Striscia la notizia è stata chiusa. Senza neppure un funerale, che un programma del genere, in onda dal 1988, forse avrebbe anche meritato. Ora si assiste a una vera e propria diaspora, tristissima, della squadra di inviati e conduttori che per decenni ha lavorato al tg satirico.
Dal Gf vip a Ballando: cosa fanno ora i volti di Striscia
Moreno Morello e Francesca Manzini al Grande fratello vip. Jimmy Ghione a Ballando con le stelle. Vittorio Brumotti è passato a Rai1 dove ha condotto il programma Italia A/R. Roberto Lipari, comico, si arrangia con qualche spettacolo, così come Sergio Friscia. Cristiano Militello è su R101, così come Rajae Bezzaz. Dario Ballantini è in tour con i suoi spettacoli mentre Valerio Staffelli, dopo migliaia di tapiri consegnati, ha sviluppato un suo format su YouTube, Lo Staffo è sempre all’erta, dedicato alla lotta alle frodi. Ezio Greggio si gode la vita a Montecarlo mentre Enzino Iacchetti è diventato un pepato opinionista politico in tv. Luca Abete, Enrico Lucci, Stefania Petyx, Max Laudadio e Pinuccio sono sostanzialmente fermi.
Ricci fagocitatore di talenti
Insomma, ci si arrabatta, quando ci si riesce, alla periferia dell’impero televisivo, in quegli anfratti che sono sempre stati il terreno preferito per le prese in giro di Striscia sulla finzione della tv e il meretricio artistico. Nessuno degli inviati di Striscia, storicamente, è riuscito a fare il grande balzo, ad affrancarsi, a costruirsi una vera e solida carriera: perché la presa di Antonio Ricci, inventore e deus ex machina del programma, è sempre stata tanto generosa quanto salda. Lui era il genio, gli altri dei semplici sudditi. E in effetti, se ci pensiamo, da Striscia la notizia, al netto della grandezza di Ricci, non è mai emerso praticamente nessuno.
L’eccezione di Ficarra e Picone
Gli unici che probabilmente hanno avuto un vero boost dalla conduzione sono stati Ficarra e Picone, che tuttavia si sono accorti dell’abbraccio mortale di Ricci e nel 2020 hanno abbandonato il programma per dedicarsi al cinema e al teatro. Greggio era già Greggio quando iniziò a condurre il tg satirico. Iacchetti, probabilmente, è diventato qualcuno, senza però mai combinare molto al di fuori della trasmissione. Gli altri conduttori, da Gerry Scotti a Michelle Hunziker, erano già personaggi famosi, e Roberto Lipari, Sergio Friscia, o Valeria Graci sono tornati in un quasi anonimato una volta terminata l’avventura a Striscia.
Ficarra e Picone nel 2020 (Ansa).
Veline queste sconosciute
Stessa cosa per quanto riguarda le Veline: sul bancone di Striscia, dal 1988, ne sono passate una cinquantina, ma quasi nessuna si è affermata come una stella dello show business. Ci ricordiamo di Elisabetta Canalis (anche se non è chiarissimo che mestiere faccia), di Maddalena Corvaglia (idem come sopra e concorrente al nuovo Tale e quale show), di Roberta Lanfranchi (che Ricci ha fatto lavorare a Paperissima), ma poi via via i volti e i nomi diventano sfumati, belle ragazze che non hanno lasciato traccia, e che finita Striscia hanno preso altre strade.
Un sistema chiuso che Mediaset non ha potuto sfruttare
È un po’ la legge di Ricci: finché si sta a Striscia si lavora in esclusiva per Striscia, e nessun tradimento è ammesso. In questo modo, tuttavia, il programma ha trattenuto a sé tutti i potenziali talenti, e non è diventato una fucina di professionisti da cui Mediaset potesse pescare. Era un sistema chiuso, dove a comandare c’era solo lui: Ricci. Ora Striscia non c’è più, i guinzagli sono stati tolti. E quel che resta dei protagonisti del programma più detonante della storia della tv, diciamolo, non fa tanto onore alla sua grandezza.
Essendo circondati da adolescenti, osservando come si vestono i nostri figli e i loro amici, ossia prevalentemente Nike e Air Jordan (che è sempre di Nike), e dovendo strisciare, sanguinando ogni volta, la carta di credito quando i ragazzi fanno acquisti, mai avremmo pensato che Nike potesse essere in crisi. E invece il 5 novembre 2021 il titolo del brand di abbigliamento sportivo valeva in Borsa 177,5 dollari, mentre adesso, dopo meno di cinque anni, siamo a quota 35,5 dollari, un tonfo clamoroso con una perdita secca dell’80 per cento. Come è stato possibile?
Il Nike store sulla Fifth Avenue a New York (foto Ansa).
L’addio di Mbappé è stato un brutto colpo
L’azienda di Portland è sotto attacco. E adesso dovrà fronteggiare la concorrenza del marchio svizzero On anche sul calcio: Kylian Mbappé, il 28enne attaccante francese del Real Madrid, lascia infatti Nike dopo 19 anni, molla il contratto da 14 milioni di dollari annui più bonus, rifiuta un rinnovo decennale da 20 milioni di dollari annui e preferisce trasferirsi armi e bagagli da On come primo importante testimonial e partner (avrà anche una quota azionaria della società e una responsabilità sullo sviluppo dei prodotti) per lo sbarco del brand, finora specializzato nel tennis e nel running, pure nel mondo del pallone.
Un colpaccio per On e per il fresco director of football, l’ex campione francese Thierry Henry. E un duro colpo per Nike nel calcio, che di recente aveva perso pure Lamine Yamal, giovanissima star del Barcellona, passato ad Adidas.
Lamine Yamal (foto Ansa).
Il gruppo svizzero On collabora dal 2019 con Federer
Ma i grandissimi dello sport sono di casa nell’azionariato e nel management di On, che veste anche il nostro tennista Flavio Cobolli: non si deve infatti dimenticare che il gruppo svizzero collabora dal 2019 con Roger Federer e che l’ex mago della racchetta ne detiene il 2,5 per cento del capitale e viene spesso consultato per le nuove creazioni.
Il tennista italiano Flavio Cobolli con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (foto Imagoeconomica).
Torniamo comunque al tema iniziale: come mai Nike ha perso così tanta capitalizzazione nonostante lo swoosh, il “baffo“, sia praticamente ovunque?
Nike, scarsa innovazione e troppa pigrizia
In realtà le più recenti strategie non sono state esattamente lungimiranti: si imputa alla società una scarsa innovazione, poca ricerca su nuovi prodotti, nessun design di rottura, troppa pigrizia nel puntare tutto sulla massimizzazione delle vendite dei modelli classici, anche datati, sul sotto-brand Air Jordan, lasciando scoperto il segmento tecnico.
Un negozio Nike a Praga (foto Ansa).
Effetti negativi pure dalla decisione di tagliare la distribuzione dei prodotti Nike in catene di abbigliamento di terzi, favorendo invece i negozi monomarca Nike (dove però i ricavi calano del 7 per cento) e la vendita online tramite la app di Nike Digital (pure qui ricavi giù del 12 per cento).
Scarpe Nike vendute in Cina (foto Ansa).
In Cina i brand locali Anta e Li-Ning sono forti concorrenti
Per questi motivi le vendite sono complessivamente diminuite (nel 2025 i ricavi di Nike sono scesi del 10 per cento fermandosi a 46,3 miliardi di dollari) e l’assenza nei negozi di terzi ha favorito l’ascesa di brand concorrenti come On, Hoka, New Balance, e il recupero di Adidas e Brooks. Inoltre i magazzini Nike si sono riempiti e per smaltire le scorte è stata necessaria una politica di vendita aggressiva, con forti sconti che hanno assottigliato i margini e compromesso l’immagine premium di Nike. Male anche in Cina, dove i brand locali come Anta e Li-Ning sono forti concorrenti.
Alexandre Arnault (foto Imagoeconomica).
Nel cda è arrivato il figlio di Bernard Arnault
Pochi giorni fa nel consiglio di amministrazione di Nike è entrato il 34enne Alexandre Arnault, figlio di Bernard Arnault, cioè il patron di Lvmh, per portare aria fresca e idee innovative nelle stanze di Nike. Che comunque, quanto ai cali in Borsa, è in buona compagnia: proprio il già citato gruppo svizzero On, infatti, dopo aver sfiorato i 60 dollari ad azione a fine maggio 2025, ha valutazioni calate a 27,4 dollari, -54,3 per cento in poco più di un anno. Tutto per colpa di una crescita rallentata delle vendite sul mercato americano (negli Stati Uniti c’è un effetto combinato dato dalla crisi dei consumi e dai dazi imposti dal presidente Donald Trump) e di una scarsa distribuzione dei prodotti On all’ingrosso per mantenere un’immagine premium.
Il Vietnam non è più una frontiera lontana. Dal 21 settembre, la Borsa di Ho Chi Minh è entrata negli indici dei mercati emergentisecondari di FTSE Russell, al fianco di piazze come Cina, India e Indonesia. Un salto di categoria che conclude un percorso iniziato nel 2018, quando Hanoi era stata inserita nella lista di osservazione del provider, e che potrebbe indirizzare verso i titoli vietnamiti fino a 6 miliardi di dollari. Non arriveranno tutti insieme. L’inclusione sarà distribuita in quattro tappe: il 10 per cento a settembre, il 20 per cento a marzo 2027 e due tranche del 35 per cento a giugno e settembre dello stesso anno.
Il primo segnale è già arrivato. Nella settimana precedente la promozione, gli investitori stranieri hanno acquistato azioni per 2.700 miliardi di dong, circa 104 milioni di dollari netti. Vanguard, tra le maggiori società di gestione patrimoniale al mondo, prevede di portare la propria esposizione a 2,5 miliardi nei prossimi anni. La promozione riconosce riforme concrete. Per anni gli investitori internazionali hanno dovuto depositare in anticipo l’intero controvalore degli acquisti, un obbligo di finanziamento preventivo incompatibile con molte procedure istituzionali. Hanoi lo ha rimosso e ha introdotto una piattaforma già utilizzata sul fiorente mercato sudcoreano che migliora e facilita l’accesso tramite broker globali. Tra le società vietnamite che potrebbero entrare nel FTSE Global All Cap (l’indice internazionale che riunisce aziende di grande, media e piccola capitalizzazione) figurano Vingroup, FPT, Hoa Phat, VPBank e Vinhomes. La loro inclusione obbligherebbe i fondi e gli ETF che replicano l’indice ad acquistarne le azioni in proporzione al peso assegnato da FTSE Russell.
Il segretario generale del Partito comunista vietnamita To Lam.
