Summit ASEAN di Kazan: perché il Sud-Est asiatico torna da Putin

Il Sud-Est asiatico vola in massa in Russia, mettendo da parte la guerra in Ucraina che aveva causato non poche tensioni nelle relazioni tra la regione e il Cremlino. Mercoledì e giovedì si svolge infatti a Kazan il summit Russia-ASEAN. Formalmente, l’evento serve a celebrare i 35 anni delle relazioni tra Mosca e l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico. Politicamente, però, è un segnale rilevante di una Russia che riannoda i fili con una regione chiave per gli equilibri strategici globali.

Non a caso, Vladimir Putin aveva scelto Kazan anche per ospitare il summit dei BRICS del 2024.

Summit ASEAN di Kazan: perché il Sud-Est asiatico torna da Putin
Il summit ASEAN nelle Filippine (Ansa).

La presidenza filippina amplifica la portata del summit

L’evento sarà co-presieduto da Putin e da Ferdinand Marcos Junior, il presidente delle Filippine, Paese che per il 2026 ha anche la presidenza di turno dell’ASEAN. Un dettaglio che amplifica la portata del summit, visto che Manila è un alleato formale degli Stati Uniti e si era molto allontanata da Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina. Non solo. Negli anni scorsi, Marcos ha rafforzato l’accesso militare americano alle basi filippine e mantiene una linea durissima contro la Cina nel Mar Cinese Meridionale. Eppure Marcos va a Kazan, incontra Putin e discute di sicurezza alimentare, sicurezza energetica e possibili forme di cooperazione nucleare. Questo non significa che Manila stia cambiando campo. Significa piuttosto che le Filippine vogliono dimostrare due cose: la presidenza ASEAN dialoga con tutti i partner, inclusa la Russia, e la politica estera filippina resta formalmente indipendente anche dentro una cornice di alleanza con Washington.

Summit ASEAN di Kazan: perché il Sud-Est asiatico torna da Putin
Il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr (Ansa).

Singapore presente nonostante il gelo con Mosca

Molto significativa anche l’annunciata presenza del primo ministro di Singapore, Lawrence Wong. Prima visita di un leader della città-Stato in Russia dall’inizio della guerra in Ucraina. Nonché il primo contatto politico di questo livello dopo il drastico deterioramento delle relazioni bilaterali nel 2022.

Secondo i media di Singapore, l’annunciata presenza di Wong non sarebbe il segnale di una normalizzazione delle relazioni né un cambiamento della posizione sull’Ucraina, ma evidenzierebbe la volontà della città-Stato di preservare l’unità e la centralità dell’ASEAN, evitando che il dialogo con la Russia venga monopolizzato dai membri più vicini a Mosca, come Vietnam o Laos. Allo stesso tempo, per Mosca la partecipazione di Singapore è importante anche al di là di eventuali bilaterali o accordi, perché potrebbe essere presentata come una dimostrazione del fatto che nemmeno i Paesi che hanno imposto sanzioni intendono interrompere completamente il dialogo.

Summit ASEAN di Kazan: perché il Sud-Est asiatico torna da Putin
Il primo ministro di Singapore, Lawrence Wong (Ansa).

Putin può ritagliarsi il ruolo di mediatore tra Cambogia e Thailandia

Annunciata anche la presenza di Prabowo Subianto, presidente dell‘Indonesia. L’ex generale del dittatore Suharto è un habitué dei viaggi in Russia, dove si è già recato nei mesi scorsi. Giacarta è d’altronde uno degli interlocutori più interessanti per Mosca: grande economia, membro dei BRICS, Paese non allineato e potenziale partner in energia, grano, difesa e nucleare civile. Cambogia e Thailandia, coinvolte l’anno scorso in violenti scontri lungo il confine conteso, saranno rappresentate dai rispettivi capi di governo, vale a dire i premier Hun Manet e Anutin Charnvirakul. Non sono esclusi scambi tra Phnom Penh e Bangkok, con Putin che potrebbe provare a ritagliarsi il ruolo di facilitatore del dialogo tra i due contendenti.

Summit ASEAN di Kazan: perché il Sud-Est asiatico torna da Putin
Il presidente indonesiano Prabowo Subianto (Ansa).

La diplomazia del bambù vietnamita

Il Vietnam sarà rappresentato dal primo ministro Le Minh Hung. Per Hanoi, il vertice è quasi naturale, visto che è storicamente il partner più solido di Mosca nel Sud-Est asiatico, soprattutto su difesa ed energia.

La normalizzazione del governo birmano

Non dovrebbe esserci nemmeno Min Aung Hlaing, generale golpista da poco nominato presidente “civile” del Myanmar dopo che si sono svolte elezioni senza opposizione. Mosca resta uno dei partner più importanti della giunta, soprattutto in campo militare ed energetico, ma l’ASEAN non vuole che il vertice di Kazan diventi una riabilitazione piena del regime birmano. Sin qui, il blocco ha limitato o escluso la presenza dei vertici militari birmani agli incontri regionali dopo il golpe del 2021. La tendenza è comunque quella di una normalizzazione del governo di Min Aung Hlaing, tanto che l’ex capo dell’esercito (dimessosi formalmente per ottenere la presidenza del Paese) è stato in visita sia in India che in Cina nel giro di poche settimane.

Summit ASEAN di Kazan: perché il Sud-Est asiatico torna da Putin
L’ex capo della giunta militare e presidente birmano Min Aung Hlaing (Ansa).

Gli obiettivi politici ed economici del Cremlino

Gli obiettivi della Russia sono sostanzialmente due. Il primo è politico: Mosca vuole dimostrare di non essere isolata e rafforzare la retorica dell’ordine multipolare. Putin presenterà l’ASEAN come esempio di regionalismo non occidentale, fondato su consenso, non interferenza e rispetto della sovranità. Il secondo è economico: vendere energia, fertilizzanti, cereali, tecnologia nucleare civile e servizi logistici. Il Sud-Est asiatico è importatore netto di energia in molti suoi mercati, ha bisogno di fertilizzanti per sostenere la produzione agricola, cerca fornitori alternativi e non vuole dipendere eccessivamente da rotte vulnerabili o da un solo partner.

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Vladimir Putin (Ansa).

Il Sud-Est asiatico vuole mantenere margine di manovra

Dal lato ASEAN, l’obiettivo è invece quello di preservare spazio di manovra. I Paesi del Sud-Est asiatico vogliono continuare a parlare con Mosca senza essere percepiti come filo-russi. Vogliono benefici materiali senza pagare costi diplomatici eccessivi. Vogliono energia, fertilizzanti, turismo, studenti, tecnologia e forse investimenti, ma senza “importare” la polarizzazione della guerra in Ucraina. Per questo, i documenti finali dovrebbero concentrarsi su cooperazione pratica, non su dichiarazioni politiche. Il loro linguaggio sarà probabilmente prudente: sicurezza alimentare, energia, scienza e tecnologia, commercio, investimenti, turismo, educazione, cultura, scambi people-to-people, forse cybersecurity, città intelligenti e connettività.

Emirati, i presunti miliardi all’Iran e il prezzo della ‘pace’

C’era una volta un emirato dalla pelle spessa e dalla carne amara. Lo ripetevano con quel sorriso da brochure di lusso, mentre i droni iraniani solcavano il Golfo: noi no, noi siamo duri, mordeteci pure, vi resta l’amaro in bocca. Bel claim. Funzionava benissimo, finché qualcuno non si è messo a contare i missili. Perché i conti, alla fine, non tornavano.

