Paradosso IA: così ti frigge il cervello aumentando fatica cognitiva e burnout

Cos’è la frizione cognitiva? La fatica che bisogna fare per capirci qualcosa. Sbatterci un po’ la testa quando un concetto resiste, quando una frase deve essere riletta. Fermarsi. Tornare indietro. Pensare, riflettere. Costruire una relazione fra le cose. Aggiungere, come dice qualche esperto, profondità. Il che richiede fatica. Eppure c’è un aspetto curioso nella nostra idea di intelligenza. Siamo arrivati a considerare un vantaggio tutto ciò che ci permette di pensare con meno fatica. Ed è comprensibile. La fatica non gode di buona reputazione. La associamo a qualcosa di scomodo, al lavoro manuale, alla palestra, alla fila alle poste, alla compilazione di un modulo amministrativo che richiede doppia autenticazione e una copia del documento d’identità. Insomma, se possiamo evitarci una fatica, perché mai dovremmo farla? Poi è arrivata l’IA.

L’IA, una pericolosa forma di comodità intellettuale

L’intelligenza artificiale è bravissima con le scorciatoie. Prende il pensiero, lo liscia, lo impagina e te lo restituisce. A parte qualche intoppo, tutto fila via come l’olio. In fondo è una forma di comodità intellettuale attraverso cui, se ci pensiamo, ci viene risparmiato il momento in cui scopriamo di non sapere. Perché sapere di non sapere è una delle forme più antiche di frizione cognitiva. Socrate, almeno nella versione che ne abbiamo ricevuto da Platone, costruisce buona parte della sua pedagogia su questo piccolo inconveniente: portare l’interlocutore fino al punto in cui scopre che la risposta che possedeva con tanta sicurezza non era poi così solida.

Paradosso IA: così ti frigge il cervello aumentando fatica cognitiva e burnout
Sintomi da burnout per chi usa tanto l’intelligenza artificiale (foto Unsplash).

Così oggi avremmo probabilmente un chatbot che, davanti alla confusione dell’utente, gli offrirebbe una sintesi in cinque punti. Il problema? Tutti ugualmente plausibili. E qui nasce un paradosso. Qualcuno, alla fine, dovrà pur fare fatica. Se non la fa la macchina, la facciamo noi. E forse la facciamo proprio per controllare che la macchina abbia fatto bene il suo lavoro, magari per discriminare tra quei cinque punti.

Il burnout è riportato dal 45 per cento di chi usa frequentemente l’IA

Uno studio di Quantum Workplace, società che si occupa di benessere aziendale, ha rilevato che il burnout, cioè quella sensazione di essere ormai svuotati e sopraffatti dal lavoro, è riportato dal 45 per cento dei lavoratori che utilizzano frequentemente l’IA, contro il 38 per cento di chi la usa meno frequentemente e il 35 per cento di chi non la tocca nemmeno.

AI brain fry: una specie di cervello fritto

Un’altra ricerca pubblicata dalla Harvard Business Review, una rivista di management, ha persino trovato un nome per una delle conseguenze: “AI brain fry”. Una specie di cervello fritto, dovuto all’affaticamento cognitivo prodotto dall’uso e, soprattutto, dalla supervisione intensiva degli strumenti e degli agenti IA.

Paradosso IA: così ti frigge il cervello aumentando fatica cognitiva e burnout
AI brain fry: una specie di cervello fritto per colpa dell’intelligenza artificiale (foto Unsplash).

Secondo l’analisi Riverside firmata da Boston Consulting Group e dalla University of California, condotta su 1.488 lavoratori statunitensi, il 14 per cento di chi utilizza l’IA sul lavoro dice di aver sperimentato quella sensazione. Chi ne soffre registra il 33 per cento di decision fatigue in più, cioè la fatica mentale che rende sempre più difficile prendere decisioni via via che la giornata di lavoro procede, e commette errori gravi con una frequenza maggiore del 39 per cento.

Invece di alleggerire il carico, il chatbot lo aumenta

Anche un’altra società di consulenza, Korn Ferry, racconta una storia simile sulla base di un’indagine condotta su oltre 16 mila dipendenti. Il 62 per cento degli intervistati dice infatti di aver visto crescere significativamente il proprio carico di lavoro negli ultimi due anni, mentre il 45 per cento sostiene di essere ormai troppo impegnato persino per riuscire a produrre risultati significativi che contribuiscano alla crescita. E fra i lavoratori più esausti dall’IA, il 52 per cento dice che è stata proprio quella tecnologia, invece di alleggerire il carico, ad aumentarlo.

Paradosso IA: così ti frigge il cervello aumentando fatica cognitiva e burnout
I chatbot, invece ci aiutarti, aumentano la tua fatica cognitiva (foto Unsplash).

Insomma, abbiamo inventato strumenti per risparmiare fatica e siamo diventati più stanchi con il rischio che, a forza di scorciatoie del pensiero, si finisca dentro una specie di allucinazione collettiva. Quella per cui anche accademici rinomati possono arrivare a dire che è tutto finito, che i dottorati non servono più, che la ricerca è una cosa del passato. Beati loro.

Forse abbiamo confuso la velocità con il progresso

È un po’ la stessa allucinazione che abbiamo vissuto con i social, quando tutto sembrava bellissimo perché tutto era filtrato benissimo. Anche lì la promessa era una scorciatoia: prima l’illusione di una vita migliore a portata di scroll; oggi l’illusione di un pensiero senza la fatica di attraversarlo. Comunque sia, ieri come oggi, si ha l’impressione che forse abbiamo confuso la velocità con il progresso. La velocità dice quanto rapidamente arriviamo da A a B. Il progresso dovrebbe dirci se B è un posto migliore di A. E per stabilirlo, almeno per il momento, serve ancora qualcuno disposto a fermarsi, guardare la mappa e chiedersi dove stiamo andando. Il che comporta una certa fatica.