Le eccellenze quotate del mercato italiano tornano protagoniste negli Stati Uniti grazie alla nuova edizione della conferenza Italian equity champions, l’iniziativa promossa dalla divisione IMI Corporate & Investment banking di Intesa Sanpaolo, guidata da Mauro Micillo, per favorire il dialogo tra investitori internazionali e società italiane ad alto potenziale di crescita. Ospitato a New York, uno dei principali hub finanziari mondiali, l’evento ha riunito 15 aziende italiane quotate che hanno incontrato oltre 50 tra i maggiori investitori istituzionali statunitensi rappresentanti di 39 case d’investimento, per un totale di circa 150 meeting. L’iniziativa ha visto la partecipazione di Acea, Ariston, Azimut Holding, Banca Ifis, Brembo, Cnh, De Longhi, Eni, Maire, Officina stellare, Ovs, Piaggio, Reply, Sanlorenzo e Technogym, offrendo un’importante occasione di confronto diretto sulle prospettive di crescita di Gruppi italiani con vocazione internazionale e sulle opportunità offerte dal mercato italiano per gli investitori americani.
Intesa conferma l’impegno a favorire il dialogo tra capitale internazionale ed eccellenze italiane
La conferenza conferma il ruolo della divisione IMI CIB come piattaforma di connessione tra il sistema imprenditoriale italiano e i mercati finanziari internazionali, mettendo a disposizione delle aziende competenze specialistiche, relazioni consolidate con la comunità finanziaria globale e una presenza diretta nei principali centri economici mondiali. L’iniziativa rappresenta l’evoluzione naturale del percorso avviato dalla divisione attraverso le conferenze Italian stock market opportunities, che negli ultimi anni hanno coinvolto numerose società quotate nelle principali piazze finanziarie europee, confermando l’impegno del Gruppo nel favorire il dialogo tra capitale internazionale ed eccellenze imprenditoriali italiane.
Consolidata la presenza negli Stati Uniti
Italian equity champions si inserisce nella più ampia strategia della divisione IMI CIB volta a sostenere la crescita dimensionale e l’apertura internazionale delle imprese italiane, grazie a una rete estera articolata e a una presenza consolidata nei principali mercati globali. Il Gruppo Intesa Sanpaolo vanta una presenza storica negli Stati Uniti e la filiale di New York rappresenta uno degli hub strategici del network internazionale della divisione IMI CIB a supporto dei clienti corporate e istituzionali nelle Americhe. Negli ultimi anni la divisione ha inoltre avuto un ruolo di primo piano in alcune delle più rilevanti operazioni infrastrutturali ed energetiche del mercato statunitense, tra cui il progetto solare Cider nello Stato di New York, il finanziamento del sistema di accumulo energetico a batteria Roccasecca in Nevada, e l’impianto solare Big Muddy in Illinois.
La Rai ha pubblicato il regolamento della 77esima edizione Festival di Sanremo, in programma dal 16 al 20 febbraio 2026. Diverse le novità introdotte da Stefano De Martino, dal numero di cantanti alle modalità di voto fino all’introduzione di paletti all’uso dell’intelligenza artificiale e della nuova Serata Performance.
La Serata Performance che decreterà il rappresentante all’Eurovision
La prima novità è, appunto, la Serata Performance che si terrà venerdì 19 febbraio. I concorrenti vestiranno i loro brani in gara in maniera particolarmente spettacolare, dalla messa in scena alle coreografie, richiamando il linguaggio visivo dell’Eurovision Song Contest. L’obiettivo della serata è infatti quello di designare il rappresentante italiano all’Esc, che non sarà più dunque in automatico il vincitore del Festival. Il sistema di voto della Serata Performance sarà coerente con questo scopo e abbinerà il televoto con il voto di una Academy, una giuria di esperti internazionali di varie discipline dello spettacolo (non solo musica ma anche coreografia e scenografia, ad esempio). Il vincitore rappresenterà l’Italia all’Eurovision.
Meno cantanti e in gara tutte le serate
Un’altra novità di rilievo è che quest’anno i cantanti in gara saranno meno del solito (24) e si esibiranno tutti ogni sera. I brani in gara verranno dunque ascoltati quattro volte (una serata resta dedicata all’esecuzione di cover con ospiti o duetti) prima della proclamazione del vincitore.
Cambia il peso del pubblico
Cambia anche il sistema di voto, con modifiche in particolare al peso del pubblico nella scelta del vincitore. Nelle diverse serate, il meccanismo di voto sarà così articolato:
al debutto del martedì voteranno la Giuria popolare (ndr il pubblico che esprime il proprio voto tramite televoto e voto online) e la Giuria della Sala stampa;
mercoledì toccherà alla Giuria popolare e alla Giuria delle Radio;
giovedì, nella serata cover, si esprimeranno congiuntamente Sala stampa, Radio e Giuria popolare;
venerdì, per la Serata Performance, voteranno la Giuria popolare e la Giuria di esperti Internazionali;
sabato sera, per la finale, voteranno di nuovo Sala Stampa, Radio e Giuria Popolare. Al termine, i punteggi della prima, seconda e quinta serata decreteranno la classifica generale, dalla quale emergeranno i finalisti delle prime posizioni, comunicati in ordine casuale in un numero compreso tra tre e cinque. Dopo la riproposizione delle loro canzoni, dal vivo o tramite registrazione, si aprirà la sfida decisiva dove a votare sarà esclusivamente la Giuria popolare per il 50 per cento. Il restante 50 per cento deriverà dalla dote complessiva dei punteggi accumulati nelle serate valide per la gara principale. La combinazione di questi due componenti stabilirà la graduatoria definitiva, incoronando il vincitore di Sanremo 2027.
La novità più evidente dunque il peso del pubblico nel momento più decisivo. Durante la sfida tra i finalisti voterà infatti solo la Giuria popolare. Come scritto sopra, non sarà comunque il pubblico da solo a determinare il vincitore – il risultato di quest’ultima votazione peserà per il 50 per cento e sarà sommato, per l’altro 50 per cento, ai risultati accumulati nelle precedenti serate.
Paletti all’uso dell’intelligenza artificiale
Altra novità è che il regolamento per l’edizione 2027 introduce per la prima volta dei paletti sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa. Testi e musiche dovranno essere frutto esclusivo dell’ingegno dell’uomo, escludendo l’impiego di sistemi di IA che possono sostituire, alterare o snaturare l’apporto creativo primario, riservando alla Rai e alla direzione artistica la facoltà di ricorrere a verifiche tecnologiche per scongiurarne qualsiasi abuso.
Intervistato da Cbs News, Huang ha respinto le «narrazioni apocalittiche» sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale. «Comunque la si voglia descrivere, c’è lo 0 per cento di possibilità che nel 2030 ci sia la fine del mondo», ha assicurato il ceo di Nvidia, produttore di chip per l’IA da 5 miliardi di dollari. «Spaventare le persone è inutile e irresponsabile», ha aggiunto Huang commentando le affermazioni dell’ex ricercatore di Anthropic (e con un passato in OpenAI) Jacob Coxon, secondo cui l’IA potrebbe eliminare l’umanità entro il decennio.
Jensen Huang (Imagoeconomica).
Anche Trump allontana la paura, ma i big frenano
Di recente, Trump ha liquidato l’ultimo allarme di Dario Amodei di Anthropic secondo cui l’IA si sta sviluppando a un ritmo esponenziale e, senza un rallentamento, nel giro di 6-12 mesi, potrebbe essere in grado di guidare uno sciame di agenti capaci di prendere il controllo dell’intero Internet: il presidente Usa ha puntato il dito contro le «forze negative» che tirano in ballo «cose che non accadranno». Amodei ha lanciato sul suo blog un appello per rallentare il ritmo di sviluppo dei modelli più avanzati dell’IA per motivi di sicurezza. La proposta ha trovato l’immediato sostegno di due protagonisti indiscussi in America del settore: Elon Musk, che con SpaceX controlla xAI, e Sam Altman, ceo di OpenAI, l’azienda che ha lanciato la corsa globale ai chatbot.
Leelezioni farsa nella Federazione Russa per il rinnovo della Duma di Stato, “legittimate” da un pool di esperti internazionali (anche italiani), sono andate come dovevano andare. La Commissione elettorale centrale prevede infatti che Russia Unita, ovvero il partito di Vladimir Putin, conquisterà 355 seggi su 450: si tratta di un record. Nell’ultima legislatura la formazione politica dello zar era rappresentata da 310 deputati. In precedenza, la fazione più numerosa di Russia Unita era stata quella formatasi dopo le elezioni del 2016, con 343 deputati. I putiniani – non era in dubbio – hanno pertanto mantenuto la maggioranza dei due terzi dei deputati alla Duma (bastava quota 301), che consente di modificare la Costituzione.
Voto in Russia (Imagoeconomica).
Russia Unita ha ottenuto circa il 58 per cento dei voti
Russia Unita ha ottenuto circa il 58 per cento dei voti. Il Partito Comunista della Federazione Russa si è avvicinato al 14 per cento, seguito dal Partito Liberal Democratico di Russia attorno al 9 per cento e da Nuovo Popolo, che ha riscosso l’8 per cento dei consensi. Russia Giusta non ha invece ancora la sicurezza di aver raggiunto il 5 per cento, che rappresenta la soglia di sbarramento. Yabloko, il solo partito che si era schierato contro la guerra in Ucraina, era stato escluso dalle elezioni.
Da record anche l’affluenza, arrivata al 59,32 per cento
Quelle andate in scena sono state le prime elezioni per la Duma dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina: il voto si è svolto anche nei territori occupati e annessi dalla Russia. E, come ha sottolineato Ella Pamfilova, presidente della Commissione elettorale centrale, hanno visto un’affluenza record del 59,32 per cento. Un netto aumento rispetto alle tornate precedenti: nel 2016 era stata del 48 per cento e nel 2021 del 52 per cento.
Vladimir Putin (Imagoeconomica).
Kadyrov confermato capo della Cecenia col 99,85 per cento dei voti
A proposito di farse, contestualmente a quelle della per la Duma si sono tenute in otto regioni anche le elezioni dei governatori. Ebbene, Ramzan Kadyrov è stato confermato capo della Repubblica Cecena col 99,85 per cento dei voti. Un risultato ancora migliore di quello del 2016 (94,8 per cento) e del 2021 (99,7 per cento).
The so-called Duma elections marked another major setback for Russian democracy. Their outcome was never in doubt.
The Kremlin silenced dissent, barred the only registered party that opposed its war in Ukraine, and shut out international election monitors.
«Le cosiddette elezioni della Duma hanno segnato un altro importante colpo per la democrazia russa. Il loro esito non è mai stato in dubbio», ha scritto sui social Kaja Kallas. «Il Cremlino ha soffocato il dissenso, ha escluso l’unico partito registrato che si opponeva alla sua guerra in Ucraina e ha impedito l’accesso agli osservatori elettorali internazionali. In Russia rimane solo la parvenza di democrazia», ha poi aggiunto l’Alta rappresentante Ue per la politica estera, spiegando di aver «proposto misure contro coloro che facilitano queste elezioni fittizie nei territori ucraini occupati».
Il sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi è stato nominato vicepresidente nazionale dell’Anci, l’Associazione nazionale comuni italiani, dal presidente Gaetano Manfredi. A Biondi sono affidate le deleghe alla formazione degli amministratori e del personale degli enti associati e ad Anci Comunicare. Tra le priorità del nuovo incarico ha indicato la rappresentanza delle città medie, dei piccoli Comuni e delle aree interne, richiamando anche l’esperienza maturata nel capoluogo abruzzese con la ricostruzione. Secondo Biondi, le città medie «sono la spina dorsale del Paese» e svolgono un ruolo di collegamento tra le grandi aree metropolitane e i territori interni. Sono «decisive per la coesione e lo sviluppo» e per questo devono trovare maggiore spazio nelle politiche nazionali. Il primo cittadino aquilano ha inoltre sottolineato il ruolo dei Comuni nell’attuazione degli investimenti e dei servizi finanziati attraverso il Pnrr: «Sono il primo presidio dello Stato per i cittadini, il loro protagonismo va riconosciuto e rafforzato».