I dubbi circa lo stop degli attacchi iraniani sugli Emirati

Nell’ultimo mese l’Iran ha rovesciato missili e droni su Kuwait e Bahrain con la metodicità di chi timbra il cartellino. E sugli Emirati? Silenzio. L’ultimo colpo diretto è del 4 maggio, il porto di Fujairah, e da allora nulla. Strano, per il bersaglio che a inizio guerra era stato preso a sassate più di chiunque altro. Strano che la furia di Teheran, così democratica nel distribuire spavento ai vicini, avesse improvvisamente sviluppato un occhio di riguardo proprio per i feroci leoni del deserto. Il mistero è durato esattamente fino al 12 giugno, quando Reuters ha messo nero su bianco la spiegazione più antica del mondo. Gli Emirati avrebbero accettato di sbloccare miliardi di dollari per l’Iran. Quattro le fonti citate. Una «tactical shift», la chiamano i diplomatici con quel pudore lessicale che serve a non dire la parola giusta. La parola giusta sarebbe pizzo. Dieci miliardi secondo due fonti, oltre tre già consegnati; 20 secondo altre due, in cambio dello stop agli attacchi contro Abu Dhabi. La pelle spessa, scopriamo, regge benissimo ai droni. Molto meno al bonifico.

Emirati, i presunti miliardi all’Iran e il prezzo della ‘pace’
Il porto di Fujairah (Ansa).

L’ipotesi dello sblocco dei fondi congelati e la smentita di Abu Dhabi

Reuters dice di non essere riuscita a stabilire da dove vengano questi soldi: se siano emiratini, se arrivino da conti iraniani congelati da tempo dentro il sistema bancario degli Emirati, o se piovano da altrove. Prendiamo l’ipotesi numero due, la più maliziosa e la più probabile. Significa che Mohammed bin Zayed Al Nahyan, il grande stratega del Golfo, l’uomo che gioca a scacchi mentre gli altri giocano a dama, si sarebbe comprato l’immunità restituendo a Teheran soldi che erano già di Teheran. Tenuti in cassaforte, e ora ridati al mittente con tanto di inchino. Non un riscatto: una restituzione mascherata da generosità. Chapeau, davvero. Naturalmente è arrivata la smentita. Sabato mattina, categorica, indignata. Nessun fondo iraniano rilasciato, nessun trasferimento, falso tutto. A completare il quadretto, un funzionario emiratino ha offerto la versione poetica: la nostra politica estera è guidata dalla de-escalation, dalla riduzione delle tensioni, dalla pace duratura. Tradotto dal diplomatichese: paghiamo. Ma paghiamo bene, con musica di sottofondo e una citazione sulla stabilità regionale. Perché un conto è cedere al ricatto, un altro è cedere al ricatto facendo finta di essere Gandhi.

Emirati, i presunti miliardi all’Iran e il prezzo della ‘pace’
Mohammed bin Zayed (Imagoeconomica).

Così è finita la favola dell’emirato indomito

Il punto non è la viltà o presunta tale. Perché comprarsi la pace sarebbe perfino saggio quando l’alternativa è vedersi spegnere le raffinerie. Se fosse confermata la notizia, il punto semmai è la sceneggiata che l’ha preceduta. Mesi a vendere la favola dell’emirato indomito, del partner affidabile, dello scoglio su cui si infrange l’onda persiana, mentre nello stesso identico arco di tempo si apriva un canale dorato per convincere quell’onda a infrangersi cortesemente altrove. Su Kuwait e Bahrain, per esempio, che non avevano evidentemente la liquidità giusta per negoziare la propria tranquillità. Due Stati che pagano il conto di chi se l’è cavato pagando. Ed è questa la firma del personaggio, se è davvero come sembra. Lo stratega che ammirano in mezzo mondo, l’uomo dei dossier e delle visioni a 30 anni, alla resa dei conti fa una sola mossa: tira fuori il libretto degli assegni. Avrebbe tradito i vicini lasciandoli sotto tiro per affidarsi all’unico linguaggio che ha mai parlato davvero, quello del denaro. Possibilmente non suo. È una lungimiranza tutta particolare: quella di chi vede lontano solo fin dove arriva il bonifico.

La mossa di MBZ potrebbe aver oliato la diplomazia trumpiana

Il contesto, perché nessuno pensi a una bizzarria isolata, è la fase finale del memorandum tra Washington e Teheran. La firma è prevista per il 19 giugno a Ginevra, sul tavolo ci sono l’estensione della tregua e la riapertura di Hormuz. Dentro questa cornice, la mossa emiratina, vera o ancora in negoziato, è il lubrificante finanziario che avrebbe permesso alla diplomazia di Trump di incontrare le pretese di sicurezza iraniane senza che i due ego in gioco abbiano dovuto cedere nulla in pubblico. Qualcuno doveva mettere i soldi sul tavolo perché la pace fosse “merito” di tutti. Indovinate chi si è offerto, con quale entusiasmo, e con quali soldi.

Emirati, i presunti miliardi all’Iran e il prezzo della ‘pace’
Donald Trump con Mohamed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).

Resta una cautela. Le fonti potrebbero aver fotografato una trattativa e non un fatto compiuto; la smentita, per quanto goffa, andrà battuta su una conferma indipendente della prima tranche prima di chiudere il cerchio. Ma il movente c’è, l’occasione c’è, e soprattutto c’è quel buco di un mese nel calendario degli attacchi che nessun comunicato sulla pelle spessa riuscirà mai a riempire. Per ora accontentiamoci della lezione, che è vecchia quanto il Golfo. Il coraggio si grida, la paura si tace, e la differenza tra i due la versa una banca. Gli Emirati l’hanno capito prima di tutti, come sempre. Solo che stavolta, forse, l’hanno pagata con i contanti di chi li stava bombardando. Pelle spessa, sì. Ma il portafoglio, quello, l’hanno aperto subito.

Abu Mazen annuncia elezioni presidenziali palestinesi nel 2027

Il presidente dell’Anp, l’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen ha annunciato che le elezioni presidenziali palestinesi si terranno nel 2027. L’ha scritto l’agenzia ufficiale Wafa da Ramallah. Nel decreto presidenziale non è stata indicata una data precisa per la consultazione, ma solo l’anno. Le elezioni per il Consiglio nazionale palestinese, il parlamento dell’Olp, si terranno invece nel novembre di quest’anno.

Azienda israeliana accusata di interferenze elettorali in Scozia, Francia, Africa e a New York

L’agenzia francese per la sicurezza informatica Viginum ha accusato la società tecnologica israeliana BlackCore, con sede a Tel Aviv e specializzata in cybersecurity, di aver interferito in tornate elettorali che si sono tenute in Francia, ma anche in Scozia, a New York e persino in Angola e Togo. BlackCore, in particolare, avrebbe perso di mira alcuni candidati ideologicamente vicini alla causa palestinese, come Zohran Mamdani poi eletto sindaco della Grande Mela.

Azienda israeliana accusata di interferenze elettorali in Scozia, Francia, Africa e a New York
Zohran Mamdani (Ansa).

Le inteferenze elettorali di BlackCore

In Francia l’azienda israeliana è stata accusata di aver messo in piedi diffamatoria online contro tre candidati di La France Insoumise, notoriamente pro-Pal. Nel tentativo di deviare le elezioni, BlackCore avrebbe diffuso dati sensibili dei candidati, oltre a pubblicare false accuse di aggressione sessuale. In Scozia, tramite vari account social, ci sarebbero state interferenze volte a danneggiare il primo ministro John Swinney – che a più riprese ha criticato Benjamin Netanyahu -, il Partito Nazionale Scozzese e il governo di Edimburgo. Come detto, a New York le operazioni di BlackCore si sarebbero concentrate contro Mamdani, che poi è diventato il primo sindaco musulmano della città. I dettagli delle presunte operazioni di BlackCore in Africa non sono ancora stati diffusi.

Azienda israeliana accusata di interferenze elettorali in Scozia, Francia, Africa e a New York
John Swinney (Ansa).

Non è ancora chiaro chi ci sia dietro BlackCore

Reuters, che in passato si era già occupata di BlackCore, spiega che la società ha cancellato il sito web dopo essere stata contattata dai giornalisti dell’agenzia e che non ha risposto alle richieste di commento. Il capo di Viginum, Marc-Antoine Brillant, ha dichiarato che non è ancora chiaro chi abbia incaricato BlackCore di interferire in Francia e in altri Paesi. L’ambasciata israeliana a Parigi, da parte sua, ha affermato di attendere i dettagli dell’inchiesta transalpina prima di avviare una propria indagine.

