Oggi è il giorno della riunione straordinaria in videoconferenza del Consiglio Ue informale Interni convocata dalla presidenza irlandese dopo la crisi migratoria di Ceuta, anche in risposta alla lettera promossa Italia e Danimarca e sottoscritta da altri 20 Stati membri. Una missiva ha evidenziato le differenze di vedute dei Ventisette. Matteo Piantedosi, che rappresenta il governo Meloni, dovrebbe presentare la proposta di Roma per la creazione entro il 2027 di hub di rimpatrio in Paesi extra-Ue.
Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).
L’Europa è divisa dopo la crisi di Ceuta
La lettera scritta dalla premier italiana Giorgia Meloni e dall’omologa danese Mette Frederiksen, che chiede una risposta coordinata dopo i fatti di Ceuta, è stata appoggiata in tutto da 22 Paesi. Oltre alla Spagna, tra i firmatari non figurano Francia e Portogallo (i due Paesi confinanti), e nemmeno Irlanda e Lussemburgo. Da una parte, 22 Stati chiedono un rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne, contestando le politiche spagnole di regolarizzazione dei migranti. Dall’altra, Madrid continua a denunciare la scarsa solidarietà mostrata da alcuni partner Ue. Italia in primis.
Cosa chiedono i 22 Paesi firmatari
I 22 Stati firmatari chiedono di rafforzare il controllo delle frontiere esterne, di aumentare il sostegno a Frontex (l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) e di intensificare la cooperazione con il Marocco. La lettera invita inoltre l’Ue a contrastare le politiche nazionali che possano funzionare come fattori di attrazione e produrre conseguenze anche negli altri Paesi europei. Si tratta di un evidente riferimento alla maxi-sanatoria avviata dal governo diPedro Sanchez per centinaia di migliaia di extracomunitari già presenti in Spagna. Da parte sua, Ursula von der Leyen ha ribadito che l’Ue è al fianco di Madrid, richiamando i Ventisette all’unità sul tema.
Le critiche a Sanchez per la maxi-sanatoria
Il governo Sanchez ha avviato a metà aprile una nuova regolarizzazione di persone immigrate già presenti in Spagna. In due mesi sono arrivate più di un milione di domande, mentre Madrid aveva inizialmente stimato tra le 500 mila e le 750 mila persone interessate. La maxi-sanatoria, diventata terreno di scontro tra l’esecutivo e l’opposizione e tra la Spagna e buona parte dell’Ue, riguarda migranti già presenti in Spagna, in grado di dimostrare almeno cinque mesi di residenza continuativa al primo gennaio scorso e senza precedenti penali. Soprattutto latinoamericani, ha spiegato Sanchez, spesso impiegati in maniera irregolare, da stabilizzare e integrare. Il capo della Moncloa respinge il collegamento tra la sanatoria e la crisi di Ceuta, sostenendo che lo straordinario afflusso di migranti nell’exclave spagnola sia stato alimentato da informazioni false diffuse sui social media e dalle reti dei trafficanti.
Agenti della Guardia Civil a Ceuta (Ansa).
La posizione dell’Italia, ai ferri corti con la Spagna
Tornando all’Italia, protagonista di un duro botta e risposta con la Spagna sul tema migranti, Roma chiederà di sveltire le procedure la costruzione di centri di rimpatrio dei migranti fuori dai confini dell’Ue sul “modello Albania”, ma finanziati almeno in parte dall’Unione europea e localizzati perlopiù in Africa. Ci sarebbe già una lista preliminare di Paesi che potrebbero essere coinvolti: Ruanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Etiopia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia e Montenegro. L’Italia dovrebbe anche chiedere l’attuazione stringente del programma Gsp+, che sarà in vigore dal primo gennaio del 2027 e che lega i vantaggi daziari per i Paesi in via di sviluppo all’effettiva collaborazione nel riammettere i propri cittadini che soggiornano illegalmente nell’Unione europea.
Il nodo delle armi all’Ucraina «lo scioglieremo con le primarie, faremo decidere gli italiani». È bastata questa uscita di Conte per scatenare la tensione nel campo largo. La “sfida” non è infatti piaciuta al Partito democratico, con la leader Schlein che ha subito gelato l’alleato: «Non funziona così. Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito». In un’intervista al Tg3 ha quindi invitato a non perdersi «in discussioni tra di noi» per concentrarsi «sui fallimenti di questo governo e sulle nostre proposte concrete». Che l’uscita del leader del M5s avesse lasciato strascichi e malumori nella coalizione era tanto prevedibile quanto inevitabile. E il centrodestra ne approfitta girando il coltello nella piaga delle difficoltà del Pd e della sua leader. «Preoccupa l’assordante silenzio di Elly Schlein di fronte alle esternazioni filorusse di Giuseppe Conte. Ci dica se sta dalla parte del popolo ucraino o dalla parte di Putin. Se sta dalla parte della democrazia o dalla parte delle dittature», ha scritto Antonio Tajani sui social prima che la segretaria dem rispondesse.
Preoccupa l’assordante silenzio di Elly Schlein di fronte alle esternazioni filo russe di Giuseppe Conte. La sinistra italiana ci dica se sta dalla parte del popolo ucraino o dalla parte di Putin. Se sta dalla parte della democrazia o dalla parte delle dittature . Se vuole che i…
Bonaccini: «Le primarie non definiscono la politica estera»
Sulla questione sono intervenuti altri esponenti del Pd, tra cui Stefano Bonaccini. In un’intervista al Corsera, ha dichiarato: «Vorrei precisare che le primarie, come ha giustamente precisato la segretaria, non definiscono la politica estera e le alleanze internazionali. Non è un caso che proprio la Costituzione su queste materie escluda anche il ricorso ai referendum. Ciò detto, sarà tutto il centrosinistra a mettere al centro la via diplomatica. Difenderemo e non lasceremo mai sola l’Ucraina e con essa la sicurezza europea, la linea Vannacci non prevarrà».
Guerini: «Conte non esageri»
Stessa posizione espressa da Lorenzo Guerini, capo del riformisti dem, in un colloquio con il Foglio: «L’alleanza tra Pd e M5s merita chiarezza, ora, non si possono attendere le primarie. La pace non può essere la resa a Putin. La parola pace va riempita di contenuti. L’Ucraina si sostiene con l’invio delle armi. A Giuseppe Conte consiglio di non esagerare. I nodi politici essenziali vanno affrontati politicamente dai partiti della coalizione, prima delle primarie. Altrimenti non siamo alla politica ma alla roulette».
Ma cosa sta aspettando il centrosinistra milanese a prendere una decisione sulle primarie? Se lo chiedono in molti, soprattutto dopo il chiarissimo messaggio che Mario Calabresi ha inviato ai partiti dal palco della Festa dell’Unità di Vizzolo Predabissi: non ci riferiamo tanto alla disponibilità a candidarsi – perché lo si sapeva da tempo – quanto al successivo riferimento alla sua «rispettosa attesa» delle modalità di scelta del candidato sindaco. E in effetti è curioso che ancora non vi siano certezze in merito, visto che della successione di Sala si parla ormai da un paio d’anni (ulteriore segno di quanto questo ciclo sia giunto alla frutta) e che gli aspiranti eredi sono così tanti da poterci fare una squadra di calcio. A spingere sul freno sono diverse considerazioni di opportunità.
Mario Calabresi (Imagoeconomica).
Il pasticcio burocratico nello Statuto del Pd
C’è un tema non trascurabile di ordine procedurale. Lo statuto nazionale del Pd stabilisce che i suoi iscritti possano candidarsi alle primarie solamente raccogliendo le firme del 35 per cento dei componenti dell’assemblea territoriale di riferimento oppure del 30 per cento degli iscritti nello stesso territorio. Lo Statuto lombardo dice la stessa cosa, ma, sorprendentemente, riduce al 20 per cento le firme necessarie. Il combinato disposto suscita diverse domande: intanto bisogna capire a quale Statuto fare riferimento e quindi quante firme di iscritti servano, ma poi va stabilito se “oppure” significhi che esse sono alternative a quelle dei membri dell’assemblea. Se invece servissero entrambi i requisiti, ci sarebbe un bel problema: essendoci già tre tesserati dem che si sono autocandidati a sindaco (Pierfrancesco Majorino, Anna Scavuzzo e Lorenzo Pacini), è matematicamente impossibile che tutti arrivino alla soglia richiesta. Almeno uno di loro è certamente fuori e le conseguenze possono essere molto pericolose.
La carta Pacini e le strategie per favorire la vittoria di Calabresi
Difficilmente Majorino e Scavuzzo romperanno col Pd, ma se a rimanere fuori fosse il giovane Pacini, nulla gli vieterebbe di restituire la tessera e candidarsi in maniera autonoma. Il paradosso è che i non iscritti, come ad esempio il civico Tommaso Goisis, avranno una strada più facile, dovendo raccogliere circa 2/3 mila firme tra gli elettori nel loro complesso (anche non di centrosinistra). Già avvantaggiato da alcune scelte improvvide dei suoi avversari, Pacini potrebbe quindi approfittare della situazione ponendosi ulteriormente come “martire” danneggiato dal suo partito per raccogliere anche il voto di chi proprio non ama il Pd, ma sostiene le sue idee radicali. Si cerca quindi una soluzione di buon senso, come mettere regole uguali per tutti gli aspiranti sindaci: in fondo sono primarie di coalizione e non di un singolo partito. C’è anche chi pensa che Pacini, pur non amatissimo dall’establishment, possa in fondo tornare utile per sottrarre voti a sinistra a Majorino e quindi favorire la vittoria di Calabresi, che piace alla maggior parte delle correnti del partito.
Tommaso Goisis (Imagoeconomica).
Il nodo di Azione
Calabresi piace molto anche ad Azione: «È un ottimo candidato e può allargare di molto il bacino elettorale del centrosinistra», spiega a Lettera43Fabrizio Benzoni, vicecapogruppo alla Camera e segretario lombardo. Già, ma da che parte si schiera il partito di Calenda? «La questione nazionale e quella milanese sono molto diverse», prosegue Benzoni. «A Milano siamo nella maggioranza che sostiene Sala e dobbiamo ragionare su chi sia la persona giusta con la quale continuare. A nostro avviso le primarie sono uno strumento inadatto per sceglierla, perché premiano chi ha più consenso interno, ma non necessariamente chi ha più chance di vincere le elezioni vere. In campo nazionale è più logico che ci siano le primarie, perché esiste una coalizione. Tuttavia, noi ne siamo fuori: siamo estranei al campo largo e ci presenteremo da soli, col nostro progetto centrista».
Fabrizio Benzoni (Imagoeconomica).
Le richieste di Calenda a Milano e la partita nazionale
Non è quindi facile per il Pd tenere le fila di un quadro un po’ schizofrenico. A Milano, Azione ha un peso specifico rilevante, stimato intorno al 10 per cento, e vuole farlo pesare chiedendo almeno una presidenza di Municipio (si parla molto dell’1, il centro storico), se non quell’assessorato che da Sala non ha mai ottenuto. Non solo: di fronte alla prospettiva che la maggioranza si allarghi al M5s e a Rifondazione Comunista – le trattative sono già in fase avanzata – i calendiani storcono il naso e si chiedono perché imbarcare chi ha sempre criticato la Giunta in carica. A Roma, invece, Elly Schlein non può contare sui voti di Calenda: pochi o tanti che siano, non saranno appannaggio del campo largo e quindi aiuteranno Giorgia Meloni, nemmeno troppo indirettamente. Il tutto, ovviamente, al netto di una legge elettorale che ancora non è stata approvata. Se restasse in vigore il Rosatellum, lo scenario più probabile in tutti i sondaggi è quello di un sostanziale pareggio che renderebbe il Paese ingovernabile, se non con le solite alchimie tecno-centriste di palazzo. E qui Calenda ci sguazzerebbe.
Carlo Calenda (Imagoeconomica).
Lo snodo di Schlein: via libera a Milano, giochi aperti su Roma
Da tempo, quindi, il Nazareno invita i referenti locali a prendere tempo. Coinvolgere il M5s nella partita milanese è facile (in riva al Naviglio ha sempre avuto pochi consensi), ma non risolutivo, vista la complicazione del quadro nazionale. Si spiega anche così un attendismo che ha alzato la tensione interna, a tutto discapito di ragionamenti un po’ più lungimiranti sul futuro della città. Ancora più teso è il clima romano. Elly Schlein guida il partito grazie a un esercizio della leadership paziente e oculato, che finora le ha consentito di governare i bollenti spiriti delle sue varie anime. L’equilibrio è comunque sempre precario e nella sfida con Giorgia Meloni si gioca davvero tutto: in caso di fallimento, sarebbe scontato l’assalto sia da parte dei capicorrente che fino a qui l’hanno sostenuta, sia degli aspiranti successori, da Silvia Salis a Giorgio Gori. La via d’uscita è però scritta. Schlein si sfilerà da una scelta d’imperio su Milano, lasciando che le primarie decidano per lei chi dovrà candidarsi per Palazzo Marino. Il tempo stringe e la Festa dell’Unità meneghina di settembre sarà certamente lo spartiacque. In questo modo, la segretaria avrà tempo e mani libere per lavorare sulla composizione del difficile puzzle che porterà alle elezioni politiche del 2027 e per cercare di arginare le fughe in avanti di Giuseppe Conte.