Aumenta l’attrattività per gli investimenti stranieri
La svolta finanziaria arriva mentre il Vietnam cerca di cambiare scala. Dopo una crescita del Pil dell’8 per cento nel 2025, per il 2026 la Banca Mondiale ha previsto un +6,8 per cento. Manodopera competitiva, investimenti esteri ed esportazioni hanno trasformato il Paese in uno snodo delle catene asiatiche. La strategia China+1 per sganciarsi dalla totale dipendenza da Pechino ha portato nuovi stabilimenti, mentre oltre 100 milioni di abitanti e una classe media in crescita alimentano consumi e urbanizzazione. A confermare l’attrattività del Paese è la presenza crescente delle multinazionali. Samsung, già primo investitore estero con oltre 23 miliardi di dollari impegnati, sta sviluppando un impianto da 1,5 miliardi per il collaudo dei semiconduttori, accanto alle attività di Intel, Amkor e altri gruppi tecnologici. Nel 2025 la danese Lego ha invece inaugurato a Binh Duong una fabbrica da un miliardo di dollari, la sua seconda in Asia. Insomma, non più soltanto assemblaggio a basso costo: il Vietnam punta ad attirare elettronica avanzata, logistica, ricerca e produzioni a maggiore valore aggiunto, sfruttando l’estesa rete di accordi commerciali.
Lo skyline di Hanoi (Ansa).
Il prossimo traguardo? Smettere di essere un mercato di frontiera
Per favorire questo processo, Hanoi vuole affiancare alla fabbrica un sistema finanziario più profondo. Le imprese dipendono ancora dalle banche: una Borsa più liquida può finanziare infrastrutture, energia e digitalizzazione, facilitare nuove quotazioni e ridurre il costo del capitale. È un passaggio decisivo verso l’obiettivo di diventare un’economia ad alto reddito entro il 2045. Se le riforme proseguiranno, la Banca Mondiale stima afflussi fino a 25 miliardi entro il 2030. Il condizionale resta d’obbligo, ma non ridimensiona la portata della svolta. L’ingresso negli indici emergenti può ampliare stabilmente la presenza dei capitali internazionali, aumentare la liquidità e spingere società e autorità verso standard più elevati di trasparenza e governance. Certo, persistono alcuni ostacoli: la Borsa è concentrata in pochi conglomerati, banche e gruppi immobiliari, mentre i limiti alla proprietà straniera riducono il numero di azioni realmente acquistabili. L’introduzione di una controparte centrale di compensazione, prevista nel 2027, dovrebbe rendere più sicuro il regolamento delle operazioni. Ulteriori progressi nell’informazione in inglese, nel prestito titoli e nell’accesso valutario potrebbero infine avvicinare il Vietnam al prossimo traguardo: la promozione da parte di Morgan Stanley Capital International (MSCI), che ancora lo considera un mercato di frontiera.
Le vie della vecchia Hanoi (Ansa).
I frutti della diplomazia del bambù
Sullo sfondo c’è anche la politica. Il Partito comunista punta sul settore privato e sugli investimenti infrastrutturali per sostenere la crescita, mentre la campagna anticorruzione cerca di ripulire amministrazione e finanza, non senza creare incertezza. Soprattutto, il Vietnam deve proteggersi dall’esposizione agli Stati Uniti, principale mercato di sbocco e possibile fonte di nuovi dazi, senza finire schiacciato nella competizione con la Cina. La cosiddetta diplomazia del bambù – flessibile nelle scelte tattiche ma salda negli interessi nazionali – consente al Vietnam di mantenere rapporti con Washington, Pechino, Tokyo, Seul e Bruxelles, evitando di schierarsi rigidamente con una sola potenza. Piegarsi alle pressioni senza spezzarsi, adattandosi alla situazione internazionale mantenendo al centro l’obiettivo di sviluppo interno. La svolta sullo status di mercato serve bene questa strategia.
Un cantiere ad Hanoi (Ansa).
Il rafforzamento della partnership con l’Ue
Non mancano i riflessi per i partner internazionali. Per l’Europa, l’upgrade rafforza un partner già centrale nel Sud-est asiatico. L’accordo di libero scambio EVFTA, in vigore dal 2020, ha ridotto molti dazi. E dal gennaio 2026 i rapporti sono saliti al livello di partenariato strategico globale. Energia pulita, reti, ferrovie, porti, semiconduttori, intelligenza artificiale e finanza verde sono i terreni più promettenti. Con il programma Global Gateway e la Just Energy Transition Partnership, l’Ue può offrire capitali e standard alternativi tanto alla finanza cinese quanto alla dipendenza dal mercato americano. Per quanto riguarda l’Italia, nel 2025 gli scambi hanno raggiunto 6,7 miliardi di euro, +9,2 per cento, facendo del Vietnam il primo partner italiano nell’Asean. Gli investimenti restano però limitati: 155 progetti per meno di 520 milioni di dollari. Macchinari, automazione, packaging, tessile sostenibile, agroindustria, farmaceutica, acqua, rinnovabili e ferrovie sono i settori in cui si potrebbe trasformare l’export in presenza industriale.
La trasformazione vietnamita
La promozione FTSE non garantisce un rialzo continuo della Borsa vietnamita né cancella i rischi. Può persino amplificare volatilità e concentrazione se i capitali si riverseranno soltanto su pochi grandi nomi. La novità segna però un importante cambio di percezione: il Vietnam non è più soltanto una piattaforma produttiva a basso costo. Sta provando a diventare un mercato capace di finanziare da sé la propria trasformazione.
Ordinare lo stesso vestito in tre taglie e rispedirne indietro due. Provare una crema a casa e poi restituirla perché non funziona. Per anni l’e-commerce ci ha abituato così: consegne a domicilio sempre più veloci e, soprattutto, restituzioni facili e gratuite. Adesso, invece, qualcosa sta cambiando. Non tanto nel diritto a cambiare idea (garantito, in parte, anche dalla legge), quanto nella possibilità di farlo sempre e comunque senza pagare.
Mango ha fatto da apripista. E la differenza non è da poco
Il colosso spagnolo dell’abbigliamento Mango, per esempio, dal febbraio 2023 chiede 4,95 euro per il ritiro a domicilio, mentre restano gratuite la restituzione in negozio e negli uffici di Poste Italiane. Benetton è andata oltre: chiede 5 euro per il reso a distanza, sia scegliendo il ritiro a domicilio sia portando personalmente il pacco a un centro di raccolta, mentre resta gratuita (solo) la restituzione in uno dei negozi aderenti. La differenza non è da poco: per ordini inferiori a 100 euro la catena italiana di abbigliamento applica anche 5 euro di spedizione; dunque, se si effettua un ordine da 50 euro e si restituisce un capo, tra la spedizione di andata e reso si arrivano a spendere 10 euro.
Nell’e-commerce un acquisto su cinque viene mandato indietro
Per capire perché i retailer abbiano cominciato a fare marcia indietro bisogna guardare alle dimensioni raggiunte dal fenomeno. Negli Stati Uniti, la National Retail Federation stima che nel 2025 siano stati restituiti prodotti per 849,9 miliardi di dollari, pari al 15,8 per cento delle vendite complessive. Nell’e-commerce la percentuale sale al 19,3 per cento: praticamente un acquisto online su cinque.
Pacchi di acquisti online pronti a essere spediti in Cina (foto Ansa).
Va inoltre considerato che far tornare indietro un pacco non significa semplicemente fargli percorrere la strada “al contrario”: dietro c’è un’intera filiera – la cosiddetta reverse logistics – che deve occuparsi di trasporto, ricezione, apertura, controllo, eventuale ricondizionamento e nuova destinazione della merce.
Amazon ha creato il primo hub italiano dedicato ai resi
Amazon ne offre un esempio concreto, e proprio in Italia. A Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, il primo centro logistico aperto dall’azienda nel nostro Paese nel 2011, è stato riconvertito nel primo hub italiano dedicato ai resi, specializzato nei prodotti di piccole dimensioni. Qui ogni articolo rientrato viene ispezionato e può essere rimesso in vendita come nuovo, venduto come usato, ricondizionato, restituito al fornitore, ceduto ad altri operatori oppure donato.
Lavoratori della logistica preparano pacchi Amazon (foto Ansa).
Anche Amazon, però, ha iniziato a far pagare alcune restituzioni. Per i prodotti gestiti dalla sua logistica, se nel raggio di un chilometro esiste un punto di consegna dove riportare il pacco gratis (senza imballaggio né etichetta), chi sceglie comunque il ritiro a domicilio paga 2,95 euro, trattenuti dal rimborso. Restano gratuite invece le altre opzioni, come l’ufficio postale o il punto di ritiro. Ma attenzione soprattutto a scarpe e abbigliamento: sulla moda Amazon continua a garantire il reso gratuito entro 30 giorni, purché l’articolo sia indicato come idoneo al reso gratuito e sia venduto o spedito direttamente da Amazon.
Se restituisci troppo, paghi di più: la novità di Asos
La novità più interessante arriva tuttavia da Asos, il noto portale di shopping online che non conta solo come restituiamo un acquisto, ma quanto siamo abituati a restituire. La piattaforma, infatti, prende in considerazione il comportamento del cliente negli ultimi 12 mesi: per la maggior parte degli utenti il reso rimane gratuito, ma chi ha restituito almeno il 70 per cento del valore acquistato e ha effettuato almeno tre ordini può vedersi trattenere 4,95 euro per pacco (salvo che conservi merce per oltre 50 euro di valore).
Con un tasso di reso dell’80 per cento e cinque ordini possono aggiungersi altri 4,95 euro di spese di gestione, ma se successivamente la percentuale scende, cambiano nuovamente le condizioni. Due persone possono quindi comprare lo stesso abito sullo stesso sito e trovarsi davanti a condizioni economiche differenti quando decidono di restituirlo, sulla base della propria storia di acquisto.
Altri operatori scelgono strade diverse. Uniqlo trattiene 2,95 per cento per ogni restituzione online effettuata attraverso il suo servizio; Qvc Italia, invece, concede 30 giorni per cambiare idea ma, in caso di semplice ripensamento, le spese per far rientrare il prodotto vengono sottratte dal rimborso; se si tratta di sostituire taglia, colore o variante, è Qvc a sostenere sia il costo della restituzione sia quello della nuova consegna.
Persone in fila fuori da uno store di Uniqlo (foto Ansa).
Reso gratuito e diritto di recesso non sono la stessa cosa
C’è infine un equivoco molto comune ma importante da chiarire. Nell’Unione europea chi compra online dispone generalmente di 14 giorni dalla consegna per comunicare il recesso senza dover fornire una motivazione, e di ulteriori 14 giorni per rispedire la merce. Questo, tuttavia, non significa che il venditore debba necessariamente pagare anche la spedizione di ritorno: le spese dirette possono essere a carico del consumatore, purché ne sia stato informato prima dell’acquisto, altrimenti toccano al venditore. Diverso è il caso di un prodotto difettoso, per il quale i costi spettano sempre al venditore.
Il reso gratuito era uno straordinario strumento commerciale
Per anni molti colossi dell’e-commerce sono andati ben oltre questi obblighi, perché il reso gratuito era uno straordinario strumento commerciale. E, nei fatti, continua a esserlo: secondo la National Retail Federation, l’82 per cento dei consumatori considera importante la gratuità delle restituzioni quando compra online. E il 71 per cento sarebbe meno propenso a tornare da un retailer dopo una cattiva esperienza di reso. Ordinare tre taglie e rimandarne indietro due, insomma, si può ancora fare. Ma non è detto che la prova nel camerino di casa sia ancora completamente gratis.
