisi di Business Insider sappiamo però che le divise “tarocche” rappresentano quasi il 18 per cento delle vendite complessive delle magliette, in termini di volume. Una ricerca di Corsearch stima inoltre che il business delle Fake Football Jersey nel Regno Unito raggiunga i 240 milioni di dollari l’anno, pari a circa un terzo del mercato delle divise originali (660 milioni).

Con 10-20 dollari si portano a casa i kit fake Made in Asia

Le divise autentiche – in versione da gara, in edizione limitata o personalizzate – costano tra i 180 e i 400 dollari. Il prezzo scende per le repliche ufficiali destinate ai tifosi: dai 90 ai 120 dollari. Sul mercato parallelo si trovano le premium fake: riproduzioni di alta qualità delle maglie originali, spesso difficili da distinguere a un primo sguardo, offerte a 10-20 dollari o poco più. Come si riconoscono? Non dispongono di alcuna licenza. Presentano tessuti scadenti (all’apparenza perfetti), cuciture mediocri, etichette non conformi e numeri e nomi applicati in modo impreciso.

Una filiera opaca tra Cina, Thailandia e Bangladesh

I più grandi centri di produzione delle magliette contraffatte si trovano in Asia. Tre i motivi che hanno alimentato il fenomeno: industrie tessili ben sviluppate, basso costo del lavoro e leggi permissive. Tre anche gli epicentri rilevanti: Cina, Thailandia e Bangladesh. Qui filiere clandestine – spesso controllate da reti criminali – operano accanto alle stesse catene di approvvigionamento su cui fanno affidamento i grandi brand dell’abbigliamento sportivo.

Viaggio nel business nascosto delle maglie da calcio contraffatte
Oltre alle maglie originali, prospera un mercato di kit contraffatti (foto Unsplash).

Il maxi sequestro nell’azienda Pandabuy ad Hangzhou

Nel 2024 ad Hangzhou le autorità cinesi hanno fatto irruzione nella sede dell’azienda Pandabuy sequestrando una quantità di merce contraffatta sufficiente a riempire 20 stadi di calcio. Le fabbriche cinesi possono produrre dalle 20 mila alle 50 mila magliette fake al giorno. Quelle del Bangladesh arrivano a 10 mila (con costi all’ingrosso di 4 dollari al pezzo), ma alcune strutture si stanno specializzando nel replicare fedelmente i modelli ufficiali, con tanto di dettagli stampati con particolari presse a caldo.

Un danno per le squadre: 1,4 miliardi all’anno in mancati ricavi

Uno studio Euipo-Oecd del 2021 ha stimato il mercato totale dell’abbigliamento sportivo contraffatto, comprese dunque le maglie, in quasi 470 miliardi di dollari, il 2,3 per cento di tutto il commercio mondiale di merci falsificate. Il boom dell’e-commerce ha tra l’altro trasformato questo business da un problema regionale a un problema globale, creando un mercato senza confini alimentato da siti online, influencer e social network.

Per i club europei l’impatto è rilevante: l’Uefa ha stimato nel 2018 che la merce contraffatta nel settore calcistico costi alle squadre del continente 1,4 miliardi all’anno in mancati ricavi. Infine, a rendere il fenomeno ancora più complesso è l’assenza di qualsiasi controllo lungo la filiera dei kit tarocchi. Non esistono infatti garanzie sulle condizioni di produzione, sui materiali utilizzati o sugli standard qualitativi delle divise acquistate.

Esplosioni e fumo vicino all’aeroporto di Erbil sede di truppe Usa

13esima notte consecutiva di attacchi tra Usa e Iran. Diverse esplosioni sono state avvertite anche nei pressi dell’aeroporto di Erbil, che ospita le truppe della coalizione guidata dagli Stati Uniti nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, secondo quanto riferito da un giornalista dell’Afp. In dettaglio, sono stati avvistati dei droni sorvolare la città e del fumo salire nella zona dell’aeroporto. Da quando sono riprese le ostilità in Medio Oriente, i droni sono stati ripetutamente intercettati sopra Erbil, sede anche di un importante complesso consolare statunitense.