Lo scorso giugno se ne è andata Jane Yolen, apprezzata scrittrice per ragazzi vincitrice di due Premi Nebula.
Se ne è andata a ottantasette anni Jane Yolen, giornalista e scrittrice americana attiva nel fantasy, nella fantascienza e nella letteratura per ragazzi. Ne veniamo a conoscenza solo ora, ma la morte risale all'11 giugno.
Figlia di un giornalista emigrato ucraino, genitori entrambi di religione ebraica, cresciuta tra la Carolina e New York, aveva intrapreso la carriera di giornalista, lavorando per diversi quotidiani. Nel 1961 pubblica il suo primo romanzo, Pirates in Petticoats, cominciando una carriera che la porterà a raccogliere varie nomination nei più importanti... - Leggi l'articolo
Il Comitato di redazione del Corriere della Sera non ci sta e critica la lunga intervista a Urbano Cairo firmata da Fabrizio Roncone e pubblicata il 2 agosto sulle pagine (sì, due) del quotidiano.
L’intervista a Urbano Cairo sul Corriere.
«Questo Cdr ritiene inopportuna la scelta di dedicare uno spazio così ampio, ben due pagine, a un’intervista all’editore (per quanto ben scritta), editore che da tre giorni consecutivi è in prima pagina sul Corriere», si legge nella nota. «Scelte di questo genere comportano un rischio concreto: renderci autoreferenziali e trasmettere ai lettori un’immagine di scarsa indipendenza della testata». E, ancora: «Ci sembra ulteriormente grave il riferimento allo sciopero dei giornalisti del 2023. Un’azione sindacale forte, certo, ma decisa dall’assemblea di redazione in modo compatto e soprattutto in risposta alla chiusura totale dell’azienda sulle vertenze aperte. Il tutto in anni in cui Rcs vantava bilanci più che positivi». Per i rappresentanti dei giornalisti è grave anche il tempismo dell’intervista visto che venerdì l’azienda aveva annunciato, a partire dal 5 agosto, l’aumento di 20 centesimi del prezzo del quotidiano. «I nostri lettori, a cui viene richiesto questo ulteriore sacrificio, meritano pagine di notizie, quelle che hanno reso unico il Corriere della Sera», conclude il Cdr. Chissà se anche i colleghi della Gazzetta dello Sport li seguiranno, visto l’intervento di Cairo nelle vesti di presidente del Torino sulla Rosea di lunedì con tanto di didascalia «numero uno»…
L’intervento di Urbano Cairo sulla Gazzetta dello Sport del 3 agosto.
Amazon, grazie a un rialzo del 5,6 per cento all’inizio delle contrattazioni a Wall Street, ha superato per la prima volta nella sua storia i 3 mila miliardi di dollari di capitalizzazione, unendosi così alla ristretta cerchia di colossi della Borsa capaci di superare tale soglia: Nvidia, Alphabet, Microsoft e Apple. Dopo aver raggiunto per la prima volta una valutazione di 2 mila miliardi di dollari a giugno del 2024, Amazon ha impiegato poco più di due anni per superare questa nuova soglia. E lo ha fatto al termine di alcuni mesi caratterizzati soprattutto da vendite, dovute allo scetticismo riguardante le società che avevano annunciato investimenti miliardari nell’intelligenza artificiale. Il titolo aveva perso quasi il 18 per cento tra il massimo storico registrato il 6 maggio e il minimo trimestrale toccato a luglio. Poi una nuova accelerata, grazie a un’ondata di rinnovato ottimismo sull’IA, che ha spinto i titoli tecnologici a nuovi massimi.
Qualche giorno fa, il Foglio ha proposto una lettura suggestiva dello scenario che si prospetta in vista delle prossime elezioni comunali a Bologna: Giorgia Meloni starebbe valutando di appoggiare Elisabetta Gualmini, europarlamentare ex Pd, oggi in Azione, come candidata sindaco di Bologna per colpire Elly Schleinnel cuore della sua città, la roccaforte rossa per eccellenza. Una mossa di alta politica nazionale travestita da competizione locale. Ma per capire come il centrodestra spera di far perdere il Pd a Bologna bisogna guardare meno alla candidatura in sé e più alla geometria politica che potrebbe sostenerla.
Elisabetta Gualmini con Carlo Calenda (Imagoeconomica).
Perché Bologna, perché ora
Il contesto bolognese offre condizioni quasi ideali per questo disegno. Matteo Lepore è una figura politicamente indebolita: i sondaggi lo danno in difficoltà, e alcune sue uscite pubbliche recenti sono state viste con un certo scetticismo da più di un osservatore. Gli scontri del 19 luglio, seguiti al presidio convocato dallo stesso sindaco per chiedere verità sulla morte di Abderrahim Fakir durante un fermo di polizia, hanno offerto al centrodestra nazionale un assist di proporzioni inattese, alimentando la narrazione sull’amministrazione uscente come inadeguata e nemica delle forze dell’ordine. In questo contesto, non è passata inosservata la presa di distanza di Gualmini: l’ex europarlamentare, uscita dal Pd a febbraio per divergenze ritenute insanabili con la linea di Schlein, ha descritto con toni durissimi quanto visto quella sera a Bologna. Una dichiarazione che la colloca plasticamente in posizione di discontinuità rispetto all’amministrazione uscente, esattamente il profilo necessario per intercettare quell’elettorato moderato che potrebbe fare la differenza al ballottaggio.
Matteo Lepore (Imagoeconomica).
La geometria dello schema
Elemento fondamentale di questa strategia risiede nel “come” arrivare a sostenere Gualmini. L’idea che circola in alcune stanze del centrodestra bolognese sarebbe apparentemente paradossale: sostenerla, senza sostenerla. Ovvero, marciare divisi, ognuno per sé, con candidature autonome, per favorirne l’ascesa al ballottaggio. Nel quale, a quel punto, contro Lepore, non servirebbe nemmeno un appoggio esplicito: gli elettori di centrodestra si mobiliterebbero in ogni caso. La divisione delle forze di centrodestra non sarebbe quindi un segno di disorganizzazione, ma una scelta tattica. Si dice che qualcuno in Forza Italia starebbe valutando un appoggio più o meno formale a Gualmini, mentre FdI e Lega correrebbero con candidature di bandiera separate. L’obiettivo non sarebbe massimizzare il voto di coalizione al primo turno, ma favorire l’arrivo di Gualmini al ballottaggio senza che un apparentamento esplicito ne comprometta la credibilità presso gli elettori più centristi: l’ex eurodeputata Pd infatti sarebbe competitiva solo se portasse con sé in questa corsa un pezzo di base dem. Al secondo turno, il voto di centrodestra confluirebbe su di lei in modo naturale, senza bisogno di accordi formali, senza simboli sul palco, senza la foto di rito con Meloni o con altri leader “compromettenti”. Lo schema, nei suoi elementi essenziali, è questo: rinunciare a una candidatura di bandiera realmente competitiva, convogliare le proprie energie su una candidata “terza” capace di arrivare al ballottaggio e sostenerla al secondo turno, ma senza dirlo troppo ad alta voce.
Galeazzo Bignami (Imagoeconomica).
Il precedente veneziano
Una simile operazione fu sperimentata a Venezia per ben due volte. Nel 2005 il centrodestra, strutturalmente minoritario in città, favorì senza dirlo esplicitamente la candidatura di Massimo Cacciari contro il candidato di centrosinistra Felice Casson. Cacciari arrivò al ballottaggio e fu sostenuto senza apparentamento formale, per non “azzopparlo” con un abbraccio troppo visibile. Dieci anni dopo lo stesso schema fu riproposto con Luigi Brugnaro, imprenditore presentatosi con liste civiche e appoggiato ufficialmente dalla sola Forza Italia, mentre Lega e Fratelli d’Italia corsero con propri candidati al primo turno. In entrambi i casi bastò un orientamento del centrodestra sufficientemente chiaro per fare la differenza: prima vinse Cacciari, poi Brugnaro. Se Gualmini dovesse vincere, l’effetto, solo apparentemente collaterale, sul quadro nazionale sarebbe dirompente: una sconfitta di Schlein nella sua città simbolo, una crepa nell’egemonia della sinistra nel più progressista dei grandi centri urbani. Il centrodestra, con un realismo che potremmo definire machiavellico, non si candida a vincere Bologna con una propria candidatura. Si candida a far perdere la sinistra, che è cosa diversa e richiede una strategia diversa. Il modello veneziano ha già dimostrato per due volte che una simile operazione è possibile. Che possa funzionare anche a Bologna, tuttavia, rimane tutto da dimostrare.
Nel 2021 Capital One decise di chiudere oltre 300 conti riconducibili alla Trump Organization a seguito di una verifica antiriciclaggio riguardante l’azienda di famiglia del presidente Usa. Lo ha reso noto la banca d’affari statunitense, nel tentativo di far archiviare la causa intentata a marzo del 2025 dal Donald J. Trump Revocable Trust e da Eric Trump davanti a un tribunale della Florida, a cui si sono in seguito accodati anche DJT Holdings, DJT Holdings Managing Member e DTTM Operations, tutti convinti che Capital One avesse agito per motivi politici.
Donald Trump (Ansa).
Le società legate a Trump avevano parlato di una decisione politicamente orientata da parte di Capital One, incompatibile con le norme invocate a tutela dei consumatori e contro le pratiche commerciali ingannevoli, sostenendo che il debanking era avvenuto a causa delle convinzioni woke dell’istituto e dal suo desiderio di trarre profitto dal clima politico successivo all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Capital One, invece, sostiene che la chiusura dei conti sia avvenuta dopo attente analisi affidate a professionisti dell’antiriciclaggio, nel rispetto delle procedure aziendali e delle indicazioni delle autorità di vigilanza.
PRECISAZIONE
Si tratta della prima volta che una banca collega formalmente dei sospetti di riciclaggio all’azienda di famiglia di Trump. Ma, va sottolineato, Capital One non ha accusato la holding di alcuna attività illegale: semplicemente, la banca ha spiegato che alcuni schemi transazionali emersi dall’indagine erano rientrati tra quelli che le indicazioni federali sottopongono a particolare attenzione. Convinto che ciò non corrisponda a verità, ad agosto 2025 Trump ha firmato un ordine esecutivo secondo cui le decisioni delle banche devono poggiare su valutazioni individuali, oggettive e basate sul rischio, non sulle opinioni politiche o religiose dei clienti.
Il consiglio di amministrazione di Enav, controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che opera come fornitore in esclusiva di servizi alla navigazione aerea civile nello spazio aereo di competenza italiana, ha attribuito all’amministratore delegato Igor De Biasio, nominato a maggio, anche la carica di direttore generale, appositamente istituita. Visto che l’operazione è coerente con la politica di remunerazione della di Enav, ricade nei casi di esclusione della disciplina sulle operazioni con parti correlate adottata dalla società in esecuzione del regolamento Consob (De Biasio non detiene quote dell’azienda). Al dirigente, che viene da tre anni come presidente di Terna, restano attribuiti nel complesso poteri e compensi in linea con l’assetto precedente.
Non si placano le tensioni tra Spagna e Italia dopo l’ondata migratoria che ha travolto Ceuta, con l’arrivo di oltre 70 mila persone a nuoto dal Marocco. Dopo la decisione di Roma di sospendere Schengen con Madrid e il successivo attacco del governo spagnolo, il ministro degli Esteri José Manuel Albares è tornato a tuonare contro il nostro Paese. «Ci sono stati governi che non sono stati all’altezza della situazione migranti, il governo italiano è stato uno di questi», ha detto in un’intervista in tv. «L’Italia è sommersa di migranti a Lampedusa ed è il Paese con il maggior numero di arrivi di irregolari in Europa. Non è capace di risolvere la situazione, come ha fatto invece la Spagna». Albares ha infatti sottolineato che, in breve tempo, quasi tutti i migranti che negli scorsi giorni hanno attraversato illegalmente la frontiera sono stati rimpatriati in Marocco. Il ministro iberico ha anche evidenziato come Ceuta e Melilla «non sono mai state minacce per lo spazio Schengen», mentre lo sono stati «altri spazi europei e la Spagna è sempre stata solidale». Come Lampedusa: «Piacerebbe all’Italia risolvere la situazione lì. Sono arrivati negli anni talmente tanti migranti al punto che la Spagna ha dovuto accoglierne una parte».
