Mettetevi comodi e stappatevi una bionda, perché l’asfissia mediatica che circonda lo scugnizzo dell’89 ha ormai ampiamente superato il livello della farsa nazionale.
De Martino mania: da qui a Sanremo può solo peggiorare
Siamo in pieno visibilio da canicola, con 40 gradi all’ombra che liquefanno i pensieri e un anticiclone africano che vi fa desiderare solo un cono gelato o un tuffo liberatorio, eppure l’unico vero, ossessivo argomento da bar è un Festival di Sanremo che andrà in scena a inverno inoltrato. Il motivo? Semplice. Stefano De Martino, alias il Re Mida della Rai, è un brand vivente talmente pervasivo che farebbe notizia fissa sui portali nazionali pure se facesse uno starnuto fuori ordinanza o se un cronista a corto di “salvinate” calcolasse il numero esatto delle sue tappe quotidiane al bagno. A metà luglio è bastato che qualcuno rubasse pochi secondi di video per mostrare il giovanotto sul balcone di casa, armato di scopa e intento a ripulire le piastrelle, per mandare in tilt i social e costringere i titolisti a vergare editoriali solenni sul fatto che «sembra uno spot» pure la rimozione della polvere domestica. Capite il cortocircuito? Se l’Italia si ferma a commentare la coreografia di una saggina sul terrazzo, immaginatevi cosa succederà quando questo ballerino prestato al grande gioco della tv inizierà a muovere i milioni della discografia, decidendo chi ha il diritto di cittadinanza sul palco dell’Ariston.
Si avvicina la fine della retorica nazionalpopolare
Ma tenete a freno i fegati e compratevi un biglietto in prima fila, perché dietro il rumore del gossip da rotocalco e le copertine patinate, le grandi manovre per l’edizione 2027 svelano il capolavoro della nuova era televisiva. Chi si aspettava il solito, bolso carrozzone nazionalpopolare infarcito di retorica democristiana, finto buonismo e lacrime d’ordinanza farebbe meglio a nascondersi: ci sono già tutte le carte in regola per assistere al miglior Festival degli ultimi 20 anni. Un trionfo di pragmatismo economico che spazza via decenni di ipocrisie confettate, orchestrato da un direttore artistico che a 37 anni non ancora compiuti si porta appresso la bizzarra etichetta di “ex giovane” della televisione italiana. In una Rai storicamente gerontocratica, dove per avere le chiavi della prima serata devi mostrare i capelli bianchi e una prostata ballerina, il ragazzo di Torre Annunziata viene scortato come se fosse un adolescente prodigio a cui il papà ha regalato la macchina di lusso. Dopotutto lo scugnizzo sarà il presentatore più giovane degli ultimi 30 anni, interrompendo un digiuno generazionale che durava dai tempi del debutto di Fabio Fazio che nel 1999 ne aveva 34.

Addio alla categoria Nuove Proposte
È proprio con la spavalderia del trentenne che il nostro brand vivente ha fatto la prima cosa che un vecchio burocrate della tv non avrebbe mai osato nemmeno pensare: ha preso il “figlio sfigato” della ditta, ovvero la storica categoria delle Nuove Proposte, e se lo è levato definitivamente dalle scatole con un colpo di spugna salutare. Quella dei giovani a Sanremo era diventata ormai una pietosa riserva indiana, una stanzetta umida dove confinare i debuttanti, tra uno sbadiglio generale della platea e l’indifferenza di un pubblico letteralmente stremato dall’orario infame. Cancellarli dalla gara separata e catapultare il vincitore di Sanremo Giovani direttamente nell’arena dei 24 Big è una vera e propria operazione di salvataggio. Niente più lacrime di facciata in fascia protetta per ragazzini destinati al dimenticatoio un minuto dopo la sigla finale, niente più contentini burocratici da sottomarca: da oggi si gioca subito nel campionato dei grandi, senza anestesia generale.
Con Ferraguzzo sono Il gatto e la volpe 3.0
Per compiere questo repulisti e blindare il cast, il conduttore non si è affidato alle preghiere, ma si è andato a cercare la mente più geometrica e internazionale della discografia italiana, quel Fabrizio Ferraguzzo che ha trasformato il rock nostrano in una multinazionale da esportazione. Se Edoardo Bennato dovesse aggiornare oggi la sua celebre profezia musicale sugli “sgamati” che governano il mondo dello spettacolo, non avrebbe il minimo dubbio: De Martino e Ferraguzzo sono la versione aggiornata, in giacca sartoriale e cappellini con visiera de Il gatto e la volpe. Uno ci mette la faccia, la parlantina sciolta e il fondoschiena appetitoso, elevando a dogma quel vecchio adagio dei sapientoni latini secondo cui Formosa facies muta commendatio est; l’altro, ex timoniere di X Factor cresciuto nei corridoi Sony e domatore globale dei Måneskin, ci mette la calcolatrice, i bilanci e i contratti che spostano i mercati.