Il piano Usa per il disimpegno dalla Nato in Europa

Gli Stati Uniti stanno pianificando un netto taglio del numero di caccia e navi militari a disposizione delle operazioni Nato in Europa. Lo scrive il New York Times, spiegando che tale intenzione è stata comunicata agli alleati all’inizio di giugno. La sforbiciata da parte del Pentagono prevederebbe la riduzione da 150 a 100 degli F-16 e degli F-15E in territorio europeo. Verrebbero inoltre ridotti da 26 a 15 degli aerei da ricognizione. In più ci sarebbe il ritiro di tutti e otto gli aerei cisterna e il ricollocamento di un sottomarino lanciamissili, di una portaerei e di «diverse navi da guerra», spiega il Nyt citando due alti funzionari europei.

La Nato è già al lavoro per compensare le riduzioni Usa

La Nato «è già al lavoro» per compensare il taglio delle capacità Usa al suo modello forze, ovvero il «quadro generale per la messa a disposizione delle forze nazionali all’Alleanza». Lo ha detto all’Ansa una fonte diplomatica, spiegando che un piano completo «non è ancora pronto»: questo perché Washington ha comunicato da poco l’entità delle riduzioni. Rimpiazzare i caccia allocati all’Europa non viene definito «problematico», mentre per altre capacità la compensazione si potrebbe rivelare più difficoltosa.

Trump: «L’intesa fatta trapelare dall’Iran non ha nulla a che vedere con l’accordo»

«Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media sono delle fake news che non hanno nulla a che fare con i termini concordati per iscritto. Ciò che hanno dichiarato — inclusa la loro debole e patetica affermazione sull’esistenza di un accordo — non ha alcun riscontro nella realtà». Lo ha scritto Donald Trump sul suo social Truth, dopo che nelle ultime ore erano trapelate notizie sulla possibile firma di un memorandum nel fine settimana. «Sono persone estremamente sleali con cui trattare. Con loro, la buona fede è un concetto inesistente». E ancora: «L’attacco con droni della scorsa notte contro navi indiane in uscita dallo Stretto di Hormuz — attacco che è stato completamente respinto — è assolutamente inaccettabile. L’Iran farebbe meglio a rimettersi in riga, e in fretta».

Macron-Meloni, primo bilaterale il 25 giugno ad Antibes

L’Eliseo ha annunciato data e luogo di quello che sarà il primo bilaterale tra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni, oltre che il primo tra Francia e Italia dopo quello di Napoli di febbraio 2020. Il vertice intergovernativo si terrà il 25 giugno ad Antibes, in Costa Azzurra. Il summit, spiega Parigi, «permetterà di approfondire la cooperazione franco-italiana in molti settori strategici, in particolare la difesa, lo spazio, l’energia e le infrastrutture». Si tratterà, peraltro, del primo incontro di questo formato dall’entrata in vigore del Trattato del Quirinale, firmato nel 2021. Il vertice riunirà nove ministri per ciascun Paese e comprenderà anche un forum economico a Le Cannet, nonché sessioni ministeriali, tra cui una visita – a Cannes – alla sede dell’azienda franco-italiana Thales Alenia Space.

Macron-Meloni, primo bilaterale il 25 giugno ad Antibes
Giorgia Meloni e Emmanuel Macron (Imagoeconomica).

SpaceX di Elon Musk debutta a Wall Street

Venerdì 12 giugno 2026 SpaceX, il colosso spaziale di Elon Musk, debutta al Nasdaq con un’offerta pubblica iniziale (Ipo) da record, che punta a raccogliere circa 75 miliardi di dollari. Una giornata storica non soltanto per l’imprenditore, ma anche per 4.400 dipendenti dell’azienda – tra ex e attuali – che si apprestano a incassare il valore delle loro quote azionarie. SpaceX ha comunicato, in un documento depositato presso l’autorità di regolamentazione dei mercati statunitensi, di voler collocare 555,6 milioni di azioni a 135 dollari ciascuna, dato che conferisce alla società una capitalizzazione di mercato di circa 1.770 miliardi di dollari. Lo sbarco in borsa supera il precedente record di Ipo stabilito da Saudi Aramco, che aveva raccolto oltre 29 miliardi di dollari nel 2019. Le azioni inizieranno a essere negoziate alle 15.30 per gli investitori istituzionali, mentre il mercato retail potrà accedere ai titoli dopo qualche ora. Questa valutazione renderebbe Musk la prima persona con un patrimonio netto superiore a 1.000 miliardi di dollari, in base al valore delle sue partecipazioni in SpaceX e in Tesla.

Kyiv colpisce in Tatarstan, a 1.600 chilometri dal confine russo-ucraino

L’Ucraina ha condotto un attacco aereo con droni nella città industriale di Nizhnekamsk, che si trova nella Repubblica del Tatarstan, a ben 1.600 chilometri dal confine con la Russia. Il sindaco Radmir Beliaev ha segnalato su Telegram che un drone si è schiantato contro un edificio residenziale: l’attacco ha causato il ferimento di quattro persone.

Kyiv colpisce in Tatarstan, a 1.600 chilometri dal confine russo-ucraino
L’ubicazione della città industriale russa di Nizhnekamsk, che si trova nel Tatarstan.

Un altro velivolo a pilotaggio remoto, soprattutto, ha colpito la raffineria di petrolio Nizhnekamskneftekhim (parte della holding Sibur). Per motivi di sicurezza, sono stati annullati tutti gli eventi pubblici in programma per oggi: il 12 giugno ricorre la Festa della Russia.

Il Ministero della Difesa di Mosca ha riferito che nella notte del 12 giugno sono stati abbattuti 231 droni ucraini in 15 regioni della Federazione Russa, nella Crimea annessa e nel Mar d’Azov.

Corea del Sud, nuova condanna a 30 anni per l’ex presidente Yoon

L’ex presidente della Corea del Sud, Yoon Suk-yeol, è stato condannato a 30 anni di carcere per alto tradimento e abuso di potere, per aver mandato alcuni droni in Corea del Nord nel 2024. Secondo la procura, l’uomo aveva ordinato l’invio dei droni per provocare di proposito una reazione di Pyongyang e aumentare le tensioni tra i due Paesi, così da avere un pretesto per imporre la legge marziale e accentrare i poteri su di sé. Yoon si trova già in carcere dove sta scontando una condanna all’ergastolo per abuso della propria autorità e insurrezione. Il 3 dicembre del 2024 infatti aveva annunciato l’imposizione della legge marziale, creando un grande caos nel Paese. L’emergenza durò solo sei ore, perché il parlamento votò per annullare la sua decisione. Poi lui venne destituito e arrestato. Due mesi prima, a ottobre, aveva fatto volare alcuni droni sopra la capitale nordcoreana per lanciare alcuni volantini di propaganda. Secondo la procura, ciò aveva messo a rischio la sicurezza nazionale, aumentato le tensioni con la Corea del Nord e permesso al regime di Kim Jong-Un di ottenere informazioni riservate sulle capacità tecnologiche della Corea del Sud, impossessandosi di alcuni droni che erano stati abbattuti.

Yoon nega le accuse

Yoon e i suoi avvocati hanno negato le accuse. Hanno confermato l’invio dei droni, spiegando che però non aveva nulla a che fare con l’imposizione della legge marziale. Era infatti una risposta all’invio di palloni aerostatici carichi di spazzatura ed escrementi da parte della Corea del Nord verso quella del Sud. Gli avvocati hanno anche sostenuto che non fu Yoon a ordinare l’operazione, e che non la approvò mai.

Chi è Dan Jarvis, nuovo ministro della Difesa del Regno Unito

Dan Jarvis è stato nominato nuovo ministro della Difesa britannico dopo le dimissioni di John Healey, veterano del Labour e grande alleato del premier Keir Starmer, che ha lasciato in aperta polemica col premier (sempre più sulla graticola) e la titolare del Tesoro Rachel Reeves.

Chi è Jarvis, nuovo ministro della Difesa britannico

Anche Jarvis, 53 anni, è considerato un fedelissimo di Starmer. Deputato dal 2011 ed ex sindaco del South Yorkshire, dal 2024 ricopriva fino a oggi la carica di sottosegretario alla Sicurezza nazionale. Prima di intraprendere la carriera politica ha servito come ufficiale del Reggimento Paracadutisti britannico, partecipando a missioni in Afghanistan, Iraq, Kosovo e Sierra Leone.

