Elly Schlein ha rotto gli indugi: la riunione della direzione del Partito Democratico si terrà il 2 ottobre al Nazareno, con inizio alle 11. Il primo punto all’ordine del giorno sarà la relazione della segretaria dem. Sul tavolo anche la ratifica della nomina di Claudio Stefanazzi a commissario della federazione di Cosenza del partito.
Occorre definire la proroga del mandato di Schlein
Nelle scorse settimane Stefano Bonaccini, presidente del Pd, aveva annunciato che ci sarebbero state prima una direzione e poi un’assemblea (si terrà a fine ottobre o al più tardi entro la prima decade di novembre) per modificare le regole interne del partito. Innanzitutto occorrerà prorogare oltre i quattro anni previsti il mandato da segretaria di Schlein, che scade a marzo del 2027, dunque quando sarà già iniziata la campagna elettorale per le Politiche. Poi tra i vertici dem c’è chi spinge per varare la cosiddetta “norma anti-Gori”, modifica statutaria pensata per escludere da un’eventuale corsa alle primarie di coalizione altri candidati del Pd oltre al segretario del partito.
La Russia «apprezza l’invito rivolto al presidente Vladimir Putin a partecipare al vertice del G20 negli Stati Uniti»: lo ha dichiarato a Izvestia il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: «Sarà certamente preso in considerazione e, a tempo debito, discuteremo con le nostre controparti americane, attraverso i canali competenti, la possibilità di accettarlo». Il summit si terrà il 14 e 15 dicembre al Trump National Doral Golf Club, nei pressi di Miami: si tratterebbe del primo importante vertice con la presenza di Putin dall’invasione dell’Ucraina nel 2022.
Dmitry Peskov (Imagoeconomica).
Rubio: «Per risolvere i problemi bisogna incontrarsi di persona»
A rivelare dell’invito statunitense a Putin è stato ieri il Segretario di Stato americano Marco Rubio, nel corso di una conferenza stampa televisiva dopo l’incontro a New York con il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. «Per risolvere i problemi è necessario incontrare le persone con cui si è in disaccordo o con cui potrebbero esserci delle divergenze. Per questo abbiamo invitato il presidente Putin al G20. Riteniamo che sia un’opportunità per lui di confrontarsi non solo con il presidente, ma anche con altri leader mondiali. Ci auguriamo che accetti», ha dichiarato il capo della diplomazia Usa.
Sergej Lavrov e Marco Rubio (Imagoeconomica).
Dal 2023 Putin rischia di essere arrestato al di fuori della Russia
La Russia rimane membro del G20, ma Putin non partecipa a un vertice dell’organismo dal 2019. E dall’invasione dell’Ucraina ha solo preso parte da remoto alla sessione del 2023: il 17 marzo di quell’anno la Corte penale internazionale ha emesso un mandato d’arresto contro lo zar per crimini di guerra e, dunque, da allora rischia di essere arrestato al di fuori dei confini russi.
Volodymyr Zelensky e Donald Trump (Imagoeconomica).
Zelensky auspica un trilaterale con Putin e il padrone di casa Trump
Sulla questione ha detto la sua anche Volodymyr Zelensky. Il presidente ucraino, che già nei giorni scorsi si era detto disposto a partecipare al vertice di Miami se ci sarà anche l’omologo russo, è tornato a ipotizzare un incontro a tre con Putin e Donald Trump a margine del G20: «Credo che questa sia una potenziale opportunità». Il formato a 20 con Paesi del Medio Oriente, Cina, India e altri Stati che hanno posizioni diverse sulla guerra e mantengono legami economici con Mosca, ha affermato Zelensky, creerà «un’atmosfera che potrà portare a un risultato».
Cambio alla direzione del Sole 24 Ore: al posto di Fabio Tamburini arriva Giuseppe De Bellis, Executive Vice President Sport, News and Entertainment di Sky Italia oltre a essere direttore editoriale di Sky Tg24, testata che ha guidato per sette anni come direttore responsabile. Tamburini guidava il quotidiano di Confindustria dal 2018.
Sace, l’export credit agency partecipata dal ministero dell’Economia e delle Finanze, lancia Export in rete, un nuovo roadshow territoriale per portare alle imprese italiane una lettura concreta degli scenari internazionali, individuare nuove opportunità di crescita e offrire strumenti per affrontare con maggiore consapevolezza sfide e opportunità sui mercati esteri. Il percorso coinvolgerà le principali filiere e distretti, grazie alla collaborazione delle associazioni di categoria di riferimento, partner istituzionali e champion territoriali, rafforzando il dialogo con i territori, il tessuto produttivo e l’intero ecosistema dell’export.
Export italiano in crescita nei primi sei mesi del 2026
L’iniziativa vuole sostenere ulteriormente la fase positiva dell’export italiano. Nei primi sei mesi del 2026 le esportazioni italiane di beni hanno raggiunto 337,2 miliardi di euro, registrando una crescita del 4,5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025, con un aumento sia verso i mercati dell’Unione europea (+4,6 per cento) sia verso quelli extra-Ue (+4,4 per cento). Una dinamica che conferma la capacità di tenuta del sistema produttivo italiano e il ruolo dell’export come motore di crescita, in uno scenario internazionale caratterizzato da incertezza, conflitti, barriere commerciali e vulnerabilità delle catene di approvvigionamento.
Sace conferma la propria presenza sul territorio
Il roadshow si inserisce nel percorso di accompagnamento delineato dal rapporto Export Sace 2026, che invita le imprese a reagire in un contesto globale in trasformazione combinando capacità di lettura degli scenari, diversificazione geografica, presidio delle filiere e gestione strutturata dei rischi. Il percorso sarà dedicato in particolare alle pmi e mid-cap esportatrici, alle imprese con potenziale di internazionalizzazione e alle filiere strategiche del Paese. Ogni tappa sarà progettata in collaborazione con il partner territoriale ospitante e sarà costruita sulle caratteristiche del tessuto produttivo locale, con un focus su settori, filiere e mercati di maggiore interesse per le imprese partecipanti. Con questa iniziativa, Sace conferma la propria presenza sul territorio e il dialogo con il sistema produttivo italiano, contribuendo ad accompagnare le imprese verso nuove rotte di crescita, sostenendone la competitività e favorendone l’ingresso e il consolidamento sui mercati internazionali.
L’ad Pignotti: «Vogliamo accompagnare la crescita del Made in Italy nel mondo»
«L’export italiano continua a dimostrare capacità di tenuta, nonostante lo scenario internazionale volatile e incerto», ha dichiarato Michele Pignotti, amministratore delegato di Sace. «Oggi reagire ed esportare significa molto più che raggiungere nuovi mercati. Significa individuare nuove rotte, nuovi partner e opportunità di espansione. Diversificare le destinazioni, rafforzare le filiere e presidiare i rischi sono leve fondamentali per sostenere la competitività delle nostre imprese. Con il roadshow Export in rete vogliamo essere sempre più vicini alle associazioni di categoria e a tutto l’ecosistema dell’export, per accompagnare la crescita del Made in Italy nel mondo».
Usa e Cina hanno raggiunto un accordo per estendere di due mesi la tregua commerciale, spostandone la scadenza dal 10 novembre al 10 gennaio. L’annuncio è stato dato dal segretario al Tesoro americano Scott Bessent a margine dell’arrivo del presidente cinese Xi Jinping alla Joint Base Andrews per l’inizio della sua visita di Stato di tre giorni negli Usa. La proroga intende garantire maggiore margine di manovra ai due Paesi per negoziare le prossime intese economiche e valutare l’ipotesi di un accordo di più ampia portata. L’intesa prolunga il cosiddetto Accordo di Busan, il quadro di distensione economica siglato lo scorso anno dai presidenti Donald Trump e Xi Jinping in Corea del Sud. Il patto aveva congelato le escalation tariffarie, riducendo i dazi reciproci, estendendo alcune esenzioni Usa e sospendendo le contromisure americane sull’indagine sul settore cantieristico cinese.
Trump accoglie Xi alla base Andrews
Intanto Trump ha ricevuto il presidente cinese Xi direttamente alla Join Base Andrews dove è atterrato. I due si sono stretti la mano alla presenza delle rispettive first lady, Melania Trump e Peng Liyuan, con intorno lo schieramento di un composito picchetto d’onore per la cerimonia di benvenuto. Sulla pista sono schierati anche una serie di jet militari Usa. «I nostri due Paesi devono essere partner più che rivali», ha affermato Xi secondo le dichiarazioni scritte pubblicate dall’agenzia di stampa statale Xinhua. Il presidente cinese ha aggiunto che «i popoli cinese e statunitense vantano da tempo scambi amichevoli e i nostri interessi sono profondamente intrecciati».
Dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, il primo ministro australiano Anthony Albanese ha denunciato che un agente di intelligenza artificiale sviluppato da OpenAI ha violato il sito web del sistema sanitario nazionale Medicare a giugno, aggiungendo che il colosso tecnologico di Sam Altman – resosi conto ad agosto di quanto accaduto – ha informato il governo di Canberra solo il 10 settembre, perdipiù tramite una email inviata a una casella di posta pubblica (publicdisclosures@servicesaustralia.gov.au): l’Australian Cyber Security Centre è venuto poi a conoscenza dei fatti il 15 settembre.
Anthony Albanese (Ansa).