L’Iran minaccia ritorsioni a chi aiuta gli Usa

Intanto il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che qualsiasi Paese che partecipi, collabori o assista gli Stati Uniti sarà ritenuto responsabile da Teheran. «Qualsiasi partecipazione, cooperazione o assistenza nella commissione di un’aggressione contro l’Iran comporterà la responsabilità internazionale delle parti coinvolte», ha affermato, aggiungendo che l’Iran «si riserva il diritto di adottare tutte le misure necessarie nell’ambito della legittima autodifesa». Dal canto suo, il presidente Usa Donald Trump ha scritto su Truth che «d’ora in poi tutti i danni causati alle navi, al carico o a qualsiasi elemento ad essi correlato, saranno risarciti con i fondi iraniani che gli Stati Uniti detengono e controllano».

Ue, maxi multa da 890 milioni a Google: nel mirino Search e Play Store

La Commissione europea ha adottato due decisioni di non conformità nei confronti di Google nel quadro della legge sui mercati digitali (Dma), infliggendo due multe per un totale di 890 milioni di euro – 460 milioni per aver favorito i propri servizi nei risultati di Google Search e 430 milioni per aver imposto restrizioni agli sviluppatori di app su Google Play nell’indirizzare gli utenti verso canali di acquisto alternativi, spesso più economici. Mountain View ha 60 giorni di tempo per conformarsi alle decisioni dell’esecutivo Ue, altrimenti rischia sanzioni periodiche fino al 5 per cento del suo fatturato globale totale.

Cosa deve fare Google

Secondo la Commissione, Google ha violato il Dma dando maggiore visibilità ai propri servizi, tra cui shopping, hotel, trasporti e sport, rispetto a quelli dei concorrenti nei risultati dei motori di ricerca. Bruxelles contesta inoltre le restrizioni poste dalla società agli sviluppatori di app nel comunicare e promuovere liberamente le proprie offerte e nel concludere contratti con gli utenti attraverso i canali di distribuzione di loro scelta, inclusi gli app store di terze parti. Google è tenuta a porre fine alle inadempienze riscontrate. In particolare, dovrà garantire un trattamento equo e non discriminatorio ai servizi dei concorrenti rispetto ai propri nei risultati del motore di ricerca. Il colosso tech dovrà poi consentire agli sviluppatori di app che distribuiscono le proprie app tramite Google Play Store di promuovere offerte e concludere contratti con gli utenti anche al di fuori di Google Play Store.

Trovato morto a Parigi Siad, presunto reclutatore di Epstein

Daniel Siad, presunto reclutatore del pedofilo Jeffrey Epstein, è stato trovato morto nella sua casa vicino a Parigi. Lo ha annunciato la procura confermandolo a Le Parisien. L’uomo, 69 anni, di origine algerina ma con cittadinanza svedese e francese, era sospettato di reclutare giovani modelle per consegnarle al pedofilo americano. Cinque donne hanno sporto denuncia contro di lui. La morte è avvenuta lunedì 20 luglio 2026 a Colombes (Hauts-de-Seine), apparentemente per arresto cardiaco. La sua coinquilina, una donna di 28 anni, lo ha trovato privo di sensi in cucina e ha allertato i vicini.

Nyp: «Trump vuole Infantino segretario generale dell’Onu»

Donald Trump vorrebbe il presidente della Fifa Gianni Infantino come prossimo segretario dell’Onu. Lo riporta il New York Post citando alcune fonti, secondo le quali il tycoon ritiene che Infantino «sia rispettato da tutti nel mondo e ha un’abilità speciale di unire le persone». Il prossimo segretario generale delle Nazioni Unite sarà eletto quest’anno per sostituire Antonio Guterres, che lascerà alla fine di dicembre. In base alla prassi di assegnare il ruolo a rotazione su base geografica, questa volta toccherebbe all’America Latina o ai Caraibi, e ad una donna. Per ottenere la carica, Infantino dovrebbe ricevere l’appoggio dei 15 Paesi membri del Consiglio di sicurezza, in particolare dei cinque permanenti e con diritto di veto, ovvero Stati Uniti, Federazione Russa, Cina, Regno Unito e Francia, ed essere poi confermato dall’Assemblea generale. Tra i candidati in lizza figurano l’ex presidente cilena Michelle Bachelet e l’argentino Rafael Grossi, attuale direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a