La montagna di Rocca Salimbeni rischia di partorire un topolino, e per giunta tassato. Nel frattempo la guerra tra Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi è arrivata ormai a un punto in cui non si combatte più soltanto con miliardi, Opas, assemblee e comunicati alla Consob. Sono entrati in campo i professori di Diritto tributario. E quando una battaglia bancaria finisce nelle mani dei tributaristi, le strategie cedono il posto alla calcolatrice.
Luigi Lovaglio e Carlo Messina (Imagoeconomica).
I rilievi di Paparella sul “prodigio tributario” di Mps
Il primo a farlo è stato Franco Paparella, ordinario alla Sapienza, che sul Sole 24 Ore è intervenuto sul punto più delicato della controffensiva escogitata da Luigi Lovaglioper sottrarre Mps all’abbraccio della banca guidata da Carlo Messina. Il suo ragionamento è molto semplice: Intesa mette sul tavolo soldi propri e riconosce agli azionisti del Monte un premio rispetto alle quotazioni precedenti l’offerta. Mps invece, per rendere più appetibile la propria strategia, distribuisce ai soci 1,208 euro per azione fra contanti e titoli Generali. Solo che quei soldi, osserva Paparella, non arrivano da fuori: erano già dentro la banca e dunque appartenevano già, indirettamente, agli azionisti. Fin qui siamo ancora nella finanza, ma è quando si passa alla fiscalità che il discorso si fa più interessante. Paparella infatti calcola che per una persona fisica residente in Italia la distribuzione straordinaria può generare un’imposta di circa 31,4 centesimi per azione, addirittura superiore ai 30,2 centesimi ricevuti in contanti. Una specie di prodigio tributario: il socio si vede restituire una parte di ciò che era già suo e, nel tragitto da una tasca all’altra, incontra lo Stato che presenta il conto. Non esattamente il genere di argomento con cui si vincono le assemblee. E così, mentre Lovaglio continua a presentare la doppia operazione su Banco Bpm e Banca Generali come l’alternativa industriale allo “spezzatino” attribuito al progetto di Intesa, il terreno dello scontro si è spostato su una domanda molto meno epica: alla fine della fiera, quanto resta davvero in tasca all’azionista di Rocca Salimbeni?
Franco Paparella in una foto del 2012 (Imagoeconomica).
La risposta di Fransoni, vecchia conoscenza di Siena
A rispondere alle tesi di Paparella è arrivato, sempre sul quotidiano di Confindustria, Guglielmo Fransoni, ordinario di Diritto tributario all’Università di Foggia. Un nome che, nella storia recente di Montepaschi, non è esattamente quello di uno sconosciuto. Fransoni ha infatti assistito la banca in controversie tributarie arrivate fino in Cassazione. Il rapporto è documentato da atti giudiziari nei quali compare come suo difensore. Nulla di irregolare, naturalmente. Ma nella battaglia feroce che si sta combattendo attorno al Monte è un dettaglio che merita di essere conosciuto. Perché il professore chiamato oggi a misurarsi con la tesi che mette in difficoltà la strategia di Lovaglio conosce Mps non soltanto dai bilanci. E conosce anche altre stagioni della finanza italiana. Nel febbraio del 2005 venne infatti fermato dalla Guardia di Finanza alla frontiera di Chiasso mentre viaggiava insieme a Luigi Gargiulo, uno stretto collaboratore di Stefano Ricucci. Con loro c’erano documenti relativi alle società e alle operazioni finanziarie dell’immobiliarista che proprio allora stava diventando uno dei protagonisti della stagione dei “furbetti del quartierino”, e del quale il professore era stato uno dei collaboratori più stretti. Sono passati più di 20 anni, Ricucci appartiene ormai all’archeologia della finanza italiana e Fransoni è da tempo professore ordinario a Foggia, dove coordina anche il dottorato in Diritto e sicurezza. Ma certi incroci hanno la curiosa abitudine di ricomparire quando meno te li aspetti.
Guglielmo Fransoni (Imagoeconomica).
Gli ostacoli al piano di Lovaglio
Il punto, tuttavia, non è lui. È Lovaglio. Perché il numero uno di Mps si trova davanti a un problema che nessuna sottigliezza tributaria riesce a cancellare. La sua controffensiva contro Intesa deve convincere contemporaneamente il mercato, gli azionisti del Monte, quelli di Banco Bpm – Crédit Agricole in testa – e infine le autorità. Non proprio una passeggiata in Piazza del Campo. Mps ha lanciato in agosto offerte su Banco Bpm e Banca Generali per circa 34 miliardi complessivi, trasformando quella che era una difesa dall’assalto di Intesa in una controffensiva su due fronti. Ma su quello di Banco Bpm c’è seduto al tavolo il Crédit Agricole che ne possiede quasi il 30 per cento e parla francese, il quale considera poco attraente l’offerta di Siena e ha fatto capire di avere idee diverse sul futuro dell’istituto di Piazza Meda. Dall’altra parte Intesa non è rimasta a guardare. Messina aveva chiarito fin dall’inizio che Ca’ de Sass sarebbe andata avanti anche in presenza di una controfferta e l’aumento di capitale necessario all’operazione è stato approvato a larghissima maggioranza dall’assemblea. Ivass ha dato il suo via libera, mentre l’Antitrust ha aperto un’istruttoria sugli effetti dell’operazione sulla concorrenza.
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).
La matrioska di interessi dietro la battaglia tra Intesa e Mps
È questa la vera partita. Non Fransoni contro Paparella, ma Intesa contro Mps. Da una parte una banca che vuole comprare il Monte, dall’altra quest’ultimo che, per non essere comprato, tenta a sua volta di comprare Banco Bpm e Banca Generali. Una matrioska nella quale ogni volta che si apre una scatola ne compare un’altra. Lovaglio sostiene che il suo progetto tiene insieme ciò che Intesa vorrebbe dividere. Intesa replica, nei fatti, mettendo sul tavolo un premio per convincere gli azionisti a consegnarle il controllo. Nel mezzo ci sono miliardi di capitalizzazione, il futuro di Mediobanca e Generali, gli equilibri del sistema bancario italiano e soprattutto gli azionisti Mps, che a fine ottobre saranno chiamati ad approvare la duplice offensiva del loro ad. Ed è proprio qui che l’aritmetica diventa più insidiosa della finanza. Perché Paparella ha sollevato una questione dirimente: se una banca restituisce al socio una parte del patrimonio che già gli appartiene e quella restituzione viene tassata, quanto vale davvero il regalo? Si può discutere per paginate di diritto tributario, inoltrarsi in distinguo tra imponibile, valore fiscale, distribuzione e realizzo, magari chiamando a raccolta altri professori e fiscalisti. Alla fine, però, l’azionista del Monte farà una cosa molto meno accademica. Confronterà quanto aveva prima con quanto gli rimane dopo e deciderà se chiamarlo premio.
L’Amministrazione Trump ha preparato sanzioni contro l’intera Corte penale internazionale (Cpi) e potrebbe annunciarle già questa settimana, in concomitanza con l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Lo hanno riferito alla Reuters due fonti a conoscenza del dossier: Washington ha già imposto sanzioni contro singoli giudici e procuratori della Cpi, ma non aveva mai deciso di colpire direttamente l’organizzazione.
Perché Trump vuole sanzionare la Cpi
Essenzialmente, Trump accusa il tribunale con sede all’Aia di prendere di mira ingiustamente gli Stati Uniti e Israele. La Casa Bianca chiede infatti da tempo alla Cpi di ritirare i mandati d’arresto spiccati contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e contro l’umanità nella Striscia di Gaza. Inoltre contesta anche la precedente indagine sulle forze Usa in Afghanistan. A luglio il segretario di Stato Usa Marco Rubio aveva lanciato una campagna per isolare la Corte penale internazionale, invitando altri Paesi ad abbandonarla. Le nuove sanzioni rappresenterebbero una significativa escalation dello scontro con l’istituzione con sede all’Aia.
Donald Trump (Imagoeconomica).
Le ripercussioni delle misure statunitensi
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, le sanzioni vieterebbero la maggior parte delle transazioni con la Cpi dopo un periodo di grazia di 6-7 mesi. In particolare Washington – tramite il Dipartimento del Tesoro – potrebbe vietare a cittadini e imprese statunitensi di fornire fondi, beni o servizi alla Cpi senza un’autorizzazione dell’Office of Foreign Assets Control. L’iniziativa rischia di paralizzare le attività della Corte, che impossibilitata all’uso del dollaro risulterebbe isolata dal circuito finanziario globale e in difficoltà per l’assunzione di investigatori e l’acquisto di servizi informatici e assicurativi.
Cosa è la Corte penale internazionale
La Cpi, istituita nel 2002 e di cui gli Stati Uniti hanno mai fatto parte, è un tribunale la cui competenza è limitata ai crimini più seri che riguardano la comunità internazionale nel suo insieme: genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, a cui di recente si è aggiunto anche il crimine di aggressione. La Cpi non è un organo dell’Onu e non va confusa con la Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite, anch’essa con sede a L’Aia, nei Paesi Bassi: la prima giudica le persone fisiche, mentre la seconda gli Stati.
Il procuratore generale della California e Paramount hanno discusso una serie di potenziali concessioni nell’ambito di trattative avanzate per un accordo transattivo e tra queste figura un investimento di 1,5 miliardi di dollari da parte dell’azienda nella produzione in California per superare gli ostacoli relativi alla fusione con Warner. Lo scrive il Wall street journal. I dirigenti di Paramount e una coalizione di Stati, che hanno fatto causa per bloccare la fusione da 81 miliardi di dollari con Warner Bros Discovery, hanno trascorso il fine settimana a definire i dettagli di un possibile accordo. Tale intesa spianerebbe la strada a un’operazione capace di riunire sotto un’unica proprietà Hbo, Cbs, Cnn, servizi di streaming e celebri case di produzionecinematografica.
I termini del possibile accordo
Oltre al consistente investimento nella produzione, tra le concessioni discusse dalle parti vi è l’impegno a non vendere nessuno dei due complessi di studi cinematografici e a mantenere le attività nello Stato della California, hanno riferito le fonti. L’azienda aveva valutato l’ipotesi di trasferirsi fuori dallo Stato proprio perchè l’operazione incontrava resistenze. Le parti hanno inoltre preso in considerazione potenziali sanzioni nel caso in cui Paramount non dovesse mantenere la promessa, fatta in precedenza, di produrre 30 film all’anno dopo la fusione. Tra le misure ipotizzate figurerebbe la cessione della quota detenuta in Miramax – casa di produzione nota per film classici come Non è un paese per vecchi e Pulp Fiction – secondo quanto riferito dalle persone informate sulla vicenda. Tra le altre misure esaminate figurano la vendita di alcuni canali via cavo e la creazione di un comitato di garanzia per assicurare che la Cnn mantenga la propria indipendenza editoriale. Va specificato che non è stato ancora raggiunto un accordo definitivo e non è chiaro quali saranno le condizioni finali su cui le parti potrebbero convergere.
Presley Gerber, figlio della top model Cindy Crawford, è morto all’età di 27 anni. Lo riferiscono i media americani. L’ufficio del medico legale della contea di Los Angeles ha reso noto che Gerber è deceduto mentre si trovava in una struttura di riabilitazione. La causa del decesso non è stata specificata. «La famiglia chiede riservatezza in questo momento estremamente difficile e doloroso», ha detto il portavoce della Crawford. Nato in California nel 1999, Presley era uno dei due figli avuti dalla Crawford con Rande Gerber. Come la sorella Kaia, aveva intrapreso la carriera di modello a soli 16 anni debuttando per Moschino.
