Dopo un mese di stop sono ripresi i bombardamenti statunitensi in Iran. Nel mirino lanciarazzi dei pasdaran sulla piccola isola di Larak, nello stretto di Hormuz. Il Comando Centrale delle forze armate statunitensi ha spiegato di aver attaccato «forze dei pasdaran intente a preparare il lancio di razzi carichi di mine navali» verso lo stretto. Pochi giorni fa gli Stati Uniti hanno annunciato di aver completato la bonifica del tratto di mare. L’ultimo attacco Usa contro l’Iran risaliva al 29 luglio.
CLAIM: Iran’s Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC) claimed in a recent statement that strikes by U.S. forces to prevent the IRGC from placing mines in the Strait of Hormuz were an “act of aggression.” This claim is absolutely FALSE.
In risposta al raid statunitense, l’Iran ha risposto con attacchi su obiettivi Usa in Giordania: secondo i pasdaran i missili balistici lanciati hanno causato gravi danni, mentre per gli statunitensi sono stati tutti intercettati. Gli Emirati Arabi Uniti hanno riferito di aver «affrontato una minaccia con droni» proveniente dall’Iran sulle sue acque territoriali dopo che Teheran aveva detto di aver preso di mira personale militare statunitense in una base aerea locale e di aver abbattuto un drone statunitense sullo stretto di Hormuz. La Marina delle Guardie rivoluzionarie iraniane ha inoltre dichiarato che «una superpetroliera che aveva violato le norme ha preso fuoco in modo terribile dopo aver urtato due mine marine».
Dario Franceschini, senatore del Pd ed ex ministro della Cultura, ha rivelato in un’intervista al Corriere di avere il morbo di Parkinson. «Mi è stato diagnosticato nel novembre del 2020. La diagnosi è stata una botta tremenda», ha raccontato. «Avevo avuto un infarto nel 2014, più qualche altro acciacco ben risolto. Però, insomma, si trattava d’incidenti di percorso che un po’ tutti mettiamo in preventivo. Il Parkinson è una malattia diversa, ti accompagna per sempre».
«Fondamentale non scoraggiarsi e riempire le giornate»
Franceschini ha spiegato che inizialmente la sua reazione è stata quella di tentare di nasconderla: «Chi è colpito dal Parkinson tende a vergognarsi. Parla male, biascica, oppure cammina barcollando, sembra un ubriaco. Altri sono scossi da un tremore irrefrenabile. Ma è fondamentale non scoraggiarsi, svegliarsi al mattino con qualcosa da realizzare. Per cercare di combattere il Parkinson, oltre ai farmaci, è decisivo riuscire a riempire le proprie giornate e ripetersi. Io non mollo, io continuo a vivere, a esserci». Per questo ha deciso di rendere pubblica la diagnosi: «Parlare pubblicamente della mia malattia è chiaro, mi costa, e molto. Però ci ho riflettuto a lungo e, mettendo sulla bilancia i pro e i contro, mi sono convinto che sia giusto descrivere questa particolare stagione della mia vita. Per dire a tutti gli altri malati di Parkinson: non isolatevi, continuate a vivere». La malattia ha cambiato anche il suo rapporto con la politica: «Azzera le ambizioni personali, ti fa perdere quel senso di invincibilità che il politico si presume debba trasmettere, mostrando di non avere, quasi per definizione, debolezze, timori, fragilità». Nonostante ciò, Franceschini continua comunque la sua attività: «Il Parkinson colpisce il corpo, non le capacità cognitive. Cali il ritmo del lavoro, lo adegui. Però io ho continuato, e continuo, con telefonate, incontri, riunioni».
Da quando è stato pubblicato il programma della Festa dell’Unità organizzata dal Pd milanese, da più parti ci si adopera per interpretare le ragioni recondite dell’assenza di Elly Schlein. Eppure, la realtà è in bella vista per chiunque si sforzi di guardarla: la segretaria nazionale ha deciso di non giocare la partita meneghina per concentrarsi sulla ben più complessa vicenda nazionale, come peraltro avevamo anticipato un mese fa. Con tutti gli aspiranti candidati sindaco ben posizionati nel palinsesto della kermesse, Schlein non avrebbe in nessun modo potuto evitare il fuoco di fila dei media sulle scelte ormai inderogabili riguardanti il futuro della città.
Il dribbling della segretaria sulle primarie cittadine
Nonostante la sua invidiabile capacità di usare molte parole per dire pochissimo, sarebbe stato inevitabilmente un gioco a perdere: ogni sua smorfia – e persino ogni sua scelta armocromatica – si sarebbe facilmente prestata a strumentalizzazioni giornalistiche. Incurante del detto secondo il quale gli assenti hanno torto a prescindere, Schlein ha preferito marcare visita, evitando non solo di farsi immaginare in sostegno a uno qualsiasi dei tanti candidati (e dire che Pierfrancesco Majorino fa parte della sua segreteria…), ma anche di proferire verbo sul metodo di scelta della candidatura, perché a oggi nessuno ha ancora ufficializzato il fatto che ci saranno davvero quelle primarie di cui ormai si parla da due anni.
Pierfrancesco Majorino (Imagoeconomica).
Chi frena sui gazebo in città
La questione-gazebo non è certo secondaria, perché all’interno del centrosinistra milanese c’è chi li eviterebbe volentieri e lo dice apertamente. I meno entusiasti dell’idea sono quelli che avrebbero meno da guadagnarci: il M5s, che a Milano è storicamente molto debole, e Azione, che convergerebbe volentieri su un candidato moderato come Mario Calabresi, mentre teme molto la forza elettorale di un esponente più di sinistra come il succitato Majorino. Il partito di Calenda ha già annunciato che correrà da solo alle prossime Politiche, sottraendo voti al campo largo, ma a Milano vuole far pesare il proprio consenso, soprattutto nel centro storico, usando gli ottimi rapporti con Forza Italia per aumentare la propria forza contrattuale. Per quanto la parte più riformista del Pd sarebbe più che disponibile a trattare anche con i post-berlusconiani, in pole position c’è proprio Azione, che però è decisamente poco compatibile con il resto della coalizione: non solo con M5s e Rifondazione Comunista, ma anche con Alleanza Verdi e Sinistra, che pure è il secondo partito del rassemblement e ha tutte le carte in regola per crescere ulteriormente.
Mario Calabresi (Imagoeconomica).
Il Modello Milano non è esportabile su scala nazionale
Già, ma chi decide sulla formazione della squadra da schierare in campo, prima ancora che sulla scelta del capitano? Di certo non Schlein: le avete mai sentito dire mezza parola su questioni come il futuro di San Siro? Quelle rare volte che si è espressa su Milano peraltro non le è riuscito benissimo, ad esempio quando ha ventilato provvedimenti contro Lorenzo Pacini, che aveva parlato di «fucili contro i fascisti»: non solo non se n’è fatto nulla, ma la popolarità del giovane candidato sindaco è cresciuta anche in ragione dell’eco mediatica di quell’esternazione. Il problema è che in politica i vuoti non esistono, perché qualcuno naturalmente li riempie. Quindi a decidere sulle sorti della città sarà il livello locale, ovviamente diviso in correnti esattamente come a Roma. La cosa in sé non è un male, anche perché le persone capaci a Milano non mancano, ma l’incapacità del Pd di fare dell’esperienza milanese un tesoro nazionale è ormai un fatto consolidato lungo più cicli politici. Qualcuno forse ricorderà che l’espressione «modello Milano» nacque molto prima del caos giudiziario legato all’urbanistica. Ai tempi della storica vittoria di Giuliano Pisapia indicava la speranza di trasferire a Roma la larghissima alleanza meneghina (da Italia dei Valori ai post-comunisti) per ritrovare quel consenso popolare che mancava dai tempi di Romano Prodi. Pisapia lo chiamava «campo progressista», ma il suo progetto non andò per niente bene.
Giuliano Pisapia (Imagoeconomica).
Poi è arrivato Beppe Sala, che poteva rappresentare l’ideale trait d’union tra Milano e la Capitale per via dei suoi agganci con il Pd nazionale targato Matteo Renzi (e Maurizio Martina, suo vero king-maker). Anche nel suo caso, le ambizioni nazionali sono rimaste frustrate e il rapporto col partito è stato piuttosto altalenante, persino conflittuale. Ora tira buon vento e lo attende una candidatura coi dem in Senato, ma la clamorosa desistenza della segretaria nazionale sulla partita milanese fa pensare che la capitale economica sia davvero troppo diversa dal resto del Paese per essere considerata un benchmark esportabile.
Beppe Sala (Imagoeconomica).
Attesa per l’intervento di Schlein a Reggio Emilia
A dire il vero, Schlein non è del tutto assente nel programma della Festa dell’Unità milanese. La sua foto campeggia sulla pagina del 13 settembre, quando nel primo pomeriggio partiranno dal quartiere Corvetto i pullman (gratuiti) diretti a Reggio Emilia per ascoltare il suo discorso conclusivo della kermesse nazionale. Tira aria di sano cammellaggio in vista del vero inizio della campagna elettorale per le Politiche. Secondo le indiscrezioni che filtrano dal Nazareno, il suo intervento punterà in primo luogo sulle questioni programmatiche, sulle quali è stata recentemente incalzata da AVS: si attende un duro attacco al governo-Meloni su costo della vita, salari bloccati, inerzia ambientale, accise e carenze nel welfare, ma anche delle proposte concrete e identitarie, come la tassazione degli extraprofitti, soprattutto nel settore energetico.
Elly Schlein (Ansa).
