Dopo due anni Alessandra Priante lascia la presidenza dell’Ente Nazionale Italiano per il Turismo. È stata la stessa economista ad annunciarlo, tramite una nota diffusa dall’Ansa. «Ho comunicato al ministro del Turismo Gianmarco Mazzi e ai componenti del mio consiglio di amministrazione la decisione di concludere il mio percorso alla presidenza di Enit Spa, al termine di due anni che restano tra i più intensi della mia vita professionale», si legge nel comunicato.
Chi è Alessandra Priante
Economista di grande esperienza internazionale e diplomatica, Priante dal 2010 al 2015 è stata inviata del Governo presso i Paesi del Golfo per la promozione della cultura e dell’istruzione italiana. Dal 2019 al 2024 è stata Direttrice Europa presso l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Turismo. Dal 2018 è inoltre docente e ricercatrice presso la LUISS Business School, dove insegna strategie turistiche e management culturale. «Ora è arrivato il momento di dare un nuovo volto alla mia carriera, tornando a dedicarmi con pienezza a ciò che resta il cuore dei miei interessi: l’impegno accademico e nelle istituzioni internazionali», si legge nel comunicato di Priante.
Alessandra Priante (Imagoeconomica).
I compiti dell’Enit
Posta sotto la vigilanza del Ministero del Turismo, l’Enit ha il compito di promuovere il patrimonio culturale, enogastronomico e paesaggistico italiano all’estero, supportando la commercializzazione dell’offerta turistica nazionale nel mondo. «Chi viene chiamato a guidare un’istituzione ha il dovere di servirla con dedizione assoluta, senza mai risparmiarsi, ed è quello che ho cercato di fare ogni giorno», ha scritto Priante nella nota.
Si è costituito in carcere Mauro Moretti, ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato e Rete Ferroviaria Italiana. Rigettando i ricorsi presentati dagli imputati contro la sentenza dell’appello ter, nella serata del 25 giugno la Cassazione ha reso definitiva la condanna a 5 anni di reclusione inflitta a Moretti per la strage di Viareggio del 29 giugno 2009, in cui persero la vita 32 persone e oltre un centinaio rimasero ferite.
Moretti potrà chiedere di scontare la pena ai domiciliari
I giudici della Quarta sezione penale della Cassazione, accogliendo le richieste della procura generale della Suprema Corte hanno inoltre confermato le condanne anche per altri 10 imputati tra ex dirigenti e tecnici delle società coinvolte nella gestione e manutenzione del convoglio deragliato. «Come sto? Ho raggiunto questo momento in perfetta forma fisica e psichica e ora sono pronto a schiena dritta, spero che non sia per troppo tempo. Per i manager è un precedente pericoloso», ha dichiarato Moretti. Vista l’età (ha 72 anni), potrà chiedere di scontare la pena ai domiciliari.
Tramite una email inviata ai passeggeri, Trenitalia ha reso noto di aver subito un pesante attacco hacker da parte di «soggetti esterni non identificati», che sono riusciti a violare i sistemi informatici della principale compagnia ferroviaria italiana, ottenendo un accesso non autorizzato ai database legati ai titoli di viaggio. Come spiega Trenitalia, la lista delle informazioni potenzialmente finite nelle mani dei pirati informatici comprende dati anagrafici e identificativi, indirizzo e-mail e numero di telefono, dati di viaggio, estremi dei documenti d’identità. La comunicazione arriva all’indomani dopo le dimissioni di Stefano Donnarummadal ruolo di amministratore delegato di Ferrovie dello Stato e, va detto, non è esattamente il migliore dei biglietti da visita per l’attuale ceo di Trenitalia Gianpiero Strisciuglio, dato favorito per prendere il suo posto.
Treno Frecciarossa (Imagoeconomica).
L’email inviata da Trenitalia
Questo il contenuto della email “Comunicazione di violazione dei dati personali ai sensi dell’art. 34 del Regolamento UE 679/2016”.
La informiamo che, a seguito di alcune verifiche, abbiamo rilevato un incidente di sicurezza informatica causato da soggetti esterni non identificati. Questo evento ha determinato un accesso non autorizzato ad alcuni dati personali legati ai titoli di viaggio. Per individuare con precisione i soggetti interessati potenzialmente coinvolti è stato necessario svolgere approfondite analisi tecniche e di sicurezza da parte delle nostre strutture IT. Queste verifiche hanno richiesto tempo, perché si è trattato di ricostruire nel dettaglio eventuali accessi impropri ai dati. Solo al termine di queste attività siamo stati in grado di identificare i clienti interessati e inviare questa comunicazione, come previsto dall’art. 34 del Regolamento (UE) 2016/679 e in conformità con le Linee guida EDPB n. 9/2022 versione 2.0 del 28 marzo 2023 (punti 86 e ss.).
Ci teniamo a rassicurarla su un punto importante: non sono stati coinvolti dati di accesso agli account, credenziali personali o informazioni relative ai pagamenti (come il numero della carta, la scadenza o il codice di sicurezza). Le informazioni che La riguardano e che potrebbero essere state oggetto di accesso non autorizzato, qualora presenti sui nostri sistemi informatici in relazione al titolo di viaggio, rientrano nelle seguenti categorie di dati personali:
Dati anagrafici e identificativi (nome, cognome, data e luogo di nascita del passeggero; nome e cognome dell’eventuale acquirente);
Dati di contatto (e-mail, numero di telefono);
Dati di viaggio (informazioni associate al titolo di viaggio, quali, a titolo esemplificativo, tratta, data e orario del viaggio, numero del titolo di viaggio);
Codice carta fedeltà, ove associato al titolo di viaggio;
Società/ Ente datore di lavoro;
Tipologia di offerta o servizio associata al titolo di viaggio e dati necessari a fruire di dette offerte;
Estremi documento d’identità;
Dati connessi alla generazione del titolo di viaggio.Non appena rilevato l’evento, abbiamo immediatamente adottato tutte le misure necessarie per interrompere l’anomalia, mettere in sicurezza i sistemi e rafforzare ulteriormente i controlli, così da ridurre il rischio che situazioni simili possano ripetersi.
Non appena rilevato l’evento, abbiamo immediatamente adottato tutte le misure necessarie per interrompere l’anomalia, mettere in sicurezza i sistemi e rafforzare ulteriormente i controlli, così da ridurre il rischio che situazioni simili possano ripetersi.
Abbiamo inoltre notificato l’accaduto all’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali e allo CSIRT Italia, in conformità alla normativa vigente, e presentato denuncia alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma. Considerata la tipologia di dati coinvolti, potrebbe esserci il rischio che Lei riceva comunicazioni fraudolente o tentativi di contatto ingannevoli che fanno riferimento ai suoi viaggi. Per questo Le consigliamo di prestare particolare attenzione a eventuali messaggi sospetti, soprattutto se richiedono dati personali o finanziari o contengono link o allegati inattesi. In caso di dubbio, verifichi sempre l’affidabilità del mittente. Le ricordiamo inoltre che Trenitalia non la contatterà mai per chiederLe password o dati di pagamento. Per qualsiasi chiarimento, abbiamo attivato un servizio di assistenza dedicato: – può inviare una richiesta tramite il webform opzione “Privacy – Gestione dei dati personali”. La preghiamo di inserire nell’apposito campo il seguente codice di riferimento: C68NE#.
Si è aperta a Danzica la nuova Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina. Presenti i leader di Polonia, Bulgaria, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Romania e Svezia, assieme alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Manca però il leader maggiormente interessato dai lavori, ovvero il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che ha dato forfait a causa della crisi diplomatica aperta con Varsavia. A guidare la delegazione ucraina è la premier Yuliia Svyrydenko.
I leader presenti alla conferenza di Danzica (Ansa).
La decisione di Zelensky che ha portato allo scontro con Varsavia
La querelle sull’asse Kyiv-Varsavia, culminata nello scontro aperto tra Zelensky e l’omologo polacco Karol Nawrocki, è iniziata il 26 maggio quando il capo della Bankova ha annunciato la decisione di intitolare un’unità d’élite dell’esercito ucraino agli «eroi dell’Upa», ossia all’Esercito insurrezionale ucraino, organizzazione paramilitare che fu il braccio armato dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (Oun-B) di Sepan Bandera.
I massacri di polacchi durante la Seconda guerra mondiale
Nel corso della Seconda guerra mondiale l’Upa raccolse l’eredità di quei gruppi paramilitari che all’inizio dell’Operazione Barbarossa accolsero come liberatori i nazisti. E, nelle regioni occupate dal Terzo Reich, operò spesso in accordo con le decisioni dei tedeschi e in funzione antisovietica assieme alle SS Galizien. In Polonia l’Upa è considerato una forza genocidaria: nel biennio 1943-44 il gruppo uccise decine di migliaia di civili nelle regioni della Volinia, della Galizia orientale, in alcune parti della Polesia e nella regione di Lublino. Migliaia di ucraini furono uccisi in seguito come rappresaglia dall’Armia Krajowa, ovvero il principale movimento armato polacco dell’epoca.
Karol Nawrocki (Ansa).
La Polonia ha revocato a Zelensky la più alta onorificenza di Stato
Nawrocki ha parlato di «decisione critica» da parte di Zelensky, accusando il leader ucraino di aver «fornito alla propaganda russa ottimo materiale e molti spunti di riflessione». Poi il 29 giugno ha reso noto che avrebbe cercato di revocare a Zelensky la più alta onorificenza di Stato polacca, l’Ordine dell’Aquila bianca, che gli era stata assegnata dall’ex presidente Andrzej Duda. La revoca è poi effettivamente arrivata il 19 giugno. Il giorno successivo Zelensky ha annunciato di aver rispedito la medaglia a Varsavia per posta.
Ursula von der Leyen (Ansa).