La violazione: cosa è successo
Come ha spiegato Albanese, che ha definito «inaccettabile» quanto successo, l’IA «stava conducendo una ricerca sanitaria, quando ha tentato di accedere a un lotto di dati riservati», a disposizione di ricercatori e accademici. E, «quando è stata bloccata, ha cercato modi per aggirare le barriere». Riuscendoci. Stando a quanto emerso, la violazione da parte dell’IA non ha comportato l’accesso ainformazioni sanitarie personali, ma “solo” ai dati delle spese assicurative. «Ho parlato con Altman per esprimere la profonda preoccupazione dell’Australia per questo incidente», ha detto Albanese ai giornalisti a New York, esprimendo anche disappunto per il fatto che l’azienda abbia impiegato troppo tempo per informare il governo di quanto accaduto, così come per le modalità.
Sam Altman (Ansa).
OpenAI ammette, Canberra valuta azioni legali
Da parte sua, OpenAI ha ammesso di aver «identificato attività che coinvolgono diversi siti web e dipartimenti del governo australiano». Oltre al portale del sistema sanitario nazionale, sarebbero stati violati i portali dell’Australian Institute of Health and Welfare, del Victorian Department of Health e del New South Wales Bureau of Crime Statistics and Research. L’azienda di Altam ha poi confermato i suoi modelli non hanno avuto accesso a cartelle cliniche. Il governo di Canberra ha avviato un’indagine sull’accesso non autorizzato e sta valutando azioni legali contro OpenAI.
La Russia si sta preparando a nuovi attacchi con droni in Europa. Ma questa volta è pronta a prendere di mira i Paesi del Mediterraneo: Spagna, Francia e anche Italia. Lo scrive il quotidiano iberico El Mundo, spiegando che la Cia ha raccolto informazioni sui piani di escalation del Cremlino e le ha condivise con diversi governi europei.
Ipotizzato il lancio di droni Gerbera
I servizi statunitensi ipotizzano il lancio di droni Gerbera da navi mercantili in navigazione nel Mediterraneo: si tratta di velivoli a pilotaggio remoto lunghi circa due metri e dal peso di 18 chilogrammi, dunque facili da nascondere in un container trasportato su un’imbarcazione. I Gerbera, che di fatto sono una versione più piccola dello Shahed, spesso usata dai russi per fare sprecare munizioni alla contraerea, sono in grado comunque trasportare un carico esplosivo di quattro-cinque chili: non sufficiente a distruggere una grande struttura, ma abbastanza per provocare un incendio, danneggiare attrezzature o far chiudere temporaneamente un porto o un aeroporto.
Quasi tutta l’Italia sarebbe a rischio
I Gerbera sono in grado di raggiungere una velocità di 160 km/h e hanno con un’autonomia dichiarata di 600 chilometri: se scagliati dal Mar Tirreno – la Cia ipotizza da petroliere della flotta fantasma russa – a una distanza di circa 200 chilometri della costa, l’intera Italia sarebbe alla loro portata fatta eccezione per il Friuli-Venezia Giulia e la provincia di Lecce.
Aspettando Godot, cioè il programma. «Bisogna accelerare sul programma comune», continua a ripetere Elly Schlein. «Prima il programma e poi il leader». Andando avanti così, però, si rischia di arrivare se non alle Politiche, quantomeno alle possibili primarie contro Giuseppe Conte (se non si presenteranno altri candidati) con slogan vari ma idee vaghe.
Del resto è un po’ nelle cose. Se il principale pilastro, forse l’unico, dei tre anni e mezzo di segreteria Schlein è stato l’essere «testardamente unitaria», va da sé che lo scontro non è ben visto, a favore di un farsi concava e convessa che trova echi politici un po’ nella vecchia Dc, e un po’ nel maanchismo di un suo predecessore alla guida del Pd, Walter Veltroni. Di contro, gli alleati i programmi invece ce li hanno, e li marcano ben stretti, come è successo quando Schlein dalle colonne di Repubblica ha inviato una lettera aperta a Giorgia Meloni per costruire insieme un patto su energia e clima. Mossa che ha fatto imbufalire sia Conte sia il rossoverde Angelo Bonelli, spiazzato dall’iniziativa solitaria della leader dem. «Questa mano tesa a lavorare insieme è incomprensibile», ha tagliato corto.
Elly Schlein e Walter Veltroni.
Ogni paletto manda in fibrillazione il Pd
Vero è che quando la segretaria cerca di mettere un punto fermo, il partito sbanda, si divide, fibrilla. Basti vedere la parabola del ddlsull’antisemitismo nato dall’iniziativa legislativa di Graziano Delrio. Al Senato i dem ufficialmente si sono astenuti (ma con nove voti a favore) e alla Camera voteranno no (con l’annuncio di molte defezioni). Ce n’è di che disorientare l’elettore. E quando la segretaria tiene una linea coerente, come sull’Ucraina, se la deve vedere con un pezzo di partito e con la riottosità granitica del principale alleato Conte. A cui Schlein risponde ribadendo il sostegno netto a Kyiv ‘ma anche’ la richiesta di maggiore impegno diplomatico all’Europa. Il tutto condito da un ottimistico «troveremo un compromesso».
Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
La vocazione testardamente unitaria può trasformarsi in una trappola
Saranno i prossimi mesi a chiarire man mano se la linea unitaria di Schlein sarà vincente o se si trasformerà nel proverbiale angolo in cui ci si caccia da soli. Il primo banco di prova saranno le primarie, sempre che si tengano e come. Chiamare il popolo progressista ai gazebo senza un programma definito rischia di far restare a casa molti sostenitori. E poi le Politiche. Perché se gli ultimi sondaggi danno il campo largo in leggero vantaggio, è altrettanto vero che sommare mele con pere, per esempio i pro-Kyiv con vuole stoppare l’invio di aiuti militari a Zelensky, è sempre un azzardo. Tradotto: con Conte leader della coalizione quanti dem lo voterebbero? E con Schlein frontwoman per Palazzo Chigi, i 5 stelle accetterebbero di turarsi il naso? Il tempo per stendere un programma in teoria c’è, soprattutto se si votasse in autunno, ma il timore di molti nello stesso Pd è che la vocazione testardamente unitaria finisca per vincere sulla solidità delle scelte politiche. E temono che a pagarne il prezzo sarà proprio il partito più grande della coalizione di centrosinistra.
Il giudice federale Timothy Kelly ha ordinato all’amministrazione Trump di ripristinare temporaneamente l’accesso alla Casa Bianca per Cnn, Msnbc e Politico, dopo che erano stati banditi dalla struttura dal presidente Donald Trump. Nella sentenza, Kelly ha stabilito che la revoca dei pass stampa dei giornalisti è avvenuta in assenza di un giusto processo costituzionalmente adeguato. Ha inoltre affermato che le argomentazioni del governo offrono scarso sostegno alla presunta esigenza di sicurezza nazionale. L’ordine del giudice sospende il divieto per 14 giorni, al fine di concedere più tempo per esaminare il caso.
All’indomani del discorso di Donald Trump, oggi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha preso la parola il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Che, nel suo intervento, ha replicato al tycoon. «Vengo da un Iran dove la guida suprema è stata assassinata, dove una scuola è stata bombardata causando la morte di bambini che non avevano commesso alcun crimine», ha detto Pezeshkian: «Ieri il presidente degli Stati Uniti ci ha definiti terroristi. Noi siamo stati vittime del terrorismo». La delegazione Usa ha lasciato l’aula non appena il presidente iraniano ha iniziato il suo intervento: ieri, durante il discorso di Trump, erano usciti dalla sala del Palazzo di Vetro tutti i diplomatici di Teheran tranne uno.
I posti lasciati vuoti dalla delegazione Usa (Ansa).
Messa in evidenza la disparità di trattamento con Israele
Pezeshkian nel suo discorso ha insistito molto sulla disparità di trattamento con Israele. «Il tema di questa assemblea è la fiducia reciproca, che non si può ottenere solo a parole, bensì evitando di applicare due pesi e due misure. Le bombe atomiche e nucleari sono nelle mani del regime israeliano, eppure si chiede agli ispettori di recarsi in Iran». Lo Stato ebraico «ha massacrato brutalmente oltre 70 mila innocenti a Gaza», ha insistito Pezeshkian, mentre la Repubblica Islamica «è stata bombardata proprio mentre sedeva al tavolo dei negoziati».
Masoud Pezeshkian (Ansa).
Pezeshkian: «La tecnologia nucleare è un nostro diritto»
Sempre a proposito del nucleare, Pezeshkian – parlando di applicazioni nei settori di energia, sanità e agricoltura – ha ribadito che tale tecnologia è «parte del progresso» iraniano: «Non chiniamo la testa e non rinunciamo a un diritto che è chiaramente un nostro diritto. Diciamo chiaramente, niente armi nucleari, niente limiti a tecnologia nucleare pacifica». E «la resistenza dell’Iran aumenterà di fronte alle sanzioni e ai bulli», ha assicurato.