La segretaria stretta tra il duello con Conte e gli equilibri interni
Per quanto si voglia dare priorità ai temi, il vero punto della questione sarà la rappresentazione di questo intervento come il primo atto da candidata naturale alla Presidenza del Consiglio, al netto di una legge elettorale ancora da definire. Questa è la vera partita da giocare, non solo nell’ormai stucchevole dualismo con Giuseppe Conte, ma anche nel più delicato gioco degli equilibri interni, con diversi capicorrente che temono un suo passo falso e altri che specularmente sono invece pronti a scommetterci.
Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Con quale tattica affrontarla? Auspicabilmente non dando retta a chi le suggerisce un’assenza quasi morettiana (non andrà nemmeno negli altri comuni al voto) e tantomeno a suggestioni strampalate come il rebranding da Elly a Elena Schlein, recente tormentone social, o le candidature “simboliche” (dal partigiano al neo 18enne, dal parente di una vittima di stragi ad altre bizzarrie), idee talmente bislacche da essere sintomi di una debolezza disarmante. Ascolti consigli più avveduti, come il richiamo a una proficua concretezza, come quella che ha permesso nelle ultime tre tornate di vincere a mani basse a Milano, un tempo chimera assoluta. E siccome solo un suicidio politico potrebbe mettere in discussione il quarto successo consecutivo, a prescindere dal candidato, è davvero cervellotico che la leader del principale partito della coalizione non lo cavalchi con entusiasmo, ma, al contrario, si faccia di lato in maniera così palese.
Un'edizione lussuosa, rilegata e illustrata da Sam Weber, per il romanzo di Frank Herbert.
A volte ami così tanto un libro che vorresti possederlo in un'edizione il cui aspetto renda merito all'eccezionalità del contenuto. Ecco che nascono allora le edizioni di lusso, pezzi prestigiosi da collezionare.
Fanucci ha fatto uscire in questa fine di agosto la versione illustrata di Dune di Frank Herbert, arricchita dalle illustrazioni a colori di Sam Weber, un artista di New York. Il volume è rilegato ed esiste in due versioni, una da 49 euro e una da 69 euro che dispone anche di un cofanetto cartonato.
La quarta di copertina
Pubblicato per la prima volta in... - Leggi l'articolo
Il Grande Ammiraglio Thrawn torna nella “nostra” galassia, e sono guai grossi.
Qualche giorno fa è stato distribuito online il trailer della nuova stagione di Ahsoka, che arriverà su Disney+ il prossimo gennaio.
Ahsoka è una delle non molte serie Star Wars che hanno avuto un buon successo e sono state rinnovate. Merito anche forse del personaggio che ha una lunga storia che affonda nelle serie animate, o anche della qualità della recitazione di Rosario Dawson, che con la popolarità acquisita in questa serie può rifarsi dell'inopinato “taglio” della scena che la vedeva protagonista in Spider-Man Brand New... - Leggi l'articolo
Tra le vincitrici Alix Harrow per il romanzo, Amal El-Mohtar per il romanzo breve e Ada Palmer, prossima ospite a Stranimondi, per il saggio.
Questa notte alla Worldcon di Los Angeles, denominata LACon V, sono stati annunciati i vincitori dei premi Hugo 2026. La cerimonia si è conclusa da appena un paio d'ore e vi diamo notizia subito dei risultati.
Tra i vincitori ci fa particolare piacere l'affermazione di Ada Palmer nella categoria saggio, perché Palmer sarà ospite a Stranimondi a Milano i prossimi 17 e 18 ottobre.
Premio Hugo 2026, vincitori
Romanzo
Alix E. Harrow, The Everlasting
Vincitori
Robert Jackson Bennett, A Drop of Corruption
Antonia Hodgson, The Raven Scholar
Nnedi Okorafor,... - Leggi l'articolo
«Dal punto di vista dell’economia del lavoro, la flessibilità è una forma di welfare». Da giorni sui social e i media cinesi è una delle frasi più citate. A pronunciarla è stata Zhang Dandan, professoressa di economia e vice direttrice della National School of Development dell’Università di Pechino, scatenando l’ira dei giovani, alle prese con un mercato del lavoro saturo e caratterizzato da una forte instabilità. La reazione sui social cinesi è stata immediata: se la gig economy è un Eldorado, si sono chiesti in molti, perché chi ha un posto stabile non lo lascia per diventare un lavoratore flessibile?
Zhang Dandan (dal sito della National Schoolof Development).
Il mercato non riesce ad assorbire i neolaureati
La polemica è esplosa proprio a ridosso della pubblicazione dei nuovi dati sulla disoccupazione giovanile che a luglio è salita al 17,9 per cento. Un balzo di tre punti rispetto al dato di giugno che riporta la quota vicino al massimo storico registrato con la nuova metodologia statistica introdotta nel 2023. A pesare è l’ingresso nel mercato del lavoro di 12,7 milioni di neolaureati, circa il 4 per cento in più rispetto lo scorso anno. L’offerta crescente di lavoratori qualificati si scontra però con un’economia in rallentamento e con aziende che riducono o congelano le assunzioni. In Cina, insomma, i lavori stabili calano e milioni di giovani passano da un impiego temporaneo all’altro. Secondo il China New Employment Forms Research Center, nel 2026 i lavoratori flessibili dovrebbero raggiungere quota 320 milioni, contro i 280 milioni del 2025. Quasi il 44 per cento della forza lavoro urbana cinese resta fuori dal perimetro del contratto a tempo indeterminato.
Un manifesto con Xi (foto Ansa).
I numeri della gig economy cinese
La definizione cinese di «occupazione flessibile» copre un’ampia gamma di lavori: rider, autisti, freelance, lavoratori delle piattaforme, operai a chiamata, migranti assunti per pochi giorni, giovani che alternano lavoro e inattività. Chi sceglie l’autonomia finisce nella stessa categoria di chi prende quello che trova. Hu Xijin, ex direttore del tabloid nazionalista Global Times e super influencer, ha definito le parole di Zhang «scioccanti» e «inaccettabili». Su Weibo la si accusa di aver sparso «sale sulle ferite» di chi non ha sicurezza lavorativa. In tanti menzionano i rider che «corrono ogni giorno contro l’algoritmo». La flessibilità è percepita come una «scelta inevitabile», non come una vera alternativa. Ad aggiungere sconcerto tra i giovani, c’è il fatto che la professoressa Zhang Dandan non è una studiosa estranea a questo problema. Al contrario, da anni lavora su occupazione, migranti, giovani e gig economy. Il National Business Daily, pur criticando la formulazione utilizzata nell’intervista, ha ricordato le sue ricerche sui lavoratori delle piattaforme e le sue proposte per estendere la previdenza ai precari, facendo ricadere una parte degli oneri anche sulle piattaforme e sulle società di outsourcing. Mentre il Beijing News, intervenendo nella polemica, l’ha definita una «ricercatrice che ha lavorato a fondo proprio su lavoro e sicurezza sociale». Tra l’altro Zhang ha recentemente presentato una ricerca sulla gigification dell’economia cinese, di cui ha parlato anche durante la Davos estiva di Dalian. Circa 321 milioni di cinesi operano nella galassia del lavoro precario. Hanno un’età media di 29,4 anni, sono per lo più single e il 47,8 per cento è senza assicurazioni sociali. Tra i lavoratori migranti della gig economy, la disoccupazione arriva addirittura al 27,5 per cento, contro il 5,1 per cento nazionale.
Una fiera del lavoro per laureati a Jinhua (Ansa).
Perché quella tra sicurezza e autonomia non è più una scelta
C’è poi da considerare lo scambio tra sicurezza e autonomia. Chi è dipendente cede una parte del controllo sul proprio tempo ricevendo salario stabile, pensione, assicurazione sanitaria e fondo per la casa. Il lavoratore flessibile conserva sì maggiore autonomia, ma con molte meno garanzie. Il termine fuli utilizzato dalla professoressa, nel linguaggio quotidiano, rimanda però proprio alle garanzie: previdenza, assicurazione sanitaria, ferie, benefit. Associare “welfare” e flessibilità ha fatto saltare il passaggio tra linguaggio accademico ed esperienza sociale. Uno scambio poi presuppone che entrambe le alternative siano percorribili. Il consulente che lascia un posto fisso per mettersi in proprio sceglie tra sicurezza e autonomia. Un giovane che consegna pasti perché non trova un impiego stabile sceglie tra tirare avanti così o non lavorare proprio. Anche il controllo del tempo cambia natura. Il rider decide quando accendere l’applicazione. Da quel momento prezzi, percorsi, tempi di consegna, valutazioni, incentivi e distribuzione degli ordini dipendono dalla piattaforma. Può spegnere lo smartphone, ma così spegne anche il reddito. Per guadagnare di più bisogna lavorare di più. Il giorno libero c’è, ma ha un costo.
File per i concorsi statali in Cina (Ansa).
La logica delle piattaforme entra in fabbrica
La logica delle piattaforme digitali sta entrando anche in fabbrica. Secondo Zhang, i lavoratori on demand rappresentano circa il 31 per cento della forza lavoro manifatturiera. Durante i picchi produttivi nelle grandi aziende con più di 10 mila addetti possono arrivare all’80 per cento. Una parte del rischio industriale cambia così indirizzo. L’impresa aumenta rapidamente la forza lavoro quando arrivano gli ordini e la riduce quando calano, con il lavoratore che assorbe la differenza.
Oggi studiare non garantisce più opportunità
Negli scorsi decenni, quelli della crescita economica a doppia cifra, la grande transizione occupazionale cinese era stata caratterizzata dal passaggio dal posto garantito alla mobilità. Cambiare impresa, settore e città era parte della modernizzazione. Più istruzione e più competenze avrebbero dovuto aprire opportunità migliori. Ora, però, la mobilità non coincide necessariamente con l’ascesa. I giovani sono quelli più esposti: lavorare di più, essere pronti alla competizione o garantire massima flessibilità non garantisce più l’avanzamento sociale che aveva accompagnato le generazioni precedenti. L’espansione universitaria ha prodotto generazioni più istruite mentre l’economia rallenta la creazione di posti qualificati.