Von der Leyen annuncia l’erogazione della prima tranche dei prestiti Ue
Nel suo intervento alla conferenza di Danzica, Von der Leyen ha annunciato l’erogazione della prima tranche del prestito da 90 miliardi per l’Ucraina. «Oggi trasferiamo oltre 3 miliardi di euro in assistenza macrofinanziaria. Nei prossimi giorni inizieremo a erogare la prima tranche dei 6 miliardi di euro destinati alla produzione di droni. Questa è la solidarietà in azione. Dimostra che il sostegno dell’Europa all’Ucraina è destinato a durare».
Sembra sia la cosa più facile, e quindi perfino un po’ crudele, come sparare sulla Croce Rossa. Delle tante prerogative dell’ineffabile Mark Rutte, segretario generale della Nato, la sua fantozziana devozione a Donald Trump lascia basiti anche gli estimatori (pochi, per la verità) del personaggio. Occorre anche dire che l’ex premier olandese fa di tutto per dare quest’immagine di sé, persino troppo. Tanto che viene il dubbio: ma è l’adulazione figlia di un’indole compiacente di natura oppure dietro quei modi affettati e servili c’è del calcolo?
Quel daddy sussurrato all’Aja e i messaggini resi pubblici
Il contesto, certo, è molto imbarazzante: sms al suo idolo d’oltreoceano in maiuscolo dove gli annuncia che l’Europa pagherà in modo GIGANTESCO, e sarà una sua vittoria, quel daddy, papino, sussurrato all’Aja mentre l’inquilino della Casa Bianca liquidava la guerra tra Israele e Iran come una rissa da cortile, il messaggio chiuso con un «non vedo l’ora di vederti, tuo Mark» che Trump si è premurato di rendere pubblico col sadico intento di sputtanarlo.
Ma fermarsi al ridicolo sarebbe un errore di valutazione. Perché Fantozzi era una vittima dell’amministratore delegato. Rutte invece è l’amministratore delegato. La differenza non è da poco. Nella testa dell’olandese la Nato è una società per azioni, e in questa società c’è un socio di maggioranza che detiene un pacchetto così schiacciante da poter chiudere baracca quando vuole. Gli altri 31 sono soci di minoranza con al massimo il diritto di lamentela e nient’altro. Rutte questo lo ha capito prima e meglio di ogni suo predecessore: per conservare la poltrona di ad non deve amministrare l’azienda a vantaggio di tutti i soci, ma compiacerne uno solo.
La notizia bomba sulle basi italiane era un messaggio per il padrone
Da qui l’uscita proditoria di martedì sera su Fox News, la rete di riferimento che Trump guarda come uno specchio che riflette la sua immagine. Cinquecento aerei americani (sembra un’iperbole), ha detto Rutte, sarebbero decollati dalle basi italiane per sostenere l’operazione Epic Fury contro l’Iran. Notizia bomba, smentita a stretto giro da Roma dopo l’iniziale sconcerto di Giorgia Meloni che sin qui con l’olandese era tutta baci e abbracci. Il punto in questione però non era il dato in sé, ma il destinatario. Rutte non parlava agli italiani, né agli alleati: parlava a @realDonaldTrump per convincerlo che il Paese che ha preso di mira nelle due ultime uscite paga ancora il suo pegno di fedeltà all’Alleanza, e dunque al suo padrone.
Giorgia Meloni e Mark Rutte (foto Ansa).
È qui che il segretario generale smette di somigliare a Fantozzi e acquista un diverso profilo. Il ragionier Ugo subiva le umiliazioni senza reagire, se non nel salotto di casa sua scaricando la frustrazione sulla moglie Pina; Rutte invece le mette cinicamente a bilancio. Non lo muove la paura del megadirettore galattico, ma la sua personale convenienza a che il socio di maggioranza della Nato non sbatta la porta come oramai minaccia ogni due per tre.
Per Rutte ogni minaccia è insieme una condanna e una salvezza
Ha già ritirato 5 mila uomini dalla Germania dopo le critiche del cancelliere Friedrich Merz, ha lasciato che il suo ministro della guerra Pete Hegseth desse degli «ignobili» agli alleati riuniti a Bruxelles, ha rimesso sul tavolo un’infinità di volte la possibilità di addio all’Alleanza. Ma per Rutte ogni minaccia è insieme una condanna e una salvezza, in una sorta di tacito patto col suo padrone.
Mark Rutte nello Studio Ovale della Casa Bianca con Donald Trump (foto Ansa).
Trump tiene in pugno la Nato la quale, finché esiste, tiene Rutte lontano dall’Aja, in una sorta di equilibrio del terrore formato aziendale. Il giorno in cui il presidente americano dovesse dare seguito alle sue minacce di abbandonare l’organizzazione al suo destino, la poltrona di Rutte si svuoterebbe di senso e lui tornerebbe a casa a guardare i mulini a vento. Non però con il piglio del Don Chisciotte, che vi si scagliava contro per difendere un’idea. Esattamente l’opposto di ciò che Rutte, calcolatrice alla mano, ha scelto di essere.
Una delegazione dei deputati di Futuro Nazionale ha lasciato la Camera, dove erano in corso le celebrazioni dell’80esimo anniversario della prima seduta dell’Assemblea Costituente, per partecipare al sit-in organizzato dal partito per denunciare una presunta censura della Rai nei loro confronti. Lo ha spiegato Edoardo Ziello, deputato che a febbraio ha lasciato la Lega per passare al partito fondato da Roberto Vannacci. Oltre a Ziello hanno lasciato Montecitorio anche Rossano Sasso e Domenico Furgiuele, mentre Emanuele Pozzolo si trova a Torino per impegni di partito.
Fresca di acquisizione de La Stampa, la Sae di Alberto Leonardis ha messo a segno l’ingaggio di un manager di peso. Sottratto alla corte di Urbano Cairo. Da Rcs arriva infatti il direttore delle risorse umane Vito Ribaudo, nato nel 1971 a Milano e «siciliano per affetto e origini», come si autodefinisce.
Vito Ribaudo (foto Imagoeconomica).
Ribaudo è anche scrittore: ha pubblicato Una grande opportunità (Rizzoli, 2015, Premio “Lago Gerundo”), L’Elbano (Morellini, 2018) Sangue e Pane (Morellini, 2020), Omega e Omicron (Morellini, 2023). Ha poi scritto alcuni racconti pubblicati per antologie: Un bacio davanti a quel portone su Francesco De Gregori (Vinyl, 2017); La Domenica delle Palme sul mitico derby vinto dal Torino nella primavera del 1983 (On the radio, 2018); Marchesa Adele Cicè (Sicilia d’Autore, 2019), Messico e Nuvole sul record di Pietro Mennea (Tra uomini e dei, 2020) e Viaggiare e scrivere in Lettere al padre, 2020.
All’indomani della risoluzione approvata dal Senato che punta a limitare i poteri del presidente in materia di guerra, la Casa Bianca ha chiesto ai parlamentari di approvare lo stanziamento di 87,6 miliardi di dollari, destinati principalmente a «esigenze urgenti connesse all’operazione Epic Fury» contro l’Iran. Si tratta, nei fatti, di un gesto di sfida di Donald Trump a Capitol Hill: il tycoon aveva definito «inopportuna e inutile» la risoluzione, approvata peraltro con voto bipartisan.
Donald Trump (Ansa).
La maggior parte del pacchetto andrebbe al Pentagono
La maggior parte del pacchetto – 67 miliardi di dollari – andrebbe al Dipartimento della Difesa (o meglio della Guerra): in particolare, 21 miliardi verrebbero spesi per nuove munizioni, 17,3 per coprire costi operativi e 12,1 per programmi classificati, ha spiegato la Casa Bianca nella richiesta trasmessa dal direttore dell’Ufficio per la gestione e il bilancio Russell Vought allo speaker repubblicano della Camera Mike Johnson. La richiesta include poi circa 300 milioni di dollari per rafforzare la sicurezza delle ambasciate e delle sedi diplomatiche statunitensi in Medio Oriente e Asia meridionale. Le restanti risorse chieste dall’Amministrazione Trump non verrebbero destinate al Pentagono: la richiesta prevede 11 miliardi di dollari per aiutare gli agricoltori statunitensi, 1,4 per contrastare l’epidemia di Ebola nell’Africa centrale e 768 milioni di dollari per il Dipartimento dell’Energia, destinati soprattutto alla sicurezza nucleare e alle attività della National Nuclear Security Administration.
Si tiene oggi ad Antibes il 36esimo vertice intergovernativo tra Francia e Italia, il primo da quello di Napoli di febbraio 2020 e anche del primo vertice in questo formato dall’entrata in vigore del Trattato del Quirinale, firmato nel 2021. Non solo: di fatto, in Costa Azzurra si svolgerà anche il primo bilaterale tra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni. Sul tavolo del summit, che arriva dopo il G7 di Evian e in una fase particolarmente intensa dell’agenda internazionale, ci sono difesa, spazio, energia e infrastrutture, accordi commerciali e, ovviamente, Ucraina e Medio Oriente.
Emmanuel Macron e Giorgia Meloni al G7 di Borgo Egnazia nel 2024 (Ansa).
Sul tavolo progetti congiunti, commercio e crisi internazionali
Come sottolineano fonti governative, il vertice «consentirà di definire gli indirizzi politici della cooperazione bilaterale e di fare il punto sull’avanzamento dei principali progetti congiunti nei settori della difesa, dello spazio, delle infrastrutture e dei trasporti, dell’energia, della ricerca, della cultura e dell’agricoltura». Tra gli obiettivi del summit di Antibes anche il potenziamento delle relazioni commerciali, che sono già eccellenti. Nel 2025, l’interscambio commerciale tra i due Stati ha raggiunto i 112,3 miliardi di euro, con la Francia che si è confermata il secondo partner dell’Italia per volume di scambi dopo la Germania. Sul piano europeo, il confronto riguarderà – tra le altre cose – il negoziato sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale e il governo dei flussi migratori dell’Ue. Sul fronte internazionale, Meloni e Macron discuteranno dei principali scenari di crisi a partire dai più recenti sviluppi in Ucraina e in Medio Oriente, con particolare attenzione all’accordo tra Stati Uniti e Iran e agli scenari post-Unifil in Libano.
