«Le persone infelici hanno bisogno solo di qualcuno che sia capace di prestare loro un po’ d’attenzione». Se è vero quel che ha scritto la filosofa francese Simone Weil, è chiaro perché viviamo un tempo nel quale la felicità pubblica e privata non pare essere all’ordine del giorno. Quasi fosse un lusso, come invece risulta essere oggi l’attenzione. Un modo di essere e relazionarsi con il mondo circostante (cose e persone) attivo e partecipe, insomma premuroso. Che però si attiva sempre più raramente e in tempi sempre più brevi.
Cosa fai quando non fai niente?
L’invito a stare attenti che sino a trent’anni fa era l’esortazione più ricorrente nelle scuole d’ogni ordine e grado è oggi moneta fuori corso. Giovani e giovanissimi sono ormai fisiologicamente menti vaganti e scrollanti. Ma anche per gli adulti il multitasking, che con i device mobili ha moltiplicato i modi di fare più cose nello stesso tempo e anche in movimento, è il maggiore attentatore della concentrazione; oltre che della precisione e della cura nei vari compiti nei quali si è impegnati. Fare tre cose contemporaneamente e pensarne nel contempo altrettante, magari mentre si sta guidando o telefonando è ormai comportamento molto diffuso. Tanto che non c’è forse provocazione più curiosa e interessante che chiedersi, come fa un saggio recente curato dalla British Sociological Association: cosa fai quando non fai niente?

È crollato il tempo in cui restiamo attenti
L’American Pshycological Association ha invece messo a confronto i dati dei due ultimi decenni e ha scoperto che il tempo medio in cui le persone restano attente e concentrate su un singolo compito è sceso da circa 2,5 minuti a circa 40 secondi. Aggiungiamoci, per fare due raffronti sul calo dell’attenzione, che il tempo medio di lettura dei quotidiani era di 40/50 minuti nel decennio degli Anni 90 ed è sceso a 15 minuti nel 2008, mentre attualmente riferito alla fruizione su smartphone è fra i tre e i cinque minuti. Era invece di 30 secondi il tempo di attesa (tollerato) per riuscire a collegarsi su un sito di e-commerce nel 2015, ora invece se il click non dà esito quasi istantaneo l’utente scappa e avvia un’altra ricerca.
Tutto e subito, senza alcun tipo di latenza
Qualsiasi tipo di latenza, cioè di attesa o pausa di una risposta a una richiesta, è percepita come un attentato o un’offesa al diritto personale (non scritto ma ormai interiorizzato) a fare tutto e subito. Alla massima velocità, perché tutto preme, le cose sono tante e volendone fare il più possibile non c’è tempo di pensarci su troppo. Men che mai di fare la fila alle poste o in banca. Un atto di consumo, a meno che non riguardi beni durevoli (casa, auto e oggetti costosi) si brucia oggi nel tempo di un click o di uno scroll.

All’urgenza del fare e del dire è impossibile opporsi
Ovviamente la fretta non è mai buona consigliera, ma all’urgenza del fare e del dire, ossia all’istantocrazia, è impossibile opporsi.
“Lo pensi, lo vedi” (Sky) e “Immagina, puoi” (Fastweb): la pubblicità (e parliamo di claim di oltre un decennio fa) come sempre è fantastica nel riassumere in uno slogan il senso comune. Una richiesta d’aiuto al 118 deve essere quasi istantanea (quattro secondi per attivarsi) e non c’è antidolorifico che non prometta di agire fast, in pochi minuti. Il fatto che la situazione sia grave ma non più seria era stato magnificamente rappresentato da Stefano Benni: «Una volta gli innamorati attendevano tre mesi una lettera. Ora se non ci si trova al terzo squillo l’amore salta».
Azzeramento del pensiero critico
È evidente che catturare l’attenzione del pubblico, dei consumatori e degli utenti è un imperativo che giustifica quasi tutto pur di raggiungere l’obiettivo. In particolar modo l’azzeramento del pensiero critico e la capitalizzazione della nostra attenzione, per riprendere il tema del saggio di Chris Hayes Il canto delle sirene. «La monetizzazione dell’attenzione», ha scritto il giornalista statunitense, «ha trasformato il nostro panorama comunicativo in una terra di nessuno e ce ne accorgiamo ogni giorno… per strada ci imbattiamo in zombie al telefono, e a volte quegli zombie siamo noi. Al ristorante osserviamo il tavolo accanto in silenzio – quattro telefoni, nessuna parola – e poi sentiamo vibrare il nostro… Il confine tra pubblico e privato, un tempo netto… con l’aiuto di alcune aziende tecnologiche lo abbiamo praticamente abbattuto in meno di un decennio».

Scrolliamo divorati dalla logica algoritmica
Attraverso post, commenti, foto, video e annunci pubblicitari che ci precipitano addosso appena attiviamo lo smartphone: senza soluzione di continuità e in ordine casuale, imposto però dalla logica algoritmica. È così che ci troviamo, dopo avere buttato un occhio su un reel di TikTok o di Instagram, a scrollare e restare ipnoticamente presi dagli altri che si susseguono mettendo assieme gente disperata, gatti, politici che straparlano, creator che spadellano, annunci di un congiunto morto o la comica di una signora bloccata in ascensore.
Compulsività digitale e niente analisi
È un caos organizzato per estrarre, appunto, e monetizzare la nostra attenzione che non ha più una bussola, ma vaga senza sapere più dove intende andare. Utenti sonnambuli che stanno facendo la fortuna delle grandi aziende tecnologiche e delle piattaforme social. «Pensiero passivo» lo definisce Enzo Argante, giornalista di Forbes, che sta scrivendo un saggio sul tema: Pensare stanca, indagine al di sopra di ogni algoritmo. Il pensiero passivo indica la condizione di perdita di spirito critico e perciò di stordimento mentale che ci impedisce di filtrare le informazioni. Che libera la compulsività digitale e impedisce analisi, esplorazione, elaborazione dei concetti. Che prescinde dalle evidenze. Entropia della conoscenza.
Donald Trump non è un Muppet e vuole davvero la Groenlandia, radere al suolo l’Iran e abolire la libertà di stampa? Le Piramidi sono state costruite dagli alieni o da piccoli ingegneri e architetti Duracell? Tg1 e Tg2 hanno realmente affermato che «un gruppo di palestinesi ha attaccato alcuni israeliani (coloni, ndr) che stavano facendo un’escursione»? Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto davvero al telefono con l’ambasciatrice italiana in fuga dall’Iran «come sono stati i bombardamenti oggi?».
Distrazione dai problemi veri, tipo gli stipendi che non crescono
Con questi quesiti si può concludere segnalando che l’economia dell’attenzione è in realtà un’economia della disattenzione, che è il terreno più fertile per la distrazione. Vale a dire ciò che da sempre è lo strumento di potere, che consente di distogliere l’attenzione dei cittadini e dell’opinione pubblica dai problemi più seri e urgenti. Visto che, per fare un esempio d’attualità, l’allerta massima su sicurezza e delinquenza giovanile è il modo per continuare a non parlare degli stipendi degli italiani. Che dal 1990 al 2024 sono diminuiti dell’1,6 per cento, mentre nei Paesi Ocse la crescita è stata mediamente del 35 per cento. È così che disattenti, distratti e derubati di informazione e di dibattito pubblico informato ci ritroviamo come cittadini sempre più poveri anche economicamente.
