Osvaldo De Paolini dice addio alla condirezione del Giornale e alla direzione di Moneta. «La direzione ci ha comunicato che, da domani (21 luglio), il nostro condirettore lascia, per motivi personali, la nostra testata», si legge nel comunicato del Cdr. «Così come la direzione del settimanale economico Moneta» che verrà assunta ad interim da Tommaso Cerno. «Il Cdr coglie l’occasione per ringraziare, assieme alla redazione, Osvaldo De Paolini per il grande lavoro svolto, non solo nella mera fattura del quotidiano, anche nell’ambito degli “eventi del Giornale“, per il rilancio della testata e il risanamento della sua situazione economica».
Tommaso Cerno (Imagoeconomica).
La discussione con Angelucci e l’arrivo di Abbate
Arrivato al Giornale dal Messaggero nel 2023, De Paolini aveva assunto prima la carica di vicedirettore poi, dal dicembre 2025, aveva affiancato Tommaso Cerno alla direzione. Nel 2024 aveva lanciato Moneta di cui sabato scorso ha firmato l’ultimo numero. Secondo i ben informati, la decisione di andarsene (qualcuno spiffera addirittura «sbattendo la porta») sarebbe maturata dopo mesi di maretta con l’editore sfociati qualche giorno fa in un confronto molto acceso con Giampaolo Angelucci. A fronte di alcuni rilievi dell’editore su un articolo del settimanale economico, De Paolini avrebbe risposto stizzito che nessuno poteva insegnargli il mestiere. Il rapporto con Cerno inoltre pare non sia mai stato idilliaco e l’arrivo di Lirio Abbate alla vicedirezione non ha contribuito a rasserenare il clima.
È polemica sull’edizione serale della Tgr Emilia-Romagna di domenica 19 luglio 2026. Sotto i riflettori c’è il racconto del caso di Abderrahim Fakir, il 43enne morto al quartiere Pilastro di Bologna durante un intervento della polizia. Nonostante il servizio sulla vicenda fosse pronto e montato, ai telespettatori sono arrivati soltanto due spezzoni video e poche righe lette dalla conduttrice. La decisione di non trasmetterlo integralmente, presa dalla direzione della testata, ha fatto scattare la protesta del Comitato di redazione, sostenuto dal coordinamento dei Cdr della Tgr, da Usigrai, dall’Associazione Stampa Emilia-Romagna e dalla Federazione Nazionale della Stampa.
La direzione aveva chiesto di rimuovere parte del video
«Il montaggio mostrava le immagini e la voce dell’uomo immobilizzato e colpito dagli agenti mentre chiedeva ripetutamente aiuto, immagini che da ore circolavano sul web e sulle principali testate e che oggi sono l’apertura di tutti i principali quotidiani», si legge in una nota del Cdr. «Come di consueto, il collega ha inviato il servizio in visione al responsabile di turno che gli ha chiesto, su indicazione della direzione, di rimuovere parte del video in cui si vedeva Fakir ormai senza vita e soprattutto cancellare l’espressione “intervento violento”. Una modifica non condivisa dal redattore, che ha chiarito di voler ritirare la firma come previsto dal contratto». Nel corso del telegiornale, il servizio, che era stato annunciato dal primo titolo, è stato fatto slittare sempre più in basso, comunicando man mano alla line di turno che erano in corso trattative per la messa in onda. Fino a quando, a telegiornale iniziato da 12 minuti, è stata consegnata alla conduttrice una breve notizia da leggere accompagnata da una parte del video.
Il Cdr: «Decisione che squalifica credibilità e autorevolezza della Tgr»
«Il direttore, al limite, avrebbe potuto dare indicazione di tagliare parti del servizio e contestualmente togliere la firma del collega – i tempi tecnici e il contratto lo consentivano – ma la scelta di non mandarlo in onda del tutto e di trasmettere solo due spezzoni delle immagini, che erano ormai online e in onda dappertutto, è un autogol», ha denunciato il Cdr. «La scelta della direzione squalifica la credibilità e l’autorevolezza della Tgr e del servizio pubblico. Le immagini e le voci raccolte dal giornalista e dalla troupe regionale sono state poi utilizzate dal Tg1 per un proprio servizio, ma non è stato possibile mostrarle ai telespettatori dell’Emilia-Romagna. Anche sul sito web gli spezzoni del video dell’intervento di polizia non sono apparsi fino a oltre le 22:30, quando è stato inserito – al posto del servizio del collega – un redazionale».
Le motivazioni della direzione
E ancora: «A fronte di nostre richieste di spiegazioni, il direttore ha motivato la mancata messa in onda del servizio riferendo che il giornalista non avesse fatto verificare il testo come previsto da ordine di servizio. Il testo è stato inviato al responsabile di turno alle 19.05. A nostra richiesta di spiegazioni, il direttore ha contestato che nel servizio mancava la posizione della questura di Bologna. La nota stampa della polizia è stata inviata alle 19.22 (orario incompatibile con l’inserimento nel servizio montato) e comunque poteva essere letta dalla conduttrice al termine del pezzo».
Nel rispetto delle proprie procedure interne e dei principi di correttezza, imparzialità e tutela dell’azienda, la Rai ha disposto l’avvio degli approfondimenti di competenza in relazione alla vicenda riguardante il vicedirettore Sigfrido Ranucci. La commissione per il Codice etico, su impulso dell’amministratore delegato, procederà nei prossimi giorni alle attività istruttorie di propria competenza. «Rai, in coerenza con le linee guida Ebu e nel rispetto del vigente contratto di servizio», si spiega in una nota, «è tenuta ad adottare criteri netti e chiari in relazione al giornalismo investigativo e d’inchiesta, a partire dal principio di imparzialità e indipendenza, a quello di accuratezza nello svolgimento delle inchieste, a quello sulla verifica rigorosa delle fonti e alla gestione corretta di esse». Nello stesso tempo, «Rai intende tutelare la propria immagine e quella del giornalismo del servizio pubblico fondato su professionisti che ogni giorno conducono con serietà, cura, professionalità e rispetto delle regole deontologiche il loro lavoro nelle testate nazionali, nelle redazioni regionali, nelle sedi delle corrispondenze estere, nei teatri che i nostri inviati coprono in tutto il mondo e nei tanti programmi di approfondimento e inchiesta che compongono i palinsesti Rai». «L’attivazione delle verifiche interne», conclude l’azienda, «costituisce un atto dovuto a tutela della Rai, delle persone coinvolte e dei principi che regolano l’attività del servizio pubblico».
