Perché il congresso convocato da Salvini è un colpo di scena dal finale già scritto

C’è chi lo ha già ribattezzato «congresso truffa», scelbianamente parlando. Con un coup de théâtre dal palco di Pontida, Matteo Salvini ha annunciato che convocherà un congresso federale straordinario a ottobre. La mossa ha spiazzato il fronte dei ‘nordisti’ che da settimane chiede un suo passo di lato e, invece, si ritroverà un segretario che si presenta all’assise con un vantaggio schiacciante. Non vi sarà, infatti, alcuna elezione di nuovi delegati: i partecipanti saranno gli stessi di Firenze. Il consiglio federale dovrà decidere le modalità e le regole di svolgimento dell’assemblea. Ma è chiaro fin dalla vigilia che, se si tratterà – come sembra – di un’assise elettiva, non dovrebbe esserci spazio per esprimere una candidatura alternativa a quella dell’attuale segretario.

Perché il congresso convocato da Salvini è un colpo di scena dal finale già scritto
Matteo Salvini a Pontida (Imagoeconomica).

Perché la riconferma di Salvini pare già scritta

L’assemblea – stando a quanto risulta a L43 – dovrebbe essere convocata a fine ottobre, al più tardi a inizio novembre. Non essendoci tempo di eleggere nuovi delegati, parteciperanno quelli scelti un anno e mezzo fa, nell’aprile 2025, che rispondono in maggioranza a Salvini. Insomma, il leader della Lega non rischierebbe nulla, anzi sembra aver inaugurato una nuova categoria di congresso: la parola chiave che si usa in queste ore non è infatti assemblea elettiva ma «confermativa». Una sorta di referendum il cui risultato pare già scritto: il segretario si prepara alla riconferma (Salvini ha già parlato di «alzata di mano») per poi autorizzare le “purghe” contro i “ribelli”. Uno scenario che smonta la tesi – sostenuta a gran voce fino a ieri – che la leadership di Salvini non si potesse mettere in discussione in quanto appena rieletto segretario. Se il fu capitano fosse così saldamente al comando del partito, si chiedono i più scettici, perché cercare una riconferma?

Perché il congresso convocato da Salvini è un colpo di scena dal finale già scritto
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Perché il congresso convocato da Salvini è un colpo di scena dal finale già scritto
Perché il congresso convocato da Salvini è un colpo di scena dal finale già scritto
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Perché il congresso convocato da Salvini è un colpo di scena dal finale già scritto
Perché il congresso convocato da Salvini è un colpo di scena dal finale già scritto

La ‘guerra’ dei colori e degli slogan

Allo stesso modo non dà prova di forza un vicepremier e ministro che insiste nell’attacco sguaiato ai media (questa volta è toccato a Paolo Berizzi di Repubblica che si è preso del «prezzolato», «mistificatore» e «inventore») che cercano di restituire la cronaca delle divisioni interne alla Lega, esplicitate peraltro come mai prima d’ora sul palco di Pontida, dai lombardi Massimiliano Romeo e Attilio Fontana, e da alcuni degli amministratori, come Maurizio Fugatti e Luca Zaia. Divisioni rese plastiche dall’arrivo in squadra sul pratone di Zaia, Fontana, Fugatti e Massimiliano Fedriga, oltre che dalla ‘guerra’ di colori tra t-shirt blu pro-Salvini e magliette verdi con scritto “Lega Nord fino alla morte”, e dai cori opposti, con i salviniani Eugenio Zoffili e Fabrizio Cecchetti a scandire al megafono sotto il palco «C’è solo un capitano» e i bergamaschi agguerriti in difesa di Romeo con fumogeni verdi al grido di «secessione». Insomma, un popolo, quello di Pontida, diviso, e apparentemente meno numeroso degli anni scorsi, con i gazebo e i capannoni dell’area ristoro raddoppiati per coprire i vuoti sul ‘sacro prato’.

Perché il congresso convocato da Salvini è un colpo di scena dal finale già scritto
Luca Zaia, Attilio Fontana, Maurizio Fugatti, Massiliano Fedriga a Pontida (Ansa).

L’unica mossa dei critici è una mozione di minoranza

Le fratture interne non sono state placate neanche dal commosso omaggio corale a Umberto Bossi, scomparso a marzo, cui è stato dedicato ufficialmente il pratone, né dal ritorno del Va’ pensiero, inno simbolo degli anni del nordismo. Divisioni che riecheggiano anche negli interventi di due big come Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti. Il primo ha avvertito che nella Lega non c’è spazio per i «fratelli coltelli», mentre il secondo ha ribadito che il modello non è quello di «Caino e Abele» ma di «un popolo che ha giurato di stare assieme e di combattere per un risultato». Alla fine, ancora una volta Salvini ha avuto la meglio e si è imposto sui critici ai quali rimane solo – anticipano fonti qualificate a L43 – la presentazione di una «mozione di minoranza» al congresso. Ma quanto potrà durare? E quanto questo immobilismo indebolirà ancora il partito, e, di riflesso, la coalizione di centrodestra e il governo?

Perché il congresso convocato da Salvini è un colpo di scena dal finale già scritto
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Ed Sheeran e Al Bano, quando la musica cala le braghe e ignora le cause politiche

Toccate tutto a Ed Sheeran, ma non il conto in banca. A far saltare la messinscena da bravo ragazzo della porta accanto, tutto chitarra acustica, maglioncini e buoni sentimenti, ci ha pensato il suo stesso opening act, quel rapper Macklemore che ha rifiutato la parte dell’intrattenitore muto e che sul palco americano del MetLife Stadium ha osato pronunciare: «Free Palestine». Apriti cielo. Un’entrata a gamba tesa che ha fatto venire un attacco di panico fulmineo ai padroni della baracca.

Robert Kraft, uno che con la sua fondazione foraggia i Friends of the Idf (raccogliendo fondi per l’esercito israeliano) e che si ritrova proprietario del Gillette Stadium (tappa della tournée), ha alzato il telefono dettando il ricatto: o cacciate il sovversivo o vi scordate le chiavi per il resto del giro.

Ed Sheeran e Al Bano, quando la musica cala le braghe e ignora le cause politiche
Il businessman americano Robert Kraft (foto Ansa).

Inutile offrire 2 milioni di tasca propria per mediare privatamente

Davanti all’ultimatum commerciale dei miliardari della NFL, il menestrello rosso si è preso un colpo di strizza epocale e si è comportato come il più ubbidiente dei contabili di fronte a un controllo fiscale. Prima ha provato a lavarsi la coscienza offrendo 2 milioni di tasca sua per mediare privatamente con Kraft, poi, incassato il no della lobby di Miriam Adelson (finanziatrice degli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata), ha calato le braghe senza battere ciglio, licenziando il collega e nascondendosi dietro un post su Instagram che parla di una neutralità necessaria per «non ferire nessuno».

Ed Sheeran e Al Bano, quando la musica cala le braghe e ignora le cause politiche
Donald Trump con Miriam Adelson (foto Ansa).

Eppure sull’Ucraina Ed non aveva avuto problemi a schierarsi

Peccato che la favoletta del reuccio apolitico che piange per entrambe le parti diventi una barzelletta di pessimo gusto quando si spulciano gli archivi. Quattro anni fa la prudenza andò felicemente in vacanza a Varsavia per il Concert for Ukraine, con tanto di esibizione sotto il bandierone del gruppo musicale degli Antytila a favore delle telecamere occidentali. Evidentemente la morale si applica a giorni alterni e si prende una pausa solo quando il sistema dà il via libera.

Ed Sheeran e Al Bano, quando la musica cala le braghe e ignora le cause politiche
I membri della band ucraina Antytila posano con le armi nel 2022 (foto Ansa).

Crollo d’immagine verticale e 150 mila follower persi in ventiquattr’ore

Stavolta, però, il servilismo da botteghino ha fatto terra bruciata. Finneas, la folk band Beoga e l’intero entourage dei musicisti di supporto lo hanno piantato in asso, rifiutando di fare da comparse al servizio di un miliardario terrorizzato dalle penali. Un crollo d’immagine verticale certificato da 150 mila follower persi in ventiquattr’ore, dalle radio che cancellano i suoi singoli e dagli schiaffi pubblici di Roger Waters, che lo ha liquidato con un micidiale: «Ed chi? Sei solo un piccolo stronzo che fa la cosa sbagliata».

Ed Sheeran e Al Bano, quando la musica cala le braghe e ignora le cause politiche
Il cantante Finneas (foto Ansa).

Al Bano, dopo i brindisi con Putin, riscuote il suo gettone a Tel Aviv

Intanto, mentre l’inglesino piange le perdite sul tabulato dei rimorsi, l’inossidabile Al Bano spaccia per “missione umanitaria” un ricco gettone d’oro a Tel Aviv. Senza mostrare la minima esitazione, la voce più potente della Puglia ha continuato a battere cassa intonando la solita Felicità per una platea disposta a pagare biglietti salatissimi pur di dimenticare la cronaca bellica. Del resto, per chi ha costruito una fortuna facendo il pieno di rubli nei palazzetti di Mosca e collezionando brindisi privati con Vladimir Putin prima che le black list di Kyiv diventassero un fastidio, i veti fanno appena il solletico.

Ed Sheeran e Al Bano, quando la musica cala le braghe e ignora le cause politiche
Al Bano brinda insieme a Viktor Orbán e Vladimir Putin (foto Ansa).

Proprio in quei giorni, però, il leone di Cellino San Marco, abituato a trattare le frontiere del Pianeta come semplici recinzioni del suo vigneto, si è ritrovato messo alla porta dal suo stesso sangue, cancellato senza troppi complimenti dal banchetto delle nozze-bis della figlia Cristel. Una purga domestica servita fredda dalle eterne ostilità con Romina Power. Ma i Carrisi sanno come trasformare un’umiliazione privata in un risarcimento pubblico da milioni di telespettatori.

Carlo Conti sistema la legge eterna della dinastia

Ci ha pensato il Signore di Firenze, Carlo Conti, che per anni gli ha sbarrato la porta dell’Ariston, a saldare i conti in sospeso con la Rai. Jasmine, che ha fatto i provini di nascosto da papà, si è presa il posto fisso a Tale e Quale Show, dimostrando la legge eterna della dinastia: se il vecchio viene cacciato dal portone, la nuova leva impara subito a intrufolarsi dalla finestra.

Ed Sheeran e Al Bano, quando la musica cala le braghe e ignora le cause politiche
Jasmine Carrisi durante il photocall di presentazione dell’edizione 2026 di Tale e quale Show (foto Ansa).

La morale di questa doppia recita restituisce la fotografia esatta del music business ridotto a mero opportunismo monetario. Da una parte c’è il colosso anglosassone che scappa a nascondersi dietro lo schermo protettivo di uno smartphone, terrorizzato all’idea di veder scendere le quotazioni aziendali del suo nome per aver barattato la sua dignità. Dall’altra c’è l’autarchia contadina del Re delle Puglie, che se ne frega dei venti di guerra, salvo poi scoprire che puoi anche fare il leone in Medio Oriente, ma resti comunque il bersaglio preferito delle faide del tuo stesso giardino di casa.

La corsa all’IA vuole rallentare, ma cosa succede se frenano anche i mercati?

Negli ultimi anni ci siamo raccontati grosso modo questa storia: più intelligenza artificiale, più investimenti, più chip, più modelli, più potenza di calcolo, più ricchezza. La narrazione ha funzionato al punto che AI-first è diventato uno dei modi più semplici per descrivere una trasformazione destinata a investire interi settori.

Rallentare il ritmo dello sviluppo, senza interrompere il progresso

Ora, però, qualcosa sembra cambiare. Alcuni dei protagonisti dell’industria hanno iniziato a chiedere di moderare il ritmo dello sviluppo, sostenendo che la corsa possa diventare difficile da governare. Il 12 settembre Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha pubblicato un lungo intervento nel quale sostiene che il ritmo con cui migliorano le capacità dei modelli più avanzati debba essere rallentato deliberatamente, senza però interrompere il progresso.

La corsa all’IA vuole rallentare, ma cosa succede se frenano anche i mercati?
Dario Amodei (Ansa).

In pratica, Amodei propone valutatori indipendenti con accesso ai sistemi paragonabile a quello dei dipendenti interni, standard di sicurezza comuni tra le aziende e una forma di coordinamento internazionale. In altre parole, il capo di una delle aziende che competono più intensamente sulla frontiera tecnologica sostiene che sia necessario correre in modo più controllato. La proposta ha ricevuto il sostegno di Sam Altman, co-fondatore e ad di OpenAI, e di Elon Musk, tra le altre cose capo di xAI. Il ceo di Meta Mark Zuckerberg ha invece difeso un approccio più affidato alla responsabilità individuale dei laboratori e agli incentivi del mercato, contestando la necessità di una frenata coordinata.