Il programma della giornata e i ministri che partecipano per l’Italia
Il programma della giornata prevede una visita di Meloni e Macron al Museo Picasso di Antibes. I lavori proseguiranno poi a Villa Eilenroc, dove i due leader si riuniranno con le rispettive delegazioni. Il vertice riunirà nove ministri per ciascun Paese e comprenderà anche un forum economico a Le Cannet, sessioni ministeriali e una visita alla sede dell’azienda franco-italiana Thales Alenia Space a Cannes. Per l’Italia sono presenti i ministri Antonio Tajani, Matteo Piantedosi, Guido Crosetto, Adofo Urso, Francesco Lollobrigida, Gilberto Pichetto Fratin, Anna Maria Bernini e Alessandro Giuli, nonché il viceministro Edoardo Rixi. Al termine dell’incontro si svolgeranno dichiarazioni alla stampa e verrà adottata una Dichiarazione congiunta che individuerà le priorità condivise della cooperazione italo-francese per i prossimi anni.
Due violente scosse di terremoto di magnitudo 7,2 e 7,5 hanno colpito il Venezuela nella notte, a breve distanza una dall’altra, provocando il crollo di centinaia di edifici. Il primo bilancio parla di 32 vittime, ma se ne temono molti di più. Almeno 700 i feriti. Gravemente danneggiato l’aeroporto internazionale di Caracas, che ha sospeso i voli.
Macerie dopo le scosse di terremoto in Venezuela (Ansa).
Le due scosse a 40 secondi di distanza
Quello avvenuto nella notte è stato il sisma in Venezuela più violento negli ultimi 126 anni: le scosse si sono sentite fino a oltre 160 chilometri dall’epicentro nello Stato di Yaracuy, ai confini con la Colombia. La prima si è verificata nell’area di San Felipe appena passate le ore 18 locali. Dopo appena 40 secondi la seconda scossa, registrata a 23 chilometri a sudest di Yumare, in un’area che ospita nel più grandi raffinerie del Venezuela. A rendere le conseguenze di questo terremoto ancora più gravi la bassa profondità dell’epicentro, appena 10 chilometri sotto il suolo. Inoltre nel Paese sono tantissimi gli edifici costruiti senza alcuna osservanza delle norme antisismiche.
Soccorsi dopo il terremoto in Venezuela (Ansa).
Dichiarato lo stato di emergenza
«La situazione è grave, molte zone sono state colpite gravemente. Il primo messaggio ora è mantenere l’unione e la calma per salvare vite: tutte le organizzazioni si sono messe al lavoro». Lo ha detto la presidente ad interim Delcy Rodriguez, dichiarando lo stato di emergenza e ringraziando «i governi che si sono offerti per dare aiuto: Usa, Cuba, Gb, Brasile Messico, Onu». Si sono attivati anche Ecuador, Panama e El Salvador.
He recibido una llamada telefónica del ministro de Asuntos Exteriores de la República Italiana, Antonio Tajani, expresando la solidaridad del Gobierno de Italia y su acompañamiento al pueblo de Venezuela. https://t.co/4srSE9yBpL
«Gli italiani in Venezuela che sono registrati con la nostra Unità di crisi, con il sistema Viaggiare Sicuri, sono stati tutti contattati e al momento non ci sono vittime», ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani. E poi: «L’Italia e l’Europa aiuteranno il Venezuela: ho detto alla presidente che il governo valuterà il tipo di sostegno immediato che si può offrire e che sosterrà con l’Unione europea la richiesta di attivare il meccanismo di Protezione civile».
Rientrato l’allarme tsunami
I centri di allerta tsunami statunitensi hanno dichiarato che non sussiste più alcuna minaccia di maremoto a seguito del sisma in Venezuela. Un precedente avviso, emesso dopo le due forti scosse, aveva messo in guardia sulla possibilità di onde per le coste entro 300 chilometri dall’epicentro, così come per Porto Rico e le Isole Vergini.
Il presidente americano Donald Trump insiste nel sottolineare di essere rimasto deluso da Italia, Regno Unito, Germania e Francia e da altri alleati della Nato. «Ci hanno mollato, sarebbe stato carino se avessero offerto il loro aiuto. Un altro presidente non avrebbe incontrato Rutte», ha aggiunto in un incontro allo Studio Ovale con il segretario generale della Nato. Mark Rutte aveva affermato, in un’intervista a Fox News, che almeno 500 aerei statunitensi erano decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione americana Epic Fury contro l’Iran. «Un numero enorme di voli». Parole che fanno fatto riaprire il dibattito sull’uso delle basi Usa in Italia e sulle regole bilaterali che ne governano i limiti. L’accusa del tycoon si concentra da giorni proprio sullo scarso impegno di Roma nel supportare la guerra americana contro il regime degli Ayatollah. Immediata la reazione dell’opposizione, che ha chiesto compatta che il governo riferisca in aula per spiegare cosa sia affettivamente successo.
Dopo un anno, cinque mesi e 24 giorni Gianni Alemanno ha lasciato il carcere di Rebibbia a Roma. L’ex sindaco di Roma era stato condannato per il reato di traffico d’influenze illecite e abuso d’ufficio, nell’ambito dell’inchiesta “Mondo di Mezzo”.
Alemanno: «Il governo non ha fatto niente per il sovraffollamento»
«Esco dal carcere da innocente», ha detto parlando con i cronisti. Per poi puntare il dito contro il governo Meloni, che «non ha fatto niente» per il sovraffollamento dei penitenziari. Nel periodo trascorso dietro le sbarre l’ex ministro delle Politiche agricole ha raccontato regolarmente l’inferno carcerario italiano nel suo diario pubblicato sull’account Facebook. «Ho rivisto e ho conosciuto una realtà terribile che è una vergogna per la nostra Repubblica. In questo carcere la Repubblica Italiana perde la faccia per come tratta la gente, ma soprattutto perché non dà a chi se lo merita una possibilità di uscire a testa alta, di rifarsi una vita. E questa è una vergogna», ha dichiarato.
Prosegue l’ondata di caldo record in Europa, che non sta risparmiando l’Italia. Oggi i capoluoghi da bollino rosso sono 16: Ancona, Bologna, Bolzano, Brescia, Firenze, Frosinone, Latina, Milano, Perugia, Pescara, Rieti, Roma, Torino, Venezia, Verona e Viterbo. Domani giovedì 25 giugno diventeranno 17: si aggiungerà anche Bari. Il bollino rosso rappresenta l’allerta massima (livello 3), che indica condizioni di emergenza con possibili effetti negativi sulla salute anche di persone sane e attive e non solo sui sottogruppi a rischio come gli anziani, i bambini molto piccoli e le persone affette da malattie croniche.
La temperatura rilevata su un display (Imagoeconomica).
L’ondata di caldo record in Europa
Dopo il dominio di Cerberus, nei prossimi giorni ci sarà un ulteriore rafforzamento dell’alta pressione con l’arrivo dell’anticiclone africano Caronte. La situazione sta mettendo sotto pressione diversi Paesi europei: in Francia ieri è stata ufficialmente la giornata più calda mai registrata dall’inizio delle rilevazioni nel 1947. Criticità analoghe in Spagna, dove l’agenzia Aemet ha emesso allerta rossa per l’Andalusia, con previsioni di 44°C, e avvisi per Cantabria e Paesi Baschi, dove le temperature raggiungeranno i 40°C. Avviso rosso persino per l’Inghilterra centrale e meridionale, dove sono previste temperature fino a 40°C.
L’allarme dell’Oms: «Emergenza sanitaria»
«L’aumento delle temperature sta già mettendo a rischio vite umane e sta ponendo sotto pressione i sistemi sanitari in tutta la regione europea dell’Oms», ha dichiarato Hans Kluge, direttore europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità: «La nostra regione è quella che si sta riscaldando più rapidamente al mondo. Solo negli ultimi quattro anni il caldo ha causato oltre 200 mila decessi, mentre la mortalità correlata al caldo è aumentata del 30 per cento negli ultimi 20 anni».
Nuova presa di distanza del Congresso dalla Casa Bianca sull’Iran. Dopo la Camera dei rappresentantianche il Senato ha approvato la risoluzione che chiede la cessazione delle operazioni militari a meno di una preventiva autorizzazione parlamentare. Il provvedimento non ha poteri di legge, ma ha un forte valore simbolico e segnala il crescente dissenso bipartisan per la gestione del conflitto da parte di Donald Trump.
Donald Trump a Capitol Hill (Ansa).
Hanno votato a favore anche quattro repubblicani
La risoluzione è passata al Senato (a maggioranza repubblicana) con 50 voti favorevoli e 48 contrari. Quattro gli esponenti conservatori che hanno votato assieme ai democratici per il via libera al documento: Rand Paul, Lisa Murkowski, Susan Collins e Bill Cassidy. L’unica eccezione nel campo progressista è stato John Fetterman, che ha invece votato contro il testo. È la prima volta dall’approvazione della War Powers Resolution del 1973 in cui entrambe le Camere approvano una risoluzione congiunta che impone al presidente di mettere fine a un conflitto.
La rabbia di Trump: «Voto inopportuno e inutile»
Ovviamente, dopo il semaforo verde alla risoluzione Trump ha attaccato il Senato con uno dei suoi post su Truth, sostenendo che il Congresso stia interferendo con i negoziati in corso con Teheran: «Quindi, ho messo l’Iran alle corde, pronto a crollare, disposto a darci praticamente qualsiasi cosa e, per la prima volta in decenni, con un enorme rispetto per gli Stati Uniti e il suo presidente, e il Senato degli Stati Uniti decide di votare in un momento inopportuno e inutile sulla Risoluzione sui poteri di guerra, dicendo al principale sponsor del terrorismo al mondo che agli Usa non piace quello che sto facendo loro, e che devo fermarmi, e così facendo ho fornito aiuto e conforto al nemico. Quattro repubblicani perdenti hanno votato con i democratici, e l’Iran ha chiesto al mio popolo: hanno appena reso il mio lavoro più difficile, ma lo porterò a termine, in un modo o nell’altro, perché lo porto sempre a termine!».