Negli ultimi anni aveva parlato apertamente della sua depressione
Nel corso della sua carriera nel mondo della moda, Gerber ha sfilato per marchi quali Burberry, Dolce & Gabbana e Bottega Veneta, oltre che per le griffe statunitensi Tommy Hilfiger e Ralph Lauren. È stato protagonista anche di campagne per Calvin Klein, Celine, Pepsi e Omega, ed è apparso su riviste come GQ Style e The New York Times Style Magazine. Negli ultimi anni aveva parlato apertamente della sua depressione e della dipendenza dalle droghe, condividendo il suo percorso di guarigione su Instagram. «La salute mentale è una questione importante. È una parte fondamentale della mia vita. È un impegno costante, 24 ore su 24, e c’è molto altro dietro», raccontò al podcast Studio 22 tre anni fa.
Mario Adinolfi, che si trovava agli arresti domiciliari (con braccialetto elettronico) in quanto accusato di truffa aggravata e continuata, abusiva raccolta del risparmio ed evasione fiscale, è stato trasferito in carcere Regina Coeli. La gip Giulia Arcieri ha deciso di aggravare la misura cautelare perché il leader del Popolo della Famiglia dalla sua abitazione ha pubblicato numerosi articoli e post su Internet. Adinolfi era stato obbligato, al momento della concessione dei domiciliari, a «non utilizzare in alcun modo, salvo che per contatti con il difensore, i dispositivi telefonici, informatici e telematici».
L’ultimo post su Facebook
«Mi portano in carcere perché scrivo su Facebook. Sono il primo italiano nella storia a subire questo tipo di arresto», ha scritto Adinolfi sulla piattaforma social commentando la decisione della gip.
Perché Adinolfi è stato arrestato
Adinolfi era finito agli arresti domiciliari l’8 luglio nell’ambito dell’indagine della Procura di Roma sulla cosiddetta “scommessa collettiva”, un circuito di raccolta fondi da privati – decine le persone coinvolte – ai quali venivano prospettati rendimenti (fino al 40 per cento annuo) legati al betting sportivo. Ipotizzato un danno vicino ai cinque milioni di euro. A Adinolfi viene inoltre contestata anche una presunta evasione fiscale da 400 mila euro. Nelle 20 pagine di ordinanza di custodia cautelare, la gip aveva evidenziato il «concreto rischio di recidiva rispetto a nuove condotte di truffa, raccolta abusiva di capitali, delitti tributari, verosimilmente già in atto». Il 31 luglio il Tribunale del Riesameaveva rigettato l’istanza della difesa che aveva chiesto l’annullamento della misura cautelare o quantomeno affievolirla con misure meno afflittive, come l’obbligo di dimora nel Comune di residenza o l’obbligo di firma. Come riporta Repubblica, Adinolfi dai domiciliari Adinolfi ha scritto 49 articoli sul suo blog e pubblicato 23 post su Facebook: ben 72 dunque gli interventi sul web, mentre avrebbe dovuto tenersi lontano da telefoni, computer e rete, a meno di comunicazioni col suo legale.
Domenica 20 settembre 2026 si è votato per rinnovare le assemblee regionali dei Länder di Berlino e Meclemburgo-Pomerania, in Germania. Dopo la vittoria in Sassonia-Anhalt, l’ultradestra di Afd ha vinto anche in quest’ultimo land, dove invece la Cdu, per la prima volta nella sua storia, non è entrata nel Parlamento. La Sinistra della Linke ha invece conquistato Berlino, scrivendo una pagina storica con la pasionaria Elif Eralp. Risultati che lo stesso cancelliere Friedrich Merz ha definito un «disastro», aggiungendo però di voler «portare avanti il Paese» rispondendo con le riforme.
I dati in dettaglio
Osservando le percentuali, i dati mostrano un quadro complesso. In Pomerania l’Afd è in testa con il 38,2 per cento, con un incremento del 21,5 per cento rispetto alle elezioni precedenti. Al secondo posto ci sono i Socialdemocratici che, con Manuela Schwesig, ex ministra di Angela Merkel, prenderebbero il 35,5. Terzo posto per la Linke al 6,5 per cento, seguita dai Verdi al 5,7 per cento. Drammatico il dato della Cdu, che è scivolata per la prima volta fuori dal Parlamento regionale di un Land. Ha infatti ottenuto il 4,9 per cento, sotto il limite dell’ingresso che è al 5. A Berlino, invece, i numeri consegnano una vittoria netta alla Linke con il 25,7 per cento (+13,4 per cento rispetto al 2023), mentre la Cdu è calata al 18,8. Cresce molto anche l’Afd, con un 15,8 per cento (+7,2) che la colloca saldamente al terzo posto. Seguono i Verdi al 14,3 e la Spd al 12,1, entrambi in calo rispetto alla tornata precedente rispettivamente del 4,1 e del 6,3.
C’è chi lo ha già ribattezzato «congresso truffa», scelbianamente parlando. Con un coup de théâtre dal palco di Pontida, Matteo Salvini ha annunciato che convocherà un congresso federale straordinario a ottobre. La mossa ha spiazzato il fronte dei ‘nordisti’ che da settimane chiede un suo passo di lato e, invece, si ritroverà un segretario che si presenta all’assise con un vantaggio schiacciante. Non vi sarà, infatti, alcuna elezione di nuovi delegati: i partecipanti saranno gli stessi di Firenze. Il consiglio federale dovrà decidere le modalità e le regole di svolgimento dell’assemblea. Ma è chiaro fin dalla vigilia che, se si tratterà – come sembra – di un’assise elettiva, non dovrebbe esserci spazio per esprimere una candidatura alternativa a quella dell’attuale segretario.
Matteo Salvini a Pontida (Imagoeconomica).
Perché la riconferma di Salvini pare già scritta
L’assemblea – stando a quanto risulta a L43 – dovrebbe essere convocata a fine ottobre, al più tardi a inizio novembre. Non essendoci tempo di eleggere nuovi delegati, parteciperanno quelli scelti un anno e mezzo fa, nell’aprile 2025, che rispondono in maggioranza a Salvini. Insomma, il leader della Lega non rischierebbe nulla, anzi sembra aver inaugurato una nuova categoria di congresso: la parola chiave che si usa in queste ore non è infatti assemblea elettiva ma «confermativa». Una sorta di referendum il cui risultato pare già scritto: il segretario si prepara alla riconferma (Salvini ha già parlato di «alzata di mano») per poi autorizzare le “purghe” contro i “ribelli”. Uno scenario che smonta la tesi – sostenuta a gran voce fino a ieri – che la leadership di Salvini non si potesse mettere in discussione in quanto appena rieletto segretario. Se il fu capitano fosse così saldamente al comando del partito, si chiedono i più scettici, perché cercare una riconferma?
La ‘guerra’ dei colori e degli slogan
Allo stesso modo non dà prova di forza un vicepremier e ministro che insiste nell’attacco sguaiato ai media (questa volta è toccato a Paolo Berizzi di Repubblica che si è preso del «prezzolato», «mistificatore» e «inventore») che cercano di restituire la cronaca delle divisioni interne alla Lega, esplicitate peraltro come mai prima d’ora sul palco di Pontida, dai lombardi Massimiliano Romeo e Attilio Fontana, e da alcuni degli amministratori, come Maurizio Fugatti e Luca Zaia. Divisioni rese plastiche dall’arrivo in squadra sul pratone di Zaia, Fontana, Fugatti e Massimiliano Fedriga, oltre che dalla ‘guerra’ di colori tra t-shirt blu pro-Salvini e magliette verdi con scritto “Lega Nord fino alla morte”, e dai cori opposti, con i salviniani Eugenio Zoffili e Fabrizio Cecchetti a scandire al megafono sotto il palco «C’è solo un capitano» e i bergamaschi agguerriti in difesa di Romeo con fumogeni verdi al grido di «secessione». Insomma, un popolo, quello di Pontida, diviso, e apparentemente meno numeroso degli anni scorsi, con i gazebo e i capannoni dell’area ristoro raddoppiati per coprire i vuoti sul ‘sacro prato’.
L’unica mossa dei critici è una mozione di minoranza
Le fratture interne non sono state placate neanche dal commosso omaggio corale a Umberto Bossi, scomparso a marzo, cui è stato dedicato ufficialmente il pratone, né dal ritorno del Va’ pensiero, inno simbolo degli anni del nordismo. Divisioni che riecheggiano anche negli interventi di due big come Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti. Il primo ha avvertito che nella Lega non c’è spazio per i «fratelli coltelli», mentre il secondo ha ribadito che il modello non è quello di «Caino e Abele» ma di «un popolo che ha giurato di stare assieme e di combattere per un risultato». Alla fine, ancora una volta Salvini ha avuto la meglio e si è imposto sui critici ai quali rimane solo – anticipano fonti qualificate a L43 – la presentazione di una «mozione di minoranza» al congresso. Ma quanto potrà durare? E quanto questo immobilismo indebolirà ancora il partito, e, di riflesso, la coalizione di centrodestra e il governo?
Toccate tutto a Ed Sheeran, ma non il conto in banca. A far saltare la messinscena da bravo ragazzo della porta accanto, tutto chitarra acustica, maglioncini e buoni sentimenti, ci ha pensato il suo stesso opening act, quel rapper Macklemore che ha rifiutato la parte dell’intrattenitore muto e che sul palco americano del MetLife Stadium ha osato pronunciare: «Free Palestine». Apriti cielo. Un’entrata a gamba tesa che ha fatto venire un attacco di panico fulmineo ai padroni della baracca.
Robert Kraft, uno che con la sua fondazione foraggia i Friends of the Idf (raccogliendo fondi per l’esercito israeliano) e che si ritrova proprietario del Gillette Stadium (tappa della tournée), ha alzato il telefono dettando il ricatto: o cacciate il sovversivo o vi scordate le chiavi per il resto del giro.
Il businessman americano Robert Kraft (foto Ansa).
Inutile offrire 2 milioni di tasca propria per mediare privatamente
Davanti all’ultimatum commerciale dei miliardari della NFL, il menestrello rosso si è preso un colpo di strizza epocale e si è comportato come il più ubbidiente dei contabili di fronte a un controllo fiscale. Prima ha provato a lavarsi la coscienza offrendo 2 milioni di tasca sua per mediare privatamente con Kraft, poi, incassato il no della lobby di Miriam Adelson (finanziatrice degli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata), ha calato le braghe senza battere ciglio, licenziando il collega e nascondendosi dietro un post su Instagram che parla di una neutralità necessaria per «non ferire nessuno».
Donald Trump con Miriam Adelson (foto Ansa).
Eppure sull’Ucraina Ed non aveva avuto problemi a schierarsi
Peccato che la favoletta del reuccio apolitico che piange per entrambe le parti diventi una barzelletta di pessimo gusto quando si spulciano gli archivi. Quattro anni fa la prudenza andò felicemente in vacanza a Varsavia per il Concert for Ukraine, con tanto di esibizione sotto il bandierone del gruppo musicale degli Antytila a favore delle telecamere occidentali. Evidentemente la morale si applica a giorni alterni e si prende una pausa solo quando il sistema dà il via libera.
I membri della band ucraina Antytila posano con le armi nel 2022 (foto Ansa).
Crollo d’immagine verticale e 150 mila follower persi in ventiquattr’ore
Stavolta, però, il servilismo da botteghino ha fatto terra bruciata. Finneas, la folk band Beoga e l’intero entourage dei musicisti di supporto lo hanno piantato in asso, rifiutando di fare da comparse al servizio di un miliardario terrorizzato dalle penali. Un crollo d’immagine verticale certificato da 150 mila follower persi in ventiquattr’ore, dalle radio che cancellano i suoi singoli e dagli schiaffi pubblici di Roger Waters, che lo ha liquidato con un micidiale: «Ed chi? Sei solo un piccolo stronzo che fa la cosa sbagliata».
Il cantante Finneas (foto Ansa).
Al Bano, dopo i brindisi con Putin, riscuote il suo gettone a Tel Aviv
Intanto, mentre l’inglesino piange le perdite sul tabulato dei rimorsi, l’inossidabile Al Bano spaccia per “missione umanitaria” un ricco gettone d’oro a Tel Aviv. Senza mostrare la minima esitazione, la voce più potente della Puglia ha continuato a battere cassa intonando la solita Felicità per una platea disposta a pagare biglietti salatissimi pur di dimenticare la cronaca bellica. Del resto, per chi ha costruito una fortuna facendo il pieno di rubli nei palazzetti di Mosca e collezionando brindisi privati con Vladimir Putin prima che le black list di Kyiv diventassero un fastidio, i veti fanno appena il solletico.