Cos’è la frizione cognitiva? La fatica che bisogna fare per capirci qualcosa. Sbatterci un po’ la testa quando un concetto resiste, quando una frase deve essere riletta. Fermarsi. Tornare indietro. Pensare, riflettere. Costruire una relazione fra le cose. Aggiungere, come dice qualche esperto, profondità. Il che richiede fatica. Eppure c’è un aspetto curioso nella nostra idea di intelligenza. Siamo arrivati a considerare un vantaggio tutto ciò che ci permette di pensare con meno fatica. Ed è comprensibile. La fatica non gode di buona reputazione. La associamo a qualcosa di scomodo, al lavoro manuale, alla palestra, alla fila alle poste, alla compilazione di un modulo amministrativo che richiede doppia autenticazione e una copia del documento d’identità. Insomma, se possiamo evitarci una fatica, perché mai dovremmo farla? Poi è arrivata l’IA.
L’IA, una pericolosa forma di comodità intellettuale
L’intelligenza artificiale è bravissima con le scorciatoie. Prende il pensiero, lo liscia, lo impagina e te lo restituisce. A parte qualche intoppo, tutto fila via come l’olio. In fondo è una forma di comodità intellettuale attraverso cui, se ci pensiamo, ci viene risparmiato il momento in cui scopriamo di non sapere. Perché sapere di non sapere è una delle forme più antiche di frizione cognitiva. Socrate, almeno nella versione che ne abbiamo ricevuto da Platone, costruisce buona parte della sua pedagogia su questo piccolo inconveniente: portare l’interlocutore fino al punto in cui scopre che la risposta che possedeva con tanta sicurezza non era poi così solida.
Sintomi da burnout per chi usa tanto l’intelligenza artificiale (foto Unsplash).
Così oggi avremmo probabilmente un chatbot che, davanti alla confusione dell’utente, gli offrirebbe una sintesi in cinque punti. Il problema? Tutti ugualmente plausibili. E qui nasce un paradosso. Qualcuno, alla fine, dovrà pur fare fatica. Se non la fa la macchina, la facciamo noi. E forse la facciamo proprio per controllare che la macchina abbia fatto bene il suo lavoro, magari per discriminare tra quei cinque punti.
Il burnout è riportato dal 45 per cento di chi usa frequentemente l’IA
Uno studio di Quantum Workplace, società che si occupa di benessere aziendale, ha rilevato che il burnout, cioè quella sensazione di essere ormai svuotati e sopraffatti dal lavoro, è riportato dal 45 per cento dei lavoratori che utilizzano frequentemente l’IA, contro il 38 per cento di chi la usa meno frequentemente e il 35 per cento di chi non la tocca nemmeno.
AI brain fry: una specie di cervello fritto
Un’altra ricerca pubblicata dalla Harvard Business Review, una rivista di management, ha persino trovato un nome per una delle conseguenze: “AI brain fry”. Una specie di cervello fritto, dovuto all’affaticamento cognitivo prodotto dall’uso e, soprattutto, dalla supervisione intensiva degli strumenti e degli agenti IA.
AI brain fry: una specie di cervello fritto per colpa dell’intelligenza artificiale (foto Unsplash).
Secondo l’analisi Riverside firmata da Boston Consulting Group e dalla University of California, condotta su 1.488 lavoratori statunitensi, il 14 per cento di chi utilizza l’IA sul lavoro dice di aver sperimentato quella sensazione. Chi ne soffre registra il 33 per cento di decision fatigue in più, cioè la fatica mentale che rende sempre più difficile prendere decisioni via via che la giornata di lavoro procede, e commette errori gravi con una frequenza maggiore del 39 per cento.
Invece di alleggerire il carico, il chatbot lo aumenta
Anche un’altra società di consulenza, Korn Ferry, racconta una storia simile sulla base di un’indagine condotta su oltre 16 mila dipendenti. Il 62 per cento degli intervistati dice infatti di aver visto crescere significativamente il proprio carico di lavoro negli ultimi due anni, mentre il 45 per cento sostiene di essere ormai troppo impegnato persino per riuscire a produrre risultati significativi che contribuiscano alla crescita. E fra i lavoratori più esausti dall’IA, il 52 per cento dice che è stata proprio quella tecnologia, invece di alleggerire il carico, ad aumentarlo.
I chatbot, invece ci aiutarti, aumentano la tua fatica cognitiva (foto Unsplash).
Insomma, abbiamo inventato strumenti per risparmiare fatica e siamo diventati più stanchi con il rischio che, a forza di scorciatoie del pensiero, si finisca dentro una specie di allucinazione collettiva. Quella per cui anche accademici rinomati possono arrivare a dire che è tutto finito, che i dottorati non servono più, che la ricerca è una cosa del passato. Beati loro.
Forse abbiamo confuso la velocità con il progresso
È un po’ la stessa allucinazione che abbiamo vissuto con i social, quando tutto sembrava bellissimo perché tutto era filtrato benissimo. Anche lì la promessa era una scorciatoia: prima l’illusione di una vita migliore a portata di scroll; oggi l’illusione di un pensiero senza la fatica di attraversarlo. Comunque sia, ieri come oggi, si ha l’impressione che forse abbiamo confuso la velocità con il progresso. La velocità dice quanto rapidamente arriviamo da A a B. Il progresso dovrebbe dirci se B è un posto migliore di A. E per stabilirlo, almeno per il momento, serve ancora qualcuno disposto a fermarsi, guardare la mappa e chiedersi dove stiamo andando. Il che comporta una certa fatica.
Negli ultimi tempi il concetto di “italianità” è tornato a circolare con grande frequenza. La responsabilità è per lo più della destra: remigrazione, richiami alle radici romane e cristiane, fino alla recente discussione sul tetto agli studenti con insufficiente conoscenza dell’italiano nelle classi. Sono questioni diverse ma hanno almeno un punto in comune: riportano in superficie una domanda che per molto tempo una parte della cultura pubblica ha considerato sospetta o antiquata. Che cosa significa, oggi, essere italiani? Il partito guidato da Roberto Vannacci, Futuro Nazionale, lega esplicitamente l’assimilazione alla «civiltà greca, romana e cristiana» e inserisce la già citata remigrazione in una concezione dichiaratamente identitaria della politica nazionale.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Più che di radici sarebbe meglio parlare di fonti
Una risposta possibile è quella essenzialista. Esisterebbe qualcosa come un nucleo dell’italianità, abbastanza stabile da attraversare il tempo e abbastanza determinato da consentire di distinguere ciò che gli appartiene da ciò che gli rimane estraneo. L’appello alle radici possiede questa struttura: cerca sotto le trasformazioni della storia qualcosa che, non mutando, garantisca che siamo rimasti noi. Il problema è che le identità storiche non funzionano così. Grecia, Roma e cristianesimo appartengono certamente alla nostra storia, ma hanno prodotto ciò che chiamiamo Italia attraverso una lunga storia di trasfigurazioni, dispute, tradimenti e rivoluzioni che non possiamo semplicemente lasciar perdere. Più che di radici sarebbe meglio parlare di fonti: la radice suggerisce un’identità che cresce fissata a una posizione; la fonte, invece, continua ad alimentare un corso d’acqua che, proprio scorrendo, diventa altro.
Una veduta su piazza San Pietro (Ansa).
Essere italiani come pura convenzione
All’essenzialismo, tuttavia, si può reagire con un errore contrario. Poiché ogni identità è storicamente costruita e continuamente modificata, si può concludere che “italiano” sia, in fondo, poco più di un nome, una qualificazione giuridica oppure una convenzione collettiva. È una specie di nominalismo dell’identità. Se non esiste un’essenza italiana, allora non esisterebbe nulla di propriamente italiano al di là del fatto che decidiamo di chiamarlo così. A entrambe le posizioni manca la storicità.
Cosa significa davvero trasmettere un’identità?
Essere storici significa qualcosa di più esigente che cambiare nel tempo. Secondo il filosofo ceco Jan Patočka, l’ingresso nella storia coincide con la perdita dell’ovvietà di un senso semplicemente ricevuto: ciò che sembrava dato diviene problematico e deve essere nuovamente interrogato. È questa la cesura tra preistoria e storia. Una comunità storica non è quella che possiede una volta per tutte il significato della propria identità, ma quella che continua a misurarsi con esso proprio perché gli eventi lo espongono continuamente alla prova. Da questo punto di vista, trasmettere l’italianità non può significare consegnare intatto un inventario di valori, simboli e costumi. Significa, più concretamente, trasmettere una lingua nella quale sia possibile intendere il discorso pubblico, e con essa una memoria sufficiente a comprendere perché certi eventi continuino a dividere o a unire, le continuità e le fratture attraverso cui il Paese è diventato ciò che è.
Un centro italiano (Nicolas Mejia via Unsplash).
La differenza tra assimilazione e appartenenza
Ma la trasmissione è riuscita solo quando chi riceve tutto questo può anche discuterlo. Qui si trova forse la differenza decisiva tra assimilazione e appartenenza. Assimilare, nel significato più rigido del termine, significa chiedere al nuovo arrivato di conformarsi a un’identità della quale altri hanno già stabilito il contenuto. Appartenere a una comunità storica significa invece acquisire abbastanza familiarità con quella storia da poter partecipare alla controversia sul suo significato. Non occorre condividere una determinata interpretazione del Risorgimento o della Costituzione per appartenere pienamente allo spazio comune. Occorre però sapere di che cosa si sta parlando, comprendere il linguaggio e riconoscere gli interlocutori per poter prendere parte al dibattito. Appartenere, insomma, non significa aderire a una certa definizione dell’Italia o dell’italianità, ma essere abilitati alla discussione storica su che cosa l’Italia sia. È un criterio insieme aperto ed esigente. Aperto, perché rende impossibile identificare l’italianità con l’origine biologica, la genealogia o una lista immutabile di caratteri, coi pericoli conseguenti. Esigente, perché esclude anche l’idea che basti un’appartenenza puramente nominale. Una lingua comune, una memoria e istituzioni conosciute non sono dettagli ornamentali.
Scritte in diverse lingue in una scuola italiana (Ansa).
Le condizioni perché una comunità continui a esistere
L’identità nazionale, allora, non ha bisogno di essere protetta dalla storia, perché esiste soltanto dentro la storia. Il problema è piuttosto renderla abbastanza consistente da poter essere trasmessa e abbastanza viva da poter essere contestata. Se la fissiamo in un’essenza, prima o poi diventa archeologia. Se la riduciamo a un nome, non resta più nulla da trasmettere. Una comunità continua a esistere quando riesce invece a consegnare ai nuovi venuti, e alle nuove generazioni, non una risposta definitiva alla domanda su chi siamo, ma gli strumenti per poter prendere parte alla domanda.
Nell’ultima puntata di Filorosso, programma condotto da Antonino Monteleone su Rai3, è andato in onda un servizio realizzato da una giornalista infiltrata in un fight club clandestino. Convocato con breve anticipo attraverso un gruppo Telegram riservato, l’incontro si svolge in una località segreta a circa mezz’ora da Milano. Una telecamera nascosta documenta scene che non possono che colpire il telespettatore, ma a restare impresse sono soprattutto le dichiarazioni dei partecipanti. C’è chi dice che il vero brivido sta nell’essere al di fuori della legge, chi sostiene che un combattente ferito in modo grave viene abbandonato sul posto e infine vengono offerti 100 euro agli spettatori che intendono cimentarsi in un combattimento sul ring improvvisato.