Abdulfatah Mujahid Al-Qahali, 47 anni, ingegnere civile, è figlio del generale Mujahid Al-Qahali, storico leader nasserista yemenita e capo tribale della confederazione Bakil, la più grande dello Yemen: oltre 10 milioni di persone e una trentina di tribù nelle regioni attorno e a nord di Sana’a.

Le accuse emiratine e l’Odissea giudiziaria

Emigrato negli Emirati nel 2001, imprenditore affermato con una fabbrica di marmo e granito a Sharjah, nel 2016 accompagnò il padre in una missione di pace ad Abu Dhabi, davanti alla leadership emiratina: la proposta era un dialogo tra tutte le parti yemenite, ospitato e patrocinato dagli stessi Emirati, per fermare la guerra iniziata con l’intervento della coalizione saudita il 26 marzo 2015. «Ma quel discorso di pace non piacque», racconta oggi a Lettera43. Il padre ripartì per lo Yemen; pochi giorni dopo, il 9 agosto 2016, furono proprio le forze speciali emiratine a prelevare Abdulfatah. L’accusa era di aver «pensato e pianificato» di inviare diesel e carburante al porto di Hodeidah. Un commercio, va detto, perfettamente legale, soggetto ad autorizzazione della stessa marina saudita ed emiratina ma mai avvenuto. «Non avevo spedito nulla. Me lo dissero in tribunale: sei qui perché pensavi. E perché tuo padre non è con noi», ricorda.

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a
Abdulfatah Mujahid Al-Qahali (L43).

Quattro anni di detenzione prima ancora di vedere un giudice, poi una condanna a cinque anni che si sarebbe dovuta chiudere il 9 settembre 2021. La pena era scaduta ma le guardie gli ripetevano: «Non troviamo il passaporto», «non sappiamo se la causa è finita», «ti faremo uscire, adesso vediamo». Ne uscì solo a mezzanotte del 6 gennaio 2023, 16 mesi dopo la fine della pena. Ma non finì lì: per quasi altri tre anni gli Emirati lo trattennero sul loro territorio, senza sostegno economico, senza permesso di partire. La moglie e i figli, che all’inizio erano con lui negli Emirati – il figlio, con il visto scaduto, non poteva nemmeno andare a scuola – erano dovuti rientrare in Yemen: non li ha rivisti per più di nove anni. Solo il 2 novembre 2025 è atterrato a Sana’a, accolto dai festeggiamenti delle tribù di mezzo Yemen e, finalmente, dalla sua famiglia.

«Il blocco nasce dagli accordi che Riad non ha mai rispettato»

È da questa biografia che bisogna partire per capire il blocco navale contro l’Arabia Saudita annunciato nei giorni scorsi dagli houthi e quanto sia fuorviante la lettura che archivia ogni mossa di Sana’a come un ordine arrivato da Teheran, un capitolo della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele. Al-Qahali la smonta alla radice: «Questa guerra non è cominciata oggi e non c’entra nulla con la guerra irano-americana. È cominciata con l’attacco allo Yemen del 26 marzo 2015. E questo blocco nasce da una cosa sola: gli accordi che l’Arabia Saudita ha firmato e non ha mai rispettato».

Il conflitto con Riad ha una contabilità propria, fatta di impegni negoziati per anni sul canale dell’Oman – culminati nella roadmap mediata dall’Onu a fine 2023: stipendi pubblici pagati con i ricavi del petrolio, riapertura di aeroporto e porti, ripresa dell’export – e mai attuati.

«Dopo anni di negoziati in Oman, ci si era accordati: entro sei mesi la riapertura dell’aeroporto di Sana’a a tutte le compagnie e tutte le destinazioni», spiega. «Quell’aeroporto serve più di 20 milioni di persone ed è chiuso da undici anni. La gente non può uscire nemmeno per operarsi, gli studenti non possono partire. È rimasto tutto com’era».