La procura generale di Torino ha proceduto al sequestro conservativo di 50 mila euro, a garanzia delle spese di giustizia, su un conto corrente estero intestato a Mario Roggero e alla moglie Mariangela Sandrone. L’ha reso noto la stessa procura in un comunicato «volto a chiarire la questione indicata genericamente in risarcimento danni». La Corte d’Assise di Asti, si spiega, ha condannato Roggero al pagamento di una provvisionale di complessivi 480 mila euro in favore di 14 prossimi congiunti dei due rapinatori da lui uccisi nonché del terzo rapinatore ferito. I documenti processuali avevano delineato un quadro articolato, con una provvisionale totale di 780 mila di euro, con cifre che per i singoli familiari variavano dai 10 mila ai 60 mila euro. Roggero ne ha già pagati 300 mila in sede di udienza preliminare e ne restano da versare, appunto, 480 mila. Quanto ai 50 mila euro sequestrati, si tratta di una somma a garanzia delle spese di giustizia oggetto di un bonifico disposto dal conto corrente del comitato #iostoconmarioroggero verso un conto corrente tunisino intestato a Roggero e a sua moglie in epoca precedente alla celebrazione del giudizio in Appello.
Andy Burnham è ufficialmente diventato premier del Regno Unito. Ex sindaco di Manchester e nuovo leader del partito laburista, è stato ricevuto da re Carlo prima di pronunciare il suo discorso di insediamento. Prima, Keir Starmer aveva pronunciato il suo ultimo discorso al numero 10 di Downing Street per poi recarsi dal sovrano a rassegnare le sue dimissioni. Per re Carlo si tratta del quarto insediamento di un primo ministro in appena quattro anni di regno.
Il discorso di insediamento di Burnham
Nel suo primo discorso da primo ministro, Burnham ha detto di voler «mostrare al mondo che la Gran Bretagna può ritrovare la stabilità», evidenziando che la sua elezione rappresenta «un momento di svolta» e promettendo un «nuovo modello economico e politico» con un maggiore controllo pubblico delle risorse e un piano di reindustrializzazione, con forte sostegno per le imprese britanniche. Rivolgendosi direttamente alle persone «stanche della politica», soprattutto nelle «zone dimenticate del Paese», ha promesso un percorso decennale di progresso e miglioramento, impegnandosi a presentare in tempi brevi un piano per ridurre il costo della vita e dare modo alla gente di «riprendere il fiato». Burnham ha solo accennato alle riforme che intende avviare, ma ha toccato i temi a lui più cari, come l’impegno a costruire case popolari e la determinazione a ridurre il potere di Westminster dando maggiore autonomia a città e regioni.
Il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo e il suo predecessore Renato Brunetta sono stati protagonisti di uno scontro verbale molto acceso, arrivando persino a strattonarsi. È successo a margine dell’assemblea nazionale dell’Associazione Bancaria Italiana (Abi), dove è stato rieletto presidente Antonio Patuelli.
Renato Brunetta (Ansa).
La rabbia di Brunetta per l’intervista di Zangrillo
Motivo del contendere un’intervista rilasciata la settimana scorsa da Zangrillo a La Stampa, in cui il ministro aveva rivolto dure critiche alla riforma della Pubblica Amministrazione targata Brunetta e risalente al 2009, con Silvio Berlusconi premier. Affermazioni che, evidentemente, l’attuale presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel) non ha gradito.
Il botta e risposta tra l’ex ministro e il suo successore
Brunetta avrebbe strattonato per un braccio Zangrillo, ammonendolo per quanto detto a La Stampa. A quel punto il ministro avrebbe sottolineato che, in effetti, «quella riforma ha fallito». Da qui la replica dell’ex forzista: «Certe cose si possono anche pensare, ma non è bello dirle». Lo scambio sarebbe proseguito con Zangrillo a sottolineare di dover rispondere solo agli italiani e non all’interlocutore, e con un Brunetta ancor più inviperito: «Non sai quello che dici. Hai raccolto i frutti del lavoro che ho fatto io». L’attuale ministro della PA gli avrebbe detto: «Non penso e non lo pensa neanche la Corte dei Conti, visto che ha rilevato come il 90 per cento dei dipendenti pubblici aveva risultati eccellenti». A quel punto Brunetta avrebbe dato la colpa ai ministri venuti dopo di lui. E a Zangrillo, che gli aveva fatto notare di essere stato a capo della PA anche con Mario Draghi: «In quel periodo avevo altre cose da fare».
Paolo Zangrillo (Ansa).
La lettera di Brunetta a Zangrillo con i numeri a suo favore
l battibecco non è però finito qui. Brunetta avrebbe spedito una lettera al «caro Paolo» Zangrillo, suffragando le critiche all’intervista con i numeri e, in particolare, mettendo a confronto alcuni dati delle rispettive gestioni della Pubblica Amministrazione: «I dirigenti valutati con punteggio inferiore a 100/100 sono passati dal 13 per cento del 2023 all’11 per cento del 2024. Nel biennio 2021-2022, invece, sotto la mia gestione, quella quota aveva raggiunto il 33 e il 22 per cento, i valori più elevati dell’intera serie storica». E poi: «Il fenomeno che denunci si è dunque accentuato proprio sotto la tua guida. Ti invito a riflettere su entrambe le circostanze: la prima consegna alla tua diagnosi il valore di un’autocritica; la seconda dice qualcosa sullo stato presente di quella trasparenza che il 2009 aveva voluto totale. A mancare, in questi 17 anni, sono stati gli orchestrali e gli arrangiatori».
La società tedesca di consegna di cibo a domicilio Delivery Hero ha annunciato di aver accettato un’offerta di acquisizione da parte del colosso statunitense della mobilità Uber. L’operazione ha un valore di 12,7 miliardi di euro. «La piattaforma globale di mobilità e consegna di Uber, unita al nostro comune impegno per l’innovazione, rende questa partnership la scelta giusta per valorizzare i punti di forza di Delivery Hero nella consegna locale di cibo e nel quick commerce», ha dichiarato Niklas Ostberg, ceo e co-fondatore di Delivery Hero.