La replica del Viminale: «Con Meloni crollati gli sbarchi»
Non si è fatta attendere la risposta del Viminale, il quale dichiara che dall’inizio dell’anno gli sbarchi irregolari in Italia siano diminuiti del 55 per cento rispetto al 2025 e di circa l’82 per cento rispetto al 2023. Quanto alla «presunta invasione» di Lampedusa, il ministero dell’Interno sottolinea che sull’isola si trovano attualmente 98 migranti e che «da tempo non si vive nessuna situazione di emergenza».
Neya, società benefit del Gruppo Mundys per il contrasto al cambiamento climatico, avvia la seconda fase del progetto Ma Honko in Madagascar, dedicata al ripristino delle mangrovie lungo le coste del Paese. Obiettivo della società è ripristinare ecosistemi degradati, migliorare la biodiversità e rimuovere anidride carbonica dall’atmosfera, coinvolgendo le comunità locali. Dopo il lancio della prima fase a dicembre 2025, il progetto entra ora in una nuova fase di sviluppo che porterà l’area di intervento da 500 ettari – dove sono state avviate attività di riforestazione di aree costiere degradate con mangrovie nelle regioni di Sofia e Melaky – a oltre 2.400 ettari, estendendo il progetto al Nord del Madagascar.
Si stima una rimozione di oltre 750 mila tonnellate di CO₂ in 20 anni
Le mangrovie, tra gli ecosistemi più efficaci nella cattura e nello stoccaggio del carbonio, trattengono significative quantità di CO₂ nella biomassa e nei suoli costieri. L’ampliamento a 2.400 ettari, l’equivalente di 3.300 campi di calcio, consentirà di incrementare la capacità di assorbimento e stoccaggio del carbonio delle aree interessate, con una rimozione totale stimata di circa 755 mila tonnellate di CO₂ nell’arco di 20 anni. Accanto agli impatti climatici, Ma Honko favorisce la protezione delle coste dall’erosione, sostiene la conservazione degli habitat naturali e crea opportunità economiche per le comunità coinvolte attraverso attività di vivaio, piantumazione, pesca e apicoltura. Dalla nascita di Neya, nell’ambito della prima fase del progetto, sono già stati ripristinati 272 ettari, pari a oltre il 54 per cento dell’obiettivo iniziale, attraverso la messa a dimora di mangrovie nelle regioni di Sofia e Melaky. A supporto delle attività di riforestazione sono stati realizzati 847 vivai e piantate quasi 1,8 milioni di piante. Gli interventi seguono una metodologia basata sui cicli di marea, che consente alle giovani piante di beneficiare di un’irrigazione naturale, favorendone l’attecchimento e la crescita.
Il progetto contribuisce agli obiettivi del Climate action plan del Gruppo…
Il progetto integra agli obiettivi climatici, una forte componente di tutela della biodiversità. Le attività di monitoraggio hanno infatti confermato la presenza, nell’area, di specie endemiche e minacciate, tra cui l’ibis sacro malgascio e l’airone del Madagascar, entrambe classificate come “in pericolo” nella Lista rossa Iucn (International union for conservation of nature). Realizzato in collaborazione con partner locali, il piano di ripristino è sviluppato secondo i requisiti dello standard internazionale Gold standard. I benefici ambientali generati dall’iniziativa si inseriscono nel percorso di decarbonizzazione e nella strategia di sostenibilità del Gruppo Mundys. In questo contesto, il progetto contribuisce agli obiettivi del Climate action plan del Gruppo, tra i primi adottati nel settore delle infrastrutture di trasporto, che promuove la transizione energetica e la progressiva decarbonizzazione delle attività lungo l’intera catena del valore, con il traguardo della rimozione delle emissioni nette dirette (Scope 1 e 2) entro il 2040.
… e sostiene le comunità locali
In continuità con la prima fase, il progetto prevede il reinvestimento di parte dei benefici economici sul territorio a sostegno delle comunità locali. Le attività coinvolgono personale e lavoratori provenienti dalle aree interessate, contribuendo alla creazione di competenze e opportunità di reddito. Le attività di riforestazione proseguiranno per tutto il 2026 e 2027, con nuove piantumazioni previste nel corso dell’anno compatibilmente con le condizioni stagionali e climatiche locali, fino al completamento delle aree interessate dalla nuova fase di sviluppo del progetto.
I telegiornali italiani continuano a muoversi poco. O almeno così sembrerebbe. Il tempo complessivamente dedicato dagli italiani ai notiziari della sera passa infatti da 276 a 279 milioni di ore nel primo trimestre del 2026: un incremento minimo, quasi fisiologico. Ma dietro questa apparente immobilità, i dati Agcom raccontano una geografia degli ascolti meno scontata. Al vertice cambia poco. Il Tg1 delle 20 resta il leader incontrastato con quasi 4,8 milioni di spettatori e una lieve crescita (+0,8 per cento), mentre il Tg5 consolida il secondo posto con 3,7 milioni e un modesto +0,5 per cento. Più complicata la situazione della TgR, che pur mantenendo il terzo gradino del podio con 2,3 milioni di telespettatori perde il 4 per cento, e del Tg3, fermo a un incremento assai esiguo (+0,6 per cento). La sorpresa arriva invece dal Tg2. L’edizione serale cresce del 17,1 per cento, il dato più brillante tra tutti i grandi telegiornali nazionali. Non è un semplice rimbalzo statistico: è l’unico vero cambio di passo in un mercato dove tutti gli altri si muovono di pochi decimali o arretrano. Anche Tg La7 continua la sua lenta ma costante progressione (+0,7 per cento), confermando la fedeltà del proprio pubblico.
Antonio Preziosi (foto Imagoeconomica).
Interessante anche il confronto con gli altri notiziari del gruppo Mediaset. Studio Aperto delle 18.30 sale del 17 per cento, mentre il Tg4 delle 19 cresce del 18,6 per cento, segno che l’area dell’informazione “non di punta” sta vivendo una stagione più dinamica delle edizioni principali. Il segnale favorevole al Tg2 trova conferma anche nelle edizioni diurne. Qui il notiziario di Rai2 guadagna un ulteriore 3,7 per cento, mentre il Tg1 resta sostanzialmente fermo, il Tg3 cresce dell’1,5 per cento e la TgR perde l’1,8. Sul fronte Mediaset, invece, il Tg5 continua a soffrire (-4,9 per cento), compensato dall’ottima performance del Tg4 (+26,7 per cento) e dalla crescita di Studio Aperto (+8,7 per cento). La fotografia dell’Agcom suggerisce così un cambiamento meno banale di quanto sembri. I grandi equilibri non vengono rivoluzionati: Tg1 e Tg5 continuano a dominare per volume di pubblico. Ma sotto la superficie qualcosa si sta muovendo. Il Tg2 è il notiziario che cresce di più all’interno del servizio pubblico, mentre la TgR è quello che mostra le maggiori difficoltà. È ancora presto per parlare di nuovo ordine televisivo, ma i flussi degli spettatori indicano che una parte del pubblico sta ricominciando a cambiare abitudini e fonti informative di riferimento.
Lazio e Polymarket, verso l’indennizzo?
Il main sponsor della Lazio è sparito. Polymarket è stata infatti inserita nella blacklist dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli che la ha assimilata a un operatore di scommesse non autorizzato a operare sul mercato italiano. «È stata una scommessa», dicono scherzando alcuni tifosi riferendosi al patron Claudio Lotito. Fatto sta che alla Lazio dovevano arrivare 20 milioni di euro. Salvatore Palella – il discusso ex re dei monopattini – che con Palcomm ha curato l’accordo fra Lazio e Polymarket, «lo stop non è dovuto al rapporto tra Lazio e Polymarket, che resta ottimo, bensì alle nuove indicazioni dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (in cui ne Lazio che Palcomm sono coinvolti). La Lazio ha già percepito e continuerà a percepire un riconoscimento economico per questa operazione. Lo stesso vale per PalcommItalia, la società che ha intermediato l’accordo». Dalla Lazio si parla di un indennizzo che potrebbe coprire oltre una stagione di contratto anche senza esporre il marchio. Come andrà a finire?
Il senatore di Forza Italia e presidente della Lazio Claudio Lotito (foto Ansa).
Dopo le polemiche sulla proposta di vendere a privati quote della Coppa del Mondo l’indice di gradimento di Gianni Infantino, già inviso a buona parte degli appassionati per la sua gestione della Fifa, è crollato. Il presidente dell’organo di governo del calcio mondiale ha rinunciato ai suoi propositi, ma a quanto pare è servito a poco: 50 delle 55 federazioni affiliate alla Uefa si starebbero preparando a ritirare in massa le lettere di sostegno al dirigente svizzero in vista di un possibile quarto mandato e alcune sono già passate ai fatti.
Dal Galles la prima revoca al sostegno per la rielezione
Il Galles, prima nazione a farlo, ha ritirato ufficialmente il sostegno alla candidatura di Infantino per un nuovo mandato dal 2027 al 2031. La Football Association of Wales, in una nota, ha parlato di «recenti fallimenti in termini di buona governance, processi, leadership, valori, gestione degli stakeholder, comunicazioni e giudizio sano». Nel comunicato della Federcalcio gallese si legge anche: «Non mettere al primo posto i migliori interessi del calcio è un fallimento che non possiamo accettare». A breve è attesa un’analoga presa di posizione da parte della Football Association inglese. Come scrive il Guardian, la FA scriverà a Infantino per ritirare una precedente lettera di sostegno alla sua rielezione, segno dell’approccio coordinato che l’Europa del calcio sta adottando per rimuoverlo dall’incarico il più rapidamente possibile.
Gianni Infantino (Imagoeconomica).
Infantino gode ancora di grande sostegno a livello globale
Tale approccio arriva dopo la dura condanna dell’Uefa: l’organo di governo del calcio europeo (che non vota) aveva minacciato di boicottare i Mondiali dopo che era diventata di dominio pubblico l’idea di Infantino di creare una holding per raccogliere miliardi cedendo agli investitori una parte dei ricavi delle future Coppe del Mondo. Con ogni probabilità molte altre federazioni calcistiche seguiranno l’esempio di quelle gallese e inglese, nel tentativo di portare Infantino a non ricandidarsi. Il destino del dirigente elvetico, tuttavia non dipende solo dai voti che verranno meno dall’Europa: in Asia e Centro-Nord America, infatti, Infantino continua a godere di grande sostegno.
Tra i nodi che il campo largo deve ancora sciogliere in vista delle prossime elezioni politiche c’è anche quello del sostegno militare all’Ucraina. La speranza è che da qui al voto arrivi un accordo di pace. In caso contrario, sarà necessaria un’intesa tra i vari partiti dell’annunciata coalizione. Ieri Giuseppe Conte ha ribadito il “no” del Movimento 5 stelle alla prosecuzione degli aiuti militari a Kyiv, spiegando di essere «per una svolta negoziale che l’Europa non vuole» e che l’intesa arriverà dalle primarie. Oggi, tramite Alessandro Alfieri, responsabile Riforme della segreteria Schlein, è arrivata la replica del Partito democratico.
Alessandro Alfieri (Imagoeconomica).
La risposta del Partito democratico a Conte
«Credo che chi si candida a guidare il Paese deve sapere unire e che temi così delicati, su cui si costruisce la credibilità di una coalizione di governo, debbano essere affidati al confronto tra i partiti che trovano punti di sintesi avanzati nel programma che ci deve poi unire tutti», ha dichiarato Alfieri sottolineando poi: «Sarebbe invece un grave errore affidarne la soluzione alla battaglia delle primarie».
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Cosa aveva detto il presidente del M5s
«Noi siamo stati favorevoli al primo invio di armi per una asimmetria militare e impedire alla Russia di invadere e conquistare tutta l’Ucraina», ha detto Conte a PiazzAsiago. «Se dovessi essere io vincente alle primarie, il giorno dopo mi batterò in Europa per trovare una soluzione negoziale. Chiamerei Volodymyr Zelensky, lo incontrerei per rassicurarlo che lui è l’aggredito, ma gli preannuncerei che un attimo dopo chiamerei Vladimir Putin, l’aggressore, per imprimere una svolta negoziale». La linea del campo largo, ha assicurato Conte, verrà sancita dalle primarie: «Faremo decidere agli italiani».
Si terrà domani martedì 4 agosto il Consiglio europeo con la riunione d’emergenza dei ministri dell’Interno europei, per una valutazione congiunta della situazione e la definizione di una risposta europea coordinata dopo i fatti di Ceuta. L’incontro è stato chiesto attraverso una lettera promossa da Italia e Danimarca, firmata da 22 Paesi e indirizzata al presidente del Consiglio europeo, António Costa, alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen e al presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, Micheál Martin. Tra i Paesi che non hanno firmato la missiva figurano Francia e Portogallo, ovvero i due tra i Ventisette confinanti con la Spagna. In questa occasione, l’Italia tornerà a spingere per l’apertura di un hub extra-Ue per i migranti nel 2027.