Donald Trump (Ansa).
The Donald continua intanto a calare nei sondaggi
Oltre alla “ribellione” di Capitol Hill, Trump deve far fronte anche al crollo di consensi, punto più basso del suo secondo mandato. Il livello di popolarità di The Donald è in picchiata: secondo il rilevamento mensile dell’American Research Group, il suo tasso di gradimento è sceso al 30 per cento, mentre il 66 per cento non approva il suo operato. Un mese fa lo stesso sondaggio aveva rivelato che il 31 per cento degli americani approvava Trump, che era stato invece bocciato dal 64 per cento degli intervistati. E non c’è solo la guerra, perché sull’economia le cose vanno ancora peggio per il tycoon: appena il 26 per cento dei cittadini approva le sue scelte, che hanno portato a un’accelerata dell’inflazione.
Dopo giorni di botta e risposta con Trump, la premier Meloni ha assicurato di non vedere «rischi di contraccolpi» ma ha chiarito che «il nostro lavoro bilaterale con gli Stati Uniti deve tornare alla sua normalità», e in quest’ottica non vuole «continuare ad alimentare il confronto» con il presidente Usa. Intervistata da Maurizio Belpietro a Il giorno della verità, ha aggiunto che i suoi attacchi l’hanno «sinceramente colpita», senza sbilanciarsi ma nemmeno escludere la veridicità delle ricostruzioni secondo cui il tycoon ha reagito al suo atteggiamento che «poteva sembrare assertivo» o per «distogliere l’attenzione dall’andamento dei negoziati sull’Iran, riportandola sulle difficoltà in ambito Nato». Ad ogni modo, la linea è che «la politica estera italiana sarà quella degli ultimi 80 anni», dato che «mantenere solido il rapporto tra Usa e Ue è quello su cui si basa la forza dell’Occidente». Una dinamica profonda di cui «non si può parlare come fosse Temptation Island».
Un mix di idee irrealizzabili e riciclate dal passato. L’asticella delle sparate che si sposta ogni giorno un po’ più in là. E una presenza politica capillare sul territorio. Mentre i sondaggi lo premiano e i transfughi degli altri partiti lo cercano. Effetto Vannacci. Basta guardare la mappa dei comitati di Futuro nazionale per notare la macchia di pallini blu che copre l’Italia da Merano a Lampedusa. Il generalissimo va forte soprattutto in Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Nel Nord-Est, secondo i dati analizzati da Demos, lo voterebbe il 9 per cento degli elettori. Quasi il doppio della media nazionale. Ma occhio anche al Centro-Sud: oltre alla Toscana (sua terra natia), le truppe vannacciane avanzano nel Lazio e in Puglia (Regione al terzo posto per numero di tesserati). E ci sono anche degli avamposti all’estero, da Monaco di Baviera ad Hammamet.
La mappa dei comitati di Futuro nazionale.
Il conteggio dei circoli ovviamente è in itinere: per aprirne uno bastano 10 persone che vogliono aderire e un form disponibile online. Una crescita che colpisce ancor di più se paragonata alla crisi dei partiti tradizionali, sempre meno capaci di presidiare il territorio. Ma tra slogan buoni solo per la propaganda, poche proposte davvero concrete e una campagna elettorale che sembra più contro la destra di governo che contro la sinistra, dove può arrivare Vannacci da qui alle elezioni politiche del 2027?
Tra i partiti dell’arco costituzionale, il più antico è la Lega, nato nei primi Anni 90 come ribellione all’establishment. La politica è una ruota che gira e, come diceva il leader socialista Pietro Nenni, «a fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura». Oggi infatti nel mirino di Futuro nazionale c’è proprio il Carroccio di Matteo Salvini, del quale Vannacci è stato vicesegretario nel breve tratto dal post-Europee alla diaspora dalla quale è nato Fn. Un movimento definito «l’unica destra che io conosca» dal fondatore, che così attacca frontalmente anche Fratelli d’Italia e la premier Giorgia Meloni.
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
La strategia politica è evidente: dopo una legislatura (quasi) completa, anche il governo più a destra della storia repubblicana si è dovuto “imborghesire”, adeguandosi alle sempre più stringenti regole non scritte di un sistema nel quale i famigerati poteri forti (l’immancabile Europa, ma soprattutto i giganti dell’economia) fanno virare verso miti consigli anche le voci più ribelli. E allora bisogna alzare i toni. L’esempio più lampante è dato dall’immigrazione: Meloni aveva promesso i blocchi navali (e invece i flussi sono persino aumentati), Vannacci ora punta sulla remigrazione. E chissà quale sarà il prossimo step.
Gli italiani decidono di dare sempre una chance al nuovo che avanza
Più in generale, il terremoto vannacciano ha il suo epicentro nella logica a escludere che caratterizza i cicli politici di questa fase storica. In un tourbillon sempre più frenetico, gli italiani decidono di dare una chance al nuovo che avanza, che però poi con la stessa velocità invecchia e perde fascino. Dopo i brevi cicli di Matteo Renzi, Salvini e del Movimento 5 stelle, Meloni sta tenendo botta – i suoi consensi sono ancora piuttosto alti – ma comincia a sentire il fiato sul collo del generalissimo.
Il leader di Futuro nazionale, Roberto Vannacci, saluta i militanti chiudendo l’assemblea costituente (foto Ansa).
Il più recente sondaggio SWG per La7 accredita Futuro nazionale al 5,3 per cento, con la Lega che riesce, almeno per ora, a non farsi sorpassare. I più entusiasti tra i suoi sostenitori indicano il 10 per cento come target per le Politiche 2027. Con diversi politologi che paventano un sostanziale pareggio tra centrodestra e centrosinistra, non c’è da stupirsi che Meloni abbia approntato un piano B, strizzando l’occhio a Carlo Calenda che, con una legge elettorale dalla bassa soglia di ingresso, potrebbe andare da solo e indebolire il campo largo, magari con la prospettiva di unirsi alla maggioranza nel caso ne sortisse una nuova versione di un governo tecnico e di larghe intese.
La delusione di chi sperava in una destra più determinata e identitaria è il principale motore della crescita di Vannacci, nel già descritto quadro che porta a incensare il leader del momento per poi disamorarsene in un istante. Se guardiamo alle proposte specifiche, però, non c’è davvero nulla di inedito, almeno per il momento.
La remigrazione andrà inevitabilmente a scontrarsi con la difficoltà di stabilire accordi efficaci con i Paesi d’origine, i rimpatri si riveleranno difficilissimi e ancora più costosi, con il flop albanese del governo Meloni che evidentemente non ha insegnato granché. Però il termine suona bene, titilla istinti che vengono da lontano senza usare i linguaggi del passato e alimenta quella “guerra tra poveri” che da sempre sostiene la crescita dei populisti.
Meloni e Rama in visita ai centri in Albania (foto Imagoeconomica).
I continui richiami a sovranismo, identità nazionale e tradizione sono anch’essi dei déjà-vu, un classico vintage con spruzzate di arretratezza, come per la lotta alle correnti «politicizzate» dei magistrati, il reddito di maternità (le donne a casa ad accudire la famiglia e gli uomini al lavoro) o l’ideona del libretto di lavoro agli adolescenti: «Perché un ragazzo a 14 anni non può fare il cameriere o l’aiuto bagnino? Spiegatemi il perché, io non ci arrivo».
Le controverse posizioni su femminicidio ed eccesso di legittima difesa
Certo, siamo nella fase iniziale della storia del movimento e quindi è più che normale che i toni siano roboanti e le proposte poco approfondite. Talvolta sono persino stantie, come il guizzo di abolire il termine femminicidio e la tutela a prescindere di chi viene accusato di eccesso di legittima difesa, non solo se in divisa. L’ovvio obiettivo è fare breccia nelle masse e il modo migliore è dire poche cose, ripeterle di continuo e far apparire semplice la soluzione di problemi che, se esaminati seriamente, sono più complessi di come vengono presentati.
La propaganda agisce così: è una ricetta che funziona, già sperimentata a più latitudini e che molto probabilmente produrrà un risultato di tutto rispetto nei primi test elettorali probanti. L’entourage di Vannacci continua a registrare new entry di volti noti: dal “Barone Nero” Jonghi Lavarini a Gianni Alemanno, da Mario Borghezio a Pier Gianni Prosperini, passando per la showgirl Sylvie Lubamba, toscana di origini congolesi.
Nuove adesioni, vecchi obiettivi
Vannacci fa incetta anche di titolari di cariche pubbliche. Già oggi rispondono al generale otto parlamentari, tra cui i più noti sono l’ex forzista Laura Ravetto, che sarà il volto del partito in televisione, e l’ex meloniano Emanuele Pozzolo, pistolero di Capodanno e recentemente tornato nei guai per un incidente stradale con tasso alcolemico sopra i limiti. Col suo inconfondibile stile a metà tra l’ironico e il didascalico, Vannacci lo ha difeso tramite una curiosa analisi tecnica sulla definizione di ubriaco, che ai lettori più affezionati del compianto Stefano Benni ha ricordato un memorabile passaggio di Bar Sport, nel quale si immaginava una rissa verbale tra filosofi su questo stesso tema.
Laura Ravetto, un’immagine realizzata con l’IA.