Dalla campagna per Sardone al ring segreto
Complimenti ai colleghi della Rai, a cui però è sfuggito un dettaglio importante. Il primo lottatore a essere inquadrato è un volto noto a chi segue la politica milanese. Si chiama Giovanni Binda ed è consigliere della Lega nel Municipio 6 di Milano, molto vicino alla candidata sindaca di Matteo Salvini, Silvia Sardone, che Bindi ha ovviamente sostenuto anche alle ultime Europee. La circostanza desta notevole stupore, non solo perché troviamo una carica pubblica in un luogo border-line, ma soprattutto perché Binda è conosciuto come un moderato, rispettato anche dagli avversari politici per una pacatezza che fa a pugni con un aspetto aggressivo, a partire dal taglio di capelli.
Dna leghista, ha lavorato anche in Regione Lombardia
Ma chi è Giovanni Binda? Trentaquattro anni, finito il liceo ha cominciato a lavorare con il padre, che si occupa di sicurezza sul lavoro, anche per pagarsi gli studi. Parallelamente ha iniziato l’attività politica e per lui si sono aperte le porte di Regione Lombardia, dove ha iniziato a lavorare nello staff dell’assessore Simona Bordonali. Il capo della segreteria all’epoca era Stefano Bolognini, che nel mandato successivo (il primo di Attilio Fontana) è diventato a sua volta assessore e ha confermato Binda nel suo ruolo, legato a comunicazione e social. Pentitosi degli studi interrotti, il leghista ha poi rimediato prendendo una laurea triennale in Scienze di Comunicazione e poi una magistrale in Lettere Moderne, titoli ai quali – non pago – ha aggiunto un diploma alla scuola professionale del CAPAC, per lavorare in cucina. «Ho sempre avuto passione per il cibo, soprattutto perché ogni piatto si lega alle tradizioni delle comunità locali», racconta a Lettera43. «Mi sono avvicinato alla Lega perché difende le tradizioni e anche ereditando la passione di mio padre che, venendo da un paesino sul lago, scherzosamente diceva di battersi per la superiorità della ‘razza lariana‘. Un vero secessionista, uno della prima ora». Binda, che è anche giornalista pubblicista, parla poi con entusiasmo anche delle recenti spinte autonomiste di Scozia, Irlanda del Nord e Galles nei confronti di Londra.
«Nessuna scommessa, si combatte solo per sport»
A questo punto è impossibile non chiedersi cosa ci facesse un politico milanese plurilaureato in un fight club clandestino. «Chiamarlo clandestino e ammantarlo di illegalità è una esagerazione giornalistica, per creare ad hoc una notizia che non esiste», mette in chiaro. «Non c’è nemmeno la ‘borsa’ per chi combatte. Sì, è vero che nel servizio qualcuno a un certo punto promette 100 euro a chi vuole battersi, ma i soldi non si vedono. Anzi, io che ho lottato veramente non ho preso nemmeno un euro e quando ho chiesto conto di questa promessa agli spettatori mi hanno spiegato che era solo uno scherzo».
Quel pizzico di underground che fa figo
Allo stesso modo, sostiene Binda, non sarebbe vero che i feriti gravi vengono abbandonati sul posto. «Ma no, non è mica come nel libro, dove si dice che la prima regola è non parlare del fight club», assicura sorridendo. «Nessuno che finisce sotto terra. È una cosa molto tranquilla e su YouTube si trovano tanti video che lo raccontano». Qual è, allora, il fascinodi questi incontri notturni? «Posso parlare per me», prosegue il consigliere leghista. «Sono uno sportivo, faccio boxe e in passato anche thai boxe e mixed martial arts. Nel giro delle mie amicizie non c’è nessuno che pratichi queste discipline e volevo mettermi alla prova in un contesto molto diverso da quello da cui provengo, quello di una famiglia benestante. Non siamo degli scappati di casa, ma degli sportivi che passano una serata insieme, nel massimo rispetto». «Certo», ammette, «in un posto del genere trovi anche degli esaltati fuori dal mondo, ma questo accade anche nelle sezioni di partito e nelle redazioni dei giornali. C’è un velo underground che fa un po’ figo, ti fa sentire fuori dagli schemi, ma è tutto fittizio. Non c’è nulla di llegale, a parte forse chi serve da bere senza autorizzazione, ma non sono mica io che vado a controllare i permessi!».
Giovanni Binda e il manifesto dei Senza Paura, evento dei Patrioti europei (da Instagram).
«Siamo come Fubles per il calcetto»
Verrebbe da chiedersi come mai questo bel clima decoubertiniano non si possa trovare anche in una più classica palestra. Per Binda la spiegazione non sta nel brivido della trasgressione: «Onestamente, in una palestra potrei fare al massimo lo sparring partner. Per un match vero serve maggiore preparazione, mentre qui siamo più ruspanti. È tutto più semplice e spontaneo, proprio come andare a giocare a calcetto, cosa che peraltro ogni tanto faccio. Se non hai amici con cui farlo, puoi usare delle app come Fubles che ti mettono in contatto con altri che sono nella stessa situazione. Giochi con sconosciuti e quindi trovi gente di tutti i tipi, esattamente quello che facciamo noi». Insomma nessuno scandalo. Il fight club fai da te magari non rispetterà tutti i crismi, «ma è come andare a giocare a pallone in mezzo a un parco dove non ci sono le porte e usare le felpe al posto dei pali». L’unica differenza «è che ci si può fare male. Ma può succedere anche in un’area workout di quelle realizzate dal Comune».
Un combattimento (da Filorosso).
«Il machismo vannacciano? Una stronzata»
Prendendo le distanze dalla narrativa di destra cavalcata dalla stessa Sardone, Binda dice di odiare termini come «maranza» e «baby-gang». Rispetto alle problematiche giovanili, ha le idee chiare: «Diciamo sempre che i ragazzi non sanno cosa fare o che stanno chiusi in casa, mentre in questo caso si ritrovano per fare dello sport, senza dare fastidio a nessuno». Insomma, il servizio della Rai ha ingigantito la cosa: «È semplicemente un’attività sportiva che, per me, non ha proprio nulla a che fare con il machismo o cose del genere. Non sono certo il vannacciano di turno che deve fare ilposer del fascista, che deve fare vedere i muscoli per dire: “Io sono un uomo duro, tutto d’un pezzo'”. Per me queste cose sono stronzate».
Torna la protesta dei trattori, questa volta contro il caro gasolio: da oggi è in preparazione un presidio nazionale a Torrimpietra (Roma), al chilometro 29,7 dell’Aurelia, nello stesso punto dove, in passato, presero forma analoghe proteste degli agricoltori delle zone nord della Capitale. I coltivatori sono pronti a manifestare in particolare per il forte rincaro del gasolio agricolo, arrivato a 1,7 euro al litro (con il diesel per le automobili addirittura a 2,4 euro). Nei propositi il raduno è programmato per tre giorni.
Così Salvatore Fais, agricoltore del nord della Toscana e già leader di Riscatto contadino: «Gli agricoltori tornano a far sentire la loro voce proprio come negli scorsi anni: a febbraio 2024, per esempio, quando invasero la statale Aurelia per raggiungere la Capitale; e ad aprile 2026. Con i costi del carburante alle stelle, i produttori locali non riescono più a sostenere le spese. Dal presidio di Torrimpietra, da più di tre anni, cerchiamo di far sentire la nostra voce, ma la politica e i sindacati continuano a fare finta che non esistiamo».
E gli autotrasportatori sono pronti a scioperare
Minacciano poi lo sciopero contro il caro gasolio gli autotrasportatori. Lo ha annunciato il segretario generale di Assotir, Claudio Donati, in una conferenza stampa dell’associazione a Roma. Si tratterebbe, ha spiegato, di «un’arma definitiva», perché lo stop «anche solo per un giorno significa fermare il Paese». Anna Vita Manigrasso, presidente nazionale di Assotir, con amara ironia ha constatato che «magari non c’è neanche modo di arrivare allo sciopero»: viste le difficoltà economiche del settore, «gli autotrasportatori potrebbero fermarsi anche perché non ce la fanno più».
Da qualche giorno Hans Crescent Road, nel cuore di Knightsbridge, a Londra, è meno movimentata del solito. Manca l’allegra brigata del Crazy Pizza, la famosa catena di ristoranti di Flavio Briatore e Francesco Costa. Il locale è chiuso, la porta sbarrata, le sale sono totalmente al buio. Agli iscritti alla newsletter del locale è arrivata una email vuota con un semplice oggetto: See You Soon, a presto, che però nel mondo anglosassone è anche un modo garbato di annunciare la chiusura di un’attività. Intanto sul sito e sui social campeggia la promessa di nuove aperture: New location, same crazyness.
La schermata del sito.
La strada del lusso sembrava garanzia di successo
Quello di Hans Crescent non è un indirizzo qualsiasi: chi ha un po’ di familiarità con la città sa che è un luogo super esclusivo: è la strada pedonale che costeggia l’ingresso di Harrods, i celeberrimi grandi magazzini. Ogni anno, su quella via, passano milioni di persone. Un luogo perfetto per il Crazy Pizza, il cui successo – incluse le polemiche sulla Pizza al Patanegra a 60 sterline(prezzo che peraltro a Londra e in quella zona non è nemmeno troppo scandaloso) – sembrava garantito. Peraltro, il compassato pubblico londinese aveva mostrato di apprezzare la miscela di “caciara” e atmosfera modaiola del locale, con le pizze giganti fatte roteare in sala e i dj chhe sparavano brani di Italo-Disco. Così sono cominciate a serpeggiare le voci: per caso il gruppo Majestas, holding che gestisce tutti gli affari di Briatore nell’ospitalità, ha alzato bandiera bianca?
Harrods in Hans Crescent Road (Ansa).
Nel settembre 2025 il flop di Sumosan Twiga
A Londra Crazy Pizza aveva debuttato nel 2019, con un locale nella zona di Marylebone, dove prima si trovava uno degli storici ristoranti di Carluccio’s. In un secondo momento si era trasferito davanti a Harrods. Alcune voci parlano di una possibile riapertura, forse nella zona Est, quartieri molto giovani e vivaci che però non sono lontanamente comparabili con Knightsbridge, né come prestigio, né come prezzi. Sempre vicino a Harrods, lungo Sloane Street, Briatore aveva aperto anche il risto-disco-sushi Sumosan-Twiga che ha chiuso i battenti a settembre 2025 con perdite relative al 2024 per oltre 1,8 milioni di euro. Insomma, il quartiere di Knightsbridge sarà pure pieno di milionari, ma pare non portare fortuna al Flavio Nazionale.
A partire dal 29 settembre sarà disponibile in libreria La strada, esordio del giornalista e manager della comunicazione Augusto Rubei. Un racconto crudo ed empatico che ripercorre la storia di Pietro, per tutti “Pietruccio”, un bambino goffo e impacciato che nasce a San Basilio, nella periferia più dura di Roma, dove l’infanzia finisce presto e nessuno ti spiega come si diventa grandi. Nel giorno d’uscita, il libro sarà anche presentato alle 18.30 presso la Galleria Alberto Sordi di Roma, dove l’autore dialogherà con la condirettrice del Corriere della seraFiorenza Sarzanini.