Il presidente iraniano: «Pronti al dialogo e alla diplomazia»
Così sullo stretto di Hormuz: «Non possiamo permettere che alcuni abbiano libero accesso e ne traggano vantaggio, utilizzandolo per aggredirci, per minare la nostra sicurezza e per impedirci l’accesso alle nostre stesse vie d’acqua». L’Iran, ha comunque spiegato, è pronto alla diplomazia: «Non dobbiamo permettere che il XXI secolo regredisca a un’epoca dominata soltanto dai potenti, dalle potenze prevaricatrici e dagli egemoni. Non dobbiamo costruire un mondo in cui la forza militare sostituisca la legittimità, il terrorismo prenda il posto della politica e dei negoziati, e la guerra soppianti il dialogo e la diplomazia».
C’è una partita che si gioca tra il Quirinale e il MAXXI, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo. Al centro c’è Marco Delogu, fotografo, curatore e presidente dell’Azienda speciale PalaExpo. Il suo nome, secondo fonti vicine al dossier, sarebbe tra quelli presi in considerazione per la direzione artistica del museo, ruolo vacante da fine giugno dopo la fine del mandato di Francesco Stocchi.
Marco Delogu (Imagoeconomica).
Lo zampino di Giovanni Grasso
A sostenere la sua candidatura sarebbe in particolare Giovanni Grasso, portavoce e consigliere per la Stampa e la Comunicazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il rapporto tra i due ha un precedente documentato. Nel 2020 Grasso partecipò come autore a Le Piazze \[in\]visibili, progetto culturale ideato e curato proprio da Delogu e promosso dal ministero degli Esteri. L’iniziativa coinvolse fotografi e scrittori nella rappresentazione delle piazze italiane durante il lockdown. Delogu, del resto, conosce bene i circuiti culturali della Capitale. Nel 2002 ideò FotoGrafia, il festival internazionale di Roma, sviluppato durante l’amministrazione di Walter Veltroni. Nel 2004, alla terza edizione, la manifestazione veniva presentata come un progetto fortemente voluto dall’allora sindaco: alla direzione artistica c’era proprio Delogu. Un percorso proseguito attraverso numerose iniziative espositive, fino al PalaExpo, alla cui presidenza è stato nominato nel giugno 2022.
Giovanni Grasso (Imagoeconomica).
Il pasticcio della mostra di Damien Hirst
Ma è proprio nella gestione di quest’ultima istituzione che, secondo quanto riferiscono fonti interne, sarebbe maturata una vicenda destinata a pesare sul dibattito intorno alla sua possibile candidatura. La storia comincia con un annuncio di quelli che fanno notizia nel mondo dell’arte contemporanea: Damien Hirst, uno degli artisti britannici più conosciuti a livello internazionale, sarebbe arrivato al Palazzo delle Esposizioni con una grande mostra. Il 23 marzo scorsoArtribune ne raccontava i dettagli. L’esposizione, prevista dal 19 ottobre 2026 e affidata alla curatela di Mario Codognato, avrebbe dovuto presentare oltre 80 opere tra installazioni, sculture e dipinti. L’annuncio arrivava mentre Roma Capitale destinava più di 35 milioni di euro al sistema PalaExpo per il triennio 2026-2028.
Mario Codognato (Ansa).
Il problema della copertura economica
Poi sarebbero cominciati i problemi. La mostra non avrebbe avuto una copertura economica sufficiente per essere realizzata secondo il programma annunciato. Per trovare le risorse necessarie, Delogu avrebbe contattato lo scorso luglio alcunisponsor privati dell’ente, chiedendo loro di anticipare una parte delle sponsorizzazioni previste per gli anni successivi. Un’operazione che avrebbe consentito di finanziare l’esposizione utilizzando oggi risorse inizialmente destinate alla programmazione futura. Gli sponsor, riferiscono le stesse fonti, avrebbero manifestato una disponibilità iniziale. Ma quando la questione è arrivata all’interno dell’azienda, pare che siano emerse contestazioni sulla sostenibilità dell’operazione. A sollevare obiezioni sarebbero stati in particolare la vicepresidente Ivana Della Portella e il consigliere Mino Dinoi, entrambi componenti del consiglio di amministrazione di PalaExpo. Si dice che i due abbiano contestato la possibilità di anticipare finanziamenti destinati agli esercizi successivi per sostenere una mostra già annunciata. La vicenda si è conclusa con la cancellazione dell’esposizione di Hirst di cui ormai si sono perse le tracce. E su cui Delogu non è mai intervenuto pubblicamente, neppure con una nota o un semplice comunicato. È su questo passaggio che la vicenda PalaExpo incrocia quella del MAXXI.
Ivana Della Portella (imagoeconomica).
Il nodo dei criteri di selezione
Delogu ha costruito gran parte della propria carriera professionale nella fotografia, ma ha diretto festival e curato progetti espositivi, oltre a guidare un ente che gestisce Palazzo delle Esposizioni, MACRO e altri spazi culturali romani. La sua eventuale candidatura alla direzione artistica del MAXXI aprirebbe dunque una questione sui criteri della selezione, sulle competenze richieste (che necessitano anche una certa conoscenza del mondo dell’arte) e sull’esperienza maturata nella programmazione delle mostre.
Via libera della commissione Ambiente del Senato agli emendamenti dei relatori – Claudio Fazzone e Roberto Rosso (Forza Italia) – al Ddl di riforma della Rai (tranne due accantonamenti): approvate le proposte sulla nomina e composizione del cda e sul taglio del canone. Dopo il semaforo verde ottenuto a Palazzo Madama è partita – come successo col bollo auto – a destra è partita la gara per attribuirsi la paternità della misura: i senatori del Carroccio Giorgio Maria Bergesio, Tilde Minasi e Manfredi Potenti, dopo il voto in commissione al Senato, si sono affrettati a parlare «risultato politico importante per il centrodestra e vittoria della Lega, che da anni porta avanti questa battaglia». Ieri i parlamentari leghisti in commissione di Vigilanza Rai avevano dichiarato: «Prendiamo quindi atto con soddisfazione che anche Forza Italia è finalmente salita sul Carroccio nella battaglia per il taglio del canone».
Il canone Rai è pari a 90 euro, addebitati nelle bollette della luce
Attualmente la quota ordinaria del canone Rai, imposta sulla detenzione di apparecchi atti o adattabili alla ricezione televisive nel territorio italiano, è pari a 90 euro all’anno, addebitati automaticamente in 10 rate mensili da 9 euro da gennaio a ottobre sulle bollette della luce domestiche. L’importo era stato temporaneamente ridotto a 70 euro nel 2024, per poi tornare a 90 euro nel 2025: la Rai aveva ricevuto risorse aggiuntive, ma senza un automatismo stabile fissato dalla legge.
Il taglio sarà compensato da «altre forme di finanziamento pubblico»
«Il voto di oggi segna un nuovo passo verso un obiettivo storico del nostro movimento, ora condiviso dalla maggioranza. Continueremo a lavorare perché questa possibilità diventi un beneficio concreto per i cittadini, garantendo al tempo stesso le risorse necessarie al servizio pubblico», hanno dichiarato i tre esponenti delle Lega. «Si rischia così di rendere il finanziamento della Rai più esposto alla discrezionalità politica e alle esigenze contingenti della finanza pubblica», avevano avvertito ieri i tre consiglieri di amministrazione Alessandro di Majo, Davide Di Pietro, Roberto Natale. Secondo l’opposizione il taglio del canone sarebbe in contrasto con il Media Freedom Act, che all’articolo 5 prevede per i servizi pubblici «risorse finanziarie adeguate, sostenibili e prevedibili». Il forzista Rosso ha sottolineato che la misura garantisce la stabilità delle risorse: il testo dell’emendamento stabilisce infatti che qualsiasi contrazione del gettito derivante dal canone debba essere compensata da altre forme di finanziamento pubblico.
Secondo un sondaggio Monitor-Ixè, tra gli aspiranti candidati alle primarie del centrosinistra per il sindaco di Milano – se si faranno – Mario Calabresi risulta quello più votato con un consenso che oscilla tra il 48 e il 53 per cento. Un dato sensibilmente superiore all’intervallo registrato per Pierfrancesco Majorino (30/36 per cento), per Anna Scavuzzo (8/10 per cento) e per gli altri candidati. Stando ai dati raccolti dal sondaggio, Majorino ha il primato di notorietà e registra una percentuale di conoscenza del 75 per cento (la somma di coloro che dichiarano di conoscerlo bene o ne hanno sentito parlare), superiore di otto punti al dato rilevato per Calabresi. Segue Scavuzzo con il 48 per cento. Per i tre candidati più noti cambia la graduatoria quando si monitora il livello di fiducia. Calabresi è ai vertici con il 68 per cento, contro il 50 per cento di Majorino e il 47 per cento di Scavuzzo. La differenza tra i tassi di fiducia associati ai candidati verosimilmente orienta il consenso degli elettori che si recherebbero a votare in eventuali primarie del centrosinistra, sottolinea l’indagine.
La Polonia ha reso noto che questa mattina si è verificata una breve violazione dello spazio aereo nazionale da parte di un elicottero Mi-8 delle Forze Armate della Federazione Russa. È successo a nord di Braniewo, città situata a pochi chilometri dalla laguna della Vistola, sul fiume Pasłęka, circa metà strada tra Danzica e la oblast’ di Kaliningrad, exclave della Federazione Russa tra la Lituania e la Polonia affacciata sul Mar Baltico.