La disoccupazione giovanile in Cina sfiora il 18 per cento (Ansa).
Il cortocircuito del modello 996
Con questa precarietà aumenta la propensione al risparmio e anche mettere su famiglia diventa un’impresa. Una parte di giovani continua a correre, aumentando le ore lavorate. Un’altra abbassa semplicemente le aspettative. Il modello 996 (dalle 9 del mattino alle 9 di sera, sei giorni alla settimana) diventato simbolo della cultura del lavoro nelle Big Tech cinesi rappresentava la versione estrema della corsa. Il termine virale neijuan, letteralmente “involuzione”, ne descrive il cortocircuito: sempre più competizione e sempre più sforzo non portano a un aumento delle opportunità. Il tangping, lo “sdraiarsi”, è per alcuni la risposta: rinunciare, almeno in parte, a una competizione che non garantisce la mobilità sociale. La rabbia contro il cosiddetto “welfare” della gig economy aggiunge ora un altro tassello: la precarietà spesso imposta dalla scarsità di alternative diventa libertà. La frase di Zhang ha condensato questa tensione nel modo più urticante possibile. Allo stesso tempo, ha portato al centro del dibattito un problema che va molto oltre la polemica. Con 320 milioni di lavoratori flessibili, la definizione di “occupato” dice sempre meno sulla effettiva sicurezza economica.
Se Shein fosse una H&M qualsiasi, la storia finirebbe qui. Ma non lo è. Perché su Shein il feed, alla fine, non resta sul telefono. Ti arriva a casa sotto forma di vestito. La piattaforma di commercio elettronico cinese, che si appresta a debuttare alla Borsa di Hong Kong con una valutazione di circa 26,5 miliardi di dollari, non è semplicemente un negozio online che vende vestiti a poco prezzo. E non è neppure una tech company come Meta, che punta a tenerti incollato allo schermo per venderti pubblicità. È un ibrido, un’azienda di retail che ha costruito parte del proprio vantaggio competitivo usando i meccanismi delle piattaforme digitali e, più in generale, quelli che appartengono all’economia dell’impulso: frequenza, ricompensa, sorpresa, novità e gratificazione immediata. Capire se questo modello possa reggere, se alla fine non sia tutto un pacco, è tutt’altro che scontato, visto che oggi Shein vale circa un quarto rispetto ai quasi 100 miliardi di dollari della valutazione del 2022.
Il sito di Shein (foto Ansa).
I limiti dell’ibrido tra H&M e Meta
Il racconto più semplice è quello del retailer che rallenta mentre i costi salgono. Ma è solo una parte della storia, che riguarda il modo in cui Shein decide che cosa produrre, in che quantità e, soprattutto, con quale rapidità è capace di sostituire quanto prodotto. È in questo passaggio che il meccanismo si fa più complesso. La cosa difficile è infatti creare costantemente nuove occasioni di acquisto. Così, ogni scroll diventa una nuova possibilità di trovare qualcosa che non si stava cercando, grazie a un ambiente nel quale il consumatore è continuamente esposto a qualcosa che potrebbe desiderare. È qui che emerge l’ibrido fra H&M e Meta. Il prodotto viene continuamente proposto, testato e riproposto in un ambiente digitale pensato intorno alla scoperta. I dati sul comportamento degli utenti alimentano l’algoritmo, diventando il motore per decidere cosa mettergli davanti agli occhi e, con ogni probabilità, da mandare in produzione. Tuttavia il paragone con Meta si ferma qui.
Il logo Schein (Imagoeconomica).
Il successo nel feed non è il successo nel mondo reale
Meta monetizza l’attenzione vendendo pubblicità. Shein deve monetizzarla vendendo un vestito. L’inerzia è diversa. Quel vestito poi deve essere prodotto, spedito, consegnato. La filiera, in altri termini, deve tradurre il segnale che arriva dal web in tessuto, lavoro, controlli di qualità, imballaggi e strade da percorrere. Questa è la caratteristica più fragile del modello. Finché i volumi crescono e il costo unitario resta basso, tutto bene. Ma la stessa macchina che rende possibile questa velocità crea anche una dipendenza dalla velocità stessa. Più spesso il consumatore viene stimolato a comprare, più il modello dipende dalla capacità di mantenere bassi i costi dell’intero ciclo. E quando entrano in gioco resi, invenduto, trasporto, dogane e regolamentazione, quello che sembrava un vantaggio può trasformarsi in un problema. In altri termini, un vestito che funziona come contenuto nel feed non è detto che funzioni altrettanto bene come prodotto reale.
La home page di Shein Italia.
Dazi doganali e costi di trasporto diventano un rischio
Qui la natura fisica del prodotto presenta il conto. Un modello costruito sull’acquisto frequente di articoli di basso valore e sulla spedizione diretta al consumatore è particolarmente sensibile ai costi di trasporto, alle dogane, ai resi e via discorrendo. Dal 1 luglio 2026, per esempio, l’Unione europea ha eliminato la franchigia per le spedizioni e-commerce di basso valore provenienti da Paesi extra-Ue. In via transitoria, fino al primo luglio 2028, si applica un dazio forfettario di 3 euro per ciascun articolo sotto i 150 euro. Negli Stati Uniti, la fine dell’esenzione de minimis ha rappresentato un’ulteriore pressione sul modello. La questione, dunque, è se l’azienda potrà continuare a offrire prezzi abbastanza bassi da rendere attraente quella scoperta continua di nuovi prodotti. Perché l’economia dell’impulso funziona soltanto quando l’impulso può essere convertito in acquisto con un attrito minimo. Se il prezzo sale, la consegna diventa più costosa o il consumatore comincia a percepire diversamente il valore del prodotto, l’intero meccanismo può incepparsi.
Palazzo Berlaymont (Ansa).
L’algoritimo è capace di assorbire gli attriti?
Shein dovrà quindi dimostrare che il suo algoritmo è capace di assorbire gli attriti del mondo reale. La domanda è quindi: saprà Shein difendere un modello capace di trasformare attenzione, intrattenimento e desiderio in transazioni ripetute senza farsi schiacciare dai costi della propria fisicità? Perché il prossimo gigante dello shopping sarà quello che saprà convertire meglio un impulso in una vendita redditizia.
C’è chi prima di una vacanza passa settimane a confrontare tariffe aeree, alla ricerca del volo perfetto al prezzo giusto, ma alla fine, in aeroporto, lascia l’auto nel primo parcheggio che trova, magari pagando più del biglietto. Sempre più spesso, infatti, il salasso di un viaggio non è tra le nuvole, ma a terra, in quella settimana di sosta che può costare da poche decine di euro a più di 200, a seconda della distanza dal terminal, della copertura scelta (in senso letterale e no) e, soprattutto, di quanto tempo prima si prenota.
Più passeggeri, più auto da sistemare
Anche il parcheggio ha imparato la lezione delle compagnie aeree: lo stesso posto auto non ha sempre lo stesso prezzo. E, dietro quella (piccola) distesa di asfalto che tendiamo a considerare un servizio accessorio, si nasconde un’industria sempre più sofisticata e redditizia. I numeri aiutano a capirne meglio le dimensioni: nel 2025, negli aeroporti italiani sono transitati circa 230 milioni di passeggeri, più del doppio rispetto a 20 anni fa. Nel giugno 2026 sono stati 23,6 milioni, il 5,9 per cento in più rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (dati Assaeroporti). E più passeggeri significa anche più auto da sistemare.
Per Aeroporti di Roma nel 2024 i ricavi dei parcheggi hanno raggiunto 29 milioni di euro (foto Unsplash).
A Roma nel 2024 i ricavi hanno toccato i 29 milioni di euro
Quanto possa rendere un posto auto lo dimostrano i conti di Aeroporti di Roma: nel 2024 i ricavi dei parcheggi pagati dagli utenti hanno raggiunto 29 milioni di euro, contro 24,7 milioni dell’anno precedente e i 18,1 milioni nel 2022 (parliamo di più del 60 per cento in più in soli due anni). La stessa ADR attribuisce parte della crescita al maggiore utilizzo di politiche di revenue management che, insieme all’allungamento delle soste, hanno contribuito a far aumentare dell’11 per cento lo scontrino medio dei passeggeri. È la stessa logica che regola voli e camere d’albergo: prezzi diversi in base alla domanda prevista, alla stagionalità, all’anticipo della prenotazione e alla disponibilità residua. APCOA Italia, che gestisce tra gli altri i parcheggi di Malpensa, Linate e Orio al Serio, spiega che mentre le tariffe ordinarie vengono modificate generalmente due o tre volte l’anno, i prezzi online possono cambiare più frequentemente, sulla base di fattori come stagione, festività, traffico e capienza. È la legge della domanda e dell’offerta applicata alla striscia d’asfalto: più quel posto diventa desiderabile e scarso, più aumenta il suo valore.