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a
L’annuncio degli houthi (Ansa).

I numeri dell’assedio economico

E poi ci sono i numeri dell’assedio economico, che Al-Qahali elenca uno per uno. La Banca centrale trasferita da Sana’a ad Aden. I proventi dell’export di petrolio e gas – la spina dorsale del bilancio – bloccati: «Senza quei soldi non ci sono stipendi. La gente non riceve un salario da due, tre anni. Chiedetevi come compra il cibo».

Ogni cargo diretto in Yemen deve passare da Gibuti per le ispezioni: «Lo tengono fermo uno, due mesi. Un container costava 1000, 2 mila dollari; oggi arriva a 10 mila. E tutti questi costi ricadono sui più poveri». Intanto il cibo, spesso, marcisce in attesa. Non sorprende che l’Onu classifichi lo Yemen tra le più gravi crisi umanitarie del pianeta, con oltre 22 milioni di persone bisognose di assistenza e 18,3 milioni in insicurezza alimentare acuta (OCHA, piano 2026). Le condizioni per fermare tutto, dice, sono già scritte negli accordi disattesi: riapertura di aeroporti, porti e strade interne; il rilascio dei prigionieri di guerra – «più di 20 mila persone nelle carceri, in Yemen, in Arabia Saudita, negli Emirati» – e la restituzione dei fondi trattenuti.

«Se Riad torna a firmare, tutto riapre immediatamente». Il blocco, tiene a precisare, non tocca il traffico internazionale: «Bab el-Mandeb è aperto a tutti i Paesi. È chiuso solo per le navi da e per i porti sauditi. Non vogliamo problemi con il mondo: il nostro problema è con chi ci assedia».

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a
Lo stretto di Bab el-Mandeb.

Lo Yemen e quell’etichetta di proxy iraniano

Sull’etichetta di «proxy iraniano» che l’Occidente cuce addosso a Sana’a, Al-Qahali allarga le braccia: «Non tutti sono houthi. Nelle aree di Sana’a vivono più di 20 milioni di persone, e non tutte hanno a che fare con l’Iran. In Yemen ci sono tanti partiti e tante tribù. La gente qui vuole solo vivere: medicine, cibo, la possibilità di curarsi».

I numeri gli danno ragione: quasi tutti in Yemen appartengono a una tribù, e la sola Bakil, con i suoi oltre 10 milioni di membri, conta da sola più persone di quante il movimento houthi ne abbia mai inquadrate. È questo tessuto tribale e politico, ben più antico e più largo di quello guidato da Ansar Allah, a reggere la tenuta di Sana’a dopo 11 anni di conflitto. E alla domanda se lo Yemen andrà alla guerra contro sauditi ed emiratini, rovescia la prospettiva: «Chiedete prima chi ha cominciato. Non siamo andati noi ad attaccarli: sono entrati loro nel nostro Paese, senza alcun mandato delle Nazioni Unite e senza che nessun governo li avesse chiamati. Noi non vogliamo un’altra guerra. Se firmano, riaprono e lasciano lo Yemen, sarà un bene per loro e per noi: dobbiamo essere buoni vicini».

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Una protesta contro l’Arabia Saudita a Sana’a (Ansa).

L’Europa si ricorda dello Yemen «solo quando si ferma il petrolio»

C’è un messaggio, infine, per l’Italia e per l’Europa, «che dello Yemen si ricordano solo quando si ferma il petrolio»: «Con voi non abbiamo alcun problema: siete nostri amici, e Bab el-Mandeb per voi è aperto. Ma aiutateci: fate da partner, con le Nazioni Unite, con Londra e Washington. Se l’Europa si impegna, tutti vedranno qual è il vero problema dello Yemen e chi lo ha creato».