La trama
Come anticipato, la trama segue la storia di Pietro, un bambino cresciuto in un contesto dove violenza, droga e silenzio sembrano già tracciare il destino della sua generazione. Dopo un episodio che gli fa capire di avere davanti due possibilità — arrendersi al futuro che gli altri hanno scritto per lui o cercare una via d’uscita —, il protagonista decide di provare a cambiare strada. Impara così a sopravvivere, a riconoscere i pericoli e a costruirsi un percorso diverso, fino ad arrivare alle stanze più importanti e riservate del Paese, ambienti che sembravano irraggiungibili per un ragazzo come lui. Un viaggio di riscatto che, però, non significa dimenticare le proprie origini, ma imparare a portarle con sé.
Il giudice del Tribunale del Lavoro di Roma si è riservato di decidere sul ricorso urgente presentato da Sigfrido Ranucci contro la rimozione dalla conduzione di Report decisa dalla Rai a fine agosto. Al termine dell’udienza il giornalista ha lasciato il tribunale senza rilasciare dichiarazioni. Era presente anche Paolo Corsini, direttore degli Approfondimenti Rai, il quale ha spiegato ai cronisti: «Ero venuto qui come persona informata sui fatti, se il giudice avesse voluto sentirmi». Ma la cosa non è accaduta.
Ranucci aveva depositato il 15 settembre un ricorso urgente ex art. 700 del Codice di procedura civile, in modo da poter rientrare alla conduzione di Report in tempo utile per prima puntata della nuova stagione, che inizierà l’8 novembre (con al timone Daniele Piervincenzie Claudia Di Pasquale – dopo la rinuncia di Giulia Presutti). Ranucci, nel ricorso, ha contestato le motivazioni del provvedimento della Rai, ritenute carenti, il demansionamento e la discriminazione. Il giornalista, peraltro, entro il 27 settembre è stato chiamato a scegliere una delle tre diverse posizioni professionali proposte: un ritorno a Rainews, un approdo alla redazione del Tg3, un incarico come responsabile di un ufficio di corrispondenza internazionale (in particolare al Cairo).
L’aeroporto di Milano-Malpensa è stato ufficialmente intitolato a Silvio Berlusconi, con una cerimonia a cui erano presenti, oltre ai familiari, il presidente del Senato Ignazio La Russa, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini e il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana. Assente invece il sindaco di Milano Beppe Sala, cosa che ha suscitato qualche polemica da parte del leader della Lega. «Dispiace per gli assenti, perché oggi non è una giornata politica, non ricordiamo il Berlusconi politico, ricordiamo uno dei più grandi imprenditori della storia della Repubblica Italiana. Non è un’intitolazione partitica, è un riconoscimento della realtà. Spero che ci sia un futuro in cui anche la politica si riunirà riconoscendo i meriti storici e innegabili di qualcuno aldilà dell’appartenenza», ha detto Salvini.
Sala: «Ho lottato contro questa decisione, cosa avrei dovuto fare?»
La replica di Sala non si è fatta attendere: «Sento qualcuno lamentarsi della mia assenza – a dire il vero non si cita il mio nome, ma la sostanza è quella – all’intitolazione di Malpensa a Silvio Berlusconi. Ho lottato contro questa decisione, cosa avrei dovuto fare? Essere presente, con un finto sorriso? Oppure essere presente e ribadire i miei distinguo? Sono un uomo coerente e cerco di ricordarmene ogni giorno. Segnalo che nello stesso momento ero, con la fascia di sindaco Metropolitano, a Inveruno per inaugurare una piazza a Piersanti Mattarella. Ho preferito essere lì».
Jannik Sinner, che sembrava pronto a tornare a giocare, salterà anche il torneo Atp 500 di Pechino, che inizierà il 30 settembre e dove avrebbe dovuto difendere il titolo conquistato un anno fa. Lo ha annunciato lui stesso con un video in inglese sui social: la decisione è stata presa a causa del perdurare del problema al ginocchio destro.
«Mi dispiace molto annunciare che quest’anno non potrò giocare a Pechino. Il mio ginocchio non è ancora nelle condizioni in cui vorrei che fosse e non sono ancora pronto per competere. Ma farò tutto il possibile per tornare in campo il prima possibile», ha detto Sinner. E poi: «Quello che mi manca di più è naturalmente il torneo, i tifosi e l’atmosfera. Negli anni scorsi sono stato davvero benissimo qui e ho anche vinto il titolo l’anno scorso. Sono molto deluso di non poterlo difendere quest’anno, ma sono felice di poter tornare l’anno prossimo. Auguro a tutti un grande torneo e ci vediamo molto presto di nuovo in campo».
Sinner non gioca una partita dal 12 luglio, giorno della finale di Wimbledon
L’ultimo match giocato da Sinner è la finale di Wimbledon, vinta contro Alexander Zverev il 12 luglio. Poi l’infiammazione al ginocchio destro, che ha costretto il fuoriclasse azzurro a saltare tutta la stagione sul cemento americano. Il prossimo in cui potrebbe scendere in campo è il Masters 1000 di Shanghai, che comincerà il 7 ottobre e al quale è già iscritto. Ma l’opzione più credibile è un rientro tra Vienna e Parigi, due tornei che un anno fa aveva vinto. Con il forfait di Pechino si assottiglierà ancora il vantaggio nel ranking Atp su Zverev, secondo in classifica: con un doppio successo in Cina il tennista tedesco lo supererebbe.
Il Consiglio di amministrazione di FiberCop ha nominato Marco Nespolo amministratore delegato, con effetto dal 12 ottobre 2026. Massimo Sarmi, che ricopre la carica di presidente di FiberCop dal novembre 2020 e ha svolto anche il ruolo di ceo da gennaio 2025, continuerà nel suo ruolo di presidente, garantendo continuità nella governance mentre la società prosegue lo sviluppo della rete nazionale in fibra ottica. Il cda ha anche riconosciuto che, sotto la guida di Sarmi, la separazione di Fibercop è stata realizzata con successo, il Pnrr è stato completato integralmente e una storica infrastruttura in rame si sta trasformando in una moderna rete ad accesso aperto.
17 cittadini, tra cui 14 minori, sono stati perquisiti in diverse città italiane da carabinieri del Ros e agenti della Digos con l’accusa di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale e religiosa, con aggravanti di terrorismo. In particolare, pubblicavano manifesti sulle stragi di attentatori suprematisti esaltando Hitler o Brenton Tarrant, l’autore di attacchi a moschee con decine di morti, e proponevano tecniche per azioni o costruzione di ordigni. Alcuni di loro partecipavano al gruppo social Chat del Nuovo ordine europeo, altri al gruppo del Fronte fascista italiano con post contro ebrei, omosessuali e persone di colore.
Simulavano nei giochi online l’omicidio di persone appartenenti a minoranze etniche
Durante le perquisizioni sono state sequestrate anche armi bianche tra cui coltelli, vessilli e oggetti che richiamano alla simbologia nazista. Gli indagati giocavano anche online simulando virtualmente omicidi di persone appartenenti a minoranze etniche. Le perquisizioni sono state effettuate dai carabinieri del Ros con il supporto dei Comandi provinciali di Roma, Como, Catanzaro, Bologna, Milano, Reggio Emilia, Benevento, Genova, Udine, Palermo e Trento e dagli agenti della Digos della questura di Verona, coordinati dalla Direzione centrale della polizia di prevenzione e con l’ausilio delle Digos di Napoli, Benevento, Bresca e Trento.
La campagna elettorale è ormai avviata. E per tentare di contenere Roberto Vannacci non bastano misure come il superamento del bollo auto, il tetto agli alunni stranierinelle classi e il divieto di burqa a scuola. Giorgia Meloni vuole giocarsi tutte le carte in vista delle Politiche. E, alla ripresa dopo la pausa estiva, la trasformazione della premier è evidente, nei contenuti e nel look: più pop e meno istituzionale.
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
All’Onu manda Tajani, lei preferisce il gala dinner con Wintour
Meloni ha anticipato che intende concentrarsi sui temi nazionali nei prossimi mesi. Resterà prevalentemente in Italia e l’unico impegno internazionale che ha tenuto a mantenere in agenda è il vertice del G20 a Miami, a metà dicembre. All’assemblea generale delle Nazioni Unite di questa settimana, per esempio, ha mandato Antonio Tajani. Non ha voluto mancare, invece, al gala dinner della Fashion week milanese (l’ultimo premier che ha partecipato agli eventi della settimana della moda è stato Matteo Renzi nel 2016). Alla cena a Palazzo reale Meloni era seduta tra ll’ambasciatore Usa, Tilman J. Fertitta, il miliardario texano proprietario degli Houston Rockets, che quest’estate ha girato le coste italiane a bordo del suo mega yacht, e il padrone di casa, Carlo Capasa, presidente della Camera nazionale della moda. Di fronte erano accomodati il sindaco di Milano Beppe Sala e la donna più influente della moda mondiale, Anna Wintour.
Il tour delle eccellenze made in Italy
Al suo arrivo, in tailleur in raso nero e camicia bianca con dettagli in pizzo – total look di Ermanno Scervino -, la premier ha posato sul red carpet come una star, prima di lei si sono fermati a favore dei fotografi il cantante Ghali e la top model Bianca Balti (in mini abito trasparente). Ma quello a Palazzo Reale è stato solo l’ultimo del ciclo di appuntamenti orientati verso le realtà produttive italiane inaugurato dalla leader di Fratelli d’Italia. Prima di Milano, Meloni non è mancata ai 500 anni di Beretta, a Gardone Val Trompia; ha visitato lo stabilimento dell’azienda di moda di lusso Herno, a Lesa, sul Lago Maggiore; e la fabbrica di posateria di Sambonet Paderno Industrie, a Orfengo, nel Novarese, marchio vincitore più volte del Compasso d’oro.
Insomma, un tour – tra selfie e folle di ammiratori – tra le eccellenze e le realtà produttive del Nord come mai prima d’ora era stato organizzato da Palazzo Chigi. È solo l’inizio, spiegano dalle parti della presidenza del Consiglio, nei prossimi mesi Meloni sarà completamente concentrata sull’Italia.
Addio modello Merkel, ecco la svolta blig-bling
Parallelamente all’avvio della campagna sul territorio, si è poi conclusa un’altra trasformazione: quella del look e dell’aspetto della leader. Nei giorni scorsi, Meloni è apparsa in tv da Bruno Vespa ancora più curata del solito. Sembrano lontanissimi gli anni del tailleur “catarifrangente” con cui si sentì il “brutto anatroccolo” vestito da “Platinette” di fianco a Mariastella Gelmini, Mara Carfagna e Stefania Prestigiacomo, sistemate in ordine di altezza, durante le pose per le foto del giuramento del Berlusconi IV.
Insomma, viste le premesse – di cui si è ampiamente lamentata nel libro Io sono Giorgia -, Meloni avrebbe potuto finire per inseguire il modello Merkel anche in tema di look (e non solo per l’agognata stabilità). E invece, a sorpresa, sembra ormai compiuta la trasformazione ‘bling-bling’. Applicazioni in paillettes anche di giorno. Gioielli e accessori vistosi. Per non parlare delle unghie finte lunghissime e del taglio butterfly (la rivelazione è di Carlo Calenda) alla chioma biondissima, arricchita forse di qualche extension. Oltre al sospetto di qualche ritocchino.