Ci sarebbe già una lista preliminare di Paesi da coinvolgere
Al Consiglio europeo di domani l’Italia chiederà di sveltire le procedure la costruzione di centri di rimpatrio dei migranti fuori dai confini dell’Ue sul “modello Albania”, ma finanziati almeno in parte da Bruxelles e localizzati quasi tutti in Africa. Ci sarebbe già una lista preliminare di Paesi che potrebbero essere coinvolti: Ruanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Etiopia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia e Montenegro. L’Italia dovrebbe anche chiedere l’attuazione stringente del programma Gsp+, che sarà in vigore dal primo gennaio del 2027 e che lega i vantaggi daziari per i Paesi in via di sviluppo all’effettiva collaborazione nel riammettere i propri cittadini che soggiornano illegalmente nell’Unione europea.
Agenti della Guardia Civil a Ceuta (Ansa).
A Ceuta la situazione non è ancora tornata alla normalità
Nonostante la maggior parte dei migranti arrivati nell’exclave spagnola sia stata fatta rientrare in Marocco, a Ceuta la situazione non è ancora tornata alla normalità. Lo ha spiegato Juan Jesus Vivas, presidente della città autonoma, durante una conferenza stampa con Alberto Nunez Feijoo, leader del Partito Popolare. Nonostante la celerità con cui la polizia sta portando avanti i rimpatri volontari, a Ceuta «restano ancora diverse migliaia di persone» e gli abitanti avrebbero innalzato recinzioni per impedire l’ingresso dei migranti.
Barriere galleggianti al largo di Ceuta (Ansa).
Il Marocco continua ad allontanare ogni responsabilità
Le autorità spagnole hanno stimato che oltre 50 mila migranti siano arrivati nei giorni scorsi a Ceuta, mentre quelle marocchine stimano un afflusso di 40 mila persone. Molta più ampia la differenza nel bilancio delle vittime: per Madrid i morti in mare sono stati almeno 72, mentre per Rabat hanno perso la vita in 11. Allontanando le responsabilità per quanto accaduto, il ministero dell’Interno del Paese africano ha dichiarato che «il Marocco continuerà a essere un partner affidabile e responsabile, impegnato a rafforzare la cooperazione e il coordinamento internazionale nel campo della lotta contro la migrazione irregolare e la tratta di esseri umani». Rabat ha fatto poi riferimento a una recente sentenza del Tribunale Supremo spagnolo, che tre settimane fa ha stabilito che non è possibile effettuare respingimenti immediati di coloro che entrano a nuoto a Ceuta e Melilla. «Le interpretazioni errate» di questa decisione giudiziaria, si legge in una nota, possono aver portato in tanti a cercare di attraversare la frontiera, nella convinzione che «sia possibile evitare il rimpatrio immediato». Intanto a Ceuta sono pienamente operative le barriere galleggianti di contenimento al largo del molo del Tarajal, per ostacolare l’accesso dei migranti che arrivano a nuoto.
Secondo quanto riportato dal Financial times, la britannica AstraZeneca sta trattando una maxi fusione con la rivale Usa Bristol Myers Squibb. L’operazione darebbe vita a uno dei più grandi gruppi farmaceutici al mondo, con una capitalizzazione di mercato di quasi 400 miliardi di dollari. Secondo fonti informate, le due società hanno discusso negli ultimi mesi l’aggregazione e i colloqui potrebbero portare a un accordo nel prossimo futuro. AstraZeneca, seconda società quotata britannica per valore, capitalizza 196 miliardi di sterline (260 miliardi di dollari), mentre Bms 133 miliardi di dollari.
Donald Trump ha annunciato che con l’Iran «c’è un accordo su Hormuz» e «ce ne sarà uno sul nucleare», facendo poi sapere che oggi pomeriggio riprenderanno i negoziati tra Washington e Teheran. Il presidente americano, parlando con i cronisti a bordo dell’Air Force One durante il suo viaggio verso Il Cairo ha anche reso noto dopo aver bloccato un nuovo «massiccio attacco» contro l’Iran, pianificato congiuntamente con Israele, a condizione che si giungesse rapidamente a un accordo. Il capo della Casa Bianca ha poi spiegato che Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar gli hanno chiesto di annullare l’attacco perché fiduciosi in un’intesa con l’Iran. In tal senso sarebbe stata fondamentale una chiamata da parte di Mohammed bin Salman, erede al trono saudita che da anni ha stretti rapporti con The Donald. Il tycoon ha detto che i pasdaran sapevano che l’attacco in arrivo «sarebbe stato il più grande dalla Seconda guerra mondiale».
Mohammed bin Salman e Donald Trump (Imagoeconomica).
L’Iran frena: «Al momento solo colloqui con l’Oman»
«Al momento non sono in corso negoziati con gli Stati Uniti. Attualmente stiamo conducendo solo colloqui con l’Oman sulla gestione di Hormuz», ha sottolineato il ministero degli Esteri iraniano, che tramite il portavoce Esmaeil Baqaei, ha comunque dimostrato apprezzamento per l’intervento di Riad. «La guerra degli Usa contro la Repubblica Islamica dell’Iran non è soltanto una guerra contro il nostro Paese: è una guerra contro l’intera regione e contro la sicurezza di tutti i Paesi della regione. È quindi naturale che i Paesi dell’area cerchino di impedire un ulteriore aggravamento della situazione». Domenica 2 agosto Hassan Qashqavi, portavoce della Commissione per la sicurezza nazionale del parlamento iraniano, aveva riferito che i mediatori stavano cercando di riattivare il memorandum d’intesa tra Teheran e Washington, concordato il 17 giugno per porre fine alla guerra iniziata da Israele e dagli Stati Uniti il 28 febbraio. L’accordo aveva consentito la riapertura dello stretto di Hormuz e l’avvio di un periodo di negoziazione di due mesi per raggiungere un accordo nucleare definitivo, ma poi erano ripresi gli attacchi reciproci, durati diversi giorni.
Al fine di allineare la deadline dell’offerta di Castlelake e quella di Apollo per Easyjet, la scadenza della prima, inizialmente prevista per il 3 agosto, è stata estesa fino al 7 agosto. Di conseguenza, entrambe le realtà dovranno, entro e non oltre le ore 17.00 di venerdì 7 agosto, annunciare una ferma intenzione di presentare un’offerta per la compagnia aerea in conformità alla Rule 2.7 del Code, oppure dichiarare di non avere intenzione di presentare un’offerta. Il comunicato ricorda che il board di Easyjet e Apollo hanno annunciato di aver raggiunto un accordo di principio sui principali termini finanziari di una possibile offerta in contanti per l’acquisizione dell’intero capitale sociale emesso e da emettere di easyJet al prezzo di 7,15 sterline per azione. Di conseguenza, il cda della compagnia ha annunciato di non essere più orientato a raccomandare la possibile offerta di Castlelake per l’acquisizione dell’intero capitale sociale emesso e da emettere di easyJet al prezzo di 6,90 sterline per azione. Da allora, EasyJet ha consentito sia ad Apollo sia a Castlelake di svolgere la due diligence, mettendo a loro disposizione la documentazione e le informazioni necessarie.
La sua tecnica è la stessa con tutti. Assomiglia al corteggiamento della mantide religiosa, uno dei comportamenti più studiati in natura. Gli esemplari maschi le si avvicinano con estrema cautela per non essere scambiati per prede. Ma se la mantide è affamata o particolarmente aggressiva, può decapitare il maschio prima, durante o dopo l’accoppiamento. E mangiarselo.
Il malcontento di Lega e FI per la tracotanza di Meloni
Nel famoso foglietto ‘carpito’ nell’ottobre del 2022 dai fotografi tra le mani di Silvio Berlusconi nelle fasi precedenti alla nascita del governo, Giorgia Meloni era definita «supponente, prepotente, arrogante e offensiva». In realtà, le accuse che le muovono da anni gli alleati di centrodestra sono meno concentrate sul temperamento ma ben più pesanti a livello politico. Per Forza Italia e Lega l’atteggiamento indigeribile messo in atto dalla premier è il carattere “fagocitante” della sua leadership. «Ci ha cannibalizzato completamente e ora che ha anche usato Roberto Vannacci contro di noi dove va?», si chiede un big leghista. «Tutto quello che di buono fa il governo riesce a intestarselo lei. Mentre a noi scarica le défaillance dei ministeri, dai Trasporti al Tesoro», fa eco un altro dirigente di via Bellerio. Insomma, il malcontentodilaga. E lo si è visto anche nel voto segreto alla Camera, dove leghisti, anche di spicco, avrebbero votato contro l’emendamento di FdI sulle preferenze alla legge elettorale. Così come esponenti di Forza Italia, partito che ormai non nasconde più la distanza sul tema. In molti hanno interpretato il voto come un segnale, anche per il futuro, un ‘alt’ alla tracotanza. Se pensa di eleggere qualcuno di suo gradimento al Colle dopo Sergio Mattarella, o se pensa addirittura di farsi eleggere lei, occhio ai franchi tiratori, sarebbe il ragionamento.
Giorgia Meloni con Sergio Mattarella (Imagoeconomica).
La debolezza di Tajani e Salvini
Ma la fotografia della ‘stanchezza’ della coalizione di centrodestra è soprattutto scolpita sui volti – appesantiti – dei due vicepremier. Antonio Tajani ormai fatica a controllare i gruppi parlamentari del suo partito e anche come ministro degli Esteri arranca; ultimo, in ordine di tempo, lo scivolone sui fondi del Safe prima richiesti in toto poi solo «prenotati». Per non parlare di Matteo Salvini, che ormai è scomparso dai giornali e fa titolo quasi solo per le gaffe, come la proposta impossibile di candidare il gioielliere Mario Roggero, condannato per duplice omicidio, o i tweet su Franco Baresi dato per morto prima che morisse, o ancora sugli effetti del decreto Maranza (peccato che si trattasse di un ddl non ancora in vigore).
"Chiunque è condannato a più di cinque anni è interdetto da pubblici uffici, legalmente non si può fare ministro, perché questa boutarde?", ha chiesto Giovanna Pancheri a Matteo Salvini, in relazione alla possibilità di candidare il gioielliere Roggero. "Stiamo approfondendo… pic.twitter.com/2WrysenxNG
Se per Tajani probabilmente ci penseranno gli eredi di Berlusconi a imporre un rinnovamento post voto, il segretario leghista le sta provando tutte per rimanere al suo posto. Dopo il divorzio con Roberto Vannacci e il fallimento della trattativa con Luca Zaia per una condivisione della leadership, il progetto salviniano sarebbe di tornare al piano A pre-Europee. Prima di lanciare la candidatura dell’ex generale, come piano B, Salvini aveva chiesto ai governatori (Zaia, Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana e Maurizio Fugatti) di correre con una candidatura di bandiera a Strasburgo per sostenere il partito. Loro rifiutarono, dicendo che lo trovavano un gesto poco serio nei confronti degli elettori che li avevano votati alla guida delle rispettive Regioni.
Attilio Fontana, Luca Zaia, Maurizio Fugatti e Massimiliano Fedriga (Imagoeconomica).
L’episodio resta una ferita mai rimarginata nei rapporti tra il segretario e gli amministratori (i salviniani danno la colpa ai governatori di tutto lo sfacelo poi arrivato con Vannacci) che ora potrebbe essere sanata con la candidatura dei quattro alle Politiche. È questa una delle motivazioni con cui il segretario porta avanti la decisione di acconsentire alla richiesta meloniana di introdurre le preferenze nella legge elettorale sfidando i mal di pancia dei suoi gruppi parlamentari. Ma in tanti sospettano che sia un modo per fare un ‘repulisti’ delle ricandidature senza dover far la figura del tagliatore di teste. O anche uno scambio con Meloni che gli avrebbe assicurato il Viminale (in ogni modo si tratterebbe del prossimo giro, e non in questa legislatura). Salvini sostiene da tempo in privato di aver ottenuto il via libera dell’amica «Gio». Ma sarà vero? La ‘mantide’ manterrà la promessa e ‘salverà’ per una volta uno dei suoi alleati? Molto dipenderà dai numeri che il capo di via Bellerio riuscirà a ottenere e questo sarà influenzato anche dal peso dei consensi di Zaia & Co. Oltre che dai voti che andranno a Vannacci. Sarebbe difficile accaparrarsi il ministero dell’Interno con il 4 o 5 per cento alle Politiche. Poi bisognerà aspettare i prossimi mesi anche per vedere se FdI, FI e Lega chiuderanno un accordo elettorale con Futuro nazionale in vista del voto.
Giorgia Meloni con Matteo Salvini (Imagoeconomica).
La premier fagociterà pure Vannacci?