Il fatturato di APCOA Italia sfiora gli 80 milioni
E non si tratta, come abbiamo detto, di un business marginale. APCOA dichiara di gestire in Italia circa 250 parcheggi e 110 mila posti auto, con un fatturato di circa 80 milioni di euro nel 2024. Aeroporti di Roma aveva già indicato esplicitamente tra le proprie strategie per il business parking l’introduzione di sistemi di pricing più flessibili grazie appunto agli strumenti di revenue management, prenotazione online e differenziazione dell’offerta. E già nel primo semestre del 2023 i ricavi dei parcheggi passeggeri erano cresciuti del 34,7 per cento: un aumento che la società attribuiva alla ripresa del traffico dopo gli anni del Covid, ma «soprattutto alle azioni commerciali messe in atto». In altre parole: non c’è solo da riempire un piazzale, ma serve capire quanto ogni automobilista è disposto a pagare per quello specifico posto, in quel determinato momento. Ecco allora fiorire una miriade di piattaforme specializzate che, online, alla stregua dei vari Skyscanner e eDreams, aggregano centinaia di aree di sosta e, accanto al semplice parcheggio, spesso aggiungono il lavaggio dell’auto, la ricarica elettrica e formule come Sleep & Fly. Il posto auto diventa così il prodotto d’ingresso di una piccola filiera di servizi aggiuntivi.
L’aeroporto di Orio al Serio (Ansa).
Gli investitori hanno fiutato l’affare
E gli investitori hanno fiutato l’affare. A fine 2025, 21 Invest, il gruppo fondato da Alessandro Benetton, ha acquisito il controllo di ParkinGO, network specializzato nei parcheggi aeroportuali con circa 70 milioni di euro di giro d’affari, 44 strutture nei principali aeroporti italiani e partnership in Spagna, Francia, area DACH, Belgio e Portogallo. Andrea Mazzucato, managing partner di 21 Invest, ha definito quello dei servizi di mobilità aeroportuale un settore «a forte crescita», annunciando un piano di espansione in Italia e all’estero. ParkinGO, del resto, aveva già intuito e intercettato la tendenza. Commentando i risultati del 2023, il fondatore del network Giuliano Rovelli parlava di un «anno record», con un fatturato cresciuto del 35 per cento rispetto al 2022 e del 43 per cento rispetto al 2019. Per questo, anche gli aeroporti continuano a investire direttamente: lo scalo di Bologna, ad esempio, ha avviato un piano da circa 40 milioni di euro per la creazione di un nuovo parcheggio multipiano con oltre 2000 posti auto (di cui 1000 già disponibili).
APCOA dichiara di gestire in Italia circa 250 parcheggi e 110 mila posti auto, con un fatturato 2024 di circa 80 milioni di euro (foto Unsplash).
Un’industria silenziosa ma redditizia
Il prodotto di base, in fondo, è semplice – qualche metro quadrato occupato da un’automobile per alcune ore o giorni – ma la scarsità dello spazio rende il parcheggio presso aeroporto e stazioni un bene prezioso: attorno a quei pochi metri quadrati sono nati algoritmi, piattaforme di comparazione, servizi premium, acquisizioni finanziarie e strategie di prezzo degne dell’industria aerea. Un inventario di migliaia di piccoli asset, venduti giorno dopo giorno al prezzo che il mercato è disposto a pagare.
Se vi siete dimenticati di seguire Fantascienza.com durante le vacanze, ecco le cose più rilevanti. Tra le quali purtroppo diversi lutti, ma anche notizie su Star Trek.
Rieccoci, quindi. Finisce agosto e si torna in pista: probabilmente molti di voi lo sono già, altri devono ancora partire; beati loro. Al di là di quanto ci si possa essere divertiti in vacanza, e ve lo auguriamo, è stato un agosto non particolarmente felice: intanto il caldo sempre meno tollerabile (la battuta "è stata l'estate più fresche di quelle che arriveranno in futuro" ormai non fa più ridere) e nel mondo della fantascienza ci sono stati diversi lutti: la poetessa/scrittrice Jane Yolen, Tim Curry, indimenticato Frank'n'Furter; Hayden... - Leggi l'articolo
Ci vogliono 17 anni di onorata e comodissima militanza statale per dimenticarsi di dire «grazie». Ma d’altronde, nel gran circo del sabato sera di Rai1, la gratitudine è un lusso che non si porta sul copione. Fabio Canino saluta il bancone di Ballando con le stelle con il passo felpato di chi cerca l’uscita di sicurezza prima che si accendano le luci di servizio. «Dalla giuria mi hanno tolto loro, dal programma me ne sono andato io», detta piccato dall’esilio calabrese, tentando di rimettere in fila i cocci di un addio che sa tanto di benservito mascherato da ammutinamento.
Fabio Canino (Ansa).
Milly ha riproposto lo schema Belli, ma Canino ha fiutato la trappola
Il giochino di Milly Carlucci, d’altronde, è vecchio come la tv democristiana: per rinnovare le poltrone senza far scorrere il sangue (prima del debutto del 3 ottobre), si offre al giurato usurato dal tempo il bacio della morte. Ovvero, scendere in pista, fare il saltimbanco per un’edizione, prendersi i voti bassi dai colleghi e poi, chissà, riaccomodarsi al fresco della sedia l’anno successivo. Lo schema era già riuscito perfettamente con Paolo Belli, che l’anno scorso aveva accettato il fanta-ballo col sorriso modello. Canino, che viene dalla seconda serata e dalle vette intellettuali (si fa per dire) della satira che fu, ha annusato la trappola: «Dopo 17 anni che fai la giuria, se balli ti uccidono dopo cinque minuti». E allora ecco il gran rifiuto, il video d’addio registrato a velocità tripla, così veloce da “dimenticarsi” di ringraziare la zarina di ferro, e quel disperato appello via social a Pier Silvio Berlusconi, sperando che a Cologno Monzese abbiano bisogno di un reperto nostalgico per tappare i buchi.
La fedeltà alla linea paga sempre
Ma mentre l’ex giudice evoca i fantasmi di Mediaset, la catena di montaggio pubblica risponde con la fermezza dei contratti blindati. Chi non si muove di un millimetro, nonostante una tempesta umana e giudiziaria devastante, è proprio Paolo Belli. Travolto dal dramma del tragico incidente di luglio, che lo vede indagato per omicidio stradale, il musicista incassa la scialuppa di salvataggio della produzione. Milly non abbandona gli amici nel momento del bisogno. Tradotto nel gergo di Viale Mazzini: la fedeltà alla linea, specie se hai accettato di mettere il tutù quando ti è stato chiesto, paga sempre. Il direttore d’orchestra torna nella Sala delle Stelle, refrattario agli urti della vita.
Paolo Belli (Ansa).
Nuove stelle alla ricerca di un riscatto catodico
Intanto, il cast della ventunesima edizione si delinea sotto il segno di un impressionante washing televisivo, dove gli arruolati cercano il riscatto catodico a colpi di bacino per la gioia dello share più speculativo. C’è Manuela Moreno che scende dal trono de La Vita in Diretta Estate (dove ha passato gli ultimi mesi a incassare ottimi ascolti) per consegnarsi alle grinfie del televoto, affiancata da grandi nomi come Monica Guerritore ed Eugenio Finardi, che accettano il rischio del ridicolo mescolandosi ai muscoli da spogliatoio di Alessandro Matri, la quota gossip di Aurora Ramazzotti, che porta in dote i follower di famiglia, e la giallorossa Noemi Bocchi, che scende in pista col compito di far ballare, di riflesso, anche er PuponeFrancesco Totti (giusto per rendere più pepata la competizione con il Gf Vip di Ilary Blasi). Completano la squadra, l’ex inviato di Striscia Jimmy Ghione, il comico Riccardo Rossi e Anna Safroncik. E alla fine arriva pure l’ex prete influencer Alberto Ravagnani che ha appena annunciato la sua partecipazione dalla Thailandia.
Barbara D’Urso è pronta a trasformare Ballando in un Truman Show
Ma la vera rivoluzione, o restaurazione, si consumerà al tavolo dei carnefici. Via Selvaggia Lucarelli, che se ne va armi e bagagli al Biscione, ingaggiata da Pier Silvio come volto di punta del Grande Fratello Vip e dell’Isola dei Famosi. Via l’ingrato Fabio, convinto per quasi un ventennio di essere un pezzo protetto dalle Belle Arti. Al loro posto si siederanno Alberto Matano, l’uomo della provvidenza pomeridiana, e soprattutto lei, Barbara D’Urso. La “Sacerdotessa del trash”, esiliata da Cologno trova il suo riscatto nella cattedrale della prima serata Rai, pronta a dispensare giudizi col cuore e a trasformare lo show nel definitivo Truman Show della tv pubblica. Canino guarderà da casa, come i vecchietti dei Muppets che amava tanto citare. Ma stavolta, senza gettone di presenza.
Code lunghissime, attese di oltre tre ore e migliaia di contenuti rilanciati sui social. In Cina è esplosa una nuova mania: quella delle Plush Lamb Dolls, piccoli pupazzi di lana a forma di agnello vestiti con abiti colorati caratteristici della regione autonoma dello Xinjiang. C’è già chi li ha soprannominati i «Labubu dello Xinjiang», paragonandoli ai celebri art toys collezionabili creati da Pop Mart. Ma dietro al loro successo c’è molto più di una moda passeggera.
Così le creazioni di Abdulla Emirla sono diventate virali
A dare il via al fenomeno è stato Abdulla Emirla, un artigiano 19enne di Urumqi diventato virale sul web. La scorsa primavera ha messo in vendita una semplice bambola a forma di agnello con un piccolo cappello tradizionale dello Xinjiang: è andata subito a ruba. Emirla ha così sviluppato l’idea proponendo nuovi modelli con abiti realizzati in seta Atlas, gioielli, strass e altri accessori ispirati all’estetica locale. Il successo è stato tale che, come ha raccontato al China Daily, ha dovuto limitare a 150 le bambole vendute ogni giorno nella sua bancarella, fissando a tre il numero massimo acquistabile da ciascun cliente. Nel frattempo tanti altri artigiani della zona hanno iniziato a realizzare questi pupazzi richiestissimi in tutta la Cina.