Le rassicurazioni di Starmer sul budget per la difesa

«Il mio primo dovere è mantenere al sicuro il popolo britannico», ha detto Starmer annunciando la nomina di Jarvis. Il primo ministro ha inoltre sostenuto che il governo laburista sta realizzando «il più grande aumento sostenuto della spesa per la difesa dalla Guerra Fredda», aggiungendo che le forze armate riceveranno le capacità necessarie per difendere il Paese. Healey ha lasciato dopo aver chiesto – invano – di portare la spesa militare al 3 per cento del Pil entro il 2030, ma il governo ha fissato come obiettivo il 2,68 per cento. Nella lettera di dimissioni l’ex ministro ha Reeves, ostinata nel non voler aumentare il budget per la difesa, e Starmer per non aver avuto la forza di contraddirla.

Trump nomina Jay Clayton direttore dell’Intelligence nazionale

Il presidente Usa Donald Trump ha manifestato l’intenzione di nominare direttore dell’Intelligence nazionale Jay Clayton, procuratore federale del distretto meridionale di New York ed ex presidente della Sec, la Securities and exchange commission. L’annuncio è arrivato sul suo social Truth dopo che il Congresso gli aveva chiesto di designare un sostituto permanente di Tulsi Gabbard, dimessasi il mese scorso. «Pochissime persone nel mondo del diritto godono di un rispetto pari a quello di Jay», ha scritto il tycoon. «Esorto il Senato degli Stati Uniti a confermarlo il prima possibile».

Cosa sappiamo sull’accordo tra Stati Uniti e Iran

Dopo aver minacciato nuovi violenti raid sull’Iran, Donald Trump nella serata dell’11 giugno ha annunciato – durante un comizio telefonico a sostegno di Burt Jones come governatore della Georgia – il raggiungimento dell’intesa con Teheran. E questa sembra davvero la volta buona. Ecco cosa sappiamo sull’accordo tra Usa e Iran.

Cosa prevede l’intesa annunciata da Trump

«L’Iran ha concordato di non dotarsi mai di armi nucleari, cosa su cui abbiamo insistito. Questo era l’obiettivo principale. Rappresentava il 95 per cento della questione», ha spiegato Trump: «Abbiamo ottenuto tutto quello che volevamo». Subito dopo la firma dell’intesa «riaprirà lo stretto di Hormuz», dove nel frattempo «resta pienamente in vigore» il blocco navale statunitense dei porti iraniani. Secondo un diplomatico di uno dei Paesi mediatori, citato da Axios, il testo del memorandum Usa-Iran prevede il libero passaggio nel canale marittimo senza pedaggi e «un alleggerimento delle sanzioni» nei confronti della Repubblica Islamica. Inoltre verrà stabilito «un prolungamento per 60 giorni del cessate il fuoco» tra i due Paesi in conflitto, «valido anche in Libano».

Cosa sappiamo sull’accordo tra Stati Uniti e Iran
Donald Trump (Imagoeconomica).

La firma potrebbe arrivare nel weekend a Ginevra

Trump ha dichiarato che la firma arriverà molto presto, «forse nel fine settimana in Europa». Non sarà il tycoon a siglare l’accordo per gli Stati Uniti: lo farà, ha spiegato, il suo vice JD Vance. Axios scrive che la cerimonia di firma potrebbe avvenire a Ginevra: ieri quattro aerei C-17 statunitensi sono decollati per l’Europa, trasportando «materiale per un possibile viaggio» di Vance in Svizzera.

Teheran: «Il testo è quello proposto da noi»

Dopo una prima smentita, il regime di Teheran ha fatto sapere che l’intesa è quasi pronta ma non è stata ancora finalizzata, precisando in ogni caso che il testo è quello proposto dai Guardiani della rivoluzione. Due fonti a conoscenza della situazione, citate ancora da Axios, hanno affermato che l’intesa è stata approvata «ad alti livelli». della leadership iraniana, anche se mancherebbe ancora il via libera da parte della guida suprema Mojtaba Khamenei.

Cosa sappiamo sull’accordo tra Stati Uniti e Iran
Benjamin Netanyahu (Imagoeconomica).

Netanyahu non sarebbe stato avvertito da Trump

Parlando dallo Studio Ovale, Trump ha detto di aver parlato «con Benjamin Netanyahu e gli altri leader» dell’intesa raggiunta con l’Iran. Axios scrive che il premier israeliano, che non era stato informato in anticipo, è stato colto di sorpresa dall’annuncio del presidente Usa su un imminente accordo con l’Iran.

Trump annuncia nuovi attacchi all’Iran: «Colpiremo molto duramente»

Dopo aver annunciato per 37 volte di aver quasi raggiunto l’accordo con Teheran e aver ripreso i raid contro l’Iran per «diplomazia coercitiva» (parole del Pentagono), Donald Trump ha fatto sapere – tramite Truth – che gli Stati Uniti torneranno ad attaccare la Repubblica Islamica questa notte, aggiungendo inoltre che presto gli Usa si prenderanno la strategica isola di Kharg.

Trump annuncia nuovi attacchi all’Iran: «Colpiremo molto duramente»
Il post di Donald Trump su Truth.

Il messaggio di Trump su Truth

Questo il messaggio di Trump su Truth: «Gli Stati Uniti colpiranno duramente l’Iran (la cui Marina, Aeronautica, Radar, Difesa antiaerea e tutte le altre forme di difesa, insieme alla maggior parte delle sue capacità offensive, sono state distrutte!), questa notte. In un futuro non troppo lontano, prenderemo l’isola di Kharg e altri punti strategici per le infrastrutture petrolifere, assumendo il controllo totale dei loro mercati del petrolio e del gas, proprio come abbiamo fatto con il Venezuela, cosa che sta funzionando brillantemente sia per il Venezuela che per gli Stati Uniti d’America».

Altro duro colpo per Starmer, lascia anche il ministro della Difesa

Perde un altro pezzo il governo di Keir Starmer, alle prese con una crisi sempre più serie della sua leadership. Dopo il passo indietro del ministro della Sanità Wes Streeting, che aveva fatto seguito ad altri addii eccellenti, si è infatti dimesso a sorpresa anche John Healey, ministro (ex ormai) della Difesa considerato un fedelissimo del premier: alla base della decisione il rifiuto del Tesoro di concedere gli investimenti che aveva richiesto il suo dicastero per difendere il Regno Unito «in questo momento di minacce crescenti».

Altro duro colpo per Starmer, lascia anche il ministro della Difesa
Keir Starmer (Ansa).

Le accuse a Starmer e alla ministra delle Finanze

«Questa nuova era per la difesa richiedeva ulteriori investimenti attraverso il piano di investimenti per la difesa. L’eccellente e approfondito lavoro intergovernativo concluso a gennaio – sotto la supervisione mia, vostra e del Cancelliere dello Scacchiere – ha confermato la portata della sfida e le crescenti esigenze in materia di difesa», si legge nella lettera di dimissioni di Healey. «Da allora, non siete stati in grado, e il Tesoro non ha voluto, impegnare le risorse di cui la nazione ha bisogno per difendere il Paese in questo momento di crescenti minacce».

Healey ha dunque criticato la titolare del Tesoro Rachel Reeves, ostinata nel non voler aumentare il budget per la difesa, e Starmer per non averla contraddetta.

Altro duro colpo per Starmer, lascia anche il ministro della Difesa
Rachel Reeves (Ansa).

I ritardi nell’approvazione del Defence Investment Plan

L’approvazione di un piano decennale di investimenti nella difesa, inizialmente prevista per l’autunno del 2025, è stata rinviata più volte: il governo britannico si è infine impegnato a pubblicare il “Defence Investment Plan” prima del vertice Nato del 7 luglio. Starmer si è impegnato a portare la spesa britannica per la difesa al 2,5 per cento del prodotto interno lordo entro il 2027, poi al 3 per cento dopo il 2029 e al 3,5 per cento del Pil entro il 2035, in linea con l’obiettivo fissato dalla Nato. Ma, appunto, secondo Healey le risorse stanziate dal governo sono tutt’altro che sufficienti. L’ex ministro della Difesa aveva chiesto almeno 18 miliardi di sterline nel prossimo quadriennio, mentre il Tesoro, calcolatrice e stime alla mano, era sceso a poco più di 13.