Per il momento è certo che Meloni sta tentando la strategia del ‘cannibalismo’ anche con Vannacci, cercando di anticiparlo sui temi, in particolare su sicurezza e immigrazione. Così ha fatto sulla legittima difesa con il caso Roggero; il comunicato era pronto da tempo, ed è stato diffuso praticamente in coincidenza con la sentenza. E anche con i fatti di Ceuta. La premier ha subito chiesto la sospensione di Schengen, si è attivata con alleanze variabili in Europa, sostanzialmente ‘zittendo’ il controcanto di Vannacci. Insomma, riuscirà la mantide ad arginare il generale, fagocitandolo come fatto con gli alleati e “amici” Antonio e Matteo? La determinazione per ora non sembra mancarle.
Con il romanzo Vortex arriva alla fine il ciclo dello Spin di Robert Charles Wilson.
Su Urania Jumbo di agosto si conclude con il romanzo Vortex la trilogia detta dello Spin, il nome di una barriera che aveva isolato la Terra dal resto dell'universo.
Dopo essere entrati in contatto con gli extraterrestri conosciuti come "gli Ipotetici" gli uomini hanno colonizzato altri pianeti collegati da porte spaziali.
Ma i problemi non sono finiti, come impara a sue spese Turk Findley, protagonista del romanzo Axis, che viene trasportato assieme all'ibrido Isaac Dvali diecimila anni nel futuro dove la Terra è un mondo morente.
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LIBRI - Editoria - 3 agosto 2026 - articolo di Giampaolo Rai
«Le persone infelici hanno bisogno solo di qualcuno che sia capace di prestare loro un po’ d’attenzione». Se è vero quel che ha scritto la filosofa francese Simone Weil, è chiaro perché viviamo un tempo nel quale la felicità pubblica e privata non pare essere all’ordine del giorno. Quasi fosse un lusso, come invece risulta essere oggi l’attenzione. Un modo di essere e relazionarsi con il mondo circostante (cose e persone) attivo e partecipe, insomma premuroso. Che però si attiva sempre più raramente e in tempi sempre più brevi.
Cosa fai quando non fai niente?
L’invito a stare attenti che sino a trent’anni fa era l’esortazione più ricorrente nelle scuole d’ogni ordine e grado è oggi moneta fuori corso. Giovani e giovanissimi sono ormai fisiologicamente menti vaganti e scrollanti. Ma anche per gli adulti il multitasking, che con i device mobili ha moltiplicato i modi di fare più cose nello stesso tempo e anche in movimento, è il maggiore attentatore della concentrazione; oltre che della precisione e della cura nei vari compiti nei quali si è impegnati. Fare tre cose contemporaneamente e pensarne nel contempo altrettante, magari mentre si sta guidando o telefonando è ormai comportamento molto diffuso. Tanto che non c’è forse provocazione più curiosa e interessante che chiedersi, come fa un saggio recente curato dalla British Sociological Association: cosa fai quando non fai niente?
Viviamo sempre più nella società della disattenzione (foto Unsplash).
È crollato il tempo in cui restiamo attenti
L’American Pshycological Association ha invece messo a confronto i dati dei due ultimi decenni e ha scoperto che il tempo medio in cui le persone restano attente e concentrate su un singolo compito è sceso da circa 2,5 minuti a circa 40 secondi. Aggiungiamoci, per fare due raffronti sul calo dell’attenzione, che il tempo medio di lettura dei quotidiani era di 40/50 minuti nel decennio degli Anni 90 ed è sceso a 15 minuti nel 2008, mentre attualmente riferito alla fruizione su smartphone è fra i tre e i cinque minuti. Era invece di 30 secondi il tempo di attesa (tollerato) per riuscire a collegarsi su un sito di e-commerce nel 2015, ora invece se il click non dà esito quasi istantaneo l’utente scappa e avvia un’altra ricerca.
Tutto e subito, senza alcun tipo di latenza
Qualsiasi tipo di latenza, cioè di attesa o pausa di una risposta a una richiesta, è percepita come un attentato o un’offesa al diritto personale (non scritto ma ormai interiorizzato) a fare tutto e subito. Alla massima velocità, perché tutto preme, le cose sono tante e volendone fare il più possibile non c’è tempo di pensarci su troppo. Men che mai di fare la fila alle poste o in banca. Un atto di consumo, a meno che non riguardi beni durevoli (casa, auto e oggetti costosi) si brucia oggi nel tempo di un click o di uno scroll.
Le vecchie file alle Poste (foto Ansa).
All’urgenza del fare e del dire è impossibile opporsi
Ovviamente la fretta non è mai buona consigliera, ma all’urgenza del fare e del dire, ossia all’istantocrazia, è impossibile opporsi. “Lo pensi, lo vedi” (Sky) e “Immagina, puoi” (Fastweb): la pubblicità (e parliamo di claim di oltre un decennio fa) come sempre è fantastica nel riassumere in uno slogan il senso comune. Una richiesta d’aiuto al 118 deve essere quasi istantanea (quattro secondi per attivarsi) e non c’è antidolorifico che non prometta di agire fast, in pochi minuti. Il fatto che la situazione sia grave ma non più seria era stato magnificamente rappresentato da Stefano Benni: «Una volta gli innamorati attendevano tre mesi una lettera. Ora se non ci si trova al terzo squillo l’amore salta».
Azzeramento del pensiero critico
È evidente che catturare l’attenzione del pubblico, dei consumatori e degli utenti è un imperativo che giustifica quasi tutto pur di raggiungere l’obiettivo. In particolar modo l’azzeramento del pensiero critico e la capitalizzazione della nostra attenzione, per riprendere il tema del saggio di Chris HayesIl canto delle sirene. «La monetizzazione dell’attenzione», ha scritto il giornalista statunitense, «ha trasformato il nostro panorama comunicativo in una terra di nessuno e ce ne accorgiamo ogni giorno… per strada ci imbattiamo in zombie al telefono, e a volte quegli zombie siamo noi. Al ristorante osserviamo il tavolo accanto in silenzio – quattro telefoni, nessuna parola – e poi sentiamo vibrare il nostro… Il confine tra pubblico e privato, un tempo netto… con l’aiuto di alcune aziende tecnologiche lo abbiamo praticamente abbattuto in meno di un decennio».
La distrazione dei social media (foto Unsplash).
Scrolliamo divorati dalla logica algoritmica
Attraverso post, commenti, foto, video e annunci pubblicitari che ci precipitano addosso appena attiviamo lo smartphone: senza soluzione di continuità e in ordine casuale, imposto però dalla logica algoritmica. È così che ci troviamo, dopo avere buttato un occhio su un reel di TikTok o di Instagram, a scrollare e restare ipnoticamente presi dagli altri che si susseguono mettendo assieme gente disperata, gatti, politici che straparlano, creator che spadellano, annunci di un congiunto morto o la comica di una signora bloccata in ascensore.
Compulsività digitale e niente analisi
È un caos organizzato per estrarre, appunto, e monetizzare la nostra attenzione che non ha più una bussola, ma vaga senza sapere più dove intende andare. Utenti sonnambuli che stanno facendo la fortuna delle grandi aziende tecnologiche e delle piattaforme social. «Pensiero passivo» lo definisce Enzo Argante, giornalista di Forbes, che sta scrivendo un saggio sul tema: Pensare stanca, indagine al di sopra di ogni algoritmo. Il pensiero passivo indica la condizione di perdita di spirito critico e perciò di stordimento mentale che ci impedisce di filtrare le informazioni. Che libera la compulsività digitale e impedisce analisi, esplorazione, elaborazione dei concetti. Che prescinde dalle evidenze. Entropia della conoscenza.
Donald Trump non è un Muppet e vuole davvero la Groenlandia, radere al suolo l’Iran e abolire la libertà di stampa? Le Piramidi sono state costruite dagli alieni o da piccoli ingegneri e architetti Duracell? Tg1 e Tg2 hanno realmente affermato che «un gruppo di palestinesi ha attaccato alcuni israeliani (coloni, ndr) che stavano facendo un’escursione»? Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto davvero al telefono con l’ambasciatrice italiana in fuga dall’Iran «come sono stati i bombardamenti oggi?».
Distrazione dai problemi veri, tipo gli stipendi che non crescono
Con questi quesiti si può concludere segnalando che l’economia dell’attenzione è in realtà un’economia della disattenzione, che è il terreno più fertile per la distrazione. Vale a dire ciò che da sempre è lo strumento di potere, che consente di distogliere l’attenzione dei cittadini e dell’opinione pubblica dai problemi più seri e urgenti. Visto che, per fare un esempio d’attualità, l’allerta massima su sicurezza e delinquenza giovanile è il modo per continuare a non parlare degli stipendi degli italiani. Che dal 1990 al 2024 sono diminuiti dell’1,6 per cento, mentre nei Paesi Ocse la crescita è stata mediamente del 35 per cento. È così che disattenti, distratti e derubati di informazione e di dibattito pubblico informato ci ritroviamo come cittadini sempre più poveri anche economicamente.
Dimentichiamoci la Milano desertificata di qualche anno fa. Certo, nelle due settimane centrali di agosto si concentra la maggior parte delle chiusure e il 15 rimane off-limits anche per gli stacanovisti, ma sempre più aziende stanno optando per le ferie scaglionate. Tra chi può organizzarsi da solo sta crescendo il trend di anticipare le vacanze a giugno/luglio, oppure di posticiparle a settembre. In un città nella quale il costo della vita è sempre più oneroso, aumenta anche il numero di chi proprio non può permettersi di andare via, problema che ormai riguarda anche i ceti medi. Pertanto, anche quest’anno la città non si svuota, semmai rallenta. I tipici ritmi forsennati diventano più umani, trovare parcheggio non è più un’impresa titanica e le attività di interesse sono veramente per tutti i gusti. Passare l’agosto sulle sponde del Naviglio può quindi essere molto piacevole, ma a patto che ci si sappia organizzare al meglio.
I Navigli (Ansa).
Soluzioni low-cost per trovare un po’ di fresco
Dopo un giugno rovente, è arrivata la seconda ondata di calore che caratterizzerà l’agosto milanese, con temperature fino a 39 gradi di giorno e punte di 26 durante nottate sempre più tropicali. Si tratta di una vera e propria emergenza climatica della quale tenere debito conto. Il Comune raccomanda di cercare ristoro nei 115 spazi freschi che si trovano in luoghi pubblici come biblioteche e case di quartiere: queste ultime accolgono circa 25 mila anziani, cioè la fascia più esposta. In città sono operativi anche sette “Cold Spot”, ambulatori ad accesso libero predisposti da Regione Lombardia per chi è messo a dura prova dal meteo e necessita di aiuto, ma non fino al punto di andare nei Pronto Soccorso tradizionali, dove si rischiano code molto lunghe. Questi punti temporanei, attrezzati con aria condizionata e acqua fresca, sono stati posizionati in via Don Orione, Villa Marelli, via Baroni, via Gola, via Stromboli e al padiglione Ponti del Policlinico. Per eventuali necessità di salute, si può contattare anche lo 02.02.02, infoline di “Milano Aiuta – Estate” (attivo dal lunedì al sabato, orario 8.00/18.00). Vi sono poi i classici luoghi pubblici e privati, come i parchi e i centri commerciali, dove il caldo si sopporta meglio. Purtroppo non si può fare gran conto sulle piscine pubbliche, tema che sta suscitando molte polemiche politiche in città: quelle scoperte sono appena tre, alle quali si aggiungono 11 centri indoor. Non a caso, è tornato di moda l’Idroscalo, «il mare di Milano», dove oltre al nuoto si possono praticare vari sport (dal rugby all’equitazione).
L’idroscalo di Milano (Ansa).
La musica non si ferma
Per chi ama la musica, ci sono diversi appuntamenti da mattere in agenda. Si inizia il 6 con il Candlelight Open Air: un quartetto d’archi esegue i brani più noti di Coldplay e Imagine Dragons nella cornice delle Terme De Montel, resa ancora più suggestiva dall’illuminazione soffusa delle candele. Il 18 al Carroponte di Sesto San Giovanni arrivano gli australiani Parcels, star dell’elettro-pop. Il 25 agosto il rapper Tyler The Creator si esibisce alla Fiera di Rho, mentre il 30 c’è un’ideale chiusura del mese musicale al Castello Sforzesco, dove si esibiscono i Quintorigo con John De Leo. Imperdibile, per gli amanti del genere sudamericano, il “Milano Latin Festival” che continua fino a ferragosto presso l’area MIND, dalle 18.30 alle 2 del mattino (attenzione però: la metropolitana chiude pochi minuti dopo mezzanotte).
