Il Vietnam non è più una frontiera lontana. Dal 21 settembre, la Borsa di Ho Chi Minh è entrata negli indici dei mercati emergenti secondari di FTSE Russell, al fianco di piazze come Cina, India e Indonesia. Un salto di categoria che conclude un percorso iniziato nel 2018, quando Hanoi era stata inserita nella lista di osservazione del provider, e che potrebbe indirizzare verso i titoli vietnamiti fino a 6 miliardi di dollari. Non arriveranno tutti insieme. L’inclusione sarà distribuita in quattro tappe: il 10 per cento a settembre, il 20 per cento a marzo 2027 e due tranche del 35 per cento a giugno e settembre dello stesso anno.
Cosa cambia con la “promozione” della Borsa
Il primo segnale è già arrivato. Nella settimana precedente la promozione, gli investitori stranieri hanno acquistato azioni per 2.700 miliardi di dong, circa 104 milioni di dollari netti. Vanguard, tra le maggiori società di gestione patrimoniale al mondo, prevede di portare la propria esposizione a 2,5 miliardi nei prossimi anni. La promozione riconosce riforme concrete. Per anni gli investitori internazionali hanno dovuto depositare in anticipo l’intero controvalore degli acquisti, un obbligo di finanziamento preventivo incompatibile con molte procedure istituzionali. Hanoi lo ha rimosso e ha introdotto una piattaforma già utilizzata sul fiorente mercato sudcoreano che migliora e facilita l’accesso tramite broker globali. Tra le società vietnamite che potrebbero entrare nel FTSE Global All Cap (l’indice internazionale che riunisce aziende di grande, media e piccola capitalizzazione) figurano Vingroup, FPT, Hoa Phat, VPBank e Vinhomes. La loro inclusione obbligherebbe i fondi e gli ETF che replicano l’indice ad acquistarne le azioni in proporzione al peso assegnato da FTSE Russell.

Aumenta l’attrattività per gli investimenti stranieri
La svolta finanziaria arriva mentre il Vietnam cerca di cambiare scala. Dopo una crescita del Pil dell’8 per cento nel 2025, per il 2026 la Banca Mondiale ha previsto un +6,8 per cento. Manodopera competitiva, investimenti esteri ed esportazioni hanno trasformato il Paese in uno snodo delle catene asiatiche. La strategia China+1 per sganciarsi dalla totale dipendenza da Pechino ha portato nuovi stabilimenti, mentre oltre 100 milioni di abitanti e una classe media in crescita alimentano consumi e urbanizzazione. A confermare l’attrattività del Paese è la presenza crescente delle multinazionali. Samsung, già primo investitore estero con oltre 23 miliardi di dollari impegnati, sta sviluppando un impianto da 1,5 miliardi per il collaudo dei semiconduttori, accanto alle attività di Intel, Amkor e altri gruppi tecnologici. Nel 2025 la danese Lego ha invece inaugurato a Binh Duong una fabbrica da un miliardo di dollari, la sua seconda in Asia. Insomma, non più soltanto assemblaggio a basso costo: il Vietnam punta ad attirare elettronica avanzata, logistica, ricerca e produzioni a maggiore valore aggiunto, sfruttando l’estesa rete di accordi commerciali.

Il prossimo traguardo? Smettere di essere un mercato di frontiera
Per favorire questo processo, Hanoi vuole affiancare alla fabbrica un sistema finanziario più profondo. Le imprese dipendono ancora dalle banche: una Borsa più liquida può finanziare infrastrutture, energia e digitalizzazione, facilitare nuove quotazioni e ridurre il costo del capitale. È un passaggio decisivo verso l’obiettivo di diventare un’economia ad alto reddito entro il 2045. Se le riforme proseguiranno, la Banca Mondiale stima afflussi fino a 25 miliardi entro il 2030. Il condizionale resta d’obbligo, ma non ridimensiona la portata della svolta. L’ingresso negli indici emergenti può ampliare stabilmente la presenza dei capitali internazionali, aumentare la liquidità e spingere società e autorità verso standard più elevati di trasparenza e governance. Certo, persistono alcuni ostacoli: la Borsa è concentrata in pochi conglomerati, banche e gruppi immobiliari, mentre i limiti alla proprietà straniera riducono il numero di azioni realmente acquistabili. L’introduzione di una controparte centrale di compensazione, prevista nel 2027, dovrebbe rendere più sicuro il regolamento delle operazioni. Ulteriori progressi nell’informazione in inglese, nel prestito titoli e nell’accesso valutario potrebbero infine avvicinare il Vietnam al prossimo traguardo: la promozione da parte di Morgan Stanley Capital International (MSCI), che ancora lo considera un mercato di frontiera.

I frutti della diplomazia del bambù
Sullo sfondo c’è anche la politica. Il Partito comunista punta sul settore privato e sugli investimenti infrastrutturali per sostenere la crescita, mentre la campagna anticorruzione cerca di ripulire amministrazione e finanza, non senza creare incertezza. Soprattutto, il Vietnam deve proteggersi dall’esposizione agli Stati Uniti, principale mercato di sbocco e possibile fonte di nuovi dazi, senza finire schiacciato nella competizione con la Cina. La cosiddetta diplomazia del bambù – flessibile nelle scelte tattiche ma salda negli interessi nazionali – consente al Vietnam di mantenere rapporti con Washington, Pechino, Tokyo, Seul e Bruxelles, evitando di schierarsi rigidamente con una sola potenza. Piegarsi alle pressioni senza spezzarsi, adattandosi alla situazione internazionale mantenendo al centro l’obiettivo di sviluppo interno. La svolta sullo status di mercato serve bene questa strategia.

Il rafforzamento della partnership con l’Ue
Non mancano i riflessi per i partner internazionali. Per l’Europa, l’upgrade rafforza un partner già centrale nel Sud-est asiatico. L’accordo di libero scambio EVFTA, in vigore dal 2020, ha ridotto molti dazi. E dal gennaio 2026 i rapporti sono saliti al livello di partenariato strategico globale. Energia pulita, reti, ferrovie, porti, semiconduttori, intelligenza artificiale e finanza verde sono i terreni più promettenti. Con il programma Global Gateway e la Just Energy Transition Partnership, l’Ue può offrire capitali e standard alternativi tanto alla finanza cinese quanto alla dipendenza dal mercato americano. Per quanto riguarda l’Italia, nel 2025 gli scambi hanno raggiunto 6,7 miliardi di euro, +9,2 per cento, facendo del Vietnam il primo partner italiano nell’Asean. Gli investimenti restano però limitati: 155 progetti per meno di 520 milioni di dollari. Macchinari, automazione, packaging, tessile sostenibile, agroindustria, farmaceutica, acqua, rinnovabili e ferrovie sono i settori in cui si potrebbe trasformare l’export in presenza industriale.
La trasformazione vietnamita
La promozione FTSE non garantisce un rialzo continuo della Borsa vietnamita né cancella i rischi. Può persino amplificare volatilità e concentrazione se i capitali si riverseranno soltanto su pochi grandi nomi. La novità segna però un importante cambio di percezione: il Vietnam non è più soltanto una piattaforma produttiva a basso costo. Sta provando a diventare un mercato capace di finanziare da sé la propria trasformazione.
