Ma cosa sta aspettando il centrosinistra milanese a prendere una decisione sulle primarie? Se lo chiedono in molti, soprattutto dopo il chiarissimo messaggio che Mario Calabresi ha inviato ai partiti dal palco della Festa dell’Unità di Vizzolo Predabissi: non ci riferiamo tanto alla disponibilità a candidarsi – perché lo si sapeva da tempo – quanto al successivo riferimento alla sua «rispettosa attesa» delle modalità di scelta del candidato sindaco. E in effetti è curioso che ancora non vi siano certezze in merito, visto che della successione di Sala si parla ormai da un paio d’anni (ulteriore segno di quanto questo ciclo sia giunto alla frutta) e che gli aspiranti eredi sono così tanti da poterci fare una squadra di calcio. A spingere sul freno sono diverse considerazioni di opportunità.

Il pasticcio burocratico nello Statuto del Pd
C’è un tema non trascurabile di ordine procedurale. Lo statuto nazionale del Pd stabilisce che i suoi iscritti possano candidarsi alle primarie solamente raccogliendo le firme del 35 per cento dei componenti dell’assemblea territoriale di riferimento oppure del 30 per cento degli iscritti nello stesso territorio. Lo Statuto lombardo dice la stessa cosa, ma, sorprendentemente, riduce al 20 per cento le firme necessarie. Il combinato disposto suscita diverse domande: intanto bisogna capire a quale Statuto fare riferimento e quindi quante firme di iscritti servano, ma poi va stabilito se “oppure” significhi che esse sono alternative a quelle dei membri dell’assemblea. Se invece servissero entrambi i requisiti, ci sarebbe un bel problema: essendoci già tre tesserati dem che si sono autocandidati a sindaco (Pierfrancesco Majorino, Anna Scavuzzo e Lorenzo Pacini), è matematicamente impossibile che tutti arrivino alla soglia richiesta. Almeno uno di loro è certamente fuori e le conseguenze possono essere molto pericolose.
La carta Pacini e le strategie per favorire la vittoria di Calabresi
Difficilmente Majorino e Scavuzzo romperanno col Pd, ma se a rimanere fuori fosse il giovane Pacini, nulla gli vieterebbe di restituire la tessera e candidarsi in maniera autonoma. Il paradosso è che i non iscritti, come ad esempio il civico Tommaso Goisis, avranno una strada più facile, dovendo raccogliere circa 2/3 mila firme tra gli elettori nel loro complesso (anche non di centrosinistra). Già avvantaggiato da alcune scelte improvvide dei suoi avversari, Pacini potrebbe quindi approfittare della situazione ponendosi ulteriormente come “martire” danneggiato dal suo partito per raccogliere anche il voto di chi proprio non ama il Pd, ma sostiene le sue idee radicali. Si cerca quindi una soluzione di buon senso, come mettere regole uguali per tutti gli aspiranti sindaci: in fondo sono primarie di coalizione e non di un singolo partito. C’è anche chi pensa che Pacini, pur non amatissimo dall’establishment, possa in fondo tornare utile per sottrarre voti a sinistra a Majorino e quindi favorire la vittoria di Calabresi, che piace alla maggior parte delle correnti del partito.

Il nodo di Azione
Calabresi piace molto anche ad Azione: «È un ottimo candidato e può allargare di molto il bacino elettorale del centrosinistra», spiega a Lettera43 Fabrizio Benzoni, vicecapogruppo alla Camera e segretario lombardo. Già, ma da che parte si schiera il partito di Calenda? «La questione nazionale e quella milanese sono molto diverse», prosegue Benzoni. «A Milano siamo nella maggioranza che sostiene Sala e dobbiamo ragionare su chi sia la persona giusta con la quale continuare. A nostro avviso le primarie sono uno strumento inadatto per sceglierla, perché premiano chi ha più consenso interno, ma non necessariamente chi ha più chance di vincere le elezioni vere. In campo nazionale è più logico che ci siano le primarie, perché esiste una coalizione. Tuttavia, noi ne siamo fuori: siamo estranei al campo largo e ci presenteremo da soli, col nostro progetto centrista».

Le richieste di Calenda a Milano e la partita nazionale
Non è quindi facile per il Pd tenere le fila di un quadro un po’ schizofrenico. A Milano, Azione ha un peso specifico rilevante, stimato intorno al 10 per cento, e vuole farlo pesare chiedendo almeno una presidenza di Municipio (si parla molto dell’1, il centro storico), se non quell’assessorato che da Sala non ha mai ottenuto. Non solo: di fronte alla prospettiva che la maggioranza si allarghi al M5s e a Rifondazione Comunista – le trattative sono già in fase avanzata – i calendiani storcono il naso e si chiedono perché imbarcare chi ha sempre criticato la Giunta in carica. A Roma, invece, Elly Schlein non può contare sui voti di Calenda: pochi o tanti che siano, non saranno appannaggio del campo largo e quindi aiuteranno Giorgia Meloni, nemmeno troppo indirettamente. Il tutto, ovviamente, al netto di una legge elettorale che ancora non è stata approvata. Se restasse in vigore il Rosatellum, lo scenario più probabile in tutti i sondaggi è quello di un sostanziale pareggio che renderebbe il Paese ingovernabile, se non con le solite alchimie tecno-centriste di palazzo. E qui Calenda ci sguazzerebbe.

Lo snodo di Schlein: via libera a Milano, giochi aperti su Roma
Da tempo, quindi, il Nazareno invita i referenti locali a prendere tempo. Coinvolgere il M5s nella partita milanese è facile (in riva al Naviglio ha sempre avuto pochi consensi), ma non risolutivo, vista la complicazione del quadro nazionale. Si spiega anche così un attendismo che ha alzato la tensione interna, a tutto discapito di ragionamenti un po’ più lungimiranti sul futuro della città. Ancora più teso è il clima romano. Elly Schlein guida il partito grazie a un esercizio della leadership paziente e oculato, che finora le ha consentito di governare i bollenti spiriti delle sue varie anime. L’equilibrio è comunque sempre precario e nella sfida con Giorgia Meloni si gioca davvero tutto: in caso di fallimento, sarebbe scontato l’assalto sia da parte dei capicorrente che fino a qui l’hanno sostenuta, sia degli aspiranti successori, da Silvia Salis a Giorgio Gori. La via d’uscita è però scritta. Schlein si sfilerà da una scelta d’imperio su Milano, lasciando che le primarie decidano per lei chi dovrà candidarsi per Palazzo Marino. Il tempo stringe e la Festa dell’Unità meneghina di settembre sarà certamente lo spartiacque. In questo modo, la segretaria avrà tempo e mani libere per lavorare sulla composizione del difficile puzzle che porterà alle elezioni politiche del 2027 e per cercare di arginare le fughe in avanti di Giuseppe Conte.