Acquistare un agnello dello Xinjiang è un’esperienza creativa. Si parte dalla scelta del cappello da far indossare al pupazzo, per poi decidere decorazioni, colori, tessuti e fantasie dei suoi abiti. Una bambola base, con copricapo, orecchini, collana e strass, richiede due o tre minuti di lavoro e costa mediamente 40 yuan (circa 5 euro). Le versioni più elaborate, con gonne e altri orpelli, sono pronte in sei minuti al prezzo di 60 yuan (7,60 euro). Non esistono dati ufficiali sulle vendite, anche se gli artigiani del Grand Bazaar di Urumqi sostengono di riuscire a piazzarne centinaia al giorno. E con l’avvicinarsi del 2027, che segna l’inizio dell‘Anno della Capra secondo lo zodiaco cinese, questi stravaganti pupazzetti potrebbero diventare il prossimo must-have della Cina.
Pechino cavalca il successo per ‘ripulire’ l’immagine dello Xinjiang
Le autorità di Pechino hanno subito sfruttato la viralità del fenomeno per proporre al pubblico internazionale una nuova narrazione dello Xinjiang, nel chiaro tentativo di attenuare le accuse rivolte alla Cina per il trattamento riservato alle minoranze musulmane locali. In un report pubblicato nel 2021, per esempio, Amnesty International ipotizzava che la repressione degli uiguri, la più numerosa delle minoranze etniche della regione, potesse configurare un crimine contro l’umanità. Un anno più tardi, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) giungeva a una conclusione simile.
La moschea Etigar, nello Xinjiang (Ansa).
Gli agnelli sono un volano per il turismo
L’ascesa delle Plush Lamb Dolls sta consacrando la cultura dello Xinjiang e promuovendo il turismo nella regione più remota della Cina: due obiettivi a lungo perseguiti da Xi Jinping. Per i media cinesi gli agnelli di lana sono infatti diventati il simbolo del cambiamento di una regione oggi descritta come un fiorente hub creativo in cui giovani artigiani reinterpretano la tradizione in chiave moderna. Nel frattempo Abdulla resta umile. Non vuole meriti né essere esaltato. «Non sono stato io a rendere popolare l’agnello dello Xinjiang. Queste tradizioni locali meritavano di essere conosciute», ha spiegato l’artigiano che ormai tutti chiamano il Fratello degli agnelli dello Xinjiang.
Al gran ballo delle candidature blindate alle prossime Politiche non ci sarà posto per tutti: in Forza Italia la psicosi «mi lasciano a casa» impazza, soprattutto, strano a dirlo, tra i ministri uscenti. Trattasi del classico gioco del cerino: a chi resterà acceso in mano?
Il nervosismo di Casellati tra Basilicata e Veneto
Rischia di scottarsi Maria Elisabetta Alberti Casellati, ministra per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa, eletta 2022 in Basilicata. Casellati, fedelissima di Silvio Berlusconi, accomodatasi per la prima volta in parlamento nel 1994, ai bei tempi della grande rivoluzione liberale, ha ricoperto una marea di cariche istituzionali, fino a diventare presidente del Senato e addirittura candidata al Quirinale. Silvio la voleva alla Giustizia, Giorgia Meloni le preferì (ahi lei) Carlo Nordio, il Cav la prese malissimo e aveva ragione: Casellati difficilmente avrebbe inanellato tanti danni quanti ne ha prodotti Nordio. Ora però traballa: il prossimo 19 settembre ci sarà il congresso regionale di Fi in Basilicata, lei non verrà riconfermata come coordinatrice (fu catapultata in terra lucana dal suo Veneto pur di garantirle l’elezione) e il suo posto verrà preso dal governatore Vito Bardi.
Maria Elisabetta Alberti Casellati (Imagoeconomica).
Casellati quindi smania per avere un collegio senatoriale sicuro in Veneto, dove sempre nel 2022 è stata eletta un’altra azzurra: Anna Maria Bernini, ministra dell’Università e della ricerca, che infatti ci segnalano nervosetta per l’iper attivismo dei sodali veneti della Casellati.
Le ministre Maria Elisabetta Alberti Casellati e Anna Maria Bernini (Imagoeconomica).
Le mosse di Zangrillo e le ambizioni di Mulè
La scelta di Bardi in Basilicata preoccupa Paolo Zangrillo, ministro per la Pubblica amministrazione, eletto alla scorsa tornata in Piemonte, dove è segretario regionaleazzurro. «Quando anche il Piemonte andrà a congresso», ragiona con Lettera43 un big del partito, «Alberto Cirio potrà sfruttare il precedente della Basilicata per proporsi come coordinatore regionale super partes, in quanto governatore, e scalzare Zangrillo, che a quel punto vedrà allontanarsi la ricandidatura».
Paolo Zangrillo (Imagoeconomica).
Zangrillo sa benissimo di essere a rischio, anche perché non allineato ad Antonio Tajani, e così scalcia (politicamente parlando) proponendosi come maggiorente della corrente anti-ministro degli Esteri, insieme a Giorgio Mulè, punto di riferimento degli scontenti azzurri. Mulè, però, punta tutto sulla candidatura a Presidente della Regione Siciliana, l’anno prossimo, partita difficile ma non impossibile per il vicepresidente della Camera, che non è più certo di poter contare sull’eurodeputato catanese Marco Falcone. Renato Schifani vorrebbe ovviamente ricandidarsi, la partita è aperta.
Giorgio Mulè (Imagoeconomica).
E Marina Berlusconi che fa?
A proposito di congressi, quello della Campania si celebra il 9 settembre: blindata la conferma alla guida del partito di Fulvio Martusciello, capodelegazione di FI al Parlamento europeo, pure lui nel partito dalla sua fondazione. E Marina? La primogenita di Silvio è una figura mistica: tutti raccontano di averla vista o sentita, ma in realtà nel 90 per cento dei casi si tratta di millantato incontro: guarda con inevitabile interesse all’attività del partito, magari incide sulla linea politica, avrà voce in capitolo sulle candidature (si dice anche su quella contestata di Fabio Roscioli alle Suppletive calabresi) e via discorrendo, ma non è certamente interessata a congressi, beghe locali e piccinerie di questo genere.
Un piccolo robot post-apocalittico cerca la felicità: riuscirà a trovarla, e sarà vero amore?
Bill, un robot solitario in una landa desolata e apocalittica, intraprende un viaggio alla ricerca della felicità e di uno scopo nella vita. Non sa ancora che sta per stringere un’amicizia davvero inaspettata.
Il corto si intitola Love Bytes ed è diretto, scritto e animato da Sam Prebble, che ha lavorato agli effetti visivi di film come Avatar, Lo Hobbit, L'alba del Pianeta delle scimmie. Lo stile è decisamente Pixar.
Guarda il video: Love Bytes - Leggi l'articolo
L’Ucraina ha celebrato qualche giorno fa il 35º anniversario dell’indipendenza da Mosca ma il suo futuro è ogni giorno che passa più incerto. La dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 non ha portato solo alla creazione di uno Stato sovrano, ma ha trascinato con sé rivoluzioni e conflitti. Quello in corso su larga scala dal 2022 non è che l’evoluzione di un percorso cominciato nel 2004 con la Rivoluzione arancione, passato attraverso Euromaidan (2013) ed esploso con la prima guerra nel Donbass nel 2014.
Volodymyr Zelensky alla celebrazione del 35° anniversario dell’indipendenza dalla Russia (Ansa).
Serve una nuova architettura di sicurezza continentale
La guerra tra Russia e Ucraina ha coinvolto a vari livelli altri attori. Da un lato l’Occidente, la Nato e i cosiddetti volenterosi, dall’altro alleati più o meno dichiarati di Mosca, in primis la Cina. In questo contesto è evidente che il futuro del Paese dipenderà dal tipo di accordi che usciranno da un eventuale trattato di pace. L’intesa dovrà garantire la nuova architettura di sicurezza continentale: senza un patto condiviso e duraturo, l’Ucraina resterà in bilico, pronta a riesplodere.
Volodymyr Zelensky con il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa (Ansa).
Il crollo demografico e le ricadute su economia e politica
Da questa prospettiva è facile identificare le sfide, interne ed esterne, che Kyiv sarà chiamata ad affrontare. In primo luogo quella del cambiamento demografico. Se nel 1991 la popolazione ucraina superava i 51 milioni di abitanti, i dati attuali indicano che nei territori controllati dal governo, quindi escludendo Donbass e Crimea, oggi vivono tra i 22 e i 28 milioni di persone. Dal 2014 circa 2 milioni di ucraini si sono rifugiati in Russia, quasi 6 in Europa. Secondo le simulazioni dell’Accademia delle Scienze di Kyiv, se le ostilità cesseranno nel breve periodo, la popolazione potrebbe stabilizzarsi intorno ai 24-34 milioni entro i prossimi decenni, a seconda della quota di rientri. Più invece il conflitto si allungherà, più il Paese si spopolerà. E non è solo una questione di numeri, perché la questione demografica incide naturalmente su economia e politica.
Fiori deposti dopo un bombardamento russo (Ansa).
La ricostruzione e i possibili investitori esteri
Nel complesso quadro postbellico, la crisi demografica, l’economia e le scelte politiche si influenzeranno a vicenda: la perdita di capitale umano e la riduzione della popolazione economicamente attiva incideranno negativamente sul sistema economico, causando contrazione del Pil, carenza di manodopera, squilibri nei sistemi fiscali e pensionistici. Ci sono poi gli enormi costi della ricostruzione: le stime le fornite da Kyiv, dalla Banca Mondiale e della Commissione Europea li quantificano a oggi sui 600-700 miliardi di dollari per i prossimi 10 anni. Soprattutto, in assenza di un ombrello politico definitivo, cioè senza solide garanzie bilaterali e accordi tra Russia e Occidente, sarà impossibile garantire all’Ucraina un futuro autonomo, in cui anche i Paesi stranieri potranno investire stabilmente, al di fuori del settore militare high tech. Il destino politico dell’Ucraina non dipenderà solo da come uscirà dalla guerra, vincente o perdente, ma anche da come l’esito del conflitto sarà presentato a un elettorato ridotto e sempre più radicalizzato.