Ravetto invece ha fatto tutto da sola, presentandosi al congresso fondativo del partito con uno spray per la stiratura brandizzato “Merito”, giusto per chiarire la posizione sulle quote rosa. Pur chiamandosi Futuro nazionale, il nuovo partito sulla scena italiana pare davvero guardare a un passato che in parte è storico e in parte è mitologico, più idealizzato che effettivo. Eppure la ricetta potrebbe funzionare, consentendo a Vannacci di sedersi al tavolo del centrodestra per trattare il suo ingresso in coalizione. Perché l’alternativa è andare da soli e rischiare di far vincere il centrosinistra, ma è piuttosto raro che un generale si spari dritto sui piedi.
Il nuovo trailer rivela il nemico invisibile che sfiderà Peter Parker nel nuovo capitolo del MCU
Film Marvel dell'estate 2026, in arrivo nelle sale il prossimo 29 luglio, Spider-Man: Brand New Day inizia a rivelare qualcosa di più della sua trama. Oltre al trailer della scorsa settimana, che presenta al pubblico per la prima volta l'Hulk grigio interpretato da Mark Ruffalo, una nuova sinossi del film aiuta a comprendere i cambiamenti in atto per il giovane Peter Parker (interpretato da Tom Holland).
Guarda il video: SPIDER-MAN: BRAND NEW DAY | Secondo Trailer Ufficiale
In seguito agli eventi di No Way Home, infatti, il giovane supereroe si trova in un mondo che non si ricorda... - Leggi l'articolo
CINEMA - Cinema - 24 giugno 2026 - articolo di Angela Bernardoni
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CINEMA - Cinema - 24 giugno 2026 - articolo di Angela Bernardoni
Il film, con Jenna Ortega e Amy Adams, è co-scritto e diretto da Taika Waititi
Dopo le immagini pubblicate negli scorsi giorni da Sony Pictures, arriva oggi il primo trailer di Klara and the Sun, adattamento cinematografico del romanzo Klara e il Sole di Kazuo Ishiguro.
Guarda il video: KLARA AND THE SUN – Official Trailer
Il film, diretto da Taika Waititi che ne firma anche la sceneggiatura insieme a Dahvi Waller (Mad Men, Mrs. America), arriverà nelle sale italiane il prossimo 22 ottobre e vede Jenna Ortega (Wednesday) protagonista nei panni dell'Amica Artificiale Klara, accolta con vari gradi di gentilezza all'interno della famiglia composta da Josie... - Leggi l'articolo
CINEMA - Cinema - 24 giugno 2026 - articolo di Angela Bernardoni
Negli uffici milanesi di LMDV Capital, in via Montenapoleone, l’aria si è fatta pesante. Secondo quanto risulta, Leonardo Maria Del Vecchio avrebbe avuto un confronto durissimo con Marco Talarico, amministratore delegato del suo family office. Al termine del faccia a faccia, il manager sarebbe stato sollevato dall’incarico. Eppure Talarico era l’uomo che il rampollo di casa Luxottica aveva messo alla guida operativa della holding fin dai primi passi: ex executive director per i grandi patrimoni di UBS, prima ancora relationship manager in Kairos Partners. Quattro anni a costruire una galassia di partecipazioni che oggi varrebbe intorno al mezzo miliardo, tra hospitality di lusso, editoria, ristorazione, real estate e tech.
Marco Talarico, ad di LMDV Capital (foto Imagoeconomica).
Costi guardati con occhi sempre meno indulgenti
Le indiscrezioni che circolano negli ambienti finanziari milanesi parlano di frizioni montate su più fronti. Ritmi di crescita vertiginosi, forse eccessivi, e un controllo dei costi che l’azionista unico avrebbe cominciato a guardare con occhio sempre meno indulgente. Da qui una stretta che, raccontano, non si fermerebbe al solo Talarico.
Passate al setaccio deleghe e scelte dell’intera squadra
Anche il direttore generale Luigi Mascellaro, arrivato da PwC, sarebbe finito sotto la lente. Del Vecchio jr avrebbe deciso di passare al setaccio deleghe e scelte dell’intera squadra, con un piglio da padrone di casa che vuole vederci chiaro fino in fondo. E qui entra in scena il nome che guadagna posizioni.
Luigi Mascellaro.
A raccogliere pezzi pesanti della macchina sarebbe Gabriele Benedetto, ex amministratore delegato di Telepass. Pescarese, classe 1982, Bocconi, oltre un decennio di consulenza in Value Partners tra Europa e Asia, poi la trasformazione di Telepass nel sistema di pagamento della mobilità italiana.
Gabriele Benedetto (foto Imagoeconomica).
I collaboratori osservano il risiko con un certo nervosismo…
In LMDV, in realtà, Benedetto è già di casa: siede nel board e segue alcuni dossier, da EsaNanotech ad Acqua Fiuggi fino al fintech Qomodo. La novità sarebbe il salto di grado, con un ruolo nella plancia di comando. Il quadro è quello di un erede che, mentre tenta la scalata alla cassaforte di famiglia Delfin, decide di rimettere ordine nel proprio cortile. I collaboratori che fin qui hanno costruito la holding osservano il risiko con un certo nervosismo. Quando il principale comincia a contare le poltrone, c’è sempre qualcuno che resta in piedi nel momento in cui la musica si ferma.
Eni ha annunciato l’avvio del nuovo sistema di super calcolo HPC7 (High Performance Computing – HPC) che, con una capacità di oltre 861 Pflops/s, si posiziona al sesto posto assoluto della nuova classifica mondiale Top 500 – secondo supercomputer in Europa – confermandosi il più potente High Performance Computer al mondo ad uso industriale. HPC7 supera quindi HPC6, avviato a novembre 2024, che si è a sua volta posizionato nella Top 10 collocandosi all’ottavo posto nel ranking Top 500.
HPC6 e HPC7 sono in grado di effettuare insieme oltre 1 Exaflop/s
La combinazione dei sistemi di calcolo di HPC6 e HPC7 supera la scala dell’Exascale. HPC6 e HPC7, insieme, sono in grado di effettuare oltre 1 Exaflop/s (1Exaflop/s = 1000 PFlops/s), ovvero oltre 1 miliardo di miliardi di operazioni matematiche complesse al secondo. Il superamento della classe Exascale da parte del sistema di supercalcolo di Eni rappresenta il raggiungimento della più avanzata e straordinaria frontiera tecnologica nel mondo dei supercomputer e conferma la leadership dell’azienda nel settore.
Il supercalcolo accelera l’innovazione e supporta l’efficienza delle filiere emergenti
L’avvio di HPC7 rappresenta una tappa fondamentale nella strategia di valorizzazione delle fonti energetiche e decarbonizzazione di Eni, un modello in cui la tecnologia è un elemento centrale di innovazione, capace di guidare la crescita, l’efficienza e la competitività sia nei business tradizionali sia in quelli di transizione. Il calcolo avanzato e i sistemi HPC si confermano centrali per l’azienda, consentendo di integrare e valorizzare competenze e applicazioni lungo l’intera catena del valore – dalla comprensione del sottosuolo all’ottimizzazione degli impianti industriali, fino al miglioramento dell’accuratezza degli studi geologici e fluidodinamici per lo stoccaggio della CO₂ e nello sviluppo di tecnologie energetiche avanzate. Il supercalcolo contribuisce inoltre ad accelerare l’evoluzione delle principali direttrici di innovazione, supportando l’efficienza delle filiere emergenti – come quella dei biocarburanti– e la simulazione di fenomeni complessi, tra cui il comportamento del plasma nella fusione a confinamento magnetico. In questo quadro, l’HPC si afferma anche come abilitatore cruciale per gli sviluppi interni di use cases di intelligenza artificiale dedicati ai business di Eni.
Descalzi: «Transizione verso rinnovabili non può prescindere da evoluzione tecnologica»
Queste le dichiarazioni di Claudio Descalzi, amministratore Delegato di Eni: «La transizione verso un’energia da fonti tradizionali e rinnovabili sempre più sicura, accessibile e pulita non può prescindere da una profonda evoluzione tecnologica. L’adozione del supercalcolo e delle tecnologie predittive all’interno di ogni attività è fondamentale per lo sviluppo di nuove soluzioni energetiche, per abbattere le emissioni, massimizzare l’efficienza nella ricerca e produzione e generare valore. In questo contesto, la realizzazione e la messa in esercizio di HPC7 in tempi rapidissimi, ancora inferiori a HPC6 che era già un riferimento, rappresenta un esempio concreto della nostra capacità di esecuzione frutto delle competenze, dell’impegno e della qualità dei nostri team operativi. Questo solido ecosistema digitale, sviluppato grazie al talento, alla collaborazione e alla ricerca interna, non solo accelera il nostro percorso verso Net Zero, ma consolida il nostro posizionamento strategico e il nostro vantaggio competitivo sul mercato». Entrambi i supercomputer si trovano in un’area dedicata del Green Data Center di Eni, beneficiando di un’infrastruttura progettata per coniugare efficienza operativa e sostenibilità ambientale.
A giorni di distanza dallo scoppio del caso, Teresa Ciabatti ha rotto il silenzio. Raggiunta dall’Ansa, la scrittrice ha parlato di quanto accaduto su quel “famoso” pulmino diretto verso la Puglia con a bordo quattro dei sei finalisti del Premio Strega. «Ho letto ricostruzioni congetturali e dichiarazioni su cosa è lecito e cosa no, dove inizia e finisce la privacy. Attenendomi ai fatti: alcuni giorni fa ho assistito e poi preso parte a una conversazione. L’oggetto della conversazione era Michela Murgia, il suo corpo. Non c’è stato alcun litigio furioso tra me e Michele Mari, ma un confronto diretto di idee profondamente diverse. In seguito, Mari si è scusato dicendo che non era sua intenzione ferirmi».
Michele Mari (Imagoeconomica).
Le affermazioni di Mari su Murgia: cosa ha detto
Mari, favorito per lo Strega col romanzo I convitati di pietra, avrebbe detto che Murgia «era intransigente e violenta, perché brutta» e che «con i suoi atteggiamenti aggressivi faceva pagare agli altri la sua bruttezza». Un’uscita, questa, che di sicuro non è piaciuta a Ciabatti, in corsa per il premio con Donnaregina e peraltro a lungo amica di Murgia. Ma, appunto, non ci sarebbe stata alcuna lite tra i due.