Al Bano brinda insieme a Viktor Orbán e Vladimir Putin (foto Ansa).
Proprio in quei giorni, però, il leone di Cellino San Marco, abituato a trattare le frontiere del Pianeta come semplici recinzioni del suo vigneto, si è ritrovato messo alla porta dal suo stesso sangue, cancellato senza troppi complimenti dal banchetto delle nozze-bis della figlia Cristel. Una purga domestica servita fredda dalle eterne ostilità con Romina Power. Ma i Carrisi sanno come trasformare un’umiliazione privata in un risarcimento pubblico da milioni di telespettatori.
Carlo Conti sistema la legge eterna della dinastia
Ci ha pensato il Signore di Firenze, Carlo Conti, che per anni gli ha sbarrato la porta dell’Ariston, a saldare i conti in sospeso con la Rai. Jasmine, che ha fatto i provini di nascosto da papà, si è presa il posto fisso a Tale e Quale Show, dimostrando la legge eterna della dinastia: se il vecchio viene cacciato dal portone, la nuova leva impara subito a intrufolarsi dalla finestra.
Jasmine Carrisi durante il photocall di presentazione dell’edizione 2026 di Tale e quale Show (foto Ansa).
La morale di questa doppia recita restituisce la fotografia esatta del music business ridotto a mero opportunismo monetario. Da una parte c’è il colosso anglosassone che scappa a nascondersi dietro lo schermo protettivo di uno smartphone, terrorizzato all’idea di veder scendere le quotazioni aziendali del suo nome per aver barattato la sua dignità. Dall’altra c’è l’autarchia contadina del Re delle Puglie, che se ne frega dei venti di guerra, salvo poi scoprire che puoi anche fare il leone in Medio Oriente, ma resti comunque il bersaglio preferito delle faide del tuo stesso giardino di casa.
Negli ultimi anni ci siamo raccontati grosso modo questa storia: più intelligenza artificiale, più investimenti, più chip, più modelli, più potenza di calcolo, più ricchezza. La narrazione ha funzionato al punto che AI-first è diventato uno dei modi più semplici per descrivere una trasformazione destinata a investire interi settori.
Rallentare il ritmo dello sviluppo, senza interrompere il progresso
Ora, però, qualcosa sembra cambiare. Alcuni dei protagonisti dell’industria hanno iniziato a chiedere di moderare il ritmo dello sviluppo, sostenendo che la corsa possa diventare difficile da governare. Il 12 settembre Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha pubblicato un lungo intervento nel quale sostiene che il ritmo con cui migliorano le capacità dei modelli più avanzati debba essere rallentato deliberatamente, senza però interrompere il progresso.
Dario Amodei (Ansa).
In pratica, Amodei propone valutatori indipendenti con accesso ai sistemi paragonabile a quello dei dipendenti interni, standard di sicurezza comuni tra le aziende e una forma di coordinamento internazionale. In altre parole, il capo di una delle aziende che competono più intensamente sulla frontiera tecnologica sostiene che sia necessario correre in modo più controllato. La proposta ha ricevuto il sostegno di Sam Altman, co-fondatore e ad di OpenAI, e di Elon Musk, tra le altre cose capo di xAI. Il ceo di Meta Mark Zuckerberg ha invece difeso un approccio più affidato alla responsabilità individuale dei laboratori e agli incentivi del mercato, contestando la necessità di una frenata coordinata.
Il tema ha rapidamente superato i confini dei laboratori, coinvolgendo la politica e innervosendo i mercati. Se negli Stati Uniti i democratici hanno di fatto appoggiato Amodei, primi fra tutti Barack Obama e Kamala Harris, il presidente Donald Trump si è detto invece contrario. Nel frattempo, sui mercati, il 14 settembre Nvidia è scesa di circa il 2-3 per cento nel pre-market, mentre i future sul Nasdaq 100 sono arrivati a perdere circa l’1,8 per cento. Le perdite si sono poi ridotte: il Nasdaq ha chiuso la seduta in calo dello 0,56 per cento.
Barack Obama con Kamala Harris (foto Ansa).
Il movimento è stato associato alle preoccupazioni sull’impatto di un’eventuale decelerazione della spesa per l’infrastruttura IA, ma nello stesso giorno hanno pesato anche il rialzo del petrolio, i rendimenti obbligazionari e le attese sulle decisioni della Federal Reserve, la banca centrale americana. Il nervosismo è comprensibile. Negli ultimi anni moltissime aziende hanno costruito il loro posizionamento sulla velocità: trasformazione, discontinuità, vantaggio del first mover, nuovi modelli, nuovi agenti, nuovi data center. Insomma, la velocità era la promessa di valore.
Il problema diventa la coerenza del racconto
Agli investitori però non piacciono le sorprese. Quanto è credibile chiedere di andare più piano mentre si prepara una delle più grandi operazioni finanziarie mai viste nel settore? Anthropic avrebbe scelto il Nasdaq per una possibile quotazione. Qui la questione smette di essere soltanto tecnologica. Infatti, se un’azienda dice contemporaneamente «dobbiamo rallentare» e «stiamo costruendo un business da migliaia di miliardi», il problema diventa la coerenza del racconto. E se il racconto non convince, i capitali possono diventare più selettivi.
Intelligenza artificiale (Pixabay).
Se il capitale tira il freno a mano, i primi progetti a essere messi in discussione potrebbero essere quelli nei quali l’IA è soprattutto una promessa fatta di trasformazioni annunciate prima ancora di essere comprese, di investimenti giustificati più dalla paura di restare indietro che da un bisogno preciso, da applicazioni difficili da collegare a risultati concreti, da impatti nella vita quotidiana di cui non si conosce la portata.
Decelerazione e crescita finanziaria sono questioni compatibili?
Come sempre, è una questione di fiducia, e la fiducia si costruisce nel tempo, quando il comportamento segue in modo coerente le parole. Questo rende credibili le parole. Al momento, il dato concreto è che la stessa azienda che invita il settore a riflettere sulla velocità dello sviluppo si prepara a una possibile quotazione di dimensioni straordinarie. Alcuni analisti considerano il rallentamento e la crescita finanziaria due questioni compatibili. Altri vi vedono una contraddizione.
Il prossimo capitolo della corsa all’IA potrebbe essere meno spettacolare
A fare la differenza sarà la capacità di Anthropic, e dell’intero settore, di spiegare con precisione che cosa significhi andare più adagio, quali attività debbano essere rallentate e quali, invece, possano continuare a crescere. Per questo il prossimo capitolo della corsa all’intelligenza artificiale potrebbe essere meno spettacolare del precedente, ma molto più importante. Si tratterà di chi riuscirà a dimostrare che quella potenza produce valore senza chiedere agli altri di sospendere il proprio giudizio. Perché quando il capitale è abbondante, quasi ogni promessa può sembrare plausibile. Ma quando il capitale diventa più selettivo, le promesse devono cominciare a dimostrare qualcosa. E forse è proprio questa la prossima frontiera dell’intelligenza artificiale: costruire organizzazioni alle quali le persone continuino a credere mentre corrono.
Le antiche città dell’impero, le metropoli futuristiche, i paesaggi rurali e i luoghi simbolo della Rivoluzione comunista. La Cina punta forte sul turismo per rilanciare l’economia nazionale e stimolare i consumi interni. Negli ultimi mesi Pechino ha ampliato le politiche di esenzione dal visto, esteso il numero degli Stati beneficiari e lavorato all’apertura di nuove rotte aeree internazionali, oltre ad aver incrementato i collegamenti già esistenti. L’intenzione è chiara: trasformare il Paese in una “potenza turistica” entro il 2030.
Entro il 2030 potrebbero raggiungere il 6,7 per cento del Pil
Nel 2025 la Cina ha registrato 154,5 milioni di arrivi dall’estero (+17,1 per cento su base annua) che hanno generato un giro d’affari pari a 131,1 miliardi di dollari (+39,2 per cento). Nel prossimo quinquennio il Dragone vuole raggiungere i 190 milioni di ingressi internazionali annui, con una spesa complessiva superiore ai 150 miliardi, e almeno 8,3 miliardi di viaggi interni. Questi numeri, nelle intenzioni del governo, dovrebbero rendere il turismo uno dei settori trainanti dell’economia. Morgan Stanley ha stimato che i ricavi complessivi del turismo in Cina, comprendendo sia i visitatori domestici sia stranieri e i viaggi di lavoro, rappresenteranno il 6,7 per cento del Pil entro il 2030 (contro il 4,8 per cento del 2024).
Lo skyline di Shanghai (Ansa).
Più esenzioni dal visto per incrementare gli arrivi stranieri
Una delle misure più importanti adottate dal governo di Xi Jinping per incentivare il turismo è stata l’ampia estensione delle esenzioni dal visto. La misura riguarda oggi oltre il 77 per cento degli arrivi esteri. Nei primi sei mesi del 2026 questa politica ha contribuito a far crescere del 20,4 per cento su base annua il numero di ingressi di cittadini stranieri in Cina, arrivati a quota 22,9 milioni. Pechino spera che questi visitatori spendano il più possibile e che tornino a casa con un’impressione positiva del Paese.
Xi Jinping (Ansa).
La scommessa del “turismo rosso”
I turisti internazionali sono soliti visitare le grandi città, dalla capitale Pechino all’avveniristica Shanghai, passando per la cyberpunk Chongqing, ma anche mete classiche come la Grande Muraglia o l’Esercito di terracotta. I turisti cinesi stanno invece alimentando il cosiddetto hongse luyou, il turismo rosso che richiama milioni di visitatori in siti, musei e località collegate alla storia del Partito, alla Rivoluzione e alla nascita della Repubblica Popolare. Le mete più gettonate includono Yan’an, base del Partito durante la guerra civile, Shaoshan, città natale di Mao Zedong, Jinggangshan, uno dei luoghi simbolo della rivoluzione comunista, e Nanchang, legata alla nascita dell’Esercito Popolare di Liberazione. Non esiste una statistica nazionale omogenea in grado di quantificare il fenomeno nel suo complesso. Il ministero della Cultura e del Turismo lo calcola tra i viaggi domestici che nel 2025 hanno generato una spesa di circa 900 miliardi di dollari.
L’Esercito di terracotta (Ansa).
I viaggiatori spendono ancora troppo poco
Nonostante i numeri incoraggianti, resta un problema: i viaggiatori spendono ancora troppo poco. Secondo una ricerca di Trip.com citata dal Wall Street Journal, nel 2025 i visitatori stranieri hanno speso in media circa 2.200 dollari a testa: una cifra considerevole ma inferiore ai due terzi della spesa media sostenuta dai turisti stranieri negli Stati Uniti. Sul fronte interno non va meglio: nella prima metà del 2026 sono stati effettuati 3,5 miliardi di viaggi domestici, in aumento del 5,4 per cento su base annua, ma la spesa è cresciuta appena del 2 per cento raggiungendo circa 478 miliardi di dollari. Ancora troppo poco per considerare il turismo un vero volano per l’economia.
Se il fantasy, come si sa, è il genere letterario d’elezione della destra italiana (e non solo italiana), quale potrebbe essere quello della sinistra? Forse l’utopia. Naturalmente si tratta di un gioco, ma i giochi, quando funzionano, qualche volta scoprono parentele che il linguaggio più serioso lascia nascoste. D’altra parte, il rapporto di una parte della destra italiana con l’immaginario fantastico ha una storia precisa, dai Campi Hobbit ad Atreju. Per i dirimpettai, l’utopia, intesa come capacità di giudicare l’esistente alla luce di un ordine possibile che ancora non c’è, appartiene da secoli all’armamentario del progressismo.
Giorgia Meloni ad Atreju (Ansa).