Banca d’Italia ha autorizzato la fusione per incorporazione di illimity Bank in Banca Ifis, che sarà pertanto completata entro l’esercizio in corso, con l’iscrizione in bilancio di circa 70 milioni di euro di attività fiscali differite e conferma di sinergie annue per 75 milioni di euro dal 2027. Lo ha reso noto Ifis, spiegando che contestualmente cambia il vertice dell’istituto: a seguito delle dimissioni con efficacia immediata di Frederik Geertman, l’incarico di amministratore delegato passa a Raffaele Zingone. Il consiglio di amministrazione di Ifis ha inoltre indicato Fabio Lanza come nuovo direttore generale. Il semaforo verde per la fusione arriva dopo le verifiche avviate dalla banca presieduta da Ernesto Fürstenberg Fassio sulla precedente gestione di Illimity per quantificare eventuali danni riconducibili alle decisioni dei vecchi vertici: gli accertamenti, iniziati ad aprile, riguardano svalutazioni che nel 2025 hanno raggiunto un ammontare di circa 400 milioni.
Zingone vanta un’esperienza ventennale in Banca Ifis, dove ha ricoperto diversi ruoli di responsabilità. Nel 2026 aveva assunto anche la carica di amministratore delegato di illimity Bank, guidando il rilancio del business della società e il processo di integrazione nel Gruppo Ifis, oltre all’ingresso nel mercato private, con il brand Fürstenberg. Dal 2021 è stato, inoltre, Condirettore Generale e Chief Commercial Officer del Gruppo.
Dal campo largo al Prato largo: nel Partito democratico è la volta di ascoltare cosa succede nella città toscana. Nascerà lì un nuovo centro? Tutti a parlare dei problemi interni alla destra e alla sinistra, ma stavolta dalle parti di Elly Schlein la grana pare davvero grossa. In quel di Prato, nella Casa del Popolo, nella Toscana cara all’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, sabato 26 settembre va in scena un appuntamento imperdibile, intitolato “Cambiare!”, ossia l’assemblea nazionale dei Riformisti del Pd. E i nomi dei protagonisti sono interessanti: l’eurodeputato Giorgio Gori, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il cattolicissimo Graziano Delrio, e poi Lia Quartapelle, Filippo Sensi, Sandra Zampa e Simona Malpezzi. Ad aprire l’evento il padrone di casa, cioè il sindaco di Prato, Matteo Biffoni.
Gente che non vuole proprio sentire il nome di Giuseppe Conte, roba da far venire l’orticaria, in particolare quando il leader pentastellato veste i panni del filorusso, anzi filoputiniano. Che poi l’incontro “Cambiare!” è il passo successivo di “Crescere!”, appuntamento dell’anno scorso: questo serve a dare la linea in vista delle elezioni politiche del 2027, e senza farsi mettere i piedi in testa da Conte.
Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
La linea è chiara, come si legge nel documento che accompagna il programma: «Abbiamo scelto Prato perché qui si vede meglio che altrove cosa significa per un territorio manifatturiero stare dentro la competizione globale: costi dell’energia, concorrenza internazionale, bisogno di innovazione e di lavoro qualificato. Il Paese è fermo e il governo non ha idee all’altezza che possano innescare un processo di rilancio. Noi vogliamo portare proposte serie, non slogan: su come far crescere le imprese, rafforzare l’Europa, rendere credibile la proposta di governo del centrosinistra e rimettere in moto un’Italia che da troppo tempo non cresce. Per questo abbiamo chiamato la giornata “Cambiare!”, un invito rivolto a tutti noi». Formalmente non si parla di Schlein, ma tutto il progetto è rivolto alla segretaria del Pd.
Bossi agli antipodi: Riccardo arrestato e Umberto celebrato
Strana la vita: Riccardo Bossi è stato arrestato nella giornata di giovedì, e le agenzie hanno lanciato la notizia poco più di un’ora prima della celebrazione in onore di Umberto Bossi alla Camera dei deputati. Già, perché nella sala della Regina, alle 17, il programma di Montecitorio ha previsto la presentazione del volume Umberto Bossi – Discorsi politici e parlamentari, con il saluto del presidente della Camera, Lorenzo Fontana: tutto in casa leghista. Ma si sa, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo: che poi, voler ricordare un leader politico sanguigno come Bossi con un libro per molti è stata una forzatura…
La singolare password di Landini
Incontro di Maurizio Landini con la stampa, nella sede nazionale della Cgil, a Roma, in corso d’Italia. Il segretario illustra le manifestazioni che si svolgeranno a Milano alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Teatro alla Scala, divertendosi anche per il francobollo che è stato dedicato all’evento, addirittura ringraziando per questo il ministero guidato da Adolfo Urso. Ma c’è una cosa che attira i giornalisti, oltre all’eloquio torrenziale di Landini, nella sala intitolata a Fernando Santi, dove appare anche un bel quadro di Carlo Levi dedicato allo storico sindacalista riformista: l’accesso a internet. Appena entrati nella sala, un cartello indica che c’è un nuovo wi-fi a disposizione, con una singolare password: –eccheneso-. Davvero particolare, come scelta. E nella serata di venerdì Landini a Roma, nella villa Lazzaroni, sarà presente alla festa del tesseramento della Cgil Roma e Lazio, ossia «l’attivo del sindacato regionale», come si dice ancora oggi usando il linguaggio di una volta.
«Dopo una serie di ripensamenti sulla questione», Donald Trump ha comunicato a Volodymyr Zelensky che – concedendo le relative licenze – permetterà all’Ucraina di produrre missili avanzati per la difesa aerea Patriot. Lo ha reso noto il capo della Bankova, reduce da un incontro col tycoon negli Stati Uniti, in un messaggio vocale inviato ai giornalisti. Zelensky ha inoltre ricordato che Kyiv ha avviato negoziati con l’azienda produttrice Raytheon, ricevendo da quest’ultima un segnale di disponibilità a tale cooperazione. Secondo il presidente ucraino, l’avvio della produzione dei sistemi Patriot potrebbe richiedere circa un anno e mezzo.
L’Ucraina ha bisogno di almeno 100 Patriot al mese
In una recente intervista a Deutsche Welle, Zelensky ha spiegato che, per resistere agli intensi raid russi attesi durante l’inverno, quando l’esercito di Mosca potrebbe decidere di accelerare la conquista di territori nel Donbass, l’Ucraina ha bisogno di almeno 100 Patriot al mese. A metà agosto era volato a Washington per chiedere a Trump, senza risultato, la possibilità di co-produrre i missili assieme a Lockheed Martin, facendo poi appello agli alleati europei: in quel caso era riuscito a strappare singoli impegni da parte di alcuni “Volenterosi”.
Addio a Silvia d’Amico, produttrice e sceneggiatrice morta all’età di 85 anni. Secondogenita di genitori illustri, la sceneggiatrice Suso Cecchi e il musicologo Fedele d’Amico, era nata a Roma il 2 dicembre 1940. Come produttrice ha seguito tutta la lavorazione de Il Messia (1975) di Roberto Rossellini, suo compagno dal 1974 al 1977, e con lui ha progettato un grande film sull’amicizia giovanile di Marx ed Engels, Lavorare per l’umanità, rimasto incompiuto per la morte del regista.
L’ultimo lavoro da produttrice nel 2021
Con le società Excelsior, D’Amico produsse alcuni titoli significativi del cinema italiano e internazionale tra cui State buoni se potetedi Luigi Magni (1983), dedicato alla figura del prete fiorentino Don Filippo Neri interpretato da Johnny Dorelli, e Oci ciornie di Nikita Michalkov (1987), film per il quale Marcello Mastroianni ottenne il premio per l’interpretazione a Cannes. Il suo lavoro seguiva ogni fase della realizzazione, dall’ideazione all’edizione, con una presenza costante sul set. Alla sua filmografia appartengono anche numerosi documentari biografici dedicati a protagonisti del cinema, tra cui Suso. La signora del cinema italiano di Luca Zingaretti (2007), dedicato alla madre, e Ritratto di sconosciuto – Marcellus Dominicus Vincentius di Roberto Meddi e Gioia Magrini (2006), dedicato a Marcello Mastroianni. Il suo ultimo lavoro da produttrice è stato Gli anni belli di Lorenzo d’Amico de Carvalho (2021), coproduzione tra Italia, Portogallo e Serbia ambientato negli Anni 90 con protagonista Ninni Bruschetta.
A febbraio Paolo Molesini, ex presidente di Fideuram, è stato vittima di una truffa multimilionaria, innescata da un finto messaggio WhatsApp ricevuto in apparenza da Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo (controllante dell’istituti torinese). Lo riporta il Corriere della Sera, spiegando che dalle casse di Fideuram sono usciti 95 milioni di euro: buona parte è stata recuperata, ma all’appello manca più di un terzo della somma.
Come è stato ingannato l’ex presidente di Fideuram
Il finto Messina ha indicato a Molesini, tramite WhatsApp, l’urgenza di operare attraverso la tesoreria di Fideuram (a causa di alcune ragioni pratiche) una serie di bonifici per non perdere l’occasione di una proficua operazione finanziaria all’estero. A seguire c’è stata una telefonata da un finto Paolo Nastasi, managing partner di A&O Shearman Italia, avvocato d’affari che Moresini conosce (del tutto estraneo alla truffa) la cui voce è stata replicata ad arte con strumenti di IA.
Logo di Fideuram (Imagoeconomica).
L’alert e il recupero del bottino: mancano però 36 milioni
Convinto dalle conversazioni avute con i presunti Messina e Nastasi, Molesini a quel punto ha dato semaforo verde ai bonifici, per complessivi 95 milioni, soprattutto verso Cina e Hong Kong. I sistemi di controllo dell’istituto hanno fanno partire subito un alert: i sistemi di collaborazione interbancaria internazionale hanno permesso il recupero di buona parte del bottino: all’appello mancano però almeno 36 milioni, volatilizzati nella conversione in criptovalute. Gli inquirenti sono al lavoro per rintracciarli prima della monetizzazione.
Molesini si è dimesso a marzo «per ragioni personali»
Il 69enne Molesini, che dal 2015 al 2020 è stato ceo e direttore generale di Fideuram – Intesa Sanpaolo Private Banking, divenendone presidente nel febbraio 2020, ha lasciato l’istituto a marzo, dunque appena dopo la truffa, «per ragioni personali».
Un uomo di 65 anni e una donna di 73 sono morti a Lucca a causa di un incendio. Il rogo si è sprigionato in un palazzo di tre piani in via Bertini, nel quartiere di San Vito, per cause ancora da accertare. Ci sono stati 13 feriti, con varie gravità, fra cui dei bambini. Le famiglie erano fuggite sui balconi in attesa dei soccorsi. Le due vittime abitavano nello stesso appartamento da cui sono partite le fiamme e sono state trovate al termine delle operazioni di spegnimento. Secondo le prime valutazioni di pompieri e polizia di Stato, potrebbero esserci state cause accidentali nell’innesco del fuoco, ma gli accertamenti sono solo all’inizio e i vigili del fuoco redigeranno una relazione tecnica coi tempi dovuti. Intanto il Comune si è attivato per dare una sistemazione provvisoria agli inquilini evacuati, dato che l’edificio è inagibile. Tra i feriti, una donna è stata portata in codice rosso al Centro Grandi Ustioni di Pisa. Nove sono stati ricoverati in codice giallo negli ospedali di Lucca, Versilia e Pisa, mentre tre erano in codice verde.