La corsa all’IA vuole rallentare, ma cosa succede se frenano anche i mercati?
La corsa all’IA vuole rallentare, ma cosa succede se frenano anche i mercati?
La corsa all’IA vuole rallentare, ma cosa succede se frenano anche i mercati?

Il tema ha rapidamente superato i confini dei laboratori, coinvolgendo la politica e innervosendo i mercati. Se negli Stati Uniti i democratici hanno di fatto appoggiato Amodei, primi fra tutti Barack Obama e Kamala Harris, il presidente Donald Trump si è detto invece contrario. Nel frattempo, sui mercati, il 14 settembre Nvidia è scesa di circa il 2-3 per cento nel pre-market, mentre i future sul Nasdaq 100 sono arrivati a perdere circa l’1,8 per cento. Le perdite si sono poi ridotte: il Nasdaq ha chiuso la seduta in calo dello 0,56 per cento.

La corsa all’IA vuole rallentare, ma cosa succede se frenano anche i mercati?
Barack Obama con Kamala Harris (foto Ansa).

Il movimento è stato associato alle preoccupazioni sull’impatto di un’eventuale decelerazione della spesa per l’infrastruttura IA, ma nello stesso giorno hanno pesato anche il rialzo del petrolio, i rendimenti obbligazionari e le attese sulle decisioni della Federal Reserve, la banca centrale americana. Il nervosismo è comprensibile. Negli ultimi anni moltissime aziende hanno costruito il loro posizionamento sulla velocità: trasformazione, discontinuità, vantaggio del first mover, nuovi modelli, nuovi agenti, nuovi data center. Insomma, la velocità era la promessa di valore.

Il problema diventa la coerenza del racconto

Agli investitori però non piacciono le sorprese. Quanto è credibile chiedere di andare più piano mentre si prepara una delle più grandi operazioni finanziarie mai viste nel settore? Anthropic avrebbe scelto il Nasdaq per una possibile quotazione. Qui la questione smette di essere soltanto tecnologica. Infatti, se un’azienda dice contemporaneamente «dobbiamo rallentare» e «stiamo costruendo un business da migliaia di miliardi», il problema diventa la coerenza del racconto. E se il racconto non convince, i capitali possono diventare più selettivi.

La corsa all’IA vuole rallentare, ma cosa succede se frenano anche i mercati?
Intelligenza artificiale (Pixabay).

Se il capitale tira il freno a mano, i primi progetti a essere messi in discussione potrebbero essere quelli nei quali l’IA è soprattutto una promessa fatta di trasformazioni annunciate prima ancora di essere comprese, di investimenti giustificati più dalla paura di restare indietro che da un bisogno preciso, da applicazioni difficili da collegare a risultati concreti, da impatti nella vita quotidiana di cui non si conosce la portata.

Decelerazione e crescita finanziaria sono questioni compatibili?

Come sempre, è una questione di fiducia, e la fiducia si costruisce nel tempo, quando il comportamento segue in modo coerente le parole. Questo rende credibili le parole. Al momento, il dato concreto è che la stessa azienda che invita il settore a riflettere sulla velocità dello sviluppo si prepara a una possibile quotazione di dimensioni straordinarie. Alcuni analisti considerano il rallentamento e la crescita finanziaria due questioni compatibili. Altri vi vedono una contraddizione.

Il prossimo capitolo della corsa all’IA potrebbe essere meno spettacolare

A fare la differenza sarà la capacità di Anthropic, e dell’intero settore, di spiegare con precisione che cosa significhi andare più adagio, quali attività debbano essere rallentate e quali, invece, possano continuare a crescere. Per questo il prossimo capitolo della corsa all’intelligenza artificiale potrebbe essere meno spettacolare del precedente, ma molto più importante. Si tratterà di chi riuscirà a dimostrare che quella potenza produce valore senza chiedere agli altri di sospendere il proprio giudizio. Perché quando il capitale è abbondante, quasi ogni promessa può sembrare plausibile. Ma quando il capitale diventa più selettivo, le promesse devono cominciare a dimostrare qualcosa. E forse è proprio questa la prossima frontiera dell’intelligenza artificiale: costruire organizzazioni alle quali le persone continuino a credere mentre corrono.

Il turismo per rilanciare economia e consumi: l’ultima sfida di Pechino

Le antiche città dell’impero, le metropoli futuristiche, i paesaggi rurali e i luoghi simbolo della Rivoluzione comunista. La Cina punta forte sul turismo per rilanciare l’economia nazionale e stimolare i consumi interni. Negli ultimi mesi Pechino ha ampliato le politiche di esenzione dal visto, esteso il numero degli Stati beneficiari e lavorato all’apertura di nuove rotte aeree internazionali, oltre ad aver incrementato i collegamenti già esistenti. L’intenzione è chiara: trasformare il Paese in una “potenza turistica” entro il 2030.

Entro il 2030 potrebbero raggiungere il 6,7 per cento del Pil

Nel 2025 la Cina ha registrato 154,5 milioni di arrivi dall’estero (+17,1 per cento su base annua) che hanno generato un giro d’affari pari a 131,1 miliardi di dollari (+39,2 per cento). Nel prossimo quinquennio il Dragone vuole raggiungere i 190 milioni di ingressi internazionali annui, con una spesa complessiva superiore ai 150 miliardi, e almeno 8,3 miliardi di viaggi interni. Questi numeri, nelle intenzioni del governo, dovrebbero rendere il turismo uno dei settori trainanti dell’economia. Morgan Stanley ha stimato che i ricavi complessivi del turismo in Cina, comprendendo sia i visitatori domestici sia stranieri e i viaggi di lavoro, rappresenteranno il 6,7 per cento del Pil entro il 2030 (contro il 4,8 per cento del 2024).

Il turismo per rilanciare economia e consumi: l’ultima sfida di Pechino
Lo skyline di Shanghai (Ansa).

Più esenzioni dal visto per incrementare gli arrivi stranieri

Una delle misure più importanti adottate dal governo di Xi Jinping per incentivare il turismo è stata l’ampia estensione delle esenzioni dal visto. La misura riguarda oggi oltre il 77 per cento degli arrivi esteri. Nei primi sei mesi del 2026 questa politica ha contribuito a far crescere del 20,4 per cento su base annua il numero di ingressi di cittadini stranieri in Cina, arrivati a quota 22,9 milioni. Pechino spera che questi visitatori spendano il più possibile e che tornino a casa con un’impressione positiva del Paese.

Il turismo per rilanciare economia e consumi: l’ultima sfida di Pechino
Xi Jinping (Ansa).

La scommessa del “turismo rosso”

I turisti internazionali sono soliti visitare le grandi città, dalla capitale Pechino all’avveniristica Shanghai, passando per la cyberpunk Chongqing, ma anche mete classiche come la Grande Muraglia o l’Esercito di terracotta. I turisti cinesi stanno invece alimentando il cosiddetto hongse luyou, il turismo rosso che richiama milioni di visitatori in siti, musei e località collegate alla storia del Partito, alla Rivoluzione e alla nascita della Repubblica Popolare. Le mete più gettonate includono Yan’an, base del Partito durante la guerra civile, Shaoshan, città natale di Mao Zedong, Jinggangshan, uno dei luoghi simbolo della rivoluzione comunista, e Nanchang, legata alla nascita dell’Esercito Popolare di Liberazione. Non esiste una statistica nazionale omogenea in grado di quantificare il fenomeno nel suo complesso. Il ministero della Cultura e del Turismo lo calcola tra i viaggi domestici che nel 2025 hanno generato una spesa di circa 900 miliardi di dollari.

Il turismo per rilanciare economia e consumi: l’ultima sfida di Pechino
L’Esercito di terracotta (Ansa).

I viaggiatori spendono ancora troppo poco

Nonostante i numeri incoraggianti, resta un problema: i viaggiatori spendono ancora troppo poco. Secondo una ricerca di Trip.com citata dal Wall Street Journal, nel 2025 i visitatori stranieri hanno speso in media circa 2.200 dollari a testa: una cifra considerevole ma inferiore ai due terzi della spesa media sostenuta dai turisti stranieri negli Stati Uniti. Sul fronte interno non va meglio: nella prima metà del 2026 sono stati effettuati 3,5 miliardi di viaggi domestici, in aumento del 5,4 per cento su base annua, ma la spesa è cresciuta appena del 2 per cento raggiungendo circa 478 miliardi di dollari. Ancora troppo poco per considerare il turismo un vero volano per l’economia.

A destra il fantasy, a sinistra l’utopia: quando la politica deforma la realtà

Se il fantasy, come si sa, è il genere letterario d’elezione della destra italiana (e non solo italiana), quale potrebbe essere quello della sinistra? Forse l’utopia. Naturalmente si tratta di un gioco, ma i giochi, quando funzionano, qualche volta scoprono parentele che il linguaggio più serioso lascia nascoste. D’altra parte, il rapporto di una parte della destra italiana con l’immaginario fantastico ha una storia precisa, dai Campi Hobbit ad Atreju. Per i dirimpettai, l’utopia, intesa come capacità di giudicare l’esistente alla luce di un ordine possibile che ancora non c’è, appartiene da secoli all’armamentario del progressismo.

A destra il fantasy, a sinistra l’utopia: quando la politica deforma la realtà
Giorgia Meloni ad Atreju (Ansa).

Se le forme narrative pretendono di farsi realtà

Né l’una né l’altro costituiscono, di per sé, un vizio. L’utopia è una critica permanente allo status quo. Impedisce che il presente acquisti abusivamente la dignità del necessario: senza il sogno di un mondo finalmente liberato dal male, probabilmente parte considerevole delle conquiste moderne sarebbe stata impensabile. Il mito, a sua volta, non è semplicemente una menzogna: offre immagini attraverso le quali una comunità interpreta se stessa. Una politica completamente priva di immaginazione sarebbe poco più che amministrazione. I problemi cominciano quando queste forme narrative pretendono di farsi realtà.

L’idealismo e il perfettismo morale rischiano di azzerare la concretezza

L’utopia progressista corre il rischio di guardare ciò che esiste solo dal punto di vista di ciò che dovrebbe esistere, fino a fare strame della concretezza. Si pensi a un certo pacifismo: la pace, che dovrebbe costituire il problema politico per eccellenza – quali condizioni, quali equilibri, quale deterrenza possano renderla possibile – diventa talvolta una sorta di principio astratto sordo ai bisogni delle vittime. Se la guerra è il male, sottrarsi alla guerra sembra già produrre la pace. Ma tra il rifiuto della violenza e la costruzione di un ordine che impedisca al più forte di imporla esiste precisamente lo spazio della politica. Qualcosa di simile affiora in alcune declinazioni della cosiddetta cultura woke (categoria certamente imprecisa) al fondo della quale, tuttavia, è possibile riconoscere un impulso tipicamente utopico in forza del perfettismo morale che la abita, e che ne favorisce i tratti forsennatamente inquisitori e pedagogici. Per tacere poi degli oggettivi problemi connessi alla possibilità di una società universalmente inclusiva – conflitti di valori, frizioni culturali, segregazione – sovente sminuiti in nome di una fratellanza universale meritoriamente immaginata ma ancora faticosamente in costruzione.

A destra il fantasy, a sinistra l’utopia: quando la politica deforma la realtà
Alexandria Ocasio-Cortez ha appoggiato Zohran Mamdani (foto Ansa).

Gli archetipi della destra e la semplificazione del presente

Il fantasy della destra compie un’operazione quasi opposta. Non proietta anzitutto il presente verso ciò che ancora non esiste: tende piuttosto a conficcare nella complessità del presente figure antiche e immobili. Il popolo e lo straniero, il confine e l’invasore, la patria minacciata, la decadenza e la rinascita. Sono archetipi potenti anche perché semplificano: raccolgono fenomeni eterogenei e li fanno entrare in una trama immediatamente riconoscibile. L’immigrazione offre forse l’esempio più evidente. È un problema politico reale, che investe frontiere, integrazione, lavoro, sicurezza, demografia e identità culturale. Ma quando la trasformazione demografica viene narrata attraverso le categorie dell’“invasione” o della “sostituzione”, il fenomeno cambia natura: non abbiamo più soltanto persone che arrivano, istituzioni che devono governare flussi e società che cambiano, ma un Noi e un Loro, un territorio da difendere, una comunità minacciata nella propria continuità. Anche una certa idea della pace in salsa sovranista conserva qualcosa di questa grammatica: popoli nuovamente padroni del proprio destino, ciascuno entro i propri confini, potrebbero finalmente liberarsi dalle pretese universalistiche e dalle guerre delle élite. Ma proprio l’archetipo rischia di nascondere ciò che la storia mostra: le nazioni non smettono di avere interessi incompatibili per il fatto di essere più sovrane. Una somma di egoismi non genera magicamente l‘armonia.