Se le forme narrative pretendono di farsi realtà
Né l’una né l’altro costituiscono, di per sé, un vizio. L’utopia è una critica permanente allo status quo. Impedisce che il presente acquisti abusivamente la dignità del necessario: senza il sogno di un mondo finalmente liberato dal male, probabilmente parte considerevole delle conquiste moderne sarebbe stata impensabile. Il mito, a sua volta, non è semplicemente una menzogna: offre immagini attraverso le quali una comunità interpreta se stessa. Una politica completamente priva di immaginazione sarebbe poco più che amministrazione. I problemi cominciano quando queste forme narrative pretendono di farsi realtà.
L’idealismo e il perfettismo morale rischiano di azzerare la concretezza
L’utopia progressista corre il rischio di guardare ciò che esiste solo dal punto di vista di ciò che dovrebbe esistere, fino a fare strame della concretezza. Si pensi a un certo pacifismo: la pace, che dovrebbe costituire il problema politico per eccellenza – quali condizioni, quali equilibri, quale deterrenza possano renderla possibile – diventa talvolta una sorta di principio astratto sordo ai bisogni delle vittime. Se la guerra è il male, sottrarsi alla guerra sembra già produrre la pace. Ma tra il rifiuto della violenza e la costruzione di un ordine che impedisca al più forte di imporla esiste precisamente lo spazio della politica. Qualcosa di simile affiora in alcune declinazioni della cosiddettacultura woke (categoria certamente imprecisa) al fondo della quale, tuttavia, è possibile riconoscere un impulso tipicamente utopico in forza del perfettismo morale che la abita, e che ne favorisce i tratti forsennatamente inquisitori e pedagogici. Per tacere poi degli oggettivi problemi connessi alla possibilità di una società universalmente inclusiva – conflitti di valori, frizioni culturali, segregazione – sovente sminuiti in nome di una fratellanza universale meritoriamente immaginata ma ancora faticosamente in costruzione.
Alexandria Ocasio-Cortez ha appoggiato Zohran Mamdani (foto Ansa).
Gli archetipi della destra e la semplificazione del presente
Il fantasy della destra compie un’operazione quasi opposta. Non proietta anzitutto il presente verso ciò che ancora non esiste: tende piuttosto a conficcare nella complessità del presente figure antiche e immobili. Il popolo e lo straniero, il confine e l’invasore, la patria minacciata, la decadenza e la rinascita. Sono archetipi potenti anche perché semplificano: raccolgono fenomeni eterogenei e li fanno entrare in una trama immediatamente riconoscibile. L’immigrazione offre forse l’esempio più evidente. È un problema politico reale, che investe frontiere, integrazione, lavoro, sicurezza, demografia e identità culturale. Ma quando la trasformazione demografica viene narrata attraverso le categorie dell’“invasione” o della “sostituzione”, il fenomeno cambia natura: non abbiamo più soltanto persone che arrivano, istituzioni che devono governare flussi e società che cambiano, ma un Noi e un Loro, un territorio da difendere, una comunità minacciata nella propria continuità. Anche una certa idea della pace in salsa sovranista conserva qualcosa di questa grammatica: popoli nuovamente padroni del proprio destino, ciascuno entro i propri confini, potrebbero finalmente liberarsi dalle pretese universalistiche e dalle guerre delle élite. Ma proprio l’archetipo rischia di nascondere ciò che la storia mostra: le nazioni non smettono di avere interessi incompatibili per il fatto di essere più sovrane. Una somma di egoismi non genera magicamente l‘armonia.
Una foto di gruppo dei Patrioti europei sul palco in PIazza Duomo (Imagoeconomica).
L’utopia può dimenticare il limite, il fantasy lo irrigidisce
Utopia e fantasy deformano dunque il mondo in direzioni differenti. L’utopia rischia di sottrarre alla realtà ciò che resiste al possibile immaginato; il fantasy di aggiungervi una struttura archetipica che rende tutto più schematico di quanto realmente sia. L’una può dimenticare il limite, l’altro può irrigidirlo. In entrambi i casi, c’è una forma di violenza che viene fatta alla realtà, che diventa violenza sulle persone. Posso lasciare indifese le vittime di un’aggressione imperialista, in nome di una pace utopicamente intesa. Oppure posso disinteressarmi del destino di uomini e donne abusati, torturati, affamati, perché non sono parte della mia etnia, facendo dell’appartenenza concreta il criterio per stabilire quali vittime debbano interessarci di più. Così, a sinistra come a destra, si muove guerra alla realtà, in nome di due tipi di fantasia diversi. La politica, forse, ha bisogno di entrambi i movimenti e deve diffidare di entrambi. Deve immaginare ciò che non esiste ancora senza pretendere che il mondo obbedisca al desiderio. Deve custodire appartenenze e simboli senza trasformare la storia in una saga di eroi, invasori e traditori.
Il regista di Blade Runner racconta come è nato il progetto della pellicola tratta dal romanzo di Peter Heller, con protagonisti Jacob Elordi e Josh Brolin.
di Redazione
A metà tra il thriller e il genere “sopravvissuti in un mondo devastato”, la pellicola The Dog Stars – Le Stelle Dopo la Fine, tratto dall’omonimo romanzo di Peter Heller del 2012 (in Italia lo ha pubblicato Rizzoli con il titolo Le stelle del cane), segna il ritorno di Ridley Scott alla fantascienza. Lo stesso regista di Blade Runner aveva annunciato il suo ritorno alla science fiction nel novembre del 2024, senza però specificare nulla in proposito.
Scritto da Mark L. Smith e Christopher Wilkinson, vanta un cast di prim’ordine, con attori del calibro di Jacob Elordi, Josh Brolin, Margaret Qualley, Guy Pearce, Benedict Wong e Allison Janney.
Il film è stato girato interamente in Italia, tra i set di Cinecittà e location a... - Leggi l'articolo
CINEMA - Cinema - 20 settembre 2026 - articolo di Redazione
Questa estate 2026 non si è infiammata solo di caldo africano, ma anche di polemica fantascientifica, suscitata da un primo articolo di Mauro Covacich su La Lettura de "Il Corriere della Sera" che, pur ammettendo i propri limiti di competenza, è stato un perfetto agent provocateur (colpevole di aver indicato la fantascienza come genere che “prevede il futuro” e sbaglia a farlo) suscitando qualche settimana di discussione. Alla fine, il 12 Luglio, Nicoletta Vallorani, sul medesimo periodico, ha pubblicato il suo contributo in merito alla discussione. Questo articolo prende le mosse dal passaggio finale del suo ottimo articolo.
“Ci sarebbe moltissimo da dire su tutto questo, ma per ora mi basta gettare i semi che, a quanto vedo, stanno già... - Leggi l'articolo
La Sirio avviò la manovra d’attracco verticale e la sabbia prese a vorticare, bistrattata dalla propulsione dei reattori. Il velivolo si adagiò lieve sulla spiaggia, i motori si spensero e il portello si aprì. La vista dall’hangar mostrava dune sabbiose delimitate da braccia scoscese di roccia che terminavano a picco nel mare, sulle quali proliferava una vegetazione rigogliosa, quasi opprimente.
Sei led di colore verde si accesero in sequenza, lampeggiando sul display dell’olopad incastonato nel torace di Vega, l’umanoide dall’aspetto femminile, dotato di intelligenza artificiale. Rivestita della stessa tuta indossata dal ricognitore Nathan Dale, disceso lungo la rampa di accesso all’hangar, immediatamente dopo Vega.
–... - Leggi l'articolo
Una rubrica sui topos della fantascienza, alla segnalazione di opere particolarmente interessanti di cinema/libri/anime alla riflessione aperta sullo scrivere fantascienza (worldbuilding, coerenza scientifica, ecc…).
di Andrea Cattaneo
Ubik di Philip K. Dick
Joe Chip, all’inizio di Ubik, è al verde e deve aprire la porta di casa ma, per riuscirci, la porta gli ricorda che deve infilare una moneta da cinque centesimi nell’apposita fessura. Ovviamente Joe non ha quei soldi e si mette a discutere. La porta gli ricorda gli impegni contrattuali sottoscritti compreso l’obbligo di pagare. Ma con la porta chiusa noi lettori non avremmo superato nemmeno il capitolo 3 del libro e quindi facciamo il tifo per Joe anche se, dai come fa a non avere nemmeno quei maledetti cinque centesimi!?
È una scena fastidiosa. E il fastidio non viene dalla porta, viene da Joe Chip: un disgraziato che fa perdere tempo a noi lettori interessati a scoprire cosa diavolo sia questo “ubik”.
Naturalmente... - Leggi l'articolo
L’erotizzazione dell’automobile raccontata da J. Ballard.
di Antonino Fazio
Nel romanzo Crash (1973) di James Ballard, trasposto in film nel 1996 da David Cronenberg, il protagonista (che ha lo stesso nome dell’autore) trasporta il lettore in una fantasia disturbante, in cui gli incidenti automobilistici, che sono anche scontri tra umani e macchine, vengono erotizzati dai personaggi, in quello che Freud definirebbe un “impasto pulsionale” tra libido sessuale e istinto di morte.
In un suo articolo del 1976 (in Simulacra and Simulation, 1981, trad. 1994), Jean Baudrillard ha scritto che si deve resistere alla tentazione moralistica di pensare che quello di Ballard sia il racconto di una perversione, anche andando contro il parere dello stesso autore. Chi dei due ha ragione? Entrambi, probabilmente. Per Baudrillard, il romanzo descrive (non a... - Leggi l'articolo
Nata dalla Guerra Fredda, oggi la Internationa Space Station è l'avamposto umano nello spazio.
di Vincenzo Graziano
Il nostro prossimo grande obiettivo è […] sviluppare la nuova frontiera: lo spazio. […] Stasera dirigo la NASA a sviluppare una stazione spaziale permanentemente abitata entro un decennio. […] Inviteremo i nostri amici e alleati a partecipare a questa sfida, affinché si possa rafforzare la pace e far prosperare la libertà…
Ronald Reagan,
Discorso sullo Stato dell'Unione,
25 gennaio 1984
Se provate ad alzare gli occhi al cielo in una notte limpida, potreste vederla: una stella artificiale, luminosissima, che taglia il buio a ventisette mila chilometri orari. Quella scintilla d'acciaio che sfreccia a quattrocento chilometri sopra le nostre teste è la Stazione Spaziale Internazionale (ISS, International Space... - Leggi l'articolo
La notizia è clamorosa, il contesto in cui si inserisce un po’ meno. Stando a quanto riferito dal sito del quotidiano sportivo portoghese A Bola, si starebbe apparecchiando un affare che riguarda il cambio di assetto proprietario di uno fra i principali club del massimo campionato saudita: e a essere coinvolti nel dossier sarebbero Cristiano Ronaldo e il patron del Milan, Gerry Cardinale, boss del gruppo RedBird Capital Partners.
Una delle quattro squadre sotto il controllo del Public Investments Fund
Il club in questione è l’Al-Nassr, quello da cui CR7 è tesserato dagli ultimi giorni del 2022. Per la cronaca, è una delle quattro squadre della Roshan League che a giugno 2023 – cioè sei mesi dopo l’atterraggio di Cristiano nel massimo torneo saudita – sono state portate sotto il controllo del Public Investments Fund (Pif), il principale braccio finanziario del regno saudita, investito della diretta responsabilità di sviluppare il torneo calcistico nazionale.
Gli altri tre club allora coinvolti nell’operazione sono Al-Ahli, Al-Ittihad e Al-Hilal. Quello era il momento in cui il regno dispiegava il massimo sforzo politico ed economico nello sviluppo dello sport nazionale e, più nello specifico, del calcio come principale strumento di una politica di potenza internazionale. Da allora molte cose sono cambiate, sia nell’atteggiamento del governo saudita verso lo sport sia, soprattutto, nella megalomania della progettazione politico-economica della grandezza saudita. E il fatto che si proceda verso la messa sul mercato dei club controllati da Pif è un segnale di questo mutamento. Ma andiamo nel dettaglio.