La violazione dello spazio aereo è durata 42 secondi
Il ministero della Difesa di Varsavia ha spiegato che il velivolo «stava eseguendo un volo dalla regione di Kaliningrad» e che la violazione dello spazio aereo polacco, «con una profondità massima di 300 metri», è durata 42 secondi. Il volo dell’elicottero russo è stato osservato dai sistemi radar e «sono decollati immediatamente i caccia», mentre le forze di terra e i mezzi sono rimasti in stato di allerta. «La natura dell’incidente indica che la Russia sta testando nuovamente la prontezza della nostra difesa aerea», ha denunciato il ministero polacco.
Trentasei anni e cinque milioni di immigrati in più. Sta qui, ma non solo, la differenza tra la circolare di Sergio Mattarella quando nel 1990 era ministro dell’Istruzione e il decreto legge che Giorgia Meloni varerà nel Consiglio dei ministri di questa settimana sul tetto ai minori stranieri in classe. Per questo le parole della premier sulla circolare hanno sorpreso il Quirinale. Non che non si aspettassero l’insofferenza di Fratelli d’Italia e della maggioranza per il monito di lunedì ad Amatrice sulla «scuola aperta a tutti», ma un attacco così diretto e malizioso mancava da qualche mese dai radar che monitorano marette e marosi nel canale che divide Palazzo Chigi dal Quirinale. E martedì si è registrata tempesta.
Giorgia Meloni a Porta a Porta (Imagoeconomica).
Il botta e risposta a distanza sul tetto agli stranieri
Ma riassumendo. Scena uno: a Fenix, la festa dei giovani di FdI, la premier (i maligni dicono per allungare su Roberto Vannacci) annuncia un provvedimento per mettere un tetto del 30 per cento agli alunni stranieri nelle classi e il divieto di burqa e niqab. Scena due: all’inaugurazione dell’anno scolastico ad Amatrice Mattarella ricorda che l’articolo 34 della Costituzione vuole le scuole aperte a tutti e attive nell’evitare la formazione di ghetti. Scena tre: nella tribuna di Bruno Vespa la leader di FdI ricorda che anche l’attuale Presidente da ministro varò una circolare per limitare il numero di stranieri in classe.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Cosa è cambiato dal 1990 al 2026
Allora vediamo le differenze tra Mattarella 1990 e Meloni 2026. Innanzitutto i numeri: allora gli stranieri in Italia erano poco più di 600 mila, ora sono 6 milioni. Ovvio che ora il tema è più presente. Seconda differenza: nel 1990 ci si limitò a diramare una circolare, per consigliare e indirizzare i presidi, non certo per obbligarli, tanto che l’indicazione di un massimo di cinque alunni stranieri per classe era indicata «ove possibile». E, soprattutto, mirava a non creare nelle scuole una sola classe o sezione in cui riunire tutti gli stranieri, perché quello sì sarebbe stato un ghetto. Ora le condizioni sono diverse, in alcune scuole (poche proporzionalmente e circoscritte ad aree ad alta densità di lavoratori stranieri) esiste il problema e va ovviamente affrontato. Magari al Quirinale avrebbero preferito un’ulteriore circolare o un disegno di legge più che un decreto che comunque non sarà applicabile che dal prossimo anno scolastico. Ma tant’è, ormai si è dato fuoco alle polveri, in un clima che ricorda quello dello scontro sulla tirata di orecchie del Presidente ai poliziotti che usano il manganello e quello del caso Garofani.
Sergio Mattarella con il ministro all’Istruzione Giuseppe Valditara ad Amatrice (Imagoeconomica).
Il vero senso del richiamo del Colle
Quel che preme al capo dello Stato, che ha chiaro di non essere in cima ai pensieri più affettuosi della premier, è che la campagna elettorale non travolga le persone e quindi che il nuovo testo non leda i diritti dei bambini e dei ragazzi. Dunque le sue parole di lunedì da Amatrice, se lette con attenzione, non erano altro che una serie di paletti da non superare per scrivere un provvedimento senza incorrere nella censura sua e della Consulta. È ovvio che la filosofia di Mattarella non è la stessa di quella di Meloni. Basta leggere la circolare del 90: «Gli alunni stranieri sono prima di tutto alunni: bambini e bambine, ragazzi e ragazze», la diversità culturale è una «quotidiana ricerca di dialogo». Ma il tema non è portare la premier dalla sua parte, è chiaro che un provvedimento sarà fatto e nessuno al Quirinale pensava di impedirlo. L’importante è scriverlo non come uno slogan ma come un tema delicato, senza cancellare il diritto allo studio di migliaia di bambini.
Dato che «l’Ungheria ha adottato misure importanti per rafforzare lo Stato di diritto e tutelare gli interessi finanziari dell’Unione», e che «le riforme danno i loro frutti», la Commissione Ue ha proposto di sbloccare 4,2 miliardi di euro a Budapest e di riaprire le porte di Erasmus+ e di Horizon agli studenti e ai ricercatori ungheresi. «Sono molto lieta che possano nuovamente beneficiare appieno delle opportunità offerte dalla nostra Unione», ha detto la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Le misure di salvaguardia erano state adottate nel 2022 ai sensi del regolamento sulla condizionalità. La revoca è stata proposta in quanto la Commissione ritiene che l’Ungheria abbia risolto le violazioni dello Stato di diritto che incidono sul bilancio dell’Ue. La misura deve essere approvata dal Consiglio.
La nota della Commissione Ue
«La Commissione ha valutato le misure correttive notificate dall’Ungheria il 9 settembre 2026 e la loro attuazione, giungendo alla conclusione che il Paese abbia risolto le carenze e le lacune precedentemente individuate in settori quali gli appalti pubblici, il quadro anticorruzione, i rischi di conflitto di interessi e l’efficacia dell’azione penale», si legge in una nota.
Il Board of Peace creato da Donald Trump per la ricostruzione post-bellica della Striscia di Gaza è pronto a presentare un piano della durata di sei mesi e del valore di 2,45 miliardi di dollari per il territorio palestinese. Lo scrive Axios, spiegando che il piano – frutto di un anno di lavoro del Board of Peace e del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza – prevede 66 progetti divisi in sei aree.
Le sei aree del piano e le spese previste
Il piano stima in 35,2 miliardi di dollari i danni fisici nella Striscia e in 71,4 miliardi la somma da sborsare in un decennio per la sua ripresa. I 66 progetti previsti, come detto, sono relativi a sei diverse aree: sviluppo infrastrutturale; sviluppo umano; accelerazione economica; trasformazione digitale; affari legali; pace e sicurezza. Almeno per i prossimi primi mesi sarà lo sviluppo delle infrastrutture a pesare di più: previsto un esborso di un miliardo di dollari, di cui 400 milioni per rifugi temporanei (roulotte coibentate per gli sfollati che attualmente vivono in tende), 275 milioni per la rimozione delle macerie e degli ordigni inesplosi, 50 milioni per il ripristino degli ospedali e 30 milioni per la riparazione della rete stradale. Per quanto riguarda la sicurezza, il Board of Peace stima una spesa iniziale di 885 milioni di dollari: 275 milioni serviranno per la costruzione di un sito permanente e fortificato a Rafah, destinato a 5 mila membri del personale della Forza internazionale di stabilizzazione (Isf). Altri 140 milioni serviranno per reclutare, addestrare, equipaggiare e schierare un contingente di sicurezza multinazionale. Per la mobilitazione della polizia palestinese verrebbero stanziati 120 milioni.
Servirà però la cooperazione di Israele e Hamas
Tra le altre varie spese del piano, visionato da Axios, ci sono 20 milioni di dollari per finanziare un programma di riacquisto di armi da Hamas e altri gruppi armati, 300 milioni per programmi sanitari, educativi e di assistenza sociale. I progetti del Board of Peace comprendono poi la riparazione dei valichi di frontiera, il riempimento permanente dei tunnel di Hamas, sovvenzioni per la ripartenza delle piccole imprese, connettività 4G, un sistema di identità digitale e un fondo per gli investimenti a Gaza. Affinché il piano possa andare avanti, il Board of Peace necessità sia della cooperazione di Israele che di Hamas. Il governo israeliano di Benjamin Netanyahu abbia accettato in linea di principio alcuni aspetti, ma per ragioni elettorali non li sta attuando. Il gruppo palestinese ha messo invece in standby il disarmo perché Tel Aviv non intende attuare un cessate il fuoco di 14 giorni prima dell’avvio del processo di smilitarizzazione. La speranza del Board of Peace è che qualcosa possa smuoversi dopo le elezioni israeliane del 27 ottobre.
È tornata Maria Rosaria Boccia. Dopo l’ospitata da Massimo Giletti alloStato delle cose, martedì sera ha bissato a Filorosso di Antonino Monteleone. L’eclettica imprenditrice di Pompei pare però aver perso il tocco magico. In entrambi i casi, infatti, non ha fatto registrare picchi di share. Filorosso si è fermato al 2,7 per cento contro il 2,6 del martedì precedente, mentre Giletti ha incassato il 7,4 per cento contro il 7,8 per cento del debutto.
Maria Rosaria Boccia allo stato delle cose.
Dopo il bailamme mediatico del caso Sangiuliano, Boccia tenta il bis con l’effetto Ranucci, complice l’uscita del suo libro Guai a chi lo tocca,Io, Sigfrido e le tempeste («In appena 72 ore, è al primo posto tra i Bestseller Kindle di Giornalismo su Amazon», esulta lei su Instagram) e la promessa (o la minaccia, a seconda di come la si legge) di avere pronto e «congelato» un altro titolo che aprirà, assicura, un nuovo vaso di Pandora.