A destra il fantasy, a sinistra l’utopia: quando la politica deforma la realtà
Una foto di gruppo dei Patrioti europei sul palco in PIazza Duomo (Imagoeconomica).

L’utopia può dimenticare il limite, il fantasy lo irrigidisce

Utopia e fantasy deformano dunque il mondo in direzioni differenti. L’utopia rischia di sottrarre alla realtà ciò che resiste al possibile immaginato; il fantasy di aggiungervi una struttura archetipica che rende tutto più schematico di quanto realmente sia. L’una può dimenticare il limite, l’altro può irrigidirlo. In entrambi i casi, c’è una forma di violenza che viene fatta alla realtà, che diventa violenza sulle persone. Posso lasciare indifese le vittime di un’aggressione imperialista, in nome di una pace utopicamente intesa. Oppure posso disinteressarmi del destino di uomini e donne abusati, torturati, affamati, perché non sono parte della mia etnia, facendo dell’appartenenza concreta il criterio per stabilire quali vittime debbano interessarci di più. Così, a sinistra come a destra, si muove guerra alla realtà, in nome di due tipi di fantasia diversi. La politica, forse, ha bisogno di entrambi i movimenti e deve diffidare di entrambi. Deve immaginare ciò che non esiste ancora senza pretendere che il mondo obbedisca al desiderio. Deve custodire appartenenze e simboli senza trasformare la storia in una saga di eroi, invasori e traditori.

Servizi: The Dog Stars – Le Stelle dopo la fine è un film sulla speranza, parola di Ridley Scott

The Dog Stars – Le Stelle dopo la fine è un film sulla speranza, parola di Ridley Scott

Il regista di Blade Runner racconta come è nato il progetto della pellicola tratta dal romanzo di Peter Heller, con protagonisti Jacob Elordi e Josh Brolin.

di Redazione

A metà tra il thriller e il genere “sopravvissuti in un mondo devastato”, la pellicola The Dog Stars – Le Stelle Dopo la Fine, tratto dall’omonimo romanzo di Peter Heller del 2012 (in Italia lo ha pubblicato Rizzoli con il titolo Le stelle del cane), segna il ritorno di Ridley Scott alla fantascienza. Lo stesso regista di Blade Runner aveva annunciato il suo ritorno alla science fiction nel novembre del 2024, senza però specificare nulla in proposito. Scritto da Mark L. Smith e Christopher Wilkinson, vanta un cast di prim’ordine, con attori del calibro di Jacob Elordi, Josh Brolin, Margaret Qualley, Guy Pearce, Benedict Wong e Allison Janney. Il film è stato girato interamente in Italia, tra i set di Cinecittà e location a... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Cinema - 20 settembre 2026 - articolo di Redazione

Editoriali: La fantascienza come strumento d’indagine politica, sociale ed esistenziale

La fantascienza come strumento d'indagine politica, sociale ed esistenziale

di Arturo Fabra

Questa estate 2026 non si è infiammata solo di caldo africano, ma anche di polemica fantascientifica, suscitata da un primo articolo di Mauro Covacich su La Lettura de "Il Corriere della Sera" che, pur ammettendo i propri limiti di competenza, è stato un perfetto agent provocateur (colpevole di aver indicato la fantascienza come genere che “prevede il futuro” e sbaglia a farlo) suscitando qualche settimana di discussione. Alla fine, il 12 Luglio, Nicoletta Vallorani, sul medesimo periodico, ha pubblicato il suo contributo in merito alla discussione. Questo articolo prende le mosse dal passaggio finale del suo ottimo articolo.   “Ci sarebbe moltissimo da dire su tutto questo, ma per ora mi basta gettare i semi che, a quanto vedo, stanno già... - Leggi l'articolo

 

Notizie - Dall'Italia - 20 settembre 2026 - articolo di Arturo Fabra

Racconti: Eden

Eden

di Ida Auletta

La Sirio avviò la manovra d’attracco verticale e la sabbia prese a vorticare, bistrattata dalla propulsione dei reattori. Il velivolo si adagiò lieve sulla spiaggia, i motori si spensero e il portello si aprì. La vista dall’hangar mostrava dune sabbiose delimitate da braccia scoscese di roccia che terminavano a picco nel mare, sulle quali proliferava una vegetazione rigogliosa, quasi opprimente. Sei led di colore verde si accesero in sequenza, lampeggiando sul display dell’olopad incastonato nel torace di Vega, l’umanoide dall’aspetto femminile, dotato di intelligenza artificiale. Rivestita della stessa tuta indossata dal ricognitore Nathan Dale, disceso lungo la rampa di accesso all’hangar, immediatamente dopo Vega. –... - Leggi l'articolo

 

Notizie - Racconti brevi - 20 settembre 2026 - articolo di Ida Auletta

Radio Libera Albemuth : Fantascienza e fastidio: elogio del personaggio insopportabile

Una rubrica sui topos della fantascienza, alla segnalazione di opere particolarmente interessanti di cinema/libri/anime alla riflessione aperta sullo scrivere fantascienza (worldbuilding, coerenza scientifica, ecc…).

di Andrea Cattaneo

Ubik di Philip K. Dick Joe Chip, all’inizio di Ubik, è al verde e deve aprire la porta di casa ma, per riuscirci, la porta gli ricorda che deve infilare una moneta da cinque centesimi nell’apposita fessura. Ovviamente Joe non ha quei soldi e si mette a discutere. La porta gli ricorda gli impegni contrattuali sottoscritti compreso l’obbligo di pagare. Ma con la porta chiusa noi lettori non avremmo superato nemmeno il capitolo 3 del libro e quindi facciamo il tifo per Joe anche se, dai come fa a non avere nemmeno quei maledetti cinque centesimi!? È una scena fastidiosa. E il fastidio non viene dalla porta, viene da Joe Chip: un disgraziato che fa perdere tempo a noi lettori interessati a scoprire cosa diavolo sia questo “ubik”. Naturalmente... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Radio Libera Albemuth - 20 settembre 2026 - articolo di Andrea Cattaneo

Inside Science Fiction: Crash

Crash

L’erotizzazione dell’automobile raccontata da J. Ballard.

di Antonino Fazio

Nel romanzo Crash (1973) di James Ballard, trasposto in film nel 1996 da David Cronenberg, il protagonista (che ha lo stesso nome dell’autore) trasporta il lettore in una fantasia disturbante, in cui gli incidenti automobilistici, che sono anche scontri tra umani e macchine, vengono erotizzati dai personaggi, in quello che Freud definirebbe un “impasto pulsionale” tra libido sessuale e istinto di morte. In un suo articolo del 1976 (in Simulacra and Simulation, 1981, trad. 1994), Jean Baudrillard ha scritto che si deve resistere alla tentazione moralistica di pensare che quello di Ballard sia il racconto di una perversione, anche andando contro il parere dello stesso autore. Chi dei due ha ragione? Entrambi, probabilmente. Per Baudrillard, il romanzo descrive (non a... - Leggi l'articolo

 

LIBRI - Inside Science Fiction - 20 settembre 2026 - articolo di Antonino Fazio

Oltre il Cielo: Il Presidio delle Nazioni: storia e anatomia della Stazione Spaziale Internazionale

Il Presidio delle Nazioni: storia e anatomia della Stazione Spaziale Internazionale

Nata dalla Guerra Fredda, oggi la Internationa Space Station è l'avamposto umano nello spazio. 

di Vincenzo Graziano

Il nostro prossimo grande obiettivo è […] sviluppare la nuova frontiera: lo spazio. […] Stasera dirigo la NASA a sviluppare una stazione spaziale permanentemente abitata entro un decennio. […] Inviteremo i nostri amici e alleati a partecipare a questa sfida, affinché si possa rafforzare la pace e far prosperare la libertà…   Ronald Reagan, Discorso sullo Stato dell'Unione, 25 gennaio 1984   Se provate ad alzare gli occhi al cielo in una notte limpida, potreste vederla: una stella artificiale, luminosissima, che taglia il buio a ventisette mila chilometri orari. Quella scintilla d'acciaio che sfreccia a quattrocento chilometri sopra le nostre teste è la Stazione Spaziale Internazionale (ISS, International Space... - Leggi l'articolo

 

SCIENZA - Oltre il Cielo - 20 settembre 2026 - articolo di Vincenzo Graziano

CR7 e Cardinale soci nell’Al-Nassr, il disimpegno di Pif: che succede in Arabia?

La notizia è clamorosa, il contesto in cui si inserisce un po’ meno. Stando a quanto riferito dal sito del quotidiano sportivo portoghese A Bola, si starebbe apparecchiando un affare che riguarda il cambio di assetto proprietario di uno fra i principali club del massimo campionato saudita: e a essere coinvolti nel dossier sarebbero Cristiano Ronaldo e il patron del Milan, Gerry Cardinale, boss del gruppo RedBird Capital Partners.

Una delle quattro squadre sotto il controllo del Public Investments Fund

Il club in questione è l’Al-Nassr, quello da cui CR7 è tesserato dagli ultimi giorni del 2022. Per la cronaca, è una delle quattro squadre della Roshan League che a giugno 2023 – cioè sei mesi dopo l’atterraggio di Cristiano nel massimo torneo saudita – sono state portate sotto il controllo del Public Investments Fund (Pif), il principale braccio finanziario del regno saudita, investito della diretta responsabilità di sviluppare il torneo calcistico nazionale.

CR7 e Cardinale soci nell’Al-Nassr, il disimpegno di Pif: che succede in Arabia?
CR7 e Cardinale soci nell’Al-Nassr, il disimpegno di Pif: che succede in Arabia?
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CR7 e Cardinale soci nell’Al-Nassr, il disimpegno di Pif: che succede in Arabia?
CR7 e Cardinale soci nell’Al-Nassr, il disimpegno di Pif: che succede in Arabia?

Gli altri tre club allora coinvolti nell’operazione sono Al-Ahli, Al-Ittihad e Al-Hilal. Quello era il momento in cui il regno dispiegava il massimo sforzo politico ed economico nello sviluppo dello sport nazionale e, più nello specifico, del calcio come principale strumento di una politica di potenza internazionale. Da allora molte cose sono cambiate, sia nell’atteggiamento del governo saudita verso lo sport sia, soprattutto, nella megalomania della progettazione politico-economica della grandezza saudita. E il fatto che si proceda verso la messa sul mercato dei club controllati da Pif è un segnale di questo mutamento. Ma andiamo nel dettaglio.

Un consorzio di cinque investitori

L’articolo pubblicato dal sito del quotidiano portoghese parla di un’operazione da 100 milioni di dollari (92 milioni di euro) che vede la partecipazione di cinque investitori. Oltre a Cristiano Ronaldo e a Cardinale vengono infatti indicati tre imprenditori sauditi: Ibrahim Al-Muhaidib, Mohammed Al-Khereiji e Sharaf Al-Hariri.

Al-Muhaidib è un giovane quarantenne rampante che ha costruito la sua fortuna dapprima col business delle cliniche dentali (le notizie agiografiche narrano che, in questo settore, la trafila sia partita dal ruolo di receptionist all’età di 13 anni) per poi diversificare nei segmenti dell’hospitality e del real estate. A maggio del 2026 la rivista specializzata Forbes gli accreditava un patrimonio personale da 2,1 miliardi di dollari.

Confermata la presenza di CR7 tra gli investitori

Dell’Al-Nassr è stato presidente per un breve periodo, nel 2024. E già a giugno il suo nome era stato fatto come possibile acquirente della quota di maggioranza (70 per cento) che Pif sarebbe intenzionato a vendere. Fra le indiscrezioni che in quella fase erano state fatte c’era anche quella sulla possibile presenza di CR7 tra gli investitori: cosa che, a tre mesi di distanza, verrebbe confermata.

CR7 e Cardinale soci nell’Al-Nassr, il disimpegno di Pif: che succede in Arabia?
CR7 in azione con la maglia dell’Al-Nassr (foto Ansa).

Per quanto riguarda Al-Khereiji, si tratta di un 38enne a capo di un conglomerato (l’Al-Khereiji Group) il cui settore prevalente è quello della comunicazione e dei media. Da poco più di un anno Al-Khereiji si è radicato nel mondo del calcio, avendo acquisito un club della serie B spagnola: l’Almeria. Manco a farlo apposta, è il club di cui Cristiano Ronaldo ha rilevato una quota del 25 per cento nel mese di febbraio.

Il più anziano dei tre è Al-Hariri (classe 1971), che gestisce un colosso degli investimenti globali (Hozon Holding) e ha la passione per i cavalli, ma non disdegna il pallone.

Il tentativo di disimpegno di Pif nel mondo dello sport

Questa formazione sarebbe pronta a rilevare da Pif il club che ha vinto l’ultima edizione del campionato saudita. Il fatto che uno dei possibili investitori sia anche un suo calciatore tesserato – anzi, il più importante calciatore della sua storia – è un’anomalia che passa abbastanza in secondo piano. Più interessante è comprendere il quadro economico di medio periodo in cui questa operazione avviene. Un quadro che segna il tentativo di disimpegno di Pif nel mondo dello sport.

