Identità, radici, storia: ma cosa significa davvero essere italiani?

Negli ultimi tempi il concetto di “italianità” è tornato a circolare con grande frequenza. La responsabilità è per lo più della destra: remigrazione, richiami alle radici romane e cristiane, fino alla recente discussione sul tetto agli studenti con insufficiente conoscenza dell’italiano nelle classi. Sono questioni diverse ma hanno almeno un punto in comune: riportano in superficie una domanda che per molto tempo una parte della cultura pubblica ha considerato sospetta o antiquata. Che cosa significa, oggi, essere italiani? Il partito guidato da Roberto Vannacci, Futuro Nazionale, lega esplicitamente l’assimilazione alla «civiltà greca, romana e cristiana» e inserisce la già citata remigrazione in una concezione dichiaratamente identitaria della politica nazionale.

Identità, radici, storia: ma cosa significa davvero essere italiani?
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Più che di radici sarebbe meglio parlare di fonti

Una risposta possibile è quella essenzialista. Esisterebbe qualcosa come un nucleo dell’italianità, abbastanza stabile da attraversare il tempo e abbastanza determinato da consentire di distinguere ciò che gli appartiene da ciò che gli rimane estraneo. L’appello alle radici possiede questa struttura: cerca sotto le trasformazioni della storia qualcosa che, non mutando, garantisca che siamo rimasti noi. Il problema è che le identità storiche non funzionano così. Grecia, Roma e cristianesimo appartengono certamente alla nostra storia, ma hanno prodotto ciò che chiamiamo Italia attraverso una lunga storia di trasfigurazioni, dispute, tradimenti e rivoluzioni che non possiamo semplicemente lasciar perdere. Più che di radici sarebbe meglio parlare di fonti: la radice suggerisce un’identità che cresce fissata a una posizione; la fonte, invece, continua ad alimentare un corso d’acqua che, proprio scorrendo, diventa altro.

Identità, radici, storia: ma cosa significa davvero essere italiani?
Una veduta su piazza San Pietro (Ansa).

Essere italiani come pura convenzione

All’essenzialismo, tuttavia, si può reagire con un errore contrario. Poiché ogni identità è storicamente costruita e continuamente modificata, si può concludere che “italiano” sia, in fondo, poco più di un nome, una qualificazione giuridica oppure una convenzione collettiva. È una specie di nominalismo dell’identità. Se non esiste un’essenza italiana, allora non esisterebbe nulla di propriamente italiano al di là del fatto che decidiamo di chiamarlo così. A entrambe le posizioni manca la storicità.

Cosa significa davvero trasmettere un’identità?

Essere storici significa qualcosa di più esigente che cambiare nel tempo. Secondo il filosofo ceco Jan Patočka, l’ingresso nella storia coincide con la perdita dell’ovvietà di un senso semplicemente ricevuto: ciò che sembrava dato diviene problematico e deve essere nuovamente interrogato. È questa la cesura tra preistoria e storia. Una comunità storica non è quella che possiede una volta per tutte il significato della propria identità, ma quella che continua a misurarsi con esso proprio perché gli eventi lo espongono continuamente alla prova. Da questo punto di vista, trasmettere l’italianità non può significare consegnare intatto un inventario di valori, simboli e costumi. Significa, più concretamente, trasmettere una lingua nella quale sia possibile intendere il discorso pubblico, e con essa una memoria sufficiente a comprendere perché certi eventi continuino a dividere o a unire, le continuità e le fratture attraverso cui il Paese è diventato ciò che è.

Identità, radici, storia: ma cosa significa davvero essere italiani?
Un centro italiano (Nicolas Mejia via Unsplash).

La differenza tra assimilazione e appartenenza

Ma la trasmissione è riuscita solo quando chi riceve tutto questo può anche discuterlo. Qui si trova forse la differenza decisiva tra assimilazione e appartenenza. Assimilare, nel significato più rigido del termine, significa chiedere al nuovo arrivato di conformarsi a un’identità della quale altri hanno già stabilito il contenuto. Appartenere a una comunità storica significa invece acquisire abbastanza familiarità con quella storia da poter partecipare alla controversia sul suo significato. Non occorre condividere una determinata interpretazione del Risorgimento o della Costituzione per appartenere pienamente allo spazio comune. Occorre però sapere di che cosa si sta parlando, comprendere il linguaggio e riconoscere gli interlocutori per poter prendere parte al dibattito. Appartenere, insomma, non significa aderire a una certa definizione dell’Italia o dell’italianità, ma essere abilitati alla discussione storica su che cosa l’Italia sia. È un criterio insieme aperto ed esigente. Aperto, perché rende impossibile identificare l’italianità con l’origine biologica, la genealogia o una lista immutabile di caratteri, coi pericoli conseguenti. Esigente, perché esclude anche l’idea che basti un’appartenenza puramente nominale. Una lingua comune, una memoria e istituzioni conosciute non sono dettagli ornamentali.  

Identità, radici, storia: ma cosa significa davvero essere italiani?
Scritte in diverse lingue in una scuola italiana (Ansa).

Le condizioni perché una comunità continui a esistere

L’identità nazionale, allora, non ha bisogno di essere protetta dalla storia, perché esiste soltanto dentro la storia. Il problema è piuttosto renderla abbastanza consistente da poter essere trasmessa e abbastanza viva da poter essere contestata. Se la fissiamo in un’essenza, prima o poi diventa archeologia. Se la riduciamo a un nome, non resta più nulla da trasmettere. Una comunità continua a esistere quando riesce invece a consegnare ai nuovi venuti, e alle nuove generazioni, non una risposta definitiva alla domanda su chi siamo, ma gli strumenti per poter prendere parte alla domanda.