Il libro di Maria Rosaria Boccia.
Restando a Monteleone, non è stato salvifico per lo share nemmeno il monologo affidato a Fabio Ferrari – figlio del grande Paolo e per i più âgés Chicco Lazzaretti dei I ragazzi della 3ª C – che nei piani forse doveva essere un Massini de destra. Se sui social le sue posizioni politiche non fossero sufficientemente chiare, pochi giorni fa al Tempo aveva ammesso di non aver votato per Giorgia Meloni ma di non vedere l’ora di farlo.
Coerente, del resto, con quanto confessò al Foglio più o meno un anno fa quando oltre a esprimere stima nei confronti della premier giurò di non aver mai votato a destra e di non essersi «mai spinto oltre Calenda». Alla fine è stato cosi anche per le percentuali di share…
Dopo l’uscita repentina dal gruppo Sae di Leonardis – avventura durata appena 21 giorni – dove è stato avvistato Rosario Dimito? A Roma, a via del Tritone, davanti al Messaggero. In tanti lo hanno riconosciuto e salutato. Tornerà alla testata che aveva abbandonato per andare a Torino?
Brunetta schiera Visco e “sfida” Mattarella
Pomeriggio di fuoco per gli appuntamenti romani, con Renato Brunetta pronto a sfidare nientemeno che Sergio Mattarella. Mercoledì intorno alle 17 a villa Lubin, sede del Cnel brunettiano, va in scena la presentazione del libro Una nuova Bretton Woods per il XXI secolo di Giovanni Tria e Angelo Federico Arcelli. Brunetta ‘schiera’ Ignazio Visco, governatore onorario della Banca d’Italia, in compagnia di Enzo Moavero Milanesi, presidente di Unidroit. Alla stessa ora, però, il Presidente della Repubblica sarà nella Sala della Regina di Montecitorio per la presentazione dell’Edizione nazionale delle Opere di Aldo Moro seguita dalla tavola rotonda “L’Eredità di Aldo Moro nella Storia della Repubblica”. Curiosamente entrambi gli eventi sono moderati da firme de Il Sole 24 Ore: a Villa Lubin ci sarà Dino Pesole, a Montecitorio Lina Palmerini.
Renato Brunetta con Ignazio Visco (Imagoeconomica).
Il combattente Vespa
Non molla la prima linea. E nemmeno Rai 1. Anche se ammaccato a causa di una caduta, Bruno Vespa, indomito, dopo aver affrontato le cure al Policlinico Gemelli, non ha voluto rinviare l’intervista a Giorgia Meloni ospite sia di Cinque minuti sia di Porta a Porta, presentandosi ammaccato. La Presidente del Consiglio – che da Vespaha attaccato frontalmente il presidente della Repubblica Sergio Mattarellasul tetto agli alunni stranieri – aveva pure proposto di rinviare l’impegno vista l’età del conduttore…
Ah, se tutti i calciatori dell'Italia in Nazionale con Roberto Mancini avessero lo stesso attaccamento di Bruno Vespa per l'intervista alla premier Giorgia Meloni… pic.twitter.com/2sy7W2I2jU
Roger Abravanel, ex direttore di McKinsey, saggista ed editorialista del Corriere della sera, è finito al museo. Che poi è la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, diretta dalla moglie, Renata Cristina Mazzantini. Martedì sera, Abravanel era a Valle Giulia per festeggiare il restauro delle opere di Pietro Consagra ed Eliseo Mattiacci. Nel giardino si è brindato insieme al presidente della commissione Cultura della Camera Federico Mollicone. Mazzantini proprio al Corriere, qualche giorno fa, aveva raccontato la sua storia con Abravanel, conosciuto quando scrisse Meritocrazia. «Mio marito è un gigante», aveva sottolineato Mazzantini, «Lui è un McKinsey che si è battuto anche per l’apertura dei cda alle donne».
Novità in casa Gedi. Il nuovo piano industriale comincia a prendere forma. Le linee guida sono state illustrate a Roma dall’ad Mirja Cartia d’Asero al Cdr di Repubblica, durante un incontro definito «disteso». L’editore, il greco Theo Kyriakou, punta sul coinvolgimento della direzione, del management giornalistico e delle redazioni nella trasformazione del gruppo. Insomma un primo gesto di condivisione, non usuale dalle parti di largo Fochetti.
Mirja Cartia d’Asero (foto Imagoeconomica).
A ottobre previsto il lancio di Repubblica Europe
Il piano 2027-2030 ruota attorno a tre direttrici: internazionalizzazione, innovazione e interazioni. L’obiettivo è portare i contenuti oltre i confini nazionali, rafforzare digitale, video e podcast e sviluppare una maggiore integrazione tra giornali, radio, piattaforme, eventi e community. Ed è proprio l’internazionalizzazione il primo vero banco di prova del nuovo corso. A ottobre è previsto il lancio di Repubblica Europe, una sezione in inglese dedicata a chi ha un legame con l’Italia ma non parla italiano. Nei piani, non si tratta di una semplice traduzione del giornale, ma di una selezione di articoli a cura della redazione e adattati per un pubblico internazionale. L’avvio sarà seguito da una campagna internazionale e dal lancio degli abbonamenti ad hoc.
Theodore Kyriakou (Facebook).
Nessun nuovo licenziamento o prepensionamento in vista
Nel corso della riunione è stato presentato anche un bilancio dei sei mesi della gestione Antenna. Sono state rafforzate le funzioni finanza e controllo, fondamentali in un gruppo con grosso debito e un buco annuo crescente. I primi segnali economici dovrebbero vedersi già quest’anno, con un contenimento delle perdite rispetto al 2025. Parallelamente, il gruppo prevede investimenti nell’innovazione e nel rilancio delle attività digitali, anche attraverso l’ingresso di Veronica Diquattro, manager con esperienze in Spotify e Google. Qualche segnale positivo arriva anche dalle vendite in edicola. Da marzo Repubblica registra un andamento migliore rispetto al Corriere della Sera, con una differenza (in termini di copie perse) diventata più evidente da luglio e ulteriormente ampliata ad agosto. Non si tratta ancora di una crescita, ma di un primo cambiamento di tendenza. Non sono invece previsti né licenziamenti né prepensionamenti aggiuntivi rispetto a quelli già ipotizzati dalla gestione precedente, che potrebbero anzi essere ridotti. La loro attuazione resta comunque incerta, perché al momento non sono disponibili risorse nelle casse del governo.
L’investitura di Silvia Sardone a candidata sindaca di Milano per la Lega va letta come un sussulto di vitalità da parte di un partito in crisi, prima ancora che la boccheggiante coalizione di centrodestra conferisca il suo imprimatur ufficiale. A oggi sono ancora in campo sia Maurizio Lupi di Noi Moderati (ma indicato da Ignazio La Russa) che Matteo Perego di Cremnago (Forza Italia). Quest’ultimo era ormai pronto per la sfida, come certificato dalle sue frequenti apparizioni su Mediaset e dalla benedizione del meloniano Guido Crosetto, che aveva accettato di mettere “a disposizione” di Milano il sottosegretario alla Difesa. Fargli digerire la retromarcia non sarà facile, anche perché un sondaggio riservato lo vede davanti a Sardone per gradimento. Lei suggerisce di affidare la scelta alle primarie di coalizione, ma lo smacco rimane.
Matteo perego di Cremnago (Imagoeconomica).
Il Cencelli delle candidature
A dare le carte è stata Giorgia Meloni che punta a presentare un suo candidato a Roma, piazza difficile ma non certo trascurabile. A sfidare Roberto Gualtieri potrebbe così essere Fabio Rampelli, sostenuto sia da Arianna Meloni (ancora non è esclusa una sua corsa per il Campidoglio) sia dal presidente del Lazio Francesco Rocca. Forza Italia quindi ha messo la sua pedina su Napoli (d’altronde il fedelissimo di Antonio Tajani, Fulvio Martusciello, è stato appena eletto per acclamazione segretario regionale in Campania) e alla Lega è toccata Milano. La vera domanda non è perché puntare sull’eurodeputata e vicesegretaria Sardone nonché campionessa di preferenze, ma chi glielo faccia fare, vista la difficoltà del cimento meneghino.
Arianna Meloni e Fabio Rampelli (Imagoeconomica).
Sardone è l’unica su cui Salvini poteva scommettere
In primo luogo, Sardone è l’unico nome forte che Salvini possa spendere, con buona pace di Alessandro Morelli, che avrebbe fatto volentieri il candidato sindaco e che invece si è dovuto accontentare del ruolo di annunciatore a Pontida. I gazebo avevano incoronato Sardone reginetta, a pari merito con Matteo Salvini, ma si mormora che i dati reali la vedessero addirittura triplicare i consensi del segretario. Il surreale balletto post-voto, con ciascuno dei due che indicava l’altro come ideale candidato sindaco, malcelava il comprensibile imbarazzo di un Salvini già in difficoltà all’interno del partito.
Silvia Sardone (foto Ansa).