Parla già da uomo politico, Al-Qahali. E infatti l’annuncio arriva: lo farà con il partito di suo padre, il Tanzim al-Tashih, raccogliendone l’eredità nasserista. Il progetto è quello che descrive con le parole semplici di chi ha visto il fondo: «Un futuro migliore per la nostra gente, istruzione, buone condizioni per tutti, buone relazioni con il mondo. L’Europa è la nostra migliore amica, da sempre». Da quando c’erano i romani… Sorride: «Da allora».

Il bando del governo Usa per finanziare gruppi europei filo-MAGA

Il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato online bandi per sovvenzioni da 1 a 3 milioni di dollari per progetto destinati a think tank, organizzazioni non governative e istituti di educazione europei che promuovono i valori conservatori cari all’Amministrazione Trump: dalla difesa della sovranità nazionale alla lotta contro la censura online, fino al contrasto all’immigrazione. Il denaro verrà distribuito a due o tre beneficiari: in tutto, il Dipartimento di Stato è pronto a stanziare 5 milioni a favore dei gruppi europei allineati con il movimento MAGA.

Il dito puntato contro gli Stati e le istituzioni sovranazionali

Nel bando si legge che i governi e le istituzioni sovranazionali europee si stanno usando leggi contro l’incitamento all’odio e norme sui contenuti online per sopprimere la libertà di parola e la partecipazione politica dei cittadini. I fondi messi a disposizione da Washington per i gruppi che strizzano l’occhio all’agenda “America First” si inseriscono in un più ampio sforzo da parte dei funzionari a stelle e strisce di contestare le politiche europee in materia di libertà di espressione online e sovranità nazionale. Secondo il Financial Times, che cita alcune fonti, le sovvenzioni del Dipartimento di Stato per diffondere i “valori americani” rientrano nelle celebrazioni per il 250esimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America.

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile

Partiamo da dove siamo rimasti, cioè dal distributore sotto casa. Benzina a 1,88 euro al litro e in salita da nove giorni, perché il 3 luglio il governo ha lasciato scadere il taglio delle accise senza dire una parola. Tempismo perfetto: proprio mentre il Brent sfondava gli 85 dollari, più 10 per cento in una settimana, sull’ennesima fiammata dello Stretto di Hormuz. Da quel braccio di mare, prima della guerra, passava un quinto del petrolio mondiale. Oggi il traffico si è quasi fermato: sei transiti in 12 ore, contro i 18-22 al giorno di inizio mese. E Teheran punta i piedi: lo stretto resterà chiuso fino a che non cesseranno le aggressioni degli Usa.

L’ultima trovata di Trump e l’imbarazzo di Rubio

Ed è qui che lunedì Donald Trump ha piazzato la sua ultima trovata con tradizionale retromarcia. Su Truth Social si è autoproclamato, maiuscole sue, «GUARDIANO DELLO STRETTO DI HORMUZ», annunciando il ritorno del blocco navale contro l’Iran. E siccome ogni guardiano che si rispetti presenta la parcella, eccola: il 20 per cento del valore di ogni carico in transito, «per una questione di EQUITÀ». Venti giorni fa il suo segretario di Stato, Marco Rubio, spiegava che «a nessun Paese è permesso far pagare pedaggi o commissioni su una rotta internazionale, lo dice il diritto internazionale». Lo diceva contro Teheran. Il suo presidente ha tentato di fare esattamente ciò che Rubio bollava come illegale, e Lula, da San Paolo, gli ha ricordato il nome tecnico dell’operazione: «Questo una volta si chiamava pirateria».

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile
Marco Rubio (Imagoeconomica).

Un precedente rischioso

A Teheran, ovviamente, hanno brindato. Il ministro degli Esteri Araghchi ha risposto su X con un sarcasmo che vale un trattato: «Il presidente degli Stati Uniti ha assolutamente ragione. Chiunque fornisca un passaggio sicuro alle navi dev’essere compensato. L’Iran è sempre stato il guardiano dello stretto e lo resterà per sempre. Il 20 per cento è ovviamente troppo: noi saremo corretti». Tradotto: Washington ha appena legittimato la tesi iraniana del pedaggio.