La Verkhovna Rada ha approvato la nomina di Sergiy Koretsky come nuovo primo ministro dell’Ucraina, proposta dal presidente Volodymyr Zelensky. Il via libera del parlamento di Kyiv è arrivato con il voto favorevole di 289 deputati. Koretsky succede alla dimissionaria Yulia Svyrydenko, che ha guidato il governo ucraino per un anno esatto (aveva assunto l’incarico il 17 luglio 2025). Koretsky non ha una carriera politica alle spalle: viene infatti dal mondo degli affari. Il suo ultimo incarico è stato quello amministratore delegato della compagnia energetica statale Naftogaz (dal 2025) e prima ancora era stato ceo di Ukrnafta. Secondo i media ucraini, Koretsky è stato scelto da Zelensky per la sua reputazione di efficace gestore delle crisi.
Sergiy Koretsky.
Proteste in Ucraina per la rimozione del ministro della Difesa
Il rimpasto di governo annunciato da Zelensky, iniziato nei mesi scorsi non si fermerà con la nomina di Koretsky. Il capo della Bankova ha infatti deciso di non confermare nell’esecutivo il ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, estremamente popolare aver trasformato in soli sei mesi ha l’approccio di Kyiv alla guerra, tramite l’automazione e l’uso di droni e robot (in precedenza aveva guidato il ministero per l’Innovazione tecnologica). Zelensky non ha ancora motivato la sua rimozione, ma da tempo si parlava di rapporti tesi tra il capo delle forze armate Oleksandr Syrskyi e Fedorov, che sarà sostituito da Ihor Klymenko, ministro degli Interni uscente.
Mykhailo Fedorov (Ansa).
Fedorov, dal canto suo, con un messaggio sui social ha elencato i principali risultati raggiunti, tra cui il blocco dei sistemi Starlink per le forze di Mosca e la campagna contro la logistica russa in Crimea. La decisione di Zelensky e il successivo passo indietro di Fedorov non è stato accettato da buona parte della società civile: numerosi gli ucraini scesi in strada a Kyiv come in altre città del Paese per protestare contro il presidente.
It has been a great honor to serve the Ukrainian people as the Minister of Defense.
Here is what our team managed to achieve:
1. Disabled Starlink access for Russian forces.
2. Took over a Ministry of Defense with zero budget, took a risk, reallocated funds from payroll from… pic.twitter.com/18B5QQaeqL
La Camera dei deputati ha approvato in prima lettura la riforma della legge elettorale con 217 voti a favore, 152 contro e 2 astenuti. La votazione della norma targata centrodestra è avvenuta con scrutinio segreto. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato. L’esito del voto è stato accolto da un applauso di esultanza della maggioranza, reduce dalla sconfitta sulle preferenze.
Paura a Bolzano, dove è crollata un’importante porzione del Tribunale: nell’edificio, risalente al Ventennio, erano in corso lavori di ristrutturazione e ampliamento. Il cedimento, che ha coinvolto almeno un quarto del palazzo, per fortuna non ha causato vittime: al momento del crollo all’interno dell’edificio erano presenti tre persone (addette alle pulizie) e solo una è rimasta lievemente graffiata. Come ha spiegato all’Ansa la presidente del Tribunale di Bolzano Francesca Bortolotti, «a cedere sono stati i pilastri portanti nell’area che era interessata dai lavori di ristrutturazione». Tutta la parte centrale dell’edificio è completamente inagibile: a seguito del crollo sono andate distrutte diverse aule, tra cui quella principale e quella della Corte d’Assise, così come vari uffici.
La posizione dell’Inter è stata archiviata perché, secondo i pm di Milano, gli elementi raccolti nel corso delle indagini sulle presunte «inteferenze» nelle scelte degli arbitri da parte dell’ex designatore Gianluca Rocchi non sarebbero stati solidi al punto da reggere in un eventuale processo per frode sportiva. A corroborare l’ipotesi di reato c’erano però diverse intercettazioni, alcune dal contenuto anche piuttosto “pesante”.
Rocchi si lamentava delle pressioni nerazzurre
Il Corriere della Sera ha pubblicato il contenuto di una telefonata del 29 aprile 2025 tra Rocchi e l’allora supervisore degli arbitri Andrea Gervasoni, in cui l’ex designatore dice: «Siccome questi dell’Inter ci stanno rompendo il cazzo pesantemente, stavo pensando… Ma se noi invertissimo, e su Inter-Verona mettessimo Piccinini invece che Sozza?». Dello stesso tenore un’altra chiamata intercettata, che vede Rocchi al telefono con Riccardo Pinzani, fino allo scorso anno coordinatore dei rapporti con le società di calcio per l’Aia. Quest’ultimo riferisce a Rocchi di un colloquio telefonico con Giorgio Schenone, addetto agli arbitri dell’Inter. «Lo so, rompono il cazzo per questo motivo», replica l’ex designatore riferendosi allo scarso gradimento dei nerazzurri per Sozza. A questo punto Pinzani aggiunge: «Schenone mi ha detto: “Guarda, so che Marotta (presidente dell’Inter, ndr) ne stava parlando con Viglione” (capo dell’ufficio legislativo della Federcalcio ndr)». Questa l’ulteriore risposta di Rocchi: «Sì, mi hanno chiamato, mi hanno rotto i coglioni, te lo dico io».
Il caso della chiamata “scomparsa” con qualcuno dell’Inter
In un’intercettazione, insomma, Rocchi si lamenta con Pinzani per una telefonata che vedeva dall’altro capo qualcuno dell’Inter: forse l’addetto agli arbitri Schenone, forse direttamente il presidente Beppe Marotta. Non è dato saperlo, perché la chiamata non è stata intercettata e dunque non è agli atti. Il motivo? La telefonata in questione potrebbe essere avvenuta su altre utenze non individuate oppure – molto semplicemente -tramite una piattaforma come WhatsApp. Quel che è sicuro è che, alla fine, Rocchi per Inter-Verona del 3 maggio 2025 non designò Simone Sozza, bensì Gianluca Manganiello.
La Commissione nazionale per le società e la borsa (Consob) ha approvato il documento d’offerta per l’offerta pubblica di acquisto e scambio (opas) di Poste Italiane su Tim. Il periodo di adesione avrà inizio alle 8:30 del 20 luglio e terminerà alle ore 17:30 dell’11 settembre, con pagamento del corrispettivo il 18 settembre. Qualora ricorrano i relativi presupposti, il periodo di adesione potrà essere riaperto tra il 21 e il 25 settembre, con pagamento del corrispettivo il 2 ottobre. L’opas è un’operazione con cui un soggetto propone agli azionisti di una società quotata di acquistare i loro titoli offrendo, in cambio, una combinazione di denaro e azioni del soggetto offerente. Per ciascuna azione di Tim portata in adesione all’offerta, il gruppo guidato dall’amministratore delegato Matteo Del Fante riconoscerà un corrispettivo costituito da una componente in denaro, pari 1,67 euro, e una componente in azioni, rappresentata da 0,218 azioni ordinarie di Poste Italiane di nuova emissione.
La presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky hanno siglato un Drone Deal, un accordo di sinergia industriale per la produzione di droni. Secondo quanto rivelato dal Financial Times, Kyiv ha ottenuto dall’Ue una deroga per una parte della tranche da 6 miliardi di euro del prestito da 90 accordato da Bruxelles per acquistare componenti per droni dalla Cina. Su questo sviluppo, ha osservato il foglio britannico, ci sono due aspetti da sottolineare. Il primo è che l’Europa non ha le capacità industriali per soddisfare le richieste dell’Ucraina. Il secondo è che la deroga mette in evidenza il ruolo di Pechino nella fornitura di armamenti a entrambe le parti nel conflitto che dura ormai da oltre quattro anni, sebbene l’Ue abbia accusato la Cina di essere il principale facilitatore della guerra della Russia contro l’Ucraina. Interpellato a riguardo, l’esecutivo Ue ha cercato di derubricare la questione, ricordando che tali deroghe rappresentano un’eccezione limitata e non la regola. Nell’ambito del nuovo partenariato, la Commissione, sempre sulla base del prestito da 90 miliardi di euro, ha sborsato un ulteriore miliardo all’Ucraina per l’acquisto e la produzione di droni. L’intesa punta ad avviare entro la fine del 2026 la produzione congiunta di droni e sistemi anti-drone e ad estendere la cooperazione allaproduzione di missili antibalistici entro il 2028.
Si aggravano i problemi giudiziari per Daniela Santanchè. La Procura di Milano ha notificato un avviso di conclusione delle indagini a carico dell’ex ministra del Turismo e di altre 15 persone, tra cui la sorella Fiorella Garnero e l’ex compagno Giovanni Canio Mazzaro. L’inchiesta riuniva tre fascicoli distinti, relativi ai fallimenti delle aziende di Santanchè: ipotizzati i reati di bancarotta, falso in bilancio e truffa aggravata ai danni dello Stato per i fallimenti di Ki Group, Ki Group Holding, Bioera e Umbria srl. L’avviso è stato notificato anche a una società. La chiusura dell’inchiesta prelude alla richiesta di rinvio a giudizio per la senatrice di Fratelli d’Italia, già a processo per la vicenda Visibiliae per la presunta truffa ai danni dell’Inps.
Le forze statunitensi hanno condotto una nuova ondata di attacchi contro l’Iran. I raid sono iniziati alle ore 12 italiane e sono andati avanti fino alle 13:30. Gli Usa, ha spiegato il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) «hanno lanciato munizioni di precisione contro i sistemi di difesa costiera e i siti di stoccaggio e lancio di missili da crociera sull’isola di Grande Tunb». I raid, ha evidenziato il Pentagono annunciandone l’avvio, hanno avuto l’obiettivo di «degradare ulteriormente le capacità militari che le forze iraniane hanno utilizzato per attaccare le navi commerciali nello stretto di Hormuz».
Esmaeil Baghaei, portavoce del ministero degli Esteri iraniano, ha affermato che i nuovi attacchi Usa hanno ulteriormente rafforzato la determinazione dell’Iran a ottenere giustizia e a chiamare i responsabili a risponderne: «La lista dei crimini di Washington si allunga di giorno in giorno».
Lo stretto di Hormuz resta bloccato
In tutto questo, lo stretto di Hormuz resta chiuso: nelle ultime 24 ore, scrive l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, almeno due navi sono state fermate in seguito a colpi di avvertimento sparati dalla Marina dei Guardiani della rivoluzione. Inoltre i pasdaran, a seguito della reintroduzione del blocco navale da parte degli Stati Uniti, hanno minacciato di interrompere tutte le esportazioni di energia dal Medio Oriente.
Il manifesto con Trump dentro una bara
Intanto, mentre prosegue l’escalation militare nel Golfo, in piazza Enghelab, nel centro di Teheran, è stato svelato un nuovo enorme manifesto raffigurante Donald Trump all’interno di una bara, accompagnato da minacce di morte per il presidente americano. In altri manifesti, posti in diversi luoghi della città, si vedono invece la Casa Bianca avvolta dalle fiamme e le bare di Trump e di altri esponenti dell’amministrazione Usa.
Continuano alla Camera i lavori sulla legge elettorale. Dopo la bocciatura dell’emendamento promosso dalla maggioranza, che ha rappresentato una grave sconfitta per Giorgia Meloni, è arrivato anche il semaforo rosso – sempre con scrutinio segreto – per l’ultimo testo rimasto sulle preferenze, firmato dai deputati di Futuro Nazionale. I voti contrari sono 233, mentre quelli favorevoli 139. Dopo il voto, i vannacciani di Montecitorio hanno esposto in segno di protesta cartelloni con slogan come: «Partiti padroni? No! Cittadini sovrani» e «Io voto, io scelgo!».
Le opposizioni: «Svelata una nuova minoranza di governo Fn-FdI»
Dopo la bocciatura della proposta dei vannacciani, Movimento 5 stelle, Partito democratico, Alleanza Verdi e Sinistra, +Europa e Italia Viva hanno chiesto una conferenza dei capigruppo immediata, in quanto «l’emendamento svela una nuova minoranza di governo fatta da Futuro Nazionale e Fratelli d’Italia», come ha affermato il capogruppo pentastellato Riccardo Ricciardi: «Si è creata una componente politica di chi ci ha messo “la faccia” e ci ha aggiunto “la feccia”, come loro stessi si autodefiniscono. In questo momento non si capisce dove stanno Lega e Forza Italia, che sono state sbattute fuori dalla compagine di governo». Così la capogruppo dem Chiara Braga: «Si è costituita una maggioranza di destra-destra. La maggioranza al governo non c’è più».
Bocciato anche testo di Azione sul 50 per cento di donne nelle liste
Nel corso delle votazioni la maggioranza ha bocciato, con 223 voti contrari e 142 favorevoli, l’emendamento di Azione (sostenuto da tutte le forze di opposizione) che prevedeva la presenza di almeno il 50 per cento di donne nelle liste che assegnano i seggi del premio a chi vince le elezioni. Nel testo della riforma della legge elettorale si dispone che le liste circoscrizionali a livello nazionale devono rispettare la proporzione di genere di 60 e 40.