Avvocata Corte Ue: «Cpr in Albania legittimi, ma l’Italia garantisca le tutele sull’asilo»

I Paesi membri dell’Ue possono localizzare centri di permanenza per migranti anche fuori dall’Unione europea, ma «restano tenuti a rispettare le garanzie previste dal diritto comunitario in materia di asilo». È la posizione di Laila Medina, avvocata generale della Corte di giustizia dell’Ue, nelle conclusioni sul protocollo Italia-Albania.

Avvocata Corte Ue: «Cpr in Albania legittimi, ma l’Italia garantisca le tutele sull’asilo»
Protesta contro i Cpr in Albania (Imagoeconomica).

La sentenza della Corte di giustizia Ue è attesa nei prossimi mesi

Medina evidenzia che il protocollo siglato da Roma e Tirana e la normativa italiana di attuazione «non sembrano contenere norme chiare e precise in grado di garantire l’insieme dei diritti» previsti da Bruxelles come «la difesa, il rispetto della vita privata e familiare e il rilascio immediato alla scadenza del termine di convalida del trattenimento». Di conseguenza, tali disposizioni «possono incidere o modificare le garanzie procedurali minime previste dal diritto dell’Ue». L’avvocata generale indica una possibile soluzione giuridica, non decide l’esito della causa: la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea è attesa nei prossimi mesi.

Ft: «Francia e Germania vogliono smantellare il servizio diplomatico Ue»

Alcuni Paesi dell’Ue stanno valutando la possibilità di “smantellare” il Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), il servizio diplomatico dell’Unione europea attivo da 15 anni. Lo scrive il Financial Times, citando alti funzionari di Bruxelles e spiegando che a spingere in tale direzione solo al momento la Francia e la Germania, oltre ad altri Paesi però non citati. Al centro dei colloqui ci sarebbero diverse opzioni, tra cui la revoca dei poteri all’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza – ruolo attualmente ricoperto dall’estone Kaja Kallas – e la redistribuzione delle competenze del servizio, che ha un budget annuo di un miliardo di euro, tra la Commissione Ue e i 27 Paesi membri. Le fonti del Ft hanno spiegato che la struttura attuale viene ritenuta «disfunzionale» di fronte alle crisi geopolitiche nel mondo. Secondo i sostenitori della ristrutturazione, l’operazione potrebbe essere realizzata senza modificare i Trattati europei.

Cosa è il Servizio europeo per l’azione esterna

Il Seae, spesso definito de facto il ministero degli Esteri dell’Unione europea, è operativo dal 2011 e ha il compito di condurre la politica estera e di sicurezza comune (Pesc) e di gestire le relazioni diplomatiche con i Paesi extra-Ue, collaborando con l’Alto rappresentante e con i servizi diplomatici nazionali dei Ventisette, dell’Onu e delle altre potenze mondiali. Guidato dal responsabile degli affari esteri dell’Ue, l’organo è composto a Bruxelles da personale esperto trasferito dal Consiglio dell’Ue, dalla Commissione e dai servizi diplomatici dei Paesi membri e, nel mondo, da una serie di uffici locali, le delegazioni dell’Ue (in tutto 140), che svolgono un ruolo analogo a quello di un’ambasciata.

Belfast, un’altra notte di disordini contro i migranti

Seconda notte di disordini a Belfast, la capitale dell’Irlanda del Nord, con proteste contro l’immigrazione legate all’accoltellamento di un quarantenne per cui è stato arrestato e incriminato un uomo sudanese. Quella di mercoledì 10 giugno 2026 è stata una serata più calma rispetto alla precedente, ma ci sono comunque stati scontri fra la polizia e i manifestanti, che hanno lanciato contro gli agenti bombe molotov, mattoni, bottiglie e pezzi di legno. In risposta, la polizia ha usato un idrante per disperdere i presenti. Alcuni edifici sono stati vandalizzati e incendiati al grido di slogan razzisti. Un centinaio di manifestanti ha cercato di avvicinarsi a un hotel nel Nord della città dove vengono alloggiati alcuni migranti, ma le forze dell’ordine li hanno allontanati. In giornata era circolata online una lista di circa 25 indirizzi dove si credeva che abitassero immigrati, poi rimossa da molti siti.

Alodid è stato incriminato per tentato omicidio e altri reati

Intanto il presunto responsabile dell’accoltellamento, il 30enne Hadi Alodid, si è presentato in tribunale, dove è stato incriminato per tentato omicidio, possesso di armi in luogo pubblico e minacce di morte. L’uomo, che per il momento rimarrà in carcere, non era noto alla polizia, viveva nel Regno Unito dal 2023 e aveva un permesso di soggiorno come rifugiato valido fino al 2028. Il ferito si chiama invece Stephen Ogilvie e nell’attacco ha perso la vista da un occhio e subìto gravi ferite in faccia e sulla schiena.

Nuova offensiva Usa in Iran, Teheran risponde: «Colpite basi americane»

La tregua tra Israele e Iran regge, quella tra Stati Uniti e Repubblica Islamica è invece ancora lontana. Nella notte c’è stata infatti una nuova ondata di missili Usa: lanciati in tutto 49 Tomahawk per colpire target all’interno Iran, alcuni dei quali a 65 chilometri da Teheran.

I pesanti attacchi statunitensi in Iran

Gli Stati Uniti, come hanno fatto sapere i pasdaran, hanno attaccato «un complesso produttivo, un centro di intrattenimento e una fortezza militare nei pressi di Karaj e Nazarabad, nonché una base locale delle Guardie rivoluzionarie a Pishva». Il New York Times, sulla base di immagini satellitari, riporta che gli Stati Uniti hanno colpito un’infrastruttura per la fornitura di acqua potabile sulla costa dell’Iran, vicino allo stretto di Hormuz: i danni osservati sono compatibili con la Gbu-39, una bomba piccola di precisione. Esplosioni sono state udite nella città portuale meridionale di Bandar Abbas, sull’isola di Qeshm e nelle città di Minab, Kargan e Sirik. Il Centcom, ha sottolineato che i raid «di autodifesa» hanno riguardato i sistemi di comunicazione, sorveglianza e difesa aerea. Il Pentagono ha spiegato che gli attacchi all’Iran sono un atto di «diplomazia coercitiva», che punta a ottenere concessioni da Teheran.

La risposta di Teheran: nel mirino basi Usa

La replica militare del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica non si è fatta attendere. I pasdaran hanno annunciato di aver colpito «in due ondate di operazioni, 18 importanti obiettivi appartenenti all’esercito statunitense» presso le basi di Ali al-Salem e Ahmad al-Jaber in Kuwait e quella aerea di Sheikh Isa in Bahrein. Presa di mira, con 12 missili balistici, anche la base aerea e il centro di comando di Al-Azraq in Giordania: «Abbiamo distrutto le strutture e un gran numero di caccia».

Nuova offensiva Usa in Iran, Teheran risponde: «Colpite basi americane»
Donald Trump (Ansa).

Le parole di Trump e la smentita dei pasdaran

Donald Trump, parlando con Fox, ha affermato che i raid «riprenderanno domani se l’Iran non firmerà l’accordo» e che Israele non è stato coinvolto negli ultimi attacchi americani. Il presidente Usa ha anche detto che funzionari di Teheran gli hanno chiesto di fermare i bombardamenti, chiamandolo mentre era nella Situation Room. Una circostanza, questa, subito smentita dai Guardiani della rivoluzione: «Le affermazioni di Trump sono un pretesto per evitare la guerra. Continueremo a rispondere militarmente a qualsiasi aggressione». I pasdaran hanno poi ribadito che lo stretto di Hormuz è chiuso, smentendo le affermazioni Usa secondo cui il transito delle navi attraverso il canale sarebbe ancora in corso.

