Lorenzo Fontana si è reso invisibile per quasi quattro anni, senza mai lasciare lo scranno più alto di Montecitorio, numero tre della Repubblica dopo il divin Mattarella e il tonitruante La Russa. Del leghista ultracattolico, putiniano pentito, ex ministro della Famiglia e fedelissimo di Matteo Salvini, non è rimasto quasi più nulla.

Anni all’insegna della sobrietà istituzionale
Fontana aveva preso talmente sul serio il ruolo da riuscire nel miracolo: tenersi la poltrona facendo dimenticare chi ci sedeva sopra. Tutto il contrario di Ignazio La Russa, che è presidente del Senato senza smettere un sol giorno di indossare le vesti del militante. Ha continuato a parlare, polemizzare, spesso provocare: insomma, La Russa è rimasto La Russa. Fontana invece si era dato subito una regolata. Sobrio, istituzionale, financo pacioso nella sua compunta curialità. Uno di quei casi in cui l’abito fa il monaco, o almeno riesce a nascondere bene chi c’è sotto.

L’uscita in difesa del capo
Ultimamente però qualcosa è cambiato. Caso Delmastro: chat congelate, palla passata alla Giunta per il Regolamento, esattamente come chiedeva la maggioranza. Scelta formalmente corretta, ma dal peso politico evidente. Il presidente super partes cominciava a mostrare la sua parte. Poi l’intervento in difesa di Salvini. Con il segretario che vistosamente traballa, Fontana rompe il silenzio e fa sapere che Matteo «merita più rispetto». Ricorda i bei tempi, quando prese un partito moribondo e lo resuscitò, e invita tutti a non dividersi.
La partita di fine legislatura
Fontana è stato il suo vice, con Salvini è diventato ministro e poi presidente della Camera. Difficile non leggerci un moto di riconoscenza, merce rara in politica, soprattutto quando chi dovrebbe riceverla è in difficoltà. E non è poco, perché dopo i guai che ha combinato ci vuole un certo coraggio per continuare a sostenere lo Zelig dell’ex Carroccio. Anche perché, preso il partito al 4 per cento e portato al 34, Salvini è riuscito nell’impresa di riconsegnarlo più o meno dove l’aveva trovato. E poi Fontana ha solo 46 anni. Un po’ presto per entrare nel mausoleo degli ex presidenti della Camera, prestigiosa categoria che garantisce ufficio, staff e uno status che dura ben oltre la carica. La legislatura sta per finire e l’ex impiegato della Fiera di Verona dovrà pur inventarsi qualcosa, magari continuando a fare politica. Cosa per cui, dettaglio fastidioso, occorre essere eletti.

Da presidente di tutti è tornato a essere l’uomo di qualcuno
E allora questo suo improvviso rigurgito salviniano assume una luce diversa. Dopo quasi quattro anni da presidente di tutti, Fontana ha pensato bene di tornare a essere l’uomo di qualcuno. Quello che farà le liste, sempre che i suoi ex amici non lo facciano sloggiare prima.