CR7 e Cardinale soci nell’Al-Nassr, il disimpegno di Pif: che succede in Arabia?
Il principe saudita Mohammed bin Salman (foto Ansa).

La traiettoria dell’Al-Nassr è comune a quella degli altri tre club che erano finiti sotto la sfera d’influenza del fondo sovrano. Tra fine agosto e inizio settembre è stato perfezionato il trasferimento del 70 per cento dell’Al-Hilal (il club che ha affidato la panchina a Simone Inzaghi) a Kingdom Holding Company.

CR7 e Cardinale soci nell’Al-Nassr, il disimpegno di Pif: che succede in Arabia?
Simone Inzaghi, allenatore dell’Al-Hilal (foto Ansa).

L’Al-Nassr sarebbe il secondo club la cui maggioranza viene alienata. Anche Al-Ahli e Al-Ittihad sono posti sulla stessa rotta. Si tratta di dismissioni programmate che dicono più di quanto il fondo sovrano voglia lasciar trasparire. E il messaggio che se ne può ricavare è alquanto chiaro: dire che si era esagerato con le spese è persino un eufemismo. Adesso bisogna rientrare e gli attori dell’economia privata sono chiamati a farsi carico dei “gioielli di famiglia calcistici”, che si sono rivelati un lusso pacchiano.

Il progetto LIV Golf: un pozzo senza fondo chiuso da un giorno all’altro

Con una specificazione: che parlando di “attori privati”, a proposito dell’economia saudita, si deve usare qualche cautela definitoria. Sono tutti quanti più o meno legati alla mano munifica della corona e alle strutture di un’economia statale non ancora emancipata dal sistema dei clan: ne hanno beneficiato nel corso del tempo, dunque sono chiamati a caricarsi qualche fardello laddove sia necessario. Tornando a Pif, la dinamica del disinvestimento è ancora più chiara se si guarda all’abbandono del delirante progetto LIV Golf: un pozzo senza fondo chiuso da un giorno all’altro.

CR7 e Cardinale soci nell’Al-Nassr, il disimpegno di Pif: che succede in Arabia?
CR7 e Cardinale soci nell’Al-Nassr, il disimpegno di Pif: che succede in Arabia?
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CR7 e Cardinale soci nell’Al-Nassr, il disimpegno di Pif: che succede in Arabia?
CR7 e Cardinale soci nell’Al-Nassr, il disimpegno di Pif: che succede in Arabia?

Why, mister Cardinale?

In questo intreccio di miliardari sauditi, di multiproprietà calcistiche e di ex fuoriclasse del calcio che non vogliono rassegnarsi al fine carriera (l’altra sera CR7, oltre a subire una sconfitta 4-0 nella Champions asiatica per mano dell’Al-Ain, si è reso protagonista di una scena di nervosismo abbastanza ridicola), resta da capire a che pro il proprietario del Milan, Gerry Cardinale, entri nel business. Ha già dovuto costruirsi tutte le scappatoie possibili per sanare la posizione multiproprietaria coi francesi del Tolosa. E adesso vuole prendersi un giocattolo costosissimo in Arabia Saudita. Perché? Forse si sta lasciando ammaliare un po’ troppo dalle sirene portoghesi. Un giorno tirerà le somme e cercherà di capire se gli sarà convenuto.

Ral in chiaro: come la rivoluzione sugli stipendi cambia gli annunci di lavoro

Fino a pochi mesi fa, a chi si candidava per un posto di lavoro poteva succedere di sostenere uno o più colloqui, arrivando (quasi) alla fine della selezione senza neanche sapere quale sarebbe stata poi la sua retribuzione. Negli annunci abbondavano formule come «stipendio commisurato all’esperienza», «inquadramento da definire» o il sempreverde «Ral competitiva». Poi qualcosa è cambiato. E molto più rapidamente di quanto ci si potesse aspettare.

L’accelerazione coincide con l’entrata in vigore, il 7 giugno, delle nuove norme che recepiscono la direttiva europea sulla trasparenza retributiva e che, tra le altre cose, stabiliscono il diritto a conoscere il salario iniziale o la relativa fascia prima del colloquio, vietando al datore di lavoro di chiedere quanto il candidato guadagni o guadagnasse nel precedente impiego.

Italia da ultima in classifica a un inaspettato primato

Il cambiamento italiano colpisce ancora di più se guardiamo che cosa succede nel resto d’Europa: nel marzo del 2026, poco prima cioè dell’entrata in vigore delle nuove regole, l’Italia era ferma al 36 per cento, dietro a Regno Unito (56 per cento), Paesi Bassi (48 per cento), Francia (43 per cento) e Irlanda (39 per cento) e davanti soltanto a Spagna (17 per cento) e Germania (12 per cento).

Un’accelerazione che nel resto d’Europa ancora non si vede

A luglio la situazione si è praticamente ribaltata e, come detto, il nostro Paese è arrivato al 61 per cento di annunci “trasparenti”, superando Paesi Bassi (49 per cento) e Francia (43 per cento), mentre Spagna e Germania sono rimaste rispettivamente al 18 e al 14 per cento. La spiegazione risiede nei diversi tempi di recepimento della direttiva: secondo Lisa Feist, economista di Indeed, «il rispetto della scadenza europea e l’obbligo italiano di indicare la paga direttamente nell’annuncio hanno prodotto un’accelerazione che negli altri grandi mercati europei ancora non si vede».

Ral in chiaro: come la rivoluzione sugli stipendi cambia gli annunci di lavoro
Il mercato italiano degli annunci di lavoro viene rivoluzionato (foto Unsplash).

Certo, ancora non siamo arrivati al 100 per cento completo, e ciò significa che quasi quattro annunci italiani su 10 continuano a non riportare alcuna retribuzione. Tuttavia, la stessa Indeed ricorda che esistono deroghe per alcune tipologie contrattuali e settoriali e che una parte delle imprese sta ancora adeguando i propri processi di selezione.

Quanto può essere larga una “forbice”?

Rimane scoperta, poi, la questione escamotage, di cui – anche a giudicare da alcuni annunci che si vedono ancora scorrere su LinkedIn – molti continuano ad avvalersi: la legge impone infatti di pubblicare la retribuzione, ma nulla vieta di celare il reale stipendio dentro a una fascia salariale, che può essere più o meno ampia. Prima dell’entrata in vigore della normativa, l’Italia si distingueva proprio per l’ampiezza dei range retributivi, tant’è che, nei primi tre mesi del 2026, Indeed calcolava una forbice mediana pari al 50 per cento del limite inferiore per le retribuzioni mensili: significa che un’offerta da 3 mila euro poteva arrivare anche a 4.500. Solo il 10 per cento degli annunci che fornivano informazioni sulla paga indicavano una cifra precisa.

Ral in chiaro: come la rivoluzione sugli stipendi cambia gli annunci di lavoro
La piattaforma LinkedIn (foto Unsplash).

Questo trucchetto resiste ancora oggi, ma in misura nettamente inferiore e con grandi differenze tra i settori: in quello commerciale si riscontrano offerte che vanno dai 20 ai 30 mila euro, mentre ancora più estreme appaiono alcune offerte nella ristorazione, con paghe indicate anche fra gli 810 e i 1.895 euro mensili. Si tratta di esempi che ovviamente non costituiscono un campione rappresentativo, ma mostrano quanto due annunci entrambi dotati di una cifra possano avere un grado di trasparenza molto diverso.

Dopo l’entrata in vigore della nuova legge le fasce si sono ristrette

Eppure, proprio su questo fronte arriva una sorpresa: dopo l’entrata in vigore della nuova legge le fasce si sono ristrette e, tra il 7 giugno e il 31 agosto 2026, l’ampiezza mediana della forbice negli annunci italiani di Indeed è scesa al 25 per cento del limite inferiore. In pratica, partendo da uno stipendio di 2 mila euro, una forbice che un anno fa poteva estendersi per circa 900 euro oggi si fermerebbe intorno ai 500. Una tendenza confermata anche da un’analisi del Burning Glass Institute e basata sui dati Lightcast.

La trasparenza conviene anche alle aziende

Rendere pubblica la Ral non serve soltanto a risparmiare al candidato la spiacevole scoperta, dopo svariati colloqui, che lo stipendio offerto è più basso di quello atteso e/o sperato. La direttiva europea nasce soprattutto per ridurre le asimmetrie informative e contribuire a contrastare le discriminazioni salariali: i lavoratori hanno infatti anche diritto a chiedere informazioni sui livelli retributivi medi, distinti per sesso, delle persone che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore.

La rivoluzione italiana è appena cominciata…

La trasparenza, però, finisce col convenire anche a chi assume. In un’indagine Indeed condotta su oltre 6 mila lavoratori di sei Paesi europei, tra il 61 e l’82 per cento degli intervistati si dice più propenso a candidarsi quando nell’annuncio compare una fascia salariale. E l’effetto risulta particolarmente forte tra le donne. La rivoluzione italiana, insomma, è appena cominciata e resta da capire che cosa succederà a quel 39 per cento di annunci ancora senza paga dichiarata. Ma i primi numeri raccontano qualcosa che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrato quasi fantascienza nel nostro mercato del lavoro: scrivere quanto si guadagna sta diventando la normalità.

L’IA fa paura anche alla Cina, ma Pechino non frena la corsa agli Usa

Anche la Cina ha paura dell’intelligenza artificiale. Non abbastanza, però, da togliere il piede dall’acceleratore. Mentre Anthropic e una parte della Silicon Valley chiedono di moderare lo sviluppo dei modelli più potenti, Pechino prepara regole più severe, rafforza i controlli e allarga il perimetro dei rischi. Ma respinge l’idea che la sicurezza debba tradursi in una frenata. Dietro gli allarmi americani vede anche una strategia industriale: conservare il vantaggio degli Stati Uniti, chiudere alla Cina l’accesso ai chip e alle tecnologie più avanzate, per poi negoziare da una posizione di forza.

L’IA fa paura anche alla Cina, ma Pechino non frena la corsa agli Usa
Xi Jinping (Ansa).

I sospetti e le accuse di Pechino

La risposta ufficiale segue questa linea. Per Pechino l’IA deve restare «sicura e controllabile», subordinata alle decisioni umane e sorvegliata lungo tutto il suo ciclo di vita. Non deve però diventare monopolio di poche aziende o di un solo Paese. A parole, Xi Jinping propone un ecosistema aperto, accessibile e governato in sedi multilaterali, come confermato anche durante il vertice dei BRICS. Allo stesso tempo, la Cina accusa Washington di estendere arbitrariamente il concetto di sicurezza nazionale per contenere la crescita tecnologica cinese. Gli appelli di Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, arrivano forse dal messaggero meno adatto: la stessa azienda che denuncia i rischi dei modelli di frontiera sostiene restrizioni ancora più dure sulle tecnologie disponibili alla Repubblica popolare.

L’IA fa paura anche alla Cina, ma Pechino non frena la corsa agli Usa
Dario Amodei (Ansa).

La tenuta del regime preoccupa più dell’apocalisse algoritmica

Il sospetto politico non cancella la preoccupazione. Nei giorni scorsi Chen Yixin, ministro della Sicurezza dello Stato e capo dell’intelligence civile, ha indicato nell’IA una possibile minaccia alla stabilità politica, alle infrastrutture critiche e allo stesso potere del Partito comunista. «Attori ostili potrebbero usarla per penetrare le reti, manipolare l’informazione, interferire con le istituzioni e colpire il sistema ideologico». Il linguaggio resta quello della sicurezza nazionale, più attento alla tenuta del regime che all’apocalisse algoritmica immaginata in alcuni laboratori californiani. Eppure il salto è evidente: il pericolo non riguarda più soltanto ciò che una macchina può dire, ma ciò che può fare. Il dibattito interno si sta orientando di conseguenza. Ai timori tradizionali – contenuti incontrollati, disinformazione, stabilità sociale – si aggiungono agenti autonomi, cyberattacchi, impieghi in ambito biologico e nucleare, perdita di controllo operativo. Ricercatori e centri di analisi discutono di sistemi capaci di aggirare le protezioni, uscire dagli ambienti di prova e agire nel mondo reale. Anche l’automazione del lavoro preoccupa: in un’economia rallentata, con milioni di nuovi laureati e una vasta occupazione manifatturiera e nei servizi, la sostituzione di massa non è una previsione astratta, ma un rischio politico. Le polemiche dei tassisti contro l’espansione dei robotaxi a Wuhan e la recente sentenza di Hangzhou contraria al licenziamento di un dipendente sostituito dall’IA hanno mostrato quanto rapidamente l’automazione possa diventare una questione di occupazione e stabilità sociale.