Un consorzio di cinque investitori
L’articolo pubblicato dal sito del quotidiano portoghese parla di un’operazione da 100 milioni di dollari (92 milioni di euro) che vede la partecipazione di cinque investitori. Oltre a Cristiano Ronaldo e a Cardinale vengono infatti indicati tre imprenditori sauditi: Ibrahim Al-Muhaidib, Mohammed Al-Khereiji e Sharaf Al-Hariri.
Al-Muhaidib è un giovane quarantenne rampante che ha costruito la sua fortuna dapprima col business delle cliniche dentali (le notizie agiografiche narrano che, in questo settore, la trafila sia partita dal ruolo di receptionist all’età di 13 anni) per poi diversificare nei segmenti dell’hospitality e del real estate. A maggio del 2026 la rivista specializzata Forbes gli accreditava un patrimonio personale da 2,1 miliardi di dollari.
Confermata la presenza di CR7 tra gli investitori
Dell’Al-Nassr è stato presidente per un breve periodo, nel 2024. E già a giugno il suo nome era stato fatto come possibile acquirente della quota di maggioranza (70 per cento) che Pif sarebbe intenzionato a vendere. Fra le indiscrezioni che in quella fase erano state fatte c’era anche quella sulla possibile presenza di CR7 tra gli investitori: cosa che, a tre mesi di distanza, verrebbe confermata.
CR7 in azione con la maglia dell’Al-Nassr (foto Ansa).
Per quanto riguarda Al-Khereiji, si tratta di un 38enne a capo di un conglomerato (l’Al-Khereiji Group) il cui settore prevalente è quello della comunicazione e dei media. Da poco più di un anno Al-Khereiji si è radicato nel mondo del calcio, avendo acquisito un club della serie B spagnola: l’Almeria. Manco a farlo apposta, è il club di cui Cristiano Ronaldo ha rilevato una quota del 25 per cento nel mese di febbraio.
Mohamed Al Khereiji, presidente de la UD Almería, con el icono del fútbol Cristiano Ronaldo, uno de los dueños del club, antes del partido amistoso internacional entre la UD Almería y el Al Nassr en Lisboa pic.twitter.com/xFOfGhoyic
Il più anziano dei tre è Al-Hariri (classe 1971), che gestisce un colosso degli investimenti globali (Hozon Holding) e ha la passione per i cavalli, ma non disdegna il pallone.
Il tentativo di disimpegno di Pif nel mondo dello sport
Questa formazione sarebbe pronta a rilevare da Pif il club che ha vinto l’ultima edizione del campionato saudita. Il fatto che uno dei possibili investitori sia anche un suo calciatore tesserato – anzi, il più importante calciatore della sua storia – è un’anomalia che passa abbastanza in secondo piano. Più interessante è comprendere il quadro economico di medio periodo in cui questa operazione avviene. Un quadro che segna il tentativo di disimpegno di Pif nel mondo dello sport.
Il principe saudita Mohammed bin Salman (foto Ansa).
La traiettoria dell’Al-Nassr è comune a quella degli altri tre club che erano finiti sotto la sfera d’influenza del fondo sovrano. Tra fine agosto e inizio settembre è stato perfezionato il trasferimento del 70 per cento dell’Al-Hilal (il club che ha affidato la panchina a Simone Inzaghi) a Kingdom Holding Company.
L’Al-Nassr sarebbe il secondo club la cui maggioranza viene alienata. Anche Al-Ahli e Al-Ittihad sono posti sulla stessa rotta. Si tratta di dismissioni programmate che dicono più di quanto il fondo sovrano voglia lasciar trasparire. E il messaggio che se ne può ricavare è alquanto chiaro: dire che si era esagerato con le spese è persino un eufemismo. Adesso bisogna rientrare e gli attori dell’economia privata sono chiamati a farsi carico dei “gioielli di famiglia calcistici”, che si sono rivelati un lusso pacchiano.
Il progetto LIV Golf: un pozzo senza fondo chiuso da un giorno all’altro
Con una specificazione: che parlando di “attori privati”, a proposito dell’economia saudita, si deve usare qualche cautela definitoria. Sono tutti quanti più o meno legati alla mano munifica della corona e alle strutture di un’economia statale non ancora emancipata dal sistema dei clan: ne hanno beneficiato nel corso del tempo, dunque sono chiamati a caricarsi qualche fardello laddove sia necessario. Tornando a Pif, la dinamica del disinvestimento è ancora più chiara se si guarda all’abbandono del delirante progetto LIV Golf: un pozzo senza fondo chiuso da un giorno all’altro.
Why, mister Cardinale?
In questo intreccio di miliardari sauditi, di multiproprietà calcistiche e di ex fuoriclasse del calcio che non vogliono rassegnarsi al fine carriera (l’altra sera CR7, oltre a subire una sconfitta 4-0 nella Champions asiatica per mano dell’Al-Ain, si è reso protagonista di una scena di nervosismo abbastanza ridicola), resta da capire a che pro il proprietario del Milan, Gerry Cardinale, entri nel business. Ha già dovuto costruirsi tutte le scappatoie possibili per sanare la posizione multiproprietaria coi francesi del Tolosa. E adesso vuole prendersi un giocattolo costosissimo in Arabia Saudita. Perché? Forse si sta lasciando ammaliare un po’ troppo dalle sirene portoghesi. Un giorno tirerà le somme e cercherà di capire se gli sarà convenuto.
Fino a pochi mesi fa, a chi si candidava per un posto di lavoro poteva succedere di sostenere uno o più colloqui, arrivando (quasi) alla fine della selezione senza neanche sapere quale sarebbe stata poi la sua retribuzione. Negli annunci abbondavano formule come «stipendio commisurato all’esperienza», «inquadramento da definire» o il sempreverde «Ral competitiva». Poi qualcosa è cambiato. E molto più rapidamente di quanto ci si potesse aspettare.
A luglio 2026, secondo gli ultimi dati raccolti dall’Indeed Hiring Lab, il 61 per cento degli annunci sulla piattaforma pubblicati in Italia indicava lo stipendio o, almeno, una fascia retributiva. All’inizio dell’anno erano appena il 35 per cento e, nel 2020, addirittura il 5,3 per cento: significa che, in meno di sei anni, siamo passati da un annuncio trasparente su 20 a quasi due su tre.
L’accelerazione coincide con l’entrata in vigore, il 7 giugno, delle nuove norme che recepiscono la direttiva europea sulla trasparenza retributiva e che, tra le altre cose, stabiliscono il diritto a conoscere il salario iniziale o la relativa fascia prima del colloquio, vietando al datore di lavoro di chiedere quanto il candidato guadagni o guadagnasse nel precedente impiego.
Italia da ultima in classifica a un inaspettato primato
Il cambiamento italiano colpisce ancora di più se guardiamo che cosa succede nel resto d’Europa: nel marzo del 2026, poco prima cioè dell’entrata in vigore delle nuove regole, l’Italia era ferma al 36 per cento, dietro a Regno Unito (56 per cento), Paesi Bassi (48 per cento), Francia (43 per cento) e Irlanda (39 per cento) e davanti soltanto a Spagna (17 per cento) e Germania (12 per cento).
Un’accelerazione che nel resto d’Europa ancora non si vede
A luglio la situazione si è praticamente ribaltata e, come detto, il nostro Paese è arrivato al 61 per cento di annunci “trasparenti”, superando Paesi Bassi (49 per cento) e Francia (43 per cento), mentre Spagna e Germania sono rimaste rispettivamente al 18 e al 14 per cento. La spiegazione risiede nei diversi tempi di recepimento della direttiva: secondo Lisa Feist, economista di Indeed, «il rispetto della scadenza europea e l’obbligo italiano di indicare la paga direttamente nell’annuncio hanno prodotto un’accelerazione che negli altri grandi mercati europei ancora non si vede».
Il mercato italiano degli annunci di lavoro viene rivoluzionato (foto Unsplash).
Certo, ancora non siamo arrivati al 100 per cento completo, e ciò significa che quasi quattro annunci italiani su 10 continuano a non riportare alcuna retribuzione. Tuttavia, la stessa Indeed ricorda che esistono deroghe per alcune tipologie contrattuali e settoriali e che una parte delle imprese sta ancora adeguando i propri processi di selezione.
Quanto può essere larga una “forbice”?
Rimane scoperta, poi, la questione escamotage, di cui – anche a giudicare da alcuni annunci che si vedono ancora scorrere su LinkedIn – molti continuano ad avvalersi: la legge impone infatti di pubblicare la retribuzione, ma nulla vieta di celare il reale stipendio dentro a una fascia salariale, che può essere più o meno ampia. Prima dell’entrata in vigore della normativa, l’Italia si distingueva proprio per l’ampiezza dei range retributivi, tant’è che, nei primi tre mesi del 2026, Indeed calcolava una forbice mediana pari al 50 per cento del limite inferiore per le retribuzioni mensili: significa che un’offerta da 3 mila euro poteva arrivare anche a 4.500. Solo il 10 per cento degli annunci che fornivano informazioni sulla paga indicavano una cifra precisa.
La piattaforma LinkedIn (foto Unsplash).
Questo trucchetto resiste ancora oggi, ma in misura nettamente inferiore e con grandi differenze tra i settori: in quello commerciale si riscontrano offerte che vanno dai 20 ai 30 mila euro, mentre ancora più estreme appaiono alcune offerte nella ristorazione, con paghe indicate anche fra gli 810 e i 1.895 euro mensili. Si tratta di esempi che ovviamente non costituiscono un campione rappresentativo, ma mostrano quanto due annunci entrambi dotati di una cifra possano avere un grado di trasparenza molto diverso.
Dopo l’entrata in vigore della nuova legge le fasce si sono ristrette
Eppure, proprio su questo fronte arriva una sorpresa: dopo l’entrata in vigore della nuova legge le fasce si sono ristrette e, tra il 7 giugno e il 31 agosto 2026, l’ampiezza mediana della forbice negli annunci italiani di Indeed è scesa al 25 per cento del limite inferiore. In pratica, partendo da uno stipendio di 2 mila euro, una forbice che un anno fa poteva estendersi per circa 900 euro oggi si fermerebbe intorno ai 500. Una tendenza confermata anche da un’analisi del Burning Glass Institute e basata sui dati Lightcast.
La trasparenza conviene anche alle aziende
Rendere pubblica la Ral non serve soltanto a risparmiare al candidato la spiacevole scoperta, dopo svariati colloqui, che lo stipendio offerto è più basso di quello atteso e/o sperato. La direttiva europea nasce soprattutto per ridurre le asimmetrie informative e contribuire a contrastare le discriminazioni salariali: i lavoratori hanno infatti anche diritto a chiedere informazioni sui livelli retributivi medi, distinti per sesso, delle persone che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore.
La rivoluzione italiana è appena cominciata…
La trasparenza, però, finisce col convenire anche a chi assume. In un’indagine Indeed condotta su oltre 6 mila lavoratori di sei Paesi europei, tra il 61 e l’82 per cento degli intervistati si dice più propenso a candidarsi quando nell’annuncio compare una fascia salariale. E l’effetto risulta particolarmente forte tra le donne. La rivoluzione italiana, insomma, è appena cominciata e resta da capire che cosa succederà a quel 39 per cento di annunci ancora senza paga dichiarata. Ma i primi numeri raccontano qualcosa che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrato quasi fantascienza nel nostro mercato del lavoro: scrivere quanto si guadagna sta diventando la normalità.
Anche la Cina ha paura dell’intelligenza artificiale. Non abbastanza, però, da togliere il piede dall’acceleratore. Mentre Anthropic e una parte della Silicon Valley chiedono di moderare lo sviluppo dei modelli più potenti, Pechino prepara regole più severe, rafforza i controlli e allarga il perimetro dei rischi. Ma respinge l’idea che la sicurezza debba tradursi in una frenata. Dietro gli allarmi americani vede anche una strategia industriale: conservare il vantaggio degli Stati Uniti, chiudere alla Cina l’accesso ai chip e alle tecnologie più avanzate, per poi negoziare da una posizione di forza.