Cinema all’aperto e in sala
Il palinsesto di “Estate al Castello“, con la direzione artistica di Federico Russo di Radio Deejay, ha il suo fiore all’occhiello nell’arena cinematografica open-air allestita presso il Cortile delle Armi, riproposta dopo il grande successo dello scorso anno. Il calendario che va dal 1 al 25 agosto include pellicole in grado di soddisfare gli amanti di ogni genere. Si va da classici come Mission (3 agosto), Il Maratoneta (4), Il cielo sopra Berlino (5) e Blade Runner (12) a commedie come Maledetto il giorno che ti ho incontrato (9), Febbre da cavallo (19) e La guerra dei Roses (22). Nel mezzo, Ghost (7) per i romantici dalla lacrima facile e Scream (10), per gli amanti dell’horror. In tema di cinema all’aperto, è impossibile non citare il cartellone di AriAnteo, la tradizionale rassegna estiva organizzata dall’Anteo. Quest’anno il suo palinsesto prevede, tra l’altro, Spider Man – Brand New Day (1, 9 e 10) e After the Hunt di Luca Guadagnino, con Julia Roberts (2). Il progetto “Anteo nella Città” vedrà animarsi Piazza Anita Garibaldi, nel cuore di Baggio, con 10 diversi titoli in programma dal 3 al 9 agosto e biglietto popolare a 5 euro. Le proiezioni nelle varie sale cinematografiche appagano invece il gusto dei più tradizionalisti, oltre naturalmente al bisogno di trascorrere un paio d’ore col confort dell’aria condizionata.
Turisti al Castello Sforzesco (Ansa).
Vita di quartiere
Le proiezioni a Baggio fanno parte del più ampio palinsesto di Milano è viva, una lunga serie di eventi patrocinati dal Comune, in collaborazione con le realtà locali. Per tutta l’estate, i vari quartieri di Milano vengono animati da appuntamenti aggregativi e culturali, molti dei quali gratuiti, tra cui i 17 spettacoli di “M’Incanto d’estate“, festival diffuso ideato dal Teatro Pane e Mate per rafforzare per rafforzare l’offerta culturale nel Municipio 8, e “Il teatro delle Cicale“, in agenda dal 28 al 30 presso Cascina Carpana, a Porto di Mare. Da tutta la città invece si converge sui Navigli, anche in agosto una delle mete preferite da turisti e milanesi. Ogni sabato è dedicato alla celebre Fiera di Sinigaglia, che non fa soste, mentre il 30 è in calendario l’appuntamento con il Mercatone dell’Antiquariato. A proposito di shopping, i saldi estivi che dureranno ancora per tutto il mese rappresentano un ulteriore motivo per trascorrere del tempo nella città della moda.
Amore per l’arte e voglia di temperature basse si intrecciano anche nell’opzione-musei, apprezzatissima ormai da anni ogni agosto. Il Castello Sforzesco per tutto il mese prolunga l’orario di apertura per due ore, fino alle 19.30. La sede meneghina delle Gallerie d’Italia, in Piazza della Scala, apre gratuitamente sia il 2 che il 15. Ferragosto intenso anche a Palazzo Reale, con una serie di mostre gratuite o accessibili in fascia oraria estesa, tra cui esposizioni dedicate a Mario Nigro, Mario Dondero, Fabrizio Plessi, Omar Galliani e Helidon Xhixha. Porte aperte anche al PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea, che dalle 12.00 alle 19.30 di Ferragosto ospita la collettiva “Performing Pac – Dance me to the end of love”. Chi non vuole o non può trascorrere il 15 tra tuffi e grigliate ha solo l’imbarazzo della scelta: sono aperti anche Museo del Novecento, GAM, Casa Museo Boschi Di Stefano, Palazzo Morando, Palazzo Moriggia, Museo Archeologico e Casa della Memoria. Attività piena per tutta l’estate anche alla Fabbrica del Vapore che, oltre ad alcune proiezioni del ciclo AriAnteo, offre percorsi a ingresso gratuito come “Women for Women against Violence” e “CORPOFORME – Oltre lo sguardo, dentro all’esperienza”.
Da quando Expo 2015 l’ha trasformata in The Place To Be, Milano attira sempre più turisti stranieri e quindi ha variato le sue abitudini. Per venire incontro alle usanze internazionali, è ormai scontato vedere ristoranti in funzione a tutte le ore del giorno. Alcuni dei più apprezzati locali cittadini lavorano a pieno ritmo anche ad agosto, tra questi: Acanto, Amami, Amami Ancora, Bela Tusa Trattoria, Davidino, Langosteria Montenapoleone, Langosteria Bistrot, Rubacuori, Sant Ambroeus, Sato Sushi Experience, Pizzium e Il Mannarino. Vanno invece appuntate le seguenti chiusure: Giacomo Bistrot dal 10 al 23; Motelombroso dal 10 al 31; Beef Club dal 10 al 30; Ricci Osteria dal 10 al 23 e Pantera dal 2 al 20.
Occhio ai mezzi
Una città per nulla vuota – ma certamente rallentata – si rispecchia anche nell’organizzazione dei mezzi pubblici. Fino al 6 settembre per tram e metropolitane è in vigore l’orario estivo, ma con alcune significative specificità: dal 3 al 21 M1 e M3 seguono lo schedule del sabato anche durante la settimana, mentre M4 e M5 lo fanno dal 3 al 28. Diverso il discorso per M2, che lo fa dal 10 al 21, ma intrecciandosi coi cambiamenti previsti per tutto il mese, a causa di alcuni lavori in corso. Per quanto riguarda i tram, l’orario del sabato viene esteso a tutta la settimana, mentre il sabato è in vigore l’orario festivo (che il 15 e 16 agosto sarà osservato da tutte le linee). Anche qui, però, ci sono diverse eccezioni riguardanti singole tratte. Il quadro di insieme è quindi piuttosto complicato, pertanto il consiglio migliore è quello di installare l’app di ATM sul proprio smartphone per venire informati in tempo reale della situazione reale e dei cambiamenti contingenti.
Per oltre 20 anni è stato uno dei grandi compromessi del capitalismo cinese. Mentre Pechino imponeva alcuni dei controlli più rigidi al mondo sui capitali, una parte consistente della ricchezza prodotta dai suoi imprenditori prendeva la strada delle Isole Cayman, delle British Virgin Islands o di Hong Kong. Per usare una formula nota in Italia, la pacchia è finita. Perché quella stagione sembra arrivata al capolinea.
Così cambia il rapporto tra Partito comunista e capitale privato
Con le nuove regole sulla tassazione dei trust offshore, il rafforzamento dei controlli fiscali e l’obbligo di maggiore trasparenza sui patrimoni detenuti all’estero, Xi Jinping ha chiuso una delle zone grigie che hanno accompagnato l’ascesa economica della Cina. Il messaggio è semplice: la ricchezza privata non può più svilupparsi al di fuori del perimetro di controllo dello Stato. Non si tratta soltanto di recuperare gettito fiscale. La stretta racconta soprattutto l’evoluzione del rapporto tra Partito comunista e capitale privato nell’era di Xi.
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).
Le eccezioni che Pechino non vuole più accettare
Quando Deng Xiaoping, una delle massime autorità politiche cinesi dagli Anni 70 agli Anni 90 e sostenitore della liberalizzazione economica, invitava a «lasciare che alcune persone si arricchissero per prime», la priorità era costruire una nuova classe imprenditoriale capace di modernizzare il Paese. Per raggiungere l’obiettivo, Pechino accettò numerose eccezioni. Le strutture offshore erano una di queste. Holding registrate alle Cayman consentivano alle società cinesi di quotarsi sui mercati internazionali, raccogliere capitali stranieri e creare campioni nazionali nei settori della tecnologia, dell’immobiliare e della manifattura. Fondatori e primi investitori accumulavano così patrimoni in valuta estera, spesso custoditi fuori dalla Cina continentale.
Una famiglia cinese davanti al poster gigante di Deng Xiaoping (foto Ansa).
Quel modello ha accompagnato il ventennio di crescita più spettacolare della storia economica cinese. Ma oggi le priorità sono cambiate. La leadership di Xi Jinping considera sicurezza economica, monitoraggio dei flussi finanziari e stabilità politica elementi inseparabili. In questa visione, lasciare che enormi patrimoni restino schermati da trust offshore o società registrate nei paradisi fiscali rappresenta un’anomalia che il Partito non è più disposto a tollerare.
Le mani sui redditi prodotti dai trust offshore
Le nuove norme chiariscono un principio destinato ad avere effetti ben oltre il fisco. I redditi prodotti dai trust offshore costituiti da residenti cinesi entreranno nell’ambito della tassazione nazionale. I proventi derivanti dalle quotazioni o dalla vendita di partecipazioni all’estero dovranno essere ricondotti all’interno del sistema di controllo cinese, pagando le imposte dovute e seguendo procedure autorizzative per eventuali nuovi investimenti fuori dal Paese.
Un cittadino cinese passa davanti a un manifesto con Xi (foto Ansa).
In altre parole, Pechino non vieta la ricchezza privata né chiude le porte ai mercati internazionali. Pretende però che ogni passaggio sia visibile. È una differenza sostanziale: la crescita resta importante, ma non può più prescindere dalla politica.
La parabola del fondatore di Evergrande
Non si tratta in realtà di una svolta improvvisa. Già negli anni scorsi c’erano stati diversi segnali in tal senso, a partire dalla parabola di Xu Jiayin, conosciuto a Hong Kong come Hui Ka Yan, fondatore di Evergrande. La sua storia coincide quasi perfettamente con quella del capitalismo cinese nato dopo le riforme di Deng Xiaoping. Arrivato a Shenzhen nei primi Anni 90, nel pieno della stagione delle aperture economiche, costruì in pochi decenni il più grande gruppo immobiliare privato del Paese, finanziando una crescita senza precedenti attraverso il debito. La quotazione a Hong Kong gli ha permesso di raccogliere miliardi di dollari e di diventare prima l’uomo più ricco della Cina e poi dell’Asia.
Il quartier generale di Evergrande a Shenzhen, nella provincia di Guangdong (foto Ansa).
Ma Xu, oltre a essere il simbolo dell’imprenditore di successo, è diventato anche l’emblema di una ricchezza ostentata. Jet privato, yacht da decine di milioni di dollari, investimenti nel calcio con il Guangzhou Evergrande di Marcello Lippi e Fabio Cannavaro: tutto ciò che negli anni dell’espansione sembrava incarnare il trionfo del nuovo capitalismo cinese.
Il boss di Evergrande con Marcello Lippi nel 2012 (foto Ansa).
Ora la narrazione è quella della «prosperità comune»
Dopo il Covid-19, che oltre a peggiorare la crisi dell’immobiliare ha rallentato l’economia nazionale, l’ostentazione della ricchezza è entrata in collisione con la narrazione della «prosperità comune». La caduta di Evergrande, provocata anche dalla stretta sul credito voluta da Pechino, ha assunto così un valore che è andato oltre il settore immobiliare, segnando la fine dell’epoca in cui accumulare ricchezza e mostrarla pubblicamente era la dimostrazione del successo del modello cinese.
Colpiti anche gli influencer che esibivano il lusso
Non è un caso che negli stessi anni il Partito abbia colpito anche gli influencer che esibivano il lusso sui social, trasformando la sobrietà in una virtù politica oltre che morale. La stretta sui trust offshore si inserisce nella stessa traiettoria che ha visto il ridimensionamento dei colossi tecnologici, la crisi pilotata dell’immobiliare, la campagna sulla prosperità comune e il rafforzamento della supervisione sui movimenti di capitale. Xi sta costruendo un modello in cui il mercato continua a essere uno strumento dello sviluppo nazionale, ma perde progressivamente gli spazi di autonomia conquistati durante i decenni della riforma e apertura.
Capitali sempre più tracciabili e regolati
La ricchezza privata resta legittima, purché rimanga funzionale agli obiettivi strategici dello Stato. Questa trasformazione riguarda inevitabilmente anche Hong Kong. La città continuerà a essere il principale ponte finanziario tra Cina e mercati globali, a patto di una maggiore supervisione di Pechino. I capitali potranno continuare a transitare, utilizzando però percorsi sempre più tracciabili e regolati. A lungo, il capitalismo cinese ha convissuto con vaste zone d’ombra, tollerate perché alimentavano crescita e investimenti. Adesso quelle zone vengono progressivamente illuminate.
Il ritorno di Axanar, le uscite di agosto, i finalisti al Premio Italia e un po' di novità – ma non tantissime – in arrivo dalla ComicCon di San Diego.
Come ogni anno, mentre noi siamo qui con il fiatone che non aspettiamo altro di poter tirare i remi in barca e goderci un po' di riposo, a San Diego tengono la ComicCon e ci rovesciano addosso una tonnellata di novità di cui bisogna dar conto.
In realtà quest'anno però sono state anche meno del solito. La Marvel ha detto qualcosa di Black Panther 3, in cui l'eroe nero torna a essere un uomo (di questi tempi a quanto pare le donne-supereroe non convincono), ha annunciato che l'uomo che vi sareste aspettati di meno in quel ruolo, Ryan Gosling, sarà... - Leggi l'articolo
Mettetevi comodi e stappatevi una bionda, perché l’asfissia mediatica che circonda lo scugnizzo dell’89 ha ormai ampiamente superato il livello della farsa nazionale.