Michela Murgia (Imagoeconomica).
Ciabatti: «Non ho riferito alla stampa le parole di Mari»
Oltre ad aver smentito il litigio con Mari, Ciabatti ha anche negato di aver riferito alla stampa quanto successo a bordo del pulmino: «Io ho dato la risposta che volevo in quel preciso contesto, alle persone con cui ho parlato. Tutti i presenti possono avere raccontato ad altri l’accaduto, com’è normale nella vita di ciascuno di noi. Anch’io l’ho raccontato, ma non ho alcuna responsabilità circa la diffusione della notizia alla stampa, né circa la correttezza di quanto è stato riportato».
Le parole di Mari e la precisazione della Fondazione Bellonci
«Non volevo certo offendere Murgia, ma soltanto rievocare (peraltro in un contesto privato) un lontano episodio di reciproca incomprensione», ha dichiarato Mari, di cui molti hanno auspicato l’esclusione dalla sestina dei finalisti dello Strega. Fondazione Bellonci, che organizza il concorso letterario, ha chiarito che il premio è «una competizione tra opere» e che tale provvedimento nei confronti di un autore non è consentita dal regolamento.
Nel giugno 2025 l’Indonesia ha battuto la Cina 1-0 a Giacarta, eliminandola dalla corsa al Mondiale 2026. Un anno dopo, negli Stati Uniti 27,5 milioni di spettatori complessivi sul territorio americano si sono sintonizzati davanti alla televisione per seguire la vittoria della nazionale contro il Paraguay (4-1) all’esordio nella Coppa del mondo, tra canali in lingua inglese (18 milioni su Fox Sports) e quelli in lingua spagnola (9,5 milioni su Telemundo e Peacock). È stato il dato più alto mai registrato per una partita della selezione maschile statunitense, ampiamente sopra le medie delle finali dei campionati NBA o delle World Series di baseball. Numeri che sono scesi leggermente, a 20,68 milioni, per il secondo match vinto 2-0 contro l’Australia, che intanto però è valso la qualificazione ai sedicesimi con un turno d’anticipo. A prima vista sembrano due notizie sportive senza alcun legame. In realtà raccontano una delle storie più interessanti del nostro tempo: il diverso approccio con cui le due super potenze del XXI secolo stanno affrontando il calcio.
Pulisic esulta durante il match contro il Paraguay (foto Ansa).
Da oltre un decennio la Cina considera il pallone un obiettivo strategico. Xi Jinping non ha mai nascosto la sua passione per questo sport e negli anni ha fissato tre traguardi simbolici per il suo Paese: qualificarsi stabilmente ai Mondiali, ospitarne uno e, un giorno, vincerlo.
Pechino aveva mobilitato risorse enormi, ma non è servito
Per raggiungere questi obiettivi Pechino ha mobilitato risorse enormi. Migliaia di scuole hanno introdotto programmi calcistici, sono stati costruiti nuovi impianti sportivi e il campionato cinese ha iniziato ad attirare alcuni dei protagonisti più noti del calcio internazionale. Tra il 2015 e il 2019 sono arrivati giocatori come Oscar, Hulk, Carlos Tevez e Paulinho, oltre ad allenatori del calibro di Marcello Lippi e Fabio Cannavaro.
Marcello Lippi divenne ct della nazionale di calcio cinese nel 2016. Lo è stato fino al 2019 (foto Ansa).
La sensazione era che la Cina stesse applicando al calcio la stessa formula utilizzata in altri settori: investimenti massicci, pianificazione centrale e recupero accelerato del ritardo. Il progetto, però, si è scontrato con un limite inatteso. Gran parte di quella crescita era sostenuta dai grossi gruppi immobiliari che alimentavano l’espansione economica cinese. Il caso più emblematico fu quello di Evergrande, colosso del real estate e proprietario del Guangzhou Evergrande, il club più vincente del Paese e due volte campione d’Asia.
Un modello di sviluppo troppo dipendente dalla finanza immobiliare
Quando il gruppo entrò in crisi, accumulando passività superiori a 300 miliardi di dollari, l’intero sistema ha iniziato a mostrare le sue fragilità. Nel giro di pochi anni numerosi club hanno accumulato debiti, ridotto gli investimenti o sono proprio scomparsi. Quello che sembrava un modello destinato a trasformare il calcio cinese si è rivelato molto più dipendente dalla finanza immobiliare di quanto apparisse.
Un complesso di Evergrande a Pechino (foto Ansa).
Ma il problema era più profondo della semplice crisi finanziaria. Mentre miliardi di dollari venivano investiti per importare campioni stranieri, il sistema continuava a produrre pochi calciatori di livello internazionale. La Cina aveva rafforzato il vertice della piramide senza riuscire a costruirne una base solida. L’eliminazione dalla corsa al Mondiale è stata la conseguenza più evidente di questa contraddizione. La nazionale cinese ha chiuso quinta nel suo girone di qualificazione (con soli nove punti, frutto di tre vittorie e sette sconfitte), dietro Giappone, Australia, Arabia Saudita e Indonesia. Un risultato difficile da conciliare con il peso economico, tecnologico e politico del Paese.
In cinque anni i tifosi di calcio in Nord America sono aumentati del 10,9 per cento
Dall’altra parte del Pacifico la situazione è molto diversa. Gli Stati Uniti non hanno mai fatto del calcio una priorità nazionale. Per decenni il pallone è rimasto ai margini di un sistema dominato da NFL, NBA, MLB e hockey. Eppure, proprio mentre la Cina falliva il suo assalto al calcio mondiale, gli Stati Uniti hanno iniziato a conquistare il terreno più importante: quello del mercato. Secondo una ricerca Nielsen riportata da Reuters, negli ultimi cinque anni il numero di appassionati di calcio in Nord America è aumentato del 10,9 per cento, superando i 136 milioni di persone. Negli Stati Uniti i tifosi sono ormai oltre 60 milioni. Il Mondiale non ha creato dal nulla questo interesse: lo ha semplicemente reso visibile.
Miss Dallas 2025 con la maglia di Pulisic in strada (foto Ansa).
È qui che la Coppa del mondo 2026 assume un significato che va ben oltre il campo. Per la Fifa il vero trofeo in palio è il mercato sportivo più ricco del Pianeta. La NFL ha firmato contratti televisivi per circa 110 miliardi di dollari in 11 anni. La NBA ha recentemente chiuso un accordo media da 76 miliardi di dollari fino al 2036. È all’interno di questo ecosistema che il calcio sta cercando di ritagliarsi uno spazio stabile.
La MLS può contare su un accordo globale con Apple
Ecco perché il torneo organizzato negli Stati Uniti, in Canada e in Messico rappresenta un investimento strategico. Gli ascolti televisivi, gli accordi commerciali, gli sponsor e la crescita della Major League Soccer sono elementi altrettanto importanti delle prestazioni delle nazionali. La MLS stessa rappresenta il simbolo di questo percorso. Nata dopo il Mondiale del 1994, per anni è stata considerata una lega periferica. Oggi può contare su un accordo globale con Apple, su investitori internazionali e su un interesse crescente da parte del pubblico.
I risultati degli statunitensi sul campo sono insufficienti (per ora)
Naturalmente sarebbe sbagliato spingersi troppo oltre. Se il calcio viene misurato esclusivamente attraverso i risultati sul campo, gli Stati Uniti non appartengono ancora al ristretto gruppo delle grandi potenze calcistiche. La nazionale americana non ha mai raggiunto una finale mondiale: miglior risultato il terzo posto del 1930, mentre nell’era moderna si è spinta al massimo ai quarti di finali, nel 2002 in Corea del Sud e Giappone. Ma è proprio qui che emerge la differenza tra i due modelli.
L’australiano Aiden O’Neill contrastato dal centrocampista della Juventus e degli Stati Uniti Weston McKennie (foto Ansa).
La Cina aveva fissato obiettivi sportivi molto ambiziosi e ha investito ingenti risorse per raggiungerli, senza riuscire a costruire una filiera capace di produrre risultati. Gli Stati Uniti, al contrario, stanno ottenendo il risultato forse più importante: trasformare il calcio in un prodotto economico e culturale sempre più rilevante all’interno del più grande mercato sportivo del mondo. In altre parole, la Cina ha cercato di conquistare il calcio attraverso la politica. Gli Stati Uniti lo stanno conquistando attraverso il mercato.
Esistono ambiti in cui il capitale e le direttive governative non bastano
Il confronto tra Stati Uniti e Cina racconta quindi qualcosa che va oltre lo sport. Per anni si è dato per scontato che la capacità di pianificazione e la potenza economica cinese potessero essere trasferite con successo in qualsiasi settore. Il calcio mostra che non sempre funziona così. Esistono ambiti in cui il capitale e le direttive governative non bastano. Servono tempo, partecipazione diffusa, competizioni credibili e una cultura capace di produrre valore nel lungo periodo.
Xi Jinping e Donald Trump (Ansa).
Paradossalmente, mentre la Cina cercava di costruire una potenza calcistica dall’alto verso il basso, gli Stati Uniti hanno lasciato che il mercato facesse il suo lavoro. Il risultato è che oggi Pechino guarda il Mondiale da casa, mentre Washington ospita il torneo e si prepara a incassarne i dividendi economici, culturali e politici.
Due modi molto diversi di esercitare il potere
In un’epoca in cui le due super potenze competono su difesa, intelligenza artificiale, semiconduttori, Spazio e commercio internazionale, il calcio può sembrare una questione marginale. Non lo è. Perché il fallimento cinese e l’ascesa americana mostrano anche due modi diversi di esercitare il potere. Da una parte la convinzione che la pianificazione e il capitale possano accelerare qualsiasi processo. Dall’altra la capacità di trasformare un fenomeno culturale in un mercato globale. Il Mondiale 2026 sta già offrendo un’indicazione su quale delle due super potenze stia vincendo, almeno per ora, la partita più importante del calcio contemporaneo.