Una foto aerea di Kyiv (Ansa).
I due possibili scenari post-bellici
In caso di vittoria russa, l’Ucraina dovrà rinunciare a una parte consistente di territorio, i confini verranno ridefiniti e si andrà incontro a una sorta di finlandizzazione coatta. La presidenza di Volodymyr Zelensky ne uscirebbe fortemente delegittimata e il risentimento e la frustrazione di popolazione e militari potrebbero alimentare il focolaio di una guerra civile. L’arrivo alla Bankova di una figura popolare come l’ex generale Valery Zaluzhny o proveniente dall’intelligence forse riuscirebbe a evitare l’escalation, tenendo a bada l’estrema destra nazionalista. Sul lungo periodo però, la crisi economica e l’isolamento dall’Occidente rischiano di favorire l’ascesa di forze politiche intransigenti, esplicitamente inclini a ristabilire l’asse politico ed economico con la Russia, e innescare forse anche una guerriglia partigiana.
Vladimir Putin (Ansa).
Una vittoria totale di Kyiv al momento resta un’ipotesi di scuola. È più realistico ipotizzare un compromesso al ribasso per Mosca. Questo garantirebbe una transizione meno problematica, soprattutto se gli accordi internazionali definissero gli spazi di manovra economici e geopolitici per la nuova Ucraina, vero ponte tra Russia e Occidente. In questa cornice il Paese potrebbe rinascere grazie a un patto tra gruppi di potere vecchi e nuovi, optando per una finlandizzazione volontaria. Anche in questo caso, sul breve periodo, Zelensky difficilmente rimarrebbe in carica e Zaluzhny avrebbe la strada spianata per guidare il Paese. Sempre che non abbia la meglio l’ex ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov, che si è già schierato contro l’attuale capo di Stato e ha ammesso che Kyiv sta perdendo la guerra. Per il medio e lungo periodo sarebbe necessario un radicale rimodellamento degli equilibri, con una leadership ucraina veramente indipendente e non ostaggio né di attori esterni né di un sistema oligarchico mai veramente smantellato.
Sigfrido Ranucci saluta, suo malgrado, la conduzione di Report. La Rai ha infatti reso noto che nella prossima stagione televisiva alla guida della trasmissione ci saranno Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, «entrambi risultati vincitori della selezione per giornalisti professionisti». Una scelta, precisa il comunicato, «nel segno della professionalità e dell’esperienza maturata sul campo».
Giulia Presutti (Imagoeconomica)
Chi sono i due nuovi conduttori di Report
Presutti è da anni giornalista e inviata di Report, mentre Piervincenzi, è stato inviato e conduttore di programmi Rai quali Nemo – Nessuno escluso e Popolo Sovrano: nel 2017 fu colpito con una violenta testata da Roberto Spada, che aveva avvicinato per alcune domande sui presunti rapporti con CasaPound a Ostia.
Daniele Piervincenzi (Imagoeconomica).
Per Ranucci tre «opzioni di ricollocazione professionale»
«Nell’ambito degli accordi sindacali e delle procedure previste per la gestione dei percorsi professionali», si legge nel comunicato, sono state sottoposte a Ranucci «tre possibili opzioni di ricollocazione professionale, coerenti con il suo grado e con l’esperienza maturata in Rai, nell’ottica di garantire una continuità professionale adeguata al suo profilo e alle esigenze editoriali e organizzative dell’Azienda». Tra i passaggi del comunicato anche questo: «La Rai ritiene che il valore del giornalismo d’inchiesta, da sempre elemento distintivo dell’offerta informativa del Servizio pubblico, risieda nella credibilità e nell’autorevolezza che solo una piena indipendenza editoriale e un’imparzialità rigorosa possono assicurare».
Le parole pronunciate qualche giorno fa da Stefano Bonaccini durante un evento ad Albenga hanno innescato un botta e risposta tra il presidente del Partito democratico e Giorgia Meloni: al centro il grado di istruzione degli elettori di destra.
Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).
Le parole di Bonaccini sull’elettorato di destra
Bonaccini aveva affermato che, negli ultimi anni, in cui si è visto il «voto al primo Trump, il voto alla Brexit, il voto in Germania a destra, quello alla Le Pen, quello in Italia a Meloni, Salvini e oggi forse a Vannacci» la destra ha raccolto maggior consenso della sinistra grazie al consenso «di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree esterne delle città e di chi sta peggio economicamente».
Meloni: «Hanno studiato i danni della sinistra»
«In una illuminata lezione, Bonaccini ci spiega che milioni di italiani votano a destra perché hanno studiato poco. L’abbiamo già sentita. Quelli che votano per loro sono cittadini colti, consapevoli e intelligenti, mentre quelli che votano per noi sarebbero ignoranti da compatire, quando non da rieducare», ha scritto Meloni sui social, condividendo il video dell’intervento del presidente dem che, suggerisce la premier, «forse dovrebbe prendere in considerazione un’ipotesi più semplice: quegli italiani, indipendentemente dalle scuole che hanno frequentato, hanno studiato sulla loro pelle le conseguenze delle politiche della sinistra», tra «città meno sicure, confini senza controllo, periferie dimenticate e lezioni di morale impartite da chi pretende di spiegare agli altri come devono vivere, come devono votare, e come devono pensare».
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
La precisazione di Bonaccini a Coffee Break
Successivamente, ospite di Coffee Break su La7, Bonaccini nel tentativo di riprendersi dallo scivolone ha spiegato che la sua riflessione faceva parte di ragionamento più complesso sui cambiamenti dell’elettorato occidentale nell’ultimo decennio e, soprattutto, sulle difficoltà della sinistra nel rappresentare le fasce sociali più fragili. «Ma secondo voi io mi permetto di dire che solo quelli che studiano? Ho fatto un’analisi di quella che è la realtà se si va a vedere scorporando il voto», ha detto Bonaccini in tv. E poi: «Capisco che sia più facile cercare una polemica abbastanza sorprendente col sottoscritto, ieri è partito Bignami e in parte la Lega, piuttosto che rispondere sul perché paghiamo le bollette, la benzina tra le più care al mondo o perché ci sono troppi precari soprattutto giovani, perché la sanità pubblica sta crollando o perché il Paese non cresce e sarà il peggiore nei Ventisette dell’Ue per crescita».
Due uomini hanno rubato un prezioso collier dal Mak, il Museo di arti applicate di Vienna, appartenuto alla regina Nazli d’Egitto. Realizzato nel 1939 in stile Art déco dalla maison parigina Van Cleef & Arpels, 10 anni era stato battuto a New York per 4,3 milioni di dollari, pari a circa 3,7 milioni di euro, secondo la banca dati della casa d’aste Sotheby’s. I due ladri sono entrati nel museo fingendosi normali visitatori, per poi infrangere una vetrina, impossessarsi del collier e scappare. Sono ancora in fuga e la polizia ha avviato una vasta operazione per rintracciarli. Il gioiello è composto da oltre 600 diamanti rotondi e con taglio baguette, disposti secondo un motivo a raggiera. La regina Nazli lo aveva commissionato, insieme a una tiara coordinata, in occasione delle nozze della figlia Fawzia con il principe ereditario iraniano Mohammad Reza Pahlavi, futuro scià di Persia.
L’Autorità nazionale del Nepal per la riduzione del rischio e la gestione dei disastri (Ndrrma) ha aggiornato a 538 il numero dei corpi recuperati dalla devastante alluvione nel bacino del Bhote Koshi. La maggior parte dei corpi è stata ritrovata nelle zone meridionali, a circa 150 chilometri dalla sorgente dell’inondazione: la forza della corrente ha trascinato fango, detriti e le vittime lungo il pendio montuoso fino a rallentare. Oltre alle vittime accertate ci sono poi 937 persone che risultano ancora disperse: tra essi 517 stranieri, di cui tre italiani. Intanto, mentre permane il rischio di ulteriori inondazioni nelle aree al confine tra Nepal e Cina, è arrivata a Kathmandu la task force dell’Unità di Crisi della Farnesina.
Un italiano di 60 anni è stato arrestato dalla Guardia Civil spagnola a Isla Cristina, in Andalusia a pochi chilometri dal confine con Portogallo: è accusato di aver ucciso con numerose coltellate (almeno 20) la compagna, una donna tedesca di 47 anni, ritrovata senza vita in strada nei pressi della spiaggia di Punta del Caiman. Secondo le prime informazioni, la coppia si trovava nella località spagnola per trascorrere alcuni giorni di vacanza in camper. L’uomo è stato portato in caserma e sarà trasferito davanti all’autorità giudiziaria per l’eventuale convalida del fermo. Secondo i dati del Ministero dell’Uguaglianza, quello avvenuto a Isla Cristina è il 37esimo femmicidio registrato in Spagna dall’inizio dell’anno.
Deliveroo Italia ha formalizzato una serie di impegni verso la procura di Milano nell’ambito dell’inchiesta per caporalato, ottenendo il parere positivo all’implementazione da parte del pm Paolo Storari. Questi impegni delineano una serie di misure concrete che la società implementerà e che, una volta verificate, «auspica possano rappresentare un importante passo verso la revoca del controllo giudiziario e all’archiviazione dell’indagine penale», si legge in una nota.