Xi Jinping (Ansa).
I sospetti e le accuse di Pechino
La risposta ufficiale segue questa linea. Per Pechino l’IA deve restare «sicura e controllabile», subordinata alle decisioni umane e sorvegliata lungo tutto il suo ciclo di vita. Non deve però diventare monopolio di poche aziende o di un solo Paese. A parole, Xi Jinping propone un ecosistema aperto, accessibile e governato in sedi multilaterali, come confermato anche durante il vertice dei BRICS. Allo stesso tempo, la Cina accusa Washington di estendere arbitrariamente il concetto di sicurezza nazionale per contenere la crescita tecnologica cinese. Gli appelli di Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, arrivano forse dal messaggero meno adatto: la stessa azienda che denuncia i rischi dei modelli di frontiera sostiene restrizioni ancora più dure sulle tecnologie disponibili alla Repubblica popolare.
Dario Amodei (Ansa).
La tenuta del regime preoccupa più dell’apocalisse algoritmica
Il sospetto politico non cancella la preoccupazione. Nei giorni scorsi Chen Yixin, ministro della Sicurezza dello Stato e capo dell’intelligence civile, ha indicato nell’IA una possibile minaccia alla stabilità politica, alle infrastrutture critiche e allo stesso potere del Partito comunista. «Attori ostili potrebbero usarla per penetrare le reti, manipolare l’informazione, interferire con le istituzioni e colpire il sistema ideologico». Il linguaggio resta quello della sicurezza nazionale, più attento alla tenuta del regime che all’apocalisse algoritmica immaginata in alcuni laboratori californiani. Eppure il salto è evidente: il pericolo non riguarda più soltanto ciò che una macchina può dire, ma ciò che può fare. Il dibattito interno si sta orientando di conseguenza. Ai timori tradizionali – contenuti incontrollati, disinformazione, stabilità sociale – si aggiungono agenti autonomi, cyberattacchi, impieghi in ambito biologico e nucleare, perdita di controllo operativo. Ricercatori e centri di analisi discutono di sistemi capaci di aggirare le protezioni, uscire dagli ambienti di prova e agire nel mondo reale. Anche l’automazione del lavoro preoccupa: in un’economia rallentata, con milioni di nuovi laureati e una vasta occupazione manifatturiera e nei servizi, la sostituzione di massa non è una previsione astratta, ma un rischio politico. Le polemiche dei tassisti contro l’espansione dei robotaxi a Wuhan e la recente sentenza di Hangzhou contraria al licenziamento di un dipendente sostituito dall’IA hanno mostrato quanto rapidamente l’automazione possa diventare una questione di occupazione e stabilità sociale.
La World Robot Conference di Pechino (Ansa).
Il controllore ultimo resta lo Stato
Pechino non arriva impreparata. Già dal 2023 i servizi di IA generativa rivolti al pubblico devono rispettare i «valori fondamentali socialisti», evitare contenuti contrari alla sicurezza nazionale, registrare gli algoritmi e, nei casi previsti, superare valutazioni preventive. Da settembre 2025 è operativo un sistema di etichettatura dei contenuti artificiali. Le disposizioni più recenti impongono agli sviluppatori di agenti di proteggersi dall’avvelenamento dei dati, dalla manipolazione degli algoritmi e dalle vulnerabilità, oltre a individuare, interrompere e correggere comportamenti impropri. Gli utenti devono sapere quando una decisione è stata assunta autonomamente e conservare l’ultima parola. Il nuovo Quadro per la governance della sicurezza dell’IA, entrato in vigore a maggio, amplia drasticamente lo spazio dedicato agli agenti e all’IA incorporata. È inoltre in preparazione uno standard nazionale obbligatorio sulla sicurezza degli agenti, indicato dagli analisti di Concordia AI come il primo del genere. La formula politica è ormai definita: «Sviluppo prioritario, sicurezza come linea di fondo». Che cosa significa in pratica? Tracciabilità dei processi, dati confinati, test esterni e possibilità di arrestare le operazioni rischiose, ma nessun supervisore indipendente installato nei laboratori sul modello proposto da Anthropic. Il controllore ultimo resta lo Stato. D’altronde, il Partito comunista possiede strumenti coercitivi che Washington non può esercitare sulle proprie Big Tech con la stessa rapidità. Può rinviare il lancio di prodotti, imporre standard e coordinare aziende, università e apparati di sicurezza. Ma l’obiettivo non è soltanto ridurre il rischio. Le norme sui contenuti proteggono il monopolio politico del Partito, quelle sui dati rafforzano la sovranità digitale, gli standard tecnici possono diventare leve industriali e geopolitiche.
Un robot (Ansa).
La sfida con gli Usa e l’obiettivo dell’autosufficienza
L’accento sulla sicurezza non frena la penetrazione dell’IA nell’economia reale. Il programma “AI Plus” ne incentiva l’applicazione in manifattura, robotica, logistica, energia, sanità, istruzione e servizi pubblici. Pechino ritiene che il proprio vantaggio non risieda necessariamente nel dotarsi del primo modello capace di superare tutti gli altri, ma nella possibilità di applicare sistemi abbastanza potenti a una base industriale molto vasta. Le fabbriche intelligenti, le reti energetiche, gli ospedali, i veicoli autonomi e persino i giocattoli connessi producono applicazioni e dati con cui affinare ulteriormente i modelli. Washington conserva il primato nei chip più avanzati e in diversi sistemi di frontiera. La Cina prova a compensarlo con efficienza, scala produttiva e velocità di diffusione. I modelli open-weight sono parte della strategia. Possono essere scaricati, adattati e installati su infrastrutture locali, offrendo alle imprese un’alternativa più economica ai servizi chiusi americani. Facilitano l’esame delle vulnerabilità e l’impiego difensivo, ma permettono anche di rimuovere le salvaguardie e redistribuire capacità pericolose. Pechino accetta questa contraddizione perché l’apertura aiuta i suoi campioni a conquistare sviluppatori, mercati emergenti e influenza sugli standard globali. Le restrizioni americane sul calcolo avanzato, nel frattempo, accelerano gli investimenti nei semiconduttori nazionali e rendono l’autosufficienza una priorità politica.
Donald Trump (Imagoeconomica).
Lo scontro sulla distillazione
Un altro fronte è la distillazione, la tecnica con cui un modello più piccolo apprende dalle risposte di uno più potente. Le autorità americane accusano aziende cinesi, tra cui DeepSeek, Moonshot, Alibaba e MiniMax, di avere interrogato su scala industriale Claude, ChatGPT,Gemini e Grok per trasferirne capacità nei propri sistemi, violando le condizioni d’uso e aggirando almeno nello spirito i controlli tecnologici. Per Washington non è semplice apprendimento competitivo, ma appropriazione di un vantaggio costato miliardi, con possibili conseguenze sulla sicurezza nazionale. Pechino rovescia l’accusa: la distillazione è una pratica diffusa in tutta l’industria e gli Stati Uniti la trasformano in minaccia soltanto quando permette alle aziende cinesi di recuperare terreno. Dopo i chip e la potenza di calcolo, sostiene la narrativa ufficiale, Washington cerca così di chiudere anche l’accesso ai modelli, saldando gli interessi delle Big Tech alla difesa dell’egemonia americana.
Le principali app di intelligenza artificiale (foto Unsplash).
Gli effetti collaterali di una frenata
Il tema sarà al centro dell’agenda del vertice tra Xi e Trump, in calendario per il 24 settembre alla Casa Bianca. I due contendenti riconoscono molti degli stessi pericoli legati all’IA, ma li osservano attraverso lo specchio della competizione. La Casa Bianca teme che una pausa unilaterale consegni un vantaggio strategico cruciale a Pechino. La Cina teme che una pausa negoziata dagli americani congeli la superiorità di Washington. Entrambe le potenze chiedono controlli e continuano ad accelerare, entrambe descrivono le proprie restrizioni come difensive e quelle del rivale come strumenti di dominio. Un dialogo resta possibile (oltre che auspicabile) su incidenti informatici, sistemi militari e perdita di controllo. Ma l’IA è ormai considerata un’arma troppo strategica per rischiare di lasciare il primato al rivale. Per non perdere il passo, è difficile immaginare che Xi e Trump decidano di smettere di correre.
Dichiarare il proprio amore alla migliore amica non è mai semplice. Diventa ancora più complicato se, nel momento decisivo, la ragazza in questione finisce letteralmente incollata al soffitto.
È la premessa di My Best Friend Is Stuck on the Ceiling, cortometraggio australiano del 2015 scritto e diretto da Matt Vesely, una piccola commedia romantica che usa un espediente fantascientifico per raccontare con ironia l’imbarazzo, le aspettative e i rischi di un’amicizia che per uno dei due protagonisti è diventata qualcosa di più. Connor è innamorato in segreto della sua migliore amica Rach e, per il suo compleanno, le ha procurato un regalo decisamente fuori dal comune. Dovrebbe essere l’occasione perfetta per dichiararsi, ma... - Leggi l'articolo
La mobilità elettrica si sta facendo strada nella quotidianità degli italiani e rappresenta uno dei tasselli della transizione energetica. È in questo contesto che si inserisce la European mobility week, la principale campagna di sensibilizzazione della Commissione europea sulla mobilità urbana, in programma dal 16 al 22 settembre 2026 e dedicata quest’anno al tema Mobility for everyone. Un appuntamento che richiama l’obiettivo di costruire sistemi di trasporto più sostenibili, accessibili e inclusivi.
La situazione in Italia tra punti di ricarica e mercato delle auto elettriche
In Italia la rete di ricarica continua ad ampliarsi. Secondo i dati di Motus-E, al 30 giugno 2026 i punti di ricarica pubblici erano 84.564, con 6.311 nuove installazioni nel solo secondo trimestre e oltre 17 mila nell’arco degli ultimi 12 mesi. La crescita riguarda anche le autostrade, dove le infrastrutture sono salite a 1.516, rispetto alle 1.159 di giugno 2025. Il 59 per cento offre potenze superiori a 150 kW e più della metà delle aree di servizio autostradali dispone ormai di sistemi di ricarica. Parallelamente cresce il mercato delle auto elettriche. A fine agosto il parco circolante italiano di vetture completamente elettriche ha raggiunto 444.863 unità. Nei primi otto mesi dell’anno sono state immatricolate 90.381 Bev, il 68,2 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una quota di mercato salita a circa l’8 per cento.
Enel protagonista della transizione
In questo scenario, Enel è tra i principali protagonisti. Il Gruppo guidato da Flavio Cattaneo gestisce una rete di circa 28 mila punti di ricarica pubblici distribuiti sul territorio nazionale, dai centri urbani alle principali direttrici extraurbane. Di questi, 5 mila sono stati installati nell’ambito dei bandi Pnrr. Oltre 1.200 nuovi punti veloci ultimati lo scorso giugno si sono aggiunti ai 3.730 completati entro la fine del 2025, rafforzando la presenza in nove regioni, dalla Lombardia alla Sicilia, con particolare attenzione al Mezzogiorno e alle principali aree metropolitane. A questa infrastruttura si affianca la rete ad alta potenza, con oltre 1.800 punti HPC da 100 a 400 kW in più di 500 stazioni. L’impegno comprende anche la mobilità pesante, con due siti dedicati anche agli e-truck a Piacenza e Noceto. Ewiva, controllata del Gruppo Enel, si è inoltre aggiudicata tre lotti del bando Autostrade per l’Italia per nuove stazioni di ricarica da realizzare entro il 2027 lungo alcune delle principali direttrici autostradali. I nuovi siti prevedono anche sistemi di accumulo, pensiline fotovoltaiche, illuminazione intelligente e soluzioni progettate per facilitare l’accesso alle persone con mobilità ridotta.
Flavio Cattaneo (Enel).