Dopo quello molto rumoroso di Beatrice Venezi, al Teatro La Fenice di Venezia ne è appena scoppiato un altro: legato alla nomina di Elena Pierini come nuova direttrice del Coro al posto di Alfonso Caiani, a partire da settembre. L’investitura è stata annunciata il1 4 luglio dal sovrintendente Nicola Colabianchi, che ha ringraziato Caiani per il lavoro fatto nel corso del suo mandato, svolto prima dal 2008-2009 e poi dal 2021 a oggi.
Il comunicato del sindacato
La nomina di Pierini ha però destato perplessità, non tanto per le sue competenze professionali bensì per quelle relazionali. Come riporta il Corriere della Sera, nella chat interna dei lavoratori è stato infatti condiviso un articolo datato 10 aprile 2025, tratto dal quotidiano austriaco Nachrichten, in cui si raccontava che il direttore del teatro di Linz, Hermann Schneider, aveva sospeso per alcuni mesi Pierini (in scadenza nel 2026), con l’accusa di «toni scortesi, caos nell’organizzazione e nella pianificazione delle prove, favoritismi». Così Francesca Poropat della Cgil: «Accogliamo la nuova nomina senza pregiudizi, nonostante non ci sia stata comunicata formalmente. Come parte della Rsu ho comunque il dovere di ricordare che una grande maggioranza del Coro avrebbe sperato che il maestro Caiani rimanesse per poter continuare il percorso di crescita avviato, come io stessa ho fatto presente al sovrintendente lo scorso 3 giugno. Attendiamo comunque di conoscere di persona la nuova Maestra».
Chi è Elena Pierini
Pierini, nata a Firenze, ha conseguito diplomi in pianoforte e percussioni presso il Conservatorio Luigi Cherubini del capoluogo toscano e il Conservatorio di Perugia. Nel 2002 ha completato un master in direzione di coro presso la Florida International University di Miami e da allora ha lavorato come direttrice d’orchestra, direttrice di banda e direttrice di coro sia negli Stati Uniti che in Italia, Bulgaria, Cina e Germania. Dalla stagione 2017/18 è direttrice del coro al Landestheater di Linz, in Austria. Nel 2024 è stata invitata al Teatro Lirico di Cagliari e nel 2025 all’Oper Leipzig, confermando il suo ruolo di riferimento nel panorama operistico internazionale. Il debutto ufficiale di Pierini nel nuovo incarico è fissato per il 18 settembre nella produzione di Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, in scena al Teatro Malibran di Venezia.
La procura di Milano ha chiesto l’archiviazione della posizione dell’ex designatore Gianluca Rocchi, che era accusato di frode sportiva presunte assegnazioni arbitrali a favore dell’Inter. Venendo meno i reati contestati, verrà inoltre archiviata anche la posizione del club nerazzurro, che – si è saputo oggi – era stata iscritta nel fascicolo per la responsabilità amministrativa degli enti. Le carte verranno spedite alla giustizia sportiva e alla Procura Generale del Coni per valutare la sussistenza o meno di illeciti sportivi.
Beppe Marotta, amminostratore delegato e presidente dell’Inter (Imagoeconomica).
Di cosa era accusato Rocchi e il ruolo dell’Inter
Rocchi era accusato, in «concorso con esponenti dell’Inter» e «per effetto dei rapporti preferenziali» del club con Gabriele Gravina, ex presidente della Figc, di aver designato arbitri graditi alla società nerazzurra a seguito di queste «interferenze». Quattro le partite sotto la lente: Bologna-Inter del 20 aprile 2025, Inter-Milan semifinale di Coppa Italia di tre giorni dopo, Inter-Verona del 3 maggio 2025 e Torino-Inter del 26 aprile 2026. A corroborare tale ipotesi c’erano anche delle intercettazioni: per i pm, tuttavia, gli elementi raccolti non sarebbero stati solidi al punto da reggere in un eventuale processo per frode sportiva. Da qui l’archiviazione.
Gianluca Rocchi (Ansa).
Le carte sulle “bussate” in sala Var passano a Monza
Per competenza territoriale, il pm Maurizio Ascione e il procuratore aggiunto Paolo Ielo hanno poi disposto la trasmissione delle carte per il filone sulle cosiddette “bussate” in sala Var a Lissone alla procura di Monza. Al centro delle indagini quanto successo durante Udinese-Parma e Salernitana-Modena del 2025: restano indagati Rocchi, dell’ex supervisore Andrea Gervasoni, i varisti Luigi Nasca e Oreste Di Vuolo. Il filone sul terzo varista Daniele Paterna, che risponde di false informazioni al pm, resta invece a Milano.
Giornata di sciopero per i rider di Firenze, Milano e Bologna. La mobilitazione, organizzata dalla Nidil-Cgil per la giornata di mercoledì 15 luglio 2026, chiede maggiori tutele a partire dallo stop alle consegne nelle ore più calde e dalla garanzia che questo non abbia ripercussioni sul salario – se c’è un obbligo di fermarsi, quel tempo deve essere retribuito perché la scelta tra sicurezza e stipendio, sostengono, non può ricadere interamente su chi consegna. La protesta, che il giorno successivo toccherà il Piemonte dalle 10 alle 17, arriva alla vigilia dell’incontro al ministero del Lavoro, dove i sindacati chiederanno di estendere gli ammortizzatori sociali anche ai ciclofattorini.
Gli orari delle proteste
A Milano l’appuntamento è alle 18 in piazza Duca d’Aosta, davanti alla Stazione Centrale. Da lì partirà il corteo che raggiungerà largo Cairoli in serata. A Bologna i rider si troveranno alle 16.30 in piazza Nettuno. Il corteo attraverserà via Indipendenza e piazza VIII Agosto per concludersi in piazza XX Settembre. A Firenze, invece, la biciclettata di protesta partirà alle 17 dal McDonald’s di via Cavour e raggiungerà piazza Tanucci passando per piazza San Marco, via Nazionale e la Fortezza da Basso.
Il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato online bandi per sovvenzioni da 1 a 3 milioni di dollari per progetto destinati a think tank, organizzazioni non governative e istituti di educazione europei che promuovono i valori conservatori cari all’Amministrazione Trump: dalla difesa della sovranità nazionale alla lotta contro la censura online, fino al contrasto all’immigrazione. Il denaro verrà distribuito a due o tre beneficiari: in tutto, il Dipartimento di Stato è pronto a stanziare 5 milioni a favore dei gruppi europei allineati con il movimento MAGA.