L’IA fa paura anche alla Cina, ma Pechino non frena la corsa agli Usa
La World Robot Conference di Pechino (Ansa).

Il controllore ultimo resta lo Stato

Pechino non arriva impreparata. Già dal 2023 i servizi di IA generativa rivolti al pubblico devono rispettare i «valori fondamentali socialisti», evitare contenuti contrari alla sicurezza nazionale, registrare gli algoritmi e, nei casi previsti, superare valutazioni preventive. Da settembre 2025 è operativo un sistema di etichettatura dei contenuti artificiali. Le disposizioni più recenti impongono agli sviluppatori di agenti di proteggersi dall’avvelenamento dei dati, dalla manipolazione degli algoritmi e dalle vulnerabilità, oltre a individuare, interrompere e correggere comportamenti impropri. Gli utenti devono sapere quando una decisione è stata assunta autonomamente e conservare l’ultima parola. Il nuovo Quadro per la governance della sicurezza dell’IA, entrato in vigore a maggio, amplia drasticamente lo spazio dedicato agli agenti e all’IA incorporata. È inoltre in preparazione uno standard nazionale obbligatorio sulla sicurezza degli agenti, indicato dagli analisti di Concordia AI come il primo del genere. La formula politica è ormai definita: «Sviluppo prioritario, sicurezza come linea di fondo». Che cosa significa in pratica? Tracciabilità dei processi, dati confinati, test esterni e possibilità di arrestare le operazioni rischiose, ma nessun supervisore indipendente installato nei laboratori sul modello proposto da Anthropic. Il controllore ultimo resta lo Stato. D’altronde, il Partito comunista possiede strumenti coercitivi che Washington non può esercitare sulle proprie Big Tech con la stessa rapidità. Può rinviare il lancio di prodotti, imporre standard e coordinare aziende, università e apparati di sicurezza. Ma l’obiettivo non è soltanto ridurre il rischio. Le norme sui contenuti proteggono il monopolio politico del Partito, quelle sui dati rafforzano la sovranità digitale, gli standard tecnici possono diventare leve industriali e geopolitiche.

L’IA fa paura anche alla Cina, ma Pechino non frena la corsa agli Usa
Un robot (Ansa).

La sfida con gli Usa e l’obiettivo dell’autosufficienza

L’accento sulla sicurezza non frena la penetrazione dell’IA nell’economia reale. Il programma “AI Plus” ne incentiva l’applicazione in manifattura, robotica, logistica, energia, sanità, istruzione e servizi pubblici. Pechino ritiene che il proprio vantaggio non risieda necessariamente nel dotarsi del primo modello capace di superare tutti gli altri, ma nella possibilità di applicare sistemi abbastanza potenti a una base industriale molto vasta. Le fabbriche intelligenti, le reti energetiche, gli ospedali, i veicoli autonomi e persino i giocattoli connessi producono applicazioni e dati con cui affinare ulteriormente i modelli. Washington conserva il primato nei chip più avanzati e in diversi sistemi di frontiera. La Cina prova a compensarlo con efficienza, scala produttiva e velocità di diffusione. I modelli open-weight sono parte della strategia. Possono essere scaricati, adattati e installati su infrastrutture locali, offrendo alle imprese un’alternativa più economica ai servizi chiusi americani. Facilitano l’esame delle vulnerabilità e l’impiego difensivo, ma permettono anche di rimuovere le salvaguardie e redistribuire capacità pericolose. Pechino accetta questa contraddizione perché l’apertura aiuta i suoi campioni a conquistare sviluppatori, mercati emergenti e influenza sugli standard globali. Le restrizioni americane sul calcolo avanzato, nel frattempo, accelerano gli investimenti nei semiconduttori nazionali e rendono l’autosufficienza una priorità politica.

L’IA fa paura anche alla Cina, ma Pechino non frena la corsa agli Usa
Donald Trump (Imagoeconomica).

Lo scontro sulla distillazione

Un altro fronte è la distillazione, la tecnica con cui un modello più piccolo apprende dalle risposte di uno più potente. Le autorità americane accusano aziende cinesi, tra cui DeepSeek, Moonshot, Alibaba e MiniMax, di avere interrogato su scala industriale Claude, ChatGPT, Gemini e Grok per trasferirne capacità nei propri sistemi, violando le condizioni d’uso e aggirando almeno nello spirito i controlli tecnologici. Per Washington non è semplice apprendimento competitivo, ma appropriazione di un vantaggio costato miliardi, con possibili conseguenze sulla sicurezza nazionale. Pechino rovescia l’accusa: la distillazione è una pratica diffusa in tutta l’industria e gli Stati Uniti la trasformano in minaccia soltanto quando permette alle aziende cinesi di recuperare terreno. Dopo i chip e la potenza di calcolo, sostiene la narrativa ufficiale, Washington cerca così di chiudere anche l’accesso ai modelli, saldando gli interessi delle Big Tech alla difesa dell’egemonia americana.

L’IA fa paura anche alla Cina, ma Pechino non frena la corsa agli Usa
Le principali app di intelligenza artificiale (foto Unsplash).

Gli effetti collaterali di una frenata

Il tema sarà al centro dell’agenda del vertice tra Xi e Trump, in calendario per il 24 settembre alla Casa Bianca. I due contendenti riconoscono molti degli stessi pericoli legati all’IA, ma li osservano attraverso lo specchio della competizione. La Casa Bianca teme che una pausa unilaterale consegni un vantaggio strategico cruciale a Pechino. La Cina teme che una pausa negoziata dagli americani congeli la superiorità di Washington. Entrambe le potenze chiedono controlli e continuano ad accelerare, entrambe descrivono le proprie restrizioni come difensive e quelle del rivale come strumenti di dominio. Un dialogo resta possibile (oltre che auspicabile) su incidenti informatici, sistemi militari e perdita di controllo. Ma l’IA è ormai considerata un’arma troppo strategica per rischiare di lasciare il primato al rivale. Per non perdere il passo, è difficile immaginare che Xi e Trump decidano di smettere di correre.

Short Movie: La mia amica bloccata nel soffitto

La mia amica bloccata nel soffitto

Dichiarare il proprio amore alla migliore amica non è mai semplice. Diventa ancora più complicato se, nel momento decisivo, la ragazza in questione finisce letteralmente incollata al soffitto.

È la premessa di My Best Friend Is Stuck on the Ceiling, cortometraggio australiano del 2015 scritto e diretto da Matt Vesely, una piccola commedia romantica che usa un espediente fantascientifico per raccontare con ironia l’imbarazzo, le aspettative e i rischi di un’amicizia che per uno dei due protagonisti è diventata qualcosa di più. Connor è innamorato in segreto della sua migliore amica Rach e, per il suo compleanno, le ha procurato un regalo decisamente fuori dal comune. Dovrebbe essere l’occasione perfetta per dichiararsi, ma... - Leggi l'articolo

 

CINEMA - Short Movie - 19 settembre 2026 - articolo di S*

Mobilità elettrica, Enel si conferma protagonista della transizione energetica

La mobilità elettrica si sta facendo strada nella quotidianità degli italiani e rappresenta uno dei tasselli della transizione energetica. È in questo contesto che si inserisce la European mobility week, la principale campagna di sensibilizzazione della Commissione europea sulla mobilità urbana, in programma dal 16 al 22 settembre 2026 e dedicata quest’anno al tema Mobility for everyone. Un appuntamento che richiama l’obiettivo di costruire sistemi di trasporto più sostenibili, accessibili e inclusivi.

La situazione in Italia tra punti di ricarica e mercato delle auto elettriche

In Italia la rete di ricarica continua ad ampliarsi. Secondo i dati di Motus-E, al 30 giugno 2026 i punti di ricarica pubblici erano 84.564, con 6.311 nuove installazioni nel solo secondo trimestre e oltre 17 mila nell’arco degli ultimi 12 mesi. La crescita riguarda anche le autostrade, dove le infrastrutture sono salite a 1.516, rispetto alle 1.159 di giugno 2025. Il 59 per cento offre potenze superiori a 150 kW e più della metà delle aree di servizio autostradali dispone ormai di sistemi di ricarica. Parallelamente cresce il mercato delle auto elettriche. A fine agosto il parco circolante italiano di vetture completamente elettriche ha raggiunto 444.863 unità. Nei primi otto mesi dell’anno sono state immatricolate 90.381 Bev, il 68,2 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una quota di mercato salita a circa l’8 per cento.

Enel protagonista della transizione

In questo scenario, Enel è tra i principali protagonisti. Il Gruppo guidato da Flavio Cattaneo gestisce una rete di circa 28 mila punti di ricarica pubblici distribuiti sul territorio nazionale, dai centri urbani alle principali direttrici extraurbane. Di questi, 5 mila sono stati installati nell’ambito dei bandi Pnrr. Oltre 1.200 nuovi punti veloci ultimati lo scorso giugno si sono aggiunti ai 3.730 completati entro la fine del 2025, rafforzando la presenza in nove regioni, dalla Lombardia alla Sicilia, con particolare attenzione al Mezzogiorno e alle principali aree metropolitane. A questa infrastruttura si affianca la rete ad alta potenza, con oltre 1.800 punti HPC da 100 a 400 kW in più di 500 stazioni. L’impegno comprende anche la mobilità pesante, con due siti dedicati anche agli e-truck a Piacenza e Noceto. Ewiva, controllata del Gruppo Enel, si è inoltre aggiudicata tre lotti del bando Autostrade per l’Italia per nuove stazioni di ricarica da realizzare entro il 2027 lungo alcune delle principali direttrici autostradali. I nuovi siti prevedono anche sistemi di accumulo, pensiline fotovoltaiche, illuminazione intelligente e soluzioni progettate per facilitare l’accesso alle persone con mobilità ridotta.

Mobilità elettrica, Enel si conferma protagonista della transizione energetica
Flavio Cattaneo (Enel).

Le soluzioni per una ricarica semplice e integrata

La strategia di Enel, però, non riguarda soltanto il numero delle colonnine. L’obiettivo è costruire un ecosistema che renda l’esperienza di ricarica semplice e integrata. Con Enel on your way, l’app del Gruppo dedicata alla mobilità elettrica, è possibile localizzare i punti disponibili, verificarne in tempo reale lo stato, avviare e interrompere la ricarica, effettuare il pagamento e pianificare gli itinerari. Grazie al roaming interoperabile, l’app consente di accedere a oltre 55 mila punti in Italia e a più di 60 mila complessivamente. La tecnologia Plug&Charge permette invece di iniziare la ricarica collegando direttamente il veicolo alla colonnina abilitata, senza autenticazione manuale, mentre i POS integrati consentono di pagare direttamente con carta. Per la casa, Waybox permette di programmare le ricariche e gestire in maniera intelligente i consumi. A questa si aggiunge Enel Drive, la soluzione che integra veicolo elettrico, tariffa luce dedicata e Waybox con installazione inclusa.

Verso un nuovo modo di muoversi più semplice e accessibile

La prossima sfida sarà accompagnare l’espansione della rete con procedure autorizzative e connessioni alla rete elettrica sempre più rapide, soprattutto nelle aree ancora meno servite. Perché alla crescita del numero di infrastrutture dovrà corrispondere anche una maggiore facilità di utilizzo. Una rete capillare, interoperabile e veloce può contribuire a ridurre le barriere percepite dagli automobilisti e rendere l’auto elettrica una soluzione sempre più concreta per cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni. È anche questo il senso della European mobility week: fare dell’elettrificazione non soltanto una questione tecnologica, ma un nuovo modo di muoversi, più semplice e accessibile nella vita di tutti i giorni. Un percorso nel quale Enel punta a rafforzare il proprio ruolo attraverso l’espansione della rete, le soluzioni digitali e i servizi dedicati alla ricarica, contribuendo alla trasformazione della mobilità nel quadro della transizione energetica italiana.

Perché le elezioni in Russia sono un test per Putin e il suo sistema di potere

Come le Presidenziali del 2024, che hanno riconfermato senza sorprese Vladimir Putin, anche le elezioni parlamentari che si concluderanno domenica si svolgono in tempo di guerra. Quella che il Cremlino aveva definito “operazione militare speciale” si è trasformata in un confronto sempre più aspro con l’Occidente e la Nato, con riflessi evidenti in Russia: il sistema politico si è irrigidito ulteriormente, si è ridotto lo spazio per il dissenso, l’architettura putiniana – basata sugli equilibri fra i poteri forti, soprattutto quelli legati all’apparato militare e d’intelligence – è stata puntellata, abbandonando gli elementi meno coesivi. In questa prospettiva il voto rappresenta un ulteriore test per l’intero apparato.

Perché le elezioni in Russia sono un test per Putin e il suo sistema di potere
Vladimir Putin (Imagoeconomica).