Cosa prevedono gli impegni
In dettaglio, Deliveroo si impegna ad aumentare la tariffa oraria minima di base dei rider da 10 a 14 euro l’ora sul tempo attivo stimato. Inoltre, ogni proposta sarà pagata oltre gli standard dell’industria, ovvero un minimo di 3,77 euro per ordine. L’azienda migliorerà ulteriormente gli strumenti per aiutare i rider a massimizzare i propri compensi, compreso quando sono dai commercianti, e introducendo nuovi bonus destinati ai rider che fanno più consegne. In tema di sicurezza, l’azienda offrirà un insieme più ampio di dispositivi di protezione che include guanti, protezioni da moto e maschere anti-smog, oltre all’equipaggiamento ad alta visibilità e ai caschi da bicicletta già forniti. La società introdurrà poi un limite sulla quantità di tempo che i rider possono trascorrere consegnando. Si impegnerà infine a continuare il lavoro con AssoDelivery, Confcommercio e le organizzazioni sindacali, per definire un ampio contratto collettivo che possa regolare il settore del delivery.
Dopo l’addio di Osvaldo De Paolini, che da settembre prenderà le redini de Il Gazzettino, e che al Giornale era stato l’artefice del settimanale economico Moneta, un’altra firma di peso, Camilla Conti, ha lasciato la testata degli Angelucci (e di Leonardino Del Vecchio, socio di minoranza) per approdare a Class Editori. A questo punto ci si interroga sul destino di Moneta che, nato con grandi ambizioni e una distribuzione che oltre al Giornale, veniva veicolato anche da Libero e Il Tempo, e ora si limita a uscire solo in abbinata con il quotidiano fondato da Indro Montanelli. Dopo la pausa estiva, sabato Moneta riprenderà le pubblicazioni. Ma ai piani alti del gruppo è in corso una riflessione se mantenere il prodotto autonomo oppure inglobarlo come inserto settimanale nelle pagine del quotidiano, soluzione che comporterebbe notevoli risparmi. Intanto, come annunciato prima dell’estate, si pensa a rinforzare la squadra di vertice. Così ad affiancare Tommaso Cernostanno per arrivare come vice Lirio Abbate da Repubblica e Fabrizio Massaro da Milano Finanza.
Nelle calde notti del litorale romano si fa un gran parlare del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Ma questa “Lollo” non è al centro dell’attenzione per aver fatto fermare un treno o per aver ricordato che il vino non può essere un veleno, perché altrimenti «avremmo un problema con chi lo ha moltiplicato». Il tema è il Festival di Sanremo, l’appuntamento televisivo più seguito dagli italiani, con ascolti da record.
Le novità del ministero dell’Agricoltura per il comparto florovivaistico
Cosa ha fatto Lollobrigida? Il 30 luglio sulla Gazzetta Ufficiale è stato pubblicato il decreto legislativo numero 151 dedicato al florovivaismo, settore che sarà valorizzato dal ministero dell’Agricoltura per dare una nuova governance al sistema economico legato alle coltivazioni, con tanto di un ufficio dedicato alla filiera del settore, un tavolo tecnico e un piano nazionale quinquennale. Sono attesi anche i decreti ministeriali per armonizzare le figure professionali del settore, compresi gli addetti al verde urbano, ai parchi e ai giardini storici. Non solo: il primo gennaio 2027, l’Ismea (l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) gestirà il sistema nazionale di rilevazione annuale dei dati statistici relativi alla produzione, ai prezzi, agli scambi con l’estero. Per non parlare dell’istituzione di un marchio unico nazionale finalizzato a garantire l’origine, la qualità e la tracciabilità dei nostri prodotti. Insomma, al Masaf ci sarà tanto lavoro da fare per comunicare le nuove attività.
Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida (Imagoeconomica).
La vetrina di Sanremo non desterebbe sospetti
Dato l’argomento, si spiffera a Roma, quale tribuna mediatica migliore di Sanremo per parlare di fiori, con Lollobrigida protagonista? Tra l’altro, la prossima edizione sarà condotta da Stefano De Martino, l’unico punto di forza della Rai meloniana e indicato dai maligni “in quota Arianna”, anche se la capa della segreteria politica di Fratelli d’Italia ha sempre smentito ogni contatto con lo showman, negando alla radice sia l’amicizia sia presunte “spintarelle”.
Carlo Conti e Stefano De Martino (Ansa).
Non c’è che dire, una mossa astuta: anno elettorale, piano florovivaistico. Sanremo del resto è nota in tutto il mondo come la “città dei fiori”. Inutile dire che i rapporti tra Lollobrigida e l’ad della Rai Giampaolo Rossi sono ben radicati. E una forma di “patrocinio istituzionale” del ministero, con la scusa del florovivaismo, passerebbe sotto traccia senza alimentare particolari polemiche. In fondo i fiori sono un simbolo del territorio e quale cornice migliore di quella sanremese per diffondere le novità ministeriali. Per Fratelli d’Italia si tratterebbe di un colpo mediatico incredibile, soprattutto se si votasse in primavera. Insomma, «grazie dei fior…»…
Una nave mercantile con bandiera della Repubblica dominicana, salpata dal porto rumeno di Sulina (al confine con l’Ucraina) e diretta verso quello turco di Tekirdag, è affondata nel Mar Nero nella zona economica esclusiva della Romania, oltre le acque territoriali di Bucarest, dopo lo sviluppo di un incendio a bordo. Tutti e 12 i membri dell’equipaggio della nave “Progress IV” sono stati tratti in salvo. «È stata colpita. Al momento non sappiamo da chi, né perché. Verrà avviata un’indagine, non è opportuno fare speculazioni», ha denunciato il presidente romeno Nicusor Dan, che proprio ieri a Chisinau ha incontrato, in occasione del 35esimo anniversario dell’indipendenza dell’ex repubblica sovietica la presidente Maia Sandu e l’omologo ucraino Volodymir Zelensky.
L’associazione Sindacato dei militari ha presentato un esposto in procura a Roma contro Futuro nazionale, il partito presieduto dal generale Roberto Vannacci, accusandolo di riprodurre «il nucleo dottrinale antidemocratico e il metodo di lotta» del fascismo. Nel mirino sono finiti i principi indicati dal movimento come “non negoziabili”: famiglia naturale, identità cristiana e tutela della vita dal concepimento alla morte naturale. Per il sindacato, trasformare questi principi in verità sottratte alla mediazione politica restringerebbe lo spazio del pluralismo democratico.
Dalla Remigrazione alla famiglia naturale, i punti contestati
Un capitolo è poi dedicato al piano di Remigrazione, con misure che, secondo l’esposto, riguarderebbero anche gli immigrati regolari. Per i denuncianti, un’applicazione collettiva potrebbe configurare un’espulsione di massa vietata dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Nel mirino anche la proposta di zone rosse senza limiti temporali, con militari impiegati stabilmente nei controlli, e di reparti dell’Esercito dotati del potere di arrestare i criminali, oltre che di moduli di educazione alla difesa e campi di «educazione militare con valenza civica» alle scuole superiori. L’esposto contesta infine l’idea di “famiglia naturale” sostenuta dal movimento e le limitazioni prospettate sulle altre forme di convivenza e sulla procreazione assistita. Secondo i denuncianti, ne deriverebbe una gerarchia tra cittadini e formazioni sociali incompatibile con la Costituzione.
Spetta alla procura verificare se le accuse abbiano un fondamento penale
Dall’insieme di questi elementi, il sindacato chiede alla magistratura di verificare se Futuro nazionale abbia oltrepassato il confine della legittima battaglia politica prospettando diverse ipotesi di reato, dalla violazione della legge Scelba alla propaganda e istigazione all’odio, fino all’istigazione a delinquere e alla disobbedienza alle leggi. Spetta ora alla procura verificare se le accuse abbiano un fondamento penale.
Il “boia di Srebrenica” Ratko Mladic, morto nel centro di detenzione delle Nazioni Unite all’Aia mentre stava scontando l’ergastolo per genocidio e crimini di guerra e contro l’umanità, avrà i funerali «con tutti gli onori militari e di Stato a cui ha diritto». Lo ha annunciato il ministro della Giustizia serbo, Nenad Vujic.
I crimini di guerra di Mladic
Ex comandante dei serbi di Bosnia, assieme a Slobodan Milosevic (all’epoca presidente della Serbia) e Radovan Karadzic (presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina) era ritenuto il terzo artefice della pulizia etnica durante la guerra di Bosnia: a suo carico il massacro di oltre 8 mila bosgnacchi a Srebrenica, compiuto nel 1995 assieme alle forze paramilitari di Arkan, e l’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia moderna, nonché la presa in ostaggio di personale delle Nazioni Unite. Era stato arrestato il 26 maggio 2011 a Lazarevo, in Serbia, dopo 15 anni di latitanza, e successivamente estradato all’Aia: il processo a suo carico, iniziato l’anno successivo, si era concluso nel 2017 con la condanna all’ergastolo, poi confermata anche in appello nel 2021. Mladic, morto a 84 anni, durante la detenzione era stato colpito da diversi ictus.
L’impennata dei prezzi dei carburanti preoccupa il governo in vista dell’autunno-inverno, con la maggioranza che si divide sul modo in cui affrontare la questione. «Speriamo che si riapra lo stretto di Hormuz, è chiaro che gli interventi sulle accise che abbiamo prorogato fino al 5 settembre erano interventi straordinari su un fenomeno che doveva durare poche settimane», ha detto il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Picchetto Fratin. «Purtroppo dura da mesi e chiaramente ci sono anche equilibri di bilancio dello Stato». Su questo fronte, la Lega ha proposto la richiesta di un contributo alle aziende energetiche e petrolifere oppure la tassazione degli extra-profitti. «Preferisco chiedere un sacrificio a cinque banchieri che non a 50 milioni di italiani. E lo dico da liberale», ha detto Matteo Salvini.