La Russia sta costruendo basi per oltre 100 mila soldati ai confini Nato

Un’inchiesta condotta da giornalisti dell’emittente svedese SVT, di quella norvegese NRK, di quella danese DR e della testata online estone Delfi, basata su immagini satellitari, ha rivelato che la Russia sta costruendo o ampliando infrastrutture militari vicino ai suoi confini con i Paesi della Nato, che potrebbero consentire di far stazionare in quelle zone oltre 100 mila soldati.

Dove si trovano le basi in fase di costruzione o ampliamenti ai confini Nato

Le immagini analizzate dai giornalisti mostrano numerose nuove caserme destinate a migliaia di soldati, depositi di munizioni e aree per l’equipaggiamento e altri complessi infrastrutturali in diverse località russe prossime ai confini europei. Lavori di costruzione e accumuli di mezzi sono stati rilevati a Pečenga, nella penisola di Kola, a circa dieci chilometri dal confine con la Norvegia, e a Petrozavodsk, vicino alla Finlandia. Ma anche a Sapiernoye e Kirillovskoye, sempre nell’area del confine finlandese; a Luzh, nella regione di Pskov (vicino all’Estonia); a Baltiysk, nell’exclave di Kaliningrad; e Kandalaksha, che si affaccia sul Mar Bianco, dove è in fase di ampliamento una base già esistente.

Il trasferimento di soldati potrebbe avvenire dopo la fine della fase più calda della guerra in Ucraina

Secondo le stime, nel complesso le nuove strutture e quelle ampliate permetterebbero a Mosca di concentrare fino a 115 mila effettivi ai confini con l’Europa settentrionale e i Paesi baltici, a fronte dei 20 mila presenti al momento. Secondo le valutazioni raccolte dall’inchiesta, il trasferimento di forze verso queste basi potrebbe avvenire dopo la fine della fase più intensa della guerra contro l’Ucraina.

Nuovi attacchi Usa contro l’Iran in risposta all’abbattimento dell’elicottero americano

Gli Stati Uniti hanno condotto diverse ondate di attacchi aerei contro l’Iran in risposta all’abbattimento di un elicottero Apache americano da parte di Teheran. Gli Usa hanno colpito basi militari e navali, impianti radar e batterie di artiglieria in cinque località lungo la costa meridionale dell’Iran. In particolare, sono state colpite basi navali a Sirik e Jask, sistemi di difesa aerea a Bandar Abbas e batterie missilistiche a Qeshm.

Teheran: «Distrutti caccia F-35 e comando militare Usa in Giordania»

Intanto le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno annunciato di aver attaccato una base statunitense in Giordania, in seguito ai raid aerei americani contro obiettivi iraniani lungo lo Stretto di Hormuz. L’esercito iraniano, si legge in una dichiarazione pubblicata dai media statali, «ha preso di mira e distrutto quattro obiettivi principali, tra cui gruppi di caccia F-35 in una base aerea e il centro di comando militare statunitense» ad Azraq in Giordania.

La Cpi sospende il procuratore capo Karim Khan, accusato di abusi sessuali

La Corte penale internazionale dell’Aia ha sospeso il procuratore capo Karim Khan al termine di un procedimento disciplinare avviato a seguito di accuse di abusi sessuali a suo carico. Khan si era già autosospeso dalla guida della divisione della Cpi che indaga e persegue gli individui accusati di atrocità.

Il procedimento è stato deferito a una sessione speciale degli Stati membri

Il comitato esecutivo della Cpi ha votato a maggioranza qualificata per stabilire che Khan si è reso responsabile di gravi illeciti in relazione alle accuse di abusi sessuali, deferendo il procedimento contro il procuratore capo a una sessione speciale degli Stati membri della Corte, affinché ne valutino il futuro. La decisione di sospendere Khan, precisa l’organo direttivo, «non è indicativa dell’esito finale».

Khan, denunciato da una ex assistente, si era autosospeso a maggio del 2025

Khan, che si è autosospeso a maggio del 2025, era finito sotto inchiesta a novembre del 2024 dopo la denuncia di una sua ex assistente, che aveva raccontato di palpeggiamenti non consensuali, comportamenti coercitivi e abuso di autorità per un periodo prolungato. La donna aveva inoltre denunciato di aver subito pressioni per ritirare le accuse. Khan da parte sua ha negato ogni addebito, parlando di una campagna di disinformazione orchestrata contro di lui. Lo scandalo è emerso nello stesso periodo in cui il procuratore aveva chiesto mandati d’arresto per il premier israeliano Benjamin Netanyahu, l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant e tre leader di Hamas, accusati di crimini di guerra.

Trump: «Accordo con l’Iran entro due o tre giorni»

Dopo 48 ore di intensi raid che avevano interrotto la tregua in vigore da due mesi, Iran e Israele hanno interrotto gli attacchi reciproci. A favorire la de-escalation è stato anche l’intervento di Donald Trump, che ha invitato pubblicamente le due parti a interrompere «immediatamente» le operazioni militari, anche durante una chiamata con Benjamin Netanyahu. La tregua continua però a essere fragile: Teheran ha minacciato di riprendere gli attacchi in caso di nuovi bombardamenti israeliani in Libano e Tel Aviv ha fatto sapere di non aver intenzione di cessare le operazioni contro Hezbollah.

Trump: «Accordo con l’Iran entro due o tre giorni»
Benjamin Netanyahu (Ansa).

«Attualmente il fuoco è cessato, perché dopo aver colpito il regime terroristico di Teheran, esso ha smesso di attaccarci. Israele ha il pieno diritto all’autodifesa e lo eserciterà ogni volta che sarà necessario», ha dichiarato Netanyahu.

L’IDF va avanti con le operazioni militari in Libano

La tregua resta però fragile. Israele sta infatti proseguendo le operazioni militari in Libano contro Hezbollah. Nelle ultime ore l’IDF ha invitato gli abitanti della città di Tiro e delle aree circostanti a evacuare in previsione di nuovi attacchi: «Per la vostra sicurezza, vi chiediamo di evacuare immediatamente le vostre abitazioni e di spostarvi a nord del fiume Zahrani».

Trump: «Accordo con l’Iran entro due o tre giorni»
Convoglio militare israeliano nel sud del Libano (Ansa).

Trump: «Usa vicini all’accordo con Teheran»

«È stato colpito e ha risposto per le rime. Non posso biasimarlo per questo. Ora hanno deciso di chiudere la questione», ha detto Trump riferendosi a Netanyahu. Poi il presidente Usa ha affermato che l’intesa tra Stati Uniti e Iran potrebbe arrivare «entro due o tre giorni», precisando che «sarà un ottimo accordo». E poi: «Stiamo andando verso la privazione totale dell’Iran delle armi nucleari. L’assedio economico sull’Iran è meglio dell’opzione militare».

Elicottero Usa precipita vicino allo stretto di Hormuz

Intanto, però, un elicottero Apache dell’esercito americano è precipitato vicino allo stretto di Hormuz: i due membri dell’equipaggio sono stati tratti in salvo. Non è chiaro se l’Apache sia stato abbattuto dal fuoco iraniano, se abbia subito un guasto meccanico oppure abbia riscontrato qualche altro problema. L’incidente è oggetto di indagine.

Israele e Iran sospendono per il momento gli attacchi reciproci

Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica ha annunciato la sospensione delle operazioni militari contro Israele, minacciando però «attacchi più duri e devastanti» qualora lo Stato ebraico riprendesse i bombardamenti sul Libano. Poco dopo, anche Tel Aviv ha comunicato la sospensione dei raid sulla Repubblica Islamica, avvertendo però che l’IDF continuerà a colpire la roccaforte di Hezbollah a Beirut, Dahiyeh, se gli attacchi contro il nord di Israele dovessero proseguire. La tregua, durata 60 giorni e interrotta dagli ultimi raid reciproci, rischia insomma di essere davvero finita.