L’esclusione di Yabloko, unica formazione pacifista

L’esito come sempre è scontato. Dominerà Russia Unita, il partito del presidente, e le formazioni della cosiddetta opposizione sistemica, quella che da decenni è inserita nei meccanismi della cosiddetta democratura, si divideranno le briciole. Sono in corsa nove partiti, tra cui quello comunista di Gennadij Zjuganov, i liberaldemocratici del LDPR, Russia Giusta e il più recente Nuova gente, nato nel 2020. Manca all’appello Yabloko, storica formazione liberale fondata agli inizi degli Anni 90, esclusa di forza dalla corsa perché unico partito apertamente pacifista. Alle scorse elezioni si era fermata a poco più dell’1 per cento. Come nel 2024, dunque, per Putin si tratta di certificare una legittimazione alla quale non ci sono alternative.

Perché le elezioni in Russia sono un test per Putin e il suo sistema di potere
Un seggio elettorale a San Pietroburgo (Ansa).

La stabilità garantita dai tecnocrati

Oltre quattro anni di guerra e sanzioni hanno inciso sull’economia russa, pur non conducendola al collasso come molti avevano previsto. Il sistema alla fine ha retto, anzi si è addirittura rafforzato, nonostante i contraccolpi e gli imprevisti del conflitto: la rivolta armata del 2023 orchestrata da Evgeni Prigozhin, dipinta lontano da Mosca come una notte dei lunghi coltelli che avrebbe fatto crollare in quattro e quattr’otto il castello di Vladimir Vladimirovich, è rimasta un episodio isolato che però ha dimostrato quanto Putin fosse saldo in sella, malgrado le faide interne, da sempre presenti all’ombra del Cremlino. Anche l’asse tra potere politico e oligarchia si è stabilizzato, grazie ai tecnocrati che governano la macchina, dal primo ministro Mikhail Mishustin alla governatrice della Banca centrale Elvira Nabiullina, passando per Kirill Dmitriev, presidente del fondo sovrano russo e pedina fondamentale per quel che riguarda gli aspetti economici e finanziari nei colloqui fra Mosca e Washington sulla possibile road map verso la pace.

Perché le elezioni in Russia sono un test per Putin e il suo sistema di potere
Perché le elezioni in Russia sono un test per Putin e il suo sistema di potere
Perché le elezioni in Russia sono un test per Putin e il suo sistema di potere

Il malcontento non fa calare il consenso al sistema

Non è un caso che, al di là delle urne annacquate, gli elettori russi continuino a esprimere fiducia sia nel premier (64 per cento, secondo i dati attuali del Levada Center) sia nei governatori regionali (67 per cento). Lo stesso Putin – dato in leggera risalita dal 74 al 76 per cento dopo i mesi estivi e le difficoltà che hanno toccato la popolazione tra i blackout di Internet e i droni sulle raffinerie – non sembra soffrire di tutti i mali, di salute e politici, che gli vengono attribuiti in Europa. Certo, per i russi le cose non stanno andando per il meglio. ‘Solo’ il 56 per cento dei cittadini pensa che il Paese stia andando nella direzione giusta, mentre il 27 per cento è convinto che la strada imboccata sia quella sbagliata. Ma l’ipotesi che possano scatenarsi rivolte sociali o politiche è lunare.

Perché le elezioni in Russia sono un test per Putin e il suo sistema di potere
Vladimir Putin (Imagoeconomica).

La capacità di adattamento del regime

Allo stato delle cose, la Russia è dunque sostanzialmente stabile. I poteri forti fedeli al presidente si sono adattati alla nuova economia di guerra, che più di rivoluzioni necessita di costanti correzioni periodiche. Anche per questo le elezioni non rappresentano certo uno spartiacque, né per la tenuta del regime, né per gli equilibri che si delineeranno successivamente: certo, rimpasti governativi sono possibili e nemmeno Mishustin è al sicuro. Tanto che, in un ottica di cambiamento, sarebbe già pronto il vice Denis Manturov, più legato all’industria militare. E soprattutto sarà interessante capire se il Cremlino ordinerà una mobilitazione per rafforzare l’esercito o se il conflitto proseguirà sui binari attuali, senza scossoni, né al fronte né in casa. 

Chi è Abu Zaida, l’ex ministro dell’Anp che avrebbe avvertito Netanyahu del 7 ottobre

Sufian Abu Zaida, ex ministro dell’Autorità nazionale palestinese, si è fatto avanti affermando di essere la fonte citata nell’articolo di Haaretz che riportava come Benjamin Netanyahu fosse stato avvertito dei piani di Hamas dal presidente emiratino Mohammed bin Zayed, poco prima del 7 ottobre 2023. L’articolo di Haaretz si basava su alcuni passaggi del libro in uscita Kidnapped: 843 Days of Abandonment, scritto dai giornalisti Shlomi Eldarand e Ruth Yuval.

Chi è Abu Zaida, l’ex ministro dell’Anp che avrebbe avvertito Netanyahu del 7 ottobre
Benjamin Netanyahu (Ansa).

L’ammissione in un video pubblicato su Facebook

In un video su Facebook, Abu Zaida ha spiegato di aver svolto all’epoca dei fatti raccontati nel volume il ruolo di intermediario tra Israele e Hamas, trasmettendo agli Emirati e ai servizi di intelligence di Tel Aviv un avvertimento sui piani di Yahya Sinwar (allora leader di Hamas a Gaza) per una grande offensiva: scopo dell’operazione far deragliare gli Accordi di Abramo e gli equilibri in Medio Oriente. Haaretz aveva ipotizzato inizialmente che l’intermediario fosse Mohammed Dahlan, ex leader di Fatah nella Striscia di Gaza, o una persona che agiva per suo conto.

Chi è Sufian Abu Zaida, ex ministro dell’Anp

Esponente di Fatah, il 66enne Abu Zaida è stato ministro per gli Affari dei Detenuti dell’Anp dall’inizio del 2005 a quello del 2006, quando le elezioni legislative palestinesi videro la vittoria di Hamas. Originario di Jabalia e parte di una fazione di Fatah che sostiene Dahlan, nel tempo ha collaborato strettamente con Tel Aviv (nonostante avesse trascorso 12 anni in una prigione dello Stato ebraico) e intrecciato legami con importanti esponenti di Hamas, mantenendo anche contatti regolari con giornalisti israeliani. Au Zaida ha lasciato l’enclave palestinese alla volta dell’Egitto all’inizio della guerra: da allora risiede al Cairo.

Netanyahu, la smentita e l’attacco a Haaretz

L’ufficio di Netanyahu si era affrettato a smentire quanto scritto nel libro e riportato da Haaretz: «Una menzogna totale. Il primo ministro non ha parlato con il presidente degli Emirati durante il periodo in questione e non ha ricevuto alcun avvertimento da parte sua». Successivamente lo stesso Netanyahu, ha inviato una lettera di diffida alla testata di sinistra, da sempre una spina nel fianco dell’attuale premier israeliano. Questa la risposta del direttore Aluf Benn: «Non siamo spaventati dalle minacce del primo ministro e dai suoi tentativi di strangolarci finanziariamente. Continueremo a difendere i diritti umani e civili e denunciare le irregolarità e i crimini di guerra del governo».

San Marino Rtv presenta la nuova stagione 2026-2027

San Marino Rtv presenta la nuova stagione televisiva 2026-2027. Un palinsesto profondamente rinnovato che rafforza l’identità del servizio pubblico sammarinese e consolida la presenza dell’emittente nel panorama televisivo italiano e internazionale. La nuova programmazione sarà presentata martedì 29 settembre, dalle ore 11 alle 13, con un evento in diretta realizzato contemporaneamente da due sedi – a San Marino, presso gli studi di San Marino Rtv in Piazza J.F. Kennedy, e a Roma, presso lo studio Roma Montecitorio, in Piazza Montecitorio 116. A condurre l’appuntamento saranno Vittoriana Abate da Roma e Silvia Pelliccioni da San Marino.

I protagonisti della nuova offerta

La stagione segna un ulteriore passaggio nel percorso di trasformazione di Rtv con più produzioni originali, nuovi programmi e nuovi protagonisti, maggiore spazio all’informazione e all’approfondimento, all’attualità, alla cultura, alla musica, allo spettacolo, allo sport e ai grandi eventi. Una squadra ampia e autorevole che vede tra i protagonisti Dario Fabbri, Monica Giandotti, Daniele Ruvinetti (i due su San Marino Rtv conducono assieme il programma Point Break, su attualità nazionale e internazionale, che nelle prime 10 puntate ha ottenuto ottimi ascolti), Giovanni Terzi, Myrta Merlino, Mauro Mazza, Simona Ventura, Red Ronnie, Roberto Giacobbo, Mirko Casadei, Andy Luotto, Fabrizio Maffei, Eraldo Pecci, Senhit, Luciano Onder, Angelica Amodei, Giovanni Anversa, Marco Carrara e Giordano Fatali, insieme ai volti e ai giornalisti di San Marino Rtv.

Rafforzate le aree di informazione, approfondimento e intrattenimento

Il nuovo palinsesto rafforza l’area dell’informazione e dell’approfondimento, con uno sguardo aperto sui principali temi italiani e internazionali, ma anche sulla società, sulla cultura, sull’economia e sui territori. Una programmazione che vuole offrire confronto, pluralismo e libertà, valorizzando al tempo stesso la specificità e l’identità della Repubblica di San Marino. Crescono anche gli spazi dedicati all’intrattenimento, alla musica, allo sport, alla cultura e alla memoria televisiva, con produzioni originali, nuovi format e il coinvolgimento di personalità provenienti da esperienze e linguaggi differenti.

Spazio all’Eurovision per otto mesi

Un capitolo strategico sarà dedicato al mondo Eurovision. Un percorso continuativo accompagnerà il pubblico per otto mesi, dal Junior Eurovision Song Contest di ottobre, passando per Dreaming San Marino Song Contest da ottobre a febbraio, fino alle tre serate del San Marino Song Contest di marzo e all’Eurovision Song Contest di maggio 2027. Una vera filiera editoriale, musicale e produttiva che lega San Marino al più grande evento televisivo musicale internazionale e che accompagnerà il pubblico, senza interruzioni, dall’autunno 2026 alla primavera 2027.

M5s, il programma al voto: niente sconti al Pd sull’Ucraina

È iniziato alle 14 e terminerà allo stesso orario di domenica 20 settembre il voto online degli iscritti pentastellati sulla “Alleanza per la Costituzione”, in pratica il programma del M5s, che si tiene in concomitanza con la due giorni di Nova a Milano. Il documento, «sintesi politica che tiene conto dei contributi degli oltre 17 mila cittadini coinvolti negli eventi sul territorio», è diviso in 20 aree tematiche, che vanno dalla sanità al lavoro, fino alle pensioni e alle tasse, passando per scuola, ambiente e sicurezza, senza dimenticare l’immigrazione e diritti Lgbt. Tra tutti i punti che il partito di Giuseppe Conte porterà «al tavolo della coalizione» spicca quello al numero 17, dedicato alla guerra. O, meglio, al suo ripudio.

M5s, il programma al voto: niente sconti al Pd sull’Ucraina
Elly Schlein e, sul maxischermo, Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Il punto 17: “L’Italia ripudia la guerra”

Nessuno sconto al Pd, tantomeno giri di parole nell’affrontare il tema più discusso all’interno della coalizione progressista, cioè il sostegno militare a Kyiv. «Cambiare radicalmente l’approccio fallimentare dell’Italia e dell’Europa nei confronti della guerra in Ucraina. Continuare a inviare armi significa allontanare la pace», si legge al punto 17. E poi: «È necessaria una svolta negoziale che tuteli le ragioni del paese aggredito, con il coinvolgimento dell’intera comunità internazionale». Questa parte del documento ribadisce inoltre i “no” al piano Rearm Eu e all’innalzamento della spesa per la difesa al 5 per cento del Pil in sede Nato. Sì invece al riconoscimento dello Stato della Palestina.

“Bussate” in sala Var, chiesta l’archiviazione per Rocchi e gli altri indagati

La Procura di Monza ha inoltrato all’Ufficio Gip la richiesta di archiviazione dell’inchiesta sulle “bussate” alla sala Var di Lissone, filone dell’indagine sugli arbitri che vedeva indagati per concorso in frode sportiva l’ex designatore Gianluca Rocchi, l’ex supervisore Var Andrea Gervasoni e gli ex varisti Luigi Nasca e Rodolfo Di Vuolo. Secondo la Procura monzese, dagli atti dell’indagine non sono emerse condotte «di natura fraudolenta» né il «dolo» per l’alterazione dei risultati del campo, ma solo la volontà di «correggere gli errori arbitrali» degli addetti al Var. Ora il fascicolo passerà alla giustizia sportiva, che nei prossimi 60 giorni deciderà se archiviare o procedere.