Il dito puntato contro gli Stati e le istituzioni sovranazionali
Nel bando si legge che i governi e le istituzioni sovranazionali europee si stanno usando leggi contro l’incitamento all’odio e norme sui contenuti online per sopprimere la libertà di parola e la partecipazione politica dei cittadini. I fondi messi a disposizione da Washington per i gruppi che strizzano l’occhio all’agenda “America First” si inseriscono in un più ampio sforzo da parte dei funzionari a stelle e strisce di contestare le politiche europee in materia di libertà di espressione online e sovranità nazionale. Secondo il Financial Times, che cita alcune fonti, le sovvenzioni del Dipartimento di Stato per diffondere i “valori americani” rientrano nelle celebrazioni per il 250esimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America.
Alla vigilia della sentenza per il crollo del ponte Morandi e a quasi otto anni dal disastro avvenuto il 14 agosto 2018, costato la vita a 43 persone, Autostrade per l’Italia – che da allora ha cambiato management – ha finalmente rotto il silenzio. Il Corriere della Sera ha infatti pubblicato una lettera aperta firmata dall’attuale amministratore delegato Arrigo Giana, in cui si legge: «Le azioni e le scelte di alcuni hanno lasciato ferite indelebili, quindi porgere oggi quelle scuse non fatte ieri è una nostra esigenza morale che va al di là dell’accertamento delle responsabilità e del corso della giustizia verso la verità».
Arrigo Giana (Imagoeconomica).
Nella lettera, Giana ricorda lo sgomento di quel giorno: «Ero uno dei milioni di cittadini che si trovava attonito davanti agli schermi della televisione, dove scorrevano le drammatiche immagini di quella tragedia che si stava consumando a Genova». E poi: «Nel tempo che seguì il crollo del ponte Morandi, continuavo a domandarmi come fosse stato possibile non chiedere immediatamente scusa per quanto era successo».
Parenti delle vittime durante un’udienza per il crollo del ponte Morandi (Imagoeconomica).
Giana: «Abbiamo lo stesso desiderio di verità dei familiari delle vittime»
Giana sottolinea poi che Autostrade per l’Italia non è la stessa di allora. Oggi infatti c’è «una nuova gestione, con nuovi dirigenti che lavorano giorno per giorno per monitorare la rete, pianificare gli interventi e prevenire i rischi, garantendo così la sicurezza delle infrastrutture, dei viaggiatori e dei lavoratori». Nella lettera, in cui Giana afferma che l’azienda ha «lo stesso desiderio di verità che sentono i familiari delle vittime, i cittadini genovesi e tutti gli italiani», si legge poi: «Ribadendo l’assoluto impegno delle nostre 10 mila lavoratrici e lavoratori affinché fatti del genere non si ripetano mai più, a nome del Gruppo Autostrade per l’Italia voglio chiedere scusa ai familiari delle vittime, ai genovesi e a tutti gli italiani, per le sofferenze originate dal tragico evento del Morandi. Pur consapevole che il nostro gesto non potrà mai cancellare il loro dolore».
Sono diventate definitive le condanne all’ergastolo per i genitori di Saman Abbas, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, e per i cugini della vittima Ijaz Ikram e Noman Ul Haq. Definitiva anche la pena di 22 anni di reclusione inflitta allo zio Danish Hasnain. La decisione è arrivata dopo che la Cassazione ha rigettato i ricorsi degli imputati per l’omicidio della 18enne pachistana uccisa a Novellara, nel Reggiano, nella primavera del 2021. Secondo l’accusa, la giovane fu assassinata per essersi opposta a un matrimonio combinato e per aver intrapreso uno stile di vita ritenuto incompatibile con le tradizioni familiari. Nei confronti degli imputati erano state riconosciute le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi.
«Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude». Dopo il referendum sulla giustizia di marzo, Giorgia Meloni non nasconde rabbia e delusione per la seconda grande batosta del suo mandato a Palazzo Chigi: quella nell’importante voto alla Camerariguardante l’introduzione delle preferenze nella legge elettorale. Un emendamentopromosso da Fratelli d’Italia assieme a due partiti minori centristi della coalizione, Noi Moderati e l’Unione di Centro, sostenuto esplicitamente dalla premier ma appoggiato controvoglia (e solo in extremis) da Lega e Forza Italia. La proposta è stato bocciata con 188 voti contrari, a fronte di 187 favorevoli. Uno scarto minimo, ma tant’è: più di 30 deputati della maggioranza, approfittando del voto segreto, ha votato contro le indicazioni del proprio governo.
Giorgia Meloni (Ansa).
L’amarezza di Meloni: «Serve una riflessione»
«Abbiamo chiesto che si votasse con voto palese e che ognuno mettesse la faccia sul suo voto, ma le opposizioni hanno voluto il voto segreto. Il risultato dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro. Ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione. L’emendamento è stato respinto per un solo voto. Un’occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci», ha scritto Meloni sui social.
I sospetti dei meloniani sugli alleati
Alla vigilia del voto, pare che Meloni avesse avvertito Matteo Salvini e Antonio Tajani: «Se l’emendamento sulle preferenze non passa, si va al voto». Tuttavia, nonostante la sconfitta alla Camera, la presidente del Consiglio avrebbe escluso di salire subito al Quirinale, come tra l’altro le sta chiedendo l’opposizione. Di sicuro, dopo l’esito del voto è subito scattata la “caccia” al franco tiratore. Il ministro meloniano Francesco Lollobrigida ha minimizzato, parlando di «cosa puntiforme» ed escludendo un dissenso «organizzato». Vista la ritrosia dei due partiti, nel mirino sono ovviamente finiti gli esponenti di Lega e Forza Italia, con i sospetti concentrati soprattutto su quest’ultimi, essendo i più allergici alle preferenze. E, in generale, i due partiti hanno detto (almeno di facciata) sì all’emendamento solo dopo la certezza del voto segreto.
Ciriani parla di «istinto di autoconservazione»
«Con la complicità delle opposizioni, 20-25 parlamentari del centrodestra mossi da un istinto di autoconservazione hanno pensato di fare i propri interessi e non fare quello dei cittadini e del governo» . Lo ha detto a Sky Tg24Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento ed esponente di FdI. Poi ha aggiunto: «Noi non intendiamo concludere la nostra esperienza di governo e siamo orgogliosi della stabilità che abbiamo dato al Paese, il centrodestra ha lavorato bene per quattro anni, c’è stato questo episodio di ieri che intendiamo superare».