L’Italia ha ancora «un mese di tempo» per decidere cosa vuole fare dei fondi del programma europeo sulla difesa Safe. Altrimenti la somma che dovrebbe toccare al Paese – quasi 15 miliardi di euro – verrà ridistribuito tra gli altri partecipanti, visto l’alto interesse registrato. Lo detto all’Ansa un’alta fonte Ue vicina al dossier, sottolineando che «a breve servirà chiarezza» da parte di Roma. La Commissione europea è ancora impegnata a firmare i contratti definitivi con gli altri Paesi e, soprattutto e sta discutendo con l’Ungheria per definire meglio la sua partecipazione. Quando questi processi termineranno, finirà anche il tempo a disposizione dell’Italia.
Crosetto: «Dipende da Giorgetti, lui sa cosa vorrei»
«Sa perfettamente le cose che io vorrei e io so perfettamente le cose che lui può fare. Sul Safe dipende dalla possibilità che lui ha». Lo ha detto il ministro della Difesa Guido Crosetto, ospite a Il giorno della Verità, riferendosi al titolare del Tesoro Giancarlo Giorgetti. Nonostante abbia a disposizione – in teoria – 14,9 miliardi di euro sotto forma di prestiti a tassi più convenienti di quelli che deve pagare per finanziarsi da sola sui mercati obbligazionari, l’Italia non ha ancora sottoscritto l’intesa. Questo perché i prestiti andrebbero a incidere sul debito pubblico, che è già molto elevato. Come ha fatto intendere il governo, Roma chiederà solo una parte dei prestiti a cui potrebbe accedere: l’intenzione è utilizzare solo tra i 5 e i 6 miliardi, cioè lo stretto necessario per coprire i progetti per i quali sono già stati firmati contratti.
Cosa è il piano Security Action for Europe
Considerato da uno dei pilastri del progetto ReArm Europe, il piano SAFE (acronimo di Security Action for Europe), è il nuovo strumento europeo di prestiti da 150 miliardi di euro, creato per rafforzare la difesa comune dell’Ue e finanziato tramite emissioni di debito da parte di Bruxelles sui mercati finanziari. Il programma, che prevede il rimborso a lungo termine da parte degli Stati beneficiari, ha come obiettivi il rafforzamento dell’industria europea della difesa, l’incentivazione di programmi comuni tra Stati e la riduzione della dipendenza dagli armamenti extraeuropei, tramite acquisti condivisi di armamenti, droni, missili, cybersicurezza e tecnologie militari provenienti dall’Ue.
Al ministero della Cultura da poco tempo c’è un nuovo sottosegretario, Pietro Cannella (anche se c’è chi lo chiama Giampiero), che ha preso il posto di Gianmarco Mazzi, nominato ministro del Turismo al posto di Daniela Santanchè. Cannella è siciliano, e anche se fa parte di Fratelli d’Italia “fa coppia” con il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, che ha preso parte domenica sera, all’Istituto Italiano di Cultura di Madrid, al concerto organizzato in occasione della Festa della Musica 2026. C’era un “Omaggio a Paolo Conte”. Ma Mulè e Cannella si sono presentati in “missione istituzionale” al Museo del Prado di Madrid che ha approvato il prestito temporaneo in Sicilia del celebre capolavoro Cristo in pietà e un angelo di Antonello da Messina. Al presidente della Regione Sicilia Renato Schifani il viaggio della coppia non è sfuggito: Mulè punta da tempo alla poltrona di governatore dell’isola, un obiettivo che si scontra con le lotte interne al centrodestra.
Il duo Salvini-Sardone fa discutere molto a Roma…
A Romal’accoppiata tra Matteo Salvini e Silvia Sardone fa parlare. Molto. I due sono stati i più votati ai gazebo leghisti che cercavano un possibile futuro candidato sindaco di Milano. Sai che sorpresa. Silvia Serafina Sardone (sì, c’è anche Serafina nel nome) una volta era di Forza Italia, «tra quei forzisti che piacevano senz’altro a Mario Giordano ma che Marina Berlusconi non tollera proprio», spifferano i fedelissimi dell’erede del Cavaliere (a proposito della famiglia del fondatore del partito, a Roma si è affacciata Marta Fascina, sempre con accanto il fidato Tullio Ferrante, e qualche giorno fa la “vedova” è stata notata a Napoli, a Marechiaro, con Eleonora Berlusconi). Comunque a Milano la lotta è appena cominciata. A Roma, intanto, la Lega è diventata la materia prima per le barzellette politiche, dato che quello che era stato candidato da Salvini come sindaco della Capitale, cioè Antonio Maria Rinaldi, se n’è andato via dal Carroccio per entrare nelle truppe del generale Roberto Vannacci. E pensare che aveva appena rinnovato la tessera leghista…
Malagò debutta a Confcommercio
Singolare battesimo per Giovanni Malagò come nuovo numero uno del calcio italiano: nella mattinata di mercoledì 24 giugno sarà a Roma nel Centro Congressi Confcommercio, tra i protagonisti del convegno intitolato “Equità e sicurezza: le due leve dello sport che verrà”, insieme al presidente del Coni, Luciano Buonfiglio. Malagò era stato chiamato a partecipare in qualità di presidente della Fondazione Milano Cortina 2026. Nel frattempo ha ampliato i suoi incarichi…
Giovanni Malagò (Imagoeconomica).
Mezzo governo da Belpietro (ma non Giuli!)
A Roma va in scena la terza edizione del “giorno de La Verità“, evento promosso dal quotidiano diretto da Maurizio Belpietro. Gli annunci sui partecipanti parlano della presenza di mezzo governo: Giorgia Meloni, presidente del Consiglio; Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia; Guido Crosetto, Difesa; Francesco Lollobrigida, Agricoltura; Gilberto Pichetto Fratin, Ambiente; Marina Calderone, Lavoro. Chissà perché non appare tra gli invitati il titolare della Cultura Alessandro Giuli…
Alessandro Giuli (Imagoeconomica).
All’Inps Fava vuole l’albo delle… badanti
Un albo professionale per le badanti: quella che viene definita come «una stravagante idea» è venuta in mente al presidente dell’InpsGabriele Fava, che ha spiegato come l’istituzione di un «albo nazionale per colf e badanti» sarebbe «capace di qualificare e certificare le competenze degli assistenti familiari». Può servire? La stragrande maggioranza di deputati e senatori valuta negativamente la proposta, sottolineando che si tratta in gran parte di straniere, ormai vicine alla terza età, spesso senza titoli di studio spendibili in Italia. «Rischia di essere l’ennesimo via libera a un’ondata di migrazione», si sente dire, una specie di «regolarizzazione di massa di persone presenti in Italia che si farebbero certificare una presenza in una famiglia come domestico per avere un documento». Nel Sud, poi, da sempre sono tantissime le colf senza contratto, che spesso sono al servizio di anziani e vengono sposate quando “il badato”, ormai solo al mondo, è in fin di vita.
Lancio a Roma per il Pride Barcelona
Pride Barcelona sbarca in Italia, con tanto di presentazione ufficiale della candidatura di WorldPride Barcellona 2030 nell’Ambasciata di Spagna a Roma, in un evento organizzato con il supporto di Turespaña e della stessa ambasciata. Con una folla di interventi, tra i quali sono da segnalare quelli di Alberto Lacasta, dg delle Politiche Pubbliche Lgbtq+ della Generalitat de Catalunya, e di Javier Rodríguez, commissario per le Politiche dell’Infanzia, dell’Adolescenza, della Gioventù e Lgbtq+ del Comune di Barcellona, c’erano attivisti internazionali in «difesa dei diritti umani in un contesto internazionale caratterizzato dalla crescita dei discorsi d’odio, dei movimenti reazionari e delle minacce ai valori democratici». Cosa è stato detto? Che «la comunità Lgbtq+ rappresenta la resistenza di fronte a un’agenda politica dell’odio guidata dall’estrema destra, dal fascismo e da tutti quei movimenti politico-sociali contrari ai diritti umani e alla democrazia». E giusto per non dimenticare nulla, a pochi passi da Giorgia Meloni è stato sottolineato che «nel 2030 ricorreranno il 25esimo anniversario dell’approvazione del matrimonio egualitario in Spagna e il 50esimo anniversario della legalizzazione della prima organizzazione sociale Lgbtq+ del Paese: il Front d’Alliberament Gai de Catalunya. Queste due ricorrenze non rappresentano semplici celebrazioni commemorative, ma opportunità strategiche per attivare la memoria collettiva, riconoscere l’eredità delle lotte del passato e proiettare impegni concreti verso il futuro».
Ospite de L’Aria che Tira su La7, Matteo Renzi ha criticato Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, che «hanno riportato divisioni» nell’opposizione, lanciando poi il suo progetto politico Casa Riformista verso le elezioni «come una lista di centrosinistra che porterà quello che ha fatto in questi anni contro il governo Meloni ed evitare che al Quirinale ci vada La Russa».
Renzi: «Possiamo giocare a chi è più di sinistra, ma guarderei al futuro»
«Io ho molta ammirazione per chi è riuscito, in un momento in cui nel centrosinistra si dialogava e il centrodestra si spaccava, a riportare le divisioni nel centrosinistra», ha detto Renzi ironizzando sull’immagine postata sui social da Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli, che a luglio saranno protagonisti di due eventi pubblici con i cittadini per la costruzione del campo largo. «Non ho problemi: se vogliono parlare del passato, Conte può spiegare chi ha portato Salvini al ministero dell’Interno, se vogliamo giocare a chi è più di sinistra, ma guarderei più al futuro. Io devo portare al centrosinistra i voti di chi detesta Conte, Bonelli e Fratoianni», ha aggiunto il segretario di Italia Viva». E poi: «Se qualcuno preferisce mettere veti invece che prendere voti si sta sparando sui piedi. La domanda a quelli di sinistra è: volete riconsegnare il Paese a Meloni? Fate pure, io non sarò complice». Poco dopo, Renzi ha espresso gli stessi concetti sui social.