Netanyahu ha deciso di fermare gli attacchi dopo una telefonata con Trump

Tel Aviv ha deciso di fermare gli attacchi sull’Iran e dunque dopo una telefonata tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu: i raid avrebbero dovuto avere una portata ben maggiore di quelli che si sono verificati durante l’interruzione della tregua, arrivata dopo 60 giorni di cessate il fuoco. Resta però la questione del Libano: l’emittente Al Araby riporta di nuovi raid aerei vicino alla città costiera di Tiro, nella parte meridionale del Paese dei cedri.

«Difenderemo con forza i diritti della nazione e non ci tireremo indietro di fronte ad alcuna minaccia», ha scritto su X il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, spiegando che Teheran non ha abbandonato né il campo di battaglia, né il tavolo dei negoziati.

Israele e Iran sospendono per il momento gli attacchi reciproci
Donald Trump (Ansa).

Trump: «Iran e Israele al lavoro per un cessate il fuoco immediato»

Secondo quanto scritto da Trump su Truth, l’Iran e Israele «stanno cercando di raggiungere un cessate il fuoco immediato». Il presidente Usa ha aggiunto che «i negoziati finali sulla pace stanno procedendo, salvo interferenze dovute a ignoranza o stupidità». Il blocco navale statunitense dei porti navali iraniani resterà in vigore fino al raggiungimento di un’intesa definitiva, ha precisato Trump.

Pashinyan si conferma premier: l’Armenia prosegue l’avvicinamento all’Europa

Il partito filoeuropeo Contratto Civile, già al governo in Armenia, ha vinto le elezioni parlamentari che si sono tenute nello Stato caucasico. Il risultato conferma Nikol Pashinyan come primo ministro (è in carica dal 2018) e consolida l’allontanamento del Paese dalla Russia dopo decenni in cui l’Armenia, ex repubblica sovietica, era rimasta nella sfera di influenza di Mosca.

Pashinyan si conferma premier: l’Armenia prosegue l’avvicinamento all’Europa
Nikol Pashinyan (Ansa).

Pashinyan si è impegnato a continuare il percorso di avvicinamento all’Europa

Contratto Civile ha ottenuto il 49,81 per cento circa dei voti: Pashinyan ha dichiarato che il suo partito governerà da solo, senza alleanze. La principale formazione dell’opposizione, Armenia Forte del miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan (che ha denunciato violazioni e repressione), ha ottenuto il 23 per cento. In parlamento entreranno anche altre due forze di opposizione: l’alleanza Armenia dell’ex presidente Robert Kocharyan e il partito Armenia Prospera. Subito dopo la certezza della vittoria, Pashinyan si è impegnato a continuare il percorso di avvicinamento con l’Occidente, sviluppando allo stesso tempo relazioni amichevoli con la Russia.

«Caro Pashinyan, congratulazioni per la tua vittoria elettorale. Lo spirito della Rivoluzione di velluto che hai guidato nel 2018 è vivo e vegeto», ha scritto Ursula von der Leyen su X: «Valutiamo profondamente la nostra partnership con un’Armenia democratica che si sta avvicinando sempre di più all’Europa. L’Armenia può contare su di noi».

Pashinyan si conferma premier: l’Armenia prosegue l’avvicinamento all’Europa
Voto in Armenia (Ansa).

Il primo ministro confermato vuole porre fine al lungo conflitto con l’Azerbaigian

Questa tornata elettorale era di fatto un referendum su Pashinyan e e sulle due decisioni fondamentali prese come premier: quella di avvicinarsi all’Ue (mentre la Russia rimane il più importante partner commerciale) e quella di porre fine al lungo conflitto con l’Azerbaigian – iniziato con la dissoluzione dell’Urss – che vede al centro il Nagorno-Karabakh, regione formalmente azera ma abitata da persone di etnia armena. Sostanzialmente perso nel 2023 il territorio (che controllava dal 1993), Erevan dovrà affrontare con Baku la questione dell’exclave azera del Nakhchivan. «Il popolo armeno ha votato per la pace, la prosperità regionale e la cooperazione regionale, e spero che questo venga accolto positivamente da Turchia e Azerbaigian», ha dichiarato Pashinyan. Nel conflitto per il Nagorno-Karabakh l’Armenia è stata sostenuta dalla Russia (che impegnata in Ucraina non ha fatto molto), mentre l’Azerbaigian ha potuto contare sull’appoggio della Turchia.

De-dollarizzazione, la SCO accelera sulla nascita della banca voluta da Xi

«Una Banca di Sviluppo dovrebbe essere istituita al più presto». Era stato questo il passaggio più concreto del discorso programmatico di Xi Jinping sul futuro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), pronunciato durante il summit di Tianjin lo scorso settembre. Ora la SCO prova ad accelerare e seguire l’indicazione del presidente cinese, con possibili sviluppi in vista del nuovo vertice annuale di fine agosto in Kirghizistan. Una mossa che potrebbe fornire un nuovo braccio finanziario al blocco eurasiatico, di cui fanno parte tra gli altri Cina e Russia, utile a schermarsi da dazi e sanzioni di Stati Uniti e Occidente.

De-dollarizzazione, la SCO accelera sulla nascita della banca voluta da Xi
Xi Jinping (Ansa).

Lo spartiacque della guerra commerciale

Nata nel 2001 per rafforzare la cooperazione tra Cina, Russia e le repubbliche dell’Asia centrale, la SCO oggi rappresenta quasi la metà della popolazione mondiale e una quota crescente della produzione economica globale. L’ingresso di India, Pakistan e successivamente Iran ha ampliato enormemente il peso dell’organizzazione, trasformandola in uno dei principali forum del cosiddetto Sud globale. La SCO è tradizionalmente una piattaforma che si concentra su temi di sicurezza, la cui attività operativa si è sempre limitata ad azioni antiterrorismo e antidroga. Ma, dopo la guerra commerciale del 2025, l’intenzione pare quella di dare una dimensione più operativa al al gruppo che vede tra i suoi membri anche Iran, India, Pakistan, Bielorussia e quattro repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale: Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan.

Ad aprile, durante una conferenza nella città cinese di Xi’an, i membri della SCO hanno discusso i settori prioritari da finanziare, i meccanismi di finanziamento non sovrano e l’utilizzo delle valute nazionali e di strumenti finanziari alternativi per costituire il capitale statutario della banca. L’obiettivo è arrivare al summit di Bishkek con progressi tangibili, anche se la nascita formale dell’istituzione potrebbe richiedere ancora tempo.

De-dollarizzazione, la SCO accelera sulla nascita della banca voluta da Xi
Vladimir Putin e Narendra Modi al meeting della SCO a Tianjin, nel settembre 2025 (Ansa).

Cina e Russia vogliono ridurre la vulnerabilità alle pressioni occidentali

Per i Paesi dell’Asia centrale, la banca potrebbe rappresentare una nuova fonte di finanziamento per infrastrutture, trasporti, energia e digitalizzazione. Per Cina e Russia, invece, significherebbe dotare il blocco di uno strumento finanziario capace di sostenere l’integrazione economica eurasiatica e ridurre la vulnerabilità alle pressioni occidentali. Secondo diversi analisti, l’idea dell’istituto finanziario rappresenta un tassello fondamentale della più ampia strategia cinese volta a ridurre la dipendenza dei Paesi emergenti dai circuiti finanziari dominati dal dollaro statunitense. Il progetto ha assunto particolare rilevanza dopo l’invasione russa dell’Ucraina e la conseguente ondata di sanzioni occidentali. L’esclusione di molte istituzioni finanziarie russe dai circuiti dominati dal dollaro e dall’euro ha accelerato la ricerca di strumenti alternativi. Una banca multilaterale della SCO potrebbe contribuire a finanziare investimenti, facilitare i pagamenti transfrontalieri e sostenere il commercio tra i membri senza fare affidamento sulle infrastrutture finanziarie occidentali.

De-dollarizzazione, la SCO accelera sulla nascita della banca voluta da Xi
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa).