Lutto nel mondo della televisione e del giornalismo sportivo. È morta Elena Pero, storica voce del tennis di Sky Sport. Aveva 60 anni: a dare la notizia è stata la stessa emittente televisiva, che ha voluto ricordarla con un commosso messaggio della redazione letto in diretta dal direttore Federico Ferri.
Elena Pero non c’è più. La sua voce, la voce del tennis, rimarrà per sempre.
Aveva 60 anni. Non ha saltato una telecronaca, neppure durante la malattia. L’ultima volta che l’abbiamo ascoltata, noi come voi da casa, è stata a Wimbledon, dove ha celebrato la seconda vittoria… pic.twitter.com/h2dCLVTsyv
Lavorava a Sky Sport dal 1991, quando si chiamava ancora Tele+: fu portata da Rino Tommasi
«La sua voce, la voce del tennis, rimarrà per sempre. Non ha saltato una telecronaca, neppure durante la malattia. L’ultima volta che l’abbiamo ascoltata, noi come voi da casa, è stata a Wimbledon, dove ha celebrato la seconda vittoria consecutiva di Jannik Sinner, come aveva fatto per la storica prima volta – il 13 luglio 2025 – in coppia con Paolo Bertolucci, che ha composto con lei, in oltre 20 anni di telecronache assieme, il secondo formidabile doppio della sua carriera», si legge nel messaggio poi pubblicato sui social da Sky Sport. Pero ha lavorato per l’emittente fin dal 1991, quando quando si chiamava Tele+, dove era entrata fin dalla sua fondazione: era stata assunta da Rino Tommasi, «il suo grande maestro, del quale ha raccolto – unica a poterlo fare – l’eredità più pesante». Nel 1989 Tommasi, attraverso le pagine della rivista MatchBall, aveva indetto una selezione per trovare dei giovani collaboratori, a cui affidare il lavoro di raccolta dati per le sue statistiche: dei 30 prescelti ne portò due – fra cui Pero – nella redazione sportiva di Fininvest (quando non si chiamava ancora Mediaset). E quando due anni dopo diventò primo direttore dei servizi sportivi di Tele+, lo seguì.
Continua poi il direttore Ferri: «La sua voce è, e sempre sarà, un codice di pura bellezza. Come il suono della palla colpita da Roger Federer, come una volée di Martina Navratilova. Sarebbe necessaria l’essenzialità del suo racconto – così ricco, preciso, caldo e intenso, ma senza concedere nulla alla retorica, all’eccesso, e senza sprecare un aggettivo – per elencare tutti i successi, tutte le qualità di questa straordinaria professionista. Di questa donna giornalista, così lontana dal modello svenduto oggi soprattutto sui social, e per questo così attuale e così esemplare, ci auguriamo, per le prossime generazioni di ragazzi e soprattutto di ragazze». E poi: «Appartiene al pantheon dove stanno, ne citiamo alcuni, Nicolò Carosio, Nando Martellini, Paolo Rosi, Alfredo Pigna, Adriano De Zan, coloro che hanno raccontato a milioni di italiani le imprese leggendarie del nostro sport, come quelle di Sinner e di quest’epoca d’oro del tennis italiano. Se n’è andata, come Rino Tommasi e Gianni Clerici. Non smetteremo di ascoltarti. E non smetteremo di ricordarti».
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che Teheran ha proposto a Washington, tramite intermediari, un piano di sette giorni per cessare le ostilità, riaprire lo Stretto di Hormuz e avviare successivamente colloqui approfonditi sul programma nucleare del Paese. Durante un briefing a margine dell’Assemblea Onu, ha affermato che l’Iran è pronto ad attuare il piano non appena gli Stati Uniti darannoil proprio assenso, aggiungendo che «sarebbe preferibile» raggiungere un accordo prima delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. La proposta, ha evidenziato Araghchi, ricalca fedelmente gli impegni contenuti nel cosiddetto memorandum d’intesa raggiunto tra i due Paesi a giugno, poi rapidamente naufragato. Le condizioni poste dall’Iran per l’intesa prevedono che, nell’arco dei sette giorni, cessino tutte le ostilità, incluse quelle in Libano, che gli Stati Uniti sblocchino i beni iraniani congelati — stimati in almeno 12 miliardi di dollari —, revochino le sanzioni sul petrolio iraniano e tolgano il blocco navale imposto all’Iran. Infine, l’ultimo giorno, verrebbe aperto lo Stretto di Hormuz. Trascorsi i sette giorni, inizierebbero negoziati globali sul programma nucleare iraniano.
Ci sono i primi indagati nell’inchiesta per la morte di Andrea Moretti, l’operaio di 22 anni che ha perso la vita dopo una caduta da un’altezza di 10 metri all’interno del Colosseo: iscritte nel registro sette persone, con l’accusa di omicidio colposo in violazione della normativa sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Si tratta di una sorta di atto dovuto in vista dell’esame autoptico il cui incarico per lo svolgimento sarà affidato lunedì.
Da ricostruire la dinamica dell’incidente
Moretti, rocciatore esperto, è stato ritrovato con l’imbragatura e il caschetto di sicurezza, ma la fune era integra e l’occhiello che funge da passante libero. Dalle immagini di videosorveglianza non è stato possibile ricostruire la dinamica, e dunque, capire se ci siano state falle nella sicurezza o se si sia trattato di un errore umano: saranno indispensabili l’autopsia, appunto, e la perizia disposta sull’attrezzatura. Sotto la lente della procura anche la ditta Moretti Quintilio Srl, impresa del Teramano specializzata nella messa in sicurezza in caso di rischio sismico e nella manutenzione di beni culturali. I lavori nel Colosseo erano in subappalto: a inizio ottobre sarebbe stato inaugurato il nuovo impianto d’illuminazione dell’Anfiteatro Flavio. Al momento della tragedia, avvenuta attorno alla mezzanotte, nel cantiere erano presenti altri operai, tra cui il cognato di Moretti.
Il Parco del Colosseo riapre solo domani
Il Parco del Colosseo resterà chiuso fino a sabato 26 settembre. Prima di disporre la riapertura al pubblico, il ministro della Cultura Alessandro Giuli si riserva di verificare l’indirizzo delle indagini in corso e di incontrare, assieme ai dirigenti del MiC e al direttore Simone Quilici, i lavoratori del parco per verificare se le loro condizioni psicologiche siano confacenti alla ripresa delle visite. È quanto si apprende da fonti del Collegio Romano.
Accelerazione improvvisa sulla riforma della Rai. Dopo mesi di melina e rallentamenti – dovuti anche alle frenate del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti – ora la maggioranza ha deciso di andare spedita con l’obiettivo di approvare la riforma della tivù pubblica entro Natale. L’intento è evidente: appena sarà approvata ufficialmente, l’attuale governance Rai automaticamente decadrà, così si dovrà procedere alla nomina di un vertice dell’azienda con le nuove norme, che durerà quattro anni.
Giancarlo Giorgetti (foto Imagoeconomica).
Elezioni politiche e capo dello Stato: prendersi tutto
Insomma, il centrodestra intende blindare il suo dominio con una nuova governance che rispecchia l’attuale maggioranza di governo e che resterà in carica fino al 2031. L’idea è quella di confermare come capo azienda Giampaolo Rossi, ma come piano B c’è sempre Gian Marco Chiocci, se Giorgia Meloni riuscirà a convincerlo a prendere il timone della tivù. Sarà, quindi, questa nuova Rai a dirigere il traffico televisivo delle prossime elezioni politiche e anche quando ci sarà da eleggere il nuovo capo dello Stato. La strategia è prendersi tutto prima del voto e, se poi dovesse essere il campo largo a vincere le elezioni, amen: Elly Schlein e Giuseppe Conte si ritroveranno una Rai di destra.
Giampaolo Rossi (foto Imagoeconomica).
Mercoledì 23 settembre in VIII commissione al Senato si è andati spediti: si sono votati tutti gli emendamenti della maggioranza, mentre l’opposizione non è riuscita a toccare palla. Di questo passo la riforma sarà licenziata dalla commissione mercoledì 30 e quello successivo, il 7 ottobre, potrebbe arrivare in Aula. Poi toccherà alla Camera, ma i tempi per approvare tutto entro Natale ci sono.
Un “vaffa” all’European Media Freedom Act
Non è solo una questione di velocità, perché poi ci sono i contenuti. Tra gli emendamenti votati mercoledì spunta anche un bel “vaffa” all’European Media Freedom Act (Emfa). La riforma, infatti, si fa perché ce lo chiede l’Europa e il primo paletto messo da Bruxelles è che le governance delle televisioni pubbliche europee siano indipendenti dai governi. Giorgetti, dicevamo, ha contestato il principio osservando che il Mef si fa carico della maggior parte degli introiti economici della Rai, quindi «se siamo noi a metterci i soldi non è possibile che poi non contiamo nulla in sede di governance», aveva spiegato il ministro durante un’audizione ad hoc in parlamento.
La retromarcia sui due consiglieri indicati dal Mef
Allo stato attuale, infatti, al Tesoro spetta il compito di indicare due consiglieri che poi diventano amministratore delegato e presidente. In un primo momento la riforma pensata dalla maggioranza eliminava questa possibilità, conferendo tutto il potere di nomina del consiglio di amministrazione al parlamento. Mercoledì, però, c’è stata una retromarcia: dei sette membri del cda, uno è votato dai dipendenti Rai, due sono eletti dalla Camera, due dal Senato e due saranno indicati proprio dal ministero dell’Economia. Saranno poi i consiglieri, al loro interno, a eleggere ad e presidente, che non per forza saranno quelli indicati dal Mef, ma comunque non si esclude che lo siano.
L’Italia rischierà lo stesso una procedura d’infrazione?
Insomma, l’attuale legge Renzi del 2015, che l’Ue ci ha chiesto di abrogare, esce dalla porta e rientra dalla finestra. Gli esponenti dell’opposizione in VIII commissione sostengono che «in questo modo la nuova normativa non ottempera alla principale richiesta di Bruxelles, quindi agli occhi dell’Ue non servirà a niente e l’Italia rischierà lo stesso una procedura d’infrazione».
Tensioni sulla volontà leghista di ridurre il canone
A suscitare le proteste all’interno dell’azienda è invece l’emendamento che prevede la possibilità di ridurre progressivamente il canone Rai, fortemente voluto dalla Lega. Anche se poi, a fronte della riduzione, il governo dovrà coprire in qualche modo i denari persi. E l’Emfa, tra i suoi principi, prevede che le televisioni pubbliche possano contare su risorse stabili e certe, anche per poter programmare strategie aziendali di lungo periodo. A questo risponde anche il prolungamento della vita del consiglio di amministrazione da tre a quattro anni.
Come finirà la partita della nuova commissione di Vigilanza?