La spiegazione della Procura di Monza

La Procura di Monza ritiene che la nozione di “atto fraudolento” «non coincida con qualsiasi violazione di una regola sportiva o organizzativa». La frode, viene spiegato, «richiede un quid pluris di artificiosità, inganno, dissimulazione o abuso strumentale idoneo a incidere sul corretto svolgimento della competizione al fine di alterarlo». Altrimenti, «ogni errore arbitrale intenzionale nella sua dimensione decisionale, ogni inosservanza del protocollo Var e persino ogni indebita interlocuzione interna verrebbero automaticamente attratti nell’area penale con una sovrapposizione incompatibile con il principio di offensività tra illecito sportivo, responsabilità tecnica e delitto».

L’archiviazione per il filone delle designazioni

I Pm di Milano già a luglio avevano chiesto di archiviare l’accusa di frode sportiva per Rocchi e l’Inter in merito al filone sulle designazioni arbitrali per quattro partite dei nerazzurri, avvenute su presunte pressioni della società milanese (circostanza dunque esclusa). Non trovano invece per il momento riscontro le anticipazioni uscite su alcuni quotidiani in merito alla richiesta di archiviazione da parte della Procura Federale.

Acea, Aquanexa acquisisce Danphix ed Ecoris e lancia la business unit Trenchless technologies

Aquanexa, piattaforma integrata di servizi per l’industria idrica acquisita da Acea, ha annunciato il perfezionamento delle acquisizioni di Danphix ed Ecoris, due realtà italiane d’eccellenza specializzate nelle tecnologie trenchless per la riabilitazione delle condotte. Le due società entrano a far parte del Gruppo confluendo nella nuova business unit Trenchless Technologies, che concentra sotto un’unica regia industriale — insieme a Dinamica Project — tutte le competenze di Aquanexa dedicate al rinnovo infrastrutturale senza scavo, dando vita a uno dei poli più solidi del panorama nazionale nelle tecnologie di relining con un fatturato aggregato 2025 che supera i 20 milioni di euro. Il Gruppo Aquanexa conta 14 aziende e un ecosistema di collaborazioni strategiche che copre l’intero ciclo dell’acqua, con circa 350 professionisti e oltre 140 milioni di euro di fatturato, unendo infrastruttura, IoT, ingegneria di rete e piattaforme digitali al servizio dei gestori idrici.

Gli ambiti di azione delle due società

Danphix, fondata nel 2016 e con sede a Reggio Emilia, opera nell’ingegneria civile con specializzazione nella riabilitazione trenchless di condotte idriche, fognarie e in pressione, utilizzando tecnologie avanzate come il Cipp (Cured in place pipe) e il sistema Primus line, e offrendo servizi di videoispezione e prove di tenuta in pressione a clienti pubblici e privati in Italia e all’estero con specifico riferimento anche al settore Oil & Gas. La società può contare su un team di circa 14 professionisti e nel 2025 ha realizzato ricavi per circa 13 milioni di euro, con un Ebitda reported di circa 4,8 milioni di euro. Ecoris, fondata nel 1992 a Viareggio, opera nel relining e nella manutenzione di reti idriche e fognarie, con attività di videoispezione, mappatura delle condotte e risanamento non distruttivo. La società può contare su un team di circa 15 professionisti e nel 2025 ha realizzato ricavi per circa 4,8 milioni di euro, in crescita del 49 per cento rispetto all’anno precedente, con un Ebitda reported di circa 2,0 milioni di euro. Le due aziende si affiancano a Dinamica Project, che entra nella nuova business unit portando 40 anni di esperienza, 16 mezzi allestiti con sistemi di relining, videoispezione e robot, e la divisione North sea project dedicata alle tecnologie no-dig per il risanamento e la ricostruzione non distruttiva di condotte fognarie e idriche.

Il ruolo strategico delle tecnologie no-dig

La nuova business unit nasce per rispondere a una domanda che, in un Paese con reti tra le più vecchie d’Europa, non è più se rinnovare le infrastrutture, ma come farlo con la minore invasività possibile. Dopo la stagione straordinaria del Pnrr, il settore è chiamato a garantire continuità agli investimenti programmati — oltre 21,2 miliardi di euro per il sessennio 2024-2029 secondo i programmi degli interventi approvati dagli enti di governo d’ambito — senza gravare eccessivamente sulle tariffe e senza immobilizzare le città in cantieri aperti per mesi. In questo contesto le tecnologie no-dig assumono un ruolo strategico poiché consentono il recupero funzionale delle condotte interrate esistenti senza scavi a cielo aperto, eliminando demolizioni, ripristini stradali e disagi per cittadini e attività commerciali, con una riduzione significativa di emissioni di CO₂, consumi di carburante, materiali di scarto e rumore rispetto allo scavo convenzionale, come dimostrato dalle analisi del ciclo di vita condotte con le principali utility italiane.

La tecnica del relining

La tecnica principale è il relining. All’interno del “tubo ospite” viene inserito un liner in materiale composito a base di resine termoindurenti che, attraverso processi come il Cipp nelle varianti termica, Uv e Uv-Led, si polimerizza aderendo alle pareti interne e creando un nuovo tubo strutturalmente autonomo, per diametri da DN80 a DN1500, anche in presenza di curve accentuate e accessi difficoltosi. A queste competenze Aquanexa affianca la tecnologia brevettata Talr (Trenchless automated leakage repair) di una società del Gruppo, Pipecare, per la riparazione massiva delle perdite, offrendo ai gestori una copertura completa — oltre 100 mezzi sul territorio e l’intera gamma delle tecnologie di relining — che nessun altro operatore garantisce oggi con la stessa profondità.

Warren Buffett lascia la presidenza di Berkshire Hathaway

Warren Buffett lascia la presidenza di Berkshire Hathaway, il colosso che ha guidato per oltre 60 anni. Il suo posto sarà preso dal figlio Howard, 71 anni, nel cda della holding dal 1993 e amministratore di una delle tre fondazioni a cui il padre ha già destinato in eredità il suo immenso patrimonio. In passato è stato anche membro del consiglio di amministrazione di Coca-Cola, uno dei principali investimenti di Berkshire Hathaway. Warren resterà nel consiglio di amministrazione e assumerà il titolo di presidente emerito. La holding ha un portafoglio azionario del valore di oltre 300 miliardi e capitalizza a Wall Street più di 1.000 miliardi di dollari. Fra le sue principali partecipazioni per valore figurano i pacchetti in Apple, Alphabet-Google, Bank of America e American Express.

Francesco Rocca scatenato e l’addio a metà di Roberto Sergio: le pillole del giorno

Francesco Rocca unchained. Il numero uno della Pisana in quota Fratelli d’Italia in questi giorni è vulcanico. Il bersaglio? il forzista Claudio Lotito. Circa l’inchiesta della Procura di Roma sul presunto complotto per destituirlo dalla presidenza della SS Lazio, Rocca, agguerrito tifoso biancoceleste, pare avere le idee chiare: «Sull’inchie­sta sospen­de­rei il giu­di­zio», ha detto al Corriere della sera, «e comun­que non ci vedo un nesso tra la pro­te­sta di popolo e la poli­tica. Sil­vio Ber­lu­sconi can­didò Lotito per­ché era il pre­si­dente della Lazio e dun­que capace di por­tare con­sensi, ma con le sue barac­co­nate si è cac­ciato lui adesso in que­sta situa­zione. È un pro­blema di postura». E ancora: «Lui è fis­sato col com­plotto, credo abbia pro­prio un pro­blema carat­te­riale, una totale man­canza di empa­tia». Complotto o meno, è un fatto che Lotito ormai è completamente isolato anche all’interno di Forza Italia. Sarà, maligna qualcuno, anche perché «Antonio Tajani è juventino». O più probabilmente perché la curva dà e la curva prende. E un ulteriore salasso di voti gli azzurri, tallonati se non superati da Futuro Nazionale, proprio non possono permetterselo.

Francesco Rocca scatenato e l’addio a metà di Roberto Sergio: le pillole del giorno
Claudio Lotito con Antonio Tajani (foto Imagoeconomica).

Parole che hanno ringalluzzito gli aquilotti, tanto da far pensare a una possibile candidatura di Rocca per il Campidoglio. Suggestione che il diretto interessato ha però stroncato sul nascere. Non solo dovrebbe lasciare anzitempo l’incarico in Regione, ma vorrebbe ricandidarsi per un secondo mandato. Fatto sta che alle feste dei vip, come a quella di giovedì sera del Circolo Parioli, Roberto Gualtieri e Rocca sembravano impegnati in un “testa a testa” dal sapore elettorale. A questo punto resta da capire chi candiderà il centrodestra contro il sindaco di centrosinistra, che secondo i sondaggi è il favorito per una rielezione. I primi nomi sono noti: l’eterno gabbiano Fabio Rampelli, la destrissima Roberta Angelilli, assessora regionale allo Sviluppo economico e la consigliera regionale di FdI Laura Corrotti. E Rocca che dice? «Rampelli è un ottimo profilo, vediamo se accetta».

Francesco Rocca scatenato e l’addio a metà di Roberto Sergio: le pillole del giorno
Il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca (foto Imagoeconomica).

Rai, Sergio non va in pensione: deve recuperare le ferie

Guai a dire che Roberto Sergio ora andrà in pensione: il dg della Rai ha ufficializzato che il 30 settembre concluderà anticipatamente il suo percorso professionale e ha chiarito che il suo pensionamento scatterà il primo giugno 2027. Com’è possibile? Anche in Rai c’è l’abitudine di cumulare il cosiddetto “monte ferie” che deve essere liquidato o consumato prima di lasciare l’azienda. Forse Sergio di giorni arretrati ne aveva parecchi… Resta invece aperto il capitolo sammarinese, a cui Sergio pare tenere parecchio. «A valle delle determinazioni che il consiglio di amministrazione della Rai assumerà nella riunione prevista a fine mese», spiega, «valuterò, in piena e totale autonomia, il mio futuro professionale. Deciderò quindi se proseguire il mio impegno alla guida di San Marino Rtv, accompagnando il percorso di rilancio e sviluppo avviato in questi anni, oppure se considerare nuove sfide e opportunità professionali». Vedremo, anche perché si vocifera che Sergio ambirebbe a ritornare nel cda Rai alla prossima infornata di nomine.

Francesco Rocca scatenato e l’addio a metà di Roberto Sergio: le pillole del giorno
Roberto Sergio (Imagoeconomica).

Anniversario della presa di Porta Pia? Meglio l’Angelus di Leone

«Minimo sindacale, anzi, nemmeno quello»: in Campidoglio tengono a precisare che quest’anno le celebrazioni per il 20 settembre, anniversario della presa di Porta Pia, sono al lumicino. Quello che una volta era un rito della sinistra romana ora è solo un ricordo. Anzi, visto che quest’anno il 20 settembre cade di domenica, e che si avvicina l’appuntamento con le elezioni anche nella Capitale, è meglio andare a piazza San Pietro a sentire l’Angelus di papa Leone XIV, magari facendosi notare dalle telecamere.

Il caso del bacio tra Ranucci e Boccia creato con l’intelligenza artificiale

Sigfrido Ranucci ha smentito la veridicità di un’immagine in cui lo si vede baciare Maria Rosaria Boccia, «evidentemente realizzata con intelligenza artificiale», ma finita al centro di un articolo di Libero.

«Altra falsità dei giornali di Angelucci, il parlamentare più assenteista d’Italia. Oggi Libero, ripreso da Open di Mentana e Franco Bechis, detto “Fosca” parla di una foto proveniente da uno scatto di investigatori o servizi segreti, in merito a un presunto bacio tra me e Boccia. È una fake e la foto a cui fanno riferimento, che ho recuperato dalla chat, è stata evidentemente realizzata con intelligenza artificiale», ha scritto Ranucci su Facebook. «Giusto per farvi capire cosa state finanziando con il vostro denaro pubblico. Il direttore è Sallusti, graziato dal carcere, che ha chiesto e ottenuto con FdI, la sospensione delle repliche estive di Report».

Il caso del bacio tra Ranucci e Boccia creato con l’intelligenza artificiale
Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica).

L’interrogatorio della compagna di Lavitola, ricostruito da Libero

Nell’articolo di Libero viene riportata una frase di Valter Lavitola, reo confesso mandante dell’attentato a Ranucci, rivelata dalla compagna Natalia Potenza in procura durante l’interrogatorio del 12 settembre: «Questo scemo non può più essere candidato. Ci hanno fatto vedere una foto in cui Sigfrido si bacia con la Boccia». Queste parole risalirebbero allo scorso maggio, ovvero al periodo in cui il faccendiere stava lavorando al famoso sondaggio su Ranucci in politica. Secondo la testimonianza, il Lavitola era «rientrato a casa dopo mezzanotte ed era proprio furioso, come una belva», dopo aver visto quella foto – palesemente fake – che, ha affermato Potenza, era stata mostrata al compagno «dai servizi segreti o da qualche investigatore». La foto in questione non era mai stata diffusa e lo stesso articolo di Libero, va detto, metteva in dubbio la sua effettiva esistenza: ci ha pensato Ranucci, come ha spiegato, a ripescarla dalla chat.