Le soluzioni per una ricarica semplice e integrata
La strategia di Enel, però, non riguarda soltanto il numero delle colonnine. L’obiettivo è costruire un ecosistema che renda l’esperienza di ricarica semplice e integrata. Con Enel on your way, l’app del Gruppo dedicata alla mobilità elettrica, è possibile localizzare i punti disponibili, verificarne in tempo reale lo stato, avviare e interrompere la ricarica, effettuare il pagamento e pianificare gli itinerari. Grazie al roaming interoperabile, l’app consente di accedere a oltre 55 mila punti in Italia e a più di 60 mila complessivamente. La tecnologia Plug&Charge permette invece di iniziare la ricarica collegando direttamente il veicolo alla colonnina abilitata, senza autenticazione manuale, mentre i POS integrati consentono di pagare direttamente con carta. Per la casa, Waybox permette di programmare le ricariche e gestire in maniera intelligente i consumi. A questa si aggiunge Enel Drive, la soluzione che integra veicolo elettrico, tariffa luce dedicata e Waybox con installazione inclusa.
Verso un nuovo modo di muoversi più semplice e accessibile
La prossima sfida sarà accompagnare l’espansione della rete con procedure autorizzative e connessioni alla rete elettrica sempre più rapide, soprattutto nelle aree ancora meno servite. Perché alla crescita del numero di infrastrutture dovrà corrispondere anche una maggiore facilità di utilizzo. Una rete capillare, interoperabile e veloce può contribuire a ridurre le barriere percepite dagli automobilisti e rendere l’auto elettrica una soluzione sempre più concreta per cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni. È anche questo il senso della European mobility week: fare dell’elettrificazione non soltanto una questione tecnologica, ma un nuovo modo di muoversi, più semplice e accessibile nella vita di tutti i giorni. Un percorso nel quale Enel punta a rafforzare il proprio ruolo attraverso l’espansione della rete, le soluzioni digitali e i servizi dedicati alla ricarica, contribuendo alla trasformazione della mobilità nel quadro della transizione energetica italiana.
Come le Presidenziali del 2024, che hanno riconfermato senza sorprese Vladimir Putin, anche le elezioni parlamentari che si concluderanno domenica si svolgono in tempo di guerra. Quella che il Cremlino aveva definito “operazione militare speciale” si è trasformata in un confronto sempre più aspro con l’Occidente e la Nato, con riflessi evidenti in Russia: il sistema politico si è irrigidito ulteriormente, si è ridotto lo spazio per il dissenso, l’architettura putiniana – basata sugli equilibri fra i poteri forti, soprattutto quelli legati all’apparato militare e d’intelligence – è stata puntellata, abbandonando gli elementi meno coesivi. In questa prospettiva il voto rappresenta un ulteriore test per l’intero apparato.
Vladimir Putin (Imagoeconomica).
L’esclusione di Yabloko, unica formazione pacifista
L’esito come sempre è scontato. Dominerà Russia Unita, il partito del presidente, e le formazioni della cosiddetta opposizione sistemica, quella che da decenni è inserita nei meccanismi della cosiddetta democratura, si divideranno le briciole. Sono in corsa nove partiti, tra cui quello comunista di Gennadij Zjuganov, i liberaldemocratici del LDPR, Russia Giusta e il più recente Nuova gente, nato nel 2020. Manca all’appello Yabloko, storica formazione liberale fondata agli inizi degli Anni 90, esclusa di forza dalla corsa perché unico partito apertamente pacifista. Alle scorse elezioni si era fermata a poco più dell’1 per cento. Come nel 2024, dunque, per Putin si tratta di certificare una legittimazione alla quale non ci sono alternative.
Un seggio elettorale a San Pietroburgo (Ansa).
La stabilità garantita dai tecnocrati
Oltre quattro anni di guerra e sanzioni hanno inciso sull’economia russa, pur non conducendola al collasso come molti avevano previsto. Il sistema alla fine ha retto, anzi si è addirittura rafforzato, nonostante i contraccolpi e gli imprevisti del conflitto: la rivolta armata del 2023 orchestrata da Evgeni Prigozhin, dipinta lontano da Mosca come una notte dei lunghi coltelli che avrebbe fatto crollare in quattro e quattr’otto il castello di Vladimir Vladimirovich, è rimasta un episodio isolato che però ha dimostrato quanto Putin fosse saldo in sella, malgrado le faide interne, da sempre presenti all’ombra del Cremlino. Anche l’asse tra potere politico e oligarchia si è stabilizzato, grazie ai tecnocrati che governano la macchina, dal primo ministro Mikhail Mishustin alla governatrice della Banca centrale Elvira Nabiullina, passandoper Kirill Dmitriev, presidente del fondo sovrano russo e pedina fondamentale per quel che riguarda gli aspetti economici e finanziari nei colloqui fra Mosca e Washington sulla possibile road map verso la pace.
Il malcontento non fa calare il consenso al sistema
Non è un caso che, al di là delle urne annacquate, gli elettori russi continuino a esprimere fiducia sia nel premier (64 per cento, secondo i dati attuali del Levada Center) sia nei governatori regionali (67 per cento). Lo stesso Putin – dato in leggera risalita dal 74 al 76 per cento dopo i mesi estivi e le difficoltà che hanno toccato la popolazione tra i blackout di Internet e i droni sulle raffinerie – non sembra soffrire di tutti i mali, di salute e politici, che gli vengono attribuiti in Europa. Certo, per i russi le cose non stanno andando per il meglio. ‘Solo’ il 56 per cento dei cittadini pensa che il Paese stia andando nella direzione giusta, mentre il 27 per cento è convinto che la strada imboccata sia quella sbagliata. Ma l’ipotesi che possano scatenarsi rivolte sociali o politiche è lunare.
Vladimir Putin (Imagoeconomica).
La capacità di adattamento del regime
Allo stato delle cose, la Russia è dunque sostanzialmente stabile. I poteri forti fedeli al presidente si sono adattati alla nuova economia di guerra, che più di rivoluzioni necessita di costanti correzioni periodiche. Anche per questo le elezioni non rappresentano certo uno spartiacque, né per la tenuta del regime, né per gli equilibri che si delineeranno successivamente: certo, rimpasti governativi sono possibili e nemmeno Mishustin è al sicuro. Tanto che, in un ottica di cambiamento, sarebbe già pronto il vice Denis Manturov, più legato all’industria militare. E soprattutto sarà interessante capire se il Cremlino ordinerà una mobilitazione per rafforzare l’esercito o se il conflitto proseguirà sui binari attuali, senza scossoni, né al fronte né in casa.
Sufian Abu Zaida, ex ministro dell’Autorità nazionale palestinese, si è fatto avanti affermando di essere la fonte citata nell’articolo di Haaretz che riportava come Benjamin Netanyahufosse stato avvertito dei piani di Hamas dal presidente emiratino Mohammed bin Zayed, poco prima del 7 ottobre 2023. L’articolo di Haaretz si basava su alcuni passaggi del libro in uscita Kidnapped: 843 Days of Abandonment, scritto dai giornalisti Shlomi Eldarand e Ruth Yuval.
Benjamin Netanyahu (Ansa).
L’ammissione in un video pubblicato su Facebook
In un video su Facebook, Abu Zaida ha spiegato di aver svolto all’epoca dei fatti raccontati nel volume il ruolo di intermediario tra Israele e Hamas, trasmettendo agli Emirati e ai servizi di intelligence di Tel Aviv un avvertimento sui piani di Yahya Sinwar (allora leader di Hamas a Gaza) per una grande offensiva: scopo dell’operazione far deragliare gli Accordi di Abramo e gli equilibri in Medio Oriente. Haaretz aveva ipotizzato inizialmente che l’intermediario fosse Mohammed Dahlan, ex leader di Fatah nella Striscia di Gaza, o una persona che agiva per suo conto.
Chi è Sufian Abu Zaida, ex ministro dell’Anp
Esponente di Fatah, il 66enne Abu Zaida è stato ministro per gli Affari dei Detenuti dell’Anp dall’inizio del 2005 a quello del 2006, quando le elezioni legislative palestinesi videro la vittoria di Hamas. Originario di Jabalia e parte di una fazione di Fatah che sostiene Dahlan, nel tempo ha collaborato strettamente con Tel Aviv (nonostante avesse trascorso 12 anni in una prigione dello Stato ebraico) e intrecciato legami con importanti esponenti di Hamas, mantenendo anche contatti regolari con giornalisti israeliani. Au Zaida ha lasciato l’enclave palestinese alla volta dell’Egitto all’inizio della guerra: da allora risiede al Cairo.
Netanyahu, la smentita e l’attacco a Haaretz
L’ufficio di Netanyahu si era affrettato a smentire quanto scritto nel libro e riportato da Haaretz: «Una menzogna totale. Il primo ministro non ha parlato con il presidente degli Emirati durante il periodo in questione e non ha ricevuto alcun avvertimento da parte sua». Successivamente lo stesso Netanyahu, ha inviato una lettera di diffida alla testata di sinistra, da sempre una spina nel fianco dell’attuale premier israeliano. Questa la risposta del direttore Aluf Benn: «Non siamo spaventati dalle minacce del primo ministro e dai suoi tentativi di strangolarci finanziariamente. Continueremo a difendere i diritti umani e civili e denunciare le irregolarità e i crimini di guerra del governo».
San Marino Rtv presenta la nuova stagione televisiva 2026-2027. Un palinsesto profondamente rinnovato che rafforza l’identità del servizio pubblico sammarinese e consolida la presenza dell’emittente nel panorama televisivo italiano e internazionale. La nuova programmazione sarà presentata martedì 29 settembre, dalle ore 11 alle 13, con un evento in diretta realizzato contemporaneamente da due sedi – a San Marino, presso gli studi di San Marino Rtv in Piazza J.F. Kennedy, e a Roma, presso lo studio Roma Montecitorio, in Piazza Montecitorio 116. A condurre l’appuntamento saranno Vittoriana Abate da Roma e Silvia Pelliccioni da San Marino.
I protagonisti della nuova offerta
La stagione segna un ulteriore passaggio nel percorso di trasformazione di Rtv con più produzioni originali, nuovi programmi e nuovi protagonisti, maggiore spazio all’informazione e all’approfondimento, all’attualità, alla cultura, alla musica, allo spettacolo, allo sport e ai grandi eventi. Una squadra ampia e autorevole che vede tra i protagonisti Dario Fabbri, Monica Giandotti, Daniele Ruvinetti (i due su San Marino Rtv conducono assieme il programma Point Break, su attualità nazionale e internazionale, che nelle prime 10 puntate ha ottenuto ottimi ascolti), Giovanni Terzi, Myrta Merlino, Mauro Mazza, Simona Ventura, Red Ronnie, Roberto Giacobbo, Mirko Casadei, Andy Luotto, Fabrizio Maffei, Eraldo Pecci, Senhit, Luciano Onder, Angelica Amodei, Giovanni Anversa, Marco Carrara e Giordano Fatali, insieme ai volti e ai giornalisti di San Marino Rtv.
Rafforzate le aree di informazione, approfondimento e intrattenimento
Il nuovo palinsesto rafforza l’area dell’informazione e dell’approfondimento, con uno sguardo aperto sui principali temi italiani e internazionali, ma anche sulla società, sulla cultura, sull’economia e sui territori. Una programmazione che vuole offrire confronto, pluralismo e libertà, valorizzando al tempo stesso la specificità e l’identità della Repubblica di San Marino. Crescono anche gli spazi dedicati all’intrattenimento, alla musica, allo sport, alla cultura e alla memoria televisiva, con produzioni originali, nuovi format e il coinvolgimento di personalità provenienti da esperienze e linguaggi differenti.
Spazio all’Eurovision per otto mesi
Un capitolo strategico sarà dedicato al mondo Eurovision. Un percorso continuativo accompagnerà il pubblico per otto mesi, dal Junior Eurovision Song Contest di ottobre, passando per Dreaming San Marino Song Contest da ottobre a febbraio, fino alle tre serate del San Marino Song Contest di marzo e all’Eurovision Song Contest di maggio 2027. Una vera filiera editoriale, musicale e produttiva che lega San Marino al più grande evento televisivo musicale internazionale e che accompagnerà il pubblico, senza interruzioni, dall’autunno 2026 alla primavera 2027.