Il processo di dedolarizzazione coinvolge anche i BRICS

Il piano si inserisce nel processo più ampio di dedollarizzazione che coinvolge sia la SCO sia i BRICS, che a loro volta hanno da tempo istituito una banca di sviluppo. Negli ultimi anni le transazioni regolate in yuan, rubli e rupie sono aumentate in maniera significativa. La Cina e la Russia effettuano ormai quasi tutti gli scambi bilaterali nelle rispettive valute nazionali, mentre anche India e numerosi Paesi dell’Asia centrale stanno incrementando l’utilizzo delle proprie monete nei rapporti commerciali regionali. Dal 2015 al 2024, lo yuan ha visto una crescita costante come valuta di riferimento negli scambi intra-SCO e BRICS. Si partiva da una quota del 10 per cento sul totale nel 2015, salita al 22 per cento nel 2020 e fino a raggiungere circa il 44 per cento nel 2024. In generale, nell’arco di un decennio, l’uso delle valute nazionali nei circuiti SCO e BRICS è passato da una condizione marginale (poco più del 20 per cento complessivo nel 2015) a coprire oltre due terzi degli scambi nel 2024, segnando un cambio di paradigma rispetto alla tradizionale dipendenza dal dollaro.

L’internazionalizzazione dello yuan è una priorità strategica

Per Pechino, la banca della SCO rappresenterebbe un ulteriore strumento per promuovere l’internazionalizzazione dello yuan. La leadership cinese considera il rafforzamento della propria valuta una priorità strategica. Nonostante il peso economico della Cina, lo yuan continua a occupare una posizione relativamente marginale nei pagamenti globali rispetto al dollaro statunitense. Attraverso nuove istituzioni finanziarie, sistemi di pagamento alternativi e l’espansione delle transazioni in valuta locale, Pechino punta a ridurre il divario. La creazione della banca si collega anche alle recenti aperture della Cina verso l’utilizzo di stablecoin ancorate allo yuan e ai progetti di diffusione internazionale dello yuan digitale.

De-dollarizzazione, la SCO accelera sulla nascita della banca voluta da Xi
Un cambio valute yuan dollaro (Ansa).

Gli ostacoli: dalla governance alle rivalità tra membri

Restano ancora degli ostacoli da superare per arrivare al risultato. Uno dei nodi principali riguarda la governance. Stabilire quanto capitale dovrà versare ciascun Paese e come distribuire il potere di voto rappresenta una questione estremamente delicata.

Le rivalità interne tra i membri della SCO rappresentano un ulteriore fattore di complessità. L’organizzazione riunisce potenze nucleari rivali come India e Pakistan, economie molto diverse tra loro e Paesi che mantengono priorità strategiche asimmetriche. Storicamente, le tensioni tra Cina e India hanno rappresentato un limite alla piena integrazione del blocco. A tutto questo, si aggiunge la variabile Iran, che aggiunge volatilità dopo la guerra contro Stati Uniti e Israele.

La transizione verso un sistema più multipolare

Eppure, in Cina sono convinti che la creazione della banca di sviluppo della SCO sia solo questione di tempo. Non si tratta di un tentativo di sostituzione dell’ordine finanziario esistente. Il dollaro rimane largamente dominante nei pagamenti internazionali, nelle riserve valutarie e nei mercati finanziari. La banca della SCO potrebbe però diventare uno dei simboli della transizione verso un sistema internazionale più frammentato e multipolare, in cui la Cina mira a far pesare il suo ruolo anche sul fronte finanziario.

Nato, Usa presentano un piano per il disimpegno in Europa

Gli Stati Uniti hanno consegnato alla Nato un documento che contiene un piano per la riduzione della presenza militare americana in Europa, inclusi aviazione e marina. A rivelarlo è il quotidiano tedesco Welt, che ha analizzato il testo presentato all’Alleanza, secondo cui il motivo di questo disimpegno sarebbe lo spostamento dell’attenzione strategica degli americani verso la regione del Pacifico. Per quanto riguarda i mezzi schierati, le prime riduzioni riguardano le forze aeree. Il numero di aerocisterne KC-135 fornite dagli Stati Uniti all’Alleanza verrebbe ridotto da 71 a 63. Gli otto moderni KC-46 sarebbero completamente rimossi dalla pianificazione, i caccia F-16 passerebbero da 99 a 63 unità e gli F-15E da 54 a 36. Washington prevede inoltre di eliminare dalla pianificazione Nato tutti i droni da ricognizione strategica a lungo raggio e di ridurre quasi della metà il numero dei droni d’attacco MQ-9. Riduzioni anche per la componente navale, per gli aerei da pattugliamento marittimo e per l’aviazione bombardiera. Il quotidiano tedesco sottolinea che la questione di come colmare le lacune sarà discussa a metà giugno dai ministeri della Difesa dei Paesi alleati.

Meloni salta il vertice Ue-Balcani in Montenegro: era alla presentazione di un francobollo

Giorgia Meloni ha annullato all’ultimo la sua partecipazione al summit Ue-Balcani di Tivat, località del Montenegro affacciata sulle Bocche di Cattaro. Il motivo? Ufficialmente, la premier si è attardata alla presentazione di un francobollo a Reggio Calabria. Ma forse dietro c’è altro.

Meloni ha espresso «rammarico» per la disdetta

Il summit Ue-Balcani, che vedeva sul tavolo temi cruciali come l’allargamento dell’Unione europea e l’Ucraina era iniziato ieri sera, con la cena dei leader dei Paesi membri. Ed è proseguito questa mattina. Meloni era attesa alle 15, decisamente in extremis visto che il vertice si sarebbe dovuto concludere alle 15:30. Ma alle 14 è arrivata la disdetta: «A causa del protrarsi della cerimonia, Giorgia Meloni non potrà più partecipare al Vertice Ue-Balcani Occidentali. Meloni ha informato personalmente il presidente montenegrino Jacov Milatović e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, esprimendo il proprio rammarico per l’impossibilità di raggiungere in tempo la riunione».

Meloni salta il vertice Ue-Balcani in Montenegro: era alla presentazione di un francobollo
Giorgia Meloni accanto a Guido Crosetto alla cerimonia per il 212esimo anniversario della fondazione dell’Arma dei Carabinieri (Ansa/X Arma dei Carabinieri).

Cosa ci sarebbe dietro il forfait di Meloni

Ufficialmente, Palazzo Chigi ha attribuito la mancata partecipazioni di Meloni al vertice Ue-Balcani alle lungaggini della cerimonia per il 212esimo anniversario della fondazione dell’Arma dei Carabinieri, iniziata alle 11, a cui la premier ha preso parte assieme ai ministri Guido Crosetto e Matteo Piantedosi. Meloni ha però poi deciso di partecipare anche alla presentazione di un francobollo dei Carabinieri ed è stato questo, di fatto, a impedirle di arrivare in tempo in Montenegro. Secondo quanto filtra da Roma, la presidente è molto scettica riguardo al coordinamento di Francia, Regno Unito e Germania con l’Ucraina, in vista delle trattative con la Russia, sia per l’esclusione dell’Italia, sia per la mancanza al tavolo degli Stati Uniti. Come riporta Bloomberg, Emmanuel Macron, Keir Starmer e Friederich Merz hanno in programma di incontrare nel fine settimana il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Cinque azeri sono rimasti uccisi in un attacco con droni nel mar d’Azov

L’Azerbaigian si è ritrovato inaspettatamente (e suo malgrado) al centro dei due principali conflitti in corso. Secondo quanto riferito dalle autorità di Baku, cinque marinai azeri sono rimasti uccisi in un attacco di droni contro due navi cargo provenienti dalla Turchia e dirette in un porto russo, che si trovavano nel Mar d’Azov. Il raid, presumibilmente, è stato condotto dalle forze ucraine.

Le presunte operazioni di Israele in Azerbaigian

La notizia segue a stretto giro l’indiscrezione riportata dalla Cnn, secondo cui Israele – nell’ambito di una rete di siti clandestini in tutto il Medio Oriente – ha segretamente dispiegato unità militari e di intelligence d’élite in Azerbaigian nella sua guerra contro l’Iran. Le forze di Tel Aviv, spiega l’emittente americana, hanno operato da diverse località nell’Azerbaigian meridionale, cioè vicino al confine con la Repubblica Islamica, conducendo missioni di raccolta informazioni e operazioni con droni.