Il caso del bacio tra Ranucci e Boccia creato con l’intelligenza artificiale
Maria Rosaria Boccia (Imagoeconomica).

La reazione di Boccia, che ha scritto un libro sul rapporto con Ranucci

Sulla questione si è espressa (tramite il suo legale) anche Boccia. «Nell’interesse della mia assistita comunico che nella giornata odierna procederemo nelle competenti sedi giudiziarie nei confronti della signora Natalia Potenza, del quotidiano Libero e del giornalista Giacomo Amadori, in relazione alle dichiarazioni e ai contenuti pubblicati nell’edizione odierna», ha dichiarato l’avvocato Francesco Di Deco: «Contestiamo nel modo più categorico l’esistenza e la veridicità della fotografia descritta nell’articolo, nei termini in cui viene rappresentata, e ogni ricostruzione idonea a far ritenere che tra la mia assistita e Ranucci ci siano stati incontri o rapporti della natura insinuata dalla pubblicazione». Di Deco ha inoltre precisato che, negli ultimi due anni gli incontri tra Boccia e Ranucci «sono sempre avvenuti in presenza di altre persone e mai da soli». L’arco temporale indicato non è casuale: da domani sarà infatti disponibile Guai a chi lo tocca – Io, Sigfrido e le tempeste, libro nel quale l’imprenditrice ricostruisce, dal proprio punto di vista, quasi due anni di rapporto con il giornalista, conosciuto a settembre del 2024 quando Boccia era al centro della vicenda politica legata all’allora ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano.

Sergio lascia la Rai, ma non San Marino RTV

Roberto Sergio ha ufficializzato l’addio anticipato alla Rai, di cui era direttore generale dal primo ottobre 2024, lasciando però aperta la porta a una sua permanenza alla guida dell’emittente San Marino RTV. «Come già noto, il prossimo 30 settembre concluderò anticipatamente, per mia scelta personale, il percorso professionale in Rai, dopo oltre 22 anni trascorsi al servizio dell’Azienda in ruoli di crescente responsabilità», ha scritto sui social, spiegando che la decisione è stata presa per scelta personale e che non coincide col pensionamento, previsto invece per il primo giugno 2027. Con l’uscita di Sergio, considerato espressione delle componenti vicine a Fratelli d’Italia e Lega nell’attuale governance, l’interim verrà assunto dall’amministratore delegato Giampaolo Rossi.

Sergio lascia la Rai, ma non San Marino RTV
Roberto Sergio (Imagoeconomica).

Sergio è deciso a rimanere alla guida di San Marino RTV

«Valuterò, in piena e totale autonomia, il mio futuro professionale. Deciderò quindi se proseguire il mio impegno alla guida di San Marino RTV, accompagnando il percorso di rilancio e sviluppo avviato in questi anni, oppure se considerare nuove sfide e opportunità professionali», ha poi aggiunto Sergio. Che è direttore generale di San Marino RTV, partecipata al 50 per cento dalla Rai, dal 7 novembre 2024. Secondo il dirigente, quest’ultimo incarico non risulterebbe in scadenza in quanto arrivato dal cda di RTV e non dai vertici Rai.

Sergio lascia la Rai, ma non San Marino RTV
Roberto Sergio (Imagoeconomica).

La decisione su RTV verrà presa nel prossimo cda Rai

La volontà di Sergio di dire addio alla tv di Stato italiana, mantenendo però contestualmente le redini di quella sammarinese, ha causato tensioni interne. Anche perché si vocifera che il suo piano sarebbe poi di rientrare nel cda Rai con la prossima infornata di nomine. Alla fine ha prevalso la linea che rimetterà la questione a una delibera del consiglio d’amministrazione. Come si legge in un comunicato della Rai, infatti, «il tema della direzione generale di San Marino RTV è stato aggiornato alla prossima seduta consiliare». La prossima seduta del cda, spiega la nota, si svolgerà il 29 settembre a L’Aquila, che in quei giorni ospiterà l’edizione 2026 del Prix Italia, appuntamento annuale per la valorizzazione della produzione radiotelevisiva, digitale e multimediale a livello internazionale.

In difesa di Virginia Libero: da quando pacifisti è sinonimo di complici col nemico?

C’erano una volta i pacifisti. Potevano avere torto o ragione, essere ingenui, velleitari, persino un po’ noiosi, ma nessuno chiedeva loro di scusarsi perché preferivano la pace alle armi. Poi Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina e anche il pacifismo è finito sotto processo. Sono comparsi i «pacifinti», orribile storpiatura lessicale che contiene già una sentenza: chi è contro la guerra diventa sospetto, e avere qualche dubbio sul riarmo basta per essere arruolati tra i complici di Mosca.

Nel Pd la componente bellicista si è imbestialita

Virginia Libero, segretaria dei Giovani democratici, lo ha scoperto a sue spese. Dal palco della Festa dell’Unità di Reggio Emilia ha detto che i ragazzi della sua generazione non saranno «i soldati delle vostre guerre» e, già che c’era, ha promesso di «organizzare i disertori». Apriti cielo. Nel Pd la componente bellicista le ha ricordato che la difesa della Patria è un dovere, mentre in pochi si sono schierati dalla sua parte. Non Elly Schlein, che per tenere insieme le varie tribù del partito è ormai costretta a equilibrismi da vecchia Dc.

Se bisogna parlare come un diplomatico della Farnesina tanto vale nascere vecchi

Certo, magari Virginia si è un po’ lasciata trascinare dai sentimenti, ma ha 28 anni. E se a quell’età bisogna già pesare le parole come un diplomatico della Farnesina tanto vale nascere vecchi. A farla diventare rapidamente adulta ci hanno pensato le polemiche, seguite dall’inevitabile precisazione: sta con l’Ucraina e condanna Putin. Una specie di liberatoria che ormai accompagna qualsiasi discorso sul tema: prima si certifica di non essere agenti del Cremlino, poi si può cominciare a parlarne.

Il pacifista-pacifinto si ritrova senza accorgersene in compagnia di Putin

Se prendiamo sul serio questo nuovo galateo, un problema ce l’ha persino la Costituzione. L’articolo 11 dice infatti che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e mezzo per risolvere le controversie internazionali. Il verbo è piuttosto categorico, anche se la stessa Carta stabilisce che la difesa della Patria è un sacro dovere. Due principi che per decenni sono riusciti a convivere senza che nessuno sentisse il bisogno di scegliere tra l’uno e l’altro. Oggi, invece, il riarmo è diventato sinonimo di realismo, mentre dubitarne è già un indizio a carico. Cercare uno sbocco politico diventa cedimento, e discutere quanti miliardi spendere in armamenti subito suona di appeasement col nemico. Così il pacifista, diventato pacifinto, si ritrova senza accorgersene in compagnia di Putin.

In difesa di Virginia Libero: da quando pacifisti è sinonimo di complici col nemico?
In difesa di Virginia Libero: da quando pacifisti è sinonimo di complici col nemico?
In difesa di Virginia Libero: da quando pacifisti è sinonimo di complici col nemico?
In difesa di Virginia Libero: da quando pacifisti è sinonimo di complici col nemico?
In difesa di Virginia Libero: da quando pacifisti è sinonimo di complici col nemico?
In difesa di Virginia Libero: da quando pacifisti è sinonimo di complici col nemico?
In difesa di Virginia Libero: da quando pacifisti è sinonimo di complici col nemico?
In difesa di Virginia Libero: da quando pacifisti è sinonimo di complici col nemico?
In difesa di Virginia Libero: da quando pacifisti è sinonimo di complici col nemico?
In difesa di Virginia Libero: da quando pacifisti è sinonimo di complici col nemico?
In difesa di Virginia Libero: da quando pacifisti è sinonimo di complici col nemico?
In difesa di Virginia Libero: da quando pacifisti è sinonimo di complici col nemico?

A spiegare ai giovani che il mondo è diventato troppo pericoloso per permettersi il pacifismo sono spesso i boomer, ossia quelli di una generazione cresciuta quando Hiroshima era ancora una memoria vicina e il Vietnam mostrava che cosa significasse mandare dei ragazzi a combattere dall’altra parte del mondo. Allora erano loro a scendere in piazza contro le armi, a diffidare dei generali e a non vergognarsi affatto di essere pacifisti.

Non si può considerare vigliacco chi continua a preferire la pace alle armi

Mezzo secolo dopo, parecchi hanno cambiato idea. Ma fa un certo effetto sentirli spiegare ai più giovani che bisogna essere pronti a combattere. Il fatto che Libero non lo sia non è un buon motivo per gettarle la croce addosso. Senza che ciò significhi confondere le carte. L’Ucraina è stata invasa, Putin è l’aggressore e gli ucraini hanno tutto il diritto di difendersi. Ma riconoscere questa realtà non obbliga a considerare vigliacco, o peggio complice del nemico, chi continua a preferire la pace alle armi.

La generazione comoda di quelli che se la prendono con i giovani…

Anche perché, se le cose dovessero mettersi davvero male, e la guerra diventare realtà, quelli della generazione della segretaria dei Giovani dem non vi assisterebbero davanti alla televisione. Mentre coloro che oggi spiegano quanto sia necessario essere pronti a combattere possono farlo con una certa serenità. Per raggiunti limiti d’età, non toccherebbe a loro imbracciare un fucile.

Torino, tensioni al presidio anti Vannacci

Attimi di tensione davanti all’hotel Nh a Torino, dove Roberto Vannacci ha partecipato al convegno sull’insicurezza urbana organizzato dal sindacato Fsp della Polizia di Stato. Una cinquantina di manifestanti si sono radunati fuori dall’edificio avvicinandosi allo schieramento delle forze dell’ordine e lanciando uova contro gli agenti, dai quali non è giunta alcuna risposta. «Nessun generale per nessuna guerra, Vannacci fuori da Torino», recita lo striscione esposto. Alcuni manifestanti hanno anche cercato di aggirare il blocco delle autorità per raggiungere la sede del convegno, ma i tentativi sono andati a vuoto. Ogni strada di accesso è presidiata da personale in tenuta antisommossa. Il presidio è stato organizzato dal network antagonista torinese che fa capo al centro sociale Askatasuna, sgomberato lo scorso 18 dicembre.

Attacco a una base aerea in Arabia Saudita, colpito Eurofighter italiano

Nella notte la base aerea saudita di Tàif, dove è presente personale italiano impegnato nell’operazione Inherent Resolve, è stata oggetto di una serie di attacchi. Lo ha reso noto il ministro Guido Crosetto. «Non ci sono militari italiani coinvolti. Nell’attacco è stato colpito un velivolo F-2000 italiano, che si trovava all’interno della base ed in un’area decentrata. Non ci sono altri danni a mezzi o infrastrutture utilizzati dal nostro personale», ha spiegato il titolare della Difesa. Inherent Resolve è la missione militare della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti contro i terroristi dell’Isis operanti in Iraq e Siria: è entrata in atto nel 2014, a seguito di una richiesta formale di assistenza da parte del governo di Baghdad.

Di Battista dimesso dal Gemelli: è a casa

Alessandro Di Battista è stato dimesso dal Policlinico Gemelli di Roma, dove era stato ricoverato al rientro da Cuba. Lo ha annunciato lo stesso ex deputato del M5s sui social, postando una foto con Luca Di Giuseppe, amico e presidente di Associazione Schierarsi. «Sto molto meglio e finalmente sono a casa!», ha scritto Di Battista: «Grazie ai medici e al personale del Policlinico Gemelli di Roma e grazie a tutti voi per l’affetto che ho sentito ogni giorno. Nelle prossime settimane vi racconterò il percorso che dovrò affrontare».

Il malore, il ricovero a Cuba e il rientro in Italia dopo l’operazione

Di Battista era arrivato al Policlinico Gemelli di Roma il 12 settembre, dopo essere rientrato in Italia da Cuba con un’aeroambulanza. L’ex parlamentare pentastellato aveva accusato una forte cefalea mentre si trovava sull’isola caraibica per un reportage per il Fatto Quotidiano: era stato ricoverato d’urgenza prima a Santa Clara, il più vicino al luogo in cui si trovava, e poi all’ospedale Hermanos Ameijeiras, la struttura più attrezzata dell’Avana. A Cuba erano subito arrivati la compagna Sahra Lahouasnia e due specialisti inviati dal Policlinico Gemelli di Roma, un neurochirurgo e un rianimatore. Il 4 settembre era fallito un primo tentativo di rimpatrio: le condizioni di Di Battista erano improvvisamente peggiorate durante il trasporto in ambulanza verso l’aeroporto, circostanza che ha costretto i medici a operarlo all’Avana.