De Martino mania: da qui a Sanremo può solo peggiorare
Siamo in pieno visibilio da canicola, con 40 gradi all’ombra che liquefanno i pensieri e un anticiclone africano che vi fa desiderare solo un cono gelato o un tuffo liberatorio, eppure l’unico vero, ossessivo argomento da bar è un Festival di Sanremo che andrà in scena a inverno inoltrato. Il motivo? Semplice. Stefano De Martino, alias il Re Mida della Rai, è un brand vivente talmente pervasivo che farebbe notizia fissa sui portali nazionali pure se facesse uno starnuto fuori ordinanza o se un cronista a corto di “salvinate” calcolasse il numero esatto delle sue tappe quotidiane al bagno. A metà luglio è bastato che qualcuno rubasse pochi secondi di video per mostrare il giovanotto sul balcone di casa, armato di scopa e intento a ripulire le piastrelle, per mandare in tilt i social e costringere i titolisti a vergare editoriali solenni sul fatto che «sembra uno spot» pure la rimozione della polvere domestica. Capite il cortocircuito? Se l’Italia si ferma a commentare la coreografia di una saggina sul terrazzo, immaginatevi cosa succederà quando questo ballerino prestato al grande gioco della tv inizierà a muovere i milioni della discografia, decidendo chi ha il diritto di cittadinanza sul palco dell’Ariston.
Si avvicina la fine della retorica nazionalpopolare
Ma tenete a freno i fegati e compratevi un biglietto in prima fila, perché dietro il rumore del gossip da rotocalco e le copertine patinate, le grandi manovre per l’edizione 2027 svelano il capolavoro della nuova era televisiva. Chi si aspettava il solito, bolso carrozzone nazionalpopolare infarcito di retorica democristiana, finto buonismo e lacrime d’ordinanza farebbe meglio a nascondersi: ci sono già tutte le carte in regola per assistere al miglior Festival degli ultimi 20 anni. Un trionfo di pragmatismo economico che spazza via decenni di ipocrisie confettate, orchestrato da un direttore artistico che a 37 anni non ancora compiuti si porta appresso la bizzarra etichetta di “ex giovane” della televisione italiana. In una Raistoricamente gerontocratica, dove per avere le chiavi della prima serata devi mostrare i capelli bianchi e una prostata ballerina, il ragazzo di Torre Annunziata viene scortato come se fosse un adolescente prodigio a cui il papà ha regalato la macchina di lusso. Dopotutto lo scugnizzo sarà il presentatore più giovane degli ultimi 30 anni, interrompendo un digiuno generazionale che durava dai tempi del debutto di Fabio Fazio che nel 1999 ne aveva 34.
Stefano De Martino durante una puntata di Step (Ansa).
Addio alla categoria Nuove Proposte
È proprio con la spavalderia del trentenne che il nostro brand vivente ha fatto la prima cosa che un vecchio burocrate della tv non avrebbe mai osato nemmeno pensare: ha preso il “figlio sfigato” della ditta, ovvero la storica categoria delle Nuove Proposte, e se lo è levato definitivamente dalle scatole con un colpo di spugna salutare. Quella dei giovani a Sanremo era diventata ormai una pietosa riserva indiana, una stanzetta umida dove confinare i debuttanti, tra uno sbadiglio generale della platea e l’indifferenza di un pubblico letteralmente stremato dall’orario infame. Cancellarli dalla gara separata e catapultare il vincitore di Sanremo Giovani direttamente nell’arena dei 24 Big è una vera e propria operazione di salvataggio. Niente più lacrime di facciata in fascia protetta per ragazzini destinati al dimenticatoio un minuto dopo la sigla finale, niente più contentini burocratici da sottomarca: da oggi si gioca subito nel campionato dei grandi, senza anestesia generale.
Con Ferraguzzo sono Il gatto e la volpe 3.0
Per compiere questo repulisti e blindare il cast, il conduttore non si è affidato alle preghiere, ma si è andato a cercare la mente più geometrica e internazionale della discografia italiana, quel Fabrizio Ferraguzzo che ha trasformato il rock nostrano in una multinazionale da esportazione. Se Edoardo Bennato dovesse aggiornare oggi la sua celebre profezia musicale sugli “sgamati” che governano il mondo dello spettacolo, non avrebbe il minimo dubbio: De Martino e Ferraguzzo sono la versione aggiornata, in giacca sartoriale e cappellini con visiera de Il gatto e la volpe. Uno ci mette la faccia, la parlantina sciolta e il fondoschiena appetitoso, elevando a dogma quel vecchio adagio dei sapientoni latini secondo cui Formosa facies muta commendatio est; l’altro, ex timoniere di X Factor cresciuto nei corridoi Sony e domatore globale dei Måneskin, ci mette la calcolatrice, i bilanci e i contratti che spostano i mercati.
Fabrizio Ferraguzzo e Shablo (Ansa).
Il Festival sarà la filiale italiana delle multinazionali del disco
Insieme hanno preso il regolamento del Festival e, di fatto, lo hanno trasformato nella filiale italiana delle multinazionali del disco. Le major non devono nemmeno più fare la fila o bussare in Rai: le regole del gioco sembrano scritte direttamente nei loro uffici marketing. La prova regina di questo accordo tra i due compari sta nella gigantesca operazione geopolitica denominata “Italia 2027”, il primo vero piano di Stato per l’internazionalizzazione della canzonetta nostrana, benedetto dai piani alti. L’ingranaggio è tarato al millimetro: archiviata la pratica nostalgica dei duetti al giovedì sera, il venerdì si apre alla “Serata Performance” in direzione Eurovision. Non si giudica più la melodia da focolare, si testa in diretta la tenuta del prodotto sui mercati esteri prima di impacchettarlo e spedirlo oltre confine e farlo fruttare. Il meccanismo è concepito per azzerare i tempi morti: il lunedì immediatamente successivo alla finale, i tre vincitori delle rispettive categorie del Festival non andranno a perdere tempo nei salotti, ma decolleranno direttamente dalle piste di Milano Linate su un volo speciale per una tournée europeanei palazzetti. Sanremo smette, dunque, di essere solo nazionalpopolare e diventa un’azienda di esportazione protetta e foraggiata dallo Stato.
Il sogno della reunion dei Måneskin
Non bastasse questo spiegamento di forze, il cast che la ditta sta apparecchiando attorno a questa macchina è un capolavoro di cinismo pop e ingegneria sentimentale. Il blitz del conduttore a Olbia, immortalato attorno a un tavolo con Salmo e lo stesso Ferraguzzo, è solo l’antipasto di un Festival che vuole il rap di spessore ma ragiona con le logiche dei flussi digitali. I contatti si muovono veloci su una doppia linea: da un lato la capatina dello scugnizzo nello studio di registrazione dei Måneskin per convincere Damiano David alla reunion-evento sul palco (prima di spianare la strada al colpaccio finale di Vasco), dall’altro, il corteggiamento serrato ai grandi nomi da classifica come Achille Lauro, Mahmood, Madame e Geolier e le telefonate all’ex Emma Marrone, con lei che ammette pubblicamente come Stefano la chiami a ogni ora per aggiornarla sull’ascolto dei pezzi, preludio a un ritorno studiato per far esplodere le platee. E se a questo si aggiunge la suggestione di un coinvolgimento strategico sul palco persino dell’altra sua celebre ex, Belen, il cerchio si chiude alla perfezione.
Damiano David (Ansa).
Una canora e fiorita macchina da guerra
C’è chi la chiamerà furbizia da share, ma la verità è che Il Gatto e La Volpe hanno finalmente rinunciato a raccontarci la favoletta romantica dell’arte anestetizzata all’interesse. De Martino e Ferraguzzo hanno preso il baraccone della canzonetta italiana e lo hanno trasformato in una macchina da guerra industriale perfetta, ludica e di respiro europeo. E pazienza se per farlo hanno dovuto spazzare via un po’ di vecchie illusioni: d’altronde, con la scopa in mano, Stefano ci ha già ampiamente dimostrato che sa perfettamente come si fa.
La presa di Damasco nel dicembre 2024, da parte delle forze ribelli siriane guidate dal gruppo Tahrir al-Sham (HTS) e la successiva fuga dell’ex presidente Bashar al-Assad dal Paese hanno posto fine alla guerra civile che aveva devastato la Siria per 13 anni. Una volta ottenuta la vittoria militare, il nuovo governo, guidato dal presidente ad interim Ahmad al-Sharaa, ex jihadista e leader del gruppo HTS, ha promesso una transizione pacifica, nel rispetto degli ideali democratici. Fin dai primi giorni, la priorità è stata quella di ricostruire politicamente ed economicamente un Paese in rovina, diviso dalle tensioni tra i sostenitori di Al-Assad e coloro che appoggiano il nuovo governo.
Il presidente ad interim siriano Ahmad al-Sharaa (Ansa).
La riforma della giustizia è una priorità del nuovo governo
Mansour Al-Omari, un giornalista siriano che durante la guerra ha collaborato con il Syrian Center for Media and Freedom of Expression documentando le violazioni contro i diritti umani perpetrate nel Paese, pensa che il nuovo governo debba principalmente concentrare i propri sforzi sulla riforma della giustizia. A causa del suo lavoro, è stato imprigionato dal 2012 al 2013 nelle carceri del regime, dove ha subito torture e violenze. «È necessario lavorare sul processo di transizione da un sistema che violava sistematicamente i diritti fondamentali dei cittadini a uno in cui vengano rispettati e ripristinati», spiega. «Non è solo fondamentale fermare queste violenze, ma anche fare in modo che le istituzioni non siano più in grado di perpetrarle. Questo si può ottenere solamente attraverso riforme strutturali».
Soldati siriani davanti alla prigione di al-Shadadi (Ansa).
Solo 3,6 milioni di sfollati sono tornati a casa
Il nuovo governo siriano ha investito ingenti risorse in questo ambito, ma deve anche pensare alla ricostruzione di un Paese in cui intere aree, tra cui le città di Homs, Aleppo e Damasco, sono ridotte a cumuli di macerie. Secondo i dati pubblicati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), dei quasi 11 milioni di sfollati e rifugiati siriani solo 3,6 milioni hanno potuto fare ritorno alle loro case, mentre i restanti vivono ancora in tende all’interno dei campi profughi o sono rimasti all’estero.
Rifugiati siriani di ritorno dal Libano (Ansa).
Il 40 per cento delle infrastrutture essenziali è danneggiato
I dati raccolti dal Syrian Network for Human Rights mostrano inoltre che più del 40 per cento delle infrastrutture essenziali, tra cui ospedali e scuole, è danneggiato. Il processo di ricostruzione richiede enormi risorse economiche, stimate dalla Banca Mondiale tra i 140 e i 345 miliardi di dollari, mentre l’Arabian Gulf Business insight sostiene che serviranno tra i 600 e i 900 miliardi. «La maggior parte delle abitazioni non ha accesso alla rete elettrica e all’acqua corrente», racconta a Lettera43Lina Chawaf, giornalista siriana fuggita in Europa all’inizio del conflitto e tornata a Damasco ad aprile 2026. «Sui tetti di numerosi edifici della capitale sono stati installati pannelli solari per produrre elettricità, ma questo ancora non basta a soddisfare l’intero fabbisogno. Il sistema sanitario è in grande difficoltà e le strutture ancora aperte hanno introdotto tariffe a pagamento per curare i pazienti. Quasi 2 milioni di bambini non hanno accesso ad alcun tipo di istruzione». A preoccupare maggiormente Chawaf è però la ricostruzione del tessuto sociale e dell’identità nazionale siriana distrutti da anni di guerra civile. «I media, nonostante siano più liberi e indipendenti, sono fortemente polarizzati», continua. «Molti giornalisti, specialmente coloro che facevano parte delle agenzie di stampa controllate da al-Assad, non sono abituati a lavorare in questo modo e non sono formati per farlo. Perciò, chiunque critichi pubblicamente le azioni del governo viene attaccato sui social media o dalla stampa. L’incitamento all’odio sia etnico sia politico è il problema principale su cui il governo dovrebbe concentrarsi. Se si continuano ad alimentare queste tensioni, la Siria rischia di cadere vittima di una nuova guerra civile».
La presa di Raqqa, 19 gennaio 2026 (Ansa).
