Siria, a che punto è la transizione democratica dopo la caduta di Assad?

La presa di Damasco nel dicembre 2024, da parte delle forze ribelli siriane guidate dal gruppo Tahrir al-Sham (HTS) e la successiva fuga dell’ex presidente Bashar al-Assad dal Paese hanno posto fine alla guerra civile che aveva devastato la Siria per 13 anni. Una volta ottenuta la vittoria militare, il nuovo governo, guidato dal presidente ad interim Ahmad al-Sharaa, ex jihadista e leader del gruppo HTS, ha promesso una transizione pacifica, nel rispetto degli ideali democratici. Fin dai primi giorni, la priorità è stata quella di ricostruire politicamente ed economicamente un Paese in rovina, diviso dalle tensioni tra i sostenitori di Al-Assad e coloro che appoggiano il nuovo governo.

Siria, a che punto è la transizione democratica dopo la caduta di Assad?
Il presidente ad interim siriano Ahmad al-Sharaa (Ansa).

La riforma della giustizia è una priorità del nuovo governo

Mansour Al-Omari, un giornalista siriano che durante la guerra ha collaborato con il Syrian Center for Media and Freedom of Expression documentando le violazioni contro i diritti umani perpetrate nel Paese, pensa che il nuovo governo debba principalmente concentrare i propri sforzi sulla riforma della giustizia. A causa del suo lavoro, è stato imprigionato dal 2012 al 2013 nelle carceri del regime, dove ha subito torture e violenze. «È necessario lavorare sul processo di transizione da un sistema che violava sistematicamente i diritti fondamentali dei cittadini a uno in cui vengano rispettati e ripristinati», spiega. «Non è solo fondamentale fermare queste violenze, ma anche fare in modo che le istituzioni non siano più in grado di perpetrarle. Questo si può ottenere solamente attraverso riforme strutturali». 

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Soldati siriani davanti alla prigione di al-Shadadi (Ansa).

Solo 3,6 milioni di sfollati sono tornati a casa

Il nuovo governo siriano ha investito ingenti risorse in questo ambito, ma deve anche pensare alla ricostruzione di un Paese in cui intere aree, tra cui le città di Homs, Aleppo e Damasco, sono ridotte a cumuli di macerie. Secondo i dati pubblicati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), dei quasi 11 milioni di sfollati e rifugiati siriani solo 3,6 milioni hanno potuto fare ritorno alle loro case, mentre i restanti vivono ancora in tende all’interno dei campi profughi o sono rimasti all’estero.

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Rifugiati siriani di ritorno dal Libano (Ansa).

Il 40 per cento delle infrastrutture essenziali è danneggiato

I dati raccolti dal Syrian Network for Human Rights mostrano inoltre che più del 40 per cento delle infrastrutture essenziali, tra cui ospedali e scuole, è danneggiato. Il processo di ricostruzione richiede enormi risorse economiche, stimate dalla Banca Mondiale tra i 140 e i 345 miliardi di dollari, mentre l’Arabian Gulf Business insight sostiene che serviranno tra i 600 e i 900 miliardi. «La maggior parte delle abitazioni non ha accesso alla rete elettrica e all’acqua corrente», racconta a Lettera43 Lina Chawaf, giornalista siriana fuggita in Europa all’inizio del conflitto e tornata a Damasco ad aprile 2026. «Sui tetti di numerosi edifici della capitale sono stati installati pannelli solari per produrre elettricità, ma questo ancora non basta a soddisfare l’intero fabbisogno. Il sistema sanitario è in grande difficoltà e le strutture ancora aperte hanno introdotto tariffe a pagamento per curare i pazienti. Quasi 2 milioni di bambini non hanno accesso ad alcun tipo di istruzione». A preoccupare maggiormente Chawaf è però la ricostruzione del tessuto sociale e dell’identità nazionale siriana distrutti da anni di guerra civile. «I media, nonostante siano più liberi e indipendenti, sono fortemente polarizzati», continua. «Molti giornalisti, specialmente coloro che facevano parte delle agenzie di stampa controllate da al-Assad, non sono abituati a lavorare in questo modo e non sono formati per farlo. Perciò, chiunque critichi pubblicamente le azioni del governo viene attaccato sui social media o dalla stampa. L’incitamento all’odio sia etnico sia politico è il problema principale su cui il governo dovrebbe concentrarsi. Se si continuano ad alimentare queste tensioni, la Siria rischia di cadere vittima di una nuova guerra civile».

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La presa di Raqqa, 19 gennaio 2026 (Ansa).

Il nodo della riconciliazione interna

Lo scorso 12 luglio il nuovo parlamento siriano si è riunito per la prima volta dopo la caduta di al-Assad. Due terzi dei 210 membri sono stati scelti lo scorso anno da collegi elettorali regionali, i restanti sono stati nominati direttamente da al-Sharaa. Tra i parlamentari sono presenti anche 21 donne. «Bisogna procedere gradualmente e con cautela», dice a L43 Mahmoud Mosa, ex preside di una scuola siriana rifugiatosi con la famiglia in Turchia, dove ha collaborato con diverse testate giornalistiche internazionali. «Il nuovo governo deve affrontare numerose questioni. Il processo di transizione verso la democrazia richiederà molto tempo, ma alcuni risultati sono già visibili. Molti rifugiati siriani in Turchia stanno tornando alle proprie case. Abbiamo ottenuto libertà di parola e di stampa. Ora tutti possono esprimere la loro opinione senza rischiare di essere arrestati. Il problema più grande sono le tensioni interne. Molti ex sostenitori di Assad assolti dalle accuse di crimini contro la popolazione siriana sono stati riabilitati e inseriti all’interno di uffici e organi di governo. Questo non è stato accolto favorevolmente dall’opinione pubblica. Tuttavia, la riconciliazione interna è un passo fondamentale per ricostruire il Paese». Mosa sostiene che la Siria debba ricostruire al più presto un fronte interno compatto, anche vista l’attuale situazione geopolitica del Medio Oriente. «A causa dei conflitti in atto in Israele e Iran, la Siria ha acquisito una grande importanza strategica nell’area. I Paesi del Golfo, produttori di petrolio, vedono nella Siria una destinazione per l’export, soprattutto dopo la chiusura dello stretto di Hormuz. Il nostro governo deve farsi trovare pronto per questa eventualità e ricostruire non solo le infrastrutture necessarie, ma anche una struttura politica solida e unita nel minor tempo possibile». 

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Ahmad al-Sharaa interviene durante una seduta del parlamento a Damasco (Ansa).

Perché le promesse rischiano di essere disattese

Chawaf riguardo al futuro del suo Paese non è invece altrettanto ottimista. «Bisogna tenere a mente che molti membri dell’attuale governo sono ex jihadisti. Hanno promosso importanti riforme per la ripresa dello Stato siriano e la libertà del suo popolo, ma non sono sicura che porteranno a termine una completa transizione democratica. È un concetto troppo lontano dai loro ideali». La giornalista attualmente sta lavorando a un progetto per formare ragazzi e ragazze siriani. «È fondamentale condividere con loro ciò che ho imparato vivendo in Europa e negli Stati Uniti, dare loro la possibilità di studiare all’estero e viaggiare. In questo momento storico di incertezza, bisogna investire sull’istruzione delle nuove generazioni che erediteranno il Paese».