La fantozziana devozione di Rutte a Trump è figlia di un lucido cinismo?

Sembra sia la cosa più facile, e quindi perfino un po’ crudele, come sparare sulla Croce Rossa. Delle tante prerogative dell’ineffabile Mark Rutte, segretario generale della Nato, la sua fantozziana devozione a Donald Trump lascia basiti anche gli estimatori (pochi, per la verità) del personaggio. Occorre anche dire che l’ex premier olandese fa di tutto per dare quest’immagine di sé, persino troppo. Tanto che viene il dubbio: ma è l’adulazione figlia di un’indole compiacente di natura oppure dietro quei modi affettati e servili c’è del calcolo?

Quel daddy sussurrato all’Aja e i messaggini resi pubblici

Il contesto, certo, è molto imbarazzante: sms al suo idolo d’oltreoceano in maiuscolo dove gli annuncia che l’Europa pagherà in modo GIGANTESCO, e sarà una sua vittoria, quel daddy, papino, sussurrato all’Aja mentre l’inquilino della Casa Bianca liquidava la guerra tra Israele e Iran come una rissa da cortile, il messaggio chiuso con un «non vedo l’ora di vederti, tuo Mark» che Trump si è premurato di rendere pubblico col sadico intento di sputtanarlo.

Ma fermarsi al ridicolo sarebbe un errore di valutazione. Perché Fantozzi era una vittima dell’amministratore delegato. Rutte invece è l’amministratore delegato. La differenza non è da poco. Nella testa dell’olandese la Nato è una società per azioni, e in questa società c’è un socio di maggioranza che detiene un pacchetto così schiacciante da poter chiudere baracca quando vuole. Gli altri 31 sono soci di minoranza con al massimo il diritto di lamentela e nient’altro. Rutte questo lo ha capito prima e meglio di ogni suo predecessore: per conservare la poltrona di ad non deve amministrare l’azienda a vantaggio di tutti i soci, ma compiacerne uno solo.

La notizia bomba sulle basi italiane era un messaggio per il padrone

Da qui l’uscita proditoria di martedì sera su Fox News, la rete di riferimento che Trump guarda come uno specchio che riflette la sua immagine. Cinquecento aerei americani (sembra un’iperbole), ha detto Rutte, sarebbero decollati dalle basi italiane per sostenere l’operazione Epic Fury contro l’Iran. Notizia bomba, smentita a stretto giro da Roma dopo l’iniziale sconcerto di Giorgia Meloni che sin qui con l’olandese era tutta baci e abbracci. Il punto in questione però non era il dato in sé, ma il destinatario. Rutte non parlava agli italiani, né agli alleati: parlava a @realDonaldTrump per convincerlo che il Paese che ha preso di mira nelle due ultime uscite paga ancora il suo pegno di fedeltà all’Alleanza, e dunque al suo padrone.

La fantozziana devozione di Rutte a Trump è figlia di un lucido cinismo?
Giorgia Meloni e Mark Rutte (foto Ansa).

Per Rutte ogni minaccia è insieme una condanna e una salvezza

Ha già ritirato 5 mila uomini dalla Germania dopo le critiche del cancelliere Friedrich Merz, ha lasciato che il suo ministro della guerra Pete Hegseth desse degli «ignobili» agli alleati riuniti a Bruxelles, ha rimesso sul tavolo un’infinità di volte la possibilità di addio all’Alleanza. Ma per Rutte ogni minaccia è insieme una condanna e una salvezza, in una sorta di tacito patto col suo padrone.

La fantozziana devozione di Rutte a Trump è figlia di un lucido cinismo?
Mark Rutte nello Studio Ovale della Casa Bianca con Donald Trump (foto Ansa).

Trump tiene in pugno la Nato la quale, finché esiste, tiene Rutte lontano dall’Aja, in una sorta di equilibrio del terrore formato aziendale. Il giorno in cui il presidente americano dovesse dare seguito alle sue minacce di abbandonare l’organizzazione al suo destino, la poltrona di Rutte si svuoterebbe di senso e lui tornerebbe a casa a guardare i mulini a vento. Non però con il piglio del Don Chisciotte, che vi si scagliava contro per difendere un’idea. Esattamente l’opposto di ciò che Rutte, calcolatrice alla mano, ha scelto di essere.