Nell’ultima puntata di Filorosso, programma condotto da Antonino Monteleone su Rai3, è andato in onda un servizio realizzato da una giornalista infiltrata in un fight club clandestino. Convocato con breve anticipo attraverso un gruppo Telegram riservato, l’incontro si svolge in una località segreta a circa mezz’ora da Milano. Una telecamera nascosta documenta scene che non possono che colpire il telespettatore, ma a restare impresse sono soprattutto le dichiarazioni dei partecipanti. C’è chi dice che il vero brivido sta nell’essere al di fuori della legge, chi sostiene che un combattente ferito in modo grave viene abbandonato sul posto e infine vengono offerti 100 euro agli spettatori che intendono cimentarsi in un combattimento sul ring improvvisato.
Dalla campagna per Sardone al ring segreto
Complimenti ai colleghi della Rai, a cui però è sfuggito un dettaglio importante. Il primo lottatore a essere inquadrato è un volto noto a chi segue la politica milanese. Si chiama Giovanni Binda ed è consigliere della Lega nel Municipio 6 di Milano, molto vicino alla candidata sindaca di Matteo Salvini, Silvia Sardone, che Bindi ha ovviamente sostenuto anche alle ultime Europee. La circostanza desta notevole stupore, non solo perché troviamo una carica pubblica in un luogo border-line, ma soprattutto perché Binda è conosciuto come un moderato, rispettato anche dagli avversari politici per una pacatezza che fa a pugni con un aspetto aggressivo, a partire dal taglio di capelli.
Dna leghista, ha lavorato anche in Regione Lombardia
Ma chi è Giovanni Binda? Trentaquattro anni, finito il liceo ha cominciato a lavorare con il padre, che si occupa di sicurezza sul lavoro, anche per pagarsi gli studi. Parallelamente ha iniziato l’attività politica e per lui si sono aperte le porte di Regione Lombardia, dove ha iniziato a lavorare nello staff dell’assessore Simona Bordonali. Il capo della segreteria all’epoca era Stefano Bolognini, che nel mandato successivo (il primo di Attilio Fontana) è diventato a sua volta assessore e ha confermato Binda nel suo ruolo, legato a comunicazione e social. Pentitosi degli studi interrotti, il leghista ha poi rimediato prendendo una laurea triennale in Scienze di Comunicazione e poi una magistrale in Lettere Moderne, titoli ai quali – non pago – ha aggiunto un diploma alla scuola professionale del CAPAC, per lavorare in cucina. «Ho sempre avuto passione per il cibo, soprattutto perché ogni piatto si lega alle tradizioni delle comunità locali», racconta a Lettera43. «Mi sono avvicinato alla Lega perché difende le tradizioni e anche ereditando la passione di mio padre che, venendo da un paesino sul lago, scherzosamente diceva di battersi per la superiorità della ‘razza lariana‘. Un vero secessionista, uno della prima ora». Binda, che è anche giornalista pubblicista, parla poi con entusiasmo anche delle recenti spinte autonomiste di Scozia, Irlanda del Nord e Galles nei confronti di Londra.
«Nessuna scommessa, si combatte solo per sport»
A questo punto è impossibile non chiedersi cosa ci facesse un politico milanese plurilaureato in un fight club clandestino. «Chiamarlo clandestino e ammantarlo di illegalità è una esagerazione giornalistica, per creare ad hoc una notizia che non esiste», mette in chiaro. «Non c’è nemmeno la ‘borsa’ per chi combatte. Sì, è vero che nel servizio qualcuno a un certo punto promette 100 euro a chi vuole battersi, ma i soldi non si vedono. Anzi, io che ho lottato veramente non ho preso nemmeno un euro e quando ho chiesto conto di questa promessa agli spettatori mi hanno spiegato che era solo uno scherzo».
Quel pizzico di underground che fa figo
Allo stesso modo, sostiene Binda, non sarebbe vero che i feriti gravi vengono abbandonati sul posto. «Ma no, non è mica come nel libro, dove si dice che la prima regola è non parlare del fight club», assicura sorridendo. «Nessuno che finisce sotto terra. È una cosa molto tranquilla e su YouTube si trovano tanti video che lo raccontano». Qual è, allora, il fascinodi questi incontri notturni? «Posso parlare per me», prosegue il consigliere leghista. «Sono uno sportivo, faccio boxe e in passato anche thai boxe e mixed martial arts. Nel giro delle mie amicizie non c’è nessuno che pratichi queste discipline e volevo mettermi alla prova in un contesto molto diverso da quello da cui provengo, quello di una famiglia benestante. Non siamo degli scappati di casa, ma degli sportivi che passano una serata insieme, nel massimo rispetto». «Certo», ammette, «in un posto del genere trovi anche degli esaltati fuori dal mondo, ma questo accade anche nelle sezioni di partito e nelle redazioni dei giornali. C’è un velo underground che fa un po’ figo, ti fa sentire fuori dagli schemi, ma è tutto fittizio. Non c’è nulla di llegale, a parte forse chi serve da bere senza autorizzazione, ma non sono mica io che vado a controllare i permessi!».

«Siamo come Fubles per il calcetto»
Verrebbe da chiedersi come mai questo bel clima decoubertiniano non si possa trovare anche in una più classica palestra. Per Binda la spiegazione non sta nel brivido della trasgressione: «Onestamente, in una palestra potrei fare al massimo lo sparring partner. Per un match vero serve maggiore preparazione, mentre qui siamo più ruspanti. È tutto più semplice e spontaneo, proprio come andare a giocare a calcetto, cosa che peraltro ogni tanto faccio. Se non hai amici con cui farlo, puoi usare delle app come Fubles che ti mettono in contatto con altri che sono nella stessa situazione. Giochi con sconosciuti e quindi trovi gente di tutti i tipi, esattamente quello che facciamo noi». Insomma nessuno scandalo. Il fight club fai da te magari non rispetterà tutti i crismi, «ma è come andare a giocare a pallone in mezzo a un parco dove non ci sono le porte e usare le felpe al posto dei pali». L’unica differenza «è che ci si può fare male. Ma può succedere anche in un’area workout di quelle realizzate dal Comune».

«Il machismo vannacciano? Una stronzata»
Prendendo le distanze dalla narrativa di destra cavalcata dalla stessa Sardone, Binda dice di odiare termini come «maranza» e «baby-gang». Rispetto alle problematiche giovanili, ha le idee chiare: «Diciamo sempre che i ragazzi non sanno cosa fare o che stanno chiusi in casa, mentre in questo caso si ritrovano per fare dello sport, senza dare fastidio a nessuno». Insomma, il servizio della Rai ha ingigantito la cosa: «È semplicemente un’attività sportiva che, per me, non ha proprio nulla a che fare con il machismo o cose del genere. Non sono certo il vannacciano di turno che deve fare il poser del fascista, che deve fare vedere i muscoli per dire: “Io sono un uomo duro, tutto d’un pezzo'”. Per me queste cose sono stronzate».