Le ambizioni della vicesegretaria leghista
La vicesegretaria della Lega, quindi, scende in campo per togliere le castagne dal fuoco sia al capo sia alla lista, che esprimendo la candidata sindaco potrà recuperare un po’ di terreno, traducibile in un paio di punti percentuali: oro colato, di questi tempi. Prima ancora di conoscere il nome dell’avversario (nel centrosinistra si prospetta una sfida tra Pierfrancesco Majorino e Mario Calabresi), vincere pare utopia e già arrivare al ballottaggio sarebbe un successo. Ma Sardone può ragionevolmente considerare le Amministrative come un trampolino di lancio. A soli 46 anni, che compirà a Natale, la leghista potrebbe nutrire altre ambizioni, come per esempio prendere in mano le redini della Lega dopo Salvini. C’è infatti chi racconta di averla sentita evocare il modello Meloni. La premier, infatti, 10 anni fa arrivò terza nella corsa al Comune di Roma (al ballottaggio andò Roberto Giachetti, sconfitto poi da Virginia Raggi).
Matteo Salvini e Silvia Sardone (Ansa).
La concorrenza a destra
Sardone non dovrà però sfidare solo il favorito centrosinistra, ma anche la concorrenza da destra di Carmelo Burgio, candidato di Roberto Vannacci: si dice che la numero 2 della Lega fosse stata corteggiata da Futuro Nazionale, ma un primo approccio malriuscito avrebbe stroncato la liaison sul nascere. A questo punto, diventerà vitale trovare un accordo con la lista civica di Pietro Tatarella e Antonio Civita, che hanno unito le forze dopo che la loro disponibilità è stata ignorata dai partiti. Molto più difficile, se non impossibile, trattare con il Patto per il Nord, visto che Gabriele Abbiati potrebbe intercettare i voti di tanti leghisti delusi. È l’ennesimo cortocircuito di una parte politica che, dopo essere stata detronizzata da Giuliano Pisapia nel 2011, non ha più ritrovato il bandolo della matassa.
Carmelo Burgio con Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
La vera partita è per Regione Lombardia
La misura della crisi non è data tanto dalla pur imbarazzante difficoltà a scegliere i candidati, quanto dalla totale assenza di proposte. In tre lustri di opposizione, le uniche battaglie significative sono state sulla viabilità e sulla sicurezza. Nel primo caso, al netto di alcune ciclabili astruse, la città è cambiata profondamente e semmai rimprovera al Pd di non essere stato più deciso nell’arginare il traffico. Il secondo, benché cavallo di battaglia del centrodestra, chiama in causa il governo nazionale, col ministro degli Interni Matteo Piantedosi espresso proprio dalla Lega. Una quarta sconfitta consecutiva non farebbe che certificare un divorzio che nei fatti si è già consumato con l’ex città-roccaforte, frutto della rottura delle relazioni coi mondi dell’imprenditoria, della finanza e della borghesia che ormai guardano al centrosinistra come un partner magari non affine ideologicamente e nemmeno impeccabile sul piano amministrativo, ma certamente più affidabile. Basterà la verve della fumantina Sardone per invertire la rotta? Probabilmente no, ma i maligni sostengono che non sia nemmeno quello l’obiettivo: tanto poi ci sarà la partita di Regione Lombardia, dove, specularmente, il centrodestra vince a mani basse e il centrosinistra non tocca mai palla.
Il Gruppo Sae ha soppresso la posizione di vice direttore editoriale con delega a banche e finanza ricoperta da Rosario Dimito. Il giornalista aveva lasciato a giugno Il Messaggero per passare al Gruppo di Alberto Leonardis, che a maggio aveva acquisito La Stampa. Dimito aveva iniziato a settembre con il nuovo incarico, volto a curare un progetto editoriale sul mondo bancario e finanziario da distribuire con le testate del gruppo. Ma dopo soli 21 giorni, per «sopraggiunte esigenze organizzative», il Gruppo ha soppresso la posizione formulando a Dimito «i migliori auguri per il prosieguo del suo percorso professionale».
Sei dei nove indagatiper l’esplosione al deposito Eni di Calenzanodel 9 dicembre 2024, costata la vita a cinque persone, hanno chiesto di patteggiare. Sono tutti dipendenti dell’azienda. Spetterà al gip decidere: la Procura di Prato ha già dato il suo consenso. Per gli altri indagati, un dipendente Eni (Enrico Cerbino) e due della società Sergen (Francesco Cirone e Luigi Murno), è stato invece chiesto il rinvio a giudizio.
Sopralluogo al deposito Eni di Calenzano (Ansa).
Chi sono gli indagati che hanno chiesto il patteggiamento
I sei principali imputati, spiega la Procura di Prato, «hanno manifestato la disponibilità a vedersi applicati complessivamente» oltre 14 anni per i reati di omicidio e disastro colposo, «rinunciando a difendersi, il che costituisce, allo stato, un importante risultato raggiunto». Le pene per le quali è stato chiesto il patteggiamento vanno da 2 anni a 2 anni e 9 mesi. In cinque (Luigi Cullurà, Carlo Di Perna, Emanuela Proietti, Marco Bini, Andrea Strafelini) hanno chiesto di patteggiare sostituendo la pena con lavoro di pubblica utilità. Un altro (Elio Ferrara) ha fatto richiesta della sospensione condizionale e della non menzione della condanna nel casellario giudiziale. All’iscrizione dei nove indagati nel registro assieme all’Eni, ritenuta responsabile di non aver saputo intercettare e correre gli errori di pianificazione e realizzazione nei lavori di manutenzione tra la linea 6 e 7 dell’impianto, il procuratore di Prato Luca Tescaroli aveva parlato di «evento prevedibile e evitabile», ma soprattutto di «errore grave e indiscutibile». Nell’esplosione, come detto, morirono cinque persone. Ci furono inoltre 27 feriti e gravissimi danni a veicoli e edifici del circondario. Eni, proprietaria dell’impianto, ha deciso di smantellare e riconvertire la struttura da deposito di carburanti a hub per l’energia solare.
«Credo che una maggiore umiltà da parte del cancelliere sarebbe in realtà opportuna», ha detto Manuela Schwesig, governatrice socialdemocratica del Meclemburgo, dopo che Friedrich Merz ha confermato di voler rimanere alla guida del governo e continuare con la stessa linea tenuta fino a oggi. «Il cancelliere deve chiedersi criticamente se può semplicemente continuare come prima», ha proseguito Schwesig, girando il coltello nella piaga di una Cdu che non è riuscita a sorpassare la soglia del 5 per cento ed è rimasta fuori dal parlamento regionale a Schwerin. Una débâcle storica, che lo stesso Merz ha definito «un disastro», ma di fronte alla quale ha preferito nascondere la testa sotto la sabbia ignorando ancora il messaggio arrivato forte e chiaro dalle urne. Avanti come se nulla fosse, con la propria formazione che finge unità per mancanza di alternative e il partner della Große Koalition, la Spd, che medita il da farsi, magari seguendo proprio la linea dettata da Schwesig.
Friedrich Merz (Ansa).
La ricetta della vittoria (a metà) della governatrice del Meclemburgo
La governatrice del Meclemburgo, pur non essendo riuscita a fermare l’ondata di Alternative für Deutschland, primo partito alle urne con oltre il 38 per cento, è stata protagonista di una rincorsa che ha portato la Spd a più del 35 per cento, dal 19 a cui la davano i sondaggi solo qualche mese fa: merito della sua presa di distanza proprio dal partito nazionale che, insieme con la Cdu al governo, non ha saputo raddrizzare la barra, accumulando ritardi ed errori che hanno portato i due partiti tradizionali a cedere consistenti fette di elettorato alla destra radicale dell’AfD. Schwesig ha raggiunto il successo che le consentirà di continuare a governare, insieme ai verdi e alla Linke, grazie all’alta popolarità personale, con una netta presa di distanza dalla politica federale e una campagna elettorale fortemente polarizzata: ha contestato apertamente i piani di Berlino sull’abolizione della pensione a 63 anni e i tagli alla sanità, chiedendo inoltre aiuti concreti contro il caro carburante, riuscendo così a sganciarsi dal trend negativo del partito a livello nazionale.
Manuela Schwesig (Ansa).
Il pragmatismo nei confronti di Mosca
Con lo slogan Frau gegen Blau (La donna contro il blu, il colore dell’AfD), è stata inoltre capace di attrarre una massiccia quota di elettori moderati e di sinistra dai bacini della Cdu e della Linke, pur perdendo quote in favore dell’estrema destra. Ha puntato su temi strategici per il futuro, in particolare il mercato del lavoro, l’economia, la scuola e lo sviluppo delle infrastrutture e in politica estera, pur non andando apertamente contro la linea del governo, ha raccolto voti proprio per le sue posizioni storicamente moderate e pragmatiche, anche nei confronti della Russia. Manuela Schwesig, come altri colleghi di partito e non solo, ha sempre suggerito di non rompere definitivamente il dialogo con Mosca. Pur rinnegando certe sue passate posizioni sul Nord Stream, ha sì escluso una ripresa delle importazioni di gas dalla Russia ma solo finché Vladimir Putin sarà al potere.
Manuela Schwesig ai seggi (Ansa).