Tajani: «Neanche a parlarne, sa di Unione sovietica»
A stretto giro è arrivato il no di Forza Italia. «No, neanche a parlarne. Non voglio sentire la parola extra-profitto, che mi sa molto di Unione sovietica. Un contributo è giusto che sia dato, come abbiamo fatto con le banche, con le assicurazioni. Ma deve esserci un confronto concordato in un momento difficile anche da parte delle aziende del settore», ha detto Antonio Tajani. E ancora: «Quando sento la parola tasse mi viene l’orticaria. Non esiste il diritto all’extra-profitto. È una parolaccia, l’extra-profitto».
Borghi: «Dica se ha altre priorità»
«Leggo da notizie di stampa che il ministro Tajani è contrario alla tassa sulle banche, proposta dalla Lega per ridurre le accise in modo consistente perché “sentire la parola tasse mi dà l’orticarià”», ha controbattuto il senatore leghista Claudio Borghi. «Ricordo a Tajani che anche le accise sono imposte, anche se il nome è scritto in modo diverso. La scelta è se le devono pagare i cittadini o un settore che, grazie a quei cittadini, ha fatto 200 miliardi di utili in pochissimi anni. L’alternativa è stracciare il Patto di stabilità della compagna di partito di Tajani, la signora Ursula Von der Leyen, e fare più deficit. Anche questo ci va bene». E ancora: «La scelta è semplice: o si fa più deficit e si mandano a quel paese le regole di quella Ue che Tajani così tanto ama, o si tassano i cittadini con le accise, o si tassano gli enormi e anomali profitti delle banche. Per la Lega l’unica cosa che non va è tassare i cittadini, le altre due possibilità vanno bene. Se altri hanno altre priorità è giusto saperlo con chiarezza».
Le forze armate degli Stati Uniti «hanno rimosso con successo le mine navali presenti nelle rotte di navigazione internazionali» dello stretto di Hormuz, «posizionate mesi fa dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica». Lo ha annunciato l’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Comando militare centrale Usa, in un video diffuso su X. Le rotte di transito riconosciute a livello internazionale «sono ora libere da mine iraniane, grazie allo straordinario lavoro dei militari statunitensi», ha aggiunto Cooper.
Traffico marittimo quasi azzerato prima dell’annuncio
L’annuncio di Cooper arriva al termine di una giornata che ha visto solo cinque mercantili attraversare Hormuz: tra essi due petroliere di medio raggio e una nave metaniera di grandi dimensioni. Mercoledì erano stati 17 e nell’ultima decina di giorni in media avevano passato lo stretto 15 navi.
Trump insiste con Hormuz «territorio degli Stati Uniti»
Donald Trump intanto continua a insistere su Hormuz come «territorio Usa». In un post pubblicato su Truth, il tycoon ha diffuso un collage di bandiere che raffigura alcuni possedimenti statunitensi, tra cui Guam, le Isole Vergini Americane, Portorico e le Samoa Americane (e altri che non lo sono, come le Isole Marshall e gli Stati Federati di Micronesia), affiancate da un’immagine stilizzata dello stretto mediorientale.
È morto a 89 anni Harald V di Norvegia. Primo monarca nato nel Paese scandinavo dai tempi di Olaf IV (XIV secolo), era salito al trono nel 1991 ed era il sovrano più longevo d’Europa. Soffriva di anemia emolitica, malattia del sangue che provoca la distruzione anormalmente rapida dei globuli rossi: da metà agosto era ricoverato al Rikshospitalet, l’ospedale nazionale ad Oslo. Gli succederà il principe Haakon.
L’infanzia tra Svezia e Stati Uniti, poi il ritorno in patria
Nato nel 1937 nella residenza di Skaugum, aveva tre anni quando l’intera famiglia reale dovette fuggire da Oslo a causa dell’invasione nazista della Norvegia. La madre Marta di Svezia scappò portando con sé i figli prima in Svezia e poi negli Stati Uniti su invito del presidente Franklin D. Roosevelt. Suo padre, il futuro Olav V, invece restò a Londra assieme all’allora re Haakon VII e al governo norvegese in esilio. Tornato in patria alla fine della guerra, completò gli studi e servizio militare obbligatorio, diventando principe ereditario nel 1957 alla morte del nonno.
Harald V di Norvegia (Ansa).
Nel 1968 sposò una borghese, rompendo con la tradizione
Figura popolare e riformatrice che ha modernizzato la monarchia, ruppe con la tradizione sposando nel 1968 una donna di origini non nobili, la borghese Sonja Haraldsen. La relazione tra i due era iniziata già nel 1959 ed era rimasta a lungo segreta: poi l’allora principe ereditario minacciò di rinunciare a tutti i diritti regali per sposarsi e così Olav V acconsentì alle nozze. Due i figli nati dall’unione: Marta Luisa e il già citato Haakon. All’epoca della nascita di quest’ultimo, la successione al trono era riservata soltanto ai figli maschi (la Costituzione norvegese è stata poi modificata con l’introduzione della primogenitura assoluta), pertanto sarà lui a succedere sul trono al padre.
Alla fine dei conti, della fiera, alla fine del campo largo, alla fine del sinistra-centro, delle primarie, della coalizione tanto attesa quanto disattesa, alla fine di tutto, insomma: c’è questo progetto oppure no?
Il dubbio sulla lealtà dell’elettorato è la fine intrinseca del campolarghismo
Perché le idee scarseggiano a sinistra quanto scarseggiano i leader autorevoli, carismatici, di quelli che si impongono senza bisogno di competere. Questi leader non ci sono più, a sinistra, ecco perché c’è tutta questa discussione campolarghistaassai estenuante per decidere chi fa il capo. Se ci fosse un capo naturale, come c’è a destra, le primarie sarebbero un feticcio scenografico. Invece c’è chi le mette in discussione, vedi Roberto Speranza, ex ministro della Salute, che ha pure proposto la boiata simbolica del neo 18enne o del partigiano da mettere come candidato premier (e il problema è che i campolarghisti si dividerebbero pure sul giovane e sul vecchio, ecco). Il partito anti-primarie teme, non senza qualche ragione eh beninteso, che gli elettori sconfitti non correrebbero alle urne per sostenere il candidato che ha vinto le primarie, e quindi la soluzione migliore è congelare tutto, narcotizzare il dibattito, far finta che non ci sia, andiamo sul giovane o sul vecchio e poi ci si pensa dopo. Ma questa è già la fine intrinseca del campolarghismo. Il dubbio sulla lealtà e la fedeltà dell’elettorato. Il timore d’essere fregati.
Roberto Speranza (Imagoeconomica).
L’assenza di vero capo e la maledizione del renzismo
Non ci sono leader a sinistra, è un fatto palmare. Le sacre istituzioni sono state già desertificate, di Bankitalia ormai da ingaggiare mancano solo gli uscieri. L’ultimo grande leader a sinistra è stato Matteo Renzi, uno che oggi vale il 2 per cento e viene incolpato anche di colpe che non ha (e pure le responsabilità non gli mancano), mentre delle segreterie Zingaretti e Letta non v’è traccia nel dibattito pubblico del centrosinistra. Renzi era il leader per essenza maggioritario, ma come Icaro s’è bruciato le ali avvicinandosi al sole, cercando peraltro di fare sia la parte di Icaro sia quella del sole. Il problema è che quella sua leadership muscolare adesso non è più possibile perché la sua sconfitta politico-culturale impedisce a qualsiasi altro di mettersi sulle sue tracce. È come le riforme istituzionali e costituzionali: ogni volta che si perde un referendum su questi temi, si assiste alla loro sparizione totale dal dibattito parlamentare e politico. Sono temi associati alla sconfitta, dunque consegnati alla storia per non essere più riproposti. Ci penserà magari qualcuno fra 30 anni, chissà.
Matteo Renzi (Imagoeconomica).
Con le leadership ordinarie la gente non sogna
Vale anche per i leader: nessuno può assomigliare a Renzi. Sì, ogni tanto sui giornali torna l’“ipotesi Gentiloni”, che rischia di essere come l’“ipotesi Amato” per qualsiasi incarico ai massimi livelli. È il destino dell’essere riserva della Repubblica; sei lì a disposizione per salire al governo. Il problema però è che con leadership ordinarie la gente non sogna, è il motivo (uno dei motivi, via) per cui, tragicamente, Donald Trump negli Stati Unito ha vinto non una ma due volte. La politica è anche credere in qualcosa, finanche di assurdo. Qui non si capisce però in che cosa creda il campo largo o come perbacco si chiamerà quella che rischia di essere un’accozzaglia non troppo larga (bisogna ancora capire se il solito Renzi sarà accolto oppure se sarà un’alleanza Pd-M5S-Avs e stop).
Paolo Gentiloni (Imagoeconomica).
È Conte il trendsetter del campo largo e magari vince pure le primarie
La politica estera, il fisco, forse la legge elettorale. È sui valori non negoziabili o presunti tali che l’armonia campoarghista scarseggia, perché come il coraggio la visione comune se non ce l’hai non te la puoi dare. Non si può inventare la chimica fra due persone. Vale anche per la politica. È per questo che il più scaltro di tutta la combriccola, cioè Beppe Conte, insieme a qualche suo amico che prova a essere scaltro, cioè Goffredo Bettini, sa dove andare a colpire. È lui che detta i tempi del sinistra-centro, c’è poco da fare. Così come dopo due ore dalla chiusura dei seggi referendari, a marzo, aveva già riaperto il caso primarie dicendosi a favore, oggi obbliga la sinistra a parlare della cultura woke, prendendone le distanze. È Conte il trendsetter del campo largo. Magari vince pure le primarie. Tanti cari auguri.