Mercoledì 30 settembre è prevista una nuova seduta, con le opposizioni che promettono battaglia, anche perché nel frattempo bisognerà vedere come finirà la partita della nuova commissione di Vigilanza. Mercoledì Ignazio La Russa non ha proceduto a nominare d’ufficio i rappresentanti delle opposizioni poiché «c’è un’interlocuzione in corso con i capigruppo di tutti i partiti per tentare di arrivare a una mediazione, quindi è giusto prendersi qualche giorno in più».
Ignazio La Russa (foto Imagoeconomica).
Il presidente del Senato, dunque, ha preferito non forzare la mano. E la minoranza si era pure detta disponibile al dialogo, a patto di venir coinvolta nella riforma Rai. Il centrodestra invece è andato dritto come un treno e questo potrebbe tornare a irrigidire le posizioni sulla Vigilanza. Insomma, siamo di fronte a un’intricata partita a scacchi di cui ancora non si conosce il finale.
Nella bozza del decreto scuola atteso all’esame del Cdm si legge che «salvo che ricorrano specifiche ragioni sanitarie o di sicurezza, è fatto divieto di partecipare alle attività curriculari e extracurriculari delle istituzioni scolastiche e a quelle previste nell’ambito dei rapporti scuola famiglia con il volto coperto o con qualsiasi altra modalità atta a non consentire il riconoscimento del volto». Prevista una sanzione amministrativa da 200 euro a 1.000 euro: in caso di violazione commessa da un minore, si applica al genitore.
Tetto del 30 per cento agli stranieri nelle classi prime
Detto del divieto di presentarsi in classe col volto coperto, per quanto riguarda il tetto agli studenti stranieri, si legge che nella scuola primaria «il numero degli alunni con cittadinanza non italiana e che non sono nati in Italia o che non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia» non deve superare il 30 per cento del totale in ciascuna classe prima. Nelle scuole secondarie di primo e di secondo grado, il tetto del 30 per cento nelle classi prime riguarda gli «studenti con cittadinanza non italiana che non hanno frequentato con esito positivo, per almeno tre anni scolastici, il sistema nazionale di istruzione». Il decreto prevede poi che, in caso di gravi difficoltà linguistiche, debba essere supportato il nucleo familiare. Ma se questo si sottrae, allora può essere previsto il collocamento del minore fuori dalla famiglia. Il decreto legge sulla scuola inoltre stanzia 17,5 milioni di euro per le istituzioni scolastiche in cui non sia possibile assicurare il rispetto del tetto del 30 per cento di alunni stranieri in classe.
L’ultima Supermedia Agi/Youtrend, realizzata sulla base di 13 sondaggi sulle intenzioni di voto condotti realizzati dal 10 al 23 settembre da otto istituti, mette in evidenza anche lo scostamento rispetto al risultato delle elezioni Politiche del 2022 per la Camera dei deputati. Fratelli d’Italia si conferma saldamente il primo partito italiano, restando di un punto sopra il livello di quattro anni fa. Rispetto ad allora, è la Lega ad avere ceduto maggiormente terreno.
#Supermedia Youtrend per @Agenzia_Italia (e variazione rispetto alle politiche 2022): FdI 27,0% (+1,0) PD 20,8% (+1,8) M5S 12,6% (-2,8) FN 7,8% (N/A) FI 7,4% (-0,7) AVS 6,5% (+2,9) Lega 5,6% (-3,2) Azione 3,4% (N/A) IV 2,2% (N/A) +E 1,5% (-1,3) NM 1,1% (+0,2) SCN 1,1% (+0,3) pic.twitter.com/WO4oswzICF
I dati sulle intenzioni di voto e il confronto col 2022
FdI arriva al 27 per cento: +1 rispetto alle elezioni del 2022. Avanza (+1,8) anche il Partito democratico, ora al 20,8 per cento. Giù invece quello che era ed è il terzo partito del Paese, cioè il Movimento 5 stelle, arretrato di quasi tre punti al 12,6 per cento (-2,8).
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Futuro Nazionale, che allora non esisteva, è dato al 7,8 per cento. Segue Forza Italia al 7,4 per cento e in leggero calo (-0,7). Alleanza Verdi e Sinistra ha invece quasi raddoppiato i consensi, arrivando al 6,5 per cento (+2,9). Netto passo indietro del Carroccio, ora al 5,6 per cento (-3,2). Azione e Italia Viva, che corsero assieme nel 2022, sono date al 3,4 e al 2,2 per cento. Netto balzo all’indietro di +Europa, ora all’1,5 per cento (-1,3). Tutto sommato stabile Noi Moderati all’1,1 per cento (+0,2).
C’è una domanda piuttosto semplice che comincia ad aleggiare dalle parti di Piazza Affari. Se Banca Ifis sente oggi il bisogno di passare al setaccio la precedente gestione di Illimity, per capire chi abbia fatto cosa e soprattutto da dove arrivino le voragini emerse nei conti, che cosa aveva guardato prima di comprarsi la banca fondata da Corrado Passera? Una due diligence, peraltro, c’è stata. E non una ricognizione fatta in casa con qualche foglio Excel e molta fiducia nel prossimo. Banca Ifis l’aveva affidata a PwC e nel dicembre del 2025 aveva annunciato al mercato che l’analisi si era conclusa con risultati «in linea con le attese preliminari». Erano emerse rettifiche per 75 milioni di euro, da aggiungere ai 290 milioni di svalutazioni già effettuate da Illimity nel corso del 2025. Nonostante ciò, Ifis aveva confermato le sinergie previste dall’operazione, a regime circa 75 milioni l’anno.
Ernesto Fürstenberg Fassio (Imagoeconomica).
La vecchia gestione di Illimity finisce sotto esame
Nove mesi dopo il paesaggio appare diverso. Secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore, la banca presieduta da Ernesto Fürstenberg Fassio ha avviato verifiche sulla precedente gestione di Illimity per quantificare eventuali danni riconducibili alle decisioni dei vecchi vertici. Gli accertamenti, iniziati ad aprile, riguardano svalutazioni che lo scorso anno hanno raggiunto un ammontare di circa 400 milioni. Naturalmente una due diligence non è una polizza assicurativa contro le sorprese e nel credito le valutazioni possono cambiare. Resta però il paradosso nel quale si trova oggi Ifis: da una parte cerca di capire che cosa sia successo prima del suo arrivo, dall’altra deve spiegare che cosa avesse visto quando decise di procedere con l’operazione.
Il logo di Illimity (Imagoeconomica).
Il piano d’uscita dagli Npl
Nel frattempo si è aperto un altro cantiere: l’uscita dagli Npl, business che per anni è stato uno dei marchi di fabbrica della banca. A giugno il cda aveva annunciato l’avvio del processo competitivo per la vendita delle attività Npl e il loro deconsolidamento. Nella stessa occasione sono arrivati 30 milioni di accantonamenti su alcune esposizioni creditizie e altri 40 milioni relativi a esposizioni cartolarizzate nel comparto Npl di Illimity. Contemporaneamente la guidance sull’utile 2026 è stata ridotta a 100-110 milioni di euro dai precedenti 170-190 milioni. Il mercato non l’ha presa benissimo. Nella seduta successiva all’annuncio il titolo arrivò a perdere oltre il 40 per cento. Il 24 settembre Banca Ifis ha segnato un ulteriore calo di quasi il 5 per cento, chiudendo appena sopra i 14 euro in Borsa, contro i massimi di 27,72 toccati il 5 febbraio. In sei mesi ha lasciato sul terreno circa un terzo del proprio valore. Quanto agli Npl, ad agosto la banca ha parlato di «forte interesse» da parte di investitori italiani e internazionali. Siamo alla fine di settembre e si continua ad aspettare di sapere chi comprerà, che cosa comprerà e soprattutto a quale prezzo. Tre dettagli non proprio marginali quando si vende un’attività. Anche perché dalla cessione passa una parte importante della nuova Banca Ifis immaginata dall’amministratore delegato Frederik Geertman: meno Npl e maggiore concentrazione su commercial e corporate banking, servizi finanziari alle imprese e private banking. Per cambiare mestiere, però, bisogna prima riuscire a uscire da quello precedente.
Frederik Geertman (Imagoeconomica).
Più che le brutte notizie, la Borsa non digerisce l’incertezza
Poi ci sono i conti. Il primo semestre 2026 si è chiuso con appena 8 milioni di utile netto. Il Cet1, al 13,4 per cento, rimane ampiamente sopra i requisiti regolamentari e la banca continua a indicare per l’intero esercizio un utile tra 100 e 110 milioni. Ma la guidance non comprende gli effetti del previsto deconsolidamento degli Npl e nel secondo semestre devono essere contabilizzate ulteriori rettifiche per circa 36 milioni. Il numero, dunque, c’è. Quello che ancora manca è una visibilità piena su come ci si arriverà e su che cosa resterà una volta venduti gli Npl e completata la pulizia di Illimity. È probabilmente questa incertezza che la Borsa continua a scontare. Il mercato può digerire una brutta notizia, anche due. Quello che sopporta molto meno è non sapere se la seconda sia davvero l’ultima. Banca Ifis definisce il 2026 un «anno di transizione» e conferma 75 milioni di sinergie annue dal 2027. Prima del 2027, però, bisogna chiudere il 2026. E capire quanto costerà davvero Illimity, a quanto verranno venduti gli Npl e quale sarà, alla fine della fiera, l’utile della banca.
Acea Perù, società controllata da Acea International (100 per cento Acea Acqua), si è aggiudicata la gara per la gestione e la manutenzione di otto impianti di trattamento delle acque reflue a Lima per un valore complessivo di 4,5 milioni di dollari. Questo contratto con la società idrica di Lima Sedapal è il quarto assegnato all’azienda negli ultimi due anni per un valore complessivo di 145 milioni di euro. Acea rafforza così la sua presenza nel Sud della Capitale sudamericana, gettando le basi per un’ulteriore crescita nel Paese.
Gli impianti svolgono una funzione essenziale nel sistema di depurazione della zona Sud di Lima
Nel dettaglio, le attività previste comprendono la manutenzione e la conservazione degli impianti di San Bartolo, San Juan, Huáscar, José Gálvez, Julio C. Tello, San Pedro de Lurín, Pucusana e Santa María. Il perimetro del servizio include inoltre il sistema di pretrattamento e la stazione di pompaggio Nuevo Lurín. Queste infrastrutture svolgono una funzione essenziale nel sistema di depurazione della zona Sud di Lima. La loro corretta conservazione contribuisce a garantire la continuità e l’efficienza del trattamento delle acque reflue, a ridurre l’inquinamento e gli impatti sulle comunità circostanti oltre a favorire il riutilizzo delle acque trattate.
La presenza di Acea in America Latina
Oggi Acea serve circa 10 milioni di abitanti in America Latina nel settore idrico, con un impegno di oltre 1.400 dipendenti concentrato prevalentemente in Perù, Honduras e Repubblica Dominicana. In particolare, in Perù Acea gestisce già i servizi idrici e di fognatura nell’area Nord di Lima attraverso i contratti promossi da Sedapal per le zone di Comas (primo lotto) e Callao (secondo lotto) a beneficio di circa 4 milioni di persone, oltre che di Lima Centro. Acea è inoltre azionista di maggioranza del consorzio Agua Azul, responsabile delle attività di captazione e potabilizzazione dell’acqua nella capitale peruviana.