La storica vittoria della Linke a Berlino
In Meclemburgo, come in altri Länder dell’Est, l’elettorato, sia a sinistra sia a destra, è molto più conciliante verso la Russia di quanto non sia a Ovest e nella capitale, dove però la linea dura del cancelliere ha portato al partito più danni che benefici. E non è un certo un caso che nel voto locale a Berlino il primo partito sia adesso la Linke, erede diretta della Pds e prima ancora della Sed, il partito unico della Ddr. Quasi 40 anni dopo la caduta del Muro di Berlino, l’estrema sinistra ritornerà quindi al potere, con grande probabilità in coalizione con Spd e Verdi. Anche qui l’artefice del colpo alla Cdu di Merz, finora ai vertici cittadini, è stata una donna figlia di immigrati turchi, Elif Eralp, che è stata capace di mobilitare una buona quota di astensionisti concentrandosi soprattutto sulla grave emergenza abitativa, con la richiesta netta di un blocco degli affitti e dell’espropriazione-socializzazione delle grandi multinazionali immobiliari. Non solo: il successo della Linke è dovuto anche in questo caso alle posizioni del partito in politica estera, in particolar modo alla dura critica di Israele. Vicino al variegato mondo propalestinese, legato talvolta a movimenti islamisti e antisemiti, il partito di Eralp, in una capitale multietnica e multireligiosa, ha approfittato paradossalmente proprio della politica a senso unico di Merz, l’unico leader europeo che negli ultimi tre anni è andato a stringere la mano a Benjamin Netanyahu, classificato criminale di guerra dalla Corte criminale dell’Aja al pari di Vladimir Putin.
Elif Eralp (Ansa).
La lezione di Schwesig ed Eralp
Il cancelliere, che da un lato vorrebbe sconfiggere la Russia sul campo e dall’altro ha affermato che Israele fa in Medio Oriente «il lavoro sporco» che gli occidentali non vogliono fare, ha subito insomma a Berlino e a Schwerin due cocenti sconfitte, anche a causa di una politica estera unilaterale, guidata più che altro da ragioni ideologiche ed economiche trasversali: Manuela Schwesig e Elif Eralp sono in questa prospettiva il monito di cui il governo tedesco deve tener conto se non vuole acuire ancor di più i conflitti interni e naufragare ben prima della fine della legislatura, prevista nel 2029.
È stata fissata per il 20 ottobre 2026, davanti al Tribunale civile di Milano e alla giudice Stefania Novelli, la prima udienza della maxi causa contro Fabrizio Corona intentata a febbraio dal gruppo Mediaset, da Pier Silvio e Marina Berlusconi e da Maria De Filippi, Silvia Toffanin, Gerry Scotti, Ilary Blasi e Samira Lui. Chiesti danni reputazionali e patrimoniali per una campagna di odio e diffamazione da 160 milioni di euro in totale in relazione alla puntata del 26 gennaio del podcast Falsissimo dell’ex agente fotografico. In una memoria, depositata nei giorni scorsi dai legali dei promotori della causa, gli avvocati Andrea Di Porto, Giulia Bongiorno, Salvatore Pino e Aldo Baldaccini, vengono confermate le richieste danni a carico di Corona e si replica alla «assoluta inconsistenza degli argomenti» dei legali di quest’ultimo. L’ex re dei paparazzi, si legge nella memoria, «si pone deliberatamente al di fuori di qualsivoglia contesto regolamentato, sfruttando i vuoti normativi connessi ai nuovi mezzi di comunicazione, per provare ad operare legibus solutus, svincolato da qualsiasi regola etica e deontologica».
«Da Corona accuse e insinuazioni diffamatorie costruite sul nulla»
Il «resoconto edulcorato», si legge ancora, «offerto nella difesa avversaria non ha nulla a che fare, ma proprio nulla, con le affermazioni gravemente lesive realmente propalate nel corso della puntata. Corona ha spacciato per verità assoluta accuse e insinuazioni gravemente diffamatorie, costruite sul nulla». E «fuori da qui, sui social, in televisione e nei locali, continua, con lo stesso accanimento, la stessa violenza verbale, la stessa prepotenza, a propalare le medesime invettive, accuse e insinuazioni». Gli eventuali risarcimenti, aveva già spiegato il gruppo di Cologno Monzese, serviranno alla creazione di un fondo per la copertura delle spese di assistenza legale delle vittime di stalking, dei reati rientranti nel cosiddetto Codice rosso e di tutti i fenomeni di cyberbullismo.
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha assegnato al suo stilista Domenico Vacca l’incarico di consigliere per il cinema e gli audiovisivi. Si tratta di un ruolo che non prevede alcun compenso, ma – spiega Repubblica – la nomina ha comunque destato perplessità al Collegio Romano: Vacca, amico di vecchia data di Giuli, ha vestito diverse star del cinema ma non è mai stato coinvolto in prima persona nella produzione o promozione di film e serie tv.
Sul sito del nuovo consigliere di Giuli, fondatore (nel 2002) e direttore creativo del marchio del lusso che porta il suo nome, si legge che Vacca è «uno degli stilisti più amati da Hollywood». Nel corso degli anni ha «creato il guardaroba degli attori protagonisti di più di cinquanta film e serie televisive tra cui Denzel Washington in American Gangster, Al Pacino in The Son of No One, Dustin Hoffman in Stranger Than Fiction, Harrison Ford in Morning Glory, Glenn Close in Damages». Tanti poi gli attori che lo hanno scelto per i red carpet: da Daniel Day Lewis a Mickey Rourke, fino Steve Carrell, Will Farrell e Jack Black. «Questo nuovo incarico mi offre la possibilità di mettere a frutto l’esperienza maturata in oltre 25 anni di attività nel cinema e nell’audiovisivo a livello internazionale, ponendola al servizio del ministro nell’individuazione di strategie e iniziative capaci di valorizzare e promuovere l’industria cinematografica, l’audiovisivo e la creatività italiana nel mondo», ha dichiarato Vacca.
Il deputato Tommaso Calderone lascia Forza Italia e va con Futuro nazionale. La presentazione ufficiale è prevista per martedì 22 settembre in una conferenza stampa alla Camera alla quale parteciperanno, oltre a Roberto Vannacci, il capogruppo Edoardo Ziello e il coordinatore Massimiliano Simoni. Calderone, vicepresidente della commissione Giustizia, è il terzo deputato di Forza Italia ad aderire a Futuro nazionale. Con questo passaggio le truppe del generale alla Camera salgono salgono a quota nove deputati. Si tratta di Davide Bergamini, Gianangelo Bof, Domenico Furgiuele, Attilio Pierro, Emanuele Pozzolo, Laura Ravetto, Rossano Sasso, Edoardo Ziello e, appunto, Tommaso Calderone.
Nell’ultima puntata di Pulp Podcast, pubblicata oggi, Beppe Grillo ha detto a Fedez e Mr. Marra di non essere intenzionato a fondare un nuovo partito, dopo essere stato “scippato” del Movimento 5 stelle da lui stesso fondato nel 2009 assieme a Gianroberto Casaleggio. L’indiscrezione era circolata nei giorni scorsi: «Come faccio io a fondare un partito, a organizzarlo? Non ho il potere, le facoltà di farlo, mi dispiace. Io posso dare degli input, delle idee straordinarie sull’ambiente o sulla religione».
Nessuna nuova discesa in campo per Grillo, dunque. Ma altri attacchi a Giuseppe Conte sì. Il comico ha definito il presidente pentastellato «l’uomo che sussurrava ai cavilli», bocciando ancora il suo M5s: «Di progressista questo movimento ha solo la paralisi progressiva della mente. Non c’è nessuno che prospetta come sarà la società nel 2050». Pollice verso dunque per il piano in 20 punti votato nell’ambito di Nova: «Ma chi è che legge un programma elettorale? Se io mi dovessi candidare, direi: “Sono Grillo, fidatevi”. Io non dico più niente, perché ho già detto tutto, che volete da me? Datemi il voto e basta».
Giuseppe Conte con Beppe Grillo (Imagoeconomica).
Grillo: «Mi sento postumo di me stesso»
«Sono stato estromesso ma non ho rimpianti», ha poi inoltre Grillo tornando sul passato: «Posso aver sbagliato in fiducia, ma di colpe io me ne do meno. Il M5s doveva essere compostabile, non biodegradabile». Poi: Io mi sento postumo di me stesso da vivo, perché tutte le cose che dicevo 20 anni fa, come le comunità energetiche, l’idrogeno e le stampanti 3D, devono ancora arrivare qua. Questo è il disagio che sento io, non posso sempre andare e parlare delle stesse cose che mi sentivi dire».
Su Vannacci: «È come una decalcomania»
Fedez e Mr. Marra hanno inoltre chiesto a Grillo un parere su Roberto Vannacci. Questo il commento dell’ex garante del M5s: «È come una decalcomania. Più gli sputi, lo inumidisci, più si appiccica. Ci buttiamo nel fascismo, nel nazionalismo, sulla bandiera, la patria, sono malattie infantili, come gli orecchioni. Il pensiero si sta rattrappendo un po’, oggi le persone intelligenti si nascondono, hanno paura di confrontarsi. Il suo futuro sono le domande stupide, con un sottile astio».