Forza Italia e Lega respingono le accuse
«Secondo i nostri calcoli i franchi tiratori sono 31. E non c’è nessuno dei nostri, sono sicuro», ha detto il capogruppo leghista Riccardo Molinari. Il Carroccio contava ben otto assenti, mentre i forzisti solo due, entrambi «giustificatissimi», ha assicurato Andrea Orsini: «Francesco Cannizzaro è a fare il sindaco (di Reggio Calabria, ndr) e Deborah Bergamini è inviata al summit del Ppe a Madrid. Le giustificazioni degli altri io non le ho viste…». Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, si è detto sicuro che «i vannacciani hanno votato contro». Ma i deputati di Futuro Nazionale sono arrivati a filmare il loro voto segreto per evitare ogni accusa. E, comunque, il partito dell’ex generale ad oggi non fa parte della maggioranza.
Il campo largo esulta: «Meloni si dimetta»
A fronte di una maggioranza in difficoltà, c’è un’opposizione che festeggia. Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, stavolta compatti, hanno invocato l’apertura di una crisi di governo. «Siamo stati perfetti. Non abbiamo perso un voto, in Aula come in piazza, è questa la nostra immagine», ha dichiarato Schlein. «Meloni voleva un antipasto di premierato, ha ricevuto un aperitivo di elezioni anticipate. Adesso tragga le conseguenze, salga al Colle e si dimetta», il coro dei quattro leader.
Elly Schlein (Ansa).
Così Conte: «Avete sfiduciato la vostra premier. Ora che siete andati sotto vi rimane un’unica cosa: aprire una crisi di governo e andare a casa perché tocca a noi. Se ha il senso della dignità, dell’onore e delle istituzioni, Meloni vada dal capo dello Stato, non c’è altro da fare».
Renzi: «Subito al voto, nessun inciucio»
Ribadendo di essere favorevole alle preferenze e definendo «una vergogna» il voto contrario dei franchi tiratori all’emendamento che «migliorava la pessima legge elettorale», anche Matteo Renzi ha invocato le dimissioni di Meloni: «Il dato di fatto è semplice: la maggioranza non c’è più. Meloni vada al Quirinale subito e si dimetta. Non ha la fiducia del popolo e oggi ha perso anche quella del palazzo. Noi prendiamo un impegno: nessun inciucio, nessun governo tecnico. Si vada subito al voto», ha scritto sui social il leader di Italia Viva.
Siamo da sempre a favore delle preferenze. E riteniamo una vergogna che a scrutinio segreto i parlamentari della destra abbiano bocciato un emendamento che migliorava la pessima legge elettorale. A questo punto però il dato di fatto è semplice: la maggioranza non c’è più. Meloni…
Carlo Calenda, leader di Azione, ne ha invece sia per i vincitori che per gli sconfitti: «La politica italiana si occupa di legge elettorale, con la maggioranza che va sotto e il campo largo, senza un leader, un programma e una linea di politica estera, che strilla scompostamente “elezioni”. È l’immagine plastica di un’Italia allo sbando, con la destra e la sinistra attori di un teatrino ridicolo».
Mentre sono in corso due guerre e gli europei sfilano, per la prima volta nella storia, insieme agli ucraini a Parigi, la politica italiana si occupa di legge elettorale, con la maggioranza che va sotto e il campo largo, senza un leader, un programma e una linea di politica…
Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dell’Iran (Irgc) ha annunciato che lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso fino alla fine degli «atti di aggressione» statunitensi, secondo una dichiarazione trasmessa dalla televisione di Stato iraniana Irib. Negli ultimi giorni Washington ha lanciato una serie di attacchi contro l’Iran e ha ripreso il blocco dei suoi porti. L’Irgc ha anche dichiarato di aver colpito alcune installazioni utilizzate dalla Quinta flotta statunitense in Bahrein. Nonostante il blocco dello stretto, Trump non è comunque intenzionato a cessare gli attacchi contro Teheran: «Continueranno finché non dirò basta. L’energia la lascerò per ultima. La prossima settimana colpiremo le centrali elettriche e i ponti»
Il voto finale sulla riforma della legge elettorale, approdata oggi alla Camera, avverrà a scrutinio segreto. Lo ha annunciato il presidente di turno Fabio Rampelli, deputato di Forza Italia, spiegando inoltre che – a fronte della richiesta arrivata dalle opposizioni – verranno votati a scrutinio segreto tutti gli emendamenti alla legge elettorale con i requisiti previsti dal regolamento di Montecitorio: 114 sugli oltre 200 presentati.
Il post di Meloni sull’emendamento sulle preferenze
«Oggi pomeriggio si voterà l’emendamento, proposto da Fratelli d’Italia e condiviso dai partiti della maggioranza, per introdurre le preferenze nella legge elettorale, come in molti, anche tra le opposizioni, hanno chiesto», aveva scritto Giorgia Meloni sui social, facendo intendere di temere i franchi tiratori: «A questo punto credo sia doverosa un’operazione verità, per capire se quei partiti che da tempo invocano la possibilità per i cittadini di scegliere i propri parlamentari lo facciano per convinzione o soltanto per prendersi gioco degli italiani. C’è un solo modo per scoprirlo: che l’emendamento venga votato a scrutinio palese e non con voto segreto».
Un incendio si è sviluppato nella torre Oxy, complesso residenziale del centro di Bruxelles la cui ristrutturazione si era conclusa recentemente: le vittime accertate sono quattro. Ma ci sono anche diversi dispersi. Secondo quanto riportato da Le Soir, nella mattinata era divampato un piccolo rogo al secondo piano dell’edificio, poi spento: ma le fiamme sarebbero riuscite a propagarsi nel vano ascensore, provocando un incendio al suo interno. Alcune persone, infatti, sono state rinvenute senza vita proprio in un ascensore del complesso. Proseguono le ricerche dei dispersi: potrebbero trovarsi in un secondo ascensore che i vigili del fuoco non sono ancora riusciti a raggiungere. Diversi i feriti: due persone con ustioni sono state trasportate all’Ospedale Militare di Neder-over-Heembeek. Le cause dell’incendio sono ancora in fase di accertamento.
JUST IN: Multiple people dead, 6 missing, after a fire erupted at the OXY building in Brussels, Belgium; some victims found inside an elevator. pic.twitter.com/qha9vTTtyQ
Giuseppe Barboni, imprenditore e militante di Futuro Nazionale che aveva buttato a terra e picchiato un cittadino iracheno a San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno), peraltro postando sulla propria pagina Facebook il video di quanto accaduto, è stato denunciato dalla vittima dell’aggressione. Il migrante, malmenato da Barboni perché stava occupando indebitamente una strada di San Benedetto del Tronto, bloccando il traffico con la sua bicicletta, assieme alla denuncia ha presentato un certificato con 14 giorni di prognosi: con ogni probabilità la procura di Ascoli Piceno aprirà un fascicolo contro il militante di Futuro Nazionale per lesioni personali.