L’Organizzazione marittima internazionale ha ribadito che «non esiste alcuna base legale per pedaggi obbligatori in uno stretto internazionale», ma il precedente rischiava di essere fissato e valere per chiunque controlli un collo di bottiglia: la Russia nell’Artico, la Cina intorno a Taiwan, la Turchia sul Bosforo.

Colpo di TACO: niente pedaggio ma accordi con il Golfo

La retromarcia, puntuale, è arrivata 25 ore dopo, poco prima dell’entrata in vigore della tassa: niente più pedaggio, ha annunciato Trump, ma «accordi commerciali e di investimento» che i Paesi del Golfo faranno negli Stati Uniti. «Enormi», naturalmente. Quali, non è dato sapere. Anche perché Emirati, Arabia Saudita e Qatar avevano già promesso a Washington, prima della guerra, qualcosa come 3.600 miliardi di dollari di investimenti. Karen Young, della Columbia University, l’ha definita «più sceneggiata che strategia, un modo per salvare la faccia». Resta il concetto, che è identico: chi protegge incassa. Prima in contanti, ora in natura. E il blocco navale sui traffici iraniani, quello, parte lo stesso.

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile
Donald Trump e Mohammed bin Zayed (Ansa).

I conti dell’armatore

Ma lasciamo per un attumo la geopolitica per fare i conti come li fa chi una nave la deve far passare davvero. Chi spedisce merce via mare assicura il carico al 110 per cento del valore, per coprire anche le perdite conseguenti. Prima della guerra il premio war-risk per Hormuz era una frazione di punto percentuale; oggi viaggia tra il 2 e il 6 per cento del valore della nave, con il 5 che sta diventando la nuova normalità. Già così è uno shock. Il pedaggio di Trump, però, giocava in un altro campionato: il 20 per cento del valore del carico supera il margine commerciale di quasi qualunque merce. Non è un costo che si assicura o si spalma sul nolo: è la chiusura commerciale della rotta travestita da tariffa. Ecco perché è morto in 25 ore: non c’era armatore al mondo disposto a pagarlo. E in cambio di quale protezione, poi? Il collaudo c’è già stato ed è finito malissimo. Lunedì due petroliere degli Emirati, la al-Bahiya e la Mombasa, hanno attraversato lo stretto scortate dalle navi da guerra americane. I missili dei Pasdaran le hanno colpite lo stesso, in acque omanite: un marittimo indiano morto, otto feriti, incendi a bordo. Un servizio di sicurezza che costa il 20 per cento e non ferma nemmeno un missile: neanche le organizzazioni a cui questo schema somiglia osano tanto. Le compagnie di navigazione, che non leggono i tweet ma le polizze, avevano già deciso: si sta alla larga.

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile
Petroliera nello stretto di Hormuz (Ansa).

Il nodo energetico e le ricadute economiche

Dal mare alle nostre tasche il passo è breve. I noli container sono esplosi: più 75 per cento dalla Cina alla costa Est americana, più 51 verso il Nord Europa, più 45 verso il Mediterraneo. Per un Paese come l’Italia, che importa materie prime e riesporta manufatti, la logistica morde due volte, all’andata e al ritorno. E il gas non aiuta: il Ttf resta sopra i livelli di febbraio per il quarto mese consecutivo, il che significa bollette che non scendono proprio mentre i consumi delle famiglie si stanno già restringendo. Il capo economista della Bce, Philip Lane, ha già avvertito che i rincari energetici non si sono ancora scaricati del tutto su alimentari e servizi. Figuriamoci quelli nuovi. La Banca d’Italia lo ha scritto nero su bianco: se l’energia continua a salire, crescita zero nel 2026 e recessione nel 2027. Mentre il dibattito pubblico italiano si avvita sulla riforma della legge elettorale e sull’emergenza sicurezza, l’emergenza vera viaggia su una petroliera che non parte: bollette, carrello, cassa integrazione. Il verdetto arriva il 10 agosto, con il dato Istat sulla produzione di giugno. Sotto l’ombrellone, come da tradizione. Quando la chiameranno «crisi imprevedibile», ricordatevi che era stata scritta in questi giorni.