Il nodo della riconciliazione interna
Lo scorso 12 luglio il nuovo parlamento siriano si è riunito per la prima volta dopo la caduta di al-Assad. Due terzi dei 210 membri sono stati scelti lo scorso anno da collegi elettorali regionali, i restanti sono stati nominati direttamente da al-Sharaa. Tra i parlamentari sono presenti anche 21 donne. «Bisogna procedere gradualmente e con cautela», dice a L43 Mahmoud Mosa, ex preside di una scuola siriana rifugiatosi con la famiglia in Turchia, dove ha collaborato con diverse testate giornalistiche internazionali. «Il nuovo governo deve affrontare numerose questioni. Il processo di transizione verso la democrazia richiederà molto tempo, ma alcuni risultati sono già visibili. Molti rifugiati siriani in Turchia stanno tornando alle proprie case. Abbiamo ottenuto libertà di parola e di stampa. Ora tutti possono esprimere la loro opinione senza rischiare di essere arrestati. Il problema più grande sono le tensioni interne. Molti ex sostenitori di Assad assolti dalle accuse di crimini contro la popolazione siriana sono stati riabilitati e inseriti all’interno di uffici e organi di governo. Questo non è stato accolto favorevolmente dall’opinione pubblica. Tuttavia, la riconciliazione interna è un passo fondamentale per ricostruire il Paese». Mosa sostiene che la Siria debba ricostruire al più presto un fronte interno compatto, anche vista l’attuale situazione geopolitica del Medio Oriente. «A causa dei conflitti in atto in Israele e Iran, la Siria ha acquisito una grande importanza strategica nell’area. I Paesi del Golfo, produttori di petrolio, vedono nella Siria una destinazione per l’export, soprattutto dopo la chiusura dello stretto di Hormuz. Il nostro governo deve farsi trovare pronto per questa eventualità e ricostruire non solo le infrastrutture necessarie, ma anche una struttura politica solida e unita nel minor tempo possibile».
Ahmad al-Sharaa interviene durante una seduta del parlamento a Damasco (Ansa).
Perché le promesse rischiano di essere disattese
Chawaf riguardo al futuro del suo Paese non è invece altrettanto ottimista. «Bisogna tenere a mente che molti membri dell’attuale governo sono ex jihadisti. Hanno promosso importanti riforme per la ripresa dello Stato siriano e la libertà del suo popolo, ma non sono sicura che porteranno a termine una completa transizione democratica. È un concetto troppo lontano dai loro ideali». La giornalista attualmente sta lavorando a un progetto per formare ragazzi e ragazze siriani. «È fondamentale condividere con loro ciò che ho imparato vivendo in Europa e negli Stati Uniti, dare loro la possibilità di studiare all’estero e viaggiare. In questo momento storico di incertezza, bisogna investire sull’istruzione delle nuove generazioni che erediteranno il Paese».
Il Madusan 2222 è uno smartphone pieghevole simile al Samsung Galaxy Z Fold. Il Samtaesong 10 a conchiglia richiama lo Huawei P50 Pocket. Il Jindallae 12 presenta un vistoso modulo fotografico circolare sul retro come gli Oppo. In Corea del Nord i dispositivi mobili stanno diventando sempre più avanzati anche se all’interno di un sistema rigidamente controllato da Pyongyang. Con almeno 24 marchi e una settantina di modelli disponibili, il mercato interno è diventato sorprendentemente competitivo. Numeri impressionanti per un Paese abitato da circa 26 milioni di abitanti.
Un boom cominciato nel 2023
La diffusione degli smartphone ha registrato un forte incremento a partire dal 2023. Due i motivi: il graduale sviluppo di un’economia digitale sfruttata dal governo per erogare servizi pubblici ai cittadini, come la consegna dei medicinali e i buoni pasto, e l’avvento dei primi sistemi di pagamento elettronico. Le ultime stime disponibili risalenti al 2024 indicano che in Corea del Nord erano attivi tra i 6,5 e i 7 milioni di abbonamenti alla telefonia mobile: un dato con ogni probabilità oggi sottostimato. Le interviste più recenti ai disertori nordcoreani suggeriscono infatti che il possesso di smartphone sia molto più diffuso di quanto stimato in passato e che potrebbe interessare tra il 50 e l’80 per cento della popolazione adulta.
Uno smartphone nordcoreano (da Youtube).
I dispositivi sono realizzati in Cina e (forse) in India
I telefoni nordcoreani sono ormai dispositivi moderni. Hanno generalmente schermi da 6-7 pollici, presentano fotocamere multiple posteriori e anteriori, e un sistema personalizzato di Android integrato con particolari software di controllo. Secondo il paperSmartphone of North Korea 2026, realizzato dal think tank 38 North, gli smartphone venduti nel Paese non sarebbero realizzati direttamente in Corea del Nord ma da produttori cinesi OEM (Original Equipment Manufacturer), ovvero aziende che fabbricano dispositivi per conto terzi. Una volta assemblati in Cina, vengono inviati in Corea del Nord dove vengono personalizzati con il sistema operativo modificato e applicazioni approvate dai brand locali. Esistono però delle eccezioni. È il caso di Phurunhanal Electronics, un marchio nordcoreano che, per uno dei suoi modelli più recenti, il Phurunhanal 9-3, si sarebbe rifornito di componenti dalla società indiana Lava International. Si tratterebbe della prima volta in cui uno smartphone commercializzato in Corea del Nord viene collegato a un produttore non cinese. Un dettaglio interessante, visto che l’India è uno dei principali centri globali della produzione elettronica, inclusa quella di alcuni modelli di iPhone.
Il controllo dello Stato su navigazione e App
Gli smartphone nordcoreani sono dotati di software che ne monitorano e limitano l’utilizzo. L’accesso a Internet è bloccato. È invece disponibile una rete Intranet locale chiamata Kwangmyong e controllata dal governo. Agli utenti è impedito di effettuare o ricevere chiamate internazionali, oltre che inviare o ricevere messaggi dall’estero. I sistemi Android presenti nei dispositivi includono una firma digitale, che impedisce ai telefoni di accettare contenuti non autorizzati, e un’applicazione, Trace Viewer, che effettua screenshot casuali durante l’utilizzo del cellulare per inviarli alle autorità. Lo Stato impone infine un numero di identificazione dell’utente mobile per collegare ogni utenza a un’identità registrata così da garantire un ulteriore livello di sorveglianza. Anche l’ecosistema delle applicazioni è sottoposto a forti restrizioni: a differenza degli smartphone occidentali, i dispositivi nordcoreani non dispongono di un equivalente dell’App Store o del Google Play Store per scaricare liberamente applicazioni e aggiornamenti. Per ottenere nuovi programmi o installare upgrade gli utenti devono recarsi in uno dei centinaia di centri di scambio IT presenti nel Paese. Le app hanno un costo compreso tra 10 mila won nordcoreani per quelle di intrattenimento, giochi ed ebook e 15 mila won per quelle dedicate all’apprendimento delle lingue, alla cucina e all’agricoltura (circa uno-due dollari secondo i tassi di mercato informali). Tra le più richieste figurano quelle del quotidiano del Partito dei Lavoratori, il Rodong Sinmun, la piattaforma di shopping online Samhung E-Wallet e i servizi di streaming Mokran Video e Manbang.
Kim Jong-un (Ansa).
Gli ultimi modelli arrivati sul mercato
Lo scorso maggio alla 24esima edizione della Pyongyang Spring International Trade Fair, la principale fiera commerciale internazionale organizzata dalla Corea del Nord, sono state esposte le ultime novità del mercato. Gli smartphone più interessanti? Il Mujigae 1000, in grado di collegarsi ai televisori attraverso una connessione USB-C con uscita HDMI, e il Jindallae 12 dal bordo smussato come i Samsung Galaxy. In fascia alta si trovano i pieghevoli a conchiglia Madusan 1005, Samtaesong 10 e Chongsong. Per i più benestanti il mercato nordcoreano offre il Madusan 2222, il primo smartphone pieghevole disponibile in Corea del Nord, la cui versione deluxe presenta la scritta “Porsche Design” ben visibile sulla custodia. Il costo? Il corrispettivo di circa 2 mila dollari.
A differenza di quelli di Leonardo Del Vecchio, gli eredi di Silvio Berlusconi sono stati più bravi e affiatati nell’accettare le volontà del Cavaliere e nello spartirsi l’impero senza che nessuna polemica sia mai neppure vagamente stata accennata da alcuno. Non è facile, soprattutto quando ci sono di mezzo figli di mogli diverse (Pier Silvio e Marina, la cui mamma è Carla Dall’Oglio, e poi Barbara, Eleonora e Luigi, figli di Veronica Lario), e quindi bisogna assolutamente plaudire a tanto equilibrio. Detto questo, tuttavia, cosa resta in memoria delle vere e più intime passioni di Silvio?
Da sinistra: Elenora, Barbara, Luigi, Marina, Piersilvio e Paolo Berlusconi durante i funerali del padre a Piazza Duomo (foto Ansa).
Se ci si pensa, nel silenzio ovattato delle strategie Fininvest, mattoncino dopo mattoncino tutte le cose più care al Cavaliere sono state dismesse, considerate una sorta di ingenuo delirio di onnipotenza e di immortalità di un imprenditore un po’ megalomane, e di cui poi liberarsi nel momento opportuno.
Non resterà memoria dell’autocelebrazione del personaggio
Fa quasi orrore leggere che l’hangar di viale Monte Rosa, ad Arcore, ossia la quadreria che ospitava oltre 25 mila pezzi tra dipinti, statue e arredi acquistati da Berlusconi nei suoi raptus di shopping compulsivo, soprattutto durante le televendite notturne delle tivù locali, sarà raso al suolo per fare posto a un supermercato Eurospin. Quell’enorme spazio era stato allestito da Berlusconi in persona, con le opere suddivise per generi e l’intenzione di rendere il sito fruibile a tutti, nonostante i pezzi di valore fossero pochini. Invece non resterà memoria di questa sorta di autocelebrazione del personaggio e delle sue passioni, da Milano a Napoli, passando per Parigi e Positano, tra Napoleone, gli animali, i gladiatori, le belle donne. Tutto smantellato e ruspe all’opera.
L’ex quadreria di Silvio Berlusconi ad Arcore.
Venduto il luogo dei sogni di Berlusconi
Persino Villa Certosa, 4.500 metri di proprietà a Punta Lada, affacciata sul Golfo di Marinella a Porto Rotondo, in Sardegna, è stata venduta a fine giugno per circa 350 milioni di euro alla famiglia reale del Qatar. Era il luogo dei sogni di Berlusconi: delle feste con tante ragazze, certo, ma anche del vulcano scenografico, dell’approdo per i sommergibili, della grotta artificiale, del gelato artigianale, del teatro, della torre panoramica, dell’immenso giardino di cactus, uno dei più grandi in Europa.
Villa Certosa (Ansa).
I due film di Sorrentino fatti sparire
Villa Certosa, un variopinto parco giochi modellato e ingrandito negli anni da Silvio, così ben descritto nei due film Loro e Loro 2 di Paolo Sorrentino, i cui diritti sono di proprietà di Medusa (gruppo Mfe–Mediaset) che ha deciso, incredibilmente, di fare scomparire le pellicole, senza in realtà comprendere che quello di Sorrentino è uno straordinario omaggio proprio alla grandezza di Berlusconi. E adesso la Villa non c’è più, se ne occuperà il personale qatarino della famiglia Al Thani. E resterà ben poco dello spirito del Silvio.
Rotto anche il giocattolino del calcio
Damnatio memoriae pure per tutto quello che Berlusconi ha fatto nel calcio, e che non ha mai minimamente interessato i figli. Pier Silvio e Marina hanno sempre fatto pressing, insieme a tutta Fininvest, affinché Silvio mollasse il Milan: costringendolo, di fatto, a cedere il club nel 2017 a un improbabile imprenditore cinese senza soldi dopo 31 anni di presidenza. L’unica che in realtà sembrava essersi appassionata al pallone era Barbara Berlusconi, nominata amministratrice delegata del Milan nel dicembre 2013. Una personalità, quella di Barbara, piuttosto esuberante in gioventù, protagonista delle cronache rosa, cinque figli di cui un paio fatti in verde età, e in qualche modo simile al padre. Ma la guerra intestina al Milan con Adriano Galliani fece evaporare piuttosto rapidamente gli entusiasmi di Barbara per il football e, una volta venduto il club, di lei si sono sostanzialmente perse le tracce: adesso ha preso una strada da mecenate.
Silvio Berlusconi al fianco di Galliani durante una partita del Monza (Imagoeconomica).
Mausoleo vuoto e inutilizzato
Le ceneri di Silvio riposano nella cappella di famiglia all’interno di Villa San Martino ad Arcore, mentre il mausoleo che Silvio stesso si fece erigere negli Anni 90 dallo scultore Pietro Cascella (con loculi per sé, per i familiari e i migliori amici) nel parco della stessa villa è al momento vuoto e inutilizzato.
Aziende a parte, tutto è stato tagliato via
In buona sostanza, quindi, se su Mfe-Mediaset, Mondadori, Mediolanum, ossia le cose serie, la famiglia è rimasta unita e rema tutta dalla stessa parte, cioè quella indicata dal Cavaliere, sulle passioni più intime e anche sulle lucide follie di Berlusconi (che citava di continuo Erasmo da Rotterdam e il suo Elogio della follia), invece, ha preferito prendere nettamente le distanze. Tagliando via di netto, come rami secchi, in maniera certo razionalmente comprensibile, ma con una buona dose di cinismo verso un personaggio così esuberante e innamorato della vita, al quale devono tutto.