Il Festival sarà la filiale italiana delle multinazionali del disco
Insieme hanno preso il regolamento del Festival e, di fatto, lo hanno trasformato nella filiale italiana delle multinazionali del disco. Le major non devono nemmeno più fare la fila o bussare in Rai: le regole del gioco sembrano scritte direttamente nei loro uffici marketing. La prova regina di questo accordo tra i due compari sta nella gigantesca operazione geopolitica denominata “Italia 2027”, il primo vero piano di Stato per l’internazionalizzazione della canzonetta nostrana, benedetto dai piani alti. L’ingranaggio è tarato al millimetro: archiviata la pratica nostalgica dei duetti al giovedì sera, il venerdì si apre alla “Serata Performance” in direzione Eurovision. Non si giudica più la melodia da focolare, si testa in diretta la tenuta del prodotto sui mercati esteri prima di impacchettarlo e spedirlo oltre confine e farlo fruttare. Il meccanismo è concepito per azzerare i tempi morti: il lunedì immediatamente successivo alla finale, i tre vincitori delle rispettive categorie del Festival non andranno a perdere tempo nei salotti, ma decolleranno direttamente dalle piste di Milano Linate su un volo speciale per una tournée europea nei palazzetti. Sanremo smette, dunque, di essere solo nazionalpopolare e diventa un’azienda di esportazione protetta e foraggiata dallo Stato.
Il sogno della reunion dei Måneskin
Non bastasse questo spiegamento di forze, il cast che la ditta sta apparecchiando attorno a questa macchina è un capolavoro di cinismo pop e ingegneria sentimentale. Il blitz del conduttore a Olbia, immortalato attorno a un tavolo con Salmo e lo stesso Ferraguzzo, è solo l’antipasto di un Festival che vuole il rap di spessore ma ragiona con le logiche dei flussi digitali. I contatti si muovono veloci su una doppia linea: da un lato la capatina dello scugnizzo nello studio di registrazione dei Måneskin per convincere Damiano David alla reunion-evento sul palco (prima di spianare la strada al colpaccio finale di Vasco), dall’altro, il corteggiamento serrato ai grandi nomi da classifica come Achille Lauro, Mahmood, Madame e Geolier e le telefonate all’ex Emma Marrone, con lei che ammette pubblicamente come Stefano la chiami a ogni ora per aggiornarla sull’ascolto dei pezzi, preludio a un ritorno studiato per far esplodere le platee. E se a questo si aggiunge la suggestione di un coinvolgimento strategico sul palco persino dell’altra sua celebre ex, Belen, il cerchio si chiude alla perfezione.

Una canora e fiorita macchina da guerra
C’è chi la chiamerà furbizia da share, ma la verità è che Il Gatto e La Volpe hanno finalmente rinunciato a raccontarci la favoletta romantica dell’arte anestetizzata all’interesse. De Martino e Ferraguzzo hanno preso il baraccone della canzonetta italiana e lo hanno trasformato in una macchina da guerra industriale perfetta, ludica e di respiro europeo. E pazienza se per farlo hanno dovuto spazzare via un po’ di vecchie illusioni: d’altronde, con la scopa in mano, Stefano ci ha già ampiamente dimostrato che sa perfettamente come si fa.