Il gruppo Google è stato condannato a pagare una multa di 403 milioni di euro dall’autorità irlandese per la protezione dei dati per aver violato le norme europee sull’utilizzo dei dati di geolocalizzazione dei propri utenti. Si tratta della quarta sanzione più elevata inflitta dalla Commissione irlandese per la protezione dei dati, l’ente che vigila su Google a livello europeo (la sede della società per l’Europa si trova a Dublino). L’indagine era stata avviata nel febbraio 2020. Un portavoce di Google ha precisato: «Questo caso riguarda policy precedenti che sono state nel frattempo aggiornate. A partire dal 2019, abbiamo notevolmente migliorato le nostre procedure e introdotto strumenti efficaci che semplificano la gestione dei dati di localizzazione».
Ministro Valditara, che fa? Copia? Proprio lei! Qualcuno ha notato il titolo non proprio originalissimo del libro di Giuseppe Valditara, leghista e titolare del dicastero dell’Istruzione e del Merito nel governo Meloni. La rivoluzione del buonsenso – Per un Paese normale è uscito nel 2025, edito da Guerini e Associati, e se la prende, tra le altre cose, con gli eccessi del wokismo, tanto per cambiare. Forse Valditara avrà preso ispirazione da una stretta collega di governo, quasi una compagna di banco, cioè la forzista Anna Maria Bernini, ministra dell’Università e della Ricerca. Il cui padre – Giorgio Bernini, giurista all’Onu e ministro del Commercio con l’estero nel primo governo Berlusconi, morto a 91 anni nel 2020 – scrisse nel 1993 La rivoluzione del buonsenso: il risveglio dell’impolitico, all’epoca prendendosela con «l’onnipresente e monolitica partitocrazia», nella quale l’autore «ha rifiutato di identificarsi». Di qui «il ruolo di impolitico, spettatore impegnato ma estraneo al sistema del potere». Oltre 30 anni dopo, insomma, Valditara ritenta un’altra rivoluzione, ma chiamandola alla stessa maniera. A giudicare dai commenti su Amazon, non ha scatenato particolare entusiasmo tra i lettori. Sul sito compare infatti una sola recensione, intitolata, che non usa troppi giri di parole «Buono per il camino. Libro delirante di un ministero che finanzia le scuole private e trascura la scuola di cui dovrebbe essere rappresentante».
I due libri con lo stesso titolo.
Conte fa la spesa all’Esselunga per monitorare l’inflazione
Venerdì sera, a Roma. Giuseppe Conte, ex presidente del Consiglio, se ne va solo soletto a fare la spesa alla piccola Esselunga in pieno centro, quella di via Tomacelli: camicia sopra i pantaloni, niente giacca con la pochette d’ordinanza, è in libera uscita, ma viene riconosciuto dai passanti. Il leader del Movimento 5 stelle esce dal supermarket e con una classica busta gialla inizia a percorrere via Condotti e le altre strade del centro mentre è impegnato in una lunga telefonata. Avrà voluto testare con mano a che punto è arrivato il caro vita che attanaglia gli italiani? Del resto anche Giorgia Meloni, rispondendo al Partito democratico durante un’interrogazione in Senato a maggio, aveva confessato di fare la stessa cosa: «L’ultima volta che ho fatto la spesa al supermercato è stato sabato scorso. Io non rinuncio a stare in mezzo alla gente, non rinuncio a fare una vita normale, capisco che intorno a questo governo tanto affetto dopo quattro anni e qualcosa significherà». “Giuseppi” forse sta provando a imitarla…
Vannacci, Alemanno e quella presenza calabrese
Ma quanta paura fa il generale Roberto Vannacci alla destra di governo? I sondaggi vedono crescere ogni giorno i consensi per Futuro Nazionale, e a Orvieto tra una scatenata Laura Ravetto e l’economista Antonio Maria Rinaldi, entrambi ex leghisti, ecco arrivare anche Gianni Alemanno. Sì, l’ex sindaco di Roma, l’ideologo del movimento, tanto che qualcuno ha inventato una sintesi della coppia, “Alemannacci”, crasi perfetta tra Alemanno e Vannacci. C’è chi comunicava in diretta cosa stava accadendo a Orvieto a quelli di Fratelli d’Italia, e molti sono saltati sulla sedia quando hanno saputo della presenza in platea della figlia di donna Assunta Almirante, Giuliana de’ Medici. Un bel segnale per Vannacci, specie in vista delle elezioni suppletive a Reggio Calabria, dato che la consorte di Giorgio Almirante era calabrese al 100 per cento. E il giorno 23 settembre sono tutti convocati a Reggio, per sostenere il candidato Domenico Giannetta, il medico chirurgo, dirigente ospedaliero, che ha sempre militato in Forza Italia per poi abbracciare la causa di Futuro Nazionale. Giannetta è anche cittadino onorario di Cuiabà, la capitale dello Stato del Mato Grosso, in Brasile, e non gli mancherà il sostegno dei carioca.
Giuliana de’ Medici Almirante con donna Assunta nel 2013 (foto Imagoeconomica).
Te c’hanno mai Mamdami…
Roberto Gualtieri in visita a New York. Il sindaco di Roma ha incontrato il collega statunitense, Zohran Mamdani, nel corso di un faccia a faccia all’Urban 20 Mayors Summit 2026, ospitato e organizzato proprio dal primo cittadino della Grande Mela. Mettendo in allerta i costruttori romani, dato che Gualtieri ha pronunciato queste parole: «Abbiamo deciso di mettere in contatto i nostri rispettivi staff per approfondire delle forme, degli esperimenti, delle modalità di gestione delle questioni abitative di Roma che loro vogliono studiare. E, viceversa, noi studieremo approfonditamente alcuni elementi del loro piano casa, proprio per imparare ciascuno dall’esperienza dell’altro con uno spirito di grande amicizia e collaborazione». Gualtieri insomma pare pronto ad attaccare le politiche nazionali, dell’Italia e degli Stati Uniti: «I sindaci e le città stanno provando a dare risposte, spesso non aiutati dai governi o dovendo trovare soluzioni con strumenti limitati».
Toh, Guerri è a favore degli occupanti dello Spin Time
Ennesima spaccatura a destra, con un altro intellettuale protagonista: non bastava Pietrangelo Buttafuoco con il caos provocato alla Biennale di Venezia con l’apertura ai russi, ora anche Giordano Bruno Guerri ha trovato il modo di mettersi al centro di una polemica, stavolta tutta romana. Sì, perché Guerri ha avuto l’idea di difendere gli occupanti dello Spin Time, parlando alla trasmissione di RaiTre L’Elefante, condotta da Peter Gomez. Cosa ha detto Guerri? «Sullo Spin Time il sindaco di Roma ha provato a comprare lo stabile, a lanciare un’offerta, ma forse lo Stato potrebbe intervenire con maggiore autorità per proteggere questo bene, che è il nostro». Non solo: «La proprietà privata è un fondamento della nostra società e quindi va rispettata. Dall’altra parte vi sono gli espropri. Lo Stato si attribuisce il diritto di prendere la proprietà per costruire un’autostrada o un ponte. E qui è possibile violare la proprietà privata. Adesso bisogna chiedersi se in questo caso vale la pena di farlo. Secondo me sì. Perché quello è un miracolo, perché senza politica, senza sacerdoti, senza benefattori, hanno creato una struttura sorprendente, una sorta di città ideale dove vivono in comunità, hanno risolto problemi e hanno creato arte. Hanno riempito questo edificio, che era un mattatoio, di bellezza, dove vanno artisti a portare e creare nuova bellezza». Ma come, con tutti gli anni che ci ha messo la destra per liberarlo? Con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in prima linea? Ormai, dicono dalle parti di Fratelli d’Italia, «anche Giordano Bruno Guerri lo dobbiamo dare per perso. Che poi magari ce lo ritroviamo in parlamento, con Buttafuoco, eletto con qualcun altro…».
Politico, Cnn e MS Now hanno annunciato un’azione legale contro Donald Trump e tre suoi stretti collaboratori (la capo di gabinetto Susie Wiles, il direttore della comunicazione della Casa Bianca Steven Cheung e il direttore del Secret Service Sean Curran) dopo la revoca dei pass di accesso per la Casa Bianca decisa per i giornalisti delle tre testate.
Cnn, MS Now e Politico come immondizia: l’immagine (realizzara con l’IA) pubblicata da Trump su Truth.
Secondo le testate Trump ha violato la Costituzione Usa
Politico, Cnn e MS Now (l’ex MSNBC) accusano l’Amministrazione Trump di aver violato il Primo emendamento della Costituzione Usa, che prevede la libertà di stampa. Le testate evidenziano che il provvedimento è stato adottato dalla Casa Bianca senza preavviso e senza alcuna procedura formale, a seguito di una serie di articoli non graditi al tycoon. La richiesta verrà esaminata da un giudice federale del tribunale distrettuale di Washington D.C. e potrebbe portare a udienze già questa settimana.
Il post di Trump su Truth.
The Donald ha accusato le testate di diffondere fake news
La decisione di escludere i giornalisti era stata annunciata venerdì 18 settembre dallo stesso Trump sulla sua piattaforma social Truth: senza andare nei dettagli, il presidente americano aveva accusato Politico, Cnn e MS Now di diffondere fake news. The Donald si era detto «orgoglioso» di annunciare il ban, spiegando che «gli organi di informazione non dovrebbero poter scrivere o diffondere costantemente invenzioni e menzogne quando si occupano del presidente degli Stati Uniti, dell’Amministrazione Trump o degli Stati Uniti d’America».