Barboni, 38 anni, è figlio di un avvocato e nipote di un ex senatore di Forza Italia. Vicecampione italiano master di lotta greco-romana nella categoria oltre i 100 chili (ma pratica anche arti marziali miste, jiu-jitsu brasiliano, pugilato e judo), si definisce un «imprenditore del lusso» con la sua società Luxury Private Group, che offrirebbe – il condizionale è d’obbligo – a facoltosi clienti viaggi su jet privati, ville e yacht. Ex ufficiale di Marina, Barboni era stato persino inserito nel 2022 da Forbes tra i primi 100 manager italiani ed è molto attivo sui social, dove nel corso degli anni ha pubblicato foto con star del calibro di Robert De Niro e Sharon Stone. Ma anche con l’ambasciatore statunitense Tilman Fertitta e i ministri Matteo Salvini e Guido Crosetto. Vannacciano con tanto di tessera e personaggio noto anche per le sue ospitate a La Zanzara, nei mesi scorsi Barboni aveva tentato di candidarsi a sindaco di San Benedetto del Tronto. Senza appoggi di rilievo nella destra locale, aveva deciso di correre da solo creando la lista “Tolleranza 0”. Arrivando a coinvolgere a sua insaputa persino il cardinale Pietro Parolin, dal quale era riuscito ad avere un saluto video destinato ai suoi concittadini, spacciato per endorsement politico. Peccato che il Segretario di Stato Vaticano si sia poi dissociato pubblicamente da Barboni, il quale poi si è arreso rinunciando alla candidatura.
La Fraternità Sacerdotale San Pio X ha presentato al Dicastero per la Dottrina della Fede una richiesta di revoca del decreto con cui la Santa Sede ha dichiarato la scomunica latae sententiaedei quattro vescovi lefebvriani Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier, così come di Alfonso de Galarreta che il primo luglio li ha ordinati in assenza di mandato pontificio, e di Bernard Fellay, che ha partecipato direttamente alla celebrazione liturgica come co-consacrante.
Su cosa si basa la richiesta dei lefebvriani
L’istanza, che è stata depositata dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X l’11 luglio, si fonda sul canone 1734 del Codice di diritto canonico, che consente a chi si ritenga leso da un decreto di chiederne, entro 10 giorni dalla notifica, la revoca o la modifica prima di poter proporre un eventuale ricorso gerarchico. In un comunicato diffuso dalla Casa generalizia di Menzingen (quartier generale internazionale della Fraternità Sacerdotale San Pio X), i lefebvriani sostengono di aver agito «in spirito di rispetto verso l’autorità ecclesiastica». Tutto questo dopo aver proceduto con le consacrazioni nonostante l’opposizione del Vaticano, dunque sostanzialmente rifiutandone l’autorità. A scisma avvenuto, il Superiore generale Davide Pagliarani aveva definito le sanzioni della Santa Sede «oggettivamente ingiuste e invalide». Adesso la richiesta di revoca delle scomuniche, tramite gli strumenti previsti dal diritto canonico.
È stata fissata per il 28 settembre, nell’aula Occorsio di piazzale Clodio a Roma, l’ultima udienza del processo per il rapimento e la morte di Giulio Regeni, sequestrato al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato poi senza vita il 3 febbraio successivo, con segni di torture sul corpo. Per quella data è prevista la sentenza di primo grado. Alla sbarra quattro ufficiali dei servizi segreti egiziani: il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha sollecitato un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di carcere.
«Colpiremo Pickaxe Mountain. Dite agli iraniani di tenersi pronti». Lo ha detto Donald Trump, avvertendo che gli Stati Uniti intendono continuare a infliggere duri colpi alla Repubblica Islamica: «Lo stiamo tenendo d’occhio. Probabilmente faremo un tentativo relativamente presto». Dopo le affermazioni del presidente Usa, Teheran ha affermato di essere pronta a «dare una risposta devastante» agli Stati Uniti: «A pagare il prezzo saranno i soldati americani e i loro partner regionali», ha detto una fonte iraniana alla Cnn. Ecco cos’è il sito conosciuto come “Pickaxe Mountain”, che Trump ha messo nel mirino.
Dove si trova Pickaxe Mountain e i tunnel al suo interno
Pickaxe Mountain, in italiano “Montagna del Piccone”, è il nome con cui Washington indicano il monte Kuh-e Kolang Gaz (in farsi “Cappello del giudice”), che si trova a 30 chilometri a sud di Isfahan, nei pressi dell’impianto iraniano di arricchimento dell’uranio di Natanz: si tratta di un sito fortemente fortificato, che ospita due complessi di tunnel situati a grande profondità (fino a quasi mille metri) nel sottosuolo.
I sospetti di Washington e la versione di Teheran
I servizi di intelligence americani sospettano che il regime iraniano stia cercando di costruire all’interno di Pickaxe Mountain un impianto per l’arricchimento dell’uranio, che fungerebbe da «garanzia strategica» per il suo programma nucleare. All’avvio dei lavori nel 2020, Teheran ha informato l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica che il sito sarebbe stato destinato esclusivamente alla produzione di nuove centrifughe. Da allora l’Iran non ha cambiato versione, ma ha sempre negato all’Aiea l’accesso all’impianto: la circostanza alimenta i sospetti che Pickaxe Mountain sia un sito destinato alla fase più avanzata di arricchimento dell’uranio, fino al raggiungimento della purezza necessaria per la costruzione di bombe nucleari. Si ritiene inoltre che l’Iran vi abbia già trasferito materiali altamente arricchiti.
Il sito sarebbe a prova di bombe guidate anti-bunker
I rapporti dell’intelligence statunitense indicano che la struttura è stata scavata in profondità all’interno della montagna, sotto centinaia di metri di solido granito, in modo da proteggerla dalle potenti bombe guidate anti-bunker Massive Ordnance Penetrator, usate già contro gli impianti atomici di Fordow, Esfahan e Natanz. Secondo la maggior parte degli esperti militari, per “disattivare” il sito di Pickaxe Mountain occorrerebbe piazzare esplosivi ad alto potenziale direttamente dentro al sito, all’interno della montagna.