Casa Riformista sarà sulla scheda elettorale. Chi vorrà votarla metterà una croce. Se qualcuno preferisce mettere veti anziché prendere i voti si assumerà la responsabilità di far perdere il centrosinistra e regalare il Colle alla destra sovranista pic.twitter.com/Wq8v3NZDwe
«Prendiamo atto che il professor Conte vuole fare gli esami di ammissione alla coalizione. Ma la politica non è l’università. Casa Riformista sarà sulla scheda elettorale come espressione del centrosinistra di Obama e Clinton, non della destra di Trump e Salvini. Si vota col proporzionale e tutti i voti servono», hanno detto inoltre all’Agi fonti di Italia Viva.
Le forze dell’ordine hanno ritrovato il suv Audi Q7 che non si è fermato al posto di blocco alla periferia di Milano portando al suo inseguimento da parte di un agente della polizia locale che è morto durante la corsa. La vettura – a noleggio, la targa sembra fosse clonata – è stata rintracciata, abbandonata per strada, a Pioltello, a una decina di chilometri dal luogo dell’incidente. Partendo dal contratto di noleggio si è arrivati al presunto pirata della strada, un uomo di origini albanesi che è stato rintracciato insieme con un connazionale in provincia di Monza e Brianza. La procura, che non ha emesso provvedimenti di fermo nei confronti dei due uomini a bordo, sembra aver escluso che ci possa essere stato un contatto tra la moto su cui viaggiava l’agente e il suv.
In un weekend di fine giugno la Lega ha rimontato i gazebo, il suo più rassicurante rifugio politico. Quando il vento gira, Matteo Salvini torna sempre lì: tra adesivi, manifesti, strette di mano e quel popolo che almeno non gli chiede conto dei sondaggi. A Milano ne sono così comparsi una quarantina e lo zelig del Carroccio si è rimesso perfino a distribuire volantini, deciso a dimostrare che sotto la casacca di ministro e vicepremier batte sempre il cuore del vecchio militante. L’uomo annusa come pochi l’arrivo della tempesta che rischia di travolgerlo e mai, a differenza dei treni che amministra, si muove in ritardo.
Se chiedi allo specchio chi è il più bello del reame, cosa vuoi che ti risponda?
L’occasione è servita anche per chiedere ai simpatizzanti milanesi chi avrebbero voluto come futuro sindaco. La risposta era quella che tutti conoscevano prima ancora di procedere ai conteggi. Salvini e la sua vice Silvia Sardone hanno fatto il pieno di preferenze. Del resto, se chiedi allo specchio chi è il più bello del reame, difficilmente ti sorprenderai della risposta. Ma il punto non era il risultato. Era il bisogno di metterlo in scena.
C’è una regola non scritta della politica: quando un leader comincia a perdere potere, aumenta il movimento. Se non puoi dimostrare di comandare come un tempo, almeno fai vedere che non stai fermo. E così Salvini moltiplica banchetti, selfie, dichiarazioni, visite ai cantieri e iniziative mentre alle sue spalle cresce il brusio della pattuglia nordista che sogna Luca Zaia segretario. Una fronda curiosa: abbastanza spessa da farsi notare, troppo prudente per tentare davvero la spallata.
Luca Zaia e Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Infatti qualora il (quasi ex) Capitano dovesse perdere il timone, difficilmente sarà per un ammutinamento dei governatori. Più probabilmente verrà superato dal transfuga illustre che, guarda la ferocia del contrappasso, si è trasformato nel suo più acerrimo nemico. Roberto Vannacci sta allungando inesorabilmente la sua ombra, e ormai anche la Lombardia è diventata territorio di conquista.
Quindi l’inutile rito consumato ai gazebo ha prodotto pochi risultati, se non quello di far riluccicare l’ego dei protagonisti come si fa con l’argenteria buona tirata fuori per la festa. Naturalmente né Salvini né la tonitruante Sardone (che ha trasformato il volume della voce in un codificato registro espressivo) hanno alcuna intenzione di candidarsi davvero. Lui fa il ministro, lei l’europarlamentare: hanno ringraziato gli elettori e rimesso tutto nel cassetto, paghi della gratificante dimostrazione d’affetto.
Milano è la città italiana che meno assomiglia all’universo politico leghista
Sanno bene che la realtà non la si governa con plebisciti e banchetti. Milano è probabilmente la città italiana che meno assomiglia all’universo politico costruito dalla Lega negli ultimi vent’anni. Vive di finanza, design, università, innovazione, settimane dedicate a qualsiasi cosa possa trasformarsi in evento e una vocazione internazionale che ormai è parte della sua identità. È la stessa città che Salvini descrive polemicamente come una boutique per pochi privilegiati. Può anche avere ragione, ma resta il fatto che nessuna boutique affiderebbe l’allestimento della sua vetrina a chi continua a vendere soprattutto paura.
Matteo Salvini in piazza Duomo, sabato 18 aprile (Imagoeconomica).
Non c’è alcuna intenzione di lasciare a Salvini la scelta del nome
Ed è qui che il teatrino dei gazebo produce l’effetto più interessante. Dovevano certificare la centralità della Lega nel centrodestra milanese e hanno ottenuto il contrario. Forza Italia, partito che Palazzo Marino lo ha governato più volte, osserva con malcelato sarcasmo la prospettiva di una “sardonizzazione” della coalizione. Fratelli d’Italia guarda con ancora più distacco. A Milano il partito passa dalle mani di Ignazio La Russa e del suo cerchio ristretto, e non c’è alcuna intenzione di lasciare alla Lega il diritto di scegliere il candidato.
Occhio al candidato di compromesso, come il fallimentare Bernardo
Il rischio, dunque, è quello di assistere all’ennesima liturgia del centrodestra: settimane di trattative, veti incrociati, equilibrismi e telefonate infinite per arrivare alla fine al classico candidato di compromesso. Uno di quei nomi che mette tutti d’accordo proprio perché non entusiasma nessuno. Esattamente come accadde cinque anni fa con il carneade Luca Bernardo, il pediatra spedito quasi per dovere civico contro un Beppe Sala destinato a vincere senza troppa fatica. Spiace per Salvini. Ma se i gazebo leghisti dovevano servire a indicare un sindaco, hanno finito per fotografare un leader che organizza il casting sapendo bene che non sarà lui il regista del film.
Luca Bernardo, candidato sindaco del centrodestra a Milano nel 2021 (Imagoeconomica).
Dopo giorni di tensioni sull’asse Roma-Washington e la richiesta (tra gli altri) del senatore leghista Claudio Borghi di diffondere la registrazione della conversazione tra Donald Trump e Daniele Compatangelo, andata in precedenza in onda doppiata, L’Aria che Tira ha trasmesso l’audio originale della telefonata tra il presidente degli Stati Uniti e l’inviato di La7.
Attenzione, la Casa Bianca ha autorizzato la diffusione dell'audio originale della telefonata a Trump e La7 lo manda in onda in risposta al complottismo del senatore Borghi. Attendiamo la sua scrupolosa analisi del testo e dei toni #lariachetirapic.twitter.com/K0QNPFWKI3
— Il Grande Flagello (@grande_flagello) June 23, 2026
Per la diffusione dell’audio serviva l’ok della Casa Bianca
Il conduttore David Parenzo ha spiegato che, in linea col protocollo previsto per le comunicazioni con il presidente degli Stati Uniti, La7 aveva potuto pubblicare solo il testo della conversazione: per la diffusione integrale dei contenuti audio serve infatti una specifica autorizzazione. Inoltrata la richiesta alla Casa Bianca e ottenuto il via libera, a L’Aria che Tira è stata così trasmessa la telefonata tra Trump e Compatangelo, in cui il tycoon ha affermato che Giorgia Meloni lo aveva «implorato» di scattare una foto assieme al G7 di Evian. Compatangelo, peraltro, aveva avviato l’intervista telefonica chiedendo la posizione di Trump sulla futura adesione dell’Ucraina all’Unione europea: è stato il presidente americano a spostare rapidamente il focus su Meloni.
«Ho scritto all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni per domandare un pronunciamento sulla possibilità o meno di far passare per vere delle telefonate editate con tono e traduzione senza pubblicare l’audio originale. È l’unica cosa che posso fare come Parlamentare perché un’interrogazione non è adatta», aveva scritto Borghi su X.
Ho scritto ad @AGCOMunica per domandare un pronunciamento sulla possibilità o meno di far passare per vere delle telefonate editate con tono e traduzione senza pubblicare l'audio originale. E' l'unica cosa che posso fare come Parlamentare perché un'interrogazione non è adatta.
Dopo la diffusione dell’audio originale, il senatore della Lega ha “replicato”: «Quindi la storia che non si poteva pubblicare era una balla. Si conferma che la parola “pity” non è mai stata detta. Quanto al tono e al contesto giudicate voi se l’effetto è lo stesso di quel “ma mi ha fatto pena” che ha provocato la reazione di tutti. Giudicate voi se si può fare una crisi internazionale partendo da una conversazione (privata) di questo tipo».
Atterrato adesso e finalmente abbiamo l'audio originale della telefonata fra Trump e il giornalista de la7 dove parlano di Meloni. Quindi la storia che non si poteva pubblicare era una balla. Si conferma che la parola "pity" non è mai stata detta. Quanto al tono e al contesto…
Nel presentare l’audio, La7 ha tradotto l’espressione «I felt sorry» pronunciata da Trump e riferita a Meloni con “mi ha fatto pena”, anche se – in effetti – forse sarebbe stato più adeguato “mi dispiaceva” (non concederle una foto).